Italia e il mondo

L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava _ di Vladislav Sotirovic

L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava

Uno dei mantra e dei luoghi comuni titoisti più duraturi nella storiografia riguardante i popoli e le nazionalità della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale è il presunto «decreto» emanato dal re Pietro II Karađorđević il 12 settembre 1944 — una narrazione che persiste ancora oggi nei mass media e nella letteratura accademica. Tale ordine avrebbe presumibilmente esortato tutti i serbi, i croati e gli sloveni (i tre «popoli» ufficialmente riconosciuti della Jugoslavia) a unirsi e ad aderire al cosiddetto Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ) – ovvero i partigiani comunisti – sotto il comando di Josip Broz Tito, e a proseguire la lotta contro gli occupanti tedeschi sotto la sua bandiera.

In particolare, tra le altre cose, l’appello — che fu trasmesso da Radio Londra — recita:

«Tutti coloro che si affidano al nemico contro il proprio popolo e il proprio futuro, e che non danno ascolto a questo appello, non potranno sfuggire allo stigma del tradimento — né agli occhi del popolo né davanti alla storia. Con questo messaggio, condanno fermamente l’uso improprio del nome del Re e dell’autorità della Corona — un uso improprio impiegato per giustificare la collaborazione con il nemico e per seminare discordia tra un popolo attualmente impegnato nella lotta nel momento più grave della propria storia — servendo così esclusivamente gli interessi del nemico». [tratto da: Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione digitale, 19 settembre 2022 (Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione elettronica, 19 settembre 2022)]

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Il punto più importante da sottolineare in questa fase è che, anche a otto decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, quella stessa guerra — in un contesto globale — continua a essere combattuta in Serbia e tra i serbi. Tuttavia, anziché ricorrere alle armi da fuoco, il conflitto viene ora portato avanti attraverso la propaganda e mezzi politici (compresa la falsificazione delle fonti storiche), principalmente tramite i media pubblici — in particolare le piattaforme online ed elettroniche. Ciò è stato portato nuovamente alla nostra attenzione — come avviene ormai da molti anni — dai commenti apparsi sulla nostra stampa, che continuano a guardare alla nostra storia bellica e postbellica attraverso una lente comunista, caratterizzata da un immenso ottimismo retrospettivo. Ad esempio, in un commento al suddetto testo di Miomir Garašanin, abbiamo potuto leggere ancora una volta che i membri dell’Esercito jugoslavo in Patria (JVuO) — ovvero «ex cetnici di Draža Mihailović»—furono trasferiti all’Esercito jugoslavo di Tito (JA, ovvero l’esercito partigiano) in seguito al cosiddetto «Ordine» che si sostiene sia stato emanato dal re Pietro II Karađorđević di Jugoslavia il 12 settembre 1944. Poco è stato scritto su questo episodio ancora inesplorato della fine della guerra; di conseguenza, molti aspetti rimangono irrisolti — e, in effetti, sembrano quasi incredibili.

Tuttavia, finché gli storici jugoslavi — con cui intendiamo coloro nati dopo il 1935, e quindi non coloro che furono partecipanti attivi alla guerra e che, per questo motivo, non possono possedere la credibilità necessaria per l’obiettività storica — non faranno luce su questo periodo significativo della storia moderna serba e jugoslava —un periodo che avrebbe plasmato il carattere della società serba ed ex-jugoslava per i successivi decenni (e probabilmente per un intero secolo)—riteniamo che sia giunto il momento che alcuni fatti rilevanti, o almeno alcune indicazioni sugli effettivi avvenimenti storici, vengano presentati al grande pubblico dei lettori.

Cominciamo con il già citato e famigerato cosiddetto «Decreto» emanato dal re Pietro II — il quale si trovava in esilio a Londra in seguito all’occupazione del Regno di Jugoslavia nell’aprile del 1941 e il quale, di fatto, non governò mai realmente la Jugoslavia. Soprattutto, appare altamente improbabile che il sovrano nominale dello Stato — il quale, in tale veste, ricopriva anche la carica di Comandante Supremo della JVuO (le sue legittime forze armate all’interno del Paese di cui rimaneva il sovrano legittimo) — potesse emanare un ordine del genere. I membri della JVuO — primo fra tutti il generale Dragoljub «Draža» Mihailović, che lo stesso re aveva nominato Capo del Comando Supremo della JVuO — percepirono giustamente ciò come una pugnalata alle spalle o, in altre parole, un atto di alto tradimento. Ciò, tuttavia, solleva una questione cruciale: quale fosse la vera natura di questo cosiddetto «Ordine»? Fino a quando non verranno alla luce documenti storici — e non mi riferisco a quelli provenienti dagli archivi titoisti — i cittadini comuni dell’ex Jugoslavia non potranno fare altro che affidarsi principalmente a varie congetture, alcune più plausibili di altre.

In questo contesto, per il momento abbiamo a disposizione due opzioni:

1. Il primo ministro britannico Winston Churchill esercitò pressioni sul re jugoslavo Pietro II (serbo) — direttamente o tramite il governo di Ivan Šubašić (croato) — affinché destituisse il generale Dragoljub Mihailović (serbo). Ciò avvenne su esplicita richiesta del serbofobo Josip Broz Tito (le cui origini risalgono a Odessa o ai Balcani). Quest’ultimo — il quale, per inciso, si era autoproclamato «maresciallo» nel novembre 1943 — esigeva inoltre che la JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse sciolta come formazione militare e che i suoi membri (che l’agitprop titoista aveva fino ad allora etichettato come «traditori interni», «collaboratori con gli occupanti», «criminali», ecc.) si unissero al cosiddetto NOV (Esercito di Liberazione Popolare) di Tito. Churchill aveva già abbandonato il JVuO a favore dei partigiani e di Josip Broz, per ragioni tanto logiche quanto spietate. Ne citeremo qui solo due:

A) L’esistenza di due movimenti rivali e antagonisti (i partigiani comunisti e i patrioti monarchici) comportava che, invece di combattere le forze di occupazione, essi si impegnassero in conflitti e distruzioni reciproci. Era necessario scegliere al più presto una di queste due forze opposte e sostenerla a scapito dell’altra — che sarebbe stata così sacrificata per il bene degli obiettivi strategici degli Alleati, sia durante che dopo la guerra. Josip Broz Tito (le cui origini sono estremamente oscure) riuscì a convincere gli Alleati — soprattutto Churchill (che potrebbe persino essere stato il suo padre biologico) — che egli era il rivale di gran lunga più forte e che il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse più debole dei suoi partigiani, oltre a collaborare, secondo quanto affermato, con gli occupanti (ironicamente, questo era proprio ciò che fecero i partigiani di Tito per tutta la durata della guerra: collaborarono innanzitutto con gli ustascia nazisti croato-musulmani e, successivamente, con gli italiani e i tedeschi, sia direttamente che indirettamente). Esiste un’ampia documentazione al riguardo, ben nota agli storici, pertanto non ci soffermeremo su questo punto (va osservato che, nel corso della sua intera carriera politica e militare, Tito era noto — sia in Oriente che in Occidente — come abile bugiardo, attore e truffatore; di conseguenza, gli storici odierni sono ben consapevoli che egli attribuì sfacciatamente ai propri partigiani gli atti di sabotaggio, le operazioni diversive e altre azioni militari dei cetnici contro le potenze dell’Asse).

Citiamo solo uno dei motivi chiave alla base della decisione di Churchill — Churchill, il quale, per inciso, detestava apertamente il comunismo in quanto tale. Gli era chiaro che Tito e i suoi partigiani combattevano principalmente per il potere e che le forze di occupazione costituivano semplicemente un ostacolo al suo raggiungimento. Per Tito, aggirare gli occupanti – o addirittura collaborare direttamente con essi – costituiva una strategia militare-politica deliberata piuttosto che una mera necessità; ciò rimase vero per tutta la durata della guerra. Il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) combatteva per preservare il vecchio (seppur riformato) ordine, senza alcuna intenzione di assumere esso stesso le redini del Paese dopo la vittoria, né di partecipare alla ripartizione del potere. Questa differenza di motivazione determinò il livello di agilità dimostrato da entrambi i movimenti: nel caso dei partigiani, tale agilità rasentava il fanatismo. Churchill era ben consapevole di ciò che sarebbe accaduto una volta che i comunisti avessero preso il potere in Jugoslavia; tuttavia, come osservò cinicamente ad Anthony Eden (il suo ministro degli Esteri): « «Intende vivere lì?» — era chiaro dove risiedessero le sue priorità. Il pragmatismo politico-militare prevalse sull’onore — con l’aggiunta che Churchill nutriva piani postbellici di vasta portata che coinvolgevano Tito, poiché la Jugoslavia comunista di Broz era destinata a svolgere il ruolo chiave di «cavallo di Troia» all’interno del campo di Stalin. Stalin (Dzhugashvili) se ne rese conto relativamente in fretta e, di conseguenza, espulse Tito e il suo partito dall’Informbiro (ex Cominform) già nel giugno 1948. (In quell’occasione, fu Stalin a dire «No» a Tito — non il contrario!)

Va qui osservato che la Wehrmacht tedesca, comprensibilmente, seguiva una logica opposta. La sua strategia consisteva nel mantenere un equilibrio massimo tra le forze armate nazionali, affinché si annientassero a vicenda, alleviando così la pressione sulle forze di occupazione (come nel caso della cosiddetta «Battaglia della Neretva» del 1943). In Bosnia-Erzegovina, ciò significava operazioni belliche che non andassero a discapito della JVuO, dato che Josip Broz operava effettivamente per conto della Wehrmacht con armi tedesche e ustashe; tuttavia, in Serbia fino alla metà del 1944 (dove praticamente non esistevano forze partigiane) la Wehrmacht condusse una lotta senza compromessi contro le forze di Draža Mihailović (operazione «Mihailović», operazione «Forstrat», operazione «Kopaonik», operazione «Heinrich», operazione «Rudnik», operazione «Haika», operazione «Frilling»…) poiché non poteva fare affidamento sulle formazioni di J. B. Tito, considerando che erano praticamente inesistenti.

B) Garantire la partecipazione continuativa dell’Armata Rossa alle operazioni militari in Europa era fondamentale, poiché era chiaro che Josip Broz Tito fosse il rappresentante di Stalin — e Stalin (Dzhugashvili) esigeva esplicitamente che gli Alleati occidentali fornissero aiuti esclusivamente a Tito. Per tutta la durata della guerra, gli Alleati occidentali temettero il ripetersi dello scenario della Prima guerra mondiale — il Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) — in cui la Russia sovietica di Lenin si ritirò unilateralmente dal conflitto. Questo era, infatti, il piano tedesco; fu proprio a tal fine che Lenin (che non era di origine etnica russa) era stato inviato dalla Svizzera in Russia su un treno sigillato nel 1917. Di fronte alla scelta tra Scilla e Cariddi — una pace separata o il «Terrore Rosso» di una guerra civile post-rivoluzionaria — Churchill scelse di sostenere l’agente di Stalin in Jugoslavia.

Una delle decisioni chiave prese durante la — sorprendentemente — indisturbata (!) «Seconda Sessione» dell’AVNOJ di Tito (il Consiglio Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia) nella città bosniaca di Jajce — tenutasi nella notte tra il 28 e il 29 novembre 1943, all’interno del territorio controllato dagli ustascia (a seguito dei vergognosi «Negoziati di marzo» e degli accordi firmati con i tedeschi dai partigiani di Tito proprio in quello stesso anno, il 1943, riguardo a una lotta congiunta contro la JVuO) — fu il «divieto» di ritorno nel Paese del re Pietro II e della dinastia reale jugoslava. Tale «divieto» era, ovviamente, giuridicamente nullo; si trattava semplicemente di uno dei tanti bluff che caratterizzarono la carriera di Josip Broz Tito fino alla sua morte (ufficiale) nel 1980. Quella morte — insieme al suo funerale grandioso — fu essa stessa un grande bluff, proprio come la decisione di conferirgli il grado di «maresciallo» (un titolo concesso a un uomo che durante la Prima guerra mondiale era stato un semplice caporale nell’esercito austro-ungarico). In realtà, egli utilizzava già da mesi il grado militare di «Maresciallo» prima della Seconda Sessione dell’AVNOJ — un evento che fu, in sostanza, un colpo di Stato perpetrato nella città bosniaca di Jajce.

2. A questo punto sorge la domanda principale: se il re jugoslavo avesse davvero emanato il suddetto cosiddetto «Ordine» — ovvero una decisione volta a cedere di fatto il proprio esercito e le forze armate dello Stato (di cui era il comandante in capo) proprio all’uomo che gli aveva «vietato» l’ingresso nel proprio Paese (in occasione della seconda sessione dell’AVNOJ a Jajce nel novembre 1943) — un Paese in cui egli stesso era nato (a differenza di Tito, che molto probabilmente era nato a Vienna o a Odessa), e in uno Stato creato — direttamente o indirettamente — dal suo stesso antenato; e considerando che suo nonno, il re Pietro II («zio Pera»), era il sovrano più amato del suo tempo — come, allora, fu «persuaso», o piuttosto «costretto», a compiere questo atto, che era, in sostanza, un atto di alto tradimento? Si trattò di un atto che i membri della JVuO (Esercito jugoslavo in patria) percepirono, a ragione, come una «pugnalata alle spalle» — rivolta contro di loro e contro la nazione — sferrata proprio dal sovrano al quale avevano prestato giuramento di fedeltà («Al Re e alla Patria»). Eppure, in virtù di questo cosiddetto «Ordine», l’autorità fu di fatto trasferita a un uomo che aveva attivamente smantellato e lacerato proprio quel Paese — sia durante la Prima guerra mondiale, mentre indossava l’uniforme delle truppe austro-ungariche (ammesso che ci si riferisca a Broz, originario di Kumrovec in Croazia), sia nel periodo tra le due guerre in qualità di alto funzionario del Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ), e persino durante la mobilitazione generale di tutti i cittadini idonei al servizio militare nell’aprile 1941, quando i comunisti stavano sabotando su vasta scala la difesa del Paese, in conformità con il Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 (riguardo all’accordo di cooperazione contro lo Stato jugoslavo firmato tra gli ustascia croati e i comunisti jugoslavi nel 1932 è già stato scritto ampiamente, sia dall’autore del presente testo che da altri).

Affrontiamo inoltre questa questione con due osservazioni ipotetiche, dato che, ad oggi, nessuno ha mai prodotto prove d’archivio documentate del fatto che il Re stesso abbia effettivamente pronunciato questo cosiddetto «Ordine». Ricordiamo inoltre che questo stesso re, Pietro II Karađorđević, fu strumentalizzato con evidente intento malevolo dai golpisti sostenuti dagli inglesi — guidati dal generale jugoslavo Dušan Simović (serbo) — il 27 marzo 1941, quando alla radio fu trasmessa una «Proclamazione» audio a sostegno del colpo di Stato, sebbene il re non avesse mai effettivamente pronunciato quelle parole. Di conseguenza, gli stessi ambienti diplomatici che sfruttarono in modo così palese il re nella primavera del 1941 avrebbero potuto facilmente sfruttarlo nuovamente nell’autunno del 1944 con il cosiddetto «Ordine»:

A) È difficile credere che vi fosse coercizione — sia essa fisica o politica —, soprattutto considerando che la cerchia di consiglieri del re comprendeva figure quali il titano intellettuale e patriota dell’Università di Belgrado, il professor Slobodan Jovanović. L’unica possibilità che viene in mente è quella di false promesse — in altre parole, l’inganno. Non è inverosimile che al re sia stato offerto un «patto»: sciogliete il vostro esercito e vi sarà permesso di tornare nel Paese e di «continuare il vostro regno». Per un uomo d’onore, uno scenario del genere è difficile da credere; tuttavia, occorre prendere in considerazione ogni possibilità — in particolare se si tiene conto del fatto che si tratta della diplomazia britannica (che è, invariabilmente ed esclusivamente, egoista e perversa).

B) Una seconda possibilità — e a mio avviso altamente probabile — è la partecipazione forzata e fittizia del sovrano nominale. Ricordiamo come, durante il colpo di Stato militare a Belgrado del 27 marzo 1941 — un evento disastroso per i serbi, ma eseguito con notevole abilità dagli inglesi e dai croati — il principe ereditario, ancora minorenne, fosse stato bruscamente dichiarato maggiorenne e proclamato re; egli avrebbe letto un comunicato alla Radio di Belgrado in cui esprimeva il proprio sostegno al colpo di Stato e ai golpisti. In seguito emerse che il principe ereditario minorenne non aveva nulla a che fare con tutto ciò e che la proclamazione era stata letta da qualcun altro — qualcuno presentato come il re, dotato di una voce straordinariamente simile alla sua. Potrebbe essere accaduto qualcosa di simile il 12 settembre 1944?

La reazione dei membri della JVuO a questa manovra diplomatico-politica orchestrata è illustrata al meglio da un verso popolare spontaneo:

«Zio Draža, vi giuriamo,

che non ci allontaneremo dal vostro cammino»

(„Чика Дражо ми ти се кунемо,

да са твога пута не скрећемо“)

È un’ironia della storia che proprio quegli stessi versi — mutatis mutandis — siano stati intonati dai sostenitori di Broz in seguito alla risoluzione dell’Informbiro del 28 giugno 1948 (nel giorno di San Vito):

«Compagno Tito, vi giuriamo

che non ci allontaneremo dalla vostra via»

(«Друже Тито, ми ти се кунемо,

да са твога пута не скренемо»)

(dal punto di vista del diritto d’autore, un puro plagio [comunista]).

La domanda successiva è: quale parte della JVuO obbedì effettivamente al cosiddetto «ordine» del Re — il loro Comandante Supremo — di arrendersi ai partigiani di Tito; ovvero, di accettare un ex caporale austro-ungarico della Prima guerra mondiale (proprio come Adolf Hitler) come loro nuovo Comandante Supremo? Per ora non ne sappiamo nulla e possiamo solo formulare ipotesi. Inoltre, se ciò avesse coinvolto un numero significativo di truppe, che ne è stato di loro alla fine della guerra?

Uno scenario possibile può essere dedotto da alcuni episodi secondari verificatisi verso la fine della guerra nel 1945. Nello specifico, quando Tito partì per recarsi a Mosca — in seguito alla formazione del «Fronte dello Srem», un’impresa che si rivelò sfortunata e tragica per i serbi — era preoccupato per le divisioni provenienti dalla Serbia che stavano avanzando verso Zagabria. (A quel tempo, Tito emanò un ordine ai suoi partigiani affinché non distruggessero le chiese cattoliche in Slavonia; tuttavia, non emanò mai una direttiva analoga a quelle stesse unità affinché si astenessero dal distruggere i luoghi di culto ortodossi in Kosovo e Metohija o nella Serbia centrale). Dichiarò esplicitamente al Capo di Stato Maggiore, il generale Velimir Terzić, che il «Fronte di Srem» era, di fatto, il fronte del re Pietro II — e…

«Quando tornerò, non voglio più vederlo» [citato da: Милорад Екмечић, Од клања до орања. История сербов в Новом веке (1492−1992) (Milorad Ekmečić, Dal massacro all’aratura: Storia dei serbi nell’era moderna (1492–1992), terza edizione integrata, Београд, 2010, 494)].

Come va interpretato questo ordine di Broz? Oltre ai giovani imberbi della Serbia — che furono inviati al «Fronte dello Srem» di Tito, letteralmente come «carne da cannone» per garantire al caporale Broz la definitiva presa del potere su tutta la Jugoslavia — anche gli ex membri dell’Esercito jugoslavo nella Patria furono sicuramente «onorati» di tale ruolo. Ed ecco come si presentava la situazione, secondo la testimonianza del generale di Tito, Đoka Jovanić:

«La divisione comprendeva un reggimento di artiglieria russo e un battaglione di Katyusha.

Il comandante del reggimento di artiglieria russo venne da me e disse:

«Compagno Generale, ho osservato come conduce i Suoi attacchi: sta subendo pesanti perdite. Non è così che si dovrebbe fare. Deve effettuare una preparazione di artiglieria, far intervenire i carri armati e solo allora…» «Come dovremmo far intervenire carri armati e artiglieria se non ne abbiamo affatto?» «Dovrebbe attendere che il comando glieli fornisca, e solo allora sferrare il suo attacco.»

Risposi: «La ringrazio moltissimo; cercheremo di assicurarci di subire meno perdite d’ora in poi.»» [fonte: Milan Šarac, Confessione del generale Đoka Jovanović].

Non vi è alcun dubbio che gli ex membri della JVuO («Soldati del re Pietro») — coloro che si erano uniti ai partigiani — fossero «sacrificati» in battaglie come queste. I comandanti di Tito li mandarono — insieme a tutti gli altri serbi sul «Fronte dello Srem» — a una morte certa, proseguendo di fatto la politica croata di sterminio dei serbi nel campo di sterminio di Jasenovac, sebbene ora sulla riva destra del fiume Drina. Per inciso, il «fronte dello Srem» era presidiato non solo dalla Wehrmacht, ma anche dagli ustascia croati, i quali colsero questa occasione come un’opportunità perfetta per attuare la loro politica di «soluzione finale della questione serba» anche nei confronti dei serbi provenienti dalla Serbia propriamente detta. Caddero più di 30.000 combattenti da ciascuna parte. Il fronte fu, di fatto, sfondato dalle unità dell’Armata Rossa — proprio come avevano precedentemente conquistato Belgrado (solo per consegnarla al serbofobo Broz, consentendogli di fare ciò che meglio credeva con la popolazione locale lì e in tutto il resto della Serbia). In questo modo, l’accordo del 1932 tra i comunisti e gli ustascia in materia di cooperazione bilaterale giunse finalmente a conclusione. Il prezzo pagato fu il popolo serbo e il re Pietro II Karađorđević.

Infine, è necessario sottolineare quella che potrebbe benissimo essere la ragione fondamentale per cui, nel settembre 1944, Churchill optò in definitiva per sostenere i partigiani di Broz a scapito delle forze del re a Ravna Gora (i cetnici, JVuO). A giudizio di Churchill, non si poteva permettere che i serbi uscissero vittoriosi alla fine della guerra; al contrario, dovevano prevalere i croati. Egli era ben consapevole che il crollo della Germania nazista avrebbe significato anche la fine del movimento ustascia e del suo Stato Indipendente di Croazia (NDH); di conseguenza, i partigiani di Broz fungevano da piano di riserva per la realizzazione degli obiettivi nazionali croati. Pertanto, Broz e Churchill si trovarono allineati in uno sforzo comune, stringendo un patto anti-serbo durante il loro incontro bilaterale a Napoli — avvenuto in seguito all’operazione militare tedesca in Bosnia nota come «Raid su Drvar» del 25 maggio 1944 (un’operazione volta principalmente alla cattura del figlio di Churchill, Randolph — che all’epoca si trovava presso il quartier generale di Broz — piuttosto che di Tito stesso). Il cosiddetto «Decreto» del re del 12 settembre 1944 servì semplicemente da epilogo a questa politica; i danni collaterali colpirono sia le forze del generale Mihailović a Ravna Gora sia la Serbia nel suo complesso — una nazione che ancora oggi non si è ripresa da quella devastazione.

P.S.

Il testo del discorso del re Pietro II Karađorđević (rivolto contro se stesso), pronunciato il 12 settembre 1944, fu pubblicato nella Службене новин Краљевине Југославије (Gazzetta Ufficiale del Regno di Jugoslavia), n. 20, datata 25 ottobre 1944. 1.

Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

The King’s “Order” of September 12, 1944, and the  Yugoslav Civil War 

One of the most enduring Titoist mantras and clichés in the historiography concerning the peoples and nationalities of Yugoslavia during World War II is the alleged “Order” issued by King Peter II Karađorđević on September 12, 1944—a narrative that persists in mass media and scholarly literature to this day. This order supposedly called upon all Serbs, Croats, and Slovenes (the three officially recognised „peoples“ of Yugoslavia) to unite and join the so-called National Liberation Army of Yugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ)—that is, the communist Partisans—under the command of Josip Broz Tito, and to continue the fight against the German occupiers under his banner.

Specifically, among other things, the call—which was read out over Radio London—states:

“All those who rely on the enemy against their own people and their future, and who fail to heed this call, will not be able to escape the stigma of treason—neither in the eyes of the people nor before history. With this message, I firmly condemn the misuse of the King’s name and the authority of the Crown—a misuse employed to justify collaboration with the enemy and to sow discord among a people currently engaged in struggle during the gravest hour of their history—thereby serving only the interests of the enemy.” [cited from: Миомир Гарашанин, „Зашто се Краљ Петар Други Карађорђевић одрекао Драже и ЈВуО“, Политика, Београд, рубрика Писма читалаца, електронско издање, 19. 09. 2022. г. (Miomir Garašanin, “Why King Peter II Karađorđević Renounced Draža and the JVUO,” Politika, Belgrade, “Letters to the Editor” section, electronic edition, September 19, 2022)]

The most important point to highlight at this juncture is that, even eight decades after the end of the Second World War, that same war—in a global context—is still being waged in Serbia and among Serbs. However, instead of using firearms, the conflict is now pursued through propaganda and political means (including the falsification of historical sources), primarily via public media—most notably, online and electronic platforms. This has been brought to our attention once again—as it has been for many years—by commentaries in our press that continue to view our wartime and post-war history through a communist lens, characterised by an immense, retrospective optimism. For instance, in a commentary on the aforementioned text by Miomir Garašanin, we could read once again that members of the Yugoslav Army in the Fatherland (JVuO)—that is, “former Chetniks of Draža Mihailović”—were transferred to Tito’s Yugoslav Army (JA, or the Partisan army) following the so-called “Order” allegedly issued by King Peter II Karađorđević of Yugoslavia on September 12, 1944. Little has been written about this still-unexplored episode from the end of the war; consequently, many aspects remain unaddressed—and, indeed, seem almost unbelievable.

However, until Yugoslav historians—by which we mean those born after 1935, and thus not those who were active participants in the war and who, for that reason, cannot possess the necessary credibility for historical objectivity—shed light on this significant period of modern Serbian and Yugoslav history—a period that would shape the character of Serbian and ex-Yugoslav society for the next several decades (and likely an entire century)—we believe it is high time that certain relevant facts, or at least some indications of the actual historical events, be presented to the broader reading public.

Let us begin with the aforementioned, notorious so-called “Order” issued by King Peter II—who was in exile in London following the occupation of the Kingdom of Yugoslavia in April 1941, and who, in fact, never actually ruled Yugoslavia. Above all, it seems highly implausible that the nominal sovereign of the state—who, in that capacity, also served as the Supreme Commander of the JVuO (his own legitimate armed forces within the country of which he remained the lawful sovereign)—would issue such an order. Members of the JVuO—foremost among them General Dragoljub “Draža” Mihailović, whom the King himself had appointed Chief of the Supreme Command of the JVuO—rightfully perceived this as a stab in the back, or, in other words, an act of high treason. This, however, raises a crucial question: what was the true nature of this so-called “Order”? Until historical documents are brought to light—and I do not mean those from Titoist archives—ordinary citizens of the former Yugoslavia are left to rely primarily on various conjectures, some more plausible than others.

In this context, two options are, for the time being, available to us:

1. British Prime Minister Winston Churchill exerted pressure on the Yugoslav King Peter II (a Serb)—either directly or through the government of Ivan Šubašić (a Croat)—to dismiss General Dragoljub Mihailović (a Serb). This was done at the explicit demand of the Serbophobe Josip Broz Tito (whose origins trace back either to Odessa or the Balkans). The latter—who, incidentally, had proclaimed himself a “Marshal” in November 1943—also demanded that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) be disbanded as a military formation and that its members (whom Titoist Agitprop had until then labelled “domestic traitors,” “collaborators with the occupiers,” “criminals,” etc.) join Tito’s so-called NOV (People’s Liberation Army). Churchill had already abandoned the JVuO in favour of the Partisans and Josip Broz, for reasons that were as logical as they were ruthless. We shall mention just two of these reasons here:

  1. The existence of two rival, antagonistic movements (Communist Partisans and Royalist patriots) meant that, instead of fighting the occupying forces, they engaged in mutual conflict and destruction. It was necessary to choose one of these two opposing forces as soon as possible and support it at the expense of the other—which would thus be sacrificed for the sake of the Allies’ strategic objectives, both during and after the war. Josip Broz Tito (whose origins are extremely obscure) managed to convince the Allies—above all Churchill (who may even have been his biological father)—that he was the significantly stronger rival, and that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) was weaker than his Partisans, while also allegedly collaborating with the occupiers (ironically, this was precisely what Tito’s Partisans did throughout the entire war: collaborating first and foremost with the Croat-Muslim Nazi Ustashi, and subsequently with the Italians and Germans, either directly or indirectly). There is extensive documentation on this, well-known to historians, so we shall not dwell on it here (it should be noted that throughout his entire political and military career, Tito was known—both in the East and the West—as an accomplished liar, actor, and swindler; consequently, historians today are well aware that he brazenly attributed Chetnik acts of sabotage, diversionary operations, and other military actions against the Axis Powers to his own Partisans).

Let us mention just one of the key motives behind Churchill’s decision—Churchill, who, incidentally, openly loathed communism as such. It was clear to him that Tito and his Partisans were fighting primarily for power, and that the occupying forces were merely an obstacle to attaining it. For Tito, bypassing the occupiers—or even collaborating directly with them—was a deliberate military-political strategy rather than a mere necessity; this remained the case throughout the entire war. The JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) fought to preserve the old (though reformed) order, with no intention of taking the helm of the country themselves after victory, nor of participating in the distribution of power. This difference in motivation shaped the level of agility displayed by both movements—in the case of the Partisans, this agility bordered on fanaticism. Churchill was well aware of what would happen once the Communists seized power in Yugoslavia; yet, as he cynically remarked to Anthony Eden (his Foreign Secretary)—“Do you intend to live there?”—it was clear where his priorities lay. Military-political pragmatism prevailed over honour—with the added note that Churchill had far-reaching post-war plans involving Tito, as Broz’s communist Yugoslavia was intended to play the key role of a “Trojan horse” within Stalin’s camp. Stalin (Dzhugashvili) realised this relatively quickly, and consequently expelled Tito and his party from the Informbiro (former Cominform) as early as June 1948. (In that instance, it was Stalin who said “No” to Tito—not the other way around!)

It should be noted here that the German Wehrmacht, understandably, had the opposite logic. Its strategy was to maintain a maximally balanced rivalry between the domestic armed forces, in order to destroy each other and thus release the pressure on the occupying forces (the case of the so-called “Battle of the Neretva” in 1943). In Bosnia and Herzegovina, this meant war operations that were not to the detriment of the JVuO, given that Josip Broz did work for the Wehrmacht with German and Ustashi weapons, but in Serbia until the middle of 1944 (where there were practically no partisan forces) the Wehrmacht waged an uncompromising fight against the forces of Draža Mihailović (“Mihailović” operation, “Forstrat” ​​operation, “Kopaonik” operation, “Heinrich” operation, “Rudnik” operation, “Haika” operation, “Frilling” operation…) because it could not rely on J. B. Tito’s formation, considering that there were almost none.

  • Ensuring the continued participation of the Red Army in military operations in Europe was crucial, as it was clear that Josip Broz Tito was Stalin’s proxy—and Stalin (Dzhugashvili) explicitly demanded that the Western Allies provide aid exclusively to Tito. Throughout the war, the Western Allies feared a repeat of the scenario from the First World War—the Treaty of Brest-Litovsk (March 3, 1918)—in which Lenin’s Soviet Russia unilaterally withdrew from the conflict. This had, in fact, been the German plan; it was for this purpose that Lenin (who was not of ethnic Russian origin) had been sent from Switzerland to Russia in a sealed train in 1917. Faced with a choice between Scylla and Charybdis—a separate peace or the “Red Terror” of a post-revolutionary civil war—Churchill opted to support Stalin’s agent in Yugoslavia.

One of the key decisions made during the—remarkably—unhindered (!) “Second Session” of Tito’s AVNOJ (the Anti-Fascist Council for the National Liberation of Yugoslavia) in the Bosnian town of Jajce—held on the night of November 28–29, 1943, within territory controlled by the Ustashi (following the shameful “March Negotiations” and the agreements signed with the Germans by Tito’s Partisans in that same year, 1943 regarding a joint struggle against the JVuO)—was the “prohibition” of the return of King Peter II and the Yugoslav royal dynasty to the country. This “prohibition” was, of course, legally void; it was merely one of the many bluffs that characterised the career of Josip Broz Tito right up until his (official) death in 1980. That death—along with his grandiose funeral—was itself a grand bluff, much like the decision to bestow upon him the rank of “Marshal” (a title granted to a man who had been a mere corporal in the Austro-Hungarian army during the First World War). In fact, he had been using the military rank of “Marshal” for months before the Second Session of AVNOJ—an event that was, in essence, a coup d’état carried out in the Bosnian town of Jajce.

2. Now, the main question arises: If the Yugoslav King truly issued the aforementioned so-called “Order”—that is, a decision to effectively hand over his own army and the state’s military (of which he was the Commander-in-Chief) to the very man who had “forbidden” his entry into his own country (at the Second Session of AVNOJ in Jajce in November 1943)—a country where he himself was born (unlike Tito, who was most likely born in Vienna or Odessa), and a state created—directly or indirectly—by his own ancestor; and considering that his grandfather, King Peter II (“Uncle Pera”), was the most beloved ruler of his time—how, then, was he “persuaded,” or rather “coerced,” into this act, which was, in essence, an act of high treason? It was an act that members of the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) quite rightly perceived as a “stab in the back”—to them and to the nation—delivered by the very sovereign to whom they had sworn an oath of allegiance (“To the King and the Fatherland”). Yet, under this so-called “Order,” authority was effectively handed over to a man who had been actively dismantling and tearing apart that very same country—whether during the First World War, while wearing the uniform of the Austro-Hungarian soldiery (assuming this refers to Broz from Croatian Kumrovec), or during the interwar period as a high-ranking official of the Communist Party of Yugoslavia (CPY), and even during the general mobilisation of all military able citizens in April 1941 when the Communists were sabotaging the country’s defense on a mass scale, in accordance with the Ribbentrop-Molotov Pact of August 23, 1939 (about the cooperation agreement against the state of Yugoslavia signed between Croatian Ustashi and the Yugoslav Communists in 1932 has already been written about extensively, both by the author of this text and by others).

Let us also address this question with two hypothetical observations, given that, to date, no one has ever produced archival, documented proof of the King himself actually uttering this so-called “Order.” Furthermore, let us recall that this same King, Peter II Karađorđević, was exploited with clear malicious intent by the British-backed putschists—led by Yugoslav General Dušan Simović (Serb)—on March 27, 1941, when an audio “Proclamation” in support of the coup was broadcast on the radio, even though the King had never actually spoken those words. Consequently, the same diplomatic circles that so blatantly exploited the King in the spring of 1941 could just as easily have exploited him again in the autumn of 1944 with so-called „Order“:

  1. It is difficult to believe that coercion—whether physical or political—was involved, especially given that the King’s advisory circle included figures such as the intellectual and patriotic titan at Belgrade University, Professor Slobodan Jovanović. The only possibility that comes to mind is the making of false promises—in other words, deception. It is not implausible that the King was offered a “deal”: disband your army, and you will be permitted to return to the country and “continue your reign.” For an honourable man, such a scenario is hard to credit; yet, every possibility must be considered—particularly when one takes into account that this concerns British diplomacy (which is, invariably and exclusively, self-serving and perverse).
  • A second possibility—and one that, in my view, is highly probable—is the forced, fictitious participation of the nominal sovereign. We recall how, during the military coup in Belgrade of March 27, 1941—an event disastrous for the Serbs, yet executed with remarkable skill by the British and the Croats—the underage Crown Prince was abruptly declared of age and proclaimed King; he supposedly read a statement over Radio Belgrade expressing his support for the coup and the putschists. It later emerged that the underage Crown Prince had nothing to do with it, and that the proclamation had been read by someone else—someone presented as the King, possessing a voice remarkably similar to his. Could something similar have occurred on September 12, 1944?

The reaction of the members of the JVuO to this orchestrated diplomatic-political ploy is best illustrated by a spontaneous folk verse:

“Uncle Draža, we swear to you,

that we shall not stray from your path”

(„Чика Дражо ми ти се кунемо,

да са твога пута не скрећемо“)

It is an irony of history that those very same verses—mutatis mutandis—were sung by Broz’s supporters following the Informbiro resolution of June 28, 1948 (on St. Vytus Day):

“Comrade Tito, we swear to you,

that we shall not stray from your path”

(„Друже Тито, ми ти се кунемо,

да са твога пута не скренемо“)

(from the standpoint of copyright, pure [communist] plagiarism).

The next question is: what portion of the JVuO actually obeyed the so-called “order” from the King—their Supreme Commander—to surrender to Tito’s Partisans; that is, to accept a former Austro-Hungarian corporal from the First World War (much like Adolf Hitler) as their new Supreme Commander? For now, we know nothing about this and can only speculate. Furthermore, if this involved any significant number of troops, what became of them by the end of the war?

One possible scenario can be inferred from certain incidental episodes toward the end of the war in 1945. Specifically, when Tito set off to visit Moscow—following the formation of the “Srem Front,” an endeavour that proved unfortunate and tragic for the Serbs—he was apprehensive about the divisions from Serbia that were advancing toward Zagreb. (At that time, Tito issued an order to his Partisans not to destroy Catholic churches in Slavonia; yet, he never issued a similar directive to those same units to refrain from destroying Orthodox places of worship in Kosovo and Metohija or in central Serbia). He explicitly stated to the Chief of the General Staff, General Velimir Terzić, that the „Srem Front“ was, in fact, the front of King Peter II—and…

“When I return, I don’t want to see him anymore” [cited from: Милорад Екмечић, Од клања до орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992) (Milorad Ekmečić, From Slaughter to Plowing: A History of the Serbs in the Modern Era (1492–1992), third, supplemented edition, Београд, 2010, 494)].

How should this order from Broz be interpreted? In addition to the beardless youth of Serbia—who were sent to Tito’s „Srem Front”, quite literally as “cannon fodder” to ensure corporal Broz’s definitive seizure of power over all of Yugoslavia—former members of the Yugoslav Army in the Fatherland were surely also “honoured” with such a role. And here is what that looked like, according to the testimony of Tito’s General, Đoka Jovanić:

“The division included a Russian artillery regiment and a Katyusha battalion.

The commander of the Russian artillery regiment came to me and said:

‘Comrade General, I’ve been watching how you conduct your attacks—you are suffering heavy losses. That’s not how it should be done. You need to carry out an artillery preparation, bring in tanks, and only then…’ ‘How are we supposed to bring in tanks and artillery when we don’t have any at all?’ ‘You should wait for the leadership to provide them, and only then launch your attack.’

I replied: ‘Thank you very much; we will try to ensure we have fewer losses from now on.'”  [source: Милан Шарац,  Исповест генерала Ђока Јованића].

There is no doubt that former members of the JVuO (“King Peter’s soldiers”)—those who had joined the Partisans—were “expended” in battles such as these. Tito’s commanders sent them—along with all other Serbs on the „Srem Front“—to certain death, effectively continuing the Croatian policy of killing Serbs in the death camp of Jasenovac, albeit now on the right bank of the Drina River. Incidentally, the „Srem Front“ was held not only by the Wehrmacht but also by the Croatian Ustashi, who seized this as a perfect opportunity to implement their policy of a “Final Solution to the Serbian Question” against Serbs from Serbia proper as well. More than 30,000 fighters fell on each side. The front was, in fact, breached by Red Army units—just as they had previously captured Belgrade (only to hand it over to the Serbophobe Broz, allowing him to do whatever he pleased with the local population there and throughout the rest of Serbia). In this way, the 1932 agreement between the Communists and the Ustashi regarding bilateral cooperation finally reached its conclusion. The price paid consisted of the Serbian people and King Peter II Karađorđević.

Finally, it is necessary to highlight what may well be the fundamental reason why, in September 1944, Churchill ultimately opted to support Broz’s Partisans at the expense of the King’s Ravna Gora forces (the Chetniks, JVuO). In Churchill’s view, the Serbs could not be allowed to emerge victorious at the end of the war; rather, the Croats had to prevail. He was well aware that the collapse of Nazi Germany would also mean the demise of the Ustashi movement and its Independent State of Croatia (NDH); consequently, Broz’s Partisans served as a fallback mechanism for the realisation of Croatian national objectives. Thus, Broz and Churchill found themselves aligned in a common endeavour, forging an anti-Serbian pact during their bilateral meeting in Naples—which took place following the German military operation in Bosnia known as the “Raid on Drvar” on May 25, 1944 (an operation primarily aimed at capturing Churchill’s son, Randolph—who was then present at Broz’s headquarters—rather than Tito himself). The King’s so-called “Order” of September 12, 1944, served merely as the epilogue to this policy; the collateral damage included both General Mihailović’s Ravna Gora forces and Serbia as a whole—a nation that has yet to recover from that devastation to this day.

P.S.

The text of the speech by King Peter II Karađorđević (directed against himself), delivered on September 12, 1944, was published in the Службене новин Краљевине Југославије (Official Gazette of the Kingdom of Yugoslavia), No. 20, dated October 25, 1944. 1.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026

Il crimine dell’Operazione Barbarossa _ di Constantin von Hoffmeister…..Daniele Lanza

Il crimine dell’Operazione Barbarossa

Riflessioni su ambizione, ideologia e catastrofe

Constantin von Hoffmeister22 giugno
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Il 22 giugno 1941, la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, la più grande invasione militare della storia, contro l’Unione Sovietica. Questa data segna non solo un punto di svolta cruciale nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche lo scoppio di un conflitto radicato nel modello economico del Terzo Reich. Tale modello si basava in larga misura su una produzione bellicosa di armamenti, guidata dalla cerchia ristretta e guerrafondaia di Adolf Hitler. Ogni anno, con il ripetersi di questa ricorrenza, siamo spinti a esaminare come la disperazione economica e il fervore ideologico si siano combinati per spingere la Germania verso est, ponendo le basi per una devastazione senza precedenti in tutto il continente europeo.

La decisione di Hitler di invadere l’Unione Sovietica, spesso erroneamente mitizzata come un attacco preventivo, era fondamentalmente motivata dalla ricerca di risorse vitali, in particolare i giacimenti petroliferi del Caucaso, e dall’espansione territoriale necessaria a sostenere la sua visione di un nuovo ordine. Le vaste terre della Rus’ promettevano materie prime e spazio vitale che avrebbero potuto alimentare le ambizioni del suo regime. Eppure, al di là dei calcoli strategici, si celavano contraddizioni più profonde. L’idea stessa di “imperialismo socialista” rivelava una fatale incoerenza nella dottrina nazionalsocialista, che privilegiava la conquista e il dominio rispetto a qualsiasi coerenza ideologica.

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Hitler stesso riconobbe questa tensione quando dichiarò che “il nazionalsocialismo non è un prodotto da esportare”. Questa affermazione rivelò che il regime non nutriva alcuna reale intenzione di instaurare l’uguaglianza socialista o la liberazione nei territori conquistati. Le affermazioni secondo cui Hitler e il capo delle SS Heinrich Himmler avrebbero cercato di liberare i popoli oppressi dal dominio sovietico suonano vuote. L’invasione non fu mai una crociata di liberazione; fu un esercizio di sottomissione coloniale finalizzato allo sfruttamento. Le terre occupate erano considerate risorse da saccheggiare, non partner in un futuro condiviso.

La brutale campagna raggiunse il suo culmine simbolico a Stalingrado. Lì, la difesa sovietica inflisse un colpo decisivo all’avanzata nazista, una vittoria che può essere vista come il trionfo del risoluto nazionalbolscevismo sulle false promesse e sulla natura predatoria della forza d’invasione. La sconfitta di Stalingrado infranse il mito dell’invincibilità tedesca e segnò l’inizio della fine per la macchina da guerra nazista. Rappresentò il fallimento di un’ideologia impostore che aveva mascherato l’aggressione con il linguaggio della necessità e del destino.

La Germania nazista si rivelò in definitiva una grottesca aberrazione e una perversione degli ideali nazionalisti e socialisti precedenti, più sfumati, come quelli esplorati dal Fronte Nero. I suoi principi cardine ponevano l’accento sullo sfruttamento piuttosto che su un autentico rinnovamento nazionale. Sebbene il popolo tedesco abbia vissuto un breve periodo di ripresa in tempo di pace, il vero costo delle politiche del regime ricadde sia sugli aggressori che sulle vittime. L’insaziabile fame di risorse, manodopera e conquiste della guerra portò direttamente al bombardamento incendiario di città tedesche come Dresda e Pforzheim, dove le popolazioni civili subirono le orribili conseguenze della guerra totale.

In questo anniversario dell’Operazione Barbarossa, ricordiamo l’immensa sofferenza umana scatenata dalla superbia e dalla cecità ideologica. Le città in fiamme, le popolazioni sfollate e i milioni di vite perse sul fronte orientale sono un monito perenne. La sete di dominio della Germania nazista, basata sullo sfruttamento e sul saccheggio, finì per autodistruggersi. Le terre sacre dell’Est, difese a un costo così terribile, resistettero. L’eredità del 22 giugno 1941 rimane un solenne promemoria dei pericoli di un militarismo sfrenato e del prezzo duraturo delle guerre combattute in nome di false rivoluzioni.

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22 GIUGNO – 1941

BARBAROSSA

–

Un’altra di quelle storie narrate 100 volte.

Non esiste nulla di concreto in materia di tattica, strategia ed armamenti che si possa dire qui che già non sia stato sottolineato altrove in montagne di saggi, convegni e dibattiti.

Che nota potrei aggiungere ? Forse una sul piano filosofico, più che materiale, ecco: qualcosa che sta a monte di quel 22 giugno 1941.

A. HITLER……pretese troppo: pretese che il proprio modello (la sua “terza via”) prevalesse e subito contro il liberismo occidentale di matrice anglosassone e – dall’altro lato – contro il socialismo internazionale di stampo sovietico. E tutto questo contemporaneamente: pretendeva di far crollare in contemporanea le due piattaforme ideologiche del pianeta (che poi faranno la guerra fredda), nel giro di una manciata di anni.

Il punto in realtà apre un’altro interrogativo mai del tutto risolto: COSA ERA il nazionalsocialismo realmente ? Qualcosa di occidentale oppure no ? La scienza politica lo accomuna alle ideologie totalitarie NON occidentali, naturalmente, tuttavia era perfettamente integrato e sostenuto nella società della Germania che – nel complesso – rimaneva un paese sostanzialmente occidentale.

Hitler e la sua creatura – il 3° Reich – si trovavano quindi in un limbo: non erano (politologicamente) nè “occidente” nè “oriente”, ma piuttosto un’entità a sè stante (…). In pratica una scheggia impazzita, deviata, dell’occidente che odiava l’oriente (ma che fu rifiutata dall’occidente vero e proprio per l’eccessiva ferocia) ? Un’altra delle tante definizioni che si possono dare alla cosa.

Questa entità non voleva la guerra contro l’occidente (in particolare contro la GB): ci si aspettava – dopo la presa della Polonia – che semplicemente accettassero il fatto compiuto e che magari si unissero al Reich nella sua crociata finale contro l’EST incarnato dalla potenza sovietica.

Vana speranza: paradossalmente sarebbe stato assai più probabile il contrario, ossia una maxi alleanza MOSCA-BERLINO contro l’occidente angloamericano. Vi fu – fino al novembre del 1940 – chi pensò di trasformare il patto di non aggressione in un’alleanza vera e proprio con ingresso dell’URSS nell’asse (cosa che Stalin voleva, sebbene alle proprie condizioni).

In definitiva: Hitler sbaglio clamorosamente, il maggiore abbaglio di tutto il 900 forse. Non seppe distinguere chi poteva essere disposto ad allearsi con lui e chi non poteva esserlo: si ritrovò quindi ad attaccare un mezzo alleato che voleva un’alleanza piena (URSS) ed aspettare una cessazione delle ostilità da parte di coloro che vedeva come potenziali alleati (USA/GB), ma che lo respingevano.

USA/GB…..sognavano sì una Germania come SPADA verso est, ma questo unicamente per abbattere la Russia, non per avvantaggiare la Germania stessa: volevano cioè abbattere l’impero sovietico, ma senza favorire la nascita di uno nazista ancor più potente. La soluzione ideale è che si abbattessero a vicenda in qualche modo e che cadessero entrambi nel corso del tempo.

Così avvenne…..Berlino nel 1945 e Mosca nel 1991: tra il 1945 e il 1991 si è realizzato il sogno secolare della geopolitica GB che sognava come Russia zarista e Prussia reale (le maggiori potenze continentali 200 anni prima) si uccidessero a vicenda. Questo è avvenuto ed oggi hanno una Germania come spada ad est (ma non una Germania imperiale quanto un forte satellite Nato) e un ex impero parcellizzato che Mosca fatica a difendere (…).

Il 22 giugno 1941 era evitabile ? Sì, forse….ma non da Hitler. La fine della sovranità del continente la si deve a lui, è causa sua, anche se non esattamente nel modo in cui tanti figurano

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (III) _ di Vladislav Sotirovic

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (III):

L’obiettivo del generale Dragoljub Draža Mihailović e dei suoi cetnici monarchici era il ripristino dell’ordine socio-politico prebellico e della monarchia in Jugoslavia – lo status quo ante bellum

La verità effettiva:

Fondamentalmente, questa affermazione, ovvero un luogo comune della propaganda comunista, è errata, ma era di primaria importanza per i comunisti nella loro guerra psicologica e propagandistica contro il vecchio regime del Regno di Jugoslavia. Questo regime veniva presentato nella propaganda come socialmente ingiusto, economicamente sfruttatore, nazionalista “grande-serbo” e moralmente marcio, in modo che tutti i movimenti politici e le forze sociali che avrebbero sostenuto e lottato per il ripristino di questo sistema ad hoc fossero condannati al fallimento dalla maggioranza del popolo. D’altra parte, oltre alla lotta formale per la liberazione del paese dall’occupante straniero, i commissari politici con i loro assistenti nelle unità partigiane, così come l’intero Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ), propagandavano banalmente al popolo un paradiso in terra sotto ogni aspetto nel caso in cui fossero saliti al potere, e come sine qua non per tale progresso generale era richiesto un cambiamento radicale del vecchio regime, cioè, di fatto, la sua sostituzione totale con uno completamente nuovo che sarebbe stato, soprattutto, presumibilmente giusto, progressista, efficiente e prospero. Così, i comunisti offrirono al popolo qualcosa di nuovo al posto di quello vecchio, già collaudato. Che il vecchio regime fosse ben lontano dall’ideale era vero, ma che il nuovo regime comunista sarebbe stato migliore di quello vecchio restava da vedere, cioè da provare.

Tuttavia, il punto centrale della strategia psicologico-propagandistica comunista per arrivare al potere era quello di conquistare durante la guerra il maggior numero possibile di persone comuni, che erano le più sensibili alla propaganda comunista perché desideravano essenzialmente cambiamenti in meglio, cioè a proprio vantaggio. Con questa massa di persone che desideravano cambiamenti, si sarebbe preso il potere e, naturalmente, sarebbe stata introdotta una dittatura totalitaria sul modello dell’URSS, che non sarebbe mai stata rovesciata. Fino ad allora, c’era stato un solo paese comunista al mondo (oltre alla Mongolia): l’URSS, ma di cui la gente non sapeva nulla e che i comunisti jugoslavi lodavano con entusiasmo, esaltandola alle stelle, senza nemmeno conoscerla bene loro stessi. Quindi, la scommessa era che la gente comune, specialmente i poveri, e in particolare coloro che erano rimasti senza casa durante la guerra, avrebbero logicamente sostenuto gli esperimenti comunisti con lo Stato, l’economia e la riorganizzazione sociale perché semplicemente non avevano nulla da perdere e la propaganda offriva loro molto. Pertanto, era della massima importanza per i comunisti presentarsi, sia durante che dopo la guerra, come combattenti per qualcosa di nuovo, e i cetnici di Ravna Gora (l’Esercito jugoslavo in patria – YAM) come sostenitori del ripristino del vecchio, partendo dal presupposto tattico-psicologico che il nuovo significhi sempre qualcosa di migliore e più avanzato rispetto al vecchio e che, di conseguenza, debba essere sostituito dal nuovo.[1]

Va sottolineato qui che il ripristino del vecchio ordine del Regno di Jugoslavia era in effetti la motivazione originaria del movimento di Ravna Gora del generale Mihailović per il semplice motivo che qualsiasi tentativo violento da parte degli occupanti di cambiare quel sistema era considerato inaccettabile, cioè antidemocratico.

Tuttavia, gli ideologi di Ravna Gora, insieme allo stesso Draža Mihailović, già prima dell’inizio della guerra civile da parte dei comunisti di Broz (alla fine dell’estate del 1941 nella Serbia occidentale), criticarono aspramente quello stesso vecchio regime in termini politici, morali, sociali e persino nazionali. Innanzitutto, l’atto dei principali politici jugoslavi di fuggire dal paese nell’aprile 1941 era considerato estremamente immorale[2] e si riteneva che la struttura dell’intero sistema statale della Jugoslavia prebellica avesse portato al suo rapido collasso nella Guerra d’Aprile, causata sia dal tradimento (croato) sia dall’impreparazione del paese a difendersi per un periodo di tempo prolungato (la Grecia riuscì a difendersi per quasi un mese intero, a differenza della Jugoslavia, che ci riuscì solo per dieci giorni). Pertanto, a differenza della propaganda comunista del dopoguerra, fin dall’inizio della guerra, ovvero dall’occupazione da parte delle potenze straniere e dalla lotta per la liberazione del paese, la leadership politica del movimento di Ravna Gora era consapevole che dopo la guerra il sistema politico-economico-statale del paese avrebbe dovuto in qualche modo cambiare, cioè migliorare, con un punto indiscutibile: la Jugoslavia del dopoguerra doveva in ogni caso essere una monarchia (regno) con la legittima dinastia dei Karađorđević sul trono.

Il fatto è che l’orientamento politico del movimento Ravna Gora di Draža Mihailović si è evoluto, e in modo drastico, durante la guerra, dato che la consapevolezza del movimento Ravna Gora della necessità di un cambiamento sociale e politico è cresciuta proprio durante la guerra stessa, in parte grazie alla propaganda e alla pressione ideologica della parte comunista, la cui aggressiva campagna propagandistica è riuscita a conquistare la simpatia di un certo numero di persone tra le ampie masse popolari, ma quasi esclusivamente al di là del fiume Drina, cioè nelle aree dello Stato Indipendente di Croazia. I massimi rappresentanti e delegati del movimento di Ravna Gora presentarono pubblicamente la forma definitiva della nuova struttura postbellica della Jugoslavia al Congresso di San Sava nel villaggio di Ba, nella Serbia occidentale, nel gennaio 1944, che costituì anche una risposta concreta alle decisioni della cosiddetta Seconda Sessione dell’AVNOJ (Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia) tenutasi il 28-29 novembre 1943 nella città bosniaca di Jajce, sul territorio dello Stato Indipendente di Croazia nazista, durante la notte.

Il Congresso di San Sava del Movimento di Ravna Gora si tenne nel villaggio di Ba il 28 gennaio 1944 (quando furono prese e adottate le decisioni), a Suvobor (l’intero lavoro del Congresso durò dal 25 al 28 gennaio), nella sala delle cerimonie della scuola elementare locale durante le ore diurne, a differenza della sessione notturna e di mezzanotte dei comunisti a Jajce nel novembre 1943. Il Congresso, composto da oltre 300 delegati, fu il più significativo raduno politico del Movimento di Ravna Gora durante l’intera guerra, in cui fu adottato il programma definitivo sull’organizzazione interna postbellica della nuova Jugoslavia. [3] La decisione fondamentale del Congresso nel villaggio di Ba fu quella di riorganizzare la Jugoslavia del dopoguerra su base federale, in modo che fosse composta da tre unità federali: Slovenia, Croazia e Serbia (in contrapposizione alla variante comunista della federalizzazione della Jugoslavia basata su sei repubbliche federali, tre delle quali si sarebbero separate dal corpus etnolinguistico serbo). La Jugoslavia sarebbe stata un regno sotto la dinastia dei Karađorđević, in contrapposizione alla variante repubblicana comunista sotto la presidenza a vita di Josip Broz Tito.

L’orientamento federalista del movimento di Ravna Gora per la Jugoslavia del dopoguerra era, di fatto, sotto l’influenza cruciale del governo jugoslavo in esilio a Londra. Pertanto, il presidente di questo governo, il prof. Slobodan Jovanović dell’Università di Belgrado, informò Draža Mihailović già nel dicembre 1942 (cioè più di un anno prima che si tenesse il Congresso nel villaggio di Ba) che la Jugoslavia del dopoguerra doveva essere riorganizzata secondo principi federalisti per, come spiegò, due ragioni: 1) per compiacere i croati (e questo dopo il magnum crimen croato!)[4] e 2) per proteggere i serbi da nuovi crimini come quelli del 1941.[5] In linea di principio, si proclamò anche che dopo la guerra sarebbero state attuate riforme socio-economiche, in modo che la futura Jugoslavia, ad eccezione della monarchia, non assomigliasse, in sostanza, molto al Regno di Jugoslavia prebellico. Naturalmente, la propaganda comunista non ha mai presentato al pubblico jugoslavo questa essenza delle riforme postbelliche proclamate dal movimento di Ravna Gora, se non altro per un semplice motivo: perché il sistema politico della Jugoslavia postbellica del movimento di Ravna Gora si basava sui principi della democrazia parlamentare multipartitica, in contrasto con l’opzione comunista di una dittatura monopartitica, antiparlamentare e antidemocratica.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro per gli studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro per la ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Riferimenti:

[1] Per il primo decennio di vita “ideale” nella Jugoslavia di Tito (Titoslavia), cfr.: Алекс Н. Драгнић, Титова обећана земља Југославија [La terra promessa di Tito, la Jugoslavia], Београд: Задужбина Студеница-Чигоја штампа, 2004.

[2] Il caso del re Pietro II Karađorđević costituì un’eccezione poiché egli fu praticamente portato via dalla Jugoslavia quando era minorenne nell’aprile del 1941 contro la sua volontà.

[3] Коста Николић, Исторія Равногорского покрета 1941-1945. Књига друга [Storia del Movimento di Ravna Gora 1941−1945. II vol.], Belgrado: Srpska Reč, 1999, p. 426. È importante sottolineare qui che, dopo lo svolgimento del Congresso, un gran numero dei suoi delegati fu arrestato, il che significa praticamente che il Congresso stesso non si tenne con l’approvazione tacita dei tedeschi o del generale Milan Nedić (governatore della Serbia occupata), ovvero che non era collaborazionista. A differenza del destino dei delegati del Congresso di Ravna Gora nel villaggio di Ba, dopo il congresso comunista dell’AVNOJ a Jajce nel 1943, non fu arrestato nemmeno un delegato, il che porta a concludere che esso si tenne, così come la Prima Sessione dell’AVNOJ nel novembre 1942 (nella città bosniaca di Bihać), con l’approvazione del regime nazista ustascia di Zagabria,

e che sul territorio controllato dagli ustascia, che i comunisti dichiararono infondatamente dopo la guerra come territorio “libero”, cioè presumibilmente liberato da loro stessi. Tuttavia, quel territorio intorno a Bihać (nel novembre 1942) e nell’anno successivo intorno a Jajce (novembre 1943) fu semplicemente ceduto ai partigiani di Tito per un uso temporaneo da parte degli ustascia.

[4] Sul magnum crimen croato, si veda il sito web: Бог и Хрвати [Dio e i Croati] (http://bogihrvati.webs.com).

[5] Милан Весовић, Коста Николић, Уједињене српске земље. Равногорски национални програм [Terre serbe unite. Programma nazionale del Movimento di Ravna Gora], Београд, 1996, p. 68.

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Forgeries about World War II in Yugoslavia (III):

The goal of General Dragoljub Draža Mihailović and his royalist Chetniks was the restoration of the pre-war socio-political order and monarchy in Yugoslavia – the status quo ante bellum

Actual truth:

Basically, this claim, i.e., communist propaganda-psychological platitude, is incorrect, but it was of primary importance for the communists in their psychological-propaganda war against the old regime of the Kingdom of Yugoslavia. This regime was presented in propaganda as socially unjust, economically exploitative, nationally Greater Serbian, and morally rotten, so that all political movements and social forces that would advocate and fight for the restoration of this system ad hoc should be condemned to failure by the majority of the people. On the other hand, in addition to the formal struggle for the liberation of the country from the foreign occupier, the political commissars with their assistants in the partisan units as well as the entire Communist Party of Yugoslavia (CPY) platitudely propagated to the people a paradise on earth in every respect in the event of their coming to power, and as a sine qua non for such general progress a radical change of the old regime was required, i.e., in fact, its comprehensive replacement with a completely new one that would be, above all, supposedly just, progressive, efficient, and prosperous. So, the communists offered the people something new instead of the already tried and tested old one. That the old regime was far from ideal was true, but that the new communist regime would be any better than the old one remained to be seen, i.e., felt.

However, the whole point of the communist propaganda-psychological strategy for coming to power was to win over as many ordinary people as possible during the war, who were the most susceptible to communist propaganda because they essentially wanted changes for the better, that is, to their own benefit. With this mass of people who wanted changes, power would be seized and, of course, a totalitarian dictatorship modeled after the USSR would be introduced, which would never be overthrown. Until then, there had been only one communist country in the world (besides Mongolia) – the USSR, but about which the people knew nothing and which the Yugoslav communists enthusiastically praised, exalting it to the heavens, without even knowing much about it themselves. So, the bet was that ordinary people, especially the poor, and especially those who were left without a home during the war, would logically support communist experiments with the state, economy, and social reorganization because they simply had nothing to lose and they were offered a lot in propaganda. Therefore, it was of utmost importance for the communists to portray themselves, both during and after the war, as fighters for something new, and the Ravna Gora Chetniks (the Yugoslav Army in the Motherland – YAM) for the restoration of the old, under the tactical-psychological assumption that the new always means something that is better and more advanced than the old and that therefore needs to be replaced by the new.[1]     

It must be emphasized here that the restoration of the old order of the Kingdom of Yugoslavia was indeed the original motivation of the Ravna Gora movement of General Mihailović for the simple reason that any violent attempt by the occupiers to change that system was considered unacceptable, i.e., undemocratic. However, the Ravna Gora ideologists, together with Draža Mihailović himself, even before the start of the civil war by Broz’s communists (in late summer 1941 in Western Serbia), also sharply criticized that same old regime in political, moral, social, and even national terms. First of all, the act of the leading politicians of Yugoslavia fleeing the country in April 1941 was considered to be extremely immoral[2] and that the structure of the entire state system of pre-war Yugoslavia led to its rapid collapse in the April War, which was based both on (Croatian) betrayal and on the country’s unpreparedness to defend itself for a longer period of time (Greece managed to defend itself for almost a whole month, unlike Yugoslavia, which managed to do so in only ten days). Therefore, unlike communist post-war propaganda, from the very beginning of the war, i.e., the occupation by foreign powers and the fight for the liberation of the country, the political leadership of the Ravna Gora movement was aware that after the war the state-political-economic system of the country must in some way change, i.e., improve, with one indisputable point that post-war Yugoslavia must in any case be a monarchy (kingdom) with the legitimate Karađorđević dynasty on the throne.

The fact is that the political orientation of Draža Mihailović’s Ravna Gora movement evolved, and drastically so, during the war, given that Ravna Gora movement’s awareness of the need for social and political change grew during the war itself, partly thanks to the propaganda and ideological pressure of the communist side, whose aggressive propaganda performance managed to win the sympathy of a certain number of people among the broad masses of the people, but almost exclusively across the Drina river, i.e., in the areas of the Independent State of Croatia. The top representatives and delegates of the Ravna Gora movement publicly presented the final form of the new post-war structure of Yugoslavia at its St. Sava Congress in the village of Ba in Western Serbia in January 1944, which was also a concrete response to the decisions of the communist so-called Second Session of AVNOJ (Anti-Fascist Council of People’s Liberation of Yugoslavia) held on November 28−29, 1943 in the Bosnian town of Jajce on the territory of Nazi Independent State of Croatia, during the night.

The St. Sava Congress of the Ravna Gora Movement was held in the village of Ba on January 28, 1944 (when decisions were made and adopted), in Suvobor (the entire work of the Congress lasted from January 25 to 28), in the ceremonial hall of the local elementary school during daylight hours, unlike the night and midnight session of the communists in Jajce in November 1943. The Congress, consisting of over 300 delegates, was the most significant political gathering of the Ravna Gora Movement during the entire war, at which the final program on the post-war internal organization of the new Yugoslavia was adopted.[3] The fundamental decision of the Congress in the village of Ba was to reorganize post-war Yugoslavia on a federal basis so that it would be composed of three federal units – Slovenia, Croatia, and Serbia (as opposed to the communist variant of the federalization of Yugoslavia based on six federal republics, three of which would secede from the Serbian ethnolinguistic corpus). Yugoslavia would be a kingdom under the Karađorđević dynasty, as opposed to the communist republican variant under the lifelong presidency of Josip Broz Tito.

This Ravna Gora movement’s federalist orientation of post-war Yugoslavia was, in fact, under the crucial influence of the Yugoslav government in exile in London. Thus, the president of this government, Prof. Slobodan Jovanović of Belgrade University, informed Draža Mihailović as early as December 1942 (i.e., more than a year before the Congress in the village of Ba was held) that post-war Yugoslavia had to be reorganized on federalist principles for, as he explained, two reasons: 1) to please the Croats (and this after the Croatian magnum crimen!)[4] and 2) in order to protect Serbs from new crimes like those of 1941.[5] In principle, socio-economic reforms were also proclaimed to be done after the war, so that the future Yugoslavia, except for the monarchy, would not, in essence, resemble the pre-war Kingdom of Yugoslavia much. Of course, communist agitprop never presented the Yugoslav public with this essence of the post-war reforms proclaimed by the Ravna Gora movement, if for no other reason, and that for one simple reason, because the political system of post-war Yugoslavia of the Ravna Gora movement was based on the principles of multi-party parliamentary democracy, in contrast to the communist option of a one-party anti-parliamentary and anti-democratic dictatorship.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026  


References:

[1] For the first decade of “ideal” life in Tito’s Yugoslavia (Titoslavia), see: Алекс Н. Драгнић, Титова обећана земља Југославија [Tito’s promised land of Yugoslavia], Београд: Задужбина Студеница-Чигоја штампа, 2004.

[2] The case of King Peter II Karađorđević was an exception because he was practically taken from Yugoslavia as a minor in April 1941 against his will.

[3] Коста Николић, Историја Равногорског покрета 1941–1945. Књига друга [History of the Ravna Gora Movement 1941−1945. II vol.], Београд: Српска Реч, 1999, p. 426. It is important to point out here that after the Congress was held, a large number of its delegates were arrested, which practically means that the Congress itself was not held with the tacit approval of the Germans or General Milan Nedić (governor of occupied Serbia), i.e., that it was not collaborationist. Unlike the fate of the delegates of the Ravna Gora Congress in the village of Ba, after the communist AVNOJ congress in Jajce in 1943, not a single delegate was arrested, which points to the conclusion that it was held, as was the First Session of AVNOJ in November 1942 (in Bosnian town of Bihać), with the approval of the Nazi Ustashi regime in Zagreb, and that on the territory controlled by the Ustashi, which the communists unfoundedly declared after the war to be “free” territory, i.e., allegedly liberated by themselves. However, that territory around Bihać (in November 1942) and in the following year around Jajce (November 1943) was simply ceded to Tito’s Partisans for temporary use by the Ustashi.

[4] About Croatian magnum crimen-у see on the website: Бог и Хрвати [God and Croats] (http://bogihrvati.webs.com).

[5] Милан Весовић, Коста Николић, Уједињене српске земље. Равногорски национални програм [United Serbian Lands. National Program of the Ravna Gora Movement], Београд, 1996, p. 68.

Sean McMeekin: La Guerra di Stalin_di Big Serge

Intervista speciale: Sean McMeekin

Big Serge chiacchiera con l’autore di Stalin’s War

Big Serge15 ottobre
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E ora qualcosa di completamente diverso.

Oggi ho qualcosa di molto diverso e molto emozionante, che spero vi piacerà. Il Dr. Sean McMeekin è un nome che i lettori potrebbero riconoscere per la sua presenza regolare nei miei segmenti di lettura consigliati alla fine dei nostri articoli storici. Il Dr. McMeekin è un prolifico autore di quella che mi piace definire “storia muscolare”, in particolare delle guerre e delle rivoluzioni dell’inizio del XX secolo. Professore di Storia e Cultura Europea al Bard College, il Dr. McMeekin è autore, tra le altre opere, di ” The Russian Origins of the First World War” , “July 1914: Countdown to War” , “Ottoman Endgame: War, Revolution, and the Making of the Modern Middle East” , “The Russian Revolution: A New History” , “Stalin’s War” e “To Overthrow the World: The Rise and Fall and Rise of Communism” . Alcuni storici sono ottimi studiosi ma scrittori piuttosto aridi, e altri sono buoni scrittori e mediocri studiosi, ma ho sempre apprezzato il corpus di McMeekin perché è una storia corposa e interessante, in realtà piacevole da leggere, con una prosa chiara e diretta.

In ogni caso, qualche settimana fa ho contattato il Dott. McMeekin chiedendogli se fosse disposto a parlare con me dei suoi libri, del suo approccio alla scrittura e, più in generale, delle guerre mondiali. Con mia grande gioia, non solo mi ha accontentato, ma mi ha anche fornito risposte esaustive, che spero apprezzerete tanto quanto me.

 Iscritto

Big Serge: “Una delle prime cose che colpisce del tuo lavoro è il successo che hai ottenuto scrivendo di argomenti molto familiari alle persone e che hanno un ampio corpus di scritti esistenti. La Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa, la Seconda Guerra Mondiale e ora un’ampia panoramica sul Comunismo: sono tutti argomenti che non mancano di letteratura, eppure sei sempre riuscito a scrivere libri che risultano freschi e nuovi. In un certo senso, i tuoi libri aiutano a “resettare” il modo in cui le persone comprendono questi eventi, quindi, ad esempio, “La guerra di Stalin” è stato molto popolare e non è stato percepito come l’ennesimo libro sulla Seconda Guerra Mondiale. Diresti che questo è il tuo obiettivo esplicito quando scrivi e, più in generale, come affronti la sfida di scrivere di argomenti familiari?”

Dott. McMeekin: “ Sì, penso che sia un obiettivo importante quando scrivo. Sono stato spesso definito revisionista, e di solito non è inteso come un complimento, ma non mi dà particolarmente fastidio questa etichetta. Non ho mai capito l’idea che il compito di uno storico sia semplicemente quello di rafforzare o riproporre, in una forma leggermente diversa, la nostra conoscenza attuale di eventi importanti. Se non c’è niente di nuovo da dire, perché scrivere un libro?

Certo, non è facile dire qualcosa di veramente nuovo su eventi come la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa o la Seconda Guerra Mondiale. Lo studioso che è in me vorrebbe pensare di essere stato in grado di farlo grazie alla scoperta di nuovi materiali, soprattutto in archivi russi e di altri archivi meno frequentati dagli storici occidentali fino a poco tempo fa, e questo è certamente parte del merito. Ma credo sia più importante che io affronti questo materiale – e anche quello più antico – con domande nuove, spesso sorprendentemente ovvie.

Ad esempio, in “Le origini russe della Prima Guerra Mondiale”, ho semplicemente raccolto la sfida di Fritz Fischer, che per qualche motivo era stata dimenticata dopo che i “fischeriani” (la maggior parte dei quali, a quanto pare, lettori poco attenti di Fischer) avevano preso il sopravvento. Nell’edizione originale del 1961 di “Griff nach der Weltmacht” (La “tentativa” o “l’agguato” della Germania per il potere mondiale, un titolo tradotto in inglese in modo più blando ma descrittivo come “Gli obiettivi della Germania nella Prima Guerra Mondiale”), Fischer sottolineava di essere stato in grado di sottoporre gli obiettivi bellici tedeschi a un esame approfondito perché praticamente ogni dossier tedesco (non distrutto durante le guerre) era stato declassificato e reso pubblico agli storici a causa della sconfitta umiliante della Germania nel 1945 – sottolineando al contempo che, se i dossier segreti francesi, britannici e russi del 1914 fossero mai stati resi pubblici, uno storico avrebbe potuto fare lo stesso per una delle potenze dell’Intesa. Avevo già scritto una storia in stile Fischer sulla strategia tedesca della prima guerra mondiale, in particolare sull’uso del pan-Islam da parte della Germania (The Berlin-Baghdad Express), ispirandomi a un’epigrafe simile in una vecchia edizione del thriller bellico Greenmantle di John Buchan – Buchan predisse che un giorno sarebbe arrivato uno storico a raccontare la storia “con ampia documentazione”, scherzando sul fatto che quando ciò fosse accaduto si sarebbe ritirato e “si sarebbe messo a leggere Miss Austen in un eremo”. Quindi è stato logico chiedersi: se Fischer può fare questo per gli obiettivi bellici della Germania, perché non la Russia?

I lettori potrebbero non aver compreso l’evidente ispirazione di Fischer per “Russian Origins” a causa dei redattori di Harvard/Belknap, che hanno ritenuto il mio titolo originale – “Russia’s Aims in the First World War”, chiaramente ispirato a Fischer – noioso e poco attraente. Probabilmente questo ha contribuito a vendere i libri, ma ha anche dato ai miei critici la sfacciataggine di affermare che stavo “incolpando la Russia per la Prima Guerra Mondiale”, piuttosto che limitarmi ad applicare una lente alla Fischer agli obiettivi bellici della Russia. Alcuni mi hanno anche definito russofobo, il che è comprensibile, anche se credo che non colga il punto. A mio avviso, sottoporre il pensiero strategico, la diplomazia e le manovre russe in tempo di guerra allo stesso esame di quelli abitualmente applicati alla Germania e alle altre potenze significa prendere sul serio il Paese alle sue condizioni, piuttosto che ignorare la Russia, come hanno fatto quasi tutti gli storici, ad esempio di Gallipoli.

Anche un libro sugli obiettivi di guerra russi era atteso da tempo. A parte uno studio deludente di Chai Lieven del 1983 e alcuni articoli, nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile per la Russia da quando studiosi e archivisti sovietici avevano pubblicato (con motivazioni molto diverse) volumi annotati di corrispondenza diplomatica russa segreta negli anni ’20. Per me, questa fu una porta spalancata, e ci entrai senza esitazione. “Stalin’s War” è per molti versi un seguito di “Russia’s Aims in the First World War” (il titolo è mio!), scritto con uno spirito simile, sebbene molto più lungo e per certi versi più ambizioso.

Con la Rivoluzione russa, è stato probabilmente ancora più difficile dire qualcosa di veramente nuovo, soprattutto dopo la pubblicazione, negli anni Novanta, delle storie popolari di Richard Pipes e Orlando Figes (e di un’enorme quantità di nuova letteratura scritta in parte in risposta a esse). E non credo che la mia “interpretazione” fosse così revisionista o controversa come quelle sulla Prima o Seconda Guerra Mondiale. Quello che ho cercato di fare, per aggiungere qualcosa di nuovo alla storia, è stato combinare le mie ricerche in diversi ambiti (rapporti sul morale dell’esercito russo prima e dopo l’Ordine n. 1, deposizioni raccolte dopo le Giornate di Luglio, rapporti di polizia del 1917, finanze bolsceviche e politiche di espropriazione, ecc.) con nuovi lavori svolti da altri a partire dal 1991, in particolare sulle prestazioni militari della Russia nella Prima Guerra Mondiale (un argomento quasi completamente ignorato nella letteratura sulla Rivoluzione dell’era della Guerra Fredda, sia sovietica che occidentale), per reinterpretare sia la Rivoluzione di Febbraio che quella di Ottobre. Per essere onesti, avrei preferito scrivere una storia ambiziosa solo sul 1917, dove avevo il materiale più originale e nuovi spunti da proporre, ma il mio editore voleva una storia “completa” della Rivoluzione in un unico volume, quindi è quello che ho scritto. Come la maggior parte degli storici e degli scrittori, mi piace pensare di scrivere interamente d’ispirazione, a mano libera, ma ovviamente ci sono molti fattori che influenzano il nostro lavoro.

Tornando alla tua domanda, sebbene abbia certamente svolto ricerche originali per tutti questi libri, non sono certo l’unico storico ad aver sfruttato gli archivi russi aperti dopo il crollo dell’URSS nel 1991, incluso, dovrei aggiungere, tutto l’incredibile materiale d’archivio raccolto dai ricercatori russi negli anni Novanta e Duemila in enormi volumi pubblicati di documenti dell’era sovietica. Credo che sia la mia mentalità a differenziarmi da altri studiosi che hanno sfruttato in modo simile questa opportunità. Simon Sebag Montefiore, ad esempio, ha scoperto una quantità incredibilmente ricca di nuovo materiale per Stalin. La corte dello Zar Rosso, così come Antony Beevor ha fatto per Stalingrado, entrambi libri che hanno avuto un enorme successo. Non sono esattamente dei “revisionisti”, però. Piuttosto, questi storici rivisitano storie già in parte familiari, ma con una miriade di nuovi dettagli affascinanti che arricchiscono notevolmente la storia. Penso che questo sia un modo meraviglioso di scrivere la storia, e migliaia di lettori evidentemente sono d’accordo. Semplicemente non è quello che faccio io.

Big Serge: “Sono contento che tu abbia menzionato “Le origini russe della Prima Guerra Mondiale”. Questo è stato il primo dei tuoi libri che ho letto e l’ho trovato interessante per un motivo controintuitivo, in quanto le sue argomentazioni sembrano ovvie e non particolarmente controverse. L’essenza del libro è che lo stato zarista aveva un’agenzia e cercò di usare la Prima Guerra Mondiale per raggiungere importanti obiettivi strategici. Questo dovrebbe essere ovvio, dopotutto si trattava di uno stato immensamente potente con una lunga tradizione di politica estera vigorosa, ma la gente è molto abituata alla narrativa alla “I cannoni d’agosto”, in cui tutta l’agenzia e l’iniziativa sono della Germania, e tutti gli altri sono ridotti al ruolo di oggetti in una storia in cui la Germania è l’unico soggetto.

Mi fa pensare un po’ a una battuta che il Dr. Stephen Kotkin ha usato nelle interviste sulle sue biografie di Stalin, quando afferma che il “grande segreto” degli archivi sovietici era che i comunisti erano davvero comunisti. Il suo punto è che, anche in un regime molto contorto e segreto, a volte ciò che si vede è davvero ciò che si ottiene. Credo che tu abbia sollevato un punto simile con “Russian Origins”. Se potessi parafrasarti, la grande rivelazione è che il grande e potente Impero zarista si comportava come un grande e potente impero, in quanto aveva obiettivi di guerra convincenti e cercava costantemente di perseguirli – così costantemente, infatti, che gli obiettivi di guerra rimasero inizialmente sostanzialmente invariati dopo la caduta della monarchia nel 1917. Stai dicendo qualcosa di molto simile con “Stalin’s War”: il segreto sconvolgente qui è che un regime sovietico potente, espansionista e pesantemente militarizzato si comportò come tale e lavorò aggressivamente per perseguire i propri peculiari interessi.

Come lo concettualizzi? Mi sembra un po’ strano, perché, come dici, a volte c’è un certo stigma attorno all’etichetta di “revisionista”, ma i tuoi libri presentano generalmente schemi piuttosto intuitivi: la Russia zarista era un impero grande e potente che perseguiva grandi obiettivi imperialistici; Stalin era il protagonista della sua storia e praticava una politica estera energica e interessata; i bolscevichi usarono una violenza straordinaria per conquistare un ambiente anarchico. Ti sorprende che la gente si stupisca di queste cose?

Dott. McMeekin: “ Vorrei essere sorpreso, e forse all’inizio lo sono stato, ma suppongo che, nel corso degli anni, mi sia abituato alle reazioni di “scioccato! Scioccato!” che ricevo quando sottolineo cose abbastanza ovvie. Gli storici, come la maggior parte dei gruppi, tendono a essere animali da branco, a cui piace correre in branchi sicuri. Quando si tratta di un argomento familiare come lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la letteratura tende a muoversi attorno a temi e questioni già affrontate. Certamente lo ha fatto da quando i fischeriani hanno preso il sopravvento: è sempre la Germania, con forse un cenno all’Austria-Ungheria nel retroscena serbo, o la Gran Bretagna con la corsa alla marina. Francia e Russia erano quasi scomparse dalla storia, come se uno dei due principali blocchi di alleanza continentali fosse irrilevante. Sono stato rincuorato dal fatto che il mio modo di trattare il ruolo della Russia nello scoppio della guerra e gli obiettivi bellici della Russia abbiano attirato l’attenzione e plasmato il dibattito, sia di per sé che attraverso il bestseller di Christopher Clark “Sonnambuli” (che attinge alla letteratura russa). Origini). Al contrario, lo studio pionieristico di Stefan Schmidt del 2009 sul ruolo della Francia nello scoppio della guerra (Frankreichs Aussenpolitik in der Julikrise 1914), a cui Clark e io ci siamo ampiamente ispirati, non è ancora stato tradotto in inglese, il che non ha prodotto praticamente alcun effetto nella professione. Clark e io abbiamo contattato editori di lingua inglese, cercando di suscitare interesse per una traduzione, ma finora senza successo.

Con la Seconda Guerra Mondiale, suppongo che il valore “shock” sia ancora maggiore, e forse quindi anche meno sorprendente. In Germania, dopotutto, ci sono leggi che rendono illegale “banalizzare” l’Olocausto, ad esempio mettendo in primo piano i crimini di guerra sovietici sul fronte orientale, e naturalmente intere aree della guerra come il Patto Molotov-Ribbentrop, i piani di guerra sovietici del 1941 e persino il Lend-Lease sono estremamente sensibili in Russia, anche se devo sottolineare che c’è stata una curiosa eccezione per il revisionismo “totale” di Rezun-Suvorov (Icebreaker, ecc.) – forse perché la sua tesi è così estrema da essere facilmente caricaturale, o forse semplicemente perché i suoi libri vendono così bene che non è mai stato difficile trovarli nelle librerie russe. In un certo senso, penso anche che la popolarità dei libri di Suvorov in Russia sia legata al modo in cui prendono sul serio l’Unione Sovietica come grande potenza, come faccio io, naturalmente: che si sia d’accordo o meno con la sua tesi, e sono sicuro che molti dei suoi lettori russi non lo siano, è meno condiscendente delle storie occidentali che trattano i sovietici come vittime passive del destino nella storia di Barbarossa prima che Stalin li svegliasse.

Forse sono rimasto più sorpreso dalla reazione viscerale alla Guerra di Stalin in Gran Bretagna, in particolare dalla mia discussione sull’Operazione Pike (ad esempio, i piani britannici di bombardare gli impianti petroliferi sovietici a Baku nel 1940), che ha mandato alcuni recensori in preda a un parossismo di rabbia che ho trovato assolutamente sconcertante. Semmai, avrei pensato che il mio trattamento fortemente critico di Hopkins e Roosevelt avrebbe offeso gli americani molto più gravemente della mia rappresentazione leggermente più compassionevole degli statisti britannici in tempo di guerra, ma è stato esattamente il contrario. Certamente alcuni ammiratori americani di Roosevelt ne furono infastiditi, ma questo non era nulla in confronto all’isteria dei recensori britannici per l’Operazione Pike. Curiosamente, non molto tempo fa ho cenato con uno di questi recensori, e lui ha tirato fuori la Guerra di Stalin. Era molto cortese, pieno di fascino britannico, ma voleva ancora disperatamente sapere perché avevo sostenuto che la Gran Bretagna “avrebbe dovuto entrare in guerra contro l’Unione Sovietica invece che contro la Germania nazista”. Come sempre quando vengo accusato di questo – un altro recensore lo ha affermato a bruciapelo nel TLS – gli ho semplicemente chiesto se poteva trovare un passaggio nel libro in cui avessi affermato qualcosa del genere. L’intero argomento della Seconda Guerra Mondiale è diventato così incrostato di emozioni e tabù che credo offuschi la vista delle persone. Vedono fantasmi.”

Big Serge: “Come sicuramente saprai, è sempre comune forzare analogie tra gli eventi attuali e la Seconda Guerra Mondiale, così che riviviamo costantemente il Patto di Monaco, il patto Hitler-Stalin e così via. Se guardi le notizie e scorri i social media, penseresti che siamo sempre bloccati nel 1939. Tuttavia, c’è un paragone con il presente che ritengo piuttosto appropriato, ed è la somiglianza tra i presidenti Trump e Roosevelt, in termini di primato che attribuiscono alla personalità in politica. Sappiamo che il presidente Trump si vanta di essere un negoziatore, qualcuno che ha solo bisogno di avere tutti nella stanza (Putin, Zelensky, Xi o chiunque altro) per poter raggiungere un accordo. FDR era molto simile: era un politico molto abile e dava molta importanza alla propria capacità di gestire le persone durante le riunioni. Quando sento il presidente Trump parlare di quanto le persone lo rispettino e vogliano fare affari con lui, mi viene subito in mente FDR che si vantava con gli inglesi di “Può gestire Stalin perché Stalin lo ama. Pensi che questo sia un paragone ragionevole, e cosa pensi che la diplomazia tra Stalin e FDR (e per estensione Harry Hopkins) ci dica sul ruolo della politica personale nella storia?”

Dott. McMeekin: “È un paragone interessante, Trump e FDR. Altri hanno sottolineato gli evidenti parallelismi con la raffica di ordini esecutivi nei primi “100 giorni” di mandato e, più in generale, con l’affermazione dell’autorità esecutiva. E c’era certamente una certa spacconeria trumpiana nell’approccio di FDR alla diplomazia in tempo di guerra, in particolare nei confronti di Stalin, come lei suggerisce. Credo che entrambi i presidenti abbiano esagerato con ciò che la diplomazia personale avrebbe potuto offrire loro, rispettivamente nei confronti di Stalin e Putin, anche se dovrei aggiungere, per correttezza, che è ancora molto presto nel secondo mandato di Trump e quindi forse troppo presto per liquidare gli sforzi della sua amministrazione per mediare la fine della guerra in Ucraina prima di sapere come andrà a finire la storia.

Detto questo, credo che ci siano differenze importanti, e non solo nelle personalità e nell’ideologia: FDR era politicamente “progressista” per la sua epoca (almeno su alcune questioni) e Trump una sorta di reazionario populista (anche se, come molti hanno sottolineato, molte posizioni trumpiane su commercio e immigrazione, e persino il suo scetticismo verso ambiziosi interventi militari stranieri, erano sostenute dai Democratici tradizionali fino a tempi relativamente recenti). Trump sembra disposto a mettere alla prova la sua abilità nel concludere accordi con quasi tutti i leader stranieri, persino quelli di paesi ostili come la Corea del Nord e (presunti) oppositori ideologici come il britannico Keir Starmer. È ovviamente suscettibile alle adulazioni, ma usa l’adulazioni anche sui leader stranieri a sua volta, non universalmente ma quasi. FDR, al contrario, è stato quasi brutalmente offensivo nel suo trattamento di figure “minori” come de Gaulle e, cosa più dolorosa, Churchill. In Stalin’s War ho menzionato solo alcuni di questi episodi, come Roosevelt che insultò pubblicamente Churchill a Teheran per ingraziarsi Stalin, o quando costrinse Churchill a “implorare come Fala” (Fala era il cane di FDR) a Québec. Ben più drammatica fu la storia raccontata da Peter Hitchens nel suo recente libro Phoney War, quando FDR costrinse la nave di Churchill a girare senza meta in mare aperto per diverse ore prima di essere accolta nella baia di Placentia nell’agosto del 1941, semplicemente per concedersi un sonno di bellezza.

Si potrebbe quasi immaginare che Trump faccia questo a Starmer – ne avrebbe certamente avuto motivo, viste le offese che alcuni dei ministri di Starmer hanno detto di lui. Curiosamente, però, per qualche ragione, Trump è stato molto più amichevole con Starmer di quanto FDR lo sia mai stato con Churchill – sebbene con la precisazione di aver costretto Starmer ad accettare un accordo commerciale sbilanciato. A pensarci bene, quell’accordo commerciale ricorda i prezzi esorbitanti che FDR impose al governo di Churchill nell’accordo “basi per cacciatorpediniere” e in altri pacchetti di aiuti in tempo di guerra.

Big Serge: “Uno degli aspetti della Guerra di Stalin che mi è particolarmente piaciuto è che presentava un’alternativa più sfumata all’ipotesi dell’attacco sovietico, o alla famigerata teoria del rompighiaccio di Suvorov. Non sembrano esserci prove concrete che Stalin stesse pianificando un attacco imminente alla Germania, e i tedeschi non sembrano aver interpretato Barbarossa come un attacco preventivo, ma tu presenti solide argomentazioni a favore di Barbarossa come una sorta di guerra preventiva. L’idea di base qui è che Hitler fosse sotto scacco nell’Europa centro-orientale su questioni come Romania e Finlandia (molto chiaro dopo il viaggio di Molotov a Berlino), e i termini del loro commercio bilaterale stavano rafforzando l’URSS a spese della Germania. Quindi, in sostanza, i tedeschi si rendono conto che la guerra con i sovietici è probabilmente solo questione di tempo, e scelgono di iniziarla alle loro condizioni quando hanno maggiori probabilità. La domanda che ne consegue, quindi, è che, nonostante la guerra nazista-sovietica abbia forti connotazioni ideologiche/escatologiche, è possibile che il modo migliore per interpretarla sia come una semplice “La questione geopolitica della guerra preventiva, quasi analoga alla Trappola di Tucidide? Abbiamo bisogno di orpelli ideologici per dare un senso a questo conflitto, oppure Barbarossa e la diplomazia tedesco-sovietica possono essere pienamente compresi attraverso una politica mondana e mirata alla massimizzazione del potere?”

Dott. McMeekin: “Sono lieto che abbiate distinto tra guerra “preventiva” e “preventiva”, poiché molti confondono o confondono le due. È stato molto ben detto: Hitler vedeva Barbarossa come un modo per scongiurare un pericolo crescente, una futura minaccia proveniente da Est se i sovietici avessero continuato a rafforzare la loro posizione, ma non stava prevenendo un attacco imminente.

Quanto alla sua domanda sugli “ingredienti ideologici”, alla luce di quanto drammatica e distruttiva sia stata la guerra che ne seguì sul fronte orientale, sembrerebbe riduttivo ignorare del tutto l’ideologia. Una volta iniziata la guerra, l’ideologia (nazismo/anticomunismo e antisemitismo da una parte, comunismo e antifascismo o antinazismo dall’altra, insieme a un più tradizionale fervore nazionalista russo contro l’invasore), insieme a odi etnici metastatici, tutto ciò contribuì ad alimentare l’orrendo ciclo di crimini di guerra e rappresaglie spesso indiscriminate che resero il conflitto così insondabilmente sanguinoso.

Detto questo, non credo che la guerra sia stata causata da queste tensioni ideologiche ed etniche, se non nella misura in cui potrebbero aver influenzato la decisione finale di Hitler di colpire, o i preparativi bellici di Stalin. È possibile spiegare lo scoppio della guerra nazista-sovietica in gran parte, se non esclusivamente, attraverso una storia piuttosto tradizionale di politica di massimizzazione del potere, come dici tu, con gli interessi sovietici e tedeschi che si scontravano con crescente veemenza in Finlandia, Romania e nei Balcani. Credo che Hitler abbia preso la decisione di colpire dopo, non prima, il viaggio di Molotov a Berlino nel novembre 1940, più specificamente dopo aver ricevuto la controproposta al limite dell’insulto di Stalin, che prevedeva condizioni sovietiche per l’adesione al Patto Tripartito (ad esempio, il ritiro tedesco da Finlandia e Romania e il permesso tedesco alle truppe sovietiche di occupare la Bulgaria e gli Stretti di Turchia). La trascrizione che ho scoperto negli archivi bulgari della reazione di Hitler a questa proposta, che cito in “La guerra di Stalin”, mostra Hitler in piena e semi-squilibrata invettiva, ma anche mentre calcola quanto gravemente gli interessi geopolitici della Germania (ad esempio, a causa della necessità della Wehrmacht di forniture regolari di petrolio, cromo, bauxite/alluminio, nichel, ecc.) fossero minacciati da un’ulteriore invasione sovietica in Finlandia, Romania e nella regione balcanica. Certo, si potrebbe controbattere che Hitler avrebbe fatto meglio a permettere a malincuore ai sovietici di continuare a rifornire la Wehrmacht di gran parte del necessario, piuttosto che invadere la Russia per impossessarsi delle risorse sovietiche, ma ciò implicherebbe che si fidasse di Stalin, un uomo che aveva appena usato la leva economica sovietica per (cercare di) indurlo a sacrificare interessi vitali tedeschi.

Certamente, l’elemento personale era in gioco qui, e non vorrei ridurre la guerra nazista-sovietica a “mera” geopolitica o economia più di quanto non lo sia a una semplice ideologia. Inoltre, non credo che la “trappola di Tucidide” funzioni del tutto, poiché non è chiaro quale sia stata la potenza in ascesa e in declino tra la Germania nazista e l’URSS nel 1940-1941 – semmai, si potrebbe dire che entrambe le potenze, e anche la Gran Bretagna, erano innervosite, se non addirittura minacciate, dall’inesorabile ascesa degli Stati Uniti. Ma Barbarossa potrebbe essere l’esempio più drammatico che abbiamo della teoria del Grande Uomo nella storia, con le vite di milioni di persone sconvolte o poste fine a causa delle decisioni di due uomini – o forse di uno solo, se assolviamo Stalin dall’accusa di aver iniziato la guerra (ma non di averla preparata e forse di aver provocato Hitler all’invasione). Indipendentemente da quanti fattori fossero in gioco nel 1940 e nel 1941, la decisione finale di invadere l’Unione Sovietica fu presa solo da Hitler, proprio come la decisione di respingere le aperture di Hitler nel novembre 1940 e poi dispiegare aggressivamente mezzi corazzati e aerei da guerra sovietici e costruire centinaia di nuovi aeroporti e parchi carri armati nelle regioni di confine con il Reich tedesco all’inizio del 1941, con qualsiasi scopo preciso, fu presa solo da Stalin. Onestamente penso che, se Stalin non fosse stato così paranoico riguardo alla sicurezza e ai viaggi all’estero, se si fosse recato a Berlino invece che a Molotov nel novembre 1940, lui e Hitler avrebbero potuto persino elaborare un accordo di qualche tipo che rimandasse, se non escludesse per sempre, un conflitto armato tra loro. Non che questo sarebbe stato necessariamente un esito positivo per i loro sudditi oppressi, e certamente non per Churchill e la Gran Bretagna, per i quali un rinnovato patto Hitler-Stalin quell’inverno sarebbe stato un incubo strategico, che avrebbe probabilmente condannato l’Egitto e seminato dubbi nella mente di Roosevelt sul fatto che la guerra della Gran Bretagna contro la Germania nazista fosse vincibile e degna di essere sostenuta. Ma sarebbe potuto accadere.”

Grande Serge: Apprezzo il suo commento su Hitler, e il fatto che, anche quando era immerso in una delle sue classiche invettive, continuasse a fare calcoli generalmente razionali sull’economia di guerra tedesca. Ho esplorato temi simili nei miei scritti, ovvero che Hitler – nonostante tutte le sue nevrosi – cercasse generalmente di prendere decisioni razionali. Un esempio che uso è l’ordine di non ritirata fuori Mosca nell’inverno del 1941-42. Questo viene spesso ridicolizzato come esempio dell’appello nazista alla forza di volontà, ma aveva una logica militare piuttosto solida, in quanto ritirarsi nella neve avrebbe significato lasciare indietro molti equipaggiamenti pesanti, e alla fine il Gruppo d’Armate Centro fu in grado di difendersi per tutto l’inverno e mantenere la sua coesione. Senza addentrarci troppo in questo argomento, è molto comune che le decisioni sia di Stalin che di Hitler siano interpretate come fondamentalmente ideologiche, e se si cerca di spiegarle razionalmente, questo viene spesso interpretato come una “difesa” nei loro confronti.

Oggi possiamo osservare tendenze simili nel modo in cui Putin viene interpretato, ma in un certo senso è persino peggiore. Putin non ha un marchio ideologico riconoscibile per gli occidentali, quindi le sue azioni non possono nemmeno essere attribuite a un’ideologia in sé: è semplicemente un dittatore che fa cose vagamente dittatoriali. Quando il vicepresidente Vance ha affermato di ritenere che Putin sia genuinamente motivato dalla sua comprensione degli interessi personali della Russia, la sua affermazione è stata accolta con incredulità e indignazione.

La mia domanda, in questo senso, è: sia negli eventi attuali che nella lettura della storia, pensi che sia una buona pratica partire dal presupposto che tutti siano razionali e perseguano l’interesse personale dello Stato? Ovviamente l’ideologia ha molto a che fare con il modo in cui questi interessi vengono interpretati – ad esempio, la collettivizzazione dell’agricoltura ha perfettamente senso dati gli imperativi del progetto marxista-leninista, ma altrimenti sembra un atto di follia. Vediamo mai attori statali veramente irrazionali nella storia? Ancora più importante, è possibile prendere buone decisioni se non riusciamo a riconoscere che persino i nostri avversari stanno cercando di perseguire in modo coerente obiettivi convincenti?

Dott. McMeekin: “Il modo in cui Putin viene trattato dalla maggior parte dei politici occidentali e dalla stampa deve essere quasi incomprensibile per i russi, o per chiunque abbia esperienza in Russia. In realtà, non è minimamente così colorito come la caricatura mediatica, anche se credo che questa caricatura sia un po’ più ricca di contenuti di quanto lei suggerisca. In parte perché la Russia di Putin ha preso le distanze dalle tendenze occidentali “woke” in tutto, dal revival ortodosso a curiose ossessioni occidentali come il martirio delle Pussy Riot, e anche perché è stato associato a Trump per estensione attraverso la fantasmagoria del “Russiagate”, credo davvero che Putin sia diventato una vera e propria figura ideologicamente odiata in Occidente, al di là del semplice essere un “dittatore che fa cose da dittatore”. Ho spesso cercato di oppormi a questo, sia sulla carta stampata che in varie conferenze e tavole rotonde, sottolineando come lei faccia che la politica estera di Putin è stata solitamente una questione piuttosto standard, basata sulla sua comprensione dell’interesse nazionale russo. Sono accolto con sconcerto.

Per rispondere alla sua domanda, credo che sia possibile che gli attori statali si comportino in modo irrazionale, e questo accade di tanto in tanto. In realtà, credo che accada più frequentemente con la politica estera statunitense, che è sempre stata soggetta – non esattamente alle vicissitudini dell’opinione pubblica e/o della “democrazia”, ​​ma a una sorta di pensiero emotivo, a un idealismo vago sulla democrazia, che ha portato a modelli curiosi come il sostegno o l’insediamento di figure come Batista a Cuba o Diem in Vietnam prima di estrometterle, la risposta all’11 settembre con una crociata mal concepita per democratizzare Afghanistan e Iraq, e altre sciocchezze. So che molti hanno sostenuto che ci sia un metodo in questa follia, che gli Stati Uniti abbiano una misteriosa grande strategia che richiede di distruggere periodicamente i paesi, ma confesso che io stesso non la vedo così.

Big Serge: “Sarei negligente se non chiedessi del Lend-Lease. In passato ho espresso la mia opinione secondo cui il Lend-Lease non fu l’unico fattore che garantì la sconfitta tedesca a est, semplicemente perché la Wehrmacht era già così gravemente logorata nell’inverno 1941-42. Tuttavia, le enormi quantità di materiale inviato all’URSS, che lei descrive in dettaglio, accelerarono chiaramente l’avanzata dell’Armata Rossa verso ovest. È difficile, ad esempio, immaginare l’Armata Rossa raggiungere la Vistola così rapidamente nel 1944 senza tutta la motorizzazione fornita dagli Stati Uniti. È d’accordo con questo schema di base, in ultima analisi, secondo cui il Lend-Lease non fu la ragione per cui la Germania perse la guerra, ma fu la ragione per cui Stalin fu in grado di espandersi così tanto a ovest? Pensa che in assenza del Lend-Lease, l’URSS e la Germania si sarebbero ritrovate in una sorta di stallo logorante lungo una linea nella Russia occidentale? Per favore, ci dia la sua opinione su un esito plausibile in un mondo in cui Il prestito-affitto all’URSS o non esiste, o è radicalmente ridotto.”

Dr. McMeekin: “ Sono buone domande, ma difficili da rispondere. Concordo certamente sul fatto che qualsiasi contributo materiale del Lend-Lease alla sopravvivenza sovietica nel 1941 (carri armati, camion, aerei da guerra, ecc.) si sia verificato solo a dicembre, nella battaglia di Mosca, e sia stato anche allora marginale, come dico chiaramente nella Guerra di Stalin (anche se i margini contano!). Sì, la Wehrmacht era ormai gravemente logorata ed è certamente possibile, persino probabile, che l’Armata Rossa avrebbe potuto salvare Mosca senza l’aiuto del Lend-Lease. Credo che il contributo comparativo dei mezzi corazzati del Lend-Lease sia aumentato significativamente al tempo di Stalingrado, e più stranamente ancora durante e dopo la Cittadella/Kursk nel luglio 1943 – dico stranamente perché, una volta assicurata la sopravvivenza sovietica nella guerra e con la Wehrmacht in ritirata, qualsiasi logica strategica alla base del Lend-Lease sovietico fu indebolita, se non del tutto compromessa. Ma l’amministrazione Roosevelt, invece di rallentare le spedizioni di camion, carri armati e aerei da guerra mentre l’Armata Rossa iniziava la sua lunga “avanzata verso ovest” contro una Wehrmacht tedesca sempre più debole, invece li aumentarono fino a raggiungere una velocità simile all’ipervelocità.

Sono certo che molti critici della guerra di Stalin pensino che io sopravvaluti l’importanza degli aiuti del Lend-Lease nella vittoria sovietica sulla Germania nazista, ma credo di stare attento a non esagerare: fornisco cifre precise e stime percentuali anche in categorie, come i carri armati, in cui il contributo della produzione interna sovietica è stato relativamente maggiore rispetto agli autocarri, dove è stato trascurabile, o agli aerei da guerra, che si collocano a metà strada. Una cosa che posso dire è che l’esercito sovietico, limitando severamente l’accesso agli archivi di Podolsk, ha reso quasi impossibile documentare come e quanti carri armati, autocarri, aerei da guerra, porta-mitragliatrici Bren, ecc. del Lend-Lease siano stati incorporati nelle singole unità dell’Armata Rossa – ma oh, quanto ci ho provato! Purtroppo, ora che il mio libro, che ha prodotto le prime stime serie di questo tipo, ha fatto tanto scalpore, dubito fortemente che qualcuno spremerà di nuovo tanto sangue da questa pietra quanto ho fatto io.

Più in generale, ritengo sia fondamentale distinguere tra materiale bellico finito e input militari-industriali o di altro tipo, e in quest’ultimo ambito credo che il contributo del Lend-Lease abbia iniziato a farsi sentire prima e alla fine sia andato più in profondità, ad esempio nell’alluminio, nell’acciaio raffinato, nelle piastre corazzate, nel nichel e così via, senza i quali gran parte dell’industria bellica sovietica non avrebbe potuto funzionare nemmeno lontanamente alla sua capacità raggiunta, per non parlare del mantenimento di fanti e ufficiali sovietici, dal maiale Tusonka al borscht disidratato e alle uova, agli stivali e persino alle spalline. Nel senso più letterale di vestire e nutrire l’Armata Rossa, il contributo del Lend-Lease è stato fondamentale, raggiungendo spesso cifre che arrivavano fino al 70% (come nel caso dello zucchero). Poi c’erano la benzina e il carburante per aerei statunitensi, particolarmente importanti nell’Estremo Oriente sovietico. Presumibilmente, sebbene ovviamente sia impossibile documentarlo, il contributo di massicce spedizioni di generi alimentari, stivali, carburante e così via americani al morale sovietico è stato altrettanto significativo.

Poteva esserci stata una “situazione di stallo di logoramento” sul fronte orientale, in assenza degli aiuti americani del Lend-Lease? Credo proprio che questa fosse una possibilità. Stalin lo suggerì a Hopkins in diverse occasioni già nel luglio del 1941, in parte per sottolineare la necessità sovietica e convincere Hopkins ad aprire il rubinetto del Lend-Lease. Forse più significative furono le osservazioni di Stalin a giustificazione del suo ordine 227 di “non ritirata” del 28 luglio 1942, quando osservò, con l’Operazione Blau in corso e in vista delle conquiste territoriali tedesche finora conseguite in “Ucraina, Bielorussia, Regione Baltica, Donbass”, che l’URSS aveva ormai perso qualsiasi vantaggio iniziale sulla Wehrmacht in termini di popolazione, produzione di grano o base industriale-materiale. E naturalmente, se i tedeschi avessero tagliato a Stalingrado la via vitale del Volga verso il Mar Caspio e le risorse del Caucaso, allora l’equazione materiale si sarebbe ribaltata ancora più drammaticamente a sfavore dei sovietici. Non fu un caso che le richieste di Stalin di aiuti Lend-Lease raggiunsero il picco in frequenza, intensità e quella che potremmo definire sfrontatezza tra questo decreto e il lancio dell’Operazione Urano fuori Stalingrado quel novembre (ad esempio “Considero la condotta inglese sulla questione di Airacobras tremendamente insolente. Gli inglesi non avevano il diritto di deviare il carico senza il nostro consenso.”)

Credo che i sovietici rischiassero di essere respinti oltre il Volga nel 1942 in una posizione difensiva, ancora più dipendenti dagli aiuti del Lend-Lease per continuare a combattere di quanto avrebbero potuto essere altrimenti – anche se, per l’Armata Rossa, il lato positivo era che a quel punto gli Stati Uniti erano in guerra e quindi l’imperativo strategico e politico alla base del Lend-Lease sovietico sarebbe stato rafforzato. In questo senso, credo che la tua ipotesi controfattuale si sarebbe annullata: in assenza di sufficienti aiuti del Lend-Lease per permettere all’Armata Rossa di resistere e consentire a Zhukov di organizzare la gigantesca operazione corazzata di aggiramento di Urano, i sovietici si sarebbero ritirati – il che avrebbe poi spinto Washington a scatenare ulteriori aiuti del Lend-Lease per mantenerli in guerra.

Big Serge: “Il Lend Lease è un argomento insolitamente controverso. Da parte russa, sembra che l’argomento sia visto come un tentativo di minimizzare le perdite umane e gli sforzi dell’Armata Rossa, mentre molti americani, al contrario, sembrano irritati dal fatto che la Russia “si prenda il merito” della vittoria della guerra. Francamente, mi sembra un po’ strano, semplicemente nel senso che il coraggio di una cisterna dell’Armata Rossa che si scontra con le Tigri fuori Varsavia non ha nulla a che fare con la provenienza dell’alluminio contenuto nel carro armato. Forse è diventato ancora più difficile parlarne in modo obiettivo ora, perché spesso si dà per scontato che si stia cercando di fare un’osservazione appena velata sugli aiuti americani all’Ucraina, anche quando non è così.

A volte definisco il Lend-Lease come un lusso dissoluto che deriva da una coppia unica di benedizioni strategiche dell’America: immensa ricchezza e stallo strategico. Ho fatto un’osservazione simile riguardo al ritiro dall’Afghanistan (che ha irritato molte persone), dicendo che l’America è l’unica in grado di tirarsi indietro da una lunga guerra, e anche quando il ritiro va male non ha alcun impatto sulle condizioni materiali di vita in patria. L’America è sicura, e l’America è ricca, e questo generalmente significa che gli americani non subiscono le conseguenze dei loro errori. Quindi, nel caso del Lend-Lease e dell’Unione Sovietica, possiamo discutere sull’importanza degli aiuti e sulla loro saggezza, ma alla fine sono stati soprattutto polacchi, ungheresi, slovacchi, lituani, lettoni e tedeschi a soffrire, non gli americani.

Pensi che questo abbia influito in qualche modo sul processo decisionale americano in relazione al programma Lend-Lease? C’è una tendenza, dovuta alla ricchezza e alla situazione di stallo dell’America, a prendere questo tipo di decisioni quasi casualmente? Una delle impressioni che ho tratto da Stalin’s War è che i sovietici fossero semplicemente molto più seri, diplomaticamente aggressivi e precisi riguardo ai loro obiettivi rispetto agli americani. È un’interpretazione corretta?

Dott. McMeekin: “Penso che sia giusto. Certamente Roosevelt e Hopkins si comportarono come se le risorse statunitensi fossero infinite, come se incrementare l’economia di guerra statunitense per rifornire l’Armata Rossa fosse solo una sorta di noblesse oblige che non costava loro nulla e avrebbe potuto fargli guadagnare l’amicizia sovietica, oltre la quale – semplicemente non avevano idea di quali fossero le conseguenze e non gliene importava molto. E sì, Stalin e i sovietici erano più precisi nei loro obiettivi e nelle loro richieste e quindi molto più efficaci. Purtroppo, credo che molti politici a Washington la pensino ancora così, nonostante la base industriale, l’economia e la posizione finanziaria degli Stati Uniti siano drammaticamente più deboli oggi rispetto agli anni ’40 o ’50, il che aiuta a spiegare perché (oltre alla miopia sui pericoli di provocare il paese con il più grande arsenale nucleare del mondo) siano così superficiali nell’inventare una guerra per procura estremamente costosa con la Russia in Ucraina. Per la cronaca, non stavo certo “cercando di fare un’osservazione appena velata sugli aiuti americani all’Ucraina” quando discutevo del Lend-Lease nel libro di Stalin. Guerra, dato che ho scritto il libro tra il 2017 e il 2019 circa, molto prima che la guerra iniziasse (se non della più lunga lotta tra Stati Uniti e Russia per l’influenza sull’Ucraina, che potrebbe risalire al 2014 o al 2004 o anche prima).”

Big Serge: “La guerra di Stalin fece molto scalpore, e tra i miei amici che la lessero direi che non ci fu poca indignazione all’idea che l’amministrazione Roosevelt fosse stata in qualche modo messa a tacere da Mosca, o che FDR avesse svenduto tutto perché nutriva una sorta di fastidiosa simpatia per il socialismo. Se mi permettete di fare l’avvocato del diavolo, vorrei dare la più generosa definizione possibile a questo. Roosevelt e Hopkins, se fossero qui, potrebbero sottolineare di aver affittato l’esercito più grande del mondo per usarlo contro la Germania, e che tedeschi e sovietici si sono fatti a pezzi a vicenda. I sovietici persero decine di milioni di persone e ne uscirono con la loro economia in rovina, mentre l’America perse forse un quarto di milione di uomini in Europa e concluse la guerra con un’economia intatta che surclassava tutti i concorrenti. Quindi potremmo dire, sì, Stalin riuscì a spremere enormi quantità di aiuti dagli Stati Uniti, e ottenne la Polonia, i Paesi Baltici, la Romania e così via, ma il rovescio della medaglia è… “Che l’America vinca la più grande guerra della storia moderna, e lo fa praticamente gratis, con costi economici e umani irrisori rispetto ad altri belligeranti. È una definizione corretta? Esisteva un’alternativa per gli Stati Uniti che non avrebbe probabilmente portato a perdite americane molto più ingenti?”

Dr. McMeekin: “ Questi sono tutti punti validi, e a volte faccio l’avvocato del diavolo per Roosevelt nella Guerra di Stalin, sottolineando che nella sua mente stava salvando vite americane – o, forse più cinicamente, come suggerisci (e come i russi si sono lamentati da allora) usando le truppe dell’Armata Rossa come carne da cannone. Il problema che ho sempre avuto con questo argomento è: carne da cannone per cosa? Quando Roosevelt (inizialmente, segretamente) aprì il rubinetto per gli aiuti Lend-Lease all’URSS nel luglio 1941, gli Stati Uniti erano neutrali nella guerra, e la maggior parte degli americani non aveva una forte preferenza per nessuna delle due parti nella guerra nazista-sovietica – o pensava, come Truman, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto aiutare la parte perdente (pur sperando ancora che i nazisti alla fine perdessero la guerra più grande). Se il potere di attingere alle vaste forze idrauliche dell’economia statunitense fosse stato nelle mani di Churchill, l’argomento “carne da cannone/salvare vite” avrebbe avuto più senso: la Gran Bretagna era già in guerra ma vedeva Non c’era modo di sconfiggere la Germania, e ora l’esercito più grande del mondo poteva fare ciò che i più piccoli eserciti britannici non potevano fare: annientare la Wehrmacht salvando vite britanniche. Nelle circostanze del luglio-novembre 1941, tuttavia, nessuna di queste logiche era applicabile a Washington DC.

Dopo Pearl Harbor del 7 dicembre e la dichiarazione di guerra di Hitler agli Stati Uniti quattro giorni dopo, ovviamente l’equazione cambiò. Ciò che Hitler si aspettava (questo aiuta a spiegare la sua folle e altrimenti inspiegabile decisione; pensava che Stati Uniti e Gran Bretagna stessero per essere risucchiati profondamente nella guerra con il Giappone invece dell’Europa), e ciò che la maggior parte degli americani si aspettava, era che Roosevelt avrebbe risposto a Pearl Harbor scatenando la furia americana – e più precisamente, la vasta economia bellica-industriale americana – contro il Giappone. Invece, inspiegabilmente per gli americani comuni (che non furono mai consultati), FDR scelse di rispondere a Pearl Harbor con le risoluzioni ARCADIA, che dichiaravano che la priorità strategica anglo-americana non era solo “la Germania prima di tutto” ma, all’interno della guerra europea, “l’assistenza all’offensiva russa con tutti i mezzi disponibili”. Persino l’espressione è suggestiva – non la “sopravvivenza” russa, ma “l’offensiva russa”: per rifornire di munizioni e materiali le operazioni offensive sovietiche. A quale scopo? Immagino che bisognerebbe chiederlo a Roosevelt, perché non c’era motivo per cui questo fosse l’imperativo logico, politico, morale o strategico per gli Stati Uniti dopo Pearl Harbor. L’alternativa ovvia era che gli Stati Uniti avrebbero concentrato la loro produzione industriale bellica, la loro marina mercantile e la loro capacità di trasporto sulla guerra contro il Giappone, e in secondo luogo avrebbero sostenuto il Kuomintang in Cina, che stava combattendo e vincolando la maggior parte delle forze terrestri giapponesi. Certamente gli aiuti Lend-Lease alla Gran Bretagna, e alcuni aiuti Lend-Lease all’URSS, sarebbero continuati, ma quasi qualsiasi altra amministrazione a Washington avrebbe dato priorità alla guerra contro il Giappone rispetto alle esigenze di Stalin sul fronte orientale.

Ciò avrebbe influenzato l’esito della guerra in Europa? Quasi certamente sì. E forse Roosevelt aveva ragione a considerare l’Europa strategicamente più importante dell’Asia per gli Stati Uniti nel 1941 (se non oggi): nonostante le sue spesso dichiarate simpatie per la Cina, quest’ultima era una potenza secondaria. Forse l’Armata Rossa era davvero la carne da cannone, strumento contundente necessario per distruggere l’apparentemente inarrestabile Wehrmacht, una considerazione che superava qualsiasi preoccupazione per Giappone, Cina o Gran Bretagna, a dire il vero. Tuttavia, credo che una politica statunitense di prestiti e affitti più cauta e ponderata sarebbe stata sufficiente a garantire la sopravvivenza sovietica, ma non avrebbe motorizzato in modo così aggressivo gli eserciti di Stalin da relegare l’Europa orientale a un futuro sotto il comunismo. E tagliando fuori Chiang Kai-shek nel 1943 e nel 1944, in un periodo in cui le spedizioni di prestiti e affitti a Stalin erano al culmine, gli Stati Uniti indebolirono gravemente la Cina nazionalista e rimandarono la sconfitta del Giappone abbastanza a lungo da permettere ai sovietici di prendervi parte in modo grottescamente opportunistico.

Nessuna di queste decisioni fu facile da prendere, date le circostanze. Tuttavia, esito a dire che l’esito delle scelte politiche di Roosevelt fosse nel migliore interesse sia degli americani che degli europei. Tralasciando una politica statunitense più sensata nei confronti del Giappone, che avrebbe potuto portare a un accordo prima dell’ultimatum della “nota di Hull” di fine novembre 1941 – per il bene di questo esercizio, darò per scontato che Pearl Harbor sia effettivamente avvenuta – credo che ci fossero altre linee d’azione che avrebbero portato a un esito migliore in Europa, il che a sua volta avrebbe giovato agli Stati Uniti. Credo che il rifiuto di Roosevelt di negoziare con la resistenza anti-hitleriana in Germania, o addirittura di riconoscerne l’esistenza, sia stato un errore madornale. Sulla scia di Stalingrado, quando sempre più generali tedeschi si resero conto che la guerra era persa, un’enorme opportunità andò perduta quando Roosevelt interruppe i contatti con questi cospiratori. Un colpo di stato a Berlino nel 1943 o nel 1944 avrebbe salvato milioni di vite e forse impedito all’Armata Rossa di irrompere nell’Europa orientale. Un conflitto simile a quello della Guerra Fredda sarebbe comunque emerso, ma in termini molto meno paritari: i sovietici sarebbero stati infinitamente più deboli, confinati a un certo punto vicino o addirittura all’interno dei confini sovietici del 1941, forse persino all’interno di quelli del 1939. Nel frattempo, una maggiore attenzione degli Stati Uniti al Giappone, un maggiore supporto logistico a Chiang Kai-shek tramite il programma Lend-Lease e altri strumenti di supporto logistico, e l’assenza di quegli 8,244 milioni di tonnellate di materiale bellico americano donato e spedito nell’Estremo Oriente sovietico, avrebbero reso molto meno probabile la presa del potere della Cina da parte dei comunisti da parte di Mao nel 1949.

Più in generale – concentrandoci ora sulle conseguenze interne per gli Stati Uniti – credo che un’amministrazione più trasparente, senza tutti i raggiri di Roosevelt e Hopkins con il Lend-Lease Act, con priorità strategiche e obiettivi di guerra più chiari e definiti, non avrebbe dato vita al vasto stato di sicurezza americano e al quasi-impero globale militarizzato emersi dopo il 1945. L’approvazione del Lend-Lease Act da parte del Congresso nel marzo 1941, con la sua clausola di “buona fede” a tempo indeterminato che consentiva al Presidente di comandare la produzione agricola e industriale americana per conto di qualsiasi governo straniero avesse scelto (alla fine 36!), ha sostanzialmente annientato l’ordine costituzionale in materia di politica estera statunitense. Non è un caso che il Congresso non abbia dichiarato guerra secondo la corretta procedura costituzionale dall’inverno 1941-42. Forse gli Stati Uniti erano destinati a diventare una potenza globale o un “impero” di qualche tipo, ma le politiche dell’amministrazione Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale accelerarono notevolmente il processo e privarono gli americani di qualsiasi voce in capitolo, anche attraverso i loro rappresentanti eletti. Sì, gli Stati Uniti vinsero la guerra più grande della storia, certamente a un costo umano (se non finanziario) molto inferiore a quello dei sovietici, ed ereditarono il bottino – le rovine, in realtà – dell’Europa occidentale e dell’impero britannico, una guerra in cui gran parte della sua concorrenza industriale fu annientata. Ma il prezzo fu pagato in una miriade di altri modi con cui gli americani convivono ancora oggi.

Big Serge: “Mi piace in particolare la tua osservazione sulla Cina, perché solleva la questione più ampia secondo cui i teatri dimenticati o secondari della Guerra del Pacifico (Indocina, Corea e Cina) divennero direttamente punti critici per l’America nel dopoguerra. Si potrebbe quasi sostenere che le attuali preoccupazioni per la sicurezza a Taiwan siano solo la terza di una serie di crisi americane nell’ex periferia giapponese, dopo le guerre di Corea e del Vietnam. Sappiamo anche che il teatro mediterraneo tende a essere trascurato, sia nelle storiografia popolare che in tempo reale durante la guerra. Il teatro italiano, ad esempio, impegnò decine di divisioni tedesche, eppure Stalin ne ignorò sostanzialmente l’esistenza quando chiese l’apertura di un secondo fronte. Sappiamo anche che Churchill sostenne una strategia orientata al Mediterraneo (come un modo per preservare l’influenza britannica nel dopoguerra) e fu ampiamente ignorato dalla squadra di Roosevelt.

Tutto ciò finisce per sembrare un po’ strano, perché se si considera la Prima Guerra Mondiale, gli alleati occidentali erano perfettamente disposti a sondare teatri di guerra ausiliari e fronti periferici (lo Shatt al-Arab, Gallipoli, Salonicco e così via). Eppure, nella Seconda Guerra Mondiale, nonostante le enormi risorse americane, questi fronti periferici in Asia e nel Mediterraneo furono in gran parte cancellati, il che ovviamente portò direttamente alla dominazione comunista sia nei Balcani che in Cina.

Quindi, mi sembra che le linee lungo le quali è stata tracciata la Guerra Fredda siano state il risultato diretto di scelte strategiche e di allocazione delle risorse, quasi esclusivamente da parte degli Stati Uniti. Pensa che ciò sia dovuto a una visione strategica a breve termine di Washington (vincere la guerra contro l’Asse e poi capire cosa sarebbe successo dopo), oppure l’amministrazione Roosevelt credeva sinceramente che relazioni stabili, o addirittura amichevoli, con i sovietici potessero persistere dopo la sconfitta della Germania? È sostanzialmente indiscutibile che le scelte americane abbiano fatto sì che l’Unione Sovietica emergesse dalla guerra molto più potente di quanto avrebbe fatto altrimenti, rendendo di conseguenza più fragile la posizione dell’America nella Guerra Fredda. Queste scelte furono il risultato di miopia o ingenuità?

Dott. McMeekin : “Un po’ entrambe le cose, direi. FDR era certamente ingenuo nei confronti di Stalin, forse Hopkins un po’ meno – credo che Hopkins ammirasse sinceramente Stalin e i sovietici e volesse inequivocabilmente aiutarli a diventare più potenti. La miopia si manifestò proprio nel modo in cui suggerisci – Roosevelt semplicemente non voleva pensare a teatri o sfere d’influenza periferici, e quindi respinse la proposta mediterranea di Churchill a Teheran (pur mostrando inizialmente un certo interesse, finché non fu rimproverato da un biglietto insidioso sottobanco, probabilmente di Hopkins) e accettò di liquidare Chiang Kai-shek, nonostante avesse espresso grande simpatia per la Cina.”

Big Serge: “Ho un’ultima domanda per te. Come suggerisce il mio utilizzo dell’avatar di Sergei Witte, ho inclinazioni reazionarie e di conseguenza una forte sensibilità anticomunista. Trovo il regime di Lenin-Stalin essenzialmente orribile, con un’enorme litania di crimini all’attivo. Tuttavia, quando leggo un libro come “La guerra di Stalin” o le biografie del Dr. Kotkin, è difficile non provare un certo rispetto per Stalin. Non in senso morale, ovviamente, ma per la sua capacità lavorativa, la sua capacità di gestire nei minimi dettagli la politica estera e gli sviluppi militari, pur avendo le mani in pasta in dettagli come libri di testo, sceneggiature cinematografiche e pianificazione economica. È come se un presidente americano non solo gestisse nei minimi dettagli il Pentagono e il Dipartimento di Stato, ma anche presiedesse la Federal Reserve, dirigesse la Borsa di New York e dirigesse Hollywood.

È difficile non provare un certo rispetto, a malincuore e un po’ inorridito, per Stalin. Era chiaramente un uomo unico e straordinariamente competente, e la sua impronta nella storia è di una categoria rara. Quindi la mia domanda è: rispettate Stalin? Se fosse così gentile, mi dica due parole per riassumere la sua impressione generale su quest’uomo .

Dott. McMeekin: “ Suppongo di nutrire un rispetto a malincuore per Stalin, come si potrebbe apprezzare un degno avversario. Non vorrei certo essere un suo suddito, e provo grande simpatia per le sue molteplici vittime. Ma sulla competenza di Stalin, la sua curiosità, la sua etica del lavoro e i suoi interventi spesso energici nei vari campi da lei menzionati, e sulla sua impronta nella storia, non ci sono dubbi. Come storico, ammetto di nutrire una vaga ammirazione per il senso dell’umorismo asciutto e mordace di Stalin che emerge dalle trascrizioni dei vertici di guerra. Era chiaramente molto intelligente, oltre che spietato e astuto. I grandi uomini della storia raramente sono degli umanitari”.

Big Serge: “Penso che sarebbe difficile per me trovare una conclusione migliore di questa. A me e ai miei lettori, grazie per il tempo che mi hai dedicato e per la completezza delle tue risposte.”

I libri del Dott. McMeekin sono disponibili su Basic Books o sulla sua pagina autore su Amazon .

Russia: un ricordo dei crimini di guerra giapponesi al servizio del riavvicinamento con la Cina?_ di Julian Ryall

Ex alleati che dimenticano le ragioni di un sodalizio e rimpiangono di non aver avuto l’esclusiva del dominio mondiale nel dopoguerra_Giuseppe Germinario

La memoria resta una questione politica e diplomatica. Mosca ha sponsorizzato una conferenza internazionale per rivedere i processi tenuti nel 1949 a dodici uomini dell’Unità 731, un’unità di guerra biologica giapponese, accusata di crimini di guerra. I conservatori giapponesi si sono opposti, accusando Mosca di enfatizzare le atrocità commesse per promuovere un’alleanza più forte con Pechino e rafforzare le rivendicazioni russe sui territori settentrionali e sulle Isole Curili meridionali.

Julian Ryall, South China Morning Post , 18 settembre 2021. Tradotto da Alban Wilfert per Conflits

 

Una conferenza internazionale di due giorni organizzata dal governo russo nella città di Khabarovsk all’inizio di settembre per rivedere i processi per crimini di guerra tenuti lì nel dicembre 1949 ha suscitato l’ira dei conservatori giapponesi, che accusano Mosca di allargare la linea dei crimini di guerra. commessi dall’esercito imperiale nella speranza di conquiste geopolitiche.

All’epoca, dodici uomini dell’unità di ricerca sulla guerra biologica nota come Unità 731 , con sede nel nord-est della Cina durante la guerra sino-giapponese, furono condannati per la produzione e l’uso di armi biologiche durante la seconda guerra mondiale. Questi uomini sono stati condannati a pene che vanno dai 2 ai 25 anni di tempo di lavoro.

La conferenza è stata sponsorizzata dalla Russian Historical Society, dal Federal Security Service (FSB) e dal Ministero degli Esteri russo. L’occasione è stata ritenuta abbastanza importante perché il presidente Vladimir Putin e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov preparassero essi stessi dichiarazioni che sono state lette durante l’evento.

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Descrivendo le udienze di Khabarovsk come di pari importanza ai processi di Norimberga e Tokyo, dove furono processati i leader delle potenze sconfitte dell’Asse, Putin ha affermato che il tribunale ha “espresso un giudizio legale, morale ed etico su coloro che hanno iniziato la seconda guerra mondiale e sono stati colpevole di terribili crimini contro l’umanità”. “Attraverso questo tribunale, il nostro Paese ha espresso la sua posizione di principio nei confronti di questa flagrante violazione del diritto internazionale, anche per quanto riguarda l’uso di armi chimiche e biologiche”, ha detto, aggiungendo che le sentenze emesse in quel momento hanno spianato la strada per la convenzione delle Nazioni Unite del 1972 che ha messo fuori legge queste armi.

Quando lo svolgimento di questa conferenza è giunto alle orecchie dei conservatori giapponesi, non è stato senza irritarli, che hanno invocato ragioni politiche che Mosca avrebbe dovuto evocare i crimini di guerra commessi dall’esercito imperiale giapponese in Estremo Oriente durante la seconda guerra mondiale.

Secondo loro, la Russia sta cercando di rafforzare la sua pretesa sulle isole contese nell’estremo nord del Giappone, conosciute come i Territori del Nord in Giappone e le Curili del Sud in Russia, e, allo stesso tempo, di promuovere un’alleanza più forte con Pechino , i cui rapporti con Tokyo restano spinosi a causa, tra l’altro, delle atrocità della guerra.

Il perno da Mosca alla Cina

Sebbene il Giappone si sia scusato per le sofferenze causate durante la seconda guerra mondiale, non ha riconosciuto pubblicamente le attività dell’Unità 731. Secondo i media statali cinesi, almeno 3.000 persone, per lo più civili cinesi e alcuni russi, mongoli e coreani, sono state sottoposte a esperimenti come cavie e morì tra il 1939 e il 1945.

Poco prima della conferenza, l’ FSB ha pubblicato ciò che ha presentato come documenti recentemente scoperti sulle attività dell’Unità 731. I titoli dei media internazionali, come “Esperimenti biologici giapponesi sui cittadini sovietici”, no, non hanno tardato.

Hiromichi Moteki, segretario generale ad interim della Società per la diffusione dei fatti storici con sede a Tokyo, ci assicura che le udienze di Khabarovsk non avevano altra base che la propaganda sovietica.

Secondo lui, la Russia sta di nuovo usando queste accuse per criticare il Giappone contemporaneo, perché molte persone “non hanno mai sentito parlare dell’Unità 731, anche perché è successo molto tempo fa. Improvvisamente, quando la Russia oggi annuncia una conferenza sui crimini di guerra e le accuse di guerra biologica, sta attirando l’attenzione mondiale. Moteki aggiunge che “questo non è un caso, in quanto serve anche ad aumentare il sostegno internazionale per l’acquisizione sovietica delle isole che hanno sequestrato dopo aver dichiarato guerra a un Giappone che era, di fatto, già sconfitto”.

Un editoriale in una recente edizione del quotidiano Sankei ha fatto eco a questa opinione, accusando il governo di Vladimir Putin di “sminuire gli atti illegali commessi dall’Unione Sovietica durante la guerra, sostenendo una visione storica in cui l’Unione Sovietica è il bravo ragazzo. e Il Giappone è il cattivo”. “Questo tipo di guerra dell’informazione è indissolubilmente legata all’affermazione del governo Putin che i Territori del Nord sono diventati russi a seguito della seconda guerra mondiale”, ha aggiunto.

Per James Brown, professore associato di relazioni internazionali presso il campus di Tokyo dell’American Temple University, è più probabile che Mosca rafforzi i suoi legami con Pechino per presentare un fronte unito contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, tra cui il Giappone. “Questa è un’altra manifestazione del crescente riavvicinamento tra Cina e Russia”, ha detto, osservando che Mosca ha posticipato la celebrazione della fine della guerra contro il Giappone al 3 settembre, in coincidenza con la data ufficiale della vittoria della Cina. “Il Giappone ha motivo di allarmarsi per un tale allineamento tra i due Paesi, ma sembra che la Russia intenda costringere il Giappone a impegnarsi più da vicino e ad offrire maggiori aiuti economici in Estremo Oriente. -Russia orientale”, ha affermato.

1950. Brown aggiunse che la conferenza di Khabarovsk fu il risultato di un calcolo salva-faccia per la Russia, dal momento che l’URSS aveva violato il patto di neutralità sovietico-giapponese attaccando e detenendo decine di migliaia di prigionieri di guerra in Siberia per molti anni dopo la resa di Tokyo. Dei circa 700.000 uomini catturati durante la resa giapponese, non meno di 340.000 morirono in cattività, prima che l’ultimo gruppo fosse rimpatriato nel 1950. “La Russia è probabilmente un po’ preoccupata per l’immagine negativa che circonda l’attacco dei sovietici contro il Giappone ed è usando i processi di Khabarovsk per distrarre dalle proprie azioni “, ha detto.

https://www.revueconflits.com/russie-un-reveil-memoriel-des-crimes-de-guerre-japonais-au-service-dun-rapprochement-avec-la-chine/

La loro Wehrmacht era migliore della nostra armata Di Max Hastings

Qui sotto la traduzione di un articolo apparso oltre trenta anni fa sul WP riguardante il comportamento delle forze alleate occidentali nell’ultimo conflitto mondiale;  una analisi accurata in particolare della condotta delle forze alleate del fronte occidentale europeo. Una qualità ed una serietà del servizio giornalistico del tutto sconosciuta alla attuale redazione della testata. Un modo inoltre di rendere giustizia al comportamento meschino mantenuto nelle celebrazioni con la grave omissione del valore e del tributo determinante dell’impegno russo nel conseguimento della vittoria contro il nazifascismo. Un comportamento teso a rappezzare e giustificare anche nell’attuale contingenza politica il ruolo della NATO. Giuseppe Germinario

La loro Wehrmacht era migliore della nostra armata
Di Max Hastings; Max Hastings ha scritto 10 libri,
incluso ‘Overlord: DDay,
6 giugno e
1944.’ 5 maggio 1985

https://www.washingtonpost.com/archive/opinions/1985/05/05/their-wehrmacht-was-better-than-our-army/0b2cfe73-68f4-4bc3-a62d-7626f6382dbd/?fbclid=IwAR37baxYDOBazwoHr1zMss5id9Gj4-H6lPbT7zJhR1rrw2l44I2x-whJ-4k&noredirect=on&utm_term=.bcb617f17597

 

LA PROPAGANDA è un ingrediente ineludibile del conflitto moderno. Nella seconda guerra mondiale fu considerato essenziale nella lotta per sconfiggere l’esercito tedesco perché i popoli della Grande Alleanza dovevano essere convinti della superiorità qualitativa dei loro combattenti rispetto a quelli del nemico. Un Dogface (Faccia da cane si riferisce ad un soldato dell’esercito degli Stati Uniti che serve nella fanteria, specialmente durante la seconda guerra mondiale) , un tommy (Tommy è un termine informale per definire un soldato semplice nell’esercito britannico) valeva tre kraut dalla testa di legno (Soldati Tedeschi). I “robot” di Hitler non avrebbero potuto mai eguagliare l’immaginazione e l’iniziativa dei soldati alleati sul campo di battaglia.

L’immagine della guerra propagandata al pubblico americano e britannico era di tenaci soldati alleati determinati a strappare la decisiva vittoria finale: ‘Dimentica l’immagine gloriosa di combattenti che hai visto nei film’, dichiarava all’epoca un giornalista corrispondente di guerra del New York Times, “L’immagine che volete avere nella vostra mente è quella di giovani uomini sporchi, affamati, completamente affaticati che si aggirano metà storditi e trasandati, e in qualche modo riescono lo stesso a rialzarsi e colpire i tedeschi.” Un pilota americano ha riferito a Bob Hope: “Sarebbe bello … tornare a casa … e allungare le gambe sotto un tavolo imbandito della cucina della mamma … ma tutto quello che desidero è battere questi figli di puttana nazisti , così possiamo poi dedicarci solo a quei bastardi di Japs. (Giapponesi)”

La maggior parte degli uomini degli eserciti alleati erano apertamente insofferenti delle fantasie propagandate su di loro dai corrispondenti delle testate giornalistiche, con eccezioni degne di nota come Bill Mauldin ed Ernie Pyle. Questa reazione rende più degno di nota il fatto che per una generazione, dopo il la vittoria nel 1945, molti miti furono perpetrati non solo dagli storici popolari, ma anche dalle istituzioni militari occidentali.

Nel 1950, il grande scrittore militare britannico, Capt. Basil Liddell Hart, scrisse un articolo in cui rifletteva sulla vasta superiorità delle forze alleate nell’Europa nord-occidentale nel 1944 e sulla riluttanza dei critici militari del dopoguerra in Gran Bretagna e in America di trarre conclusioni appropriate sulla prestazioni militari degli alleati: c’è stato troppo autocompiacimento e troppo poca indagine oggettiva, ha detto.

Liddell Hart non è stato il solo a sfidare la nozione convenzionale sulla seconda guerra mondiale guerra. Alcuni critici hanno cercato di sfidare alcune delle controversi teorie degli analisti militari americani; Col. Trevor Dupuy e Martin Van Creveld, che hanno sottoposto i rispettivi rendimenti degli eserciti americani e tedeschi sul campo di battaglia a uno studio statistico dettagliato. Nessuno e ancora riuscito, dati alla mano, a ribattere la conclusione analitica di Dupuy, cioè che in quasi tutti i campi di battaglia del fronte occidentale il meglio è stato mostrato dalla Germania:”Su base uomo a uomo, i soldati di terra tedeschi hanno costantemente inflitto vittime a un tasso superiore del 50% rispetto a quello delle truppe britanniche e americane in tutte le circostanze (enfasi in originale).Questo era vero sia in fase di attacco che in quello di difesa, quando avevano una superiorità numerica e quando, come di solito, erano in inferiorità numerica, quando avevano la superiorità aerea e quando mancava, quando hanno vinto e quando hanno perso.”

La verità ineluttabile è che la Wehrmacht di Hitler è stata la straordinaria forza combattente della seconda guerra mondiale, una delle più grandi della storia. Per molti anni dopo il 1945, sembrava doloroso ammetterlo pubblicamente, in parte per ragioni nazionalistiche, in parte anche perché le legioni naziste stavano combattendo per uno dei regimi più odiosi di tutti i tempi.

Uno spirito di narcisismo militare, nutrito da film come ‘Il giorno più lungo’, ‘Un ponte troppo lontano’ e ‘La battaglia dei Giganti’, ha perpetuato le immagini mitiche degli eserciti alleati e tedeschi. Inoltre, la stragrande maggioranza delle memorie sul campo di battaglia pubblicate in Gran Bretagna e in America riguardano, non a caso, l’esperienza del campo di battaglia alleato. Si soffermano sulle paure, le difficoltà e i trionfi dei soldati alleati visti dalle buche degli alleati.

Abbiamo imparato molto meno – anzi, assolutamente niente – su come il soldato tedesco abbia sostenuto un efficace difesa in Europa per 11 mesi sotto un costante e incontrastato attacco aereo degli alleati, bombardato quotidianamente da devastanti concentrazioni di artiglieria, affrontando enormi difficoltà, sostenuto da un frazione delle forniture e della potenza di fuoco a disposizione del soldato alleato.

Ora, la nostra visione della seconda guerra mondiale sta cambiando. La prospettiva storica e globale che mancava da così tanti anni è finalmente raggiunta. Il magnifico e monumentale studio di Russell Weigley sull’esercito americano nel nord-ovest dell’Europa confronta francamente il fallimento delle forze di Eisenhower nel generare capacità di combattimento per distruggere forze tedesche numericamente molto inferiori, finché queste non furono esaurite da 11 mesi di logoramento sul fronte occidentale, aggiunto all’enorme prosciugamento di forze e mezzi dei tedeschi dovuti ai  quattro anni di guerra sul fronte orientale combattuta contro i sovietici.

La lotta titanica della Germania con l’Unione Sovietica dal 1941 al 1944, che uccise più di 2 milioni di soldati tedeschi – probabilmente i migliori 2 milioni – fornì agli alleati occidentali un vantaggio straordinario per le nazioni in guerra: tempo per allenarsi, preparare, pianificare il confronto con il nemico sul campo di battaglia secondo le loro condizioni, in un momento attentamente selezionato dai signori della guerra di America e Gran Bretagna.

Dalla battaglia di Normandia fino alla fine in Germania, le prestazioni dell’esercito britannico sono state profondamente influenzate dall’incapacità di resistere a pesanti perdite. Montgomery fu ripetutamente avvertito dai suoi superiori a Londra sulla scarsità di manodopera. A pochi giorni dagli sbarchi in Francia, i battaglioni britannici venivano cannibalizzati per fornire rimpiazzi. Nel 1945, intere divisioni furono demolite per lo stesso motivo.

Sin dall’inizio della guerra, troppa attenzione critica è stata concentrata sugli ufficiali e l’alto comando degli alleati nell’Europa nordoccidentale, e troppo poco sulle prestazioni delle unità di combattimento. La alta dirigenza alleata era, nel complesso, non inferiore a quella dei tedeschi, ostacolata dalla mano morta di Hitler. Montgomery era cauto, non ultimo per la ragione sopra menzionata, ma certamente non era un incompetente. La prestazioni fiacche delle sue truppe in Normandia  fu principalmente attribuibile alla stanchezza della guerra e alla riluttanza ad accettare ulteriori pesanti perdite quando la vittoria finale era ormai a portata di mano.

Invece per gli americani  i numeri delle vittime non era un problema. Dall’inizio alla fine della campagna militare, la loro disponibilità ad accettare un numero alto di perdite per ottenere un obiettivo è stata riconosciuta, rispettata e invidiata dai loro alleati britannici. “Nel complesso, gli americani erano disposti ad affrontarlo più duramente di quanto lo fossimo noi”, dichiarò il feldmaresciallo Lord Carver, nel 1944-45 un comandante di brigata corazzata sotto Montgomery. Com’era, quindi, che l’esercito americano trovava estremamente difficile, anzi spesso impossibile, sconfiggere i tedeschi incontrati in qualsiasi occasione a termini pari?

In primo luogo, c’è stato lo straordinario fallimento degli alleati occidentali nel 1944-45 di fornire alle loro forze di terra armi adeguate. In quella fase della guerra, la tecnologia americana e britannica aveva creato una miriade di miracoli: superbi aerei da combattimento, equipaggiamento bellico antisommergibile, radar, il DUKW anfibio, la miccia di prossimità e la jeep. Attraverso Ultra, la più grande operazione di cifratura di tutti i tempi, gli Alleati possedevano una straordinaria conoscenza degli ordini di battaglia tedeschi, schieramenti e spesso – sebbene non nella Battaglia delle Ardenne – le intenzioni tedesche. Tuttavia, in mezzo a tutto questo, nell’Europa nord-occidentale i leader alleati hanno spinto le loro truppe di terra a combattere la Wehrmacht con equipaggiamenti inferiori in ogni categoria, tranne l’artiglieria e il trasporto. Mitragliatrici tedesche, mortai, armi anticarro e mezzi corazzati erano tutti superiori a quelli della Gran Bretagna e dell’America. Soprattutto, la Germania possedeva carri armati migliori. Lo Sherman, che dominava la campagna alleata, era un macchinario superbamente affidabile. Ma era fatalmente imperfetto dalla mancanza di una calibratura adeguata per penetrare nel Tigre e nella Pantera; e dalla scarsa capacità di sopravvivenza del campo di battaglia di fronte ai cannoni tedeschi.

Prima che iniziasse la campagna del 1944, queste carenze furono ben comprese a Washington e a Londra. Ma i capi di stato maggiore hanno espresso la loro fiducia nella superiorità numerica alleata talmente grande che una certa inferiorità qualitativa era accettabile. Questa fiducia era un’illusione mortale. Ancora e ancora nell’Europa nord-occidentale, molte forze tedesche di livello inferiore equipaggiate con una manciata di Tigri, Pantere o cannoni da 88 mm riuscirono a fermare attacchi importanti degli Alleati.

Per l’esercito americano nel nord-ovest dell’Europa, dall’inizio alla fine, le difficoltà critiche erano incentrate nella fanteria, l’ariete di sfondamento. Fu su queste truppe che cadde il peso schiacciante della battaglia e delle vittime. Un rapporto sulle lezioni tattiche della campagna di Normandia da parte della Prima Armata degli Stati Uniti dichiarò: “È essenziale che la fanteria in azione sia imbevuta di un atteggiamento audace e aggressivo: molte unità non acquisiscono questo atteggiamento fino a molto tempo dopo il loro ingresso in combattimento, e alcune non lo acquisiscono mai, mentre le unità che contengono personale appositamente selezionato come Airborne e Rangers hanno mostrato uno spirito aggressivo fin dall’inizio: il soldato di fanteria medio si affida troppo all’artiglieria di supporto per spingere il nemico da posizioni opposte alla sua avanzata … ”

Il gen. Mark Clark scrisse dall’Italia nell’estate del 1944: “Senza dubbio il nostro addestramento non ha ancora prodotto ufficiali disciplinati e uomini disciplinati”.

Nell’inverno del 1944 e nella Battaglia delle Ardenne, le forze del generale Omar Bradley si stavano comportando molto più efficacemente rispetto a giugno e luglio in Normandia.

Una delle più grandi conquiste americane della guerra fu l’espansione di una piccola forza prebellica in prima linea di 190.000 unità in un esercito di oltre 8 milioni di uomini. Tuttavia, una conseguenza inevitabile di questa trasformazione è stata la cronica carenza di comandanti addestrati e di alta qualità. In tutte le guerre americane, i suoi alleati hanno sempre concordato che gli ufficiali di West Point erano di conoscenza e strategia militare superiori. Il problema, durante la seconda guerra mondiale, fu che non vi erano abbastanza comandanti di qualità per guidare un esercito di 8 milioni di uomini.

Allo stesso momento, i risultati delle divisioni paracadutiste della 82d e 101st hanno mostrato ciò che il soldato americano era capace di fare. Gran parte dell’attenzione sulla battaglia di Market Garden (l’invasione alleata dei Paesi Bassi nel settembre del 1944) si è concentrata su l’eroico sacrificio della 6a Divisione aviotrasportata britannica. Tuttavia, storici oggettivi e alcuni testimoni oculari britannici credono che le divisioni americane abbiano offerto una prestazione di combattimento più professionale rispetto agli inglesi; e che se al generale Matthew B. Ridgway fosse stato concesso il comando sul campo piuttosto che il generale britannico Frederick A.M. Browning, l’esito della battaglia avrebbe potuto essere molto più felice per gli alleati. Quindi sarebbe assurdo suggerire che l’America non è in grado di produrre soldati d’elite.

La Marina e le forze aeree americane hanno raramente – e certamente non nella seconda guerra mondiale – trovato difficoltà nell’attrarre ufficiali di alta qualità. Tuttavia, essere un soldato in America non è mai stato uno status onorevole, al di fuori di poche migliaia di famiglie militari. È stato tradizionalmente il percorso attraverso il quale giovani uomini di modesta origine – Eisenhower e Bradley, non ultimo tra loro – possono aspirare a costruire una carriera.

Il gen. George S. Patton ha scritto: “È uno sfortunato, e per me, tragico fatto che nei nostri tentativi di impedire la guerra, abbiamo insegnato al nostro popolo a sminuire le qualità eroiche del soldato”. Dove in Europa, i giovani uomini dell’élite di ogni nazione hanno, in guerra, tradizionalmente gravitato verso le “teeth arms” ( fucili e reggimenti corazzati )  l’élite americana nel 20 ° secolo ha mostrato altri entusiasmi.

Il meglio della gioventù americana, come forza militare, gravitava istintivamente verso i corpi specializzati, i corpi di comando, ho gestione personale. Ciò non significa negare che alcuni Ivy Leaguers abbiano combattuto con distinzione nella fase più acuta del fronte dell’Europa nordoccidentale. Ma è ragionevole suggerire che nella seconda guerra mondiale, le unità di fanteria americane soffrirono di una grave carenza di dirigenti istruiti.

Intervistando i veterani di guerra, in netto contrasto con gli europei che generalmente riconoscono il rispetto per i loro ufficiali, i soldati semplici ​​americani si preoccupano dei buoni sottufficiali, ma raramente si incontravano con i loro comandanti di unità. Molti soldati semplici ​​americani nell’Europa nordoccidentale non possono oggi ricordare il nome del loro comandante di battaglione. Raramente ho incontrato qualche veterano europeo per il quale questo sarebbe vero.

Il famigerato sistema di sostituzione della fanteria americana, con cui gli uomini venivano arbitrariamente assegnati a un’unità numerica non territoriale, e non aveva la possibilità di costruire quella stessa lealtà possibile in un reggimento britannico, creò un’infelicità profonda tra molti uomini e contribuì a  creare nell’esercito USA un totale di quasi un milione di casi di affaticamento da battaglia nella seconda guerra mondiale.

Nella  primavera del 1944, il Dipartimento della Guerra si rese conto che era stato commesso un grave errore in base a una così bassa priorità di impiego per la fanteria. Ai rami specializzati e alle linee di comunicazione era stato permesso di sbaragliare una proporzione assurdamente alta degli uomini più adatti e più istruiti. Dei volontari arruolati nel 1942, solo il 5% aveva scelto la fanteria o i carristi. Si scoprì che i fanti del 1944 erano più bassi di un pollice della media dell’esercito, una modo per misurare e confrontare equamente la stazza fisica dei soldati.

Sebbene la fanteria costituisse solo il 6% dell’intero servizio – una proporzione allarmante – soffri oltre l’80% dei caduti americani in Europa. Sebbene il 54,3% dell’esercito tedesco fosse composto da soldati combattenti, questa cifra è scesa al 38% nell’esercito statunitense. Circa il 45 percento della Wehrmacht era impegnato a combattere con le divisioni, contro il 21 percento per l’esercito degli Stati Uniti. Gli americani possedevano una percentuale molto più alta di ufficiali in rapporto agli uomini: eppure molti di quegli ufficiali erano impiegati nelle retrovie piuttosto che con le formazioni combattenti.

Nell’ultimo anno di guerra, all’interno dell’esercito statunitense sono stati fatti grandi sforzi per migliorare il rapporto tra i denti e la coda (Rapporto dente-coda è un termine militare che si riferisce alla quantità di personale militare che serve per fornire e supportare ‘coda’ ogni soldato combattente ‘dente’); deviare la manodopera di alta qualità verso la fanteria; migliorare il livello di addestramento e leadership della fanteria. In tutte queste cose, c’era una certa misura di successo. Eppure gli americani, come gli inglesi, non hanno mai eguagliato la straordinaria professionalità del soldato tedesco, un’eredità storica che ha preceduto il nazismo.

Probabilmente fu una fortuna per il futuro della civiltà occidentale, ma aumentò notevolmente le difficoltà di Eisenhower, i soldati alleati si consideravano soprattutto civili temporaneamente vestiti in uniforme, mentre le loro controparti tedesche possedevano una straordinaria capacità di trasformarsi da macellai e impiegati di banca in tattici militari naturali.

Uno dei più assurdi cliché propagandistici della guerra era l’immagine del soldato nazista come una testa quadrata inflessibile. In realtà, il soldato tedesco mostrava invariabilmente una maggiore flessibilità sul campo di battaglia rispetto alla sua controparte alleata.

“I tedeschi erano disposti ad agire – sempre”, ha detto il maggiore generale britannico Brian Wyldbore-Smith. Raramente riuscirono a non cogliere un’opportunità offerta dall’errore degli Alleati. Erano padroni del rapido contrattacco dopo aver perso terreno, mantenendo le posizioni fino all’ultimo, per poi disimpegnarsi magistralmente.

Non ogni soldato tedesco era un superuomo, non ogni formazione di uguale alta qualità. Dopo la l’offensiva delle ardenne, a tutti gli effetti l’ultimo rantolo della Wehrmacht ad ovest, gli Alleati occidentali non affrontarono mai più unità tedesche di altissimo livello. Ma per tutto il 1944, in mezzo agli errori monumentali dell’alto comando della Germania, a livello di reggimento il soldato tedesco realizzò miracoli.

C’era un contrasto tra l’atteggiamento e il comportamento della maggior parte dei giovani britannici e americani sul campo di battaglia contro quelli delle loro controparti tedesche, e questo non era esclusivamente il prodotto del fanatismo politico del nemico. John Hersey ha scritto vividamente da un’unità di Marine su Guadalcanal: “Quando guardavi negli occhi quei ragazzi, non ti dispiaceva per i Japs: ti dispiaceva per i ragazzi, le uniformi, la spacconata … erano solo mimetizzati. Erano solo ragazzi americani, non volevano quella valle o parte della sua giungla: erano ex-droghieri, ex lavoratori delle autostrade, ex impiegati di banca, ex scolaretti, ragazzi con un record pulito, non assassini “.

Eppure, in guerra, l’esercito che si dimostra di maggior successo nel trasformare le sue reclute in assassini possiede un vantaggio incommensurabile. Montgomery scrisse mestamente dal deserto a Sir Alan Brooke a Londra, identico a Hersey: “Il problema con i nostri ragazzi inglesi è che non sono assassini per natura”.

Nel maggio del 1945, gli Alleati raggiunsero la prima vittoria attraverso gli enormi sforzi dei russi che avevano inflitto tre quarti delle perdite all’esercito tedesco; e in secondo luogo attraverso lo spiegamento di risorse travolgenti. Si potrebbe sostenere che, dopo il 1945, nel tentativo di apprendere le lezioni della seconda guerra mondiale, l’esercito americano commise l’errore di invertire l’ordine di questi fattori. I comandanti americani tornarono dall’Europa credendo di aver dimostrato che la travolgente forza aerea e potenza di fuoco non potevano essere semplicemente un supplemento critico, ma un efficace sostituto dei combattimenti di fanteria dedicati.

Se è così, questo è stato un errore di giudizio che continua a costare caro all’America di oggi. Le carenze della fanteria americana nella seconda guerra mondiale furono ripetute in Corea e in Vietnam. È una grande illusione supporre che la guerra in Indocina abbia rivelato problemi unici e senza precedenti nell’Esercito degli Stati Uniti. L’esercito americano creato nella seconda guerra mondiale aveva sofferto di debolezze e difficoltà analoghe. Queste debolezze, evidenziate dall’attenzione dei media e dalla sconfitta, erano esistite sin dalla seconda guerra mondiale ma non erano mai state discusse prima.

Molti soldati professionisti occidentali credevano nel 1944-45, e credono ancora oggi, che fino a quando gli Stati Uniti non saranno in grado di affrontare il problema di produrre forze di massa di fanteria da combattimento efficaci, il continuo impegno della tecnologia e del denaro non sarà sufficiente per rendere la propria difesa efficace.

se non una, quattro verità, di Antonio de Martini

LA RETE “PROSPER” E LE GRANDI ESIGENZE DI DISINFORMAZIONE, IN INTELLIGENCE SONO SEMPRE TRIPLE.

Qualche amico mi considera anti-britannico pregiudiziale.
Ammiro gli inglesi sia individualmente che come popolo.

In base a questi stessi princìpi sto dalla parte dell’Italia bestemmiando in silenzio la sorte.
Per farvi capire meglio il modus operandi Inglese che quando fa la guerra, la fa per vincere e non per ” sedersi al tavolo della pace” vi racconterò la storia della rete PROSPER.

È lunga ma molto istruttiva. Buona per una domenica calma.

Durante la guerra, esisteva il SIS ( secret intelligence service) guidato dal colonnello Stewart Menzies e – una creazione di Churchill- il SOE ( special operation executive) comandato dal colonnello, poi generale, Colin Gubbins incaricato dei sabotaggi in Europa ( ” set Europe ablaze ” ordinò Sir Winston).

I due si odiavano e si scontravano regolarmente nel JIC ( joint intelligence committee) di fronte a Churchill.

PER ORGANIZZARE LA DISINFORMAZIONE SULLO SBARCO IN SICILIA, sentite quel che organizzo Menzies, maestro di inganni inarrivabile.

Henri Dericourt, responsabile dei voli segreti con la Francia, in specie la zona di Parigi, veicolava regolarmente e fortunatamente uomini e mezzi da e per la Resistenza e i suoi servigi erano equamente forniti a SIS E SOE all’insaputa del SOE.

Nell’estate 1943 il capo della rete PROSPER (1600 persone) fu chiamato a Londra, ricevuto da Churchill in persona che gli fece capire che qualcosa bolliva in pentola in tempi brevi.

Poi Menzies gli confidò che l’invasione della Francia del nord era imminente.

Forse suggerì un paio di date e invitò alla preparazione.
Hyundai
Il capo rete rientrato in Francia, mise in allarme tutto il ” reseau “e informò i capigruppo.

Furono catturati in 600 e quattrocento passati per le armi previa tortura da una informatissima Abweher.

Dericourt fu messo sotto inchiesta, ma giunsero ordini dall’alto che fermarono tutto.

MORALE:

a) Dericourt era fedele al SIS e mostrava ai tedeschi tutti i documenti del SOE in maniera da ottenere la loro fiducia e far passare, le ben più preziose informazioni del SIS, indenni le linee.

b) la rete PROSPER era stata ” venduta” in una con i capi rete convinti di conoscere la data dell’invasione ( il capo rete si fece uccidere mediante tortura senza parlare, ma uno o due dei sottoposti parlarono prima di morire col colpo alla nuca).

c) l’operazione serviva, nelle intenzioni del SIS, ad attirare i tedeschi nel nord della Francia mentre l’operazione sbarco era prevista in Sicilia.

d) a guerra finita, si scoprì che i tedeschi non avevano abboccato e non spostarono truppe verso nord, nemmeno in misura minima.

e) messo in crisi dalle eccessive perdite, il SOE fu messo in posizione defilata e data al SIS la precedenza nell’uso dei 18 aerei leggeri che eseguivano i voli notturni sulla Francia.

f) Gubbins accusò, in pieno JIC, Menzies di aver venduto ai tedeschi moltissimi agenti SOE. ( il 50% dei voli), ma senza esito. Anzi commise un errore: ammise le pesantissime perdite.

g) Cavendish Bentick che presiedette la riunione del JIC fu così convinto che il SOE si sarebbe vendicato del colpo basso ricevuto, sia in Francia che in Inghilterra, che ordinò a Victor Rothshild
lo scienziato che collaborava coi servizi, che “se fosse morto improvvisamente, si dovesse fare una autopsia”.

Menzies era intoccabile come Dericourt , anche dopo aver fatto ammazzare , scientemente e inutilmente, quattrocento agenti comandati da un eroico ufficiale. Inglese. Il suo nome era : maggiore FRANCES SUTTIL.

Serviva per sviare i sospetti di manipolazione se le vittime fossero state solo ” stranieri”.
Pare che il primo rifiuto di De Gaulle all’ingresso inglese nella Comunità Economica Europea, sia stato chiamato “il conto di PROSPER”.

Il motivo della intoccabilità di Menzies ? Enigma, il segreto che lo legava a Churchill ed altre pochissime persone e che assicurò la vittoria finale ad Albione.

Come spiegazione ufficiale della disinformazione fatta, si propinò la versione ufficiale del falso cadavere di un ufficiale inglese affiorato sulla costa iberica con in tasca una lettera tra capi militari inglesi che accennava a uno sbarco in Sardegna..

Da questa storiella ( operazione ” Mincemeat”) fu tratto il film “The man Who never was ” ( l’uomo che non è mai esistito) con Clifton Webb, presentato a Cannes nel 1956. L’anno della firma dei trattati di Roma.

Dal punto di vista tattico, le truppe ( aerei, navi) destinate a Sardegna o Sicilia, sarebbero state comunque sul posto della battaglia, ma la gente negli anni 50 era stanca di racconti di guerra e la prese per buona.

Le ottime operazioni di disinformazione – etica a parte- sono sempre triple. Questa era quadrupla perché Dericourt serviva a proteggere la vera fonte dell’Abweher. Ma meglio non dirlo.

Adesso capite perché ci sto tanto attento, seguo e segnalo di continuo le loro azioni, vero?
Buona domenica.

Il 25 aprile nulla da festeggiare, di Max Bonelli

 

Il 25 aprile nulla da festeggiare.

 

Alla stanchezza fisiologica che si accompagna alla primavera (con l’ondata di pollini e le  allergie connesse) si sente nel bel paese un’altra stanchezza che scaturisce da una data rossa sul calendario dove in teoria dovremmo festeggiare la liberazione dall’occupazione tedesca avvenuta dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943.

I festeggiati i circa 20.000 partigiani e i “liberatori” americani, sono venuti piano, piano a mancare negli anni ma non solo per un motivo fisiologico di morte degli stessi ma per la trasformazione di questi e dei loro discendenti morali in occupanti e collaboratori degli occupanti. Questa è la situazione ad oggi  in data 25 aprile 2018. Certo non come liberatori si possono indicare  gli  USA che hanno scalzato l’occupante tedesco per sostituirlo con un nodo da “cravattaro” che si fa di ogni anno più stretto. Nuove basi aprono sul nostro territorio, impunità dei loro soldati per i crimini commessi sul nostro suolo (Cermis docet) ed imposizioni in politica estera sempre più lesioniste dei nostri interessi (Libia).

Riguardo i collaboratori degli occupanti PD=PD-L: la prima parte dell’equazione rappresentano gli eredi immorali dei partigiani comunisti.  Il PCI almeno fino alla famigerata svolta  fatta con il viaggio di Napolitano negli USA era l’unico partito che si professava sovranista in Italia (volevano un Italia neutrale fuori dalla Nato). Già riecheggiano le urla dei “destrorsi” che dicono “non è vero ci volevano nel patto di Varsavia”. Illazioni mai provate dalla Storia e dette spesso per giustificare  il servilismo dell’MSI nei confronti della Nato e dei suoi apparati senza contare la scarsa propensione storico dinamica dell’URSS all’espansione geopolitica.

Ora il pronipote è rappresentato dal PD renziano, collaborazionisti degli USA ,fedeli servi che fanno della lotta alle timide istanze sovraniste della Lega e di Fratelli d’Italia la loro ragione di esistere.

I loro antenati morali si stanno rivoltando nella tomba,chi siede a botteghe oscure è un servo del capitalismo e traditore della Patria.

La seconda parte dell’equazione è composta dagli odiosi opportunisti spesso alto borghesi benestanti che diedero avvallo allo squadrismo degli anni venti per fermare l’avanzare del socialismo e tradirono il fascismo quando fu chiaro che era ormai cavallo perdente. Anche  essi fedeli servi del più forte ed in questo caso della bandiera a stelle strisce.

 

L’occupazione militare è solo un espressione di un’altra occupazione che subisce il paese: quella economica dell’Europa a conduzione tedesca.

Presenza ancor più pesante di quella militare descritta in precedenza, perchè sta uccidendo l’Italia, il suo substrato manifatturiero, quello che

l’ ha reso  una piccola potenza economica.

La moneta unica sta uccidendo la nostra economia che non avendo in mano lo strumento della svalutazione è costretta a riversare sul lavoro le leve per attuare concorrenza dei prodotti, precarizzando le condizioni degli occupati a tutti i livelli e non ultima la classe della piccola borghesia impiegatizia.

Questa occupazione a 360|gradi Germano-Americana la stiamo vivendo in tutta la sua implacabile stretta nel mandato del presidente  Mattarella al secondo schieramento per numero di eletti il M5S con il preciso intento di unirsi al PD uscito perdente dalle elezioni. Tutto dettato dal pericolo populista sovranista che Lega e Fratelli d’Italia si fanno espressione seppur in maniera timida. Se analizziamo le parole espresse dal PD “si al dialogo con il M5S se cessano di dialogare con la Lega” si capisce a quale padrone rispondono, lo schiavo perdente che vuole prendersi in carico l’addestramento del nuovo il M5S.

Il peccato della Lega? Il timido accenno di ribellione all’occupazione. Proprio ora che Salvini parla non più di Padani, ma di Italiani e da partito secessionista timidamente fa passi verso il Sovranismo patriottico rappresentato dall’On. Bagnai e nelle loro file eletto?

 

Questa rinnovata lotta tra occupanti e loro collaborazionisti da una parte e dall’altra  patrioti che con diversi colori,contraddizioni emergono nel paese si rinnova e ci dovrebbe far riflettere che non c’è niente da festeggiare in questa data. Ci sono ragioni per una ribellione, per una lotta contro l’occupazione. Bisognerebbe rileggersi le figure di veri eroi come :

Bottai

https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Bottai

 

Mattei https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei

 

ed altri patrioti sovranisti  sconosciuti che in silenzio rifiutarorno di versare sangue italiano

http://www.conflittiestrategie.it/il-25-aprile-nel-ricordo-di-mio-nonno-gigi-ed-altre-storie-sconosciute-ai-piu-di-max-bonelli

 

e rivolsero le loro energie contro gli occupanti.

Eroi  che rifiutarono  la logica dei Guelfi e Ghibellini che porta ad ammazzarci con facilità tra di noi italiani e  che indicarono una strada:

rivolgere le nostre energie ad una vera lotta di liberazione perchè questa è rimasta incompiuta.

Bisognerebbe far partire un tavolo di conciliazione nazionale che parta da una base comune data di tanti patrioti che dopo l’8 settembre decisero di combattere da una parte e dall’altra i due occupanti il tedesco e l’americano senza  versare sangue italiano. Per fare questo occorre potare sia a destra che sinistra la faziosità partitica e far rimanere centrale il fusto su cui si poggia l’Italia la Patria fatta di lavoratori e piccola media borghesia con l’attività produttiva incentrata nei confini nazionali.

 

Max Bonelli

 

 

 

Anniversari. Hitler a Stalingrado,l’Italia di oggi dove?, di Antonio de Martini

75 ANNI DALLA RESA DI STALINGRADDO

75 anni fa, il due febbraio, la sesta armata tedesca, dopo sei mesi di massacro diuturno, si arrendeva alle truppe sovietiche, decidendo le sorti della guerra sul fronte est.

Il generale Paulus veniva promosso feldmaresciallo, inaugurando così la tradizione di promuovere sul campo i generali sconfitti di cui approfitterà anche il nostro generale Messe che comandò l’ARMIR ( armata italiana in Russia, 60.000 uomini mandati allo sbaraglio per compiacere l’alleato)..

Anche in questo caso il disastro fu dovuto a sclerosi mentale, vanità, visione ideologica delle cose e servilismo carrierista.

Hitler invece di puntare con tutte le sue forze al Caucaso petrolifero abitato da numerosi nuclei di origine tedesca, volle concentrarsi sulla città che portava il nome del suo nemico ideologico prima, e si rifiutò di abbandonarla mentre era ancora a tempo, poi.

Goering, vanitoso, ambizioso e avido di attenzione, alla domanda se l’aeronautica sarebbe stata in grado di rifornire per via aerea trecentomila uomini con l’inverno alle porte, rispose positivamente senza nemmeno interpellare il suo Stato Maggiore. Non ci riuscì.

Paulus, che finirà come candidato dei sovietici a primo ministro di una Germania in condominio che non si realizzò perché la divisero, obbedì alle minute istruzioni quotidiane di Hitler come un caporale di giornata, fregandosene degli uomini di cui era responsabile e del proprio onore.

Sono gli stessi difetti, individuali e di gruppo, che stanno portando questo regime alla tomba.
Con due differenze: non si spara e dura da troppi, troppi anni.

Renzi ci ha spiegato , senza contraddittorio, che il lavoro precario deve essere più costoso di quello a tempo indeterminato.

Logica bacata da ideologia sdrucita. Se una impresa deve, mettiamo, fare un lavoro che non dura dovrà pagarlo più di un lavoro durevole indispensabile e permanente, generatore di lavori a tempo.
Ecco la mentalità di Hitler: rigida, irrealistica e priva di confronti.

Il pallido Padoan è Paulus, zelante esecutore incapace di autonomia intellettuale, sempre devotamente in linea con il pensiero altrui.

Le numerose caratteristiche di Goering possiamo ripartirle tra Alfano e il ministro dello sviluppo economico di cui al momento mi sfugge il nome.

Nessuno, invece, che possa rappresentare il maresciallo Von Manstein, fautore inascoltato della Difesa flessibile che propose insistentemente di far ritirare l’Armata prima che venisse accerchiata e destinarla a impossessarsi delle zone petrolifere, approfittando della maggiore mobilità ed esperienza delle truppe tedesche,accorciando il fronte ed evitando di perdere trecentomila uomini e con essi l’intera campagna.

Hitler, esasperato dalle puntuali critiche militari e dal rifiuto a infierire sui civili di Manstein, nel 1944 lo esonerò mandandolo a casa.
Si salvò così da altre epurazioni sanguinose, a Norimberga gli diedero quattro anni di prigione che non gli fecero nemmeno scontare e, più tardi, scrisse le sue memorie che titolò ” Vittorie Perdute”.

La Stalingrado di questo regime sarà l’economia.

IDEOLOGIE_UN CASO CLAMOROSO DI ACCECAMENTO, di Antonio de Martini

Un esempio di come un’ideologia possa obnubilare le menti è l’accanimento con cui i nazisti vollero perdere la guerra piuttosto che cambiare il loro modo preconfezionato di vedere il mondo.

Incastrati in una tenaglia a est e a ovest per via dell’inganno ordito dagli inglesi che fecero credere a Hitler la favola di una Inghilterra pronta alla pace, Hitler mantenne quel che aveva scritto nel Mein Kampf, attaccò l’URSS e dovette combattere su due fronti.

Tutti gli strateghi e i politici tedeschi capirono che uno dei fronti andava pacificato a pena di sconfitta.
Ci furono decine di contatti in Svezia, Svizzera e Vaticano per fare pace con l’Occidente e continuare la guerra a Oriente, mentre i sovietici continuarono con offerte di pace separata – nelle stesse zone neutrali- fino al giugno 1943 !

Il pregiudizio nazista di trattare solo con l’Ovest impedì loro di capire che la richiesta di resa incondizionata di Roosevelt sarebbe stata mantenuta e che l’URSS avrebbe potuto rifornire di materie prime contro tecnologie la Germania ( oltre a risparmiare quattro gruppi di Armate) e farle rovesciare la situazione.

In cambio, i russi volevano creare un ritorno ai confini del 1939 e uno stato cuscinetto in Ucraina.

Hitler rifiutò ostinatamente fino a che non fu troppo tardi, ma tutte le ipotesi di chiusura di un fronte – anche per i generali tedeschi- presupponevano una intesa con l’Ovest e non con i russi che invece continuarono a proporla per due anni e in più sedi.

Ne sapremo di più quando la Russia si deciderà a desegretare i 39 volumi del processo a Lavrenti Berjia i cui termini di segretezza sono scaduti da oltre trenta anni senza esito. Il poco che se ne sa è fonte di incredulo stupore.

Da Himmler a Halder e Falkenaym a Schellenberg a Kluge, tutti cospirarono, separatamente, per la morte di Hitler e trattativa con l’Occidente. Nessuno prese in considerazione l’URSS.

Anche gli italiani presuppongono unicamente alleanze con gli USA, invece di creare almeno un sottoinsieme mediterraneo, meglio se neutrale.
Fino a che non sarà troppo tardi anche per noi.

Per i nostri governanti, gli USA sono sempre i liberatori e vanno assieme alla devozione per San Gennaro che, come è noto, non è mai esistito.