La trasformazione dell’integrazione europea in un momento di svolta storica: caratteristiche, forze motrici e prospettive, di Ding Chun
La trasformazione dell’integrazione europea in un momento di svolta storica: caratteristiche, forze motrici e prospettive.
14 settembre 2026
Un saggio illuminante circa la postura della dirigenza cinese nei confronti non solo dell’Unione Europea, ma anche degli Stati Uniti e della Russia stessa, sino a certificare la qualità e i limiti del sempre più stretto sodalizio tra Cina e Russia. Occorre, però, sottolineare la provenienza degli autori, nella fattispecie l’area di Shangai. Al momento non ho cercato informazioni sugli autori, ma l’area è quella storicamente più intrecciata ai circuiti politico-economici statunitensi e la cui classe dirigente ne ha subito maggiormente l’influenza. Sta di fatto che il saggio dedica solo due striminzite parole a margine sulla stretta dipendenza degli apparati della UE dagli Stati Uniti, precisamente da una parte specifica della sua leadership; non dedica nessuna attenzione e riferimento alla postura russofoba e alla dichiarata e ossessiva ostilità alla Russia della UE; ritiene sostanzialmente positivo e promettente il processo di trasformazione che stanno portando avanti la dirigenza europea e, soprattutto, le classi dirigenti degli stati europei, pur sempre più autoreferenziali e contestate al loro interno, frenato in parte solo dai problemi legati all’eccessivo allargamento degli ultimi tre decenni. Si potrebbero fare molte congetture sulla natura opportunistica della postura cinese, sia essa di facciata o sostanziale. Sta di fatto che conferma due caratteristiche essenziali della politica estera cinese: da una parte la priorità assegnata alle attività commerciali con l’Unione; dall’altra che le relazioni con la Russia non sono di stretta alleanza, ma seguono una direzione simile su strade parallele. Il che induce ad ulteriori riflessioni sulla natura dei BRICS e sulla differenza sostanziale che si determinerà tra questi e le alleanze politiche che delineeranno all’interno e all’esterno di essi. Non è un caso che sia la dirigenza russa a spingere maggiormente in questo senso, vedi i suoi crescenti propositi euroasiatici, mentre la Cina, pur premunendosi militarmente da un possibile scontro aperto con gli Stati Uniti, mantenga una postura “multilaterale” alla quale ha legato ancora la prosperità della sua economia, fonte anch’essa di crescenti squilibri nel mondo. Giuseppe Germinario
[Abstract]Dalla crisi ucraina del 2022, l’integrazione europea è entrata in un periodo di trasformazione. Questo documento esamina le caratteristiche principali dell’integrazione europea durante questo periodo da tre prospettive: espansione, approfondimento e funzionamento, ne analizza le forze trainanti e ne valuta le prospettive e la futura posizione internazionale dell’Europa. Il documento sostiene che, dal 2022, la logica dell’espansione dell’integrazione si è spostata da un approccio basato sulle condizioni a uno basato sulla strategia, l’attenzione dell’approfondimento dell’integrazione si è spostata dal coordinamento basato sulle regole allo sviluppo delle capacità e le caratteristiche dei modelli operativi di integrazione differenziati sono diventate più evidenti. La trasformazione dell’integrazione europea è guidata sia da contraddizioni strutturali interne che da shock geopolitici esterni. I fattori interni includono l’esaurimento dei dividendi di crescita del vecchio modello, la dipendenza da forniture di sicurezza esterne e l’accumulo di contraddizioni istituzionali e sistemiche; i fattori esterni includono l’escalation della crisi ucraina, gli aggiustamenti nell’orientamento strategico degli Stati Uniti e i cambiamenti nel panorama della concorrenza industriale globale. Guardando al futuro, la natura prolungata delle crisi che interessano l’Europa e l’intrinseca resilienza accumulata attraverso l’integrazione continueranno a guidare la trasformazione; Tuttavia, il dilemma tra azione collettiva e dipendenza esterna a lungo termine influenzerà la velocità e la profondità della trasformazione. Con maggiori capacità collettive, ci si aspetta che l’UE partecipi agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.
[Parole chiave]Integrazione europea, crisi ucraina, riforma dell’UE, autonomia strategica, integrazione differenziata
[Biografie degli autori]Ding Chun, professore presso l’Istituto di Economia Mondiale, Università di Fudan; ricercatore presso l’Istituto per l’iniziativa Belt and Road e la governance globale; titolare della cattedra Jean Monnet, UE (Shanghai, CAP: 200433); Huang Kaiyue, dottorando presso l’Istituto di Studi Internazionali, Università di Fudan (Shanghai, CAP: 200433)
La trasformazione dell’integrazione europea in un’“epoca di svolta”: caratteristiche, motivazioni e prospettive * Ding Chun, Huang Kaiyue [Sintesi]
A partire dalla crisi ucraina del 2022, l’integrazione europea è entrata in una fase di trasformazione. Il presente articolo esamina le caratteristiche fondamentali dell’integrazione europea in questa fase di transizione da tre prospettive: espansione, approfondimento e funzionamento; ne analizza le motivazioni e ne valuta le prospettive future, nonché il futuro ruolo internazionale dell’Europa. Il presente articolo sostiene che, a partire dal 2022, la logica di espansione dell’integrazione sia passata da una dimensione determinata dalle condizioni a una guidata da considerazioni strategiche, mentre il baricentro dell’approfondimento dell’integrazione si sia spostato dal coordinamento normativo allo sviluppo delle capacità; inoltre, le caratteristiche dei modelli operativi di integrazione differenziata sono diventate più evidenti. La trasformazione dell’integrazione europea è guidata sia da contraddizioni strutturali interne che da shock geopolitici esterni. Tra i fattori interni figurano l’esaurimento dei dividendi di crescita del vecchio modello, la dipendenza esterna in materia di sicurezza e l’accumulo di contraddizioni nei meccanismi istituzionali; tra i fattori esterni figurano l’escalation della crisi ucraina, l’adeguamento dell’orientamento strategico degli Stati Uniti e i cambiamenti nel panorama della concorrenza industriale globale. In prospettiva, la cronicizzazione delle crisi nei paesi limitrofi dell’Europa e la resilienza intrinseca accumulata dall’integrazione continueranno a promuovere la trasformazione dell’integrazione; il dilemma dell’azione collettiva e la dipendenza esterna di lungo periodo influenzeranno invece la velocità e la profondità di tale trasformazione. Con il rafforzamento delle capacità comuni, l’Unione Europea potrà presumibilmente partecipare agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.
【Parole chiave】 Integrazione europea, crisi ucraina, strategia di riforma dell’UE, autonomia strategica, integrazione differenziata
【Biografia degli autori】 Ding Chun, professore presso l’Istituto di Economia Mondiale dell’Università di Fudan, ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sulla «Belt and Road» e sulla governance globale, titolare della cattedra Jean Monnet dell’UE (Shanghai, CAP: 200433); Huang Kaiyue, dottorando presso l’Istituto di Ricerca sugli Affari Internazionali dell’Università di Fudan (Shanghai, CAP: 200433)
【Codice di classificazione cinese】 D850 【Codice di identificazione della pubblicazione】 A 【Numero dell’articolo】 1006-1568-(2026)05-0001-24 【Codice DOI】 10.13851/j.cnki.gjzw.202605001
* Il presente articolo costituisce un risultato intermedio del progetto “Implicazioni per la Cina e raccomandazioni strategiche derivanti dalla governance dell’Unione Europea in materia di intelligenza artificiale” (SIIFE 2025-001) dell’Istituto di Ricerca Internazionale in Finanza ed Economia di Shanghai (Programma “Gao Feng”) e del progetto finanziato dal Centro di Ricerca sulla Civiltà Industriale Tedesca dell’Università di Tecnologia di Shenzhen, base di ricerca prioritaria in scienze umane e sociali della città di Shenzhen.
Con l’inizio del terzo decennio del XXI secolo, i cambiamenti epocali in atto da un secolo si stanno accelerando e il contesto interno ed esterno dell’Europa ha subito profondi mutamenti. Sul piano della sicurezza, la crisi ucraina si è completamente inasprita, con gravi ripercussioni sull’ordine di sicurezza europeo; sul piano economico, l’Europa è sprofondata in una situazione di bassa crescita, con una ripresa economica che procede a fatica; sul piano tecnologico, l’Europa non è riuscita a cogliere le opportunità offerte dalla nuova ondata di rivoluzione industriale, vedendo così compromessi i propri tradizionali vantaggi nel settore manifatturiero; sul piano sociale, l’invecchiamento demografico e la questione dei rifugiati continuano ad accrescere la pressione sui sistemi di sicurezza sociale dei paesi europei basati sul welfare; sul piano politico, le forze populiste continuano a rafforzarsi in diversi paesi, aggravando la frammentazione politica all’interno dell’Unione Europea. Sotto il peso di queste molteplici pressioni, l’Europa sta affrontando la prova più ardua dalla fine della Guerra Fredda.
Per comprendere appieno l’attuale situazione di stallo e i cambiamenti che l’Europa sta affrontando, l’integrazione rappresenta la lente di osservazione più diretta.
L’integrazione costituisce il fondamento istituzionale della prosperità e della stabilità europee; essa ha permesso all’Unione Europea di diventare un polo importante nel panorama economico mondiale e un attore determinante nella definizione delle regole del sistema di governance globale. Le carenze emerse nelle capacità dell’Europa durante le crisi successive sono, per lo più, riconducibili alle lacune dell’integrazione in settori specifici. A partire dal 2022, l’integrazione europea è entrata in una fase di transizione. L’Unione Europea sta attuando intensi adeguamenti in settori in cui i progressi dell’integrazione sono stati a lungo lenti, quali l’allargamento, la difesa e la politica fiscale; tali adeguamenti, che abbracciano diversi ambiti fondamentali e comportano una ridefinizione del modello operativo dell’integrazione, superano per ampiezza e intensità le singole iniziative puntuali guidate dalle crisi del passato.
Il tema di ricerca del presente articolo è: quali sono le caratteristiche fondamentali dell’integrazione europea in questa fase di transizione? Da quali fattori è guidata tale transizione? Quali sono le prospettive di tale transizione e quale impatto avrà sulla posizione internazionale dell’Europa?
Di seguito si prenderà come punto di partenza per lo studio della fase di transizione dell’integrazione l’escalation della crisi ucraina del 2022, integrando nell’analisi, come contesto preliminare, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina e l’impatto della pandemia di COVID-19.
I. Formulazione del problema
Attualmente, nel mondo accademico si discute ampiamente della trasformazione e dei cambiamenti dell’integrazione europea. Le ricerche in materia possono essere suddivise in tre categorie, che rispondono rispettivamente alle domande: perché l’integrazione sta cambiando, in quale direzione sta cambiando e in quale forma sta cambiando.
La prima categoria di studi si concentra sulle dinamiche del cambiamento, interpretando l’integrazione come un processo guidato dalle crisi. Alcuni studiosi hanno messo in luce i meccanismi generali alla base di tale dinamica, sostenendo che le crisi spingono l’integrazione in avanti, ma che le riforme da esse promosse spesso non sono radicali. Ad esempio, il quadro analitico rappresentativo del «failing forward» (andare avanti fallendo) ritiene che la progettazione istituzionale dell’Unione Europea presenti difetti intrinseci; le crisi ne mettono in luce la concentrazione, mentre gli Stati membri promuovono riforme incomplete con compromessi minimi, e l’incompletezza delle riforme getta a sua volta le basi per la crisi successiva. ① L’analisi condotta dal mondo accademico sulle riforme della governance economica dell’Unione Europea successive alla crisi del debito europeo conferma tale valutazione: le misure correttive generate dalla crisi hanno alleviato l’urgenza del momento, ma i difetti istituzionali di fondo non sono stati eliminati. ② Altri studiosi si sono concentrati sull’analisi delle condizioni che determinano gli effetti delle crisi, sottolineando che non è certo che queste possano promuovere un approfondimento dell’integrazione. La crisi del debito europeo ha favorito la creazione di nuove istituzioni, mentre la crisi dei rifugiati non ha comportato quasi alcun progresso in termini di integrazione; tale differenza dipende dai costi irrecuperabili dei sistemi esistenti e dal grado di interdipendenza tra gli Stati membri; inoltre, dati provenienti da campioni di ampia portata dimostrano ulteriormente che gli effetti delle pressioni di crisi variano notevolmente a seconda dell’ambito tematico e del contesto nazionale. ③ In seguito all’escalation della crisi ucraina, questo filone analitico ha subito un’estensione. Studi comparativi hanno rilevato differenze significative nella logica di risposta dell’Unione Europea durante la pandemia di COVID-19 rispetto a quella adottata durante la crisi ucraina; la tradizionale tesi secondo cui le crisi forgiano l’integrazione necessita quindi di una nuova valutazione. ④
Una seconda categoria di studi si concentra sulla direzione della trasformazione dell’integrazione, sostenendo che l’Unione Europea si stia trasformando da forza normativa (regulatory power) ad attore geopolitico. Tre elementi sostengono tale valutazione: in primo luogo, l’attenzione è rivolta allo spostamento del baricentro funzionale. L’integrazione in ambiti quali la difesa, la finanza e la gestione delle frontiere – definiti «poteri statali fondamentali» (core state powers) – segue una logica politica distinta da quella basata sull’integrazione di mercato; le pressioni militari derivanti dalla crisi ucraina stanno spingendo verso una concentrazione di tali poteri a livello delle istituzioni dell’Unione Europea. ⑤ In secondo luogo, l’attenzione è rivolta alla trasformazione degli strumenti politici. Fattori quali la nuova rivoluzione industriale, la competizione tra grandi potenze e la recessione economica globale stanno determinando un forte ritorno della politica industriale, mentre alle politiche commerciali e di investimento vengono attribuite caratteristiche geopolitiche. Il paradigma di governance economica dell’UE si sta di conseguenza ridefinendo e l’Unione sta integrando la propria politica estera all’insegna della «sovranità europea» e dell’autonomia strategica.⑥ In terzo luogo, l’attenzione è rivolta al cambiamento degli attori. La Commissione europea sta entrando in ambiti tradizionalmente intergovernativi avvalendosi di strumenti industriali e di bilancio, mentre la cooperazione in materia di difesa mostra una tendenza alla sovranazionalità. ① La terza categoria di studi si concentra sull’andamento della transizione dell’integrazione, ritenendo che gli accordi differenziati stiano diventando la modalità operativa normale dell’integrazione europea. I lavori descrittivi tracciano sistematicamente la distribuzione delle differenze nei livelli di integrazione tra i settori politici e gli Stati membri, sottolineando che tali accordi differenziati potrebbero cristallizzarsi in un assetto istituzionale di coesistenza a lungo termine. ② I lavori interpretativi si concentrano sull’analisi delle cause di tali differenze, ritenendo che diverse combinazioni di benefici economici e adesione alle norme abbiano plasmato l’orientamento degli Stati membri nei confronti dell’integrazione. ③ La «de-integrazione differenziata» rappresentata dalla Brexit dimostra che le differenze possono anche trasformarsi in forze centrifughe. ④ Gli studi di natura espansiva estendono lo sguardo oltre i confini dell’Unione Europea, introducendo il concetto di «integrazione differenziata esterna» (external differentiated integration) per esaminare gli accordi differenziati che consentono ai paesi terzi di partecipare al quadro di integrazione; essi ritengono che l’Unione Europea stia sostituendo la divisione binaria tra Stati membri e paesi terzi con una gerarchia di adesione, fornendo così un approccio operativo per gestire gli stati intermedi di adesione. ⑤
Le ricerche sopra citate dimostrano che l’integrazione europea non procede in modo lineare secondo un progetto prestabilito, ma che gli shock causati dalle crisi e le differenze interne ne costituiscono lo stato normale. Tuttavia, le ricerche esistenti presentano ancora alcune lacune. In primo luogo, i tre tipi di studi si concentrano su aspetti distinti tra loro. Manca un’analisi globale, nell’ambito di un quadro unificato, dei cambiamenti relativi all’allargamento, all’approfondimento e alle modalità di funzionamento, il che rende difficile illustrare la sistematicità della trasformazione dell’integrazione a partire dal 2022. In secondo luogo, l’analisi empirica presenta un ritardo. La base empirica della maggior parte dei risultati si ferma al periodo precedente al 2022 o alle prime fasi della crisi ucraina, mentre manca una sintesi sistematica delle nuove pratiche emerse in modo massiccio in seguito. In terzo luogo, l’analisi dei meccanismi è scollegata dalla valutazione d’insieme. Inoltre, sono pochi gli studi che collegano i cambiamenti dei meccanismi alla situazione complessiva dell’Europa e al suo status internazionale, e sono relativamente scarse anche le valutazioni prospettiche sull’andamento della transizione.
Il presente articolo considera l’integrazione europea dal 2022 in poi come un processo di trasformazione olistico; esamina i cambiamenti dei meccanismi di integrazione in un quadro unificato, analizza sistematicamente le pratiche di integrazione emerse dopo la crisi ucraina e le collega alla posizione dell’Europa nel sistema internazionale e alle sue prospettive di sviluppo, al fine di formulare una valutazione completa.
II. Caratteristiche fondamentali della trasformazione dell’integrazione europea
Da quando, nel 2022, l’Europa ha vissuto una «svolta epocale» (Zeitenwende), il baricentro politico e le modalità operative dell’integrazione europea hanno subito cambiamenti piuttosto evidenti. La politica di allargamento dell’integrazione ha assunto una funzione geostrategica più rilevante, mentre l’approfondimento interno si è orientato verso lo sviluppo di capacità in settori quali l’industria, la difesa, la sicurezza sociale e la gestione dell’immigrazione; il funzionamento dei meccanismi, dal canto suo, ha manifestato caratteristiche più evidenti di flessibilità e di integrazione differenziata. (1) Allargamento dell’integrazione: dall’adesione «condizionata» all’adesione geostrategica
Prima del 2022, l’allargamento dell’Unione Europea seguiva la logica della «condizionalità» (Conditionality). I paesi candidati dovevano attuare riforme sostanziali in ambiti quali la politica, lo Stato di diritto e l’economia, raggiungendo i criteri di Copenaghen stabiliti nel 1993, per poter completare gradualmente il processo di adesione; tutti i precedenti allargamenti dell’Unione Europea hanno sostanzialmente seguito questo quadro di riferimento. A partire dal 2022, la dimensione geopolitica della politica di allargamento si è notevolmente rafforzata. Nella dichiarazione rilasciata nel 2023 in occasione del vertice dei leader della Comunità politica europea (European Political Community), l’allargamento dell’UE è stato definito un «investimento geostrategico» a favore della pace, della sicurezza, della stabilità e della prosperità. ① In primo luogo, il processo di allargamento è passato da una fase di stallo e stagnazione a una di ripresa e accelerazione. Dopo l’adesione della Croazia nel 2013, nell’Unione Europea si è manifestata una «stanchezza da allargamento» (enlargement fatigue), che ha portato a dieci anni consecutivi senza l’ammissione di nuovi membri. Il percorso di adesione dei Paesi dei Balcani occidentali procedeva a rilento, mentre quello della Turchia era sostanzialmente congelato. A partire dal 2022, questa situazione di stallo è cambiata in modo evidente. Nel giugno dello stesso anno, il Consiglio europeo ha concesso all’Ucraina e alla Moldavia lo status di paesi candidati all’adesione. Nel giugno 2024, l’Unione europea ha avviato formalmente i negoziati di adesione con l’Ucraina e la Moldavia. Il 15 giugno 2026, il processo di adesione di entrambi i paesi è passato ufficialmente dalla fase dei negoziati sul quadro politico a quella dei negoziati sui capitoli specifici. ② Nel contempo, è stato riattivato anche il processo di allargamento nella regione dei Balcani occidentali. Il Montenegro è attualmente il paese candidato che sta registrando i progressi più rapidi e si prevede che aderisca all’Unione nel 2028.① Anche i negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord hanno subito un netto acceleramento. Da ciò si evince che l’allargamento è tornato a occupare una posizione di rilievo nell’agenda decisionale dell’Unione Europea.
Tabella 1: Processo di adesione nella regione dei Balcani occidentali e in alcuni paesi partner dell’Europa orientale (al giugno 2026)


Paese/Regione Data di presentazione della domanda Data di acquisizione dello status di paese candidato Data di avvio dei negoziati di adesione Risultati raggiunti dal febbraio 2022 Ucraina 28/02/2022 23/06/2022 25/06/2024 Ha completato rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato, è entrata nella fase dei negoziati sui capitoli. Moldavia 3 marzo 2022 23 giugno 2022 25 giugno 2024 Ha completato rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato ed è entrata nella fase dei negoziati sui capitoli. Georgia 3 marzo 2022 14 dicembre 2023 — Ha compiuto rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato, ma a causa dei cambiamenti nella situazione politica interna, il processo di adesione è in stallo dal 2024. Albania 28.4.2009 23.6.2014 19.7.2022 I negoziati di adesione, rimandati per molti anni, sono stati ufficialmente avviati, è pronta ad affrontare la fase finale dei negoziati sui capitoli. Bosnia-Erzegovina 15 febbraio 2016 15 dicembre 2022 21 marzo 2024 Le è stato concesso lo status di paese candidato e sono stati avviati formalmente i negoziati di adesione, ma, a causa della situazione politica interna, non sono ancora stati avviati i negoziati sul quadro politico. Montenegro 15 dicembre 2008 17 dicembre 2010 17 dicembre 2010 29 giugno 2012 I negoziati hanno subito una notevole accelerazione; sono stati completati i negoziati su quasi la metà dei capitoli e l’adesione è prevista per il 2028. Macedonia del Nord 22 marzo 2004 17 dicembre 2005 19 luglio 2022 I negoziati di adesione, rimandati per molti anni, sono stati avviati ufficialmente, è stata completata la procedura di valutazione per l’adesione Serbia 22 dicembre 2009 1 marzo 2012 21 gennaio 2014 A causa dei legami ancora stretti tra la Serbia e la Russia, i negoziati sono giunti a un punto morto Kosovo ① 15 dicembre 2022 — — — Fonte: Huang Kaiyue, Gu Mingfei: «Analisi della trasformazione delle politiche di Stati Uniti, Europa e Russia nei Balcani occidentali in una prospettiva geostrategica», Ricerche di geografia mondiale, anno 2025, n. 3, pag. 90
In secondo luogo, i paesi destinatari dell’allargamento si sono estesi dai Balcani occidentali ai paesi del Partenariato orientale (Eastern Partnership). Prima del 2022, l’agenda di allargamento dell’integrazione europea era concentrata nella regione dei Balcani occidentali. L’Ucraina e la Moldavia, invece, erano state a lungo incluse nell’ambito della Politica europea di vicinato (European Neighbourhood Policy) e non erano state inserite nel percorso centrale dell’agenda di allargamento. A partire dal 2022, l’ambito di allargamento dell’Unione Europea si è notevolmente ampliato, dando vita a una struttura a due binari paralleli. Il binario occidentale è rivolto ai Balcani occidentali e procede gradualmente in base ai progressi delle riforme nei paesi della regione. Il binario orientale è rivolto ad alcuni paesi del Partenariato orientale; sebbene il ritmo di avanzamento sia più rapido, per i paesi candidati risulta più difficile attuare le riforme in un contesto di crisi. Il rapido avanzamento dell’agenda ucraina ha suscitato timori di emarginazione nei paesi dei Balcani occidentali, costringendo oggettivamente i paesi della regione ad accelerare il proprio percorso di adesione.
In terzo luogo, il percorso di allargamento è passato dal raggiungimento di standard globali all’integrazione graduale. Il modello tradizionale di allargamento prevedeva soglie istituzionali ben definite, che richiedevano ai paesi candidati di completare tutti i capitoli negoziali e soddisfare tutti i criteri di adesione prima di poter entrare formalmente a far parte dell’Unione. Prima di ciò, i paesi candidati difficilmente potevano partecipare in modo sostanziale al sistema politico dell’Unione. Dal 2022, l’integrazione graduale (gradual integration) è diventata un’importante direzione di innovazione politica. Ai paesi candidati è consentito partecipare in fasi successive a parte del sistema politico dell’UE prima dell’adesione formale, ottenendo in anticipo i benefici istituzionali. Ad esempio, sia il Piano di crescita per i Balcani occidentali (Growth Plan for the Western Balkans), per un importo complessivo di 6 miliardi di euro, sia il Meccanismo di assistenza per l’Ucraina (Ukraine Facility), per un importo complessivo di 50 miliardi di euro, incarnano questa logica. ② Il percorso di allargamento basato sull’integrazione graduale offre incentivi graduali ai paesi candidati, consentendo al contempo all’Unione europea di intervenire in una fase più precoce nella governance economica e nella costruzione della sicurezza di tali paesi. Questo percorso rende meno netti i confini tradizionali tra Stati membri e paesi candidati, creando una zona intermedia tra la piena adesione e le relazioni di buon vicinato.
(II) Approfondimento dell’integrazione: dal coordinamento normativo al rafforzamento delle capacità
Fino al 2022, il fulcro dell’approfondimento dell’integrazione europea si è concentrato sul livello del coordinamento normativo. La governance economica era incentrata sull’eliminazione delle barriere alla circolazione interna e sulla definizione di regole comuni per il mercato unico. Le politiche sociali sono state a lungo guidate dai singoli Stati membri, mentre le politiche comuni a livello dell’Unione Europea erano relativamente limitate; la cooperazione in materia di difesa si basava principalmente sul coordinamento intergovernativo; la gestione dell’immigrazione e dell’asilo presentava invece carenze in termini di accordi di governance comune.
Dal 2022, lo sviluppo delle capacità ha sostituito l’armonizzazione delle norme come direzione principale dell’approfondimento dell’integrazione europea; in diversi ambiti, l’Unione Europea ha spostato i propri obiettivi politici dalla convergenza normativa alla mobilitazione e all’utilizzo di risorse comuni. In primo luogo, la governance economica si è orientata verso lo sviluppo delle capacità in materia di competitività e sicurezza. L’integrazione economica dell’Unione Europea si è a lungo concentrata sul perfezionamento delle norme, sfruttando le economie di scala attraverso regole uniformi. Dal 2022, le questioni relative alla competitività e alla sicurezza economica sono rapidamente diventate priorità nel processo decisionale dell’Unione Europea. A livello di mercato, la riforma del mercato unico pone l’accento sul sostegno all’aggiornamento industriale e alla sovranità tecnologica. Nell’aprile 2024, il rapporto «Much More Than a Market» (noto anche come «Rapporto Letta»), pubblicato dal Consiglio dell’Unione Europea, ha proposto di promuovere un’integrazione profonda nei tre settori della finanza, dell’energia e delle telecomunicazioni, sostenendo inoltre l’istituzione della libera circolazione della conoscenza come «quinta libertà» del mercato unico. ① Nel settembre dello stesso anno, la relazione «Il futuro della competitività europea» (The Future of European Competitiveness, nota anche come «relazione Draghi») pubblicata dalla Commissione europea ha definito la crisi di competitività che l’Europa sta affrontando come una «sfida esistenziale» (existential challenge), proponendo un aumento annuo degli investimenti compreso tra circa 750 e 800 miliardi di euro. ② A livello industriale, sono stati varati in successione il «Critical Raw Materials Act» (Legge sulle materie prime critiche) e il «Net-Zero Industry Act» (Legge sull’industria a zero emissioni nette); i meccanismi di controllo sugli investimenti esteri sono stati ulteriormente inaspriti e il «Foreign Subsidies Regulation» (Regolamento sui sussidi esteri) è entrato pienamente in vigore, rendendo sempre più sistematico il «kit di strumenti» dell’UE per la sicurezza economica.
A livello fiscale, ha preso forma in via preliminare lo strumento finanziario comune. Il programma «Next Generation EU» ha effettuato per la prima volta, a nome dell’Unione europea, un’emissione di debito su larga scala sui mercati dei capitali, per un importo complessivo di circa 800 miliardi di euro, creando un precedente istituzionale per il modello di finanziamento congiunto. ③ Il piano di finanziamento degli armamenti «Security Action for Europe», elaborato dall’Unione europea nel maggio 2025, mette a disposizione degli Stati membri prestiti a lungo termine per un importo massimo di 150 miliardi di euro, estendendo lo strumento finanziario comune al settore della difesa. ① A livello energetico, il baricentro delle politiche si è spostato dal perfezionamento delle regole di concorrenza alla garanzia della sicurezza dell’approvvigionamento. Il piano «REPowerEU» mira a rafforzare la capacità dell’Unione europea di resistere agli shock energetici attraverso appalti congiunti, lo stoccaggio obbligatorio di gas, la gestione della domanda e la riforma del mercato dell’energia elettrica. ②
In secondo luogo, la politica sociale pone maggiore enfasi sullo sviluppo di capacità di protezione comune. La politica sociale è stata a lungo di competenza dei singoli Stati membri, mentre il ruolo dell’Unione europea si limitava al coordinamento e alla formulazione di raccomandazioni. Il piano d’azione «Pilastro europeo dei diritti sociali» (European Pillar of Social Rights), varato nel 2017, pur avendo stabilito un quadro di principi, era per lo più di natura non vincolante e privo di forza esecutiva. A partire dal 2022, l’aumento dei prezzi dell’energia e le pressioni inflazionistiche hanno aggravato il carico sulle condizioni di vita dei cittadini, determinando un netto aumento dell’importanza attribuita alle questioni sociali; l’Unione europea ha quindi promosso, attraverso la legislazione, una convergenza verso standard sociali più elevati tra gli Stati membri. Nell’ottobre 2022, la «Direttiva sui salari minimi adeguati» (Adequate Minimum Wages Directive) ha imposto agli Stati membri di perfezionare i meccanismi di fissazione e aggiornamento del salario minimo. Nel 2023, la «Raccomandazione sul reddito minimo adeguato» (Recommendation on Adequate Minimum Income) ha ulteriormente richiesto agli Stati membri di garantire un reddito minimo alla popolazione, tutelando le condizioni di vita fondamentali delle fasce vulnerabili. ③ La «Direttiva sulla trasparenza salariale» (Pay Transparency Directive) e la «Direttiva sul lavoro sulle piattaforme» (Platform Work Directive) si concentrano invece ulteriormente sulle questioni più rilevanti del mercato del lavoro, rafforzando rispettivamente la parità retributiva di genere e la tutela dei diritti dei lavoratori delle piattaforme. ④ La legislazione sopra citata sottolinea l’obiettivo dell’armonia sociale, stabilendo una soglia minima comune per la sicurezza sociale degli Stati membri, alleviando efficacemente la pressione sul tenore di vita e mantenendo la stabilità sociale di fronte all’impatto delle crisi.
In terzo luogo, la cooperazione in materia di difesa si sta orientando verso la costruzione di un quadro istituzionale. La cooperazione in materia di difesa all’interno dell’Unione Europea è rimasta a lungo limitata al coordinamento dei meccanismi e ad azioni su piccola scala. Dal 2022, la difesa è diventata il settore in cui l’integrazione procede più rapidamente. La spesa per la difesa degli Stati membri è aumentata di oltre il 50% in tre anni, passando da circa 218 miliardi di euro nel 2021 a 343 miliardi di euro nel 2024, per avvicinarsi ai 400 miliardi di euro nel 2025. ① Il cambiamento più significativo si è verificato a livello istituzionale. Nel 2023, la Commissione europea ha adottato successivamente l’«Act in Support of Ammunition Production» (Legge a sostegno della produzione di munizioni) e l’«European Defence Industry Reinforcement Through Common Procurement Act» (Legge sul rafforzamento dell’industria della difesa europea attraverso gli appalti comuni), aggirando i vincoli del Trattato che vietano il finanziamento delle spese per operazioni militari a carico del bilancio dell’Unione europea e convogliando i fondi dell’Unione nei settori dell’industria della difesa e degli appalti comuni. ② Nell’ottobre 2025, l’Unione europea ha pubblicato la «Tabella di marcia per la prontezza alla difesa 2030» (Defence Readiness Roadmap 2030), proponendo di aumentare la quota degli appalti comuni, rafforzare la capacità di assunzione di commesse dell’industria europea della difesa, istituire alleanze di capacità nei settori prioritari e monitorare annualmente i progressi nell’attuazione. ③
In quarto luogo, la gestione dell’immigrazione e dell’asilo si sta estendendo verso una governance comune. Nel settore dell’immigrazione, l’Unione europea aveva finora promosso l’integrazione principalmente attraverso la collaborazione tra gli Stati membri. Sebbene sia stato definito un quadro istituzionale per la ripartizione delle responsabilità in materia di asilo, l’attuazione concreta dipendeva in larga misura dalle risorse proprie degli Stati membri, mentre a livello dell’Unione europea mancava da tempo un accordo comune stabile. Durante la crisi dei rifugiati del 2015, la pressione derivante dall’accoglienza dei rifugiati si è concentrata sui paesi di confine dell’Unione europea, mentre la riforma del sistema comune di asilo dell’Unione europea è rimasta a lungo in una fase di stallo. A partire dal 2022, la crisi ucraina ha provocato un afflusso massiccio di rifugiati, con un notevole aumento della pressione migratoria a carico dell’Europa, il che ha accelerato l’adeguamento dell’agenda in materia. Dopo lo scoppio della crisi, l’UE ha deciso di attivare per la prima volta la «Direttiva sulla protezione temporanea» (Direttiva 2001/55/CE) del 2001, conferendo ai rifugiati ucraini numerosi diritti sociali quali il soggiorno, l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e alla previdenza sociale, ④ e stanziando 17 miliardi di euro per sostenere gli Stati membri nell’accoglienza e nel reinsediamento dei richiedenti asilo. ⑤ Nel maggio 2024, l’Unione Europea ha adottato il nuovo «Patto sull’immigrazione e l’asilo» (Pact on Migration and Asylum), ridefinendo il quadro normativo in materia di immigrazione e asilo. Tale Patto mira a istituire procedure unificate a livello dell’Unione Europea per lo screening all’ingresso e la gestione delle frontiere, stabilendo un meccanismo di «solidarietà obbligatoria» (Mandatory Solidarity) che consenta agli Stati membri di condividere il carico dei paesi di frontiera attraverso l’accoglienza e il trasferimento dei richiedenti asilo, il contributo finanziario o altre modalità. ① Nel contempo, l’ambito di applicazione della gestione delle frontiere si è ulteriormente ampliato. La Croazia, la Bulgaria e la Romania hanno aderito successivamente allo spazio Schengen, estendendo ulteriormente il sistema comune di gestione delle frontiere ai confini sud-orientali dell’Unione europea. Di conseguenza, l’Unione europea ha creato un quadro di collaborazione più stabile in materia di accoglienza e reinsediamento dei rifugiati e di gestione dell’asilo, rafforzando anche la propria capacità di rispondere congiuntamente alle pressioni dei flussi migratori esterni. (3)
Meccanismi operativi: il rafforzamento significativo dell’integrazione differenziata
L’integrazione differenziata (differentiated integration) non è un fenomeno nuovo nell’Unione europea. L’area dell’euro, lo spazio Schengen e l’«Europa a più velocità» (multi-speed Europe) sono tutti accordi istituzionali dell’Unione europea volti a accogliere la diversità interna. ② Tuttavia, a partire dal 2022, il fenomeno dell’integrazione differenziata si è notevolmente intensificato e la portata delle politiche si è ampliata in modo significativo, diventando un modello operativo normalizzato. In primo luogo, l’applicazione delle regole decisionali è diventata più flessibile. Le regole formali di decisione dell’Unione Europea non sono state modificate: l’unanimità rimane la procedura di base in settori altamente sensibili quali la politica estera, la difesa e l’allargamento, ma nella pratica sono emerse sempre più soluzioni flessibili. Per quanto riguarda il meccanismo di voto, l’astensione costruttiva (constructive abstention) consente agli Stati membri di dichiarare di non partecipare all’attuazione, senza tuttavia porre il veto alla risoluzione. Prima del 2022, tale meccanismo era stato utilizzato una sola volta. Dal 2022 in poi, questa regola è stata invocata in diverse occasioni. Ad esempio, nel febbraio 2022, dopo consultazioni urgenti, gli Stati membri dell’UE hanno deciso di fornire all’Ucraina equipaggiamenti militari letali; Austria, Irlanda e Malta hanno fatto approvare la risoluzione proprio ricorrendo a tale meccanismo. ③ Per quanto riguarda la soglia di voto, l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) autorizza il Consiglio dell’Unione europea ad adottare misure adeguate in situazioni di emergenza, in uno spirito di solidarietà tra gli Stati membri. Poiché tale disposizione non prevede una procedura di voto specifica, il Consiglio dell’Unione europea adotta il sistema di voto a maggioranza qualificata (qualified majority) ai sensi del Trattato sull’Unione europea. ④ A partire dal 2022, numerose leggi dell’Unione europea in materia di energia adottate con carattere d’urgenza sono state approvate in base a tale disposizione. Per quanto riguarda il processo decisionale, l’Unione europea ha inoltre apportato una serie di adeguamenti tecnici. Prendendo ad esempio le sanzioni contro la Russia, dal 2022 la Commissione europea ha progressivamente assunto il ruolo principale nella stesura dei progetti di sanzioni, presentandoli direttamente al Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio dell’Unione europea (COREPER II), riducendo così la fase di consultazione punto per punto da parte del Gruppo di lavoro dei consiglieri per le relazioni esterne (Working Party of Foreign Relations Counsellors). Successivamente, la Commissione europea ha inoltre introdotto il meccanismo di coordinamento denominato «confessionali» (confessionals): prima della presentazione formale delle proposte, i rappresentanti della Commissione comunicano con i rappresentanti permanenti degli Stati membri, singolarmente o in gruppi, per individuare in anticipo le «linee rosse» di ciascuna parte e adeguare di conseguenza il contenuto delle proposte, riducendo così la probabilità che queste vengano respinte nella fase di votazione formale. ①
Di conseguenza, la Commissione europea è diventata di fatto il principale artefice delle proposte di sanzioni. Inoltre, un analogo ampliamento del proprio ruolo si è verificato anche nel settore della difesa. A partire dal 2022, la Commissione europea ha guidato in successione la pubblicazione di numerosi piani di difesa, acquisendo un notevole potere di definizione dell’agenda e di allocazione delle risorse in un settore che tradizionalmente rientrava nelle decisioni intergovernative degli Stati membri. ②
In secondo luogo, il quadro di cooperazione tende a diventare più aperto e diversificato. Si è notevolmente aumentato il fenomeno di combinazioni di paesi diversi che promuovono tematiche politiche diverse, fenomeno particolarmente evidente nel settore della difesa. Da un lato, il modello della «coalizione dei volenterosi» (coalition of the willing) si sta diffondendo rapidamente. L’esempio più rappresentativo è la «coalizione di capacità» (capability coalition) a sostegno dell’Ucraina: tale meccanismo copre diversi settori, tra cui la difesa aerea, la guerra elettronica e i droni, è guidato da uno a tre paesi, prevede la partecipazione volontaria degli Stati membri e coordina gli aiuti in base alle esigenze specifiche delle forze armate ucraine. ③
D’altro canto, la partecipazione dei paesi non membri dell’UE al quadro di integrazione europea si sta estendendo ad ambiti altamente politici quali la difesa. A partire dal 2024, l’UE ha progressivamente firmato accordi di «partenariato in materia di sicurezza e difesa» con 12 paesi, tra cui Regno Unito, Norvegia, Giappone, Canada e India, fornendo un canale istituzionale per la partecipazione sistematica dei paesi terzi alla cooperazione in materia di difesa dell’UE. ④ Tra questi, il Regno Unito e l’UE hanno istituito un dialogo diplomatico e di sicurezza periodico e un meccanismo di consultazioni operative annuali, riservando inoltre al Regno Unito uno spazio per la partecipazione ai meccanismi di difesa dell’UE; ⑤ ciò segna la prima cooperazione istituzionalizzata in materia di difesa tra le due parti dopo la Brexit.
Nel 2023 il Canada ha aderito al progetto della rete europea di hub logistici nell’ambito della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), diventando il primo paese terzo a partecipare contemporaneamente a due progetti PESCO. ① La Svizzera, dal canto suo, è stata invitata nel 2025 ad aderire al progetto PESCO sulla mobilità militare, diventando il primo Paese neutrale non membro dell’UE a partecipare a tale quadro. ② Inoltre, il programma «Operazioni di sicurezza europee» ha ulteriormente esteso ai Paesi terzi firmatari di accordi di partenariato l’idoneità a partecipare agli appalti congiunti di armamenti e attrezzature militari. L’ambito di partecipazione all’integrazione europea ha ormai superato i confini geografici, assumendo le caratteristiche di una cooperazione flessibile orientata alle esigenze funzionali.
III. I fattori trainanti della trasformazione dell’integrazione europea
Prima del 2022, il modello di integrazione europea esistente presentava già molteplici contraddizioni strutturali; la necessità di riforme era presente da tempo, ma mancava una spinta politica sufficiente. In seguito alla piena escalation della crisi ucraina, le pressioni esterne – quali l’adeguamento dell’orientamento strategico degli Stati Uniti e l’intensificarsi della concorrenza industriale globale – sono aumentate di pari passo, modificando la percezione del rischio e l’orientamento politico degli Stati membri dell’UE e accelerando notevolmente l’agenda delle riforme, che in precedenza procedeva a rilento. (1)
Contraddizioni strutturali accumulate a lungo a livello interno. In primo luogo, i dividendi di crescita del modello di integrazione esistente tendono ad esaurirsi. Il modello di integrazione originario aveva generato notevoli dividendi di crescita: tra il 1999 e il 2008, il tasso di crescita annuale composto dell’economia dell’Unione Europea ha raggiunto il 2,2%. ③ Tuttavia, dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, i benefici istituzionali derivanti dal percorso tradizionale si sono ridotti e l’ulteriore approfondimento dell’integrazione ha raggiunto una fase di stallo, come dimostra in modo evidente la stagnazione dell’integrazione nel settore dei servizi. Nel 2023, il grado di integrazione del mercato dei servizi nell’Unione Europea era pari solo al 7,6%.④ I fornitori di servizi transfrontalieri continuano a dover affrontare procedure di autorizzazione complesse e normative settoriali disomogenee. La frammentazione dei mercati dei capitali limita l’innovazione in materia di finanziamenti. Il finanziamento delle imprese tecnologiche europee continua a dipendere da mercati frammentati e dal credito bancario; i fondi raccolti dalle start-up ammontano solo alla metà di quelli delle loro controparti statunitensi, costringendo molte imprese a ricorrere a finanziamenti dall’estero. Nel periodo 2008-2021, quasi il 30% delle “unicorni” europee ha trasferito la propria sede all’estero, per lo più negli Stati Uniti. ① Non si è migliorata nemmeno l’asimmetria tra l’architettura monetaria e quella fiscale. Sebbene l’area dell’euro abbia realizzato l’unificazione monetaria, manca una politica fiscale comune. Quando i paesi dell’Europa meridionale con elevato indebitamento si trovano ad affrontare una crisi del debito, non possono né aumentare la propria competitività attraverso la svalutazione della moneta, né disporre di strumenti fiscali comuni per alleviare la pressione, e non hanno altra scelta che scambiare politiche di austerità con i salvataggi. Dopo la crisi del debito europeo, sebbene siano stati istituiti successivamente il Meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism, ESM) e l’Unione bancaria europea (European Banking Union), le questioni relative all’assicurazione comune sui depositi (common deposit insurance) e al debito comune rimangono difficili da risolvere a causa delle divergenze tra gli Stati membri. Il cumulo di tali ostacoli rende difficile che il tradizionale percorso di integrazione dei mercati possa fornire nuovi impulsi di crescita. Se l’Unione europea intende mobilitare investimenti strategici su larga scala, dovrà rafforzare lo sviluppo delle capacità nei settori del mercato, della finanza e della politica fiscale.
In secondo luogo, le capacità in materia di sicurezza dipendono da tempo da fonti esterne. Dopo la fine della Guerra Fredda, l’Europa è entrata in un «periodo di dividendi di pace» durato 30 anni, durante il quale la sicurezza della maggior parte dei paesi europei è dipesa dagli Stati Uniti e dalla NATO. La quota della spesa per la difesa sul PIL dei paesi membri sia dell’Unione Europea che della NATO è scesa dal 3% circa alla fine della Guerra Fredda all’1,54% nel 2021. Nel 2021, solo quattro Stati membri dell’Unione Europea hanno raggiunto l’obiettivo fissato dalla NATO di destinare il 2% del PIL alla spesa per la difesa. ② L’insufficienza degli investimenti a lungo termine ha causato l’indebolimento delle capacità di difesa europee. L’Unione Europea è priva di un sistema di pianificazione operativa congiunta e di comando indipendente dalla NATO, e presenta gravi carenze in termini di capacità chiave quali il trasporto aereo strategico, gli attacchi a lungo raggio e la difesa aerea e antimissile. All’inizio della crisi ucraina, le riserve di munizioni di alcuni Stati membri erano sufficienti a sostenere operazioni militari ad alta intensità solo per pochi giorni. La frammentazione dell’industria della difesa e del sistema di approvvigionamento ha aggravato la situazione sopra descritta. All’interno dell’Europa coesistono oltre 170 tipi diversi di sistemi d’arma, mentre negli Stati Uniti se ne contano solo circa 30. ③ Circa tre quarti degli appalti nel settore della difesa degli Stati membri vengono aggiudicati ad aziende nazionali; gli appalti congiunti transnazionali sono da tempo ostacolati, impedendo all’industria della difesa di realizzare economie di scala, con costi unitari che rimangono elevati. In precedenza, il contesto esterno dell’Europa era relativamente stabile e le garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti e dalla NATO riuscivano ancora a mascherare questa lacuna. Dopo il 2022, il contesto di sicurezza esterno dell’Unione Europea si è drasticamente deteriorato e le carenze di capacità accumulate nel lungo periodo si sono trasformate in pressioni concrete, diventando così uno dei principali motori dell’accelerazione dell’integrazione della difesa europea.
In terzo luogo, le contraddizioni istituzionali e meccaniche ostacolano l’avanzamento delle riforme. Dalla «Strategia di Lisbona» (Lisbon Strategy) del 2000 al «Rapporto Draghi» del 2024, l’Unione Europea ha già redatto numerose «diagnosi» dei propri problemi istituzionali; tuttavia, tra la diagnosi dei problemi e l’adozione di misure concrete sussiste da sempre un divario evidente, dovuto ai seguenti tre motivi.
In primo luogo, l’eccessivo onere normativo. Nel periodo 2019-2024, l’Unione Europea ha emanato oltre 13.000 atti normativi; più del 60% delle imprese dell’Unione considera la complessa regolamentazione come il principale ostacolo agli investimenti.①
In secondo luogo, i cicli decisionali sono troppo lunghi. Le riforme di grande portata dell’Unione Europea richiedono spesso un complesso processo di coordinamento, e il tempo che intercorre tra la proposta di una politica e la sua attuazione è piuttosto lungo. Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (Treaty of Lisbon) nel 2009, l’Unione europea non ha più modificato tale trattato e la riforma istituzionale è rimasta a lungo in sospeso. Il divario tra il quadro istituzionale e gli obiettivi di riforma continua ad ampliarsi.
In terzo luogo, la mancanza di consenso politico. Con l’allargamento dell’Unione europea a 27 Stati membri, la struttura degli interessi degli Stati membri è diventata più complessa e le differenze nelle preferenze politiche sono sempre più marcate. In materia di politica energetica, l’alleanza per l’energia nucleare guidata dalla Francia è da tempo in contrapposizione con il fronte delle energie rinnovabili guidato da Germania, Austria e altri paesi. Per quanto riguarda la difesa e la sicurezza, la Polonia e i paesi baltici considerano la deterrenza nei confronti della Russia una priorità assoluta, mentre gli Stati membri dell’Europa meridionale prestano maggiore attenzione alla questione dell’immigrazione clandestina; è quindi difficile per entrambe le parti trovare un accordo sulle priorità di investimento. In materia di commercio estero, le economie orientate all’esportazione, come quella tedesca, tendono a sostenere un contesto commerciale aperto, mentre paesi come la Francia e l’Italia pongono maggiore enfasi sulla «protezione industriale» e sull’«autonomia strategica». La divergenza di interessi ha fatto sì che l’Unione Europea si trovasse ripetutamente in difficoltà di coordinamento di fronte a questioni urgenti; il protrarsi delle indecisioni ha notevolmente indebolito lo slancio delle riforme. (2)
L’effetto cumulativo degli shock geopolitici esterni
In primo luogo, la crisi ucraina ha ridefinito la percezione della sicurezza e la logica politica in Europa. Dopo la fine della Guerra Fredda, i decisori politici europei avevano ritenuto, per un certo periodo, che la probabilità di una nuova guerra su larga scala tra Stati sul continente europeo fosse notevolmente diminuita. Tale valutazione ha indotto i paesi dell’UE a destinare in modo generalizzato le proprie risorse allo sviluppo dei mercati e alla spesa sociale, relegando a lungo le questioni relative alla difesa ai margini delle politiche. La crisi ucraina ha scosso radicalmente questa percezione, riportando la sicurezza militare al centro dell’integrazione europea. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha pubblicato la «Bussola strategica per la sicurezza e la difesa» (A Strategic Compass for Security and Defence), definendo chiaramente la Russia come «la minaccia principale e più diretta alla sicurezza europea». ② L’allora Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che la Germania stava entrando in una fase di «svolta epocale», abbandonando la linea di sicurezza nei confronti della Russia perseguita per decenni dopo la fine della Guerra Fredda.① La Finlandia e la Svezia hanno presentato, nel giro di pochi mesi, domanda di adesione alla NATO, rinunciando alla posizione di neutralità e di non allineamento militare da tempo perseguita. La crisi ucraina ha inoltre messo in luce la vulnerabilità dell’interdipendenza economica. Il tradizionale concetto di «cambiamento attraverso il commercio» (Wandel durch Handel) ha perso parte del suo fascino, mentre le politiche economiche all’interno e all’esterno dell’Unione Europea si sono spostate da una priorità data all’efficienza a un equilibrio tra efficienza e sicurezza. In alcuni settori si è quindi manifestata una tendenza, in misura variabile, alla «securitizzazione», caratterizzata dalla politicizzazione, dalla strumentalizzazione e dall’uso come arma delle questioni economiche, il che ha esacerbato le tensioni commerciali tra l’Unione Europea e le altre principali economie mondiali.
In secondo luogo, il riorientamento strategico degli Stati Uniti ha accentuato l’incertezza nelle relazioni transatlantiche. A partire dal 2017, anno in cui Trump è entrato in carica per la prima volta come presidente degli Stati Uniti, gli impegni degli Stati Uniti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa si sono ridotti. Dopo la rielezione di Trump alla presidenza nel 2025, tale incertezza si è ulteriormente accentuata. A seguito del vertice dell’Aia del 2025, gli Stati Uniti hanno richiesto agli alleati della NATO di aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL. ② Nel contempo, gli Stati Uniti hanno anche ridotto i propri investimenti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa. Nel maggio 2026, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania e hanno pianificato di ridurre parte delle forze militari chiave assegnate alla NATO. ③ Per l’Europa, che da tempo dipende dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, l’urgenza di costruire un’autonomia in materia di difesa è aumentata repentinamente. Sul piano economico, i dazi sono diventati lo strumento principale con cui gli Stati Uniti esercitano pressioni sull’Europa. Nell’aprile del 2025, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di un «dazio di reciprocità» del 20% sui prodotti dell’Unione Europea. Sebbene alla fine di luglio dello stesso anno gli Stati Uniti e l’Unione Europea abbiano raggiunto un accordo quadro che fissava l’aliquota del 15% per la maggior parte dei prodotti dell’Unione Europea, i prodotti in acciaio, alluminio e rame hanno mantenuto un’aliquota elevata del 50%. ④ L’impatto dei dazi ha indebolito le previsioni sulle esportazioni dell’Unione Europea, aggravando al contempo l’incertezza sugli investimenti delle imprese. Secondo le previsioni della Banca Centrale Europea, i dazi statunitensi e l’incertezza delle politiche commerciali hanno determinato una revisione al ribasso di circa lo 0,7% delle previsioni di crescita del PIL reale dell’area dell’euro per il periodo 2025-2027. ⑤
La concomitanza delle pressioni in ambito di sicurezza ed economico ha costretto l’Europa ad accelerare l’integrazione del mercato interno, lo sviluppo delle capacità di difesa e la diversificazione dei partner commerciali.
In terzo luogo, il panorama della concorrenza industriale globale sta subendo profondi cambiamenti e l’Europa rischia di cadere nella «trappola della tecnologia intermedia» (middle-technology trap). La rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA) e delle nuove tecnologie energetiche sta accelerando la riorganizzazione del panorama industriale globale. L’Europa vanta una solida tradizione nel settore manifatturiero tradizionale, ma l’eccessiva dipendenza dalla struttura industriale esistente le ha fatto perdere ripetutamente le opportunità offerte dall’ondata di Internet e dell’IA; di conseguenza, fatica a stabilire un vantaggio competitivo all’avanguardia nei settori ad alta tecnologia e a mantenere la competitività in termini di costi nei segmenti di fascia medio-bassa. Da un lato, i settori in cui l’Europa vanta un vantaggio competitivo tradizionale devono affrontare il rapido recupero delle economie emergenti. Nel settore chimico, la quota dell’Unione Europea sulle vendite globali di prodotti chimici è scesa dal 21% del 2009 al 13% del 2024, mentre nello stesso periodo quella della Cina è salita dal 24% al 46%. ① Nel settore della produzione meccanica, dal 2020 la Cina ha superato la Germania, diventando il maggiore esportatore mondiale di macchinari. ② Gli elevati costi energetici indeboliscono ulteriormente il vantaggio competitivo dell’industria manifatturiera europea. Nel 2024, il prezzo medio dell’energia elettrica per i grandi utenti industriali delle industrie ad alto consumo energetico dell’Unione Europea era superiore del 50% rispetto a quello cinese, mentre il prezzo del gas naturale per uso industriale era superiore di circa il 44%. ③ Ciò ha indotto alcune imprese europee a trasferire la propria capacità produttiva in Cina e in altre località. Ad esempio, il colosso chimico tedesco BASF ha avviato la chiusura di alcuni dei propri impianti produttivi in Germania e ha intensificato gli investimenti in Cina. D’altro canto, per quanto riguarda la competizione nelle tecnologie all’avanguardia e il potenziale di sviluppo futuro, il divario tra l’Europa e gli Stati Uniti e la Cina continua ad ampliarsi. Le principali imprese tecnologiche statunitensi hanno già costruito un sistema competitivo completo che abbraccia dati, potenza di calcolo, piattaforme e talenti. Anche la Cina ha consolidato un vantaggio nella ricerca e sviluppo e nella commercializzazione dei risultati in alcuni settori tecnologici all’avanguardia.
Al contrario, l’Europa presenta punti deboli in diversi ambiti chiave. Per quanto riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo, nel 2023 l’intensità di R&S dell’Unione Europea (ovvero la percentuale della spesa per ricerca e sviluppo rispetto al PIL) era pari solo al 2,22%, inferiore al 3,45% degli Stati Uniti e al 2,58% della Cina. ④ Le risorse dell’UE destinate alla ricerca e sviluppo rimangono concentrate in settori tradizionali quali l’automotive e l’industria chimica, mentre gli investimenti in settori emergenti quali l’intelligenza artificiale e la tecnologia quantistica risultano insufficienti. Sulla spesa complessiva per la ricerca e sviluppo delle principali aziende globali nei settori del software e di Internet, gli Stati Uniti rappresentano il 71%, la Cina il 15% e l’UE il 7%. Per quanto riguarda la trasformazione industriale, la quota dell’Unione Europea sui ricavi globali nel settore tecnologico è scesa dal 22% del 2013 al 18% del 2023, mentre nello stesso periodo quella degli Stati Uniti è salita dal 30% al 38%, con un divario in continuo aumento. ⑤ Nel 2024, gli Stati Uniti hanno lanciato 40 modelli di intelligenza artificiale di grande impatto, la Cina ne ha lanciati 15, mentre l’Europa ne ha lanciati complessivamente solo 3. Nello stesso anno, la Cina ha aggiunto 295.000 nuovi robot industriali, pari al 54% del totale installato a livello mondiale, mentre l’Unione Europea ne ha installati solo 67.800 nello stesso periodo. ① L’accelerazione dell’iterazione tecnologica ha ulteriormente ridotto la finestra di opportunità per recuperare il ritardo. Il «Rapporto sull’Indice di IA 2025» dell’Università di Stanford mostra che la potenza di calcolo necessaria per l’addestramento dei modelli di IA all’avanguardia raddoppia circa ogni cinque mesi. La mole dei dati utilizzati per l’addestramento dei modelli di grandi dimensioni raddoppia circa ogni otto mesi. ② Se l’Europa dovesse continuare a seguire il percorso originario, risulterebbe difficile trasformare i vantaggi della ricerca scientifica in vantaggi industriali, trovandosi così sotto pressione da entrambi i fronti nella divisione globale del lavoro.
IV. Prospettive di trasformazione dell’integrazione europea e futuro ruolo dell’Unione Europea
Nel complesso, la trasformazione dell’integrazione europea continuerà a progredire. Di fronte alle pressioni di sicurezza a lungo termine e alla concorrenza industriale sempre più agguerrita, per i singoli Stati diventa sempre più difficile affrontare autonomamente le sfide, rendendo sempre più urgente la necessità di un’azione comune a livello dell’Unione Europea. La dimensione del mercato, il capitale istituzionale e le basi industriali, scientifiche e di talenti accumulate nel corso della lunga integrazione forniscono un solido sostegno a tale trasformazione. Allo stesso tempo, la dispersione delle risorse finanziarie, la divergenza degli interessi degli Stati membri e la dipendenza dall’esterno continueranno a influenzare il ritmo delle riforme dell’UE, e i risultati della trasformazione varieranno a seconda dei diversi ambiti tematici. Queste resistenze aumenteranno i costi della trasformazione dell’integrazione, ma difficilmente ne modificheranno la direzione generale. Con il progressivo rafforzamento delle capacità comuni, l’Unione Europea parteciperà agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.
(I) Motori della trasformazione: il protrarsi delle crisi e la resilienza intrinseca dell’integrazione. In primo luogo, il protrarsi delle crisi nelle regioni limitrofe rafforza la dinamica della trasformazione verso l’integrazione. L’integrazione europea è di per sé una storia di continuo avanzamento nell’affrontare le crisi; le crisi sono sempre state un motore importante per l’ampliamento e l’approfondimento dell’integrazione. Dal 2022, la crisi ucraina e l’escalation della situazione in Medio Oriente continuano a incidere sul contesto di sicurezza alle frontiere dell’Europa, con ripercussioni che si estendono anche ai settori dell’energia, del commercio e della governance sociale. Le crisi presentano evidenti effetti transfrontalieri, rendendo difficile per i singoli Stati membri rispondere in modo efficace da soli. Il coordinamento a livello dell’Unione Europea, sebbene richieda compromessi politici, consente di ampliare la portata delle azioni, coordinare le risorse degli Stati membri e ripartire i rischi derivanti da un’azione individuale. Anche il sostegno dell’opinione pubblica europea ha consolidato le basi politiche della transizione verso l’integrazione. L’indagine «Eurobarometro» del 2026 rivela che il 72% degli intervistati ritiene che il proprio Paese tragga beneficio dall’adesione all’Unione Europea; la percentuale di sostegno alla politica comune di sicurezza e difesa e all’euro raggiunge rispettivamente l’81% e l’82%, mentre il 60% degli intervistati si dichiara ottimista riguardo al futuro dell’Unione Europea e il 51% esprime fiducia nell’Unione; nel complesso, gli indicatori in questione si attestano a livelli storicamente elevati. ①
Allo stesso tempo, l’elevata interdipendenza ha rafforzato la sostenibilità della transizione. Il mercato unico e le politiche comuni hanno creato stretti legami tra gli Stati membri. Le politiche di un singolo Paese spesso hanno un impatto significativo sugli altri Stati membri; un’azione autonoma potrebbe trasferire i costi nazionali sugli altri Stati membri, provocando attriti all’interno dell’Unione. Ciò rende ancora più necessario per gli Stati membri avvalersi delle istituzioni dell’Unione per coordinare le politiche e promuovere l’estensione di ulteriori funzioni di governance a livello dell’Unione.
In secondo luogo, le economie di scala derivanti dall’integrazione a lungo termine forniscono la base materiale per la trasformazione. Il mercato unico europeo copre circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, con un volume economico complessivo di circa 18.000 miliardi di euro. A partire dall’aprile 2026, dall’istituzione del mercato unico il PIL dell’Unione Europea è aumentato di circa il 3–4% e sono stati creati circa 3,6 milioni di posti di lavoro. ② Il mercato unico ha inoltre potenziato la capacità complessiva dell’Europa nell’allocazione delle risorse e nella mobilitazione delle politiche. Gli Stati membri possono organizzare la produzione transfrontaliera avvalendosi del mercato unico, nonché ampliare l’impatto delle proprie politiche attraverso appalti comuni e investimenti pubblici. La politica commerciale comune, dal canto suo, trasforma le forze di mercato frammentate degli Stati membri in risorse complessive dell’Unione, ampliando il margine di negoziazione dell’Europa sul mercato globale. L’euro ha ulteriormente consolidato i vantaggi di scala del mercato unico, riducendo i costi di transazione all’interno dell’area dell’euro e attenuando le fluttuazioni dei tassi di cambio. Nel primo trimestre del 2026, la quota dell’euro nei principali indicatori, quali le riserve valutarie globali, era pari al 20,03%, confermando la sua posizione di seconda valuta internazionale più importante al mondo; ③ ciò ha fornito un solido sostegno all’Europa per lo svolgimento di regolamenti transfrontalieri e di finanziamenti comuni. Con il continuo sviluppo del mercato obbligazionario denominato in euro, la capacità dell’Europa di mobilitare capitali a lungo termine presenta ancora un potenziale di crescita.
In terzo luogo, il capitale istituzionale derivante dall’integrazione a lungo termine ha rafforzato la capacità di riforma dell’Europa. L’Unione europea ha istituito un sistema giuridico e un’architettura di governance relativamente completi, in grado di tradurre il consenso politico tra gli Stati membri in norme comuni, la cui applicazione è supervisionata congiuntamente dalle istituzioni dell’Unione e dagli Stati membri. La forte vincolatività giuridica e la continuità delle politiche hanno inoltre accresciuto la credibilità delle norme dell’Unione. Le imprese possono così formulare previsioni operative relativamente stabili, mentre la cooperazione tra gli Stati membri non è soggetta a shock significativi causati dai cambiamenti politici interni. Il mercato unico e il sistema di regolamentazione comune conferiscono inoltre all’UE una forte capacità di diffusione delle norme. Quando le imprese multinazionali entrano nel mercato europeo, devono adeguare le proprie modalità operative agli standard dell’UE. Poiché il mercato europeo è di grandi dimensioni e il sistema di regolamentazione è relativamente ben sviluppato, le imprese, al fine di ridurre i costi di conformità duplicati, tendono spesso ad estendere tali standard ad altri mercati, dando origine al cosiddetto «effetto Bruxelles» (Brussels Effect). ① Tale effetto è particolarmente evidente in settori quali la protezione dei dati, la politica della concorrenza e la governance ambientale. L’intensificarsi della concorrenza globale potrebbe indebolire l’effetto di ricaduta di alcune norme, ma le capacità legislative, normative e di regolamentazione accumulate dall’UE nel lungo periodo continueranno a sostenere il mantenimento della sua influenza istituzionale.
In quarto luogo, le basi industriali, di ricerca scientifica e di talenti riservano un notevole potenziale di sviluppo per la transizione verso l’integrazione. A livello industriale, l’Europa dispone di un sistema industriale relativamente completo e mantiene un vantaggio significativo in settori quali l’aerospaziale, le attrezzature industriali, il settore biomedico e i materiali di alta gamma; i relativi cluster industriali hanno inoltre accumulato competenze ingegneristiche consolidate e reti di approvvigionamento mature. A livello di ricerca scientifica, l’Europa dispone ancora di un sistema di produzione di conoscenza di ampie dimensioni e ampiamente distribuito. I dati statistici del 2022 indicano che la produzione scientifica dell’Unione Europea rappresenta circa il 18% del totale mondiale, seconda solo alla Cina. ② Il sistema di ricerca europeo presenta un elevato livello di cooperazione internazionale e reti di ricerca transnazionali relativamente mature. A livello di risorse umane, l’Europa dispone di un numero considerevole di ricercatori e ingegneri. Nel 2024, i ricercatori dell’Unione Europea superavano 2,1 milioni di persone. ③ Un sistema di istruzione superiore relativamente completo, un sistema di formazione professionale e programmi di ricerca transnazionali consentono all’Europa di formare costantemente personale qualificato. La libera circolazione delle persone favorisce inoltre l’allocazione efficiente delle risorse di ricerca tra gli Stati membri, fornendo un importante sostegno al successivo recupero tecnologico. Se si riuscisse a migliorare l’efficienza nella trasposizione dei risultati della ricerca, ad ampliare l’offerta di capitale a lungo termine e a promuovere le nuove tecnologie avvalendosi del mercato unico, l’Europa avrebbe ancora la possibilità di creare nuovi motori di crescita in settori quali l’industria verde, le scienze della vita e la produzione avanzata.
(II) Resistenze alla trasformazione: il dilemma dell’azione collettiva e la dipendenza dall’esterno. In primo luogo, la capacità di mobilitare risorse limita la velocità di avanzamento della trasformazione verso l’integrazione. Da un lato, l’UE presenta un volume economico complessivo considerevole, ma le risorse fiscali e finanziarie sono concentrate principalmente a livello degli Stati membri, con un divario tra gli obiettivi comuni e la frammentazione delle risorse. I progetti transnazionali comportano inoltre la ripartizione dei costi e dei benefici. Gli Stati membri dell’UE che ne traggono minori benefici potrebbero opporsi al cofinanziamento, mentre quelli che ne traggono maggiori benefici difficilmente potrebbero sostenere autonomamente le spese. In secondo luogo, anche il margine di manovra finanziario degli Stati membri è limitato. Il debito pubblico di molte delle principali economie si trova a livelli storicamente elevati e deve inoltre far fronte alla pressione sulla spesa sociale derivante dall’invecchiamento demografico. In assenza di un sostegno finanziario adeguato, l’attuazione dell’agenda per la competitività potrebbe risultare notevolmente compromessa. In terzo luogo, anche la mobilitazione del capitale privato risente della frammentazione dei mercati. Il tasso di risparmio dei residenti europei è nel complesso elevato, ma la frammentazione dei mercati dei capitali ne limita le dimensioni e la liquidità, mentre la regolamentazione frammentata e le differenze fiscali aumentano i costi degli investimenti transfrontalieri. Se l’integrazione dei mercati finanziari procedesse a rilento, le finanze pubbliche potrebbero subire pressioni ancora maggiori e sarebbe difficile ampliare efficacemente la portata degli investimenti a lungo termine. Inoltre, i progetti infrastrutturali e industriali richiedono investimenti continui e solitamente non possono essere portati a termine entro cicli politici di breve durata. I governi degli Stati membri sono generalmente sottoposti a pressioni elettorali a breve termine, il che potrebbe comportare un’attenzione e un impegno insufficienti nei confronti dei progetti a lungo termine, con conseguente rallentamento dei relativi progressi. In secondo luogo, la capacità di coordinamento politico limita la profondità della transizione verso l’integrazione. Le politiche dell’Unione europea devono tenere conto delle diverse strutture economiche, delle preoccupazioni in materia di sicurezza e delle preferenze sociali dei vari Stati membri. Quando le riforme entrano nei settori chiave della sovranità, gli Stati membri richiedono solitamente di mantenere un ampio controllo sulle politiche; a seguito di ripetute consultazioni, l’intensità delle riforme nella proposta finale risulta spesso inferiore agli obiettivi originariamente fissati. Le norme comuni devono essere recepite e attuate dagli Stati membri; le differenze nelle capacità amministrative e nei modelli di regolamentazione dei vari paesi possono facilmente determinare risultati disomogenei nell’attuazione.
In futuro, la difficoltà di coordinamento delle politiche dell’Unione europea è destinata ad aumentare ulteriormente. Il livello di sviluppo economico della maggior parte dei paesi candidati è inferiore alla media dell’Unione europea; la loro adesione potrebbe aumentare la pressione sulle spese destinate alle politiche di coesione. L’aumento del numero dei membri renderà inoltre più complessa la struttura degli interessi, ponendo nuove sfide ai meccanismi di coordinamento esistenti.
La cooperazione tra Germania e Francia continua a svolgere un ruolo importante, ma la sua efficacia di coordinamento è in calo. Attualmente la Germania è ostacolata dal rallentamento della crescita economica e dalla frammentazione politica interna, con un conseguente indebolimento sia della capacità decisionale in materia di politica estera sia della disponibilità a investire risorse. La Francia, dal canto suo, è vincolata dalle pressioni fiscali e dalle divisioni politiche, con una conseguente riduzione della sua capacità di promuovere le riforme dell’Unione Europea. Nel contempo, l’assetto delle forze all’interno dell’Europa sta diventando sempre più diversificato e l’influenza dei paesi dell’Europa centrale e orientale sulle questioni di sicurezza è in netto aumento.①
Il nuovo assetto di coordinamento è in fase di formazione e le riforme di grande portata potrebbero richiedere più tempo per raggiungere un consenso.
In terzo luogo, la dipendenza dall’estero limita il margine di manovra per la trasformazione dell’integrazione. L’integrazione europea si è a lungo fondata su basi esterne quali la garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti e il mantenimento dell’apertura dei mercati globali; nel breve termine è difficile liberarsi da tale dipendenza. ② Lo sviluppo delle capacità di sicurezza deve ancora fare affidamento sul quadro della NATO, e il divario nelle capacità autonome è difficile da colmare nel breve periodo. Anche nel settore tecnologico sussiste una forte dipendenza dall’estero. Oltre l’80% dei prodotti, dei servizi, delle infrastrutture e della proprietà intellettuale digitali dell’Unione Europea dipende da fornitori extra-europei. ③ Nel settore del cloud computing, la quota di mercato dei fornitori locali dell’UE è scesa dal 29% del 2017 al 15% del 2022, mentre le tre aziende statunitensi Amazon, Microsoft e Google detengono complessivamente circa il 70%. ① A tal proposito, nel giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il Pacchetto sulla sovranità tecnologica europea (European Technological Sovereignty Package).
Tuttavia, l’Unione europea rimane un’economia altamente aperta, il cui sviluppo industriale dipende dal commercio globale, dai capitali e dalle catene di approvvigionamento. Un’eccessiva «securitizzazione» dell’economia potrebbe danneggiare i suoi interessi commerciali, innescare contromisure da parte dei partner commerciali e indebolire la competitività delle imprese europee nelle catene di approvvigionamento globali. L’Europa deve mantenere un equilibrio tra la riduzione delle dipendenze critiche e il mantenimento di mercati aperti.
(III) L’Unione europea dopo la transizione: una potenza internazionale con capacità autonome rafforzate
In primo luogo, l’Unione europea continuerà a essere un importante artefice dell’ordine regionale europeo. L’ordine europeo post-transizione sarà plasmato congiuntamente dall’Unione europea, dalla NATO e da potenze quali gli Stati Uniti e la Russia; la crisi ucraina avrà un impatto di vasta portata sull’ordine di sicurezza perimetrale dell’Europa. Per l’Unione europea, l’area effettiva di copertura dell’integrazione europea si estenderà ulteriormente oltre i suoi confini geografici; gli Stati membri, i paesi candidati e i paesi partner potrebbero instaurare legami multilivello attorno a diverse tematiche. La Comunità politica europea offre una nuova piattaforma politica, i cui partecipanti includono gli Stati membri dell’UE, la maggior parte dei paesi candidati e Stati non membri dell’UE quali il Regno Unito, la Norvegia e la Svizzera, fornendo all’UE uno spazio politico più ampio per i rapporti con i paesi non membri.
In futuro, l’ordine regionale europeo potrebbe assumere una struttura multilivello incentrata sull’UE: gli Stati membri parteciperebbero a un meccanismo di integrazione completo, i paesi candidati entrerebbero gradualmente in alcuni settori politici, mentre gli altri paesi europei manterrebbero la cooperazione attraverso accordi specifici e piattaforme regionali. L’Unione europea difficilmente riuscirà a uniformare completamente le percezioni di sicurezza dei vari paesi, e la competizione tra grandi potenze continuerà a influenzare l’ordine regionale europeo. Tuttavia, nell’attuale sistema istituzionale europeo, i meccanismi in grado di garantire un coordinamento politico costante e di produrre risultati comuni sono pochi, e l’Unione europea continua a svolgere un ruolo difficilmente sostituibile.
Con la trasformazione del processo di integrazione, il ruolo regionale dell’Unione europea si estenderà dall’integrazione economica e dall’orientamento normativo alla definizione dell’ordine di sicurezza, svolgendo un ruolo organizzativo e di coordinamento più forte nel panorama regionale. In secondo luogo, l’Unione Europea continuerà a essere un attore importante nella governance economica globale, ma il suo modello di cooperazione sarà sempre più influenzato dalla logica della sicurezza economica.
Di fronte all’ascesa del protezionismo e alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, l’Unione Europea sta ampliando la propria rete di partenariati interregionali. Nel 2026, l’Unione Europea ha firmato un accordo di partenariato e un accordo commerciale provvisorio con il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR). ② Ha inoltre concluso i negoziati per accordi di libero scambio con l’India e l’Australia e ha portato a termine i negoziati per l’approfondimento dell’accordo di partenariato economico UE-ESA con quattro paesi dell’Africa sud-orientale, elevandolo a accordo di libero scambio globale, ampliando così ulteriormente la propria presenza economica e commerciale in America Latina, Asia meridionale e Africa. Nel campo dello sviluppo globale, l’UE ha annunciato che il programma «Global Gateway» ha già raggiunto in anticipo l’obiettivo di mobilitare 300 miliardi di euro di investimenti, cifra che nel 2027 potrebbe raggiungere i 400 miliardi di euro.① Nel 2024, l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) fornito dall’UE e dai suoi Stati membri ha raggiunto gli 88,7 miliardi di euro, pari al 42% del totale mondiale, confermando l’UE come il principale partner collettivo di sviluppo a livello mondiale. ② Questi strumenti forniscono il sostegno necessario all’Unione europea per attrarre partner esterni e ampliare l’efficacia della propria governance. Al contempo, l’Unione attribuirà maggiore importanza alla sicurezza economica e all’affidabilità dei partner, ovvero amplierà la cooperazione economica e commerciale con i «partner affidabili», mentre nei confronti dei cosiddetti paesi «a rischio» rafforzerà i controlli sugli investimenti e le misure di difesa commerciale.
Questa apertura selettiva potrebbe favorire la politicizzazione delle relazioni economiche ed commerciali esterne dell’Unione Europea, in contrasto con i principi di apertura, multilateralismo e non discriminazione da essa da tempo sostenuti; di conseguenza, la sua reputazione di leader nella governance globale potrebbe risentirne.
In terzo luogo, è prevedibile un rafforzamento delle capacità autonome dell’Unione Europea. La trasformazione del processo di integrazione migliorerà la capacità dell’Unione di definire posizioni comuni e di organizzare azioni esterne. Si prevede che l’influenza effettiva delle istituzioni dell’Unione continui ad ampliarsi e che l’Unione stessa partecipi agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile. Il rafforzamento dell’autonomia offrirà all’Unione Europea un ventaglio più ampio di opzioni politiche, ridurrà la dipendenza da un unico partner e le consentirà di assumere posizioni più flessibili a seconda della natura delle questioni.
Le relazioni transatlantiche rimarranno un pilastro fondamentale della politica estera e di sicurezza europea. Tuttavia, i cambiamenti nell’orientamento strategico degli Stati Uniti spingeranno l’Europa a prestare maggiore attenzione ai propri interessi e ai propri piani a lungo termine. Anche al termine del mandato di Trump, è altamente probabile che l’orientamento politico dell’«America First» e la richiesta che l’Europa si assuma maggiori responsabilità continuino a prevalere. Il grado di autonomia dell’Unione Europea varierà a seconda dei settori. In ambiti quali il cambiamento climatico, la regolamentazione digitale e le norme internazionali, l’Unione dispone già di una solida base per agire in modo indipendente e dovrebbe continuare a proporre iniziative politiche caratterizzate da una specificità europea. Nei settori della sicurezza militare e delle tecnologie digitali fondamentali, invece, lo sviluppo delle capacità autonome dell’Unione richiederà un processo di consolidamento più lungo. Con l’ulteriore rafforzamento della leadership delle istituzioni dell’Unione, l’Europa darà vita a un sistema di politica estera più completo e cercherà un maggiore margine di manovra strategico tra la competizione tra grandi potenze e la cooperazione multilaterale.
Da oltre settant’anni, l’integrazione europea, partita dalla Comunità del carbone e dell’acciaio, ha attraversato diverse fasi – tra cui l’unificazione dei mercati, l’integrazione monetaria e l’approfondimento politico – plasmando profondamente il percorso di sviluppo dell’Europa contemporanea e consentendole di accumulare risorse fondamentali quali un vasto mercato unico, un maturo meccanismo di coordinamento multilaterale e un sistema di governance completo.
Attualmente, la geopolitica è tornata a interessare il continente europeo, le relazioni transatlantiche sono messe alla prova e il panorama industriale globale sta subendo una rapida riorganizzazione. Di fronte a crisi multiple, l’Unione Europea ha avviato una trasformazione sistemica che si articola su tre dimensioni: l’ampliamento, l’approfondimento e il funzionamento dell’integrazione; tale trasformazione ha registrato un netto miglioramento in termini di portata e intensità, attenuando efficacemente l’impatto politico ed economico derivante dalla crisi ucraina e dimostrando che l’integrazione europea possiede ancora una forte resilienza istituzionale e una spiccata capacità di risposta alle crisi.
Guardando al futuro, l’integrazione europea rimarrà ancora per un certo periodo in una fase di transizione. Il coordinamento degli interessi tra gli Stati membri dell’UE presenta notevoli difficoltà, i cicli di sviluppo delle capacità in materia di difesa e industria sono piuttosto lunghi e il deficit di finanziamenti per le riforme volte a rafforzare la competitività deve ancora essere colmato. Tuttavia, la direzione delle riforme si sta gradualmente delineando e il quadro istituzionale nei settori chiave ha già preso forma in via preliminare. In una prospettiva di medio-lungo termine, con la crescita costante degli investimenti nella difesa, l’integrazione dei mercati dei capitali e la progressiva attuazione degli strumenti di politica industriale, si prevede che i risultati dello sviluppo delle capacità diventeranno evidenti. L’Europa dispone ancora di solide basi economiche, di capitale istituzionale e di capacità di ricerca scientifica, e conserva un potenziale di sviluppo in settori quali l’industria verde, le scienze della vita e la produzione di alta tecnologia.
La capacità dell’Europa di trasformare le pressioni in motori di sviluppo dipenderà in larga misura dalla capacità della transizione dell’integrazione di ridurre costantemente il divario tra capacità di attuazione e ambizioni strategiche, nonché dalla disponibilità dello spazio necessario da parte del contesto esterno. Se si riuscirà a mantenere la direzione delle riforme e a raggiungere costantemente gli obiettivi, l’Unione europea post-transizione potrà diventare una forza internazionale più autonoma e costruttiva.
Per quanto riguarda le relazioni tra Cina e Unione europea, la trasformazione dell’integrazione europea renderà la politica dell’Unione europea nei confronti della Cina più complessa. Entrambe le parti continuano ad avere un forte bisogno di cooperazione in settori quali il cambiamento climatico, la transizione verde e la governance globale, e la complementarità economica rimane una base importante delle relazioni bilaterali; tuttavia, la tendenza dell’Unione europea a generalizzare le questioni economiche e commerciali in termini di sicurezza sta avendo un impatto negativo sulle relazioni economiche e commerciali bilaterali.
Allo stesso tempo, all’interno dell’Unione europea non vi è un fronte unito riguardo alla posizione nei confronti della Cina, e la diversificazione degli interessi tra gli Stati membri lascia spazio a una cooperazione pragmatica tra Cina e Unione europea.
In una prospettiva a lungo termine, una ragionevole componente di autonomia strategica nel processo di integrazione europea favorisce lo sviluppo di un ordine internazionale multipolare. Un’Europa dotata di maggiore indipendenza politica e capacità di azione potrà offrire più opzioni in materia di cooperazione economica e commerciale e di governance globale, diventando così una forza importante per la salvaguardia del multilateralismo. Pertanto, continuare a mantenere l’ampiezza e la profondità dei contatti con l’Europa, promuovere la cooperazione sia a livello delle istituzioni dell’Unione Europea che degli Stati membri, ampliare i punti di convergenza degli interessi su temi specifici e, al contempo, mantenere la necessaria vigilanza nei confronti della generalizzazione degli strumenti di sicurezza economica, rappresenta una scelta pragmatica da parte della Cina per affrontare le incertezze legate alla fase di transizione dell’integrazione europea. [Responsabile editoriale: Zhang Jun]
① Erik Jones, R. Daniel Kelemen e Sophie Meunier, “Failing Forward? La crisi dell’euro e la natura incompleta dell’integrazione europea”, Comparative Political Studies, vol. 49, n. 7, 2016, pp. 1010-1034; Erik Jones, R. Daniel Kelemen e Sophie Meunier, “Failing Forward? Crises and Patterns of European Integration», Journal of European Public Policy, vol. 28, n. 10, 2021, pp. 1519-1536. ② Ding Chun, Yang Jiawei: «Problemi, miglioramenti e prospettive del sistema di governance economica europea», International Forum, n. 1, 2019, pp. 33-49. ③ Frank Schimmelfennig, «L’integrazione europea (teoria) in tempi di crisi: un confronto tra la crisi dell’euro e quella di Schengen», Journal of European Public Policy, vol. 25, n. 7, 2018, pp. 969–989; Federico Maria Ferrara e Hanspeter Kriesi, «Pressioni di crisi e integrazione europea», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 9, 2022, pp. 1351-1373. ④ Veronica Anghel ed Erik Jones, «L’Europa si forgia davvero attraverso le crisi? L’UE durante la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina», Journal of European Public Policy, vol. 30, n. 4, 2023, pp. 766-786. ⑤ Philipp Genschel, «Integrazione bellicista? La guerra in Ucraina, l’Unione europea e i poteri degli Stati centrali», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 12, 2022, pp. 1885-1900; Veronica Anghel e Jelena Džankić, «L’UE in tempo di guerra: conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina sul processo di allargamento», Journal of European Integration, vol. 45, n. 3, 2023, pp. 487-501. ⑥ Sophie Meunier e Kalypso Nicolaïdis, «La geopoliticizzazione della politica commerciale e degli investimenti europea», Journal of Common Market Studies, vol. 57, n. S1, 2019, pp. 103-113; Kathleen R. McNamara, «Trasformare l’Europa? La politica industriale dell’UE e la svolta geopolitica», Journal of European Public Policy, vol. 31, n. 9, 2024, pp. 2371-2396; Feng Zhongping: «Integrazione europea, autonomia strategica e relazioni tra Cina e Europa», Rivista di Economia Internazionale, 2023, n. 5, pp. 27-37. ① Pierre Haroche, «Il sovranazionalismo contrattacca: una lettura neofunzionalista del Fondo europeo per la difesa», Journal of European Public Policy, vol. 27, n. 6, 2020, pp. 853-872. ② Katharina Holzinger e Jale Tosun, «Perché l’integrazione differenziata è una pratica così diffusa in Europa: una spiegazione razionale», Journal of Theoretical Politics, vol. 31, n. 4, 2019, pp. 642-659; Dirk Leuffen, Julian Schuessler e Jana Gómez Díaz, «Il sostegno pubblico all’integrazione differenziata: valori liberali individuali e preoccupazioni riguardo alla discriminazione tra Stati membri», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 2, 2022, pp. 218-237; Chen Jie: «Integrazione differenziata: nuovi sviluppi nella ricerca sull’integrazione europea», Insegnamento e Ricerca, n. 9 del 2021, pagg. 100–112. ③ He Zhigao e Gong Xiaoxuan: «Benefici economici, identità normativa e percorsi di integrazione differenziata in Europa», Economia e Politica Mondiale, n. 2 del 2021, pagg. 78–104. ④ Li Mingming: «Sulla de-integrazione differenziale dell’Unione europea e gli orientamenti dell’integrazione nell’era post-Brexit», Studi europei, n. 5, 2020, pp. 72–89; Tian Yuewan e Tian Dewen: «Dalla “integrazione differenziale” alla “de-integrazione differenziale” — — una nuova esplorazione della teoria dell’integrazione europea», Il mondo contemporaneo e il socialismo, n. 6, 2020, pp. 40–51. ⑤ Frank Schimmelfennig e Thomas Winzen, Ever Looser Union? Differentiated European Integration, Oxford: Oxford University Press, 2020, pp. 1-20; Stefan Telle, Paolo Chiocchetti e Brigid Laffan, «External Differentiated Integration: Between Stability and Change», West European Politics, vol. 48, n. 5, 2025, pp. 977-1001.① Consiglio europeo, «Dichiarazione di Granada», 6 ottobre 2023, https://www.consilium. europa.eu/en/press/press-releases/2023/10/06/granada-declaration/. ② Consiglio dell’Unione europea, «Seconda conferenza di adesione con l’Ucraina, 15 giugno 2026», 15 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/meetings/international-ministerial-meetings/2026/06/15/ukraine/; Consiglio dell’Unione europea, «Seconda conferenza di adesione con la Repubblica di Moldavia, 15 giugno 2026», 15 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/ meetings/international-ministerial-meetings/2026/06/15/moldova/. ① Servizio europeo per l’azione esterna, «Un’opportunità storica per il Montenegro di concludere il processo di adesione all’UE», 24 aprile 2026, https://www.eeas.europa.eu/delegations/montenegro/ historic-opportunity-montenegro-conclude-eu-accession-process_en?s=225. ① Ai sensi della legislazione dell’Unione europea, il Kosovo potrà aderire all’UE solo dopo aver ottenuto il riconoscimento da parte di tutti gli Stati membri dell’Unione. A giugno 2026, cinque dei ventisette Stati membri dell’UE continuavano a non riconoscere l’«indipendenza» del Kosovo; di conseguenza, il Kosovo si è limitato a presentare una domanda unilaterale, senza ottenere da parte dell’UE la conferma del proprio status di paese candidato. ② Engjellushe Morina, «Accelerare le adesioni: perché nella politica di allargamento dell’UE è meglio procedere più rapidamente», Consiglio europeo per le relazioni estere, 18 dicembre 2025, https://ecfr.eu/publication/ accelerate-the-accessions-why-faster-is-better-in-eu-enlargement-policy/#gradual-integration-and-its-pitfalls.① Enrico Letta, «Much More Than a Market: Speed, Security, Solidarity», Consiglio dell’Unione europea, 18 aprile 2024, https://www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-morethan-a-market-report-by-enrico-letta.pdf. ② Mario Draghi, «Il futuro della competitività europea», Commissione europea, 9 settembre 2024, https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/draghi-report_en, pag. 5. ③ EUR-Lex, Regolamento (UE) 2020/2094 del Consiglio, del 14 dicembre 2020, che istituisce uno strumento di ripresa dell’Unione europea a sostegno della ripresa a seguito della crisi causata dal COVID-19, Unione europea, 14 dicembre 2020, https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2020/2094/oj. ① EUR-Lex, Regolamento (UE) n. 2025/1106 del Consiglio, del 27 maggio 2025, che istituisce l’iniziativa «Security Action for Europe» (SAFE) attraverso il rafforzamento dello strumento per l’industria europea della difesa (Testo rilevante ai fini del SEE), Unione europea, 27 maggio 2025, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/? uri=CELEX%3A32025R1106. ② REPowerEU, Commissione europea, 18 maggio 2025, https://commission.europa.eu/topi cs/energy/repowereu_en. ③ EUR-Lex, Direttiva (UE) 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 ottobre 2022, relativa ai salari minimi adeguati nell’Unione europea, Unione europea, 19 ottobre 2022, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32022L2041; EUR-Lex, Raccomandazione del Consiglio del 30 gennaio 2023 sul reddito minimo adeguato che garantisca l’inclusione attiva, Unione europea, 30 gennaio 2023, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri =CELEX:32023H0203(01). ④ Tabella di marcia per posti di lavoro di qualità, Commissione europea, 4 dicembre 2025, https://data.consilium. europa.eu/doc/document/ST-16464-2025-INIT/en/pdf, pagg. 12, 9.① «Dati sulla difesa 2024-2025», Agenzia europea per la difesa, dicembre 2025, https://eda.europa.eu/publications-and-data/defence-data. ② «Circa 2 miliardi di euro per rafforzare la prontezza dell’industria della difesa dell’UE, anche per aumentare la produzione di munizioni a 2 milioni all’anno nel 2025», Commissione europea, 15 marzo 2024, https://defence-industry-space.ec.europa.eu/around-eu2-billion-strengthen-eus-defence-industryreadiness-including-ramp-ammunition-production-2-2024-03-15_en. ③ Tabella di marcia per la prontezza operativa 2030, Commissione europea, 16 ottobre 2025, https://defenceindustry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/readiness-roadmap-2030_en. ④ EUR-Lex, Decisione di esecuzione (UE) 2022/382 del Consiglio del 4 marzo 2022, Unione europea, 4 marzo 2022, https://eur-lex.europa.eu/eli/dec_impl/2022/382/oj/eng. ⑤ «Come l’UE aiuta i rifugiati provenienti dall’Ucraina», Consiglio dell’Unione europea, 26 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/refugee-inflow-from-ukraine/.① Patto sulla migrazione e l’asilo: un sistema comune dell’UE per la gestione della migrazione, Commissione europea, 11 giugno 2026, https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/migration-and-asylum/pact-migration-and-asylum_en. ② Ding Chun, Zhang Mingxin, Yang Jiawei: «Analisi politico-economica dell’“Europa a più velocità”: un’analisi empirica basata sulla convergenza dello sviluppo degli Stati membri dell’UE», Studi europei, n. 4, 2017, pagg. 1–17. ③ Nel 2008 l’UE ricorse all’«astensione costruttiva»; nel 2022, Austria, Irlanda e Malta hanno acconsentito solo alla fornitura di armi non letali da parte dell’UE all’Ucraina, ma hanno esercitato l’«astensione costruttiva» durante la votazione. Si veda Cecilia Navarra, Lenka Jančová e Isabelle Ioannides, «Qualified Majority Voting in Common Foreign and Security Policy: A Cost of Non-Europe Report», Servizio di ricerca del Parlamento europeo, 28 agosto 2023, https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/740243/EPRS_STU(2023)740243_EN.pdf, pag. 24. ④ EUR-Lex, Versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Unione europea, 7 giugno 2016, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=uriserv%3AOJ. C_.2016.202.01.0001.01.ENG&toc=OJ%3AC%3A2016%3A202%3ATOC.① Jan Lepeu, «L’Ucraina, la de-targetizzazione delle sanzioni dell’UE e l’ascesa della Commissione europea come artefice della politica estera dell’UE», International Politics, vol. 62, 2025, pp. 975-987. ② Calle Håkansson, «La guerra in Ucraina e l’emergere della Commissione europea come attore geopolitico», Journal of European Integration, vol. 46, n. 1, 2024, pp. 25-45. ③ «Coalizioni di capacità a sostegno dell’Ucraina», 23 marzo 2026, Uffici governativi della Svezia, https://www.government.se/government-policy/swedens-support-to-ukraine/military-support-to-ukraine/capability-coalitions/. ④ «Partnership in materia di sicurezza e difesa», Consiglio dell’Unione europea, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/security-defence-partnerships/. ⑤ «Partnership in materia di sicurezza e difesa tra l’Unione europea e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord», Governo del Regno Unito, 19 maggio 2025, https://www.gov.uk/government/publications/uk-eu-security-and-defence-partnership/security-and-defence-partnership-between-the-european-union-and-the-united-kingdom-of-great-britain-and-northern-ireland. ① «PESCO: il Canada sarà invitato a partecipare al progetto “NetLogHubs”, » Consiglio dell’Unione europea, 20 febbraio 2023, https://www.consilium.europa.eu/en/press/pressreleases/2023/02/20/pesco-canada-will-be-invited-to-participate-in-the-netloghubs-project/. ② «PESCO: la Svizzera sarà invitata a partecipare al progetto “Mobilità militare”», Consiglio dell’Unione europea, 13 gennaio 2025, https://www.consilium.europa.eu/en/press/ pressreleases/ 2025/01/13/pesco-la-svizzera-sarà-invitata-a-partecipare-al-progetto-sulla-mobilità-militare/. ③ Ding Chun, Zhang Yanni: «L’economia europea nel contesto della globalizzazione: trasformazioni, cause e prospettive», Scienze sociali, n. 7, 2025, pag. 132. ④ Relazione annuale 2025 sul mercato unico e la competitività, Commissione europea, 29 gennaio 2025, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX:52025DC0026.① Mario Draghi, Il futuro della competitività europea, pag. 6. ② Spese per la difesa dei paesi della NATO (2014-2025), NATO, 28 agosto 2025, https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2025-en.pdf, pag. 9. ③ Bence Nemeth, Andrew Dorman e Anna Unger, Superare gli ostacoli al mercato unico della difesa, Direzione generale delle politiche esterne del Parlamento europeo, 17 dicembre 2025, https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2025/775283/EXPO_STU(2025)775283_EN.pdf, pag. 21.① Mario Draghi, «Il futuro della competitività europea», pagg. 18, 69. ② Una bussola strategica per la sicurezza e la difesa: per un’Unione europea che protegga i propri cittadini, i propri valori e i propri interessi e contribuisca alla pace e alla sicurezza internazionali, Commissione europea, 21 marzo 2022, https://www.eeas.europa.eu/sites/default/files/documents/strategic_compass_en3_web.pdf.① Olaf Scholz, «Impegno risoluto per la pace e la sicurezza», Governo federale della Germania, 27 febbraio 2022, https://www.bundesregierung.de/breg-en/service/archive/policy- statement-by-olaf-scholz-chancellor-of-the-federal-republic-of-germany-and-member-of-the- german-bundestag-27-february-2022-in-berlin-2008378. ② «Investimenti nella difesa e l’impegno del 5% della NATO», NATO, 29 giugno 2026, https://www.nato.int/en/what-we-do/introduction-to-nato/defence-expenditures-and-natos-5- commitment. ③ «Gli Stati Uniti pianificano un ritiro più rapido delle truppe dall’Europa, secondo quanto riporta un quotidiano», Reuters, 30 maggio 2026, https://www.reuters.com/world/us-planning-faster-troop-withdrawal-europe-newspaper-says – 2026-05-30/. ④ «Scheda informativa: Gli Stati Uniti e l’Unione europea raggiungono un accordo commerciale di vasta portata», The WhiteHouse, 28 luglio 2025, https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/07/fact-sheet-the- united-states- and-european-union-reach-massive-trade-deal/. ⑤ Proiezioni macroeconomiche dello staff della BCE per l’area dell’euro, Banca centrale europea, 11 settembre 2025, https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ecb.projections202509_ecbstaff~c0da697d54.en.pdf, pag. 7.① «Fatti e cifre 2025 dell’industria chimica europea», Consiglio europeo dell’industria chimica, 15 dicembre 2025, https://cefic.org/facts-and-figures-of-the-european-chemical-industry/ profile. ② «Ingegneria meccanica e impiantistica in cifre e grafici», VDMA, aprile 2026, https://www.vdma.eu/en/mechanical-plant-engineering-figures-charts. ③ «Elettricità 2025: analisi e previsioni fino al 2027», Agenzia internazionale per l’energia, 14 febbraio 2025, https://www.iea.org/reports/electricity-2025/. ④ «Spese per la ricerca e lo sviluppo», Eurostat, novembre 2025, https://ec.europa.eu/eurostat/statistics- explained/index.php?title=R%26D_expenditure. ⑤ Mario Draghi, Il futuro della competitività europea, pag. 14.① «La domanda globale di robot nelle fabbriche raddoppia in 10 anni», Federazione Internazionale di Robotica, 25 settembre 2025, https://ifr.org/ifr-press-releases/news/global-robot-demand-infactories-doubles-over-10-years. ② Rapporto sull’Indice di Intelligenza Artificiale 2025, Istituto di Stanford per l’Intelligenza Artificiale Centrata sull’Uomo, 7 aprile 2025, https://hai.stanford.edu/ai-index/2025-ai-index-report/research-and- development, pp. 31, 33.① «Eurobarometro standard 105 – Primavera 2026», Commissione europea, maggio 2026, https://europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3613. ② «Mercato unico», Commissione europea, 24 aprile 2026, https://commission.europa.eu/topics/single-market_en. ③ «IMF Data Brief: Composizione valutaria delle riserve ufficiali in valuta estera», FMI, 1° luglio 2026, https://data.imf.org/en/news/imf%20data%20brief%20july%201.① Anu Bradford, The Brussels Effect: How the European Union Rules the World, New York: Oxford University Press, 2020, pp. 1-4. ② «Science, Research and Innovation Performance of the EU 2024», Commissione europea, 27 giugno 2024, https://ec.europa.eu/assets/rtd/srip/2024/ec_rtd_srip-report-2024-chap-01.pdf, p. 32. ③ «Personale di ricerca e sviluppo», Eurostat, gennaio 2026, https://ec.europa.eu/eurostat/statistics- explained/index.php?title=R%26D_personnel. ① Liu Zuokui, He Zhigao: «La “central-europeizzazione” dell’ecosistema politico europeo: significato, meccanismi e prospettive», Ricerche di politica internazionale, n. 4, 2023, pp. 44–47. ② Liu Jun: «Caratteristiche, origini e impatto della corrente di pensiero anti-americana in Europa», Il mondo contemporaneo, n. 7, 2025, pp. 45–46. ③ «Rafforzare la sovranità tecnologica dell’Europa», Commissione europea, 3 giugno 2026, https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/eu-tech-sovereignty. ① «La quota di mercato locale dei fornitori di servizi cloud europei si attesta ora al 15%», SynergyResearch Group, 24 luglio 2025, https://www.srgresearch.com/articles/european-cloud-providerslocal-market-share-now-holds-steady-at-15. ② «Spiegazione degli accordi UE-Mercosur», Consiglio dell’Unione europea, 1° maggio 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/eu-mercosur-agreements-explained/.① «La Commissione von der Leyen 2024-2029: un anno», Commissione europea, 28 novembre 2025, https://commission.europa.eu/about/commission-2024-2029/one-year_en. ② «Cooperazione internazionale e partenariati», Servizio europeo per l’azione esterna, 4 agosto 2025, https://www.eeas.europa.eu/eeas/international-cooperation-partnerships_en.

















































