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Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo, di Antonio Rossello

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo

Leggere l’ottobre 2026 con la “circolazione delle élite” di Pareto e la “élite del potere” di Mills: la classe dirigente italiana sta sostituendo il patto sociale con decreti sicurezza. Non è governance, è il fallimento della circolazione

L’intuizione centrale di Pareto non è “esistono le élite”, ma le élite devono circolare: la classe dirigente deve assorbire dagli strati governati gli “individui capaci”, altrimenti il sistema perde equilibrio e la sostituzione avviene infine in modo violento. Nell’ottobre 2026 il governo italiano approva l’ottavo decreto sicurezza 48 ore dopo i disordini di Milano e promette 500 milioni due settimane dopo il blocco del Sud — entrambe le reazioni espongono lo stesso problema: il centro decisionale risponde ai sintomi, non alle strutture che li producono, perché le strutture stesse non rientrano nel suo calcolo di interesse.

Leggere l’ottobre 2026 con la cornice paretiana richiede innanzitutto di identificare chi sono i centri decisori. Nel caso milanese la catena decisionale è visibile: il questore di Milano fornisce i dati di ordine pubblico, il prefetto valuta, il ministro dell’Interno Piantedosi coordina, il Consiglio dei ministri approva il decreto. Nel caso meridionale: gli autotrasportatori bloccano le strade, Salvini convoca il tavolo, promette 500 milioni, li eroga a 32.000 imprese. Entrambe le catene sono corte, rapide e riguardano solo il livello esecutivo. La dichiarazione di Piantedosi dopo l’approvazione del decreto conferma questa lettura: il governo sostiene che le misure “rispondono con fermezza alla violenza e alle scorrerie urbane”, l’opposizione le denuncia come “puramente repressive e propagandistiche”. Entrambe le formulazioni condividono la stessa premessa — l’oggetto della decisione sono i “comportamenti”, non le “condizioni”.

Pareto chiederebbe: in questo circuito, chi è salito dagli strati governati alla posizione decisionale? Delle 271 persone portate in questura a Milano, 220 sono minorenni, il più giovane ha 11 anni. Nelle udienze hanno espresso con chiarezza la propria condizione — un ventenne italiano racconta: “Su TikTok mi è stato proposto un video che segnalava una protesta contro il caro vita, ho deciso di partecipare perché in famiglia c’è una grande difficoltà economica, mio padre lavora in una fabbrica che sta cercando in ogni modo di licenziarlo. All’inizio pensavo a una protesta normale, poi, la rabbia per la situazione della mia famiglia è emersa, ho iniziato a lanciare pietre”. Queste testimonianze descrivono un cortocircuito push—risonanza emotiva—azione immediata, non un’azione politica organizzata. Nessun canale traduce quelle condizioni in input decisionale. I loro “rappresentanti” nella sala del Consiglio dei ministri sono oggetti di discussione (“minori”, “maranza”, “inadatti”), non partecipanti alla discussione.

I camionisti del Sud stanno un po’ meglio: con il blocco hanno ottenuto l’incontro con Salvini, ma il risultato è un pagamento una tantum. Lo stesso Salvini ammette: “È l’inizio di un percorso, non pretendo che martedì mattina ci sia la bacchetta magica”. Finiti i 500 milioni, la stessa logica di blocco si ripropone integralmente al prossimo aumento del petrolio. Il termine paretiano qui è preciso: non è “circolazione”, è assorbimento — ai nuovi membri è consentito accedere al tavolo del negoziato, ma la struttura del tavolo non cambia.

Questo è il sintomo tipico dell’ostruzione della circolazione delle élite di cui parla Pareto. Quando la classe dirigente smette di assorbire dal basso nuovi membri e nuove prospettive, e gestisce i sintomi degli strati inferiori con strumenti politici, il sistema entra in uno stato di stabilità apparente e di entropia interna crescente. Il decreto sicurezza è l’esempio perfetto di questa gestione: ridefinisce il malcontento sociale come “reato”, riducendo la risposta alla sola punizione. Le misure centrali del decreto — fino a 5 anni per la partecipazione a manifestazioni violente, custodia preventiva estesa ai minorenni, responsabilità patrimoniale dei genitori per i danni causati dai figli, invio di 500 militari a Milano — sono, in senso paretiano, un segnale: non un segnale di deterrenza verso la violenza, ma un segnale di chiusura del canale di ascesa. Chi tenta di organizzare l’azione collettiva dal basso si troverà di fronte alla giustizia penale, non al tavolo del negoziato politico.

Ancora più significativo è che persino le élite professionali interne al sistema iniziano a contestare pubblicamente questa strada. Il segretario del sindacato di polizia Siulp, Felice Romano, ha dichiarato a Il Foglio che inviare militari per le strade “è un pericoloso passo indietro”, avvertendo che “la dimostrazione di muscoli provoca una reazione di muscoli, serve la prevenzione”. Ha inoltre sottolineato un fatto paretiano: questo è il terzo decreto sicurezza della legislatura, “la prova che il decreto precedente non ha funzionato. Non bastano l’innalzamento delle pene o interventi solo sul piano repressivo”. Quando gli esecutori stessi del sistema iniziano a dire pubblicamente che il sistema non funziona, l’ostruzione della circolazione non è più un’ipotesi accademica.

Il concetto di “élite del potere” di Mills offre un complemento. Mills sostiene che i vertici delle tre istituzioni — governo, grande impresa, esercito — formano un’élite coesa, i cui membri circolano tra i tre ambiti e condividono interessi fondamentali. La risposta decisionale italiana dell’ottobre 2026 vi corrisponde pienamente: il finanziamento del decreto sicurezza proviene dal deficit aggiuntivo per la difesa; i 500 militari di Milano vengono dall’esercito (quasi tutti dalla brigata paracadutisti “Folgore”); i 500 milioni del Sud sono distribuiti attraverso i canali negoziali tra imprese e governo. I tre circuiti decisionali — politico, economico, militare — si coordinano nella risposta alla crisi, ma la direzione del coordinamento è il consolidamento dell’ordine esistente, non il suo cambiamento. La cornice di Mills rivela anche una dinamica più sottile: quando il sindacato di polizia (élite interna al sistema) e il presidente Mattarella (guardiano costituzionale) bloccano contemporaneamente il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, non si tratta di una “frattura tra élite”, ma di un auto-aggiustamento delle élite al confine — sanno quali strumenti mettono a rischio la legittimità del sistema stesso e quali no. La repressione è consentita, ma la forma della repressione deve restare entro la cornice costituzionale. È la gestione raffinata in uno stato di ostruzione della circolazione: i sintomi possono essere trattati con durezza, ma gli strumenti del trattamento non devono scuotere la struttura.

La domanda paretiana decisiva è: l’ostruzione della circolazione delle élite è temporanea o strutturale? La storia offre un riferimento: dopo il 1861 ogni tentativo di “soluzione” della questione meridionale è consistito nell’assorbire nuovi membri dalle élite settentrionali e meridionali, mantenendo gli strati inferiori del Sud in posizione di “problema”. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non è avvenuta perché il Sud non avesse più bisogno di intervento, ma perché il modello di intervento non serviva più agli interessi delle élite mutate. Il decreto sicurezza e il sussidio una tantum del 2026 seguono la stessa logica: la risposta deve essere abbastanza visibile da placare l’opinione pubblica, abbastanza limitata da non cambiare la struttura di potere.

Il Movimento 17 ottobre scrive su Telegram: “decentrare questa rete, rendendo difficile allo Stato reprimerci”. Letta nella cornice paretiana, questa frase non è un consiglio tattico, ma la conferma diretta del fallimento della circolazione delle élite: quando i canali di ascesa si chiudono, gli strati inferiori costruiscono strutture parallele. Queste strutture possono essere represse, cooptate o disperse dalla crisi successiva. Ma se l’ostruzione persiste, la “circolazione” di Pareto si compirà in un altro modo — non per assorbimento, ma per sostituzione. La storia italiana dal 1861 offre precedenti sufficienti. E l’unicità dell’ottobre 2026 sta nel fatto che la pressione alla sostituzione arriva simultaneamente da due direzioni: i giovani del Nord dicono con le fiamme “fermate il sistema”, i camionisti del Sud dicono con i blocchi “pagate il conto”. Due linguaggi diversi, che indicano la stessa strozzatura dell’uscita.

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Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi _ di Antonio Rossello

Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi

Sottotitolo: Dalle origini genovesi del 1905 al declino degli altiforni di Taranto, il racconto epico di una società che ha smarrito la propria ragione industriale per diventare ostaggio di interessi altri

Tag: Ilva, siderurgia, Taranto, privatizzazioni, metaindustriale

Articolo

Nel principio fu la fusione. Nel 1905, a Genova, un gruppo di capitalisti lungimiranti costituì la Società anonima Ilva con un obiettivo chiaro e circoscritto: costruire uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale alle porte di Napoli, a Bagnoli, per sfruttare il minerale di ferro dell’isola d’Elba. La ragione industriale era semplice e potente: produrre acciaio dal minerale, trasformare la materia grezza in infrastrutture, binari, navi, ponti, armi. Era l’industria pesante nella sua accezione più pura, quella che forgiava le nazioni. Nel 1911, con il Consorzio Ilva, la società assunse la gestione di un complesso di stabilimenti che comprendeva Elba, Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica. Era l’alba di un impero siderurgico.

Negli anni Trenta, la mano pubblica intervenne. L’IRI acquisì Ansaldo, Ilva e Terni, dando vita a un polo siderurgico a controllo statale che avrebbe segnato la storia economica italiana per mezzo secolo. Nel 1937 nacque la Finsider, una finanziaria creata per gestire il patrimonio economico e finanziario dell’Ilva e delle sue controllate. La dialettica tra pubblico e privato cominciava a delinearsi come il vero motore della vicenda siderurgica nazionale.

Il 1961 fu l’anno della svolta epocale. La fusione tra Ilva e Cornigliano diede vita all’Italsider, che divenne la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. Il progetto del IV Centro Siderurgico a Taranto, concepito nel 1961 e entrato in esercizio nel 1965, rappresentò l’apice di questa espansione. Taranto non era una scelta casuale: la città offriva un porto naturale, manodopera a basso costo e la promessa di un Mezzogiorno finalmente industrializzato. Il ciclo integrale — altiforni, acciaierie, laminatoi — faceva di Taranto il cuore pulsante dell’acciaio italiano. Negli anni Settanta, il centro siderurgico sfornava quasi la metà della produzione totale dell’Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 60 per cento. A Genova, Cornigliano brillava come polo laminatorio; a Novi Ligure sorgeva un complesso di laminazione a freddo; a Piombino, a Bagnoli, a Marghera, a Salerno, l’acciaio italiano si diffondeva come una religione industriale.

Ma la grandezza nascondeva crepe profonde. La crisi degli anni Settanta, lo shock petrolifero, la concorrenza internazionale e la rigidità del sistema pubblico cominciarono a erodere la competitività dell’Italsider. Bagnoli chiuse i battenti, Cornigliano fu ceduto, Piombino venduto al gruppo Lucchini. Nel 1988, Italsider e Finsider furono messi in liquidazione. La denominazione Ilva fu ripresa per designare ciò che restava: un nucleo di stabilimenti in cerca di un destino.

La privatizzazione arrivò nel 1995. L’IRI, nell’ambito della dismissione delle aziende metallurgiche di Stato, cedette l’Ilva Laminati Piani alla RILP, società del gruppo Riva, la famiglia bresciana che aveva costruito il proprio impero sull’acciaio. Emilio Riva, con un rilancio vincente, si aggiudicò il cuore dell’ex colosso pubblico. Era l’inizio di una nuova era, ma anche di una nuova illusione. Il gruppo Riva promise investimenti, ambientalizzazione, rilancio. Le promesse si scontrarono con la realtà di un impianto enorme, tecnologicamente avanzato ma ambientalmente insostenibile.

Nel 2012, l’inchiesta della magistratura di Taranto sulla diossina e sulle emissioni nocive portò al sequestro degli impianti e al commissariamento dell’azienda. Da quel momento, l’Ilva divenne un caso nazionale: un’azienda di interesse strategico nazionale, ma incapace di conciliare produzione e salute. Nel 2017, la cessione ad ArcelorMittal segnò un nuovo passaggio di mano, ma le difficoltà non si placarono. Gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal si affacciarono alla porta, senza successo. Nel 2023, il ritorno dello Stato con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria fu l’ultimo tentativo di salvare il salvabile.

Oggi, nell’ottobre del 2026, la vicenda giunge al suo epilogo tragico. La Corte d’Appello di Milano ha confermato il fermo dell’altoforno di Taranto, e la Cassazione deciderà il 20 ottobre il destino definitivo dell’area a caldo. I posti di lavoro a rischio sono 3.800 diretti e 4.200 nell’indotto. Il governo ha varato un decreto da 187 milioni per mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre, ma la protesta dei lavoratori non si ferma. Scioperi di 24 e 48 ore, presidi, fuochi accesi davanti ai cancelli: le tute blu chiedono garanzie reali, un piano industriale concreto, la nazionalizzazione come unica strada per guidare la transizione.

Qui si consuma il destino metaindustriale infranto. Che cosa significa, esattamente, metaindustriale in senso teleologico? Significa che gli scopi di un’impresa, originariamente circoscritti alla sua ragione industriale — produrre acciaio, generare valore, occupare manodopera — sono stati progressivamente sussunti da interessi più ampi e generali di natura individuale, politica, finanziaria, ambientale e sociale. L’impresa non è più un fine in sé, ma un mezzo per altri fini. La sua teleologia si è frantumata in una molteplicità di teleologie concorrenti, spesso incompatibili tra loro.

La ragione industriale originaria dell’Ilva era chiara: produrre acciaio a ciclo integrale per alimentare la crescita economica nazionale. Era un fine produttivo, concreto, misurabile. Ma nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la privatizzazione, questo fine è stato oscurato da altri scopi. Lo Stato voleva mantenere l’occupazione nel Mezzogiorno, anche a costo di sussidi e protezionismi. I privati volevano massimizzare il profitto, anche a costo di disinvestire e licenziare. I sindacati volevano difendere i posti di lavoro, anche a costo di ritardare la decarbonizzazione. Le comunità locali volevano salute e ambiente pulito, anche a costo di chiudere la fabbrica. L’Europa voleva concorrenza e rispetto delle regole, anche a costo di lasciare l’Italia senza acciaio primario.

In questa cacofonia di teleologie, l’impresa ha perso la sua anima industriale. È diventata un campo di battaglia per interessi altri, un oggetto conteso anziché un soggetto produttivo. La definizione di “metaindustriale” che qui si propone non è quella di una società post-industriale, ma di una società in cui l’industria è diventata metafisica: un’entità astratta, simbolica, politica, che ha smarrito il contatto con la sua materialità produttiva.

Questa concettualizzazione trova fondamenti in diverse tradizioni di pensiero. In economia, la teoria della crescita dell’impresa di Edith Penrose ci ricorda che le imprese crescono per sfruttare risorse interne, ma quando queste risorse vengono assorbite da interessi esterni, la crescita si arresta e la traiettoria si frantuma. In sociologia, la critica di Ariel Salleh al concetto di lavoro metaindustriale — inteso come lavoro riproduttivo, non remunerato, ai margini del sistema capitalistico — offre una chiave per leggere l’Ilva non come un’azienda che produce acciaio, ma come un sistema che produce consenso, conflitto, identità, e persino malattia. La società metaindustriale, come descritta da alcuni autori, è caratterizzata dalla centralità dell’immateriale, dei servizi, della conoscenza. Ma l’Ilva non è mai diventata immateriale: è rimasta materialissima, fatta di altiforni, cokerie, minerali, polveri, diossina. Eppure, la sua gestione è diventata immateriale, astratta, prigioniera di logiche finanziarie e politiche che nulla hanno a che vedere con la produzione dell’acciaio.

In storia economica, la vicenda dell’Ilva è un caso esemplare di ciò che alcuni studiosi chiamano “deindustrializzazione senza reindustrializzazione”: la perdita di capacità produttiva non è compensata dall’emergere di nuove attività manifatturiere, ma solo da servizi a basso valore aggiunto e da rendite finanziarie. In storia sociale, è la storia di una classe operaia che ha lottato per decenni per difendere il proprio lavoro, salvo scoprire che il lavoro stesso era diventato un oggetto di scambio politico, non più un diritto.

Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva è, in ultima analisi, il destino di un’intera nazione. L’Italia è un Paese industriale che non ama l’industria. Vuole i benefici dell’acciaio — auto, elettrodomestici, infrastrutture — ma non vuole gli altiforni che lo producono. Vuole la salute, ma non vuole il lavoro che la finanzia. Vuole la decarbonizzazione, ma non vuole pagarne il costo. In questa contraddizione, l’Ilva è il simbolo di un patto sociale infranto, di una promessa industriale tradita, di un futuro che non è mai arrivato.

Mentre gli altiforni di Taranto si spengono lentamente, mantenuti in un riscaldo che sa di agonia, resta la domanda: può un Paese industriale fare a meno della produzione di acciaio primario? La risposta corretta, ma politicamente scorretta, sarebbe no. Ma la verità è che l’Italia ha già scelto. Ha scelto di non scegliere, di rinviare, di demandare. Ha scelto il metaindustriale: un’industria senza industria, un acciaio senza fabbrica, un destino senza teleologia. E il prezzo di questa scelta lo pagano gli operai, le loro famiglie, le città che hanno creduto nell’acciaio. Lo pagano oggi, con la cassa integrazione, con lo sciopero, con la paura. Lo pagheranno domani, quando l’Italia scoprirà di aver bisogno di acciaio e di non averlo più.

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Giorgia Meloni. Una nuova liturgia di governo, di Antonio Rossello

Giorgia Meloni. Una nuova liturgia di governo

Sottotitolo: Da “esclusa” a timoniera dell’ingegneria semantica. Come il governo Meloni ricostruisce la realtà politica italiana attraverso il linguaggio, e quanto costa questa ricostruzione.

Introduzione: tre fatti e una domanda

Nel settembre 2026, il governo guidato da Giorgia Meloni supera il record di 1.412 giorni detenuto dal secondo governo Berlusconi, diventando l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana. A questo dato se ne affiancano altri due ugualmente solidi: è il primo governo guidato da una donna, e proviene da una tradizione politica che nella Prima Repubblica era stata strutturalmente esclusa dal sistema della conventio ad excludendum. Tuttavia, queste tre “condizioni” da sole non bastano a comprendere il fenomeno Meloni. Ciò che merita davvero indagine è un’altra questione: quando una tradizione politica a lungo esclusa conquista finalmente il potere, in che modo “governa”? E in che modo “parla”?

La risposta forse risiede in un concetto: lo sfondamento semantico. Questo termine, da me introdotto in alcuni miei recenti articoli, indica una pratica linguistica in cui le parole non descrivono più la realtà, ma la sostituiscono. La tesi di questo editoriale è che la peculiarità del governo Meloni non risieda nel grado di radicalità dei contenuti politici, bensì nella sistematicità con cui esso trasforma il linguaggio da strumento descrittivo a strumento di governo, costruendo così un modello di azione politica che possiamo definire “liturgia di governo meloniana”.

Primo: le condizioni storiche, dall’esclusione all’occupazione

Per comprendere la politica linguistica di Meloni, bisogna prima comprendere la posizione storica della sua genealogia politica. La logica di governo della Prima Repubblica si fondava su un meccanismo di esclusione tacitamente condiviso: tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano esisteva una sorta di riconoscimento reciproco sotterraneo, ma il PCI rimase sempre escluso dalla maggioranza di governo. Il Movimento Sociale Italiano e i suoi successori affrontarono una condizione simile, se non più severa. Negli anni Settanta, l’esclusione del MSI salì persino dal piano della non inclusione politica a quello della proposta di scioglimento costituzionale.

La svolta arrivò nel 1994. Gianfranco Fini trasformò il MSI in Alleanza Nazionale, tentando di completare la rottura con il passato fascista. Ma la vera continuità non si spezzò, fu piuttosto ricodificata. Nel 2012, Fratelli d’Italia, nato dalla scissione dal Popolo della Libertà, fu fondato da Meloni, La Russa e Crosetto, con una collocazione che oscillava ambiguamente tra estrema destra e destra radicale, mantenendo un legame non solo simbolico ma anche emotivo con il MSI e le sue origini fasciste.

La vittoria di Meloni nel 2022 ha dunque un duplice significato: è il primo governo guidato da una donna, ma è anche la prima volta che una tradizione politica mai costituzionalmente inclusa ottiene il controllo assoluto del governo. Questa sovranità tardiva genera una dinamica particolare: quando chi è stato a lungo escluso occupa improvvisamente il centro, si trova di fronte a una scelta: integrarsi nella grammatica istituzionale esistente, oppure riscrivere la grammatica stessa.

Meloni ha scelto la seconda strada.

Secondo: lo sfondamento semantico come quadro analitico

Il concetto di sfondamento semantico da me introdotto offre uno strumento preciso per comprendere questa scelta. Secondo la sua formulazione sistematica, lo sfondamento semantico indica la frattura tra il segno e il suo referente originario, quando il linguaggio smette di descrivere la realtà oggettiva e si propone invece di sostituirla, trasformandosi in uno strumento puramente pragmatico di dominio.

Questo quadro distingue tre tipi di mutamento semantico: la deriva, cioè un’alterazione spontanea e progressiva dell’uso dei termini, priva di una regia centrale; la rifondazione, cioè una riscrittura dichiarata, motivata e strategica del linguaggio operata da un attore specifico; e la manipolazione, cioè l’uso strategico del vocabolario mirato a esercitare una forma di controllo ideologico o normativo.

La distinzione cruciale è questa: il vero mutamento semantico, come l’estensione di significato di parole quali “rete” o “cellulare”, è guidato dal basso, da cambiamenti condivisi della realtà. Lo sfondamento semantico manipolatorio, al contrario, è imposto dall’alto e non corrisponde ad alcun cambiamento condiviso della realtà. Quando ciò accade, il potere non dice “questo non è vero”, dice “questo non significa questo”.

La pratica linguistica del governo Meloni è precisamente un ibrido tra rifondazione e manipolazione. L’analisi che segue si articola su tre dimensioni.

Terzo: la ricostruzione semantica nella comunicazione politica

Un primo esempio riguarda il linguaggio delle politiche migratorie. La strategia centrale del governo Meloni in materia di immigrazione offre un caso esemplare di sfondamento semantico. Nel novembre 2023, l’Italia ha firmato con l’Albania un accordo da 200 milioni di euro per istituire sul territorio albanese centri di accoglienza gestiti dall’Italia, destinati a trasferire in Albania una parte dei migranti irregolari diretti in Italia. A livello tecnico, questa politica viene definita “esternalizzazione”, ma il suo confezionamento linguistico è decisivo: la “detenzione” viene presentata come “accoglienza”, il “controllo extraterritoriale” come “cooperazione”.

Non si tratta di semplice eufemismo. L’eufemismo occulta un significato negativo noto, mentre lo sfondamento semantico trasforma la struttura referenziale delle parole: quando il “centro di accoglienza” sostituisce il “centro di detenzione”, chi critica si trova costretto a dibattere all’interno del quadro della “cooperazione umanitaria” anziché in quello della “violazione dei diritti umani”. Come rivela la teoria dello sfondamento semantico, quando il segno viene modificato e il concetto viene ridefinito, il referente stesso viene forzato in un nuovo campo di significato.

Un secondo esempio riguarda lo spostamento semantico dell'”identità” nei conflitti simbolici. Nel giugno 2026, l’eurodeputata Salis ha proposto di abolire la parata del 2 giugno, Festa della Repubblica, sostenendo che in un’epoca di “riarmo, militarismo e guerra sempre più vicina” la Festa della Repubblica dovrebbe recuperare il suo “originario carattere civile e democratico”. La risposta di Meloni è un esempio da manuale di sfondamento semantico.

Meloni ha spostato il dibattito dalla questione sostanziale, se la parata sia adeguata o meno al contesto geopolitico attuale, a una questione morale, se si rispetti o meno chi indossa l’uniforme. Le sue parole: quelle dichiarazioni sono “non solo vergognose, ma indegne” di coloro che “ogni giorno servono l’Italia con disciplina, onore e spirito di sacrificio”. Subito dopo, ha ridefinito la Festa della Repubblica come celebrazione “dell’identità nazionale, della coscienza nazionale e del valore di coloro che difendono, rappresentano e onorano la nazione”.

Questo è il meccanismo centrale dello sfondamento semantico: trasformare il dibattito politico in un test di lealtà identitaria. Quando la Festa della Repubblica viene ricodificata come “liturgia dell’identità nazionale”, opporsi alla parata non è più una divergenza politica, ma diventa una negazione della “nazione” stessa. Lo spazio del dibattito viene così chiuso, perché ogni ulteriore messa in discussione cade automaticamente nella trappola semantica del “non patriota”.

Quarto: la narrazione economica e fiscale, lo spostamento semantico della “stabilità”

Il più significativo spostamento semantico del governo Meloni in campo economico riguarda la ricodificazione della parola “stabilità”. La narrazione centrale ripetuta dal governo è quella dei “conti in ordine” e di un’Italia “meglio del resto d’Europa”.

Dal punto di vista dei dati, Meloni ha effettivamente realizzato un recupero della disciplina fiscale: il deficit è sceso dall’8,1 per cento del 2022 a circa il 3,0 per cento del 2025. Ma il punto cruciale dello sfondamento semantico è un altro: la “stabilità” viene ridefinita come miglioramento degli indicatori fiscali, escludendo sistematicamente la performance dell’economia reale.

La critica della senatrice di opposizione Misiani colpisce con precisione questo spostamento semantico: nel 2025 il PIL italiano è cresciuto solo dello 0,5 per cento, meno della metà della media dell’eurozona; l’indice della produzione industriale è calato di circa il 7,5 per cento in tre anni; la produzione manifatturiera si è contratta per tre anni consecutivi; i salari reali restano inferiori ai livelli di cinque anni prima. La pressione fiscale è salita dal 41,7 al 43,1 per cento, il livello più alto degli ultimi undici anni.

In altri termini, la “stabilità” di Meloni è semanticamente valida, ma sostanzialmente richiede una ridefinizione: è stabilità contabile, non stabilità della vita economica. Quando la parola “stabilità” viene fissata all’indicatore del deficit fiscale, la “crescita debole”, il “calo della produttività”, la “contrazione dei salari reali” vengono esclusi dal campo semantico della “stabilità”. Non è una menzogna, è l’operazione che la teoria dello sfondamento semantico descrive come ridefinizione del concetto per adattarlo alle esigenze narrative del potere, mentre il referente, cioè la condizione reale dell’economia italiana, resta invariato.

Quinto: la costruzione della liturgia, lo stile come tecnica di governo

Se gli esempi precedenti mostrano le operazioni concrete dello sfondamento semantico, la peculiarità della “liturgia di governo meloniana” sta nel fatto che essa ritualizza, normalizza e stilizza queste operazioni semantiche.

La comunicazione politica natalizia del 2025 offre un chiaro spaccato. La comunicazione festiva di Meloni combina due simboli apparentemente contraddittori: da un lato la solennità del quadro religioso-culturale, con l’enfasi su “identità”, “dignità” e attenzione ai deboli; dall’altro la foto in “maglione di Natale”, che dissolve la solennità con una leggerezza ironica. Gli analisti definiscono questa operazione “ingegneria della narrazione politica”, che combina “ritualità e quotidianità, istituzionalità e familiarità”.

Non è solo tecnica di comunicazione. Quando il “governo” viene presentato come una liturgia continua, attraverso auguri festivi, foto sui social e gesti simbolici, il confine tra contenuto sostanziale delle politiche e performance simbolica si dissolve. I cittadini non sono invitati a una deliberazione razionale sulle politiche, ma all’appartenenza emotiva a una comunità rituale.

Questo è pienamente coerente con la logica interna dello sfondamento semantico: quando il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a sostituirla, la politica si sposta dalla domanda “che cosa si fa” alla domanda “a chi si appartiene”. La “liturgia” di Meloni è l’espressione stilizzata di questo spostamento: non chiede ai cittadini di condividere le politiche, chiede loro di identificarsi con un’identità.

Conclusione: il costo dello sfondamento semantico

Il governo Meloni ha effettivamente stabilito record storici. Ma tra “il mandato più lungo” e “il cambiamento più profondo” non esiste un rapporto necessario. Letto attraverso la lente dello sfondamento semantico, il vero lascito di Meloni forse non sta in ciò che ha “fatto”, ma in ciò che ha ridefinito riguardo a cosa significa “fare”.

Quando la “stabilità” può non riferirsi alla crescita economica, quando la Festa della Repubblica può non riferirsi al dibattito politico, quando il “centro di accoglienza” può non riferirsi alla detenzione, la base linguistica della politica viene sistematicamente ricostruita. Nel breve periodo questa ricostruzione è efficace: consente al governo di occupare il terreno semantico nelle controversie politiche sostanziali, mettendo l’opposizione in una posizione difensiva, tacciata di “antipatriottismo” o di “non capire la realtà”.

Ma lo sfondamento semantico ha un costo interno. Quando le parole non riescono più a descrivere i problemi, non possono più essere usate per risolverli. Le reali difficoltà del controllo migratorio, le debolezze strutturali dell’economia, le tensioni tra giustizia e amministrazione: tutto questo richiede un linguaggio preciso per essere identificato, analizzato e affrontato. Se il linguaggio stesso è già stato ritualizzato e trasformato in arma, il governo diventa ripetizione di pose, non soluzione di problemi.

Il record di 1.413 giorni dimostra la capacità di sopravvivenza politica, non la profondità del cambiamento politico. La vera prova forse è un’altra: quando l’energia semantica della “liturgia meloniana” si sarà esaurita, la politica italiana saprà ritrovare un linguaggio capace di descrivere la realtà, anziché soltanto di occuparla.

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La metamorfosi del Carroccio: l’opportunismo elettorale e il declino della parabola leghista, di Antonio Rossello

La metamorfosi del Carroccio: l’opportunismo elettorale e il declino della parabola leghista

L’odierno travaglio della Lega — contrassegnato da percentuali che oscillano tra il 4% e il 6%, tensioni intestine e un congresso straordinario convocato come baluardo di sopravvivenza — non costituisce una semplice flessione congiunturale. Rappresenta, al contrario, l’epilogo naturale di una mutazione ideologica guidata da una mera logica di opportunità elettorale. Per comprendere la parabola del movimento di Piazza Bellerio occorre analizzarla attraverso le lenti della grande scuola del pensiero politico italiano: da Niccolò Machiavelli a Gaetano Mosca, passando per Antonio Gramsci e Vilfredo Pareto.

I. Il principio di realtà e l’illusione della forma: da Miglio al machiavellismo tattico

Alle sue origini, la Lega Nord non nacque come classico partito ideologico, bensì come espressione di una frattura territoriale e strutturale. Umberto Bossi fornì la forza carismatica e identitaria; Gianfranco Miglio ne sostenne la trama concettuale, traducendo il risentimento del Nord produttivo in un progetto di ristrutturazione macroregionale e neo-federalista. Il federalismo e l’autonomia costitutivo-territoriale rappresentavano la raison d’être del movimento, l’oggetto sociale fondativo iscritto nello Statuto e ribadito fino ai giorni nostri dalle componenti storiche della Lega.

Tuttavia, come insegnava Niccolò Machiavelli nel Principe, la politica richiede l’adeguamento delle virtù tattiche alla qualità dei tempi. La svolta impressa da Matteo Salvini nel 2013 non è nata da un’elaborazione teorica, ma da un puro calcolo contingente: di fronte al rischio dell’irrilevanza post-bossiana, il partito ha sostituito il telos autonomista con la retorica sovranista. Il residuo fiscale ha ceduto il passo al controllo dei confini; il nemico non è più stato individuato nel centralismo romano, ma nell’integrazione europea e nei flussi migratori.

In una prima fase, la torsione opportunistica ha pagato dividendi eccezionali: dal 4,1% del 2013 al picco del 34,3% alle europee del 2019. Ciononostante, Machiavelli avvertiva che le fortune edificate esclusivamente sulla mutevolezza della fortuna e sull’occasione momentanea, prive di radici ideologiche solide, crollano al primo mutare dei venti. Trasformando un fine strategico (l’autonomia) in un semplice strumento flessibile, la Lega ha iniziato a minare la propria credibilità di lungo periodo.

II. L’egemonia mancata e la mutazione della classe politica

In termini gramsciani, la Lega di Bossi aveva costruito un’alleanza di classe ed egemonica ben precisa nel Settentrione: un blocco sociale coeso composto da piccole e medie imprese, ceti artigianali e lavoratori autonomi che chiedevano un’infrastruttura statale leggera e decentrata.

La metamorfosi salviniana ha tentato di sostituire questo blocco territoriale con una coalizione populista trasversale, da Monviso a Lampedusa. Ma l’egemonia, per Gramsci, richiede una sintesi culturale profonda, non la semplice sommazione di proteste eterogenee. Cerca di essere contemporaneamente il partito del Nord produttivo e della spesa assistenziale del Mezzogiorno, la forza di governo con ministri chiave e il movimento di piazza anti-sistema: un’articolazione ideologica che si è rivelata intrinsecamente contraddittoria.

Parallelamente, applicando l’analisi di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto sulla classe politica e la circolazione delle élite, si nota come la transizione dalla Lega Nord alla Lega per Salvini Premier abbia segnato la vittoria del ceto ministeriale e burocratico-romano sulla base militante territorializzata. Il vecchio partito è stato congelato per ragioni economico-giudiziarie, svuotato di partecipazione democratica — come dimostra l’assenza di congressi per quasi un decennio — e commissariato centralmente. La formula organizzativa si è strutturata attorno al culto della personalità, trasformando i militanti in una massa di manovra elettorale e sostituendo la selezione della classe dirigente con la fedeltà al capo.

III. L’incongruenza fenomenologica e il deperimento della credibilità

Il nodo irrisolto emerge con chiarezza nel quadro odierno: la convivenza forzata tra pretese sovraniste e pulsioni autonomiste ha generato quella che si può definire un’incongruenza fenomenologica. Nel momento in cui Fratelli d’Italia incarna la destra nazionale, forze radicali occupano lo spazio della protesta e le componenti moderate del partito mantengono il profilo di governo, la leadership centrale perde la sua funzione rappresentativa.

L’uso tattico e spregiudicato delle categorie ideologiche produce un logoramento progressivo della credibilità:

* Svuotamento dei simboli: Quando le parole d’ordine (dal prima il Nord al prima gli italiani) vengono scambiate in base alle convenienze dei sondaggi, il linguaggio politico perde il suo valore performativo e riduce il consenso a fluttuazione volatile.

* Frammentazione correntizia: In un movimento storicamente verticistico e privo di dibattito interno, l’indebolimento del centro carismatico favorisce la nascita di correnti e consorterie locali (gli amministratori storici del Nord), incrinando il monolito organizzativo.

* L’illusione delle riforme parziali: Il conseguimento dell’autonomia differenziata rischia di rivelarsi un guscio privo di slancio ideale se disconnesso da una visione generale di sviluppo, percepito dai cittadini più come un compromesso burocratico che come la realizzazione di una battaglia storica.

IV. La paralisi strategica: le traiettorie e il verdetto della storia

La crisi di identità pone la Lega dinanzi a tre possibili percorsi, ciascuno segnato dalle rigidità create dalle scelte passate:

1. La via del reazionarismo territoriale: Il ritorno alle origini nordiste vagheggiato dalle correnti regionali si scontra con una realtà economico-sociale trasformata. Il Nord contemporaneo non ricerca la secessione o il folklore celtico, ma integrazione nei mercati globali, infrastrutture e capitale umano. La nostalgia non sostituisce la strategia.

2. La persistenza del modello personale: La continuità della gestione centralizzata attraverso il controllo delle regole congressuali può garantire la tenuta dei quadri dirigenti nell’immediato, ma accentua il divario tra la struttura di partito e l’elettorato di riferimento, accelerando la perdita di consensi.

3. La rifondazione neo-autonomista: La riorganizzazione attorno all’asse centro-periferia, focalizzata sulla governance dei territori e sulla qualità amministrativa, richiede il superamento della demagogia nazionalista. È una strada stretta che impone la rinuncia alla rendita elettorale di breve periodo.

La scomparsa del fondatore Umberto Bossi ha privato il movimento del suo ultimo ancoraggio simbolico. Le contorsioni ideologiche per giustificare la coesistenza di federalismo interno e nazionalismo europeo rivelano l’assenza di una dottrina organica. Come la lezione della scienza politica italiana ha più volte dimostrato, quando un’organizzazione politica subordina l’intera propria visione teorica all’opportunismo elettorale immediato, non compie una semplice evoluzione: avvia il deperimento della propria credibilità, trasformandosi da forza della storia a comparse della scena politica.

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Una Gabbia di Matti, di Antonio Rossello

Una Gabbia di Matti

Sottotitolo: Tra minacce e controminacce, foto di bambini morti esibite come prove e aule abbandonate per protesta, il Palazzo di Vetro si conferma un teatro dove tutti si dicono pacieri e nessuno cerca la pace. Cronaca di una farsa in più atti, con la premier italiana assente per preservare la propria verginità politica e Netanyahu che parla a se stesso. Sullo sfondo, la Cina osserva e calcola, mentre il 2026 si conferma l’anno della convergenza delle crisi.

Occhiello: Assemblea Generale delle Nazioni Unite, settembre 2026

Tags: ONU, Assemblea Generale, Iran, Ucraina, Meloni-Tajani

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Il Palazzo di Vetro nasce come promessa: un luogo dove i conflitti si trasformano in parole e le parole in regole. Nel settembre 2026 la sua Assemblea Generale mostra invece il ritratto quasi perfetto di una classe dirigente mondiale in declino. Ci sono leader che si scambiano accuse, minacce e controminacce e che a turno, con identica solennità, si presentano come i soli custodi della pace mentre indicano l’avversario come origine di ogni male. Nessuno propone una soluzione. Il problema, del resto, non è che l’ONU non risolva i conflitti: da tempo non riesce nemmeno a farli emergere e analizzare come sede di confronto reale. L’Assemblea è diventata un’arena, e nell’arena si esibiscono alcuni dei leader più sballati che il pianeta ricordi. Una gabbia di matti, appunto. Non una farsa comica, ma una di quelle rappresentazioni tragiche in cui i protagonisti, convinti di recitare un dramma shakespeariano, offrono al pubblico lo spettacolo della propria inconcludenza.

Il clima è di estrema tensione, e l’attesa per il discorso di Netanyahu, previsto per il pomeriggio, non fa che alimentare un’atmosfera già incandescente. Ma per capire ciò che accade a New York non basta guardare al Palazzo di Vetro. Il 2026 è un anno di svolta potenzialmente destabilizzante per l’ordine internazionale, non tanto per un singolo evento scatenante, quanto per la convergenza simultanea di crisi strutturali: economiche, geopolitiche, demografiche e sistemiche. Le tensioni tra grandi potenze non sono più episodiche o circostanti, ma assumono un carattere permanente e cumulativo, alimentato dal fattore tempo, dall’esaurimento dei modelli di crescita occidentali e dalla crescente incompatibilità tra sistemi economici, politici e strategici. Il mondo del 2026 non è più un sistema in equilibrio instabile, ma un sistema in transizione disordinata, nel quale le regole del passato continuano formalmente a esistere, mentre nella pratica vengono aggirate, svuotate o reinterpretate. È in questo quadro che va letta la farsa che si consuma sotto il cielo di Manhattan.

Primo atto: il pacificatore che annienta

Apre la scena Donald Trump. Nel suo discorso di apertura, altamente autocelebrativo, il presidente americano rivendica di aver «realizzato la pace mentre gli altri parlavano», accusa Teheran di essere il «cuore pulsante del terrorismo» e minaccia lo Stato islamico di «portarlo con sé all’inferno» in caso di mancata resa. Nello stesso discorso, dice che con l’Iran «o un accordo o li anniento». Il Sole 24 Ore riporta anche l’appello a Putin perché «faccia la pace». Si dice inoltre pronto a riammettere i giornalisti esclusi dalla Casa Bianca.

In tre frasi c’è l’intera grammatica dell’ipocrisia diplomatica contemporanea. Si è pacificatori per autoproclamazione, si offre la trattativa con una mano e la distruzione totale con l’altra, e si concede la riapertura ai giornalisti come atto di clemenza sovrana. Un ultimatum di annientamento che passa per offerta di pace: è il capovolgimento dei ruoli che il Corriere ha intitolato, non a caso, «Il mondo capovolto all’ONU».

Ma dietro l’enfasi teatrale del discorso c’è una realtà più dura, che rimanda alla crisi strutturale dell’egemonia americana. Gli Stati Uniti restano la principale potenza globale, ma nel 2026 la loro egemonia è sottoposta a una pressione senza precedenti. Internamente, il Paese è attraversato da polarizzazione politica, tensioni sociali e crisi di legittimità istituzionale. Esternamente, deve gestire simultaneamente più teatri di competizione. Washington percepisce il tempo come una risorsa che si sta esaurendo. La necessità di contenere la Cina, sostenere alleati, mantenere la supremazia tecnologica e gestire un debito colossale spinge verso una strategia più assertiva e meno paziente. Questo aumenta il rischio di escalation, soprattutto in contesti come l’Indo-Pacifico e l’Europa orientale. L’ultimatum all’Iran non è solo una posa: è il sintomo di una potenza che sente il tempo stringere.

Secondo atto: le foto dei bambini e l’aula che si svuota

La replica arriva il giorno dopo e ha il registro opposto, ma la stessa natura teatrale. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sale alla tribuna e, come riferiscono RaiNews, ANSA e Il Fatto Quotidiano, mostra le fotografie dei bambini uccisi dalle bombe statunitensi. Le agenzie riportano la frase «non ci piegheremo». Pezeshkian confuta abilmente l’accusa di terrorismo mossa al suo Paese da Trump, evidenzia la crudezza e la continuità degli attacchi americani, che definisce del tutto immotivati, e accusa gli Stati Uniti di essere i veri terroristi. Si dichiara tuttavia aperto al dialogo, purché sia costruttivo e non leda gli interessi dell’Iran. Vatican News e il Sole 24 Ore registrano l’esito scenico: mentre parla, la delegazione statunitense lascia l’aula. La scena si ripete identica in più occasioni nell’arco della stessa giornata, come se la delegazione americana avesse un copione preciso: ascoltare le accuse, mostrare indignazione, andarsene.

Qui la farsa raggiunge una specie di perfezione. L’immagine di bambini morti, che dovrebbe fermare qualunque discorso, diventa un oggetto di scena. Chi la esibisce vuole colpire l’avversario più che raccontare le vittime, e chi esce dall’aula si indigna d’essere accusato mentre in quella stessa sala ha appena minacciato l’annientamento altrui. Sia chiaro: i bambini morti sono reali, e le domande sulle responsabilità di chi ha ordinato i raid sono legittime. Ma nessuno nell’aula sembra trattarle come domande. Sono munizioni retoriche. E mentre una tela sempre più fitta di strategie e accordi bilaterali si tesse nei corridoi e nelle stanze del Palazzo di Vetro, le prospettive di una pace concreta che ponga fine allo sterminio di popolazioni innocenti restano, a una prima lettura, poche.

Dietro la scena, però, c’è un attore che non parla e che osserva. La Cina. Pechino rappresenta il maggiore acquirente del petrolio iraniano e uno dei partner economici più importanti di Teheran. La cooperazione tra i due Paesi consente all’Iran di mantenere una significativa capacità di esportazione nonostante le sanzioni occidentali. La nuova offensiva economica e militare di Trump contro l’Iran sta mettendo a dura prova le strategie cinesi. Washington ha annunciato una nuova campagna di sanzioni contro Teheran, minacciando conseguenze per Paesi e aziende che continueranno a commerciare con la Repubblica Islamica. L’obiettivo è indebolire ulteriormente l’economia iraniana, ma il principale problema per Pechino è che la Cina è il maggiore acquirente del petrolio iraniano. La risposta cinese è stata netta: Pechino ha respinto le misure unilaterali americane, sottolineando la legittimità dei propri rapporti commerciali con Teheran e avvertendo che difenderà i propri interessi adottando contromisure appropriate.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la solidarietà politica formale verso l’Iran, perché per la Cina sono in gioco sicurezza energetica, commercio internazionale e sovranità economica. Un rafforzamento delle sanzioni secondarie americane rischierebbe di estendere ulteriormente la capacità di Washington di condizionare le relazioni economiche di Pechino con l’Iran. La strategia cinese sembra orientarsi verso una linea intermedia: sostenere economicamente e diplomaticamente l’Iran senza trasformare il sostegno in un confronto militare diretto con gli Stati Uniti. Pechino continua a chiedere moderazione e il ritorno al dialogo, ma allo stesso tempo evita di assumere impegni che potrebbero trascinarla direttamente nel conflitto. Per la Cina, il vero problema è il precedente che potrebbe essere creato dall’azione americana: se Washington riuscisse a utilizzare sanzioni, pressione militare e controllo delle infrastrutture strategiche per limitare le relazioni tra Iran e partner esterni, aumenterebbe ulteriormente la propria capacità di condizionare i flussi energetici e commerciali globali. La crisi iraniana diventa quindi anche un nuovo capitolo della competizione globale tra Stati Uniti e Cina. Pechino non sembra voler combattere per Teheran, ma non è disposta a lasciare che la pressione americana sull’Iran si trasformi in uno strumento capace di limitare direttamente i propri interessi. È proprio in questo spazio di confronto e prudenza che si giocherà una parte importante dell’equilibrio geopolitico del Medio Oriente e, più in generale, della rivalità tra le due principali potenze mondiali.

Terzo atto: il discorso di Guterres e la voce fuori dal coro

Prima ancora che la scena si accenda, il segretario generale António Guterres, in scadenza di mandato, aveva pronunciato il suo discorso inaugurale. Il Foglio lo ha definito «un perfetto e spaventoso manifesto di sottomissione del modello Onu all’islamismo radicale». Guterres, secondo questa lettura, ha «rimosso l’Iran, minimizzato Hamas, demonizzato Israele» perché «l’algoritmo dell’Onu, quando si occupa dei conflitti del mondo, funziona meglio se sceglie di non sfidare le ideologie estremiste». Eppure, nel suo intervento, Guterres aveva condannato apertamente la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania, un passaggio che non è passato inosservato ma che non è bastato a sopire gli animi né a condurre i contendenti a maggiore ragionevolezza. È la prova che all’ONU anche le parole giuste si perdono nel rumore di fondo.

A movimentare ulteriormente il quadro ci pensa Javier Milei. Il presidente argentino, ultraliberale e alfiere della destra globale, pronuncia quello che i media hanno definito «uno dei discorsi più duri mai tenuti contro l’Onu». Definisce l’organizzazione «inutile» e la accusa di «alimentare una casta di parassiti arroganti». Poi rincara: «I presunti difensori dei diritti umani hanno permesso il caos, le dittature, permettendo i genocidi in Africa». E conclude con un siluro: l’Assemblea «ha votato sempre contro Israele ma silente di fronte al terrorismo islamico e il genocidio dei cristiani». Il discorso di Milei è interessante non tanto per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice. È un attacco frontale, senza mediazioni, che rifiuta la liturgia diplomatica e sceglie la provocazione. È, in un certo senso, l’unica voce che in questa Assemblea suona autentica, proprio perché rinuncia all’ipocrisia. Il problema è che anche la sua autenticità è funzionale a una strategia: Milei sta costruendo un personaggio, e l’Onu è la sua platea perfetta.

Quarto atto: i cartelloni di Manhattan

Mentre il dibattito infuria, l’ANSA segnala che a New York compaiono cinquecento cartelloni della campagna di Netanyahu, in vista del suo discorso, con una domanda diretta ai passanti: «Da che parte state, Israele e Usa o Iran e Hamas?». Sky TG24 aggiunge che gli Stati Uniti hanno negato il visto ad Abbas.

La diplomazia multilaterale si è ridotta a un referendum pubblicitario su Times Square: un aut-aut binario spedito a una città che dovrebbe ospitare il negoziato. E il visto negato al presidente palestinese ricorda che l’accesso alla tribuna dell’ONU dipende dalla benevolenza dello Stato ospitante, non da un diritto universale. L’organizzazione che dovrebbe accogliere tutte le voci le seleziona nel cortile di casa d’altri.

Quinto atto: Zelensky e il «paziente zero»

Sul fronte ucraino, Sky TG24 e RaiNews riferiscono le parole di Zelensky: Putin è il «paziente zero» del male, va fermato e va impedito che lo diffonda, e le sanzioni «ci rafforzano». Il Sole 24 Ore aggiunge un dettaglio che vale più di ogni discorso: nelle stesse ore un raid russo ha colpito la sede del suo partito a Kiev. Zelensky ha incontrato anche Erdoğan per parlare di sicurezza nel Mar Nero.

Fuori dall’aula la guerra prosegue con i propri strumenti, indifferente ai discorsi. La Stampa osserva che l’idea di una «pace giusta» in Ucraina si allontana, stretta tra «schiaccianoci economici» e «gusci troppo grossi». La metafora è impietosa e precisa: nessuno dei contendenti ha la forza di rompere il guscio dell’altro, e nessuno ha interesse a cederlo. La Russia entra nel 2026 con una strategia fondata sulla resistenza e sul logoramento. Isolata economicamente dall’Occidente, Mosca punta sul tempo lungo, sulla profondità strategica e sulla capacità di adattarsi a un mondo frammentato. La leadership russa interpreta la crisi del capitalismo occidentale come un segnale di declino strutturale. L’obiettivo non è tanto la vittoria immediata, quanto il superamento della fase critica, confidando che le tensioni interne occidentali limitino la capacità di pressione esterna. Questa strategia aumenta la probabilità di conflitti prolungati e a bassa intensità, ma ad alto impatto geopolitico.

Sesto atto: i pulpiti dei doppi standard

Il manifesto rileva il doppio standard di Erdoğan. Il presidente turco, all’Assemblea, avrebbe usato toni accorati per Gaza, tacendo sul fiorente export dei droni turchi. È la fotografia di un mestiere diffuso: lo Stato che denuncia la guerra e ne vende gli strumenti, il mediatore che parla di pace e arma le parti. Lo stesso giornale lo definisce paladino dei diseredati all’ONU e demolitore di diritti in casa. Dal canto suo, la venezuelana Delcy Rodríguez ha annunciato dalla tribuna che «in Venezuela ci saranno elezioni», promessa che, pronunciata da quel pulpito, vale quanto vale la credibilità di chi la fa.

Settimo atto: Netanyahu, il discorso a se stesso

In questo clima incandescente si inserisce oggi Benjamin Netanyahu. Sempre più impopolare anche all’interno del suo Paese, isolato, condannato dalla Corte Penale dell’Aia con l’accusa infamante di crimini di guerra, abbandonato — a quanto sembra — al suo destino anche dal suo amico Trump, il leader israeliano cercherà in tutti i modi di parlare non già all’ONU, ma agli israeliani. Ormai stanchi del suo lungo dominio e dell’isolamento a cui ha portato il Paese. Le guerre non consolidano il potere, ma lo destabilizzano. Né possono essere legittimate da una presunta e troppe volte sventolata autodifesa, specie quando la verità riaffiora.

A cinque settimane dalle elezioni generali in Israele, accusato da un’inchiesta della stampa israeliana di essere stato messo al corrente dell’imminente attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Netanyahu giocherà tutte le sue carte per rivalutare la sua immagine agli occhi del suo potenziale elettorato. Non incontrerà Trump oggi e partirà in giornata, subito dopo aver tenuto il suo discorso. Indubbiamente darà seguito alla faida che da circa una settimana lo vede battibeccare con il sindaco di New York, Mamdani, reo di averlo definito criminale di guerra. Una definizione, questa, che non è piaciuta a Netanyahu, il quale, a sua volta, ha accusato Mamdani di aver sostenuto i militanti di Hamas. Una carta, questa, fino ad ora risultata efficace per giustificare le scelleratezze commesse dal governo israeliano e dal suo esercito, ma che oggi sembra non convincere più nessuno. Probabilmente il leader israeliano cercherà in giornata di incontrare qualche alto rappresentante dell’amministrazione Trump, ma tutto è avvolto dall’incertezza più totale. Il suo discorso si preannuncia incandescente, ma il vero destinatario non è l’aula: è l’elettorato israeliano, a cui Netanyahu chiederà un’altra chance mentre il cerchio si stringe.

Ottavo atto: l’assenza di Meloni e la presenza di Tajani

Resta l’Italia. Giorgia Meloni all’Assemblea non c’è. Secondo Sky TG24 l’opposizione ne critica l’assenza, e a LA7 Deborah Bergamini di Forza Italia assicura che «nessuna criticità» ne discende. A rappresentare il Paese va il ministro degli Esteri Antonio Tajani, con una serie di formule che le agenzie hanno subito rilanciato: l’ONU «deve ritrovare capacità di agire, troppo spesso appare impotente»; «contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica»; l’intelligenza artificiale «va governata, non demonizzata».

Frasi ineccepibili, e per questo perfette per non dire nulla. Tajani, decano dei pesci in barile, ha una posizione comoda: se l’intervento va bene, i meriti saliranno a Palazzo Chigi; se va male, sarà lui a essere smentito, e da lei. Meloni ha scelto di non entrare in una gabbia di matti, e la scusa dichiarata è un impegno più urgente per l’interesse nazionale, che sia vero o convenientemente inventato. È una scelta di prudenza lucida, che salva la verginità politica della premier al prezzo di consegnare la voce italiana a un ministro che parla dell’impotenza dell’ONU con la sua stessa cautela istituzionale. Va detto a onore del vero che la critica delle opposizioni, per quanto legittima, avrebbe poco da guadagnare dal confronto con chi l’ONU la frequenta da decenni senza cambiarlo.

L’Europa, del resto, rappresenta uno degli anelli più fragili della catena geopolitica del 2026. Dipendente energeticamente, finanziariamente e militarmente, l’Europa fatica a definire una strategia autonoma. Il rallentamento economico, l’aumento del debito e le tensioni sociali interne limitano la capacità di azione. L’Europa è al centro delle frizioni tra grandi potenze, ma spesso senza essere un soggetto pienamente sovrano. Questo la espone a shock esterni e a decisioni prese altrove, accentuando la percezione di vulnerabilità. In questo quadro, l’assenza italiana non è solo una scelta di opportunità politica: è il sintomo di una più generale ritirata europea dalla scena globale.

Epilogo: un mondo del 1945 appeso a una parete del 2026

Linkiesta ha trovato la formula più netta: dal Palazzo di Vetro al «Palazzo del Veto», un’istituzione che è una fotografia del mondo del 1945 appesa alla parete del 2026. Le Nazioni Unite vivono il paradosso di essere più necessarie proprio quando sono meno capaci di fare ciò per cui furono create. Il Consiglio di Sicurezza è bloccato dai veti incrociati dei suoi cinque membri permanenti, che sono quasi sempre anche le parti in causa. L’Assemblea Generale, senza poteri vincolanti, è un palco. Il resto è un sottobosco di interessi meschini, in cui ogni delegazione difende la propria convenienza e chiama principio il proprio tornaconto.

Ma la crisi dell’ONU è solo la superficie di una crisi più profonda. Ciò che rende il 2026 particolarmente pericoloso non è una singola crisi, ma la convergenza simultanea di più fattori: crisi del capitalismo occidentale, crollo dei consumi, esplosione del debito, competizione sistemica tra potenze, fragilità sociale interna. In questo contesto, il margine di errore si riduce drasticamente. Alla base delle tensioni del 2026 vi è una crisi profonda del capitalismo occidentale, che non può più essere interpretata come una semplice fase recessiva. Si tratta di una crisi strutturale, legata all’esaurimento dei motori tradizionali della crescita: consumi di massa, globalizzazione lineare, espansione del credito e finanziarizzazione. Negli Stati Uniti e in Europa, la crescita degli ultimi decenni è stata sostenuta sempre meno dall’aumento della produttività reale e sempre più dall’espansione del debito, dalla compressione salariale e dalla creazione artificiale di domanda. Questo modello ha prodotto squilibri crescenti: concentrazione della ricchezza, precarizzazione sociale, erosione del ceto medio e fragilità sistemica.

Nel 2026, questi nodi arrivano al pettine. Il rallentamento dei consumi non è più temporaneo, ma strutturale. Le famiglie occidentali, gravate da inflazione persistente, debito privato e incertezza occupazionale, riducono la spesa. Questo colpisce direttamente il cuore del modello economico occidentale, basato sulla domanda interna. Il consumo non è solo una variabile economica, ma un fattore politico. Per decenni, la stabilità delle democrazie occidentali è stata garantita da un patto implicito: crescita economica in cambio di consenso. Quando questo patto si spezza, emergono tensioni sociali, polarizzazione politica e perdita di fiducia nelle istituzioni. Nel 2026, il calo dei consumi segnala una trasformazione più profonda: la fine dell’illusione di una crescita permanente. Questo genera frustrazione collettiva, rabbia sociale e un aumento del sostegno a movimenti radicali, populisti o antisistema. La politica interna diventa più fragile e imprevedibile, riducendo la capacità degli Stati di sostenere strategie geopolitiche di lungo periodo.

Uno dei temi centrali del 2026 è l’esplosione del debito pubblico e privato. Stati Uniti, Europa e Giappone hanno raggiunto livelli di indebitamento che limitano fortemente la libertà di azione politica. Il debito non è più solo uno strumento economico, ma un vincolo geopolitico. L’aumento dei tassi di interesse, necessario per contenere l’inflazione, rende il servizio del debito sempre più oneroso. Questo riduce lo spazio fiscale per investimenti strategici, welfare, difesa e innovazione. Ogni decisione geopolitica ha ora un costo finanziario immediato e potenzialmente destabilizzante. Nel 2026, molte economie avanzate si trovano intrappolate in un dilemma: continuare a sostenere il debito attraverso politiche espansive rischia di alimentare inflazione e instabilità monetaria; ridurre la spesa rischia di provocare recessione e crisi sociale. Questa trappola sistemica riduce la capacità di risposta coordinata dell’Occidente.

La Cina affronta il 2026 con una logica diversa. Il suo obiettivo principale non è l’espansione rapida, ma la stabilità interna e la gestione della transizione economica. Tuttavia, il rallentamento della crescita, la crisi immobiliare e le tensioni demografiche riducono i margini di manovra. Pechino osserva con attenzione la crisi occidentale, ma è consapevole che il tempo non gioca automaticamente a suo favore. Anche per la Cina, il 2026 rappresenta una finestra critica: rafforzare la propria autonomia tecnologica, consolidare le catene di approvvigionamento e prepararsi a un mondo più frammentato. La competizione con gli Stati Uniti assume un carattere sistemico, non ideologico, basato sulla capacità di resistere a shock prolungati.

In questa giungla di conflitti e alleanze ammantate di falsi motivi, ma in realtà ancorate a interessi economici, le ipotesi sono tante, le certezze poche, le speranze molte. Che ci possa essere un tenue spiraglio nel cielo plumbeo di questa stagione di guerre? Che si possa giungere a un accordo di pace? Che governi più miti diano una nuova vita alle vittime di tanti conflitti? Vogliamo crederci.

Ne esce l’immagine di una classe dirigente mondiale che si atteggia, si insulta e si spaventa a vicenda, incapace di trasformare il conflitto in negoziato. Più che alla diplomazia, la scena somiglia a una rappresentazione plastica di quella che il titolo chiama senza troppi giri di parole una gabbia di matti. Se ci fosse un tribunale che giudicasse i visitatori dal loro comportamento e non dai titoli, il verdetto di questi giorni sarebbe difficile da appellare. E la vera notizia, in fondo, non è che le Nazioni Unite non contino più niente: è che nessuno, tra chi sale alla tribuna, sembra volere che contino di nuovo. La storia insegna che i periodi più instabili non sono quelli di massima crescita o di massimo declino, ma quelli di transizione. Il 2026 è esattamente questo: un anno in cui il vecchio ordine non funziona più, ma il nuovo non è ancora emerso. E in questa terra di nessuno, il tempo diventa il vero campo di battaglia. Chi saprà gestire la transizione, mantenere coesione interna e adattarsi a un mondo multipolare avrà un vantaggio decisivo. Chi invece resterà prigioniero di modelli economici e politici esauriti rischia di subire la storia, anziché guidarla. Il 2026 non è solo un anno critico: è un banco di prova per l’ordine globale del XXI secolo. E l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con le sue foto di bambini morti, le sue aule che si svuotano e i suoi leader che si accusano a vicenda, è il ritratto perfetto di un mondo che non sa più dove andare.

L’Accordo Israele-Grecia e il Declino dell’Occidente: Frammentazione, Follia e il Ritorno di Spengler nel Mediterraneo Orientale _ di Antonio Rossello

L’Accordo Israele-Grecia e il Declino dell’Occidente: Frammentazione, Follia e il Ritorno di Spengler nel Mediterraneo Orientale

Sottotitolo: La “Follia”

 dell’Equilibrio: Netanyahu, Erdogan e il Gioco degli Specchi nel Mediterraneo che Annuncia il Tramonto dell’OccidenteSottotitolo: Mentre l’America si sfalda tra crisi petrolifera e presidenza burlesca, l’alleanza militare tra Israele e Grecia non è un atto di forza, ma il sintomo di un sistema di alleanze che implode per egoismi, riscoprendo la tragica profezia spengleriana di civiltà condannate a morire per il proprio successo materiale.

Occhiello: L’accordo da 3 miliardi per lo “Scudo d’Achille” tra Atene e Gerusalemme e la contromossa alla Mecca rivelano la verità nascosta: l’Occidente non combatte un nemico esterno, ma sta metabolizzando la propria agonia attraverso guerre periferiche che rischiano di aprire le porte d’Europa all’onda migratoria definitiva.

Tags: #SpenglerDeclinoOccidente, #MediterraneoOrientaleCrisi, #IsraeleGreciaAsse, #GeopoliticaFollia, #GuerraOmbraEuropa

 Analisi Politica

1. Il Paradosso dell’Azione: Quando la Difesa è Sintomo di Dissoluzione

L’annuncio dell’accordo militare tra Israele e Grecia, siglato da Benjamin Netanyahu e definito con enfasi “uno dei più grandi nella storia del Paese”, si inserisce in un quadro geopolitico che sfida ogni logica razionale. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters il 31 agosto 2026, l’intesa prevede un investimento di quasi tre miliardi di euro per la realizzazione dello “Scudo d’Achille”, un sistema di difesa aerea multilivello concepito per fronteggiare la minaccia turca e le “aspirazioni egemoniche” di attori regionali. Nella stessa dichiarazione, il primo ministro israeliano ha definito l’accordo “il proseguimento diretto dell’alleanza orientale del Mediterraneo che stipulammo un decennio fa con la Grecia e Cipro” (fonte: comunicato stampa dell’ufficio di Netanyahu, diffuso il 31 agosto 2026 e ripreso da Haaretz il 1° settembre 2026).Tuttavia, questa mossa, apparentemente lucida, è in realtà un tassello di un mosaico più ampio e inquietante: il lento, inesorabile disfacimento dell’architettura di sicurezza occidentale nel bacino del Mediterraneo. Per comprenderne la portata, occorre abbandonare l’ottica della geopolitica tradizionale – che misura il potere in termini di eserciti e prodotto interno lordo – e adottare una prospettiva filosofica. È qui che torna prepotentemente attuale Oswald Spengler e la sua opera Il Tramonto dell’Occidente (titolo originale Der Untergang des Abendlandes), pubblicata in due volumi tra il 1918 e il 1922 (edizione definitiva a Monaco nel 1923). Spengler, filosofo e storico tedesco, elaborò una “morfologia della storia” – cioè lo studio delle forme e delle strutture dei processi storici – secondo cui le civiltà non sono entità in progressivo miglioramento, come voleva l’Illuminismo, ma organismi viventi soggetti a un ciclo biologico ineluttabile: nascita, crescita, maturità e declino. Secondo Spengler, l’Occidente si trova proprio in questa fase finale, caratterizzata dal trionfo del pragmatismo, della tecnica e del materialismo a scapito dello spirito e dei valori autentici che ne avevano segnato l’ascesa.L’accordo tra Israele e Grecia, letto attraverso questa lente, perde il suo alone di genialità strategica e si rivela per quello che è: un gesto di disperazione, un tentativo di arginare il caos con gli strumenti del caos. Non è un’alleanza per costruire un futuro, ma una trincea per difendere un presente che già sa di rovina.

2. La Rincorsa agli Equilibri: La Mecca, Gerusalemme e la Nuova Guerra Fredda Mediterranea

Per cogliere la “follia” intrinseca di questa situazione, occorre ricostruire le tappe della tensione con precisi riferimenti cronologici. Il 28 agosto 2026, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato l'”accordo della Mecca”, come documentato dall’agenzia Anadolu e ripreso da Al Jazeera il giorno successivo. Si tratta di un patto che, nelle intenzioni di Ankara, mira a ricomporre il fronte sunnita e a proiettare la propria influenza verso est e sud, in funzione anti-iraniana ma anche, implicitamente, anti-israeliana. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, forte del riavvicinamento alla Siria di Ahmad al-Shaara – avviato con la visita di quest’ultimo ad Ankara il 15 agosto 2026 – e della spinta propiziata dall’amministrazione Trump, che il 20 agosto 2026 ha rimosso Damasco dalla lista nera dei paesi sponsor del terrorismo (cioè dall’elenco ufficiale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti degli Stati considerati sostenitori di attività terroristiche), cerca di giocare un ruolo da protagonista in un Mediterraneo orientale sempre più vuoto.La risposta di Israele e Grecia è stata immediata. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, in una conferenza stampa tenuta ad Atene il 31 agosto 2026, ha dichiarato che l’accordo nasce da “interessi strategici comuni” e “sfide regionali condivise”, aggiungendo: “In un periodo in cui attori con aspirazioni egemoniche cercano di espandere la propria influenza e minare la stabilità nella regione, Israele e Grecia continueranno ad approfondire la cooperazione strategica e in materia di sicurezza e ad agire con risolutezza per preservare la stabilità e rafforzare la propria sicurezza e i propri interessi comuni” (fonte: comunicato del ministero della Difesa israeliano, ripreso da Kathimerini il 1° settembre 2026).Ma questo contenimento della Turchia nasce dalla debolezza, non dalla forza. Fino a pochi anni fa, Turchia, Grecia e Israele – insieme a Cipro – erano tutti partner o alleati all’interno del cappello protettivo dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord e della sfera d’influenza statunitense. Oggi, quel cappello non esiste più. La Grecia teme la Turchia per le dispute in Egitto e a Cipro; Israele teme la Turchia per il suo sostegno ad Hamas e per la sua crescente ingerenza in Siria. Ma nessuno di questi attori è in grado di garantire da solo la propria sicurezza. L’accordo, pur nella sua imponenza economica – quasi tre miliardi di euro, una cifra enorme per le economie coinvolte – non risolve il problema strategico di fondo: la fragilità intrinseca di un sistema che non ha più un egemone.

3. L’America Assente e il Fantasma dell’Anarchia

La presente analisi – che si basa su ampie ricerche incrociate su fonti giornalistiche attendibili (tra cui il Wall Street Journal, il Financial Times e Le Monde) e su informazioni provenienti da social media e fonti non mainstream, validate per quanto possibile – è impietosa e, probabilmente, realistica. Si evidenzia che l’indebolimento strategico degli Stati Uniti, intrappolati tra una presidenza burlesca – ossia caratterizzata da comportamenti imprevedibili e incoerenti, come emerso nelle crisi diplomatiche dell’estate 2026 – e la possibilità di una gravissima crisi petrolifera nel caso in cui lo Stretto di Hormuz non venga riaperto entro poche settimane, ha favorito uno stato di quasi anarchia nel Mediterraneo orientale.È necessario chiarire alcuni termini. Per “presidenza burlesca” si intende un’esecuzione americana percepita come inaffidabile, che si impantana in crisi internazionali – come quella con l’Iran, culminata il 22 agosto 2026 con il mancato rinnovo dell’esenzione per le importazioni di petrolio iraniano – minando la propria credibilità di superpotenza. Lo “Stretto di Hormuz” è un passaggio marittimo fondamentale tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, attraverso il quale transita circa il venti per cento del petrolio mondiale. Secondo le stime della Agenzia Internazionale dell’Energia pubblicate il 25 agosto 2026, una chiusura prolungata dello stretto per più di due settimane farebbe schizzare il prezzo del barile oltre i centocinquanta dollari, innescando una crisi energetica di dimensioni storiche.In questo vuoto di potere, i vecchi alleati si trasformano in rivali. L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, che per decenni ha garantito un equilibrio tra Grecia e Turchia, è ora impotente: il vertice di Vilnius del luglio 2026 si è chiuso senza alcuna dichiarazione congiunta sulla questione. L’America, distratta e in declino, non può più fare da arbitro. Di conseguenza, ogni potenza regionale cerca di ritagliarsi il proprio spazio di manovra con mezzi propri, spesso confliggenti. L’accordo Israele-Grecia non è quindi un capolavoro di diplomazia, ma il sintomo di una balcanizzazione del Mediterraneo, dove ogni Stato corre ai ripari da solo, consapevole che il “grande fratello” americano non arriverà in soccorso.Si osserva ancora che, in questo scenario paradossalmente esplosivo, il gigante americano rischia la disgregazione. Questo, a sua volta, potrebbe favorire una rinascita dell’orgoglio in tutto il mondo arabo, il cui sguardo si rivolge a un’Europa prospera come a una terra di conquista. Una guerra totale nel Mediterraneo orientale intensificherebbe probabilmente i flussi migratori dai paesi nordafricani, facilitando potenzialmente un’avanzata islamica attraverso l’Europa meridionale. Le nazioni più esposte a questo rischio – Italia e Spagna – non stanno però sviluppando politiche comuni per contenere la minaccia. Sono invece bloccate in dispute sul trattato di Schengen – il patto che garantisce la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea – aggravate dal dossier di Ceuta, la città spagnola situata in Nord Africa che, il 15 agosto 2026, ha registrato un nuovo picco di tensioni diplomatiche e migratorie, come riportato da El País.

4. Lo Spettro di Spengler e l’Invasione Silenziosa

Ma la vera “follia”, come suggerito da una considerazione semplice ed intuitiva, non sta tanto nella competizione tra Stati, quanto nella loro miopia. Secondo Spengler, la fase del declino è caratterizzata dal “cesarismo” – ovvero dalla concentrazione del potere in mani forti che cercano di tenere insieme un corpo sociale ormai sfaldato – e dalla “civilizzazione” estrema, dove la tecnica e l’organizzazione sostituiscono la cultura e la creatività. L’accordo per lo “Scudo d’Achille” ne è l’esempio perfetto: un sistema di difesa aereo ipertecnologico per proteggere un’idea di Stato-nazione che, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi inutile.Perché inutile? Perché il vero fronte caldo non è solo quello militare. Emerge un allarme spesso sottovalutato: una guerra totale nel Mediterraneo orientale intensificherebbe probabilmente i flussi migratori dai paesi nordafricani, facilitando potenzialmente un’avanzata islamica attraverso l’Europa meridionale. In altre parole, mentre Israele e Grecia spendono miliardi per intercettare missili e droni, il vero “cavallo di Troia” dell’instabilità potrebbe essere rappresentato dai flussi migratori. Un conflitto aperto, o anche solo una prolungata instabilità, spingerebbe milioni di persone attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Italia e Spagna, le nazioni più esposte geograficamente a questo fenomeno, sono però descritte come bloccate in dispute sul trattato di Schengen, aggravate dal dossier di Ceuta.Questa è la più grande delle follie contemporanee. L’Occidente spende risorse immense per difendere i propri confini esterni da minacce militari, mentre il suo tessuto sociale e culturale si erode dall’interno, anche a causa dell’incapacità di gestire la pressione demografica proveniente dal Sud del mondo. Spengler profetizzava che l’Occidente sarebbe morto non per un colpo esterno, ma per il suo stesso successo materiale, che avrebbe portato all’estinzione dello spirito creativo e alla prevalenza di una massa amorfa. L’accordo Israele-Grecia, nella sua fredda efficienza tecnocratica, rappresenta proprio questo: la difesa di un guscio vuoto, di una forma senza sostanza.Il filosofo tedesco sviluppa una morfologia della storia universale, comparando tutte le principali civiltà e sostenendo che ciascuna segue un ciclo vitale analogo a quello degli organismi biologici: nascita, giovinezza, maturità e vecchiaia. Secondo Spengler, l’Occidente si trova attualmente nella sua fase di declino, caratterizzata da un progressivo distacco dai suoi valori spirituali e culturali originari, sostituiti da pragmatismo, tecnicismo e materialismo. La sua opera alterna riflessione filosofica e analisi storica, mescolando interpretazione simbolica e dati concreti tratti dall’arte, dalla politica, dalla religione e dalla scienza. Spengler introduce concetti chiave come “divenire” e “divenuto”, “tempo” e “spazio”, “vita” e “morte”, delineando un’ontologia – cioè una teoria dell’essere e dell’esistenza – delle civiltà come entità mortali soggette a un destino ineludibile. Il suo approccio rompe con la filosofia canonica, evitando rigide dicotomie – cioè opposizioni nette e binarie – e favorendo una visione sincretica e ciclica della storia, che mescola diversi elementi in un quadro unitario.

5. Netanyahu, Erdogan e la Tragedia dell’Attore Razionale

Tornando agli attori principali, Benjamin Netanyahu e Recep Tayyip Erdogan, non possiamo che constatare come entrambi siano prigionieri di una logica che li supera. Netanyahu cerca di garantire la sicurezza di Israele in un ambiente ostile, ma lo fa stringendo un’alleanza con un paese – la Grecia – che, pur essendo formalmente occidentale, è economicamente fragile e strategicamente dipendente. La definizione di Netanyahu dell’accordo come “proseguimento diretto dell’alleanza orientale del Mediterraneo che stipulammo un decennio fa con la Grecia e Cipro” (dichiarazione rilasciata il 31 agosto 2026, citata dal Jerusalem Post) suona come un ritorno al passato, un tentativo di resuscitare un’alleanza che, in un contesto di declino americano, potrebbe rivelarsi un’illusione.Allo stesso modo, Erdogan, con la sua politica di potenza e il riavvicinamento al mondo arabo, insegue il sogno di una nuova influenza ottomana. Ma anche la Turchia è un paese in crisi economica, con una lira svalutata e una società polarizzata. Il gioco della Mecca e della Siria potrebbe rivelarsi un boomerang, attirando su Ankara le ire di una Russia o di un Iran che, a differenza dell’America, sono ancora attori razionali e presenti sul campo.L’accordo risponde alla necessità congiunta di fronteggiare la Turchia, specie dopo la sua vicinanza con la Siria di Ahmad al-Shaara, che ha spinto le Forze di difesa israeliane – l’esercito di Israele – a condurre il 18 agosto 2026 un raid militare nell’aeroporto militare di Abu al-Duhur, come confermato da un portavoce militare israeliano citato dall’agenzia AFP il 19 agosto. Damasco vive in questo periodo una ripresa, confermata anche dalla decisione del presidente americano Donald Trump di rimuovere la Siria dalla lista nera dei paesi sponsor del terrorismo, annunciata il 20 agosto 2026 tramite un comunicato della Casa Bianca, sebbene tale mossa sia stata criticata da numerosi analisti come un ulteriore segnale di disimpegno statunitense.

6. Conclusione: La Danza degli Scheletri

In conclusione, l’accordo militare tra Israele e Grecia non è una mossa vincente in una partita a scacchi, ma una danza di scheletri in un cimitero imperiale. La vera follia non è la competizione tra Stati, ma la loro incapacità di vedere il quadro generale. Mentre si fronteggiano per il controllo di zolle di terra o di rotte energetiche, l’Occidente intero sta vivendo la sua fase terminale, descritta con cruda precisione da Spengler.Il libro Il Tramonto dell’Occidente può essere letto come una reazione allo spirito dell’Illuminismo – il movimento culturale e filosofico che aveva posto la ragione e il progresso lineare come motori della storia – e all’idea di progresso lineare, mettendo in luce il nichilismo emergente – ossia la perdita di fiducia in valori e significati universali – e la perdita di senso nella cultura occidentale moderna. Nonostante il suo pessimismo, il quadro teorico di Spengler offre strumenti interpretativi per comprendere il presente e le dinamiche della storia, mostrando che il declino di una civiltà è parte di un ciclo naturale, non semplicemente un fallimento morale o politico. Il libro ebbe una ricezione ampia e duratura, influenzando filosofi, storici e pensatori politici per tutto il Novecento; tra questi, Arnold Toynbee e Samuel Huntington ne hanno ripreso in parte le categorie. L’analisi ciclica della storia ha stimolato una riflessione continua sul destino delle civiltà e sulla natura del progresso, rendendo l’opera un riferimento essenziale per gli studiosi di filosofia della storia e di teoria culturale.La risposta alla domanda “confermando la regola della follia?” è, purtroppo, affermativa. La follia sta nel credere che un sistema di difesa aereo possa salvare una civiltà che ha perso la sua anima. Sta nel pensare che si possa arginare la storia con accordi miliardari, mentre il vero nemico – la disgregazione interna, la perdita di valori, l’incapacità di integrare – avanza indisturbato. Spengler ci insegna che il declino è un processo lento, inesorabile, e che le civiltà muoiono quando diventano troppo intelligenti per capire cosa stanno perdendo. L’accordo tra Israele e Grecia, nella sua efficienza tecnica e nella sua miopia politica, è la prova che quella profezia si sta avverando sotto i nostri occhi, nel mare che fu culla della nostra civiltà. 

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I tre treni causali che stanno riscrivendo la geografia del potere italiano_di Antonio Rossello

I tre treni causali che stanno riscrivendo la geografia del potere italiano

Dalla cannibalizzazione della Lega per mano di Vannacci alla guerra preventiva Conte-Schlein, fino all’effetto-specchio che blocca l’intero sistema: ecco come ogni scossone genera una scia di detriti che si abbatte sull’alleato successivo, in una sequenza logica inarrestabile

La destra si decompone perché il suo leader ombra gli ruba il consenso; la sinistra si spacca perché il suo leader populista spiazza la segretaria; e il centrosinistra, pur vedendo il centrodestra sotto il 42%, non riesce a capitalizzare perché Avs, per reazione, candida l’ennesimo nome mediatico. Un effetto domino dove ogni anello è la conseguenza necessaria del precedente.

**Analisi politica**

L’attualità politica italiana non è un mosaico di episodi casuali, ma una sequenza rigorosa di reazioni a catena. Per comprenderla, dobbiamo abbandonare la cronaca frammentata e salire a bordo dei tre grandi **treni causali** che stanno attraversando il Paese. Il primo viaggia sul binario del centrodestra e parte dal fenomeno Vannacci per investire in pieno Salvini, indebolire Meloni e precipitare nei fischi di Taranto. Il secondo corre sul binario del Campo largo e parte dalla strategia editoriale di Conte per mettere in crisi Schlein, innescando la controffensiva di Avs su Ranucci. Il terzo, trasversale, è il treno dell’interdipendenza: spiega perché la debolezza della destra non si traduce in forza per la sinistra, generando invece una paralisi simmetrica. Analizziamoli, vagone dopo vagone.

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**PRIMO TRENO CAUSALE – Il cortocircuito della destra: da Vannacci ai fischi a Meloni, passando per il tracollo di Salvini**

**Binario 1 (innesco):** Tutto parte da Roberto Vannacci. Il suo exploit elettorale non è un accidente: i sondaggi Swg lo danno stabilmente al 7,2%, in crescita costante, a un passo dal superare Forza Italia (7,4%). Il suo bacino non è generico: è sovrapponibile per oltre il 60% a quello storico della Lega. Vannacci parla ai militari, ai delusi dal sovranismo moderato e a quella destra radicale che Salvini ha cavalcato nel 2019 ma che oggi, inchiodato al governo, non può più rappresentare.

**Binario 2 (conseguenza diretta):** Questa sovrapposizione genera il primo effetto a cascata. La Lega crolla al 5,5%, dimezzata rispetto ai picchi passati. Salvini non perde voti per colpa di Meloni, li perde *perché Vannacci li prende a lui*. È una relazione di causa-effetto quasi matematica. Di fronte a questo salasso, la tenuta interna del Carroccio salta. Il 20 agosto 2026, il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo (segretario della Lega Lombarda) lanciano attacchi frontali al segretario. Fontana parla di un partito che “così come è non va” e ipotizza un cambio ai vertici. Il 22 agosto, alla tradizionale festa di Pinzolo – che per Salvini è un appuntamento amaro, che riecheggia la crisi del Papeete dell’agosto 2019 – il leader del Carroccio tenta di spegnere i malumori aprendo alla “condivisione di responsabilità”, ma il fronte dei governatori del Nord, con il trentino Fugatti che diserta la festa, è tutt’altro che ricomposto. La resa dei conti è rinviata a Pontida, il 19 e 20 settembre.

**Binario 3 (effetto sulla coalizione):** La fragilità di Salvini si riverbera immediatamente su Giorgia Meloni. La premier, per governare, ha bisogno di una coalizione coesa e di un alleato leale. Ma Vannacci, che formalmente siede nel suo gruppo europeo, nella pratica si comporta come un oppositore interno. Meloni si trova così stretto in una morsa: se attacca Vannacci, perde il 7,2% dei suoi elettori più radicali; se lo blandisce, perde Salvini e la Lega, che minacciano di uscire dalla maggioranza. Questa paralisi decisionale è il vero motore che porta al quarto vagone.

**Binario 4 (la querelle Vannacci-Paglia):** È qui che si innesta la vicenda che ha scosso il mondo della Difesa e della politica. Gianfranco Paglia è un tenente colonnello, Medaglia d’Oro al Valor Militare, ferito gravemente e costretto sulla sedia a rotelle il 2 luglio 1993, durante la battaglia del “check point Pasta” (o “Pastificio”) a Mogadiscio, in Somalia. Oggi è consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto. Paglia, in alcune recenti interviste pubbliche e televisive, aveva espresso critiche ferme sulla sovrapposizione tra immagine militare e attività politica, sostenendo che chi sceglie la politica “sveste la divisa” e che continuare a definire Vannacci “generale” anziché “onorevole” genera confusione.

Le sue parole hanno scatenato una valanga di odio social. Il 22 agosto 2026, la notizia viene resa pubblica: Paglia presenta denuncia per gravi minacce di morte ricevute via web. Tra i messaggi, uno recita: “Se fosse per me basterebbe un 7,62” – riferimento al calibro di un proiettile – accompagnato da insulti di inaudita volgarità. Non è un caso isolato: lo stesso giorno, un attivista del collettivo DadaBoom di Viareggio, Alessandro Giannetti, si fotografa davanti alla foiba di Basovizza con la didascalia: “A imparare dai partigiani slavi come si dialoga con i Vannacci di turno. C’è ancora posto per i fascisti del terzo millennio”. Due estremismi opposti che si alimentano a vicenda.

La reazione istituzionale arriva prontamente. Il ministro Crosetto esprime “ferma condanna” e piena solidarietà a Paglia. Ma Meloni tace a lungo. Quel silenzio non è prudenza: è l’effetto diretto del Binario 3, la paura di inimicarsi l’elettorato di Vannacci. E proprio questo silenzio, percepito come debolezza, prepara il terreno al quinto e ultimo vagone.

**Binario 5 (sfogo popolare):** Venerdì 21 agosto 2026, allo stadio Iacovone di Taranto, durante la cerimonia di inaugurazione della XX edizione dei Giochi del Mediterraneo, il nome di Giorgia Meloni viene accolto da una raffica di fischi. Per tre volte, ogni volta che il suo nome viene pronunciato o le sue immagini appaiono sui maxischermi, la contestazione esplode. In netto contrasto, il presidente Mattarella riceve una lunga ovazione. La sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, parla di “ingratitudine” e chiede scuse alla premier. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, pur dicendo che “quei fischi li avrei evitati”, non chiede scusa: “chi amministra si prende il peso di scelte impopolari”. E l’associazione Giustizia per Taranto rivendica la protesta, che non riguarda solo l’Ilva ma “il giudizio sull’operato complessivo del Governo, il costo della vita, i carburanti, le promesse elettorali disattese”.

La premier, la sera stessa, cerca di tenere bassi i toni: “Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso”. Ma la ferita è politica. I tarantini non fischierebbero una Meloni trionfante; fischiando lei, fischiano simbolicamente la friabilità di un governo che, a causa della cannibalizzazione interna, non riesce più a garantire risposte concrete. La catena causale è perfetta: Vannacci → tracollo Salvini → debolezza Meloni → silenzio su Paglia → fischi a Taranto.

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**SECONDO TRENO CAUSALE – Il cortocircuito del Campo largo: Conte, Schlein e la reazione a catena fino a Ranucci**

**Binario 1 (innesco):** Sul fronte opposto, il motore è Giuseppe Conte. Il 14 aprile 2026 presenta a Roma il suo libro autobiografico-manifesto “Una nuova primavera”, dove teorizza un movimento anti-establishment, anti-woke, a trazione popolare. Il 22 agosto 2026, Conte rilascia a Repubblica un intervento ragionato contro la cultura woke, che secondo lui non può diventare “l’ossatura ideologica” di una forza progressista. Non è una boutade: è una mossa politica per contendere al Pd il racconto di che cosa debba essere oggi una forza progressista, mentre nel centrosinistra si avvicina la partita più delicata, quella della leadership.

**Binario 2 (conseguenza diretta):** Questa mossa di Conte mette Elly Schlein con le spalle al muro. I sondaggi Piepoli dell’agosto 2026 sono implacabili: Conte è la prima scelta per guidare il Campo largo con il 36% delle preferenze, seguito da Silvia Salis al 30% e da Schlein ferma al 29%. La segretaria dem sa che le primarie del Campo largo, così come proposte da Conte (aperte ai cittadini e non agli apparati), sarebbero un plebiscito per lui, decretando la sua egemonia e riducendo il Pd a comprimario. Ecco perché Schlein frena: il 3 agosto 2026 ribadisce che “prima il programma condiviso, poi le primarie”. Ma la sua opposizione, anziché fermare Conte, innesca il terzo vagone.

**Binario 3 (effetto escalation):** Il veto di Schlein viene letto da Conte come un atto di “conservatorismo elitarista”. L’ex premier alza il tiro, con dichiarazioni sempre più dure contro la cultura “woke”. Il forcing di Conte aggrava la frattura interna al Campo largo: i dem più moderati si sentono traditi, i grillini esultano, e l’elettorato di sinistra radicale, osservando questa rissa, si sente orfano. È qui che scatta l’ultimo vagone.

**Binario 4 (reazione di Avs):** Vedendo il Pd in affanno e il M5S in ascesa, Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) capisce di rischiare l’annichilimento. Per sopravvivere, deve giocare una carta mediatica forte. Da qui l’ipotesi di candidare Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. Non è una scelta ideologica, ma una *conseguenza logica* della guerra Conte-Schlein: se i due grandi litigano e si allontanano dai toni radicali, Avs occupa quello spazio con un “garante” del giornalismo d’inchiesta, percepito come autentico e anti-sistema. Il 9 settembre 2026, Ranucci è atteso come ospite d’onore alla festa nazionale di Avs (“Terra!”) presso la Città dell’Altra Economia a Roma. L’invito suona come una presentazione ufficiale.

**Binario 5 (effetto boomerang sul Pd):** La candidatura di Ranucci (anche solo l’ipotesi) produce l’effetto contrario a quello sperato da Avs: gela il Pd. I democratici sanno che un volto mediatico senza radicamento territoriale, dopo le deludenti esperienze di Aboubakar Soumahoro (eletto nel 2022) e Ilaria Salis (candidata nel 2024), allontanerebbe l’elettorato moderato e di governo, rinsaldando invece l’immagine di una sinistra ingovernabile e teatrale. Questa paura, però, non porta il Pd a riunirsi con Conte, ma a chiudersi a riccio, aumentando le distanze. La catena è evidente: libro di Conte (14 aprile) → minaccia a Schlein → rifiuto delle primarie (3 agosto) → radicalizzazione di Conte (22 agosto) → vuoto a sinistra → Avs candida Ranucci (annuncio per il 9 settembre) → panico nel Pd → paralisi totale del Campo largo.

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**TERZO TRENO CAUSALE (Trasversale) – Il paradosso dell’interdipendenza: perché la destra che perde non fa vincere la sinistra**

Fin qui abbiamo due treni paralleli. Ma il vero cortocircuito sistemico si innesca quando i due binari si incrociano. Il primo treno ci dice che il centrodestra, sommando i voti dei suoi partiti, scende sotto la soglia fatidica del 42% (oggi al 40,9%). Il secondo treno ci dice che il Campo largo, se unito, raggiungerebbe il 43,7%, in vantaggio. E allora perché questo vantaggio non si traduce in una narrazione vincente?

La risposta sta nel **terzo treno causale**, quello dell’interdipendenza negativa. Il tracollo della Lega e i fischi a Meloni offrono a Conte la possibilità di presentarsi come l’alternativa credibile. Ma Conte, anziché tendere la mano a Schlein per capitalizzare il momento, usa quel vantaggio per *aggravare* lo scontro interno. Perché? Perché sa che la debolezza di Meloni è temporanea, mentre la sua egemonia sulla sinistra deve diventare permanente. Così, la debolezza della destra non genera un effetto di trascinamento virtuoso per il centrosinistra, ma innesca un *effetto di distrazione*: i riflettori si spostano dalla debacle di Meloni alla rissa Conte-Schlein.

A sua volta, la rissa Conte-Schlein rende credibile l’operazione Ranucci di Avs, che però spaventa il Pd. Il Pd, spaventato, alza un muro contro Conte. Conte, respinto dal muro del Pd, si radicalizza ulteriormente e rilancia con toni più populisti. E più Conte si radicalizza, più il Pd moderato si allontana, vanificando qualsiasi possibilità di quell’unità che i sondaggi danno per vincente. Ecco la causalità trasversale: **la crisi della destra alimenta le ambizioni di Conte; le ambizioni di Conte alimentano la paura di Schlein; la paura di Schlein alimenta la fuga in avanti di Avs; la fuga di Avs alimenta la chiusura del Pd; la chiusura del Pd restituisce a Meloni un nemico esterno diviso, attenuando la percezione della sua crisi interna**. Un circolo vizioso perfetto, dove ogni tentativo di approfittare della debolezza altrui finisce per rafforzare la debolezza propria.

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**Conclusioni: il deragliamento annunciato**

L’analisi dei tre treni causali rivela una verità scomoda: il sistema politico italiano è entrato in una fase di instabilità guidata, dove le leadership non cadono per colpi esterni, ma si auto-distruggono attraverso reazioni a catena interne. Vannacci non è il nemico di Meloni, ma il prodotto della sua incapacità di gestire il proprio serbatoio. Conte non è il nemico di Schlein, ma il riflesso della sua debolezza identitaria. E Avs, candidando Ranucci, non fa che accelerare un processo di frammentazione che ormai sembra inarrestabile.

Le prossime settimane saranno decisive non per le alleanze, ma per la capacità di questi attori di spezzare volontariamente queste catene causali. Meloni potrebbe sacrificare Vannacci per salvare Salvini; Schlein potrebbe accettare le primarie per salvare l’unità. Ma finché ognuno reagirà meccanicamente allo stimolo del precedente, il treno della politica italiana continuerà a viaggiare verso il baratro, senza conducente e senza freni.