Italia e il mondo

Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00.

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale,  dalla proprietà come presidio della libertà.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Doppio appuntamento: un weekend elettorale esplosivo che inizia con il botto e finisce con un sussurro (per i globalisti)! _ di Simplicius

Doppio appuntamento: un weekend elettorale esplosivo che inizia con il botto e finisce con un sussurro (per i globalisti)!

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Una giornata elettorale ricca di colpi di scena in tutto il mondo.

Prima ancora che lo “shock” provocato dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, tenutesi alcune settimane fa, avesse il tempo di placarsi, le elezioni tenutesi a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore hanno inferto un doppio colpo al sistema politico allineato con Bruxelles.

L’AfD ha nuovamente dominato in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e, sebbene fosse prevedibile, ciò ha comunque provocato un’altra ondata di sconvolgimenti in un’Germania già in fermento:

Il partito di governo CDU ha registrato un crollo di circa l’8% rispetto al ~13% ottenuto l’ultima volta. Di fatto, la CDU è ora scesa al di sotto della soglia del 5% necessaria per essere rappresentata nel parlamento regionale, il che significa che non le verrà assegnato nemmeno un seggio. Questo non era mai successo prima al partito in qualsiasielezioni statali; una sconfitta storica.

Nel frattempo, a Berlino il partito di sinistra Die Linke si è assicurato la vittoria, infliggendo a sua volta una pesante sconfitta alla CDU, che aveva dominato le ultime elezioni. Il fallito cancelliere del Reich Friedrich Merz, pallido e abbattuto, ha dichiarato con tono desolato che quella era stata una giornata disastrosa:

Ecco cosa le riserva il patto faustiano con BlackRock, Herr Reichskanzler.

Prendiamoci tutti un momento per deridere e schernire il leader più disonorato della storia tedesca. Indicate lo schermo e fatevi una bella risata davanti all’aspetto tirato e raggrinzito di quel patetico idiota.

L’ex banchiere di BlackRock e tirapiedi della Commissione Trilaterale registra il più basso indice di gradimento mai registrato da un leader nella storia della Germania. Questo abominio detestato, che ha portato il proprio Paese sull’orlo della rovina, ha ora annunciato il proprio rifiuto di compiere il gesto d’onore e dimettersi, scegliendo invece di continuare ancora per un po’ il suo miserabile lavoro di spremere i contribuenti tedeschi a vantaggio dei suoi mandanti globalisti.

BBC News (Mondo)@BBCWorld

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i “disastrosi” risultati dei sondaggi a uscita dalle urne sulle elezioni regionali

bbc.in

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i risultati “disastrosi” degli exit poll delle elezioni regionali

18:51 · 20 settembre 2026· 275.000 visualizzazioni


172 risposte· 144 condivisioni· 688 “Mi piace”

È uno dei motivi principali per cui i globalisti stanno ponendo così tanto l’accento sul 2027 come anno cruciale. È allora che dovrà iniziare la guerra con la Russia per salvare questi marci regimi europei occupati dal crollo totale e deviare l’ira ribollente della popolazione verso un falso nemico, anziché verso il vero nemico interno.

Faytuks Network@FaytuksNetwork

I servizi segreti francesi avvertono ora che la Russia potrebbe sferrare attacchi ibridi su larga scala contro le infrastrutture critiche della Francia (reti elettriche, ferroviarie, di telecomunicazioni e idriche) già nell’autunno del 2027, prima rispetto alla precedente stima del 2030 – France Télévisions

12:10 · 20 settembre 2026· 58,9K visualizzazioni


12 risposte· 142 condivisioni· 935 “Mi piace”

Il 2027 sarà proprio l’anno delle prossime importanti elezioni federali europee – quelle francesi – e, sebbene quelle tedesche siano ufficialmente previste per il 2029, non è affatto improbabile che possano tenersi molto prima, dopo che il regime marcio di Merz sarà crollato su se stesso come un pezzo di legno marcio divorato dalle termiti.

Contemporaneamente, la Russia ha tenuto le proprie elezioni legislative per la Duma di Stato. Non essendo tipo da lasciarsi sfuggire un’occasione, l’astuto narco-goblin di Bankova ha messo da parte il miniera d’orodi tutti gli sciami di droni previsti per l’occasione, al fine di:

  1. Scomportare il più possibile lo svolgimento delle elezioni, cercando al contempo di umiliare Putin
  2. Per cercare di screditare l’idea di elezioni in tempo di guerra, al fine di legittimare in modo subversivo la propria presidenza ormai scaduta, che continua a respingere le richieste di un voto democratico

Probabilmente Zelensky riteneva che, se fosse riuscito a interferire con le elezioni russe, ciò avrebbe dato credito alla sua argomentazione discutibile secondo cui l’Ucraina non dovrebbe tenere elezioni in tempo di guerra perché è troppo rischioso o pericoloso.

Ma la Russia ha smentito categoricamente questa ipotesi abbattendo il 99% di quello che potrebbe essere stato il più grande sciame di droni della storia, se dobbiamo credere alle cifre fornite dallo stesso sindaco di Mosca, Sobyanin sul suo canale ufficiale di TG:

È stato respinto il più massiccio attacco sferrato dai droni nemici contro Mosca. Da ieri sono stati intercettati oltre 1600 droni su tutti i fronti, di cui 450 in avvicinamento a Mosca. Ringraziamo le forze di difesa aerea per il loro lavoro altruistico. Ciononostante, diversi droni sono riusciti a raggiungere il territorio della raffineria di petrolio di Mosca e uno di essi ha colpito un edificio residenziale. Non si sono registrati decessi.

Questo attacco senza precedenti era chiaramente stato pianificato per ostacolare lo svolgimento delle elezioni, ma il nemico ha fallito.

Il canale ufficiale del Ministero della Difesa russo ha riportato un numero ancora maggiorenel corso delle 24 ore: 1.950 droni in totale sono stati abbattuti, il che fa supporre che il numero di quelli lanciati fosse ancora maggiore:

❗️ Nel tentativo di ostacolare l’espressione democratica dei cittadini della Federazione Russa in occasione delle elezioni della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa, il regime di Kiev, tra il 19 e il 20 settembre di quest’anno, ha sferrato un attacco su vasta scala sul territorio della Federazione Russa utilizzando velivoli senza pilota (UAV) e missili da crociera “Flamingo”.

▫️ Grazie all’abile intervento delle unità missilistiche antiaeree, dei gruppi di fuoco mobili e degli equipaggi dell’aviazione da caccia e dell’aviazione militare, nell’arco di 24 ore, 1.951 UAV d’attacco e otto missili da crociera a lungo raggiosono stati abbattuti sopra alcune regioni russe. Un altro missile da crociera lanciato dal nemico ha deviato dalla sua rotta e si è schiantato in una zona disabitata.

▫️ Inoltre, tutti i missili “Flamingo” lanciati dal regime di Kiev sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi mentre si avvicinavano a obiettivi civili nella regione di Mosca.Il tentativo di sferrare un attacco su larga scala contro Mosca è fallito. Il nemico non ha raggiunto i propri obiettivi.

Diversi media hanno riferito che, nell’ambito degli sciami massicci di droni, l’Ucraina avrebbe persino utilizzato per la prima volta il proprio missile balistico, una copia dell’Iskander, in un presunto tentativo di colpire Mosca:

Notizie successive hanno chiarito che il “Pelican” citato da Zelensky era in realtà un drone alato e non un missile. È difficile saperlo con certezza: forse, dopo che la nuova “wunderwaffe” è stata abbattuta, hanno semplicemente cambiato la versione dei fatti per evitare l’imbarazzo. Certamente, il missile balistico di nuova concezione sarebbe stato impiegato in modo ottimale durante un attacco a sciame di saturazione su vasta scala, quando le difese antibalistiche russe sarebbero state più che mai sopraffatte.

In ogni caso, i pochi droni che sono riusciti a superare le difese sono riusciti a colpire nuovamente la raffineria alla periferia di Mosca, regalando a Zelensky e ai suoi compari un brivido di gioia euforica di cui avevano bisogno da tempo:

Ricordiamo quanto avevamo appena scritto nell’ultimo rapporto riguardo agli attacchi con i droni dell’Ucraina: uno sciame di 900 droni costerebbe circa 50 milioni di dollari, ovvero più del 25% delle spese belliche giornaliere totali dell’Ucraina (190 milioni di dollari). Ciò significa che uno sciame di oltre 2.000 droni, come quello verificatosi oggi, sarebbe costato a Zelensky una somma non indifferente: forse più della metà del budget giornaliero destinato alla guerra.

Grok valuta:

Ricordiamo che Lo stesso Zelensky ha ammesso il mese scorso cheche l’intero bilancio del 2026 era stato sperperato in inutili attacchi con droni nella prima parte dell’anno:

Link

È quindi importante comprendere che questi spettacoli ad effetto speciale organizzati da Kvartal 95, volti a creare scenari di crisi nella capitale russa, finiscono per comportare costi ingenti per lo Stato ucraino, che devono poi essere coperti con urgenza dai contribuenti europei dopo ulteriori richieste di aiuti da parte di Zelensky.

Per quanto riguarda le elezioni russe, il partito al potere, “Russia Unita”, ha vinto a larga maggioranza, come previsto, mentre il Partito Comunista Russo si è classificato al secondo posto:

Elezioni della Duma di Stato russa: i primi exit poll indicano che il partito al governo, “Russia Unita”, è in testa con il 49,4% dei voti secondo un sondaggio del VCIOM e con il 52,8% secondo un sondaggio dell’INSOMAR.
Il Partito Comunista si è classificato al secondo posto con il 14,2% – 14,8%, seguito dall’LDPR con il 10,7% – 9,9%, da “Nuova Gente” con il 9,7% – 8,6% e da “Russia Giusta” con il 6,6% – 5,5%.
Il tasso di partecipazione finale è risultato superiore al 56%.

Ora l’unica speranza rimasta a Zelensky è l’incontro con Trump appena annunciato per la prossima settimana, durante il quale Zelensky cercherà di insistere per ottenere un cessate il fuoco e ulteriori fondi, mentre Trump probabilmente rimprovererà quell’imbroglione di Kiev per aver destabilizzato i prezzi globali del carburante. Alla fine, tutto finirà nel nulla e le cose torneranno al loro allegro corso.

Naturalmente, le voci che circolano in questo momento lasciano presagire un massiccio contrattacco russo contro Kiev nelle prossime 72 ore circa. Zelensky avrà il suo bel da fare a spiegare ai propri cittadini come la distruzione imminente che ha scatenato su di loro valga la temporanea chiusura di una singola raffineria russa.


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Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida porzione di generosità.

Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente, di Pascal Lottaz

Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente

Il “Penang Peace Dialogue” ha riunito influenti esponenti asiatici per discutere di un mondo al di là del dominio occidentale. Alcuni dei momenti più rivelatori si sono verificati proprio quando la conversazione ha assunto toni scomodi.

Pascal Lottaz16 settembre
 
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Avrei dovuto trovarmi in Malesia per il Penang Peace Dialogue (5-6 settembre). Purtroppo non ho potuto partecipare, ma Dennis e Michael Riches hanno colto l’occasione per partecipare a nome di Neutrality Studies. Il loro resoconto dalla Malesia ci offre una panoramica delle discussioni, degli incontri e delle realtà del Sud-Est asiatico che rivelano la direzione verso cui si sta orientando il pensiero politico.

Organizzato dal Commonwealth of World Chinatowns, l’incontro ha visto la partecipazione di Kishore Mahbubani, Victor Gao, Joanna Lei, Jomo K. Sundaram e persino dell’ex presidente indonesiano Joko Widodo. Jeffrey Sachs ha partecipato in videoconferenza. Si trattava di persone che conoscevano bene i governi, le università e le istituzioni internazionali; pertanto, le loro critiche alla Pax Americana erano frutto di una notevole esperienza su come funziona quell’ordine.

Dennis e Michael descrivono una sorprendente fiducia tra i partecipanti nel fatto che l’Asia stia acquisendo il potere di plasmare il proprio futuro. La domanda interessante è: cosa intendono farne?

Un luogo diverso in cui affrontare l’argomento

Dennis ha notato un dettaglio che potrebbe sembrare secondario, ma che evidenzia come gran parte del Sud del mondo abbia mantenuto uno spirito di analisi critica non solo in ambito politico, ma anche in quello economico: alcune aziende malesi hanno sponsorizzato un incontro in cui i relatori hanno apertamente condannato la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno discusso dell’ascesa della Cina e hanno messo in discussione le pretese occidentali di leadership morale.

La sponsorizzazione da parte delle aziende difficilmente garantisce l’indipendenza politica. Tuttavia, ci fornisce indicazioni su quali opinioni siano considerate rispettabili in una determinata società. Argomenti considerati discutibili in alcuni ambiti della sfera pubblica occidentale potrebbero essere espressi in questa sede da personalità di spicco senza apparente imbarazzo.

L’osservazione più ampia di Michael era che tale fiducia andasse oltre i confini della Cina. Aveva sentito intellettuali dell’Asia meridionale e sud-orientale parlare delle loro regioni come attori con obiettivi propri e non come “alleati” di questa o quella grande potenza. Un mondo multipolare offrirebbe ben poca emancipazione se i paesi più piccoli si limitassero a sostituire un rapporto di dipendenza con un altro.

La stessa Penang ha offerto una cornice perfetta. Dennis ha descritto le gallerie, l’arte di strada e gli edifici restaurati di George Town; entrambi i fratelli hanno apprezzato lo spazio riservato agli artisti e alle esibizioni musicali. Il dibattito sulla cultura della diaspora cinese ha inoltre messo in discussione l’idea che una civiltà appartenga esclusivamente a uno Stato. Le comunità preservano, adattano e trasmettono le tradizioni oltre i confini. Le mappe politiche non racchiudono tutto.

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Gaza e i limiti delle Nazioni Unite

Il momento più commovente, ha ricordato Dennis, è stato quando una studentessa palestinese che studiava in Malesia ha raccontato di aver perso alcuni membri della sua famiglia a Gaza. Il suo intervento ha riportato il dibattito sull’ordine internazionale a ciò che tale ordine dovrebbe proteggere: le persone che cercano di vivere.

L’Iniziativa per le borse di studio di Gaza ha offerto una via concreta per la solidarietà. Dennis ha anche riferito della preoccupazione di un organizzatore secondo cui la raccolta fondi internazionale avrebbe potuto incontrare ostacoli nei trasferimenti finanziari. A quanto pare, anche l’assistenza deve districarsi nell’infrastruttura attraverso cui opera il potere politico.

La questione di Gaza ha acuito il dibattito sulle Nazioni Unite. A cosa serve un’istituzione le cui decisioni più urgenti possono essere bloccate da un membro permanente del suo Consiglio di Sicurezza?

I relatori hanno difeso l’ONU sostenendo che la sua scomparsa lascerebbe gli Stati più piccoli ancora più indifesi. Il diritto di veto è stato considerato sia una fonte di paralisi sia parte dell’accordo che mantiene gli Stati potenti all’interno dell’istituzione.

C’è una logica scomoda in tutto questo. Un’organizzazione che include le grandi potenze deve venire loro incontro in misura sufficiente per assicurarsi la loro adesione. Tuttavia, tali concessioni possono impedirle di esercitare un controllo su di esse.

Per i paesi che aspirano a una maggiore indipendenza, la riforma comporta quindi un compito pratico non facile: preservare una sede comune, riducendo al contempo la capacità dei suoi membri più forti di renderla inefficace.

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La storia incompiuta di Bandung

Una proposta ricorrente durante la conferenza è stata quella di “Bandung 2.0”: un movimento rinnovato per la cooperazione e l’indipendenza tra le società un tempo colonizzate. Tuttavia, Dennis ha chiesto in modo incisivo che fine avesse fatto effettivamente Bandung 1.0 e quali insegnamenti se ne fossero tratti.

Ha sollevato la questione della distruzione della precedente linea politica dell’Indonesia e delle violenze di massa legate agli sconvolgimenti del 1965. Il suo ricordo della reazione è stato eloquente: rassicurazioni sul fatto che lo spirito di Bandung fosse ancora vivo, con scarsa attenzione ai meccanismi attraverso i quali le sue possibilità politiche erano state soffocate.

Dennis riteneva che la presenza dell’ex presidente indonesiano e dei giornalisti indonesiani al suo seguito fosse motivo di cautela. Questa è la sua interpretazione, ma la questione irrisolta rimane importante a prescindere dal motivo.

Un movimento rinnovato deve comprendere quali fattori potrebbero metterlo in ginocchio. L’intervento straniero, la repressione interna e i conflitti all’interno dei paesi che invocano la solidarietà non possono semplicemente svanire dietro lo slogan di un anniversario.

Potrebbe anche essere una buona idea includere altre voci provenienti da tutto il Sud-Est asiatico. Una conferenza dedicata all’emancipazione regionale deve lasciare spazio alle divergenze presenti nella regione. Altrimenti, le persone le cui storie mettono maggiormente in discussione la narrativa dominante potrebbero ritrovarsi ancora una volta escluse da essa.

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Taiwan e lo spazio dell’immaginazione

Michael, che vive a Taiwan da anni, ha messo alla prova un altro limite. Con Victor Gao e Joanna Lei tra i relatori, ha proposto un ipotetico “Commonwealth della Cina”: due entità politicamente distinte unite da accordi volti a rispondere alle preoccupazioni di Pechino in materia di sicurezza.

La sua proposta andava ben oltre la cooperazione economica. Comprendeva un’alleanza militare con la Cina e accordi relativi all’accesso marittimo. Si trattava di un esperimento mentale volto a verificare se un compromesso in materia di sicurezza potesse coesistere con la salvaguardia del sistema politico di Taiwan.

Secondo quanto riferito da Michael, Gao ha respinto l’idea di uno Stato separato e ha insistito sulla riunificazione sotto un unico governo. Gli altri partecipanti alla tavola rotonda non hanno avuto il tempo di rispondere.

Non dovremmo né scambiare l’ipotesi di Michael per una soluzione concordata, né considerare la risposta di Gao come una posizione governativa negoziata. Lo scambio mette tuttavia in luce una difficoltà fondamentale: sicurezza, sovranità e identità politica si sovrappongono senza però diventare intercambiabili. Affrontare una di queste questioni non risolve automaticamente le altre.

È incoraggiante che, secondo Michael, Gao lo abbia avvicinato in seguito e lo abbia invitato a rimanere in contatto. Un disaccordo sul palco aveva lasciato aperto un canale di comunicazione.

Questa potrebbe essere la lezione più utile da trarre da Penang. La fiducia in un ordine multipolare emergente sta crescendo, ma le relazioni pacifiche dipenderanno da come si gestiranno i disaccordi tra attori sicuri di sé. Lo stesso incontro che ha messo in discussione il predominio occidentale si è scontrato con limiti scomodi nelle discussioni sulla storia regionale e sulla sovranità.

Questi limiti meritano un’attenzione costante. Un maggior numero di centri di potere significherà un maggior numero di centri in grado di dire «no». Costruire la pace richiederà istituzioni, relazioni e immaginazione politica sufficientemente forti da mantenere vivo il dialogo anche dopo che lo avranno fatto.


Un ringraziamento speciale a Dennis e Michael per aver partecipato alla conferenza e averne dato notizia! — Pascal.


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La parola manipolata – Philippe Breton

La parola manipolata – Philippe BretonSintesi e podcast del libro

In La parola manipolata (1997), Philippe Breton illustra le diverse tecniche di manipolazione attraverso le quali un individuo può essere indotto ad accettare un’affermazione contro la propria volontà. Sottolinea l’attualità di questa minaccia, anche nelle democrazie, e il modo in cui essa sfrutta le nuove opportunità offerte dalla società contemporanea.

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Biblioteca Democrazia

pubblicato il 11/09/2026 Di Élucid

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Punti chiave

Per diversi decenni dopo la fine della Guerra Fredda, la manipolazione sembrava aver cessato di essere un importante oggetto di studio, come se avesse perso la sua rilevanza con la vittoria delle democrazie contemporanee. Eppure, la manipolazione è altrettanto diffusa nelle democrazie quanto nei regimi totalitari; anzi, è proprio in questi ultimi che è stata sistematizzata per la prima volta, sotto forma di propaganda.

L’autore esplora le diverse tecniche di manipolazione sviluppate nel corso del tempo, ripercorrendone le origini e il funzionamento. Sottolinea inoltre l’importanza dell’avvento delle comunicazioni, in particolare di Internet, che, pur senza alterare radicalmente il modo in cui la manipolazione influenza le menti, ha offerto nuove prospettive su scala colossale.

Poiché mina il valore e la ricezione della parola, elemento cruciale per la coesione sociale degli esseri umani, la manipolazione è intrinsecamente dannosa, anche quando viene individuata e contrastata. Questa natura nociva è tanto più accentuata dal fatto che la società contemporanea è impreparata ad affrontare la propaganda e ne è particolarmente vulnerabile. L’autore incoraggia a contrastare l’erosione del valore della parola stabilendo nuove norme per ridurre la diffusione della manipolazione, promuovendo l’educazione alla retorica e proclamando l’esistenza di una “libertà di ricezione”, necessaria controparte della libertà di espressione, di cui la manipolazione abusa.

Biografia dell’autore

Philippe Breton (1951-) è uno psicoanalista, antropologo e politologo francese, nonché professore all’Università di Strasburgo. Ha scritto numerose opere di carattere sociologico, in particolare su temi legati alla comunicazione e alle reti. È attivo anche in ambito umanitario, avendo diretto la Croce Rossa francese dal 2017 al 2023, e lavora come osservatore e commentatore politico, soprattutto nella sua regione di residenza, l’Alsazia.

Avertissement :Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; ha lo scopo di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Schema dell’opera

I. Carattere permanente della manipolazione
II. L’importanza della parola
III. La tecnicizzazione del linguaggio
IV. La manipolazione delle emozioni
V. La manipolazione cognitiva
VI. Il ruolo di Internet e dei social network
VII. I due effetti della manipolazione
VIII. Una resistenza debole
IX. Le regole del discorso

Sintesi del libro

I. Carattere permanente della manipolazione

L’autore osserva che, un tempo, dopo la pubblicazione di opere come Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Tchakhotine e di altri libri simili, l’individuo tendeva a essere consapevole del potere delle tecniche di manipolazione e della loro natura insidiosa. Tuttavia, dalla fine degli anni ’80, lo studio della propaganda sembra essere stato trascurato, come se il concetto fosse improvvisamente diventato meno rilevante, se non per gli storici. L’autore mette in guardia contro questa politica dello struzzo, proprio mentre la metà degli anni 2010 vede il ritorno in forze delle tecniche di manipolazione politica, con l’irruzione del populismo sulla scena politica occidentale.

La fine della Guerra Fredda e il « trionfo » delle democrazie occidentali non significano che la manipolazione sia un fenomeno ormai superato. Essa non è appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Oltre alla pubblicità, che rivendica apertamente l’uso di tecniche di manipolazione, numerosi movimenti dipendono in parte dalla manipolazione per garantire la propria sopravvivenza e prosperità proprio all’interno delle democrazie contemporanee. L’esempio più lampante è senza dubbio quello del liberalismo economico, che ha a lungo coltivato l’idea che non esistano alternative e che pretende di rappresentare una sorta di « evidenza razionale », mentre anch’esso non è altro che l’ennesima causa che cerca di difendersi ricorrendo alle tecniche di manipolazione.

Il discorso liberale, in particolare, è un esempio di una tendenza particolarmente perniciosa, secondo cui, poiché le democrazie sono per loro natura « buone », in quanto portatrici di valori considerati « buoni », non potrebbero mai ricorrere alla manipolazione, che è « cattiva ». È necessario distinguere rigorosamente tra i valori promossi da una causa e il modo in cui vengono promossi: è perfettamente possibile promuovere valori « buoni » ricorrendo a tecniche manipolatorie. Forse ancora più pericolosa è l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’uomo contemporaneo sia «immunizzato» alla propaganda, poiché è lucido sulla questione, e che le tecniche di manipolazione impiegate siano «delicate». Oltre al fatto che ogni manipolazione è necessariamente una forma di violenza, questo modo di pensare – molto allettante, poiché di gran lunga preferibile all’ammettere che si possa essere manipolati – convince l’individuo di essere libero nel proprio pensiero, il che è proprio l’obiettivo della manipolazione, che mira a far passare inosservati i propri effetti.

Non è facile distinguere ciò che costituisce una manipolazione da ciò che rappresenta un tentativo legittimo e non violento di convincere. Alcuni indizi possono tuttavia aiutare a definirne il concetto. In primo luogo, come abbiamo appena visto, la manipolazione agisce in modo occulto: se il suo tentativo di limitare la libertà del pubblico di opporsi all’affermazione che gli viene proposta viene smascherato, essa perde ogni efficacia. In secondo luogo, il messaggio utilizzato è mendace, in quanto mira a ingannare il proprio pubblico sottoponendogli un’affermazione che si discosta dalla verità e dalla ragione. È inoltre opportuno distinguere tra la fede dell’oratore nella convinzione che intende diffondere e la veridicità dell’argomento che utilizza. Un razzista può credere sinceramente che il razzismo sia preferibile alla tolleranza razziale, ma in assenza di un consenso scientifico sulla disuguaglianza delle razze, è costretto a ricorrere ad argomenti intellettualmente disonesti per influenzare il proprio pubblico. In terzo luogo, la manipolazione presuppone l’esistenza di una forma di resistenza iniziale nei confronti dell’affermazione che si vuole far accettare; in caso contrario, non ci sarebbe bisogno di compiere alcuno sforzo per convincere. Il suo obiettivo è superare tale resistenza senza essere scoperta.

II. L’importanza della parola

Il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, legata alla sua natura gregaria. Ha origine dalle interazioni tra gli esseri umani, ed è proprio dal linguaggio stesso che è emerso il concetto di politica. La parola umana si articola in tre registri: l’espressione – che ha in comune con l’animale –, l’informazione – che ha in comune non solo con l’animale, ma anche con la macchina – e infine la convinzione, che le è propria e che interessa particolarmente l’autore in vista delle sue relazioni con la manipolazione.

Il sistema politico democratico trae la sua specificità dal ruolo che attribuisce alla parola: essa costituisce un’alternativa alla violenza fisica come modalità di risoluzione dei conflitti, violenza fisica che viene delegittimata rispetto ai sistemi precedenti. Tale ruolo rimane tuttavia fragile, da un lato perché la sua istituzionalizzazione può nascondere una disuguaglianza concreta nello spazio concesso alla parola a seconda dell’interlocutore considerato, e dall’altro perché la centralità della parola la rende vulnerabile alle tecniche di manipolazione.

L’esistenza della democrazia ha portato alla formidabile battaglia di idee che ha caratterizzato il XXe secolo : diverse ideologie hanno messo in campo un vero e proprio tesoro di convinzione e manipolazione per conquistare l’adesione delle masse. La caduta dell’URSS, contrariamente a quanto si potesse pensare, non segna la fine di questo fenomeno: il liberalismo ha visto emergere nuovi avversari contro i quali deve mobilitare la propria retorica. Si può naturalmente citare la rinascita di ogni sorta di fondamentalismo religioso e settario, i movimenti identitari o populisti in senso più ampio; ma anche il messianismo tecnologico, sostenuto dai miliardari del settore tecnologico, che annunciano l’avvento di un mondo migliore attraverso un’interconnessione universale e permanente.

Per difendersi, il liberalismo può contare sulla pubblicità, una vera e propria macchina di persuasione, sapientemente sviluppata nel corso dei decenni, la cui stessa esistenza implica necessariamente una società sprofondata nel consumo di massa e nell’economia liberista. È proprio la pubblicità, del resto, a innovare maggiormente nell’elaborazione di nuove tecniche di manipolazione, concepite per essere efficaci e riproducibili; dall’arte della retorica si passa a una tecnicizzazione del discorso, a procedimenti concepiti per convincere.

III. La tecnicizzazione del linguaggio

L’arte della retorica è nata in Grecia, nell’antichità, e non è apparsa lì per caso; la sua stessa esistenza è una conseguenza di un’innovazione storica: la comparsa delle prime assemblee di cittadini, delle prime giurie popolari. Questa novità rese indispensabile, per la prima volta, il fatto di convincere gli altri delle proprie opinioni – e non solo un singolo individuo detentore del potere, ma un’intera assemblea – se si sperava di vederle prevalere. Ben presto emerge una sistematizzazione delle tecniche a disposizione dell’oratore, che distingue il logos (il discorso razionale), l’ethos (il discorso relativo al carattere dell’oratore) e il pathos (il discorso volto a suscitare un’emozione nel pubblico). Molto rapidamente, tuttavia, si impone una gerarchia: il logos si afferma come la modalità « normale » di persuasione, da privilegiare, in quanto rispetta la libertà del pubblico, mentre le altre modalità, che cercano di aggirarla, sono percepite come inferiori.

Già in quell’epoca esisteva, parallelamente a queste tre modalità, una tecnica spesso utilizzata in ambito militare, ma non solo: la disinformazione. Si tratta della più antica delle tecniche di manipolazione: mira a diffondere notizie false presentarle come vere, in modo da indurre in errore il pubblico. Prospera ancora oggi, nell’era delle «fake news». L’utilità di tale tecnica in ambito militare è evidente; ma trova applicazione anche in contesti politici e commerciali.

Il passaggio dalla retorica e dalla pratica occasionale della disinformazione alla vera e propria propaganda, ovvero all’esistenza di veri e propri sistemi concepiti per conquistare le masse, avviene curiosamente nelle democrazie occidentali durante la Prima guerra mondiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il termine non era allora percepito in senso peggiorativo, e lo diventerà solo in un secondo momento, durante la Guerra Fredda: la propaganda, in questo senso iniziale, si prefiggeva l’obiettivo di sostenere il morale della nazione e di minare quello dell’avversario, e si concepiva quindi come un mezzo di lotta come un altro, rivendicandosi puramente tecnica e apolitica. Sono proprio questi primi metodi di propaganda, ripresi dai nazisti negli anni ’30 e poi diffusi in tutto il mondo, a costituire la base delle tecniche di manipolazione contemporanee.

IV. La manipolazione delle emozioni

Eredi del registro del pathos identificato dai Greci, le tecniche di manipolazione che influenzano le emozioni del pubblico costituiscono una delle categorie più ricche del repertorio del propagandista. L’appello diretto ai sentimenti ne è una forma semplice, di cui una variante molto diffusa è la seduzione demagogica. Quest’ultima fa leva su alcune qualità personali dell’oratore per affascinare il proprio pubblico, creando una simpatia di cui beneficia, di riflesso, il messaggio che l’oratore veicola. Questa variante è molto diffusa soprattutto tra i politici. Una tecnica simile, meno dipendente dalla personalità dell’oratore, consiste nel «avvolgere» il messaggio da trasmettere in un involucro esteticamente gradevole per il pubblico, conferendogli una forma seducente che ne facilita l’accettazione.

Al contrario, ricorrere alla paura costituisce un’altra tecnica semplice: suscitando la paura nel pubblico, lo si rende più incline ad accettare le soluzioni presentate come le uniche in grado di salvarlo. Si può anche pensare al ricorso all’autorità, che può essere legittimo quando lascia al pubblico la scelta di accettare o meno l’argomento d’autorità, ma che non lo è quando il prestigio personale o la posizione dell’oratore – o dell’autorità a cui fa riferimento – viene utilizzato per imporre un’idea senza dibattito. Tale metodo è molto efficace anche sui bambini, poiché essi non distinguono bene tra ciò che è autorevole e ciò che non lo è; la pubblicità sfrutta questo fenomeno per utilizzare i bambini al fine di convincere i loro genitori a consumare.

La pubblicità ricorre ampiamente a un’altra tattica, l’associazione emotiva, che non è di sua esclusiva competenza e che si rivela incredibilmente efficace: associando il messaggio che si vuole far accettare – molto spesso un prodotto, nel contesto pubblicitario – a un altro elemento, del tutto estraneo al messaggio, ma che si sa suscitare una reazione emotiva forte e/o positiva, si crea un collegamento artificiale tra i due nella mente del pubblico. L’esempio tipico è ovviamente quello dell’associazione tra un prodotto e una donna giovane e bella, spesso poco vestita. Il tatto produce sul pubblico un’influenza simile, il che lascia supporre che le immagini di carattere erotico o sessuale non costituiscano che un’estensione di questa influenza emotiva tattile.

Un’altra tecnica pubblicitaria è quella dello slogan, o più in generale della ripetizione incessante del messaggio, che si ricollega a discipline come l’ipnosi: alla fine, il contenuto del messaggio non ha più alcuna importanza, finisce per penetrare nella mente del pubblico, poiché questo vi è costantemente esposto. La programmazione neurolinguistica, o PNL, è una disciplina che parte da questa semplice constatazione per sviluppare altre tecniche di «sincronizzazione» tra il messaggio e il pubblico, con l’obiettivo di far accettare al pubblico qualsiasi cosa a sua insaputa. Le sette sono molto spesso il luogo in cui la sperimentazione di queste diverse tecniche, derivate dall’ipnosi o dalla manipolazione psicologica, raggiunge il suo apice.

V. La manipolazione cognitiva

Ciò che l’autore definisce «manipolazione cognitiva» si riferisce più specificamente al modo in cui si presenta il messaggio che si cerca di imporre al pubblico e a come se ne articolano le componenti. Una delle tecniche di manipolazione cognitiva che egli individua per introdurre il concetto è quella del “riformulazione manipolativa” del messaggio. In tal caso, il messaggio, sebbene di per sé falso, viene ricollocato all’interno di un quadro interpretativo che ha lo scopo di renderlo verosimile. Tale cornice può consistere in una distorsione della realtà, tramite modifica o omissione, nella sostituzione del contesto iniziale del messaggio con un altro, oppure nella presentazione al pubblico di una cornice descritta come priva di alternative, o comprendente solo alcune alternative controllate dal manipolatore. La pubblicità ricorre ampiamente a quest’ultimo caso, in particolare nella falsa dicotomia tra un marchio e un altro.

Esiste anche l’amalgama cognitivo, simile all’amalgama affettivo. Come quest’ultimo, mira a stabilire un’analogia, o addirittura una falsa relazione di identità o di causa-effetto tra il messaggio da trasmettere e un altro elemento, senza che vi sia necessariamente un legame affettivo, ma piuttosto in modo tale che l’instancabile ripetizione dell’associazione renda il messaggio indissociabile dalle qualità a cui viene accostato. Infine, una forma « speculare » dell’argomento d’autorità è quella che l’autore definisce « reductio ad Hitlerum », una tecnica ben nota che consiste nel screditare a priori un’opinione mettendo in evidenza un legame tra questa e un’ideologia, un sistema di valori ampiamente percepito come ripugnante, come il nazismo. Si tratta di un mezzo molto efficace per affossare un argomento, indipendentemente dalla sua pertinenza, senza nemmeno doverlo affrontare.

VI. Il ruolo di Internet e dei social network

Sebbene l’avvento di Internet e la sua democratizzazione abbiano certamente avuto un impatto significativo sulla portata e sul pubblico dei tentativi di manipolazione, sarebbe errato pensare che questa innovazione abbia modificato la natura stessa della manipolazione. Le tecniche utilizzate sono sempre le stesse, le fake news non sono affatto un fenomeno nuovo ; si diffondono semplicemente più velocemente, più lontano e più facilmente che mai, non solo a causa della struttura stessa di Internet, ma anche perché l’interconnessione garantita da Internet ha fortemente indebolito i meccanismi e le autorità che in precedenza permettevano di assicurare, almeno in una certa misura, la veridicità di un’affermazione. Questo indebolimento garantisce inoltre la sopravvivenza delle fake news nel lungo periodo, poiché confutarle in modo definitivo diventa molto difficile: i social network esistono in una sorta di «presente permanente», in cui vecchie forme di disinformazione possono riemergere in qualsiasi momento.

Altri meccanismi, in particolare l’onnipresenza del supporto visivo – che si tratti di immagini o video – contribuiscono alla potenza delle fake news, poiché il supporto visivo è un modo molto efficace per dare l’illusione della realtà, indipendentemente dal fatto che riproduca fedelmente la realtà o meno. Da qui deriva il carattere particolarmente devastante delle immagini o dei video manipolati o artificiali, che conferiscono un’enorme credibilità aggiuntiva all’affermazione che sostengono, soprattutto quando le piattaforme che li ospitano non si preoccupano di individuarli ed eliminarli. Infine, al di là dei contenuti ingannevoli pubblicati dagli utenti, si pone anche il problema della manipolazione da parte delle piattaforme stesse, in particolare per quanto riguarda la creazione di una dipendenza dal loro utilizzo.

VII. I due effetti della manipolazione

Il titolo di questo capitolo fa riferimento al fatto che, anche quando una manipolazione fallisce, non è priva di conseguenze. I «due effetti» a cui si riferisce sono rispettivamente l’effetto di una manipolazione quando raggiunge il suo obiettivo e l’effetto quando non riesce a raggiungerlo, perché è stata smascherata; il secondo è del resto potenzialmente più preoccupante del primo. Non che gli effetti di una manipolazione riuscita siano da sottovalutare. Ad esempio, la nocività del tabacco e dello zucchero per la salute umana è stata dimostrata molto presto, già prima degli anni ’50; tuttavia, enormi campagne pubblicitarie, basate soprattutto su tecniche di confusione, hanno sostenuto il consumo di queste sostanze, il cui abuso causa ancora oggi decine di migliaia di vittime ogni anno. Al di fuori del mondo pubblicitario, le conseguenze della manipolazione possono essere ancora più radicali: ad esempio, per citare un caso politico, la campagna di disinformazione contro il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, negli anni ’90, che lo assimilava a Hitler, ha portato al suo assassinio.

Ma quando il tentativo di manipolazione viene smascherato e non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, produce comunque effetti deleteri. Infatti, quando il pubblico si rende conto di essere vittima di un tentativo di manipolazione, si rifugia in un atteggiamento difensivo estremista: consapevole che qualsiasi discorso gli venga presentato è potenzialmente sospetto, ogni parola diventa un pericolo, e il pubblico si disconnette progressivamente, rendendosi volontariamente inaccessibile a qualsiasi discorso. Questo fenomeno è uno dei terreni fertili dell’individualismo estremo che si osserva nelle società contemporanee, causa della distruzione del legame sociale. Per ironia della sorte, questa perdita dei punti di riferimento comuni agli individui, legata alla percezione di scarsa affidabilità della parola, rende il pubblico ancora più vulnerabile ad altre tecniche di manipolazione, che fanno leva sulla crescente richiesta di legami più « fusionali » tra gli individui, che cercano di mettersi al riparo da ogni tradimento.

VIII. Una resistenza debole

Sebbene l’individuazione di un tentativo di manipolazione provochi una reazione da parte del pubblico che ne è vittima, resta comunque il fatto che, a livello sociale, la resistenza alla manipolazione è notevolmente debole. Una delle cause principali di questa vulnerabilità è la scomparsa dell’insegnamento della retorica, che è stata la norma per tutte le classi colte dall’antichità fino all’inizio del XXe secolo. Da quel momento in poi, l’individuo semplicemente non dispone più delle armi necessarie per sapere come convincere e per capire quando lasciarsi convincere – e quando invece non farlo. E anche quando ne dispone, generalmente ne fa uso inconsapevolmente, in modo sperimentale e non sistematico, il che difficilmente può proteggerlo con successo da un tentativo di manipolazione.

Un’altra causa va ricercata nel comportamentismo e negli studi scientifici che pretendono di controllare il comportamento umano, riducendolo a un insieme di riflessi innati e condizionati – e quindi condizionabili. Queste teorie hanno come obiettivo dichiarato quello di scoprire metodi volti a « modellare » le menti. Ampiamente utilizzate a fini manipolatori, conferiscono alla manipolazione una parvenza di legittimità scientifica, se non addirittura terapeutica, che costituisce un’ulteriore via d’accesso nella società per i discorsi manipolatori.

Infine, un’ultima causa è da ricondurre alla deresponsabilizzazione dell’uso della parola negli ambienti professionali. La gestione della parola è radicalmente separata tra gli specialisti della comunicazione, che si considerano semplici tecnici che mettono strumenti a disposizione dei propri superiori, e i decisori stessi, che utilizzano questi strumenti senza padroneggiarne i meccanismi. Il tecnico si protegge così da ogni responsabilità puntando il dito contro il decisore, e il decisore fa lo stesso puntando il dito contro il tecnico. Ne risulta un uso della manipolazione privo di qualsiasi complesso etico, in cui proprio coloro che la utilizzano la considerano perfettamente normale. Un fenomeno simile è da attribuire ai media, che pretendono di essere neutrali mentre molto spesso, a loro insaputa, contribuiscono ad amplificare discorsi a scopo manipolatorio che non hanno creato, ma che si limitano a ritrasmettere a scopo informativo.

IX. Le norme del linguaggio

Dopo aver analizzato i meccanismi e la natura insidiosa della manipolazione nelle nostre società contemporanee, l’autore si propone di delineare un’etica della parola, volta a promuovere la resistenza di fronte alla manipolazione, la cui nocività è stata ampiamente dimostrata nelle argomentazioni precedenti, sia a livello individuale che a livello della società nel suo complesso.

L’autore respinge inoltre le argomentazioni volte a dimostrare che esistano circostanze in cui la manipolazione possa essere giustificabile: rifiuta il presupposto naturalistico secondo cui gli uomini siano naturalmente in competizione tra loro e utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione; respingono inoltre l’idea che la manipolazione sia solo uno strumento, neutro per sua natura, la cui finalità dipende dall’utilizzatore, ritenendo che i processi di manipolazione siano concepiti per manipolare e, quindi, per esercitare una violenza sul pubblico; infine, scarta l’idea secondo cui la manipolazione sia un’arma « del debole contro il forte », sottolineando al contrario che essa viene utilizzata soprattutto per sostenere i discorsi dominanti.

L’autore sottolinea il valore di ciò che definisce « libertà di ricezione », che concepisce come controparte della libertà di espressione. Quest’ultima non è generalmente oggetto di dibattito nelle nostre democrazie contemporanee, ma l’autore ritiene che sia insufficiente senza una libertà equivalente, di cui dovrebbe disporre il pubblico: la libertà di non vedersi opporre discorsi che esercitino una violenza nei confronti della propria capacità di giudizio. Egli ritiene che tale diritto a non essere manipolati, un diritto al mantenimento della qualità del discorso in circolazione, dovrebbe avere un valore equivalente al diritto di esprimersi come si desidera, in quanto preserva sia la libertà individuale sia il corretto funzionamento della società.

Sebbene sia opportuno diffidare della censura, l’assenza di norme relative all’uso della parola, legata alla visione estrema della libertà di espressione veicolata dal liberalismo contemporaneo, non rappresenta necessariamente una situazione salutare per la società. Per questo motivo, l’autore prende in considerazione la promozione di norme che regolino l’uso della parola, puntando più alla loro adozione attraverso l’educazione progressiva della società, e quindi alla loro interiorizzazione, piuttosto che a un’imposizione dall’esterno; propone così di rivalutare l’apprendimento della retorica, assimilando i limiti che essa incontra in funzione del rispetto dell’integrità del pubblico.

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire, di Simplicius

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire

In parole povere17 settembre
 
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Un’inchiesta della CNN sostiene cheche la Russia abbia lanciato “14 satelliti” sul Medio Oriente, i quali, secondo i funzionari dei servizi segreti, avrebbero fornito all’Iran capacità di puntamento senza precedenti alla vigilia dei grandi attacchi di precisione sferrati contro le basi statunitensi all’inizio di quest’anno:

Erin Burnett OutFront@OutFrontCNN

Un’inchiesta della CNN rivela che la Russia avrebbe fornito informazioni satellitari cruciali sulle basi statunitensi, garantendo a Teheran un vantaggio determinante nel conflitto.

3:04 del mattino · 17 settembre 2026· 368.000 visualizzazioni


343 risposte· 1.500 condivisioni· 3,14K Mi piace

Inchiesta della CNN: l’Iran ha migliorato la precisione dei propri attacchi contro obiettivi statunitensi. Ecco in che modo i satelliti russi potrebbero aver contribuito

Quattordici satelliti spia russi hanno sorvolato una base militare statunitense in Arabia Saudita due giorni prima di un devastante attacco sferrato dall’Iran. La tempistica e la sequenza delle operazioni del veicolo spaziale hanno consentito loro di accedere a un’ampia gamma di dati che, secondo funzionari statunitensi e fonti di intelligence internazionali, hanno aiutato Teheran a sferrare alcuni dei suoi attacchi più precisi contro obiettivi americani. Ne parla Tamara Qiblawi della CNN.

Chi si ricorda questo classico??

È ancora incredibile che questo sia una sorpresa per l’Occidente. Proprio ieri un RQ-4D della NATO — una variante del famigerato Global Hawk — è stato avvistato a poche miglia al largo della Crimea, presumibilmente mentre sorvegliava obiettivi terrestri in vista di un imminente attacco ucraino:

Sintesi militare@MilitarySummary

I voli di ricognizione degli Stati Uniti e della NATO sul Mar Nero proseguono a ritmo serrato. In primo luogo, un drone ad alta quota Northrop Grumman RQ-4D Phoenix, operante dalla base aerea italiana di Sigonella, ha effettuato una missione con obiettivo la Crimea. Successivamente, un Bombardier Challenger 650 Artemis …

11:50 · 16 settembre 2026· 1,58K visualizzazioni


7 condivisioni· 25 “Mi piace”

Si chiama “occhio per occhio”.

Nella parte superiore della scheda dati qui sopra è possibile vedere il codice 7600 scritto in rosso. Si tratta del codice di emergenza internazionale da trasmettere in caso di interruzione delle comunicazioni. Diversi account hanno affermato cheL’RQ-4 ha subito un malfunzionamento del sistema di comunicazione ed è stato costretto ad allontanarsi rapidamente dalla zona.

Ma tornando all’articolo della CNN, sorge una domanda fondamentale: cosa dicono ora tutte quelle persone che sostengono che la Russia permetta passivamente il superamento di tutte le sue “linee rosse”, non reagendo all’armamento dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti e all’assistenza fornita da questi ultimi in termini di dati di puntamento per gli attacchi ucraini? Chi, in definitiva, ha pagato il prezzo più alto, la Russia o gli Stati Uniti?

L’Ucraina ha inflitto danni alla Russia, ma non di natura strategica, dato che la Russia continua ad avanzare sul campo di battaglia ed è in grado di impiegare tutte le proprie risorse come prima della guerra. Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno praticamente perso l’intera loro posizione nel Medio Oriente, in parte grazie alle informazioni di intelligence fornite dalla Russia all’Iran — almeno se dobbiamo credere a queste notizie. A prima vista sembrerebbe che la Russia abbia avuto la meglio in questo scontro, dato che le perdite degli Stati Uniti in Medio Oriente sono state davvero di natura strategica a livello generazionale, a seconda di come continueranno a evolversi gli eventi.

L’Iran ha messo gli Stati Uniti in una posizione sempre più precaria, tanto che ora questi ultimi temono di suscitare l’ira dell’Iran, dato che i potenti attacchi dei persiani sono diventati inarrestabili a causa dell’esaurimento delle scorte di intercettori.

Gregory Brew@gbrew24

L’ultimo attacco statunitense contro una petroliera iraniana risale a 8 giorni fa, il 9 settembre. Poco dopo, l’Iran ha lanciato 20 missili balistici contro una base statunitense in Giordania. La Giordania e gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 70 missili intercettori. Almeno alcuni missili iraniani sono riusciti a superare le difese, danneggiando 9 velivoli statunitensi. Ci sono stati…

17:52 · 17 settembre 2026· 25,2K visualizzazioni


11 risposte· 61 condivisioni· 275 Mi piace

L’Iran sta stringendo la morsa sugli Stati Uniti, che rimangono intrappolati in una sorta di paralisi da escalation a causa della mancanza di opzioni valide e praticabili.

A tal proposito, Phillips P. O’Brien sostiene in un nuovo articolo pubblicato su The Atlantic che l’era americana sia giunta a una fine ingloriosa:

https://www.theatlantic.com/ideas/2026/09/trump-iran-superpower-decline/688639

Egli esordisce dicendo:

L’era americana che seguì la Seconda guerra mondiale era destinata, prima o poi, a finire. Ciò che stupisce è quanto improvvisamente sia arrivato quel momento. Negli ultimi sei mesi, la potenza americana — da tempo incarnata dalle migliori attrezzature belliche al mondo e dal personale militare meglio addestrato, da una rete globale di basi e sistemi logistici, nonché da alleanze militari e diplomatiche con ogni angolo del globo — si è rivelata insufficiente a sconfiggere l’Iran, un regime repressivo ed economicamente stagnante, armato di missili e droni a basso costo.

O’Brien ammette che è stata proprio la distruzione da parte dell’Iran delle principali basi statunitensi nella regione a determinare l’immediata battuta d’arresto dell’aggressione statunitense, una tesi che in un primo momento era stata derisa dai portavoce dell’establishment, finché la realtà non si è lentamente imposta:

L’effetto di queste perdite sulle operazioni statunitensi è stato quasi immediato. Uno dei motivi principali per cui l’amministrazione Trump non ha inasprito il conflitto militare con l’Iran durante l’estate, nonostante tutte le minacce in tal senso, è stata la perdita della base in Bahrein — su cui la Marina faceva affidamento da decenni per rifornire le navi in Medio Oriente. Di conseguenza, la cosiddetta “coda logistica” delle operazioni navali statunitensi ha dovuto estendersi fino a Diego Garcia, un’isola sotto il controllo britannico nell’Oceano Indiano, a più di 2.000 miglia dallo Stretto di Ormuz.

La vulnerabilità delle strutture statunitensi situate nei pressi dell’Iran è talmente elevata e il costo previsto per la loro riparazione è talmente ingente che, come Il Washington Post come riportato il mese scorso, i funzionari dell’amministrazione potrebbero non volerli ricostruire affatto.Un modo per interpretare la situazione è quello di considerarla come “un’occasione unica in una generazione per il Pentagono di riconsiderare la propria presenza” nella regione del Golfo Persico, come afferma il Post come si suol dire. Ma il fatto è che difendere le infrastrutture chiave anche da un nemico tecnologicamente meno avanzato come l’Iran non è qualcosa che le forze armate statunitensi siano attualmente in grado di fare.

Il paragrafo chiave, tuttavia, è sicuramente questo, in cui O’Brien spiega in che modo la Cina abbia surclassato in modo straordinario gli Stati Uniti in tutti i principali fattori moderni che determinano il vero potere militare ed economico:

L’erosione della supremazia manifatturiera americana è una storia vecchia, ma costituisce un elemento chiave per comprendere la fine dell’era americana. Un tempo gli Stati Uniti riuscivano a superare le altre potenze in termini di produzione attingendo al settore civile. Durante la Seconda guerra mondiale, gli americani riorganizzarono l’industria automobilistica per costruire aerei. Oggi, rispetto al resto del mondo, gli Stati Uniti non producono quasi più navi per uso civile. La Cina, al contrario, produce circa il 50% delle navi del mondo e controlla circa l’80 per centodella produzione mondiale di droni. Avendo potenziato le proprie forze armate per prevalere in uno scontro di elevata intensità, gli Stati Uniti semplicemente non dispongono delle attrezzature, delle scorte e delle forze ben riposate necessarie per affrontare la Cina per un periodo di tempo prolungato.

Conclude senza le solite ambiguità melliflue, che lasciano aperta la porta a qualche fantasia di rinascita americana. La sua conclusione è definitiva: l’America è finita:

Tutte le superpotenze del passato hanno finito per declinare. L’emergere dell’Asia orientale come centro della produzione economica mondiale non poteva che ridurre l’influenza americana. Il passaggio da un’era globale all’altra raramente è evidente sul momento. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina quattro anni e mezzo fa, il potenziale dei droni prodotti in serie non era ancora chiaro. Fino a febbraio scorso, pochi esperti avrebbero previsto che gli Stati Uniti — un colosso mondiale da oltre 80 anni — sarebbero finiti per trovarsi così in difficoltà a causa dell’Iran.Ma il conflitto mette in luce un aspetto importante: L’era americana è giunta al termine. Il dominio globale degli Stati Uniti non può continuare senza le fonti di potere che lo hanno reso possibile.

È interessante che egli osservi che “pochi esperti avrebbero previsto” la pesante sconfitta inflitta dall’Iran agli Stati Uniti. In realtà, chiunque avesse un po’ di cervello l’aveva facilmente prevista, compreso il nostro umile blog, fin dall’inizio.

In questo raro momento di autocelebrazione, il vostro umile autore ha chiesto alla modalità “esperto” di Grok AI di leggere tutti i nostri articoli pertinenti su Substack e di stabilire quali previsioni fossero state formulate sul conflitto iraniano sin dall’inizio:

Citazioni specifiche relative alle previsioni formulate fin dai primissimi giorni del conflitto:

Link

Ma soprattutto, mentre il mondo intero si scagliava contro la riduzione della “potenza di fuoco” dell’Iran nelle prime settimane di guerra, noi siamo stati tra i pochi blog a sostenere con sicurezza il contrario:

Link

Beh, cosa possiamo dire? Forse “analisti” come Phillips P. O’Brien farebbero bene a smettere di dare retta ai giornalisti da quattro soldi del mainstream e a rivolgersi invece a fonti che hanno dato prova di affidabilità.

Secondo quanto riferito, Trump avrebbe dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un importante punto di svolta nei rapporti con l’Iran:

https://www.axios.com/2026/09/17/trump-axios-interview-iran-war

Giovedì il presidente Trump ha dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un bivio cruciale nella guerra con l’Iran, ovvero se riprendere gli attacchi su larga scala nel tentativo di porre fine al conflitto.

«Devo prendere una decisione importante. Voglio intervenire e annientarli [il regime iraniano] o no? È una decisione importante. Potrebbe succedermi di tutto».

Queste sono solo altre sciocchezze di un perdente vanaglorioso: un tentativo di compensare la mancanza di alternative fingendo di avere un potere che non ha mai posseduto. A questo punto gli Stati Uniti non possono annientare nulla, né lo faranno; quel tempo è ormai passato da un pezzo. Come avevamo già chiarito nell’ultimo articolo, l’Iran è giocare sul serio, e gli Stati Uniti non hanno più la forza d’animo necessaria per far fronte alla pressione che la superpotenza regionale è ora in grado di esercitare.

Come ultimo aggiornamento, nuove immagini satellitari mostrano i lavori segreti in corso lungo l’oleodotto est-ovest saudita. A quanto pare, i sauditi stanno ora cercando di aggirare le stazioni di pompaggio danneggiate tramite una conduttura di emergenza deviata che, letteralmente, aggira la stazione:

Mizar Vision@MizarVision

ARABIA SAUDITA | In corso lavori di deviazione d’emergenza sul gasdotto Est-Ovest Le nuove immagini satellitari di Vantor del 16 settembre sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnati nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana. Secondo quanto riferito, gli operai sarebbero …

19:47 · 17 settembre 2026· 65,3K visualizzazioni


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Timelapse:

Le nuove immagini satellitari di Vantor, risalenti al 16 settembre, sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnate nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana.

Secondo quanto riferito, si vedono alcuni operai impegnati nella posa e nella saldatura di due nuove sezioni di conduttura, che potrebbero consentire al flusso di greggio di aggirare l’impianto danneggiato.

Reuters ha confermato separatamente che tre stazioni di pompaggio lungo la cruciale conduttura est-ovest sono state colpite e che l’Arabia Saudita sta lavorando per ripristinare il flusso. Le riparazioni complete potrebbero richiedere 5–6 settimane, anche se le operazioni parziali potrebbero riprendere prima.

Se portato a termine con successo, il bypass potrebbe ridurre in modo significativo le interruzioni su una delle rotte alternative di esportazione del petrolio più importanti al mondo.

Ciò suggerisce ovviamente che i danni siano ben più gravi di quanto si pensasse in precedenza, dato che hanno deciso di deviare il traffico intorno alle stazioni anziché ripristinare immediatamente le stazioni stesse.

Gli esperti dovranno esprimersi in merito, ma dal punto di vista teorico e logico, deviare il flusso intorno alla stazione di pompaggio dovrebbe comportare un rallentamento significativo della portata del greggio nella conduttura, dato che la stazione non fornisce il necessario aumento di pressione. Ciò significherebbe che questa “soluzione rapida” non rappresenta una soluzione definitiva.

Si diceva che la linea Est-Ovest trasportasse il 4-5% dell’intero approvvigionamento mondiale di petrolioe si dice che un precedente attacco a una sola stazione di pompaggio, avvenuto all’inizio dell’anno, abbia ridotto l’approvvigionamento di 700.000 barili al giorno. Questa volta sono state colpite tre stazioni.

Resta da vedere se l’attacco sia stato solo un avvertimento, per ora, o l’inizio di una campagna sistematica volta a continuare a danneggiare l’oleodotto in modo permanente. Secondo le ultime notizie, l’Arabia Saudita starebbe implorando la Cina di intervenire e costringere l’Iran a porre fine alla sua campagna contro gli asset sauditi, ma sembra che la Cina si sia limitata a “trasmettere il messaggio” all’Iran senza chiedere alcun favore né fornire indicazioni dirette.

Resoconto dello scontro@clashreport

BIG: L’Arabia Saudita ha chiesto alla Cina di esercitare pressioni in via riservata sull’Iran affinché freni gli Houthi dopo la loro occupazione della costa yemenita sul Mar Rosso e di Bab al-Mandeb. Tre fonti iraniane affermano che Pechino abbia trasmesso il messaggio a Teheran, andando oltre i propri appelli pubblici alla moderazione. La risposta dell’Iran: …

14:27 · 17 settembre 2026· 10,8K visualizzazioni


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Ora Bloomberg riferisce che la Russia sta aumentando i propri flussi di petrolio:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/russia-boosts-oil-exports-as-middle-east-war-sends-prices-soaring

Il prezzo del greggio russo degli Urali è balzato a 120 dollari al barile, superando quello del Brent secondo diverse stime:

Come pensi che si evolverà la convergenza tra la crescente crisi energetica ed economica e le imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti?


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I segni non sono miracoli, di Aurèlien

I segni non sono miracoli.

E le macchine non sono più sagge di noi.

Aurelien9 settembre
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Sono nato in un’epoca di miracoli e meraviglie, o almeno così sembrava.

Le automobili erano ancora piuttosto rare, soprattutto nei quartieri operai, ma i televisori si stavano lentamente diffondendo, con la loro affascinante, seppur sconcertante, capacità di proiettare immagini del mondo esterno su un piccolo schermo all’interno di un gigantesco mobile. I giornali pubblicavano articoli su aerei a reazione che trasportavano personaggi famosi in luoghi altrettanto famosi, sebbene il numero di questi velivoli che si potevano effettivamente vedere in volo fosse minuscolo rispetto agli standard odierni. E naturalmente i ragazzini di quell’epoca seguivano con il fiato sospeso i voli dei cosmonauti e degli astronauti, culminati nella celebrazione religiosa mondiale del volo dell’Apollo 11. Per i più appassionati di tecnologia, c’erano i radiotelescopi, l’energia nucleare, i nuovi antibiotici, il DNA e il Big Bang, tra le altre cose.

Le notizie scientifiche erano ovunque, anche sul nuovo mezzo di comunicazione televisivo, e il presupposto universale, seppur tacito, era che con lo sviluppo della tecnologia la vita quotidiana sarebbe diventata più facile e sicura per le persone comuni. Questo perché gran parte della ricerca scientifica era svolta dai governi e gran parte del resto da aziende a partecipazione statale. La figura dell’imprenditore tecnologico come un imbroglione interessato solo a fare soldi il più velocemente possibile era ancora lontana.

Ma a sovrastare tutte queste tecnologie, remota e inspiegabile, materia di sogni, fantasie e incubi, c’era la tecnologia di cui oggi voglio parlare per il suo significato culturale: il computer. Di tutte le entusiasmanti tecnologie del dopoguerra, i computer erano i più misteriosi, perché la maggior parte delle persone non aveva la minima idea di come funzionassero o di cosa facessero realmente. Per molto tempo, i computer sono stati una soluzione in cerca di un problema e, in un certo senso culturale, come vedremo, lo sono ancora. Dopotutto, gli aerei volavano; l’energia nucleare era un modo per produrre calore, gli antibiotici facevano guarire. Ma fin dall’inizio, i computer sono rimasti intrappolati in una nebbia concettuale, e ciò che veniva loro attribuito allora (come lo è ancora oggi) era sempre proiettato in un futuro lontano e sempre presentato in termini estremamente generici. Coloro che prevedevano grandi cose per loro spesso non erano molto esperti di tecnologia, e non era sempre chiaro come si sarebbero concretizzati i meravigliosi benefici promessi.

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Eppure, fin dall’inizio, era chiaro che l’immaginario collettivo desiderava e al tempo stesso temeva qualcosa di completamente diverso dalle enormi e ingombranti macchine per l’elaborazione dati che esistevano realmente negli anni ’60 e ’70. Molti tecnologi e giornalisti, peraltro molto autorevoli, credevano che, qualunque cosa fosse, il suo arrivo fosse solo questione di tempo. Immaginavano macchine dotate di coscienza, che possedevano quella che oggi definiremmo, in modo fuorviante, “intelligenza artificiale”. E queste macchine avrebbero compiuto grandi e meravigliose imprese, poiché sarebbero state più intelligenti di noi, ma anche – sebbene raramente si dicesse esplicitamente – più sagge di noi. E il desiderio di credere in macchine in grado di risolvere tutti i nostri problemi, e le fantastiche promesse che ne derivarono, non sono poi cambiate molto negli ultimi cinquanta o sessanta anni.

Non so se a quei tempi abbiate mai visto un computer. Quando ero uno studente di dottorato, il College ne aveva uno, che occupava diverse stanze, dove docenti e studenti potevano “noleggiare tempo di utilizzo del computer”, ad esempio se dovevano modificare un testo. Non l’ho mai usato, ma so che c’era un rito di iniziazione simile a quello dei Rosacroce. Nel frattempo, chi studiava materie tecniche si aggirava con pile di carta verde e bianca e ti mostrava come, dopo molte e attente manovre, le enormi e rumorose stampanti a matrice di punti dell’epoca potessero produrre qualcosa che assomigliava vagamente all’immagine di una figura umana. Eppure, a quanto pare, queste macchine, non domani, ma dopodomani o dopodomani ancora, avrebbero dovuto gestire le nostre società.

Parte della discrepanza era di natura verbale. “Computer” è una parola inglese, un sostantivo derivato da “compute”, che significa eseguire calcoli. Questo è ciò che facevano i primi modelli: gli inglesi usarono il primo vero computer operativo al mondo, il Colossus, per decifrare il codice Enigma tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la guerra, gli inglesi, pragmatici e orientati al business, utilizzarono la tecnologia in rapida evoluzione non solo per continuare a decifrare codici e per la ricerca scientifica, ma anche per la gestione delle scorte, la logistica e la contabilità. Ancora lontani dal conquistare il mondo, certo, ma si trattava di una tecnologia che si stava espandendo in un vuoto nell’immaginario collettivo che doveva essere colmato da qualcosa .

Stranamente, la relazione è più chiara in francese, dove il termine equivalente è ” Ordinateur “, coniato per la prima volta negli anni ’50. Il significato letterale è qualcosa come “organizzatore” o “colui che porta ordine”, e la parola ha affinità in inglese con “order” e, soprattutto, “ordain”, come nel caso di un vescovo. In francese, la parola conserva il raro significato di qualcuno che esercita la disciplina all’interno della Chiesa. (Ah, forse ora iniziamo a capire qualcosa). È successo, e con una tempistica assolutamente perfetta, che il concetto di supercomputer, piuttosto che la realtà, sia arrivato proprio nel momento in cui la fede religiosa stava entrando in un rapido declino e dove, in particolare, l’autorità della Chiesa e degli interpreti della Bibbia veniva messa in discussione. (Questa relazione era più evidente nella disciplinata Francia cattolica che nell’anarchica Inghilterra protestante.) Di fatto, gli enormi computer dell’epoca erano chiese, i manuali operativi erano la Bibbia e le opere sacre, e il gran numero di dipendenti, dai programmatori più brillanti agli umili operatori, rappresentava la gerarchia del clero: un’idea che si ritrovava nei cliché della cultura popolare dell’epoca. Inutile dire che i mortali non potevano rivolgersi a queste macchine con un linguaggio che assomigliasse a quello di tutti i giorni, né comprenderne l’output senza qualcuno che lo interpretasse per loro.

Così, oltre all’effetto di spinta tecnologica dovuto al progresso tecnologico, vi fu un effetto di attrazione culturale, ovvero la richiesta di qualcosa che colmasse un vuoto intellettuale, ma anche spirituale ed etico. Questo vuoto era in parte legato al declino della religione, ma in realtà va oltre, riflettendo, riprendendo la discussione della scorsa settimana sul paganesimo, il bisogno di accedere a qualcosa di più saggio e potente di noi, in un mondo disincantato. Fin dall’inizio, quindi, c’è stato inevitabilmente un divario gigantesco tra ciò che si desidera e ciò che i computer sono effettivamente in grado di fare: un divario sfruttato fin da subito dagli appassionati di tecnologia e, più recentemente, anche dai truffatori. E con l’aumento delle reali capacità dei computer, sono cresciute ancora più rapidamente le fantasie su ciò che avrebbero potuto realizzare.

Le due grandi influenze sul modo in cui i computer venivano percepiti dal grande pubblico, e in una certa misura lo sono ancora, sono state la fantascienza e le pubblicazioni di divulgazione scientifica. (La seconda era spesso ispirata dalla prima, piuttosto che il contrario). La fantascienza, come sostengo da tempo, è la mitologia dell’era tecnologica. In alcuni casi i parallelismi sono espliciti (in ” 2001 : Odissea nello spazio”, ad esempio, o in alcune opere di C.S. Lewis, Roger Zelazny o Gene Wolfe) o indiretti (i racconti apocalittici di J.G. Ballard e altri) o semplicemente pervasivi, come nel caso di elementi mitici quali poteri magici, fulmini e la capacità di volare. Nelle mani di maestri come Ballard, elementi allora moderni come i radiotelescopi che ricevevano misteriosi messaggi dalle stelle assumevano una vita mitica inquietante e indipendente, completamente slegata dalla monotona realtà quotidiana del lavoro scientifico.

Tra tutti i temi tradizionali della mitologia, e quindi della fantascienza, nessuno è più potente della ricerca della saggezza e della conoscenza del futuro, soprattutto del proprio destino. Questo può significare oracoli, divinazione (l’ I Ching è stato paragonato a un semplice computer binario), libri profetici o profeti ispirati, ma anche, e più pertinentemente, statue parlanti, jinn, angeli e demoni, revenant e animali parlanti. Gran parte di tutto ciò, naturalmente, è stato assimilato nella letteratura mondiale, da Omero alla leggenda di Faust, ma ha trovato spazio anche nella fantascienza moderna, che ha utilizzato l'”Intelligenza Artificiale” come espediente narrativo ben prima che nascessero gli aspiranti geni dell'”IA” di oggi. Quasi fin dagli inizi, gli scrittori di fantascienza (molti dei quali scienziati) hanno semplicemente dato per scontato che, man mano che i computer di ogni tipo diventavano più complessi, si sarebbero automaticamente evoluti verso la coscienza: l’idea di base non è cambiata da allora. E, logicamente, man mano che queste macchine diventavano più grandi e complesse, si pensava che sarebbero diventate rapidamente più intelligenti degli esseri umani. Ma useranno questa conoscenza per il bene o per il male? Saranno più saggi di noi?

La letteratura sui computer come esseri dotati di proprietà o effetti divini richiederebbe un saggio a parte, ma a volte produce riflessioni ironiche, quasi borgesiane, sulla nostra tendenza a scaricare questioni morali ed etiche su qualsiasi contenitore comodo. L’esempio più famoso è probabilmente il racconto di Frederick Brown del 1954, ” La risposta” , in cui gli scienziati collegano tutti i computer dell’Universo per porre la domanda “Esiste Dio?”. “Ora sì”, risponde bruscamente il sistema, fondendo i circuiti in modo da non poter essere mai spento. (Il racconto viene ovviamente parodiato nella ” Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams , dove gli scienziati costruiscono un computer chiamato Deep Thought che fornirà loro la risposta a “La vita, l’universo e tutto il resto”. La risposta si rivela essere “quarantadue”, il che è un peccato perché si erano dimenticati di specificare quale fosse la domanda).

Che siano prese sul serio o scherzose, tutte queste storie incorporano una domanda essenziale, presente nelle culture monoteistiche fin dalle origini: la conoscenza è sempre un bene? La storia del Giardino dell’Eden e del consumo del frutto proibito è stata interpretata in modi molto diversi, e suppongo che la nostra società moderna, liberale e basata sui diritti, si schiererebbe dalla parte di Adamo ed Eva, e di conseguenza si opporrebbe al divieto di mangiare il frutto dell’albero della vita e quindi di acquisire la conoscenza del Bene e del Male. Eppure, qui si è sempre presentato un problema concettuale, poiché il Bene e il Male sono in definitiva giudizi di valore, per quanto ben fondati possiamo ritenerli in un dato caso, e non qualcosa che si possa ridurre a semplice “conoscenza” empirica. In effetti, la storia può essere vista come un’allegoria dei tentativi umani di arrogarsi il diritto di formulare giudizi morali assoluti indipendentemente da un potere trascendente. (Cambiare l’argomentazione limitandosi ad affermare che esiste una differenza non semplifica di molto la questione.) L’esperienza suggerisce che, nella migliore delle ipotesi, i giudizi umani sul Bene e sul Male sono complessi, ma una volta che la fede in un creatore divino scompare, non c’è altra opzione. In altre parole, siamo tutti discendenti di Adamo ed Eva ed eredi della loro scelta di formulare giudizi puramente umani sul Bene e sul Male. Sfortunatamente, la storia suggerisce che non siamo molto bravi in ​​questo, e quindi cerchiamo dei sostituti di Dio che lo facciano per noi.

Oggi abbiamo qualche difficoltà ad accettare il concetto stesso di conoscenza proibita, e anzi lo consideriamo un affronto al nostro ego e un perverso incentivo a scoprire ciò che non dovremmo sapere. Di tanto in tanto, solitamente verso la metà di agosto di ogni anno, qualcuno si chiede ad alta voce se non sarebbe stato meglio se la fisica atomica non fosse mai stata sviluppata come campo di studio. Ed è comune lamentarsi degli effetti negativi delle scoperte tecnologiche, dalla plastica ai chip di silicio. Ma, con pochissime eccezioni (la ricerca sul guadagno di funzione dei virus, ad esempio), è insolito sostenere che la ricerca della conoscenza debba essere controllata o che certi tipi di ricerca debbano essere attivamente vietati. (Non mi riferisco, ovviamente, alla ricerca che potrebbe produrre conclusioni politicamente impopolari).

È quindi significativo che l’unico ambito in cui un gran numero di esperti e non esperti abbia suggerito di rallentare, o addirittura interrompere, la ricerca sia proprio quello noto con stancante prevedibilità come “Intelligenza Artificiale”. E anche qui, ancora una volta, ciò che spaventa le persone non sono tanto le effettive capacità dei sistemi informatici odierni, quanto piuttosto il modo in cui potrebbero potenzialmente evolversi in futuro, qualora le previsioni fatte negli ultimi settantacinque anni si avverassero. Di fatto, e per la prima volta da molto tempo, si comincia a temere che la ricerca della conoscenza infinita non comporti alcuni piccoli potenziali svantaggi. (Ricorderete forse che nel “Dottor Faustus” di Marlowe , le ultime parole del protagonista mentre viene trascinato all’inferno sono “Brucerò i miei libri!”). Se i governi e le aziende private debbano essere autorizzati a possedere una conoscenza infinita sui cittadini è di per sé un argomento di acceso dibattito.

Certo, alcuni di questi problemi esistono già da tempo. Molti derivano dall’erronea convinzione che l’“Intelligenza Artificiale” sia già una realtà, e dalla conseguente tendenza ad antropomorfizzare il comportamento dei programmi per computer, argomento su cui tornerò tra un attimo. Me ne accorsi per la prima volta circa quarant’anni fa, lavorando con la prima generazione di computer installati negli uffici governativi in ​​Gran Bretagna. Per darvi un’idea del contesto, basti dire che il sistema operativo era più difficile da usare di CP/M, e che il computer stesso, con il suo enorme disco rigido da 20 MB e la stampante che faceva un rumore simile a quello di un trapano pneumatico, doveva essere tenuto in una stanza separata. La macchina era un dio capriccioso, che ti puniva arbitrariamente per un minuscolo errore di sintassi e, occasionalmente, si rifiutava di comunicare per ore, semplicemente perché ne aveva voglia. Quando il sistema smetteva di funzionare, le persone si radunavano intorno al terminale da cui proveniva il problema, grattandosi il mento e dicendo cose come “hai provato…?” Non c’era stata alcuna formazione, perché a quei tempi non esistevano istruttori, e nient’altro che un opuscolo del produttore, che ometteva tutto ciò che si sarebbe potuto effettivamente voler sapere. (Suppongo che da qui derivi la vecchia battuta: se tutto il resto fallisce, leggi il manuale).

Ma in uno di quei giorni in cui la macchina sembrava finalmente collaborare, e io ero tranquillamente impegnato a lavorare su un foglio di calcolo, un dirigente di altissimo livello per cui lavoravamo entrò in ufficio e sbirciò oltre la mia spalla. “Ah-ha”, disse scherzosamente, “quindi la tua macchina mi dirà come gestire il bilancio?”. Ma non potevo biasimarlo. Tutta la cultura popolare fino a quel momento – 2001 : Odissea nello spazio , Star Trek, Doctor Who e molti altri – aveva incoraggiato questa visione, proprio perché c’era un enorme vuoto intellettuale da colmare; quindi l’idea di un computer in grado di gestire autonomamente i bilanci governativi era sufficientemente attraente da assumere, col tempo, una vita simbolica e mitica propria. Questo accadeva anche all’inizio del periodo in cui i computer venivano ampiamente diffusi sulle scrivanie individuali, spesso senza una chiara idea di come sarebbero stati utilizzati, anticipando con precisione l’ottimismo fatufo e la visione a breve termine degli odierni sostenitori dell'”intelligenza artificiale”. Era un’epoca in cui si potevano ancora usare frasi come “gli studi sui computer dimostrano che…”. con un’espressione impassibile.

Il Tesoro britannico, ovviamente (il cui motto non ufficiale era “un soldo risparmiato è un fine in sé”), colse immediatamente l’opportunità di risparmiare anche i più piccoli. Decine di migliaia di posti di lavoro qualificati potevano essere “salvati” (ovvero persi), si illudevano, e ora tutti potevano scrivere al computer. I risultati furono prevedibili: invece di impiegare cinque minuti per dettare una lettera, persone di alto livello ne impiegavano un’ora a digitarla faticosamente, cercando di formattarla, scoprendo che il testo traboccava sulla pagina successiva di una sola riga, dimenticandosi poi di salvarla o salvandola nel posto sbagliato e non riuscendo più a trovarla. Dato che avevo la reputazione di essere un po’ meno analfabeta informatico della media, la gente mi si avvicinava, con la faccia pallida, dicendo: “Credo di aver perso il documento di tre pagine su cui stavo lavorando. È sparito dallo schermo”. Non proprio un risultato impressionante per una tecnologia che avrebbe dovuto conquistare il mondo, e in effetti non sorprende che gli studi sulle prove di un aumento della produttività grazie alle tecnologie informatiche non siano generalmente riusciti a trovarne alcuna. Questo era un problema che si sarebbe dovuto risolvere da solo nel corso delle generazioni, ma di fatto non è successo, soprattutto perché i produttori di software e computer hanno continuato ad aggiungere funzionalità e caratteristiche una sull’altra per giustificare nuove versioni e nuovi prezzi. (Per motivi professionali, un paio d’anni fa sono stato costretto a scaricare l’ultima versione di Microsoft Office, che ero riuscito a evitare di usare per un po’ di tempo, e ho passato diversi minuti a guardare l’interfaccia di Word, sopraffatto da una sorta di orrore paralizzante). Tutto lascia pensare che la stessa cosa accada con l'”intelligenza artificiale”.

Ammetto di essermi già macchiato di antropomorfismo, cosa praticamente impossibile da evitare quando si ha a che fare con una tecnologia che attraversa processi visibili e produce in output parole e numeri. Ma se a quei tempi dovevi lottare con quei dannati computer, almeno capivi che non c’era davvero un omino lì dentro a fare tutto. Oggi, nonostante la maggior parte delle persone appartenga teoricamente alla “generazione informatica”, l’antropomorfismo inconscio è ancora più forte, a causa dei tentativi di rendere i computer più “amichevoli”, con un’interfaccia teoricamente comprensibile e persino con invadenti menu “Aiuto”, che sostituiscono il micidiale prompt “C:\>” su uno schermo vuoto di trent’anni fa. (Ai tempi, ogni tanto entravo nei negozi di computer e, per puro divertimento, digitavo “qual è il senso della vita?” al prompt. Non sorprende che il computer rispondesse “errore di sintassi”).

Sono assolutamente a favore delle interfacce intuitive e della facilità d’uso (sono un utente Mac entusiasta praticamente dagli albori di OS X), ma il problema è che, man mano che i computer sono diventati in grado di fare sempre più cose, le persone hanno iniziato a credere sempre di più di poter fare qualsiasi cosa, e meglio di noi. Da qui il panico attuale sull'”IA fuori controllo” e sull'”apocalisse dell’IA”, entrambi frutto di marketing e diretti eredi della letteratura sui pericoli dell’eccessiva ricerca della conoscenza, che risale a migliaia di anni fa. La differenza è che, mentre i jinn e le teste parlanti erano pura magia e basta, i moderni oracoli dell'”IA” dovrebbero funzionare secondo leggi scientifiche. Ma questo non impedisce alle persone di attribuire loro qualità umane inesistenti, o di trattare i loro risultati come intelligenti, tanto sono disperate alla ricerca della verità sulla Vita, l’Universo e Tutto quanto.

Ora, io non sono un informatico, ma Cal Newport lo è, e ha spiegato in sostanza cosa sta succedendo. I modelli linguistici di grandi dimensioni (perché di questo si tratta), inclusi i programmi che forniscono istruzioni ad altri programmi per agire, sono limitati a descrivere le proprie azioni e a fornire istruzioni basate su formule verbali su cui sono stati addestrati. Se il materiale di addestramento include molta fantascienza, comprese storie di computer che conquistano il mondo, allora i risultati non sono difficili da intuire. Se i dati di addestramento fossero limitati, ad esempio, alle opere di Platone e dei suoi seguaci, si otterrebbe un output di tipo diverso.

Nessuna di queste ipotesi risolve realmente la questione fondamentale : vogliamo davvero che qualcosa o qualche macchina possieda una conoscenza infinita? In effetti, probabilmente la questione non può essere risolta in modo soddisfacente, perché le nostre sensazioni al riguardo dipenderanno quasi interamente dal contesto in cui si pone. Se in una determinata area si verificasse un omicidio, e tutti i telefoni cellulari presenti venissero registrati, e i loro proprietari confrontati con le identificazioni dei passanti tramite software di riconoscimento facciale e con i dati dei servizi di intelligence criminale, e se questo producesse una breve lista di cinque persone, una delle quali risultasse essere l’assassino, beh, crimine risolto. Ottima idea. Ma supponiamo che tu ti trovassi in quella zona e che il tuo telefono fosse tra quelli rilevati, ma che tu venissi controllato automaticamente e scartato senza alcun intervento umano. Potresti affermare che i tuoi diritti siano stati violati da un codice informatico quando né tu né la persona che ha effettuato la ricerca eravate a conoscenza della tua presenza nella lista?

Non lo so, ma mi preoccupano le tentazioni faustiane a cui l’intelligenza artificiale (IA) darà origine, soprattutto quando persone influenti ma disinformate si convinceranno che l’IA possa fare un lavoro migliore e più accurato degli esseri umani. Questo non è generalmente vero, ovviamente, al di fuori di settori specialistici, a meno che non si definisca “migliore” come “più veloce e quindi più conveniente”. Ma l’IA conosce solo ciò che le è stato detto ed è per definizione in grado di produrre solo risultati probabilistici. Ecco perché il suo apparente utilizzo per la definizione degli obiettivi nei conflitti armati è così preoccupante: anche il processo decisionale umano non è perfetto, ma richiede un vero e proprio pensiero e un processo decisionale esplicito. Dopotutto, uno dei problemi dell’IA e dei suoi predecessori è sempre stata la precisione spuria e ingannevole dei suoi risultati, in alcuni casi fino alla cifra decimale. Ricorderete forse i tentativi di modellare al computer la guerra del Vietnam, che produssero risultati spazzatura estremamente dettagliati e convincenti, frutto ovviamente di input spazzatura.

Si può avere troppa informazione o troppa conoscenza? Ci sono domande che non andrebbero poste? L’era dell'”IA” ha improvvisamente reso queste domande tradizionali profondamente attuali e, naturalmente, non possediamo più il quadro intellettuale per affrontarle adeguatamente, motivo per cui il “dibattito” pubblico oscilla tra entusiasmo, compiacimento e panico senza una logica precisa. Faustus, ricorderete, voleva sapere tutto , e non è fantasioso supporre che i governi moderni, per quanto malconci e impopolari, si addentreranno sempre più nella raccolta di massa di dati e in ciò che considerano “IA”, nel tentativo di compensare il profondo senso di insicurezza che sicuramente provano. Storicamente, come un tossicodipendente che aumenta la dose, i governi hanno teso a credere di poter compensare la propria inettitudine acquisendo sempre più informazioni, fino a esserne sommersi. Avevano dimenticato, ovviamente, che l’informazione di per sé non significa nulla, che ciò che serve perché sia ​​utile è l’analisi e l’organizzazione. Ecco che entra in gioco l’intelligenza artificiale, che fa la promessa entusiasmante ma illusoria di estrarre rapidamente il segnale dal rumore, ma che in realtà non è in grado di farlo con sufficiente affidabilità, nemmeno in linea di principio. Ma in ambito governativo, uno strumento che affronta un problema, o almeno dà l’impressione che un problema venga affrontato, è una risorsa troppo preziosa per rinunciarvi con leggerezza.

Se l’informazione sia sinonimo di conoscenza o se necessariamente conduca ad essa, se più informazioni siano sempre meglio, se esistano davvero cose che non dovremmo sapere e che sarebbe pericoloso scoprire, sono tutte domande da affrontare in un altro momento. Qui, vorrei solo ricordare che, in termini pratici, sia nella vita quotidiana che in questioni più complesse, a volte ci rendiamo conto che, dopotutto, ci sono cose che vorremmo non aver mai imparato. “Dopo una tale conoscenza”, si chiedeva T.S. Eliot un secolo fa in Gerontion , “quale perdono?” (Lo scrittore di fantascienza americano James Blish ha scritto una tetralogia su questo tema, intitolata After Such Knowledge (1958-71), e C.S. Lewis ha riproposto la storia del Giardino dell’Eden in Perelandra (1943)). In questo contesto, è curioso che Eliot, in Gerontion , suggerisca che “I segni vengono scambiati per prodigi”. Quale epitaffio migliore si potrebbe dare all'”intelligenza artificiale”?

Ripeto, le fantasie che creiamo attorno all'”IA” non sono generate dalle virtù reali o ragionevolmente prevedibili della tecnologia in sé, ma da vuoti esistenziali nella nostra cultura che rimangono dolorosamente incolmati. Uno di questi, il desiderio di conoscenza o almeno di informazione, l’ho già trattato a sufficienza. Ma c’è anche l’idea correlata ma distinta di Saggezza. Le due, sebbene entrambe molto antiche, si riferiscono a cose sottilmente diverse. “Conoscenza” ha sempre avuto il significato più tecnico di “consapevolezza delle cose”, mentre “saggezza” ha sempre avuto un elemento normativo, di giusto giudizio in una data situazione o su un argomento specifico. Quindi parliamo di “un pezzo di conoscenza” come qualcosa di essenzialmente contingente e temporaneo, mentre “un pezzo di saggezza” è qualcosa da ricordare per il futuro. (Sarebbe bello se l’una portasse necessariamente all’altra, ma non è necessariamente così.) Parliamo della Saggezza di Salomone, non solo della Conoscenza di Salomone, sebbene egli possedesse chiaramente entrambe. Così, nella famosa storia biblica del Giudizio di Salomone, narrata nel Primo Libro dei Re, Salomone affida la custodia di un bambino conteso, rivendicato come proprio da due madri rivali, alla donna disposta a rinunciare al bambino piuttosto che vederlo diviso a metà, perché presumibilmente è lei ad amarlo. Questa storia, che trae origine dalla mitologia e dai racconti popolari di tutta la regione e compare in tutte le religioni monoteiste, narra essenzialmente di Salomone come abile conoscitore dell’animo umano e della sua saggia decisione. Dopotutto, non c’era modo di sapere con certezza quale delle due donne fosse la madre.

Questa è saggezza, ed è qualcosa di cui la nostra società ha disperatamente bisogno. Non si tratta solo di conoscenza, vera o falsa, non si tratta solo di “fatti”, giusti o sbagliati, o di “competenza”, qualunque cosa essa sia esattamente. È qualcosa di difficile da acquisire senza esperienza ed età, cosa che oggigiorno è difficile da ammettere, e dipende da relazioni gerarchiche e dalla volontà di imparare, elementi che non fanno parte della nostra cultura attuale. Ma questo non significa che respingiamo la saggezza: tutt’altro. Possiamo voltare le spalle ai genitori, agli anziani, alle scuole, alle istituzioni e simili, ma istintivamente cerchiamo comunque figure autorevoli che sappiano, o almeno sembrino sapere, come fare le cose e cosa fare. A volte questo ha un senso logico. Su YouTube, ad esempio (e tralasciando tutti i siti politici polemici e marginali), ci sono innumerevoli siti pragmaticamente utili gestiti da persone con molta esperienza pratica e un talento per la comunicazione, per quei momenti in cui le istruzioni fornite con i mobili da montare che abbiamo ordinato sono incomprensibili in qualsiasi lingua. Potreste dire che si tratta di nozioni banali, ma esistono anche siti che insegnano, ad esempio, ciò che vostro nonno ha insegnato a vostro padre sulla lavorazione del legno, sulla gestione del denaro o su come rapportarsi con l’autorità, ma che voi non avete mai imparato perché i vostri genitori si sono separati quando eravate piccoli e non andavate d’accordo con nessuno dei vostri patrigni.

Questo, ma in versione potenziata e in tutti i campi, è ciò che vogliamo dall'”IA”, e alcune persone sono così ingenue da credere di poterlo ottenere. In un mondo di gerarchie abbandonate e autorità decostruita, desideriamo qualcosa che funga da guida e interlocutore affidabile per aiutarci a risolvere i nostri problemi personali e professionali, senza la sensazione di sacrificare nulla del nostro Ego nel processo. La tecnologia dell'”IA” è tale che qualsiasi risposta a qualsiasi domanda su qualsiasi argomento ha lo stesso livello di verosimiglianza apparente, ma in realtà ha livelli di accuratezza e utilità del tutto imprevedibili e inconoscibili. Tra tutti i guru su Internet che ti dicono come vivere la tua vita (e ce ne sono alcuni validi, ammettiamolo) presto ci saranno molte figure generate dall'”IA” di utilità più o meno elevata, programmate con qualsiasi cosa, dalle opere complete del Buddha o di Tommaso d’Aquino fino, beh, al Mein Kampf. Non so se esistano già psicologi e psicoterapeuti “IA” interattivi online (anche se i bot esistono di certo), ma se non esistono ancora, esisteranno presto e sarà impossibile controllarne l’utilizzo.

Fin dagli albori dell’era informatica, gli esseri umani hanno fantasticato su macchine infinitamente più intelligenti di loro, e quindi più sagge e capaci di guidare e persino dirigere la vita umana. In termini di cultura popolare, l’esempio classico è la serie di romanzi “Culture” di Iain M. Banks, purtroppo scomparso alcuni anni fa. I romanzi narrano le vicende di una specie umanoide spaziale la cui esistenza dipende interamente da Menti benevole, incredibilmente complesse e potenti, che si assumono la responsabilità di praticamente tutto ciò che ha una certa importanza, lasciando ai cittadini della Cultura ben poco da fare se non godersi la vita. (In effetti, trovare qualcosa di interessante da far fare agli umani nei libri rappresentava una sfida continua per Banks nello sviluppo delle sue trame: da qui la creazione di una serie di specie aliene sgradevoli e pericolose con cui fare i conti).

Per quanto mi siano piaciuti i libri della serie “Culture”, l’aspetto che emerge con maggiore chiarezza (come ho già fatto notare qualche anno fa) è che i personaggi sono fondamentalmente tutti bambini, i cui desideri vengono appagati all’istante. Non c’è quindi da stupirsi che la noia sia uno dei principali problemi della Cultura, e che i suoi cittadini più riflessivi si dedichino alle Buone Opere su altri pianeti, cercando di guidarli verso la civiltà. Ma Banks iniziò a scrivere i libri della Cultura ai tempi di MS-DOS (ora sciacquatevi la bocca), quando l’idea di un’intelligenza artificiale in grado di fare tutto per noi era essenzialmente pura fantasia. Ora, se crediamo agli entusiasti, è proprio dietro l’angolo. Ci troveremo in un mondo in cui tutto ciò che è difficile verrà fatto per noi da altri. Torneremo allo stadio di bambini preadolescenti, per i quali i genitori sono esseri onnipotenti che fanno tutto per loro e risolvono tutti i loro problemi. Si dice spesso che l’intelligenza artificiale ci “permetterà di fare” questo o quello. Nella migliore delle ipotesi, è una semplificazione eccessiva. In generale, permetterà alle macchine di svolgere determinate attività al posto nostro , anziché costringerci a imparare a farle da soli.

In questo senso, non sorprende affatto che i primi usi dell'”IA” siano stati per imbrogliare e ingannare. Chi non avrebbe voluto che qualcuno facesse i compiti al posto nostro? Chi non avrebbe voluto che qualcuno scrivesse per noi una candidatura di lavoro impeccabile? Ad alcuni, almeno, non sarebbe piaciuto conseguire un dottorato senza dover lavorare? Ad altri non sarebbe piaciuto un romanzo o una composizione musicale da poter spacciare per propri, guadagnandoci sopra? Tutto questo senza fare alcun lavoro effettivo, secondo i migliori principi neoliberisti. Il risultato più ovvio dell’uso diffuso dell'”IA”, anche nel suo attuale stato deplorevole, sarà quindi un massiccio dequalificamento della popolazione, a favore di tecnologie e processi che “fanno il lavoro” per noi, ma che non sono comunque abbastanza precisi e aggiornati da rendere realmente utili le produzioni di quel mondo dequalificato. Avrò avuto dieci anni quando un insegnante delle elementari disse che insegnare matematica aveva sempre meno senso, perché presto avremmo usato tutti le calcolatrici tascabili. Beh, in parte era vero, ma si è scoperto che, con l’uso su larga scala di tali dispositivi, le competenze matematiche a livelli avanzati sono diminuite drasticamente negli ultimi decenni. Questo è probabilmente un presagio per il futuro.

Le menti nei romanzi di Banks sono funzionalmente indistinguibili dal tipo di divinità di cui ho scritto la settimana scorsa, e naturalmente il rischio maggiore, ma in gran parte non discusso, è che alla fine trasformeremo l’intelligenza artificiale in un Dio Creatore sostitutivo, del tipo che abbiamo formalmente bandito nel mondo occidentale. Come ha fatto notare Alasdair McIntyre, guarda caso proprio all’inizio dell’era della fantasia dell’IA, gli esseri umani si sono dimostrati incapaci di elaborare schemi etici generali che possano sostituire Dio. Non è poi così strano, se ci pensiamo: possiamo immaginare che il gruppo sia collettivamente più sapiente del singolo, ma è molto più difficile immaginare che il gruppo sia in qualche modo eticamente superiore. Eppure, come ha descritto con eloquenza David Bentley Hart , una spiegazione puramente materialistica della Vita, dell’Universo e di Tutto si disintegra necessariamente non appena viene tentata. Suppongo che si potrebbe altrettanto bene aspettarsi che un gruppo di pulci sul panciotto di Mozart discuta in modo intelligente della struttura tonale del Flauto Magico .

L’idea che esistano aspetti dell’universo, e persino del suo perché, che gli esseri umani non potranno mai conoscere, si scontra con l’etica egoistica del liberalismo. L’idea che da qualche parte, qualche Essere, possa conoscere cose che noi non potremo mai conoscere è psicologicamente inaccettabile, e questo probabilmente spiega il declino delle religioni organizzate più di qualsiasi altro fattore. Ed è difficile immaginare come gli esseri umani possano costruire un sistema di pensiero, per non parlare di una semplice macchina, in grado di comprendere veramente cose di cui loro stessi sono incapaci. Ed ecco che entra in gioco, per l’ultima volta, la magia dell'”IA”, che può fornire l’illusione di questa comprensione e, inoltre, ci consolerà dandoci tutte le risposte che desideriamo, senza alcuno sforzo intellettuale o morale da parte nostra. Senza dubbio esistono già culti religiosi basati sull'”IA”; possiamo presumere che ce ne saranno molti altri, e tutto ciò che dovremo fare sarà adorare e obbedire.

Forse i figli dei nostri figli non cresceranno mai.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

Contro ogni totalitarismo, di Michael Walker

Contro ogni totalitarismo

di Michael Walker

29 agosto
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Il fuggitivo di A. Paul Weber

Michael Walker sostiene che il liberalismo, lungi dall’essere l’antitesi del totalitarismo, è esso stesso un sistema totalitario: eleva il “diritto di scelta” dell’individuo al di sopra del diritto collettivo dei popoli di determinare il proprio destino, imponendo un’unica visione del mondo in nome della “libertà”.

Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta su The Scorpion , numero 10, autunno 1986.

Spesso sentiamo condannare il totalitarismo. Persino coloro che appartengono all'”estrema sinistra” o all'”estrema destra”, i cui programmi sono totalitari nel senso comunemente accettato del termine, fanno di tutto per negare l’accusa. Essere “totalitari” in politica significa essere antidemocratici, assetati di potere, disumani, essere il male incarnato; ma rischiamo di cadere in un sillogismo futile quando parliamo di totalitarismo. Questo sillogismo è il seguente: “tutti i sistemi e le ideologie totalitarie sono malvagi; tutto ciò che è malvagio in politica deriva dal totalitarismo; quindi totalitarismo è il termine usato per indicare tutte le manifestazioni del male in politica”. Un simile ragionamento non aiuta nessuno a comprendere il totalitarismo. Il termine perde di significato, diventando un utile strumento di insulto contro coloro che cercano di organizzare un’opposizione “rivoluzionaria” a un determinato sistema filosofico, scientifico, economico o politico.

Per quanto riguarda il totalitarismo, è importante identificare il fenomeno in modo oggettivo, secondo criteri precisi, se vogliamo essere in grado di riconoscerlo. Si tratta di una “forma di governo” (OED) che non ammette opposizione, che cerca di occupare la totalità della vita di tutti, dalla culla alla tomba. Per raggiungere questa totalità , cerca di ridurre ogni aspetto della vita e ogni variazione in essa a un unico fenomeno, un’unica verità assoluta, immutabile e indiscutibile. È naturalmente più facile identificare i sistemi totalitari a partire dal pensiero totalitario. Un pensatore propone e, così facendo, si pone in opposizione ad altri pensieri. Per il lettore o l’ascoltatore esterno, è facile vedere due argomentazioni o proposizioni come semplici alternative che possono essere valutate in un modo che, per definizione, esclude una prospettiva totalitaria. I sistemi, ovvero l’attuazione di proposte, sono più facilmente identificabili come entità che mirano a diventare totalmente potenti e che non ammettono opposizione. Il potere di un sistema permette la realizzazione del totalitarismo. Laddove il potere è palesemente oppressivo in senso fisico diretto, rafforzato da polizia segreta, squadre della morte, esecuzioni senza processo, torture, campi di concentramento, controllo politico della magistratura e persino della professione medica, allora la natura “totalitaria” del regime diventa evidente. L’intimidazione fisica da parte dello Stato, un senso di insicurezza fisica, induce la grande maggioranza ad accettare la “verità” imposta dal governo. La logica alla base di tutto ciò è la soppressione del dissenso.

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I propagandisti di sistemi che corrispondono a questo tipo di ideologia totalitaria sono ansiosi di mascherare il loro “lato oscuro”, pur essendo sempre pronti a smascherare il lato oscuro dei loro avversari ideologici. Sia l’Unione Sovietica che la Germania nazionalsocialista furono fortemente influenzate dalle loro origini, nate da un risentimento nazionale per la sconfitta (“tradimento militare”). Una componente militare sostanziale sia nella rivoluzione nazionalsocialista che in quella bolscevica, unita alla natura religiosa dei due movimenti, garantì che fossero spietati e brutali una volta conquistato il potere assoluto. Per la stessa ragione, tuttavia, furono terreno fertile sia per le qualità umane che per i difetti. Per citare Michael Power, il regime nazionalsocialista fu responsabile di molti successi straordinari, ma anche di molte cose imperdonabili. È la prova della mancanza di spirito di indagine nel consenso liberale dell’epoca il fatto che vengano riconosciuti solo gli aspetti negativi del nazionalsocialismo. Come il marxismo e il nazionalsocialismo, ma con meno onestà di entrambi, anche il liberalismo ha i suoi miti e i suoi dogmi irrazionali. Anche questo approccio cerca di ridurre la storia del mondo a un unico punto: in questo caso, la lotta dell’individuo per esprimersi nel modo più libero possibile.

Questo era il Sud America di Elk Eber. Tutti i totalitarismi sono intolleranti verso i dogmi diversi dal proprio e sono spietati nell’esporre le loro iniquità e mancanze. Il liberalismo totalitario non fa eccezione. Ignora l’eroismo e la nobiltà d’animo evocati da credenze non liberali, in particolare quando sono “reazionarie” o “razziste”; ma tutte le ideologie creano eroi così come cattivi: una verità umana che nessuna prospettiva totalitaria ammetterà mai.

Caratteristica di tutti i sistemi totalitari o di tendenza totalitaria è il contrasto tra gli eroi della lotta che precede il potere e la meschinità e la distruttività che ne caratterizzano il dopo. Poiché le ideologie totalitarie contengono un impulso religioso, ispirano eroismo, integrità e sacrificio, così come crudeltà e ipocrisia; ma liberalismo, marxismo e nazionalsocialismo sono sempre stati restii ad ammettere coraggio o virtù nei sostenitori di ideologie opposte, preferendo etichettarli come agenti di un nemico e non come esseri umani. I liberali che condannano ciò che deridono con ipocrisia come “estremismo di destra e di sinistra” non sono diversi sotto questo aspetto. I sostenitori di ciascuna ideologia sono inoltre inclini a considerare tutti i sistemi opposti come essenzialmente affini. La teoria marxista, ad esempio, interpreta tutte le manifestazioni del fascismo come “capitalismo con le spalle al muro”. Secondo i liberali, l’estrema destra e l’estrema sinistra sono essenzialmente la stessa cosa, mentre i nazionalsocialisti e i fascisti affermano che il liberalismo è la madre del comunismo. Vista attraverso la lente ideologica necessaria, ciascuna di queste affermazioni è essenzialmente vera, poiché la mente totalitaria conosce un solo mondo, quello della mia verità e quello della loro ignoranza, di questo bene e di quel male.

Secondo i dogmi del mondo occidentale, il totalitarismo è caratterizzato dal disprezzo per i diritti umani individuali (il diritto alla sicurezza e alla felicità), ma un disprezzo così massiccio per tali diritti è una caratteristica solo di certi tipi di sistemi totalitari e non ciò che li definisce come tali. Il sistema totalitario è quello che riconosce un solo dio, un’unica verità, un unico stile di vita, un’unica manifestazione del bene e del male. Una religione non totalitaria riconosce molteplici divinità e una politica non totalitaria riconosce il diritto degli altri popoli di essere diversi, di altri sistemi di esistere e di essere validi a modo loro.

L’interpretazione liberale del totalitarismo deve quindi essere trattata con cautela. È vero che le ideologie che il liberalismo accusa di essere “estremiste” e “totalitarie” sono notoriamente intolleranti verso i dissidenti e notoriamente pronte a impiegare terrore e brutalità, inganno e coercizione di ogni genere per raggiungere il loro “sacro” fine. Questo non è in discussione. Ciò che dovrebbe essere messo in discussione è se il liberalismo stesso sia intrinsecamente non totalitario solo perché non impiega (di norma) i metodi delle ideologie e dei sistemi che identifica come totalitari. In sostanza, il totalitarismo non ha nulla a che vedere con il metodo: è un sistema che cerca di abbracciare la totalità dell’esistenza. In termini politici, il credo totalitario cerca di ridurre tutti i fenomeni politici a manifestazioni della veridicità del credo stesso. Per dirla in termini religiosi, l’ideologia politica interpreta tutti gli eventi politici come rivelazioni politiche. L’ideologia è religione secolare e usiamo il termine “totalitario” per descrivere le religioni e le religioni secolari che plasmano l’intera storia secondo il loro modo di pensare, bramano ogni cosa su questa terra e vogliono “sondare tutte le sue sabbie mobili”.

Il marxismo è una religione. Il nazionalsocialismo è una religione. Nell’Europa del ventesimo secolo, dove il cristianesimo è declinato con una rapidità che pochi pensatori (con la notevole eccezione di Nietzsche) avevano previsto, queste due dottrine del destino e della rivelazione erano fatte su misura per popoli che bramavano un nuovo impulso religioso. Gli echi cristiani in entrambe le dottrine sono sorprendenti. Entrambe credono nel destino di un popolo eletto (la “razza bianca”, il “proletariato”) di stabilire il paradiso in terra. Dio non è in cielo, né il paradiso è nei cieli. Dio e la terra possono essere plasmati attraverso il trionfo delle forze del bene (la “razza bianca”, il “proletariato”) contro le forze del male (“gli ebrei”, le “classi dominanti”). Per estirpare il nostro “peccato originale” (“mescolanza razziale”, “divisione del lavoro”) siamo obbligati a passare attraverso un “purgatorio” per raggiungere il paradiso (“guerra totale”, “dittatura del proletariato”). Entrambe le dottrine hanno profeti (Darwin, Marx) e i loro messia (Hitler, Lenin), i loro eretici (Strasser, Trotsky) e la loro “terra eletta” (Germania, Russia). Dalla venerazione del Führer alle folle quotidiane che si mettono in coda al mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, le due grandi ideologie del ventesimo secolo si sono rivelate religioni secolari, che esigono una fede al di là della ragione, una fede ardente fino alla morte, il rifiuto del benessere materiale in nome dello spirito e della verità, l’ottimismo ardente che un giorno l’Unica Verità trionferà e i nemici della Giustizia periranno completamente. Guai a coloro che osano contraddire le dottrine della Chiesa trasformatasi in Stato. Guai a coloro che cercano di interpretare le Scritture in modo indipendente. Strasser era uno “strumento dell’ebraismo”, Trotsky un “agente della CIA”, proprio come Lutero era stato un tempo il “discepolo del diavolo”.

La sconfitta totale del nazionalsocialismo nel 1945 ha lasciato il liberalismo come unica ideologia politica coerente al mondo in opposizione al marxismo. Tradizionalmente, il liberalismo è sempre stato ostile alle religioni consolidate. Il suo odio per il nazionalsocialismo e il marxismo è la continuazione della sua ragion d’essere antireligiosa . Per molti commentatori liberali, “totalitario” e “religioso” hanno un significato pressoché identico in ambito politico. Il credo liberale predica l’autonomia dell’individuo ed è quindi intrinsecamente ostile ai sistemi religiosi, sia religiosi che laici. In nome dell’individuo, cercherà di distruggere qualsiasi sistema di questo tipo. La religione più disprezzata dal liberale è sempre il nazionalsocialismo e non il comunismo, perché mentre il comunismo, almeno in linea di principio, afferma di operare per l’emancipazione dell’individuo, il nazionalsocialista non ammette un futuro in cui l’individuo possa mai essere emancipato dalle dottrine degli imperativi razziali. Da questi fatti consegue che il liberale difende le “intenzioni” comuniste ma condanna i “metodi”, mentre il nazionalsocialismo e il fascismo (visto come suo collaboratore ultraconservatore) vengono condannati senza appello.

Il marxismo è una religione laica. Impone delle esigenze ai suoi seguaci ed è organizzato secondo una storia e una concezione del mondo simili a quelle di una religione monoteista. Molti commentatori hanno osservato che Lenin ha assunto nell’Unione Sovietica un ruolo analogo a quello di Cristo nella Russia zarista.

Vi sono motivi per credere che uno stato mondiale basato sui principi del liberalismo democratico possa un giorno riuscire a raggiungere il potere globale supremo. Razionalmente, il liberalismo come credo è spinto a sviluppare sempre più la propria forza politica ed economica, eliminando tutti i sistemi e le religioni (laiche o meno) che si frappongono al suo cammino. Nel frattempo, lo stile di vita che pone l’individuo al di sopra di tutto viene esaltato come forza antitotalitaria, la forza che combatte i nuovi “mali” della “povertà e dell’ignoranza”. Il liberalismo non crede nei messia e ognuno può interpretare gli eventi a suo piacimento (siamo tutti liberi), eppure il sistema rimane essenzialmente lo stesso. L’emancipazione dell’individuo dal male e dalla lotta, dal bisogno e dall’angoscia, costituisce la fine della storia , e tutti gli eventi del mondo politico sono la rivelazione politica della lotta tra l’individuo che anela alla libertà e alla serenità e gli ignoranti, gli ambiziosi e gli avidi. In linea di principio, marxisti, liberali, tutti i totalitari, aspirano un giorno (un giorno imprecisato e sempre più lontano nel futuro) ad abolire la politica. La politica è vista come un’attività tipica dell’infanzia umana. Sia per i marxisti che per i liberali, l’economia è più adatta a emancipare l’individuo. La lotta politica è la deplorevole conseguenza del nostro stato decaduto. Qui è opportuno fare una distinzione con il nazionalsocialismo, che condivide con le religioni teistiche (in contrapposizione a quelle secolari) la credenza nell’essenza spirituale della lotta. Questo punto, tuttavia, può essere esagerato, poiché la forte corrente di determinismo biologico nel pensiero nazionalsocialista lo avvicina al materialismo del comunismo e del liberalismo più di quanto a volte si ammetta.

Il riduzionismo razziale riduce tutti i fattori della storia umana alla “chiave” della razza. I membri più ottusi, viziosi o ignoranti di una determinata razza vengono giudicati “intrinsecamente superiori” a tutti i membri delle altre razze, un’affermazione che richiede, per usare un eufemismo, una “volontaria sospensione dell’incredulità”.

Bisogna indubbiamente usare cautela nell’impiego del termine liberalismo. In primo luogo, negli Stati Uniti viene comunemente utilizzato per indicare tutte le dottrine e i credo che nutrono sospetti nei confronti dell’autoritarismo o anche solo del contenuto religioso dei valori americani. Quando un americano usa il termine “liberale”, può riferirsi a qualsiasi tipo di libero pensatore, esponente della sinistra o persino a un non reazionario. In Francia, il termine si riferisce spesso ai sostenitori dell’economia di libero mercato, e secondo questa definizione Margaret Thatcher è una delle principali paladine del liberalismo, più di qualsiasi socialdemocratico. Quando usiamo il termine liberalismo in senso dispregiativo, ci riferiamo a una tipologia specifica: l’anti-credo del mondo moderno. Christopher Lasch, in ” La cultura del narcisismo” , sostiene che la società americana contemporanea, e per estensione il mondo occidentale, ha creato quella che lui definisce una “sensibilità narcisistica”. È questa sensibilità che cerca di imporsi sul mondo intero, e che sta effettivamente riuscendo nel suo intento. Esiste, in altre parole, un liberalismo totalitario . Se questa espressione appare un ossimoro, ciò dimostra quanto siamo stati addestrati a dissociare il liberalismo da qualsiasi accenno di totalitarismo. I nostri criteri per giudicare cosa sia totalitario (idee estremiste, campi di concentramento, polizia segreta, culto della mascolinità, venerazione dello Stato) sono, quasi per caso, gli stessi criteri che escludono categoricamente tutti i probabili metodi liberali di esercizio del potere.

Christopher Lasch negli Stati Uniti e Claude Alzon in Francia hanno entrambi scritto libri in cui deplorano il declino degli standard educativi nei rispettivi paesi. Individuano in vari metodi educativi progressisti la fonte del problema, ma a differenza dei commentatori conservatori non puntano il dito contro un pregiudizio di sinistra o addirittura liberale. Per Lasch e Alzon, la società dei consumi richiede in realtà uno standard di istruzione generale inferiore rispetto al passato. Se, come scrisse Ellen Wood in ” La mente e la politica” , “una concezione conscia o inconscia della natura umana è alla base di ogni scelta di valori sociali o politici”, allora la concezione dell’individuo autoespressivo, libero da qualsiasi responsabilità collettiva, è alla base del permissivismo in ambito educativo. Secondo Lasch, la moderna società americana ha bisogno di un gran numero di consumatori formati solo in un campo specialistico. Una solida formazione generale è un ostacolo, non un aiuto. Il sistema organizza un metodo educativo che induce quello che Lasch definisce un “eclettismo senza senso”, adattato a una società capitalista mobile, senza radici e alienante. L’analisi di Lasch è applicabile, in misura maggiore o minore, all’intero mondo occidentale. L’estremismo, ci viene detto, è tenuto fuori dalle nostre aule, o almeno dovrebbe esserlo. Persino la politica dovrebbe essere tenuta fuori dalle aule. L’alunno viene così preparato per la sua assimilazione nella società di massa. Estremamente noiosa, l’istruzione moderna prepara i suoi soggetti a una vita di noia in cui né l’impegno né la resistenza possono essere concetti rilevanti. Dove non si propone nulla, non si può opporsi a nulla. La caratteristica del metodo moderno è l’imprecisione, e i risultati sono evidenti. Se il marxismo e il nazionalsocialismo distorcono il significato delle parole, il totalitarismo liberale lo oscura. Peggio ancora, la conoscenza è ridotta a una quantità di beni scollegati. Concentrazione, resistenza, tenacia, affidabilità vengono estirpate da un sistema che si basa sul nostro essere in perpetuo movimento, dove né il paesaggio né le persone possono stare fermi, dove nulla di ciò che sappiamo è autorizzato a durare per timore che ci si affezioni . La scuola va sopportata così come si sopporterà la vita, senza entusiasmo né ostilità, come un pasto insapore.

Il consenso democratico del nostro tempo si dichiara “non totalitario”, ma i processi politici del fascismo e della “democrazia” moderna sono ugualmente fittizi; le masse si comportano con un’acquiescenza simile in entrambi i sistemi.

L’essenza del sistema moderno, e il suo netto contrasto con i sistemi religiosi o laici, risiede nell’esclusione dell’individuo dalla partecipazione comunitaria, dal coinvolgimento attivo in più di una parte del funzionamento della società. Come sosteneva Friedrich Jünger ne ” Il fallimento della tecnologia” , i diritti dell’individuo nella società moderna sono diventati i diritti dell’individuo tecnicamente organizzato. L’università si trasforma in un centro di formazione tecnica per il maggior numero possibile di persone. Tutti hanno il “diritto” all’istruzione e al lavoro, ma non il diritto di appartenere a un movimento di idee, di essere integrati in una comunità efficace. La società moderna enfatizza l’importanza del consumo a scapito della partecipazione. Il dilettante è visto con sospetto. Le attività della comunità sono sempre più appannaggio esclusivo degli esperti: dallo sport alla politica, dal teatro al mondo degli affari, l’ attivista indipendente viene guardato con sospetto e ostacolato da restrizioni, mentre il consumatore indipendente viene assecondato e adulato.

I totalitarismi cercano di limitare ogni espressione all’espressione di un’unica verità: la consapevolezza razziale, la solidarietà di classe, l’autoespressione individuale. L’autoespressione individuale significa, ovviamente, espressione di massa, le espressioni create per le masse dai media, le espressioni che riducono tutta la politica a uno “spettacolo”, uno spettacolo professionale, in cui gli spettatori sono le masse e gli interpreti sono i sacerdoti eletti del sistema. Il tennis a Wimbledon, Mastermind, Trivial Pursuit (nome azzeccato), il Guinness dei Primati , esempi di perfezione tecnica, autorealizzazione senza scopo, senza valore al di là di se stessa. Persino le freccette diventano un grande business e un’altra attrazione mediatica, un altro modo per creare una massa a spese della comunità. Il nostro desiderio è tutto. La nostra volontà non è niente. Questo è il sistema “non totalitario”. Questa è la legge di Narciso.

Gli oppositori del culto di Narciso non vengono né repressi né censurati. Non ne hanno bisogno. Diventano anch’essi parte dello spettacolo, ridotti a un fenomeno sociale ben definito. Come potrebbero avere successo se non attraverso quella critica autoindulgente che è il segno distintivo del sistema a cui affermano di opporsi? Coloro che adottano una o l’altra delle ideologie prevalenti della prima metà del secolo diventano pagliacci da strada, dove le strade sono frequentate solo da quei settori della società di massa meno capaci di apprezzare un messaggio rivoluzionario. Le dottrine populiste che si affermano a livello di politica di strada, per loro stessa natura, appariranno ridicole sotto i riflettori. Abbandonate la politica di strada e il non conformista diventa ipso facto membro del sistema costituito, lavorando all’interno di un gruppo per far pubblicare il suo libro, il suo articolo, cosa impossibile per le case editrici affermate, per un uomo che non ha ancora costruito la sua carriera, che non è già diventato un individuo in lotta per il riconoscimento nel suo campo specialistico . La burocrazia trasforma le rimostranze collettive in problemi personali suscettibili di intervento terapeutico. L’opposizione diventa un problema tecnico, un fallimento della comunicazione. Progresso tecnologico e massificazione vanno di pari passo, in tutto il mondo. Questo ramo del sistema internazionale è intollerante verso gli stili di vita e le collettività che non riesce ad assorbire.

La società di massa moderna non è manifestamente oppressiva come le dittature, ma induce a sua volta un conformismo crudele, basato sugli stessi principi di “livellamento”.

L’individuo, per la cui causa si dovrebbe realizzare la liberazione dall’autorità, non diventa più libero nel vero senso della parola perché la sua emancipazione si compie in un mondo in cui le sue opportunità sono sempre più circoscritte. Come ha osservato Guillaume Faye nella sua recensione dell’opera di Lasch: “privato della capacità di esercitare l’autodisciplina, l’individuo si scontra con i divieti socio-economici che scopre una volta raggiunta l’età adulta: la regimentazione burocratica, il potere delle banche, i vincoli commerciali… cos’altro gli resta da fare, quando nulla lo accomuna agli altri, se non quello di rimanere intrappolato in se stesso?”.

L’attuale denuncia del “totalitarismo” e lo slogan “società libera” vanno visti nel contesto degli interessi del sistema che produce tali slogan. Per “totalitarismo” si intendono specificamente i sistemi totalitari religiosi o politici, ovvero quelli che funzionano attraverso la coercizione fisica. La società libera è quella che meglio tutela il sistema dell’individuo autonomo. Gli interessi dell’individuo autonomo sono nelle mani dei dirigenti e dei rappresentanti che cercano di garantire che il progresso e lo sviluppo funzionino in modo equo. La forza di questo sistema sta nel fatto che funziona ovunque e da nessuna parte. Gli individui, limitati alla loro funzione e in lotta per avere più tempo libero e un miglior “rapporto qualità-prezzo” da ciò che consumano, possono esercitare il potere solo entro i limiti imposti dalla loro particolare specializzazione. Con una logica impeccabile, l’industria del tempo libero in espansione riduce il mondo a un complesso di centri ricreativi. Tutti i popoli e le nazioni del mondo sono soggetti allo stesso ritmo di crescita. Crescita e sviluppo sono le parole chiave del “miglioramento” nel senso liberale del termine. L’individuo umano viene trasformato in un’ameba, un’unità che consuma.

Questo sistema è totalitario. Rappresenta un totalitarismo economico, che nega alle comunità e persino alle nazioni la possibilità di diventare autosufficienti. I deficit di bilancio vengono colmati dal turismo di massa, che accelera il processo di degrado ambientale e sociale, nell’irrisolvibile pretesto di “migliorare il tenore di vita”. La qualità della vita è intesa unicamente in termini di quantità di beni posseduti, ma la felicità è più sfuggente che mai. L’era postbellica è caratterizzata da un senso di ansia pervasivo : ansia per la bomba atomica, per l’ambiente, per la fame nel mondo: viviamo in un sistema che segue le vicissitudini di un grafico e il nostro destino non è determinato dalle stagioni né dal ritmo naturale della vita, ma dal denaro e dalla movimentazione dei beni, dall’equilibrio tra onestà e disonestà, tra investimenti redditizi e meno redditizi. Incapace di trarre ispirazione dal passato, l’uomo occidentale non è ambizioso per il futuro. I suoi progetti per il futuro assumono la forma di una disperata ricerca di sicurezza. È debitore al sistema. Vive al di sopra delle sue possibilità e paga i suoi debiti, il mutuo, le carte di credito, gli interessi sui prestiti, per la maggior parte della sua vita, a meno che non sia uno dei fortunati che riesce a “fare il salto” e a entrare nella fascia di reddito più alta, dove ha abbastanza denaro per assicurarsi una completa sicurezza finanziaria, perché in fondo oggigiorno non c’è molto che il denaro possa comprare oltre al comfort e alla sicurezza assoluti. Noi altri viviamo “al di sopra delle nostre possibilità” godendo dei vantaggi e dei benefit che il nostro lavoro specializzato ci offre. Le pie esclamazioni di orrore con cui i portavoce accolgono gli alti dati sulla disoccupazione sono l’orrore di vedere un certo numero di persone private persino dell’illusione di essere membri utili della società, di godere dei vantaggi e dei benefit che accompagnano i lavori esistenti.

Nonostante i suoi molteplici e manifesti difetti, lo stile di vita occidentale insisterà sempre sulla sua intrinseca superiorità. A coloro che ne “godono” viene ripetuto quanto siano fortunati e si fa costantemente appello al loro senso di responsabilità verso i due terzi del mondo che, ci viene sempre detto, muoiono di fame perché noi occidentali ci godiamo troppo la vita. Lo scopo di questa propaganda non è tanto quello di indurre un senso di colpa, quanto di persuadere noi “ricchi fortunati” che il nostro sistema sia supremamente desiderabile e che lamentarsi sia una sgarbatezza. La nostra felicità è dimostrata dalle statistiche. I problemi del Terzo Mondo vengono sempre presentati come “economici e politici”, intendendo con ciò che la politica è un’intrusa indesiderata e che economicamente il Terzo Mondo non si è ancora pienamente integrato nel sistema occidentale.

Il sistema occidentale tollera molte manifestazioni di libertà di espressione che nei sistemi “totalitari” non sarebbero tollerate (abbigliamento eccentrico, critiche feroci al governo e ai suoi leader, manifestazioni, scioperi e sit-in) perché tale libertà di espressione è l’essenza stessa della società dei consumi occidentale. Queste libertà, tuttavia, fanno parte dello spettacolo mediatico occidentale. Il vero potere risiede altrove: sempre meno nelle mani di individui potenti e sempre più nelle mani di corporazioni e istituzioni. In un sistema in cui la volontà delle masse determina il tipo di società in cui viviamo, il potere risiede nelle forze in grado di manipolare le masse. Gli autori liberali “antitotalitari” sostengono che lo stato a partito unico, a parte la coercizione fisica, si differenzia da una “società libera” in quanto nega all’individuo un ruolo indipendente dallo stato, ma nel sistema occidentale lo stato è sostituito dalla società, dalla società di massa. Nella società di massa, inoltre, non c’è spazio per la diversità. Le informazioni al di fuori del pensiero dominante non vengono censurate. Le è consentito di inserirsi in aperta competizione con la voce dell’establishment: i mass media, essendo creati per e dalla società di massa, inevitabilmente supereranno ciò che interessa all’élite. Solo all’élite degli specialisti è permesso di trovare una nicchia. Il mondo occidentale è una società di massa gestita da tecnocrati. L’opposizione non viene soppressa: viene resa non praticabile, irrilevante, inoperante.

La nostra società di massa non è quindi così distante da quella della Germania di Hitler o della Russia di Stalin come vorrebbe far credere. Anzi, le supera entrambe in ipocrisia. Stalin creò un indice di libri proibiti nell’Unione Sovietica. Goebbels organizzò un rogo pubblico di materiale pornografico e “letteratura sovversiva”. In Occidente, la stessa nozione di sovversione o di disapprovazione da parte del governo viene trasformata in un ulteriore incentivo all’acquisto, inglobata nel sistema, privata del suo potere di cambiamento, strumentalizzata a fini commerciali. Laddove la soppressione delle idee si rende necessaria, e raramente lo è, uno scritto o una pubblicazione diventano commercialmente non redditizi o rischiano di rappresentare una minaccia per la sicurezza di una parte della popolazione, o di fomentare l’odio, e per questo motivo possono essere rimossi silenziosamente senza clamore. I libri proibiti raramente vengono ufficialmente banditi in Occidente: vengono semplicemente privati ​​del loro impatto o “non generalmente disponibili”. Idee alternative possono essere presentate a qualsiasi progetto o schema, ma nulla può arrestare l’impeto del mondo occidentale stesso.

I paladini della libertà di scelta stanno distruggendo la libertà di scelta. Il diritto individuale di scegliere viene usato per minare il diritto di scelta dei popoli. La libertà di scelta opera laddove esistono sistemi e stili di vita diversi nel mondo. Il senso della storia e del destino non è mai lontano dalla coscienza collettiva di un popolo. Il senso di essere diversi e il rispetto per la diversità altrui sono il segno distintivo di un autentico liberalismo non totalitario. L’apprezzamento della varietà del mondo da parte di coloro che desiderano cambiarlo richiede la coltivazione dell’intelligenza e di ciò che è così difficile da mantenere nel mondo moderno: la tenacia. L’aspettativa di ottenere “risultati rapidi” e la percezione che “il tempo stia per scadere” da parte di coloro che cercano di riaffermare l’identità del proprio popolo sono, ironicamente, caratteristiche psicologiche tipiche dello stile di vita occidentale. L’inaffidabilità personale è altrettanto caratteristica di quasi tutti noi, cresciuti in una condizione di dipendenza. L’adesione a uno stile di vita non occidentale è caratterizzata dalla volontà di impegnarsi attivamente, sia in politica che nelle relazioni personali, nel lavoro o nella vita pubblica, senza mai accettare la “minima resistenza”. Accettare il fatto compiuto dell’organizzazione sociale o del processo decisionale imposto dall’alto significa accettare quello stato di passività e conformismo tipico dell’individuo nella società di massa. La tentazione totalitaria è sempre la stessa: la via più facile. L’uomo libero è un combattente.

Recensione del libro: La fabbrica di sottaceti _ a cura di Tree of Woe

Twilight Patriot prosegue la sua nobile iniziativa di dare visibilità agli autori di destra. Non avevo mai sentito parlare di The Pickle Factory prima di leggere la sua recensione, il che dimostra quanto sia facile perdersi ottimi libri anche quando ci si impegna personalmente a trovarli e promuoverli!

Recensione del libro: La fabbrica di sottaceti

Vi presentiamo il brillante romanzo comico di Sam R. Oyken sulla CIA.

Twilight Patriot29 agosto
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La recensione di oggi riguarda il romanzo di Sam R. Oyken, The Pickle Factory , una commedia nera sulla CIA e (allargando la prospettiva) sul lavoro governativo in generale. (Se siete nuovi su Twilight Patriot , potete leggere le mie altre recensioni qui , qui , qui , qui e qui ). Ora, qualsiasi satira su spie e agenzie di intelligence deve per forza affrontare le teorie del complotto. Almeno, lo farà se è una buona satira, e dato che l’opera di Oyken è una satira esilarante, lo fa, e anche parecchio.

A titolo di chiarimento, premetto che non sono mai stato un grande sostenitore delle teorie del complotto . Non che io non creda che le persone potenti possano compiere azioni malvagie; certamente possono. È solo che, quando si parla di “teoria del complotto”, di solito ci si riferisce a una serie di eventi immaginari, in cui persone che (pubblicamente) sono nemiche o rivali, si impegnano in elaborate e coordinate manovre dietro le quinte per raggiungere un obiettivo da cui la maggior parte di loro non trarrà alcun beneficio.

Consideriamo le convinzioni degli antivaccinisti più estremisti all’inizio di questo decennio: coloro che non si limitavano ad affermare che i vaccini contro il Covid difficilmente avrebbero funzionato come previsto (un’opinione ragionevole, peraltro), ma sostenevano che tutte le figure di spicco coinvolte nella loro promozione sapessero in realtà, nel profondo, che fossero dannosi e che le statistiche sulla mortalità in diversi paesi fossero falsificate per nascondere questo fatto alla gente comune. In sostanza, persone provenienti da tutto il mondo con convinzioni politiche radicalmente diverse (come Joe Biden, Boris Johnson, Xi Jinping, Narendra Modi, Vladimir Putin e persino Donald Trump) avrebbero dovuto accantonare i propri conflitti geostrategici (e, nel caso di Putin, una guerra vera e propria) per collaborare e avvelenare il proprio popolo. Da qui la mia conclusione che gran parte del movimento antivaccinista fosse pura e semplice teoria del complotto.

Per molto tempo, anch’io ho liquidato con scetticismo le varie teorie del complotto sull’assassinio di John F. Kennedy. E credo ancora che la maggior parte di queste teorie siano popolari solo perché la seconda metà non realizzata della presidenza Kennedy rappresenta una tabula rasa su cui persone di ogni opinione possono proiettare le proprie fantasie personali su come l’America avrebbe potuto essere migliore. (Kennedy fu ucciso dalla CIA perché voleva porre fine alla Guerra Fredda! ¹ No, fu ucciso dai Rothschild perché voleva abolire la Federal Reserve! E così via.)

Ma nel caso di Kennedy, i teorici della cospirazione hanno qualcosa dalla loro parte: l’enorme numero di omissioni nei rapporti ufficiali e le migliaia di documenti della Commissione Warren che rimangono segreti a quasi 63 anni di distanza. “Dove c’è un insabbiamento”, dice il proverbio, “c’è un crimine”.

Poi, qualche anno fa, mi sono imbattuto in una teoria sull’assassinio di Kennedy che ho trovato credibile. In questa versione dei fatti, la Central Intelligence Agency (CIA) avrebbe prestato denaro a Lee Harvey Oswald poco prima che acquistasse quel fucile italiano , e lo avrebbe fatto uscire di prigione quando le forze dell’ordine locali si opposero al suo attivismo filo-comunista. Ma questo non perché Oswald lavorasse per la CIA. No: Oswald era un “infiltrato” – nel gergo dell’intelligence, qualcuno che un’agenzia di intelligence sa lavorare per il nemico (in questo caso, Fidel Castro e il KGB) ma a cui è permesso di continuare a farlo, e a cui forse vengono persino forniti aiuti finanziari e/o informazioni riservate, nella speranza che, tenendolo sotto stretto controllo, i suoi superiori possano catturare altre spie.

Oswald si rivelò di grande utilità come pedina? Probabilmente no. Era un giovane instabile che aveva faticato a mantenere un lavoro dopo aver lasciato i Marines, e la sua frustrazione per la propria vita (e la sua indecisione sul fatto che il comunismo sovietico o quello cubano fossero il vero comunismo) derivavano principalmente dal fatto che il KGB non gli affidava missioni importanti. Ma per la CIA, averlo come pedina era allettante. Creava molto più lavoro per gli agenti della CIA rispetto al semplice arresto, e sembrava probabile che offrisse ai suoi referenti l’opportunità di darsi importanza, dando ai loro superiori un’impressione esagerata dell’utilità del loro piccolo progetto.

E poi (secondo questa teoria) tutto è esploso in faccia a tutti quando il nuovo, brillante agente della CIA ha assassinato il presidente. Naturalmente, tutti i coinvolti hanno dovuto coprirgli le spalle, il che spiega perché Lee Harvey Oswald stesso sia stato ucciso due giorni dopo da un uomo che probabilmente lavorava per la mafia. E spiega anche l’enorme numero di ritardi e censure ogni volta che vengono pubblicati nuovi documenti delle indagini. (Nel caso foste curiosi, ecco tre siti web ( uno , due , tre ) che sostengono la tesi che “Oswald fosse solo una pedina”).

Non sto dicendo di essere certo che sia andata così. Spiega alcuni aspetti bizzarri della versione ufficiale, ma non è supportata da prove che reggerebbero in un tribunale. Allo stesso tempo, è credibile in un modo che la maggior parte delle teorie del complotto non sono, poiché non richiede che i cattivi siano dotati di intelligenza o competenza sovrumane. E non richiede che persone di estrazione sociale molto diversa collaborino per compiere azioni malvagie semplicemente perché provano piacere nel farlo. Piuttosto, richiede solo la convinzione che le persone potenti siano capaci di lavorare in modo approssimativo, esagerare la propria importanza e poi fare di tutto per evitare di assumersi la responsabilità delle conseguenze.

E quindi, nel mondo reale, ci troviamo di fronte a un caso aperto. È una questione che, come quella se un laboratorio cinese abbia accidentalmente creato il Covid con finanziamenti americani e poi abbia insabbiato la vicenda, difficilmente troverà mai una soluzione definitiva.

Ma per il narratore del romanzo umoristico di Sam R. Oyken, The Pickle Factory: A Tall Tale of the CIA , la domanda su cosa accadde a Dallas il 22 novembre 1963 ha una risposta ben precisa.

Contrariamente a quanto si crede comunemente, e fino a nuovo avviso, la CIA non ha ucciso JFK, tecnicamente parlando. Ne parleremo più avanti. L’Agenzia, tuttavia, ha ucciso Lee Harvey Oswald (accidentalmente), Jack Ruby (intenzionalmente), il deputato Sonny Bono (intenzionalmente) e un poveretto che tutti conoscevano solo come “Lucky” (accidentalmente). Oswald, che per pura coincidenza aveva lavorato come operatore radio junior in una base U-2 a Kadena, in Giappone, e aveva chiacchierato con Francis Gary Powers in un bar del posto una sera, fu ucciso per errore. La CIA aveva ingaggiato Jack Ruby per svolgere un lavoro sporco il giorno in cui Oswald fu ucciso, ma Oswald non era il bersaglio…

“The Pickle Factory” è un po’ diverso da tutti gli altri libri che ho recensito finora su Twilight Patriot , perché è una commedia. E la linfa vitale della grande commedia, fin dai tempi di Aristofane, è sempre stata l’esagerazione. Una battuta funziona quando implica una catena di eventi assurdi… che peraltro coincidono esattamente con le cose che le persone di cui ti prendi gioco farebbero davvero, se potessero farla franca.

Il romanzo di spionaggio che ho recensito l’anno scorso, ” Cause perdute” , esagerava la capacità del suo protagonista di sopravvivere a situazioni di pericolo di vita. Il romanzo di spionaggio che recensisco oggi esagera la capacità dei vertici della CIA di creare tali situazioni, con la differenza che quest’ultima esagerazione è decisamente minore.

La biografia di Oyken, così come riportata sul sito web di Ark Press, è la seguente:

Dopo una carriera decennale nel settore privato, Sam R. OYKEN ha lavorato per oltre 13 anni con il governo degli Stati Uniti [REDATTO]. Questo lavoro ha incluso anni all’estero [REDATTO], [REDATTO], un periodo come istruttore [REDATTO] [REDATTO] e [REDATTO]. OYKEN, [REDATTO], ha vissuto e lavorato in 44 paesi e attualmente trascorre del tempo tra gli Stati Uniti e l’Europa centrale. The Pickle Factory è il primo libro di OYKEN pubblicato con questo pseudonimo.

Il comitato di revisione delle pubblicazioni della CIA ha esaminato, censurato e approvato questa biografia dell’autore.

“The Pickle Factory” racconta la storia di Andre B. Kray, un uomo comune con capacità apparentemente nella media e un passato banale. Dopo alcuni anni trascorsi a lavorare per i servizi segreti all’estero, viene richiamato a Langley e gli viene affidata una missione apparentemente insignificante, in un capitolo intitolato “In cui Kray pronuncia quelle due semplici parole: ‘Sì, signore'”.

Il problema (di cui la fidanzata di KRAY, la collega agente della CIA Candie X. KANDINSKY, cerca di metterlo in guardia) è che è un po’ troppo sincero per questo lavoro. Quando a KRAY viene chiesto di iniziare un compito, dà per scontato che ci si aspetti anche che lo porti a termine. Quando gli viene posta una domanda, presume che l’interlocutore voglia sentire la verità. Quando commette un errore, cerca di tornare indietro e correggerlo. E per molti dei responsabili della CIA, queste abitudini sono strane e fastidiose.

Il perno che dà il via all’azione nel libro di Oyken è il Progetto GOOWIKI, il “Programma di Trasformazione Globale delle Risorse Umane”. Ufficialmente, si tratta di un programma per creare una nuova generazione di “infiltrati non ufficiali” – agenti all’estero con il difficile compito di spiare, pur svolgendo una professione apparentemente normale, lontano da qualsiasi supporto militare o diplomatico. In realtà, sotto la supervisione del capo divisione P. Richard Wacker, sempre intento a ingozzarsi di torte, il GOOWIKI si è trasformato in un programma per “spendere ogni centesimo in consulenti e ciambelle, ammassare manager su manager e promuovere incompetenti”.

Quando KRAY viene assegnato per la prima volta a GOOWIKI, è di pessimo umore. Sette agenti della CIA sono appena morti in un attentato suicida in Medio Oriente, tra cui un caro amico di KANDINSKY. La sicurezza nelle basi straniere è diventata negligente e KRAY (e qualche altra figura di spicco) spera che il suo viaggio intorno al mondo porti delle risposte. Il problema è che la maggior parte dei dipendenti della CIA non vuole risposte, nemmeno alla domanda fondamentale se GOOWIKI abbia effettivamente infiltrato delle spie. Vogliono solo essere lasciati in pace, così da potersi concentrare sui loro snack in ufficio, o sui corsi di formazione per le risorse umane, o sulla revisione dei loro sistemi informatici ogni due o tre anni, o sulle lotte di potere tra le varie “mafie” che compongono la CIA, come la Mafia dei Marine, la Mafia dei Mormoni, la Mafia della Virginia Occidentale, la Mafia dei Neri al Governo, la Mafia delle Taglie Forti, la Mafia dei Cattolici Irlandesi e la Mafia degli Omosessuali Repressi, per citarne alcune.

Uno dei motivi per cui questo libro è così divertente è che il narratore non riesce a rimanere in tema. Si allontana continuamente dal dramma, una tempesta in un bicchiere d’acqua, della missione di KRAY (scoprire se GOOWIKI abbia effettivamente ingaggiato degli agenti all’estero), per raccontare lunghe e surreali storie su qualsiasi cosa catturi il suo interesse in quel momento.

Potrebbe essere un aneddoto divertente su come la CIA aiutò Jackson Pollock a inventare l’Espressionismo astratto. Oppure potrebbe essere una lunga biografia di un agente dei gloriosi giorni passati della CIA, quando i suoi agenti segreti erano uomini con grandi ed entusiasmanti carriere esterne – uomini come Jim Thompson (che costruì gran parte dell’industria della seta malese prima di scomparire misteriosamente nel 1967) e Owsley Stanley (l’ingegnere del suono e chimico dell’LSD che contribuì al lancio dei Grateful Dead). Oppure potrebbe essere una digressione sull’origine dei “nomi divertenti” degli agenti, o un catalogo parzialmente censurato dei ristoranti nel seminterrato del quartier generale della CIA. Oppure potrebbe essere una nuova interpretazione di una vecchia teoria del complotto, cioè

Tutte quelle folli storie sugli extraterrestri riguardanti Roswell, nel Nuovo Messico, e l’Area ██ sono un mucchio di fesserie. Le undici autopsie aliene della CIA, tutte quante, si sono svolte nell’Area 57, che si trova proprio accanto al David Taylor Research Center della Marina a Carderock, nel Maryland, ed è accessibile solo attraverso il cancello principale del Centro. Nel caso non lo sappiate, l’Area 57 ospita un autentico modulo di comando alieno a velocità luce, intatto e funzionante, completo di tutti e sette i cunei per le ruote, il soffitto a specchio, il letto ad acqua e tutti tranne uno dei tredici nastri triangolari viola con la scritta “Rimuovere prima del volo” in lingua aliena. Purtroppo, l’orinatoio alieno non è più funzionante, essendo stato scambiato per una fontanella da uno sfortunato addetto del David Taylor Research Center.

Questi lunghi intermezzi comici, che spaziano dall’ironia al surreale, dalla satira delicata a quella pungente, vengono occasionalmente interrotti dalla trama. Non rivelerò troppi dettagli della trama; basti dire che KRAY alla fine impara (con l’aiuto di alcuni uomini più anziani e saggi, come Howard W. BUTTONFLY, il “Fantasma del passato della CIA”) cosa succede quando un’agenzia di intelligence si divide in due tipi di persone: quelle capaci e disposte ad andare all’estero e lavorare come spie, e quelle adatte solo al lavoro d’ufficio… e che quindi finiscono nei ruoli dirigenziali, a dire a tutti gli altri cosa fare.

Oyken ci regala numerosi personaggi memorabili e scene esilaranti, ben oltre ciò che posso elencare qui. Dopotutto, una delle caratteristiche di una buona commedia è che non si può riassumere in poche parole. Posso solo dire che, per quanto mi riguarda, le battute hanno fatto centro.

Non è necessario avere una conoscenza diretta dei servizi segreti nazionali per capire l’umorismo di Oyken. Basta rendersi conto che il punto principale che cerca di sottolineare è che la CIA è una burocrazia. Se avete mai lavorato per un’istituzione che (1) ha migliaia di dipendenti, (2) ha migliaia di pagine di regolamenti e (3) non ha bisogno di generare profitti per continuare a funzionare, allora probabilmente conoscete lo schema. E non vi sorprenderà vedere come, anno dopo anno, la missione originaria diventi una parte sempre più marginale delle attività dell’istituzione.

Ad esempio, so cosa significa lavorare per un’agenzia in cui centinaia di dipendenti, me compreso, ricevono uno stipendio fisso mensile, ma dove dobbiamo fingere di essere pagati a ore e lasciare una falsa traccia elettronica di timbrature di entrata e uscita. C’è persino qualcuno in ogni reparto incaricato di modificare tali registrazioni ogni volta che un dipendente commette un errore e le ore non tornano, perché questo è ciò che accade quando nessuno ha il potere di modificare le regole di un’agenzia per farle corrispondere a ciò che fa realmente.² E so anche cosa significa lavorare in un posto dove tutti passano un mese o due a svolgere il proprio lavoro più lentamente del solito, perché si stanno adattando a un nuovo portale web aziendale che è peggiore di quello che ha sostituito. E così via. Moltiplicate tutto questo per mille, mettete in gioco delle vite umane e aggiungete dei criminali come il corpulento Dick Wacker, che mostra molte emozioni quando sente che qualcuno sta invadendo il suo territorio (ma nessuna emozione in qualsiasi altra circostanza), e inizierete ad avere un’idea di come probabilmente sia lavorare per la CIA.

A questo punto potresti pensare che io odi la CIA, zio, ma se lo pensassi ti sbaglieresti. Non odio la CIA, per niente. Amo la CIA, davvero. Odio solo ciò che l’Agenzia si è lasciata diventare.

Se non capite di cosa sto parlando, tornate alla pagina 1 di questa lamentela americana e ricominciate da capo. Prendetevi il vostro tempo, vi aspetto qui.

Ehi, scherzo. Non devi farlo. Probabilmente ti sei distratto o qualcosa del genere, tutto qui. Capita.

Comunque, come ho detto, adoro la CIA. Ma detesto ciò che l’Agenzia è diventata. E il motivo per cui detesto ciò che l’Agenzia è diventata è perché amo gli Stati Uniti d’America.

Non lo facciamo tutti?

Non rivelerò il finale di The Pickle Factory , se non per dire che, innanzitutto, sebbene sia una questione di un soffio, il buono alla fine viene riabilitato e se ne va felice – dopotutto, è una commedia. E in secondo luogo, Sam R. Oyken sembra avere una visione molto moldbuggiana³ di ciò che si dovrebbe fare con le istituzioni di governo alla fine del loro ciclo di vita.

Per riassumere: Sam R. Oyken è un patriota che sa come funziona il sistema di governo e non lo sopporta. È anche uno scrittore divertente che ha intessuto una trama comica avvincente, e sono orgoglioso di poter indicare ” The Pickle Factory” come il primo romanzo comico recensito su Twilight Patriot . Se non l’avete ancora letto, potete acquistare la versione cartacea o l’ebook da Ark Press. E se avete avuto la pazienza di leggere fino alla fine di questa recensione, è probabile che troverete il libro altrettanto divertente quanto l’ho trovato io.

1

È vero che i gesti di distensione di Kennedy irritavano molti falchi anti-russi, ma praticamente ogni presidente della Guerra Fredda ha fatto almeno una cosa importante che gli è valsa l’accusa di essere filo-comunista. Truman si rifiutò di bombardare entrambe le sponde del fiume Yalu, Eisenhower abbandonò la Gran Bretagna durante la crisi di Suez, Nixon andò in Cina… avete capito. Ma nessuno di questi presidenti è stato assassinato.

2

Questo potrebbe dipendere dal fatto che parte dei nostri finanziamenti proviene da una sovvenzione che autorizza l’assunzione di dipendenti a ore ma non di dipendenti a stipendio fisso. Oppure potrebbe essere un tentativo di eludere l’obbligo di assicurazione sanitaria previsto dall’Affordable Care Act, facendoci dichiarare di aver lavorato esattamente 28 ore a settimana (quando in realtà ne lavoriamo 40-50), dato che l’obbligo scatta a partire dalle 29 ore. Stranamente, il mio datore di lavoro paga già la mia assicurazione sanitaria, ma a quanto pare l’adesione al programma ACA aggiunge un ulteriore livello di costi di conformità che nessuno vuole sostenere se può evitarli. Sembra che la soluzione più efficiente sia quella di assumere uno o due impiegati in più nell’ufficio paghe per aiutare tutti a falsificare le proprie ore lavorative.

3

Mencius Moldbug, alias Curtis Yarvin, ha molte cose utili da dire sulla storia e la politica degli Stati Uniti, così come funzionano nel mondo reale. Ma Yarvin è un autore di nicchia perché, come Oyken, ama ricoprire le sue intuizioni con un denso strato di iperbole e umorismo surreale.

La trappola geopolitica: gli incentivi strutturali che prolungano la guerra in Ucraina [i] _ di Black Mountain Analysis

La trappola geopolitica: gli incentivi strutturali che prolungano la guerra in Ucraina [i]

La guerra in Ucraina che non accenna a finire…

3 settembre 2026

Mentre la guerra in Ucraina entra nella sua fase successiva, gli osservatori internazionali continuano a cercare segnali di una via d’uscita diplomatica o di una soluzione negoziata. Tuttavia, un’analisi approfondita delle dinamiche politiche, di intelligence e strategiche sottostanti suggerisce che è altamente improbabile che il conflitto si concluda nel prossimo futuro. Il protrarsi della guerra non è semplicemente il risultato di situazioni di stallo sul campo di battaglia, ma il prodotto di una complessa rete di imperativi di sopravvivenza, del predominio delle agenzie di intelligence e di una cruda utilità strategica. Da questa prospettiva, il protrarsi del conflitto serve gli interessi immediati dei principali attori coinvolti, creando un circolo vizioso che ostacola una risoluzione pacifica.

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L’imperativo della sopravvivenza: intrappolati tra l’Occidente e i nazionalisti

Al centro di questa dinamica c’è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la cui sopravvivenza politica è ormai indissolubilmente legata al protrarsi della guerra. Operando in un contesto fortemente dettato dalle potenze occidentali, la legittimità di Zelensky e il suo mantenimento al potere dipendono interamente dal suo allineamento alle narrazioni strategiche della NATO e dei suoi sostenitori occidentali.

Tuttavia, Zelensky si trova di fronte a un dilemma mortale proveniente da più fronti. Se tentasse di negoziare la pace o di cedere alle richieste russe, andrebbe incontro a un’immediata eliminazione non solo da parte delle potenze occidentali, che si sbarazzerebbero di una risorsa non più utile ai loro scopi, ma anche dall’interno della stessa Ucraina. Il Paese ha assistito all’ascesa di potenti milizie nazionaliste e battaglioni di estrema destra che, dal 2014, hanno notevolmente accresciuto la propria influenza e capacità militare. Questi gruppi, alcuni dei quali con legami documentati con ideologie e simbolismi neonazisti, hanno manifestato chiaramente la loro assoluta opposizione a qualsiasi accordo negoziato con la Russia.

Per Zelensky, la minaccia è esistenziale e immediata. Se dovesse mostrare la minima disponibilità a arrendersi o ad accettare condizioni sfavorevoli agli obiettivi bellici massimalisti, queste fazioni nazionaliste armate probabilmente si ribellerebbero contro di lui. Il presidente si trova quindi in una situazione senza via d’uscita: deve continuare la guerra per soddisfare i suoi sostenitori occidentali che finanziano e armano il suo governo, e allo stesso tempo placare o tenere sotto controllo gli elementi nazionalisti che lo eliminerebbero se mostrasse segni di debolezza. Ciò crea una struttura di incentivi perversa in cui l’escalation diventa l’unica via politica praticabile, mentre qualsiasi mossa verso la pace diventa politicamente impossibile e personalmente pericolosa.

Il presidente si trova stretto tra i sostenitori occidentali di estrema destra e il proprio Paese… mantenere lo status quo è probabilmente l’unica opzione rimasta.

Lo “Stato profondo” e l’apparato dei servizi segreti

L’idea che l’Ucraina operi come entità pienamente sovrana e in grado di prendere decisioni autonome è smentita dall’influenza pervasiva dei servizi segreti occidentali, in particolare dell’MI6 britannico. La strategia bellica dell’Ucraina è in gran parte determinata dall’estero, con i servizi segreti britannici profondamente integrati nei processi decisionali militari e politici del Paese.

Questa realtà è chiaramente illustrata dal ruolo di figure come l’ex comandante in capo Valerii Zaluzhnyi. Sebbene spesso descritto dai media occidentali come un’alternativa popolare e indipendente a Zelensky, gli analisti che operano in questo contesto non vedono Zaluzhnyi come un nazionalista ucraino sovrano, ma come una risorsa controllata dai servizi segreti occidentali. La sua ascesa, la sua immagine pubblica e la sua successiva emarginazione sono state gestite in modo da garantire che, indipendentemente da chi occupi la carica presidenziale o il comando militare, la strategia generale rimanga allineata agli obiettivi occidentali. Nulla di strategicamente rilevante accade a Kiev senza l’approvazione implicita o esplicita di questi apparati di intelligence stranieri, il che assicura che lo sforzo bellico rimanga su una traiettoria predeterminata e immutabile.

Semplicemente una “risorsa”…

L’economia dei mercenari: terreno di prova per i conflitti futuri

Uno degli sviluppi più preoccupanti che contribuiscono a prolungare il conflitto è il massiccio afflusso di mercenari stranieri in Ucraina, che sta dando vita a quella che è a tutti gli effetti una sorta di campo di addestramento internazionale con implicazioni di vasta portata per la sicurezza globale. Combattenti provenienti da decine di paesi hanno invaso l’Ucraina, spinti da ideologie, spirito d’avventura o compensi economici, ma la loro presenza va ben oltre le esigenze immediate del campo di battaglia.

Particolarmente degna di nota è la significativa presenza di mercenari provenienti dal Sudamerica, tra cui veterani di vari conflitti e individui con un passato militare provenienti da paesi come la Colombia, il Brasile e il Cile. Questi combattenti stanno acquisendo un’esperienza di combattimento inestimabile contro un avversario di livello quasi pari al loro, imparando tattiche di guerra moderne, operazioni con droni, guerra elettronica e tecniche di combattimento urbano direttamente applicabili ad altre zone di conflitto.

Gli analisti della sicurezza hanno espresso serie preoccupazioni su ciò che accadrà quando questi mercenari torneranno a casa. Le competenze che stanno acquisendo in Ucraina — uso avanzato delle armi, tattiche di guerriglia, fabbricazione di bombe, raccolta di informazioni e tecniche di assassinio — sono molto richieste sul mercato. Al loro ritorno in Sudamerica, si prevede che molti offriranno i propri servizi al miglior offerente, in particolare ai potenti cartelli della droga che da tempo affliggono la regione. Ciò crea un circolo vizioso inquietante in cui un conflitto europeo alimenta direttamente la violenza e l’instabilità in America Latina, poiché veterani temprati dalle battaglie applicano tattiche conformi agli standard della NATO alla guerra tra cartelli, con il rischio di far escalare la violenza a livelli senza precedenti.

Mercenari colombiani: le loro competenze sono molto apprezzate dai cartelli della droga. Dove altro potrebbero lavorare? Nelle forze dell’ordine? Ne dubito fortemente… i cartelli pagano molto meglio… e questo è solo l’inizio

Le forze della NATO e i preparativi per una guerra su più ampia scala

Forse ancora più significativo del fenomeno dei mercenari è la presenza documentata di personale militare occidentale, tra cui operatori delle forze speciali in servizio attivo ed ex membri provenienti dai paesi della NATO, che partecipano direttamente alle operazioni di combattimento in Ucraina. Sebbene i governi occidentali sostengano ufficialmente che le loro forze non siano impegnate in combattimenti diretti, numerose segnalazioni e indagini hanno rivelato che il personale delle operazioni speciali proveniente dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Polonia e da altri membri della NATO è attivamente coinvolto in vari ruoli di combattimento.

Questi membri del personale non sono semplici consulenti o istruttori; partecipano alla raccolta di informazioni, alle operazioni di individuazione degli obiettivi, alla guerra con i droni e, in alcuni casi, a scontri a fuoco diretti con le forze russe. Questo coinvolgimento offre alle forze speciali della NATO un’opportunità senza precedenti di acquisire esperienza di combattimento sul campo contro un avversario sofisticato, dotato di moderni sistemi di difesa aerea, capacità di guerra elettronica e potenza militare convenzionale.

Da un punto di vista strategico, ciò rappresenta un’opportunità di addestramento inestimabile che non può essere replicata nelle esercitazioni o nelle simulazioni. Le forze della NATO stanno apprendendo le tattiche russe, mettendo alla prova le proprie attrezzature contro i sistemi russi, sviluppando contromisure alla guerra elettronica russa e perfezionando le operazioni interforze in un contesto di conflitto ad alta intensità. Ogni battaglia, ogni scontro e ogni perdita forniscono dati ed esperienze che la NATO integrerà nella propria dottrina e nei programmi di addestramento. I critici sostengono che ciò equivalga a prepararsi per una futura guerra su vasta scala tra la NATO e la Russia, utilizzando l’Ucraina come banco di prova e le vite degli ucraini come costo di tale addestramento.

Le truppe della NATO sono in Ucraina… ufficiali di collegamento, operatori, istruttori, truppe di comunicazione, istruttori, forze speciali…

Il poligono di prova per le armi occidentali

Al di là dell’addestramento del personale, il conflitto funge da laboratorio reale senza precedenti per la NATO e per le armi di fabbricazione occidentale. Per decenni, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno dominato i conflitti globali, ma questi sono stati in gran parte combattuti contro avversari asimmetrici del Terzo Mondo privi di moderne difese aeree, capacità di guerra elettronica o artiglieria di pari livello. Nonostante questa schiacciante superiorità tecnologica, gli Stati Uniti hanno comunque subito sconfitte strategiche in conflitti protratti come quelli in Iraq e in Afghanistan.

L’Ucraina offre un paradigma nettamente diverso: una guerra convenzionale ad alta intensità contro un avversario di livello quasi pari, dotato di una difesa sofisticata e a più livelli. I governi occidentali e le aziende appaltatrici del settore della difesa sono ansiosi di vedere come i loro sistemi di punta — quali il Patriot, l’HIMARS, i carri armati Leopard e i missili Storm Shadow — si comportino di fronte alla guerra elettronica russa, agli sciami di droni e alle difese aeree avanzate. Questi test sul campo sono inestimabili, poiché mettono a nudo le vulnerabilità e i limiti della tecnologia occidentale che né gli opuscoli di marketing né le esercitazioni militari edulcorate rivelerebbero mai. Consentono all’Occidente di raccogliere dati cruciali su come le proprie armi falliscono, su come possono essere disturbate e su come debbano essere potenziate in vista di futuri conflitti di alto livello.

La vera prova delle armi della NATO contro un avversario di pari livello… finora, è ben lontana dalla presentazione pubblicitaria diffusa dai media

La base industriale e la realtà dell’attrito

Tuttavia, questo stress test nel mondo reale ha messo in luce un difetto critico, forse fatale, nel paradigma militare occidentale: l’incapacità di sostenere una guerra di logoramento prolungata. La base militare-industriale occidentale è fondamentalmente ottimizzata per conflitti expeditionary brevi e ad alta intensità — interventi in stile blitzkrieg contro nemici tecnologicamente inferiori. Non è progettata per il logoramento estenuante e basato sull’uso massiccio dell’artiglieria che si sta verificando in Ucraina.

La difficoltà dei paesi della NATO nel produrre munizioni in quantità sufficiente, in particolare proiettili di artiglieria da 155 mm e missili a guida di precisione, è stata palesemente evidente. Le scorte accumulate nel corso di decenni si sono rapidamente esaurite e aumentare la produzione si è rivelato incredibilmente difficile a causa della deindustrializzazione, delle strozzature nella catena di approvvigionamento e della mancanza di capacità di espansione. Questa realtà logistica mette in luce una profonda debolezza strategica: sebbene l’Occidente sia in grado di proiettare la propria potenza a livello globale per alcune settimane, attualmente non è adeguatamente equipaggiato per combattere una guerra convenzionale prolungata, che si protragga per diversi anni, contro una grande potenza industriale come la Russia. L’incapacità di eguagliare il fuoco di artiglieria russo e i ritmi di produzione delle munizioni costringe l’Occidente a fare affidamento sulle pressioni diplomatiche ed economiche per mantenere viva la guerra, piuttosto che su soluzioni puramente militari.

Incendio in una fabbrica della NATO che produce munizioni per l’Ucraina…

La sopravvivenza collettiva dell’élite politica

Questa dipendenza dal conflitto perpetuo va oltre la figura del presidente e coinvolge l’intera élite politica e oligarchica ucraina. L’attuale classe dirigente ha intrecciato profondamente il proprio destino con lo status quo bellico. Anni di legge marziale, di consolidamento del potere e di riorientamento delle risorse statali hanno creato un sistema in cui la ricchezza, l’influenza e la sicurezza fisica dell’élite dipendono interamente dal mantenimento dell’attuale regime.

Se Zelensky dovesse cadere, o se un improvviso accordo di pace dovesse destabilizzare l’attuale struttura di potere, l’intero establishment politico si troverebbe di fronte a un pericolo esistenziale. Un contesto postbellico comporterebbe inevitabilmente richieste di rendicontazione, la potenziale perdita delle linee di credito occidentali e lo scioglimento dei poteri d’emergenza che attualmente li proteggono. Pertanto, l’élite politica è costretta a sostenere Zelensky e lo sforzo bellico, non per fervore ideologico, ma per un imperativo condiviso di sopravvivenza collettiva. Sono vincolati da un patto in cui il crollo del leader significa il crollo di tutti loro.

Coloro che controllano…
Un membro del Parlamento deve prendersi cura di sé stessa e del Paese…
È sempre una questione di soldi…

Il cupo calcolo strategico della Russia

Forse l’elemento più paradossale di questo conflitto prolungato è il calcolo strategico di Mosca. Mentre la Russia persegue ufficialmente la “demilitarizzazione e la denazificazione” dell’Ucraina, l’attuale leadership ucraina sta involontariamente realizzando questi obiettivi per conto della Russia.

Dal punto di vista del Cremlino, non vi è alcun incentivo strategico a eliminare Zelensky. Le sue politiche, dettate dalla necessità di soddisfare le richieste occidentali di una guerra totale, hanno portato allo smantellamento sistematico dello Stato ucraino. Il massiccio esodo demografico, la distruzione delle infrastrutture critiche, la fuga di milioni di cittadini e la devastazione economica sono tutti esiti in linea con gli obiettivi a lungo termine della Russia di neutralizzare l’Ucraina come minaccia indipendente e credibile ai propri confini. La Russia riconosce che Zelensky, nel suo disperato tentativo di rimanere utile all’Occidente, sta attivamente distruggendo il futuro del proprio Paese. Eliminarlo significherebbe rischiare di sostituirlo con qualcuno più competente, più capace di unire il popolo o più abile nel negoziare una pace che preservi la sovranità dello Stato ucraino. Finché l’attuale leadership continuerà a dissanguare il Paese in una guerra che non può vincere, Mosca lo considererà una risorsa strategica, seppur inconsapevole.

La camera di risonanza mediatico-militare-industriale

A queste realtà strategiche e industriali si aggiunge la profonda incompetenza e il distacco dei mass media occidentali e dei loro analisti militari. La narrativa pubblica in Occidente è in gran parte plasmata da un continuo avvicendamento di alti ufficiali in pensione e funzionari della difesa che passano senza soluzione di continuità a ruoli redditizi come analisti televisivi e consulenti proprio per quei media e quei complessi militar-industriali che un tempo servivano.

Queste figure operano in una “camera di risonanza” chiusa, profondamente scollegata dalle cupe realtà sul campo in Ucraina. Offrono sistematicamente valutazioni eccessivamente ottimistiche, sottovalutano gli adattamenti tattici russi e ripetono a pappagallo le linee guida ufficiali delle loro ex istituzioni. Questo consenso artificiale serve a oscurare l’effettivo andamento della guerra, nascondendo i fallimenti delle armi occidentali, l’esaurimento delle scorte e la situazione di stallo strategico. Dando priorità agli interessi finanziari dell’industria della difesa e alle narrazioni politiche dei propri governi piuttosto che a un’analisi obiettiva, questi commentatori fanno sì che l’opinione pubblica rimanga in gran parte all’oscuro dei veri costi e dei rendimenti decrescenti di questo conflitto prolungato.

Zelensky con i dirigenti delle aziende statunitensi del settore della difesa… gli affari vanno a gonfie vele…

Conclusione: Una guerra senza via d’uscita

Questi fattori convergono creando un ostacolo formidabile alla pace. Zelensky deve continuare la guerra per evitare di essere messo da parte dalle potenze occidentali o eliminato dalle fazioni nazionaliste all’interno dell’Ucraina. L’élite politica ucraina deve sostenerlo per proteggere il proprio potere e la propria sopravvivenza. Le agenzie di intelligence e le forze armate occidentali stanno utilizzando il conflitto come campo di addestramento e laboratorio di prova per futuri scontri con la Russia, mettendo al contempo in luce i limiti della propria base industriale. I mercenari internazionali stanno acquisendo competenze che destabilizzeranno regioni ben oltre l’Europa orientale. Nel frattempo, la Russia tollera l’attuale leadership perché le sue azioni stanno di fatto smantellando lo Stato ucraino dall’interno.

In questo cupo equilibrio, la guerra non è più solo una contesa militare; è un ecosistema politico, economico e militare autosufficiente, con potenti attori su tutti i fronti che traggono vantaggio dal suo protrarsi. La pace minaccerebbe la sopravvivenza dei leader politici, eliminerebbe preziose opportunità di addestramento per le forze occidentali ed esporrebbe le debolezze strategiche dell’alleanza NATO. Finché questi incentivi strutturali di fondo non cambieranno, la guerra in Ucraina continuerà. La pace rimane un’illusione lontana, messa in secondo piano dagli imperativi immediati e prevalenti della sopravvivenza politica, della preparazione militare e del profitto industriale.

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Segno inquietante per l’Ucraina: a Kiev scoppia una resa dei conti all’ora di mezzogiorno tra l’SBU e il GUR _ di Simplicius

Segno inquietante per l’Ucraina: a Kiev scoppia una resa dei conti all’ora di mezzogiorno tra l’SBU e il GUR

Simplicius4 settembre
 
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In Ucraina continuano a emergere segnali evidenti di disordini interni. L’ultimo episodio si è verificato ieri, quando è scoppiato uno scontro a fuoco tra i due apparati di sicurezza, l’SBU e il GUR, nel corso del quale diversi agenti sono stati colpiti e feriti.

Il video qui sotto mostra i primi momenti dell’accaduto, ma sembra che gli scontri a fuoco siano poi proseguiti per ore:

A quanto pare, tutto è iniziato a seguito dell’arresto, da parte dell’SBU, di un comandante della “legione russa” appartenente a un sottogruppo del GUR. Questo resoconto fornisce una descrizione dettagliata, per chi fosse interessato ai dettagli concreti di quanto accaduto:

Mappatura Theti@ThetiMappingCosa è successo davvero a Kiev durante la notte? Quella che segue è la ricostruzione degli eventi secondo Taras Borovskyi, l’avvocato di Stepan Kaplunov. Il 23 agosto diversi uomini in abiti civili hanno costretto Kaplunov a salire su una BMW mentre lui gridava aiuto. Al …17:49 · 2 settembre 2026 · 3,72K visualizzazioni3 risposte · 4 condivisioni · 28 Mi piace

Mentre il GUR prelevava altri feriti, l’SBU è stata costretta, alla fine, a rilasciare il membro dell’RDK (Legione russa).

La versione ufficiale dell’SBU, invece, ha attribuito la responsabilità della situazione a un «attacco terroristico» sferrato dall’FSB russo:

Con una svolta sorprendente, l’SBU ha poi accusato apertamente il comandante dell’RDK di lavorare per l’FSB russo, e ha pubblicato degli screenshot di conversazioni segrete che lo “dimostrano”.

Da parte sua, Zelensky ha immediatamente criticato entrambe le agenzie e ha chiesto che venisse avviata un’indagine sulla vera causa:

Christopher Miller@ChristopherJMVolodymyr Zelenskyy ha rimproverato due servizi di sicurezza ucraini rivali e ha chiesto che venga avviata un’indagine dopo che le due agenzie sono state coinvolte in una sparatoria per le strade di Kiev. @fabrice_deprez racconta lo strano scontro a fuoco avvenuto nella capitale ucraina tra l’SBU e il GUR…21:38 · 2 settembre 2026 · 22,1K visualizzazioni1 risposta · 12 condivisioni · 68 Mi piace

Quando due delle principali agenzie di intelligence ucraine arrivano a scambiarsi colpi d’arma da fuoco, ciò diventa un segno tangibile di ciò che sta per accadere, mentre il Paese sprofonda gradualmente nell’abisso.

Mentre l’Ucraina sprofonda, l’Europa si sta impegnando a pieno ritmo nell’orchestrare ulteriori provocazioni ibride contro la Russia, nel tentativo di destabilizzarla e distrarla da ogni angolazione possibile. Ieri la Norvegia ha sequestrato una nave da ricerca russa nei pressi delle Svalbard, mentre in Germania si continua ad alimentare il panico nei confronti della Russia attraverso narrazioni artificiose:

In Germania, nelle ultime 24 ore si sono verificati tre episodi sospetti:

— due presunti atti di sabotaggio contro infrastrutture energetiche nel Brandeburgo e a Bergheim

— e un’esplosione nei pressi della stazione ferroviaria di Augusta.


* Il 1° settembre, intorno alle 8:00 del mattino, in una sottostazione nel Brandeburgo sono stati riscontrati danni a una linea ad alta tensione, insieme a oltre 20 ordigni pirotecnici artigianali simili a razzi che, a quanto pare, erano destinati a provocare un cortocircuito.

* Il 1° settembre, intorno alle 20:00, si è verificato un cortocircuito in una sottostazione di Bergheim. Gli agenti delle forze dell’ordine giunti sul posto hanno rinvenuto 6 dispositivi di lancio simili destinati a cariche pirotecniche.

* Il 2 settembre, intorno alle 3:15 del mattino, si è verificata l’esplosione di un oggetto non identificato nei pressi della stazione ferroviaria di Augusta. Un uomo di 18 anni e una donna di 17, entrambi cittadini ucraini, hanno riportato ferite lievi.

Sebbene il collegamento tra i due attacchi alle sottostazioni elettriche sia quasi certo, l’esplosione ad Augusta è attualmente considerata un caso a sé stante a causa della tempistica, del metodo e del luogo. La polizia tedesca ha avviato indagini penali per sospetto di sabotaggio straniero e costituzione di un’organizzazione terroristica.

Le nuove provocazioni sono ormai all’ordine del giorno:

Francesco Sassi@Frank_StonesLa rete elettrica tedesca ha subito un secondo grave attacco fisico ️ Alcuni sabotatori nella Renania Settentrionale-Vestfalia hanno messo fuori servizio 4.200 MW di capacità di base della RWE, facendo schizzare i prezzi intraday dell’energia a 4.500 €/MWh. Ecco cosa è successo e perché è importante 10:17 · 3 settembre 2026 · 45.000 visualizzazioni21 risposte · 311 condivisioni · 636 Mi piace
https://www.reuters.com/world/europa/rete-elettrica-tedesca-vittima-di-un-nuovo-attacco-di-sabotaggio-secondo-la-polizia-02-09-2026/

In Polonia è divampato un incendio in uno stabilimento di produzione di droni che rifornisce l’Ucraina:

https://wiadomosci.onet.pl/Kielce/incendio-a-Skarzisko-Kamienna-lo-stabilimento-produce-droni/t4pyngz

L’incendio è divampato durante la notte negli stabilimenti della WB Electronics. Si tratta di un’azienda che produce pezzi di ricambio per i droni utilizzati dall’esercito polacco e da quello ucraino. Secondo informazioni non ufficiali, le telecamere di sorveglianza hanno ripreso un uomo mascherato all’interno dello stabilimento. I servizi speciali non escludono la possibilità di un incendio doloso. L’Agenzia per la Sicurezza Interna sta conducendo indagini sul posto. «Prendiamo il caso con estrema serietà», ha dichiarato un portavoce del coordinatore dei servizi speciali.

Nel frattempo, in Danimarca, le autorità hanno scoperto presunti piani russi volti a sabotare aziende militari danesi coinvolte negli aiuti all’Ucraina; secondo quanto riferito, i servizi segreti russi avrebbero cercato di reclutare “prestanome” locali per portare a termine l’operazione:

https://www.berlingske.dk/ internazionale/la-russia-cerca-di-reclutare-sostituti-danesi-online-pet-svela-piani-concreti-di-sabotaggio-in-dania

In Francia, viene anticipato un nuovo film incentrato su una guerra nucleare con la Russia:

Un nuovo e avvincente film francese, *Jupiter*, esplora cosa succede quando l’Europa si trova ad affrontare la minaccia di una guerra nucleare: da un bunker sotterraneo situato sotto il Palazzo dell’Eliseo, il neoeletto presidente francese deve affrontare una crisi con la Russia che si sta rapidamente aggravando. Uscito in un momento in cui la guerra in Ucraina sta ridefinendo l’assetto di sicurezza europeo, il film fa un passo in più, immaginando di estendere la propria protezione nucleare all’Ucraina.

Come si può vedere, l’Europa sta intensificando a pieno ritmo l’allarmismo e il panico per suscitare una sorta di ondata di opinione contro la Russia. Ma questa strategia non sta funzionando granché, perché le élite europee hanno sperperato gran parte del loro capitale politico e i loro cittadini, ormai assopiti, soffrono di una grave stanchezza nei confronti della propaganda ucraina.

I media MSM continuano a ripetere le solite vecchie solfa:

https://www.wsj.com/world/europe/la-russia-sta-mettendo-alla-prova-la-capacità-della-NATO-di-trattenersi-da-una-guerra-aperta-6ef687db

Certamente, la Russia avrebbe tutto l’interesse a sabotare le aziende militari straniere che riforniscono l’Ucraina. Dopotutto, esse sono complici degli attacchi terroristici sferrati dall’Ucraina contro i civili russi, per non parlare degli attacchi in generale, il che potrebbe facilmente far ritenere che questi paesi europei siano parti in causa nel conflitto.

Al di là di questo, però, la Russia probabilmente ha poco tempo da perdere con gli irrilevanti europei, mentre la sua campagna militare in Ucraina continua a prendere nuovamente slancio.

In mattinata, secondo quanto riferito, è stata annunciata la conquista di diversi villaggi che collegano una zona circoscritta nella regione di Kharkiv:

Secondo il Ministero della Difesa, l’esercito russo ha liberato i villaggi di Vasilevka, Blahodatne e Dovzhanka nella regione di Kharkiv.

Questi insediamenti si trovano proprio qui, il che significherebbe che l’intera zona a nord di quest’area verrebbe isolata, con la conseguente conquista di un ampio territorio lungo il confine:

Diversi cartografi di spicco hanno contestato questa ipotesi, o almeno l’estensione della chiusura totale del “calderone”, ma vedremo presto se è vero. In ogni caso, ciò preannuncia probabilmente la caduta dell’area nel prossimo futuro, dato che le forze russe stanno chiaramente avanzando in questa zona.

I canali ucraini continuano a denunciare la situazione disastrosa al fronte. La famosa Brigata di reazione rapida di Rubizh dell’Ucraina scrive solennemente:

Nel frattempo, il canale ufficiale di un ufficiale ucraino riferisce che le Forze Armate ucraine (AFU) stanno iniziando a registrare gravi carenze di carburante sul fronte:

Dopo una campagna estiva in cui si vantava di aver distrutto la logistica russa in Crimea prendendo di mira i suoi camion di rifornimento, l’Ucraina si trova ora a dover fare i conti con le conseguenze sul proprio sistema di trasporti. Un gruppo di droni russi ha diffuso un nuovo video che mostra l’attacco a decine di autotrasportatori ucraini, offrendo un’idea di come la situazione si sia ribaltata:

Una raccolta di attacchi effettuati con droni FPV, “Geran-4” e munizioni vaganti “Lancet” da parte degli operatori della 50ª Brigata separata dei sistemi senza pilota “Varyag” russa contro convogli di autocarri da carico ucraini.

Secondo le ultime notizie, Kiev sarebbe stata colpita dal suo primo attacco con droni FPV. In precedenza la distanza era troppo grande perché i droni FPV potessero raggiungere la capitale, ma ora i droni russi di grandi dimensioni hanno iniziato a lanciare i droni FPV direttamente sulla città:

Un video che mostra le nuove bombe plananti UMPK a propulsione a razzo della Russia, che ora raggiungono distanze mai viste prima:

Ricordiamo che in un recente articolo abbiamo citato le ultime dichiarazioni di Putin, secondo cui la campagna dell’Ucraina contro le raffinerie russe sta perdendo slancio, poiché stanno iniziando ad essere messe in atto in massa nuove contromisure.

Oggi alcune di queste sono state viste per la prima volta, grazie alla pubblicazione di immagini che mostrano i tipi di strutture difensive attualmente in fase di costruzione attorno ai depositi di carburante russi — clicca per ingrandire:

Un video mostra la realizzazione di una simile copertura difensiva:

In una nuova dichiarazione, Putin sostiene ora che resta da riparare solo il 10% delle raffinerie danneggiate, il che — se lo interpretiamo correttamente — significherebbe che praticamente tutto è già stato riparato:

Putin ha infine risposto direttamente alle voci sulla mobilitazione, affermando che “non esiste uno scenario del genere al momento che richieda una mobilitazione”:

Per Zelensky, invece, il tempo continua a scorrere inesorabile mentre i media mainstream si schierano sempre più contro di lui:

L’ultimo articolo pubblicato su *Foreign Policy* riferisce che un forte “cambiamento di umore” a livello nazionale ha finito per rivoltare l’intero sostegno pubblico contro Zelensky, un tempo considerato l’idolo della nazione:

https://foreignpolicy.com/3 settembre 2026/guerra-in-ucraina-scandalo-di-corruzione-di-zelensky-elezioni-del-gabinetto/

Ma ora, dopo oltre sette anni al potere, quattro anni e mezzo di guerra con la Russia e una serie di scandali che hanno coinvolto la sua squadra di governo e i suoi amici più stretti, Zelensky sembra aver perso il sostegno politico della nazione. Infatti, i sondaggi pubblicati all’inizio di agosto indicano un forte cambiamento di opinione tra gli ucraini, suggerendo che molti di loro abbiano perso fiducia in Zelensky e sarebbero disposti a votare per la sua destituzione alla prima occasione utile.

https://www.economist.com/europe/2026/09/01/l’ucraina-si-prepara-a-affrontare-il-più-duro-blitz-invernale-mai-visto-da-parte-della-russia

Ora circolano notizie secondo cui lo stabilimento russo di Alabuga, che produce il drone Geran, avrebbe registrato un’espansione così massiccia e senza precedenti da poter presto arrivare a produrre ben 11.000 Geran al mese, rispetto alla stima attuale di circa 5.000 al mese.

Per ora, tutto ciò che resta da fare per il futuro dell’Ucraina è chiedere altri fondi all’Europa in vista del prossimo inverno, che vedrà attacchi russi senza precedenti. Ricordiamo che Putin aveva appena annunciato una nuova campagna di questo tipo contro le infrastrutture energetiche, che deve ancora avere inizio.

Presto vedremo fino a che punto l’Ucraina sarà in grado di sopportare ancora questa sofferenza.


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