Italia e il mondo

La versione di Milei, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA VERSIONE DI MILEI

Il discorso del Presidente argentino Javier Milei a Madrid colpisce perché, anche se agli “addetti ai lavori” alcune affermazioni che sorprendono il grande pubblico sono note, l’essere sostenute da un politico apicale è sicuramente insolito.

In primo luogo rivendicare la genealogia del liberalismo più in Spagna che in Gran Bretagna. Il ruolo dei pensatori spagnoli, e in particolare della c.d. Seconda Scolastica nella modernità è stato spesso sottovalutato. Ma è un fatto che l’apporto di Francisco Suarez al diritto internazionale moderno non è secondo a nessuno, così come quello della Scuola di Salamanca nell’economia e nel diritto moderno è notevole. Parimenti il termine “liberale” per designare chi  lotta contro un potere se non tirannico, quanto meno, assoluto, nacque nella Corte di Cadice, in Spagna, durante la restaurazione.

Per cui dove il potere è “arbitrario, tirannico e liberticida che nasce e cresce la risposta liberale” afferma il Presidente argentino (lo sappiamo noi italiani, sudditi della Seconda Repubblica).

Così come correttamente sostiene Milei che malgrado il crescere delle democrazie liberali, nel loro seno sono proliferate nuove forme di tirannia, al servizio di politici e burocrati, per conculcare i diritti fondamentali; per cui occorre una costante vigilanza, Anche perché tartufescamente propagandano che l’alternativa al loro potere è l’abisso e la distruzione.

I liberali (veri, s’intende) sono la risposta dialettica all’abnorme crescita del potere pubblico. Come dice Milei, è successo in Argentina, primo paese a eleggere un Presidente liberale e libertario.

Ancor più decisamente di quanto espresso in altri casi simili, come ad esempio il noto discorso di Vance, il Presidente argentino sostiene che le idee che avversa non sono altro che “quelle dei nemici dell’Occidente, di coloro che vogliono fare di noi una civiltà morta… destinata ad essere conquistata o radicalmente eliminata”. Il tutto ipocritamente sostenuto con il richiamo a nobili cause (che causano risultati contrari alle “buone” intenzioni). I socialisti preferiscono “regnare nell’inferno piuttosto che servire in cielo” e sono capaci di trasformare qualsiasi cielo in un infermo.

Citando i risultati raggiunti usando la motosega, Milei consiglia di non rassegnarsi alla decadenza, e in particolare di non voltare le spalle alla politica; rinunciare a forgiare il destino di un popolo (che è questo il risultato della politica), significa imputridire nel declino.

Cos’ha di parzialmente diverso il discorso di Milei, specialmente (ma non solo) per gli italiani?

In primo luogo che non confonde, come tanti, i liberali veri con quelli sedicenti tali, che prosperano nei Talk-show, tutti pronti a difendere i diritti di piccole minoranze, mentre opprimono quelli di tutti (le proprietà soprattutto). Anzi li chiama socialisti: in effetti dati i risultati e il ricordo di quelli vecchi, sarebbe meglio ricondurli alla (larghissima) classe degli statalisti, o, ancor meglio, a quelli che,  come dice un detto spagnolo “buscan un lugar en el presupuesto” (cercano una nicchia nel bilancio dello Stato), chiaramente a carico di chi paga le imposte. Per i quali lo Stato non è l’istituzione per la protezione della comunità, ma, semmai, per quella dei governanti e del loro seguito.

Il Presidente argentino non è anti-globalista, diversamente da gran parte dei movimenti populisti: ha capito bene che l’avversario attuale dell’Occidente non è tanto la globalizzazione, quanto l’uso strumentale che ne viene fatto dalle élite decadenti e le idee che spesso esprimono. Le quali conservano questo stato di declino e di crescente debolezza della civiltà occidentale.

Teodoro Klitsche de la Grange

Discorso del Presidente Javier Milei al Forum sulla Nuova Economia 2026,
presso il Royal Casino Gran Círculo di Madrid
.

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Buongiorno a tutti. Innanzitutto, vorrei dire che questo è un luogo che mi riempie di
gioia perché è proprio qui che ho ricevuto il Premio Juan de Mariana, quindi per me è
una grande gioia.
Oltre alla gioia che provo per essere qui, desidero ringraziare Nueva Economía
Fórum e il suo Presidente, José Luis Rodríguez, per l’invito a parlare su questa
piattaforma, che ha ospitato tanti illustri leader mondiali. È un onore entrare a far
parte di questa lista. Desidero inoltre salutare le autorità presenti, gli ambasciatori e i
membri del corpo diplomatico, gli imprenditori e gli investitori che sono qui con noi, e i
nostri amici della stampa.
Come tutti sanno, la Spagna occupa un posto molto speciale nel mio cuore, sia
perché sono il Presidente dell’Argentina, sia perché sono un convinto libertario. In
qualità di Presidente dell’Argentina, ammiro la nazione spagnola perché ha portato la
civiltà occidentale nelle Americhe. Questa impresa civilizzatrice è, e dovrebbe
sempre essere, motivo di orgoglio per la Spagna, poiché ha donato a noi
latinoamericani le nostre istituzioni, la conoscenza, la religione, il progresso e
l’integrazione nel mondo.
Hanno collegato le Americhe a una tradizione profonda e senza pari nella storia
dell’umanità. Un lignaggio che inizia in Grecia, passa per Gerusalemme, fonda Roma
e si consolida in Europa attraverso il Cristianesimo. È un’eredità di amore per i valori,
per la scoperta, per le idee e, fondamentalmente, per la libertà nelle sue molteplici
forme. È un’eredità che cerca costantemente di elevare l’umanità al di sopra delle
condizioni a cui la natura la sottopone, consapevole dell’enorme sforzo e della
disciplina che ciò comporta.

In un altro episodio della nostra ricerca della libertà in America, guidata dall’Argentina
sotto il nostro eroe nazionale, il generale San Martín, la nazione cercò di definire il
proprio destino e determinò la propria indipendenza. Ma proprio per questo, ci
consideriamo eredi e beneficiari di quella grande impresa civilizzatrice, e per questa
ragione continuiamo a mantenere un legame profondo e stretto con la Spagna. Così

abbiamo accolto milioni di spagnoli in fuga dalla guerra e dalla carestia all’inizio del
XX secolo, e negli ultimi anni la Spagna ha accolto centinaia di migliaia di argentini
fuggiti dalla miseria e dalla mancanza di futuro, risultato del sinistro socialismo del
XXI secolo e della sua variante argentina, il kirchnerismo, di cui voi soffrite
regolarmente sotto il vergognoso dittatore Pedro Sánchez.
Oggi molti dei nostri amici, familiari e connazionali argentini vivono qui, e siamo grati
per il rifugio che ci hanno offerto quando il destino del nostro Paese sembrava cupo e
senza speranza. Sebbene questo non ci riempia di orgoglio, non ci rattrista
nemmeno, perché il nostro governo sta creando le condizioni affinché tutti gli
argentini desiderino tornare a casa. Per anni, molti hanno scelto di rimanere nel loro
Paese o di tornare dall’estero. Infatti, recenti studi dimostrano che sotto il governo
della condannata a morte, la regina del braccialetto elettronico, la corrotta Cristina
Fernández de Kirchner, quasi il 45% dei giovani voleva lasciare il Paese, con
Mauricio Macri questa percentuale è salita al 55%, con Alberto Fernández ha
superato il 70%, e oggi il numero di giovani che vogliono lasciare l’Argentina è sceso
al 25% e continua a diminuire. Quindi stiamo ricostruendo le fondamenta
dell’Argentina affinché i nostri giovani desiderino rimanere nel Paese.

Detto questo, apprezzo moltissimo anche la Spagna come paese libertario, e il
motivo è semplice: molti pensatori a me molto cari, come Hayek, Rothbard e Jesús
Huerta de Soto, considerano la Spagna la culla del liberalismo politico, un’ideologia il
cui obiettivo è portare la libertà nel mondo e la continuazione di quella grande
impresa civilizzatrice che fu la scoperta dell’America. Con il liberalismo, la libertà
stessa diventa il nome e la bandiera suprema.

Questo punto è molto interessante perché una delle scoperte di Murray Rothbard è
che le vere origini del liberalismo si trovano a Salamanca, in particolare nella Scuola
di Salamanca, ovvero in quella che conosciamo anche come la Scuola Scolastica. È
interessante anche perché uno dei più rinomati e importanti patrioti argentini della
nostra storia, Manuel Belgrano, studiò alla Scuola di Salamanca. Quindi, abbiamo
certamente delle buone ragioni per celebrare la Spagna come culla del liberalismo.
Pertanto, è un debito d’onore che avete verso il vostro stesso sangue cacciare i
socialisti, perché siete la culla del liberalismo.

In questo senso, addentriamoci un po’ nella storia: il termine “liberale”, come etichetta
politica, ha avuto origine alla corte di Cadice all’inizio del XIX secolo. Il termine
“liberale” si riferiva ai difensori delle libertà individuali contro gli assolutisti. Questi
ultimi credevano che tutto dovesse essere governato dalla volontà del monarca, cioè
dallo Stato. Gli assolutisti ritenevano che gli esseri umani non avessero diritti innati,
ma che i diritti dei sudditi fossero concessi come un dono dal potere politico. Alcuni
credono di possedere questi diritti anche se non sono imperatori, ma è importante
notare che per loro non si trattava di diritti inalienabili, bensì di concessioni
temporanee da parte del potere dominante. Sia la proprietà che la vita dei sudditi
erano a disposizione dello Stato, e qualsiasi resistenza all’autorità suprema era
considerata tradimento. Mentre le idee liberali hanno chiari antecedenti in grandi
autori come John Locke, il liberalismo politico in quanto tale è nato in questa nazione.
In altre parole, la prima volta che qualcuno ha alzato la voce contro il totalitarismo di
Stato, dichiarando “Io sono un liberale”, è stata proprio qui, in questo Paese. E non è
cosa da poco, perché le nazioni in cui la mancanza di diritti individuali, la tirannia e la
sottomissione al potere politico sono più diffuse sono proprio quelle in cui il
liberalismo diventa più necessario. Pertanto, laddove il potere diventa arbitrario,
tirannico e soffocante la libertà, la risposta liberale nasce e prospera.

Ma c’è chi sostiene che il liberalismo non sia più necessario perché ora abbiamo Stati
democratici che rispondono alla volontà popolare e una magistratura
presumibilmente indipendente, tra le altre cose. Il liberalismo avrebbe trionfato, no?
Non è così. La vittoria sulla tirannia è stata di breve durata, perché nuove forme di
tirannia sono presto emerse dall’interno della stessa democrazia liberale. Gli stessi
sistemi democratici hanno trovato il modo di pervertirsi, di allontanarsi dai loro
obiettivi originari e di diventare armi al servizio di politici e burocrati per calpestare i
diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. C’è un motivo per cui diciamo che il prezzo
della libertà è l’eterna vigilanza. Per fare un semplice esempio: la funzione originaria
del Congresso era quella di limitare le esorbitanti richieste di spesa del potere
esecutivo. In Argentina, l’anno scorso abbiamo assistito all’esatto opposto: un
Congresso che voleva costringerci a spendere soldi che non avevamo per mandare
in bancarotta lo Stato, in modo da costringerci ad aumentare le tasse o a rovesciare il
governo. In altre parole, la politica ha stravolto la funzione originaria del Congresso, e
l’istituzione è servita alla politica, non al popolo. Questo è solo uno dei modi in cui i

nostri diritti vengono calpestati ripetutamente da uno Stato che aspira all’onnipotenza
e all’onnipresenza.
Uno Stato che, a causa della sua struttura e delle sue dimensioni, ha smesso di
rispondere alle reali esigenze della popolazione, ovvero libertà e crescita economica.
Uno Stato che usa la democrazia come scudo contro le critiche, mentre cela
decisioni e procedure con cui nessuno sarebbe mai d’accordo. E lo so e lo dico
perché è ciò che abbiamo vissuto in Argentina. Abbiamo vissuto all’ombra di uno
Stato tirannico, ma senza nemmeno un monarca che si assumesse la responsabilità
di quella tirannia. È stata l’oppressione di innumerevoli uffici e burocrazie a
distruggere la vita delle persone, a distruggere l’economia, la salute e la moneta,
senza che nessuno fosse in grado di porre fine alla spirale discendente. E come se
non bastasse, hanno contemporaneamente manipolato la popolazione dicendo loro:
o loro o l’abisso e la distruzione, il che è sadismo da manuale.

E proprio perché siamo stati noi a vedere e a vivere questo percorso verso le sue
conseguenze estreme e disastrose, l’Argentina è stato il primo Paese al mondo a
eleggere un presidente libertario. Questo non accade in condizioni normali,
ovviamente. Perché in Argentina, sotto una falsa maschera di empatia e solidarietà –
lo sapete, vero? Sono quelli empatici, quelli che mostrano solidarietà, ma sempre con
gli altri, sapete. In altre parole, questo ci ha fatto vivere sotto un livello devastante di
oppressione e violenza, e ha richiesto una risposta di pari portata ma in direzione
opposta. Bene, eccomi qui, con i miei metodi, le mie idee e il mio impegno per la
libertà.

Ma ciò che è accaduto in Argentina non è stato un fenomeno isolato, sebbene forse
molto più rapido e evidente. Le idee che hanno disorientato gli argentini per così
tanto tempo sono idee oggi molto di moda in Europa e in tutto l’Occidente. Queste
idee non sono altro che quelle dei nemici dell’Occidente, coloro che vogliono
trasformarci in una civiltà morta. Vogliono trasformarci in una civiltà di musei da
visitare, non di nuove conquiste da conquistare. Una civiltà che si limita a conservare
ma non a scoprire. Vale a dire, sono idee destinate a farci stagnare e a condannarci,
a essere conquistate o completamente eliminate. Naturalmente, nessuno dei suoi
sostenitori ammette apertamente questo obiettivo al pubblico; non si nascondono
dietro nobili cause per cercare di ottenere il sostegno popolare e, quando qualcuno

ne fa notare le conseguenze, vengono denigrati dai media, dal mondo accademico e
persino dal sistema giudiziario. Un chiaro esempio è il cosiddetto Stato sociale. Chi
potrebbe opporsi al welfare se non una persona malvagia dal cuore marcio? Ebbene,
si scopre che espandere indiscriminatamente la spesa pubblica per fornire servizi
sociali può essere fatto solo aumentando drasticamente le tasse, indebitandosi o
stampando moneta. E questo ha un impatto diretto sulla crescita economica,
producendo stagnazione e rendendo gli Stati sempre più incapaci di mantenere le
proprie promesse.

Non solo, ma la stagnazione crea meno opportunità per i giovani, che vengono
rapidamente attratti da idee rivoluzionarie a causa della mancanza di prospettive
future. L’ironia è che sono proprio questi
rivoluzionari da poltrona – i partiti di sinistra di tutto il continente – i responsabili di
questa brutale stagnazione; è una situazione ideale per loro. Un altro chiaro esempio
è la questione dell’immigrazione. Queste stesse persone
affermano che agevolare l’immigrazione sia una questione di umanitarismo e carità.
Ebbene, proprio ora stiamo assistendo a eventi che dipingono un quadro vivido delle
conseguenze del permettere l’invasione e la distruzione della
cultura occidentale.

Lungi dall’integrarsi, gli immigrati stanno disgregando la società europea, bruciando
monumenti antichi e distruggendo le proprietà dei lavoratori dalle cui tasse vivono. La
stagnazione economica, combinata con politiche migratorie irresponsabili, traccia un
percorso di declino che sarà molto difficile da invertire in futuro. Sostituiscono la
speranza con l’autocompiacimento, la produzione con la distribuzione e l’unità politica
con la balcanizzazione etnica. L’Occidente si trova ad affrontare un grave problema
demografico, ulteriormente aggravato dalle conseguenze fiscali ed economiche per
gli stati sociali. Ma questo problema non si risolve importando cittadini, soprattutto se
questi si oppongono con veemenza a tutti i principi che sono alla base della nostra
civiltà.

Ecco perché noi in Argentina guardiamo a questi sviluppi con grande preoccupazione
e riscopriamo gli ideali di libertà proprio per liberarci da questa strada. Ciò che sta
accadendo a Ceuta è emblematico delle azioni della sinistra. I socialisti preferiscono
regnare all’inferno piuttosto che servire in paradiso, e sono capaci di trasformare

qualsiasi paradiso in inferno pur di raggiungere il loro scopo. Ecco perché
incoraggiano l’invasione che vediamo a Ceuta. Ogni immigrato è un voto. E se il
prezzo è la distruzione totale del Paese, sono più che disposti a pagarlo. Non è stato
un incidente, non è stata una coincidenza. E le conseguenze si fanno già sentire;
come previsto, le strade sono diventate più pericolose, soprattutto per le donne, che
non possono più nemmeno camminare da sole di notte in molti quartieri delle grandi
città.

E non solo, ma l’argomentazione economica a favore dell’immigrazione incontrollata
è crollata da tempo. Le economie che hanno accolto il maggior numero di migranti
rimangono stagnanti come prima, o addirittura peggio, perché una larga parte degli
immigrati genera più entrate fiscali di quanto produca, costringendo il governo a
tassare sempre di più la popolazione produttiva. Pertanto, ricordate sempre: dietro le
misure socialiste non c’è empatia né solidarietà, solo sete di potere. E così, vediamo
che oggi ci troviamo ad affrontare la stessa identica lotta che noi liberali abbiamo
affrontato alle Cortes di Cadice, la stessa brama di dominio, lo stesso desiderio di
impadronirsi di ciò che appartiene agli altri e di usare lo Stato indiscriminatamente
per ottenere ricchezza e potere illimitati.

Pertanto, il mio consiglio di oggi, basato sull’esperienza argentina, è di non voltare le
spalle alla politica. In Argentina, noi liberali abbiamo commesso questo errore per
troppo tempo. Siamo rimasti ai margini, e questo ha portato a un secolo di declino
per la nostra nazione. E solo ora stiamo iniziando a uscirne grazie agli sforzi sia del
governo che di tutti i bravi argentini. E credetemi quando dico che combattere il
declino porta i suoi frutti. Quando ci siamo insediati, abbiamo ereditato un deficit
consolidato del 15% del PIL e un’inflazione che si stava avvicinando all’iperinflazione.
Il deficit di bilancio, che secondo loro non saremmo riusciti a eliminare nemmeno in 5
o 6 anni, beh, lo abbiamo eliminato nel primo mese del nostro mandato. E il deficit
quasi-fiscale, pari al 10% del PIL, lo abbiamo risolto in 6 mesi. Vale a dire, in 6 mesi
abbiamo effettuato un aggiustamento fiscale del 15% del PIL e abbiamo alleggerito il
settore privato di un onere equivalente al 15%.
punti percentuali del PIL, e non solo: abbiamo continuato ad apportare modifiche che
ci hanno permesso di ridurre le tasse per la prima volta nella storia di quattro punti
percentuali del PIL. Ciò significa che in 30 mesi di governo abbiamo restituito agli

argentini quasi 20 punti percentuali del PIL. Questo sì che si chiama liberare gli
argentini e i cittadini rispettosi della legge dall’oppressione dello Stato!
Inoltre, quando siamo entrati al governo, l’inflazione cresceva dell’1,5% al giorno, il
che corrisponderebbe a circa il 56 o 57% al mese. Avevamo inoltre quattro basi
monetarie in scadenza da un giorno all’altro e un debito pubblico in pesos
equivalente a 10 basi monetarie. In altre parole, ci trovavamo costantemente di fronte
alla prospettiva di moltiplicare la massa monetaria per 15. Nonostante ciò, siamo
riusciti a evitare l’iperinflazione. Oggi l’inflazione si aggira intorno al 30% annuo e, se
consideriamo i dati di base, negli ultimi mesi si è già avvicinata al 20%. Pertanto, non
solo abbiamo evitato l’iperinflazione, ma così facendo abbiamo anche impedito che la
povertà esplodesse a livelli superiori al 90%. Infatti, quando ci siamo insediati e
abbiamo affrontato la reale situazione, il 57% della popolazione viveva in povertà;
oggi questa percentuale è scesa al 32%. Ciò significa che abbiamo tirato fuori dalla
povertà un quarto della popolazione argentina. Inoltre, in un Paese che può sfamare
500 milioni di persone, il 20% della popolazione viveva in condizioni di indigenza.
Oggi, questa percentuale è scesa al 6%, e il tasso di povertà giovanile, che era del
70%, è ora al 42%.
È vero, non è la foto migliore, ma senza dubbio è il miglior film della storia argentina.
Nel frattempo, il rischio paese quando abbiamo vinto le elezioni era di circa 3.000
punti. Con grande sforzo, eravamo riusciti a ridurlo a circa 450 punti, ma, beh,
viviamo in un mondo turbolento. L’Argentina ha una storia creditizia terribile, essendo
stata il più grande debitore seriale della storia moderna. Inoltre, stiamo affrontando
una piaga peggiore degli orchi… nel franchise argentino del socialismo del XXI secolo
che minaccia costantemente di collassare. E il contesto internazionale è diventato
ancora più volatile. Dato che l’Argentina è un asset beta aggressivo, beh, oggi
abbiamo un rischio paese leggermente più alto. Tuttavia, l’Argentina è uno dei cinque
paesi al mondo con un saldo fiscale nel settore finanziario, e quando siamo
sostanzialmente saliti al potere, il debito in percentuale del PIL consolidato era del
100%, mentre oggi è del 39%. Questo significa che, una volta che il contesto
internazionale si sarà stabilizzato e gli argentini avranno approvato questa linea
d’azione il prossimo anno, l’Argentina sarà senza dubbio sulla buona strada per
diventare un paese con rating di investimento e inizierà a sperimentare un processo
di crescita senza precedenti nella sua storia.

Ma la cosa più importante non sono i numeri in sé, bensì ciò che hanno reso
possibile. Con un deficit pari a zero, il governo ha smesso di competere con i privati
per il credito. Con una Banca Centrale sana, abbiamo eliminato la necessità di
stampare moneta, elemento essenziale
per ridurre l’inflazione, e abbiamo anche rimosso i controlli valutari. E come se non
bastasse, abbiamo eliminato 18.000 regolamenti. In altre parole, abbiamo rimosso gli
ostacoli. I regolamenti sono fondamentalmente di due tipi: se si osserva ciò che
sta accadendo in Argentina per vedere l’impatto di ciascun regolamento che stiamo
eliminando, si può notare che l’Argentina sta diventando un importante esportatore di
petrolio e gas. È in corso una rivoluzione del petrolio e del gas in Argentina, ovvero
nel settore energetico. Ebbene, una di queste cose è ciò che è noto come Decreto
70/23. Non appena ci siamo insediati, abbiamo abolito la regolamentazione del
cosiddetto “barile criollo” (un riferimento a un prezzo specifico per il petrolio prodotto
a livello nazionale). In altre parole, abbiamo liberalizzato il prezzo del petrolio. E così
stiamo facendo: esportiamo sempre più petrolio. Stiamo per raggiungere un milione
di barili di petrolio al giorno di produzione. Inoltre, a partire dal prossimo anno,
inizieremo a esportare gas naturale liquefatto. Per la prima volta nella storia
dell’Argentina, il mese scorso abbiamo raggiunto i 10 miliardi di dollari di esportazioni.
Quest’anno supereremo i 100 miliardi di dollari e, entro i prossimi quattro anni,
arriveremo a circa 200 miliardi di dollari. Stiamo sicuramente cambiando l’Argentina
in modo significativo!
D’altro canto, vedrete anche i successi che l’Argentina sta ottenendo nel settore
minerario. Ebbene, la Legge sui Ghiacciai è stata recentemente modificata e oggi
l’Argentina esporta già litio, e presto vedrete l’Argentina esportare quantità
significative di rame e oro. Perché il caso del rame è così interessante? Perché
condividiamo la Cordigliera delle Ande con il Cile. Il Cile esporta rame per un valore
di 60 miliardi di dollari all’anno, mentre l’Argentina ne esporta 5 miliardi. Quindi,
riuscite a immaginare cosa potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano?
L’Argentina sarà in grado di esportare rame per un valore di 60 miliardi di dollari.
Stiamo vivendo una vera rivoluzione, e questo grazie alla modifica della Legge sui
Ghiacciai. Vedete come cose apparentemente piccole possono avere un impatto
enorme? Quindi, la cosa più importante è ciò che sta accadendo dietro le quinte
nell’economia argentina. Quando verrà alla luce, le riforme strutturali saranno

chiaramente visibili e vedremo come stiamo lavorando per rendere di nuovo grande
l’Argentina.
Inoltre, il risultato è che il settore privato sta ricominciando a investire e, per la prima
volta in un secolo, stiamo iniziando a vedere il nostro vero potenziale. C’è un altro
aspetto che vale la pena affrontare in una nota tecnica, perché alcuni dicono: “Beh, il
livello degli investimenti in percentuale del PIL è ancora basso”. Questo è
interessante perché, supponiamo di avere due tipi di settori e di attuare un
cambiamento strutturale che comporti una riallocazione delle risorse. Un settore è
protetto, schermato dalla corruzione… perché la prima cosa da capire è che la
protezione che questi settori ricevono ha un prezzo. Quando si protegge un settore,
si sceglie di danneggiare tutti i cittadini di un paese. Pertanto, quando si applicano
queste misure protezionistiche, ciò che si cela realmente dietro è la corruzione, un
accordo commerciale tra politici corrotti e imprenditori corrotti.

Quindi, quando si avvia un processo di liberalizzazione dell’economia e si permette
alle risorse di fluire secondo le leggi naturali, ciò che accade è che si verifica una
riallocazione delle risorse. E se si ha un mercato del credito che richiede garanzie,
cosa succede? Quei settori che prima erano protetti e che dispongono solo di
garanzie non investono; Si stanno trattenendo. Nel frattempo, anche coloro che
devono emergere devono accumulare capitali, ma non hanno sufficienti garanzie, ed
è per questo che non si espandono con la stessa forza. Se a questo si aggiunge il
disastro creditizio che ha colpito l’Argentina, dove oggi il credito in Argentina è… il che
è piuttosto ironico perché a volte si sente nei notiziari argentini, ad esempio, che le
persone sono indebitate. Beh, il credito – non parlo del credito al settore privato non
finanziario – non so come sia la situazione in paesi come gli Stati Uniti, dove è il
150% del PIL, o persino in Cile, dove è il 120%, ma i nostri vicini hanno tra il 60 e il
70%. Bene, in Argentina, il credito al settore privato non finanziario è il 12% del PIL.
In altre parole, è davvero esiguo, vale a dire, è stentato, ed è per questo che a volte
quando si sentono questi riferimenti sono molto, molto lontani dalla realtà.

Ed è questo che fa sì che gli investimenti sembrino un po’ in ritardo, ma
parallelamente abbiamo creato il RIGI (Fondo Regionale di Garanzia degli
Investimenti). Nel RIGI abbiamo già 210 miliardi di dollari. È la più importante politica
di sviluppo settoriale nella storia dell’Argentina, di cui un terzo è già stato approvato

ed è pronto per essere attuato. Pertanto, ciò che vediamo è che, guardando al futuro,
attualmente abbiamo due strutture fiscali: la struttura del RIGI e la struttura fiscale del
vecchio sistema. Ebbene, il nostro obiettivo è che convergano, non che il RIGI
converga con il vecchio sistema, ma che il vecchio sistema converga con il RIGI, in
modo che tutta l’Argentina diventi una grande opportunità di investimento. Ed è
questo che renderà l’Argentina di nuovo grande.
Per tutte queste ragioni, l’Argentina è la prova che la lotta contro il declino porta i suoi
frutti. In questi tre anni di governo, siamo cresciuti circa quattro volte più velocemente
della media argentina degli ultimi 100 anni e, secondo diverse proiezioni, entro la fine
del prossimo anno saremo cresciuti circa tre volte più velocemente della media
OCSE per lo stesso periodo. E questo è solo l’inizio, perché se verremo rieletti, i
prossimi quattro anni saranno indimenticabili per l’Argentina. In soli tre anni, grazie al
lavoro di questa amministrazione, al nostro impegno per gli ideali di libertà e alla
volontà politica che ci guida tutti, abbiamo portato l’Argentina sull’orlo di una nuova
grande rinascita. Questa rinascita argentina sulla scena mondiale è alimentata dal
potenziale dei nostri cittadini, stanchi di vivere sotto la decadenza del socialismo
kirchnerista.

Abbracciando gli ideali di libertà, stiamo cambiando in meglio il ruolo del nostro
Paese nel mondo. Ed è per questo che, come sempre, per voi e per noi, vi invitiamo
a guardare al sud. Rivolgetevi a noi per gli investimenti, rivolgetevi a noi per la
produzione, ma in questo momento cruciale, vi esorto ad ascoltare anche gli argentini
a livello politico, perché abbiamo visto in prima persona dove finisce il socialismo
quando gli si permette di raggiungere le sue estreme conseguenze.

Vogliamo che la ricostruzione dell’Argentina sia la tabella di marcia per la
ricostruzione dell’Occidente. Vogliamo che i popoli del mondo vedano quanto
abbiamo pagato caro per esserci allontanati dalla retta via, che comprendano il
degrado economico che abbiamo subito per tanti anni e che vedano che è possibile
invertire la rotta. E non abbiamo inventato nulla di nuovo; siamo semplicemente
tornati ad applicare le idee che hanno reso l’Occidente ciò che è: rispetto illimitato
della proprietà privata e incentivi per le imprese affinché si sviluppino in modo
indipendente, senza interferenze statali.

Per questo vogliamo mostrare loro che il declino non è un destino, ma una scelta. E
vogliamo che possano tornare a sognare un futuro dignitoso se abbracciano l’albero
maestro degli ideali di libertà. La libertà non ha prezzo, ed è proprio per questo che è
il bene più prezioso al mondo. Nella terra della libertà scorre la prosperità, mentre nei
paesi che la sopprimono si diffonde solo la miseria.
Oggi vi rivolgo questo messaggio: non vogliamo vedervi soccombere ai mali che ci
hanno causato tanto dolore. Non lasciatevi sfuggire questa opportunità di agire. Ma
voglio anche ribadire un invito che guida tutta la nostra amministrazione: vogliamo
che i popoli liberi del mondo vedano l’Argentina come un faro di libertà in un mondo
che tende alla tirannia. Vogliamo che investiate, certo, ma vogliamo anche che
sappiate che potete venire a vivere in Argentina. Troverete in Argentina un luogo
dove costruire le vostre vite e le vostre attività, proprio come fecero i vostri antenati
un secolo fa. Vi accoglieremo a braccia aperte affinché insieme possiamo continuare
ad ampliare le frontiere della civiltà, del commercio e dell’industria. Perché questa è
la nostra missione e non ci arrenderemo mai. Quindi, che Dio vi benedica tutti, che le
forze del cielo siano con noi e lunga vita alla libertà, dannazione!

https://www.casarosada.gob.ar/informacion/discursos/51406-discurso-del-presidente-javier-milei-en-el-nueva-economia-forum-2026-en-el-real-casino-gran-circulo-de-madrid

DEBITI, SENTENZE E COMMISSARI, di Teodoro Klitsche de la Grange

DEBITI, SENTENZE E COMMISSARI

Hanno ragione le associazioni di magistrati a sostenere che le sentenze (esecutive) devono essere eseguite; ma ancor più di quanto hanno detto basta ricordare ciò che già riteneva Socrate nel Critone: che non eseguirle  è intaccare uno dei fondamenti degli Stati antichi e, ancor più, moderni.

Senonché come pensava un acuto giurista come Maurice Hauriou, in ogni istituzione statale convivono due diritti e, di conseguenza, due giustizie. Una paritaria (cioè tra parti uguali) che chiamava Dike, l’altra non paritaria, denominata Temi (tra contendenti disuguali). L’una e l’altra sono insopprimibili, ma i confini tra loro sono  diversi. Vanno da ordinamenti assai inclini a Temi (come quello sovietico o nazista, scriveva Calamandrei) a quelli maggiormente riconducibili a Dike (come in genere quelli degli Stati liberal-democratici). Non a caso durante la Seconda Repubblica, il confine si è allargato a favore di Temi, agendo prevalentemente sull’esecuzione delle sentenze di condanna dell’apparato pubblico. Resa più difficile, a tempi dilazionati, soggetta a limiti e sospensioni. Tutte a favore della parte pubblica e a carico di quella privata, malgrado la novella di modifica dell’art. 111 della Costituzione, che andava in direzione opposta, forse allo scopo di coprire la contraria prassi legislativa. Avendo scritto un saggio su questo, vi rimando i lettori che volessero approfondire quanto sopra sintetizzato[1].

Malgrado il governo Meloni non sia stato particolarmente attivo in questo andazzo, non risulta l’eliminazione di norme antiparitarie, e si trovano norme in linea con l’abitudine precedente come l’art. 5 sexies comma 12 bis della legge n. 89/01, come modificato dall’art. 1 comma 817, della legge di bilancio 2025. Taòe norma aveva disposto che “decorsi venti giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, per i successivi due anni, i creditori di cui al comma 1 non possono iniziare azioni esecutive o giudizi di ottemperanza e le azioni esecutive e i giudizi di ottemperanza in corso sono sospesi”. La norma è poi stata sostituita dall’art. 9, comma 1, lett. b), n. 5), d.l. 8 agosto 2025, n. 117, onde i processi esecutivi sono sospesi fino al 21 gennaio 2027.

Per cui il “diritto vivente” (cioè quello che risulta effettivamente applicato) negli ultimi trent’anni non è che le sentenze devono essere eseguite, ma come, quando e quante eseguirle è (per lo più) una prerogativa dell’Amministrazione. Con la quale è coerente la decisione della Meloni, indipendentemente dalla circostanza, se i magistrati avessero torto o ragione nel merito. Tenuto conto, al riguardo, che nella vicenda il TAR aveva considerato legittimo il decreto impugnato del 06/08/2021 (Presidente Draghi) e che la normativa de qua risale al secolo scorso.

A favore e contro la decisione della Meloni occorre aggiungere due considerazioni.

La prima che nel caso, data la situazione internazionale (guerre in corso, Ormuz, ecc. ecc.) e interna, nonché il notevole importo del debito, una decisione di rimodulazione del debito spalmandone nel tempo  gli effetti, sarebbe coerente col principio della “razionalità rispetto allo scopo” di conservare i conti in ordine, pur contemperando le esigenze fattuali e quelle della legalità.

La seconda (e più in generale): la prassi della seconda Repubblica di occultare i debiti procrastinandone il rimborso ha concorso a creare il colossale debito, e a nasconderne una parte sotto il tappeto. Lo conferma anche questa vicenda, dato che, da quanto si legge, il  miliardo da sborsare si è accumulato in quasi un decennio. Se lo Stato avesse pagato nei tempi dovuti, non si sarebbe trovato con un carico così pesante. Certi espedienti finiscono per pagarsi da tutti, tranne quelli che li hanno ideati, tra i quali, visti date, norme e decreti, non c’è la Meloni.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1]v. Teodoro Klitsche de la Grange, La lotta contro il diritto, Oaks Editrice, email: info@oakseditrice.it.,

MACHIAVELLI NEL CAMPO LARGO, di Teodoro Klitsche de la Grange

MACHIAVELLI NEL CAMPO LARGO

La situazione contemporanea è colma di politica, e più precisamente, di politico. Siamo tornati quindi a chiedere lumi, come sempre, a Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuti con l’usuale cortesia.

Riuscirà il centro-sinistra a realizzare il “campo largo”?

Di sicuro, tenuto conto però, di quanto la fortuna condizioni il corso degli eventi, come scrissi nel “Principe”.

Ma ci sono differenze e rivalità, anche personali, notevoli.

Distinguiamo: quanto alle rivalità personali, e cioè alla scelta del capo, sono evidenti: anche spesso si sono fatti la guerra tra loro.

Tuttavia c’è una necessità: che se non si accordano, il capo non ci sarà. Non ci sarà neanche il campo largo, la Meloni stravince. Rimarranno tutti a bocca asciutta: situazione che a loro non garba affatto.

Quanto alle diversità ideali o ideologiche, vale un discorso simile: che se vuoi battere un nemico, devi provvederti di forze superiori… Ai tempi miei Venezia era lo Stato italiano più forte: tuttavia se si accordavano per combatterla gli altri quattro, avrebbe perso la guerra. Nel secolo scorso l’Asse fu battuto dall’alleanza tra capitalismo e comunismo, che più differenti non potevano essere. Ma andavano di buon accordo nel dividersi gran parte del Mondo.

Ma nel caso nostro occorre trovare il consenso dei cittadini.

E infatti lo stanno cercando con i soliti sistemi. Il primo è modulare i messaggi sull’orecchio dei differenti uditori. Ma il motivo è lo stesso. Ad esempio considerate come hanno commentato i tumulti nelle città italiane la settimana passata…: chi ha detto che sono degenerati perché c’erano pochi poliziotti, altri che il Governo strumentalizzava le violenze; altri ancora che le ragioni dei manifestanti erano condivisibili (e così via). Tanti percorsi diversi ma con un  unico punto d’arrivo: la colpa del Governo. Al momento giusto, cioè nella cabina elettorale solo quest’ultimo avrebbe contato.

Ma hanno annunciato che avranno un programma deciso in comune.

Che faranno, come al solito, con il sistema che Pascal attribuisce ai redattori della condanna della tesi di Arnaud: di essere d’accordo sulle parole usate, ma divergenti sul loro significato: cioè sull’essenziale. Col risultato che, dopo le elezioni, ricominceranno a litigare, ognuno con le sue giustificazioni.

Ma non pensa che qui abbiano applicato il Suo consiglio che per il governante (o l’aspirante tale) è meglio parere che essere?

Il loro punto debole è di averlo applicato male; per così dire pro domo sua. Bisogna capirlo tutto. Perché hanno contravvenuto all’altro consiglio: che è meglio non toccare il patrimonio dei sudditi. Scrivevo che è meglio ucciderli che ridurli in miseria. Loro invece li hanno impoveriti e non sono cambiati: sono gli stessi a sbandierare le stesse soluzioni (e derivazioni), anzi la stessa soluzione: mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non contenti di un trentennio di fallimenti.

E Vannacci?

Sperano nel generale, applicando la conseguenza del principio che ricordavo: dividere il nemico, riducendone le forze. Divide et impera. Come aggiungere  “amici” vuol dire aumentare. Scipione  lo applicava in modo egregio.

E allora come finirà?

Come girerà la fortuna, la virtù consiglia di comportarsi in un modo ma anche i più virtuosi (lo erano assai più dei vostri contemporanei) non sempre reggono i colpi della fortuna, come capitò al Valentino.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Riserva di carica, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Lorenzo Castellani, Riserva di carica, Liberilibri, 2026, pp. 246, € 18,00.

Dato che la Storia s’incaponisce a non finire, l’ordine post-Yalta e post-1989 a organizzare il pianeta, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse a ritirarsi in pensione, tornano all’attenzione anche gli strumenti con i quali il potere politico aveva governato e assicurato l’esistenza delle comunità umane: per prima la ragion di Stato. Lorenzo Castellani che ha già pubblicato dal 2020 saggi originali sulle istituzioni e sul potere contemporaneo, in questo continua nell’analisi. Affermando che l’ordine post-comunista rivela ormai la propria fragilità. Non solo perché crisi e guerre sono sotto gli occhi di tutti: ma ancor prima a livello culturale. E ne ha fatto le spese la ragion di Stato, che è poi la risorsa in mano al potere per superare le emergenze, quella che (almeno) – nelle categorie su cui si è sviluppato il pensiero politico e giuridico, da Machiavelli in poi, è la risorsa decisiva.

Castellani sostiene che in ogni ordinamento politico c’è una “riserva di carica” ovvero una  forza che ha la stessa funzione che hanno le riserve nella strategia: entrano in campo quindi la prima linea non riesce a fronteggiare la situazione creatasi. Se M. Hauriou paragonava l’istituzione statale a un esercito in  marcia (agmen), la ragion di Stato ha la stessa funzione di superare le situazioni di crisi. La sua necessità per un ordinamento è già sostenuta da Machiavelli nei Discorsi (riguardo la dittatura romana); ma se si immagina, invece, che le crisi non si possono verificare, la ragion di Stato è altrettanto inutile degli eserciti (e non solo).

Dato che crisi, conflitti, inimicizie non mancano, a dispetto di chi crede (o fa credere) che esiste la formula magica in possesso dei Dulcamara buonisti per eliminarli. Il pensiero sulla ragion di Stato è coevo alla nascita dello Stato moderno . Scrive Castellani «la grammatica profonda con cui gli Stati reagiscono non è poi così lontana da quella che animava i dibattiti sulla ragion di Stato tra Cinquecento e Seicento. Cambiano gli attori, mutano le ideologie, si trasforma il lessico, evolve il contesto tecnologico; ma resta inscalfibile la struttura del problema: quando l’ordine politico appare minacciato, chi decide cosa è necessario?» e prosegue «La vecchia tensione tra forza e diritto non scompare; viene riscritta come tensione tra società e comunità, tra esigenze di libertà e pretese di protezione, tra regole condivise e decisioni imperative, tra ricerca di ordine razionale e volontà di potenza” per cui “ricostruire lo sviluppo della ragione di Stato significa comprendere come, fin dall’inizio, la politica moderna si sia pensata come attività distinta dal diritto e dalla morale, rivendicando per sé una razionalità specifica». Che è poi essenzialmente connotata dall’essere razionale rispetto allo scopo e d’essere un’etica delle responsabilità.

Nel XX secolo è avvenuta una trasformazione «con il consolidarsi dello Stato costituzionale. E’ in questa fase che la vecchia dottrina, concepita come riserva extra-giuridica del potere, viene dapprima contestata, poi reinterpretata, infine riassorbita in una dimensione nuova: quella che possiamo chiamare “ragion di Stato costituzionale”» e «Quando i diritti diventano parametro giurisdizionale e le corti costituzionali assumono un ruolo centrale, la questione non è più se il potere politico possa violare la legge in nome della sopravvivenza dello Stato, ma se e come possa piegare, sospendere, reinterpretare la legge attraverso la legge».

Ma sostiene Castellani «L’operazione che queste pagine tentano è diversa: seguire passo passo la trasformazione di una dottrina dell’eccezione in una ragione strutturale dello Stato costituzionale, mostrando come la funzione originaria della ragion di Stato… sia stata progressivamente incorporata nelle procedure, nei testi e nelle prassi di governi che si definiscono, e spesso sono, democratici». Per cui la “riserva di potere” esiste sempre. Scrive Castellani «Il percorso seguito ha mostrato come tale riserva di carica attraversi l’intera modernità: dalla prima dottrina della ragion di Stato del XVI secolo allo Stato costituzionale contemporaneo. Non è la storia di un superamento, ma di una metamorfosi. Ciò che nasce come arte della sopravvivenza del sovrano diventa principio di elasticità dell’ordine, tecnica di continuità sotto la superficie delle norme». Essa s’inserisce nel “diritto politico”, cioè «l’insieme dei principi e delle leggi fondamentali che danno forma e legittimità al dominio politico, esprimendo il nesso strutturale tra giuridico e politico». Con buona pace dei costruttori d’illusioni.

Teodoro Klitsche de la Grange

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda (a cura di Alberto Mingardi), 2026, Ed. Settecolori, pp. 198, € 18.00.

Nel 1918 Pareto osservava la guerra mondiale, giunta alla sua fase conclusiva e ne fece un diario, pubblicato solo quarant’anni dopo.

Ottima l’idea di ripubblicarlo oggi, in un periodo in cui guerra e ostilità hanno ripreso  il ruolo e il vigore che la “fine della storia” negava.

Il solitario di Céligny considera la guerra sotto il profilo delle derivazioni generate dalle élite belligeranti e dei governati cui sono destinate.

Ne sottolinea l’irrazionalità e l’irrealtà, spesso demolendole con l’ironia.

Così nota che la guerra ha come scopo di imporre la propria volontà al nemico onde “può terminare con la vittoria di uno degli avversari, e la resa totale dell’altro. In tal caso, uno di loro impone la propria volontà… Ma la guerra può anche terminare in altro  modo, cioè con un compromesso fra la volontà di uno degli avversari e quella dell’altro”, ossia con accordi diplomatici. Per consolidare la propria pretesa ciascun belligerante fa uno smodato uso di derivazioni. Scrive Pareto, ad esempio, per le annessioni: “Niente conquiste territoriali? Certo: su quel punto, siamo tutti d’accordo. Ci riserviamo soltanto di procedere alla retrocessione delle annessioni, e inoltre a rettifiche di frontiera. Sei un cattolico osservante, e tuttavia ti piacerebbe mangiar pollo di venerdì? Semplicissimo: basta ribattezzare il pollo, e chiamarlo carpa”.

Esempio tipico, l’Alsazia-Lorena. E prosegue:  “Visto dalla parte degli Imperi centrali: se conserviamo l’Alsazia-Lorena, non c’è annessione, ma disannessione, perché è la Francia che se l’era annessa. Visto dalla parte dell’Intesa: reclamando l’Alsazia-Lorena, non propugniamo una annessione ma una disannessione, perché è stata la Germania ad annettersela. Sia l’uno che l’altro ragionamento può valere, secondo che si vada più o meno indietro nel tempo per stabilire qual è stata l’annessione…” (e nel tempo, Pareto risale ironicamente all’Impero romano).

Oppure nel confronto tra egemonie che si considerano diverse, ma sono simili. Così nella distruzione della flotta danese da parte della Gran Bretagna nel 1807 o nell’occupazione del Belgio durante la guerra mondiale; del tutto simili, onde giudica Pareto  “poiché le medesime cause producono effetti medesimi, che non ci sia affatto da stupirsi, in quanto il forte fa uso della propria forza e si vale sempre delle stesse ragioni per giustificarsi; infatti i sentimenti cui si richiama restano sempre più o meno gli stessi”.

E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenza dello scritto è che le élite dirigenti, ossia la plutocrazia demagogica dell’intesa e il militarismo plutocratico degli Imperi centrali erano del tutto simili nello sfruttare sentimenti, pregiudizi, ignoranza ed ingenuità dei governati per proseguire una guerra dei costi economici, sociali, umani del tutto sproporzionati rispetto a quanto possibile con mezzi più ragionevoli. A conferma della prevalenza delle azioni non logiche.

E’ quindi opportuno ripubblicare questo diario quando le recenti guerre, soprattutto quella russo-ucraina, vedono un ricorso agli stessi espedienti per motivare comportamenti analoghi a quelli osservati da Pareto, anzi aggiungendone altri. Come, per esempio, la malattia (mentale e/o fisica) di Putin, il quale non fa altro che proseguire la politica (e gli obiettivi) dei governanti russi degli ultimi tre secoli (la Russia è sempre stata governata da matti? Compresi Pietro e Caterina?); o il costo economico, sociale e umano, sopravvalutato per la Russia e dimenticato o giustificato per l’Europa, all’uopo allegando una ingigantita volontà dello Zar di aggredire l’Europa.

Nel complesso un libro che, dato lo stile di Pareto è di piena e piacevole lettura. Ma, soprattutto, utile.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00.

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale,  dalla proprietà come presidio della libertà.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Il contrappasso di Giorgia

IL CONTRAPPASSO DI GIORGIA

Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:

Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici – diretti o indiretti – ai propri sostenitori.

In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate  (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.

Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.

Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.

Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.

Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.

Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è  di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un  Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i  governanti tengano conto.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero _ a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero, Liberilibri 2026, pp.  12, € 15,00.

Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere  originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.

Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.

Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità – di comandare e dirigere le masse (gli psichici) – che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.

Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha  progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non  più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini che in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).

Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore  il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare  Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.

Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».

Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.

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Hilaire Belloc, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Hilaire Belloc, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano, prefazione di M. Pasquero, Iduna 2026, pp. 120, € 12,00.

Chi si aspetta da questo saggio dello storico cattolico, francese di nascita ma inglese di adozione, una “classica” biografia, ha sbagliato.

L’autore non ci parla di eserciti, partiti, istituzioni, guerre, battaglie, ma s’incentra sul carattere, le convinzioni e le capacità di Cromwell. Tale impostazione lo rende di notevole interesse per chi voglia passare al vaglio  del realismo politico e del di esso strumenti concettuali l’operato del dittatore.

Belloc riconosce a Cromwell due capacità: quella di sapersi muovere politicamente (con furbizia ed ipocrisia) nella tormentata epoca della guerra civile e quella di aver modellato e comandato l’esercito parlamentare, il New Model Army. A seguire Machiavelli gli ascrive le qualità della volpe e quelle del leone; non meraviglia quindi che sia diventato Lord Protettore.

Quanto a modellare (e comandare) l’esercito, il New Model Army aveva la caratteristica di essere reclutato prevalentemente tra devoti protestanti. Il che non significa che fossero dei santi, ma che erano persuasi di combattere per il regno di Dio sulla terra. Era così impregnato di una determinazione – della quale, spesso, facevano le spese i nemici civili. In primo luogo la popolazione cattolica irlandese.

Ma anche qua è evidente che lo strumentario del realismo politico è confermato: un esercito impregnato di fanatismo religioso è non solo più determinato ma anche galvanizzato dall’odio per il nemico, che è anche nemico di Dio, di cui l’esercito è lo strumento.

Quanto l’odio verso il nemico contribuisca alla volontà di combattere, è cosa nota già prima che lo scrivesse Clausewitz, così come essere investiti di una missione.

Onde si capisce come Voegelin avesse pensato che proprio la rivoluzione inglese e in particolare i presbiteriani fossero all’origine del neo-gnosticismo  moderno. Un saggio originale e interessante.

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