Covid 19_Lettera al Presidente, del dr Giuseppe Imbalzano

Il male non è soltanto di chi lo fa, è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.
Tucidide
Ill.mo Sig. Presidente.
Mi rivolgo a Lei perché molto di quanto debba essere fatto per mitigare la diffusione di questa epidemia non viene messo in atto.
Sono stato direttore sanitario di più aziende sanitarie in Lombardia, tra cui Lodi e Bergamo. Ho predisposto più piani di emergenza e il piano pandemico della influenza H1N1, attuandolo poi nello sviluppo degli interventi di mitigazione e gestione dei servizi sanitari specifici.
Sarò molto semplice nelle considerazioni. Posso fornire la documentazione relativa per dare atto di quanto scrivo in questa breve presentazione. Se mi verrà fornito un indirizzo mail invierò il libro “Il Covid 19-I costi del non fare o del non fare bene” e alcuni articoli in cui ho cercato di identificare tutti gli errori e gli elementi critici che hanno determinato questo disastro epocale che, purtroppo, non è ancora concluso. E che non si concluderà con la vaccinazione se non della intera popolazione.
La mancata capacità di gestione e di governo di questa infezione, che è comunque gestibile (come dimostrato da più nazioni dove l’epidemia è ben controllata), è correlata ad errori gravi che sono stati perpetuati nel corso di questi 15 mesi di disastro sanitario, economico e sociale.
La carenza di esperti di governo delle attività sanitarie territoriali e ospedaliere, della organizzazione e gestione delle criticità relative alle esigenze assistenziali, crea certamente un difetto nella riorganizzazione degli interventi e nella risposta coerente a tutte le esigenze che si manifestano e alle risposte che devono essere garantite per ridurre la diffusione epidemica.
È stato dimostrato che oltre il 50% dei nuovi casi (in Cina era superiore all’80%) avviene in famiglia, non durante gli incontri familiari sporadici, ma per la presenza di un singolo malato che poi diffonde la malattia agli altri componenti della famiglia. L’errore, gravissimo, è stato quello di utilizzare lo stesso modello, l’isolamento fiduciario domiciliare (l’assistenza del malato in isolamento fiduciario è la norma per i malati infettivi delle infezioni endemiche per le quali gran parte della popolazione è protetta, vaccinata o ha avuto le infezioni, come esempio le infezioni infantili), per una infezione che interessa una popolazione vergine con la relativa immediata diffusione (l’indagine Istat pubblicata in agosto indica le principali linee di trasmissione infettiva e individua nel 60% la trasmissione intrafamiliare).
Non voglio parlare di aperture o chiusure dell’Italia, ma di cosa debba essere riorganizzato nella gestione della epidemia, che è stata, ed è, la maggiore causa di questa condizione di tragedia che si sta protraendo ormai da oltre 15 mesi.
La riapertura delle attività in Italia pone gravi rischi, ed è la situazione economica a governare tale scelta, con molte distorsioni rispetto a quanto sia necessario fare.
Ma molte azioni sono mancate e mancano.
Le enumero e sono a disposizione per illustrare e approfondire
• La comunicazione è stata ed è del tutto inadeguata, il “dirigismo” non educa e crea reazioni incontrollate e prive di razionalità
• I Cittadini ancora non hanno compreso cosa sia questa infezione e come si diffonda e come evitare di diffonderla e di ammalarsi
• Mancano i piani operativi corretti locali e regionali per la gestione di questa epidemia
• Non riusciamo a prevenire i contagi
• Non siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus
• Non riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti in modo completo
• Non riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati in ospedale, separandoli dai sani, e garantendo un rientro in famiglia solo quando il paziente è completamente guarito e non infettivo
• Non riusciamo ad individuare ambienti in cui assistere i possibili contatti da mantenere in quarantena e ad avere sufficienti luoghi di ricovero extraospedaliero per non creare cluster familiari, che, come abbiamo visto, hanno determinato quasi il 60% dei nuovi casi
• L’attivazione di USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), mediche ed infermieristiche ambulatoriali e domiciliari, in sostituzione della medicina generale classica per pazienti affetti da patologie infettive trasmissibili, non è stata completa e ben distribuita su tutto il territorio regionale e nazionale.
• Non abbiamo la garanzia che il 100% dei pazienti sia assistito adeguatamente in ambienti protetti per evitare ulteriori infezioni senza la creazione di cluster familiari o locali
• Sono stati distinti gli ospedali e le strutture sanitarie indirizzate unicamente ad attività di ricovero per malati infettivi senza creare, in alcun modo, ospedali misti?
• Il personale sanitario è garantito nella propria attività quotidiana, evitando ambienti sociali in cui è possibile la diffusione infettiva?
• Le informazioni e l’educazione dei Cittadini è adeguata e possiamo essere certi che i messaggi di protezione individuale e di prevenzione della infezione siano stati compresi e applicati? Ancora oggi le persone non sanno portare la mascherina in modo adeguato
• Il materiale di protezione è disponibile e garantito e ha un costo accettabile?
• È stato distribuito a tutti i cittadini non in condizione di acquistarlo (vediamo molti Cittadini con le stesse mascherine che usano ormai da mesi)?
• Le regole che sono state indicate sono sufficienti e sono state esposte in modo adeguato a chi dovrebbe seguirle?
• Viene garantito il controllo delle regole?
• Qual è il modello di gestione della comunità in attesa che sia dispensato a tutta la popolazione il vaccino e siano disponibili terapie adeguate, considerato che è indispensabile, durante e dopo la vaccinazione, mantenere un comportamento rigoroso per evitare nuovi cluster infettivi?
• La popolazione a rischio, anziani, malati cronici, immunodepressi, soggetti fragili, etc. è sufficientemente protetta e garantita?
• È garantita particolare attenzione alle esigenze sociali e cliniche dei pazienti fragili, non Covid, a domicilio per permettere di svolgere una assistenza che non conduca alla necessità di ricoveri ospedalieri?
• Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?
• È stato attivato un servizio di sorveglianza e follow up dei malati che sono stati affetti da Covid?
Il nuovo modello di gestione “a colori”, in vigore da novembre, ha ridotto e controllato effettivamente il numero di casi o ha indotto comportamenti opportunistici che hanno consentito alle Regioni di ridimensionare la casistica effettiva delle infezioni e ottenere un riconoscimento “sbiadito” della colorazione delle proprie Regioni?
Valutazioni internazionali indicano come in Italia i casi effettivamente individuati sono circa il 50% di quelli effettivamente presenti (IHME Italy covid-19 results briefing April 15, 2021).
Dalla mia analisi personale alcune Regioni hanno percentuali di ricoverati pari al 2% mentre altre superano il 15% dei malati, condizione del tutto irrealistica e non coerente con questa infezione. Alcune Regioni hanno un comportamento di estremo rigore mentre altre tendono ad “alleviare” quantitativamente le proprie situazioni epidemiche. La tensione alla riapertura dei bar supera la responsabilità ad evitare nuove infezioni e nuovi decessi e sono del tutto inaccettabili. Solo l’eliminazione del virus potrà consentire un ritorno alla normale vita per tutti noi
L’indice individuato (250 casi per 100 mila abitanti a settimana, corrispondono a circa 7 milioni di casi all’anno, con un denominatore che resta sempre di 60 milioni mentre tra popolazione vaccinata e che ha avuto il covid (in totale oltre il 20% della popolazione) dovrebbe portare ad un denominatore di 45- 48 milioni di Cittadini. Questo limite porta ad una proiezione di mortalità di oltre 140 mila persone, come limite per la sospensione delle attività. Non è certo coerente con una garanzia di sicurezza e rappresenta un elemento di elevata criticità per i Cittadini. In Germania il limite è di cento (100) casi per centomila abitanti, solo per fare un confronto
Le vaccinazioni sono diventate un elemento non sempre gestito adeguatamente. Il mancato coinvolgimento, costi quel che costi, dei medici di famiglia, coadiuvati da volontari per l’organizzazione, oltre a rendere disponibili oltre 50 mila operatori, la selezione dei vaccinandi e la risposta positiva della popolazione sarebbe stata ben più elevata, non creando molte delle criticità che sono in atto e non dimenticando soggetti “fragili” come neoplastici, diabetici etc. anche di giovane età. E invenzioni organizzative non sempre condivisibili.
Questi sono molti degli errori e delle criticità che sono in atto e che vanno modificati per poter ridurre da subito i casi di infezione e garantire un ritorno alla normalità che tutti ci attendiamo. E poi un consolidamento della riduzione dei casi sino all’eradicamento di questa infezione.
Ci sono anche altri problemi, che sarebbe bene approfondire e modificare per ovviare a quanto sta accadendo e alla confusione attuale, senza prospettive di risultato, che abbiamo in atto in questo periodo.
Se potrò trasmettere qualche altro documento saranno chiare anche le modalità operative per gestire diversamente quanto sta accadendo (e perché non si risolve) la situazione epidemica in atto.
Sono a Sua disposizione per ogni eventuale chiarimento e approfondimento. Sottolineo che i nostri organismi scientifici mancano di figure operative e che conoscano il sistema e la gestione territoriale, con le conseguenze che la lettura che viene messa in atto non sempre corrisponde alla realtà presente.
Con il massimo ossequio
Giuseppe Imbalzano

Covid 19, come prima più di prima_intervista al dottor Giuseppe Imbalzano

La crisi pandemica prosegue senza soluzione di continuità. La sequela di provvedimenti poco coerenti tra di loro, la logica raffazzonata che guida i comportamenti e informa le direttive, la sovrapposizione di funzioni rischiano di neutralizzare quel poco di iniziative più lucide intraprese dal nuovo governo. Il fattore tempo è cruciale per un paese in una condizione di emergenza dai tempi indefiniti. Un vero e proprio ossimoro che rischia di dilapidare le residue risorse e i residui fattori di coesione indispensabili a consentire una ripresa quantomeno accettabile. La crisi pandemica ha messo completamente e contemporaneamente a nudo le troppe debolezze di un paese ormai sempre più esposto passivamente alle intemperie politiche interne e geopolitiche. E’ qualcosa di più serio di un complotto e di un piano preordinato da soggetti ben individuati o quantomeno individuabili; è una situazione di stallo e di degrado opera di una classe dirigente decadente impegnata a perpetuarsi a scapito di gran parte del nostro paese. E’ in questo contesto e con questo presupposto che si inseriscono i complessi giochi e gli enormi interessi politici di destabilizzazione, periferizzazione, colonizzazione e di degrado socioeconomico._Buon ascolto, Giuseppe Germinario

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

https://rumble.com/vfqa4d-covid-19-come-prima-pi-di-prima-con-giuseppe-imbalzano.html

 

Nessuno deve morire_ del dr Giuseppe Imbalzano

Nessuno deve morire

 

Il male non è soltanto di chi lo fa è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.

Tucidide

Esiste un solo bene la conoscenza. Esiste un solo male l’ignoranza.

Socrate

Se l’incendio non si spegne subito, è il momento di chiamare i pompieri.

Generali Assicurazioni

 

Why did the world’s pandemic warning system fail when COVID hit?

Nearly one year ago, the World Health Organization sounded the alarm about the coronavirus, but was ignored. Nature 589, 499-500 (2021)

Perché il sistema di allarme pandemico mondiale ha fallito quando COVID si è diffuso?

Oltre un anno fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme sul coronavirus, ma è stato ignorato.

 

Il Covid 19 non è stato eradicato sin dalle prime manifestazioni epidemiche, come indicato dall’OMS.

Considerato che avevamo, e abbiamo, di fronte un problema grave di sanità pubblica, l’obiettivo dell’Oms era sicuramente quanto di più corretto e concreto si potesse proporre.

Invece non tutti hanno avuto la sensibilità di promuovere azioni utili e necessarie per raggiungere questo risultato.

Ed anzi le idee meno coerenti rispetto alle soluzioni che garantivano di più e meglio la nostra comunità, sono state esposte, espresse e purtroppo realizzate in modo concreto, con danni che possiamo definire disastrosi per la comunità stessa e per i singoli cittadini e le loro famiglie, sia per la salute che economiche, di vita e di relazioni sociali.

Se abbiamo un incendio, non è lasciando consumare tutto quello che trova sulla sua strada che diventa la soluzione al problema.

L’incendio va spento e bisogna evitare che si espanda. Ed evitare di trasportare i tizzoni ardenti in ambienti dove rischia di determinare ulteriori focolai.

L’incendio va spento subito e con tutte le risorse disponibili. I malati devono essere evitati, i contagi devono essere evitati. Bisogna impedire che l’infezione si diffonda e la sicurezza deve essere assoluta, non relativa.

La comunicazione e le informazioni nel corso di questa epidemia sono state molto carenti e spesso contradditorie, con toni inutilmente conflittuali e critici quando, per spegnere un incendio, è necessario dare coordinamento e partecipazione e risposta ai bisogni per garantire coesione e soddisfazione ai bisogni di tutti.

Il Covid 19 non è una infezione presente da tempo nella comunità, non è correlata al clima e alla temperatura, ma può essere trasmessa con il semplice contatto, al solo contagio diretto con un soggetto non infetto.

La trasmissibilità infettiva, le conseguenze, molto spesso gravi, per alcune categorie di cittadini, l’insidiosità e la facilità diffusiva sono temibili strumenti di danno individuale e sociale.

È complesso agire di conseguenza, in modo sollecito e radicale, per garantire un ambiente che sia adeguato per una vita sociale libera e senza limitazioni.

Ci chiediamo se in questi mesi sia stato predisposto un vero piano delle emergenze a qualsiasi livello (Stato, Regioni, Aziende sanitarie e tutti coloro che ne sono direttamente coinvolti), considerato che era evidentemente assente quando si è posto il problema nella nostra comunità, oppure gli interventi sono stati svolti all’impronta, con una esperienza non sempre brillante alle spalle, che ha portato a risultati, non raramente, del tutto inadeguati per garantire una vita sociale sicura e nella normalità quotidiana.

La sintesi di quanto accaduto, senza voler entrare nel merito di quanto avvenuto è nella conoscenza di tutti. Il disastro sanitario e sociale è sottostimato poiché il numero dei malati e dei deceduti è ben più elevato di quanto non descriva la curva di mortalità e i dati dei malati che sono stati esposti in questi mesi.

Sono deceduti di Covid? Per Covid?

Crediamo che la scelta di dare responsabilità o meno, diretta o indiretta alla epidemia in atto, non abbia valore, poiché, purtroppo, le persone sono decedute.

Lo sapremo in futuro.

Ma è chiaro che la condizione devastante e priva di confronti con il passato recente ha determinato questa gravissima perdita di vite umane, di libertà personale, di impossibile sviluppo economico e sociale, proprio per la presenza di questa epidemia che ha avuto una grande e importante diffusione nazionale ed internazionale.

Ci auguriamo che ci sia stata genuinità nelle richieste di mantenere funzionanti tutte le attività sociali ed economiche e non ci siano state spinte a creare condizioni di opposizione e di rifiuto a quanto, obiettivamente, stava accadendo. Questo ha creato danno a molte più persone, e un atteggiamento di cautela e di logica attenzione ad impedire la diffusione infettiva avrebbe evitato molte delle vittime e dei malati che abbiamo avuto in questo periodo.

Non si può passeggiare in mezzo al bosco in fiamme.

Nessuno lo farebbe e nessuno pretenderebbe che accadesse.

Vite in pericolo e certamente persone morte, anche solo soffocate dal fumo, per rifiutare un accorgimento che appare chiaro e indiscutibile.

Solo i pompieri, adeguatamente protetti, possono intervenire per spegnerlo.

Per spegnerlo, non per sfidarlo o per diffonderlo.

La contrapposizione che è stata determinata ha creato focolai che potevano essere evitati?

Gli atteggiamenti liberali e lassisti sono stati causa di diffusione infettiva e creazioni di cluster gravi e importanti?

La gestione dell’assistenza sanitaria che ha utilizzato in modo misto presidi ospedalieri, case di riposo e domicilio dei malati ha determinato un incremento dei casi e danni gravi a molte persone?

Temiamo di sì rivedendo alcuni comportamenti avvenuti nel corso di questa epidemia.

Una epidemia è meno evidente, molto più insidiosa, si diffonde per contiguità e, come il fuoco, si espande in modo rapido e colpisce chiunque sia nel proprio raggio d’azione.

Ma può e deve essere spento, con le necessarie azioni ed interventi.

Con le risorse necessarie e indispensabili.

Oltre 100 mila persone decedute in più, in meno di un anno.

Forse in questo periodo dovremmo ipotizzare alcune domande.

Sono giustificate per una epidemia di questa importanza, nel 2020?

Gli interventi che sono stati messi in atto sono stati sufficienti ed efficaci?

Il sistema sanitario ha reagito adeguatamente?

Ha operato in modo corretto e coerente con le tecniche di igiene e prevenzione e cliniche consolidate?

Siamo riusciti a comprendere e far comprendere cosa si intenda per prevenzione e come applicarla?

È stato predisposto un piano locale e regionale per la gestione di questa fase e delle successive dell’epidemia?

Le Autorità, il Prefetto, i Presidenti delle ex Province, i Comuni e i Sindaci sono stati coinvolti e sono partecipi in questi interventi per la sicurezza e la salute pubblica?

I Datori di Lavoro, i gestori di strutture di comunità, i gestori di servizi al pubblico, i responsabili dei servizi comunitari sono stati adeguatamente informati e formati per garantire sicurezza ai propri dipendenti e alla propria clientela?

È il caso di identificare un “Covid Manager” di comunità o dei singoli settori, delle Aziende, per garantire che le indicazioni, generali e specifiche, vengano attivate e attuate nei diversi ambienti?

Riusciamo a prevenire i contagi?

Siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus?

O eseguiamo solo i tamponi nella prospettiva, speranza, di individuare nuovi casi?

Sapendo che sono nuovi malati e che abbiamo perso il momento della prevenzione?

Sapendo anche che i test negativi possono essere positivi il giorno successivo ad aver effettuato il prelievo?

Riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti?

O abbiamo perso il tracciamento dei contatti?

I sistemi proposti per il tracciamento dei contatti sono efficaci?

Riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati in ospedale, separandoli dai sani e garantendo un rientro in famiglia solo quando il paziente è completamente guarito e non infettivo?

Riusciamo ad individuare ambienti in cui assistere i possibili contatti da mantenere in quarantena e ad avere sufficienti luoghi di ricovero extraospedaliero per non creare cluster familiari, che come abbiamo visto, hanno determinato quasi il 60% dei nuovi casi?

L’attivazione di USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), mediche ed infermieristiche ambulatoriali e domiciliari, in sostituzione della medicina generale classica per pazienti affetti da patologie infettive trasmissibili, è stata completa e ben distribuita su tutto il territorio regionale? Nazionale?

Abbiamo la garanzia che il 100% dei pazienti sia assistito adeguatamente in ambienti protetti per evitare ulteriori infezioni senza la creazione di cluster familiari o locali?

Gli ospedali e le case di riposo sono stati messi in sicurezza?

Sono stati distinti gli ospedali e le strutture sanitarie indirizzate unicamente ad attività di ricovero per malati infettivi senza creare, in alcun modo, ospedali misti (salvo che per malati nei servizi di malattie infettive)?

Il personale sanitario è garantito nella propria attività quotidiana?

Cosa stiamo facendo per la prevenzione?

Le informazioni e l’educazione dei Cittadini è adeguata e possiamo essere certi che i messaggi di protezione individuale e di prevenzione della infezione siano stati compresi e applicati?

Il materiale di protezione è disponibile e garantito e ha un costo accettabile?

È stato distribuito a tutti i cittadini non in condizione di acquistarlo?

Le regole che sono state indicate sono sufficienti e sono state esposte in modo adeguato a chi dovrebbe seguirle?

Viene garantito il controllo delle regole?

Qual è il modello di gestione della comunità in attesa che sia dispensato a tutta la popolazione il vaccino e siano disponibili terapie adeguate?

La popolazione a rischio, anziani, malati cronici, immunodepressi, soggetti fragili, etc. è sufficientemente protetta e garantita?

È garantita particolare attenzione alle esigenze sociali e cliniche dei pazienti fragili, non Covid, a domicilio per permettere di svolgere una assistenza che non conduca alla necessità di ricoveri ospedalieri?

Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?

È stato attivato un servizio di sorveglianza e follow up dei malati che sono stati affetti da Covid?

Il Virus è un serio pericolo per la Salute Pubblica, ma non è una minaccia incombente se gli interventi di protezione e prevenzione sono ben attivati e coerenti con il problema da affrontare.

La Coscienza di una Nazione, se compatta e coerente di fronte ad un pericolo, può affrontarlo e risolverlo più rapidamente e con una modalità solidale e cooperativa.

La creazione di conflitti o il prevalere di interessi di parte non può che rendere più complessa e difficile la soluzione dei problemi, ed ancora di più quello di una epidemia vera, significativa, che ha determinato oltre 100 mila decessi e milioni di casi in Italia, oltre 100 milioni di casi nel Mondo.

 

Economia e Covid 19

 

L’impatto che ha avuto l’epidemia a livello mondiale è stato variabile ma comunque molto importante ovunque e persino devastante per alcune categorie.

Una brevissima analisi economica serve per comprendere quali siano le politiche che hanno ottenuto migliori risultati e costi meno elevati, sia per i malati che per la propria economia.

Il danno è stato gravissimo perché dobbiamo tenere conto non solo della perdita di Pil ma anche del mancato incremento mondiale di circa il 3% che era previsto. Ed è una condizione che, se non verrà modificata rapidamente verrà recuperata con tempi particolarmente lunghi.

Sicuramente ha creato danni importanti che sono, tipicamente, determinati da una pandemia espansiva e diffusiva come lo sono quelle per virosi aerotrasmesse.

Il diverso approccio delle Nazioni alla pandemia cosa ha comportato?

E con quali risultati economici e sociali?

C’è stata una correlazione tra la gestione della epidemia e le condizioni economiche?

E se sì, quale comportamento nella gestione della epidemia ha dato migliori risultati sanitari, sociali ed economici?

Partiamo da questi perché solo con le valutazioni concrete possiamo evidenziare i risultati effettivi.

In Europa abbiamo avuto una diversificazione del calo del PIL, ma va valutato anche quali prospettive di sviluppo avessero le diverse Nazioni europee, e confrontare le diverse realtà nazionali. La gestione della epidemia è stata differenziata tra le diverse realtà europee, ma i danni economici sono stati significativi e con valori mediamente importanti.

La perdita del PIL è stata mediamente del 8,5% con variazioni tra le differenti realtà nazionali.

La realtà delle Nazioni sudamericane è stata simile a quanto avvenuto in Europa.

Gli Stati Uniti hanno avuto una riduzione percentuale molto inferiore alla perdita economica europea che è certamente molto significativa. Il danno è comunque maggiore poiché le prospettive di crescita erano più elevate rispetto alla realtà europea.

Crediamo che, nonostante le diverse modalità di valutazione e di rilevazione dei dati sulla mortalità (che è ampiamente sottostimata per gli eccessi di mortalità avvenuti in questo periodo) possano rappresentare una informazione adeguata nel confronto tra i risultati ottenuti nel corso di questi mesi di pandemia.

 

Gli abitanti in Europa sono circa 750 milioni mentre negli Stati Uniti sono circa 344 milioni.

La mortalità è risultata, sinora, praticamente equivalente.

Su quanto accaduto effettivamente lo sapremo tra qualche tempo quando verranno riviste le statistiche sanitarie con una diversa attenzione e quelle di mortalità in modo più equilibrato e approfondito.

Siamo ad un tasso di mortalità, in meno di un anno, di circa 120 – 130 deceduti per 100 mila abitanti.

Il Brasile ha circa 210 milioni di abitanti e il tasso di mortalità è simile ai precedenti riferimenti.

Circa 1,45 miliardi di abitanti, meno di 5 mila morti. Il tasso di mortalità cinese è dello 0,34 per milione di abitanti (0,034 per centomila abitanti)

In Australia il tasso di mortalità è stato dello 0,4 circa per centomila abitanti.

Con circa 5 milioni di abitanti ha avuto una mortalità di circa lo 0,5 per centomila abitanti

Con circa 51 milioni di abitanti hanno avuto una mortalità di circa 3 casi per centomila abitanti.

Quali sono stati i problemi economici e come è variato il PIL in queste quattro Nazioni?

I loro modelli, particolarmente rigidi, hanno creato maggiori danni all’economia e al benessere dei cittadini? Hanno determinato una gestione critica delle attività sanitarie e condotto ad una gestione complicata e con disagio dei malati di patologie croniche e acute nei loro servizi sanitari?

Naturalmente la seconda domanda ha una risposta semplice perché il sistema sociale e sanitario sono stati appena sfiorati dal problema. Un impegno fondamentale, invece, è stato indirizzato all’eliminazione del rischio e alla identificazione dei positivi, alla separazione dei contatti e ad evitare, in qualsiasi modo, la diffusione dei contagi.

Non possiamo considerare, comunque, il mero dato economico come vantaggioso o meno del risultato ma deve essere inserito nella valutazione generale della libertà e del benessere generale della popolazione, delle condizioni di vita e di salute di tutta la popolazione in generale.

I fattori di costo e di danno devono essere anche considerati secondo altri parametri. Certamente i costi sanitari del Covid 19 (che vanno a creare Pil) sono elemento critico. Gli extra costi nei servizi e dei danni possibili per le patologie sofferte e le conseguenze che saranno possibili nel futuro dei malati e di chi è stato infettato, sono ulteriori elementi critici. I danni, malattie e perdite di operatori, al servizio sanitario sono ulteriori elementi critici che vanno sommati ai danni economici di chi ha avuto un numero elevato di decessi, che vanno considerati come danno sociale ed economico, e dei debiti che comunque si sono accresciuti nel periodo di gestione delle problematiche sociali e che comunque sono inseriti in valori incrementali del Pil.

 

Australia

La riduzione del PIL è del 4,2%

 

Nuova Zelanda

La riduzione del Pil è del 6,1%

 

Cina

Il Pil è cresciuto dell’1,9%

 

Repubblica di Corea (del Sud)

Riduzione del Pil 1,9%.

 

Come abbiamo premesso la valutazione economica è molto semplice e su un macrovalore come il Pil che può rappresentare, in forma indiretta, il disagio economico e i danni sociali prodotti dalla epidemia a livello mondiale.

Appare chiaro che gli interventi preventivi e radicali che sono stati messi in atto sono particolarmente vantaggiosi per il benessere dei cittadini, per la libertà individuale, per la sicurezza sociale e per la cura dei malati, acuti e cronici che si presentano annualmente.

Con la produzione del vaccino, reso disponibile in tempi rapidi rispetto ad ogni più rosea previsione, appare molto preoccupante immaginare che non si possa abbattere in modo imponente la diffusione epidemica e rendere più serene e vivibili la gestione e la relazione comunitaria nei mesi a venire.

Ma è necessario intervenire e perseguire obiettivi di grande rigore e correttezza gestionale della epidemia, che invece non appare essere condotta in modo adeguato e spesso appare priva di attenzione all’elemento principale, la prevenzione della diffusione infettiva.

Ancora oggi sono troppi gli operatori che si infettano e purtroppo anche i decessi e le malattie che ne conseguono.

Un sistema “premiante”, non quello dei colori, con numeri settimanali talmente elevati da rappresentare casistiche dell’intera epidemia in alcune Nazioni, potrebbe garantire una diversa tranquillità sociale e una ripresa economica più rapida e robusta, solida.

Non sono ammissibili disattenzioni nel tracciamento e separazione dei malati e dei contatti, proprio per impedire la diffusione di questa infezione, che non è stata certamente affrontata in modo adeguato e ne vediamo purtroppo i risultati.

La mortalità ha superato costantemente i 3000 casi settimanali e ha una tendenza a mantenere questo livello nonostante appaia (o sembri) che i casi siano in calo.

È evidente che qualcosa, tra la gestione del tracciamento e la sicurezza dei malati, non riduce la diffusione e i danni relativi.

La scelta, nei fatti, di rendere endemica l’epidemia, non va certo verso la sicurezza sanitaria e sociale e verso la garanzia di una ripresa rapida delle attività sociali in tranquillità e fiducia.

Si ribadisce la necessità di perseguire gli obiettivi che sono stati proposti in apertura di questo contributo.

Vorremmo vedere la curva tendere costantemente verso nessun decesso.

È molto più semplice (e meno costoso) evitare una malattia che doverla curare.

 

L’incendio va spento subito, non si può lasciar bruciare l’intera foresta.

 

Giuseppe Imbalzano – Medico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia dei due vasi cinesi, a cura di Giuseppe Imbalzano

La storia dei due vasi cinesi
Una anziana donna cinese possedeva due grandi vasi, appesi alle estremità di un lungo bastone che portava bilanciandolo sul collo.
Uno dei due vasi aveva una crepa, mentre l’altro era intero. Così alla fine del lungo tragitto dalla fonte a casa, il vaso intero arrivava sempre pieno, mentre quello con la crepa arrivava sempre mezzo vuoto.
Per oltre due anni, ogni giorno l’anziana donna riportò a casa sempre un
vaso e mezzo di acqua.

Ovviamente il vaso intero era fiero di se stesso, mentre il vaso rotto si vergognava terribilmente della sua imperfezione e di riuscire a svolgere solo metà del suo compito. Dopo due anni, finalmente trovò il coraggio di parlare con l’anziana donna, e dalla sua estremità del bastone le disse: “Mi vergogno di me stesso, perché la mia crepa ti fa portare a casa solo metà dell’acqua che prendi”.

L’anziana donna sorrise “Hai notato che sul tuo lato della strada ci sono sempre dei fiori, mentre non ci sono sull’altro lato? Questo succede perché, dal momento che so che tu hai una crepa e lasci filtrare l’acqua, ho piantato semi di fiori solo sul tuo lato della strada. Così ogni giorno, tornando a casa, tu innaffi i fiori.
Per due anni io ho potuto raccogliere dei fiori che hanno rallegrato la mia casa e la mia tavola. Se tu non fossi così come sei, non avrei mai avuto la loro bellezza a rallegrare la mia abitazione”

Ciascuno di noi ha il suo lato debole. Ma sono le crepe e le imperfezioni che ciascuno di noi ha che rendono la nostra vita insieme interessante e degna di essere vissuta.
Devi solo essere capace di prendere ciascuna persona per quello che è, e scoprire il suo lato positivo.
Buona giornata a tutti coloro che si sentono un vaso rotto, e ricordatevi di godere del profumo dei fiori sul vostro lato della strada!

La crisi pandemica in Italia_ con il dottor Giuseppe Imbalzano

Una lunga conversazione con il dottor Giuseppe Imbalsano. Si discute della gravità della crisi pandemica e delle modalità con le quali viene e dovrebbe essere affrontata. Le dinamiche politiche e geopolitiche rimangono nello sfondo; continueranno ad essere affrontate in altri articoli. La conversazione offre numerosi elementi per poterle individuare fondatamente secondo i vari punti di vista. Il dottor Imbalzano è medico, manager di aziende sanitarie e consulente; uno dei maggiori esperti nel settore. Ha scritto numerosi saggi e libri. Qui sotto alcuni link propedeutici alla intervista:

https://statisticallearningtheory.wordpress.com/2020/10/24/previsioni-covid-19-di-ricoveri-terapie-intensive-e-decessi-23-ottobre-15-novembre-2020/

https://www.valigiablu.it/scienza-etica-immunita-gruppo/

https://tg24.sky.it/cronaca/2020/10/24/covid-previsioni-contagi-ricoveri-terapie-intensive#06

dpc-covid19-ita-scheda-regioni-latest – 2020-10-23T170541.747

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Covid 19? No grazie!, a cura del dr Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi. Oggi consulente della Federazione Russa per la gestione dell’epidemia di Covid19

http://CVBreveImbalzano

Covid 19? No grazie!

Febbre, stanchezza e tosse secca, indolenzimento e dolori muscolari, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Generalmente i sintomi sono lievi, soprattutto nei bambini e nei giovani adulti, e a inizio lento. Circa 1 su 5 persone con COVID-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie, richiedendo il ricovero in ambiente ospedaliero. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e portare sino alla morte. Le persone anziane e quelle con patologie quali ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti immunodepressi (per patologia congenita o acquisita o in trattamento con farmaci immunosoppressori, trapiantati) hanno maggiori probabilità di sviluppare forme gravi di malattia. Il periodo di incubazione rappresenta il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici. Si stima attualmente che vari fra 2 e 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni.

Cosa fare per evitare di ammalarsi?

Si raccomanda a tutte le persone anziane o affette da una o più patologie croniche o con stati di immunodepressione congenita o acquisita, di evitare di uscire dalla propria abitazione o dimora fuori dai casi di stretta necessità e di evitare comunque luoghi affollati nei quali non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Il nuovo Coronavirus può essere trasmesso da persona a persona.

Il nuovo Coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente mediante il contatto stretto con una persona malata.

La via primaria sono le goccioline del respiro delle persone infette e tramite la saliva, tossendo e starnutendo e con contatti diretti personali

Le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi

Il nuovo coronavirus è un virus respiratorio che si diffonde principalmente mediante il contatto con le goccioline del respiro delle persone infette, ad esempio quando starnutiscono o tossiscono o si soffiano il naso. È importante perciò che le persone ammalate applichino misure di igiene quali starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso e gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso e lavare le mani frequentemente con acqua e sapone o usando soluzioni alcoliche

 

Un elemento di grande utilità è la mascherina che limita la diffusione nell’ambiente di particelle potenzialmente infettanti.

Deve diventare un gesto automatico – prima di uscire di casa ci si mette la mascherina. Perché se io sono asintomatico ma ho l’infezione con le mascherine posso bloccare le mie goccioline di saliva e proteggere gli altri. E allo stesso tempo difendermi evitando che le goccioline di respiro o di tosse vengano in contatto con le mie mucose o aspirate tramite il naso o la bocca.  La mascherina, insieme alle altre misure di protezione, deve essere utilizzata in contesti in cui c’è un’elevata circolazione del virus, in cui si presume che molti di noi siano infetti.

Se si usa una mascherina è bene sapere che non tutte proteggono allo stesso modo; che bisogna rispettare regole precise di igiene per indossarla e smaltirla; che non bisogna per questo tralasciare la regola aurea della distanza tra le persone. Ad esempio, molti toccano la parte esterna con le mani rischiando poi di contagiarsi una volta che la tolgono o si credono invulnerabili una volta indossata la protezione e abbassano la guardia sulle altre misure.

Se non viene indossata e usata correttamente, la mascherina può essere lei stessa un veicolo di trasmissione del virus, in particolare se ci si continua a toccare il volto con le mani per sistemarla o la si riutilizza più volte.

Come indossare in maniera corretta una mascherina

Come abbiamo detto, la mascherina se non viene indossata correttamente può essere a sua volta veicolo di trasmissione inconsapevole del contagio. Mascherine chirurgiche. Sono mascherine rettangolari fatte di tre strati di tessuto-non-tessuto plissettato che si indossano sul volto grazie a un nasello, elastici o lacci. Devono soddisfare alcuni requisiti tecnici stabiliti per legge e passare alcuni test specifici che verificano se la mascherina blocca le goccioline contaminate da batteri.

Le procedure corrette sono: prima di indossarla, bisogna lavarsi le mani con acqua e sapone o strofinarle con una soluzione alcolica. Poi bisogna indossarla prendendola dall’elastico, evitando di toccarla. Deve coprire naso e bocca. Quando diventa umida, va sostituita con una nuova e non riutilizzata. Per toglierla vale la stessa regola: prendetela dall’elastico ripiegandola su se stessa ed evitando di toccare la parte anteriore con le mani. Una volta buttata è necessario lavarsi nuovamente le mani.

Quali sono le regole per la disinfezione / lavaggio delle mani- uso di guanti?

Il lavaggio e la disinfezione delle mani sono la chiave per prevenire l’infezione. Dovresti lavarti le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per almeno 20 secondi. Se non sono disponibili acqua e sapone, è possibile utilizzare anche un disinfettante per mani a base di alcool (concentrazione di alcool di almeno il 70%).

Possiamo usare guanti monouso che vanno sfilati rientrando a casa, in modo da non toccare la parte esterna degli stessi. E, dopo averli eliminati nella spazzatura, lavarsi le mani.

Con i guanti è anche più facile evitare di toccarsi il viso, il naso o gli occhi.

Quanto tempo sopravvive il nuovo Coronavirus sulle superfici?

Le informazioni preliminari suggeriscono che il virus possa sopravvivere alcune ore, anche se è ancora in fase di studio. L’utilizzo di semplici disinfettanti è in grado di uccidere il virus annullando la sua capacità di infettare le persone, per esempio disinfettanti contenenti alcol (etanolo) al 70% o a base di cloro all’0,1% (candeggina). Ricorda di disinfettare sempre gli oggetti che usi frequentemente (il tuo telefono cellulare, gli auricolari o un microfono) con un panno inumidito con prodotti a base di alcol o candeggina (tenendo conto delle indicazioni fornite dal produttore).

Raccomandazioni di carattere generale:

Evitare la presenza-frequenza in luoghi affollati;

Indossare la mascherina (di comune uso, quali quelle chirurgiche) fuori dal domicilio, in particolare quando si rendano necessarie visite in ospedale per visite, esami e/o trattamenti;

E’ altrettanto utile proteggere gli occhi;

Eseguire un’accurata e frequente igiene delle mani (si vedano anche le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sul lavaggio delle mani);

Evitare di toccarsi con le mani il viso, gli occhi, il naso e la bocca;

Evitare le visite al proprio domicilio da parte di familiari o amici con sintomi respiratori e/o provenienti da aree a rischio;

Contattare il medico curante non appena compaiono sintomi riconducibili a infezioni delle vie respiratorie (febbre, tosse, rinite);

Attivare, ogni qualvolta possibile, visite in telemedicina per evitare il più possibile, salvo necessità cliniche e/o terapeutiche, gli accessi ai pronto soccorso degli ospedali;

Non sospendere la terapia immunosoppressiva in atto, salvo diversa indicazione formulata da parte del medico curante;

Al fine di evitare contagi in ambito lavorativo si raccomanda di attivare quanto più possibile procedure di smart working e di evitare assolutamente attività lavorative in ambienti affollati;

In caso di situazioni per le quali è, imprescindibilmente, necessario partecipare di persona a incontri di lavoro mantenere una distanza di almeno un metro (meglio due) dai colleghi, indossando e invitandoli a indossare una mascherina e a eseguire le corrette norme igieniche prima del contatto, compresa la sanificazione degli ambienti.

 

 

Io speriamo che me la cavo, del dr Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi. Oggi consulente della Federazione Russa per la gestione dell’epidemia di Covid19

http://CVBreveImbalzano

Io speriamo che me la cavo

Grazie a Marcello d’Orta che ci ha dato una speranza, per il presente e per il futuro.

E speriamo che anche per noi ci sia un modo per uscire, con sicurezza e rapidamente, da questa epidemia che ha determinato danni come una guerra, in un periodo tanto limitato, sovvertendo le nostre abitudini, i nostri comportamenti, i nostri affetti e le nostre speranze.

Ormai abbiamo superato i 200 mila casi certificati che, nella realtà, sono molti di più. I decessi sono circa 30 mila secondo l’Istat. Il personale sanitario infettato è ben oltre i 20 mila casi anche qui riconosciuti, con centinaia di morti.

Un disastro unico.

Non è chiaro come, dopo 2 mesi dall’inizio dell’infezione, ci siano ancora oltre 2600 operatori sanitari colpiti dall’infezione in una settimana, che ci siano 18 mila nuovi casi, come da una relazione dell’ISS e che non si veda una netta riduzione di crescita della curva, come nella analisi effettuata dal Gimbe

In Cina, con il lockdown, la curva si è appiattita dopo circa 2 settimane di crescita mentre in Italia non è accaduto mantenendo un incremento dei casi importante. Il lockdown non è stato particolarmente efficace ed è certamente stato determinato dai focolai di infezione che sono rimasti numerosi ed ampiamente distribuiti, in particolare nel Nord Italia.,

E allora ci chiediamo cosa non vada nella situazione italiana, quali siano le criticità che si ripetono, poiché è evidente che le azioni messe in atto per ridurre le infezioni non sono efficaci. O almeno non sono efficaci in alcune regioni.

I dati di mortalità, di prevalenza e di incidenza della infezione sono, e restano, comunque elevati e significativi, certamente non sono ancora azzerati, come si dovrebbe, per operare in sicurezza nella quotidianità, per il lavoro, i rapporti comunitari e la vita sociale.

In medicina, quando dobbiamo curare un malato, dobbiamo determinare quale sia la diagnosi corretta. Non è possibile, e ancora meno utile per il paziente, fare una valutazione generica e intervenire in modo inadeguato.

Ma, nella scelta tra più diagnosi e conseguenti terapie, è possibile che qualche volta la prima scelta non sia adeguata.

A questo punto si fa una rapida rivalutazione in considerazione dei risultati e delle conseguenze per il paziente. Se la diagnosi non è corretta si approfondisce il caso e si decide una nuova terapia. Se il fallimento è terapeutico allora si modifica la terapia che non ha dato i risultati sperati, o perché il farmaco non è efficace per quel paziente o perché la terapia non è adatta al caso che stiamo assistendo.

Una analisi dell’Istituto Superiore di Sanità ha identificato i luoghi di esposizione delle nuove infezioni e su 4500 casi valutati abbiamo il 44% che è avvenuto nelle strutture per anziani o nelle comunità per disabili, il 25% al proprio domicilio e l’11% in ambiente sanitario.

Se non vengono individuate le cause, qualsiasi terapia potrebbe essere inefficace.

Fermo restando che chi si ammala è abbisognevole di cure, nel nostro caso è indispensabile che le fonti di infezione vengano neutralizzate oltre alle necessarie cure ed assistenza dei pazienti. È necessario che i diversi settori clinici abbiano la necessaria competenza e sicurezza per poter operare con tempestività e continuità. Ed è essenziale proteggere e rafforzare il sistema sanitario che attualmente ha subito danni considerevoli.

In Cina hanno riaperto quando i casi si sono azzerati.

Perché?

Perché così si possono evitare nuovi casi

Noi riapriamo con due elementi di grande criticità

Il numero dei nuovi casi e gli operatori sanitari infettati

La soluzione che riteniamo preferibile è quella di individuare le aree virusfree e in quelle avviare una apertura totale delle attività. Considerato che l’avvio della fase 2 non valuta questa opzione è comunque necessario verificare se siano garantiti alcuni parametri organizzativi e gestionali che diano garanzie per una corretta gestione dell’epidemia.

 

Cosa dobbiamo fare

Siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus?

Riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti?

I sistemi proposti per il tracciamento dei contatti sono efficaci?

O rischiano di creare confusione ulteriore nel sistema per l’elevato numero di contatti che possono essere registrati?

Riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati garantendo un rientro in famiglia quando il paziente è completamente guarito?

Gli ospedali e la case di riposo sono stati messi in sicurezza?

Il personale sanitario è garantito nella sua attività quotidiana?

Cosa stiamo facendo per la prevenzione?

Le regole che sono state indicate sono sufficienti?

Cosa dobbiamo fare in attesa che sia reso disponibile, e dispensato a tutta la popolazione, un vaccino efficace e terapie adeguate?

La popolazione a rischio è sufficientemente protetta e garantita?

Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?

 

Come fare?

Esistono tre modelli di base per riavviare la vita sociale ed economica: l’approccio di riavvio completo; un approccio incentrato sul mantenimento delle restrizioni per le popolazioni vulnerabili; e l’approccio graduale adottato da paesi come la Cina.

Con il modello di riavvio completo, il governo attende che i nuovi casi Covid-19 siano a zero e quindi riavvia l’attività sociale ed economica con misure restrittive minime ma con viaggi internazionali limitati. Questa strategia richiede numerose condizioni che potrebbero non essere fattibili per la maggior parte dei paesi, tra cui controlli rigorosi alle frontiere, elevati volumi di test e tracciabilità dei contatti e la capacità di imporre un lungo periodo iniziale di blocco.

Il secondo approccio consente il diffuso riavvio dell’attività sociale ed economica, ma con il rigoroso isolamento per le popolazioni vulnerabili come gli anziani. Un simile approccio potrebbe non essere fattibile in molti paesi, dato il gran numero di persone che dovrebbero rimanere in isolamento fino a quando non sarà disponibile un vaccino o una cura.

Il terzo approccio è probabilmente il più ampiamente adottato. Secondo questo modello, i governi eliminano le restrizioni in modo deliberato, graduale e incrementale basato sulla progressione della malattia, sulla prontezza del sistema sanitario pubblico e sulla preparazione della comunità. Questo approccio è in varie fasi di introduzione in tutto il mondo, con paesi in Asia ed Europa all’avanguardia.

Entrare nel merito di ognuno dei tre modelli dipende dalle condizioni di avvio del sistema, che deve essere considerato un prerequisito.

In due mesi non sono stati risolti molti dei problemi che abbiamo elencato precedentemente e che sono alla base delle criticità attuali che, se dovessero permanere, non possono determinare le condizioni di sicurezza che noi ci attendiamo per poter proseguire e riprendere una quotidianità quasi normale o con limitazioni molto modeste.

Giuseppe Imbalzano – Medico

aprire o non aprire? questo è il dilemma, del dr Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi. Oggi consulente della Federazione Russa per la gestione dell’epidemia di Covid19

In tempo di Covid 19, per riaprire l’Italia, qual è la strada più breve, la più sicura, la meno rischiosa, la più veloce?

 

La situazione economica è l’elemento più critico che si sta rivelando connesso con
l’infezione da Covid 19 e che sta creando, se possibile, più danni della infezione stessa.
La modalità con cui è stata affrontata questa epidemia non sempre ha seguito la linea di
ridurre le fonti di infezione e di preservare il personale di assistenza da eventuali contagi, ma ha diffuso il virus negli ospedali e infettato un numero incredibile di operatori. Che sono certamente la causa di ulteriori infezioni tra i familiari e i pazienti. Così come la scelta di affidare ai medici di famiglia l’assistenza dei pazienti potenzialmente infetti ha costretto i primi ad affrontare, spesso senza gli strumenti di protezione necessari, situazioni del tutto critiche che dovevano esigere ben altra organizzazione. E la numerosità dei medici infetti ha creato ulteriori focolai territoriali.

In questi giorni sono fiorite proposte di riapertura delle attività lavorative che hanno posto come riferimento, tra le tante cose, le proiezioni di danno delle categorie secondo le età. Una scelta che cerca di dimostrare il basso rischio dei soggetti che devono partecipare al ciclo lavorativo in base a valutazioni che, nei fatti, appaiono assai discutibili, sia perché prive di certezza statistica, sia perché non tengono conto che non vi è una fungibilità di tutto il personale, di un possibile utilizzo di personale qualificato in tutti i settori senza la specifica competenza di chi debba gestire l’attività e il settore specifico. Dimenticando poi che i lavoratori hanno interazione anche con parenti e amici che potremmo inserire nelle categorie a rischio. E che accettare il rischio in se stesso (con quale garanzia per chi rischia?) non fa parte di una corretta valutazione e modello di attività. Sarebbe ancora più pesante che le imprese aggiungessero al peso dell’inattività il peso degli eventuali contagi correlati e dei danni immateriali e previsti dal decreto Lvo 81/08. E non credo, considerata la macchinosità del sistema, che verrebbe apprezzata dai lavoratori e quindi approvata per poter essere attivata e gestita come regola su tutto il territorio nazionale.

L’obiettivo è quindi quella di ridurre il rischio ai minimi termini, al livello più basso possibile.

Che è differente tra le diverse condizioni di rischio per differenti attività.

Tutta la nostra vita è un rischio, ma è necessario superare le condizioni di difficoltà, prevenendo, per quanto possibile, il rischio e il danno che ne possa derivare.

Se scalare una montagna è comunque rischioso, avere una attrezzatura appropriata, una condizione fisica ottimale ed una esperienza adeguata non è sufficiente se non teniamo conto delle condizioni climatiche e dei compagni di cordata. Se queste condizioni non sono garantite il rischio aumenta in modo importante.

Per arrivare in cima, comunque, ci sono mezzi alternativi, come l’elicottero o lanciarsi con il paracadute.

Possiamo immaginare lo stesso con una malattia infettiva che non ha terapie certe e non ha vaccini disponibili, che ha una mortalità significativa e necessità di servizi sanitari importanti, una infettività ragguardevole e una impossibilità ad essere identificato immediatamente e con certezza?

Arrivare in cima senza vaccino non è possibile. Essere certi di non infettarsi, senza vaccino non è possibile. Anche chi risulta positivo ad eventuali test biologici non è garantito.

Allora, in attesa di non avere neanche un caso in Italia, cosa possiamo fare?

Il primo e fondamentale punto è attivare un sistema di identificazione dei nuovi casi, molto puntuale e ben definito, come modalità e sede, la causa di esposizione e le modalità di contagio.

In carenza di un sistema di rilevazione puntuale dei nuovi casi noi rischiamo di rincorrere il virus al buio, con scarse possibilità di interrompere la catena di infezione.

Oggi la nostra attenzione prevale verso chi viene infettato e inseguiamo i casi che si moltiplicano.

I sistemi di “mitigazione” odierni non sono garantiti dalle azioni che vengono messe in atto per monitorare come il processo infettivo viene diffuso, se vi sono ambienti particolari o condizioni di rischio elevate che vengono trascurate. Se non si chiude il rubinetto, l’acqua continuerà a traboccare dal lavandino pieno.

Altra soluzione che è stata proposta è la identificazione dei “positivi”. La “mappatura” degli infetti non è necessaria con la descrizione soggettiva del proprio stato di salute poiché tutti i casi identificati di malati di covid 19 sono noti alle autorità sanitarie.

La richiesta di dare informazioni sul proprio stato di salute, che viene sollecitato da qualche sistema di monitoraggio, non solo è inutile ma rischia di far confondere una banale infezione ILI (Influenza Like Illness- malattia simile all’influenza) con la infezione da coronavirus che, quantomeno nelle fasi iniziali, ha la stessa sintomatologia e pertanto può creare maggiore (e inutile) ansia e preoccupazione nell’interessato e nella comunità.

Un monitoraggio serio è certamente un elemento di maggiore sicurezza e i luoghi di maggiore rischio sono quelli dove la presenza e la concentrazione dei malati è maggiore, e in particolare, nel nostro caso, gli ospedali e le case di cura, oltre ai domicili dei pazienti assistiti a domicilio.

È importante evitare le infezioni ed in particolare quelle prevedibili come le infezioni familiari.

La gestione dei positivi che non necessitano di assistenza ospedaliera è pericolosa perché le persone ammalate non possono vivere da sole e neanche badare a se stesse per tutte le esigenze quotidiane e le problematiche di salute che presentano.

Lasciare l’assistenza ai soli familiari ed in ambienti civili non garantisce nessuna sicurezza e ancora di meno la certezza che non ci potrà essere una trasmissione della infezione a chi accudisce queste persone. La protezione necessaria in ospedale è altrettanto indispensabile al domicilio e la preparazione del personale sanitario non è certo comparabile con la preparazione per evitare le infezioni in ambito familiare. Gli ambienti non sono adeguati e la sicurezza di protezione infettiva del tutto assente. E trascurare questi principi favorisce certamente la possibile diffusione virale domiciliare e comunitaria per l’attività sociale che comunque i familiari del malato svolgono normalmente (spesa, farmacia etc.).

Trattare questa infezione alla stregua delle altre è fortemente criticabile perché il rischio di diffusione è sicuramente molto elevato e l’assenza di strumenti terapeutici e di prevenzione non può rassicurare la comunità.

La gestione domiciliare dovrebbe consentire la separazione dei malati dal resto della comunità e lo stesso per i dimessi dagli ospedali ancora positivi.

Certamente non vanno inseriti in ambienti fortemente a rischio come le residenze per anziani ma in ambienti unicamente dedicati a malati di covid 19.

Il personale, naturalmente, deve essere adeguatamente formato e protetto.

Una attenzione particolare, più che alla vestizione, deve essere garantita per la svestizione, che diventa molto complicata in un ambiente domestico.

La separazione, nettamente definita e mantenuta sino alla eliminazione delle possibili criticità, deve essere mantenuta per i malati nei confronti dei non affetti dalla infezione.

Quando e dove aprire le attività.

Ovunque non ci siano casi di infetti può essere attivata l’intera organizzazione e possono essere garantiti tutti i servizi per la comunità.

Le aperture devono tenere conto della realtà territoriale e dell’impegno per garantire una totale assenza di infezioni e di nuovi infetti da almeno 20 giorni.

Noi già abbiamo, in Italia, con gli obblighi di confinamento attuali, comuni in cui le infezioni sono assenti e che possono, in piena tranquillità, riaprire tutte le proprie attività senza nessuna preoccupazione. Naturalmente con i residenti dei comuni stessi.

E questo potrà consentire di avviare due elementi fondamentali, l’attività lavorativa e l’interesse comunitario per ridurre le criticità che oggi non consentono una gestione adeguata della infezione. I sindaci in particolare avranno tutto l’interesse a mantenere o a favorire che il proprio comune diventi area virus free per riprendere le attività professionali, industriali e commerciali nella propria realtà, creando un circolo virtuoso per l’eliminazione dei fattori che favoriscono la diffusione del virus.

Solo una partecipazione attiva dell’autorità sanitaria locale, il Sindaco, e non una banale indicazione a non andare in giro o a non permettere di svolgere attività fisica possono determinare una riduzione del contagio. Una assistenza adeguata e coerente con le esigenze dei singoli malati può permettere di ridurre i contagi intra familiari e ambientali. E naturalmente una adeguata gestione della assistenza ospedaliera, con la separazione netta di ospedali per i malati infettivi e per malati non infettivi potrà, con la adeguata protezione del personale, ridurre le infezioni che sono possibili in un ambiente misto. E così per i trasporti dei malati infettivi, con una separazione dei sistemi di emergenza.

Con questo modello, con la assoluta attenzione ad evitare infezioni con alta probabilità di sopravvenire, possiamo immaginare di ampliare rapidamente le aree virus free e riprendere, in modo composto e sicuro, le attività in tutti i nostri comuni e poi i distretti che man mano si libereranno dall’infezione.

La domiciliazione senza la revisione dei comportamenti e delle azioni che oggi determinano nuovi casi è poco funzionale e creano forti tensioni tra i bisogni economici e quelli di salute.

Con questo modello il 30% abbondante dei nostri territori è in condizione di riprendere l’attività senza limitazioni e successivamente, nella espressione di questi comportamenti sicuri, le aree virus free si amplieranno rapidamente, senza dover decidere che cosa sia possibile fare.

La scelta di testare milioni di soggetti per verificare se gli stessi sono stati infettati porterà, oltre a costi non indifferenti, alla considerazione che la maggior parte della comunità ancora non lo è, ed in particolare non è certa l’immunità da una eventuale nuova infezione. Oltretutto questo modello, di copresenza dell’infezione endemica, mantiene in circolazione il virus e può, senza difficoltà, creare ulteriori focolai difficili da contrastare.

Una scelta “scorciatoia” non da garanzia di nulla e certamente non è possibile favorire il turismo e la mobilità comunitaria in sicurezza nelle nostre realtà.

Sino ad oggi è regnata molta confusione ma è indispensabile agire con grande rigore e modificare le linee di intervento sulle linee grigie che sono l’assistenza in ospedale e al domicilio di pazienti positivi o in attesa di valutazione in caso di contatto.

È indispensabile ridurre la semplificazione che si è fatta sino ad oggi per l’assistenza ed attivare tutti i servizi necessari per favorire una certificazione di area virus free sia nei singoli comuni che per tutta la comunità.

In questo modo, dal giorno di avvio della nuova organizzazione, saranno sufficienti poche settimane per giungere all’azzeramento dei nuovi casi e l’attività sociale potrà riprendere in modo completo e totale.

Giuseppe Imbalzano

http://CVBreveImbalzano

 

Come, quando e cosa riaprire in Italia, del dottor Giuseppe Imbalzano

Come, quando e cosa riaprire in Italia- Giuseppe Imbalzano- Medico

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.
La situazione economica è l’elemento più critico che si sta rivelando connesso con
l’infezione da Covid 19 e che sta creando, se possibile, più danni della infezione stessa.
La modalità con cui è stata affrontata questa epidemia non sempre ha seguito la linea di
ridurre le fonti di infezione e di preservare il personale di assistenza da eventuali contagi,
ma ha diffuso il virus negli ospedali e infettato un numero incredibile di operatori. Che sono certamente la causa di ulteriori infezioni tra i familiari e i pazienti. Così come la scelta di affidare ai medici di famiglia l’assistenza dei pazienti potenzialmente infetti ha costretto i primi ad affrontare, spesso senza gli strumenti di protezione necessari, situazioni del tutto critiche che dovevano esigere ben altra organizzazione. E la numerosità dei medici infetti ha creato ulteriori focolai territoriali. E, dalle informazioni giornalistiche, appaiono esistere molti minicluster familiari come causa di questa esplosione di casi in così breve tempo.
In questi giorni sono fiorite proposte di riapertura delle attività lavorative che hanno posto
come riferimento, tra le tante cose, le proiezioni di danno delle categorie secondo le età.
Una scelta che cerca di dimostrare il basso rischio dei soggetti che devono partecipare al
ciclo lavorativo in base a valutazioni che, nei fatti, appaiono assai discutibili, sia perché prive di certezza statistica, sia perché non tengono conto che non vi è una fungibilità di tutto il personale, di un possibile utilizzo di personale qualificato in tutti i settori senza la specifica competenza di chi debba gestire l’attività e il settore specifico. Dimenticando poi che i lavoratori hanno interazione anche con parenti e amici che potremmo inserire nelle
categorie a rischio. E che accettare il rischio in se stesso (con quale garanzia per chi
rischia?) non fa parte di una corretta valutazione e modello di attività, in particolare se riferita a terzi. Sarebbe ancora più pesante che le imprese aggiungessero al peso dell’inattività il peso degli eventuali contagi correlati e dei danni immateriali e previsti dal decreto Lvo 81/08.
E non credo, considerata la macchinosità del sistema, che verrebbe apprezzata dai
sindacati e quindi approvata per poter essere attivata e gestita come regola su tutto il
territorio nazionale.
Noi, oggi, ci troviamo in una situazione di grande criticità in alcune Regioni che non hanno
sviluppato un intervento caratterizzato dal modello di Sanità pubblica ma sono intervenuti
secondo schemi di clinica medica, inseguendo i malati che man mano si sono identificati,
usando gli ospedali alla stregua di luoghi di ricovero multifunzionali, non rispettando
neanche i parametri dell’accreditamento previsti per il ricovero delle malattie infettive. Scelta del tutto inadeguata rispetto alla situazione da affrontare e, ancora di più oggi, riguardo la situazione che si è creata e che sta diventando sempre più problematica.
Anziché spegnere il fuoco iniziale, la dislocazione dei casi ha moltiplicato le fonti di infezione.
Oggi non vorremmo che tutte le scelte che si propongono dessero la stura ad ulteriori fonti
di contagio. E per evitare le stesse, con l’obiettivo di garantire attività e recupero della
gestione delle attività riteniamo di promuovere una scelta che, partendo dalla attuale
situazione, porti al doppio risultato desiderato.
Se mantenessimo la chiusura dei comuni e la netta riduzione del traffico cittadino, e se
garantissimo il monitoraggio stretto dei nuovi casi e la loro identificazione, considerato che, ad oggi, abbiamo un elevato numero di comuni senza casi di infezione, potremmo avviare le attività nelle diverse realtà che sono virusfree da almeno 30 giorni, mantenendo una rigorosa vigilanza a quanto possa naturalmente accadere.
La scelta di riattivare i comuni free risponde ai due obiettivi di garantire la sicurezza e attivare il sistema industriale e commerciale. E ad un terzo, che spingerà i comuni, e i sindaci in particolare, ad operare per ridurre i rischi e favorire il rientro nella zona di sicurezza, riattivando le attività lavorative in piena sicurezza.
Oggi abbiamo informazioni molto poco utili per intervenire correttamente e ridurre le
infezioni. Non conosciamo da dove derivino i nuovi casi e comunque gli ospedali sono
ancora fonte di infezione per il personale con le relative conseguenze quantitative e di
cattiva gestione dei focolai.
È indispensabile modificare il modello da cui derivano le infezioni e nel contempo operare
per eliminare le condizioni che determinano la diffusione delle infezioni stesse.
La realtà attuale dei comuni virusfree è assai differente nelle diverse Regioni Italiane.
Come mero esempio presentiamo alcune realtà regionali- e le stesse, naturalmente, con
l’impegno di tutti, dovrebbero attivarsi per ridurre i casi di infezione e consentire di riprendere una normalità sociale che oggi ha qualche difficoltà ad essere riattivata.

Piemonte

Lombardia

Veneto

Liguria

Emilia Romagna

Lazio

Sicilia

A Nord i comuni coinvolti sono tanti, a sud non ancora molti comuni sono stati colpiti; garantire l’assenza di infetti è sostanziale e spingerà tutti verso una comune azione di riduzione del rischio e delle infezioni

NB

http://CVBreveImbalzano

È possibile sapere chi si ammala?, di Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

È possibile sapere chi si ammala?

Non il mio vicino di casa, ma quali siano i luoghi e i flussi di chi continua ad ammalarsi?

Quali siano e da dove si infettano i nuovi pazienti, quale sia il percorso e chi determina i nuovi casi nella nostra comunità?

Se non specifichiamo i meccanismi e i flussi, i determinanti e tracciamo i percorsi delle infezioni e continuiamo a sparare nel mucchio, avremo numeri grossolani e casuali.

È come, per altro, sapere quanti incidenti stradali abbiamo ma non sappiamo se siano di notte o di giorno e dove, per evitare di esserne coinvolti.

E così per le infezioni.

Da dove derivano, dalle attività mantenute attive che hanno forti interazioni o dai runner e dai padroni dei cani che girano intorno al proprio palazzo o dalle fonti che hanno causato questa esplosione di casi in un tempo che dire breve è poco?

Abbiamo interrotto i flussi delle infezioni o abbiamo mantenuto i problemi di aree che hanno determinato questa situazione in poco più di 30 giorni?

Tutti guardano i numeri in più o in meno e le curve ma il perché nessuno, il dove nessuno, il chi nessuno.

E allora, chi, avendone responsabilità, riprenda la retta via delle analisi dei casi e delle loro origini, delle situazioni che ne hanno causato l’esplosione, dei percorsi, della indagine sui singoli casi e dei relativi flussi generali, delle gabbie da cui fuggono i virus, e che hanno causato così tanti casi in poco tempo?

Ad errore si rischia di sovrapporre errore e si persegue lo stesso errore. Non siamo di fronte ad una patologia cronico degenerativa, ma di fronte ad una infezione. E come tale va affrontata e risolta.

È chiaro che questa epidemia, in Lombardia in particolare, è esplosa per la moltiplicazione dei focolai con la distribuzione in tutti gli ospedali dei malati, in ambienti non sempre idonei per accoglierli.

E da lì, diffusa.

Gli oltre 6000 sanitari positivi in Italia (per non parlare di coloro che non sono stati identificati precocemente) non hanno trasmesso a nessuno l’infezione? Vittime di una organizzazione inadeguata e priva di attenzioni minime per la sicurezza dei lavoratori?

Non sappiamo quanti siano stati i malati già ricoverati infettati in seguito a questi trasferimenti, e anche loro a quante altre persone abbiano trasmesso il virus.

E quanti siano stati poi i familiari e parenti che abbiano avuto il dispiacere di esserne affetti.

E quanti invece si siano ammalati per i contatti, inconsapevoli, che hanno avuto con il personale sanitario in genere o per aver solo frequentato gli ospedali.

Forse è stato sottovalutato questo movimento e non abbiamo perseguito le linee corrette per debellare una infezione che è esplosa così velocemente.

Solo per contatti diretti ed indiretti è verosimile, ma bisogna recuperare le informazioni, che il personale sanitario abbia determinato almeno 25 mila casi, compresi parenti e amici oltre a pazienti, che poi, nella interazione dei propri territori abbiano creato le ulteriori infezioni.

E oggi?

Abbiamo la certezza che questo flusso, queste infezioni siano cessate o abbiamo ancora movimenti che provengono dalle strutture sanitarie e che negli ultimi giorni hanno avuto una rinnovata attività dalle strutture socio sanitarie, con un numero di infetti e di decessi che è del tutto innaturale?

Anche lì, cosa è accaduto? Mancata attenzione rigorosa al problema o cosa?

Sono stati predisposti protocolli rigorosi e azioni di limitazioni del rischio o perchè è accaduto?

Le domande sono tante, ma in realtà è una sola, cosa sta accadendo e come impedire che questa infezione faccia ulteriori danni e mieta ulteriori, del tutto ingiustificate, vittime.

Gli ospedali misti, come abbiamo avuto modo di dire più volte, non sono la soluzione a questo problema, comunque.

Ci chiediamo, nel contempo, cosa sia stato fatto per evitare ulteriori infezioni al personale e ai cittadini ed evitare altri possibili focolai sia comunitari che nella gestione domiciliare dei casi.

Vorremmo anche sapere cosa sia accaduto ai cittadini, sia in quarantena che per la gestione delle patologie (e se familiari siano stati successivamente infetti) e anche quali siano stati i modelli di sicurezza adottati nelle Rsa, per protocolli previsti o meno dalle Regioni ed adottati in modo organico dalle strutture assistenziali.

E cosa sia accaduto al personale sanitario, costretto a lavorare anche se abbia avuto contatti con malati infetti e quanti poi siano diventati positivi nel corso dei giorni successivi.

Non vorremmo che questo filone di infezioni sia diventato terra di nessuno e privo delle necessarie valutazioni, e azioni di mitigazione della infezione, che non è, come ci attendevamo, stata adeguatamente frenata dalla lunga chiusura in quarantena della comunità.

 

Giuseppe Imbalzano- medico

NB_ http://CVBreveImbalzano

Lettera alla professoressa Capua, del dr. Giuseppe Imbalzano

1 2