PUNTO CRITICO?_di Pierluigi Fagan

Il conflitto ucraino e la politica sanzionatoria imposta dagli Stati Uniti alla Russia hanno accresciuto enormemente l’importanza e la competizione dei paesi, in particolare quelli europei e in primis l’Italia, nell’area sud-orientale del Mediterraneo. Una regione già di per sé altamente instabile. Ad un accresciuto interesse, corrisponde però un drammatico ridimensionamento del peso geopolitico di Francia, Spagna, Grecia e Italia e l’intenzione della attuale leadership statunitense di accontentare e ricondurre in qualche modo le ambizioni turche e di fare dell’Ucraina e di alcuni paesi dell’Europa Orientale i veri pivot, anche energetici, in grado di controllare e condizionare pesantemente eventuali ambizioni autonome della Germania e della Francia. L’Italia è come non data, irrilevante. La Nuland, potente e famigerata sottosegretaria agli esteri americana, ha infatti più volte affermato che si deve semplicemente arrangiare. L’ennesimo scorno per chi, come l’ENI, è stata protagonista delle ricerche di giacimenti in quell’area. Ma forse anche persino l’ENI volge uno sguardo sempre più distratto verso il nostro paese. Buona lettura, Giuseppe Germinario
Certamente non rimprovereremo al Presidente Erdogan di aver difeso gli interessi nazionali del suo Paese, ma gli ectoplasmi dell’UE per essersi piegati alla sua politica.
Per l’UE l’unica seria alternativa al gas russo è quella offerta dal gigantesco giacimento situato nelle acque territoriali di Egitto, Gaza, Israele, Libano, Siria e Cipro (vedi mappa a pagina 9). Riserve di 50 trilioni di m3, o ¼ dei 200 trilioni di m3 stimati di riserve mondiali, più riserve di petrolio stimate in 1,7 miliardi di barili. Tuttavia, è attraverso il gasdotto EastMed che devono avvenire le future esportazioni verso l’Italia e l’intera Ue. Ma, dal 1974, la Turchia, che occupa militarmente e illegalmente la parte settentrionale dell’isola di Cipro, afferma di fatto di avere dei “diritti” territoriali su questo giacimento di gas. Per essere riconosciuta, Ankara blocca il progetto EastMed ricattando l’UE. Per “facilitare” la “riflessione” degli europei, la Turchia ha preso un solido impegno in Libia. Torna indietro. Il 7 novembre 2019, messo alle strette militarmente a Tripoli dalle forze del maresciallo Haftar, il governo di unità nazionale (GUN) guidato da Fayez el-Sarraj, ha chiesto alla Turchia di intervenire per salvarla. Il presidente Erdogan ha accettato in cambio della firma di un accordo marittimo che gli permettesse di ampliare l’area della sua area di sovranità, tagliando la zona economica marittima esclusiva (ZEE) della Grecia situata tra Creta e Cipro, proprio dove deve passare il futuro gasdotto EastMed. Questo accordo, che quindi traccia artificialmente e illegalmente un confine marittimo turco-libico nel mezzo del Mediterraneo, consente alla Turchia di tagliare l’asse del gasdotto EastMed da Cipro poiché quest’ultimo passerà attraverso acque divenute unilateralmente turche. Il presidente Erdogan sa benissimo che questo accordo viola la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ma la Turchia, il cui obiettivo è l’ampliamento del proprio spazio marittimo, non l’ha firmato, quindi ha potuto affermare che qualsiasi futuro gasdotto o gasdotto richiederà ora un accordo turco. Il 17 dicembre 2019 l’Egitto ha reagito all’accordo turco-pistola con la voce del maresciallo Sisi che ha dichiarato che la crisi libica era una questione di “sicurezza nazionale egiziana”. Essendo economicamente in una situazione disastrosa, l’Egitto, che conta sull’inizio della costruzione del gasdotto verso l’Europa, non può infatti tollerare che questo progetto, per esso vitale, venga messo in discussione dall’annessione marittima della Turchia. Quanto agli europei, a parte le loro solite affermazioni relative al crawling semantico, le loro proteste erano solo circostanziali. C’è da dire che all’epoca il gas russo si stava riversando nell’UE e che lì sarebbe stato versato ancora di più grazie ai gasdotti del Nord Europa… Ma, da allora, in Ucraina è scoppiata la guerra e, dato la “crociata democratica” decisa contro Mosca e le sanzioni contro la Russia, è facile capire che l’Ue ora farà di tutto per accelerare la messa in servizio del gasdotto EastMed, e questo, a costo della capitolazione alle richieste turche. La guerra in Ucraina ha infatti “aperto il gioco”, consentendo alla Turchia di scommettere su tutti i fronti contemporaneamente: – Mantiene buoni rapporti con la Russia, che le fornisce il 60% del proprio fabbisogno di gas e alla quale è legata da un partnership instaurata attraverso il gasdotto Turkstream che, attraverso il Mar Nero, aggira l’Ucraina. Pur sapendo che geopoliticamente, un giorno o l’altro scoppierà una grave crisi tra i due paesi del Mar Nero…
– Sa che, presi per la gola dalle proprie sanzioni, gli europei faranno di tutto per mettere in servizio il gasdotto EastMed. Ma, per questo, la Turchia dovrà avere la sua “quota” nello sfruttamento del giacimento del Mediterraneo orientale. Ciò avverrà a costo del riconoscimento, in forma diretta o indiretta, dell’annessione della parte settentrionale di Cipro da parte della Turchia? Ciò sarebbe singolare in un momento in cui una vera guerra è stata lanciata contro una Russia che cerca di recuperare il Donbass, la vecchia terra russa staccata artificialmente dalla madrepatria dai bolscevichi per indebolire il peso nazionale russo all’interno dell’URSS (Unione dei Soviet Repubbliche Socialiste)… In una UE senza memoria e senza spina dorsale, tutto è davvero possibile…
Una situazione di stallo apparente con l’esercito ucraino che riesce a rosicchiare parte dei territori perduti. L’iniziativa sul campo sembra essere passata in maniera più duratura al regime ucraino. Un paradosso a confronto della enorme perdita di materiale bellico e della sua capacità di produzione in loco e soprattutto della strage di uomini attinti da un serbatoio certamente limitato. Una diretta conseguenza invece del crescente coinvolgimento della NATO e degli Stati Uniti nel conflitto sino ad assumerne direttamente la gestione, la direzione e la supervisione sino a sopperire alle gravi carenze di militi con mercenari e militari stranieri appena dismessi. L’esercito russo sembra in posizione di attesa, pronto a conservare ed accumulare forze in vista di uno scontro ben più ampio e dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche per tutti i condendenti dichiarati o dietro le quinte. Deve risolvere in breve tempo problemi cruciali di assetti politici interni e di riorganizzazione dopo di che non sarà più facile per i contendenti occulti operare dietro le quinte e con la carne di cannone dei terzi ucraini e di chi vorrà aggiungersi ad essi. Il rifiuto di una trattativa seria e il sostegno ad un regime guerrafondaio all’esterno ed aguzzino e razzista, spietato al proprio interno, quale quello ucraino, stanno rendendo sempre più doloroso e costoso il necessario passo indietro. In gioco c’è la tenuta dell’attuale leadership statunitense all’interno e all’esterno degli Stati Uniti. Al momento e in apparenza la sua partita prosegue con il punto perso in Afghanistan e due punti guadagnati a Taiwan e in Europa. E’, però, un continuo azzardo al rialzo al quale basta perdere l’ultimo punto per compromettere l’intero gioco.
Intanto il conto più salato, in termini di sottomissione, passività e stupidità, a diverso titolo, lo stanno pagando gli europei. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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IL TERZO
Julien Freund sosteneva che il conflitto è una relazione sociale bipolare, la quale comporta l’assenza (la dissoluzione, l’estraneità) del terzo dal rapporto. Utilizzando l’espressione del noto principio di logica, è caratterizzato dal terzo escluso.
Il terzo, scriveva il pensatore alsaziano riguardo alla polarità, la elimina in partenza, e poi la ritrova alla conclusione, senza contare che può infrangere la dualità conflittuale. Il terzo si manifesta così come la nozione correlativa, per contrasto, al conflitto.
Il terzo, scriveva Freund, aderendo alla tesi di Simmel, è di tre tipi. Il primo è il terzo imparziale, che non ha interessi nel conflitto, onde è il decisore/intermediario ideale per conciliare i contendenti a far cessare il conflitto. Deve avere autorità e in genere un certo potere per orientare la decisione delle parti in conflitto.
Il secondo tipo è “il terzo ladrone” (larron). Non è implicato nella guerra, ma ne trae benefici per se stesso. Tra i tanti sotto-tipi in cui può suddividersi tale tipo-genere, i più frequenti sono: poter perseguire il proprio tornaconto, contando sulla distrazione dei contendenti o, in altri casi, fare affari con i contendenti (o con uno di essi).
Il terzo tipo è quello del terzo che divide et impera. In questa sotto-classe il terzo non è né il decisore né il profittatore del conflitto: ne è talvolta colui che lo suscita, ma per lo più chi lo mantiene ed alimenta. Del quale tipo è ricolma la storia. Tanto per fare un esempio la politica di Richelieu nella guerra dei trent’anni, prima dell’intervento francese, in soccorso dei protestanti. O, per la politica interna, quella degli Asburgo verso i popoli nell’impero austro-ungherese.
Nella guerra russo-ucraina chi – e di che tipo – può essere il terzo? Il decisore, il profittatore, il suscitatore?
Quanto al profittatore, ce n’è tanti e, per lo più privati, che è superfluo parlarne.
Anche perché la posizione del terzo larron, è conseguenza – prevalentemente – di decisioni altrui e non proprie. Pertanto ha poche possibilità sia di suscitare che di far cessare la lotta.
Neppure si vede un terzo che abbia i connotati del primo tipo: non c’è nessuno che sommi in se neutralità (nel senso prima specificato), autorità e potere. Gli USA sono i protettori dell’Ucraina, come Richelieu lo era dei principi protestanti, e hanno ampiamente aiutato una delle parti e preso misure contro l’altra; l’U.E. non ha l’autorità, né il potere, e neppure è neutrale, anche se ha tutto l’interesse a far cessare il conflitto.
La Cina ha tenuto un comportamento relativamente equidistante tra i contendenti ed è sotto questo aspetto, idonea; ma è dubbio se abbia il potere e ancor più il tasso minimo di autorità presso i contendenti. Il Vaticano si è saggiamente mantenuto in equilibrio tra le parti; ma anche se – credo – ha una certa autorità, ha pochissimo – o nessun – potere. Intendendo qui come “potere” l’impiego di incentivi alla pace o disincentivi alla guerra.
Di converso appare più chiaramente percepibile la presenza di terzi “suscitatori”. Forniture di armi e sanzioni possono disincentivare l’aggressore, ma sicuramente prolungano la guerra e probabilmente la intensificano.
Sempre tornando a Richelieu, la guerra dei trent’anni ebbe tale durata proprio grazie al denaro che il cardinale dava in abbondanza alla parte più debole, ossia ai protestanti. Per farla cessare fu necessario, tuttavia, l’intervento militare della Francia, con relativo abbandono del ruolo di terzo.
Nel conflitto russo-ucraino i “terzi” abbondano, ma dei tipi “polemogeni”; mancano, allo stato, quelli del primo tipo.
A meno che uno dei belligeranti non si riconosca sconfitto o ambedue trovino un’intesa pacifica (ipotesi che appare ancor più difficile), la durata appare rimessa alla volontà delle stesse. E la durata anche.
Teodoro Klitsche de la Grange
CONSIDERAZIONI E PREVISIONI (un po’ frettolose, non ho tempo per altro) SULLO SVILUPPO DELLE OSTILITA’ IN UCRAINA.
La Russia farà quel che deve per vincere la guerra. Non ha nessun bisogno di impiegare le armi atomiche. Nel suo discorso del 30 settembre, Putin NON ha minacciato un first strike nucleare, tattico o strategico. Ha soltanto detto, rivolgendosi a chi, come il premier britannico Liz Truss e vari commentatori americani, ha ventilato la possibilità di impiegare le armi nucleari, che la Russia risponderebbe impiegando il suo arsenale atomico, sottolineando che questa è una certezza, non un bluff. Nel gioco della deterrenza nucleare reciproca, è assolutamente decisivo che NESSUNO bluffi, altrimenti diventa impossibile un comportamento razionale, e la possibilità di equivoci catastrofici dovuti a erronea interpretazione dell’intenzioni nemiche aumenta esponenzialmente.
Deduco che la Russia farà quel che deve per vincere la guerra, e che non ha nessun bisogno di impiegare le armi atomiche da:
Le risorse strategiche russe sono di interi ordini di grandezza superiori alle risorse strategiche ucraine + aiuti NATO. In uno scontro tra un molto più debole e un molto più forte, il molto più debole può vincere solo quando riesce a rendere sfavorevole, per il molto più forte, il rapporto costi/benefici della vittoria.
Un ottimo esempio è la strategia di dissuasione nucleare du faible au fort elaborata dal gen. Gallois per de Gaulle, volta a dissuadere le due grandi potenze nucleari dell’epoca, USA e URSS: in caso di rischio esistenziale per la Francia, il presidente francese può impiegare l’armamento nucleare, che ovviamente è di vari ordini di grandezza inferiore a quello dei potenziali nemici, ma può comunque infligger loro danni politicamente inaccettabili (“Tu puoi annichilirmi ma ti costerebbe Mosca o Los Angeles: il gioco vale la candela?”).
Un ottimo esempio nel quadro della guerra convenzionale è la sconfitta americana in Vietnam. Impiegando tutte le proprie risorse strategiche, gli USA avrebbero senz’altro potuto vincere il Vietnam, sia ricorrendo, sia non ricorrendo all’arma atomica. Essi invece si sono ritirati, preferendo subire una sconfitta, perché il costo politico della guerra era divenuto, per vari fattori, troppo elevato.
Una sconfitta in Vietnam, però, non rappresentava un rischio esistenziale per gli Stati Uniti, che non rischiavano l’integrità del proprio territorio e del proprio sistema politico.
Il caso presente è radicalmente diverso, perché la Federazione russa ritiene (a ragione, secondo me) di correre un rischio esistenziale, ossia ritiene che una sconfitta in Ucraina metterebbe a rischio l’integrità politica della nazione, che rischierebbe d’essere frammentata e colonizzata.
La posta essendo così elevata – per uno Stato e una nazione, la posta assoluta – non esiste, per la Federazione russa, un rapporto costi/benefici della sconfitta tale da persuaderla a rinunciare a combattere, accettando la sconfitta. Essa dunque impiegherà a fondo, se necessario, tutte le sue risorse strategiche per vincere la guerra. Se non era chiaro prima, è chiaro come il sole oggi, dopo l’annessione del Donbass alla Russia, come d’altronde illustra esplicitamente il discorso di Putin del 30 settembre scorso.
Si noti inoltre che per gli Stati Uniti, la posta in gioco NON è altrettanto elevata. Essi, in caso di sconfitta in Ucraina, NON rischiano la distruzione e la frammentazione politica. Rischiano una grave sconfitta politico-strategica e una importante perdita di prestigio, che non è poco ma non è tutto come nel caso della Russia. Nel campo occidentale, chi rischia di più è l’Europa, che si espone fin da subito a un colpo economico e sociale incapacitante. Il danno economico e sociale subito dall’Europa va a beneficio immediato degli Stati Uniti, che quindi non hanno motivo di prevenirlo o attenuarlo: anzi.
I russi non riescono a tenere i territori annessi per il semplice motivo che nei mesi precedenti, hanno conquistato territori troppo vasti per il numero di truppe che hanno impegnato: insomma, la coperta russa è troppo corta, copri di qua ti scopri di là. Di fronte all’offensiva ucraina, i russi avevano due scelte: ordinare la difesa a oltranza dei territori conquistati (molto costoso in termini di perdite umane, anche se la difesa avesse avuto successo) o cedere territorio e risparmiare gli uomini. Hanno scelto di cedere territorio perché il territorio si riconquista, i morti non si resuscitano.
Probabilmente (ovviamente, è solo una mia ipotesi) i russi hanno sinora impegnato in Ucraina soltanto 200.000 uomini circa perché
1) cambio di regime a Kiev (forse informazioni errate dell’intelligence russo)
2) soluzione diplomatica, trattativa da posizioni di forza con Kiev + USA
L’intervento militare, probabilmente, è stato deciso per anticipare l’offensiva ucraina contro il Donbass, che era effettivamente in preparazione, e anche perché Zelensky aveva sciaguratamente detto ufficialmente di avere l’intenzione di approntare armi atomiche impiegando le capacità, di cui l’Ucraina dispone, di mettere a punto “dirty bombs”.
In sintesi i russi non avevano previsto il livello dell’escalation politico – militare USA-NATO, anche perché gli USA e la NATO NON hanno deciso immediatamente, subito dopo l’invasione russa, il livello della loro escalation. Nell’articolo che linko in calce esamino anche questo aspetto.
Probabilmente, il campo occidentale NON ha deciso subito l’escalation, ma solo dopo avere interpretato (erroneamente, come sconfitta e incapacità russa) l’attacco secondario- manovra diversiva iniziale russa verso Kiev.
Dopo l’escalation politico-militare occidentale, i russi sono passati a una guerra d’attrito molto efficace nel Donbass, dove hanno conquistato vasti territori su più di 1000 km di fronte. Però, se avevano le capacità di conquistare questi vasti territori, NON avevano le capacità di tenerli, perché per tenere territori così vasti ci volevano come minimo altri 200-300.000 uomini che li occupassero e li difendessero in profondità.
Sono quelli che stanno mobilitando ora (e altri secondo me ne seguiranno, l’ordine di mobilitazione è aperto, non c’è bisogno di rinnovarlo). Verosimilmente, le prossime mosse russe saranno:
L’obiettivo finale dell’offensiva, o meglio della serie di offensive, sarà la conquista e l’occupazione permanente della Novorossja, quindi non soltanto del Donbass.
Per eseguire questi compiti la Russia non ha alcun bisogno di impiegare l’arma atomica, deve solo impiegare una parte maggiore delle sue capacità convenzionali.
Gangster in azione_Giuseppe Germinario
Un’immagine rilasciata dal comando di difesa danese mostra la fuga di gas al gasdotto Nord Stream 2 vista dall’intercettore danese F-16 a Bornholm, in Danimarca, il 27 settembre 2022. I due gasdotti Nord Stream che collegano la Russia e l’Europa sono stati colpiti da fughe di notizie inspiegabili, che sollevano sospetti di sabotaggio. Foto: AFP
Un totale di tre perdite sono state rilevate sui gasdotti russi Nord Stream, che trasportano gas naturale in Europa, lo stesso giorno, e sono state accompagnate da “potenti esplosioni sottomarine”, quindi ampiamente considerato un “atto deliberato”. il risultato è che la speranza dell’Europa di ricevere gas russo attraverso i gasdotti Nord Stream quest’inverno è del tutto svanita nel nulla, e anche il nodo già complicato e intrecciato tra Russia e Occidente è stato reso più difficile da questo “incidente”.
Gli analisti generalmente ritengono che questa sia una manifestazione speciale dell’effetto di spillover distruttivo del conflitto Russia-Ucraina. Chi l’ha fatto? Nessuno ha rivendicato la responsabilità. Ci sono state varie speculazioni sui social media internazionali, ma tutte non hanno prove credibili, il che, tuttavia, ha ulteriormente intensificato le tensioni tra tutte le parti interessate e aumentato il sospetto strategico reciproco tra le principali potenze, causando ulteriori problemi durante il disastro secondario.
In ogni caso, l’attacco alle grandi infrastrutture transnazionali ad uso civile è di natura molto odiosa. Ha anche creato un pericoloso precedente dallo scoppio del conflitto Russia-Ucraina. Una tale tendenza non può essere assecondata. Sia l’Unione Europea che la Russia hanno chiesto alle agenzie competenti di condurre un’indagine completa e pubblicizzare i risultati. Poiché l’incidente è avvenuto all’interno delle zone economiche esclusive di Danimarca e Svezia, al momento Germania, Danimarca e Svezia stanno indagando sulle cause dell’incidente. Tuttavia, poiché questo incidente coinvolge molti paesi, è necessario chiedere agli organismi internazionali competenti di istituire una squadra investigativa congiunta in modo da ripristinare la verità, scoprire gli autori e punirli di conseguenza il prima possibile.
Sebbene la verità per ora non sia nota, una cosa è certa: indipendentemente da quale parte abbia premuto il pulsante per danneggiare i gasdotti Nord Stream, ha inferto un duro colpo alla cooperazione energetica Russia-Europa. L’UE ha fatto grandi sforzi per stabilizzare i prezzi dell’energia in precedenza, ma è probabile che le perdite di Nord Stream compensino tutto questo. L’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha rilasciato una dichiarazione mercoledì affermando che “qualsiasi interruzione deliberata delle infrastrutture energetiche europee è assolutamente inaccettabile”. Poiché “l’inverno più freddo” ha seguito “l’estate del malcontento”, un’ondata più ampia di fallimenti aziendali e recessione economica è arrivata alle porte dell’Europa.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato che il sabotaggio degli oleodotti Nord Stream non sarebbe “nell’interesse di nessuno”. Ma perché gli incidenti che sono “nell’interesse di nessuno” sono accaduti ancora e ancora? Ciò merita una seria considerazione da parte della comunità internazionale.
Lo stesso destino sfortunato del gasdotto Nord Stream 2 spiega non pochi problemi. Il principale programma di cooperazione reciprocamente vantaggioso e vantaggioso per tutti tra la Russia e l’UE ha incontrato la ferma opposizione degli Stati Uniti sin dal primo giorno. Dalle ripetute minacce verbali a molti round di sanzioni, gli Stati Uniti hanno mostrato la loro ferma posizione: non si fermeranno finché non incasinaranno il Nord Stream 2.
Dopo lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina, Nord Stream 2, un progetto di cooperazione che in realtà è vantaggioso per il sostentamento delle persone europee, era sull’orlo del fallimento sotto la pressione multipla dell’egemonismo, dei calcoli geopolitici e dei dilemmi di sicurezza. Questo sabotaggio deliberato ha soffocato la possibilità di una sua rinascita.
Non è difficile sentire che c’è una forbice invisibile che taglia i legami di interessi tra Russia ed Europa. Chi controlla le forbici sta facendo politica. Quando i legami di interessi saranno interrotti, la Russia e l’Europa rimarranno di fronte a un tragico confronto e le vite di un gran numero di persone comuni si riveleranno la più grande vittima.
L’incidente del Nord Stream mostra ancora una volta che l’impatto del conflitto Russia-Ucraina non si limita al campo di battaglia militare, ma si è riversato sull’energia, sull’economia, sul cibo e persino sulla guerra dell’opinione pubblica. L’incidente di Bucha nell’aprile di quest’anno ha gettato una pesante ombra sul negoziato di tregua, che era in un momento critico. Ora, l’incidente dell’oleodotto ha nuovamente compresso lo spazio per le parti coinvolte nel conflitto per raggiungere una soluzione politica.
Ancora più preoccupante, nessuno sa se la pianificazione del prossimo incidente Bucha o Nord Stream sia già in corso. Questa incertezza sarà la spada di Damocle che incombe sull’Europa e persino sul mondo intero.
Per il momento, quello che tutte le parti dovrebbero fare è tessere una rete di sicurezza il più possibile per far sì che il conflitto raggiunga un atterraggio morbido il prima possibile. Il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko ha dichiarato mercoledì che la Russia è pronta a prendere in considerazione le richieste dei paesi dell’UE per un’indagine congiunta sui recenti incidenti sui gasdotti offshore del Nord Stream, se ci sono richieste dai paesi europei.
Se la Russia e i paesi europei possono collaborare nelle indagini sugli incidenti, anche se tale cooperazione è estremamente limitata, sarà un ramo d’ulivo verde nella tempesta nera, che aiuterà ad alleviare il confronto ed evitare la spirale delle contraddizioni.
Va inoltre sottolineato che, dall’incidente di Bucha all’incidente del North Stream, la guerra e il caos sono i principali responsabili di tutte queste tragedie. Si spera che il suono dell’esplosione sugli oleodotti del North Stream possa risvegliare più persone a unirsi alla ricerca della pace, in modo da trasformare l’incidente del North Stream in un’opportunità per fermare la guerra e promuovere la pace, piuttosto che una miccia che peggiora la situazione.
Puntata particolarmente importante. I nemici dichiarati dalla attuale leadership statunitense sono la Russia nell’immediato, la Cina dal punto di vista strategico. L’obbiettivo di fondo è scompaginare la prima, trattare da posizione di forza con la seconda. Arrivare a regolare il contenzioso con la Cina, comporta riequilibrare preliminarmente la propria economia attualmente fondata sul debito e sul drenaggio di risorse dall’area del dollaro e su un processo di decentramento industriale che espone gli Stati Uniti alla fragilità di un circuito troppo vulnerabile. I paesi europei, in primo luogo la Germania, sono destinati ad essere la vittima sacrificale di questa dinamica a beneficio esclusivo del loro alleato egemone. Su questo il gruppo dirigente statunitense può far leva sugli utili idioti dei paesi scandinavi e dell’Europa Orientale, nella fattispecie i paesi baltici, la Polonia. Costoro, in nome di brame di rivalsa sopite da troppo tempo nei confronti di Russia e Germania, non esitano a legarsi mani e piedi con chi a tempo debito non esiterà a scaricarli. Un già visto nelle precedenti due guerre mondiali, ma di nessuna lezione per il presente. Gli Stati Uniti, intanto, riescono a lucrare a man bassa sul mercato energetico, grazie alle dinamiche politiche innescate; compresi gli atti di sabotaggio. L’ennesima conferma di come le fortune economiche dipendono soprattutto dalle scelte politiche, piuttosto che da dinamiche economiche intrinseche. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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GUERRA ED ASCESA AGLI ESTREMI
Non è confortante la decisione di Putin di mobilitare una parte dei riservisti russi.
Contrariamente alla previsione dei media mainstream che le sanzioni avrebbero piegato l’aggressore, il quale era anche una “tigre di carta”, la tigre ha deciso di usare ambedue le zampe per combattere. Spinto a ciò dalla resistenza ucraina, superiore (e più determinata) del previsto, al punto di sviluppare delle controffensive locali che hanno avuto – negli ultimi tempi – successo. Data la limitatezza delle forze russe già messe in campo, la decisione – tenuto conto della perdurante volontà russa di perseguire l’obiettivo politico – è stata quella logica: aumentarle. Anche perché se le sanzioni riuscissero a piegare la Russia come asserito dai giornaloni, nessuno si azzarda ad aggiungere quando. E se si procrastina a qualche anno l’effetto delle stesse, Putin avrà tutto il tempo per occupare l’Ucraina (ma sembra non volerlo – e giustamente); dopo di che le sanzioni farebbero probabilmente la stessa fine di quelle degli anni ’30 all’Italia: essere revocate.
Quel che più interessa (e preoccupa) di tali previsioni à la carte è d’esser contrarie alla logica della guerra, per cui era prevedibile che il prosieguo delle ostilità (anche) con la comminatoria delle sanzioni, avrebbero attizzato e non spento il conflitto.
L’aveva previsto due secoli fa Clausewitz, formulando quale “legge” della guerra l’ascesa agli estremi, ossia la tendenza del conflitto ad aumentare d’intensità. La guerra, scriveva il generale, è un atto di violenza e non c’è limite alla manifestazione di tale violenza. Ciascuno dei contendenti detta legge all’altro, da cui risulta un’azione reciproca che, nel concetto, deve logicamente arrivare agli estremi. Ossia una guerra logicamente tende a divenire assoluta, cioè senza limiti né di spazio né soprattutto di condotta. L’osservanza delle regole è subordinata al conseguimento della vittoria. Le restrizioni, come il diritto internazionale “non hanno capacità di affievolirne essenzialmente l’energia”.
Questo della guerra assoluta tuttavia è, secondo la terminologia weberiana un “tipo ideale”. Nelle guerre concrete “le probabilità della vita reale si sostituiscono alla tendenza all’estremo” per cui la condotta della guerra si sottrae (in parte) alla legge dell’ “ascensione agli estremi”.
Questo effetto moderatore della realtà, di cui scriveva Clausewitz, funziona; tuttavia può essere controbilanciato dal caricare di significati ideologici, religiosi, e quanto altro il conflitto, ed in particolare il nemico dipinto come criminale, pazzo, avido; onde la guerra diventa un atto di giustizia, volta a castigare un delinquente.
Mentre il fine della guerra “razionale”, come già scriveva S. Agostino, è la pace “la pace è il fine della guerra, poiché tutti gli uomini, anche combattendo cercano la pace… Perfino coloro che vogliono turbare la pace in cui si trovano… Non vogliono dunque che non vi sia la pace, ma vogliono la pace che vogliono loro”; presupposto della pace è trattare con il nemico, e quindi il di esso riconoscimento come justus hostis. La guerra dei giornaloni (e di parecchi politici) realizza proprio l’effetto contrario all’avvio di negoziati di pace.
A quanto sopra si può opporre che le misure prese dalle potenze occidentali, sia le sanzioni che le forniture militari a sostegno dell’Ucraina possono favorire nel segno della “guerra reale” lo squilibrio di forze tra i belligeranti e così favorire i negoziati.
Questi costituiscono (gran parte) degli strumenti di cui la politica può servirsi per smorzare le guerre. E il “fattore” di ri-equilibrio è sicuramente da valutare come mezzo per favorire i negoziati. Ma hanno altresì il difetto di procrastinare (al limite evitare) la conclusione della guerra per debellatio della parte più debole.
Questo se non ci sia da una parte e dall’altra la volontà di voler porre termine alla stessa.
Perché come scriveva il generale prussiano (e non solo) fare la guerra si fonda sulla volontà dei contendenti, quella dell’aggressore di realizzare una pace diversa, e quella dell’aggredito nel conservare l’ordine preesistente.
Lo squilibrio dei mezzi, la stessa occupazione totale del territorio dell’aggredito spesso non ne comportano la cessazione, come provano le guerre partigiane.
E accanto, occorrerebbe un terzo che favorisse la pace, essendo credibile, autorevole ed equidistante; il quale nella specie, manca. Ma questa è un’altra storia.
Teodoro Klitsche de la Grange