Italia e il mondo

L’ “acquarugiola sul colle”_di WS

L’  “acquarugiola  sul  colle”  fa parte   delle  manovre in corso  in Italia per portarci in guerra;  perché    qualcuno  la guerra  dovrà firmarla   ed in particolare il borbottio  di ieri   sembra  legato  ad  un  possibile “ Mattarella III “ .

Perché  di  sicuro  Mattarella la  sua firma  la metterà.

Sia   chiaro  che  non   è mia intenzione  di accusare  di alcunché  il  “nostro”    Augustissimo  Presidente.  La mia   è attualmente   solo    una ipotesi  (geo)politica   che potrebbe   essere  passata  nella testa  dei suoi meno  augusti   consiglieri , così come è stata denunciata   da un giornale  di destra.

Ma  facciamo prima un breve  ricapitolazione  della  “time  table”   con  cui  ci sta portando in guerra.

1)   La NATO provoca la Russia in Ucraina

2) La    Russia  fa un “prempitive  attack”   ( come previsto nel piano NATO).

3) L’ Ucraina     non  accetta le condizioni  politiche  richieste  dalla Russia   e dichiara la  guerra totale ( come previsto nel piano NATO).

4)  la Russia  non la segue  su  questo piano ,  si mette sulla  difensiva   e  si adatta  al conflitto (cosa non prevista  dal piano NATO).

5)  La NATO   spinge  l’ Ucraina  all’ offensiva,    assistendola in tutti i modi provocatorii possibili  ma mantenendo   una formale   negazione     del proprio  coinvolgimento  nel conflitto.

6) La  Russia    ignora le provocazioni  e   si limita  a difendersi     distruggendo  l’esercito Ucraino.

7) la NATO propone un cessate il fuoco   che  comunque lasci  l’ Ucraina   nelle  sue mani e politicamente scornata la Russia.

8) la Russia  rifiuta   questa “pace”   ribadendo le sue precondizioni  politiche  che però  l’ Ucraina  rifiuta. La Russia passa  all’offensiva.

 La NATO  però  non    può e non vuole     mollare l’ Ucraina; deve quindi intervenire DIRETTAMENTE   per salvare il  suo  regime  a Kiev.

Ma  così la posta  diventa troppo  grossa  per  il master  della NATO  (  gli U$A);  le potenze nucleari non possono  farsi      guerra  DIRETTAMENTE .  E così  gli U$A hanno deciso  di lasciare  l’ onere della guerra  ai suoi ascari  €uropei .

Il motivo per il quale    dovrà  essere    l’ €uropa  a   dover  correre il rischio  e prendersi il danno  facendo  guerra  alla  Russia in un modo  o nell’ altro.

E  qui  veniamo     al cumquibus. A nessun  ascaro   sarà permesso  di sottrarsi  a  questa  guerra.   Riguardo a  ciò il  problema non è politico,  nel senso  che  in €uropa  i padroni  della NATO   detengono  il controllo non solo dei governi ma anche delle opposizioni.   Si  tratta  solo  di definire    l’ opportuna  “ narrazione”  per portare  avanti le decisioni prese.

E  qui  veniamo all’ Italia .

 L’ attuale    governo   non ha la  maggioranza   bellicista necessaria. Il partito  contrario, la Lega,   ( per ora ) non  sembra  disponibile a   “cambiare idea”.   Nel caso si tratterebbe  quindi    di costruire  una  maggioranza     ”ad hoc”    con pezzi  di opposizione   atti  a sostituire  i  renitenti  alla guerra  della attuale maggioranza.  Una  dinamica che  “  a parti invertite”   abbiamo  già visto con il governo Prodi1

Quindi :

Ipotesi  uno  : Giorgia   sbatte  fuori  la Lega .

E’ un cosa  abbastanza  semplice   fare un Giorgia 2  “  deguera” .  Basterebbe  mettere insieme  TUTTO  FdI,   TUTTA FI,        i “calendiani ”  e un pugno  di leghisti    sedicenti  “padanisti”; con   un   sapiente    contributo  della opposizione   sarebbe  fatta.

 Ma Giorgia nicchia.  Lei ha costruito   tutto il suo  successo politico  succhiando le ruote leghiste; non è disposta   a ridare  alla Lega   la sua libertà d’ azione elettorale . Quindi non se parla

Ipotesi  due :   Giorgia   cade   come Prodi e  arriva  un  ammucchione   di “guerrafondai”  come  ai tempi  del governo  D’Alema.  

C’ è anche   l’uomo giusto  : Crosetto. Ma   Crosetto , al contrario  di D’Alema nel 1998,  non ha il controllo del suo partito;  se Giorgia non vuole  non se ne fa nulla. 

 Giorgia probabilmente  è tentata   di lasciare  ad altri   la patata bollente   del   governo  “deguera”  portando    gran parte  del  suo partito all’ opposizione   con Salvini , ma…

Il problema è  in quel “gran parte”;   per  vari motivi   “gran  parte”  di FdI   seguirebbe  comunque  Giorgia   e Crosetto  non potrebbe guidare  un governo   nel quale     la  sua  squadra   sarebbe  quella  di minor peso.

In   questo  caso   entrerebbe  in campo il “noto  garante”,    recuperando   il  noto  “SSalvatore  della patria”  per un “governo  di SSalvezza nazionale”.   Si  andrebbe  in guerra  e buonanotte  ma ad una condizione…

Solo dopo le elezioni del ‘27.   Come ben noto   dalle  fine   de  “l’ altro  SSalvatore  della patria”,  un  ammucchione  che massacra il paese  poi non potrebbe  presentarsi   alle  elezioni    e vincerle.

Quindi abbiamo  l’ ipotesi 3:  L’ ammucchione del “ salvatore”  si  fa  prima  delle elezioni .

 Ovviamente  su l’ onda  di un emergenziale  “fate presto” e in questo  caso  presentandosi   tutti insieme  contro  gioggia&salvini con  “il garante”  che farà  la  sua  ( solita) parte   in  cambio  di un “terzo mandato”   da consegnare poi (forse)  al “Ssalvatore”.

Tanto,   comunque   non si voterà più  perché   “c’è  la guera”…

E’   quindi ovvio  che  qualche  consigliore   del “nostro”  Re  possa  “coltivare”  questa ultima ipotesi   e  che   Giorgia  ci abbia  voluto “ veder  chiaro”.

Che  ci piaccia o meno,  siamo tutti nelle mani  di  Giorgia     la quale evidentemente   non vuol collaborare ( per ora).

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Sorteggio sì, sorteggio no!_di Teodoro Klitsche de la Grange

SORTEGGIO SI, SORTEGGIO NO

Tra gli argomenti addotti per rifiutare la recente riforma della giustizia con separazione delle carriere ce n’è uno particolarmente interessante: che il sistema elettivo del CSM garantiva la selezione dei migliori, mentre sorteggiarli significa affidarsi al caso; non è detto che quelli sorteggiati siano migliori di quelli scelti dal “corpo elettorale” (cioè dai componenti il collegio votanti).

In effetti l’uno e l’altro sistema sono considerati connotati l’uno (l’elezione) del principio aristocratico, l’altro (il sorteggio) da quello democratico.

Nel primo possono essere selezionate le capacità (e il comportamento) del candidato, nel secondo è esaltata l’eguaglianza tra gli elettori-candidabili. Come scrive Schmitt: “l’elezione può davvero creare un’autentica rappresentanza ed è quindi un metodo del principio aristocratico, se ha il senso di determinare la scelta dei migliori, se la direzione va dal basso verso l’alto, ossia gli eletti sono i più eminenti. Ma al contrario l’elezione può anche essere una mera nomina di agenti e rappresentanti di interessi. La tendenza va quindi dall’alto verso il basso, cioè l’eletto è un impiegato degli elettori, dipendente e subordinato… Nella determinazione mediante sorteggio l’eguaglianza è assicurata nel modo migliore, per quanto sia esclusa la possibilità di una distinzione secondo la capacità obiettiva”.

Il fatto che talvolta la nomina di magistrati fosse fatta con il metodo stocastico nelle antiche repubbliche, in particolare ad Atene e millenni dopo, a Venezia è dovuto probabilmente al numero dei componenti il collegio elettorale, di poche migliaia (al massimo decine di migliaia) per quelle antiche mentre è di parecchi milioni (o decine di milioni) per le moderne “democrazie rappresentative”, le quali sono un compromesso (status mixtus), coniugando elementi monarchici, aristocratici e democratici nell’ordinamento costituzionale.

D’altro canto il sorteggio, ancor più se accoppiato, come soprattutto a Venezia, dalla temporaneità delle cariche (spesso per pochi mesi) da incompatibilità, da divieti di nomine successive, oltre che derivare dal principio di uguaglianza, difende sia dal professionismo politico sia dalla bulimia del potere. Altro è il potere esercitato, come sta capitando in Italia per gli ultimi Presidenti della Repubblica, cioè per più di sette anni, altro quello dei componenti il Consiglio dei dieci di Venezia, sia per la brevità della carica, che per la rotazione dei capi, l’incompatibilità tra membri della stessa famiglia (e altro).

Nell’ordinamento pubblico italiano il sorteggio trova applicazione, anche se non diffusa, specie in uffici (e incarichi) amministrativi a carattere tecnico o con funzione di controllo quasi a sottolinearne l’aspetto tecnico o di verifica di conformità alla normativa.

Fa eccezione proprio l’amministrazione ella giustizia (anche se non è un’eccezione ampia).

Infatti il sorteggio è impiegato per la formazione delle Corti d’Assise e delle Corti d’Assise d’Appello, competenti a giudicare per le fattispecie delittuose più gravi, relativamente alla quota dei giudici popolari; il tutto avviene tra gli iscritti ad un albo che abbiano un certo grado d’istruzione. Ciò è un’attuazione dell’art. 102 della Costituzione sulla partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia.

Al vertice, e in tema di giustizia politica, è prevista l’integrazione della Corte costituzionale (ove debba giudicare  nei giudizi di alto tradimento e attentato alla Costituzione del Presidente della Repubblica) con sedici giudici sorteggiati da un elenco di 45 eletti, ogni nove anni, dalle Camere riunite. Giustificato dalla necessità di evitare un controllo preventivo e stretto sulla composizione del collegio giudicante.

Indubbiamente, più ancora nel caso delle Corti d’Assise la non professionalità del giudice popolare e sorteggiato non è stata ritenuta argomento sufficiente a contrastare le opposte considerazioni; anche se a sottoporsi al giudizio di giudici dalla ridotta perizia giuridica non è una prospettiva confortante per le parti del processo.

Nel caso del CSM tuttavia, essendo il Collegio da cui sorteggiare i candidati, composto  da funzionari dello Stato di elevata professionalità e selezionati per concorso, gli inconvenienti addotti sono meno rilevanti.
Va da se che comunque qualcuno rimane. Specie se come riteneva Schmitt il corpo elettorale seleziona i migliori non perché i più eminenti e preparati, ma perché i più adatti a rappresentare gli interessi della categoria; deviazione ricorrente nell’esercizio di ogni funzione pubblica.

Concludendo (ma l’analisi va rinviata ad un contributo più diffuso) occorre trovare (in parte già cennato nella legge de qua) le garanzie istituzionali della magistratura (e i diritti del singolo giudice conseguenti) non tanto nell’esterno – come per lo più nello Stato borghese – cioè tra poteri (come scriveva Montesquieu occorre che il potere arresti il potere), ma all’interno del potere stesso, come per l’appunto praticato nella Serenissima.

Teodoro Klitsche de la Grange

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La capra espiatoria_di Teodoro Klitsche del la Grange

LA CAPRA ESPIATORIA

Capita spesso di leggere sulla stampa e ascoltare in televisione che i risultati delle elezioni regionali stiano indebolendo la segreteria del PD. Questo perché la ormai (quasi) triennale  permanenza della Schlein non ha portato alcun significativo cambiamento nel consenso dei governati: il PD mantiene le posizioni, e la coalizione di governo anche: continuando, con tale andazzo, alle elezioni politiche prossime (salvo lo scioglimento del Parlamento)  nel 2027 il risultato sarà lo stesso delle ultime: maggioranza (confermata) al centrodestra. Secondo molti commentatori la prospettiva induce molti maggiorenti del PD a sostituire la (deludente) segretaria.

Non sono convinto che tale ragionamento sia corretto, e per due ragioni. La prima è che la difficoltà principale della Schlein e del PD non sono quelle che la stessa sbandiera a ogni piè sospinto, spesso smentite poco tempo dopo averle esternate.

In primis l’inadeguatezza del governo Meloni a gestire la situazione economica, l’imminente default (o simili) lo spread in agguato, ecc. ecc. Il fatto che da tre anni non sia successo nulla del profetizzato, anzi qualche giorno fa, si legge, l’Italia è tornata ad affacciarsi nella categoria “A” dei paesi debitori, per un governo dipinto come votato alla bancarotta, un risultato sorprendente. E assai migliore di quelli appoggiati dal PD, tanto osannati. E così per il resto: dalla tregua per Gaza dovuta all’amico Trump, della cui corte la Meloni farebbe parte (meglio, anche qua, un armistizio che un massacro ormai biennale); all’andamento dei flussi migratori (calati con i relativi naufragi e spese). Quasi in ogni campo risultati superiori a quanto realizzato dai precedenti governi appoggiati dal PD. Il fatto che il governo Meloni non sia come sostiene il PD, animato da buone intenzioni, non fa che confermare il vecchio detto che le vie dell’inferno (dei governati) è lastricata dalle buone intenzioni (dei governanti). Per cui a scegliere i malintenzionati spesso ci si indovina.

Ma non è questa la sola ragione delle difficoltà del P.D, e dei suoi segretari, così come dei loro omologhi di sinistra (???) negli altri Stati europei. I sistemi politici-partitici europei erano ordinati lungo l’asse destra/sinistra, a sua volta fondato sull’opposizione borghesia/proletariato. Ora largamente soppiantata da quella globalizzazione/sovranismo. Partiti come il PD, fondati sull’inimicizia calante, si trovano in crescenti difficoltà, dovendo nuotare contro corrente (della storia).

Pretendere che ne invertano il corso è chiedere il (quasi) impossibile. Tant’è che non c’è riuscito nessuno dei segretari frequentemente sostituiti negli ultimi (quasi) venti anni. Compresi i reggenti, siamo a 9, mentre il partito comunista dal 1943 al 1991 ne aveva cambiati 6 (durata media 8 anni). Si vede che il contesto era tutt’altro, a beneficio della durata delle leadership.

E di tutto ciò si pensa siano consapevoli i dirigenti del P.D. Onde far carico alla Schlein di non essere riuscita a fare quel che nessuno dei suoi predecessori aveva conseguito è profondamente errato. Nessuno di questi – a parte Renzi – in un’occasione aveva tirato il PD al di sopra del limite (superiore) del 30% dei votanti. Anche se nel 2008 la coalizione di centrosinistra riporti il 37,5% dei voti era per l’appunto una coalizione di più partiti di cui il PD era magna pars, ma non tutto. Nelle elezioni politiche del 2019 il PD conseguiva il 22,8% dei suffragi; nel 2022 il 19,07%.

I predecessori della Schlein non facevano quindi di meglio; anzi a sostegno della stessa, si può dire che i modesti risultati del PD governante non le sono ascrivibili, perché nei governi amici del PD non c’era lei, ma altri, compresi quelli pronti a silurarla.

Perciò se di sicuro la giovane segretaria non è un Bismarck o un Cavour, ma anche se ne avesse le capacità, non  ha la fortuna di tali grandi statisti: di essere spinti dall’onda lunga della storia. Con cui sarebbe più produttivo fare i conti.

Teodoro Klitsche de la Grange

L’Italia e i Rapporti con le Due Libie e Mezzo_di Cesare Semovigo

L’Italia e i Rapporti con le Due Libie e Mezzo

L’Opposto al Sole

La recente luna di miele in Libia tra il comparto del golden power turco e italiano mi ha colpito, e molto. Parliamo di un’inversione storica clamorosa: eravamo quelli che bastava portare il nome e ci facevano accomodare in prima fila; ora ci tocca aspettare il nostro turno dietro la porta e, soprattutto, farci garantire il passaggio proprio dagli ex sfidanti ottomani. Sembra quasi di casa: quando ti si rompe la chiave nella serratura puoi metterti a sbracciarti o forzare, ma spesso tocca arrendersi e chiedere al vicino turco di tirarti fuori con il grimaldello giusto. Questa, più o meno, è diventata la condizione italiana in Libia: per entrare nella grande operazione ricostruzione – l’affare dove si decide chi vivrà e chi marcirà per i prossimi vent’anni – ci siamo dovuti piegare. Senza la “chiave” di Ankara, niente slot, niente commesse grosse, niente partita vera: in Libia oggi, se vuoi il biglietto, te lo timbrano i turchi alla frontiera degli affari. Ma cosa ha cambiato davvero le carte? Qui il prequel è spudoratamente monetario. Undici miliardi di dollari che si materializzano, come nei migliori colpi da Far West, direttamente nella disponibilità di Saddam Haftar, il figlio prediletto del generale. Soldi formalmente destinati alle grandi opere pubbliche e alla stabilizzazione, ma che nel contesto locale – dove governance significa in realtà controllo personale e delle risorse – diventano il carburante per alimentare clientelismi, pagare le milizie e comprare fedeltà. Chi detiene la banca e il porto, a Bengasi, non solo tiene in vita il potere, ma letteralmente compra la pace sociale. Ecco perché i fondi finiscono lì: in Libia non conta lo Stato, conta chi sta fisicamente seduto sulla cassaforte. Saddam Haftar questo ruolo non lo ha per caso, ma perché sa tessere la tela fra famiglia, esercito e tribù; il grosso dei flussi internazionali passa su quello snodo, garantendo solo a lui la possibilità di “offrire il banchetto”. Ma la festa, per Bengasi, rischia di essere l’ultima. Sotto l’urto delle azioni militari rivali, delle pressioni ONU e dei giochi sempre più aggressivi di Tripoli, il sistema di Haftar traballa ogni giorno di più. Se la Cirenaica perde la banca centrale e il controllo del porto – fonte di approvvigionamento e pagamento sia per le armi che per la fedeltà di centinaia di migliaia di stipendiati – finisce la magia. Si secca la linfa, le milizie cambiano bandiera, e il potere in Cirenaica si sgretola all’istante: senza cassa e senza traffico navale, Haftar rischia di non riuscire a comprarsi più nemmeno la fedeltà del parcheggiatore, figuriamoci quella dei comandanti. E, mentre la sabbia si sposta sotto i piedi dei potentati libici, l’Italia si è presentata con i soliti dossier polverosi e infinite cene tra funzionari, assumendo che per diritto naturale il tavolo spettasse a noi. Inoltre, non va sottovalutato come per Riyadh (e alleati) il controllo delle rotte commerciali e di traffico nel triangolo meridionale della Libia rappresenti un obiettivo parallelo a porto e finanza: una piattaforma fondamentale per influenzare i flussi dal Sahel verso il Mediterraneo, con tutto ciò che ne deriva in termini di sicurezza e proiezione regionale. L’equilibrio geopolitico che l’Arabia Saudita ricerca per il secondo piano politico di lettura con il nucleo dei “Fratelli Mussulmani “ si riconosce anche nelle influenze in quest’area , esattamente come facilmente riscontrabile nel ben controllato sostegno all’Egitto di Al Sissi . Il conto però stavolta ce lo hanno portato Turchia, Baykar : se vuoi giocare sei il benvenuto, dicono, ma toccherà passare dalla loro porta d’ingresso. Siamo scesi dal palco principale e ora impersoniamo , non per copione ,il ragazzo del latte che porta il cappuccino nei camerini, come comparse, pur di strappare ancora un giro di pista al grande banchetto della ricostruzione. Un discorso a parte lo merita il rapporto di Roma con il governo di Tripoli, la cui profondità strategica ormai rivaleggia esclusivamente con l’adulatoria cordialità tra i portieri di condominio e la signora dell’attico . Anche qui logorati dalla consuetudine post 92 di equiparare l’infrastrutturale delle ex Controllate Statali della golden era con il Mil-Diplomatico , stimo come era prevedibile raccogliendo i frutti , quelli buoni per il macero . E come sopra siamo passati al ricevere inviti che somigliano sempre più a quei biglietti da visita cinesi: dorati fuori, ma nel retro solo la scritta “vedremo” e ancora più in piccolo : se conosce qualcuno che vende un locale , paghiamo in contanti . Il protocollo “ Smile “ resiste per le agenzie stampa dove qualche sorriso si trova sempre; Il fatto deludente è che rispetto alla sue entità politiche e mezzo della Libia , l’Italia sia riuscita per l’ennesima volta di non conservare nemmeno il mezzo . A Tripoli infatti , ci fanno partecipare al valzer dei negoziati solo perché ogni tanto , per mezzo di qualche ricatto sul quale non mi dilungo , ma che potete facilmente immaginare , conviene chiamarci ancora . Onestamente , nel paese dove la linea tra il cerimoniale e l’umiliazione è sempre più sottile, questo tipo di trattamento per innegabili meriti storici ( esclusa la gestione Mattei) ce lo meritiamo pure , ed essere inseriti nella categoria “amici e parenti del sindaco”, non risulta nemmeno eccessivamente severa . Eccoci quindi alla somma delle conseguenze e alle valutazioni . Possiamo condensarle in questi termini : Il Paese che insegnava la diplomazia agli altri, oggi costretto a chiedere il permesso perfino per piantare una tenda nella casa che un tempo ci apparteneva per diritto di storia e influenza. Piccola considerazione finale detestando l’ipocrisia . L’Italia ha condotto una politica tra il tragico e il grottesco negli ultimi quindici anni in Libia e oltre a non avere fatto ammenda dopo l’intervento autolesionista nella guerra di Libia , assecondando Francesi e Anglosassoni e bombardando nei fatti i propri asset quasi secolari , si è giocata ancora peggio il dopo e nell’ultimo periodo nel tipico stile del nuovo mondo liberista , sacrificando la politica gli interessi privati in balletto incomprensibile ( dove ha anche il ricatto subito attraverso la leva dei migranti – vedi Al-Masri) tra il Governo sempre più debole di Bengasi e la zona controllata dal Generale Haftar . Cesare Semovigo

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Giù la maschera? Dedicato al Presidente_di Giuseppe Germinario

Giù la maschera?

Le recenti sortite di Sergio Mattarella, nostro Presidente della Repubblica, non mi hanno sconvolto, ma un po’ sorpreso sì.

Ai più avveduti è risaputo che il requisito  determinante  che consente la nomina e/o la riconferma del Presidente della Repubblica italiana non è l’adesione alla narrazione irenica e struggente della Unione Europea e nemmeno quello del generale consenso nazionale alla nomina di una figura emblematica dell’unità del paese, come solitamente si preferisce proferire, piuttosto che della Nazione. È imprescindibile, piuttosto,  il suo gradimento in particolare agli Stati Uniti e alla sua leadership, qualsiasi essa sia, meglio sia stata.

Gli apparenti momenti di discontinuità emersi nel recente passato, in primis la nomina di Giorgio Napolitano, non furono casuali. Il nostro, recentemente defunto, fu il primo e più importante esponente del PCI a cedere negli ormai lontani anni ’70 alle attenzioni, alla ospitalità e alle profferte amorose statunitensi, così come rivelate anni dopo, tra i tanti, dal “grande statista” Henry Kissinger.

Il recente conseguimento della laurea “honoris causa” conferita al nostro Presidente in carica dall’università di Marsiglia potrebbe rappresentare solo  un mero cedimento un po’ superficiale  al narcisismo e alla vanagloria della figura politica più emblematica di una nazione; cedimento  che ha purtroppo colpito già un numero impressionante, nell’ordine delle centinaia, di personaggi in vista e del sottobosco politico italiani adornati di onorificenze, in particolare della Legion d’Onore, del tutto a costo zero da parte di un paese, la Francia, il quale, assieme alla più discreta ma non meno velenosa Germania, nell’ultimo trentennio ha ripetutamente stilettato e pugnalato il proprio “cugino” subalpino, dalla schiena volutamente scoperta.

La guerra contro la Serbia, il massacro indegno di Gheddafi in Libia, la fortunatamente fallita in extremis pretesa territoriale nei mari Ligure e Tirreno, grazie ad un ripensamento dell’ultimo minuto del solo Parlamento Italiano,  sono stati gli episodi più evidenti di un saccheggio perpetrato ai nostri danni sotto la direzione e la mano anglo-statunitense.

Le esternazioni che hanno accompagnato e seguito quel conferimento, per la verità abbastanza in linea con altre precedenti, certamente più animose,  soprattutto inopportune e fuori luogo nel nuovo contesto geopolitico che si va determinando, rappresentano, però, un salto di qualità verso un mondo iperuranico di un personale politico storicamente e stoicamente predisposto a darsi la zappa, se non su organi più sensibili, sui piedi propri, e sin qui si rientrerebbe nelle scelte masochistiche, ma personali, e purtroppo del paese e della nazione che si rappresenta. Per così dire “cornuti e mazziati”.

In cosa potrebbe consistere questo salto? Esattamente nel passaggio surrettizio, probabilmente involontario, sto adottando il principio di precauzione,  della profferta di fedeltà da  uno stato “amico” straniero ad una fazione politica di esso, la peggiore.

Un salto che in verità potrebbe essere un disvelamento di una predisposizione atavica celata dalla coincidenza ed adesione simbiotica, sino al 20 gennaio scorso, tra quella leadership ormai decadente e quello Stato americano, così come svelato dal DOGE del tanto vituperato Elon Musk.

Nella mia modestia, vorrei aiutare il nostro Presidente a riconsiderare le sue perentorie affermazioni per evitare che si possa trasformare irrimediabilmente da capo-nazione a capo-fazione.

Non penso possa arrivare ad assumere il ruolo di capo-bastone; non sembra possederne l’indole e le “phisique du role”, mi si scusi il francesismo.

Vado quindi al punto, anche se non del tutto esaustivo, consapevole di colpire la suscettibilità un po’ permalosa del nostro:

  • Il nostro Signor Presidente è a conoscenza degli impegni sulla garanzia di neutralità dell’Ucraina sancita dagli accordi russo-statunitensi negli anni ’90?
  • Il nostro Signor Presidente è a conoscenza del contenuto degli accordi di Minsk e del ruolo di garanti assunto solennemente ed eluso da Francia e Germania?
  • Il nostro Signor Presidente è a conoscenza del trattato di mutuo sostegno, anche militare, sottoscritto da Ucraina e Stati Uniti e antecedente alle proposte ultimative dei russi nell’ottobre 2021?
  • Il nostro Signor Presidente, così sensibile ai temi dei diritti umani e dell’antinazi-fascismo, è a conoscenza delle reali dinamiche del colpo di stato e di mano a piazza Maidan nel 2013/2014, in Ucraina, delle persecuzioni e degli eccidi delle popolazioni russe e russofone presenti massivamente in Ucraina, come per altro in diversi paesi confinanti, appartenenti alla ex-URSS, della messa fuori legge della maggior parte dei partiti di quel “democratico” disgraziato paese, delle intenzioni dichiaratamente aggressive manifestate verso la Russia?
  • Il nostro signor Presidente è a conoscenza degli antecedenti storici del patto Molotov-Ribbentrop e dell’incongruenza della analogia offerta dal legame adombrato tra la guerra nazifascista e il conflitto ucraino?
  • Il nostro Presidente, da uomo politico, ritengo consumato, è consapevole dell’opportunità delle sue particolari esternazioni e forzature in un contesto e in una prospettiva di ripresa delle relazioni tra Stati Uniti e Russia?

La sua risposta documentata, ragionata ed esauriente a queste domande, pur nella modestia del ruolo dello scrivente, potrebbe offrire la spinta ad assumere il ruolo di mallevadore di una svolta positiva possibile nelle relazioni internazionali, innescato dal nuovo corso inaugurato dall’insediamento della presidenza statunitense. Basterebbe poco per imprimere una svolta decisiva sfruttando almeno per una volta in positivo l’atavica propensione trasformista del nostro ceto politico e della nostra classe dirigente.

La conferma, al contrario, ostinata del vecchio corso lo relegherebbe al ruolo cieco di una mosca cocchiera, fuori tempo massimo, di una causa persa, di una classe dirigente e di un ceto politico in evidente stato di smarrimento e putrefazione.

La scelta è inderogabile; quella di un uomo destinato a conquistarsi un posticino, sia pure di second’ordine, nella storia che conta  oppure in quello tapino e grottesco nei cantucci più reconditi riservati ai paladini tardivi delle cause perse e meno nobili.

Dalla sua, la sfortuna e la commiserazione di risiedere e presiedere in un continente, quello europeo, destinato  ad assumere un ruolo centrale nello scontro politico ferale, tutto interno agli Stati Uniti, rimanendone, per altro, più ostaggio e strumento che protagonista.

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CASO AL-MASRI! MESSAGGIO PER GIORGIA MELONI?AUGUSTO SINAGRA GIUSEPPE GERMINARIO CESARE SEMOVIGO

Giorgia Meloni e il suo governo si trovano in una posizione particolarmente scomoda. Aver messo lo stesso piede in troppe scarpe comporterà il pagamento di un prezzo più pesante in vista di un ipotetico riallineamento ed espone la leader a ritorsioni e condizionamenti contrapposti difficilmente sostenibili. Una condizione che rischia di esporre ulteriormente il paese piuttosto che condurlo ad una posizione e postura più autonoma. Ci sarà sicuramente il tentativo strumentale dell’opposizione demoprogressista di cavalcare il malcontento per una situazione della quale essa stessa è la principale responsabile. Sarà questo il terreno di confronto e di provocazione sul quale misurarsi senza ignorare i problemi sul tappeto e la condizione del paese. Ogni crisi è la condizione ed il pretesto di un profondo riassetto della condizione sociale. L’Italia non ne sarà esente. La pubblicazione avviene, purtroppo, a due settimane dalla registrazione per i problemi ricorrenti di disturbo dell’attività del sito. Mantiene comunque la sua attualità_Giuseppe Germinario

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GOVERNO MELONI AL PALO, di Michele Rallo

Le opinioni eretiche

di Michele Rallo

 

 

GOVERNO MELONI AL PALO

 

 

L’elettorato italiano è ormai abituato a decretare fulminei trionfi e rovinose cadute delle leadership politiche nazionali. Lo sanno bene Renzi, Grillo, Salvini. Folgoranti carriere politiche bruciate nel giro di un paio d’anni, dal 40% all’1% in un battibaleno.

Alla Meloni, fino a questo momento, sembra sia andata meglio: nonostante qualche scricchiolìo qua e là, la sua popolarità è ancòra intatta, il suo governo ha ancòra la fiducia della maggioranza degli italiani, e il sostegno al suo partito – stando ai sondaggi – viaggia ancòra attorno al 30%. Merito indubbiamente del suo carisma e della sua abilità, ma anche demerito dei suoi avversari, della loro mancanza di carisma, della loro scarsissima abilità.

La Schlein è capace soltanto di rimproverare al governo di centro-destra di non aver risolto i problemi che ha ereditato da vent’anni di governi di centro-sinistra; e il pur dignitoso Conte, abbandonato dal popolo del vaffa, non riesce ad andare oltre il ruolo di modesto, modestissimo comprimario dello schieramento che si autoproclama “progressista”.

Nonostante tutto, però, la mia impressione è che la Meloni abbia raggiunto l’apice della parabola, e che – in tempi più o meno prossimi – possa cominciare la fase discendente. Fase lenta, graduale, rallentata dalla mancanza di una alternativa accettabile, ma comunque una fase calante.

Perché il ciclo positivo si è interrotto? Per mancanza di coraggio nel tenere fede alle promesse radicali del passato (una per tutte: il blocco navale per fermare l’invasione migratoria) e per un eccesso di furbizia nel rendersi gradita ai poteri forti della politica planetaria: gli Stati Uniti di Biden e dei clan Obama e Clinton, e l’Unione Europea delle scelte economiche antitaliane (regole finanziarie insostenibili, transizione ecologica, politica punitiva verso la casa, strangolamento dell’industria automobilistica, sanità pubblica ai limiti di sopravvivenza, pensioni da fame, accoglionimento migratorio, eccetera).

Non soltanto per questo, tuttavia. In mancanza di una alternativa, l’elettorato potrebbe anche perdonare; e finora lo ha fatto. Il problema vero è che, accettando le regole e i cosiddetti valori del “politicamente corretto”  (in realtà si tratta di disvalori) nessun governo è in grado di raddrizzare la baracca.  Occorrono soldi, tanti soldi per permettere allo Stato italiano di fare il suo dovere, che è quello di garantire adeguati standard di vita ai cittadini di quella che continua ad essere pur sempre una delle dieci maggiori economie del pianeta. Certo, se per pagare le pensioni o per assicurare decenti livelli di assistenza sanitaria lo Stato deve farsi prestare i soldi dalle banche private, pagando salatissimi interessi e facendo lievitare il debito pubblico, cosa che peraltro ci è inibita dai cerberi di Bruxelles… certo, se ci si deve uniformare a queste regole balzane, né il governo Meloni né nessun altro governo di qualsivoglia colore politico sarà in grado di produrre risultati positivi. Potrà resistere un paio d’anni o poco più, prima di dover alzare bandiera bianca ed ammettere la sua impotenza.

A quel punto il tal governo crollerà nelle urne, e gli elettori si volgeranno verso qualcun altro che sarà per un momento ritenuto capace di fare meglio.

Ripeto: il governo Meloni non è ancòra a questo punto, né all’orizzonte si profila una alternativa credibile.

Epperò il problema resta sempre quello: se lo Stato non si riprende la sua sovranità anche monetaria, se non si riappropria della facoltà di battere moneta, se non la smette di svenarsi per pagare gli interessi – solo gli interessi! – alle banche, se non manda a quel paese l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, le banche “d’affari” e tutta l’onorata consorteria dell’altissima finanza internazionale… se non si trova il coraggio per scelte di questo tipo, allora ci sarà ben poco da fare, se non tirare onestamente la carretta di un qualunque governo di ordinaria amministrazione. Come il governo Meloni, per l’appunto.

 

 

[“Social” n. 568  ~ 29 novembre 2024]

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STRESS TEST, COMPIUTO PECCCATO E EPIFANIA STRATEGICA_di MASSIMO MORIGI

STRESS TEST, COMPIUTO PECCCATO E EPIFANIA STRATEGICA: ELON MUSK, GIUSEPPE MAZZINI, ANTONIO GRAMSCI, PIER PAOLO PASOLINI E WALTER BENJAMIN  – DI MASSIMO MORIGI

 

 

        Se non conoscessimo l’irrimediabile e profonda corruzione (e mettiamo pure la dabbenaggine, via siamo generosi…) del mainstream informativo italiano, ci sarebbe da soprendersi dalle reazioni totalmente fuori fuoco, organi di sinistra o destra sullo stesso piano, riguardo alle dichiarazioni di Elon Musk che ha fatto sapere urbi et orbi che i giudici che hanno rimandato gli immigrati clandestini in Italia dovrebbero essere licenziati.

        In realtà non si tratta, come più o meno tutti costoro l’hanno voluta inquadrare, di una sorta di intemperenza  – accettabile o riprovevole a seconda della maglietta che indossano questi organi informativi – di un ragazzone miliardario nuovo alla politica e voglioso di trovare un suo spazio nella nuova amministrazione Trump ma di un vero stress test in assoluta compatibilità con le linee guida del  neoeletto presidente degli Stati uniti volte a verificare la reattività del sistema politico-informativo della colonia italiana ai  desiderata della nuova amministrazione.

       Tecnicamente nulla di più e nulla di meno e vista la reazione del sistema politico ed informativo italiano preso nel suo complesso si può dire che il risultato dello stress test è pienamente soddisfacente ( il giorno dopo le dichiarazioni, evidentemente necessitando ponderata meditazione sul che fare, energica ed epica  reazione proprio perché meditata e distillata per molte ed insonni ore  del capo dello stato: “L’Italia sa badare a sé stessa”. Mamma mia che impressione!…) sia per l’amministrazione Trump che, mi duole dirlo, anche dal punto di vista della conferma della nostra analisi sull’attuale condizione politica, culturale e sociale dell’Italia, che  non moltissimo tempo fa definii  di “compiuto peccato”, con ciò intendendo l’antitesi di quella  “epifania strategica” che qualora dialetticamente in azione  è il segno di un corpo politico-sociale e di una Res Publica in salute ed in crescita.       

       Ovviamente il “compiuto peccato” italiano è solo una piccola porzione del “compiuto peccato” del c.d. occidente manifestatosi in pieno nell’attuale guerra Nato-Russia ma il “compiuto peccato” italiano ha delle sue peculiarità che risalgono nel Novecento dalla guerra perduta dal fascismo ma andando al secolo precedente è direttamente correlato  a come ha avuto luogo il processo unitario, avente come manovalanza il regno sabaudo e  questo sotto la tutela e regia delle potenze straniere Francia e poi Gran Bretagna, fondamentale quest’ultima per la conquista militare e non rivoluzionaria del sud da parte di Giuseppe Garibaldi, con conseguente ed inevitabile  suo sfruttamento da parte del nuovo stato nazionale regalato dall’Eroe dei due Mondi alla  monarchia sabauda del territorio  e delle popolazioni dell’ex Regno delle due Sicilie alla stregua di una vera e propria colonia interna (a dimostrazione che la feroce avversione di Mazzini per la monarchia sabauda non era dettata da fumisterie ideologiche di un incancrenito repubblicano ma perché il profeta di Genova ben sapeva, come del resto aveva sempre pubblicamente manifestato, che la monarchia in Italia non significava altro che impoverimento ed oppressione per vasti strati della popolazione e, a livello estero, una umiliante dipendenza dalle potenze straniere: il “risorgimento tradito” di Gramsci, perché realizzato solo a favore della borghesia fedele alla nuova monarchia nazionale e accentuando così ulteriormente lo sfruttamento delle masse contadine ed operaie ebbe il suo più illustre precursore teorico nel giudizio che l’apostolo di Genova dava dell’ormai compiuto processo unitario dopo la breccia di porta Pia, unificazione che per Mazzini proprio perché realizzata da una monarchia accentratrice e indifferente dei bisogni spirituali e materiali della comunità nazionale era forse meglio non fosse mai avvenuta. Dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico si può anche parlare di risorgimento fallito e/o fallimento storico dell’Italia sorta dalla vicenda risorgimentale). E questa condizione di  dipendenza dell’Italia dalle più strutturate potenze straniere, sia dal punto di vista della elaborazione di idee politiche originali che dal punto di vista strettamente politico-operativo in politica estera e conseguentemente anche nella politica interna,  è una tara odierna che ha origine da questa genesi, potentemente eterodiretta dall’estero, del  processo unitario e che è proseguita  – pur con tentativi in definitiva sempre falliti di reagire a questo “stato delle cose”  – fino ad oggi, una tara che ha avuto la sua ultima manifestazione, e volutamente non compresa dagli organi informativi mainstream, nelle ridicole e sfocate reazioni alle ultime esternazioni di Elon Musk.

       Questo per quanto riguarda l’analisi dal punto di vista di un dialettico e storico realismo politico della vicenda dichiarazioni sui giudici di Elon Musk e ridicole reazioni al riguardo da parte del sistema poltico-informativo italiano. Per quanto riguarda le possibili contromisure a questo deplorevole “stato delle cose” che ha profonde radici nella nostra storia nazionale, il dibattito, come si dice, è aperto. Per il momento mi sento solo di dire, che dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico, la rianimazione di una “Epifania Strategica” nazionale necessita di proposte molto, molto innovative, le quali  siano però una vera e propria irresistibile e pasoliniamente poetica “forza del passato”,   le quali con il balzo di tigre a ritroso nel tempo  e nella storia evocato da Benjamin recuperino e risuscitino   i  due già nominati più grandi pensatori e rivoluzionari politici italiani.

Massimo Morigi, novembre 2024

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Scontro tra i poteri dello Stato: la confusione genera mostri, del dr Yari Lepre Marrani

 

Scontro tra i poteri dello Stato: la confusione genera mostri.

 

Un (presunto) conflitto tra l’attuale maggioranza di governo e il potere giudiziario non sarebbe altro che un punteruolo finale ad uno scontro tra poteri dello stato iniziato il 17 febbraio 1992 e parallelo ad una decadenza colposa delle istituzioni italiane di fronte ai problemi del paese.  L’immigrazione è uno di questi ma il governo Meloni ha agito proditoriamente sfidando non solo le normative europee cioè il sistema legislativo di quell’Europa che la Meloni ha sempre disprezzato ma da quando è presidente del consiglio mira a trasformare in un ulteriore palcoscenico per la propria carriera. La sua sfida è lanciata soprattutto  a quel buon senso di civiltà di diritto internazionale che un politico lungimirante e intelligente dovrebbe tutelare e considerare come teatro per una risoluzione reale del problema migratorio, non uno strumento per creare confusione umanitaria e politica senza risolvere alcunché. È stato pubblicato il 23 ottobre in Gazzetta Ufficiale e trasmesso alle Camere per la conversione in legge il Decreto-Legge 23 ottobre 2024, n. 158: Disposizioni urgenti in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale. Con questo atto avente forza di legge, il governo si è arbitrariamente illuso di decidere quali sono i paesi sicuri per i migranti dimenticando di comprendere che un problema di così ciclopiche dimensioni come quello dell’immigrazione va risolto ab radicem e non con leggi che aggravano il problema perché generano confusione sociale. Il tema dell’immigrazione non è solo un vasto problema che tocca i diritti fondamentali dei più vulnerabili e il diritto internazionale: è un tema squisitamente sociale prima che politico. Perché migliaia di disperati fuggono dalle proprie terre sperando, lottando e rischiando la propria vita per raggiungere luoghi e paesi di sperata salvezza? Perché i loro paesi d’origine sono un fulcro di guerra, disperazione e desolazione, altrimenti non fuggirebbero in tali condizioni pietose. Già da decenni la politica italiana avrebbe compreso che la soluzione al problema dell’immigrazione – legale o illegale – andrebbe risolto in due modi: intervenendo concretamente sui paesi “a rischio” cioè sulle terre martoriate che generano i flussi migratori e creando sistemi di integrazione tali da rendere i migranti non un peso per il paese accogliente ma una risorsa(legale). Il DL 158 appena varato dimostra ictu oculi che le motivazioni politiche del governo Meloni sono fallaci, figlie di quell’opportunismo del momento che adombra l’incompetenza delle idee e la mancanza di una visione lucida sui sistemi per risolvere problemi di tali portata. Se manca una visione politica d’ampio raggio, lungimirante, che organizzi il presente in nome del futuro, il governo finge di governare. I governi si succedono ad ogni tornata elettorale; in Italia, negli ultimi dieci anni, ci sono state quattro maggioranze non elette dal popolo e quella attuale è stata eletta più per grave demerito delle altre forze politiche che per meriti propri. Togliendo il “forse” a quest’ultima affermazione, non è così indecoroso rilevare che nelle ultime elezioni politiche ha vinto la rassegnazione e non il merito: i cittadini votano per rassegnazione una forza politica – di destra o di sinistra – perché tutte le altre presenti sono impresentabili. La manifesta incapacità delle altre forze politiche già votate, collaudate e bocciate, porta all’elezione di chi, ancora, non è stato “provato” come forza di governo. Quale speranza!

Il Tribunale di Roma ha bocciato il Decreto Legge 158, bocciando la soluzione del “modello Albania”: è scontro tra poteri dello Stato? Forse.

Sicuramente una magistratura di parte è nemica dei cittadini che dovrebbe giurisdizionalmente tutelare. Se fosse così, la magistratura sarebbe potenzialmente corrotta. L’etimologia del termine corrotto è latina: corruptus, part. pass. di corrompere cioè corrompere, guastare, alterare.  L’immagine è quella di una crepa, di un tradimento di chi esercita un potere, di un fosso, nel caso de quo, tra chi esercita la funzione giurisdizionale e il cittadino.

Un governo incapace è un fatto grave; una magistratura di parte svincolata dal patto con i cittadini un fatto gravissimo. Se una parte della magistratura italiana usa politicamente il proprio potere per influire e determinare le scelte politiche di una nazione deve essere riformata ma per farlo occorre un governo che abbia una visione sociale, giuridica e politica di rara onestà, intelligenza e lungimiranza. Un governo che non possiede questi requisiti non può riformare la giustizia, neanche riformando ab origine e per dieci volte il CSM o chiedendo ogni giorno l’intervento del Presidente della Repubblica. Se la magistratura mostra segni di corruzione, il governo non ha la capacità di riformarne le basi: ecco da cosa nasce lo scontro tra i poteri dello Stato. Questo è il vero scontro che va al di là della recente polemica sul Decreto Paesi Sicuri. L’ignoranza genera mostri ma la confusione e l’incapacità serpeggiante tra i poteri dello Stato genera e genererà disastri che sono sempre preludio ai mostri.

dr Yari Lepre Marrani, analista politico

 

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TIM_Lo Stato garante della più grande spoliazione mai avvenuta, di Guido Salerno Aletta

Non sarà forse la più grande, ma certamente la più vergognosa e più disastrosa per l’indipendenza e l’autonomia e sovranità stessa del paese. Un vero e proprio fiore all’occhiello dei “patrioti” attualmente al governo e degli “apatrioti” attualmente all’opposizione. Avviata grazie alla perfidia bonaria di Prodi e alla cialtroneria furbesca di D’Alema con la cessione ad italici cavalieri di sventura impegnati al saccheggio delle rendite da posizione dell’Azienda e alla restituzione del debito bancario contratto con l’acquisto, proseguito dopo alterne vicende con il passaggio della maggioranza ad azionisti francesi impegnati a proseguire l’opera con l’aggiunta di farne terreno di sperimentazione ed apprendimento per successivi esperimenti in Francia, si conclude con la separazione definitiva e la cessione della rete infrastrutturale al gruppo statunitense con clausole particolarmente “interessanti”:
rientro entro dieci anni della spesa americana di investimento con il solo introito dei proventi di servizi acquistati da TIM; ammodernamento dell’infrastruttura a carico dello stato italiano; pagamento della quota di debito contratto dal PNRR utilizzato all’uopo a carico dei cittadini. Il prodromo ad un incremento dei costi di acquisto dei servizi a carico dei consumatori e alla probabile lenta liquidazione fallimentare della stessa TIM, sulla falsa riga di ALITALIA. Dopotutto non è nemmeno il fatto più rilevante. Risalta la assoluta non chalance nell’affidamento a terzi esterni, gli Stati Uniti, di una rete dove passano i dati, i controlli e le disposizioni di un intero paese, dalla sicurezza alle attività produttive, alla comunicazione. Non sarà nemmeno più necessario agire per vie traverse e riservate. Un bell’esempio di spirito patriottico e di amor proprio all’autonomia decisionale sia di chi lo ostenta, che di chi afferma di poterne fare a meno alla stregua di un suppellettile. Con l’ENI si è quantomeno riusciti a salvaguardare buona parte dell’attività produttiva, anche se sempre più inserita nel circuito degli interessi statunitensi, con Leonardo si è garantita questa stessa integrazione con la limitazione dei rami di attività, con la chimica si è arrivati alla frammentazione delle attività, con le Poste si è bloccato inizialmente un processo di privatizzazione disastroso inizialmente avviato sulla falsariga di Telecom e proseguito con una gestione più efficiente, ma sostanzialmente orientata a trasferire la gestione del risparmio privato ai fondi esteri e a contenere la riorganizzazione del potenziale logistico e delle comunicazioni e, fortunatamente, a salvaguardare i livelli occupazionali. La cessione di NEtCo e la riduzione di Tim a semplice società di servizi ha rivelato in un colpo tutti i buchi neri di questo immane processo di privatizzazione e dismissione con nessun beneficio, se non momentaneo, per gli attuali soli azionisti superstiti. Certamente un colpo basso agli avventurieri francesi, ma con la soddisfazione di chi, per affibbiarlo, ha preferito privarsi delle proprie mani e del proprio cervello, ammesso che ne sia rimasto qualche traccia. Non rimane che confidare flebilmente sull’esercizio della Golden power. Servi nemmeno in grado di garantirsi il proprio futuro politico da servi. Giuseppe Germinario
Lo Stato, azionista col 16,1%, fa da garante alla più grande spoliazione mai avvenuta : una rete che si ripaga in dieci anni con i soli proventi della ex TIM, ed investimenti tutti finanziati dal PNRR fino al 2028.
Poi, nei dieci anni successivi, solo un terzo di quanto investito con fondi statali.
Ecco come si fanno i profitti : investimenti zero, riduzione del personale e chiusura della rete in rame dal 2030.
E lo Stato fa da garante a questo scempio
Confermata la riduzione dell’indebitamento finanziario attesa dall’operazione

01/07/2024 – 17:41

Facendo seguito a quanto comunicato in data 24 giugno 2024, TIM annuncia di aver perfezionato la cessione di NetCo a Kohlberg Kravis Roberts & Co. L.P. (“KKR”) mediante il conferimento in FiberCop (società controllata al 58% da TIM) del ramo d’azienda di TIM che comprende l’infrastruttura di rete fissa e le attività wholesale, e la successiva acquisizione dell’intero capitale di FiberCop da parte di Optics BidCo, società controllata da KKR.

L’operazione di cessione di NetCo valorizzata fino a un massimo di 22,0 miliardi di euro comprensivi di earn-out legati al verificarsi di determinate condizioni, permette a TIM una riduzione dell’indebitamento finanziario in linea con quanto già comunicato al mercato (Link, slide 60).

In particolare, il deleverage previsto al closing, al lordo degli aggiustamenti usuali per questa tipologia di operazioni, è confermato in 14,2 miliardi di euro (Link, slide 60).

Sono altresì confermati gli aggiustamenti e i costi di separazione pari a complessivi 0,4 miliardi di euro, in linea con quanto indicato al mercato nell’Addendum al Capital Market Day lo scorso 11 marzo, determinando un netto effettivo pari a 13,8 miliardi di euro. Si segnala inoltre che la componente di cassa corrispondente agli anticipi PNRR relativi a FiberCop, pari a 0,4 miliardi di euro, è stata deconsolidata nel contesto dell’operazione (Link, slide 1).

Si segnala infine, che, a seguito della cessione, i rapporti tra NetCo e TIM sono regolati attraverso un Master Service Agreement (MSA) che ha durata di 15 anni, rinnovabile per ulteriori 15 anni, e i servizi saranno resi a prezzi di mercato e senza impegni minimi di acquisto  (Link, slide 18).

L’operazione consente a TIM di adottare un nuovo modello aziendale che permetterà al Gruppo di competere in maniera più efficace sul mercato Consumer ed Enterprise in Italia, grazie a un maggior focus sulle componenti industriali e commerciali e a una solida struttura finanziaria.

“Il perfezionamento dell’operazione con KKR e MEF è frutto di due anni e mezzo di lavoro, che sono serviti a riallineare la gestione ordinaria di TIM e a individuare quelle soluzioni, industriali e finanziarie, che ci permetteranno di affrontare le prossime sfide che abbiamo davanti”, ha dichiarato Pietro Labriola, Amministratore Delegato di TIM“Raggiungiamo un traguardo che è anche un nuovo punto di partenza: lo abbiamo fatto centrando tutti gli obiettivi che avevamo annunciato e rispettando tutte le tempistiche promesse. Intendiamo continuare su questa strada per far crescere la fiducia dei dipendenti, dei clienti e degli azionisti. Primi in Europa, abbiamo scelto di separare l’infrastruttura dai servizi, per garantire lo sviluppo migliore, sostenibile e più rapido possibile. TIM resterà la Telco di riferimento in Italia, rimanendo l’operatore più infrastrutturato e offrendo servizi innovativi, sia sul fisso che sul mobile, a servizio di famiglie, Pubblica amministrazione e imprese”.

A valle dell’operazione, l’organico totale di TIM scende da 37.065 a 17.281 persone, equivalenti a 16.135 full time equivalent.

Maggiori dettagli sul closing saranno forniti in occasione della conference call di presentazione dei risultati preliminari Q2 2024 che si terrà il prossimo 1 agosto.

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