Il crimine dell’Operazione Barbarossa _ di Constantin von Hoffmeister…..Daniele Lanza
Il crimine dell’Operazione Barbarossa
Riflessioni su ambizione, ideologia e catastrofe
| Constantin von Hoffmeister22 giugno |

Il 22 giugno 1941, la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, la più grande invasione militare della storia, contro l’Unione Sovietica. Questa data segna non solo un punto di svolta cruciale nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche lo scoppio di un conflitto radicato nel modello economico del Terzo Reich. Tale modello si basava in larga misura su una produzione bellicosa di armamenti, guidata dalla cerchia ristretta e guerrafondaia di Adolf Hitler. Ogni anno, con il ripetersi di questa ricorrenza, siamo spinti a esaminare come la disperazione economica e il fervore ideologico si siano combinati per spingere la Germania verso est, ponendo le basi per una devastazione senza precedenti in tutto il continente europeo.
La decisione di Hitler di invadere l’Unione Sovietica, spesso erroneamente mitizzata come un attacco preventivo, era fondamentalmente motivata dalla ricerca di risorse vitali, in particolare i giacimenti petroliferi del Caucaso, e dall’espansione territoriale necessaria a sostenere la sua visione di un nuovo ordine. Le vaste terre della Rus’ promettevano materie prime e spazio vitale che avrebbero potuto alimentare le ambizioni del suo regime. Eppure, al di là dei calcoli strategici, si celavano contraddizioni più profonde. L’idea stessa di “imperialismo socialista” rivelava una fatale incoerenza nella dottrina nazionalsocialista, che privilegiava la conquista e il dominio rispetto a qualsiasi coerenza ideologica.
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Hitler stesso riconobbe questa tensione quando dichiarò che “il nazionalsocialismo non è un prodotto da esportare”. Questa affermazione rivelò che il regime non nutriva alcuna reale intenzione di instaurare l’uguaglianza socialista o la liberazione nei territori conquistati. Le affermazioni secondo cui Hitler e il capo delle SS Heinrich Himmler avrebbero cercato di liberare i popoli oppressi dal dominio sovietico suonano vuote. L’invasione non fu mai una crociata di liberazione; fu un esercizio di sottomissione coloniale finalizzato allo sfruttamento. Le terre occupate erano considerate risorse da saccheggiare, non partner in un futuro condiviso.
La brutale campagna raggiunse il suo culmine simbolico a Stalingrado. Lì, la difesa sovietica inflisse un colpo decisivo all’avanzata nazista, una vittoria che può essere vista come il trionfo del risoluto nazionalbolscevismo sulle false promesse e sulla natura predatoria della forza d’invasione. La sconfitta di Stalingrado infranse il mito dell’invincibilità tedesca e segnò l’inizio della fine per la macchina da guerra nazista. Rappresentò il fallimento di un’ideologia impostore che aveva mascherato l’aggressione con il linguaggio della necessità e del destino.
La Germania nazista si rivelò in definitiva una grottesca aberrazione e una perversione degli ideali nazionalisti e socialisti precedenti, più sfumati, come quelli esplorati dal Fronte Nero. I suoi principi cardine ponevano l’accento sullo sfruttamento piuttosto che su un autentico rinnovamento nazionale. Sebbene il popolo tedesco abbia vissuto un breve periodo di ripresa in tempo di pace, il vero costo delle politiche del regime ricadde sia sugli aggressori che sulle vittime. L’insaziabile fame di risorse, manodopera e conquiste della guerra portò direttamente al bombardamento incendiario di città tedesche come Dresda e Pforzheim, dove le popolazioni civili subirono le orribili conseguenze della guerra totale.
In questo anniversario dell’Operazione Barbarossa, ricordiamo l’immensa sofferenza umana scatenata dalla superbia e dalla cecità ideologica. Le città in fiamme, le popolazioni sfollate e i milioni di vite perse sul fronte orientale sono un monito perenne. La sete di dominio della Germania nazista, basata sullo sfruttamento e sul saccheggio, finì per autodistruggersi. Le terre sacre dell’Est, difese a un costo così terribile, resistettero. L’eredità del 22 giugno 1941 rimane un solenne promemoria dei pericoli di un militarismo sfrenato e del prezzo duraturo delle guerre combattute in nome di false rivoluzioni.
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22 GIUGNO – 1941
BARBAROSSA

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Un’altra di quelle storie narrate 100 volte.
Non esiste nulla di concreto in materia di tattica, strategia ed armamenti che si possa dire qui che già non sia stato sottolineato altrove in montagne di saggi, convegni e dibattiti.
Che nota potrei aggiungere ? Forse una sul piano filosofico, più che materiale, ecco: qualcosa che sta a monte di quel 22 giugno 1941.
A. HITLER……pretese troppo: pretese che il proprio modello (la sua “terza via”) prevalesse e subito contro il liberismo occidentale di matrice anglosassone e – dall’altro lato – contro il socialismo internazionale di stampo sovietico. E tutto questo contemporaneamente: pretendeva di far crollare in contemporanea le due piattaforme ideologiche del pianeta (che poi faranno la guerra fredda), nel giro di una manciata di anni.
Il punto in realtà apre un’altro interrogativo mai del tutto risolto: COSA ERA il nazionalsocialismo realmente ? Qualcosa di occidentale oppure no ? La scienza politica lo accomuna alle ideologie totalitarie NON occidentali, naturalmente, tuttavia era perfettamente integrato e sostenuto nella società della Germania che – nel complesso – rimaneva un paese sostanzialmente occidentale.
Hitler e la sua creatura – il 3° Reich – si trovavano quindi in un limbo: non erano (politologicamente) nè “occidente” nè “oriente”, ma piuttosto un’entità a sè stante (…). In pratica una scheggia impazzita, deviata, dell’occidente che odiava l’oriente (ma che fu rifiutata dall’occidente vero e proprio per l’eccessiva ferocia) ? Un’altra delle tante definizioni che si possono dare alla cosa.
Questa entità non voleva la guerra contro l’occidente (in particolare contro la GB): ci si aspettava – dopo la presa della Polonia – che semplicemente accettassero il fatto compiuto e che magari si unissero al Reich nella sua crociata finale contro l’EST incarnato dalla potenza sovietica.
Vana speranza: paradossalmente sarebbe stato assai più probabile il contrario, ossia una maxi alleanza MOSCA-BERLINO contro l’occidente angloamericano. Vi fu – fino al novembre del 1940 – chi pensò di trasformare il patto di non aggressione in un’alleanza vera e proprio con ingresso dell’URSS nell’asse (cosa che Stalin voleva, sebbene alle proprie condizioni).
In definitiva: Hitler sbaglio clamorosamente, il maggiore abbaglio di tutto il 900 forse. Non seppe distinguere chi poteva essere disposto ad allearsi con lui e chi non poteva esserlo: si ritrovò quindi ad attaccare un mezzo alleato che voleva un’alleanza piena (URSS) ed aspettare una cessazione delle ostilità da parte di coloro che vedeva come potenziali alleati (USA/GB), ma che lo respingevano.
USA/GB…..sognavano sì una Germania come SPADA verso est, ma questo unicamente per abbattere la Russia, non per avvantaggiare la Germania stessa: volevano cioè abbattere l’impero sovietico, ma senza favorire la nascita di uno nazista ancor più potente. La soluzione ideale è che si abbattessero a vicenda in qualche modo e che cadessero entrambi nel corso del tempo.
Così avvenne…..Berlino nel 1945 e Mosca nel 1991: tra il 1945 e il 1991 si è realizzato il sogno secolare della geopolitica GB che sognava come Russia zarista e Prussia reale (le maggiori potenze continentali 200 anni prima) si uccidessero a vicenda. Questo è avvenuto ed oggi hanno una Germania come spada ad est (ma non una Germania imperiale quanto un forte satellite Nato) e un ex impero parcellizzato che Mosca fatica a difendere (…).
Il 22 giugno 1941 era evitabile ? Sì, forse….ma non da Hitler. La fine della sovranità del continente la si deve a lui, è causa sua, anche se non esattamente nel modo in cui tanti figurano