DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti, di Giuseppe Gagliano
DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra
Par Giuseppe Gagliano / 12.09.2026
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Di Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)
Quando la sicurezza diventa una fonte di reddito
Il riarmo europeo viene presentato come una necessità storica, quasi come un dovere morale. La Russia, l’Ucraina, l’incertezza statunitense, la fragilità dell’Alleanza Atlantica, il ritorno della guerra convenzionale sul continente: tutto viene addotto per spiegare perché gli Stati europei debbano aumentare le loro spese militari. Ma dietro questa narrazione si nasconde un altro fenomeno, meno evidente e molto più concreto: la trasformazione della paura in un prodotto finanziario.
La guerra non è più solo appannaggio degli stati maggiori, dei ministeri della Difesa e delle industrie degli armamenti. È diventata un mercato. Nel maggio 2025 BlackRock ha lanciato un fondo quotato dedicato alla difesa europea, concepito per replicare la performance delle società che traggono vantaggio dalla nuova corsa al riarmo. Lo stesso gestore indica come data di lancio del fondo il 23 maggio 2025 e lo collega a un indice europeo incentrato sulla difesa.
Non si tratta di un caso isolato. Nel 2026 BNP Paribas ha annunciato di aver intensificato il proprio sostegno al settore della difesa con 6,5 miliardi di euro in più di investimenti e 2 miliardi di finanziamenti. Allo stesso tempo, la banca francese ha rivisto la propria politica sulle cosiddette armi controverse, adeguandola al nuovo clima politico e industriale europeo.
Il denaro pubblico entra, il profitto privato esce
È proprio qui che sta il nodo politico. Il riarmo europeo è finanziato dagli Stati, quindi dai contribuenti. Ma i profitti vanno alle banche, ai fondi, ai gestori patrimoniali, ai grandi gruppi industriali e agli intermediari finanziari. La sicurezza diventa così un circolo vizioso: il bilancio pubblico si indebita, l’industria privata riceve commesse, la finanza trasforma questi flussi futuri in strumenti di investimento e l’opinione pubblica è invitata a considerare tutto ciò come patriottismo.
Il caso di BPCE è esemplare. Nel 2025 il gruppo bancario francese ha emesso un’obbligazione da 750 milioni di euro destinata al settore della difesa, con una domanda che ha raggiunto i 2,8 miliardi, ovvero quasi quattro volte l’importo offerto. I proventi sono destinati al finanziamento o al rifinanziamento di attività nel settore militare.
La lezione è semplice: il riarmo non coinvolge solo le fabbriche e gli arsenali. Coinvolge anche i mercati. Ogni promessa di aumento delle spese militari diventa una garanzia implicita per gli investitori. Ogni piano pluriennale di difesa diventa una previsione di entrate. Ogni allarme sulla minaccia russa diventa una leva per convincere i parlamenti e i cittadini ad accettare tagli in altri settori.
Ecco perché la questione non è se l’Europa debba difendersi. La questione è chi guida il processo, chi lo finanzia, chi ne trae vantaggio e chi ne paga il conto.
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Il Lussemburgo come laboratorio
Il Lussemburgo, che nell’immaginario collettivo rimane il piccolo Stato della finanza, delle società di gestione e della riservatezza bancaria, entra in questo contesto con un ruolo molto più ampio di quanto suggeriscano le sue dimensioni. Yuriko Backes ricopre tre incarichi: Difesa, Mobilità e Lavori pubblici, Parità di genere e Diversità. Il governo lussemburghese conferma ufficialmente questa concentrazione di competenze.
La sua affermazione secondo cui l’Europa non può più aspettarsi che siano gli americani a risolvere al suo posto il problema della difesa coglie una verità concreta: il vecchio equilibrio, in cui Washington garantiva la sicurezza mentre gli europei spendevano relativamente poco, non regge più. Ma il modo in cui questa verità viene interpretata è determinante. Se per autonomia strategica si intende la capacità politica, industriale e diplomatica di agire per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, allora si tratta di una prospettiva seria. Se, al contrario, significa trasformare l’Europa in un nuovo spazio di rendita militare, ci troviamo di fronte a un pericoloso malinteso.
Anche la nuova Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza va interpretata in questo contesto. In occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, nove paesi, tra cui Canada, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina, hanno aderito all’iniziativa. Secondo Reuters, la banca dovrebbe avere sede in Canada e puntare a raccogliere fino a 100 miliardi di sterline per offrire finanziamenti vantaggiosi e garanzie ai progetti nel settore della difesa.
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La valutazione militare
Dal punto di vista militare, il riarmo europeo nasce da una reale debolezza. Le scorte sono insufficienti, la produzione di munizioni è lenta, molte forze armate sono state ridimensionate nel corso dei decenni, la mobilità militare rimane fragile e le infrastrutture non sono sempre pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità. Anche la Banca europea per gli investimenti ha ampliato il proprio sostegno all’industria della difesa, triplicando a 3 miliardi di euro le risorse disponibili per prestiti e garanzie intermedie e firmando un primo accordo con Deutsche Bank per favorire finanziamenti pari a un miliardo di euro destinati alla ricerca militare e alle infrastrutture legate alla sicurezza.
Il problema è che l’Europa rischia di confondere la preparazione militare con l’acquisto compulsivo di sistemi d’arma. Difendersi non significa solo spendere di più. Significa sapere contro chi, con quali mezzi, secondo quale dottrina, con quale autonomia industriale, con quale catena di comando. Senza una strategia comune, il riarmo diventa una somma di ordini nazionali, rivalità industriali e dipendenze tecnologiche. In questo caso, non nasce una difesa europea, ma un grande mercato europeo della difesa.
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La valutazione geopolitica e geoeconomica
Il paradosso è evidente. L’Europa afferma di voler diventare autonoma rispetto agli Stati Uniti, ma gran parte della nuova architettura di riarmo continua a favorire anche l’industria e la finanza americane. Warburg Pincus, importante società di investimento americana, ha creato una piattaforma europea per gli investimenti nei settori della difesa, della sicurezza e della resilienza strategica, in collaborazione con MEAG, società di gestione patrimoniale legata al gruppo Munich Re.
La Deutsche Bank, dal canto suo, ha costituito un gruppo dedicato alla difesa e alle infrastrutture correlate, composto da circa quaranta banchieri, secondo quanto riportato dalla stampa finanziaria internazionale.
La geoeconomia del riarmo è quindi chiara: il denaro europeo finanzia l’espansione di un settore in cui gli Stati Uniti mantengono un vantaggio decisivo in termini di tecnologia, sistemi d’arma, intelligence, logistica e mercati finanziari. L’Europa parla di sovranità, ma spesso acquista dipendenza. Parla di autonomia, ma opera all’interno di circuiti finanziari e militari ancora fortemente atlantici.
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Il costo sociale della nuova economia militare
La domanda finale è la più semplice e la più inquietante: da dove arriveranno i soldi? Se i bilanci pubblici dovranno sostenere maggiori spese per la difesa, maggiori interessi sul debito, maggiori aiuti militari, maggiori infrastrutture strategiche, qualcosa dovrà essere sacrificato. Sanità, istruzione, pensioni, trasporti, politiche sociali: lo Stato sociale europeo rischia di diventare la vittima silenziosa della nuova economia militare.
Il riarmo viene presentato come una forma di crescita, ma non tutte le forme di crescita hanno lo stesso valore. Una società che investe nella produzione di missili, droni, munizioni e sistemi di sorveglianza può aumentare il proprio prodotto interno lordo, ma non necessariamente la sicurezza delle persone. Può arricchire gli azionisti e gli intermediari, ma impoverire i cittadini. Può creare posti di lavoro nell’industria, ma anche costruire un’economia dipendente dal perdurare della minaccia.
La guerra, quando diventa un modello economico, non ha alcun interesse alla pace. Ha interesse alla tensione permanente, all’urgenza continua, alla paura indotta. Ed è proprio qui che l’Europa dovrebbe fermarsi a riflettere. Perché un continente che ha costruito la propria identità sul superamento della guerra rischia ora di trasformare la guerra in un nuovo motore finanziario.
Il risultato è una contraddizione storica: i cittadini sono invitati ad accettare sacrifici in nome della sicurezza, mentre le banche e i fondi trasformano quella stessa sicurezza in dividendi. Questa non è autonomia strategica. È la privatizzazione del pericolo. E quando il pericolo diventa una fonte di rendimento, ci sarà sempre qualcuno che avrà interesse a che non finisca mai.
ANALISI – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti
Par Giuseppe Gagliano / 11.09.2026
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Di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)
Quando la potenza militare non basta più
Israele afferma di aver combattuto su sette fronti dal 7 ottobre 2023. Ne esiste tuttavia un ottavo, meno visibile ma forse più decisivo: quello dell’opinione pubblica americana. Una battaglia condotta non con divisioni corazzate o aerei da combattimento, ma con società di comunicazione, gruppi di pressione, creatori di contenuti, campagne pubblicitarie e, ormai, sistemi di intelligenza artificiale.
Secondo un’indagine di Nick Cleveland-Stout, pubblicata dal Quincy Institute for Responsible Statecraft, da ottobre 2023 il governo israeliano avrebbe stanziato oltre un miliardo di dollari per la propria diplomazia pubblica. Oltre 100 milioni sarebbero stati spesi negli Stati Uniti nell’ambito delle attività soggette alla legislazione sui rappresentanti di interessi stranieri.
Questo aumento spettacolare riflette non tanto una dimostrazione di fiducia quanto piuttosto la portata di una certa inquietudine. I leader israeliani godono ancora di un notevole sostegno all’interno delle istituzioni statunitensi, ma constatano che la loro influenza storica non è più sufficiente a impedire l’erosione della loro immagine nella società.
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Dall’influenza indiretta all’intervento governativo
Per decenni, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono basate su una vasta rete statunitense composta da organizzazioni politiche, donatori privati, associazioni cristiane evangeliche e gruppi filoisraeliani. Il loro finanziamento da parte degli Stati Uniti e la loro indipendenza ufficiale dal governo israeliano li esentavano generalmente dall’obbligo di registrarsi come rappresentanti diretti di una potenza straniera.
Il cambiamento avvenuto dal 2023 è notevole. Israele non si limita più a trarre vantaggio da questo contesto favorevole: il suo governo ingaggia direttamente aziende specializzate per controllare i messaggi, rivolgersi a determinate categorie sociali e rispondere rapidamente alle crisi politiche.
Sembra che nel 2024 e nel 2025 siano state registrate diciassette nuove società per operare a favore degli interessi israeliani. Una parte significativa dei contratti passa attraverso il gruppo francese Havas Media, che a sua volta subappalta alcune operazioni ad aziende statunitensi.
L’obiettivo è chiaro: riconquistare gli ambienti in cui il sostegno a Israele si sta erodendo più rapidamente, in particolare i giovani, i conservatori e alcuni cristiani evangelici. Questo calo preoccupa tanto più le autorità israeliane in quanto questi gruppi costituivano finora i pilastri sociali dell’alleanza con Washington.
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Dai creatori di contenuti ai bot conversazionali
I metodi utilizzati vanno oltre la comunicazione diplomatica tradizionale. Comprendono il finanziamento di creatori di contenuti, l’acquisto di spazi pubblicitari, l’invio massiccio di messaggi telefonici e l’organizzazione di viaggi per giornalisti, leader religiosi e personalità influenti.
Nel 2025, il Ministero degli Affari Esteri israeliano avrebbe finanziato circa 300 delegazioni, per un totale di 6.000 partecipanti provenienti da 70 paesi. Queste visite consentono di selezionare gli interlocutori, costruire una narrazione coerente e instaurare relazioni durature con coloro che possono poi influenzare il proprio pubblico.
La novità più importante riguarda l’intelligenza artificiale. Alcune aziende hanno il compito di creare reti di siti e contenuti in grado di influenzare le informazioni utilizzate dai bot conversazionali. La sfida non consiste più solo nel convincere direttamente gli utenti di Internet, ma nell’agire sulle fonti da cui i sistemi automatici traggono le loro risposte.
Questa strategia apre una nuova dimensione della guerra dell’informazione. Non si tratta più semplicemente di occupare i social network, ma di intervenire a monte sul contesto documentario che plasmerà la conoscenza di milioni di utenti.
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La trasparenza degli Stati Uniti alla prova
Queste operazioni non sono necessariamente illegali. La legislazione statunitense autorizza le attività di influenza svolte per conto di Stati stranieri, a condizione che siano dichiarate. Il problema risiede nell’applicazione incompleta degli obblighi di trasparenza.
Alcune aziende avrebbero fornito informazioni insufficienti sulle proprie attività. Alcuni creatori di contenuti retribuiti non avrebbero sempre rivelato i propri rapporti finanziari con il governo israeliano. Altre organizzazioni che apparentemente svolgono attività politiche avrebbero eluso l’obbligo di registrazione.
Esiste quindi un divario tra la legalità formale e la possibilità per i cittadini statunitensi di sapere chi finanzia realmente i messaggi che ricevono. È difficile per una democrazia valutare una campagna di influenza se la sua origine rimane nascosta dietro una serie di subappaltatori.
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Un potere politico trasformato in potere economico
La battaglia dell’immagine è anche un mercato. Gli stanziamenti previsti per la diplomazia pubblica israeliana nel 2026 dovrebbero ammontare a 2,35 miliardi di shekel, pari a circa 750 milioni di dollari. Questo settore alimentare alimenta società di consulenza, agenzie pubblicitarie, gruppi di comunicazione e intermediari digitali.
Il denaro pubblico israeliano entra così nel sistema americano di creazione del consenso. Finanzia posti di lavoro, contratti e reti professionali che hanno poi interesse a mantenere la percezione di una minaccia permanente contro Israele. L’influenza diventa un settore economico i cui attori sono retribuiti per produrre legittimità politica.
Questa spesa va messa in relazione con i circa 300 miliardi di dollari di aiuti che gli Stati Uniti avrebbero concesso a Israele dal 1948. Il rapporto non si basa quindi solo su una vicinanza diplomatica o ideologica: costituisce un sistema economico e militare in cui si intrecciano aiuti pubblici, vendite di armi, campagne elettorali e contratti di comunicazione.
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Il messaggio può cancellare la politica?
Nonostante le somme stanziate, l’opinione pubblica americana continua ad allontanarsi da Israele, soprattutto tra i giovani. Il paradosso è evidente: più le operazioni militari a Gaza, in Libano e in Iran diventano impopolari, più il governo israeliano investe per spiegare che il problema risiede in una comunicazione insufficiente.
Ma nessuna campagna può separare in modo duraturo l’immagine di uno Stato dalle sue decisioni. Si può migliorare una narrazione, selezionare i dati, invitare personalità di spicco o saturare i social media. È molto più difficile convincere il pubblico che ciò che vede quotidianamente non esiste o non debba influenzare il suo giudizio.
Israele potrebbe quindi vincere alcune battaglie tecniche, pur perdendo progressivamente la guerra politica. I suoi messaggi possono penetrare nei social network, nelle chiese, nelle università e nei sistemi di intelligenza artificiale senza però invertire l’andamento dell’opinione pubblica.
L’ottavo fronte rivela così una debolezza strategica. Una potenza in grado di colpire i propri avversari in tutta la regione si rende conto di non poter costringere una società straniera ad approvare le proprie scelte. Quando la diplomazia pubblica diventa il surrogato di una revisione politica, la propaganda non risolve più la crisi: ne conferma l’esistenza.
Giuseppe Gagliano
Giuseppe Gagliano ha fondato nel 2011 la rete internazionale Cestudec (Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis), con sede a Como (Italia), con l’obiettivo di studiare, in una prospettiva realista, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali. Questa rete pone l’accento sulla dimensione dell’intelligence e della geopolitica, ispirandosi alle riflessioni di Christian Harbulot, fondatore e direttore dell’École de Guerre Économique (EGE)
Collabora con il Centro Francese di Ricerca sull’Intelligence (CF2R) (Link),https://cf2r.org/le-cf2r/gouvernance-du-cf2r/
con l’Università della Calabria nell’ambito del Master in Intelligence e con l’Iassp di Milano (Link). https://www.iassp.org/team_master/giuseppe-gagliano/
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Link utili
Biografia sul sito del Cestudec
http://www.cestudec.com/biografia.asp
Intelligence Geopolitica
https://intelligencegeopolitica.it/
Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis
https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/?_gl=1*1nwazl2*_gcl_au*MTY0MDE3Njc2LjE3Mjg3NDI3NTM