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La sconfitta dell’Europa è più grave di quanto sembri, di Alexander MERCOURIS – Il crollo dell’Europa. Cosa succederà ora?_di Ugo Bardi

La sconfitta dell’Europa è più grave di quanto sembri.

Come il conflitto in Ucraina, il riallineamento strategico della Russia e l’ascesa della Cina stanno ponendo fine a secoli di dominio europeo negli affari mondiali.

Alessandro Mercouris22 ottobre∙Articolo ospite
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Questo saggio è una rielaborazione e un adattamento di una presentazione e della successiva discussione a cui ha partecipato l’autore. La trascrizione è stata riorganizzata per chiarezza, leggibilità e facilità di pubblicazione, preservando al contempo la sostanza degli argomenti originali.


Introduzione: La geopolitica ai tempi dei mostri

Stiamo vivendo una profonda trasformazione del sistema internazionale. L’ordine geopolitico che è esistito per diversi secoli, incentrato sull’Europa e plasmato dalla competizione tra le grandi potenze europee, sta iniziando a sgretolarsi. Le implicazioni vanno ben oltre il conflitto in Ucraina o il deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente. Ciò che sta accadendo è una fondamentale ridistribuzione del potere economico, politico e strategico, accompagnata da una crisi dei presupposti su cui si è a lungo basata la politica estera occidentale.

Per comprendere questa trasformazione, dobbiamo partire da un principio fondamentale: la guerra rappresenta il crollo dell’ordine. È una catastrofe umanitaria e, come riconobbero i giuristi di Norimberga, il crimine internazionale per eccellenza, perché crea le condizioni in cui altri crimini diventano possibili. Il dovere primario di uno statista deve quindi essere quello di preservare la pace attraverso un’attenta gestione delle relazioni tra le grandi potenze, il rispetto reciproco e il riconoscimento dei limiti del potere.

La pace non può essere mantenuta quando una grande potenza cerca di massimizzare la propria posizione a scapito delle altre. Gli Stati più piccoli, compresi i paesi neutrali, hanno un ruolo essenziale nel mantenimento della stabilità, ma possono anche diventare strumenti di confronto. Quando le potenze minori ricevono un sostegno incondizionato da una grande potenza, possono iniziare a perseguire ambizioni che altrimenti sarebbero considerate pericolosamente irrealistiche. La storia offre numerosi esempi, dalla Serbia prima della Prima Guerra Mondiale alla Grecia negli anni ’20 e a Israele oggi. Anche l’Ucraina può essere compresa in questo quadro.

Questi principi sono essenziali per comprendere la crisi che si sta sviluppando in tutta Europa e nel più ampio sistema internazionale.

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I. I fondamenti europei dell’ordine internazionale

Per diversi secoli, il sistema internazionale è stato prevalentemente europeo nella sua organizzazione e nel suo carattere. A partire dal XV secolo, l’Europa ha conosciuto una straordinaria espansione del potere economico, tecnologico e militare. Nel XIX secolo, l’espressione ” grande potenza” era giunta a significare, quasi esclusivamente, una grande potenza europea. Gran Bretagna, Francia, Russia, Austria e Prussia, e successivamente la Germania, operavano all’interno di un sistema di intensa competizione in cui le loro rivalità, alleanze e conflitti determinavano sempre più l’andamento degli affari internazionali.

Le grandi guerre che hanno plasmato la storia moderna sono generalmente emerse quando le relazioni tra queste potenze si sono deteriorate al punto da non poter più essere gestite dalla diplomazia. Tuttavia, tali conflitti non sono mai stati semplici scontri tra governi. Dietro le crisi diplomatiche si celavano profonde tensioni sociali ed economiche: le divisioni religiose della Guerra dei Trent’anni, gli sconvolgimenti rivoluzionari associati alle guerre napoleoniche e le trasformazioni politiche e sociali che hanno accompagnato l’industrializzazione e l’emergere dei movimenti socialisti nel XIX e XX secolo. Conflitto internazionale e instabilità interna erano strettamente connesse, anche se la storia diplomatica tradizionale non ha sempre riconosciuto adeguatamente tale relazione.

L’espansione europea ha trasformato anche la portata geografica dei suoi conflitti. Man mano che le potenze europee stabilivano possedimenti coloniali e reti commerciali in America, Africa e Asia, le loro rivalità coinvolgevano sempre più altre società in dispute originate in Europa. Questo contribuisce a spiegare perché i principali conflitti europei del XX secolo si siano trasformati in guerre mondiali. La Prima guerra mondiale iniziò inequivocabilmente come un conflitto europeo, mentre la Seconda guerra mondiale rifletteva la crescente indipendenza di potenze come il Giappone. Ciononostante, le rivalità europee rimasero centrali nell’ordine internazionale.

Per generazioni, le potenze europee hanno avuto la capacità di coinvolgere gran parte del mondo nelle proprie lotte. È proprio questa capacità che sta scomparendo.

II. La Russia e la sua identità europea

La Russia occupa una posizione centrale in questa storia. Si affermò come grande potenza europea durante il XVIII secolo, in particolare sotto Pietro il Grande e Caterina la Grande. Da quel periodo in poi, la Russia si considerò sempre più parte integrante della vita politica e culturale europea. San Pietroburgo divenne una capitale imperiale europea, le élite russe adottarono pratiche culturali occidentali e il paese si impegnò profondamente negli sviluppi diplomatici, intellettuali e politici del continente.

Questo orientamento andava ben oltre la mera imitazione. I movimenti rivoluzionari del XIX e dell’inizio del XX secolo facevano parte di una più ampia trasformazione europea, e l’esperienza rivoluzionaria russa, culminata nel 1917, fu interpretata da molti russi non come un rifiuto dell’Europa, bensì come una partecipazione alle sue lotte politiche e ideologiche. La Rivoluzione bolscevica emerse da correnti intellettuali che erano esse stesse fondamentalmente europee.

La stessa concezione influenzò la percezione sovietica della Seconda Guerra Mondiale. L’Unione Sovietica combatté per difendersi dall’invasione tedesca, ma la sua leadership presentò la lotta anche come una missione per liberare l’Europa dal fascismo. Quando Stalin si rivolse alle truppe sovietiche in Piazza Rossa il 7 novembre 1941, con le forze tedesche che minacciavano Mosca, invocò un dovere che andava oltre la difesa della patria sovietica. Questa concezione perdurò per tutta la durata della guerra e plasmò la comprensione sovietica della sua vittoria finale.

La Russia ha continuato a identificarsi come potenza europea durante tutto il periodo sovietico e, forse in modo ancora più enfatico, dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Esisteva da sempre una tradizione intellettuale concorrente, rappresentata da Dostoevskij e altri pensatori russi del XIX secolo, che sosteneva che la Russia possedesse una civiltà distinta e dovesse resistere a un’eccessiva identificazione con l’Europa occidentale. Ciononostante, questa corrente è rimasta secondaria per gran parte della storia russa moderna.

L’orientamento dominante, da Pietro il Grande attraverso il periodo sovietico e nei decenni post-sovietici, è stato verso l’Europa. Questo orientamento storico sta ora subendo un cambiamento profondo e potenzialmente irreversibile.

III. La fine del primato economico e tecnologico occidentale

Quando nacqui nel 1961, il sistema internazionale era ancora in gran parte dominato dall’Europa e dal mondo occidentale in generale. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano le due principali superpotenze e, sebbene il loro scontro ideologico avesse conseguenze globali, l’Europa rimaneva il suo principale teatro strategico. La maggior parte dei principali centri economici, industriali e tecnologici del mondo si trovava all’interno del sistema dominato dall’Occidente.

La decolonizzazione stava già trasformando la politica internazionale, ma i nuovi stati indipendenti non erano generalmente percepiti nelle capitali occidentali come capaci di sfidare le potenze consolidate. La Cina era ancora considerata economicamente marginale, nonostante la sua immensa popolazione e la sua importanza storica. L’India, da poco indipendente dal dominio britannico, era ampiamente vista come un paese in via di sviluppo bisognoso di assistenza, piuttosto che come una potenziale grande potenza.

Queste ipotesi sono ormai diventate sempre più difficili da sostenere. L’ascesa della Cina come potenza industriale e tecnologica rappresenta uno dei cambiamenti più significativi nel sistema internazionale dall’avvento del predominio europeo. Per la prima volta nell’era moderna, un Paese al di fuori della tradizione storica e politica europea possiede le capacità economiche e tecnologiche per sfidare direttamente il primato occidentale. La base manifatturiera cinese è di gran lunga più ampia di quella degli Stati Uniti, mentre le sue capacità tecnologiche sono sempre più competitive in numerosi settori avanzati.

La trasformazione si estende oltre la Cina. L’India sta sviluppando le dimensioni e le ambizioni economiche di una grande potenza indipendente, altre economie asiatiche stanno espandendo le proprie capacità industriali e l’Iran ha dimostrato una notevole influenza regionale nonostante le continue pressioni esterne.

Questi sviluppi mettono in discussione presupposti che le società occidentali un tempo consideravano ovvi. Un esempio rivelatore è la celebre serie televisiva della BBC del 1969, Civilisation , presentata come una storia della civiltà ma incentrata prevalentemente sullo sviluppo artistico e culturale dell’Europa occidentale. Cina, India e mondo islamico comparivano a malapena nella narrazione, eppure questa concezione ristretta suscitò sorprendentemente poche critiche all’epoca.

Oggi il sistema internazionale non è più organizzato attorno a un centro europeo al quale le altre società si rapportano come partecipanti secondari. Altri centri di civiltà, potere economico e decisionale politico si stanno affermando. Per le istituzioni politiche occidentali, ciò rappresenta non solo un aggiustamento economico, ma anche uno shock intellettuale e psicologico.

IV. La crisi finanziaria e la reazione occidentale

La crisi finanziaria globale del 2008 ha segnato un’altra svolta decisiva. Ha messo a nudo gravi debolezze all’interno del sistema finanziario occidentale e ha portato importanti istituzioni sull’orlo del collasso. Per coloro che osservavano gli eventi da vicino, a stretto contatto con l’establishment finanziario londinese, lo shock è stato straordinario. Un sistema a lungo presentato come il più sofisticato e resiliente al mondo è apparso improvvisamente pericolosamente vulnerabile.

Altrettanto significativo è stato il ruolo della Cina nella successiva stabilizzazione dell’economia globale. Il suo enorme stimolo interno ha contribuito a sostenere la domanda e l’attività economica internazionale, dimostrando che un paese precedentemente considerato un’economia in via di sviluppo era diventato indispensabile per la stabilità economica globale. L’iniziativa non era più concentrata esclusivamente in Occidente.

Questa esperienza ha contribuito a rafforzare la determinazione dei governi occidentali a consolidare la propria posizione strategica. Anziché adattarsi prontamente a un equilibrio di potere internazionale più distribuito, settori influenti dell’establishment occidentale hanno cercato di rafforzare le alleanze esistenti e di impedire l’emergere di centri di influenza rivali. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno cercato sempre più di consolidare il sistema di alleanze occidentali.

In questi calcoli, la Russia occupava una posizione importante. Rimaneva una grande potenza militare, dotata di notevoli risorse naturali e di legami storici con l’Europa. Una maggiore integrazione in un ordine guidato dall’Occidente avrebbe potuto rafforzare tale ordine in un momento in cui l’ascesa della Cina si faceva sempre più evidente.

Eppure, il crescente confronto sull’Ucraina ha prodotto in definitiva un risultato diametralmente opposto.

V. L’Ucraina e la rottura delle relazioni tra Russia ed Europa

La crisi in Ucraina non può essere compresa unicamente come una disputa territoriale o attraverso la lente dei rapporti tra Mosca e Kiev. Dal punto di vista della leadership russa, il conflitto si è trasformato sempre più in uno scontro con una coalizione occidentale che mira a indebolire la Russia e a limitarne l’indipendenza come grande potenza. L’ingente assistenza militare fornita all’Ucraina, le sanzioni economiche imposte alla Russia e gli attacchi contro obiettivi in ​​territorio russo hanno rafforzato questa interpretazione.

Comprendere le percezioni russe non implica accettare ogni singolo elemento della versione di Mosca. Richiede, tuttavia, di riconoscere che tali percezioni influenzano la politica russa e il probabile sviluppo del conflitto. Spiegano inoltre il profondo cambiamento nell’atteggiamento della Russia nei confronti dell’Europa.

Per decenni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha cercato di instaurare relazioni economiche e politiche più strette con l’Occidente. Molti russi credevano che il loro Paese appartenesse al più ampio sistema europeo e che, col tempo, avrebbe potuto raggiungere una relazione stabile con i suoi vicini occidentali. Oggi, tale aspettativa è in gran parte svanita, sostituita da un intenso senso di rifiuto e tradimento.

Le mie visite in Russia hanno illustrato la portata di questo cambiamento. Nel 2025 ho partecipato a una conferenza di avvocati russi, molti dei quali avevano maturato una vasta esperienza professionale nei paesi occidentali. Si trattava di persone anglofone, con un orientamento commerciale, il cui punto di vista poteva essere generalmente definito relativamente liberale. Sono rimasto sorpreso dalla netta presa di posizione con cui molti di loro avevano ripudiato i precedenti atteggiamenti nei confronti dell’Occidente. Consideravano sempre più l’Europa fondamentalmente ostile alla Russia e dubitavano che il rapporto precedente potesse mai essere ripristinato.

In una successiva conferenza a Pskov, ho riscontrato espressioni di risentimento ancora più forti. Alcuni interventi mi hanno profondamente preoccupato, comprese le argomentazioni a favore di una deriva più autoritaria all’interno della stessa Russia. Non credo che tali posizioni rappresentino necessariamente l’opinione prevalente in Russia, ma dimostrano come lo scontro stia rimodellando il pensiero politico interno.

Il cambiamento va oltre le politiche governative e si estende alla concezione che la Russia ha della propria identità. Per secoli, l’aspirazione dominante è stata quella di partecipare al sistema europeo come una delle sue principali potenze. Oggi, il Cremlino descrive sempre più la Russia non principalmente come uno stato-nazione europeo, ma come uno stato con una civiltà distinta .

Non si tratta solo di una distinzione retorica. La Russia sta riorientando la sua attenzione strategica verso la Cina, l’India, il Sud-est asiatico e altre regioni al di fuori dell’Europa. Le sue relazioni con la Cina e l’India vengono sempre più presentate come partenariati tra grandi centri di civiltà, piuttosto che come estensioni della diplomazia delle grandi potenze europee.

Di fatto, la Russia si sta ritirando dal sistema europeo all’interno del quale ha operato per gran parte degli ultimi tre secoli. L’ostilità dell’Europa ha indubbiamente contribuito a questa trasformazione, ma la novità sta nel fatto che la Russia stessa sembra aver accettato sempre più questa separazione.

Il cambiamento decisivo non consiste semplicemente nel fatto che l’Europa si stia allontanando dalla Russia. Consiste nel fatto che la Russia stia smettendo di considerare la riconciliazione con l’Europa come il fondamento del suo futuro.

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VI. Perché il riallineamento strategico della Russia potrebbe essere irreversibile

La portata di questa trasformazione viene spesso sottovalutata nei dibattiti politici occidentali. Alcuni politici europei continuano a credere che un cambio di governo o una soluzione negoziata in Ucraina potrebbero riportare le relazioni con Mosca alla situazione precedente. Dubito che ciò sia realistico.

Anche i movimenti politici in Germania favorevoli a un miglioramento delle relazioni con la Russia potrebbero sottovalutare questo cambiamento. L’ipotesi che un futuro governo tedesco possa recarsi a Mosca, riaprire i negoziati e ripristinare le relazioni economiche e strategiche preesistenti al conflitto in Ucraina trascura la profonda trasformazione degli atteggiamenti russi.

Mosca potrebbe cercare relazioni pacifiche e stabili con i suoi vicini occidentali. Anzi, credo che la Russia preferirebbe la pace lungo i suoi confini occidentali. Ma relazioni pacifiche non sono la stessa cosa di un ritorno al precedente ordine politico europeo. La visione post-Guerra Fredda di una casa comune europea che si estende dall’Atlantico verso i territori russi del Pacifico sembra aver perso gran parte della sua credibilità all’interno della Russia.

Anche il presidente Vladimir Putin, il cui background e la cui visione politica erano profondamente legati all’Europa, ha subito un cambiamento evidente. Un tempo coltivava stretti rapporti con leader europei come Jacques Chirac, Gerhard Schröder e Silvio Berlusconi. Il suo discorso al Bundestag tedesco del 2001 simboleggiò la possibilità di una maggiore integrazione della Russia con l’Europa. Per gran parte della sua presidenza, ha mantenuto una concezione fondamentalmente europea della posizione internazionale della Russia.

Putin ha spesso svolto anche un ruolo di moderatore nei confronti delle correnti più conflittuali del dibattito politico russo. Tuttavia, anche il suo linguaggio nei confronti dell’Europa è diventato sempre più severo, riflettendo la crescente convinzione che la relazione che la Russia un tempo auspicava non sia più realizzabile.

Un futuro accordo in Ucraina potrebbe ridurre le tensioni militari e consentire un parziale ripristino dei contatti diplomatici ed economici. È molto meno probabile, tuttavia, che ricrei le basi politiche e psicologiche del precedente orientamento europeo della Russia.

L’Europa potrebbe quindi scoprire che, anche se il conflitto immediato dovesse terminare, il rapporto storico più ampio si è trasformato radicalmente.

VII. L’errore di valutazione delle sanzioni e i limiti del potere occidentale

Le sanzioni imposte alla Russia dopo il 2022 hanno contribuito a questo cambiamento anche sotto un altro importante aspetto. Prima dell’escalation del conflitto in Ucraina, Mosca era ben consapevole dell’enorme divario tra le risorse economiche complessive dell’Occidente e quelle della Russia. Sanzioni occidentali generalizzate erano considerate potenzialmente devastanti e la leadership russa era cauta nel provocare un confronto economico totale.

Tuttavia, quando le sanzioni furono imposte, l’esito non corrispose ai peggiori timori della Russia. L’economia russa subì una pressione considerevole, ma non crollò. Mosca si era già preparata a possibili restrizioni sulle infrastrutture finanziarie occidentali, tra cui lo sviluppo di un proprio sistema interbancario di messaggistica finanziaria in previsione dell’esclusione da SWIFT. Accordi finanziari alternativi e la riorganizzazione degli scambi commerciali contribuirono ad attenuare l’impatto immediato.

Le conseguenze psicologiche furono considerevoli. I responsabili politici russi scoprirono che la loro economia era più resistente alle pressioni occidentali di quanto avessero ipotizzato. Questa esperienza modificò la loro valutazione degli equilibri di potere e ridusse la loro paura della coercizione economica occidentale.

La dimensione militare del conflitto ha rafforzato tale rivalutazione. L’ampio supporto occidentale all’Ucraina ha messo in luce i limiti della capacità industriale della difesa, della produzione di munizioni e delle scorte di sistemi di difesa aerea. La Russia ha sostenuto costi enormi, ma Mosca ha comunque tratto conclusioni sui limiti pratici delle risorse militari occidentali.

Queste conclusioni possono essere contestate, ma strategicamente il punto importante è che la percezione russa è cambiata. Prima del 2022, Mosca temeva le conseguenze di un confronto su vasta scala con l’Occidente. Oggi, tale timore sembra notevolmente diminuito.

Il risultato è una perdita di influenza deterrente occidentale che potrebbe rivelarsi difficile da invertire.

VIII. Il dilemma strategico dell’America

La trasformazione del sistema internazionale ha creato anche un profondo dilemma per gli Stati Uniti. La Cina è sempre più riconosciuta nel pensiero strategico americano come la principale sfidante a lungo termine, in quanto possiede un’enorme base industriale, capacità tecnologiche in espansione e una notevole potenza navale. Eppure Washington rimane fortemente impegnata in scontri con Russia, Iran e altre potenze regionali, creando un persistente problema di sovraesposizione strategica.

Parte della difficoltà risiede nell’eredità istituzionale della Guerra Fredda. Gli atteggiamenti politici, le strutture militari e le dottrine strategiche originariamente plasmate dal confronto con l’Unione Sovietica hanno continuato a influenzare la politica nei confronti della Russia anche dopo la scomparsa dello Stato sovietico. Per alcuni elementi dell’establishment americano, la Russia è rimasta un avversario quasi per abitudine istituzionale.

Allo stesso tempo, alcuni strateghi americani sembrano credere che la relazione tra Russia e Cina sia innaturale e che Mosca dovrebbe invece avvicinarsi agli Stati Uniti. Tuttavia, i tentativi di esercitare pressioni o indebolire la Russia hanno favorito proprio lo sviluppo opposto, rafforzando la sua relazione strategica con Pechino e consolidando il suo orientamento verso le potenze non occidentali.

Esiste tuttavia un’importante controcorrente all’interno del pensiero politico americano. Durante le mie visite negli Stati Uniti, ho incontrato ex ufficiali militari e figure politiche conservatrici che rifiutano l’assunto secondo cui l’America debba rimanere permanentemente impegnata nel confronto tra grandi potenze in tutto il mondo.

Un ex ufficiale americano ha descritto il grande errore storico degli Stati Uniti come la trasformazione in una grande potenza europea, la partecipazione alle rivalità europee e l’assunzione di obblighi che non erano né necessari né sostenibili. Questa prospettiva riflette preoccupazioni più ampie riguardo al declino del tenore di vita, alla debolezza industriale e al ripetuto impiego di risorse militari americane in conflitti i cui obiettivi politici sono spesso mal definiti.

Gli Stati Uniti si trovano quindi di fronte a una scelta. Possono rivalutare i propri impegni, riconoscere i limiti del proprio potere e perseguire una politica estera più moderata, oppure possono definire sempre più la politica internazionale come uno scontro tra l’Occidente guidato dagli Stati Uniti e un numero crescente di avversari.

Quest’ultima opzione rischia di trasformare una difficile transizione geopolitica in un conflitto globale ben più pericoloso.

IX. Il mondo si rifiuta di unirsi al conflitto europeo

Forse la prova più evidente del cambiamento in atto nel sistema internazionale storico proviene dalla reazione dei paesi extraeuropei alla guerra in Ucraina.

In passato, le potenze europee erano in grado di trascinare gran parte del mondo nei loro conflitti attraverso il controllo coloniale, il dominio commerciale e l’influenza politica. Tale potere di influenza si è notevolmente ridotto. Quando i governi europei hanno tentato di persuadere i paesi dell’Asia, dell’Africa e di altre regioni a partecipare alle sanzioni contro la Russia, hanno spesso incontrato resistenza.

Molti Stati hanno scelto di preservare le relazioni con Mosca pur continuando a dialogare con i governi occidentali. Ciò non implica necessariamente un sostegno alla politica russa, bensì riflette la determinazione a mantenere l’indipendenza strategica ed evitare di essere coinvolti in quello che considerano un confronto prevalentemente europeo.

Sono disposti a commerciare con l’Europa e gli Stati Uniti, pur continuando a commerciare anche con la Russia. Non accettano che le relazioni con un gruppo di potenze debbano automaticamente escludere le relazioni con un altro.

La Cina e l’India ne sono esempi particolarmente significativi, ma il fenomeno è molto più ampio. Paesi che un tempo erano subordinati all’autorità coloniale o politica europea ora possiedono la capacità di prendere decisioni strategiche indipendenti.

Le conseguenze diplomatiche sono sempre più evidenti. La Cina ha mantenuto i suoi rapporti con la Russia, presentando al contempo proposte per la risoluzione del conflitto in Ucraina e tentando di partecipare agli sforzi diplomatici. Tali iniziative sono state talvolta accolte con incredulità nelle capitali europee, a riprova del presupposto che i problemi di sicurezza dell’Europa debbano essere affrontati principalmente dai governi europei e occidentali.

Tuttavia, in un sistema internazionale multipolare non c’è motivo di presumere che le iniziative diplomatiche debbano necessariamente avere origine esclusivamente in Europa o a Washington.

La sorpresa con cui i governi europei hanno talvolta accolto il coinvolgimento della Cina rivela quanto profondamente le supposizioni storiche continuino a plasmare il pensiero occidentale. Il mondo è cambiato più rapidamente di quanto l’Europa abbia compreso il proprio ruolo al suo interno.

X. L’emergente marginalizzazione strategica dell’Europa

Ora possiamo comprendere appieno il significato della trasformazione in atto.

Per secoli, l’Europa è stata il principale teatro della politica delle grandi potenze. Il sistema internazionale era organizzato attorno alle rivalità europee, alla diplomazia, all’espansione economica e alle guerre. Anche quando gli Stati Uniti emersero come potenza occidentale dominante, si integrarono profondamente nel sistema europeo. La Guerra Fredda rimase incentrata sulla questione dell’allineamento politico e militare dell’Europa.

Quel mondo sta scomparendo. Il potere economico e tecnologico è sempre più distribuito al di fuori dell’Europa. La Cina è diventata un centro primario di sviluppo manifatturiero e tecnologico globale, l’India si sta affermando come grande potenza indipendente e altri stati asiatici stanno acquisendo maggiore influenza economica e politica. La Russia, storicamente una delle principali grandi potenze europee, sta riorientando la sua strategia al di fuori del continente.

Gli Stati Uniti restano la potenza militare più forte al mondo, ma le loro principali preoccupazioni strategiche a lungo termine si estendono sempre più al di fuori dell’Europa. Nel frattempo, i paesi di tutto il mondo stanno dimostrando di non essere più disposti a subordinare automaticamente i propri interessi alle priorità dei governi europei.

Questi sviluppi prefigurano un futuro in cui l’Europa rimarrà economicamente rilevante e culturalmente influente, ma non occuperà più una posizione centrale negli affari internazionali.

I suoi conflitti interni potrebbero continuare a essere intensi e i suoi leader politici potrebbero continuare a parlare come se le decisioni prese a Bruxelles, Berlino, Parigi o Londra determinassero la direzione del resto del mondo. Eppure, le decisioni più importanti in materia di sviluppo industriale, competizione tecnologica, commercio globale ed equilibrio di potere internazionale vengono prese sempre più spesso altrove.

L’Europa si trova dunque ad affrontare qualcosa di ben più rilevante del deterioramento delle relazioni con la Russia o delle difficoltà nel sostenere l’Ucraina. Si trova ad affrontare la perdita della centralità geopolitica che ha definito la sua posizione nel corso della storia moderna.

Il pericolo è che i governi europei reagiscano a questa perdita di influenza con politiche sempre più conflittuali, volte a recuperare una posizione che l’attuale distribuzione del potere economico e politico non è più in grado di sostenere. Ciò significherebbe ripetere l’errore storico da cui è partita questa analisi: tentare di massimizzare il potere senza un adeguato riconoscimento degli interessi, delle capacità e delle esigenze di sicurezza altrui.

Una simile risposta genererebbe instabilità anziché preservare la pace.

Conclusione: la fine del primato storico dell’Europa

Il significato dell’attuale crisi va ben oltre gli eventi immediati in Ucraina. L’allontanamento della Russia dall’Europa rappresenta la possibile fine di una relazione che ha plasmato gli equilibri di potere europei per tre secoli. L’ascesa della Cina segnala l’emergere di un importante centro di potere al di fuori del sistema storico europeo, mentre la riluttanza dei paesi non occidentali a partecipare al confronto con la Russia riflette la crescente incapacità dell’Europa di coinvolgere il resto del mondo nelle proprie controversie.

Le difficoltà degli Stati Uniti derivano dalla crescente contraddizione tra la portata dei loro impegni internazionali e la distribuzione sempre più dispersa del potere globale. Per l’Europa, questi sviluppi rappresentano una svolta storica. Il continente che un tempo organizzava il sistema internazionale sta diventando una regione importante tra le tante.

La ricchezza, le istituzioni e i successi culturali dell’Europa rimarranno significativi. Ma la significatività non è sinonimo di primato, e l’influenza non equivale alla capacità di determinare il corso degli affari internazionali. Gli ambienti politici europei non hanno ancora compreso appieno questa distinzione.

La questione centrale è se i governi europei saranno in grado di adattarsi attraverso la diplomazia, la moderazione e il riconoscimento delle nuove realtà internazionali, oppure se continueranno a perseguire politiche basate su presupposti di potere che non corrispondono più al mondo così com’è.

La storia ci insegna che i momenti più pericolosi si verificano quando i poteri costituiti si rifiutano di riconoscere i limiti della propria posizione.

La vera sconfitta dell’Europa potrebbe quindi non essere misurata dall’esito finale della guerra in Ucraina. Potrebbe essere misurata dalla perdita del suo ruolo storico al centro del sistema internazionale: una perdita ben più grave, e potenzialmente molto più permanente, del conflitto stesso.


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Il crollo dell’Europa. Cosa succederà ora?

Non si tratta più di chiedersi “se”, ma “quando”.

Ugo Bardi22 ottobre
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France in Turmoil: Could Unrest Spread Across Europe?

Leggendo le notizie dall’Europa in questi giorni, non si può fare a meno di avere l’impressione che ci troviamo vicini al baratro per una struttura, l’UE, che ha sempre assomigliato molto all’Unione Sovietica e che ora potrebbe iniziare a seguire un percorso di disintegrazione simile. Negli anni ’90, ho assistito in prima persona alle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica, vivendo e lavorando in Russia. La mia esperienza è stata parallela a quella di Dmitry Orlov, nato in Russia ma naturalizzato cittadino statunitense, che l’ha descritta nel suo libro “Reinventing Collapse” (2008). Entrambi abbiamo visto le inquietanti analogie tra il sistema sovietico e quello occidentale. Per Orlov, gli Stati Uniti sarebbero stati i primi a seguire la strada dell’Unione Sovietica, finendo nel dimenticatoio degli antichi imperi. Ora, mi sembra più probabile che l’Europa crolli per prima. (immagine di ChatGPT)

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Un crollo in corso

La storia segue percorsi simili ovunque. Mantenere uniti gli imperi è costoso, e tendono a frammentarsi in componenti più piccole quando l’economia non è più in grado di sostenerne i costi. È successo all’Impero Romano, molto tempo fa. È successo all’Unione Sovietica, solo pochi decenni fa, quando lo Stato si è trovato nell’impossibilità di sostenere tutte le spese necessarie per mantenere unita l’Unione.

L’Unione Sovietica era un’enorme struttura burocratica tenuta insieme dal comunismo e dalla convinzione che rappresentasse una barriera contro gli avidi occidentali, che avevano tentato più volte di invadere e distruggere l’Europa orientale. Anche l’Unione Europea è una struttura piramidale governata da burocrati non eletti e dominata da politici corrotti. Non ha un collante ideologico, né dovrebbe difendere i suoi cittadini dagli invasori stranieri. I suoi peggiori nemici sono ufficialmente definiti “alleati” da un sistema di propaganda orwelliano e sono lasciati liberi di saccheggiare l’economia europea a piacimento. Con una popolazione impoverita, un sistema economico in rovina e il costo delle importazioni di materie prime che pesa su ogni settore industriale, l’Europa sta perdendo la sua ragion d’essere.

Come di solito accade quando uno Stato perde la sua ragion d’essere, il governo europeo si sta ora aggrappando disperatamente al potere cercando nemici esterni, militarizzando la propria economia e trasformando il proprio sistema sociale in uno Stato di polizia. Se la storia ci insegna qualcosa, è che non funzionerà. Al contrario, accelererà il collasso.

In questo articolo non entrerò nel dettaglio delle ragioni del declino dell’Europa. Ne ho già parlato in articoli precedenti . Qui mi concentrerò su come il crollo verrà vissuto dai cittadini europei. Cosa accadrà se (quando) l’UE si dissolverà?

L’impatto sui cittadini

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Mi sono recato spesso in Russia nel periodo successivo al crollo dell’Unione Sovietica e posso raccontarvi com’era. Terribile. Con il crollo del rublo, i dipendenti pubblici, i pensionati e coloro che lavoravano in aziende fallite hanno visto i loro redditi e i loro risparmi svanire nel nulla. I più fortunati continuavano a ricevere lo stipendio, ma con quello potevano permettersi solo i beni di prima necessità: cibo, riscaldamento, qualche vestito e i trasporti pubblici quotidiani. Se si voleva comprare qualcos’altro, qualsiasi cosa importata, bisognava prima convertire i rubli in dollari. E, come potete immaginare, non era un buon affare.

Molte persone caddero in depressione. I suicidi aumentarono, il tasso di natalità crollò e la popolazione russa iniziò a diminuire. Le bande criminali erano ovunque e, se per caso avevi ereditato un appartamento in una zona costosa di Mosca, c’erano buone probabilità che venissi gentilmente invitato a venderlo per una miseria. Se rifiutavi, era una pessima idea. Ma i criminali peggiori erano i vari squali stranieri e gli oligarchi locali che saccheggiavano beni e risorse sovietiche.

Ciononostante, il crollo dell’Unione Sovietica fu relativamente lieve. La Russia possedeva ancora preziose risorse minerarie che finanziarono la ricostruzione. Era inoltre relativamente indipendente in termini di produzione alimentare. Si dice che alcune regioni dell’Unione Sovietica abbiano sofferto la carestia durante gli anni peggiori del crollo. Ma il sistema agricolo sovietico continuò a produrre cibo, e il carburante per le automobili e il riscaldamento domestico non mancò mai.

I russi, discendenti di nomadi delle steppe, sono un popolo forte, che non si scoraggia facilmente. Lentamente, l’economia si è ripresa. Il rublo ha riacquistato valore, la polizia ha represso le bande di strada, il governo ha tenuto a freno gli oligarchi e ha ristabilito lo stato di diritto. La produzione di beni è ripartita e ingegneri e scienziati russi hanno riavuto il loro lavoro. Ci sono voluti anni di duro lavoro, ma uno o due decenni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Russia era di nuovo in piedi da sola. Ora, naturalmente, la guerra in Ucraina potrebbe portare ogni sorta di nuove calamità alla Russia, ma concentriamoci sulla questione di cosa possiamo imparare da una catastrofe che si è già verificata.

Dopo il crollo dell’UE

Se il crollo dell’Europa seguirà le regole standard della storia, la prima vittima sarà l’euro, la moneta unica europea, proprio come il rublo fu la prima vittima del crollo dell’Unione Sovietica. Il rublo non scomparve, ma perse gran parte del suo valore, distruggendo i risparmi delle persone e azzerando i loro stipendi. L’euro, invece, potrebbe effettivamente scomparire, almeno nella periferia dell’Europa, pur potendo essere mantenuto in alcuni paesi centrali.

Molti europei credono sinceramente che i loro problemi attuali siano colpa dell’euro; hanno notato che le cose hanno iniziato a peggiorare dopo la sua introduzione e hanno pensato che ci fosse una correlazione. Ma tornare alle vecchie valute non riporterà indietro i bei tempi andati. Scoprirete presto che la valuta rinata che credevate fosse una così buona idea è quasi priva di valore. Cose che prima potevate permettervi ora diventano irraggiungibili: ristoranti, vacanze al mare, viaggi all’estero.

Ma sarà anche peggio. In Europa si mangia tutti i giorni, ci si può riscaldare in casa e si possono fare tutte le cose normali, perché il sistema industriale europeo produce ed esporta beni all’estero. Queste esportazioni vengono poi scambiate con cibo e carburante importati. Ma ora il sistema industriale è in rapido declino. Questo è un grosso problema che i russi non hanno mai avuto.

Se l’Europa non potrà più permettersi di importare beni di prima necessità, ci si accorgerà che molte cose date per scontate diventeranno impossibili. Ad esempio, trovare carburante per la propria auto. Forse il governo razionerà il carburante o addirittura vieterà l’uso delle auto private. Chi possiede un’auto elettrica potrebbe evitare questo problema, ma non è scontato che si possa permettersi di ricaricarla.

Il riscaldamento domestico diventerà estremamente costoso, a livelli che potreste non essere più in grado di sostenere. Dovrete passare il tempo in casa avvolti in pesanti coperte di lana. Gli anziani avranno difficoltà a sopravvivere agli inverni, soprattutto nel Nord Europa. Il problema opposto, quello dell’aria condizionata, potrebbe peggiorare ulteriormente nei paesi del Sud Europa colpiti dalla carenza di energia e dalle ondate di calore. E queste condizioni saranno ancora più difficili per gli anziani e i malati.

Poi, potrebbe arrivare il momento in cui ti rendi conto di non poterti permettere nemmeno il bene più elementare: il cibo. Il problema è che l’agricoltura europea è sistematicamente incapace di sfamare la popolazione europea. Riporto dati a riguardo nel mio libro ” La fine della crescita demografica” , dimostrando che l’Europa è uno dei paesi peggiori al mondo in termini di autosufficienza alimentare.

L’immagine qui sotto risale alla carestia olandese del 1944-1945. Quello è un evento del passato dell’Europa. Sarà forse il futuro?

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