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I DUE TOTALITARISMI: CENNI DI TEOLOGIA POLITICA_di Teodoro Klitsche de la Grange

I DUE TOTALITARISMI: CENNI DI TEOLOGIA POLITICA*

1. Dato che di guerre, massacri e stermini la storia è piena, occorre, per distinguerli, ricercare quanto tra quelli li accomuna, tanto quel che li distingue. Tra i molti Tamerlano, Gengis Khan (e i di esso successori), ma anche governanti celebrati come Giustiniano (la rivolta di Nika fu repressa – pare – al prezzo di oltre trentamila morti), è necessario isolare somiglianze e differenze tra quelli e le rivoluzioni moderne; nonché all’interno di quest’ultime, le costanti e le variabili.

2. Ciò che le accomuna, in primo luogo, è d’essere moderne. Ma cos’è la modernità? A rispondere a questa domanda non sarebbe sufficiente una biblioteca. Figuriamoci una relazione ad un convegno tra amici. La modernità può essere intesa in tanti modi come secolarizzazione, come estraniamento da Dio e di Dio dal mondo, come disincanto da questo, come percezione meccanicistica della  natura e così via. Ai nostri fini, più limitati, ciò che maggiormente rileva sono da un canto la secolarizzazione, dall’altro l’emergere del concetto di sovranità e così di conseguenza di un assoluto politico-giuridico, peraltro immanente.

3. Nella rivoluzione francese, ciò che prelude il terrore giacobino e ne costituisce (peraltro involontariamente, data la vita del pensatore rivoluzionario) è la concezione della sovranità esposta dall’abate Sieyès, soprattutto in Cos’è il terzo Stato «La nazione – scrive infatti Sieyès – è preesistente a tutto, è l’origine di tutto… Sarebbe ridicolo supporre la nazione vincolata anch’essa dalle modalità e dalla Costituzione cui ha assoggettato i propri mandatari. Se per diventare una nazione le fosse stata necessaria una forma positiva essa non sarebbe mai diventata tale. La nazione si forma soltanto in forza del diritto naturale […] La nazione è tutto ciò che è in grado di essere per il solo fatto di esistere. Non dipende dalla sua volontà attribuirsi più diritti di quanti ne abbia […] . Alla volontà nazionale basta (invece) soltanto la propria realtà, per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità» (i corsivi sono miei). Si può dire che per Sieyès la sovranità nazionale è connotata dalle caratteristiche: di non essere soggetta al diritto positivo , anzi di esserne la fonte; d’essere originaria; di sfuggire ad una forma, in quanto origine delle forme stesse; di non essere vincolabile al rispetto di queste e quindi dei poteri costituiti; il tutto condensato nella pregnante affermazione di essere «tutto ciò che è in grado di essere, per il solo fatto di esistere» (che è quasi una parafrasi della definizione rousseauiana della sovranità).

Secondo una vecchia teoria, talvolta ripetuta, ma non notata in tutta la sua portata, sovrano è chi, in una determinata unità politica, ha tutti i diritti e nessun dovere e l’abate rivoluzionario ne offre una compiuta esposizione, compendiabile nel riconoscimento dell’onnipotenza della nazione e del di esso pouvoir constituant nei confronti di tutti i poteri costituiti, e così nell’istituire forme senza essere in forma.

Come scrive Carl Schmitt a tale proposito “Il rapporto tra pouvoir constituant e pouvoir constitué ha la sua più perfetta analogia sistematica e metodologica nel rapporto tra natura naturans e natura naturata, un’idea che ha trovato posto anche nel sistema razionalistico di Spinoza ma che, appunto per questo, dimostra che quel sistema non è puramente razionalistico… Dall’abisso infinito e insondabile del suo potere sorgono forme sempre nuove, che essa può infrangere quando vuole e nelle quali essa non cristallizza mai definitivamente il proprio potere”[1]. Data l’onnipotenza della sovranità nazionale e dei di esso rappresentanti, la Convenzione nazionale del 1792 quindi esercitò i propri poteri in modo che si distingue nettamente dalla concezione della dittatura romana, come considerata da Machiavelli. Come sostiene Schmitt “Dallo sviluppo storico della disciplina dello stato d’eccezione risulta che esistono essenzialmente due tipi di dittatura, cioè una tale che malgrado tutti i poteri eccezionali si mantiene tuttavia essenzialmente nel quadro dell’ordinamento costituzionale esistente e nel quale il dittatore (dittatura commissaria) è incaricato in modo costituzionale, ed un’altra nella quale è abolito l’intero ordinamento giuridico e la dittatura serve allo scopo di produrre un ordinamento del tutto nuovo (dittatura sovrana)”[2]. Tale dittatura sovrana, scrive Schmitt, può essere esercitata sia da un’assemblea nazionale (come la Convenzione) che da un partito rivoluzionario (nel 1917 in Russia). Quindi ad accomunare le due rivoluzioni è di essere le specie di un unico genere: la dittatura sovrana.

Pertanto aventi nel fine la costruzione di un ordine nuovo. La dittatura sovrana si distingue da quella ordinaria perché ha una funzione innovativa dell’istituzione politica e non conservativa come quella romana (v. Machiavelli, Discorsi I, XXXIV); non serve a “serbare gli ordini” ma a sostituirli.

4. C’è un’altra sostanziale analogia, che al tempo è una differenza, altrettanto sostanziale.

Scriveva il giovane Marx che il socialismo è la soluzione dell’enigma irrisolto della storia.

Nell’antropologia cristiana l’uomo è libero di decidere tra il bene e il male: può peccare (e sempre lo fa). Sia nella concezione più negativa (che è quella di S. Agostino), che in quella meno pessimistica (di S. Tommaso d’Aquino) è il fondo comune che rende necessario che vi sia un’autorità che protegga i buoni e punisca i cattivi; e ogni autorità proviene da Dio (S. Paolo). Non invano quindi esercita la coazione (possiede il gladio, come scrive S. Paolo).

Riprendendo il pensiero di Marx, questa costante della natura umana può cambiare mutando i rapporti di produzione (dal capitalismo alla società comunista). Così l’uomo da zoon politikon diventa zoon apolitikon. Lo Stato si estingue perché non necessario.

In una società dove la comunione e l’abbondanza dei beni abbia eliminato le ragioni di conflitto, ogni apparato repressivo è inutile. E così governanti, giudici, poliziotti e avvocati del tutto superflui. Tuttavia c’è un ma… Per raggiungere tale situazione paradisiaca, un’età dell’oro alla fine della storia (invece che all’inizio), occorre distruggere chi vi si oppone. Qua le due rivoluzioni si riavvicinano: l’oppositore al mondo nuovo è il nemico assoluto da estirpare.. Come i vandeani, i i preti e gli aristocratici nel 1793; i bianchi, i kulaki, i dissenzienti nel XX secolo,

5. C’è al fine comunque un’altra (conseguente) distinzione che rende differenti giacobini e bolscevichi.

Stučka, primo bolscevico commissario del popolo alla giustizia, la esponeva in un opuscolo dallo stesso scritto durante la presa del potere dei bolscevichi, dove criticava radicalmente il costituzionalismo borghese. Scrive Stučka “Non essendo nel regime socialista il popolo suddiviso in classi, lo Stato non deve regolare rapporti fra classi e perciò è superflua qualsiasi legge fondamentale”; basta la dittatura del proletariato. Dopo la quale lo Stato si estingue. Quindi niente “costituzione” (sempre) e al termine niente Stato[3].

Diversamente nel pensiero borghese non c’è in vista alcuna rigenerazione della natura umana. Per quanto riguarda i giacobini, tra i molti esempi adducibili, voglio ricordare quanto è scritto nella Costituzione “giacobina” del 1793 (mai entrata in vigore, per lo stato di guerra prima, successivamente per la di essa sostituzione da parte della Convenzione con la Costituzione dell’anno III). Non solo essa costituisce la repubblica “una e indivisibile” (e si intende non “a termine”) ma all’art. 28 della Dichiarazione dei diritti dichiara “Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle proprie leggi le generazioni future”. Con ciò è chiaro che lo stato politico è naturale e necessario, e non c’è rivoluzione che possa cambiarlo, né in grado dicostruire la società perfetta, quindi immutabile: si può riformare, ma non sopprimere il politico (e i suoi presupposti). L’uomo è zoon politikon, come affermato da Aristotele e S. Tommaso. Non può cambiare la propria natura, come di converso crede il marxismo, convinto di essere “la soluzione dell’enigma della storia”. Benedetto XVI l’ha così insegnato nell’enciclica Spe salvi: “Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli” (i corsivi sono miei).

In sostanza mentre per la natura politica e problematica dell’uomo e per la necessità del politico (e dello Stato), e quindi per l’impossibilità dell’estinzione dello Stato, non c’è sostanziale differenza tra teologia cristiana da un lato e pensiero borghese dall’altro (giacobini compresi) c’è una radicale differenza tra quelli (come, in genere, con altre forme di pensiero politico) e il marxismo, che proprio sulla capacità di costruire l’uomo nuovo e la società perfetta si fonda.

                                                                       Teodoro Klitsche de la Grange


**Relazione svolta all’incontro dell’Associazione “Identità e Confronti” il 22/01/2026 in Roma sulle rivoluzioni giacobina e bolscevica nel pensiero di Furet.

[1] v. Die Diktatur, trad. it. di Antonio Caracciolo, Settimo Sigillo, Roma 2006, p. 179.

[2] Op. cit., p. 307

[3]E’ chiaro che Stučka si riferisce nel testo citato al concetto “ideale” di Costituzione borghese.

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SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0_di Teodoro Klitsche de la Grange

SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0

Tra i tanti argomenti adotti contro la riforma Nordio sull’ordinamento della giustizia (e sul sorteggio dei componenti del CSM), uno è particolarmente interessante, laddove si afferma che i magistrati sorteggiati non avrebbero capacità ed attitudini per contrastare i condizionamenti politici, specie quelli provenienti dai sorteggiati non-togati.

L’argomento ha il difetto da un lato di provare troppo, dall’altro di non considerare uno dei principali caratteri dello Stato moderno.

Quanto al primo aspetto se è vero che l’elezione è (anche) un modo di scegliere i migliori (nel senso dei più adatti) è anche vero che principio fondamentale della democrazia è l’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica. E così anche all’elettorato passivo agli organi costituzionali. Molti hanno ironizzato sulla possibilità che così un ignorante (o un demente, o un inadatto in genere) potrebbe accedere agli organi e uffici politici più importanti della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica): ma è un rischio che una democrazia deve correre, se vuole essere tale. D’altra parte la storia è piena di governanti, scelti con qualsiasi sistema (la nascita, l’adozione, l’elezione, e così via) che avevano i medesimi difetti di coloro (pochi) scelti con il sorteggio. Ad applicare coerentemente l’argomento criticato si dovrebbe pre-selezionare i candidati, magari prevedendo dei requisiti severi limitanti l’accesso e restringere a quelli la lista degli eleggibili. Superando poi il dubbio che, se questi requisiti dovessero essere determinati non da criteri oggettivi (anzianità, reddito, nascita) ma dal giudizio di un ufficio, questo sarebbe stato imparziale e opportuno. Quindi l’inconveniente criticato è a maggior ragione (dato il maggior potere) pertinente anche agli eletti agli organi costituzionali. E la scelta dei “migliori” – sottintesa all’elezione – può ridurre il rischio, ma non eliminarlo.

Sotto un secondo aspetto (non meno importante) l’argomento in esame presta il fianco ad una critica. Scriveva Max Weber che uno dei caratteri peculiari della burocrazia moderna è il possesso del “sapere specializzato”, cioè «acquisito mediante istruzione specifica e cioè “tecnico” nel senso vasto della parola». Nel caso, tutti i componenti del CSM devono essere esperti di diritto quali giudici, avvocati o comunque professori universitari di materie giuridiche. Al contrario degli organi costituzionali “politici” in cui l’accesso è illimitato; questo lo è (anche e soprattutto) per garantire la padronanza della materia e dall’altro per escludere o limitare drasticamente, come è opportuno, il controllo del vertice politico (non specializzato) sull’insieme dei magistrati; al contrario della regola di ogni ente, dai Ministeri ai consigli municipali, dove un vertice politico (non professionale) indirizza e controlla la burocrazia (professionale).

Nella specie la larga maggioranza del CSM è sorteggiato tra i funzionari: quindi il vertice non è politico.

Tuttavia i critici delle riforme sostengono che i sorteggiati tra i funzionarti non garantirebbero di essere in grado di fronteggiare il drappello minoritario dei “laici”. Ma, a parte che non è detto che siano poco capaci, essendo degli specialisti, anzi sembra piuttosto improbabile, la ridotta capacità di gestire il potere attraverso contrapposizioni ed accordi può capitare in ogni organo collegiale, compresi quelli che contemplano la presenza di membri d’estrazione burocratica e non. E’ un rischio cui si può ovviare sopprimendo una delle due categorie. Ma se non lo si fa, si deve correre.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Peter Thiel, Il momento straussiano, recensione a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, Macerata 2025, pp. 65 + XXXIV, € 14,00.

Come scrive Andrea Venanzoni nel saggio introduttivo “Thiel è uno dei più importanti venture capitalist della Silicon Valley, ma non insegue soltanto una linea di profitto: nutre una visione che ha scolpito e cesellato nel corso degli anni, partendo proprio dagli insegnamenti di Girard con cui ha studiato a Stanford”. Il saggio di Thiel, partendo dalle concezioni di Leo Strauss “va oltre; e pur permanendo nell’equilibrio problematico, e oscuro, dettato da Strauss, lo legge e lo trasfigura nel prisma della mimesi di Girard, della teologia politica di Carl Schmitt, del tramonto dell’Occidente spengleriano”.

Com’è noto – e ripetuto nel saggio, la critica di Strauss alla modernità si fondava su due argomenti principali: l’aver contestato/occultato/minimizzato l’antropologia negativa che connotava la filosofia – e ancor più la teologia-politica classica; e che ciò era avvenuto con l’Illuminismo (v. per tutti il “buon selvaggio” di Rousseau). A contrastare tale tesi Thiel ricorda le opere di tre pensatori del XIX secolo: lo stesso Strauss, Carl Schmitt, René Girard. Come esempio di compromesso tra concezione classica e moderna, l’autore indica Locke “La nuova scienza economica e la pratica del capitalismo hanno riempito il vuoto creato dall’abbandono della tradizione più antica. Questa nuova scienza ha trovato il suo più importante sostenitore in John Locke e il suo più grande successo pratico negli Stati Uniti, una nazione la cui concezione deve così tanto a Locke”.

In effetti la privatizzazione della religione toglie ragioni di conflitto. Ma non totalmente, come prova l’11 settembre 2001. Ed anche Locke, nel secondo Trattato sul Governo, indica nell’\“appello al cielo” del popolo, la risoluzione del conflitto politico interno (curioso che Thiel non lo noti): che così è il “caso d’eccezione” visto da una prospettiva democratica. Con l’attentato alle Twin Towersuna guerra di religione è stata portata in una terra che non si preoccupa più delle guerre di religione”.

Da ciò deriva l’insopprimibilità del politico, della regolarità amico-nemico (Schmitt) del conflitto e della crisi mimetica (Girard), anche in una società moderna.

Due considerazioni del recensore su questo interessante saggio. La prima: l’insopprimibilità del politico (e così del nemico, del comando, della lotta per il potere). Questa è oggetto della consapevolezza (nella modernità) di tanti (giuristi, in particolare); da Jhering a Santi Romano, da Maurice Hauriou a Radbruch e a Donoso Cortes, dalla concezione dello Stato liberale quale sintesi tra principi politici e principi dello Stato borghese di Schmitt, tra Machstaat e  Rechtstaat. La seconda è che ogni Stato anche liberaldemocratico, si serve sia della forza che del diritto: pretendere di eliminare la prima comporta distruggere l’edificio, costruito per la pace e la sicurezza, anche attraverso il diritto e il monopolio della violenza legittima. A realizzare le quali è necessario avvalersi anche dei mezzi, come l’innovazione tecnologica, che la Silicon Valley rende disponibili. Sempre ricordando quello che scriveva De Maistre che l’uomo è in bilico tra due abissi: quello del caos e quello della tirannide: il percorso è difficile, ma è l’unico disponibile.

Teodoro Klitsche de la Grange

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TRUMP E IL RATTO D’EUROPA (II)_di Teodoro Klitsche de la Grange

TRUMP E IL RATTO D’EUROPA (II)

Dato che non cessa il dibattito sul National Security Strategy 2025 di Trump, siamo andati a chiedere lumi al sempre cortese Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuto.

A concentrarsi sul nocciolo del NSS 2025 questo qual è? E cosa lo distingue dal pensiero delle élite europee?

Il Trump l’è il migliore dei miei allievi, almeno nella vostra parte del mondo. Ciò che accomuna le sue argomentazioni e la distinzione dal pensiero dei governanti europei è che ha capito assai bene che chi trascura la realtà per andare appresso all’immaginazione è destinato a rovinare se stesso e la propria comunità.

Ma non crede che, in definitiva, le buone intenzioni e le belle prospettive possano costituire un punto di incontro tra le comunità umane?

Certo: a patto che tutti i governanti e i governati del pianeta le condividano. Ma questo non risulta né a me né a nessuno. Neppure a quelli che lo pensano, giacché per primi – e logicamente – indicano il nemico, che è colui che non condivide le loro immaginazioni. Cioè Trump, ma anche tanti altri: Putin, Xi, Modi, gli Aiatollà, ecc. ecc. Cioè la grande maggioranza di governanti e governati del mondo.

Ma non crede che nel futuro possano crearsi dei modelli di cooperazione e coordinamento?

Può darsi nel futuro. Fino a quel momento vale quello che scrissi nel Principe: che si governa (e si combatte) con le leggi e la forza. Ma occorre per farlo che le leggi pretese siano accettate dai governati. Il che, adesso, non risulta anche per parte dell’Europa. Se nel futuro ciò si realizzerà, forse sarà possibile.

In cos’altro differisce  il Trump-pensiero da quello “corrente”?

In primo luogo che si basa su fatti ed esperienza storica (cioè sulla realtà), come da me fatto quando mi vestivo elegante per ragionare sulle vicende passate. Ad esempio nel documento si legge: “Chi un Paese ammette entro i propri confini – in quale numero e da dove – definirà inevitabilmente il futuro di quella nazione. Qualsiasi Paese che si consideri sovrano ha il diritto e il dovere di definire il proprio futuro… Nel corso della storia, le nazioni sovrane hanno proibito la migrazione incontrollata e concesso la cittadinanza solo raramente agli stranieri, che dovevano soddisfare criteri rigorosi. L’esperienza dell’Occidente negli ultimi decenni conferma questa antica saggezza. In molti Paesi del mondo, la migrazione di massa ha messo sotto pressione le risorse interne, aumentato la violenza e altri crimini, indebolito la coesione sociale, distorto i mercati del lavoro e minato la sicurezza nazionale”. Quando i romani, i quali tra l’altro, concedevano la cittadinanza con notevole larghezza, persero il controllo dell’immigrazione, l’Impero d’Occidente collassò in circa un secolo.

Al posto di quello subentrarono i regni romano-barbarici che erano tutt’altro dall’impero distrutto (anche se ne conservavano qualche vestigia).

Accusano Trump di non desiderare alleati, ma solo allineati alla visione americana.

Anche le mosche vogliono guidare i cavalli, perfino in politica. Figurarsi se non lo desidera il capo della prima superpotenza del pianeta. Accusare Trump di ciò è sfondare una porta aperta. Attraverso la quale passano tutti.

Ma Trump ha il senso del limite che diversi suoi predecessori avevano smarrito. Scrive infatti che “L’epoca in cui gli Stati Uniti sorreggono da soli l’intero ordine mondiale come Atlante è finita. Tra i nostri molti alleati e partner contiamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria per le loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva”. Io ho sempre sostenuto che per essere indipendenti occorre disporre di potenza e virtù propria, e non fondarsi su quella di altri. Indicando ciò, Trump indica la via maestra per determinare liberamente il proprio destino.

Ma tanto in Europa non vogliono capirlo.

Col rischio di finire a servizio permanente di altri. Oggi Trump, domani Xi o Modi passando per Putin. Gli è che si immaginano che la lotta per il potere si faccia con le favole.

Come scrissi secoli fa, discorrendo dei profeti disarmati o armati “Nel primo caso, sempre capitano male e non conducono cosa alcuna: ma quando dependono da lloro proprii e possono forzare, allora è che rare volte periclitano: di qui nacque che tutti e profeti armati vinsono e li disarmati ruinorno”. Vale in ogni caso, ma ancor più per coloro che credono – e spesso è così – di portare novità, come sostenevo “se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi, o vero se ha sempre necessità della defensione d’altri. E per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi che possono, o per abbondanzia di uomini o di danari, mettere insieme uno exercito iusto”.

Gli altri è meglio che si organizzino a difesa, la quale necessita in particolare, della fedeltà e convinzione dei sudditi. Che già ridotta,  diminuisce ancora, come si legge nel documento.

Mi pare però che l’abbiano capito anche in Europa, dato che, specie la Germania, si stanno riarmando.

Era ora. Solo che per non perdere la faccia, seguono già il pensiero di Trump, ma lo attaccano per far dimenticare decenni di prediche contrarie, recitate a ogni piè sospinto. Alcuni a quelle prediche sono così affezionati che mostrano di non averlo capito neppure oggi.

Concludendo che cos’altro l’ha colpita?

Il fatto che Trump abbia ricordato a tutti quello che ha sostenuto il mio successore Hobbes: che lo scambio politico è tra protezione ed obbedienza – lo ripete più volte. Non si obbedisce a chi non protegge: ma se protegge ha diritto all’obbedienza.

Le élite europee le quali pretenderebbero la protezione americana, a gratis e con infedeltà (parziale) compresa, non manifestano il coraggio della libertà politica, tanto si sono mummificate nelle loro illusioni.

La ringrazio tanto

L’aspetto, quando vuole.

Todoro Klitsche de la Grange

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Bosco e conformismo_di Teodoro Klitsche de la Grange

BOSCO E CONFORMISMO

La “famiglia nel bosco”, separata per decisione del Giudice, pone (almeno) due problemi che sono alla radice del diritto.

Il primo è che, a quanto pare, a essere sanzionato è lo stile di vita della famigliola; di converso lo stile di vita normale, che è quello della stragrande maggioranza degli italiani, diventa da facoltativo ad obbligatorio e le relative norme (di cortesia, convivenza, bon ton, e così via) trasformate in giuridiche; come tali lo Stato (e la di esso organizzazione) ne  assicura l’osservanza, anche coattiva. Di questo passo a far osservare il corretto uso delle posate a tavola saranno i marescialli dei Carabinieri.

Ciò non solo sposta vistosamente a danno della libertà il confine tra vietato e permesso, sul quale si fonda il principio c.d. di separazione tra Stato e società civile, ma ancor di più quello del conformismo con un modello di vita che diventa non solo di gran lunga maggioritario, ma anche imposto.

Va da se che fino a qualche decennio orsono gli italiani che vivevano all’aria aperta, a contatto con la natura, consumavano prodotti da loro coltivati (km 0) erano tanti; industrializzazione e successiva prevalenza economica dei servizi ha cambiato una società (in larga misura) agricola, onde il “modello” di vita rurale è divenuto marginale, così che al conformista appare non solo stravagante, ma anche sospetto.

La seconda è che la vicenda ripropone il conflitto tra istituzione e famiglia e istituzione/Stato, ripetuto in tante comunità. A cominciare da quelle dell’antica Roma, dati i vasti poteri riconosciuti al pater familias, limitati progressivamente nel diritto “classico” e giustinianeo. Già nella tragedia Antigone nei due personaggi di Antigone e Creonte, sono state viste tante contrapposizioni. Una delle quali era per l’appunto il conflitto tra il diritto generato dall’istituzione-famiglia (Antigone) e quello promulgato dall’istituzione politica (Creonte).

Nel caso in una materia particolarmente sensibile, come l’educazione e il regime di vita dei figli e, in genere dei componenti la famiglia. Il tutto, senza che i genitori avessero violato alcuna norma (almeno pare) né penale né a carattere pubblico. Il che alla libertà concreta non fa certo bene.

Teodoro Klitsche de la Grange

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TRUMP E IL RATTO D’EUROPA_di Teodoro Klitsche de la Grange

TRUMP E IL RATTO D’EUROPA

1.0 Le reazioni indispettite delle èlite europee e della stampa loro allineata alle  pagine che Trump ha dedicato all’Europa nel documento National Security Strategy 2025, non sorprendono: né per la reazione né nei di essa modi ed argomentazioni. D’altra parte anche le considerazioni del documento americano erano state in gran parte anticipate nelle precedenti esternazioni di Trump (e di Vance); peraltro, diversamente da quello che il Presidente USA afferma urbi et orbi, ossia tutto e il contrario di tutto a giorni alterni, il pensiero sull’Europa è stabile e immutato. I punti essenziali del quale sono di seguito riepilogati.

1) “L’Europa continentale sta perdendo quota nell’economia globale: è scesa dal 25% del PIL mondiale nel 1990 al 14% attuale — in parte a causa di regolamentazioni nazionali e sovranazionali che soffocano creatività e spirito d’iniziativa. Ma questo declino economico è superato da una prospettiva ancor più grave: quella della cancellazione civile” e questo perché l’attività dell’U.E. e di altri organismi internazionali…” conculcano la libertà politica e la sovranità; ed adottano “politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti; censura della libertà di espressione e repressione dell’opposizione politica; crollo dei tassi di natalità; perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi.

Se le tendenze attuali proseguiranno, il continente sarà irriconoscibile in 20 anni o meno”.

2) Il Presidente afferma di volere “che l’Europa rimanga europea, che ritrovi fiducia civile e abbandoni il suo fallimentare modello di soffocamento regolatorio”. Poi un’altra considerazione realistica “Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di hard power rispetto alla Russia in quasi tutte le misurazioni, tranne che nelle armi nucleari”, perciò l’Europa gode di un vantaggio che  dovrebbe impedire o almeno ridimensionare le (pretese) velleità egemoniche di Putin, se ne deduce.

3) “L’amministrazione Trump si trova in contrasto con funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche sulla guerra e governano in maggioranze instabili, molte delle quali calpestano principi democratici fondamentali per reprimere l’opposizione. Una larga maggioranza degli europei vuole la pace, ma questo desiderio non si traduce in politiche concrete, in larga parte a causa della sovversione dei processi democratici da parte di questi governi”.

4) Tuttavia “l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti. Il commercio transatlantico resta uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana” pertanto “La diplomazia americana deve continuare a difendere la vera democrazia, la libertà di espressione e la celebrazione senza complessi dei caratteri nazionali europei e della loro storia. L’America incoraggia i propri alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito, e la crescita dell’influenza dei partiti patriottici europei rappresenta effettivamente un motivo di grande ottimismo.

Il nostro obiettivo deve essere aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria attuale… Vogliamo lavorare con paesi affini che desiderano restaurare la propria grandezza.

Sul lungo periodo, è più che plausibile che entro poche decadi almeno alcuni membri della NATO diventeranno a maggioranza non europea”.

5) La migrazione incontrollata può alterare l’anima dell’Europa. Nelle nazioni ove la maggior parte della popolazione divenisse non europea “è una questione aperta se considereranno il proprio ruolo nel mondo — o la propria alleanza con gli Stati Uniti — nella stessa maniera di coloro che firmarono il Trattato NATO”.

6) Segue un elenco di priorità: Ristabilire condizioni di stabilità interna in Europa e stabilità strategica con la Russia; conseguire autonomia militare, invertire la rotta spirituale. Tra queste interessano soprattutto:

“• Rafforzare le nazioni solide dell’Europa centrale, orientale e meridionale tramite legami commerciali, vendite di armi, collaborazione politica e scambi culturali ed educativi;

• Porre fine alla percezione — e prevenire la realtà — di una NATO in espansione perpetua;

• Incoraggiare l’Europa a contrastare sovracapacità mercantiliste, furti tecnologici, cyber-spionaggio e altre pratiche economiche ostili”.

2.0 I capisaldi del discorso di Trump sull’Europa e di tutto il documento, sono il realismo, il pragmatismo, il ridimensionamento (o il rifiuto) di contrapposizioni ideologiche: tipo quella spesso prediletta di democrazie contro autocrazie. Ossia il contrario (spesso) e, in genere, il diverso da quanto praticato dalle élite europee (al tramonto) nell’ultimo trentennio, anche ispirato dalle amministrazioni USA pre-Trump.

D’altra parte che il capitolo sull’Europa s’intitoli “promuovere la grandezza europea” è anch’essa una considerazione realistica, per due motivi. Il primo che in un pluriverso, è essenziale selezionare i nemici e gli amici: se il nemico è un elemento insopprimibile, occorre provvedersi di amici, perché – come insegnato da millenni di storia, non ci si può contrapporre a tutti, pena la sconfitta e, al limite, l’autodistruzione.

E tra i diversi soggetti politici (Russia, Cina, India) l’intesa è più facile con chi, come Europa e USA, appartengono alla medesima Kultur (civiltà): quella del cristianesimo occidentale, con la separazione di Chiesa e Stato, di questo dalla società civile, del popolo e dei suoi rappresentanti, della libertà e delle proprietà garantite (anche nei confronti dei poteri pubblici).

3.0 Dove la critica di Trump coglie nel segno è nel notare come la pratica governativa della maggior parte dei paesi europei abbia contraddetto gran parte dei principi della civiltà euro-occidentale e della capacità di ripresa..

Il primo luogo con la perdita del rapporto tra vertice politico (governanti) e seguito (in senso lato i governati), il cui segno più evidente è il moltiplicarsi di governi populisti o comunque non allineati alle vecchie élite, in particolare nell’Europa “centrale, orientale e meridionale”. Ma risulta anche  laddove i governi “nuovi” non hanno conseguito la maggioranza negli organi governativi, ma l’hanno tra gli elettori, con la conseguenza della difficile governabilità, come in Francia (malgrado la prevalenza nella quinta Repubblica del pouvoir minoritaire presidenziale-governativo). Mentre nel contempo la dirigenza europea esercita pressione sui governi non allineati, malgrado eletti (e confermati) da maggioranze popolari (come l’Ungheria di Orban) o cercando di non condannare, anzi di agevolare la manomissione del procedimento elettorale (come in Romania).

Tutte pratiche aventi in comune la debolezza di élite dal consenso scemante; ovviamente riuscendo sempre meno a raggiungere lo scopo.

In secondo luogo l’irrealismo di certe politiche: dal cominciare col far passare la Russia come nemica principale, quando è evidente che Putin non ha l’intenzione, e a ben vederer neppure la forza di invadere l’Europa centrale ed occidentale in un conflitto convenzionale (l’uso della superiorità nucleare russa appare ancor più irrealistico). O quello di europeizzare masse di migranti, in particolare islamici: poco propensi ad abiurare. O perseguire obiettivi (Green Deal) in modo autolesionistico (per l’economia).

Inoltre Trump nota il tafazzismo europeo quando, invece dell’orgoglio delle proprie civiltà, istituzioni, valori e cioè della propria identità, ne prova quasi vergogna (qua, però, l’esempio è venuto dagli USA e dalla cancel culture).

Le proposte del documento sull’Europa hanno anche un effetto ironico: dopo che le élite europee avevano favorito l’estensione della NATO (e dell’UE) agli Stati dell’Europa orientale, proprio dell’America viene il prudente (ed evidente) consiglio di non espanderla (dato a suo tempo da tanti altri, tra cui Kissinger). Così i tromboni italiani che hanno auspicato la riduzione della sovranità nazionale – cominciando del “vincolo esterno” – e “guerrafondai” europei (italiani compresi) tutti compiaciuti di aiutare gli ucraini a combattere una guerra (persa) a danno dei combattenti e a spese degli europei, che proprio dal referente principale arrivi il consiglio a calmare i bollenti spiriti e a pensare più realisticamete è sintomatico dell’inadeguatezza di élite decadenti.

Alle quali ciò che (più verosimilmente) dispiace del documento è l’incoraggiamento ad alleati politici e partiti patriottici; suona come un preavviso di sfratto alle élite.

Cosa che ovviamente non sopportano e pour cause: avendo collezionato talvolta sconfitte e talaltrA risultati mediocri, non resta loro che consolarsi con l’esercizio del potere.

E’ il potere per il potere, in luogo del potere per uno scopo (l’interesse generale, della comunità.

Ma non vogliono che lo si “racconti in giro” come ha fatto Trump. E per questo fanno passare le critiche del Presidente americano per spirito antieuropeo nel senso delle comunità, quando il bersaglio ne sono le élite europee decadenti.

Teodoro Klitsche de la Grange

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GUERRA IBRIDA, NOVITA’?_di Teodoro Klitsche de la Grange

GUERRA IBRIDA, NOVITA’?

Da qualche anno si è diffuso il termine “guerra ibrida” che vuole significare la compresenza, in un confronto ostile, di condotte di guerra “classica” con altre accomunate dall’assenza di violenza: sanzioni economiche, propaganda, attacchi informatici. Qualcuno vorrebbe identificarla come il modo di guerra del XXI secolo.

Senonché a (parziale) rettifica della “modernità” di tale tipo di guerra, alcuni di tali elementi non violenti sono praticati da secoli.

Le sanzioni economiche soprattutto (che possono essere particolarmente efficaci): è opinione diffusa che se Roosevelt non avesse fatto seriamente rispettare le sanzioni contro il Giappone (come ad un certo momento fece) il Giappone avrebbe dovuto ritirarsi dalla Cina (al più tardi) nel 1943.

Altri che invece sono del tutto nuovi (ad esempio gli attacchi informatici) ma solo perché non c’erano i computer, così come la guerra aerea è nata solo con gli aeroplani (e il loro impiego militare).

Se si rimane fermi al concetto tradizionale di guerra cioè di confronto violento tra sintesi politiche con formazioni organizzate militarmente e provviste di strumenti idonei alla distruzione fisica del nemico, che si fonda sugli aspetti più appariscenti del fenomeno bellico, indubbiamente l’uso del termine guerra, per gli attacchi ibridi, appare una forzatura.

Ma se, come spesso mi capita di scrivere, ci si rifà al concetto che ne avevano pensatori come Clausewitz e Gentile, ossia che la guerra è un mezzo per costringere il nemico a fare la nostra volontà, quella forzatura non è tale o comunque appare secondaria.

Già negli anni 30 del secolo passato Carl Schmitt scriveva che “il concetto di guerra si è nel frattempo molto modificato. Intanto esso non si esaurisce più nella lotta militarmente armata, ma vi è anche una attività extra-militare nelle ostilità, poiché la guerra diventa guerra economica, guerra di propaganda”, e riteneva che aveva ragione Chamberlain a dichiarare, nella primavera del 1939, che non si era né in guerra, né in pace, malgrado la guerra sarebbe stata dichiarata parecchi mesi dopo.

La nota intervista dell’ammiraglio Cavo Dragone ha rinfocolato il dibattito sul tema, e la relativa confusione derivante dal termine “guerra”; corretto per quella ibrida solo se  lo si usa nel senso di Clausewitz e Gentile ma che suscita allarmi se non inteso in tal senso.

Ciò stante a leggere sulla stampa le dichiarazioni dell’Ammiraglio di essere più aggressivi sulla cibersicurezza, siamo ancora nei limiti di una risposta proporzionata: un hacker, un hacker e mezzo avrebbe detto Napoleone se avesse avuto i computer. Quello che invece sarebbe assai imprudente è replicare con bombe e missili ad un attacco informatico.

Le prese di posizione di Tajani e della Kallas, questa che ha parlato di sanzioni “ibride” per “contrastare gli attacchi ibridi” (quindi una difesa omogenea all’attacco) e quello che ha richiamato alla “difesa da una guerra ibrida”, invocando alla prudenza hanno correttamente interpretato il senso dell’intervista dell’ammiraglio.

Resta comunque il fatto che, da secoli la guerra si fa non solo con le azioni e il confronto diretto, ma in varie forme e tipi, compreso quello per procura in cui dietro i belligeranti apparenti c’è una lotta di potenza tra quelli occulti, che sostengono, soprattutto sul piano economico, il proprio alleato. Richelieu finanziò la lotta antiasburgica dei protestanti per i primi diciassette anni della guerra dei trent’anni, prima d’intervenire direttamente, costretto dalla sconfitta disastrosa dei propri alleati a Nordlingen.

C’è da sperare quindi, dato questo (e altri) precedenti, che la Russia non vinca troppo. Soprattutto per non ringalluzzire i nostri guerrafondai.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Carlo Galli, Tecnica_recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Carlo Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 170, € 16,00.

Quali contemporanei ci confrontiamo quotidianamente con la tecnica – e ancor più col progresso tecnico – che ci cambia la vita sotto ogni aspetto. Dalla comunicazione alla salute, dalle abitudini al lavoro e al tempo libero.

Questo saggio ne cura in particolare uno, quello decisivo, il rapporto tra tecnica e potere e come quella condizionasse questo, agevolandone l’opera o sovvertendolo.

Partendo dalla sua ineluttabilità. Scrive l’autore che non vi è cura per la tecnica, perché fa parte del modo di esistenza umano, è un fare produttivo: “la tecnica costituisce l’essere umano e la stessa storia della specie umana, ma è anche capace di minacciare l’umanità”. Ciò perché è “neutra” nel senso che non determina i fini, ma è un mezzo: può servire a fare antibiotici come la bomba atomica: “La tecnica è indispensabile ma non è neutra, non può esserlo – e quindi non è possibile una tecnocrazia: il kratos non è della tecnica ma di chi la produce e la impiega. La tecnica è sempre trascinata all’interno di polarità e conflitti, storici ed intellettuali: fra politica e burocrazia, fra azione e fabbricazione, fra tradizione e progresso”.

Per orientarsi sul tema Galli propone due coordinate essenziali: la prima che la tecnica va pensata come azione orientata all’utilità, cioè al profitto e alla potenza; “La seconda è che il pensiero si forma attraverso il fare, che esige la relazione col pensato, ma al tempo stesso il pensiero trascende il pensato se non altro perché è capace di pensare sé stesso e la propria origine. Il pensiero non è disincarnato ma anzi è «concreto»”.

La connessone con la politica e l’economia fa si che ci sia sempre una politica (e una geopolitica) della tecnica. Perché nella tecnica “non c’è solo l’elemento strumentale: vi sono compresi anche il Saper fare, il Voler fare, il Poter fare. Ovvero, nella tecnica sono presenti fattori epistemologici, economici, politici”. La coessenzialità di tecnica e natura umana è nel costruire ma anche nel criticare, nel co-determinare le azioni umane; implica che la “tecnica è necessaria alla definizione dell’umanità, ma non è sufficiente. La ragione tecnica è un universale parziale, ovvero non è tutta la ragione: c’è un’eccedenza, ed è il pensiero che pensa quella ragione”.

Un pensiero interessato, ma non solo strumentale che ri-orienta l’azione. A questo è dedicato il terzo capitolo in cui Galli mostra “i molti modi con cui la filosofia ha messo in rapporto la tecnica, il sapere e l’agire, la realtà naturale e l’artificio, e con cui ha reagito alla moderna esondazione della tecnica, estesa a ogni ambito della società e delle mentalità”; con soluzioni che vanno “dal massimo di estraneità fra teoria e fabbricazione, quindi, fino al massimo di immanenza”. Il libro conclude con due tesi. La prima è che il dominio che si realizza “non è della sola tecnica come strumentale fabbricazione: è dominio di una forma concreta, storica, di combinazione fra sapere pratico, politica, economia, comunicazione. Quando ci accorgiamo di servire la tecnica e il suo nichilismo, o i suoi simulacri, possiamo quindi capire che stiamo servendo il profitto o la potenza di qualcuno: non è l’impersonale ma persone”.

La seconda, collegata alla prima è che così esiste “lo spazio della critica e la possibilità dell’agire politico, che vada al di là di quel fabbricare che ci sta fabbricando”. E Galli prosegue: “Quelle due tesi, combinate, sono insomma un invito alla «critica della tecnica»… Una critica realistica (un «realismo critico») che esige capacità di vedere le contraddizioni tra universalità e parzialità, fra progresso e dominio… la cui esistenza e consistenza è il vero problema – non tanto dalla tecnica quanto dalle coazioni del sistema sociopolitico di cui questa è l’espressione storica concreta”.

Due notazioni del recensore a margine di un saggio esauriente e attuale.

La prima: a differenza delle concezioni tecnocratiche, non c’è soluzione tecnica valida a prescindere dai fini cui è indirizzata. Cioè buona, auspicabile, voluta (da chi i fini determinava). Il che significa che i presupposti del politico (comando/obbedienza; pubblico/privato; amico/nemico) rimangono immutati e pure se condizionati dalla tecnica, non se sono detronizzati.

La seconda che perciò non c’è una tecnocrazia quale forma politica (come monarchia, aristocrazia, democrazia); c’è una conformazione dell’organizzazione pubblica alla novità delle situazioni, tra cui – numerosissime – quelle risultanti dallo sviluppo tecnico. La contraria convinzione già criticata da Croce con ironia è costantemente smentita dal fatto – peraltro energicamente sostenuto da Galli – che è sempre un “modello”, a servizio di un potere (a cui risponde). E che sotto una apparente oggettività finisce per conculcare la soggettività degli individui e delle loro formazioni sociali, con il tramonto di ogni libera prospettiva di piena comprensione di un mondo di cui questi abbiano “piena comprensione e responsabilità”.

Teodoro Klitsche de la Grange

Sempre i soliti, di Teodoro Klitsche de la Grange

SEMPRE I SOLITI

Le ultime occasioni di dibattito pubblico interno e cioè quella sulla patrimoniale e l’altra sulle esternazioni a tavola dall’on. Garofani hanno un carattere comune: di manifestare le costanti di comportamento del centrosinistra italiano. Di guisa da renderle verosimili, anche se non fosse stata (quella sulla necessità d’impedire la vittoria della Meloni alle prossime elezioni politiche) confermata dall’esternatore.

Cos’ha detto l’on. Garofani? A quanto si legge sui giornali che, a distanza di meno di due anni dalle elezioni non c’è tempo per trovare un candidato-premier idoneo, onde per battere la Meloni servirebbe “un provvidenziale scossone”.

Prospettiva preoccupante perché negli ultimi anni gli scossoni sono stati non dipendenti dalla volontà degli italiani e delle forze politiche nazionali, ma ricordano i quattro cavalieri dell’Apocalisse: la peste (il Covid); le guerre (Ucraina e Gaza), e queste due guerre ci hanno riportato la morte. Manca la fame, ma non è escluso che, con gli auspici dell’on. Garofani, non si rifaccia viva, per propiziare la fuoriuscita della Meloni. In fondo cos’è una piccola carestia, a fronte di un risultato così provvidenziale (per il centrosinistra)?

Che buona parte dei dirigenti pubblici nominati dai governi precedenti cerchino di sdebitarsi, remando contro il governo, e diventando così dei partisan (senza la bi) è evidente, ma conoscendo il dettato dell’art. 97 della Costituzione, cercano di farlo sotto traccia, senza chiacchiere da bar o da salotto.

Ai tempo della Riforma, si chiamava nicodemismo. Invece Garofani ha contraddetto questa prassi e il consiglio di Machiavelli di parere (e non di essere) buono, devoto, legale, legittimo, ma soprattutto imparziale come prescrive l’art. 97 della Costituzione.

Una delle conferme che può quindi trarsi da questa vicenda, del tutto in linea con i precedenti (i ribaltoni anti-Berlusconi del 1994 e del 2011) è che, come scriveva Pareto, le classi dirigenti in decadenza si servono più dell’astuzia che della forza: manovre di corridoio, inciuci, finti scandali e vere calunnie sono gli espedienti preferiti per mantenersi al potere. Ciò per compensare la riduzione del potere (e dell’esercizio della forza) conseguente allo scemante consenso dei governati.

In questo Garofani ha perfettamente ragione: una legge elettorale, abilmente sfruttata, può capovolgere i risultati di una votazione persa o dubbia. Come avvenuto nel 1996 e nel 2006.

Anche l’altro tormentone mediatico sulla patrimoniale è in linea col pensiero del P.D. e non solo, come detto, con quello comunista. Se così fosse, ci sarebbe meno da preoccuparsi, perché finito il comunismo non resterebbe che aspettare la fine delle conseguenze.

Ma purtroppo non è così, confermato dalle recenti vicende italiane e dal sistema fiscale la cui maggior imposta patrimoniale, cioè l’IMU, è stata decisa dal governo Monti, non comunista, anzi tutt’altro, “tecnico” e non “politico”. I cui mediocri risultati e le politiche che li hanno causati sono stati continuati dai governi di centro sinistra che li hanno fatti propri. Come ritenuto dal pensiero politico economico realista (e liberale) dell’ultimo secolo (abbondante) la finanza pubblica può essere predatoria, parassitaria o anche mutualistica.

Di tali tipi non ripeto i criteri distintivi, resta comunque la stretta vicinanza tra assetto predatorio e imposta patrimoniale accomunati dal fatto che come in quello lo sfruttamento dei governati è tale da intaccare la capacità contributiva in misura superiore al reddito ricavabile (e così peggiora la situazione economica dei sudditi); nella seconda, proprio perché rapportata al patrimonio e non al reddito la suddetta conseguenza è del tutto irrilevante sul gettito ricavato.

Quindi per le classi dirigenti una rendita assicurata che la sinistra giubilante associa alle solite belle parole come sempre proclamate perché nascondono pessimi comportamenti.

E proprio questa è la novità del caso Garofani (almeno): che pratiche del genere sono tenute rigorosamente riservate, e se possibile segrete. Mentre il consigliere del Quirinale le ha tranquillamente esternate in allegra compagnia: per un congiurato (lo si sarebbe chiamato, in altri tempi) atteggiamento quanto mai imprudente.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Sorteggio sì, sorteggio no!_di Teodoro Klitsche de la Grange

SORTEGGIO SI, SORTEGGIO NO

Tra gli argomenti addotti per rifiutare la recente riforma della giustizia con separazione delle carriere ce n’è uno particolarmente interessante: che il sistema elettivo del CSM garantiva la selezione dei migliori, mentre sorteggiarli significa affidarsi al caso; non è detto che quelli sorteggiati siano migliori di quelli scelti dal “corpo elettorale” (cioè dai componenti il collegio votanti).

In effetti l’uno e l’altro sistema sono considerati connotati l’uno (l’elezione) del principio aristocratico, l’altro (il sorteggio) da quello democratico.

Nel primo possono essere selezionate le capacità (e il comportamento) del candidato, nel secondo è esaltata l’eguaglianza tra gli elettori-candidabili. Come scrive Schmitt: “l’elezione può davvero creare un’autentica rappresentanza ed è quindi un metodo del principio aristocratico, se ha il senso di determinare la scelta dei migliori, se la direzione va dal basso verso l’alto, ossia gli eletti sono i più eminenti. Ma al contrario l’elezione può anche essere una mera nomina di agenti e rappresentanti di interessi. La tendenza va quindi dall’alto verso il basso, cioè l’eletto è un impiegato degli elettori, dipendente e subordinato… Nella determinazione mediante sorteggio l’eguaglianza è assicurata nel modo migliore, per quanto sia esclusa la possibilità di una distinzione secondo la capacità obiettiva”.

Il fatto che talvolta la nomina di magistrati fosse fatta con il metodo stocastico nelle antiche repubbliche, in particolare ad Atene e millenni dopo, a Venezia è dovuto probabilmente al numero dei componenti il collegio elettorale, di poche migliaia (al massimo decine di migliaia) per quelle antiche mentre è di parecchi milioni (o decine di milioni) per le moderne “democrazie rappresentative”, le quali sono un compromesso (status mixtus), coniugando elementi monarchici, aristocratici e democratici nell’ordinamento costituzionale.

D’altro canto il sorteggio, ancor più se accoppiato, come soprattutto a Venezia, dalla temporaneità delle cariche (spesso per pochi mesi) da incompatibilità, da divieti di nomine successive, oltre che derivare dal principio di uguaglianza, difende sia dal professionismo politico sia dalla bulimia del potere. Altro è il potere esercitato, come sta capitando in Italia per gli ultimi Presidenti della Repubblica, cioè per più di sette anni, altro quello dei componenti il Consiglio dei dieci di Venezia, sia per la brevità della carica, che per la rotazione dei capi, l’incompatibilità tra membri della stessa famiglia (e altro).

Nell’ordinamento pubblico italiano il sorteggio trova applicazione, anche se non diffusa, specie in uffici (e incarichi) amministrativi a carattere tecnico o con funzione di controllo quasi a sottolinearne l’aspetto tecnico o di verifica di conformità alla normativa.

Fa eccezione proprio l’amministrazione ella giustizia (anche se non è un’eccezione ampia).

Infatti il sorteggio è impiegato per la formazione delle Corti d’Assise e delle Corti d’Assise d’Appello, competenti a giudicare per le fattispecie delittuose più gravi, relativamente alla quota dei giudici popolari; il tutto avviene tra gli iscritti ad un albo che abbiano un certo grado d’istruzione. Ciò è un’attuazione dell’art. 102 della Costituzione sulla partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia.

Al vertice, e in tema di giustizia politica, è prevista l’integrazione della Corte costituzionale (ove debba giudicare  nei giudizi di alto tradimento e attentato alla Costituzione del Presidente della Repubblica) con sedici giudici sorteggiati da un elenco di 45 eletti, ogni nove anni, dalle Camere riunite. Giustificato dalla necessità di evitare un controllo preventivo e stretto sulla composizione del collegio giudicante.

Indubbiamente, più ancora nel caso delle Corti d’Assise la non professionalità del giudice popolare e sorteggiato non è stata ritenuta argomento sufficiente a contrastare le opposte considerazioni; anche se a sottoporsi al giudizio di giudici dalla ridotta perizia giuridica non è una prospettiva confortante per le parti del processo.

Nel caso del CSM tuttavia, essendo il Collegio da cui sorteggiare i candidati, composto  da funzionari dello Stato di elevata professionalità e selezionati per concorso, gli inconvenienti addotti sono meno rilevanti.
Va da se che comunque qualcuno rimane. Specie se come riteneva Schmitt il corpo elettorale seleziona i migliori non perché i più eminenti e preparati, ma perché i più adatti a rappresentare gli interessi della categoria; deviazione ricorrente nell’esercizio di ogni funzione pubblica.

Concludendo (ma l’analisi va rinviata ad un contributo più diffuso) occorre trovare (in parte già cennato nella legge de qua) le garanzie istituzionali della magistratura (e i diritti del singolo giudice conseguenti) non tanto nell’esterno – come per lo più nello Stato borghese – cioè tra poteri (come scriveva Montesquieu occorre che il potere arresti il potere), ma all’interno del potere stesso, come per l’appunto praticato nella Serenissima.

Teodoro Klitsche de la Grange

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