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Il fallimento dei negoziati a Islamabad: un segnale di ribellione al delirio di potere israelo – statunitense. Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

Il fallimento dei negoziati a Islamabad: un segnale di ribellione al delirio di potere israelo – statunitense. Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

Il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, l’11 e 12 aprile 2026, non è stato un incidente diplomatico: è stato l’esito quasi inevitabile di una strategia deliberatamente coercitiva. I colloqui – i più importanti contatti diretti tra Washington e Teheran dalla rivoluzione del 1979 – si sono conclusi senza accordo dopo oltre venti ore di trattative, nel pieno di un cessate il fuoco fragile destinato a durare fino al 22 aprile.


Al centro dello stallo non vi è stata una generica “mancanza di fiducia”, ma una pretesa precisa: gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran non solo di rinunciare all’arma nucleare, ma di accettare una sospensione pluridecennale – fino a vent’anni – dell’arricchimento dell’uranio e la rinuncia alle scorte già esistenti. In altre parole, non un compromesso, bensì una capitolazione tecnologica e scientifica, che colpisce anche usi civili legittimi riconosciuti dal diritto internazionale.

Teheran ha respinto queste richieste definendole “eccessive” e incompatibili con i propri diritti sovrani. E a ragione: la pretesa di congelare per una generazione intera lo sviluppo nucleare civile di un Paese equivale a istituzionalizzare una gerarchia globale, in cui pochi Stati detengono il monopolio tecnologico mentre altri vengono relegati a una condizione di dipendenza permanente.  

Questa dinamica non è nuova. Ricorda, con inquietante precisione, il precedente del 2003 in Iraq: anche allora, sotto il pretesto delle armi di distruzione di massa mai trovate, gli Stati Uniti e i loro alleati imposero un paradigma di “disarmo totale” che si tradusse in guerra preventiva. Ancora prima, durante la crisi di Suez del 1956, le potenze occidentali reagirono con forza militare al tentativo egiziano di affermare la propria sovranità economica sul Canale. In entrambi i casi, la retorica della sicurezza mascherava una logica di controllo strategico.

Nel 2026, lo schema si ripete con varianti aggiornate. Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, Washington ha imposto un blocco navale contro l’Iran, in coordinamento con Israele, segnando una escalation immediata invece di un’apertura diplomatica. Questo passaggio chiarisce la natura reale della trattativa: non un negoziato tra pari, ma un ultimatum accompagnato dalla minaccia militare.

L’alleanza tra Stati Uniti e Israele emerge così come un dispositivo di pressione permanente nel Medio Oriente contemporaneo. L’intervento congiunto nel conflitto del 2026, inclusi bombardamenti e operazioni mirate contro infrastrutture iraniane, si inscrive in una lunga continuità storica di azione unilaterale e uso sistematico della forza come strumento politico. Non si tratta solo di difesa o deterrenza, ma di una pratica consolidata che normalizza la violenza come linguaggio diplomatico.

Il punto cruciale è che questa violenza non è episodica, bensì strutturale. Quando una potenza pretende di stabilire non solo cosa un altro Stato non deve fare (costruire armi nucleari), ma anche cosa non può fare (sviluppare energia civile), essa oltrepassa il terreno della sicurezza e entra in quello del dominio.

I negoziati di Islamabad avrebbero potuto rappresentare una svolta. Invece, hanno rivelato ancora una volta l’asimmetria profonda che governa le relazioni internazionali: da un lato richieste massimaliste sostenute da superiorità militare, dall’altro la resistenza di uno Stato che rifiuta di essere ridotto a soggetto passivo.

Finché questa asimmetria resterà intatta, ogni cessate il fuoco sarà solo una pausa armata, e ogni negoziato rischierà di essere poco più che una scenografia diplomatica destinata a cedere sempre il passo al ferro e al fuoco.

Dott. Yari Lepre Marrani

Hegel, l’Iran e il ritorno dello spirito del mondo_di Constantin von Hoffmeister

Hegel, l’Iran e il ritorno dello spirito del mondo

Islam ed Europa nella dialettica della storia

Constantin von Hoffmeister10 aprile∙Pagato
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Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel non descrive eventi isolati; individua punti di svolta in cui intere civiltà cambiano orientamento, in cui la struttura interna della vita umana assume una nuova forma. Egli colloca una di queste trasformazioni decisive nel momento in cui i popoli germanici assumono il controllo dei resti dell’Impero Romano, plasmandoli in un nuovo ordine politico e culturale, mentre in Oriente l’ascesa dell’Islam introduce una forza di straordinaria coesione ed espansione. Questa duplice emersione segna una divergenza nel corso della storia mondiale, dove due forme di civiltà si cristallizzano con energie e traiettorie distinte. Hegel vede in questo momento la riorganizzazione della geografia spirituale del mondo, dove l’Occidente inizia a coltivare profondità, differenziazione e solidità istituzionale, mentre l’Oriente si raccoglie in un’unità concentrata che si espande verso l’esterno con notevole rapidità. Questo contrasto pone le basi per secoli di interazione, conflitto e influenza reciproca, formando un modello che continua a esercitare la sua influenza nel presente.

La trasformazione dell’Occidente implica molto più del semplice controllo territoriale o della continuità amministrativa. Il mondo germanico accoglie l’eredità romana e la rielabora dall’interno, introducendo una nuova relazione tra individuo e autorità, tra convinzione interiore e struttura esteriore. Questo processo dà origine a una civiltà che pone sempre maggiore enfasi sulla vita interiore, sulla coscienza, sulla legge e sull’articolazione di istituzioni che riflettono una concezione più profonda dell’ordine. La traiettoria occidentale si configura come un percorso di stratificazione e complessità, in cui molteplici forme di vita coesistono e interagiscono, dove filosofia, teologia e organizzazione politica si sviluppano in parallelo. Hegel interpreta questo processo come una discesa nelle profondità dello spirito, un movimento verso una forma di esistenza che ricerca la chiarezza attraverso la riflessione e la struttura attraverso la differenziazione. Questo orientamento interiore genera al contempo forza e tensione, poiché la molteplicità delle forme richiede una costante mediazione e un continuo adattamento, plasmando la lunga evoluzione della civiltà europea.

Al contrario, l’emergere dell’Islam appare nella narrazione hegeliana come una forza che accumula energia attraverso la semplificazione e l’unità, creando una forma di civiltà che avanza con straordinaria coerenza. Il mondo islamico accantona le distinzioni particolari e si muove con un senso di scopo che gli consente di espandersi rapidamente in vasti territori, dalla penisola arabica al Nord Africa, al Levante e oltre. Questa espansione porta con sé una forte convinzione spirituale, che lega popolazioni diverse in uno spazio condiviso di fede e pratica. Allo stesso tempo, Hegel riconosce la vitalità intellettuale che accompagna questo movimento. Centri di sapere sorgono in città come Baghdad e Damasco, dove gli studiosi si dedicano a una vasta gamma di discipline, dalla matematica e dalla medicina alla filosofia e all’astronomia. Questa fioritura dimostra che unità e attività intellettuale possono coesistere, producendo una civiltà che combina l’espansione esteriore con la coltivazione interiore della conoscenza.

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Un meccanismo centrale in questo sviluppo risiede nella trasmissione di idee attraverso i confini culturali. La filosofia greca, che aveva raggiunto un alto livello di raffinatezza nell’antichità, non scompare con il declino delle istituzioni classiche. Al contrario, viaggia attraverso culture intermedie, in particolare le comunità di lingua siriaca del Vicino Oriente. Questi studiosi preservano, traducono e interpretano i testi greci, mantenendo una continuità di conoscenza che colma il divario tra l’antichità e il mondo medievale. Grazie al loro lavoro, le opere di Platone, Aristotele e dei commentatori successivi diventano accessibili a un nuovo pubblico. Hegel sottolinea il ruolo di questi intermediari come agenti essenziali nella circolazione dello spirito storico-mondiale, che permette alle idee di sopravvivere e adattarsi nel passaggio da una civiltà all’altra. Baghdad, in particolare, diventa un punto focale in cui questa trasmissione raggiunge una nuova fase, poiché le traduzioni in arabo portano la tradizione filosofica nel cuore del mondo islamico.

Il racconto del filosofo ebreo medievale Maimonide offre a Hegel un’illustrazione dettagliata di come le idee filosofiche entrino nel discorso religioso attraverso le pressioni del dibattito e della difesa. Le comunità religiose si confrontano con argomentazioni filosofiche che mettono in discussione le loro dottrine, spingendole a sviluppare nuovi metodi di ragionamento e di articolazione. Gli studiosi cristiani, di fronte alla necessità di difendere le proprie credenze dalla critica filosofica, costruiscono sistemi di pensiero che integrano elementi di logica e metafisica. Questi sistemi influenzano poi i pensatori islamici, che si confrontano con le stesse questioni e adottano metodi simili. Il risultato è un’arena intellettuale condivisa in cui le idee circolano, si scontrano ed evolvono. Hegel interpreta questo processo come una manifestazione del movimento dialettico della storia, in cui l’opposizione genera sviluppo e conduce a forme di comprensione più raffinate, pur approfondendo le divisioni tra le diverse tradizioni.

Il movimento di traduzione sotto i califfi abbasidi rappresenta una fase decisiva nella conservazione e nella trasformazione del sapere. Figure come Hunayn ibn Ishaq svolgono un ruolo centrale in questo processo, traducendo un vasto corpus di opere greche in arabo, spesso tramite intermediari siriaci. Queste traduzioni abbracciano una vasta gamma di argomenti, tra cui medicina, astronomia e filosofia, creando una solida base intellettuale per il mondo islamico. Le opere di Aristotele, in particolare, diventano centrali in questa tradizione, alimentando la ricerca sistematica che plasma lo sviluppo del pensiero. Hegel vede questo come l’adozione di una struttura preesistente, tuttavia la portata e l’intensità dello sforzo di traduzione trasformano il panorama culturale, consentendo al mondo islamico di diventare un importante centro di attività intellettuale e garantendo la continuità della tradizione filosofica.

All’interno di questa traiettoria più ampia, Hegel colloca la filosofia araba come continuazione degli sviluppi avviati da Platone, Aristotele e dai neoplatonici. Platone stabilisce il regno delle idee come fondamento della realtà intellettuale, Aristotele elabora questo regno in un sistema strutturato di concetti e il neoplatonismo integra questi elementi in una visione complessiva dello spirito. La filosofia araba opera all’interno di questo quadro, elaborando e trasmettendo i concetti che eredita, adattandoli al contempo a nuovi contesti. La filosofia scolastica nell’Europa medievale attinge alle stesse fonti, creando una continuità che collega le tradizioni intellettuali islamiche e cristiane. Hegel sottolinea l’unità di fondo di questo processo, in cui diverse civiltà partecipano a un movimento di pensiero condiviso, pur esprimendolo in modi distinti, plasmati dalle proprie condizioni storiche.

La valutazione hegeliana della filosofia araba riflette i suoi criteri più ampi per lo sviluppo filosofico. Egli la caratterizza come priva dell’originalità necessaria per un sistema pienamente indipendente, descrivendola come una modalità o un modo piuttosto che una nuova creazione. Questo giudizio scaturisce dalla sua convinzione che il vero progresso filosofico implichi l’emergere di nuovi concetti che trasformino la struttura stessa del pensiero. Tuttavia, anche all’interno di questo commento critico, egli riconosce il ruolo indispensabile svolto dai pensatori arabi nella conservazione e nella trasmissione del sapere. I loro sforzi assicurano che la tradizione filosofica rimanga viva durante i periodi di transizione, permettendone l’adozione e l’ulteriore sviluppo in altri contesti. La continuità del pensiero dipende da tali processi, in cui la conservazione e l’adattamento fungono da fondamento per l’innovazione futura.

Quando queste idee vengono riproposte nel presente, la loro rilevanza diventa sorprendente se focalizzata sull’Iran, espressione concentrata delle tensioni storiche e filosofiche descritte da Hegel. L’Iran occupa una posizione unica in cui l’antica memoria imperiale, l’identità rivoluzionaria islamica e la moderna arte di governo convergono in un’unica forma politica. L’eredità della Persia, la rottura del 1979 e decenni di scontri con potenze esterne hanno prodotto una coscienza etnocivilizzazionale stratificata che influenza le sue azioni odierne. Autorità religiosa, sovranità politica e intervento straniero si intersecano in Iran in modi che rivelano la persistenza di profonde tensioni strutturali. Lo Stato incarna sia la continuità che la rottura, attingendo a una lunga tradizione storica e al contempo affermando un progetto ideologico distinto che sfida l’influenza esterna. Ciò crea una condizione in cui visioni contrastanti dell’ordine lottano per il predominio all’interno e intorno all’Iran, e in cui la memoria storica plasma attivamente le decisioni strategiche, producendo una continua interazione tra formazioni passate e conflitti presenti.

Il momento attuale mostra anche un più ampio cambiamento di civiltà, che si manifesta attraverso la posizione dell’Iran nel sistema mondiale. L’erosione di un unico centro globale dominante ha aperto spazi per le potenze regionali, consentendo loro di affermare la propria autonomia, e l’Iran si è mosso con decisione per definire il proprio ruolo all’interno di questa emergente struttura multipolare. La sua politica estera, le sue alleanze e la sua postura strategica riflettono lo sforzo di articolare una forma di sovranità di civiltà fondata sul proprio fondamento storico e ideologico. Questo movimento si allinea strettamente con la concezione hegeliana della storia come processo in cui diverse forme di spirito di civiltà emergono e si contendono il riconoscimento sulla scena globale. L’affermazione dell’indipendenza dell’Iran, sia politicamente che culturalmente, segnala un riequilibrio di potere che si estende oltre la regione, contribuendo a una più ampia trasformazione delle relazioni globali, dove molteplici centri di autorità e di significato coesistono e competono.

Al contempo, in Iran si manifesta in modo particolarmente evidente un ritorno alla tradizione, che plasma sia il suo sviluppo interno sia la sua proiezione di potere all’esterno. La Repubblica Islamica attinge ampiamente al simbolismo religioso, alle narrazioni storiche e alla memoria culturale per sostenere la propria legittimità e mobilitare la popolazione. Questo ritorno non implica una semplice restaurazione del passato; piuttosto, comporta una reinterpretazione della tradizione nel contesto della modernità. Il concetto di archeofuturismo trova qui una chiara espressione, poiché l’Iran integra tecnologie avanzate – dai sistemi missilistici alle capacità informatiche – in una società definita da un’identità religiosa e storica. Questa sintesi crea una modalità d’azione peculiare, in cui antiche forme di significato coesistono con strumenti di potere contemporanei, consentendo all’Iran di muoversi in un contesto geopolitico complesso e in rapida evoluzione, mantenendo al contempo un forte senso di continuità con il proprio passato.

L’interazione tra tradizione e modernità in Iran genera una forma di conflitto che opera simultaneamente su più livelli. Gli scontri militari coinvolgono tecnologie sofisticate, tra cui droni e sistemi di guida di precisione, mentre le lotte ideologiche attingono a profonde radici religiose ed esperienze storiche. Le potenze esterne interagiscono con l’Iran in modi che riflettono sia calcoli strategici sia più ampi allineamenti di civiltà, intensificando la complessità della situazione. Questa convergenza di capacità tecnologiche e profondità ideologica produce una dinamica che si allinea alla concezione hegeliana della storia come processo evolutivo, in cui diversi elementi interagiscono, si scontrano e si trasformano reciprocamente. L’Iran diventa un luogo in cui queste interazioni raggiungono un’intensità maggiore, rivelando le forze sottostanti che plasmano il più ampio corso della storia mondiale.

In questo contesto, l’Iran rappresenta un’arena centrale nella riconfigurazione dell’ordine globale, dove le forze della multipolarità, dell’identità di civiltà e del cambiamento tecnologico si intersecano in modo particolarmente concentrato. I conflitti che circondano l’Iran fungono da indicatori di profondi cambiamenti strutturali, evidenziando le tensioni intrinseche a un mondo che si muove verso una distribuzione del potere più plurale. Le azioni e le reazioni dell’Iran riflettono una più ampia lotta per il riconoscimento e l’autodefinizione, nel tentativo di affermare il proprio ruolo all’interno di un sistema internazionale in continua evoluzione. Attraverso questa prospettiva, le idee di Hegel offrono una chiave di lettura per interpretare il momento presente come parte di un lungo movimento storico, in cui le civiltà attingono alle proprie tradizioni adattandosi al contempo a nuove condizioni, e in cui l’esito di queste lotte contribuisce alla continua trasformazione dell’ordine globale.

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L’Ungheria e la maledizione di Trump

La guerra e il crollo della destra occidentale

Constantin von Hoffmeister

13 aprile 2026

L’Europa reagisce. L’Europa reagisce sempre. Percepisce la direzione prima ancora di definirla. Il movimento attuale si sta orientando verso sinistra, e la causa è sotto gli occhi di tutti: il comportamento di Donald Trump nell’escalation del conflitto con l’Iran. Quella che un tempo sembrava una rivolta globale antiglobalista contro la tirannia liberale ora sembra piuttosto la sua continuazione più aggressiva. La maschera è cambiata. Il mostro rimane ed è più audace che mai.

La guerra in Iran segna una svolta decisiva. Gli attacchi sferrati alla fine di febbraio con la scusa di un cambio di regime hanno aperto una nuova fase di scontro diretto. Sono state prese di mira infrastrutture e civili, sono stati assassinati leader e le loro famiglie, e gruppi dissidenti/terroristici sono stati armati in anticipo. Si tratta di un copione familiare, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e il presupposto che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.

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Questo è il momento in cui la destra occidentale sta perdendo il proprio orientamento. La promessa un tempo portata avanti da Trump si basava su una rottura con la logica neoconservatrice. Egli parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla destra nell’Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di mantenere una posizione ferma, di opporsi a Bruxelles e di costruire un modello alternativo di governance radicato nell’identità e nel potere statale.

Ora la situazione si sta ribaltando. L’attacco immotivato contro l’Iran per conto di Israele trasmette un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta così perdendo la pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista che un tempo combatteva. L’Europa occidentale lo sta interpretando chiaramente. La reazione non si fa attendere.

L’Ungheria è stata la prima grande vittima. Il Fidesz, da tempo radicato nei principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il Partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante maggioranza parlamentare. La modifica costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito nel corso di quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.

Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno ha un peso maggiore. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio all’interno di strutture familiari. La sinistra si presenta ora come un punto di riferimento e una protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in ostilità e violenze inutili.

I beneficiari si stanno schierando secondo schemi prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno Stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando alla garanzia di ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, linee di forza scivolano sulla mappa come lame sfoderate al rallentatore. I segnali si incrociano, i comandi rispondono ai comandi, i circuiti ronzano di un calore crescente che cerca sfogo. Una terza guerra mondiale si sta preparando nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme dall’interno da tutte le parti, sempre più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinarsi. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ogni attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato, egemonico.

Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare evidente. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode del sostegno popolare nell’Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, paura e stanchezza. Eppure il conflitto sta ancora rafforzando il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, fa rivivere il linguaggio della «sicurezza» e della «responsabilità» e rafforza l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per l’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza della moderazione. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, anche se la sfiducia cresce dal basso.

Le conseguenze vanno oltre i confini dell’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, la precedente ondata di svolta a destra sta rallentando e invertendo la rotta. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definire la propria identità. Se Washington e lo stesso movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?

In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo panorama in evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: la sovranità contro la burocrazia e la nazione contro un sistema truccato a danno del popolo. Ora il panorama sta crollando. Le forze di sinistra, spesso al di fuori dell’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno canalizzando l’ansia dell’opinione pubblica riguardo alla guerra e all’instabilità. I sondaggi si restringono. Le elezioni comunali si avvicinano come primo banco di prova. L’esito rimane incerto, ma la direzione appare chiara: la frammentazione favorisce chi promette contenimento.

All’interno degli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta accentuando le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia dai costi e dal rischio di andare oltre i limiti. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici sono in stallo sotto il peso del conflitto, con conseguenti ritardi in settori chiave come quello delle esportazioni tecnologiche. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.

La storia procede per cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, correnti più profonde continuano a scorrere. Le civiltà si allontanano le une dalle altre. Il potere si diffonde. Sorgano nuovi poli. Il lungo arco si inclina verso la pluralità.

Eppure, il tempismo conta. La strategia conta. L’allineamento tra parole e fatti determina se un movimento si espande o crolla. In questo momento, la destra occidentale sta subendo una contrazione. Segue un leader che ha perso la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei propri nemici.

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Il potere dal mare: gli insegnamenti strategici dell’ammiraglio Castex dopo Ormuz_di Martin Motte

Il potere dal mare: gli insegnamenti strategici dell’ammiraglio Castex dopo Ormuz

Interviste Guerra

Martin Motte — Trump annuncia l’istituzione di un « blocco » navale dello Stretto di Ormuz — ma è davvero possibile ?

Un secolo fa, un ammiraglio francese aveva compreso i limiti della teoria del dominio marittimo e aveva cercato di immaginare il futuro di una guerra senza scontri.
Lunga intervista con lo storico Martin Motte sulla modernità di Raoul Castex.

AutoreFlorian LouisImmagineL’ammiraglio Castex visto da Tundra StudioDati12 aprile 2026AggiungiScarica il PDFCondividi

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Raoul Castex è oggi uno dei nomi più noti nel panorama del pensiero strategico francese. Cosa lo ha spinto a intraprendere la carriera militare?

Castex era figlio e nipote di ufficiali dell’esercito. Se suo nonno paterno non era andato oltre il grado di capitano, suo padre, ufficiale dei cacciatori a piedi, era diventato generale. Quest’ultimo, originario del Comminges, aveva sposato la figlia di un calzolaio fiammingo mentre era di guarnigione a Saint-Omer. È in questa città che nel 1878 nacque Raoul Castex, futuro ammiraglio. 

Il duplice legame occitano e fiammingo di Raoul Castex, che egli stesso ha esplicitamente menzionato per descrivere la propria personalità, potrebbe aver contribuito ad aprirgli gli occhi sulla diversità del mondo. Da un punto di vista sociologico, la storia dei Castex è quella di una famiglia della piccola borghesia che ha fatto carriera grazie alla meritocrazia imperiale e poi repubblicana.

In questo contesto, la scelta di una carriera militare potrebbe essere stata dettata dal desiderio di perpetuare una tradizione di famiglia, ma senza dubbio è stata influenzata anche dal clima che si respirava dopo il 1870: in un paese sconfitto e privato di due province, la chiamata alle armi era una scelta ovvia per molti patrioti.

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Per quanto riguarda la scelta della marina, per il giovane Castex potrebbe aver rappresentato un modo per tracciare la propria strada all’interno della tradizione familiare. Ma anche in questo caso il clima ha avuto la sua importanza: non solo l’adolescenza del futuro ammiraglio è stata accompagnata dalla lettura di Jules Verne, ma il colonialismo della Terza Repubblica, concepito come una rivincita indiretta sulla sconfitta del 1870, era in pieno svolgimento e metteva in primo piano la marina.

Il periodo scolastico di Castex a Navale, tra il 1896 e il 1898, ebbe come sfondo la spedizione Congo-Nilo, che avrebbe portato alla crisi di Fachoda e che, in quanto tale, aveva evidenti implicazioni navali.

Quando Raoul Castex, all’inizio del Novecento, iniziò a riflettere sulle questioni di strategia navale, il panorama in Francia era dominato da quella che veniva chiamata la «Jeune École». Ha avuto un’influenza formativa su Castex, oppure la sua riflessione era indipendente?

L’espressione «Jeune École» indica una corrente dottrinale della marina francese le cui origini risalgono all’inizio del XIX secolo, ma che è entrata in primo piano negli anni Ottanta del XIX secolo e la cui influenza è rimasta forte fino al 1905 circa.

Il fulcro della sua dottrina era che le trasformazioni determinate dalla rivoluzione industriale, sia nel settore navale che nell’economia mondiale, stavano stravolgendo la gerarchia delle forme di guerra marittima. Tradizionalmente, la guerra tra squadre, o «grande guerra navale», aveva la precedenza sulla guerra al commercio e sulle operazioni costiere: infatti, per annientare il traffico marittimo del nemico o attaccarne le coste, era necessario prima affondarne le squadriglie in una grande battaglia navale. Questa battaglia richiedeva molte navi dotate della massima potenza di fuoco possibile; all’epoca di Castex, si trattava di corazzate. Tuttavia, osservava la Jeune École, la Francia non poteva permettersi sia il grande esercito di cui aveva bisogno per affrontare la Germania (rivale continentale) sia una flotta corazzata abbastanza potente da tenere testa al Regno Unito (rivale coloniale); era quindi assurdo pretendere di sconfiggere la Royal Navy in un grande scontro tra squadroni.

Di conseguenza, la Jeune École raccomandava di rinunciare alle corazzate e di concentrare lo sforzo navale francese sulla difesa delle coste e sulla guerra al commercio. L’invulnerabilità delle coste francesi al blocco o agli sbarchi sarebbe stata assicurata da torpediniere, unità di piccolo tonnellaggio, quindi economiche, ma capaci di affondare le corazzate durante attacchi a sorpresa in sciami. La guerra al commercio, dal canto suo, sarebbe stata condotta da incrociatori, o addirittura da torpediniere a lungo raggio. Secondo la Jeune École, questa sarebbe stata lo strumento decisivo, poiché la rivoluzione industriale aveva reso l’economia britannica estremamente dipendente dal trasporto marittimo. Bloccando le importazioni di materie prime da cui dipendevano le manifatture britanniche, nonché le loro esportazioni di prodotti, si sarebbe inferto un colpo fatale all’economia del Regno Unito e lo si sarebbe costretto a rinunciare alla sua egemonia sui mari del globo.

Gli scritti di Castex consentono di analizzare l’azione delle forze marine in tutta la sua gamma, dall’intimidazione allo scontro frontale.Martin Motte

Nel suo opuscolo Il pericolo giapponese in Indocina 1, pubblicato all’inizio del 1904, Castex riconosceva un certo valore a queste tesi, poiché raccomandava di stazionare torpediniere e incrociatori in quella colonia per sventare un possibile tentativo di invasione giapponese. 

Ma si trattava di una soluzione di ripiego dovuta al fatto che le corazzate francesi non potevano allontanarsi dalle acque europee, viste le tensioni franco-tedesche e franco-britanniche. Già l’anno successivo, del resto, Castex pubblicò il suo libro Jaunes contre Blancs. Le problème militaire indochinois 2, in cui sosteneva l’invio delle corazzate in Estremo Oriente. 

Questo cambiamento di rotta era dovuto a una ragione diplomatica: l’Entente cordiale dell’8 aprile 1904 aveva scongiurato il rischio di una guerra franco-britannica e aveva reso la Royal Navy la migliore garanzia contro un attacco alle coste francesi da parte della flotta tedesca. Era anche e soprattutto dovuto a una ragione strategica: la Jeune École si illudeva nel ritenere che incrociatori e torpedinieri potessero operare a lungo in alto mare. I torpedinieri non avevano né l’autonomia né la resistenza necessarie per farlo e gli incrociatori sarebbero stati prima o poi affondati dalle corazzate nemiche. La guerra di squadrone rimaneva quindi il cardine della strategia navale.

Queste tesi sono tuttavia diametralmente opposte a quelle di Alfred T. Mahan 3, il grande teorico americano della Sea Power

Alfred T. Mahan fu infatti il principale avversario della Jeune École dal 1890 fino alla sua morte, avvenuta nel 1914. 

Egli sosteneva la supremazia della guerra tra squadriglie sulla base di considerazioni fattuali (i limiti intrinseci dei cacciatorpediniere e degli incrociatori), ma ancor più sulla base di una convinzione filosofica diametralmente opposta al materialismo della Jeune École. Mahan riteneva che la guerra fosse regolata da principi il cui carattere immutabile è dimostrato dallo studio della storia militare. In altre parole, questi principi trascendono l’evoluzione tecnologica del materiale e ne condizionano l’impiego. 

Eppure le strategie della Jeune École violavano il principio di concentrazione, così come veniva applicato alla difesa costiera — poiché la Jeune École imponeva di distribuire i cacciatorpediniere lungo le coste francesi — e alla guerra al commercio — poiché imponeva di sparpagliare gli incrociatori lungo le rotte marittime. Al contrario, la guerra di flotta tende alla battaglia decisiva, che presuppone la più rigorosa applicazione della concentrazione.

Castex rimase profondamente colpito da questa argomentazione, tanto più che la vittoria delle corazzate giapponesi sulla seconda flotta russa del Pacifico a Tsushima, il 27-28 maggio 1905, sembrava confermarla in modo eclatante. 

Da allora è diventato una delle figure di spicco di un «mahanismo alla francese», come dimostrano le sue opere degli anni 1911-1914: essi rientrano nel «metodo storico» raccomandato da Mahan, poiché consistono nel rivisitare episodi navali del passato per ricavarne principi senza tempo.

La Prima guerra mondiale viene spesso descritta come la prima guerra totale e industriale: la vittoria dipendeva, più che mai, dalla produzione e dalla logistica. Questo conflitto ha indotto Castex a rivedere le sue tesi?

La Grande Guerra è stata per Castex una sorta di conversione, poiché gli ha fatto toccare con mano i limiti del mahanismo. 

Dal 1914 al 1916 prestò servizio a bordo delle corazzate Danton e Condorcet, entrambe assegnate alla flotta del Mediterraneo, punta di diamante della marina francese. In collaborazione con la Royal Navy, la missione di questa forza era quella di annientare o almeno bloccare nei loro porti la flotta austro-ungarica e quella ottomana. Ma queste ultime, di calibro inferiore rispetto alle loro rivali franco-britanniche, si sono ben guardate dall’accettare lo scontro frontale: si trincerarono al riparo delle loro difese costiere — mine, batterie costiere, torpediniere, sottomarini —, che inflissero pesanti perdite ai loro avversari, in particolare ai Dardanelli nel 1915.

In un secondo momento, nel 1916-1917, Castex comandò l’avviso Altaïr, incaricato di pattugliare le rotte commerciali del Mediterraneo per difendere il traffico alleato dagli U-Boot tedeschi. In realtà, le navi da pattuglia erano troppo poche per adempiere alla loro missione e gli attacchi con i siluri alle navi mercantili rischiarono di provocare il crollo dell’economia alleata nella primavera del 1917. È anche in questo periodo che la corazzata Danton, a bordo della quale Castex aveva iniziato la guerra, fu affondata da un U-Boot al largo delle coste della Sardegna.

La minaccia sottomarina è stata scongiurata all’ultimo momentograzie al raggruppamento dei mercantili in convogli scortati, all’entrata in campo della US Navy e all’arrivo di nuove attrezzature, ma la componente marittima della Grande Guerra non per questo ha mancato di provocare un terremoto dottrinale, poiché le sconfitte subite dagli Alleati sono state interpretate come una rivincita della Jeune École su Mahan.

Le teorie di Castex rimangono di grande attualità: esse prendono in considerazione sia il raggiungimento del dominio sul mare attraverso la battaglia, sia il suo impiego nell’ambito di una «strategia generale».Martin Motte

In realtà, la famosa battaglia decisiva invocata da quest’ultimo non aveva mai avuto luogo. La guerra di flotta era stata soppiantata da una guerriglia navale al largo delle coste e sulle rotte commerciali. Il sottomarino, diretto discendente del cacciatorpediniere, vi aveva assunto un ruolo di primo piano. 

Infine, come aveva annunciato la Jeune École, la guerra al commercio si era rivelata ben più pericolosa che in passato a causa della crescente dipendenza delle economie moderne dai flussi marittimi.

Una mente lucida come quella di Castex non poteva quindi più aderire al mahanismo dogmatico di cui era stato uno dei portavoce prima della guerra. Tuttavia, Mahan non si era completamente sbagliato, poiché se le intuizioni della Jeune École erano state confermate sul piano operativo, non avevano impedito la sconfitta delle Potenze centrali sul piano strategico. Era quindi giunto il momento di una nuova sintesi dottrinale che temperasse i principi mahaniani con i metodi della Jeune École e viceversa. Si trattava, in sostanza, di mettere in dialogo gli insegnamenti intramontabili della storia e le caratteristiche dei nuovi mezzi, invece di negare uno dei due termini dell’equazione.

Come conciliare questi due principi?

Julian Corbett elaborò una sintesi dottrinale già prima della guerra: essa apparve nel 1911 nella sua opera Principi di strategia marittima 4. Questo avvocato, che all’epoca era consigliere dell’Ammiragliato britannico, concordava con Mahan sul fatto che l’eliminazione delle squadriglie nemiche tramite una battaglia decisiva fosse il modo più semplice per ottenere il dominio del mare, ma obiettava che la marina più debole non si sarebbe lasciata attirare in questa trappola e avrebbe atteso che l’avversario venisse a scontrarsi con le sue difese costiere. Consapevole della pericolosità di queste ultime, Corbett consigliava alla Royal Navy di spostare il proprio blocco al largo, il che lo avrebbe reso necessariamente meno efficace, consentendo così l’uscita di un certo numero di incrociatori nemici che avrebbero attaccato il commercio britannico. Da quel momento in poi, l’esito della guerra si sarebbe giocato sulla capacità della Royal Navy di proteggere i flussi commerciali da cui dipendeva l’economia britannica e di dissanguare lentamente ma inesorabilmente quelli da cui dipendeva l’economia tedesca.

Tutto ciò portò Corbett a ridefinire il concetto di dominio del mare: esso non consisteva in un’occupazione permanente di questo elemento, come Mahan era stato incline a credere, trasponendo ingenuamente alla strategia marittima una categoria propria della strategia terrestre, ma nella capacità di transitarvi liberamente e di impedire il transito nemico. Corbett osservava inoltre che questo dominio del mare era raramente totale. In breve, annunciava con sorprendente precisione le linee generali del conflitto a venire, da cui la rapida diffusione delle sue tesi nella Royal Navy verso la fine della Grande Guerra.

Come accoglie Castex le tesi di Corbett?

Nel 1919 Castex divenne il primo capo del Servizio storico della Marina, istituito per trarre insegnamenti dottrinali dalla Grande Guerra. In quell’occasione lesse i Principi in una traduzione sommaria che lo Stato Maggiore della Marina aveva fatto redigere nel 1918 e ne fu talmente colpito da voler commissionare una traduzione più accurata. Il progetto si arenò a causa di difficoltà di bilancio, ma Castex lo riprese in seguito e la nuova traduzione fu portata a termine nel 1932. Nel frattempo, l’essenza del pensiero corbettiano era confluita nell’opera di Castex.

Bisogna purtroppo riconoscere che quest’ultimo non si è comportato con grande rispetto nei confronti della memoria del suo predecessore, scomparso nel 1922: non solo non ha pubblicato la traduzione dei Principi — onore che è toccato a Hervé Coutau-Bégarie nel 1993 —, ma non ha risparmiato le critiche a Corbett, accusato di scetticismo ed etnocentrismo. È come se Castex avesse voluto sminuirne l’importanza in proporzione ai prestiti che ne faceva. 

Le ha tuttavia riconosciuto il merito di aver scosso il dogmatismo mahaniano, costringendo così il pensiero navale a fare un esame di coscienza per integrare l’esperienza acquisita durante la Grande Guerra.

Durante la Grande Guerra, la famosa battaglia decisiva auspicata da Mahan non ebbe mai luogo: la guerra di flotta fu soppiantata da una guerriglia navale al largo delle coste e sulle rotte commerciali.Martin Motte

L’opera principale di Castex, le Teorie strategiche, fu pubblicata in cinque volumi tra il 1929 e il 1935. Perché rappresenta una pietra miliare fondamentale nella storia del pensiero strategico?

In sostanza, occorre considerare le Teorie strategiche come uno sviluppo sistematico delle intuizioni corbettiane in un contesto che Corbett non ha conosciuto, soprattutto se si considerano i due volumi che Coutau-Bégarie ha aggiunto al corpus originale nella sua riedizione del 1997, poiché essi raccolgono testi successivi al 1945. 

Questi sette volumi costituiscono una fonte straordinaria per chiunque sia interessato alla guerra navale, dalla strategia alla tattica passando per le operazioni, ma anche per gli appassionati di strategia in generale, di geopolitica e di relazioni internazionali, considerate attraverso il prisma di un dialogo tra storia e attualità. 

Particolarmente illuminanti sono le riflessioni di Castex sulla manovra (volume 2), sui fattori esterni della strategia quali la politica, la geografia, le coalizioni, l’opinione pubblica e i vincoli di vario genere, economici, giuridici e di altro tipo (volume 3), la dialettica terra-mare (volume 5), senza dimenticare un magnifico testo sulle due fonti della strategia, la storia e il materiale (nel volume 6). 

L’insieme non costituisce solo un percorso strategico attraverso il breve XX secolo, dalla Grande Guerra alla bomba atomica, ma anche una sintesi dei pensatori navali del passato e un’eredità estremamente preziosa per il pensiero strategico attuale e futuro.

Quale testo di Castex consiglieresti di leggere per un primo approccio alla sua opera?

Domanda difficile! Da Castex c’è di tutto e di più, e tutto dipende dall’appetito del lettore, dai suoi interessi e anche dal tempo che può dedicarci, perché leggere tutta l’opera di Castex è come scalare l’Everest.

Per un primo assaggio, consiglierei il testo già citato sulle due fonti della strategia, contenuto nel volume 6 delle Teorie. Per un’esperienza immersiva, raccomando il volume 5 nella sua interezza, poiché è lì, senza dubbio, attraverso lo studio delle guerre della Rivoluzione e dell’Impero, della Grande Guerra e del rapporto della Russia con il mare, che si vedono dispiegarsi al meglio sia le concezioni di Castex in materia di strategia generale, la sua dialettica terra-mare, sia gli aspetti geopolitici e geostrategici del suo pensiero.

Castex è il primo direttore dell’Istituto di Alti Studi della Difesa Nazionale (IHEDN), fondato nel 1936, pioniere nello studio della strategia interforze. Quale impronta ha dato questo ente alla dottrina militare francese?

L’istituto in questione si chiamava all’epoca Centro di Studi Superiori di Difesa Nazionale. La sua idea fondante, nata nel 1871 nell’entourage di Gambetta e rimasta molto viva in alcuni ambienti radical-socialisti, ma anche presso alcuni militari conservatori come Foch o Lyautey, era che la difesa nazionale presuppone per definizione la mobilitazione dell’intera nazione. 

Per raggiungere la piena efficacia, richiede quindi una profonda conoscenza militare da parte delle élite civili e una profonda conoscenza civile da parte delle élite militari. Il CHEDN offriva una formazione comune a queste due categorie, fungendo da forum di scambio e riflessione. Permetteva inoltre di esplorare le dimensioni interforze della strategia, poiché gli ufficiali in formazione provenivano dall’Esercito, dalla Marina e dall’Aeronautica.

Castex era la persona giusta per dirigere una struttura del genere. 

Figlio di un ufficiale dell’esercito, si definiva «un fante in marina» e possedeva quindi un senso spiccato della cooperazione interforze. In quanto marinaio, d’altra parte, era abituato a operare in un ambiente aperto a tutte le nazioni, da cui derivava un acuto senso dei vincoli economici, politici e giuridici che condizionano l’azione navale e, per estensione, ogni scelta strategica. 

Aggiungo che sembra fosse di orientamento radicale, come Daladier, principale artefice della creazione del CHEDN. Attraverso questa istituzione, Castex ha svolto un ruolo importante nell’approfondimento del concetto di Difesa nazionale, influenzando in particolare il tenente colonnello de Gaulle, allievo nel 1936-1937. Quest’ultimo lo ricordò nel 1959: quando l’ammiraglio Castex fu insignito della Gran Croce della Legion d’Onore, gli scrisse per dirgli quanto dovesse alle sue idee e al suo esempio.

Quella che Castex definisce la «teoria del provocatore» si applica perfettamente alle ambizioni di Putin.Martin Motte

La Seconda Guerra Mondiale scoppiò tre anni dopo la sua nomina a direttore dell’Istituto. Prima della disfatta francese, quale era la posizione di Castex riguardo alla conduzione delle operazioni?

Nel 1938 Castex era diventato ispettore generale delle forze marittime, il che lo rendeva il numero tre della Marina. 

All’inizio della guerra, nell’agosto del 1939, gli fu affidato il comando delle forze incaricate di operare nella parte meridionale del Mare del Nord e nel Canale della Manica, il cui quartier generale era a Dunkerque. Segnalò molto rapidamente la vulnerabilità di quella postazione a un assalto proveniente dalla terraferma — cosa di cui François Darlan approfittò per destituirlo dal comando nel novembre 1939 con il pretesto del disfattismo e delle cattive condizioni di salute. In realtà, Castex sembra aver pagato a caro prezzo la sua indipendenza di spirito nei confronti dell’ammiraglio della flotta. 

Nel giugno 1940, la caduta di Dunkerque confermò la correttezza della sua analisi. Castex, all’epoca sessantaduenne, si era ritirato nell’Alta Garonna e non ricopriva più alcun ruolo militare, limitandosi ad analizzare il conflitto in corso negli articoli scritti per La Dépêche. Ritenendo che si sarebbe potuto continuare la guerra dal Nord Africa, disapprovò l’armistizio, ma non condannò esplicitamente il regime di Vichy né cercò di mettersi in contatto con De Gaulle. Ciò rende tanto più notevole l’omaggio che quest’ultimo gli rese nel 1959.

Dopo il 1945, la bomba atomica ha rivoluzionato il concetto di deterrenza. In che modo Castex l’ha integrata nella sua riflessione?

Le dedicò un articolo sulla Revue Défense nationale già nell’ottobre 1945 5, ovvero circa due mesi dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. In particolare, osservava che la bomba non avrebbe portato all’egemonia planetaria degli Stati Uniti, poiché tutte le potenze sviluppate se ne sarebbero dotate rapidamente ; che avrebbe svolto il ruolo di equalizzatore di potere tra le grandi potenze e le potenze medie ; ma che il suo effettivo impiego sarebbe stato soggetto a restrizioni di ordine geografico (a causa del rischio di danni collaterali su paesi neutrali, ad esempio), strategico (attraverso l’instaurazione di una deterrenza reciproca) ed etico-mediatico (poiché chi l’avesse utilizzata avrebbe rischiato di screditarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale). 

L’accuratezza di questa analisi derivava dal fatto che Castex era stato portato a riflettere sul concetto di deterrenza ben prima dell’invenzione della bomba. 

In un libro del 1920 intitolato Sintesi della guerra sottomarina  6, in particolare, aveva dimostrato che la netta superiorità delle squadriglie alleate su quelle delle Potenze centrali aveva dissuaso queste ultime dall’avventurarsi in mare aperto tra il 1914 e il 1918. La battaglia decisiva era rimasta virtuale, ma i suoi effetti erano stati ben reali, come avrebbe detto Clausewitz. 

In seguito, Castex aveva analizzato il modo in cui si era instaurato un equilibrio di deterrenza reciproca tra le potenze dotate di armi nucleari. In breve, sebbene l’arma atomica fosse radicalmente nuova per il suo potenziale distruttivo, non era per questo scollegata da una logica strategica che Castex conosceva alla perfezione.

Il pensiero di Castex ha influenzato la strategia francese dell’epoca?

Il fatto che Castex sia stato nominato primo direttore del CHEDN nel 1936 e sia poi diventato il numero tre della Marina nel 1938 dimostra che le sue idee godevano di una certa notorietà nel periodo tra le due guerre. 

Sullo sfondo di una recrudescenza delle tensioni coloniali franco-britanniche legate alla spartizione dell’Impero ottomano, aveva cercato di promuovere il concetto di «guerra delle comunicazioni», che prevedeva una stretta integrazione tra navi di superficie, sottomarini e aerei grazie al coordinamento in tempo reale reso possibile dalla radio. La flotta equilibrata di cui la Francia si dotò negli anni Venti e Trenta si sarebbe prestata abbastanza bene a tale esercizio se non fosse stato per la catastrofe del 1940, ma sarebbe abusivo vederci il risultato lineare del pensiero castexiano: questo mi sembra aver al massimo accompagnato orientamenti che erano nell’aria del tempo. 

Per quanto riguarda il ruolo di Castex all’interno del CHEDN, esso è stato assunto troppo tardi per poter influenzare la strategia francese prima della catastrofe del 1940. È piuttosto nel dopoguerra, e in particolare attraverso la strategia gollista, che occorre ricercarne l’influenza a posteriori.

Le teorie di Castex prendono in considerazione sia la strategia navale che quella marittima.Martin Motte

E all’estero?

Castex è stato letto all’estero: le Teorie strategiche sono state tradotte integralmente in Argentina e parzialmente in Grecia, in Jugoslavia e in Giappone. Sono state oggetto di recensioni elogiative nel Regno Unito e in Germania. 

Castex è stato studiato, in particolare, da Herbert Rosinski, una delle menti più brillanti della marina tedesca, che nel 1936 dovette andare in esilio a causa delle sue origini ebraiche, rifugiandosi prima nel Regno Unito e poi negli Stati Uniti.

La strategia perseguita dalla Kriegsmarine nel 1940-1941 illustrava bene il concetto di «guerra delle comunicazioni», ma anche in questo caso sarebbe azzardato parlare di un’influenza castexiana diretta e unilaterale.

Infine, secondo quanto riferito dall’ammiraglio Lepotier, l’ammiraglio King, capo della Marina degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, faceva riferimento a Castex; sembra tuttavia che si tratti di un caso isolato.

È necessario leggere Castex per riflettere sui problemi strategici del XXI secolo?

Sì, senza dubbio. Abbiamo del resto assistito a una riscoperta di Castex già alla fine del secolo scorso, nelle seguenti circostanze: nel 1990, l’US Naval War College aveva celebrato il centenario dell’opera fondamentale di Mahan sullo sfondo della vittoria americana nella Guerra Fredda; ma nel 1992, in un convegno dal titolo significativo Mahan is not enough, la stessa istituzione ha ammesso che la teoria mahaniana non era la più adatta al contesto del dopoguerra fredda : troppo incentrata sulla battaglia decisiva, non insisteva abbastanza sul ruolo delle marine in tempo di pace o di crisi, sui vincoli economici, giuridici e mediatici che condizionano l’azione navale, ecc. 

Eppure tutti questi dati erano stati presi in considerazione da Castex, come Hervé Coutau-Bégarie ha fatto riscoprire ai suoi interlocutori in occasione di quel convegno. Il messaggio ebbe un tale successo che, due anni dopo, la Naval Institute Press pubblicò un’antologia delle Teorie strategiche! Meglio ancora, questa antologia è stata ristampata nel 2017, in un contesto strategico tuttavia molto diverso da quello del 1994, poiché si era passati dalla gestione delle crisi al ritorno delle minacce ad alta intensità.

Questo episodio mette in luce uno dei motivi per cui le teorie di Castex rimangono di grande attualità: esse prendono in considerazione sia la strategia navale che quella marittima, per riprendere una distinzione di Corbett. La prima riguarda l’acquisizione del dominio del mare attraverso la battaglia, la seconda il suo utilizzo nell’ambito di quella che Castex definiva strategia generale, che coordina le strategie particolari (terrestre, marittima, aerea, diplomatica, economica). Questo quadro molto ampio permette di concepire l’azione delle marine su tutto lo spettro che va dall’intimidazione allo scontro frontale: basta aggiungervi ambiti contemporanei, come lo spazio o il cyberspazio, per renderlo uno strumento pienamente adatto ai problemi del nostro tempo. È ciò che ha fatto nel 2015 Lars Wedin, un ufficiale della marina svedese formatosi all’École de Guerre francese e discepolo di Coutau-Bégarie, in un libro intitolato Strategie marittime nel XXI secolo. Il contributo dell’ammiraglio Castex 7.

Ma ci sono molte altre ragioni per cui Castex è al centro dell’attenzione; ne citerò solo due.

Sul piano della teoria strategica, innanzitutto, le sue riflessioni sulla dialettica tra principi e mezzi materiali conservano un valore intramontabile. Con i droni, che ricordano i cacciatorpediniere per il loro basso costo e il loro impiego in sciami volti a saturare le difese avversarie, assistiamo oggi a una corsa sfrenata alla tecnologia che richiama quella che aveva caratterizzato la Jeune École. I rischi sono gli stessi di allora: attribuire troppa importanza al fattore materiale senza vedere come si articola con la grammatica della strategia, o al contrario marginalizzarlo in nome di principi perenni che basterebbero a garantire la vittoria. Castex permette di sfuggire a questo dilemma, che non si pone solo ai marinai ma caratterizza tutti gli ambienti.

D’altra parte, Castex è un geopolitico e un geostratega di grande levatura, le cui riflessioni sulla Russia, in particolare, tornano ad essere di grande attualità nel contesto della nuova Guerra Fredda che stiamo vivendo oggi. Quella che ha definito la «teoria del perturbatore», ovvero la successione nella Storia di grandi potenze continentali che sfidano la talassocrazia dominante, si applica bene alle ambizioni di Putin. Castex aveva anche sottolineato quanto la Russia, in quanto Stato-continente ricco di risorse di ogni tipo e dotato di confini immensi — attualmente più di 20.000 chilometri, con 14 diversi vicini —, sarebbe relativamente poco vulnerabile al blocco — un punto che è stato sottovalutato dai leader occidentali dal 2022.

Fonti
  1. Raoul Castex, Il pericolo giapponese in Indocina, Parigi, Charles-Lavauzelle, 1904.
  2. Raoul Castex, Gialli contro Bianchi. Il problema militare indocinese, Parigi, Charles-Lavauzelle, 1905.
  3. Alfred T. Mahan, L’influenza della potenza marittima sulla storia, Boston, Little, Brown and Co, 1890.
  4. Julian S. Corbett, Principi di strategia marittima, Parigi, Economica, 1993.
  5. Raoul Castex, « Appunti sulla bomba atomica », Défense nationale, ottobre 1945.
  6. Raoul Castex, Sintesi della guerra sottomarina. Da Pontchartrain a Tirpitz, Parigi, Augustin Challamel, 1920.
  7. Lars Wedin, Strategie marittime nel XXIsecolo – Il contributo dell’ammiraglio Castex, Parigi, Nuvis, 2015.

Il prestito di 90 miliardi di euro concesso dall’UE all’Ucraina ha lo scopo di guadagnare tempo affinché i democratici possano tornare al potere_di Andrew Korybko

Il prestito di 90 miliardi di euro concesso dall’UE all’Ucraina ha lo scopo di guadagnare tempo affinché i democratici possano tornare al potere

Andrew Korybko14 aprile
 
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L’obiettivo non dichiarato del blocco è quello di protrarre il conflitto almeno fino al 2029, nella speranza che i Democratici riconquistino il controllo della Casa Bianca e riprendano la politica statunitense nei confronti dell’Ucraina dell’era Biden.

La “democratica destituzione” di Orban dovrebbe eliminare l’opposizione procedurale dell’Ungheria al prestito di 90 miliardi di euro previsto dall’UE a favore dell’Ucraina, che sarà finanziato attraverso l’emissione di debito comune da parte degli Stati membri. RT ha pubblicato un articolo dettagliato su questo piano qui lo scorso dicembre, che rappresentava un compromesso per il finanziamento di questo prestito dopo che il blocco non era riuscito a raggiungere un consenso né sulla confisca definitiva di alcuni dei beni congelati della Russia da destinare all’Ucraina, né sull’utilizzo di almeno una parte di essi come garanzia per un prestito a favore di quest’ultima. I lettori possono saperne di più qui e qui.

Se tutto andrà secondo i piani, e Bloomberg ha riferito che il blocco intende agire rapidamente dopo che l’Ungheria ha già bloccato tutto per diversi mesi, allora questa mossa rischia di finanziare una guerra senza fine. Le speranze di una svolta militare lungo il fronte o di una svolta diplomatica nei colloqui mediati dagli Stati Uniti non si sono ancora concretizzate, quindi il ritmo dell’avanzata russa sul campo rimane glaciale, il che significa che potrebbero volerci anni per raggiungere l’obiettivo minimo dichiarato dalla Russia di ottenere il controllo su tutto il Donbass.

Finanziare i due terzi del bilancio ucraino per i prossimi due anniin linea con l’obiettivo dell’UE porterebbe probabilmente alla definizione di un altro ciclo biennale, al fine di incoraggiare gli Stati Uniti a proseguire i propri aiuti militari. Dall’estate scorsa, infatti, gli Stati Uniti non donano più armi all’Ucraina, ma le vendono alla NATO, che provvede poi a trasferirle nel Paese. Anche se Trump sospendesse queste vendite, fintanto che il bilancio ucraino sarà finanziato e non ci saranno cambiamenti significativi, la situazione potrebbe resistere abbastanza a lungo da permettergli di cambiare idea di nuovo.

È certo che l’Ucraina non potrà combattere all’infinito, dato che persino il nuovo capo di Stato Maggiore di Zelensky, Kirill Budanov ha recentemente ammesso che il Paese si trova ad affrontare «un problema enorme, davvero enorme» dopo che il nuovo ministro della Difesa Mikhail Fedorov ha rivelato che oltre 2 milioni di ucraini stanno eludendo la leva, il che complica seriamente le operazioni al fronte. C’è anche sempre la possibilità che Putin trasformi l’operazione speciale in una guerra formale in cui non si preoccuperebbe più delle vittime civili nel tentativo di porre fine in modo decisivo al conflitto alle condizioni della Russia.

Esistono due teorie contrastanti sul motivo per cui non l’abbia ancora fatto. Una ipotizza che non voglia rischiare inavvertitamente un’escalation con gli Stati Uniti che potrebbe facilmente degenerare nella Terza Guerra Mondiale, mentre l’altra è che egli consideri ancora sinceramente russi e ucraini come un unico popolo, come ha spiegato ampiamente nel capolavoro dell’estate 2021, da cui deriva la sua riluttanza a vedere soffrire i loro civili. In ogni caso, lo scenario della guerra senza fine presuppone che Putin non lo faccia, cosa che non può essere data per scontata.

Ciononostante, l’UE agisce partendo dal presupposto che egli non lo farà, il che spiega perché intenda procedere rapidamente all’approvazione del prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina e continui ad acquistare armi dagli Stati Uniti per trasferirle in quel Paese. Ciò non solo perpetua il rischio che le tensioni sfuggano al controllo, ma perpetua anche l’insicurezza energetica dell’UE nel mezzo della crisi in corso causata dalla Terza Guerra del Golfo, poiché la fine del conflitto potrebbe ipoteticamente portare alla ripresa delle esportazioni energetiche russe verso l’UE a vantaggio dei suoi cittadini.

L’obiettivo non dichiarato dell’UE è quello di perpetuare il conflitto almeno fino al 2029, nella speranza che i Democratici riprendano il controllo della Casa Bianca e riprendano la politica statunitense nei confronti dell’Ucraina dell’era Biden. Anche se gli europei ne pagheranno le conseguenze economiche fino ad allora, per non parlare delle ulteriori vittime tra russi e ucraini, l’Unione è disposta a sostenere questi costi nel perseguimento del suo obiettivo ideologico di infliggere una sconfitta strategica alla Russia. Alla fine, però, il conflitto potrebbe finire per sconfiggere strategicamente l’UE.

Le cause e le conseguenze della caduta di Orbán.

Andrew Korybko13 aprile
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La maggior parte degli ungheresi ha dato per scontati i suoi successi e non apprezzerà ciò che aveva finché non lo avrà perso.

L’opposizione ungherese, sostenuta dall’UE e dall’Ucraina, ha appena ottenuto una supermaggioranza di due terzi nelle ultime elezioni parlamentari , ponendo fine ai 16 anni di governo di Viktor Orbán. La sua schiacciante sconfitta è giunta dopo che l’UE aveva precedentemente congelato 17 miliardi di euro di fondi stanziati con pretesti legati allo stato di diritto e alla cospirazione del Russiagate. Teorie derivate dalle intercettazioni telefoniche di Orban e del suo ministro degli Esteri, nonché ricatti e minacce nel settore energetico ucraino . I liberalglobalisti come Ursula von der Leyen , Alex Soros e Donald Tusk hanno prevedibilmente festeggiato.

Sebbene i fattori sopra menzionati abbiano contribuito a far pendere l’opinione pubblica contro Orbán, molti altri sono stati probabilmente più importanti. Ad esempio, è un politico anziano che naturalmente non gode dello stesso appeal sui giovani rispetto al suo rivale, Peter Magyar, relativamente più giovane. Inoltre, è in carica da 16 anni, quindi l’opposizione ha sfruttato il sentimento di insoddisfazione nei confronti del governo in carica, attribuendogli la responsabilità della stagnazione economica nonostante avesse fatto del suo meglio date le circostanze. Non sono mancate nemmeno le accuse di corruzione.

Il sistema socio-politico costruito da Orbán sta per essere smantellato, dato che la supermaggioranza di due terzi dell’opposizione le consente di modificare la Costituzione . Non si possono escludere cacce alle streghe contro i nazionalisti conservatori, a cominciare da lui e dal suo Ministro degli Esteri, sulla base di accuse legate al Russiagate. Le sue politiche a sostegno dei valori tradizionali potrebbero presto diventare un ricordo del passato. Sebbene Magyar si dichiari intransigente in materia di immigrazione, potrebbe cambiare rotta per compiacere l’UE, inondando così l’Ungheria di immigrati.

Sul fronte economico, il disaccoppiamento dall’energia russa potrebbe portare a impennate dei prezzi, sebbene Orbán potrebbe procedere gradualmente per evitare di dilapidare il consenso di cui gode presso l’elettorato. Lo stesso vale per i suoi piani di sostituire il fiorino, la valuta nazionale ungherese, con l’euro. Pertanto, sebbene un cambiamento significativo sia in atto, potrebbe non verificarsi immediatamente . Ciononostante, il risultato finale sarà l’indebolimento della sovranità ungherese e forse la sua perdita definitiva , vanificando così i risultati faticosamente conquistati da Orbán.

Allo stesso modo, non ci si aspetta che l’Ungheria mantenga la sua reputazione di baluardo nazionalista conservatore d’Europa, ruolo che passerà invece alla Polonia , la quale era in una sorta di amichevole competizione con l’Ungheria per questo titolo fino a quando i suoi nazionalisti conservatori (seppur imperfetti) non furono “deposti democraticamente” nell’autunno del 2023. L’anno scorso, tuttavia, la Polonia ha eletto di stretta misura un presidente nazionalista conservatore e l’ex partito di governo con cui è alleato potrebbe tornare al potere dopo le prossime elezioni parlamentari dell’autunno 2027.

Il conservatorismo polacco si distingue dalle sue più note varianti ungherese e tedesca per la sua esplicita posizione anti-russa. Prevede inoltre un’Europa in una posizione di subordinazione rispetto agli Stati Uniti, anziché di piena sovranità, e si oppone agli USA quando i loro interessi divergono. Dal punto di vista polacco, questo rappresenta un prezzo necessario per garantire il continuo sostegno statunitense contro la Russia e riconosce “pragmaticamente” i limiti della leadership europea; tuttavia, si tratta di una posizione controversa e impopolare al di fuori della Polonia e degli Stati baltici .

Nel complesso, l’UE, l’Ucraina e i liberal-globalisti di tutto l’Occidente saranno incoraggiati dal modo drammatico in cui si è conclusa la ” Battaglia per l’Ungheria “, il che faciliterà la transizione dell’UE verso una situazione di guerra di fatto. Orbán si è opposto a questo processo, ma ora è stato “deposto democraticamente”. Altri paesi, come la Repubblica Ceca e la Slovacchia, che condividono le stesse idee , potrebbero tentare di sostituire l’Ungheria nel suo ruolo, ma sono considerati più vulnerabili alle pressioni dell’UE, comprese le rivoluzioni colorate . La marcia dell’UE verso la guerra con la Russia potrebbe quindi essere inevitabile.

Due dei massimi esperti russi hanno minimizzato la caduta di Orbán

Andrew Korybko15 aprile
 
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Non si può escludere che stiano deliberatamente dando un’immagine ottimistica per non spaventare Magyar, nel caso in cui egli fosse più sincero di quanto sospettino i suoi scettici, visto che, a causa dei loro ruoli prestigiosi, vengono percepiti come portavoce della linea ufficiale; tuttavia, se dovessero sbagliarsi, rischiano di apparire ingenui col senno di poi.

Le ultime elezioni parlamentari ungheresi sono state descritte nel periodo precedente come un momento decisivo per i rapporti con la Russia. Il primo ministro Viktor Orban si è impegnato a continuare a importare energia dalla Russia, a non armare l’Ucraina e ha persino accusato quest’ultima di ingerenza attraverso il suo ricatto energetico. Il leader dell’opposizione Peter Magyar ha formalmente fatto eco a molti dei punti sollevati da Orban, ma gli osservatori erano scettici sulla sua sincerità, dato che il suo partito è sostenuto dall’UE e dall’Ucraina. Ha inoltre accusato Orban di essere in combutta con Putin.

Alla fine, il partito di Magyar ha ottenuto una maggioranza qualificata di due terzi dei seggi contro il quarto di Orban, il che gli consentirà di modificare la Costituzione se lo riterrà opportuno. Ha infatti ribadito nella sua prima conferenza stampa dopo le elezioni che vuole continuare a importare energia dalla Russia e che si oppone ancora all’adesione accelerata dell’Ucraina all’UE. Ciononostante, il Financial Times e Politico hanno riferito che l’UE sta chiedendo un prezzo molto alto all’Ungheria per lo sblocco di miliardi di fondi congelati.

Entrambi hanno affermato che il blocco si aspetta che Magyar ponga fine al veto ungherese sul prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, il cui finanziamento è stato analizzato qui come un modo per guadagnare tempo affinché i Democratici tornino alla Casa Bianca, nella speranza che riprendano poi la politica statunitense nei confronti dell’Ucraina dell’era Biden. Ciò non è nell’interesse della Russia, che potrebbe anche subordinare lo sblocco di ulteriori fondi congelati a un radicale distacco dall’energia russa, infliggendo così un doppio colpo. L’Ungheria potrebbe essere sottoposta a pressioni affinché fornisca armi all’Ucraina.

Comunque sia, il nuovo presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali, Dmitriy Trenin, ha minimizzato le conseguenze di quel prestito nella sua reazione alle elezioni, che si può leggere qui, sostenendo che la sconfitta di Orbán sia più una sconfitta per Trump che per Putin. Si dice inoltre cautamente ottimista sul fatto che la cooperazione energetica rimarrà più o meno invariata. Trenin conclude che «ci si può aspettare che la linea “sovranista” dell’Ungheria rimanga sostanzialmente immutata» e possa quindi costituire il modello per i rapporti della Russia con gli altri paesi dell’UE.

Anche Fyodor Lukyanov, direttore di ricerca del Club Valdai, ha espresso la propria opinione sulla sconfitta di Orbán in un articolo tradotto e ripubblicato da RTqui. Come Trenin, anche lui ritiene che Magyar sia sincero riguardo alle politiche da lui dichiarate e non dà per scontato che si piegherà alle richieste anti-russe di Bruxelles, sottolineando le realtà strutturali permanenti in cui si configureranno i legami bilaterali. Conclude che «La differenza (rispetto a Orban) potrebbe risiedere meno nella direzione della politica che nel modo in cui viene presentata.»

Trenin e Lukyanov sono due dei massimi esperti russi, pertanto le loro valutazioni vanno prese sul serio. Allo stesso tempo, però, è possibile che siano consapevoli del fatto che all’estero vengono percepiti come portavoce della linea ufficiale, alla cui formulazione contribuiscono probabilmente in una certa misura grazie ai loro ruoli di prestigio. Pertanto, non si può escludere che stiano deliberatamente trasmettendo ottimismo per non spaventare Magyar nel caso in cui egli sia più sincero di quanto sospettino i suoi scettici, ma rischiano di apparire ingenui col senno di poi se si dovessero sbagliare.

Dopotutto, personaggi tristemente noti per le loro posizioni anti-russe come Ursula von der LeyenDonald Tusk e Alex Soros, et al., hanno tutti celebrato la vittoria di Magyar, ed è difficile credere che siano stati tutti ingannati da lui e che non sia stata invece la sua (falsa) retorica “sovranista” a ingannare gli ottimisti e coloro che facevano i conti con la caduta di Orban. In ogni caso, la reazione di due dei massimi esperti russi merita comunque di essere presa in considerazione, se non altro perché sfida le aspettative popolari, e entro l’estate sarà più chiaro esattamente quale fazione Magyar abbia ingannato.

Korybko a Peskov: il diritto internazionale è sempre stato illusorio

Andrew Korybko12 aprile
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Non ha mai avuto alcun significato senza meccanismi di applicazione credibili o la volontà di agire unilateralmente al di fuori di essi quando questi non funzionano, come nel caso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bloccato da tempo in una situazione di stallo, in sincera difesa della Carta delle Nazioni Unite senza sfruttare tali rivendicazioni come pretesto per perseguire secondi fini.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, si è lamentato il mese scorso affermando che “abbiamo sostanzialmente perso quello che un tempo chiamavamo diritto internazionale. Onestamente, non so nemmeno più come si possa chiedere a qualcuno di rispettare le norme e i principi del diritto internazionale. Formalmente esiste ancora, ma in pratica no. E cosa l’ha sostituito? Francamente, dubito che qualcuno possa definirlo chiaramente in questo momento. Gli scienziati politici possono speculare quanto vogliono, ma nessuno può dare una risposta precisa”. La realtà, tuttavia, è che il diritto internazionale è sempre stato illusorio.

Sebbene esista formalmente come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, la prolungata situazione di stallo in seno al Consiglio di Sicurezza ha fatto sì che non esista più un meccanismo di applicazione credibile. Ecco perché le Grandi Potenze, come gli Stati Uniti, hanno formato “coalizioni dei volenterosi” in Iraq, ad esempio, o hanno agito in modo indipendente, come ha fatto la Russia in Ucraina . Tale stallo è dovuto proprio al fatto che i suoi membri permanenti, comprensibilmente, privilegiano i propri interessi nazionali, così come percepiti dai loro decisori politici, rispetto agli interessi dei loro rivali geopolitici.

I richiami al diritto internazionale, sia in relazione a una presunta violazione da parte di un Paese, sia in relazione al suo rispetto delle norme, di fatto si configurano come una manipolazione emotiva dell’opinione pubblica. I Paesi accusati di violare il diritto internazionale non interromperanno le proprie attività solo per via di tali accuse, se non vi sono conseguenze da sostenere, così come non appoggeranno ciecamente un altro Paese solo perché afferma di rispettarlo.

Ad esempio, la maggior parte dei Paesi del Sud del mondo vota ogni anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per condannare gli Stati Uniti per l’embargo contro Cuba e ha costantemente votato contro la Russia per la questione ucraina, eppure non ha interrotto i rapporti commerciali o politici con nessuno dei due come conseguenza tangibile del voto che li accusa di violare il diritto internazionale. Farlo danneggerebbe i loro interessi, così come vengono percepiti dai loro politici; ecco perché si accontentano di condannare gli altri per violazione del diritto internazionale senza però intraprendere alcuna azione concreta.

Gli Stati Uniti e la Russia sono stati scelti come esempi in quanto sono gli unici stati veramente sovrani: i primi per il loro ruolo di primo piano nell’economia globale e la seconda per la ricchezza di risorse che le consente di diventare autarchica se necessario (da qui la sua resistenza alle sanzioni ), ma a rischio di rimanere indietro nella corsa tecnologica . Entrambi sono anche superpotenze nucleari. Hanno quindi concezioni di sovranità molto diverse da quelle di tutti gli altri. L’esperto russo Fyodor Lukyanov ha recentemente affrontato questo argomento in relazione all’India.

Nelle sue parole su come il resto del mondo vede la sovranità, «non significa necessariamente rifiutarsi di cedere alle pressioni; significa trovare il modo di realizzare i propri interessi in condizioni tutt’altro che ideali. Il nucleo di questi interessi è la stabilità interna e lo sviluppo continuo, priorità che sono diventate ancora più urgenti in mezzo alle turbolenze globali… Questa è la realtà pratica di quello che viene spesso definito un mondo multipolare… pensare prima a se stessi». In realtà, questa è la realtà pratica da sempre.

Gli Stati non sacrificano i loro presunti interessi nazionali; piuttosto, gli atti descritti come tali sono compiuti sotto costrizione, sono dovuti a percezioni errate dei loro interessi (di solito per via dell’ideologia) o sono il risultato di un’attuazione impropria delle politiche. Fino ad ora, tutti hanno glorificato il diritto internazionale per contribuire a mantenere la prevedibilità nelle relazioni internazionali con l’intento di preservare l’ordine post-bellico, ma questo non è più nell’interesse percepito degli Stati Uniti di ripristinare l’unipolarità , quindi hanno smesso di recitare questa farsa.

L’Ucraina potrebbe ripetere le vanterie dell’Iran per rivendicare la vittoria una volta terminata la missione speciale.

Andrew Korybko12 aprile
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Le stesse prove che i “filo-russi non russi” presentano a sostegno della loro affermazione secondo cui l’Iran avrebbe inflitto una “sconfitta schiacciante” agli Stati Uniti potrebbero essere presentate dall’Ucraina per affermare la stessa cosa riguardo alla Russia una volta conclusa l’operazione speciale, qualora i suoi obiettivi massimalisti non venissero raggiunti pienamente, proprio come non lo furono quelli degli Stati Uniti.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha fatto eco alla retorica delle autorità iraniane, descrivendo il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran come una ” sconfitta schiacciante ” per gli USA, un’opinione condivisa dalla maggior parte dei “filo-russi non russi” (NRPR), che sostengono l’Iran in gran parte perché è un avversario degli USA. Sebbene non abbia approfondito le motivazioni che l’hanno portata a questa conclusione, molti NRPR lo hanno fatto, e in sostanza ritengono che gli USA non siano riusciti a raggiungere i loro obiettivi massimalisti nonostante la loro superiorità militare.

Sebbene l’Iran sia stato duramente colpito dagli Stati Uniti durante la Terza Guerra del Golfo , ha anche inferto pesanti danni alle basi statunitensi nella regione, agli alleati degli Stati Uniti nel Golfo e a Israele. Non è riuscito ad affondare nemmeno una nave americana, come molti si aspettavano, né ha inflitto danni alla triade nucleare statunitense o israeliana; eppure, il semplice fatto di essere sopravvissuto e di aver danneggiato i suoi avversari viene presentato come prova della sua vittoria. Questo è giusto, e ognuno ha diritto alla propria opinione, ma i Paesi non regolamentati potrebbero presto trovarsi di fronte a un dilemma.

Questo perché, ipoteticamente, l’ operazione speciale potrebbe concludersi senza che la Russia raggiunga i suoi obiettivi massimalisti di smilitarizzare l’Ucraina, denazificarla, ripristinare la neutralità costituzionale del paese (anche in senso pratico, rompendo i legami con la NATO) e controllare tutto il territorio conteso. L’Ucraina potrebbe quindi ripetere le vanterie dell’Iran per rivendicare la vittoria sulla Russia per lo stesso motivo per cui l’Iran rivendica la vittoria sugli Stati Uniti, e che la Russia appoggia, sottolineando il fallimento nel raggiungimento dei suoi obiettivi massimalisti.

A differenza dell’Iran, l’Ucraina ha affondato alcune navi russe con l’assistenza di Stati Uniti e Regno Unito e ha persino attaccato la sua triade nucleare in diverse occasioni. In diverse occasioni , per non parlare della fallita invasione della regione di Kursk, senza precedenti nel dopoguerra. Sebbene l’Iran abbia inflitto danni economici ben maggiori alle raffinerie dei regni del Golfo, l’Ucraina ha comunque causato danni simili, ma meno significativi, alle raffinerie russe . Le perdite russe superano di gran lunga quelle americane e il conflitto russo si protrae da molto più tempo di quello statunitense.

Nel complesso, le stesse prove presentate dai Paesi non repubblicani a sostegno della loro affermazione secondo cui l’Iran avrebbe inflitto una “sconfitta schiacciante” agli Stati Uniti potrebbero essere utilizzate dall’Ucraina per sostenere la stessa tesi sulla Russia, qualora l’operazione speciale, una volta terminata, non raggiungesse pienamente i suoi obiettivi massimalisti. Ciò li metterebbe di fronte a un dilemma: o rivedrebbero la loro valutazione della Terza Guerra del Golfo, oppure, per coerenza, sosterrebbero che anche l’Ucraina ha “sconfitto in modo schiacciante” la Russia. Anche la pressione dei pari potrebbe giocare un ruolo.

Chiunque può ancora concludere che la Russia sia stata “sconfitta in modo schiacciante” se è davvero ciò che crede, per le stesse ragioni per cui ha affermato che l’Iran ha “sconfitto in modo schiacciante” gli Stati Uniti, ma alcuni membri non repubblicani potrebbero dire lo stesso degli Stati Uniti per ragioni politiche. Allo stesso modo, i nemici dell’Iran hanno affermato che è stato l’Iran a essere “sconfitto in modo schiacciante”, ma anche loro potrebbero mentire. A differenza dei membri non repubblicani, tuttavia, non si troverebbero in un dilemma una volta terminata l’operazione speciale, poiché affermerebbero la stessa cosa della Russia per le stesse ragioni.

Le persone dovrebbero sempre formulare le proprie opinioni basandosi su ciò che credono sia vero, anche se “politicamente scorretto”, e non per voler dimostrare qualcosa a livello politico; altrimenti, rischiano di contraddirsi. Non esiste un unico criterio per stabilire chi ha vinto o perso un conflitto, ma coloro che applicano determinati criteri dovrebbero spiegare in modo convincente perché non li applicano in altri casi, quando la loro applicazione porterebbe a presentare la parte che sostengono come perdente o quantomeno non vincente.

Una “transizione graduale della leadership” avrebbe potuto salvare Fidesz

Andrew Korybko13 aprile
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Col senno di poi, la scelta migliore per il partito di Orbán sarebbe stata quella di coltivare la fiducia di un successore più giovane, non coinvolto nei suoi scandali, e annunciare il proprio ritiro dopo le elezioni un anno prima che si tenessero.

I nazionalisti conservatori di tutto l’Occidente sono ancora sotto shock per la clamorosa sconfitta del loro idolo Viktor Orbán alle ultime elezioni parlamentari, che hanno visto l’opposizione conquistare una supermaggioranza di due terzi, mentre il suo partito Fidesz ha ottenuto poco più di un quarto dei seggi. Certamente, questo risultato è stato dovuto in gran parte alle interferenze dell’UE e dell’Ucraina, che si sono concretizzate rispettivamente nel congelamento di 17 miliardi di euro di fondi stanziati e nel ricatto energetico, mentre entrambe le parti hanno condotto un’intensa campagna di disinformazione contro di lui.

Tuttavia, come spiegato qui , probabilmente molto più importanti erano le percezioni sempre più diffuse di Orbán come un leader distante dai giovani, corrotto e incapace di gestire l’economia. Non importa cosa pensino gli osservatori di queste opinioni, poiché l’unica cosa rilevante è che esse hanno influenzato gli elettori, anche attraverso campagne mediatiche europee e ucraine che si configurano come ingerenza, e sono state sfruttate al massimo dal leader dell’opposizione Peter Magyar. Le premesse, quindi, erano a sfavore di Orbán.

I sondaggi interni di Fidesz avrebbero in qualche misura rispecchiato questa situazione, quindi non è chiaro perché non siano state intraprese azioni drastiche per contrastare queste percezioni che alla fine hanno condannato il partito. In particolare, una “transizione graduale della leadership” avrebbe potuto salvarli, ad esempio con Orbán che coltivava la figura di un successore più giovane, non coinvolto nei suoi scandali, e annunciava il suo ritiro dopo le elezioni un anno prima che si tenessero. Potrebbe aver evitato di farlo per timore che ciò desse credito a queste percezioni.

Comunque sia, la schiacciante sconfitta subita da Fidesz suggerisce che, a posteriori, si sarebbe dovuto tentare qualcosa del genere, anche se sarebbe stato doloroso per lui personalmente; ora, però, la sua eredità è in frantumi, poiché ci si aspetta che tutto ciò che ha realizzato venga annullato. In tutto il mondo, le prove empiriche dimostrano ripetutamente che i leader dell’opposizione più giovani, sostenuti dall’estero, tendono a “deporre democraticamente” i leader più anziani e di lunga data, e l’Ungheria ne è solo l’ultimo esempio.

Tenendo presente ciò, quando leader con un profilo simile a quello di Orbán si trovano ad affrontare sfide analoghe, si consiglia loro di considerare una “transizione graduale della leadership” per il bene superiore del partito e, di conseguenza, anche dell’eredità che hanno faticosamente costruito. Questo è particolarmente vero se forze straniere hanno interesse a un cambio di regime nel loro paese e interferiscono a tal fine. Ciò che ha reso più difficile tentare una “transizione graduale della leadership” in Ungheria rispetto ad altri paesi, tuttavia, è stato il fatto che Magyar era stato in precedenza un membro interno di Fidesz.

Questo, a sua volta, gli ha permesso di screditare più facilmente chiunque Orbán avesse scelto come suo successore agli occhi della popolazione, dato che molti avrebbero dato per scontato, a torto o a ragione, che dicesse la verità. Di conseguenza, il “modello ungherese” potrebbe essere implementato in futuro da quelle forze straniere che lavorano per il cambio di regime nei paesi presi di mira, il che potrebbe portare ex membri del potere a passare a leader dell’opposizione come mezzo per limitare preventivamente l’efficacia delle “transizioni di leadership graduali”.

La caduta di Orbán fu dunque dovuta a una campagna di influenza straniera che sfruttò le percezioni negative preesistenti sul suo governo, rese ancora più convincenti dal fatto che il leader dell’opposizione fosse un transfuga del partito al governo che lo criticava aspramente. La decisione di Orbán di non tentare una “transizione graduale della leadership” all’interno di Fidesz nei due anni intercorsi tra la defezione di Magyar e le elezioni ne segnò il destino. Questa è la lezione più importante da imparare dalla ” Battaglia per l’Ungheria “.

L’uscita della Moldavia dalla Comunità degli Stati Indipendenti ha un valore simbolico

Andrew Korybko16 aprile
 
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La Moldavia sta prendendo le distanze dalla Russia, suscitando l’indignazione di almeno metà della popolazione, stando ai risultati elettorali (probabilmente truccati).

Il Parlamento moldavo ha recentemente votato a favore del ritiro dalla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), la piattaforma di dialogo che riunisce la maggior parte delle ex repubbliche sovietiche (ad eccezione degli Stati baltici, della Georgia e dell’Ucraina), dopo averne sospeso l’adesione dal 2022. Si tratta quindi di una decisione simbolica, ma la ragione alla base di tale simbolismo è quella di riaffermare l’obiettivo di integrazione euro-atlantica della Moldavia, che la presidente Maia Sandu sta perseguendo in modo controverso.

Molti moldavi sono filorussi e non pochi vivono addirittura in Russia, il che permette loro di inviare rimesse che contribuiscono a tenere a galla quello che oggi è uno dei paesi più poveri d’Europa; ecco perché l’obiettivo in questione è controverso e Sandu ha dovuto ricorrere a metodi scandalosi per perseguirlo. Ad esempio, il referendum sull’adesione all’UE, così come le ultime elezioni parlamentari e presidenziali, sono stati descritti come inique dall’opposizione, eppure l’Occidente, com’era prevedibile, ne ha accettato i risultati.

Il loro obiettivo è trasformare la Moldavia in un altro Stato “anti-Russia” sul modello dell’Ucraina, che potrebbe poi essere strumentalizzato a fini di contenimento complementare; ciò potrebbe arrivare persino a sostenere la sua proposta di (ri)unificazione con la fraterna Romania, al fine di includerla di fatto nell’UE e nella NATO. Si tratta di un progetto in corso già da prima dell’operazione speciale , ma che ovviamente è stato enormemente accelerato da essa. Ecco cinque briefing di contesto per aggiornare i lettori non informati:

* 22 ottobre 2024: “Il referendum dell’UE in Moldavia non è stato né libero né equo

* 7 novembre 2024: “Il presidente filoccidentale della Moldavia è stato, come prevedibile, rieletto grazie alla diaspora

* 12 agosto 2025: “Il fronte ucraino-rumeno-moldavo potrebbe presto essere utilizzato dalla NATO contro la Russia

* 29 settembre 2025: “Cinque motivi per cui le ultime elezioni in Moldavia sono state così importanti

* 19 gennaio 2026: “Quanto è probabile che la Moldavia si (ri)unisca alla Romania?

Dal punto di vista della Russia, la perdita di influenza e di mercati in Moldavia sarebbe deplorevole, ma ciò che preoccupa maggiormente i responsabili politici è che la NATO (anche solo attraverso la Romania, in quanto membro) spinga la Moldavia a invadere la Transnistria separatista, dove la Russia mantiene truppe da trent’anni. Questa possibilità è stata analizzata qui alla fine del 2024, dopo che l’Agenzia di intelligence estera russa aveva avvertito all’epoca che fosse imminente. Lo scenario peggiore è che degeneri in una guerra aperta tra Russia e NATO.

Il destino politico della Transnistria rimane ancora incerto, e si potrebbe sostenere che per la Russia sarebbe difficile mantenere lo status quo a tempo indeterminato senza rischiare una terza guerra mondiale qualora la NATO spingesse la Moldavia a invadere il territorio, come accennato in precedenza; gli osservatori possono quindi solo avanzare ipotesi al riguardo. Tuttavia, il ritiro della Moldavia dalla CSI non cambia nulla sotto questo aspetto, soprattutto perché aveva già sospeso la propria adesione all’organizzazione nel 2022 senza che ne derivasse alcun conflitto.

In futuro, i rapporti della Moldavia con i paesi che rimangono nella CSI saranno gestiti a livello bilaterale e non si prevede che si deteriorino a causa della sua decisione (ad eccezione di quelli con la Russia). Passo dopo passo, la Moldavia sta prendendo le distanze dalla Russia, suscitando l’indignazione di almeno metà della popolazione secondo i risultati elettorali (probabilmente truccati), ma Sandu è incoraggiata dal sostegno occidentale allo Stato di polizia de facto che ha instaurato per sedare qualsiasi agitazione al riguardo. In realtà non c’è molto, se non nulla, che la Russia possa fare al riguardo.

Pezeshkian ha messo a tacere le speculazioni secondo cui i post anti-Erdogan di Marandi fossero approvati dallo Stato.

Andrew Korybko13 aprile
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Persone vicine allo Stato, o addirittura apertamente sostenute dallo Stato, come lui, non sempre ne incarnano perfettamente le posizioni, poiché mantengono comunque una certa autonomia, sebbene vengano regolarmente percepite erroneamente come burattini.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato, durante una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan: “Apprezziamo la posizione della Turchia nel condannare i brutali attacchi contro l’Iran, e in particolare la straordinaria solidarietà del popolo turco nei confronti dell’Iran”. Ciò fa seguito a un tweet del suo ministro degli Esteri di metà marzo, in cui affermava: “Le preghiere della fraterna nazione turca e la solidarietà dimostrata dall’amica Repubblica di Turchia al popolo iraniano sono per noi una grande fonte di forza e di morale”.

Nel frattempo, il professore iraniano-americano Seyed Mohammad Marandi ha scatenato un grande scandalo sui social media twittando che “Erdogan è un socio di minoranza nella coalizione di Epstein”. Ha poi aggiunto : “Invece di sacrificare giovani soldati turchi per il despota del Qatar che contribuisce all’omicidio di donne e bambini iraniani, Erdogan dovrebbe rispettare le richieste del popolo turco, interrompere il flusso di petrolio verso Netanyahu, chiudere le basi statunitensi e della NATO e rompere i legami con il regime sionista”.

Il motivo per cui la cosa ha suscitato tanto scandalo è che, durante la Terza Guerra del Golfo , ha assunto informalmente il ruolo di portavoce mediatico dell’Iran . Per essere chiari, non è un funzionario governativo, ma le autorità gli hanno permesso di utilizzare internet per rilasciare interviste a una vasta gamma di media stranieri durante il blocco nazionale di internet imposto durante il conflitto. Pertanto, molti turchi hanno interpretato i suoi attacchi contro il leader del loro paese e la sua politica estera come approvati dallo Stato, ma la questione non è mai stata così semplice.

In realtà, Marandi parlava sempre a titolo personale, pur rappresentando informalmente il suo governo quando si rivolgeva ai media stranieri durante la guerra. La decisione di concedergli l’accesso a internet non avrebbe dovuto essere interpretata come una perfetta incarnazione di tutte le loro posizioni. Come si può notare guardandolo, non legge un copione, ma parla in modo spontaneo perché crede veramente in tutto ciò che dice. Questa convergenza di opinioni è il motivo per cui gli è stato permesso di usare internet per le interviste.

Partendo da questa considerazione, lo stesso si può dire dei “filo-russi non russi” (NRPR) vicini allo Stato, ovvero coloro che trovano spazio sui media russi finanziati con fondi pubblici, che vengono ospitati da enti pubblici per conferenze e/o che hanno visitato il Donbass (cosa che richiede l’approvazione dello Stato). Sono ben visti dallo Stato perché le loro opinioni sono intrinsecamente allineate, non perché le esprimano in modo impeccabile, né tantomeno perché si presume che leggano e/o scrivano seguendo un copione. Tutti loro mantengono comunque la propria autonomia.

È proprio quest’agenzia la responsabile dello scandalo Marandi, poiché molti turchi hanno erroneamente creduto che i suoi post fossero approvati dallo Stato. Allo stesso modo, altri potrebbero aver erroneamente pensato che i rappresentanti non statali dei cittadini russi, vicini allo Stato, parlino a nome della Russia ogni volta che dicono o pubblicano qualcosa di scandaloso. Certo, i “supervisori del soft power” russi si astengono dal sollecitarli discretamente ad allineare le loro opinioni alla politica russa, secondo l’approccio ” Potemkinista “, ma questo non equivale a un’approvazione preventiva per qualsiasi cosa facciano.

Per quanto riguarda il caso di Marandi, non si è ossessionato con Erdogan dopo che i suoi post hanno scatenato uno scandalo, il che suggerisce che abbia deciso autonomamente di voltare pagina o che sia stato discretamente spinto a farlo dallo Stato. In ogni caso, il recente post di Pezeshkian dovrebbe mettere a tacere qualsiasi speculazione sul fatto che Marandi stesse scrivendo per conto dell’Iran, con la lezione che le persone vicine allo Stato, o addirittura apertamente sostenute dallo Stato, come lui, non sempre ne rappresentano perfettamente il punto di vista, poiché mantengono comunque una certa autonomia.

Il Pakistan potrebbe fornire assistenza al blocco dello Stretto da parte degli Stati Uniti

Andrew Korybko12 aprile
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Si tratta di un “importante alleato non NATO” situato in prossimità dell’area della missione e quindi in grado di fornire almeno un supporto logistico, con la convinzione che le sue formidabili forze armate e le sue armi nucleari scoraggerebbero una rappresaglia iraniana qualora il loro comune partner cinese non fosse in grado di dissuaderla.

Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero immediatamente iniziato a bloccare lo Stretto di Hormuz insieme ad altri Paesi non specificati, dopo che i colloqui di Islamabad si sono conclusi senza un accordo di pace a causa della riluttanza dell’Iran a scendere a compromessi sul suo programma nucleare, secondo quanto da lui dichiarato . È molto probabile che uno dei Paesi non specificati che assisteranno gli Stati Uniti nel blocco dello Stretto sia il Pakistan. Questo perché è un “importante alleato non NATO” situato in prossimità dell’area della missione e quindi in grado di fornire quantomeno supporto logistico.

Il Pakistan possiede forze armate formidabili e armi nucleari, quindi l’Iran potrebbe essere dissuaso dall’attaccarlo, a differenza del vicino Oman, che è stato colpito più volte durante la Terza Guerra del Golfo, nonostante il Paese avesse in precedenza mediato colloqui con gli Stati Uniti a causa del presunto utilizzo delle sue infrastrutture da parte degli americani durante il conflitto. C’è molta simpatia per l’Iran nella società pakistana, soprattutto tra la sua numerosa minoranza sciita, ma la sua leadership militare de facto e i suoi burattini civili si sono comportati in modo molto ossequioso nei confronti di Trump.

È quindi improbabile che neghino una sua eventuale richiesta di fornire almeno supporto logistico, come ad esempio consentire alle navi statunitensi di rifornirsi dai porti pakistani. Una richiesta del genere potrebbe essere già stata avanzata e accettata, come suggerisce il posizionamento militare del Pakistan negli ultimi giorni, dopo il dispiegamento di aerei da combattimento in Arabia Saudita nell’ambito dei suoi obblighi di difesa reciproca . Alla luce del blocco statunitense, del possibile ruolo di supporto del Pakistan in tale blocco e della possibilità di ritorsioni iraniane, ciò potrebbe essere finalizzato alla deterrenza.

L’Iran sa che il Pakistan non lascerebbe impunito alcun attacco, dopo i reciproci bombardamenti del gennaio 2024, perpetrati da entrambi i Paesi con motivazioni antiterrorismo. Questa volta, tuttavia, il Pakistan potrebbe non dare priorità al controllo dell’escalation, a causa del contesto militare regionale completamente diverso. Un potenziale bombardamento dei suoi porti potrebbe aggravare la già grave crisi economica del Paese e rappresentare quindi una minaccia per la sua leadership militare di fatto, che potrebbe indurre una reazione sproporzionata.

Se il cessate il fuoco non dovesse reggere, l’Iran potrebbe riprendere gli attacchi contro l’Arabia Saudita, ma questa volta l’Arabia Saudita potrebbe rispondere chiedendo il supporto del Pakistan, in ottemperanza agli accordi di alleanza. Se Trump dovesse dare seguito alla sua minaccia di distruggere le centrali elettriche e le infrastrutture petrolifere iraniane, l’Iran a sua volta minaccerebbe di distruggere quelle del Golfo. L’Arabia Saudita potrebbe aver valutato come probabile questa sequenza di eventi e aver quindi richiesto preventivamente il dispiegamento di aerei da combattimento pakistani a scopo di deterrenza.

Naturalmente, è anche possibile che l’Iran non interferisca con il blocco finché gli Stati Uniti non riprendono le ostilità, dato che l’Iran potrebbe reindirizzare gli scambi commerciali del settore reale con la Cina attraverso l’Asia centrale, cosa che Pechino potrebbe richiedere per evitare la suddetta sequenza di perdita dell’accesso a tutto il petrolio della regione. Se costretta a scegliere, preferirebbe perdere solo le risorse petrolifere dell’Iran, ma non è chiaro cosa la Cina potrebbe offrire all’Iran per convincere la sua leadership, e in particolare quella delle Guardie Rivoluzionarie, a riconsiderare la loro adesione religiosa al martirio in tale scenario.

Secondo alcune fonti , la Cina avrebbe già fatto pressioni sull’Iran affinché trovasse un compromesso con gli Stati Uniti accettando il cessate il fuoco. Se ciò fosse vero, la Cina potrebbe a sua volta fare pressione sull’Iran affinché non interferisca con il blocco, in modo che Trump lo trasformi rapidamente in un blocco parziale, diretto solo contro l’Iran e non anche contro gli alleati del Golfo. In tal caso, il Pakistan non subirebbe ritorsioni iraniane per aver contribuito al blocco statunitense, ma potrebbe comunque provocare enormi proteste che la sua leadership militare de facto potrebbe essere costretta a reprimere con la forza letale.

Il «casello del petroyuan» iraniano ha involontariamente messo la Cina in una situazione di zugzwang

Andrew Korybko15 aprile
 
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A 13 anni dall’annuncio della BRI, la Cina rimane ancora estremamente vulnerabile al ricatto della Marina statunitense, poiché la guerra ibrida condotta dagli Stati Uniti ha sapientemente minato questi corridoi commerciali alternativi; tuttavia, è stato il pedaggio del «petroyuan» iraniano a spingere gli Stati Uniti a portare avanti la loro strategia di potere pianificata da tempo.

L’affermazione della sovranità dell’Iran sullo Stretto di Ormuz attraverso il punto di controllo da esso istituito rischia di rivelarsi un errore epocale che potrebbe alla fine costringere l’Iran e la Cina a una resa di fatto agli Stati Uniti. All’inizio della guerra era stato valutato che “La campagna militare degli Stati Uniti contro l’Iran fa parte della grande strategia di Trump contro la Cina”. L’obiettivo non dichiarato è ottenere il controllo sull’industria energetica iraniana proprio come ha ottenuto il controllo su quella venezuelana per sfruttarla come leva per costringere la Cina a un accordo commerciale sbilanciato.

L’Iran aveva calcolato che la chiusura dello Stretto di Malacca avrebbe spinto sia i suoi alleati del Golfo che il resto del mondo a esercitare pressioni sugli Stati Uniti affinché tornassero allo status quo ante bellum in cambio della riapertura dello stretto. Secondo quanto riferito, l’imposizione di una tassa in yuan per il transito avrebbe dovuto servire al duplice scopo di esercitare ulteriore pressione sugli Stati Uniti e incoraggiare la Cina a fornire maggiore sostegno all’Iran. Invece, queste mosse hanno solo spinto Trump a ordinare il blocco statunitense dello Stretto di Malacca, che danneggia economicamente sia l’Iran che la Cina.

L’ex esperto statunitense di strategie sulle sanzioni Miad Maleki ha calcolato i costi economici per l’Iran in un suo thread su X qui, stimando inoltre che «gli stoccaggi si esauriscono in 13 giorni, costringendo alla chiusura dei pozzi e causando danni permanenti ai giacimenti». Prima della guerra, il 13,4% delle importazioni petrolifere cinesi via mare proveniva dall’Iran, ma ora è interrotto dal blocco, mentre il Venezuela – le cui esportazioni di petrolio sono ora sotto il controllo degli Stati Uniti – rappresentava solo il 4%. Quasi un quinto delle importazioni petrolifere cinesi via mare è quindi ora sotto un certo grado di controllo statunitense.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sottolineato esplicitamente gli obiettivi del blocco nei confronti della Cina affermando che «Possono procurarsi il petrolio (dal Golfo). Ma non quello iraniano». A tal proposito, i regni del Golfo (escluso l’Oman, le cui esportazioni provengono dal Mar Arabico) rappresentano il 35% delle importazioni petrolifere cinesi via mare, quindi in realtà più della metà di tali importazioni è ora soggetta a un certo grado di controllo statunitense a causa del blocco. Questa quota è destinata a crescere ulteriormente e persino ad espandersi fino a includere anche il commercio estero della Cina.

Ciò è dovuto all’elevata probabilità che la nuova “Partnership per la cooperazione in materia di difesa” degli Stati Uniti con l’Indonesia e i piani, secondo quanto riferito, negoziati per i diritti di sorvolo militare sull’arcipelago consentano a quest’ultima di bloccare lo Stretto di Malacca alle navi cinesi. Due terzi del commercio estero della Cina e oltre l’80% delle sue importazioni di petrolio, oltre a un altro 30% proveniente dall’Iran e dai regni del Golfo, transitano da lì. L’Indonesia potrebbe anche prendere spunto dall’Iran, con il sostegno degli Stati Uniti, per istituire un proprio casello.

Ad esempio, il transito attraverso lo Stretto di Malacca potrebbe essere coordinato con la Malesia e Singapore in modo tale che venga applicata una tariffa più elevata per un passaggio interoceanico più rapido rispetto a quella più bassa prevista per il transito più lento attraverso i vari stretti situati interamente nelle acque indonesiane, con l’applicazione di un sovrapprezzo alla Cina in entrambi i casi. Il tacito riconoscimento da parte della Cina della sovranità iraniana su Hormuz, attraverso la presunta pagamento del pedaggio richiesto, crea un precedente per l’eventuale istituzione dello stesso sistema anche in quegli stretti.

Il “casello” iraniano ha quindi involontariamente messo la Cina in una situazione di zugzwang un mese prima del viaggio di Trump. Non intervenire potrebbe portare al collasso dell’Iran o alla ripresa della guerra, con la probabile distruzione di tutte le infrastrutture energetiche regionali, e nessuna delle due opzioni è vantaggiosa per la Cina. Esercitare pressioni sull’Iran affinché accetti qualsiasi accordo offerto dagli Stati Uniti prima che vengano ritirate condizioni relativamente migliori, come tattica di pressione, salverebbe l’Iran, ma gli Stati Uniti potrebbero non permettergli mai più di esportare petrolio in Cina oppure tali esportazioni sarebbero poi sotto il controllo degli Stati Uniti.

Se la Cina tentasse di rompere il blocco, non solo le sue navi potrebbero arrivare troppo tardi per salvare l’Iran dal collasso o impedire la ripresa della guerra, ma gli Stati Uniti potrebbero intercettarle molto prima del loro arrivo. Allo stesso modo, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ad attacchi con droni aerei e/o sottomarini “negabili in modo plausibile” contro queste navi, attribuibili a “ribelli” o a “organizzazioni criminali”. Non si prevede tuttavia che la Cina tenti questa mossa, poiché possiede le riserve petrolifere più grandi del mondo ed è improbabile che rischi una terza guerra mondiale per l’Iran quando non è disposta a rischiarla nemmeno per Taiwan.

La leadership cinese è nota per la sua razionalità, pertanto gli scenari sopra citati relativi alla rottura del blocco possono essere esclusi, a meno che non si verifichi un evento del tutto inaspettato, come una lotta di potere militare che finisca per indurre Xi a cedere alle richieste degli estremisti, dando vita a una situazione di rischio calcolato simile a quella della crisi dei missili di Cuba. In tal caso, ogni altro scenario finale prevede che la Marina degli Stati Uniti controlli la maggior parte delle importazioni petrolifere cinesi via mare, nonché il commercio estero, grazie alla sua influenza sugli stretti di Hormuz e di Malacca.

La Cina potrebbe presto essere costretta a pagare un pedaggio per transitare nello Stretto di Malacca e nei vicini stretti di esclusiva giurisdizione indonesiana, sulla scia del precedente creato dal fatto che, secondo quanto riferito, avrebbe pagato l’Iran per il transito nello Stretto di Ormuz, qualora Indonesia, Malesia e Singapore imponessero un sistema del genere su richiesta degli Stati Uniti. Sono tutti molto vicini agli Stati Uniti – l’Indonesia dopo il suo nuovo accordo militare, la Malesia grazie agli accordi militari e commerciali dello scorso anno, e Singapore è il suo tradizionale partner regionale – quindi è improbabile che si rifiutino.

Se i principali corridoi della Belt & (BRI) attraverso l’Eurasia fossero stati completamente costruiti e implementati nella misura prevista, la Cina sarebbe stata meno vulnerabile al ricatto della Marina degli Stati Uniti, ma gli USA li hanno magistralmente sovvertiti attraverso la guerra ibrida . Il ponte terrestre eurasiatico attraverso la Russia è diventato finanziariamente insostenibile a causa della minaccia di sanzioni secondarie statunitensi imposte arbitrariamente, che hanno spaventato molte aziende cinesi. Le sanzioni anti-russe complementari dell’UE ne hanno ulteriormente ridotto l’attrattiva.

Neanche il Corridoio Cina-Asia centrale-Asia occidentale, che avrebbe dovuto collegare la Cina e l’Iran attraverso l’Asia centrale, è mai decollato, soprattutto a causa delle sanzioni secondarie imposte arbitrariamente dagli Stati Uniti contro l’Iran, che hanno avuto lo stesso effetto su molte aziende cinesi di quelle contro la Russia. Per quanto riguarda il Corridoio economico Cina-Pakistan, che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della BRI, la corruzione endemica e la preferenza dell’élite pakistana al potere (in particolare dell’esercito) per gli Stati Uniti hanno ostacolato questo megaprogetto sin dall’inizio.

Il corridoio Bangladesh-Cina-India-Myanmar è stato inoltre ostacolato fin dall’inizio a causa della riluttanza dell’India a partecipare, dovuta al fatto che il Corridoio economico Cina-Pakistan attraversa la parte del Kashmir controllata dal Pakistan, che l’India rivendica come propria. La Cina e l’India hanno inoltre controversie di confine irrisolte, anche nella regione dell’India nord-orientale che questo corridoio attraverserebbe, rendendo così ancora più difficile dal punto di vista politico per l’India accettare questa proposta.

Il Corridoio economico Cina-Myanmar sembrava promettente, ma poi l’ultima fase della guerra civile in Myanmar è scoppiata dopo che l’esercito ha ripristinato il proprio controllo sul paese all’inizio del 2021, in seguito a elezioni contestate avvenute pochi mesi prima, con il conflitto che ne è derivato che infuria ancora oggi. Ciò ha naturalmente reso quel corridoio impraticabile per il commercio su larga scala, sebbene i suoi oleodotti e gasdotti siano ancora in uso. Ciononostante, gli Stati Uniti stanno cercando di cooptare nuovamente la giunta, il che porrebbe il corridoio sotto la loro influenza.

Infine, la Via della Seta dell’ASEAN, incentrata su una linea ferroviaria ad alta velocità che collega la Cina a Singapore, attraversa la Thailandia, alleata degli Stati Uniti in materia di difesa reciproca dal 1954 e «alleato principale non NATO» dal 2003. Rimarrebbe quindi sempre sotto l’influenza degli Stati Uniti, che potrebbero avvalersi delle forze armate o dei partiti politici a loro vicini per interrompere il transito in caso di crisi. Tutti questi fattori hanno portato al fallimento della BRI nel neutralizzare preventivamente il prevedibile ricatto della Marina degli Stati Uniti nei confronti della Cina.

Gli Stati Uniti hanno anche un altro asso nella manica per assicurarsi la vittoria strategica totale sulla Cina, qualora la Nuova distensione” incentrata sulle risorse con la Russia, attualmente in fase di negoziazione, venisse finalmente concordata. Ciò negherebbe ipso facto alla Cina l’accesso a quei giacimenti di risorse in cui gli Stati Uniti investono. Sebbene non esista uno scenario realistico in cui la Russia utilizzi le proprie esportazioni energetiche verso la Cina come arma, tanto meno su richiesta degli Stati Uniti, alcuni in Cina potrebbero comunque temere questa possibilità nel caso di un riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti dopo che Putin avrà lasciato la carica.

Riflettendo sulle considerazioni espresse riguardo alla BRI, si può quindi concludere che, a 13 anni dall’annuncio della BRI, la Cina sia ancora estremamente vulnerabile al ricatto della Marina statunitense; tuttavia, è stato necessario l’intervento dell’Iran per spingere gli Stati Uniti a portare avanti la loro strategia di potere pianificata da tempo. Se l’Iran non avesse fatto valere la propria sovranità in quella zona con tali mezzi, per non parlare dell’utilizzo dello yuan come mezzo per minacciare il petrodollaro, gli Stati Uniti non avrebbero imposto il loro blocco.

Allo stesso modo, il «Programma di cooperazione in materia di difesa» che stava negoziando con l’Indonesia forse non sarebbe stato annunciato proprio in questo momento, o almeno non sarebbe sembrato così palesemente finalizzato a consentire agli Stati Uniti di bloccare lo Stretto di Malacca alle navi cinesi in caso di crisi. Allo stesso modo, la possibilità che Indonesia, Malesia e Singapore replicassero il sistema di pedaggio iraniano nello Stretto di Malacca e negli stretti di esclusiva indonesiana non sarebbe sembrata realistica, ma ora potrebbe presto diventare una possibilità concreta.

La Cina era quindi già esposta al rischio di trovarsi in una situazione di zugzwang anche prima del «casello» iraniano, ma è stata proprio questa mossa a mettere a nudo la sua estrema vulnerabilità al ricatto della Marina statunitense, che Trump sta ora sfruttando in vista del suo viaggio del mese prossimo per costringere la Cina a un accordo commerciale sbilanciato. Che ottenga ciò che vuole in quel momento, in un secondo momento o per niente, non toglie nulla al fatto che la posizione strategica della Cina sia estremamente debole in questo momento e che Trump 2.0 stia sistematicamente sfruttando tutte le sue debolezze.

La mente che li ha individuati tutti e ha elaborato le strategie più efficaci per trarne vantaggio, anche attraverso l’adattamento flessibile degli Stati Uniti alle mutevoli circostanze internazionali, quali la guerra commercialecrisi venezuelana, e ora la Terza Guerra del Golfo, è Elbridge Colby. È il Sottosegretario alla Guerra per le Politiche e autore di “The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict”. Quella che è più comunemente nota come “Dottrina Trump” è essenzialmente la sua “Strategia di negazione”.

In sostanza, gli Stati Uniti devono fare tutto il possibile per impedire l’egemonia cinese in Asia; a tal fine, stanno controllando indirettamente o bloccando le importazioni cinesi di risorse (dal Venezuela e dall’Iran) e cercando di assumere il controllo dei punti nevralgici globali (Ormuz, Malacca e il Canale di Panama), con tutto che accelera in vista del viaggio di Trump in Cina dal 14 al 15 maggio. Anche l’acquisizione auspicata da Trump della Groenlandia, o almeno dei diritti di egemonia sull’isola, fa parte di questa strategia poiché mira a negare alla Cina il controllo sulle sue terre rare.

Il calendario per la piena attuazione della «Strategia di negazione»/«Dottrina Trump» prevedeva probabilmente la fine del mandato di Trump, ma è stato accelerato dall’iniziativa dell’Iran, che ha spinto gli Stati Uniti a rispondere con il proprio blocco per stroncare sul nascere la minaccia del petroyuan. Questo a sua volta rappresenta una sfida diretta alla Cina, come spiegato, anche perché il suo nuovo accordo militare con l’Indonesia è ora percepito come un modo per consentire agli Stati Uniti di bloccare lo Stretto di Malacca anche alle navi cinesi, portando così la Cina a “perdere la faccia”.

Probabilmente gli Stati Uniti intendevano aiutare la Cina a «salvare la faccia», negandole solo gradualmente l’accesso alle risorse e ai mercati (attraverso l’uso strumentale degli accordi commerciali da parte degli Stati Uniti) da cui dipendono la sua continua crescita economica e, di conseguenza, il suo percorso verso il ruolo di superpotenza. In quello scenario, la Cina avrebbe potuto comunque mantenere la calma sia in patria che all’estero, presentando le eventuali concessioni che avrebbe fatto agli Stati Uniti nel loro accordo commerciale sbilanciato come volontarie, non unilaterali e per il bene comune, ma ora è quasi impossibile per lei farlo.

Il motivo per cui gli Stati Uniti hanno voluto aiutare la Cina a «salvare la faccia» è quello di evitare il rischio che gli estremisti costringessero Xi a scatenare una crisi di tipo cubano, basata su una politica del rischio calcolato, nella speranza che gli Stati Uniti facessero marcia indietro per la disperazione di dover difendere l’immagine del loro orgoglioso Stato-civiltà sia in patria che all’estero. Il concetto di «faccia» è talmente centrale nella cultura cinese, specialmente a livello politico, che si tratta di un rischio credibile. Tuttavia, le probabilità rimangono oggettivamente basse, ma nemmeno questo scenario può più essere escluso.

In ogni caso, la difficile situazione strategica della Cina, che l’ha resa estremamente vulnerabile al ricatto della Marina statunitense, è antecedente al “punto di controllo” iraniano, poiché deriva dalla guerra ibrida condotta con successo dagli Stati Uniti contro la BRI dal 2013 ad oggi; tuttavia, è stata proprio la mossa sopra citata ad accelerare i piani statunitensi e a renderli inequivocabili. La Cina si trova ora davvero in una situazione di zugzwang, poiché qualsiasi mossa che sia stata inavvertitamente costretta a compiere dall’Iran è negativa. Ciò solleva serie preoccupazioni sul futuro del nascente ordine mondiale multipolare.

La Siria vuole che la Russia entri in competizione con l’Ucraina per conquistarsi la sua fedeltà

Andrew Korybko14 aprile
 
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Una sconfitta della Russia in questa nuova competizione potrebbe comportare lo smantellamento delle sue basi aeree e navali.

Il tour di Zelensky in Asia occidentale, durante il quale ha concluso accordi di sicurezza con i regni del Golfo che meritano attenzione per i motivi spiegati qui, è culminato in una visita a sorpresa in Siria. Dopo aver incontrato il suo omologo Ahmed Sharaa, ha annunciato che «c’è un forte interesse nello scambio di esperienze in campo militare e di sicurezza». Non è chiaro quale forma ciò possa assumere, ad esempio se l’Ucraina fornirà alla Siria addestramento alla guerra con i droni (forse gratuitamente per fare un dispetto alla Russia?), ma i calcoli di Sharaa sono evidenti.

Gli interessi della Russia in Siria vanno ben oltre il mantenimento delle sue basi aeree e navali”, come spiegato nell’analisi collegata tramite il link precedente, a seguito dell’ultimo incontro di Sharaa con Putin al Cremlino nel mese di febbraio. Si tratta di opportunità commerciali reciprocamente vantaggiose e di “nation-building”, il secondo dei quali si riferisce alla “Nuova Siria” che Sharaa immagina, e la Russia spera che l’effetto dimostrativo di un successo in questo senso in Siria porti altri paesi a richiedere il suo sostegno. Quelli africani sono i potenziali candidati più probabili.

L’Ucraina non ha basi militari in Siria; i loro legami commerciali consistono principalmente nelle esportazioni agricole ucraine verso la Siria, e non ha alcuna esperienza nell’aiutare altri paesi a «ricostruire la nazione». Ciononostante, esplorando una più stretta cooperazione in materia di sicurezza con l’Ucraina, la Siria intende suscitare la gelosia della Russia, in modo che quest’ultima offra condizioni più vantaggiose nei loro accordi a sostegno dei propri interessi, qualora temesse che la Siria possa finire troppo sotto l’influenza dell’Ucraina e prendere in considerazione la chiusura delle basi russe. Una maggiore cooperazione nel campo dei droni potrebbe esacerbare questi timori.

Non solo ciò potrebbe, col tempo, ridurre l’attrattiva della Russia come uno dei principali partner della Siria in materia di sicurezza – su cui la Siria fa affidamento per evitare preventivamente una dipendenza eccessiva dalla Turchia (ruolo che, ipoteticamente, potrebbe essere sostituito dall’Ucraina, più favorevole alla Turchia) –, ma rappresenta anche una minaccia latente. L’Esercito arabo siriano (SAA) post-Assad è ora composto da molti “ex” individui designati come terroristi che potrebbero mettere a frutto la loro formazione sui droni ucraini per attaccare le basi del loro ex nemico in Siria.

È anche possibile che Sharaa possa sfruttare questa situazione fingendo una «negabilità plausibile» qualora decidesse di chiudere un occhio su tali preparativi in caso di future controversie con la Russia in merito alle condizioni commerciali o a qualsiasi altra questione. Certamente, la Russia e la Siria traggono vantaggio dal mantenimento dei legami strategici risalenti all’era di Assad, ma una maggiore influenza ucraina sulla Siria potrebbe alterare la percezione di Sharaa e del suo team. Pertanto, non si può escludere che ciò non si concluda con un’altra battuta d’arresto per la Russia, che potrebbe quindi cercare di evitarla.

A tal fine, rafforzare la cooperazione con la Siria sulle questioni sopra menzionate e offrire condizioni più vantaggiose potrebbe essere la strategia adottata dalla Russia, una mossa piuttosto saggia dato che l’interesse dell’Ucraina per la Repubblica Araba suggerisce chiaramente l’intenzione di compromettere i legami del suo avversario con tale Paese. In effetti, questa dovrebbe essere una priorità affinché la Russia mantenga l’iniziativa strategica nei confronti dell’Ucraina e non la ceda procrastinando a causa della falsa convinzione che la visita di Zelensky non rappresenti una minaccia, il che sarebbe un errore di valutazione epico.

Il precedente creato dall’addestramento alla guerra con i droni fornito dall’Ucraina ai ribelli tuareg del Mali, designati come terroristi, che li ha portati a tendere un’imboscata devastantea Wagner nell’estate del 2024, lascia intravedere il destino che potrebbe toccare alle truppe russe in Siria qualora i rapporti dovessero deteriorarsi per qualsiasi motivo. Questo scenario cupo potrebbe essere scongiurato se la Russia sostituisse il probabile ruolo dell’Ucraina nell’addestramento alla guerra con i droni nell’esercito siriano (SAA), lo limitasse a membri non radicali sottoposti a controlli e offrisse condizioni di partnership migliori per vincere la nuova competizione per la fedeltà della Siria.

Le Filippine sono uno dei partner più sorprendenti della Russia

Andrew Korybko11 aprile
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Un osservatore superficiale avrebbe potuto aspettarsi che la Russia mantenesse le distanze dagli avversari della Cina.

Non è un segreto che la Russia abbia dato priorità al coinvolgimento con il Sud del mondo sin dall’inizio della sua operazione speciale quattro anni fa e dalle conseguenti sanzioni occidentali senza precedenti, ma molti presumevano che gli stati al di fuori dell’orbita statunitense sarebbero stati più ricettivi a tale approccio, non i suoi alleati. A quanto pare, le Filippine e la Russia sono sulla buona strada per sviluppare una partnership promettente, nonostante le Filippine siano alleate degli Stati Uniti in materia di difesa reciproca dal 1952 e siano coinvolte in un’aspra disputa marittima con la Cina.

Molti se lo sono perso, ma all’inizio del 2024 la Russia ha acconsentito a che l’India esportasse nelle Filippine i missili supersonici BrahMos , prodotti congiuntamente. Gli Stati Uniti non sono intervenuti, pur potendo imporre le sanzioni previste dal ” Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act ” (CAATSA) del 2017. È stato spiegato come Russia e India mirino a bilanciare delicatamente la Cina nel Sud-est asiatico, partendo dal presupposto che ciò avverrà comunque, quindi è meglio che avvenga con le proprie armi piuttosto che con quelle statunitensi, che peraltro non rappresentano un problema.

Dal punto di vista degli Stati Uniti, questa politica, pur benintenzionata, avrebbe potuto seminare sfiducia tra loro e la Cina, creando così l’opportunità di dividerli e governarli. Ciò non è accaduto, tuttavia, nonostante le Filippine abbiano successivamente rafforzato i loro legami con gli Stati Uniti e il Giappone. Anche se alcuni in Cina potrebbero non gradire l’idea che l’alleato filippino degli Stati Uniti utilizzi missili supersonici BrahMos prodotti congiuntamente, non ci sono state lamentele ufficiali, il che testimonia la maturità politica della Cina. Ecco tre brevi note di approfondimento:

* 16 giugno 2023: “ La nascente alleanza trilaterale tra Stati Uniti, Giappone e Filippine si integrerà nell’AUKUS+ ”

* 9 luglio 2024: “ L’accordo logistico militare tra Giappone e Filippine aumenta il rischio di guerra con la Cina ”

* 11 settembre 2024: “ Il Giappone e le Filippine mirano a provocare una nuova corsa agli armamenti in Asia su richiesta degli Stati Uniti ”

Nonostante le Filippine rimangano saldamente schierate dalla parte degli Stati Uniti nella dimensione sino-americana della Nuova Guerra Fredda, la Russia è desiderosa di espandere le esportazioni agricole verso il Paese, come documentato da ” Russia’s Pivot To Asia “, un aggregatore di notizie specializzato sull’argomento. Anche E-Vesti, sito russo online, ha pubblicato lo scorso settembre un rapporto dettagliato su come ” Russia e Filippine avviano una svolta nell’ASEAN “. Più recentemente, la Russia ha consegnato 700.000 barili di petrolio greggio alle Filippine e sta valutando anche le esportazioni di GNL .

La Russia apprezza l’interesse delle Filippine per le sue esportazioni proprio perché è un alleato degli Stati Uniti, il che invia un messaggio forte in tutto il mondo sull’attrattiva della Russia. Contrariamente alle supposizioni comuni, la Russia non tiene a distanza gli avversari della Cina, come è stato chiarito all’inizio del 2024 dopo le notizie Si diffuse la voce che a quel tempo Taiwan fosse diventata il suo principale fornitore di macchine utensili di alta precisione. Taiwan, le Filippine e tutti gli altri paesi occupano effettivamente un ruolo importante nella strategia economica della Russia.

In sintesi, la Russia prevede che il suo Corridoio Marittimo Orientale – ribattezzato Corridoio Marittimo Vladivostok-Chennai – espanda gli scambi commerciali con tutti i paesi lungo questa rotta, riducendo così la dipendenza economica dalla Cina. Nel perseguire questo obiettivo, la Russia non discrimina nessuno di questi paesi in base ai loro legami con la Cina, così come la Cina non discrimina i paesi occidentali in base ai loro legami con la Russia. Tutto si bilancia, quindi, e nessuna delle due parti ha problemi al riguardo.

La Marina russa ha dissuaso l’Estonia dall’imbarcare sulla sua “Flotta ombra”

Andrew Korybko14 aprile
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Le missioni di scorta in India e Cina potrebbero anche dissuadere gli Stati Uniti e il Regno Unito dal fare lo stesso al di fuori del Baltico, ma anche in tal caso, potrebbero incoraggiare l’Ucraina ad intensificare gli attacchi con i droni.

Il comandante della Marina estone, Ivo Vark, ha dichiarato a Reuters che l’Estonia non abborderà più navi appartenenti alla “flotta ombra” russa, poiché “il rischio di un’escalation militare è semplicemente troppo elevato”. Ha spiegato che “la presenza militare russa nel Golfo di Finlandia è diventata molto più evidente” a causa delle nuove pattuglie navali russe permanenti, ma “nell’Oceano Atlantico e nel Mare del Nord la presenza russa è molto limitata”. Pertanto, è più probabile che le sue navi vengano abbordate in queste zone che nel Mar Baltico.

Le pattuglie di cui sopra sono il risultato degli sforzi del presidente del Consiglio navale Nikolai Patrushev, di cui ha parlato in un’intervista a metà febbraio, analizzata all’epoca da noi . Reuters ha anche riportato che “i giornalisti di Reuters a bordo di una nave della marina estone nel Golfo di Finlandia hanno osservato venerdì una corvetta della marina russa vicino a un folto gruppo di petroliere ferme in attesa di entrare in un vicino porto russo per caricare petrolio”. Anche questo è merito di Patrushev.

Pertanto, è bastata la presenza della Marina russa per far desistere l’Estonia, suggerendo che le missioni di scorta potrebbero indurre anche altri Paesi a fare marcia indietro in acque più remote. Affinché ciò accada, tuttavia, la Marina russa dovrebbe scortare gruppi di navi della “flotta ombra”, dato che non dispone di un numero sufficiente di navi per accompagnare ogni singola imbarcazione individualmente. La maggior parte di queste navi si dirige verso la Cina e l’India, quindi si tratterebbe di missioni molto lunghe, che circumnavigherebbero praticamente l’Eurasia passando per il Canale di Suez.

È in quella zona che gli Stati Uniti e/o i loro alleati potrebbero più facilmente abbordare queste navi, se lo volessero, ma probabilmente solo con l’approvazione dell’Egitto, dato che non ci si aspetta che violino la sovranità del loro alleato organizzando tali missioni nelle sue acque territoriali all’ingresso o all’uscita del canale. In tale scenario, le basi britanniche a Cipro potrebbero essere impiegate a supporto di queste missioni, così come quella statunitense a Gibuti, qualora si decidesse di intercettare le navi vicino al punto critico di Bab el Mandeb.

Non ci si aspetta che il Regno Unito abbordi unilateralmente le navi della “flotta ombra” russa scortate dalla Marina russa, quindi ciò avverrebbe solo con l’approvazione degli Stati Uniti. Il Regno Unito potrebbe anche cercare la partecipazione degli Stati Uniti a una simile missione come garanzia di non essere abbandonato a se stesso in caso di escalation russa. Gli Stati Uniti potrebbero non approvare tale ipotesi, né tantomeno parteciparvi, dato che Putin ha probabilmente autorizzato la sua marina ad agire contro qualsiasi forza che tenti di abbordare petroliere scortate e Trump al momento non sembra interessato a un’escalation.

Per evitare che nessuno dei due presuma incautamente che stia bluffando, Putin potrebbe rilasciare una dichiarazione pubblica in tal senso, sebbene l’Asse anglo-americano potrebbe poi ricorrere al sostegno degli attacchi con droni ucraini contro la “flotta ombra” russa scortata, in modo che sia Kiev a essere poi bersaglio di una rappresaglia da parte di Mosca. L’Ucraina è già sospettata di avere una base di droni in Libia, da cui ha bombardato finora due navi della “flotta ombra”, e potrebbe espandere la sua presenza in quel paese con il supporto dei suoi alleati per sferrare ulteriori attacchi.

Nel complesso, sebbene la Marina russa abbia convinto l’Estonia a rinunciare all’abbordaggio di ulteriori navi della sua “flotta ombra” e potrebbe dissuadere anche altri Paesi se iniziassero a scortare gruppi di queste navi, i droni ucraini rappresentano ancora una minaccia. Oltre a includere tecnologie anti-drone nei futuri convogli, la Russia potrebbe chiedere agli Stati Uniti di ordinare all’Ucraina di porre fine agli attacchi, nell’ambito di una serie di compromessi reciproci per la risoluzione del conflitto. Questa sarebbe la soluzione migliore per garantire la sicurezza delle sue esportazioni energetiche via mare, dato che l’Ucraina non si opporrà agli Stati Uniti.

La nuova partnership militare tra Indonesia e Stati Uniti potrebbe scontentare alcuni sostenitori dei BRICS

Andrew Korybko14 aprile
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Nel corso degli anni, moltissime persone sono state ingannate da ciarlatani dei media alternativi, credendo che questo gruppo economico-finanziario fosse anche un blocco di sicurezza, quando non lo è mai stato, non lo è tuttora e non lo sarà mai.

A metà aprile, durante l’incontro tra i rispettivi Ministri della Difesa a Washington , Indonesia e Stati Uniti hanno annunciato una “Partenariato di Cooperazione per la Difesa di Maggiore Importanza” (MDCP). Questo accordo “esplorerà iniziative all’avanguardia concordate di comune accordo, tra cui lo sviluppo congiunto di sofisticate capacità asimmetriche che introducano tecnologie di difesa di nuova generazione nei settori marittimo, sottomarino e dei sistemi autonomi, nonché la cooperazione in materia di manutenzione, riparazione e revisione per migliorare la prontezza operativa”.

Parallelamente, è stato riportato che ” Stati Uniti e Indonesia discutono sulla possibilità di consentire sorvoli militari statunitensi nello spazio aereo indonesiano “, il che si riferisce a una “bozza preliminare attualmente in fase di discussione interna”, ma è evidente che gli Stati Uniti mirano a sfruttare il loro MDCP (Marine Defence Control Plan) a questo scopo. L’obiettivo sembra essere quello di ottenere la capacità di bloccare lo Stretto di Malacca alle navi cinesi in caso di crisi, proprio come stanno bloccando lo Stretto di Hormuz alle navi che transitano quasi esclusivamente tra Cina e Iran.

Il grande obiettivo strategico perseguito è la ” Strategia di Negazione ” del Sottosegretario alla Guerra Elbridge Colby. In sostanza, gli Stati Uniti devono fare tutto il possibile per impedire l’egemonia cinese in Asia, e a tal fine stanno controllando o interrompendo indirettamente le importazioni di risorse cinesi ( Venezuela e Iran ) e cercando di assumere il controllo dei punti strategici globali (Hormuz, Malacca e Canale di Panama), con un’accelerazione di tutte le attività in vista del viaggio di Trump in Cina dal 14 al 15 maggio. Trump spera che questo costringa Xi a un accordo commerciale sbilanciato.

A prescindere dal suo successo, alcuni sostenitori dei BRICS potrebbero essere contrari al ruolo di primo piano che l’Indonesia si appresta a svolgere nella “Strategia di negazione” degli Stati Uniti nei confronti della Cina, da quando è entrata a far parte del gruppo come membro a pieno titolo nel 2025, rappresentando così un altro membro con stretti legami militari con gli Stati Uniti. L’India, cofondatrice del gruppo, è diventata il ” principale partner per la difesa ” degli Stati Uniti nel 2016, mentre l’Egitto, entrato a far parte del gruppo come membro a pieno titolo nel 2024, è stato il ” principale alleato non NATO ” degli Stati Uniti dal 1987. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno stretti legami militari con gli Stati Uniti.

Niente di tutto ciò dovrebbe essere rilevante per i BRICS, dato che si è sempre trattato di una rete volontaria di paesi i cui membri coordinano le proprie politiche per accelerare i processi di multipolarità finanziaria, con l’obiettivo di riformare l’ordine globale affinché la Maggioranza Mondiale ottenga finalmente un’influenza equa al suo interno. Ciononostante, molti sostenitori dei BRICS sono stati ingannati nel corso degli anni da ciarlatani dei media alternativi, che li hanno indotti a credere che si tratti anche di un blocco di sicurezza, un’idea che lo sherpa russo dei BRICS ha tardivamente smentito a febbraio.

Nella loro visione, le partnership militari con gli Stati Uniti – per non parlare di quelle informalmente dirette contro altri membri dei BRICS, come quella in evoluzione dell’Indonesia, che si potrebbe sostenere sia diretta contro la Cina, e quella degli Emirati Arabi Uniti, diretta contro l’Iran – sono incompatibili con l’obiettivo sopra menzionato, rendendo così questi Stati dei “cavalli di Troia”. A prescindere da ciò che si pensi della validità di tale valutazione, il fatto è che questi Paesi rimangono membri a pieno titolo dei BRICS, e questo perché i BRICS non sono mai stati concepiti per essere anti-americani.

Era quindi prevedibile che l’Indonesia, da poco membro a pieno titolo, diventasse di fatto l’alleato militare degli Stati Uniti, dato che il presidente Prabowo – che per inciso si trovava a Mosca per incontrare Putin il giorno in cui il suo ministro della Difesa a Washington ha annunciato l’Accordo multilaterale di cooperazione militare (MDCP) – aveva ricevuto il suo addestramento militare negli Stati Uniti. Inoltre, nel novembre 2024, meno di due mesi prima dell’ammissione dell’Indonesia come membro a pieno titolo dei BRICS, si era congratulato calorosamente con Trump, quindi il gruppo sapeva a chi fossero fedeli in ambito militare quando lo ha ammesso.

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Questa volta l’Arabia Saudita non ha salvato il Pakistan senza motivo.

Andrew Korybko15 aprile
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Il quid pro quo sembra essere la piena adesione del Pakistan al loro patto di difesa reciproca qualora la Terza Guerra del Golfo riprendesse presto.

Il Ministro delle Finanze pakistano ha annunciato che l’Arabia Saudita sta estendendo il suo deposito di 5 miliardi di dollari nel Paese, aggiungendone altri 3 miliardi, dopo che gli Emirati Arabi Uniti, all’inizio di questo mese, avevano chiesto al Pakistan di restituire finalmente i 3,5 miliardi di dollari ricevuti in prestito nel 2019. Questa decisione fa seguito al dispiegamento da parte del Pakistan di diversi aerei da guerra in Arabia Saudita, in ottemperanza agli obblighi di difesa reciproca nei confronti del Regno, previsti dall’accordo dello scorso settembre , e precede il viaggio del Primo Ministro Shehbaz Sharif in Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

A tal proposito, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia e il loro comune partner egiziano costituiscono la piattaforma non ufficiale di coordinamento della sicurezza regionale, nota come ” NATO islamica “, che recentemente ha spostato la sua attenzione dal coinvolgimento in Sudan e Somaliland alla mediazione per porre fine alla Terza Guerra del Golfo . Tutti questi paesi sono inoltre legati alla NATO, con la Turchia come membro formale e gli altri come “principali alleati non NATO”, ma Israele percepisce comunque la loro cooperazione in materia di sicurezza come una minaccia latente da contrastare .

È opportuno ricordare che gli Emirati Arabi Uniti condividono la crescente percezione di minaccia da parte di Israele nei confronti dell’Arabia Saudita, a seguito del secondo scontro avvenuto alla fine dello scorso anno, così come la loro avversione per il Pakistan, elemento che accomuna questi due Paesi all’India. È interessante notare che il Primo Ministro indiano Narendra Modi si trovava in Israele pochi giorni prima dell’inizio della Terza Guerra del Golfo, mentre il Ministro degli Esteri indiano, il Dr. Subrahmanyam Jaishankar, è appena rientrato dagli Emirati Arabi Uniti. L’India e gli Emirati Arabi Uniti hanno inoltre firmato a gennaio una lettera d’intenti per la creazione di una partnership strategica in materia di difesa.

Il Pakistan potrebbe quindi sospettare che l’inattesa richiesta degli Emirati Arabi Uniti di rimborsare il prestito di 3,5 miliardi di dollari, finora prorogato, sia stata coordinata con India e Israele, il che avrebbe potuto provocare una crisi economica se l’Arabia Saudita non fosse intervenuta. Secondo Bloomberg , “la banca centrale potrebbe essere costretta ad adottare misure impopolari, come limitare le importazioni, aumentare i tassi di interesse o contrarre ulteriori prestiti dalle banche commerciali”, dopo la perdita del 18% delle sue riserve valutarie. Ne sarebbe potuta seguire una crisi politica.

I numerosi salvataggi finanziari concessi dall’Arabia Saudita (e in precedenza anche dagli Emirati Arabi Uniti) al Pakistan durante la sua pluriennale crisi economico-finanziaria sistemica erano motivati ​​dalla solidarietà con un Paese musulmano affine, senza alcuna condizione economica o politica, come ad esempio contratti minerari preferenziali o riforme politiche. Al massimo, si potrebbe sostenere che l’unico interesse cinico fosse quello di proseguire i programmi di addestramento forniti dall’esercito pakistano, che tradizionalmente è stato uno dei suoi partner più stretti (fino a poco tempo fa anche per gli Emirati Arabi Uniti).

Questo ultimo salvataggio saudita non è stato vano, tuttavia, poiché il quid pro quo sembra essere la piena adesione del Pakistan al loro patto di mutua difesa qualora la Terza Guerra del Golfo dovesse riprendere a breve. In tal caso, l’Arabia Saudita si aspetterebbe che il Pakistan si unisse ad essa nell’attaccare l’Iran, con l’incentivo di salvare le infrastrutture energetiche del Regno dalla distruzione e quindi garantire anche il proprio fabbisogno. Se il Pakistan non si conformasse, l’intera esportazione di energia della regione potrebbe essere interrotta a tempo indeterminato, precipitando così anche il Paese in una crisi.

L’Iran ha minacciato di distruggere le infrastrutture energetiche dei regni del Golfo se Trump distruggerà le proprie, cosa che potrebbe fare se il conflitto riprendesse, e questa sequenza è al di fuori del controllo dei regni del Golfo, nonostante la posta in gioco sia di portata esistenziale. È possibile che, tenendo presente questo scenario e ricordando lo status di Arabia Saudita e Pakistan come “principali alleati non NATO”, l’Arabia Saudita si aspetti che gli Stati Uniti la avvertano dei piani per la ripresa della guerra in caso di fallimento dei negoziati, in modo che loro e il Pakistan possano sferrare congiuntamente un attacco preventivo devastante.

Il progetto turco di ripristino della ferrovia dell’Hejaz circonda strategicamente Israele

Andrew Korybko16 aprile
 
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La crescente rivalità tra Israele e la Turchia potrebbe presto estendersi alla Giordania.

La Turchia, la Siria e la Giordania hanno firmato un protocollo d’intesa trilaterale all’inizio di aprile sulla cooperazione nel settore dei trasporti, a seguito del loro incontro tenutosi più di sei mesi prima, lo scorso settembre, in cui si erano inizialmente impegnati a rilanciare la Ferrovia dell’Hejaz. Questo progetto della tarda epoca ottomana collegava Istanbul con Medina e La Mecca, ma fallì durante la prima guerra mondiale. Il suo ripristino in epoca contemporanea conferirebbe alla Turchia un’immensa influenza economica e strategica che, secondo le previsioni, metterebbe a disagio Israele.

Lo scorso dicembre è stato spiegato che “la rivalità di Israele con la Turchia ha avuto un ruolo fondamentale nel suo riconoscimento del Somaliland” in modo da consentire allo Stato ebraico di tenere d’occhio i potenziali preparativi turchi per test balistici e, forse un giorno, nucleari in Somalia dopo che i loro rapporti si erano deteriorati nel corso dell’ultimo anno. Il catalizzatore è stata la caduta di Assad nel dicembre 2024 e la conseguente espansione dell’influenza turca in tutta la Siria. Dal punto di vista di Israele, incentrato sulla sicurezza, ciò potrebbe diventare una minaccia esistenziale se non affrontato.

Il rapido smantellamento da parte della Siria dell’autonomia curda filo-israeliana all’inizio di quest’anno ha lasciato i drusi come unico alleato rimasto di Israele nella Repubblica Araba. Il mese scorso, “L’ultimo attacco di Israele alla Siria ha rafforzato la sua zona cuscinetto de facto” sul sud del paese abitato dai drusi, ma Israele potrebbe non essere in grado di strumentalizzarli per fermare la rinascita della Ferrovia dell’Hejaz a causa del suo significato religioso per i pellegrini. In tal caso, l’influenza turca si estenderebbe al Golfo di Aqaba, circondando così strategicamente Israele.

Il ministro turco dei Trasporti e delle Infrastrutture, Abdulkadir Uraloglu, ha dichiarato durante il recente evento che «il porto di Aqaba può fungere da ponte terra-mare, trasportando le merci provenienti dal nord verso il Mar Rosso e oltre». La Turchia avrebbe così una presenza economica strategica vicino a Eilat, in Israele, che rappresenta la sua unica via diretta verso il Mar Rosso, e in futuro potrebbe seguirne una militare. Sebbene la Giordania rimanga alleata con Israele, ci sono nuove preoccupazioni riguardo ai suoi piani per la Cisgiordania, e ciò potrebbe peggiorare i rapporti.

Al Jazeera ha riferito a metà febbraio che «le nuove leggi israeliane sul catasto e le pressioni militari nella Cisgiordania occupata costituiscono il preludio finale allo scenario della “patria alternativa”» attraverso il «trasferimento silenzioso/soft» dei palestinesi da quella zona verso la Giordania. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, la Giordania potrebbe ricalibrare la propria politica regionale rafforzando i legami con la Turchia per controbilanciare e, in ultima analisi, scoraggiare Israele, il che potrebbe portare la rinata ferrovia dell’Hejaz ad assumere un ruolo militare-logistico non dichiarato tra i due paesi attraverso la Siria.

A peggiorare ulteriormente la situazione per Israele, la Turchia e l’Arabia Saudita stanno valutando la possibilità di costituire una “NATO islamica” insieme al Pakistan e all’Egitto, che intrattiene rapporti recentemente compromessi con Israele. La piattaforma di coordinamento della sicurezza regionale da loro proposta potrebbe inoltre estendersi fino a includere la Siria e la Giordania grazie alla ferrovia dell’Hejaz. Si tratta di uno scenario da incubo per Israele, a causa delle forti analogie con la situazione di sicurezza regionale alla vigilia delle tre guerre arabo-israeliane. È quindi probabile che faccia tutto il possibile per impedirlo.

La visione di Israele degli eventi regionali, incentrata sulla sicurezza, unita alla sua crescente rivalità con la Turchia, garantisce che la rinascita della Ferrovia dell’Hejaz intensificherà la loro competizione in Siria e potrebbe portare alla sua espansione in Giordania, a causa dei timori israeliani che la Turchia possa circondarlo strategicamente attraverso questi mezzi. Anche se non dovesse assumere una forma militare, Israele si sentirebbe comunque a disagio nel vedere il suo nuovo rivale stabilire una presenza economica strategica vicino a Eilat, e potrebbe quindi cercare di espellere la Turchia da lì col tempo.

Come la sinistra indottrina i giovani_di Spenglarian Perspective

Come la sinistra indottrina i giovani

spenglarian perspective6 aprile
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Vorrei scrivere un post originale su un argomento che mi frulla in testa da dieci anni. Sono uno studente. Frequento il terzo anno in un’università del Russell Group e a breve terminerò la mia tesi. Ho seguito la mia ultima lezione prima della pausa pasquale, che verteva sulle interpretazioni gesuite del confucianesimo. Ora mi restano tre compiti da consegnare, inclusa la tesi, prima di poter ufficialmente concludere il mio percorso di studi e iniziare a cercare lavoro. Questo significa che si è chiuso un capitolo della mia vita e, ripensandoci e riflettendo sul suo significato in chiave goethiana, mi rendo conto di come il sistema educativo abbia influenzato la mia generazione nella formazione della sua coscienza politica.

Il mio risveglio politico è avvenuto nel 2016, quando avevo 12 anni e ho iniziato le scuole medie. A quanto pare, molte persone, dal 2020, hanno compiuto lo stesso percorso, passando da posizioni moderate a posizioni dissidenti, con un ritardo di soli cinque anni rispetto al mio. Il mio risveglio è stato semplice: ho capito come i media rappresentavano Trump e la Brexit rispetto a come apparivano intuitivamente a me e, a quanto pare, a chi aveva votato a favore. Forse ora possiamo guardare a queste due questioni con maggiore consapevolezza, ma all’epoca era un groviglio così complesso da richiedere anni per capire cosa stesse succedendo in politica. Perché stava accadendo? Qual era l’ideologia migliore? Contava davvero? Chi comandava? Come si gestisce questa consapevolezza quando tutti intorno a te erano più preoccupati di cose più “sane” per i ragazzi tra gli 11 e i 16 anni, come la musica pop, le giornate senza uniforme e i buoni voti? Queste erano solo alcune delle domande a cui ho dovuto rispondere completamente da solo, fatta eccezione, ovviamente, per il gruppo di YouTuber che si contendevano la mia attenzione ogni giorno.

Avendo sviluppato una certa consapevolezza delle falsità politiche fin da giovanissimo, ero perfettamente consapevole di ogni volta che un insegnante diceva qualcosa di altamente sospetto, o quando percepivo che stava accadendo qualcosa che avrebbe lasciato un segno indelebile nella mia classe. Sapevo, grazie ai discorsi di Ben Shapiro e Milo Yiannopoulos a Berkeley, che il risultato di tutto ciò avrebbe potuto essere la presenza di centinaia di teppisti antifascisti in rivolta, ma non sapevo come i miei compagni di classe potessero arrivare a quel livello di estremismo. Ora, però, con un po’ di esperienza diretta, posso affermare con certezza che una mia teoria di quando avevo 14 anni si è rivelata più o meno vera riguardo a come il sistema scolastico “indottrina” ogni generazione di studenti.

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Ricordo che alle elementari (dai 4 agli 11 anni per i lettori americani), in sesta elementare, tutta la mia classe fu radunata nell’aula di informatica per ascoltare una signora giamaicana che parlava di suo padre, un membro della generazione Windrush, e delle sue lotte in Gran Bretagna contro il razzismo quotidiano. Non era la prima volta che sentivamo parlare di discriminazione razziale. L’anno precedente, avevamo studiato Nelson Mandela e il ruolo che aveva avuto nella fine dell’apartheid in Sudafrica. Non credo che a me o a nessun altro fosse ancora venuto in mente che ci fosse una dimensione razziale in tutto questo, quindi solo la parola “apartheid” era stata inserita nella mia mente come un’associazione di sensazioni negative. Ma durante la presentazione di questa signora, e nel video che abbiamo visto in seguito, è stato allora che ho capito il problema. Anche se non ricordo molto, un’immagine che mi è rimasta impressa è quella del cartello nella vetrina di una casa o di un negozio con la scritta “VIETATO L’INGRESSO A IRLANDESI, NERI E CANI”. Mi è sembrato un gesto calibrato, perché, pur non comprendendo il razzismo, anch’io avevo un cane. Perché la persona che ha affisso il cartello non sopporta Gracie? Se non le piace Gracie, e sbaglia, non si sbaglierebbe anche riguardo agli irlandesi e alle persone di colore?

Non credo di aver imparato nulla alle elementari che non sia stato riproposto alle medie. Spesso, un argomento appreso in prima media veniva ripreso solo in seconda o terza media, quindi lo scopo delle elementari non era certo quello di fornirci una formazione intellettuale che andasse oltre alcuni punti di riferimento. Ciò che ricordo delle elementari sono le lezioni di morale. La cura, la condivisione, l’equità, l’obbedienza agli insegnanti e una serie di altri istinti materni prepuberali venivano inculcati come valori culturali. Alle elementari si imparava a guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada, a non parlare con gli sconosciuti e a navigare in sicurezza su internet. La scuola fungeva sia da soluzione per le madri oberate di lavoro, sia da introduzione al contratto sociale. Ma poiché i bambini a quest’età non pensano in modo critico, è fondamentale trasmettere loro una gamma di emozioni e valori ponderati che potranno essere approfonditi in seguito.

È tutto naturale. Non credo ci fosse una cricca di insegnanti che complottava per indottrinare i giovani, e data la delicatezza di questa fase scolastica, è ragionevole supporre che si trattasse, nella peggiore delle ipotesi, di qualcosa di innocuo, un’imitazione della cultura circostante. Ma ha comunque raggiunto il suo scopo.

La scuola secondaria è stata la scuola in cui i nostri valori morali sono stati applicati e hanno acquisito sostanza. Come parte della ricerca per questo saggio, ho ripreso in mano i miei vecchi lavori scolastici e ho trovato alcune date interessanti. In prima media (2015-2016), la nostra lezione di educazione civica ci ha insegnato i cinque valori britannici secondo il Ministero dell’Istruzione. Penso ora che, se “britannico” e “valori” devono essere definiti e numerati, allora sarebbe più logico che a definirli e numerarli fosse stato qualcuno con un secondo fine. Questo vale soprattutto per “tolleranza”, un termine che ha permesso all’anno di passare senza soluzione di continuità alle discussioni sulla diversità.

Il 7 gennaio 2016 abbiamo iniziato a studiare la diversità in Gran Bretagna e l’importanza del multiculturalismo come aspetto fondamentale della società britannica. Il 10 marzo ho trovato un foglio con le ondate migratorie in Gran Bretagna , dove dovevo datare e intitolare ciascuna ondata, a partire dai Romani fino agli immigrati pakistani e caraibici degli anni ’50. Il 17 marzo la mia insegnante mi ha dato un feedback su un tema che non avevo finito, riguardante la definizione dell’identità britannica. Era dispiaciuta che non l’avessi completato e che non avessi inserito parole chiave nel mio paragrafo. Mi ha chiesto quale fosse stato il contributo dell’immigrazione al Regno Unito. Ho risposto senza mezzi termini: “Hanno avuto un impatto sulla vita attraverso l’occupazione, dato che oggi ci sono più immigrati che ci rubano il lavoro rispetto a 50 anni fa”. Le parole chiave erano piuttosto comuni alle scuole superiori perché spesso determinavano il voto, dimostrando la conoscenza dell’argomento trattato. Queste parole chiave mi davano fastidio perché sapevo che stavo semplicemente memorizzando informazioni da riversare su un foglio d’esame, per poi dimenticarle una volta uscito dall’aula. Lo scopo era quello di allenare il cervello a riconoscere segnali specifici da utilizzare come punti di riferimento per tutti gli altri dati. Forse non era così male come pensavo, forse ero solo pigro, ma ripensandoci, quando ti ritrovi con parole chiave come diversità, multiculturalismo e tolleranza impresse nella mente, questo serve a dare un nome ad alcune delle intuizioni morali che ti sono state inculcate.

Questo ha reso gli anni successivi più facili da affrontare. La penultima lezione di geografia dell’ottavo anno riguardava la crisi migratoria. A quel punto, Trump era già in carica e io seguivo la politica con la dovuta attenzione, quindi riuscii a notare l’atmosfera in classe durante le discussioni. Lo odiavano, rimpiangevano Obama e volevano aiutare i rifugiati. Mi lamentai con un amico dopo la lezione. Non sapevano chi fosse Obama, ma sapevano che era meglio di Trump. Ragazzi intelligenti, vero?

È stato durante il corso di inglese del nono anno che abbiamo iniziato a studiare “An Inspector Calls”. È un’opera teatrale ormai famosa perché sembra che tutti in tutto il paese debbano conoscerla. Ogni anno, in vista degli esami GCSE, vedo sempre più persone parlare di Eva Smith, Sheila Birling e dell’arroganza del signor Birling riguardo al fatto che il Titanic non sia affondato e che la Germania non volesse la guerra con la Gran Bretagna. L’opera è stata scritta da J.B. Priestley, un drammaturgo socialista “esuberante” che, nonostante la sua rappresentazione negativa delle vicende in “An Inspector Calls”, si macchiava egli stesso di molteplici colpe. Un uomo moralmente integerrimo, certo, che ha prodotto materiale perfetto da insegnare ai quattordicenni. Alcuni dei temi di “An Inspector Calls” includevano il femminismo e, naturalmente, il socialismo, con il trattamento ingiusto riservato alle donne e alle classi inferiori come principali conseguenze per Eva Smith, costretta a subire le angherie di ciascun membro della famiglia Birling in un modo o nell’altro.

La nostra insegnante di inglese, che rimase incinta proprio quell’anno, in diverse occasioni usò le proprie opinioni come punto di riferimento per definire cosa fossero il femminismo e il socialismo. Il “femminismo della terza ondata” era di gran moda nella guerra culturale pre-2020, e lei disse alla sua classe di inglese più avanzata di essere femminista perché voleva che le donne fossero pagate allo stesso modo degli uomini, e socialista perché credeva nella sacralità del Servizio Sanitario Nazionale. Quell’anno, durante la lezione di tessile, la nostra insegnante disse a un gruppo di ragazze sedute accanto a me che avrebbero dovuto votare laburista perché avrebbero potuto andare all’università gratis, come aveva fatto lei. Questo è solo ciò che ho visto, e senza dubbio la stessa cosa accadeva anche negli altri gruppi. Lamentarsi non servirebbe a nulla, ma è illegale esprimere le proprie opinioni politiche agli studenti. D’altronde, anche in terza media, l’assurdità di imporre questa regola era evidente, soprattutto quando il governo pubblica materiale informativo che implicitamente invita gli insegnanti a fare proprio questo. Ma non stavano convincendo nessuno del loro punto di vista; Stavano semplicemente ampliando le possibilità di pensiero all’interno del paradigma già stabilito per ragazzi e ragazze di quell’età. Era un atteggiamento ipocrita, perché tutti vendono le proprie convinzioni con i regali e non con le richieste , ma nessuno li avrebbe ritenuti responsabili.

Avevo una sorta di timore generale riguardo alle mie opinioni, temevo che esprimerle troppo apertamente mi avrebbe portato a delle conseguenze negative, ma nel decimo anno (2018-2019) questi timori si sono sostanzialmente dissipati.

Ho scritto un tema per l’esame di cittadinanza sull’opportunità o meno dell’immigrazione dall’UE per il Regno Unito. Dovevo argomentare su entrambi i punti di vista, quindi ho menzionato superficialmente il calo dei tassi di natalità e della domanda economica, per poi concentrarmi sulla Grande Sostituzione e sulla balcanizzazione etnica nella seconda parte. La mia insegnante è rimasta talmente colpita dalla mia analisi da inoltrarla al preside, che a sua volta ne è rimasto molto impressionato.

Piccola verifica: l’Ajax insediò lo Scià, che fu poi rovesciato nel 1979 per creare la Repubblica islamica indipendente.

Anche la mia insegnante di inglese di quell’estate rimase altrettanto colpita da un discorso che feci su Trump, il quale sosteneva che non avesse fatto nulla per il movimento MAGA, pur fomentando la guerra con l’Iran. Sebbene gli insegnanti avessero opinioni ben precise, a meno che non si facessero letteralmente saluti nazisti (un episodio a parte accaduto in terza media), non si veniva puniti per le proprie convinzioni. C’era semplicemente l’implicazione di una punizione attraverso il giudizio sociale.

Al terzo anno di liceo, però, gli effetti erano già visibili su alcuni studenti. Vedevo su Instagram alcune ragazze che conoscevo condividere infografiche sulle loro storie riguardanti l’oppressione delle donne e l’attivismo climatico. C’era una ragazza nella mia classe di inglese e di educazione civica, che chiameremo Samantha, che ebbe un episodio in cui chiese a tutte le insegnanti donne se trovassero il termine “signorina” umiliante, dato che i professori uomini venivano chiamati “signore”. All’epoca, lo vidi come una fase di sperimentazione di sinistra radicale. Il mio nuovo insegnante di educazione civica assecondò i suoi impulsi, ma alla mia insegnante di inglese non importava particolarmente come venisse chiamata. Ricordo che in quell’anno temevo un po’ il futuro. Date le mie opinioni e la presunta traiettoria di quelle degli altri, era probabile che avrei perso alcuni amici in un futuro non troppo lontano, se avessero messo a confronto le mie idee politiche con la persona che conoscevano. Anche se questo non sarebbe accaduto subito, il liceo fu l’ultima volta in cui sentii che la politica non importava ai miei coetanei.

Tutto questo culminò nel giugno del 2020. L’anno terminò il 20 marzo con una settimana di preavviso, e la quarantena costrinse tutti a rimanere su internet mentre fuori imperversava il caos. Tutte quelle ragazze bianche preoccupate per il femminismo passarono da un giorno all’altro a quadrati neri e infografiche di BLM. Il 2 giugno , pubblicai il mio post su Instagram. Osai essere l’unica persona che conoscevo a dichiararmi apertamente contraria, senza dovermi preoccupare delle conseguenze il giorno dopo. Avevo passato gli ultimi due anni a occuparmi di questioni razziali, tra cui razzismo e criminalità, e pensavo di non poter essere più preparata a qualsiasi critica.

Nei commenti era presente una seconda parte, con 22 risposte, ma a quanto pare sono state cancellate e non riesco ad accedervi.

Tutte quelle ragazze che avevano espresso il loro sostegno alle proteste avevano messo “mi piace” al mio post. Presumibilmente senza leggerne una sola parola. Devono aver dato per scontato che ciò che avevo scritto dopo il pulsante “LEGGI DI PIÙ” avrebbe confermato le loro opinioni, rendendo superfluo lo sforzo di leggerlo. Alcune amiche intime l’hanno letto, ma sapevano già come ero fatta, quindi non è stata una sfida. Solo un mese dopo qualcuno della mia classe si è preso la briga di leggerlo, e nel giro di 24 ore ci siamo scambiati circa 22 commenti tra me e quattro ragazze nere della mia classe, tutte molto arrabbiate. Per la maggior parte degli adolescenti, soprattutto per le ragazze, la politica è solo un modo per seguire la moda del momento, un modo per segnalare l’integrazione sociale senza alcuna riflessione critica sull’origine di queste convinzioni o sul loro effetto. In un’epoca precedente, queste opinioni potevano essere un po’ più sensate, ma nella nostra significavano applaudire e difendere l’anarchia.

L’anno successivo, andai all’università. Ero in un gruppo di tutoraggio con Samantha e un altro nostro compagno, che chiameremo Michael. Michael era amico di Samantha e sostanzialmente era d’accordo con lei su tutto, il che, secondo la mia valutazione delle scuole superiori, lo rendeva un liberale di sinistra. La nostra tutor, una donna di nome Gemma, era un’ex avvocata che insegnava diritto e gestiva il club di dibattito, attività a cui partecipavo anch’io. Una o due settimane dopo l’inizio dell’anno, ogni gruppo di tutoraggio doveva presentare una relazione obbligatoria sul movimento Black Lives Matter e sulle proteste per George Floyd. Gemma diede una scorsa alla presentazione, la chiuse e suggerì di fare invece una discussione “aperta” sull’argomento. Tre ragazzi, tra cui Michael, iniziarono a discutere con Gemma sulla questione, ma partendo dalla posizione, tollerata, del movimento “All Lives Matter”. Gemma era molto più abile di loro nell’oratoria e li umiliò in brevissimo tempo. Ho provato a difendermi, ma sono stato colto impreparato dalla sua abilità nel distorcere le mie parole contro di me, tanto che anche se avessi vinto la discussione con dati concreti, sarei apparso come un razzista professionista di fronte alla classe, anziché semplicemente razzista, e non avevo alcuna intenzione di diventare il suo bersaglio per il resto dell’anno. Curiosamente, le ragazze, Samantha inclusa, hanno aspettato pazientemente che la discussione si placasse prima di aprire bocca e dichiarare la propria posizione a sostegno di Gemma. Quanto a Michael, per il resto dell’anno, Gemma gli ha spesso ricordato il suo fallimento nel controbattere, chiedendogli: “Ti ricordi quando eri razzista durante il nostro seminario?”. Glielo ha persino chiesto durante la lezione di diritto, dove persone che non avevano assistito all’accaduto sono state coinvolte. Gemma si è appellata alla mia versione dei fatti di quella lezione, e io l’ho pateticamente difeso sostenendo che si era schierato dalla parte di chi giudicava gli individui, solo per sentirmi rispondere con un sarcastico “Ah, beh, anche tu eri razzista comunque”. In una di queste occasioni, Michael tentò di difendere nuovamente la sua posizione, e Samantha si rivolse a lui dichiarando apertamente: “Ovviamente pensiamo che tutte le vite contino, ma crediamo che alle vite dei neri non sia stata data la priorità che avrebbero dovuto”.

A quel punto, sembrava che qualsiasi plausibile scusa dietro cui gli insegnanti potessero nascondersi non fosse più un problema. Un insegnante poteva discutere ferocemente e bullizzare i propri studenti per umiliare non solo loro stessi, ma chiunque in classe potesse pensarla come lui. Se la scuola elementare ti insegnava un vago senso della moralità e della condotta corretta, e la scuola secondaria plasmava inconsciamente queste idee in opinioni politiche, l’università era il luogo in cui ogni dubbio veniva estinto dagli ” implementatori” , insegnanti addestrati a imporre la propria visione del mondo agli studenti. La cosa sconcertante di tutto ciò era che nelle vere aule di scienze politiche, di tutto questo ce n’era ben poco. La mia insegnante di scienze politiche (e di storia) sembrava essere poco preparata su cosa rappresentassero realmente le ideologie politiche, cosa che divenne evidente quando, durante la nostra prima lezione, esplorammo la bussola politica e lei concluse: “Il comunismo è quando tutti sono uguali, il liberalismo è quando fai quello che vuoi, e il fascismo è quando ognuno pensa a sé stesso”. Credo che Nietzsche sia stato citato in relazione all’ultima.

Dopo quell’anno, ho abbandonato gli studi di Storia, Politica e Diritto al liceo per dedicarmi al BTEC di Informatica con i miei amici. La politica non viene realmente recepita a livello intellettuale nel sistema scolastico, perché quale diciassettenne sa chi siano Marx, Locke o Gentile? La politica viene recepita a livello emotivo e si cristallizza lentamente in opinioni politiche derivanti da posizioni di fede mantenute fin dalla più tenera età, tanto che la maggior parte delle persone ha dimenticato da dove provenga quella fede.

Poco prima di Natale del 2021, ho iniziato questo blog. Più o meno nello stesso periodo, ho conosciuto una persona nel settore informatico che chiameremo David. David è diventato un ottimo e intimo amico, probabilmente il mio migliore, per una ragione alquanto inaspettata: una discussione sulla politica. Era palesemente di sinistra, la sua ragazza a quanto pare lo era ancora di più, e si interessò alle mie idee perché non aveva mai incontrato nessuno che la pensasse come me. Non ero solo di destra, ero anche intelligente e istruito (senza voler sembrare presuntuoso), e le mie riflessioni su storia e politica non erano semplici intuizioni, ma frutto di circa sei anni di studi in vari ambiti, dalla scienza alla filosofia, dai dati sulla criminalità e così via. Abbiamo discusso delle nostre convinzioni fondamentali e abbiamo scoperto che, se non per i valori sociali, avevamo opinioni molto simili sulle élite e sul populismo. Dopo circa un anno di amicizia, David mi disse persino che inizialmente mi considerava stupido, ma che stava iniziando a rispettare le mie posizioni e persino ad avvicinarsi a me politicamente. Oltre alla politica, la nostra amicizia si fondava principalmente su personalità e abitudini comuni, sul senso dell’umorismo e sui videogiochi, il che significa che avevamo molto di più da apprezzare l’uno dell’altro oltre alla semplice politica.

Poi però sono andato all’università dall’altra parte del paese, mentre lui è rimasto nella sua città natale a studiare informatica con il resto dei miei amici. Lui ha conosciuto altre persone, io altre, e siamo rimasti in contatto principalmente tramite Discord, incontrandoci ogni tanto per giocare a Destiny o Nightreign.

Credo che l’università in sé abbia una reputazione ingiustificatamente negativa. È anche l’unico bersaglio dell’indottrinamento ideologico quando se ne parla. Si vedono studenti di Berkeley che si ribellano quando Ben Shapiro tiene una conferenza, o studenti che protestano contro Jordan Peterson perché si rifiuta di usare i pronomi che preferiscono, oppure si vedono immagini del prima e del dopo di alcuni studenti che, da innocenti ragazzini, si trasformano in comparse di Mad Max durante il loro percorso universitario, e poi si dà la colpa all’istituzione stessa. La realtà è che le università sono solitamente molto lontane da tutto questo. Un titolo di giornale può riportare qualche scandalo che coinvolge del personale, ma per gli studenti stessi non influisce sul loro apprendimento. Gli studenti prendono le peggiori idee principalmente da altri studenti. Almeno nella mia università, le attività sociali e le associazioni sono gestite interamente da studenti che, per la maggior parte, sono politicamente neutrali.

L’università, tuttavia, conferisce maggiore rigore intellettuale a concetti che fino a quel momento erano stati compresi solo vagamente. Una buona università ti darà accesso a docenti e professori che hanno effettivamente studiato gli argomenti che devi approfondire. In un modulo di storia, potrebbero esserci alcune lezioni sulle donne, sulla schiavitù, sulla razza e sulla nazionalità, ma rientreranno pienamente nell’ambito del titolo della lezione, che a sua volta rientra nell’ambito del modulo che hai scelto e della materia per cui stai pagando. Non dovrai più stare seduto nella stessa aula per sei ore al giorno come nelle fasi precedenti del tuo percorso di studi, il che significa che i docenti hanno tempi ristretti per parlarti di tutto ciò che devi sapere e non perdono praticamente tempo su argomenti arbitrari come le tue opinioni politiche.

In sostanza, quando uno studente arriva all’università, gli vengono forniti solo gli strumenti per ampliare liberamente le proprie conoscenze sui temi di suo interesse. Molti studenti arrivano con un orientamento pregresso fortemente progressista, e quindi l’università lo agevola. Spesso ho citato Spengler nei miei elaborati e non mi sono mai sentito penalizzato per questo. Se lo fossi stato, di certo non avrei scritto una tesi su di lui. Più spesso, venivo valutato in base alla qualità della mia analisi e all’efficacia della mia comunicazione, piuttosto che al punto specifico che volevo sostenere.

Molti degli elementi che potrebbero indurti a posizioni più di sinistra non dovrebbero essere interpretati come tali. Quest’anno ho appreso che ci sono problemi metodologici nel discutere la filosofia e la teologia azteca, perché quando Hernán Cortés conquistò l’impero azteco, gran parte del suo sapere andò distrutto, non deliberatamente, sia chiaro, ma perché gli spagnoli non riconobbero lo stile di scrittura pittografica azteca (essenzialmente geroglifici) come qualcosa di più di una rozza forma d’arte. Pertanto, le nostre fonti più attendibili sul pensiero azteco provengono da documenti come il Codice fiorentino, opera di europei interessati a documentarlo, e non dalla cultura azteca stessa, ormai estinta. Si tratta di informazioni neutre e fattuali, ma a seconda delle proprie convinzioni morali, possono essere facilmente fraintese come un grave crimine commesso dalla civiltà occidentale, anche se Inghilterra, Germania e Francia non avevano la minima idea di cosa stesse accadendo nel Nuovo Mondo a quel punto. I danni al Nuovo Mondo furono causati da uomini occidentali , ma, lontani dalle decisioni ufficiali e ponderate degli stati occidentali, i conquistadores erano in gran parte composti da opportunisti senza classe. Questo approccio è applicabile a molti aspetti dell’istruzione superiore, dove si è incoraggiati a formare nuove opinioni e a difenderle.

Questo non significa che l’università sia un luogo tranquillo e apolitico, privo di qualsiasi forma di attivismo. Durante il mio primo anno, c’era un accampamento pro-Palestina nel campo sportivo in centro città, proprio di fronte all’aula magna della nostra associazione studentesca. Nello stesso semestre, era previsto un dibattito dal titolo “Questa assemblea ritiene che la Palestina sia il più grande ostacolo alla pace”. Questi dibattiti sono strutturati in modo tale che ci siano tre o quattro sostenitori e tre o quattro oppositori, ma il titolo è bastato a scatenare un’enorme protesta che ha portato alla violenta interruzione dell’evento la sera stessa, costringendo la polizia a intervenire per proteggere gli studenti rimasti intrappolati all’interno dell’edificio. La stessa cosa è quasi successa quando Richard Tice ha tenuto un discorso nello stesso edificio il semestre successivo, ma dopo alcune urla per sovrastare la voce di Tice, i manifestanti si sono calmati e se ne sono andati. Ci sono sicuramente persone attive nella mia università, ma non credo sia corretto considerarle semplicemente un prodotto dell’ambiente universitario. La loro psicologia è principalmente il frutto delle prime tre istituzioni, mentre la quarta fornisce loro solo gli strumenti per articolare la propria visione del mondo e perseguirla insieme ai compatrioti.

E che dire di David? Non ha frequentato una grande università come me; ha invece studiato in un ateneo locale. Nei tre anni trascorsi dall’ultima volta che ho seguito le sue lezioni, è tornato alle sue convinzioni di base. Questo è culminato in un’altra discussione sulle mie idee fondamentali, qualche settimana fa, in cui mi ha accusato di essere stagnante, immutabile, regressiva e fragile; personalmente, credo che il termine che cercava fosse “coerente” . Dopo una bizzarra digressione in cui ha negato lo scandalo degli abusi sessuali di Rotherham “perché se fosse stato così grave come dici, i media d’élite ne avrebbero parlato in continuazione”, ha insinuato che se fossi stato più attivo in politica mi avrebbe definito apertamente un fascista, alludendo fortemente alla violenza, ed evitando alcune critiche fondamentali alla sinistra, ha dichiarato con audacia che non potevamo più essere amici perché le mie opinioni erano troppo piene di odio perché lui o i suoi amici potessero tollerarle, e poi ha proceduto a cancellare completamente la mia esistenza dai suoi social media. Considerata la nostra amicizia di cinque anni, nonostante le divergenze, questa cosa mi ha colto completamente di sorpresa. Ma più ci riflettevo, più dovevo accettarla come conseguenza di circostanze che per lui erano ormai consolidate da tempo.

In “Collore narrativo e cesarismo” ho affermato che i nazionalisti incarnano essenzialmente la paura dello stato di natura per l’ordine mondiale liberale e i suoi componenti. L’arma definitiva di questo ordine mondiale era l’informazione, e l’istruzione ne era una sottocategoria. La propaganda educativa non funziona come nei film; la bellezza della catena di montaggio della sinistra sta nel fatto che sembra essere ideata individualmente e spontaneamente, grazie alla sua sottigliezza e inconsapevolezza. Fin dalla prima infanzia, hanno creduto in versioni meno raffinate di ciò in cui credono ora, quindi qualsiasi cosa al di fuori di questo paradigma porta con sé connotazioni di malvagità e caos di livello quasi religioso. Ciò che è ancora meno compreso di tutta questa traiettoria è che, dopo la scuola secondaria, coloro che non desiderano proseguire gli studi universitari si ritrovano a ricoprire ruoli e lavori insignificanti nella società, mentre i più brillanti vengono premiati con il raggiungimento di posizioni sempre più elevate nel mondo dell’istruzione. Questi uomini e queste donne sono solitamente i più propensi a seguire la propria morale fino alle sue logiche conseguenze, sotto forma di soluzioni politiche, visioni del mondo coerenti e azioni concrete; ciò significa che l’élite dell’élite ha un’alta probabilità di possedere una qualche variante del processo di 17 anni che ho documentato qui. E coloro che non appartengono all’élite dell’élite sono liberi di diventare insegnanti e ripetere il ciclo con la generazione successiva.

Potrei concludere con una riflessione in stile Spengler, dopotutto Spengler ha affermato che l’istruzione di massa è un’estensione del sistema mediatico, ma non è affatto necessario, dato che il concetto è autoesplicativo. Non posso affermare con certezza che si tratti di un fenomeno universale; sarebbero necessarie ulteriori testimonianze personali sul sistema educativo, ma questo processo è presente e osservabile da quando ho sviluppato una coscienza politica. Ora che sto per terminare l’università, ho pensato che fosse giunto il momento di condividerlo anche con voi.

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Entra in vigore il «blocco anti-blocco», tra grande confusione_di Simplicius

Entra in vigore il «blocco anti-blocco», tra grande confusione

Simplicius 15 aprile
 
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Ieri è entrato in vigore il «blocco» di Trump, con 16 navi da guerra statunitensi che, secondo quanto riferito, avrebbero tentato di farlo rispettare in una zona al di fuori dello Stretto di Hormuz. Ciò ha dato adito a numerose speculazioni su ciò che sta realmente accadendo e su quanto ci sia di vero e quanto di falso nelle ambiziose affermazioni di Trump.

L’AP ha confermato che nel Golfo Persico non si trovava nemmeno una nave da guerra statunitense:

https://apnews.com/live/iran-guerra-israel-trump-13-04-2026

Associated Press: – Gli Stati Uniti dispongono di sole 16 navi da guerra nella regione e non ne hanno nessuna nelle acque territoriali iraniane, che costituiscono la maggior parte delle vie navigabili dell’Iran.

– Ciò indica che la capacità di bloccare i porti iraniani con un numero così esiguo di navi è molto limitata.

Come accennato in precedenza, circolano numerose notizie contrastanti. Gli Stati Uniti vantano il proprio successo, mentre i media mainstream hanno rivelato che molte petroliere che trasportano petrolio iraniano attraversano tranquillamente lo Stretto senza subire alcun ostacolo:

https://www.reuters.com/affari/energia/petroliera-cinese-soggetta-a-sanzioni-statunitensi-attraversa-lo-stretto-di-Hormuz-nonostante-il-blocco-statunitense-i-dati-mostrano-14-04-2026/

Navi legate all’Iran stanno attraversando lo Stretto di Hormuz, ma il blocco statunitense impedisce loro di entrare nel Golfo di Oman, — Marine Traffic

Le navi stanno tornando indietro, secondo quanto riportato dal rapporto sulle risorse.

Era stato precedentemente riferito che quattro navi iraniane avevano attraversato lo Stretto di Hormuz, nonostante il blocco dichiarato dagli Stati Uniti.

Potrebbe trattarsi di una questione di «semantica». Gli Stati Uniti, ovviamente, non controllano lo Stretto in sé, ma cercano piuttosto di intercettare il traffico ben al di fuori di esso, nel Mar di Oman. I media mainstream anti-Trump cercano naturalmente di ridicolizzare i fallimenti degli Stati Uniti in ogni occasione. Qualcuno potrebbe pensare che anche noi stiamo facendo la stessa cosa, dato che molti articoli recenti hanno avuto un taglio decisamente anti-Trump, ma non è così. Riporteremo sempre i fatti, indipendentemente da chi essi lusinghino o denigrino, poiché non abbiamo alcun interesse personale in questa vicenda.

Detto questo, Trump ha continuato a lasciare il mondo perplesso con i suoi comportamenti imprevedibili e assurdi, fatti di doppi giochi. Letteralmente poche ore dopo aver varato il proprio “blocco”, si è vantato del fatto che un numero record di navi avesse effettivamente attraversato lo Stretto.

Link
Il primo sistema doppio antibloccaggio al mondo.

Vantarsi del fatto che il proprio blocco sia inefficace? Qualcuno mi lo spieghi, per favore.

Questo poco dopo aver affermato nuovamente che la marina iraniana è stata completamente distrutta, fatta eccezione per quell’altra seconda marina che in realtà non è stata distrutta perché non “rappresentava una minaccia”:

Le sue affermazioni secondo cui avrebbe «distrutto all’istante» qualsiasi motovedetta iraniana che si fosse avvicinata alle navi statunitensi sembrano essere state smentite il giorno prima, quando un video — pubblicato nell’ultimo aggiornamento — mostrava una motovedetta iraniana che faceva proprio questo con grande audacia.

Gli addetti ai lavori ripetono sempre la stessa storia: Trump, con la sua scarsa capacità di autocontrollo e la sua visione a breve termine, è dipendente dalle «soluzioni rapide», da quelle scariche di dopamina che può mettere in bacheca per ottenere titoli da prima pagina che gli diano una spinta immediata in termini di immagine pubblica — proprio come è successo con quella rappresentazione teatrale venezuelana orchestrata magistralmente. (A proposito, come va il petrolio venezuelano? Ultimamente non se ne sente più parlare.)

Tornando al tema, sembra che la Marina degli Stati Uniti si stia lentamente avvicinando al Mar di Oman con l’intento di tentare di bloccare il traffico nello Stretto di Hormuz, mentre Trump afferma opportunisticamente che lo stretto è aperto o bloccato a seconda del suo capriccio del momento o di come valuta la direzione del vento che soffia sui titoli dei giornali.

Secondo quanto riferito, la USS Lincoln sarebbe stata avvistata a soli 200-300 km dalle coste iraniane, nei pressi del porto di Chabahar, nel Mar di Oman:

La distanza approssimativa alla quale si trova attualmente la portaerei americana USS Abraham Lincoln (CVN-72) dalla costa iraniana è di circa 250-300 chilometri. È evidente che la Marina degli Stati Uniti abbia deciso, per qualche motivo, di mettere a rischio la nave, il cui costo totale, insieme alla sua flotta aerea, ammonta a circa 12-14 miliardi di dollari. Le ragioni di tale fiducia non sono del tutto chiare, dato che l’Iran dispone ancora di una riserva significativa di missili anti-nave. Sembra che il comando della Marina degli Stati Uniti sia fiducioso che l’IRGC non correrà il rischio di utilizzare questi missili.

L’autorevole account navale MT_Anderson sostiene di averla geolocalizzata — tramite Alex Murray— a soli 192 km dall’Iran. Tuttavia, si noti che la geolocalizzazione è datata sabato 11 aprile, ovvero un giorno prima che i colloqui tra Stati Uniti e Iran fallissero. La spiegazione più plausibile è che la portaerei abbia ricevuto l’ordine di avvicinarsi durante la “tregua”, sapendo che era sicuro farlo. Ora che la tregua è in bilico, c’è una buona probabilità che la Lincoln torni a nascondersi nel suo angolo come prima.

Altre mappe lo indicavano molto più lontano — probabilmente a circa 700-800 km — anche se questa non è datata:

Dato che mostra effettivamente la USS Bush in una posizione esatta, la cui presenza al largo delle coste della Namibia è stata segnalata proprio oggi, sembrerebbe trattarsi di un’informazione aggiornata. A tal proposito, la USS Bush ha umiliante scelto di navigare lungo tutto il Capo Sud dell’Africa per raggiungere il teatro iraniano, piuttosto che transitare attraverso lo Stretto di Bab al-Mandab dopo che gli Houthi avevano minacciato di colpirla. Ciò dimostra che gli Stati Uniti considerano i propri gruppi da portaerei incapaci di difendersi dagli attacchi sostenuti dall’Iran e li tengono lontani dal raggio d’azione nemico.

A ripensarci, quanto sembrano tristi ora tutte quelle minacce di invasione terrestre da parte dei Marines e delle truppe aviotrasportate? Solo un paio di settimane fa, l’idea era di gran moda, ora Trump ha fatto ricorso a lanciare la sua misera imitazione del blocco dell’Iran. Con la USS Bush incapace di avvicinarsi alla ‘Porta delle Lacrime’, e la timida Lincoln che in tempo di pace osa solo sgattaiolare verso il Mar di Oman, è chiaro che qualsiasi invasione terrestre di questo tipo è sempre stata una farsa o un tentativo di sviare l’attenzione dal fallimentare tentativo delle forze speciali di impossessarsi dell’uranio che abbiamo visto svolgersi nel profondo dell’Iran.

Ciò, tuttavia, non impedisce a molti di ipotizzare che gli attuali colloqui di pace siano in realtà un diversivo per nascondere un rafforzamento delle truppe in vista di una successiva operazione di terra di qualche tipo. Lo stesso Consiglio di sicurezza russo ha avanzato questa ipotesi:

Gli Stati Uniti e Israele potrebbero sfruttare i colloqui di pace per preparare un’operazione di terra contro l’Iran. Il Pentagono continua a rafforzare la presenza militare nella regione, – Consiglio di sicurezza russo

Attualmente, oltre 50.000 militari statunitensi sono già schierati in Medio Oriente.

Ma ancora una volta: dove approderebbero, visto che le navi più potenti degli Stati Uniti hanno paura persino di avvicinarsi alla portata dei missili iraniani, che, proprio mentre parliamo, stanno rapidamente recuperando terreno?

Il New York Times e altri media mainstream sembrano invece sostenere il contrario, ovvero che gli Stati Uniti stiano disperatamente cercando di guadagnare tempo per prolungare il loro bluff fallito, al fine di salvare la faccia:

https://www.nytimes.com/2026/04/13/us/politics/us-iran-deal.html

Almeno è un compromesso: una sospensione provvisoria dell’arricchimento è meglio di richieste massimaliste e irrealistiche che ne vietino del tutto l’attività. Anche la parte evidenziata sopra è ironica, dato che la Russia si era già offerta di farsi carico dell’arricchimento dell’Iran prima dell’inizio dei bombardamenti illegali di Trump, ed erano stati gli Stati Uniti a respingerla con decisione. Ora, senza carte da giocare e alla disperata ricerca di una via d’uscita per salvare la faccia, gli Stati Uniti stanno riesumando offerte e status quo che erano già stati messi sul tavolo da tempo, dimostrando ancora una volta la totale assurdità della guerra.

Come ripeto ormai da tempo, con il passare dei giorni l’Iran – una nazione di ingegneri, scienziati e leader con un dottorato di ricerca – si sta ricostruendo a velocità record. Sono circolati diversi video che mostrano la ricostruzione fulminea da parte dell’Iran dei ponti e delle infrastrutture danneggiate in tutto il Paese.

Ora la CNN ha riferito che l’Iran sta effettuando scavi nei siti missilistici sotterranei i cui ingressi sono stati bombardati da Stati Uniti e Israele:

Continuo a sostenere che l’Iran abbia subito danni ben inferiori a quanto si pensi, e che la maggior parte dei danni che ha subito saranno probabilmente riparati nel giro di pochi giorni, settimane e, al massimo, mesi per quanto riguarda alcuni elementi chiave.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a perdere mezzi insostituibili, come nel caso della perdita, ormai apparentemente confermata, di un MQ-4C Triton, una variante dell’RQ-4 Global Hawk, il cui valore è stimato in centinaia di milioni di dollari per singolo esemplare. Ricorderete che il 9 aprile il Triton ha trasmesso un codice di emergenza e si sospettava che fosse precipitato nei pressi del Golfo Persico. Ora il sito ufficiale della Naval Safety sembra indicarlo come un incidente proprio in quella data:

L’attacco è interessante soprattutto per la distanza a cui è avvenuto dall’Iran:

Le prime notizie e gli indicatori di navigazione suggeriscono il possibile incidente o abbattimento di un Northrop Grumman MQ-4C Triton, un velivolo strategico statunitense senza pilota adibito alla sorveglianza, mentre operava sulle acque del Golfo Persico.
Secondo i dati di tracciamento e di volo, il velivolo ha registrato una discesa improvvisa e brusca mentre si trovava su acque internazionali. Immediatamente prima che il suo segnale scomparisse dagli schermi radar, il drone ha trasmesso un codice Squawk 7700, il segnale internazionale che indica un’emergenza critica e improvvisa in volo.

Se l’immagine sopra riportata corrispondesse al suo segnale finale, ciò lo collocherebbe a circa 200 km dalle coste iraniane. Non esiste praticamente nessun missile di difesa aerea in grado di raggiungere una tale distanza, a parte le varianti a più lungo raggio dell’S-300. Tuttavia, stanno emergendo sempre più prove del fatto che l’aviazione iraniana, ancora esistente, sia stata molto più attiva in modo occulto durante il conflitto di quanto si pensasse in precedenza, con un Fab-500 russo – probabilmente lanciato da un Su-24 iraniano – avvistato tra le rovine di una base kuwaitiana dove, secondo quanto riferito, sono morti sei soldati statunitensi:

L’attacco iraniano che ha causato la morte di 6 americani a Camp Arifjan, in Kuwait, è stato sferrato con bombardieri Su-24, non con droni, e vicino alle macerie è visibile una bomba non guidata FAB-500 di epoca sovietica

Ciò è coerente con le notizie riportate durante la guerra, quando il Qatar affermò di aver abbattuto due bombardieri Su-24 pochi minuti prima che raggiungessero Doha

Ciò significa che le bombe russe hanno effettivamente inflitto una dura punizione alle truppe statunitensi per vendicarsi. È quindi plausibile che un velivolo intercettore iraniano di qualche tipo possa aver abbattuto il raro drone pesante MQ-4 da un quarto di miliardo di dollari.

In fin dei conti, la farsa del «blocco anti-blocco» si è trasformata in un botta e risposta senza fine, che probabilmente continuerà nei prossimi giorni. Trump sosterrà che l’Iran sta affrontando un «blocco economico totale», mentre l’Iran definirà fasulli i tentativi degli Stati Uniti. Il fatto che le navi statunitensi debbano gironzolare ai margini dello Stretto di Hormuz senza mai avvicinarsi rimane soprattutto un’umiliazione per gli Stati Uniti in questa guerra di pubbliche relazioni che continua a botta e risposta.

L’atteggiamento incostante degli Stati Uniti ha esasperato il resto del mondo, tanto che l’Europa sta ora valutando piani per un «reset» parallelo della questione di Ormuz senza alcun coinvolgimento americano:

https://www.wsj.com/world/europe/europe-drafts-postwar-plan-to-free-up-hormuz-without-u-s-5638f5f8

L’Europa sta preparando un piano per sbloccare lo Stretto di Ormuz senza il coinvolgimento degli Stati Uniti, — WSJ

I paesi europei, guidati da Francia e Gran Bretagna, stanno elaborando un piano per creare una coalizione internazionale volta a garantire la navigazione una volta terminato il conflitto — compresi lo sminamento e la scorta militare delle navi, scrive il Wall Street Journal.

Gli europei intendono agire senza il comando degli Stati Uniti.

Mentre questa farsa si protrae, una sola cosa è certa: l’Iran sta ricostruendo ciò che ha perso, mentre gli Stati Uniti hanno esaurito i propri sistemi più avanzati e strategici. Qualsiasi futura ripresa delle ostilità garantirà all’Iran un vantaggio sempre maggiore, soprattutto ora che il fattore deterrente della mitica strategia statunitense dello «shock and awe» è stato eroso e vanificato da una campagna inefficace.

Detto questo, Trump sembra intuirlo, ed è per questo che ora sta prendendo di mira l’Iran sul piano economico, nella speranza di mandarne semplicemente in rovina l’economia. Ma questo non funzionerebbe mai, soprattutto in un arco di tempo breve. Basta guardare per quanto tempo è sopravvissuta Cuba, e l’Iran è una nazione molto più grande e ricca di risorse, con una cerchia molto più vicina di alleati potenti in grado di aiutare a sostenere il paese nei momenti di difficoltà.

Gli Stati Uniti hanno ben poche carte da giocare, ed è per gli americani – e in particolare per la carriera politica di Trump – che il tempo stringe.


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BYE BYE ORBAN. ONCE UPON A TIME IN EUROPE – COME NASCE IL SOVRANISMO_di Daniele Lanza…e altri

ONCE UPON A TIME IN EUROPE – COME NASCE IL SOVRANISMO.

(*** intervento consistente, ma nevralgico: forse i pochi minuti che occorrono, valgono la pena. Si domanda pazienza).

Si apre la settima con la notizia politica del momento che intaserà le bacheche per le prossime 24 ore: con l’addio ad Orban si chiude una breve era nella politica interna ungherese che, forse, mai più tornerà.

Il web dal canto suo per lo spazio di una giornata ti diventa un ring, investito di un torrente di analisti di tutti i colori in gara per la riflessione più zelante, ad interagire con un mare di utenti di ogni orientamento…..chi a urlare di giubilo chi a rattristarsi e strapparsi le vesti. Per quanto riguarda la bacheca qui presente si mette in chiaro che non vi è nè giubilo nè pianto per il presidente uscente: è andata come doveva andare, tutto ha un termine e dopo 15 anni di regno il momento era arrivato, per ragioni naturali. A prescindere da tutto, il personaggio in questione era “esaurito”.

Ecco direi di concentrarsi sull’ultima espressione in alto: prima ancora di esultare o piangere sarebbe necessario CAPIRE chi è realmente il personaggio in questione, cosa ha rappresentato Viktor Orban per il proprio paese.

Il tutto inizia molto tempo fa, nelle stesse piazze che stamane esultano per la sua sconfitta, ma che una generazione orsono erano un brusio incessante alle porte del cambiamento (…). Orban, classe 1963, negli anni 80 è il tipico ventenne di un paese est europeo ai tempi di una cortina di ferro in via di dissolvimento…di quelli che godono di nascosto di materiale di intrattenimento occidentale (film e musica), suggestionati dal prospero e scintillante emisfero euro-americano. A fine decennio la trasgressione diventa un fiume in piena e le piazze deflagrano, come in tutti i paesi limitrofi: da quel momento in avanti le strade si dividono e l’esistenza di ogni singolo elemento della società prenderà le strade più svariate, come un susseguirsi illimitato di rigagnogli che confluiscono – ognuno a modo suo – verso il grande orizzonte della libertà.

Ecco sì, l’immagine suona poetica, se non fosse per il fatto che dall’era più remota, filosofi e saggi non sono riusciti a trovare una definizione universale del termine “libertà”. Per farla breve, ognuno trovò la propria: chi riuscì ad arricchirsi, chi a tentare di farlo (e perdere ogni cosa), chi a fuggire e ricostruirsi una vita in altri paesi, chi a farsi fagocitare dagli eventi……e chi semplicemente a guardare un mondo che cambiava, vedendosi passare di fronte agli occhi quella prosperità che bramava senza alla fine averla mai, sebbene ora paresse vicina, rimanendo a sognarla (la parabola di vita dei più, in ogni tempo e società). Viktor a dire il vero è una spanna più evoluto della media: studente brillante e dinamico ha frequentato la più moderna (e occidentalizzata) università ed è reduce di svariati soggiorni e stage esteri (Oxford in primo luogo), in parole altre quella minuscola elite, giovane e filoliberale che l’occidente cercava di finanziare e formare in tutto l’oltrecortina (una futura classe dirigente e alleata).

Al suo rientro in patria – alla vigilia della rivoluzione – prende subito il suo posto, ovvero entra in politica, fondando assieme ad un’altra trentina di studenti il movimento giovanile anticomunista (FIDESZ, finanziato qua e là da Soros) che di lì a poco – all’evvento del pluralismo partitico – diventa il grande partito di centro conservatore che vediamo oggi: nel giro di meno di 2 anni viene eletto in parlamento (1990) in qualità di capogruppo del proprio partito. Nel corso del triennio a seguire diventa il primo leader UNICO del partito – all’età di appena 30 anni – sostituendo il collettivo che fino a quel momento ne era stata la testa. Il Fidesz è inizialmente minuscolo, un partitino liberal-conservatore che a stento raggiunge la soglia di sbarramento elettorale, tuttavia in continuo progresso: promette bene cioè, dal momento che sembra sostenere tutto quello che l’asse euro-atlantico desidera (Orban è il segretario nazionale della New Atlantic Initiative, organizzazione tesa a espandere la “democrazia atlantica”), risultando quindi meritevole di ulteriori sostegni e finanziamenti (…). Nel giro di un quinquennio da quando Orban è leader di partito, crea una coalizione che vince le elezioni (1998) ritrovandosi così il più giovane primo ministro d’Ungheria a 35 anni.

Imposta un regime decisamente liberale per alcuni anni – un primo assaggio – su un paese ancora non del tutto pronto, e contando su una coalizione ancora non solida, cosa che lo porta a perdere le consultazioni successive (2002) il che lo confina al ruolo di grande opposizione – i risultati che Fidesz riesce a raccogliere sono comunque ingenti – per tutto tale decennio.

Nel 2010 riprende lo scettro e da quel momento non lo lascia più per i successivi 16 ANNI – attraverso 5 governi – ovvero sino ad oggi (cioè ieri sera precisamente).

Questa seconda lunga parentesi – ma in particolare l’ultimo lustro – è chiaramente quella che interessa maggiormente…..quella che ha portato massima parte del pubblico non esperto a familiarizzare col nome “ORBAN” sui quotidiani (c’è da dubitare che prima del 2015 gran parte del pubblico generale anche solo conoscesse tale nome).

Cosa è accaduto poi ?? Come è successo che un giovane paladino delle libertà occidentali ne divenisse nemico ?! Che dire…..nel giro di una decade Viktor diventa un corsarso, una canaglia, un disgraziato. Un filibustiere che dopo aver fatto carriera per decadi coi fondi euro-americani, ora all’improvviso virava assai più verso la sensibilità conservatrice di quanto lo standard (*) politico occidentale permettesse. Dunque ora il lettore si concentri un istante sull’asterisco posto in alto (è la chiave di lettura): un uomo come Viktor Orban probabilmente non ha mai mutato sensibilmente le proprie vedute per tutta la vita, se non fosse però che il mondo stesso è mutato attorno a lui: l’ultimo ¼ di secolo ha oggettivamente visto l’ascesa di un livello di liberalismo, proveniente da oltreoceano, oggettivamente MAGGIORE di quanto il liberalismo conservatore europeo sia in grado di sopportare. Questa non è soltanto la storia di Orban, si badi, ma di tante analoghe forze politiche liberal-conservatrici per tutta Europa: si è arrivati ad un punto tale che l’anima conservatrice di tali partiti non ha più potuto andare a patti con quella liberale…..questo poichè una sensibilità, un elettorato conservatore (per quanto anche liberale) non può oggettivamente andare oltre una certa soglia. Si arriva insomma al punto in cui si abdica al liberalismo – soprattutto uno imposto dall’estero – per privilegiare la conservazione. Un bivio, una scelta dura, morale/esistenziale che ha riguardato tali forze in tanti contesti nazionali differenti, con esiti e dinamiche differenti: in occidente, generalmente, tali partiti optano sempre a comunque per non scontentare lo standard di liberalismo stabilito nei grandi centri di potere (Washington/Bruxelles) e conformarsi (perdendo però una buona quota dell’elettorato tradizionalista: si veda un caso come la FRANCIA……i partiti del centro liberal-conservatore sono ridotti ormai ad un foglio di carta a vantaggio del Fronte Nazionale che incassa tutto l’elettorato conservatore del paese profondo), mentre dall’altra parte può invece capitare che il partito medesimo rifiuti di conformarsi (ma in tal caso perde l’appoggio dell’occidente euro-americano).

Ricapitolando al nocciolo = se il liberalismo supera la massima intensità sopportabile dalla mentalità conservatrice, accade allora che i partiti liberal conservatori hanno 2 scelte davanti a loro

1 – Conservare l’indirizzo liberale, ma perdere il proprio elettorato

2 – Conservare il proprio elettorato rinnegando l’eccesso di liberalità (ma così facendo perdendo il sostegno politico/economico occidentale).

Ora, il cuore del problema sta in questo: la fascia di paesi post-socialisti dell’Europa orientale è meno prossima, culturalmente, all’occidente atlantico e le sue società sono di norma più vetero-conservatrici rispetto a quelle dell’Europa occidentale, il che significa presto o tardi una collisione di mentalità.

Per esporre in termini più chiari il macro-equivoco in corso: le forze liberal-conservatrici dell’est Europa – protagoniste storiche della fine del socialismo – si sono trovate progressivamente in difficoltà, in crescente imbarazzo di fronte al montare delle pressioni – da parte euro-atlantica – finalizzate a imporre politiche e filosofie a loro estranee. I liberalismi nati nei contesti nazionali della cortina di ferro erano concepiti e finalizzati ad abbattere il comunismo e i suoi strascichi a cavallo tra gli anni 80/90 sì……..ma non ad accettare dottrine turbocapitaliste o “Cosmopolite/Lgbt” che sono venute alla ribalta nella generazione seguente (2000-2025). Questo è stato un effetto non previsto e non desiderato (nel 1989 non lo si poteva immaginare).

Ecco quindi che si è arrivati a dover fare delle scelte: alcuni hanno detto di no, fuoruscendo così progressivamente dall’alveo della protezione/sostegno occidentale di cui per molto tempo hanno goduto. Costoro – quei conservatori di ferro un tempo alleati preziosi contro il sovietismo – sono diventati oggi d’intralcio, venendo gradualmente derubricati a “forze sovraniste” non conformi con l’ideologia europea (…).

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Questa – ripetiamo – è la storia non di un solo individuo, ma di un intero contesto sociale, di un’intera generazione politica: semplicemente Viktor Orban è la figura che incarna in maniera più squillante e vistosa la contraddizione che nasce da quanto spiegato fino a qui. Orban è una metafora, signori: l’incarnazione di una macroscopica contraddizione – un equivoco semantico, che ruota attorno al concetto di libertà – che ha radici antiche, ma che sta emergendo in tutto il suo spessore soltanto adesso (vedi tutte le società est-europee pervase di correnti ultranazionaliste, dai paesi Baltici fino all’Ucraina medesima: il loro desiderio di stare nella comunità europea di Bruxelles non è dovuto a genuino desiderio di conformarsi al tipo di società liberale/tollerante propugnato da von der Leyen e sodali…ma piuttosto di creare il mistico scudo (e spada !) nazionalista ad est contro il Cremlino che la Nato tanto desidera, al punto di soprassedere ai riflessi nazisti di tali patrioti ed usarli comunque).

Sottolineare tutto questo era lo scopo dell’intervento presente, non focalizzarsi allo spasimo su un singolo personaggio, cosa che inevitabilmente crea una polarizzazione carnevalesca e controproducente (chi si mette ad intessere elogi fuori luogo o, all’estremo opposto, chi sputa veleno preconcetto). Non è importante analizzare gli scheletri nell’armadio di Viktor Orban, il punto non è chi lui sia, ma cosa ha rappresentato (…), al fine di comprendere le dinamiche in atto in questo continente: a ognuno poi, la propria idea in cuor proprio.

In ogni caso c’è da ritenere che per lo spazio della prossima generazione non ci sarà più da preoccuparsi in terra d’Ungheria: con affluenza verso l’80% ed un voto che conquista i 2/3 del parlamento si può dire sconfitta schiacciante per i liberal conservatori orbaniani e sovranisti. Costoro – dopo la parentesi di Orban NON beneficeranno più di alcun supporto finanziario da sponda occidentale (che si guarderà bene dal farlo visti gli esiti).

CONCLUSIONE = Orban è stato quello che è stato: una pedina occidentale (formato e cresciuto da loro agli esordi e dopo) che ad un certo punto se ne è distaccato, optando per una scissione che l’ha reso un giocatore indipendente e quindi un pericolo (successo anche in altri casi ben più violenti, vedi Saddam: nel ben più pacifico contesto europeo non ha comportato guerre, ma solo che un leader ha deciso di farsi sovranista). Orban non è mai stato contro l’Europa, bensì indipendente rispetto ad essa si badi (bene o male che si possa dire di lui)……..il che sta ad indicare che anche solo l’indipendenza non è tollerabile dai poteri più in alto. I leader considerati “sovranisti” non lo sono più di quanto non lo fossero 20/30 anni orsono: semplicemente il mondo è cambiato attorno a loro ed ora il appella in tale modo.

Ed infine occorre riflettere ancora meglio su cosa si intenda per “Europa”: perchè se con tale termine si intende l’apparato ideologico della comunità europea odierna, quello che considera l’identità stessa come un ostacolo (?!) allora si deve concludere che si tratta dell’ossimoro maggiore mai incontrato……la casa europea è, di fatto, la tomba di sè stessa.

Orbán se n’è andato. Il suo stile politico, invece, no. di Christopher Caldwell

Denes Erdos/APDenes Erdos/AP
“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente. Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»

L’Ungheria del signor Nessuno

Di ilsimplicissimus
 il 14 aprile 2026
Spesso ci si interroga sul perché l’Europa sia diventata così marginale, come le sia potuto accadere di passare nell’arco di una vita umana, sia pure lunga e infelice, di traslocare dal centro dell’atlante ai bordi, dove la stampa è più sommaria e si addensano le deiezioni delle mosche. Certo le cause sono molte e complesse, ma la caduta verticale degli ultimi decenni è in gran parte dovute al fatto che gli europei stessi sono diventati marginali e distratti rispetto al loro destino. Ormai accettano qualsiasi cosa con una sorta di fatalismo, di pigra cecità o vacuo entusiasmo che è in qualche modo sconvolgente: sanno di stare precipitando, ma si aggrappano agli spunzoni più affilati e taglienti, recitano rosari politici improbabili, meramente rituali e ormai privi di senso, si fanno buggerare da un meccanismo di consenso che li induce a comprare prodotti in scatola come fossero quelli del contadino dove vanno le sciure che hanno ancora abbastanza soldi per comprarsi una coscienza ecologica e soprattutto uno status sociale. La vicenda ungherese lo dimostra in maniera che più chiara non si può.Qui non si tratta di avere più o meno simpatia per Orban, né di sniffare le solite banalità su un presunto fascismo che ormai serve a condire ogni insalata di sciocchezze: spero di avere lettori abbastanza intelligenti da non farsi di queste sostanze stupefacenti di pessima qualità. Anzi, per dirlo chiaro a me Orban non è molto simpatico, ma sta di fatto che il suo fascismo sta nell’aver preservato la moneta ungherese che permette al Paese  di non essere del tutto schiavo  della finanza  internazionale e dei suoi ordini di servizio, ma anche abbastanza elastica da non dover mettere tutto sulle spalle dei ceti popolari. E sta anche nel fatto di non essere stato abbastanza russofobico da impiccarsi pur di fare un dispetto a Mosca, di non voler dilapidare miliardi per comprare armi e ville per i democratici oligarchi di Kiev. Ora è stato sconfitto da un prodotto confezionato che porta in etichetta “democratico” e l’origine: made in Ue, ma non la filiera di produzione che giustamente viene tenuta nascosta.
Belloccio, relativamente giovane, politicamente ambiguo, Peter Magyar, che poi vorrebbe dire “ungherese”, è stato fabbricato due anni fa dalla stessa agenzia che ha creato Macron. Durante gli anni da studente di giurisprudenza e successivamente come giovane avvocato, ha lavorato nell’ala giovanile del partito Fidesz (Unione Civica Ungherese) del Primo Ministro Orbán, senza troppa fortuna, salvo un periodo che ha passato a Bruxelles. Ma nel 2003 ha sposato Judit Varga, che era considerata una promessa del futuro e che in seguito è diventata ministro della Giustizia, subendo il ruolo di essere semplice consorte. Si è allontanato dalla cerchia ristretta di Orban nel febbraio 2024, dopo che la moglie  era stata coinvolta in uno scandalo per la grazia concessa ad alcuni gestori di un orfanotrofio accusati di abusi sui minori e facenti parte, a quanto sembra,  di una piccola rete degenerata, tipo Epstein.Peter Magyar non era molto conosciuto al pubblico all’epoca. Apparve su “Partizan”, un noto podcast ungherese, come ex marito della dimissionaria ministra della Giustizia Judit Varga. In realtà sembrava che il suo obiettivo fosse quello di proteggere la sua ex moglie, (nonostante quest’ultima lo avesse accusato di violenze fisiche e tradimenti), utilizzata come un capro espiatorio e sacrificata per impedire che l’indagine sull’orfanotrofio raggiungesse livelli superiori. Tuttavia, l’analisi di Magyar sulla situazione politica in Ungheria, sulla corruzione, sugli affari loschi e sull’impotenza del governo, riscosse notevole attenzione nel Paese. Nel suo primo episodio del podcast, nel febbraio 2024, alla domanda “Stai pensando di entrare in politica?”, rispose: “Sarebbe una bella barzelletta”. Un uomo di parola: pochi giorni dopo, il 15 marzo 2024 lo stesso Magyar annunciò di aver reciso ogni legame con Fidesz e con gli ambienti governativi, dichiarando la sua intenzione di entrare in politica. Le elezioni del Parlamento europeo si avvicinavano e Magyar e i suoi collaboratori non avevano il tempo di formare un nuovo partito e partecipare alle elezioni. Decisero quindi di rilevare un partitino ormai inattivo che si chiamava Tisza, una crasi di Tisztelet és Szabadság, che vuol dire rispetto e libertà. Con quali soldi sia avvenuta questa acquisizione e con quali sia stata condotta la campagna elettorale per le europee del 2024 non è dato di sapere, ma dovevano essere molti visto che il neo partito in poche settimane arrivò ad essere il secondo del Paese, grazie a migliaia di “volontari”, campagne sui media e un tour in ogni città e paese dell’Ungheria. Notevole per un movimento spontaneo, ma impossibile, come dovremmo sapere. Tuttavia Magyar era davvero perfetto perché proveniva  dall’ala conservatrice di destra che costituiva anche la base elettorale di Viktor Orbán, ma allo stesso tempo denunciava la corruzione del sistema ed era fortemente favorevole all’Europa. Insomma il prodotto tipico del vuoto politico che impernia il discorso sulla corruzione, una costante dei personaggi creati dal niente per le molte “rivoluzioni” politiche fasulle e indotte dall’esterno: un signor nessuno riempito di soldi, malleabile come il pongo. E infine un vero miracolo che è davvero difficile da produrre, altro che sangue di San Gennaro: i vecchi partiti di opposizione hanno rinunciato a presentarsi alle elezioni per evitare una divisione di voti. Immagino che non sia stata una rinuncia gratuita, ma ricompensata molto bene. Tanto paghiamo noi
In queste prime ore di potere il nuovo primo ministro in pectore è stato abbastanza prudente in merito al petrolio russo e anche sui 90 miliardi da dare a Kiev che proprio l’opposizione di Orban non consentiva di erogare. Ma non facciamoci prendere per il naso: ha già detto che l’Ungheria entrerà nell’euro e, una volta compiuto questo passo, il Paese non sarà più in grado di esprimere alcuna politica in proprio. E tuttavia si dice che la candela è più splendente proprio quando sta per spegnersi: con i signori e le signore nessuno non si fa molta strada.

La conversione di J. D. Vance: perché il vicepresidente di Trump è diventato cattolico

2 ottobre 2024 • L’Impero Trump: le fonti intellettuali di una rivoluzione culturale

La conversione di J. D. Vance: perché il vicepresidente di Trump è diventato cattolico

In un lungo testo molto intimo, l’autore di « Hillbilly Elegy » e ora vicepresidente degli Stati Uniti si confida sul percorso intellettuale che lo ha portato a convertirsi al cattolicesimo. Tra le righe, traccia il proprio ritratto ideologico e politico.
Le confessioni di un figlio del Midwest — tradotte e commentate riga per riga.

Autore Jean-Benoît PoulleMarin Saillofest


A distanza di nove anni da quando è sceso dalla scala mobile della Trump Tower per annunciare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2016, è ancora difficile capire come Donald Trump sia riuscito a conquistare il Partito Repubblicano. Senza una linea chiara né reali convinzioni, l’ex magnate immobiliare si è costruito un’immensa popolarità negli Stati Uniti grazie al suo ruolo nella serie televisiva The Apprentice, costruendo la sua reputazione vendendo un’immagine del sogno americano che si è affermata in seguito alla pubblicazione del suo primo libro, The Art of the Deal, nel 1987.

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Quando iniziò a stancarsi del settore immobiliare e del suo microcosmo newyorkese, Trump tentò di lanciarsi in politica per la prima volta negli anni ’80. Dopo un iniziale insuccesso, ci riprovò nel 2015, approfittando della mancanza di una leadership chiara all’interno del Partito Repubblicano dopo i due mandati di Barack Obama. Già nel 2011, la sua presenza ricorrente nei salotti di milioni di americani tramite The Apprentice lo ha proiettato in testa alle intenzioni di voto per le primarie repubblicane — con grande sorpresa dei sondaggisti  1. In Time to Get Tough, una diatriba anti-Obama pubblicata lo stesso anno, Trump scrive che il suo successo come imprenditore immobiliare costituisce un riferimento sufficiente a garantire che sarebbe un buon presidente. Barack Obama, invece, è un pessimo presidente perché « non ha mai concluso un accordo […] a parte l’acquisto della sua casa, ma quella non è stata una transazione onesta ».

La carriera politica di Trump è frutto di una serie di circostanze che dipendono probabilmente più dal successo dell’impresa fondata da suo padre, Fred Trump, negli anni ’20 e dal ruolo svolto dai produttori della NBC Jeff Zucker e Mark Burnett che da una qualche vocazione. Se Donald Trump è un opportunista, fondatore suo malgrado di un movimento nebuloso che viene definito «trumpismo» per mancanza di un’altra definizione, la sua decisione di nominare J.D. Vance come candidato alla vicepresidenza potrebbe portare a una trasformazione radicale del trumpismo e quindi del Partito Repubblicano, che ha completamente fagocitato in soli nove anni.

Vance è antiliberale, conservatore e anche cattolico. È stato battezzato l’11 agosto 2019 nel priorato di Santa Gertrude, a Cincinnati, da padre Henry Stephan, un sacerdote domenicano. Se Donald Trump verrà eletto a novembre, J. D. Vance diventerà il primo vicepresidente repubblicano di fede cattolica. Nel 2009, Joe Biden è diventato il primo vicepresidente cattolico eletto con un ticket democratico ed è ad oggi, insieme a John F. Kennedy, l’unico cattolico ad essere stato eletto presidente degli Stati Uniti.

A differenza di Biden o JFK, Vance non è nato in una famiglia cattolica. Cresciuto in una famiglia protestante evangelica molto devota, dove la fede era vissuta con grande fervore, durante gli studi universitari ha abbandonato per un certo periodo ogni credenza religiosa. Come egli stesso esprime con finezza, questo allontanamento gli sembrava allora un’esigenza della ragione nella sua ricerca della verità. Ma è lo stesso percorso intellettuale che lo porta in seguito a leggere il filosofo francese René Girard (1915-2003) e, soprattutto, sant’Agostino. Attraverso la lettura de La Città di Dio e delle Confessioni del vescovo di Ippona e Padre della Chiesa del IV-V secolo, scopre un modo di vivere la fede religiosa che non sembra più opporsi alla ragione, ma al contrario la richiede per dispiegarla e giustificarla. Soprattutto, nel percorso dell’autore delle Confessioni, sembra riconoscere la propria ricerca intellettuale ed esistenziale, al punto che essa costituisce una sorta di sottotesto del proprio racconto di conversione. Non sorprende che sia proprio Agostino il santo patrono scelto dal neofita cattolico.

La conversione di Vance al cattolicesimo è stata oggetto di un lungo e dettagliato racconto, che traduciamo e commentiamo riga per riga qui di seguito, intitolato «Come mi sono unito alla Resistenza», pubblicato sulla rivista cattolica americana The Lamp il 1° aprile 2020, ovvero meno di un anno dopo il suo battesimo  2. Due anni prima, nel gennaio 2018, Vance aveva dichiarato di iniziare a prendere in considerazione l’idea di candidarsi alle elezioni senatoriali in Ohio, il suo Stato natale. È solo nel gennaio 2021 che lancia ufficialmente la sua campagna, sostenuto finanziariamente dal suo ex capo Peter Thiel e spinto da un’ondata di popolarità acquisita in seguito alla pubblicazione del suo libro di successo Hillbilly Elegy (2016), adattato in un film nel novembre 2020.

La carriera di J. D. Vance ha subito una straordinaria accelerazione a partire dal 2016, che lo ha portato a far parte della lista repubblicana, al fianco di Donald Trump. Proprio come l’ex presidente, Vance ha beneficiato di un entusiasmo inaspettato, e anche la sua fulminea ascesa è dovuta principalmente a un’improbabile successione di eventi. A differenza del suo mentore, Vance porta avanti tuttavia un progetto di società il cui fondamento è costituito dalla sua fede cattolica.

Nella sua prima intervista dopo la conversione, rilasciata all’amico Rod Dreher – editorialista conservatore trasferitosi in Ungheria nel 2022 e convertitosi al cristianesimo ortodosso – Vance parla della sua visione di uno «Stato ottimale» che sarebbe abbastanza vicino « all’insegnamento sociale cattolico » 3. Ancor prima di aver seriamente preso in considerazione l’idea di entrare in politica, Vance evoca la sua fede sia come forma di trascendenza sia come guida per l’azione pubblica — al contrario di quanto si impegnò a fare JFK, anch’egli cattolico, nel 1960 durante la sua campagna presidenziale 4.

Il senatore dell’Ohio fa parte di una corrente che ha provocato una scissione all’interno del Partito Repubblicano, così come lo conosciamo dai tempi di Reagan, spesso definita «conservatorismo del bene comune». Piuttosto che invocare una riduzione della spesa, la deregolamentazione e una drastica limitazione del ruolo che lo Stato federale svolge nella vita quotidiana degli americani, Vance è favorevole a una forma di « big government ». Questo, tuttavia, non si baserebbe su valori liberali, ma funzionerebbe come una forma di Stato confessionale che esalta valori che si richiamano al cristianesimo — in realtà talvolta molto distanti da quelli sostenuti dal Vaticano, in particolare la strumentalizzazione della fede a fini politici da parte dell’organizzazione CatholicVote, il cui direttore, Brian Burch, sostiene Vance  5.

Questa forma di cattolicesimo svolge un ruolo fondamentale nel modo in cui Vance concepisce la governance e il ruolo che sarebbe chiamato a ricoprire a partire dal 2025 e oltre, qualora Trump venisse eletto. Pur condividendo la visione più tradizionale del GOP di ritiro dagli affari mondiali, reindustrializzazione e arresto dei flussi migratori, egli sostiene anche una visione natalista osservabile in particolare nell’Ungheria di Viktor Orbán, si impegna più volentieri nelle guerre culturali in materia di istruzione rispetto a Donald Trump e critica allegramente le famiglie che si allontanerebbero da un modello «& nbsp;tradizionale » composto da madre, padre e figli. A luglio, Vance ha in particolare suggerito che i genitori con figli dovrebbero avere il diritto di votare a nome di questi ultimi, al fine di conferire maggiore peso elettorale agli americani che « investono » nel futuro degli Stati Uniti.

Questa nuova generazione di intellettuali cattolici — di cui fa parte anche il senatore repubblicano del Missouri Josh Hawley — rivendica per lo più l’aggettivo «post-liberale», spesso utilizzato per descriverla. Nel suo libro del 2023, lodato da Vance, il politologo Patrick Deneen, uno dei portavoce di questa corrente, invocava un « ribaltamento pacifico ma vigoroso » del potere al fine di sostituire l’élite corrotta con una nuova generazione di leader  6. Per Vance, questa « ripresa » del potere passa attraverso l’amministrazione, ma anche attraverso le università e altre istituzioni che bisognerebbe « conquistare affinché funzionino realmente per i nostri cittadini »& 7.

La Chiesa cattolica e i suoi 2000 anni di storia infondono in Vance un senso di serenità e di costanza, in netto contrasto con un «mondo moderno in continua evoluzione» che egli rifiuta 8. Se il cattolicesimo, storicamente minoritario negli Stati Uniti, riunisce ormai un adulto su cinque, questa confessione è in particolare sempre più popolare tra la giovane destra americana. Per comprendere questa corrente che potrebbe costituire la spina dorsale del GOP negli anni e nei decenni a venire, occorre leggere il modo in cui Vance parla della sua fede e del ruolo che questa potrebbe svolgere nella società.

Mi chiedo spesso cosa avrebbe pensato mia nonna — Mamaw, come la chiamavo — del fatto che suo nipote fosse diventato cattolico. Discutevamo spesso di religione. Era una donna di fede profonda, ma totalmente estranea a qualsiasi Chiesa. Amava Billy Graham e Donald Ison, un predicatore della sua zona, nel sud-est del Kentucky, ma detestava la «religione organizzata».

Billy Graham (1918-2018) è stato un pastore e predicatore battista evangelico molto mediatico, noto per i suoi legami con politici sia democratici che repubblicani, e piuttosto rappresentativo della Bible Belt del profondo Sud da cui proveniva. Pur essendo fortemente anticomunista e di grande conservatorismo sociale, non per questo smise di sostenere il movimento per i diritti civili.

In confronto, il pastore metodista del Kentucky Donald Ison (morto nel 2023) ha solo una notorietà a livello locale.

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Spesso esprimeva il suo stupore per il modo in cui i televangelisti trasmettevano il semplice messaggio del peccato, della redenzione e della grazia sui nostri schermi televisivi in Ohio all’inizio degli anni ’90. «Quelle persone sono tutte dei truffatori e dei pervertiti», mi diceva. « Vogliono solo soldi ». Ma li guardava comunque, ed era la cosa che più si avvicinava a una funzione religiosa regolare, almeno quando era in Ohio. A meno che non fosse a casa sua, nel Kentucky, raramente andava in chiesa e, se lo faceva, era generalmente per soddisfare la mia ricerca adolescenziale di un legame con il cristianesimo diverso da quello del 700 Club.

Il 700 Club, fondato nel 1966, è il principale talk show evangelico statunitense, in onda sulla rete televisiva CBS. J. D. Vance commenta qui l’ascesa del televangelismo pentecostale negli anni ’80-’90 e analizza con acutezza le ragioni che spingono il consumatore americano medio a guardarlo, tra adesione e svago.

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Come molti poveri, Mamaw votava raramente, ritenendo che la politica fosse fondamentalmente corrotta. Apprezzava Franklin D. Roosevelt e Harry Truman, e questo era più o meno tutto. Non sorprende che una donna i cui unici eroi politici fossero morti da decenni non amasse la politica in sé, e si curasse ancora meno della deriva politica del protestantesimo moderno.

Franklin Delano Roosevelt (F.D.R.), presidente democratico dal 1933 al 1945, così come il suo successore Harry S. Truman (1945-1953, anch’egli democratico), rimane nella memoria come una figura audace grazie alla sua politica sociale — il New Deal — quanto anche come figura di riferimento unanime tra i vincitori della Seconda guerra mondiale. J. D. Vance, implicitamente, sembra insinuare che nessun democratico dopo di loro sia mai riuscito a diventare altrettanto popolare.

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Il mio primo vero contatto con una Chiesa istituzionale sarebbe avvenuto solo più tardi, attraverso la congregazione pentecostale di mio padre nel sud-ovest dell’Ohio. Ma ben prima di allora, avevo già qualche nozione sul cattolicesimo. Sapevo che i cattolici adoravano Maria. Sapevo che rifiutavano l’autorità esclusiva delle Scritture. E sapevo che l’Anticristo — o almeno, il consigliere spirituale dell’Anticristo — sarebbe stato un cattolico. O, all’epoca, avrei detto «è» cattolico — poiché ero convinto che l’Anticristo camminasse in mezzo a noi.

In questo paragrafo, J. D. Vance riprende ironicamente molte delle accuse e dei pregiudizi nei confronti dei cattolici che erano diffusi nel protestantesimo tradizionale e che possono essere ancora presenti oggi nel protestantesimo evangelico: il rifiuto del culto mariano, assimilato all’idolatria, con i cattolici accusati di «adorare» Maria quasi alla stregua di Dio; la presunta svalutazione dell’autorità della Bibbia nel cattolicesimo, che la affianca a quella della Tradizione espressa nel Magistero romano; infine, l’assimilazione del papa all’Anticristo stesso (come figura archetipica), o come figura annunciatrice (qui «consigliere») di un Anticristo personale, già creduto da Lutero. J. D Vance sembra anche aver creduto che l’Anticristo fosse già nato, il che denota credenze di tipo escatologico o apocalittico.

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A Mamaw non sembravano importare granché i cattolici. La sua figlia minore ne aveva sposato uno, e lei lo considerava un brav’uomo. Riteneva che il loro modo di celebrare il culto fosse formale e un po’ strano, ma ciò che contava davvero per lei era Gesù. Il capitolo 18 dell’Apocalisse poteva riferirsi ai cattolici o a qualcos’altro, l’importante era che il cattolico che conosceva amasse Gesù, e questo le andava bene.

Il capitolo 18 del Libro dell’Apocalisse descrive infatti la caduta di «Babilonia la Grande, la famosa prostituta», identificata fin dall’inizio da molti protestanti con la Roma dei papi. Allo stesso tempo, J. D. Vance mostra che questo antico anticattolicesimo protestante aveva finito, in sua nonna, per lasciare il posto a un atteggiamento più tollerante, una sorta di latitudinarismo in cui l’importante sarebbe stato vivere un cristianesimo incentrato su Gesù.

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Eppure, Mamaw occupa un posto incredibilmente importante nel mio cuore: a più di dieci anni dalla sua morte, rimane la persona verso cui mi sento più in debito. Senza di lei, non sarei qui.

Qui si tocca un fatto sociologico degno di nota, da entrambe le sponde dell’Atlantico: l’importanza dei nonni — e molto spesso della figura femminile della nonna — per la trasmissione della fede nelle società secolarizzate. Come osservava Guillaume Cuchet, il contatto con una nonna credente e praticante rimane spesso l’unico legame residuo con la religione delle generazioni giunte all’età adulta a partire dagli anni 1990-2000. Se lo storico Jean Delumeau ha potuto parlare della «religione di mia madre» per indicare forme tradizionali e non intellettualizzate della religione cristiana vissute e trasmesse dalle donne, d’ora in poi bisognerebbe evocare, con il divario generazionale, la «religione delle nostre nonne».

L’attaccamento di Vance alla nonna si è, per molti versi, sviluppato in contrapposizione al rapporto difficile che aveva con i suoi genitori. In un’intervista rilasciata nel 2017, Vance racconta come sua madre abbia minacciato di ucciderli in un incidente stradale dopo aver detto qualcosa che non le era piaciuto. È dopo questo episodio e l’arresto di sua madre che va a vivere dai nonni. In Hillbilly Elegy racconta i problemi di dipendenza, in particolare dall’eroina, che sua madre doveva affrontare.

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In modo un po’ imbarazzante, il Cristo della Chiesa cattolica mi è sempre sembrato un po’ diverso da quello con cui ero cresciuto. Un po’ noioso, troppo formale. Il famoso ritratto di Cristo di Sallman era appeso al piano di sopra, accanto alla mia camera, ed è così che l’ho trovato: intimo e gentile, ma un po’ trascurato. Il Cristo del cattolicesimo aleggiava sopra di noi, raffigurato come un adulto o un neonato, avvolto da raggi di luce e incoronato come un re. È impossibile non provare il disagio che una donna come Mamaw provava di fronte a quel tipo di Cristo. Il Gesù cattolico era per lei una divinità maestosa, e lei aveva ben poco interesse per le divinità maestose perché noi non eravamo un popolo maestoso.


Questo è stato il problema più importante che ho incontrato quando ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di convertirmi al cattolicesimo. Trovavo risposte alla maggior parte delle obiezioni più comuni. Si è rivelato che i cattolici non adoravano Maria. La loro accettazione dell’autorità della Scrittura e della Tradizione mi è apparsa gradualmente saggia, specialmente quando vedevo molti dei miei amici discutere sul significato di un determinato passo delle Scritture.

J. D. Vance fa qui riferimento alle «due fonti della Rivelazione» (secondo le parole del Concilio di Trento) che sono la Scrittura biblica e la Tradizione apostolica della Chiesa, di cui il Magistero romano è, nel cattolicesimo, il fedele interprete, regola che si oppone alla sola scriptura protestante — l’autorità della sola Bibbia. Il Concilio Vaticano II, in seguito, ha sfumato questa lettura nella sua costituzione dogmatica Dei Verbum : la Scrittura è l’unica fonte della Rivelazione, ma si tratta della Scrittura letta e interpretata dalla Tradizione.

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Ho persino iniziato ad avere l’impressione che il cattolicesimo avesse una continuità storica con i Padri della Chiesa — e persino con Cristo stesso — che la religione non affiliata a nessuna Chiesa, quella della mia educazione, non potesse eguagliare. Eppure, non riuscivo a liberarmi dalla sensazione che, se mi fossi convertito, non sarei più stato il nipote di mia nonna. Mi sono quindi ritrovato, per molti anni, in una situazione scomoda, diviso tra curiosità e diffidenza nei confronti del cattolicesimo.

Si tratta infatti di un argomento spesso utilizzato a favore del cattolicesimo, che rivendica una certa continuità storica con i primi tempi idealizzati della Chiesa, l’epoca dei Padri (dal I al VI secolo), o addirittura quella degli Apostoli (I secolo), continuità concretizzata nella successione apostolica dei vescovi. La fedeltà all’epoca dei Padri è rivendicata anche dall’anglicanesimo. Al contrario, il cristianesimo non confessionale in cui è cresciuto J. D. Vance, rifiutando ogni gerarchia divinamente istituita, non può vantare una tale continuità.

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Sono approdato al cattolicesimo in modo piuttosto convenzionale. Dopo il liceo mi sono arruolato nei Marines, come molti miei coetanei — infatti, l’unica altra persona che si è diplomata nel 2003 al liceo del mio quartiere si è arruolata anch’essa nei Marines. Sono partito per l’Iraq nel 2005, un giovane idealista determinato a diffondere la democrazia e il liberalismo nelle nazioni più remote del mondo. Sono tornato nel 2006, scettico riguardo alla guerra e all’ideologia che la sottende.

Si tratta in questo caso di una presa di distanza dall’ideologia neoconservatrice in voga durante i due mandati di G. W. Bush (2001-2009): su un tema così delicato come la guerra in Iraq, che rischia di dividere i repubblicani, J. D. Vance mantiene tuttavia un atteggiamento cauto.

In Hillbilly Elegy, scrive: «Come ogni hillbilly [contadino] che si rispetti, volevo andare in Medio Oriente a uccidere i terroristi». Durante un discorso pronunciato ad aprile al Senato contro il voto su un pacchetto di aiuti all’Ucraina, Vance mette in evidenza la sua esperienza in Iraq per giustificare la sua opposizione alla politica dell’amministrazione Biden nei confronti di Kiev. In questo, le sue argomentazioni non sono solo frutto di una retorica trumpista esagerata: esse mirano alla memoria delle classi medie colpite dalle guerre in Iraq e in Afghanistan e che, più in generale, si oppongono al dispiegamento a lungo termine delle forze americane all’estero.

È stato proprio durante la sua missione in Iraq che Vance afferma di aver visto con i propri occhi le « menzogne » dei responsabili dell’amministrazione Bush. All’epoca puntò il dito in particolare sulla scomparsa delle comunità cristiane storiche in Iraq, citando il Vangelo secondo Matteo: «“Li riconoscerete dai loro frutti”, ci dice la Bibbia — quali sono i frutti della politica estera americana nei confronti delle popolazioni cristiane di tutto il mondo negli ultimi decenni?»

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Mamaw era morta e, senza la Chiesa né nient’altro a tenermi ancorato alla fede della mia giovinezza, sono passato dall’essere un devoto a qualcuno che era religioso solo di nome, fino a diventare meno di questo. Quando ho lasciato i Marines nel 2007 e ho iniziato i miei studi alla Ohio State University, ho letto Christopher Hitchens e Sam Harris, e ho iniziato a considerarmi ateo.

Il britannico Christopher Hitchens (1949-2011), autore di God is not great, e l’americano Sam Harris (nato nel 1967), autore di The End of the Faith, sono due scrittori anglosassoni noti per il loro attivismo ateo e la loro lotta contro l’influenza sociale delle religioni. Insieme al biologo britannico Richard Dawkins (nato nel 1941, autore di The God Delusion), sono stati definiti la « Santa Trinità degli atei ».

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Non mi soffermerò su come ci sono arrivato, perché è un percorso al tempo stesso banale e noioso. Il senso di futilità che provavo era molto forte: sempre più spesso, i leader religiosi a cui mi rivolgevo affermavano che se avessimo pregato abbastanza e creduto con sufficiente forza, Dio avrebbe ricompensato la nostra fede con ricchezze materiali. Ma ho conosciuto molte persone che erano profondamente credenti e pregavano molto senza che ciò si traducesse in alcuna ricchezza.

J. D. Vance critica qui la «teologia della prosperità» adottata da alcuni televangelisti, come Kenneth Hagin (1917-2003): la ricchezza materiale e il successo professionale vi sono visti come segni evidenti dell’elezione divina, o addirittura come ricompense che Dio concederebbe a chi ripone in lui la propria fede. Donald Trump ha potuto, in certi momenti, sembrare vicino a questa corrente.

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Da questa fase della mia vita si possono trarre due insegnamenti, poiché entrambi hanno preannunciato un recente risveglio intellettuale che alla fine mi ha ricondotto a Cristo. Il primo è che, per un bambino povero, in ascesa sociale e proveniente da una famiglia difficile, l’ateismo porta a un’innegabile rottura familiare e culturale. Essere atei significa non far più parte della comunità che ti ha formato. Per molto tempo ho nascosto il mio ateismo alla mia famiglia — e non perché questo avrebbe avuto importanza per loro. Pochissimi membri della famiglia andavano in chiesa, ma tutti credevano in qualcosa piuttosto che in nulla.

In questo paragrafo, J. D. Vance individua con notevole acutezza le differenze nel grado di accettazione sociale dell’ateismo o dell’irreligiosità a seconda della categoria socio-professionale negli Stati Uniti: mentre le élite liberali altamente istruite si mostrano molto aperte al secolarismo e molto diffidenti nei confronti delle manifestazioni pubbliche della fede cristiana, l’ateismo rimane molto mal visto nell’America delle classi popolari o medie, a prescindere dalla religione o dall’etnia. Si tratta di una differenza fondamentale rispetto alle società europee.

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C’erano modi per compensare tutto ciò, e uno di questi — almeno per me — è stata una breve esperienza con il libertarismo. Perdere la mia fede significava perdere il mio conservatorismo culturale, e in un mondo che si allineava sempre più con il Partito Repubblicano, la mia risposta ideologica ha assunto la forma di una sovracompensazione: avendo perso il mio conservatorismo culturale, sarei stato ancora più conservatore sul piano economico. Questo è ovviamente molto ironico, perché il programma economico del Partito Repubblicano era quello che interessava meno alla mia famiglia — a nessuno di loro importava della riduzione delle aliquote fiscali per i miliardari da parte dell’amministrazione Bush. Il GOP è diventato una sorta di emblema a cui mi sono legato sempre più fortemente perché mi dava un terreno comune con la mia famiglia. E il modo più rispettabile per affezionarmi ad esso insieme ai miei nuovi amici dell’università era credere ferocemente nell’ortodossia economica neoliberista. Gli sgravi fiscali e i tagli al bilancio della previdenza sociale erano modi socialmente accettabili per essere conservatori all’interno dell’élite americana.

Anche in questo caso, J. D. Vance cerca di districare le ragioni socio-identitarie dei suoi precedenti impegni politici: mentre il suo ateismo liberale potrebbe farlo apparire come un traditore della propria classe, la fedeltà nominale al Partito Repubblicano rimane ancora ciò che lo lega identitariamente alla sua famiglia e al suo ambiente d’origine; ma Vance osserva ironicamente che l’unica forma di repubblicanesimo per lui accettabile dal punto di vista intellettuale — e socialmente per la sua cerchia di amici laureati — era proprio quella che si rivelava totalmente incompatibile con i valori politici dei suoi genitori: un neoliberismo economicista, che si voleva razionalmente fondato, e un libertarismo molto lontano dal conservatorismo.

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La seconda lezione che ne ho tratto è che il mio allontanamento dalla religione è stato più di natura culturale che intellettuale. Sotto certi aspetti, trovavo difficile conciliare la mia religione con la scienza così come mi si presentava. Non sono mai stato un darwinista classico, ad esempio, soprattutto per le stesse ragioni esposte da David Gelernter nel suo eccellente nuovo libro.

David Gelernter (nato nel 1955) è un professore di informatica all’Università di Yale, noto per le sue dichiarazioni molto controverse: oltre al suo scetticismo sul cambiamento climatico, ha assunto anche posizioni antievoluzioniste, alle quali J. D. Vance fa qui riferimento. Non è chiaro cosa intenda qui per «darwinismo classico», forse è semplicemente un modo per non urtare la sensibilità degli anti-evoluzionisti radicali.

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Ma la teoria dell’evoluzione, in un modo o nell’altro, mi è sembrata plausibile, e sebbene avessi divorato Tornado in a Junkyard e tutti gli altri libri sul creazionismo della Terra giovane, alla fine non sono più riuscito a conciliare la mia comprensione della biologia con ciò che la mia Chiesa mi diceva di credere. Non ho mai aderito al creazionismo della Terra giovane al punto da pensare di dover scegliere tra la biologia e la Genesi, ma la tensione tra il racconto scientifico delle nostre origini e il racconto biblico che avevo assimilato mi ha permesso di rifiutare più facilmente la mia fede.

Qui, J. D. Vance afferma chiaramente che uno dei motivi principali del suo allontanamento dalla fede è stata l’adesione dell’ambiente religioso in cui è cresciuto alle teorie creazioniste, comprese talvolta le loro varianti più radicali denominate «  Terra Giovane », che danno una lettura letterale del Libro della Genesi — secondo cui la Terra sarebbe stata creata da Dio in 7 giorni poco più di 5.000 anni fa. Tornado in a Junkyard (il tornado in una discarica) indica un tipo di argomento fallace che, con l’ausilio di calcoli probabilistici, esclude il caso nella comparsa della vita sulla Terra, a favore di un « disegno intelligente » spesso identificato con la volontà divina. Non tutti i sostenitori dell’Intelligent Design sono tuttavia creazionisti della Terra giovane.

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E la verità è che l’ho rifiutata per il motivo più semplice che ci sia: la follia delle masse. Il mio nuovo ateismo si riduceva in gran parte al desiderio di essere socialmente accettato dalle élite americane. Ho trascorso così tanto tempo con persone diverse, con priorità diverse, che non ho potuto fare a meno di assorbire alcune delle loro preferenze. Ho iniziato a interessarmi al secolarismo proprio nel momento in cui ero concentrato sul lasciare i Marines e sul mio imminente ingresso all’università. Sapevo cosa tendono a pensare della religione le persone istruite: nel migliore dei casi, è provinciale e stupida; nel peggiore, è diabolica.

L’ammissione di Vance alla Ohio State nel 2007, dopo aver trascorso quattro anni nei Marines, lo colpì meno della sua ammissione alla facoltà di giurisprudenza di Yale tre anni dopo. In Hillbilly Elegy, Vance scrive che dopo aver lasciato la sua città, Middletown, per la prestigiosa università, non sarebbe « mai più tornato ». È proprio all’arrivo a Yale che incontra Usha Chilukuri, che diventerà sua moglie qualche anno dopo, e che conosce Peter Thiel, con cui lavorerà in seguito, ma è anche lì che passa all’« altro campo » — quello delle élite.

Nonostante le sue origini popolari, Vance afferma di sentirsi a proprio agio a Yale. Il mistero che suscita nei suoi professori e compagni lo aiuta a costruirsi un’immagine di transfuga — il che ha in parte giustificato la decisione di Trump di sceglierlo come candidato alla vicepresidenza, per poter raggiungere le classi medie del Midwest.

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Facendo eco a Hitchens, ho iniziato a pensare e persino a dire cose del tipo: «Il cosmo cristiano assomiglia più alla Corea del Nord che all’America, e so dove mi piacerebbe vivere». Mi stavo integrando nella mia nuova classe, sia nei fatti che nelle emozioni. Mi vergogno ad ammetterlo, ma la verità spesso dà una cattiva immagine di chi la dice.

E se posso dire qualcosa in mia difesa: questo cambiamento non è stato proprio consapevole. Non mi sono detto: «Non sarò cristiano perché i cristiani sono dei bifolchi e voglio radicarmi saldamente nella classe dominante della meritocrazia». La socializzazione opera in modo sottile, ma molto potente. Mio figlio ha due anni e, negli ultimi sei mesi, mentre la sua intelligenza sociale è aumentata vertiginosamente, è passato dalla fase in cui strappava i peli al nostro pastore tedesco a quella in cui lo prende in braccio e lo bacia allegramente. In parte ciò si spiega con la gioia di dare e ricevere affetto dal migliore amico dell’uomo, ma in parte deriva anche dal fatto che io e mia moglie facciamo smorfie e ci lamentiamo quando tortura il cane, ma ridiamo quando gli mostra il suo affetto. Lui reagisce un po’ come reagivo io alla classe colta a cui sono stato lentamente esposto. All’università, pochissimi dei miei amici e ancora meno dei miei professori avevano una fede religiosa. Il secolarismo forse non era una condizione sine qua non per entrare a far parte delle élite, ma rendeva le cose più facili.

In questi due paragrafi, J. D. Vance torna nuovamente a riflettere sul proprio percorso e cerca di distinguere con precisione le ragioni di accettabilità sociale — il desiderio di integrarsi tra le élite liberali — all’origine di scelte che egli riteneva tuttavia personali. In questo, la sua riflessione si avvicina all’analisi sociologica, ma la sua introspezione assume anche accenti agostiniani: come l’Agostino delle Confessioni, condanna e cerca di spiegare gli smarrimenti del suo io passato in nome della verità ritrovata del suo io presente.

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Certo, se me lo aveste detto quando avevo ventiquattro anni, avrei protestato con veemenza. Avrei citato non solo Hitchens, ma anche Russell e Ayer. Vi avrei elencato tutte le ragioni per cui C.S. Lewis era un idiota i cui argomenti potevano reggere solo di fronte a intellettuali di terza categoria.

I filosofi britannici Bertrand Russell (1872-1970) e A. J. Ayer (1910-1989), vicini al pensiero del Circolo di Vienna, hanno entrambi cercato di dimostrare l’irrazionalità delle credenze religiose ricorrendo alla logica. Da ciò si deduce anche che J. D. Vance abbia conosciuto essenzialmente la filosofia analitica nel corso dei suoi studi.

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Guardavo Ravi Zacharias solo per individuare le incongruenze nelle sue argomentazioni, nel timore che un cristiano colto potesse usarle contro di me. Ero orgoglioso di poter smentire l’opposizione con la mia logica. Al centro della mia visione del mondo c’era una sorta di arroganza emotiva e intellettuale.

Al contrario, lo scrittore britannico C. S. Lewis (1898-1963), noto nel mondo francofono soprattutto come autore di fantasy, è anche autore di una vasta opera di apologetica filosofica a favore del cristianesimo anglicano

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Tuttavia, mi rassicuravo rifacendomi a una filosofa il cui ateismo e libertarismo mi dicevano proprio quello che volevo sentire: Ayn Rand. Gli uomini grandi e intelligenti erano arroganti solo se avevano torto — e io non avevo assolutamente torto.

Ayn Rand (1905-1982), autrice di Lo sciopero, è una scrittrice statunitense spesso citata dai libertari per la sua «filosofia oggettivista» dalle pretese scientifiche, una forma radicale di libertarismo e anticollettivismo; è anche radicalmente atea e antireligiosa.

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Ma c’erano alcuni semi di dubbio, uno piantato nella mia mente, l’altro nel mio cuore. Il primo è emerso durante una lezione di filosofia alla Ohio State University. Avevamo letto un famoso dibattito scritto tra Antony Flew, R.M. Hare e Basil Mitchell. Flew, un ateo (anche se in seguito si è ricreduto), sostiene che le affermazioni teologiche — come «Dio ama l’uomo» — sono fondamentalmente infalsificabili e quindi prive di significato. Poiché i credenti non lasciano che alcun fatto si opponga alla loro fede, i loro punti di vista non sono realmente affermazioni sul mondo. Ciò corrispondeva perfettamente alla mia esperienza di ciò che dicono i credenti quando si trovano di fronte a difficoltà apparenti. Vi trovate di fronte a una tragedia indescrivibile? «Le vie del Signore sono imperscrutabili». Affrontate la solitudine e la disperazione? «Dio vi ama sempre». Se le sfide, realistiche ed evidenti, a questi sentimenti sono state affrontate e poi ignorate dai fedeli, allora la loro fede deve essere piuttosto vuota. La nostra classe trascorreva la maggior parte del tempo a discutere della prima serie di argomenti di Flew e della risposta di Hare — che, in sostanza, ammette il punto di vista di Flew, ma sostiene che i sentimenti religiosi sono comunque significativi e potenzialmente veri.

Questo dibattito è infatti relativamente noto nel mondo della filosofia della religione anglosassone. Riguardante la scientificità della teologia, e quindi il suo carattere « infalsificabile », in una prospettiva ispirata ai lavori di Karl Popper e Ludwig Wittgenstein, ha visto contrapposti Anthony Flew (1923-2010), logico ateo che, verso la fine della sua vita, si è avvicinato a posizioni deiste — a cui allude J. D. Vance — e Basil Mitchell (1917-2011), professore di filosofia della religione a Oxford, sostenitore del carattere razionale delle affermazioni religiose. R. M. Hare (1919-2002), che si è distinto piuttosto nella filosofia morale ed etica, sviluppa la teoria del prescriptivismo (a metà strada tra l’utilitarismo e il kantismo).

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La risposta di Basil Mitchell ha ricevuto meno attenzione durante quel corso, ma le sue parole rimangono tra le più potenti che io abbia mai letto. Da allora ci penso continuamente. Inizia con una parabola su un soldato della resistenza in tempo di guerra, in un territorio occupato, che incontra uno « straniero ». Il soldato è così affascinato dallo straniero da credere che sia il capo della resistenza.

A volte si vede lo straniero aiutare i membri della resistenza, e il partigiano, riconoscente, dice ai suoi amici: «È dalla nostra parte». A volte lo si vede in divisa da poliziotto mentre consegna i patrioti all’occupante. In questo caso, i suoi amici mormorano contro di lui, ma il partigiano continua a dire: «& È dalla nostra parte ». Crede sempre che, nonostante le apparenze, lo straniero non lo abbia ingannato. A volte chiede aiuto allo straniero e lo riceve. Allora è grato. A volte chiede e non riceve. Allora dice : « Lo straniero sa meglio di chiunque altro ». A volte i suoi amici, esasperati, dicono: «Allora, cosa dovrebbe fare perché tu ammetta che ti sbagliavi e che non è dalla nostra parte?» Ma il sostenitore si rifiuta di rispondere. Non vuole accettare di mettere alla prova lo straniero. E a volte i suoi amici si lamentano: «Se è questo che intendi per “è dalla nostra parte”, prima che passi a miglior vita, meglio è». Il sostenitore della parabola non lascia che nulla si opponga in modo decisivo alla proposizione: «Lo straniero è dalla nostra parte». Questo perché si è impegnato a fidarsi dello straniero. Tuttavia, riconosce ovviamente che il comportamento ambiguo dello straniero va contro ciò che crede di lui. È proprio questa situazione che costituisce la prova della sua fede.

All’epoca feci del mio meglio per ignorare la risposta di Mitchell. Flew aveva descritto perfettamente la fede che avevo rifiutato. Ma Mitchell esprimeva una fede che non avevo mai incontrato personalmente. Il dubbio era inaccettabile. Avevo pensato che la risposta adeguata a una prova di fede fosse quella di sopprimerla e fare finta che non fosse mai esistita. Ma ecco che Mitchell ammetteva che il disgregarsi del mondo e le nostre tribolazioni individuali andavano contro l’esistenza di Dio. Ma non in modo definitivo. Alla fine giunsi alla conclusione che Mitchell avesse vinto il dibattito filosofico di anni prima, prima di rendermi conto di quanto la sua umiltà di fronte al dubbio avesse influenzato la mia stessa fede.

Il significato della «parabola di Mitchell» o «parabola del partigiano» non è di per sé evidente: piuttosto che una giustificazione dell’esistenza di Dio, essa tende a descrivere l’atteggiamento esistenziale di alcuni credenti — la fiducia iniziale concessa e mai revocata nonostante l’onnipresenza del dubbio. Per certi aspetti, la si può avvicinare alla scommessa di Pascal, o alla dottrina agostiniana del chiaroscuro delle Scritture.

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Man mano che avanzavo nel nostro sistema educativo — passando dall’università pubblica dell’Ohio alla facoltà di giurisprudenza di Yale —, ho iniziato a preoccuparmi del fatto che la mia assimilazione alla cultura dell’élite avesse un costo elevato.

Negli Stati Uniti, infatti, le università più prestigiose sono le otto che compongono l’Ivy League — Harvard, Princeton, Yale, Columbia, Brown, Cornell, Dartmouth, Università della Pennsylvania —, e sono tutte università private e di lunga tradizione. Tra queste, Yale, senza dubbio la più rinomata dopo Harvard e Princeton, si distingue in particolare nelle scienze umane e nel diritto — ovvero le materie studiate da J. D. Vance. A un livello intermedio si trovano le università pubbliche, finanziate dagli Stati federati; l’Università statale dell’Ohio è tuttavia già una delle università pubbliche più selettive.

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Un giorno mia sorella mi ha detto che la canzone che le faceva pensare a me era « Simple Man » dei Lynyrd Skynyrd. Anche se mi ero innamorato, mi sono reso conto che i demoni emotivi della mia infanzia mi impedivano di essere il partner che avevo sempre desiderato essere.

Canzone di questo gruppo rock del Sud che descrive l’incomprensione tra i valori tradizionali dei genitori e il desiderio di successo di un giovane.

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L’arroganza randiana che nutrivo nei confronti delle mie capacità è svanita quando mi sono reso conto che l’ossessione per il successo non mi avrebbe portato a realizzare ciò che era stato più importante per me per gran parte della mia vita: una famiglia felice e prospera.

Probabilmente si tratta qui della costante più importante nella vita di Vance: la struttura familiare e la stabilità che essa garantisce hanno occupato un posto centrale nella sua giovinezza in Ohio, e questo è ormai diventato uno degli argomenti più sottolineati dal candidato alla vicepresidenza di Trump nei suoi discorsi. Vance detesta coloro che, per scelta o per convinzione, decidono di non avere una famiglia. Le « childless cat ladies » — donne con gatti senza figli — un’espressione usata più volte da Vance dal 2021, incarnano tutto ciò che secondo lui non va nell’America contemporanea : una presunta mancanza di fiducia nel futuro, nell’importanza della famiglia e, inoltre, un’emancipazione delle donne troppo spinta che oggi permette loro di pensare a una carriera professionale e a una vita familiare pur non avendo figli.

Nel mese di agosto, Vance ha preso di mira diverse personalità democratiche senza figli — il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, il senatore del New Jersey Cory Booker, la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez e la vicepresidente Kamala Harris —, accusandoli di non avere «un impegno concreto [tramite i figli] per il futuro di questo Paese».

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Mi ero immerso nella logica della meritocrazia e l’avevo trovata profondamente insoddisfacente. Ho iniziato a chiedermi se tutti quei parametri di successo mi rendessero una persona migliore. Avevo scambiato la virtù con il successo e avevo trovato quest’ultimo insufficiente. Alla donna che volevo sposare importava poco se avrei ottenuto un posto alla Corte Suprema: voleva semplicemente che fossi una brava persona.

È ovviamente possibile che esageriamo le nostre mancanze. Non ho mai tradito quella che allora era la mia futura moglie. Non sono mai stato violento con lei. Ma una voce nella mia testa esigeva di più da me: che mettessi i suoi interessi prima dei miei, che tenessi a freno il mio temperamento per il suo bene, tanto quanto per il mio. E ho cominciato a rendermi conto che quella voce, da qualunque parte venisse, non era la stessa che mi costringeva a salire il più in alto possibile sulla scala della meritocrazia. Veniva da un luogo più remoto dentro di me, più concreto — e esigeva una riflessione sulle mie origini piuttosto che un divorzio culturale da esse.

In questo passaggio e nei paragrafi precedenti si intrecciano diversi registri: forse, innanzitutto, l’abilità del politico, che sa dosare gli elementi personali e fare leva sull’emotività di un elettorato che pone i valori familiari al centro delle proprie preoccupazioni; anche il tono delle confessioni personali sui fallimenti iniziali e sull’arroganza di cui Vance si sarebbe pentito è pensato per conquistare la simpatia; ma c’è senza dubbio qualcosa di più: il riconoscimento delle carenze sociali della meritocrazia, unito a un’insoddisfazione esistenziale di fronte a ciò che gli era stato presentato come successo, ma che offre solo vacuità. Anche in questo caso, c’è qualcosa di molto agostiniano nella presentazione di questo percorso e nel tema della « voce », richiamo interiore al superamento del successo materiale.

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Mentre riflettevo su questi due desideri — il desiderio di successo e quello di moralità — e sul modo in cui si contrapponevano (o meno), mi sono imbattuto in una meditazione di Sant’Agostino sulla Genesi. Ero un fervente ammiratore di Sant’Agostino da quando un docente di teoria politica all’università mi aveva fatto leggere La Città di Dio. Ma le sue riflessioni sulla Genesi mi hanno colpito e meritano di essere riportate per esteso:

Se la Scrittura ci presenta verità oscure, al di là della nostra comprensione, che, senza scuotere la fermezza della nostra fede, si prestano a diverse interpretazioni, guardiamoci bene dall’adottare un’opinione e dall’aderirvi in modo così cieco da soccombervi, quando un esame approfondito ne dimostra la falsità; lungi dal sostenere il pensiero della Scrittura, non faremmo altro che sostenere un’opinione personale, sostituendo il nostro particolare significato a quello della Scrittura, mentre il pensiero della Scrittura deve diventare il nostro.

Ammettiamo effettivamente che, riguardo a questo passo: «Dio disse: “Sia la luce”», alcuni vedano nella luce una chiarezza intellettuale, altri un fenomeno fisico. Che esista una luce intellettuale che illumina gli animi è un punto accettato nella nostra fede; quanto all’ipotesi di una luce materiale creata nel cielo, o sopra il cielo, o addirittura prima del cielo, e in grado di far posto alla notte, essa non è contraria alla fede, purché non sia confutata da una verità incontestabile. È stata riconosciuta falsa? La Scrittura non la conteneva; era solo il frutto dell’ignoranza umana […].

E poi cosa succede? Il cielo, la terra e gli altri elementi, le rivoluzioni, la grandezza e le distanze degli astri, le eclissi del sole e della luna, il movimento periodico dell’anno e delle stagioni; le proprietà degli animali, delle piante e dei minerali sono oggetto di conoscenze precise, che si possono acquisire, senza essere cristiani, attraverso il ragionamento o l’esperienza. Ora, nulla sarebbe più vergognoso, più deplorevole e più pericoloso della situazione di un cristiano che, trattando di queste materie davanti agli infedeli come se espone loro le verità cristiane, snocciolasse tante assurdità che, vedendolo avanzare errori grandi come montagne, essi potrebbero a malapena trattenersi dal ridere. Che un uomo provochi il riso con le sue gaffe è un piccolo inconveniente; il male sta nel far credere agli infedeli che gli autori sacri ne siano gli autori, e nel dare loro, a danno delle anime di cui ci preoccupiamo per la salvezza, un’aria di grossolana e ridicola ignoranza. Come infatti, dopo aver visto un cristiano sbagliarsi su verità a loro familiari, e attribuire ai nostri Libri sacri le sue false opinioni, come, dico, potrebbero abbracciare, sull’autorità di questi stessi libri, i dogmi della resurrezione dei corpi, della vita eterna, del regno dei cieli, quando immaginano di scoprirvi errori su verità dimostrate dal ragionamento e dall’esperienza ? 9

Non potevo fare a meno di pensare a come avrei reagito a quel passaggio da bambino: se qualcuno mi avesse presentato lo stesso argomento quando avevo 17 anni, l’avrei definito un eretico. Si trattava di una forma di compiacenza nei confronti della scienza, dello stesso tipo a cui cedono i cristiani moderati contemporanei e di cui Bill Maher si prende giustamente gioco. Eppure, 1.600 anni fa, qualcuno scrisse che il mio approccio alla Genesi era arrogante — del tipo che avrebbe potuto allontanare una persona dalla fede.

Bill Maher è un comico statunitense, inizialmente vicino al Partito Democratico e poi ai libertari, nonché critico del conformismo religioso oscurantista dell’America profonda. J. D. Vance ricorre a questo riferimento per dimostrare che è stato innanzitutto il razionalismo di Agostino ad affascinarlo: in lui ha scoperto un cristiano più razionale rispetto all’ambiente letteralista in cui è cresciuto.

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Si è rivelato che quelle parole fossero fin troppo azzeccate, e hanno causato la prima crepa nella mia proverbiale corazza. Ho iniziato a diffondere questa citazione tra i miei amici, credenti e non, e ci ho riflettuto a lungo.

Più o meno nello stesso periodo, ho assistito a una conferenza di Peter Thiel nella nostra facoltà di giurisprudenza. Era il 2011 e Thiel era già un affermato investitore in capitale di rischio, ma non era ancora molto conosciuto dal grande pubblico. In seguito avrebbe elogiato il mio libro ed è diventato da allora un mio caro amico, ma in quel momento non sapevo affatto cosa aspettarmi.

Peter Thiel, nato nel 1967, è un imprenditore e investitore in capitale di rischio, noto per aver fondato PayPal e successivamente Palantir, società specializzata in Big Data, nonché importante investitore in Facebook. Dal punto di vista politico, è stato vicino alle idee libertarie e alleato del Partito Repubblicano, ma le sue posizioni iconoclastiche e spesso radicali su numerosi argomenti lo rendono ormai inclassificabile, un po’ sull’esempio di Elon Musk. Nel brano raccontato da Vance, sembra assumere il ruolo di critico delle utopie tecnologiche della Silicon Valley, di cui è tuttavia un valido rappresentante.

Thiel è stato un sostenitore finanziario e politico piuttosto inaspettato di Donald Trump durante la campagna elettorale del 2016. In un’intervista rilasciata a The Atlantic nel novembre 2023, racconta che Trump ha cercato di convincerlo a donare 10 milioni di dollari 10. L’ex presidente aveva in particolare invocato il suo sostegno a Vance durante la sua campagna per l’elezione al Senato nel 2022.

Oltre al sostegno finanziario, Thiel rappresenta anche un pilastro fondamentale dello sforzo di radicalizzazione del Partito Repubblicano — talvolta definito «Nuova destra» — verso posizioni sempre più conservatrici. In particolare, dal 2019 partecipa a ogni conferenza annuale dei nazional-conservatori (NatCon).

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Ha iniziato parlando a titolo personale: ha sottolineato che nel mondo del lavoro eravamo sempre più coinvolti in una competizione spietata. Eravamo in competizione per i posti di assistente in appello, poi per quelli di assistente alla Corte Suprema. Eravamo in competizione per posti di lavoro in studi legali d’élite, poi per diventare soci in quegli stessi studi. Ad ogni fase, diceva, i nostri lavori sarebbero stati accompagnati da orari di lavoro più lunghi, alienazione sociale, in particolare rispetto ai nostri pari, e incarichi il cui prestigio non avrebbe compensato la mancanza di senso. Ha anche affermato che il mondo in cui lavora, la Silicon Valley, dedica troppo poco tempo alle innovazioni tecnologiche che migliorano la vita — in biologia, energia e trasporti — e troppo tempo a software e telefoni cellulari. Ormai tutti potevano scambiarsi tweet o pubblicare foto su Facebook, ma ci voleva molto tempo per raggiungere l’Europa, non avevamo una cura contro il declino cognitivo e la demenza, e il nostro consumo energetico inquinava sempre più il pianeta. Per lui, queste due tendenze — l’élite professionale intrappolata in lavori ipercompetitivi e la stagnazione tecnologica della società — erano collegate. Se l’innovazione tecnologica fosse il motore di una vera prosperità, le nostre élite non si sentirebbero sempre più in competizione tra loro per un numero sempre minore di risultati prestigiosi.

Thiel proviene lui stesso dalla Silicon Valley, ma non esita a scagliarsi contro le Big Tech e il monopolio che esercitano. In particolare, sostiene la necessità di una «repressione repubblicana» (Republican crackdown), il suo nemico giurato, la cui dimensione minaccia i suoi interessi finanziari. Il discorso di Thiel nei confronti delle grandi aziende tecnologiche — e in particolare dei social network, come Facebook, e del motore di ricerca di Google — converge in questo senso con quello di Musk, il quale ritiene che queste agiscano contro i conservatori, in particolare manipolando le informazioni prima delle elezioni.

Musk e Thiel condividono anche diversi elementi biografici: oltre ad aver entrambi vissuto in Sudafrica durante l’apartheid, due dei biografi dei miliardari della tecnologia, Max Chafkin e Walter Isaacson, raccontano come entrambi siano stati vittime di bullismo durante l’infanzia. Crescendo, hanno adottato meccanismi di difesa che ora sembrano spingerli verso il quadro cupo dell’America che oggi dipinge Donald Trump. Thiel ripete da diversi anni che si fida solo del candidato con il discorso più pessimista perché «se sei troppo ottimista, dimostri di non essere al passo con i tempi».

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L’intervento di Peter rimane il momento più significativo del mio soggiorno alla facoltà di giurisprudenza di Yale. Ha dato voce a un sentimento che non aveva ancora preso forma: ero ossessionato dal successo in sé, non come fine di qualcosa di significativo, ma per vincere una competizione sociale. La mia preoccupazione per il fatto di aver dato priorità allo sforzo piuttosto che al carattere ha assunto maggiore importanza: impegnarsi, ma per cosa? Non sapevo nemmeno perché mi interessassero le cose che mi interessavano. Mi consideravo istruito, illuminato e particolarmente saggio riguardo alle vie del mondo — almeno rispetto alla maggior parte degli abitanti della mia città natale. Eppure, ero ossessionato dall’ottenere referenze professionali — un tirocinio presso un giudice federale, poi un posto di socio in uno studio prestigioso — che non capivo. Odiavo la mia limitata esposizione alla pratica legale. Ho guardato al futuro e mi sono reso conto di aver partecipato a una corsa disperata il cui primo premio era un lavoro che detestavo.

Ho iniziato subito a pianificare una carriera al di fuori del diritto, il che spiega perché ho esercitato la professione di avvocato per meno di due anni dopo la laurea. Peter mi ha trasmesso un’ultima cosa: era probabilmente la persona più intelligente che avessi mai incontrato, ma era anche cristiano. Sfidava il modello sociale che mi ero costruito, secondo cui le persone stupide erano cristiane e quelle intelligenti atee. Ho iniziato a chiedermi da dove derivasse la sua fede religiosa, il che mi ha portato a René Girard, il filosofo francese con cui aveva evidentemente studiato a Stanford. Il pensiero di Girard è così ricco che qualsiasi tentativo di sintesi non gli rende giustizia. La sua teoria della rivalità mimetica, secondo cui tendiamo a competere per le cose che gli altri vogliono, si applicava direttamente ad alcune delle pressioni che avevo sentito a Yale. Ma è stata la sua teoria del capro espiatorio — e ciò che essa rivela sul cristianesimo — a farmi riconsiderare la mia fede.

Il filosofo e antropologo francese René Girard (1923-2015) ha svolto quasi tutta la sua carriera accademica nelle università americane, concludendola come professore all’Università di Stanford. Pensatore del desiderio mimetico — secondo cui ogni desiderio di un oggetto è mediato dal desiderio degli altri — e della violenza fondatrice dell’ordine sociale attraverso il fenomeno del capro espiatorio, rimane un punto di riferimento fondamentale del pensiero cristiano contemporaneo. Ha sempre affermato che sono stati gli sviluppi logici del suo sistema a portarlo a riconoscere la verità del cristianesimo, e non la sua conversione al cattolicesimo ad aver influenzato il suo pensiero in senso apologetico. Rimane piuttosto noto negli Stati Uniti nei circoli conservatori e ha esercitato una grande influenza su Peter Thiel.

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Una delle idee centrali di Girard è che le civiltà umane si fondano spesso, se non sempre, sul «mito del capro espiatorio» — un atto di violenza commesso contro qualcuno che ha arrecato danno all’intera comunità, narrato come una sorta di storia originaria della comunità stessa.

Girard sottolinea che Romolo e Remo sono, come Cristo, figli divini e, come Mosè, furono deposti in una cesta sul fiume per salvarli da un re geloso. C’è stato un tempo in cui tali paragoni mi facevano rizzare i capelli, poiché temevo che ogni apparente mancanza di originalità da parte delle Scritture significasse che non potessero essere vere. Si tratta di un espediente retorico comune del Nuovo ateismo: indicare un racconto della creazione — come il racconto del diluvio nell’Epopea di Gilgamesh — come prova che gli autori delle Scritture abbiano plagiato la loro storia da una civiltà precedente. Ne consegue ragionevolmente che, se la storia biblica è stata presa in prestito da un’altra civiltà, la versione della storia fornita dalla Bibbia potrebbe non essere la parola di Dio.

Ma Girard respinge questa deduzione e si concentra sulle analogie tra i racconti biblici e quelli di altre civiltà. Per Girard, la storia cristiana presenta una differenza fondamentale — una differenza che rivela qualcosa di «nascosto sin dalla fondazione del mondo». Nel racconto cristiano, il capro espiatorio per eccellenza non ha fatto alcun male alla civiltà, è la civiltà che ha fatto del male a lui. La vittima della follia della folla è, come lo era Cristo, infinitamente potente — in grado di impedire il proprio omicidio — e perfettamente innocente — non meritevole della rabbia e della violenza della folla. In Cristo vediamo i nostri sforzi di attribuire la colpa e le nostre mancanze a una vittima per quello che sono: una mancanza morale proiettata con violenza su qualcun altro. Cristo è il capro espiatorio che rivela le nostre imperfezioni e ci costringe a guardare ai nostri difetti piuttosto che accusare le vittime scelte dalla nostra società.

Nei paragrafi precedenti, J. D. Vance offre una sintesi piuttosto fedele del sistema girardiano, che parte dall’analisi dei miti per individuarne i meccanismi arcaici di violenza, successivamente ritualizzati. Egli solleva un’obiezione spesso mossa al cristianesimo dai sostenitori del Nuovo ateismo — ovvero Hitchens e Harris, citati in precedenza —, un’obiezione in realtà molto antica, che riguarda la somiglianza di tutti i miti religiosi. Il cristianesimo si distinguerebbe comunque in quanto sarebbe la religione che svelerebbe il meccanismo del capro espiatorio occultato da tutte le altre credenze religiose.

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Le persone giungono alla verità in modi diversi, e sono certo che alcuni troveranno questo racconto insoddisfacente. Ma nel 2013 ha colto in modo incredibilmente accurato la psicologia della mia generazione, in particolare dei suoi membri più privilegiati. Impantanati sui social media, abbiamo individuato un capro espiatorio e ci siamo avventati su di lui online. Eravamo guerrieri della tastiera, attaccando le persone su Facebook e Twitter, ciechi di fronte ai nostri stessi problemi. Lottavamo per lavori che in realtà non volevamo, fingendo al contempo di non fare alcuno sforzo per ottenerli.

Si tratta in questo caso di una nuova divulgazione del pensiero girardiano, questa volta incentrata sulla rivalità mimetica (Mensonge romantique et vérité romanesque, 1961), che ha riscosso ampio successo.

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La conseguenza, in fin dei conti, è che avevo perso il senso della virtù. Mi vergognavo di più di non superare un esame alla facoltà di giurisprudenza che di perdere le staffe con la mia ragazza.

Tutto questo doveva cambiare. Era ora di smetterla di cercare capri espiatori e di concentrarmi su ciò che potevo fare per migliorare le cose.

Queste riflessioni molto personali sulla fede, la conformità e la virtù hanno coinciso con uno dei miei progetti di scrittura che avrebbe riscosso un grande successo di pubblico: Hillbilly Elegy, un libro a metà strada tra le memorie e il commento sociale che ho pubblicato nel 2016. Ripensando alle prime bozze del libro, mi rendo conto di quanto sia cambiato tra il 2013 e il 2015: ho iniziato a scrivere il libro arrabbiato, pieno di risentimento nei confronti di mia madre e sicuro delle mie capacità. L’ho terminato con maggiore umiltà e molto incerto sulle misure da adottare per «risolvere» così tanti dei nostri problemi sociali. La risposta che ho trovato, che era insoddisfacente allora quanto lo è oggi, è che è impossibile «risolvere» i nostri problemi sociali. Il meglio che possiamo sperare è di ridurli o di attenuarne gli effetti.

In Hillbilly Elegy, il senatore e candidato alla vicepresidenza al fianco di Donald Trump traccia il ritratto di un’America in declino, caratterizzata dalla povertà, dalla droga, dalla violenza e dalla miseria cronica delle piccole città della rust belt. Il suo racconto esalta inoltre i valori tipici degli Appalachi che gli sarebbero stati trasmessi dalla sua famiglia. Sebbene siano in gran parte disoccupati, a volte dipendenti dalla previdenza sociale per sopravvivere, Vance fa ripetutamente riferimento all’orgoglio, alla solidarietà, al senso del lavoro e della famiglia degli abitanti di Middletown.

L’intento di Vance non è semplicemente quello di denunciare i danni causati dalla deindustrializzazione, ma anche di mettere in luce quelle che egli descrive come le cause della miseria in cui è cresciuto: il disinteresse della classe politica americana per «l’America dei ceti più bassi», la white working class trascurata dai governi che si sono succeduti.

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Nel corso delle mie ricerche, ho notato che molti di questi problemi sociali derivavano da comportamenti per i quali i ricercatori in scienze sociali e gli esperti politici utilizzavano un vocabolario diverso. Da una parte, la discussione verteva spesso sulla «cultura» e sulla «responsabilità personale», ovvero sul modo in cui gli individui o le comunità frenano il proprio progresso. Anche se mi sembrava evidente che ci fosse qualcosa di disfunzionale in alcuni dei luoghi in cui sono cresciuto, il discorso della destra mi appariva un po’ crudele. Non teneva conto del fatto che i comportamenti distruttivi sono quasi sempre tragedie dalle conseguenze terribili. Una cosa è puntare il dito contro una persona che non ha agito in un certo modo, ma un’altra è sentire il peso della miseria che deriva da quelle azioni.

Gli intellettuali di sinistra si sono concentrati molto di più sui problemi strutturali ed esterni che devono affrontare famiglie come la mia: la difficoltà di trovare un lavoro e la mancanza di fondi per determinati tipi di risorse. Sebbene fossi d’accordo sul fatto che spesso siano necessarie maggiori risorse, mi sembrava che i nostri comportamenti più distruttivi persistessero, o addirittura prosperassero, nei periodi di benessere materiale. La sinistra economica mostrava spesso più compassione, ma era un tipo di compassione — priva di qualsiasi aspettativa — che sapeva di rinuncia. Un sentimento di compassione che presuppone che una persona sia svantaggiata al punto da essere disperata, era come l’empatia per un animale dello zoo, e non me ne importava nulla.

Leggere questo articolo, a quattro anni dalla sua pubblicazione iniziale, può sorprendere, dato che il discorso di Vance è notevolmente cambiato riguardo all’identificazione delle cause all’origine dei problemi sociali negli Stati Uniti. Nel 2020, Vance respingeva qui la tesi della «cultura» e della «responsabilità degli individui» come origine dei problemi di povertà, dipendenza o criminalità. Dalla sua elezione al Senato nel 2022, Vance si è radicalmente orientato verso il campo delle «guerre culturali», da cui Trump si era tenuto relativamente lontano fino ad allora.

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Riflettendo su queste visioni del mondo contrastanti, sulla saggezza e sulle lacune di ciascuna di esse, aspiravo a una visione del mondo che interpretasse i nostri comportamenti scorretti come fenomeni al tempo stesso sociali e individuali, strutturali e morali; che riconoscesse che siamo il prodotto del nostro ambiente; che abbiamo la responsabilità di cambiare questo ambiente, ma che siamo sempre esseri morali con doveri individuali; che possa opporsi ai crescenti tassi di divorzio e tossicodipendenza, non traendo conclusioni asettiche sulle loro esternalità sociali negative, ma dimostrando indignazione morale.

In questo brano e nei paragrafi precedenti, J. D. Vance mette sullo stesso piano l’utilitarismo neoliberista della destra, che stigmatizza i poveri in nome della loro responsabilità personale nella propria condizione, e il sociologismo e l’economicismo della sinistra, che dissolvono i dilemmi morali della povertà in sovrastrutture che ne annullano la responsabilità, e gettano sul problema della povertà solo uno sguardo materialista e consumistico. Per J. D. Vance, l’agire morale va di pari passo con una deliberazione etica che si potrebbe avvicinare alla virtù aristotelica della prudenza (phronesis) In questo senso, egli si avvicina a un’etica delle virtù neo-aristotelica come quella sviluppata, ad esempio, dal filosofo Alasdair MacIntyre (nato nel 1929).

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Alla fine mi sono reso conto che ero già stato esposto a quella visione del mondo: attraverso il cristianesimo di Mamaw. E il nome che lei dava ai comportamenti che avevo visto distruggere vite e comunità era «peccato». Mi sono ricordato di uno dei passaggi delle Scritture che meno preferivo, Numeri 14:18, e l’ho visto sotto una nuova luce: «& nbsp;Il Signore è lento all’ira e ricco di bontà, perdona l’iniquità e la ribellione ; ma non tiene il colpevole per innocente e punisce l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione ».

Attingendo a questo riferimento scritturale dell’Antico Testamento, Vance spiega che il concetto religioso e morale di peccato è l’unico in grado di conciliare la responsabilità individuale con le conseguenze sociali che vanno oltre l’individuo; esso permette di collegare l’orientamento morale al discorso sociale e politico. La sua visione del peccato come struttura al tempo stesso personale e collettiva può essere accostata alla riflessione di Papa Giovanni Paolo II sulle «strutture del peccato» nella dottrina sociale della Chiesa. Sullo sfondo, la dottrina agostiniana del peccato originale è ovviamente imprescindibile per articolare l’imputabilità soggettiva e le conseguenze oggettive.

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Una decina di anni fa, vi vedevo la prova dell’esistenza di un Dio vendicativo e irrazionale. Eppure, chi potrebbe guardare alle statistiche su ciò che la nostra cultura e la politica condotta all’inizio del XXI secolo hanno generato — la miseria, l’aumento dei tassi di suicidio, le «morti per disperazione» nel paese più ricco del mondo — e dubitare che i peccati dei genitori abbiano un qualche effetto sui loro figli

E, ancora una volta, le parole di Sant’Agostino, pronunciate un millennio e mezzo prima, hanno risuonato, esprimendo una verità che sentivo da tempo ma che non avevo mai formulato. Si tratta di un brano tratto da La Città di Dio, in cui Agostino descrive la dissolutezza della classe dirigente di Roma:

Ciò che ci sta a cuore è che ciascuno accresca ogni giorno le proprie ricchezze per soddisfare le proprie continue stravaganze e sottomettere i deboli. Che i poveri corteggiino i ricchi per avere di che vivere e per godere di una tranquilla oziosità all’ombra della loro protezione; che i ricchi facciano dei poveri gli strumenti della loro vanità e del loro fastoso mecenatismo. Che i popoli salutino con i loro applausi, non i tutori dei loro interessi, ma i fornitori dei loro piaceri; che nulla di penoso sia comandato, nulla di impuro sia proibito; che i re si preoccupino di trovare nei loro sudditi, non la virtù, ma la docilità; che i sudditi obbediscano ai re, non come a direttori dei loro costumi, ma come ad arbitri della loro fortuna e a intendenti delle loro voluttà, provando per loro, al posto di un sincero rispetto, un timore servile ; che le leggi veglino piuttosto a conservare a ciascuno la sua vigna che la sua innocenza ; che siano chiamati in giudizio solo coloro che attentano al bene o alla vita altrui, e che per il resto sia permesso fare liberamente tutto ciò che si vuole dei propri cari o con i propri cari, o con tutti coloro che vogliono acconsentirvi; che le prostitute abbondino per le strade per chiunque desideri goderne, soprattutto per coloro che non hanno i mezzi per mantenere una concubina ; ovunque case vaste e magnifiche, banchetti sontuosi, dove chiunque, purché lo voglia o possa, trovi giorno e notte il gioco, il vino, il vomitorio, la voluttà ; che ovunque si senta il rumore della danza ; che il teatro fremi per i trasporti di una gioia dissoluta e per le emozioni che suscitano i piaceri più vergognosi e crudeli. Che sia dichiarato nemico pubblico chiunque osi biasimare questo genere di felicità ; e se qualcuno vuole ostacolarlo, che non sia ascoltato, che il popolo lo strappi dal suo posto e lo elimini dal numero dei viventi ; che siano considerati veri dei solo coloro che hanno procurato al popolo questa felicità e che gliela conservano. 11

J. D. Vance ricorre qui a questo brano del libro II de La Città di Dio per criticare il consumismo e l’edonismo delle società occidentali, in particolare quella americana. La sua critica morale ha anche una dimensione sociale: i comportamenti edonistici che egli condanna sono soprattutto quelli dell’élite romana/washingtoniana, in contrapposizione alla massa della gente comune che avrebbe saputo conservare il senso dei valori morali.

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È la migliore critica della nostra epoca moderna che io abbia mai letto. Una società interamente orientata al consumo e al piacere, che rifiuta il dovere e la virtù. Poco dopo aver letto queste parole per la prima volta, il mio amico Oren Cass ha pubblicato un libro in cui sostiene che i responsabili politici americani si sono concentrati troppo sulla promozione del consumo a scapito della produttività, o di qualsiasi altra misura del benessere. La reazione — criticare Oren per aver osato proporre politiche che potrebbero ridurre il consumo — ha quasi dimostrato la validità dell’argomento. «Sì», mi sono sorpreso a dire, «le politiche preferite da Oren potrebbero ridurre il consumo pro capite. Ma è proprio questo il problema: la nostra società è più della somma delle sue statistiche economiche. Se le persone muoiono prima pur avendo raggiunto livelli di consumo senza precedenti, allora forse l’attenzione che dedichiamo al consumo non è saggia ».

Oren Cass (nato nel 1983, come J.D. Vance) è uno spin doctor e consulente politico statunitense, capo economista del think tank conservatore American Compass. Ha partecipato, tra l’altro, alla campagna presidenziale di Mitt Romney. Il libro di Cass citato da Vance è The Once and Future Worker, un saggio di grande rilievo sulla produttività e il valore del lavoro che critica l’attenzione delle politiche pubbliche sul consumo piuttosto che sulla produzione, il che lo porta a sostenere una forma di protezionismo. Vance lo utilizza qui per contestare l’assolutizzazione delle statistiche economiche come indicatore del benessere di un paese. Lo avevamo intervistato a lungo sulla rivista per comprenderne la dottrina.

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Ed è proprio questa intuizione, più di ogni altra cosa, che alla fine mi ha condotto non solo al cristianesimo, ma anche al cattolicesimo. Nonostante mia madre non conoscesse la liturgia, né le influenze culturali romane e italiane, né quel papa straniero, ho iniziato lentamente a vedere il cattolicesimo come l’espressione più vicina al suo tipo di cristianesimo: ossessionato dalla virtù, ma consapevole del fatto che la virtù si forma nel contesto di una comunità più ampia; compassionevole verso i deboli e i poveri del mondo senza trattarli solo come vittime; protettore dei bambini e delle famiglie e dotato di ciò che è necessario per garantire loro il benessere. E soprattutto: una fede incentrata su un Cristo che esige da noi la perfezione pur amando incondizionatamente e perdonando facilmente.

Per J. D. Vance, il cattolicesimo, all’interno delle confessioni cristiane, rappresenta un giusto equilibrio tra l’esigenza di virtù e di perfezionamento morale, e quindi di responsabilizzazione, e la necessità di essere compassionevoli e di aiutare socialmente i più bisognosi; o, per dirla in termini religiosi, tra giustizia e misericordia. L’esistenza del sacramento della penitenza — la confessione individuale, inesistente tra i protestanti — e di altre istanze di mediazione, contraddistingue a suo avviso la Chiesa cattolica.

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È stata proprio questa idea a farmi passare da alcune conversazioni informali con i religiosi domenicani a un periodo di studio più approfondito, in particolare con uno di loro. Avrei quasi voluto che non fosse stato un processo così graduale, che ci fosse stato un momento decisivo che mi facesse capire che dovevo diventare cattolico. Ci sono state alcune coincidenze un po’ strane che hanno accelerato la mia decisione. Una di queste è avvenuta circa un anno fa, durante una conferenza con intellettuali prevalentemente conservatori a cui stavo partecipando. A tarda notte, al bar dell’hotel, ho interrogato uno scrittore cattolico conservatore sulle sue critiche nei confronti del Papa. (Sono sempre più convinto che troppi cattolici americani non abbiano mostrato la deferenza dovuta al papato, trattando il Papa come una figura politica da criticare o lodare a seconda dei loro capricci). 

Si tratta in questo caso di una frecciatina, discreta ma evidente, rivolta ad alcuni ambienti cattolici americani, conservatori o tradizionalisti, che criticano gli orientamenti o addirittura la persona di Papa Francesco con toni che Vance giudica eccessivi: da buon neoconvertito, ritiene che il pontefice meriti in ogni circostanza un atteggiamento deferente da parte dei cattolici; ricorda che il papato non è un’istituzione di politica di parte.

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Pur ammettendo che alcuni cattolici si spingessero troppo oltre, difendeva il suo approccio più moderato, quando all’improvviso un bicchiere di vino sembrò cadere da un punto stabile dietro il bancone e si frantumò sul pavimento davanti a noi. Ci siamo guardati in silenzio per un attimo, un po’ sorpresi da ciò che avevamo appena visto, prima di interrompere bruscamente la nostra conversazione e congedarci per andare a dormire.

Qui e nel paragrafo seguente, J. D. Vance sembra suggerire di aver assistito a un intervento divino, a una sorta di miracolo a suo favore, anche se evita un tono troppo sensazionalistico. Gli ambienti pentecostali americani sono inclini a questo tipo di interpretazione provvidenzialista, in cui lo straordinario irrompe molto spesso nella vita quotidiana ; in questo senso, questo aneddoto rappresenta per Vance, volente o nolente, un retaggio della sua cultura evangelica : per lui, queste coincidenze sono significative di per sé e non sono frutto del caso, ma della Provvidenza.

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Un altro evento si è svolto a Washington, D.C., nel corso di una settimana di viaggio particolarmente faticosa. Non vedevo la mia famiglia da alcuni giorni e non avevo nemmeno avuto il tempo di telefonare al mio figlio più piccolo. In momenti come quello, mi capita di ascoltare una magnifica interpretazione di un salmo eseguita da un coro ortodosso durante la visita di Papa Francesco in Georgia nel 2016. L’ho ascoltata sul treno da New York a Washington, dove conoscevo un frate domenicano che ho deciso di invitare a prendere un caffè. Lui mi ha invitato a visitare la sua comunità, dove ho sentito i monaci cantare lo stesso salmo. So che è facile giudicare gli scettici: J. D. ha guardato un video di un prete che cantava un versetto della Bibbia, poi ha mandato un’e-mail a un membro di un ordine religioso che ha poi cantato la stessa cosa. Ma, per citare Samuel L. Jackson in Pulp Fiction: «La state valutando nel modo sbagliato. Voglio dire, potrebbe essere che Dio abbia fermato i proiettili, che abbia cambiato la Coca-Cola in Pepsi, che abbia trovato le chiavi della mia auto. Non si giudicano queste cose in base al merito. Che ciò che abbiamo vissuto sia o meno un miracolo «secondo Hoyle» non ha alcuna importanza. Ciò che conta è che ho sentito il tocco di Dio».

Da politico scaltro, J. D. Vance sa anche come allentare la tensione e smorzare un po’ l’impressione di esaltazione religiosa che i suoi precedenti aneddoti potevano suscitare. Saper ricorrere all’autoironia, in questo caso grazie a una citazione dal film di Quentin Tarantino Pulp Fiction, è un’arte molto apprezzata dal pubblico americano in un discorso politico. Con questa citazione, Vance sembra voler dire che un intervento divino è comprensibile solo per chi ne è oggetto.

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Ebbene sì, negli ultimi anni ho avvertito il tocco di Dio in piccoli momenti. Anche se renderebbe la storia più interessante, non posso dire che uno di questi eventi mi abbia fatto alzare all’improvviso dicendomi: «È ora di convertirmi». Il cambiamento è stato più graduale. Sono convinto che Mamaw avrebbe accettato la teologia cattolica anche se i suoi aspetti culturali la mettevano a disagio. Mi hanno aiutato le parole di Sant’Agostino e di Girard, e l’esempio di mio zio Dan, che si è sposato nella nostra famiglia ma che ha dimostrato virtù cristiana più di qualsiasi altra persona che abbia mai incontrato. Anche dei buoni amici mi hanno fatto capire che non avevo bisogno di abbandonare la mia ragione prima di avvicinarmi all’altare. Alla fine ho creduto che gli insegnamenti della Chiesa cattolica fossero veri, ma ciò è avvenuto lentamente e in modo discontinuo.

Per J. D. Vance, la gradualità della sua conversione al cattolicesimo è anche una prova del suo carattere razionale e ponderato: non ha vissuto un’illuminazione improvvisa, ma una serie di prese di coscienza ordinate tra loro e meditate una dopo l’altra. Anche in questo caso, Vance si avvicina così a un altro convertito al cristianesimo cattolico che ha attraversato diverse fasi di una stessa ricerca intellettuale: l’Agostino delle Confessioni.

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Alcune circostanze hanno reso la conversione più difficile, anche dopo aver preso la mia decisione. Lo scandalo degli abusi sessuali mi ha costretto a chiedermi se entrare a far parte della Chiesa significasse sottoporre mio figlio a un’istituzione che si preoccupava più della propria reputazione che della protezione dei propri membri. Affrontare questi sentimenti ha ritardato la mia conversione di almeno qualche mese. Temevo anche che fosse ingiusto nei confronti di mia moglie: lei non aveva sposato un cattolico e avevo l’impressione di trascinarla in questa situazione. Tuttavia, lei ha sostenuto la mia decisione fin dall’inizio, e quindi non posso attribuirle questo ritardo.

La crisi degli abusi sessuali nel clero cattolico è stata infatti particolarmente grave negli Stati Uniti e ha conosciuto diverse ondate di grande portata: una prima è scoppiata nel 2002 dopo le rivelazioni del Washington Post sul sistema di insabbiamento degli abusi sessuali messo in atto dal cardinale Bernard Law, arcivescovo di Boston, che ha avuto ripercussioni in tutto il paese; a seguito di questo terremoto, diverse diocesi sono state dichiarate fallite a causa del pagamento dei risarcimenti alle vittime degli abusi. Si parla di una percentuale del 7% dei sacerdoti statunitensi colpevoli di abusi sessuali su minori. Una replica non meno potente dello scandalo è scoppiata nel 2018, quando si è appreso che il cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, è egli stesso autore di numerose aggressioni sessuali su minori e seminaristi adulti, e ha contribuito in modo determinante all’occultamento di altri crimini di abusi sessuali con numerosi complici.

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Sono stato accolto nella Chiesa cattolica in una bella giornata di metà agosto, durante una cerimonia privata non lontano da casa mia. Il giorno della cerimonia mi sono svegliato con un po’ di apprensione, temendo di commettere un grave errore. Nonostante tutti i miei dubbi sulla possibile reazione di Mamaw, quella mattina ho sentito risuonare nelle mie orecchie una delle sue frasi preferite, pronunciata dalla sua voce: «È ora di cagare o di alzarsi dal water».

Le candidat républicain à la vice-présidence, le sénateur J. D. Vance, R-Ohio, prend la parole lors de la Convention nationale républicaine de 2024 au Fiserv Forum, le mercredi 17 juillet 2024, à Milwaukee. © AP Photo/Carolyn Kaster

«J'ai été reçu dans l'Église catholique par une belle journée de la mi-août, lors d'une cérémonie privée non loin de chez moi.»

Il candidato repubblicano alla vicepresidenza, il senatore J. D. Vance (R-Ohio), interviene alla Convention Nazionale Repubblicana del 2024 al Fiserv Forum, mercoledì 17 luglio 2024, a Milwaukee. © AP Photo/Carolyn Kaster«Sono stato accolto nella Chiesa cattolica in una bella giornata di metà agosto, durante una cerimonia privata non lontano da casa mia.»

Sono stato battezzato e ho ricevuto la mia prima comunione. Ho trovato tutto questo molto bello, anche se devo ammettere che mi sentivo ancora a disagio di fronte a qualcosa di così lontano dalle mie esperienze giovanili in chiesa. Gran parte della mia famiglia è venuta a sostenermi. Mio figlio di due anni — uno degli aspetti che preferisco della Chiesa è che incoraggia i genitori a portare i propri figli — ha mangiato un sacco di cracker Goldfish. Infine, i frati domenicani che mi avevano accolto hanno offerto ai miei amici e alla mia famiglia caffè e ciambelle.

Nel racconto della sua cerimonia di battesimo, con la quale è stato accolto nella Chiesa cattolica, J. D. Vance intreccia costantemente il registro personale, se non addirittura intimo, al punto da usare espressioni familiari — ma ciò contribuisce all’immagine di sua nonna come «persona comune», che si esprime come chiunque altro — e la testimonianza della sua esperienza di fede. La valorizzazione della sua famiglia corrisponde alle aspettative familiste di una parte del suo elettorato. Sua moglie, Usha Vance, originaria dell’India, è tuttavia rimasta di religione indù, e la loro cerimonia di matrimonio è stata mista, al tempo stesso cristiana e indù. Il suo percorso di fede è innanzitutto un cammino intellettuale personale, anche se possiede risonanze comunitarie e politiche.

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Cerco di mostrare un po’ di umiltà riguardo alle mie conoscenze, che sono piuttosto scarse, e al fatto che, in realtà, non sono un cristiano all’altezza. È proprio parlando di idee che mi sento più a mio agio nel dialogare con le persone. Mi ha sempre interessato un po’ meno il fatto di non poter leggere qualcosa e discuterne. Ma la Chiesa non si limita alle idee e a Sant’Agostino, che ho scelto come patrono. È anche una questione di cuore e di comunità di credenti. Si tratta di andare a messa e ricevere i sacramenti, anche quando è difficile o imbarazzante farlo. Si tratta di tante cose che ignoro e del processo che consiste nel diventare meno ignorante col tempo.

Proprio qui, J. D. Vance si concentra sull’aspetto comunitario del cattolicesimo, che non è solo né principalmente una religione intellettuale, ma soprattutto una comunità di credenti da sostenere; il neofita, nel senso letterale del termine (appena battezzato), fa qui un atto di umiltà.

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Mia moglie mi ha detto che convertirmi al cattolicesimo — studiare e riflettere su ciò che studiavo — era « un bene per me ». Alla fine ho capito che aveva ragione, almeno se si ragiona su scala cosmica. Mi sono reso conto che una parte di me — la parte migliore — traeva ispirazione dal cattolicesimo. Era quella parte di me che mi imponeva di essere paziente con mio figlio e che mi faceva stare male quando non ci riuscivo, che mi imponeva di moderare il mio temperamento con tutti, ma soprattutto con la mia famiglia, che mi imponeva di preoccuparmi più della mia immagine di marito e padre che di quella di chi provvede al sostentamento della propria famiglia. Questo mi ha costretto a sacrificare il prestigio professionale a favore degli interessi della mia famiglia. Mi ha costretto a lasciar andare i rancori e a perdonare anche chi mi aveva fatto del male. Come dice San Paolo nella sua epistola ai Filippesi: «Infine, fratelli, tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorevole, tutto ciò che può esserci di buono nella virtù e nella lode umana, ecco ciò di cui dovete preoccuparvi.» È stata la parte cattolica del mio cuore e della mia mente a esigere che riflettessi sulle cose che contavano davvero. 

Attingendo a questa citazione della Lettera di san Paolo ai Filippesi (4, 17), J. D. Vance sottolinea infine un ultimo argomento a favore del cattolicesimo come scuola di perfezionamento morale: egli evidenzia ancora una volta il carattere graduale degli sforzi richiesti dalla sua morale, in contrasto con un pensiero evangelico fortemente improntato all’elezione divina definitiva e alla predestinazione.

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E se volevo che quella parte di me fosse nutrita e crescesse, dovevo fare qualcosa di più che limitarmi a leggere occasionalmente testi di teologia o a riflettere sui miei difetti. Avevo bisogno di pregare di più, di partecipare alla vita sacramentale della Chiesa, di confessarmi e di pentirmi pubblicamente, per quanto imbarazzante potesse essere. Insomma, avevo bisogno della grazia.

In conclusione, J. D. Vance sfuma in qualche modo l’idea secondo cui l’adesione al cattolicesimo sarebbe solo un percorso intellettuale razionale guidato dal desiderio di vera conoscenza: se il percorso che lo ha portato a condividere il Credo della Chiesa cattolica è stato per lui, certamente, un percorso intellettuale e filosofico prima di tutto, questo processo di comprensione, razionale ai suoi occhi, lo ha lasciato alle soglie della fede che richiede di più, ovvero un impegno esistenziale, un’etica di vita. Ebbene, si tratta proprio, nelle sue linee generali, del percorso di conversione vissuto da colui che egli ha scelto come suo santo patrono, Agostino di Ippona, e narrato nelle Confessioni. In questo modo, il modello agostiniano, così pregnante nel racconto della conversione, fa ancora sentire la sua eco in un contesto completamente diverso.

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In altre parole, avevo bisogno di diventare cattolico. Non bastava solo pensarci.

Fonti
  1. Il favorito del Partito Repubblicano è… Donald Trump ?, Public Policy Polling, 14 aprile 2011.
  2. « Come sono entrata nella Resistenza. Di Mamaw e della mia conversione al cattolicesimo. », The Lamp, 1° aprile 2020.
  3. Rod Dreher, « J.D. Vance diventa cattolico », The American Conservative, 11 agosto 2019.
  4. « Trascrizione : Il discorso di JFK sulla sua religione », NPR, 5 dicembre 2007.
  5. Post di CatholicVote su X (Twitter), 15 luglio 2024.
  6. Patrick J. Deneen, Cambio di regime: Verso un futuro postliberale, Sentinel, 2023.
  7. The Hillbilly Has A Moment (con J.D. Vance), American Moment, YouTube, 20 settembre 2021.
  8. Una conversazione con J.D. Vance alla conferenza estiva 2021 del Napa Institute, The Napa Institute, YouTube, 6 febbraio 2023.
  9. Opere complete di Sant’Agostino, L. Guérin & Cie, Bar-le-Duc, 1866.
  10. Barton Gellman, « Peter Thiel si prende una pausa dalla democrazia », The Atlantic, 9 novembre 2023.
  11. Opere complete di Sant’Agostino, L. Guérin & Cie, Bar-le-Duc, 1869.

Trascrizione: Il discorso di JFK sulla sua religione

5 dicembre 200712:48 ET

Listen

Il 12 settembre 1960, il candidato democratico alla presidenza John F. Kennedy tiene un discorso alla Greater Houston Ministerial Association, un’associazione di pastori protestanti, in merito alla questione della sua religione.

Bettmann/CORBIS

Guarda Kennedy mentre tiene il suo discorso sulla fede

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Il 12 settembre 1960, il candidato alla presidenza John F. Kennedy tenne un importante discorso alla Greater Houston Ministerial Association, un’associazione di pastori protestanti, sul tema della sua religione. All’epoca, molti protestanti si chiedevano se la fede cattolica romana di Kennedy gli avrebbe permesso, una volta eletto presidente, di prendere importanti decisioni nazionali in modo indipendente dalla Chiesa. Kennedy affrontò tali preoccupazioni davanti a un pubblico scettico composto da membri del clero protestante. Di seguito è riportata la trascrizione del discorso di Kennedy:

Kennedy: Reverendo Meza, Reverendo Reck, vi sono grato per il vostro generoso invito a esporre le mie opinioni.

Sebbene la cosiddetta questione religiosa sia necessariamente e giustamente l’argomento principale qui stasera, voglio sottolineare fin dall’inizio che nelle elezioni del 1960 abbiamo questioni ben più cruciali da affrontare: l’espansione dell’influenza comunista, che ormai si estende fino a 90 miglia al largo delle coste della Florida; il trattamento umiliante riservato al nostro presidente e al nostro vicepresidente da parte di chi non rispetta più il nostro potere; i bambini affamati che ho visto in West Virginia; gli anziani che non riescono a pagare le spese mediche; le famiglie costrette ad abbandonare le loro fattorie; un’America con troppi quartieri poveri, con troppo poche scuole, e in ritardo nella corsa alla luna e allo spazio.

Queste sono le vere questioni che dovrebbero determinare l’esito di questa campagna. E non si tratta di questioni religiose, poiché la guerra, la fame, l’ignoranza e la disperazione non conoscono barriere religiose.

Ma poiché sono cattolico, e nessun cattolico è mai stato eletto presidente, le vere questioni di questa campagna elettorale sono state messe in secondo piano — forse deliberatamente, da parte di alcuni ambienti meno responsabili di questo. Pertanto, sembra necessario che io ribadisca ancora una volta non in quale tipo di Chiesa credo — poiché questo dovrebbe interessare solo me — ma in quale tipo di America credo.

Credo in un’America in cui la separazione tra Chiesa e Stato sia assoluta, dove nessun prelato cattolico possa dire al presidente (ammesso che sia cattolico) come comportarsi, e nessun pastore protestante possa dire ai propri fedeli per chi votare; dove a nessuna chiesa o scuola confessionale vengano concessi fondi pubblici o privilegi politici; e dove a nessun uomo venga negata una carica pubblica semplicemente perché la sua religione differisce da quella del presidente che potrebbe nominarlo o da quella delle persone che potrebbero eleggerlo.

Credo in un’America che non sia ufficialmente né cattolica, né protestante, né ebraica; dove nessun funzionario pubblico richieda o accetti indicazioni in materia di politica pubblica dal Papa, dal Consiglio Nazionale delle Chiese o da qualsiasi altra fonte ecclesiastica; dove nessun ente religioso cerchi di imporre la propria volontà, direttamente o indirettamente, alla popolazione o agli atti pubblici dei suoi funzionari; e dove la libertà religiosa sia talmente indivisibile che un atto contro una chiesa sia considerato un atto contro tutte.

Perché se quest’anno il dito dell’accusa è puntato contro un cattolico, in altri anni è stato, e un giorno potrebbe esserlo di nuovo, un ebreo – o un quacchero, o un unitariano, o un battista. Fu proprio la persecuzione dei predicatori battisti in Virginia, ad esempio, a contribuire all’adozione della legge sulla libertà religiosa di Jefferson. Oggi potrei essere io la vittima, ma domani potresti essere tu — finché l’intero tessuto della nostra società armoniosa non verrà lacerato in un momento di grande pericolo nazionale.

Infine, credo in un’America in cui l’intolleranza religiosa un giorno avrà fine; in cui tutti gli uomini e tutte le chiese siano trattati alla pari; in cui ogni uomo abbia lo stesso diritto di frequentare o meno la chiesa di sua scelta; in cui non esista un «voto cattolico», né un «voto anticattolico», né alcun tipo di voto di blocco; e dove cattolici, protestanti ed ebrei, sia a livello laico che pastorale, si asterranno da quegli atteggiamenti di disprezzo e divisione che così spesso hanno rovinato le loro opere in passato, e promuoveranno invece l’ideale americano di fratellanza.

Questo è il tipo di America in cui credo. E rappresenta il tipo di presidenza in cui credo: una carica importante che non deve essere sminuita trasformandola in strumento di un singolo gruppo religioso, né screditata negando arbitrariamente l’accesso alla stessa ai membri di un singolo gruppo religioso. Credo in un presidente le cui opinioni religiose siano una questione privata, né imposte da lui alla nazione, né imposte dalla nazione a lui come condizione per ricoprire quella carica.

Non vedrei di buon occhio un presidente che cercasse di minare le garanzie di libertà religiosa sancite dal Primo Emendamento. Né il nostro sistema di controlli e contrappesi gli consentirebbe di farlo. E non vedo di buon occhio nemmeno coloro che cercherebbero di minare l’articolo VI della Costituzione imponendo — anche indirettamente — un criterio di appartenenza religiosa per l’accesso a tale carica. Se non sono d’accordo con tale garanzia, dovrebbero impegnarsi apertamente per abrogarla.

Voglio un capo dell’esecutivo le cui azioni pubbliche siano responsabili nei confronti di tutti i gruppi e non vincolate a nessuno; che possa partecipare a qualsiasi cerimonia, funzione o cena che la sua carica gli richieda opportunamente; e il cui adempimento del giuramento presidenziale non sia limitato o condizionato da alcun giuramento, rituale o obbligo religioso.

Questa è l’America in cui credo, quella per cui ho combattuto nel Pacifico meridionale e quella per cui mio fratello ha dato la vita in Europa. Allora nessuno insinuò che potessimo avere una «lealtà divisa», che «non credessimo nella libertà» o che appartenessimo a un gruppo sleale che minacciava le «libertà per cui i nostri antenati hanno dato la vita».

E in effetti, questa è l’America per cui i nostri padri fondatori hanno dato la vita, quando sono fuggiti qui per sfuggire ai giuramenti di fedeltà religiosa che negavano l’accesso alle cariche pubbliche ai membri delle chiese meno favorite; quando hanno combattuto per la Costituzione, la Carta dei Diritti e lo Statuto della Virginia sulla Libertà Religiosa; e quando hanno combattuto presso il santuario che ho visitato oggi, l’Alamo. Infatti, fianco a fianco con Bowie e Crockett morirono McCafferty, Bailey e Carey. Ma nessuno sa se fossero cattolici o meno, poiché ad Alamo non c’era alcun test religioso.

Vi chiedo stasera di seguire quella tradizione, di giudicarmi sulla base dei risultati ottenuti nei miei 14 anni al Congresso, delle mie posizioni dichiarate contro la nomina di un ambasciatore presso il Vaticano, contro gli aiuti incostituzionali alle scuole parrocchiali e contro qualsiasi boicottaggio delle scuole pubbliche (che io stesso ho frequentato) – invece di giudicarmi sulla base di questi opuscoli e pubblicazioni che tutti abbiamo visto, che selezionano accuratamente citazioni fuori contesto dalle dichiarazioni dei leader della Chiesa cattolica, solitamente in altri paesi, spesso in altri secoli, e omettendo sempre, ovviamente, la dichiarazione dei vescovi americani del 1948, che sosteneva con forza la separazione tra Chiesa e Stato e che riflette più da vicino le opinioni di quasi tutti i cattolici americani.

Non ritengo che queste altre citazioni siano vincolanti per le mie azioni pubbliche. Perché dovreste farlo voi? Ma lasciatemi dire, per quanto riguarda gli altri paesi, che sono totalmente contrario all’uso dello Stato da parte di qualsiasi gruppo religioso, cattolico o protestante, per costringere, proibire o perseguitare il libero esercizio di qualsiasi altra religione. E spero che voi ed io condanniamo con uguale fervore quelle nazioni che negano la presidenza ai protestanti e quelle che la negano ai cattolici. E piuttosto che citare i misfatti di coloro che la pensano diversamente, citerei la storia della Chiesa cattolica in nazioni come l’Irlanda e la Francia, e l’indipendenza di statisti come Adenauer e De Gaulle.

Ma vorrei ribadire ancora una volta che queste sono le mie opinioni personali. Infatti, contrariamente a quanto spesso si legge sui giornali, non sono il candidato cattolico alla presidenza. Sono il candidato alla presidenza del Partito Democratico, che per caso è anche cattolico. Non parlo a nome della mia Chiesa su questioni pubbliche, e la Chiesa non parla a nome mio.

Qualunque questione mi venga sottoposta in qualità di presidente — che si tratti di contraccezione, divorzio, censura, gioco d’azzardo o qualsiasi altro argomento — prenderò la mia decisione in linea con queste convinzioni, in linea con ciò che la mia coscienza mi dice essere l’interesse nazionale, e senza tener conto di pressioni o imposizioni religiose esterne. E nessun potere né minaccia di punizione potrebbe indurmi a decidere diversamente.

Ma se mai dovesse arrivare il momento — e non ritengo che un conflitto del genere sia nemmeno lontanamente possibile — in cui la mia carica mi costringesse a scegliere tra violare la mia coscienza o violare l’interesse nazionale, allora mi dimetterei; e spero che qualsiasi funzionario pubblico coscienzioso farebbe lo stesso.

Ma non intendo scusarmi per queste opinioni davanti ai miei critici, siano essi di fede cattolica o protestante, né intendo rinnegare le mie opinioni o la mia Chiesa per vincere queste elezioni.

Se dovessi perdere sulla base delle questioni concrete, tornerò al mio seggio al Senato, soddisfatto di aver fatto del mio meglio e di essere stato giudicato in modo equo. Ma se questa elezione dovesse essere decisa sulla base del fatto che 40 milioni di americani hanno perso la possibilità di diventare presidente il giorno in cui sono stati battezzati, allora sarà l’intera nazione a uscirne perdente — agli occhi dei cattolici e dei non cattolici di tutto il mondo, agli occhi della storia e agli occhi del nostro stesso popolo.

Ma se, d’altra parte, dovessi vincere le elezioni, dedicherò ogni sforzo della mia mente e del mio spirito all’adempimento del giuramento presidenziale — praticamente identico, aggiungerei, al giuramento che ho prestato per 14 anni al Congresso. Perché senza riserve, posso «giurare solennemente che eserciterò fedelmente la carica di presidente degli Stati Uniti e, al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione, con l’aiuto di Dio».

Trascrizione per gentile concessione della John F. Kennedy Presidential Library and Museum.

20 luglio 2024 • L’Impero Trump: le fonti intellettuali di una rivoluzione culturale

L’agostinismo di Josh Hawley: alle radici teologico-politiche del trumpismo

«La campagna volta a cancellare la religione americana dalla sfera pubblica non è altro che la continuazione della lotta di classe con altri mezzi.»

Vicino a Trump e a J. D. Vance, la figura di Josh Hawley ci immerge in una mistica particolare, al tempo stesso conservatrice e sociale, che incarna una nuova generazione dell’estrema destra americana — più articolata, meglio preparata, vuole conquistare i voti degli elettori poveri con un programma semplice: il nazionalismo cristiano. Traduciamo il suo ultimo grande discorso e lo commentiamo, paragrafo per paragrafo.

Autore Jean-Benoît Poulle • Immagine © Bonnie Cash/UPI/Shutterstock


Tra la nuova guardia conservatrice del Partito Repubblicano, il senatore trumpista Josh Hawley, 44 anni, non è il più conosciuto in Francia. Il testo che segue lo presenta tuttavia come la mente dei repubblicani ultraconservatori, per i quali le battaglie sociali superano di gran lunga in importanza i programmi di rilancio economico.

In questo senso, proprio come J. D. Vance, è molto rappresentativo di una nuova generazione in cui il trumpismo, sia esso razionale o di adesione, non cancella lo sforzo di riflessione sui fondamenti del Grand Ole Party. 

Nato in Arkansas da una famiglia benestante, laureato a Yale e a Stanford in giurisprudenza e storia, Josh Hawley è diventato nel 2017 procuratore generale del Missouri e, nel 2018, è stato eletto senatore dello stesso Stato. È noto per le sue dichiarazioni polemiche, che gli sono valse critiche indignate anche al di fuori dello schieramento democratico. Fervente sostenitore di Trump, è sembrato addirittura approvare le rivolte che hanno portato all’assalto al Campidoglio. Questi pochi elementi basterebbero a descriverlo come una testa calda del Congresso che, proprio come Marjorie Taylor-Green, non si ferma davanti a nulla pur di portare il dibattito pubblico all’estremo. 

Ma il suo ultimo intervento alla 4ª edizione della National Conservatism Conference, il grande raduno della destra neonazionalista, dimostra tutt’altro. Mette in luce come raramente i fondamenti teologico-politici della «guerra culturale» che si stanno combattendo le due Americhe. Mitt Romney, repubblicano moderato, ha riconosciuto in lui uno dei senatori più intelligenti, ma anche uno dei più chiusi al dialogo. 

Per Josh Hawley, i principi su cui i Padri Fondatori degli Stati Uniti hanno costruito il Paese si fondano in ultima analisi sulla dottrina agostiniana delle due città; ritrovare i veri valori degli Stati Uniti significherebbe quindi assumere un cristianesimo messianico come vera religione civile dell’America e rivendicare un «nazionalismo cristiano» come suo fondamento, con un programma in tre punti: Lavoro, Famiglia, Dio. A una lettura più attenta, si comprende che un tale trittico richiederebbe una rottura radicale con le politiche economiche neoliberiste dell’ultimo mezzo secolo, sia democratiche che repubblicane — così come, implicitamente, una rottura altrettanto radicale con il liberalismo politico e i diritti delle minoranze, a favore di una visione comunitaria e organicista della nazione.

È sorprendente constatare che nelle declinazioni del «cristianesimo identitario di fedeltà» di Josh Hawley si ritrovino molte risonanze con la storia europea dei nazionalismi, e persino echi smorzati della vecchia controversia tra Charles Maurras e Jacques Maritain sul ruolo politico del cristianesimo. L’intervento di Hawley è, in sostanza, la risposta di un Maurras americano al difensore della primazia dello spirituale.

Stasera vorrei parlarvi del futuro: del futuro del movimento conservatore e del futuro del Paese. Naturalmente, ogni futuro affonda le sue radici nel passato. Come avrebbe detto Seneca, «ogni nuovo inizio nasce dalla fine di un altro inizio».

Questo primo riferimento filosofico — ne seguiranno altri — imposta fin dall’inizio il tono di un discorso dal carattere decisamente intellettuale. Ciò lo rende tanto più interessante da commentare.

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Permettetemi quindi di iniziare dall’anno 410 d.C. L’anno di una caduta. È l’anno, come forse ricorderete, in cui la città che si credeva eterna, immutabile, invincibile, la capitale del mondo antico, Roma, finì per soccombere agli invasori visigoti.

Con la caduta di Roma, l’era dell’Impero e del mondo pagano antico giunse improvvisamente al termine.

Josh Hawley si concede una sintesi storica un po’ affrettata: da un lato, la presa di Roma nel 410 da parte dei Visigoti di Alarico non pose fine al «mondo pagano antico», poiché l’Impero romano era già ufficialmente cristiano dal 392 (editto dell’imperatore Teodosio) e il cristianesimo era la religione dominante sin dai tempi di Costantino, poco meno di un secolo prima. D’altra parte, l’età dell’Impero non è « scomparsa d’un colpo » : se il sacco di Roma da parte di Alarico è effettivamente un evento di grande rilevanza, poiché era la prima volta che Roma veniva conquistata da 800 anni, tale evento non segna la fine dell’Impero Romano d’Occidente, che convenzionalmente si fa risalire alla deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo nel 476. Nel frattempo, Roma fu nuovamente conquistata e saccheggiata nel 455 dai Vandali di Genserico. In generale, gli storici attualmente insistono maggiormente sulle continuità civili del mondo della tarda antichità — dal IV al VI secolo, e persino oltre — piuttosto che sulle brusche rotture indotte dal concetto un po’ fallace « di invasioni barbariche »

D’altra parte, Josh Hawley sa sfruttare molto bene l’effetto drammatico.

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Eppure, la fine di Roma segnò un inizio — il nostro inizio — l’inizio dell’Occidente. Infatti, proprio mentre Roma giaceva in rovina, distrutta e ancora fumante, a un migliaio di chilometri di distanza, dall’altra parte del Mar Tirreno, il vescovo cristiano di Ippona, un certo Agostino, prendeva la penna per descrivere una nuova era.

Agostino (354-430), vescovo di Ippona in Nord Africa, uno dei quattro Padri della Chiesa latina e figura di spicco del pensiero cristiano medievale, rimane una figura imprescindibile nel pensiero cristiano.

Attualmente sembra andare molto di moda tra gli intellettuali conservatori americani, così come tra i politici: il senatore J. D. Vance, che Donald Trump ha appena scelto come candidato repubblicano alla vicepresidenza, si è infatti convertito al cattolicesimo dopo aver letto sant’Agostino, che ha scelto come santo patrono per la cresima. Josh Hawley si inserisce pienamente in questa tendenza.

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Per millenni, la sua visione ha ispirato l’Occidente. Ha contribuito a plasmare il destino di questo paese. Ha intitolato la sua opera — il suo capolavoro — La Città di Dio. L’obiettivo principale di Agostino in questo manoscritto era quello di difendere i cristiani, accusati di aver provocato la caduta di Roma.

In questo contesto, Hawley si inserisce pienamente in quella che è stata definita «l’agostinismo politico» (Mons. Arquillière, 1934), che avrebbe costituito il quadro concettuale alla base della teoria politica medievale, anche se la pertinenza di tale nozione è stata oggetto di contestazioni.

Va notato che il vivo interesse della filosofia politica conservatrice americana per l’opera di Agostino non è una novità: lo si ritrova sia in Hannah Arendt che in Leo Strauss o Allan Bloom.

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Le malelingue sostenevano allora che la religione cristiana, con le sue nuove virtù come l’umiltà e la servitù, con la sua esaltazione delle cose comuni come il matrimonio e il lavoro, con la sua lode dei poveri di spirito e della gente comune, avesse indebolito l’impero e lo avesse reso vulnerabile ai suoi nemici. Ma Agostino sapeva che era esattamente il contrario; che la religione cristiana era l’unica forza vitale rimasta a Roma al momento del suo crollo.

Agostino vedeva questa religione sorgere dalle rovine del mondo antico per forgiare una civiltà nuova e migliore. Quale sarebbe stato il segreto di questo nuovo ordine? L’amore. L’amore era una parola importante per Agostino: racchiudeva tutta la sua scienza politica. «Ogni persona, diceva, è definita da ciò che ama. Ogni società è animata da ciò che ama».

Una nazione non è in realtà altro, per citare Agostino, «che una moltitudine di creature razionali unite da un comune accordo sulle cose che amano». Il problema di Roma, però, era che amava le cose sbagliate. E man mano che i suoi affetti si corrompevano, la Repubblica romana andava in rovina.

Roma iniziò amando la gloria e praticando il sacrificio di sé. Finì per amare il piacere e praticare ogni forma di compiacenza. Fu così che Roma marcì nel suo cuore.

Ma tra le rovine di Roma, Agostino immaginò una nuova civiltà animata da sentimenti più nobili. Non i vecchi desideri romani di gloria e onore, ma gli amori più forti della Bibbia: l’amore per la moglie e i figli, l’amore per il lavoro, per il prossimo e per la famiglia, l’amore per Dio.

Questo paragrafo, come i precedenti, costituisce una sintesi piuttosto fedele dei primi libri de La Città di Dio (De civitate Dei), l’opera principale di Agostino, che mirava effettivamente a rispondere alle accuse dei pagani secondo cui era stato l’abbandono degli dei tradizionali della città ad aver provocato la caduta di Roma nel 410. Agostino contrappone la concupiscenza, l’amore di sé, che è il principio alla base di tutte le città terrene, e l’amore di Dio, principio della città celeste. Se l’amore di sé e della gloria è ciò che assicura la nascita e la perpetuazione degli imperi, esso li mina anche silenziosamente e costituisce, in un secondo momento, la causa della loro rovina. L’amore di Dio e del prossimo, al contrario, fanno sì che il regno di Dio e la città celeste siano invisibili, indiscernibili nel mondo ma mescolati a tutte le città terrene; la città di Dio fondata sull’amore vero è orientata verso la fine dei tempi, dove troverà finalmente la sua piena realizzazione.

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Mentre Agostino affermava che tutte le nazioni sono costituite da ciò che amano, la sua filosofia descriveva in realtà un’idea di nazione del tutto nuova, sconosciuta al mondo antico: un nuovo tipo di nazionalismo — un nazionalismo cristiano, organizzato attorno a ideali cristiani. Un nazionalismo motivato non dalla conquista, ma da un obiettivo comune; unito non dalla paura, ma dall’amore comune; una nazione fatta non per i ricchi o i forti, ma per i «poveri in spirito», gli uomini comuni.

Si tratta di una distorsione dell’opera agostiniana: Agostino, che ragionava all’interno di un Impero multietnico come di una Chiesa cattolica per definizione a vocazione universale, non poteva conoscere l’idea di nazione, che è una creazione ben più tardiva, né tantomeno l’ideologia nazionalista — ancora più tardiva — che appare solo alla fine del XIX secolo.

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Il suo sogno è diventato la nostra realtà.

Mille anni dopo gli scritti di Agostino, circa 20.000 agostiniani praticanti si avventurarono su quelle rive per fondarvi una comunità basata sui suoi principi. La storia li conosce con il nome di Puritani. Ispirati dalla Città di Dio, fondarono la Città sulla collina.

Josh Hawley ripropone qui un mito alla base della vita politica americana nel lungo periodo, il messianismo del nuovo popolo eletto: fa riferimento ai 20.000 britannici che, durante la Grande Migrazione (1621-1642), si recarono in massa nelle colonie del New England. Per la maggior parte questi Padri Pellegrini erano puritani protestanti osservanti — ecco perché Hawley li definisce anche « agostiniani », nel senso che una visione agostiniana radicalizzata può trovarsi alla base del protestantesimo — e il loro mondo era davvero intriso di riferimenti biblici : nella loro vita personale, pensavano di rivivere la storia del popolo eletto dell’Antico Israele, o dei discepoli di Cristo. « The Shining City upon the Hill » indica così la città di Boston, nella quale i puritani speravano di fondare una nuova Gerusalemme, una città che vivesse secondo lo spirito del Vangelo.

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Siamo una nazione plasmata dalla visione di Agostino. Una nazione definita dalla dignità dell’uomo comune, così come ci viene trasmessa dalla religione cristiana; una nazione unita dai legami familiari espressi nella fede cristiana: l’amore per Dio, per la famiglia, per il prossimo, per la propria casa e per il proprio Paese.

Qualcuno dirà che sto trasformando l’America in una nazione cristiana. È vero. E qualcuno dirà che sostengo un nazionalismo cristiano. È proprio quello che faccio. Esiste forse un altro tipo di nazionalismo che valga la pena di essere praticato?

Il nazionalismo di Roma ha portato alla sete di sangue e alla conquista; gli antichi tribalismi pagani hanno portato all’odio etnico. Gli imperi provenienti dall’Oriente hanno schiacciato l’individuo, e il sanguinario nativismo dell’Europa degli ultimi due secoli ha portato alla barbarie e al genocidio.

Nei paragrafi precedenti, Hawley contrappone il «nazionalismo cristiano», aperto e inclusivo — il che è una contraddizione in termini, dato che la Chiesa o il messaggio cristiano non fanno distinzioni di etnia o cultura — a tutte le altre forme di «nazionalismo», o addirittura di organizzazione collettiva della società, che hanno fallito: il vecchio paganesimo degli « dei della città » sarebbe incapace di concepire un vero universalismo e porterebbe inevitabilmente alla conquista e alla sottomissione violenta dei popoli da parte di un altro ; gli « imperi dell’Est » sono un’allusione al comunismo sovietico ; il « nativismo sanguinario » europeo è una chiara allusione ai razzismi, e specialmente al nazismo. Eppure egli ricorre alla ritorsione: il « nativismo » in senso stretto è un’ideologia propriamente americana, nata e fiorita negli Stati Uniti.

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Ma il nazionalismo cristiano di Agostino è stato motivo di orgoglio per l’Occidente. È stato la nostra bussola morale e ci ha fornito i nostri ideali più cari. Pensateci: quei severi puritani, discepoli di Agostino, ci hanno dato un governo limitato, la libertà di coscienza e la sovranità del popolo.

Nuova semplificazione storica: Hawley confonde qui i Pilgrim Fathers puritani del XVII secolo con i Padri fondatori della Dichiarazione d’indipendenza americana del XVIII secolo (1776). Tuttavia, questa visione teleologica non è del tutto priva di fondamento: la libertà di coscienza divenne progressivamente un valore cardinale nelle Tredici Colonie americane perché i puritani e i non conformisti vi fuggivano dalla persecuzione delle confessioni stabilite in Gran Bretagna (l’anglicanesimo) come altrove in Europa, mentre, in origine, le loro società fortemente teocratiche non lasciavano spazio alla dissidenza religiosa — tranne che in alcune isole, come il Rhode Island. Allo stesso modo, i principi di organizzazione delle comunità congregazionaliste nel New England erano ben più democratici di quelli delle società europee dell’epoca.

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Grazie alla nostra eredità cristiana, tuteliamo la libertà di ciascuno di professare la propria fede secondo la propria coscienza. In virtù della nostra tradizione cristiana, accogliamo persone di ogni razza e origine etnica affinché entrino a far parte di una comunità fondata sull’amore reciproco.

All’idea di nazione intesa come comunità di destino eletta, Josh Hawley associa l’universalismo del messaggio cristiano; ma trascura anche un’altra fonte della libertà di coscienza, garantita dal primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: il pensiero della filosofia dell’Illuminismo e il concetto moderno di tolleranza che ne deriva. Come Jefferson, molti dei «Padri fondatori» degli Stati Uniti erano più deisti che credenti nella Rivelazione cristiana.

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Il nazionalismo cristiano non rappresenta una minaccia per la democrazia americana. È stato proprio esso a fondare la democrazia americana, ovvero la migliore forma di democrazia mai concepita dall’uomo: la più giusta, la più libera, la più umana e la più lodevole.

È ora che ritroviamo i principi della nostra tradizione politica cristiana — per il bene del nostro futuro. Questo vale sia che siate cristiani o meno, che professiate un’altra fede o che non ne abbiate alcuna. La tradizione politica cristiana è la nostra tradizione, è la tradizione americana, è la più grande fonte di energia e di idee della nostra politica, ed è sempre stato così. Questa tradizione ha ispirato conservatori e liberali, riformatori e attivisti, moralisti e sindacalisti nel corso della nostra storia. Oggi abbiamo nuovamente bisogno di questa grande tradizione.

In questo paragrafo, Josh Hawley delinea i contorni di una fedeltà identitaria al cristianesimo intesa come tradizione politica propria degli Stati Uniti; precisa che tale fedeltà non richiede l’adesione personale a una confessione cristiana, che rimane una questione privata garantita dalla libertà di coscienza, ma che non ci si può definire americani senza riconoscere l’ancoraggio degli Stati Uniti alla tradizione cristiana. Questa idea non è priva di analogie con il ruolo che Charles Maurras attribuiva al cattolicesimo nella storia della Francia.

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L’amore che ci unisce e che sostiene questa nazione si sta sgretolando. E così facendo, è la nazione stessa a rischiare di sgretolarsi.

Conoscete la litania dei nostri mali bene quanto me… sapete leggere i segni dei tempi.

Le nostre strade non sono sicure, soprattutto perché il nostro confine è completamente aperto. Milioni di immigrati clandestini affluiscono nel nostro Paese, senza alcun interesse per il nostro patrimonio comune né alcun impegno nei confronti dei nostri ideali condivisi.

I posti di lavoro stabili e di qualità sono troppo rari. La nostra economia è entrata in una nuova era d’oro decadente, in cui i posti di lavoro della classe operaia stanno scomparendo, gli stipendi dei lavoratori si stanno erodendo, le famiglie operaie e i quartieri si stanno disgregando, mentre i membri della classe superiore conducono una vita isolata dietro cancelli e servizi di sicurezza privati e i padroni dell’economia di mercato incassano milioni di dollari di stipendio.

Si torna a un discorso politico molto più tradizionale e a un elenco tutt’altro che originale dei problemi individuati dalla destra americana: immigrazione di massa, insicurezza, impoverimento, ecc.

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Nel frattempo, la religione viene bandita dalla sfera pubblica. E nei campus si insediano dei fanatici che scandiscono «Morte a Israele» — proprio perché disprezzano la tradizione biblica che lega la nazione di Israele alla nostra Repubblica americana.

Una nuova riattivazione del messianismo del «nuovo popolo eletto», questa volta al servizio di una tematica cara alla destra evangelica: la difesa dell’alleanza con lo Stato di Israele per ragioni politico-religiose di sostegno al progetto sionista, che sarebbe una manifestazione della volontà divina e dell’avvicinarsi della fine dei tempi.

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Alla base di ciascuna di queste tendenze e di tutte quante, al di là del caos e della divisione, c’è un attacco all’amore che condividiamo — gli affetti che ci derivano dalla nostra eredità cristiana.

Dio, il lavoro, il prossimo, la casa. I grandi affetti dell’Occidente. Si stanno sgretolando sotto i nostri occhi.

Perché? Non è un caso. La sinistra moderna vuole distruggere ciò che amiamo tutti insieme e sostituirlo con altro, distruggere i nostri legami comuni e sostituirli con un’altra fede, dissolvere la nazione così come la conosciamo e ricostruirla a sua immagine. È questo il suo progetto da oltre cinquant’anni.

Eppure, è la destra che in questo momento sta portando il Paese alla rovina. Conosciamo il programma della sinistra. Ci aspettiamo questa minaccia. E sono i conservatori che dovrebbero difendere questa nazione, difendere ciò che ci rende una nazione. Ma invece? In questo momento di crisi, sono troppo occupati a mantenere accese le braci morenti del neoliberismo, con gli occhi fissi sulle loro copie di John Stuart Mill e Ayn Rand. Stanno ancora discutendo del fusionismo e del suo trittico.

Per i conservatori americani, il «fusionismo» è la dottrina che mira a combinare la corrente sociale e quella tradizionalista del conservatorismo. Fu tematizzata in particolare sulle pagine della National Review negli anni ’50 dal filosofo Frank Meyer (1909-1972). Il « trittico » a cui allude Hawley è il difficile equilibrio tra libertarismo, conservatorismo sociale e un atteggiamento « falco » (hawkish) in politica estera. Ciò che egli auspica è di fatto un superamento di questo vecchio trilemma attraverso il nazionalismo cristiano.

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Per i conservatori, questo non basta più.

In questo momento di caos e crisi, l’unica speranza dei conservatori — e quella della nazione — è quella di ritrovare la tradizione cristiana su cui questa nazione si fonda. La nostra unica speranza è quella di rinnovare ciò che amiamo in comune.

Oggi non abbiamo bisogno dell’ideologia di Rand, di Mill o di Milton Friedman. Abbiamo bisogno della visione di Agostino.

Josh Hawley si lancia qui in una critica sistematica delle politiche condotte dal Partito Repubblicano a partire da Ronald Reagan e dalla «svolta neoliberista» degli anni ’80: per Hawley, l’economicismo di cui quest’ultimo sarebbe testimone deriva in fine dalle filosofie utilitaristiche, di cui John Stuart Mill (1806-1873) è uno dei padri fondatori, e Ayn Rand (1905-1982) una versione divulgata e radicalizzata — ma anche molto antireligiosa. Anche Milton Friedman (1912-2006), rappresentante per eccellenza del neoliberismo nella teoria economica, viene messo da parte. Questa rottura dichiarata con il neoliberismo significa, in modo sottinteso, anche una rottura con il neoconservatorismo a cui è stato associato: la critica di Josh Hawley è qui molto vicina alla corrente paleoconservatrice, che subordina il liberalismo economico alla difesa dei valori familiari tradizionali all’interno di una società organica.

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Per il futuro, per salvare questo Paese, questa deve essere la nostra missione: difendere l’amore che unisce il nostro Paese; che ci rende un’unica nazione — difendere il lavoro dell’uomo comune, la sua famiglia e la sua religione.

Temo che i miei colleghi repubblicani siano vittime di un malinteso. 

La strategia della sinistra, il suo obiettivo principale, non consiste semplicemente nel rallentare la nostra economia attraverso la regolamentazione. Non si tratta nemmeno di aumentare il peso dell’amministrazione: la concentrazione del potere è solo una piccola parte del loro programma.

A essere presi di mira sono i « conservatori fiscali » e poi i libertari: secondo Hawley, l’espansione dello Stato federale non è il pericolo principale, bensì uno degli effetti deleteri del programma della sinistra.

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L’obiettivo principale della sinistra è quello di minare la nostra unità spirituale e le cose che amiamo condividere. Vuole distruggere i legami affettivi che ci uniscono gli uni agli altri e sostituirli con una serie di ideali completamente diversi.

La sinistra predica il proprio vangelo: un credo basato sull’intersezionalità che passerebbe attraverso la liberazione dalla tradizione, dalla famiglia, dal sesso biologico e, ovviamente, da Dio. Considera la fede dei nostri padri come un ostacolo da abbattere — e la nostra eredità morale comune come un motivo di pentimento.

Hawley sa bene che un tema in grado di mobilitare fortemente è l’attacco contro quello che egli identifica come un progetto nascosto della sinistra, che risiederebbe nelle lotte sociali definite « woke » — la presa in considerazione dei non detti coloniali e del « razzismo strutturale », l’intersezionalità delle lotte, gender politics, ecc. È qui che risiede, secondo lui, la minaccia fondamentale che identifica con un rifiuto globale dell’eredità e quindi con una dissoluzione della nazione, proprio mentre l’unità di queste diverse rivendicazioni « woke » non sembra affatto evidente.

Come è stato sottolineato, si potrebbe ribattere che tali manifestazioni sono forse meno antireligiose per natura, quanto piuttosto eredi dei vari risvegli pietisti della storia americana, anche se alla maniera delle « idee cristiane impazzite » (G. K. Chesterton): esse non sono meno il prodotto della storia americana quanto la sua proposta di « nazionalismo cristiano ».

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Al posto del Natale, vorrebbero un «Mese dell’Orgoglio». Al posto della preghiera nelle scuole, venerano la bandiera trans. Diversità, equità e inclusione sono le loro parole d’ordine, la loro nuova santissima trinità.

Hawley gioca a pieno titolo la carta della «guerra culturale» tra una sinistra «woke» e una destra ultraconservatrice, attraverso la sua critica ai diritti LGBT e ai dipartimenti DEI (Diversità, Equità, Inclusione) nelle amministrazioni — anche in questo caso un nuovo cavallo di battaglia della destra.

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E si aspettano che i loro sermoni vengano rispettati. Forse parlano di tolleranza, ma sono dei fondamentalisti. Chi oppone resistenza viene definito «deplorevole». Chi mette in discussione le loro idee viene considerato una minaccia per la democrazia.

Un chiaro riferimento alle parole pronunciate da Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016, che avevano suscitato grande scalpore ed erano state bollate come segni di disprezzo di classe.

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Ecco perché oggi i progressisti hanno così poca pazienza nei confronti dei lavoratori, che sono troppo legati ai vecchi metodi, alla vecchia fede in Dio, nella famiglia, nella patria e nella nazione.

Questa è la vera teoria del «Grande Sostituzione» della sinistra, il suo vero programma: sostituire gli ideali cristiani su cui è stata fondata la nostra nazione e mettere a tacere gli americani che osano ancora difenderli.

Si fa riferimento questa volta alla teoria del «Grande Sostituzione» di Renaud Camus, importata oltreoceano dall’estrema destra; per Hawley, tuttavia, lo stesso «pericolo migratorio» sembra secondario rispetto alla questione dei valori.

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Purtroppo, il Partito Repubblicano degli ultimi trent’anni non è stato in grado di resistere a questo assalto. Invece di difendere i legami che ci uniscono gli uni agli altri, i repubblicani dell’era Bush-Romney hanno difeso l’economia libertaria e gli interessi delle imprese. La loro fede nel fusionismo si è trasformata in un mantra: prima i soldi, poi le persone.

In nome del «mercato», questi repubblicani hanno accolto con entusiasmo i tagli alle imposte per le imprese e l’abbattimento delle barriere commerciali, per poi assistere impotenti mentre quelle stesse imprese delocalizzavano i posti di lavoro americani all’estero e utilizzavano i profitti per assumere esperti in DEI.

In nome del capitalismo, questi repubblicani hanno cantato le lodi della globalizzazione mentre Wall Street scommetteva contro l’industria americana e acquistava case unifamiliari, cosicché, una volta che le banche si sono impossessate del posto di lavoro del lavoratore, questi non poteva più permettersi di comprare una casa per la sua famiglia. Poi Wall Street ha fatto crollare l’economia mondiale — più volte — e il mercato immobiliare, e questi stessi repubblicani hanno continuato a fare le loro vanterie. E a elargire sussidi.

Era semplicemente troppo grande per fallire.

Questi repubblicani hanno dimenticato che l’economia è innanzitutto una questione di persone e di ciò che amano. Si tratta di provvedere al sostentamento di una famiglia. Si tratta di indipendenza personale. Si tratta di avere una casa e un lavoro di cui andare fieri.

Si potrebbe dire così: il libero mercato è utile solo nella misura in cui sostiene ciò che amiamo tutti insieme. Altrimenti, non è altro che freddo profitto.

Qui e nei paragrafi precedenti assistiamo a un nuovo ritornello anti-economista: Hawley si schiera abilmente dalla parte della «gente comune», alla pari con loro, e critica il neoliberismo e il «wokismo» in nome dei valori cristiani, in un discorso morale che fa quasi risuonare le armoniche della sinistra.

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In un certo senso, i repubblicani si sono innamorati del profitto fine a se stesso. E sembrano quasi imbarazzati dal fatto che i loro elettori più fedeli e affidabili siano credenti.

Siamo onesti. Nel trittico fusionista — conservatori religiosi, libertari e falchi della sicurezza nazionale — sono sempre stati i religiosi a portare voti. Ed è la nostra tradizione religiosa comune che ha trasmesso le idee più convincenti del conservatorismo: il governo costituzionale, la libertà individuale o i diritti dei lavoratori.

Anche in questo caso emerge chiaramente la preferenza per l’ala tradizionale dei «conservatori religiosi», visti come le vittime di una farsa elettorale che andrebbe a vantaggio solo delle altre due componenti del Partito Repubblicano, i «libertari» e i «neoconservatori». Il discorso populista di Hawley mette qui la base elettorale del Partito Repubblicano contro i suoi leader, alla maniera di Trump.

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Ancora oggi, gli americani praticanti, sposati e con figli — che siano bianchi, ispanici, asiatici o di altre etnie — costituiscono la spina dorsale del Partito Repubblicano. Se i repubblicani hanno un futuro, è grazie a loro.

Un chiaro segno che il «nazionalismo cristiano» di Hawley non è né razzismo né nativismo, anche se l’assenza di riferimenti ai neri o agli indiani può sorprendere — un ritorno del rimosso?

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E sono proprio queste le persone che il partito spesso dà per scontate e che serve meno bene.

Bisogna riconoscere alla sinistra che, almeno, sa bene che sono le persone a fare la politica e che premia il proprio elettorato — come dimostrano la bandiera transgender esposta su tutti gli edifici federali e i fondi federali che affluiscono a fiumi nei progetti di lotta contro il cambiamento climatico.

E i repubblicani? Offrono ai propri elettori una scelta di Hobson, ovvero un’alternativa che non è tale. In sostanza, la gente può scegliere tra il globalismo della sinistra, caratterizzato da una forte pressione fiscale e da una forte regolamentazione, e il globalismo della destra, caratterizzato da una pressione fiscale e da una regolamentazione leggermente inferiori. Una scelta tra il social-liberalismo aggressivo della sinistra e il social-liberalismo accomodante della destra.

Qui ritroviamo una costante del discorso ultraconservatore: la sinistra saprebbe rivendicare i propri valori, mentre la destra sarebbe sempre «vergognosa», complessa per i propri.

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E i repubblicani si chiedono allora perché siano riusciti a vincere il voto popolare solo due volte nelle ultime nove elezioni presidenziali.

Hanno bisogno di un punto di riferimento. Hanno bisogno di un futuro da offrire al nostro Paese. E per i conservatori che vogliono salvare questa repubblica, c’è un solo punto di riferimento e un’unica visione da proporre: la tradizione cristiana del nazionalismo che ci unisce.

Il lavoro, la famiglia e Dio. Queste sono le tre forme d’amore che definiscono l’America. Ed è proprio questi ideali che il Partito Repubblicano deve ora difendere.

Un lettore europeo potrebbe vedere in questo una fusione tra il motto del regime di Vichy «Lavoro, famiglia, patria» e il motto nazional-cattolico «Dio, famiglia, patria», adottato di recente da Giorgia Meloni o da Jair Bolsonaro. Ma non è detto che Josh Hawley abbia in mente tutti questi riferimenti.

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I repubblicani potrebbero iniziare a difendere il lavoro dell’uomo comune. Di fronte alla scelta tra lavoro e capitale, tra denaro e persone, è ora che i repubblicani tornino alle loro radici cristiane e nazionaliste e inizino a dare la priorità al lavoratore.

Il Partito Repubblicano degli anni ’90 ha fatto di tutto per favorire i circoli finanziari. Adattando le politiche pubbliche ai loro interessi. Semplificando il codice fiscale. Lodando il loro operato. Pensate a tutti quei discorsi entusiastici sulle riduzioni fiscali per le imprese. Pensate a tutta quella retorica sull’allocazione efficiente delle risorse. Tutto ciò significava in realtà maggiori profitti per Wall Street.

Nel frattempo, i lavoratori erano lasciati a se stessi: vedevano chiudere le loro fabbriche, i loro stipendi rimanere fermi, i mutui salire alle stelle e il valore delle loro case crollare. Dovevano spiegare ai propri figli perché avevano dovuto lasciare la casa in cui erano cresciuti, perché non potevano più andare dal medico mentre il padre cercava di trovare un lavoro.

A tutto ciò, i repubblicani hanno risposto che era nella natura delle cose.

Vorrei semplicemente sottolineare che questa non è la tradizione nazionalista e cristiana di questo Paese.

È stato Abraham Lincoln a esprimerlo al meglio quando ha affermato che «il capitale non è altro che il frutto del lavoro, che è superiore al capitale e merita maggiore considerazione».

In questo paragrafo e in quelli precedenti emerge la stessa tendenza sociale: l’uomo prima del denaro, le vite prima del profitto e, in sostanza, il lavoro prima del capitale. Un discorso del genere attinge a diverse fonti: innanzitutto una tradizione di cristianesimo sociale, alimentata dalla dottrina sociale della Chiesa, che garantisce tutela ai lavoratori e rifiuta la sfrenata ricerca del profitto; ma anche una tradizione propriamente di estrema destra, più corporativista, che pretende di difendere i diritti dei lavoratori contro la finanza anonima e gli ambienti d’affari, ecc. Quest’ultima tradizione può assumere risonanze antisemite.

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Theodore Roosevelt si fece portavoce di questa stessa tradizione quando dichiarò: «Sono a favore degli affari, sì. Ma sono a favore dell’uomo prima di tutto — e degli affari solo in quanto complemento dell’uomo.»

Va ricordato che Josh Hawley ha scritto una biografia di Theodore Roosevelt quando studiava giurisprudenza a Yale.

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Ecco lo spirito giusto.

Il Partito Repubblicano di domani, un partito in grado di unire la nazione, deve anteporre le persone al denaro. E il modo per riuscirci è dare la priorità agli interessi dei lavoratori.

La sfida economica più grande della nostra epoca non è il debito, il deficit o il valore del dollaro: è il numero incredibile di persone in età lavorativa che non hanno un lavoro dignitoso.

Per garantire loro un lavoro, dobbiamo cambiare politica.

Stiamo per avviare un ampio dibattito sulla proroga delle riduzioni fiscali. Forse dovremmo iniziare con questa domanda: perché il lavoro dovrebbe essere tassato più del capitale? Non dovrebbe esserlo. Perché le famiglie dovrebbero beneficiare di meno agevolazioni fiscali rispetto alle imprese? Le famiglie dovrebbero sempre avere la priorità.

Sono ormai secoli che non si sente quasi più parlare della parola «usura». Eppure, nel corso degli anni ha occupato molti pensatori cristiani — e dovrebbe occuparci nuovamente. Non c’è alcun motivo per cui le società di carte di credito o le banche che le sostengono debbano essere autorizzate ad addebitare ai lavoratori interessi dal 30% al 40%. Nessun profitto al mondo può giustificare questo tipo di estorsione. Nessuna somma di denaro può giustificare il fatto di approfittare della sofferenza altrui. La legge dovrebbe fissare un tetto massimo ai tassi di interesse delle carte di credito.

Josh Hawley fa proprie le antiche condanne cristiane dell’usura, formulate ad esempio nel Medioevo da scolastici come Tommaso d’Aquino. Egli rifiuta i tassi d’interesse usurari che deruberebbero i lavoratori. In questo si avvicina alle riflessioni di René de La Tour du Pin (1834-1924), che ha svolto un ruolo di ponte tra il cattolicesimo sociale e il maurrassismo.

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È ora che i repubblicani si schierino dalla parte dei sindacati dei lavoratori. Non mi riferisco ai sindacati governativi, né a quelli del settore pubblico, ma ai sindacati che difendono i lavoratori e le loro famiglie.

Ho partecipato ai picchetti dei Teamsters. Ho votato per aiutarli a sindacalizzarsi presso Amazon. Ho sostenuto lo sciopero dei ferrovieri e quello dei lavoratori dell’industria automobilistica. E ne sono orgoglioso.

Per quanto riguarda le aziende « woke », dirò semplicemente questo: se volete cambiare le priorità delle aziende americane, rendetele nuovamente responsabili nei confronti della forza lavoro americana. Restituite potere ai lavoratori e cambierete le priorità del capitale.

Quest’ultima esortazione definisce l’intero quadro della riflessione socio-economica di Hawley — non a favore di un anticapitalismo, ma di una distribuzione più equa dei frutti del capitalismo — che può essere ricondotta a idee corporativiste o volte a promuovere la partecipazione e la condivisione degli utili da parte dei lavoratori nelle loro imprese.

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Uno dei motivi per cui i repubblicani non hanno dato la priorità ai lavoratori negli ultimi anni potrebbe essere che non hanno voluto dare la priorità alle loro famiglie.

Il partito di una nazione cristiana deve difendere la famiglia.

Si giunge così alla seconda parte del trittico, il discorso familista: la famiglia, «cellula fondamentale della società», dovrebbe anche fungere da baluardo contro la decadenza delle società moderne.

Il discorso di Hawley, innegabilmente conservatore, assume qui un tono decisamente sociale, incentrato soprattutto sulle difficoltà materiali che gli americani medi incontrano nel mettere su famiglia, e pone meno l’accento sui temi propriamente pro-life. Da notare che sembra riprendere il ritornello del salario familiare — sulla scia dei progetti dello Stato francese di Vichy — il che induce a pensare che le donne rimarrebbero a casa, anche se ciò non viene affermato esplicitamente. Hawley sembra inoltre mettere in relazione il lavoro delle donne con il relativo calo dei redditi delle famiglie.

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I repubblicani hanno parlato della famiglia, è vero. Non hanno mai smesso di parlarne. Ma repubblicani come Bush raramente si sono fermati un attimo a chiedersi perché così pochi dei loro connazionali mettano su famiglia. Le persone felici e piene di speranza hanno figli. Eppure sempre meno americani ne hanno. Perché? Potrebbe essere che l’economia difesa dai repubblicani — l’economia globalista e corporativista che hanno contribuito a creare — sia dannosa per la famiglia?

C’era un tempo in cui un lavoratore poteva provvedere al sostentamento della propria famiglia — moglie e figli — lavorando con le proprie mani. Quell’epoca è finita da un pezzo. Oggi gli americani si arrangiano in lavori senza prospettive, al servizio delle multinazionali, pagando nel contempo cifre esorbitanti per l’alloggio e l’assistenza sanitaria.

Non hanno una famiglia perché non hanno i mezzi per averne una.

Non c’è da stupirsi che siano ansiosi. Non c’è da stupirsi che siano depressi.

Ma c’è di peggio: chi ha figli non può permettersi di stare a casa con loro. Oggi entrambi i genitori devono lavorare per guadagnare la stessa somma, pur avendo lo stesso potere d’acquisto che un solo stipendio garantiva 50 anni fa. Gli asili nido pubblici plasmano la visione del mondo dei nostri figli. Gli schermi insegnano ai nostri figli a valorizzarsi o a svalutarsi. I media e l’industria pubblicitaria plasmano il loro senso del bene e del male.

Volete dare priorità alla famiglia? Fate in modo che sia facile avere figli. E riportate papà e mamma a casa. Trasformate la politica di questo Paese in una politica di salario familiare per i lavoratori americani — un salario che consenta a un uomo di provvedere alla propria famiglia e a una coppia sposata di crescere i propri figli come meglio crede.

Perché il vero metro di misura della forza americana è la prosperità della casa e della famiglia.

I conservatori devono difendere la religione della gente comune.

Tra tutti i legami che uniscono una società, nessuno è più forte di quello religioso: una visione condivisa della verità trascendente.

Quando i nostri leader si degnano di riconoscere la religione, di solito sottolineano che è la libertà religiosa a unire gli americani. A rigor di termini, non è vero. È la religione a unire gli americani — ed è questo il motivo principale per cui la libertà di praticarla è così importante.

Nell’ultimo capitolo del trittico, dedicato ai valori religiosi, Hawley opera un sottile spostamento: dalla «libertà religiosa» sancita dalla Costituzione americana, e che è effettivamente un valore cardine negli Stati Uniti, si passa a una celebrazione della « religione » — che non è definita, anche se si sottintende la sola religione cristiana — come principio effettivo della vita comunitaria. Ora, se la libertà religiosa è certamente quella di praticare la propria religione, implica anche la possibilità di cambiarla o di non averne alcuna — un punto che Hawley tace consapevolmente in questo caso.

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Tutte le grandi civiltà conosciute dall’umanità sono nate da una grande religione. La nostra non fa eccezione. Sebbene per decenni gli esperti abbiano detto agli americani che la religione li divideva, che distruggeva la pace civile, che li faceva uscire dai loro limiti, la maggior parte degli americani condivide convinzioni religiose ampie e fondamentali: teiste, bibliche, cristiane.

Anche in questo caso si passa da giudizi di fatto a giudizi di diritto: infatti, la società americana — oggi e a maggior ragione all’epoca dei Padri fondatori — non è una società laica, e Dio è onnipresente nel discorso pubblico. Da questa implicita permeazione del riferimento cristiano, sembra che Hawley voglia passare a una sorta di quadro normativo, cosa che i Padri fondatori si sono proprio premurati di escludere, poiché sapevano che le questioni confessionali avrebbero potuto effettivamente dividerli. Tutti i riferimenti religiosi e « pubblici » addotti da Hawley sono corretti — ma essi enunciano meno delle norme di quanto descrivano le credenze dei loro autori.

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La nostra fede nazionale è sancita nella Dichiarazione d’Indipendenza: «Tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili.»

La nostra fede nazionale è impressa sulle nostre monete: «In God We Trust». Il presidente Eisenhower ha ben sintetizzato la situazione quando, nel 1954, ha dichiarato a proposito di questo motto: «Questo è il paese della libertà — e il paese che vive nel rispetto della misericordia dell’Onnipotente nei nostri confronti».

Il consenso dell’élite sulla religione è del tutto errato. La religione è uno dei principali fattori di coesione della vita americana, uno dei nostri grandi legami comuni. I lavoratori credono in Dio, leggono la Bibbia, vanno in chiesa — alcuni spesso, altri no. Ma in ogni caso si considerano membri di una nazione cristiana. E comprendono questa verità fondamentale: i loro diritti derivano da Dio, non dal governo.

Hawley si colloca qui chiaramente nella tradizione del diritto naturale, ancora molto viva negli Stati Uniti; anche in questo caso, attribuisce un valore normativo a una realtà della società americana, ben più religiosa di quella francese, ad esempio.

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Gli sforzi compiuti negli ultimi settant’anni per eliminare ogni traccia di pratica religiosa dalla nostra vita pubblica vanno esattamente nella direzione opposta a ciò di cui la nazione ha bisogno. Abbiamo bisogno di più religione civile, non di meno. Abbiamo bisogno di un riconoscimento aperto dell’eredità religiosa e della fede che uniscono gli americani tra loro.

Secondo Hawley, un cristianesimo non confessionale potrebbe proprio svolgere il ruolo di una «religione civile» negli Stati Uniti. Ma, oltre al fatto che ciò sia già vero in un certo senso — soprattutto se paragonato alla «laicità alla francese» —, si potrebbe obiettare che ciò significhi limitare in modo singolare la portata e il valore del cristianesimo; anche in questo caso, l’analogia con il ruolo attribuito al cattolicesimo da Maurras è inquietante.

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La campagna volta a eliminare la religione americana dalla sfera pubblica non è altro che la continuazione della lotta di classe con altri mezzi: l’élite contro l’uomo della strada, la classe agiata atea contro i lavoratori americani. E del resto non si tratta, in senso stretto, di eliminare la religione, ma di sostituirne una con un’altra.

A questo punto il discorso assume toni complottisti, nel senso che il declino religioso osservato da alcuni decenni negli Stati Uniti non è tanto il risultato di un presunto disprezzo delle «élite» nei confronti della religione – con effetti sociali, tutto sommato, limitati – quanto piuttosto un fenomeno di secolarizzazione tipico di molte altre società.

Questa radicalizzazione delle contrapposizioni è evidente anche quando la «religione» dell’élite viene equiparata a una «religione LGBT» che andrebbe a sostituire quella precedente.

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Ogni nazione professa una religione civile. Per ogni nazione esiste un’unità spirituale. La sinistra vuole una religione: la religione della bandiera del Pride. Noi vogliamo la religione della Bibbia.

Ho quindi un suggerimento da dare: che si rimuovano le bandiere trans dai nostri edifici pubblici e che al loro posto, su ogni edificio di proprietà del governo federale o da esso gestito, venga riportato il nostro motto nazionale: «In God We Trust».

I simboli sono importanti.

La maggior parte degli americani, la maggior parte dei lavoratori americani, si sente legata alla fede cristiana. Credono che Dio abbia benedetto l’America; credono che Dio abbia un piano per l’America — e vogliono farne parte. È questa convinzione che dà loro la sensazione che, come ha scritto Burke, la nazione sia un « legame tra coloro che vivono, coloro che sono morti e coloro che nasceranno ».

Altro importante punto di riferimento del pensiero conservatore, la filosofia di Edmund Burke (1729-1797) riflette sulla nazione e sul suo necessario rapporto con la trascendenza in quanto comunità di destino, rompendo con l’illusione di un contrattualismo immediato e di un’autoistituzione della società. In questo senso, la comunità politica deve necessariamente dare spazio alla religione in quanto tradizione. È qui che la visione di Hawley, quando si ricollega ai fondamenti del conservatorismo classico, si rivela la più articolata e la più abile.

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Decenni di sentenze errate e di propaganda da parte dell’élite non sono riusciti a cancellare le convinzioni religiose degli americani. Non ancora. Ed è questo uno dei motivi principali per cui abbiamo ancora una nazione. I conservatori devono difendere la nostra religione nazionale e il suo ruolo nella nostra vita nazionale. Devono difendere quel legame morale più fondamentale e antico — come disse Macaulay, «le ceneri dei [nostri] padri e i templi del [nostro] Dio».

Il riferimento a Macaulay (1800-1859) risulta tanto più sottile nel discorso di Hawley in quanto il filosofo utilitarista viene qui utilizzato in modo inusuale, per difendere una forma di valore trascendente.

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Il lavoro, la casa, Dio. Sono queste le cose che amiamo insieme. Sono queste cose che sostengono la nostra vita comune. Ci rendono una nazione e costituiscono il fondamento della nostra unità.

Ed è proprio questo il significato del nazionalismo cristiano, nel senso più vero e profondo del termine. Non tutti i cittadini americani sono cristiani, ovviamente, e non lo saranno mai. Ma ogni cittadino è erede delle libertà, della giustizia e dell’obiettivo comune che ci offre la nostra tradizione biblica e cristiana.

In questa equiparazione tra valori nazionali e cristiani, tradizioni democratiche e agostiniane, si ritrova, in chiave americana, il vivace dibattito degli anni 2000 sulle « radici cristiane dell’Europa » e sulla loro possibile inserzione nel preambolo della « Costituzione europea ».

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È proprio questa tradizione il motivo per cui crediamo nella libertà di espressione. È per questo che crediamo nella libertà di coscienza. Ed è per questo che deploriamo il virulento antisemitismo che si manifesta nelle nostre istituzioni d’élite e nei nostri campus.

Il concetto non esplicitato ma sottinteso di «civiltà giudaico-cristiana» serve ad affermare l’idea dell’alleanza con il popolo ebraico — e quindi dell’alleanza americano-israeliana — e illustra anche l’idea di un’identità cristiana intrinsecamente aperta, poiché lascia spazio nella propria narrazione a un’altra comunità. Terzo «grande monoteismo», l’Islam, rispetto agli altri due, è un grande assente in questo testo. È forse per meglio ergerlo a avversario implicito dei valori nazionali?

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Infine, noto che alcuni di coloro che si definiscono «nazionalisti cristiani» assumono un tono diverso, un sermone di disperazione. Le loro parole lasciano presagire la fine dei tempi. Tutto sarebbe perduto, ci dicono. L’America non potrebbe essere salvata — o non varrebbe la pena di essere salvata.

A chi si fa riferimento qui? Forse al complottismo apocalittico di mons. Viganò; forse anche al comunitarismo radicale di Rod Dreher, autore di The Benedict Option, che sostiene una netta separazione tra piccole comunità cristiane e la maggioranza della società in balia del male. Si tratterebbe quindi di una rottura con i principi dell’agostinismo politico.

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E da questo clima di paura, propongono politiche spaventose: una Chiesa di Stato, l’etnocentrismo — un «Franco protestante» a guidarci. Che sciocchezza!

Anche in questo caso, Josh Hawley si distingue dai nazionalisti più estremisti e respinge ogni forma di razzismo e qualsiasi idea di una «religione di Stato», il che dimostra che, nonostante il suo conservatorismo radicale, si potrebbe, in ultima analisi e in una certa misura, collocarlo nella tradizione liberale americana, nel senso originalista del termine.

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Non è questa la nostra tradizione. Non è ciò in cui crediamo. Non lasciamoci dominare dalla paura. Non torniamo al nazionalismo etnico e rigido del mondo antico o all’ideologia autoritaria del sangue e del suolo. Non è questa l’eredità che ci ha lasciato il cristianesimo. In questo paese difendiamo la libertà di tutti. In questa nazione pratichiamo l’autonomia del popolo.

Torniamo piuttosto a ciò che ci unisce, in comunione. La dignità del lavoro. Il carattere sacro del focolare domestico. L’amore per la famiglia e per Dio.

Questa è la nostra civiltà. Questa è l’America.

In conclusione, Josh Hawley torna sul tema dell’«amore», inteso nei suoi significati più immediati — e quindi in grado di parlare agli elettori comuni: l’amore per i propri cari, per il proprio lavoro, per la propria bandiera —, come fondamento di tutte le comunità politiche. Questo filo conduttore agostiniano sottolinea quanto questo vero e proprio corso di filosofia politica sia stato meditato e articolato. Se venisse messo in atto — il che, in un certo senso, è una sfida, a causa della vaghezza dei suoi aspetti pratici — il programma civilizzazionale delineato da Josh Hawley non significherebbe comunque una rottura con le pratiche politiche dei repubblicani degli ultimi decenni.

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Quei valori che condividiamo e sui quali è stata fondata la nostra nazione non hanno perso la loro validità. Sono convincenti oggi quanto lo erano quando Agostino li descrisse per la prima volta. Sono vivi oggi quanto lo erano quando i primi puritani approdarono su queste coste.

Basta che ci impegniamo nuovamente a difenderli, a rafforzarli e a ravvivare la nostra dedizione. 

Quando lo faremo, salveremo la nazione.

J. D. Vance al Senato: la dottrina trumpista sull’Ucraina

È ormai noto che J. D. Vance, autore di Hillbilly Elegy, avrà un ruolo chiave se Trump venisse rieletto. Il 23 aprile, davanti al Senato, si è opposto con veemenza agli aiuti statunitensi all’Ucraina. Le sue argomentazioni non sono solo frutto di un’esagerata retorica trumpista: esse mirano alla memoria delle classi medie colpite dalla guerra in Iraq. Con Vance, forse si comprende finalmente la linea che sottende il programma di politica estera di Trump. Traduciamo e commentiamo per la prima volta il suo discorso in extenso.

Autore Marin Saillofest • Immagine © AP Photo/Michael Conroy


Ci sono voluti sei mesi perché il Congresso americano approvasse la richiesta di 60 miliardi di dollari di finanziamenti supplementari per l’Ucraina avanzata dalla Casa Bianca nell’ottobre 2023. Nel frattempo, i legislatori hanno moltiplicato i tentativi volti a raggiungere un accordo tra Democratici e Repubblicani. Il GOP, che avrebbe potuto strappare all’amministrazione Biden concessioni — ritenute impensabili pochi mesi prima — in materia di politica migratoria e sicurezza al confine con il Messico, alla fine ha ottenuto solo vittorie minori: gli aiuti economici all’Ucraina sono stati approvati sotto forma di prestito-sovvenzione (forgivable loan), e le misure di controllo sono state rafforzate.

Contro ogni previsione, è Joe Biden a uscire vittorioso da questo scontro: la firma della legge che riunisce gli aiuti all’Ucraina, a Israele, alla regione indo-pacifica e altre misure va ad aggiungersi all’elenco delle leggi ambiziose diventate realtà — nonostante il controllo della Camera dei Rappresentanti da parte del Partito Repubblicano. Donald Trump, feroce oppositore degli aiuti militari all’Ucraina — che considera un ostacolo al suo obiettivo di porre fine al conflitto con ogni mezzo, anche se ciò implica convincere Kiev a cedere parte del proprio territorio a vantaggio della Russia —, sembra essere stato almeno temporaneamente convinto dal presidente della Camera Mike Johnson della necessità di sottoporre a votazione un testo che stanzi fondi supplementari a sostegno della difesa dell’Ucraina.

Attualmente tenuto a presentarsi quattro giorni alla settimana al processo iniziato lunedì 22 aprile nell’ambito del caso Stormy Daniels, l’ex presidente è più interessato a coltivare la propria immagine di martire perseguitato dall’establishment che alla questione dell’Ucraina — relegata in secondo piano. Donald Trump è riuscito, con le sue manovre dietro le quinte, a stroncare sul nascere il progetto bipartisan di accordo che due mesi fa avrebbe potuto portare allo sblocco degli aiuti all’Ucraina in cambio di una riforma della politica migratoria. Poiché quest’ultima è stata volutamente bloccata dall’ex presidente, egli potrà basare la sua campagna sul fallimento dell’amministrazione Biden e sui dati allarmanti relativi agli attraversamenti illegali del confine. Trump spera così di contribuire a far pendere il voto a suo favore in alcuni distretti, il che potrebbe far passare uno o più Stati dal viola al rosso nelle elezioni di novembre. Ospite del podcast dell’editorialista MAGA John Fredericks lunedì 22 aprile, l’ex presidente è arrivato persino a difendere il speaker Mike Johnson dagli attacchi che sta subendo dall’ala destra del GOP alla Camera, che vorrebbe destituirlo per aver approvato gli aiuti all’Ucraina — con il sostegno dei Democratici.

Poiché il Senato aveva già approvato a febbraio un pacchetto di aiuti all’Ucraina del valore di 60 miliardi di dollari, tutta l’attenzione si è concentrata sulla Camera, dove Johnson ha ignorato il testo proveniente dal Senato. Rispetto a febbraio, questa settimana altri nove senatori repubblicani hanno votato a favore del pacchetto di aiuti. La regola che concede a ogni senatore un’ora di intervento prima del voto ha scoraggiato la maggior parte degli osservatori dall’interessarsi a questa ultima fase prima della firma di Joe Biden, che era soprattutto una formalità.

È stato tuttavia in occasione di questa votazione che il senatore repubblicano dell’Ohio J.D. Vance, vicino a Donald Trump, ha pronunciato quello che sembra essere il discorso che offre la visione più articolata del trumpismo in materia di politica estera fino ad oggi. Vance, dato per certo per ricoprire un ruolo di primo piano nella prossima amministrazione qualora Trump venisse eletto, è un feroce oppositore della prima ora agli aiuti all’Ucraina. Pochi giorni prima, aveva pubblicato un editoriale sul New York Times sostenendo che, al di là di qualsiasi possibile volontà o interesse strategico a sostenere militarmente Kiev, gli Stati Uniti semplicemente non disponevano della capacità produttiva e delle riserve sufficienti per fornire l’assistenza militare critica di cui l’Ucraina ha disperatamente bisogno. Pochi giorni dopo, Vance ha fatto circolare un promemoria all’attenzione dei rappresentanti repubblicani della Camera e del Senato ribadendo lo stesso argomento, con cui concludeva: «Anche secondo le previsioni più ottimistiche per la prossima amministrazione presidenziale, ogni giorno in cui riforniamo l’Ucraina è un giorno in più in cui ci sprofondiamo nel baratro».

Nel suo discorso al Senato, pronunciato martedì 23 aprile, Vance inserisce questa « verità matematica » in un contesto più ampio che collega a una storia di 40 anni di fallimenti delle amministrazioni successive in materia di politica estera : nei confronti dell’Iraq, dell’Iran, dell’Europa e ora dell’Ucraina. 

Vance non è né un ideologo né un intellettuale. A 18 anni, pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre, si arruola nel Corpo dei Marines e partecipa all’invasione dell’Iraq nel 2003: «& come ogni hillbilly [contadino] che si rispetti, volevo andare in Medio Oriente per uccidere i terroristi » 1. È questa esperienza — sulla quale torna nel corso del suo discorso, riconoscendo il proprio « errore » di aver inizialmente sostenuto la guerra — che è all’origine della sua opposizione a qualsiasi conflitto suscettibile di causare la morte di soldati americani o di indebolire la posizione degli Stati Uniti separandosi da una parte delle proprie riserve di armamenti. Lungi dal rivendicare una più ampia considerazione strategica che tenga conto di una qualsiasi rivalità con la Russia, l’opposizione all’assistenza all’Ucraina deriva da un isolazionismo improntato a un « realismo » nei confronti delle debolezze strutturali che affliggono la difesa americana — in eco a un discorso « non-interventista » portato avanti da alcuni repubblicani nella prima metà del XX secolo, come il candidato alle elezioni presidenziali del 1940 Robert A. Taft.

L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in luce — se mai ce ne fosse stato bisogno — la posizione sostanzialmente simile in materia di politica estera tra la frangia più conservatrice del Senato, rappresentata in particolare dal leader della minoranza Mitch McConnell, e quella del Partito Democratico incarnata da Joe Biden. Il discorso di McConnell — che lascerà il suo posto a novembre — è simile sotto molti aspetti a quello di Biden, mettendo in evidenza una decisione che li collocherà «dalla parte giusta della storia» e che, rafforzando gli alleati degli Stati Uniti, rafforzerà gli Stati Uniti stessi. Questa posizione anti-isolazionista è in declino e potrebbe diventare minoritaria al Senato dopo le elezioni di novembre. J.D. Vance incarna invece la continuazione della posizione trumpista all’interno di un organo legislativo dove i cambiamenti si inseriscono in un arco di tempo più lungo rispetto alla Camera: contestazione dell’ordine internazionale così come istituito dopo la Seconda Guerra Mondiale e delle sue strutture, diffidenza nei confronti delle alleanze, ripiegamento nazionalista e alleggerimento dell’onere finanziario che graverebbe sul contribuente americano a causa dell’impegno degli Stati Uniti nel mondo.

Signor Presidente, per quanto riguarda i miei colleghi che hanno votato contro questo testo legislativo, mi permetta di esprimere serie preoccupazioni riguardo alla direzione che sta prendendo il nostro Paese e a ciò che questo voto rappresenta in termini di preparazione degli Stati Uniti, di capacità degli Stati Uniti di difendere se stessi e i propri alleati in futuro e, cosa ancora più importante, sulla capacità dei leader americani di riconoscere a che punto siamo realmente come paese: i nostri punti di forza, le nostre debolezze, ciò che può essere costruito e ciò che deve essere completamente ricostruito.

Alcune analogie storiche dovrebbero chiarire questo dibattito: una sembra essere sempre utilizzata, mentre l’altra sembra non essere mai menzionata. Chi si oppone al proseguimento degli aiuti all’Ucraina – e io mi annovero tra questi – sostiene che si tratti di un momento in cui Chamberlain si oppone a Churchill. Avete appena sentito il mio illustre collega del Delaware fare questa osservazione. Senza mancare di rispetto al mio amico del Delaware, dobbiamo trovare altre analogie in questa Assemblea. Dobbiamo essere in grado di comprendere che la storia non si riduce alla Seconda guerra mondiale che si ripete all’infinito. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Ciò non significa che sia una brava persona, ma ha capacità molto inferiori rispetto al leader tedesco alla fine degli anni ’30.

L’America non è più quella della fine degli anni ’30 o dell’inizio degli anni ’40. La nostra potenza industriale è nettamente inferiore, in termini relativi, rispetto a quella di quasi 100 anni fa. L’analogia crolla sotto molti aspetti, anche se si ignorassero le capacità dell’America, della Russia, ecc. Dovremmo prendere in considerazione altre analogie storiche, e vorrei citarne alcune. La Seconda guerra mondiale, ovviamente, è stata senza dubbio la guerra più devastante della storia del mondo. È seguita da vicino dalla Prima guerra mondiale. Qual è la lezione da trarre dalla Grande Guerra?

Non è che ci siano sempre persone che placano i malvagi o che combattono contro di loro.

La lezione della Prima guerra mondiale è che, se si agisce con imprudenza, si rischia di finire coinvolti in un conflitto regionale più ampio che causerà la morte di decine di milioni di persone, molte delle quali innocenti. Nel 1914, le alleanze, la politica e il fallimento degli statisti trascinarono due blocchi militari rivali in un conflitto catastrofico.

Ritratto di un mondo in frantumi

A cura di Giuliano da Empoli.

Con i contributi di Anu Bradford, Josep Borrell, Julia Cagé, Javier Cercas, Dipesh Chakrabarty, Pierre Charbonnier, Aude Darnal, Jean-Yves Dormagen, Niall Ferguson, Timothy Garton Ash, Jean-Marc Jancovici, Paul Magnette, Hugo Micheron, Branko Milanovic, Nicholas Mulder, Vladislav Sourkov, Bruno Tertrais, Isabella Weber, Lea Ypi.

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Proprio la settimana scorsa, il Council on Foreign Relations ha pubblicato un saggio in cui si esortano le truppe europee a sostenere le linee ucraine, mentre l’Ucraina fatica a reclutare uomini. Alcuni leader europei hanno dichiarato che potrebbero inviare truppe a sostegno dell’Ucraina. La lezione di storia che dovremmo trarne forse non è quella di Chamberlain contro Churchill. Forse dovremmo chiederci come un intero continente, come l’insieme dei leader di un mondo intero, si sia lasciato trascinare in un conflitto mondiale.

Esiste una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina? Sì, credo che ci sia. Infatti, come hanno sottolineato molti — sia i detrattori di Vladimir Putin che i sostenitori dell’Ucraina —, circa 18 mesi fa era effettivamente sul tavolo un accordo di pace. Che fine ha fatto? L’amministrazione Biden ha spinto Zelensky a mettere da parte l’accordo di pace e a lanciarsi in una disastrosa controffensiva che ha ucciso decine di migliaia di ucraini, ha esaurito un intero decennio di scorte di materiale militare e ci ha lasciati nella situazione in cui ci troviamo oggi, in cui ogni osservatore obiettivo della guerra in Ucraina riconosce che la situazione è peggiore per l’Ucraina rispetto a diciotto mesi fa.

La «soluzione diplomatica» alla guerra in Ucraina riprende qui una richiesta avanzata da Donald Trump già da diversi mesi. Nel luglio 2023, l’ex presidente si vantava di essere l’unico leader in grado di far sedere Putin e Zelensky al tavolo dei negoziati e, grazie alle «ottime relazioni» che intrattiene con i due presidenti, di ottenere un accordo in un solo giorno. Secondo diverse fonti coinvolte nelle conversazioni private che Trump ha avuto con i suoi consiglieri, questo « piano di pace » consisterebbe nel spingere Kiev ad abbandonare la Crimea e il Donbass 2.

La residenza privata di Trump a Mar-a-Lago e la Trump Tower di New York sono ormai diventate luoghi di incontro privilegiati tra il candidato favorito per tornare alla Casa Bianca nel gennaio 2025 e i leader e gli ex leader che si recano negli Stati Uniti per discutere della guerra in Ucraina e della posizione di Donald Trump.

J.D. Vance fa qui riferimento, tra l’altro, a un articolo pubblicato sulla rivista Foreign Affairs il 16 aprile 2024, in cui si sostiene che «& i partner occidentali di Kiev [in particolare Washington] erano riluttanti all’idea di essere coinvolti in una trattativa con la Russia, in particolare una trattativa che avrebbe imposto loro nuovi impegni per garantire la sicurezza dell’Ucraina […] con il fallimento dell’accerchiamento di Kiev da parte della Russia, il presidente Volodymyr Zelensky ha acquisito maggiore fiducia nel fatto che, con un sostegno occidentale sufficiente, avrebbe potuto vincere la guerra sul campo di battaglia » 3.

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Avremmo potuto evitarlo? Sì, avremmo potuto e avremmo dovuto evitarlo. Avremmo salvato molte vite, avremmo salvato molte armi americane e il nostro Paese sarebbe stato molto più stabile e in una situazione ben migliore se lo avessimo fatto.

La questione delle riserve di equipaggiamento e munizioni statunitensi è fondamentale nella politica di assistenza militare nei confronti dell’Ucraina. È tuttavia difficile dare credito all’argomentazione secondo cui tale politica avrebbe compromesso la «stabilità» degli Stati Uniti, in particolare sul piano economico.

La stragrande maggioranza — tra il 60 e il 90%, l’80% secondo le dichiarazioni di Mike Johnson del 17 aprile — dei fondi stanziati dal Congresso per fornire equipaggiamento all’Ucraina viene in realtà reinvestita nell’economia statunitense per finanziare la sostituzione delle munizioni e dei sistemi donati. L’assistenza supplementare a Kiev finanzia, tra l’altro, l’aumento delle capacità produttive statunitensi di proiettili da 155 mm e consente di finanziare l’ammodernamento di alcune attrezzature dell’esercito americano.

Inoltre, le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale indicano un tasso di crescita dell’economia statunitense doppio rispetto a quello dei paesi del G7. La quota dell’economia statunitense nel PIL mondiale è aumentata di quasi un punto percentuale tra il 2022 e il 2024 in dollari USA correnti, mentre quella della Cina è diminuita di 0,73 punti percentuali.

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C’è un’altra analogia storica su cui vale la pena soffermarsi: l’inizio degli anni 2000. Nel 2003 frequentavo l’ultimo anno di liceo e all’epoca ricoprivo una carica politica. Credevo alla propaganda dell’amministrazione di George W. Bush secondo cui dovevamo invadere l’Iraq, che si trattasse di una guerra per la libertà e la democrazia, che chi assecondava Saddam Hussein avrebbe provocato un conflitto regionale più ampio. Vi ricorda qualcosa di ciò che sentiamo oggi?

Sono esattamente gli stessi discorsi, vent’anni dopo, con nomi diversi. Ma abbiamo imparato qualcosa negli ultimi vent’anni? No, non credo. Abbiamo imparato che battendoci il petto invece di impegnarci nella diplomazia otterremo in qualche modo dei buoni risultati. Non è vero. Abbiamo imparato che parlando incessantemente della Seconda guerra mondiale possiamo intimidire le persone, indurle a ignorare i loro impulsi morali fondamentali e condurre il Paese dritto verso un conflitto catastrofico.

Una delle grandi ironie della mia presenza al Senato negli ultimi 18 mesi è che molte persone mi hanno accusato di essere un tirapiedi di Vladimir Putin. Mi oppongo a questa affermazione perché, nel 2003, ho effettivamente commesso l’errore di sostenere la guerra in Iraq. Qualche mese dopo, mi sono anche arruolato nei Marines, uno dei due ragazzi del mio quartiere di McKinley Street a Middletown, Ohio, ad arruolarsi nei Marines quell’anno.

Ho servito il mio Paese con onore e, quando sono andato in Iraq, ho capito che mi avevano mentito, che le promesse dei responsabili della politica estera di questo Paese non erano altro che un enorme scherzo. Qualche giorno fa, abbiamo visto i nostri amici della Camera dei Rappresentanti sventolare bandiere ucraine sull’aula della Camera: mi piacerebbe vederli sventolare la bandiera americana con altrettanto entusiasmo. Non mi lamenterò del fatto che si trattasse di una violazione delle regole della Camera, anche se sicuramente lo era.

Il regolamento della Camera dei Rappresentanti non menziona un divieto esplicito di sventolare bandiere nell’aula, sebbene preveda «che i membri non debbano tenere una condotta disordinata o di disturbo». Questo evento relativamente insignificante è stato tuttavia utilizzato dai rappresentanti contrari agli aiuti all’Ucraina per denunciare una forma di « capitolazione » di Mike Johnson rispetto agli obiettivi del GOP in materia legislativa : in particolare la messa in sicurezza del confine con il Messico.

A seguito della pubblicazione di un video di quel momento da parte del deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, il sergente d’armi della Camera — responsabile, tra l’altro, del protocollo — avrebbe minacciato il deputato di una multa di 500 dollari se questi non avesse ritirato il video. Questo avvertimento, rapidamente disinnescato da Mike Johnson, è stato percepito da una parte dei deputati dell’ala destra del GOP come un tentativo di « far dimenticare questo tradimento dell’America » da parte della leadership repubblicana e dei deputati democratici  4.

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Ma questo mi ha ricordato — e credo fosse nel 2005 — che proprio in quell’aula i deputati alzavano le dita macchiate di inchiostro viola per commemorare le incredibili elezioni irachene del 2005. Mi trovavo in Iraq durante il referendum costituzionale dell’ottobre 2005 e le elezioni parlamentari di dicembre. Ricordo gli iracheni che votavano con gioia, alzando il dito in aria.

Quello che voglio dire non è che il popolo iracheno fosse cattivo o che fosse cattivo perché ha votato, ma che l’ossessione per il moralismo — la democrazia è buona ; Saddam Hussein è cattivo ; l’America è buona ; la tirannia è cattiva — non è un modo di condurre una politica estera, perché ci si ritrova allora con persone che agitano le dita sul pavimento della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, anche se hanno portato il loro paese al disastro.

E lo dico in qualità di orgoglioso repubblicano. Lo dico in qualità di persona che sostiene i colleghi repubblicani, indipendentemente dal fatto che siano d’accordo o meno con me su questa questione. Il fatto di aver sostenuto George W. Bush nel perseguire un conflitto militare è stato forse il periodo più vergognoso della storia del Partito Repubblicano degli ultimi quarant’anni.

La mia scusa è che frequentavo l’ultimo anno di liceo. Qual è invece la scusa delle numerose persone che all’epoca sedevano in quest’Aula o alla Camera dei rappresentanti e che oggi ripetono esattamente lo stesso ritornello quando si tratta dell’Ucraina? Non abbiamo imparato nulla? Non abbiamo aggiornato in alcun modo il nostro modo di ragionare, i criteri che applichiamo per determinare quando dobbiamo intervenire in conflitti militari?

Non abbiamo imparato nulla sulla precarietà e sul valore della vita negli Stati Uniti e nel resto del mondo, e sul fatto che dovremmo essere un po’ più cauti nel proteggerla? All’epoca, nel 2003, in questo Paese esisteva una sinistra contro la guerra. Oggi nessuno è davvero contrario alla guerra. Nessuno si preoccupa del protrarsi dei conflitti militari all’estero. Nessuno sembra preoccuparsi delle conseguenze impreviste.

Come dimostra la cronologia delle votazioni alla Camera o al Senato sui vari provvedimenti di sostegno all’Ucraina e a Israele, una parte della sinistra rappresentata al Congresso continua a rivendicare una posizione contro la guerra.

Tuttavia, tale voto riguarda più l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza che gli aiuti alla difesa del territorio ucraino contro l’invasione russa. Al Senato, due senatori democratici — e il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, vicino all’ala sinistra — hanno votato contro il pacchetto di aiuti esteri. Allo stesso modo, 37 rappresentanti democratici della Camera hanno votato contro la proposta di legge separata riguardante gli aiuti a Tel Aviv e l’assistenza umanitaria a Gaza. L’opposizione alla guerra in tutte le sue forme è incarnata nella sfera pubblica anche dal Quincy Institute, un think-tank che sostiene una « moderazione strategica ».

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Ma l’Iraq ha avuto molte conseguenze impreviste — molte conseguenze che forse erano state previste da alcune persone intelligenti; molte conseguenze che nessuno aveva previsto — una delle quali è che abbiamo dato all’Iran un alleato regionale anziché un concorrente regionale. George W. Bush si è presentato davanti al popolo americano e ha detto: «Invaseremo questo paese e daremo a uno dei nostri nemici più potenti nella regione un alleato regionale di tutto rispetto»? Pensavamo che, vent’anni dopo, l’Iraq sarebbe diventato una base per attaccare le nostre truppe in Medio Oriente? Pensavamo che ciò avrebbe rafforzato uno dei regimi più pericolosi di quella regione del mondo?

Oggi finanziamo Israele, come ritengo giusto che sia, affinché possa difendersi dagli attacchi provenienti dall’Iran, mentre proprio coloro che invocano più guerre in tutto il mondo sono gli stessi che ci hanno spinto a scatenare una guerra che ha rafforzato l’Iran.

C’è una certa ironia in tutto questo, una certa tristezza che provo al pensiero che non sembriamo mai imparare la lezione dal passato. Non sembriamo mai chiederci perché continuiamo a rovinare la politica estera americana, perché continuiamo a indebolire il nostro Paese, anche se diciamo di volerlo rendere più forte. Ecco un’altra cosa che dovremmo imparare dalla guerra in Iraq, una cosa che mi sta molto a cuore come cristiano e che, credo, dovrebbe stare a cuore anche a molti dei miei colleghi non cristiani, a molti dei miei concittadini americani non cristiani.

Gli Stati Uniti rimangono, ad oggi, la più grande nazione a maggioranza cristiana del mondo. Siamo la nazione cristiana più numerosa al mondo in termini di popolazione. Eppure, quali sono i frutti — « Li riconoscerete dai loro frutti », ci dice la Bibbia — quali sono i frutti della politica estera americana nei confronti delle popolazioni cristiane di tutto il mondo negli ultimi decenni ? 

In Iraq, prima della nostra invasione, c’erano 1,5 milioni di cristiani. Molti di loro appartenevano a comunità antiche: i caldei, persone la cui discendenza e i cui antenati risalgono a coloro che hanno conosciuto gli apostoli di Gesù Cristo. Oggi, quasi tutte queste comunità cristiane storiche sono scomparse. Ecco i frutti dell’opera americana in Iraq – un alleato regionale dell’Iran – e l’eradicazione e la decimazione di una delle più antiche comunità cristiane del mondo.

È questo che ci avevano detto che sarebbe successo? Il popolo americano — la più grande nazione a maggioranza cristiana del mondo — pensava forse che fosse questo ciò in cui si stava impegnando? Io, per quanto mi riguarda, non lo pensavo affatto. E mi vergogno di non averlo pensato.

Eppure l’abbiamo fatto. Abbiamo fatto tutto questo perché non abbiamo riflettuto su come la guerra e i conflitti portino a conseguenze inaspettate.

Sono certo che applicare queste lezioni al conflitto ucraino possa sembrare assurdo. Di certo non rischia di sfociare in un conflitto regionale o addirittura mondiale più ampio. Anzi, certo che no… sto scherzando. È ovvio che sia così.

Mentre gli alleati europei propongono di inviare truppe per combattere Vladimir Putin, trascinando la NATO ancora più a fondo in questo conflitto, sì, la guerra in Ucraina rischia di trasformarsi in un conflitto regionale più ampio. E che dire dell’attacco alle comunità cristiane tradizionali? Proprio oggi, il parlamento ucraino sta valutando l’approvazione di una legge che esproprierebbe un gran numero di chiese e comunità cristiane in Ucraina. Dicono che sia perché queste chiese sono troppo vicine alla Russia. E forse alcune chiese sono troppo vicine alla Russia. Ma non si priva un’intera comunità religiosa della sua libertà di culto solo perché alcuni dei suoi membri non sono d’accordo con voi sul conflitto del momento.

La libertà di religione è sancita dalla Costituzione ucraina, che non può essere modificata durante la legge marziale. Per quanto riguarda la legge sulle comunità religiose, le discussioni sulla sua modifica sono in corso da ben prima dell’invasione su larga scala da parte della Russia. Gli emendamenti attualmente in discussione in Parlamento mirano a regolamentare tutte le organizzazioni religiose del Paese in modo tale da non minacciare la sicurezza nazionale e non ledere le convinzioni religiose.

In sostanza, solo la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca esprime preoccupazioni al riguardo, sebbene affermi di non avere alcun legame con la Russia. In ogni caso, anche se la legge venisse approvata nella sua versione attuale, il destino di ciascuna parrocchia sarà determinato solo in seguito a una decisione giudiziaria. In Ucraina, le comunità religiose sono decentralizzate e ogni parrocchia è un’entità giuridica, a differenza, ad esempio, della Chiesa ortodossa russa, dove tutte le parrocchie sono riunite sotto un’unica entità.

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Sono convinto che questa guerra finirà per causare lo sfollamento di un’importante comunità cristiana in Ucraina. E questa sarà la nostra vergogna: la nostra vergogna, noi deputati, per non averlo previsto; la nostra vergogna, noi deputati, per non fare nulla per fermarlo; la nostra vergogna per rifiutarci di utilizzare le centinaia di miliardi di dollari che inviamo all’Ucraina come leva per assicurare e garantire una vera libertà religiosa.

Era vero allora ed è vero oggi: il dibattito in questo Paese è stato stranamente distorto, e la gente non può dissentire in buona fede dalla nostra politica nei confronti dell’Ucraina. Si viene immediatamente accusati di far parte della squadra sbagliata, di stare dalla parte sbagliata.

Ricordo che, quando ero un giovane liceale conservatore, gli oppositori della guerra in Iraq all’interno dello stesso schieramento conservatore dicevano: «Voi state semplicemente dalla parte di Saddam Hussein e pensate che a Saddam Hussein debba essere permesso di continuare a maltrattare il popolo iracheno; non avete alcun amore per questo innocente popolo iracheno; non credete nell’America». E gli stessi argomenti vengono utilizzati oggi: sei un fan di Vladimir Putin se non ti piace la nostra politica nei confronti dell’Ucraina, oppure sei un fan di una terribile idea tirannica perché pensi che forse l’America dovrebbe concentrarsi maggiormente sui confini del proprio paese piuttosto che su quelli di qualcun altro.

L’ulteriore aiuto all’Ucraina richiesto da Biden al Congresso nell’ottobre 2023 è stato per un certo periodo percepito dal Partito Repubblicano come un mezzo per ottenere concessioni da parte dell’amministrazione democratica in materia di politica migratoria statunitense e di rafforzamento del confine con il Messico. Sebbene i due temi siano completamente distinti, i rappresentanti repubblicani al Congresso hanno lavorato per diversi mesi per negoziare con i democratici un accordo che consistesse nel combinare i due testi in un unico disegno di legge al fine di facilitarne l’approvazione.

Alla fine, Donald Trump si è opposto a questo «accordo» bipartisan, temendo che il miglioramento della situazione al confine potesse fornire a Biden ulteriori argomenti a favore della sua campagna per la rielezione. J.D. Vance è tra i rappresentanti repubblicani che si sono opposti fin dall’inizio a questa forma di legislazione transazionale che avrebbe potuto sbloccare entrambe le questioni e consentire a entrambi gli schieramenti di rivendicare una vittoria.

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Questa febbre bellica, questa incapacità di analizzare ciò che accade nel mondo per prendere decisioni razionali è l’aspetto più spaventoso di tutto questo dibattito. Vediamo persone che hanno servito il loro Paese, che hanno difeso buone politiche pubbliche — che fossero d’accordo o meno con esse — per tutta la loro carriera, essere trattate come agenti di un governo straniero semplicemente perché non gradiscono ciò che stiamo facendo in Ucraina.

Questo non è un dibattito in buona fede, è diffamazione. Ed è proprio questo tipo di calunnia che ci porterà a prendere decisioni sempre più sbagliate. Dovremmo tutti sentirci molto a disagio quando i nostri concittadini americani avanzano un argomento e la risposta a quell’argomento è: «Beh, no, no, ecco cosa dobbiamo fare»: Beh, no, no, ecco perché ti sbagli, o, ecco in sostanza perché non sono d’accordo con te. Ti puntano il dito in faccia e ti dicono: «Sei un burattino di Putin: sei un burattino di Putin, sei un agente di un regime straniero». È prendendo decisioni democratiche in questo modo che stiamo mandando in bancarotta il nostro Paese e che scateneremo una terza guerra mondiale. Dovremmo smetterla. Permettetemi quindi di presentare alcuni argomenti per spiegare perché la nostra politica nei confronti dell’Ucraina non ha alcun senso.

In primo luogo, non disponiamo della base industriale necessaria per sostenere una guerra terrestre in Europa. Bisogna esserne consapevoli. È interessante notare che quando ho avanzato l’argomento secondo cui non disponevamo della base industriale necessaria per sostenere un conflitto militare nell’Europa dell’Est, per sostenere un conflitto militare nell’Asia orientale e per sostenere la nostra stessa difesa nazionale, che l’America era troppo dispersiva, ho ricevuto, 18 mesi fa, una replica molto frequente.

Mi dicevano che la guerra in Ucraina rappresentava solo una frazione di una frazione del PIL americano, che potevamo fare tutto contemporaneamente e che ciò non avrebbe messo a dura prova le capacità dell’America. Oggi, sembra che tutti siano d’accordo con me. Tutti sembrano riconoscere che siamo fortemente limitati, non nel numero di dollari che possiamo inviare in Ucraina — perché ci sono dei limiti — ma nel numero di armi, proiettili di artiglieria e missili; non produciamo abbastanza armi da guerra fondamentali per inviarle in ogni angolo del mondo garantendo al contempo la nostra sicurezza.

L’argomento principale di Vance contro gli aiuti all’Ucraina consiste nel presentare la questione come un’equazione irrisolvibile: il fabbisogno di equipaggiamento e munizioni di Kiev è troppo elevato rispetto alle capacità produttive e alle riserve statunitensi. Il promemoria inviato in tal senso dal senatore ai rappresentanti repubblicani del Congresso il 16 aprile riflette un approccio pseudo-realista che distorce la realtà dello sforzo americano — ma non solo — al fine di presentare questa politica come un rischio che potrebbe portare a un notevole indebolimento della difesa americana. La sua argomentazione riprende in sostanza le argomentazioni avanzate da Vance durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco di febbraio.

Il senatore repubblicano del Mississippi Roger Wicker ha contrapposto a Vance una serie di dati che riflettono una realtà più credibile riguardo alla natura degli aiuti all’Ucraina e all’impegno profuso da altri paesi, in una contro-memoria inviata ai senatori repubblicani il 22 aprile. In esso, Wicker, fervente sostenitore degli aiuti militari all’Ucraina, confuta punto per punto le argomentazioni di Vance, mettendo in evidenza fatti e cifre volutamente occultati dal senatore dell’Ohio: l’aiuto militare europeo all’Ucraina è quasi pari a quello fornito dagli Stati Uniti, l’Ucraina sta rapidamente sviluppando le proprie capacità di produzione di droni, proiettili e mortai, e gli Stati Uniti non devono assumersi da soli l’onere dell’aiuto all’Ucraina  5

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Ma la gente dirà: «J.D. ha ragione, dobbiamo ricostruire la nostra base industriale della difesa, dobbiamo ricostruire la nostra capacità di produrre armi». Ma ora, il desiderio e la necessità di produrre più armi è un argomento a favore del conflitto ucraino piuttosto che contro di esso. È interessante vedere come i sostenitori di questo conflitto trovino sempre una nuova giustificazione quando quella di qualche mese fa crolla. Esaminiamo quindi alcuni fatti.

Gli ucraini hanno affermato pubblicamente — lo ha detto il loro ministro della Difesa — che hanno bisogno di migliaia di missili di difesa aerea ogni anno per proteggersi dagli attacchi russi. Ne produciamo migliaia? No. Se questo emendamento verrà approvato, come mi aspetto tra poche ore, passeremo da circa 550 missili intercettori PAC-3 a circa 650. Esistono alcuni altri sistemi d’arma che potrebbero fornire protezione in termini di difesa aerea. Ma le difese aeree dell’Ucraina sono attualmente sopraffatte perché non ne produciamo abbastanza.

E l’Europa non produce abbastanza sistemi di difesa aerea.

D’altra parte, riceviamo richieste da più parti. Gli israeliani ne hanno bisogno per respingere gli attacchi iraniani. Gli ucraini ne hanno bisogno per respingere gli attacchi russi. Potremmo, Dio non voglia, averne bisogno noi stessi. E i taiwanesi ne avrebbero bisogno se la Cina li invadesse. Non produciamo abbastanza armi per la difesa aerea, e nemmeno gli europei. Ecco perché, invece di sovraccaricarsi, l’America dovrebbe concentrarsi sulla diplomazia e fare in modo che i nostri amici e alleati possano fare tutto il possibile, pur riconoscendo i limiti e assicurando che noi – e soprattutto il nostro stesso popolo nel nostro stesso Paese – possiamo garantire la nostra difesa.

Non si tratta solo di missili per la difesa aerea. I proiettili d’artiglieria Martin da 155 mm sono una delle armi più cruciali per la guerra terrestre in Europa — forse addirittura la più cruciale. Gli Stati Uniti producono solo una minima parte di ciò di cui gli ucraini hanno bisogno. E se si somma ciò che gli Stati Uniti forniscono con ciò che gli europei sono in grado di fornire e ciò che altri sono in grado di fornire, la nostra capacità di aiutare l’Ucraina a colmare il divario che attualmente la separa dalla Russia risulta fortemente limitata.

Entro la fine del 2025, gli Stati Uniti e i paesi europei dovrebbero essere in grado di produrre congiuntamente 3 milioni di proiettili da 155 mm all’anno (1 milione per gli Stati Uniti, 2 milioni per l’Europa), ovvero 250.000 al mese. Uno studio dell’International Institute for Strategic Studies stima che l’Ucraina avrebbe bisogno di 200.000-250.000 proiettili al mese per sostenere un’offensiva su larga scala, e di 75.000-90.000 al mese per essere in grado di difendersi, ovvero il 20-50% in più rispetto al suo consumo attuale  6. Si stima che la Russia consumi invece 300.000 proiettili al mese. Una parte di questo consumo proviene tuttavia dalle sue ampie riserve accumulate durante la guerra fredda e da paesi terzi, in particolare dalla Corea del Nord.

I proiettili di artiglieria rappresentano solo una parte delle attrezzature, dei sistemi e delle munizioni di cui l’Ucraina ha bisogno per poter respingere la Russia. I dati sopra riportati dimostrano che le attuali capacità occidentali sono largamente insufficienti per fornire all’Ucraina una quantità adeguata di proiettili e contribuire al contempo al rifornimento delle riserve. In attesa di un aumento delle capacità, diversi paesi, tra cui la Repubblica Ceca, si stanno adoperando per reperire e finanziare proiettili presenti nei depositi di vari paesi al fine di inviarli all’Ucraina. 

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Avete sentito alti funzionari della nostra amministrazione della difesa affermare che, se questo disegno di legge non venisse approvato, gli ucraini si troverebbero in una situazione di svantaggio di 10 a 1 per quanto riguarda le munizioni essenziali come quelle per l’artiglieria — 10 a 1. Ciò che fa meno notizia è che attualmente gli ucraini hanno uno svantaggio di 5 a 1 e che non esiste una via credibile per fornire loro qualcosa che si avvicini alla parità. E non sto parlando nemmeno di quest’anno, ma dell’anno prossimo. Durante una conversazione con l’alto funzionario della sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, mi è stato detto che se gli Stati Uniti e gli europei aumentassero radicalmente la loro produzione, gli ucraini avrebbero uno svantaggio di 4 a 1 in termini di artiglieria entro la fine del 2025.

E questa è stata considerata una buona notizia. Non si può vincere una guerra terrestre in Europa con uno svantaggio di 4 a 1 in termini di artiglieria, soprattutto quando il paese che si sta affrontando ha una popolazione quattro volte più numerosa della propria. La risorsa più importante in una guerra, anche in una guerra moderna, non si limita ai missili di difesa aerea e ai proiettili di artiglieria ; la risorsa più importante sono gli esseri umani. Sono sempre gli esseri umani a combattere le nostre guerre, per quanto tragico ciò sia e per quanto non sia auspicabile che sia vero, e anche l’Ucraina ha un terribile problema di manodopera.

Il New York Times ha recentemente pubblicato un articolo sulla coscrizione — forse involontaria, almeno così spero — di una persona con disabilità mentale nell’ambito di questo conflitto. Ora hanno abbassato l’età di coscrizione. E continuano ad adottare misure draconiane per arruolare le persone.

Questo non ha nulla a che vedere con il fatto che circa 600.000 uomini in età di leva siano fuggiti dal Paese. Questa guerra viene spesso paragonata, come ho detto in precedenza, alla lotta del Regno Unito contro la Germania nazista. Nel pieno della Seconda guerra mondiale, un milione di britannici ha forse lasciato la Gran Bretagna per evitare di essere arruolato dai tedeschi? Ne dubito fortemente. C’è quindi un grave problema di risorse: non ci sono abbastanza armi e non c’è abbastanza manodopera. Questo è il problema che l’Ucraina deve affrontare.

Circa 3,7 milioni di ucraini di età compresa tra i 25 e i 60 anni possono essere mobilitati per prestare servizio nell’esercito, senza contare gli 1,3 milioni di uomini che vivono all’estero e che il governo ucraino sta cercando di convincere a tornare. Con l’adozione di un nuovo testo giovedì 11 aprile, la Verkhovna Rada ha rafforzato il quadro normativo della mobilitazione e ha offerto al governo un maggiore margine di manovra per portarla a termine. Più ancora della mancanza di uomini disponibili, è il modo in cui viene condotta la mobilitazione a compromettere le capacità ucraine. Su un milione di persone mobilitate in Ucraina, un’indagine ha concluso che solo 300.000 avevano partecipato ai combattimenti.

La Russia ha tuttavia una popolazione quattro volte superiore a quella dell’Ucraina. Inoltre, il numero di uomini sotto i 30 anni in buona salute è tra i più bassi nella storia del Paese — dimezzatosi dal 1990.

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Non lo dico per attaccare gli ucraini che hanno combattuto in modo ammirevole — molti di loro sono morti per difendere il proprio Paese. Ma se vogliamo onorare il sacrificio di chi è morto in questo conflitto, dobbiamo guardare in faccia la realtà. E la realtà è che più questo conflitto dura, più ci saranno morti inutili, meno persone ci saranno per ricostruire l’Ucraina e meno l’Ucraina sarà in grado di funzionare come paese in futuro. Ma non mi preoccupa solo questo; non mi preoccupa solo sapere se l’Ucraina possa vincere. Mi preoccupano anche, come ho detto in precedenza, le conseguenze indesiderate.

Dovremmo dedicare un po’ di tempo a discutere alcune di queste questioni. La nostra ossessiva attenzione sull’Ucraina ha diverse conseguenze. In primo luogo, a vari livelli del Congresso, abbiamo approvato leggi relative all’Ucraina che cercano di limitare esplicitamente i poteri diplomatici della prossima amministrazione presidenziale. So che non parliamo spesso di politica in modo così diretto, e sono certo di non essere d’accordo con i miei colleghi dall’altra parte dell’aula sull’identità del prossimo presidente, ma vogliamo dare al prossimo presidente, chiunque esso sia, i mezzi per impegnarsi realmente nella diplomazia — e non rendere più difficile l’impegno nella diplomazia.

Eppure molte disposizioni di questa legge — ma anche di altre leggi approvate da questa Assemblea e alle quali mi sono opposto — cercano esplicitamente di legare le mani al prossimo presidente. Ammettiamo che il prossimo presidente, chiunque esso sia, decida di porre fine ai massacri e di impegnarsi nella via diplomatica. Questa Camera potrebbe fornire un motivo di impeachment nei confronti di quel prossimo presidente per il semplice fatto di essersi impegnato sulla via della diplomazia. È difficile immaginare un giudizio più ridicolo sulle priorità della leadership americana del fatto che stiamo già cercando di rendere impossibile per il prossimo presidente impegnarsi in qualsiasi forma di diplomazia. Questa non è leadership, e non è fermezza ; è un’adesione cieca a un consenso ormai superato in materia di politica estera — che purtroppo è esattamente ciò che abbiamo.

Il disegno di legge supplementare a favore dell’Ucraina, che verrà probabilmente approvato nelle prossime ore, finanzia la frontiera ucraina chiudendo gli occhi sulla crisi di frontiera degli Stati Uniti. Il disegno di legge stanzia centinaia di milioni che potrebbero essere utilizzati per rafforzare la sicurezza delle frontiere ucraine e sostenere il Servizio nazionale delle guardie di frontiera dell’Ucraina. Buon per loro. Sono lieto che abbiano a cuore la sicurezza dei propri confini. Il supplemento proroga i benefici concessi agli ucraini in libertà vigilata negli Stati Uniti. Comprende 481 milioni di dollari per i rifugiati e l’assistenza temporanea, che potrebbero essere utilizzati, in parte, affinché l’Ufficio per il reinsediamento dei rifugiati fornisca assistenza per il reinsediamento agli ucraini che arrivano negli Stati Uniti, nonché ad altre organizzazioni che — poiché il denaro è fungibile — potrebbero reinsediare altri migranti provenienti da altri paesi nel nostro paese.

Così, proprio mentre aiutiamo gli ucraini a rendere sicura la loro frontiera, non solo trascuriamo la nostra, ma finanziamo anche delle ONG che aggraveranno la crisi migratoria di Joe Biden. È del tutto assurdo. Eppure è proprio quello che stiamo facendo. 

Cambiamo argomento. Questo disegno di legge contiene una disposizione molto apprezzata, il REPO Act. In breve, il REPO Act fa una cosa molto semplice: consente al Dipartimento del Tesoro di sequestrare i beni russi per aiutarli a pagare i costi della guerra. Sembra un’ottima idea. Ovviamente la Russia non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina e, ovviamente, dovrebbe pagarne le conseguenze.

Ma chiedetevi quali ripercussioni inaspettate potrebbe avere il sequestro di decine di miliardi di dollari di attività estere. Diversi economisti di ogni orientamento politico hanno affermato che il REPO Act potrebbe rendere più difficile la vendita dei titoli del Tesoro americano. È una questione di cui molti americani non si preoccupano granché. Tuttavia, sono certo che potrebbero sgranare un po’ gli occhi: questo Paese registra deficit di quasi 2.000 miliardi di dollari ogni anno.

Vi state chiedendo: da dove provengono questi 2.000 miliardi di dollari? Provengono dalla vendita di titoli del Tesoro sul mercato. È così che finanziamo la spesa in deficit del nostro Paese. E cosa succede quando la gente inizia a preoccuparsi del fatto che i titoli del Tesoro americano non siano un buon investimento? Ne abbiamo già visto le conseguenze negli ultimi due anni: i tassi di interesse aumentano, l’inflazione aumenta, i mutui immobiliari diventano più costosi.

I beni russi congelati negli Stati Uniti ammontano a soli 5 miliardi di dollari, ovvero meno del 2% del totale congelato nei paesi del G7, nell’Unione europea, in Svizzera e in Australia. Al di là del precedente giuridico, la questione dell’utilizzo di questi beni per il sostegno e la ricostruzione dell’Ucraina — come avviene negli Stati Uniti, dove il REPO Act consente di trasferire tali beni a un fondo speciale — è oggetto di dibattito tra i sostenitori dell’Ucraina sin dalle settimane successive all’inizio dell’invasione russa.

Vance non è l’unico esponente repubblicano a opporsi al REPO Act, temendo le conseguenze negative che il sequestro di attività potrebbe avere sui mercati obbligazionari statunitensi. Del resto, il think tank repubblicano vicino a Donald Trump Heritage Foundation si oppone anch’esso al REPO Act, temendo che possa portare a «& nbsp;minare il sistema finanziario globale denominato in dollari ed esporre un’economia già fragile a conseguenze impreviste e a rischi per i quali gli Stati Uniti non sono preparati » 7.

Sebbene diversi economisti abbiano effettivamente riconosciuto che questa normativa potrebbe avere conseguenze negative sull’economia statunitense, altri esperti ritengono che un’azione congiunta insieme agli altri paesi del G7 avrebbe l’effetto di distribuire il rischio, riducendo così l’esposizione di una singola economia 8.

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Non siamo almeno un po’ preoccupati che i mercati obbligazionari possano reagire negativamente se acquisiamo decine o centinaia di miliardi di dollari di attività? Dovremmo preoccuparcene, perché in questo Paese non possiamo già permetterci di sostenere una spesa in deficit. I rendimenti dei titoli del Tesoro sono già straordinariamente elevati. Grazie ai programmi di spesa di Joe Biden, hanno persino dimostrato una notevole tenacia negli ultimi mesi. 

Ecco un’altra conseguenza involontaria. 

La Germania è un alleato importante degli Stati Uniti e vanta la quarta o quinta economia mondiale. È un Paese molto importante, un alleato molto importante. Inoltre, è un Paese magnifico con persone magnifiche. Ma la Germania — sotto l’influenza di una serie di politiche cosiddette di energia verde — si sta rapidamente deindustrializzando. La Germania, tra l’altro, era uno dei pochi paesi all’indomani della Seconda guerra mondiale — in particolare negli anni ’70, ’80 e ’90 — ad aver mantenuto la propria potenza industriale in gran parte intatta.

Ritratto di un mondo in frantumi

A cura di Giuliano da Empoli.

Con i contributi di Anu Bradford, Josep Borrell, Julia Cagé, Javier Cercas, Dipesh Chakrabarty, Pierre Charbonnier, Aude Darnal, Jean-Yves Dormagen, Niall Ferguson, Timothy Garton Ash, Jean-Marc Jancovici, Paul Magnette, Hugo Micheron, Branko Milanovic, Nicholas Mulder, Vladislav Sourkov, Bruno Tertrais, Isabella Weber, Lea Ypi.

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Pensate alle automobili tedesche e a tutti gli altri prodotti manifatturieri provenienti dalla Germania. Oggi il Paese è molto meno competitivo nel settore manifatturiero rispetto a dieci anni fa. Perché? Perché per fabbricare prodotti occorre energia a basso costo. Per produrre acciaio occorre energia a basso costo. Ci vuole energia a basso costo per fabbricare automobili. Questo è del resto uno dei motivi per cui l’economia manifatturiera si è trovata in condizioni così difficili sotto l’amministrazione Biden — perché le loro politiche energetiche non hanno alcun senso. Ma bisogna dire alla Germania che gli Stati Uniti non sovvenzioneranno le sue ridicole politiche energetiche e le sue politiche che indeboliscono l’industria manifatturiera tedesca. Dovremmo far capire ai tedeschi che devono fabbricare le proprie armi, che devono costituire il proprio esercito e che hanno la priorità e la responsabilità di difendere l’Europa da Vladimir Putin o da chiunque altro.

Mi chiedo: quante brigate meccanizzate potrebbe schierare oggi l’esercito tedesco? Secondo alcune stime, la risposta è zero; secondo altre, la risposta è una. La quarta potenza economica mondiale non è quindi in grado di schierare un numero sufficiente di brigate meccanizzate per difendersi da Vladimir Putin. Non stiamo parlando di cinque o dieci anni fa, ma di ieri. Sono quindi tre anni che gli europei ci dicono che Vladimir Putin è una minaccia esistenziale per l’Europa, e sono tre anni che non reagiscono come se fosse vero. Donald Trump aveva già detto alle nazioni europee che dovevano spendere di più per la propria difesa. È stato rimproverato dai membri di questa Assemblea per aver avuto l’audacia di suggerire che la Germania dovesse impegnarsi e pagare per la propria difesa.

La spesa militare degli Stati Uniti (3,36% nel 2023) è superiore del 77% rispetto a quella degli altri paesi della NATO in percentuale del PIL (1,9%). Il SIPRI stima che, lo scorso anno, solo 10 paesi europei sui 27 che compongono l’Alleanza Atlantica avessero raggiunto l’obiettivo del 2% di spesa militare. Sebbene il Segretario generale della NATO preveda che quest’anno saranno in totale 18 i paesi a raggiungere l’obiettivo — ovvero sei volte di più rispetto a dieci anni fa, al tempo dell’invasione russa della Crimea —, gli europei continuano a spendere meno per la difesa rispetto agli americani — ad eccezione della Polonia, che lo scorso anno ha destinato il 3,83% del proprio PIL alla difesa, ovvero più degli Stati Uniti.

Ma contrariamente a quanto afferma Vance, gli europei hanno aumentato in modo significativo le loro spese per la difesa dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022. La Germania ha aumentato la propria spesa del 9% tra il 2022 e il 2023, la Francia del 6,5%, la Spagna del 9,8% e la Polonia del 75%. Esiste tuttavia un ampio divario tra l’Europa occidentale e quella orientale: +10% e +31% rispettivamente. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno visto aumentare la propria spesa per la difesa del 2,3% nel periodo considerato. Rappresentano tuttavia il 37% della spesa mondiale, ovvero il 54% in più rispetto al continente europeo (24% nel 2023).

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Ancora oggi, secondo alcune stime, la Germania non raggiunge la soglia del 2% del PIL che dovrebbe destinare alla spesa militare. E anche se raggiungesse questa soglia del 2% nel 2024, l’avrebbe raggiunta a malapena dopo letteralmente decenni di richiami. È giusto che gli americani siano costretti ad assumersi questo onere? Non credo. Ma mi preoccupa meno l’equità che il segnale che questo invia all’Europa. Se continuiamo ad assumerci una parte sostanziale dell’onere militare, se continuiamo a dare agli europei tutto ciò che vogliono, non diventeranno mai autosufficienti e non produrranno mai abbastanza armi per poter difendere il proprio paese.

I sostenitori di un finanziamento illimitato all’Ucraina continuano a ripetere che, se non inviamo risorse all’Ucraina, Vladimir Putin arriverà fino a Berlino o a Parigi. Innanzitutto, questo non ha alcun senso. Vladimir Putin non può spingersi fino all’Ucraina occidentale; come potrebbe arrivare fino a Parigi? In secondo luogo, se Vladimir Putin è una minaccia per la Germania e la Francia, se è una minaccia per Berlino e Parigi, allora questi due paesi dovrebbero spendere più soldi per le attrezzature militari.

Alcuni dei miei connazionali americani hanno avuto la fortuna di viaggiare in Europa. È un posto magnifico. Ma una delle cose che gli europei dicono spesso degli americani è che abbiamo troppe armi e troppo poca assistenza sanitaria. Uno dei motivi per cui abbiamo meno accesso all’assistenza sanitaria rispetto agli europei è che sovvenzioniamo il loro esercito e la loro difesa. Se gli europei fossero costretti a garantire la propria sicurezza, potremmo affrontare altri problemi interni. Ma non è così. Perché troppi membri di questa Assemblea hanno deciso che dobbiamo fare da poliziotti in tutto il mondo. Al diavolo il contribuente americano.

Per quarant’anni il nostro Paese ha commesso, in gran parte, un errore bipartisan. Ha permesso la delocalizzazione e l’esternalizzazione della nostra produzione, aumentando al contempo i nostri impegni in tutto il mondo. In sostanza, abbiamo esternalizzato la nostra capacità di produrre armi essenziali, rafforzando al contempo le nostre responsabilità in materia di polizia nel mondo. E, naturalmente, se dobbiamo sorvegliare il mondo, sono le truppe americane ad aver bisogno di queste armi. Da un lato, abbiamo indebolito il nostro stesso Paese; dall’altro, ci siamo espansi troppo.

C’è una certa ironia nel constatare che, se si esaminano i voti e gli impegni di questa Assemblea, le persone che si sono dimostrate più aggressive — i miei colleghi, alcuni dei miei amici — nel mandare i nostri buoni posti di lavoro nell’industria in Cina sono ora quelle che si dimostrano più aggressive nell’affermare che possiamo fare da poliziotti nel mondo. Con cosa dovremmo controllare il mondo?

La nostra produzione di artiglieria, armi e sistemi di difesa aerea, il nostro complesso militare-industriale di base, si è incredibilmente indebolito. E sentirete dire che questo disegno di legge porrà rimedio alla situazione. Non ci rimedia affatto. Questo disegno di legge, sebbene investa un po’ — e questa è una buona cosa, tra l’altro, non è poi così male — nella produzione critica di armi americane, invia queste armi all’estero più velocemente di quanto ci rifornisca.

Fonti
  1. J.D. Vance, Hillbilly Elegy. Memorie di una famiglia e di una cultura in crisi, William Collins, 2016, p. 156.
  2. Isaac Arnsdorf, Josh Dawsey e Michael Birnbaum, « Il piano segreto e azzardato di Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina », The Washington Post, 7 aprile 2024.
  3. Samuel Charap e Sergey Radchenko, « I colloqui che avrebbero potuto porre fine alla guerra in Ucraina », Foreign Affairs, 16 aprile 2024.
  4. Post di Thomas Massie su X (Twitter), 23 aprile 2024.
  5. Post di Roger Wicker, X (Twitter), 23 aprile 2024.
  6. Franz-Stefan Gady e Michael Kofman, Making Attrition Work: Una teoria plausibile della vittoria per l’Ucraina, IISS, 9 febbraio 2024.
  7. La legge REPO per gli ucraini è inutile, costosa e rischiosa, The Heritage Foundation, 15 aprile 2024.
  8. Erik Wasson e Enda Curran, « La legge russa sul sequestro dei beni suscita l’apprezzamento di Yellen e timori per il dollaro », Bloomberg, 24 aprile 2024.

Alla scoperta di J. D. Vance: dall’Ohio a Washington, una professione di fede nazionalista

Donald Trump ha quindi trovato il suo candidato alla vicepresidenza per le elezioni.
Cosa ne pensa J.D. Vance e quale sarà la sua influenza? All’ala destra del Partito Repubblicano, l’autore di Hillbilly Elegy è un ideologo « convertito » al trumpismo — ma la sua linea avrà un peso ben oltre. Per capire su cosa si fonda la sua visione per gli Stati Uniti, traduciamo e commentiamo il suo ultimo discorso chiave.

Autore Marin Saillofest • Immagine © AP Photo/Stefan Jeremiah


Lunedì 15 luglio, poche ore dopo l’apertura della Convention Nazionale Repubblicana a Milwaukee, nel Wisconsin, Donald Trump ha annunciato di aver scelto J.D. Vance come candidato alla vicepresidenza per le elezioni presidenziali di novembre. Meno di 48 ore prima, Trump era sopravvissuto a un tentativo di omicidio durante un comizio a Butler, in Pennsylvania.

La scelta di Vance era attesa, dato che negli ultimi anni è emerso come una delle figure di spicco all’interno del Partito Repubblicano. Dal suo ingresso al Senato nel gennaio 2023, è diventato uno dei principali sostenitori e portavoce della retorica trumpista in materia di immigrazione, politica estera e « valori » americani. Ad aprile, durante il dibattito al Senato sul voto del pacchetto di aiuti supplementari all’Ucraina, Vance ha articolato in un discorso la dottrina trumpista sull’Ucraina. Due mesi prima, a febbraio, Vance era alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco per lanciare un messaggio agli europei in vista delle elezioni di novembre: se Trump vincesse, gli Stati Uniti avrebbero voltato le spalle all’Europa per concentrarsi sulla Cina. 

Negli ultimi mesi, Vance ha assunto il ruolo di principale portavoce di Trump all’estero. Ha inoltre difeso il bilancio dell’ex presidente e ha dato prova della sua incondizionata lealtà verso gli Stati Uniti in occasione di comizi e conferenze.

Sebbene nel 2016 gli fosse ostile, Vance ha in seguito difeso con forza Trump, al punto che quest’ultimo lo considera ormai uno dei portatori della sua eredità ideologica. Al di là di questa forte convergenza politica, altri fattori pratici potrebbero aver influito sull’esclusione di altri potenziali candidati: Marco Rubio, anch’egli originario della Florida, sarebbe stata una scelta poco strategica come candidato alla vicepresidenza per ampliare la base geografica; Doug Burgum, governatore del Dakota del Nord, è stato sostenuto da Karl Rowe, un ex sostenitore di Bush, sul Wall Street Journal — testata che Vance, del resto, prende apertamente di mira più volte in questo testo.

Il discorso tradotto e commentato qui di seguito è stato pronunciato il 10 luglio a Washington D.C. in occasione della quarta edizione della National Conservatism Conference. Questo evento, organizzato dal 2019 sotto l’egida del conservatore israelo-americano Yoram Hazony, autore del libro di successo The Virtue of Nationalism (2018), è il più grande raduno annuale della « nuova destra » americana.

Mentre a pochi chilometri di distanza i leader dei paesi della NATO si riunivano per impegnarsi a sostenere l’Ucraina nel lungo periodo, la Fondazione Edmund Burke riuniva contemporaneamente conservatori provenienti da tutto il mondo, venuti a sostenere un ritorno all’isolazionismo e ai valori «tradizionali».

Bisogna ammettere che abbiamo ottenuto molti successi, ma anche qualche sconfitta.

Quando sono venuto a questa conferenza nel 2019, ero un investitore in venture capital, autore di Hillbilly Elegy, e non pensavo molto alla politica — a parte il fatto che ero preoccupato che il mio Paese stesse andando nella direzione sbagliata.

Nel mio discorso di cinque anni fa avevo sollevato alcuni punti che, purtroppo, sono ancora attuali. Avevo parlato del fatto che il sogno americano di mio nonno stava svanendo proprio nel Paese in cui era nato. Questo sogno americano si basa sull’idea che, lavorando sodo e rispettando le regole, si debba essere in grado di costruirsi una vita dignitosa — per sé stessi, per la propria famiglia, nel proprio Paese. Questa idea è stata messa a dura prova dalla sinistra americana. E lo è tuttora. In un certo senso, le cose sono addirittura peggiorate.

Credo tuttavia che abbiamo ottenuto vittorie incredibili. Uno dei miei cavalli di battaglia degli ultimi anni è l’idea che la politica estera americana debba fissarsi obiettivi realistici su ciò che possiamo realizzare, sui settori su cui possiamo concentrarci e sul fatto che la potenza militare debba essere, fondamentalmente, subordinata alla potenza industriale.

La lezione più importante della Seconda guerra mondiale non è che si vince un conflitto battendosi il petto e fingendo di fare i buoni. La vera lezione è che, se il fronte interno è forte, allora possiamo vincere e proiettare la nostra potenza all’estero. I nostri attuali leader sembrano averlo dimenticato. L’esempio più significativo di questa grande dimenticanza è l’Ucraina, dove abbiamo inviato centinaia di miliardi di dollari in armamenti senza alcun obiettivo che siamo vicini a raggiungere lì.

Dal suo ingresso al Senato nel gennaio 2023, Vance si è fatto paladino della svolta isolazionista intrapresa dal Partito Repubblicano sotto la guida di Donald Trump, in opposizione alla vecchia guardia repubblicana, incarnata da figure come Mitch McConnell, che continuano a sostenere l’idea di rafforzare gli Stati Uniti attraverso il rafforzamento dei propri alleati.

Vance si oppone categoricamente agli aiuti militari all’Ucraina poiché ritiene che gli Stati Uniti non dispongano di capacità produttive e riserve di armamenti sufficienti per aiutare Kiev garantendo al contempo la propria sicurezza. In occasione di un discorso pronunciato al Senato ad aprile, ha presentato «l’equazione irrisolvibile» del sostegno a Kiev non come un dilemma morale o ideologico, ma come un problema quasi matematico guidato da un ragionamento che, secondo lui, è strettamente razionale.

Come Trump, anche Vance invoca una «soluzione diplomatica» del conflitto. Secondo fonti vicine all’ex presidente, ciò consisterebbe nel spingere l’Ucraina ad accettare di cedere il Donbass e la Crimea alla Russia. Trump non crede né nella diplomazia né nei negoziati. Nel suo libro pubblicato durante la campagna del 2011 Time to Get Tough, definiva il ruolo del presidente come quello di « dealmaker in chief ». Ai suoi occhi, i diplomatici della prima amministrazione Obama erano «                                                                                                                     

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E tanti miei colleghi ignorano le realtà fondamentali della guerra.

Ma c’è comunque una buona notizia: la maggioranza repubblicana alla Camera e quella al Senato dell’ultima legislatura hanno detto «no» a questa guerra — mai più!

È una cosa positiva e un passo avanti.

Anche se non abbiamo ancora vinto questa battaglia, stiamo cominciando a spuntarla all’interno del nostro stesso partito — credo che sia molto importante.

Per quanto riguarda questo argomento specifico, devo criticare la pagina delle opinioni del Wall Street Journal.

La più stupida di tutte le possibili soluzioni e risposte in materia di politica estera per il nostro Paese è che dovremmo lasciare che la Cina produca tutti i nostri prodotti e che dovremmo dichiararle guerra.

A mio avviso, non dovremmo entrare in guerra con la Cina se possiamo evitarlo. Né dovremmo lasciare che siano i cinesi a fabbricare tutti i nostri prodotti. Eppure, da diversi anni, il Wall Street Journal ci ripete instancabilmente che possiamo inviare munizioni e armi da guerra in Ucraina all’infinito, mentre da due generazioni sostiene il trasferimento della nostra base industriale all’estero. Non ha alcun senso. È l’incarnazione perfetta del modo più stupido di governare il nostro Paese.

Mandiamo tutta la nostra industria della difesa in paesi che ci odiano, per poi spendere le poche scorte che abbiamo in una guerra la cui fine non è affatto garantita. Questo è l’approccio della pagina editoriale del Wall Street Journal. E sono lieto di poter dire che il Partito Repubblicano lo respinge con sempre maggiore forza. È un grande successo e un progresso considerevole. 

Un altro aspetto su cui abbiamo compiuto progressi concreti — come riconoscono persino i libertari e i fondamentalisti del mercato — è la consapevolezza che non si può praticare il libero scambio senza alcun limite con paesi che ci odiano. Sarebbe come permettere alla Germania nazista di costruire le nostre navi e i nostri missili nel 1942. Tutti i repubblicani concordano sul fatto che quell’epoca è ormai finita.

Vance si è convertito al mondo della sicurezza economica e al protezionismo. Nelle nostre pagine, Erica York aveva analizzato in profondità questo sorprendente elemento di continuità tra Trump e Biden: una tendenza che potrebbe radicalizzarsi in caso di ritorno di Trump alla Casa Bianca.

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Anche chi prima non era d’accordo con noi su come proteggere l’industria americana ora lo è. Non possiamo lasciare che siano i cinesi a fabbricare tutti i nostri prodotti se allo stesso tempo siamo impegnati in una competizione a lungo termine con loro. Abbiamo quindi compiuto notevoli progressi in questo campo.

Eppure, alcuni echi del vecchio consenso continuano a riaffiorare. Il nostro lavoro, quindi, non è ancora finito.

La questione su cui abbiamo compiuto i maggiori progressi — e questo è un punto in cui il movimento conservatore nazionale ha svolto un ruolo fondamentale — non solo qui, ma anche all’estero, è il riconoscimento della vera minaccia alla democrazia americana. Non si tratta certamente di Donald Trump, né tantomeno di un dittatore straniero che non ama l’America o i nostri valori. La minaccia principale è che gli elettori americani continuino a votare a favore di una riduzione dell’immigrazione e che i nostri leader continuino a non ascoltarli. Questa è la minaccia.

Oggi stavo parlando con un amico inglese. In tutto il mondo occidentale — in Germania o nel Regno Unito, per esempio — la gente continua a dire ai propri governanti che vuole meno immigrazione, ma questi ultimi si rifiutano ancora di ascoltarla. È come se la funzione fondamentale della nostra sacra democrazia fosse compromessa e le nostre élite non sembrassero preoccuparsene.

Perché?

In primo luogo, perché approfittano della manodopera a basso costo. In secondo luogo, perché non amano le persone che compongono la popolazione del proprio Paese. Constatiamo regolarmente che le élite britanniche e americane sembrano non amare i propri concittadini — anche se le loro guerre sono combattute dalla gente comune e non da coloro che bighellonano per le strade di Washington D.C.

Per quanto riguarda l’immigrazione, nessuno può ignorare che essa abbia reso le nostre società più povere, meno sicure, meno prospere e meno avanzate. 

La stragrande maggioranza degli studi condotti sull’argomento suggerisce che l’immigrazione, sia negli Stati Uniti che nel resto delle economie sviluppate, contribuisca alla crescita e sostenga il mercato del lavoro. In uno studio pubblicato a febbraio, il Congressional Budget Office, un’agenzia federale che fornisce analisi imparziali sul bilancio statunitense, osserva che: « & l elevato tasso di immigrazione netta iniziato nel 2022 proseguirà fino al 2026, aggiungendo in media circa 0,2 punti percentuali al tasso di crescita annuale del PIL reale nel periodo 2024-2034 »& nbsp;2

Il discorso populista di Vance si basa interamente sulla paura dello straniero messa in primo piano da Trump nelle sue campagne elettorali, che il candidato alla vicepresidenza dell’ex presidente aveva criticato nel 2016 in un’intervista rilasciata a The American Conservative, in occasione dell’uscita del suo libro Hillbilly Elegy  3.

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Ricordo che un anno fa ho litigato con un perdente su Twitter per capire se l’immigrazione facesse aumentare i prezzi degli immobili. L’argomento a cui si aggrappava era che forse gli immigrati aumentano la domanda di alloggi, ma sono loro a costruirli. Non è vero. Andate in Pennsylvania o in Ohio e vedrete: molti dei nostri concittadini nati negli Stati Uniti costruiscono ancora le nostre case.

È incredibile! Ci sono città nell’Ohio dove c’erano delle case prima dell’adozione della legge sull’immigrazione del 1964. Ve ne rendete conto? Abbiamo davvero costruito case negli Stati Uniti d’America prima che le nostre élite ci inondassero di manodopera a basso costo senza sosta! E, tra l’altro, possiamo ancora farlo. Queste persone possono ancora farlo — vogliono solo uno stipendio dignitoso.

Oggi tutti sembrano concordare sul fatto che, se l’immigrazione fosse il modo per creare ricchezza e far scendere i prezzi degli immobili, Londra starebbe benissimo, per esempio. Eppure, devo dirvi che sono stato a Londra l’anno scorso e che la città non se la passa affatto bene.

Del resto, non c’è nemmeno bisogno di andare a Londra. Potete guardare più vicino a casa vostra. Nelle nostre stesse comunità, nei nostri stessi Stati, i luoghi in cui i tassi di immigrazione sono più elevati sono proprio quelli in cui i prezzi degli immobili sono più alti. Non è nemmeno una questione di correlazione o causalità; è più che evidente. Se si esaminano le aree metropolitane, zona per zona, si nota che dove l’immigrazione è più forte, i prezzi degli immobili sono anche i più alti.

Ma non è tutto.

In Ohio c’è una città chiamata Springfield. Mi sta particolarmente a cuore, perché è quasi una copia esatta di Middletown, la città in cui sono cresciuto in Ohio. È una città di medie dimensioni, con circa 55.000 abitanti. Non crederete a questa statistica quando ve la ripeterò, perché io stesso non ci ho creduto quando ne ho sentito parlare per la prima volta: negli ultimi quattro anni, grazie alla politica di apertura delle frontiere di Joe Biden, la città di Springfield è passata da 55.000 a 75.000 abitanti. L’aumento di 20.000 abitanti è costituito quasi interamente da migranti haitiani. Andate ora a Springfield, nell’Ohio, e chiedete ai suoi abitanti se si sono arricchiti grazie a questi 20.000 nuovi arrivati in quattro anni.

Le cifre citate da Vance in questa sede non corrispondono a statistiche ufficiali, ma fanno riferimento a una lettera inviata dal responsabile municipale di Springfield, Bryan Heck, al senatore democratico dell’Ohio Sherrod Brown e al senatore repubblicano della Carolina del Sud ed ex candidato alle primarie repubblicane Tim Scott. In essa, Heck scrive: «& La popolazione haitiana di Springfield è aumentata da 15.000 a 20.000 persone negli ultimi quattro anni in una comunità che finora contava poco meno di 60.000 residenti, il che ha messo a dura prova le nostre risorse e la nostra capacità di fornire un numero sufficiente di alloggi a tutti i nostri residenti ». L’ultimo censimento ufficiale, risalente al 2020, indica che la città di Springfield è composta per il 70% da bianchi.

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I prezzi delle case sono saliti alle stelle. I membri della classe media che vivono a Springfield, a volte da generazioni, non possono più permettersi un alloggio. E ieri ho appreso che un terzo del bilancio sanitario della contea viene ora destinato alla concessione di prestazioni gratuite agli immigrati clandestini.

Naturalmente, la sinistra «verificherà i fatti» e dirà che non si tratta di immigrati clandestini perché, grazie all’abuso delle leggi sull’asilo e alle massicce liberazioni condizionali di Joe Biden, essi non sono più, «tecnicamente», clandestini — e perché comunque, secondo il Presidente, nessuno è un clandestino. 

Secondo l’amministrazione Biden, gli unici clandestini in questo Paese sono quelli i cui nonni sono nati qui. Sono proprio queste persone, del resto, a non avere il diritto di esprimere un’opinione e che saranno messe a tacere, censurate e insultate in ogni modo.

Springfield, nell’Ohio, è stata sommersa. Non bisogna certo pensare che i 20.000 nuovi arrivati siano persone cattive. Immagino che molti di loro siano addirittura persone molto perbene. Ma il mio obiettivo non è proteggere gli stranieri perbene. Sono senatore dello Stato dell’Ohio. I nostri leader devono innanzitutto proteggere gli interessi dei cittadini di questo Paese. Eppure, di fatto, non lo fanno.

Sempre nel mio Stato natale, l’Ohio, abbiamo avuto alcuni referendum che non sono andati a buon fine. Nel 2022 abbiamo perso delle elezioni che avremmo dovuto vincere. Come ho detto prima, non tutti i dibattiti sulla politica estera sono andati a nostro favore, ma nel complesso il movimento conservatore nazionale sta vincendo questa battaglia e sta cambiando il dibattito.

Lo facciamo partendo da un principio fondamentale: i leader americani devono occuparsi degli americani. Per quanto riguarda i britannici qui presenti, i leader britannici dovrebbero occuparsi dei propri cittadini — e così via per i cittadini di altri paesi.

Vorrei muovere un’ulteriore critica al Regno Unito. Recentemente stavo parlando con un amico e abbiamo accennato a uno dei principali pericoli nel mondo: la proliferazione nucleare. Ovviamente, l’amministrazione Biden non se ne preoccupa affatto.

Mi chiedevo quale sarebbe stato il primo paese veramente islamista a dotarsi di un’arma nucleare. Pensavamo che forse sarebbe stato l’Iran, dopo il Pakistan. E poi alla fine ci siamo detti che forse sarebbe stato il Regno Unito, con i laburisti che hanno appena preso il potere. Dico ai miei amici conservatori: dovete riprendere in mano la situazione.

Ma c’è un motivo che mi rende ottimista riguardo al futuro di questo movimento e del nostro Paese. Per la prima volta dopo molto tempo, è chiaro che il leader del Partito Repubblicano non è un uomo che ha un disperato bisogno di manodopera a basso costo, né una figura qualsiasi che pretenda di parlare a nome di questo o quel collegio elettorale. Il leader del Partito Repubblicano è un uomo che intende mettere al primo posto i cittadini americani. Quest’uomo è Donald Trump.

Quasi vorrei che la sua memoria fosse pessima quanto quella di Joe Biden: dimenticherebbe ciò che ho detto di lui nel 2016. È stato nel 2019 che mi sono convinto della validità dell’agenda America First di Trump. Sotto molti aspetti, mi presento davanti a voi come un convertito. All’epoca, anche a Washington D.C., anche nel 2019, anche se era il presidente degli Stati Uniti, c’erano persone che respingevano la sua influenza e che stavano già pianificando un ritorno all’attuazione delle posizioni preferite del Wall Street Journal.

Quell’epoca è ormai finita. È una grande vittoria per noi, ma, cosa ancora più importante, è una grande vittoria per il popolo americano che, lo ripeto, ha bisogno di persone che mettano al primo posto gli interessi dei propri elettori, dei nostri cittadini. È questa la ragion d’essere di questo movimento, ed è ciò che la presidenza Trump ci offrirà se le daremo una nuova possibilità.

Vorrei concludere con un’osservazione.

Chiedo scusa a chi tra voi mi ha già sentito fare questa osservazione, ma ritengo che sia importante. Anche se penso che siamo in ottima posizione dal punto di vista elettorale per il 2024, ci attendono numerosi dibattiti e discussioni. Una delle cose che si sente dire, anche dalla nostra parte, è che l’America sarebbe la prima nazione fondata su una decisione astratta (creedal nation). 

L’America sarebbe un’idea.

L’America è nata da idee eccellenti al momento della sua fondazione. È stata creata da uomini brillanti. La Costituzione, ovviamente, è un capolavoro di teoria politica, che ha esercitato un’influenza eccezionale; ecco perché ha resistito alla prova del tempo. Ma l’America non è solo un’idea. Siamo stati certamente fondati su grandi idee, ma l’America è una nazione. È un gruppo di persone che condividono una storia e un futuro comuni.

Una delle caratteristiche di questo popolo è che accogliamo i nuovi arrivati nel nostro Paese, ma lo facciamo alle nostre condizioni, alle condizioni dei cittadini americani. È così che preserviamo la continuità di questo progetto da 200 anni — e, mi auguro, anche per i prossimi 200 anni.

Permettetemi di illustrarlo con un esempio personale.

Sono sposato con una figlia di immigrati provenienti dall’Asia meridionale, persone straordinarie che hanno davvero arricchito il Paese sotto molti aspetti. Certo, non sono del tutto imparziale perché amo mia moglie, ma sono convinto che sia la verità.

Quando ho chiesto a mia moglie di sposarmi, frequentavamo la facoltà di giurisprudenza e le ho detto: «Tesoro, ho 120.000 dollari di debiti per gli studi di giurisprudenza e una tomba in un cimitero nel Kentucky orientale. E questo è tutto ciò che otterrai.» Quel lotto di cimitero nel Kentucky orientale, se si scende lungo la Kentucky Route 15 e si va a Jackson, si arriva alla casa ancestrale della mia famiglia, prima che emigrassimo in Ohio circa sessanta o settanta anni fa. È da lì che provengono tutti i miei parenti, dal cuore degli Appalachi. È la regione carbonifera del Kentucky, che tra l’altro è una delle dieci contee più povere di tutti gli Stati Uniti d’America.

Naturalmente, le nostre élite adorano accusare gli abitanti di queste contee di godere del privilegio bianco. Andate nella contea di Breathitt, nel Kentucky, e ditemi se quelle sono persone privilegiate. Sono persone molto laboriose e molto buone, che amano questo Paese, non perché l’America sia una « buona idea », ma perché nel profondo del loro cuore sanno che questa è la loro casa e che sarà la casa dei loro figli, e che sarebbero pronti a morire combattendo per proteggerla. 

Sin dalla pubblicazione del suo libro di successo e dall’inizio della sua carriera politica, Vance ha sempre sottolineato con forza le sue origini popolari e la povertà della città in cui è cresciuto, Middletown, e della sua contea. 

In Hillbilly Elegy, il senatore e candidato alla vicepresidenza al fianco di Donald Trump traccia il ritratto di un’America in declino, caratterizzata dalla povertà, dalla droga, dalla violenza e dalla miseria cronica delle piccole città della rust belt. Il suo racconto esalta inoltre i valori tipici degli Appalachi tramandati dalla sua famiglia. Sebbene in gran parte disoccupati, a volte dipendenti dalla previdenza sociale per sopravvivere, Vance fa ripetutamente riferimento all’orgoglio, alla solidarietà, al senso del lavoro e della famiglia degli abitanti di Middletown e degli Appalachi.

L’intento di Vance non è semplicemente quello di denunciare i danni causati dalla deindustrializzazione, ma anche di mettere in luce quelle che egli descrive come le cause della miseria in cui è cresciuto: il disinteresse della classe politica americana per l’America delle classi popolari, la white working class trascurata dai governi che si sono succeduti.

La scelta di Trump di nominare Vance come suo candidato alla vicepresidenza si basa in parte su una strategia elettorale volta ad attirare il voto delle classi popolari e medie bianche, rurali, negli Stati indecisi del nord-est che coprono in parte la rust belt: Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin. Sono proprio questi Stati, molto eterogenei dal punto di vista sociologico e culturale e sottoposti da diversi anni a una transizione demografica, che Trump dovrà conquistare a novembre per vincere le elezioni.

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È questa la fonte della grandezza dell’America, signore e signori.

Ho l’opportunità di rappresentare milioni di persone nello Stato dell’Ohio che sono esattamente così. Nel cimitero di cui parlo ci sono le tombe di persone nate all’epoca della guerra civile americana. E se, come spero, io e mia moglie riposeremo lì e i nostri figli ci seguiranno, ci saranno sette generazioni della mia famiglia in quel piccolo cimitero di montagna nel Kentucky orientale. Sette generazioni di persone che hanno combattuto per questo Paese, che hanno costruito questo Paese, che hanno prodotto cose in questo Paese e che combatterebbero e morirebbero per proteggere questo Paese se glielo si chiedesse. 

Non è una semplice idea.

Non si tratta solo di un insieme di principi, anche se le idee e i principi sono eccellenti. È una patria. La gente non combatte e muore solo per dei principi. Combatte e muore anche — e questo è fondamentale — per la propria casa, per la propria famiglia, per il futuro dei propri figli.

Se questo movimento spera di arrivare da qualche parte, e se questo Paese vuole prosperare, dobbiamo ricordarci che l’America è una nazione.

A volte non saremo d’accordo sul modo migliore per servire questa nazione. Non saremo d’accordo, ovviamente, nemmeno in questa sala, sul modo migliore per rilanciare l’industria americana e rinnovare la famiglia americana. Non è poi così grave. Ma non dimenticate mai che se esistiamo, se facciamo tutto questo, se ci interessiamo a tutte queste grandi idee, è perché vorrei, un giorno, che i miei figli mi seppellissero in questo cimitero e sapessero che gli Stati Uniti d’America sono forti, orgogliosi e grandi come non mai.

Mettiamoci al lavoro affinché ciò avvenga. Che Dio vi benedica.

Fonti
  1. Donald Trump, È ora di giocare duro, p. 13.
  2. Prospettive economiche e di bilancio: dal 2024 al 2034
  3. Vance, « Trump: il portavoce dei bianchi poveri », The American Conservative.

3 settembre 2024 • L’Impero Trump: le fonti intellettuali di una rivoluzione culturale J. D. Vance

Progetto 2025: il testo di J.D. Vance che la campagna di Trump ha cercato di nascondere ai propri elettori

La campagna repubblicana sta vivendo una forte frattura — e uno dei punti di scontro si chiama «Project 2025», il programma ultraconservatore redatto su misura dalla Heritage Foundation di cui avevamo parlato nella rivista.

Mentre Trump cerca di prenderne le distanze senza fare troppo rumore, il suo vice J. D. Vance ha firmato la prefazione del prossimo libro del direttore della Heritage, la cui uscita, inizialmente prevista per il 24 settembre, è stata rinviata a data da destinarsi per non interferire con le elezioni. La traduciamo e la commentiamo riga per riga.

Autore Marin Saillofest • Immagine Il candidato repubblicano alla vicepresidenza, il senatore J.D. Vance, parla ai media dal suo aereo all’aeroporto internazionale di Filadelfia, martedì 6 agosto 2024. © AP Photo/Alex Brandon


Da diversi mesi ormai la campagna di Donald Trump cerca di prendere le distanze dalla Heritage Foundation e dal suo Project 2025 — un programma radicale volto a consentire al candidato repubblicano, in caso di elezione, di tradurre le posizioni conservatrici in politiche fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, in particolare tramite decreti (executive orders). Precedentemente sconosciuto al grande pubblico, il Project 2025 è stato oggetto negli ultimi mesi di un’intensa campagna di comunicazione democratica volta a denunciare l’estremismo e il pericolo di alcune delle sue raccomandazioni. Questa campagna si è conclusa alla fine di luglio con le dimissioni del direttore del programma dell’Heritage, Paul Dans, e con la fine delle sue « attività politiche ». Sebbene il Project 2025 esista ancora, è stato in gran parte messo « in stand-by ».

Negli ultimi mesi, Trump si è difeso più volte dall’accusa di avere legami con il progetto. Il candidato repubblicano teme di essere percepito da molti elettori moderati e indecisi — quelli che incideranno maggiormente sul risultato delle elezioni di novembre — come troppo radicale, in particolare in materia di aborto o contraccezione. Lo stesso giorno delle dimissioni di Dans, il team di Trump ha pubblicato un comunicato in cui affermava che « la campagna del presidente Trump [era] stata molto chiara da oltre un anno sul fatto che il Project 2025 non avesse nulla a che fare con la campagna », aggiungendo che « gli articoli sulla scomparsa del Project 2025 sarebbero particolarmente benvenuti e dovrebbero servire da monito a qualsiasi persona o gruppo che tenti di distorcere la propria influenza sul presidente Trump e sulla sua campagna — non finirà bene per voi »& 1.

Per goffaggine o di proposito — e in totale contraddizione con il suo staff elettorale —, Trump non ha tuttavia smesso di lanciare segnali che suggeriscono che mantenga legami con l’Heritage Foundation e il suo Project 2025. Il candidato repubblicano farà così campagna giovedì 5 settembre nel Wisconsin al fianco di Monica Crowley, che ha contribuito all’elaborazione del Project 2025 2. Due settimane fa, una registrazione audio lasciava intendere che Russell Vought — un ex membro dell’amministrazione Trump e uno dei principali artefici del Project 2025 — affermasse che Trump avesse « benedetto » la sua organizzazione e che « sostenesse molto ciò che facciamo » al Center for Renewing America, un think tank che ha partecipato all’ideazione del Project 2025 3. Un mese prima, Donald Trump aveva nominato J.D. Vance come candidato alla vicepresidenza, i cui legami con l’Heritage e l’adesione a numerose politiche conservatrici elaborate e sostenute dal think tank sono ben noti.

Vance collabora con la Heritage Foundation almeno dal 2017, anno in cui ha firmato l’introduzione di un rapporto dell’organizzazione in cui gli autori sostenevano, tra l’altro, la limitazione del diritto all’aborto o esaltavano i pregi della «famiglia tradizionale». Nel suo capitolo su « la natura umana in uno Stato sociale », l’editorialista conservatore Cal Thomas definiva « la minaccia di uno stomaco vuoto » come « una grande fonte di motivazione per le persone in grado di lavorare e di trovare un impiego » 4. Vance ha continuato in seguito a mantenere stretti legami con l’organizzazione, e in particolare con il suo direttore Kevin D. Roberts, che è stato tra gli influenti conservatori che hanno pubblicamente invitato Trump a scegliere il senatore dell’Ohio come candidato alla vicepresidenza  5.

Nonostante l’apparente nuovo timore di Trump e del suo team elettorale di essere associati alla Heritage, Vance ha accettato di firmare la prefazione del futuro libro di Roberts. Inizialmente intitolato Dawn’s Early Light : Burning Down Washington to Save America, la sua pubblicazione, prevista inizialmente per il 24 settembre, è stata rinviata a dopo le elezioni del 5 novembre. Il sottotitolo è stato inoltre edulcorato (Taking Back Washington to Save America, anziché « Burning Down »), mentre il fiammifero che figurava al centro della copertina iniziale è stato eliminato.

Poiché la data di pubblicazione inizialmente annunciata era il 24 settembre, diversi media hanno avuto accesso in anteprima al contenuto del libro, in particolare alla prefazione firmata da Vance. The New Republic ha deciso di pubblicarla integralmente. La traduciamo per la prima volta in francese e ne proponiamo un commento riga per riga.

Nel classico americano Pulp Fiction, il personaggio interpretato da John Travolta, appena tornato da Amsterdam, osserva che l’Europa offre gli stessi beni di consumo dell’America, ma che lì è semplicemente « un po’ diverso ». È quello che provo riguardo alla vita di Kevin Roberts. È cresciuto in una famiglia povera, in un angolo del Paese in gran parte ignorato dalle élite americane — per lui era la Louisiana, per me l’Ohio e il Kentucky.

Sin dalla pubblicazione del suo libro di successo e dall’inizio della sua carriera politica, Vance ha sempre sottolineato con forza le sue origini popolari, nonché la povertà della città in cui è cresciuto, Middletown, e della sua contea.

In Hillbilly Elegy, il senatore e candidato alla vicepresidenza al fianco di Donald Trump traccia il ritratto di un’America in declino, caratterizzata da povertà, droga, violenza e miseria cronica nelle piccole città della rust belt. Il suo racconto esalta inoltre i valori tipici degli Appalachi che gli sarebbero stati trasmessi dalla sua famiglia. Sebbene siano in gran parte disoccupati, a volte dipendenti dalla previdenza sociale per sopravvivere, Vance fa ripetutamente riferimento all’orgoglio, alla solidarietà, al senso del lavoro e della famiglia degli abitanti di Middletown.

L’intento di Vance non è semplicemente quello di denunciare i danni causati dalla deindustrializzazione, ma anche di mettere in luce quelle che egli descrive come le cause della miseria in cui è cresciuto: il disinteresse della classe politica americana per l’America delle classi popolari, la white working class trascurata dai governi che si sono succeduti.

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Come me, è cattolico. Ma a differenza mia, è stato cresciuto in questa fede. I suoi nonni hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, proprio come i miei. Oggi lavora lontano dal luogo in cui è cresciuto — a pochi passi dal mio ufficio, a Washington, D.C.: è presidente di uno dei think tank più influenti di Washington; e io sono senatore degli Stati Uniti.

Vance afferma di essere stato ateo per gran parte della sua vita. Il racconto della sua conversione nel 2019, all’età di 35 anni, è stato oggetto di un articolo relativamente poco conosciuto pubblicato sulla rivista cattolica americana The Lamp  6, di cui pubblicheremo prossimamente la traduzione e il commento sulle pagine della rivista. Con il titolo « Come sono entrato nella resistenza », Vance racconta in dettaglio il percorso intellettuale e spirituale che lo ha spinto ad abbracciare una corrente meno diffusa rispetto all’evangelismo o al protestantesimo negli Stati Uniti.

Da Sant’Agostino a Peter Thiel, passando per René Girard, egli descrive la fede che ha ritrovato come una sorta di crociata morale. Il cristianesimo vi è presentato non tanto come una forma di trascendenza, quanto piuttosto come uno strumento secolare: in una società che si è allontanata da ogni struttura o morale, la religione avrebbe il potere di combattere la tossicodipendenza o l’aumento del tasso di divorzi richiamando gli individui alle loro responsabilità.

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È lui l’autore del libro che avete tra le mani, un’opera che approfondisce numerosi temi sui quali mi sono soffermato nel mio lavoro. Lo fa in modo approfondito e con uno stile piacevole da leggere, che rende il suo rigore intellettuale perfettamente accessibile.

Mai prima d’ora una personalità della profondità e della statura di Kevin Roberts aveva tentato di delineare un futuro veramente nuovo per il conservatorismo all’interno della destra americana. La Heritage Foundation non è un semplice avamposto al Campidoglio; è stata ed è tuttora il motore di idee più influente per i repubblicani, da Ronald Reagan a Donald Trump. Eppure, sono proprio il potere e l’influenza della Heritage a rendere facile evitare di correre rischi: Kevin Roberts potrebbe percepire uno stipendio sostanzioso, scrivere libri convenzionali e dire ai donatori ciò che vogliono sentire. Ma egli ritiene che ripetere gli stessi errori del passato potrebbe portare alla rovina della nostra nazione.

Se avete letto molti libri conservatori o se pensate di avere una buona conoscenza del movimento conservatore, credo che le pagine che seguono vi sorprenderanno, se non addirittura vi lasceranno perplessi. Roberts capisce l’economia e sostiene i principi fondamentali del libero mercato, ma non fa delle vecchie teorie dei propri idoli. Sostiene in modo convincente che la società finanziaria moderna fosse quasi del tutto estranea ai padri fondatori della nostra nazione.

L’analogo del XVIII secolo più vicino alle moderne Apple o Google è la Compagnia britannica delle Indie orientali, un mostro ibrido di potere pubblico e privato che avrebbe reso i propri sudditi totalmente incapaci di accedere al senso americano di libertà. L’idea che i nostri fondatori volessero sottoporre i propri cittadini a questo tipo di potere ibrido è ahistorica e assurda, ma troppi «conservatori» moderni idolatrano il mercato a tal punto da non rendersene conto.

J. D. Vance ha dichiarato alcuni giorni fa in un’intervista al Financial Times di essere favorevole allo «smantellamento» di Google, che definirebbe un’azienda «troppo grande, decisamente troppo potente» — ribadendo una posizione sostenuta almeno dall’inizio del ciclo elettorale 7. L’opposizione di Vance nei confronti di alcune grandi aziende tecnologiche (in particolare Apple e Google) è dovuta tanto al monopolio che queste esercitano quanto alle critiche ricorrenti dei conservatori riguardo alla «censura» che queste eserciterebbero sulle loro piattaforme. Il candidato alla vicepresidenza al fianco di Trump ritiene che il dominio esercitato da Apple limiti l’innovazione.

L’approccio di Vance nei confronti delle grandi aziende tecnologiche sembra essere in contrasto con l’opposizione a qualsiasi forma di intervento e regolamentazione da parte del governo americano sostenuta dal Partito Repubblicano sin dai tempi di Ronald Reagan. 

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Un’azienda privata in grado di censurare la libertà di parola, influenzare le elezioni e collaborare in piena trasparenza con i servizi di intelligence e altri funzionari federali merita la preoccupazione della destra — non il suo sostegno. Kevin Roberts non solo lo capisce, ma è anche in grado di articolare una visione politica per affrontare efficacemente questo problema.

Roberts concepisce un conservatorismo incentrato sulla famiglia. In questo, attinge alla vecchia destra americana che riconosceva — a ragione, secondo me — l’importanza delle norme e degli atteggiamenti culturali. Dovremmo incoraggiare i nostri figli a sposarsi e ad avere a loro volta dei figli. Dovremmo insegnare loro che il matrimonio non è solo un contratto, ma un’istituzione sacra e, per quanto possibile, un’unione per tutta la vita. Dovremmo dissuaderli dall’adottare comportamenti che minacciano la stabilità della loro famiglia. Ma dovremmo anche creare le condizioni materiali affinché avere una famiglia non sia riservato ai privilegiati.

Da quando è stato scelto come candidato alla vicepresidenza, Vance si è dedicato a fondo alle «guerre culturali» (culture wars), in gran parte trascurate all’interno del Partito Repubblicano da Donald Trump a favore del governatore della Florida Ron DeSantis. Quest’ultimo ritiene che il modello della famiglia tradizionale americana, che avrebbe offerto all’America il meglio di sé, sia in crisi: minacciato dal femminismo, dalle questioni legate al genere, all’identità o dalle persone LGBT. Questa convinzione tradizionalista si è trasformata a partire dal 2021 in un’avversione per le donne che decidono di non avere figli, definite da Vance « cat ladies » (donne con i gatti).

Da allora, il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti ha sviluppato un discorso a favore della natalità che si ispira in gran parte alla politica condotta dal primo ministro ungherese Viktor Orbán. La genitorialità e il numero di figli sarebbero diventati un indicatore sociale che distinguerebbe i repubblicani patrioti, credenti e tradizionalisti dai democratici, che vivono da soli negli appartamenti delle metropoli americane. Fare figli sarebbe al tempo stesso una responsabilità, ma anche una prova di fede nel futuro del proprio Paese.

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In pratica, ciò significa: posti di lavoro migliori a tutti i livelli della scala dei redditi, la tutela delle industrie americane, anche se ciò comporta un aumento dei prezzi al consumo nel breve termine, ascoltare con maggiore attenzione i nostri giovani quando ci dicono di non potersi permettere di acquistare una casa o di mettere su famiglia, e non limitarsi a criticarli per la loro mancanza di virtù. Roberts esprime una visione fondamentalmente cristiana della cultura e dell’economia: riconoscere che la virtù e il progresso materiale vanno di pari passo.

A dirla tutta, la mia infanzia non è stata facile. E nemmeno quella di Kevin Roberts. Entrambi abbiamo subito le conseguenze negative dell’instabilità familiare ed entrambi siamo stati salvati dalla resilienza di una solida rete familiare — nonni, zie, zii… — che spesso costituisce la prima e più efficace componente della nostra rete di sicurezza sociale. Entrambi abbiamo visto come la chiusura di una fabbrica in una città potesse distruggere la stabilità economica su cui si fondavano quelle famiglie — così come entrambi abbiamo imparato ad amare il Paese che ha dato a noi e alle nostre famiglie una seconda possibilità, nonostante alcune difficoltà.

In queste pagine, Kevin cerca di capire come preservare il più possibile ciò che ha funzionato nella sua vita, correggendo al contempo ciò che non ha funzionato. Per farlo, abbiamo bisogno di qualcosa di più di un programma che si limiti ad abolire le politiche sbagliate del passato. Dobbiamo ricostruire. Abbiamo bisogno di un conservatorismo offensivo e non solo di un conservatorismo che cerchi di impedire alla sinistra di fare cose che non ci piacciono.

Il « conservatorismo offensivo » auspicato da Vance rimanda a un immaginario di riconquista utilizzato dall’estrema destra europea, ma che era stato relativamente assente dalla retorica del Partito Repubblicano fino all’emergere di Donald Trump. L’idea di « ricostruzione » costituisce la matrice dell’agenda promossa dal Progetto 2025 : che si tratti di immigrazione, finanziamento del governo federale, debito, l’economia o la presunta promozione di misure « woke » all’interno dei dipartimenti, nell’istruzione o nella cultura, i repubblicani trumpisti vogliono un ripensamento di tutto ciò che è stato fatto sotto l’attuale amministrazione democratica — e quelle precedenti — per « ristabilire » la grandezza dell’America.

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Ecco un’analogia che a volte uso per spiegare cosa ha fatto di buono e di sbagliato la generazione precedente di conservatori. Immaginate un giardino ben curato in un luogo soleggiato. Presenta ovviamente qualche imperfezione e molte erbacce. Ciò che lo rende fertile per ciò che cerchiamo di coltivare, lo rende fertile anche per ciò che non coltiviamo. Nel tentativo di eliminare le erbacce, un giardiniere ben intenzionato tratta il giardino con una soluzione chimica. Questa soluzione uccide le erbacce, ma anche molte piante buone. Senza scoraggiarsi, il giardiniere continua ad aggiungere la soluzione. Alla fine, il terreno diventa sterile.

In questa analogia, il liberalismo moderno è il giardiniere, il giardino è il nostro Paese e le voci che scoraggiano il giardiniere sono quelle dei conservatori. Avevamo ragione, ovviamente: nel tentativo di risolvere alcuni problemi — alcuni reali, altri immaginari — abbiamo commesso molti errori come Paese negli anni ’60 e ’70.

Ma per riportare il giardino in condizioni ottimali, non basta correggere gli errori del passato. Il giardino non deve solo smettere di ricevere una soluzione che lo sta uccidendo, per quanto ne abbia bisogno. Deve essere ricoltivato. Il vecchio movimento conservatore sosteneva che bastasse allontanare il governo affinché le forze naturali risolvessero i problemi: non siamo più in quella situazione e dobbiamo adottare un approccio diverso. Come scrive Kevin Roberts, «è bello adottare un approccio di laissez-faire quando si è al riparo, al sole. Ma quando cala il crepuscolo e si sentono i lupi, bisogna mettere i carri in cerchio e caricare i moschetti».

Ci stiamo tutti rendendo conto che è giunto il momento di disporre i carri in cerchio e di caricare i moschetti. Nelle battaglie che ci attendono, queste idee costituiscono un’arma fondamentale.

Fonti
  1. Susie Wiles e Chris LaCivita, Dichiarazione della campagna di Trump sulla fine del progetto 2025, Trump Vance Make America Great Again 202430 luglio 2024.
  2. Il Team Trump organizzerà un tour politico dedicato all’Agenda 47 a Milwaukee, nel Wisconsin, con la partecipazione del governatore Doug Burgum, del deputato Bryan Steil (WI-01), dell’ex governatore Tommy Thompson e di Monica Crowley, Trump Vance Make America Great Again 20241° settembre 2024.
  3. Curt Devine, Casey Tolan, Audrey Ash e Kyung Lah, « Un video girato con telecamera nascosta mostra uno dei coautori del “Progetto 2024” mentre parla del suo lavoro segreto in vista di un secondo mandato di Trump », CNN, 15 agosto 2024.
  4. Cal Thomas, La natura umana in uno Stato assistenziale in (a cura di) Jennifer A. Marshall, Indice 2017 di Cultura e Opportunità, p. 50.
  5. Sharon LaFraniere, « Come un’amicizia ha aiutato J.D. Vance a entrare nella rosa dei candidati alla vicepresidenza di Trump », The New York Times, 27 aprile 2024.
  6. J. D. Vance, « Come mi sono unito alla Resistenza », The Lamp, 1° aprile 2020.
  7. Alex Rogers, « JD Vance esorta il miliardario Peter Thiel a contribuire al finanziamento della campagna di Trump », Financial Times, 29 agosto 2024.

L’Impero Insorto_di Big Serge

L’Impero Insorto

Guerra di stallo, Trashcanistan e la trappola della proliferazione

Big Serge 8 aprile
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A un mese dall’inizio della guerra israelo-americana contro l’Iran, sta emergendo un corpus di dati sufficiente per analizzare le dinamiche del conflitto. Si tratta di una guerra davvero strana. Non si tratta solo del fatto che la schiera dei combattenti e delle parti coinvolte – Netanyahu, il presidente Trump, Lindsay “Holden Bloodfeast” Graham – rappresenti una delle figure più polarizzanti della politica mondiale odierna. Quasi a voler sottolineare questo fatto, mi aspetto già commenti indignati che mi biasimeranno per aver usato un termine edulcorato e caricato emotivamente come “polarizzante”. Ma stiamo divagando.

Molto più interessante dell’infinita indignazione per Israele o Trump è un’analisi dello schema cinetico della guerra e delle sue possibili ramificazioni strategiche a lungo termine. Usiamo il termine “guerra”, sebbene abbia assunto, in modo alquanto ironico, la denominazione di “Operazione Militare Speciale” – una variante della peculiare terminologia burocratica russa per la guerra in Ucraina, alla quale la Casa Bianca si è inavvertitamente rifugiata quando ha definito l’Operazione Epic Fury una ” operazione di combattimento speciale “.

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L’idea di un’operazione militare speciale è interessante di per sé e porta con sé la connotazione di un cambio di regime ottenuto attraverso una combinazione di forza militare e coercizione sovversiva. Tale definizione era quanto mai appropriata nel caso dell’operazione americana di gennaio in Venezuela, dove un massiccio pacchetto di attacchi è stato combinato con preparativi politici che hanno posto la vicepresidente Delcy Rodríguez in una posizione favorevole per un trasferimento di potere . Al contrario, il conflitto in Ucraina è chiaramente sfuggito alla portata di un'”operazione speciale”, che possiamo definire in senso lato come un cambio di regime imposto con la forza o tramite la diplomazia. Già nel 2022, la Russia era pronta a passare a una guerra convenzionale con molteplici raggruppamenti di eserciti e un robusto apparato logistico. Sebbene il Cremlino continui a definire la guerra un’operazione militare speciale, si tratta principalmente di uno strumento per fini politici interni e segnala l’intenzione di combattere la guerra senza sconvolgere materialmente la vita quotidiana in Russia, e ha poca attinenza con il fatto che la guerra è proprio questo.

La guerra in Iran, tuttavia, è un caso a parte. A differenza del caso venezuelano, non c’è stata alcuna preparazione politica per una transizione di potere gestita, e né gli Stati Uniti né Israele dispongono di forze di terra consistenti pronte a operare contro l’Iran. Le forze di terra israeliane sono impegnate in Libano e, nonostante il dispiegamento di diverse unità di fanteria leggera a reazione rapida in Medio Oriente, gli Stati Uniti stanno solo ora iniziando un processo di preparazione che non è stato avviato se non dopo l’inizio delle ostilità.

Se si guarda oltre le implicazioni politiche, ci troviamo di fronte a una guerra che, fino a questo momento, appare praticamente sui generis: una guerra condotta quasi esclusivamente a distanza da entrambe le parti. Si tratta di un esperimento inedito di forza d’attacco, ma che ci lascia con un quadro concettuale e un vocabolario carenti. Gran parte della terminologia e della struttura concettuale della guerra si basa su una lunga storia di combattimenti terrestri, e ci sono pochi paragoni evidenti con ciò che si sta tentando ora in Iran. Una guerra condotta esclusivamente a distanza sembrerebbe rappresentare una nuova frontiera nei conflitti armati. Potrebbe anche fallire, o per un fallimento totale dell’alleanza israelo-americana nel raggiungere i suoi obiettivi, o perché costretta a ricorrere alle forze di terra. Un tale fallimento sarebbe significativo, ma lo sarebbe anche un successo. Se gli Stati Uniti riuscissero a indebolire o distruggere un potente regime iraniano con la sola forza d’attacco, ciò avrebbe pericolose ramificazioni e creerebbe un calcolo completamente nuovo di deterrenza e rischio.

Una guerra condotta con successo a distanza potrebbe essere concepita come la realizzazione, quasi un secolo dopo, delle previsioni più estreme sul potere aereo nel periodo tra le due guerre del XX secolo. Il più famoso sostenitore del potere aereo prima della guerra, il generale italiano Giulio Douhet, sostenne nel suo influente libro del 1921, ” Il comando dei cieli” , che i bombardamenti strategici avrebbero potuto vincere una guerra con un coinvolgimento minimo delle forze di terra, spezzando la volontà della popolazione nemica. Nella visione di Douhet, la forza con una superiorità di potenza d’attacco avrebbe potuto bombardare le città nemiche impunemente, lasciando il nemico completamente senza possibilità di ricorso. In modo simile, sebbene intriso di un senso di futilità e disperazione, l’ex Primo Ministro britannico Stanley Baldwin si lamentò notoriamente:

Penso sia bene che anche l’uomo della strada si renda conto che non esiste potere sulla terra in grado di proteggerlo da un bombardamento. Qualunque cosa gli dicano, il bombardiere riuscirà sempre a passare. L’unica difesa è l’attacco, il che significa che bisogna uccidere più donne e bambini più velocemente del nemico, se si vuole salvarsi.

I bombardamenti strategici si rivelarono una nuova e potente piattaforma cinetica, ma non raggiunsero certamente le elevate aspettative. La convinzione di Douhet che l’inarrestabile distruzione aerea delle città avrebbe annientato la volontà di combattere del nemico – “la vita normale non potrebbe continuare sotto la costante minaccia di morte” – fu completamente smentita, e persino in Giappone, particolarmente vulnerabile ai bombardamenti strategici, gli effetti sulla “volontà” della popolazione furono trascurabili.

Inoltre, l’avvertimento di Baldwin secondo cui “il bombardiere ce la farà sempre” si rivelò formulato in modo inadeguato. Era certamente vero che, con un pacchetto d’attacco sufficientemente consistente, alcuni bombardieri avrebbero sicuramente raggiunto i loro obiettivi, ma i bombardieri strategici si dimostrarono estremamente vulnerabili. La superiorità schiacciante dei bombardamenti strategici non tiene conto del fatto che le perdite di aerei ed equipaggi erano spesso esorbitanti. Nel 1942 e nel 1943, i tassi di perdita si attestavano spesso tra il 5 e il 7% per missione. Il comando bombardieri della RAF subì un tasso di mortalità complessivo di quasi il 45% tra i suoi equipaggi, e l’Ottava Forza Aerea dell’US Army Air Force registrò perdite intorno al 20%. Paradossalmente, il tasso di mortalità tra gli equipaggi dei bombardieri era sostanzialmente più alto rispetto a quello delle forze di terra. Un soldato semplice di una compagnia di fucilieri aveva molte più probabilità di sopravvivere alla guerra in Europa rispetto al pilota di un potente B-17.

Le perdite per sortita diminuirono drasticamente nella guerra di Corea rispetto alla seconda guerra mondiale in Europa (da 9,7 a 1,3 perdite ogni 1.000 sortite), in parte grazie alle minori distanze di penetrazione e alla minore densità delle difese aeree, e il tasso di consumo di velivoli in Vietnam fu ancora inferiore. Tuttavia, l’elevato numero di sortite effettuate in Vietnam portò alla perdita di quasi 10.000 aerei da parte americana, di cui poco più di 3.700 ad ala fissa, con oltre il 90% di queste perdite inflitte dalle difese terrestri, piuttosto che dalla scarsa flotta di caccia nordvietnamita.

Sebbene il tasso di perdite per singolo volo fosse diminuito significativamente, in Vietnam, proprio come nella Seconda Guerra Mondiale, gli equipaggi aerei svolgevano un lavoro più pericoloso della fanteria. Sia gli equipaggi di volo ad ala fissa che quelli di elicottero registravano tassi di mortalità superiori alla media statunitense (2,2%), e i piloti di elicottero in particolare subivano perdite altissime. Il tasso di mortalità del 5,4% tra i piloti di elicottero era, ancora una volta, superiore persino a quello dei soldati di fanteria (11B) che costituivano la spina dorsale delle forze di fanteria impegnate sul campo. Anche l’aeronautica israeliana registrò elevati tassi di perdita di velivoli sia nella Guerra dei Sei Giorni che nella Guerra dello Yom Kippur, quando le perdite in combattimento furono rispettivamente di circa 14 e 8 ogni 1.000 sortite.

Tutto ciò non significa affatto che la potenza aerea non sia stata una componente assolutamente vitale delle operazioni militari nel corso dell’ultimo secolo. Piuttosto, ciò che stiamo suggerendo è che la moderna concezione della potenza aerea come piattaforma cinetica essenzialmente sicura – ovvero, che preserva sia le cellule degli aerei che il personale – è relativamente recente e risale solo agli anni ’90 e alla Guerra del Golfo, dove le perdite sono crollate a soli 0,16 ogni 1.000 sortite.

In sostanza, i primi 50 anni di potenza aerea strategica hanno comportato due importanti limitazioni. In primo luogo, l’impiego della potenza aerea era costoso, sia in termini di velivoli che di personale, e in secondo luogo, la potenza aerea era limitata come leva strategica in assenza di forze di terra. Il primo di questi presupposti ha cominciato a vacillare, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, negli anni ’90, e il quadro di riferimento delle perdite subite nella guerra contro l’Iran rende incomprensibili agli americani le perdite in Vietnam. Quella stessa guerra in Iran sta mettendo in discussione anche il secondo presupposto della potenza aerea, che presuppone che gli attacchi aerei in assenza di una componente terrestre possano ottenere solo risultati limitati.

In un certo senso, quello che sostengo è che stiamo vivendo il tentativo di dare vita alla terza era del potere aereo. La prima era, durata dal 1939 al 1990, è stata un’epoca di scarsa influenza strategica e tassi di perdite relativamente elevati (seppur in costante calo). Dal 1990 ad oggi, abbiamo visto gli aerei americani operare in relativa sicurezza, ma con una influenza strategica solo modesta. In Afghanistan, Iraq e Siria, le forze americane, pur avendo un accesso praticamente incondizionato allo spazio aereo, necessitavano comunque di alleati sul terreno per controllare il territorio e creare un’interdizione d’area duratura contro avversari come l’ISIS e i talebani. Ora stiamo assistendo a un esperimento in tempo reale per rovesciare e sottomettere una potenza regionale utilizzando esclusivamente attacchi aerei. Questa è la prima guerra ad alta intensità combattuta a distanza.

Tradizionalmente, si dava per scontato che la superiorità aerea non potesse garantire una presenza duratura e l’inafferrabile “controllo” del territorio necessario per ottenere una vittoria decisiva. Ciò che sembra essere cambiato in questo conflitto è una nuova teoria della vittoria, apparentemente abbracciata da Donald Trump e Pete Hegseth, che celebra la negazione come sostituto del controllo e considera il “Trashcanistan” come stato finale di vittoria.

Insurrezione con altri mezzi

Pete Hegseth si ritrova ad essere un improbabile erede di Vladimir Lenin. Non in senso ideologico, ovviamente, ma nella ricerca dell’anarchia e della negazione come leva di vittoria. Uno dei maggiori talenti politici di Lenin fu la sua capacità di comprendere l’anarchia come strumento politico e di promuoverla senza scrupoli. Nei primi anni della rivoluzione russa, anche dopo la “presa del potere” con la Rivoluzione d’Ottobre, i bolscevichi esercitarono un controllo reale molto limitato sul vasto territorio russo. Sebbene il bolscevismo sia poi diventato sinonimo di un’idra burocratica autoritaria, il neonato regime era esile e disponeva di poche leve di potere. Il nascente programma leninista era meno incentrato sull’esercizio dell’autorità politica che sul negare ai concorrenti la possibilità di esercitarla. I bolscevichi fomentarono ammutinamenti nelle forze armate, paralizzarono ciò che restava della burocrazia zarista, saccheggiarono la banca di stato e incoraggiarono disordini nelle campagne attraverso l’espropriazione delle proprietà terriere. Molto prima che Lenin detenesse effettivamente un’autorità politica significativa in Russia, promosse con successo il crollo dell’autorità stessa, impedendo agli organi di governo concorrenti di consolidare il proprio potere.

Questa è la guerra degli insorti.

L’insurrezione, nella sua forma classica, è la strategia del debole contro il forte. Incapace di eguagliare un avversario superiore in un combattimento convenzionale diretto, l’insorto persegue invece una strategia di logoramento e imposizione di costi: rendere l’occupazione costosa, sanguinosa, politicamente insostenibile, negare all’occupante i frutti della vittoria. Questa è una manifestazione dinamica della strategia politica leninista: se il controllo non può essere ottenuto direttamente, negare agli altri la stessa possibilità diventa un obiettivo intermedio. L’insorto non può controllare il territorio in modo permanente, ma può negare all’occupante il controllo su qualsiasi cosa al di fuori del raggio immediato delle sue posizioni fortificate. Mao ha articolato questa logica in modo più chiaro, ma i suoi principi sono antichi quanto la guerra stessa: Fabio Massimo contro Annibale, i guerriglieri spagnoli contro Napoleone, i Viet Cong contro gli americani, i talebani contro tutti. L’intuizione fondamentale è che gli insorti conducono una guerra asimmetrica di negazione.

Consideriamo ora cosa stanno facendo gli Stati Uniti all’Iran e notiamo la somiglianza strutturale. Gli americani non stanno occupando l’Iran. Non hanno alcuna intenzione di occuparlo. La strategia americana, così come articolata da vari funzionari dell’amministrazione e come si evince dal modello operativo, non prevede che le forze di terra conquistino e mantengano il territorio iraniano. Ciò che prevede è qualcosa di straordinariamente simile al manuale degli insorti, eseguito dall’estremità opposta dello spettro tecnologico: rendere l’esistenza del regime iraniano come autorità di governo del proprio territorio insostenibile; negargli l’esercizio del controllo sovrano sulle proprie risorse militari e industriali; imporre costi che si accumulino più rapidamente di quanto possano essere assorbiti; e attraverso questa pressione costante, costringere a un cambiamento comportamentale o creare le condizioni per il collasso interno del regime.

Innanzitutto, dobbiamo considerare che la campagna aerea contro l’Iran non si basa esclusivamente, né tantomeno principalmente, su calcoli militari: è un atto politico che colpisce l’apparato di deterrenza, legittimità e coesione iraniano, concepito per creare una crisi di legittimità e autorità nel cuore dello Stato iraniano. La dichiarazione di Hegseth, secondo cui il CENTCOM aveva ricevuto l’ordine di “smantellare l’apparato di sicurezza del regime iraniano”, ha esplicitato l’obiettivo politico. Non si tratta del linguaggio di un’azione militare limitata, bensì del linguaggio di una campagna volta a svuotare lo Stato iraniano dall’alto.

Questa è la logica dell’insurrezione, ma ora viene applicata dalla parte cineticamente più forte. Mentre l’insorto classico è un pesce che nuota nel mare della gente, operando al di sotto della soglia della potenza militare convenzionale dell’occupante, la campagna di stallo americana opera al di sopra della soglia della potenza militare convenzionale del difensore. L’insorto vince rendendo insostenibile il costo dell’occupazione. La potenza che oppone resistenza vince rendendo insostenibile il costo della resistenza e negando allo stato nemico i meccanismi e la coesione politica necessari per esercitare il controllo sul proprio territorio. L’insorto non può essere ucciso dall’aria perché si mimetizza con la popolazione civile; la potenza che oppone resistenza non può essere annientata dall’occupazione se non si preoccupa dello stato politico finale. In entrambi i casi, l’asimmetria fondamentale del conflitto non risiede nella pura potenza militare, ma nel valore asimmetrico dell’autorità politica. Né una forza di guerriglia né l’aviazione americana si preoccupano molto di esercitare una propria autorità politica, perché il loro paradigma di vittoria richiede solo che neghino tale controllo al nemico.

C’è, ovviamente, una cruciale differenza. La strategia degli insorti ha successo, quando ha successo, perché rende l’occupazione politicamente insostenibile, imponendo costi che la politica interna della potenza occupante non può assorbire nel tempo. La campagna di stallo americana impone costi che la politica interna iraniana non può assorbire, proprio perché la devastazione economica e umana ricade sull’Iran e non sugli Stati Uniti. Quindici morti americani, se prendiamo per buone le cifre delle vittime, in quaranta giorni di guerra non rappresentano un problema politico per l’amministrazione di Washington; sono praticamente un manifesto di reclutamento. Questa asimmetria nell’assorbimento dei costi è, di fatto, l’intera premessa strategica della campagna di stallo.

Eppure, la campagna non è stata esente da complicazioni strategiche. L’Iran ha dimostrato una residua capacità di imporre costi propri: attacchi missilistici contro gli stati partner del Golfo, chiusura dello Stretto di Hormuz, attacchi con droni contro basi americane che hanno inflitto perdite reali, seppur modeste. I costi economici della campagna, pari a circa un miliardo di dollari al giorno di spesa americana, non sono trascurabili, soprattutto perché la guerra sta mettendo a dura prova le scorte di preziose munizioni in più teatri operativi contemporaneamente. Gli analisti del CSIS hanno osservato, con evidente preoccupazione, che la campagna contro l’Iran sta consumando intercettori THAAD e missili SM-3 a ritmi tali da creare rischi concreti nel teatro del Pacifico. La campagna di stallo non è gratuita, anche se i suoi costi sono distribuiti in modo molto diverso rispetto a quelli di una guerra di terra.

Ma la logica di fondo rimane valida. L’America ha trovato un modo per muovere guerra a uno stato delle dimensioni della Francia – uno stato con novanta milioni di abitanti, un apparato militare sofisticato e decenni di preparazione proprio per questo tipo di confronto – senza subire perdite tali da rendere politicamente impossibile la prosecuzione della guerra. Si tratta di una vera e propria innovazione strategica, che merita di essere analizzata con la serietà che richiede.

Sovranità in Trashcanistan

Nella dottrina della controinsurrezione esiste un concetto – quello di “spazio non governato” – che si riferisce a un territorio nominalmente sotto la sovranità di un governo, ma di fatto al di fuori della sua portata amministrativa e di sicurezza. Esempi emblematici potrebbero essere le aree tribali del Pakistan, i deserti del Sahel e gli arcipelaghi delle Filippine meridionali. Questi spazi diventano pericolosi proprio perché l’assenza di una governance efficace crea dei vuoti che attori non statali, reti criminali e organizzazioni terroristiche si affrettano a colmare. Il problema dello spazio non governato è stato una preoccupazione costante della politica estera americana per quasi trent’anni.

Ciò che sta accadendo oggi in Iran è strutturalmente simile, ma gli Stati Uniti stanno cercando di generarlo dall’esterno attraverso la potenza aerea, anziché dall’interno, sfruttando il fallimento delle capacità statali. La campagna aerea americana e israeliana rappresenta, in un certo senso, un tentativo di creare uno spazio non governato all’interno del territorio iraniano, rendendo il governo iraniano incapace di esercitare un controllo effettivo su ampie porzioni delle proprie infrastrutture militari e industriali, di garantire la sicurezza della propria leadership e del proprio apparato di comando, di proiettare la propria forza oltre i confini o persino di difendere il proprio spazio aereo con una certa affidabilità. Si tratta di negazione della sovranità come obiettivo strategico, raggiunto non attraverso l’occupazione, ma attraverso la distruzione aerea degli strumenti mediante i quali la sovranità viene esercitata. La recente decisione di estendere gli obiettivi anche alle infrastrutture è perfettamente coerente con questa teoria.

Vale la pena analizzare attentamente il meccanismo, perché illumina sia la sofisticatezza dell’approccio americano sia i limiti di ciò che esso può realizzare. La sovranità, nel moderno sistema statale, non è semplicemente una finzione giuridica sancita da un trattato e riconosciuta dalle Nazioni Unite, bensì una realtà operativa fondata sulla capacità dello Stato, all’interno del proprio territorio, di far rispettare le proprie leggi, riscuotere le tasse, arruolare i propri soldati e difendere i propri confini. Eliminando queste capacità funzionali, la finzione giuridica della sovranità si riduce a questo: una finzione, una pretesa di autorità sulla carta che non impone alcuna reale obbedienza perché non esercita alcun potere reale.

La campagna americana ha mirato sistematicamente alle fondamenta operative della sovranità iraniana. Gli attacchi contro le Guardie Rivoluzionarie sono attacchi contro l’organizzazione che ha rappresentato il braccio armato della Repubblica Islamica: l’entità che reprime il dissenso, che gestisce le reti per procura e che controlla le forze missilistiche che conferiscono all’Iran la sua capacità di deterrenza regionale. Gli attacchi contro gli impianti di produzione missilistica sono attacchi contro gli strumenti attraverso i quali l’Iran proietta la propria versione del potere oltre i propri confini. L’assassinio di Khamenei è, nel senso più letterale del termine, un attacco contro l’apice dell’autorità sovrana iraniana: l’uomo da cui, in ultima analisi, derivava tutta l’autorità nella Repubblica Islamica. Gli attacchi contro gli impianti militari e industriali sono attacchi contro le infrastrutture economiche e tecnologiche attraverso le quali uno Stato trasforma le proprie risorse nazionali in capacità militare.

In effetti, ciò che gli americani stanno costruendo è uno stato iraniano vuoto: un governo che persiste in un certo senso amministrativo formale, che continua a emanare decreti, a riscuotere una parte delle sue entrate e ad amministrare le sue burocrazie, ma che è stato privato della capacità di imporre la propria volontà di fronte a una determinata pressione esterna. Non si tratta di un cambio di regime nel senso convenzionale del termine: è qualcosa di più sottile e, probabilmente, più insidioso. Il cambio di regime implica la sostituzione di un’autorità di governo con un’altra; ciò che gli americani sembrano perseguire è la progressiva incapacitazione del regime esistente, senza necessariamente avere una chiara visione di ciò che accadrà dopo.

Il parallelismo con la strategia degli insorti si fa qui più evidente. Il classico teorico della controinsurrezione riconoscerebbe immediatamente ciò che si sta tentando: negare all’avversario il controllo del terreno conteso, in questo caso non un terreno geografico, ma il terreno funzionale della capacità statale. L’intuizione di Mao, secondo cui il potere politico nasce dalla canna di un fucile, ha un doppio significato: chi controlla i mezzi di violenza controlla l’ambiente politico. Privare il regime iraniano dei suoi missili, destabilizzare la Guardia Repubblicana, il suo programma nucleare e la sua capacità di proiettare il proprio potere, significa privarlo degli strumenti attraverso i quali ha mantenuto la sua autorità politica, sia a livello nazionale che regionale. Il regime che sopravviverà all’Operazione Epic Fury sarà un’entità fondamentalmente diversa da quella che lo ha preceduto, non perché sia ​​stato sostituito, ma perché è stato svuotato.

Se ciò produca i cambiamenti comportamentali desiderati da Washington è una questione a parte e del tutto aperta. Il bilancio storico delle campagne aeree coercitive è decisamente contrastante. I bombardamenti sulla Serbia nel 1999 produssero le concessioni desiderate entro settantotto giorni; i bombardamenti sul Vietnam del Nord non produssero nulla di simile, nonostante anni di sforzi incessanti. La differenza, secondo gli studiosi, risiede nell’allineamento tra i costi specifici imposti e gli obiettivi politici specifici perseguiti, e nella coerenza del patto coercitivo proposto. L’articolazione degli obiettivi da parte dell’amministrazione Trump è stata, per usare un eufemismo, fluida, spaziando dalla distruzione delle capacità nucleari, al cambio di regime, alla massimizzazione della pressione, alla negoziazione, a volte nell’arco di una singola conferenza stampa. Questa incoerenza degli obiettivi politici, contrapposta all’impressionante coerenza dell’esecuzione operativa, rappresenta forse la più profonda vulnerabilità strutturale della campagna.

In sostanza, sostengo che l’amministrazione Trump abbia abbracciato la logica strategica di quello che io chiamo affettuosamente un “Trashcanistan” (un’espressione che ho visto usare dal professor Stephen Kotkin in un contesto diverso e che sono determinato a coniare come concetto strategico americano). Un “Trashcanistan”, nel mio linguaggio, si riferisce a uno stato talmente dilaniato da non essere in grado né di resistere alle pressioni esterne né di mantenere una legittimità interna incontrastata, trovandosi così in un perenne stato di dipendenza e assedio. La defunta Repubblica Araba Siriana sotto Assad ne è un esempio perfetto, poiché dipendeva da sostenitori stranieri per rimanere solvibile ed era incapace di controllare tutto il suo territorio nominale. La Repubblica Islamica dell’Afghanistan potrebbe essere un altro esempio, in quanto non è stata in grado di sopravvivere senza il sostegno americano e non ha mai controllato pienamente i suoi territori.

I “Trashcanistan” sono spesso emersi in seguito a interventi stranieri miopi, che o svuotano lo stato esistente o ne creano uno nuovo con capacità e legittimità limitate. La funzione di un Trashcanistan è sempre stata, principalmente, quella di simbolo della posizione di stallo strategica degli Stati Uniti. Interventi e guerre falliti lasciano dietro di sé stati in rovina, ma il punto è che possono essere lasciati indietro. La rinascita dei talebani, ad esempio, è principalmente un problema per i paesi confinanti con l’Afghanistan, come il Pakistan.

In Iran, tuttavia, l’amministrazione Trump sembra aver riconosciuto e accolto la possibilità che la creazione di un “Trashcanistan” possa essere un obiettivo strategico in sé. Se l’Iran non è in grado di ripristinare la deterrenza, se la sua economia viene distrutta e i suoi servizi di sicurezza svuotati, per Washington non fa alcuna differenza in quale direzione cada uno stato in declino.

Le conseguenze

Ipotizziamo, per amor di discussione, che la campagna americana abbia successo alle sue condizioni. Il programma nucleare iraniano subisce una battuta d’arresto di un decennio o più. Le Guardie Rivoluzionarie vengono talmente indebolite da non poter ricostituire le proprie reti regionali di alleati per anni. L’economia iraniana, già provata dalle sanzioni di massima pressione e ora soggetta alla distruzione fisica della sua base militare-industriale, entra in una prolungata depressione. Il regime, con gran parte della sua leadership di alto livello morta, alle prese con devastazioni esterne e proteste interne di portata mai vista dal 1979, negozia un accordo globale o crolla a favore di un governo successore più incline alle preferenze americane. In questo scenario ottimistico, l’Iran non si dota di armi nucleari e gli Stati Uniti raggiungono un ordine regionale più gradito, con un Iran indebolito e in preda a una spirale disgregante interna.

Che cosa ha imparato il mondo da questo successo?

Ha imparato diverse cose, e non sono rassicuranti.

La prima lezione è semplice e brutale: gli Stati Uniti possono, a piacimento e a un costo accettabile, colpire qualsiasi paese privo di armi nucleari e distruggerne completamente la capacità militare e l’apparato statale. Non si tratta di una lezione nuova in linea di principio: la superiorità militare americana è un dato di fatto della vita internazionale almeno dagli anni ’90. La novità, tuttavia, risiede nell’apparente indifferenza americana verso gli esiti politici. La possibilità di essere coinvolti in una costosa occupazione di terra e in un progetto di “ricostruzione nazionale” aveva già di per sé un effetto deterrente. Se, però, gli Stati Uniti sono disposti a creare “Trashcanistan” dall’alto, senza curarsi minimamente delle implicazioni politiche, ciò aumenta di conseguenza la loro capacità di agire con indifferenza.

La seconda lezione deriva immediatamente dalla prima: l’Iran non possedeva armi nucleari, eppure viene bombardato. La Corea del Nord possiede armi nucleari, eppure non viene bombardata. Qualunque cosa si possa dire sulla gestione della Repubblica Popolare Democratica di Corea da parte di Kim Jong-un, la sua decisione di sviluppare e dimostrare un arsenale nucleare credibile ha raggiunto il suo principale obiettivo strategico con un’efficacia da manuale: ha reso il suo Paese immune esattamente al tipo di trattamento che l’Iran sta subendo attualmente. La logica di questa osservazione non richiede un ragionamento strategico sofisticato per essere compresa. Sarà compresa da ogni governo del mondo, compresi i governi che attualmente operano sotto la garanzia di sicurezza americana, compresi i governi che gli Stati Uniti preferirebbero non vedessero dotarsi di armi nucleari.

La terza lezione riguarda i limiti delle garanzie di sicurezza americane. Gli stati del Golfo – Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita – hanno ospitato forze americane e ne hanno accettato le conseguenze sotto forma di attacchi missilistici e con droni iraniani. Hanno subito danni alle loro infrastrutture civili, ai loro aeroporti, alle loro aree residenziali. Di fatto, hanno costituito la base logistica e di appoggio della campagna americana. E avranno notato una cosa: le garanzie di sicurezza americane sono reali ma contingenti e implicano l’accettazione di costi che il garante non si assume direttamente. Gli attacchi iraniani contro la base aerea di Al Udeid in Qatar, contro il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein, contro Dubai, contro Riyadh – questi attacchi non erano mirati solo a obiettivi militari, ma a dimostrare ai partner americani che il prezzo della partnership con Washington include l’assorbimento di ritorsioni nemiche. Per alcuni partner questo calcolo sarà valido. Per altri, in particolare quelli geograficamente vicini a potenziali futuri avversari dotati di missili a lungo raggio, potrebbe iniziare a sembrare insufficiente. In sintesi, le azioni americane in Iran dimostrano una potenza straordinaria, ma rivelano anche una nuova indifferenza ai costi sostenuti sia dal Paese bersaglio che dagli alleati americani nella regione.

La quarta lezione, e la più significativa dal punto di vista strutturale, riguarda la relazione tra la strategia di stallo come modello strategico e le specifiche condizioni che la rendono possibile. La campagna americana contro l’Iran ha funzionato perché l’Iran non possedeva armi nucleari. Non si tratta di un’osservazione sottile o complessa, ma le cui implicazioni si estendono in modi davvero allarmanti. La strategia di stallo americana è, nella sua essenza, un modello di coercizione basato sull’incapacità dell’avversario di minacciare una rappresaglia catastrofica. La deterrenza convenzionale – la minaccia di imporre costi inaccettabili a un aggressore attraverso mezzi militari convenzionali – ha fallito completamente con l’Iran. I suoi missili potevano raggiungere le basi americane, potevano imporre costi, potevano complicare la campagna; ma non potevano minacciare il territorio americano, non potevano minacciare le città americane, non potevano rendere i costi della campagna realmente insostenibili per il sistema politico americano. Le armi nucleari avrebbero cambiato completamente questo scenario.

Ciò che va sottolineato, in tutto questo, è che gli iraniani avevano buone ragioni per credere di possedere una capacità di deterrenza eccezionalmente forte. Avevano un vasto e diversificato arsenale di munizioni in grado di colpire l’intero teatro operativo, un apparato di comando distribuito e ben motivato, pronto a sopportare perdite, e godevano di una posizione di forza unica su uno dei principali punti nevralgici dell’economia mondiale. Sono poche le potenze non nucleari in grado di vantare un profilo di deterrenza così solido. Eppure, questo tentativo è fallito.

In definitiva, alcune importanti tendenze si stanno intrecciando in modo pericoloso. In primo luogo, gli Stati Uniti hanno dimostrato una straordinaria propensione all’uso della coercizione, persino contro alleati nominali. Il rapporto con la NATO è a dir poco teso, e persino Giappone e Corea del Sud sono finiti nel mirino. L’amministrazione Trump ha mostrato una forte volontà di ricorrere alla coercizione violenta in Venezuela e in Iran, mostrandosi perlopiù indifferente sia alle conseguenze politiche che ai danni di rappresaglia subiti dagli alleati regionali. Il mondo sta diventando sempre più dinamico, e il caos in Iran ha dimostrato che persino un potente deterrente convenzionale non è affatto un deterrente efficace.

Una nuova architettura strategica

Una breve digressione storica è opportuna, perché la relazione tra la superiorità militare convenzionale dimostrata e gli incentivi alla proliferazione nucleare non è meramente teorica: si è già verificata in passato e i documenti storici sono istruttivi.

L’era nucleare fu inaugurata dalla dimostrazione di questo stesso tipo di schiacciante vantaggio militare. I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono, tra le altre cose, una dimostrazione al mondo, e in particolare all’Unione Sovietica, di una superiorità americana così completa da essere di fatto assoluta. Il monopolio americano sulle armi nucleari durò esattamente quattro anni prima che i sovietici facessero detonare il loro primo ordigno nel 1949. L’accelerazione del programma nucleare sovietico dopo Hiroshima non fu casuale; fu la risposta diretta di uno Stato che aveva assistito a una dimostrazione qualitativa di ciò che la potenza americana poteva fare, e aveva tratto la razionale conclusione che eguagliarla fosse una priorità esistenziale. La famosa affermazione di Stalin dopo Hiroshima – secondo cui gli scienziati sovietici avrebbero dovuto correggere la situazione – fu la dichiarazione politica più importante del ventesimo secolo.

La successiva catena di proliferazione – la bomba britannica nel 1952, quella francese nel 1960, quella cinese nel 1964 – fu ugualmente guidata non solo da astratte teorie strategiche, ma dalla dimostrazione concreta di ciò che le armi nucleari offrivano che la potenza militare convenzionale non poteva: l’immunità dal tipo di pressione militare coercitiva che la superiorità convenzionale di una grande potenza crea. Ogni successivo paese proliferatore, in un certo senso significativo, traeva la stessa lezione dalla stessa dimostrazione.

Il periodo post-Guerra Fredda ha introdotto una nuova variante di questa dinamica. La Guerra del Golfo del 1991 ha dimostrato la superiorità militare convenzionale americana in una forma così completa da alterare radicalmente i calcoli strategici di diversi Stati contemporaneamente. L’esercito iracheno – ragionevolmente ben equipaggiato per gli standard delle potenze regionali, veterano di un decennio di combattimenti contro l’Iran – fu distrutto in modo così completo e rapido che l’analisi successiva produsse due distinte risposte strategiche tra gli avversari e i potenziali avversari degli Stati Uniti. Una risposta fu lo sviluppo di capacità asimmetriche – il tipo di investimenti in missili, terrorismo, guerra per procura e operazioni informative che caratterizzano le strategie delle potenze che hanno interiorizzato l’inutilità di una competizione militare convenzionale con gli Stati Uniti. L’altra risposta fu l’accelerazione dei programmi nucleari, partendo dal presupposto che le armi nucleari rappresentassero l’unico vero strumento di riequilibrio. La Corea del Nord trasse questa lezione con particolare chiarezza dopo aver osservato ciò che gli americani fecero all’Iraq nel 1991 e poi di nuovo nel 2003.

La seconda guerra in Iraq ha fornito un esperimento naturale ancora più puro. Saddam Hussein, che aveva sviluppato un programma nucleare per poi abbandonarlo sotto la pressione internazionale, fu invaso e impiccato. Kim Jong-il, che aveva sviluppato un programma nucleare e si era rifiutato di abbandonarlo, morì di vecchiaia nel suo letto e lasciò il programma al figlio. Muammar Gheddafi, che nel 2003 rinunciò volontariamente ai suoi programmi di armi di distruzione di massa in cambio della normalizzazione delle relazioni con l’Occidente, fu rovesciato con un significativo aiuto occidentale nel 2011 e ucciso da una folla. La lezione non è sfuggita a nessuno che abbia prestato attenzione: la forte garanzia di sovranità fornita dalle armi nucleari è la lezione che ogni attore razionale nel sistema internazionale può trarre da questa vicenda.

Ciò che la campagna di stallo americana in Iran ha dimostrato è che un’America non solo disposta, ma addirittura desiderosa di creare “Trashcanistan” come obiettivo strategico, sarà quasi impossibile da dissuadere con mezzi convenzionali. La dottrina Trump può essere paragonata a un incendio doloso geostrategico. Gli incendiari, ovviamente, non si preoccupano di costruire qualcosa. La bruciano.

Un calcolo difficile

Nel discorso strategico americano persiste la tendenza ad analizzare i costi delle azioni militari principalmente in termini di spese immediate e perdite umane immediate. Secondo questi parametri, la campagna di stallo contro l’Iran si è rivelata straordinariamente efficace in termini di costi: circa trentacinque miliardi di dollari di costi diretti nel primo mese, quindici morti americani e danni devastanti alle capacità militari iraniane. Se si confronta questo dato con i duemila miliardi di dollari e i quattromila morti americani nel primo decennio dell’occupazione dell’Iraq, la validità del modello di stallo appare evidente.

Questo paragone, tuttavia, confonde i costi di una campagna con i costi della situazione strategica che la campagna crea. L’occupazione dell’Iraq è stata costosa in termini di spese dirette, ma, nella sua disastrosa esecuzione, ha anche stabilito un modello che ha paradossalmente rafforzato la tesi a favore del modello di guerra a distanza: se non ci si può permettere l’occupazione e non si possono sostenere i costi politici di una guerra di terra, allora la guerra a distanza diventa lo strumento preferito. Se la costruzione di una nazione porta comunque a stati disastrati, tanto vale evitare la fatica e creare l’anarchia dall’aria. Il problema è che la guerra a distanza, pur con tutta la sua eleganza operativa, acquista il successo militare al prezzo dell’ambiguità strategica. Si può distruggere la capacità militare di uno stato dall’aria, ma non si può costruire la pace che ne consegue dall’aria.

Il problema del costo delle munizioni merita particolare attenzione, perché evidenzia un limite strutturale del modello di guerra a distanza che non viene sufficientemente compreso. Gli analisti del CSIS hanno osservato che la campagna contro l’Iran sta consumando scorte di munizioni di alta qualità – intercettori THAAD, SM-3, JASSM, Tomahawk – a ritmi che creano rischi concreti in altri teatri operativi. Gli Stati Uniti non producono queste armi al ritmo con cui le consumano; la base industriale della difesa non è stata configurata per una guerra a distanza prolungata ad alta intensità sin dalla Guerra Fredda. Il passaggio dai JASSM ai JDAM, a seguito della soppressione delle difese aeree iraniane, non è stata solo una scelta operativa sensata; è stata anche il riflesso della limitata capacità di stoccaggio delle munizioni americane. Una guerra che costa poco in termini di vite umane può comunque essere costosa in modi che contano strategicamente, soprattutto quando le munizioni consumate in un teatro operativo sono esattamente le stesse che sarebbero necessarie in un altro.

Si pone inoltre la questione di cosa accadrà allo Stato iraniano una volta che la situazione si sarà stabilizzata. La campagna di stallo si è dimostrata straordinariamente efficace nel distruggere la capacità militare iraniana, ma la capacità militare non è sinonimo di autorità di governo. L’apparato statale iraniano – i suoi ministeri, i suoi tribunali, le sue burocrazie, la sua ideologia rivoluzionaria legittimante – non è stato distrutto. È stato decapitato e umiliato, ma decapitazione e umiliazione non sono sinonimo di eliminazione. La storia è ricca di esempi di Stati che sono sopravvissuti a devastanti campagne militari rifugiandosi nella resilienza delle proprie istituzioni civili e nell’ostinazione delle proprie popolazioni: la Germania ha sopportato bombardamenti aerei totali per anni e ha continuato a combattere; la Gran Bretagna ha resistito al Blitz ed è emersa con il suo governo e il suo tessuto sociale intatti; il Vietnam del Nord ha assorbito più tonnellate di bombe di qualsiasi altro Paese nella storia della guerra aerea ed è comunque riuscito a resistere più a lungo della pazienza americana. La campagna di stallo può distruggere i missili iraniani, ma non può, da sola, determinare chi governa l’Iran o quali politiche quel governante persegue. Un esito favorevole per gli americani dipenderà dalla loro capacità di distruggere le infrastrutture, le forze di sicurezza e la base economica dell’Iran, innescando così una vera e propria spirale di collasso statale.

Se la campagna si concludesse con un accordo negoziato, i termini di tale accordo determinerebbero se si sia ottenuto qualcosa di duraturo. Un accordo che obblighi l’Iran a smantellare in modo verificabile il suo programma nucleare e ad accettare il monitoraggio internazionale rappresenterebbe un autentico successo strategico, sebbene il precedente che creerebbe in materia di deterrenza nucleare rimarrebbe. Un accordo che si limiti a una pausa – che permetta all’Iran di risollevare la propria economia, ricostruire le proprie capacità militari e riprendere il programma nucleare con maggiore cautela – rappresenterebbe un fallimento strategico particolarmente costoso, avendo consumato miliardi in munizioni, compromesso le relazioni con i partner regionali e creato un forte incentivo per l’Iran a procurarsi armi nucleari con ogni mezzo possibile.

L’esito più pericoloso, dal punto di vista della proliferazione a lungo termine, è un accordo che appare positivo ma non lo è: un accordo che la comunità internazionale accetta come soluzione della questione nucleare iraniana, mentre l’Iran, in silenzio, inizia a ricostituire il suo programma in profondità e in luoghi irraggiungibili persino per i missili anticarro americani. Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump hanno riconosciuto questo rischio, con lo stesso Trump che ha suggerito che i satelliti americani monitoreranno qualsiasi segno di attività di recupero. Ma la storia dei programmi nucleari segreti – Pakistan, Corea del Nord, India – suggerisce che gli Stati motivati ​​e dotati di sufficienti capacità scientifiche trovano il modo di sviluppare ciò che hanno stabilito essere un interesse nazionale vitale, a prescindere dal contesto di sorveglianza.

Il pubblico di riferimento più importante per l’Operazione Midnight Hammer e l’Operazione Epic Fury non è il governo iraniano. Si tratta di ogni altro governo del mondo che ha, aspira ad avere o potrebbe un giorno trovarsi in conflitto con gli Stati Uniti d’America.

La Corea del Nord ha assistito all’annientamento, in pochi giorni, delle difese aeree iraniane da parte della potenza convenzionale americana, per poi smantellare sistematicamente l’apparato militare-industriale iraniano dall’aria. Pyongyang ha sempre sostenuto che il deterrente nucleare sia la garanzia essenziale per la sopravvivenza del regime; gli eventi in Iran hanno confermato questa valutazione con una specificità e una vividezza che nessuna argomentazione teorica avrebbe potuto eguagliare. Kim Jong-un, a prescindere da ciò che si possa dire di lui, è un attore razionale in senso strategico: ha sempre dato priorità al programma nucleare rispetto al benessere della sua popolazione, perché è giunto alla conclusione che le armi nucleari siano l’unica garanzia che il destino di Saddam Hussein o di Muammar Gheddafi non diventi il ​​suo. Ora sta assistendo alla conferma di questa sua valutazione in tempo reale. Non c’è la minima possibilità che questa lezione renda più agevoli i colloqui sulla denuclearizzazione con la Corea del Nord.

La Cina ha osservato una campagna di stallo americana dimostrare le capacità operative con cui l’Esercito Popolare di Liberazione dovrà confrontarsi in qualsiasi futuro conflitto per Taiwan. Ancora più importante, la Cina ha visto gli Stati Uniti dimostrare di poter condurre operazioni aeree prolungate ad alta intensità contro un avversario grande e corazzato, mantenendo la distanza di sicurezza e a costi politicamente accettabili in termini di vite americane. L’investimento di Pechino in capacità di interdizione d’area e di interdizione d’area – il caccia anti-portaerei DF-21, il missile balistico a medio raggio DF-26, il caccia stealth J-20, il sistema integrato di difesa aerea – è esplicitamente progettato per aumentare i costi di questo tipo di campagna a livelli proibitivi. I pianificatori militari cinesi studieranno ogni aspetto dell’Operazione Epic Fury con la stessa intensità con cui la Wehrmacht studiò l’impiego dei mezzi corazzati britannici a Cambrai. Le specifiche tecniche operative che si sono dimostrate efficaci contro le difese aeree iraniane saranno analizzate e contrastate; le munizioni che si sono rivelate più efficaci saranno studiate e replicate o neutralizzate.

Ma sono le potenze minori e medie – gli stati che non possono eguagliare la potenza convenzionale americana e non possono aspirare a una capacità militare-industriale di livello cinese – ad avere l’incentivo più diretto alla proliferazione. L’Arabia Saudita, che ha beneficiato della protezione americana nell’attuale conflitto ed è stata al contempo bersaglio delle rappresaglie iraniane, trarrà da questa esperienza una valutazione sull’adeguatezza delle garanzie di sicurezza americane. Il regno dispone di ingenti risorse finanziarie e da tempo si vocifera di un accordo di emergenza con il Pakistan per l’accesso alle armi nucleari in casi estremi. Gli eventi del 2025 e del 2026 non renderanno l’Arabia Saudita meno interessata all’opzione nucleare. La Turchia, che ha intrapreso un percorso strategico sempre più indipendente sotto la guida di Erdogan e dei suoi successori, possiede le basi industriali e scientifiche per sviluppare armi nucleari e negli ultimi anni ha espresso pareri critici sulla razionalità del loro possesso. La Corea del Sud, che si trova ad affrontare una Corea del Nord dotata di armi nucleari e un impegno americano sempre più incerto, ha condotto sondaggi d’opinione che mostrano un sostegno maggioritario a favore di un deterrente nucleare indipendente.

Ciascuno di questi Stati sta osservando la stessa dimostrazione e traendo la stessa conclusione: la superiorità militare convenzionale americana è talmente schiacciante che solo la deterrenza nucleare offre una protezione significativa contro la coercizione americana. Questa non è una conclusione irrazionale. È, di fatto, la conclusione più razionale che si possa trarre dalle prove osservabili.

Il crudele paradosso alla base della politica di non proliferazione è proprio questo: quanto più forte è la giustificazione della non proliferazione come obiettivo politico, tanto più estreme sono le misure necessarie per imporla, e tanto più estreme sono le misure necessarie per imporla, tanto più forte diventa l’incentivo alla proliferazione. Gli Stati Uniti hanno dimostrato, in modo inequivocabile, di essere disposti a condurre campagne aeree prolungate contro gli Stati che sviluppano armi nucleari. Ogni Stato che giunge alla conclusione che le armi nucleari siano l’unica protezione contro tali campagne si comporta, dal punto di vista della politica americana di non proliferazione, in modo irrazionale. Eppure, ogni Stato che giunge a questa conclusione si comporta in modo del tutto razionale dal punto di vista del proprio calcolo di sicurezza, alla luce delle prove disponibili.

## VIII. L’architettura della deterrenza nel mondo post-bellico iraniano

Clausewitz osservò, in una sua celebre frase, che la guerra è la continuazione dell’interazione politica attraverso altri mezzi: l’azione militare è sempre, nel suo livello più profondo, un atto politico e, pertanto, deve essere valutata in base alle sue conseguenze politiche piuttosto che ai soli risultati militari. Questa massima si applica con particolare forza al tipo di campagna di stallo coercitiva condotta dagli Stati Uniti contro l’Iran, poiché le conseguenze politiche di tale campagna si ripercuotono ben oltre le relazioni bilaterali tra Washington e Teheran.

La specifica conseguenza politica su cui voglio soffermarmi è la probabile forma che assumerà l’architettura di deterrenza che emergerà dalle macerie del programma militare iraniano. Il regime di non proliferazione post-Guerra Fredda – il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), il regime di ispezione dell’AIEA, i vari accordi ad hoc come il JCPOA – è sempre stato una costruzione alquanto precaria, tenuta insieme da una combinazione di garanzie di sicurezza, incentivi economici, pressioni normative e la minaccia implicita di azioni coercitive contro i trasgressori. L’elemento coercitivo è sempre stato l’indispensabile baluardo; gli Stati che giungevano alla conclusione di poter sviluppare armi nucleari senza conseguenze significative tendevano a farlo.

La campagna contro l’Iran ha chiarito in modo drammatico la dimensione coercitiva di questa architettura, e al contempo ne ha delineato i limiti sistemici. La coercizione è reale: gli Stati Uniti, infatti, conducono operazioni militari contro Stati che perseguono lo sviluppo di armi nucleari, e tali operazioni possono essere devastanti. Ma la coercizione non è universale: dipende dal fatto che lo Stato bersaglio non possieda a sua volta armi nucleari. In altre parole, l’architettura è coercitiva nei confronti degli Stati al di sotto della soglia nucleare e sostanzialmente inefficace nei confronti degli Stati al di sopra di essa. Non si tratta di una novità – è sempre stato vero – ma non era mai stata dimostrata con la chiarezza operativa che l’Operazione Epic Fury è in grado di fornire.

La conseguenza di questa dimostrazione sarà probabilmente un sistema internazionale più nettamente diviso: gli Stati saldamente radicati nelle alleanze di sicurezza americane, che hanno concluso che le garanzie statunitensi siano adeguate e che il loro sviluppo nucleare metterebbe a dura prova tali garanzie oltre ogni limite di utilità, probabilmente rimarranno non nucleari. Gli Stati che non sono così radicati, o che hanno motivi per dubitare della permanenza e dell’adeguatezza delle garanzie americane, guarderanno all’esperienza iraniana e accelereranno i propri calcoli sullo sviluppo nucleare. La posizione intermedia – quella degli Stati che nutrivano seri dubbi sul valore delle armi nucleari come deterrente – si è sostanzialmente ristretta a seguito degli eventi dell’ultimo anno. La dimostrazione è stata troppo chiara e completa per lasciare ampio spazio ad ambiguità.

Si pone inoltre la questione di quale tipo di rapporto di deterrenza intrattengano gli Stati Uniti con gli Stati Uniti in un mondo in cui la guerra di stallo è diventata la principale modalità di coercizione americana. La logica della deterrenza nucleare è sempre stata quella di dissuadere l’uso di armi nucleari da parte dell’avversario; durante la Guerra Fredda ciò era semplice, poiché entrambe le superpotenze erano dotate di armi nucleari ed entrambe si trovavano di fronte alla prospettiva di una rappresaglia in grado di annientare la civiltà. Nel mondo asimmetrico del predominio convenzionale americano, le armi nucleari svolgono una funzione diversa per gli Stati più piccoli: non dissuadono un attacco nucleare, bensì un cambio di regime convenzionale. Questa è la specifica funzione di deterrenza che il programma nucleare nordcoreano svolge, ed è la funzione che ogni potenza proliferante razionale cerca di acquisire.

Gli Stati Uniti, nel loro discorso pubblico, non hanno affrontato in modo adeguato le implicazioni di questa dinamica. La posizione ufficiale è che la superiorità convenzionale americana dissuade l’uso di armi nucleari da parte degli avversari, mentre l’impegno americano per la non proliferazione impedisce la diffusione delle armi nucleari ad altri Stati. L’esperienza iraniana suggerisce che questa posizione sia internamente contraddittoria: la stessa potenza della superiorità convenzionale americana crea l’incentivo alla proliferazione, e una deterrenza nucleare efficace della potenza convenzionale americana crea di fatto un’immunità dal meccanismo di salvaguardia coercitivo del regime di non proliferazione. Non si può contemporaneamente dimostrare che la potenza militare convenzionale è così schiacciante da poter essere dissuasa solo dalle armi nucleari e sostenere che l’opzione della deterrenza nucleare sia esclusa per gli Stati che si sentono minacciati dalla potenza convenzionale americana.

Il dilemma dell’innovatore

Nel mondo degli affari esiste un concetto – il dilemma dell’innovatore – che descrive la difficile situazione di un leader di mercato la cui tecnologia dominante, proprio a causa del suo dominio, preclude le opzioni strategiche che consentirebbero l’adattamento all’innovazione dirompente. L’attore dominante, avendo investito così tanto in un paradigma esistente e avendo organizzato l’intera sua attività attorno alla logica di tale paradigma, si trova strutturalmente incapace di abbracciare il nuovo paradigma che lo sta soppiantando, anche quando ne percepisce l’imminente soppiantamento.

Qualcosa di analogo potrebbe essere all’opera nell’ambito della strategia militare americana. La campagna di stallo è, a giudicare dalla sua stessa esecuzione, un capolavoro: tecnicamente sofisticata, in grado di minimizzare le perdite, operativamente decisiva. Rappresenta la massima espressione del modo di fare la guerra americano, così come si è evoluto dalla fine della Guerra Fredda: precisione, stallo, dominio dell’informazione, superiorità aerea. L’establishment militare americano, dopo aver impiegato trent’anni a perfezionare questo modello e aver accumulato enormi investimenti istituzionali in equipaggiamento, dottrina, addestramento e architettura di approvvigionamento necessari per la sua attuazione, è comprensibilmente restio a metterne in discussione l’utilità strategica, anche quando gli effetti indiretti della sua applicazione di successo indicano uno scenario in cui diventa progressivamente più difficile da impiegare.

La proliferazione delle armi nucleari è proprio l’innovazione dirompente che minaccia il modello di guerra a distanza. Man mano che un numero maggiore di Stati acquisisce deterrenti nucleari credibili, si riduce l’universo degli Stati contro i quali è possibile impiegare liberamente una guerra a distanza – senza rischiare una rappresaglia nucleare. Il modello rimane devastantemente efficace contro il numero sempre minore di Stati che non possiedono né armi nucleari né le garanzie di sicurezza che li rendono di fatto potenze nucleari. Contro tutti gli altri Stati, è di fatto irrilevante come strumento coercitivo.

Il dilemma dell’innovatore si applica anche in questo caso: il successo stesso della campagna di stallo contro l’Iran crea una struttura di incentivi che, se seguita razionalmente da altri Stati, finirà per minare la rilevanza coercitiva di tale campagna in un mondo nucleare. Gli Stati Uniti innovano per raggiungere un modello militare di schiacciante superiorità convenzionale e, così facendo, creano le condizioni per una cascata di proliferazione che rende tale modello strategicamente obsoleto come strumento coercitivo contro una quota crescente di avversari rilevanti.

Non esiste una soluzione ovvia a questo dilemma. La moderazione nell’uso della potenza militare convenzionale potrebbe ridurre gli incentivi alla proliferazione, ma richiederebbe di accettare la diffusione di armi di distruzione di massa da parte di Stati che possono essere costretti ad abbandonare i propri programmi. Un uso aggressivo della potenza militare convenzionale per prevenire la proliferazione produce esattamente gli incentivi alla proliferazione descritti in precedenza. Estendere le garanzie di sicurezza in modo sufficientemente ampio da includere tutti i potenziali proliferatori è sia politicamente impossibile che strategicamente incoerente. Si tratta, nel senso più letterale del termine, di un vero e proprio dilemma strategico: una situazione in cui ogni opzione disponibile implica l’accettazione di costi che sono, in qualche misura, inaccettabili.

L’Ungheria e la maledizione di Trump_di Constantin von Hoffmeister… e altri

L’Ungheria e la maledizione di Trump

La guerra e il crollo della destra occidentale

Constantin von Hoffmeister13 aprile
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L’Europa reagisce. L’Europa reagisce sempre. Intuisce la direzione prima ancora di definirla. L’attuale movimento si sta spostando a sinistra, e la causa è sotto gli occhi di tutti: la condotta di Donald Trump nell’escalation del conflitto con l’Iran. Quella che un tempo appariva come una rivolta globale antiglobalista contro la tirannia liberale ora assomiglia alla sua continuazione più aggressiva. La maschera è caduta. Il mostro rimane ed è più audace.

La guerra in Iran segna il punto di svolta. Gli attacchi lanciati a fine febbraio sotto la bandiera del cambio di regime hanno aperto una nuova fase di confronto diretto. Infrastrutture e civili sono stati presi di mira, leader e le loro famiglie sono stati assassinati e gruppi dissidenti/terroristi sono stati armati in anticipo. Si tratta di uno schema già visto, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta invariata. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e la convinzione che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.

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Questo è il momento in cui la Destra in Occidente sta perdendo il suo orientamento. La promessa che Trump portava avanti si fondava su una rottura con la logica neoconservatrice. Parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla Destra in Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di rimanere salde, di resistere a Bruxelles e di costruire un modello di governo alternativo, radicato nell’identità e nel potere statale.

Ora la situazione si sta capovolgendo. L’attacco non provocato contro l’Iran per conto di Israele invia un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta quindi perdendo la sua pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista a cui un tempo si opponeva. L’Europa occidentale lo sta leggendo chiaramente. La reazione non si fa attendere.

L’Ungheria è diventata la prima vittima illustre. Fidesz, a lungo ancorato ai principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante forza parlamentare. La riforma costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito in quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.

Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno è più importante. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio in strutture familiari. La sinistra si presenta ora come elemento di coordinamento e protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in inutili ostilità e violenze.

I beneficiari si stanno allineando lungo linee prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando ad assicurarsi ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, le linee di forza scorrono sulla mappa come lame estratte al rallentatore. Segnali incrociano segnali, comandi rispondono a comandi, circuiti ronzano con un calore crescente che cerca di sfogarsi. Una terza guerra mondiale si addensa nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme verso l’interno da ogni lato, più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinamento. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema non cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ciascun attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato ed egemonico.

Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare lampante. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode di ampio consenso popolare in Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, timore e stanchezza. Eppure il conflitto continua a rafforzare il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, riaccende il linguaggio della “sicurezza” e della “responsabilità” e consolida l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per un’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza moderatrice. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, mentre la sfiducia cresce dal basso.

Le conseguenze si estendono ben oltre l’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, l’ondata di destra che aveva caratterizzato la prima fase sta rallentando e invertendosi. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definirsi. Se Washington e il movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?

In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo scenario in continua evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: sovranità contro burocrazia e nazione contro un sistema truccato contro il popolo. Ora il campo si sta sgretolando. Le forze di sinistra, spesso esterne all’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno incanalando l’ansia pubblica per la guerra e l’instabilità. I ​​sondaggi si fanno più serrati. Le elezioni amministrative si avvicinano e rappresentano un primo banco di prova. L’esito rimane incerto, eppure la direzione sembra chiara: la frammentazione favorisce chi promette il contenimento.

Negli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta acuendo le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia contro i costi e gli eccessi. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici si bloccano sotto il peso del conflitto, con ritardi in settori chiave come le esportazioni di tecnologia. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.

La storia si muove a cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, continuano a scorrere correnti più profonde. Le civiltà divergono. Il potere si diffonde. Emergono nuovi poli. Il lungo arco si piega verso la pluralità.

Eppure, il tempismo è fondamentale. La strategia è fondamentale. La coerenza tra parole e azioni determina se un movimento si espande o collassa. In questo momento, la destra occidentale si trova ad affrontare una contrazione. Segue un leader che ha smarrito la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei suoi nemici.

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Ungheria: UE contro MAGA

Le elezioni ungheresi sono state teatro di una aperta lotta di potere tra l’UE e gli Stati Uniti. Entrambe le parti sono intervenute in modo massiccio nella campagna elettorale, con interessi contrastanti.

14

aprile

2026

BRUXELLES/WASHINGTON/BUDAPEST (Notizia propria) – La Germania e l’UE hanno avuto la meglio sull’amministrazione Trump nella lotta di potere per l’Ungheria. Dopo anni di aspri conflitti politici con Berlino e Bruxelles sotto il governo di Viktor Orbán, che ha collaborato strettamente con l’amministrazione Trump, con la vittoria elettorale di Péter Magyar Budapest si rivolge ora in modo dimostrativo nuovamente all’Unione Europea – un successo strategico per quest’ultima, ma al contempo una dura sconfitta per gli Stati Uniti. La vittoria elettorale di Magyar segna quindi non solo una svolta nella politica interna, ma è anche espressione di un aperto scontro geopolitico. Di conseguenza, sia l’UE che gli Stati Uniti avevano cercato in modo massiccio di influenzare l’esito delle elezioni nella fase precedente. Mentre Bruxelles ha attirato con la concessione di miliardi di euro di finanziamenti, il governo statunitense ha apertamente sostenuto Orbán e il suo entourage – arrivando persino a partecipare alla campagna elettorale e a fare promesse economiche. L’Ungheria è così diventata teatro di una lotta transatlantica in cui la posta in gioco va ben oltre un semplice cambio di governo: si tratta di influenza, dell’orientamento e del ruolo futuro di uno Stato chiave nell’Europa orientale.

Riforme contro la sovranità

Nella tarda serata di domenica, l’ex leader dell’opposizione Péter Magyar, del partito Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, Partito del Rispetto e della Libertà), ha dichiarato in merito alla sua vittoria elettorale: «Insieme abbiamo bocciato il sistema Orbán, insieme abbiamo liberato l’Ungheria».[1] Uno dei pilastri centrali della campagna elettorale di Magyar era l’obiettivo di ottenere lo sblocco di 17 miliardi di euro di fondi UE congelati – circa il dieci per cento del prodotto interno lordo (PIL) ungherese. L’UE li aveva messi in stand-by nelle sue aspre lotte di potere con il primo ministro uscente Viktor Orbán, per aumentare la pressione su Orbán e indebolire il suo governo. Il prezzo che Magyar deve pagare è alto. Per ottenere i fondi, Budapest deve soddisfare 27 condizioni imposte da Bruxelles, tra cui riforme delle procedure di appalto pubblico, il rafforzamento dell’indipendenza giudiziaria e l’ampliamento delle libertà accademiche. [2] La Tisza ha raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria a tal fine. Il percorso di riforme annunciato porta quindi a una maggiore integrazione nelle strutture dell’UE – e alla conseguente ulteriore limitazione della sovranità nazionale.

Esultanza a Bruxelles

Le reazioni da Bruxelles non si sono fatte attendere. Già pochi minuti dopo la sconfitta del primo ministro ungherese Orbán, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata tramite X: «L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Un Paese torna sul suo percorso europeo. L’Unione ne esce rafforzata». Anche Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo (PPE), di cui fa parte il partito Tisza, ha parlato su X di una «vittoria» del popolo ungherese. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha dichiarato che il posto dell’Ungheria è «nel cuore dell’Europa». La reazione rapida e unanime dei vertici dell’UE sottolinea l’importanza politica dell’esito elettorale.

«Trump vuole Trump»

Le elezioni in Ungheria si sono rivelate anche un banco di prova fondamentale per l’amministrazione Trump e la sua cerchia politica. «Noi eravamo Trump prima di Trump», si legge sul sito web della filiale ungherese della Conservative Political Action Conference (CPAC), vicina a Trump, che da anni sostiene la linea di Orbán.[3] Lo stesso Trump, in un discorso video, ha definito il primo ministro ungherese «una forte figura di leadership» e ha elogiato la sua politica migratoria. Allo stesso tempo, ha sottolineato la vicinanza strategica dei due paesi nel «rinascimento dell’Occidente». Il segretario di Stato americano Marco Rubio, durante una visita a Budapest lo scorso febbraio, ha parlato di un’«era d’oro» delle relazioni bilaterali e ha prospettato – in un’aperta ingerenza nella campagna elettorale – un sostegno finanziario qualora Orbán fosse rimasto in carica. Osservatori come Timothy Garton Ash del think tank londinese Chatham House hanno valutato l’elezione come una delle «più importanti in assoluto per il MAGA». Di conseguenza, un’eventuale perdita di potere da parte di Orbán andrebbe considerata grave, ha giudicato Ash in anticipo – anche come battuta d’arresto ideologica per i suoi sostenitori internazionali.[4]

Vance come volontario nella campagna elettorale

Visto il calo di consensi di Orbán nei sondaggi, Washington ha intensificato ulteriormente il proprio sostegno nei suoi confronti poco prima delle elezioni. Il vicepresidente JD Vance si è recato a Budapest per apparire insieme al primo ministro davanti a migliaia di sostenitori. L’evento aveva un chiaro carattere elettorale. Péter Magyar ha quindi accusato gli Stati Uniti di interferire apertamente nelle elezioni ungheresi. Orbán, dal canto suo, ha elogiato Vance per le sue critiche all’UE, che il vicepresidente statunitense aveva accusato – a ragione – di influenzare a sua volta le elezioni quando necessario. [5] In modo simbolico, durante la sua apparizione Vance ha telefonato a Donald Trump, che si è definito un «grande fan di Viktor». La scena evidenzia il tentativo di Washington di influenzare direttamente l’esito delle elezioni – con parallelismi rispetto a precedenti interventi, come ad esempio nelle elezioni di medio termine in Argentina, in cui rappresentanti del governo statunitense sono intervenuti apertamente a favore del presidente Javier Milei.[6]

L’ultimo tentativo di Trump

A soli due giorni dal voto, Trump ha alzato nuovamente la posta in gioco, utilizzando la promessa di cooperazione economica come leva politica: sulla sua piattaforma Truth Social ha annunciato di essere pronto a «impiegare tutto il potere economico degli Stati Uniti» per sostenere l’Ungheria, a condizione che Orbán rimanesse in carica. Orbán ha ringraziato immediatamente e ha messo in scena il sostegno in modo da ottenere grande risonanza mediatica – compreso un video accompagnato dalla canzone «Y.M.C.A.», un elemento fisso delle apparizioni elettorali di Trump.

Accuse contro il governo di Orbán

Parallelamente, però, il governo di Orbán è finito sotto pressione da parte dell’UE a causa di gravi accuse. Il Washington Post ha citato un funzionario europeo secondo cui il ministro degli Esteri Péter Szijjártó avrebbe mantenuto contatti regolari con il suo omologo russo Sergej Lavrov durante i vertici UE, divulgando informazioni riservate. Secondo quanto riportato, Mosca avrebbe di fatto «seduto al tavolo» a Bruxelles. [7] Il primo ministro polacco Donald Tusk, orientato verso l’UE, ha immediatamente fatto proprie le accuse, così come il ministro degli Esteri Radosław Sikorski. Budapest ha respinto le accuse, parlando di attacchi motivati politicamente. [8] Szijjártó ha confermato i colloqui con i rappresentanti della Russia, ma ha spiegato che si trattava di una prassi di routine nell’ambito delle consultazioni internazionali. Indipendentemente dal loro fondamento, le accuse lanciate in modo mirato dagli ambienti dell’UE prima delle elezioni hanno avuto un notevole impatto sulla campagna elettorale.[9]

Le dinamiche della politica interna

Allo stesso tempo, però, anche le dinamiche della politica interna hanno subito un cambiamento. Secondo i sondaggi, in Ungheria fino a due terzi dei giovani sotto i 30 anni chiedevano le dimissioni di Orbán. Grandi manifestazioni e concerti di protesta hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, soprattutto a Budapest. Magyar ha colto questo clima e ha ringraziato i suoi sostenitori più giovani per la «speranza di cambiamento». [10] Resta da vedere se e, in caso affermativo, in che modo il passaggio da Orbán a Magyar – un ex politico del partito di Orbán, Fidesz – porterà effettivamente a cambiamenti sociali o economici fondamentali.

Maggiori informazioni sull’argomento: La scelta dell’Ungheria tra Bruxelles e Washington.

[1] Magyar vince nettamente – Orban ammette la sconfitta. tagesschau.de 13/04/2026.

[2] Gregorio Sorgi, Max Griera: Il rivale di Orbán deve affrontare una dura battaglia per sbloccare 17 miliardi di euro di fondi UE. politico.eu 09.04.2026.

[3] Si veda a questo proposito «L’era dei patrioti».

[4] Jamie Dettmer: Donald Trump può salvare Viktor Orbán? politico.eu 6 marzo 2026.

[5] Jamie Dettmer, Max Griera: JD Vance critica i «burocrati» di Bruxelles per aver interferito in Ungheria prima delle elezioni. politico.eu, 7 aprile 2026.

[6] Milena Wälter: Operazione «Salvate Orbán»: Trump invia Vance in Ungheria. politico.eu, 3 settembre 2026.

[7] Catherine Belton: Per influenzare le elezioni ungheresi, i russi avrebbero proposto di inscenare un tentativo di omicidio. washingtonpost.com, 21 marzo 2026.

[8] Leonie Cater: Tusk afferma che non ci sono «sorprese» riguardo alle fughe di notizie dall’Ungheria a Mosca dai vertici dell’UE. politico.eu, 22 marzo 2026.

[9] Max Griera: Il ministro ungherese Szijjártó ammette di aver mantenuto contatti con Mosca mentre l’UE discuteva delle sanzioni contro la Russia. politico.eu, 31 marzo 2026.

Il fianco ungherese è crollato: cosa succederà ora alla Georgia?

L’opposizione georgiana festeggia i risultati delle elezioni parlamentari in Ungheria, sperando che il cambio di regime contribuisca a imporre ulteriori sanzioni da parte dell’UE, a tutto vantaggio anche loro.

Archil Sikharulidze13 aprile
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Il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze e il primo ministro ungherese Viktor Orban.

Ieri, l’opposizione ungherese, rappresentata da Péter Magyar e dal partito Tisza, ha ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni parlamentari ungheresi. I politici georgiani del partito di governo Sogno Georgiano, presenti alle elezioni sia come osservatori dell’OSCE sia su invito personale del partito Fidesz di Viktor Orbán, hanno dichiarato che le elezioni si sono svolte pacificamente e che, nel complesso, l’intero processo è stato democratico e competitivo.

Tuttavia, in realtà, mentre la Georgia celebrava la Pasqua e si trovava ancora nel pieno delle festività, l’Unione Europea, in sostanza, stava giocando la stessa carta che aveva usato nel 2024 durante le elezioni parlamentari in Georgia.

In particolare, su tutti i principali canali televisivi europei, le elezioni parlamentari ungheresi sono state presentate come un momento storico: il culmine di una lotta tra il leader autoritario filo-russo Viktor Orbán e le forze filo-europee rappresentate dal partito Tisza e dal suo leader.

Molti in Europa speravano che i 16 anni di governo di Orbán giungessero al termine, che un nuovo governo ristabilisse un rapporto più solido con l’Unione Europea e che, come nel caso della Georgia nel 2024, i nuovi leader ungheresi si mostrassero più accomodanti e reattivi, soprattutto in questioni riguardanti la Federazione Russa e, senza dubbio, il conflitto in Ucraina.

Non è un segreto che la principale divisione tra la burocrazia europea centrale e alcuni dei suoi membri – tra cui Ungheria e Slovacchia, nonché paesi che aspirano all’integrazione nell’Unione, come Moldavia, Ucraina, Georgia e ora Armenia – sia emersa lungo linee geopolitiche.

La Georgia e la sua élite politica, rappresentata da Sogno Georgiano, si sono dimostrate meno accondiscendenti e restie a impegnarsi in sforzi volti a infliggere una sconfitta strategica alla Russia per conto dell’Europa. Di conseguenza, sono state percepite come “traditrici” geopolitiche a Bruxelles e dichiarate persona non grata. I tentativi di influenzare la Georgia attraverso interventi finanziari e politici esterni a favore delle proteste e delle forze filoeuropee non hanno permesso all’opposizione locale di vincere le elezioni parlamentari del 2024.

Di fatto, Viktor Orbán è diventato il primo e unico leader europeo non solo a sostenere Sogno Georgiano – dichiarando esplicitamente che l’Unione Europea aveva tentato di cambiare il regime in Georgia – ma anche a recarsi a Tbilisi il giorno successivo, visitare la capitale e appoggiare apertamente il partito al governo.

Questo non è stato perdonato, poiché la burocrazia europea sta di fatto conducendo una “guerra fredda” attiva contro il partito al governo in Georgia. Di conseguenza, queste elezioni hanno rivestito anche una significativa importanza geopolitica per Sogno Georgiano.

In Georgia, molti, non solo all’interno del governo ma anche nell’opposizione, avevano previsto tutto ciò. In particolare, l’opposizione georgiana cerca di inquadrare la situazione globale come una lotta tra regimi filorussi e forze democratiche europee civilizzate. In questa narrazione, tra i “nemici della civiltà” figuravano Nicolás Maduro in Venezuela, l’Ayatollah in Iran, la Russia, la Corea del Nord e Viktor Orbán; meno frequentemente viene citato Fico in Slovacchia, ma vengono inclusi anche Sogno Georgiano e Bidzina Ivanishvili.

Pertanto, la rimozione di Nicolás Maduro è stata interpretata come il primo segnale del crollo di questo “asse”. Anche la morte dell’Ayatollah è stata percepita in questo contesto, sebbene l’Iran non abbia subito una sconfitta e non si sia verificato alcun cambio di regime. La sconfitta di Orbán alle elezioni è vista allo stesso modo come parte di una reazione a catena che potrebbe in ultima analisi portare alla caduta di Sogno Georgiano.

Tra le prime a rispondere c’è stata Salome Zurabishvili. La quinta presidente della Georgia, strenua oppositrice del partito al governo e sostenitrice di posizioni fortemente europeiste, si è rivolta ai suoi concittadini:

“Congratulazioni da tutti i georgiani che hanno pregato per la vittoria della democrazia in Ungheria! Crediamo in un’Europa più forte che non si pieghi all’aggressione, né ibrida né diretta, della Russia!”

A sua volta, l’ex primo ministro Giorgi Gakharia, precedentemente membro di Sogno Georgiano e attualmente residente in Germania, ha articolato le aspettative e gli obiettivi della cosiddetta opposizione georgiana filo-europea ancor prima dell’annuncio ufficiale dei risultati elettorali:

“È un giorno importante non solo per il futuro della democrazia ungherese, ma anche per il futuro dell’Europa democratica. La sconfitta di Orbán rappresenterebbe una tappa fondamentale nell’indebolimento delle reti populiste e autocratiche che ha costruito in tutta Europa. Costituirebbe inoltre un duro colpo per la Russia e per i regimi autocratici simili al governo georgiano, che ha ricalcato il modello di Orbán per lo smantellamento della democrazia, anche attraverso la disinformazione diffusa e la falsa propaganda.”

In seguito, si è congratulato anche con i popoli ungherese e georgiano, nonché con l’Europa nel suo complesso:

“Mi congratulo con Péter Magyar, il Partito Tisza e il popolo ungherese per questa storica vittoria. Questa è una vittoria per la democrazia europea e per il mondo democratico nel suo complesso. Che la sconfitta della Russia e dei suoi alleati continui ovunque operino nel mondo. Questa è una vittoria significativa contro la disinformazione e la propaganda dilaganti diffuse dal governo Orbán, che minano gravemente l’integrità elettorale. Gli attori democratici di tutto il mondo dovrebbero studiare l’esempio ungherese e imparare dal suo successo nel contrastare e indebolire le reti populiste e autocratiche costruite da Orbán, affinché possano essere affrontate e smantellate una volta per tutte.”

Il Primo Ministro Irakli Kobakhidze si è mostrato più cauto nella sua valutazione, congratulandosi con l’opposizione ed esprimendo la disponibilità del governo di Sogno Georgiano a proseguire la stretta collaborazione con le nuove autorità. È stata inoltre sottolineata l’importanza di uno sviluppo democratico stabile in entrambi i paesi.

In particolare, pochi giorni prima delle elezioni, JD Vance ha visitato l’Ungheria, sostenendo apertamente Viktor Orbán e, inoltre, durante un comizio con i sostenitori di Orbán, ha avuto una conversazione telefonica con Donald Trump, il quale ha a sua volta espresso il proprio appoggio al governo in carica.

Alcuni analisti hanno sostenuto che questa situazione e il conseguente esito evidenziano l’importanza dell’intervento esterno, in particolare in termini di propaganda e sostegno finanziario. Tuttavia, in presenza di un’elevata mobilitazione degli elettori, né i regimi autoritari né le interferenze esterne possono realmente determinare la distribuzione del potere e dei voti.

Se le affermazioni degli analisti filoeuropei che sostengono l’opposizione ungherese fossero corrette, allora questo risultato sarebbe altrettanto sfavorevole per l’opposizione georgiana, in quanto suggerirebbe che la loro sconfitta alle elezioni parlamentari del 2024 non sia stata dovuta a presunte interferenze russe o frodi elettorali, bensì alla mancanza di sostegno da parte della maggioranza georgiana.

Secondo la loro stessa logica, per sconfiggere il “regime autoritario” di Sogno Georgiano, non basterebbe un vantaggio percentuale minimo sul partito al governo, bensì il sostegno della maggioranza assoluta della popolazione georgiana.

Poiché tale sostegno non è nemmeno all’orizzonte e il gradimento dell’opposizione è ulteriormente calato in seguito alle proteste fallite del 2024-2026, è improbabile che le prossime elezioni parlamentari dell’ottobre 2028 producano cambiamenti sostanzialmente positivi per l’opposizione.

Inoltre, se il caso ungherese servirà da lezione, allora le continue pressioni esterne dell’Unione Europea sulla società georgiana non produrranno risultati positivi. L’intervento esterno può consentire agli attori politici di esistere, organizzare manifestazioni e persino finanziare azioni come l’attacco dell’ottobre 2025 al palazzo della presidenza, ma non può garantire la vittoria elettorale.

Infine, c’è una terza lezione. Secondo alcuni analisti europei, la schiacciante vittoria degli oppositori di Orbán è stata dovuta anche al sostegno delle fasce di popolazione rurali – gli abitanti delle regioni – piuttosto che esclusivamente alle popolazioni urbane politicamente consapevoli. Una situazione simile si è verificata in Georgia, dove l’opposizione, pur avendo concentrato tutti i suoi sforzi, è riuscita a conquistare di misura solo le principali città come Tbilisi, subendo una sconfitta totale e completa nelle regioni.

Il caso ungherese, quindi, mette già in luce tre problemi fondamentali per l’opposizione georgiana autoproclamatasi filo-occidentale. Da un lato, l’intervento esterno è importante ma non decisivo, e l’opposizione si affida principalmente a questo elemento nella sua campagna elettorale; dall’altro, anche con tale sostegno, sconfiggere le autorità al potere in Georgia richiede un appoggio costituzionale – una maggioranza costituzionale – piuttosto che un vantaggio percentuale minimo. In definitiva, per vincere le elezioni parlamentari, è necessario condurre una campagna attiva anche al di fuori dei principali centri urbani e assicurarsi il sostegno nelle regioni. L’opposizione georgiana possiede il primo elemento, ma gli ultimi due componenti chiave sono completamente assenti.

Se all’opposizione georgiana manca l’elemento più cruciale – un sostegno capillare, soprattutto nelle regioni – allora sorge spontanea la domanda: cosa stanno festeggiando esattamente?

Allo stesso tempo, ciò che dovrebbe preoccupare il partito al governo, Sogno Georgiano, e il suo elettorato è la possibilità di un cambiamento nell’approccio dell’Ungheria, in quanto membro dell’Unione Europea, alla sua politica nei confronti della Georgia.

L’alleanza di opposizione georgiana ha festeggiato la sconfitta del filorusso Viktor Orbán in Ungheria.

Viktor Orbán è stato importante per Sogno Georgiano non perché condividessero la stessa ideologia o promuovessero insieme valori conservatori, ma perché era tra coloro che comprendevano la necessità di un dialogo con la Federazione Russa e che l’Unione Europea non può esistere né garantire la propria sicurezza senza tenere conto degli interessi della Russia; presumere il contrario sarebbe, semplicemente, irrazionale.

Queste idee sono state ripetutamente espresse in Georgia su diverse piattaforme, dove si è sostenuto apertamente ed esplicitamente che la Federazione Russa non fosse necessaria per la costruzione dell’architettura di sicurezza dell’Unione Europea. Secondo questa prospettiva, sarebbe sufficiente fare affidamento su Ucraina e Georgia.

Sogno Georgiano non condivideva questa posizione e trovò invece sostegno in figure come Viktor Orbán e, per essere precisi, Robert Fico in Slovacchia. Orbán non era solo un sostenitore, ma un attivo promotore di questa visione – se poi queste posizioni siano state accettate o meno in Europa è un’altra questione.

Un altro aspetto importante è che Viktor Orbán ha bloccato le sanzioni dell’UE contro la Georgia. L’Unione Europea, nell’ambito della sua politica, continua a esercitare pressioni su Sogno Georgiano in modo da cercare, da un lato, di evitare danni eccessivi alla popolazione georgiana, e dall’altro di massimizzare le restrizioni nei suoi confronti.

A un certo punto, l’UE ha riconosciuto che maggiore era la pressione esercitata dall’Europa, più forte sarebbe diventata la resistenza. Ciononostante, non poteva lasciare impunite le politiche di Sogno Georgiano. Di conseguenza, si è tentato di introdurre sanzioni a livello dell’intera Unione Europea, ma queste sono state bloccate e attivamente contrastate da Viktor Orbán.

Se il nuovo governo ungherese rivedrà questo approccio e smetterà di bloccare tali iniziative, potremmo assistere, per la prima volta nelle relazioni tra UE e Georgia, all’imposizione di sanzioni – non a livello di singoli Stati e non limitate alle restrizioni per i titolari di passaporti ufficiali, ma contro la Georgia nel suo complesso e per conto dell’Unione Europea.

Resta da vedere quanto sia realistico un simile cambiamento, dato che la situazione con l’attuale partito di governo, Tisza, non è del tutto lineare e potrebbe astenersi dall’intraprendere passi così radicali. Tuttavia, la minaccia esiste e Sogno Georgiano deve già iniziare a valutare come reagire a un simile sviluppo.

Dal punto di vista del commercio, delle importazioni, delle esportazioni e del benessere generale dell’economia georgiana, l’Unione Europea non è così critica come spesso viene dipinta. Molti, ad esempio, ignorano ancora che le relazioni strategiche tra Stati Uniti e Georgia non comportavano alcun privilegio economico, militare o politico sostanziale, ma erano, in sostanza, una dichiarazione d’intenti.

Tuttavia, il peso dell’Unione Europea, in particolare in termini di flussi finanziari e trasferimenti di capitali privati ​​nel paese, è significativo. Inoltre, l’UE funziona anche come costrutto ideologico: un sistema di valori che promuove una particolare concezione di prosperità.

Pertanto, l’imposizione formale di sanzioni da parte dell’Unione Europea contro la Georgia costituirebbe un grave colpo ideologico, nonché un colpo alla posizione del paese nell’economia internazionale e alla sua immagine complessiva.

Pertanto, la questione centrale che ora si pone a Sogno Georgiano è se le nuove autorità ungheresi non solo si allineeranno con le forze radicalmente anti-russe, ma adotteranno anche una retorica altrettanto dura nei confronti della Georgia.

In particolare, sono già emerse richieste da parte di rappresentanti dell’opposizione e dei loro sostenitori di intensificare gli sforzi per imporre sanzioni individuali dell’UE contro i membri del governo di Sogno Georgiano, i loro media e i loro sostenitori. A loro avviso, l’Ungheria non bloccherà più tali iniziative. A Bruxelles, sono già in molti a voler perseguire questa strada. Resta da vedere se l’Europa si muoverà verso un ulteriore deterioramento delle relazioni con Tbilisi, esacerbando le tensioni nella speranza di promuovere i propri interessi geopolitici in Georgia.

In conclusione, una parte significativa della cosiddetta opposizione filoeuropea opera in un gioco a somma zero – quello che colloquialmente si potrebbe definire “tutto o niente”. Di conseguenza, qualsiasi colpo inferto al partito al governo viene già percepito come una vittoria. Sperano che Budapest non ostacoli più i “falchi” europei e permetta a questa ala radicale della burocrazia di Bruxelles di agire contro Sogno Georgiano, anche a costo di danneggiare lo Stato nel suo complesso.

A loro avviso, in seguito a un cambio di potere, l’opposizione attuerà tutto ciò che Bruxelles richiederà e ricostruirà la Georgia a propria immagine e somiglianza – un’immagine che, a loro dire, sarà automaticamente migliore, più ricca, più prospera e, soprattutto, giustificherà tutti i sacrifici.

Ecco come l’opposizione georgiana percepisce la situazione.

L’articolo è stato inizialmente pubblicato da Cautious Caucasus in russo ed è disponibile qui .

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La rivoluzione ungherese non è ciò che sembra La sconfitta di Orbán non è una vittoria dei liberali

The Hungarian revolution isn’t what it seems

«L’esperimento politico dell’orbánismo, durato una generazione, è giunto al termine.» (Foto: Aris Roussinos)


ElezioniUEUngheriaImmigrazionePéter MagyarViktor Orbán


  


Aris Roussinos
13 aprile 2026 – 8:12 5 min

«Perché siamo qui? Speriamo di vedere Orbán cadere», ha detto Laura, un’avvocatessa di 58 anni, mentre insisteva perché prendessi un bicchiere di carta con la generosa miscela fatta in casa di vodka e arancia che aveva portato con sé, per brindare alla vittoria o addolcire la sconfitta. Come migliaia di altri elettori della regione del Tisza, Laura era venuta con le sue sorelle, le amiche e la nipote in piazza Batthyány a Buda, proprio di fronte al Parlamento gotico illuminato a giorno dall’altra parte del Danubio, per assistere alla storia, in un modo o nell’altro. 

Le ho chiesto cosa non le piacesse del sistema del Fidesz. «È tutta una questione di corruzione», ha risposto, «e del fatto che stanno svendendo il nostro Paese e la nostra nazione ai russi, rubando i nostri soldi e quelli dei contribuenti dell’UE, oltre a quel tipo di feudalesimo che lui ha costruito». Beatrix, sua nipote, annuiva commossa. «Voglio sposarmi e avere figli», ha detto. «Abbiamo tutti un buon lavoro, ma non guadagniamo gli stipendi dell’UE. Il mio ragazzo vive a Londra e, se perdiamo ora, mi trasferirò lì e lascerò l’Ungheria per sempre. Vedo queste elezioni come un voto a favore dell’UE e contro la Russia: sono europea e non voglio appartenere all’Oriente».

Ma alla chiusura dei seggi, mentre la folla si radunava davanti ai maxischermi che trasmettevano i risultati in diretta, l’esito sembrava ancora incerto. I commentatori vicini al governo avevano dato grande risalto a quelli che, secondo loro, erano risultati positivi in tutto il Paese; nelle prime ore della giornata, l’affluenza era apparsa più alta nelle zone rurali, da tempo considerate roccaforti del Fidesz, mentre la liberale Budapest si era mobilitata per votare in numero significativo solo nel pomeriggio. Si era dato per scontato che i primi risultati avrebbero mostrato un risultato positivo per Fidesz e Orbán, con le vere dinamiche che si sarebbero rivelate solo a tarda notte — o addirittura, in caso di una battaglia serrata, più avanti nella settimana, una volta conteggiati i risultati della consistente diaspora ungherese. Ma qualunque trepidazione interiore provasse la folla, non sarebbe durata a lungo. Man mano che arrivavano i nuovi risultati, la folla esultava di gioia per la vittoria che si stava improvvisamente dispiegando davanti ai loro occhi, intonando “Fidesz sporco” e “Il Tisza scorre”, il motto del loro partito, che prende il nome dal secondo fiume più grande dell’Ungheria. La percentuale di voti del Fidesz nelle province era crollata, mi ha detto una fonte presente alla festa elettorale della sera organizzata dai rivali del governo, e l’atmosfera lì era cupa. Una festa elettorale in stile Trump, “Patriots of Europe”, è stata bruscamente annullata.

Gli elettori di Tisza, giovani e anziani, brandiscono torce accese. (Foto: Aris Roussinos)

Forse non è stato lo shock che sembrava. La sera prima avevo partecipato all’ultimo comizio elettorale di Péter Magyar a Debrecen, la seconda città dell’Ungheria, vicino ai confini orientali con la Romania e l’Ucraina. Da tempo roccaforte del Fidesz, Debrecen era ormai un territorio conteso. Orbán aveva attirato grandi folle nel centro della città pochi giorni prima, ma la folla per Magyar, radunata in Piazza dell’Università, era ancora più numerosa. La vista di decine di migliaia di elettori della Tisza, giovani e anziani, che brandivano torce accese nel cielo notturno che si faceva buio e cantavano per la vittoria di Magyar era già abbastanza impressionante dal centro della folla. Vista in televisione, quella marea di fuoco ripresa dall’alto da un drone, era travolgente. Il discorso di Magyar, oratore fluente e carismatico, era abbastanza buono, ma la mole della folla era il vero messaggio inviato agli elettori indecisi che guardavano da casa. L’Ungheria provinciale era ora in gioco, mi ha detto Gabor, un tirocinante insegnante di 22 anni proveniente da un villaggio vicino. «La maggioranza è ancora composta da elettori del Fidesz, purtroppo», ha detto, «ma stiamo cercando di convincere i nostri genitori e i nostri nonni, e le cose stanno decisamente cambiando». Daniel, uno studente di 19 anni, era d’accordo. «La storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto brutta, ad essere onesti. E ora sentiamo che le cose stanno finalmente cominciando a cambiare».

Di ritorno in piazza Batthyány, l’intera folla trattenne il respiro all’unisono per poi esplodere in un fragoroso urlo di vittoria quando il nastro telegrafico scorse sullo schermo annunciando che Orbán si era congratulato con Magyar per la sua vittoria, molto prima di quanto chiunque si aspettasse — tale era la portata della vittoria di Tisza. Magyar aveva ottenuto una vittoria schiacciante a livello nazionale, e l’esperimento politico dell’Orbánismo, durato una generazione, era finito, almeno per il momento. Commenti concitati e allarmistici, provenienti da giornalisti-attivisti dell’opposizione ungherese e dai loro think tank e commentatori allineati in Occidente, avevano avvertito che Orbán, di fronte alla sconfitta, avrebbe cercato di aggrapparsi al potere con qualche maligno stratagemma, sia trascinando le elezioni in tribunale, sia inscenando qualche tipo di provocazione per annullare i risultati. Ma in realtà questo non è mai stato lo stile di Orbán: per quanto illiberale potesse essere, non è mai stato un dittatore, per quanto i suoi oppositori lo dipingessero tale. Alla fine, la genuina popolarità che lo ha tenuto al potere per una generazione significava troppo per lui, e quando ha perso, in un’elezione libera e corretta, ha ceduto il potere con dignità. 

Ciononostante, fu un momento storico per chi si era radunato in piazza, discutendo su cosa si dovesse fare dell’uomo che per così tanto tempo aveva plasmato l’Ungheria a sua immagine: «Spero che se ne vada in Russia», disse uno; «No, spero che finisca in prigione», ribatté la sua amica; «No», disse una donna più anziana, scuotendo lentamente la testa come per affermare la saggezza dell’età, «spero che rimanga in Parlamento e che sia costretto a rispondere di tutto ciò che ha fatto». «Sentiamo il respiro dell’89», mi ha detto Hanna, una ragazza goth di 18 anni. «Per tutta la vita abbiamo vissuto sotto il sistema del Fidesz, vedere questo cambiamento è una sorta di nuova ventata d’aria. Il Fidesz non si è mai preoccupato di noi, finché non abbiamo fatto figli». Il suo compagno, Milos, era d’accordo. «Grazie a Dio, grazie a Dio», disse, alzando lo sguardo al cielo. «Spero davvero che ci avviciniamo all’Unione Europea e che possiamo prendere le distanze dalla Russia.» 

«A dire il vero, la storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto triste. E ora abbiamo la sensazione che le cose stiano finalmente cominciando a cambiare.»

Queste elezioni, presentate all’esterno come una battaglia tra l’europeismo liberale e qualcosa che rasenta il dispotismo asiatico, sono state forse determinate da concrete preoccupazioni interne piuttosto che da questioni filosofiche di più ampio respiro, incentrate sull’economia in difficoltà, sulla corruzione che era «semplicemente indifendibile», come mi aveva detto in precedenza un membro del Fidesz, e sulle condizioni precarie della sanità pubblica e delle infrastrutture sociali. Eppure va detto che gli abitanti liberali della classe media della raffinata Budapest, riuniti nella piazza, alcuni dei quali sventolavano bandiere dell’UE oltre a quelle ungheresi, ben più numerose, corrispondono certamente all’immagine di Tisza proiettata positivamente dai suoi sostenitori fuori dall’Ungheria e negativamente dai fedeli del Fidesz in patria e all’estero. Budapest, che ha ancora l’aspetto e l’atmosfera della capitale imperiale poliglotta che era un tempo, è una città liberale in un paese conservatore: ma la mappa elettorale finale ha fatto sì che il paese nel suo complesso assomigliasse molto più a Budapest di quanto chiunque si aspettasse.

Eppure il leader di Tisza, un nazionalista di destra con una posizione sull’immigrazione legale ben più restrittiva di quella di Orbán, non è affatto il liberale radicale che il Fidesz e il suo esercito di influencer MAGA hanno voluto dipingerlo. Il coro più animato e veemente della folla era “Russians Go Home”, una reliquia della rivoluzione del 1956 applicata di recente al Fidesz, ma Magyar ha già segnalato che non staccherà il Paese dalla generosa fonte di energia a basso costo della Russia tanto presto. L’Ungheria è passata da una versione di governo conservatore personalista a un’altra, questa volta guidata da un ex membro di Fidesz con un orientamento europeo, pronto a sbloccare le risorse finanziarie di Bruxelles a lungo trattenute e tanto attese. La vittoria di Magyar sembra meno una sconfitta per la destra europea che una sua evoluzione generazionale, che — almeno nelle circostanze uniche dell’Ungheria — ha portato liberali e di sinistra, entrambi politicamente insignificanti in questo paese, sotto la sua ala conquistatrice. Forse è per questo che Phil, un elettore ventiseienne del partito di estrema destra Mi Hazank, era tranquillamente filosofico riguardo al nuovo regime, mentre guardava la folla di giovani euforici che suonavano i clacson e sventolavano bandiere come se l’Ungheria avesse appena vinto i Mondiali, con la musica Eurodance che pulsava a tutto volume dai finestrini delle auto. «Orbán era semplicemente troppo vicino all’America, e l’Ungheria è un paese europeo», ha detto con un’alzata di spalle. «Almeno Tisza è di destra».


Aris Roussinos è un editorialista di UnHerd ed ex corrispondente di guerra.

Orbán se n’è andato. Il suo stile politico, però, è rimasto.Di Christopher Caldwell • 13 aprile 2026Visualizza nel browserDenes Erdos/APDenes Erdos/AP






“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente. Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»

Una sconfitta per Mar-a-Lago e Mosca: finisce il dominio un tempo inattaccabile di Orbán in Ungheria

Di Kristof Abel Tarnay– Reporting Democracy

Una tempesta perfetta, fatta di uno scandalo di abusi sui minori, della situazione precaria dell’economia e dei servizi pubblici, e di un ex membro carismatico del regime, dotato di un partito ben organizzato e di un’enorme e variegata base elettorale, è stata l’ingrediente necessario per spodestare l’uomo forte dell’Ungheria.

L’illusione dell’invincibilità di Viktor Orban è andata in frantumi. Un grave scandalo di abusi sui minori; i risultati economici deludenti che hanno messo in discussione le fondamenta del governo dell’alleanza Fidesz-KDNP; un ex membro carismatico con un partito ben organizzato e una base elettorale enorme ed eterogenea che ha dato la priorità alla destituzione del governo rispetto alle differenze ideologiche – questi sembrano essere stati gli ingredienti necessari per spodestare l’uomo forte populista ungherese.

Si tratta di una perdita enorme per Mosca e per il movimento di estrema destra in tutto il mondo, che sfata il mito secondo cui Orban non potesse essere sconfitto in un’elezione democratica. Ora, il nuovo primo ministro, Peter Magyar, deve affrontare numerose sfide, dalla riforma dei sistemi statali mal funzionanti al soddisfacimento delle elevate aspettative e alla gestione della profonda polarizzazione del Paese.

Non è stata una sorpresa che a Budapest, città da tempo roccaforte dell’opposizione, la gente abbia festeggiato il risultato per le strade. Ma scene simili si sono verificate anche a Debrecen, un tempo roccaforte dei partiti al potere. La mappa dei risultati, che prima era quasi interamente arancione (colore di Fidesz-KDNP), è diventata prevalentemente blu per il partito Tisza di Magyar, con solo alcune isole arancioni.

Fondamentalmente, Tisza ha ottenuto una maggioranza costituzionale di due terzi alle elezioni, il che gli consentirà ampia libertà d’azione nello smantellamento del sistema di Orban. Con quasi tutti i voti scrutinati, Tisza sembrava destinato a ottenere 138 seggi nel parlamento da 199 seggi, mentre il Fidesz di Orban sembrava averne conquistati solo 55.

“Insieme abbiamo rovesciato il regime di Orban, abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo ripresi la nostra patria”, ha dichiarato Magyar nel suo discorso di vittoria di domenica.

«La nostra vittoria è visibile, non dalla Luna, ma da ogni finestra ungherese – che si tratti della più piccola casetta di mattoni di fango o di un grattacielo», ha aggiunto, riferendosi al discorso di Orban del 2022, quando disse che avevano vinto in modo così schiacciante che si poteva vedere persino dalla Luna, ma sicuramente da Bruxelles.

Quella era una notte elettorale a cui gli ungheresi si erano abituati. Tuttavia, negli ultimi due anni, qualcosa di importante è cambiato nel Paese.

Un mito sfatato

Da quando Orban è tornato al potere nel 2010, dopo aver trascorso otto anni all’opposizione, ha ottenuto tre volte la maggioranza dei due terzi. I risultati sono stati sempre più devastanti per gli elettori dell’opposizione, portando molti di loro a chiedersi se fosse ancora possibile sconfiggere il suo partito in un’elezione democratica.

L’idea non era infondata, dato che Orban e il suo governo hanno fatto di tutto per consolidare il proprio potere. Hanno conquistato la maggior parte dei media, modificato più volte il sistema elettorale a loro favore, utilizzato le risorse statali per gli obiettivi della campagna elettorale e insediato fedelissimi alla guida delle istituzioni statali.

I sondaggi hanno ripetutamente dimostrato che, mentre a Budapest e nelle città più grandi le precedenti forze di opposizione godevano di una certa popolarità, le aree rurali costituivano una base massiccia per Fidesz-KDNP.

Come si è poi scoperto, queste circostanze non erano impossibili da superare, dopo che diversi eventi inaspettati hanno causato uno slancio politico che nemmeno questa macchina politica ben oliata è riuscita a fermare.

Lo slancio innescato da un enorme scandalo

Un enorme scandalo scoppiato nel 2024, quando l’allora presidente Katalin Novak fu smascherata per aver concesso la grazia all’ex vicedirettore di un orfanotrofio che era stato condannato per aver aiutato a insabbiare abusi sessuali su minori da parte del suo superiore, è stato un elemento chiave di questo cambiamento.

Oltre alla presidente, anche Judit Varga, ex moglie di Magyar, fu costretta a dimettersi dalla carica di deputata e dalla lista del Fidesz-KDNP per il Parlamento europeo, poiché all’epoca era il ministro della Giustizia che aveva controfirmato la grazia.

Dopo la caduta della sua ex moglie, Magyar rivelò pubblicamente la corruzione su larga scala del Fidesz, attirando enorme attenzione. Pochi giorni dopo, a Budapest si tenne una grande manifestazione di protesta, che attirò circa 50.000 persone. Questa manifestazione e l’indignazione che rappresentava, insieme al debutto di Magyar e alla speranza che infondeva in molte persone – anche se inizialmente aveva dichiarato di non voler entrare nella mischia politica – sembrarono mobilitare un numero enorme di persone precedentemente apolitiche.

La tempesta perfetta che ha colpito il governo di Orbán aveva bisogno anche di un altro fattore determinante: i risultati economici deludenti del Paese, tra cui un’inflazione media del 17,6 per cento nel 2023 e una crescita economica di appena lo 0,3 per cento nel 2025. Mentre il “Pardongate” metteva in discussione i fondamenti cristiani e a favore della famiglia del governo, i problemi economici ne mettevano in dubbio la capacità di gestire il Paese.

Dopo i fallimenti delle vecchie forze di opposizione, molti ungheresi, anche quelli insoddisfatti del governo, ritenevano che non ci fosse alternativa. Questa sensazione è cambiata dopo la rapida ascesa di Magyar e del suo partito Tisza, che si è rivolto proprio agli elettori conservatori e a chi vive nei centri abitati più piccoli. Ha fatto ricorso al simbolismo nazionale pur mantenendo un atteggiamento cauto su temi controversi, come la marcia dell’Orgoglio o la guerra in Ucraina.

Attraverso la costruzione sistematica dell’organizzazione del partito e delle sue reti locali, Tisza ha dimostrato il suo potere emergente conquistando quasi il 30% alle elezioni europee del 2024, il che ha inferto un colpo finale all’aura di invincibilità di Orban.

Non sarà una passeggiata

Rispetto alla campagna di Fidesz-KDNP incentrata sulla geopolitica e sulla guerra in Ucraina, Tisza ha messo in evidenza le questioni di interesse quotidiano. Oltre al costo della vita, si è concentrato fortemente sullo stato del sistema sanitario e del trasporto ferroviario. Sebbene il partito abbia promesso misure specifiche, come la riduzione delle tasse o l’aumento delle pensioni, ci si aspetta anche che avvii riforme radicali di questi sistemi statali. Ciò rappresenterà probabilmente una delle prime sfide significative per Tisza, poiché le grandi riforme richiedono tempo, soprattutto data l’attuale situazione del bilancio.

Ci si aspetta inoltre che Tisza si impegni a ripristinare i controlli e gli equilibri democratici, a restituire l’indipendenza al sistema giudiziario e alle istituzioni statali, a riformare il sistema elettorale e a liberare i media statali. Governare con una maggioranza dei due terzi sarà utile per far passare tali cambiamenti, ma data la storica appropriazione delle istituzioni statali, se gli elettori dovessero ritenere che Tisza cercherà a sua volta di abusare di tale potere, la sua popolarità potrebbe rapidamente erodersi.

Magyar ha anche promesso di “riportare a casa” i fondi UE congelati, il che non è un obiettivo irrealistico dati i piani del suo partito di aderire alla Procura europea e di reprimere la corruzione. Ciò contribuirà a qualsiasi riforma sistemica e potrebbe essere un risultato visibile in tempi rapidi.

MAGA e la sconfitta di Mosca

Mentre ci si aspetta che il nuovo governo ungherese ripristini rapidamente relazioni costruttive con gli altri Stati membri dell’UE e le istituzioni dell’Unione, la sconfitta di Orban rappresenta una grave battuta d’arresto per Mosca, che ha perso un alleato fedele all’interno dell’UE e della NATO.

Rappresenta inoltre una grande perdita per i populisti di estrema destra di tutto il mondo. Nonostante le sue piccole dimensioni, l’Ungheria è stata spesso citata come modello da seguire dai repubblicani MAGA. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha persino cercato di aiutare la campagna di Orban negli ultimi giorni. Sebbene ovviamente gli Stati Uniti abbiano partner più importanti in Europa, si tratta di una perdita simbolica significativa per il mondo MAGA. È improbabile che l’edizione europea del raduno annuale di estrema destra CPAC si terrà a Budapest il prossimo anno.

È difficile dire quale sarà la prossima mossa di Viktor Orban. Tuttavia, è difficile immaginare che i suoi elettori non rappresentino una richiesta che dovrà essere soddisfatta, anche se alla fine sarà esaudita da una o più forze politiche diverse.

Nel frattempo, i esponenti e i sostenitori di Fidesz dovranno, secondo le parole di Orban, «leccarsi le ferite» e abituarsi all’idea della sconfitta.

Per i politici di Fidesz-KDNP e le personalità pubbliche filogovernative, sarà difficile elaborare il risultato, non da ultimo perché negli ultimi due anni hanno apertamente sottovalutato Magyar, schernendolo con insulti. Avrebbero dovuto ascoltare Lao Tzu: “Non c’è pericolo più grande che sottovalutare il proprio avversario”.

*Giornalista, editorialista e specialista in comunicazione con sede a Budapest e oltre 5 anni di esperienza; ha scritto articoli su HVG, Eduline, Azonnali e sulla rivista europea di opinione SpeakFreely.

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