Coronavirus_Qualche risposta ai tanti perché, a cura di Giuseppe Germinario

Proseguiamo con la nostra carrellata sui diversi approcci alla crisi pandemica adottati dai vari paesi e spesso dalle varie regioni all’interno di essi. All’articolo iniziale (iniziatico?) di Roberto Buffagni, al podcast di Gianfranco Campa, agli elzeviri di Massimo Morigi, ai contributi preziosissimi di Giuseppe Imbalzano, alle riflessioni di T.K. de la Grange, ai contributi esterni, tutti raccolti in un apposito dossier, segue questo articolo dedicato alla Germania. Una modalità di azione sottotraccia quella adottata dal ceto politico e dalla classe dirigente dominanti di quel paese. Una costante delle tattiche adottate a partire dalla disastrosa disfatta militare del ’45. A cominciare dalla manipolazione di dati poco realistici. Non si tratta solo della casuale disparità dei criteri di rilevazione frutto ed indice della eterogeneità insopprimibile della galassia europea ed europeista e delle sue esigenze politiche. E’ probabilmente un accorgimento, certamente meno guascone rispetto a quello adottato dai francesi, teso a contenere l’allarmismo e il rischio di destabilizzazione interna, a giustificare misure meno draconiane e meno selettive nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto economiche e a porre, quindi, il paese in una posizione migliore rispetto a quella di paesi dai comportamenti più schizofrenici e massivi nell’agone internazionale, in particolare geoeconomico. Pur tuttavia, non si tratta di un mero espediente. L’articolo qui in basso rivela chiaramente anche il substrato di una gestione della crisi pandemica decisamente più accorta e preveggente sia nelle modalità operative che nella tempistica adottate. Probabilmente queste misure, in aggiunta alla annunciata valanga di sovvenzioni e di protezioni del proprio apparato economico, non saranno sufficienti a parare i terribili colpi di là da venire. La Germania è un paese troppo controllato, subordinato politicamente e militarmente, con una area di influenza diretta in un Est Europeo legato di contro a doppio filo piuttosto agli statunitensi ed una economia dai volumi e da una organizzazione impressionante, ma tecnologicamente poco innovativa e troppo vulnerabile dal punto di vista finanziario, troppo legata ai settori più speculativi della finanza anglosassone, troppo esposta alle crescenti instabilità e chiusure del commercio internazionale. Se a questo si aggiunge la sua atavica propensione a confondere le mire egemoniche in Europa con la predazione e l’annichilimento puri e semplici dei propri “fratelli europei” specie latini, non ci vorrà molto a valutare la effettiva dimensione e le conseguenze del suo progressivo e fatale isolamento. Al suo cospetto rifulge ancora di più la drammatica e sconsolante condizione nella quale si sta progressivamente cacciando il nostro paese. Un paese ormai da trenta anni dilaniato da conflitti politici tanto più virulenti quanto più privi di strategie e tattiche in grado di offrire prospettive nazionali dignitose e autonome. Un salto di qualità mancato e un degrado già ben avviato negli anni ’80 ma che ha conosciuto la propria apoteosi con l’epurazione di Tangentopoli e il progressivo emergere di un ceto politico particolarmente abile nell’annichilire ed asservire gli apparati e le competenze pubblici alle proprie baruffe di fazione. Una sterilità ed una miseria che ha trovato una ulteriore occasione di prevaricazione con questa crisi pandemica. Uno scontro ormai sordo e feroce disposto a sacrificare e strumentalizzare la stessa dedizione ed il coraggio manifestati dalle categorie professionali chiamate ad affrontare i rischi della crisi sanitaria. Uno scontro asimmetrico nella posizione dei belligeranti che lascia presagire la prevalenza di una fazione, quella più compromessa politicamente ma meno esposta amministrativamente, piuttosto che la possibilità di una emersione di una nuova classe dirigente o quantomeno di una vecchia almeno rinsavita, più accorta e autorevole. Da una parte le forze della maggioranza governativa detengono il controllo e quindi la più grave responsabilità politica di una gestione a dir poco contraddittoria e intempestiva della crisi. Appunto una responsabilità politica che facilmente potrà sfuggire alle pendenze giudiziarie e ai desideri di rivalsa delle vittime della mala conduzione che già si manifestano numerosi. Una elusione delle responsabilità  culminata nella mancata avocazione di poteri speciali, nella assenza di direttive univoche e cogenti, nella sovrapposizione di incarichi esecutivi a persone chiaramente inadatte e spesso compromesse con il processo di debilitazione delle strutture pubbliche. Figure di secondo piano destinate a non oscurare il futuro politico dei protagonisti e una insipienza a suo modo funzionale a scaricare le responsabilità sui centri amministrativi più esposti. Un rituale del cerino acceso destinato a rimanere in mano ai responsabili regionali e amministrativi. Lo stesso gioco se si vuole che, a parti rovesciate, sta probabilmente giocando Trump con i suoi avversari democratici, impelagati nel focolaio epidemico di New York. Ma con una differenza sostanziale: gli Stati Uniti sono appunto una Federazione di Stati, non di regioni dalle competenze sovrapposte. Dall’altra una opposizione, in particolare la Lega, sua componente maggioritaria, reduce già da numerosi e clamorosi errori politici che ne hanno minato credibilità e sicumera e gestore a buon titolo di una regione, il Veneto, capace di affrontare decorosamente l’emergenza, ma anche della Lombardia, epicentro della epidemia e degli errori di gestione più marchiani e dolorosi. Nei tempi ravvicinati vincerà probabilmente chi detiene il pallino dei mezzi di comunicazione e chi potrà eludere l’agorà giudiziaria. Su questo il centrosinistra è chiaramente avvantaggiato di parecchie spanne. Bisogna dar atto della resistenza di Conte alle profferte capziose degli ologrammi di Bruxelles di utilizzo dei fondi del MES e di prestiti obbligazionari con garanzie dei singoli stati; come pure del tentativo di fronte comune dei paesi mediterranei. Tentativo per altro già messo in forse dal comportamento ambiguo e subdolo di Macron, quindi della Francia. La partita non è ancora chiusa; qualche incrinatura si intravede anche nella stessa Germania e Olanda. L’esempio preclaro della devastazione della Grecia e del vacuo successo del miracolo spagnolo sono un avvertimento, un incubo chiaro più alle popolazioni che alle élites dominanti. Lo scontro all’ultimo sangue tra reciproche debolezze, il nocciolo dell’acceso scontro politico in Italia, non lascia presagire molto di buono. I ricatti, le minacce e le ritorsioni possono essere il preludio ad un ennesimo e clamoroso cedimento, ad una definitiva capitolazione seguiti da proteste ed opposizioni di comodo. Vedremo cosa succederà domani, 7 aprile. Sorge a questo punto un interrogativo angosciante. Come possono forze politiche paralizzate da una crisi sanitaria tutto sommato circoscrivibile, se gestita a suo tempo con maggiore accortezza, contrattare al meglio la propria posizione in Europa o gestire il piano B della uscita dall’euro e dalla attuale Unione Europea senza cadere in una visione assistenzialistica e parassitaria, residuale apparentemente alternativa all’attuale? Già in almeno tre occasioni l’attuale ceto politico è mancato all’appuntamento, a volte persino offerto, negli ultimi tre anni. La stessa sottovalutazione delle implicazioni geopolitiche del comunque ben accetto sostegno umanitario lascia intravedere il pressapochismo dei passi intrapresi. Si blatera tanto di volerci liberare della signoria statunitense, ignorandone le pesanti implicazioni; in realtà si fa fatica a liberarsi persino dalle angherie e dalle grettezze del suo maggiordomo tedesco, non ostante le spinte e gli incoraggiamenti nemmeno troppo velati a saltare il fosso. Al peggio non si intravede la fine. Scusate lo sfogo. Non saremo profeti in patria, almeno in Russia hanno avuto modo di apprezzare e riconoscere la competenza professionale dell’esperto che su questo blog ci ha illuminato di cotanta sagacia e supponenza nazionali. Un sincero augurio per la nuova avventura. Giuseppe Germinario

Ecco perché in Germania si muore molto meno per coronavirus rispetto all’Italia

In Germania il tasso di letalità è 1,4%, in Italia 12,5%

In Germania la percentuale delle persone che muoiono per coronavirus è bassissima rispetto ai casi rilevati in confronto alle percentuali di letalità indicate dai dati ufficiali in Italia. In parte la differenza può essere provocata da dati ufficiali poco affidabili. Ma questa da sola non può essere una spiegazione sufficiente.

Una inchiesta del NYT di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci ci aiuta a capire perché. Ne emerge purtroppo un quadro impietoso per l’Italia

I “corona-taxi”

Heidelberg, Germania. Li chiamano “taxi corona”: medici equipaggiati con indumenti protettivi guidano per le strade deserte per controllare i pazienti che sono a casa. Prendono l’esame del sangue cercando segni che il paziente possa avere il covid19 e che le sue condizioni possano aggravarsi. Possono suggerire il ricovero in ospedale anche a un paziente che ha solo sintomi lievi: le possibilità di sopravvivere sono notevolmente più alte se si affronta il virus all’inizio.

I taxi corona di Heidelberg sono solo una delle iniziative. Ma illustrano un livello di impegno di risorse pubbliche nella lotta contro l’epidemia che aiuta a spiegare uno degli enigmi più intriganti della pandemia: perché il tasso di mortalità della Germania è così basso?

Un tasso di letalità inferiore di 9 volte a quello dell’Italia

Il virus e la malattia risultante, Covid-19, hanno colpito la Germania con forza: secondo la Johns Hopkins University il paese ha più di 90.000 infezioni confermate in laboratorio al 4 di aprile, più di qualsiasi altro paese tranne gli Stati Uniti, l’Italia e Spagna.

Ma con circa 1.300 morti, il tasso di letalità in Germania si attesta all’1,4 per cento, rispetto al 12,5 per cento in Italia, a circa il 10 per cento in Spagna, Francia e Gran Bretagna, al 4 per cento in Cina e al 2,5 per cento negli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud, un modello di riferimento internazionale per la lotta al covid19, ha un tasso di letalità più elevato, l’1,7 per cento.

“Si è parlato di un’anomalia tedesca”, ha detto Hendrik Streeck, direttore dell’Istituto di virologia presso l’ospedale universitario di Bonn. Il professor Streeck ha ricevuto chiamate di colleghi dagli Stati Uniti e altrove. “‘Che cosa stai facendo diversamente?” mi chiedono. “Perché il tuo tasso di letalità è così basso?”

Ci sono diverse risposte dicono gli esperti, differenze molto reali nel modo in cui il paese ha affrontato l’epidemia rispetto ad altri.

Molti più test = molti casi rilevati in tempo

Una delle spiegazioni per il basso tasso di letalità è che la Germania ha testato molte più persone rispetto alla maggior parte delle nazioni. Ciò significa che individua più persone con pochi o nessun sintomo, anche tra i più giovani, aumentando il numero di casi noti ma non il numero di vittime.

Una delle conseguenze del gran numero di test è che l’età media delle persone rilevate come infette è inferiore in Germania rispetto a molti altri paesi. Molti dei primi pazienti hanno preso il virus nelle stazioni sciistiche austriache e italiane ed erano relativamente giovani e sani, ha detto il professor Kräusslich. “È iniziato come un’epidemia di sciatori”, ha affermato.

Poi con il diffondersi delle infezioni, sono state colpite più persone anziane e anche il tasso di letalità, solo lo 0,2 per cento due settimane fa, è aumentato. Ma l’età media di chi si sa che contrae la malattia rimane relativamente bassa, 49 anni in Germania, mentre in Italia è 62 anni secondo i rapporti ufficiali.

La Germania sta conducendo circa 350.000 test di coronavirus a settimana, (oltre 3 volte di più che in Italia) e comunque molto più di qualsiasi altro paese europeo. Test precoci e diffusi hanno permesso alle autorità di rallentare la diffusione della pandemia isolando i casi infettivi. Ha inoltre consentito di somministrare il trattamento salvavita in modo più tempestivo.

Preparati in anticipo alla pandemia

A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi pensasse al virus, l’ospedale Charité di Berlino aveva già sviluppato un test e pubblicato la formula online.
Quando la Germania registrò il suo primo caso di Covid-19 a febbraio, i laboratori di tutto il paese avevano accumulato uno stock di kit di test.

Diagnosi precoci = meno morti

“Il motivo per cui in Germania abbiamo così poche morti al momento rispetto al numero di infetti può essere ampiamente spiegato dal fatto che stiamo facendo un numero estremamente elevato di diagnosi di laboratorio”, ha affermato il dott. Christian Drosten, capo virologo di Charité , il cui team ha sviluppato il primo test.

“Quando ho una diagnosi precoce e posso curare precocemente i pazienti (ad esempio collegarli a un ventilatore prima che le loro condizioni si deteriorino) – le possibilità di sopravvivenza sono molto più elevate”, ha affermato il professor Kräusslich.

Costanti test al personale medico

Il personale medico, particolarmente a rischio di contrarre e diffondere il virus, viene regolarmente testato. Per semplificare la procedura, alcuni ospedali hanno iniziato a eseguire test di blocco, utilizzando i tamponi di 10 dipendenti e dando seguito a test individuali solo se si riscontra un risultato positivo.

Da aprile test gratuiti su larga scala per trovare i possibili focolai

Alla fine di aprile, le autorità sanitarie hanno anche in programma di lanciare uno studio su larga scala, testando campioni casuali di 100.000 persone in Germania ogni settimana per valutare dove si sta accumulando immunità.

Una chiave per garantire test su larga scala è che i pazienti non pagano nulla per questo, ha affermato il professor Streeck. Questa, ha detto, è una notevole differenza con gli Stati Uniti nelle prime settimane dell’epidemia. “È improbabile che negli USA un giovane senza assicurazione sanitaria e prurito alla gola si rechi dal medico e quindi rischia di infettare più persone”, ha affermato.

Il caso della scuola di Bonn

Un venerdì di fine febbraio, il professor Streeck ha ricevuto la notizia che un paziente del suo ospedale di Bonn si era rivelato positivo per il coronavirus: un uomo di 22 anni che non aveva sintomi ma il cui datore di lavoro (una scuola) gli aveva chiesto di fare un test dopo aver saputo che aveva preso parte a un evento di carnevale in cui qualcun altro si era dimostrato positivo.

Nella maggior parte dei paesi, compresi Italia e Stati Uniti, i test sono in gran parte limitati ai pazienti più malati, quindi probabilmente all’uomo sarebbe stato rifiutato un test.

Non in Germania. Non appena i risultati del test sono arrivati, la scuola è stata chiusa e a tutti i bambini e il personale è stato ordinato di rimanere a casa con le loro famiglie per due settimane. Sono state testate circa 235 persone.

Test e monitoraggio sono la strategia che ha avuto successo in Corea del Sud e abbiamo cercato di imparare da ciò”, ha affermato il professor Streeck.

La Germania ha anche imparato a correggere i propri errori presto: la strategia di tracciamento dei contatti avrebbe dovuto essere utilizzata in modo ancora più aggressivo, ha affermato.

Tutti quelli che erano tornati in Germania da Ischgl, una stazione sciistica austriaca che aveva avuto un focolaio, per esempio, avrebbero dovuto essere rintracciati e testati, ha detto il professor Streeck e non lo abbiamo fatto ma poi abbiamo imparato.

Un robusto sistema di assistenza sanitaria pubblica

Prima della pandemia di coronavirus in tutta la Germania, l’ospedale universitario di Giessen aveva 173 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori. Nelle ultime settimane, l’ospedale ha cercato di creare altri 40 posti letto e ha aumentato il personale che era in standby per lavorare in terapia intensiva fino al 50%.

“Abbiamo così tanta capacità ora che stiamo accettando pazienti da Italia, Spagna e Francia”, ha dichiarato Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari che ha supervisionato la ristrutturazione. “Siamo molto forti nell’area della terapia intensiva.”

In tutta la Germania, gli ospedali hanno ampliato le loro capacità di terapia intensiva e sono partiti da un livello elevato. A gennaio la Germania aveva circa 28.000 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori, cioè 34 ogni 100.000 persone, quasi 3 volte di più che in Italia dove il rapporto è di 12 ogni 100.000 persone.

Ora ci sono 40.000 letti di terapia intensiva disponibili in Germania.

Fiducia nel governo

La cancelliera Angela Merkel ha comunicato in modo chiaro, calmo e regolare durante la crisi, imponendo misure di distanziamento sociale sempre più rigorose nel paese. Le restrizioni, che sono state cruciali per rallentare la diffusione della pandemia, hanno incontrato poca opposizione politica e sono ampiamente seguite.

Le valutazioni di approvazione verso la Merkel sono aumentate vertiginosamente.

“Forse la nostra più grande forza in Germania”, ha affermato il professor Kräusslich, “è il processo decisionale razionale ai massimi livelli di governo combinato con la fiducia di cui il governo gode nella popolazione”.

Una fiducia che riesce a guadagnarsi grazie ai fatti.

https://www.peopleforplanet.it/ecco-perche-in-germania-si-muore-molto-meno-per-coronavirus-rispetto-allitalia/?fbclid=IwAR3SKu4ZclYWLzpPQqWFMKFKTGKqxeDbBbyWO3JVAeyKN3w_0FLetvzKuuY

Come, quando e cosa riaprire in Italia, del dottor Giuseppe Imbalzano

Come, quando e cosa riaprire in Italia- Giuseppe Imbalzano- Medico

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.
La situazione economica è l’elemento più critico che si sta rivelando connesso con
l’infezione da Covid 19 e che sta creando, se possibile, più danni della infezione stessa.
La modalità con cui è stata affrontata questa epidemia non sempre ha seguito la linea di
ridurre le fonti di infezione e di preservare il personale di assistenza da eventuali contagi,
ma ha diffuso il virus negli ospedali e infettato un numero incredibile di operatori. Che sono certamente la causa di ulteriori infezioni tra i familiari e i pazienti. Così come la scelta di affidare ai medici di famiglia l’assistenza dei pazienti potenzialmente infetti ha costretto i primi ad affrontare, spesso senza gli strumenti di protezione necessari, situazioni del tutto critiche che dovevano esigere ben altra organizzazione. E la numerosità dei medici infetti ha creato ulteriori focolai territoriali. E, dalle informazioni giornalistiche, appaiono esistere molti minicluster familiari come causa di questa esplosione di casi in così breve tempo.
In questi giorni sono fiorite proposte di riapertura delle attività lavorative che hanno posto
come riferimento, tra le tante cose, le proiezioni di danno delle categorie secondo le età.
Una scelta che cerca di dimostrare il basso rischio dei soggetti che devono partecipare al
ciclo lavorativo in base a valutazioni che, nei fatti, appaiono assai discutibili, sia perché prive di certezza statistica, sia perché non tengono conto che non vi è una fungibilità di tutto il personale, di un possibile utilizzo di personale qualificato in tutti i settori senza la specifica competenza di chi debba gestire l’attività e il settore specifico. Dimenticando poi che i lavoratori hanno interazione anche con parenti e amici che potremmo inserire nelle
categorie a rischio. E che accettare il rischio in se stesso (con quale garanzia per chi
rischia?) non fa parte di una corretta valutazione e modello di attività, in particolare se riferita a terzi. Sarebbe ancora più pesante che le imprese aggiungessero al peso dell’inattività il peso degli eventuali contagi correlati e dei danni immateriali e previsti dal decreto Lvo 81/08.
E non credo, considerata la macchinosità del sistema, che verrebbe apprezzata dai
sindacati e quindi approvata per poter essere attivata e gestita come regola su tutto il
territorio nazionale.
Noi, oggi, ci troviamo in una situazione di grande criticità in alcune Regioni che non hanno
sviluppato un intervento caratterizzato dal modello di Sanità pubblica ma sono intervenuti
secondo schemi di clinica medica, inseguendo i malati che man mano si sono identificati,
usando gli ospedali alla stregua di luoghi di ricovero multifunzionali, non rispettando
neanche i parametri dell’accreditamento previsti per il ricovero delle malattie infettive. Scelta del tutto inadeguata rispetto alla situazione da affrontare e, ancora di più oggi, riguardo la situazione che si è creata e che sta diventando sempre più problematica.
Anziché spegnere il fuoco iniziale, la dislocazione dei casi ha moltiplicato le fonti di infezione.
Oggi non vorremmo che tutte le scelte che si propongono dessero la stura ad ulteriori fonti
di contagio. E per evitare le stesse, con l’obiettivo di garantire attività e recupero della
gestione delle attività riteniamo di promuovere una scelta che, partendo dalla attuale
situazione, porti al doppio risultato desiderato.
Se mantenessimo la chiusura dei comuni e la netta riduzione del traffico cittadino, e se
garantissimo il monitoraggio stretto dei nuovi casi e la loro identificazione, considerato che, ad oggi, abbiamo un elevato numero di comuni senza casi di infezione, potremmo avviare le attività nelle diverse realtà che sono virusfree da almeno 30 giorni, mantenendo una rigorosa vigilanza a quanto possa naturalmente accadere.
La scelta di riattivare i comuni free risponde ai due obiettivi di garantire la sicurezza e attivare il sistema industriale e commerciale. E ad un terzo, che spingerà i comuni, e i sindaci in particolare, ad operare per ridurre i rischi e favorire il rientro nella zona di sicurezza, riattivando le attività lavorative in piena sicurezza.
Oggi abbiamo informazioni molto poco utili per intervenire correttamente e ridurre le
infezioni. Non conosciamo da dove derivino i nuovi casi e comunque gli ospedali sono
ancora fonte di infezione per il personale con le relative conseguenze quantitative e di
cattiva gestione dei focolai.
È indispensabile modificare il modello da cui derivano le infezioni e nel contempo operare
per eliminare le condizioni che determinano la diffusione delle infezioni stesse.
La realtà attuale dei comuni virusfree è assai differente nelle diverse Regioni Italiane.
Come mero esempio presentiamo alcune realtà regionali- e le stesse, naturalmente, con
l’impegno di tutti, dovrebbero attivarsi per ridurre i casi di infezione e consentire di riprendere una normalità sociale che oggi ha qualche difficoltà ad essere riattivata.

Piemonte

Lombardia

Veneto

Liguria

Emilia Romagna

Lazio

Sicilia

A Nord i comuni coinvolti sono tanti, a sud non ancora molti comuni sono stati colpiti; garantire l’assenza di infetti è sostanziale e spingerà tutti verso una comune azione di riduzione del rischio e delle infezioni

NB

http://CVBreveImbalzano

È possibile sapere chi si ammala?, di Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

È possibile sapere chi si ammala?

Non il mio vicino di casa, ma quali siano i luoghi e i flussi di chi continua ad ammalarsi?

Quali siano e da dove si infettano i nuovi pazienti, quale sia il percorso e chi determina i nuovi casi nella nostra comunità?

Se non specifichiamo i meccanismi e i flussi, i determinanti e tracciamo i percorsi delle infezioni e continuiamo a sparare nel mucchio, avremo numeri grossolani e casuali.

È come, per altro, sapere quanti incidenti stradali abbiamo ma non sappiamo se siano di notte o di giorno e dove, per evitare di esserne coinvolti.

E così per le infezioni.

Da dove derivano, dalle attività mantenute attive che hanno forti interazioni o dai runner e dai padroni dei cani che girano intorno al proprio palazzo o dalle fonti che hanno causato questa esplosione di casi in un tempo che dire breve è poco?

Abbiamo interrotto i flussi delle infezioni o abbiamo mantenuto i problemi di aree che hanno determinato questa situazione in poco più di 30 giorni?

Tutti guardano i numeri in più o in meno e le curve ma il perché nessuno, il dove nessuno, il chi nessuno.

E allora, chi, avendone responsabilità, riprenda la retta via delle analisi dei casi e delle loro origini, delle situazioni che ne hanno causato l’esplosione, dei percorsi, della indagine sui singoli casi e dei relativi flussi generali, delle gabbie da cui fuggono i virus, e che hanno causato così tanti casi in poco tempo?

Ad errore si rischia di sovrapporre errore e si persegue lo stesso errore. Non siamo di fronte ad una patologia cronico degenerativa, ma di fronte ad una infezione. E come tale va affrontata e risolta.

È chiaro che questa epidemia, in Lombardia in particolare, è esplosa per la moltiplicazione dei focolai con la distribuzione in tutti gli ospedali dei malati, in ambienti non sempre idonei per accoglierli.

E da lì, diffusa.

Gli oltre 6000 sanitari positivi in Italia (per non parlare di coloro che non sono stati identificati precocemente) non hanno trasmesso a nessuno l’infezione? Vittime di una organizzazione inadeguata e priva di attenzioni minime per la sicurezza dei lavoratori?

Non sappiamo quanti siano stati i malati già ricoverati infettati in seguito a questi trasferimenti, e anche loro a quante altre persone abbiano trasmesso il virus.

E quanti siano stati poi i familiari e parenti che abbiano avuto il dispiacere di esserne affetti.

E quanti invece si siano ammalati per i contatti, inconsapevoli, che hanno avuto con il personale sanitario in genere o per aver solo frequentato gli ospedali.

Forse è stato sottovalutato questo movimento e non abbiamo perseguito le linee corrette per debellare una infezione che è esplosa così velocemente.

Solo per contatti diretti ed indiretti è verosimile, ma bisogna recuperare le informazioni, che il personale sanitario abbia determinato almeno 25 mila casi, compresi parenti e amici oltre a pazienti, che poi, nella interazione dei propri territori abbiano creato le ulteriori infezioni.

E oggi?

Abbiamo la certezza che questo flusso, queste infezioni siano cessate o abbiamo ancora movimenti che provengono dalle strutture sanitarie e che negli ultimi giorni hanno avuto una rinnovata attività dalle strutture socio sanitarie, con un numero di infetti e di decessi che è del tutto innaturale?

Anche lì, cosa è accaduto? Mancata attenzione rigorosa al problema o cosa?

Sono stati predisposti protocolli rigorosi e azioni di limitazioni del rischio o perchè è accaduto?

Le domande sono tante, ma in realtà è una sola, cosa sta accadendo e come impedire che questa infezione faccia ulteriori danni e mieta ulteriori, del tutto ingiustificate, vittime.

Gli ospedali misti, come abbiamo avuto modo di dire più volte, non sono la soluzione a questo problema, comunque.

Ci chiediamo, nel contempo, cosa sia stato fatto per evitare ulteriori infezioni al personale e ai cittadini ed evitare altri possibili focolai sia comunitari che nella gestione domiciliare dei casi.

Vorremmo anche sapere cosa sia accaduto ai cittadini, sia in quarantena che per la gestione delle patologie (e se familiari siano stati successivamente infetti) e anche quali siano stati i modelli di sicurezza adottati nelle Rsa, per protocolli previsti o meno dalle Regioni ed adottati in modo organico dalle strutture assistenziali.

E cosa sia accaduto al personale sanitario, costretto a lavorare anche se abbia avuto contatti con malati infetti e quanti poi siano diventati positivi nel corso dei giorni successivi.

Non vorremmo che questo filone di infezioni sia diventato terra di nessuno e privo delle necessarie valutazioni, e azioni di mitigazione della infezione, che non è, come ci attendevamo, stata adeguatamente frenata dalla lunga chiusura in quarantena della comunità.

 

Giuseppe Imbalzano- medico

NB_ http://CVBreveImbalzano

Lettera alla professoressa Capua, del dr. Giuseppe Imbalzano

La scoperta di un diverso paesaggio urbano, di Angelo Perrone

La scoperta di un diverso paesaggio urbano

Il coronavirus ha mostrato un tessuto urbano sconosciuto. E’ cambiato per necessità il “paesaggio” del lavoro, del divertimento, persino della sofferenza. Strade deserte, piazze vuote. Distanze nei rapporti umani. Luoghi d’arte liberati dall’assedio del turismo di massa. In poche parole, il vuoto e il silenzio al posto della folla e del rumore. Così il non visto è diventato di colpo visibile e ammirabile. Accanto alla novità e allo stupore, potremmo persino pensare che, superato il virus, sia utile un diverso rapporto con l’ambiente che ci circonda

 

di Angelo Perrone *

 

Ha anche effetti positivi il coronavirus? Siamo a questo paradosso? Proviamo a guardarci intorno, allora. Non si parla soltanto delle condizioni sanitarie delle persone, di cui sappiamo tutto o quasi. Un problema, in cima alle preoccupazioni di istituzioni e cittadini. Siamo monitorati in tempo reale. Per fortuna, anche se a volte ci lamentiamo degli eccessi. Cifre, statistiche, diagrammi.

Quanti i contagiati, i ricoverati, i sotto osservazione, i guariti. Regione per regione, e poi nelle macro aree: il nord rispetto al sud senza trascurare il centro. Aspetti più di dettaglio: l’incidenza per età, o attività lavorative. Perfino le new entry che – chissà perché – ci sorprendono, come se non potesse capitare anche a loro: ci sono anche giudici e politici tra gli infettati. Tutti nella stessa barca, il virus non fa sconti a nessuno.

Nemmeno si discorre soltanto delle conseguenze economiche del virus, che minacciano d’essere devastanti. Un colpo di grazia all’economia che già di suo non va affatto bene. L’occupazione, i dati sulla produzione e le vendite, l’export, il turismo: sono i settori sott’occhio, mentre si teme il tracollo da un momento all’altro e si pensa: ci mancava solo questo. E poi la questione delle forniture per l’industria: molte materie prime vengono da fuori, da est, esattamente proprio dalla Cina, la più “infetta” delle nazioni. A breve potrebbero non bastare più le scorte, cosa si fa?

Ce n’è abbastanza fin qui, potremmo fermarci a riflettere, se non a lamentarci per la mala sorte. Invece percepiamo anche conseguenze di altro tipo, che non avremmo immaginato. E che proprio per questo ci sembrano stupefacenti. Destano sorrisi, e lasciano intravedere qualcosa di utile. Di che si tratta? Tra le tante novità, viene da chiedersi: non sarà che il coronavirus riesce anche a mostrarci una dimensione diversa e più positiva del vivere quotidiano?

È cambiato d’un tratto il “paesaggio” urbano, l’ambiente nel quale svolgiamo le nostre attività: dove lavoriamo, con più o meno soddisfazione, e quando il lavoro c’è, si intende. Dove ci divertiamo, passiamo il tempo. Dove magari soffriamo. Per la cattiveria del prossimo, una delusione d’amore, una disavventura economica. Il contesto che spesso ci accompagna nelle tribolazioni, o nelle più rare gioie.

Eravamo abituati a città intasate: uomini e mezzi, ovunque. Davanti, accanto, dietro. Alla guida della nostra scatola di metallo, o sui mezzi pubblici, in mezzo a tanti altri con la nostra stessa faccia. Scontenta e abbrutita dallo stress. Magari l’insoddisfazione non dipendeva tutta dall’affollamento, ma era lo stesso, a qualcuno dovevamo pur dare la colpa. Non era un’impressione da poco: le piazze affollate di gente, i monumenti presi d’assalto da turisti multicolori, i musei delle principali città d’arte assediati da code inverosimili di visitatori, accaldati anche in pieno inverno.

Ora, strade deserte, eventi rinviati, attività pubbliche sospese, locali chiusi. Luoghi irriconoscibili. Perché così non li avevamo mai visti, nemmeno in qualche scolorita fotografia del dopoguerra. Una trasformazione radicale da far dubitare persino di aver mai conosciuto quei luoghi per come appaiono oggi. Ma quando hanno fatto quel complesso monumentale che chiamano Colosseo? E chi è quel Brunelleschi, il giovane di belle speranze (dicono si dia tante arie sui social)  che sta costruendo la meraviglia della cupola del Duomo a Firenze?

Così si rivede Fontana di Trevi, splendente dopo il restauro di alcuni anni fa (mai apprezzato a dovere, nessuno era riuscito ad ammirarlo con calma), all’improvviso libera dalle torme di turisti che si accalcano sui bordi, non per ammirarne la bellezza, ma per farsi i selfie, e dunque tutti rivolti con le spalle alle sculture, intenti sono a guardare sé stessi nelle immagini. A chi interessa: la Torre a Pisa ha smesso d’essere sorretta, sul lato della pendenza, dai volonterosi stranieri che, ogni giorno, si alternano nell’arduo ma essenziale compito, supponendo che, così storta, abbia bisogno di sostegno; stiamo a vedere se ora, senza quell’aiutino, si ammoscia e viene giù.

La Galleria a Milano è percorribile al riparo del timore di pestarsi i piedi, qualcuno è riuscito anche ad andare dallo stellato Gracco ad assaggiare la pizza fenomenale senza prenotare mesi prima; uscendo, ha potuto fare una passeggiata arrivando in breve sulle guglie del Duomo, che spettacolo da lì.

A Firenze, non si è interrotto, ma ha avuto una bella battuta d’arresto, il dotto dibattito surreale sulla basilica di Santo Spirito, sì proprio il gioiello rinascimentale (sul sagrato, meglio una cancellata o il sudiciume dei bivacchi notturni con spaccio di droga?). Che non si siano fermati del tutto nemmeno in quest’occasione tragica, glielo perdoniamo ai fiorentini, animi focosi ma d’ingegno: da Dante in poi, sempre litigiosi, il virus non poteva trattenerli.

Nulla è più come prima, c’è un cambiamento di prospettiva: il vuoto e il silenzio hanno preso il posto della folla e del rumore. Improvvisamente è mutata la dimensione dello spazio intorno a noi. La diversa visuale ci mostra un’altra realtà. Il cambiamento si accompagna a sorpresa e a smarrimento. E ci lascia senza fiato. Non ce ne siamo ancora ripresi. Anziché andare da un posto all’altro seguendo gli stretti corridoi che le moltitudini ci lasciavano, vaghiamo confusi nelle strade di sempre, inebriati da una libertà sconosciuta. Manca solo che, nel dubbio, ci si fermi agli angoli per leggere le targhe stradali.

Magari questo stravolgimento solleva quesiti stravaganti. Discussioni che fino a ieri nemmeno la fantasia più sfrenata avrebbe immaginato. Per esempio, il “paesaggio” urbano ha un significato diverso in città come Milano, Roma o Firenze? Ovvero, la natura di questi posti esige per caso scenografie differenti? Come dire: in ogni città, quote differenti di folla + auto, per rispettarne l’anima. Quasi che l’arte, i costumi, le tradizioni non esigano ovunque la stessa attenzione.

Detto in modo più dotto. Cosa conta di più per cogliere la bellezza di una città: l’assenza o la presenza? E’ necessario il vuoto per rimarcare il fascino di una piazza, di una chiesa, di un locale di qualità? Oppure è proprio la vitalità della gente a rendere gli stessi ineguagliabili? Che ruolo hanno allora la folla e l’animazione sociale, semplice fondale o parte integrante della recita?

La discussione non poteva che sintetizzarsi alla fine nel solito derby Milano – Roma. Tra chi, nel confronto, ritiene più bella la capitale (della storia) ora che è deserta e chi lamenta che l’altra capitale (quella della moda, dell’impresa, della cultura) sia più affascinante con tanta gente in giro. Tradotto nel conteggio finale: Roma avvantaggiata dal virus, Milano danneggiata. La partita è in corso e sull’esito è bene non scommetterci: la grande bellezza non è contestabile nemmeno dai milanesi, ma i romani peggiorano le cose: è lo zelo dei loro amministratori, oggi addirittura stellati, a far perdere alla città il campionato.

Invece, oggettivamente incerta è la questione, tutta lagunare, delle conseguenze del virus su Venezia. Il carnevale è stato un po’ triste e deprimente da che era esaltante e ricco, quante maschere in meno, quanti turisti persi sugli aerei rimasti negli aeroporti europei e americani per non parlare di quelli orientali, quanti tavolini vuoti in piazza san Marco. Ma, quando la bilancia nel misurare l’allegria lagunare sta per pendere contro il virus, ecco a rimettere in gioco il risultato la notizia: alle navi da crociera è stato sì finalmente vietato di avvicinarsi, però, come per tutti, il divieto è fissato solo in un metro e non è detto che basti a salvare la città.

Per contrastare l’epidemia paghiamo un prezzo pesante in termini di incertezza e di restrizione delle nostre abitudini, ma c’è anche un effetto sorprendentemente positivo. Ora che nuove regole ci impongono altri ritmi, potremmo scoprirne pure il lato utile. Un diverso rapporto con l’ambiente che ci circonda.

Abbiamo la possibilità di vedere finalmente quanto è a portata di mano. E anche di ammirare, usare, gustare, approfondire le cose che abitano il nostro orizzonte. Finora tutto questo ci sfuggiva, perché oscurato dalle cose che gli facevano velo. Possiamo riappropriarci dell’invisibile. Ora lo sappiamo: serve una misura di tempo, spazio, silenzio, per farlo davvero.

 

* Di formazione giuridica, si occupa di diritto e politica giudiziaria. Dirige Pagine letterarie, rivista online di cultura, arte, fotografia.

 

 

Coronavirus! Cambio di paradigma, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto tre articoli che testimoniano del fatto che qualcosa sta cambiando nei criteri di individuazione e gestione dei focolai di diffusione della epidemia e soprattutto nella informazione.

Non sono solo questi due testi a testimoniarlo; anche nella cosiddetta grande stampa nazionale e nel sistema televisivo qualche barlume comincia ad illuminare la reale situazione. Sono però ancora iniziative estemporanee, frammentarie e non coordinate, comunicate significativamente sottotraccia. L’inquietudine, il timore che possano emergere già in corso d’opera i gravi errori e le pesanti responsabilità di un ceto politico in varie forme al governo e di una classe dirigente, ivi compresa quella impegnata nel sistema di informazione, tali da comprometterne del tutto la residua credibilità e autorevolezza, serpeggiano e sono palpabili. La crisi pandemica sta accelerando ed accelelerà convulsamente processi in corso da almeno quindici anni.

Il nostro sistema di informazione, gran parte del ceto accademico ed intellettuale, la quasi totalità del ceto politico, in questi anni si è trastullato da miserabile saccente a denigrare e sminuire Trump come una pittoresca meteora, ad esorcizzare Putin sin dal suo importante intervento alla Conferenza Internazionale di Monaco del 2007, a fraintendere il ruolo della classe dirigente cinese, quella che più di altri ha saputo e voluto approfittare degli spazi offerti dal processo di globalizzazione per affermare e consolidare il proprio interesse nazionale piuttosto che dissolversi nel globalismo; a cullarsi soprattutto nell’illusione della fratellanza europea.

Non ha compreso, non lo vuole, che il termine di amicizia assume un significato diverso, spesso agli antipodi se attribuito alle relazioni tra individui, a quelle tra popoli e più ancora tra i centri decisionali e gli stati. Doveva sopraggiungere il bisogno insoddisfatto di banali mascherine e di ventilatori a mostrare il re nudo e il senso reale della solidarietà internazionale.

Non è bastato però! Non v’è più cieco di chi non vuol vedere; più sordo di chi non vuol sentire. Stanno ancora tergiversando, a due mesi di distanza, su un programma di parziale riconversione produttiva realizzabile in poche settimane e si spendono a piene mani a pietire a destra e a manca, trattati spesso a pesci in faccia all’estero, i materiali necessari a garantire cure e sicurezza sanitaria.

Hanno bloccato i voli diretti dalla Cina, e con quello la possibilità di controllo diretto dei punti di arrivo dei flussi; non si sono accorti delle vie alternative utilizzate e verificabili già due giorni dopo il blocco dalle fonti di intelligence e anche da internet. L’esplosione del contagio in Iran non è un prodotto del destino avverso. Troppo impegnati a considerare e a confondere la trasmissione virale e il messaggio di fratellanza e solidarietà a base di pacche sulle spalle.

Si sono profusi in appelli accorati a mantenere le distanze e al senso civico, ma hanno ignorato la formulazione, la diffusione e l’applicazione di direttive e protocolli che limitassero i contagi tra gli operatori sanitari e tra questi e il pubblico; protocolli ben conosciuti dagli esperti di gestione sanitaria e delle emergenze; esperti autorevoli, spesso e volentieri relegati nelle quarte file.

L’autorevolezza, si sa, non si accompagna, il più delle volte, all’accondiscendenza. Hanno inventato un nuovo istituto giuridico, un vero ossimoro: la decretazione di raccomandazioni e suggerimenti. Ne è conseguita una catena di comando incerta, una sovrapposizione di incarichi, direttive contraddittorie in un contesto istituzionale già reso precario e incerto da uno sciagurato decentramento regionale. Consola la premura con la quale Borrelli, il capo della Protezione Civile, sottolinea l’attenzione e la parsimonia nella gestione della spesa; vorremmo che il proconsole che gli hanno affiancato proclamasse con la stessa partecipazione.

Una tara dovuta alla situazione d’emergenza bisogna concederla

Sta di fatto che l’istituzione più preparata alle emergenze, alla logistica, al coordinamento dei vari ambiti operativi rimane tagliata fuori e relegata al ruolo di coadiutori dei vigili urbani e delle pompe funebri.

Troppi precedenti emergenziali dovrebbero suonare come campanelli d’allarme sugli appetiti famelici da soddisfare in queste contingenze. Una inadeguatezza che rischierà di condannare definitivamente il paese quando si dovrà passare dalla fase di emergenza tesa al contenimento dell’epidemia a quella presumibile di convivenza con il virus, in attesa di una cura medica risolutiva. Ben venga la solidarietà internazionale. Cina, Russia, Cuba e Stati Uniti vanno quindi ringraziati. Un po’ meno la aperta politicizzazione. Anche la solidarietà internazionale, nel rapporto tra gli stati e nelle dinamiche geopolitiche, richiede un prezzo e uno scotto specie quando a richiederla è un ceto particolarmente remissivo e inconsapevole dell’interesse nazionale. Un prezzo sia nei confronti del singolo paese solidale, sia nei confronti di altri ben presenti sul nostro suolo da decenni e che si sentirebbero minacciati dai nuovi arrivati. Nel primo caso, nella fattispecie con la Cina, non è ancora chiaro se gli accordi commerciali prevedono solo scambi di prodotti e la concessione di presidi, simili ai fondaci che concedevano le repubbliche marinare oppure arrivano a delegare almeno in parte il controllo strategico della logistica e dei flussi; lo stesso dicasi per il 5G. Nel secondo la questione è ancora più delicata e cruciale per la sovranità del paese.

Quando si decide di risvegliare l’allarme e la preoccupazione del proprio tutore bisogna avere la ragionevole certezza, almeno probabilità, di poter resistere alle prevedibili reazioni e di poter contare su di un contesto internazionale favorevole e sul sostegno fattivo di altre potenze, Il recente esempio di Tsipras in Grecia è particolarmente illuminante. La capitolazione definitiva di Syriza sotto il giogo dell’Unione Europea è avvenuta quando Putin aveva fatto capire di non avere molte armi da offrire alla resistenza greca e quando era apparso chiaro che alla Cina premeva soprattutto mettere radici nel Pireo e non compromettere la propria penetrazione commerciale nell’Unione Europea. La domanda a questo punto sorge spontanea: questo ceto politico, questa classe dirigente ha la consapevolezza sufficiente della posta in palio; ha un sufficiente controllo quanto meno delle proprie istituzioni e dei propri apparati tale da consentirle sufficiente libertà di azione? Dispone della sufficiente autonomia e visione strategica che le possa garantire di poter giocare su più tavoli piuttosto che ridursi al carnevalesco servo di più padroni? Gli antefatti sulla Libia e sulla Unione Europea lasciano dubitare pesantemente. Conosciamo la fine delle oche giulive. Il redde rationem lo vedremo probabilmente a partire dal prossimo novembre, specie se alla Casa Bianca al tanto vituperato e rozzo Trump dovesse succedere qualche democratico compassionevole, banditore di pace e fautore di guerre.

Il nostro paese avrebbe bisogno di un cambio di paradigma, a cominciare da questa emergenza sanitaria così destabilizzante. Quello che riescono ad offrire è qualche aggiustamento perpetrato per di più di soppiatto. Lo stato di emergenza rappresenta la cornice adatta a mascherarne la pochezza. A cosa potrà portare questa commistione poco virtuosa non si sa. Potranno certo offrire una qualche via di fuga o un arroccamento; a se stessi, non alla massima parte del paese. Buona lettura e ascolto, Giuseppe Germinario

 

DER ELEFANT IM RAUM (L’elefante nella stanza), di Pierluigi Fagan

I migliori, i più furbi. Non è detto i più intelligenti_Giuseppe Germinario

DER ELEFANT IM RAUM (L’elefante nella stanza). Un fantasma si aggira nelle statistiche mondiali sul fenomeno pandemico. Un solo Paese al mondo, mostra statistiche del tutto fuori logica tra i dichiarati contagiati ed i morti: la Germania.

E sì che la Germania è il Paese europeo più grande (demograficamente circa un terzo circa più grande dell’Italia, della Francia e dell’UK), ha un peso di popolazione anziana praticamente pari all’Italia ed in più, è il primo Paese europeo in cui si è accertata la precoce presenza del virus il che è ovvio visto che è anche il Paese con i maggiori contatti ed interscambi economici coi cinesi. Il virus è lì da più tempo che altrove, in un Paese pieno di anziani, un terzo almeno di più che in Italia, ma i tedeschi non muoiono. Lo “spread dei morti” tra ogni Paese del mondo e la Germania è ovunque alto ma si sa, quando si tratta di spread, ai tedeschi piace ben figurare.

Il mistero ha attratto i giornalisti anglosassoni, vi hanno scritto articoli a vario titolo il FT, the Guardian, the Indipendent, WSJ, ma molto meno la stampa europea. L’Espresso, l’altro giorno, vi ha posto ritardata attenzione confezionando un “the best of” di ragioni a spiegazione, copiato dagli articoli anglosassoni che avevano doverosamente riportato le risposte tedesche alle domande poste:

1) Il loro facente funzione di ISS, il Robert Koch Institute (RKI) afferma che i morti tedeschi sono più giovani quindi la popolazione anziana è stata misteriosamente per il momento evitata dal virus (a parte il medico della Merkel). Qualcuno sostiene che gli anziani tedeschi vivono più “isolati” dai giovani che non in Italia o Cina, ma francamente a me pare una stupidaggine insostenibile, anche perché andranno pur in giro a far la spesa come tutti, no? ma le spiegazioni arzigogolate hanno anche varianti;

2) i tedeschi sostengono che l’epidemia, da loro, si sarebbe sviluppata più tardi. Ma come? esistono studi pubblicati su the Lancet che confermano la precocità del paziente 0 in Germania come è ovvio che sia. Portano loro l’infezione in Lombardia ma non in Germania? Tutta Europa ha più morti percentuali di loro perché loro sono “in ritardo” nella diffusione del contagio? Incredibile … anche perché la stampa tedesca se ne uscì a gennaio e primi febbraio con notizie di una incredibilmente contagiosa e virulenta epidemia di influenza polmonare, rigorosamente diagnosticata come tale e non corona virus come probabilmente era. Alla domanda se RKI dispone di test Covid-19 post mortem, gli interessati hanno risposto sì ma i giornalisti inglesi hanno verificato che la strana struttura sanitaria tedesca che è iper-federale, crea notevoli asimmetrie tra centro e periferia, ognuno fa un po’ come gli pare. In più perché fare i tamponi ex post e non ex ante visto che dichiarano di farne in ognidove? Questa strana struttura della sanità tedesca darebbe anche conto del perché i tedeschi danno le cifre in ritardo mentre John Hopkins University che segue la pandemia dall’inizio, dà cifre diverse perché attinge direttamente ai Lander. Insomma, a voler pensar male si potrebbe notare una certa cortina fumogena di grande confusione fatta apposta per render difficile la comprensione reale degli eventi e sopratutto per darsi la libertà di sparare cifre ad estro;

3) poi c’è la versione secondo la quale i tedeschi farebbero molti più tamponi di chiunque altro, dichiarazione del RKI riportata anche dalla stampa inglese (in effetti RKI dichiara che “possono” far tamponi, non che li fanno). Non so, a me secondo altri dati non risulterebbe, o sono sbagliati i miei dati o la stampa inglese riporta dichiarazioni tedesche senza verificarle e chissà perché tutti fanno finta di crederci;

4) si arriva così alle note enormi capacità di ricovero ospedaliero e letti di terapia intensiva tedesche. Ma dati alla mano, è vero che la Germania sta messa meglio dell’Italia ma l’Italia starebbe comunque messa meglio di (in ordine) Francia, Svizzera, UK ed Olanda oltre a molti altri. Ma più che altro, questa spiegazione se sembra logica di primo acchito non lo è in approfondimento. In Italia il SSN ha retto botta per un bel po’ prima di andare in affanno ed è andato in affanno solo nell’area più colpita. I morti a casa perché gli ospedali son pieni, in Italia non compaiono nelle statistiche. In più i morti italiani censiti, passano dai letti di terapia intensiva e finiscono nella bara comunque, come per altro in tutto il mondo visto che non sembra esserci una cura effettiva ma solo un supporto terapeutico che è lo stesso in tutto il mondo. Cos’hanno i tedeschi di diverso? Letti più comodi? Respiratori fabbricati dalla Mercedes? Dottor House in ogni stanza? Non si sa …

Ma una rasoiata di Occkam comincia qui e lì a comparire a mezza bocca. Un portavoce del direttivo del’ISS che ogni sera affianca Borrelli in conferenza stampa, a precisa domanda, qualche giorno fa ha risposto qualcosa tipo “io so che noi contiamo sia “morti di” che i “morti con”, come contano gli altri, non lo so”. Da qualche giorno questo insistere sul fatto che noi contiamo -tutti- i morti è stata ripetuta da Borrelli, Brusaferro e altri membri dell’ISS che si alternano giornalmente anche fuori dal contesto della “questione tedesca”. Ieri hanno avanzato dubbi su questa differenza che è logicamente l’unica e per giunta auto-evidente statisticamente e logicamente parlando, un biologo su la Stampa ed uno sul Corriere.

Nessuno può ufficialmente accusare i tedeschi di contare i morti in modo scorretto è evidente, sarebbe guerra diplomatica ed anche improprio perché non lo si può dimostrare, ovviamente. E’ inoltre una questione più politica che non virologica o biologica, non sta a gli scienziati fare ipotesi di tal fatta anche se ogni biologo o virologo o statistico sa che quella sproporzione è talmente esagerata che non c’è altro modo per spiegarla. E così si spiega anche il silenzio pudico in Europa, chi va a fare una accusa così grave ed indimostrabile e pure antipatica perché politicizzare i morti è davvero brutto?

Abbiamo visto tutti come ogni cancelleria ha negato sin dall’inizio l’esistenza del problema del virus pur nota a tutti come ora viene fuori nei rapporti dati con grande anticipo tanto negli USA che in Francia, UK e non c’è motivo di non ritenere, anche Germania. E tutti abbiamo visto come i Paesi più ostinatamente difensori del mercato come ordinatore sociale abbiamo ritardato gli interventi a costo di mentire, inventare idiozie come “l’immunità di gregge”, modulare interventi ma salvaguardando l’operatività economica come plaudono anche molti insospettabili difensori del “market first”, forse involontari, qui da noi. Magari avanzando cautele costituzionali o biopolitiche o libertarie o sdilinquendosi davanti ai miracoli del “modello coreano” o solo perché ormai il far polemica su tutto gli parte di riflesso facebook-esistenziale. E vediamo tutti la reazione furibonda al decreto del Governo pur in ritardo, pur mal comunicato, pur pieno di difetti, quando tocchi la fabbrica ed il denaro scoppiano scintille, è ovvio.

Il governo tedesco non conta i morti reali per non spaventare la propria popolazione che lo costringerebbe a misure che vogliono ritardare il più a lungo possibile, come hanno provato a fare tutti, e questo avviene nel cuore dell’Europa, dell’Occidente democratico e trasparente che s’indigna per i ritardi cinesi e le nebbie russe. Il virus in Germania colpisce solo giovani alti, biondi e sanissimi, per questo le Merkel va in quarantena stanziando miliardi di miliardi per far fronte ai 90 morti dichiarati (cioè come gli svizzeri che sono otto volte di meno!) in un mese e mezzo su 82 milioni di individui. “Buying time”, comprare tempo pagandolo con morti non censiti. Berlino manipolando la sua opinione pubblica ed iniettando al contempo denaro nell’economia, si vuole garantire il suo rimaner al centro del sistema europeo anche nel “dopo”, perché è quella la sua “potenza”. Ed alla potenza si sacrifica tutto.

[Il post è della serie libere opinioni. Naturalmente seguo la faccenda da giorni ed ne ho letto e studiato il più possibile, per quanto mi è stato possibile. Se qualcuno ha da postare dati (le opinioni di articoli che si arrampicano sugli specchi per favore no), che facciano ulteriore luce, è il benvenuto. Vediamo chi mi fa cambiare opinione …]

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EPPUR SI MUOVE, a cura di Giuseppe Germinario

Pian piano comincia a farsi strada la necessità di un cambiamento di paradigma nell’affrontare la crisi epidemica del coronavirus. Una crisi destinata a dare una grande spinta allo sconvolgimento degli assetti politici, geopolitici e delle formazioni sociali. Il Governo Conte, i suoi principali attori politici, sembrano gli esponenti meno adatti a comprendere ed affrontare la situazione. Più che tamponare, tanto meno cercare di risolvere le fragilità di un apparato istituzionale ed amministrativo paralizzato da una situazione di emergenza, si sta rivelando un moltiplicatore delle conseguenze di tali debolezze. Gerarchie di comando a dir poco traballanti, sovrapposizioni di incarichi indizio di prevalenza di competizioni di potere fine a se stesse, manifesta inidoneità di gran parte dei responsabili, ministri giocherelloni (vedi il duetto Boccia/Borrelli) o fantasma, reiterata sottomissione, ormai anche psicologica, verso una leadership della UE che non fa che assecondare le decisioni degli stati e dei governi più posizionati pur di non apparire spiazzata, governi che decidono di sfondare bellamente i propri bilanci fregandosene della benevolenza della Commissione Europea. Un mix esplosivo. Segno di una classe dirigente nostrana sempre più spinta a chiudersi nelle proprie cittadelle fortificate piuttosto che ad acquisire e spendere la propria autorevolezza. Qui sotto l’incipit di tre importanti interviste in controtendenza_Giuseppe Germinario:

  • “Giuseppe Imbalzano è stato direttore sanitario di Asl lombarde per 17 anni. Melegnano, Lodi, Bergamo e Milano sono state delle seconde case, e mai in vita sua, spiega a Linkiesta, si sarebbe immaginato di vederle in queste condizioni. L’emergenza coronavirus ha messo sotto stress le strutture ospedaliere della Lombardia con un numero sempre maggiore di malati. Una situazione straordinaria, alla quale però «si fondono i problemi non risolti in principio perché mancava un piano di intervento e di programmazione adatto al contrasto di questa nuova infezione».

    Dottor Imbalzano, la Cina focolaio dell’epidemia ha quasi debellato del tutto il virus, mentre in Italia ogni giorno la situazione si aggrava in modo inquietante. Cosa è andato storto nel nostro Paese?
    La malattia, una infezione aero-trasmessa, è di per sé molto pericolosa per facilità di trasmissione e per la natura stessa del virus, nuovo per la nostra popolazione. Colpisce tutti coloro che ne vengono a contatto. Era già presente a gennaio, come è stato scoperto, prima che ci fossero gli allarmi dell’Organizzazione mondiale della Sanità e i relativi interventi di sospensione dei viaggi provenienti dalla Cina…qui il seguito https://www.linkiesta.it/2020/03/lex-direttore-sanitario-spiega-che-cosa-e-successo-a-bergamo-e-a-codogno/

  • Incontro Ilaria Capua inevitabilmente online, da dove mi accoglie sorridente e combattiva. Forse un po’ stanca di dover parlare solo di virus (“io mi occupo anche d’altro”), ma sarebbe strano il contrario. Anche perché le sue opinioni, che sembrano eruttare da un vulcano, generano una girandola di ipotesi apparentemente fertili, talvolta controcorrente. Come l’immagine del virus “opportunista e scippatore”, che ha preso l’aereo per diffondersi nel mondo e attacca dove il sistema, e le persone, sono più fragili. Sentiamo cosa ha da dirci.Cosa vedi nella inarrestabile progressione di questo nuovo coronavirus?Vedo che per la prima volta nella nostra storia stiamo osservando in diretta l’endemizzazione di un virus animale nella popolazione umana. È successo altre vote che un virus animale si sia trasferito nell’uomo, pensa al virus della peste bovina che in noi è diventato noto come morbillo. Come sai, l’uomo ha i suoi coronavirus, tipici del comune del raffreddore, i quali arrivano da animali. Ma questi passaggi risalgono a molti anni fa e sono rari….per il seguito https://www.scienzainrete.it/articolo/ilaria-capua-ritratto-di-virus-scippatore/luca-carra/2020-03-23?fbclid=IwAR31c_358HCp9NIIDEPB1uGiEFWa0EzUKwIZL05619AgtHgNsxgFY1Uwkcg
  • Non possiamo più aspettare che la situazione peggiori e, quindi, è necessario rimodulare gli attuali modelli di gestione dell’emergenza, assolutamente inefficaci, uniformandoli a tutto il territorio nazionale, comprese le isole Sicilia e Sardegna, garantendo soluzioni rapide ed efficaci che scongiurino ulteriori rischi di focolai in modo particolare nelle strutture sanitarie. Inoltre, non basta l’adozione degli attuali provvedimenti. Le criticità sono molto elevate e le conseguenze sanitarie, sociali ed economiche di continue inadeguatezze, non tarderanno a manifestarsi con una gravità molto maggiore di quella fino adesso percepita”.È quanto afferma l’europarlamentare Francesca Donato (Lega) che lancia un appello al Ministro della Sanità, ai vertici della Protezione civile e a tutti i responsabili regionali e locali, “affinché effettuino senza indugi tutti gli interventi necessari indicati dal medico Giuseppe Imbalzano”. Il seguito… https://www.ilsicilia.it/coronavirus-donato-inadeguata-la-gestione-dei-presidi-ospedalieri-in-sicilia/?fbclid=IwAR00L9GWmVUeD8mQ_aGWfF87chQg_aNHs8tkDOI4peWRYX2-yJYrq4PoD58
  • riproponiamo http://italiaeilmondo.com/2020/03/22/lettera-alla-professoressa-capua-di-giuseppe-imbalzano/

Strategie politiche contro il Coronavirus Numeri, analisi e ROI delle strategie dei governi nazionali, di Francesco Esposito


Crescita percentuale di nuovi casi in Italia al 15 marzo 2020

Questa analisi vuole partire dall’articolo di Roberto Buffagni su italiaeilmondo.com e dei commenti seguiti sul sito stesso.

Premessa: siamo in guerra. Se non per l’entità totale del rischio, lo siamo per almeno tre ragioni:

· Per la velocità con cui ci siamo trovati davanti agli occhi il fatto compiuto,

· Per le limitazioni alle libertà personali che dalla fine della seconda guerra mondiale non erano mai state messe in discussione, né durante gli anni di piombo né durante le stragi di mafia

· Per l’impatto sull’economia del Paese.

Eppure il rischio (i soldati e le bombe) non si vede, quindi siamo in guerra pur senza averne contezza.

Economicamente (e sui mercati finanziari) il propagarsi del corona virus è un misto fra l’attacco alle torri gemelle per violenza e imprevedibilità e la crisi del 2008 (o forse del ’29) per profondità. Anzi, probabilmente peggio: infatti i dati del Sole24Ore hanno evidenziato come i mercati americani ci abbiano messo solo 16 giorni per perdere più del 20% dai massimi raggiunti. Per fare un paragone calzante non si può guardare tanto al 2008 (poiché i massimi erano stati raggiunti nel 2007 e la situazione non era già delle più rosee), bensì al ’29. E nel ’29 ci vollero 42 giorni per perdere più del 20% del valore.

Rispetto alle reazioni politiche all’epidemia messe in atto dai vari paesi, in estrema sintesi Buffagni propone di dividerle sulla base di due differenti stili strategici:

· Approccio 1 (economico, breve termine): ci si rassegna al contagio, non contrastandolo, se non con misure estremamente blande, tali da non compromettere la tenuta dell’intero sistema economico e produttivo. Ci si libera, come in guerra, del peso economico (in termini di pensioni e di welfare nel complesso) degli anziani. Ci si rassegna ad un numero di morti che potrebbe essere alto;

· Approccio 2 (sociale, lungo termine): si contrasta il contagio con misure estremamente più limitanti delle libertà personali, con conseguente paralisi, almeno momentanea, del sistema economico. Si punta su una accresciuta unità sociale. Ci si rassegna ad un numero di imprese fallite che potrebbe essere alto.

Come Buffagni indica, Cina, Corea del Sud e Italia seguono il modello 2, pur con strumenti non omogenei. Gran Bretagna, (Germania, Francia) e Stati Uniti seguono (o vorrebbero seguire) il modello 1.

Le ragioni per la scelta strategica di un modello o dell’altro sono più e meno profonde.

Per la Cina si è trattato insieme di:

· Questione culturale di rispetto verso gli anziani, che sono le vittime sacrificali dell’approccio 1;

· Prove di militarizzazione di intere aree urbane;

· Tattica di lungo periodo, infatti la rinnovata e rafforzata unità nazionale potrebbe sostenere una crescita ancora più spiccata nel prossimissimo futuro;

· Asimmetria informativa: sono stati i primi a dover affrontare il virus e hanno dovuto costruire modelli predittivi e risposte adeguate senza sapere esattamente quanto e come fosse contagioso e letale il virus.

Per noi, citando letteralmente Buffagni, “la scelta [italiana] del modello 2 ha ragioni superficiali e consapevoli nei nostri difetti politici e istituzionali, e ragioni profonde e semiconsapevoli nei pregi della civiltà e della cultura a cui, quasi senza più saperlo, l’Italia continua ad ispirarsi, specie nei momenti difficili: siamo stati senz’altro umani e civili, e forse anche strategicamente lungimiranti, senza sapere bene perché”.

Infatti, abbiamo optato per il modello 2, pur con qualche ritardo, deroga e limite intrinseco (per esempio nella capacità di produrre procedure di controllo adeguate mettendo d’accordo Stato centrale e regioni varie), perché incapaci politicamente delle decisioni fortissime necessarie per attuare il modello 1, e perché fondamentalmente inconcepibili per la nostra cultura tendenzialmente cattolica e pacifista.

La cosa interessante, sempre riprendendo Buffagni, è nell’implementazione di tali modelli operativi: infatti la scelta 1 richiede forza e decisione politiche enormi (si immagini Conte a dire “moriranno centinaia di migliaia di persone”), eppure nessun cambio nella vita dei cittadini; al contrario la scelta 2 è politicamente più mite e naturale, eppure impone restrizioni pesantissime.

Di seguito una serie di domande sorgono spontanee, pur con la premessa che non esistono certezze scientifiche sull’evoluzione della curva epidemiologica e quindi non ci sono basi per previsioni che vadano molto oltre il “secondo me” sullo stato sociale ed economico di lungo periodo, ovvero si è nel raggio d’azione della Politica con la P maiuscola, quella che prende decisioni strategiche e non si limita all’esecuzione mera (pur lodevole) di pareri scientifici e tecnici.

· Quale dei due modelli produce sul breve-medio-lungo periodo più morti?
Una prima risposta naturale potrebbe essere l’opzione 1, poiché ci si rassegna in partenza ai morti. Eppure il periodo di isolamento imposto dall’opzione 2 porterà ad una crisi economica profonda con due probabilissime conseguenze: migliaia di aziende fallite che si trascinano dietro molti più disoccupati, welfare potenzialmente ridimensionato per far fronte alla crisi. Dunque sul medio periodo, magari anche in assenza di vaccini e con un ritorno del virus (cosa che la Gran Bretagna ha preventivato fino ad aprile 2021) non è affatto ovvio quale opzione provochi più morti.
La differenza politica tra le due possibilità è tutta nella scelta che si compie: privilegiando la continuità economica si sta sacrificando parte del paese (pur con tutti i se ed i ma della questione, come il tentativo del governo inglese di confinare in casa per 4 mesi gli anziani e far contagiare solo i giovani), nell’altro caso si sta scegliendo di provare a salvarli tutti, almeno in prima istanza.

· Quale dei due modelli è più sostenibile per l’equilibrio socio-economico dei paesi?
Francia e Germania hanno inizialmente provato ad attuare la strategia 1, salvo poi virare sempre di più verso il contenimento coatto del virus.
Questo perché c’è un numero di morti oltre il quale avviene il collasso sociale dello Stato, ovvero cominciano le rivolte. Inoltre, quanto tempo si può resistere continuando a produrre come se niente fosse quando gran parte degli altri paesi del mondo chiude le frontiere e le fabbriche? L’economia di un singolo stato può resistere al fermo di tutti gli altri? Nel mosaico che è la globalizzazione, la risposta è probabilmente no. Nei termini della teoria dei giochi, qual è l’equilibrio più conveniente?
Un peso enorme verrà poi giocato dagli Stati Uniti e dall’evoluzione della loro strategia e della loro situazione sanitaria che, per le elezioni imminenti e per la struttura della sanità (privata), potrebbe trasformarsi in un disastro epocale.
Se gli USA cambiassero verso la strategia di contenimento, naturalmente in ritardo rispetto a Cina ed Europa, per quanto rimarrà fermo il mondo? Alla ripresa completa della Cina non ci sarebbe praticamente mercato estero, il loro mercato interno basterà per evitare un profondo ridimensionamento delle loro ambizioni di crescita?

· L’equilibrio socio-economico da rispettare per evitare una catastrofe è unico per tutti i paesi?
Ovviamente no, e questo è chiaro analizzando la percentuale di morti sui casi totali di corona virus. Uno studio interessante è stato pubblicato su Medium.
Infatti in Corea del Sud la percentuale di morti è molto più bassa che da noi (circa l’1%), ergo lì l’opzione 1 sarebbe stata molto più praticabile che da noi (che abbiamo una percentuale di morti di circa il 7% al 16 marzo), pur consapevoli che un collasso degli ospedali avrebbe alzato il numero totale dei morti per l’impossibilità di curare anche chi avesse problemi diversi dal corona virus.
Queste differenze nel tasso di mortalità dipendono fondamentalmente da tre fattori: come si conteggiano i morti (per corona virus vs con corona virus), come è distribuita l’età della popolazione, quali fasce d’età vengono inizialmente colpite da un contagio. La Corea del Sud è stata fortunata perché, oltre ad avere meno anziani di noi europei, ha avuto la maggior parte dei contagi fra i giovani. Questa è, appunto, fortuna. Per la Germania si sta verificando la stessa cosa, in Francia sono a metà strada.
In linea totalmente teorica l’idea di Boris Johnson di far ammalare solo i giovani isolando gli anziani (come spiegato su NextQuotidiano), se realmente attuabile (e non lo è) produrrebbe probabilmente un impatto accettabile sia economicamente, poiché si tenterebbe di far lavorare tutti come se niente fosse, sia in termini di vite umane, perché sui giovani la mortalità è quasi nulla. Tutto ciò anche indipendentemente dalla presunta immunità di gregge, da dimostrare per questo nuovo virus in assenza di vaccino.

· Potevamo permetterci l’approccio 1? Potremmo dover cambiare in corso d’opera e sacrificare anche noi le vite delle fasce più a rischio?
Dipende dai dati effettivi sulla letalità del virus, sulla sua eventuale ricomparsa in autunno e scomparsa in estate, dai risultati dell’approccio 2 attuale. Di certo, per quanto animati anche da ottime intenzioni, non potremmo permetterci un fermo totale come quello attuale per un anno (seguendo le stime del governo inglese sulla primavera 2021). D’altro canto esiste la possibilità che le misure di contenimento non bastino e che allentandole il virus ricominci l’espansione. Dunque cosa si farebbe in quel caso?
Potremmo dover essere noi a cambiare e scegliere l’approccio 1, cioè il sacrificio e il lavoro come se niente fosse. A quel punto ci troveremmo potenzialmente punto e a capo. Considerando uno studio effettuato su Vo’, citato sul Corriere, il 50% degli infetti non ha sintomi. In extremis, potremmo dover essere pronti ad un sacrificio importante, consolati solo dal fatto che gli asintomatici abbasserebbero la percentuale di morti, pur senza mitigare il dolore (ed il peso, anche politico) dei morti veri. Altrimenti, se lo studio non si dimostrasse veritiero uniformemente su tutto il paese… Meglio non pensarci.

Riferimenti bibliografici

· https://italiaeilmondo.com/2020/03/14/epidemia-coronavirus-due-approcci-strategici-a-confronto-di-roberto-buffagni/

· https://24plus.ilsole24ore.com/art/come-siamo-arrivati-ribasso-piu-violento-storia-mercati-peggio-crollo-29-ADtP5uC?cmpid=nl_best24

· https://medium.com/@andreasbackhausab/coronavirus-why-its-so-deadly-in-italy-c4200a15a7bf

· https://www.nextquotidiano.it/coronavirus-azzardo-di-boris-johnson/

· https://www.independent.co.uk/voices/coronavirus-deaths-trump-stock-market-pandemic-economy-bankrupt-italy-a9394891.html

· https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_13/coronavirus-piano-marshall-veneto-moltiplichiamo-tamponi-938c48a8-6552-11ea-86da-7c7313c791fe.shtml

Per altre informazioni: youbiquitous.net oppure instagram.com/fesposi

tratto da https://medium.com/@fesposi.ybq/strategie-politiche-contro-il-coronavirus-6a46b5aa60b7

Lettera alla professoressa Capua, del dr. Giuseppe Imbalzano

 

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

 

Ill.ma professoressa Capua;

A seguito delle Sue domande, quale fosse il motivo delle criticità in Lombardia, mi permetto di scriverLe e descriverLe quanto accade per comprendere come e perché, in Lombardia, nonostante tutti gli interventi messi in atto, non ci sia una attenuazione della pressione infettiva.

Il motivo è un elemento che rende difficile la gestione di questa epidemia, che sta crescendo oltre le attese e in un tempo brevissimo, una epidemia con uno sviluppo lampo e in modo tumultuoso.

In Lombardia la gestione dei pazienti infettivi ha condotto ad attivare ospedali misti, con la presenza di pazienti acuti a cronici e pazienti infettivi, con diverse condizioni di criticità, mentre in area critica, in considerazione della gravità delle condizioni individuali, molte risorse sono state assorbite da questi pazienti.

Questa situazione ha comportato, purtroppo, che la infezione sia stata poi diffusa negli ospedali e un numero elevato di personale sanitario (l’assessore aveva indicato nel 12% la percentuali degli infetti) ne sia stato contagiato.

E sappiamo che gli stessi, per lavoro, hanno numerosi e significativi contatti con il resto del personale e i malati che si rivolgono a loro. Oltre ai familiari, che risultano anche loro contagiati, creando piccoli cluster familiari.

E dopo appena 30 giorni, i pochi casi sono diventati una vera epidemia.

Una infezione, certamente seria ma non impossibile da limitare, è diventato un grave problema di sanità pubblica nazionale.

Oltre una diagnosi, certamente presunta, credo che sia utile una proposta di terapia di questa situazione, che ha avuto linee ondivaghe e incerte di soluzione.

Dopo appena 30 giorni più comportamenti, distinti e differenziati, abbiamo un numero di decessi che nelle prossime ore sarà doppio rispetto alla Cina per non parlare della progressione infettiva che appare poco propensa a frenare la propria marcia.

E siamo in una situazione che mai mi sarei aspettato, certo del lavoro e delle qualità dei nostri servizi di sanità pubblica, che si è attivata, ma forse con mezzi e risorse insufficienti.

Le indicazioni che seguono sono, naturalmente generali:

  • Ricoveri distinti in ospedali e strutture di assistenza e di ricovero per anziani dedicati unicamente a pazienti infettivi con rapida eliminazione di situazioni di ambiguità nella gestione clinica, con livelli massimi di sicurezza biologica per il personale operante.
  • Il blocco delle attività per 30 giorni senza particolari deroghe, se non per necessità industriali e di continuità lavorativa, con una gestione attiva di tutte le condizioni a rischio e delle situazioni che necessitano di supporto sociale sanitario e di servizi operativi con un’organizzazione di alto profilo sociale e funzionale.
  • Definizione di aree territoriali limitate per valutare azioni relative alle specifiche necessità locali.
  • Particolare attenzione alle esigenze sociali e cliniche dei pazienti fragili a domicilio per garantire una assistenza che non conduca alla necessità di ricoveri ospedalieri.
  • Attivazione di èquipes mediche ed infermieristiche ambulatoriali e domiciliari in sostituzione della medicina generale classica per pazienti affetti da patologie infettive trasmissibili. La riduzione dei contatti consentirà di operare in piena sicurezza su entrambi i settori. Naturalmente garantiti per sicurezza e continuità. Questo è certamente un problema di sanità pubblica e non di medicina di famiglia.
  • Monitoraggio stretto delle situazioni a rischio e garanzia di continuità e intervento tempestivo per pazienti affetti dalla patologia infettiva. La scelta di trattare questa infezione come le altre che conosciamo non è accettabile. L’obiettivo dell’Oms è l’eradicazione e non il mero controllo (che comunque l’attuale modello di intervento non garantisce)
  • Va modificato il protocollo della valutazione dei positivi e non solo dei malati, la quarantena e la separazione dei positivi anche dalle loro famiglie che certo rischiano di non restare indenni dalla malattia per la presenza dei propri congiunti.
  • Va modificato il modello di gestione del personale sanitario perché non possono lavorare nel dubbio di essere infetti, per se stessi e per i cittadini che si rivolgono a loro
  • Utilizzo della diagnostica con correttezza e non in forma di screening poiché certamente oggi possono creare false sicurezze

Con questa nuova organizzazione appare meno complesso intervenire in situazioni di criticità operativa con meno rischi considerato che il personale sarà ben protetto e il malato perfettamente assistito nelle diverse strutture in cui si trova.

Si riducono le esigenze di garanzia ambientale negli ospedali temporanei solo per pazienti Covid 19 poiché tutti i malati hanno la medesima malattia infettiva

Per ridurre l’impatto della malattia in ambito comunitario vanno conosciuti i casi e fatta un’analisi dei contatti, che ormai sono impossibili da individuare, nella situazione in cui siamo, sia per quantità che per il rischio di infezione che corre il personale sanitario nel dover fare le relative interviste e valutazioni.

Le soluzioni non sono numerose.

Considerato che appare impossibile che siano fatte le necessarie indagini epidemiologiche (analisi dei contatti etc.) sui singoli casi e che vengano determinati solo i nuovi casi patologici, deve essere modificato il modello di individuazione dei positivi e che, in assenza di diverse possibilità di gestione, si ritiene necessario che venga tolto il divieto di individuazione nominativo dei malati in modo da consentire ai contatti di afferire in centri idonei per le verifiche del caso.

Comprendiamo che si tratti di un problema grave di Privacy, ma ne va della vita dei singoli e delle loro famiglie e per esteso dell’intera Nazione. Tale indicazione va attuata per un periodo limitato a 60 giorni, e solo per questa condizione patologica.

E i servizi di identificazione e supporto ai pazienti andranno rafforzati in modo del tutto eccezionale in questo momento.

In questa chiave i medici di famiglia dovranno seguire solo i pazienti non affetti da questa patologia e dalle patologie non infettive gli ospedali temporaneamente adibiti a servizio per infettivi saranno in grado di assorbire pazienti infettivi sino ad esaurimento di tutti i posti disponibili o attivabili e senza limitazioni ambientali o fisiche per i diversi motivi che abbiamo citato, condizione che è possibile attuare se effettuata con immediatezza.

La maggior parte degli ospedali dovranno operare solo per gli acuti e i cronici. Gli interventi programmati non urgenti, naturalmente rinviati, così come tutto non espressamente necessario.

Pochi, chiari e netti interventi, date le caratteristiche dell’infezione, possono portare ad una soluzione rapida, gestendo poi diversamente le code di questa infezione.

Scelte macchinose e prive di obiettivi di sanità pubblica porteranno problemi e difficoltà per lunghi periodi e rischi di ripresa infettiva con piccoli focolai locali che necessiteranno di interventi continui e comunque del tutto inadeguati.

La valutazione delle aree indenni e la relativa dichiarazione di aree virus free porterà ad una rapida ripresa delle attività lavorative e a pieno regime, senza compromessi.

Le aree in cui permarrà la presenza del virus sarà liberata da vincoli non appena avverrà la garanzia di non avere assolutamente più rischi nel proprio territorio. La definizione delle aree deve essere di moderata superficie e per aree limitate.

Aree vaste per essere gestite e bonificate rapidamente saranno il risultato delle mini aree bonificate, e gli interventi saranno selezionati per le diverse esigenze.

Una scelta radicale e con tempi di gestione brevi ma decisi, senza ambiguità, darà anche segno della capacità del nostro sistema sociale e sanitario di uscire rapidamente da un problema che certo non era così grave all’inizio, e difficile da immaginare per lo sviluppo più che tumultuoso che ha avuto in quattro settimane.

La debolezza economica che appare dai dati economici è più legata alla evidente incapacità di uscire da una situazione complessa che dalla situazione stessa, pure aggravata da parole e narrazioni che non sempre hanno riscontro con i fatti.

Per ultimo, una informazione corretta ed esaustiva è l’elemento principale della lotta alla infezione ed è certamente più utile per educare le persone in tempo di crisi, aiutando tutti ad affrontare con più coerenza i problemi a cui andrà incontro in futuro. Lavarsi le mani va sempre bene, ma dobbiamo proteggerci dalla infezione aero trasmessa, e certamente non è sufficiente.

Purtroppo in un quadro complesso e troppo rapidamente sempre più compromesso.

E non siamo lontani, in qualche Regione, ad un momento di criticità grave per un eccesso di pazienti infettivi in tutti i settori e non solo per le terapie intensive.

 

Con la più viva cordialità

 

Giuseppe Imbalzano

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