Italia e il mondo

Il destino del IV Reich, di WS

Stavolta in un commento qui ( https://italiaeilmondo.com/2026/06/29/il-misterioso-incontro-a-valdai-tra-putin-e-lukashenko-alimenta-le-speculazioni-in-mezzo-alle-ultime-minacce-di-zelensky-_-di-simplicius/#disqus_thread) l’ amico Weininger85 ha esplicitato meglio il pensiero che muove le sue continue osservazioni che mi fa tra il sarcastico e il rabbioso e quindi merita una risposta più articolata che spero Giuseppe voglia pubblicare. Una replica che però non ripeterò più perché il mio punto di vista l’ ho scritto e riscritto; saranno i fatti a decidere su chi aveva ragione.

E nel suo ultimo commento Weininger85 ci fornisce un interessante punto di vista basato però su considerazioni per me “improbabili” , come poi spiegherò in calce, perché prima sintetizzerò il suo punto di vista per come mi appare qui .

Ovviamente libero Weininger85 di correggermi laddove ritenga che io l’ abbia travisato.

Innanzitutto Weininger85 mi sembra indubitabilmente un tedescofilo ( ma non necessariamente “ariano” ) che ha una sola preoccupazione , la sopravvivenza di QUESTA Germania intesa come “elite “ e non come popolo” perché è evidente che di quello che FU il popolo tedesco non gliene frega nulla e ancor meno dei “vecchi cittadini” di una €uropa ormai campo di concentramento di cui l’ attuale Germania è il volenteroso Kapò.

Alla domanda del perché di questa “scelta tedesca” io rispondo che mi sembra evidente che a questa elite tedesca, che di questa €uropa si sente “padrona”, questa €uropa sembra un “succedaneo” di quel “ III Reich” spezzato 80 anni fa dalla “furia “ di un popolo “mongolo” ( i russi); un popolo che quindi essa odia visceralmente.

Questo IV Reich nella sua lotta per l’esistenza sta ora messo male e rischia di finire spezzato come la volta scorsa dai “cattivi russi”; da qui la rabbia “antirussa” di Weininger85 e di tutta l’ elite tedesca , NON volendo vedere invece quali siano stati i “pifferai” che già due altre volte avevano fatto sbattere contro la Russia due consecutivi Reich tedeschi. Tutto questo pure in spregio al disperato comandamento che lasciato da Bismarck ( le cui ossa penso siano state poi macinate da qualche trattore polacco).

E qui avviene la razionalizzazione di Weininger85 di questa dura realtà in un mega Komplotto con i soliti “anglosionisti” e i soliti “russosionisti” (ma con ora il sionista Putin al posto del bolscevico Stalin ), a cui però si dovrebbero ora aggiungere, questa è la novità, i “sinosionisti” e pure i “persiansionisti”!

Tutto questo è oggettivamente difficile da credere, ma supponiamo che sia così. Dove metteresti allora caro Weininger85 i “tedescosionisti” che (s)governando la Germania da 80 anni hanno così convintamente annientato il “proprio” popolo tedesco?

Di questi “nipotini del Fuhrer “ ( dalla Von der Leyen a Merz) cosa ci puoi suggerire? Sono STUPIDI o più semplicemente TRADITORI DEL POPOLO ?

In ogni caso per i tedeschi , e per tutti noi €uropoidi dei quali i tedeschi ora fungono da Kapò , la differenza è minima, e , i proverbi “ chi è causa del suo mal..” “ mal voluto…” ect.. etc.. ci dicono che queste ripetute ca..te tedesche stavolta non lasceranno ai russi altra scelta che risolvere “ la questione tedesca” ( ed €uropea ) una volta per tutte.

Ed adesso veniamo a spiegare per punti perché l’idea di una Russia ( e pure de l’ Iran ! ) come “ punta di lancia” di un Komplotto antitedesco contro questo IV Reich non ha alcun senso di realtà.

1) la “spina” ai tedeschi/ €uropoidi l’ hanno fatta saltare gli americani perché alla balla che fossero stati i russi ci credi ormai solo tu

2) Il conflitto nel golfo servirebbe a staccare il petrolio ai cinesi ( che però adesso avrebbero, volendo , il monopolio “ a sconto” di quello russo, giusto ? ), ma è un dato di fatto che, come dici tu , i fregati dal Grande Fratello americano siano ancora gli stessi fessi del punto di cui sopra



3)Se i bankesters avessero voluto offrire alla Russia post-comunista ” le buone condizioni” che dici avrebbero già fatto con quell’ idiota di Gorby .

Ora io sono sicuro che la stragrande maggioranza dei post-comunisti “becchini” dell’ Urss questo solo volevano e che questi a divenire “ammeregani” ci abbiano provato davvero per tutto il periodo eltsiniano.

Tutta l’ intera elite russa nel 1999 era “occidentalista” a cominciare dalla “mafia di Leningrado” messa su da Sobciak ,”il padrino” di Putin .

Ma nel 1999 i “bankesters ” hanno fatto l’ errore MORTALE di bombardare Belgrado.

Perché quelle bombe in realtà cadevano sulla testa degli “american boys” a Mosca, proprio all’interno di tutte la bande mafiose “occidentaliste” che prosperavano all’ ombra di Eltsin. In quel momento OGNUNO di loro ha dovuto scegliere tra essere un russo “padrone della russia” o essere solo un ricco “servo russo” degli Americani.

 Uno di costoro, un “capomandamento” di Sobciak, ha offerto loro la proposta “giusta” : “ricchi e padroni della Russia” ma non “servi”; tutti i capi della Cupola hanno detto ” si questa è la soluzione”. 

Ora solo il tempo ci dirà se costui non era li per caso e già la sua lunga presenza per ben 27 anni sulla scena ci da un indizio: nessun ” servo dei bankesters” è mai durato tanto.

4) i bankester hanno bisogno di saccheggiare le risorse russe perché sono le sole che non controllano e con questi “soldi freschi” tenere a galla la LORO Agenda ,che va dritta in tasca a soliti €uroKoglioni ormai sempre più affogati dentro la colonizzazione “afroislamica” dell ‘€uropa.

La domanda ora è : questi €uroKoglioni che ormai hanno come unica speranza quella di distruggere la Russia , cioè l’ UNICA potenza che NON aveva alcun motivo di distruggere l €uropa, meriterebbero di essere salvati ?

Io direi che per questa “ salvezza” non ci siano ne “i meriti” ne “le risorse”. Quindi tu puoi credere nel tuo Komplotto che io non condivido , ma l’ esito sarà comunque lo stesso .

Non lo era infatti fino ad un paio di anni fa , ma ora il destino del IV Reich è ormai segnato: la Russia ancora una volta dovrà spezzare la schiena della Germania, ma sarà molto meno clemente delle due volte precedenti.

Cosa succederebbe se ognuno bloccasse chiunque non sia d’accordo con lui? _ di Ugo Bardi

Cosa succederebbe se ognuno bloccasse chiunque non sia d’accordo con lui?

Come funzionano davvero i social media

Ugo Bardi29 giugno
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Ho spesso detto che Lucio Anneo Seneca era l’equivalente di un blogger moderno. Aveva lo stesso stile di un blogger e amava le frasi brevi che, oggi, scriveremmo in grassetto (“La crescita è lenta, ma la rovina è rapida”). Un problema che Seneca non aveva, però, era l’eccessiva polarizzazione dei social media che ci sta colpendo tutti al giorno d’oggi. Troppo rumore, troppi insulti, troppa indignazione. Le cose migliorerebbero se bloccassimo tutti le persone sgradevoli? Probabilmente no, ma per capire il perché, dobbiamo capire come funzionano i social media.

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Questo post ti spiegherà:

  1. Perché bloccare le persone sui social media non migliorerà la qualità della conversazione
  2. Come i social media potrebbero collassare in una costellazione di sottogruppi isolati.
  3. Il ruolo dei bot nel dibattito sui social media.
  4. Perché incollare link nei post sui social media è inutile.
  5. Perché le attuali piattaforme di social media potrebbero essere destinate al collasso.
  6. Le conseguenze politiche di tutto ciò.

Blocco dei trasgressori

Sui social media, di fronte a commenti davvero oltraggiosi, insulti e calunnie, la tentazione tipica è quella di bloccare l’autore del commento. Forse si pensa di punirlo in qualche modo (o punirlo, se si tratta di un bot). E si potrebbe pensare che se tutti bannassero queste creature odiose, si ritroverebbero isolate e scomparirebbero.

Purtroppo non è così. Non che bloccare le persone non sia giustificato in alcuni casi, ad esempio quando è necessario eliminare persone (o bot) che cercano chiaramente di sabotare una discussione. Ma, in generale, non è una buona idea.

L’effetto della rottura (blocco) dei collegamenti nelle grandi reti è stato studiato tramite modelli. L’articolo più direttamente rilevante è quello di Coscia e Rossi (2022), Come la minimizzazione dei conflitti potrebbe portare alla polarizzazione sui social media . Il risultato è che la tendenza degli utenti a bloccare i contatti per evitare reazioni negative e conflitti aumenta la polarizzazione anziché diminuirla.

Forse non è una sorpresa, ma resta comunque un fatto degno di nota. L’evitamento del conflitto è il motore della polarizzazione .

Questi modelli non estrapolano i risultati su un arco temporale lungo. Tuttavia, possiamo immaginare cosa potrebbe accadere se la tendenza continuasse. Ipotizzando che la soglia di blocco si abbassi man mano che il gruppo si omogeneizza, le persone tenderebbero a bloccare chi esprime un disaccordo minore.

Quando questa tendenza ha inizio, non esiste alcun meccanismo in grado di arrestarla. Inizialmente, la rete si degrada in una costellazione di gruppi isolati o quasi isolati. All’interno di ciascun gruppo superstite, lo spettro interno delle opinioni diventa il nuovo confine. Qualsiasi disaccordo residuo viene ora percepito come l’aspetto più estremo, e la stessa regola di blocco si riapplica ricorsivamente. Il risultato è noto come ” polarizzazione di gruppo di Sunstein ” .

Ogni gruppo si contrae e si radicalizza fino a diventare piccolo, omogeneo e sintonizzato su un insieme ristretto di opinioni. Gli utenti non conformi vengono espulsi e vanno a formare i propri gruppi. I gruppi possono ridursi al punto che ognuno diventa una monade isolata in una rete che non è più un’unica entità.

Questa mossa trasformerebbe una semplice frammentazione in una scogliera alla Seneca.

The Seneca Effect: the Philosophy of Collapse

In questo caso, la curva di Seneca descrive il grado di connettività della rete. Man mano che la rete cresce, la connettività aumenta lentamente, ma se le connessioni vengono interrotte più velocemente di quanto vengano create, il risultato è un rapido declino.

Può succedere. È già successo. Prima di Facebook, esisteva un altro social network chiamato Friendster . Su una scala Y, il numero di utenti si misurava in milioni. Non era un social network piccolo, anche se non ha mai raggiunto i miliardi di utenti che ha Facebook oggi.

Seneca vs. Zuckerberg: the Demise of Facebook

Questa curva è anche nota come “l’incubo di Zuckerberg”.

L’esempio di Friendster potrebbe non descrivere esattamente l’effetto del blocco; per molti versi, la sua storia era diversa. Ma dimostra che i grandi social network possono collassare quando le persone smettono di parlarsi. Anche la censura può generare lo stesso risultato, e avrete notato come Facebook abbia notevolmente limitato i suoi “verificatori di fatti”, preferendo forme di censura più sottili. Sanno di rischiare il collasso se esagerano.

Una versione più realistica dell’idea di “essere ostili a chiunque non la pensi come te” non implicherebbe un collasso totale. Una minoranza di utenti si rifiuterebbe di giocare. Fungerebbero da ponti, i legami deboli descritti da Granovetter . Un piccolo numero di sbloccatori potrebbe mantenere in vita la rete. Quindi, l’esito realistico non è la frammentazione totale, ma una rete ridotta a una sottile impalcatura di persone-ponte che collegano celle altrimenti isolate. Il che, a ben vedere, non è poi così lontano dalla situazione in cui si trovano già alcune piattaforme.

Blocco dei bot

Abbiamo visto che bloccare i contatti sui social network non è una buona idea. Ma che dire dei bot? Non sono forse la piaga di queste piattaforme? Non sarebbe opportuno e giusto eliminarli? Purtroppo, i bot sono un problema complesso.

Gran parte del dibattito sui social media non è prodotto da esseri umani. La cifra ufficiale di Meta sulla prevalenza – stabile al 4-5% da anni – descrive la percentuale di account falsi su Facebook. Aggiungendo i duplicati, si arriva a circa il 16%. I dati trimestrali sulle rimozioni sono ancora più impressionanti: nel quarto trimestre del 2025, Facebook ha “intervenuto” su 1,1 miliardi di account falsi (l’eufemismo aziendale per “eliminati”).

Ma la percentuale di account non è il dato corretto. Il dato giusto è la percentuale di commenti e post che effettivamente leggi e che sono stati generati da bot. Un account falso inattivo ha lo stesso peso di uno che pubblica 200 post all’ora. Non esiste una stima pubblica della percentuale di bot ponderata in base ai contenuti, perché Meta non ha alcun interesse a produrne una. Stime approssimative indicano che la percentuale di commenti visibili generati da bot si aggira tra il 30% e l’80%, ed è in forte aumento da quando sono arrivati ​​i LLM a basso costo nel 2023.

La tendenza al blocco universale eliminerebbe i bot? In parte, sì. Ma con seri problemi. Alcuni bot possono essere definiti “bot seminatori di disaccordo” (bot troll). Usano insulti e affermazioni estreme per generare una reazione negli utenti. La maggior parte di essi verrebbe eliminata al primo tentativo. Ma esiste una popolazione molto più ampia di bot amplificatori : account che mettono “mi piace”, condividono, ritwittano e pubblicano commenti di approvazione: questi normalmente non attivano il criterio del disaccordo. Sono avvantaggiati dalla nuova regola. Man mano che gli utenti umani eliminano i dissidenti, la proporzione di segnali di appartenenza al gruppo provenienti dai bot aumenta. Questi bot potrebbero diventare dominanti in un cluster.

Allo stesso tempo, i bot troll non scompaiono. Non possono essere “uccisi”, quindi riappaiono nei cluster in contrazione, amplificando la narrativa del cluster stesso contro un nemico assente. Fondamentalmente, nessun membro effettivo del cluster avversario è presente per correggere l’uomo di paglia. I bot diventano più efficaci nella radicalizzazione proprio perché il confronto con la realtà è stato bloccato.

Incollare link su cui qualcuno potrà cliccare.

La natura effimera dei social network ha conseguenze che stiamo iniziando a comprendere solo ora. Quando pubblico un post su questo Substack, di solito ricevo tra le 2.000 e le 3.000 visite. Substack mi permette di vedere da dove provengono queste visite. Email e visite dirette insieme – entrambe forme di coinvolgimento pre-Web e pre-algoritmiche – rappresentano l’ 85% dei miei lettori. Il complesso sistema pubblicità-attenzione che, a quanto ci viene detto, domina il discorso contemporaneo – Facebook, X, LinkedIn messi insieme – genera meno lettori di DuckDuckGo da solo. DuckDuckGo è un motore di ricerca utilizzato forse dal tre percento della popolazione del Web. Porta più traffico al mio blog del più grande social network del mondo.

Il piccolo gruppo di siti indipendenti che rimandano al mio — Cassandra’s Legacy (il mio vecchio blog), normalamerican.com , olduvai.ca , rayonegro.substack.com , stevebull.substack.com — generano collettivamente più visitatori di X e LinkedIn messi insieme. Piccoli siti si collegano a piccoli siti; il lettore segue il percorso. Singolarmente modesti, collettivamente significativi e con un’alta densità di intenti — i visitatori che arrivano in questo modo si trovano già nel contesto concettuale.

Avevo vagamente ipotizzato di essere un caso isolato, che gli altri autori di Substack ricevessero la maggior parte del loro traffico dai social media. Parlando con alcuni di loro, ho scoperto che non è così. Il modello è generale. Le piattaforme social non rappresentano lo strato di distribuzione del web contemporaneo. Non ne fanno nemmeno parte in modo significativo . Sono substrati pubblicitari con un’elevata attività interna e un’esportazione di attenzione verso gli ecosistemi limitrofi praticamente nulla.

Ciò significa che, se vuoi che le persone clicchino sui tuoi link, devi inserirli nelle aree in cui sai che cercano link cliccabili. Se vuoi vendere il tuo libro, il modo migliore è pubblicizzarlo su un sito frequentato da potenziali acquirenti, come Amazon. Cercare di vendere un libro sui social media è come cercare di vendere diamanti in un mercato del pesce.

Il modello dei social media

È facile definire la frammentazione un “difetto” dei social media, suggerendo che si tratti di qualcosa di risolvibile. Ma è l’architettura stessa a generare strutturalmente questo comportamento.

Osserviamo come funzionano i circuiti di feedback dei social media. L’interazione genera entrate pubblicitarie, che a loro volta alimentano l’amplificazione algoritmica di tutto ciò che produce maggiore interazione. Questo circuito è efficiente, rapido e ben calibrato. Nessun elemento al suo interno ha un punto di arrivo nella comprensione, nella memoria o nella risoluzione dei disaccordi. La piattaforma non fallisce nel fornire un dibattito ponderato: non è mai stata progettata per farlo. Chiedere a Facebook di produrre un dibattito ponderato è come chiedere a una raffineria di produrre una foresta.

Non si tratta di un errore di progettazione. È la conseguenza di concepire il Web come un social network simile a una piazza cittadina, dove le persone si incontrano, si scambiano qualche parola e poi vanno per la loro strada. In una situazione del genere, non ci si aspetta di intraprendere discussioni approfondite; ci si saluta, ci si congeda e così via. Una chiacchierata innocua che accompagna l’umanità fin dalle sue remote origini tribali.

Ma nell’era moderna, l’umanità ha sentito il bisogno di approfondire argomenti complessi. Fino a tempi recenti, accademie, riviste, tribunali, parlamenti e persino reti epistolari procedevano lentamente di proposito. La lentezza fungeva da meccanismo di regolazione. Il tempo tra lo scambio e la risposta consentiva la riflessione; il controllo permetteva una selezione accurata; la permanenza imponeva la responsabilità; un pubblico circoscritto impediva una diffusione incontrollata.

Il web ha rimosso simultaneamente tutti e quattro gli elementi, ha proclamato la liberazione ed è rimasto sorpreso quando la struttura è collassata su se stessa. Questo è un caso da manuale di ottimizzazione dell’efficienza che distrugge la resilienza. Lo stesso schema è visibile nelle monocolture, nelle catene di approvvigionamento just-in-time e nel trading ad alta frequenza.

C’è anche una confusione categoriale. Gli esseri umani non mantengono un unico grafo sociale. Ne mantengono diversi: un piccolo grafo dell’intimità (circa 150 secondo Dunbar), un grafo professionale, un grafo civico e un grafo della cortesia verso gli sconosciuti. Ognuno funziona secondo un protocollo diverso: regole diverse in materia di sincerità, persistenza, prove e sanzioni. Il web li ha fusi in un unico canale con un unico protocollo, così un commento adatto a una cena ora arriva nello stesso feed di un dibattito politico, ed entrambi sono soggetti alla stessa amplificazione algoritmica, alla stessa permanenza dello screenshot, allo stesso pubblico globale. Nessuna società umana nella storia ha funzionato in questo modo, e non c’è motivo di aspettarsi che gli esseri umani si comportino bene in condizioni per le quali la loro evoluzione non li ha mai preparati.

Conseguenze politiche

L’estrema polarizzazione che osserviamo oggi sui social media ha conseguenze politiche. Una di queste è la difficoltà di utilizzare il web per far crescere un movimento politico coerente. La struttura a grappolo della rete crea una situazione simile a quella della guerra di trincea durante la Prima Guerra Mondiale. Gli eserciti si fronteggiano e si impegnano in sanguinose battaglie, ma nessuno dei due riesce a prevalere. Lo stesso accade sul web. Diversi gruppi si scontrano virtualmente in battaglie altrettanto sanguinose, ma nessuna delle due parti riesce a convincere i membri dell’altra di avere torto.

In un certo senso, è un bene. Adolf Hitler, oggi, sarebbe un troll di internet che diffonderebbe centinaia di messaggi velenosi contro gli ebrei e altri “sottouomini”. Ma verrebbe letto solo da una manciata di seguaci. Ai suoi tempi, il partito nazista si espanse fino a diventare una forza totalitaria perché era in grado di controllare i media tradizionali, e allo stesso tempo di usare la forza fisica per intimidire ed eliminare gli avversari. Oggi, questo sarebbe molto più difficile a causa della frammentazione e dei confini che separano i credenti dai non credenti.

Purtroppo, la stessa polarizzazione e atomizzazione del Web potrebbero facilitare la creazione e il mantenimento di un governo totalitario, proprio perché rendono impossibile la creazione di un movimento politico significativo che vi si opponga.

Questo è più o meno ciò che stiamo vedendo sui social network in questo momento. Polarizzazione, atomizzazione, inutili battaglie verbali, nessun progresso significativo in alcun campo. Allo stesso tempo, i governi lavorano indisturbati per acquisire sempre più potere.

Il crollo dei social media

Quella parte di internet che produce e diffonde idee, che affina le argomentazioni attraverso lo scambio, che costruisce un pubblico di lettori duraturo, è già migrata fuori dalle piattaforme social. I social network come costruttori di conoscenza stanno scomparendo.

I tre miliardi di account su Facebook sono ancora lì, un mix di profili reali e sintetici. Il tasso complessivo di creazione di contenuti continua a crescere. Ma le persone che desiderano davvero andare da qualche parte – per leggere con attenzione, per scrivere seriamente, per partecipare al lento lavoro di comprensione di qualcosa – se ne sono andate in silenzio, o si connettono solo occasionalmente.

Il Web che ha una ragione di esistere assomiglia al Web 2.0. Siti individuali che si collegano tra loro. Iscrizioni via email. La ricerca come strumento di scoperta. Una rete di fiducia sparsa tra gli autori. Substack è l’esempio più evidente al momento, ma lo stesso schema si ritrova nei blogroll accademici, nelle newsletter specializzate, nella promozione incrociata dei podcast, nei server Discord più performanti, nelle istanze di Mastodon e nel fediverso. Ognuno di questi sistemi si sta muovendo verso una topologia che le piattaforme social non possono riprodurre perché il loro modello di business lo impedisce.

Se domani tutti bloccassero chiunque non fosse d’accordo con loro, i social network collasserebbero, ma il collasso colpirebbe soprattutto un sistema che ha già perso la sua funzione di discorso. Ciò che morirebbe sarebbe il substrato pubblicitario, non la conversazione. La conversazione si è già spostata.

Questo, a mio avviso, rappresenta l’effetto Seneca nella sua forma più precisa. La crescita è ancora visibile: numero di utenti, ricavi pubblicitari, metriche di attenzione, tutto continua a salire lentamente. Il collasso, invece, è già avvenuto in modo invisibile, con la migrazione della funzione che il sistema avrebbe dovuto svolgere nominalmente.

Le conseguenze

Siamo partiti da una semplice domanda: bloccare i contatti fastidiosi sui social media è una buona idea? La risposta ha richiesto un’analisi approfondita del funzionamento delle piattaforme social e della constatazione che non esiste un modo per “risolverle” con semplici azioni.

A quanto pare, dovremo convivere con le piattaforme social così come sono, almeno finché esisteranno. Le cose cambieranno in futuro? Se le attuali piattaforme social dovessero crollare, come potrebbe accadere, cosa le sostituirebbe? Si svilupperanno piattaforme di scambio più strutturate?

Le cose cambiano continuamente, basti pensare che 20 anni fa Facebook, come lo conosciamo oggi, non esisteva. E tre anni fa, l’intelligenza artificiale, come la conosciamo oggi, non esisteva. E, come al solito, ci proiettiamo verso il futuro senza sapere esattamente dove stiamo andando.

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La “kitschificazione” dell’America _ di Simplicius

La “kitschificazione” dell’America

Simplicius1 luglio
 
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Due giorni fa, Trump ha pubblicato questo dipinto sul suo account ufficiale di “Truth Social”:

https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/116831104490275644

Questo singolo post mi ha fatto capire una cosa: che ciò che il presidente Trump incarna davvero, in fondo, è la kitschificazione dell’America.

Per chi non conoscesse il termine, kitsch indica un tipo di estetica dozzinale e poco curata, spesso costituita da un miscuglio di elementi della cultura popolare raccolti alla bell’e meglio e resa popolare negli anni ’50 e ’60 per creare oggetti da collezione consumistici sotto forma di ninnoli e cianfrusaglie da negozio di souvenir.

Senza voler essere troppo pedante o pretenziosamente superficiale, il kitsch è in un certo senso l’incarnazione di una cultura dell’eccesso, una cultura che ha raggiunto il suo apice, la sua fase di massimo splendore, e ha iniziato ad appassire, spargendo le sue spore invasive a casaccio sul giardino un tempo incontaminato. È l’esaltazione di simboli culturali “memeificati” fino al punto della parodia, un fenomeno che era già presente molto prima dell’invenzione dei “meme” su Internet. Richiama volutamente l’attenzione su di sé, per diventare una sorta di autoironia, proprio come l’“ironia” era diventata un modus vivendi sotto il – per fortuna breve – “dominio hipster” degli anni 2000. Trova eco persino nei nomi scelti: Golden Dome, Golden Age, Make America Great Again, una strana sorta di alchimia spiritualmente sterile al contrario — che trasforma ciò che un tempo era vero oro, in oro degli stolti e altri sottoprodotti dissoluti.

Considerare questi fatti ti porta a comprendere come la visione estetica di Trump per l’America reimmagini la nazione come una sorta di villaggio di Potemkin fatto di memetica kitsch, ormai da tempo slegata dai fondamenti culturali essenziali che un tempo avevano effettivamente dato vita a queste idee.

Rivestimenti economici dall’aspetto plasticoso e simbolismi di cattivo gusto e pacchiani.

È da tempo lo stile estetico preferito dagli oligarchi filistei e dalle élite prive di cultura: decorazioni in foglia d’oro appariscenti ma di scarso valore e riproduzioni di cattivo gusto di epoche passate, che si tratti dell’epoca vittoriana, di quella romana o di qualsiasi altra cosa a cui il magnate nato con la camicia abbia voglia di dedicarsi.

L’ossessione di Trump per le “epoche d’oro” del passato lo ha spinto a lanciarsi in una serie di progetti vanitosi e privi di sostanza, il cui coronamento dovrebbe essere la ricostruzione dell’Arco di Trionfo di Parigi, presentato in anteprima di recente in occasione della fiera statale per il 250° anniversario tenutasi a Washington. Come al solito, la visione di Trump di un monumento alla “grandezza” americana si è tradotta in una parodia kitsch che, com’era prevedibile, è stata accolta con scherno generalizzato:

Trump si dipinge come una sorta di Crasso e Mida dei giorni nostri, tutto in uno. Will Schryver ha colto nel segno quando ha scritto che Trump si è invece trasformato in una sorta di Re Mida al contrario:

“Re Sadim” suona piuttosto bene, soprattutto perché è omofono di “Sodoma”.

Il nostro moderno “Mida al contrario” spera che un giorno la sua agiografia descriva la sua grande “impresa” di aver guidato la nazione attraverso un bivio storico, una transizione tra epoche. È per questo che modella la sua iconografia attorno a parallelismi kitsch con l’Età dell’Oro, la Belle Époque, la Fin de Siècle, ecc.; e non ha del tutto torto nell’intuire l’ethos fondamentale dei nostri tempi, un periodo di transizione caratterizzato da una decadenza ribelle che precede qualcosa di terribile: un’epoca di rivoluzioni calamitosi e guerre mondiali.

Ma la differenza sta nel fatto che Trump si ritiene provvidenzialmente designato a guidare il Paese lontano dalle insidie associate a tali “epoche che volgono al termine” e verso un’era d’oro di manifesta abbondanza. Purtroppo, sembra ignorare le realtà che si profilano all’orizzonte: le cose non fanno che peggiorare, e proprio le logiche e le patine pacchiane dell’artificio che egli immagina preannuncino la “grandezza” all’orizzonte tradiscono invece la disintegrazione che sta avvenendo tutt’intorno a noi.

E, come se non bastasse, sotto la doratura e l’intonaco scadente c’è ben poco di concreto. In una dimostrazione senza precedenti di “volontà di potere”, Trump sta cercando di realizzare la sua “Età dell’Oro” semplicemente gridandola ai quattro venti. Anziché attuare vere politiche di ricostruzione e trasformazione, risolvendo i problemi dell’occupazione, dell’inflazione e di tutte le basi concrete di uno Stato sano, sceglie invece di erigere monumenti preventivi a speranze, desideri e presunti successi.

Ma tutto questo è nato come una riflessione sulla “kitschificazione” dell’America in generale, di cui Trump è solo l’ultimo apostolo. Una cultura diventa kitsch quando ha perso la sua forza vitale originaria, quella scintilla creativa che un tempo la spingeva avanti, e si è trasformata in una parodia ricorsiva di se stessa. Questa è l’America di oggi, svuotata del suo vigore e della sua innovazione originari, ormai intrappolata in un ciclo ricorsivo senza fine, come se si riavvolgesse in modo degenerativo una cassetta di vecchi successi migliaia di volte fino a quando non rimangono che gracchii a malapena intelligibili. È una nazione il cui ethos si è prosciugato di idee e che si è rassegnata a attingere dal passato — dalla Dottrina Monroe, all’Età dell’Oro, fino ai tempi più recenti: riproducendo all’infinito il disco rotto della GWOT neoconservatrice, finché l’esercito statunitense non sarà ridotto in polvere sotto la macina della storia.

In effetti, il Paese è diventato molto simile a quel dipinto: un pastiche di tempi migliori e speranze mal riposte, un luogo in cui George Washington può sedersi accanto a un robot Tesla sotto l’Arco di St. Louis, mentre osserva un’aquila calva che vola maestosamente sopra la Statua della Libertà.

Per concludere con una nota positiva, va detto che un paese non può raggiungere una fase così estrema di auto-parodia senza aver prima attraversato le fasi di grandezza e successo che avrebbero fornito il materiale per un’iconografia così fastidiosamente reverenziale. Pertanto, solo in America il kitsch poteva diventare l’ethos distintivo di un’epoca. Solo in America la grandezza poteva aver raggiunto vette così elevate da sovvertire se stessa.

Le nazioni di tutto il mondo invidiano il diritto di diventare così grandi da finire per essere una parodia di se stesse.

Allora, brindiamo alla grandezza dell’America!


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Abbandonare una guerra sbagliata _ di Oren Cass e Daniel Kishi

Abbandonare una guerra sbagliata

E altre novità da questa settimana…

Oren Cass e Daniel Kishi26 giugno
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Siamo tornati alla consueta edizione del venerdì di Understanding America, ma vi ricordiamo che la prossima settimana non andremo in onda per la Festa dell’Indipendenza. Per cominciare, Oren ci parla della guerra in Iran.

Il coro degli entusiasti della guerra non perde mai il suo entusiasmo per la guerra. Ogni guerra è una buona idea all’inizio e, una volta che si rivela una cattiva idea, la soluzione è più guerra. L’unico modo per perdere è smettere di combattere, e questo non lo suggeriscono mai, il che significa che quando perdiamo, possono invariabilmente dire che abbiamo perso solo perché abbiamo smesso di seguire i loro consigli. Comodo.

Non si tratta tanto di una “guerra eterna” quanto di una guerra infinita: una strategia simile all’imbattibile tattica del raddoppio della puntata. Se scommetti 1 dollaro sul rosso e la pallina si ferma sul nero, scommetti 2 dollari sul rosso. Se perdi, passa a 4 dollari. Se perdi ancora, passa a 8 dollari. Poi a 16 dollari, poi a 32 dollari… Prima o poi vincerai, e quando succederà, avrai recuperato tutti i tuoi soldi e anche di più. La strategia può fallire solo se perdi la calma o se finisci i soldi. Cosa potrebbe andare storto?

Alcuni sono confusi dall’idea che abbiamo perso. Abbiamo sganciato così tante bombe! Come ha affermato con entusiasmo Brent Scher, caporedattore del Daily Wire , nella prima settimana di guerra, ritwittando le immagini del Pentagono che mostravano una nave iraniana colpita da un siluro americano: “Credo che gran parte del sentimento pacifista della destra derivi dal fatto che si è impressa nella mente delle persone l’idea che gli Stati Uniti non siano più bravi in ​​guerra. Le immagini del disastro del ritiro afghano ci hanno fatto sembrare un impero in rovina. Questa è una squadra diversa. Ricalibrate le vostre menti”. Ma come qualsiasi osservatore lucido avrebbe potuto constatare, e come ho spiegato , “Nessuno dubita che gli Stati Uniti possano sganciare un gran numero di bombe sui paesi mediorientali e far saltare in aria navi in ​​acque internazionali. Lo scetticismo ha più a che fare con il vedere cosa questo abbia effettivamente ottenuto e dove tende a condurre”.

Ovviamente, l’Iran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz e iniziato a lanciare missili contro le infrastrutture del Golfo. Avevamo assassinato i loro vertici e dichiarato che l’obiettivo era il cambio di regime. Avevamo trasformato la lotta in una questione di vita o di morte per loro, e si sono comportati di conseguenza.

Nel Paese dove le guerre sono divertenti e dove possiamo decidere la strategia per entrambe le parti e la nostra vince sempre, questa reazione iraniana è stata interpretata come una giustificazione per scatenare il conflitto. “Il fatto è che la condotta dell’Iran in guerra dimostra esattamente perché deve essere paralizzato”, ha ribattuto Matthew Continetti dell’AEI sul Wall Street Journal . “È vero, l’azione militare ha un prezzo. Eppure, scagliandosi contro il mondo, il regime iraniano ha fornito le migliori argomentazioni a favore dell’intervento statunitense.”

Forse avrebbe senso se il tempo fosse un cerchio piatto e la reazione iraniana avesse innescato la nostra campagna, già in corso. In realtà, il tempo scorre in avanti. C’è stato un “prima” dell’inizio della guerra, un’epoca in cui il regime iraniano non lanciava missili contro le infrastrutture del Golfo, né chiudeva lo Stretto, in parte perché non si trovava di fronte a una minaccia esistenziale e in parte perché sapeva che il prezzo di tali azioni sarebbe stato altissimo. E poi, comunque, abbiamo imposto il massimo costo.

Dico “costo massimo” non perché fosse il costo più alto che avremmo potuto ipoteticamente imporre, ma piuttosto perché era il costo più alto che avevamo interesse a imporre, come era ovvio a tutti, compresi gli iraniani. A metà marzo, avevo avvertito :

Gli Stati Uniti dovrebbero ricorrere alla guerra solo come ultima risorsa, solo dopo un’attenta valutazione, solo per una giusta causa e una chiara motivazione, e solo dopo che i leader abbiano ottenuto il sostegno dei cittadini che hanno giurato di rappresentare e dai quali devono provenire soldati e risorse. L’amministrazione Trump non ha fatto nulla di tutto ciò, il che rende i costi ingiustificabili e indebolisce la posizione degli Stati Uniti, privi del profondo sostegno politico necessario a rendere credibile una strategia del tipo “combattiamo fino alla vittoria”. Il dispiegamento di truppe di terra, come sembra essere in discussione, non farebbe che aggravare tutti questi problemi.

I rapidi e limitati attacchi contro l’Iran a giugno e il Venezuela a gennaio sembrano aver dato alla Casa Bianca una falsa sicurezza, la convinzione che “possiamo semplicemente agire”. Ma questo conflitto è a due fronti, e l’altra parte detiene attualmente il potere di veto su come e quando finirà. Il regime potrebbe cadere, ma sembra più probabile che sopravviva, consolidi il proprio potere e si radicalizzi ulteriormente, avendo meno da perdere e senza il timore di una minaccia americana già messa in atto.

Le guerre non si vincono o si perdono con il conteggio delle esplosioni, ma con il raggiungimento di obiettivi strategici e con il giungere a una conclusione in cui una parte può imporre ulteriormente la propria volontà e promuovere i propri interessi, mentre l’altra no. Certamente, gli Stati Uniti hanno distrutto molte navi e missili iraniani e hanno rallentato il programma nucleare iraniano. Potrebbero trarre vantaggio dai maggiori sforzi internazionali per ridurre la dipendenza dalle esportazioni del Golfo Persico. Ma non hanno raggiunto i loro obiettivi, in continua evoluzione, e non erano disposti ad accettare i costi di un ulteriore sforzo. Il regime iraniano è sopravvissuto, potrebbe persino aver rafforzato la propria presa sul Paese, dimostrando di poter resistere a un attacco americano, di poter chiudere lo Stretto a tempo indeterminato e che la sua capacità missilistica, ancora intatta, può rappresentare una minaccia sufficiente per i Paesi vicini da scoraggiare ulteriori aggressioni. Pertanto, sono gli Stati Uniti a chiedere ora la pace e l’Iran che, pur avendo subito il peso maggiore dei danni materiali, emerge più credibilmente potente e in grado di affermare le proprie prerogative geopolitiche.

Gli appassionati di guerra non sopportano tutti questi discorsi sui limiti e sulla realtà. Fanno dichiarazioni categoriche come “L’Iran non deve avere un’arma nucleare”, come se il loro desiderio di questo risultato fosse in qualche modo determinante. Quando il conflitto non va come sperato, la colpa ricade su chiunque si sia discostato dal piano. L’Iran spara contro altri paesi? Non è corretto. Il popolo americano non ha alcun interesse a sopportare i costi economici, figuriamoci a inviare truppe di terra? Allora la vera colpa è loro. Il presidente Trump non voleva continuare l’escalation, senza una fine in vista, mentre i costi aumentavano rapidamente in modo sproporzionato rispetto ai benefici? Gli mancano semplicemente pazienza e fermezza.

Uno stratega efficace presume sempre che i suoi avversari intraprenderanno l’azione che meno desidera. Uno statista efficace convince i cittadini della saggezza e della necessità della guerra. Un commentatore efficace osserva che Trump ha tentato di minacciare un’escalation assurda e fortunatamente ha fatto marcia indietro quando l’Iran ha smascherato il suo bluff. Gli stregoni della politica estera, invece, insistono sul fatto che la pioggia arriverà comunque e ci rimproverano di non aver ballato la loro danza con sufficiente fervore. Colpa nostra.

Eccoci dunque qui, con la guerra che è andata esattamente male come ci si poteva aspettare, non per volere degli entusiasti della guerra, ma piuttosto per l’enorme squilibrio tra i partecipanti in termini di preparazione, chiarezza degli obiettivi e disponibilità a sopportarne i costi. I cittadini degli Stati Uniti, per i quali il loro governo esiste e conduce la politica estera, non hanno mostrato alcuna volontà di fare ciò che sarebbe necessario per vincere, quindi non possiamo vincere.

Non si tratta di una critica al popolo americano. Al contrario, ha tutto il diritto di definire l’interesse nazionale ed escludere azioni che non lo promuovano. Il sostegno pubblico è fondamentale per una campagna militare quanto le scorte di munizioni; in assenza di entrambi, procedere e inevitabilmente fallire è una follia, e la colpa ricade su chiunque ci provi. I leader svolgono un ruolo importante nella valutazione dell’interesse nazionale, ma hanno comunque l’obbligo di articolare il proprio punto di vista e persuadere il popolo della sua validità. La necessità di farlo, per quanto frustrante possa risultare, è una delle principali differenze tra una repubblica e un impero, e uno dei poteri più preziosi che i cittadini di una repubblica conservano. Il fatto che potremmo prevalere se fossimo disposti a fare di più non giustifica un’azione impopolare. Come si suol dire, se mia nonna avesse le palle, sarebbe la mia zayde .

Questa incapacità di comprendere la natura bilaterale del conflitto sta raggiungendo livelli assurdi nel contesto dei negoziati, con fanatici della guerra che condannano esiti a loro sgraditi senza la minima consapevolezza che le loro stesse azioni, da loro auspicate, hanno portato alla situazione in cui tali esiti non sono possibili. “Gli Stati Uniti non dovrebbero prima fornire aiuti economici e poi cercare concessioni in materia di sicurezza”, afferma l’ex vicepresidente Mike Pence. “Dovremmo prima ottenere concessioni. Questo è ciò che un tempo chiamavamo ‘America First'”.

Che costruzione di frase affascinante, più adatta all’analisi psichiatrica che al commento politico. È il linguaggio della politica interna e presuppone un certo livello di controllo sugli esiti. “Gli Stati Uniti non dovrebbero prima concedere tagli alle tasse e poi cercare tagli alla spesa” è un’affermazione piuttosto ragionevole e una base valida per criticare i politici che adottano un approccio diverso. Ma se gli Stati Uniti abbiano o meno il potere di ottenere concessioni non è una questione di scelta o di volontà, è una funzione della situazione in cui ci troviamo. “America First” potrebbe significare evitare di essere coinvolti in guerre all’estero che porterebbero a dinamiche negoziali sfavorevoli. Non può significare fare i capricci quando una cattiva politica porta a risultati sfavorevoli, illudendoci di avere il potere di ottenere una soluzione migliore per decreto.

L’accordo che dobbiamo raggiungere ora con l’Iran sarà svantaggioso per gli Stati Uniti, se paragonato allo status quo ante. Questo risultato è già segnato, frutto delle forze che ci hanno condotto fin qui, non dell’abilità del team negoziale o dei post del presidente sui social media. L’umiliazione non sta nell’accordo sfavorevole, ma nel fallimento della guerra, eppure ci ritroviamo con la piazza pubblica gremita proprio da coloro che hanno più torto, che scherniscono il carro attrezzi che cerca di tirare fuori la loro auto dal fosso. Le persone che si comportano male non sono quelle che cercano di concludere un accordo e di porre fine a quest’ultima disavventura all’estero, ma quelle che preferiscono infierire ulteriormente piuttosto che ammettere di aver appoggiato un’avventura sconsiderata e di non averci lasciato un’alternativa migliore.

Questa dinamica politica è uno dei grandi pericoli della guerra e un motivo importante per evitare di iniziarne una. Ipoteticamente, potrebbe esserci un risvolto negativo limitato. Ma una volta iniziata, se le cose vanno male, il leader che riconosce il problema e tenta di correggere la rotta viene visto come debole e ne paga le conseguenze, mentre la folla che incita a continuare a combattere può sempre affermare che la vittoria è dietro l’angolo e che potrebbe ottenere un accordo migliore. Chi può dimostrare che si sbagliano? Uscire da una picchiata richiede più forza di quanta molti leader siano in grado di raccogliere. La pura prevedibilità e l’irrazionalità della tragedia che ne consegue sono state un’esperienza ripetuta per il popolo americano nelle ultime due generazioni, anzi, è l’unica esperienza che i giovani americani conoscono, e la determinazione dell’élite a ripeterla a ogni occasione è una delle principali cause di cinismo e nichilismo.

Nella misura in cui il Presidente Trump è disposto a tagliare i ponti, merita un sincero riconoscimento per aver fatto la cosa rara, giusta e ingrata. Potrebbe trarne vantaggio essendo onesto su ciò che è accaduto e su ciò che ora è disposto ad accettare, invece di cercare di presentare l’accordo come un’ottima cosa, cosa che ovviamente non è. Chi sembra non avere idea di come stanno le cose non si guadagnerà né fiducia né sostegno. Una valutazione lucida e pragmatica della realtà e la volontà di fare ciò che è meglio per l’America, a dispetto dell’imbarazzo, sono molto più ammirevoli. Se dobbiamo avere leader che iniziano guerre insensate, speriamo almeno di averne di non essere troppo insensati da porvi fine. — Oren

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BUONE LETTURE PER IL TUO FINE SETTIMANA

  • Sul Wall Street Journal , il Segretario del Tesoro Scott Bessent scrive che Hamilton ispira la politica economica di Trump .
  • Fusionismo per il XXI secolo Sulla rivista National Affairs, Henry Olsen scrive che non si può tornare indietro al Partito Repubblicano pre-Donald Trump e che la nuova coalizione conservatrice può prosperare solo se comprende che il compromesso e l’innovazione politica, non la purezza dottrinale e il dogmatismo, sono il prezzo da pagare e la strada per la vittoria.
  • La mia nuova vita con la giacca da lavoro Palantir | Scrivendo per l’ Atlantic , Saahil Desai mette alla prova la giacca da lavoro Palantir, prodotta negli Stati Uniti, per le strade di New York.
  • In UnHerd , Geisha-Marie Bland si schiera contro il “Toddlercore” e l’auto-infantilizzazione della Generazione Z.

GIOCATORI D’AZZARDO PRODUTTORI

Il New York Times riporta che Mark Zuckerberg ha incaricato un piccolo team di sviluppare un’app per le scommesse predittive, chiamata internamente Arena. Quest’app funzionerebbe indipendentemente da Facebook e Instagram, ma Meta indirizzerebbe i suoi utenti verso di essa. Arena probabilmente si baserebbe inizialmente su un sistema a punti in stile videogioco, con la possibilità di scommettere denaro reale in un secondo momento, presumibilmente dopo aver superato gli ostacoli normativi. Fonti interne definiscono il progetto “sperimentale”, ma affermano che è una delle massime priorità di Zuckerberg e parte della sua più ampia strategia di sviluppo di prodotti basati sui “comportamenti sociali emergenti”.

Il vantaggio di Meta rispetto a Polymarket e Kalshi risiede nella distribuzione. Mentre le app di scommesse predittive esistenti devono “acquisire” un giocatore, Meta può crearlo, indirizzando i suoi 3,56 miliardi di utenti giornalieri su Facebook, Instagram e WhatsApp – la maggior parte dei quali ha aperto l’app per inviare un messaggio a un parente o leggere le notizie – verso un prodotto di scommesse. Il sistema a punti crea l’abitudine prima ancora che ci sia denaro in gioco, allenando la memoria muscolare della scommessa e convertendola in entrate una volta che l’abitudine si è consolidata. Il comportamento viene coltivato prima, monetizzato dopo, il che solleva la domanda: Meta sta assecondando un “comportamento sociale emergente” o lo sta creando artificialmente?

Parlando di domanda artificiale: Un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che Polymarket, uno dei concorrenti che Meta sta cercando di superare, crea i propri siti di trading. Il report mostra che l’azienda pagava dei “creatori” per filmarsi mentre facevano trading su copie quasi perfette del suo sito, pagine fittizie create appositamente, e molti di loro non hanno rivelato di essere a libro paga fino a quando il Journal non li ha interpellati. Su oltre 1.100 video esaminati, il 70% mostrava un creatore che piazzava una scommessa, sempre su un sito falso; in circa un caso su dieci, i creatori falsificavano anche la vincita, inserendo filmati obsoleti e titoli falsi per far sembrare che avessero vinto. Queste vincite falsificate ammontavano a quasi 900.000 dollari su scommesse che in realtà avrebbero comportato perdite per oltre 166.000 dollari. Polymarket pagava anche migliaia di lavoratori sottopagati, spesso adolescenti in Asia, per ripubblicare i video da account falsi, privi di qualsiasi collegamento con Polymarket, una tattica studiata per dare l’illusione di un interesse autentico.

  • LINK BONUS: L’Ethics & Public Policy Center ha pubblicato un nuovo rapporto che illustra il problema delle scommesse sportive online, le sue conseguenze e le raccomandazioni per i responsabili politici su come affrontarlo.

UN ANNO NON È UN EQUILIBRIO

Un nuovo studio intitolato ” Gli effetti di un arresto improvviso dell’immigrazione di lavoratori poco qualificati: evidenze dal programma per lavoratori ospiti in Corea”, a cura di Giovanni Peri e colleghi, rileva che quando la chiusura delle frontiere durante la pandemia ha bloccato il programma sudcoreano per lavoratori ospiti poco qualificati, arrestando i nuovi flussi in entrata, e la forza lavoro partecipante è diminuita di circa il 22% tra il 2020 e il 2021, le aziende che dipendevano maggiormente da questi lavoratori hanno avuto maggiori probabilità di chiudere. Il danno si è concentrato sulle aziende a basso salario e bassa produttività; i loro concorrenti con salari più elevati sono rimasti in gran parte indenni. Invece di assumere coreani per colmare il vuoto, le aziende sopravvissute hanno ricollocato i propri dipendenti coreani nei posti di lavoro a bassa qualifica rimasti vacanti, un declassamento occupazionale che si riflette nei dati come salari misurati più bassi. Gli autori concludono che gli immigrati poco qualificati non sono facilmente sostituibili e che la limitazione della loro offerta impone costi reali sia alle aziende che ai lavoratori autoctoni.

Qui si riscontrano almeno due problemi. In primo luogo, consideriamo cosa misura effettivamente lo studio: uno shock imprevisto della durata di un anno, che tutti si aspettavano si sarebbe risolto. Le imprese hanno fatto ciò che le imprese razionali fanno quando un fattore produttivo a basso costo scompare per quello che considerano un singolo anno negativo: hanno aspettato il suo ritorno, invece di assumere lavoratori locali o effettuare ingenti investimenti in automazione e simili. Questo è il costo della transizione, non l’equilibrio che una politica di restrizione permanente finirebbe per raggiungere. In secondo luogo, lo studio considera la chiusura delle imprese come un danno. Ma le imprese che hanno chiuso erano le meno produttive, con salari ben al di sotto della media del settore. La loro chiusura è ciò che ci si aspetterebbe quando le imprese, basate su un modello di lavoro a basso costo e importato, perdono l’accesso a tale manodopera. Definire la loro chiusura un costo significa considerare la dipendenza da manodopera importata a basso costo come l’equilibrio che vale la pena preservare.

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SULLA COLLINA DEL CAPITOL

Questa settimana al Congresso, la Camera dei Rappresentanti ha approvato il 21st Century ROAD to Housing Act con 358 voti favorevoli e 32 contrari, il giorno dopo l’approvazione del Senato con 85 voti favorevoli e 5 contrari. La maggior parte della legislazione si concentra sulle riforme dal lato dell’offerta: semplificazione delle valutazioni ambientali, agevolazione della costruzione di case prefabbricate e subordinazione dei finanziamenti federali alla costruzione effettiva di un maggior numero di alloggi da parte delle amministrazioni locali. Ma, come abbiamo scritto qui su Understanding America , ciò che rende la legislazione degna di nota è che affronta entrambi i lati del problema dell’accessibilità economica – domanda e offerta – e afferma un principio che il dibattito sull’edilizia abitativa di solito ignora: non tutta la domanda è uguale. La versione approvata da entrambe le camere ha mantenuto la disposizione che vieta ai grandi investitori istituzionali – quelli che controllano 350 o più case unifamiliari – di acquistarne altre, la richiesta avanzata dal Presidente Trump al Congresso nel discorso sullo Stato dell’Unione di gennaio, quando disse che “le case sono per le persone, non per le aziende”. Dieci anni fa, tale disposizione sarebbe stata bocciata in commissione. Il potere di veto del libero mercato, che un tempo teneva a freno il gruppo repubblicano al Congresso, avrebbe sancito il divieto di acquisto di immobili per i capitali privati. Ora, quello stesso gruppo repubblicano ha comunicato a una categoria di investitori che un determinato tipo di case è off-limits per i loro investimenti.

Ma se il potere di veto del libero mercato è venuto meno, rimane quello presidenziale, e il presidente Trump potrebbe usarlo. Poche ore prima della cerimonia di firma, ha annullato la legge, affermando che non l’avrebbe firmata a meno che il Congresso non avesse approvato il SAVE America Act , una legge che, tra le altre riforme elettorali, impone l’identificazione degli elettori per poter votare alle elezioni federali. Nonostante il sostegno unanime dei Repubblicani al Congresso, la strada per l’approvazione è stretta, se non inesistente , a causa dell’opposizione dei Democratici e della riluttanza dei Repubblicani al Senato a bloccare l’ostruzionismo parlamentare. Il presidente Trump usa abitualmente tattiche aggressive per ottenere concessioni. Ma in questo caso non ha alcun potere contrattuale. Tenere in ostaggio la legge sull’edilizia abitativa in una battaglia che non può vincere significherebbe eliminare l’unica disposizione che aveva richiesto, in un pacchetto che risponde direttamente alle preoccupazioni sull’accessibilità economica degli alloggi, una delle principali preoccupazioni degli elettori. Il presidente Trump dovrebbe firmare la legge e accettare la vittoria.

In altre sedi del Congresso,I senatori Bernie Moreno (R-OH) ed Elizabeth Warren (D-MA) hanno pubblicato un editoriale sul New York Times , proponendo di eliminare il tetto massimo per l’imposta sui salari destinata alla previdenza sociale, ovvero la soglia di 184.500 dollari al di sopra della quale i salari non sono tassati. La modifica proposta, stimano, aggiungerebbe circa 3 trilioni di dollari al programma nel prossimo decennio e “prolungherebbe la solvibilità della previdenza sociale per un’altra generazione”. Moreno, un repubblicano populista, merita credito per aver affrontato il tema spinoso della riforma del welfare e aver spinto i conservatori oltre l’era di Paul Ryan, quando la “riforma del welfare” era un eufemismo per tagli alle prestazioni, verso un approccio che mette sul tavolo le entrate. Ma le entrate da sole non bastano. Qualsiasi riforma completa deve anche contenere i costi e ridurre la spesa soprattutto per le famiglie ad alto reddito, se il Paese vuole trovare un futuro fiscalmente sostenibile.

E per concludere la settimana, ecco alcune notizie sulla reindustrializzazione :

Gli Stati Uniti scommettono miliardi di dollari in prestiti a basso costo per rilanciare l’energia nucleare ( Wall Street Journal ): “L’amministrazione Trump è così desiderosa di assistere a una rinascita dell’energia nucleare che sta iniziando a finanziare miliardi di dollari per ordini di reattori… prestiti a basso interesse per un totale di 17,5 miliardi di dollari dal Dipartimento dell’Energia… I prestiti sono destinati ad accelerare la costruzione di 10 reattori negli Stati Uniti.”

Il Dipartimento della Difesa statunitense stanzia 1,2 miliardi di dollari in prestiti condizionati a Phoenix Tailings ed Energy Fuels ( Manufacturing Dive ): “I fondi, erogati tramite l’Ufficio per il Capitale Strategico del Dipartimento della Difesa, dovrebbero supportare l’espansione delle attività di lavorazione di minerali di terre rare negli Stati Uniti da parte delle due società”.

L’esercito concederà in affitto terreni nelle basi per la produzione di minerali critici ( Wall Street Journal ): “L’esercito statunitense sta affittando terreni nelle basi in tutto il paese a società che costruiranno e gestiranno impianti di lavorazione di minerali critici… Invece di pagamenti in contanti da parte delle società, l’esercito riceverà una percentuale della produzione di minerali lavorati, hanno affermato i funzionari. Complessivamente, si prevede che le società investiranno circa 2 miliardi di dollari nei progetti…”

Buon fine settimana!

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Heartland contro Rimland. Le linee di battaglia nella guerra per il prossimo ordine mondiale _ di Michael Beckley e Hal Brands

Heartland contro Rimland

Le linee di battaglia nella guerra per il prossimo ordine mondiale

Michael Beckley e Hal Brands

Luglio/agosto 2026Pubblicato il 23 giugno 2026

Ibrahim Rayintakath

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A prima vista, il panorama strategico odierno sembra familiare. Un blocco di potenze terrestri, raggruppate attorno al centro dell’Eurasia, sta sfidando un ordine liberale e marittimo guidato da una superpotenza offshore. Cina e Russia, rafforzate da Iran e Corea del Nord e circondate da autocrazie che vanno dalla Bielorussia al Myanmar, occupano ora il ruolo che un tempo ricoprivano la Francia napoleonica, la Germania imperiale e l’Unione Sovietica: imperi continentali che cercano di dominare l’Eurasia e di proiettare il proprio potere a livello globale. Gli Stati Uniti, come il Regno Unito prima di loro, rimangono l’unico attore in grado di fungere da punto di riferimento per un ampio arco di paesi costieri e marittimi che si estende attraverso il Nord America, l’Europa e l’Asia orientale e che circonda il supercontinente eurasiatico. Il ritmo della geopolitica si ripete: un asse autocratico, che emerge dal cuore del continente, cerca di rompere le barriere delle zone perimetrali che fungono da cuscinetto rispetto al resto del mondo.

Il “heartland” di oggi, tuttavia, non è una semplice replica dei suoi predecessori. Non si tratta di un unico impero che avanza attraverso l’Eurasia, bensì di una confederazione informale di revisionisti animati da un comune disgusto per gli ideali liberali e il potere americano. Questi paesi non possono più travolgere vaste regioni come fecero un tempo Napoleone e Hitler. Al contrario, dispongono di strumenti moderni — attacchi informatici e campagne di disinformazione digitale, armi a guida di precisione e missili con testate nucleari — che conferiscono loro il potere di indebolire le alleanze avversarie delle zone periferiche e persino di colpire gli stessi Stati Uniti. Cosa ancora più cruciale, queste autocrazie eurasiatiche sono interconnesse. Si espandono posando cavi e firmando contratti tanto quanto schierando colonne di carri armati; trasformano l’interdipendenza globale in un’arma per indebolire l’ordine del «rimland» dall’interno. La Cina è il fulcro di questo nuovo «heartland» e persegue il potere globale sulla terraferma attraverso la sua «Belt and Road Initiative»; in mare, con un potenziamento militare da record; e nel cloud digitale, tramite reti di telecomunicazioni, piattaforme di pagamento e sistemi di sorveglianza. Insieme, queste offensive mettono a repentaglio il dominio del «rimland», collegando il crescente impero virtuale della Cina a progetti terrestri di vecchio stampo.

Eppure questo nucleo centrale presenta una contraddizione intrinseca: è al tempo stesso feroce e debole. Il suo nucleo — Cina, Russia, Iran e Corea del Nord — è in grado di esercitare una potente influenza coercitiva, generando crisi acute attraverso attacchi informatici, politiche di rischio calcolato in ambito nucleare e manovre militari opportunistiche. Tuttavia, non dispone ancora della forza economica e tecnologica necessaria per prevalere in una rivalità generazionale contro una coalizione contrapposta guidata dagli Stati Uniti.

La coalizione del “rimland” non ha eguali in termini di potere, ma è pericolosamente frammentata nei suoi obiettivi. Gli Stati Uniti si trovano al vertice di un mosaico di reti di sicurezza regionali, club economici e tecnologici e gruppi di valori. Questo impero distribuito è aperto e adattabile, ma anche vulnerabile alla deriva e alla divisione. Gli avversari sono riusciti a sfruttare l’apertura dei mercati, delle istituzioni e delle tecnologie occidentali, e la globalizzazione ha indebolito il consenso interno che sosteneva la coesione del «rimland». Gli alleati protetti dalla potenza americana sono diventati soggetti dipendenti piuttosto che moltiplicatori di forza, e alcuni ora considerano l’unilateralismo statunitense una minaccia maggiore rispetto agli stessi aggressori del «heartland». Gli Stati Uniti sono diventati un protettore ambivalente, incline a impulsi protezionistici e talvolta predatori. Le tensioni relative alla guerra in Iran hanno rispecchiato questa frattura, poiché diversi alleati hanno negato il proprio sostegno o hanno apertamente preso le distanze dall’azione statunitense anziché schierarsi a suo favoreIl risultato è una “rimland” afflitta da discordie interne, mentre le autocrazie del “heartland” rimangono unite dal desiderio di rivedere lo status quo.

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La sfida per Washington è quella di ricostruire un ordine del “rimland” adeguato a un’epoca in cui il potere si esercita sia attraverso le reti che attraverso il territorio. Ciò significa non solo tenere gli eserciti ostili al di là dei propri confini, ma anche impedire alle autocrazie del “heartland” di dirottare la globalizzazione. Una moderna strategia per le zone periferiche deve fondere la rete informale delle coalizioni in un sistema che regoli l’interdipendenza, rafforzi le società libere e protegga dalla coercizione. Solo gli Stati Uniti possono guidare questo nuovo ordine, ma per farlo devono resistere ai propri riflessi introversi e illiberali. Altrimenti, il cuore del mondo riorganizzerà il mondo a proprio vantaggio.

IL CUORE DELLE TENEBRE

Per secoli, gli Stati autocratici hanno cercato di consolidare la più vasta massa continentale del mondo contro le coalizioni marittime che tentavano di mantenere il potere eurasiatico frammentato e contenuto. Il più recente di questi scontri, la Guerra Fredda, rappresentò la versione più pura di questo schema. L’Unione Sovietica era una gigantesca potenza terrestre con un impero che si estendeva dalla Germania al Pacifico. Gli eserciti sovietici e le attività di sovversione costituivano minacce costanti per le periferie eurasiatiche. Gli Stati Uniti risposero stringendo alleanze transoceaniche per mettere in sicurezza le dinamiche periferie dell’Eurasia, in particolare l’Europa occidentale, l’Asia orientale e, in seguito, il Medio Oriente. Ha isolato l’impero del cuore di Mosca dal punto di vista militare, politico e tecnologico e ha integrato i paesi amici in un’economia del mondo libero con rotte commerciali e linee di rifornimento garantite dalla potenza americana. Questa coalizione delle zone periferiche ha contenuto il cuore ostile fino al suo crollo. Ha creato una nuova architettura globale del potere dominata dalle democrazie, che ora è nuovamente minacciata.

Una nuova coalizione di autocrazie eurasiatiche è ora in lizza per il primato. Una Cina neoimperialista punta alla supremazia in tutta l’Asia e oltre. Una Russia vendicativa cerca di sovvertire l’ordine di sicurezza europeo e di rivendicare il proprio ruolo di superpotenza del cuore del continente. Un Iran indebolito ma ancora ambizioso si scontra violentemente con Washington e i suoi alleati in Medio Oriente. Una Corea del Nord provocatoria rafforza le proprie ambizioni nel Nord-Est asiatico grazie a capacità militari di vasta portata. Nel loro insieme, questi revisionisti occupano vaste aree del supercontinente eurasiatico. Sono tutti animati da un’intensa ostilità nei confronti del potere e delle aspirazioni democratiche del mondo periferico. Man mano che intensificano la loro cooperazione, fanno rivivere l’incubo di un asse eurasiatico che cospira contro i propri nemici.

Il cuore dell’Eurasia è al tempo stesso impetuoso e fragile.

Queste autocrazie stanno rafforzando i propri legami economici, finanziari e tecnologici. I microchip e le macchine utensili cinesi sono ormai alla base dell’economia russa, mentre i capitali e la tecnologia cinesi stanno aiutando la Russia a sviluppare l’Artico. Le aziende russe raccolgono fondi a Hong Kong e il petrolio russo affluisce a Pechino. I regimi di Mosca e Teheran hanno collaborato per ampliare il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, che collega la Russia all’Asia attraverso il Mar Caspio e l’Iran.

Questa alleanza di poteri autocratici si estende anche al settore militare. I droni iraniani, i missili e le truppe nordcoreane, nonché i beni cinesi a duplice uso (utilizzabili sia per scopi militari che civili) hanno sostenuto la guerra in Ucraina del presidente russo Vladimir Putin. La Russia vende strumenti militari avanzati, tra cui sistemi di difesa aerea e missilistica di alto livello e tecnologie letali per neutralizzare i sottomarini, che amplificano i pericoli rappresentati da Pechino, Teheran e Pyongyang. La loro produzione coordinata di droni, missili, elicotteri e altre capacità sta creando un blocco militare-industriale sempre più integrato, determinato a distruggere l’ordine delle regioni periferiche. Teheran ha utilizzato un satellite spia di fabbricazione cinese e stazioni satellitari con sede a Pechino per sorvegliare e colpire le basi statunitensi in Medio Oriente durante la sua guerra con Washington. Le reti cinesi hanno fornito all’Iran precursori per il carburante missilistico, mentre i dati di puntamento russi hanno facilitato gli attacchi iraniani.

Il geografo politico Halford Mackinder avvertì, all’inizio del XX secolo, che gli aggressori provenienti dal “heartland” avrebbero sfruttato il dominio sull’Eurasia per lanciare offensive globali. Nel pieno dei feroci combattimenti della Seconda guerra mondiale, il politologo Nicholas Spykman sosteneva che gli Stati Uniti dovessero mantenere l’equilibrio globale garantendo la sicurezza delle vitali zone costiere e fluviali dell’Eurasia. Entrambi i pensatori riconoscerebbero i contorni dei conflitti odierni. Tuttavia, la sfida attuale è più complessa e insidiosa di quelle che l’hanno preceduta.

COMMISSIONI DI TRANSAZIONE

L’asse eurasiatico non è un impero unitario del tipo che i sovietici aspiravano a governare, né è un’alleanza a tutti gli effetti. Si tratta di un consorzio di regimi sottoposti a sanzioni, legati soprattutto da un risentimento condiviso. Lo Stato-partito leninista di Pechino, il regime neofascista di Mosca, il racket familiare di Pyongyang e la teocrazia militante di Teheran hanno ben poco in comune dal punto di vista ideologico, al di là di un odio comune nei confronti dei loro rivali delle regioni periferiche. Non stanno perseguendo un’unica rivoluzione globale collettiva, bensì progetti imperiali distinti e, in ultima analisi, divergenti, radicati nella storia e nelle tradizioni di ciascun Paese. Oggi, Cina e Russia sono partner strategici che, secondo le parole del leader cinese Xi Jinping, combattono «spalla a spalla» contro il mondo liberale guidato dagli Stati Uniti. Ma potrebbero presto scoprire che non possono entrambi dominare l’Artico, l’Asia centrale e altri luoghi in cui le loro visioni di grandezza si scontrano.

Ciò limita la solidarietà tra i paesi del cuore. Le reazioni di Cina e Russia alla guerra in Iran hanno mostrato chiaramente questo schema: erano disposte ad aiutare Teheran con informazioni di intelligence e assistenza militare-tecnologica, ma non erano disposte a rischiare uno scontro più ampio intervenendo direttamente in difesa dell’Iran. Allo stesso modo, quando i commando statunitensi hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio, Pechino e Mosca hanno inviato poco più che speranze e preghiere. Si tratta di partner transazionali, non di alleati impegnati in una difesa comune.

Tuttavia, questa dinamica riduce al minimo anche il rischio di un crollo ideologico. Anziché litigare su questioni di ortodossia ed eresia, le potenze revisioniste possono concentrarsi sul transazionalismo strategico — commercio, protezione dalle sanzioni, cooperazione militare-tecnologica — che le rafforza contro i nemici comuni. L’effettiva assenza di ideologia da parte delle potenze del cuore del mondo le aiuta a evitare l’isolamento, consentendo loro di stringere partnership flessibili con autocrazie antiamericane come quelle di Bielorussia, Cambogia, Cuba e Myanmar; con Stati indecisi e ambivalenti quali India e Arabia Saudita; e con paesi in via di sviluppo insoddisfatti di un mondo dominato dall’Occidente.

Nessuno dei revisionisti odierni può semplicemente distruggere l’Eurasia, come fecero i loro predecessori. La Russia ha proceduto a un ritmo inferiore a quello di una lumaca nel sottomettere l’Ucraina orientale. La Cina avrebbe difficoltà a superare gli ostacoli alla conquista di Taiwan, fintanto che quell’isola godrà della protezione di Washington. Tuttavia, questa debolezza fa anche apparire Pechino meno minacciosa dal punto di vista esistenziale per i paesi al di fuori della sua portata immediata, complicando gli sforzi di contenimento degli Stati Uniti. E gli autocrati eurasiatici di oggi vantano risorse di cui i loro predecessori erano sprovvisti, ovvero la capacità di minare le alleanze che legano gli Stati del «rimland» a Washington e persino di colpire la stessa superpotenza d’oltreoceano.

Putin, Xi e il leader nordcoreano Kim Jong Un durante una parata militare, Pechino, settembre 2025Alexander Kazakov / Sputnik / Reuters

Gli attacchi informatici cinesi e russi minacciano le infrastrutture critiche degli Stati Uniti e potrebbero paralizzare il Paese in caso di crisi. Nel 2021, un gruppo cinese di spionaggio informatico denominato “Volt Typhoon” ha compromesso infrastrutture critiche americane, tra cui i servizi idrici e le reti energetiche. Nello stesso anno, alcuni hacker russi hanno interrotto il flusso di carburante nella Colonial Pipeline nella parte orientale degli Stati Uniti, provocando una carenza di benzina. Le capacità antisatellitari di Pechino e Mosca mettono a repentaglio le infrastrutture di comunicazione militare che consentono al Pentagono di proiettare la propria potenza a livello globale. Vasti arsenali di missili e altre munizioni a guida di precisione conferiscono a Cina, Russia, Iran e Corea del Nord il potere di scatenare la devastazione sui partner degli Stati Uniti — e di infliggere perdite alle forze statunitensi che potrebbero accorrere in loro soccorso. A marzo, un drone iraniano e una raffica di missili hanno danneggiato velivoli statunitensi in una base aerea in Arabia Saudita. Teheran ha colpito strutture diplomatiche e militari statunitensi dalla Giordania al Bahrein, sottolineando come anche uno Stato revisionista debole possa minacciare le basi degli Stati Uniti sparse in tutto il mondo. Questa è solo un’anteprima di ciò che potrebbe attendere Washington nel Pacifico occidentale: Pechino vanta ora la più grande forza missilistica terrestre del mondo.

L’aumento degli arsenali nucleari — accompagnato, nel caso della Cina, da sistemi di lancio quali i veicoli plananti ipersonici in grado di eludere le difese — può aumentare ulteriormente il costo di un intervento statunitense, minacciando attacchi coercitivi contro le basi americane o il territorio nazionale. Entro la metà degli anni ’30, Washington dovrà affrontare potenze nucleari di pari livello con obiettivi revisionisti alle due estremità del supercontinente. Sebbene i nemici degli Stati Uniti non possano condurre una nuova «blitzkrieg» eurasiatica, dispongono degli strumenti per frammentare le coalizioni rivali e facilitare aggressioni locali — ad esempio intorno a Taiwan o al Mar Baltico — che alterino l’equilibrio militare nelle regioni perimetrali.

A ciò si aggiungono gli strumenti economici di coercizione nel cuore del sistema. La Cina può soffocare i propri rivali interrompendo le forniture di terre rare — ne estrae circa il 60 per cento dell’offerta mondiale e ne lavora oltre l’80 per cento — così come quelle di batterie per veicoli elettrici o di precursori chimici farmaceutici. Ha inoltre compiuto uno sforzo generazionale per inserirsi nelle arterie della globalizzazione — reti di telecomunicazioni, cavi sottomarini, società commerciali e di navigazione — come fonte di forza strategica.

Allo stesso modo, la Russia ha sfruttato i flussi energetici e la corruzione transnazionale per dividere e indebolire l’Europa. Si avvale di tecnologie avanzate, flussi finanziari transfrontalieri opachi, nonché dei media liberi e dei sistemi politici accessibili delle società aperte per sovvertire le democrazie. Pechino e Mosca hanno talvolta collaborato o agito in parallelo a sostegno di questa agenda divisiva: la combinazione del denaro cinese e dell’ingerenza russa ha di fatto creato divisioni all’interno della “rimland” europea, rafforzando attori illiberali e fomentando il nazionalismo etnico nei Balcani.

Questi poteri trasformano la connettività del XXI secolo in un’arma nella lotta senza fine per l’influenza. E nessuno Stato revisionista coniuga le ambizioni storiche con i metodi moderni quanto la Cina.

LA TRIADE DEL XXI SECOLO

Nel 1904, Mackinder avvertì che una Cina stabile e governata con pietà avrebbe potuto un giorno mettere a repentaglio “la libertà del mondo”, poiché univa l’accesso alla fascia costiera a un vasto entroterra eurasiatico. Nel 1942, Spykman predisse che una “Cina moderna, rivitalizzata e militarizzata” avrebbe potuto dominare il Pacifico occidentale e diventare una “potenza continentale di enormi dimensioni”. Le grandi menti della geopolitica temono da tempo i giganti eurasiatici in grado di espandersi in due direzioni. Non immaginavano che Pechino avrebbe puntato alla grandezza in tre.

L’Iniziativa “Belt and Road” di Xi fa rivivere la vecchia logica del consolidamento eurasiatico, legando il supercontinente attraverso infrastrutture, dipendenza e debito. Complessivamente, gli stanziamenti per la BRI superano probabilmente i 1.000 miliardi di dollari, per lo più sotto forma di prestiti che conferiscono a Pechino un potere di leva in quanto principale creditore mondiale. Ne conseguono influenza politica e legami di sicurezza: la catena di porti in cui Pechino ha investito, che si estende dalla Thailandia alla Grecia, potrebbe un giorno diventare la spina dorsale di una rete globale di basi militari. Garantirsi l’accesso al territorio e alle risorse eurasiatiche, che si tratti del petrolio mediorientale o del nichel del Sud-Est asiatico, trasformerebbe il supercontinente in una roccaforte cinese — e in una piattaforma per l’espansione o la coercizione su scala globale.

La Cina intende inoltre sfondare la barriera marittima del “rimland”. Da decenni Pechino sta costruendo una marina “antinave” — un arsenale di missili antinave, sistemi di difesa aerea e sottomarini silenziosi destinati a tenere le navi statunitensi fuori dal Pacifico occidentale. Negli ultimi anni, Xi ha posto sempre più l’accento sulle forze di proiezione di potenza — come una marina di ampio raggio dotata di più portaerei — in grado di estendere l’influenza cinese nel Pacifico aperto. La portata di questa offensiva oceanica è sbalorditiva: la marina cinese è oggi la più grande al mondo per numero di navi, e la sua guardia costiera fa impallidire le flotte asiatiche rivali. La sua dottrina della fusione tra settore militare e civile le consente di attingere a un’industria cantieristica che produce più del resto del mondo messo insieme.

La terza offensiva della Cina si svolge nel cloud. Nel XXI secolo, l’influenza deriva tanto dal controllo delle reti digitali quanto dal controllo di aree geografiche strategiche, e i progressi della “Via della Seta Digitale” di Pechino sono già ben avanzati. Le apparecchiature di sorveglianza cinesi sono utilizzate in ogni continente. Le aziende cinesi Alipay e WeChat Pay sono leader nel settore dei pagamenti digitali, fornendo servizi a commercianti in decine di paesi e valute. Le sanzioni statunitensi non hanno impedito a giganti cinesi come Huawei di avanzare rapidamente nella corsa alle telecomunicazioni 5G e 6G. I modelli di intelligenza artificiale cinesi, tra cui DeepSeek e Qwen, godono di ampio successo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. A sostenere questa campagna ci sono gli sforzi della Cina per controllare i materiali, dai semiconduttori alle terre rare, che rendono possibili il funzionamento di tali tecnologie e reti.

CIRCONDARIO DI FUOCO

La coalizione “rimland” di Washington ha guidato il mondo per decenni. Oggi viene messa alla prova in ogni ambito. Il compito più urgente per gli Stati Uniti è di una semplicità brutale: rafforzare le barriere militari per impedire penetrazioni nel cuore del territorio che potrebbero destabilizzare lo status quo e consentire conquiste più ampie in futuro. Per scoraggiare l’aggressione cinese contro Taiwan è necessaria una maggiore presenza in prima linea delle forze da combattimento statunitensi e alleate: sistemi di fuoco a lungo raggio, sottomarini e navi di superficie, velivoli di quinta generazione, difese aeree e missilistiche integrate, schiere di droni aerei e marittimi, nonché basi e scorte di armi distribuite lungo la cosiddetta «prima catena di isole», l’arco insulare che attraversa il Giappone, Taiwan e le Filippine. In Europa, scoraggiare la Russia significa trasformare il fianco orientale della NATO in un bersaglio difficile da colpire, con forze pesanti permanenti o persistenti, reti di attacco in profondità e di difesa aerea, capacità di contrasto ai droni e infrastrutture critiche resilienti dai Paesi Baltici alla Polonia e alla Romania. Una deterrenza efficace richiede anche un flusso costante di armi per l’Ucraina.

Per ora, questo compito ricade in modo preponderante sugli Stati Uniti e su alcuni paesi in prima linea. Solo Washington dispone dell’intera gamma di strumenti che rendono fattibile una difesa di coalizione di alto livello. Sebbene gli alleati più attivi e vulnerabili degli Stati Uniti si stiano rapidamente riarmando — in particolare gli Stati baltici, la Finlandia, la Germania, il Giappone, la Polonia e Taiwan — le zone periferiche hanno trascorso tre decenni a smilitarizzarsi e a investire in modo insufficiente persino nelle capacità di base. Il peso maggiore dovrà essere sostenuto dalle forze statunitensi e da una sottile linea avanzata di eserciti locali, mentre il resto della zona perimetrale offrirà sanzioni, finanziamenti e supporto dalle retrovie.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ragione quando afferma che gli alleati dovrebbero aumentare la spesa per la difesa e contribuire maggiormente alla base industriale comune. Ma sbaglia ad abbinare questa pressione al suo persistente desiderio di disimpegno americano. Se gli Stati Uniti abbandonassero l’Eurasia, gli Stati del “rimland” rimasti non sarebbero in grado di contenere né Pechino né tantomeno Mosca. Washington deve dimostrare, attraverso un aumento della spesa per la difesa e dispiegamenti in prima linea, che starà al fianco di chi è disposto a difendersi da solo.

Ma rafforzare le capacità militari locali è solo la prima mossa in una lunga sfida. Le guerre recenti hanno dimostrato con quanta rapidità si esauriscano le scorte di proiettili, missili, sistemi di difesa aerea e materiale di base — non in mesi, ma in settimane o giorni — e quanto diventi determinante la produzione industriale una volta che iniziano gli scontri. Un deterrente in prima linea potrebbe smorzare i primi colpi di un conflitto in Europa o nel Pacifico occidentale, ma da solo non potrebbe sostenere una lotta pluriennale in cui la capacità produttiva, la profondità tecnologica e la resilienza finanziaria determinano quale parte cederà per prima. È qui che entra in gioco la più ampia coalizione delle regioni perimetrali, perché nemmeno Washington può sostenere a tempo indeterminato più teatri di guerra importanti e al contempo rifornire le proprie forze. Il compito, quindi, è quello di trasformare un insieme dispersivo di Stati ricchi e preoccupati in un’economia funzionante sia in tempo di guerra che in tempo di pace — un blocco che scoraggi l’aggressione nel breve termine e che, nel lungo periodo, superi il «heartland» in termini di produzione, innovazione e durata.

L’UNIONE FA LA FORZA

Nonostante il disfattismo occidentale, la “periferia” supera di gran lunga il “cuore” in tutti gli indicatori significativi della capacità economica. Il Nord America, l’eurozona e le principali democrazie dell’Indo-Pacifico – Australia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan – producono circa la metà del PIL globale ai tassi di cambio di mercato. Il “heartland” massimalista, al contrario – Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, oltre a una manciata di Stati allineati quali Bielorussia, Cambogia, Cuba, Laos, Myanmar, Pakistan e le repubbliche dell’Asia centrale – raggiunge solo circa il 20 per cento del PIL globale. Probabilmente anche questa cifra è gonfiata: ricerche satellitari che misurano l’illuminazione notturna, un indicatore dell’attività economica, suggeriscono che la Cina, la Russia e altri Stati autoritari abbiano sovrastimato i propri tassi di crescita di circa il 35 per cento nei primi due decenni di questo secolo.

Il “rimland” controlla inoltre i motori principali della creazione di ricchezza globale. Il Nord America, l’eurozona e le principali democrazie dell’Indo-Pacifico formano un mercato di consumo grande circa tre volte e mezzo rispetto a quello dell’“heartland”; il solo mercato statunitense è quasi il doppio di quello cinese e russo messi insieme. Questo squilibrio determina i flussi commerciali globali: oltre la metà del commercio mondiale avviene all’interno del «rimland» e circa due terzi delle esportazioni dell’«heartland» dipendono dalla domanda del «rimland», come ha dimostrato l’economista Neil Shearing. Al contrario, solo circa un sesto delle esportazioni del «rimland» dipende dai mercati dell’«heartland».

I membri del blocco allineato agli Stati Uniti emettono le valute di riserva mondiali, gestiscono le principali reti di pagamento e transazione e forniscono quasi tutti gli asset liquidi e investment-grade. Circa l’85 per cento degli investimenti diretti esteri globali, l’85 per cento degli investimenti di portafoglio e l’87 per cento delle riserve valutarie si trovano all’interno del blocco. Queste basi garantiscono al “rimland” sia costi di finanziamento più bassi in tempi normali sia una formidabile leva coercitiva in caso di crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il G-7 ha congelato 300 miliardi di dollari di riserve russe ed espulso le banche russe dalla rete di comunicazioni finanziarie nota come SWIFT, costringendo Mosca alla dipendenza finanziaria dalla Cina. Durante la guerra con l’Iran, Washington ha sanzionato le reti di approvvigionamento di armi di Teheran e la sua flotta ombra di petroliere, avvertendo che le banche che gestivano fondi iraniani illeciti avrebbero potuto essere escluse dal sistema finanziario statunitense. La Cina opera all’interno di questo stesso sistema; circa il 75 per cento dei suoi prestiti all’estero è denominato in dollari, e la maggior parte delle sue riserve non in dollari è detenuta in Europa.

Il vantaggio della Cina nel settore dei minerali critici è meno solido di quanto sembri.

Le risorse rappresentano un altro punto di forza delle regioni di confine. Gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore mondiale di petrolio e gas, estraendo circa il doppio del petrolio rispetto all’Arabia Saudita o alla Russia e circa il 75 per cento in più di gas naturale rispetto alla Russia, il secondo produttore al mondo. Tale abbondanza ha ridotto drasticamente l’esposizione degli Stati Uniti a punti di strozzatura lontani: solo circa il 7 per cento del petrolio greggio importato dagli Stati Uniti transita attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre circa la metà delle importazioni di petrolio greggio della Cina lo fa. Nel frattempo, il Nord America è passato dall’essere un fornitore marginale di gas naturale liquefatto nel 2016 a diventare la principale regione esportatrice al mondo nel 2025. Questo cambiamento ha reso la “rimland” più autosufficiente. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, Mosca forniva il 45 per cento delle importazioni di gas dell’UE; nel 2025, tale quota era scesa al 12 per cento. Il tentativo della Russia di usare petrolio e gas come arma non ha lasciato l’Europa indifesa, ma ha invece spinto il continente ad affidarsi ancora di più a un sistema energetico incentrato sugli Stati Uniti. La guerra in Iran ha accelerato questa tendenza. Circa due mesi dopo l’inizio del conflitto, le esportazioni statunitensi di petrolio greggio hanno raggiunto il record di 6,4 milioni di barili al giorno, secondo l’U.S. Energy Information Administration. All’inizio di aprile, oltre 65 superpetroliere vuote — quasi il triplo rispetto alla settimana precedente l’inizio della guerra — si dirigevano verso i porti statunitensi per caricare greggio. Si prevedeva inoltre che le raffinerie statunitensi fornissero oltre un terzo del carburante per aerei dell’Europa nel mese di aprile, circa il doppio rispetto al livello di gennaio.

Anche il cuore del Paese dispone di risorse naturali, ma la periferia ha una maggiore capacità di trasformare tali risorse in potere. La Russia possiede vasti giacimenti di petrolio, gas e minerali, ma molti di essi dipendono da oleodotti obsoleti risalenti all’era sovietica, da reti ferroviarie sovraccariche e da porti e rotte marittime vulnerabili agli attacchi. Ad aprile, gli attacchi ucraini ai principali hub di esportazione hanno costretto la Russia a ridurre i flussi di petrolio, mettendo a nudo la fragile infrastruttura che sta alla base del suo potere basato sulle risorse. Il vantaggio della Cina nei minerali critici è più formidabile ma meno sicuro di quanto sembri. La sua morsa sta ora subendo attacchi lungo tutta la catena di approvvigionamento, poiché gli sforzi di diversificazione degli Stati Uniti e dei paesi alleati sono passati dall’aspirazione alla mobilitazione sostenuta dallo Stato. Tokyo ha aperto la strada a questo modello nel 2010, dopo che le tensioni con la Cina sulle contese Isole Senkaku (note in Cina come Isole Diaoyu) avevano portato la Cina a imporre un embargo su tutte le esportazioni di elementi delle terre rare verso il Giappone. Da allora, Tokyo ha sfruttato i finanziamenti pubblici per collegare l’estrazione mineraria australiana e la raffinazione malese all’industria giapponese a valle dei magneti, riducendo la propria dipendenza dalle importazioni cinesi di terre rare da circa il 90 per cento nel 2010 a circa il 60 per cento oggi. Washington sta ora ampliando tale approccio, ricorrendo a partecipazioni azionarie, prezzi minimi e nuovi meccanismi di finanziamento per stimolare la produzione di terre rare, oltre a creare una Riserva strategica statunitense di minerali critici di proprietà statale. Le aziende di tutta la «rimland», tra cui MP Materials negli Stati Uniti, Lynas in Australia e Serra Verde in Brasile, stanno costruendo una catena che va dalla miniera al magnete. La Cina può ancora causare problemi, ma le sue minacce di interrompere l’accesso non fanno altro che accelerare il consolidamento delle catene di approvvigionamento della «rimland».

L’asimmetria più marcata risiede nell’industria avanzata. Secondo i calcoli di Stephen Brooks e Ben Vagle, gli Stati Uniti e i loro alleati si aggiudicano quasi l’85 per cento degli utili aziendali globali nei settori high-tech — l’indicatore più chiaro di dove si crea il vero valore. La quota della Cina si aggira intorno al sei per cento; Russia, Iran e Corea del Nord non contribuiscono praticamente in alcun modo. Nel 2022, le aziende americane erano in testa in 20 dei 27 settori elencati nella classifica Forbes Global 2000, che stila l’elenco delle più grandi società quotate al mondo, e gli Stati Uniti non sono mai scesi al di sotto del terzo posto in nessun settore. La Cina era in testa solo in tre: settore bancario, edilizia ed estrazione di materie prime. Nei settori più rilevanti per il potere moderno, il predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati è schiacciante; come dimostrano Brooks e Vagle, nel 2022 gli Stati Uniti e i loro partner hanno conquistato il 99% dei profitti nel settore aerospaziale, il 96% in quello dei semiconduttori, il 90% nell’hardware tecnologico, l’85% nel software e oltre il 75% nei settori delle biotecnologie, delle telecomunicazioni, dei prodotti chimici e dei beni strumentali. La quota cinese dei profitti in ciascuna di queste categorie variava dall’1% al 7%.

La portata industriale della Cina è reale: il Paese produce circa un terzo dei beni a livello mondiale ed è leader nella produzione di veicoli elettrici, batterie, pannelli solari, droni, navi, prodotti farmaceutici e terre rare. Tuttavia, questa portata non ha portato all’autosufficienza. La produzione interna cinese di chip copre meno di un quinto della domanda, e i controlli sulle esportazioni statunitensi hanno drasticamente ridotto l’accesso della Cina alla potenza di calcolo di fascia alta. Persino i migliori modelli di intelligenza artificiale cinesi si basano su architetture open source progettate in Occidente o su cluster improvvisati di chip di fascia bassa. Il quadro di fondo rimane immutato: la Cina è un gigante manifatturiero di medio livello tecnologico che opera all’interno di un ecosistema tecnologico di frontiera.

SULLA RIVA DEL MARE

La “periferia” non solo è più vasta e avanzata rispetto al “cuore”; è anche sufficientemente diversificata da funzionare come un’economia globale a sé stante. Il “cuore”, al contrario, rimane una coalizione più ristretta, costruita attorno a settori industriali concentrati e Stati fragili. Cina e Russia hanno cercato di compensare questa situazione coltivando partner al di fuori di entrambi i blocchi, soprattutto attraverso prestiti e investimenti. Ma molti dei grandi mutuatari di Pechino sono esportatori di materie prime fortemente indebitati con rating di credito B-, e i suoi prestiti all’estero hanno generato trasferimenti netti negativi dal 2019, a causa dell’aumento delle insolvenze dei mutuatari. Queste asimmetrie contano sia in tempo di pace che in tempo di guerra. In tempi normali, le aziende del «rimland» definiscono gli standard, controllano la proprietà intellettuale critica e conquistano i segmenti ad alto margine delle catene del valore globali. In caso di conflitto, quelle stesse reti diventano punti nevralgici che il «rimland» può mettere sotto pressione; chip di fascia alta, strumenti di precisione e altri fattori produttivi insostituibili non possono essere accumulati a tempo indeterminato né resi rapidamente autonomi a livello nazionale. L’odierno «heartland» è più dinamico e interconnesso rispetto agli avversari del passato, ma manca ancora della profondità economica e della portata tecnologica della coalizione schierata contro di esso.

Eppure la grande forza del “rimland” — la sua diversità — è anche una debolezza. Una coalizione che assomiglia a un’economia globale in miniatura riunisce Stati le cui politiche sono motivate da vulnerabilità e tolleranze al rischio molto diverse. La Cina incute timore all’India attraverso l’aggressività nell’Himalaya, al Giappone e al Sud-Est asiatico attraverso l’espansione marittima, e all’Australia attraverso la coercizione economica. I missili russi e le crisi energetiche preoccupano i paesi europei. Il «heartland», d’altra parte, ha un obiettivo semplice e unificante: indebolire l’ordine del «rimland» che lo limita.

Le potenze del “rimland” fanno inoltre affidamento su un gruppo di Stati cerniera che sono strategicamente indispensabili ma strutturalmente non allineati. L’India coltiva strette partnership sia con Washington che con Mosca. L’Arabia Saudita ha rafforzato i propri legami in materia di difesa con gli Stati Uniti, pur mantenendo Huawei integrata nella propria infrastruttura digitale. Questi paesi dispongono delle risorse, dei punti di forza tecnologici o di altre risorse in grado di rafforzare il dominio del “rimland”, ma rimangono solo quasi-alleati il cui impegno è, nella migliore delle ipotesi, condizionato.

All’interno del nucleo occidentale della “rimland”, la politica democratica amplifica i problemi di coordinamento. Gli esportatori, le industrie dipendenti dalle importazioni e i cittadini comuni, abituati a energia e beni a basso costo, rendono difficile per i politici adottare una linea più dura nei confronti della Cina e della Russia. L’Europa presenta un settore tecnologico debole e una produttività in ritardo, e le sue industrie sono esposte sia alla sovraccapacità cinese che al protezionismo statunitense. Tali limiti strutturali spingono gli alleati democratici verso una politica di copertura e di rinvio. Gli Stati Uniti, nel frattempo, sono indispensabili ma inaffidabili. La polarizzazione interna e i cicli di populismo alimentano impulsi di politica estera unilateralista; il peso economico incoraggia la convinzione che il Paese possa prosperare senza un’attenta gestione delle alleanze o forse persino ricattare tali alleati per ottenere vantaggi di corto respiro. Durante la Guerra Fredda, un’Unione Sovietica dotata di armi nucleari e ideologicamente espansionista imponeva disciplina al sistema del «rimland». L’odierno «heartland» non lo fa: la Russia è brutale ma limitata, e la Cina avanza attraverso la coercizione economica e la pressione graduale nella «zona grigia» — vessazioni marittime, intimidazioni militari, operazioni informatiche e altre azioni coercitive volte a modificare la situazione sul campo senza scatenare una guerra. In assenza di un pericolo esistenziale unico, il «rimland» non prova quel timore che un tempo costringeva le democrazie a subordinare gli interessi particolari a una strategia condivisa. È materialmente dominante ma politicamente debole.

IL LAVORO DI SQUADRA REALIZZA I SOGNI

L’obiettivo non è quello di ampliare la zona perimetrale, ma di renderla coerente. Ciò significa passare da un coordinamento ad hoc a una collaborazione più strutturata: produzione condivisa nei settori chiave, reti tecnologiche interoperabili e industrie della difesa che si rafforzino a vicenda anziché operare in modo isolato.

Il principio organizzativo è semplice: ridondanza senza autarchia. Il “rimland” non ha bisogno di produrre tutto ovunque; deve garantire che ogni capacità industriale e tecnologica essenziale esista da qualche parte all’interno della coalizione. Anziché costruire un’unica gigantesca catena di approvvigionamento, il blocco dovrebbe distribuire le funzioni critiche tra le economie nordamericane, europee e indo-pacifiche. I partner seguirebbero regole comuni per la valutazione degli investimenti, i controlli sulle esportazioni e il contrasto alla sovraccapacità cinese, in modo che il capitale privato possa fluire naturalmente verso i centri alleati piuttosto che verso i punti di strozzatura cinesi o russi.

La stessa logica vale per la tecnologia. Il vantaggio storico del “rimland” risiede nell’innovazione decentralizzata: numerosi centri di competenza indipendenti competono, sperimentano e diffondono le scoperte rivoluzionarie più rapidamente di qualsiasi rivale guidato dallo Stato. Una strategia coerente amplificherebbe tale vantaggio, collegando gli ecosistemi di ricerca e sviluppo, coordinando le restrizioni sulle tecnologie a duplice uso e garantendo che i progressi sensibili nell’intelligenza artificiale, nella tecnologia quantistica e nelle biotecnologie circolino all’interno della coalizione senza trapelare alle forze armate dell’“heartland”.

Soldati italiani durante un’esercitazione militare congiunta tra Bulgaria, Italia, Romania, Turchia e Stati Uniti, a Koren, in Bulgaria, giugno 2026Stoyan Nenov / Reuters

Questo sistema necessita inoltre di una base industriale della difesa coesa. Oggi le forze armate alleate si addestrano insieme, ma le loro fabbriche operano spesso come se appartenessero a mondi diversi. Una «rimland» più forte intreccierebbe tali basi in un’economia della difesa interconnessa, che promuova la produzione congiunta di munizioni e piattaforme e rafforzi i cavi sottomarini su cui poggiano la finanza globale e il comando militare. L’obiettivo è una base di difesa imponente e distribuita: diversi Stati specializzati nei settori in cui sono più forti, ma con prodotti interoperabili che rafforzino la forza collettiva.

Ciò consentirebbe di ottenere una maggiore capacità di resistenza militare. Un sistema industriale della difesa distribuito — esteso in Nord America, Europa e nell’Indo-Pacifico — creerebbe una capacità di risposta che nessun singolo avversario potrebbe neutralizzare. Consentirebbe inoltre agli alleati di distribuire la pressione: quando le scorte di una regione si esaurissero o le sue fabbriche fossero colpite da attacchi informatici, le altre potrebbero compensare. In questo modo, i vantaggi economici e tecnologici della «rimland» potrebbero trasformare una coalizione tatticamente esposta in una dotata di resistenza strategica.

Questa integrazione economica e militare deve essere accompagnata da strumenti di coercizione. Se la Cina o la Russia prendessero di mira uno Stato membro con restrizioni commerciali, i partner disponibili potrebbero varare dazi sincronizzati, controlli sulle esportazioni e sostegno finanziario d’emergenza. Un comitato di coordinamento permanente potrebbe calibrare le sanzioni, far rispettare le norme di sicurezza tecnologica e compensare gli Stati colpiti da ritorsioni. Anziché improvvisare le risposte, il blocco farebbe affidamento su strumenti collaudati e su percorsi di escalation prevedibili che aumentino i costi di un’aggressione al cuore del blocco.

È altrettanto fondamentale chiudere le “backdoor” della Cina. La coalizione guidata dagli Stati Uniti controlla i macchinari dell’industria moderna, ma solo coordinando le norme di origine e la tracciabilità dei componenti potrà impedire a Pechino di far transitare input critici attraverso l’India, il Messico o il Vietnam. Controlli armonizzati sulle esportazioni e standard di geolocalizzazione integrati impedirebbero ai macchinari a duplice uso di finire nelle mani delle forze armate dei paesi del cuore. Un sistema a più livelli, con pieno accesso per gli Stati conformi, accesso parziale per quelli indecisi e sospensione per i trasgressori, garantirebbe un ordine flessibile ma disciplinato.

NON COMPLICARE LE COSE

Nulla di tutto ciò richiede un’alleanza formale. I trattati sono macchinosi e l’unanimità crea soggetti in grado di esercitare il veto. Ciò di cui la “rimland” ha bisogno sono regole allineate e un’applicazione coordinata, non una sovranità condivisa. Gruppi di Stati disposti a collaborare possono procedere su questioni quali chip, cavi sottomarini, attacchi a lungo raggio o sanzioni anche quando altri esitano. Il sistema si espande per accrescimento, non attraverso grandi accordi.

Né il “rimland” dovrebbe idealizzare la conquista del cosiddetto Sud del mondo. Durante la Guerra Fredda, la maggior parte degli Stati postcoloniali scelse la via del non allineamento, eppure la coalizione occidentale prevalse comunque. Questa realtà di fondo rimane immutata. La sola economia statunitense è circa il 30 per cento più grande delle economie di Africa, America Latina, Medio Oriente, Asia meridionale e Sud-Est asiatico messe insieme. I paesi di quelle regioni sono divisi sia politicamente che economicamente. Molti sono attratti dai prestiti e dalle infrastrutture offerti dalla Cina, ma si sentono minacciati dalla sua sovraccapacità industriale e dal dumping. Le regioni in via di sviluppo rimarranno probabilmente un’arena di alleanze mutevoli, valutate caso per caso, e non una coalizione affidabile né per Washington né per Pechino.

Il “rimland” non dovrebbe idealizzare la conquista del Sud del mondo.

Per i paesi del “rimland”, l’implicazione è semplice. Devono interagire con i paesi di queste regioni in modo opportunistico, non ideologico. Ciò di cui la coalizione ha bisogno da questi paesi è specifico e limitato: accesso sicuro ai minerali critici, approvvigionamenti energetici diversificati e bacini di manodopera complementari. I partenariati con loro rimarranno transazionali e fluidi. L’obiettivo non è quello di convertirli in alleati, ma di offrire alternative economiche credibili quando gli interessi coincidono e di garantire che la Cina non possa dominare i loro mercati o accaparrarsi le risorse a basso costo.

Tutto ciò richiederà una leadership statunitense costante, proprio quella che oggi è messa in discussione. Gli Stati Uniti hanno i propri impulsi «continentalisti». In quanto paese più forte e autosufficiente del mondo, potrebbero essere tentati di ritirarsi nella propria regione, utilizzando il dominio emisferico come rifugio in un mondo in disordine. Oppure potrebbero cercare un vantaggio unilaterale esercitando pressioni sui propri alleati, anziché adoperarsi per generare una maggiore forza multilaterale. Entrambe queste tendenze si rivelerebbero fatali per la coesione delle regioni periferiche.

Solo gli Stati Uniti possono fungere da punto di riferimento per la difesa delle regioni perimetrali a rischio, grazie al peso economico e alla supremazia tecnologica necessari a sostenere un sistema di resilienza collettiva e di pressione. Solo gli Stati Uniti possono garantire la fiducia di cui i partner hanno bisogno per opporsi alla coercizione esercitata dal cuore del mondo. Solo gli Stati Uniti possono essere il nodo centrale nella rete di partnership flessibili che consentirà alle regioni periferiche di superare i propri nemici in termini di innovazione e durata. Se Washington ricorre alla pressione e alla persuasione per catalizzare l’azione collettiva, come ha fatto durante la Guerra Fredda, potrà rafforzare relazioni vitali. Se invece abbandona tali relazioni o le utilizza per estorcere tributi, abbatterà le barriere che da tempo hanno ostacolato l’aggressività delle regioni centrali.

Il cuore del mondo sa bene cosa vuole: un mondo suddiviso in sfere territoriali e controllato attraverso punti nevralgici industriali che mantengano gli altri in una posizione di dipendenza. Grazie a una tecnologia superiore e a mercati più ricchi, la periferia ha le dimensioni necessarie per impedire che quel futuro si realizzi. Ma tali vantaggi contano ben poco se non vengono organizzati. La questione ora è se la periferia agirà come un centro di potere coerente o rimarrà un insieme disorganizzato e vulnerabile. L’equilibrio di potere sottostante pende ancora decisamente a favore della periferia. Che lo stesso valga per l’ordine internazionale dipenderà dalla capacità della periferia di trasformare la propria forza in strategia.

Il giorno dello sciacallo 2.0 _ di E. Michael Jones

Il giorno dello sciacallo 2.0

L’irredentismo di Tucker Carlson e l’imminente guerra civile

E. Michael Jones• 25 giugno 2026

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Dopo aver sperperato 113 miliardi di dollari e causato la morte di oltre 7.000 persone, tra cui circa 120 scolari (di età compresa principalmente tra i 6 e i 13 anni) uccisi il 28 febbraio 2026 durante l’attacco alla scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, nel corso di una guerra contro l’Iran durata 100 giorni, Donald Trump è stato costretto a firmare l’accordo di pace più umiliante della storia americana. Consapevole della sua portata storica, Tucker Carlson ne ha elencato i dettagli cruenti esaminando il Memorandum d’intesa, che è stato ora convertito in legge. Al punto n. 1 l’Iran ha potuto definire il campo di battaglia includendo il Libano in un piano globale per la pace in Medio Oriente, che afferma che non ci sarà alcun ritorno allo status quo ante, in cui «cessate il fuoco» significa una pausa nelle ostilità affinché Israele possa riarmarsi e violare l’accordo appena firmato. Intuendo che la pace potesse scoppiare in Medio Oriente, Israele ha immediatamente ripreso i suoi attacchi contro il Libano, preparando il terreno per uno scontro con gli sforzi dell’amministrazione Trump, che sono diventati la parte più significativa dei danni collaterali del Memorandum d’intesa. Al punto n. 4, Donald Trump ha acconsentito a ritirare la marina militare più potente del mondo dal Golfo Persico, ammettendo tacitamente che le portaerei da 14 miliardi di dollari come la USS Gerald R. Ford rappresentavano una tecnologia militare obsoleta, neutralizzabile da un drone da 20.000 dollari, e che pertanto avevano trascorso la guerra fuori combattimento a 700 miglia di distanza dallo stesso Stretto di Hormuz che erano state dispiegate per controllare. Al punto n. 6, Donald Trump ha accettato di versare «almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran», lo stesso regime che gli Stati Uniti hanno demonizzato come il radix malorum in Medio Oriente sin dalla crisi degli ostaggi del 1979. Nel punto n. 7, Donald Trump ha accettato di «revocare ogni tipo di sanzione contro la Repubblica Islamica dell’Iran», ponendo fine ad anni di guerra economica. Secondo il punto n. 11, «gli Stati Uniti d’America si impegnano a rendere pienamente disponibili per l’uso i fondi e i beni congelati o soggetti a restrizioni della Repubblica Islamica dell’Iran», un importo stimato tra i 100 e i 120 miliardi di dollari, portando il conto totale della guerra a circa 543 miliardi di dollari. Questo è ciò che i tedeschi definirebbero «ein teurer Spass», che può essere tradotto approssimativamente come un modo costoso per divertirsi. Il «teurer Spass» di Trump ha provocato un grave caso di rimorso dell’acquirente, soprattutto considerando il fatto che, se Trump non avesse fatto nulla, il JCPOA più restrittivo creato dall’amministrazione Obama sarebbe ancora in vigore, il che non sarebbe costato assolutamente nulla al contribuente americano. Quindi, sì, Trump aveva ragione quando ha definito l’accordo una «resa incondizionata», anche se la verità di quell’affermazione era esattamente l’opposto di ciò che intendeva dire.

L’analisi immediata di Tucker Carlson sul Memorandum d’intesa firmato da Trump per porre fine alla guerra con l’Iran è un capolavoro di retorica indiretta e incendiaria che non ha nulla da invidiare al discorso di Marco Antonio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare. Proprio come Marco Antonio, Carlson interviene per seppellire l’accordo di pace di Trump, non per lodarlo. [1]


























Andandoci piano, Tucker ha descritto il protocollo d’intesa come «una sconfitta piuttosto umiliante per gli Stati Uniti», un eufemismo che nasconde il fatto che l’accordo di pace con l’Iran segna la fine dell’Impero americano. Gli israeliani, determinati a ostacolare l’attuazione del protocollo d’intesa, hanno deliberatamente attirato gli Stati Uniti in una guerra che non potevano vincere perché, secondo Carlson, erano interessati a «ridurre il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente».

Gli israeliani «volevano che ce ne andassimo dal Golfo. Volevano la distruzione delle nostre basi nel Golfo, e l’hanno ottenuta, ma ciò che non volevano era l’ammissione che l’Iran è un vero e proprio Paese. E noi lo tratteremo come il custode della via navigabile economicamente più importante del pianeta. Anche se venerdì non verrà firmato, gli Stati Uniti hanno ufficialmente riconosciuto che l’Iran è un attore di primo piano».

L’accordo è stato firmato venerdì 19 giugno nonostante i tentativi israeliani di affossarlo. Mentre Carlson elencava le concessioni contenute nel protocollo d’intesa (MOU) accettate dagli americani, si poteva percepire la rabbia repressa che cresceva tra l’ala WASP dello “Stato profondo”. Come quello di Marco Antonio, il monologo di Tucker è un capolavoro di indirezione retorica il cui obiettivo è quello di radunare quel residuo lacero della classe dirigente WASP, che raggiunse l’apogeo del proprio potere quando il padre di Tucker dirigeva la Voice of America contro gli ebrei che hanno dirottato la politica estera americana e rovinato l’America in cui Tucker è nato, con tutte le prerogative del rampollo che ha ereditato la versione americana del Reich millenario. Donald Trump, racconta Carlson, ha affermato che l’umiliante protocollo d’intesa è stata una vittoria per l’America, e lui, come Bruto, è «un uomo d’onore».

Il vero scopo del discorso di Carlson è quello di ripristinare l’egemonia dei WASP in un impero morente, alimentando il loro risentimento contro «gli israeliani e i loro agenti non registrati negli Stati Uniti».[2]

 La perdita del controllo dello stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti nel 2026 è esattamente analoga alla perdita del controllo del Canale di Suez da parte dell’Inghilterra nel 1956. L’umiliante accordo di pace con l’Iran «cambia tutto, proprio come la crisi di Suez del 1956 pose fine all’Impero britannico», perché l’Inghilterra:

non avevano il potere di sistemare le cose come volevano. Gli Stati Uniti sì. L’America ha preso il posto della Gran Bretagna come potenza dominante in Medio Oriente. Con questo, gli Stati Uniti hanno dimostrato di non avere il potere di imporre la propria volontà alla 34ª economia più grande del mondo.

A questo punto, il risentimento di Carlson nei confronti degli stranieri in Iran diventa troppo forte per essere ignorato:

Questa è la conclusione ovvia che si può trarre da questo documento. C’è qualcosa di triste in tutto ciò; c’è qualcosa di amaro, considerando che era prevedibile. Non è la Somalia [ancora quei “wogs”] e non lo sarà mai.”

A questo punto emergono i veri cattivi: «I neoconservatori», che nel linguaggio eufemistico dello “Stato profondo” sta per “ebrei”, «hanno tutte le ragioni per odiare questa situazione; questo è certo. Sono arrabbiati a ragione. L’amministrazione non ha agito in questo modo per allontanare l’ultima sacca di sostenitori rimasta. No. L’abbiamo fatto perché non avevamo altra scelta».

A questo punto, vale la pena chiedersi, come fece una volta Tonto al Lone Ranger: «Cosa intendi con “noi”, faccia pallida?». Il suo uso del termine «noi» esclude chiaramente gli ebrei, ma si riferisce forse agli americani in generale o a quel residuo logoro del “Deep State” WASP che Carlson ha ereditato dalla generazione di suo padre, quando l’America dominava i mari come unica superpotenza mondiale? Tucker sta forse auspicando una repubblica più modesta, fondata su valori universali e quindi duraturi, oppure si sta preparando per un MAGA 2.0 sans les juives? In entrambi i casi, la situazione attuale è disastrosa:

Le due cose che dovete capire sono: 1) stiamo esaurendo le armi. Gli Stati Uniti hanno consumato circa la metà di tutte le loro difese missilistiche esistenti in sette settimane. Se non si riescono a difendere gli alleati nella regione, non si può andare avanti. Abbiamo raggiunto i limiti della nostra capacità industriale. Gli Stati Uniti non sono in grado di difendersi. Non hanno la capacità industriale per rifornire quelle scorte. Quindi, in questo momento siamo molto vulnerabili e con il passare dei giorni lo diventiamo sempre di più… 2) La nostra riserva strategica di petrolio è al livello più basso dal 1983. Quindi, stiamo esaurendo il petrolio e stiamo esaurendo le armi. E non è perché siamo stati sconfitti in una sorta di scontro di artiglieria con le portaerei. Il conflitto è asimmetrico e abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità di combatterlo senza ricorrere all’uso di armi di distruzione di massa contro Teheran, cosa che nessuna persona normale vorrebbe… perché le conseguenze a catena sarebbero inimmaginabili. In realtà non abbiamo scelta. L’amministrazione Trump è con le spalle al muro. Abbiamo subito una sconfitta significativa. Questo [il protocollo d’intesa] è meno grave che se avessimo continuato… Il presidente si è fidato delle stime israeliane sul programma nucleare iraniano, in particolare riguardo alla sua potenza e, soprattutto, al modo in cui avrebbe reagito alla decapitazione della sua classe dirigente. Gli iraniani avevano creato un sistema immune alla decapitazione. L’amministrazione Trump ha capito molto presto che questa guerra non avrebbe prodotto i risultati promessi e Trump era molto arrabbiato per questo. Il presidente degli Stati Uniti accusa Netanyahu di averlo fuorviato ed è per questo che… Trump ha accusato Netanyahu sin dall’inizio. Qual è quindi la loro [degli ebrei] reazione a questa soluzione? Beh, è del tutto isterica, ma è anche rivelatrice delle loro motivazioni e della loro saggezza.[3]

Quindi, prima di unirci ai festeggiamenti per il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti lanciando un’altra guerra per porre fine a tutte le guerre, vale la pena riflettere sull’umiliante sconfitta subita dagli Stati Uniti in Iran, che ha fatto seguito alla loro umiliante ritirata dall’Afghanistan, eventi che hanno segnato la fine dell’Impero americano. La frettolosa ritirata degli Stati Uniti dallo Stretto di Ormuz presentava inquietanti parallelismi non solo con il ritiro dell’Inghilterra da Suez, ma anche con l’umiliante ritiro della Francia dall’Algeria, che pose fine all’impero africano francese. A differenza del crollo dell’impero britannico a Suez, il ritiro della Francia dall’Algeria provocò una ribellione aperta all’interno dell’esercito francese, che si tradusse in numerosi tentativi di assassinare Charles De Gaulle per aver abbandonato i pied-noirs, i coloni francesi.

Il fulcro di questa ribellione era il gruppo paramilitare di estrema destra noto come Organisation de l’Armée Secrète o OAS, nato nel 1961, quando condusse una campagna terroristica fatta di attentati dinamitardi, omicidi e sabotaggi in Algeria e in Francia per far fallire gli accordi di Evian. L’OAS considerava de Gaulle un traditore e lo aveva preso di mira per assassinarlo. Il più famoso attentato alla sua vita fu quello di Petit-Clamart del 22 agosto 1962, quando una squadra di uomini armati legati all’OAS, guidata dal tenente colonnello Jean-Marie Bastien-Thiry, tese un’imboscata alla Citroën DS 19 di de Gaulle in un sobborgo di Parigi, sparando da 140 a 187 colpi, 14 dei quali colpirono la limousine di de Gaulle, senza però ferire né de Gaulle né sua moglie Yvonne, né il loro autista, grazie alla velocità del veicolo e alla sua robusta struttura. Questo evento ispirò il romanzo di Frederick Forsyth Il giorno dello sciacallo. Bastien-Thiry fu giustiziato dal plotone d’esecuzione nel 1963: l’ultima esecuzione di questo tipo in Francia. [4]

Per quanto Carlson attinga alla retorica shakespeariana nel discorso di Marco Antonio in *Giulio Cesare*, la sua vera fonte di ispirazione deriva dal discorso di Satana in Paradiso perduto. Tucker Carlson sta cercando di radunare ciò che resta del “Deep State” WASP allo stesso modo in cui Satana cercò di radunare i demoni caduti all’inferno dopo il fallimento della loro ribellione contro Dio. Come Milton, che scrisse *Paradiso perduto* dopo il fallimento della rivoluzione puritana in Inghilterra negli anni ’40 del Seicento, Carlson sta scrivendo all’amaro epilogo del crollo dell’Impero americano. La traiettoria di quel declino ebbe inizio quando i puritani fuggirono dall’Inghilterra e fondarono un’altra teocrazia puritana sulle rive della Colonia della Baia del Massachusetts. «Qui almeno saremo liberi»: così Satana descrisse l’Inferno. I puritani applicarono la stessa frase al loro arrivo nel Nuovo Mondo. La libertà all’Inferno è ciò che Satana propose: «Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso», e l’America ha attuato quel programma con grande impegno sin da quando ha intrapreso la via dell’impero.

La franchezza di Carlson rappresenta una gradita alternativa alle sciocchezze obsolete che continuano a emergere dall’establishment conservatore, intellettualmente fallito, in luoghi come l’Hillsdale College, il cui presidente, Larry P. Arnn, ci ha recentemente detto che la Dichiarazione d’Indipendenza ha una dimensione “sacra” che si ritrova nel “giuramento dei firmatari” che chiude il documento:

«E a sostegno di questa Dichiarazione, riponendo ferma fiducia nella protezione della Divina Provvidenza, ci impegniamo reciprocamente a mettere in gioco le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore». È così che si parla su un campo di battaglia quando si è pronti a morire gli uni per gli altri. [5]

Pace, Larry. La questione attuale non è se gli americani siano “pronti a morire gli uni per gli altri”, ma se siano disposti a morire per Israele.

Grok ci dice che Arnn:

definisce il documento come un atto di obbedienza alle «Leggi della Natura e del Dio della Natura» e ai principi evidenti di per sé (ad esempio, che tutti gli uomini sono creati uguali e dotati di diritti inalienabili). Ciò ne sottolinea il carattere sacro o trascendente — umile ma grandioso, universale e vincolante al di là della legge umana — collegandolo al contempo alla Costituzione.

A prescindere da ciò che affermi il presidente dell’Hillsdale College, Larry Arn, riguardo alla sacralità del documento fondante degli Stati Uniti, il discorso di Satana fu la vera fonte d’ispirazione alla base della Dichiarazione d’Indipendenza. Thomas Jefferson, l’autore principale della Dichiarazione, conosceva molto bene *Il Paradiso perduto*. Da giovane, nel suo quaderno di appunti letterari, trascrisse più citazioni di Milton che di qualsiasi altro poeta inglese (circa 30 passaggi). Tra queste vi erano versi tratti dal primo grande discorso di Satana:

«E anche se il campo fosse perduto?
Non tutto è perduto: la Volontà invincibile,
E il desiderio di vendetta, l’odio immortale,
E il coraggio di non sottomettersi né cedere mai:
E cos’altro c’è che non possa essere superato?»

Non serviam” è il filo conduttore nascosto che collega il satanismo e l’America protestante. Jefferson alluse a queste idee (in particolare alla “volontà indomabile” e al rifiuto di sottomettersi) nel corso di tutta la sua vita, anche nelle lettere private. Ciò riflette una più ampia ammirazione per la rappresentazione che Milton fa dell’audace resistenza contro quella che viene percepita come tirannia.

Duecentocinquanta anni dopo la proclamazione della Dichiarazione d’Indipendenza, Donald Trump ha firmato un accordo che ha posto fine all’Impero americano. Tucker Carlson sta incolpando gli ebrei per quella catastrofe, anche se fa ancora fatica a pronunciare quella parola. Tuttavia, il suo discorso non è rivolto agli ebrei che hanno distrutto l’America in cui Carlson è nato. È rivolto a ciò che resta della un tempo potente élite WASP, che ha creato questo impero dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. All’inizio della terza repubblica, quando l’ebreo Morgenthau tentò di affamare a morte la Germania, paladini WASP come Herbert Hoover, il Segretario di Stato Cordell Hull e il Segretario alla Guerra Henry L. Stimson accusarono Morgenthau di alimentare una vendetta semitica, che denunciarono come non cristiana e quindi antiamericana, in un modo tale da risvegliare la coscienza americana e portare all’abbandono del Piano Morgenthau e alla sua sostituzione con il Piano Marshall. Ma negli circa 80 anni trascorsi da allora, l’élite WASP è scomparsa dalle pagine della storia e qualsiasi tentativo di resuscitarla è destinato al fallimento. Il messaggio di Carlson ai loro eredi spirituali, ormai molto ridotti, è esattamente analogo al tentativo di Satana di radunare i demoni caduti all’inferno: «Svegliatevi, alzatevi, o sarete caduti per sempre». Considerando la posizione del padre di Carlson all’interno della CIA, si tratta di una nobile espressione di pietà filiale, ma comunque destinata al fallimento perché i protestanti non riescono a trovare un rimedio al male satanico del non serviam che ha avvelenato le sorgenti di questa repubblica sin dalla sua fondazione.

Mettete insieme i soldati dell’OAS in rivolta che tentarono di uccidere de Gaulle con il discorso di Satana tratto da *Paradise Lost* — che è il documento fondante dell’America — e otterrete la chiave che svela la grammatica nascosta del podcast di Tucker Carlson sull’umiliazione subita dall’America per mano degli iraniani, i quali hanno imposto il protocollo d’intesa a un Impero americano sconfitto.

Tucker Carlson è pieno di rabbia, e a ragione, nei confronti degli ebrei che hanno distrutto l’Impero americano, al quale suo padre ha servito con tanta dedizione in qualità di direttore di Voice of America, che era il ministero della propaganda della CIA. L’uso ripetuto da parte di Carlson della parola «noi» quando si riferisce a quell’impero indica che egli prende sul personale il declino geopolitico dell’America, così come fanno i suoi seguaci.

Ma la rabbia di Carlson nei confronti di Israele è temperata dalla “necessità” degli Stati Uniti di “proiettare un potere legittimo in tutto il mondo, in particolare in Medio Oriente”. Carlson è il portavoce della fazione WASP all’interno dello «Stato profondo», che rimpiange amaramente di aver permesso a Israele di prendere il controllo della politica estera americana e di aver condotto l’America alla peggiore sconfitta militare della sua storia. Come ha sottolineato nel suo podcast, Carlson «oggi ha ricevuto molti messaggi da esponenti del governo che sostengono che non c’è modo di raggiungere la pace se manteniamo questo rapporto con Israele». Il tentativo di Tucker Carlson di radunare ciò che resta del «Deep State» WASP nel momento della sconfitta più umiliante della storia americana ricorda il discorso di Satana nel *Paradiso perduto*, ma ricorda anche il tentativo di Bastien-Thiry di tornare indietro nel tempo e riportare la Francia ai fasti del suo impero perduto. Riuscirà l’irredentista MAGA 2.0 di Carlson a riuscire laddove il tentativo originale di Trump di rendere di nuovo grande l’America ha fallito? Riuscirà Tucker a creare un esercito segreto di veri patrioti americani, in grado di sconfiggere Israele e i traditori ebrei che ci hanno condotto a questa debacle? A suo merito, Carlson sa bene che la vittoria militare proposta dai neoconservatori come Mark Levin non ha alcuna possibilità di successo:

Qual è l’azione audace e decisiva che ci consentirà di ottenere ciò che vogliamo? Non c’è risposta. Metà delle nostre batterie THAAD sono state esaurite in sette settimane… La verità è che non ci sono alternative… Nessuno lo ammetterà. Il vero obiettivo è quello israeliano. L’obiettivo israeliano è il caos. Il vero obiettivo è la Siria, la Libia, l’Iraq o la Somalia. Il vero obiettivo è la distruzione fine a se stessa. È quello che volevano in Iran. Questo è l’obiettivo reale, ma nessuno in questo Paese lo ammetterà mai. Il loro vero obiettivo è talmente ripugnante che non riescono a dirlo ad alta voce.

Il “Deep State” ha già provato la strategia di Bastien-Thiry a Butler, in Pennsylvania, dove ha fallito per pochi millimetri. Anziché invocare l’assassinio di Trump, Carlson sta cercando di metterlo contro gli ebrei che hanno condotto l’America a questa debacle e che ora sono contrariati dal fatto che Trump abbia abbandonato la loro causa. Carlson ritiene che ciò sia possibile perché:

Trump capisce quanto sia stato fregato. Ne è chiaramente amareggiato, e capisce inoltre che per tirarsi fuori da questa situazione deve concludere questo accordo, per quanto pessimo possa essere, e sa che l’unica forza in grado di impedire che questo accordo vada in porto non è il Congresso degli Stati Uniti, ma il governo di Israele. Loro cercheranno di mandare all’aria l’accordo. Trump sa che per andare avanti deve minare l’autorità morale dello Stato di Israele. E, incredibilmente, ci è riuscito. Israele non è stato consultato durante i negoziati che hanno portato al protocollo d’intesa. Gli è stato presentato un fait accompli che ora specifica che devono ritirarsi dal Libano. «Li amo [Israele] come partner», ha detto Trump a posteriori, «ma potrebbero cavarsela meglio con Hezbollah», spingendo Carlson a commentare: «Gli abbiamo mandato una copia, stronzi. Ecco cosa significa».

«Il tuo istinto», continua Carlson, «è sempre quello di goderti la sofferenza dei neoconservatori, considerando quanta sofferenza hanno inflitto a tutti noi negli ultimi 25 anni. Nessun altro gruppo ha causato più danni agli Stati Uniti. Nessun altro gruppo si è nemmeno avvicinato a causare danni di tale entità agli Stati Uniti. Quindi, quando li vedi dare completamente di matto e cominciare a strapparsi le vesti su Twitter, la cosa mi diverte un po’».

«Gli israeliani se la sono cercata. In una di quelle ironie che caratterizzano la vita, la guerra ha finito per indebolire radicalmente Israele e rafforzare radicalmente l’Iran, che voi considerate una minaccia esistenziale, e avete perso l’unico presidente su cui avevate il pieno controllo.»

Hegel la definirebbe «l’astuzia della ragione», ed è così che Dio agisce nella storia umana:

I cinici di Washington sono convinti che questo ciclo continuerà. Ma non sarà così. Forse non finirà presto, ma finirà. Perché, in una parola: Gaza. È una pulizia etnica. È un genocidio. Questo fatto era talmente controverso negli Stati Uniti che non si poteva nemmeno dirlo. Sei tu il criminale. Chi commetteva gli omicidi se la cavava. I criminali erano invece quelli che se ne lamentavano.”

In fin dei conti, Carlson vuole preservare l’Impero americano tornando al mondo della generazione di suo padre alla CIA, quando i protestanti dirigevano l’agenzia. Gli episcopali non sono fanatici religiosi come Mike Huckabee, che attaccano gli apostati per cose “come credere nella Resurrezione ma dire che la transustanziazione è difficile da accettare per me”. Tucker sta parlando di sé stesso qui e del motivo per cui non diventerà cattolico. In questo è simile a C.S. Lewis, che non riuscì a convertirsi nonostante l’incoraggiamento di J.R.R. Tolkien a causa del «pregiudizio dell’Ulster», secondo quanto riferito dal suo allievo Christopher Derrick.

Se attraversasse il Tevere a nuoto, Carlson dovrebbe rinunciare all’usura, il sacramento ebraico, che ora promuove attraverso “American Financing”, che “offre tassi ipotecari intorno al 5%. Quindi indebitarsi è difficile, ma c’è un modo intelligente per farlo, e c’è un modo sconsiderato e autodistruttivo per farlo: le carte di credito. E quindi raccomandiamo American Financing. Il loro compenso è basato sullo stipendio, non sulle commissioni, il che significa che lavorano davvero per te, non per le banche.”[6]

Carlson vuole dare una seconda possibilità all’Impero americano ormai in declino, riportando in auge la classe dirigente WASP che lo ha guidato con tanto successo, almeno nella sua mente, compiendo azioni come il rovesciamento di Mossadegh nel 1953 e l’insediamento dello Scià al suo posto. No, un momento! Questo ha portato direttamente all’attuale debacle del MOU, non è vero? Non importa. Lo dice perché «i membri della classe professionale», ovvero l’élite WASP che ai tempi di suo padre dirigeva la CIA, «hanno sempre sostenuto Israele». Carlson ha sostenuto la posizione della CIA su Israele «per abitudine», il che non è più una ragione convincente.

Intuendo la situazione, Carlson ha chiesto il sostegno di Piers Morgan, il quale gli ha detto che «le persone prese di mira» come antisemite «sono proprio quelle più moderate», persone come Morgan che ha «sempre sostenuto il diritto di Israele all’esistenza come diritto fondamentale». Morgan riprende poi il tema dell’irredentismo – che costituisce il filo conduttore nascosto del podcast di Carlson – mettendoci in guardia dai «tentacoli dell’Iran» che si estendono a gruppi come Hezbollah, che attualmente sta difendendo il Libano dall’aggressione israeliana.

L’irredentismo è un’ideologia politica o una linea politica in cui uno Stato o un gruppo etnico cerca di rivendicare e annettere territori appartenenti a un altro Stato, sulla base di legami storici, etnici, culturali, linguistici o nazionali. Può anche riferirsi al desiderio di tornare a un’età dell’oro perduta da tempo o di preservare un’epoca che sta scomparendo. Posso capire perché Tucker sia in lutto, ma Gesù disse: «Lascia che i morti seppelliscano i morti». Gli imperi sorgono e cadono perché sono costrutti umani basati sull’avidità e sulla libido dominandi , che prosperano per un certo periodo ma non possono durare per sempre. L’impero protestante noto come America, che il professore ebreo di Yale David Gelernter definì «la quarta grande religione del mondo», spirò sotto il peso dei suoi miserabili eccessi satanici il 19 giugno 2026, poco prima del suo 250° anniversario, poiché l’élite WASP non riuscì a preservarne la forma originaria di repubblica. L’irredentismo non può redimerlo. Purtroppo, questo promemoria non è giunto a coloro che sono stati nominati apologeti di questo miserabile impero e continuano a pensare che debba essere salvato. Nonostante le loro differenze, il messaggio di Piers Morgan è indistinguibile da quello di Ben Shapiro, ovvero: «Quella cerimonia di firma in Svizzera dovrebbe essere annullata. Non dovrebbe aver luogo». Piers è d’accordo perché «se gli iraniani ottengono 300 miliardi di dollari, cosa ne faranno? Ovviamente sostituiranno tutto il materiale militare che è stato distrutto, e sospetto che cercheranno di procurarsi le armi nucleari che tutto questo avrebbe dovuto impedire».

Piers Morgan è venuto al mondo nel 1965 con il nome di Piers Stefan O’Meara, figlio di un dentista irlandese (Vincent Eamonn O’Meara) e di una madre inglese (Gabrielle Georgina Sybille Oliver), che lo hanno cresciuto nella fede cattolica. Attualmente è ciò che si definisce un cattolico non praticante, in grado ormai di difendere con tutto il cuore i crimini e i pregiudizi dell’impero anglo-americano, destinato a scomparire.

Pace, Tucker. Pace, Piers. La vera domanda non è se Tucker Carlson creda ancora che «nessuno voglia distruggere Israele». La vera domanda è se Dio voglia che Israele venga distrutto a causa dei peccati che Tucker ha elencato in dettaglio, e se Dio stia usando l’Iran, come ha fatto nel corso della storia della salvezza, per portare a termine questo scopo. Questa non è una domanda a cui possa rispondere un episcopale o un cattolico non praticante.

Note

[1] Di seguito è riportato il testo integrale dei 14 punti contenuti nel “Memorandum d’intesa di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran” (come pubblicato e letto ad alta voce da alti funzionari statunitensi nel giugno 2026).

1. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran, insieme ai loro alleati nell’attuale conflitto, con la firma del presente protocollo d’intesa dichiarano la cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano d’ora in poi a non intraprendere alcuna guerra né alcuna operazione militare l’uno contro l’altro, ad astenersi dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza l’uno contro l’altro e a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano. L’accordo definitivo confermerà la cessazione definitiva della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, nonché le altre disposizioni del presente paragrafo.

2. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnano a rispettare reciprocamente la sovranità e l’integrità territoriale dell’altra parte e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altra parte.

3. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnano a negoziare e a raggiungere l’accordo definitivo entro un massimo di 60 giorni, termine prorogabile di comune accordo.

4. Immediatamente dopo la firma del presente protocollo d’intesa, gli Stati Uniti d’America avvieranno la revoca del proprio blocco navale e di qualsiasi forma di disturbo o impedimento nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran, e porranno definitivamente fine al blocco navale entro 30 giorni. Durante tale periodo, il traffico navale sarà proporzionale al volume di traffico prebellico ripristinato dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle vicinanze della Repubblica Islamica dell’Iran entro 30 giorni dalla conclusione dell’accordo definitivo.

5. Con la firma del presente protocollo d’intesa, la Repubblica Islamica dell’Iran adotterà tutte le misure necessarie, impegnandosi al massimo, per garantire il passaggio in sicurezza delle navi mercantili, a titolo gratuito, per un periodo di 60 giorni, esclusivamente dal Golfo Persico al Mare di Oman e viceversa. Il traffico delle navi mercantili avrà inizio immediatamente e, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e militari e di procedere allo sminamento da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, sarà operativo entro 30 giorni. La Repubblica Islamica dell’Iran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in consultazione con gli altri Stati del Golfo Persico, in linea con il diritto internazionale applicabile e i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Hormuz.

6. Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo concordato di comune accordo, con una dotazione di almeno 300 miliardi di dollari USA, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran. Il meccanismo per l’attuazione di tale piano sarà definito nell’ambito dell’accordo finale entro 60 giorni. Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative operazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America.

7. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a revocare ogni tipo di sanzione nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’AIEA e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie, secondo un calendario concordato nell’ambito dell’accordo definitivo. La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America riconoscono l’importanza cruciale della questione della revoca delle sanzioni sopra menzionata ed esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nel corso dei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco in merito.

8. La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non acquisterà né svilupperà armi nucleari. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la questione dello smaltimento delle scorte di materiale arricchito, secondo un meccanismo che sarà concordato di comune accordo in conformità con il calendario menzionato al paragrafo sette, con la metodologia minima che consisterà nella diluizione in loco sotto la supervisione dell’AIEA. Le due parti hanno inoltre concordato di discutere la questione dell’arricchimento e altre questioni concordate di comune accordo relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base di un quadro soddisfacente da concordare nell’accordo finale. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente paragrafo. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran riconoscono l’importanza cruciale delle questioni nucleari sopra menzionate ed esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco in merito.

9. In attesa dell’accordo definitivo, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concordano di mantenere lo status quo. La Repubblica Islamica dell’Iran manterrà l’attuale status quo del proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti d’America non imporranno nuove sanzioni né schiereranno ulteriori forze nella regione.

10. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a garantire che, immediatamente dopo la firma del presente protocollo d’intesa e fino alla cessazione delle sanzioni, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti conceda deroghe per l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi e derivati, nonché per tutti i servizi connessi, comprese le transazioni bancarie, le assicurazioni, i trasporti, ecc.

11. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rendere pienamente disponibili per l’uso i fondi e i beni congelati o soggetti a restrizioni della Repubblica Islamica dell’Iran al momento dell’attuazione del presente protocollo d’intesa. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concorderanno di comune accordo, nel corso dei negoziati, le procedure relative allo sblocco di tali fondi. Tali fondi, sia che rimangano sul conto originario sia che vengano trasferiti, saranno resi pienamente utilizzabili per il pagamento a qualsiasi beneficiario finale designato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rilasciare tutte le licenze e le autorizzazioni necessarie a tal fine.

12. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concordano sull’istituzione di un meccanismo esecutivo incaricato di monitorare la corretta attuazione del presente protocollo d’intesa e il futuro rispetto dell’accordo definitivo.

13. Dopo la firma del presente protocollo d’intesa e subordinatamente all’avvio dell’attuazione dei paragrafi 1, 4, 5, 10 e 11 del presente protocollo d’intesa, nonché al proseguimento dell’attuazione di tali misure, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran avvieranno negoziati relativi all’accordo definitivo esclusivamente sugli altri paragrafi.

L’accordo definitivo sarà sancito da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

[2] https://www.youtube.com/watch?v=kpKQKOHzPLU

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[3] https://www.youtube.com/watch?v=kpKQKOHzPLU

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[4] Grok

[5] “L’unità e la bellezza della Dichiarazione e della Costituzione”, Imprimis, dicembre 2011, volume 40, numero 12).

[6] https://www.youtube.com/watch?v=kpKQKOHzPLU

Moby Dick e il suicidio bianco _ Constantin von Hoffmeister

Moby Dick e il suicidio bianco

Dall’autoconquista razziale alla tragedia razziale

Constantin von Hoffmeister25 giugno
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D.H. Lawrence riteneva che Herman Melville avesse percepito una profonda crisi all’interno del mondo europeo bianco. Moby Dick è la tragedia di una razza che ha rivolto le sue più grandi forze contro la propria natura più profonda. Il capitano Achab incarna la volontà implacabile della coscienza occidentale moderna, mentre la balena bianca rappresenta l’antica linfa vitale della razza bianca stessa. Melville intuì che una civiltà stava entrando nella sua lotta spirituale finale, spinta dal desiderio di conquistare la fonte stessa della propria esistenza.

La balena è l’ultima espressione vivente della “coscienza di sangue” primordiale della razza bianca. Questo regno di istinto, mito, coraggio e memoria ereditata esisteva molto prima che filosofia, commercio, industria e ideologia ne rivendicassero il dominio. La civiltà moderna ha elevato il pensiero astratto al di sopra di ogni fondamento più antico. Il risultato è stata una campagna implacabile contro l’istinto stesso. La caccia di Achab simboleggia quindi la mente bianca che tenta di dominare l’anima bianca.

Questa ricerca è un atto collettivo di autodistruzione razziale. La razza bianca sta esaurendo la propria vitalità attraverso analisi incessanti, astrazioni morali, sistemi universali e la ricerca del controllo assoluto. Ogni vittoria sulla natura diventa un’ulteriore vittoria sulla propria eredità vivente. La caccia continua perché la civiltà che la alimenta ha perso il contatto con le forze che per prime ne hanno creato la grandezza. Il trionfo dell’intelletto si trasforma gradualmente nella sconfitta della vita.

Questo processo si estende ben oltre la sola Europa. Persone di ogni razza e civiltà diventano partecipanti allo stesso movimento storico, unendosi alla caccia ossessiva dell’Occidente contro il suo “essere più profondo”. Non si tratta tanto di un conflitto tra razze, quanto della portata universale di un progetto di civiltà nato all’interno del mondo bianco moderno. La tragedia rimane fondamentalmente interna: una razza che indirizza le sue maggiori energie verso la conquista di se stessa.

Al centro della questione c’è la distinzione tra “coscienza del sangue” e “coscienza mentale”. Il sangue simboleggia l’istinto ereditario, la continuità e l’esistenza organica. La coscienza mentale ricerca principi universali, ideali assoluti e il dominio assoluto. Quest’ultima ha gradualmente instaurato la supremazia sulla prima, allontanando sempre più la razza bianca dagli istinti che un tempo avevano sostenuto la sua civiltà. Questa trasformazione è il vero dramma celato nel romanzo di Melville.

Se apprezzate i miei scritti, potete ordinare il mio nuovo libro, The Fate of White America qui .

Il processo al vigilante cittadino

Quando ogni uscita riporta allo stesso ufficio.

Constantin von Hoffmeister27 giugno
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Ho visto Citizen Vigilante perché qualcuno mi aveva detto che era necessario, sebbene nessuno sapesse spiegare chi avesse dato quel consiglio. Da allora mi sono convinto che il film stesso appartenga allo stesso vasto apparato amministrativo che aveva organizzato la mia visione. Si presentava come un’opera di intrattenimento, eppure ogni scena aveva la peculiare precisione di un memorandum ufficiale il cui vero autore non sarebbe mai stato identificato. Il famigerato caso di stupro di gruppo di Amburgo non appariva come l’inizio della storia, ma come un documento già timbrato, catalogato e depositato sulla scrivania appropriata. L’aggressione, le condanne con la condizionale, i tentativi attentamente calibrati di “umanizzare” i colpevoli, ognuno di questi elementi sembrava meno un evento storico e più un reperto selezionato per produrre una risposta emotiva predeterminata. L’indignazione non era libera di vagare. Veniva scortata lungo un corridoio verso una destinazione prestabilita.

Questa destinazione si è fatta sempre più chiara con il procedere del film. Proprio nel momento in cui le grandi istituzioni che governano il mondo occidentale sembrano perdere la loro autorità indiscussa, quando capitali lontane si incontrano senza chiedere il permesso e nazioni un tempo abituate all’obbedienza iniziano a parlare con voci diverse, il film ricostruisce pazientemente la vecchia mappa. Le civiltà vengono separate in fascicoli opposti. L’Islam occupa una cartella, l’Occidente un’altra. Il conflitto tra di loro viene presentato come antico, inevitabile e sufficiente a spiegare tutto il resto. La tempistica è quasi troppo perfetta. Proprio quando la fiducia in questo assetto inizia a vacillare al di fuori delle mura dell’edificio, un altro impiegato lo rimette silenziosamente nell’archivio, lo timbra “Attuale” e lo ripone sul bancone del pubblico.

Anche il rifiuto di certificazione del film in Germania assume il carattere di una procedura ufficiale il cui scopo va oltre il semplice divieto. Un film che non può essere approvato ottiene un’autorizzazione diversa. La sua assenza funziona come un’ulteriore forma di pubblicità, mentre le discussioni sui fallimenti dell’integrazione rimangono confinate entro limiti attentamente definiti. Si ha l’impressione che ogni apparente ostacolo sia già stato previsto da qualche parte all’interno della struttura. Nulla sfugge al processo. Persino il dissenso arriva munito della documentazione necessaria.

Il meccanismo più profondo rimane vistosamente assente. Il giustiziere insegue i criminali per strade che sembrano sempre più deserte, popolate solo dai criminali stessi. Eppure, le istituzioni che traggono profitto dalle condizioni che generano queste strade non entrano mai in scena. Le multinazionali che necessitano di un flusso inesauribile di manodopera a basso costo, gli interessi finanziari che beneficiano dei mercati deregolamentati, i funzionari che elaborano le politiche migratorie senza subirne le conseguenze, rimangono tutti nei loro uffici, le cui porte il protagonista non tenta mai di aprire. La sua rabbia è diretta con ammirevole energia, ma sempre verso coloro che si trovano già nel corridoio. L’edificio in sé resta intatto.

Più tardi, il protagonista tiene una conferenza sicura di sé sull’incompatibilità tra la cultura islamica e la democrazia occidentale. Il discorso viene accolto quasi con gratitudine da un pubblico ingenuo, come se un’indagine scomoda fosse finalmente giunta al termine. Eppure non riuscivo a scacciare il ricordo che la civiltà occidentale stessa ha trascorso la stragrande maggioranza della sua esistenza senza democrazia. Da qualche parte, si immagina, deve esistere un archivio che custodisca quei secoli, sebbene venga consultato raramente. Ogni volta che un visitatore ne chiede l’accesso, un cortese funzionario spiega che i documenti in questione sono stati spostati, classificati erroneamente o forse non sono mai esistiti nella forma ricordata. La democrazia appare meno come un’eredità e più come un certificato rilasciato di recente, immediatamente dichiarato senza tempo.

Nel finale, il film rivela la sua peculiare efficacia. Ogni genuina ansia generata da immigrazione, criminalità, fallimento istituzionale e sfiducia pubblica viene riconosciuta, ma solo dopo che le uscite sono state silenziosamente chiuse a chiave. Al pubblico è consentito incolpare nemici culturali, complici ideologici o funzionari incompetenti, ma mai l’anonimo meccanismo che opera al di sotto di ogni istituzione visibile. Lo spettacolo crea la confortante sensazione di ribellione, garantendo al contempo che nessuno raggiunga gli uffici da cui provengono le direttive. Si esce dalla sala convinti che verità nascoste siano state svelate, solo per scoprire che il percorso ha riportato allo stesso banco della reception da cui è iniziato il viaggio.

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Il “misterioso” incontro a Valdai tra Putin e Lukashenko alimenta le speculazioni in mezzo alle ultime minacce di Zelensky _ di Simplicius

Il “misterioso” incontro a Valdai tra Putin e Lukashenko alimenta le speculazioni in mezzo alle ultime minacce di Zelensky.

Simplicio29 giugno∙Pagato
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Uno degli aggiornamenti più interessanti relativi all’attuale escalation della guerra in Ucraina è la visita “misteriosa” e improvvisa del presidente bielorusso Lukashenko a Valdai ieri per un incontro con Putin che si è protratto per due giorni. La durata e la segretezza che hanno avvolto l’incontro hanno dato adito a diverse speculazioni, soprattutto considerando il ruolo centrale che la Bielorussia ha recentemente assunto nel contesto delle principali operazioni psicologiche in corso di Zelensky, volte ad ampliare il conflitto e a spingere la Russia verso un cessate il fuoco di cui l’Ucraina ha disperatamente bisogno.

L’incontro, a quanto pare, non era stato annunciato e il portavoce del Cremlino Peskov ha rivelato che non sarebbero stati forniti né verbali né dichiarazioni ufficiali, il che è certamente strano. Ufficialmente, l’ordine del giorno avrebbe dovuto includere questioni relative allo Stato dell’Unione, accordi economici e commerciali, ecc. Ma, data la natura dell’incontro, è chiaro che, invece, sono state discusse questioni di grave importanza militare, che hanno richiesto un contatto diretto tra Putin e Lukashenko nella residenza privata di Putin.

Possiamo quindi logicamente dedurre che si sia trattato di una sorta di incontro d’emergenza in cui i due leader hanno elaborato un piano coordinato su come i rispettivi paesi avrebbero dovuto procedere militarmente qualora Zelensky avesse continuato la sua spirale di provocazioni. Una questione che ha richiesto un incontro così immediato e privato faccia a faccia è certamente giustificata dalla sua urgenza, il che implica ulteriormente che le minacce di Zelensky sono sufficientemente serie e hanno una probabilità sufficientemente alta di concretizzarsi da richiedere una sessione di brainstorming congiunta di tale portata.

Come già visto, Zelensky ha annunciato una nuova “campagna del terrore” della durata di 40 giorni, concepita come una sorta di grandioso epilogo per coronare la guerra. Il meccanismo principale di questa strategia consisterà ovviamente in una serie di gravi escalation, combinate con una campagna di disinformazione senza precedenti, volta a dipingere la Russia come sull’orlo del collasso e, soprattutto, Putin come coinvolto in una rivolta. Si tratta del classico schema utilizzato dai servizi segreti occidentali in Iran e altrove.

Pochi possono essersi persi l’enorme campagna di propaganda degli ultimi giorni, in cui tutti i burattini del regime e gli “idioti utili” sono stati mobilitati per diffondere ininterrottamente propaganda sulla “caduta imminente” di Putin.

Alcuni esempi significativi, culminati nel video inscenato dei “soldati russi” che annunciano la loro intenzione di rovesciare Putin:

A quanto pare, i budget della CIA non sono più quelli di una volta.

Questa campagna è stata coordinata con una serie di operazioni psicologiche palesemente false, orchestrate dai soliti agenti che cercavano disperatamente di alimentare malcontento, paura e panico in Russia. Sfortunatamente per loro, la maggior parte dei tentativi è stata immediatamente smascherata e non ha sortito alcun effetto.

L’Ucraina ha tentato di combinare la suddetta campagna di “panico” con operazioni psicologiche che prevedevano la conquista di parti della penisola di Kinburn, adiacente alla Crimea, da parte delle truppe ucraine, evento che avrebbe dovuto simboleggiare il crollo della resistenza russa e la fuga definitiva degli “occupanti” russi dalla Crimea.

Ma la messa in scena dell’alzabandiera tramite drone, che è stata rapidamente annullata, non ha sortito alcun effetto se non quello di suscitare risate da parte russa .

Il momento culminante arrivò quando, a quanto pare, qualunque “usurpatore” che i burattini filo-ucraini stavano costruendo per la loro salvezza, incontrò una fine prematura e ignominiosa.

Un atto diviso in due parti:

Il post completo dell’account AteoBreaking qui sopra è il seguente :

La moglie del militare Alexander Lunin, che in precedenza aveva dichiarato la sua disponibilità a inscenare un ammutinamento contro Vladimir Putin, ha riferito che, dopo la sua partenza per Mosca, la loro abitazione è stata perquisita durante la notte.

Secondo quanto da lei dichiarato, gli agenti di polizia hanno sequestrato “tutto ciò che hanno trovato”: chiavette USB, computer, laptop, un disco e dei nunchaku. Lunin stesso ha smesso di comunicare. Circolano online anche notizie non verificate secondo cui sarebbe morto per avvelenamento da alcol. Al momento non vi è alcuna conferma ufficiale di queste informazioni.

Beh, è ​​stato veloce.

È evidente che tutto quanto sopra descritto fa parte di una massiccia campagna di informazione pre-pianificata e coordinata, orchestrata secondo i principi dei “40 giorni di terrore” di Zelensky, il cui culmine era previsto in un colpo di stato al Cremlino. Ma il pericolo non è ancora finito, perché è chiaro che l’Ucraina intende continuare a intensificare massicciamente l’uso degli attacchi per aumentare la pressione sulla Russia, come parte integrante di questo piano. Molti credono addirittura che il colpo di grazia finale della campagna debba essere un attacco di massa al ponte di Kerch, un epilogo perfettamente orchestrato e studiato per coincidere con ogni singola campagna di informazione sulla caduta di Putin e con le proteste di massa in Russia.

La verità è che molti dei problemi, come la carenza di carburante e gas, si sono rivelati in gran parte dovuti agli acquisti dettati dal panico scatenati da queste campagne di informazione, piuttosto che a una reale carenza. Diverse testimonianze provenienti dalla Russia hanno mostrato persone che accumulavano quantità sproporzionate di benzina presso i distributori perché credevano che una carenza fosse imminente, il che, a sua volta, ha creato la carenza a causa dell’impennata della domanda. Praticamente chiunque si recasse a un distributore di benzina arrivava armato di numerose taniche di carburante, pronto a fare il pieno.

Un esempio perfetto, e questo è stato pubblicato da account ucraini che non si sono nemmeno resi conto che contraddice le loro stesse affermazioni sulla crisi russa:

Nel contesto della crisi petrolifera russa, sta emergendo una nuova tendenza. I rivenditori di carburante riescono in qualche modo ad acquistare grandi quantità di carburante nonostante le restrizioni alla vendita, per poi rivenderlo privatamente a prezzi esorbitanti.

In questo caso, da Rostov, uno di loro ha prosciugato completamente una stazione di servizio con la sua autocisterna artigianale.

Successivamente pubblicizzano il carburante sui social media e lo rivendono a prezzi esorbitanti, aggravando ulteriormente una già grave carenza di carburante. Lo presentano addirittura come un vantaggio, dicendo ai clienti che non dovranno passare ore ad aspettare alle stazioni di servizio.

Per alcuni, questa prospettiva potrebbe persino sembrare allettante, considerando che aspettare 4, 8 o, in alcuni casi, persino 12 ore per fare rifornimento è diventata una realtà.

Oppure questo .

Si assiste a un massiccio saccheggio di carburante da parte di persone che svuotano intere stazioni di servizio in un colpo solo, e poi la cosa viene attribuita alla “carenza di benzina” dovuta agli scioperi in Ucraina.

Uno degli elementi chiave di tutta questa vicenda è stato l’annuncio di Zelensky di ieri, secondo cui l’elemento cruciale risiede nell’“approvazione” da parte del G7 di qualcosa che riguarda l’Ucraina e che ha a che fare con la Crimea:

Possiamo dedurre che Zelensky stia aspettando una sorta di “permesso” dai suoi sponsor del G7 per attaccare il ponte di Kerch o per organizzare qualche altra operazione sotto falsa bandiera o provocazione, oppure forse sta aspettando la consegna di qualche sistema d’arma necessario per tale azione. Un sistema che viene subito in mente è ovviamente il missile tedesco Taurus, di cui si vociferava da tempo che sarebbe stato disponibile proprio per colpire questo ponte, grazie alla sua particolare tecnologia di spoletta di prossimità che lo rende ideale per la distruzione di ponti.

E si noti che Zelensky ribadisce ancora una volta che il colpo finale di questa operazione – per il quale attende una sorta di “autorizzazione” del G7 – ha un unico obiettivo: portare la Russia al tavolo delle trattative, ovvero ottenere un cessate il fuoco immediato. L’Ucraina non sta più cercando di “sconfiggere” militarmente la Russia in alcun modo: la stragrande maggioranza dei droni d’attacco ucraini non viene più inviata contro obiettivi militari, ma contro vari nodi di infrastrutture civili russe in remote regioni interne come la Siberia, che hanno un impatto minimo o nullo sul fronte. Praticamente tutti gli sforzi ucraini sono ora impiegati non sul fronte, ma nella guerra ibrida dell’informazione per cercare di fomentare una sorta di rivolta politica all’interno della Russia.

Ma anche se Putin dovesse trovarsi in qualche “difficoltà”, il punto cruciale che l’Occidente ignora è che un colpo di stato porterebbe con molta più probabilità al potere una linea dura che intensificherebbe la pressione militare sull’Ucraina, se non addirittura la distruggerebbe completamente. Per qualche strana ragione, Zelensky e i suoi sostenitori immaginano che qualcuno ancora più “conciliante” di Putin prenderà il potere e ritirerà immediatamente le forze russe dal fronte. Un simile ragionamento rivela una totale disconnessione dalla realtà sul campo in Russia, dove le recenti provocazioni ucraine non hanno fatto altro che rafforzare il sentimento di trionfalismo militare estremo contro lo Stato “404”, anziché quello di disfattismo.

Praticamente ogni messaggio di Zelensky è ormai interamente incentrato sulla richiesta urgente di un cessate il fuoco immediato:

Volodymyr Zelenskyj / Володимир Зеленський@ZelenskyyUa La Russia deve ritirarsi dall’Ucraina con la sua guerra: noi non vogliamo la guerra. L’Ucraina ha presentato delle proposte ai nostri principali partner, e anche gli amici di Putin hanno saputo da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. Ora la Russia deve compiere questo passo verso la pace. 18:13 · 26 giu 2026 · 740.000 visualizzazioni1.360 risposte · 4.230 condivisioni · 26.600 Mi piace

Leggete le parole: non vogliamo la guerra, vogliamo un incontro con Putin , ecc. Un linguaggio stranamente sottomesso da parte di un paese sull’orlo della vittoria totale su una Russia presumibilmente “in ginocchio”.

Infatti, in una nuova intervista il comandante in capo Oleksandr Syrsky ha appena rivelato due cose fondamentali:

Innanzitutto, è scettico riguardo all’idea che l’Ucraina stia effettivamente “invertendo la tendenza” contro la Russia, come i propagandisti hanno recentemente diffuso:

E, cosa ancora più significativa, il contingente militare russo al fronte continua a crescere :

Qui afferma che le forze russe in Ucraina contano ora oltre 721.000 uomini, un notevole aumento rispetto ai 600.000 annunciati per il 2025:

https://kyivindependent.com/ukraines-military-now-totals-880-000-soldiers-facing-600-000-russian-troops-zelensky-says/

E il 710k annunciato da Syrsky sei mesi fa .

È evidente, quindi, che la Russia continua ad acquisire truppe sul fronte, una netta smentita dell’affermazione secondo cui starebbe perdendo più soldati di quanti ne possa reclutare. Persino i principali account ucraini si sono detti scioccati:

Ora, in modo quanto mai opportuno e subito dopo il suo “misterioso” ritiro a Valdai con Lukashenko, Putin ha rilasciato un’altra serie di dichiarazioni piuttosto interessanti.

Qui Zelensky spiega a Zarubin che in realtà l’Ucraina cercava di convincere la Russia a limitare i combattimenti dell’Organizzazione per la Mossa Speciale (SMO) al solo Donbass. In sostanza, Zelensky voleva che la Russia agisse entro un insieme di territori “delimitati” con l’ovvio scopo di neutralizzare la strategia russa del “morte per mille tagli”, paragonabile a quella del boa constrictor.

Se avete prestato attenzione al video di Syrsky qui sopra, avrete notato che menziona specificamente la strategia russa dei “mille tagli” come la principale impiegata dalla Russia sul fronte:

Ma la vera bomba arriva alla fine del segmento successivo. Putin osserva che l’Ucraina, nell’ambito della nuova “stagione” di provocazioni in stile hollywoodiano di Zelensky, tenterà di organizzare alcuni raid delle forze speciali, presumibilmente in Crimea, con l’intento di rivendicare una sorta di iniziativa o il ripiegamento delle truppe russe. E poi arriva la bomba: dichiara che la Russia continuerà la sua offensiva fino alla conquista sia del Donbass che della Novorossiya.

I resoconti ucraini, in preda al panico, hanno immediatamente spiegato nel dettaglio cosa significasse tutto ciò:

A quanto mi risulta, questa potrebbe essere la prima volta che Putin ha suggerito in modo così diretto che la Russia libererà effettivamente tutto il territorio fino a Odessa inclusa.

Il fatto è che la Russia sta ricominciando ad accelerare il ritmo delle sue offensive. Sta conquistando più territorio e aumentando il suo esercito a tal punto che persino i principali account ucraini ne sono rimasti scioccati.

Se ricordate le statistiche pubblicate circa un mese fa, abbiamo visto che la Russia sembra subire meno perdite che mai. Tutti questi dati convergenti sembrano indicare che lo sforzo bellico dell’Ucraina si sta deteriorando e che la Russia ha ripreso l’iniziativa, il che spiega tutte le attuali sceneggiate isteriche e le operazioni psicologiche senza precedenti in stile hollywoodiano messe in atto da Zelensky e dai suoi strateghi di Bruxelles.

Ora la Russia ha accelerato la distruzione delle infrastrutture energetiche ucraine in risposta agli attacchi dell’Ucraina contro le raffinerie russe, e questo sta creando seri problemi in prima linea, secondo l’esperto energetico ucraino Sergei Kuyun:

A causa degli attacchi della Russia contro i territori di prima linea dell’Ucraina, si registrano problemi di approvvigionamento di carburante.

Sergei Kuyun, esperto ucraino di carburanti, ha affermato che si stanno verificando interruzioni nelle forniture di carburante nei territori di prima linea dell’Ucraina.

Secondo lui, gli autisti delle autocisterne si rifiutano di effettuare le consegne a causa della costante minaccia di attacchi da parte dei droni.

Per ridurre i rischi, vengono utilizzate reti protettive e rifugi mobili per il personale, ma la loro efficacia, secondo Kuyun, rimane limitata.

La situazione attuale sta complicando l’approvvigionamento di carburante nelle aree situate vicino alla linea di contatto nella zona di conflitto.

Resta certo che l’Ucraina infliggerà ulteriori danni alle infrastrutture russe nel corso di quest’ultima, disperata campagna di Zelensky, ma finora ha solo provocato un enorme aumento dei danni reciproci alle infrastrutture ucraine, che potrebbero essere fatali per il Paese.

Ma per ora, restiamo seduti ad aspettare con trepidazione l'”atto finale” della grandiosa messa in scena di Zelensky, che sicuramente prosciugherà l’ultima pila di denaro del riscatto della CIA.


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Alla riscoperta di un’élite dinamica? _ di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica?

Di Blake Smith

SAGGIO DI RECENSIONE
Elite e democrazia
di Hugo Drochon
Portfolio, 2025, 336 pagine

Èquasi inimmaginabile che chiunque osservi le società occidentali contemporanee possa ritenerle ben servite dalle proprie élite. Anche in assenza di un accordo su chi siano tali élite, sul significato del termine “élite” o sull’opportunità o meno di avere un’élite di qualche tipo, interlocutori di ogni orientamento politico e provenienza sociale possono unirsi nel detestare coloro che ci governano.

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Per difendere in modo convincente le nostre élite attuali occorrerebbe una maestria retorica che va ben oltre le capacità di qualsiasi scrittore vivente. Difendere l’idea che dovrebbero, o debbano, esserci élite — difendere una qualche versione di elitismo — è, tuttavia, possibile anche per intellettuali di modesto talento. Tali intellettuali, e forse alcuni dei loro lettori, possono immaginare che, sostenendo l’esistenza di un’élite, stiano andando contro le principali correnti della politica e del pensiero politico odierni.

Hugo Drochon, professore di teoria politica all’Università di Nottingham, lamenta che “viviamo nell’era della rivolta contro le élite” nel suo nuovo libro, Elites and Democracy. 1 Drochon cerca, attraverso le opere di diversi pensatori politici moderni, di difendere una forma adeguata di governo delle élite, compatibile con i valori della maggior parte degli occidentali istruiti che si occupano di manipolazione simbolica da colletto bianco: diritti liberali, progresso storico e, in una certa misura, democrazia.

Drochon definisce questo tipo di elitarismo auspicabile “democrazia dinamica”. Egli introduce il termine innanzitutto come una “teoria della democrazia”. Alla luce delle sue presunte intuizioni, dovremmo riconoscere che, come qualsiasi forma di governo, la democrazia implica “l’esistenza di un’élite che controlla le leve del potere, vale a dire lo Stato”. Questa è la «realtà del potere».2 A creare confusione, nel testo di Drochon il termine «democrazia dinamica» circola anche come nome di un tipo di regime basato su questa intuizione teorica. In questo contesto, un’élite al potere, «democratica» nella misura in cui è eletta, non ereditaria o soddisfa altri criteri, è «dinamica» nella misura in cui si apre al rinnovamento e alla contestazione da parte dei nuovi arrivati. I leader dei sindacati, i portavoce delle minoranze emarginate e altri contendenti al potere, con alle spalle le loro basi non appartenenti all’élite, esercitano una pressione sufficiente sulla classe dirigente affinché quest’ultima non solo apporti cambiamenti alle politiche, ma includa anche alcuni di quei leader nell’élite. Non è chiaro se Drochon intenda dire che la «democrazia dinamica» in questo senso sia stata la norma per gran parte della storia occidentale moderna, oppure se debba essere intesa come un ideale, realizzato solo in parte, a cui le democrazie dovrebbero aspirare.

Democrazia e merito

Per sostenere la sua nozione polisemica di “democrazia dinamica”, Drochon fa ricorso ai teorici delle élite che, nella sua disciplina, sono considerati quelli che hanno posto in modo più incisivo la questione delle élite nella politica moderna: Gaetano Mosca (1858–1941), Vilfredo Pareto (1848–1923) e Robert Michels (1876–1936). A queste letture dei pensatori fondamentali aggiunge capitoli dedicati a un’altra schiera di studiosi, da Joseph Schumpeter (1883–1950) a Raymond Aron (1905–1983), che egli ritiene abbiano conservato alcune delle intuizioni essenziali del primo gruppo, perdendone però altre. I lettori che non hanno familiarità con la tradizione intellettuale di Pareto, Mosca e dei loro interlocutori potranno apprendere qualcosa sulla teoria delle élite e sui suoi commentatori. I lettori che invece ne sono già a conoscenza troveranno fastidiosamente pretenziosa l’insistenza di Drochon sul suo presunto recupero di intuizioni chiave. Il lettore desideroso sia di una spiegazione introduttiva sia di una rilettura innovativa dei teorici delle élite troverebbe più utile il recente libro di Natasha Piano Democratic Elitism: The Founding Myth of American Political Science (2025), un libro che Drochon menziona solo in un breve paragrafo condiscendente che riduce il suo lavoro a un riflesso della rilettura di Machiavelli da parte del suo relatore di dottorato, John McCormick.

Coniare uno pseudo-concetto apparentemente originale, esaltare a dismisura l’originalità delle proprie interpretazioni dei testi, mettere da parte i giovani studiosi e collegare frettolosamente gli argomenti della propria presunta competenza alle questioni politiche attuali sono peccati così tipici del mondo accademico da dover essere perdonati. Alcuni degli altri problemi di Elites and Democracy, tuttavia, sono sintomatici di questioni più ampie rispetto alle deformazioni professionali di Drochon. Essi rivelano piuttosto una confusione su come concepire le élite, diffusa in tutto quel segmento della società incaricato della spiegazione pubblica di tali problemi.

Come afferma Drochon nella sua conclusione, l’idea più fondamentale dei teorici delle élite è che «le élite governano sempre».3 La democrazia non può significare, come sembrerebbe per definizione ed etimologia, il governo del popolo. Coloro che difendono la democrazia non devono perdere di vista questo fatto, esorta Drochon. Devono opporsi ai progetti che mirano ad abolire del tutto le élite senza per questo soccombere a un pessimismo in cui il dominio incessante delle élite fa apparire la politica futile. Sebbene il governo da parte di un’élite sia inevitabile, non siamo destinati a essere governati da una particolare élite, e le potenziali élite variano notevolmente in termini di qualità. Essere governati meglio può non sembrare una causa particolarmente entusiasmante o nobile, ma a differenza dei sogni di emancipazione totale dal governo o dell’esercizio perfettamente non gerarchico del potere, non è impossibile sempre e ovunque. Se Elites and Democracy avvicina anche solo uno dei suoi lettori a questa saggezza prudente e moderata, forse ne è valsa la pena di scriverlo, anche se Drochon non riesce mai a spiegare in modo convincente perché questa saggezza richieda né un termine di nuova coniazione come «democrazia dinamica» né un’escursione attraverso gli scritti di vari teorici politici.

Senza dubbio, Mosca e Pareto, in particolare, sono pensatori stimolanti, giunti alle loro visioni in qualche modo complementari dell’elitarismo osservando il successo di una monarchia costituzionale liberale e democratica in Italia, insieme all’ascesa dei partiti operai di ispirazione marxista, all’emergere dell’Unione Sovietica e, infine, al fascismo italiano. Tutti questi movimenti attaccavano le precedenti forme di governo in quanto espressione di quella che i loro sostenitori consideravano un’élite eccessivamente ristretta, egoista e reazionaria, inadeguata alle sfide poste dalla modernità industriale. Tutti sostenevano che un insieme di persone non appartenenti all’élite – che potesse essere l’umanità in quanto titolare di diritti universali, il proletariato o la nazione – fosse stato escluso dal potere e oppresso. Eppure nessuno di quei movimenti creò una forma di governo in cui non governassero élite di qualche tipo. Questo fatto spinse Mosca e Pareto a sostenere che le élite sarebbero state un elemento di qualsiasi regime possibile e a considerare quali specifiche modalità di selezione, istruzione e competizione potessero produrre la migliore schiera di leader politici. Per loro, le rivoluzioni del XIX e dell’inizio del XX secolo non rappresentavano tanto una successione di rotture storiche decisive quanto piuttosto una serie di promemoria sull’importanza di gestire in modo pragmatico le tensioni sociali attraverso il mantenimento di un’élite adeguatamente diversificata, intelligente e flessibile.

Gran parte di ciò che si può trarre da Mosca e Pareto in questo senso è buon senso, frutto dell’osservazione della loro epoca ma, mutatis mutandis, valido anche per la nostra. Il nucleo di questo buon senso, tuttavia, non era affatto estraneo ai leader delle rivoluzioni liberaldemocratiche, marxiste e fasciste che, qualunque cosa dicessero a nome della parte non elitaria dell’umanità, erano essi stessi acuti teorici e praticanti dei propri tipi di elitarismo. L’avanguardismo di Lenin, o i culti fascisti del grande uomo, sono ciò che si potrebbe definire teorie elitarie. Gli scritti che li esprimono, al di là del loro dogmatismo respingente e del loro carattere occasionale, sono attenti ai problemi legati alla costituzione di una nuova élite capace di organizzare un cambiamento sociale auspicabile.

Anche le rivoluzioni democratiche che le avevano precedute erano indissolubilmente legate alla riflessione sulle élite. Ad esempio, uno dei pensatori centrali della Rivoluzione francese, Emmanuel Joseph Sieyès, nel suo opuscolo del 1789 “Che cos’è il Terzo Stato?”, fornì un quadro di riferimento attraverso il quale organizzare intellettualmente e operativamente le richieste diffuse e ancora incoerenti rivolte alla monarchia vacillante. Come molti dei suoi colleghi, Sieyès vedeva la Rivoluzione come il rovesciamento di un’aristocrazia feudale ereditaria a favore di una nuova élite la cui pretesa al potere si fondava su ciò che veniva chiamato talento o merito. Presentata dai rivoluzionari come una rottura con quello che cominciarono a chiamare l’ancien régime, questa era in realtà solo un’estensione o un’accelerazione del processo di assorbimento di nuovi membri già in atto all’interno di quest’ultimo. La monarchia francese, come quasi tutte le sue contemporanee, aveva creato percorsi che consentivano ai cittadini comuni di nobilitare se stessi o i propri figli in cambio di ingenti somme di denaro o della prestazione di grandi servizi pubblici.

Idee simili erano presenti anche tra i padri fondatori americani, per i quali il pensiero politico era sinonimo di riflessioni sulla creazione, la continuità e il ricambio delle élite. Sebbene avessero visioni diverse sul futuro dell’America e sul tipo di persone qualificate a guidarla verso la sua realizzazione, i padri fondatori potevano dare per scontato che esistessero individui dotati di intelligenza, ambizione e virtù eccezionali, qualificati a governare. Questi individui dovevano ricevere un’istruzione adeguata affinché potessero essere di massima utilità alla repubblica. Dovevano inoltre essere protetti sia dalla gelosia di quella che all’epoca veniva definita «la plebe», sia dalla loro stessa tentazione di monopolizzare il potere ed emarginare i colleghi. L’arte di governare consisteva principalmente nella creazione di istituzioni, prassi e principi etici grazie ai quali gli individui si sarebbero impegnati a guadagnarsi un posto tra le élite attraverso una forma di emulazione tra rivali, intensa ma ben incanalata.

Anche gli occidentali con una conoscenza storica anche solo superficiale comprendono che le tradizioni politiche dei secoli precedenti, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per il centro liberaldemocratico, ruotano essenzialmente attorno alle questioni relative alla leadership. La lettura dei Federalist Papers, o un corso universitario introduttivo alla storia europea dal 1750 in poi, dovrebbe essere sufficiente a far prendere coscienza agli studenti che l’elitarismo — ovvero l’accettazione del fatto che una minoranza governi sempre, unita alla preoccupazione per la selezione e la formazione di questa minoranza — non è una posizione esoterica o eterodossa in contrasto con i valori liberaldemocratici. È semplicemente l’impostazione predefinita del pensiero politico occidentale moderno e di molto altro ancora, prima della modernità e al di là dell’Occidente. Non occorre guardare oltre le risorse concettuali immediate delle nostre tradizioni più vicine, né ridefinire la democrazia, per scoprire l’importanza di un’élite funzionale.

Un certo tipo di persona, tuttavia, potrebbe sentire il bisogno di immaginare che, facendo o pensando qualcosa di consolidato, stia inventando qualcosa di nuovo oppure recuperando, con un certo rischio, qualcosa di perduto o nascosto. Negli ultimi anni, qualsiasi cosa – dall’avere figli alla lettura di libri, fino all’attività fisica – è stata interpretata da alcuni commentatori della cultura come una spinta di sfida contro le norme prevalenti. Siamo incitati da ogni parte a concepire noi stessi come in resistenza a qualcosa, piuttosto che come attuatori e difensori: a provare risentimento verso la nostra cultura piuttosto che gratitudine per il fatto che, nella sua straordinaria generosità, ci abbia offerto ricche risorse concettuali grazie alle quali possiamo perseguire e forse diventare chi vogliamo essere. Così, la «democrazia dinamica» viene presentata al lettore come un termine rivelatore.

Mosca, Pareto e i loro difetti

Se oggi i classici luoghi comuni riescono a colpirci solo quando vengono presentati come novità, allora forse Drochon ha ragione, per ragioni tattiche, a riscaldare l’elitarismo che sta al centro del pensiero politico occidentale moderno con il suo concetto apparentemente innovativo. Purtroppo, però, è piuttosto affascinato da alcune delle idee più eccentriche o inapplicabili dei pensatori da cui attinge le sue idee. Questi ultimi sono tra i meno adatti ad aiutarci a comprendere i problemi del presente. È affascinato, ad esempio, dalla divisione di Pareto delle élite in «leoni» e «volpi». I primi sono «conservatori, che danno importanza al mantenimento dell’unità… dell’omogeneità, dei costumi consolidati e della fede, anteponendo i bisogni della comunità a quelli dell’individuo». I secondi sono «gli innovatori, più inclini alla disaggregazione… alla pluralità e allo scetticismo, che antepongono l’individuo alla comunità». 4 Questa distinzione è stata tratta dall’esperienza storica del suo autore nell’Italia del XIX secolo, dove la nobiltà tradizionale era in conflitto con coloro che avevano accumulato ricchezze grazie alla finanza e all’industria. L’analogia deve essere apparsa convincente a chi era cresciuto in mezzo a questi conflitti e in una cultura in cui tali concetti trovavano ancora eco.

Drochon, stranamente, ritiene che la contrapposizione “leoni contro volpi” metta in luce la nostra esperienza più recente. “La storia europea recente”, sostiene, è stata “dominata” dai “valori” delle volpi, ovvero quel tipo di élite in grado di prosperare nei “regimi parlamentari” basati sulla “negoziazione e sul compromesso”. 5 Gran parte della storia europea recente, infatti, è stata caratterizzata dalla frustrazione nei confronti dei regimi parlamentari, spesso descritti dai loro nemici come forum inutili per litigi senza fine o come strumenti corrotti al servizio degli interessi economici (le burocrazie statali europee e la burocrazia sovranazionale dell’Unione Europea possono essere intese come strategie per eludere alcuni aspetti indesiderabili del parlamentarismo).

Anche tralasciando i movimenti antiparlamentari del fascismo, del nazismo e del comunismo, se si considera la storia europea dopo il 1945, uno dei leader più importanti del continente, Charles de Gaulle, compì un colpo di Stato militare nel 1958 per abolire quello che considerava il regime eccessivamente parlamentare della Quarta Repubblica. Se quella si potesse definire un’azione da leone, il suo successivo programma di governo presidenziale sottolineava la necessità di modernizzare l’economia e la società francesi, cosa che, secondo Drochon, è invece la preoccupazione specifica delle volpi. Categorie in qualche modo utili per comprendere ciò che animava i dibattiti tra i politici italiani cinque generazioni fa crollano al contatto con i fenomeni del XX secolo, per non parlare di quelli del XXI.

Un altro elemento deplorevole del pensiero di Mosca e Pareto che affascina Drochon è l’idea dei gruppi sociali in ascesa e in declino. La “democrazia dinamica” da lui sostenuta è aperta al talento e al merito, di cui sono portatori gli individui non appartenenti alle élite che lottano per scalare la gerarchia, oltre che ai gruppi emarginati che, attraverso i propri leader, esercitano pressione sulle élite, le quali rispondono ammettendo alcuni di quei leader in un’élite riconfigurata. Tutto ciò rientra nella norma. Ma, cosa ben più significativa, Drochon sostiene che il regime ideale sia quello governato da un’élite che rimanga aperta alla «sfida perpetua delle élite emergenti nei confronti di quelle consolidate».6

Questa nozione di una “élite emergente” che si unisce a un’“élite consolidata” può sembrare una naturale riformulazione dei due percorsi di ingresso delle non-élite nell’élite descritti sopra. Ma cosa significa “emergente”? Si può dire che gli individui ammessi nell’élite attraverso quelli che vengono intesi come risultati personali o come mezzo di negoziazione collettiva siano emersi o, piuttosto, siano stati elevati. Ma ciò che Drochon intende per «élite emergente» è che, ancor prima di essere ammessi nell’élite esistente, questi individui sono già su una traiettoria ascendente, fanno parte di un gruppo sociale in ascesa in termini di ricchezza e prestigio, senza aver ancora ottenuto dall’attuale classe dirigente ciò che i suoi membri attribuiscono a se stessi come misura del riconoscimento meritato.

Si tratta di immaginare che i gruppi sociali formino o una sorta di soggetto collettivo che si può dire stia facendo strada verso l’alto, oppure un’entità sovraindividuale trascinata verso l’alto dal moto del cambiamento storico. Nella sua ascesa, essa converge e si scontra con le élite esistenti. Ma non sappiamo quali gruppi stiano emergendo, né tantomeno quali insiemi di persone possano mantenere una coerenza politica, culturale e morale sufficiente per essere qualificati in modo convincente come gruppi, se non attraverso le lotte di potere che, secondo Drochon, si svolgono tra le élite future e quelle attuali. La competizione non è un’arena in cui un’élite aspirante entra una volta superata una soglia di sviluppo sociale. Piuttosto, i risultati della competizione fanno sì che i vincitori e i vinti sembrino, col senno di poi, aver appartenuto a gruppi in ascesa o in declino.

Le aspirazioni frustrate delle classi sociali apparentemente emergenti costituirono un tema centrale dell’attivismo politico e della teoria occidentale del XVIII, XIX e primo XX secolo. Si riteneva che il progresso storico della modernità commerciale e industriale creasse una serie di classi distinte, ciascuna delle quali, man mano che diventava più numerosa e politicamente consapevole, finiva per scontrarsi con le strutture tradizionali della società e con le élite che le governavano. Si diceva che la borghesia avanzasse tali richieste alla nobiltà; una volta che la borghesia era stata accontentata, a sua volta la classe operaia avanzava le proprie richieste. Questo modo di concepire la storia recente non era esclusivo di Marx e della tradizione marxista. Era il contesto intellettuale che rendeva plausibili le idee di Marx. Tocqueville, ad esempio, vedeva la democrazia liberale—il regime della nuova élite—imprenditoriale e burocratica non aristocratica—nonostante l’apparente fallimento della Rivoluzione francese, come destinata a eliminare i residui dell’ancien régime e a sostituire, o fondersi con, l’élite aristocratica di quest’ultimo. In un contesto del genere, poteva sembrare plausibile parlare, con speranza o con timore, dell’ascesa della borghesia o del proletariato come se si discutesse dell’inesorabile movimento delle placche tettoniche.

Nell’ultimo mezzo secolo, gli storici si sono spesso chiesti se, in realtà, dietro le rivoluzioni del 1776, del 1789 e del 1848 esistessero effettivamente gruppi sociali così coerenti. Forse si sono accumulati dubbi ancora maggiori riguardo alla convinzione che la storia possa essere intesa come un movimento in avanti dello sviluppo economico e sociale, costituito da movimenti e contromovimenti più piccoli attraverso i quali insiemi di attori politici cercano di accelerare, rallentare o comunque rispondere al ritmo del cambiamento.

Potrebbe invece essere utile pensare alla società, in un dato momento, come a un insieme di un numero indefinito di potenziali contro-élite che vengono spinte verso l’autocoscienza dagli sforzi dei loro aspiranti leader di entrare nell’establishment al potere. Pensare in questi termini, in termini di élite potenziali piuttosto che emergenti, significherebbe accettare che vi sia contingenza non solo nell’esito degli scontri tra élite attuali e aspiranti, ma anche nei processi attraverso i quali i gruppi sociali vengono a esistere, e nei processi attraverso i quali le persone ambiziose vengono designate come rappresentanti di tali gruppi. Ciò che renderebbe efficace, o in qualche modo legittima, una particolare schiera di aspiranti a entrare nelle file della classe dirigente non sarebbe, secondo questa prospettiva, il fatto che essi appartengano a forze emergenti o storicamente progressiste.

Al contrario, le nostre aspiranti élite si ingraziano l’élite esistente presentando in modo convincente le proprie ambizioni individuali come il mezzo per il progresso delle masse non appartenenti all’élite. Queste ultime, in realtà, dispongono di un’effettiva forza politica e persino di coesione sociale nella misura in cui vengono spinte all’azione o rappresentate simbolicamente dai propri leader. Il fatto che i leader descrivano coloro che guidano come formazioni sociali preesistenti su una traiettoria storica ascendente, destinate a scontrarsi con i limiti di un ordine conservatore, è una caratteristica contingente — e forse in via di estinzione di una particolare fase della storia occidentale moderna. Man mano che l’era della borghesia «in ascesa», seguita da un proletariato «in ascesa» (che non è mai realmente asceso), si allontana, alle sue narrazioni politiche caratteristiche dovrebbe essere riservato lo stesso scetticismo che riserveremmo alle storie sulle fazioni al potere che hanno ottenuto o perso il Mandato del Cielo.

Eliti demoralizzate

Mosca e Pareto combinano la concezione storicista dell’ascesa e del declino delle classi con metafore naturalistiche che, come le antiche nozioni di un ciclo delle dinastie, assimilano la vita politica a meccanismi impersonali. Drochon trova queste metafore affascinanti. Per Mosca, la classe dominante diventa «chiusa e stazionaria — in una parola, conservatrice», mentre nuovi contendenti emergono e riportano la storia a uno stato di flusso. Per Pareto, la «circolazione delle élite» avviene o attraverso un flusso costante in cui nuovi talenti vengono continuamente assorbiti da una classe dominante aperta, oppure attraverso «il fiume che straripa e rompe gli argini» nel rovesciamento rivoluzionario di un’élite che si era mantenuta chiusa. 7 In questa ottica, la politica è l’arte di individuare nuovi talenti e gruppi sempre più potenti, e di adattare ad essi le istituzioni esistenti in modo tale che il cambiamento assuma la forma di una sequenza costante di riforme tempestive piuttosto che di rotture dirompenti.

Concepire la politica in questo modo affida alle élite consolidate una missione gestionale, analitica e, in ultima analisi, antipolitica. Anziché assumersi la responsabilità attiva di creare le condizioni sociali ed economiche che ritengono debbano prevalere, le élite educate a pensare nei termini sopra indicati sono essenzialmente irresponsabili. È certamente sensato integrare in modo pragmatico i dissidenti e i nuovi talenti. Ma una delle cause dell’attuale impasse politica e dell’ampia insoddisfazione nei confronti delle odierne élite occidentali potrebbe benissimo essere il fatto che queste ultime siano state a lungo addestrate a liberarsi della responsabilità politica: a descrivere se stesse come semplici esecutrici degli imperativi imposti dalla logica del mercato, dalla sicurezza nazionale, dall’arco morale dell’universo, ecc., piuttosto che come leader che plasmano e realizzano una volontà collettiva. Un’élite i cui membri vedono la propria missione come la descrive Drochon potrebbe non essere in grado di esercitare una leadership politica, specialmente nel corso delle generazioni.

Drochon ha molto da dire sull’importanza di accettare che tutti i regimi, anche le democrazie, abbiano un’élite, e di comprendere che un’élite funzionale è quella aperta a nuovi membri. Entrambe queste affermazioni sono sicuramente vere, anche se ci si potrebbe interrogare sull’impegno profuso per sottolinearle. Ma non c’è motivo di pensare che tale élite debba essere aperta nel modo in cui Drochon, attingendo a Mosca e Pareto, concepisce l’apertura. Abbiamo alle spalle una certa esperienza storica, o meglio una narrazione storiografica, di vecchi regimi abbattuti da una borghesia in ascesa e di ordini liberali minacciati da classi operaie insorgenti. Di conseguenza, abbiamo un senso comune morale e politico secondo cui appare evidente che una casta ristretta, chiusa e che si autoalimenta sia necessariamente «conservatrice», anzi anacronistica, e destinata al collasso se non rimane aperta a nuovi talenti. Né questa visione della storia né quella delle élite chiuse contrapposte a quelle aperte sono ovviamente vere. Queste nozioni potrebbero essere considerate come prodotti di un’epoca specifica, sempre più lontana, in cui la rivoluzione era una prospettiva concreta.

Sia da una prospettiva storica più ampia che da un punto di vista immediato nell’Occidente contemporaneo, non è affatto chiaro perché un gruppo di élite non possa perpetuarsi con successo senza aprirsi a nuovi membri. Per gran parte della storia recente, lo status all’interno di un’élite politica, economica e culturale è stato tramandato di generazione in generazione attraverso poche famiglie, i cui membri dovevano in genere superare alcune prove di idoneità, come esami o il servizio militare. Se ben concepito, un sistema del genere può durare a lungo. Si potrebbero prendere in considerazione le dinastie imperiali cinesi, che in genere duravano due o tre secoli. Un’élite di questo tipo potrebbe essere più o meno «statica» pur presiedendo a cambiamenti «dinamici» sul piano economico, sociologico e persino politico. Può valere anche il contrario: un’élite dinamica (composta da più gruppi in un equilibrio mutevole) non è necessariamente la più adatta a promuovere cambiamenti positivi nella società.

La stasi di tipo negativo ci è ben nota. Le nostre società, sempre più disuguali, conoscono bene la ricchezza patrimoniale: dopotutto, stiamo assistendo a un ritorno dall’impresa societaria all’azienda familiare come forma più rilevante di potere economico. Le nostre giovani aspiranti élite, impegnate a dimostrare il proprio merito e a incarnare valori legati al dinamismo, all’apertura e al progresso, sono solitamente figlie di élite che hanno fatto lo stesso.

La democrazia dinamica in America

Drochon vuole convincerci che, poiché non possiamo fare a meno di un’élite, dobbiamo mantenere aperta la nostra élite. Egli sostiene che, in particolare negli Stati Uniti, la “circolazione delle élite” abbia “subito un rallentamento, se non si è addirittura arrestata”, creando le condizioni per una “rivoluzione” o almeno per una “rivolta”. È vero che la contesa tra Trump e Biden è stata giustamente «denunciata come gerontocratica» e considerata un segnale preoccupante del fatto che i meccanismi di trasmissione del potere alla prossima generazione di élite fossero in qualche modo bloccati o in fase di collasso.8  Tuttavia, nulla nell’analisi di Drochon ci fornisce gli strumenti per riflettere specificamente sulla trasmissione generazionale del potere, che dopotutto può consistere nel fatto che i figli subentrino nelle posizioni dei genitori. Un’élite potrebbe evitare la gerontocrazia pur rimanendo chiusa sia ai nuovi talenti sia ai leader dei gruppi emergenti. Possiamo immaginare un’aristocrazia politicamente efficace composta da persone di mezza età o persino da giovani, come i principi del Rinascimento italiano o, più immediatamente, i giovani rampolli delle dinastie dei Kennedy e dei Trump.

Per Drochon, tuttavia, è stata la chiusura mentale — piuttosto che l’età, l’incompetenza o la malevolenza — dell’élite americana a suscitare sia l’antielitarismo populista sia l’insoddisfazione di un’élite emergente che, almeno temporaneamente, si è identificata con Trump. Quest’ultima, sostiene Drochon in un’affermazione incredibilmente generica, ha vinto nel 2024 con il sostegno di una nuova élite che «ha completamente sostituito la vecchia élite». La vecchia élite era composta da democratici e repubblicani anti-Trump (Drochon cita solo politici); la nuova élite include repubblicani pro-Trump e «i “tech-bros” Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ecc.». Questi «oligarchi della tecnologia» costituivano una «élite emergente», apparentemente insoddisfatta dei limiti imposti loro dalla vecchia élite politica, pronta a sostenere il «cambio di regime» di Trump per promuovere i propri interessi.9 In che misura questi miliardari della tecnologia costituissero già in precedenza un’élite emergente o quali siano i loro interessi specifici rimane inspiegato in tutto il libro.

Negli ultimi due anni questa storia è stata raccontata così tante volte che l’esistenza di una specifica formazione sociale costituita dalle élite tecnologiche, con interessi e ideologia propri, potrebbe sembrare ovvia. Le convinzioni politiche delle singole élite della Silicon Valley, tuttavia, sono ampiamente eccentriche e instabili. I tentativi di tracciare il comportamento politico collettivo del gruppo, o di delineare gli impegni condivisi dai suoi membri, finora si sono rivelati poco convincenti. Poiché le élite tecnologiche sembrano aderire a ogni dottrina, dall’anarco-libertarismo all’autoritarismo neocameralista e dal transumanesimo al cattolicesimo eterodosso, spostando al contempo le loro donazioni dai Democratici neoliberisti ai Repubblicani sostenitori del MAGA, diventa difficile formulare affermazioni sul carattere di questa élite.

È vero che alcune élite tecnologiche hanno donato ingenti somme di denaro a Trump, e questo è stato probabilmente determinante per la sua rielezione. Ma queste élite rappresentano forse un gruppo distinto, una classe emergente con una propria visione del mondo e un proprio percorso storico, che si scontrano con le strutture gerontocratiche della Beltway proprio come la borghesia francese si scontrò con la Bastiglia?

Gli oligarchi della tecnologia, come gli altri ricchi, in genere vogliono tasse più basse, meno regolamentazione, più appalti pubblici, manodopera a basso costo, mercati protetti e così via. A differenza degli altri ricchi, possono anche avanzare richieste specifiche, ad esempio riguardo all’approvvigionamento idrico ed elettrico per i data center o all’allentamento delle leggi antimonopolistiche. Possono trovarsi in disaccordo con altri ricchi —e tra di loro—su ogni sorta di altre questioni sociali e culturali. Non è chiaro fino a che punto le loro richieste specifiche si integrino in un programma tale da poter affermare che le élite tecnologiche abbiano interessi comuni chiaramente articolati che debbano essere soddisfatti dall’establishment politico.

È ancora meno ovvio se il mezzo secolo di cambiamenti economici legati alla Silicon Valley e al settore tecnologico possa essere paragonato all’era dell’industrializzazione, che presumibilmente ha dato vita a nuove classi e a élite emergenti, tanto da poter parlare delle élite tecnologiche come di un’altra formazione di questo tipo. Tale analogia, tuttavia, ha orientato gran parte del nostro modo di pensare sia a queste élite, sia, più in generale, alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di vivere legati all’informatica, a Internet e all’intelligenza artificiale. Gli analisti ci informano periodicamente che, grazie al dinamismo intrinseco della tecnologia, siamo alle soglie di, o siamo già entrati in, una nuova era alla quale le nostre strutture politiche, sociali e culturali devono adeguarsi. Tale affermazione si basava sul fatto che tali analisti avessero ereditato un quadro intellettuale grazie al quale potevano parlare con sicurezza della natura del cambiamento storico e della sua inevitabile sequenza di novità epocali.

Sembra tuttavia sempre più difficile tracciare la storia in questi termini lineari, o seguire l’ascesa e il declino di gruppi sociali caratterizzati da insiemi ben definiti di interessi e ideologie. La vita politica e la società civile appaiono sempre più come geroglifici imperscrutabili, specialmente se letti attraverso i metodi tradizionali dello storicismo e dell’analisi sociologica. Il corso in continua evoluzione dell’amministrazione Trump, l’instabile coalizione che lo sostiene e la mutevolezza delle visioni del mondo delle élite tecnologiche sembrano sintomatici di questa variabilità, così come lo sono i tentativi disperatamente loquaci dei commentatori di fornire categorie e classi attraverso cui comprendere le forme di pensiero frammentarie, proteiformi e sconcertanti in cui ci muoviamo. Non passa settimana senza che qualche saggio su Substack, improvvisamente popolare, annunci o denunci l’esistenza di una categoria di persone prima insospettabile (come, appunto, volpi e leoni). Ci viene fatto credere che per il nostro futuro politico sia imperativo comprendere questa categoria, o meglio discuterne in modo prolisso fino alla pubblicazione del prossimo saggio.

A partire dagli anni ’60, la sinistra ha cercato un gruppo sociale che sostituisse la classe operaia come motore del cambiamento sociale, riponendo le proprie speranze nelle minoranze razziali, nei giovani e negli immigrati, mentre gli osservatori conservatori hanno di conseguenza concentrato la propria ira su una serie di gruppi in parte immaginari, dai burocrati dello “Stato profondo” alle donne delle risorse umane. Le descrizioni dell’«élite tecnologica» possono ricoprire un ruolo simile, facendola apparire o come un pericolo o come uno strumento con cui smantellare un’élite sempre più disfunzionale. Ma il discorso pseudo-sociologico che identifica nuovi eroi e cattivi per il nostro dramma storico sembra aver raggiunto un picco di onnipresenza, incapace di orientare in modo affidabile la nostra politica.

Immaginare un’élite del futuro

Quanto detto sopra potrebbe sembrare un cavillo meschino. Drochon vuole che accettiamo l’idea che abbiamo bisogno di un’élite, in contrapposizione alla spinta irrazionale del populismo. Vuole che la nostra élite sia vitale, energica e competente. Si tratta di un’idea lodevole, e non si può che essere d’accordo. Ma nel tentativo di utilizzare le sue interpretazioni della teoria delle élite e il suo concetto di “democrazia dinamica” per sostenere queste tesi, Drochon ci presenta false scelte e falsi problemi.

Coloro che condividono il suo desiderio che le società occidentali siano governate in modo dignitoso non dovrebbero confondere tale desiderio, come fa Drochon, con quelli di mobilità sociale o di adeguamento al progresso della storia, che hanno prevalso come senso comune sin dalla fine del XVIII secolo. Questi desideri possono essere ragionevoli, o avere un nucleo razionale che andrebbe riformulato per la nostra epoca, ma non hanno nulla a che vedere, di per sé, né con la democrazia né con un’élite sana. Drochon, avendo accettato che la democrazia non possa fare a meno di un’élite, cerca di ridefinire la democrazia come un regime governato da un’élite aperta, mobile e progressista. Un regime governato da un’élite meritocratica, tuttavia, costantemente aperta a nuovi talenti e attivamente alla ricerca nel campo sociale di gruppi emergenti o minoranze emarginate, potrebbe essere percepito come antidemocratico da molti dei non-elitari che esso governa. Questo scenario, dopotutto, riflette in parte il modo in cui la base populista di Trump vede le élite che identifica all’interno della burocrazia federale, delle reti di lobbisti, dei media e del mondo accademico.

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Da questa prospettiva, potremmo riconsiderare se la creazione di un’élite intelligente e virtuosa al servizio del popolo abbia davvero così tanto a che fare con la questione della sua apertura, piuttosto che, ad esempio, con la qualità della sua istruzione, l’ampiezza della sua visione o il suo senso di responsabilità. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare a ciò che vogliamo dalle nostre élite e a come ottenerlo.

La nostra profonda e diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali assetti sociali, economici e culturali si manifesta spesso sotto forma di ostilità verso coloro che vengono percepiti come élite e, talvolta, verso qualsiasi élite in generale. Le proteste contro la stagnazione e il relativo declino del tenore di vita delle classi medie e lavoratrici occidentali —che generano disorientamento etico e disperazione nei loro membri—si esprimono in forme imprecise e irrazionali che confondono problemi risolvibili con nemici chimerici. Il malcontento ben fondato nei confronti della traiettoria della nostra civiltà sfocia in movimenti e credenze bizzarri e autolesionistici. Le lamentele riguardo all’inaccessibilità degli alloggi e dell’assistenza sanitaria, o alla crescente difficoltà di assicurarsi un lavoro ben retribuito e un matrimonio appagante, si traducono in invettive non solo contro i leader che ci capitano e le loro decisioni sbagliate, ma contro il fatto stesso di dover essere guidati.

La sensazione diffusa di essere stati condotti in un vicolo cieco e di dover trovare una nuova strada rappresenta una richiesta politica di azione collettiva per riorganizzare il nostro mondo. Le persone che sembrano invocare a gran voce l’azione, la politica, la leadership sono diventate, a causa delle condizioni contro cui protestano, così disorientate e tormentate da aderire a movimenti demagogici che offrono loro la fugace illusione che qualcosa possa essere fatto a loro favore (o, più probabilmente, per punire le persone che odiano). Nel frattempo, questa demagogia erode ulteriormente non solo il loro tenore di vita, ma anche la loro capacità di distinguere l’azione dal gesto, la politica dal teatro, i leader dagli showman.

Nell’ultimo decennio, le richieste di smantellare lo “Stato amministrativo” o lo “Stato profondo” provenienti dalla destra, oppure “la polizia” e “le frontiere” provenienti dalla sinistra, si sono accompagnate, in un apparente paradosso, a un uso arbitrario e punitivo del potere statale da parte sia dei conservatori che dei progressisti, al fine di mettere a tacere e umiliare i propri nemici ideologici. Sia le richieste impossibili di abolire gli strumenti necessari al potere politico, sia gli abusi eclatanti di tali strumenti sono stati accolti con favore da ampi segmenti dell’opinione pubblica non appartenente all’élite. Se in tutto l’Occidente contemporaneo l’élite ha deluso il popolo, va detto che il popolo, a sua volta, ha perso la capacità di selezionare, sostenere o riconoscere un’élite efficace.

Noi che facciamo parte dell’élite culturale o intellettuale dobbiamo chiarire ai nostri concittadini — e prima di tutto a noi stessi — che un’élite di qualche tipo è necessaria e che solo attraverso un’élite è possibile riattivare la politica e trovare una via d’uscita dalla nostra impasse che ci sta riducendo alla miseria. La difesa di questo elitarismo non dovrebbe basarsi su modelli di pensiero storici e sociologici che, se mai sono stati utili, ora sembrano solo ingombrare il nostro discorso comune con astrazioni inapplicabili. Sappiamo, senza bisogno di ricorrere a essi, che esiste un’élite al potere e che ci governa male.

Potremmo iniziare a riflettere in modo positivo su come dovrebbe essere un’élite auspicabile, senza immaginarne l’auspicabilità in termini di capacità di rappresentare classi sociali o tipi umani distinti. Potremmo, infatti, considerare l’idea di rompere con la tradizione moderna che ha interpretato il problema delle élite in termini di grado di apertura della classe dirigente nei confronti dei nuovi arrivati e considerare aspetti più elevati. Tale apertura rimarrebbe, ovviamente, un argomento di analisi, ma di secondaria importanza rispetto alla virtù intrinseca della nostra élite in senso più platonico: nella forza di carattere, nella chiarezza di visione e nella gestione responsabile della nazione. In politica ci sono cose più importanti del semplice metodo di selezione.

Percepiamo inoltre che, nel cuore della libertà umana, vi sia un richiamo sempre presente a riconoscere e a partecipare a quella qualità splendente, preminente e superiore che si manifesta in certi individui dinamici, i quali ci svelano possibilità insospettate di agire. Il fatto che questo richiamo sia stato stravolto dai demagoghi — che fingono di essere proprio quelle persone per sedurci con gesti spettacolari e vuoti, che incarnano i nostri grotteschi fallimenti e mettono in scena le nostre peggiori fantasie invece di liberarci per vivere meglio alla luce del loro stesso esempio — rende ancora più imperativo che lo ascoltiamo e lo facciamo eco. Se speriamo di convincere i nostri concittadini ad accettare la necessità di un’élite, e di rendere questa élite necessaria il più competente e benevola possibile, allora dobbiamo iniziare a portare alla luce e a chiarire le nostre esperienze elementari di gerarchia, che sono state in parte oscurate da quel tipo di richiami allo storicismo su cui si basa la difesa dell’elitarismo di Drochon.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 226–40.

Note

Hugo Drochon, Elites and Democracy (Princeton: Princeton University Press, 2026), 2.

Drochon, Elites and Democracy, 11–12.

Drochon, Elites and Democracy, 239.

Drochon, Elites and Democracy, 109.

Drochon, Elites and Democracy, 120.

Drochon, Elites and Democracy, 239.

Drochon, Elites and Democracy, 62, 106.

Drochon, Elites and Democracy, 241.

Drochon, Elites and Democracy, 242.

Michael Vlahos: Trump deve accettare la sconfitta

Abbiamo dimenticato che la strategia riguarda il successo reale e non semplicemente una vittoria militare. Abbiamo ottenuto molte rapide vittorie in campagna, solo per poi vedere fallire l’impresa strategica stessa. Il combattimento di facciata è diventato la strategia, anziché il nostro interesse nazionale a lungo termine. Sostituiamo la vecchia narrativa [irraggiungibile, fallimentare] con una spiegazione che enfatizza il raggiungimento di un successo strategico più ampio.

Michael Vlahos: Trump deve accettare la sconfitta

Solo quando gli Stati Uniti riconosceranno finalmente che non tutte le guerre si vincono militarmente, si rassegneranno alla perdita di un impero e alla conquista di un futuro migliore.

Kelley Vlahos24 giugno
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Esistono numerosi esempi eclatanti di nazioni potenti, persino imperi, che hanno accettato la sconfitta e hanno effettivamente trovato un successo strategico a lungo termine nella disfatta. Il Giappone nel 1945. Nixon che si reca in Cina nel pieno del fallimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Il presidente Trump si sta avvicinando proprio a quel momento e deve saperlo cogliere al volo, afferma il nostro ospite di questa settimana, Michael Vlahos .

Vlahos, stratega militare e storico , afferma che il culto del potere militare non è mai stato così forte, ma ha subito un duro colpo nella guerra con l’Iran. L’esercito statunitense ha dominato il pianeta in termini di capacità, ricchezza e tecnologia per generazioni, ma negli ultimi quattro mesi è stato sconfitto da un Iran molto meno equipaggiato, più piccolo e con risorse limitate. Come? Perché?

Vlahos spiega come Washington non abbia mai imparato la lezione: la sola forza militare non basta a vincere le guerre. La mossa di Trump ora è quella di accettare la sconfitta e trasformarla in qualcosa che non solo stabilizzi la regione, ma contribuisca anche a far comprendere che il mantenimento dell’impero americano non fa altro che distruggere il nostro interesse nazionale e, come gli imperi che lo hanno preceduto, è destinato al fallimento finale.

Tante cose interessanti da imparare questa settimana su Trip the Beltway Fantastic, date un’occhiata!

Il prezzo e le conseguenze della sconfitta

Raccolta di articoli a cura del Conflicts Forum, redatta da autorevoli commentatori israeliani in materia di politica e sicurezza (tradotti prevalentemente dall’ebraico), 24 giugno 2026

Forum sui conflitti24 giugno∙A pagamento
 
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Il prezzo della sconfitta — «Trump ha esercitato pressioni su Netanyahu affinché accettasse il ritiro dai cinque punti nel Libano meridionale, il ritiro dal Monte Hermon in Siria e una drastica riduzione delle attività delle Forze di difesa israeliane (IDF) per evitare di compromettere il protocollo d’intesa» /

«La settimana che ha segnato un ribaltamento degli equilibri strategici di potere in Medio Oriente» /

«Il rifiuto di Israele di ritirarsi dal Libano e dal Monte Hermon potrebbe portare gli Stati Uniti a passare dalle parole ai fatti e a imporre un embargo parziale» /

«Timori in Israele mentre gli Stati Uniti acconsentono alla partecipazione dell’Iran alla gestione del Libano» /

«La strategia di logoramento di Teheran: il Libano è solo l’inizio» /

Amos Yadlin, ex capo dei servizi segreti militari delle Forze di difesa israeliane (IDF): «Una sconfitta storica è ancora evitabile — Un piano per scongiurare le previsioni di un collasso strategico»’ /

«Questa volta c’è un vero e proprio disaccordo tra Trump e Netanyahu»

[Queste raccolte attingono alle analisi e ai commenti dei principali esperti israeliani di politica e sicurezza, provenienti prevalentemente da fonti in ebraico — poiché gli articoli pubblicati in ebraico offrono spesso una prospettiva diversa sul dibattito interno israeliano. Durante la traduzione sono state apportate lievi modifiche per maggiore chiarezza].

OSSERVAZIONI CONSEQUENZIALI 

Il prezzo della sconfitta — Secondo alcune fonti, Trump avrebbe esercitato pressioni su Netanyahu affinché accettasse il ritiro dai cinque punti nel Libano meridionale, il ritiro dal Monte Hermon in Siria e una drastica riduzione delle attività delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) per non compromettere il memorandum d’intesa con l’Iran(Anna Barsky, corrispondente politica capoMa’ariv, 20 giugno):

Il [15 giugno], nel bel mezzo di una riunione di gabinetto, mentre i ministri stavano ancora cercando di capire se il protocollo d’intesa con l’Iran fosse un risultato, un intoppo o una trappola, arrivò la telefonata da Washington. Netanyahu lasciò la sala per una conversazione che nessuno dei presenti al tavolo avrebbe dovuto sentire. Quando tornò, l’atmosfera nella sala si fece più pesante… [Trump] non aveva [chiamato] per coordinare la fase finale — l’aveva dettata… Trump [ha] smesso ufficialmente di gestire il Medio Oriente secondo il copione che Netanyahu aveva scritto per lui…

Questa volta c’è un vero e proprio disaccordo tra [Trump] e Netanyahu. Fonti informate sulle dinamiche tra Washington e Gerusalemme descrivono una crescente frustrazione americana, messaggi duri e la percezione che gli israeliani abbiano spinto Trump alla guerra con promesse eccessivamente ambiziose… Non si tratta solo di un imbarazzo a livello di intelligence, come si vede in Israele… per [Trump] ciò che è accaduto è una violazione della fiducia … Bisogna mettersi nei panni di Trump: non è stato eletto per diventare un archeologo di ogni tunnel iraniano e di ogni deposito di Hezbollah… Si tratta di un accordo che cerca l’attenzione dei media, non di politica estera classica…

Siamo ora giunti alla richiesta che Trump sta avanzando a Netanyahu. Secondo fonti ben informate sulle dinamiche della situazione, negli ultimi due colloqui il presidente americano ha esercitato pressioni sul primo ministro affinché acconsentisse a un ritiro dai cinque punti nel Libano meridionale, a un ritiro dal Monte Hermon siriano e a una drastica riduzione delle attività israeliane che potrebbero compromettere l’accordo con l’Iran. Netanyahu ha risposto con un no inequivocabile. Non perché non comprenda l’importanza di Trump, ma perché capisce molto bene quali conseguenze avrebbe un simile ritiro sul concetto di sicurezza di Israele — e quali conseguenze avrebbe per lui dal punto di vista politico …

Il timore a Gerusalemme non è più solo teorico. Fonti israeliane sottolineano che, se il rifiuto di Israele di ritirarsi dal Libano e dall’Hermon siriano dovesse protrarsi, la pressione americana potrebbe passare dalle parole ai fatti: ritardi nelle forniture di armi, restrizioni all’assistenza operativa, rallentamento del coordinamento e persino misure che, di fatto, sarebbero considerate un embargo parziale. Nessuno ha fretta di dirlo ad alta voce. Tutti ricordano quanto Israele dipenda dai magazzini americani, specialmente dopo mesi di guerra. Ma il fatto che questa possibilità aleggi nell’aria la dice lunga sullo stato delle relazioni…

C’è un altro pericolo, meno drammatico… ma molto più profondo: i 60 giorni potrebbero diventare una prassi. Un accordo provvisorio in Medio Oriente è spesso un accordo permanente sotto mentite spoglie. Le parti ci si abituano, i mercati lo adorano, i mediatori se ne innamorano, e i paesi che cercano di modificarlo vengono accusati di destabilizzarlo. Se l’Iran riceve ossigeno, denaro e legittimità nella fase provvisoria, e se a Israele viene chiesto di moderarsi già da ora, la leva di pressione su Teheran verrà erosa prima ancora che inizino i veri negoziati. Gerusalemme è ben consapevole di questa trappola: il temporaneo diventa permanente, e il permanente diventa un problema israeliano. Questo è il grande paradosso della settimana. Netanyahu ha ricevuto il presidente che sognava… [ma Trump] è venuto per concludere un accordo. E sulla strada verso un accordo, è disposto a dire «no» a Netanyahu…

«La settimana che ha visto un ribaltamento degli equilibri strategici di potere in Medio Oriente» (Alon Ben-David, commentatore militare di Channel 13, Ma’ariv):

Questa settimana potrebbe passare alla storia come quella che ha visto un ribaltamento degli equilibri strategici di potere in Medio Oriente: Israele, finora la potenza regionale più forte sostenuta dagli Stati Uniti, ha perso la capacità di influenzare e plasmare la regione, mentre il protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Iran rende l’Iran la potenza regionale più forte e influente … [Ora] il protocollo d’intesa sta allontanando i paesi della regione da noi e li sta orientando verso est, verso la Repubblica Islamica, in quanto potenza significativa della regione che ora deve essere rispettata e placata. [Esso] garantisce all’Iran un’iniezione finanziaria di almeno decine di miliardi di dollari solo quest’anno … Il regime iraniano … sta ora acquisendo legittimità internazionale e regionale, mentre Israele viene dipinto come un paese che fomenta la guerra e mina la stabilità nella regione … [Esso] sta acquisendo legittimità per il proprio programma nucleare, con il riconoscimento del diritto dell’Iran di arricchire l’uranio sul proprio territorio e l’incertezza riguardo al futuro di oltre dieci tonnellate di materiale arricchito a vari livelli attualmente in suo possesso. È dubbio che gli americani riescano a redigere un accordo nucleare dettagliato e stabile entro 60 giorni, e lo status provvisorio del memorandum d’intesa probabilmente rimarrà in vigore per qualche tempo. A questo punto, l’unica cosa che si frappone tra l’Iran e una bomba nucleare è una decisione da parte della sua leadership… [Trump] ha già riconosciuto pubblicamente il diritto dell’Iran a un programma di missili balistici, e nessuno parla più del sostegno che esso offre ai propri alleati…

Come siamo arrivati a questo punto? La risposta sta nella definizione di obiettivi di guerra irrealistici. Israele ha dichiarato apertamente che l’obiettivo della guerra era il rovesciamento del regime … L’intera logica della guerra ruotava attorno a questo obiettivo e, non essendo stato raggiunto, anche gli altri risultati della guerra sono crollati… Ma la cosa peggiore è che ora Israele ha le mani legate quando si tratta di agire apertamente contro l’Iran. Pertanto, il primo compito di Israele è quello di sviluppare capacità di intelligence e antiterrorismo che impediscano all’Iran di dotarsi di armi nucleari…

Cosa si può imparare dal colossale fallimento dell’ultima guerra? Innanzitutto, fissare obiettivi realistici per l’uso della forza… Il Capo di Stato Maggiore delle [IDF] Zamir e i suoi successori devono tenerlo presente e opporsi con fermezza alla leadership politica qualora questa tentasse di strumentalizzarli per obiettivi irrealistici. Questa guerra ha anche messo a nudo la debolezza degli Stati Uniti … Per Israele, è stato un successo avere gli Stati Uniti dalla propria parte in guerra … ma ora che questa guerra è fallita, è dubbio che qualche americano oserà mai affrontare l’Iran. In questa campagna siamo stati lasciati a noi stessi. In secondo luogo, la lezione regionale e globale tratta dalla guerra dei 40 giorni è quanto facilmente, e con quali mezzi semplici, un paese possa influenzare il mondo intero. Senza una marina, senza un’aviazione e sotto l’attacco di due superpotenze, l’Iran è riuscito a bloccare una via navigabile internazionale. Basta un solo UAV improvvisato che colpisca una nave per interrompere il commercio internazionale… In terzo luogo, in Libano, come a Gaza, non è possibile disarmare un nemico solo con la forza. Sembra che il Libano rimarrà un teatro di operazioni aperto durante i negoziati, che probabilmente si protrarranno a lungo. Ciò trasforma il Libano in un’arena instabile che potrebbe compromettere i negoziati degli americani, ed è ragionevole supporre che [Netanyahu] tenterà di sfruttare questa instabilità per sabotare i colloqui… ma ciò potrebbe indurre gli americani a costringerci a un ritiro senza alcuna concessione in cambio. Gli alti ufficiali delle IDF… farebbero bene a sfruttare questa tregua per rileggere gli scritti di Von Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.

Israele deve affrontare le conseguenze della sconfitta; l’accordo di Tump prevede il ritiro di Israele al proprio confine settentrionale (Maggiore (in pensione) Yitzhak Brik, ex difensore civico delle Forze di difesa israeliane, Ma’ariv):

La società israeliana ha attraversato uno dei periodi più complessi e turbolenti della sua storia. Il sentimento collettivo è quello di aver perso la rotta, di essere come una nave che naviga in mezzo a una tempesta senza bussola, con i suoi capitani che sembrano aver perso il contatto con la realtà oggettiva … Il dibattito pubblico è turbolento e le critiche rivolte ai vertici politici e militari diventano ogni giorno più aspre e incisive, sullo sfondo di quello che viene percepito come un clamoroso fallimento gestionale ed etico. Quando si osserva l’attuale condotta del governo e dell’apparato della difesa, emerge un quadro preoccupante di stagnazione strategica unita a una mancanza di responsabilità … Netanyahu ci sta conducendo a Masada; non ha più nulla da perdere … La nostra situazione di sicurezza oggi è la peggiore dall’istituzione dello Stato… Considerato il controverso accordo che Trump ha firmato con l’Iran, che accetta la richiesta di collegare il cessate il fuoco con esso a un cessate il fuoco completo in Libano, crescono le preoccupazioni sulle sue conseguenze: Secondo i termini dell’accordo, una volta firmato, entro 60 giorni Israele sarà tenuto a ritirarsi dal Libano fino al proprio confine settentrionale … [Israele è un] paese in totale collasso: un esercito in uno stato di progressivo collasso … La perdita della resilienza nazionale e il crollo della società israeliana… Israele rimane solo al mondo e sta perdendo gli Stati Uniti… una situazione che non consentirà al Paese di sopravvivere a lungo termine… Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo liberarci immediatamente sia della leadership politica che di quella militare… prima che ci conducano nell’abisso dell’oblio… Quando i sistemi pubblici crollano uno dopo l’altro, la responsabilità non può rimanere meramente teorica.

«La strategia di logoramento di Teheran: il Libano è solo l’inizio» (Yossi Yehoshua, corrispondente militare, Yedioth Ahoronot):

L’Iran sta spingendo i negoziati al limite… Il Libano è solo l’inizio. Se la tendenza continua, domani chiederanno un cessate il fuoco a Gaza, poi limiteranno le attività in [Cisgiordania]. In Medio Oriente, rinunciare alla libertà d’azione sta rapidamente diventando un precedente. Questa è esattamente la vittoria strategica a cui l’Iran sta puntando. Israele ha cercato di isolare il Libano dall’Iran – e ha fallito. L’Iran, d’altra parte, sta cercando – e riuscendo – a isolare Israele dagli Stati Uniti. L’IDF ha ricevuto l’ordine di non aprire il fuoco … le forze che operano dalla recinzione al fiume Litani non sono autorizzate, secondo fonti coinvolte nell’operazione, a sferrare attacchi proattivi, ma principalmente a eliminare minacce immediate … Il risultato è un danno significativo alla deterrenza israeliana … Questo messaggio non è passato inosservato agli attori regionali – dalla Turchia all’Iran e ai suoi alleati …

Questa è la realtà: si tratta di un vero e proprio pericolo strategico. L’erosione della deterrenza si riflette in tutti gli ambiti. Secondo questa visione, per ripristinare la deterrenza sarà necessaria un’operazione militare di grande successo … che dovrà poi concludersi con una mossa politica in grado di valorizzare i risultati ottenuti, anziché minarli … Israele dovrà investire risorse significative nel potenziamento militare, nello sviluppo di capacità produttive autonome e nella riduzione della dipendenza dai sistemi d’arma provenienti dagli Stati Uniti … Israele si trova attualmente di fronte a due alternative principali. La prima: rimuovere le restrizioni imposte alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) … e rischiare un aggravamento del conflitto regionale, compresa la possibilità di uno scontro con l’Iran senza il pieno sostegno americano e con tensioni acute con Washington. La seconda: ritirare le forze su un’altra linea di difesa, riorganizzarsi e prepararsi alla campagna in condizioni più favorevoli. Tuttavia, anche una mossa del genere potrebbe essere interpretata in Medio Oriente come un’ammissione di fallimento o come un indebolimento strategico, con tutto ciò che ciò comporta.

Timori in Israele dopo che gli Stati Uniti hanno acconsentito alla partecipazione dell’Iran alla gestione del Libano (Anna Barsky, Ma’ariv):

In Israele, si stima che le pressioni americane su Netanyahu affinché si ritiri dal… Libano meridionale si intensificheranno, [ma]… “un simile ritiro sarebbe un suicidio politico per Netanyahu”… Si ritiene che Netanyahu possa accettare misure tattiche limitate — adeguamenti locali, trasferimenti puntuali o modifiche nello schieramento — ma non un ritiro totale … I funzionari statunitensi hanno già investito capitale politico nei [negoziati con l’Iran] … quindi, secondo alcune fonti, è difficile immaginare che facciano marcia indietro rapidamente o tornino a una politica di confronto su vasta scala. Eppure, Israele è consapevole che il tempo stringe. La comunità internazionale non accetterà a lungo una presenza israeliana in Libano, Hezbollah non la tollererà, e nello stesso Libano circolano già accuse secondo cui l’Iran starebbe di fatto parlando a nome del Libano e indebolendo lo status dello Stato libanese. Israele ritiene che, se dovesse verificarsi un ritiro completo, questo potrebbe avvenire solo in un secondo momento – forse dopo le elezioni – e non come risultato di una concessione immediata da parte di Netanyahu sotto pressione. Dal punto di vista di Israele, la questione va già ben oltre un accordo nucleare o un cessate il fuoco. Il timore in Israele è quello di un cambiamento più profondo nella politica americana: l’Iran, che fino a poco tempo fa veniva presentato come una minaccia da contenere, sta ora diventando un elemento con cui viene gestito il Libano.

(Anna Barsky, Ma’ariv): [Nell’ambito del] quadro delle “zone pilota” … l’esercito libanese dovrà dimostrare di essere in grado di assumersi la piena responsabilità in materia di sicurezza e di impedire il ritorno di Hezbollah … In cambio, Israele effettuerà un ritiro mirato e controllato, sotto la stretta supervisione americana … L’IDF è in attesa di decisioni e sta già valutando adeguamenti nel dispiegamento delle forze qualora venisse concordato un ritiro parziale nell’ambito del progetto pilota …

«Non ho mai visto Netanyahu così spaventato; con Trump ha perso il controllo» (Ben Caspit, Al-Monitor):

Mentre si appresta ad affrontare la campagna elettorale per la rielezione più cruciale della sua lunga carriera, Netanyahu spera che definire il ritiro israeliano come un “accordo pilota” con l’esercito libanese lo renda più accettabile agli occhi degli elettori israeliani rispetto a un ritiro forzato… L’emittente libanese LBCI ha riferito che gli Stati Uniti avevano informato l’Iran e il Libano che Israele avrebbe presto effettuato diversi ritiri … Sotto la pressione di Trump, Israele ha ordinato alle proprie forze militari in Libano di astenersi dal fuoco contro Hezbollah … [Ma] “Israele non sarà in grado di ottemperare a tale ordine”, ha [affermato] una fonte.

«Non ho mai visto Netanyahu così spaventato», [ha affermato] una fonte politica di alto livello che lavora con il primo ministro… « Nel corso degli anni, Netanyahu ha imparato a gestire situazioni stressanti … Ma con Trump ha perso il controllo”. La fonte ha sostenuto che Netanyahu vede il ritiro dal Libano come una minaccia esistenziale immediata e significativa — non per l’esistenza di Israele, ma per la sua stessa sopravvivenza politica … Netanyahu, sempre pieno di risorse, ha ancora diversi piani che spera possano rilanciare le sue prospettive… Secondo diverse fonti israeliane di alto livello, Israele a un certo punto ha cercato di persuadere Trump a non nominare [Vance] come suo vice, ma senza successo. Lo schieramento di Netanyahu spera ora che la gestione dei negoziati con l’Iran da parte di Vance si riveli dilettantesca e convinca Trump che Israele non è il problema, ma la soluzione… I collaboratori di Netanyahu sperano inoltre che Trump non costringa Israele a ritirarsi dal Libano e gli conceda una certa libertà di agire contro Hezbollah dall’interno del territorio libanese… [Loro] contano anche su una visita di Netanyahu negli Stati Uniti, ampiamente pubblicizzata, prima delle elezioni, sulla firma di un nuovo accordo di sicurezza con gli Stati Uniti e, forse, su un ultimatum di Trump all’Arabia Saudita affinché aderisca agli Accordi di Abramo … In questo scenario un po’ ottimistico, un simile ultimatum avvertirebbe i sauditi che, a meno che non aderiscano all’accordo di pace orchestrato da Trump durante il suo primo mandato, egli consentirebbe a Israele di annettere parti della Giudea e della Samaria, anche se solo simbolicamente …

Trump sta preparando a Netanyahu la sua più grande umiliazione (Ben Caspit, Ma’ariv):

Proprio quando sembra che nulla di ciò che Trump fa o dice possa più sorprendere nessuno, lui continua a stupire. In sostanza sta dicendo a Bibi: «Ascolta, sei nelle mie mani, sono io a decidere del tuo destino, faresti meglio ad allinearti». In ebraico, questa si chiama minaccia … Un presidente americano sta minacciando un primo ministro israeliano come se nulla fosse. Cose che un tempo venivano accennate a porte chiuse … ora vengono gridate a squarciagola. E la cosa più sorprendente è questa: sembra che Trump sia compiaciuto di sé stesso e si stia godendo ogni momento. Netanyahu, non proprio così tanto… C’è un altro aspetto da considerare: è risaputo che Netanyahu è vittima di ricatti e pressioni da parte dei suoi vari partner di coalizione… Ha bisogno di loro per portare avanti il suo tentativo fallito di sfuggire al processo… Smotrich lo ricatta da una parte, Ben Gvir dall’altra, e Gafni e Goldknopf da entrambe le parti. Aggiungete ora Trump a tutto questo, e scoprirete il primo ministro più sotto pressione e ricattato della storia… Non fatevi illusioni: il suo destino conta per lui molto più del nostro…

Una sconfitta storica è ancora evitabile — “Un piano per prevenire le previsioni di un collasso strategico” (Maggiore Generale (in pensione) Amos Yadlin, ex capo dei servizi di intelligence militare delle IDF; Colonnello (in pensione) Udi Evental, esperto di strategia e pianificazione politica, Canale 12):

Il protocollo d’intesa prevede concessioni preoccupanti da parte degli Stati Uniti ed è considerato un drammatico fallimento strategico, che arriva proprio sulla scia di impressionanti successi militari. Eppure, la storia non finisce qui. Gli Stati Uniti dispongono di un’importante leva di pressione sull’Iran… e potrebbero utilizzarla se Trump riacquistasse la capacità di ottenere concessioni sostanziali dal regime di Teheran. Israele… deve agire per rinnovare il coordinamento strategico e gli accordi con gli Stati Uniti a tutti i livelli …

[Questi] sono accordi particolarmente problematici dal punto di vista israeliano, [in particolare le] concessioni all’Iran: collegano la guerra contro l’Iran alla lotta contro Hezbollah in Libano, imponendo che anche lì cessino le operazioni militari e che venga garantita l’integrità territoriale del Paese – il che significa che verrà effettuato un ritiro israeliano… [L’accordo per diluire l’]uranio arricchito… è una concessione americana… Il congelamento dell’arricchimento in Iran e il divieto di accumulare materiale, che saranno oggetto di negoziazione, non vengono menzionati… Il protocollo d’intesa (MoU) consente all’Iran di vendere immediatamente il petrolio e sblocca tutti i suoi 24 miliardi di dollari di fondi congelati, in cambio del rispetto dei termini del MoU e non come parte dell’accordo definitivo. [Riguardo a] Ormuz: l’Iran si impegna a non riscuotere diritti di transito per i primi 60 giorni, dopodiché, implicitamente, richiederà il pagamento per i «servizi marittimi»…

Ancora più preoccupante del contenuto dell’accordo quadro è il modo in cui le parti sono giunte a tale accordo, il che costituisce un segnale molto inquietante di ciò che ci aspetta. L’equilibrio bilaterale di potere, la percezione asimmetrica che l’Iran ha della propria resilienza e la riluttanza degli Stati Uniti a impegnarsi in un conflitto prolungato creano una narrativa di sconfitta americana e punti di pressione che l’Iran potrà sfruttare nei prossimi 60 giorni di negoziati…

È difficile non avere la sensazione che Trump abbia sacrificato Israele… Naturalmente, anche la politica di Israele, così come condotta da [Netanyahu], ha avuto un ruolo in questo fallimento… L’Iran [nel frattempo] ha dato prova di sicurezza di sé e pazienza… [Questo è] uno scenario pericoloso, ma non la fine della storia: Se l’amministrazione statunitense guidata da Trump continuerà a manifestare la volontà di evitare il conflitto a tutti i costi e di ridurre la propria presenza militare nella regione, l’esito dei negoziati su una «soluzione permanente» potrebbe rivelarsi negativo non solo per Israele, ma anche per il prestigio degli Stati Uniti sulla scena internazionale, per il mondo e, ovviamente, per l’eredità di Trump … Tutto questo, prima ancora di arrivare alla questione nucleare e alla possibilità che il regime iraniano sia tentato, in futuro, di sfruttare la debolezza americana per correre il rischio e cercare di raggiungere la capacità nucleare militare.

Ma non deve necessariamente essere così. Contrariamente all’immagine di debolezza che Trump ha trasmesso durante i negoziati … gli Stati Uniti hanno più carte in mano e più potere di pressione sull’Iran di quanto pensiamo. Usandole correttamente e, soprattutto, con decisione, Trump può tenere l’Iran “sospeso” per molto tempo, in modo da aumentare la pressione sul regime affinché accetti una soluzione ragionevole sulla questione nucleare … Il regime [iraniano] teme la rabbia delle masse e la loro nuova uscita in piazza, anche se è ancora determinato a reprimerle ancora una volta con lo stesso grado di crudeltà. Per sfruttare le debolezze del regime iraniano, gli Stati Uniti devono, innanzitutto, privarlo della «carta di Hormuz» … gli Stati Uniti devono mantenere a lungo nella regione ingenti forze navali, preferibilmente nell’ambito di una coalizione internazionale … per impedire con la forza qualsiasi mossa iraniana volta a compromettere la libertà di navigazione … e per imporre un blocco immediato dei porti iraniani. Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero approfittare dell’apertura dello stretto per rifornire il più possibile le riserve mondiali di petrolio, in modo da creare un margine di manovra per l’economia globale qualora l’Iran forzasse un altro scontro nello Stretto di Hormuz; e per ricostituire rapidamente le riserve militari in caso di escalation …

Israele è stato messo da parte nei negoziati… questa è una situazione che va corretta… Sono necessari accordi tra gli Stati Uniti e Israele… I due paesi devono concordare le linee rosse e le misure che l’Iran dovrà adottare in ambito nucleare… Per quanto riguarda il Libano, è necessario concordare con gli Stati Uniti la libertà d’azione contro l’escalation, il ritiro solo in concomitanza con il disarmo di Hezbollah, il monopolio delle armi da parte del governo libanese e l’eliminazione di qualsiasi presenza militare iraniana in Libano… Èessenziale promuovere l’istituzione di un sistema di sicurezza congiunto in Medio Oriente e riavviare la normalizzazione e l’integrazione di Israele nella regione. In definitiva, senza un approccio determinato e aggressivo nei confronti dell’Iran, gli Stati Uniti non riusciranno a ottenere risultati dal regime iraniano, anche se questi sono alla loro portata, e ciò porterà a una perdita storica e forse persino a un lamento che durerà per generazioni.

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