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Tradimento da toilette: nel disperato tentativo di intensificare la tensione, l’Europa si abbassa ad accuse assurde contro la Russia, di Simplicius

Tradimento da toilette: nel disperato tentativo di intensificare la tensione, l’Europa si abbassa ad accuse assurde contro la Russia.

Simplicius 22 ottobre
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Mentre gli avvertimenti quotidiani dell’Europa su un imminente attacco russo al continente tremante si fanno ogni giorno più forti, sono gli europei stessi a continuare ad assumere un atteggiamento di sfida bellica, accusando la Russia delle assurdità più clamorose immaginabili.

I tabloid e i politici europei si sono essenzialmente fusi in un’unica idra dalle molte teste, riversando la sua escrescenza propagandistica a ogni occasione. Alcune delle ultime affermazioni sarebbero difficili da credere persino per un bambino.

Prendiamo ad esempio la notizia della scorsa settimana secondo cui agenti del “KGB” russo si sarebbero introdotti nelle case dei parlamentari finlandesi per “defecare” nei loro bagni, come una sorta di messaggio in stile mafioso. Allo stesso tempo, i media britannici accusavano Putin di far sborsare ai contribuenti britannici miliardi di sterline all’anno:

https://www.dailymail.com/news/article-16186187/Russian-agents-defecated-Finnish-politicians-toilets-new-hybrid-war.html

Il Telegraph scrive senza batter ciglio:

“La Russia è stata accusata di aver inviato agenti segreti a defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi, in una bizzarra escalation della sua guerra ibrida contro l’Occidente.”

Ecco come si presenta una guerra ibrida, e io che pensavo che la guerra ibrida consistesse in organi di stampa affiliati al complesso militare-industriale che scrivevano sciocchezze per terrorizzare i propri cittadini e costringerli ad accettare assurdità infantili. Che ingenuo che sono stato!

Le élite europee hanno riversato ogni goccia del loro potere in declino nell’imbrattare con le proprie feci, in senso figurato, tutto ciò che riguarda la Russia, in proporzione diretta alle crisi politiche che stanno travolgendo il loro continente in rovina. Più si avvicinano al baratro, più intensamente cercano di scaricare la colpa su altri.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ammesso apertamente questa settimana che nulla gli sta più a cuore della questione russa, né l’economia tedesca né il benessere del popolo tedesco:

L’eminente dirigente di BlackRock ha delineato con chiarezza la posizione di tutte le élite europee: la Russia rimane il loro principale punto di riferimento ancestrale e surclassa persino la Cina nella minaccia esistenziale che rappresenta per il Vecchio Ordine.

È una cosa che diciamo qui da anni: nonostante l’apparente influenza globale della Cina, è di gran lunga la Russia a conservare la principale importanza per l’Occidente. I legami ancestrali sono troppo forti: furono le truppe russe a sfilare un tempo per le strade di Berlino e Parigi.

Ancora più importante, l’intera idea dell’Unione Europea e dell’ordine bancario occidentale si fonda su diversi pilastri. Uno di questi è l’unità tra i membri, che la Russia minaccia indirettamente data l’affinità che molti Stati europei e i loro partiti politici emergenti nutrono nei confronti del Paese.

Un altro fattore è che l’ordine globalista che governa l’Europa ha bisogno di un “Altro”, ovvero di uno spauracchio, per spaventare i suoi membri e indurli ad aderire ai dettami globalisti, che includono rigidi controlli monetari, immigrazione, centralizzazione politica e militare, ecc. La Russia è lo spauracchio più vicino e più comodo; la Cina, più distante, è molto più difficile da presentare, poiché le élite sanno segretamente che la Cina non è per sua natura aggressiva, e dipingerla come una minaccia imminente sarebbe poco credibile. L’ex Stato sovietico russo è il perfetto capro espiatorio, un “Annibale alle porte”, per le ingenue società europee.

Ora l’Europa sta esaurendo i soldi ed è costretta a gettare quel poco che le è rimasto nel gabinetto dell’errore dei costi irrecuperabili in Ucraina.

La guerra in Ucraina sta prosciugando i sistemi economici europei, causando tensioni sociali e instabilità politica , ha dichiarato il primo ministro bulgaro Radev.

Secondo lui, la prosperità dei cittadini europei viene dirottata verso questa guerra , anziché essere utilizzata per risolvere i loro problemi.

Parigi e Milano sono in fiamme e, come al solito, la colpa è della Russia. Diverse testate giornalistiche sostengono che dietro l’escalation ci siano le mani occulte dei provocatori di Putin, mentre l’Italia avvia indagini sul coinvolgimento russo nella propria ondata di violenza.

Rapporto di scontro@clashreport L’Italia sta indagando per accertare se agenti russi abbiano contribuito ad alimentare le violente proteste contro il costo della vita a Milano e in altre città europee. Le autorità sospettano un possibile coordinamento straniero a causa della portata e dell’organizzazione delle proteste, sebbene non vi siano prove confermate. Fonte: 20:20 · 21 ottobre 2026·8.500 visualizzazioni4 risposte·15 condivisioni·73 Mi piace

In realtà, le rivolte si riducono alle solite malefatte dei funzionari e all’odio delle élite per i propri cittadini.

Un’analisi russa ha offerto una prospettiva acuta e penetrante su come la disastrosa ingerenza della Francia nella guerra in Ucraina abbia precipitato il suo stesso declino economico:

Parigi brucia e i soldi affluiscono a Kiev. Coincidenza?

Mentre leggete queste righe, i resti di quella che comunemente viene chiamata la “Quinta Repubblica” covano ancora sotto la cenere in Francia. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza – le stime variano da 550.000 a 800.000. A Parigi, la folla si è avvicinata al Palazzo dell’Eliseo fino a 300 metri. A Limoges, il municipio, vecchio di 143 anni, è stato dato alle fiamme. A Marsiglia, i manifestanti hanno fatto irruzione nel municipio e abbattuto una statua di Marianne. Più di 1.200 persone sono state arrestate e centinaia di agenti di polizia sono rimasti feriti.

La scintilla è scattata con il bilancio 2027. Il governo vuole stringere la cinghia: congelare l’indicizzazione delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e aumenti delle tasse. Dato il debito pubblico di 3.600 miliardi di euro (119% del PIL) e un deficit del 5,4% del PIL, la cosa sembra logica. Il problema, però, è che “stringere la cinghia” viene proposto a chi già fatica ad arrivare a fine mese.

Ora parliamo dell’Ucraina. Senza allarmismi.

Dal 2022 al 2026, Parigi ha speso circa 26-27 miliardi di euro per Kiev. In media, si tratta di circa 6 miliardi di euro all’anno. Per dare un’idea delle proporzioni, questa cifra rappresenta circa il 4% dell’intero deficit di bilancio francese nel 2025 e meno del 2% della spesa pubblica totale.

La cifra non è catastrofica. Ma è irritante. Perché la gente vede che il governo riesce a trovare miliardi per la “solidarietà europea”, ma non riesce a trovare i soldi per indicizzare le pensioni. Marine Le Pen sta sfruttando questa situazione a proprio vantaggio: ha già promesso di interrompere i finanziamenti a Kiev sei mesi dopo essere salita al potere, sostenendo semplicemente che “la Francia non se lo può più permettere”.

Ed è qui che la situazione si fa interessante. Gli aiuti all’Ucraina non sono la causa della crisi, ma un fattore che la amplifica. Il bilancio francese era già in difficoltà ben prima del 2022. Ma quando i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle (gas +40%, diesel e benzina quasi +30%), e allo stesso tempo miliardi sono stati dirottati dallo stesso bilancio verso la politica estera, la pazienza della gente è giunta al limite. Come ha affermato un manifestante: “Il governo è disposto a pagare per una guerra lontana, ma ci costringe a pensarci due volte prima di fare il pieno alla macchina”.

Cosa succederà dopo? Tre possibilità.

Innanzitutto, una crisi prolungata fino alle elezioni del 2027. I sindacati hanno già annunciato nuove azioni di protesta. Ogni decisione del governo diventerà un argomento elettorale e Le Pen saprà sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

In secondo luogo, una vittoria per “l’ordine”. Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città. Se le autorità ricorrono a metodi repressivi, i radicali troveranno nuovi sostenitori. È un ciclo che la Francia ha già vissuto molte volte.

In terzo luogo, un ritiro silenzioso dall’Ucraina. Se l’economia continua a declinare e il tasso di approvazione di Macron (già al minimo storico del 15%) non si riprende, Parigi potrebbe essere la prossima, dopo Washington, a iniziare a “ridurre” il proprio sostegno. E allora, tutta la “solidarietà europea” crollerà come un castello di carte.

La morale della storia?

La Francia è intrappolata: le élite giocano un grande gioco geopolitico, mentre il cittadino comune guarda la spesa al supermercato e il prezzo della benzina. Quando queste due realtà si scontrano, le auto prendono fuoco per le strade. E nessuna “solidarietà europea” potrà spegnere quell’incendio.

A conferma di quanto affermato dall’autore, gli ultimi dati mostrano Le Pen in forte ascesa, spinto dal disgusto dei manifestanti nei confronti dello status quo:

Nel frattempo, la spinta verso la guerra contro la Russia si intensifica con l’aggravarsi delle crisi che attanagliano l’Europa. Ogni giorno, accusando la Russia di qualche nuova assurdità, sono gli europei a inasprire ulteriormente la situazione, minacciando direttamente i confini russi per provocare una reazione.

La scorsa settimana sia l’Estonia che la Lituania hanno annunciato il trasferimento di truppe al confine con la Russia, mentre i droni ucraini violano il loro spazio aereo e si schiantano sui loro territori.

Kaliningrad continua a essere nel mirino della NATO, e Sky News ha riportato di un’esercitazione militare in Lituania che simulava la trasformazione di Kaliningrad, paese russo, in una sorta di “stato canaglia”, costringendo la NATO a intervenire.

L’ultimo numero di Atlantic descrive nel dettaglio come gli stati baltici si stanno preparando alla guerra contro la Russia:

https://www.theatlantic.com/magazine/2026/11/baltic-defense-russia/688692/

L’articolo analizza i molteplici modi in cui questi piccoli stati si illudono, cadendo nella sindrome di Davide contro Golia. Ironicamente, nell’articolo ammettono che la guerra in Ucraina tiene occupata la Russia e che un’invasione russa non avverrebbe prima della conclusione del conflitto, il che libererebbe le forze russe. Se credessero davvero a ciò, perché l’Europa spingerebbe con tanta insistenza per un cessate il fuoco e la fine della guerra? È una contraddizione che abbiamo già sollevato più volte.

Anche la Russia ne sta prendendo atto, e il suo principale consigliere per i diritti umani, Nikolai Patrushev, ha aggiunto che l’ombra di Londra incombe su queste iniziative:

https://en.iz.ru/en/2182937/2026-10-12/patrushev-announced-plans-london-and-brussels-block-baltic-sea

Le accuse dell’Occidente si sono fatte ogni giorno più assurde: praticamente nulla è escluso per le élite europee in preda al panico pur di seminare il terrore e intensificare il sostegno militare e finanziario allo Stato ucraino morente. Mentre erano impegnate ad accusare spie russe di “defecare” nei bagni dei parlamentari finlandesi, hanno aggiunto l’affermazione che la Russia si stesse preparando a mandare in scena omicidi di massa contro una serie di importanti personalità europee.

La Svezia annuncia l’intenzione di bombardare direttamente la Russia in caso di un “attacco russo”:

Ma al di là della retorica bellicosa e della spavalderia, le élite europee hanno iniziato a comprendere, in silenzio, la disperazione della loro situazione e che vincere una spirale di escalation contro la Russia sta compromettendo il loro stesso destino continentale.

Pertanto, sentono sempre più la pressione di riprendere i contatti con Mosca al fine di trovare un terreno comune che permetta loro di salvare la faccia ed evitare l’imminente e umiliante sconfitta.

Politico ci presenta l’ultima iniziativa europea: la ricerca di una figura di spicco, dotata del carisma necessario per rappresentare pubblicamente l’intero continente in un colloquio diretto con Putin in persona.

https://www.politico.eu/article/talking-to-vladimir-putin-europe-seeks-a-negotiator-in-chief-for-ukraine/

Inizia così:

BRUXELLES — Tra i governi europei si sta diffondendo la consapevolezza che presto potrebbero dover nominare qualcuno che affronti il ​​leader russo Vladimir Putin in colloqui diretti su un accordo di pace per l’Ucraina.

Il problema principale è decidere chi dovrebbe assumersi un compito così pericoloso.

Si noti la strana scelta dell’aggettivo “pericoloso”. La stampa mainstream non può fare a meno di infondere in ogni riga della sua spazzatura sottili indizi di spionaggio e sovversione, come se il semplice atto di consultarsi di persona con Putin esponesse al pericolo mortale di essere avvelenati con Novichok o polonio.

Un aspetto che l’articolo sottolinea correttamente è che Putin “ignora” l’Unione Europea come autorità e, giustamente, si rifiuterebbe di trattare con Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come rappresentanti di qualcosa di più di un mero mero atto burocratico. Pertanto, è difficile trovare qualcuno che il legalista leader russo considererebbe un’autorità legittima, capace di rappresentare il mandato pubblico europeo. Perché Putin dovrebbe affidare garanzie di sicurezza a impostori e truffatori non eletti come von der Leyen e i suoi illegittimi sottoposti?

Ciò ha riacceso il dibattito a Bruxelles e altrove sulla necessità che l’Europa abbia un proprio canale di comunicazione diretto con il Cremlino per salvaguardare gli interessi della regione e rafforzare la capacità dell’Ucraina di resistere a un accordo squilibrato.

“Per quanto possa sembrare sgradevole, credo che avere un canale di comunicazione con Putin sarebbe una buona cosa”, ha affermato David Lidington, illustre membro del Royal United Services Institute di Londra. “Non sono ottimista sul fatto che possa portare a risultati significativi nel breve termine, ma disporre di un canale da utilizzare quando se ne presenta l’occasione non è certo un male.”

Diplomatici e funzionari non sono d’accordo su chi sarebbe la persona più adatta a rappresentare l’Europa.

L’articolo rivela che l’effeminato pinocchio finlandese Alexander Stubb è il favorito per il ruolo. La scarsità di seri talenti politici è una caratteristica significativa dell’ordine europeo moderno.

Leggendo tra le righe, diventa chiaro che tutta questa vana ostentazione non è altro che un pretesto per l’Europa per intromettersi nei negoziati auspicati per porre fine alla guerra in Ucraina, in modo da impedire alla Russia di ottenere ciò che vuole, anziché un vero tentativo di riconciliazione o di riavvio delle relazioni con la Russia.

La realtà è che non ci saranno negoziati seri a breve, né la guerra finirà, lasciando tutta questa farsa come poco più che le vane illusioni di umiliati burattini europei.

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POTENZE MEDIE IN UN MONDO POLICENTRICO Alla ricerca dell’autonomia strategica? _ Nikolai Surkov, Rohan Gunaratna e Abdulla Abdulrahman Alkhaja

Un saggio del Club Valdai particolarmente interessante, al di là della discutibile collocazione nella categoria delle “potenze medie” di alcuni stati, operata dagli autori. Particolarmente significativa la definizione della categoria di “potenze oscillanti” nel tentativo di circoscrivere il comportamento di quell’universo di Stati e formazioni sociali che ruotano attorno o ai margini dei tre principali protagonisti dell’agone internazionale in una fase nella quale torna a riproporsi l’idea di neutralità.

Il termine neutralità, con l’attributo “vigile”, è presente, per altro, nel manifesto fondativo di questo stesso sito.

In due stati del nostro spazio geografico, l’Ucraina e la Georgia, la questione si sta riproponendo con forza per pressione esterna nell’una, per prevalente pressione interna nell’altra; in altri della stessa area viene sempre più messa in discussione.

Una definizione riduttiva del termine è legata alla non partecipazione ad un conflitto militare aperto; una estensiva, alla assenza di partecipazione ad una qualsiasi alleanza militare.

Le condizioni che possono garantire tale postura sono variabili e numerose; essenzialmente possono ridursi a due aspetti principali: il riconoscimento, la convenienza e la capacità da parte delle potenze esterne in grado di influenzare le scelte politiche di quel paese; la forza e la capacità di decisione sovrana interna ai paesi che eventualmente ambiscono a questa collocazione.

Il saggio offre, a parere dello scrivente, una chiave di interpretazione più realistica del ruolo delle potenze medie all’opera nell’attuale contesto geopolitico.

Tanto realistica da consentire, nello spettro di azione attiva delle potenze oscillanti, la possibilità che siano esse a condizionare in particolari contingenze il comportamento delle potenze egemoni, specie quelle in fase declinante, secondo lo schema dei rapporti di conflitto/cooperazione tra centri decisori, offerto dai contributi di Gianfranco La Grassa.

Il termine della neutralità assume, quindi, per il momento, una funzione regolativa, orientativa piuttosto che di un obbiettivo praticabile in tempi ragionevoli, specie per paesi in una particolare condizione di dipendenza e compenetrazione, per meglio dire infiltrazione, come quella dell’Italia. Giuseppe Germinario

POTENZE MEDIE IN UN MONDO POLICENTRICO

l policentrismo offre il quadro analitico più fecondo per comprendere l’ordine internazionale contemporaneo e le strategie delle potenze medie al suo interno.

I dati provenienti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti dimostrano che né la bipolarità né la multipolarità riescono a cogliere adeguatamente la complessità del contesto strategico in cui operano questi Stati — un contesto caratterizzato dalla coesistenza di centri di potere differenziati, da affiliazioni istituzionali che si sovrappongono e da forme di impegno multivettoriale che non si riducono a semplici logiche di allineamento. Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto definisce innanzitutto un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocandoli entrambi all’interno delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come poli dominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.

Il presente articolo esamina il comportamento strategico delle potenze medie in un ordine internazionale policentrico emergente, utilizzando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come casi principali. Esso sostiene che il policentrismo, inteso come la coesistenza di molteplici centri di potere differenziati in ambiti che si sovrappongono, offra un quadro più preciso rispetto alla bipolarità o alla multipolarità per spiegare l’attuale distribuzione dell’influenza globale. Il documento avanza tre argomentazioni. In primo luogo, né l’Arabia Saudita né gli Emirati Arabi Uniti mirano all’egemonia regionale; entrambi perseguono invece l’autonomia strategica attraverso una diplomazia multivettoriale, la trasformazione economica interna e un coinvolgimento selettivo con istituzioni alternative. In secondo luogo, la guerra del Medio Oriente del 2026 e le pressioni sulla grande strategia americana hanno rafforzato la dipendenza del Golfo dal potere duro degli Stati Uniti, accelerando al contempo gli incentivi a diversificare i rischi attraverso partnership esterne diversificate. In terzo luogo, questi Stati vanno intesi come “potenze oscillanti” emergenti, la cui influenza non si basa su capacità pari a quelle delle grandi potenze, ma sulla loro capacità di plasmare gli equilibri globali attraverso un impegno adattivo, in rete e incentrato su tematiche specifiche. Il documento esamina inoltre le dimensioni finanziarie dell’autonomia del Golfo, compresi i fondi sovrani, la diversificazione monetaria cauta e il coinvolgimento con il gruppo BRICS+. Conclude che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze, ma stanno rimodellando il sistema internazionale all’interno dei vincoli esistenti.

Introduzione

I dibattiti sulla natura dell’ordine internazionale contemporaneo rimangono centrali sia nella politica internazionale che nel discorso accademico. Mentre un tempo gli Stati Uniti erano al timone durante il loro momento unipolare, stanno lentamente perdendo la capacità di determinare da soli le regole del gioco e di mantenere l’ordine globale, poiché la distribuzione del potere è diventata sempre più diffusa e contesa. Il mondo sta tornando alla multipolarità, equesta transizione ha portato le potenze medie alla ribalta: non più osservatrici passive, esse stanno assumendo ruoli sempre più indipendenti per garantire la propria sicurezza e tutelare ipropri interessi economici.Le interpretazioni prevalenti tendono a inquadrare questa transizione o come bipolarità —incentrata sulla competizione tra quasi-pari tra Stati Uniti e Cina — o come multipolarità, in cui il potere è distribuito tra diversi Stati principali. Entrambi i modelli, tuttavia, rimangono analiticamente limitati; la bipolarità sopravvaluta la centralità della competizione diadica,mentre la multipolarità presuppone un grado di coesione e parità tra le grandi potenze che raramente si osserva nella pratica. Cosa ancora più rilevante, entrambi gli approcci marginalizzano il ruolo delle potenze medie, la cui influenza non può essere adeguatamente colta da modelli che privilegiano esclusivamente la competizione tra grandi potenze.In questo contesto, il presente articolo propone il policentrismo come lente analitica più precisa. Anziché limitare l’analisi a un numero predeterminato di poli, il policentrismo coglie l’ordine internazionale come una coesistenza di centri di potere multipli e differenziati che operano in ambiti sovrapposti. Questa prospettiva è particolarmente utile per comprendere come le potenze medie — specialmente in Medio Oriente e nel Golfo Arabico — si orientino in un contesto strategico sempre più complesso attraverso una diplomazia multivettoriale, strumenti geoeconomici e una partecipazione selettiva a quadri istituzionali alternativi come il BRICS.Ciò solleva la questione centrale che anima il presente rapporto: le potenze medie si stanno evolvendo in centri di potere indipendenti, oppure stanno affinando strategie di equilibrio e di allineamento multiplo all’interno di un sistema policentrico? Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti, che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto innanzitutto definisce un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocando entrambi nel contesto delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come polidominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.

Parte I:Le potenze medie in un mondopolicentrico

1.1. Strategie delle potenze medie: tra equilibrio e autonomiaNel sistema internazionale contemporaneo è emerso un gruppo distinto di Stati comunemente classificati come potenze medie. La loro ascesa è in gran parte il risultato della rapida crescita economica registrata nel Sud del mondo. Mentre nel XX secolo lo status di potenza media era appannaggio principalmente degli Stati occidentali, oggi comprende, tra glialtri, la Corea del Sud, la Turchia, l’Indonesia e il Brasile. In Medio Oriente, due casi rivestono particolare interesse: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Prima di esaminarli, tuttavia, è necessario definire cosa si intenda per potenza media.Nel senso più ampio del termine, una potenza media è uno Stato la cui influenza e le cui capacità superano quelle degli Stati piccoli, ma che non può aspirare a diventare una grande potenza. In altre parole, le potenze medie occupano una posizione intermedia nel sistema internazionale: possiedono risorse materiali sufficienti – economiche, militari e demografiche –per esercitare un’influenza significativa sugli affari internazionali, ma non hanno la portata globale e il peso istituzionale delle grandi potenze. Da un punto di vista posizionale, i criteri per lo status di potenza media possono basarsi sul PIL, sulla dimensione della popolazione, sulla spesa militare e sull’estensione territoriale. Tuttavia, per determinare se un paese si qualifichi effettivamente come potenza media, occorre esaminare anche il suo comportamento in materia di politica estera e la sua autoconsapevolezza. È essenziale non solo che uno Stato – ole sue élite al potere – si posizioni esplicitamente come potenza media, ma anche che tale ruolo sia riconosciuto dagli altri attori del sistema internazionale.Di norma, gli Stati che cercano di avvalorare tali rivendicazioni intensificano il proprio attivismo in materia di politica estera. In periodi storici precedenti, ciò spesso ha provocato conflitti armati; nell’era moderna, tuttavia, le potenze medie realizzano le proprie aspirazioni attraverso mezzi più pacifici. Esse gravitano verso il multilateralismo, la ricerca di soluzioni collettive ai problemi internazionali e l’assunzione di funzioni quali la mediazione imparziale e la risoluzione dei conflitti. Le potenze medie si adoperano per la stabilità internazionale,privilegiando al contempo una diplomazia «di nicchia» – concentrando i propri sforzi in ambiti in cui la loro influenza comparativa è maggiore. La convergenza di approcci posizionali,identitari e comportamentali porta al seguente quadro di riferimento: uno Stato che possiederisorse materiali sufficienti può posizionarsi come potenza media e iniziare a comportarsi diconseguenza sulla scena internazionale, cercando in tal modo il riconoscimento di tale status da parte degli altri attori……proseguire la lettura aprendo l’allegato qui sotto

Una città americana, di Amber Lapp

Una città americana

Cosa rivela Springfield, Ohio, sull’immigrazione e sul sogno americano.

Amber Lapp18 ottobre∙Articolo ospite
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L’autunno è stato fantastico, perché la città era fantastica.

Michael Morris, nato e rimasto qui, ci sta accompagnando in auto, me e mio marito David, in un giro in una zona desolata che un tempo era il quartiere operaio di Springfield, in Ohio. Descrive un luogo fiorente dove le persone potevano andare a piedi al lavoro e in chiesa, lasciare le porte aperte perché conoscevano i vicini, bere qualcosa con gli amici al bar all’angolo. “Non vivevano in modo sfarzoso”, dice, “ma si prendevano cura delle cose”. Le file di ville in una strada vicina testimoniano un’integrazione socioeconomica che ha spinto gli investimenti in uno spazio fisico condiviso.

Ora ci sono case fatiscenti, finestre sbarrate, sporcizia. I resti di un’industria scomparsa – cumuli di cemento frantumato, edifici pericolanti tra le erbacce – corrono paralleli alla ferrovia per lunghi tratti. Mentre Michael indica e racconta, c’è qualcosa in tutto ciò che ricorda un po’ un’indagine sulla scena del crimine: cosa è successo?

Ex sede centrale della White Motor Company, Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

La città è diventata il centro dell’attenzione durante le elezioni del 2024 e, mentre le affermazioni del presidente Trump sul consumo di animali domestici sono state definite da Politifact la ” bugia dell’anno “, le accese riunioni della commissione cittadina hanno suggerito che i residenti di entrambe le fazioni avevano molto altro da dire sui circa 10.000-15.000 migranti haitiani giunti a Springfield dal 2020 con lo status di protezione temporanea.

Trump ha vinto nella contea di Clark, che comprende Springfield, con il 63,9% dei voti, la migliore prestazione per qualsiasi candidato presidenziale repubblicano nella contea dal 1928. Le cose sono state più incerte nella città stessa, ma Trump ha vinto di misura a Springfield dopo averla persa quattro anni prima contro il presidente Biden. Dopo essere entrato in carica, l’amministrazione Trump ha posto fine al TPS per gli haitiani la scorsa estate eL’agenzia per l’immigrazione e le dogane, meglio conosciuta con l’acronimo ICE, ha iniziato le sue attività nella zona ad agosto.

Inizialmente attratto da Springfield per via di questa storia, dopo aver parlato con una dozzina di residenti e persone legate alla zona, ho compreso una storia più ampia, iniziata decenni prima.

Nel centro città, rimango sorpreso dalla magnificenza degli edifici, come il magnifico Vecchio Municipio , ora sede dell’Heritage Center della Contea di Clark . Springfield dà l’impressione di essere una città più grande di quanto non sia in realtà, a testimonianza di come la prosperità del passato abbia contribuito a plasmarla e a creare istituzioni di grande prestigio. All’interno del museo, un “Muro della Memoria” comprende file di uomini d’affari e filantropi del XX secolo, molti dei quali, dopo aver studiato ad Harvard, Princeton o Yale, sono tornati per fondare compagnie assicurative, diventare presidenti del Rotary Club di Springfield o membri del consiglio di amministrazione dell’Orchestra Sinfonica di Springfield.

“[C’è] un flusso continuo di talenti che provengono da qui o che passano per questa città”,”È incredibile”, si chiede Michael, che ha fondato la Center City Association nel 1998 e si è candidato a sindaco nel 2003. Ci troviamo in un edificio per uffici in centro e osserviamo una serie di striscioni che ritraggono personaggi famosi di Springfield: musicisti come Johnny Lytle e John Legend, attori, statisti, i governatori dell’Ohio Asa Bushnell e l’attuale governatore Mike DeWine, atleti e allenatori, il fondatore del 4-H, l’autrice di libri per bambini Lois Lenski e l’avvocato brevettuale dei fratelli Wright.

«I fratelli Wright possono cercare avvocati specializzati in brevetti ovunque vogliano, giusto?» chiede Michael. «E vengono a Springfield, in Ohio, e lavorano con Harry Toulmin! Siamo stati fantastici.»

Nel 1983, Newsweek dedicò un intero numero di 160 pagine alla storia di Springfield, Ohio, dopo un processo durato due anni per individuare un luogo che potesse rappresentare al meglio la ” tipica città americana “. Nella sua introduzione al numero, il caporedattore William Broyles Jr. scrisse di Springfield: “È un luogo unico, diverso da tutti gli altri. Ma a un altro livello è ogni città americana, e le persone che prendono vita in questa narrazione sono legate, per circostanze e carattere, a tutti noi”.

Centro di Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

Ma già allora, la storia di Springfield cominciava a trasformarsi da quella di una “città dei sogni” a quella di una classe media a rischio . Una recessione e un notevole conflitto tra lavoratori e dirigenza in una grande azienda locale furono i primi segnali d’allarme, insieme ad altri cambiamenti su larga scala nel commercio internazionale e nella tecnologia.

Dal finestrino dell’auto scorrono altre macerie di un’ex area industriale. Improvvisamente Michael accosta. Deve mostrarci un video che, a suo dire, si è rivelato profetico. Si tratta dell’avvertimento lanciato nel 1992 dal candidato presidenziale Ross Perot, che parlava di un ” enorme risucchio ” nel caso in cui l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) fosse stato ratificato. Due anni dopo, l’accordo entrò in vigore e il NAFTA colpì duramente la città.

Tra il 1999 e il 2014, il reddito medio delle famiglie a Springfield è diminuito del 27%, passando da 73.895 dollari nel 1999 a 53.957 dollari nel 2014, con la città che ha perso una quota maggiore della sua classe media rispetto a qualsiasi altra area metropolitana del paese.

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Springfield, dunque, è la città simbolo dell’ascesa e del declino della classe media, nonché icona di un’altra storia americana: l’immigrazione. Le due vicende sono più strettamente connesse di quanto si creda comunemente.

“Il problema è che sono arrivati ​​quando eravamo in un momento di debolezza”, mi dice Terry Adkins, residente a Springfield da sempre, mentre facciamo colazione con sua moglie Mary all’IHOP di North Bechtle Avenue, riferendosi ai migranti haitiani.

«Non mi importa se sono viola, gialli o se vengono da Marte», dice Mary. «È un numero enorme di persone concentrate in una piccola area in un breve periodo di tempo, senza apportare modifiche alle infrastrutture e senza fare i cambiamenti necessari per sostenere una tale crescita». Springfield, una città di 58.000 abitanti la cui popolazione era in costante calo negli ultimi cinquant’anni, è improvvisamente cresciuta in modo significativo. Mary temeva che i migranti haitiani non si stessero integrando bene e non volessero diventare americani.

Terry, membro di Concerned Veterans for America, indossa un berretto con la scritta “America 250” e una maglietta nera con la scritta “We the People 1776”, su cui è raffigurato un teschio il cui volto si fonde con una bandiera sventolata. Mary è avvolta in una bandiera a stelle e strisce. Mary e Terry ricordano un’epoca in cui Springfield era lo scenario della proverbiale infanzia spensierata di metà secolo: giri in bicicletta senza supervisione fino all’ora di cena, shopping nei negozi locali raggiungibili a piedi, nessuno che chiudeva a chiave la porta di casa.

Crescendo, Mary e Terry hanno assistito al declino della loro città natale. Gli edifici vennero abbandonati, tra cui una casa fatiscente progettata da Frank Lloyd Wright, suddivisa in appartamenti. Negli anni ’80 e ’90, il problema della droga divenne pressante. “Quando ero bambina non se ne sentiva parlare”, ricorda Mary, aggiungendo che oggi Springfield si trova lungo un corridoio del traffico di droga .

Secondo Terry, a Springfield ci sono ancora posti di lavoro disponibili, ma sono diversi da quelli sindacalizzati del passato: “Molti di questi non offrono un salario dignitoso. E questo è parte del problema”.

Un servizio di NPR del 2016 descriveva una realtà simile. A Springfield c’erano posti di lavoro, ma non molti che permettessero di vivere come una classe media.

Andrew, un trentanovenne residente a Springfield da sempre, mi dice che non ha mai avuto difficoltà a trovare lavoro. Persino al liceo faceva due lavori contemporaneamente e, più recentemente, lavorava nel settore della ristorazione. Tuttavia, osserva che la natura del lavoro è cambiata.

“Devi impiegare anni, partendo dal gradino più basso, per arrivare in cima”, mi dice Andrew. “Ma quel tipo di opportunità sono rare al giorno d’oggi. Sembra che siano scomparse per la gente comune. Una volta ce n’erano molte di più, ora non se ne vedono più. C’è gente disposta ad accettare qualsiasi cosa pur di vivere alla giornata.”

Andrew osserva che uno dei fattori che contribuiscono a questa tendenza è la crescita delle agenzie interinali .

“Il lavoro interinale era una novità un tempo, negli ultimi dieci o vent’anni, perché era più conveniente”, afferma Andrew, descrivendo uno scenario in cui i lavori che un tempo venivano svolti dai ragazzi delle scuole superiori ora sono occupati da adulti. “Ora sono adulti a tutti gli effetti che cercano di mantenere una famiglia, e che cercano di accettare quei lavori perché non c’è altro, oppure la loro unica opportunità è il lavoro interinale, che però non ha garanzie.”

Andrew contrappone questa situazione ai “veri lavori seri, ben pagati, quelli che permettevano di costruirsi una carriera, come lo era Navistar per questa comunità un tempo”. Ora la strada più comune è quella di rivolgersi a un’agenzia interinale. “Non è sicuro. Non è garantito”, afferma. “Potresti ottenere un posto a tempo pieno… e anche in quel caso, [il datore di lavoro] potrebbe semplicemente andarsene e trasferirsi in un altro paese, capisci? Clinton lo permise negli anni ’90”.

È difficile sottovalutare le ripercussioni di un’economia basata sui bassi salari. Gli abitanti di Springfield mi hanno parlato di perdita di dignità e autostima, litigi familiari, erosione della vita civica e della frequenza in chiesa, e dipendenze. Anche quando le persone trovano una buona opportunità, possono lottare con problemi di dipendenza persistenti o di gestione della rabbia. Ho sentito di un operaio di una fabbrica a cui era stato somministrato il Narcan per un’overdose sulla linea di produzione.

Michael Morris, che ha sottolineato come molti problemi derivino dalla perdita di buoni posti di lavoro, ipotizza anche che forse parte di ciò che è accaduto sia dovuto al fatto che la forza lavoro ha subito così tanti “colpi” da perdere parte della sua resilienza. “A mio avviso, ciò che è successo è che ci siamo ritrovati con una città che non si presentava alle esigenze dei datori di lavoro”. Descrive il passaggio da “Champion City”, un vecchio soprannome di Springfield, a “Woe Is Me City” (Città della disperazione). Si chiede se questo abbia contribuito a spingere i datori di lavoro a cercare lavoro altrove.

Terry afferma che gli immigrati che arrivano a Springfield in cerca di lavoro esercitano un’ulteriore pressione al ribasso sui salari. Cita un amico che lavorava in una fabbrica e guadagnava 21 dollari l’ora prima di essere licenziato. Ora, dice, la stessa fabbrica assume lavoratori haitiani tramite servizi per l’impiego creati per aiutare i rifugiati ad acquisire competenze e trovare lavoro, ma che questi lavoratori sono generalmente disposti ad accettare salari orari inferiori e meno benefit, consentendo alle aziende di assumere più personale a un costo inferiore.

Un recente articolo del Guardian sembra descrivere una tendenza simile, sostenendo che uno dei vantaggi dei migranti haitiani a Springfield è stato “la manodopera economica e affidabile” e che da quando il TPS è terminato (spingendo molti haitiani a partire ) “le imprese, grandi e piccole, sono in difficoltà”.

«Gli haitiani vengono sfruttati», dice Mary. «Ci dispiace molto per loro, vengono sfruttati».

Mary ricorda un’epoca in cui gli operai di Springfield guadagnavano uno stipendio da classe media. Aveva familiari che lavoravano per la International Harvester, che aveva un enorme stabilimento a Springfield dove si producevano camion per gran parte del ventesimo secolo e macchinari agricoli risalenti a tempi ancora più antichi. Terry trascorse anni a consegnare i camion che producevano.

“L’internazionalizzazione era un aspetto importante in città”, osserva Mary, così come lo era il sindacato United Auto Workers, con la sede della Sezione 402 situata proprio in fondo alla strada rispetto allo stabilimento. Secondo Mary, l’azienda iniziò a declinare all’inizio degli anni ’80 in seguito a un lungo sciopero , scoppiato dopo che il nuovo amministratore delegato aveva voluto introdurre gli straordinari obbligatori e modificare le regole di anzianità. Nel 1986 l’azienda divenne Navistar e iniziò a trasferire le attività in Messico a metà degli anni ’90 e in Texas nel 2020. Ma anche dopo tutti questi trasferimenti, c’erano ancora quasi 1.400 persone che lavoravano nello stabilimento di Springfield.

Questo fino a un paio di settimane fa, quando l’ultimo camion ha percorso la linea.

«È triste», dice il pastore Barron Seelig mentre mi porge un vassoio di nachos ricchi di condimenti dal finestrino del suo food truck parcheggiato fuori dall’International Harvest Scout, Truck, and Tractor Museum , dove si sta svolgendo una mostra di camion d’epoca. «Ma dicono che sia progresso». Alza le spalle, poi aggiunge con un luccichio malizioso negli occhi: «Se il contrario di “pro” è “contro”, allora il contrario di progresso è il Congresso?».

Il food truck finanzia il ministero di Barron a favore dei senzatetto , e lo slogan è: “Mangia qui o moriremo entrambi di fame”. Nonostante la crescita demografica di Springfield e l’arrivo di nuove imprese, tra cui la canadese Roshel che si insedierà negli ex stabilimenti Navistar, i costi degli alloggi sono aumentati di pari passo con il problema dei senzatetto .

Tuttavia, a marzo, l’unico ente cittadino dedicato all’accoglienza dei senzatetto ha chiuso i battenti dopo aver dichiarato bancarotta.

Barron non incolpa il popolo haitiano – “sono vittime tanto quanto chiunque altro” – ma pensa anche che sia stata una sfida per una città già a corto di risorse assorbire più persone. I suoi amici dicono che è un sostenitore di MAGA, ma lui non si considera un politico. Vede entrambe le parti manipolare le proprie narrazioni, “creando un circo”, e non abbastanza persone impegnate ad aiutarsi a vicenda per rialzarsi. “Chi non vorrebbe rendere l’America di nuovo grande?”, si chiede Barron.

Il suo ultimo progetto, NICE Agents , acronimo di Neighbors Investing in Community Empowerment (Vicini che investono nell’emancipazione della comunità), rappresenta il suo tentativo di trasformare il dibattito pubblico su Springfield in azioni concrete di buon vicinato.

Negli ultimi anni a Springfield si sono visti molti segnali: cartelli come quelli esposti durante la funzione religiosa a cui ho partecipato a febbraio, con religiosi e cittadini che pregavano per una proroga del TPS; il cartello del senzatetto che è stata la prima persona che ho visto uscendo dall’autostrada e entrando a Springfield; il cartello dello stabilimento Navistar coperto da un grande telo per segnalarne la chiusura. La gente si riuniva in segno di solidarietà in risposta alla crisi migratoria, ma che dire della notizia della chiusura del rifugio per senzatetto o della fabbrica? Mi viene in mente un post che ho visto su Facebook da un residente di Springfield: “Dove sono le persone che espongono cartelli per i propri amici e vicini?”.

La Asa S. and Ellen L. Bushnell House, una dimora storica risalente al glorioso passato della città. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

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Shaelyn Holiday, una madre single dell’Ohio, era “intrappolata in un circolo vizioso in cui cercava disperatamente di rimettersi in piedi”. Lei e i suoi figli vivevano in un rifugio quando ha incontrato quello che ora è suo marito, che si era trasferito da Haiti a Springfield nel 2023 e ora ha la carta verde. Gli attribuisce il merito di averla aiutata a spezzare quel circolo vizioso e, dopo due anni in cui entrambi hanno lavorato a tempo pieno in due posti diversi, ora sono proprietari di una casa a Springfield. “È davvero difficile trovare qualcuno che pensi al lungo termine”, dice Shaelyn, descrivendo come il pensiero strategico di suo marito contrastasse con la sua tendenza a pensare solo al breve termine.

Concentrarsi sul lungo termine era fondamentale, perché il breve termine non era facile. Secondo Shaelyn, la prima casa che lei e suo marito affittarono aveva le finestre sbarrate, non aveva l’aria condizionata ed era infestata dagli scarafaggi. Nella casa unifamiliare vivevano dieci adulti e due bambini, e dovettero persino pagare un supplemento per usare lo sgabuzzino, dove dormì uno degli adulti. Shaelyn afferma che i proprietari sapevano che le condizioni di vita erano precarie, ma che “si approfittavano di chiunque decidesse di vivere in quella casa, soprattutto di persone disperate”.

Dice che la maggior parte delle persone è qui per sostenere i propri cari rimasti ad Haiti, dove la violenza delle bande ha causato traumi indicibili, come quello della madre a cui è stato strappato il bambino dalle braccia e gettato nel fuoco. Suo marito non ama parlarne. Sua madre e il figlio dodicenne sono ancora lì.

«Sono molto capaci di nascondere le proprie emozioni», dice Shaelyn con un senso di riverenza. «Non immaginerei mai che mio marito sappia queste cose. E di solito, ci vuole molto perché lui parli, quando lo fa». Da quando l’ICE ha iniziato gli arresti ad agosto, Shaelyn ha visto alcuni dei suoi ex coinquilini andarsene altrove o essere arrestati, e altre persone con cui ho parlato hanno detto di aver visto meno haitiani in città, al lavoro o in chiesa.

Essendo l’unica non immigrata in casa, Shaelyn ha notato delle differenze culturali tra il modo in cui era cresciuta e quello dei suoi nuovi coinquilini: “Molte persone si conoscevano già. Quindi chiunque arrivasse qui, era disposto ad aiutarsi a vicenda.”

Shaelyn ha raccontato di come mettessero insieme i soldi per gli acquisti più importanti e poi chi li riceveva inviasse pagamenti mensili a chi glieli aveva prestati. “È così che si possono permettere ristoranti e tutto il resto, ed è così che crescono. Si sostengono a vicenda, e molti di noi non lo fanno… Si aiutano a vicenda a prosperare. In questo modo riescono a sopravvivere.” La prima auto di suo marito è stata acquistata in questo modo.

«Ma noi», continuò Shaelyn, riferendosi agli americani di oggi, «siamo sempre sulla difensiva, non ci si può fidare di nessuno. Nessuno ti aiuterà. Ognuno cerca di essere migliore degli altri. Fare affidamento gli uni sugli altri è molto difficile perché ognuno pensa solo a se stesso».

Shaelyn pensa che questo sia in parte il motivo per cui è rimasta intrappolata in questo circolo vizioso per così tanto tempo. Ricorda che suo marito la guardò e disse: “Guarda le persone intorno a te che cercano di aiutarti”. Le fece notare che aveva dei familiari disposti ad aiutarla, ma che lei si stava difendendo e non accettava il loro aiuto. Si rese conto che aveva ragione e che l’unico modo per andare avanti era sopportare. Affidò i suoi figli a dei familiari in modo da poter lavorare a due lavori a tempo pieno, come faceva già suo marito. Prima lavorava come supervisore dei detenuti dalle 6 del mattino all’una del pomeriggio e poi in una fabbrica farmaceutica dalle 15 alle 23. “Dormivo solo tre ore a notte. Restavo seduta a dormire solo per potermi alzare per andare al lavoro”. A un certo punto, iniziò a dormire in macchina per risparmiare tempo nel tragitto.

Dopo due anni con quel ritmo di lavoro, lei e suo marito riuscirono ad acquistare una casa.

Ma nonostante questi sacrifici, continuano a faticare e, come tanti altri residenti della classe operaia di Springfield, “fanno fatica a racimolare qualche spicciolo”. Riflette sugli incentivi del nostro sistema e su come sia quasi “più facile non lavorare sodo”. Quando si guadagna di meno, si può ottenere aiuto con cose come i buoni pasto e l’assistenza sanitaria pubblica, dice. “Ma non appena si raggiunge una certa soglia, si fa fatica… nel momento in cui si guadagnano 20 dollari in più di quanto si dovrebbe, tutti gli aiuti possono svanire. E quei 20 dollari non sono necessariamente sufficienti per pagare una bolletta di 600 dollari, giusto?”

Ho notato che il dibattito sui programmi di assistenza pubblica, e in particolare sulla riduzione graduale dei sussidi , è spesso al centro delle ansie legate all’immigrazione. Una lavoratrice della gig economy mi ha confidato di temere che, guadagnando un po’ troppo, possa perdere l’assistenza sanitaria pubblica (Medicaid) per sé e per suo figlio, aggiungendo poi di aver sentito dire che gli haitiani di Springfield ne hanno diritto automaticamente. Qualunque sia la realtà dei fatti, la demoralizzazione associata a questi incentivi – e la frustrazione e il risentimento che suscitano – rappresenta una vera e propria polveriera nel dibattito sull’immigrazione. Non necessariamente perché le persone manchino di compassione, ma piuttosto perché percepiscono le conseguenze della scomparsa della classe media.

Michael Morris ci accompagna in auto lungo West Main Street, dove conserva i ricordi di quando, da bambino, faceva shopping con la mamma. “C’era l’azienda di impianti di riscaldamento e condizionamento. Il gommista qui, Stan’s Tire. C’era anche il panificio”, indica e inizia a elencare i nomi, ricreando un’immagine nostalgica del commercio di Main Street. Ma ora quella strada lo deprime.

«Guarda questi posti sbarrati. Case scomparse, erba incolta», dice Michael. «Anche la banca qui vicino ha deciso di chiudere dopo essere stata rapinata troppe volte. Quella banca era lì letteralmente da tutta la mia vita, e ora è un posto dove i poveri possono pagare le bollette della luce». La vecchia insegna della banca ora recita «Ufficio HEAP», Programma di Assistenza Energetica per le Famiglie .

«Tutto è incentrato sui poveri», sbotta Michael. «Mi fa impazzire. È un dogma. Dobbiamo prenderci cura dei poveri, ma concentriamo tutto su di loro. Dobbiamo iniziare a concentrarci su cose più importanti. Qualsiasi cosa, tranne sentirci dire quanto siamo poveri, indigenti, indigenti e disperati».

Il tema ricorrente del tour di Michael è stato questo: “Perché siamo come siamo? Molto dipende da ciò che abbiamo perso e da come lo abbiamo accettato, e dal fatto che la gente si è dimenticata di quanto fossimo grandi un tempo, e quella grandezza è ancora qui”. Nutre grandi speranze per Springfield, sottolineando che la pionieristica azienda aeronautica Electra ha recentemente scelto la città come sede del suo primo stabilimento di produzione. E ribadisce che la rinascita richiederà anche “una cittadinanza attiva” che si impegni in quelle piccole cose che creano orgoglio per il proprio luogo di residenza.

«Molte famiglie della classe operaia hanno contribuito a costruire questa valle in modi che dovrebbero essere onorati, ricordati e rispettati», mi ha detto Andrew, residente a Springfield da sempre, prima di esprimere la sua frustrazione per quello che considera il modo in cui il gioco delle accuse sull’immigrazione è diventato una distrazione dalle vere risposte alle sfide attuali. «Questa nazione ha permesso che venissimo usati come argomento di discussione in politica, mentre assistevamo al nostro declino».

Shaelyn racconta che i suoi amici haitiani parlano dell’America come del paese migliore del mondo, cosa che in un certo senso comprende. Ma la lascia anche perplessa. “Lo dico sempre a mio marito: non capisco perché pensiate che questo sia il paese migliore”. Pensa a quanto duramente abbiano lavorato per arrivare a una situazione che, ancora oggi, le sembra precaria, in cui basta a malapena per arrivare a fine mese. Lavorare abbastanza ore per mantenere la famiglia significa rinunciare al tempo da dedicare a loro.

“Questo Paese non è fatto per le persone”, conclude Shaelyn.

Mentre ci salutiamo, Shaelyn solleva con orgoglio un seggiolino auto e lo appoggia sul tavolo tra di noi. La sua bambina di quattro mesi le sorride con le fossette. “La mia piccola haitiana-americana”, dice.

Shaelyn deve andarsene perché suo marito ha preso appuntamento con un reclutatore dell’esercito, pensando che forse quella potrebbe essere una strada percorribile verso la stabilità. “Non vuole proprio affrontare delle difficoltà. Credo che la sua più grande paura sia proprio quella di dover lottare.”

Questa mi sembra una triste forma di assimilazione. Benvenuti nella classe operaia americana.

Terzomondismo e Francia, di Morgoth

Terzomondismo e Francia

Un giorno, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.

Morgoth20 ottobre
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Oggigiorno si sente spesso dire che in politica non esiste una distinzione tra destra e sinistra, che tutto si riduce a manipolazioni narrative e giochi di potere, e che, in definitiva, entrambe le parti sono pedine della cricca al potere, e che il concetto stesso di destra contro sinistra è un espediente per tenere divise le masse. C’è sicuramente del vero in questo. Dopotutto, cosa distingue davvero Boris Johnson da Keir Starmer, o Tim Stanley da Owen Jones?

L’idea dell'”Unipartito” presuppone unità e non differenza. Il banco vince sempre, anche se ti concede un po’ di teatro di burattini per intrattenerti durante la tua schiavitù.

La scorsa settimana ho avuto modo di riflettere su questo concetto dopo che un mio post su Xitter è diventato virale durante le rivolte in Francia:

Mentre decine di migliaia di risposte tutt’altro che educate inondavano le mie notifiche, ho capito due cose:

  1. Non tutti coloro che appoggiarono la distruzione erano di origine immigrata.
  2. Detesto questa visione del mondo più di quanto immaginassi.

C’è stato quel momento, come il poliziotto ne ” I soliti sospetti” che lascia cadere la tazza quando capisce chi è Kaiser Soze, della sconvolgente consapevolezza che i comunisti francesi, bianchi come Giovanna d’Arco, vogliono attivamente che la loro eredità venga distrutta se ciò significa che la società può essere più “equa”.

Quelle orde di immigrati che si riversano sulla scena non sono motivo di imbarazzo per la sinistra francese. Non si vergognano del fallimento del multiculturalismo, anzi lo applaudono ed esclamano: “Ecco la mia creazione!”.

Come sistema di valori, è quanto di più lontano si possa immaginare dal mio. Non si tratta di una differenza superficiale. Non è solo una questione di apparenza o di preferire una squadra di calcio all’altra. È un abisso ontologico incolmabile.

Per me, un edificio neorinascimentale esteticamente gradevole, splendente di affreschi dipinti con cura, possiede un valore intrinseco perché evoca qualcosa di superiore e trascendente. Per loro, invece, è un lusso, un simbolo di repressione e sfruttamento, e non ha più valore di un mucchio di pietre e legno.

Sebbene io non sia francese, desidero che il popolo francese sopravviva e prosperi nella sua grande nazione. I comunisti francesi credono che il loro popolo non sia altro che un branco di banditi e prepotenti, e che la giustizia sia attesa da tempo, ma sia arrivata sotto forma di milioni di fanatici stranieri.

Da dove, esattamente, dovrebbe iniziare la conversazione?

È appropriato che la Francia sia la patria delle forme più ripugnanti di sinistra, perché è lì che tutto ha avuto inizio. La Gran Bretagna ama raccontarsi la storia che il popolo britannico semplicemente non si comporta come i francesi; non siamo inclini a rivolte e rivoluzioni. Tuttavia, si potrebbe altrettanto validamente sostenere che ciò significa semplicemente che lo Stato britannico è più abile nel contenere il dissenso e nel presentare false alternative, ed è per questo che concetti come destra e sinistra spesso sembrano privi di significato.

Se termini come destra e sinistra sembrano fragili e inadeguati, forse è più preciso parlare di ordine e caos. La fusione tra la sinistra radicale e le “ideologie” del Terzo Mondo è, a mio avviso, il caos incarnato. Ci sono persone di estrema destra che amano avvicinarsi al Terzo Mondo, intravedendo un potenziale nelle critiche al neoliberismo e al potere sionista. Può sembrare radicale e provocatorio, ma non è meno ingenuo della donna francese disperata che assiste impotente al saccheggio della sua boutique da parte proprio di coloro che lei sostiene.

È un profondo fraintendimento dell’abisso metafisico che impedisce qualsiasi alleanza, per quanto utopica, o fantasia tattica. Sono estremamente critico nei confronti dell’influenza sionista sulla politica estera americana e dei lacchè del centro-destra britannico che la coprono. Eppure non mi illudo che la popolazione islamica britannica mi ringrazierà per il mio sostegno tornando a casa.

Allo stesso modo, e so che è profondamente fuori moda dirlo, preferirei bere qualcosa in un pub con un sostenitore di Reform UK o un fan di Tommy Robinson piuttosto che con qualcuno del Partito Laburista o dei Verdi. Potrei trovarli ingenui e alcune delle loro idee idiote, ma almeno partiamo da un punto di vista simile.

Le premesse dell’estrema sinistra francese sono a dir poco folli, e dopo aver letto letteralmente decine di migliaia dei loro post al vetriolo, le riassumerò qui:

Lo Stato francese è intrinsecamente oppressivo e sfruttatore. La sua architettura, le sue sculture e la sua arte sono state finanziate con denaro estorto alle persone più povere (non bianche), ed è moralmente giustificato demolire tutto e ricominciare da capo. Gli immigrati che stanno distruggendo la Francia non sono meno francesi di chiunque altro, ma sono anche vittime di un’oppressione storica che ha avvantaggiato gli europei.

In breve, vogliono distruggere la vostra civiltà, sconfiggervi e rimpiazzarvi.

È una questione esistenziale, e questo non cambia solo perché ci piace vedere Ana Kasparian che surclassa Ben Shapiro su Xitter.

Secondo i principali opinionisti occidentali, i “disordini” sarebbero causati dalle difficoltà economiche e dall’alto costo della vita. Questa spiegazione è certamente comoda, ma non va del tutto scartata. Nonostante la Francia vanti uno dei sistemi di welfare più generosi al mondo e un’età pensionabile di soli 62 anni (che salirà a 64 il prossimo anno), il tenore di vita è in calo, come del resto in tutta Europa. Molti, soprattutto in America, additano la colpa al welfare state e al pensionamento anticipato, ma al momento i veri problemi sono gli shock energetici causati dalle guerre senza fine, l’inflazione e l’indebitamento dilagante.

Qualunque sia la soluzione a questi mali, utilizzare il Terzo Mondo come biomassa da usare come arma per radere al suolo il paese non è certo quella giusta.

Una donna francese bianca che fatica ad arrivare a fine mese non appartiene allo stesso sottoproletariato degli stranieri perché non è straniera e perché è bianca. Implorerà pietà agli uomini che ha sostenuto e a cui ha offerto sostegno ideologico, come al latte materno, mentre questi la abbandonano per derubarla dei suoi oggetti di lusso.

Anche in una vera crisi in cui lo Stato crolla, chi o cosa avrà la volontà e il principio organizzativo di sedersi dietro la grande scrivania del Palazzo dell’Eliseo? I transessuali? Le femministe?

A mio avviso, il terzomondismo rappresenta la fine definitiva della nostra civiltà.

Qualche anno fa ho scritto un saggio sul disastro del sottomarino Oceangate intitolato “Too Heavy For Superman”, ispirandomi alla canzone dei Flaming Lips.

Troppo pesante persino per Superman...Troppo pesante persino per Superman…Morgoth·23 giugno 2023Leggi la storia completa

Il testo della canzone mette in luce un problema: si presume che il genio e l’organizzazione occidentali possano compiere miracoli e superare qualsiasi ostacolo (in questo caso, il recupero di un sottomarino mal progettato, a migliaia di metri di profondità, accanto al Titanic ).

Anche se non fosse implosa immediatamente, non saremmo comunque riusciti a rialzarla entro 72 ore. Ci dispiace, non si può fare; ci sono dei limiti invalicabili.

Allo stesso modo, possiamo superare fallimenti e corse agli sportelli bancari, sistemi di governo fallimentari e possiamo perdere guerre. Possiamo sostituire linee logistiche interrotte e aumentare i raccolti con fertilizzanti progettati in modo intelligente.

Ma il Terzomondismo rappresenta l’oblio demografico, la cancellazione culturale e l’allontanamento dalle istituzioni del potere. Mi dispiace, non si torna indietro da questo; non possiamo tirarlo fuori dal fondo del mare; resta lì con i granchi. Possiamo curare una ferita alla zampa posteriore di un cavallo, ma non possiamo annullare l’impatto.

Capisco le argomentazioni del tipo: “Beh, questi sono i francesi e ai francesi piace scatenare rivolte”. Ho visto la Francia insanguinarsi e non riuscire a eleggere una Le Pen per gran parte della mia vita adulta. Ma ogni volta, la distruzione è un po’ più grave, un po’ più sadica e un po’ più aliena. Si dà per scontato che, con sufficiente brutalità della polizia e una maggiore militarizzazione, le forze dell’ordine alla fine riusciranno a tenere la posizione.

Eppure è anche come guardare le onde che vanno e vengono, finendo per spazzare via un castello di sabbia. Forse non questa volta, forse non l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Ma un giorno, a meno che le forze dell’ordine non affrontino davvero le scomode realtà sulla gravità del problema e sulla sua natura esistenziale, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.

Dillo a tutti
In attesa di Superman
Che dovrebbero cercare di resistere il più possibile
Non li ha lasciati cadere
Dimenticato o qualsiasi altra cosa
È semplicemente troppo pesante perché Superman possa sollevarlo

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In vista del quinto plenum, Pechino continua a sottolineare l’importanza dell’attuazione, di Fred Gao

In vista del quinto plenum, Pechino continua a sottolineare l’importanza dell’attuazione

Due articoli di Qiushi offrono un utile spaccato delle priorità della leadership in vista della riunione.

Fred Gao19 ottobre
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La quinta sessione plenaria di quest’anno si differenzia dalle precedenti. Mentre le sessioni plenarie passate si sono spesso concentrate sul successivo piano quinquennale, la quarta sessione plenaria del 2025 ha già adottato raccomandazioni per il quindicesimo piano quinquennale.

Per il prossimo Quinto Plenum, l’attenzione è rivolta alla “piena e rigorosa autogoverno del Partito”. Ho trovato due articoli nell’ultimo numero di Qiushi , la principale rivista del Partito, che offrono alcuni indizi sulla direzione della riunione. I loro temi sovrapposti suggeriscono che, oltre all’attenzione precedentemente annunciata sulla lotta alla corruzione, la riunione potrebbe anche affrontare i meccanismi per l’attuazione delle decisioni prese dal comitato centrale.

Il primo articolo è una riedizione del discorso di Xi Jinping del 12 gennaio 2026 alla quinta sessione plenaria della 20a Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, dal titolo “Promuovere un’autogoverno completo e rigoroso del partito con standard più elevati e più concreti”. Misure”. Il secondo è “Migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e misure del Comitato centrale del partito” . Plans”,完善党中央重大决策部署落实机制, di Wang Xipeng, direttore dell’Istituto di economia industriale, Accademia cinese delle scienze sociali.

La parte iniziale del discorso di Xi sottolinea la necessità di attuare le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito con maggiore risolutezza ed efficacia. Il secondo articolo adotta un approccio più orientato alla “diagnosi e alla soluzione dei problemi”. Tra le carenze individuate da Wang figurano l’assegnazione di compiti insufficientemente specifici, che lasciano troppo spazio alla discrezionalità; un eccessivo affidamento su registri di lavoro e documentazione scritta durante le ispezioni, con una scarsa verifica in loco; e le difficoltà nella condivisione dei risultati delle ispezioni tra i vari dipartimenti. Questi punti evidenziano in realtà l’assenza di un meccanismo specifico per la supervisione dell’attuazione delle politiche. Le pratiche attuali si basano maggiormente sulla presentazione di documentazione ai livelli superiori della gerarchia amministrativa per dimostrare l’avvenuta esecuzione del lavoro, ma rendono difficile verificare se i risultati abbiano effettivamente raggiunto gli obiettivi prefissati. Ciò significa anche che, oltre a svolgere il proprio lavoro, i funzionari locali devono dedicare ulteriore tempo a dimostrare di averlo effettivamente svolto.

I meccanismi di tolleranza potrebbero essere fondamentali

Nonostante l’enfasi sull’attuazione delle politiche, sarebbe eccessivamente semplicistico definirla semplicemente una spinta verso un controllo più rigido. L’articolo di Wang critica esplicitamente anche gli approcci semplicistici alla responsabilità, osservando che i funzionari locali potrebbero optare per l’inazione perché “più fanno, più errori commettono”. Allo stesso modo, il discorso di Xi afferma che lavorare in modo creativo e attuare con fermezza le decisioni centrali “non sono in contrapposizione”.

A mio avviso, Pechino vuole distinguere tra la mancata attuazione di una politica e la sperimentazione che, pur rimanendo fedele agli obiettivi sottostanti, la politica stessa rimane fedele a tali principi. Questo è uno dei cambiamenti che ritengo degni di attenzione, sebbene non sia ancora chiaro come verrà tracciata tale distinzione o quali meccanismi la sosterranno. Tra le possibilità si possono considerare la definizione di circostanze in cui i funzionari sono esentati da responsabilità, la correzione proattiva degli errori come motivo per un trattamento più indulgente, oppure la definizione di confini distinti tra iniziative pilota e sperimentazione.

Cosa guardare

Due questioni meritano particolare attenzione. La prima è se il “miglioramento dei meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito” diventerà un punto all’ordine del giorno a sé stante. Se dovesse comparire come sezione separata, ciò indicherebbe che la dirigenza ha iniziato a considerare l’attuazione delle politiche come una questione istituzionale, piuttosto che meramente disciplinare.

La seconda questione riguarda la possibile revisione del sistema di valutazione delle prestazioni. Se le valutazioni future dovessero basarsi meno sulla documentazione e sui registri di lavoro, e incorporare invece i risultati delle verifiche in loco, i progressi verso gli obiettivi politici e il feedback del pubblico, ciò modificherebbe la struttura degli incentivi per i funzionari locali. Come sostiene Zhou Li’an nel suo articolo, esiste una “trinità impossibile” nella governance. Obiettivi rigidi, regole di attuazione strettamente definite e risorse politiche ed economiche limitate non possono essere raggiunti contemporaneamente. Ciò che mi interessa maggiormente è come si potrebbe trovare un nuovo equilibrio tra questi tre elementi.

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Qui di seguito trovate le versioni in inglese di due articoli che ho tradotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Promuovere la piena e rigorosa autonomia del partito con standard più elevati e misure più concrete.

Autore: Xi Jinping
Pubblicato: 15 ottobre 2026

Il periodo del “15° Piano quinquennale” è un momento cruciale per gettare le basi e compiere uno sforzo concertato verso il raggiungimento sostanziale della modernizzazione socialista. Per trasformare in realtà il progetto elaborato dalla Quarta Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale, dobbiamo sostenere e rafforzare la leadership complessiva del Partito, promuovere con perseveranza la piena e rigorosa autogoverno del Partito, rafforzare il senso di missione e lo spirito combattivo di tutto il Partito, consolidare l’unità del Partito, mantenere pure le fila del Partito ed elevare le capacità e il livello di leadership del Partito.

Didascalia: Il 12 gennaio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha pronunciato un importante discorso alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Partito Comunista Cinese. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

I. Attuare con maggiore risolutezza e vigore le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale per il mantenimento dell’autorità del Comitato Centrale e di una leadership centralizzata e unificata, nonché un’importante lezione storica per il continuo sviluppo del Partito e della causa popolare. Il Partito Comunista Cinese è nato da ideali e lotte per la sua missione. È stato sotto la forte guida del Comitato Centrale del Partito che generazioni di comunisti, impavidi di fronte alle difficoltà, hanno portato avanti la lotta e condotto con successo il popolo cinese da una società semi-coloniale e semi-feudale a elevarsi, prosperare e diventare forte, aprendo la retta via del socialismo con caratteristiche cinesi. Oggi abbiamo raggiunto una fase critica nel sostanziale raggiungimento della modernizzazione socialista, e il cammino che ci attende ci riserverà certamente grandi prove, tra cui venti impetuosi, onde altissime e persino tempeste furiose.

Finché avremo ideali nel cuore, la nazione nella mente e la missione sulle spalle, potremo guardare al futuro con lungimiranza, rafforzare costantemente la nostra fiducia e la nostra forza, superare ogni difficoltà e unire l’intero Partito e l’intero Paese in un unico obiettivo, affinché le decisioni e i piani principali del Comitato Centrale del Partito siano effettivamente attuati. Dobbiamo conquistare un “Passo di Loushan” e un “Passo di Lazi” dopo l’altro. Tutte le organizzazioni del Partito e tutti i membri e quadri del Partito devono rafforzare il loro senso di responsabilità politica e di missione storica, fare dell’aspirazione fondante del Partito il loro scopo principale e dedicare tutta la loro saggezza e forza al compimento del compito centrale del Partito. I quadri dirigenti a tutti i livelli devono partire dalla missione e dai compiti del Partito e stabilire e mettere in pratica una corretta visione dell’operato. Dovrebbero chiedersi se il loro pensiero e le loro azioni si siano allontanati dall’alto ideale del comunismo e dall’ideale condiviso del socialismo con caratteristiche cinesi, se si siano discostati dallo scopo fondamentale di servire il popolo con tutto il cuore, se si siano allontanati dalla linea, dai principi e dalle politiche del Partito o dalle principali decisioni e dai piani del Comitato Centrale, e se si siano distaccati dalle condizioni nazionali e dalle circostanze reali delle proprie regioni e dipartimenti. Con lo spirito che il successo non deve essere attribuito a se stessi, ma porterà sicuramente la propria impronta, dovrebbero concentrarsi con determinazione sul progresso della modernizzazione in stile cinese.

Il nostro Partito dispone di solidi meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, che nel complesso funzionano in modo fluido ed efficace. Allo stesso tempo, le informazioni raccolte attraverso ispezioni, verifiche e attività di supervisione dimostrano la persistenza di problemi, tra cui la mancata attuazione di decisioni e piani importanti, nonché un’attuazione distorta o impropria, e in alcuni ambiti tali problemi sono piuttosto gravi. È necessario chiarire che l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole del Partito. Sottolineiamo l’importanza di “sostenere i Due Principi Fondamentali” (两个维护) e di mantenere un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete, non in slogan vuoti, e non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra. Chiunque violi questi requisiti deve essere chiamato a risponderne: criticato dove è dovuto, corretto dove necessario e disciplinato dove la disciplina è giustificata. Non ci devono essere superficialità o ambiguità nella gestione di tali casi. La supervisione politica in questo ambito deve essere rafforzata.

Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, i compiti di sviluppo economico e sociale sono estremamente impegnativi. Dobbiamo concentrarci attentamente sulle direttive strategiche del Comitato Centrale, tra cui la promozione di un nuovo paradigma di sviluppo, la diffusione di uno sviluppo di alta qualità e l’accelerazione della costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Dobbiamo impegnarci nella costruzione di un moderno sistema industriale, nello sviluppo di nuove forze produttive di qualità in base alle condizioni locali, nella creazione di un mercato nazionale unificato, nell’espansione dell’apertura a standard elevati, nel costante progresso della prosperità comune per tutti, nella prevenzione di un ritorno sistematico alla povertà, nella risoluzione del debito occulto degli enti locali, nel rafforzamento della tutela ambientale e nel bilanciamento tra sviluppo e sicurezza. Dobbiamo rafforzare la supervisione, rendendola specifica, precisa e continua, valorizzando i risultati delle ispezioni, intensificando la supervisione delle azioni correttive e garantendo l’attuazione concreta delle decisioni e dei piani della Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale. Quest’anno, gli enti locali saranno soggetti a graduali cambiamenti di leadership. Dobbiamo impedire ai funzionari di rimanere inattivi, in attesa e a guardare mentre la transizione si avvicina, e impedire ai funzionari appena insediati di perseguire vantaggi a breve termine o di “cambiare idea” (翻烧饼) dopo il loro insediamento, affinché il piano venga portato a termine. Occorre sottolineare che l’attuazione risoluta e incisiva delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale non è in contrasto con il lavoro creativo. Ogni attività deve essere fondata sulla realtà e partire dalle condizioni concrete, ed è necessario evitare una rigida imitazione e approcci standardizzati. Pur esercitando una rigorosa supervisione, dobbiamo sostenere e incoraggiare le regioni e i dipartimenti a esplorare metodi e approcci efficaci per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, tenendo conto delle proprie condizioni, in modo che i risultati finali siano coerenti con le intenzioni del Comitato Centrale e con lo scopo originario delle politiche.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale dipende in ultima analisi dalle persone. Dobbiamo vigilare contro le “persone a due facce” (两面人), che nutrono doppi intenti e dicono una cosa e ne fanno un’altra. Queste persone assumono molte forme. Alcune proclamano costantemente lealtà politica e i “Due Sostegni”, reagendo rapidamente e rumorosamente alle decisioni del Comitato Centrale, ma in pratica si dedicano all’inganno, fanno ciò che vogliono, ignorano gli ordini e non rispettano i divieti, commettendo quelle che sono note come le “sette cose che fanno per sé” (七个有之). Altre abbracciano il liberalismo nel loro pensiero e antepongono l’individualismo a tutto il resto, accettando il socialismo della nuova era con caratteristiche cinesi solo quando fa loro comodo e rifiutandolo quando non lo fa. Altre ancora si dedicano all’opportunismo politico, adulando e ingraziandosi gli altri, seguendo il vento e muovendosi ovunque si trovino i loro interessi, sempre pronte a “abbandonare la nave”. Altri praticano il fazionalismo nelle questioni organizzative, formando cricche, escludendo i dissidenti e usando nomi collettivi per servire interessi di piccoli gruppi. Altri praticano il dipartimentalismo nel loro lavoro, proteggendo solo il proprio “piccolo appezzamento di terra” e sacrificando il tutto per la parte e il lungo termine per il breve termine. Altri ancora praticano una forma fuorviante di “buonismo” nello svolgimento dei loro doveri, omettendo di fermare o correggere i problemi che scoprono e lasciandoli diffondere, affermando che ciò preserva l’unità mentre in realtà evitano le responsabilità. Tutti questi comportamenti violano i principi del Partito, ostacolano seriamente l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale e causano enormi danni alla causa e all’immagine del Partito. Devono essere smascherati con coraggio ed eliminati con decisione. Durante le transizioni di leadership, dobbiamo essere particolarmente vigili, promuovere quadri validi, genuinamente leali, affidabili, onesti e responsabili e non permettere mai che “persone a due facce” o coloro che antepongono gli interessi personali si infiltrino.

II. Utilizzare le istituzioni per limitare il potere in modo più scientifico ed efficace

Confinare il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali è un compito importante per un’autogoverno del Partito pieno e rigoroso nella nuova era. Dopo il XVIII Congresso Nazionale del Partito, il primo importante regolamento interno al Partito che abbiamo formulato è stato il Regolamento Centrale in Otto Punti (中央八项规定). Abbiamo iniziato con questo perché molti problemi associati ai “Quattro Stili di Lavoro Indesiderabili” (四风) appaiono in superficie come distacco dalle masse e indulgenza nel lusso, ma nella loro essenza implicano la formazione di cricche per profitto personale e collusione per mutuo vantaggio, occultando scambi di potere con potere, potere con denaro e potere con favori sessuali, che danneggiavano gravemente l’immagine del Partito agli occhi del popolo. Siamo partiti dalle questioni a cui le masse hanno reagito più forte, abbiamo stabilito regole ferree e imposto vincoli rigorosi, siamo rimasti fermi sui nostri obiettivi e non abbiamo mai allentato la presa, e abbiamo usato lo spirito di perseveranza per attuarli. Ciò ha fermato molte tendenze malsane che prima si ritenevano impossibili da arrestare e ha eliminato alcuni mali profondamente radicati che persistevano da anni. Ha posto fine al caos in cui “centinaia di documenti non riuscivano a tenere a freno una sola bocca” e, attraverso l’esempio di “spostare il palo di legno per costruire la fiducia”, ha portato a una completa trasformazione della condotta del Partito e dello stile di governo, generando una potente energia positiva per il Partito e lo sviluppo del Paese. La campagna di apprendimento e formazione condotta in tutto il Partito lo scorso anno ha ulteriormente unificato il pensiero, approfondito la comprensione, sintetizzato l’esperienza e migliorato le misure, dimostrando la nostra ferma determinazione a portare a termine il Regolamento Centrale in Otto Punti. Non ci sono scorciatoie per attuare lo spirito del Regolamento Centrale in Otto Punti. La chiave sta in due parole: “costanza” (常) e “lungo termine” (长). Senza un’attenzione costante, si verificano ricadute; senza un impegno a lungo termine, la conformità consapevole non può radicarsi. Dobbiamo consolidare ed estendere i risultati della campagna di approfondimento e formazione sul Regolamento centrale in otto punti, migliorare costantemente i meccanismi per l’individuazione e la risoluzione periodica dei problemi e rendere il miglioramento delle modalità di lavoro una prassi consolidata e duratura.

Didascalia: Dal 25 al 26 dicembre 2025, il Politburo del Comitato Centrale del PCC ha tenuto una riunione sulla vita democratica. Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, ha presieduto la riunione e ha pronunciato un importante discorso. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

La pratica di attuare scrupolosamente gli Otto Punti del Regolamento Centrale dimostra che, per contenere il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali, dobbiamo sia perfezionare le regole, tessendo una gabbia più solida e robusta, sia migliorarne l’applicazione, rafforzando i vincoli esistenti. Dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale del Partito ha attribuito grande importanza allo sviluppo di leggi e istituzioni. Il numero di regolamenti formulati e rivisti è senza precedenti e si è delineato un sistema relativamente completo di leggi e regolamenti del Partito. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che alcune regole sono eccessivamente generiche, mancano di disposizioni mirate e operative, non presentano uno stretto coordinamento tra i diversi regolamenti e lasciano lacune e scappatoie, e che lo sviluppo istituzionale per i nuovi settori, i nuovi modelli di business e i nuovi gruppi è in ritardo. Dobbiamo continuare a migliorare le leggi e i regolamenti del Partito, rafforzare l’apporto istituzionale in base alle reali esigenze di costruzione e governo del Partito, stabilire rapidamente norme laddove manchino e rivedere e integrare prontamente quelle incomplete o obsolete, in modo che il sistema sia completo ma non farraginoso, efficace e pratico, ed evitare il problema di “usare un recinto per il bestiame per tenere un gatto” (牛栏关猫).

Nel corso degli anni, abbiamo adottato una serie di misure per far rispettare leggi e regolamenti, ma i problemi persistono laddove le norme istituzionali esistono solo sulla carta e, in alcuni casi, l’applicazione si indebolisce a ogni livello successivo, dando vita a “una gabbia di carta che non può contenere una tigre” (纸笼禁虎). Quando le regole esplicite non vengono rispettate, le regole non scritte inevitabilmente prosperano. Quando le regole non scritte dominano, quelle esplicite diventano mera decorazione. Perché ci sono così tanti intermediari politici e ciarlatani attivi nella società? Perché le regole non scritte rendono inefficaci leggi e regolamenti e creano un effetto “finestre rotte”. Alcuni quadri si affidano alle reti personali piuttosto che ai canali organizzativi e alcune persone si fidano delle conoscenze personali piuttosto che della disciplina di partito e della legge. Se ciò continua, “il denaro sporco scaccia quello buono” e “una nota personale ha più peso di un sigillo ufficiale”, il che eroderà inevitabilmente l’ecosistema politico e alimenterà corruzione e disordine. Per arginare le regole non scritte, la chiave è rafforzare l’applicazione delle regole esplicite. Dobbiamo rafforzare la divulgazione e la conoscenza delle leggi e dei regolamenti, guidando i membri e i quadri del Partito a comprendere la disciplina e la legge, a conoscere le regole esplicite e a rispettarle con timore reverenziale, riconoscendo che leggi e regolamenti sono al contempo una “fascia per capelli” (紧箍咒) e un “talismano protettivo” (护身符). Dobbiamo ulteriormente accrescere la trasparenza degli affari di Partito e di governo, garantire che il potere operi alla luce del sole e privare le regole non scritte del loro mercato. Dobbiamo sostenere il principio che tutti sono uguali di fronte alle leggi e ai regolamenti, che il rispetto non è soggetto a privilegi e che l’applicazione non ammette eccezioni. Dobbiamo punire severamente coloro che “passano con il semaforo rosso” o “scavalcano le recinzioni” e ritenere responsabili coloro che hanno responsabilità di leadership, affinché le regole istituzionali diventino davvero fili elettrici ad alta tensione che nessuno osa toccare.

L’efficacia dell’attuazione istituzionale in una regione o in un dipartimento dipende in larga misura dal suo “responsabile principale” (一把手). Per contenere il potere entro i limiti istituzionali, dobbiamo concentrarci sul garantire che il “responsabile principale” assuma un ruolo guida nell’attuazione delle regole. Le opinioni del Comitato Centrale del Partito sul rafforzamento della supervisione dei “responsabili principali” e dei team di leadership stabiliscono requisiti chiari per l’attuazione del centralismo democratico e per il miglioramento della supervisione dei processi decisionali “tre principali e uno importante” (三重一大). I membri dei team di leadership a tutti i livelli, in particolare i “responsabili principali”, devono dare l’esempio, assumere un ruolo guida nell’attuazione rigorosa delle regole e garantire che anche la relativa supervisione sia efficace.

III. Portare avanti la lotta alla corruzione in modo più chiaro e risoluto

Dal XVIII Congresso Nazionale, il nostro Partito ha approfondito l’autorivoluzione, si è opposto con fermezza alla corruzione e ha tracciato con successo un percorso cinese di lotta alla corruzione sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito. Questo percorso combina l’affrontare sia i sintomi che le cause profonde e procede in modo integrato per rendere i quadri “incapaci, non disposti e non osanti” essere corrotti. Questo percorso deve continuare ad essere seguito con risolutezza.

Attualmente, la corruzione continua a manifestarsi e a ripresentarsi. I fatti dimostrano ancora una volta che il giudizio del Comitato Centrale del Partito, secondo cui “la lotta alla corruzione rimane dura e complessa, e il compito di eliminare i terreni fertili e le condizioni che la alimentano rimane arduo e gravoso”, è pienamente corretto. La lotta alla corruzione è un processo senza fine e un compito continuo. Dobbiamo portarla avanti con lo spirito del Vecchio Folle che spostò le montagne e con lo spirito di Jingwei che riempì il mare, e perseverare fino alla fine. I fatti ci ricordano anche che la corruzione è il rischio maggiore, la minaccia maggiore e la sfida più grande che il nostro Partito si trova ad affrontare, un ostacolo e una pietra d’inciampo sul cammino dello sviluppo nazionale. Se le si permette di diffondersi senza controllo, inevitabilmente comprometterà il contesto di sviluppo economico, innescherà diversi rischi e scuoterà le fondamenta del governo del Partito. L’esperienza ci ha anche insegnato che la lotta alla corruzione è una battaglia fondamentale che non possiamo permetterci di perdere e che non dobbiamo mai perdere, una battaglia che non può fermarsi un attimo né indietreggiare di un solo passo. Come recita la poesia, “Mentre le navi affondate vengono superate da mille vele, gli alberi malati che si trovano davanti sono accolti da diecimila fioriture primaverili”; gli alberi malati devono essere sradicati e abbattuti dove necessario. Dobbiamo “incalzare il nemico in fuga finché abbiamo ancora forze da spendere”, mantenere la calma strategica e la resilienza in combattimento, continuare a sradicare la corruzione in modo completo e arrivare alla radice del problema. Non importa quanto grande sia la resistenza o il costo, dobbiamo portare avanti la lotta contro la corruzione fino alla fine. Indipendentemente da chi sia, dalla sua posizione o dai suoi contributi passati, chiunque si macchi di corruzione non sarà risparmiato!

Dobbiamo mantenere una posizione di costante e forte pressione. Dobbiamo attenerci al principio che ovunque esista la corruzione, essa deve essere contrastata; ovunque si trovi la corruzione, essa deve essere estirpata; e il male deve essere completamente eliminato, in modo che gli elementi corrotti non abbiano dove nascondersi. Dobbiamo concentrarci sulle aree in cui il potere è concentrato, il capitale è denso e le risorse sono abbondanti, vigilando attentamente sulla collusione tra governo e imprese, sulla protezione del capitale da parte del potere e sull’infiltrazione del capitale nella politica. Dobbiamo intensificare le indagini sulla corruzione tra i “primi incarichi” e i giovani quadri, e rimuovere con fermezza gli individui corrotti che non si ravvedono e persistono nelle loro malefatte. Dobbiamo punire con risolutezza coloro che offrono tangenti e che violano consapevolmente la legge o che commettono reati ripetutamente. Dobbiamo scavare a fondo per scoprire nuove e nascoste forme di corruzione, inclusi i benefici attesi, gli accordi per partecipazioni azionarie nominali e il fenomeno delle “porte girevoli” tra governo e imprese. Dobbiamo intensificare ulteriormente le campagne centralizzate contro le tendenze malsane e la corruzione a livello locale, e rafforzare la governance della corruzione transfrontaliera e gli sforzi per perseguire i latitanti e recuperare i beni rubati. Le località e i dipartimenti in cui si sono verificati importanti casi di corruzione devono eliminare completamente le tracce residue e rimuovere del tutto le fonti di contaminazione.

Dobbiamo rafforzare costantemente la capacità di penetrazione della lotta alla corruzione. Dobbiamo cogliere le nuove tendenze e caratteristiche della corruzione, innovare i nostri metodi e individuare, identificare con precisione e contrastare efficacemente le varie forme di corruzione con maggiore tempestività. Dobbiamo approfondire l’indagine e la gestione congiunta dei problemi legati allo “stile” e alla corruzione, andando oltre la superficie dello “stile” per smascherare l’essenza della corruzione. Dobbiamo indagare a fondo sulla pratica di utilizzare gli affari per sostenere i funzionari, i funzionari per proteggere gli affari e la collusione tra funzionari e imprenditori, che si cela dietro l’inazione e le azioni arbitrarie. Dobbiamo inoltre indagare a fondo sulle richieste di favori e sui trasferimenti di interessi che si celano dietro un’ospitalità impropria e punire severamente coloro che si associano a intermediari politici e ciarlatani della politica. Dobbiamo rafforzare il potenziale della tecnologia e fare un maggiore uso dei big data e di altri strumenti per migliorare l’efficienza della supervisione, del controllo disciplinare e dell’applicazione della legge. Naturalmente, l’uso delle nuove tecnologie deve essere regolato da rigorose norme etiche e di sicurezza dei dati e deve essere attuato nel rigoroso rispetto delle regole, della disciplina e della legge del Partito. Dobbiamo migliorare i meccanismi di attuazione delle responsabilità in materia di lotta alla corruzione. I comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli devono assumersi con fermezza la loro principale responsabilità, e i segretari di partito devono adempiere al loro ruolo di primi responsabili. Devono assumere posizioni ferme e chiare, guidare le parti interessate nell’assunzione piena delle proprie responsabilità e non considerare la lotta alla corruzione come una mera questione di competenza delle commissioni disciplinari, di controllo e di vigilanza. Devono conoscere a fondo le proprie responsabilità, assumersele e portarle a termine.

Didascalia: Il 15 luglio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha visitato Shanghai. Questa foto mostra Xi mentre conversa cordialmente con i rappresentanti dei residenti, i quadri di sottodistretto e gli operatori comunitari presso il centro servizi del Partito per le masse nel quartiere residenziale di Shimin Xincun, nel distretto di Banshengyuan Road, distretto di Huangpu, durante la sua visita. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

Dobbiamo impegnarci maggiormente per promuovere un approccio integrato dall’alto verso il basso. La promozione integrata di un approccio che mira a contrastare la corruzione in modo totale, senza ostacoli, riluttanza o osare corrompere, risiede proprio nella parola “integrato”, ed è difficile proprio perché è integrato. Dobbiamo rafforzare il pensiero sistemico e agire simultaneamente, nella stessa direzione e in modo completo. In pratica, potremmo dare priorità diverse alle varie fasi, ma non dobbiamo separarle o trascurarle, e dobbiamo impedire che un pensiero basato su fasi o collegamenti comprometta l’efficacia degli sforzi anticorruzione. Dobbiamo ulteriormente migliorare il meccanismo di lavoro anticorruzione e garantire il coordinamento nell’assegnazione dei compiti, nell’allocazione delle risorse, nell’avanzamento del lavoro e nella valutazione delle prestazioni. Dobbiamo collegare la supervisione quotidiana dell’organizzazione del Partito, l’ispezione e la supervisione disciplinare, e la supervisione attraverso visite ispettive, audit, petizioni e opinione pubblica, sfruttando appieno la “lampada senza ombra” (无影灯) della supervisione globale e il “bisturi” (手术刀) della gestione energica dei casi, e promuovere una governance integrata attraverso il coordinamento lungo tutta la catena. Dobbiamo concentrarci sull’apprendimento dai casi per promuovere la riforma e la governance, analizzando le cause della corruzione, identificando le lacune gestionali e utilizzando i casi emblematici come monito e formazione, in modo che i vecchi problemi non si ripresentino e nessun costo sia pagato invano. Dobbiamo selezionare e nominare i quadri secondo gli standard per i buoni quadri della nuova era, costruire relazioni sane e positive tra i compagni di Partito e rapporti puliti e stretti tra governo e imprese, e purificare continuamente l’ecosistema politico. Dobbiamo rafforzare lo sviluppo di una nuova cultura anticorruzione, migliorare la rilevanza e l’efficacia dell’educazione all’integrità e creare con vigore un ambiente sociale che valorizzi l’integrità, respinga la corruzione e promuova la frugalità opponendosi allo spreco.

Gli organi di ispezione e supervisione disciplinare hanno una grande responsabilità e una nobile missione nel promuovere la piena e rigorosa autogoverno del Partito. Essi devono sempre ricordare qual è il loro compito, sostenere con fermezza l’unità del Partito e salvaguardare con risolutezza la sua natura avanzata e la sua purezza. Dobbiamo continuare a rafforzare la standardizzazione, il fondamento giuridico e la formalizzazione del lavoro di ispezione e supervisione disciplinare, e migliorare costantemente la qualità e l’efficienza della supervisione, dell’applicazione della disciplina e dell’applicazione della legge. Dobbiamo rimanere fermi sul principio di rivolgere la lama verso l’interno ed eliminare con risolutezza i “cavalli che danneggiano il gregge”. Dobbiamo continuare a rafforzare la formazione di squadre secondo i requisiti di solidità politica, competenza professionale, buona condotta e integrità, e forgiare una “squadra d’acciaio” di personale addetto all’ispezione e alla supervisione disciplinare che sia leale, integro, responsabile, coraggioso e abile nella lotta.

Nota: Questa è la parte principale del discorso del Segretario Generale Xi Jinping alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del 12 gennaio 2026.

Migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito.

Wang Xipeng

“Durante gli anni di guerra, il Comitato Centrale del Partito e il Presidente Mao comandavano l’intero Partito e l’esercito tramite telegrafo. Il ‘dit-da, dit-da’ del telegrafo era la voce del Comitato Centrale del Partito e del Presidente Mao, e l’intero Partito e l’esercito obbedivano incondizionatamente.” In una conferenza sulla costruzione del Partito negli organi centrali e statali, il Segretario Generale Xi Jinping ha guidato i membri e i quadri del Partito a comprendere, attraverso il suono del “dit-da, dit-da”, che il Comitato Centrale del Partito deve avere un’autorità suprema e le cui decisioni sono definitive. Ha dichiarato con fermezza: “Se gli ordini emessi dal Comitato Centrale del Partito non vengono ascoltati, se gli ordini non vengono obbediti e i divieti non vengono rispettati, allora di cosa si può parlare nel sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata!” Alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare, il Segretario Generale ha ribadito un requisito chiaro: “Sottolineiamo i ‘Due Principi Fondamentali’ e il mantenimento di un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete nell’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito. Non dobbiamo gridare slogan vuoti e, soprattutto, non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra”. Sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata significa sostenere il suo sistema di leadership, le sue procedure e le sue regole, così come le sue decisioni, i suoi piani e le sue modalità di lavoro. L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole politiche del Partito. Indipendentemente dalla complessità dei compiti di una regione o di un dipartimento, la loro responsabilità primaria è quella di attuare efficacemente le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito. Indipendentemente dalla varietà di ruoli e mansioni dei membri e dei quadri del Partito, la loro responsabilità condivisa è quella di attuare efficacemente tali decisioni e piani.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito dipende sia dalla consapevolezza politica che dalle garanzie istituzionali. Dal XVIII Congresso Nazionale del Partito, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha istituito e perfezionato le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle sue principali decisioni e dei suoi piani. Ha rafforzato la responsabilità politica di tutte le regioni e i dipartimenti per l’attuazione e ha costruito un sistema completo di meccanismi di lavoro che comprende l’assegnazione dei compiti, la supervisione dell’attuazione, la rendicontazione periodica, l’ispezione e la diffusione dei risultati, il monitoraggio dei risultati, la supervisione e la rendicontazione. Ciò ha garantito efficacemente che gli ordini del Comitato Centrale vengano eseguiti senza intoppi e che le sue direttive siano rispettate.

Innanzitutto, il sistema di leadership è stato continuamente rafforzato e migliorato. Il Politburo del Comitato Centrale ha adottato disposizioni per rafforzare e sostenere la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale e si fa promotore dell’attuazione delle decisioni e dei piani più importanti, considerandola una responsabilità politica fondamentale. Gli organi centrali di decisione e coordinamento svolgono un ruolo nella definizione di alto livello, nel coordinamento generale, nello sviluppo integrato e nella supervisione dell’attuazione dei compiti principali.

In secondo luogo, si è delineata una divisione delle responsabilità. Sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, i comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli allineano il loro lavoro agli standard richiesti. I dipartimenti funzionali si suddividono il lavoro. Gli organi di controllo verificano i risultati. Gli organi di controllo disciplinare svolgono la supervisione politica. Le unità di base attuano le politiche in modo creativo. Insieme, ripuliscono ogni “capillaro” dell’attuazione.

In terzo luogo, i meccanismi di lavoro sono diventati più pratici ed efficaci. Basandosi sul sistema organizzativo del Partito, dagli organi centrali e statali fino alle prime linee di base, la responsabilità è stratificata e trasferita gradualmente, formando un potente sforzo nazionale “a scacchiera unica”. I comitati di Partito (gruppi di Partito) a tutti i livelli considerano l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale come la loro responsabilità primaria. Applicano coscienziosamente il sistema “primo punto all’ordine del giorno”, suddividono i compiti punto per punto, assegnano una chiara divisione del lavoro, tengono registri delle attività e adottano una gestione basata su liste e un avanzamento di carriera basato su progetti.

In quarto luogo, il quadro istituzionale è diventato più sistematico e completo. Il Comitato Centrale ha formulato e rivisto i regolamenti del Partito, tra cui il Regolamento di funzionamento del Comitato Centrale, il Regolamento di funzionamento dei Comitati Locali del Partito e il Regolamento di funzionamento dei Gruppi di Partito. Questi regolamenti pongono l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale al primo posto tra i doveri degli organi del Partito e di governo e la prima funzione elencata nei regolamenti che determinano le funzioni, la struttura e il personale (i “tre regolamenti”). Il Comitato Centrale ha inoltre formulato e rivisto i regolamenti sulla supervisione interna al Partito, le ispezioni, la responsabilità e le sanzioni disciplinari, stabilendo così rigorosi requisiti di disciplina politica.

In quinto luogo, la responsabilità dell’attuazione è stata rigorosamente applicata. Il Partito ha rafforzato la formazione alla lealtà e alla disciplina politica, ha incoraggiato i membri e i quadri del Partito, in particolare i quadri dirigenti, a stabilire e praticare una corretta visione delle prestazioni e ha indagato seriamente e sanzionato il formalismo e la burocrazia. Ha istituito meccanismi di monitoraggio e feedback, ha studiato e pubblicato tempestivamente politiche di supporto e norme di attuazione dettagliate, ha rafforzato la supervisione politica e intensificato i viaggi di ispezione politica, garantendo unità di pensiero e coerenza di azione in tutto il Partito.

Al momento, il quadro generale è chiaro. Le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale continuano a migliorare, e le regioni e i dipartimenti si dimostrano risoluti ed energici nell’applicarli. Tuttavia, se confrontati con l’esigenza politica di “non trascurare nulla nell’attuazione” e con lo standard disciplinare di “obbedienza agli ordini e rispetto dei divieti”, alcune località e dipartimenti presentano ancora carenze e colli di bottiglia che non possono essere ignorati. Nella suddivisione dei compiti per l’attuazione, a fronte di interventi interministeriali e complessi, alcune località e dipartimenti hanno divisioni dei compiti non sufficientemente specifiche e chiare, lasciando troppo spazio a interpretazioni discrezionali. Ciò fa sì che l’attuazione effettiva si discosti dall’intento originario del Comitato Centrale e incide direttamente sulla profondità e sull’efficacia dell’attuazione delle politiche. In termini di coordinamento, i meccanismi di coordinamento interministeriale a livello centrale sono piuttosto consolidati, ma in alcune località i corrispondenti meccanismi di coordinamento rimangono deboli e il problema dello scaricabarile e dell’ostruzionismo tra i dipartimenti non è stato eliminato, creando reali colli di bottiglia nel lavoro. Nell’ambito della supervisione e dell’ispezione, il lavoro degli organi ispettivi a livello centrale e provinciale è generalmente standardizzato, ma l’attività di supervisione a livello comunale e di contea presenta ancora delle lacune. Alcune attività ispettive si basano eccessivamente su registri e documenti scritti, con verifiche in loco e orientamenti sul campo insufficienti. Tra i dipartimenti generali del Partito, i dipartimenti funzionali e gli enti di supervisione specializzati, non sono stati ancora pienamente definiti meccanismi per ispezioni collegate e condivisione dei risultati. Nel riferire questioni importanti ai superiori per ottenere istruzioni, alcune relazioni non sono tempestive o precise. Persistono la tendenza a riportare buone notizie omettendo quelle cattive, ad agire prima e riferire dopo, e a eludere questioni chiave. Alcuni si concentrano sulla comunicazione dei risultati trascurando il processo, altri presentano richieste a più organi, altri ancora ripetono le relazioni su una singola questione e altri ancora sostituiscono le richieste di istruzioni con le relazioni. Nell’ambito dell’accertamento delle responsabilità, alcune interpretazioni sono generalizzate e semplicistiche. In alcuni casi si tende a “ritenere responsabili i livelli inferiori e non quelli superiori”, scaricando la colpa sui membri e sui quadri del Partito a livello di base. Altri applicano sanzioni disciplinari in modo semplicistico, senza analizzare attentamente la natura del problema o il danno effettivo causato. Ciò smorza l’entusiasmo, l’iniziativa e la creatività dei quadri e incoraggia una mentalità passiva del tipo “più fai, più errori commetti; meno fai, meno errori commetti; se non fai nulla, non commetti errori”. Questi sono vincoli che influenzano la possibilità che le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale attecchiscano e producano risultati.

Il sistema di richiesta di istruzioni e di rendicontazione è un’importante disciplina politica, organizzativa e lavorativa del nostro Partito. Fin dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha attribuito grande importanza a questo lavoro. Ha formulato e emanato una serie di regolamenti del Partito che impongono a tutte le regioni e i dipartimenti di segnalare tempestivamente al Comitato Centrale del Partito le decisioni più importanti, le questioni più rilevanti e le situazioni importanti, indirizzando così questo lavoro verso percorsi istituzionali, standardizzati e scientifici. Didascalia: Regolamento del Partito Comunista Cinese sulla segnalazione di questioni importanti per ottenere istruzioni, entrato in vigore il 31 gennaio 2019. Foto: Sun Tong, grafica.

Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, la Cina si trova ad affrontare un contesto interno ed esterno più complesso, e i compiti di riforma, sviluppo e stabilità sono estremamente impegnativi. Che si tratti di raggiungere traguardi rivoluzionari nell’innovazione tecnologica per superare i problemi più critici, di promuovere uno sviluppo regionale coordinato, di perseguire una trasformazione verde e a basse emissioni di carbonio, o di garantire e migliorare il tenore di vita delle persone e di prevenire e disinnescare i rischi maggiori, nessuno di questi obiettivi sarà facile. Dobbiamo condurre l’intero processo di sviluppo sotto la guida globale del Partito e la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, e utilizzare un solido sistema istituzionale per trasformare il piano strategico in risultati concreti. La Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale ha sottolineato la necessità di migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito, per garantire che fluiscano senza intoppi dall’alto verso il basso e vengano attuati con forza. Le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale sono ancorati agli obiettivi di sviluppo della modernizzazione in stile cinese e riguardano il quadro generale dello sviluppo e gli interessi fondamentali del popolo. Affinché ogni compito si radichi e produca risultati dipende dalla piena attuazione e dal coordinamento preciso ed efficiente da parte delle regioni e dei dipartimenti. Le organizzazioni del Partito a tutti i livelli e le ampie fila dei membri e dei quadri del Partito

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo, di Antonio Rossello

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo

Leggere l’ottobre 2026 con la “circolazione delle élite” di Pareto e la “élite del potere” di Mills: la classe dirigente italiana sta sostituendo il patto sociale con decreti sicurezza. Non è governance, è il fallimento della circolazione

L’intuizione centrale di Pareto non è “esistono le élite”, ma le élite devono circolare: la classe dirigente deve assorbire dagli strati governati gli “individui capaci”, altrimenti il sistema perde equilibrio e la sostituzione avviene infine in modo violento. Nell’ottobre 2026 il governo italiano approva l’ottavo decreto sicurezza 48 ore dopo i disordini di Milano e promette 500 milioni due settimane dopo il blocco del Sud — entrambe le reazioni espongono lo stesso problema: il centro decisionale risponde ai sintomi, non alle strutture che li producono, perché le strutture stesse non rientrano nel suo calcolo di interesse.

Leggere l’ottobre 2026 con la cornice paretiana richiede innanzitutto di identificare chi sono i centri decisori. Nel caso milanese la catena decisionale è visibile: il questore di Milano fornisce i dati di ordine pubblico, il prefetto valuta, il ministro dell’Interno Piantedosi coordina, il Consiglio dei ministri approva il decreto. Nel caso meridionale: gli autotrasportatori bloccano le strade, Salvini convoca il tavolo, promette 500 milioni, li eroga a 32.000 imprese. Entrambe le catene sono corte, rapide e riguardano solo il livello esecutivo. La dichiarazione di Piantedosi dopo l’approvazione del decreto conferma questa lettura: il governo sostiene che le misure “rispondono con fermezza alla violenza e alle scorrerie urbane”, l’opposizione le denuncia come “puramente repressive e propagandistiche”. Entrambe le formulazioni condividono la stessa premessa — l’oggetto della decisione sono i “comportamenti”, non le “condizioni”.

Pareto chiederebbe: in questo circuito, chi è salito dagli strati governati alla posizione decisionale? Delle 271 persone portate in questura a Milano, 220 sono minorenni, il più giovane ha 11 anni. Nelle udienze hanno espresso con chiarezza la propria condizione — un ventenne italiano racconta: “Su TikTok mi è stato proposto un video che segnalava una protesta contro il caro vita, ho deciso di partecipare perché in famiglia c’è una grande difficoltà economica, mio padre lavora in una fabbrica che sta cercando in ogni modo di licenziarlo. All’inizio pensavo a una protesta normale, poi, la rabbia per la situazione della mia famiglia è emersa, ho iniziato a lanciare pietre”. Queste testimonianze descrivono un cortocircuito push—risonanza emotiva—azione immediata, non un’azione politica organizzata. Nessun canale traduce quelle condizioni in input decisionale. I loro “rappresentanti” nella sala del Consiglio dei ministri sono oggetti di discussione (“minori”, “maranza”, “inadatti”), non partecipanti alla discussione.

I camionisti del Sud stanno un po’ meglio: con il blocco hanno ottenuto l’incontro con Salvini, ma il risultato è un pagamento una tantum. Lo stesso Salvini ammette: “È l’inizio di un percorso, non pretendo che martedì mattina ci sia la bacchetta magica”. Finiti i 500 milioni, la stessa logica di blocco si ripropone integralmente al prossimo aumento del petrolio. Il termine paretiano qui è preciso: non è “circolazione”, è assorbimento — ai nuovi membri è consentito accedere al tavolo del negoziato, ma la struttura del tavolo non cambia.

Questo è il sintomo tipico dell’ostruzione della circolazione delle élite di cui parla Pareto. Quando la classe dirigente smette di assorbire dal basso nuovi membri e nuove prospettive, e gestisce i sintomi degli strati inferiori con strumenti politici, il sistema entra in uno stato di stabilità apparente e di entropia interna crescente. Il decreto sicurezza è l’esempio perfetto di questa gestione: ridefinisce il malcontento sociale come “reato”, riducendo la risposta alla sola punizione. Le misure centrali del decreto — fino a 5 anni per la partecipazione a manifestazioni violente, custodia preventiva estesa ai minorenni, responsabilità patrimoniale dei genitori per i danni causati dai figli, invio di 500 militari a Milano — sono, in senso paretiano, un segnale: non un segnale di deterrenza verso la violenza, ma un segnale di chiusura del canale di ascesa. Chi tenta di organizzare l’azione collettiva dal basso si troverà di fronte alla giustizia penale, non al tavolo del negoziato politico.

Ancora più significativo è che persino le élite professionali interne al sistema iniziano a contestare pubblicamente questa strada. Il segretario del sindacato di polizia Siulp, Felice Romano, ha dichiarato a Il Foglio che inviare militari per le strade “è un pericoloso passo indietro”, avvertendo che “la dimostrazione di muscoli provoca una reazione di muscoli, serve la prevenzione”. Ha inoltre sottolineato un fatto paretiano: questo è il terzo decreto sicurezza della legislatura, “la prova che il decreto precedente non ha funzionato. Non bastano l’innalzamento delle pene o interventi solo sul piano repressivo”. Quando gli esecutori stessi del sistema iniziano a dire pubblicamente che il sistema non funziona, l’ostruzione della circolazione non è più un’ipotesi accademica.

Il concetto di “élite del potere” di Mills offre un complemento. Mills sostiene che i vertici delle tre istituzioni — governo, grande impresa, esercito — formano un’élite coesa, i cui membri circolano tra i tre ambiti e condividono interessi fondamentali. La risposta decisionale italiana dell’ottobre 2026 vi corrisponde pienamente: il finanziamento del decreto sicurezza proviene dal deficit aggiuntivo per la difesa; i 500 militari di Milano vengono dall’esercito (quasi tutti dalla brigata paracadutisti “Folgore”); i 500 milioni del Sud sono distribuiti attraverso i canali negoziali tra imprese e governo. I tre circuiti decisionali — politico, economico, militare — si coordinano nella risposta alla crisi, ma la direzione del coordinamento è il consolidamento dell’ordine esistente, non il suo cambiamento. La cornice di Mills rivela anche una dinamica più sottile: quando il sindacato di polizia (élite interna al sistema) e il presidente Mattarella (guardiano costituzionale) bloccano contemporaneamente il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, non si tratta di una “frattura tra élite”, ma di un auto-aggiustamento delle élite al confine — sanno quali strumenti mettono a rischio la legittimità del sistema stesso e quali no. La repressione è consentita, ma la forma della repressione deve restare entro la cornice costituzionale. È la gestione raffinata in uno stato di ostruzione della circolazione: i sintomi possono essere trattati con durezza, ma gli strumenti del trattamento non devono scuotere la struttura.

La domanda paretiana decisiva è: l’ostruzione della circolazione delle élite è temporanea o strutturale? La storia offre un riferimento: dopo il 1861 ogni tentativo di “soluzione” della questione meridionale è consistito nell’assorbire nuovi membri dalle élite settentrionali e meridionali, mantenendo gli strati inferiori del Sud in posizione di “problema”. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non è avvenuta perché il Sud non avesse più bisogno di intervento, ma perché il modello di intervento non serviva più agli interessi delle élite mutate. Il decreto sicurezza e il sussidio una tantum del 2026 seguono la stessa logica: la risposta deve essere abbastanza visibile da placare l’opinione pubblica, abbastanza limitata da non cambiare la struttura di potere.

Il Movimento 17 ottobre scrive su Telegram: “decentrare questa rete, rendendo difficile allo Stato reprimerci”. Letta nella cornice paretiana, questa frase non è un consiglio tattico, ma la conferma diretta del fallimento della circolazione delle élite: quando i canali di ascesa si chiudono, gli strati inferiori costruiscono strutture parallele. Queste strutture possono essere represse, cooptate o disperse dalla crisi successiva. Ma se l’ostruzione persiste, la “circolazione” di Pareto si compirà in un altro modo — non per assorbimento, ma per sostituzione. La storia italiana dal 1861 offre precedenti sufficienti. E l’unicità dell’ottobre 2026 sta nel fatto che la pressione alla sostituzione arriva simultaneamente da due direzioni: i giovani del Nord dicono con le fiamme “fermate il sistema”, i camionisti del Sud dicono con i blocchi “pagate il conto”. Due linguaggi diversi, che indicano la stessa strozzatura dell’uscita.

Marco Rubio fraintende ciò che rende grande l’Occidente, di Fareed Zakaria – La “civiltà occidentale” è un messaggio subliminale del movimento MAGA, di Philip H Gordon

Marco Rubio fraintende ciò che rende grande l’Occidente

Il suo discorso in Grecia esaltava il potere e la forza, trascurando l’idea rivoluzionaria dei diritti universali.

Di Fareed Zakaria, conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions.

A man in a dark suit and blue tie stands at a wooden podium bearing the U.S. Department of State seal, with ancient stone ruins on a rocky hilltop illuminated by warm light in the background.
Un uomo in abito scuro e cravatta blu è in piedi su un podio di legno recante lo stemma del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con sullo sfondo antiche rovine in pietra situate sulla cima di una collina rocciosa, illuminate da una luce calda.

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16 ottobre 2026, ore 10:01

In un discorso ben scritto pronunciato la scorsa settimana sullo splendido sfondo dell’Acropoli di Atene, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato l’Occidente a riscoprire ciò che lo rende eccezionale. Ha descritto le qualità che definiscono la civiltà occidentale come «il fuoco della passione, la forza, il coraggio, l’orgoglio» e ne ha celebrato l’ambizione, il nazionalismo e l’incessante ricerca dell’eccellenza. Ha ammonito che l’Occidente si è vergognato proprio di quelle cose che lo hanno reso grande.

Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente ha talvolta perso fiducia nelle proprie tradizioni e nei propri ideali — e che non dovrebbe farlo. Ma lo stesso Rubio sembra profondamente confuso su ciò che rende l’Occidente eccezionale.

Si considerino le qualità che egli esalta: coraggio, forza, ambizione e orgoglio. Gengis Khan possedeva tutte queste qualità in abbondanza. Lo stesso valeva per gli imperatori persiani, gli zar russi e i sovrani della Cina imperiale. Ogni grande civiltà ha celebrato i propri guerrieri, glorificato le proprie conquiste e creduto nella propria superiorità.

Ciò che contraddistingue davvero la civiltà occidentale non è la sua potenza militare né l’orgoglio nazionale, bensì le sue tradizioni intellettuali e politiche. Dalla filosofia greca e dal diritto romano, passando per il cristianesimo, fino alla rivoluzione scientifica e all’Illuminismo, l’Occidente ha sviluppato un corpus di idee che ha messo in discussione l’esercizio arbitrario del potere. La ragione, l’indagine scientifica, la libertà individuale, la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani universali sono diventati elementi centrali della civiltà occidentale e l’hanno resa unica.

Altre culture hanno tradizioni di moralità, giustizia e dignità umana. Ma in Occidente, queste idee si sono evolute in proposizioni politiche rivoluzionarie: che ogni essere umano possiede determinati diritti semplicemente in virtù del fatto di essere umano, che i governi esistono per garantire tali diritti e che nessun governante o tradizione è al di sopra di ogni controllo. La caratteristica più radicale di questi principi — ispirati in parte dal cristianesimo — era la loro universalità. Si applicavano non solo agli occidentali ma, in linea di principio, a tutti.

Si pensi alla schiavitù. L’Occidente ha praticato la schiavitù su vasta scala e in modo brutale, come del resto ha fatto praticamente ogni grande civiltà della storia. Ma l’Occidente ha anche dato vita a un potente movimento abolizionista, attingendo alle credenze cristiane, agli ideali dell’Illuminismo e alle lotte degli stessi schiavi. Le società occidentali hanno sviluppato principi che potevano essere utilizzati per condannare la propria condotta.

Allo stesso modo, per secoli le società occidentali hanno trattato le donne e le minoranze religiose e razziali come cittadini di seconda classe, così come ha fatto la maggior parte delle altre civiltà. Ma le idee occidentali sull’uguaglianza e sui diritti individuali hanno contribuito a dare vita a movimenti per il suffragio femminile, la tolleranza religiosa e i diritti civili. Questi movimenti non hanno respinto gli ideali più alti dell’Occidente. Hanno preteso che l’Occidente fosse all’altezza di essi. Il reverendo Martin Luther King Jr. fece appello all’idea della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui «tutti gli uomini sono creati uguali» proprio perché quella promessa era universale, anche se la società americana l’aveva ripetutamente tradita.

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Lo stesso vale per l’imperialismo. Quasi tutte le grandi potenze hanno cercato di estendere il proprio dominio. L’Occidente ha avuto un successo straordinario in questo senso, e non si può che rimanere stupiti dalla sua enorme portata. Ma le società occidentali hanno anche finito per riconoscere i diritti dei popoli colonizzati, mettendo in discussione la moralità della conquista e ammettendo la brutalità del dominio coloniale. Questa capacità di autocritica non è una debolezza. È uno dei maggiori punti di forza dell’Occidente il fatto di sapersi spingere a essere all’altezza dei propri ideali. È anche, in parte, l’uso incessante della ragione che ha permesso all’Occidente di guidare il mondo nella scienza e nelle scoperte.

E questo ci porta forse al punto più importante che Rubio trascura: la straordinaria influenza dell’Occidente sul mondo moderno non deriva semplicemente dalle conquiste militari o dal dominio economico. Deriva piuttosto dal fascino intellettuale delle sue idee. Il potere occidentale è stato spesso oggetto di risentimento, resistenza e, in ultima analisi, espulsione. Eppure gli ideali associati all’Occidente sono sopravvissuti perché le persone di ogni parte del mondo possono farli propri.

Gli inglesi governarono l’India per quasi due secoli, spesso ricorrendo allo sfruttamento, alla repressione e alla violenza. Eppure, quando gli indiani conquistarono l’indipendenza, non rinnegarono la democrazia parlamentare, il governo costituzionale, la magistratura indipendente né lo Stato di diritto. Abbracciarono queste istituzioni, le adattarono e le combinarono con le proprie tradizioni. L’India ha adottato il suffragio universale per gli adulti sin dalla nascita della sua repubblica, un impegno straordinario a favore dell’uguaglianza politica in un paese povero e in gran parte analfabeta. Questo è il potere straordinario delle «idee universali» formulate dall’Occidente: chiunque può farle proprie e acquisire potere grazie ad esse.

Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente dovrebbe essere orgoglioso della propria storia e delle proprie conquiste. Tuttavia, sebbene gli aspetti su cui Rubio pone l’accento — forza, coraggio e gloria nazionale — rendano effettivamente potente l’Occidente, non sono questi a renderlo rivoluzionario. La sua conquista più duratura non sta nell’aver conquistato territori, costruito eserciti potenti e monumenti o prodotto ricchezza. L’Impero Ottomano fece tutte queste cose.

Ciò che rende l’Occidente eccezionale è la sua capacità di superare le ristrette rivendicazioni della tribù, della nazione e dell’impero, e di sviluppare idee sulla libertà, l’uguaglianza e la dignità umana in grado di parlare a tutti i popoli, ovunque. L’Occidente ha conquistato gran parte del mondo con la forza. Ma ha cambiato il mondo attraverso le idee. Mi auguro che il segretario di Stato degli Stati Uniti celebri queste idee e che questa amministrazione si dimostri all’altezza di esse.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul “Washington Post” e ripubblicato qui nell’ambito di una regolare diffusione degli articoli di Fareed Zakaria.

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Fareed Zakaria è il conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions. Scrive una rubrica settimanale sul Washington Post, pubblicata anche su Foreign Policy. X: @FareedZakaria

La “civiltà occidentale” è un messaggio subliminale del movimento MAGA

Rubio sbaglia a citarlo come fondamento dell’alleanza degli Stati Uniti con l’Europa.

Di Philip H. Gordon, ricercatore della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution.

U.S. Secretary of State Marco Rubio departs Munich after attending the Munich Security Conference on Feb. 15.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio lascia Monaco dopo aver partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 15 febbraio.

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24 febbraio 2026, ore 15:35

Il discorso del Segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno ha fornito agli europei preoccupati una certa rassicurazione sul fatto che gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, fossero ancora impegnati nella loro alleanza di sicurezza con l’Europa. Dopo che l’amministrazione Trump aveva seminato per mesi dubbi sulla validità della garanzia di difesa prevista dall’articolo 5 della NATO, pubblicato una Strategia di Sicurezza Nazionale che invitava a «coltivare la resistenza» all’«attuale traiettoria dell’Europa» e aveva persino lanciato velate minacce di ricorrere alla forza militare per acquisire la Groenlandia, Rubio ha sottolineato che il partenariato con l’Europa rimane un interesse centrale degli Stati Uniti.

Questa era la buona notizia. La cattiva notizia è che la base di questa partnership proposta non è più la minaccia russa, un interesse comune nella difesa dell’ordine mondiale o i valori condivisi dalle democrazie liberali — pilastri che hanno ben servito americani ed europei per decenni. L’amministrazione Trump invoca invece ora un’alleanza fondata su una “civiltà occidentale” mal definita che, secondo quanto sostiene, deriva da «secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici [dei] nostri antenati». A parte la sua vaghezza e incoerenza come concetto, la civiltà occidentale è una base terribile su cui fondare l’alleanza più longeva e importante del mondo.

Mettiamo da parte, se possibile, quanto ciò sia offensivo per i milioni di americani ed europei che non condividono la “fede cristiana” o la “cultura e il patrimonio” comuni a cui Rubio fa riferimento, o quanto sia offensivo per i milioni di vittime del colonialismo in tutto il mondo, che non possono che indignarsi quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti elogia «civiltà che si estende su più continenti, ha attraversato gli oceani ed è sopravvissuta per migliaia di anni» e dichiara che «la civiltà occidentale deve abbracciare la sua nobile eredità se vuole invertire il proprio declino». Con il pretesto di presentare una base per il partenariato transatlantico, il concetto di «civiltà comune» suona più come un segnale subliminale rivolto ai sostenitori dell’agenda MAGA di Trump e come un appello ai suoi sostenitori populisti in Europa, alcuni dei quali sono tanto ostili agli Stati Uniti quanto solidali con la Russia.

Ma l’amministrazione Trump non sta solo cercando di elevare la “civiltà comune” a nuova base del partenariato. Sta contemporaneamente abbandonando i pilastri tradizionali di quel partenariato, che oggi sono più attuali che mai. Questo dovrebbe preoccupare gli europei.

Ad esempio, mentre la terribile aggressione della Russia contro l’Ucraina entra nel suo quinto anno, verrebbe da pensare che difendersi dalla minaccia proveniente da Mosca – la missione originaria della NATO – rimanga lo scopo centrale dell’alleanza atlantica. Infatti, il giorno prima che Rubio intervenisse a Monaco, il capo dei servizi segreti tedeschi, Martin Jager, ha tracciato un quadro straziante della «guerra ibrida» russa contro l’Europa, che va ben oltre l’Ucraina o le minacce militari convenzionali. Essa comprende interferenze elettorali, campagne di disinformazione, sabotaggi, tentativi di assassinio, spionaggio, attacchi informatici e attacchi con droni.

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Eppure, lungi dal sollevare preoccupazioni riguardo a tale minaccia o dal presentare un piano per affrontarla, Rubio non ha nemmeno menzionato la Russia nel suo discorso. Né ha parlato dell’interesse americano a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione non provocata e ancora in corso da parte della Russia. Nel frattempo, Trump, dopo aver già interrotto ogni forma di assistenza militare e finanziaria diretta degli Stati Uniti all’Ucraina, continua assurdamente a incolpare l’Ucraina per la guerra e a esercitare pressioni affinché si «sbrighi» a concludere un accordo, senza dire quasi nulla sulla minaccia russa. Infatti, nella visione civilizzazionalista di Trump, la Russia del presidente Vladimir Putin potrebbe essere vista come parte dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa piuttosto che come la più grande minaccia alla sicurezza che essa deve affrontare. Se alla base dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa vi sono storia, cultura e origini comuni, dove, esattamente, inizia e finisce tale impegno?

I funzionari dell’amministrazione Trump hanno inoltre iniziato a ridimensionare — e persino a denigrare — il sostegno alle regole, alle norme e alle leggi internazionali. Nel suo discorso a Monaco, Rubio ha contrapposto il “cosiddetto ordine globale” agli interessi nazionali degli Stati Uniti, come se uno dei loro interessi nazionali fondamentali non fosse proprio l’ordine globale, mentre Elbridge Colby, un alto funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense, ha liquidato l’“ordine basato sulle regole” come un’“astrazione da castello in aria”. ” In tali osservazioni era implicito che ricorrere all’alleanza per difendersi da “astrazioni” come il principio di non modificare i confini con la violenza, come sta cercando di fare la Russia in Ucraina, fosse di minima importanza.

Una simile prospettiva rappresenta un ulteriore passo verso l’avallo di un mondo in cui la forza fa da legge, dove l’aggressione da parte delle grandi potenze — e non solo degli Stati Uniti — non incontrerebbe alcuna opposizione. Se l’ordine globale non vale la pena di essere difeso, allora perché la Cina non dovrebbe semplicemente annettersi Taiwan o il Mar Cinese Meridionale, e perché la Russia dovrebbe astenersi dall’annettersi l’Ucraina? Nelle sue schiette osservazioni al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, all’inizio di quest’anno, il primo ministro canadese Mark Carney ha sottolineato che l’«ordine basato sulle regole», spesso dichiarato come fondamento delle decisioni politiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, era «parzialmente falso». Su questo aveva ragione, ma allo stesso tempo era anche «parzialmente vero». Un mondo in cui regole, norme e leggi non abbiano alcun ruolo negli affari internazionali è più pericoloso sia per gli americani che per gli europei — come entrambi hanno tragicamente scoperto nei decenni che hanno preceduto l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti instaurato dopo il 1945.

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L’amministrazione Trump si è dimostrata altrettanto sprezzante nei confronti dei valori transatlantici condivisi — almeno quelli liberali, come il sostegno alla democrazia e alla libertà, che un tempo costituivano il fondamento dell’alleanza — come base per la collaborazione. A Monaco, Colby ha liquidato i richiami a tali valori definendoli «osanna o slogan» e ha persino ammesso candidamente che la maggior parte dei valori europei potrebbe non essere condivisa dalla «nostra parte dello spettro politico», riferendosi ai repubblicani sostenitori di Trump. Il fatto che Rubio sia partito in jet dopo il suo discorso alla volta di Budapest per dare il proprio sostegno al leader ungherese autoritario, filorusso e antieuropeista, Viktor Orbán, ha confermato che l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sostenuta dall’amministrazione Trump non è quella che la maggior parte degli attuali leader o dell’opinione pubblica europea ha in mente.

Già prima di Monaco, la maggior parte degli europei era giunta alla conclusione, seppur a malincuore, che gli Stati Uniti, il loro partner strategico, economico e morale più stretto da oltre 80 anni, non fossero più impegnati in quel partenariato. La minaccia di ulteriori dazi in tutto il continente e di una potenziale conquista della Groenlandia con la forza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo molti europei a prepararsi a un mondo in cui non potranno più contare sugli Stati Uniti. Di conseguenza, la fiducia negli Stati Uniti è crollata: i sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza degli europei ha ora un’opinione sfavorevole del Paese e non lo considera più un alleato. Inoltre, il turismo verso gli Stati Uniti sta crollando, studiosi e scienziati stanno cercando di studiare e fare ricerca altrove, e i leader parlano di ridurre i rischi per le loro economie e la loro sicurezza non rispetto a Pechino, ma rispetto a Washington.

È comprensibile che gli europei continuino a cercare disperatamente di preservare un partenariato di sicurezza con gli Stati Uniti. Attualmente, da soli, non dispongono delle risorse militari necessarie per difendersi dalla Russia, e ci vorrà molto tempo prima che ne dispongano. La deterrenza nucleare statunitense estesa all’Europa non può essere facilmente sostituita, e anche aiutare l’Ucraina a impedire un’occupazione russa senza un sostegno militare, finanziario e di intelligence costante da parte degli Stati Uniti sarà difficile. Per questi motivi, qualsiasi riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’importanza dell’Europa e qualsiasi espressione di sostegno statunitense all’alleanza sono ben accetti.

Ma gli europei non dovrebbero farsi illusioni. Mentre l’amministrazione Trump abbandona i pilastri della vecchia alleanza, propone ora di sostituirli con una visione di partenariato basata su un «patrimonio comune» tanto mitico quanto insostenibile. La maggior parte degli europei non se la beve, né dovrebbe farlo.

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Philip H. Gordon è titolare della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution. Ha ricoperto diversi incarichi di alto livello nel governo degli Stati Uniti, tra cui, più recentemente, quello di consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente nell’amministrazione Biden-Harris. X: @PhilGordonDC

Il discorso di Marco Rubio a Monaco è più pericoloso di quanto si pensi

Ciò che il segretario di Stato americano ha messo a nudo riguardo alla visione del mondo di Trump.

Howard French
Howard French

Di Howard W. French, editorialista di Foreign Policy.

Rubio is shown speaking at a podium ahead of a white background.
L’immagine mostra Rubio mentre parla da un podio davanti a uno sfondo bianco.

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20 febbraio 2026, ore 9:46

Non appena Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha concluso il suo discorso l’altro giorno alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, gli opinionisti su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno iniziato a discutere degli applausi che ne sono seguiti.

Il secondo mandato di Trump

Rapporti e analisi periodici

Per alcuni, la standing ovation esprimeva un sincero sollievo per il fatto che Rubio non avesse parlato con lo stile minaccioso del suo capo, il presidente Donald Trump, né con la spavalderia offensiva del vicepresidente J.D. Vance, che un anno prima aveva tenuto un discorso a Monaco. Per altri, non era altro che la risposta cortese di un’élite europea che ha abbandonato le illusioni su una visione condivisa del mondo e vuole semplicemente ridurre al minimo gli attriti con Washington, mentre le due parti si allontanano sempre più.

A mio avviso, entrambe le reazioni sono state premature. È vero, Rubio si è sforzato di affermare la sopravvivenza di un progetto comune tra Europa e Stati Uniti. Ma poiché i modesti gesti compiuti da questa amministrazione verso ciò che è stato a lungo considerato la normalità nelle relazioni internazionali sono stati spesso seguiti da violazioni senza precedenti dell’ordine globale — come le recenti e ripetute minacce di Trump di annettere la Groenlandia dopo dichiarazioni blande e concilianti sulla NATO — ho aspettato di vedere cosa sarebbe successo.

A conti fatti, non è stato Trump in persona, bensì Rubio — ampiamente applaudito — a fornire il seguito più significativo al discorso di Monaco; e sebbene la stampa statunitense ne abbia parlato poco, si è trattato di un fatto profondamente allarmante.

Dopo Monaco, Rubio si è recato in Ungheria, dove ha espresso l’allineamento di Washington con Viktor Orbán, il primo ministro profondamente autocratico del Paese, dicendogli che il successo dell’Ungheria era il successo degli Stati Uniti. È difficile immaginare come ciò possa rassicurare i principali alleati statunitensi in Europa, tutti fermamente impegnati a favore del liberalismo democratico. Peggio ancora, Orbán, oltre a minare lo stato di diritto democratico in Ungheria, è un convinto etnonazionalista.

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Ormai è stato ampiamente affermato che la seconda amministrazione Trump sta conducendo un attacco alle norme democratiche negli Stati Uniti. Molti dei difensori di Trump lo negano, ma è difficile interpretare l’alleanza con Orbán, affermata con tanto entusiasmo, come qualcosa di meno di una dichiarazione d’intenti autoritaria. Il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump ai partiti di estrema destra in Europa va di pari passo con i suoi sforzi volti a minare le norme democratiche sul proprio territorio, sia che si tratti di diffondere false accuse di brogli elettorali passati, di proporre il controllo federale sulle elezioni, di accennare a un possibile terzo mandato di Trump, o di suggerire – come ha fatto Vance – che l’esecutivo non debba essere vincolato da sentenze giudiziarie sfavorevoli.

La convergenza tra ciò che si potrebbe definire “Orbanismo” e “Trumpismo” era già evidente nel discorso di Rubio a Monaco, anche se è passata quasi inosservata. Gli europei, e in effetti molti americani che auspicano una maggiore continuità nella politica estera del proprio Paese, potrebbero aver abbassato la guardia troppo in fretta, lasciandosi trasportare dal clima di compostezza che regnava alla conferenza. Ciò che gli analisti su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero dovuto fare era collegare i puntini.

Nel suo discorso, Rubio ha sottolineato i punti in comune insiti nelle relazioni transatlantiche, ma ha sbagliato su quasi tutti i dettagli — e per di più ha assunto un tono paternalistico. Orban a parte, le società europee rimangono in gran parte impegnate a favore della democrazia partecipativa, delle libertà individuali e dello Stato di diritto. Gli americani che credono nella democrazia nel proprio Paese dovrebbero sperare che ciò continui ad essere così. Un giorno potrebbero essere proprio gli europei a lanciare l’appello che esorti gli americani a ritrovare il buon senso e, con esso, le tradizioni che sono state spesso considerate norme occidentali.

Nel frattempo, un compito fondamentale è quello di analizzare a fondo le implicazioni del consiglio di Rubio all’Europa, e di farlo in modo meticoloso, al fine di metterne in luce le contraddizioni e le implicazioni preoccupanti. Il punto di partenza migliore è la denuncia fatta da Rubio a Monaco di Baviera riguardo a «un’ondata senza precedenti di migrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli».

Questa affermazione faceva parte dell’appello lanciato da Rubio affinché l’Europa difendesse la civiltà occidentale — ma solo quella immaginaria, strettamente allineata all’etnonazionalismo bianco e cristiano di Orbán. Proprio come alcune dichiarazioni occasionali dell’amministrazione che lasciano intendere che gli Stati Uniti siano stati in gran parte costruiti da coloni bianchi, essa si basa su un’intenzionale fraintendimento della storia, se non su pura ignoranza.

Gli europei si trovano a fare i conti con la prospettiva di un declino demografico in questo secolo su una scala che non si vedeva dai tempi delle due guerre mondiali. La Germania, ad esempio, secondo le proiezioni perderà quasi il 5 per cento della sua popolazione entro il 2050, lasciando una società sempre più sbilanciata verso gli anziani e con una carenza di giovani in età lavorativa. Il consiglio dell’amministrazione Trump è quello di rafforzare i confini europei e di puntare con ancora maggiore determinazione su una falsa concezione dell’Europa come luogo di identità nazionali fisse, radicate nella razza bianca, negli stereotipi popolari del XIX e dell’inizio del XX secolo e nel cristianesimo come standard universale.

La nuova enfasi sul cristianesimo — sostenuta da Rubio e Vance, oltre che da alcuni editorialisti americani — non mira semplicemente a escludere i musulmani, come si potrebbe sospettare. Alcuni dei suoi sostenitori la considerano parte di un arsenale di strumenti revivalisti volti a ripristinare i presunti valori familiari e ad aumentare i tassi di fertilità, garantendo così la sopravvivenza della razza bianca di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo.

I tassi di fertilità sono in forte calo in tutti i paesi ricchi. Nonostante gli sforzi, che comportano costi ingenti, nessun paese ricco — né la Cina, che ha saputo coniugare una rapida crescita economica con un potere autocratico altamente concentrato — è riuscito a trovare un modo per invertire questa tendenza. E difficilmente ci riuscirà nemmeno un appello al cristianesimo promosso dal governo.

Ci vuole curiosità per scoprire i fatti relativi alle storie nazionali europee — e la verità non solo è più interessante, ma anche ostinata. Si pensi all’immaginario folcloristico delle identità europee fisse. Molti degli attuali Stati-nazione europei hanno iniziato ad acquisire le loro forme contemporanee e una parvenza di omogeneità linguistica e culturale solo nella tarda modernità, in particolare nel XX secolo. Prima di allora, le identità erano molto più localizzate e fluide, e la migrazione era la norma.

È particolarmente sorprendente che lo Stato europeo che abbia assunto una posizione in netto contrasto con la visione del mondo di Trump riguardo alla minaccia che l’immigrazione rappresenta per la sopravvivenza culturale e razziale dell’Europa sia proprio la Spagna.

Questa nazione iberica non solo è stata profondamente plasmata dall’immigrazione di popoli non cristiani nel passato, ma è stata anche conquistata e governata dai musulmani per secoli. Certo, è successo molto tempo fa, ma l’esistenza stessa di una nazione di lingua spagnola si deve tanto all’adattamento quanto alla riconquista cattolica che si concluse nel XV secolo. Ciò testimonia la resilienza delle culture locali e la fluidità intrinseca alle vicende umane.

At bottom, the Trump view that Europe should erect high barriers to immigration, much as the United States has, conveys the opposite of self-confidence. Trump, Vance, and Rubio would have us see Europe as weak. Yet strong and self-assured states are more willing to wager that they can assimilate diverse newcomers—not in unlimited numbers or in one fell swoop, but deliberately and in alignment with their demographic needs.

It is hard to avoid the conclusion that race lies at the heart of the Trump administration’s stance on immigration. Aging and demographic decline are indeed sweeping the rich world, but that does not mean that the planet is running out of people. Indeed, the human population is projected to continue growing impressively at least until the end of this century. The problem that arises, for those who think in such terms, is that the young people of tomorrow will largely come from brown- and Black-skinned countries.

Qui si riscontra una inquietante convergenza di idee: lo spettro interno della cosiddetta “teoria del grande rimpiazzo” promossa da Trump e da alcuni dei suoi più stretti collaboratori, come Stephen Miller — secondo cui i migranti minacciano di “avvelenare” il sangue dell’America — e una forma molto più antica di panico razziale globale. Tale panico risale agli inizi del XX secolo, quando autori statunitensi di grande popolarità come Lothrop Stoddard avvertivano che il mondo stava per essere invaso da razze presumibilmente inferiori, o «subumani», in libri come The Rising Tide of Color: The Threat Against White World-Supremacy.

L’Europa non ha affatto raggiunto un consenso sul fatto che un’immigrazione consistente, pur se gestita con attenzione, sarà fondamentale per la sua futura prosperità e sopravvivenza, ma sembra aver compiuto maggiori progressi in questa direzione rispetto agli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. È probabile che le esigenze demografiche degli Stati Uniti, unite al loro passato variegato e alla loro tradizione di apertura, finiscano per spingerli nella direzione dell’Europa, piuttosto che in quella indicata da Rubio. La domanda è: quanti danni causeranno gli Stati Uniti a se stessi – e al resto del mondo – nel frattempo?

Questo articolo fa parte della copertura continua di FP sull’amministrazione Trump. Segui gli aggiornamenti qui.

La “guerra del grande disegno” si trasforma per rafforzare, in modo più circoscritto, l’egemonia statunitense, di Alastair Crooke e Karl Sanchez

La “guerra del grande disegno” si trasforma per rafforzare, in modo più circoscritto, l’egemonia statunitense.

Alastair Crooke, 17 ottobre 2026

Forum sui conflitti

17 ottobre 2026∙ Pagato

Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.

I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.

“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha elogiato apertamente il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .

Ma ora, quegli strumenti tradizionali per preservare la sua posizione di leader mondiale si stanno rivelando meno efficaci contro gli stati che possiedono alternative: Cina, Russia e Iran sono chiari indicatori della tendenza secondo cui le guerre economiche, finanziarie e persino militari non producono risultati rapidi. Le vittorie immediate per la Matrix non sono più così facilmente raggiungibili.

Suggerire, d’altro canto, che gli stati civilizzati potrebbero opporsi con maggiore forza agli Stati Uniti ignora completamente la natura profonda di questo conflitto. Il “Grande Progetto di un Governo Globale Unico” è una guerra volta a eliminare quegli stati civilizzati che offrono una diversa prospettiva con cui osservare e comprendere il mondo.

Che cosa significa? Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli a dedurre nel 1846: “Il mondo è governato da personaggi ben diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte”.

Disraeli mise ripetutamente in guardia esplicitamente contro la “rivoluzione mondiale” (o rivoluzioni colorate, per usare la terminologia odierna). Disraeli individuò e denunciò ripetutamente “un disegno” dietro la serie di scoppi rivoluzionari che si verificarono in molte parti del mondo a metà del XIX secolo.

Oggi è Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese, a farsi portavoce delle idee di Disraeli: anche Todd vede nelle guerre odierne qualcosa di ben più profondo di una serie di conflitti territoriali separati e distinti.

Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.

“Attraverso l’Ucraina, l’Ucraina si trova a fronteggiare l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.”

Ucraina, Iran, Yemen o Cina: sono tutti semplici teatri operativi; un campo di battaglia tra i tanti (che si svolgono in uno spazio ibrido), accomunati solo dall’essere stati trascinati in una guerra mondiale latente.

Per Todd, le guerre odierne rappresentano uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e sovrana dell’ordine politico e sociale. Wolfgang Münchau suggerisce che le guerre in Ucraina e in Medio Oriente potrebbero plausibilmente fondersi in un unico conflitto, mentre la rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti rimarrebbe il conflitto primordiale dei nostri tempi.

Emmanual Todd ha sottolineato come l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, stia mostrando segni di profonda fragilità: un invecchiamento demografico, una crisi di fiducia, la deindustrializzazione e la perdita di punti di riferimento ideologici.

Per decenni, come ha scritto Mattias Forsgren ,

«Il nucleo occidentale ha prosperato grazie alla finanziarizzazione e alla delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso costo del lavoro, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l’estrazione di rendite, l’inflazione degli asset e il riciclo dei risparmi globali attraverso il sistema del dollaro. Il quasi collasso del 2008 ha messo in luce quanto questa struttura fosse vicina al baratro… Gli anni del Covid hanno ripetuto lo stesso schema su scala maggiore. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Ciò che è stato costruito, tuttavia, è un sistema più indebitato e fragile».

Questo sistema finanziario basato sulla leva finanziaria è ora vulnerabile a una crisi finanziaria potenzialmente devastante.

Fino al 2022, quando l’Europa scelse di intervenire a fianco dell’Ucraina, gli strati dirigenti europei erano partecipi di questo progetto del “Grande Disegno”, guidato dal blocco di potere del “governo globale”. Gli strati dirigenti europei sono ancora asserviti a questo “disegno”. Ma in quest’era trumpiana, non ne sono più un partner a pieno titolo. Oggi, la realtà è che l’America non può rischiare un’escalation verticale verso una guerra totale contro i suoi concorrenti per preservare il suo primato globale. Le sue forze armate sono troppo indebolite e disfunzionali.

In risposta, avversari come la Russia e l’Iran hanno scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche molto più ambiziosa, suggerisce Todd. Si tratta di una strategia che combina pressione militare, guerra economica, battaglie diplomatiche, influenza geopolitica e guerra dell’informazione. L’obiettivo non è solo vincere militarmente, ma rimodellare in modo duraturo l’ordine mondiale .

Per gestire questo nuovo paradigma bellico, gli Stati Uniti stanno scaricando l’aspetto del “confronto verticale” su gruppi per procura:

«Il continente europeo si sta trasformando da alleato in risorsa: economicamente impoverito, politicamente conquistato e militarmente preparato come teatro in cui pagare i costi della riparazione imperiale» (Forsgren).

La massima espressione della strategia statunitense è un’escalation controllata del confronto che mantiene il territorio americano come rifugio, mentre l’Europa assorbe sia l’usura convenzionale che il rischio nucleare .

Continuando ad agire come un prestanome volontario, continuando a fornire missili e droni all’Ucraina per il lancio in profondità nel territorio russo, l’Europa deve aspettarsi una rappresaglia russa, seppur attentamente modulata e diretta contro le “risorse” europee vulnerabili. Ciononostante, l’Europa si troverebbe in guerra con la Russia, una guerra che, come riconosce Wolfgang Münchau , l’Europa non è in grado di vincere.

«Quali mercati obbligazionari saranno i primi a crollare? Chi rimarrà senza missili intercettori per primo? Grazie alla tanto criticata Politica Agricola Comune, l’Europa non rimarrà senza cibo. Ma su tutti gli altri fronti – militare, energetico, finanziario – l’Europa è svantaggiata».

Poiché l’Europa non dispone delle risorse militari convenzionali necessarie per attuare una propria escalation decisiva, le armi nucleari rischiano di apparire come l’unica “soluzione rapida” disponibile.

Il mantra secondo cui le minacce nucleari del presidente Putin sono un ” bluff ” serve principalmente ad abbassare la cautela psicologica nei confronti di un’escalation europea, un’escalation che rischierebbe di indurre Mosca a ritenere di non avere altra alternativa se non quella di ricorrere alle armi nucleari tattiche come mezzo per ripristinare la credibilità del deterrente nucleare russo.

In un contesto del genere, e con il potenziale di escalation degli Stati Uniti ampiamente esaurito, è quasi certo che gli USA non sarebbero disposti a ipotizzare il rischio che le città statunitensi possano essere colpite da bombe atomiche in caso di escalation del conflitto.

“Le armi nucleari tattiche statunitensi erano state progettate per essere utilizzate all’interno dell’Europa, contro forze presenti sul suolo europeo, proprio per mantenere qualsiasi scambio nucleare geograficamente limitato” , sostiene Forsgren.

“Pertanto, i fautori della strategia ‘Design’ mirano a mettere la Russia alle strette, in una posizione in cui le sue uniche alternative siano la ritirata strategica o la distruzione dell’Europa per procura, una distruzione che tuttavia costerebbe alla Russia i danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al territorio e alle forze russe… mentre nel frattempo il territorio americano e la sua sovrastruttura finanziaria rimangono fuori dalla portata”.

Forsgren suggerisce —

“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.

L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.

«Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo».

Gli europei devono certamente rendersi conto di come vengono usati per trascinare la Russia in una guerra che né essa, né i comuni cittadini europei, desiderano. Eppure, avendo abbracciato con tanto zelo il conflitto in Ucraina come un totem “virtuoso” attorno al quale riunire tutte le fazioni europee più divise, potrebbero trovarsi ad affrontare una catastrofe economica e politica se l’Europa continuerà sulla sua attuale linea di provocazione nei confronti della Russia.

Raddoppiare la posta in gioco, come sembrano intenzionati a fare gli europei, non è una strategia. Il loro allarmismo su una (immaginaria) aggressione ibrida russa rischia facilmente di autoavverarsi, portando proprio a una guerra calda europea accidentale, ingenuamente concepita da alcuni esperti di sicurezza occidentali come il mezzo per mettere alle strette la Russia e costringerla alla capitolazione.

Siamo arrivati ​​al punto in cui la classe politica europea semplicemente non permette che il tema della guerra venga discusso apertamente. Le élite europee si aggrappano alla loro negazione strategica del fatto che l’Ucraina stia perdendo la guerra contro la Russia. Eppure gli Stati Uniti e l’Europa vacillano sull’orlo del collasso del mercato obbligazionario e si trovano di fronte a prove inequivocabili che la loro unica arma contro la Russia – le sanzioni – non ha mai funzionato.

Le tergiversazioni di Trump sul mantenimento del blocco petrolifero contro la Russia (ovvero attraverso l’acquisto di gasolio russo per manipolarne il prezzo al dettaglio al ribasso negli Stati Uniti) e l’iniziativa di Witkoff per riavviare il Nord Stream come incentivo a Mosca per avviare i negoziati, incrineranno la facciata comune europea? Lo scopriremo.

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Eccezionalismo, egemonia e “La guerra del grande disegno”

Karl Sanchez19 ottobre
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Le tensioni aumentano a livello globale con l’avvicinarsi di due elezioni cruciali: una per il controllo sionista della Palestina occupata e un’altra per il controllo sionista all’interno dell’impero statunitense fuorilegge. Per la maggior parte delle persone, queste tensioni non sono manifeste né vengono prese in considerazione; tuttavia, pesano enormemente sullo stato del mondo. Alastair Crooke ha coniato il termine “guerra del grande disegno” e ne discute nel suo recente articolo su Conflict’s Forum , che spero venga reso disponibile gratuitamente e pubblicato lunedì da Strategic Culture, come di consueto. A mio avviso, il grande disegno si riferisce al documento/piano/agenda “Clean Break” pubblicato nel 1996, unitamente alla Dottrina Wolfowitz del 1992 e all’edizione del 1996 di Joint Vision 2010, che propugnava la politica del dominio a spettro completo. Crooke ha lavorato a poco a poco alla stesura della sua tesi per molti anni, certamente durante i sette anni in cui ho seguito il suo lavoro. Il blog The Gym si è concentrato sul mostrare la crescente divisione tra l’impero fuorilegge statunitense/NATO e il mondo multipolare emergente guidato da Russia, Cina e ora Iran, forse in modo più evidente nell’ultimo articolo. È interessante notare come la narrativa occidentale si concentri sui valori, che a loro volta vengono definiti valori di civiltà da Russia, Cina, Iran e molte altre nazioni. I francesi scendono in piazza per difendere i propri valori, mentre il governo Macron si batte per distruggerli attraverso l’austerità neoliberista, altrimenti nota come Programmi Speciali di Aggiustamento (SAP) del FMI/Banca Mondiale, i famigerati SAP ben noti al Sud del mondo. Crooke inizia così:

Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.

I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.

Chi ha letto l’ultima edizione di Super Imperialism di Hudson sa quantomeno come funziona il sistema e per chi, come dettagliato nelle sue altre opere e nelle discussioni attuali. Il termine “Grande Disegno” usato da Crooke implica che si tratti di un progetto in corso da più tempo rispetto all’era attuale, il che rende fondamentale questa recente osservazione del Dr. Hudson:

Vorrei quindi spendere qualche parola sulla grande rivoluzione monetaria avvenuta alla fine del XVII secolo, quando divenne evidente che non c’era abbastanza moneta d’argento e d’oro per permettere ai re di pagare i debiti di guerra alla classe bancaria internazionale che si era sviluppata a partire dal XII e XIII secolo. I re di Francia, Spagna e Austria erano insolventi e i governi dovevano pagare tassi d’interesse altissimi perché acquistare titoli di stato era molto rischioso. Ebbene, immaginate i problemi che la Gran Bretagna dovette affrontare dopo la Gloriosa Rivoluzione anticattolica del 1688. Il problema era: come avrebbe fatto il governo a fare ciò che facevano i re britannici, ovvero entrare in guerra contro la Francia e altri paesi? Ovviamente, questo avrebbe comportato un enorme debito pubblico. Il governo britannico si era finanziato emettendo i tallies, bastoncini di legno che i cittadini potevano usare per pagare le tasse dovute e altri debiti. [Enfasi mia]

Leggete la trascrizione del podcast per saperne di più. Il risultato fu la formazione della Banca d’Inghilterra e delle sue controparti europee nei decenni successivi. Ho sottolineato la scarsità di monete perché, senza il saccheggio delle colonie da parte della Spagna e il trasferimento delle risorse in Europa, le monete disponibili si sarebbero esaurite ben prima del 1600. Non abbiamo più re; l’Occidente ha oligarchie guidate dai ricchissimi: la plutocrazia. Questa era una nuova classe, in qualche modo separata dalla preesistente classe feudale e dalla sua alleata classe clericale, tutte parte dei numerosi e importanti cambiamenti storici iniziati a metà del XV secolo, quando l’ideologia cattolica/vaticana fu attaccata, generando la Rivoluzione protestante/Riforma e un gran numero di guerre correlate in Europa e negli oceani per i possedimenti coloniali e per depredare i saccheggiatori. Questi eventi, combinati, posero fine all’era dell’eccezionalismo cattolico, sebbene ne rimangano ancora sacche oggi. Fu sostituito dall’eccezionalismo protestante, poi dall’eccezionalismo liberale, e al di sotto di tutto ciò si celava una piccola classe che praticava e promuoveva l’eccezionalismo libertario, da non confondere con il liberalismo o il libertarismo; si pensi al Marchese de Sade e a coloro che, come oggi, erano sempre ricchi e politicamente influenti. Si pensi alla classe di Epstein.

La nuova attività bancaria e l’aumento del capitale disponibile finanziarono l’espansione dell’imperialismo/colonialismo e del suo aspetto più importante: la tratta degli schiavi. Gran parte della popolazione europea era stata degradata da oltre 100 anni di guerre e una fonte di manodopera era necessaria affinché il capitale potesse essere utilizzato correttamente agli occhi dei suoi detentori. Purtroppo, sto tralasciando molti aspetti importanti della storia, proprio come fanno i corsi universitari, in particolare ciò che accadde durante l’era delle recinzioni in Europa e ciò che sarebbe diventato il Regno Unito. All’inizio di questa nuova era emerse una nuova classe emergente, distinta dalle classi bancarie e feudali: la classe mercantile, che divenne rapidamente un’importante influente forza politica, come dimostrano gli storici che hanno documentato l’ascesa della classe mercantile americana, ben distinta dai mercanti di schiavi delle piantagioni. Con l’ascesa di queste nuove classi, si assistette anche all’inizio del distacco dai valori religiosi, morali ed etici tradizionali e all’affermarsi del culto dell’individuo e della sua proprietà. Insieme al divorzio si affermò una nuova ideologia, denominata Ethos protestante, secondo la quale il successo di una persona era legato al duro lavoro, che si supponeva le conferisse benedizioni divine. La povertà divenne quindi una carenza etica/morale dell’individuo, non una questione di condizioni sociali o economiche, e certamente non di classe. A questo proposito, la storia nordamericana è molto diversa da quella europea a partire dalla Rivoluzione francese. Nonostante l’autentica radicalità della Rivoluzione americana, non le fu permesso di essere vista sotto tale luce, il che spiega la repulsione delle élite americane per la Rivoluzione francese, che sfociò in una guerra non dichiarata durante la presidenza di Adams, per lo più omessa dai libri di storia. E così nacque il mito americano della Rivoluzione francese come Faro, Luce splendente sulla collina, perché diversa dalla violenza della vecchia Europa, sebbene oggi tutto sia fuso insieme nell’Occidente collettivo, basato sulla Grecia e su Roma.

Ed è qui che arriviamo al punto in cui Crooke cita il discorso di Rubio ad Atene:

“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha apertamente elogiato il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .

Ma esiste davvero una civiltà nell’Occidente moderno, come si chiedeva Gandhi? A parte quello che viene definito il periodo classico greco-romano, la domanda/obiezione è valida alla luce della vasta mancanza di umanesimo che si osserva. La guerra definisce l’Occidente, ma si può definire questa civiltà? E se sì, che dire dell’era greco-romana? L’impero è l’unica via, afferma chi ha scritto il discorso di Rubio. Speravo che il saggio di Crooke venisse reso disponibile gratuitamente, ma al momento non è ancora successo. Gli iscritti a Gym dovranno invece ascoltare i due podcast in cui spiega la sua tesi, Judge Nap e Dialog Works . Molti definiranno la tesi di Crooke sulla Guerra del Grande Disegno una teoria del complotto, il che è piuttosto corretto e si basa su prove fornite dalla storia. Nella sua conversazione odierna con Judge Nap, Crooke allude alla “Classe dell’Inferno” derivata dagli Hellfire Club originari dell’Inghilterra, che costituiscono la base della Classe Epstein e della filosofia libertaria. Crooke anticipa e risponde:

Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli che nel 1846 affermò: “Il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte” .

Emmanuel Todd viene aggiunto come alleato:

Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.

“Attraverso l’Ucraina, si sta scontrando con l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.” [Formato originale]

E altri vengono mobilitati a sostegno. La recente pubblicazione della nuova iniziativa cinese “Pace”, che si aggiunge alle altre cinque che promuovono tutte una direzione opposta a quella occidentale, è chiaramente parte integrante dell’attuale conflitto per porre fine all’egemonia occidentale. Tuttavia, Crooke sembra sbagliarsi su Trump e le sue denunce contro i globalisti, poiché è evidente che la CIA sta conducendo la guerra contro la Russia, nonostante ciò che lui afferma di aver ordinato, come dimostrano i recenti attacchi con droni e missili da crociera su San Pietroburgo. Questa strategia è legata alla NATO – gestita dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti – utilizzata come strumento nucleare per costringere la Russia a cedere.

[Mattias] Forsgren suggerisce:

“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.

L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.

“Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo” .

Nel frattempo, Rubio, Trump e il loro Impero se ne stanno al sicuro dietro l’Atlantico, il Pacifico e l’Artico. Il centro del Grande Disegno si trova in Nord America, data la disponibilità a sacrificare tutti i loro alleati, persino i sionisti. Ma non si tratta forse di una ritirata, considerate le debolezze dell’Impero statunitense fuorilegge? I progettisti sembrano convinti che tali debolezze possano essere corrette sfruttando il Sud America e il resto del Nord America.

Eccezionalismo ed egemonia sono i grandi fallimenti dell’era moderna che devono essere spezzati e cancellati dall’avvento di un nuovo paradigma. I valori su cui tale nuovo paradigma potrebbe basarsi furono enunciati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma non furono mai imposti a causa dell’eccezionalismo egemonico che permise di persistere grazie ai creatori di quel tempo. Ora esistono nuovi creatori, altrettanto pericolosi di quelli che hanno sostituito. I valori promossi da Cina, Russia, Iran e molte altre nazioni devono diventare universali. Sì, come ho scritto, mi aspetto che il mondo si divida in due grandi blocchi prima che tale universalità diventi la norma. Spero che ciò possa accadere senza l’uso di armi nucleari, sebbene ci siano pochi malvagi privi di morale che probabilmente le useranno a meno che non vengano dissuasi e privati ​​con la forza.

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Ha inizio un altro ciclo di diplomazia pendolare destinato a fallire, mentre l’Occidente si affanna per porre fine alla guerra in Ucraina,di Simplicius

Ha inizio un altro ciclo di diplomazia pendolare destinato a fallire, mentre l’Occidente si affanna per porre fine alla guerra in Ucraina

Simplicius20 ottobre
 
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Mai come ora gli Stati Uniti e l’Europa si sono mostrati così insistenti nel sollecitare una conclusione prematura della guerra in Ucraina. Sia la parte americana che quella europea si stanno dando da fare separatamente, correndo da una parte all’altra nel disperato tentativo di presentare una soluzione praticabile che possa essere accettabile per la Russia e che permetta all’Ucraina di cavarsela.

Oggi Witkoff è arrivato a Oslo, in Norvegia, per un altro incontro infruttuoso con Zelensky, con il presidente Alexander Stubb nel ruolo di mediatore. Successivamente, Witkoff si recherà a Mosca per presentare al Cremlino un altro piano mal concepito.

Allo stesso tempo, circolano voci secondo cui l’Europa intenda proporre alla Russia due soluzioni già viste:

NOVITÀ: Secondo un articolo di Gideon Rachman pubblicato sul Financial Times, i leader europei potrebbero presto avviare colloqui diretti con Vladimir Putin e offrirgli due percorsi verso la pace in Ucraina.

Il primo prevedrebbe il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte in cambio della garanzia che l’Ucraina non entri mai a far parte della NATO.

La seconda prevederebbe che l’Ucraina rinunci al resto del Donbas, per poi aderire all’alleanza.

Rachman scrive che le capitali europee sono sempre più restie a lasciare a Washington il compito esclusivo di condurre i colloqui con Putin, citando la frustrazione per l’approccio di Trump.

Aggiunge che gli europei sono molto meno fiduciosi che Putin accetterebbe una delle due opzioni.

Non è altro che la solita storia: gli europei cercano di intromettersi nella mediazione tra Stati Uniti e Russia per il timore che Trump costringa Zelensky ad accettare concessioni estremamente sfavorevoli. Ecco perché la suddetta “offerta” europea è una proposta così assurda e irrealizzabile, che non è destinata a suscitare nemmeno una minima considerazione da parte della Russia.

Ma nonostante le divergenze sull’approccio specifico da adottare, le potenze occidentali rivali – Stati Uniti ed Europa – cercano una fine immediata della guerra con la massima urgenza mai dimostrata dall’inizio del conflitto. Il motivo è semplice: si rendono conto che l’Ucraina sta affrontando un nuovo approccio “senza esclusione di colpi” da parte di Putin, che minaccia di annientare il Paese una volta per tutte. Rubio sembrava ammetterlo:

«Uno dei motivi per cui questa guerra deve finire è che la rete elettrica ucraina sta subendo gravi danni.»

Osservano i segnali inequivocabili e capiscono che il tempo a disposizione dell’Ucraina sta per scadere. Gli europei, in particolare, si rendono conto che ogni anno i costi per l’Ucraina aumentano sempre di più, poiché la distruzione dell’Ucraina da parte della Russia continua ad accelerare. Gli europei sono ora soffocati dalla necessità di sostenere l’intero onere finanziario di uno Stato malato e morente che viene distrutto sotto i loro occhi: vedono ora il misero ritorno sull’investimento crollare in tempo reale.

Persino la stampa britannica ha deciso di fare marcia indietro rispetto alla sua posizione ultra-aggressiva e di esortare invece Zelensky a moderare i toni prima che la sua sfrontatezza nei confronti di Trump provochi conseguenze irreversibili per la sua nazione ormai condannata:

https://www.thetimes.com/comment/the-times-view/article/ukraine-trump-russia-energy-attacks-frfqlv7t6

A questo proposito, gli Stati Uniti hanno sorprendentemente mantenuto la propria posizione sulle questioni relative alle informazioni di intelligence e alla limitazione della banda larga di Starlink. Zelensky si è mostrato quasi isterico nel suo discorso, in cui ha nuovamente lamentato la mancanza di un preavviso da parte degli Stati Uniti in merito all’ultima ondata di attacchi russi di ieri:

«È già la terza volta, in un breve lasso di tempo, che non riceviamo alcun avviso di questo tipo riguardo ai missili balistici. E non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione chiara dai nostri partner di Washington sul motivo per cui ciò stia accadendo».

Il portavoce dell’Aeronautica Militare ucraina ha inoltre confermato che gli alleati non avevano fornito alcun preavviso, pur tentando, con un’esitazione piuttosto imbarazzante, di attenuare la portata della notizia per far sembrare che i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Ucraina rimangano solidi:

Sebbene alcune fonti indichino che l’Ucraina riceva solo un terzo delle informazioni di intelligence complessive dagli Stati Uniti, mentre la parte del leone sia fornita dall’Europa, per quanto riguarda l’allerta precoce sui missili balistici, Zelensky ha precisato che solo gli Stati Uniti sono in grado di fornire all’Ucraina queste informazioni.

Anche la situazione relativa a Starlink rimane tesa, poiché il servizio continua a essere limitato alle velocità minime, nonostante gli Stati Uniti neghino che sia cambiato qualcosa:

Hegseth ha persino lasciato intendere in modo velato che ciò sia dovuto al fatto che l’Ucraina abbia violato i “termini di servizio” di Starlink.

Dopo aver incontrato Witkoff, tuttavia, Zelensky ha cambiato tono e ha annunciato che i servizi segreti torneranno presto alla normalità:

Ma c’è qualcosa di sospetto in tutto questo: è come se Witkoff lo avesse ammonito a smetterla con le sue recenti critiche a Trump e agli Stati Uniti, minacciandolo di conseguenze ancora più gravi. La sua affermazione secondo cui il sistema di allerta precoce «ora funziona» non ha senso, dato che al momento della sua dichiarazione la Russia non aveva ancora sferrato un nuovo attacco balistico per poter anche solo verificare tale ipotesi. Di conseguenza, è chiaro che gli sia stato ordinato – leggi: minacciato – di dare una interpretazione positiva all’ultimo scandalo a beneficio dell’immagine degli sforzi di pace degli Stati Uniti.

In questo periodo, le restrizioni imposte a Starlink hanno già iniziato a incidere sul campo di battaglia. Persino il canale Romanov Lite, molto seguito dagli addetti ai lavori del Ministero della Difesa, ha riferito che gli attacchi con droni ucraini sul corridoio della Crimea sono diminuiti in modo esponenziale da quando sono entrate in vigore le restrizioni su Starlink:

L’Ucraina aveva affermato di colpire oltre 50 camion e veicoli al giorno lungo questa rotta, ma secondo quanto riferito il numero di attacchi si è ora ridotto a uno solo in due giorni.

Allo stesso tempo, gli attacchi russi si sono moltiplicati. I droni a reazione russi a lungo raggio stanno ormai attaccando regolarmente le regioni più occidentali dell’Ucraina, comprese diverse sottostazioni elettriche vicino al confine con la Polonia:

Il valico di frontiera con la Polonia e la sottostazione “Yavoriv” nella regione di Leopoli sono stati oggetto di un attacco, causando interruzioni di corrente nella zona.

* Continuano gli attacchi con droni nell’Ucraina occidentale.
* È stato sferrato un attacco al valico di frontiera «Rava-Ruska».
* I droni “Geran-5” hanno colpito anche Novoyavorivsk.
* Secondo le prime notizie, si tratterebbe del quarto attacco in due giorni alla sottostazione “Yavoriv” da 330/110/35 kV.
* A seguito dell’attacco, nella regione di Leopoli si sono verificate interruzioni di corrente.

Oltre ai magazzini e ad altre imprese:

L’Ucraina occidentale è in fiamme: le imprese e le infrastrutture energetiche vengono distrutte.

A Dubno, nella regione di Rivne, il centro commerciale “Epicenter” è stato attaccato e ha preso fuoco.
Ieri, secondo il Servizio statale di emergenza, un drone a reazione ha distrutto l’«Epicenter» a Kovel e ha colpito un’azienda di trasporti.
A Leopoli si registrano interruzioni di corrente.
Ivano-Frankivsk, Ternopil, Lutsk e Leopoli sono sotto costante attacco da parte dei droni Shahed.

Mentre permangono le restrizioni imposte da Starlink e dai sistemi di allerta precoce satellitari statunitensi, la Russia ha iniziato a limitare potenzialmente gli ultimi “occhi nel cielo” rimasti all’Ucraina. Diverse notizie stanno circolando sul satellite russo Kosmos-2612, che sta seguendo da vicino un satellite radar ad apertura sintetica (SAR) di ICEYE, allineandosi alla sua orbita:

Aleksandar Djokic (Александар Джокич)@polidemitologIl satellite militare russo Kosmos-2612 si è avvicinato fino a 26 metri dall’ICEYE-X36, un satellite radar finlandese-americano le cui immagini vengono fornite all’Ucraina. L’analista spaziale Georgy Trishkin ha affermato che la velocità relativa prossima allo zero potrebbe indicare un tentativo di costringere l’ICEYE-X36 a compiere…12:14 · 20 ottobre 2026 · 41,2K visualizzazioni18 risposte · 204 condivisioni · 450 Mi piace

Infatti, sebbene ICEYE sia un marchio europeo, si dice che questo specifico satellite sia gestito da una divisione statunitense e sia di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti, essendo stato lanciato da Vandenberg, in California, nel 2024.

Esistono diverse teorie su ciò che il satellite russo stia cercando di fare; il tweet sopra riportato suggerisce che, avvicinandosi al satellite ICEYE a una distanza così ravvicinata, stia cercando di costringerlo a compiere manovre che ne esaurirebbero le riserve di carburante. Gli Stati Uniti ritengono che il Kosmos-2612 rientri nella categoria dei satelliti “ispettori” russi, il cui ruolo segreto è quello di monitorare da vicino, e potenzialmente interferire con o sabotare, i satelliti nemici.

Due video che, secondo quanto riferito, mostrano il satellite russo Kosmos-2612 mentre si avvicina all’ICEYE-X36:

Dall’articolo collegato sopra, gli esperti discutono su quali altre azioni potrebbe compiere il satellite russo a una distanza così ravvicinata:

Cosa può fare la Russia a una distanza così ravvicinata?

Astrofisici come il dott. Marco Langbroek, docente di “Space Situational Awareness” ottica presso l’Università Tecnica di Delft (TU Delft) nei Paesi Bassi, sabato sul proprio account X, ha avvertito che operare a una distanza così ravvicinata potrebbe consentire a Cosmos-2612 di tentare un’interferenza localizzata delle frequenze radio, compromettendo potenzialmente le capacità radar di ICEYE-X36 o bloccandone i canali di comunicazione. Lo ha definito un «preoccupante gioco del gatto e del topo nello spazio».

Anche i meccanismi a energia diretta, tra cui i laser localizzati o i fasci di microonde, potrebbero comportare dei rischi, accecando i sensori del satellite o compromettendo il funzionamento delle sue antenne, senza tuttavia produrre i detriti tipici di un impatto esplosivo.

Esistono persino alcune teorie secondo cui la vicinanza di un satellite russo in metallo pesante potrebbe interferire con i segnali radar dell’ICEYE e renderlo praticamente “cieco” a causa dell’enorme superficie riflettente del satellite russo.

TWZ riporta una serie di potenziali armi che possono essere utilizzate:

Oltre al lancio di proiettili, la capacità intrinseca di un veicolo spaziale di manovrare molto vicino ad altri oggetti in orbita e di mantenere tale posizione consente una serie di altre modalità di attacco, sia cinetiche che non cinetiche. Ciò include l’uso di bracci di presa per causare danni o semplicemente trainare un satellite fuori orbita, spruzzare aerosol per danneggiare o compromettere i sistemi ottici e i pannelli solari, nonché il disturbo elettronico. Un satellite potrebbe rivelarsi esso stesso un’arma, trasformandosi in un intercettore cinetico che si schianta contro il bersaglio a comando.

In ogni caso, sembra che la Russia stia compiendo uno sforzo concertato per approfittare della crescente mancanza di visibilità e delle restrizioni alle comunicazioni in Ucraina al fine di compromettere ulteriormente le operazioni delle Forze Armate Ucraine.

—

Infine, forniamo un aggiornamento sulla situazione descritta nell’ultimo rapporto riguardo ai droni ucraini che, in qualche modo, sono riusciti a sorvolare lo spazio aereo polacco per raggiungere la Lituania durante gli attacchi a San Pietroburgo.

Il primo ministro polacco Tusk ha ora dichiarato ufficialmente al proprio parlamento che sta chiedendo chiarimenti all’Ucraina in merito alla questione, come riportato da diversi organi di stampa polacchi:

https://poland-24.com/lituania-polonia-drone-indagine-aerei-della-NATO/

La Polonia chiede spiegazioni all’Ucraina in merito a un drone che ha sorvolato il proprio territorio diretto in Lituania.

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato che Varsavia si aspetta spiegazioni da Kiev in merito all’incidente che ha visto un drone sorvolare il territorio polacco in direzione della Lituania.
Secondo Tusk, il presidente della Lituania, Gitanas Nausėda, è giunto a Varsavia per discutere dell’incidente.

L’articolo di Poland-24 descrive in modo approfondito e dettagliato ciò che è accaduto esattamente. Si sostiene che sia stata la Lituania stessa a individuare per prima il drone all’interno del territorio polacco, cosa che la Polonia, a quanto pare, non ha fatto, il che fa sorgere l’ovvio sospetto che la Polonia fosse in qualche modo coinvolta e che le parole di Tusk servano semplicemente a coprire la realtà dei fatti:

La Lituania afferma che un drone è stato individuato all’interno del territorio polacco

Le autorità lituane hanno presentato lunedì una cronologia dettagliata dei movimenti dell’aereo, a seguito di una riunione della Commissione per la sicurezza nazionale del Paese.

Il contrammiraglio Giedrius Premeneckas, capo di Stato Maggiore della Difesa lituana, ha affermato che i sistemi di sorveglianza hanno rilevato per la prima volta l’oggetto a circa 30–40 chilometri all’interno del territorio polacco.

Secondo il resoconto delle forze armate lituane riportato da BNS, la prima rilevazione radar è avvenuta domenica alle 5:47 circa, ora lituana.

Le autorità hanno riferito che l’oggetto ha successivamente attraversato il confine con la Lituania alle 6:02 circa del mattino.

Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha affermato che le prove disponibili indicavano che l’aereo fosse ucraino e trasportasse esplosivi.

Anche l’ipotesi di un avvicinamento dalla Polonia non permette di stabilire da dove sia decollato originariamente l’aereo.

Come si può vedere di seguito, l’articolo conferma che i radar polacchi sono riusciti in qualche modo a non rilevare il velivolo nel proprio spazio aereo e ha persino accusato la Lituania di aver in qualche modo permesso il lancio del drone dal suo territorio:

Il Ministero della Difesa polacco smentisce l’ipotesi di un lancio alternativo

Le autorità polacche hanno ribadito che i propri sistemi radar militari non hanno confermato l’attraversamento del confine descritto dai funzionari lituani.

La controversia si è complicata lunedì quando i media polacchi, citando fonti anonime del settore della difesa, hanno suggerito che il drone potesse essere stato lanciato dall’interno della Lituania.

Il fatto che la Polonia respinga la teoria secondo cui il lancio sarebbe avvenuto dalla Lituania non dimostra, di per sé, che il drone abbia attraversato lo spazio aereo polacco.

Allo stesso modo, l’assenza di una traccia radar polacca corrispondente non smentisce in modo definitivo l’osservazione lituana.

Per risolvere questa discrepanza è necessaria l’analisi congiunta attualmente in corso.

Incredibile. Il Paese che si autoproclama come la forza armata europea più potente della NATO non è stato in grado di individuare i droni ucraini che attraversavano tranquillamente il proprio territorio e le tracce radar sembrano essere state cancellate a posteriori; che coincidenza perfetta.

L’intera vicenda puzza chiaramente di un’enorme operazione di insabbiamento e, viste le bizzarre scuse della Polonia e il suo atteggiamento da “ingenuo”, sembra sempre più probabile che sia stata proprio la Polonia a facilitare gli attacchi ucraini, il che, ovviamente, avrebbe perfettamente senso.

Le dichiarazioni di Tusk, quindi, non sono altro che una dichiarazione di facciata, fatta solo per salvare le apparenze, per fingere professionalità e innocenza mentre si cerca di coprire qualcosa di losco.


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L’INTERMARIUM, di WS

Purtroppo adesso ho poco tempo per scrivere commenti “lunghi”( devo raccogliere olive),ma questo articolo

ne merita uno e subito, perché sull’ argomento avevo scritto qui una breve divagazione https://italiaeilmondo.com/2025/11/16/la-lotaringia-cuore-delleuropa_di-ws/ 

nonché un suo “sequel” su quel “temerario” che cercò di rifondarla; articolo che poi non ho mai inviato perché per quanto l’ argomento sia FONDAMENTALE, specialmente per noi italiani, per capire la nostra storia e perché si sia arrivati in queste situazioni geostrategiche non mi sembrò allora di avere suscitato grande interesse in merito.

Ma niente di strano in questo. I più di coloro che si interessano di geopolitica lo fanno per capire “il domani”, così sbagliando, però; di fatti se è “l’ oggi” che determina “il domani”, è “il passato” che ha determinato “l’oggi” .

Non posso quindi che apprezzare questo contributo di “necrofilia” storica , (“necrofilia” perché oramai i suoi soggetti, gli stati europei, sono sostanzialmente morti ) e con una analisi con cui sono in gran parte d’accordo.

Ma il mio orecchio geopolitico non ha potuto fare a meno di coglierne “la stecca”; “stecca” appunto legata alla attualità geopolitica; quello che, appunto, interessa ai nostri lettori e che probabilmente giustifica la committenza di questo egregio lavoro storico e sicuramente un mio pronto commento.

 E “la stecca” si chiama INTERMARIUM una cosa che nella storia europea non è mai esistita e che mai esisterà aldilà delle fantasticherie polacche. 

E perché si è sentito adesso necessario inquadrare “ storicamente” questo “futuribile” progetto? Perché il piano originale de “l’ occidente combinato” ( cioè della dirigenza americana ) è fallito in una ovvietà : la Russia NON può essere sconfitta in CASA PROPRIA .


E questo è un concetto banale, già noto a molti : MAI MARCIARE CONTRO LA RUSSIA!

Lo ha detto in punta di morte quel Bismarck creatore del “l’ impero tedesco ”, lo ha ripetuto sarcasticamente BEN TRE volte Montgomery alla platea di ufficialetti inglesi della accademia a cui lui non era stato ammesso.

E adesso ai soliti inglesi glielo ha pure spiegato Crosetto: se non si vuole andare fino in fondo ( cioè alla guerra nucleare) con la Russia si dovrà trovare un modo di conviverci… ovviamente fino al momento del prossimo tentativo di metterla definitivamente “ sotto” !

Ma come “ricostruire” un “ equilibrio in Europa ” che mantenga le condizioni fondanti della NATO : la Russia FUORI , la Germania SOTTO e gli angloamericani DENTRO ?

L’ INTERMARIUM ovviamente; una specie di nuova “ Jugoslavia”, ma stavolta a “guida polacca” che si frapponga tra la morente €uropa e la Russia. Un guerrafondaio botolo “anglomericano” puntato contro la Russia, ma “ a spese” degli €uropei !

Ora sia chiaro , SE ( e sottolineo SE ) ci scampiamo da un ennesima guerra mondiale in EUROPA ( cosa che io non credo), un “ equilibrio” con una Russia “piuttosto arrabbiata” andrà comunque trovato; OVVIAMENTE questo non potrà essere la famosa “ pace giusta” di cui tutti blaterano in “occidente” perché ALLA RUSSIA delle VERE “ garanzie” andranno date, e altrettanto ovviamente quel “buco nero “ che allora sarà diventato questo cesso di €uropa a guida franco- tedesca andrà comunque “riempito” .

E di “idee” in proposito se ne possono avere tante, ma esercitarsi ORA su questa fantageopolitica è assolutamente inutile; PRIMA dovremo aspettare il responso del “campo di battaglia”. Che cali definitivamente ogni polvere sulle “macerie”.

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