Italia e il mondo

Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale, di Franco Faggiano

Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale

Tommaso Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura sociologica della dinontorganica nei contributi di Antonio Rossello: saggio di approfondimento in filosofia sociale, spiritualità cristiana e progettazione sociale


CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Abstract

Il saggio esamina le possibili relazioni tra il pensiero di Tommaso Demaria (1908-1996), fondatore del realismo dinamico e della prospettiva dinontorganica, e L’Imitazione di Cristo, opera fondamentale della spiritualità cristiana medievale tradizionalmente attribuita a Tommaso da Kempis. Il confronto viene sviluppato anche alla luce dei contributi contemporanei di Antonio Rossello, con particolare riferimento a Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica e Acta non verba: l’eredità di Tommaso Demaria e la sorpresa della Dinontorganica. L’ipotesi interpretativa è che le due tradizioni possano concorrere, pur nella loro irriducibile diversità, alla costruzione di un approccio integrato alla progettazione sociale. L’Imitazione di Cristo offre una prospettiva di formazione interiore, responsabilità morale e trasformazione delle relazioni; Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, mentre Rossello ne sviluppa una rilettura orientata alla sociologia costruttiva, all’innovazione sociale e alla progettazione di organizzazioni e comunità. Il lavoro individua le convergenze antropologiche ed etiche, le differenze epistemologiche e teologiche e le condizioni metodologiche necessarie per tradurre tali riferimenti in interventi sociali verificabili. Particolare attenzione viene dedicata al rapporto tra persona e organizzazione, alla partecipazione comunitaria, alla valutazione dell’impatto sociale e alla necessità di evitare tanto il riduzionismo individualistico quanto la subordinazione della persona a una presunta unità del sistema.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

1. Introduzione: due tradizioni, una questione fondamentale

Come può la trasformazione dell’essere umano contribuire alla trasformazione della società? E, reciprocamente, in quale misura le strutture sociali possono favorire o ostacolare la maturazione personale, la solidarietà e la realizzazione del bene comune? Queste domande costituiscono il punto di partenza del presente confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo. Il loro interesse non consiste nell’individuare una coincidenza dottrinale tra opere appartenenti a epoche diverse, ma nel verificare la possibilità di un dialogo tra una prospettiva spirituale centrata sulla conversione personale e una concezione filosofico-sociale che interpreta la realtà storica come processo dinamico di costruzione. L’Imitazione di Cristo, composta da quattro libri, appartiene alla tradizione della devotio moderna, movimento spirituale della tarda età medievale caratterizzato dalla centralità dell’interiorità, dalla disciplina morale e dalla conformazione della vita a Cristo. La sua impostazione è prevalentemente ascetica e spirituale: la persona è chiamata a verificare le proprie intenzioni, a ridimensionare l’orgoglio e l’attaccamento al prestigio e a tradurre la fede in una condotta coerente. Tommaso Demaria, sacerdote salesiano e filosofo, sviluppa invece una riflessione che comprende la metafisica della realtà storica, la concezione dell’ente dinamico e l’interpretazione della società come realtà organica in divenire. La sua elaborazione non si limita alla formazione morale del singolo, ma investe le istituzioni, le organizzazioni e i processi attraverso cui la convivenza umana prende forma. Il confronto acquista una nuova dimensione attraverso gli studi contemporanei di Antonio Rossello,

i quali non tengono ancora conto degli affinamenti della sua visione frutto di ulteriore percorso di ricerca, che presenta il realismo dinamico come possibile fondamento di una sociologia costruttiva e come riferimento per una progettazione sociale capace di passare dalla diagnosi dei problemi alla costruzione di nuove realtà organizzative e comunitarie. Nel contributo pubblicato su Sociologia On Web nel giugno 2026, Rossello individua nel pensiero demariano una prospettiva che può essere tradotta in strumenti per la progettazione sociale, per l’innovazione organizzativa e per la rigenerazione territoriale. Il suo articolo affronta inoltre alcune questioni aperte, fra cui la misurazione dell’altruismo, il dialogo con le teorie sociologiche contemporanee e la gestione del conflitto nelle società pluralistiche. La tesi qui sostenuta è che la spiritualità dell’Imitazione di Cristo, la metafisica sociale di Demaria e la rilettura progettuale di Rossello possano essere messe in relazione come tre livelli distinti e complementari: la formazione della persona, la comprensione della realtà sociale e la costruzione metodica di interventi trasformativi. Tale complementarità è una proposta interpretativa. Non implica che l’opera medievale contenga una teoria sociologica della progettazione sociale, né che Demaria abbia necessariamente derivato la propria filosofia dall’Imitazione di Cristo.

2. Tommaso Demaria: il realismo dinamico e la realtà storica

2.1. L’ente dinamico e la realtà come processo

Il realismo dinamico costituisce il nucleo della riflessione metafisica di Demaria. La sua impostazione si fonda sulla distinzione tra l’ente statico, caratterizzato da un’essenza già costituita, e l’ente dinamico, la cui realtà si sviluppa attraverso l’attività nello spazio e nel tempo. L’espressione ens cuius essentia fit, utilizzata per caratterizzare l’ente dinamico, richiama l’idea di una realtà che si realizza progressivamente attraverso l’agire. Questa concezione non deve essere confusa con un generico elogio del cambiamento. Il movimento, nella prospettiva demariana, non costituisce un valore in sé: occorre comprendere la realtà che cambia, i processi che ne determinano l’evoluzione e l’orientamento complessivo della trasformazione. Il problema metafisico diventa quindi anche un problema storico e pratico. Se la realtà sociale viene continuamente costruita attraverso le attività umane, la sua comprensione richiede di considerare non soltanto gli individui, ma anche le relazioni, le istituzioni e le forme organizzative attraverso cui essi agiscono. La bibliografia di Demaria comprende, a questo proposito, i tre volumi della Trilogia del Realismo Dinamico, pubblicati nel 1975: Ontologia realistico-dinamica, Metafisica della realtà storica e La realtà storica come Superorganismo Dinamico. A questi si affiancano L’ideologia cristiana e Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Queste opere rappresentano i riferimenti primari per una ricostruzione sistematica della sua teoria.

2.2. La dinontorganica: dinamismo, conoscenza e organizzazione

Il termine dinontorganica richiama tre dimensioni che, nella prospettiva demariana, non devono essere separate.

  • Dinamica: la realtà storica si sviluppa attraverso processi e attività che ne modificano continuamente la configurazione.
  • Ontologica: l’azione deve essere preceduta da una conoscenza adeguata della realtà sulla quale intende intervenire.
  • Organica: le componenti della realtà sociale sono interdipendenti e non possono essere comprese adeguatamente come elementi completamente isolati.

La dimensione dinamica invita a considerare il cambiamento; quella ontologica richiede di comprendere la natura e le relazioni del fenomeno; quella organica sollecita a valutare le conseguenze delle singole azioni sull’insieme. Nel suo articolo Acta non verba, Rossello interpreta questa triade come una chiave per superare sia l’individualismo, che tende a isolare gli interessi dei singoli, sia una concezione meccanica del collettivo, nella quale le persone rischiano di essere trattate come semplici ingranaggi. L’autore sottolinea inoltre il rapporto tra pensiero e azione, richiamando il metodo della radice e l’esigenza che la riflessione produca effetti concreti nella realtà storica. Per la progettazione sociale, questa impostazione presenta una conseguenza importante: un intervento non può essere valutato esclusivamente in base alla qualità della sua formulazione teorica o alla correttezza formale delle procedure. Occorre verificare se le attività realizzate contribuiscano effettivamente a trasformare le condizioni che hanno generato il problema.

2.3. La realtà sociale come organismo dinamico

Demaria interpreta la realtà storica attraverso la categoria del superorganismo dinamico. La società non è considerata una semplice somma di individui, ma una realtà che assume consistenza attraverso l’interazione di persone, istituzioni, attività e processi. La prospettiva organica invita a considerare il rapporto tra le parti e il tutto, evitando di ridurre la società alla sola dimensione economica o alla mera aggregazione di interessi individuali.

Questo approccio si presta a interrogare fenomeni quali:

  • la qualità delle relazioni all’interno delle organizzazioni;
  • il rapporto tra imprese e territori;
  • la cooperazione tra istituzioni pubbliche, associazioni e cittadini;
  • la capacità delle comunità di affrontare bisogni condivisi;
  • la coerenza tra finalità dichiarate e conseguenze effettive delle attività.

Occorre, tuttavia, una precisazione critica. La metafora dell’organismo non deve diventare una giustificazione della subordinazione dell’individuo al sistema. Un’organizzazione è socialmente costruttiva soltanto se la sua capacità di perseguire obiettivi collettivi rimane compatibile con la dignità, la libertà e i diritti delle persone che ne fanno parte. La dinontorganica può pertanto essere impiegata nella progettazione sociale come criterio per studiare le interdipendenze, senza trasformare l’unità del sistema in un valore assoluto che annulli il pluralismo.

2.4. L’ideoprassi: dalla teoria alla costruzione

Un elemento centrale del pensiero demariano è il rapporto tra elaborazione teorica e prassi. L’idea di ideoprassi esprime la necessità che la conoscenza della realtà diventi orientamento dell’azione. Una teoria che non incide sulle pratiche rimane separata dalla trasformazione storica; un’attività priva di una comprensione adeguata della realtà rischia, invece, di produrre risultati frammentari o contraddittori. Questa impostazione è particolarmente rilevante per la progettazione sociale contemporanea, che spesso deve confrontarsi con interventi frammentati, finanziamenti a breve termine e procedure amministrative non sempre coordinate con i bisogni effettivi delle comunità. Il problema non consiste nel rinunciare alla pianificazione tecnica o agli strumenti di project management. Consiste nell’inserirli in una visione più ampia, capace di collegare l’analisi dei bisogni, le finalità del progetto, le risorse, le relazioni e gli effetti attesi. Il progetto sociale può così essere interpretato come un processo di costruzione di una nuova realtà relazionale e organizzativa, non soltanto come un insieme temporaneo di attività.

3. Antonio Rossello: la sociologia costruttiva come sviluppo applicativo

3.1. Dalla ricostruzione teorica alla progettazione

Nei contributi individuati, Rossello propone una rilettura del realismo dinamico che ne mette in evidenza le potenzialità applicative per le scienze sociali. In Verso una Sociologia Costruttiva, il passaggio fondamentale consiste nel considerare la teoria demariana non soltanto come un sistema filosofico da ricostruire, ma come una possibile cornice per interpretare e trasformare i fenomeni sociali. La sociologia costruttiva viene presentata come un approccio che non si limita a descrivere i problemi, misurare le disuguaglianze o formulare critiche. Essa dovrebbe contribuire anche alla costruzione di configurazioni organizzative alternative, capaci di produrre risultati socialmente desiderabili. In questa prospettiva, il professionista della progettazione sociale non è soltanto un tecnico che individua un bando, raccoglie risorse e organizza attività. È chiamato a comprendere il sistema di relazioni entro il quale il progetto deve operare e a costruire una coerenza tra bisogni, persone, finalità e strutture. Il contributo di Rossello è rilevante soprattutto perché esplicita il problema della traduzione metodologica: concetti come altruismo, sintesi organica e costruttività devono poter essere tradotti in criteri osservabili e, dove possibile, in indicatori verificabili.

3.2. I cinque trascendentali dinamici

Nella presentazione della teoria demariana proposta da Rossello vengono richiamati cinque trascendentali dinamici:

  1. Religiosità: apertura al senso complessivo della realtà e al suo orientamento ultimo.
  2. Educatività: capacità di formare le persone e trasformare le competenze e i processi.
  3. Moralità: orientamento dell’agire secondo criteri etici.
  4. Missionarietà: diffusione e consolidamento delle modalità costruttive di azione.
  5. Socialità: inclusione delle componenti della realtà sociale e riconoscimento delle loro interdipendenze.

Queste categorie devono essere comprese nel loro contesto teorico e non semplicemente trasformate in una lista di valori organizzativi. Per un’applicazione sociologica contemporanea è tuttavia possibile elaborare una traduzione operativa, distinguendo il significato originario dei concetti dagli indicatori utilizzati per osservarne alcune manifestazioni. La religiosità, ad esempio, non può essere ridotta a un indicatore amministrativo; la moralità non coincide con la conformità normativa; la socialità non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei partecipanti a un progetto. È invece possibile studiare alcune dimensioni empiricamente osservabili: la coerenza tra valori dichiarati e decisioni, la qualità dei percorsi formativi, l’accessibilità dei servizi, la partecipazione ai processi decisionali e la continuità delle relazioni di cooperazione. Questa distinzione consente di conservare la profondità filosofica del modello, evitando di presentare gli indicatori quantitativi come una misurazione esaustiva della realtà umana.

3.3. Il principio altruico e il bene comune

Un altro elemento centrale della lettura di Rossello è il principio altruico organico, secondo il quale la persona contribuisce alla vita dell’insieme sociale e, reciprocamente, l’insieme deve creare condizioni che consentano alla persona di svilupparsi. Tale principio può essere interpretato, sul piano progettuale, come un criterio di reciprocità tra sviluppo individuale e sviluppo collettivo. Un progetto è tanto più coerente con questa prospettiva quanto più evita di trattare le persone esclusivamente come beneficiari passivi, risorse da utilizzare o destinatari di prestazioni. Le persone coinvolte devono poter contribuire alla definizione dei problemi, alla scelta delle priorità, alla realizzazione degli interventi e alla valutazione dei risultati. Il principio altruico, tuttavia, non va confuso con una disponibilità illimitata al sacrificio individuale. La reciprocità richiede che anche le organizzazioni e le istituzioni assumano responsabilità verso le persone, garantendo diritti, risorse, condizioni di partecipazione e possibilità di dissenso. Una comunità non è costruttiva se richiede ai suoi membri di contribuire senza offrire loro condizioni adeguate di sviluppo.

3.4. L’impresa e la dimensione Social dell’ESG

Rossello estende la prospettiva dinontorganica anche all’impresa, proponendo di superare una concezione nella quale il profitto costituisce l’unico criterio sostanziale di valutazione dell’attività economica. Nella sua interpretazione, l’impresa dovrebbe essere considerata una realtà relazionale che contribuisce alla costruzione della società. La redditività rimane una condizione importante della sostenibilità economica, ma non esaurisce il significato dell’attività aziendale. Questa riflessione incontra un problema concreto della progettazione sociale applicata alla dimensione Social dell’ESG: come distinguere le iniziative che producono un cambiamento reale da quelle che si limitano a soddisfare requisiti formali o a comunicare un’immagine positiva dell’organizzazione? La proposta di una valutazione più sostanziale, richiamata da Rossello, suggerisce di interrogarsi non soltanto sui rischi mitigati, ma anche sul valore sociale effettivamente prodotto. Sul piano metodologico, questa prospettiva può essere sviluppata attraverso l’analisi del benessere organizzativo, della partecipazione dei lavoratori, delle opportunità di formazione, della qualità delle relazioni industriali, dell’accessibilità e dei rapporti tra impresa e comunità territoriale. Si tratta, però, di una possibile applicazione della prospettiva dinontorganica, non di uno standard ESG già riconosciuto o di un sistema di rating validato scientificamente. Per diventare uno strumento affidabile, una simile impostazione richiede definizioni operative, indicatori trasparenti, verifiche indipendenti e confronto con i criteri di rendicontazione già esistenti.

4. L’Imitazione di Cristo: formazione interiore e responsabilità morale

4.1. La conversione come processo di trasformazione

L’Imitazione di Cristo affronta la trasformazione umana attraverso la disciplina spirituale, la conoscenza di sé e la conformazione della propria vita all’insegnamento di Cristo. L’opera invita a interrogare le motivazioni che guidano le azioni, a riconoscere i limiti personali e a ridimensionare l’attaccamento al prestigio, al possesso e all’affermazione individuale. La conoscenza del bene, da sola, non è sufficiente. Occorre che essa si traduca in una condotta coerente, attraverso l’esercizio delle virtù e la revisione delle abitudini. Questa impostazione presenta una rilevanza anche per la riflessione sociale. I comportamenti organizzativi non sono determinati soltanto dalle regole formali, ma anche dalle motivazioni, dalle aspettative e dalle disposizioni delle persone che partecipano alla vita collettiva. L’opera medievale non formula una teoria sociologica di questi fenomeni. Offre tuttavia un riferimento etico per interrogare il rapporto tra intenzioni, condotte e responsabilità.

4.2. Umiltà e critica dell’autoreferenzialità

L’umiltà, nell’Imitazione di Cristo, non consiste semplicemente nel rinunciare alle proprie capacità o nel sottovalutare il proprio contributo. Essa implica una revisione del rapporto con il potere, la reputazione e il riconoscimento sociale. Trasposta con cautela sul piano organizzativo, questa prospettiva permette di interrogare alcune dinamiche frequenti nelle istituzioni e nei progetti: la ricerca del consenso personale, la competizione per il controllo delle risorse, l’appropriazione dei risultati collettivi e la difficoltà ad accettare le osservazioni critiche. Un’organizzazione può dichiarare di perseguire l’inclusione e, al tempo stesso, essere attraversata da pratiche autoreferenziali che concentrano le decisioni in poche mani. La riflessione spirituale può contribuire a rendere visibili tali contraddizioni, purché non venga utilizzata per sostituire l’analisi delle responsabilità, dei rapporti di potere e delle procedure decisionali. L’umiltà individuale non elimina automaticamente le disuguaglianze organizzative. Può però favorire atteggiamenti di ascolto, autocritica e disponibilità alla revisione delle proprie decisioni.

4.3. Carità e qualità delle relazioni

La carità costituisce uno dei riferimenti fondamentali dell’etica cristiana e attraversa l’intera tradizione dell’Imitazione di Cristo. Nell’opera, l’amore verso gli altri si esprime attraverso la pazienza, il perdono, la disponibilità al servizio e il superamento dell’orgoglio. La sua radice è teologica: la carità trova il proprio significato nella relazione con Dio e nella conformazione a Cristo. Per la progettazione sociale, la carità può essere assunta come fonte di ispirazione per un orientamento alla dignità umana, all’attenzione verso le persone vulnerabili e alla responsabilità relazionale. Non sarebbe corretto, tuttavia, identificare direttamente la carità cristiana con il capitale sociale, la cooperazione o l’altruismo sociologico. Queste categorie appartengono a contesti teorici differenti. È invece possibile costruire un dialogo tra esse, verificando in che modo atteggiamenti di attenzione, reciprocità e responsabilità si traducano in pratiche capaci di migliorare la vita delle persone.

4.4. La comunità e il limite della prospettiva ascetica

L’Imitazione di Cristo non sviluppa una teoria sistematica delle istituzioni, dell’impresa o delle politiche sociali. Il suo contributo alla vita collettiva è soprattutto indiretto: riguarda la formazione morale delle persone e il modo in cui esse si relazionano agli altri. Questa caratteristica rappresenta insieme un punto di forza e un limite. È un punto di forza perché ricorda che nessun sistema organizzativo può sostituire interamente la responsabilità morale degli individui. È un limite quando si tenta di utilizzare il testo come se offrisse già una metodologia di progettazione sociale. La carità non definisce automaticamente le priorità di un intervento, non stabilisce come distribuire le risorse e non garantisce che una politica produca risultati efficaci. Per tali compiti sono necessari strumenti sociologici, analisi dei bisogni, partecipazione degli interessati e valutazione degli esiti. L’Imitazione di Cristo può dunque orientare le finalità etiche dell’intervento, ma non sostituire le conoscenze e le competenze necessarie alla sua progettazione.

5. Punti di contatto e differenze tra Demaria e l’Imitazione di Cristo

5.1. La trasformazione personale

La prima convergenza riguarda l’idea che la vita umana non sia comprensibile soltanto attraverso ciò che una persona possiede o la posizione che occupa. Nell’Imitazione, la trasformazione si manifesta nella conversione interiore e nella conformazione a Cristo. In Demaria, il dinamismo assume una dimensione ontologica e storica: la persona partecipa alla costruzione della realtà attraverso le proprie attività e relazioni. Il punto di contatto è l’attenzione al processo attraverso cui l’esistenza prende forma. La differenza riguarda il significato ultimo attribuito a tale processo.

5.2. Il superamento dell’egoismo

Entrambe le prospettive consentono di criticare una concezione dell’esistenza centrata esclusivamente sull’interesse individuale. L’Imitazione affronta il problema attraverso l’umiltà, la carità e il distacco dal prestigio. Demaria lo affronta anche sul piano della struttura sociale, attraverso una concezione organica della realtà e il principio altruico. Ne deriva una distinzione fondamentale: la conversione personale può favorire relazioni più responsabili, ma non garantisce da sola la costruzione di istituzioni giuste. Analogamente, un’organizzazione ben progettata non assicura automaticamente la maturazione morale dei suoi membri.

5.3. La coerenza tra valori e azioni

L’Imitazione insiste sulla necessità che la conoscenza spirituale diventi condotta. Demaria sottolinea il rapporto tra conoscenza della realtà e azione costruttiva. Rossello sviluppa questa convergenza attraverso il richiamo alla sociologia costruttiva e al principio acta non verba, inteso come esigenza di verificare la capacità dell’azione di produrre effetti concreti. Il dialogo fra le tre prospettive permette di formulare un criterio utile alla progettazione sociale: i valori dichiarati devono tradursi in decisioni, comportamenti e risultati verificabili.

5.4. Le differenze fondamentali

DimensioneL’Imitazione di CristoDemaria e la dinontorganica
Finalità principaleConversione e conformazione a CristoComprensione e costruzione della realtà storica
Dimensione privilegiataInteriorità e vita spiritualeRelazioni, strutture e processi storico-sociali
Criterio di riferimentoVangelo, Cristo, vita sacramentaleRealismo dinamico e concezione organica della realtà
Rapporto con la societàPrevalentemente etico e relazionaleEsplicitamente sociale, organizzativo e progettuale
MetodoMeditazione, esame di sé, esercizio delle virtùAnalisi della realtà, sintesi e orientamento della prassi
Possibile applicazione socialeFormazione etica e responsabilità relazionaleProgettazione, organizzazione e trasformazione dei sistemi sociali

Le due prospettive sono quindi complementari soltanto in senso interpretativo. Non costituiscono un unico sistema teorico e non devono essere assimilate forzatamente.

6. Come utilizzare sociologicamente entrambe le prospettive nella progettazione sociale

Il passaggio più rilevante consiste nel comprendere come i riferimenti teorici possano diventare strumenti di lavoro per l’Esperto di Progettazione Sociale. L’integrazione proposta non consiste nell’applicare letteralmente l’Imitazione di Cristo a un progetto né nel trattare la dinontorganica come una procedura già completamente standardizzata. Si tratta, piuttosto, di costruire un metodo nel quale la prospettiva spirituale contribuisca a interrogare le finalità etiche dell’intervento e quella dinontorganica aiuti a comprendere le relazioni, le strutture e i processi attraverso cui tali finalità possono essere perseguite.

6.1. Primo passaggio: conoscere la realtà prima di intervenire

Un progetto sociale dovrebbe iniziare con un’analisi del contesto che non si limiti alla raccolta dei bisogni immediatamente visibili.

Occorre ricostruire:

  • le caratteristiche della comunità interessata;
  • le relazioni tra persone, famiglie, associazioni e istituzioni;
  • le risorse disponibili e quelle non ancora valorizzate;
  • le cause strutturali dei problemi;
  • le forme di esclusione e le disuguaglianze di accesso;
  • i conflitti, le aspettative e le differenti interpretazioni dei bisogni.

La prospettiva dinontorganica invita a considerare queste componenti nella loro interdipendenza, evitando di affrontare ogni problema come se fosse indipendente dagli altri. L’Imitazione di Cristo introduce, su un piano differente, un’esigenza di umiltà conoscitiva: non presumere di conoscere già completamente le persone e non sostituire il proprio giudizio alla loro esperienza. Sul piano metodologico, questa disposizione può tradursi nell’ascolto attivo, nella ricerca qualitativa, nelle interviste, nei focus group e nell’analisi partecipata dei bisogni. L’umiltà non sostituisce la competenza tecnica, ma può contribuire a orientarla verso un atteggiamento meno autoreferenziale.

6.2. Secondo passaggio: definire una finalità condivisa

Una volta analizzato il contesto, occorre definire quale cambiamento il progetto intenda produrre. La prospettiva dinontorganica invita a considerare il progetto come un processo unitario, nel quale attività, risorse, relazioni e risultati devono essere coerenti con la finalità complessiva. La prospettiva cristiana aggiunge una domanda etica: il cambiamento perseguito favorisce realmente la dignità delle persone, oppure rischia di utilizzare alcuni soggetti come strumenti per obiettivi decisi da altri? Per evitare che la finalità venga stabilita esclusivamente dai progettisti, è necessario coinvolgere gli attori interessati nella definizione delle priorità. La partecipazione non significa che ogni decisione debba essere unanime. Significa che le persone devono avere opportunità effettive di esprimersi, conoscere le alternative, contestare le scelte e contribuire alla definizione degli obiettivi.

6.3. Terzo passaggio: costruire relazioni e strutture coerenti

Una finalità condivisa deve essere tradotta in un’organizzazione concreta. Ciò richiede la definizione di ruoli, responsabilità, risorse, procedure decisionali e modalità di collaborazione. La prospettiva dinontorganica invita a verificare che le componenti del progetto funzionino in modo coerente con l’obiettivo complessivo. L’etica dell’Imitazione di Cristo può invece contribuire a interrogare il modo in cui vengono esercitate le responsabilità: ascolto, rispetto, disponibilità alla collaborazione e capacità di riconoscere gli errori. In questa fase è particolarmente importante evitare due rischi. Il primo è la frammentazione: attività formalmente corrette, ma incapaci di produrre un cambiamento unitario. Il secondo è la concentrazione del potere: un progetto presentato come comunitario, ma gestito in modo da escludere i destinatari dalle decisioni fondamentali. Un’organizzazione costruttiva deve quindi essere contemporaneamente funzionale, partecipativa e rispettosa dei diritti delle persone.

6.4. Quarto passaggio: verificare i risultati

La valutazione rappresenta il momento in cui il progetto deve confrontarsi con gli effetti prodotti. In coerenza con il principio acta non verba, richiamato da Rossello, la bontà delle intenzioni non può essere assunta come prova dell’efficacia dell’intervento. Occorre verificare se le attività abbiano effettivamente contribuito al cambiamento desiderato, quali risultati siano stati raggiunti e quali conseguenze inattese siano emerse.

La valutazione deve comprendere almeno tre dimensioni:

  1. Efficacia: gli obiettivi sono stati raggiunti?
  2. Qualità relazionale: il progetto ha favorito partecipazione, fiducia, cooperazione e inclusione?
  3. Sostenibilità: i risultati possono essere mantenuti nel tempo attraverso risorse e relazioni adeguate?

La prospettiva etica richiede inoltre di considerare chi beneficia dei risultati, chi ne sostiene i costi e chi rischia di rimanere escluso. Un intervento non può essere considerato socialmente riuscito soltanto perché ha rispettato il budget o completato le attività previste. Deve essere valutato anche in rapporto alla qualità del cambiamento prodotto nella vita delle persone.

7. Una proposta metodologica integrata per l’Esperto di Progettazione Sociale

Sulla base del confronto sviluppato, è possibile proporre un modello operativo in sei fasi. Questo schema costituisce una proposta metodologica originale elaborata a partire dai riferimenti esaminati. Non va presentato come una procedura ufficiale già formalizzata da Demaria, da Rossello o dall’autore dell’Imitazione di Cristo.

Fase 1. Analisi della realtà

Riferimento prevalente: realismo dinamico.

Si analizzano il contesto, le relazioni, i bisogni, le risorse, gli attori e i vincoli che condizionano il fenomeno.

Strumenti: ricerca documentale, interviste, osservazione, dati territoriali, mappatura degli stakeholder e analisi delle reti.

Risultato atteso: una rappresentazione condivisa del problema e delle sue cause.

Fase 2. Orientamento etico

Riferimento prevalente: Imitazione di Cristo.

Si interrogano le finalità del progetto, il trattamento riservato alle persone, i possibili conflitti di interesse e la coerenza tra valori dichiarati e comportamenti.

Strumenti: analisi degli stakeholder vulnerabili, confronto etico, codici di condotta, procedure di ascolto e tutela.

Risultato atteso: criteri espliciti per orientare le decisioni.

Fase 3. Sintesi progettuale

Riferimento prevalente: dinontorganica.

Si definisce il cambiamento da realizzare e si collegano obiettivi, attività, risorse e relazioni in una struttura coerente.

Strumenti: teoria del cambiamento, quadro logico, mappa degli attori e pianificazione delle attività.

Risultato atteso: un progetto unitario, non una semplice somma di interventi separati.

Fase 4. Costruzione partecipata

Riferimento integrato: socialità dinontorganica e responsabilità relazionale cristiana.

Si coinvolgono gli attori interessati nella progettazione e nella realizzazione, garantendo modalità accessibili di partecipazione e possibilità di dissenso.

Strumenti: tavoli territoriali, laboratori comunitari, coprogettazione, partenariati e accordi di collaborazione.

Risultato atteso: una struttura di cooperazione capace di sostenere l’intervento.

Fase 5. Realizzazione e apprendimento

Riferimento integrato: ideoprassi e coerenza tra intenzioni e comportamenti.

Il progetto viene realizzato attraverso attività monitorate, momenti di confronto e possibilità di correggere le scelte.

Strumenti: cronoprogramma, indicatori di processo, riunioni di verifica, registri delle decisioni e gestione dei rischi.

Risultato atteso: un intervento capace di adattarsi alle condizioni reali senza perdere la propria finalità.

Fase 6. Valutazione e consolidamento

Riferimento prevalente: sociologia costruttiva.

Si verifica il cambiamento prodotto e si stabilisce se le relazioni, le competenze e le strutture attivate possano continuare a generare risultati.

Strumenti: indicatori di risultato, valutazione partecipata, analisi qualitativa degli esiti e misurazione dell’impatto.

Risultato atteso: un cambiamento verificabile e, quando possibile, sostenibile nel tempo.

Schema di sintesi

FaseDomanda fondamentaleProdotto operativo
AnalisiQuale realtà dobbiamo comprendere?Diagnosi sociale
Orientamento eticoQuale cambiamento è giusto perseguire?Criteri etici
SintesiQuale realtà vogliamo costruire?Disegno progettuale
PartecipazioneChi deve contribuire e decidere?Rete di cooperazione
RealizzazioneCome trasformiamo il progetto in pratica?Intervento monitorato
ValutazioneQuali cambiamenti abbiamo prodotto?Valutazione e piano di continuità

La forza del modello risiede nel collegare la conoscenza del contesto, la responsabilità morale, la costruzione organizzativa e la verifica dei risultati. Il suo limite, allo stato attuale, è che si tratta di uno schema teorico da sperimentare e validare attraverso applicazioni concrete. Per dimostrarne l’efficacia sarebbero necessari casi di studio, confronti con altri modelli progettuali e verifiche empiriche.

8. Indicatori sociologici: come rendere osservabile la costruttività

Uno dei problemi metodologici più importanti riguarda la misurazione della qualità sociale degli interventi. Rossello segnala esplicitamente la necessità di tradurre concetti come sintesi organica e altruismo in indicatori affidabili. La questione è decisiva: senza un lavoro di operazionalizzazione, il rischio è che la dinontorganica rimanga una prospettiva filosofica interessante, ma difficilmente verificabile sul piano applicativo. Una possibile soluzione consiste nel distinguere tra concetti teorici e dimensioni empiriche osservabili.

DimensionePossibili indicatoriMetodo di rilevazione
PartecipazionePresenza dei destinatari nelle decisioni; distribuzione delle opportunità di parolaVerbali, questionari, osservazione
InclusioneAccessibilità dei servizi; partecipazione dei gruppi meno rappresentatiDati disaggregati, interviste
EducativitàCompetenze acquisite; continuità della formazioneValutazioni pre/post, osservazione
Qualità relazionaleFiducia, collaborazione, gestione dei conflittiQuestionari, interviste, analisi delle reti
Coerenza eticaCorrispondenza tra principi dichiarati e decisioni effettiveAudit, analisi documentale, casi critici
SostenibilitàContinuità delle attività; disponibilità di risorse e responsabilitàBilanci, piani di continuità, follow-up
Costruttività socialeCambiamenti osservabili nelle condizioni di vita e nelle relazioniValutazione degli esiti e dell’impatto

Questi indicatori non costituiscono una scala scientificamente validata della dinontorganica. Sono ipotesi operative da adattare al contesto e da sottoporre a verifica. È inoltre necessario distinguere tra risultati immediati, effetti di medio periodo e impatti di lungo periodo. Un aumento della partecipazione, per esempio, non dimostra automaticamente un miglioramento della coesione sociale; occorre verificare se la partecipazione abbia prodotto relazioni più stabili, decisioni più inclusive o un accesso più equo alle opportunità. Anche l’altruismo richiede particolare cautela. Non può essere misurato semplicemente attraverso dichiarazioni di disponibilità al servizio. È più utile studiare comportamenti osservabili, come la condivisione delle risorse, la reciprocità, la capacità di includere soggetti svantaggiati e la distribuzione dei benefici. La valutazione, infine, deve prevedere la possibilità di risultati negativi. Se un progetto produce esclusione, dipendenza o concentrazione del potere, tali effetti devono essere riconosciuti e corretti, anche quando le intenzioni originarie erano positive.

9. Applicazioni possibili nei territori, nelle organizzazioni e nelle imprese

Il dialogo tra Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura progettuale di Rossello può essere applicato a diversi ambiti.

9.1. Comunità territoriali e welfare partecipato

Un progetto di welfare territoriale può partire dall’analisi dei bisogni di anziani, famiglie, giovani e persone in condizioni di vulnerabilità. La prospettiva dinontorganica invita a non considerare separatamente i servizi sociali, le reti familiari, le associazioni, i trasporti e le istituzioni. Occorre comprendere come queste componenti interagiscano e quali ostacoli impediscano alle persone di accedere alle risorse. L’Imitazione di Cristo può offrire un orientamento etico centrato sulla dignità, sulla prossimità e sulla responsabilità verso chi si trova in difficoltà. La traduzione progettuale può consistere nella creazione di tavoli permanenti di comunità, reti di prossimità, servizi integrati e percorsi di partecipazione dei destinatari. Il successo non dovrebbe essere misurato soltanto dal numero delle prestazioni erogate, ma anche dalla capacità del sistema territoriale di ridurre l’isolamento, migliorare l’accessibilità e rafforzare le relazioni di sostegno.

9.2. Impresa e benessere organizzativo

In ambito aziendale, il confronto permette di superare una concezione del lavoratore come semplice risorsa produttiva. La dinontorganica invita a considerare l’impresa come realtà relazionale inserita in un sistema sociale più ampio. L’Imitazione di Cristo, letta come riferimento etico e non come manuale manageriale, sollecita a interrogare le pratiche di potere, la qualità delle relazioni e la coerenza tra principi dichiarati e comportamenti. Le applicazioni possono riguardare il benessere organizzativo, la formazione, la prevenzione delle discriminazioni, la partecipazione dei lavoratori, il rapporto tra impresa e territorio e la responsabilità sociale. In questo ambito, la progettazione sociale può contribuire a definire obiettivi misurabili, indicatori di processo e strumenti di valutazione, evitando che l’impegno etico si esaurisca in iniziative comunicative.

9.3. Educazione e formazione

La dimensione educativa costituisce un terreno particolarmente interessante. L’Imitazione di Cristo attribuisce importanza alla formazione delle disposizioni interiori; Demaria considera l’educatività una dimensione della realtà dinamica; Rossello richiama la necessità di trasformare i concetti teorici in pratiche costruttive. Un progetto educativo ispirato a questo dialogo potrebbe sviluppare competenze di cooperazione, responsabilità, ascolto, gestione dei conflitti e partecipazione. L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una visione religiosa a contesti pluralistici, ma promuovere comportamenti rispettosi della dignità umana e capaci di contribuire al bene comune. La valutazione potrebbe riguardare non soltanto le conoscenze acquisite, ma anche i cambiamenti osservabili nelle pratiche collaborative, nella partecipazione e nella capacità di affrontare problemi condivisi.

9.4. Innovazione sociale e laboratori territoriali

Un ulteriore ambito è rappresentato dai laboratori territoriali permanenti, nei quali cittadini, istituzioni, imprese e associazioni collaborano per affrontare problemi comuni. Nel contributo dedicato alla sociologia costruttiva, Rossello richiama proprio la possibilità di sviluppare architetture sociali alternative e strutture territoriali capaci di sostenere processi di rigenerazione. Un laboratorio di questo tipo dovrebbe disporre di una diagnosi condivisa, obiettivi verificabili, ruoli definiti, strumenti di monitoraggio e meccanismi di revisione. Il riferimento spirituale potrebbe contribuire alla riflessione sulle finalità etiche, mentre il realismo dinamico offrirebbe una cornice interpretativa per comprendere le interdipendenze del sistema. L’elemento decisivo sarebbe la capacità di mantenere nel tempo le relazioni e le competenze generate dal progetto, evitando che ogni iniziativa si esaurisca con la conclusione del finanziamento.

10. Limiti epistemologici e condizioni di validità

Un confronto rigoroso deve riconoscere che le prospettive esaminate non sono esenti da difficoltà.

10.1. Il rischio di strumentalizzare la spiritualità

La carità cristiana non può essere ridotta a una tecnica per migliorare la produttività o la coesione di un’organizzazione. La sua finalità teologica eccede qualsiasi obiettivo gestionale. Un’applicazione sociale è legittima quando riconosce questa differenza e utilizza il riferimento spirituale come orientamento etico, senza pretendere di esaurirne il significato.

10.2. Il rischio di una concezione totalizzante dell’organismo

La prospettiva organica può favorire una comprensione integrata della società, ma deve confrontarsi con il pluralismo, il conflitto e l’autonomia delle persone. Una comunità non è sana perché tutti condividono la stessa interpretazione della realtà. Può essere sana anche quando ospita dissenso, purché disponga di procedure e relazioni che permettano di affrontarlo senza esclusione o coercizione. Questo problema è particolarmente rilevante nella progettazione sociale, dove le priorità possono essere interpretate diversamente dai cittadini, dalle amministrazioni, dalle imprese e dalle associazioni.

10.3. Il rischio di confondere principi e prove

Una teoria filosofica può orientare la ricerca, ma non dimostra automaticamente l’efficacia di un intervento. La validità applicativa della progettazione dinontorganica deve essere verificata attraverso casi di studio, indicatori, confronti e valutazioni empiriche. La stessa cautela vale per i percorsi ispirati all’etica cristiana: buone intenzioni e finalità generose non costituiscono, da sole, una prova di efficacia.

10.4. Il problema della misurazione

Concetti come carità, altruismo, unità organica e costruttività possiedono significati complessi che non possono essere esauriti da un singolo indicatore. È quindi necessario combinare metodi quantitativi e qualitativi, distinguere tra processi ed esiti e riconoscere i limiti delle misurazioni. La ricerca dovrebbe inoltre confrontare la proposta dinontorganica con altre prospettive sociologiche, evitando di considerarla valida soltanto sulla base della sua coerenza interna.

Conclusioni

Il confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo, approfondito attraverso i contributi di Antonio Rossello, permette di individuare una prospettiva di lavoro che collega formazione personale, comprensione della realtà sociale e progettazione del cambiamento. L’Imitazione di Cristo offre una riflessione sulla conversione, sulla carità, sull’umiltà e sulla coerenza morale. Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, nella quale le relazioni e le strutture sociali assumono un ruolo fondamentale. Rossello sviluppa una rilettura contemporanea di questo patrimonio, sottolineando la possibilità di tradurlo in una sociologia orientata alla costruzione di realtà sociali concrete. Il contributo più interessante del confronto consiste nel superamento di due riduzioni. La prima è quella che considera il cambiamento sociale esclusivamente come una questione di strutture, procedure e risorse, trascurando la responsabilità delle persone. La seconda è quella che affida la trasformazione della società alla sola maturazione morale degli individui, senza interrogare le istituzioni, i rapporti di potere e le condizioni materiali che influenzano i comportamenti. Una progettazione sociale consapevole deve invece tenere insieme queste dimensioni, pur distinguendole sul piano metodologico. La formazione personale può favorire atteggiamenti di responsabilità e cooperazione; la progettazione organizzativa può creare condizioni che sostengano tali comportamenti; la valutazione può verificare se il cambiamento desiderato sia stato effettivamente prodotto. In questo quadro, la prospettiva dinontorganica non dovrebbe essere presentata come una formula capace di risolvere automaticamente i problemi sociali, ma come un paradigma da approfondire e sottoporre a verifica empirica. Allo stesso modo, l’Imitazione di Cristo non deve essere trasformata in un manuale di progettazione, ma può offrire una fonte di orientamento etico per interrogare le finalità e la qualità morale dell’azione.

La sintesi proposta può essere espressa attraverso tre domande:

  • Domanda spirituale: quale trasformazione della persona è necessaria perché l’agire sia coerente con i valori professati?
  • Domanda ontologico-sociale: quale realtà stiamo costruendo attraverso le relazioni, le istituzioni e le attività quotidiane?
  • Domanda progettuale: quali interventi possono produrre un cambiamento verificabile, inclusivo e sostenibile?

Il dialogo tra queste domande non elimina le differenze tra le opere esaminate. Le rende, piuttosto, reciprocamente feconde. La carità può orientare l’attenzione verso le persone; il realismo dinamico può contribuire a comprendere le interdipendenze della realtà; la progettazione sociale può tradurre tali orientamenti in processi, responsabilità e risultati verificabili. La conclusione non è che una società giusta derivi automaticamente da persone virtuose o da organizzazioni ben progettate. È, più prudentemente, che la qualità del cambiamento sociale dipende anche dalla capacità di connettere responsabilità personale, strutture organizzative e verifica degli effetti prodotti.

In questa prospettiva, progettare socialmente significa non soltanto rispondere a un bisogno, ma contribuire alla costruzione di una realtà nella quale le persone possano partecipare, sviluppare le proprie capacità e concorrere al bene comune.

Franco Faggiano, Esperto di Progettazione Sociale, socio ASI | Blog: franco-faggiano.blogspot.com

Bibliografia

1. Fonti primarie: Tommaso Demaria

Demaria, T. (1958). Sintesi sociale cristiana. Metafisica della realtà sociale. Torino: Quaderni di Cultura e Formazione Sociale.

Demaria, T. (1964). Per la rieducazione all’amore cristiano tra le aziende. Atti dei convegni di Rapallo. Velate di Varese: Edizioni FAC.

Demaria, T. (1967). Visioni chiave di questo nostro mondo dinamico. Atti dei convegni di Rapallo. Velate di Varese: Edizioni FAC.

Demaria, T. (1970). Il mondo di oggi come questione sociale. Atti dei convegni di Rapallo. Velate di Varese: Edizioni FAC.

Demaria, T. (1975). Ontologia realistico-dinamica. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). Metafisica della realtà storica. La realtà storica come ente dinamico. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). La realtà storica come Superorganismo Dinamico. Dinontorganismo e Dinontorganicismo. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). L’ideologia cristiana. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1980). Ideologia come prassi razionalizzata. Verona: Il Segno-NPC.

Demaria, T. (1982). La società alternativa. Verona: NPC.

Demaria, T. (2008). Riflessioni spirituali. Vicenza: Tipografia Unione.

Demaria, T. (2017). Scritti teologici inediti. A cura di M. Mantovani e R. Roggero. Roma: LAS.

Demaria, T. (2020). Scritti filosofici e pedagogici inediti. A cura di M. Mantovani. Roma: LAS.

2. Fonte primaria: L’Imitazione di Cristo

Tommaso da Kempis (attrib.). De imitatione Christi. Quattro libri.

3. Contributi di Antonio Rossello

Rossello, A. (2026a, 12 giugno). Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica. Sociologia On Web.
https://www.sociologiaonweb.it/verso-una-sociologia-costruttiva-il-realismo-dinamico-e-la-progettazione-sociale-dinontorganica/

Rossello, A. (2026b, 15 giugno). Acta non verba: l’eredità di Tommaso Demaria e la sorpresa della Dinontorganica. Pagina Tre.
https://paginatre.it/acta-non-verba-leredita-di-tommaso-demaria-e-la-sorpresa-della-dinontorganica/

Rossello, A. (2026c). Il progetto Elsewhere come realizzazione operativa della Dinontorganica. Sociologia On Web.
https://www.sociologiaonweb.it/il-progetto-elsewhere-come-realizzazione-operativa-della-dinontorganica/

4. Studi sul pensiero demariano e riferimenti sociologici

Mantovani, M. (2002). Sulle vie del tempo. Un confronto filosofico sulla storia e sulla libertà. Roma: LAS. Comprende il contributo Tommaso Demaria. Storia e libertà nel realismo organico-dinamico.

Mantovani, M., Pessa, A., & Riggi, O. (2011). Oltre la crisi. Prospettive per un nuovo modello di sviluppo. Il contributo del pensiero organico-dinamico di Tommaso Demaria. Roma: LAS.

Tacconi, G. (1996). La persona e oltre. Roma: LAS.

Bourdieu, P. (1986). The Forms of Capital. In J. G. Richardson (Ed.), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education (pp. 241–258). New York: Greenwood Press.

Coleman, J. S. (1988). Social Capital in the Creation of Human Capital. American Journal of Sociology, 94, S95–S120.

Donati, P. (1991). Teoria relazionale della società. Milano: Franco Angeli.

Freeman, R. E. (1984). Strategic Management: A Stakeholder Approach. Boston: Pitman.

Putnam, R. D. (1993). Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy. Princeton: Princeton University Press.

Weber, M. (1922). Wirtschaft und Gesellschaft. Tübingen: Mohr.



TAG: Tommaso Demaria; realismo dinamico; dinontorganica; Antonio Rossello; Imitazione di Cristo; sociologia costruttiva; progettazione sociale; carità; altruismo; comunità; impatto sociale.

Stanno arrivando i russi, di Aurèlien

Stanno arrivando i russi.

Non sei sorpreso, vero?

Aurelien14 ottobre
LEGGI NELL’APP
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

A quanto pare, i nostri politici e i nostri media faticano a gestire più di un conflitto alla volta. Così, mentre la folle avventura militare del signor Trump dentro e intorno all’Iran si trascinava a fatica, i combattimenti in Ucraina sono stati in gran parte dimenticati, a parte occasionali segnali di paura o aggressività da parte di leader e commentatori occidentali. Ora che l’Iran sembra avviarsi verso una lunga lotta economica che gli Stati Uniti perderanno, l’attenzione si sta spostando di nuovo a Nord, e improvvisamente ci rendiamo conto di quante cose siano successe lì dall’inizio dell’anno.

Come al solito, non capiamo cosa stiamo vedendo, né perché le cose accadono in questo modo. Questo accade essenzialmente perché il complesso della sicurezza occidentale non comprende la Strategia e come viene applicata, e non si preoccupa di capire la Russia e i suoi obiettivi. Perciò ho pensato che fosse giunto il momento di questo saggio, che spiega cosa sia effettivamente la Strategia, la strategia che i russi, con alcune variazioni, perseguono da oltre trent’anni, e soprattutto il dolore e il danno che questa strategia infliggerà all’Occidente nel suo complesso, mentre si avvia verso la sua fase terminale nei prossimi anni. La mentalità strategica occidentale è così poco preparata a comprendere questi problemi, e così lontana dal comprendere la realtà della situazione stessa, che intendo presentare le mie argomentazioni e conclusioni con forse un po’ più di brutalità di quanto impiego di solito, perché è necessario per stimolare la concentrazione. (Ho ripetuto elementi della stessa cosa in diverse occasioni nel corso degli anni, senza ottenere alcun risultato diverso da quello che mi aspettavo.)

******************************

Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete continuare a sostenere il mio lavoro mettendo “mi piace”, commentando e, soprattutto, condividendoli con altri e con altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, non vi ostacolerò (anzi, ne sarei molto onorato), ma non posso promettervi nulla in cambio, se non una piacevole sensazione di merito. Un ringraziamento speciale a coloro che hanno recentemente sottoscritto un abbonamento a pagamento. Ho anche creato una pagina “Offrimi un caffè”, che potete trovare qui . Grazie a tutti coloro che hanno contribuito di recente e un ringraziamento speciale per le tante gentili parole di supporto che ho ricevuto da chi ha inviato denaro. Significano moltissimo per me.

*********************************

Innanzitutto, cosa non è la strategia. Non è un documento governativo o multinazionale, solitamente corposo e denso di informazioni e corredato da fotografie, né un discorso di un politico, né tantomeno un articolo su una rivista prestigiosa che suggerisce a un Paese o a un’alleanza di fare questo o quello. La strategia è ciò che i governi fanno, non ciò che dicono, guidati da un ampio insieme di obiettivi. Soprattutto, la strategia permette di rispondere alla domanda “stiamo andando nella giusta direzione?” e di apportare le modifiche necessarie. Le strategie sono piani di alto livello, molto generali, che si estendono per almeno anni, e spesso decenni, verso obiettivi che a loro volta sono piuttosto generali. Poiché l’Occidente è molto carente in materia di strategia, e in generale nel pensare oltre i prossimi cinque minuti, il termine è abusato, mentre l’attività in sé è raramente svolta. Nel contesto di questo saggio, ad esempio, non esiste una vera e propria “strategia NATO” nei confronti della Russia, e non è mai esistita. Ciò che c’è stato è un insieme variabile di atteggiamenti e aspirazioni nel corso del tempo, che hanno generato occasionali obiettivi e iniziative a breve termine, in gran parte scollegati tra loro. Certo, nessun politico ammetterà mai di “non avere una strategia”, così come non lo fanno i sostenitori (o, del resto, i critici) della NATO, ma per chiunque tenga al significato delle parole è innegabilmente vero. E poiché non elaboriamo strategie, non sappiamo riconoscere e interpretare quelle degli altri.

Come ho già detto, la strategia si basa su obiettivi generali e di alto livello. Per essere attuata, deve essere accompagnata da obiettivi e piani di livello inferiore, tradizionalmente definiti “a livello operativo”. E non è un caso che la Russia sia sempre stata all’avanguardia nella teoria e nella pratica del livello operativo. Analizziamo un paio di esempi concreti di strategia e della sua implementazione, provenienti da due lati opposti del mondo.

Negli anni ’90, in Corea del Sud, il nuovo governo civile decise di adottare una strategia volta a ridurre il predominio statunitense e a trasformarsi in una potenza militare regionale. Questa strategia rientrava in un quadro più ampio, che prevedeva anche l’imitazione e la progressiva sostituzione del Giappone, sia a livello industriale che commerciale. Importando inizialmente equipaggiamenti militari non statunitensi, ampliando i legami in materia di difesa e sicurezza e acquisendo proprietà intellettuale, i coreani riuscirono a creare un’industria bellica nazionale in grado di soddisfare gran parte del loro fabbisogno, ridimensionando la dipendenza dagli equipaggiamenti americani e diventando infine essi stessi esportatori di armi. Parallelamente, svilupparono una marina d’alto mare e la capacità di schierare navi a distanza, e gradualmente e silenziosamente elaborarono sistemi di comando nazionali per raggiungere la massima indipendenza possibile dagli Stati Uniti. Questa è una strategia, e ci è voluta una generazione per arrivare al risultato attuale.

In un contesto molto più vicino a casa, la Francia ha perseguito per un secolo una politica di massima indipendenza strategica, ma dopo il 1945 questa divenne critica. Con le forze statunitensi stanziate sul suo territorio, le armi nucleari americane operative dalle loro basi e impantanata irrimediabilmente in guerre coloniali senza speranza di vittoria, l’élite francese del dopoguerra si rese conto che bisognava fare qualcosa. Il fulcro di questa strategia fu il programma nucleare indipendente, avviato nei primi anni ’50 in gran segreto, insieme ai tentativi di rafforzare la posizione politica della Francia. Ma fu solo con l’arrivo al potere di De Gaulle, che riuscì a ritirare l’esercito dall’Algeria e ad avviare la sua modernizzazione, e con il primo test nucleare riuscito nel 1960, che le cose iniziarono a cambiare. Ciò permise un graduale disimpegno dalla struttura militare della NATO, lo sviluppo di un sistema di comando nazionale indipendente dalla NATO e, soprattutto, una forza nucleare indipendente e un’industria della difesa nazionale. Insieme al successivo sviluppo dei satelliti di ricognizione nazionali e di altri sistemi di intelligence tecnica, ciò ha conferito alla Francia l’autonomia strategica nel processo decisionale che cercava, sebbene ci sia voluta più di una generazione per raggiungerla. Questa è una strategia.

L’Occidente nel suo complesso non ha nulla di simile. Ha obiettivi vaghi e documenti strategici, ma nulla viene mai organizzato e portato a termine. Gli inglesi, ad esempio, non hanno mai avuto una strategia nei confronti dell’Europa, solo una scontrosa tendenza ad assecondare idee che in realtà non potevano contrastare. Gli Stati Uniti hanno avuto tante strategie nei confronti, ad esempio, della Cina quanti sono i gruppi di interesse, e raramente vengono messe in pratica. E non si può costruire una strategia dal basso: a prescindere da ciò che pensano gli esperti, una serie di obiettivi improvvisati e scollegati tra loro in momenti diversi non costituiscono, e non possono costituire, una strategia.

Sottolineo questo punto perché aiuta a spiegare perché non comprendiamo le strategie di altre nazioni quando le osserviamo. Nel caso della Russia, che vede le minacce provenire principalmente dall’Occidente, la sua strategia è da tempo quella di utilizzare vari mezzi per mantenere queste minacce il più lontano possibile e per prevenire o indebolire, per quanto possibile, i raggruppamenti di Stati che potrebbero diventare una minaccia. Una volta compreso questo semplice fatto, molte cose diventano più chiare. Tuttavia, questa strategia non è stata scelta a caso, né può essere liquidata semplicemente come un’ossessione per la propria storia e una paranoia culturale, sebbene entrambe contribuiscano. Le sue origini – ed è qui che inizia il pericolo – risiedono nella geografia e nel modo in cui la geografia è stata politicamente divisa.

La questione fondamentale nella politica internazionale è come lo spazio sia stato diviso dal potere nel corso del tempo e come e perché questa divisione cambi. Per la stragrande maggioranza della storia umana, si è assistito a una successione di imperi, e ancora oggi in alcune parti del mondo – il Libano ne è un buon esempio – si possono osservare i resti di migliaia di anni di imperi diversi, letteralmente ammassati uno sull’altro. Il modo normale in cui gli imperi crescevano era attraverso l’espansione e la conquista a partire dalla madrepatria, e gli imperi più stabili e longevi, come quello romano, persiano e ottomano, introducevano divisioni amministrative e sistemi di governo nei territori conquistati. Di tanto in tanto, gli imperi entravano in conflitto tra loro e con gli interessi di altri stati. A metà del XIX secolo, la Russia cercava di espandersi verso sud, in un’area dominata dall’Impero Ottomano, dove britannici e francesi avevano importanti interessi strategici. Da qui la guerra di Crimea, una tipica guerra intra-imperiale dell’epoca.

Questa era, in sostanza, la situazione del mondo nel 1914. Il moderno “stato-nazione” stava compiendo progressi limitati, perlopiù a partire da quelli che un tempo erano stati territori ottomani, e l’Italia aveva appena cessato di essere, per usare la celebre formula, “un’espressione geografica”, piuttosto che uno stato. Ma a Berlino, Praga, Varsavia, Vienna, Budapest, San Pietroburgo, Skopje, Damasco, Baghdad e Beirut, la gente viveva in imperi e giurava fedeltà a sovrani lontani, di cui i loro territori erano possedimenti. Il termine “nazione”, nella misura in cui aveva un significato, si riferiva all’eredità culturale e storica di un gruppo, spesso comprendente lingua e religione.

E poi tutto cambiò, poiché quasi da un giorno all’altro queste imponenti strutture semplicemente scomparvero. Al loro posto, arrivò il concetto più confuso e probabilmente più pericoloso della storia politica: lo Stato-nazione. Un secolo prima, la Francia repubblicana aveva introdotto una nuova entità politica: non il possesso di un re, ma uno Stato composto da tutti coloro che volevano viverci: un “referendum senza fine”, come lo definì lo storico Ernest Renan. Ecco perché la Francia, fino a poco tempo fa, poteva facilmente assorbire un gran numero di immigrati da tutto il mondo: erano venuti lì per essere francesi. In quest’ottica, il “popolo francese” era costituito dalle persone che vivevano, volontariamente, in Francia. La “nazione francese” era la somma totale di tutte queste persone. Questo principio repubblicano, aspramente osteggiato dalla destra, non si affermò definitivamente fino al secondo dopoguerra e ora, purtroppo, viene nuovamente minato, ma questa volta dalla sinistra.

Eppure, senza l’impalcatura ideologica repubblicana, i concetti di “popolo” e “nazione” sono stati inevitabilmente interpretati altrove in termini etnici e religiosi. Pertanto, il discorso odierno è irrimediabilmente confuso, persino in inglese, tra “nazione”, “popolo” e “stato”: quest’ultimo termine ha due significati ben distinti. La confusione è altrettanto grande all’interno e tra le altre lingue. La Carta delle Nazioni Unite afferma (articolo 1) che tra gli scopi dell’ONU vi è “sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni basate sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e di autodeterminazione dei popoli, e adottare altre misure appropriate per rafforzare la pace universale”. Questa affermazione è quanto di più privo di significato si possa immaginare, e pericolosamente, con la sua molteplicità di termini ambigui. L’intera, cruenta storia dei negoziati è utilmente esposta in uno studio delle Nazioni Unite .

Ciononostante, nuovi paesi furono accolti nel mondo dopo il 1918, così come dopo il 1945, nella convinzione ingenua che fosse possibile creare tali nazioni a partire da “nazioni” e “popoli” che avrebbero convissuto felicemente. Forse a questi entusiasti era venuto in mente che, persino prima della Prima Guerra Mondiale, nel 1912, Grecia, Bulgaria, Montenegro e Serbia, non appena cacciati gli Ottomani dai territori che ambivano, si erano subito combattute tra loro per quegli stessi territori. E il crollo degli imperi nel 1918 fu accompagnato da guerre, rivoluzioni e violenze diffuse, poiché l’autodeterminazione dei popoli si rivelò un po’ più difficile di quanto si fosse previsto.

In nessun altro ambito questo problema fu più grave e pericoloso che nel caso degli stati che sostituirono gli imperi asburgico, romanov e hohenzollern. Fin dall’inizio, questi stati erano in media più piccoli, più poveri e meno stabili della Francia e della Germania a ovest, e della nuova Unione Sovietica a est. Sebbene tendiamo a pensare alla diplomazia degli anni ’20 e ’30 come a un preludio un po’ tedioso all’ascesa del nazismo e alla Seconda Guerra Mondiale, in realtà fu un periodo di paura, violenza, rivoluzione e dittature, in cui le nuove nazioni si giravano incessantemente intorno, e intorno alle potenze più forti a est e a ovest, alla ricerca di alleanze difensive e di qualche tipo di garanzia.

Questo è un esempio di uno di quei problemi politici che, in definitiva, risultano insolubili. Non intendo dire che non ci sia nulla da fare, ma piuttosto che non può esistere una soluzione definitiva e giusta, nel senso idealistico del brano della Carta delle Nazioni Unite citato in precedenza, e che la cosa migliore da fare è cercare di gestire il problema e impedirgli di causare troppi danni. La Seconda Guerra Mondiale ha dimostrato che il problema era persino più grave di quanto si fosse compreso, poiché in alcuni casi gli stessi nuovi Stati si sono disgregati, e sono emersi brevemente e in modo poco attraente mini-Stati come la Croazia e l’Ucraina indipendenti. Questa è la realtà dell’autodeterminazione dei popoli nella pratica.

L’Unione Sovietica, che aveva visto molti di questi stati e attori sub-statali unirsi alla crociata antibolscevica tedesca, decise di non correre rischi e, laddove i suoi eserciti si fermarono, insediarono governi comunisti controllati da Mosca, guidati da leader compiacenti che avevano trascorso la maggior parte della guerra a Mosca, nonché attraverso massicce forze di occupazione e la formazione di efficienti organizzazioni di polizia segreta.

Questo era un modo di controllare lo spazio , e voglio sottolineare questo modo di vedere le cose, perché la grammatica del potere che controlla lo spazio è qui più importante come quadro analitico rispetto alle tradizionali divisioni per paese, confine, governo o partito politico. Lo spazio può essere controllato, o quantomeno negato ad altri, in tutta una serie di modi diversi, dall’occupazione militare diretta da un lato all’amicizia e alla cooperazione, e persino all’alleanza militare, dall’altro. Sebbene l’Armata Rossa fosse presente in forze in ogni paese tranne la Romania (un’eccezione che non c’è tempo di approfondire qui), l’Unione Sovietica godeva di una notevole influenza in Finlandia, al punto che i governi che si sono succeduti si sono posizionati con attenzione per non offendere Mosca, pur coltivando i rapporti con l’Occidente. Ciò faceva comodo a Mosca, così come la neutralità austriaca, che non sembra essere stata percepita come una minaccia. La Svezia, d’altro canto, con i suoi profondi, seppur segretissimi, legami con la NATO, sembra essere stata vista come un vero e proprio nemico.

Durante la Guerra Fredda, pertanto, Mosca controllava direttamente una porzione molto ampia dello spazio post-1918 a ovest, o quantomeno non si sentiva minacciata da esso. Ciò significava sia che una guerra preventiva (che la dottrina sovietica riteneva potesse essere necessaria) poteva essere scatenata più facilmente, sia che, in ogni caso, gran parte dei combattimenti e delle distruzioni si sarebbero verificati al di fuori del suo territorio nazionale, che Mosca era comprensibilmente desiderosa di preservare. Significava anche che da lì si potevano lanciare armi nucleari a raggio intermedio in grado di colpire l’Europa occidentale.

La fine della Guerra Fredda ha prodotto sia un cambiamento violento sia una surreale sovrapposizione di sistemi politici e militari. (Ricordo di essere passato in auto davanti a una guarnigione dell’Armata Rossa nei pressi di Dresda, in quella che era appena diventata una Germania unificata, nel 1991). Improvvisamente, lo spazio su cui Mosca aveva a lungo contato come cuscinetto strategico si trovava fuori dal suo controllo diretto, e persino indiretto, e nessuno aveva la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. Il sistema politico russo era assorbito dagli affari interni e, in Occidente, gran parte della comunità strategica era, come disse un collega diplomatico dopo una visita a Washington, “in stato di shock”.

La questione di come gestire i paesi dell'”ex Patto di Varsavia”, così come le repubbliche sovietiche non russe, non è stata per un certo periodo una priorità nell’agenda delle capitali occidentali. Queste ultime stavano cercando di assorbire lo shock della fine di tutto ciò che avevano considerato centrale per le loro politiche di sicurezza per quarant’anni. Ma dovevano anche affrontare la dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa, la finalizzazione e l’attuazione del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) del 1990, che ha dato una degna sepoltura alla Guerra Fredda, cosa fare con le armi nucleari sovietiche in Ucraina e Bielorussia, la guerra in Iraq e le sue conseguenze, e i Trattati sull’Unione Politica e Monetaria Europea, per citare solo i più significativi. C’era un vero punto interrogativo sul futuro della NATO, se mai ne avesse avuto uno, e si susseguivano lunghi e accesi dibattiti su cosa potesse significare un sistema di difesa autenticamente europeo e su come avrebbe interagito con la NATO, qualora esistesse. E in tutto questo, come un camion che fa retromarcia contromano, si inserì la crisi jugoslava, che (per variare la metafora) sembrò inghiottire tutto ciò che incontrava sul suo cammino, e aggravare e complicare molti degli altri problemi.

La questione delle future relazioni con la nuova Russia era uno di quei problemi che si presentano di tanto in tanto, troppo importanti per essere ignorati ma anche troppo complessi per essere risolti adeguatamente, soprattutto perché nessun paese occidentale aveva realmente le stesse priorità di un altro. La soluzione era parlarne, fare qualche gesto vagamente amichevole e aspettare di vedere cosa sarebbe effettivamente successo a Mosca. Non era affatto scontato che il regime di Eltsin sarebbe durato, o che non sarebbe salito al potere un governo neocomunista (un’ipotesi presa seriamente in considerazione da alcuni ambienti). La NATO non ha mai avuto una vera e propria “politica” collettiva nei confronti della Russia, a differenza dell’abitudine di discuterne, e l’idea di un’espansione della NATO non era formalmente considerata un principio in quel momento. Nella misura in cui esisteva un’opinione coerente, era che la NATO avrebbe comunque avuto difficoltà a rimanere unita e che l’idea di accogliere nuovi membri fosse una complicazione di cui i paesi occidentali semplicemente non avevano bisogno, in un momento in cui c’erano almeno una mezza dozzina di questioni più urgenti.

Le discussioni a cui ho partecipato, o di cui ho letto, ruotavano tutte attorno alla stessa serie limitata di domande. Per ammettere un nuovo membro, bisognava ammettere anche tutti gli altri. Questo avrebbe potuto includere la Russia, nel qual caso la NATO si sarebbe trovata ad avere un confine con la Cina. Oh. Oppure, se non si includeva la Russia, ci si creava un potenziale nemico. D’altra parte, se non si allargava la NATO, si prometteva di fatto di schierarsi, anche militarmente, in una crisi tra, diciamo, Germania e Polonia. Era questo che si voleva? Eppure, d’altra parte, come si poteva spiegare agli stati interessati (e al mondo in generale) che non potevano aderire a un’organizzazione che era teoricamente aperta a tutti e che era già stata allargata diverse volte? Realisticamente, “ai russi non piacerà” non era qualcosa che si poteva dire in pubblico. Bene, allora, si poteva provare a sostituire la NATO con qualcos’altro, ma non completamente, perché la sua esistenza era la chiave del Trattato CFE. Ma l’organizzazione avrebbe dovuto escludere gli Stati Uniti, nel qual caso sarebbe stata dominata dalla Russia, oppure includerli entrambi, nel qual caso si sarebbe trovata in una situazione di stallo permanente. L’unica via d’uscita era quella di creare un’organizzazione troppo debole per poter effettivamente agire. Naturalmente, veniva prodotta una mole enorme di pubblicazioni da parte di esperti che propugnavano di tutto, dall’espansione della NATO e la guerra con la Russia, alla fine della NATO e all’amore e alla pace ovunque, ma ben poco di tutto ciò ebbe un’influenza su un problema che, come era noto, non aveva soluzione.

Come spesso accade con i problemi senza soluzione, e in assenza di una vera e propria “strategia”, che peraltro la NATO non era in grado di elaborare, il risultato fu una serie di mini-decisioni improvvisate, man mano che le circostanze si evolvevano e ogni sorta di fattore transitorio si presentava e scompariva. Ci sarebbero potute essere conseguenze per questa o quella decisione in futuro, ma qualcun altro se ne sarebbe occupato, no? E qualsiasi iniziale nervosismo riguardo alle reazioni russe svanì dalla memoria, mentre i russi protestavano, ma niente di più. Curiosamente, i combattimenti in Jugoslavia, pur avendo complicato enormemente la gestione di altre questioni, si rivelarono utili come salutare shock per coloro che avevano ingenuamente dato per scontato che l’unico problema fosse stato il comunismo e che, ora che era scomparso, la pace, l’amore e l’economia di mercato sarebbero magicamente arrivati. Improvvisamente, i decisori politici occidentali iniziarono a rendersi conto che la storia era un fatto contemporaneo e che poteva essere un fattore di divisione persino all’interno dell’Occidente: Austria e Germania appoggiarono l’indipendenza croata per ragioni elettorali e culturali, mentre diversi altri governi occidentali, tra cui Washington, si lasciarono manipolare dal governo musulmano di Sarajevo. Sia per le potenze occidentali, sia per i governi dei nuovi paesi, divenne scomodamente chiaro che la fine del Patto di Varsavia non aveva risolto nulla, ma aveva piuttosto liberato importanti tensioni dal profondo congelamento in cui erano state mantenute.

Questa era l’epoca dell’arroganza post-Guerra Fredda, quando i governi occidentali davano per scontato, senza sentire il bisogno di un vero dibattito, che il modo migliore per garantire pace e stabilità a Est fosse quello di trasformare il più rapidamente possibile questi nuovi Stati in versioni dello stesso tipo di società liberale basata sulle norme, auspicata nei Trattati di Unione del 1991, e, in ultima analisi, di integrarli economicamente. Anzi, col passare del tempo, si levarono sempre più voci che suggerivano l’importanza di far entrare il Paese X o Y nell’UE, non perché l’organizzazione ne sarebbe uscita rafforzata, ma perché avrebbe aiutato il Paese X o Y a evitare di precipitare nel caos politico che le capitali occidentali temevano sempre più. L’autunno era arrivato alla Primavera delle Nazioni molto più velocemente di quanto chiunque avesse mai immaginato. (Le idee sull’Ucraina nell’UE sono, suppongo, la parodia definitiva di questa argomentazione.)

L’ effetto pratico di tutto ciò fu quello di colonizzare progressivamente uno spazio politico storicamente controllato dalla Russia, ma senza un vero e proprio piano complessivo, con iniziative perlopiù a livello nazionale e senza alcuna considerazione organizzata delle possibili reazioni russe (“Oh, si lamentano sempre!”). L’Occidente ottenne così il peggio di entrambi i mondi. All’estremo opposto, e con notevole sforzo di immaginazione, era possibile trasformare il tutto in una cospirazione per rovesciare la Russia. Solo che in tal caso l’Occidente non avrebbe ridotto drasticamente le dimensioni delle proprie forze armate, abolito la coscrizione, riconfigurato l’esercito per operazioni di spedizione su piccola scala, smantellato le proprie industrie della difesa e reso se stesso incapace di combattere una guerra seria per più di pochi giorni. Il problema era complicato dal fatto che una nuova generazione di decisori politici, basata sulle norme, aveva assimilato l’idea di poter fare comunque ciò che voleva, perché la Russia era economicamente e socialmente arretrata, il suo esercito debole e il suo Stato e il suo esercito sarebbero crollati alla prima sfida.

A partire dalla Georgia nel 2008, e soprattutto dall’Ucraina nel 2014, una tendenza all’interno della vasta e frammentata comunità strategica occidentale iniziò a preoccuparsi delle intenzioni russe, pur continuando a sottovalutarne le capacità. In genere, tuttavia, si presumeva che quella che veniva percepita come una crescente aggressività russa non avesse nulla a che fare con le azioni occidentali, ma fosse un ritorno al modello sovietico e l’inizio di un tentativo di ricostruzione di qualcosa di simile al Patto di Varsavia. L’Ucraina veniva sempre più vista come una prima linea di difesa contro tale aggressione, ma in modi e gradi diversi. Alcune personalità di spicco negli Stati Uniti e in Canada sembravano nutrire la sincera speranza di utilizzare l’Ucraina per innescare un cambiamento politico in Russia. L’opinione più moderata, soprattutto in Europa, era tuttavia sinceramente allarmata dai combattimenti nell’est del paese nel 2014. Come indicavano le loro dichiarazioni dell’epoca, i leader occidentali presumevano che il movimento separatista fosse organizzato e diretto dalla Russia come prima fase di una conquista dell’Ucraina, a cui sarebbe seguito chissà cosa. Gli accordi di cessate il fuoco e di separazione riassunti nei documenti di Minsk furono considerati un trionfo, in quanto impedirono la propagazione della guerra e diedero all’Ucraina la possibilità di rafforzare le proprie difese con l’aiuto occidentale, contro quella che le nazioni europee ritenevano un’invasione altamente probabile. Credevano (e credono tuttora) che la guerra in corso confermi la validità della loro analisi del 2014.

Eppure, ovviamente, i russi non videro affatto il periodo successivo alla metà degli anni ’90 in questo modo. Ciò che videro fu la perdita del controllo di quello che prima era stato un prezioso spazio strategico, senza alcuna via d’uscita evidente per recuperarlo. (Anche per la Russia, tuttavia, Minsk rappresentò un gradito sollievo, poiché non disponeva delle forze necessarie per intervenire in modo decisivo a fianco dei ribelli e aveva bisogno di tempo per prepararsi. In effetti, sfruttò meglio il periodo fino al 2022 rispetto all’Ucraina e all’Occidente). Tuttavia, poche delle nazioni che erano state membri del Patto di Varsavia erano desiderose di rinnovare strette relazioni, quindi la migliore speranza era quella di dissuaderle dal cadere sotto quello che i russi consideravano il controllo dell’Occidente. Ciò poteva essere accompagnato da tentativi di indebolire la coesione all’interno della NATO e dell’UE stessa, ed esercitare pressioni militari, contribuendo così, per estensione, a preservare almeno una certa influenza sullo spazio conteso. Ma fino a poco tempo fa, i russi non avevano le risorse per farlo in modo efficace.

Il fatto che il pensiero occidentale sulla Russia sia stato disorganizzato, arrogante, mal informato ed episodico, con ogni iterazione politica e diplomatica che lasciava nuovi problemi da risolvere per la successiva, è una delle cause della situazione catastrofica in cui si trova l’Occidente. L’altra causa è un’errata comprensione di cosa sia la strategia in primo luogo, e in particolare di cosa sia la strategia russa, e quali saranno le sue probabili conseguenze. Ciò porta a una situazione paradossale in cui l’Occidente non comprende appieno che è in atto una competizione a somma zero per il controllo e l’influenza sullo spazio strategico a ovest dei confini russi. Per l’Occidente, si tratta in parte di un processo robotico guidato da imperativi istituzionali e normativi e che giustifica l’esistenza della NATO. Per i russi è una questione esistenziale. Nessuno dei due comprende l’altro. Fino a poco tempo fa, l’Occidente aveva i mezzi ma non la strategia, e i russi avevano la strategia ma non i mezzi. Ora, i russi hanno sia la strategia che i mezzi, e l’Occidente non ha né l’uno né l’altro.

Esistono molte ragioni per cui la Russia ha storicamente dato grande importanza alla strategia, a differenza dell’Occidente. Ovviamente, una strategia complessiva è più facile da elaborare per un singolo Paese che per un gruppo ampio e diversificato. Ma la geografia è il fattore determinante: dominare lo spazio strategico a ovest, impedire ad altri di farlo ed esercitare il massimo controllo e influenza possibile in quella direzione, è sempre stata la principale priorità strategica. È la geografia, piuttosto che la politica, la causa della continuità tra la strategia sovietica e quella russa. Mantenere le potenziali minacce alla massima distanza geografica possibile è stata una priorità costante per la Russia, mentre l’Occidente è stato disorganizzato, con frequenti conflitti e ripensamenti su ciò che viene considerato pensiero strategico. (In effetti, tutti quegli articoli che si leggono che affermano di trovare coerenza e continuità nelle strategie occidentali sono probabilmente da considerarsi fantasie di appagamento dei desideri: ” magari… “).

Cosa faranno dunque i russi adesso? Non lo so, ovviamente, ma possiamo fare delle ipotesi plausibili, prendendo come esempio la loro evidente strategia e chiedendoci cosa farebbe un governo ragionevole per attuarla nelle circostanze attuali. L’obiettivo strategico, come indicato nella bozza di Trattato con la NATO del dicembre 2021, è il dominio politico di quella che un tempo era l’area del Patto di Varsavia, in modo che da lì non possano essere intraprese azioni ostili, e la garanzia del dominio strategico russo in Europa. In pratica, ciò non significa occupazione militare (che ha distrutto l’economia russa l’ultima volta che è stata tentata), ma l’uso della superiorità militare per ottenere un effettivo dominio politico su questi paesi. Potrebbero rimanere formalmente membri della NATO (in effetti, questo ha dei vantaggi dal punto di vista russo), ma non permetterebbero lo stazionamento di forze straniere, le loro forze armate dovrebbero essere di dimensioni modeste e presterebbero molta attenzione a quanto affermato da Mosca.

Ecco perché le idee di “cessate il fuoco” e di una divisione geografica dell’Ucraina non hanno avuto, e non avranno, alcun seguito. Il gioco è cambiato e la posta in gioco è molto più alta di prima. Nel 2022, i russi avrebbero probabilmente accettato un’Ucraina realmente neutrale, senza forze stanziate e con gli estremisti nazionalisti esclusi dal governo. (Avrebbero potuto chiedere di più, ovviamente, ma questo è ciò che probabilmente avrebbero accettato). Ora non c’è alcuna possibilità che ciò accada, e interpreto l’attuale bombardamento di Kiev come parte di una strategia a livello operativo per distruggere il paese come entità vitale, in modo che non possa essere utilizzato in futuro come base per operazioni militari. Ponti, sistemi di comunicazione, porti, produzione e distribuzione di energia elettrica, reti di trasporto, impianti industriali e aeroporti, tra gli altri, saranno distrutti. Ci vorrebbero decenni e una quantità di denaro inimmaginabile per ricostruire il paese, e ancora meno per renderlo una base per possibili operazioni militari. L’analogia sarebbe affondare una portaerei, piuttosto che allontanarla dalle proprie coste. In una situazione del genere, le prese di posizione occidentali, le attività dei fanatici nazionalisti o persino l’esatta composizione del governo di Kiev non avranno molta importanza. L’idea di ricostruire l’Ucraina in vista di un futuro conflitto sembrerà ancora più palesemente una fantasia di quanto non lo sia già. La migliore speranza è che Mosca, a un certo punto, fermi la distruzione, in cambio di un effettivo controllo politico del paese.

Non c’è alcun segno che l’Occidente lo capisca, perché non capisce la strategia. La Russia non ha alcun interesse in una guerra con l’Europa, sebbene sia in grado di vincerla in pochi giorni. Ma non ha comunque bisogno di combattere una guerra; può semplicemente minacciare l’Europa con l’uso di missili convenzionali di alta precisione che l’Occidente non possiede e contro i quali esistono difese molto limitate. Oppure, potrebbe semplicemente esibire alcune di queste armi per dimostrarne l’efficacia, e poi aspettare che l’Occidente tragga le ovvie conclusioni, cosa che ovviamente non accadrà. Non accadrà perché non si rende conto che la strategia russa è andata ben oltre l’Ucraina e mira a bandire lo spettro di un potenziale attacco dall’Occidente per almeno una generazione, forse di più. Ciò implica il dominio militare, e quindi politico, prima sull’ex spazio del Patto di Varsavia a ovest dell’Ucraina e poi, in misura minore, fino al Canale della Manica. (Gli Stati Uniti non sono un fattore rilevante: le loro forze in Europa sono più o meno equivalenti a quelle del Belgio e non c’è un modo evidente per aumentarle in modo utile.) Può anche essere vero, come ho sentito dire oggi da un idiota alla radio, che le forze europee nel loro complesso siano paragonabili per dimensioni a quelle russe. Ma basta guardare una mappa. Anche se per qualche miracolo di pianificazione logistica, utilizzando risorse inesistenti, le unità NATO potessero essere trasportate a costi esorbitanti su distanze mai tentate prima, in qualche modo organizzate in unità coese e adeguatamente addestrate e comandate, si tratterebbe prevalentemente di brigate meccanizzate leggere, e ci si aspetterebbe che venissero annientate in poche ore dalle armi e dalle tattiche russe a cui l’Occidente non ha risposta. E il loro obiettivo in una guerra contro la Russia sarebbe… Mosca? Ma stiamo scherzando? Nel frattempo, la Russia stessa potrebbe annientare le forze NATO schierate sul proprio territorio con droni e missili.

Infine, l’Occidente non si rende conto che la strategia russa, così come descritta in tutti quei noiosi libri che restano sugli scaffali, è olistica e coinvolge mezzi politici, psicologici, economici e militari. I russi non esiteranno a usare mezzi economici, comprese sanzioni e blocchi, se li riterranno utili. Certamente impiegheranno la guerra psicologica, perché fa parte del loro repertorio. Se siano dietro ai droni fuori controllo, agli incendi di fabbriche, agli attacchi informatici, alla disinformazione e così via, al momento non ne ho idea. Anche se lo fossero, sarebbero certamente abbastanza professionali da cancellare le proprie tracce. Ma non c’è dubbio che i russi considerino tali attacchi parte della loro potenziale strategia e vi ricorreranno se ne vedranno la necessità e l’utilità. A differenza dell’Occidente, tali attacchi non sarebbero casuali o compiuti a scopo propagandistico, ma parte di una strategia deliberata.

È un bel pasticcio in cui ci ha cacciato la nostra classe dirigente ignorante e arrogante, con un Paese molto più potente di noi, che abbiamo irritato e danneggiato. La cosa più straordinaria è che qualsiasi reazione negativa russa al nostro sostegno all’Ucraina venga considerata in qualche modo inappropriata. Va bene che aiutiamo Kiev a bombardare Mosca, ma qualsiasi accenno a possibili conseguenze negative in cambio viene visto con orrore e orrore come una violazione dell’ordine naturale delle cose. Ma l’ordine reale delle cose è che i russi sono arrabbiati e risentiti, e in una certa misura se la prenderanno con noi. Non sappiamo fino a che punto l’esperienza di quasi cinque anni di guerra influenzerà il pensiero e la pratica russi, ma le guerre, ovviamente, tendono a radicalizzare le posizioni degli Stati. Essendo un popolo legalista, cercheranno senza dubbio di negoziare trattati, e potrebbero anche riuscirci. Ma essendo un popolo pragmatico, cercheranno di creare dei fatti sul terreno, e alcuni di questi fatti potrebbero non piacerci affatto.

********************************

Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

Al momento sei un abbonato gratuito a Trying to Understand the World. Se passi all’abbonamento a pagamento, purtroppo non potrò offrirti ulteriori contenuti, ma avrai la soddisfazione di aver compiuto una buona azione.

Passa alla versione a pagamento

Diventare il nemico (Becoming the Enemy), di Gordon M. Hahn

Diventare il nemico (Becoming the Enemy)

Gordon M. HahnOct 11
 
READ IN APP
 CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Translated into Italian at https://italiaeilmondo.com/2026/03/12/pazzo-per-il-nazionalismo-religioso-messianico_di-gordon-hahn/

diGordonhahn6 agosto 2024

4 commenti su “Diventare il nemico”

Il genere umano possiede una peculiare capacità di trasformare i propri ideali più elevati in qualcosa di molto simile ai loro opposti. Le varie tradizioni religiose del mondo hanno trasformato le loro credenze tipicamente messianiche e universalistiche in ambizioni particolaristiche e grandiosi, in contrapposizione al messaggio di amore universale che quelle religioni originariamente professavano e poi cercavano di diffondere. Il cristianesimo si è fuso con l’imperialismo, l’espansionismo e il colonialismo romani, e così il Vaticano ha sviluppato un vero e proprio apparato statale, una politica estera e obiettivi espansionistici. L’imperialismo islamico ha imitato la missione globale del cristianesimo e i suoi metodi militarizzati. La Chiesa cattolica ha perseguito crociate revansciste non solo per recuperare le terre cristiane dai musulmani, ma anche per espandere il cattolicesimo contro la Chiesa orientale separatista e i suoi successori ortodossi nell’Europa orientale, in particolare la Chiesa ortodossa russa. Questo perché i principi ammirevoli di queste fedi, nelle mani imperfette dell’umanità, si sono evoluti nel tempo in idee assolutistiche che non ammettevano alternative, le quali venivano considerate come il male supremo che doveva essere eliminato dall’esistenza umana affinché la promessa della religione X potesse essere mantenuta, come sosteneva il suo dio. L’assolutismo divenne il segno distintivo della fede stessa, non ammettendo alcuna variazione, deviazione o pluralità al suo interno. Inoltre, le variazioni, le deviazioni e la pluralità al di fuori della religione X vennero considerate una minaccia alla stessa e dovevano essere eliminate per salvare il piano, il messaggio e il compimento di Dio sulla Terra. La presenza dell’assolutismo doveva essere assoluta, onnipresente.

Upgrade to paid

Share

Questa degenerazione del pensiero virtuoso in un’assolutistica presunzione e in un antagonismo verso opinioni alternative è purtroppo fin troppo umana ed è il risultato del potere della tentazione assolutistica nell’arroganza e nella presunzione dell’umanità. Molti grandi pensatori hanno messo in guardia dai pericoli dell’assolutismo, dell’ideologia, del fanatismo ideologico e simili. Isaiah Berlin ha avvertito: “Trovare un modello unitario in cui l’intera esperienza, passata, presente e futura, reale, possibile e non realizzata, sia ordinata simmetricamente”, secondo Berlin, “è uno dei desideri più profondi dell’uomo”. [Isaiah Berlin, “Historical Inevitability”, in Isaiah Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays (Londra: Vintage Books, 2013), p. 180]. Questa passione per le spiegazioni monistiche, un “tutto trascendente”, è in parte guidata dal desiderio di liberarsi dal peso della responsabilità individuale in un mondo incomprensibile e caotico (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 154). Questa fuga dalla responsabilità, anzi dalla libertà, si realizza, secondo Berlin, affidandola a un “vasto insieme amorale, impersonale, monolitico – la natura, o la storia, o la classe, o la razza, o le ‘dure realtà del nostro tempo’, o l’irresistibile evoluzione della struttura sociale – che ci assorbe e ci integra nella sua illimitata, indifferente, neutrale, che è insensato valutare o criticare, e contro cui lottiamo verso il nostro destino certo» (Berlin, «Historical Inevitability», p. 189, vedi anche pp. 152-4). Berlin elencava occasionalmente i tipi di cause supreme attorno alle quali erano stati costruiti vari miti monisti e che, secondo lui, dovevano essere evitati. Tipico è il seguente elenco di “concetti” che avevano “svolto il loro ruolo nei sistemi teleologico-storici come protagonisti sul palcoscenico della storia”: “Razza, colore, Chiesa, nazione, classe, clima; irrigazione, tecnologia, situazione geopolitica; civiltà, struttura sociale, lo Spirito Umano, l’Inconscio Collettivo” (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 139). Stranamente, il sistema politico, il tipo di regime, la democrazia, il repubblicanesimo e simili sono costantemente assenti dagli elenchi di Berlin delle malattie assolutistiche (Berlin, “Historical Inevitability”, pp. 139 e 151-2).

Nella sua raffinata e stimolante recensione del libro di Gary Saul Morson Wonder Confronts Certainty: Russian Writers on the Timeless Questions and Why Their Answers Matter, Vladimir Goldstein scrive: «La certezza assume tuttavia forme diverse. Morson fornisce un esempio eloquente tratto da Anton Čechov, il cui racconto breve “Gooseberries” ha per protagonisti due fratelli. Uno di loro, Nikolai, trova la felicità nell’uva spina che coltiva nel proprio appezzamento di terra. L’altro fratello, Ivan, è disgustato dal felice Nikolai che mangia l’uva spina. Ivan inveisce contro le persone “felici”, egoiste nella loro gioia, che non mostrano alcuna empatia per il resto dell’umanità. Ma questa rabbiosa presunzione diventa a sua volta intollerabile. Morson scrive: “Ivan… è diventato ossessionato e ristretto quanto Nikolai, anche se in direzione opposta”. Un attacco frontale alla posizione di un’altra persona apre le porte a una visione del mondo monologica, piuttosto che dialogica. Il senso di meraviglia viene sostituito dalla certezza”. “Anche gli sforzi per smascherare bugie, esagerazioni o ipocrisia possono cadere vittime degli stessi difetti”. (https://claremontreviewofbooks.com/a-happy-guest-in-russias-pages/?fbclid=IwAR2pAeffiYWjtbMAa3z0OD9JpdbHReEoHQv8-JVgYkpuIRN2nkBxy5KShTU).

La tendenza all’assolutismo sulle ali della certezza è una seduzione alla quale spesso cedono Stati, nazioni, popoli, culture e individui. Questo tipo di cedimento è oggi dilagante, dalla politica interna americana agli affari internazionali. Nel nostro XXI secolo si registra un modello inquietante in cui vari attori chiave, soprattutto in politica, sono “ossessionati e ristretti” nella direzione opposta a quella in cui avevano inizialmente iniziato a immaginare e realizzare se stessi e ad agire. Di conseguenza, stanno replicando proprio quel male che un tempo si erano impegnati a combattere e, in alcuni casi, attraverso e contro il quale erano nati. Tornando a Berlino, egli osservò: “Nessun ambiente, gruppo o stile di vita è necessariamente superiore a un altro; ma è quello che è, e l’assimilazione a un unico modello universale, di leggi, lingua o struttura sociale, come sostenuto dai lumie`res francesi, distruggerebbe ciò che è più vivo e prezioso nella vita e nell’arte. … Ogni gruppo ha il diritto di essere felice a modo suo. È terribile arroganza affermare che, per essere felici, tutti dovrebbero diventare europei» (Isaiah Berlin, «Herder and the Enlightenment», in Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays, pp. 359-435, a p. 415). Da arroganza ad assolutismo il passo è breve. L’arroganza è un precursore o un sintomo della convinzione della propria superiorità, un breve percorso che porta alla convinzione che l’umanità debba adottare le proprie opinioni per il proprio bene e che noi, i superiori, mostreremo, guideremo e alla fine costringeremo gli altri, inferiori, a seguire la retta via.

La caduta della repubblica americana nell’egemonia globale e nell’autoritarismo soft è piena di ironia, di ipocrisia e di un senso di eccezionalità che porta al degrado dell’identità americana e dei valori pluralistici che hanno definito l’idea americana, nonché a una forma meschina di autoritarismo soft, il tutto radicato nell’idea assolutista della superiorità democratica dell’America. Dopo aver sconfitto il totalitarismo fallimentare dell’Unione Sovietica e aver continuato a posizionarsi come la “nazione indispensabile” della democrazia, anzi del mondo, in una ricerca eterna per costruire un ordine democratico mondiale, l’America è arrivata a considerarsi in una nuova lotta crepuscolare contro l’autoritarismo della Cina e della Russia. In realtà, è impantanata in conflitti evitabili di sua creazione e sta scivolando verso l’autoritarismo. L’America, “la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi”, è stata concepita in opposizione al colonialismo britannico. Gli americani hanno combattuto una guerra rivoluzionaria per liberarsi dal dominio autoritario britannico proveniente dall’altra parte dell’oceano. In seguito, l’America ha persino sostenuto occasionalmente le aspirazioni di indipendenza dei possedimenti coloniali europei. Tuttavia, la visione messianica dell’America della propria rivoluzione repubblicana ha generato un rivoluzionarismo americano messianico con pretese globali. La trappola dell’imperialismo e dell’assolutismo era pronta. La trappola si chiuse dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti furono coinvolti profondamente nei giochi geopolitici europei e in una contesa globale per l’egemonia tra il proprio modello capitalista e il modello socialista della nuova potenza sulla scena mondiale: l’Unione Sovietica, fortemente internazionalista. Le ambizioni dell’URSS di una rivoluzione comunista globale richiedevano una risposta capitalista globale, e quando l’URSS rivolse il suo sguardo rivoluzionario al Terzo Mondo, l’America fu coinvolta in una competizione globale per l’egemonia. Con il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, l’America trasformò la sua difesa globale contro l’espansionismo comunista in un’offensiva repubblicana globale per massimizzare il potere degli Stati Uniti su amici, nemici e tutti gli altri. La sua visione di una politica e di un’economia corrette, per quanto contestata e transitoria fosse in patria, doveva essere estesa a livello internazionale per stabilire la “pace democratica”. Ciò aveva inquietanti echi dell’ideologia comunista dei sovietici, secondo la quale la guerra, come ogni male umano, era un prodotto del capitalismo. La vittoria della rivoluzione socialista mondiale avrebbe portato a un’utopia sociale e internazionale: la pace proletaria.

In modo simile a quanto accaduto in Unione Sovietica, la ricerca dell’egemonia repubblicana da parte degli Stati Uniti ha portato alla guerra, alla creazione di una macchina bellica militare-industriale-congressuale e a un autoritarismo strisciante nel sistema politico statunitense. L’America aveva chiuso il cerchio, replicando sotto nuove vesti il colonialismo, l’imperialismo e l’assolutismo contro cui era stata fondata. La ciliegina sulla torta marcia è che gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, dopo aver sconfitto il totalitarismo sotto forma di fascismo tedesco nella seconda guerra mondiale e comunismo sovietico nella guerra fredda, stanno ora abbracciando un regime Maidan a Kiev che onora gli alleati fascisti ucraini dei nazisti tedeschi e talvolta lo stesso fascismo tedesco.

La trasformazione degli Stati Uniti riprende in qualche modo quella simile che il suo avversario comunista ha subito nel corso della sua storia, partendo da un movimento “democratico” e antimperialista. Molti dimenticano che, nonostante il suo assolutismo utopistico, il comunismo russo era concepito dai suoi adepti come un esercizio democratico dedicato alla distruzione dell’oppressione capitalista e delle quasi-repubbliche e autocrazie che si nascondevano dietro di essa. Le gerarchie dovevano essere distrutte a favore di un’uguaglianza universale (anzi uniforme), in cui i proletari avrebbero condiviso il potere e tutto il mondo sarebbe stato proletariato. La necessità di eliminare le classi, le nazioni e le loro culture per costruire questo “nuovo uomo sovietico” sulla via del raggiungimento di questo obiettivo in una nazione ha vanificato l’elemento democratico di questa idea mal concepita. Allo stesso tempo, l’elemento messianico di una “rivoluzione mondiale” da parte del “proletariato internazionale” conteneva il seme dell’imperialismo, proprio come i sogni di un mondo repubblicano e di una pace democratica contenevano il seme del messianismo americano, dell’universalismo e, in ultima analisi, dell’egemonia. Come tutte le iniziative messianiche egemoniche di questo tipo, sia la variante sovietica che quella americana hanno fallito.

La conseguenza interna di questa svolta verso l’imperialismo è una svolta verso l’autoritarismo politico e l’assolutismo ideologico. L’autoritario Patriot Act ha accelerato un modello di espansione della centralizzazione e di sviluppo in stile stato di polizia dopo la seconda guerra mondiale. L’amministrazione Obama ha raddoppiato la sorveglianza del pubblico, ha assassinato cittadini americani all’estero senza un processo e ha fatto affidamento su ordini esecutivi per aggirare il Congresso. Ha spiato la giornalista Sharyl Atkisson, intercettando i suoi dispositivi, hackerando i suoi computer e ricattandola mentre cercava di riottenere i suoi file. I giornalisti dell’AP sono stati citati in giudizio e il giornalista Barry Rosen è stato arrestato con accuse inventate. Trump ha fatto ben poco per impedire alla burocrazia professionale dominata dal Partito Democratico e ai governi locali di reprimere i cittadini statunitensi durante il COVID. Sotto l’amministrazione corrotta e cinica di Biden, il partito democratico ha intensificato massicciamente l’uso delle forze dell’ordine e dei servizi segreti come arma da parte di Obama, con la bufala dell’hacking russo alle elezioni e il complotto sotto falsa bandiera del 6 gennaio attribuito a Trump, ai repubblicani e in effetti a tutti i conservatori. Douglass Mackey è stato mandato in una prigione federale per aver pubblicato un meme anti-Hillary. I manifestanti del 6 gennaio sono stati demonizzati come terroristi interni e, per infrazioni minori, molti sono diventati prigionieri politici. Più recentemente, una nonna di settantadue anni, Rebecca Lavrenz, è stata condannata a un anno di prigione e a una multa di circa 250.000 dollari per essersi introdotta nel Campidoglio e aver parlato cordialmente con un agente di polizia per dieci minuti prima di andarsene. Ora il partito-Stato democratico ha architettato accuse falsificate contro il presidente Trump per impedirgli di candidarsi o almeno di vincere le elezioni presidenziali del 2024. Tutto questo non è che la punta dell’iceberg in termini di repressione delle libertà costituzionalmente garantite agli americani nel nuovo ordine “non repubblicano” degli Stati Uniti, un ordine che rischia di diventare uno Stato dominato da un unico partito, un regime non repubblicano e autoritario, se il Partito Democratico riuscirà a ottenere ciò che vuole.

Anche gli alleati degli Stati Uniti sono fortemente affascinati dalle idee assolutistiche, sebbene, come nel caso degli Stati Uniti, talvolta dietro l’adesione zelante a tali idee si nasconda un motivo strumentale. Gli alleati occidentali dell’America, in particolare, sono eccessivamente legati alla nuova dottrina neoliberista che impone particolari punti di vista e politiche sia sulle questioni interne che internazionali. La nuova religione laica impone ai popoli degli Stati occidentali punti di vista corretti su questioni che vanno dalla sessualità alla religione, dalla medicina alla politica e all’economia. Forse è nei suoi coinvolgimenti esteri che possiamo vedere meglio la strumentalizzazione dell’assolutismo americano.

L’Ucraina è uno strano mix di professioni strumentalizzate di “democrazia” e contro-assolutismo nazionalista sotto forma di ultranazionalismo e neofascismo. L’Ucraina, dopo aver apparentemente rifiutato il comunismo sovietico e l’autoritarismo russo, è caduta nelle grinfie del nazionalismo assolutista, dell’ultranazionalismo e del neofascismo, abbracciando l’autoritarismo e il neoimperialismo occidentale. Ciò è stato fatto per salvarsi dalla Russia, ritenuta molto più autoritaria, con la quale l’Occidente ha spinto Kiev alla guerra per continuare l’espansione della NATO e dell’UE in tutta l’Eurasia. Non è una coincidenza che, con il declino del repubblicanesimo statunitense, il neoimperialismo occidentale abbia alimentato l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini in nome della “democrazia”. La guerra tra la NATO e la Russia in Ucraina sta rafforzando ulteriormente l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini. È risaputo, anche se oggi se ne parla meno, che il regime di Maidan è infestato da ultranazionalisti e neofascisti provenienti dall’esercito, dalla sicurezza dello Stato, dai servizi segreti e dalla polizia (https://gordonhahn.com/2016/03/09/ the-real-snipers-massacre-ukraine-february-2014-updatedrevised-working-paper/; https://gordonhahn.com/2022/05/18/the-influence-of-neofascist-and-other-nationalist-groups-in-maidan-ukraine/; https://gordonhahn.com/2020/04/07/report-the-new-terrorist-threat-ukrainian-ultra-nationalist-and-neo-fascist-terrorism-at-home-and-abroad/; e https://gordonhahn.com/2015/07/13/saving-maidan-ukraine-from-itself-mukachevos-implications/). Non sono solo i russi etnici, i russofoni e gli ebrei a subire discriminazioni e violenze impunite sotto il regime di Maidan. Gli ungheresi e i rumeni sono repressi nelle loro lingue e culture, nonostante le proteste delle democrazie occidentali, dell’Ungheria e della Romania. (Nel frattempo, la prima chiede la pace con la Russia, la seconda sostiene gli sforzi bellici della NATO in Ucraina). Il nazionalismo ucraino sta addirittura prendendo spunto dal suo nemico comunista, attaccando la religione – o almeno una particolare organizzazione religiosa, la Chiesa ortodossa ucraina affiliata al Patriarcato di Mosca – e sottoponendo i suoi adepti a torture e prigionia. La repressione include: la confisca dei beni della Chiesa e l’arresto e il pestaggio del clero. Tra questi ultimi vi è il pestaggio del metropolita Longin del monastero della Santa Ascensione di Banchensky, nell’Ucraina occidentale

(https://tass.com/society/1621353 e

Nina Byzantina@NinaByzantinaThe social media of the Holy Ascension Monastery Banchensky in western Ukraine published this shocking photo of Metropolitan Longin who belongs to the canonical Orthodox Church in Ukraine. Without specifying the details, the caption refers to paying the price for preserving12:26 AM · Feb 6, 2024 · 122K Views64 Replies · 554 Reposts · 1.29K Likes

s=51&t=n5DkcqsvQXNd3DfCRCwexQ).

Il modello di repressione degli ultranazionalisti e dei neofascisti interni si è trasformato dall’inizio della guerra civile nel Donbass, iniziata nell’aprile 2014, in terrorismo internazionale, sostenuto dalla “comunità delle democrazie” attraverso i suoi servizi di intelligence e la sua ala militare: NATO (https://gordonhahn.com/2024/03/10/update-to-did-the-west-intentionally-incite-putin-to-war/). Così, come l’America, nata dalla culla del crollo del totalitarismo sovietico e dall’avvento del repubblicanesimo di mercato nell’ex Unione Sovietica, l’Ucraina è precipitata in qualcosa di più simile agli opposti del repubblicanesimo: autoritarismo, neofascismo crescente, guerra e terrore. L’Occidente e i suoi alleati ucraini e altri combattono un terrorismo russo piuttosto contenuto, che essi stessi hanno provocato, con un terrorismo non proprio repubblicano ma molto imperialista, il tutto in nome della “democrazia” e dei diritti umani. A differenza del caso dell’Ucraina, la religione non è sempre la vittima; a volte è la responsabile dell’autoritarismo, della violenza e del terrore.

Oggi assistiamo a una rinascita del colonialismo religioso, nazionalista, se non ultranazionalista, in Israele. Ciò ha portato all’uso di metodologie neofasciste di guerra e terrorismo di Stato, culminate finora in un genocidio razzista di stampo fascista in un Paese creato in risposta a tale anomalia. Nato nella violenza e nel brutale massacro e allontanamento dei palestinesi dalla terra in cui risiedevano, lo Stato di Israele era stato presto seminato con i semi per replicare qualcosa dell’orrore che gli ebrei europei erano riusciti a malapena a sopravvivere nell’Olocausto nazista; tutto generato da una passione per l’autodifesa riflessa nell’impegno: “Mai più”. Decenni di invasioni arabe, la crescente minaccia dell’assolutismo islamista e il terrorismo jihadista si sono combinati con il repubblicanesimo interno con effetti negativi: un indurimento del cuore israeliano nella ricerca della massima sicurezza. Ora, nel giro di pochi mesi, l’IDF ha massacrato più di 40.000 civili e ferito molti altri in un’azione di autodifesa autoproclamata. Sono stati documentati decine, se non centinaia, di crimini di guerra commessi dall’IDF. Ciò è stato fatto in risposta a un attacco orribile, anche se perpetrato da Hamas, che ha causato poco più di mille vittime, ma che Gerusalemme ha alimentato con le sue crudeli politiche coloniali nella Striscia di Gaza.

Anziché cercare di promuovere lo sviluppo di una società civile tra i palestinesi, gli israeliani hanno rafforzato i confini etnici e religiosi tra israeliani e palestinesi attraverso un sistema simile all’apartheid. Allo stesso tempo, lo Stato israeliano è stato sempre più infiltrato dall’ideologia sionista radicale, che ha diffuso l’idea di una Grande Israele voluta da Dio e atteggiamenti razzisti nei confronti dei palestinesi come nuovi untermenschen che, secondo alcuni leader israeliani, devono essere eliminati dall’organismo israeliano con quasi tutti i mezzi necessari. Questo orientamento ideologico è ora probabilmente quello dominante in Israele. Quando è stato messo in pratica a partire da ottobre, sembrava stranamente simile alla violenza nazista che attuava l’idea della Germania come razza superiore, il cui sangue doveva essere protetto e purificato da corpi stranieri contaminanti con ogni mezzo. Tutto questo è cementato da un’escatologia apocalittica che designa il popolo ebraico e lo Stato israeliano come strumenti messianici prescelti. Questi elementi israeliani assomigliano al fanatismo religioso che si può trovare tra i nemici di Israele – Hamas, per non parlare di Hezbollah, vari gruppi jihadisti sunniti, gli sciiti duodecimani iraniani e altre correnti sciite dell’islamismo radicale – contro cui lo Stato ebraico si oppone in un’altra lotta crepuscolare. Il crescente radicalismo israeliano è evidenziato dalla richiesta di alti funzionari di eliminare il popolo palestinese e dalla politica, strategia e tattica militare di Israele nella guerra di Gaza, che sembrano progettate per ottenere il genocidio e la nascita della Grande Israele. Gli ebrei israeliani, molti dei quali sono sconvolti da questa svolta estremista, sono fuggiti dall’Europa verso la loro patria ancestrale per sfuggire alla minaccia nazista, solo per scoprire che la loro terra promessa abbraccia una forma diluita e religiosa di neonazismo. Come in Ucraina, è improbabile che la guerra in Israele generi moderazione, ma piuttosto un ulteriore radicalismo dell’assolutismo sionista.

Tornando agli Stati Uniti, quando il primo presidente americano George Washington mise in guardia dai “coinvolgimenti stranieri” e il presidente Dwight Eisenhower mise in guardia dal complesso militare-industriale-congressuale, non avrebbero mai potuto immaginare che i leader della loro patria avrebbero salutato l’uccisione dei russi, per di più “a basso costo”, presumibilmente sacrificando vite umane “fino all’ultimo ucraino” per raggiungere questo obiettivo e citando i benefici dei profitti e la creazione di “buoni posti di lavoro” per gli americani. Né avrebbero potuto immaginare che la loro nazione avrebbe fornito armi per un quasi genocidio, mentre i suoi leader vantavano i loro sforzi per fornire assistenza medica alle decine di migliaia di vittime sopravvissute. Insieme avrebbero ragionato che i temuti “coinvolgimenti stranieri” del primo avevano portato direttamente al complesso militare-industriale-congressuale del secondo. Questi, avrebbero detto, non possono essere i frutti del vero repubblicanesimo.

Il degrado che porta ad agire come il proprio nemico non può essere compreso meglio che osservando i metodi terroristici utilizzati dai servizi segreti delle potenze occidentali in Medio Oriente e in Ucraina. Ad esempio, le armi, l’addestramento e l’intelligence della NATO sostengono i bombardamenti ucraini che prendono regolarmente di mira i civili, nonché gli omicidi nel Donbas (dal 2014) e nella Russia propriamente detta. Un po’ meno maligno è l’attacco frontale alla libertà di parola e di stampa condotto congiuntamente da occidentali e ucraini nell’Occidente stesso. Così, il sito web britannico MI-6 e quello ucraino SBU-affiliato “Molfar” cooperano per mettere a rischio di assassinio o altri crimini vari giornalisti e personaggi pubblici occidentali anti-NATO, tra cui l’ex giornalista della FOX Tucker Carlson, Simon Shuster della rivista Time, il professore della Columbia University Jeffrey Sacks, il membro del Congresso Thomas Massie, il presidente ungherese Victor Orban, il parlamentare britannico George Galloway ed Elon Musk (https://www.theinteldrop.org/2024/01/28/ license-to-kill-britains-mi-6-and-ukrainian-website-molfar-join-to-liquidate-critical-western-journalists-politicos-celebs/ e https://molfar.com/en/foreign-propagandists). Un altro esempio è la tendenza in paesi come Polonia, Ungheria e Romania a ripetere il presunto irredentismo del loro nemico russo. Pertanto, i partiti di destra di questi paesi chiedono la restituzione dei territori persi a favore dell’Ucraina sovietica alla fine della seconda guerra mondiale (vedi, ad esempio, https://t.me/stranaua/141492). In questi e altri modi, la guerra in Ucraina che ha fatto seguito allo scandalo COVID e l’ascesa delle tendenze autoritarie globaliste in tutto l’Occidente hanno gettato i semi per una possibile svolta verso proprio quel fascismo e quell’autoritarismo che affermiamo di combattere nella nostra civiltà.

Gli Stati, i popoli e le culture non occidentali non sono meno vulnerabili a questa svolta verso i metodi e i valori dei loro antipodi e nemici. La Russia deve essere particolarmente vigile per non cadere nella stessa trappola. È improbabile che la Russia adotti presto il repubblicanesimo del suo storico Altro, ma sembra vulnerabile all’adozione del suo antipodo dell’era comunista. La dinamica inversa di diventare la negazione di sé stessi descritta sopra suggerisce che la Russia post-comunista sarà essa stessa tentata dal peccato dell’assolutismo ultranazionalista e/o di derivazione religiosa. L’internazionalismo comunista rifiutava gli Stati, le nazioni, le culture nazionali e la religione come epifenomeni negativi ma temporanei della fase capitalista dello sviluppo umano. Con l’avvento del comunismo, tutti questi elementi sarebbero scomparsi. Nell’era post-sovietica, la Russia ha riabbracciato lo Stato, la nazione, la sua cultura e la religione. La guerra, sia nell’atto che nella reazione alle sue conseguenze (ad esempio, la Germania di Weimar), può essere un potente incubatore di militarismo, nazionalismo, revanscismo e assolutismo. Le continue guerre dell’America durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze hanno dato vita a un nazionalismo americano, in particolare tra le sue élite. Nel denunciare l’ipocrisia dell’Occidente odierno, la sua ideologia e la sua cultura in decadenza, la Russia potrebbe coltivare al suo interno una pericolosa presunzione, rendendosi così suscettibile a un nuovo assolutismo.

Il sistema politico dello Stato russo, già autoritario seppur moderato, potrebbe diventare più severo, orientandosi verso un’ideologia di Stato e rafforzando la propensione verso un nuovo messianismo politico russo che sostituisca il ruolo messianico del proletariato internazionale svolto dal suo predecessore sovietico. Il modello di universalismo nella cultura, nel pensiero e nella storia politica russa porta con sé il seme dell’imperialismo, di cui la Russia è spesso accusata, ma che è riuscita a contenere dalla fine della Guerra Fredda, nonostante tutte le provocazioni occidentali dalla Serbia alla Georgia all’Ucraina.

Per ora il presidente russo Vladimir Putin ha avuto cura di separare nazionalismo ed etnicità. Il nazionalismo russo odierno è un nazionalismo statale che teoricamente abbraccia tutte le nazionalità del Paese. Il presidente russo è stato estremamente scrupoloso nel sottolineare il carattere multinazionale e multiculturale della Russia come microcosmo della più ampia idea di civiltà russa/eurasiatica, oggi popolare nella cultura politica e strategica russa. Tuttavia, sotto la pressione della guerra, degli sforzi occidentali per “decolonizzare la Russia” incoraggiando il separatismo e della rinascita religiosa ortodossa, potrebbe emergere una strisciante etnicizzazione del nazionalismo statale russo.

Inoltre, in risposta al materialismo, al secolarismo, al transgenderismo e ad altri fenomeni sempre più antagonistici dell’Occidente, si assiste a una rischiosa politicizzazione dell’ortodossia russa, che comprende una commistione tra sentimenti militari-patriottici e ortodossia. I simboli militari e quelli religiosi vengono mescolati. La nuova Cattedrale principale delle Forze Armate russe ne è l’esempio più lampante. Essa comprende icone raffiguranti personaggi religiosi, militari e politici della storia russa e sovietica. Le unità militari russe in Ucraina spesso presentano simboli ortodossi. La guerra di Kiev contro il ramo ucraino della Chiesa ortodossa russa può intensificare la commistione tra nazionalismo, ortodossia e patriottismo militare nella cultura politica e strategica russa. Questa commistione potrebbe produrre un nuovo assolutismo basato sulla religione, nato dalle ceneri del totalitarismo comunista. Il senso di “ferita” tra i russi derivante dal XX secolo ricorda quello degli ebrei e di Israele e non è ancora stato pienamente compreso. Un altro parallelismo tra russi ed ebrei è l’esperienza delle loro antiche storie e culture con le credenze messianiche. Queste ultime guidano già gran parte della politica israeliana e potrebbero arrivare a farlo anche in Russia.

Un giovane aspirante presidente ucraino, Volodomyr Zelensky, una volta disse: «Vorrei davvero rivolgermi al signor Putin. Vladimir Vladimirovich (Putin), se vuole… Personalmente, le dirò onestamente: sono pronto, non so… se necessario, posso implorarla in ginocchio. Perché la Russia e l’Ucraina sono popoli veramente fratelli. Conosco milioni… Conosco migliaia di persone che vivono in Russia. Persone meravigliose. Abbiamo lo stesso colore della pelle. Abbiamo lo stesso sangue. Ci capiamo tutti, indipendentemente dalla lingua. Siamo un grande popolo. Voi siete un grande popolo. Siamo un unico Paese, assolutamente. Ci amiamo tutti follemente”

Ignorance, the root and stem of all evil@ivan_8848The Priceless Value of Archives! Internet remembers everything! Zelensky: Vladimir Vladimirovich, if you want… Me personally, I’ll tell you honestly: I’m ready, I don’t know… if you need, I can beg you on my knees. Because Russia and Ukraine are truly fraternal peoples.12:47 AM · Jan 27, 2024 · 60.5K Views65 Replies

(Ora è a capo di un regime ultranazionalista infestato da neofascisti. Il suo esercito ha preso di mira i civili russi (e ucraini) nel Donbas prima della guerra e nella Russia propriamente detta dopo il febbraio 2022. Rifiuta con veemenza i colloqui di pace con la Russia.

Se gli individui possono cambiare radicalmente la loro visione del mondo, lo stesso vale per gli Stati, le nazioni e le culture. Stranamente, i “nemici” degli Stati Uniti di oggi, la Cina e la Russia insieme ai loro alleati all’estero, un tempo completamente affascinati dalle idee e dalle ideologie assolutistiche, oggi le rifiutano con forza. Certamente, l’aspirazione della cultura russa alla tselostnost’ o “totalità” — comunitaria, sociale, globale e cosmologica — la inclina verso l’assolutismo (vedi Gordon M. Hahn, Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Culture, Thought, History, and Politics (Londra: Europe Books, 2021)]. Tuttavia, questa aspirazione al comunitarismo, al solidarismo, all’universalismo e al monismo religioso raramente è diventata realtà nel corso della storia russa. Solo i sovietici russi hanno avuto successo nel comunitarismo e nel solidarismo e hanno ottenuto alcuni risultati per l’internazionalismo comunista. Per quanto riguarda la Cina, è evidente una tendenza simile all’unità, che si presta all’adozione di forme di assolutismo. Per ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti e i loro alleati ad agire in modo sempre più assolutistico sulla base di formule ideologiche. La ricerca sfrenata della “pace democratica” ha prodotto rivoluzioni e guerre all’estero e sempre più divisioni e caos all’interno. La comunità delle democrazie sta diventando sempre più autoritaria, pur professando di promuovere la “democrazia” all’estero. In questo modo, l’Occidente, in particolare l’America, sta diventando proprio il nemico che sostiene di essere destinato a sradicare. Forse ci riuscirà distruggendo se stesso?

Vale la pena notare che in ciascun caso, le parti sopra citate hanno adottato l’assolutismo ideologico dei loro nemici ideologici e assolutisti. Il pensiero assolutista genera pensiero assolutista in forma opposta. L’assolutismo ostacola in modo eminente la nascita del pluralismo, dei mercati liberi e del repubblicanesimo. Il XXI secolo lo sta dimostrando.

You’re currently a free subscriber to Gordon Hahn Considering Russia and Eurasia. For the full experience, upgrade your subscription.

Upgrade to paid

Putin finalmente si toglie i guanti? La demolizione dei ponti di Kiev è in corso, mentre il Ponte Nord viene colpito da un drone, di Simplicius

Putin finalmente si toglie i guanti? La demolizione dei ponti di Kiev è in corso, mentre il Ponte Nord viene colpito da un drone.

Simplicius4 ottobre∙Pagato
LEGGI NELL’APP
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Ancora una volta, subito dopo il nostro ultimo report sull’attacco dei droni russi Geran-4 al ponte Pivdennyi (Ponte Sud) di Kiev, la Russia ha colpito oggi il ponte Nord:

Inizialmente si era ipotizzato che la munizione utilizzata fosse un missile Banderol, ma a giudicare dal filmato sembra che si muova troppo lentamente e che si tratti probabilmente di un grosso drone.

Questo ponte, tuttavia, non presenta lo stesso tipo di cavi di sostegno di quello meridionale, e il drone sembra aver preso di mira intenzionalmente la carreggiata stessa.

Sono circolate foto di quello che si presume essere lo stesso Ponte Nord in costruzione durante l’era sovietica, per darci un’idea della sua sezione trasversale rinforzata:

Sembra improbabile che un drone possa distruggerlo semplicemente colpendo la superficie stradale, ma una visita quotidiana di droni potrebbe certamente rendere il ponte inutilizzabile a tempo indeterminato, mantenendolo costantemente chiuso e in fase di costruzione.

Le autorità ucraine hanno già annunciato che, a titolo precauzionale, verranno costruiti una serie di ponti galleggianti per attraversare il fiume.

https://suspilne.media/1418591-pontonni-perepravi-j-tunel-pid-dniprom-u-kievi-gotuut-alternativu-mostam/

A partire dalla prossima settimana, Kiev prevede di avviare la costruzione di diversi ponti di riserva sul Dnepr. Si sta valutando anche la possibilità di costruire in futuro un tunnel sotto il fiume.

Lo ha dichiarato Mykola Kalashnik, Ministro della Ricostruzione, delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’Ucraina, in un’intervista a Suspilny.

I pontoni limiterebbero enormemente il flusso del traffico e, sebbene siano facili da sostituire in caso di danni, una visita periodica dei droni dovrebbe tenerli fuori servizio a tempo indeterminato. La ragione principale addotta dalla Russia per colpire i ponti è quella di bloccare i trasferimenti militari attraverso le rive, che rallenterebbero drasticamente se fossero costretti a utilizzare solo pontoni insieme al traffico civile.

È interessante notare che un’unità russa ha diffuso un video in soggettiva del drone che ieri ha colpito il ponte sud:

Attacchi condotti dall’unità “Geran” della 50ª Brigata separata di truppe aviotrasportate “Varyag” contro i cavi di sostegno del Ponte Sud di Kiev negli ultimi due giorni.

La solita schiera di commentatori occidentali ha mostrato ancora una volta la sua totale ipocrisia, scandalizzandosi per gli ultimi successi dopo aver festeggiato il crollo del ponte di Kerch:

Allo stesso modo, anche i media occidentali sono rimasti scioccati dal fatto che la Russia potesse potenzialmente usare contro l’Ucraina le sue consolidate pratiche:

https://www.nytimes.com/2026/10/03/world/europe/russia-ukraine-bridges-kyiv.html

L’articolo sopra riportato lamenta che il primo ponte è stato colpito mentre un treno della metropolitana lo stava attraversando:

Il primo attacco al ponte sud, avvenuto giovedì, si è verificato mentre un treno della metropolitana stava attraversando il ponte.

È interessante, visto che una delle immagini più celebrate del grande “successo” dell’Ucraina contro il ponte di Kerch era quella di un treno civile russo in fiamme, distrutto durante l’attacco:

Senza contare i civili morti durante ciascuno degli attacchi ucraini contro Kerch.

Ma veniamo al dunque. L’aspetto più intrigante degli attacchi è che la Russia sembra aver scelto strategicamente di iniziare a disattivare i ponti a sud e a nord, lasciando per ora intatti quelli centrali:

È come eliminare il primo e l’ultimo veicolo di una colonna per intrappolare i rimanenti al centro di una carreggiata stretta. La Russia sta forse cercando di convogliare tutti verso i ponti centrali, neutralizzando i due più importanti tra quelli esterni? Condividete le vostre riflessioni sulla possibile strategia in atto.

Dopo i primi attacchi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è precipitato a Kiev in treno, in quella che sembrava una missione di contenimento dei danni per rassicurare gli ucraini e il mondo intero sull’arrivo degli aiuti. In modo umiliante, ha iniziato a implorare la Russia per un cessate il fuoco, ben consapevole di ciò che attende ora l’Ucraina, visto che Putin sembra aver tolto ogni freno inibitorio.

Oh, ora sei pronto per i “colloqui”.

Va notato che, in seguito agli attacchi, il Ministero degli Esteri russo ha nuovamente avvertito tutte le missioni straniere di lasciare l’Ucraina, data la natura dell’escalation degli attacchi russi. All’unisono, le delegazioni globaliste hanno letto il loro copione prestabilito sui social media, giurando “coraggiosamente” e con audacia di rimanere a Kiev:

Sempre gli stessi mantra preconfezionati.

Dimostrando una sorprendente mancanza di autoconsapevolezza, lo stesso terrorista del ponte di Kerch ha annunciato che la Russia sta ora commettendo “terrorismo” tagliando i ponti a Kiev:

In precedenza, Zelensky affermava che la Russia voleva costringere la popolazione ad abbandonare Kiev. Questo lo spaventava particolarmente, viste le sue famigerate precedenti dichiarazioni secondo cui i civili dovevano essere costretti a rimanere a Kiev perché, se se ne fossero andati, la Russia avrebbe potuto bombardare la città impunemente, sottintendendo in sostanza di aver bisogno dei civili come scudi umani per “difendere” le varie attività militari e politiche a rischio di bombardamento russo.

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2022/11/16/7376677/

Per la cronaca, la dichiarazione ufficiale del Ministero della Difesa russo prosegue la linea di giustificazioni secondo cui gli attacchi sarebbero semplicemente una “risposta” alle provocazioni dell’Ucraina:

Il Ministero della Difesa ha annunciato un’intensificazione degli attacchi contro Kiev e altre regioni dell’Ucraina in seguito alla dichiarazione di Zelensky sull’intenzione di incrementare gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe.

Il ministero ha dichiarato che gli attuali attacchi di massa sono una risposta agli attacchi terroristici da parte ucraina.
Tra questi, il Ministero della Difesa ha citato gli attacchi ai seggi elettorali durante le elezioni della Duma di Stato, il tentativo di lanciare un massiccio attacco con droni che ha coinvolto oltre 1.600 droni il 19 e 20 settembre, gli attacchi durante il forum economico di San Pietroburgo e l’attacco a Belgorod della scorsa notte.
Il Ministero della Difesa ha inoltre affermato che la leadership ucraina è responsabile di queste azioni e che gli attacchi di rappresaglia continueranno e saranno intensificati molte volte.

Detto questo, precisano che questi attacchi “continueranno e saranno intensificati”. Dovremo aspettare per vedere se si tratta di una vera e propria campagna sistematica per neutralizzare i ponti o solo di una deterrenza psicologica per impedire all’Ucraina di tentare ulteriori provocazioni. Dato che un mese o due fa erano trapelate informazioni che preannunciavano una nuova campagna di attacchi contro i ponti di Kiev, possiamo solo supporre che si tratti di un’escalation pianificata da parte della Russia e che la giustificazione di cui sopra sia solo una sorta di mera facciata diplomatica.

Nel frattempo, l’Ucraina continua a combattere il suo più grande fardello: il buco di bilancio che minaccia di annientare la capacità del Paese di proseguire la sua campagna militare. In una recente intervista , Zelensky ha dichiarato che per colmare il divario per il resto del 2026, intende utilizzare i fondi stanziati a partire dal 2027.

Anticipare i prestiti UE e i contratti per i droni del 2027

Zelensky ha spiegato che il governo intende anticipare a inizio gennaio parte degli stanziamenti di credito europei originariamente previsti per il 2027, garantendo così che le aziende nazionali del settore della difesa ricevano in anticipo i capitali necessari per mantenere ininterrotte le linee di produzione.

“Non è stato facile. Abbiamo lavorato con il nostro budget, con i nostri partner, in particolare con l’Unione Europea, e cercheremo anche di utilizzare parzialmente i fondi del prestito per il prossimo anno”, ha detto Zelensky. “Porteremo avanti questo processo verso gennaio e useremo questi soldi per ordinare i droni per gennaio e febbraio 2027. Il mio team è tornato da Bruxelles e ha riferito. Tutto sta funzionando bene. Spero che continui così.” – Fonte

Per contestualizzare la situazione, ricordiamo che Zelensky ha ammesso che il deficit di bilancio del 2026 è stato causato dal fatto di aver anticipato parte del budget della seconda metà del 2026 all’acquisto di droni per la prima metà dello stesso anno. Ora Zelensky intende coprire nuovamente il deficit per i prossimi mesi ricorrendo a prestiti dal bilancio del prossimo anno. È evidente che l’Ucraina si trova in una spirale discendente dal punto di vista del bilancio, costretta a continuare disperatamente a indebitarsi per un futuro sempre più incerto.

Ma ora, secondo alcune fonti, il Politburo dell’UE avrebbe respinto questo piano:

https://hromadske.ua/en/ukraine/271930-eu-rejects-ukraine-request-to-bring-forward-2027-funding-presses-kyiv-on-reforms-ft

Bruxelles ha respinto la richiesta di Kiev di utilizzare anticipatamente i fondi stanziati per il 2027, affermando che l’Ucraina dovrebbe invece attuare le riforme necessarie per sbloccare i finanziamenti già disponibili per il 2026.

Naturalmente, durante la sua visita d’emergenza a Kiev, Merz portò in dono all’Ucraina il denaro faticosamente guadagnato dai cittadini tedeschi:

https://kyivindependent.com/germany-announces-1-46-billion-in-aid-for-ukraine-including-interceptor-drones/

Ma è evidente il circolo vizioso tra le misure di contenimento dei danni sempre più disperate adottate dai politici europei per salvare l’Ucraina e il crollo delle loro stesse carriere politiche. Con ogni pacchetto di aiuti concesso all’Ucraina, gli stati corrotti dell’Unione Europea si avvicinano sempre di più al collasso politico e alla rivoluzione populista. Pertanto, questa farsa ha una durata limitata e l’Ucraina non potrà continuare in questo modo all’infinito. È chiaro che la Russia sta lentamente strangolando l’intera UE con il cordone ombelicale del suo aborto nato morto, il Proxy 404.

Ora Zelensky ha annunciato che la Russia ha accumulato oltre 700 missili Iskander e che presto scatenerà l’inferno su Kiev:

Ciò è vero, dato che la Russia ha ridotto l’utilizzo degli Iskander nell’ultimo mese, chiaramente in preparazione di una campagna invernale su larga scala.

—

Passiamo ora a un ultimo argomento importante.

Considerato che la Russia inasprirà presto le tensioni e Zelensky promette di “rispondere” per le rime, ecco alcuni nuovi sviluppi che garantiranno che le future campagne di attacco dell’Ucraina causino danni progressivamente minori.

Innanzitutto, ricordiamo che la Russia è stata a lungo criticata per la lentezza con cui ha proceduto allo sviluppo di hangar per aerei nella maggior parte delle sue basi aeree. Ora, nell’ultimo anno, la Russia ha assistito a un vero e proprio boom nella costruzione di giganteschi hangar praticamente in tutte le sue basi più importanti. Ecco alcuni esempi degli ultimi aggiornamenti:

Aeroporto di Ramenskoye nella regione sud-orientale di Mosca ( clicca su tutte le immagini per ingrandirle ):

Avanzamento dei lavori di costruzione dei grandi hangar presso l’ aeroporto di Ramenskoye , nella regione di Mosca.

Il primo hangar ha dimensioni di 100x230x33 metri, mentre il secondo misura 90×220 metri.

Attualmente, l’aeroporto ospita anche 1 Tu-95MSM , 2 Tu-160M ​​e 1 aereo cisterna Il-78M2 .

Base aerea di Marinovka a Volgograd:

Nella base aerea di Marinovka, nella regione di Volgograd, sono stati costruiti numerosi hangar di protezione, da cui i velivoli da ricognizione Su-34R e Su-24MR conducono missioni lungo la linea del fronte.

Il ritardo nella costruzione dei rifugi presso questo aeroporto ha provocato un attacco nemico sull’area di parcheggio dei Su-34, allora esposta, nel 2025, con conseguenti perdite e danni ai velivoli.

Base aerea di Lipetsk, non lontano dall’Ucraina:

Il processo di costruzione degli hangar di protezione presso la base aerea di Lipetsk .

In totale, il nemico ha identificato 12 caratteristiche strutture in cemento armato
.

Si presume che almeno alcune di esse saranno utilizzate per immagazzinare munizioni e/o droni kamikaze.

Engels, nella regione di Saratov, è una delle basi strategiche più importanti della Russia:

Nuove immagini satellitari della costruzione di 16 hangar per i bombardieri strategici Tupolev Tu-95 e Tu-160presso la base aerea Engels-2 dell’aeronautica militare russa nella regione di Saratov, catturate da satelliti occidentali.

Infine, un recente esempio del successo di tali strutture. Un attacco di droni ucraini ha preso di mira una base russa nella regione di Oryol, anch’essa al confine con l’Ucraina. I droni ucraini hanno colpito i nuovi hangar, lasciando solo qualche graffio e senza riuscire a causare danni significativi.

L’ultimo attacco con droni contro la base per droni vicino al villaggio diTsimbulovo, nella regione di Oryol, ha provocatosolo danni superficiali ai bunker di protezione.

Considerando il costante rafforzamento e ampliamento della base per droni,l’efficacia degli attacchi con droni ucraini contro di essa si stariducendo sempre più rapidamente.

Lo stesso fenomeno si sta verificando anche per le raffinerie, che vengono coperte con reti e altre strutture di cui abbiamo parlato più volte di recente.

Ora la Russia sta addirittura riproponendo tattiche risalenti alla Seconda Guerra Mondiale per proteggere potenzialmente obiettivi fissi come le raffinerie. Bentornati all’era degli aerostati e dei palloni di sbarramento:

Ecco un annuncio relativo a un rapporto russo incentrato sullo sviluppo di dirigibili in Russia per il trasporto di barriere di cavi a protezione di infrastrutture all’interno della Federazione Russa da droni kamikaze di tipo aereo.

Nel complesso, si tratta di un concetto molto interessante e di un approccio piuttosto non convenzionale al contrasto dei droni, che ricorda i cieli degli anni ’40.

È incoraggiante constatare che i dirigibili vengano finalmente considerati come una piattaforma, un potenziale che finora è stato seriamente sottovalutato. I dirigibili possono anche fungere da vettori per sistemi radar, agendo come postazioni fisse di allerta precoce e controllo, e possono trasportare sistemi optoelettronici e acustici, inclusi droni FPV antiaerei e ripetitori aerei.

In generale, c’è ampio margine di innovazione e sviluppo in questo settore.

Alcuni potrebbero obiettare che tali palloni aerostatici rappresenterebbero un facile bersaglio per i droni. Ma bisogna ricordare che i droni a lungo raggio inviati in profondità nel territorio russo per attaccare le raffinerie sono guidati dal GPS e in genere volano verso la loro destinazione seguendo una traiettoria pre-programmata.

Un nuovo video girato dal ponte in Crimea ha inoltre mostrato una vasta gamma di barriere difensive di recente costruzione, erette per impedire il passaggio dei droni navali ucraini:

Il propagandista ucraino Dmitriy Gordon conclude illustrando cosa attende ora Kiev:


Un ringraziamento speciale a voi, abbonati a pagamento, che state leggendo questo articolo Premium a pagamento: siete i membri fondamentali che contribuiscono al buon funzionamento e alla salute di questo blog.

La mancia rimane un anacronismo, un’arcaica e spudorata forma di doppio guadagno, per coloro che non riescono a fare a meno di elargire una seconda, avida generosità ai loro umili autori preferiti.

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda (a cura di Alberto Mingardi), 2026, Ed. Settecolori, pp. 198, € 18.00.

Nel 1918 Pareto osservava la guerra mondiale, giunta alla sua fase conclusiva e ne fece un diario, pubblicato solo quarant’anni dopo.

Ottima l’idea di ripubblicarlo oggi, in un periodo in cui guerra e ostilità hanno ripreso  il ruolo e il vigore che la “fine della storia” negava.

Il solitario di Céligny considera la guerra sotto il profilo delle derivazioni generate dalle élite belligeranti e dei governati cui sono destinate.

Ne sottolinea l’irrazionalità e l’irrealtà, spesso demolendole con l’ironia.

Così nota che la guerra ha come scopo di imporre la propria volontà al nemico onde “può terminare con la vittoria di uno degli avversari, e la resa totale dell’altro. In tal caso, uno di loro impone la propria volontà… Ma la guerra può anche terminare in altro  modo, cioè con un compromesso fra la volontà di uno degli avversari e quella dell’altro”, ossia con accordi diplomatici. Per consolidare la propria pretesa ciascun belligerante fa uno smodato uso di derivazioni. Scrive Pareto, ad esempio, per le annessioni: “Niente conquiste territoriali? Certo: su quel punto, siamo tutti d’accordo. Ci riserviamo soltanto di procedere alla retrocessione delle annessioni, e inoltre a rettifiche di frontiera. Sei un cattolico osservante, e tuttavia ti piacerebbe mangiar pollo di venerdì? Semplicissimo: basta ribattezzare il pollo, e chiamarlo carpa”.

Esempio tipico, l’Alsazia-Lorena. E prosegue:  “Visto dalla parte degli Imperi centrali: se conserviamo l’Alsazia-Lorena, non c’è annessione, ma disannessione, perché è la Francia che se l’era annessa. Visto dalla parte dell’Intesa: reclamando l’Alsazia-Lorena, non propugniamo una annessione ma una disannessione, perché è stata la Germania ad annettersela. Sia l’uno che l’altro ragionamento può valere, secondo che si vada più o meno indietro nel tempo per stabilire qual è stata l’annessione…” (e nel tempo, Pareto risale ironicamente all’Impero romano).

Oppure nel confronto tra egemonie che si considerano diverse, ma sono simili. Così nella distruzione della flotta danese da parte della Gran Bretagna nel 1807 o nell’occupazione del Belgio durante la guerra mondiale; del tutto simili, onde giudica Pareto  “poiché le medesime cause producono effetti medesimi, che non ci sia affatto da stupirsi, in quanto il forte fa uso della propria forza e si vale sempre delle stesse ragioni per giustificarsi; infatti i sentimenti cui si richiama restano sempre più o meno gli stessi”.

E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenza dello scritto è che le élite dirigenti, ossia la plutocrazia demagogica dell’intesa e il militarismo plutocratico degli Imperi centrali erano del tutto simili nello sfruttare sentimenti, pregiudizi, ignoranza ed ingenuità dei governati per proseguire una guerra dei costi economici, sociali, umani del tutto sproporzionati rispetto a quanto possibile con mezzi più ragionevoli. A conferma della prevalenza delle azioni non logiche.

E’ quindi opportuno ripubblicare questo diario quando le recenti guerre, soprattutto quella russo-ucraina, vedono un ricorso agli stessi espedienti per motivare comportamenti analoghi a quelli osservati da Pareto, anzi aggiungendone altri. Come, per esempio, la malattia (mentale e/o fisica) di Putin, il quale non fa altro che proseguire la politica (e gli obiettivi) dei governanti russi degli ultimi tre secoli (la Russia è sempre stata governata da matti? Compresi Pietro e Caterina?); o il costo economico, sociale e umano, sopravvalutato per la Russia e dimenticato o giustificato per l’Europa, all’uopo allegando una ingigantita volontà dello Zar di aggredire l’Europa.

Nel complesso un libro che, dato lo stile di Pareto è di piena e piacevole lettura. Ma, soprattutto, utile.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00.

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale,  dalla proprietà come presidio della libertà.

Teodoro Klitsche de la Grange

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Doppio appuntamento: un weekend elettorale esplosivo che inizia con il botto e finisce con un sussurro (per i globalisti)! _ di Simplicius

Doppio appuntamento: un weekend elettorale esplosivo che inizia con il botto e finisce con un sussurro (per i globalisti)!

Simplicius21 settembre∙A pagamento
 
LEGGI NELL’APP
 CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Una giornata elettorale ricca di colpi di scena in tutto il mondo.

Prima ancora che lo “shock” provocato dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, tenutesi alcune settimane fa, avesse il tempo di placarsi, le elezioni tenutesi a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore hanno inferto un doppio colpo al sistema politico allineato con Bruxelles.

L’AfD ha nuovamente dominato in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e, sebbene fosse prevedibile, ciò ha comunque provocato un’altra ondata di sconvolgimenti in un’Germania già in fermento:

Il partito di governo CDU ha registrato un crollo di circa l’8% rispetto al ~13% ottenuto l’ultima volta. Di fatto, la CDU è ora scesa al di sotto della soglia del 5% necessaria per essere rappresentata nel parlamento regionale, il che significa che non le verrà assegnato nemmeno un seggio. Questo non era mai successo prima al partito in qualsiasielezioni statali; una sconfitta storica.

Nel frattempo, a Berlino il partito di sinistra Die Linke si è assicurato la vittoria, infliggendo a sua volta una pesante sconfitta alla CDU, che aveva dominato le ultime elezioni. Il fallito cancelliere del Reich Friedrich Merz, pallido e abbattuto, ha dichiarato con tono desolato che quella era stata una giornata disastrosa:

Ecco cosa le riserva il patto faustiano con BlackRock, Herr Reichskanzler.

Prendiamoci tutti un momento per deridere e schernire il leader più disonorato della storia tedesca. Indicate lo schermo e fatevi una bella risata davanti all’aspetto tirato e raggrinzito di quel patetico idiota.

L’ex banchiere di BlackRock e tirapiedi della Commissione Trilaterale registra il più basso indice di gradimento mai registrato da un leader nella storia della Germania. Questo abominio detestato, che ha portato il proprio Paese sull’orlo della rovina, ha ora annunciato il proprio rifiuto di compiere il gesto d’onore e dimettersi, scegliendo invece di continuare ancora per un po’ il suo miserabile lavoro di spremere i contribuenti tedeschi a vantaggio dei suoi mandanti globalisti.

BBC News (Mondo)@BBCWorld

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i “disastrosi” risultati dei sondaggi a uscita dalle urne sulle elezioni regionali

bbc.in

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i risultati “disastrosi” degli exit poll delle elezioni regionali

18:51 · 20 settembre 2026· 275.000 visualizzazioni


172 risposte· 144 condivisioni· 688 “Mi piace”

È uno dei motivi principali per cui i globalisti stanno ponendo così tanto l’accento sul 2027 come anno cruciale. È allora che dovrà iniziare la guerra con la Russia per salvare questi marci regimi europei occupati dal crollo totale e deviare l’ira ribollente della popolazione verso un falso nemico, anziché verso il vero nemico interno.

Faytuks Network@FaytuksNetwork

I servizi segreti francesi avvertono ora che la Russia potrebbe sferrare attacchi ibridi su larga scala contro le infrastrutture critiche della Francia (reti elettriche, ferroviarie, di telecomunicazioni e idriche) già nell’autunno del 2027, prima rispetto alla precedente stima del 2030 – France Télévisions

12:10 · 20 settembre 2026· 58,9K visualizzazioni


12 risposte· 142 condivisioni· 935 “Mi piace”

Il 2027 sarà proprio l’anno delle prossime importanti elezioni federali europee – quelle francesi – e, sebbene quelle tedesche siano ufficialmente previste per il 2029, non è affatto improbabile che possano tenersi molto prima, dopo che il regime marcio di Merz sarà crollato su se stesso come un pezzo di legno marcio divorato dalle termiti.

Contemporaneamente, la Russia ha tenuto le proprie elezioni legislative per la Duma di Stato. Non essendo tipo da lasciarsi sfuggire un’occasione, l’astuto narco-goblin di Bankova ha messo da parte il miniera d’orodi tutti gli sciami di droni previsti per l’occasione, al fine di:

  1. Scomportare il più possibile lo svolgimento delle elezioni, cercando al contempo di umiliare Putin
  2. Per cercare di screditare l’idea di elezioni in tempo di guerra, al fine di legittimare in modo subversivo la propria presidenza ormai scaduta, che continua a respingere le richieste di un voto democratico

Probabilmente Zelensky riteneva che, se fosse riuscito a interferire con le elezioni russe, ciò avrebbe dato credito alla sua argomentazione discutibile secondo cui l’Ucraina non dovrebbe tenere elezioni in tempo di guerra perché è troppo rischioso o pericoloso.

Ma la Russia ha smentito categoricamente questa ipotesi abbattendo il 99% di quello che potrebbe essere stato il più grande sciame di droni della storia, se dobbiamo credere alle cifre fornite dallo stesso sindaco di Mosca, Sobyanin sul suo canale ufficiale di TG:

È stato respinto il più massiccio attacco sferrato dai droni nemici contro Mosca. Da ieri sono stati intercettati oltre 1600 droni su tutti i fronti, di cui 450 in avvicinamento a Mosca. Ringraziamo le forze di difesa aerea per il loro lavoro altruistico. Ciononostante, diversi droni sono riusciti a raggiungere il territorio della raffineria di petrolio di Mosca e uno di essi ha colpito un edificio residenziale. Non si sono registrati decessi.

Questo attacco senza precedenti era chiaramente stato pianificato per ostacolare lo svolgimento delle elezioni, ma il nemico ha fallito.

Il canale ufficiale del Ministero della Difesa russo ha riportato un numero ancora maggiorenel corso delle 24 ore: 1.950 droni in totale sono stati abbattuti, il che fa supporre che il numero di quelli lanciati fosse ancora maggiore:

❗️ Nel tentativo di ostacolare l’espressione democratica dei cittadini della Federazione Russa in occasione delle elezioni della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa, il regime di Kiev, tra il 19 e il 20 settembre di quest’anno, ha sferrato un attacco su vasta scala sul territorio della Federazione Russa utilizzando velivoli senza pilota (UAV) e missili da crociera “Flamingo”.

▫️ Grazie all’abile intervento delle unità missilistiche antiaeree, dei gruppi di fuoco mobili e degli equipaggi dell’aviazione da caccia e dell’aviazione militare, nell’arco di 24 ore, 1.951 UAV d’attacco e otto missili da crociera a lungo raggiosono stati abbattuti sopra alcune regioni russe. Un altro missile da crociera lanciato dal nemico ha deviato dalla sua rotta e si è schiantato in una zona disabitata.

▫️ Inoltre, tutti i missili “Flamingo” lanciati dal regime di Kiev sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi mentre si avvicinavano a obiettivi civili nella regione di Mosca.Il tentativo di sferrare un attacco su larga scala contro Mosca è fallito. Il nemico non ha raggiunto i propri obiettivi.

Diversi media hanno riferito che, nell’ambito degli sciami massicci di droni, l’Ucraina avrebbe persino utilizzato per la prima volta il proprio missile balistico, una copia dell’Iskander, in un presunto tentativo di colpire Mosca:

Notizie successive hanno chiarito che il “Pelican” citato da Zelensky era in realtà un drone alato e non un missile. È difficile saperlo con certezza: forse, dopo che la nuova “wunderwaffe” è stata abbattuta, hanno semplicemente cambiato la versione dei fatti per evitare l’imbarazzo. Certamente, il missile balistico di nuova concezione sarebbe stato impiegato in modo ottimale durante un attacco a sciame di saturazione su vasta scala, quando le difese antibalistiche russe sarebbero state più che mai sopraffatte.

In ogni caso, i pochi droni che sono riusciti a superare le difese sono riusciti a colpire nuovamente la raffineria alla periferia di Mosca, regalando a Zelensky e ai suoi compari un brivido di gioia euforica di cui avevano bisogno da tempo:

Ricordiamo quanto avevamo appena scritto nell’ultimo rapporto riguardo agli attacchi con i droni dell’Ucraina: uno sciame di 900 droni costerebbe circa 50 milioni di dollari, ovvero più del 25% delle spese belliche giornaliere totali dell’Ucraina (190 milioni di dollari). Ciò significa che uno sciame di oltre 2.000 droni, come quello verificatosi oggi, sarebbe costato a Zelensky una somma non indifferente: forse più della metà del budget giornaliero destinato alla guerra.

Grok valuta:

Ricordiamo che Lo stesso Zelensky ha ammesso il mese scorso cheche l’intero bilancio del 2026 era stato sperperato in inutili attacchi con droni nella prima parte dell’anno:

Link

È quindi importante comprendere che questi spettacoli ad effetto speciale organizzati da Kvartal 95, volti a creare scenari di crisi nella capitale russa, finiscono per comportare costi ingenti per lo Stato ucraino, che devono poi essere coperti con urgenza dai contribuenti europei dopo ulteriori richieste di aiuti da parte di Zelensky.

Per quanto riguarda le elezioni russe, il partito al potere, “Russia Unita”, ha vinto a larga maggioranza, come previsto, mentre il Partito Comunista Russo si è classificato al secondo posto:

Elezioni della Duma di Stato russa: i primi exit poll indicano che il partito al governo, “Russia Unita”, è in testa con il 49,4% dei voti secondo un sondaggio del VCIOM e con il 52,8% secondo un sondaggio dell’INSOMAR.
Il Partito Comunista si è classificato al secondo posto con il 14,2% – 14,8%, seguito dall’LDPR con il 10,7% – 9,9%, da “Nuova Gente” con il 9,7% – 8,6% e da “Russia Giusta” con il 6,6% – 5,5%.
Il tasso di partecipazione finale è risultato superiore al 56%.

Ora l’unica speranza rimasta a Zelensky è l’incontro con Trump appena annunciato per la prossima settimana, durante il quale Zelensky cercherà di insistere per ottenere un cessate il fuoco e ulteriori fondi, mentre Trump probabilmente rimprovererà quell’imbroglione di Kiev per aver destabilizzato i prezzi globali del carburante. Alla fine, tutto finirà nel nulla e le cose torneranno al loro allegro corso.

Naturalmente, le voci che circolano in questo momento lasciano presagire un massiccio contrattacco russo contro Kiev nelle prossime 72 ore circa. Zelensky avrà il suo bel da fare a spiegare ai propri cittadini come la distruzione imminente che ha scatenato su di loro valga la temporanea chiusura di una singola raffineria russa.


Un ringraziamento speciale a voi, abbonati a pagamento, che state leggendo questo articolo Premium a pagamento—Siete voi i membri fondamentali che contribuiscono a mantenere questo blog attivo e funzionante in modo sano e costante.

Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida porzione di generosità.

Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente, di Pascal Lottaz

Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente

Il “Penang Peace Dialogue” ha riunito influenti esponenti asiatici per discutere di un mondo al di là del dominio occidentale. Alcuni dei momenti più rivelatori si sono verificati proprio quando la conversazione ha assunto toni scomodi.

Pascal Lottaz16 settembre
 
LEGGI NELL’APP
 CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Avrei dovuto trovarmi in Malesia per il Penang Peace Dialogue (5-6 settembre). Purtroppo non ho potuto partecipare, ma Dennis e Michael Riches hanno colto l’occasione per partecipare a nome di Neutrality Studies. Il loro resoconto dalla Malesia ci offre una panoramica delle discussioni, degli incontri e delle realtà del Sud-Est asiatico che rivelano la direzione verso cui si sta orientando il pensiero politico.

Organizzato dal Commonwealth of World Chinatowns, l’incontro ha visto la partecipazione di Kishore Mahbubani, Victor Gao, Joanna Lei, Jomo K. Sundaram e persino dell’ex presidente indonesiano Joko Widodo. Jeffrey Sachs ha partecipato in videoconferenza. Si trattava di persone che conoscevano bene i governi, le università e le istituzioni internazionali; pertanto, le loro critiche alla Pax Americana erano frutto di una notevole esperienza su come funziona quell’ordine.

Dennis e Michael descrivono una sorprendente fiducia tra i partecipanti nel fatto che l’Asia stia acquisendo il potere di plasmare il proprio futuro. La domanda interessante è: cosa intendono farne?

Un luogo diverso in cui affrontare l’argomento

Dennis ha notato un dettaglio che potrebbe sembrare secondario, ma che evidenzia come gran parte del Sud del mondo abbia mantenuto uno spirito di analisi critica non solo in ambito politico, ma anche in quello economico: alcune aziende malesi hanno sponsorizzato un incontro in cui i relatori hanno apertamente condannato la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno discusso dell’ascesa della Cina e hanno messo in discussione le pretese occidentali di leadership morale.

La sponsorizzazione da parte delle aziende difficilmente garantisce l’indipendenza politica. Tuttavia, ci fornisce indicazioni su quali opinioni siano considerate rispettabili in una determinata società. Argomenti considerati discutibili in alcuni ambiti della sfera pubblica occidentale potrebbero essere espressi in questa sede da personalità di spicco senza apparente imbarazzo.

L’osservazione più ampia di Michael era che tale fiducia andasse oltre i confini della Cina. Aveva sentito intellettuali dell’Asia meridionale e sud-orientale parlare delle loro regioni come attori con obiettivi propri e non come “alleati” di questa o quella grande potenza. Un mondo multipolare offrirebbe ben poca emancipazione se i paesi più piccoli si limitassero a sostituire un rapporto di dipendenza con un altro.

La stessa Penang ha offerto una cornice perfetta. Dennis ha descritto le gallerie, l’arte di strada e gli edifici restaurati di George Town; entrambi i fratelli hanno apprezzato lo spazio riservato agli artisti e alle esibizioni musicali. Il dibattito sulla cultura della diaspora cinese ha inoltre messo in discussione l’idea che una civiltà appartenga esclusivamente a uno Stato. Le comunità preservano, adattano e trasmettono le tradizioni oltre i confini. Le mappe politiche non racchiudono tutto.

Passa alla versione a pagamento

Gaza e i limiti delle Nazioni Unite

Il momento più commovente, ha ricordato Dennis, è stato quando una studentessa palestinese che studiava in Malesia ha raccontato di aver perso alcuni membri della sua famiglia a Gaza. Il suo intervento ha riportato il dibattito sull’ordine internazionale a ciò che tale ordine dovrebbe proteggere: le persone che cercano di vivere.

L’Iniziativa per le borse di studio di Gaza ha offerto una via concreta per la solidarietà. Dennis ha anche riferito della preoccupazione di un organizzatore secondo cui la raccolta fondi internazionale avrebbe potuto incontrare ostacoli nei trasferimenti finanziari. A quanto pare, anche l’assistenza deve districarsi nell’infrastruttura attraverso cui opera il potere politico.

La questione di Gaza ha acuito il dibattito sulle Nazioni Unite. A cosa serve un’istituzione le cui decisioni più urgenti possono essere bloccate da un membro permanente del suo Consiglio di Sicurezza?

I relatori hanno difeso l’ONU sostenendo che la sua scomparsa lascerebbe gli Stati più piccoli ancora più indifesi. Il diritto di veto è stato considerato sia una fonte di paralisi sia parte dell’accordo che mantiene gli Stati potenti all’interno dell’istituzione.

C’è una logica scomoda in tutto questo. Un’organizzazione che include le grandi potenze deve venire loro incontro in misura sufficiente per assicurarsi la loro adesione. Tuttavia, tali concessioni possono impedirle di esercitare un controllo su di esse.

Per i paesi che aspirano a una maggiore indipendenza, la riforma comporta quindi un compito pratico non facile: preservare una sede comune, riducendo al contempo la capacità dei suoi membri più forti di renderla inefficace.

Passa alla versione a pagamento

La storia incompiuta di Bandung

Una proposta ricorrente durante la conferenza è stata quella di “Bandung 2.0”: un movimento rinnovato per la cooperazione e l’indipendenza tra le società un tempo colonizzate. Tuttavia, Dennis ha chiesto in modo incisivo che fine avesse fatto effettivamente Bandung 1.0 e quali insegnamenti se ne fossero tratti.

Ha sollevato la questione della distruzione della precedente linea politica dell’Indonesia e delle violenze di massa legate agli sconvolgimenti del 1965. Il suo ricordo della reazione è stato eloquente: rassicurazioni sul fatto che lo spirito di Bandung fosse ancora vivo, con scarsa attenzione ai meccanismi attraverso i quali le sue possibilità politiche erano state soffocate.

Dennis riteneva che la presenza dell’ex presidente indonesiano e dei giornalisti indonesiani al suo seguito fosse motivo di cautela. Questa è la sua interpretazione, ma la questione irrisolta rimane importante a prescindere dal motivo.

Un movimento rinnovato deve comprendere quali fattori potrebbero metterlo in ginocchio. L’intervento straniero, la repressione interna e i conflitti all’interno dei paesi che invocano la solidarietà non possono semplicemente svanire dietro lo slogan di un anniversario.

Potrebbe anche essere una buona idea includere altre voci provenienti da tutto il Sud-Est asiatico. Una conferenza dedicata all’emancipazione regionale deve lasciare spazio alle divergenze presenti nella regione. Altrimenti, le persone le cui storie mettono maggiormente in discussione la narrativa dominante potrebbero ritrovarsi ancora una volta escluse da essa.

Passa alla versione a pagamento

Taiwan e lo spazio dell’immaginazione

Michael, che vive a Taiwan da anni, ha messo alla prova un altro limite. Con Victor Gao e Joanna Lei tra i relatori, ha proposto un ipotetico “Commonwealth della Cina”: due entità politicamente distinte unite da accordi volti a rispondere alle preoccupazioni di Pechino in materia di sicurezza.

La sua proposta andava ben oltre la cooperazione economica. Comprendeva un’alleanza militare con la Cina e accordi relativi all’accesso marittimo. Si trattava di un esperimento mentale volto a verificare se un compromesso in materia di sicurezza potesse coesistere con la salvaguardia del sistema politico di Taiwan.

Secondo quanto riferito da Michael, Gao ha respinto l’idea di uno Stato separato e ha insistito sulla riunificazione sotto un unico governo. Gli altri partecipanti alla tavola rotonda non hanno avuto il tempo di rispondere.

Non dovremmo né scambiare l’ipotesi di Michael per una soluzione concordata, né considerare la risposta di Gao come una posizione governativa negoziata. Lo scambio mette tuttavia in luce una difficoltà fondamentale: sicurezza, sovranità e identità politica si sovrappongono senza però diventare intercambiabili. Affrontare una di queste questioni non risolve automaticamente le altre.

È incoraggiante che, secondo Michael, Gao lo abbia avvicinato in seguito e lo abbia invitato a rimanere in contatto. Un disaccordo sul palco aveva lasciato aperto un canale di comunicazione.

Questa potrebbe essere la lezione più utile da trarre da Penang. La fiducia in un ordine multipolare emergente sta crescendo, ma le relazioni pacifiche dipenderanno da come si gestiranno i disaccordi tra attori sicuri di sé. Lo stesso incontro che ha messo in discussione il predominio occidentale si è scontrato con limiti scomodi nelle discussioni sulla storia regionale e sulla sovranità.

Questi limiti meritano un’attenzione costante. Un maggior numero di centri di potere significherà un maggior numero di centri in grado di dire «no». Costruire la pace richiederà istituzioni, relazioni e immaginazione politica sufficientemente forti da mantenere vivo il dialogo anche dopo che lo avranno fatto.


Un ringraziamento speciale a Dennis e Michael per aver partecipato alla conferenza e averne dato notizia! — Pascal.


Il Substack di Pascal (Neutrality Studies) è una pubblicazione sostenuta dai lettori. Per ricevere i nuovi post e sostenere il mio lavoro, ti invito a diventare un abbonato gratuito o a pagamento.

Passa alla versione a pagamento

La parola manipolata – Philippe Breton

La parola manipolata – Philippe BretonSintesi e podcast del libro

In La parola manipolata (1997), Philippe Breton illustra le diverse tecniche di manipolazione attraverso le quali un individuo può essere indotto ad accettare un’affermazione contro la propria volontà. Sottolinea l’attualità di questa minaccia, anche nelle democrazie, e il modo in cui essa sfrutta le nuove opportunità offerte dalla società contemporanea.

Sfoglia la biblioteca

Biblioteca Democrazia

pubblicato il 11/09/2026 Di Élucid

reader

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

audio

Podcast La synthèse audio

PlayCONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

00:00

0:00 / 26:28Mute

Download

Punti chiave

Per diversi decenni dopo la fine della Guerra Fredda, la manipolazione sembrava aver cessato di essere un importante oggetto di studio, come se avesse perso la sua rilevanza con la vittoria delle democrazie contemporanee. Eppure, la manipolazione è altrettanto diffusa nelle democrazie quanto nei regimi totalitari; anzi, è proprio in questi ultimi che è stata sistematizzata per la prima volta, sotto forma di propaganda.

L’autore esplora le diverse tecniche di manipolazione sviluppate nel corso del tempo, ripercorrendone le origini e il funzionamento. Sottolinea inoltre l’importanza dell’avvento delle comunicazioni, in particolare di Internet, che, pur senza alterare radicalmente il modo in cui la manipolazione influenza le menti, ha offerto nuove prospettive su scala colossale.

Poiché mina il valore e la ricezione della parola, elemento cruciale per la coesione sociale degli esseri umani, la manipolazione è intrinsecamente dannosa, anche quando viene individuata e contrastata. Questa natura nociva è tanto più accentuata dal fatto che la società contemporanea è impreparata ad affrontare la propaganda e ne è particolarmente vulnerabile. L’autore incoraggia a contrastare l’erosione del valore della parola stabilendo nuove norme per ridurre la diffusione della manipolazione, promuovendo l’educazione alla retorica e proclamando l’esistenza di una “libertà di ricezione”, necessaria controparte della libertà di espressione, di cui la manipolazione abusa.

Biografia dell’autore

Philippe Breton (1951-) è uno psicoanalista, antropologo e politologo francese, nonché professore all’Università di Strasburgo. Ha scritto numerose opere di carattere sociologico, in particolare su temi legati alla comunicazione e alle reti. È attivo anche in ambito umanitario, avendo diretto la Croce Rossa francese dal 2017 al 2023, e lavora come osservatore e commentatore politico, soprattutto nella sua regione di residenza, l’Alsazia.

Avertissement :Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; ha lo scopo di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Schema dell’opera

I. Carattere permanente della manipolazione
II. L’importanza della parola
III. La tecnicizzazione del linguaggio
IV. La manipolazione delle emozioni
V. La manipolazione cognitiva
VI. Il ruolo di Internet e dei social network
VII. I due effetti della manipolazione
VIII. Una resistenza debole
IX. Le regole del discorso

Sintesi del libro

I. Carattere permanente della manipolazione

L’autore osserva che, un tempo, dopo la pubblicazione di opere come Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Tchakhotine e di altri libri simili, l’individuo tendeva a essere consapevole del potere delle tecniche di manipolazione e della loro natura insidiosa. Tuttavia, dalla fine degli anni ’80, lo studio della propaganda sembra essere stato trascurato, come se il concetto fosse improvvisamente diventato meno rilevante, se non per gli storici. L’autore mette in guardia contro questa politica dello struzzo, proprio mentre la metà degli anni 2010 vede il ritorno in forze delle tecniche di manipolazione politica, con l’irruzione del populismo sulla scena politica occidentale.

La fine della Guerra Fredda e il « trionfo » delle democrazie occidentali non significano che la manipolazione sia un fenomeno ormai superato. Essa non è appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Oltre alla pubblicità, che rivendica apertamente l’uso di tecniche di manipolazione, numerosi movimenti dipendono in parte dalla manipolazione per garantire la propria sopravvivenza e prosperità proprio all’interno delle democrazie contemporanee. L’esempio più lampante è senza dubbio quello del liberalismo economico, che ha a lungo coltivato l’idea che non esistano alternative e che pretende di rappresentare una sorta di « evidenza razionale », mentre anch’esso non è altro che l’ennesima causa che cerca di difendersi ricorrendo alle tecniche di manipolazione.

Il discorso liberale, in particolare, è un esempio di una tendenza particolarmente perniciosa, secondo cui, poiché le democrazie sono per loro natura « buone », in quanto portatrici di valori considerati « buoni », non potrebbero mai ricorrere alla manipolazione, che è « cattiva ». È necessario distinguere rigorosamente tra i valori promossi da una causa e il modo in cui vengono promossi: è perfettamente possibile promuovere valori « buoni » ricorrendo a tecniche manipolatorie. Forse ancora più pericolosa è l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’uomo contemporaneo sia «immunizzato» alla propaganda, poiché è lucido sulla questione, e che le tecniche di manipolazione impiegate siano «delicate». Oltre al fatto che ogni manipolazione è necessariamente una forma di violenza, questo modo di pensare – molto allettante, poiché di gran lunga preferibile all’ammettere che si possa essere manipolati – convince l’individuo di essere libero nel proprio pensiero, il che è proprio l’obiettivo della manipolazione, che mira a far passare inosservati i propri effetti.

Non è facile distinguere ciò che costituisce una manipolazione da ciò che rappresenta un tentativo legittimo e non violento di convincere. Alcuni indizi possono tuttavia aiutare a definirne il concetto. In primo luogo, come abbiamo appena visto, la manipolazione agisce in modo occulto: se il suo tentativo di limitare la libertà del pubblico di opporsi all’affermazione che gli viene proposta viene smascherato, essa perde ogni efficacia. In secondo luogo, il messaggio utilizzato è mendace, in quanto mira a ingannare il proprio pubblico sottoponendogli un’affermazione che si discosta dalla verità e dalla ragione. È inoltre opportuno distinguere tra la fede dell’oratore nella convinzione che intende diffondere e la veridicità dell’argomento che utilizza. Un razzista può credere sinceramente che il razzismo sia preferibile alla tolleranza razziale, ma in assenza di un consenso scientifico sulla disuguaglianza delle razze, è costretto a ricorrere ad argomenti intellettualmente disonesti per influenzare il proprio pubblico. In terzo luogo, la manipolazione presuppone l’esistenza di una forma di resistenza iniziale nei confronti dell’affermazione che si vuole far accettare; in caso contrario, non ci sarebbe bisogno di compiere alcuno sforzo per convincere. Il suo obiettivo è superare tale resistenza senza essere scoperta.

II. L’importanza della parola

Il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, legata alla sua natura gregaria. Ha origine dalle interazioni tra gli esseri umani, ed è proprio dal linguaggio stesso che è emerso il concetto di politica. La parola umana si articola in tre registri: l’espressione – che ha in comune con l’animale –, l’informazione – che ha in comune non solo con l’animale, ma anche con la macchina – e infine la convinzione, che le è propria e che interessa particolarmente l’autore in vista delle sue relazioni con la manipolazione.

Il sistema politico democratico trae la sua specificità dal ruolo che attribuisce alla parola: essa costituisce un’alternativa alla violenza fisica come modalità di risoluzione dei conflitti, violenza fisica che viene delegittimata rispetto ai sistemi precedenti. Tale ruolo rimane tuttavia fragile, da un lato perché la sua istituzionalizzazione può nascondere una disuguaglianza concreta nello spazio concesso alla parola a seconda dell’interlocutore considerato, e dall’altro perché la centralità della parola la rende vulnerabile alle tecniche di manipolazione.

L’esistenza della democrazia ha portato alla formidabile battaglia di idee che ha caratterizzato il XXe secolo : diverse ideologie hanno messo in campo un vero e proprio tesoro di convinzione e manipolazione per conquistare l’adesione delle masse. La caduta dell’URSS, contrariamente a quanto si potesse pensare, non segna la fine di questo fenomeno: il liberalismo ha visto emergere nuovi avversari contro i quali deve mobilitare la propria retorica. Si può naturalmente citare la rinascita di ogni sorta di fondamentalismo religioso e settario, i movimenti identitari o populisti in senso più ampio; ma anche il messianismo tecnologico, sostenuto dai miliardari del settore tecnologico, che annunciano l’avvento di un mondo migliore attraverso un’interconnessione universale e permanente.

Per difendersi, il liberalismo può contare sulla pubblicità, una vera e propria macchina di persuasione, sapientemente sviluppata nel corso dei decenni, la cui stessa esistenza implica necessariamente una società sprofondata nel consumo di massa e nell’economia liberista. È proprio la pubblicità, del resto, a innovare maggiormente nell’elaborazione di nuove tecniche di manipolazione, concepite per essere efficaci e riproducibili; dall’arte della retorica si passa a una tecnicizzazione del discorso, a procedimenti concepiti per convincere.

III. La tecnicizzazione del linguaggio

L’arte della retorica è nata in Grecia, nell’antichità, e non è apparsa lì per caso; la sua stessa esistenza è una conseguenza di un’innovazione storica: la comparsa delle prime assemblee di cittadini, delle prime giurie popolari. Questa novità rese indispensabile, per la prima volta, il fatto di convincere gli altri delle proprie opinioni – e non solo un singolo individuo detentore del potere, ma un’intera assemblea – se si sperava di vederle prevalere. Ben presto emerge una sistematizzazione delle tecniche a disposizione dell’oratore, che distingue il logos (il discorso razionale), l’ethos (il discorso relativo al carattere dell’oratore) e il pathos (il discorso volto a suscitare un’emozione nel pubblico). Molto rapidamente, tuttavia, si impone una gerarchia: il logos si afferma come la modalità « normale » di persuasione, da privilegiare, in quanto rispetta la libertà del pubblico, mentre le altre modalità, che cercano di aggirarla, sono percepite come inferiori.

Già in quell’epoca esisteva, parallelamente a queste tre modalità, una tecnica spesso utilizzata in ambito militare, ma non solo: la disinformazione. Si tratta della più antica delle tecniche di manipolazione: mira a diffondere notizie false presentarle come vere, in modo da indurre in errore il pubblico. Prospera ancora oggi, nell’era delle «fake news». L’utilità di tale tecnica in ambito militare è evidente; ma trova applicazione anche in contesti politici e commerciali.

Il passaggio dalla retorica e dalla pratica occasionale della disinformazione alla vera e propria propaganda, ovvero all’esistenza di veri e propri sistemi concepiti per conquistare le masse, avviene curiosamente nelle democrazie occidentali durante la Prima guerra mondiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il termine non era allora percepito in senso peggiorativo, e lo diventerà solo in un secondo momento, durante la Guerra Fredda: la propaganda, in questo senso iniziale, si prefiggeva l’obiettivo di sostenere il morale della nazione e di minare quello dell’avversario, e si concepiva quindi come un mezzo di lotta come un altro, rivendicandosi puramente tecnica e apolitica. Sono proprio questi primi metodi di propaganda, ripresi dai nazisti negli anni ’30 e poi diffusi in tutto il mondo, a costituire la base delle tecniche di manipolazione contemporanee.

IV. La manipolazione delle emozioni

Eredi del registro del pathos identificato dai Greci, le tecniche di manipolazione che influenzano le emozioni del pubblico costituiscono una delle categorie più ricche del repertorio del propagandista. L’appello diretto ai sentimenti ne è una forma semplice, di cui una variante molto diffusa è la seduzione demagogica. Quest’ultima fa leva su alcune qualità personali dell’oratore per affascinare il proprio pubblico, creando una simpatia di cui beneficia, di riflesso, il messaggio che l’oratore veicola. Questa variante è molto diffusa soprattutto tra i politici. Una tecnica simile, meno dipendente dalla personalità dell’oratore, consiste nel «avvolgere» il messaggio da trasmettere in un involucro esteticamente gradevole per il pubblico, conferendogli una forma seducente che ne facilita l’accettazione.

Al contrario, ricorrere alla paura costituisce un’altra tecnica semplice: suscitando la paura nel pubblico, lo si rende più incline ad accettare le soluzioni presentate come le uniche in grado di salvarlo. Si può anche pensare al ricorso all’autorità, che può essere legittimo quando lascia al pubblico la scelta di accettare o meno l’argomento d’autorità, ma che non lo è quando il prestigio personale o la posizione dell’oratore – o dell’autorità a cui fa riferimento – viene utilizzato per imporre un’idea senza dibattito. Tale metodo è molto efficace anche sui bambini, poiché essi non distinguono bene tra ciò che è autorevole e ciò che non lo è; la pubblicità sfrutta questo fenomeno per utilizzare i bambini al fine di convincere i loro genitori a consumare.

La pubblicità ricorre ampiamente a un’altra tattica, l’associazione emotiva, che non è di sua esclusiva competenza e che si rivela incredibilmente efficace: associando il messaggio che si vuole far accettare – molto spesso un prodotto, nel contesto pubblicitario – a un altro elemento, del tutto estraneo al messaggio, ma che si sa suscitare una reazione emotiva forte e/o positiva, si crea un collegamento artificiale tra i due nella mente del pubblico. L’esempio tipico è ovviamente quello dell’associazione tra un prodotto e una donna giovane e bella, spesso poco vestita. Il tatto produce sul pubblico un’influenza simile, il che lascia supporre che le immagini di carattere erotico o sessuale non costituiscano che un’estensione di questa influenza emotiva tattile.

Un’altra tecnica pubblicitaria è quella dello slogan, o più in generale della ripetizione incessante del messaggio, che si ricollega a discipline come l’ipnosi: alla fine, il contenuto del messaggio non ha più alcuna importanza, finisce per penetrare nella mente del pubblico, poiché questo vi è costantemente esposto. La programmazione neurolinguistica, o PNL, è una disciplina che parte da questa semplice constatazione per sviluppare altre tecniche di «sincronizzazione» tra il messaggio e il pubblico, con l’obiettivo di far accettare al pubblico qualsiasi cosa a sua insaputa. Le sette sono molto spesso il luogo in cui la sperimentazione di queste diverse tecniche, derivate dall’ipnosi o dalla manipolazione psicologica, raggiunge il suo apice.

V. La manipolazione cognitiva

Ciò che l’autore definisce «manipolazione cognitiva» si riferisce più specificamente al modo in cui si presenta il messaggio che si cerca di imporre al pubblico e a come se ne articolano le componenti. Una delle tecniche di manipolazione cognitiva che egli individua per introdurre il concetto è quella del “riformulazione manipolativa” del messaggio. In tal caso, il messaggio, sebbene di per sé falso, viene ricollocato all’interno di un quadro interpretativo che ha lo scopo di renderlo verosimile. Tale cornice può consistere in una distorsione della realtà, tramite modifica o omissione, nella sostituzione del contesto iniziale del messaggio con un altro, oppure nella presentazione al pubblico di una cornice descritta come priva di alternative, o comprendente solo alcune alternative controllate dal manipolatore. La pubblicità ricorre ampiamente a quest’ultimo caso, in particolare nella falsa dicotomia tra un marchio e un altro.

Esiste anche l’amalgama cognitivo, simile all’amalgama affettivo. Come quest’ultimo, mira a stabilire un’analogia, o addirittura una falsa relazione di identità o di causa-effetto tra il messaggio da trasmettere e un altro elemento, senza che vi sia necessariamente un legame affettivo, ma piuttosto in modo tale che l’instancabile ripetizione dell’associazione renda il messaggio indissociabile dalle qualità a cui viene accostato. Infine, una forma « speculare » dell’argomento d’autorità è quella che l’autore definisce « reductio ad Hitlerum », una tecnica ben nota che consiste nel screditare a priori un’opinione mettendo in evidenza un legame tra questa e un’ideologia, un sistema di valori ampiamente percepito come ripugnante, come il nazismo. Si tratta di un mezzo molto efficace per affossare un argomento, indipendentemente dalla sua pertinenza, senza nemmeno doverlo affrontare.

VI. Il ruolo di Internet e dei social network

Sebbene l’avvento di Internet e la sua democratizzazione abbiano certamente avuto un impatto significativo sulla portata e sul pubblico dei tentativi di manipolazione, sarebbe errato pensare che questa innovazione abbia modificato la natura stessa della manipolazione. Le tecniche utilizzate sono sempre le stesse, le fake news non sono affatto un fenomeno nuovo ; si diffondono semplicemente più velocemente, più lontano e più facilmente che mai, non solo a causa della struttura stessa di Internet, ma anche perché l’interconnessione garantita da Internet ha fortemente indebolito i meccanismi e le autorità che in precedenza permettevano di assicurare, almeno in una certa misura, la veridicità di un’affermazione. Questo indebolimento garantisce inoltre la sopravvivenza delle fake news nel lungo periodo, poiché confutarle in modo definitivo diventa molto difficile: i social network esistono in una sorta di «presente permanente», in cui vecchie forme di disinformazione possono riemergere in qualsiasi momento.

Altri meccanismi, in particolare l’onnipresenza del supporto visivo – che si tratti di immagini o video – contribuiscono alla potenza delle fake news, poiché il supporto visivo è un modo molto efficace per dare l’illusione della realtà, indipendentemente dal fatto che riproduca fedelmente la realtà o meno. Da qui deriva il carattere particolarmente devastante delle immagini o dei video manipolati o artificiali, che conferiscono un’enorme credibilità aggiuntiva all’affermazione che sostengono, soprattutto quando le piattaforme che li ospitano non si preoccupano di individuarli ed eliminarli. Infine, al di là dei contenuti ingannevoli pubblicati dagli utenti, si pone anche il problema della manipolazione da parte delle piattaforme stesse, in particolare per quanto riguarda la creazione di una dipendenza dal loro utilizzo.

VII. I due effetti della manipolazione

Il titolo di questo capitolo fa riferimento al fatto che, anche quando una manipolazione fallisce, non è priva di conseguenze. I «due effetti» a cui si riferisce sono rispettivamente l’effetto di una manipolazione quando raggiunge il suo obiettivo e l’effetto quando non riesce a raggiungerlo, perché è stata smascherata; il secondo è del resto potenzialmente più preoccupante del primo. Non che gli effetti di una manipolazione riuscita siano da sottovalutare. Ad esempio, la nocività del tabacco e dello zucchero per la salute umana è stata dimostrata molto presto, già prima degli anni ’50; tuttavia, enormi campagne pubblicitarie, basate soprattutto su tecniche di confusione, hanno sostenuto il consumo di queste sostanze, il cui abuso causa ancora oggi decine di migliaia di vittime ogni anno. Al di fuori del mondo pubblicitario, le conseguenze della manipolazione possono essere ancora più radicali: ad esempio, per citare un caso politico, la campagna di disinformazione contro il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, negli anni ’90, che lo assimilava a Hitler, ha portato al suo assassinio.

Ma quando il tentativo di manipolazione viene smascherato e non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, produce comunque effetti deleteri. Infatti, quando il pubblico si rende conto di essere vittima di un tentativo di manipolazione, si rifugia in un atteggiamento difensivo estremista: consapevole che qualsiasi discorso gli venga presentato è potenzialmente sospetto, ogni parola diventa un pericolo, e il pubblico si disconnette progressivamente, rendendosi volontariamente inaccessibile a qualsiasi discorso. Questo fenomeno è uno dei terreni fertili dell’individualismo estremo che si osserva nelle società contemporanee, causa della distruzione del legame sociale. Per ironia della sorte, questa perdita dei punti di riferimento comuni agli individui, legata alla percezione di scarsa affidabilità della parola, rende il pubblico ancora più vulnerabile ad altre tecniche di manipolazione, che fanno leva sulla crescente richiesta di legami più « fusionali » tra gli individui, che cercano di mettersi al riparo da ogni tradimento.

VIII. Una resistenza debole

Sebbene l’individuazione di un tentativo di manipolazione provochi una reazione da parte del pubblico che ne è vittima, resta comunque il fatto che, a livello sociale, la resistenza alla manipolazione è notevolmente debole. Una delle cause principali di questa vulnerabilità è la scomparsa dell’insegnamento della retorica, che è stata la norma per tutte le classi colte dall’antichità fino all’inizio del XXe secolo. Da quel momento in poi, l’individuo semplicemente non dispone più delle armi necessarie per sapere come convincere e per capire quando lasciarsi convincere – e quando invece non farlo. E anche quando ne dispone, generalmente ne fa uso inconsapevolmente, in modo sperimentale e non sistematico, il che difficilmente può proteggerlo con successo da un tentativo di manipolazione.

Un’altra causa va ricercata nel comportamentismo e negli studi scientifici che pretendono di controllare il comportamento umano, riducendolo a un insieme di riflessi innati e condizionati – e quindi condizionabili. Queste teorie hanno come obiettivo dichiarato quello di scoprire metodi volti a « modellare » le menti. Ampiamente utilizzate a fini manipolatori, conferiscono alla manipolazione una parvenza di legittimità scientifica, se non addirittura terapeutica, che costituisce un’ulteriore via d’accesso nella società per i discorsi manipolatori.

Infine, un’ultima causa è da ricondurre alla deresponsabilizzazione dell’uso della parola negli ambienti professionali. La gestione della parola è radicalmente separata tra gli specialisti della comunicazione, che si considerano semplici tecnici che mettono strumenti a disposizione dei propri superiori, e i decisori stessi, che utilizzano questi strumenti senza padroneggiarne i meccanismi. Il tecnico si protegge così da ogni responsabilità puntando il dito contro il decisore, e il decisore fa lo stesso puntando il dito contro il tecnico. Ne risulta un uso della manipolazione privo di qualsiasi complesso etico, in cui proprio coloro che la utilizzano la considerano perfettamente normale. Un fenomeno simile è da attribuire ai media, che pretendono di essere neutrali mentre molto spesso, a loro insaputa, contribuiscono ad amplificare discorsi a scopo manipolatorio che non hanno creato, ma che si limitano a ritrasmettere a scopo informativo.

IX. Le norme del linguaggio

Dopo aver analizzato i meccanismi e la natura insidiosa della manipolazione nelle nostre società contemporanee, l’autore si propone di delineare un’etica della parola, volta a promuovere la resistenza di fronte alla manipolazione, la cui nocività è stata ampiamente dimostrata nelle argomentazioni precedenti, sia a livello individuale che a livello della società nel suo complesso.

L’autore respinge inoltre le argomentazioni volte a dimostrare che esistano circostanze in cui la manipolazione possa essere giustificabile: rifiuta il presupposto naturalistico secondo cui gli uomini siano naturalmente in competizione tra loro e utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione; respingono inoltre l’idea che la manipolazione sia solo uno strumento, neutro per sua natura, la cui finalità dipende dall’utilizzatore, ritenendo che i processi di manipolazione siano concepiti per manipolare e, quindi, per esercitare una violenza sul pubblico; infine, scarta l’idea secondo cui la manipolazione sia un’arma « del debole contro il forte », sottolineando al contrario che essa viene utilizzata soprattutto per sostenere i discorsi dominanti.

L’autore sottolinea il valore di ciò che definisce « libertà di ricezione », che concepisce come controparte della libertà di espressione. Quest’ultima non è generalmente oggetto di dibattito nelle nostre democrazie contemporanee, ma l’autore ritiene che sia insufficiente senza una libertà equivalente, di cui dovrebbe disporre il pubblico: la libertà di non vedersi opporre discorsi che esercitino una violenza nei confronti della propria capacità di giudizio. Egli ritiene che tale diritto a non essere manipolati, un diritto al mantenimento della qualità del discorso in circolazione, dovrebbe avere un valore equivalente al diritto di esprimersi come si desidera, in quanto preserva sia la libertà individuale sia il corretto funzionamento della società.

Sebbene sia opportuno diffidare della censura, l’assenza di norme relative all’uso della parola, legata alla visione estrema della libertà di espressione veicolata dal liberalismo contemporaneo, non rappresenta necessariamente una situazione salutare per la società. Per questo motivo, l’autore prende in considerazione la promozione di norme che regolino l’uso della parola, puntando più alla loro adozione attraverso l’educazione progressiva della società, e quindi alla loro interiorizzazione, piuttosto che a un’imposizione dall’esterno; propone così di rivalutare l’apprendimento della retorica, assimilando i limiti che essa incontra in funzione del rispetto dell’integrità del pubblico.

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire, di Simplicius

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire

In parole povere17 settembre
 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Un’inchiesta della CNN sostiene cheche la Russia abbia lanciato “14 satelliti” sul Medio Oriente, i quali, secondo i funzionari dei servizi segreti, avrebbero fornito all’Iran capacità di puntamento senza precedenti alla vigilia dei grandi attacchi di precisione sferrati contro le basi statunitensi all’inizio di quest’anno:

Erin Burnett OutFront@OutFrontCNN

Un’inchiesta della CNN rivela che la Russia avrebbe fornito informazioni satellitari cruciali sulle basi statunitensi, garantendo a Teheran un vantaggio determinante nel conflitto.

3:04 del mattino · 17 settembre 2026· 368.000 visualizzazioni


343 risposte· 1.500 condivisioni· 3,14K Mi piace

Inchiesta della CNN: l’Iran ha migliorato la precisione dei propri attacchi contro obiettivi statunitensi. Ecco in che modo i satelliti russi potrebbero aver contribuito

Quattordici satelliti spia russi hanno sorvolato una base militare statunitense in Arabia Saudita due giorni prima di un devastante attacco sferrato dall’Iran. La tempistica e la sequenza delle operazioni del veicolo spaziale hanno consentito loro di accedere a un’ampia gamma di dati che, secondo funzionari statunitensi e fonti di intelligence internazionali, hanno aiutato Teheran a sferrare alcuni dei suoi attacchi più precisi contro obiettivi americani. Ne parla Tamara Qiblawi della CNN.

Chi si ricorda questo classico??

È ancora incredibile che questo sia una sorpresa per l’Occidente. Proprio ieri un RQ-4D della NATO — una variante del famigerato Global Hawk — è stato avvistato a poche miglia al largo della Crimea, presumibilmente mentre sorvegliava obiettivi terrestri in vista di un imminente attacco ucraino:

Sintesi militare@MilitarySummary

I voli di ricognizione degli Stati Uniti e della NATO sul Mar Nero proseguono a ritmo serrato. In primo luogo, un drone ad alta quota Northrop Grumman RQ-4D Phoenix, operante dalla base aerea italiana di Sigonella, ha effettuato una missione con obiettivo la Crimea. Successivamente, un Bombardier Challenger 650 Artemis …

11:50 · 16 settembre 2026· 1,58K visualizzazioni


7 condivisioni· 25 “Mi piace”

Si chiama “occhio per occhio”.

Nella parte superiore della scheda dati qui sopra è possibile vedere il codice 7600 scritto in rosso. Si tratta del codice di emergenza internazionale da trasmettere in caso di interruzione delle comunicazioni. Diversi account hanno affermato cheL’RQ-4 ha subito un malfunzionamento del sistema di comunicazione ed è stato costretto ad allontanarsi rapidamente dalla zona.

Ma tornando all’articolo della CNN, sorge una domanda fondamentale: cosa dicono ora tutte quelle persone che sostengono che la Russia permetta passivamente il superamento di tutte le sue “linee rosse”, non reagendo all’armamento dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti e all’assistenza fornita da questi ultimi in termini di dati di puntamento per gli attacchi ucraini? Chi, in definitiva, ha pagato il prezzo più alto, la Russia o gli Stati Uniti?

L’Ucraina ha inflitto danni alla Russia, ma non di natura strategica, dato che la Russia continua ad avanzare sul campo di battaglia ed è in grado di impiegare tutte le proprie risorse come prima della guerra. Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno praticamente perso l’intera loro posizione nel Medio Oriente, in parte grazie alle informazioni di intelligence fornite dalla Russia all’Iran — almeno se dobbiamo credere a queste notizie. A prima vista sembrerebbe che la Russia abbia avuto la meglio in questo scontro, dato che le perdite degli Stati Uniti in Medio Oriente sono state davvero di natura strategica a livello generazionale, a seconda di come continueranno a evolversi gli eventi.

L’Iran ha messo gli Stati Uniti in una posizione sempre più precaria, tanto che ora questi ultimi temono di suscitare l’ira dell’Iran, dato che i potenti attacchi dei persiani sono diventati inarrestabili a causa dell’esaurimento delle scorte di intercettori.

Gregory Brew@gbrew24

L’ultimo attacco statunitense contro una petroliera iraniana risale a 8 giorni fa, il 9 settembre. Poco dopo, l’Iran ha lanciato 20 missili balistici contro una base statunitense in Giordania. La Giordania e gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 70 missili intercettori. Almeno alcuni missili iraniani sono riusciti a superare le difese, danneggiando 9 velivoli statunitensi. Ci sono stati…

17:52 · 17 settembre 2026· 25,2K visualizzazioni


11 risposte· 61 condivisioni· 275 Mi piace

L’Iran sta stringendo la morsa sugli Stati Uniti, che rimangono intrappolati in una sorta di paralisi da escalation a causa della mancanza di opzioni valide e praticabili.

A tal proposito, Phillips P. O’Brien sostiene in un nuovo articolo pubblicato su The Atlantic che l’era americana sia giunta a una fine ingloriosa:

https://www.theatlantic.com/ideas/2026/09/trump-iran-superpower-decline/688639

Egli esordisce dicendo:

L’era americana che seguì la Seconda guerra mondiale era destinata, prima o poi, a finire. Ciò che stupisce è quanto improvvisamente sia arrivato quel momento. Negli ultimi sei mesi, la potenza americana — da tempo incarnata dalle migliori attrezzature belliche al mondo e dal personale militare meglio addestrato, da una rete globale di basi e sistemi logistici, nonché da alleanze militari e diplomatiche con ogni angolo del globo — si è rivelata insufficiente a sconfiggere l’Iran, un regime repressivo ed economicamente stagnante, armato di missili e droni a basso costo.

O’Brien ammette che è stata proprio la distruzione da parte dell’Iran delle principali basi statunitensi nella regione a determinare l’immediata battuta d’arresto dell’aggressione statunitense, una tesi che in un primo momento era stata derisa dai portavoce dell’establishment, finché la realtà non si è lentamente imposta:

L’effetto di queste perdite sulle operazioni statunitensi è stato quasi immediato. Uno dei motivi principali per cui l’amministrazione Trump non ha inasprito il conflitto militare con l’Iran durante l’estate, nonostante tutte le minacce in tal senso, è stata la perdita della base in Bahrein — su cui la Marina faceva affidamento da decenni per rifornire le navi in Medio Oriente. Di conseguenza, la cosiddetta “coda logistica” delle operazioni navali statunitensi ha dovuto estendersi fino a Diego Garcia, un’isola sotto il controllo britannico nell’Oceano Indiano, a più di 2.000 miglia dallo Stretto di Ormuz.

La vulnerabilità delle strutture statunitensi situate nei pressi dell’Iran è talmente elevata e il costo previsto per la loro riparazione è talmente ingente che, come Il Washington Post come riportato il mese scorso, i funzionari dell’amministrazione potrebbero non volerli ricostruire affatto.Un modo per interpretare la situazione è quello di considerarla come “un’occasione unica in una generazione per il Pentagono di riconsiderare la propria presenza” nella regione del Golfo Persico, come afferma il Post come si suol dire. Ma il fatto è che difendere le infrastrutture chiave anche da un nemico tecnologicamente meno avanzato come l’Iran non è qualcosa che le forze armate statunitensi siano attualmente in grado di fare.

Il paragrafo chiave, tuttavia, è sicuramente questo, in cui O’Brien spiega in che modo la Cina abbia surclassato in modo straordinario gli Stati Uniti in tutti i principali fattori moderni che determinano il vero potere militare ed economico:

L’erosione della supremazia manifatturiera americana è una storia vecchia, ma costituisce un elemento chiave per comprendere la fine dell’era americana. Un tempo gli Stati Uniti riuscivano a superare le altre potenze in termini di produzione attingendo al settore civile. Durante la Seconda guerra mondiale, gli americani riorganizzarono l’industria automobilistica per costruire aerei. Oggi, rispetto al resto del mondo, gli Stati Uniti non producono quasi più navi per uso civile. La Cina, al contrario, produce circa il 50% delle navi del mondo e controlla circa l’80 per centodella produzione mondiale di droni. Avendo potenziato le proprie forze armate per prevalere in uno scontro di elevata intensità, gli Stati Uniti semplicemente non dispongono delle attrezzature, delle scorte e delle forze ben riposate necessarie per affrontare la Cina per un periodo di tempo prolungato.

Conclude senza le solite ambiguità melliflue, che lasciano aperta la porta a qualche fantasia di rinascita americana. La sua conclusione è definitiva: l’America è finita:

Tutte le superpotenze del passato hanno finito per declinare. L’emergere dell’Asia orientale come centro della produzione economica mondiale non poteva che ridurre l’influenza americana. Il passaggio da un’era globale all’altra raramente è evidente sul momento. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina quattro anni e mezzo fa, il potenziale dei droni prodotti in serie non era ancora chiaro. Fino a febbraio scorso, pochi esperti avrebbero previsto che gli Stati Uniti — un colosso mondiale da oltre 80 anni — sarebbero finiti per trovarsi così in difficoltà a causa dell’Iran.Ma il conflitto mette in luce un aspetto importante: L’era americana è giunta al termine. Il dominio globale degli Stati Uniti non può continuare senza le fonti di potere che lo hanno reso possibile.

È interessante che egli osservi che “pochi esperti avrebbero previsto” la pesante sconfitta inflitta dall’Iran agli Stati Uniti. In realtà, chiunque avesse un po’ di cervello l’aveva facilmente prevista, compreso il nostro umile blog, fin dall’inizio.

In questo raro momento di autocelebrazione, il vostro umile autore ha chiesto alla modalità “esperto” di Grok AI di leggere tutti i nostri articoli pertinenti su Substack e di stabilire quali previsioni fossero state formulate sul conflitto iraniano sin dall’inizio:

Citazioni specifiche relative alle previsioni formulate fin dai primissimi giorni del conflitto:

Link

Ma soprattutto, mentre il mondo intero si scagliava contro la riduzione della “potenza di fuoco” dell’Iran nelle prime settimane di guerra, noi siamo stati tra i pochi blog a sostenere con sicurezza il contrario:

Link

Beh, cosa possiamo dire? Forse “analisti” come Phillips P. O’Brien farebbero bene a smettere di dare retta ai giornalisti da quattro soldi del mainstream e a rivolgersi invece a fonti che hanno dato prova di affidabilità.

Secondo quanto riferito, Trump avrebbe dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un importante punto di svolta nei rapporti con l’Iran:

https://www.axios.com/2026/09/17/trump-axios-interview-iran-war

Giovedì il presidente Trump ha dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un bivio cruciale nella guerra con l’Iran, ovvero se riprendere gli attacchi su larga scala nel tentativo di porre fine al conflitto.

«Devo prendere una decisione importante. Voglio intervenire e annientarli [il regime iraniano] o no? È una decisione importante. Potrebbe succedermi di tutto».

Queste sono solo altre sciocchezze di un perdente vanaglorioso: un tentativo di compensare la mancanza di alternative fingendo di avere un potere che non ha mai posseduto. A questo punto gli Stati Uniti non possono annientare nulla, né lo faranno; quel tempo è ormai passato da un pezzo. Come avevamo già chiarito nell’ultimo articolo, l’Iran è giocare sul serio, e gli Stati Uniti non hanno più la forza d’animo necessaria per far fronte alla pressione che la superpotenza regionale è ora in grado di esercitare.

Come ultimo aggiornamento, nuove immagini satellitari mostrano i lavori segreti in corso lungo l’oleodotto est-ovest saudita. A quanto pare, i sauditi stanno ora cercando di aggirare le stazioni di pompaggio danneggiate tramite una conduttura di emergenza deviata che, letteralmente, aggira la stazione:

Mizar Vision@MizarVision

ARABIA SAUDITA | In corso lavori di deviazione d’emergenza sul gasdotto Est-Ovest Le nuove immagini satellitari di Vantor del 16 settembre sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnati nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana. Secondo quanto riferito, gli operai sarebbero …

19:47 · 17 settembre 2026· 65,3K visualizzazioni


10 risposte· 19 condivisioni· 118 “Mi piace”

Timelapse:

Le nuove immagini satellitari di Vantor, risalenti al 16 settembre, sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnate nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana.

Secondo quanto riferito, si vedono alcuni operai impegnati nella posa e nella saldatura di due nuove sezioni di conduttura, che potrebbero consentire al flusso di greggio di aggirare l’impianto danneggiato.

Reuters ha confermato separatamente che tre stazioni di pompaggio lungo la cruciale conduttura est-ovest sono state colpite e che l’Arabia Saudita sta lavorando per ripristinare il flusso. Le riparazioni complete potrebbero richiedere 5–6 settimane, anche se le operazioni parziali potrebbero riprendere prima.

Se portato a termine con successo, il bypass potrebbe ridurre in modo significativo le interruzioni su una delle rotte alternative di esportazione del petrolio più importanti al mondo.

Ciò suggerisce ovviamente che i danni siano ben più gravi di quanto si pensasse in precedenza, dato che hanno deciso di deviare il traffico intorno alle stazioni anziché ripristinare immediatamente le stazioni stesse.

Gli esperti dovranno esprimersi in merito, ma dal punto di vista teorico e logico, deviare il flusso intorno alla stazione di pompaggio dovrebbe comportare un rallentamento significativo della portata del greggio nella conduttura, dato che la stazione non fornisce il necessario aumento di pressione. Ciò significherebbe che questa “soluzione rapida” non rappresenta una soluzione definitiva.

Si diceva che la linea Est-Ovest trasportasse il 4-5% dell’intero approvvigionamento mondiale di petrolioe si dice che un precedente attacco a una sola stazione di pompaggio, avvenuto all’inizio dell’anno, abbia ridotto l’approvvigionamento di 700.000 barili al giorno. Questa volta sono state colpite tre stazioni.

Resta da vedere se l’attacco sia stato solo un avvertimento, per ora, o l’inizio di una campagna sistematica volta a continuare a danneggiare l’oleodotto in modo permanente. Secondo le ultime notizie, l’Arabia Saudita starebbe implorando la Cina di intervenire e costringere l’Iran a porre fine alla sua campagna contro gli asset sauditi, ma sembra che la Cina si sia limitata a “trasmettere il messaggio” all’Iran senza chiedere alcun favore né fornire indicazioni dirette.

Resoconto dello scontro@clashreport

BIG: L’Arabia Saudita ha chiesto alla Cina di esercitare pressioni in via riservata sull’Iran affinché freni gli Houthi dopo la loro occupazione della costa yemenita sul Mar Rosso e di Bab al-Mandeb. Tre fonti iraniane affermano che Pechino abbia trasmesso il messaggio a Teheran, andando oltre i propri appelli pubblici alla moderazione. La risposta dell’Iran: …

14:27 · 17 settembre 2026· 10,8K visualizzazioni


10 risposte· 28 condivisioni· 150 “Mi piace”

Ora Bloomberg riferisce che la Russia sta aumentando i propri flussi di petrolio:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/russia-boosts-oil-exports-as-middle-east-war-sends-prices-soaring

Il prezzo del greggio russo degli Urali è balzato a 120 dollari al barile, superando quello del Brent secondo diverse stime:

Come pensi che si evolverà la convergenza tra la crescente crisi energetica ed economica e le imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti?


Il tuo sostegno è inestimabile. Se ti è piaciuto l’articolo, ti sarei molto grato se ti iscrivessi a un contributo mensile/annualeper sostenere il mio lavoro, in modo da poter continuare a fornirvi articoli dettagliati e incisivi come questo.

In alternativa, puoi lasciare una mancia qui: buymeacoffee.com/Simplicius

1 2 3 … 204