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Zhang Weiwei: Quali soluzioni offre l’innovazione teorica sul concetto di “nazione basata sulla civiltà” al sistema di conoscenza autonomo della Cina?_di Zang Weiwei – Valori statali della civiltà contro eccezionalismo nichilista, di Karl Sanchez

Zhang Weiwei: Quali soluzioni offre l’innovazione teorica sul concetto di “nazione basata sulla civiltà” al sistema di conoscenza autonomo della Cina?

  • Zhang WeiweiMembro del Consiglio nazionale dei think tank di alto livello, direttore dell’Istituto di studi cinesi dell’Università di Fudan

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21 ottobre 2026, ore 07:55:18Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 33.277

Dieci anni fa è stata avanzata la proposta di “accelerare la costruzione di una filosofia e di scienze sociali con caratteristiche cinesi”; dieci anni dopo, perché molte ricerche in materia si limitano ancora a deduzioni teoriche basate su ciò che “dovrebbe essere”? Al contrario, la teoria dello “Stato di tipo civile” è uscita dalla torre d’avorio, diventando un risultato “concreto” che influenza i cambiamenti nell’assetto mondiale odierno: quali spunti offre ciò per la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo in Cina?

Il 15 ottobre, in occasione del Forum dei Pensatori 2026, organizzato congiuntamente dall’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Fudan, dalla rivista *Oriental Studies*, dal sito web *Observer*, dalla casa editrice *Dilang Culture* e dall’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo “Shanghai Chunqiu”, Zhang Weiwei, direttore dell’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Fudan, ha tenuto un discorso programmatico dal titolo “Innovazione teorica dello Stato di civiltà: promuovere il passaggio del sistema di conoscenza autonomo cinese dal dover essere all’essere”, ha condiviso le sue riflessioni su come far sì che il sistema di conoscenza autonomo cinese attecchisca e si radichi, mettendo in relazione il processo pratico di innovazione teorica dello Stato di civiltà.

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Il professor Zhang Weiwei ha tenuto un discorso programmatico al Forum dei Pensatori 2026

Zhang Weiwei:

Quest’anno ricorre il decimo anniversario del simposio sulle scienze filosofiche e sociali presieduto dal Segretario Generale Xi Jinping. In quell’occasione, il Segretario Generale ha proposto di «accelerare la costruzione di scienze filosofiche e sociali con caratteristiche cinesi». Anch’io ho avuto l’onore di partecipare a quel simposio e di intervenire in qualità di rappresentante degli studiosi di scienze politiche. Successivamente, il Segretario Generale ha proposto di «costruire un sistema di conoscenza autonomo cinese».

Tuttavia, ad oggi, la maggior parte delle ricerche in materia sembra ancora limitarsi al livello del “dovrebbe essere”; molti articoli si limitano a speculazioni astratte e a ragionamenti chiusi su se stessi, o addirittura continuano a seguire un percorso di dipendenza dal occidentalismo. Ritengo che non ci sia tempo da perdere: il mondo accademico cinese dovrebbe passare al più presto dal «dovrebbe essere» al «è», rispondendo attraverso una solida ricerca originale alle singole e concrete «domande della Cina, del mondo, del popolo e dell’epoca», e costruire in questo processo un sistema di conoscenza autonomo cinese.

Per quanto riguarda il percorso verso il “reale”, mi sono impegnato molto e ho ottenuto alcuni risultati; ora vorrei illustrarveli brevemente.

A partire dagli anni ’80, partendo dal fatto che l’Occidente interpretava spesso in modo errato la Cina, ho iniziato a dedicarmi allo studio del “modello cinese”, mettendo in discussione le teorie occidentali dominanti e approfondendo i concetti e la cultura cinesi; successivamente mi sono dedicato allo studio della civiltà cinese, fino a proporre, nel 2010, la tesi e il quadro teorico dello “Stato di tipo civile”.

Nei dieci anni successivi ho dedicato tutte le mie energie a questo progetto, pubblicando numerosi libri specialistici e una serie di saggi e articoli, oltre a intrattenere numerosi dialoghi, scambi e persino dibattiti con studiosi, personalità politiche e rappresentanti dei media sia in Cina che all’estero. Oggi si può affermare che la “teoria dello Stato di tipo civile” abbia gettato le basi per un’argomentazione logica di fondo, in grado di reggere al confronto internazionale, e per un sistema di conoscenze di una certa portata a sostegno del percorso cinese, del modello cinese e della grande rinascita della nazione cinese.

Mi rallegra particolarmente il fatto che oggi il discorso sugli “Stati di civiltà” sia uscito dalla torre d’avorio per diventare uno dei discorsi politici dominanti nel mondo attuale. Anche importanti paesi non occidentali come la Russia, l’India e l’Iran si sono dichiarati “Stati di civiltà”. Già all’inizio del 2020, *The Economist* pubblicava un articolo in cui affermava senza mezzi termini: il XX secolo è stato l’era degli Stati-nazione, mentre il XXI secolo potrebbe diventare il secolo degli Stati-civiltà. Anche una prima analisi dei dati disponibili lo conferma: negli ultimi dieci anni, la letteratura che tratta o menziona il concetto di «Stato-civiltà» copre 92 riviste in lingua cinese e 78 in lingua inglese, e il numero di pubblicazioni degli ultimi cinque anni (2021-2025) è 3,8 volte superiore a quello dei cinque anni precedenti.

Il numero autunnale di quest’anno della rivista *Oriental Studies* ha appena pubblicato il mio articolo intitolato “Innovazione teorica dello Stato di tipo civile: promuovere il passaggio del sistema di conoscenza autonomo cinese dal ‘dovrebbe essere’ al ‘è’”, e attendo con grande interesse le critiche e i suggerimenti di tutti voi.

Quest’anno si sono verificati anche due episodi legati a questo argomento. Il primo risale ad aprile, quando Fukuyama ha ammesso pubblicamente che «la Cina ha dato vita a un modello davvero straordinario che, se continuasse a mantenere questo slancio di sviluppo, potrebbe davvero diventare un’alternativa praticabile alla democrazia occidentale». Ciò ha riportato alla ribalta il dibattito che io e Fukuyama avevamo avuto 15 anni fa sul modello cinese, rendendolo nuovamente oggetto di accese discussioni online.

In secondo luogo, lo scorso settembre, l’“Atene Democracy Forum” – roccaforte spirituale e piattaforma di dibattito della democrazia occidentale – mi ha ufficialmente invitato – in qualità di studioso che da tempo critica seriamente il modello occidentale – a tenere un discorso e a partecipare a un dibattito sul tema “La crisi d’identità della democrazia occidentale”. In altre parole, anche all’interno dell’establishment occidentale ci sono molte persone che desiderano ascoltare opinioni diverse e promuovere una certa riforma del modello occidentale.

Alla vigilia dell’apertura del forum, Lucas Velidakis, un giornalista greco di lunga data, mi ha intervistato; la prima domanda che mi ha posto è stata: «Ritiene che il dibattito che ha avuto con Fukuyama 15 anni fa abbia dimostrato che lei ha vinto e lui ha perso?». Ho risposto che in Cina molti hanno sintetizzato quel dibattito in cinque previsioni politiche, ovvero: «La Primavera araba si trasformerà in un Inverno arabo», «Il populismo distruggerà la democrazia occidentale», «Se il sistema politico statunitense non verrà riformato, potrebbe eleggere un leader peggiore di George W. Bush», «Le culture del mondo non convergeranno» e «La fine della “fine della storia”», sottolineando che «guardando indietro, si sono avverate tutte», il tempo è davvero il miglior arbitro.

Quindici anni fa, Fukuyama aveva già elaborato il proprio sistema di pensiero sulla “fine della storia”, mentre io avevo sviluppato il mio sistema di pensiero sullo “Stato di civiltà”; pertanto, lo scontro tra le nostre opinioni è stato, in un certo senso, anche uno scontro tra due sistemi di pensiero. Se si può dire che io abbia vinto questo dibattito, allora si può anche affermare che il sistema di pensiero sullo “Stato di civiltà” abbia prevalso su quello della “fine della storia”.

Di seguito illustrerò brevemente i contenuti fondamentali della teoria dello “Stato-civiltà”: innanzitutto, la definizione e le caratteristiche. Definizione di “Stato-civiltà”: un connubio organico tra un’antica civiltà che si è tramandata ininterrottamente per millenni e uno Stato moderno di dimensioni gigantesche. Esso presenta le caratteristiche fondamentali delle “quattro ‘super’ e una combinazione”: in primo luogo, una popolazione di dimensioni gigantesche; in secondo luogo, un territorio estremamente vasto; in terzo luogo, una tradizione storica estremamente antica; in quarto luogo, un patrimonio culturale estremamente ricco; e ciascuna di queste “super” rappresenta sostanzialmente la fusione tra antichità e modernità.

Faccio un esempio semplicissimo: all’epoca avevamo previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso la guerra tecnologica con la Cina, e alla base di questa previsione c’era un principio fondamentale: storicamente siamo sempre stati una nazione con una popolazione numerosa, ma oggi i cinesi hanno ricevuto un’ottima istruzione moderna e, sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, è stata data grande importanza alla matematica, alla fisica e alla chimica; ancora oggi la maggior parte dei nostri studenti delle scuole superiori ama queste materie. Ogni anno formiamo un numero di ingegneri e professionisti del settore tecnologico superiore alla somma di quelli dei paesi occidentali.

Se dovessimo individuare un contributo fondamentale degli Stati civili alla costruzione dei sistemi di conoscenza, direi che essi hanno realizzato una serie di progressi fondamentali e di cambiamenti paradigmatici nei quattro ambiti a lungo dominati dall’Occidente, ovvero la teoria dello Stato, la teoria delle istituzioni, la teoria della democrazia e la teoria dei partiti politici.

In primo luogo, dal punto di vista della teoria dello Stato, si è verificato un cambiamento di paradigma dal “Stato-nazione” allo “Stato di civiltà”. La teoria occidentale dello “Stato-nazione” comprende concetti quali la cosiddetta “sovranità del popolo” e il “mandato popolare”. Anche se l’economia cinese, in termini di parità di potere d’acquisto, ha ormai superato quella degli Stati Uniti, la teoria dominante occidentale continua a rifiutarsi di considerare la Cina uno “Stato moderno”. Come afferma il sinologo statunitense Bai Luxun, la Cina è un’antica civiltà travestita da Stato-nazione. Perché? Proprio perché, secondo lui, non si tratta di uno Stato-nazione tipico. A loro avviso, ogni Stato-nazione deve possedere una «delega di potere da parte del popolo» o una «sovranità popolare» definite secondo i criteri occidentali; se non si è seguito tale iter, se non vi è la separazione dei poteri né la competizione multipartitica, come si può definirlo uno Stato moderno?

Sia gli intellettuali pubblici del nostro Paese che molti studiosi di scienze politiche ritengono che la Cina sia ancora in fase di transizione. Io sostengo che non sia così: la Cina ha già realizzato la fusione tra “Stato-nazione” e “Stato-civiltà”, dando vita a uno Stato di tipo civilizzazionale, che rappresenta una forma di Stato superiore. Dopo questa svolta teorica, si ha spesso la sensazione che, guardando agli avvenimenti mondiali, “tutte le altre montagne sembrino piccole”.

In secondo luogo, dal punto di vista della teoria istituzionale, ha compiuto un cambiamento di paradigma dal “sistema politico” alla “via della governance”. La corrente principale della teoria istituzionale occidentale è improntata al pensiero del sistema politico, secondo cui la democrazia nelle sue forme – come il multipartitismo o il principio “un uomo, un voto” – costituisce la democrazia in sé. Io lo definisco «studio da pigro»: queste persone, quando vengono in Cina, pongono sempre la stessa domanda: «La vostra riforma economica va bene, ma perché non attuate una riforma del sistema politico? Perché non adottate la forma di democrazia occidentale?». La teoria dello Stato di tipo civile sostiene che la via del governo sia l’elemento chiave; noi seguiamo la Via e applichiamo le tecniche.

Dal punto di vista del Dao, a quale scopo serve la democrazia? Perché oggi l’Occidente non si pone più questa domanda? Ne ho parlato al Forum sulla democrazia di Atene: noi diciamo che «l’acqua può sostenere la barca, ma può anche capovolgerla». I numerosi problemi della democrazia occidentale, il suo allontanamento sia dal proprio popolo che dai popoli di tutto il mondo, hanno portato alle gravi crisi odierne.

Come risolvere questo problema? È necessario “guidare la tecnica con il Dao”, ovvero osservare la democrazia dal punto di vista del Dao per capire a cosa serva realmente. Non è detto che accettino questa mia affermazione, ma almeno ho notato che molti tra il pubblico presente annuivano, specialmente i giovani, poiché non avevano mai sentito parlare di questa teoria prima d’ora. Durante il dibattito, ho detto che «trattare sia i sintomi che le cause» è un principio che anche i bambini cinesi comprendono; il fatto che la lingua di una nazione civilizzata contenga così tanti modi di dire riflette una grande saggezza e il distillato di molte esperienze. Ad esempio, quando Deng Xiaoping disse «nascondere la propria luce e coltivare l’oscurità», in un attimo l’intera nazione capì cosa significasse, cosa che in Occidente sarebbe difficile da immaginare.

Quando ho discusso con Fukuyama, nell’ultima parte del dibattito ho parlato di saggezza, che è un aspetto fondamentale per uno Stato civilizzato, e ho affermato che alla politica statunitense manca un po’ di saggezza. Avete combattuto così tante guerre, ottenendo quasi sempre vittorie sul piano tattico, ma subendo quasi sempre sconfitte su quello strategico; la ragione è proprio la mancanza di saggezza. Tuttavia, la scienza politica statunitense non si occupa della saggezza, poiché è difficile quantificarla; di conseguenza, molti giudizi basati sulla saggezza e sul buon senso vengono scartati, con il risultato naturale di un susseguirsi di errori.

La Cina segue una filosofia politica basata sul “Dao”, secondo cui il “Dao” guida lo “Shu”. Innanzitutto occorre discutere degli obiettivi che la democrazia deve raggiungere: un “buon governo” incentrato sul popolo. Partendo da questa filosofia politica, la Cina sta esplorando con coraggio soluzioni istituzionali in linea con le proprie realtà sociali e nazionali; oggi questa strada sta diventando sempre più ampia, mentre la democrazia occidentale, incentrata sul “sistema politico”, sta diventando sempre più rigida.

In terzo luogo, per quanto riguarda la teoria della democrazia, è stato affermato il passaggio dal paradigma occidentale “democrazia/autocrazia” al paradigma cinese “buon governo/cattivo governo”. A partire dal periodo della Guerra Fredda, l’Occidente ha sintetizzato la teoria della democrazia nel paradigma “democrazia/autocrazia”, secondo cui tutto ciò che non è democrazia è autocrazia. La teoria dello Stato civilizzato sostiene che il paradigma ormai superato di “democrazia/autocrazia” debba essere sostituito dal paradigma “buon governo/cattivo governo”. Gli studiosi occidentali mi hanno chiesto: «Perché eviti la questione della democrazia?». Io ho risposto: «Perché voi evitate la democrazia sostanziale? Il buon governo è proprio la democrazia sostanziale: come potete non interessarvene?».

In quarto luogo, per quanto riguarda la teoria dei partiti politici, essa ha realizzato un cambiamento di paradigma dal modello occidentale del “partito di interessi parziali” a quello cinese del “partito di interessi collettivi”. I partiti politici occidentali sono apertamente “partiti di interessi parziali”, mentre gli Stati di tipo civile sono anche “unioni di cento nazioni” che, a partire dal 221 a.C., hanno dato vita alla tradizione di governare attraverso un “gruppo dirigente unificato”, sostenuta da un intero sistema di disposizioni istituzionali volte a selezionare i più meritevoli e a nominare i più capaci. Il Partito Comunista Cinese ha portato avanti e sviluppato questa tradizione; altrimenti lo Stato sarebbe caduto in frammentazione. Se si osserva il modello occidentale dei «partiti di interesse parziale» alla luce di questo criterio, come potrebbero mai elaborare piani a lungo termine? Rappresentando gli interessi di una parte della popolazione, come potrebbero mai portare avanti le riforme? Le riforme devono necessariamente rappresentare gli interessi complessivi del popolo, altrimenti verrebbero ostacolate da ogni sorta di interessi acquisiti. La Cina è esperta in materia di riforme; ho detto loro che negli ultimi quasi 50 anni, in Cina si è parlato di riforme ogni anno, ogni mese e ogni giorno, ed è per questo che il Paese ha compiuto rapidi progressi.

9月29日晚,张维为教授参加在雅典科学院举行的雅典民主论坛开幕辩论

La sera del 29 settembre, il professor Zhang Weiwei ha partecipato al dibattito inaugurale del Forum sulla democrazia di Atene, tenutosi presso l’Accademia delle Scienze di Atene.

La teoria dello Stato civile riguarda naturalmente anche l’ontologia, l’epistemologia e la metodologia. L’ontologia si occupa della domanda: «Qual è l’essenza delle cose?». Il materialismo sostiene che l’essenza del mondo sia la materia (la realtà oggettiva), mentre l’idealismo ritiene che l’essenza del mondo sia la coscienza (lo spirito, l’idea o il divino). Sebbene Fukuyama abbia in parte riconosciuto il modello cinese, finora ha comunque sostenuto che la sua «teoria della fine della storia» sia una «fine» nel senso hegeliano del termine. In realtà, Fukuyama si limita a dedurre la «libertà assoluta» perseguita dallo «Spirito assoluto» di Hegel come «bisogno psicologico dell’umanità di ottenere un riconoscimento paritario». Quando Fukuyama considera la democrazia liberale occidentale come l’unico sistema in grado di soddisfare perfettamente tale bisogno, giunge alla conclusione che l’umanità abbia già raggiunto il punto finale nell’evoluzione delle ideologie e dei sistemi politici.

Tuttavia, ridurre la storia a un’autoevoluzione dello spirito assoluto significa ignorare i fatti e le leggi dello sviluppo storico, quali la produzione materiale, la base economica, le lotte di classe e la diversità delle civiltà. Questa visione idealistica della storia è proprio la causa principale dei ripetuti errori di valutazione delle tendenze globali da parte di Fukuyama e di altri occidentalocentristi.

L’epistemologia si occupa di come conosciamo il mondo. La teoria della “fine della storia” è caratterizzata dalla “deduzione a priori”. Partendo dai concetti astratti dell’Illuminismo occidentale (come i diritti umani innati, la libertà assoluta, ecc.), essa deduce logicamente un modello politico universale, per poi applicarlo con la forza ai paesi non occidentali come se fosse una “verità assoluta”. Gli Stati basati sulla civiltà, invece, sostengono la «ragione pratica». Essi decostruiscono il «mito universale» inventato dai sistemi e dal discorso occidentali, ritenendo che i sistemi occidentali siano solo una forma particolare tra le numerose civiltà politiche dell’umanità. Gli Stati basati sulla civiltà ritengono che la storia sia guidata dalla pratica materiale, piuttosto che da un percorso spirituale verso un punto di arrivo. La pluralità delle civiltà, i nuovi conflitti, i nuovi problemi e i nuovi modi di produzione emergono continuamente; la storia non avrà mai fine e i sistemi sono in continua evoluzione.

Il sistema di conoscenza moderno occidentale è profondamente legato all’ideologia liberista, dando di fatto origine a una logica cognitiva secondo cui «l’ideologia precede la realtà oggettiva». Nell’interpretare la Cina, l’Occidente parte generalmente dal presupposto che «il liberalismo sia superiore agli altri sistemi». Tale presupposto è quasi implicito nelle teorie dominanti delle scienze sociali occidentali, ma molti dei nostri studiosi ne sono piuttosto indifferenti, o addirittura lo ignorano: come può una tale mentalità consentire la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo per la Cina? L’interpretazione occidentale delle pratiche cinesi è spesso caratterizzata da una «lettura selettiva ed errata». Ad esempio, le ragioni del successo della Cina vengono spiegate o con l’«adozione del modello occidentale di economia di mercato», oppure con il «modello di crescita basato sulla manodopera a basso costo e sul consumo di risorse». La riforma del sistema di governance nazionale promossa dalla Cina viene invece distorta come «autocorrezione del sistema autoritario».

La metodologia di uno Stato civile è quella di «attenersi rigorosamente alla realtà». Essa rifiuta l’occidentalocentrismo e la «teoria della fine della storia», aderisce al principio di «non attenersi ciecamente ai libri né alle idee straniere, ma solo alla realtà» e considera i risultati pratici come il criterio fondamentale per verificare la correttezza delle conoscenze.

Anche l’innovazione metodologica è fondamentale, altrimenti non è possibile comprendere appieno i paesi con un modello di civiltà. Ad esempio, l’innovazione nel sistema degli indicatori. Un confronto complessivo tra i settori sviluppati e quelli meno sviluppati della Cina e degli Stati Uniti (che comprenda gli indicatori chiave di maggiore interesse per la popolazione, quali il patrimonio netto mediano delle famiglie, l’aspettativa di vita pro capite, il tasso di mortalità infantile, la sicurezza pubblica, le infrastrutture, ecc.).

Inoltre, data l’enorme dimensione degli Stati-civiltà, propongo di superare la difficoltà di percepire la Cina come un’entità “unica e omogenea” adottando un approccio basato sui blocchi e sulle loro interazioni. La prospettiva degli Stati-civiltà si concentra sulle interazioni e sullo sviluppo coordinato tra i diversi blocchi interni alla Cina, in particolare sulle relazioni tra i blocchi sviluppati e quelli delle economie emergenti, consentendo così alla ricerca politica di passare da un approccio statico a uno dinamico.

L’importanza di costruire un sistema di conoscenza autonomo risiede, in primo luogo, nell’eliminazione del principale ostacolo allo sviluppo delle scienze filosofiche e sociali cinesi — l’occidentalocentrismo e il predominio culturale e i pregiudizi che ne derivano; in secondo luogo, nella formazione di una comprensione oggettiva e accurata degli affari cinesi e mondiali, nonché di una narrativa dominante; in terzo luogo, nella promozione di un dialogo paritario e di uno scambio e apprendimento reciproci tra civiltà a livello globale. Di seguito illustrerò il tutto con alcuni esempi.

Il primo esempio è il dibattito con Fukuyama del 2011: mentre la “Primavera araba” era in pieno svolgimento, predissi che essa si sarebbe presto trasformata in un “Inverno arabo”, basando tale valutazione su un’esperienza fondamentale del successo dello Stato di tipo civile cinese: evitare assolutamente di “non adattarsi al contesto locale”. L’«acqua» rappresenta la cultura che permea ogni cosa: la cultura religiosa del mondo arabo è profondamente radicata nella popolazione e i sistemi occidentali non possono cambiarla. Il «terreno» si riferisce al fatto che il contesto politico, economico e sociale dei paesi arabi è completamente diverso da quello occidentale; pertanto, copiare alla lettera i sistemi politici occidentali è destinato inevitabilmente al fallimento.

Il secondo esempio risale al 2018, quando avevo previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Lo “Stato di civiltà” è un sistema di conoscenza de-occidentalista e decolonizzato che, dal punto di vista metodologico, si basa su un approccio rigorosamente realistico. Esso mette in discussione tutte le teorie basate sull’esperienza occidentale, compresi i sistemi di indicatori. Proprio questo approccio rende molte delle nostre valutazioni molto più affidabili rispetto alle ricerche basate sulle teorie occidentali. Ad esempio, abbiamo decostruito in modo oggettivo una serie di sistemi di indicatori, tra cui il PIL degli Stati Uniti, giungendo ben presto alla conclusione che la reale dimensione dell’economia cinese fosse già superiore a quella statunitense e che la dipendenza dell’economia americana dalla Cina fosse maggiore di quella dell’economia cinese dagli Stati Uniti.

Il terzo esempio è la questione di Hong Kong: in seguito alle proteste del 2019 contro la modifica della legge, l’Assemblea nazionale del popolo ha emanato la “Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong”; il nostro commento è che ciò ha permesso a Hong Kong di evitare il destino di Kiev. Il motivo è che Hong Kong, situata al confine tra la civiltà occidentale e quella orientale, può essere o un ponte o una fortezza. Dal punto di vista della definizione di «Stato di tipo civile», essa comprende concetti quali Stato-nazione, Stato di civiltà, Stato di tipo civile, comunità di tipo civile, area centrale di civiltà e area periferica di civiltà. La regione di Hong Kong e l’Ucraina, ad esempio, sono entrambe zone di confine tra civiltà diverse e possono diventare o un ponte per lo scambio tra civiltà diverse o una roccaforte per il loro scontro. È proprio in questo senso che affermo che l’adozione della Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong ha permesso a Hong Kong di evitare il destino di Kiev.

Il quarto esempio è il “problema di Joseph Needham”: partendo dalla logica di fondo della teoria dello Stato-civiltà, secondo cui dietro ogni successo si cela una fusione tra tradizione e modernità, si può porre il “problema di Joseph Needham al contrario” – che alcuni definiscono anche “problema di Zhang Weiwei” – ovvero: perché oggi la nostra scienza e tecnologia riescono a recuperare terreno così rapidamente? Dal punto di vista della teoria delle nazioni basate sulla civiltà, nella nostra storia antica vigeva il principio «l’istruzione per tutti senza distinzioni»; dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, abbiamo inoltre attribuito grande importanza alle discipline matematiche, fisiche e chimiche, formando ogni anno un numero di talenti scientifici e ingegneri superiore alla somma totale dei paesi occidentali. Diciamo che «tra tre persone che camminano insieme, ce n’è sicuramente una da cui imparare» e che «seguiamo il bene senza esitazione». Deng Xiaoping ha affermato: se solo avessimo mantenuto un atteggiamento di apertura, la Cina non avrebbe perso la rivoluzione industriale. Introdurre, assimilare, assorbire e poi innovare in modo autonomo o attraverso l’integrazione: questa è l’esperienza fondamentale che ha permesso alla Cina di superare rapidamente gli altri. Inoltre, la popolazione e il territorio di dimensioni enormi consentono alla Cina di esplorare contemporaneamente diversi percorsi tecnologici e di avere una concorrenza充分, motivo per cui i nostri prodotti si rinnovano rapidamente e le innovazioni si susseguono senza sosta.

Infine, vorrei proporre un argomento relativo al percorso da seguire per “costruire un sistema di conoscenza autonomo” e discuterne con voi.

Vorrei innanzitutto ripercorrere un episodio storico: nel 1956 lo Stato elaborò un piano quinquennale per la scienza; Qian Weichang propose che il piano si concentrasse su settori quali l’energia atomica, i missili e l’astronautica (satelliti), ma all’epoca la stragrande maggioranza degli esperti riteneva che si dovesse dare priorità allo sviluppo della fisica pura e della matematica pura, gettando prima le basi teoriche. Ritenevano che le applicazioni ingegneristiche come i missili e i satelliti fossero troppo orientate al risultato immediato. In una riunione di oltre quattrocento esperti, gli unici a sostenere Qian Weichang furono Qian Xuesen (aerospaziale) e Qian Sanqiang (bomba atomica), ovvero i «Tre Qian»; tuttavia, alla fine il Primo Ministro Zhou approvò l’orientamento dei «Tre Qian», stabilendo che i progetti di cui lo Stato aveva urgente bisogno, come i missili e l’aerospaziale, fossero considerati prioritari. Allo stesso tempo, i «Tre Qian» proposero l’orientamento secondo cui «i grandi progetti dovrebbero guidare lo sviluppo delle discipline di base». I progetti ingegneristici pongono sfide complesse, e queste sfide stimolano a loro volta l’innovazione teorica. Ad esempio, lo sviluppo della bomba atomica in Cina ha dato impulso alla nascita della fisica nucleare; all’epoca, l’Università di Fudan istituì a tal fine un secondo dipartimento di fisica, mentre il settore aerospaziale ha favorito lo sviluppo di discipline quali l’aerodinamica e la fluidodinamica.

Oggi, nella costruzione di un sistema autonomo di conoscenze nel campo della filosofia e delle scienze sociali, ci si trova di fronte alla scelta tra un approccio orientato alle discipline o orientato alle questioni fondamentali. L’approccio adottato dai paesi di tipo civile è quello orientato alle questioni fondamentali. Partendo dal problema della continua errata interpretazione della Cina da parte della teoria occidentale, analizzo le carenze delle teorie occidentali relative allo Stato, alle istituzioni, alla democrazia e ai partiti politici, supero gli errori del occidentalocentrismo a livello ontologico, epistemologico e metodologico, realizzando alcune svolte fondamentali e trasformazioni paradigmatiche, La risoluzione di tali questioni ha portato a progressi teorici e ha gettato le basi per la costruzione di una «nuova politologia» o di una «cinesistica contemporanea»; si può addirittura affermare che la «nuova politologia» o la «cinesistica contemporanea» siano ormai alle porte. Al contrario, se si evitasse di affrontare le sfide poste dai grandi problemi della realtà, se non si riuscisse a decostruire radicalmente l’occidentalocentrismo e il suo egemonismo culturale, limitandosi a perdersi in speculazioni scolastiche «da testo a testo», la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo finirebbe per ridursi a una mera teoria astratta.

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Il modello cinese: una prospettiva incentrata sullo Stato-civiltà

3 marzo 2012

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Di Zhang Weiwei

L’ascesa spettacolare della Cina va compresa nel contesto della Cina intesa come “Stato-civiltà”, ovvero come fusione tra la più antica civiltà del mondo, che ha mantenuto una continuità nel tempo, e un immenso Stato moderno, frutto della fusione di centinaia di stati in un unico entità nel corso di migliaia di anni di storia. Lo Stato è caratterizzato da quattro fattori: una popolazione estremamente numerosa, un territorio di dimensioni enormi, una storia lunghissima e una cultura ricchissima, che a loro volta hanno plasmato tutte le caratteristiche chiave del modello di sviluppo cinese, con tutte le possibili ramificazioni per il futuro percorso della Cina e non solo.

Come sappiamo, la Cina, o meglio l’ascesa della Cina, rimane un tema controverso in Occidente per una serie di ragioni. Infatti, negli ultimi 30 anni circa, lo Stato cinese è stato spesso descritto dai media occidentali come una dicotomia tra un regime repressivo aggrappato al potere e una società guidata da dissidenti pro-democrazia al limite della ribellione, e alcuni europei, ad esempio a Oslo, continuano a vedere la Cina come una Germania dell’Est o una Bielorussia ingrandita in attesa di una rivoluzione colorata.

Questa percezione ha portato molti osservatori occidentali della Cina a prevedere con sicurezza un futuro pessimistico per il Paese: il regime sarebbe crollato dopo gli eventi di Tiananmen del 1989; la Cina avrebbe seguito le orme dell’Unione Sovietica nella sua disintegrazione; il caos avrebbe travolto la Cina dopo la morte di Deng Xiaoping; la prosperità di Hong Kong sarebbe svanita con il suo ritorno alla Cina; l’epidemia di SARS sarebbe stata la “Chernobyl” cinese; la Cina sarebbe crollata dopo il suo ingresso nell’OMC; e il caos sarebbe seguito allo tsunami finanziario globale del 2008. Eppure tutte queste previsioni si sono rivelate errate: non è la Cina ad essere crollata, ma sono tutte le previsioni sul crollo della Cina ad aver «crollato».

Negli ultimi tre decenni la Cina ha registrato risultati migliori rispetto a tutti gli altri paesi in via di sviluppo messi insieme, poiché il 70% della riduzione della povertà a livello mondiale si è verificata proprio in Cina.

Questo bilancio poco brillante delle previsioni sul futuro della Cina ci ricorda la necessità di guardare a questo paese enorme e complesso in modo più obiettivo, magari adottando l’approccio del grande filosofo tedesco G. W. Leibniz (1646–1716) per concentrarci su come i cinesi abbiano sviluppato quella che egli definiva “religione naturale”, ovvero l’applicazione laica dell’etica e della filosofia politica alla governance sociale, economica e politica. Se ci liberiamo dai preconcetti ideologici, potremmo arrivare a riconoscere che ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni in Cina rappresenta probabilmente la più grande rivoluzione economica e sociale della storia dell’umanità: oltre 400 milioni di persone sono state sottratte alla povertà, con tutte le implicazioni che questo successo comporta per la Cina e per il resto del mondo.

La Cina ha infatti ottenuto risultati migliori rispetto a tutti gli altri paesi in via di sviluppo messi insieme negli ultimi tre decenni, poiché il 70% della riduzione della povertà a livello mondiale si è verificata proprio in Cina. La Cina ha ottenuto risultati migliori rispetto a tutte le economie in transizione messe insieme, poiché l’economia cinese è cresciuta di circa 18 volte dal 1979, mentre l’Europa orientale, ad esempio, solo di una volta, sebbene partendo da un punto di partenza diverso. La Cina ha ottenuto risultati migliori anche rispetto a molti paesi sviluppati, e le sue «regioni sviluppate», con una popolazione di circa 300 milioni di abitanti – pari a quella degli Stati Uniti – oggi eguagliano sotto molti aspetti le economie sviluppate dell’Europa meridionale in termini di prosperità complessiva, e le città di primo livello della Cina, come Shanghai, potrebbero già aver superato New York sotto molti aspetti, sia in termini di «hardware» – quali aeroporti, metropolitane, treni ad alta velocità, strutture commerciali e skyline urbani – sia in termini di «software» – quali aspettativa di vita, tasso di mortalità infantile e sicurezza stradale.

La Cina ha la sua dose di problemi, alcuni dei quali sono gravi e richiedono una soluzione concreta, ma il successo complessivo della Cina è fuori dubbio. Come si spiega questo successo? Alcuni sostengono che sia dovuto agli investimenti diretti esteri, ma l’Europa orientale ha ricevuto un volume di IDE pro capite di gran lunga superiore; altri sostengono che sia dovuto alla manodopera a basso costo della Cina, ma l’India e molti paesi in via di sviluppo offrono manodopera ancora più economica; altri ancora sostengono che sia dovuto a un governo autoritario, ma i governi autoritari – secondo la definizione occidentale del concetto – sono presenti ovunque in Asia, in Africa, in America Latina e nel mondo arabo. Nessuno di essi ha ottenuto ciò che la Cina ha realizzato.

Se nessuna di queste spiegazioni riesce a chiarire il successo della Cina, è opportuno provare a pensare fuori dagli schemi. A giudizio di chi scrive, ciò è dovuto essenzialmente alla natura della Cina come Stato e al modello di sviluppo cinese.

La Cina non è una Germania dell’Est o una Bielorussia in versione allargata. Né è un altro Stato qualsiasi; la Cina è uno Stato-civiltà, probabilmente l’unico al mondo, poiché è l’unico Paese al mondo con una storia di Stato unificato che dura da oltre 2000 anni, è l’unica civiltà al mondo che si è mantenuta ininterrotta per oltre 5000 anni ed è l’unica fusione al mondo tra una civiltà antica e un enorme Stato moderno.

Un’analogia inappropriata potrebbe essere quella di un Impero Romano antico che continuasse ancora oggi come uno Stato moderno unificato, dotato di un governo centralizzato, di un’economia moderna, di tutte le sue diverse tradizioni e culture e di un’enorme popolazione che parla la stessa lingua, il latino.

La Cina è uno Stato-civiltà, probabilmente l’unico al mondo, in quanto è l’unico Paese al mondo con una storia di Stato unificato che dura da oltre 2000 anni, nonché l’unica civiltà al mondo che si è mantenuta ininterrotta per oltre 5000 anni e l’unica fusione di civiltà antiche.

Un paese di questo tipo non può che essere unico: la Cina è una fusione di quattro fattori, ovvero una popolazione enorme, un territorio vastissimo, una storia lunghissima e una cultura ricchissima. La Cina ha una popolazione superiore alla somma delle popolazioni dei 27 paesi dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, della Russia e del Giappone messi insieme. Durante il Festival di Primavera cinese del 2012 si sono registrati 3,1 miliardi di spostamenti attraverso le vaste reti di trasporto del Paese, un dato equivalente a spostare l’intera popolazione del Nord e del Sud America, dell’Europa, della Russia, del Giappone e dell’Africa da un luogo all’altro in meno di un mese. Questa è la portata del Paese, nonché le sfide e le opportunità che deve affrontare.

La Cina vanta un territorio vastissimo, un vero e proprio continente a sé stante, caratterizzato da una diversità regionale inimmaginabile. La Cina ha un’enorme…
tradizioni storiche profondamente radicate in ogni ambito immaginabile, spesso tradizioni che risalgono a migliaia di anni fa, spaziando dalla governance politica, all’arte di governare e all’economia, fino alla filosofia, alla medicina, alla strategia militare e allo stile di vita. La Cina possiede una super-una ricca cultura, che comprende una delle letterature e delle architetture più sofisticate al mondo. Forse non c’è esempio migliore per illustrare questa ricchezza della cucina cinese: esistono 8 scuole culinarie principali e le loro innumerevoli sottocategorie; ciascuna delle 8 scuole principali è, a detta di molti, più ricca della cucina francese in termini di contenuti e varietà.

Nel 1978 la Cina decise di intraprendere un proprio percorso di sviluppo e di adottare un approccio pragmatico, basato su tentativi ed errori, per il suo imponente programma di modernizzazione.

Pertanto, uno Stato civilizzativo è il risultato della fusione di centinaia di Stati in uno solo nel corso di migliaia di anni di storia. Secondo l’autore, i quattro “super” hanno plasmato il modello di sviluppo unico della Cina, dal quale è possibile individuare otto caratteristiche:

In primo luogo, la sua filosofia guida è denominata “ricerca della verità nei fatti”. Si tratta di un antico concetto cinese ripreso dal defunto leader Deng Xiaoping dopo il fallimento della utopistica Rivoluzione Culturale. Deng riteneva che fossero i fatti, piuttosto che i dogmi ideologici — sia orientali che occidentali — a dover costituire il criterio ultimo per stabilire la verità. Pechino concluse, dall’esame dei fatti, che né il modello comunista sovietico né quello della democrazia liberale occidentale funzionavano realmente per un paese in via di sviluppo in termini di modernizzazione. Pertanto, nel 1978 la Cina decise di esplorare una propria via di sviluppo e di adottare un approccio pragmatico, basato su tentativi ed errori, per il suo imponente programma di modernizzazione. Questo è il fondamento filosofico del modello cinese.

In secondo luogo, dare priorità al benessere della popolazione. Si tratta di un concetto molto tradizionale di governance politica in Cina. In questo contesto, Deng Xiaoping ha definito l’eliminazione della povertà come il compito prioritario della Cina e ha perseguito una strategia concreta per sradicare la povertà. La riforma cinese è iniziata nelle campagne, poiché all’epoca la maggior parte dei cinesi viveva in campagna. Il successo della riforma rurale ha dato slancio all’economia cinese e ha innescato una reazione a catena positiva che ha portato alla nascita di milioni di piccole e medie imprese, le quali ben presto hanno rappresentato oltre la metà della produzione industriale cinese, aprendo così la strada alla rapida espansione delle industrie manifatturiere e del commercio estero della Cina.

Si può sostenere che la Cina stia colmando una lacuna nella gamma dei diritti umani sostenuti dall’Occidente, che tende a concentrarsi esclusivamente sui diritti civili e politici. Questo approccio, che “mette al primo posto il sostentamento delle persone”, potrebbe avere implicazioni a lungo termine per quella metà della popolazione mondiale che vive ancora in condizioni di povertà.

In terzo luogo, la stabilità come presupposto per lo sviluppo. In quanto Stato di civiltà, la sua diversità etnica, religiosa, linguistica e regionale è tra le più elevate al mondo, e questa condizione ha quindi plasmato quella che si potrebbe definire “la psiche collettiva” dei cinesi, ovvero la tendenza della maggior parte delle persone a venerare la stabilità e a temere il “luan”, il termine cinese che indica il caos, e la cultura politica cinese è profondamente radicata nel concetto di «taipingshengshi»: prosperità nella pace, o pace con prosperità. La propensione di Deng Xiaoping alla stabilità deriva in parte dalla sua comprensione della storia cinese: in un arco di tempo di quasi un secolo e mezzo, dal 1840 — quando gli inglesi diedero inizio alla Guerra dell’Oppio contro la Cina — fino all’inizio delle riforme alla fine del 1978, il periodo più lungo di pace e stabilità ininterrotte della Cina non durò più di 8 o 9 anni; il Paese era in costante subbuglio e soffriva di ripetute aggressioni straniere, guerre civili, rivolte contadine e frenesia ideologica autoinflitta. Ormai la Cina aveva goduto per la prima volta nella sua storia moderna di una stabilità sostenuta per oltre tre decenni, e ha realizzato un miracolo economico.

Quarto, la riforma graduale. Date le dimensioni e la complessità del Paese, Deng Xiaoping definì una strategia spesso descritta come “attraversare un fiume tastando i sassi”, e incoraggiò la sperimentazione per tutte le principali iniziative di riforma, come dimostrano le zone economiche speciali cinesi, dove venivano testate nuove idee quali la vendita dei terreni, le joint venture nel settore dell’alta tecnologia e un’economia orientata all’esportazione. Solo quando le nuove iniziative si dimostrano efficaci vengono estese a livello nazionale. La Cina ha rifiutato la «terapia d’urto» e ha operato attraverso le istituzioni esistenti, per quanto imperfette, riformandole gradualmente per adeguarle alla modernizzazione. Questo approccio cauto ha permesso alla Cina di mantenere la stabilità politica di cui aveva tanto bisogno ed ha evitato fallimenti paralizzanti come quelli verificatisi nell’ex Unione Sovietica e nell’ex Jugoslavia.

Quinto, stabilire le giuste priorità e sequenze. In linea con l’approccio graduale, la riforma cinese ha mostrato un chiaro schema di cambiamento: prima le riforme rurali, poi quelle urbane; prima i cambiamenti nelle aree costiere, poi quelli nell’entroterra; prima le riforme economiche, poi quelle politiche. In sintesi, le riforme più facili prima di quelle più difficili. Il vantaggio di questo approccio è che le esperienze e gli insegnamenti acquisiti nella prima fase della riforma creano le condizioni per la fase successiva del cambiamento. Alla base di questo approccio c’è la tradizione filosofica cinese del pensiero olistico. Deng Xiaoping ha delineato una strategia di 70 anni per modernizzare la Cina entro la metà del XXI secolo, e la Cina sta ancora perseguendo questa strategia oggi. Questa caratteristica contrasta nettamente con la politica populista e miope così diffusa in gran parte del mondo odierno.

Sesto, un’economia mista. La Cina ha cercato di combinare la forza della “mano invisibile” del mercato con quella della “mano visibile” dell’intervento statale, in parte per correggere i fallimenti del mercato. Il sistema economico cinese viene quindi definito «economia di mercato socialista». Quando le forze di mercato sono state liberate dal gigantesco cambiamento economico della Cina, lo Stato cinese ha fatto tutto il possibile per garantire la stabilità macroeconomica e politica, e ha guidato il Paese fuori dalla zona di pericolo sia durante la crisi finanziaria asiatica del 1997 sia durante l’attuale tsunami finanziario.

Settimo, l’apertura al mondo esterno. Priva di una tradizione messianica volta a convertire gli altri, la Cina rappresenta una cultura laica in cui imparare dagli altri è considerato una grande virtù. La Cina ha mantenuto la sua lunga tradizione di «prestiti culturali selettivi» dal mondo esterno, attingendo anche a elementi utili del consenso neoliberista di Washington, come l’enfasi sull’imprenditorialità e sul commercio internazionale. Tuttavia, Pechino tutela sempre il proprio spazio politico e attinge alle idee straniere in modo selettivo. L’apertura alla concorrenza internazionale ha permesso alla Cina di diventare una delle economie più competitive al mondo.

Infine, ma non meno importante, uno Stato forte, piuttosto disinteressato e illuminato. Il cambiamento della Cina è stato guidato da uno Stato sviluppista illuminato. Lo Stato cinese è in grado di creare un consenso nazionale sulla necessità di riforme e modernizzazione, di garantire la stabilità politica e macroeconomica generale e di perseguire obiettivi strategici ambiziosi, quali l’attuazione delle riforme del settore bancario, la riforma delle imprese statali, l’attuazione delle politiche industriali necessarie e lo stimolo all’economia a fronte della recessione globale. Questa caratteristica affonda le sue radici nella tradizione confuciana cinese di uno Stato forte e benevolo, fondato sulla meritocrazia a tutti i livelli. Dopotutto, la Cina è il Paese che ha inventato il sistema degli esami per la selezione dei funzionari pubblici oltre 1000 anni fa.

La Cina ha rifiutato la “terapia d’urto” e ha operato nell’ambito delle istituzioni esistenti, per quanto imperfette, riformandole gradualmente per adeguarle alle esigenze della modernizzazione.

Grazie a questa tradizione di meritocrazia e legittimità basata sui risultati, Pechino attua ora in tutta la sua struttura di leadership ciò che può essere definito “selezione più una qualche forma di elezione”. Ad esempio, i criteri per diventare uno dei nove leader di punta della Cina, ovvero i membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico, richiedono solitamente due mandati di buoni risultati come massimo dirigente di una provincia, che spesso ha le dimensioni di 4 o 5 Stati europei medi. Con questo sistema di meritocrazia e legittimità basata sui risultati, per quanto imperfetto possa essere, non c’è alcuna possibilità che leader incompetenti come George W. Bush possano raggiungere i vertici del potere.

Il relativo successo della Cina dal 1979 dimostra che, indipendentemente dal sistema politico, tutto si riduce alla buona governance. In altre parole, la prova definitiva di un buon sistema politico sta nella misura in cui è in grado di garantire una buona governance. La dicotomia stereotipata tra democrazia e autocrazia suona sempre più vuota nel complesso mondo odierno, dato il gran numero di “democrazie” mal governate. L’approccio cinese potrebbe alla fine determinare un cambiamento di paradigma, passando dalla dicotomia democrazia contro autocrazia a quella di buon governo contro cattivo governo.

Il buon governo può assumere la forma del sistema politico occidentale, come nel caso, ad esempio, della Svizzera, oppure quella di un sistema politico non occidentale, come nel caso di Singapore e Hong Kong. La Cina, nonostante tutti i suoi difetti, è un paese governato molto meglio rispetto alla maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Allo stesso modo, il malgoverno può assumere la forma del sistema politico occidentale, come nel caso di Haiti, Iraq, Mongolia, Ucraina e delle nazioni recentemente fallite, Islanda e Grecia, oppure può assumere la forma di un sistema politico non occidentale, come nel caso della Birmania.

La dicotomia stereotipata tra democrazia e autocrazia suona sempre più vuota nel mondo di oggi, vista la grande quantità di “democrazie” mal governate.

Ne consegue che, dal punto di vista cinese, la natura di uno Stato, compresa la sua legittimità, debba essere definita più dalla sua sostanza – ovvero il buon governo – che dalle sue procedure. La Cina privilegia la sostanza rispetto alle procedure, ritenendo che, in ultima analisi, la giusta sostanza si tradurrà nelle giuste procedure, adeguate alle condizioni specifiche di ciascuna nazione. Il buon governo dovrebbe essere un obiettivo di tutti i governi del mondo, e i paesi in via di sviluppo si trovano ad affrontare la sfida sempre più pressante delle riforme politiche necessarie per raggiungere il buon governo. Lo stesso vale per i paesi sviluppati, data la portata delle crisi che stanno investendo Giappone, Europa e Stati Uniti.

La Cina è oggi il più grande laboratorio al mondo di cambiamento economico, sociale e politico. Il successo delle riforme economiche cinesi potrebbe aver tracciato un modello per il suo futuro cambiamento politico: un approccio graduale, sperimentale e cumulativo, che assimili tutto ciò che c’è di positivo nelle idee e nelle pratiche sia cinesi che straniere. Dopo oltre un secolo di guerre e rivoluzioni devastanti, e dopo tre decenni di riforme economiche di successo, la maggior parte dei cinesi sembra disposta a proseguire con il proprio modello di sviluppo, imperfetto ma efficiente, e questo modello sembra integrarsi ragionevolmente bene con la civiltà cinese, che vanta diversi millenni di storia — comprese una ventina di dinastie, sette delle quali sono durate più a lungo dell’intera storia degli Stati Uniti.

La Cina sta attraversando le proprie rivoluzioni industriali e sociali. Le imperfezioni sono numerose e il Paese deve ancora affrontare molte sfide, come la lotta alla corruzione e la riduzione dei divari tra le regioni e tra ricchi e poveri. Tuttavia, è probabile che la Cina continui a evolversi seguendo il proprio modello di successo, piuttosto che adottare modelli altrui.

Il mondo sta assistendo a un’ondata di cambiamenti che sta portando da un ordine mondiale verticale, in cui l’Occidente è al di sopra di tutti gli altri, a un ordine più orizzontale, in cui gli altri, in particolare la Cina, saranno alla pari con l’Occidente sia in termini di ricchezza che di idee.

Con l’ulteriore ascesa della Cina, il modello cinese potrebbe benissimo acquisire maggiore influenza a livello internazionale. Sebbene l’esperienza cinese sia in gran parte autoctona e difficile da replicare da parte di altri paesi con tradizioni culturali diverse, alcune idee e pratiche del modello cinese – quali “cercare la verità nei fatti”, dare priorità al benessere della popolazione, un approccio graduale e sperimentale al cambiamento, nonché il principio secondo cui “il buon governo conta più della democratizzazione” – potrebbero riscuotere un più ampio consenso a livello internazionale.

In effetti, il mondo sta assistendo a un’ondata di cambiamenti che lo sta portando da un ordine mondiale verticale, in cui l’Occidente prevale sul resto del mondo sia in termini di ricchezza che di idee, a un ordine più orizzontale, in cui il resto del mondo, in particolare la Cina, sarà alla pari con l’Occidente sia in termini di ricchezza che di idee. Si tratta di uno spostamento di peso economico e politico senza precedenti nella storia dell’umanità, che cambierà il mondo per sempre.

*Questo articolo è tratto dal recente libro dell’autore, un bestseller in Cina, intitolato *The China Wave: Rise of a Civilizational State* (WorldCentury)

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Informazioni sull’autore

Zhang Weiwei è professore di relazioni internazionali presso l’Università di Fudan, ricercatore senior presso l’Istituto Chunqiu in Cina e professore ospite presso la Scuola di Diplomazia e Relazioni Internazionali di Ginevra.

Valori statali della civiltà contro eccezionalismo nichilista

Karl Sanchez26 ottobre
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Il declino imperiale sembra generare un periodo in cui costumi e norme fondamentali consolidati, altrimenti noti come valori, si degradano in vari gradi di comportamento nichilista che si ripresenta ogni volta che un impero declina, indipendentemente dalla sua durata o dal periodo storico in cui è esistito. Alcuni declini sono più violenti di altri, alcuni sono brevi, durando solo un decennio o due, mentre altri si sono protratti per secoli. Il XX secolo ha visto diversi di questi eventi e, con l’inizio del nuovo secolo, è nato il ciclo successivo. Ci sono alcune domande correlate che non troveranno risposta, ma che è necessario porre: la prima e più importante è se esista una civiltà occidentale; la seconda, se una nazione occidentale possa essere considerata civilizzata; e la terza, se le élite occidentali abbiano mai dato valore a qualcosa di diverso dalla ricchezza e dal potere. Queste domande devono essere tenute presenti, poiché vengono portate in primo piano da coloro che stanno analizzando a fondo la situazione mondiale attuale. Ad esempio, nella sua recente conversazione con Daniel Davis, Alastair Crooke ha elencato molti punti, tra cui alcuni pertinenti a questa discussione:

L’Occidente ha abbandonato il proprio quadro morale – le regole di guerra, il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, ecc. – distruggendo gli stessi valori che potrebbero essere alla base di un futuro ordine multipolare.

Il passaggio dalla “visione redentrice” iniziale dell’America alla visione manichea del bene contro il male (intorno all’epoca dell’11 settembre) ha eliminato qualsiasi base per una coesistenza negoziata con i suoi avversari, polarizzando tutti gli avversari in potenzialmente buoni o chiaramente malvagi…

Il futuro geopolitico sarà caotico: un ordine multipolare è possibile, ma mancano i valori condivisi e i punti di riferimento morali necessari al suo funzionamento. La risposta dei BRICS sarà principalmente difensiva/deterrente (come ad esempio la creazione di una via alternativa al dollaro e alle sanzioni).

I valori della Carta delle Nazioni Unite sono stati erosi fin dalla sua nascita nel 1945 e ora sono stati completamente abbandonati in Occidente, mentre la Maggioranza Globale vuole preservarli e rafforzarli, un movimento che si riflette nel Gruppo degli Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, formatosi nel 2021, e nelle dichiarazioni rilasciate dalla miriade di organizzazioni della Maggioranza Globale, la più recente delle quali è stata il Summit CICA .

Riaffermando il nostro impegno nei confronti della Carta delle Nazioni Unite e delle norme e dei principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale che sostengono gli obiettivi e i principi della CICA sanciti nella Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli Stati membri della CICA del 14 settembre 1999 e nell’Atto di Almaty del 4 giugno 2002, che, tra gli altri documenti adottati dagli organi direttivi della CICA, hanno posto solide basi per il processo della CICA, [Enfasi originale]

Ogni dichiarazione congiunta rivelerebbe un linguaggio simile. Il punto è che la stragrande maggioranza dell’umanità vuole preservare ciò che è stato dichiarato dopo la serie di guerre più devastanti della storia umana, ovvero la prevenzione di tali guerre e l’uguaglianza di tutti gli stati e i popoli, ossia l’eliminazione dell’eccezionalismo che ha generato quelle guerre e tutto il caos che ne è seguito e che è tuttora in corso. Tutto quanto sopra serve a fornire un contesto alla seguente traduzione di un articolo che tratta il tema degli stati civilizzati e dei loro sistemi di conoscenza e di come questi possano trascendere le modalità di pensiero occidentali un tempo dominanti, che non funzionano più e vengono rifiutate perché sono diventate prive di valore, come dimostra quotidianamente il comportamento occidentale – ciò che Zhang Weiwei chiama centrismo occidentale.

Come fa notare l’ Observer nella sua prefazione, Xi Jinping ha incaricato gli studiosi cinesi di “accelerare la costruzione della filosofia e delle scienze sociali con caratteristiche cinesi”. E prosegue:

Perché, a distanza di dieci anni, molti studi correlati rimangono ancora fermi alla fase di deduzione testuale basata su “doveri”? Eppure la teoria dello “stato civilizzato” è uscita dalla torre d’avorio ed è diventata una conquista “reale”, influenzando la trasformazione del panorama globale odierno. Quali spunti offre questo per la costruzione di un sistema di conoscenza indipendente in Cina?

Il 15 ottobre, il professor Zhang ha tenuto un discorso programmatico al Thinkers Forum su questo argomento: “Innovazione teorica in una nazione civilizzata: promuovere il sistema di conoscenza indipendente cinese, da ciò che dovrebbe essere alla realtà”. I lettori si accorgeranno presto che si tratta di una lezione di livello universitario, tuttavia suggerisco di proseguire nella lettura, poiché si comprenderanno le divergenze tra il pensiero cinese e quello occidentale. E in questa fase delle relazioni, questo è molto importante. Un’altra pubblicazione in inglese citata è ” China, the Civilizational State Narrative and its Implications “, di nove pagine, troppo lunga per essere inclusa in Substack. La lezione e il saggio vanno considerati complementari, poiché insieme offrono un valore ben maggiore della somma delle singole parti. C’è anche ” The China Wave: Rise of a Civilizational State” di Zhang , pubblicato in inglese nel 2012, di cui questo articolo dello stesso anno, “The China Model: a Civilizational-State Perspective”, è una sintesi. Una volta letto, il libro offrirà ai lettori una comprensione molto più chiara della prospettiva cinese, di fondamentale importanza in quanto la Cina, insieme ai suoi stati affini come Russia e Iran, si impegna a preservare i valori che l’umanità più stima.

Dovrebbe essere chiaro come l’eccezionalismo occidentale comprometta la capacità dell’Occidente di condurre analisi adeguate e lo porti continuamente a conclusioni errate su troppe questioni importanti per la maggior parte della popolazione. La politica degli interessi particolari è uno dei tanti aspetti dannosi della cultura occidentale che ha portato all’eliminazione di valori fondamentali e al tentativo di sostituirli con politiche che si presume producano valori migliori, ma che in realtà servono a degradare quelli già esistenti, spesso privi di fondamento, come l’uguaglianza individuale e l’eliminazione del concetto di razza. Se le nazioni non vengono trattate come uguali, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, non dovremmo sorprenderci che la discriminazione sia dilagante, così come la rigida gerarchia sociale, mentre l’oligarchia emerge come forma dominante di governo, ridicolizzando la democrazia in Occidente. Russia e Cina sono entrambe accusate di essere stati autoritari, nonostante le numerose prove del contrario, eppure offrono livelli di governo efficaci che soddisfano pienamente le loro popolazioni. La guerra dell’informazione che l’Occidente produce su vasta scala, presumibilmente diretta contro le popolazioni degli stati civilizzati, viene derisa da questi ultimi e, al contrario, assale le menti del pubblico occidentale con una massiccia disinformazione su Russia, Cina, Iran e altri paesi. Il pubblico occidentale sta iniziando a ribellarsi a questa situazione, poiché i suoi bisogni vengono completamente ignorati dall’oligarchia e dalle sue élite. La storia non si è conclusa con l’emergere delle profonde imperfezioni interne all’Occidente, poiché l’antitesi di tale ipotesi è che il neoliberismo si sta dimostrando una nuova forma di feudalesimo. La Cina ha fatto in modo che il suo uomo più ricco, Jack Ma, non potesse continuare ad arricchirsi o a pervertire la politica, a differenza dell’Occidente, dove Musk è ora un trilionario e fin troppi centimiliardari esistono: la disuguaglianza di ricchezza è una manifestazione molto visibile di quanto sia pessima la governance in Occidente, che non è affatto eccezionale in senso positivo; piuttosto, è eccezionale in un senso molto deviante, privo di valore.

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Tucker Carlson afferma che Trump sta pianificando di lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero riuscirci? _ di Simplicius

Tucker Carlson afferma che Trump sta pianificando di lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero riuscirci?

Analizziamo la probabilità di successo di una missione di questo tipo e le possibili modalità di realizzazione.

Simplicio2 novembre∙
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Ieri Tucker Carlson ha fatto un’affermazione esplosiva, sostenendo che, sotto pressione di Netanyahu, Trump starebbe valutando l’ipotesi di usare un’arma nucleare contro il Piccone iraniano per “chiudere” definitivamente il programma nucleare del Paese.

Tucker Carlson@TuckerCarlson Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe il monte Pickax, nell’Iran centrale, dove l’intelligence israeliana afferma che il governo iraniano ha riavviato le sue attività nucleari… 01:47 · 2 novembre 2026·46,1 milioni di visualizzazioni18.300 risposte·51.300 condivisioni·275.000 Mi piace

Il post completo per motivi di posterità, nel caso in cui il tweet qui sopra venisse in qualche modo cancellato:

Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe il monte Pickax, nell’Iran centrale, dove l’intelligence israeliana sostiene che il governo iraniano abbia riavviato il suo programma di arricchimento nucleare. Nessuna arma convenzionale nell’arsenale americano è in grado di penetrare 90 metri di granito solido per distruggere i tunnel in cui si presume avvenga l’arricchimento. L’unica opzione militare è un attacco nucleare. Netanyahu sta spingendo con forza per un attacco nucleare. “Bibi chiama Trump ogni giorno per questo”, afferma un osservatore informato.

Netanyahu è messo alle strette e disperato. Dopo i risultati elettorali della scorsa settimana, non può formare un governo a meno che Trump non intervenga direttamente nella politica israeliana e non raggiunga un accordo con gli altri partiti che gli garantisca 61 seggi alla Knesset. Altrimenti, sarà estromesso dalla carica di primo ministro e si troverà ad affrontare l’ignominia, indagini e forse anche il carcere. Netanyahu deve rimanere vicino a Trump. Ha bisogno di questa guerra.

A tal fine, ha esercitato la massima pressione sui suoi più stretti alleati nell’amministrazione, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il comandante del CENTCOM Brad Cooper. Entrambi si oppongono a una soluzione negoziata per la guerra che hanno gestito in modo così disastroso; entrambi premono per la ripresa delle principali operazioni di combattimento. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della CIA John Ratcliffe seguono l’esempio di Netanyahu, così come i leader del Partito Democratico. In un recente incontro sull’argomento, l’ex presidente Barack Obama ha dichiarato di opporsi all’attuale accordo di pace sull’Iran in fase di elaborazione a Doha.

Il resto degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente è terrorizzato dalla prospettiva di un’ulteriore guerra. Il 27 settembre, Netanyahu si è recato segretamente ad Abu Dhabi per coinvolgere gli Emirati Arabi Uniti nella sua attività di lobbying per un attacco finale all’Iran. Gli Emirati hanno rifiutato. Dopo otto mesi di conflitto, le economie del Golfo sono sull’orlo del collasso. Lo stesso vale per i mercati globali dell’energia e dei fertilizzanti. Non si riprenderanno presto. A livello globale, ci sono circa 850 superpetroliere utilizzate per trasportare il petrolio dai produttori al resto del mondo. Solo a ottobre, 11 di queste sono state gravemente danneggiate a Hormuz. A questo ritmo, una depressione globale è imminente. Un attacco nucleare accelererebbe radicalmente la distruzione. Le ricadute radioattive di un’esplosione a terra sul monte Pickax contaminerebbero il Golfo Persico, avvelenando le riserve idriche di 100 milioni di persone.

Queste sono solo alcune delle conseguenze immediate per la regione. Il resto del mondo è altrettanto esposto. Nessun Paese, a parte gli Stati Uniti, ha mai usato un’arma nucleare in guerra. Alcuni lo vorrebbero. Un attacco nucleare americano contro l’Iran creerebbe un nuovo precedente. I russi hanno già comunicato ad almeno altri due governi che un attacco nucleare americano contro l’Iran darebbe loro il via libera per usare armi nucleari contro l’Ucraina. Il Pakistan e l’India sarebbero tentati di fare lo stesso l’uno contro l’altro, così come la Corea del Nord contro Seul. Dopo il primo attacco nucleare, la Terza Guerra Mondiale sarebbe inevitabile. Quella guerra sarebbe breve e definitiva.

Abbiamo camminato sonnambuli verso questo momento per mesi. Da febbraio, l’amministrazione ha silenziosamente riscritto la dottrina nucleare americana per rendere più facile e quindi più probabile il primo utilizzo delle cosiddette “armi nucleari da campo di battaglia”. A Washington, in entrambi i partiti, nessuno sembra preoccuparsene. Ora siamo sull’orlo.

Secondo osservatori attenti, Trump probabilmente deciderà entro il prossimo fine settimana se usare o meno le armi nucleari. Ciò avverrebbe il 7 novembre, tra sei giorni. A suo merito, sta esitando. Al momento, Trump sta ascoltando il suo vicepresidente, JD Vance, e il suo inviato e amico Steve Witkoff, entrambi convinti che un accordo con l’Iran sia possibile.

Hanno ragione, anche se non sarà semplice. È risaputo che negoziare con gli iraniani è estremamente difficile in qualsiasi circostanza, e alcuni elementi del governo si sono radicalizzati dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei e della sua famiglia a febbraio. Dopo decenni di isolamento, persino i leader iraniani relativamente moderati sembrano disorientati dal modo in cui vengono prese le decisioni in Occidente. (A Teheran, ad esempio, è diffusa la convinzione che il governo degli Stati Uniti controlli Israele). Ma nel complesso, le persone che hanno parlato con i decisori politici in Iran affermano che c’è consenso sul fatto che un’ulteriore guerra sia dannosa per tutti e che valga la pena raggiungere un accordo.

Un gruppo che finora non è stato consultato è la popolazione mondiale: le centinaia di milioni di persone che moriranno insieme ai loro figli se Netanyahu spingerà Trump a lanciare un attacco nucleare la prossima settimana. Ora sarebbe il momento per loro di far sentire la propria voce.

Innanzitutto, è opportuno premettere che Tucker Carlson è noto per i suoi legami con i servizi segreti e ha più volte commentato le sue connessioni all’interno del Senato e della comunità dell’intelligence, che gli avrebbero fornito informazioni riservate in anticipo su questioni chiave. È risaputo che il padre di Carlson abbia lavorato per la CIA o che vi avesse legami.

In secondo luogo, ha ragione nell’allusione a una recente iniziativa guidata da Elbridge Colby per ampliare le “opzioni limitate e razionalmente impiegabili” per l’uso dell’energia nucleare:

https://www.military.com/pentagon-nuclear-review-could-expand-war-options-outside-public-view

Tutto ciò per dire che le affermazioni di Tucker non sono del tutto infondate o prive di merito. Dopotutto, nell’arsenale statunitense ci sono solo due opzioni che potrebbero anche solo lontanamente competere con Pickaxe Mountain, che si dice sia composta da granito denso: o la bomba convenzionale GBU-57 MOP (Massive Ordnance Penetrator) o l’opzione nucleare, che analizzeremo in dettaglio più avanti.

L’opzione nucleare che analizzeremo in dettaglio si articola in realtà in due bombe distinte, seppur correlate tra loro ma leggermente diverse: la B61-11 e la B61-12. Le loro differenze sono cruciali per comprendere le potenziali opzioni contro l’Iran.

In linea di massima, la B61-11 può essere trasportata solo dal bombardiere stealth B-2 Spirit e da nessun altro velivolo. La B61-11 è di gran lunga la variante più grande, con un peso di circa 550 kg (1.200 libbre) ed è classificata come bomba perforante . Si tratta di una “bomba non guidata”, priva di qualsiasi sistema di puntamento, sebbene la sua precisione sia stimata entro i 90 metri circa (300 piedi), il che non rappresenta un problema per un’arma non convenzionale.

L’aspetto più importante: ha una potenza nucleare esplosiva di 400 chilotoni, circa 40 volte quella di Hiroshima. Si tratta di quasi mezzo megatone, una quantità estrema, soprattutto se confrontata con l’altra variante, la B61-12, che raggiunge al massimo solo 50 kt.

Il problema principale di questo approccio è che la bomba deve essere sganciata direttamente sulla montagna da un B-2 Spirit, presumibilmente in condizioni meteorologiche favorevoli per consentire al sistema di puntamento non guidato di funzionare con la massima precisione. I B-2 hanno ovviamente la gittata necessaria, ma il principale interrogativo aperto è se siano in grado di penetrare lo spazio aereo iraniano per una missione reale , in cui l’Iran sta effettivamente compiendo sforzi per abbatterli.

Da un lato, durante l’operazione “Midnight Hammer” del 22 giugno 2025, gli Stati Uniti affermarono di aver già utilizzato i bombardieri B-2 Spirit per colpire le installazioni di Fordow e Natanz, quest’ultima situata a pochi chilometri da Pickaxe Mountain. Esiste quindi un precedente per l’esecuzione “con successo” di una missione con lo stesso profilo. Tuttavia, sappiamo che questi attacchi sono oggetto di molte controversie, soprattutto alla luce di diverse indiscrezioni secondo cui sarebbe stato stipulato un accordo segreto con l’Iran per consentire agli Stati Uniti di colpire indisturbati quei siti in cambio di una via d’uscita dall’aeroporto.

Ricordiamo che il portavoce del Pentagono ammise che l’Iran, stranamente, non reagì in alcun modo al pacchetto di attacchi “Martello di Mezzanotte”:

“Non siamo a conoscenza di alcun colpo sparato contro il gruppo d’attacco statunitense. I caccia iraniani non hanno volato e sembra che i missili terra-aria iraniani non ci abbiano individuato.”

La principale stranezza deriva dal fatto che il bersaglio è chiaramente noto in anticipo. Anche se un aereo fosse in grado di effettuare una vera e propria “manovra stealth”, è praticamente impossibile nasconderlo quando deve sorvolare una posizione nota con precisione, che può essere facilmente sorvegliata e pattugliata con vari sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che gli Houthi riuscirono, in un episodio diventato famoso, a far agganciare bersagli agli F-35.

https://theaviationist.com/2025/05/13/houthi-air-defenses-usf-35s-and-f-16s/

Se gli Houthi sono in grado di agganciare un aereo stealth moderno e molto più avanzato, perché l’Iran non dovrebbe essere in grado di colpire un aereo gigante delle dimensioni di un Boeing 747, la cui traiettoria di volo è nota e ovvia a tutti?

Ed è proprio questo che rende la missione particolarmente improbabile: il semplice fatto che un B-2 che trasporta una bomba nucleare possa essere abbattuto durante un’operazione reale , e non durante una messinscena legata ad accordi segreti, crea la concreta possibilità di uno scenario da incubo che sortisca l’effetto opposto a quello dichiarato dell’obiettivo della missione: dare all’Iran una bomba nucleare gratuita.

Immaginate: il B-2 viene abbattuto e l’Iran riesce a recuperare il nucleo nucleare perfettamente funzionante del B-61-11, un nucleo di dimensioni tali, tra l’altro, da poter ricavarne decine di armi nucleari di dimensioni inferiori. Già solo questo rischio rende la missione estremamente improbabile.

In pratica, il riutilizzo del nocciolo di una centrale nucleare sarebbe un’ipotesi estremamente remota per ragioni tecniche, ma è fattibile, o almeno è così che le narrazioni tenderebbero a presentarla per massimizzare l’impatto mediatico nel periodo successivo a un disastro.

Conclusione: Un vero attacco con un B-2 equipaggiato con il B-61-11 ha un’alta probabilità di successo, date le scarse possibilità che l’Iran acconsenta a un attacco nucleare, a differenza di quanto potrebbe aver fatto in passato per consentire una serie di attacchi convenzionali di minore entità. Pertanto, l’Iran sarebbe in stato di allerta e saprebbe esattamente dove aspettarsi il grande B-2, poiché l’aereo dovrebbe sorvolare direttamente il monte Pickaxe, garantendo all’Iran un corridoio aereo preciso da sorvegliare con tutte le sue capacità di difesa aerea.

Anche se il B-2 fosse davvero furtivo come pubblicizzato, la sua capacità stealth è progettata per funzionare solo fino a una certa distanza, e non a distanza ravvicinata quando vola entro pochi chilometri da un determinato sistema radar. A circa 20 km e meno, non sarebbe più “invisibile” ai radar e potrebbe essere rilevato praticamente da qualsiasi radar. Questo non sarebbe un grosso problema se l’attacco fosse condotto su obiettivi a sorpresa, dove il corridoio aereo non sarebbe noto in anticipo e i radar non sarebbero posizionati lungo la sua probabile rotta di volo. Ma dato che l’Iran conosce l’obiettivo preciso degli Stati Uniti, sarebbe elementare posizionare i radar intorno a Pickaxe, intrappolando di fatto il B-2 in una sorta di trappola mortale.

In secondo luogo, nello spazio aereo direttamente sopra la montagna potrebbero essere impiegate diverse altre risorse – a infrarossi, acustiche, visive – in grado di rilevare un oggetto massiccio delle dimensioni di un Boeing 747 in avvicinamento, sebbene ovviamente la missione verrebbe probabilmente condotta di notte, rendendo l’identificazione visiva molto più difficile all’altitudine massima del B-2, pari a 40-50.000 piedi.

Sebbene i B-2 fossero progettati per volare a bassa quota “sotto il radar” quando assolutamente necessario per la penetrazione, ciò non sarebbe fattibile per scopi nucleari, poiché per ovvie ragioni sarebbe necessaria la massima altitudine per sganciare una bomba atomica, a meno che non si tratti di una missione suicida; va comunque menzionato che il B-61 ha una modalità “adagiata” che gli consente di essere sganciato a soli 15 metri dal suolo, dopodiché si “stende” a terra tramite paracadute per poi esplodere in un secondo momento, secondo un timer preimpostato. Tuttavia, questa modalità non gli conferisce la capacità di “penetrazione”, in quanto si limiterebbe ad atterrare sulla superficie senza penetrare il terreno.

Passiamo ora all’unica altra opzione nucleare: la variante B61-12.

Questa variante è molto più piccola della B61-11: la B61-12 pesa 825 libbre (~375 kg) contro le ~1.200 libbre della B61-11.

Le sue dimensioni ridotte comportano un carico utile nucleare molto più debole, fino a 50 chilotoni, sebbene sia programmabile per potenze ancora inferiori. Le dimensioni consentono inoltre il suo impiego sugli F-15E, F-16 e F-35A, gli unici velivoli statunitensi certificati per trasportarla.

Possiamo escludere l’F-15E e l’F-16 perché non sono stealth, e l’F-16 probabilmente non avrebbe comunque un raggio d’azione sufficiente per raggiungere la montagna.

Rimane quindi solo l’F-35A. Il problema è che l’F-35A è la variante terrestre convenzionale: non è in grado di decollare da una portaerei come l’F-35C, né può decollare verticalmente con il sistema VTOL come l’F-35B. Questa è una differenza cruciale, poiché significa che l’unico F-35 in grado di trasportare l’armamento nucleare necessario non può decollare da una nave situata nelle vicinanze dell’Iran. Ciò significa che il raggio d’azione in combattimento gioca un ruolo fondamentale nella fattibilità di questa missione.

Test di caduta B61-12 da un F-35A.

Esistono solo due possibilità: l’F-35A dovrebbe decollare da una base regionale, tra cui le opzioni sono Al Udeid in Qatar, Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, o la ben più lontana Prince Sultan in Arabia Saudita.

Al Udeid e Al Dhafra distano rispettivamente 960 km e 1.090 km dal Monte Pickaxe:

Senza serbatoi ausiliari esterni, che ovviamente annullerebbero le capacità stealth dell’aereo, l’F-35A avrebbe un raggio d’azione di combattimento di oltre 1.200 km, il che significa che dovrebbe essere in grado di raggiungere i 1.200 km per svolgere la sua missione e poi tornare indietro per altri 1.200 km. Questo lo pone a portata di queste basi, seppur di poco, anche se è discutibile quanto “margine” lasci e presuppone che l’aereo viaggi su una traiettoria diretta e rettilinea. Questa non è l’ipotesi migliore da fare, soprattutto considerando le voci secondo cui i B-2 in passato provenivano da nord, in direzione del Mar Caspio, per eludere i radar e le installazioni di difesa aerea iraniane più attive, che sono naturalmente situate più vicino ai confini occidentali dell’Iran, in prossimità del Golfo Persico.

L’F-35A potrebbe anche decollare dalla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, molto più distante, e sorvolare l’Iraq per entrare nel Paese attraverso l’Iran occidentale. Questo lo porterebbe sicuramente fuori dalla portata operativa, ma potrebbe ricevere rifornimento in volo in Iraq poco prima di entrare in Iran.

Quindi, è tecnicamente fattibile? Forse. Ma ecco il problema: come abbiamo detto all’inizio, la B61-12 non è una bomba perforante come la B61-11, molto più grande e rinforzata, trasportata dal B-2 Spirit. L’unica bomba ufficialmente riconosciuta come “distruttore di bunker nucleari” è la B61-11. Questo renderebbe la variante a potenza molto inferiore, che non è nemmeno in grado di penetrare terreni duri, come quella trasportata dall’F-35A, probabilmente inutile per questa particolare missione.

Ciò è particolarmente vero considerando che gli esperti mettono in dubbio persino la capacità del B61-11 di danneggiare in modo significativo le infrastrutture situate sotto la densa roccia granitica del Monte Pickaxe, e questa variante è stata progettata proprio per questo scopo. Ciò significa che il B61-12, molto più debole e montato sull’F-35A, non sarebbe certamente all’altezza del compito, nonostante l’F-35A abbia presumibilmente maggiori possibilità di penetrare effettivamente lo spazio aereo iraniano, grazie alla sua tecnologia stealth molto più avanzata, alle dimensioni molto più ridotte, alle migliori capacità difensive, evasive e di disturbo elettronico, ecc.

Il rischio è enorme: immaginate di impiegare una bomba nucleare in un combattimento reale per la prima volta dal 1945, solo per scoprire che non funziona e che la missione fallisce. Sarebbe un disastro senza precedenti.

Al contrario, la missione del B-2 è irta di rischi ancora maggiori: la più alta probabilità di un abbattimento che consegnerebbe all’Iran una testata nucleare attiva.

Forse ti starai chiedendo: non ci sono altre opzioni?

Dopo aver ritirato dal servizio tutti gli altri missili da crociera a capacità nucleare, soprattutto in seguito agli accordi con la Russia, gli Stati Uniti dispongono solo del missile da crociera a capacità nucleare AGM-86B nel loro arsenale. Questo missile è dotato di una testata derivata dal B61 e ha una gittata tale da poter raggiungere Pickaxe da ben oltre il confine iraniano.

I problemi, tuttavia, sono molti:

  1. Non è in grado di distruggere un bunker e i suoi effetti sarebbero discutibili
  2. Si tratta di un vecchio missile subsonico non stealth dei primi anni ’80.

Vecchio, lento e con un’enorme sezione radar equivalente, il missile sarebbe estremamente facile da tracciare e abbattere, soprattutto considerando che l’Iran ha dimostrato di essere in grado di abbattere missili molto più avanzati e furtivi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti, come il JASSM-ER .

Un simile rischio sarebbe insostenibile, poiché significherebbe potenzialmente mettere di nuovo una testata nucleare a disposizione dell’Iran. Bisogna comprendere che una missione nucleare è ben diversa da un normale attacco, in cui una certa percentuale di fallimenti o abbattimenti è contemplata nei calcoli. In una missione nucleare, la probabilità di successo deve essere prossima al 100%, poiché le conseguenze di un fallimento sarebbero troppo gravi.

L’unica altra opzione rimasta è il lancio di un missile balistico intercontinentale (Minuteman III) o di un missile balistico lanciato da sottomarino (Trident II), ma questa soluzione è ovviamente impraticabile per le ragioni che abbiamo già spiegato più volte. Il lancio di un missile balistico intercontinentale potrebbe avere conseguenze globali catastrofiche, poiché la Russia o la Cina, con i loro sistemi satellitari di allerta precoce, potrebbero presumere che gli Stati Uniti stiano conducendo un primo attacco nucleare, il che rischierebbe uno scambio nucleare reciproco in grado di porre fine alla vita sulla Terra. Possiamo solo sperare che nemmeno Trump sia così folle.

E anche così, la maggior parte dei missili balistici intercontinentali sono progettati per esplodere nell’atmosfera, lasciando comunque la montagna intatta.

In conclusione, possiamo affermare che l’ipotesi più realistica sarebbe la missione del B-2, semplicemente perché trasporta l’armamento più potente e specificamente progettato per distruggere i bunker. Per ridurre il rischio di abbattimento di un B-2 che sorvola direttamente un sito che l’Iran sa essere l’obiettivo, sarebbe probabilmente necessario trasformarla in un’operazione su vasta scala che includa ogni tipo di velivolo di supporto, in particolare gli F-35 per effettuare disturbo elettronico e SEAD (spionaggio, attacco e distruzione di massa) al fine di garantire ai B-2 un corridoio di sopravvivenza. Una missione del genere comporterebbe rischi enormi, ma molti sostengono che sia già stata condotta con successo durante l’esercitazione Midnight Hammer, a seconda che si consideri o meno l’operazione come una messa in scena concordata.

Non ci resta altra scelta che considerare questa una missione altamente improbabile, ma non bisogna mai sottovalutare il fanatico “Dipartimento della Guerra” guidato da Hegseth.

Ciononostante, se Trump dovesse anche solo tentare un simile attacco, si aprirebbe il vaso di Pandora, fornendo ai falchi russi la giustificazione di cui hanno tanto bisogno per bombardare l’Ucraina con armi nucleari, e lo stesso varrebbe per India e Pakistan. In seguito, l’Iran stesso inizierebbe quasi certamente un vero e proprio programma di armi nucleari per difendersi in futuro, innescando una serie inarrestabile di conseguenze catastrofiche.


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Capitale e Nomos: l’economia politica dell’Interregno, di Verus Phalanx

Capitale e Nomos: l’economia politica dell’Interregno

Di Verus Phalanx

L’ordine liberale del dopoguerra fredda è giunto al termine. Ogni analista serio, a prescindere dall’orientamento politico, lo riconosce, anche se tale ammissione è avvolta in eufemismi: “autonomia strategica”, “de-risking” o “friend-shoring”, ovvero il vocabolario educato delle élite che hanno distrutto un ordine mondiale e non riescono proprio a dirlo chiaramente. L’assetto neoliberista, costituito da capitale libero, manodopera controllata e progressiva convergenza di tutta l’umanità verso il capitalismo democratico liberale sotto la tutela americana, è crollato come programma politico, come quadro intellettuale e, soprattutto, come descrizione della realtà. Ciò che rimane è il guscio istituzionale e gli interessi di classe che lo hanno costruito, ancora impegnati a lottare per mantenere la propria posizione in un mondo che li ha ormai superati.

Vale la pena definire con precisione la cronologia di questo crollo proprio perché la destra tende a farne risalire l’inizio al momento in cui il suo “cattivo” preferito entra in scena. In realtà, la sequenza è strutturale e cumulativa. La crisi finanziaria del 2008 è stata la prima grande crepa: ha messo a nudo la fragilità della finanziarizzazione denominata in dollari e ha screditato il modello occidentale agli occhi degli Stati a cui era stato detto che fosse l’unica via praticabile. L’adesione della Cina all’OMC e la sua successiva ascesa industriale hanno svuotato le basi manifatturiere di paesi ai quali era stato assicurato che il vantaggio comparativo avrebbe garantito loro il benessere. L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 ha frantumato l’ordine europeo del dopoguerra fredda e ha reso esplicito ciò che era rimasto implicito per anni: che l’espansione delle istituzioni liberali nell’ex sfera sovietica era una provocazione, non un dono, e che le potenze che si sentivano minacciate da essa conservavano sia la volontà che la capacità di resistere. Quando sono scoppiate le rivolte populiste del 2016, l’ordine non era più sotto attacco dall’esterno. Era già cavo. Gli attacchi non hanno fatto altro che renderne visibile la vacuità.

Sulla questione di cosa ci riserverà il futuro, si nota una sorprendente asimmetria nella serietà intellettuale. La destra americana, o almeno la sua ala orientata alle politiche concrete, ha guardato con onestà alle macerie. Ha definito la deindustrializzazione una catastrofe, la finanziarizzazione una patologia, la dipendenza strategica dalla Cina una vulnerabilità esistenziale. Ha ripreso senza remore il linguaggio dell’interesse nazionale e ha avviato il lungo lavoro di immaginare uno Stato capace di governare un’economia produttiva piuttosto che limitarsi ad amministrarne una finanziaria. La sinistra istituzionale, nel frattempo, ha compiuto una straordinaria impresa di autoimmolazione politica: dopo aver presieduto a tre decenni di stagnazione salariale, crollo dell’industria manifatturiera e abbandono della classe operaia, ora si presenta come la custode proprio di quell’ordine che ha prodotto questi risultati. Il partito del lavoro è diventato il partito del capitale e ha definito questa transizione «progresso».

Questo saggio avanza una tesi scomoda rivolta principalmente alla destra: la sua diagnosi, pur essendo più acuta di quella dei suoi oppositori, è comunque incompleta — e il tassello mancante è l’economia politica marxista. La giurisprudenza di Carl Schmitt ha giustamente suscitato grande interesse negli ambienti nazionalisti e realisti. È indispensabile per comprendere la logica formale dell’ordine politico e della sua dissoluzione. Ma Schmitt tace in gran parte sul contenuto materiale che riempie le forme politiche: sul rapporto tra accumulazione di capitale e potere territoriale, su chi tragga effettivamente beneficio dagli assetti che si presentano come ordine universale, sul perché il nomos neoliberista abbia assunto proprio quella forma specifica e distruttiva. Per quell’analisi, abbiamo bisogno di Marx, inteso non come profeta rivoluzionario ma come freddo analista di come il potere funzioni realmente. Solo questo Marx può dirci come il capitale plasmi gli Stati, corrompa le istituzioni e, in ultima analisi, distrugga il tessuto sociale che ne sostiene la riproduzione.

Il Nomos e la sua dissoluzione

Il concetto di “nomos” di Schmitt è uno dei suoi contributi più originali e, ai fini del nostro discorso, più utili. Un “nomos” non è semplicemente una legge o una norma, ma l’ordinamento spaziale e politico concreto del mondo: l’unità tra appropriazione, distribuzione e produzione della terra che precede e condiziona ogni diritto positivo. Esso designa l’atto costitutivo mediante il quale una comunità politica si orienta nello spazio e definisce così i propri rapporti con tutte le altre comunità di questo tipo. Il jus publicum Europaeum, il diritto pubblico europeo emerso dopo l’Età delle Scoperte e che ha strutturato le relazioni internazionali all’incirca dal XVI alla fine del XIX secolo, era, per Schmitt, il primo nomos veramente globale della storia.1

Ciò che rese straordinario lo *jus publicum Europaeum* non fu la sua portata geografica, bensì un unico risultato, spesso sottovalutato: trasformò la guerra da progetto di annientamento a strumento politico. Prima di questo ordine, i nemici erano eretici, barbari, criminali, entità da sterminare piuttosto che con cui negoziare. Lo *jus publicum Europaeum* costrinse gli Stati europei a riconoscersi reciprocamente come belligeranti legittimi con interessi giustificati. La guerra divenne, secondo la precisa formulazione di Schmitt, il mezzo giuridico riconosciuto per modificare lo status quo. Non si trattava di umanitarismo. Era un realismo politico conquistato a fatica: il riconoscimento che i nemici sono reali, che il conflitto è inevitabile e che l’unica alternativa alla violenza illimitata è un quadro in cui gli avversari si trattino da pari a pari, senza che la loro distruzione sia l’obiettivo della guerra.

Il segreto inconfessabile di quell’ordine era che quella civiltà regolamentata all’interno dell’Europa dipendeva da una barbarie illimitata al di fuori di essa. Il contenimento della guerra tra gli Stati europei richiedeva l’esistenza di una frontiera coloniale dove non valessero regole, dove lo sterminio non solo fosse permesso, ma sistematico. Il nomos era civilizzato da un lato della linea e selvaggio dall’altro, e la selvaggitudine non era accidentale ma costitutiva. Man mano che la frontiera si chiudeva, man mano che il mondo coloniale veniva completamente spartito e assorbito, la condizione spaziale necessaria alla stabilità dell’ordine scompariva con esso. Non c’era più un «fuori» in grado di assorbire la violenza che l’«interno» non riusciva più a contenere. L’esaurimento dell’appropriazione delle terre portò il jus publicum Europaeum alla sua fine.

Schmitt vide il conseguente bivio con terribile chiarezza. Una via, quella del Großraum (“grande spazio”), avrebbe ricostituito la logica del riconoscimento reciproco su scala più ampia: un mondo organizzato attorno a una manciata di egemonie regionali, ciascuna dominante nella propria sfera, ciascuna riconoscente la legittimità delle altre e quindi in grado di mettere tra parentesi la guerra tra di esse. L’altra via, quella che l’America ha effettivamente scelto, era l’universalizzazione di un unico standard di giustizia, fatto rispettare da un’unica potenza che affermava di agire non a proprio nome ma in nome dell’umanità. In questo percorso, i rivali non sono avversari con interessi legittimi. Sono criminali, fuorilegge e nemici dell’ordine basato sulle regole. Non devono tanto essere sconfitti quanto perseguiti. Questa non è una forma più civilizzata di conflitto, ma solo una più totalizzante.

Schmitt scrisse nel 1963 che «l’epoca dello Stato sta ormai volgendo al termine». Intendeva dire che lo Stato-nazione, in quanto unità primaria dell’ordine politico, era stato soppiantato dalle istituzioni sovranazionali, dall’economia globale, dalla potenza aerea e dalle armi nucleari, che avevano reso i confini strategicamente privi di significato. Ciò che sostituì lo Stato, nell’ordine postbellico guidato dagli Stati Uniti, non fu una nuova forma di ordine politico nel senso inteso da Schmitt, ma un tentativo costante di abolire del tutto la politica: di sostituire la distinzione amico/nemico con quella amministratore/criminale, la decisione sovrana con la procedura tecnocratica, la comunità politica con il mercato di consumo. La previsione di Schmitt non era che questo progetto sarebbe fallito immediatamente. Era piuttosto che il suo fallimento, una volta verificatosi, sarebbe stato catastrofico: l’esplosione di tutta la violenza che la depoliticizzazione aveva represso.2

Il bilancio delle vittime lo conferma. In un articolo pubblicato all’inizio del 2026, la professoressa di diritto internazionale di Yale Oona Hathaway ha calcolato che, dal 1989 al 2014 – gli anni del “momento unipolare”, quando il divieto di ricorso alla forza era ancora ampiamente in vigore – le vittime legate ai conflitti transfrontalieri ammontavano in media a meno di quindicimila all’anno. Dal 2014, tale cifra è salita a oltre 100.000 all’anno: un aumento di otto volte determinato dalle guerre in Ucraina, in Medio Oriente, nel Corno d’Africa e altrove. Il quadro di riferimento della stessa Hathaway è liberale internazionalista — lei vuole salvare l’ordine giuridico, non seppellirlo — e la sua diagnosi è di conseguenza incompleta. Riesce a vedere lo sgretolamento ma non riesce a spiegarlo, perché il suo quadro di riferimento non tiene conto del motivo per cui gli Stati che hanno costruito e un tempo fatto rispettare l’ordine giuridico del dopoguerra abbiano iniziato a violarlo sistematicamente. Schmitt avrebbe potuto dirglielo. Un ordine costituito dalla soppressione del politico non dissolve il politico; piuttosto, lo sposta. Quando lo spostamento non può più essere mantenuto, la violenza ritorna, non gradualmente, come direbbe Mike Campbell di Hemingway, ma tutta in una volta.3

Ciò che sta sostituendo l’ordine unipolare non è, va sottolineato, un mondo di pari. La configurazione emergente può essere meglio descritta come multipolarità asimmetrica: un sistema organizzato attorno a un numero ristretto di poli: gli Stati Uniti e la Cina come vere potenze mondiali, nessuna delle quali in grado di esercitare un’egemonia globale; la Russia come grande potenza in declino ma ancora influente; l’Unione Europea come forza collettiva il cui peso complessivo supera di gran lunga la sua coesione politica; l’India come attore emergente con autentiche ambizioni civilizzatrici. Al di sotto di questi si trova una costellazione di potenze medie e attori regionali sempre meno disposti ad allinearsi semplicemente con l’uno o con l’altro blocco. Si tratta meno di un equilibrio stabile che di un campo fluido e competitivo in cui le regole di convivenza non sono ancora state stabilite, le istituzioni del vecchio ordine hanno perso la loro autorità e la questione di cosa riempirà il vuoto rimane davvero aperta. L’intuizione di Schmitt è che questo vuoto non sarà colmato dalla procedura o dalla legge. Sarà colmato dalla politica: dall’affermazione degli interessi, dal tracciamento dei confini e dalla volontà di difenderli.

Ciò che Schmitt non riesce a vedere

Se si osserva l’ordine post-Guerra Fredda, si vede la previsione di Schmitt confermata in modo imbarazzante nei minimi dettagli. Le guerre in Iraq e in Afghanistan non sono state combattute per il petrolio, né per una posizione strategica, né tantomeno per Israele, almeno non ufficialmente. Sono state combattute per la democrazia. Per i diritti umani. Per la responsabilità di proteggere. Il nemico non era la Russia né la Cina né alcun altro Stato specifico con interessi particolari; il nemico era il male in sé, il suo asse, gli Stati canaglia che si rifiutavano di sottomettersi allo standard universale. Il risultato, come avrebbe previsto Schmitt, non è stato la pacificazione del Medio Oriente, ma la sua distruzione sistematica, perché una guerra contro il male non ha alcun principio limitante, nessun punto di arrivo, nessun compromesso di interessi che possa essere riconosciuto come soddisfacente. Semplicemente continua finché tutto non è ridotto in macerie.

Ma è qui che il quadro teorico di Schmitt, nonostante tutta la sua forza analitica, si scontra con un ostacolo. Egli è in grado di descrivere la forma dell’universalismo liberale—la mossa di depoliticizzazione, la sostituzione della decisione sovrana con la gestione tecnocratica—ma non riesce a spiegarne il contenuto. Più che come un insieme di accordi geopolitici formali, il nomos del neoliberismo può essere meglio compreso come un regime specifico ed estremamente redditizio di accumulazione del capitale. È stata la finanziarizzazione dell’economia americana, il trasferimento sistematico della produzione manifatturiera verso periferie a basso salario integrate in catene di approvvigionamento denominate in dollari, la prevalenza dei rendimenti per gli azionisti su ogni altra rivendicazione sociale e l’uso delle infrastrutture finanziarie — il sistema del dollaro, SWIFT, i mercati obbligazionari, i rating creditizi — come strumenti di coercizione geopolitica. Questo regime ha prodotto vincitori e vinti specifici. Schmitt non è in grado di dirvi chi siano perché non ha una teoria dell’economia politica. Per questo, l’accusa deve chiamare un testimone diverso.4

Il testimone è un comunista italiano che scriveva negli anni ’50 e che la maggior parte degli americani non ha mai sentito nominare. Il saggio di Amadeo Bordiga sull’imperialismo delle portaerei è un piccolo classico della geopolitica marxista, e la sua tesi centrale merita di essere fatta propria dalla destra. «L’imperialismo americano», scriveva Bordiga, «è l’espressione più pura dell’imperialismo capitalista, poiché occupa i mari per dominare la terraferma». L’intuizione è più profonda di quanto sembri. Il controllo del commercio marittimo equivale al controllo del circuito di accumulazione del capitale. Dopo il 1945 gli Stati Uniti hanno dominato il mondo perché controllavano le condizioni alle quali merci, denaro e strumenti finanziari circolavano a livello globale. I loro gruppi di portaerei garantivano il rispetto delle rotte marittime. Il dollaro imponeva i flussi commerciali. Il sistema SWIFT imponeva le sanzioni. Il FMI imponeva gli aggiustamenti strutturali. La potenza militare americana era l’infrastruttura coercitiva del capitalismo globale—non un fenomeno politico separato sovrapposto a una base economica, ma la forma stessa che l’accumulazione di capitale assumeva a livello di sistema mondiale.5

Schmitt intuì che il liberalismo «neutralizza l’autorità riducendola a competenza morale e monetaria». Capì che l’amministratore che sostituiva il sovrano era una mistificazione, che qualcuno continuava a decidere, a esercitare il potere, a tracciare la linea di demarcazione tra amico e nemico, solo che lo faceva sotto la copertura di una procedura neutrale. Ciò che non si chiese fu: la procedura di chi? La competenza di chi? Di chi era la neutralità? Il FMI impose ai paesi in via di sviluppo programmi di adeguamento strutturale, presumibilmente in conformità con la scienza oggettiva dell’economia, ma svolse il proprio mandato in modo da soddisfare gli interessi di Wall Street, che voleva il rimborso dei propri prestiti, e di Washington, che voleva governi compiacenti. L’OMC ha elaborato norme sulla proprietà intellettuale in nome del libero scambio, ma anche in nome delle aziende farmaceutiche e tecnologiche americane, i cui profitti sono stati notevolmente incrementati dalle politiche dell’OMC. L’intero apparato di governance economica internazionale che si presentava come ragione universale era, in termini marxisti, ideologia, ovvero la rappresentazione di interessi particolari come verità universali.

Il supplemento marxista

L’economia politica marxista è quella più soggetta a essere caricaturizzata, spesso bollata come una fede ingenua nella pianificazione centrale o come un programma per l’abolizione dei mercati o la fine della proprietà privata. Ma non è ciò che sostengono i suoi nemici. Nel suo nucleo analitico, rappresenta qualcosa di ben più minaccioso per i potenti: un metodo analitico per identificare quali interessi siano effettivamente serviti da assetti che si presentano come naturali, necessari e universali. Pone la domanda che l’economia politica liberale non può porsi: quando il mercato produce questi risultati, chi ne trae vantaggio?

Per l’era neoliberista, la risposta non è complicata. La grande svolta degli anni ’70 e ’80, verso tassi di interesse elevati, deregolamentazione finanziaria, liberalizzazione del commercio e indebolimento sistematico dei sindacati, non fu principalmente la vittoria di Hayek su Keynes, né delle idee sugli interessi. Fu la vittoria del capitale finanziario sul capitale industriale, a seguito della contrazione dei profitti della fine degli anni ’60. Quando l’inflazione aumentò e i profitti calarono, il capitale aveva bisogno di un nuovo assetto. E lo ottenne. I tassi di interesse di Volcker schiacciarono il potere contrattuale dei lavoratori insieme all’inflazione. La deregolamentazione aprì nuovi canali per i rendimenti finanziari. La liberalizzazione del commercio espose i produttori nazionali alla concorrenza salariale internazionale. Il risultato non fu «la liberazione dei mercati», poiché i mercati non sono mai liberi da una costituzione politica, ma una specifica ridistribuzione del potere e del reddito: dai lavoratori agli azionisti, dall’industria alla finanza, dalle comunità al capitale.

L’industria manifatturiera americana è crollata. I salari reali dei lavoratori non dirigenti sono rimasti stagnanti per decenni. La quota dei profitti aziendali attribuibile al settore finanziario è triplicata. Gli investimenti nella capacità produttiva sono stati soppiantati dai riacquisti di azioni proprie e dall’ingegneria finanziaria. E gli Stati Uniti sono giunti, al termine di questo processo, nella posizione strutturalmente assurda di dipendere strategicamente da un rivale geopolitico, ovvero la Cina, il cui dominio nel settore manifatturiero è stato acquistato con capitale americano, trasferimenti di tecnologia americana e politica commerciale americana.

Ciò che l’analisi marxista aggiunge alla diagnosi del nazionalismo economico è una teoria della necessità. La destra nazionalista economica a volte parla come se la deindustrializzazione fosse un errore: un errore politico, un tradimento da parte delle élite cosmopolite, una conseguenza di accordi commerciali svantaggiosi che negoziatori più scaltri avrebbero potuto evitare. Questa interpretazione non è del tutto sbagliata, ma confonde il sintomo con la malattia. Il capitale finanziario non è fedele a nessuna nazione, forza lavoro o base produttiva. È fedele al tasso di rendimento. Quando la speculazione finanziaria ha prodotto rendimenti più elevati rispetto agli investimenti nelle fabbriche, il capitale ha abbandonato le fabbriche. Quando il costo del lavoro cinese è risultato inferiore a quello americano, la produzione si è spostata in Cina. I dirigenti che hanno preso queste decisioni non erano, nella maggior parte dei casi, traditori. Erano attori razionali che rispondevano alle strutture di incentivo di un sistema che era stato deliberatamente costruito per produrre esattamente queste risposte. Non è possibile risolvere la questione solo con i dazi. È necessario modificare le strutture di incentivazione, il che significa cambiare i rapporti di potere tra la finanza e lo Stato, tra azionisti e lavoratori, tra rendimenti finanziari e investimenti produttivi. Si tratta di un progetto politico di ordine più profondo rispetto alla politica commerciale.

Il mondo capovolto

Schmitt e Marx convergono sul punto centrale riguardo all’universalismo liberale: si tratta di ideologia. Per Schmitt, la pretesa liberale di rappresentare non un interesse particolare ma l’umanità universale è la caratteristica autolegittimazione dell’egemone. Per Marx, l’ideologia indica proprio il processo attraverso il quale gli interessi della classe dominante finiscono per apparire come il senso comune dell’epoca, come necessità tecnica, legge naturale o fine della storia. L’ordine liberale del dopoguerra fredda era entrambe le cose allo stesso tempo: gli interessi particolari del capitale finanziario americano rappresentati come progresso umano universale.

Ciò che è derivato da questa mistificazione è stata l’inversione politica che stiamo vivendo oggi. La Sinistra, ovvero i partiti storicamente incaricati di rappresentare il lavoro contro il capitale, i molti contro i pochi, è diventata il principale veicolo istituzionale della classe manageriale professionale che amministra l’economia della conoscenza e è al servizio del settore finanziario. Non si è trattato di un tradimento improvviso, ma di una lenta migrazione: dall’economia politica al riconoscimento culturale, dalla critica strutturale alle norme procedurali, dall’officina all’aula universitaria. Quando l’ordine neoliberista iniziò a incrinarsi, la Sinistra istituzionale si ritrovò nella posizione di difenderlo — di agire, in termini schmittiani, come il katechon, la forza che trattiene l’inondazione. Il linguaggio delle norme, delle istituzioni e dell’ordine basato sulle regole che proviene dai think tank dell’establishment e dai quotidiani mainstream è strutturalmente indistinguibile da una difesa dell’attuale distribuzione del potere e della ricchezza. Esso preclude la questione politica di chi detenga il potere attraverso le proprie norme e le proprie regole con il semplice espediente di rifiutarsi di porla.

La classe operaia se ne è accorta. Il riallineamento degli elettori (ovvero, i professionisti istruiti verso i partiti di centro-sinistra, gli elettori della classe operaia di tutte le etnie verso alternative nazionaliste e populiste) non è, nella sua essenza, un fenomeno culturale, qualunque cosa dicano i dipartimenti di sociologia. È un fenomeno di economia politica: un riallineamento organizzato attorno all’asse di chi trae beneficio dalla globalizzazione e chi ne viene distrutto. La destra ha saputo cogliere meglio questa dinamica, ma ha un proprio punto cieco, e si tratta di un punto cieco invalidante.

Si consideri il tentativo trumpista di creare un nuovo nomos. Leggendo Schmitt, il rifiuto da parte di Stephen Miller del “quadro neoliberista” e il suo richiamo alla sovranità emisferica della Dottrina Monroe risultano davvero interessanti: è il linguaggio del Großraum,, un tentativo di ricostituire il politico dalle rovine dell’universalismo liberale. Ma un Großraum deve essere più di un semplice discorso; deve fondarsi su una configurazione di economia politica ben definita, costituita da una base produttiva, uno Stato dotato di effettiva capacità, una serie di partenariati subordinati autentici e, soprattutto, la volontà di riconoscere come legittime le sfere rivali.6

Quest’ultimo requisito è quello fatale. Affinché possa emergere un vero e proprio ordine del Großraum, gli Stati Uniti dovrebbero accettare che la Cina governi la propria sfera e la Russia la propria, e che ciò non costituisca un affronto all’umanità, ma un assetto di potere tollerabile. Attualmente nessuna forza politica significativa negli Stati Uniti accetta questa prospettiva, poiché farlo richiederebbe l’abbandono delle pretese universalistiche di cui il capitale americano ha ancora bisogno per operare a livello globale. Il Großraum non può essere costruito finché Wall Street continuerà a volere l’accesso a ogni mercato del mondo. Questa è la contraddizione che l’attuale coalizione nazionalista non riesce a risolvere, e non sarà in grado di risolvere finché non sarà disposta a rompere con il capitale finanziario, anziché limitarsi a disciplinarlo marginalmente.

Vale la pena chiarire con precisione cosa sia e cosa non sia il “trumpismo” in questo contesto. Non è la causa della crisi dell’ordine mondiale. Ne è il sintomo e, per certi aspetti, il catalizzatore. Le forze più profonde che guidano il momento attuale hanno preceduto Trump e gli sopravviveranno: l’esaurimento della potenza militare americana, il riorientamento strategico verso l’Asia, la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina che nessuna amministrazione è riuscita a contenere, e la polarizzazione interna che rende sempre più impossibile una leadership internazionale coerente. Ciò che Trump ha aggiunto è la deistituzionalizzazione della politica estera americana: lo smantellamento delle infrastrutture del soft power, la trasformazione dei dazi in uno strumento geopolitico multiuso, il trattamento degli alleati come controparti transazionali piuttosto che come partner in un ordine condiviso. L’effetto cumulativo non è la costruzione di un nuovo nomos, ma l’accelerazione della decomposizione di quello vecchio. E tale decomposizione, in assenza di una seria alternativa di economia politica, non produce un Großraum, ma qualcosa di più vicino all’incubo di Schmitt: un mondo di rivalità incontrollata in cui ogni attore persegue i propri interessi senza l’attrito di regole condivise, e i più deboli ne pagano il prezzo.

Perché la destra dovrebbe leggere Marx

L’argomento a favore di una lettura seria di Marx non è un argomento a favore del socialismo, ma del realismo, di quel tipo di analisi lucida del potere e degli interessi che Machiavelli avrebbe riconosciuto e di cui il momento attuale ha un disperato bisogno. Tre contributi specifici sono fondamentali per il progetto del nazionalismo economico.

La prima è la teoria dello Stato. L’affermazione marxista grossolana secondo cui lo Stato sarebbe semplicemente lo strumento della classe dominante è in effetti troppo semplicistica. Ma la versione più sofisticata non lo è. La politica statale è sistematicamente strutturata dal potere relativo delle classi sociali, e tale potere è determinato dall’organizzazione della produzione e dell’accumulazione. Non si tratta di una teoria del complotto. È la spiegazione del perché la deregolamentazione finanziaria sia passata senza intoppi al Congresso negli anni ’90 mentre le proposte di politica industriale sono state affossate in commissione, del perché la Fed abbia mosso mari e monti per salvare Wall Street nel 2008 e abbia offerto alle comunità manifatturiere un decennio di austerità e di accelerata disgregazione sociale, del perché ogni amministrazione che entra in carica promettendo di adottare una linea dura nei confronti della Cina finisca per preservare le catene di approvvigionamento da cui dipende il capitale finanziario. La resistenza al programma di reindustrializzazione non è principalmente ideologica, ma strutturale. Il capitale finanziario ha dei propri interessi, tali interessi sono organizzati e sono politicamente potenti. Identificarli è il primo passo per sconfiggerli.

Il secondo è la logica spaziale dell’accumulazione. Il capitale non si distribuisce in modo uniforme sul territorio. Si concentra in nodi ad alto rendimento e abbandona tutto il resto. La mappa della deindustrializzazione è la mappa della risposta razionale del capitale alle strutture incentivanti dell’assetto neoliberista. La geografia politica del momento—la correlazione tra regioni industriali svuotate e sostegno al populismo nazionalista, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Germania contemporaneamente—è l’espressione politica di un fatto materiale piuttosto che un insieme di patologie culturali o di fallimenti nella comunicazione politica. Intere popolazioni sono state rese economicamente sacrificabili dalla logica dell’accumulazione finanziaria e alla fine hanno votato di conseguenza. Il lavoro di David Harvey sull’accumulazione per espropriazione e sulla «soluzione spaziale» del capitale spiega questa geografia nei minimi dettagli. I nazionalisti economici che la ignorano navigano seguendo una mappa che tralascia metà del terreno.7

La terza, e più scomoda, è la teoria dei limiti della coalizione stessa. Il progetto di reindustrializzazione – ricostruire la capacità produttiva, riorientare l’economia verso la produzione, ripristinare l’autonomia strategica – è il progetto giusto. Ma la coalizione politica che attualmente lo persegue è piena zeppa di contraddizioni che l’analisi marxista di classe rende evidenti. Vuole disciplinare il capitale finanziario proteggendo al contempo il valore patrimoniale di una classe media proprietaria di case e azioni, il cui patrimonio netto è indissolubilmente legato al sistema finanziario che dichiara di contrastare. Vuole capacità industriale senza la forza lavoro organizzata necessaria per gestirla, perché la stessa coalizione che vuole le fabbriche si oppone ai sindacati che storicamente le hanno costruite. Vuole un’autonomia strategica finanziata da un mercato obbligazionario ancora denominato secondo la logica di Wall Street. Questi non sono fallimenti di volontà politica. Sono contraddizioni strutturali che produrranno fallimenti strutturali a meno che non vengano individuate e risolte. Un nazionalismo serio richiede un serio confronto con gli interessi di classe che il nazionalismo deve superare.8

Il marxismo, in breve, non è nemico del progetto nazionalista economico. È piuttosto la spiegazione più rigorosa disponibile del motivo per cui tale progetto è destinato a fallire se cerca di costruire un nuovo ordine lasciando intatto il potere finanziario di quello vecchio. Un movimento che non è in grado di identificare i propri veri avversari non può sconfiggerli. Gli avversari, in fin dei conti, non sono la Cina, né la sinistra globalista, né lo «Stato profondo». Sono gli interessi di classe specifici del capitale finanziario, interessi che sono organizzati, finanziati, istituzionalmente radicati e perfettamente in grado di rivestirsi della bandiera nazionale quando le circostanze lo richiedono.

Dopo l’Interregno

L’interregno di Gramsci, il «tempo dei mostri» in cui il vecchio sta morendo e il nuovo non riesce a nascere, è diventato un cliché del nostro momento politico, il che di solito è segno che è vero. Ma ciò che significa precisamente è questo: i quadri concettuali adeguati al vecchio ordine hanno smesso di descrivere la realtà, e quelli adeguati al nuovo ordine non sono ancora stati messi a punto.

In ogni paese governiamo basandoci su mappe che mostrano solo il vecchio territorio. Nel frattempo, il territorio si è trasformato — dal punto di vista geopolitico, tecnologico, ecologico — e il divario tra le categorie in cui si esercita il potere e le realtà che esso cerca di gestire si allarga di anno in anno. È questo che genera i «sintomi morbosi»: lo stato di emergenza permanente, il barcollare da una crisi all’altra, i leader che sembrano agire mentre in realtà vengono trascinati da forze che non riescono a definire.

La conferma più eloquente che questo cambiamento di scenario sia reale non proviene dalle frange radicali, bensì dal centro moderato dell’establishment della politica estera occidentale. Persino gli analisti la cui intera formazione professionale è stata plasmata dall’ordine liberale riconoscono ora, con vari gradi di disagio, che l’unipolarità è finita, che né il diritto internazionale né le istituzioni multilaterali hanno l’autorità per ricostituirla e che gli stessi Stati Uniti sono diventati, agli occhi delle potenze che un tempo guidavano, la principale fonte di instabilità nell’ordine che essi stessi hanno costruito. Ciò che non riescono a spiegare è il meccanismo: perché l’ordine si sia incrinato proprio lì, proprio in quel momento e nella forma specifica che ha assunto. Descrivere i sintomi non equivale a diagnosticare una malattia. I sintomi — l’erosione della credibilità americana, l’irrigidimento della resistenza cinese e russa, la defezione del Sud del mondo dalle coalizioni guidate dall’Occidente — sono certamente reali. Ma sono gli effetti di una causa sottostante: l’economia politica dell’ordine unipolare, la sua specifica struttura di classe, la sua specifica distribuzione di costi e benefici e le specifiche contraddizioni che tale distribuzione ha finito per generare. Un establishment che non riesce a individuare questa causa continuerà a produrre analisi accurate dal punto di vista diagnostico ma prive di contenuti prescrittivi.

La sintesi che questo momento richiede non è un compromesso tra destra e sinistra, né una “terza via” in senso neoliberista, né quel tipo di centrismo bipartisan che finisce sempre per servire chi detiene già il potere. È un’autentica integrazione di ciò che ciascuna tradizione fa bene. Schmitt fornisce la grammatica geopolitica: il nomos precede il logos; l’ordinamento spaziale e politico è costitutivo, non derivativo; la distinzione amico/nemico non può essere dissolta da procedure internazionali senza generare qualcosa di ben peggiore del conflitto che si intendeva prevenire; un autentico ordine del Großraum è preferibile alla permanente guerra civile globale dell’universalismo liberale. Ma un Großraum è un’organizzazione economica oltre che geopolitica: comporta un modo di produzione e una struttura di classe, un insieme di relazioni tra finanza e industria, Stato e mercato, centro e periferia. La questione di quale economia politica possa sostenere un Großraum vitale è inseparabile dalla questione geopolitica, e Schmitt non è in grado di rispondere. Marx sì.

La sinistra, dal canto suo, disponeva degli strumenti e li ha sprecati. La tradizione dell’economia politica marxista—da Lenin sull’imperialismo a Wallerstein sui sistemi mondiali fino a Harvey sulle dinamiche spaziali dell’accumulazione—fornisce proprio il complemento materiale alla giurisprudenza formale di Schmitt. Ciò che le è mancato, nella sua incarnazione liberale e progressista, è stato il coraggio di ammettere che l’ordine che ha amministrato per trent’anni non era affatto un ordine autentico, ma, come direbbe Schmitt, una guerra civile globale con una patina umanitaria. Qualsiasi politica di sinistra adeguata al presente deve iniziare ammettendo che i suoi nemici avevano una visione più lucida di questa realtà rispetto a lei.

Questa sintesi è politicamente scomoda, il che è il segno più evidente della sua necessità. Non può essere addomesticata dalla destra nazionalista così come è attualmente costituita, perché richiede di confrontarsi con gli interessi finanziari che finanziano il movimento e ne definiscono i limiti. Non può essere addomesticata dalla sinistra progressista così come è attualmente costituita, perché richiede di abbandonare le istituzioni multilaterali e le norme umanitarie dietro cui quella sinistra si è rifugiata. Va contro le pretese di tutti. La virtù di Machiavelli era la volontà di vedere chiaramente e agire di conseguenza — di sapere ciò che la situazione richiede effettivamente piuttosto che ciò che si vorrebbe che richiedesse. La situazione richiede un confronto onesto con il capitale, il nomos e il potere. Coloro che saranno disposti a intraprenderlo saranno pochi. Ma saranno anche, alla fine, gli unici che contano.

Questo articolo è un’ esclusiva online di American Affairs, pubblicata il 10 settembre 2026.

Note

1 Carl Schmitt, Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello Jus Publicum Europaeum, trad. G. L. Ulmen (New York: Telos Press, 2006), 351.

2 Carl Schmitt, *Teoria del partigiano: Commento intermedio sul concetto di politico*, trad. G. L. Ulmen (New York: Telos Press, 2007), 95.

3 Oona Hathaway, “The Great Unraveling Has Begun”, New York Times, 27 gennaio 2026. Secondo Hathaway, il divieto di ricorrere alla forza, fondamento dell’ordine giuridico del dopoguerra, si trova ora in una crisi terminale, accelerata dalle ripetute violazioni da parte degli stessi Stati Uniti delle regole che un tempo difendevano. L’ironia schmittiana che lei non nomina, ma che i suoi dati dimostrano, è che un ordine giuridico basato sulla soppressione del politico non può sopravvivere indefinitamente al ritorno del politico, e quando comincia a incrinarsi, la violenza che aveva contenuto viene liberata con gli interessi composti,

4 Sulle dinamiche strutturali del nomos neoliberista e sulle sue conseguenze a livello globale in termini di sviluppo, cfr.: David Oks e Henry Williams, “The Long, Slow Death of Global Development”, American Affairs 6, n. 4 (inverno 2022): 122–50. La loro analisi della deindustrializzazione prematura e della concentrazione spaziale dell’accumulazione nell’Asia orientale fornisce una base empirica essenziale per le tesi qui avanzate riguardo all’abbandono sistematico da parte del capitale degli investimenti produttivi.

5 Amadeo Bordiga, “Spazio contro cemento”, Il Programma Comunista, 1953; cfr. Philippe Bourrinet, The Italian Communist Left (Londra: Communist Left Publication, 2016).

6 Volker Perthes, Multipolarizzazione del mondo: concorrenza e coesistenza nel XXI secolo (Berlino: Deutsche Verlags-Anstalt, 2022), 4–62. Perthes, ex direttore dello SWP (Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza) con sede a Berlino, definisce l’ordine emergente come organizzato attorno a quattro o cinque poli asimmetrici. La sua descrizione del breve momento unipolare successivo al 1990 e della sua erosione accelerata a seguito della crisi finanziaria del 2008, dell’ascesa economica della Cina e dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 si ricollega direttamente alla tesi qui avanzata. Particolarmente sorprendente è la sua osservazione secondo cui, in un mondo unipolare, l’unilateralismo americano era tollerato; man mano che le altre potenze si consolidano, vedono sempre meno ragioni per accettarlo, rendendo gli Stati Uniti potenzialmente la più grande minaccia proprio all’ordine che essi stessi hanno costruito. La diagnosi di Perthes sulla situazione strutturale è, da questa sponda dell’Atlantico, sostanzialmente corretta. Ciò che il suo quadro teorico non può fornire (poiché rimane nell’ambito dell’analisi della sicurezza europea piuttosto che dell’economia politica) è una spiegazione del perché l’ordine unipolare abbia assunto la forma specifica e distruttiva che ha assunto, e quali interessi di classe stiano ora lottando per preservarne il guscio istituzionale. A tal fine, sostiene la presente argomentazione, la giurisprudenza di Schmitt e l’economia politica marxista sono integrazioni indispensabili.

7 Sulla logica spaziale dell’accumulazione e sulle sue conseguenze politiche, cfr.: David Harvey, Il nuovo imperialismo (Oxford: Oxford University Press, 2003) e Breve storia del neoliberismo (Oxford: Oxford University Press, 2005). Il concetto di Harvey di «accumulazione per espropriazione», ovvero il trasferimento sistematico di valore dalle comunità periferiche ai centri finanziari attraverso la privatizzazione, la predazione finanziaria e lo smantellamento dei beni comuni, si sovrappone perfettamente alla geografia della deindustrializzazione e dell’insurrezione politica che caratterizza il momento attuale.

8 Dylan Riley, “Lenin in America”, New Left Review, 9 maggio 2025. L’argomentazione di Riley prende una direzione inaspettata per questo pubblico: egli sostiene che una strategia propriamente leninista in una democrazia capitalista sviluppata debba rompere con il leninismo stesso, che «Lenin in America apparirà sotto le spoglie di Jefferson», utilizzando il linguaggio dell’autodeterminazione e dell’indipendenza e smascherando al contempo la «corruzione» come concetto sociale piuttosto che meramente giornalistico. L’implicazione, scomoda sia per la sinistra che per la destra, è che qualsiasi progetto egemonico adeguato al contesto attuale debba operare attraverso, e non contro, la specifica cultura democratica nazionale di cui è erede.

Informazioni sull’autore

Verus Phalanx è lo pseudonimo di uno scrittore, ricercatore e traduttore indipendente.

La fecondità della stasi: agire, riflettere e riconoscere il compimento, di Franco Faggiano

La fecondità della stasi: agire, riflettere e riconoscere il compimento

Un’analisi filosofica, psicologica e sociologica del rapporto tra azione, contemplazione e realizzazione personale

Abstract

Il rapporto tra pensiero e azione costituisce uno dei problemi centrali della riflessione filosofica e delle scienze sociali. Il motto latino Acta non verba richiama la necessità di tradurre le intenzioni in comportamenti concreti, evitando che il pensiero rimanga confinato alla dimensione dichiarativa. Tuttavia, l’affermazione del primato dell’azione solleva una questione ulteriore: ogni sospensione dell’agire deve essere considerata improduttiva oppure esistono forme di stasi capaci di generare conoscenza, consapevolezza e benessere? Prendendo le mosse da una riflessione di Antonio Rossello, il presente saggio esamina criticamente il significato della stasi attraverso diverse prospettive: la filosofia aristotelica, il pensiero di Hannah Arendt, la teoria della riflessione di John Dewey, la psicologia dell’esperienza e la sociologia dell’accelerazione contemporanea. Particolare attenzione viene riservata alla distinzione tra inerzia, pausa riflessiva, contemplazione e compimento. Si sostiene che l’assenza temporanea di un’azione osservabile non equivalga necessariamente a una carenza di idee o a una rinuncia alla trasformazione. La sospensione consapevole dell’agire può rappresentare una modalità autonoma di sviluppo personale e collettivo, nonché una condizione necessaria per riconoscere, consolidare e apprezzare i risultati conseguiti. In questa prospettiva, la maturità progettuale non consiste nella produzione incessante di nuovi obiettivi, ma nella capacità di discernere quando sia opportuno intervenire, quando occorra riflettere e quando sia giusto riconoscere il valore di ciò che è stato realizzato.

1. Introduzione: il rapporto tra pensiero e azione

Il rapporto tra pensiero e azione attraversa la storia della filosofia, della psicologia e della sociologia. Pensare significa elaborare interpretazioni della realtà, formulare ipotesi, attribuire significati alle esperienze e immaginare possibilità alternative. Agire significa, almeno in parte, tradurre tali elaborazioni in comportamenti capaci di produrre conseguenze sul soggetto, sugli altri o sull’ambiente. La distanza tra queste due dimensioni può assumere forme differenti. Un pensiero che non trova mai espressione nell’azione rischia di trasformarsi in una possibilità permanentemente rinviata; un’azione che non è accompagnata dalla riflessione può, al contrario, degenerare in automatismo, ripetizione o intervento inefficace. La questione, pertanto, non consiste semplicemente nello scegliere tra pensare e agire, ma nel comprendere quale relazione debba instaurarsi tra le due attività e quali condizioni rendano ciascuna di esse appropriata.

In questo quadro si colloca la riflessione proposta dal sociologo Antonio Rossello attraverso il motto Acta non verba:

«Il nostro pensare può naturalmente assumere le forme del nostro agire: non senza apparire, ma trasformando l’energia interiore in una pulsione al cambiamento rivolta a noi stessi, all’ambiente esterno o a entrambi. Qui sta il fondamento della vita, poiché la stasi, sebbene comoda, raramente porta frutti. Essa è una prassi lecita soltanto nei frangenti di fisiologica carenza di idee».

Il ragionamento presenta un orientamento riconoscibile: il pensiero acquista particolare rilevanza quando diventa capacità di trasformazione e si manifesta nella realtà. La vita viene quindi interpretata come un processo dinamico, nel quale l’energia interiore è chiamata a tradursi in cambiamento. Tuttavia, l’associazione tra stasi, comodità e scarsa fecondità introduce una questione interpretativa. Se la stasi viene considerata legittima prevalentemente quando mancano idee, si rischia di identificare ogni sospensione dell’azione con una condizione di insufficienza progettuale. È proprio questo il punto sul quale si sviluppa la presente analisi. Una persona può infatti interrompere temporaneamente la propria attività non perché abbia esaurito le idee, ma perché ne sta valutando le conseguenze. Può scegliere di non intraprendere nuovi progetti perché è impegnata a comprendere quelli già realizzati. Può, infine, ritenere che un risultato raggiunto meriti di essere vissuto e apprezzato prima di essere superato da un nuovo obiettivo. In questi casi, la stasi non rappresenta necessariamente una negazione del movimento: può esserne una fase integrante. L’ipotesi interpretativa qui sostenuta è dunque che non ogni assenza di azione costituisca inattività improduttiva e non ogni produzione di nuove azioni rappresenti, di per sé, un progresso.

2. Acta non verba: il valore dell’azione e i limiti del primato operativo

Il motto Acta non verba, traducibile come «fatti, non parole», esprime una critica alla distanza tra dichiarazioni e comportamenti. Il suo valore etico risiede nell’invito alla coerenza: le convinzioni acquistano credibilità quando si traducono in condotte riconoscibili e le intenzioni diventano socialmente significative quando producono conseguenze. Da questo punto di vista, il richiamo di Rossello appare comprensibile. Il cambiamento personale e sociale non può essere affidato esclusivamente alle intenzioni, alle formulazioni teoriche o alle aspirazioni dichiarate. Una progettualità che non si confronti mai con la realtà rischia di rimanere incompiuta. Tuttavia, il motto non impone necessariamente di privilegiare un’attività continua. Il suo significato più rigoroso riguarda la coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si fa, non la quantità delle azioni compiute. Una persona può dimostrare la propria coerenza anche attraverso una scelta ponderata di non intervenire, quando l’intervento sarebbe prematuro, dannoso o superfluo. Analogamente, può testimoniare la solidità di un progetto dedicando tempo alla sua verifica, anziché procedere immediatamente verso un’iniziativa successiva.

Occorre quindi distinguere almeno tre dimensioni:

  • L’azione dichiarativa: l’espressione di un’intenzione, di un valore o di un obiettivo.
  • L’azione trasformativa: il comportamento che modifica una situazione, una relazione o una condizione esistente.
  • L’azione riflessiva: l’attività attraverso la quale il soggetto esamina, interpreta e valuta ciò che ha pensato o realizzato.

Quest’ultima dimensione non produce sempre un risultato immediatamente osservabile, ma può incidere profondamente sulla qualità delle azioni successive. Il rischio di un’interpretazione eccessivamente operativa di Acta non verba consiste dunque nel misurare la concretezza esclusivamente attraverso la manifestazione esterna del comportamento. Una simile prospettiva può sottovalutare il lavoro interiore, la deliberazione e il discernimento, che spesso precedono le trasformazioni più significative. Il problema non è agire oppure non agire. È comprendere se l’azione sia coerente con le circostanze, con i valori del soggetto e con gli effetti che si intendono produrre.

3. Una distinzione fondamentale: inerzia, pausa e compimento

Per evitare equivoci, è necessario riconoscere che il termine stasi può indicare condizioni molto diverse tra loro. Nel linguaggio ordinario, esso richiama frequentemente l’assenza di movimento o di cambiamento. Ma, quando viene applicato all’esperienza umana, questa definizione risulta insufficiente: non tutte le sospensioni del comportamento hanno la stessa origine, la stessa funzione o le stesse conseguenze. È utile distinguere almeno quattro configurazioni.

3.1. La stasi inerziale

La stasi inerziale si manifesta quando il soggetto evita sistematicamente di affrontare situazioni che richiederebbero una decisione o un intervento. Può essere alimentata dalla paura del fallimento, dalla dipendenza dalle abitudini, dalla mancanza di fiducia o dal desiderio di sottrarsi alle proprie responsabilità. In questo caso, il mancato agire può effettivamente compromettere opportunità, relazioni e processi di cambiamento. La critica di Rossello appare particolarmente pertinente quando si riferisce a questa forma di immobilità: una condizione nella quale la sospensione non è frutto di una valutazione, ma deriva dall’incapacità o dalla volontà di evitare il confronto con la realtà.

3.2. La pausa riflessiva

La pausa riflessiva è una sospensione intenzionale dell’azione finalizzata a comprendere meglio una situazione. Il soggetto non rinuncia necessariamente al cambiamento, ma interrompe il comportamento immediato per esaminare alternative, conseguenze e priorità. Questa pausa può essere caratterizzata da un’intensa attività cognitiva: si riconsiderano le esperienze, si mettono in discussione convinzioni precedenti, si riconoscono errori e si ridefiniscono gli obiettivi. La sua produttività non è misurabile soltanto attraverso risultati immediatamente visibili. Può manifestarsi nella qualità di una decisione successiva, nella prevenzione di un errore o nella capacità di rinunciare a un progetto non più adeguato.

3.3. La sospensione contemplativa

La sospensione contemplativa si distingue dalla pausa orientata a una decisione perché non deve necessariamente concludersi con un nuovo intervento. Il suo valore consiste nella possibilità di prestare attenzione all’esperienza presente, riconoscendone il significato senza subordinare ogni momento a un risultato futuro. Contemplare un paesaggio, ascoltare una persona senza fretta, rileggere un’opera già conclusa o vivere consapevolmente un momento di serenità sono attività che possono avere valore intrinseco. Non si tratta di trasformare ogni pausa in uno strumento di produttività. Al contrario, si riconosce che alcune esperienze sono significative proprio perché non devono necessariamente generare un ulteriore risultato.

3.4. La pausa di compimento

La quarta configurazione, particolarmente vicina alla prospettiva qui proposta, è la pausa di compimento. Essa si verifica quando una persona, dopo avere perseguito un obiettivo, sceglie consapevolmente di fermarsi per riconoscere il valore del risultato raggiunto. Il compimento non coincide necessariamente con la conclusione definitiva di ogni attività. Indica piuttosto la capacità di attribuire un significato positivo a ciò che è stato realizzato, senza avvertire l’obbligo di superarlo immediatamente. Una persona che ha portato a termine un progetto culturale, costruito una relazione significativa o contribuito alla crescita di una comunità può legittimamente dedicare tempo alla soddisfazione per quanto realizzato. Questa soddisfazione non è necessariamente autocompiacimento: può essere una forma di consapevolezza del valore dell’esperienza. Le quattro configurazioni mostrano che la stasi non può essere giudicata esclusivamente in base alla sua apparenza esteriore. Occorre considerarne l’intenzionalità, il contesto, la durata e le conseguenze. La distinzione decisiva non è quindi tra movimento e immobilità, ma tra una sospensione che impoverisce le possibilità del soggetto e una sospensione che permette loro di maturare.

4. Aristotele: contemplazione, felicità e valore del tempo libero

La filosofia aristotelica offre un riferimento particolarmente significativo per comprendere perché l’attività umana non debba essere identificata esclusivamente con la produzione di risultati esterni. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele affronta il rapporto tra virtù, felicità, attività intellettuale e contemplazione. Nel libro X, capitolo 7, attribuisce alla contemplazione un valore eminente, riconoscendole una forma di compiutezza che non dipende necessariamente dalla produzione di un risultato ulteriore. La felicità, nella sua prospettiva, non può essere ridotta al conseguimento di vantaggi strumentali. Questa impostazione consente di mettere in discussione l’idea secondo cui un’attività sarebbe feconda soltanto quando produce qualcosa di diverso da sé. Se la contemplazione può essere apprezzata per il suo valore intrinseco, allora esistono forme di attività il cui significato non consiste nel risultato esterno, ma nell’esperienza stessa. Il tempo libero, in questa prospettiva filosofica, non coincide semplicemente con il tempo sottratto al lavoro. Può rappresentare una condizione nella quale diventano possibili la conoscenza, la riflessione e la realizzazione di dimensioni umane che non possono essere valutate esclusivamente attraverso criteri strumentali. Naturalmente, non sarebbe corretto sovrapporre integralmente il concetto aristotelico di contemplazione alla pausa riflessiva contemporanea. Aristotele sviluppa una concezione specifica della felicità e della vita virtuosa, collocata nel quadro della sua filosofia morale. Il suo contributo rimane tuttavia essenziale per il problema in esame: non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere giustificato in funzione di un prodotto successivo. Applicando questo principio alla realizzazione personale, possiamo sostenere che il conseguimento di un obiettivo non debba trasformarsi automaticamente nell’obbligo di perseguirne un altro. Il risultato raggiunto può costituire, almeno per un certo tempo, una dimensione compiuta dell’esperienza. In questo senso, fermarsi per apprezzare ciò che si è realizzato non significa necessariamente rinunciare alla propria progettualità. Significa riconoscere che la vita non è soltanto una successione di traguardi, ma anche la possibilità di abitarli consapevolmente.

5. Hannah Arendt: pensiero e azione come dimensioni differenti dell’esistenza

Il pensiero di Hannah Arendt consente di approfondire ulteriormente la distinzione tra attività mentale e azione osservabile. Nell’opera The Human Condition (1958), tradotta in italiano con il titolo Vita activa. La condizione umana, Arendt distingue tre attività fondamentali: lavoro, opera e azione. Queste dimensioni contribuiscono in modi differenti alla condizione umana e non possono essere ricondotte a un’unica misura di produttività. Il lavoro risponde alle necessità ricorrenti della vita; l’opera contribuisce alla costruzione di un mondo relativamente durevole; l’azione si sviluppa nella relazione tra persone plurali e rende possibile l’iniziativa nello spazio condiviso. Questa articolazione è utile perché mostra come l’esistenza umana comprenda attività differenti, ciascuna dotata di un proprio significato. L’azione pubblica e relazionale non esaurisce tutte le forme di esperienza umana. Nel successivo lavoro sulla vita della mente, Arendt approfondisce il rapporto tra pensiero, volontà e giudizio, interrogandosi anche sul significato dell’attività del pensare e sulla sua relazione con la responsabilità. Da questa prospettiva emerge una questione rilevante: il pensiero non deve essere considerato soltanto una preparazione all’azione. Può costituire anche un’attività attraverso la quale l’individuo esamina ciò che fa, mette in discussione le convenzioni e verifica la coerenza delle proprie scelte. Un soggetto che si ferma per interrogarsi sul significato delle proprie azioni non è necessariamente meno attivo di chi continua a produrre iniziative. Può essere impegnato in un’attività meno visibile, ma decisiva per la qualità della sua presenza nel mondo. La prospettiva arendtiana invita pertanto a evitare una gerarchia semplicistica nella quale il movimento esteriore rappresenti sempre la forma più autentica di realizzazione. Al tempo stesso, Arendt non autorizza a considerare ogni ritiro dalla vita pubblica come una scelta virtuosa. L’azione e la partecipazione rimangono dimensioni fondamentali della condizione umana. Il contributo della sua riflessione consiste piuttosto nel ricordare che la pluralità delle attività umane impedisce di valutare l’esistenza attraverso un unico criterio.

6. John Dewey: la riflessione come trasformazione dell’esperienza

Un ulteriore contributo proviene dal pragmatismo di John Dewey. In How We Think (1910; edizione riveduta 1933), Dewey analizza il pensiero riflessivo come un processo che prende avvio da una situazione problematica e procede attraverso l’esame delle condizioni, la formulazione di ipotesi e la valutazione delle possibili conseguenze. La riflessione non è quindi una semplice successione di pensieri spontanei. È un’attività intenzionale che permette di sospendere il giudizio immediato per comprendere meglio il problema. Questa prospettiva aiuta a riconoscere una funzione essenziale della pausa: interrompere temporaneamente la risposta automatica può essere necessario per costruire una risposta più adeguata. La riflessione, inoltre, non rimane necessariamente separata dall’esperienza pratica. È proprio attraverso l’esame delle esperienze precedenti che il soggetto può modificare il proprio modo di interpretare le situazioni e orientare diversamente le azioni future.

Si può quindi individuare una relazione circolare:

  1. L’esperienza produce interrogativi.
  2. La riflessione permette di riorganizzare quanto appreso.
  3. La comprensione acquisita orienta nuove possibilità di azione.
  4. Le nuove esperienze offrono ulteriori elementi di valutazione.

In questo processo, la sospensione non costituisce una negazione dell’agire, ma una delle condizioni che ne migliorano la qualità. Dewey consente inoltre di evitare una contrapposizione rigida tra riflessione e operatività. La riflessione è importante non perché debba sostituire l’azione, ma perché permette di renderla più consapevole. Applicato al pensiero di Rossello, questo contributo suggerisce una precisazione: il passaggio dal pensiero all’azione è fondamentale, ma non deve essere necessariamente immediato. Tra l’intenzione e il comportamento può essere necessario uno spazio di elaborazione, durante il quale il soggetto verifica la pertinenza delle proprie idee. La qualità di una progettualità non dipende, pertanto, soltanto dalla capacità di avviarla, ma anche dalla disponibilità a riesaminarla, correggerla o sospenderla quando le circostanze lo richiedano.

7. Psicologia dell’esperienza: attenzione, soddisfazione e integrazione dei risultati

La psicologia offre ulteriori strumenti per comprendere il significato della pausa, pur richiedendo cautela nell’estendere risultati empirici specifici a ogni esperienza individuale. Una prima dimensione riguarda l’attenzione consapevole al momento presente. Nel quadro della mindfulness, Jon Kabat-Zinn definisce questa modalità di attenzione attraverso la consapevolezza intenzionale dell’esperienza presente, senza un’immediata valutazione giudicante. Senza equiparare ogni pausa contemplativa a una pratica di mindfulness, questa impostazione permette di riconoscere che l’attenzione può essere rivolta all’esperienza stessa, anziché essere costantemente assorbita da ciò che deve ancora accadere. La seconda dimensione riguarda il rapporto tra obiettivi e soddisfazione. Nella vita quotidiana, il raggiungimento di un risultato può essere rapidamente seguito dalla definizione di un nuovo traguardo. Questa successione è spesso utile: permette di continuare ad apprendere, sviluppare competenze e affrontare nuove sfide. Tuttavia, se diventa un automatismo, può impedire al soggetto di riconoscere il valore di ciò che ha già realizzato. In tal caso, la persona rischia di vivere il presente soltanto come una condizione transitoria, subordinata a un futuro nel quale dovrebbe finalmente trovare soddisfazione. La pausa di compimento introduce una possibilità alternativa: riconoscere che un obiettivo raggiunto possiede un valore attuale, non soltanto strumentale. Questo riconoscimento non equivale alla convinzione di avere terminato ogni percorso. Significa piuttosto concedersi la possibilità di integrare l’esperienza, comprendere ciò che essa ha insegnato e apprezzare il risultato senza trasformarlo immediatamente in un nuovo obbligo. Occorre distinguere, in questo senso, la soddisfazione dall’autocompiacimento. La prima può derivare da una valutazione realistica del percorso svolto; il secondo può manifestarsi quando il risultato diventa un pretesto per sottrarsi a ogni ulteriore confronto con la realtà. La pausa riflessiva non richiede di negare nuove aspirazioni. Richiede di evitare che esse cancellino sistematicamente il valore del presente.

8. Hartmut Rosa e la critica sociologica dell’accelerazione

La riflessione di Hartmut Rosa rappresenta uno dei riferimenti più pertinenti per collocare il problema in una dimensione sociale. In Social Acceleration: A New Theory of Modernity (2013), Rosa analizza l’accelerazione tecnologica, la trasformazione sempre più rapida delle strutture sociali e l’aumento del ritmo della vita quotidiana. La sua analisi evidenzia il paradosso di una società nella quale strumenti capaci di risparmiare tempo convivono con una crescente percezione di scarsità temporale. L’accelerazione non riguarda soltanto la velocità materiale delle attività. Incide anche sulle aspettative individuali e collettive, sulla percezione delle opportunità e sulla necessità di aggiornare continuamente competenze, obiettivi e relazioni. In un simile contesto, il fermarsi può apparire ingiustificato. Se il valore di una persona viene associato alla sua capacità di produrre, innovare, comunicare e conseguire risultati, ogni intervallo privo di un risultato immediatamente visibile rischia di essere interpretato come tempo perduto. È qui che la tua osservazione assume una rilevanza sociologica particolare. La stasi può essere giudicata negativamente non soltanto per ciò che rappresenta realmente, ma anche perché entra in conflitto con un modello culturale che attribuisce un valore privilegiato alla continuità dell’attività. Questo modello può trasferirsi dalla sfera economica a quella personale. La logica della prestazione, inizialmente legata a determinati ambienti lavorativi, può estendersi al tempo libero, alle relazioni, alla formazione e persino alle attività culturali e associative. Anche un progetto nato da un interesse autentico rischia così di diventare una sequenza di scadenze, risultati da comunicare e nuove iniziative da avviare. Non si tratta di affermare che ogni accelerazione sia negativa. La rapidità può essere necessaria per affrontare emergenze, cogliere opportunità o rispondere a bisogni urgenti. Il problema nasce quando la velocità diventa un criterio generale, indipendente dalla natura delle attività e dalle condizioni delle persone coinvolte. Una comunità, per esempio, può avere bisogno di tempi lunghi per consolidare la fiducia, comprendere un conflitto o valutare gli effetti di un intervento. L’introduzione continua di nuove iniziative può ostacolare proprio quei processi di sedimentazione dai quali dipende la loro efficacia. In termini sociologici, pertanto, la pausa può assumere anche una funzione critica: permette di sottrarsi, almeno temporaneamente, all’obbligo di trasformare ogni possibilità in una prestazione. La sua legittimità non dipende necessariamente dalla mancanza di idee. Può derivare dalla scelta di non subordinare l’intera esperienza umana alla produzione incessante di novità.

9. Il tempo del compimento: riconoscere il valore di ciò che è stato realizzato

Tra le diverse forme di sospensione, quella che merita un approfondimento specifico è la capacità di riconoscere il compimento. La cultura della progettualità tende spesso a concentrarsi sull’avvio, sullo sviluppo e sul conseguimento degli obiettivi. Molto meno spazio viene riservato al momento successivo: quello in cui il risultato viene riconosciuto, valutato e incorporato nella storia personale o collettiva. Eppure, il compimento costituisce una dimensione essenziale dell’esperienza. Un libro terminato, un’iniziativa culturale riuscita, una relazione consolidata o un progetto sociale che abbia prodotto effetti positivi non sono soltanto punti di partenza per nuove attività. Sono anche risultati dotati di un significato proprio. Fermarsi a riconoscerli significa dare continuità narrativa all’esperienza: comprendere da dove si è partiti, quali difficoltà sono state affrontate e quale valore possiede ciò che è stato costruito. Questa possibilità riguarda anche la soddisfazione personale. Non è necessario che ogni risultato sia seguito da un ulteriore obiettivo per essere significativo. Talvolta, la decisione più appropriata consiste nel dedicare tempo alla vita che quel risultato ha contribuito a rendere possibile. Si pensi a una persona che abbia dedicato anni alla costruzione di un’associazione. Una volta consolidata l’organizzazione, potrebbe scegliere di non avviare immediatamente nuove attività, ma di dedicarsi alla formazione dei collaboratori, alla cura delle relazioni e alla qualità delle iniziative esistenti. L’assenza di espansione non indicherebbe necessariamente una perdita di vitalità. Potrebbe segnalare il passaggio da una fase di crescita a una fase di consolidamento. Analogamente, un individuo può decidere di non trasformare ogni competenza acquisita in un nuovo progetto professionale. Può scegliere di mettere a frutto ciò che sa in forme più limitate, oppure semplicemente godere della consapevolezza raggiunta. Il punto essenziale è che il valore dell’esperienza non coincide sempre con la sua capacità di generare un risultato ulteriore. Saper riconoscere quando qualcosa è sufficiente costituisce una competenza diversa dal saper perseguire sempre qualcosa di nuovo. Questa competenza non è una rinuncia alla crescita. È la capacità di distinguere tra il desiderio autentico di proseguire e l’obbligo, interiorizzato o socialmente imposto, di non fermarsi mai.

10. Una lettura sociologica della pausa nella progettazione sociale

Le considerazioni precedenti assumono un significato particolare nell’ambito della progettazione sociale, dove il rapporto tra intenzione, intervento e cambiamento deve essere valutato attraverso criteri che superino la semplice quantità delle attività realizzate. Un progetto sociale nasce generalmente dall’individuazione di un bisogno, dalla formulazione di obiettivi, dalla scelta di strumenti e dalla costruzione di un percorso operativo. Tuttavia, la sua efficacia non dipende soltanto dall’avvio delle attività o dal numero di iniziative promosse. È necessario verificare se gli interventi producano cambiamenti significativi, se le persone coinvolte partecipino effettivamente ai processi e se i risultati raggiunti siano sostenibili nel tempo.

Da questo punto di vista, la pausa riflessiva può svolgere almeno quattro funzioni.

La prima è valutativa. Una sospensione programmata permette di verificare i risultati ottenuti, confrontarli con gli obiettivi iniziali e individuare eventuali effetti inattesi. Senza questa fase, il progetto rischia di continuare per inerzia, anche quando sarebbe opportuno modificarlo.

La seconda è relazionale. Le comunità non sono semplici destinatarie di interventi. Sono sistemi di relazioni nei quali la fiducia, il riconoscimento reciproco e la partecipazione richiedono tempo. Una pausa può permettere di ascoltare i partecipanti e comprendere esigenze che non erano emerse durante la fase operativa.

La terza è organizzativa. Non ogni progetto deve crescere indefinitamente. Talvolta, consolidare un’esperienza, distribuire meglio le responsabilità o rendere autonomi i partecipanti rappresenta un risultato più importante dell’ampliamento delle attività.

La quarta è etica. Un progettista sociale deve interrogarsi non soltanto su ciò che è possibile fare, ma anche su ciò che è opportuno fare. L’esistenza di risorse, competenze o opportunità non comporta automaticamente l’obbligo di attivare nuovi interventi.

Queste considerazioni conducono a una distinzione importante tra produttività operativa e generatività sociale. La produttività operativa riguarda, tra gli altri aspetti, le attività realizzate, i servizi erogati e i risultati immediatamente osservabili. La generatività sociale riguarda invece la capacità di un intervento di produrre competenze, autonomia, relazioni, fiducia e condizioni favorevoli alla continuità dei risultati. Le due dimensioni possono coincidere, ma non sono equivalenti. Un progetto che moltiplica le attività senza consolidare le relazioni può apparire dinamico e risultare, nel lungo periodo, fragile. Un intervento che riduce temporaneamente il proprio ritmo per consentire ai partecipanti di assumere responsabilità autonome può invece aumentare la propria sostenibilità. In questo senso, la pausa non è necessariamente l’opposto della progettazione. Può rappresentare una sua fase metodologica. Ciò richiede, naturalmente, una precisazione: non tutte le sospensioni sono giustificate. Quando esistono bisogni urgenti, diritti da tutelare o responsabilità che non possono essere rinviate, il fermarsi può produrre conseguenze negative. La pausa progettuale deve quindi essere valutata in relazione al contesto, agli effetti attesi e agli obblighi verso le persone coinvolte. La questione non è attribuire alla stasi un valore positivo in assoluto, ma riconoscere che anche la sospensione può costituire una scelta progettuale razionale.

11. Una possibile sintesi tra Rossello e la prospettiva riflessiva

A questo punto è possibile tornare al pensiero iniziale e individuare tanto il suo valore quanto il limite interpretativo che può emergere dalla formulazione proposta. Rossello sottolinea opportunamente la necessità di superare la separazione tra pensiero e comportamento. La sua riflessione richiama una concezione dinamica dell’esistenza, nella quale la persona non si limita a formulare idee, ma cerca di tradurle in trasformazioni concrete. Questa impostazione è particolarmente significativa nei contesti in cui l’elaborazione teorica rischia di diventare autoreferenziale o nei quali la moltiplicazione delle dichiarazioni sostituisce l’assunzione di responsabilità. Tuttavia, il riferimento alla stasi come condizione generalmente poco feconda, legittimata soprattutto dalla carenza di idee, può essere ampliato introducendo una distinzione tra assenza di iniziativa e sospensione intenzionale dell’azione. La prima può esprimere rinuncia, disimpegno o incapacità di affrontare un problema. La seconda può essere il risultato di una scelta ponderata, sostenuta da motivazioni positive e orientata alla comprensione dell’esperienza. Non si tratta di contrapporre due visioni inconciliabili. Al contrario, il richiamo di Rossello all’azione può essere integrato con il riconoscimento che un agire maturo richiede anche la capacità di valutare quando intervenire e quando astenersi. Il pensiero, infatti, non diventa significativo soltanto quando genera una nuova azione. Può manifestare la propria efficacia anche quando permette di evitare un comportamento inappropriato, interrompere una dinamica improduttiva o riconoscere che un obiettivo è stato raggiunto. La stessa capacità di trasformazione evocata da Rossello può dunque essere interpretata in senso più ampio: trasformare non significa necessariamente aggiungere qualcosa alla realtà esistente. Può significare anche consolidare, correggere, preservare o imparare ad apprezzare ciò che già esiste. La prospettiva riflessiva non nega il valore del motto Acta non verba. Ne amplia la portata, ricordando che la coerenza tra pensiero e azione non deve essere confusa con la continuità ininterrotta dell’attività. La maturità non si misura esclusivamente dalla quantità dei cambiamenti promossi, ma anche dalla capacità di riconoscere quali cambiamenti siano necessari, quali possano attendere e quali, invece, rischierebbero di compromettere un equilibrio già significativo.

Conclusioni: il diritto di fermarsi come espressione di consapevolezza

Il confronto tra il pensiero di Antonio Rossello e le prospettive esaminate consente di formulare una conclusione generale: la stasi non costituisce una categoria univoca e non può essere giudicata indipendentemente dalle motivazioni che la determinano e dalle conseguenze che produce. Esistono forme di immobilità che impoveriscono l’esperienza, impediscono il cambiamento e favoriscono la rinuncia. Ma esistono anche pause che rendono possibile una comprensione più profonda della realtà, permettono di valutare le conseguenze delle azioni e consentono di riconoscere il valore dei risultati raggiunti. La filosofia aristotelica ricorda che alcune attività possiedono un valore intrinseco e non devono essere giustificate soltanto in funzione di risultati ulteriori. Arendt invita a non ridurre la pluralità dell’esperienza umana alla sola azione visibile. Dewey mostra l’importanza della riflessione per la qualità delle decisioni. La psicologia dell’attenzione consapevole evidenzia il valore del rapporto con il presente, mentre la sociologia di Rosa permette di comprendere come l’accelerazione contemporanea possa trasformare il movimento continuo in un’aspettativa sociale. Nel loro insieme, queste prospettive suggeriscono di superare l’opposizione semplicistica tra attività e inattività. Il punto decisivo non è stabilire se sia sempre meglio agire oppure fermarsi, ma comprendere quale forma di condotta sia più coerente con le circostanze, con i valori personali e con il bene delle persone coinvolte. Nella vita individuale, questa consapevolezza permette di riconoscere che la soddisfazione per un risultato raggiunto non deve necessariamente trasformarsi in un nuovo obbligo. Nella vita collettiva, consente di comprendere che il consolidamento delle relazioni e dei risultati può essere più importante della continua espansione delle iniziative. Nella progettazione sociale, infine, invita a considerare la valutazione, l’ascolto e il consolidamento come parti essenziali del processo di cambiamento. Il diritto di fermarsi, in questa prospettiva, non è un diritto alla rinuncia indiscriminata. È la possibilità di non interpretare ogni momento della vita come una prestazione da rendere, un obiettivo da conseguire o una novità da produrre. Significa riconoscere che esistono momenti nei quali il cambiamento richiede iniziativa e altri nei quali richiede pazienza; momenti nei quali occorre costruire e altri nei quali è necessario comprendere ciò che è stato costruito. Forse, allora, alla formula Acta non verba si può affiancare una considerazione complementare: non basta agire per dimostrare di essere vivi, così come non basta fermarsi per dimostrare di essere consapevoli. Occorre che l’azione sia accompagnata dal discernimento e che la pausa non diventi un alibi per sottrarsi alle responsabilità. La vera alternativa non è tra il fare e il non fare, ma tra un agire automatico e un agire consapevole, tra una stasi subita e una sospensione scelta, tra l’incapacità di proseguire e la libertà di riconoscere che, almeno per un certo tempo, quanto è stato realizzato può essere sufficiente. In conclusione, la maturità personale e progettuale si manifesta anche nella capacità di distinguere il momento in cui una nuova iniziativa è necessaria da quello in cui è più opportuno consolidare, riflettere o semplicemente vivere il valore di ciò che esiste.

La fecondità di una vita non si misura soltanto da ciò che essa continua a produrre, ma anche dalla consapevolezza con cui riconosce, custodisce e apprezza ciò che ha già generato.

Analisi a cura di Franco Faggiano, EPS

Bibliografia

Fonti filosofiche

Aristotele (2000). Etica Nicomachea. A cura di Claudio Mazzarelli. Milano: Bompiani. (Opera originale composta nel IV secolo a.C.).

Arendt, H. (1958). The Human Condition. Chicago: University of Chicago Press. Edizione italiana: Vita activa. La condizione umana. Milano: Bompiani.

Arendt, H. (1978). The Life of the Mind. New York: Harcourt Brace Jovanovich. Edizione italiana: La vita della mente. Bologna: il Mulino.

Dewey, J. (1910). How We Think. Boston: D. C. Heath & Co. Edizione riveduta: How We Think: A Restatement of the Relation of Reflective Thinking to the Educative Process. Boston: D. C. Heath, 1933.

Sociologia e teoria sociale

Rosa, H. (2013). Social Acceleration: A New Theory of Modernity. New York: Columbia University Press. https://doi.org/10.7312/rosa14834.

Rosa, H. (2019). Resonance: A Sociology of Our Relationship to the World. Cambridge: Polity Press.

Psicologia e consapevolezza

Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living: Using the Wisdom of Your Body and Mind to Face Stress, Pain, and Illness. New York: Delacorte Press.

Kabat-Zinn, J. (2003). “Mindfulness-Based Interventions in Context: Past, Present, and Future”. Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156. https://doi.org/10.1093/clipsy.bpg016.

Riferimento testuale di partenza

Rossello, A. (s.d.). «ACTA NON VERBA». Riflessione sul rapporto tra pensiero, azione, cambiamento e stasi.

TAG: azione, stasi, contemplazione, riflessività, tempo sociale, realizzazione personale, progettazione sociale, benessere, compimento.

La disperazione geostrategica dell’Europa: insegnamenti dalla telefonata di Stubb-Store a Putin, di Gordon Hahn

La disperazione geostrategica dell’Europa: insegnamenti dalla telefonata di Stubb-Store a Putin

28 ottobre
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La telefonata di martedì tra il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Store segna una svolta importante in relazione a tre dinamiche geopolitiche in corso nel contesto della guerra tra NATO e Russia in Ucraina. Si tratta di almeno tre cambiamenti geopolitici degni di nota.

Innanzitutto, il contatto interrompe una moratoria di quasi quattro anni imposta dai leader europei sui contatti con la Russia e il presidente Vladimir Putin, ponendo fine al tanto decantato, seppur fittizio, “isolamento della Russia”. Ciò è ulteriormente sottolineato dal fatto che non si è trattato di una telefonata isolata, poiché le parti hanno concordato di mantenere aperto il canale di comunicazione. Si tratta di un chiaro atto di disperazione di fronte all’accordo sul diesel del presidente statunitense Donald Trump, al congelamento delle sanzioni, agli sforzi per riavviare i colloqui russo-ucraini e, soprattutto, ai ripetuti tentativi di Trump di instaurare nuove relazioni e accordi economici con il Cremlino, proprio mentre i fronti della difesa, l’economia, la società e lo Stato ucraino stanno collassando. Anche in tempi più normali, una telefonata al Cremlino da parte di due leader europei sarebbe un evento insolito. Nel contesto della moratoria, ormai forse superata, e delle relazioni quasi apertamente bellicose tra la NATO e la Russia, la chiamata a Putin da parte dei leader di due Stati membri della NATO rappresenta un momento cruciale nella diplomazia relativa alla guerra e, più in generale, alle relazioni tra Occidente e Russia. Questa svolta, tuttavia, non significa che l’appello rappresenti una comprensione a livello europeo della necessità di porre fine alla guerra in Ucraina o di evitare una guerra aperta e su vasta scala con la Russia. Ciò ci porta al secondo punto.

Il secondo punto è che, nell’attuale situazione disperata, alcuni europei hanno scelto di rompere il loro autoimposto ruolo terziario nella diplomazia occidentale riguardo alla guerra. In altre parole, l’Europa sta cercando di unirsi, o quantomeno di aggirare e competere, con la diplomazia prevalentemente bilaterale che circonda la guerra, guidata dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump. Alcuni europei ritengono che l’attuale percorso stia portando al degrado economico, politico e geopolitico dell’Europa e alla sua relegazione alla periferia internazionale, dietro a veri e propri attori come Stati Uniti, Russia, Cina, India e persino Iran e Turchia. Stubb e Store probabilmente sperano di rendere l’Europa rilevante durante i colloqui di Abu Dhabi, previsti sebbene non inevitabili, sull’Ucraina, se non sulle più ampie questioni geopolitiche che potrebbero essere affrontate in quella sede. Oltre a tutelare gli interessi europei e ucraini in tali colloqui, i leader europei potrebbero dimostrare alle loro opinioni, sempre più scontenti, che l’Europa è un attore importante. Ad esempio, se le sanzioni sulle risorse energetiche russe dovessero essere revocate, l’Europa più di ogni altra regione dovrebbe beneficiarne, poiché la crisi del Golfo Persico ha ridotto al minimo le consegne di petrolio e gas, rendendo potenzialmente necessario il ripristino dello status della Russia come “stazione di servizio” di riferimento per l’Europa. Sfortunatamente, la mossa Stubb-Store finora non sta funzionando. Due giorni dopo la telefonata, il principale consigliere di politica estera di Putin, Yuri Ushakov, ha dichiarato il rifiuto della Russia di un ruolo europeo nei colloqui di Abu Dhabi previsti per l’inizio di novembre.

Mario Nawfal@MarioNawfal La Russia afferma che l’Europa NON è invitata al tavolo dei negoziati sull’Ucraina… L’assistente del presidente russo Ushakov ha affermato che non ci si aspetta che i rappresentanti europei partecipino ai negoziati riguardanti la guerra in Ucraina. Il suo messaggio ai leader europei è stato categorico: “Loro… 14:40 · 28 ottobre 2026·69.500 visualizzazioni105 risposte·389 condivisioni·1.370 Mi piace

/video/1).

In terzo luogo, si è trattato di una mossa a sé stante da parte di Stubb e Store. Come ha affermato il primo ministro danese in una critica, l’appello non è stato in alcun modo coordinato con il resto d’Europa. Pertanto, Finlandia e Norvegia hanno agito in modo indipendente, creando un’ulteriore linea di divisione all’interno dell’Unione Europea e aumentando la probabilità di ulteriori spaccature su questo tema e nell’Unione nel suo complesso. La mossa di Stubb e Store, quindi, mina l’unità europea in un momento in cui il progetto ucraino sta precipitando nel disastro e i governi di tutta Europa sono in difficoltà, sopraffatti da violenze, proteste di massa, economie in crisi e divisioni interne alle élite di portata senza precedenti da diversi decenni.

Non è chiaro se la Finlandia, da sempre anti-russa, e la Norvegia si uniranno alle fila dei dissidenti – la Slovacchia e, in una certa misura, anche l’Ungheria post-Orban – ma è lecito aspettarsi che altri leader europei seguano l’esempio, facendo emergere lo spettro di una divisione più profonda e di un cambiamento radicale, o addirittura della dissoluzione, dell’UE. Le pressioni che spingono a questi sviluppi sono destinate ad aumentare. L’Ucraina sta perdendo terreno, con scarse o nulle prospettive di un maggiore sostegno da parte dell’UE o di un continuo supporto da parte degli Stati Uniti. L’unica luce in fondo al tunnel per l’Ucraina e i vari neoconservatori europei è l’elezione di un presidente anti-russo negli Stati Uniti nel 2028 – un traguardo lontanissimo per un’Ucraina già in rovina e un’UE in declino.

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Informazioni sull’autore –

Gordon M. Hahn, Ph.D., è analista esperto presso Corr Analytics, www.canalyt.com . Siti web: Politica russa ed eurasiatica, gordonhahn.com e gordonhahn.academia.edu

Il dottor Hahn è l’autore del nuovo libro: Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Thought, Culture, History, and Politics (Europe Books, 2022). Ha già pubblicato cinque libri di successo: The Russian Dilemma: Security, Vigilance, and Relations with the West from Ivan III to Putin (McFarland, 2021); Ukraine Over the Edge: Russia, the West, and the “New Cold War” (McFarland, 2018); The Caucasus Emirate Mujahedin: Global Jihadism in Russia’s North Caucasus and Beyond (McFarland, 2014), Russia’s Islamic Threat (Yale University Press, 2007) e Russia’s Revolution From Above: Reform, Transition and Revolution in the Fall of the Soviet Communist Regime, 1985-2000 (Transaction, 2002). Ha inoltre pubblicato numerosi rapporti di think tank, articoli accademici, analisi e commenti su media sia in lingua inglese che russa.

Il dottor Hahn ha insegnato presso le università di Boston, American, Stanford, San Jose State e San Francisco State, ed è stato borsista Fulbright presso l’Università Statale di San Pietroburgo, in Russia. È stato inoltre senior associate e visiting fellow presso il Center for Strategic and International Studies, il Kennan Institute di Washington DC, la Hoover Institution della Stanford University e il Center for Terrorism and Intelligence Studies (CETIS) dell’Akribis Group.

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Rassegna stampa francese, 15a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Domande a ricercatori e ricercatrici che hanno accettato di mettere le loro conoscenze e i loro
lavori al servizio della comprensione di un evento che senza dubbio segnerà la storia, almeno
quella dei due mandati di Emmanuel Macron. Ciò che è in gioco qui è il risultato di una politica
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Nove anni separano i due discorsi tenuti da Emmanuel Macron all’Hôtel de Brienne. Nel luglio
2017, appena eletto, sorprese i militari ricordando un’ovvietà: «Sono il vostro capo», prima di
ringraziare il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Nel luglio 2026, sottolineava la necessità
di prepararsi a «difendere» il diritto «a costo di spargere sangue, se necessario», prima di
esprimere il proprio «orgoglio» per essere sempre stato al fianco dei militari. Tra queste due date,
il contesto strategico si è profondamente deteriorato: Afghanistan, Sahel, Vicino e Medio Oriente,
Nord Africa e, ovviamente, l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.


Ottobre 2026
Il testamento strategico di Emmanuel Macron

Di Thomas Gomart, è direttore dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (Ifri).
Ultima opera pubblicata: Chi controlla chi? I nuovi rapporti di forza mondiali (Tallandier,2026). gomart@ifri.org

Mosca sta cercando con tutte le sue forze di allontanare gli europei dagli americani, un’opera da
portare avanti finché Donald Trump è al potere. Le condizioni gli sono favorevoli: l’arrivo
dell’inverno, che indebolirà Kiev; la debolezza di Donald Trump, impantanato nella sua guerra in
Iran; e l’ondata elettorale che paralizzerà i leader di alcuni dei suoi principali avversari: Francia,
Italia, Polonia, Spagna. Sull’onda di questo slancio, Vladimir Putin moltiplica le promesse
economiche, nella speranza che Donald Trump partecipi a un incontro a tre, con Xi Jinping.


31.10.2026
Il G20 impotente di fronte alla crisi ucraina
Ad Atlanta, i ministri degli Affari esteri del G20 non nutrono speranze di progressi diplomatici per
l’Ucraina

Di Anne Bauer
A parte un cessate il fuoco provvisorio nei pressi di Olechky, città martire nel sud dell’Ucraina, dalla quale
occorre evacuare gli ultimi abitanti in preda alla fame, la Russia continua a colpire con la stessa violenza.
Giovedì, un attacco con droni ha ucciso 14 viaggiatori nella stazione ferroviaria di Dnipro, nell’Ucraina
orientale, suscitando una nuova ondata di indignazione.

Ritenendo che i giovani abbiano ottenuto ciò che chiedevano, il 64% dei francesi auspica ora che
la mobilitazione degli studenti universitari e delle scuole superiori cessi, secondo un sondaggio. Se
la maggioranza dei francesi spera di vedere il movimento spegnersi, è perché le concessioni del
governo si uniscono al rifiuto delle violenze perpetrate dai teppisti per indurre i nostri concittadini a
non sostenere più il movimento.


30.10.2026
La rabbia degli studenti delle scuole superiori:
quasi due terzi dei francesi auspicano che il
movimento cessi
Mentre il “terzo atto” delle manifestazioni in programma sabato fa temere nuove violenze, il 64% dei
nostri concittadini ritiene che la mobilitazione debba cessare dopo le misure annunciate dal governo

Di Emma Ferrand
Nonostante i numerosi annunci del governo volti a rispondere alla loro rabbia, gli studenti delle scuole
superiori e universitari non hanno ancora detto l’ultima parola.

Il senso della manifestazione pacifica di sabato, in cui spesso si è sfilato in famiglia, è che si può
parlare dei problemi e riflettere, insieme, sui modi per risolverli, senza designare capri espiatori,
che si tratti di immigrati, ricchi, giovani o anziani. L’etica della responsabilità ha prevalso sulla
demagogia e sull’anatema. Questa vittoria, oh quanto fragile, la dobbiamo anche ai sindacati.
Tenuti ai margini negli ultimi anni dal potere macronista, pur essendo i migliori artefici non del
caos, ma della pace civile, il loro ritorno sulla scena fa sperare che i giorni bui finiranno.

29.10.2026
Lo spirito del 24 ottobre

Nelle manifestazioni del 24 ottobre si percepiva qualcosa dello spirito dell’11 gennaio 2015: quella folla che
ha marciato in modo pacifico, imponente e determinata, per far sentire, senza violenza, le proprie
rivendicazioni. Un fronte repubblicano in azione, nelle strade, in attesa delle urne.

La Francia occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale: ciò che vi accade alimenta da
tempo i sogni di alcuni e le paure di altri. Perché la Francia ha a lungo fatto sognare il mondo. Era
il paese in cui la Storia sembrava poter ricominciare, dove una manifestazione poteva
preannunciare una rivoluzione. Vi si proiettavano il Maggio ’68, la conquista dei diritti, il sogno di
riprendere il controllo di un mondo le cui decisioni sembravano prese altrove. Le strade francesi
ricordavano che i popoli potevano ancora influenzare il corso della Storia. E poi c’era l’altra
Francia: le terrazze, i caffè al sole, quella dolcezza di vivere ostinatamente preservata. Dalla
rivoluzione permanente all’eterna domenica, vi si immaginavano ancora giorni migliori. La Francia
fa ancora sognare, ma il sogno si tinge di inquietudine. Ormai, sono soprattutto le fantasie più cupe
a proiettarsi su di essa.


29.10.2026
La Francia, bersaglio di ogni rabbia
Il nostro Paese occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale. Ormai, sono le fantasie più cupe
a proiettarsi su di esso. Resta da capire a chi giova il caos

ricercatrice associata presso Carnegie Europe

Da Madrid a Bruxelles, da Milano a Parigi, l’Europa scende in piazza. Le rivendicazioni differiscono, ma la
preoccupazione è comune.

“Nel nostro Paese, storicamente, l’immigrazione è stata la soluzione delle imprese, poi il problema
dello Stato, prima di diventare una crisi sociale, quando quest’ultimo si è trovato sopraffatto”,
sintetizzano i due giornalisti Géraldine Woessner ed Erwan Seznec, giornalisti della rubrica
«Società» di Le Point.

29.10.2026
Immigrazione: superare i pregiudizi e il rifiuto
della realtà
Operazione trasparenza. Nel libro Le Grand Silence (Robert Laffont), Géraldine Woessner ed Erwan
Seznec, giornalisti de Le Point, mettono in discussione l’incapacità della Francia di affrontare con
lucidità il tema dell’immigrazione. Propongono un approccio obiettivo a questo dibattito scottante in
vista del 2027

DI SAMUEL DUFAY
A un primo sguardo, si potrebbe quasi pensare a uno scherzo. Intitolare Le Grand Silence un libro
sull’immigrazione: ci voleva proprio, visto quanto questo tema domini il dibattito pubblico.

Gli annunci del governo sono giudicati insufficienti dalla maggior parte delle organizzazioni
studentesche delle scuole superiori e universitarie, che invitano a manifestare nuovamente il 31
ottobre e il 5 novembre. Questi momenti salienti riportano i sindacati al centro della scena. Dopo le
manifestazioni del 17 ottobre, che hanno registrato un’ampia partecipazione ma sono state
costellate da episodi di violenza in diverse città, Emmanuel Macron ha scelto la linea dura per
riprendere il controllo della situazione. Il suo metodo: riservare la strada ai cortei organizzati dai
sindacati. Un paradosso per chi ha sempre guardato con diffidenza alle grandi confederazioni
sindacali, preferendo vederle agire all’interno delle aziende piuttosto che a livello nazionale. Ma la
strategia ha funzionato poiché, il 24 ottobre, circa 410.000 persone, secondo la polizia, hanno
sfilato senza incidenti di rilievo.


29.10.2026
I sindacati ritrovano un ruolo nei cortei
Mentre i movimenti autonomi sono sempre più numerosi dall’epoca dei «gilet gialli», l’attuale
contestazione sociale richiede la competenza organizzativa delle confederazioni sindacali. Tuttavia, la
loro capacità di mobilitazione non è sufficiente

Di Florian Fayoll
La scena è insolita. Per svelare, il 26 ottobre, le misure tanto attese dagli studenti delle scuole superiori,
Matignon ha deciso di informare per prime… le influencer.

Dall’immigrazione alla lotta contro la criminalità, ogni questione fondamentale sembra condannata
a non trovare mai una soluzione. Un’erosione, talvolta persino un crollo dello Stato, che le rivolte
urbane illustrano tragicamente. Come sciogliere questa trappola che Georges Pompidou definiva
già «il nodo gordiano»?

29.10.2026
Il vero colpo di Stato: un processo continuo
Nel corso dei decenni, i contro-poteri hanno ampliato le proprie prerogative, intrappolando l’azione
politica nelle maglie dell’impotenza. In vista del 2027, l’Istituto Thomas More propone una riforma
radicale per restituire allo Stato la sua capacità di agire. Ve la sveliamo in esclusiva.

Di Valentin Gaure
Chiunque, nel mese di maggio prossimo, entrerà in possesso del Castello, dovrà ancora affrontare le
roccaforti. Il Consiglio costituzionale, il Consiglio di Stato, la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte
europea dei diritti dell’uomo, senza dimenticare la moltitudine di autorità indipendenti.

Se i repubblicani perdessero il controllo parziale o totale del Congresso, sarebbe l’inizio della fine
per Donald Trump? Si tratterebbe di una sconfitta simbolica per il presidente americano. Ma le sue
conseguenze andrebbero ben oltre l’immagine. I democratici disporrebbero allora di nuove leve
istituzionali per moltiplicare le inchieste parlamentari rivolte all’amministrazione Trump.

26.10.2026
COSA CI SI PUÒ ASPETTARE DALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO NEGLI STATI UNITI?
TRUMP: L’INIZIO DELLA FINE?
Le elezioni di metà mandato che si terranno la prossima settimana sono al centro dell’attenzione in tutto
il mondo. Ma qualunque sia il loro esito, Donald Trump rimarrà ampiamente in grado di portare avanti
gran parte della sua politica, anche se la sua azione rischia di diventare ancora più conflittuale. Tutto ciò
non va necessariamente a nostro vantaggio, noi europei.

Di PIERRE-HENRI THOMAS
Il mondo oggi ha gli occhi puntati sulle midterm, le elezioni di metà mandato che si terranno negli Stati
Uniti il 3 novembre. Circa 175 milioni di americani si recheranno alle urne per rinnovare tutti i 435 seggi
della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Il voto potrebbe far passare la maggioranza del Congresso
americano ai democratici.

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia, di Simplicius

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia

Simplicius 31 ottobre
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Ieri in Polonia è scoppiato il panico quando è stato dichiarato un “colpo di stato” giudiziario dopo che l’edificio del Tribunale costituzionale è stato bloccato dalla polizia mentre la giudice Anna Korwin-Piotrowska, vicina al partito Tusk, procedeva alla sospensione illegale del presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, vicino al partito Nawrocki.

L’intera vicenda ruota attorno alla lotta tra il governo Tusk, allineato a Bruxelles, e il partito nazionalista di opposizione del presidente Nawrocki, odiato dai globalisti perché cerca di preservare la sovranità polacca di fronte al sistema totalitario dell’UE che tenta di sovvertirla.

L’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ne offre un riassunto conciso:

La Germania è complice di un colpo di stato a Varsavia, afferma Tarczyński, membro polacco del Parlamento europeo.

«Vogliono trascinarci nell’eurozona affinché abbandoniamo la nostra valuta. Vogliono mandarci migranti illegali oltre confine.»

Il conflitto nasce dal fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki si è rifiutato di nominare molti dei giudici proposti dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza liberal-globalista. A dire il vero, il suo potere di rifiutare tali nomine rimane oggetto di discussione: la Costituzione polacca sembra essere vaga al riguardo, conferendo al presidente il potere di nominare i candidati proposti, ma sottintendendo che non sia obbligato a farlo qualora non lo desideri.

Come sottolinea Dominik Tarczynski, lo scopo di insediare al potere questi giudici nominati è quello di formalizzare l’integrazione della Polonia nella sovrastruttura globalista dell’UE, trasformandola in definitiva in uno stato vassallo la cui sovranità nazionale verrà abolita in cambio di migrazioni di massa, moneta europea e tutti gli altri veleni che il Politburo dell’UE, tirannicamente corrotto e assetato di potere, ha usato per sovvertire tutte le altre sfortunate nazioni cadute sotto la sua bandiera.

La migliore spiegazione su come tutto ciò fosse stato pianificato in anticipo è stata fornita da Mike Benz:

Mike Benz@MikeBenzCyber La mia opinione sulla situazione in Polonia 13:57 · 31 ottobre 2026·41.900 visualizzazioni60 risposte·266 condivisioni·910 Mi piace

Egli fa notare, giustamente, che la National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione affiliata alla CIA e partner dell’USAID e di altre istituzioni globaliste, ha elaborato il piano per usurpare il potere in Polonia alla vigilia dell’ascesa al potere di Tusk nel 2023. Il piano prescrive nel dettaglio come sradicare gli ultimi residui di elementi “populisti” e “nazionalisti” al fine di assoggettare completamente la Polonia all’egida dell’UE.

I disegni provengono dal Journal of Democracy, fondato dalla NED, i cui comitati editoriali e consultivi sono un vero e proprio gotha ​​di lacchè globalisti: Condoleezza Rice, Anne Applebaum (moglie del vice primo ministro polacco globalista Radoslaw Sikorski), Michael Mcfaul, Francis Fukuyama, Vladimir Kara-Murza e molti altri.

Il documento programmatico, dal titolo quanto mai appropriato, è “Come smantellare una democrazia illiberale”, e rivela tutto ciò che c’è da sapere sulle sue vere intenzioni:

https://www.journalofdemocracy.org/online-exclusive/how-to-dismantle-an-illiberal-democracy/

Il documento del 2023 delinea con precisione ciò che il nuovo governo di Tusk deve fare per prendere il potere e sabotare l’opposizione. Inizia con una richiesta diretta di sradicare il populismo alla radice:

Il nuovo governo polacco non deve quindi limitarsi a ripristinare la democrazia liberale; deve affrontare la questione della giustizia di transizione. Il Primo Ministro Tusk e il suo governo di coalizione devono inoltre stabilizzare il sistema politico per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni. Il futuro della democrazia in Polonia è in bilico.

Gli autori ammettono persino che il “populismo” polacco si basa sul desiderio di sovranità che affonda le sue radici nella storia e nell’identità polacca, ammettendo quindi, per estensione, che l’obiettivo è quello di cancellare per sempre l’identità polacca:

Il populismo odierno, pur essendo parte di un fenomeno globale che abbraccia paesi dagli Stati Uniti all’Ungheria e alla Turchia, trae origine anche da radici locali. L’eclettico programma del PiS si fondava sul sovranismo, con profonde radici nella storia e nell’identità nazionale polacca.

Ricordiamo che la questione chiave alla base di tutto questo conflitto tra le fazioni globaliste e nazionaliste è che i globalisti, legati alla mafia di Bruxelles, credono che il diritto dell’UE prevalga sul diritto polacco. La fazione nazionalista all’opposizione, d’altro canto, ritiene che la Costituzione polacca sia superiore al diritto dell’UE, come qualsiasi persona di buon senso concorderebbe sul fatto che dovrebbe essere così. L’intera lotta si riduce a questo punto critico ed esistenziale.

La mafia totalitaria di Bruxelles non può permettere che la costituzione di nessuna nazione abbia la precedenza sul Politburo dell’UE, poiché ciò distruggerebbe i piani dell’URSS per la centralizzazione del potere. Essendo il burattino prescelto dall’UE, Tusk ha combattuto con orgoglio per consegnare la Polonia ai globalisti, ed è per questo che ha pubblicato questo messaggio il giorno prima del tentativo di colpo di stato per indebolire l’opposizione:

L’assorbimento totale e l’assimilazione in stile Borg nel decrepito panopticon dell’Unione Sovietica sono l’ unica politica che conta per burattini globalisti come Tusk; non il benessere del popolo polacco, l’economia, la cultura, il patrimonio o qualsiasi altra irrilevante feccia che alla fine verrà inglobata dal piano Kalergi dell’UE.

Il documento del NED prosegue con espliciti appelli alla “giustizia di transizione”, un eufemismo globalista per indicare una guerra legale volta a perseguire e imprigionare gli oppositori politici una volta strappato loro il controllo giudiziario e legislativo. È sempre lo stesso vecchio schema, in ogni paese:

Il progetto di processare i politici più in vista del PiS ha implicazioni sia politiche che legali e si scontrerà con un’élite radicata e potente. Il presidente del Tribunale di Stato, ad esempio, è stato nominato dal precedente regime ed è di fatto il primo presidente della Corte Suprema. La presidenza è ricoperta da Andrzej Duda, alleato del PiS, e anche la Corte Suprema e altri incarichi sono ora occupati da persone legate al precedente partito di governo. Sarebbe ingenuo pensare che queste figure parteciperanno volontariamente alla seconda ondata di giustizia di transizione. Al contrario, è probabile che ostacoleranno l’azione e attenueranno le responsabilità per i misfatti del passato. Ciò lascia alle commissioni parlamentari la maggior parte del potere inquirente. Secondo il Codice di procedura penale, queste commissioni dispongono di alcuni strumenti per sanzionare coloro che vengono convocati in caso di mancata ottemperanza.

Altri esempi pubblicati da Mike Benz:

Si noti la particolare attenzione riservata alla nomina dei giudici del Tribunale costituzionale, che, a loro avviso, sarebbe stata fondamentale per i loro piani. Chiedono apertamente che il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, venga “ritenuto responsabile”, un altro eufemismo per “eliminato”, in un modo o nell’altro.

In definitiva, tutto ruota attorno al loro bisogno di controllo del Tribunale, poiché il compito di questo tribunale è interpretare la Costituzione polacca , il che gli conferisce l’autorità di interpretare la questione fondamentale se la Costituzione sia subordinata al diritto dell’UE o viceversa. La mafia di Tusk a Bruxelles vuole usare il tribunale per assicurarsi che la Costituzione polacca rimanga soggetta al diritto dell’UE in ogni caso.

La questione era giunta al culmine nel luglio 2026 con una “Relazione sullo Stato di diritto” della Commissione europea , che evidenziava l’incapacità del Tribunale costituzionale polacco di applicare il diritto dell’UE, ritenuto prevalente rispetto alla costituzione polacca.

Dal rapporto:

“Le serie preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale e alla sua giurisprudenza sono state confermate dalla Corte di giustizia dell’UE.”

«La Corte di giustizia ha ritenuto che la Polonia non avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto dell’UE poiché il Tribunale costituzionale polacco aveva violato il principio di effettiva tutela giurisdizionale e ignorato il primato, l’autonomia, l’efficacia e l’applicazione uniforme del diritto dell’UE , nonché il valore vincolante delle due sentenze della Corte. Alla luce delle gravi irregolarità riscontrate nella nomina di tre giudici della Corte costituzionale polacca nel dicembre 2015 e del suo Presidente nel dicembre 2016, la Corte ha messo in discussione lo status del Tribunale costituzionale quale tribunale indipendente e imparziale istituito per legge ai sensi del diritto dell’UE.»

Il Tribunale costituzionale ha affermato che la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale e che la sua sentenza non ha effetto sul funzionamento del Tribunale stesso. Il Tribunale costituzionale ha dichiarato incostituzionale il criterio di indipendenza applicato ai giudici dei tribunali amministrativi.

Leggete attentamente di nuovo: l’organo dell’UE considera una pericolosa violazione del diritto dell’UE il fatto che il Tribunale costituzionale polacco abbia osato infrangere il “primato… del diritto dell’UE” . Il Tribunale costituzionale ha inoltre dichiarato che “la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale” .

Per porre rimedio a questa situazione di stallo, il documento dell’UE chiede che le “autorità competenti” della Polonia, essenzialmente il presidente, consentano la nomina dei giudici globalisti scelti dal parlamento polacco di orientamento liberale:

Nel marzo 2026, il Parlamento ha adottato una risoluzione con la quale ha ribadito la necessità di ripristinare l’indipendenza del Tribunale costituzionale ed ha eletto, il 13 marzo e l’11 giugno 2026, sette giudici per ricoprire i posti vacanti all’interno del Tribunale. Il 5 maggio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso misure provvisorie che obbligavano le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte di quattro di questi giudici.

Come già accennato, il presidente polacco non è legalmente obbligato a rispettare le nomine, secondo la Costituzione; al contrario, il Sejm sostiene che la nomina non richieda l’approvazione presidenziale, e questo processo appare giuridicamente ambiguo. Si è quindi creata una situazione di stallo, e la mafia globalista di Tusk è stata costretta ad agire impulsivamente impadronendosi del tribunale a causa dell’urgenza delle imminenti elezioni parlamentari del 2027.

È significativo notare che non ci sono state condanne di rilievo da parte dell’UE o di altri organismi internazionali per questa flagrante violazione del loro sacro “Stato di diritto”. Se Putin avesse inviato i suoi scagnozzi a occupare con la forza la Corte Suprema russa, quante riunioni “di emergenza” e dichiarazioni internazionali sarebbero state indette? Ciò mette ancora una volta in luce l’ipocrisia dell’Occidente globalista che negli ultimi anni ha chiuso un occhio o addirittura avallato apertamente la messa al bando dei partiti di opposizione, l’annullamento delle elezioni, l’incarcerazione di figure politiche conservatrici e molto altro ancora.

L’ex presidente della Polonia Andrzej Duda ha riassunto al meglio la situazione paragonando le azioni di Tusk a quello che oggi è comunemente considerato il “modo di fare europeo”:

La saga continua a svolgersi e potrebbe persino precipitare in una crisi ben più grave, a seconda di quanto Tusk deciderà di spingersi oltre con i suoi piani disperati.

Stańczyk@NatConPatriot ORA IN POLONIA: I manifestanti patriottici polacchi chiedono la consegna di Tusk, che si nasconde nell’ufficio del Primo Ministro. La rabbia dell’opinione pubblica è al culmine. Una situazione del genere non si verificava in Polonia dalla caduta del blocco orientale. 22:36 · 31 ottobre 2026·5.270 visualizzazioni29 risposte·213 condivisioni·668 Mi piace

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C’è del metodo in questa follia, di WS

MdL ha scritto qui

un articolo sintetico del suo punto di vista; confesso di essere stato sempre molto influenzato dalle sue tesi.

I suoi libri ormai hanno anni. A leggerli sono stati a suo tempo “pugni nello stomaco”; ora si possono considerare “profetici” su questo mondo distopico in cui siamo stati portati.

Ma qualcosa , e lo nota lo stesso “catastrofista” MdL , sembra stia “andando storto”; siamo infatti tutti sconcertati dalla imprevista traiettoria presa da “l’ occidente combinato” perché di sicuro la sua “Agenda” è in ritardo.

Dalla guerra alla Russia alla guerra all’ Iran con la militarizzazione dei “soci” e la conseguente distruzione delle loro economie e relativi stati sociali, con in aggiunta per di più, ma questo per ora solo nella parte “europea” dell’ impero, il loro “antico” tessuto sociale già completamente sfilacciato e pure corroso da una immigrazione di massa allogena ed indigeribile, questo “transatlantico” , per riprendere il titolo di un mio vecchio contributo , andrà comunque a sbattere da qualche parte , fosse anche che il “rompighiaccio” russo riuscisse miracolosamente a schivarlo.

Perché questo Titanic un “iceberg” alla fine lo troverà e noi siamo tutti chiusi in terza classe !

Ma CHI ne decide la rotta? Non certo i burattini politici che ci viene concesso di “eleggere”. In plancia si annida “ un “pilota automatico” come ci disse un “banchiere che tutto il mondo ci invidia”.

Ma CHI lo ha impostato quel “pilota” e perché questa folle “ rotta di collisione” ?

Prima di tentare di rispondere a queste domande sarà bene cominciare a chiarire che qui la teoria marxista-leninista non ci aiuta anche se a volte “ suona bene”.

Usando infatti un’ ottica marxista si potrebbe pensare che sia solo per una ottusa avidità che capitali, tecnologie e posti di lavoro siano stati estratti dall’ interno de “l’ impero occidentale” e portati in Asia, al “comunismo” cinese invece che a quello russo.

Sempre nella stessa ottica, sarebbe per la stessa avidità che i “ salari” all’ interno de “l’ impero occidentale” siano stati portati , come ci dicono le statistiche della natalità, sotto il valore necessario alla riproduzione dei “ salariati” (/ “consumatori”) , e che per questo , e sempre nella stessa ottica, si sia avviata l’ importazione sistematica “ da fuori” di “disperati” ansiosi di “consumare” e per questo pronti ad accettare i salari che i “nativi” oramai non erano più disposti ad accettare.

Tutte queste cose infatti Marx ce le aveva già descritte analizzando le vicende del capitalismo inglese del XIX secolo .

Ma è proprio qui che le cose cominciano a divergere; ALLORA i capitalisti inglesi per abbassare i salari agli operai inglesi “importavano” affamati irlandesi , mica “afroislamici” !

E ALLORA “ la sinistra” inglese si organizzava CONTRO i “crumiri “; mica andava a festeggiare il loro arrivo sulle banchine di Liverpool e Glasgow !

E anche se qualcuno può marxisticamente dire che questo sia il “capitalismo terminale” e pensare che tutto questo sia la conseguenza di un gigantesco “abbaglio “ di un “capitalismo lasciato a se stesso” fino al finire “ impiccato con la corda data a prestito “ di Lenin (ma stranamente ”prestata” alla Cina invece che alla Russia), chi fermerà questa corsa ? Voi vedete da qualche parte l’opposizione di un qualche nuovo marxiano “soggetto economico”?

Le “analisi marxiste” non funzionano perché qui siamo davanti ad un “fenomeno nuovo” .

Infatti per entrare nello specifico italiano , non è solamente l’ avidità degli industrialotti “ padani” a riempire l’ Italia di “nuovi italiani”, perché in Italia la forza lavoro non ERA mai mancata e quella che oggi vanta la Meloni non è “piena occupazione” ma piena “SOTTOccupazione” di gente senza altra speranza che sopravvivere.

Certo la “ legge ferrea dei salari” spinge sempre ogni capitalista a comprimere i “ salari” fino al limite in cui i suoi affari peggiorano , e anche gli Agnelli , quando erano ancora “ industriali”, per guadagnare di più riempirono Torino di operai meridionali , ma mica di “banglas” come Monfalcone oggi , per citare l’ ultima industria strategica nazionale …

Ma perché allora quella Fiat , che allora macinava comunque grossi utili, in gran parte pure lasciati all’ estero, non superò quel limite di importare “ crumiri” dal Bangla Desh ?

Perché ALLORA nessun ingegner Valletta, per citare un VERO industriale, avrebbe portato in fabbrica manodopera “esotica”; lo STATO ITALIANO di ALLORA non gli avrebbe pagato i relativi COSTI SOCIALI; cosa che invece era disposto a pagare per ALTRI cittadini italiani.

La decisione di schiacciare “ il salariato “ ne “ l’ impero occidentale” è stata presa ben prima del crollo “ufficiale” del “ comunismo” e questo si può definire da quando le curve della produttività e dei salari hanno cominciato a divergere.

Negli USA ad esempio l’ inizio di questo processo è avvenuto nella seconda metà degli anni settanta , in Gran Bretagna nella prima metà degli ottanta e nella UE agli inizi dei ‘ 90 ed il “ritardo” è stato dovuto solo al tempo necessario per “ integrare” nel progetto i “corpi rappresentativi” un tempo schierati a difesa del “ salariato”.

Da noi il momento chiave fu segnato dalla “legge Martelli” che non a caso porta il nome di uno dei tanti nostri “ socialisti pret-a-porter” , ma il piano a qualcuno era già noto prima.

Infatti negli anni ‘80 il giornalista Maurizio Blondet era allora una punta del Giornale di Montanelli dove fece tante inchieste su “ voci” che aveva raccolto fino a quando, seguendo i retroscena del capitalismo meneghino nell’ affare Bi-Invest, incappò negli “ esoterismi” di quell’ “ambientino” e fu brutalmente espulso da quel quotidiano dopo un durissimo “disclaimer” del suo direttore.

Ma appunto una delle “voci” che aveva poco prima riportato Blondet riguardava lo strano progetto sottoposto alla “Fondazione Agnelli” su “ milioni di africani in Italia entro il 2000”; la Fondazione aveva risposto “ si può fare, purché i COSTI SOCIALI non siano in capo all’ azienda”.

CHI aveva sottoposto questo progetto e perché era stato preso tanto sul serio nonostante fosse ALLORA una totale assurdità ?

La conclusione, quindi, è molto semplice: non siamo finiti qui per un “capitalismo impazzito” o quantomeno per quel “ capitalismo” del XIX secolo che aveva descritto Marx.

C’ è al di sopra di quel capitalismo , comunque produttivo, ed quindi in qualche modo “progressivo”, come gli aveva riconosciuto Marx stesso , un altro “capitalismo” dedito non a guadagnare producendo “ cose”, ma a guadagnare creando “ denaro” cioè quel “ sangue “ necessario al funzionamento di ogni corpo sociale e quindi detentore di un potere che supera quello degli Stati. Proprio quegli Stati che avendo ceduto a questo “ capitalismo” il potere di “creare moneta” sono ora costretti ad indebitarsi con esso come qualunque di noi “sudditi”.

Ed un simile potere, seppur “ invisibile” come la mitica “ mano del mercato” di A. Smith , non è “inanimato” e “ci vede benissimo”; quindi “ c’ è del metodo in questa follia” e RIleggere Marx non ce lo può spiegare.

L’urna a doppiofondo: le “liste civiche” a Marano Vicentino e la logica duale delle elezioni locali italiane. Uno studio di caso locale, di Antonio Rossello

L’urna a doppiofondo: le “liste civiche” a Marano Vicentino e la logica duale delle elezioni locali italiane. Uno studio di caso locale

Sommario: Il presente contributo assume il comune di Marano Vicentino, in provincia di Vicenza e regione Veneto, come unità di analisi per esaminare il funzionamento della “lista civica” quale meccanismo linguistico-istituzionale nelle elezioni amministrative italiane. Sulla base dei dati comparabili delle elezioni europee del 2019 e delle elezioni comunali del 2022, si rileva una significativa divaricazione tra la logica della competizione partitica nazionale e la logica della scelta amministrativa locale. Il contributo ricostruisce inoltre le origini politiche del sindaco uscente Marco Guzzonato, collocandole nella tradizione di governo locale del centro-sinistra veneto, e definisce il fenomeno elettorale maranese come caso locale esemplificativo di quella che può essere definita una “ontologia politica duplex” del sistema italiano, nella quale il principio acta non verba opera come criterio di legittimazione dell’amministratore locale.

Parole chiave: liste civiche; elezioni amministrative; Veneto; Marano Vicentino; ontologia politica duplex; acta non verba

1. Introduzione: il valore analitico di un caso locale

Nella geografia politica italiana, il Veneto è tradizionalmente considerato un territorio di solida egemonia del centro-destra. Tuttavia, se si abbassa la scala di osservazione dal livello regionale o nazionale a quello comunale, il quadro del comportamento elettorale rivela una tessitura più complessa. Marano Vicentino, un comune di circa novemilacinquecento abitanti situato tra Schio e Thiene, offre un caso di valore analitico: lo stesso corpo elettorale mostra, tra elezioni nazionali ed elezioni amministrative, una differenza sistematica nella logica del voto. Il presente contributo non interpreta tale differenza come effetto di una volatilità a breve termine delle preferenze degli elettori, bensì come il funzionamento di un meccanismo istituzionale stabile della governance locale italiana: la lista civica come grammatica politica “dicibile”, che consente alla scelta amministrativa locale di trovare espressione autonoma al di fuori delle etichette ideologiche dei partiti nazionali.

La scelta di Marano Vicentino come campione non è casuale. Il comune si presenta, nella descrizione che ne dà la stampa locale, come un “comune cuscinetto” dell’Alto Vicentino, collocato tra due centri di rilevanza industriale e sociale come Schio e Thiene . Questa posizione intermedia non è soltanto geografica: Marano è un centro di dimensioni contenute, inserito in un distretto produttivo di lunga tradizione, quello della meccanica dell’Alto Vicentino, riconosciuto dalla Regione Veneto come distretto industriale . La sua struttura economica combina agricoltura residuale, piccola e media impresa manifatturiera e una tradizione tessile storicamente documentata . Dal punto di vista demografico, si tratta di una comunità di circa novemila abitanti, sufficientemente piccola da rendere leggibili le dinamiche di prossimità, ma sufficientemente grande da non esaurirsi in una dimensione puramente paesana. La storia insediativa, con tracce di centuriazione romana e una continuità documentaria che attraversa i secoli, conferisce al territorio uno spessore che ne fa un osservatorio non episodico . In sintesi, Marano non è un’exception territoriale: è un comune rappresentativo di quella fascia di centri medi del Nord-Est italiano in cui il voto locale e il voto nazionale hanno storicamente seguito logiche distinte. È precisamente questa “normalità” che ne fa un campione significativo, potenzialmente estensibile a proiezioni di più largo raggio.

2. Presentazione dei dati: confronto quantitativo tra voto nazionale e voto locale

Secondo i dati dell’Osservatorio elettorale della Regione Veneto, elaborati su base Ministero dell’Interno, alle elezioni europee del 2019 il Partito Democratico ha ottenuto nella provincia di Vicenza il 18,2 per cento. Marano Vicentino, comune appartenente a tale provincia, presenta un risultato coerente con l’andamento provinciale: la stampa locale riporta che il Partito Democratico si è collocato in terza posizione nel comune, dietro al Movimento 5 Stelle e alla Lega. Va precisato che i dati pubblici disponibili non riportano in modo isolato la percentuale esatta del Partito Democratico nel comune di Marano; il presente contributo non formula pertanto asserzioni numeriche precise su tale punto, ma la valutazione qualitativa, secondo cui il Partito Democratico non è nella prima fascia, è sostenuta da fonti giornalistiche locali.

Tre anni dopo, le elezioni comunali del 2022 presentano un assetto radicalmente diverso. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, Marco Guzzonato, con la lista civica “Marano Bene Comune”, ha ottenuto 2.559 voti, pari al 62,22 per cento, ed è stato eletto sindaco; la sfidante Vanna Dalla Vecchia (“Noi di Marano”) ha ottenuto il 24,17 per cento, mentre Luca Zanandrea (“Marano Domani”) il 13,62 per cento. Tutte e tre le liste presentate sono di natura civica, nessuna delle quali compare con etichetta di partito nazionale. L’affluenza alle urne è stata del 51,75 per cento: non elevata, ma sufficiente, in elezioni locali, a produrre una chiara investitura maggioritaria.

L’informazione centrale di tale confronto non è che gli elettori hanno cambiato posizione, bensì che gli elettori, nei diversi livelli elettorali, hanno attivato grammatiche politiche differenti. In questa attivazione differenziata si inserisce, come si argomenterà, il principio acta non verba: nel voto amministrativo l’elettore tende a valutare le opere realizzate e i risultati concreti dell’amministrazione uscente, più che le dichiarazioni programmatiche o le appartenenze ideologiche.

3. Le origini politiche di Guzzonato: la continuità di una tradizione di governo locale di centro-sinistra

Marco Guzzonato non è un nuovo arrivato in politica. Quando nel 2017 si candidò per la prima volta a sindaco, il quotidiano locale Il Gazzettino lo indicò esplicitamente come vicesindaco dell’allora sindaca di centro-sinistra Piera Moro, precisando che era “sostenuto da una lista di centrosinistra” . La cronaca elettorale dello stesso anno conferma inoltre che fu eletto con il 72,66 per cento dei voti, descritto come candidato di una “civica di centrosinistra” . VicenzaPiù, nel riepilogo dei sindaci eletti, lo definisce “vice sindaco uscente dell’amministrazione di Piera Moro della lista civica Marano Bene Comune che rappresenta il centrosinistra” . La rielezione del 2022 va dunque intesa come continuazione dello stesso filone politico locale, non come fenomeno isolato di “movimento civico”. Un ulteriore elemento di conferma indiretta proviene dalla dichiarazione di Daniela Sbrollini, esponente del Partito Democratico, che nel 2017 commentò i risultati amministrativi menzionando esplicitamente “l’ottimo risultato ottenuto a Marano Vicentino con l’elezione di Marco Guzzonato” . Si tratta di una valutazione politica proveniente da un’esponente nazionale del PD, che colloca il risultato maranese nel novero dei successi del centro-sinistra locale.

In questo quadro va segnalato, con la cautela dovuta a un’espressione di natura gergale e non documentata storiograficamente, che Marano è talvolta evocata in ambito locale, ironicamente, come “piccola Stalingrado”: si tratta di una citazione attinta da colloqui verbali informali, non di un dato bibliografico verificato, e l’etichetta allude alla persistenza percepita di una tradizione politica di sinistra in un territorio a prevalente egemonia di centro-destra. L’identità politica personale di Guzzonato, nelle informazioni pubbliche verificabili, si è sempre espressa attraverso liste civiche locali, senza che risultino registrazioni di adesione formale a partiti nazionali. Proprio tale caratteristica costituisce la base istituzionale della sua resilienza elettorale attraverso livelli diversi: in un contesto regionale veneto a egemonia di centro-destra, un sindaco di formazione centro-sinistra, sostenuto da una lista civica, riesce a mantenere una stabile maggioranza elettorale sul piano amministrativo locale. La legittimazione così ottenuta si fonda, coerentemente con il principio acta non verba, sulla valutazione dell’operato amministrativo più che sull’adesione a una piattaforma ideologica nazionale.

4. Interpretazione politologica e sociologica: la lista civica come meccanismo di ammortizzazione

Dal punto di vista politologico, il modello elettorale maranese può essere concettualizzato come un meccanismo istituzionale di ammortizzazione. Nelle elezioni nazionali, l’elettore si confronta con una competizione chiusa incentrata su identità politica nazionale, appartenenza ad alleanze e posizionamento geo-strategico; l’etichetta di partito porta con sé un carico simbolico che trascende l’ambito amministrativo locale. Nelle elezioni comunali, la lista civica offre una riduzione pragmatica di complessità: ricolloca i temi della competizione su questioni di governo concretamente esperibili, quali la manutenzione delle strade, i servizi scolastici, la gestione del verde pubblico. È in questo spostamento di scala che il principio acta non verba assume funzione strutturante: la valutazione dell’elettore si orienta verso le realizzazioni verificabili dell’amministrazione, i fatti appunto, e non verso le enunciazioni verbali o le appartenenze simboliche. Per un sindaco di origine politica centro-sinistra, l’etichetta civica consente di ottenere, nella struttura elettorale veneta di centro-destra, una forma di enunciabilità cross-schieramento. Non si tratta di inganno, né di amnesia collettiva degli elettori, bensì del funzionamento quotidiano di una ontologia politica duplex già istituzionalizzata nella governance locale italiana.

Questa dinamica non è esclusiva di Marano né del centro-sinistra. Un sindaco di un piccolo comune italiano, iscritto a Fratelli d’Italia, ha descritto in forma confidenziale, chiedendo di restare anonimo e senza indicare il nome del proprio comune, un’esperienza analoga: nel 2014 le elezioni amministrative coincisero con le elezioni europee, nelle quali il Partito Democratico di Renzi raggiunse il 40,1 per cento anche nel suo territorio; ciò nonostante, egli vinse con oltre il 65 per cento dei voti con una lista dichiaratamente di centro-destra. La sua osservazione è politologicamente significativa: “L’elettore riesce a sdoppiarsi all’interno della cabina elettorale, nella stessa consultazione. La differenza la fanno le persone.” E aggiunge, riguardo al proprio partito: “Guardo al partito a cui sono iscritto, Fratelli d’Italia: il riferimento per l’elettore è Giorgia Meloni, raramente lo è in maniera determinante il rappresentante locale.” Questa testimonianza, pur non essendo verificabile con fonti documentali e dovendo essere trattata come dichiarazione informale, conferma che il fenomeno dello sdoppiamento non è un tratto ideologico del centro-sinistra maranese, ma una struttura ricorrente del voto locale italiano, che attraversa gli schieramenti.

Dal punto di vista sociologico, la generalizzazione delle liste civiche produce inoltre effetti strutturali meritevoli di attenzione. Quando nel 2022 a Marano tutte e tre le liste si presentano in forma civica, la funzione distintiva di tale etichetta si attenua. La civicità passa da strategia linguistica eccezionale a grammatica politica locale di default. Le conseguenze di tale passaggio sono neutre: da un lato può ridurre la penetrazione delle ideologie partitiche nell’amministrazione locale; dall’altro può rendere l’elettore, in assenza dell’etichetta di partito come scorciatoia informativa, maggiormente dipendente dalla reputazione personale del candidato e dalle reti locali. In questo secondo scenario, il criterio acta non verba diventa ancora più centrale, poiché, venendo meno le etichette partitiche come segnale informativo, la valutazione dell’operato concreto diviene il principale ancoraggio della scelta elettorale. Per la ricerca politologica, il valore del caso Marano risiede precisamente nel fatto che esso mostra la forma assunta da tale meccanismo quando giunge a saturazione.

5. Conclusione

Marano Vicentino non va letto come esempio aneddotico di elettori volubili, bensì come caso locale di chiarezza analitica nel quadro del sistema elettorale locale italiano. I dati che esso rivela mostrano una separazione stabile e ripetibile tra la logica della competizione partitica nazionale e la logica della scelta amministrativa locale. La traiettoria politica di Guzzonato dimostra che tale separazione non richiede al candidato di rinunciare alla propria origine politica, ma di collocare tale origine entro il quadro enunciativo della lista civica, lasciando che sia il principio acta non verba a fondare la legittimazione dell’amministratore presso l’elettorato. In questo senso, l’urna a doppiofondo di Marano non è una patologia della democrazia, ma un meccanismo adattivo della tradizione di governance locale italiana meritevole di osservazione continuativa.

Resta però una domanda che il caso solleva e che non può essere elusa. Se l’elettore è in grado di sdoppiarsi, se la stessa persona vota in un modo per Roma e in un altro per il proprio comune, e se questo sdoppiamento non è un difetto di informazione ma una competenza civica acquisita, allora la lista civica e il principio acta non verba sono strumenti che rafforzano o indeboliscono la democrazia? Da un lato, essi avvicinano la scelta amministrativa ai problemi concreti e consentono alla comunità locale di premiare chi ha governato bene indipendentemente dall’etichetta nazionale. Dall’altro, possono offrire un alibi all’assenza di radicamento partitico, rendere opaca la responsabilità politica e trasformare il “bene comune” in una formula tanto inclusiva quanto indeterminata. La risposta non è univoca, e forse è proprio in questa ambiguità che risiede la vitalità — e la fragilità — della democrazia amministrativa italiana.

Fonti di riferimento (già indicate nel testo):

Osservatorio elettorale della Regione Veneto, dati delle elezioni europee del 2019 (elaborazione su base Ministero dell’Interno); Corriere della Sera, risultati delle elezioni comunali di Marano Vicentino 2022; la Repubblica, risultati delle elezioni comunali di Marano Vicentino 2022; Il Gazzettino, 1 giugno 2017, servizio sui candidati di Marano Vicentino; Il Gazzettino, 12 giugno 2017, resoconto dei risultati elettorali; VicenzaPiù, 26 giugno 2017, riepilogo dei sindaci eletti; AltoVicentinOnline, 11 giugno 2017, dichiarazione di Daniela Sbrollini; Centro Studi CISL Vicenza, I distretti in Provincia di Vicenza, 27 gennaio 2022. La locuzione “piccola Stalingrado” è citazione attinta da colloqui verbali informali, non da fonte bibliografica. La testimonianza del sindaco iscritto a Fratelli d’Italia è parimenti attinta da colloquio confidenziale, reso in forma anonima su richiesta dell’interlocutore, e non da fonte documentale verificabile.

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

  • Tang Xianglonggiornalista di lunga esperienza
  • XinqiangDirettore del Centro di studi su Taiwan dell’Università di Fudan
  • Chen FengxinGiornalista di lunga data e commentatore economico di Taiwan

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23 ottobre 2026, ore 13:47:13Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 65.013

Da un lato c’è Bruxelles: i negoziati commerciali tra la Cina e l’UE hanno appena registrato progressi parziali su 16 punti di intesa, ma l’Unione europea, subito dopo aver definito le disposizioni relative alle quote tariffarie per le auto ibride, ha immediatamente indicato che tali disposizioni si applicano “per analogia” anche a settori quali l’industria chimica e quella delle materie plastiche.

Da un lato, le strade di Parigi: le manifestazioni in Francia sono sfociate in atti di violenza, saccheggi e disordini, estendendosi poi a Italia, Belgio, Portogallo e persino all’Albania.

Due vicende apparentemente parallele, ma che conducono alla stessa domanda: quando la competitività delle industrie chiave europee è in calo e le riforme strutturali interne procedono a rilento, per quanto tempo ancora le “dichiarazioni forti” dei politici potranno reggere? Di fronte ai negoziati tra Cina e Unione Europea, perché la Cina sembra “più disponibile al dialogo”? Dietro a questo atteggiamento si nascondono concessioni economiche e commerciali o calcoli strategici? E quali malcontenti della popolazione sono emersi dai disordini scoppiati nelle strade francesi?

In questa puntata di “Tavola rotonda tra le due sponde”, analizzeremo, da un punto di vista economico e politico, il legame nascosto tra il gioco di potere tra Cina e Europa e il caos che regna in Europa, chiarendo la logica intrinseca delle attuali difficoltà strutturali del continente e fornendo una prospettiva utile per comprendere l’andamento delle relazioni sino-europee e l’evoluzione della situazione politica interna europea.

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Chen Fengxin: Concentriamoci innanzitutto sulla situazione dei negoziati commerciali e di investimento tra la Cina e l’UE. Le due parti sono finalmente riuscite a compiere progressi parziali e il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato 16 punti di intesa. Con il passare del tempo, stanno venendo alla luce molti dettagli relativi a tali intese, tra cui la questione dei contingenti tariffari per le auto ibride — che a Taiwan chiamiamo “auto a benzina e elettricità” —; allo stesso tempo, le due parti potrebbero aver raggiunto alcuni accordi preliminari sullo sviluppo futuro.

Tuttavia, al momento l’Unione Europea sembra ritenere che i progressi nei negoziati sulle auto ibride siano molto vantaggiosi per l’Europa, tanto da voler estendere tale approccio ad altri settori, tra cui l’industria chimica, quella delle materie plastiche e così via. Riguardo a questo fenomeno, per cui da un lato si ottengono determinati risultati nei negoziati e dall’altro si alzano immediatamente la posta in gioco, chiediamo innanzitutto a Xianglong di esprimere la sua opinione: secondo te, come reagirà l’Unione Europea di fronte al continuo aumento del deficit commerciale con la Cina?

Tang Xianglong: A dire il vero, se si considera esclusivamente la struttura del commercio tra Cina ed Europa, se fossi al posto di paesi europei influenti come la Germania o la Francia, o se ricoprissi un ruolo come quello di von der Leyen alla Commissione europea, anch’io sarei molto preoccupato e riterrei che si tratti effettivamente di un problema. Infatti, non si tratta solo di una questione strutturale: il disavanzo commerciale tra Cina ed Europa sta crescendo rapidamente, con evidenti ripercussioni negative sui prodotti chiave europei; è quindi naturale che l’Europa cerchi di mitigare questa situazione.

Dal punto di vista della logica dei negoziati economici e commerciali bilaterali, la parte che ricorre al protezionismo è spesso quella che si trova in una posizione di svantaggio nella competizione tra industrie tecnologiche, che si manifesta sotto forma di scambi commerciali. I settori chiave dell’Europa sono ormai in svantaggio; si noti che non si tratta di settori marginali, bensì del nucleo della sua struttura industriale, come l’industria chimica e quella automobilistica, che sono senza dubbio i tradizionali punti di forza di paesi europei come la Germania. Oggi questi settori sono in svantaggio e, nell’attuale contesto competitivo, non hanno alcuna possibilità di recuperare terreno. Pertanto, piuttosto che dire che l’Europa sta cercando di negoziare con la Cina, sarebbe più corretto affermare che sta implorando clemenza, sperando che la Cina possa mostrare indulgenza e concedere loro un po’ di respiro.

In occasione di questi negoziati, quando sono arrivati i rappresentanti europei, pensavamo che le trattative si sarebbero protratte per diversi giorni, con possibili discussioni accese e magari anche un secondo round, ma non è stato così. Fin dall’inizio, a prima vista, sembrava che entrambe le parti fossero soddisfatte e si è giunti rapidamente a un accordo reciprocamente accettabile. Ritengo che ciò indichi che le riflessioni di tutti si siano ormai distaccate dalla superficie della concorrenza industriale e commerciale, per concentrarsi essenzialmente su questioni di struttura strategica.

Ciò è evidente sotto due aspetti: da un lato, se si considera la Cina odierna, sebbene l’Occidente tenda a descriverla in termini di cosiddetto “eccesso di capacità produttiva”, perché mai i prodotti di esportazione principali della Cina stanno riscuotendo un successo così travolgente? Perché la capacità tecnologica dell’industria cinese ha ormai raggiunto livelli di eccellenza all’avanguardia; in passato forse non rappresentava una minaccia per i cosiddetti paesi industrializzati avanzati, ma oggi proprio questi ultimi sono quelli che subiscono maggiormente la pressione competitiva della Cina.

In secondo luogo, poco prima che la Merkel lasciasse l’incarico, durante i negoziati tra la Cina e l’Europa sull’accordo globale sugli investimenti, la Cina si è subito dichiarata disposta a promuoverne l’approvazione; questo mi ha fatto pensare che la Cina abbia una visione ponderata nei confronti dell’Europa, che va oltre le questioni economiche e commerciali e raggiunge un livello strategico. In questa occasione, credo che la Cina abbia trasmesso all’Unione Europea l’impressione che sia un interlocutore con cui si possa dialogare. La Cina non ha posto ostacoli eccessivi all’Europa. Questa buona volontà manifestata nei confronti dell’Unione Europea mi ha ricordato l’atteggiamento della Cina durante i negoziati sull’accordo globale sugli investimenti tra Cina ed Europa di allora.

La forza industriale attuale della Cina è sotto gli occhi di tutti: nel 2025 la produzione industriale cinese rappresenterà il 34% del totale mondiale. Di che livello si tratta? Se si sommano tutti i paesi del G7, con gli Stati Uniti in testa, si ottiene all’incirca questa cifra, e la Cina potrebbe addirittura superarla di poco. Di questa quota, gli Stati Uniti rappresentano il 40-50% del G7; se si esclude gli Stati Uniti, i restanti paesi del G6, messi insieme, raggiungono una quota complessiva inferiore al 15%. Se si escludono anche Germania e Giappone, i restanti paesi – Italia, Francia e Regno Unito – raggiungono complessivamente solo il 3-4% circa.

Oggi, di fronte alla competitività travolgente dell’industria manifatturiera cinese, che in molti settori ha un vantaggio schiacciante, è quasi impossibile competere con la Cina, a meno che non ci si sieda a un tavolo per discutere seriamente con essa, innalzando le barriere all’accesso al mercato e utilizzando proprio l’accesso al mercato per attenuare l’impatto della concorrenza; l’Europa ha già intrapreso questa strada.

Un altro punto chiave di riflessione per la Cina è che i settori coinvolti, ovvero l’industria chimica e quella automobilistica, incidono sul consenso fondamentale che oggi esiste tra Cina e Europa: il globalismo. In materia di energia verde e riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, Cina ed Europa condividono una posizione comune. Tuttavia, non sono sicuro che la Cina abbia colto questo sottinteso: ora che l’Europa sta gradualmente perdendo terreno nella competizione industriale, resta da vedere se avrà ancora la forza di continuare a perseguire l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni di carbonio, a sostenere lo sviluppo dell’industria delle energie verdi e a mantenere la rotta del globalismo. Questo è ormai un punto interrogativo. La Cina non può in alcun modo permettere all’Europa di abbandonare questa nave da guerra; per questo continuo a sostenere che, nell’osservare gli attuali negoziati economici e commerciali tra Cina e UE, piuttosto che concentrarsi su specifiche voci di prodotto, aliquote fiscali o limiti quantitativi all’accesso al mercato, sarebbe meglio riflettere sul motivo per cui questa volta la Cina dia l’impressione di essere più “disponibile al dialogo”: è proprio la riflessione strategica che sta dietro a questo atteggiamento ad essere davvero importante.

图片来源:中国金融四十人论坛(CF40)

Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Chen Fengxin: Vorrei porre una domanda anche al professor Xin Qiang. Come valuta questi negoziati economici e commerciali tra Cina ed Europa? Prima delle trattative, i politici europei, tra cui il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, sembravano voler unire le forze per assumere una posizione più dura nei confronti della Cina, arrivando persino a mettere in conto una rottura delle relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Tuttavia, dopo aver raggiunto un consenso in brevissimo tempo, il passo successivo non è stato quello di consolidare i risultati ottenuti, bensì di discutere se estendere tali accordi ad altri settori industriali. Come valuta questo approccio europeo, che consiste nel continuare a combattere e allo stesso tempo inasprire la situazione?

Xin Qiang: Si tratta probabilmente di una strategia utilizzata da tutti i paesi nel corso dei negoziati; tuttavia, nei paesi occidentali, compresi quelli europei, i politici sono costretti a prendere posizioni rigide per ragioni di politica interna ed elettorale. Naturalmente, la possibilità di assumere toni duri e di agire con fermezza dipende dalla capacità e dalla forza di cui si dispone.

La Cina non ha mai amato particolarmente questo genere di cose, ed è per questo che, come vedete, continuiamo a ribadire la necessità di sostenere, approfondire ed espandere la globalizzazione, di continuare a sventolare la bandiera del libero scambio e di opporci al protezionismo. Nei negoziati con l’Europa, non usiamo mai parole dure a cuor leggero; ribadiamo costantemente la nostra disponibilità a sederci al tavolo delle trattative, a promuovere il continuo ampliamento degli interessi comuni tra Cina ed Europa, ad aumentare la torta e poi a pensare a come dividerla, anziché ricorrere a un gioco a somma zero in cui uno vince e l’altro perde.

Tuttavia, in passato gli Stati Uniti e l’Occidente sembravano ritenere che il loro modo di agire fosse piuttosto efficace, finché un giorno, trovandosi di fronte a un ostacolo insormontabile, si sono resi conto che questo tipo di retorica e di strategia negoziale, di fronte ad attori davvero potenti, spesso può portare a un’umiliazione o a mettere se stessi in una situazione molto imbarazzante. All’epoca, nonostante i dazi esorbitanti del 145% imposti da Trump, alla fine sono stati proprio gli Stati Uniti a ritirarsi con la coda tra le gambe, cercando una via d’uscita per raggiungere una tregua commerciale con la Cina.

L’Europa si è mai chiesta se possiede la stessa forza degli Stati Uniti? Quando la Cina usa toni decisi, l’Europa ha la stessa sicurezza degli Stati Uniti? Dispone delle stesse carte da giocare? È evidente che l’Europa non può assolutamente essere paragonata agli Stati Uniti. Se la Cina si comporta così nei confronti degli Stati Uniti, come potrebbe mai fare concessioni sostanziali di fronte alle minacce vuote dell’Europa?

Alcuni politici europei ed americani, per raccogliere voti e sostegno politico a livello nazionale, iniziano con dichiarazioni forti, rimandando a più tardi la questione della loro realizzabilità, perché chissà, magari tra qualche giorno non saranno più in carica: assumersi la responsabilità è un’altra storia, o magari non dovranno assumersela affatto. Non prendono minimamente in considerazione il danno che tali dichiarazioni possano causare alla popolazione del proprio Paese, né le perdite in termini di benessere e qualità della vita. Molti politici – e lo dico senza mezzi termini – sono politici senza scrupoli, che fondamentalmente approfittano di ogni singolo giorno in cui sono al potere; quando un giorno lasceranno la carica, lasceranno dietro di sé un disastro, ma tanto non è un problema loro, è un problema di chi verrà dopo di loro, e lui o lei non dovrà riflettere seriamente né assumersi alcuna responsabilità.

Nei negoziati commerciali tra Cina e Occidente, così come in ogni tipo di questione – che si tratti di politica, diplomazia o controversie sulla sovranità territoriale – gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre seguito lo stesso schema per anni; la Cina se ne è ormai abituata e ne ha compreso a fondo le dinamiche. La Cina ha delle carte da giocare? Certamente sì: se non le avesse, come potrebbe costringere gli Stati Uniti a cedere alla fine? E se la Cina volesse infliggere un duro colpo all’Europa, avrebbe delle carte da giocare? Certamente sì, e sarebbero persino molto più numerose di quelle che ha a disposizione contro gli Stati Uniti. Ritengo che i politici europei, purché dotati di conoscenze di base, ne siano ben consapevoli. Eppure ora l’Europa sta alzando la voce più di chiunque altro, ma cosa ha ottenuto realmente dalla Cina?

Quando diciamo che ogni mossa deve andare a segno, chiunque abbia un po’ di buon senso capisce la potenza della cosiddetta strategia cinese di “colpire il punto vitale”. Ad esempio, qualche giorno fa alcuni media hanno rivelato che un’azienda sconosciuta, forse addirittura ignota al grande pubblico, è in realtà un fornitore chiave delle litografiche ASML olandesi. Di fatto, se la Cina riuscisse a bloccare questa singola azienda, potrebbe interrompere completamente l’intera catena di approvvigionamento per la produzione delle litografiche. Quale paese potrebbe permettersi un costo del genere? L’Olanda sarebbe disposta a sopportarlo? L’Europa potrebbe sopportarlo? O addirittura il mondo intero? D’altra parte, dato che comunque non possiamo acquistare le litografiche di fascia più alta, stringervi un po’ il collo non avrebbe alcun impatto o danno reale per la Cina.

Naturalmente, noi non addetti ai lavori non possiamo comprendere nei dettagli e in modo così specifico questa strategia così precisa, ma credo che il Ministero del Commercio cinese, il Ministero degli Affari Esteri o le aziende interessate abbiano già analizzato a fondo queste questioni nel corso degli anni, individuando davvero il “punto debole”.

Ritengo quindi che l’Europa stia commettendo un errore strategico. Di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, la scelta più saggia per l’Europa sarebbe quella di collaborare con la Cina e sedersi al tavolo delle trattative per discutere di come eliminare le barriere commerciali, ridurre quelle non tariffarie, promuovere la cooperazione economica tra Cina e Europa e contrastare insieme la “bastone tariffario” degli Stati Uniti, nonché le restrizioni commerciali, i controlli sulle esportazioni e altre misure di coercizione economica unilaterali.

Ma l’Europa ora non è così. Da un lato nutre risentimento nei confronti degli Stati Uniti, ma non può fare altro che piegarsi; dall’altro, cerca di scaricare il danno subito sulla Cina, arrivando persino a esercitare pressioni su di essa per ottenere un risarcimento. Qual è il risultato finale? È proprio il doppio misto Cina-Stati Uniti. In futuro, lo spazio di manovra dell’Europa potrebbe ridursi sempre più, mentre i danni ai suoi interessi aumenteranno sempre di più. Naturalmente, questo potrebbe non essere così evidente nell’arco di tre o cinque anni, ma in futuro i cittadini europei, così come l’intero tessuto economico ed ecologico del continente, subiranno danni concreti.

Chen Fengxin: Vorrei intervenire. Sia Xiang Long che il professor Xin Qiang hanno sottolineato che i politici europei sono bravi a fare dichiarazioni forti, ma non sono in grado di agire con fermezza. Quando si tratta di negoziare sul serio, non riescono a separare le relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Questo perché la dipendenza dell’Europa dalla Cina continentale non riguarda il mercato, ma i prodotti.

Vorrei innanzitutto esprimere la mia opinione personale: perché i politici europei sono così propensi a usare toni duri? Ritengo che ci siano due ragioni. In primo luogo, quando un’economia è in declino, è facile ricorrere al nazionalismo, cercare nemici all’esterno e attribuire i problemi interni alla malvagità dei nemici stranieri, nascondendo in questo modo le questioni che si devono risolvere. Si tratta di una situazione che si verifica in qualsiasi economia in declino: è così negli Stati Uniti e lo è ancora di più in Europa. Il secondo motivo è la pressione degli elettori: poiché le elezioni si tengono a intervalli regolari, i politici devono fare i conti con le pressioni esercitate dai diversi gruppi di interesse che rappresentano i vari settori industriali. Attualmente, vedendo la crescita vertiginosa delle auto ibride nella Cina continentale, il settore europeo delle auto elettriche è sottoposto a una pressione enorme, e per questo motivo i politici sperano di poter dare una risposta adeguata.

Ma quale sarà il risultato effettivo? Parlo innanzitutto dei negoziati sul commercio e gli investimenti tra Cina ed Europa: cosa ha ottenuto l’Europa? Ha ottenuto che la Cina continentale acconsentisse a non far crescere così rapidamente il segmento delle auto ibride, in modo da dare all’Europa il tempo di adeguarsi; allo stesso tempo, la Cina può aumentare gli investimenti diretti nei veicoli elettrici in diversi paesi europei. In questo modo, sia i veicoli elettrici che quelli ibridi di marchi cinesi prodotti in Europa non avranno bisogno di ricorrere ai contingenti tariffari. Ritengo quindi che la Cina continentale abbia chiarito la propria posizione: anche lo stabilimento BYD in Ungheria ha già iniziato a effettuare le spedizioni e potrà aumentare le consegne di questo tipo di veicoli senza ricorrere ai contingenti tariffari.

Ho però notato una cosa, su cui bisognerà prestare attenzione in futuro quando l’UE renderà noti i dettagli, poiché la Cina continentale ha sempre sottolineato la necessità di rispettare le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e di attenersi al principio di non discriminazione. Pertanto, i contingenti tariffari per le auto ibride non possono riguardare solo la Cina continentale, ma devono essere applicati a livello mondiale. Poiché i contingenti cresceranno in modo ordinato sulla base del valore delle esportazioni del 2025, mi chiedo: quale sarà il contingente tariffario che il Giappone potrebbe ottenere?

E cosa ha ottenuto in cambio la Cina continentale? Ha ottenuto gli inverter, un aspetto che forse è sfuggito all’attenzione di molti. Inizialmente l’Europa vietava ai produttori della Cina continentale di esportare nell’Unione Europea, ma ora l’Unione Europea si dice disposta a negoziare, il che ha un che di “scambio alla pari”. Pertanto, se in futuro dovessero introdurre restrizioni di questo tipo anche per i settori chimico e delle materie plastiche, credo che, in primo luogo, il principio di non discriminazione sarà sicuramente rispettato, come deve essere in tutto il mondo; in secondo luogo, ritengo che la questione verrà gestita secondo il principio “prodotto per prodotto”.

Perché si dice che questi leader dell’Unione Europea non siano affatto in grado di prendere decisioni difficili? C’è una cosa che mi ha colpito profondamente: un articolo del “Financial Times” di Londra, che raccoglieva numerosi dati economici e commerciali tra Cina e Europa, menzionava alcuni settori chiave, come quello dei veicoli elettrici, dell’industria automobilistica, dei macchinari e della chimica, in cui le esportazioni dalla Cina continentale verso l’Unione Europea registravano una crescita molto rapida. Ciò che però non viene notato è che la loro competitività è aumentata proprio grazie all’utilizzo di componenti a monte e materie prime provenienti dalla Cina continentale. La catena di approvvigionamento a monte proveniente dalla Cina continentale offre infatti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi, e a parità di qualità non è possibile trovare alternative più economiche. In realtà, la Banca centrale europea ha condotto uno studio secondo cui, dal 2000 al 2022, la catena di approvvigionamento di prodotti intermedi provenienti dalla Cina continentale ha determinato un aumento della produzione industriale nei settori europei correlati pari a circa 0,6 punti percentuali. Poiché il ritmo di crescita della produttività in Europa è molto lento, un aumento di 0,6 punti percentuali rappresenta un incremento davvero significativo.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare è: il fatto che i politici europei usino toni duri ma non siano in grado di agire con fermezza potrebbe danneggiare l’Europa? A prima vista, le loro azioni concrete sembrano piuttosto pragmatiche, ma ritengo che comunque ci sia un danno. In che senso? Questo atteggiamento anestetizza l’opinione pubblica, impedendole di affrontare realisticamente il fatto che la propria competitività sta calando. Tuttavia, per ingraziarsi gli elettori, i politici europei non vogliono affrontare i profondi problemi interni e scaricano tutta la colpa all’esterno. Il risultato è che guadagnano un po’ di tempo, ma una volta ottenuto, non attuano alcuna riforma strutturale al loro interno.

L’esempio più evidente risale al settembre 2024, quando la Commissione europea ha incaricato l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano Draghi di presentare un rapporto su come migliorare la competitività europea, in cui erano elencate 383 azioni da intraprendere. Ogni volta che parlo con amici esperti di economia europea, tutti concordano sul fatto che il rapporto Draghi colga effettivamente nel segno rispetto alle attuali esigenze dell’Europa; tuttavia, a distanza di oltre due anni, solo il 15% circa delle misure è stato effettivamente attuato, mentre le altre sono state accantonate. Ritengo quindi che, in questa situazione, in una prospettiva a lungo termine, il futuro dell’Europa sia effettivamente motivo di maggiore pessimismo.

Vorrei quindi rivolgere una domanda a entrambi: recentemente abbiamo assistito a proteste in Francia che si sono trasformate in rivolte, con atti di violenza, distruzione e saccheggi, e che si sono poi estese all’Italia, al Belgio, al Portogallo e persino all’Albania. Quindi, come abbiamo appena accennato, cosa sta succedendo all’economia europea? E alla competitività europea? Gli elettori accetteranno questo modo di agire, che consiste nell’esternalizzare tutti i problemi ad altri paesi?

图片来源:中国金融四十人论坛(CF40)

Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Tang Xianglong: Questo è al massimo un palliativo. L’Europa sta attualmente affrontando problemi molto gravi di integrazione interna, fallimenti di governance e fallimenti politici. Le rivolte come quelle che si verificano in Francia stanno diventando sempre più frequenti e non sono più semplici azioni di piazza volte a sostenere una determinata rivendicazione politica. Le proteste di piazza a cui assistiamo oggi non hanno più alcuna rivendicazione specifica; gli atti di violenza e i comportamenti criminali della folla stessa hanno ormai superato di gran lunga i limiti consentiti da un’azione di protesta.

Parigi sta bruciando, la Francia sta bruciando, e questo probabilmente è uno shock per i principali paesi europei. La Francia, dopotutto, è una grande potenza continentale, nonché il paese europeo che più di ogni altro sottolinea la propria sovranità politica, riuscendo in questo meglio persino di paesi come la Germania. Tuttavia, ora che i fallimenti della sua governance sono venuti alla luce, Macron sembra ormai impotente di fronte alla situazione. Allo stesso tempo, lo scontro tra destra e sinistra che emerge attualmente nei sondaggi politici francesi non lascia quasi più spazio alla sopravvivenza di una posizione politica come quella di Macron. In altre parole, se non fosse per il fatto che è il presidente in carica eletto a suo tempo, nell’attuale contesto politico non ci sarebbe spazio né per la figura di Macron né per la sua linea politica. Possiamo sostanzialmente prevedere che, una volta terminato il suo mandato, la posizione di centro-sinistra da lui rappresentata verrà probabilmente messa da parte in breve tempo.

Al momento, la preoccupazione maggiore per l’Europa è che questa situazione di disordine possa diffondersi ulteriormente. La maggior parte dei paesi è ora in preda alla paura, temendo che le proteste possano estendersi. Ma si diffonderanno davvero? Ritengo di sì, poiché sussistono le condizioni per farlo: questi problemi riguardano la Francia, ma anche altri paesi dell’Unione Europea.

Pertanto, di fronte alla situazione attuale in Francia, questi paesi europei manifestano in generale un atteggiamento di compassione, cautela e timore, ritenendo che la situazione sia ormai sul punto di sfuggire al controllo. Ecco perché oggi Macron viene paragonato a Luigi XVI: si pensa che sia destinato alla ghigliottina, oppure che si tratti della fine della Francia.

Per la Cina, è importante evitare di diventare il capro espiatorio dell’attuale caos europeo nell’opinione pubblica: è questo che la Cina deve tenere in guardia. Oggi tutti sanno che i problemi europei sono legati all’economia; sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo, la Cina rischia di diventare il capro espiatorio dell’attuale confusione europea, e non è detto che si riesca a sfuggire a questo destino solo perché lo si desidera. Ritengo che, alla fine, in Europa si leveranno alcune voci che punteranno il dito contro la Cina. Tuttavia, un aspetto relativamente favorevole per la Cina è che le forze di destra attualmente in ascesa in Europa sono generalmente ben disposte nei confronti della Cina, il che le distingue nettamente dalla destra tradizionale e istituzionalista.

Chen Fengxin: Le proteste in Europa si stanno diffondendo molto rapidamente: questo effetto a catena è destinato a durare? Si tratta certamente di una questione economica, ma quali ripercussioni potrebbero avere queste proteste sulla politica interna europea o sulla politica globale?

Xin Qiang: Credo che questa tendenza al diffondersi sia destinata a continuare, soprattutto se consideriamo che in molti paesi in via di sviluppo si stanno verificando fenomeni come la cosiddetta “Primavera araba” o le “rivoluzioni colorate”. Se le potenze statunitensi ed europee non fossero dietro le quinte a fomentare questi movimenti, o addirittura a promuovere cambiamenti di regime, ritengo che tale rabbia e malcontento, comprese eventuali forme di protesta violenta più estreme, pur diffondendosi, non produrrebbero alcun risultato politico concreto, né offrirebbero soluzioni realmente efficaci ai problemi strutturali a livello economico e sociale.

In realtà, che si tratti di proteste o di malcontento, in Europa non si è mai smesso di vederli da decenni. Ma cosa succede dopo un’ondata di proteste, dopo che si è dato sfogo alla violenza e ai saccheggi? Quale problema è stato risolto? Se davvero alcuni problemi potessero essere risolti con questo tipo di comportamenti, l’Europa non sarebbe arrivata al punto in cui si trova oggi, non ci sarebbero proteste violente continue e impossibili da fermare, e naturalmente non ci sarebbe nemmeno la cosiddetta ascesa delle forze di estrema destra.

In realtà, “estrema destra” è un’etichetta che l’Europa ha affibbiato loro. Ma se consideriamo il sistema tradizionale degli Stati-nazione, ovvero il cosiddetto sistema di Westfalia, le cosiddette rivendicazioni dell’estrema destra non sono altro che le classiche rivendicazioni di interesse degli Stati-nazione. Una volta etichettati come «estrema destra», si crea immediatamente l’impressione che si tratti di demoni o fantasmi, come se tutte le loro rivendicazioni fossero irragionevoli, persino estremiste, eretiche e dannose per gli interessi nazionali; votare per loro significherebbe avere una macchia morale. Ritengo che questo sia di per sé un modo di esercitare il controllo sul discorso pubblico, che porta a distorsioni politiche.

Attualmente queste cosiddette forze di estrema destra stanno emergendo con grande rapidità e la loro influenza è in continua espansione. A ciò si accompagna un fermento dell’opinione pubblica, in cui si concentra in particolare l’insoddisfazione per le numerose teorie e politiche attuate negli anni dal sistema politico tradizionale. Ritengo quindi che ogni fenomeno segua un processo di transizione dalla quantità alla qualità. L’Europa è giunta a questo punto? Credo che sia ancora troppo presto per dirlo, ma anche se non dovesse accadere oggi o domani, sicuramente accadrà dopodomani o in un futuro non troppo lontano: finché questi problemi non saranno risolti, prima o poi quel giorno arriverà.

Come possiamo vedere, in molti paesi europei – come hanno appena menzionato il fratello Xianglong e il conduttore, riferendosi alla Francia – le proteste non si sono mai fermate in questi anni. Se dovessimo usare un’espressione che in rete in Cina potrebbe risultare poco educata, come definiremmo queste proteste? In realtà si tratta di rabbia da incompetenza. Si prova rabbia e forte insoddisfazione, ma cosa si può fare? E quali risultati concreti si ottengono? A parte qualche teppista che magari ruba due iPhone da un negozio di lusso o si arricchisce con una borsa di Chanel, si riesce davvero a risolvere i problemi sociali? Riusciranno davvero a far cambiare ai politici al potere le politiche errate attualmente in vigore? Riusciranno a spingerli ad affrontare con la determinazione di chi è disposto a tagliarsi un braccio i problemi che tutti vedono chiaramente? A mio avviso, almeno nell’ambito dell’attuale sistema politico europeo, temo sia difficile sperare che si crei una dinamica del genere in un singolo Paese, figuriamoci in più Paesi o addirittura in tutta Europa. Pertanto, al momento, temo che la gente comune in Europa non abbia altra scelta se non quella di scendere in piazza a distruggere, saccheggiare e sfogare la propria insoddisfazione.

In fin dei conti si tratta solo di un governo eletto tramite voto: spesso oggi si vota per la sinistra, domani per la destra; oggi è così, domani è così. Il avvicendamento dei partiti al potere non è certo una novità, ma i problemi accumulati sono stati davvero risolti? No. Credo che questo schema fisso, che si potrebbe addirittura definire ormai radicato, continuerà a ripetersi in Europa: non solo in Francia, ma in tutti i paesi, compresa la Germania.

A dire il vero, anche se la cosiddetta estrema destra dovesse salire al potere, ad esempio in Germania o in altri paesi — se guardiamo alla situazione degli ultimi due anni, come nel caso dell’Ungheria, che negli anni precedenti era stata etichettata come estrema destra, oggi il vento è cambiato. Questo cambiamento è davvero un bene o un male per l’Ungheria? Se l’estrema destra salisse al potere in Germania, sarebbe un bene o un male per il Paese? E se anche in Francia ci fosse un cambio di governo, sarebbe un bene o un male? Temo che, anche se ci fosse un cambio di governo, di persone o di partiti, i mali cronici accumulati nel corso di decenni non potrebbero essere risolti in breve tempo. A quel punto, assisteremmo solo a una nuova ondata di proteste che si ripetono nelle strade.

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