Da fonti del Ministero dell’Economia è emerso che permane «senza se e senza ma» l’aspettativa che tutti gli operatori di mercato adempiano al proprio obbligo di immagazzinare gas in vista dell’inverno. Una cosa è certa: i mercati del gas sono in una situazione di tensione come raramente si è vista. L’abolizione dei livelli minimi di riempimento e un sistema basato sul mercato offrono i risultati più efficienti in condizioni di mercato stabili, evitando distorsioni dei prezzi. Tuttavia non offre però alcuna protezione aggiuntiva in scenari di rischio estremo.
01.10.2026 «Non ancora pronti per l’inverno» Per aiutare la Germania ad affrontare la stagione fredda, lo Stato punta ora sulla propria società del gas. La strategia del Ministero dell’Economia potrà avere successo?
Di C. Krapp, J. Olk, K. Stratmann, K. Witsch Berlino, Düsseldorf I prezzi elevati del gas e le scorte ridotte creano tensione alla vigilia dell’inizio della stagione di riscaldamento.
Anche se per molte ragioni è inammissibile equiparare l’AfD al Partito di Sinistra, entrambi i movimenti mettono sotto pressione il centro politico in declino, aggravando la polarizzazione. Il loro successo rende più difficili le maggioranze e i compromessi e potrebbe trasformare la Repubblica Federale. A Berlino città l’avanguardia di sinistra è giovane. Tra gli elettori al loro primo voto, Die Linke è nettamente in testa: tra i 16 e i 24 anni raggiunge il 43 per cento, mentre tra i 25 e i 34 anni arriva addirittura al 49 per cento. Non esistono dati affidabili sul numero di persone con origini migratorie che hanno votato per Die Linke. Ma dovrebbero essere molte, se si considera quanto sia elevata la percentuale di immigrati agli eventi del partito. Anche questo rappresenta una novità nella politica tedesca.
STERN 24.09.2026 UNA SVOLTA A SINISTRA Mentre l’AfD festeggia i propri successi nelle campagne della Germania orientale, Die Linke conquista in modo sensazionale le elezioni a Berlino. Vi presentiamo un partito rinato, i cui sostenitori sono molto giovani – e radicali
Di Lisa Becke e Martin Debes Elif! Elif! Elif! È questo il coro che risuona domenica sera nella sala delle feste Kreuzberg a Berlino. Elif Eralp, 45 anni, sorride. «Oggi abbiamo scritto tutti insieme la storia», esclama dal palco. La visione è stata più forte di tutti gli attacchi.
A Berlino va in scena un dramma tedesco, che racconta della fine di un mandato di Cancelliere, di un malinteso di portata storica. Non si può fare a meno di considerare fallito questo mandato di cancelleria – a prescindere dal fatto che Merz in questi giorni si dimetta volontariamente dalla carica, inciampi o venga costretto dal suo partito a ritirarsi nel prossimo futuro. Anche se dovesse tirare avanti a fatica fino alla fine della legislatura, i tedeschi hanno già emesso il loro verdetto: ormai non ne verrà più fuori nulla. Quasi tutte le accuse mosse contro di lui sono fondate: Friedrich Merz non sa comunicare. Anziché riunire le persone attorno a sé e al suo programma, le mette ripetutamente contro di sé. È un campione mondiale nel fare annunci, ma un dilettante nell’attuarli. Eppure, nel fallimento di questo Friedrich Merz si cela una profonda tragicità. Un dramma in cui anche questa Germania e questi tedeschi svolgono un ruolo fondamentale. Il Cancelliere Merz non ha fallito solo a causa sua e dei suoi difetti, ma è fallito anche a causa di questo Paese, dei suoi cittadini. Della loro mancanza di volontà di cambiare.
STERN 24.09.2026 FRIEDRICH MERZ: UN DRAMMA TEDESCO Questo cancelliere ha fallito. Per colpa sua, ma anche per colpa nostra. I tedeschi hanno espresso il loro giudizio sulla cancelleria di Friedrich Merz: ormai non ne verrà più fuori nulla. La sua lotta per la sopravvivenza si sta trasformando in un dramma
Di Julius Betschka, Martin Debes, Nico Fried, Veit Medick e Jan Rosenkranz Questa singola frase descrive il dramma meglio di qualsiasi risultato elettorale.
Negli anni ’70 si manifestarono le prime crepe nel sistema dominato dai partiti popolari. Nel 1976 la concentrazione raggiunse il suo apice: CDU/CSU, SPD e FDP totalizzarono insieme oltre il 99 per cento dei voti. Grazie alla loro capacità di integrare le frange e di attirare nuove forze verso il centro attraverso offerte di alleanza, i partiti popolari hanno mantenuto in equilibrio il sistema partitico tedesco per un periodo sorprendentemente lungo. Oggi quasi nessuno crede più nelle capacità della CDU. Non occorre essere chiaroveggenti per intuire a cosa ciò sia dovuto. Su tutti i temi, senza eccezioni, l’AfD è ormai in testa. Da tempo ormai il voto a favore dell’autoproclamata «Alternativa» non è più una mera espressione di protesta, molti elettori le ripongono fiducia. Non perché abbiano dimostrato la propria competenza, bensì perché, dopo quattro anni travagliati di governo «Ampel» e un anno e mezzo di governo Merz ancora più caotico, si sono fatti un’idea dell’incompetenza degli altri. Se tutti i segnali non fossero ingannevoli, nei prossimi mesi il sistema politico si troverebbe di fronte a una svolta epocale. È del tutto possibile che questa volta la Repubblica Federale diventi davvero una repubblica diversa.
Ottobre 2026 Un autunno tedesco
Quanto possano essere instabili i sistemi partitici è emerso chiaramente dopo la caduta della Cortina di Ferro nell’Europa dell’Est. L’AfD è stata bollata come il “bambino sporco”: prima è stato eretto il muro di separazione, poi si è verificata la radicalizzazione del partito
Di MICHAEL SOMMER, classe 1970, docente di Storia Antica presso l’Università di Oldenburg. La sua attività di ricerca si concentra sulla storia economica, sociale e delle mentalità dell’Impero romano. È autore di numerosi libri. È appena uscito il suo nuovo volume “Dirty Rome – Il lato oscuro dell’antichità” (C.H.Beck)
La Sassonia-Anhalt è un piccolo Land. Tra l’Elba, l’Harz e la Saale vivono solo poco più di due milioni di persone. Eppure, il 6 settembre, la Sassonia-Anhalt è diventata l’epicentro di un terremoto che ha provocato potenti onde d’urto nel panorama politico dell’intera Repubblica.
La democrazia cristiana tedesca è a rischio retrocessione. E ci si deve chiedere se, con un risultato del 17,2 per cento alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, il partito giochi ancora politicamente in serie A (per non parlare del Meclemburgo-Pomerania Anteriore). È possibile che la CDU, sotto la guida – da tempo messa in discussione – del suo presidente Friedrich Merz, stia semplicemente seguendo la strada della Democrazia Cristiana italiana. E questa strada non conduce alle leve del potere, bensì a un graduale oblio.
Ottobre 2026 Editorale LIMES
Sono passati appena sei anni: siamo nel giugno 2020 e la CDU festeggia il suo 75° anniversario.
Il quadro è inequivocabile: nel quinto anno di guerra, il sostegno all’Ucraina è ancora presente, ma sta vacillando. Per il governo federale tedesco la situazione è delicata. Sia il cancelliere Friedrich Merz (CDU) che il suo vice Lars Klingbeil (SPD) sono fermamente al fianco dell’Ucraina. Entrambi hanno ripetutamente chiarito, sia internamente che esternamente, che la loro solidarietà con il Paese aggredito è incrollabile. Sia nell’Unione che nell’SPD si avverte che sta diventando sempre più difficile giustificare l’impegno tedesco. Dall’inizio della guerra, la solidarietà è costata circa 72,2 miliardi di euro. La cifra è riportata in una panoramica del Ministero delle Finanze classificata come «riservata – solo per uso di servizio», di cui lo SPIEGEL è in possesso. Per molto tempo la Germania si è vantata del proprio aiuto, ma a causa dei piani di austerità del governo in materia di sanità, assistenza, pensioni, sussidi abitativi e assegni parentali, il clima sta cambiando. Accuse del tipo «Spendete miliardi per le armi e l’Ucraina, ma su di noi si risparmia» si sentono spesso agli stand informativi.
02.10.2026 La svolta epocale Politica estera: un numero sempre maggiore di persone si oppone alle forniture di armi all’Ucraina, soprattutto nella Germania orientale. La pressione sul governo aumenta
Di Matthias Gebauer, Paul-Anton Krüger, Andreas Niesmann, Christian Teevs, Gerald Traufetter Quando gli americani pensano alla Germania, le Alpi e le autostrade non sono lontane. Anche a Fort Worth, in Texas, la settimana scorsa sui maxischermi lampeggiavano panorami montani e fiumi di automobili.
Per decenni è stato considerato un principio di equità indiscusso che contributi di pari entità dovessero portare a pensioni di pari entità, indipendentemente dalla professione, dal livello di istruzione o dalla durata del periodo assicurativo. La pensione a partire dai 63 anni, tuttavia, viola tale principio. Infatti, i suoi beneficiari possono andare in pensione due anni prima del limite di età generale senza dover subire le consuete riduzioni. La pensione anticipata senza decurtazioni è una prestazione che ridistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto.
02.10.2026 EDITORIALE Privilegio per i privilegiati L’SPD è alle prese con la propria posizione in merito al pensionamento dopo 45 anni di contributi. Se vuole essere socialmente equa, non deve attenersi a questa norma
Di Michael Sauga A partire dalle tre elezioni regionali tenutesi nell’est del Paese, due concetti caratterizzano il dibattito sulle riforme all’interno dell’SPD.
I risultati elettorali hanno scosso la coalizione nero-rossa a tal punto che, nel frattempo, entrambi i partner di coalizione nutrono dubbi sul percorso di riforme intrapreso. Solo che l’Unione e l’SPD giungono a conclusioni completamente diverse. Tra i deputati della CDU e della CSU circolano sondaggi che prevedono dure perdite per i cristiano-democratici alle prossime elezioni federali. Secondo l’influente canale Instagram «Merzrevolution», sarebbero a rischio fino a 60 seggi. In una macchina del potere come l’Unione, ciò non rimane senza conseguenze. Sono in gioco le carriere politiche. E con ogni giorno che passa senza che accada nulla, cresce la pressione sul Cancelliere.
25.09.2026 Una fuga in avanti nonostante la rabbia Il Cancelliere federale si trovava sull’orlo del baratro. Eppure nessuno lo ha mai spinto. Ora Friedrich Merz promette: una volta che le riforme avranno effetto, si andrà avanti. Il suo partito vuole credergli. Ma per quanto tempo?
Testo di Felix Heck Ora spetterà al 7 ottobre decidere. Mercoledì, tra due settimane, si riunirà la commissione di coalizione tra CDU e SPD.
Sui giornali si leggono regolarmente notizie di bambini vittime di bullismo perché non sono musulmani. Molti Verdi a Berlino hanno messo al sicuro i propri figli portandoli in periferia, dove si sta ancora tra di noi. Ma nemmeno questo funzionerà più, quando la signora Eralp siederà nel Municipio Rosso. Anche il «noi» dei migranti è inclusivo, solo in modo diverso da come lo si conosce. Chi viene riconosciuto come bambino cristiano farebbe meglio a tacere e a sottomettersi, altrimenti la situazione può diventare molto brutta in un batter d’occhio.
25.09.2026 OPINIONE La fine del Brandmauer Un «chiaro impegno» contro l’antisemitismo: questa è la condizione che i Verdi pongono per un’alleanza con il Partito di Sinistra. Se non occorre altro per chiudere un occhio su ogni sorta di follia, allora anche l’AfD è ora degna di entrare in una coalizione
La strada per un’alleanza con l’AfD è libera. All’AfD basta rilasciare un «chiaro impegno» a garantire che nei propri ranghi non vi sia posto per i nemici della Costituzione, e i negoziati con l’Unione potranno avere inizio. È questa la strada che, proprio i Verdi, hanno aperto.
Volkswagen rescinde poco meno di una dozzina di contratti collettivi a fine anno e sta valutando l’introduzione di orari di lavoro più lunghi. IG Metall e il comitato aziendale annunciano una forte opposizione. In occasione del Capital Market Day, l’amministratore delegato di BMW presenta la nuova strategia. Particolare attenzione è rivolta alla Cina, regione in crisi. In futuro, il gruppo quotato nel DAX non offrirà più una determinata classe di veicoli in quel mercato.
01.10.2026 VW rescinde i contratti collettivi e valuta l’estensione dell’orario di lavoro
Il CEO di BMW definisce gli obiettivi intermedi per uscire dalla crisi
Il sindacato protesta. Il gruppo intende sfruttare ulteriori possibilità. Volkswagen ha rescisso diversi contratti collettivi con decorrenza dalla fine dell’anno. Il quotidiano “Handelsblatt” aveva già riferito in precedenza di tali piani. L’azienda intende ridurre i costi del lavoro; a tal fine, tra le altre cose, si prevede anche una rinegoziazione delle condizioni di lavoro. IG Metall e il comitato aziendale hanno annunciato che opporranno resistenza a ulteriori tagli. Secondo quanto dichiarato dalla stessa VW, l’azienda intende attuare le misure già concordate e «sfruttare appieno tutte le ulteriori possibilità di una riduzione del personale socialmente sostenibile».
Milan Nedeljkovic presenta la sua strategia e fissa un nuovo obiettivo di rendimento entro il 2028. La casa automobilistica di Monaco BMW intende tornare a raggiungere nel settore automobilistico un margine EBIT compreso tra l’8 e il 10 per cento – ma solo all’inizio del prossimo decennio. In precedenza, il management guidato dal nuovo amministratore delegato Milan Nedeljkovic prevede un obiettivo intermedio: entro il 2028, BMW punta a un rendimento compreso tra il tre e il cinque per cento. Nedeljkovic intende raggiungere tale intervallo attraverso un riassetto dei processi e delle strutture, un’offerta rinnovata e una nuova strategia per la Cina
I dipendenti VW dovranno lavorare più a lungo?
Di Lazar Backovic, Wolfsburg
Alla Volkswagen si profilano i prossimi aspri
Il piano sui margini del nuovo amministratore delegato di BMW
Di Felix Stippler, Irlbach-Strasskirchen L’amministratore delegato di BMW, Milan
Il viaggio di tre giorni di Wüst in Turchia è insolito. Ufficialmente, lo scopo della visita è quello di celebrare il cosiddetto accordo di reclutamento dei «lavoratori stranieri» stipulato 65 anni fa. E di confrontarsi con i rappresentanti del mondo economico. Poco prima delle elezioni regionali nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, Wüst aveva apposto la propria firma su una tiepida dichiarazione di solidarietà degli otto ministri presidenti della CDU a sostegno del Cancelliere. Ora, questa settimana, osserva tutto ciò da una certa distanza. Anche questa è una presa di posizione. Una dimostrazione di potere con un messaggio al partito: intervengo solo quando la situazione diventa davvero importante. Ma naturalmente la crisi del Cancelliere, del governo e della CDU lo segue fino in Turchia. E così anche all’interno della delegazione ci si chiede quale sia il vero scopo di questo viaggio di Wüst. Si tratta di un tentativo di crescere sul piano della politica estera. Wüst ha incontrato il ministro delle Finanze turco, il ministro dell’Industria e della Tecnologia, il ministro degli Affari Esteri e importanti parlamentari. Tutti avevano tempo a disposizione, tutti erano disponibili al dialogo: in Turchia a Wüst è stato steso il tappeto rosso, come altrimenti – bisogna dirlo – si farebbe solo per il Cancelliere federale.
01.10.2026 Le intenzioni di Wüst si rivelano attraverso messaggi nascosti Dimostrazione di forza nella crisi del Cancelliere: il Ministro Presidente della Renania Settentrionale- Vestfalia, indicato all’interno dell’Unione come possibile candidato a un «cambio di Cancelliere», fa vedere i muscoli in Turchia
Di NIKOLAUS DOLL In testa al corteo diretto al mausoleo di Atatürk, nel cuore di Ankara, cammina un ufficiale turco con un elmo luccicante in testa e una sciabola in mano.
Nella capitale Baghdad, la fine della presenza militare americana viene celebrata con quattro giorni festivi ufficiali. A Erbil il ritiro è già in pieno svolgimento. Da settimane rombano i motori dei pesanti velivoli militari, trasportando soldati e attrezzature fuori dal Paese. Dopo oltre dieci anni di presenza, in questi giorni si conclude la missione internazionale contro l’ISIS, una coalizione composta inizialmente da 90 partner sotto il comando degli Stati Uniti. Alla fine, oltre agli americani e ai tedeschi, nel Kurdistan iracheno erano ancora di stanza francesi, olandesi e italiani. Ora se ne vanno tutti. Masrur Barzani, primo ministro della Regione curda, definisce ingiusto il ritiro dell’alleanza internazionale. «La minaccia è reale: siamo vulnerabili, veniamo attaccati». Essere lasciati soli senza un adeguato sistema di difesa sarebbe «una vergogna». Il governo regionale curdo non può acquistare sistemi di difesa aerea propri; solo Baghdad può farlo. Eppure, proprio nella parte curda dell’Iraq la minaccia è maggiore che altrove.
01.10.2026 Ritiro da un Paese in preda all’instabilità Ufficialmente, il governo iracheno festeggia la partenza delle ultime truppe statunitensi. Tuttavia, il timore di nuove violenze è forte. In particolare, la regione del Kurdistan, nel nord del Paese, si sente indifesa
Di BIRGIT SVENSSON Humam Aljboori si dondola avanti e indietro sulla sedia della sua scrivania. «Festeggiare il fatto di esserci liberati degli americani?», chiede il preside, visibilmente irritato.
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A prescindere dal motivo per cui Putin possa aver rimandato a lungo questa decisione, ora è probabilmente spinto, almeno in parte, dall’allettante possibilità di concludere accordi di grande portata nel settore delle risorse con gli Stati Uniti una volta terminato il conflitto, i cui dettagli sono oggetto di negoziazioni da parte dei suoi inviati e di quelli di Trump già da oltre un anno.
Il New York Times ha citato alcune comunicazioni russe che sarebbero state intercettate per riferire che la Russia avrebbe intenzione di distruggere le reti elettriche, di riscaldamento e idriche dell’Ucraina quest’inverno. Sebbene tale affermazione non possa essere confermata, è in linea con la strategia di Putin di «escalation moderata per ottenere una de-escalation» adottata durante l’estate in risposta alla campagna di attacchi di Zelensky, che ha assunto la forma di un intensificarsi degli attacchi alle infrastrutture ucraine. Se la notizia fosse vera, la Russia non mirerebbe solo a interrompere la logistica militare dell’Ucraina, ma a mettere l’Ucraina in ginocchio.
Putin finora ha evitato di farlo probabilmente perché convinto che russi e ucraini siano popoli affini. Alcuni hanno ipotizzato che la Russia potesse non disporre in precedenza della capacità in termini di droni e/o missili necessaria per farlo, sia a causa della scarsa produzione registrata fino ad ora, sia per proteggersi dall’eventualità di una guerra aperta con la NATO. In ogni caso, Putin sembra ora aver fatto i conti con le conseguenze umanitarie di porre fine alla guerra alle condizioni della Russia il prima possibile, o almeno il più possibile in linea con esse.
Potrebbe essere spinto da qualcosa di più della semplice “guerra di logoramento” dell’Ucraina contro la Russia, iniziata durante l’estate con il sostegno degli Stati Uniti e, cosa abbastanza interessante, anche della Francia. Il segretario al Tesoro Scott Bessent avrebbe detto al suo omologo russo durante l’estate che non sono possibili accordi commerciali fintanto che il conflitto continua. Da allora, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Putin per discutere di tali accordi tra gli altri argomenti, dopodiché Kirill Dmitriev si è recato negli Stati Uniti per dare seguito alla questione.
Per contestualizzare, Putin si è vantato alla fine di febbraio 2025 che le aziende americane “realizzeranno un discreto profitto” dagli investimenti nel settore delle risorse naturali russe, e l’inviato speciale di Trump in Bielorussia, John Coale ha recentemente confermato di aver ricevuto l’approvazione per proporre a Putin un accordo simile a quello bielorusso. L’accordo prevedrebbe l’alleviamento delle sanzioni in cambio del rilascio dei «prigionieri politici». L’alleato di Putin, Alexander Lukashenko, ha già accettato diversi accordi di questo tipo e sta ora negoziando un enorme accordo sul potassio con Trump.
L’economia russa è riuscita a resistere all’ondata di sanzioni senza precedenti da parte dell’Occidente, grazie soprattutto alla combinazione delle sue risorse naturali e del sistema di pagamenti nazionale, ma il Ministero dello Sviluppo Economico prevede una crescita del PIL pari solo allo 0,6% quest’anno. La schiacciante vittoria di «Russia Unita» alle elezioni della Duma del mese scorso, le prime dall’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino, conferisce a Putin il mandato di fare tutto il necessario per vincere la guerra e garantire in seguito maggiore prosperità al suo popolo.
È quindi possibile, in linea con la politica russa volta a esigere la revoca delle sanzioni occidentali, che Putin sia motivato, almeno in parte, a porre fine al conflitto il prima possibile e alle condizioni più favorevoli alla Russia, in modo da poter poi concludere accordi di grande portata con gli Stati Uniti nel settore delle risorse. Questa necessità, che potrebbe rivoluzionare l’architettura economica globale e garantire maggiore prosperità al suo popolo, contestualizza la notizia del *New York Times* secondo cui Putin avrebbe intenzione di mettere in ginocchio l’Ucraina.
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Il nuovo “cordone sanitario” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia, la difficoltà nel mantenere il suo delicato equilibrio sino-indonese e i meccanismi di feedback interrotti che affliggono il suo Ministero degli Esteri sono i principali rischi strategici che devono essere affrontati con urgenza per garantire al meglio il futuro della Russia.
Nel suo saggio discorso di apertura all’ultima riunione annuale del Valdai Club, Putin ha consigliato ai russi : “Abbiamo certamente bisogno di una tabella di marcia per il nostro cammino verso il futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un pio desiderio , una costruzione astratta e speculativa o una visualizzazione irrealistica dei nostri desideri, ma una valutazione realistica dei rischi, delle capacità e degli obiettivi essenziali”. Il suo appello ha ispirato il presente articolo, che elencherà le tre principali sfide strategiche della Russia e proporrà soluzioni pragmatiche per affrontarle.
La minaccia principale è rappresentata dal ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia. Esso circonda la Russia nell’Artico e nel Baltico attraverso il blocco vichingo guidato dalla Svezia , l’Europa centrale tramite la competizione tra Polonia e Germania , il Caucaso meridionale e l’Asia centrale attraverso quelle che possono essere definite le ambizioni neo-ottomane della Turchia , e il Giappone, nucleo dell’AUKUS+ , nell’Asia nord-orientale. Le analisi con collegamenti ipertestuali incorporate in questo paragrafo descrivono ciascuna di queste minacce in modo più dettagliato.
La prossima sfida strategica per la Russia è impedire qualsiasi significativa perturbazione del suo delicato equilibrio sino-indiano. Anche la sola percezione di una dipendenza russa dalla Cina potrebbe indurre l’India a riavvicinarsi agli Stati Uniti, per il timore che la Cina possa strumentalizzare questa dipendenza per costringere la Russia a interrompere le forniture di armi e pezzi di ricambio all’India, al fine di obbligarla a concessioni unilaterali nei confronti della Cina e del suo alleato pakistano nelle loro dispute territoriali. Questo scenario oscuro può essere scongiurato concedendo all’India privilegi militari e commerciali.
Ciò potrebbe concretizzarsi nella produzione congiunta di tecnologie militari all’avanguardia e nella concessione di un accesso preferenziale al mercato russo ai prodotti indiani. Se lo scenario oscuro accennato in precedenza non verrà scongiurato, un potenziale riorientamento dell’India verso gli Stati Uniti potrebbe costringere la Russia a riorientarsi verso la Cina, rendendo così la sua percepita dipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese un fatto compiuto. Infine, la Russia deve urgentemente riparare i meccanismi di feedback interrotti che affliggono i suoi processi di formulazione e attuazione delle politiche.
Il pensiero illusorio, le forti allusioni di Lavrov del mese scorso secondo cui il suo popolo può essere ottimista fino alla ingenuità e la sua esplicita critica al fatto che tenda a non affrontare proattivamente le crisi latenti, insieme al fondato sospetto che la propaganda (in particolare la sua variante ” potemkinista “) si sia insinuata in questi circoli viziosi, sono i tre problemi principali che devono essere risolti al più presto. Non si può escludere la scomoda possibilità che questo problema impedisca ai decisori politici di vedere le altre due sfide strategiche.
I meccanismi di feedback interrotti della Russia devono quindi essere urgentemente riparati per garantire al meglio la formulazione e l’attuazione delle politiche più efficaci per contrastare le minacce militari e di sicurezza poste dal “cordone sanitario”, nonché quelle economico-politiche che una significativa perturbazione dell’equilibrio sino-indiano tra Russia e India potrebbe rapidamente innescare. Si tratta di compiti titanici, ma la Russia ha già affrontato sfide ben più ardue in passato, quindi ci si aspetta che lo faccia anche questa volta.
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La comunità “non russa filo-russa” necessita urgentemente di una riforma guidata da figure autorevoli al suo interno, che abbiano dimostrato in modo inequivocabile la propria russofilia culturale e politica, al fine di correggere le false percezioni sulla politica russa diffuse da influenti esponenti della sinistra, dell’islamismo e del “terzomondismo”.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha confermato, durante il suo intervento al quarto congresso del Movimento Russofilo Internazionale , tenutosi a metà settembre , che “il vostro congresso darà il via all’attività dell’Istituto per lo Studio e il Sostegno della Russofilia, un’organizzazione di ricerca autonoma e senza scopo di lucro”. È importante distinguere tra le forme politiche e culturali della Russofilia, spesso erroneamente confuse sin dall’ascesa della comunità “Non-Russa Pro-Russa” (NRPR) all’interno dei media alternativi .
I NRPR (Non-Repubblicani Regionali) sono sempre esistiti, e la maggior parte di loro era filo-russa per motivi culturali e politici, ma hanno acquisito maggiore notorietà a livello globale dall’inizio del conflitto ucraino nella primavera del 2014, dopo il colpo di stato di “EuroMaidan” che portò alla riunificazione della Crimea con la Russia e alla guerra civile ucraina nel Donbass. Gli elementi di sinistra che combattevano al fianco dei ribelli in quest’ultimo conflitto portarono un numero crescente di esponenti della sinistra in tutto il mondo a diventare NRPR. Gli islamisti della scuola dell'”Asse della Resistenza” li seguirono poi dopo l’inizio dell’operazione russa in Siria nell’autunno del 2015.
Più recentemente, molti di coloro che sono diventati NRPR dopo l’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino che è iniziata all’inizio del 2022 con lo specialeL’operazione è opera di “terzomondisti”, termine che si riferisce a persone che odiano l’Occidente e vogliono distruggerlo per vendicarsi di ciò che l’Occidente ha fatto al Sud del mondo in passato. I sinistroidi, gli islamisti e i “terzomondisti” che si sono uniti alla comunità NRPR in queste tre fasi a partire dal 2014 sono per lo più falsi russofili politici che apprezzano la Russia solo per il ruolo che le viene erroneamente attribuito.
Essi ritengono, rispettivamente, che la sua sfida geopolitica all’Occidente stia esacerbando la “crisi del capitalismo”, che il suo coinvolgimento in Asia occidentale sia motivato da ragioni antisioniste e che la sua opposizione al neocolonialismo implichi il desiderio di distruggere l’Occidente. Questi gruppi costituiscono oggi collettivamente la maggioranza dei NRPR, in particolare i loro principali opinion leader, e la falsa associazione della politica russa con le loro illusioni ideologiche (intenzionali o meno) ha tratto in inganno innumerevoli persone.
I “supervisori del soft power” russi – ovvero i rappresentanti statali che promuovono questi personaggi influenti – tollerano questa situazione, poiché presumibilmente calcolano che sia meglio per le persone sostenere la Russia sulla base di false premesse piuttosto che non sostenerla affatto. Questa strategia di soft power è stata definita ” potemkinismo “. I suoi sostenitori non spingono mai, in modo discreto, questi personaggi influenti a ricalibrare le proprie posizioni affinché riflettano più accuratamente la politica russa, anche se poi questi la criticano in modo costruttivo secondo la loro ideologia.
Figure di spicco dell’Istituto per lo Studio e il Sostegno della Russofilia, che hanno dimostrato la loro russofilia culturale e politica al di là di ogni dubbio, potrebbero assumere un ruolo guida nella correzione di questi errori, sollecitando discretamente i principali esponenti non russi dei media pubblici (NRPR) individualmente, quando necessario, dato che i “supervisori del soft power” russi non lo faranno. Potrebbero anche condurre briefing su larga scala in occasione di importanti eventi legati alla Russia, come il Forum sulla Multipolarità , e collaborare con la Rete Globale di Verifica dei Fatti russa , che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali influencer degli NRPR.
L’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di porre fine alla rappresentazione distorta della politica russa da parte dei principali influencer di NRPR; quello a medio termine dovrebbe essere quello di sostituirli con veri russofili politici (che conoscano e sostengano le politiche russe reali); e gli obiettivi a lungo termine dovrebbero essere quelli di promuovere una maggiore russofilia culturale. Il grave squilibrio tra queste forme all’interno della comunità ha rubato l’anima culturale del movimento e ha trasformato la russofilia in una causa di moda di cui opportunisti ideologici si approfittano.
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Né la Polonia né la Lituania osano bloccare, tanto meno invadere, questa exclave russa.
A metà settembre, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski propose che la Polonia “si esercitasse in modo così aggressivo sulla nostra parte (dell’exclave russa di Kaliningrad) da rendere… [il presidente russo Vladimir Putin] incerto su cosa faremo, e da costringerlo a ritirare le forze dall’Ucraina “. Entro la fine del mese, il quotidiano britannico The i Paper pubblicò un articolo su come “il piccolo avamposto russo in Europa potrebbe essere la più grande debolezza di Putin”, citando ex funzionari della NATO che fantasticavano su un possibile blocco.
La risposta della Russia è stata immediata. Pochi giorni dopo l’articolo provocatorio di The i Paper, l’ambasciata russa nel Regno Unito ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “Coloro che sostengono piani per bloccare o attaccare Kaliningrad non dovrebbero illudersi sulle conseguenze. Qualsiasi azione militare britannica o della NATO contro il territorio russo incontrerebbe una risposta che utilizzerebbe tutti i mezzi a disposizione della Russia, comprese le armi nucleari”. L’ambasciata russa in Irlanda ha rilasciato una dichiarazione analoga lo stesso giorno.
Dopo che il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha confermato di essere a conoscenza dell’avvertimento russo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha chiarito che “la suddetta lettera e i relativi rapporti non devono essere interpretati come una dichiarazione di sfida”, aggiungendo che “Kaliningrad è parte integrante della Russia; è una regione molto importante della Russia, la più occidentale. In sostanza, il punto è che la Russia garantirà senza dubbio la sicurezza di questa regione in conformità con la propria legislazione”. Ha inoltre consigliato alla NATO di moderare i toni.
A ciò ha fatto seguito Nikolai Patrushev, amico di lunga data e stretto collaboratore di Putin, che ha minimizzato le minacce della NATO a Kaliningrad dichiarando : “Non saranno in grado di mettere in atto alcuna minaccia. Rimarranno solo parole. Se anche solo tentassero di intraprendere azioni concrete, ci sarà una risposta rapida e adeguata. Lo abbiamo affermato più volte. Tutto assumerà una dimensione completamente diversa”. Lo stesso Putin ha poi lasciato intendere che in tale scenario verrebbero effettivamente utilizzate armi nucleari.
Questa serie di dichiarazioni dovrebbe dissuadere la NATO europea (E-NATO) dal compiere qualsiasi aggressione seria contro Kaliningrad, come potrebbe accadere in seguito a una potenziale operazione sotto falsa bandiera ucraina (in Polonia?), nel contesto della recente isteria che ha attraversato il blocco per un presunto imminente attacco russo. Dopo che il presidente finlandese Alexander Stubb ha cercato di far ragionare i suoi omologhi, Sikorski è passato dal seminarepaura di una guerra con la Russia all’affermare che “la Russia non ha le forze per un attacco di vasta portata contro la NATO”.
Il nuovo Primo Ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha poi dichiarato, in una conferenza stampa al fianco di Rutte, che non vi sono prove che la Russia “si stia preparando a qualcosa”. Le dichiarazioni di questi due funzionari sono significative poiché il “corridoio/vuoto di Suwałki” tra Bielorussia e Kaliningrad, che la NATO ipotizza da tempo possa essere invaso dalla Russia, attraversa i loro territori. Essi riconoscono quindi chiaramente le conseguenze apocalittiche di un tentativo di blocco, per non parlare di un’invasione, di Kaliningrad.
Questo scenario peggiore, quindi, probabilmente non si concretizzerà nemmeno in caso di un’operazione sotto falsa bandiera ucraina (in Polonia?), dato che i guardiani polacchi e lituani di Kaliningrad non sono interessati a scatenare la Terza Guerra Mondiale per questa exclave russa. Sikorski potrà anche usare toni duri, e forse la Polonia presto effettuerà esercitazioni su larga scala e magari regolari vicino a Kaliningrad, ma sia il suo paese che la Lituania sanno bene che è meglio non arrecare alcun danno concreto a quella regione russa, dato che Putin li bombarderebbe con armi nucleari se osassero.
Si tratta del “contesto a piccoli gruppi” preferito dagli Stati Uniti per “promuovere progressi verso il contenimento della Russia a guida europea nell’ambito della NATO 3.0”.
Politico ha recentemente riportato che ” il Pentagono esclude alleati chiave dalla riunione della NATO ” in Polonia alla fine di questo mese, alla quale parteciperanno anche Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Germania. I primi tre costituiscono quello che è stato definito il Blocco Vichingo, mentre gli ultimi due, insieme alla Polonia, sono stati i promotori dello ” Schengen militare ” all’inizio del 2024, volto a ottimizzare la logistica militare est-ovest della NATO. La prossima riunione in Polonia sarà la terza per il ” Gruppo di Bergen “, come è stato chiamato, da giugno.
Il report di Politico ha richiamato l’attenzione sull’esclusione di Francia, Regno Unito e Stati baltici, i primi due dei quali sono potenze nucleari, mentre gli ultimi tre confinano con la Russia. Ci sono ragioni comprensibili per cui non sono stati invitati a partecipare al Gruppo di Bergen. La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump 2.0 snobba l’Europa occidentale a causa dei suoi radicali cambiamenti demografici che gli Stati Uniti ritengono mettano a rischio la futura stabilità politico-militare di questi paesi, mentre gli Stati baltici sono noti per il loro comportamento irrazionale nei confronti della Russia.
In sostanza, la NATO 3.0 prevede che gli alleati affidabili e razionali degli Stati Uniti contengano la Russia in Europa, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. Come spiegato, non ci si può fidare di Francia e Regno Unito, mentre gli Stati Uniti temono che gli irrazionali Stati baltici possano provocare una guerra con la Russia. Gli Stati Uniti faranno quindi affidamento sul blocco vichingo per contenere la Russia nella regione artico-baltica, su Germania e Polonia per contenerla nell’Europa centrale e sui Paesi Bassi per facilitare la logistica militare transatlantica.
Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, ideatore della NATO 3.0, ha spiegato lo scopo del Gruppo di Bergen alla fine di settembre, durante un aggiornamento al Comitato per le Forze Armate del Senato sull’attuazione della Strategia di Difesa Nazionale . In quell’occasione, ha dichiarato: “Stiamo anche coinvolgendo alleati altamente performanti in contesti di piccoli gruppi, come il formato selettivo del Gruppo di Bergen, accelerando così gli sforzi per costruire coalizioni e promuovere i progressi verso la NATO 3.0”.
Il riferimento di Colby alla “costruzione di coalizioni” può essere interpretato come l’interazione, guidata dagli Stati Uniti, tra i tre principali attori sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia. Mentre il ruolo e la portata geografica del Blocco Vichingo sono chiari, lo stesso non si può dire per Polonia e Germania, impegnate in una ” competizione amichevole ” per guidare il contenimento della Russia nell’Europa centrale. L’esito di questa rivalità, sulla quale gli Stati Uniti sono in grado di esercitare un’influenza, rimodellerà la geostrategia continentale.
Ci sarà o un regime dominato dai tedeschiUn’UE militarizzata in cui la Polonia è subordinata alla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, sostenuto dagli Stati Uniti e guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca e ne integra gli sforzi per contenere la Russia. L’interesse degli Stati Uniti a ottenere una base militare permanente in Polonia, il cui costo sarebbe a carico di Varsavia , suggerisce una preferenza per il secondo scenario. Tutto diventerà più chiaro, tuttavia, dopo l’imminente conclusione della revisione del dispiegamento delle forze europee da parte del Pentagono.
Indipendentemente dall’esito della “competizione amichevole” tedesco-polacca per guidare il contenimento della Russia nell’Europa centrale, questi due paesi, il loro partner olandese nell’area Schengen “militare”, i cui porti svolgono un ruolo insostituibile nella logistica militare transatlantica, e il blocco vichingo sono i principali alleati europei degli Stati Uniti. Tutti e sei sono considerati affidabili e razionali, da qui la loro inclusione nel Gruppo di Bergen, che è il “gruppo ristretto” preferito da Colby per “promuovere progressi verso il contenimento della Russia a guida europea nell’ambito della NATO 3.0”.
Ha suggerito che sono pragmatici, a volte ottimisti fino al punto di una implicita ingenuità, e che tendono anche a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti.
All’inizio di settembre , durante un intervento presso la sua alma mater, l’Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca, gestito dal Ministero degli Esteri russo e più noto nel mondo con l’acronimo russo MGIMO, Lavrov ha condiviso alcune riflessioni sul carattere del suo popolo. Il primo punto rilevante che ha sottolineato è stato: “Ogni volta che stipuliamo un accordo con qualcuno, lo facciamo guidati dal pragmatismo. Da parte nostra, determinate emozioni possono far parte dell’accordo, data la forza del nostro carattere”.
Ha poi aggiunto, in modo significativo: “Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegnano l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente. Non concludiamo alcun accordo senza pragmatismo o un equilibrio di interessi”. Il suo ultimo spunto di riflessione sul carattere dei russi è stato quando ha affermato: “Sapete che fa parte anche del nostro carattere, intendo dire, aspettare la crisi prima di agire. Chi di voi viene dai paesi vicini la pensa allo stesso modo”.
Tutto ciò contestualizza la cultura strategica russa, che si riferisce al modo in cui le sue burocrazie diplomatiche, di esperti, di intelligence e politiche vedono il mondo. È rilevante per comprendere come interpretano le nuove informazioni, nonché come formulano e attuano le politiche, in particolare quelle relative alla politica estera e alla sicurezza. Riesaminando quanto rivelato da Lavrov, i russi sono pragmatici, ma a volte ottimisti fino al punto di una implicita ingenuità. Tendono inoltre a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti.
Tenendo a mente queste caratteristiche, dovrebbe essere relativamente più facile per gli osservatori comprendere perché la Russia sia stata ingannata dagli Accordi di Minsk, ovvero a causa dell’ingenuità, al limite dell’ottimismo, dei suoi funzionari, che li ha accecati di fronte alla realtà che si presentava loro davanti agli occhi per tutti quegli anni, ovvero il massiccio afflusso di armi occidentali in Ucraina. Di conseguenza, la Russia “ha aspettato la crisi per agire”, intendendo con ciò che non ha cercato attivamente di costringere l’Ucraina ad attuare gli Accordi di Minsk fino a quando non è venuta a conoscenza di un’offensiva pianificata sul Donbass.
In modo meno significativo, ma non per questo meno rilevante, ciò spiega anche perché la Russia abbia presentato le sue richieste di garanzie di sicurezza agli Stati Uniti e alla NATO alla fine del 2021, nonostante fosse ovvio che sarebbero state respinte col senno di poi. Come ha affermato Lavrov, “Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegna l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente”. Di conseguenza, la Russia riteneva che l’Occidente avrebbe preferito stringere una serie di accordi pragmatici che avrebbero evitato in modo umano l’imminente conflitto che stava preannunciando.
La parte relativa al fatto che molti russi “aspettano che la crisi inizi ad agire” spiega anche perché la Russia non abbia cercato di impedire la graduale defezione dell’Armenia, la caduta di Assad nonostante la fragilità del suo governo e l’ultima guerra in Mali , scatenata in parte dal fatto che Bamako avesse annullato l’accordo con i Tuareg 15 mesi prima. È anche il motivo per cui la Russia non ha cercato di impedire al Blocco Vichingo , alla Polonia , alla Turchia e al Giappone di assemblare il loro ” cordone sanitario ” nell’Artico-Baltico, nell’Europa centrale, nel cuore dell’Eurasia e nell’Asia nord-orientale.
Va da sé che l’amore dei russi per “fiabe e favole” è una delle ragioni principali per cui il pensiero illusorio è ancora diffuso nella loro cultura strategica, nonostante l’avvertimento di Putin nell’estate del 2022. Ciononostante, sembra che i membri delle burocrazie russe competenti abbiano finalmente compreso la necessità di modificare questi aspetti della loro cultura strategica, il che potrebbe consentire loro di correggere i meccanismi di feedback difettosi responsabili della persistenza di questi problemi di percezione.
Ciascuna delle loro aspettative è realistica e può persino essere combinata in una sequenza trifase se esiste la volontà politica da entrambe le parti, come fortemente suggerito dall’avvio stesso della “diplomazia del bucaneve”.
Il riavvicinamento tra Bielorussia e Polonia è noto come ” diplomazia del bucaneve ” a causa della battuta del ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, pronunciata poco dopo l’incontro con il suo omologo bielorusso, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”. Il Ministero degli Esteri bielorusso ha poi ripreso la metafora in un post su X. Sikorski ha anche rivelato che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”. Ciò ha sorpreso la maggior parte degli osservatori, dato che fino ad allora la Polonia aveva adottato una linea dura nei confronti della Bielorussia.
La Polonia e la Bielorussia accetterebbero realisticamente un riavvicinamento solo in presenza di una concreta aspettativa di benefici tangibili. Dal punto di vista polacco, Varsavia probabilmente desidera che Minsk ponga fine al presunto utilizzo come arma dei migranti di diversa provenienza culturale, riduca la propria presenza militare vicino al confine e richieda una riduzione della presenza militare russa nel paese. Tutte queste richieste sono ragionevoli dal punto di vista degli interessi nazionali polacchi, se analizzate obiettivamente.
Dal punto di vista bielorusso, Minsk probabilmente desidera che Varsavia ponga fine al suo sostegno alla cosiddetta “opposizione bielorussa” che ha orchestrato la fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020, che riduca la sua presenza militare vicino al confine e che ponga il veto all’estensione delle sanzioni dell’UE alla fine del prossimo febbraio. Proprio come i benefici concreti che la Polonia probabilmente si aspetta dalla sua “diplomazia del bucaneve”, anche questi sono ragionevoli dal punto di vista degli interessi nazionali bielorussi, se analizzati obiettivamente.
Ciascuna delle loro aspettative è realistica e può persino essere combinata in una sequenza trifase se esiste la volontà politica da entrambe le parti, come fortemente suggerito dall’avvio della “diplomazia del bucaneve” in primo luogo. Per chiarire, il presunto utilizzo da parte della Bielorussia di migranti culturalmente diversi come arma è probabilmente una risposta al sostegno polacco all'”opposizione” e alla fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020, quindi ne consegue che la Bielorussia porrebbe fine a questa presunta politica una volta terminato il sostegno polacco all'”opposizione”.
Se accettano un simile accordo, forse su richiesta degli Stati Uniti che si considerano il principale alleato della Polonia e il più recente alleato della Bielorussia Se i due Paesi , grazie al loro riavvicinamento, riuscissero a instaurare una reciproca buona volontà, la de-escalation militare potrebbe facilitare il raggiungimento di un accordo. Se anche questo obiettivo venisse raggiunto, ovvero se la Polonia volesse alleviare i timori di un’invasione del “corridoio/vuoto di Suwałki” da parte della Bielorussia (e della Russia) e la Bielorussia volesse a sua volta alleviare i timori di un’invasione polacca , allora l’ultimo passo diventerebbe molto più probabile.
La Polonia potrebbe quindi subordinare il suo accordo sull’estensione delle sanzioni UE contro la Bielorussia alla revoca di alcune di esse, probabilmente concordate in anticipo con la Bielorussia, a condizione che la Bielorussia ottenga dalla Russia una riduzione della sua presenza militare nel paese. A tal proposito, la Bielorussia rimarrebbe comunque sotto l’ombrello nucleare russo e le sue armi nucleari tattiche resterebbero nel paese, ma un ritiro parziale delle forze russe (e un possibile ridispiegamento a una certa distanza dal confine polacco) è un’ipotesi realistica.
L’UE non prenderà in considerazione l’estensione delle sanzioni contro la Bielorussia per altri cinque mesi, quindi c’è tempo sufficiente perché Bielorussia e Polonia negozino la sequenza in tre fasi proposta in questa analisi. Casualmente, questo periodo coincide anche con la fioritura dei bucaneve in entrambi i paesi. Se avrà successo, la “diplomazia dei bucaneve” potrebbe davvero portare a un disgelo nella nuova Guerra Fredda, ma richiede che la Polonia abbia la volontà politica di raggiungere ciascuno di questi compromessi reciproci, sempre più significativi, con la Bielorussia.
Potrebbe innescare una rapida sequenza di eventi che ridurrebbe significativamente le tensioni della Nuova Guerra Fredda, a condizione che Trump accetti di partecipare a questo progetto come previsto.
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha appena annunciato che “Vladimir Vladimirovich [Putin] ed io abbiamo concordato che Gazprom si unirà a noi nella realizzazione del progetto per la costruzione di un impianto di azoto. Dovremmo proporlo agli americani. Hanno bisogno di fertilizzanti, compresi quelli azotati, quindi costruiamolo insieme. Usando la vostra tecnologia. Voi [USA], Gazprom e Bielorussia. Abbiamo già scelto un sito, con tutte le infrastrutture necessarie già presenti. In caso contrario, lo costruiremo con Gazprom e i russi e venderemo il prodotto finito”.
La sua proposta fa seguito all’annuncio di Trump della settimana precedente, secondo cui “gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo di enorme portata per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia. Il prezzo sarebbe sostanzialmente inferiore a quello che paghiamo attualmente al Canada, un’ottima notizia per i nostri agricoltori e allevatori”. L’annuncio è arrivato lo stesso giorno in cui The Atlantic ha riportato che Trump aveva autorizzato il suo inviato speciale in Bielorussia a replicare questo accordo con la Russia, in base al quale “accordi di enorme portata” sarebbero seguiti al rilascio di “prigionieri politici”.
La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti richiederebbe a Trump di revocare le sanzioni imposte dal suo Paese a Gazprom , ma ciò potrebbe avvenire in cambio del rilascio da parte di Putin di alcuni “prigionieri politici”, secondo il modello bielorusso che intende replicare con la Russia. Se gli Stati Uniti partecipassero alla costruzione dell’impianto, eventualità che probabilmente interesserebbe a Trump vista l’importanza attribuita all’accordo sui fertilizzanti in Bielorussia, altri progetti congiunti con la Russia potrebbero presto seguire.
In tal caso, un cambiamento nella politica europea nei confronti della Bielorussia potrebbe presto seguire, affinché il blocco non rimanga troppo indietro rispetto agli eventi, con la Polonia in prima linea con la sua ” diplomazia del bucaneve “, avviata a sorpresa la scorsa settimana dopo il primo incontro tra i rispettivi ministri degli Esteri in un decennio. Radek Sikorski ha rivelato poco dopo che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”. Questa rivelazione aumenta le probabilità di una svolta diplomatica decisiva entro l’inizio del 2027.
Il 28 febbraio l’UE valuterà la possibilità di estendere le sanzioni contro la Bielorussia e, poiché basta il veto di un solo Paese per revocarle, la Polonia potrebbe giocare questo ruolo per trarre vantaggio dal miglioramento delle relazioni bilaterali. Come minimo, potrebbe chiedere la revoca di alcune sanzioni in cambio dell’estensione di altre, ma l’avvento della “diplomazia del bucaneve” fa sì che questo scenario non sia più una mera fantasia politica. ” La Bielorussia ha più da offrire alla Polonia di quanto non faccia l’Ucraina “, e a quanto pare la Polonia se ne è finalmente resa conto.
Qualsiasi cambiamento significativo nella politica dell’UE nei confronti della Bielorussia, come la revoca parziale delle sanzioni su richiesta della Polonia, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, potrebbe nel tempo portare a un analogo cambiamento nei confronti della Russia. Anche in questo caso, la Polonia potrebbe assumere un ruolo guida. Come suggerito qui e qui , le reciproche misure di de-escalation lungo il confine polacco-bielorusso potrebbero gettare le basi per iniziative simili in altre zone del fianco orientale della NATO , e un canale di gestione delle crisi tra i leader polacchi, russi e statunitensi potrebbe contribuire a mantenere la pace.
La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti è quindi una mossa geniale, perché potrebbe innescare una rapida sequenza di eventi per allentare le tensioni della Nuova Guerra Fredda, a condizione che Trump accetti di partecipare al progetto, come previsto. Anche se non lo facesse, questa proposta dimostrerebbe comunque l’interesse di Lukashenko a facilitare tale esito, facendo della Bielorussia un ponte tra Est e Ovest, ruolo che probabilmente continuerà a perseguire in nome della pace.
Secondo quanto riportato da The Atlantic, il suo inviato speciale in Bielorussia starebbe pianificando di offrire a Putin un allentamento delle sanzioni, che potrebbe assumere la forma di importanti accordi nel settore delle risorse naturali, in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”, sulla scia dell’accordo recentemente raggiunto con Lukashenko.
Secondo quanto riportato da The Atlantic , Trump avrebbe autorizzato il suo inviato speciale per la Bielorussia, John Coale, a convincere Putin a rilasciare i cosiddetti “prigionieri politici” in cambio di un allentamento delle sanzioni, sulla scia dell’accordo positivo raggiunto con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. A quanto pare, il maxi-accordo bielorusso-americano sulla fornitura di potassio, negoziato da Trump 2.0, potrebbe essere seguito da accordi altrettanto ingenti con la Russia, forse sulla falsariga di quanto riportato dal New Yorker a metà settembre.
Hanno citato un rapporto riservato di un servizio di spionaggio europeo non specificato per informare il loro pubblico che “Trump e le persone a lui vicine” stanno valutando la possibilità di “riaprire il gasdotto Nord Stream 2 sotto il controllo americano, riprendere le attività di ExxonMobil a Sakhalin e trivellare per estrarre petrolio nel Mare di Okhotsk. Secondo il rapporto, si è discusso anche dello scongelamento di beni russi soggetti a sanzioni americane”. Queste proposte sono in linea con la partnership strategica incentrata sulle risorse che stanno negoziando.
Ricordiamo che Putin, all’inizio del 2025, all’avvio dei colloqui tra Russia e Stati Uniti, dichiarò che le sue aziende “avrebbero realizzato un buon profitto” in uno scenario del genere, come spiegato qui e qui nel dicembre dello scorso anno. In breve, si sostiene che l’apertura di Putin a un simile accordo si basi in parte sul suo desiderio di alleviare la crescente dipendenza della Russia dalla Cina, mentre quella di Trump si basi in parte sulla stessa motivazione, oltre che sul suo interesse a impedire alla Cina l’accesso a ulteriori risorse russe attraverso investimenti statunitensi nei suoi giacimenti.
Nonostante le affermazioni allarmistiche della coalizione liberale al governo in Polonia su un possibile attacco russo, le voci di un accordo simile a quello con la Bielorussia proposto da Trump e la consapevolezza delle difficoltà che l’Ucraina sta affrontando durante l’inverno potrebbero averli spinti ad avviare un riavvicinamento con la Bielorussia per non rimanere troppo indietro rispetto agli eventi. Anche gli Stati Uniti potrebbero aver consigliato loro di farlo. A patto che non si tratti di un’operazione sotto falsa bandiera, questa svolta potrebbe diventare parte di un accordo più ampio con la Russia per la definizione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Un singolo accordo di grande portata (probabilmente legato alle risorse) tra Stati Uniti e Russia sarebbe probabilmente sufficiente a innescare un cambiamento radicale nella politica europea nei confronti della Russia, seguendo il precedente polacco nei confronti del suo alleato Bielorussia, per la stessa presunta ragione di non voler rimanere troppo indietro rispetto agli eventi. Con questa aspettativa, Putin potrebbe persino offrire a Trump condizioni molto vantaggiose, il che scontenterebbe i suoi sostenitori ma potrebbe essere ciò che serve per giungere alla tanto agognata soluzione diplomatica al conflitto ucraino .
La prevista creazione da parte dell’UE di un meccanismo simile all’articolo 4 suggerisce che la NATO europea sospetti che il leader americano del blocco potrebbe non condividere la loro percezione della minaccia, qualunque essa sia (e che, in questo contesto, può riferirsi solo alla Russia), che spinge almeno uno di loro a richiedere consultazioni urgenti.
Il Financial Times ha recentemente riportato che l’UE intende dare seguito alla proposta della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di istituire un meccanismo simile all’articolo 4 tra gli Stati membri del blocco. Secondo la Carta della NATO , “Le Parti si consulteranno ogniqualvolta, a giudizio di una qualsiasi di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una qualsiasi delle Parti siano minacciate”. Tuttavia, la maggior parte degli Stati membri dell’UE sono già membri della NATO, quindi questa proposta potrebbe sembrare superflua.
Ciò è sostanzialmente vero, ma il punto cruciale sta nell’insinuazione che la NATO europea (E-NATO) sospetti che il leader americano del blocco potrebbe non condividere la loro percezione della minaccia, qualunque essa sia, che spinge almeno uno di loro a richiedere consultazioni urgenti. Estrapolando da ciò, l’insinuazione è che non ci si possa fidare degli Stati Uniti per un sostegno incondizionato attraverso l’invio di truppe e/o il lancio di attacchi qualora le tensioni (che in questo contesto possono riferirsi solo alla Russia) dovessero sfociare in una guerra vera e propria.
Di conseguenza, l’E-NATO sta sviluppando meccanismi decisionali paralleli per lo scenario in cui agisca da sola contro la Russia, nel qual caso gli Stati Uniti potrebbero rimanere in disparte, avendo sconsigliato qualsiasi linea d’azione proposta dall’E-NATO durante le consultazioni previste dall’articolo 4. Ciononostante, nello spirito dell’articolo 5, gli Stati Uniti potrebbero comunque fornire supporto con armi, intelligence e logistica, proprio come stanno facendo attualmente con l’Ucraina insieme al resto della NATO .
I leader della NATO europea hanno seminato il timore che la Russia possa mettere alla prova la loro determinazione a breve , o al più tardi entro il 2030 , da qui l’urgenza con cui intendono procedere con la proposta di von der Leyen, simile all’articolo 4. Parallelamente, gli Stati Uniti starebbero pianificando di ritirare fino a 40.000 dei loro 80.000 soldati presenti in Europa, in vista dell’imminente conclusione della revisione della postura delle forze europee da parte del Pentagono entro la fine dell’anno, conferendo così ulteriore urgenza a questo compito, anche qualora gli Stati Uniti ottenessero una base permanente in Polonia .
Su questo argomento, la coalizione liberale al governo in Polonia ha guidato l’isteria della NATO orientale riguardo a un possibile attacco russo contro il blocco, eppure il suo Ministro degli Esteri ha appena incontrato il suo omologo bielorusso a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro tra i massimi diplomatici dei due Paesi in un decennio. La conseguente ” diplomazia del bucaneve “, ispirata alla battuta di Radek Sikorski subito dopo, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”, potrebbe attenuare l’isteria che lui e la sua coalizione hanno scatenato, se avrà successo.
Anche in questo scenario ottimistico, che potrebbe comunque facilmente deragliare, la Polonia e il resto della NATO orientale probabilmente non si sentirebbero mai completamente a proprio agio a causa del sincero timore delle loro élite liberali nei confronti della Russia (indipendentemente dalla sua irrazionalità), quindi è comunque importante per loro dare priorità alla creazione di un meccanismo simile all’articolo 4. Il ruolo principale in questo contesto sarà probabilmente svolto dalla Polonia, data la sua posizione centrale sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia, che le conferisce un’importanza sproporzionata nella nuova architettura di sicurezza.
In tal caso, la garanzia più realistica di stabilità sarebbe il ritiro parallelo di alcune forze NATO europee dagli Stati baltici e di alcune forze russe dalla Bielorussia, previo ritiro da parte degli Stati Uniti di alcune delle proprie truppe dagli Stati baltici, con la Polonia che si assumerebbe la responsabilità della loro sicurezza in caso di crisi. La creazione di un canale di controllo delle crisi tra la Russia (responsabile della Bielorussia), la NATO europea (con la Polonia in prima linea e responsabile degli Stati baltici) e gli Stati Uniti garantirebbe quindi la pace.
Il punto di convergenza tra gli interessi sauditi e quelli del Consiglio di Transizione del Sud (STC) è fermare gli Houthi, e il modo più efficace per farlo è probabilmente una coraggiosa decisione politica di riconoscere il loro piccolo stato nel Nord e, di conseguenza, anche il Sud come stato sovrano separato, in cambio della cessazione delle ostilità.
La notizia riportata da South24 , secondo cui l’ambasciatore russo in Yemen, Yevgeny Kudrov, avrebbe avuto una videochiamata con il viceministro degli Esteri Houthi, Abdulwahid Abu Ras, il 12 settembre, ha suscitato interesse per l’approccio della Russia all’ultima fase della guerra in Yemen. L’offensiva lampo degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso e la conquista di diverse isole strategiche hanno permesso loro di ottenere il controllo della parte orientale di Bab el-Mandeb. Hanno inoltre lanciato attacchi contro l’Arabia Saudita e messo fuori uso il gasdotto East-West Pipeline.
Come prevedibile, al Ministro degli Esteri Sergey Lavrov è stato chiesto un commento su questi sviluppi durante una conferenza stampa con il suo omologo saudita l’8 settembre. Ha affermato: “Consideriamo gli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture saudite, comprese quelle civili, controproducenti. Sosteniamo pienamente la determinazione dell’Arabia Saudita a proseguire nell’attuazione della tabella di marcia concordata e approvata, che ho menzionato nel mio intervento iniziale”.
Lavrov ha aggiunto: “Riteniamo inaccettabile tentare di risolvere questi problemi con mezzi militari, un approccio che non solo mette in pericolo la popolazione civile e le infrastrutture civili, ma ha anche un effetto profondamente negativo sull’economia mondiale, data l’importanza della penisola arabica e di tutte le zone marittime che la costeggiano per il normale funzionamento delle rotte commerciali globali”. La vice rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, Anna Evstigneeva, ha poi informato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite due giorni dopo.
Il 10 settembre, rivolgendosi al Consiglio, ha sottolineato in modo significativo: “Ribadiamo la posizione di lunga data del nostro Paese a difesa della libertà di navigazione marittima in tutte le acque del mondo, comprese quelle adiacenti allo Yemen… Esortiamo Ansar Allah a esercitare moderazione e a rispettare la sovranità degli Stati vicini, che – al momento opportuno – potrebbe contribuire a stabilizzare lo Yemen, a preservarne l’unità e a facilitarne la ripresa economica”.
Il giorno successivo, l’11 settembre, il viceministro degli Esteri russo Georgij Borisenko ha incontrato l’ambasciatore saudita. Il suo ministero ha rilasciato una dichiarazione in cui si affermava che “le parti hanno ribadito l’importanza di porre fine alle ostilità in Yemen il prima possibile, nonché il loro sostegno agli sforzi diplomatici volti a creare condizioni favorevoli per l’avvio di un dialogo su vasta scala mediato dalle Nazioni Unite tra le parti in conflitto”. Due giorni dopo, sono seguite le dichiarazioni del portavoce del Cremlino Dmitrij Peškov.
In risposta a una domanda del 13 settembre su quale governo yemenita la Russia consideri legittimo, alludendo al fatto che Mosca riconosca o meno il piccolo stato degli Houthi con capitale a Sana’a, ha affermato: “Aspettiamo e vediamo come si evolve la situazione. Al momento è gravemente destabilizzata e rischia una forte escalation. La cosa più importante ora è stabilizzare la situazione”. Il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, si è poi rivolto al Consiglio di Sicurezza due giorni dopo, il 15 settembre.
Non ha detto nulla di nuovo, se non raccomandare che “La risposta di questo organismo, a cui è affidata la responsabilità di prevenire le minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere razionale, ponderata con attenzione e, soprattutto, commisurata a quanto sta accadendo sul campo. La spiacevole esperienza con la risoluzione 2722 del Consiglio di sicurezza , le cui disposizioni sono state successivamente travisate da alcuni membri del Consiglio, ci mette in guardia contro passi affrettati e avventati”.
Una settimana dopo, il 22 settembre, il presidente russo Vladimir Putin ha parlato con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MBS). Il comunicato del Cremlino riportava che “le parti hanno ribadito la necessità di una cessazione immediata delle ostilità (nello Yemen) e della creazione delle condizioni per l’avvio di un dialogo costruttivo intra-yemenita sotto l’egida delle Nazioni Unite. Hanno inoltre sottolineato l’importanza di garantire il passaggio sicuro e senza ostacoli delle navi attraverso le vie navigabili internazionali della regione”.
Da queste dichiarazioni ufficiali si evince l’approccio della Russia all’ultima fase della guerra in Yemen. Mosca condanna gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita e la loro offensiva nel Mar Rosso. Inoltre, auspica l’unità dello Yemen e, pertanto, non riconosce la legittimità del governo Houthi, nonostante il dialogo politico in corso con esso. Il ritorno al dialogo mediato dalle Nazioni Unite rappresenta la soluzione preferita per evitare minacce alla navigazione regionale e ad altri soggetti che potrebbero trarre vantaggio da questi sviluppi.
Contrariamente a quanto alcuni hanno ipotizzato , la Russia non ha intenzione di fornire alcun tipo di assistenza militare, tecnica o di intelligence agli Houthi, il che comprometterebbe immediatamente i suoi faticosamente conquistati legami strategici con l’Arabia Saudita, il governo di Aden in Yemen e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, il cui leader Putin è notoriamente molto vicino. La recente assicurazione degli Houthi di non voler prendere di mira il traffico marittimo regionale, ma solo le navi collegate all’Arabia Saudita, è in linea con le aspettative dichiarate dalla Russia nei confronti del gruppo.
A differenza di quanto si afferma, ovvero che gli interessi della Russia risiedano nello scatenare il caos globale, come quello che potrebbe seguire il blocco di Bab el-Mandab da parte degli Houthi in segno di solidarietà con l’alleato iraniano qualora la Terza Guerra del Golfo dovesse inasprirsi nuovamente, un’altra crisi economica globale danneggerebbe indirettamente la Russia. Sebbene i prezzi globali dell’energia potrebbero inizialmente impennarsi, portando così maggiori entrate nelle casse del Cremlino, la serie di attacchi ucraini contro le sue raffinerie di quest’anno ha già ridotto le esportazioni, impedendo quindi alla Russia di trarne il massimo profitto.
Inoltre, il conseguente rallentamento dell’economia globale potrebbe portare a un crollo dei prezzi per un periodo prolungato, con conseguenti ripercussioni sul bilancio del Cremlino. Un’altra preoccupazione per la Russia è il grande impatto strategico che un simile rallentamento potrebbe avere sulla Cina, in particolare sulla sua capacità di resistere alle pressioni statunitensi per un accordo commerciale sbilanciato, al fine di ostacolare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza. La Cina potrebbe quindi diventare più cedevole alle richieste statunitensi di sanzioni anti-russe.
Probabilmente gli osservatori occasionali non ne sono a conoscenza, ma nell’estate del 2023 Dilma Rousseff, presidente della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, ha confermato che il suo istituto con sede in Cina rispetta tali sanzioni. Poco meno di un anno dopo, nell’estate successiva, un’azienda cinese si è ritirata dal megaprogetto russo Arctic LNG 2 in risposta alle pressioni legate alle sanzioni, infliggendo così un duro colpo ai piani del Cremlino. Nell’ottobre del 2024, un funzionario russo ha confermato che anche l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), con sede in Cina, rispetta tali sanzioni.
Non è cosa da poco che queste due importanti istituzioni multipolari con sede in Cina aderiscano alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Se l’Iran e i suoi alleati Houthi dovessero, metaforicamente, distruggere l’economia globale prendendo di mira su vasta scala tutte le infrastrutture energetiche del Golfo, sia come primo attacco che come rappresaglia per una significativa escalation militare americana, l’emisfero occidentale se la caverebbe relativamente meglio di quello orientale. La Cina potrebbe inoltre essere sufficientemente indebolita da sottomettersi pienamente alle richieste di sanzioni statunitensi contro la Russia.
Pertanto, qualsiasi cosa possa anche solo lontanamente portare a questo scenario è osteggiata dal Cremlino, come gli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e la possibilità che blocchino il Bab el-Mandeb. Anche l’imposizione di un cosiddetto “pedaggio” è qualcosa a cui la Russia si oppone, come dimostrato dalla dichiarazione di Lavrov a fine agosto, quando disse al suo interlocutore : “Non vogliamo che venga introdotto un pedaggio (per il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz), ma questo è un argomento da discutere ulteriormente”.
Passando alla parte della politica russa relativa alla speranza che lo Yemen rimanga unito, dopo aver espresso la propria opposizione agli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e alla loro offensiva nel Mar Rosso, la Russia non riconoscerà il piccolo stato degli Houthi poiché ciò comprometterebbe i suoi rapporti con Riad e Aden. Da una simile mossa diplomatica non deriverebbe alcun beneficio tangibile, mentre ne deriverebbero costi altrettanto tangibili. Detto questo, se Aden cedesse formalmente il Nord controllato dagli Houthi, Mosca probabilmente lo riconoscerebbe.
Per essere più precisi, l’Arabia Saudita non è riuscita a sconfiggere gli Houthi dopo oltre un decennio di tentativi, e il suo tradimento del Consiglio di Transizione del Sud (STC) tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, durante la breve campagna di bombardamenti di Riyadh, ha distrutto, col senno di poi, l’unico baluardo affidabile contro l’espansione verso sud degli Houthi. Gli Stati Uniti non sono ancora intervenuti in soccorso dell’Arabia Saudita e potrebbero non farlo mai, ma anche se riprendessero la precedente campagna di bombardamenti contro gli Houthi, non vi è alcuna ragionevole aspettativa che ciò li distrugga completamente.
Bisogna quindi dare per scontato, a prescindere dalle speranze personali, che gli Houthi siano destinati a rimanere e che il loro piccolo stato possa essere infine riconosciuto in qualche forma come parte di una soluzione politica alla guerra in Yemen. I meridionali non vogliono più convivere con i settentrionali nello stesso stato, dopo che il loro fallimentare tentativo di fusione ha portato all’oppressione da parte del Nord. Una soluzione a due stati potrebbe quindi essere inevitabile, ma poiché l’Arabia Saudita ora controlla completamente il Sud, Riyadh dovrebbe acconsentire.
MBS potrebbe essere riluttante ad accettare quella che equivarrebbe alla sconfitta del suo Regno, riconoscendo uno Yemen del Nord alleato dell’Iran e controllato dagli Houthi (indipendentemente da come si chiami), ma potrebbe anche essere l’unico modo per preservare le infrastrutture energetiche del suo Regno e forse persino il potere della sua famiglia. Qualora si convincesse che questa sia la linea d’azione più pragmatica, potrebbe permettere al Consiglio di Transizione del Sud (STC) di tornare al potere nello Yemen del Sud, ristabilendo così l’unico baluardo contro l’espansionismo degli Houthi.
Gli interessi dell’Arabia Saudita in quello che può essere definito Yemen orientale, sostanzialmente la storica regione di Hadramout, potrebbero essere affrontati attraverso il dialogo con il Consiglio di transizione del Sud (STC) una volta arrestata l’avanzata degli Houthi verso sud. Una possibilità è rappresentata da elezioni sotto la supervisione delle Nazioni Unite sul futuro amministrativo del rinato Yemen del Sud/Arabia, che potrebbe ipoteticamente trasformarsi in una federazione tra il Sud e l’Est, prevedendo anche un’ampia autonomia simile a quella bosniaca per quest’ultima parte.
Ad ogni modo, gli interessi dell’Arabia Saudita e del Consiglio di Transizione del Sud (STC) coincidono nel fermare gli Houthi, e il modo più efficace per farlo è probabilmente una coraggiosa decisione politica di riconoscere il loro piccolo stato nel Nord e quindi, ipso facto, anche il Sud come stato sovrano separato, come contropartita per la cessazione delle ostilità. Se vi fosse interesse da parte di tutte le parti coinvolte – Arabia Saudita, governo di Aden, STC e Houthi – allora la Russia probabilmente accetterebbe di mediare tra loro per raggiungere questo obiettivo, qualora i suoi servizi diplomatici fossero richiesti.
In questo risiede il ruolo strategico che la Russia potrebbe svolgere nell’ultima fase della guerra in Yemen, ovvero quello di mediatore tra le parti coinvolte, dati gli stretti legami che la legano a tutte, compreso l’alleato iraniano degli Houthi, qualora quest’ultimo decidesse di collegare la risoluzione di questo conflitto a quella della Terza Guerra del Golfo. In assenza di tale interesse, è probabile che la Russia si limiti a rilasciare dichiarazioni di circostanza sulla guerra in Yemen, sulla quale non ha alcuna influenza a meno che le parti interessate non acconsentano alla sua mediazione.
Questa analisi è stata originariamente pubblicata su South24 .
Secondo un esperto di fama, la motivazione degli Stati Uniti è quella di “tenere lontana l’influenza russa dal Mar Rosso”.
Un importante consigliere del generale sudanese Abdel Fattah al-Burhan, leader delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e rappresentante del Sudan all’estero, ha messo in guardia sui piani degli Stati Uniti per il loro Paese. Amjad Farid ha descritto la proposta di cessate il fuoco di 90 giorni avanzata dal consigliere senior statunitense per gli affari arabi e africani, Massad Boulos, come un tentativo di “esercitarci pressione affinché accettiamo una spartizione di fatto del Paese, simile al modello libico “. Ciò è avvenuto dopo che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente negato il visto a Burhan per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in seguito al suo rifiuto di tale proposta.
Radio France Internationale ha recentemente condotto un’intervista con il ricercatore sudanese Suliman Baldo, direttore del Sudan Transparency and Policy Observatory, con sede negli Stati Uniti, in merito alla politica statunitense. Baldo ha valutato che gli Stati Uniti hanno deciso di affrontare Burhan, indicando i media americani rapporti sul presunto utilizzo di armi chimiche da parte delle SAF contro i ribelli delle “Forze di supporto rapido” (RSF) guidati da Mohamed Hamdan Daglo (“Hemedti”), nonché la dichiarazione del Dipartimento di Stato secondo cui entrambe le parti sono illegittime.
Baldo ha concluso che gli Stati Uniti vogliono “tenere lontana l’influenza russa dal Mar Rosso. La Russia è uno dei fornitori di armi all’esercito sudanese e sta ancora portando avanti i piani per stabilire una base militare sul Mar Rosso a Port Sudan. Gli americani non vogliono sentirne parlare, né i sauditi. Ecco perché gli americani rimangono impegnati in Sudan”. Questi interessi sono stati analizzati in diversi articoli all’inizio della guerra, all’inizio del 2023, e sono stati elencati in questo articolo del mese scorso sulla politica russa in merito.
Mettendo a confronto l’analisi di Baldo con quella di Farid, alla luce del piano di cessate il fuoco statunitense, della nuova campagna di pressione contro Burhan per il presunto uso di armi chimiche da parte della sua fazione e della dichiarazione del Dipartimento di Stato secondo cui sia lui che Hemedti sono illegittimi, emerge chiaramente la politica americana nei confronti del conflitto. Essa mira a un cambio di regime graduale in entrambi gli schieramenti, istituzionalizzando la spartizione di fatto del Sudan attraverso la concessione di ampia autonomia a ciascuna parte e inducendo le nuove autorità nazionali a rinnegare l’accordo sulla base navale russa.
Gli interessi della Russia sono quindi opposti: aiutare le Forze Armate del Sudan (SAF) ad annientare le Forze di Supporto Rapido (RSF); preservare l’unità funzionale del Sudan; e infine attuare l’accordo, a lungo rimandato, sulla base navale. I primi due interessi coincidono con quelli della NATO islamica (Arabia Saudita, Turchia e Pakistan) e del suo stretto partner egiziano, i quali, per semplici ragioni geografiche, forniscono a Burhan un aiuto ben più significativo di quello della Russia, con l’Egitto in prima linea. Allo stesso modo, questi interessi sono in contrasto con quelli degli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF.
Questo nonostante Putin, alla fine del 2023, avesse descritto gli Emirati Arabi Uniti come il “principale partner commerciale della Russia nel mondo arabo” e nonostante la sua stretta amicizia con il presidente Mohamed bin Zayed. Allo stesso modo, la NATO islamica e l’Egitto sono entrambi vicini agli Stati Uniti, eppure questi ultimi continuano a opporsi a Burhan (e anche a Hemedti, nonostante la vicinanza degli Emirati Arabi Uniti agli Stati Uniti). Ipoteticamente, un grande accordo potrebbe quindi consentire a questi due di rimanere al potere, con la spartizione di fatto del Sudan istituzionalizzata e Khartoum che finalmente concede a Mosca la sua base navale, ma la volontà politica non esiste.
Ciascuna parte crede ancora di poter sconfiggere l’altra o quantomeno espandere il proprio territorio prima di istituzionalizzare la spartizione di fatto del Sudan. Pertanto, è probabile che il conflitto continui e si intensifichi fino a quando una delle due parti non costringerà l’altra ad accettare un accordo squilibrato o uno stato straniero non interverrà direttamente. Se l’Egitto dovesse intervenire su vasta scala a sostegno delle Forze Armate del Sudan, dopo che l’Etiopia, storica rivale del Cairo, ha accusato sia l’Egitto che il Sudan di appoggiare una nuova alleanza ribelle, i due conflitti potrebbero fondersi, con conseguenze disastrose per la regione.
Alla luce dei recenti sviluppi, questo scenario non è così inverosimile come potrebbe sembrare a prima vista.
Il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha avuto una telefonata con Trump che RT ha correttamente inquadrato come avvenuta al termine dei loro colloqui per finalizzare un accordo commerciale, in un contesto di rinnovata pressione statunitense sull’India affinché abbandoni il petrolio russo. La telefonata ha fatto seguito anche alla notizia riportata da The Atlantic, secondo cui l’inviato speciale di Trump per la Bielorussia, John Coale, avrebbe confermato di aver ricevuto l’approvazione per proporre a Putin un accordo in base al quale la Russia avrebbe ottenuto un allentamento delle sanzioni in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”, secondo il modello da lui stesso sperimentato con Lukashenko.
Lo stesso giorno, Lukashenko ha proposto che Bielorussia, Russia e Stati Uniti costruissero congiuntamente un impianto di fertilizzanti, una settimana dopo che Trump aveva annunciato che “gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo di vasta portata per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia”. Data la probabilità che gli Stati Uniti acconsentano ad almeno un allentamento parziale delle sanzioni contro la Russia, il che probabilmente interesserebbe il settore delle risorse naturali in cui Putin aveva precedentemente invitato le aziende americane a investire , l’India farebbe bene a valutare investimenti congiunti con gli Stati Uniti.
L’importazione su larga scala di petrolio russo a prezzi scontati da parte dell’India è indirettamente essenziale per la sua sicurezza nazionale, ma il Paese non vuole nemmeno compromettere l’accordo commerciale quasi finalizzato con gli Stati Uniti sfidando Trump qualora decidesse di minacciare dazi fino al 100% come punizione per questi acquisti. Da qui la saggezza di proporre investimenti congiunti nelle risorse russe, alla luce della probabilità che gli Stati Uniti lo facciano presto autonomamente. Di seguito, cinque brevi note esplicative per illustrare ai lettori la logica alla base di questa proposta:
Per riassumere, in modo da non dilungarci troppo, il vice primo ministro russo Denis Manturov ha dichiarato, durante un discorso estivo sulla strategia del suo Paese in materia di terre rare: “Abbiamo una stretta relazione strategica di cooperazione con la Cina. E acquistiamo i loro prodotti. Ma siamo interessati alla sovranità tecnologica e continueremo a muoverci in quella direzione”. L’allusione è che la dipendenza dalla Cina in questo settore rappresenti una vulnerabilità dalla quale la Russia cerca di liberarsi attraverso maggiori investimenti esteri.
Questi investimenti non si sono ancora concretizzati a causa delle sanzioni statunitensi, eppure è nell’interesse degli Stati Uniti ridurre la dipendenza della Russia dalla Cina attraverso investimenti nei suoi giacimenti di risorse, in modo da privare la Cina di tali risorse e, di conseguenza, rallentare la sua ascesa a superpotenza. L’India condivide gli stessi interessi, è un partner strategico della Russia da decenni e necessita di queste risorse per accelerare il suo percorso di ascesa a grande potenza, un obiettivo che è anche nell’interesse degli Stati Uniti agevolare. Questa logica costituisce la base degli investimenti congiunti in questo settore.
L’India farebbe quindi bene a proporre il proprio coinvolgimento in eventuali futuri investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo, derivanti dal quid pro quo che il progetto Coale presenterà a Putin. L’immagine di una possibile sostituzione del ruolo cinese nel progetto Arctic LNG 2, da cui la Cina si è ritirata nell’estate del 2024 a causa delle sanzioni statunitensi, sarebbe, ad esempio, nell’interesse di Delhi e Washington. Ciò potrebbe accadere già entro la fine dell’anno, se Putin, Trump e Modi avessero la volontà politica di farlo.
La tempistica di questa notizia è sospetta, così come la testata che l’ha diffusa.
L’ organizzazione londinese Afghanistan International ha recentemente riportato che l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani. Il giornalista Jamshid Yama Amiri , residente in Germania e che ha collaborato con diverse testate giornalistiche private e governative in Afghanistan durante l’occupazione statunitense, ha scritto un articolo sull’argomento, pubblicato sul loro sito web, mentre l’ex giornalista di Voice of America, Samsama Sirat, ha realizzato un servizio sul loro canale YouTube . Questi dettagli sono sufficienti per accogliere tale affermazione con scetticismo.
Il contesto più ampio riguarda la ripresa degli attacchi transfrontalieri tra Afghanistan e Pakistan, nell’ambito della guerra iniziata a fine febbraio, nonché i negoziati tra Stati Uniti e Bielorussia su quello che Trump ha recentemente definito un “enorme” accordo sulla potassa . La maggior parte dei media della diaspora afghana si oppone ai talebani e si sospetta che siano finanziati da ricchi afghani anti-talebani e/o da governi occidentali. È quindi possibile che questo articolo sia un attacco orchestrato per screditare tutte le parti coinvolte.
Comunque sia, esiste una certa logica che rende la cosa credibile, ovvero la convergenza di interessi stranieri coinvolti. L’Afghanistan ha concluso un accordo tecnico-militare con la Russia questa primavera per la riparazione di attrezzature di fabbricazione russa, la Bielorussia è integrata nel complesso militare-industriale russo in quanto suo principale alleato militare, e l’India è la rivale del Pakistan. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha anche avvertito durante l’estate che armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan.
L’unico modo realistico attraverso cui questi droni potrebbero essere introdotti clandestinamente in Afghanistan è tramite il Pakistan, attualmente in guerra con l’Afghanistan, e questa constatazione conferma la percezione di minaccia latente che la Russia nutre nei confronti del Pakistan . Non si può quindi escludere che l’India stia finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani, con l’approvazione della Russia, nell’ambito di un’operazione clandestina congiunta, motivata dalla rivalità tra Delhi e Islamabad, dalla crescente percezione di minaccia da parte di Mosca e dalle comuni preoccupazioni relative all’ISIS-K.
Allo stesso tempo, come già accennato, la tempistica è troppo sospetta, e lo stesso si può dire della testata che ha diffuso la notizia; pertanto, questo rapporto dovrebbe essere accolto con scetticismo anziché essere dato per scontato come vero. Ha appena iniziato a circolare, quindi sarà interessante vedere se verrà ripreso dai principali media occidentali, per non parlare del fatto che qualche governo occidentale lo sfrutterà come pretesto per minacciare ulteriori sanzioni contro l’Afghanistan, la Bielorussia e/o la Russia, o addirittura se lo farà davvero.
Il Pakistan prenderà certamente nota di questo rapporto, se non ne è già in qualche modo coinvolto, anche se i funzionari non commenteranno pubblicamente le sue affermazioni a causa della loro delicatezza. Sebbene ci si aspetterebbe che non perdano l’occasione di screditare i loro rivali afghani e indiani, continuano a portare avanti la farsa di una partnership con la Russia, che non si è ancora concretizzata in un accordo energetico a lungo discusso a causa del potere di veto di fatto del protettore americano del Pakistan. Pertanto, potrebbero agire con cautela.
Nell’improbabile eventualità che presentassero i resti di un drone presumibilmente di fabbricazione bielorussa, qualora decidessero di abbandonare la loro farsa con la Russia (ipotesi improbabile ma non da escludere), non si può escludere che li abbiano ricevuti dall’Ucraina per dare una falsa credibilità a questa affermazione. In assenza di una conferma ufficiale di questa notizia da parte di Afghanistan, Bielorussia, India e/o Russia, essa rimarrà quindi nel regno delle speculazioni, per quanto alcuni possano ritenerla plausibile nella versione descritta.
Sebbene Jalali non abbia descritto esplicitamente la NATO islamica come una minaccia, ha affermato in modo inquietante che “la presenza di potenze non regionali ha portato alla situazione attuale”, lasciando così intendere la preoccupazione dell’Iran che ciò possa un giorno innescare un conflitto regionale.
A fine settembre , l’ambasciatore iraniano in Russia, Kazem Jalali, ha rilasciato un’intervista al popolare quotidiano economico Vedomosti sulle relazioni bilaterali e sugli affari regionali. Ha esordito affermando: “Abbiamo deciso da tempo che se avremo bisogno di qualcosa e questa sarà disponibile in Russia, ci rivolgeremo alla Russia per soddisfare le nostre esigenze”. Ha poi aggiunto che “la pressione che il nemico sta esercitando su di noi, cercando di coinvolgere i nostri paesi vicini in un blocco, può aiutare e promuovere lo sviluppo dei nostri due paesi: Russia e Iran”.
Questo ha portato a chiedergli informazioni sulla tratta ferroviaria Rasht-Astara, ramo occidentale del Corridoio di Trasporto Nord-Sud attraverso l’Azerbaigian, che deve ancora essere costruita. Jalali ha affermato: “Ci auguriamo che un accordo operativo esecutivo venga firmato a breve tra Iran e Russia. I nostri colleghi russi hanno già iniziato a studiare il tracciato ferroviario. A seguito di questo studio, inizieranno i lavori operativi e il progetto ferroviario verrà realizzato”.
Analogamente, per quanto riguarda il gasdotto che intendono costruire attraverso l’Azerbaigian, Jalali ha affermato che “i finanziamenti proverranno in gran parte dalla Russia. Ma stiamo lavorando tutti insieme a questo progetto: Russia, Iran e Azerbaigian”. A ben vedere, questi due progetti di integrazione complementari non hanno ancora compiuto progressi tangibili, ma ciò non significa che alla fine non porteranno a nulla. Passando ad altro, Jalali ha confermato che i progetti congiunti nel settore dell’energia nucleare continuano a progredire, il che è importante.
L’intervista si è poi spostata sulla Terza Guerra del Golfo e sulla questione se la Russia avesse aiutato l’Iran. Jalali ha risposto: “C’è un proverbio persiano che potrebbe sembrarvi buffo: ‘Nessuno può grattarti la schiena tranne le tue stesse dita’. Potete ben vedere che sia nella Guerra dei Dodici Giorni che in quella attuale, abbiamo usato solo missili di fabbricazione nazionale”. Lo spirito della sua risposta si allinea con quanto Lavrov aveva ironizzato durante l’estate, affermando che è ” imbarazzante ” sostenere che la Russia abbia armato l’Iran durante il conflitto.
Le altre dichiarazioni di Jalali sul conflitto riguardavano la posizione del suo Paese, secondo cui gli Stati Uniti hanno disatteso l’accordo con l’Iran per porre fine alla guerra, il nuovo status giuridico dello stretto deve essere rispettato e l’acquisizione pianificata da parte dell’Arabia Saudita di F-35 non le garantirà la sicurezza, che potrà essere assicurata solo da un nuovo sistema di sicurezza regionale . Ha poi risposto in modo significativo “assolutamente no” alla domanda se il Patto della Mecca possa contribuire alla formazione di un tale sistema, aggiungendo che le potenze non regionali dovrebbero plasmare la sicurezza delle proprie regioni.
Dall’intervista di Jalali si possono trarre tre conclusioni. In primo luogo, i legami russo-iraniani rimangono solidi, ma non si tratta di un’alleanza militare, contrariamente a quanto affermato da alcuni, sia amici che nemici. In secondo luogo, la responsabilità di perpetuare le ostilità regionali è da attribuire agli Stati Uniti, a causa della presunta volubilità di Trump, e non all’Iran. Infine, l’acquisizione pianificata da parte dell’Arabia Saudita di armi avanzate dagli Stati Uniti e il recente Patto della Mecca rappresentano una minaccia per la sicurezza iraniana, con la conseguente implicazione di una destabilizzazione della regione.
L’ultima parte relativa al Patto della Mecca è probabilmente la più significativa, a causa delle speranze di alcuni che la NATO islamica che ne deriverebbe possa diventare un polo d’influenza indipendente nel nascente ordine mondiale multipolare, in grado di collaborare con l’Iran e contribuire così a stabilizzare l’Asia occidentale. Sebbene Jalali non l’abbia esplicitamente descritta come una minaccia, ha affermato in modo inquietante che “la presenza di potenze non regionali ha portato alla situazione attuale”, alludendo così alla preoccupazione dell’Iran che ciò possa un giorno innescare un conflitto regionale.
Era privo di sostanza e non affrontava il problema principale, ovvero il potere di veto di fatto degli Stati Uniti su importanti accordi tra Pakistan e Russia, come quello energetico di cui si discute dal 2022.
Il direttore di Sputnik International, Dimitri Simes Jr., ha recentemente intervistato il Ministro dell’Energia pakistano Sardar Awais Ahmad Khan Leghari, che è anche co-presidente della Commissione intergovernativa Pakistan-Russia. Leghari ha esordito ribadendo la politica del Primo Ministro Shehbaz Sharif, secondo cui la Russia è un partner prioritario per il Pakistan, ma ha lamentato il basso livello degli scambi commerciali bilaterali, inferiori a 400 milioni di dollari. Ha quindi suggerito che è necessaria una maggiore connettività tra i due Paesi per liberare appieno il loro potenziale economico.
La successiva domanda di Simes Jr. sul Trattato sulle acque dell’Indo, sospeso dall’India in seguito al coinvolgimento del Pakistan nell’attentato terroristico di Pahalgam del 2025, ha spinto Leghari ad accusare l’India di “terrorismo”, senza che Simes Jr. replicasse, nonostante l’India sia ufficialmente un partner strategico “speciale e privilegiato” della Russia. La conversazione si è poi spostata sull’invito di Leghari alla Russia a partecipare a progetti idroelettrici e sulla ripetizione della proposta del suo governo di rilanciare il progetto delle acciaierie pakistane, risalenti all’epoca sovietica.
Nella parte successiva, Simes Jr. ha chiesto a Leghari informazioni sulla partecipazione del Pakistan al Corridoio di Trasporto Nord-Sud tra Russia e India, attraverso l’Iran. Leghari ha descritto il progetto come un mezzo promettente per incrementare gli scambi commerciali bilaterali. Tuttavia, è stato di fatto sospeso a causa della Terza Guerra del Golfo, così come la proposta, altrettanto promettente, di una ferrovia trans-afghana, a causa delle ostilità bilaterali. Quest’ultima, inoltre, rende superflua la successiva domanda di Simes Jr. sulla proposta di una ferrovia Minsk-Mosca-Karachi.
L’intervista si è conclusa con Leghari che ha elogiato il ruolo di Sputnik nel migliorare i rapporti tra i popoli ed ha espresso la speranza che vengano organizzati altri eventi per unire le popolazioni dei due Paesi. Riflettendo sull’intervista, ha volutamente omesso di confermare qualsiasi accordo per migliorare il commercio bilaterale, e le due vie di collegamento terrestri che potrebbero facilitare tale processo sono di fatto sospese. L’unico aspetto degno di nota è che ha accusato l’India di “terrorismo” su uno dei principali organi di informazione russi, senza subire alcuna reazione.
Il motivo per cui l’intervista di Leghari è risultata priva di sostanza è probabilmente da attribuire all’influenza che gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, hanno esercitato sulle sue politiche sin dal colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, ora in carcere con accuse pretestuose e di natura politica. Il ministro delle Finanze pakistano ha inoltre dichiarato il mese scorso una sorta di riorientamento finanziario filo-americano , riducendo così la probabilità che il Pakistan scelga aziende russe anziché statunitensi per gli appalti di maggiore entità.
L’ovvietà della suddetta osservazione potrebbe anche spiegare perché Simes Jr. abbia ostinatamente evitato di chiedere a Leghari informazioni sulle prospettive di conclusione del grande accordo petrolifero tra i due Paesi , di cui si discute dal 2022, nonostante Leghari, in qualità di Ministro dell’Energia, fosse la persona più informata sull’argomento. L’intervista è stata chiaramente strutturata in modo da enfatizzare l’importanza dei grandi accordi tra Pakistan e Russia, senza però affrontare il problema principale, ovvero il potere di veto di fatto degli Stati Uniti su tali accordi.
Comunque sia, e a prescindere dal fatto che Leghari abbia ingannato Simes Jr. sulla sincerità del suo governo nel concludere importanti accordi con la Russia, è comunque uno sviluppo positivo il fatto che abbia parlato in termini così lusinghieri delle relazioni con la Russia. Quanto meno, la sua intervista contribuisce a migliorare la percezione reciproca tra coloro che l’hanno vista o almeno ne hanno letto, e si spera che un giorno il Pakistan abbia il coraggio di sfidare gli Stati Uniti per raggiungere l’accordo energetico di lunga data con la Russia.
La loro complessa interdipendenza reciproca riduce i rischi di una spaccatura geopolitica, poiché ora ciascuna fa molto affidamento sull’altra per promuovere i propri interessi strategici, visto che la Turchia è il ponte energetico dell’Azerbaigian verso l’UE e l’Azerbaigian è il ponte logistico militare della Turchia verso l’Asia centrale.
Le comunità azere e turche su X sono state recentemente al centro di accesi dibattiti, nonostante la famosa autodefinizione dei rispettivi governi secondo cui le loro relazioni bilaterali sarebbero “una nazione, due stati”. Due questioni dominano questi dibattiti, che a loro volta hanno portato ad altre due problematiche che stanno emergendo sempre più frequentemente nelle loro dispute online. La prima riguarda la nuova politica azera in materia di uniformi scolastiche, interpretata da alcuni amministratori scolastici come un divieto dell’hijab, dopo la diffusione di filmati che mostravano alcune ragazze rimandate a casa per averlo indossato.
Poco prima della sua entrata in vigore, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato i divieti sull’hijab imposti da non meglio specificati Stati, definendoli una forma di “islamofobia” nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite . Il suo omologo azero, Ilham Aliyev, ha poi tenuto un discorso la scorsa settimana all’ottavo congresso del suo partito, che molti turchi hanno interpretato come un velato attacco al loro Paese. Ha affermato che nessuno ha aiutato l’Azerbaigian nel Karabakh.Il conflitto , le armi sono state vendute a prezzo di mercato o superiore e i media stranieri in lingua azera si stanno intromettendo.
Molti turchi ritengono che Aliyev stia riscrivendo la storia per cancellare il sostegno del loro paese all’Azerbaigian contro il comune nemico armeno, sostegno che si è concretizzato in addestramenti congiunti in conformità con gli standard NATO e nella vendita dei droni Bayraktar, considerata da molti una svolta decisiva. Alcuni media turchi finanziati con fondi pubblici, come TRT, trasmettono anche in lingua azera. La conseguente faida online tra questi fratelli turchi ha assunto dimensioni nazionalistiche, settarie e geopolitiche.
Hanno inoltre dato origine a dibattiti su altre due questioni correlate, vale a dire gli strettissimi legami dell’Azerbaigian con Israele, il nuovo nemico della Turchia, nonostante il loro rapporto “una nazione, due stati”, e l’ascesa dell’Azerbaigian a potenza di medio livello dopo la vittoria nel conflitto del Karabakh. Questi argomenti hanno portato alcuni turchi a ipotizzare che Israele stia influenzando negativamente l’Azerbaigian e a sostenere che Aliyev sia diventato arrogante, come dimostrato da quella che considerano l’estrema ingratitudine nei confronti della Turchia nel suo recente discorso.
Da parte loro, alcuni azeri ritengono che la Turchia si stia comportando in modo molto paternalistico nei confronti del loro paese, il che sottintende intenzioni egemoniche, e temono inoltre che le sue reti di soft power possano essere utilizzate come arma nel tentativo di islamizzare gradualmente la loro società storicamente laica per ragioni ideologiche. Diversi stati stranieri trarrebbero vantaggio dall’ipotetica fine della fratellanza azero-turca, ma è improbabile che le crescenti dispute online tra le loro società portino a una spaccatura geopolitica.
Le esportazioni energetiche dell’Azerbaigian verso l’UE transitano attraverso la Turchia, mentre l’Azerbaigian è lo stato di transito insostituibile della ” Via Trump per la pace e la prosperità internazionali “, che serve al duplice scopo di corridoio logistico militare NATO a guida turca verso l’Asia centrale lungo l’intera periferia meridionale della Russia. Entrambi i paesi sono inoltre membri dell'”Organizzazione degli Stati Turchi” a guida Ankara, che comprende i loro connazionali dell’Asia centrale ed è considerata lo strumento istituzionale per erodere gradualmente l’influenza russa nella regione.
Questa complessa interdipendenza reciproca riduce i rischi di una spaccatura geopolitica, poiché ora entrambi i Paesi dipendono fortemente l’uno dall’altro per promuovere i propri interessi strategici, visto che la Turchia rappresenta il ponte energetico dell’Azerbaigian verso l’UE e l’Azerbaigian il ponte logistico militare della Turchia verso l’Asia centrale. La percezione reciproca è stata danneggiata dalla loro aspra faida online, che potrebbe lasciare un segno indelebile; per questo motivo, i loro leader potrebbero presto organizzare un servizio fotografico o quantomeno una videoconferenza per limitare i danni.
La sopravvivenza dell’Etiopia è indispensabile per la sicurezza di Israele, poiché lo sfruttamento da parte dell’Egitto delle ricchezze naturali di un’Etiopia “balcanizzata” – che potrebbe verificarsi a seguito della guerra ibrida che l’Egitto sta orchestrando contro l’Etiopia – potrebbe alla fine consentire all’Egitto di diventare (ancora una volta) una minaccia esistenziale per Israele.
I leader di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si sono impegnati a rafforzare in modo globale le loro relazioni, anche attraverso un coordinamento quadrilaterale nella regione più ampia, nella Dichiarazione congiunta di El-Alamein che hanno firmato al termine del loro ultimo vertice. Questo passo viene ampiamente interpretato come una mossa diretta contro l’Etiopia dopo che le forze federali hanno ripreso il controllo della capitale della regione ribelle del Tigray nel secondo conflitto del nord appena scoppiato e che Addis Abeba ha accusato Egitto, Sudan ed Eritrea di aver scatenato tramite i propri proxy.
Anche l’Etiopia e l’Eritrea hanno interrotto le relazioni diplomatiche, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha espresso preoccupazione per l’escalation delle tensioni militari tra i due paesi, e notizie non confermate hanno appena iniziato a circolare sui social media, secondo cui le forze eritree starebbero invadendo le restanti regioni del Tigray ancora controllate dai ribelli. Alla luce di questi sviluppi, alcuni etiopi hanno chiesto alle forze federali di «tagliare la testa al serpente» rovesciando il leader eritreo, al potere da tre decenni, a causa del sostegno offerto dal suo Stato alla nuova alleanza ribelle.
L’Etiopia ritiene che l’Egitto stia armando, finanziando e organizzando la guerra ibrida dell’Eritrea contro di essa, che potrebbe includere anche un coinvolgimento più diretto da parte del Sudan e della Somalia. Il Sudan accusa l’Etiopia di sostenere i ribelli delle RSF, cosa che Addis Abeba ha sempre negato, mentre la Somalia mal vede il protocollo d’intesa del 2024 che l’Etiopia ha firmato con il Somaliland, indipendente de facto, sul quale Mogadiscio continua a rivendicare la sovranità. L’Egitto è il loro principale sostenitore militare, e le sue ~1.000–15.000 truppe in Somalia potrebbero, ipoteticamente, rappresentare una minaccia anche per l’Etiopia.
Il terreno è quindi pronto per una guerra regionale, nella quale potrebbero essere coinvolti anche gli stretti partner dell’Etiopia, gli Emirati Arabi Uniti e Israele, sia a sostegno dell’Etiopia che del Somaliland, qualora anche quest’ultimo fosse minacciato. A differenza dell’alleanza quadrilaterale non ufficiale che si è recentemente consolidata in Egitto, basata su quella trilaterale della fine del 2024 che il Cairo aveva stretto con l’Eritrea e la Somalia, non è stata ancora istituita alcuna piattaforma di coordinamento tra Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Israele e Somaliland, sebbene non si possa escludere che ne venga creata una in futuro.
Israele è l’unico Stato a riconoscere il Somaliland, cosa che questo articolo qui attribuisce in parte alla sua rivalità con la Turchia, la cui influenza in Somalia rivaleggia con quella dell’Egitto. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno investito nelle infrastrutture di connettività del Somaliland, che alcuni sospettano vengano utilizzate per rifornire di armi le RSF attraverso l’Etiopia (e da lì, in alcuni casi, attraverso il Sud Sudan), nonostante le smentite di tutte le parti coinvolte. L’ipotetica sconfitta dell’Etiopia e la conseguente «balcanizzazione» potrebbero inoltre trasformare l’Egitto in una superpotenza araba, a discapito degli interessi strategici di Israele e degli Emirati Arabi Uniti.
È quindi nel loro interesse scongiurare tale scenario; di conseguenza, è probabile che intervengano in misura non ben definita nel caso in cui la nuova alleanza egiziana, ora ampliata e che include in modo significativo le Forze Armate sudanesi, temprate dalle battaglie, scatenasse una guerra totale contro l’Etiopia. La sopravvivenza dell’Etiopia è indispensabile per la sicurezza di Israele, poiché lo sfruttamento da parte dell’Egitto delle ricchezze di risorse naturali di un’Etiopia «balcanizzata» potrebbe alla fine consentirgli di diventare (ancora una volta) una minaccia esistenziale per Israele.
L’intera regione si trova quindi sull’orlo di una guerra su vasta scala che, nel peggiore dei casi, potrebbe riaccendere le ostilità tra Egitto e Israele, per non parlare della distruzione delle vite degli oltre 150 milioni di persone del Corno d’Africa, se non si troverà presto una soluzione diplomatica. La corsa al potere dell’Egitto per ottenere lo status di superpotenza araba – che si aspetta di ottenere dopo quella che ritiene sarà l’inevitabile «balcanizzazione» dell’Etiopia, causata dalla grande guerra che l’Egitto sta orchestrando – è responsabile di tutti gli orrori che potrebbero verificarsi a breve.
Finché il Pakistan non darà credito infondato alla notizia secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, una situazione che il suo alleato statunitense potrebbe sfruttare per convincere il Pakistan ad armare l’Ucraina “per vendetta”, allora i loro legami dovrebbero rimanere saldi, anche se dovessero raffreddarsi presto.
Durante l’ottava riunione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutesi lunedì e avviate dieci anni fa, Russia e Pakistan hanno espresso opinioni diametralmente opposte sulla situazione dei talebani in Afghanistan. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha descritto il ritorno al potere dei talebani cinque anni fa come una “liberazione”, ha elogiato la loro “buona” gestione del Paese, ha lodato il graduale sviluppo economico nonostante le difficoltà, ha celebrato la guerra alla droga e ha lodato le capacità antiterrorismo del Paese.
Approfondendo quanto detto finora, ha affermato che “le forze di sicurezza afghane stanno conducendo una lotta senza compromessi contro l’ISIS e altri gruppi terroristici”, eliminando “centinaia di militanti” e “sventando” “numerosi attacchi terroristici di alto profilo”. Lavrov ha poi dichiarato che “è importante sottolineare che contribuire a rafforzare le capacità antiterrorismo di Kabul fornendo assistenza materiale e specialistica e mantenendo i contatti tra i servizi di intelligence e le forze dell’ordine è nell’interesse di tutti noi”.
Nell’ultima parte del suo intervento, ha “ribadito che il dispiegamento di infrastrutture militari della NATO in Afghanistan e nei paesi limitrofi, con qualsiasi pretesto, è categoricamente inaccettabile”. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza, Sergey Shoigu, aveva già messo in guardia in merito in un articolo dell’agosto 2025 , in cui metteva in guardia anche sul trasferimento di terroristi in Afghanistan, e successivamente, a maggio, lui e il Ministro della Difesa Andrey Belousov hanno sollevato la questione in occasione di due eventi separati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). L’insinuazione è che il Pakistan stia agevolando questo processo.
Lo stesso vale per l’avvertimento lanciato da Lavrov a luglio, secondo cui armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan. Il Pakistan è l’unico Stato attraverso il quale tutto questo materiale potrebbe realisticamente transitare. Il rappresentante speciale pakistano per l’Afghanistan, Mohammad Sadiq, ha espresso un’opinione completamente diversa . Ha messo in dubbio che i talebani abbiano realmente aiutato i cittadini afghani comuni e risposto alle legittime preoccupazioni dei Paesi vicini, prima di condannarli come un “regime” e accusarli di legami con diversi gruppi terroristici.
Tra questi figurano gruppi anti-pakistani, l’ETIM anti-cinese, l’ISIS-K e al-Qaeda. Sadiq ha poi difeso la campagna di attacchi del Pakistan, iniziata a febbraio e proseguita fino ad ora, contro quelli che ha definito obiettivi legati al terrorismo. A tal proposito, il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi ha accusato il Pakistan di collusione con l’ISIS-K e con ex militari del governo afghano sostenuto dall’Occidente e rovesciato dai talebani, i quali, a suo dire, avrebbero tentato senza successo di infiltrarsi oltre confine nel tentativo di destabilizzare il Paese.
La valutazione della minaccia latente che la Russia attribuisce al Pakistan, fortemente implicita e descritta in precedenza, coincide con quella esplicitamente dichiarata dai talebani. Il Pakistan potrebbe quindi presto dare credito alla recente notizia secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, a causa di divergenze tra i due Paesi. La Russia non è parte di alcuna presunta guerra per procura condotta dall’India contro il Pakistan tramite i talebani, né lo è il suo alleato Bielorussia, ma gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, potrebbero sfruttare questa falsa affermazione per convincerlo ad armare l’Ucraina “per vendetta”.
Nel 2025, l’ambasciatore russo in Pakistan ha smentito le precedenti notizie in tal senso , mantenendo così sulla buona strada il riavvicinamento faticosamente conquistato negli ultimi anni. Tuttavia, questo potrebbe rapidamente crollare se il Cremlino ottenesse prove del fatto che il Pakistan stia armando l’Ucraina. Finché il Pakistan non intensificherà le divergenze con la Russia sulla questione afghana, i loro legami dovrebbero rimanere saldi, anche se dovessero raffreddarsi in futuro, come sta già accadendo tra alcuni pakistani su X che hanno iniziato a criticare e persino a insultare la Russia.
La Russia potrebbe mostrarsi riluttante a vendere equipaggiamento letale ai talebani nel contesto della sua guerra non dichiarata in corso con il Pakistan, nonostante la minaccia rappresentata dall’ISIS-K per l’Afghanistan, per il timore che tale equipaggiamento possa essere utilizzato in quel conflitto a scapito del riavvicinamento russo-pakistano, faticosamente raggiunto negli ultimi anni.
Il Ministero della Difesa afghano ha confermato nel fine settimana che una delegazione di alto livello del proprio Paese ha partecipato alle recenti esercitazioni militari su larga scala “Center-2026” organizzate dalla Russia. Le esercitazioni si sono concentrate sulla guerra di ultima generazione, con particolare attenzione ai droni e ad altre apparecchiature automatizzate. Putin si era recato in precedenza sul luogo dell’evento per osservare queste esercitazioni. News18 India, uno dei principali organi di informazione del Paese, in un articolo sulla partecipazione dell’Afghanistan a queste esercitazioni si è chiesto se ciò fosse inteso come un messaggio rivolto al Pakistan.
Questo sviluppo fa seguito a una notizia non confermata secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto da parte dei talebani di droni bielorussi con l’approvazione della Russia, diversi mesi dopo l’accordo tecnico-militare russo-afgano che, ufficialmente, riguarda solo la riparazione di attrezzature di fabbricazione russa. Qualunque sia la verità, il Pakistan sta certamente osservando con grande attenzione l’espansione dei legami militari e di sicurezza tra Russia e Afghanistan, data la sua guerra non dichiarata in corso con l’Afghanistan, che recentemente si è intensificata dopo una tregua durata diversi mesi.
L’ipotesi che i talebani dispieghino sofisticati droni russi e altre attrezzature potrebbe aumentare i danni inflitti al Pakistan e forse spingere quest’ultimo a intensificare la propria campagna di attacchi. Riguardo a tale possibilità, uno dei motivi alla base della decisione della Russia, lo scorso anno, di diventare il primo Paese a riconoscere il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan è stata probabilmente quella di coordinarsi più strettamente contro l’ISIS-K, le cui reclute straniere e attrezzature militari possono realisticamente entrare nel Paese solo dal Pakistan.
Non è quindi impossibile che i talebani possano ricevere dalla Russia droni e altre attrezzature a fini antiterroristici – se non l’hanno già fatto – per poi utilizzarle invece contro il Pakistan. Questo potrebbe essere un mezzo attraverso il quale il gruppo cerca di riequilibrare la propria asimmetria militare rispetto al Pakistan, ma potrebbe ritorcersi contro di loro, come avvertito in precedenza, se il Pakistan intensificasse la propria campagna di attacchi in risposta. In ogni caso, il punto saliente è che la cooperazione militare russo-afghana, visibilmente più stretta, suggerisce che questo scenario non sia impossibile.
Per essere chiari, la Russia non ha alcun interesse a condurre una guerra per procura contro il Pakistan attraverso i talebani, e sarebbe un tradimento della loro fiducia se il gruppo utilizzasse equipaggiamento militare fornito dalla Russia contro il Pakistan e/o ne trasferisse parte ai propri alleati dei “talebani pakistani” (TTP). Questo perché la Russia è sinceramente intenzionata a rafforzare i legami con il Pakistan e, in particolare, a concludere un giorno il loro importante accordo petrolifero di cui si discute da tempo, nonostante il Pakistan, secondo quanto riferito, stia fornendo armi all’Ucraina (cosa che l’ambasciatore russo ha successivamente smentito).
Ciononostante, il Pakistan potrebbe essere indotto dal proprio protettore americano a considerare l’ipotetico utilizzo da parte dei talebani di droni russi e altre attrezzature contro di esso e/o il loro trasferimento al TTP come parte di un complotto russo-indiano, compromettendo così il riavvicinamento faticosamente conquistato negli ultimi anni. La Russia è probabilmente consapevole di questa possibilità e potrebbe quindi procedere con estrema cautela nella sua nuova cooperazione tecnico-militare con l’Afghanistan, al fine di ridurre il rischio che si verifichi questo scenario preoccupante.
Comunque sia, i talebani hanno bisogno almeno di droni di sorveglianza per potenziare le proprie capacità contro l’ISIS-K, quindi potrebbero presto riceverli, se ciò non è già avvenuto, poiché la Russia non rischierebbe una rottura dei rapporti con il Pakistan qualora tali droni venissero utilizzati contro le sue forze. Se però la Russia vendesse armi letali ai talebani nel pieno della loro guerra con il Pakistan, ciò indicherebbe che la Russia ritiene la minaccia rappresentata dall’ISIS-K sufficientemente grave da mettere a rischio i propri rapporti con il Pakistan, qualora i talebani le utilizzassero contro di esso.
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Ancora una volta, subito dopo il nostro ultimo report sull’attacco dei droni russi Geran-4 al ponte Pivdennyi (Ponte Sud) di Kiev, la Russia ha colpito oggi il ponte Nord:
Inizialmente si era ipotizzato che la munizione utilizzata fosse un missile Banderol, ma a giudicare dal filmato sembra che si muova troppo lentamente e che si tratti probabilmente di un grosso drone.
Questo ponte, tuttavia, non presenta lo stesso tipo di cavi di sostegno di quello meridionale, e il drone sembra aver preso di mira intenzionalmente la carreggiata stessa.
Sono circolate foto di quello che si presume essere lo stesso Ponte Nord in costruzione durante l’era sovietica, per darci un’idea della sua sezione trasversale rinforzata:
Sembra improbabile che un drone possa distruggerlo semplicemente colpendo la superficie stradale, ma una visita quotidiana di droni potrebbe certamente rendere il ponte inutilizzabile a tempo indeterminato, mantenendolo costantemente chiuso e in fase di costruzione.
Le autorità ucraine hanno già annunciato che, a titolo precauzionale, verranno costruiti una serie di ponti galleggianti per attraversare il fiume.
A partire dalla prossima settimana, Kiev prevede di avviare la costruzione di diversi ponti di riserva sul Dnepr. Si sta valutando anche la possibilità di costruire in futuro un tunnel sotto il fiume.
Lo ha dichiarato Mykola Kalashnik, Ministro della Ricostruzione, delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’Ucraina, in un’intervista a Suspilny.
I pontoni limiterebbero enormemente il flusso del traffico e, sebbene siano facili da sostituire in caso di danni, una visita periodica dei droni dovrebbe tenerli fuori servizio a tempo indeterminato. La ragione principale addotta dalla Russia per colpire i ponti è quella di bloccare i trasferimenti militari attraverso le rive, che rallenterebbero drasticamente se fossero costretti a utilizzare solo pontoni insieme al traffico civile.
È interessante notare che un’unità russa ha diffuso un video in soggettiva del drone che ieri ha colpito il ponte sud:
Attacchi condotti dall’unità “Geran” della 50ª Brigata separata di truppe aviotrasportate “Varyag” contro i cavi di sostegno del Ponte Sud di Kiev negli ultimi due giorni.
La solita schiera di commentatori occidentali ha mostrato ancora una volta la sua totale ipocrisia, scandalizzandosi per gli ultimi successi dopo aver festeggiato il crollo del ponte di Kerch:
Allo stesso modo, anche i media occidentali sono rimasti scioccati dal fatto che la Russia potesse potenzialmente usare contro l’Ucraina le sue consolidate pratiche:
L’articolo sopra riportato lamenta che il primo ponte è stato colpito mentre un treno della metropolitana lo stava attraversando:
Il primo attacco al ponte sud, avvenuto giovedì, si è verificato mentre un treno della metropolitana stava attraversando il ponte.
È interessante, visto che una delle immagini più celebrate del grande “successo” dell’Ucraina contro il ponte di Kerch era quella di un treno civile russo in fiamme, distrutto durante l’attacco:
Senza contare i civili morti durante ciascuno degli attacchi ucraini contro Kerch.
Ma veniamo al dunque. L’aspetto più intrigante degli attacchi è che la Russia sembra aver scelto strategicamente di iniziare a disattivare i ponti a sud e a nord, lasciando per ora intatti quelli centrali:
È come eliminare il primo e l’ultimo veicolo di una colonna per intrappolare i rimanenti al centro di una carreggiata stretta. La Russia sta forse cercando di convogliare tutti verso i ponti centrali, neutralizzando i due più importanti tra quelli esterni? Condividete le vostre riflessioni sulla possibile strategia in atto.
Dopo i primi attacchi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è precipitato a Kiev in treno, in quella che sembrava una missione di contenimento dei danni per rassicurare gli ucraini e il mondo intero sull’arrivo degli aiuti. In modo umiliante, ha iniziato a implorare la Russia per un cessate il fuoco, ben consapevole di ciò che attende ora l’Ucraina, visto che Putin sembra aver tolto ogni freno inibitorio.
Oh, ora sei pronto per i “colloqui”.
Va notato che, in seguito agli attacchi, il Ministero degli Esteri russo ha nuovamente avvertito tutte le missioni straniere di lasciare l’Ucraina, data la natura dell’escalation degli attacchi russi. All’unisono, le delegazioni globaliste hanno letto il loro copione prestabilito sui social media, giurando “coraggiosamente” e con audacia di rimanere a Kiev:
Sempre gli stessi mantra preconfezionati.
Dimostrando una sorprendente mancanza di autoconsapevolezza, lo stesso terrorista del ponte di Kerch ha annunciato che la Russia sta ora commettendo “terrorismo” tagliando i ponti a Kiev:
In precedenza, Zelensky affermava che la Russia voleva costringere la popolazione ad abbandonare Kiev. Questo lo spaventava particolarmente, viste le sue famigerate precedenti dichiarazioni secondo cui i civili dovevano essere costretti a rimanere a Kiev perché, se se ne fossero andati, la Russia avrebbe potuto bombardare la città impunemente, sottintendendo in sostanza di aver bisogno dei civili come scudi umani per “difendere” le varie attività militari e politiche a rischio di bombardamento russo.
Per la cronaca, la dichiarazione ufficiale del Ministero della Difesa russo prosegue la linea di giustificazioni secondo cui gli attacchi sarebbero semplicemente una “risposta” alle provocazioni dell’Ucraina:
Il Ministero della Difesa ha annunciato un’intensificazione degli attacchi contro Kiev e altre regioni dell’Ucraina in seguito alla dichiarazione di Zelensky sull’intenzione di incrementare gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe.
Il ministero ha dichiarato che gli attuali attacchi di massa sono una risposta agli attacchi terroristici da parte ucraina. Tra questi, il Ministero della Difesa ha citato gli attacchi ai seggi elettorali durante le elezioni della Duma di Stato, il tentativo di lanciare un massiccio attacco con droni che ha coinvolto oltre 1.600 droni il 19 e 20 settembre, gli attacchi durante il forum economico di San Pietroburgo e l’attacco a Belgorod della scorsa notte. Il Ministero della Difesa ha inoltre affermato che la leadership ucraina è responsabile di queste azioni e che gli attacchi di rappresaglia continueranno e saranno intensificati molte volte.
Detto questo, precisano che questi attacchi “continueranno e saranno intensificati”. Dovremo aspettare per vedere se si tratta di una vera e propria campagna sistematica per neutralizzare i ponti o solo di una deterrenza psicologica per impedire all’Ucraina di tentare ulteriori provocazioni. Dato che un mese o due fa erano trapelate informazioni che preannunciavano una nuova campagna di attacchi contro i ponti di Kiev, possiamo solo supporre che si tratti di un’escalation pianificata da parte della Russia e che la giustificazione di cui sopra sia solo una sorta di mera facciata diplomatica.
Nel frattempo, l’Ucraina continua a combattere il suo più grande fardello: il buco di bilancio che minaccia di annientare la capacità del Paese di proseguire la sua campagna militare. In una recente intervista , Zelensky ha dichiarato che per colmare il divario per il resto del 2026, intende utilizzare i fondi stanziati a partire dal 2027.
Anticipare i prestiti UE e i contratti per i droni del 2027
Zelensky ha spiegato che il governo intende anticipare a inizio gennaio parte degli stanziamenti di credito europei originariamente previsti per il 2027, garantendo così che le aziende nazionali del settore della difesa ricevano in anticipo i capitali necessari per mantenere ininterrotte le linee di produzione.
“Non è stato facile. Abbiamo lavorato con il nostro budget, con i nostri partner, in particolare con l’Unione Europea, e cercheremo anche di utilizzare parzialmente i fondi del prestito per il prossimo anno”, ha detto Zelensky. “Porteremo avanti questo processo verso gennaio e useremo questi soldi per ordinare i droni per gennaio e febbraio 2027. Il mio team è tornato da Bruxelles e ha riferito. Tutto sta funzionando bene. Spero che continui così.” – Fonte
Per contestualizzare la situazione, ricordiamo che Zelensky ha ammesso che il deficit di bilancio del 2026 è stato causato dal fatto di aver anticipato parte del budget della seconda metà del 2026 all’acquisto di droni per la prima metà dello stesso anno. Ora Zelensky intende coprire nuovamente il deficit per i prossimi mesi ricorrendo a prestiti dal bilancio del prossimo anno. È evidente che l’Ucraina si trova in una spirale discendente dal punto di vista del bilancio, costretta a continuare disperatamente a indebitarsi per un futuro sempre più incerto.
Ma ora, secondo alcune fonti, il Politburo dell’UE avrebbe respinto questo piano:
Bruxelles ha respinto la richiesta di Kiev di utilizzare anticipatamente i fondi stanziati per il 2027, affermando che l’Ucraina dovrebbe invece attuare le riforme necessarie per sbloccare i finanziamenti già disponibili per il 2026.
Naturalmente, durante la sua visita d’emergenza a Kiev, Merz portò in dono all’Ucraina il denaro faticosamente guadagnato dai cittadini tedeschi:
Ma è evidente il circolo vizioso tra le misure di contenimento dei danni sempre più disperate adottate dai politici europei per salvare l’Ucraina e il crollo delle loro stesse carriere politiche. Con ogni pacchetto di aiuti concesso all’Ucraina, gli stati corrotti dell’Unione Europea si avvicinano sempre di più al collasso politico e alla rivoluzione populista. Pertanto, questa farsa ha una durata limitata e l’Ucraina non potrà continuare in questo modo all’infinito. È chiaro che la Russia sta lentamente strangolando l’intera UE con il cordone ombelicale del suo aborto nato morto, il Proxy 404.
Ora Zelensky ha annunciato che la Russia ha accumulato oltre 700 missili Iskander e che presto scatenerà l’inferno su Kiev:
Ciò è vero, dato che la Russia ha ridotto l’utilizzo degli Iskander nell’ultimo mese, chiaramente in preparazione di una campagna invernale su larga scala.
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Passiamo ora a un ultimo argomento importante.
Considerato che la Russia inasprirà presto le tensioni e Zelensky promette di “rispondere” per le rime, ecco alcuni nuovi sviluppi che garantiranno che le future campagne di attacco dell’Ucraina causino danni progressivamente minori.
Innanzitutto, ricordiamo che la Russia è stata a lungo criticata per la lentezza con cui ha proceduto allo sviluppo di hangar per aerei nella maggior parte delle sue basi aeree. Ora, nell’ultimo anno, la Russia ha assistito a un vero e proprio boom nella costruzione di giganteschi hangar praticamente in tutte le sue basi più importanti. Ecco alcuni esempi degli ultimi aggiornamenti:
Aeroporto di Ramenskoye nella regione sud-orientale di Mosca ( clicca su tutte le immagini per ingrandirle ):
Avanzamento dei lavori di costruzione dei grandi hangar presso l’ aeroporto di Ramenskoye , nella regione di Mosca.
Il primo hangar ha dimensioni di 100x230x33 metri, mentre il secondo misura 90×220 metri.
Nella base aerea di Marinovka, nella regione di Volgograd, sono stati costruiti numerosi hangar di protezione, da cui i velivoli da ricognizione Su-34R e Su-24MR conducono missioni lungo la linea del fronte.
Il ritardo nella costruzione dei rifugi presso questo aeroporto ha provocato un attacco nemico sull’area di parcheggio dei Su-34, allora esposta, nel 2025, con conseguenti perdite e danni ai velivoli.
Base aerea di Lipetsk, non lontano dall’Ucraina:
Il processo di costruzione degli hangar di protezione presso la base aerea di Lipetsk .
In totale, il nemico ha identificato 12 caratteristiche strutture in cemento armato.
Si presume che almeno alcune di esse saranno utilizzate per immagazzinare munizioni e/o droni kamikaze.
Engels, nella regione di Saratov, è una delle basi strategiche più importanti della Russia:
Nuove immagini satellitari della costruzione di 16 hangar per i bombardieri strategici Tupolev Tu-95 e Tu-160presso la base aerea Engels-2 dell’aeronautica militare russa nella regione di Saratov, catturate da satelliti occidentali.
Infine, un recente esempio del successo di tali strutture. Un attacco di droni ucraini ha preso di mira una base russa nella regione di Oryol, anch’essa al confine con l’Ucraina. I droni ucraini hanno colpito i nuovi hangar, lasciando solo qualche graffio e senza riuscire a causare danni significativi.
L’ultimo attacco con droni contro la base per droni vicino al villaggio diTsimbulovo, nella regione di Oryol, ha provocatosolo danni superficiali ai bunker di protezione.
Considerando il costante rafforzamento e ampliamento della base per droni,l’efficacia degli attacchi con droni ucraini contro di essa si stariducendo sempre più rapidamente.
Lo stesso fenomeno si sta verificando anche per le raffinerie, che vengono coperte con reti e altre strutture di cui abbiamo parlato più volte di recente.
Ora la Russia sta addirittura riproponendo tattiche risalenti alla Seconda Guerra Mondiale per proteggere potenzialmente obiettivi fissi come le raffinerie. Bentornati all’era degli aerostati e dei palloni di sbarramento:
Ecco un annuncio relativo a un rapporto russo incentrato sullo sviluppo di dirigibili in Russia per il trasporto di barriere di cavi a protezione di infrastrutture all’interno della Federazione Russa da droni kamikaze di tipo aereo.
Nel complesso, si tratta di un concetto molto interessante e di un approccio piuttosto non convenzionale al contrasto dei droni, che ricorda i cieli degli anni ’40.
È incoraggiante constatare che i dirigibili vengano finalmente considerati come una piattaforma, un potenziale che finora è stato seriamente sottovalutato. I dirigibili possono anche fungere da vettori per sistemi radar, agendo come postazioni fisse di allerta precoce e controllo, e possono trasportare sistemi optoelettronici e acustici, inclusi droni FPV antiaerei e ripetitori aerei.
In generale, c’è ampio margine di innovazione e sviluppo in questo settore.
Alcuni potrebbero obiettare che tali palloni aerostatici rappresenterebbero un facile bersaglio per i droni. Ma bisogna ricordare che i droni a lungo raggio inviati in profondità nel territorio russo per attaccare le raffinerie sono guidati dal GPS e in genere volano verso la loro destinazione seguendo una traiettoria pre-programmata.
Un nuovo video girato dal ponte in Crimea ha inoltre mostrato una vasta gamma di barriere difensive di recente costruzione, erette per impedire il passaggio dei droni navali ucraini:
Il propagandista ucraino Dmitriy Gordon conclude illustrando cosa attende ora Kiev:
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Bob Hickok analizza se la rottura tra Rupert Lowe e Nigel Farage stia aprendo un fronte più radicale nella destra britannica, con Restore Britain che si spinge oltre Reform UK in materia di immigrazione e identità nazionale.
Restore Britain sta iniziando ad acquisire qualcosa che i partiti outsider raramente possiedono all’inizio: un’esistenza che va oltre la personalità del loro fondatore. Rupert Lowe rimane il suo inconfondibile centro, ma settembre ha portato fondi, consiglieri, documenti programmatici, un’organizzazione locale e sondaggi che suggeriscono che il progetto non può più essere considerato semplicemente la conseguenza della sua rottura con Nigel Farage. L’ultimo sviluppo si è verificato il 28 settembre, quando James Bensly, consigliere conservatore di lunga data a Great Yarmouth ed ex membro del gabinetto del consiglio, è passato a Great Yarmouth First/Restore Britain. La sua uscita lascia il Partito Laburista come il partito di maggioranza in consiglio e offre a Lowe un altro rappresentante eletto localmente nel collegio elettorale che già rappresenta a Westminster. All’inizio del mese, i consiglieri di Plymouth Mark Hadfield e Andrew Crumplin, entrambi eletti per Reform UK a maggio, sono passati a Restore Britain, stabilendo una piccola base per il partito nel Sud-Ovest. Il Consiglio comunale di Plymouth ora annovera ufficialmente due consiglieri di Restore Britain. Questi abbandoni restano modesti in termini nazionali, ma indicano la strategia che sta prendendo forma: non un tentativo immediato di costruire una macchina nazionale convenzionale da Westminster verso il basso, ma l’accumulo di consiglieri, sezioni, candidati, attivisti e roccaforti locali accuratamente selezionate. Great Yarmouth è naturalmente il laboratorio. Restore Britain è al tempo stesso il progetto nazionale di Lowe e un esperimento per verificare se un movimento politico costruito in gran parte attraverso i social media possa trasformare l’attenzione digitale in un’organizzazione territoriale duratura.
Riuscirà Lowe a trasformare Restore Britain nella forza in grado di spezzare definitivamente la morsa di Reform UK sulla destra anti-establishment?
Il quadro dei sondaggi è più complesso, ma anche più interessante. Un sondaggio YouGov condotto il 20 e 21 settembre ha attribuito a Restore Britain il 4% a livello nazionale, mentre il Partito Laburista si attestava al 23% e Reform UK e i Conservatori erano a pari merito al 21%. YouGov aveva precedentemente rilevato che il sostegno a Restore era fortemente concentrato tra gli elettori che avevano votato per Reform alle elezioni generali del 2024, con l’immigrazione come principale preoccupazione tra i sostenitori di Restore. Tuttavia, un altro studio MRP condotto da Electoral Calculus e Find Out Now per Restore Britain, con rilevazioni sul campo dal 4 all’11 settembre e un campione di oltre 5.500 adulti, ha prodotto una cifra sostanzialmente più alta, pari al 7%. Tale modello prevedeva la vittoria di Restore in un solo collegio elettorale di Westminster, Great Yarmouth, nonostante la sua maggiore quota di voti a livello nazionale, a dimostrazione della penalizzazione che il sistema maggioritario a turno unico britannico infligge ai partiti minori geograficamente dispersi. Il sistema maggioritario a turno unico prevede che il candidato che riceve il maggior numero di voti in ogni circoscrizione si aggiudichi il seggio, anche senza la maggioranza assoluta, mentre i voti espressi per i candidati perdenti non contribuiscono alla rappresentanza nelle altre circoscrizioni. Questo sistema crea difficoltà ai partiti minori, il cui sostegno è disperso sul territorio nazionale anziché concentrato in specifiche circoscrizioni.
Il rapporto di commissione è importante e pertanto le cifre non dovrebbero essere ridotte a un singolo numero: i sondaggi nazionali indipendenti hanno generalmente collocato Restore in una posizione inferiore, mentre il sondaggio MRP commissionato da Restore ha generato il risultato più favorevole. Lo sviluppo importante non è che Restore si stia improvvisamente avvicinando al governo, perché i sondaggi disponibili non mostrano nulla del genere. Il punto è che ora la Gran Bretagna ha un elettorato misurabile a destra di Reform UK che un anno fa non possedeva un partito organizzato. Ciò cambia la struttura della competizione nella destra britannica. Reform non può più dare per scontato che l’insoddisfazione nei confronti dei Conservatori confluisca automaticamente verso Farage. Ora c’è un altro bacino di elettori per coloro che considerano Reform stesso insufficientemente radicale o insufficientemente disciplinato.
Settembre ha anche chiarito quale direzione intellettualmente ambisce a Restore. Invece di concentrarsi esclusivamente sull’immigrazione, l’organizzazione di Lowe ha iniziato a pubblicare documenti programmatici volti a delineare un piano di governo. Il 25 settembre ha proposto l’abolizione degli interessi, sia accumulati che futuri, sui prestiti studenteschi per i cittadini britannici residenti nel Regno Unito. Il giorno precedente, aveva pubblicato un programma di sicurezza marittima che prevedeva la creazione di un nuovo Comando per le frontiere e la costa del Regno Unito, incaricato di sorvegliare, pattugliare e mettere in sicurezza le acque britanniche. Il 10 settembre è uscito “The Return of Caveat Emptor” , un documento sulla regolamentazione finanziaria che auspica una profonda revisione del sistema di controllo della City di Londra, comprese modifiche agli attuali ruoli della Financial Conduct Authority e della Prudential Regulation Authority. All’inizio del mese, Restore aveva pubblicato la sua ” Filosofia dell’appartenenza nazionale” . Qualunque sia il giudizio sulle singole proposte, la loro funzione politica è chiara: ampliano l’ambito di azione di Restore, andando oltre la singola questione a cui i partiti di destra emergenti sono più facilmente associati. I confini restano centrali, ma il vocabolario in evoluzione unisce immigrazione, cittadinanza, regolamentazione economica, formazione del capitale, istruzione, appartenenza nazionale e autorità statale. Si tratta di un tentativo di rispondere a un problema che ha ripetutamente afflitto i movimenti di protesta britannici: la rabbia può generare un’ondata di proteste, ma un partito che intende sopravvivere deve prima o poi spiegare cosa farebbe con il Tesoro, le università, i mercati finanziari, la guardia costiera, lo stato sociale e l’apparato amministrativo una volta esauriti gli slogan. Restore sta ora cercando di fornire queste risposte.
Nel frattempo, i finanziamenti hanno cominciato ad arrivare. All’inizio di settembre, l’imprenditore tecnologico Simon Galbraith ha donato a Restore Britain 500.000 sterline tramite Cade Hill Investments, in due tranche da 250.000 sterline ciascuna. Per un partito formalmente registrato presso la Commissione Elettorale solo il 20 marzo, si tratta di un’iniezione di capitale significativa, sebbene rimanga ben al di sotto delle reti di donatori multimilionarie a disposizione dei partiti più grandi. Il Times ha poi riportato la notizia di una raccolta fondi di Restore al Caledonian Club di Londra, dove Lowe si è rivolto a potenziali finanziatori e ha discusso della rapida espansione dell’organizzazione. Lo stesso articolo descriveva Restore come vicina ai 100.000 membri e riportava le dichiarazioni di Lowe, secondo cui Elon Musk gli avrebbe offerto un ampio sostegno finanziario, un’offerta che Lowe ha affermato di non aver accettato a causa di preoccupazioni legali relative alle donazioni politiche. Il ruolo di Musk rimane comunque politicamente importante perché la crescita di Restore si è verificata in una simbiosi insolitamente stretta con X. Lowe ha costruito un enorme pubblico digitale sulla piattaforma e le dichiarazioni finanziarie parlamentari esaminate dal Guardian hanno mostrato che i pagamenti provenienti dalla piattaforma stessa sono diventati una considerevole fonte di reddito personale per lui. Anche l’account ufficiale di Restore ha accumulato centinaia di migliaia di follower. Questo crea un modello organizzativo molto diverso dal partito britannico del ventesimo secolo, dove giornali, sindacati, associazioni di circoscrizione e amministrazioni locali costituivano le arterie della mobilitazione politica. Restore sta cercando di muoversi nella direzione opposta: partire da un pubblico di centinaia di migliaia di persone, convertire tale pubblico in membri e donatori, per poi convogliare l’energia risultante verso le circoscrizioni. Se questa struttura possa resistere a una sconfitta elettorale, a disaccordi interni e al noioso lavoro dell’amministrazione locale è una delle domande centrali che circondano il partito.
La linea dura del programma di Restore ha al contempo garantito una forte opposizione. Le denunce presentate questo mese a Prevent, il programma governativo britannico contro l’estremismo progettato per identificare e intervenire quando gli individui sono considerati a rischio di essere coinvolti nel terrorismo, e al Commissario parlamentare per gli standard, hanno preso di mira le dichiarazioni di Lowe riguardanti l’Islam, i musulmani, l’immigrazione e lo sfruttamento sessuale organizzato. I denuncianti hanno sostenuto che la sua retorica ha oltrepassato i limiti accettabili. Lowe ha respinto le denunce e ha affermato di confermare le sue dichiarazioni. Questa controversia si inserisce in un conflitto più ampio su cosa Restore intenda per “appartenenza nazionale”. Il partito pone apertamente la riduzione dell’immigrazione, le deportazioni, l’assimilazione e l’opposizione a quella che definisce “islamizzazione della Gran Bretagna” al centro del suo messaggio, mentre i critici descrivono alcuni elementi del suo programma in termini ben più forti. Il disaccordo non dovrebbe essere mascherato fingendo che le due parti stiano discutendo di lievi aggiustamenti amministrativi. Si discute sulla futura composizione della Gran Bretagna, sugli obblighi che la cittadinanza comporta, sulla possibilità che lo Stato imponga l’assimilazione culturale, sui limiti del pluralismo religioso e su quanto un governo possa spingersi nell’invertire i cambiamenti demografici creati da una precedente politica sull’immigrazione. Il confronto, quindi, va ben oltre Lowe. Coinvolge l’assetto politico consolidatosi nel corso di diversi decenni, sia sotto governi conservatori che laburisti. L’ascesa di Restore è significativa perché tenta di trasformare questioni un tempo in gran parte escluse dal dibattito parlamentare in normali proposte elettorali, mentre i suoi oppositori sono altrettanto determinati a stabilire limiti morali, legali e istituzionali a tale progetto.
Questo pone Restore Britain di fronte alla questione decisiva che si presenta a ogni nuova forza della destra britannica: se diventerà un concorrente di Reform UK, un meccanismo di pressione su di essa, o se finirà per far parte di un più ampio riallineamento politico. Lowe ha già proposto pubblicamente una collaborazione con Farage su aree politiche comuni, ma Farage ha respinto l’apertura e la frattura personale tra i due rimane sostanziale. I loro partiti, tuttavia, attingono a elettorati sovrapposti, in particolare a elettori preoccupati per l’immigrazione, l’identità nazionale, la sfiducia nelle istituzioni e l’operato dei partiti tradizionali. Questa sovrapposizione crea un evidente problema elettorale con il sistema maggioritario a turno unico. Un voto disgregante diviso può indebolire entrambi i partiti nei singoli collegi elettorali, anche quando il loro sostegno combinato è considerevole, e i critici di Restore hanno già iniziato a sottolineare questo pericolo. Eppure, la frammentazione può anche rivelare differenze che prima erano nascoste all’interno di un’unica organizzazione. Reform e Restore non sono identici: Restore sta sviluppando le proprie posizioni su asilo, deportazione, appartenenza nazionale, regolamentazione finanziaria, debito studentesco, pena di morte e altre questioni, cercando al contempo di costruire una cultura organizzativa esplicitamente incentrata su Lowe. Settembre, quindi, sembra meno l’arrivo di un altro gruppo di protesta transitorio e più l’inizio di una contesa per definire la prossima fase della destra anti-establishment britannica. Restore ha a disposizione fondi che prima non aveva, rappresentanti eletti che prima non aveva, documenti programmatici che prima non aveva e un elettorato nazionale piccolo ma misurabile. Se questi elementi si tradurranno in una rappresentanza parlamentare al di là del seggio di Great Yarmouth, di cui Lowe è affiliato, non è possibile stabilirlo dai sondaggi odierni. Quel che si può già affermare è che l’assunto di un unico veicolo politico in grado di monopolizzare il malcontento nella destra britannica è stato smentito.
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Mentre il 2026 volge al termine, tutta l’Europa è preda del panico, consapevole che gli americani intendono abbandonarla a se stessa contro i russi e, peggio ancora, l’una contro l’altra.
Quanto alla lotta contro i russi, questa è la pura realtà: se la manciata di nazioni europee coraggiosamente disposte a combattere iniziasse domani, seriamente, ad allestire le forze e gli equipaggiamenti necessari per una battaglia ad alta intensità del XXI secolo, non sarebbero in grado, in cinque anni, di organizzare, equipaggiare e schierare un esercito di nemmeno 100.000 uomini combattenti effettivi – un numero che verrebbe inghiottito da una guerra per la quale la loro esperienza, addestramento, tattiche, armamenti e logistica sono drammaticamente impreparati.
E anche se riuscissero a radunare una folla eterogenea di 100.000 persone di diverse nazionalità, non sarebbero in grado di posizionare e mantenere un esercito del genere per fare alcunché.
I russi possono colpire qualsiasi obiettivo in Ucraina, in gran parte della Polonia e della Romania, e persino spingersi fino in Germania da Kaliningrad e dalla Bielorussia.
Un esercito europeo non sarebbe autorizzato ad ammassarsi vicino alle forze russe. Verrebbe fatto a pezzi nel tentativo.
Quanto alla potenza aerea europea, è un miraggio.
La presunta potentissima aviazione statunitense ha fatto del suo meglio, lanciando qualche migliaio di missili a lungo raggio contro l’Iran, con un effetto strategico trascurabile. L’Iran non è stato disarmato in modo significativo. Anzi, sembra essere più forte ora di quanto non lo fosse all’inizio della guerra.
Né gli europei, né tantomeno gli europei e gli americani insieme, potrebbero fare qualcosa di significativo contro la Russia, e perderebbero un’enorme quantità di aerei se ci provassero.
Inoltre, gli Stati Uniti non dispongono di una minaccia significativa di attacco a medio raggio paragonabile a quella dimostrata da Russia e Iran. E non ne avranno una per un bel po’ di tempo.
Le difese aeree statunitensi si sono rivelate imbarazzanti in termini di qualità, e neanche lontanamente sufficienti in termini di quantità, anche se fossero state efficaci.
Una guerra su larga scala consuma quantità prodigiose di armamenti.
Chiunque abbia prestato attenzione ha appreso che, contrariamente alle aspettative della stragrande maggioranza delle persone, l’arsenale statunitense di armi artigianali di nicchia e non scalabili non solo ha dato scarsi risultati nei suoi vari ruoli, ma la combinazione delle guerre in Ucraina e in Iran ha ridotto le scorte statunitensi a livelli prossimi alla crisi.
Inoltre, la Marina statunitense fu cacciata dal Mar Rosso dagli yemeniti.
Pensaci.
Sono stati letteralmente cacciati via sotto il fuoco nemico, con i caricatori vuoti. Due gruppi d’attacco di portaerei in successione. Incredibile.
Si tratta senza dubbio di uno degli eventi più sconvolgenti degli ultimi anni di guerra su questo pianeta. La Marina statunitense, per sua stessa ammissione, è rimasta “traumatizzata” dall’esperienza, che secondo diversi ufficiali è stata la battaglia navale americana più intensa dalla Seconda Guerra Mondiale.
Contro gli yemeniti.
Di nuovo… pensateci.
Perché, poco tempo dopo, qualcuno da qualche parte decise: “Beh, questi Houthi sono un osso duro. Proviamo con gli iraniani. L’unica cosa che sanno fare è produrre tappeti.”
E ora, proprio mentre parliamo, due gruppi d’attacco di portaerei si nascondono da qualche parte nelle calme acque profonde del Mar Arabico, ad almeno 1000 km dalla costa iraniana.
Più ci si avvicina, più si trovano i mostri.
Non possono e non faranno nulla di significativo da quella posizione. Si stanno solo nascondendo e aspettando di essere sostituiti.
La distruzione di una nave da guerra della Marina statunitense per mano di iraniani a lungo denigrati e ridicolizzati rappresenta un esito assolutamente inaccettabile per questa guerra. Deve essere evitato a tutti i costi.
Vedete, per una serie di complesse ragioni insite nella peculiare psiche americana, la Marina degli Stati Uniti è la padrona indiscussa dei mari. Perdere una nave da guerra americana per mano di quella che sono predisposti a considerare una razza inferiore sarebbe considerata un’umiliazione intollerabile. Meglio nascondersi per ora e inventare una storia di vittoria a posteriori.
In ogni caso, dovrebbe essere da tempo evidente agli osservatori più attenti che la capacità degli Stati Uniti di intraprendere una guerra su vasta scala in qualsiasi parte del mondo è già compromessa e non può essere ripristinata nemmeno nel medio termine. Molto probabilmente non entro un decennio.
Hanno sprecato tutto. Stati Uniti, NATO e Israele hanno dilapidato mezzo secolo di sviluppo e produzione di armi, e tutto è stato inutile.
Le attrezzature belliche del XX secolo che gli sono rimaste sono semplicemente inadatte alle realtà della guerra del XXI secolo. E comunque non hanno neanche lontanamente abbastanza di nulla per combattere una guerra seria.
Come ripeto incessantemente: non esistono più guerre facili da combattere.
Quindi, sì, credo che gli europei stiano sudando freddo proprio ora. L’impero si sta ritirando rapidamente e, tra non molto, rinuncerà irreversibilmente alla sua capacità di imporre regole, confini e obbedienza al “bene superiore”.
La storia suggerisce che un’Europa in uno scenario del genere non riuscirà a coesistere in modo armonioso. È destinata a degenerare.
Per vostra informazione: nel corso degli anni, diverse persone generose mi hanno onorato con abbonamenti volontari e donazioni a questo blog. Ma non ho mai richiesto un abbonamento a pagamento per leggere i miei articoli. E non lo farò mai. Chiunque potrà sempre leggere tutto ciò che scrivo.
Detto questo, destino tutte le donazioni al Fondo per i viaggi in auto della famiglia Schryver. Grazie a voi, diverse volte all’anno, posso fare il pieno al mio Ford F-350 del 1997, pagare due notti in hotel e una pizza per i ragazzi, oltre a una cena d’asporto per me e mia moglie, cosa per cui vi esprimo la mia sincera gratitudine. Spero che i miei scritti vi siano stati in qualche modo utili e vi abbiano aiutato nella vostra ricerca di una migliore comprensione del nostro folle mondo.
“Se riesci a sconfiggere un nemico strategico senza ricorrere alle truppe statunitensi, hai raggiunto l’apice della professionalità.” – Generale Keith Kellogg
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L’ipotesi
Supponendo che ci sia una certa logica dietro alle azioni degli Stati Uniti su tutti i fronti e che esista una strategia generale, quale potrebbe essere?
Un’ipotesi cupa ma plausibile è che la strategia americana attuale consista nell’“ucrainizzare” l’Europa, in modo che quando gli uomini ucraini si esauriranno, possano essere rimpiazzati dagli europei. Il punto non è copiare ogni misura adottata in Ucraina, ma raggiungere lo stesso risultato: un paese così povero, così strettamente controllato e così isolato dalla Russia grazie alla propaganda da poter essere utilizzato come materiale di prima linea. In Ucraina ciò è stato ottenuto con la terapia d’urto del FMI, la deindustrializzazione e una lunga campagna che ha trasformato il Paese in un progetto anti-russo. In Europa gli strumenti sono diversi: shock energetico, perdita delle materie prime russe a basso costo, pressione fiscale, riarmo della NATO e lo stesso tipo di guerra dell’informazione. Affinché funzioni, la disoccupazione e la disperazione devono aumentare, e deve essere provocata o inventata una qualche forma di attacco da parte della Russia.
Tale preparazione non si limita a un fronte convenzionale. Se portata abbastanza avanti, la stessa traiettoria conduce al dominio nucleare: un’Europa così disperata da inasprire il conflitto e Stati Uniti in grado di rimanere al riparo dalle conseguenze. Negli scontri nucleari, come negli scacchi, l’obiettivo spesso non è portare la partita fino alla fine, ma mettere l’avversario in zugzwang: una posizione in cui ogni mossa possibile peggiora la situazione.
Ola Tunander, in “Dall’escalation orizzontale degli Stati Uniti al predominio dell’escalation russa”, descrive come gli Stati Uniti abbiano raggiunto il “dominio dell’escalation” nella fase finale della Guerra Fredda grazie alla superiorità nei sottomarini d’attacco. Minacciando i sottomarini sovietici che trasportavano i missili nucleari di ritorsione di Mosca, Washington ha minato l’affidabilità della capacità sovietica di secondo colpo — ovvero la capacità di contrattaccare dopo un primo attacco americano. Il problema centrale per i leader sovietici era la “distruzione reciproca assicurata” (MAD): la dottrina secondo cui nessuna delle due parti avrebbe sferrato un primo attacco nucleare perché l’altra sarebbe stata comunque in grado di distruggerla in risposta. Una volta messa in dubbio quella capacità di secondo colpo, la logica della MAD iniziò a sgretolarsi e l’Unione Sovietica fu costretta a fare marcia indietro.
Dal punto di vista dei massimi strateghi militari occidentali, il crollo dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia hanno costituito una vera e propria vittoria militare. La classe politica ha per lo più interpretato il 1991 come la fine di una lotta ideologica, ma coloro che lo hanno visto come un trionfo militare non hanno mai abbandonato il presupposto secondo cui il vincitore conserva il diritto di dettare le condizioni. Il ripristino della sovranità russa da parte di Putin è stato quindi percepito come una violazione di tale privilegio.
Oggi il rapporto si è invertito. La Russia ha recuperato terreno sul fronte dei sottomarini e ha dispiegato missili ipersonici — Avangard, Tsirkon, Kinzhal e Oreshnik — che viaggiano a velocità estreme e sono in grado di manovrare in volo, rendendoli estremamente difficili da intercettare per gli attuali sistemi di difesa statunitensi e della NATO. Il predominio in termini di escalation è passato alla parte russa. Qualsiasi mossa che rischi un’escalation verticale comporta ora una maggiore incertezza per Washington che per Mosca.
Ecco perché è stata elaborata una nuova strategia. Poiché gli Stati Uniti non possono più rischiare di salire da soli la scala dell’escalation, trasferiscono il confronto, con un certo grado di negabilità plausibile, su un proxy: un’Europa dotata di armi nucleari o che condivide tali armi, spinta a una disperazione estrema. Tale disperazione potrebbe insorgere dopo che i missili ipersonici russi avranno distrutto le principali fabbriche d’armi europee, dopo che decine di migliaia di soldati europei saranno stati uccisi in Ucraina e dopo che le forze russe si saranno avvicinate a Kiev o addirittura al confine polacco.
A quel punto è proprio l’Europa a diventare la parte con il più forte incentivo immediato all’escalation, mentre gli Stati Uniti mantengono sia la distanza che la possibilità di negare ogni coinvolgimento. L’Europa non dispone delle risorse militari convenzionali necessarie per mettere in atto autonomamente un’escalation decisiva; le valutazioni dei funzionari della NATO e dei servizi di intelligence europei indicano che è improbabile che si raggiunga una seria prontezza operativa convenzionale contro la Russia prima della prima metà degli anni ’30. In tale impotenza convenzionale, le armi nucleari rischiano di apparire come l’unica “soluzione rapida” disponibile. Il mantra secondo cui le minacce nucleari di Putin sarebbero un «bluff» abbassa la barriera psicologica all’escalation, il che potrebbe spingere Mosca a ricorrere alle armi nucleari per ripristinare la credibilità della propria deterrenza.
Questa logica è coerente con quanto dimostrato da Tunander riguardo al la realtà storica dell’“ombrello nucleare” statunitense.” Ciò non significava che gli Stati Uniti fossero disposti a colpire il territorio russo per salvare i propri alleati della NATO, rischiando così la distruzione delle città americane. L’uso delle armi nucleari tattiche statunitensi era previsto all’interno dell’Europa, contro forze presenti sul suolo europeo, proprio per mantenere geograficamente limitato qualsiasi scontro nucleare. Con la scomparsa del Patto di Varsavia come bersaglio conveniente e la fine del predominio degli Stati Uniti nell’escalation, l’ombrello è di fatto cessato di esistere. In un grave scontro, gli Stati Uniti avrebbero ogni motivo per delegare sia i combattimenti che il rischio nucleare agli europei.
La strategia mira a mettere la Russia in una posizione in cui le uniche alternative siano una ritirata strategica o la distruzione dell’Europa come bersaglio indiretto — una distruzione che avverrebbe al prezzo dei danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al territorio e alle forze russe, mentre il territorio americano rimarrebbe fuori portata. Ci si potrebbe ragionevolmente aspettare che la Russia ceda di fronte a una tale pressione. Tuttavia, questo metodo moltiplica il rischio di una guerra nucleare accidentale.
Ciò pone inoltre la Russia di fronte a un grave dilemma. Sergey Karaganov sostiene apertamente da diversi anni la necessità di un attacco nucleare limitato contro obiettivi europei, al fine di ripristinare il timore delle armi nucleari tra le élite e le popolazioni europee, costringendole così ad abbandonare il loro sostegno alla guerra. Tuttavia, qualsiasi attacco nucleare limitato contro l’Europa abbasserebbe di per sé la soglia per l’uso delle armi nucleari da parte europea contro la Russia, o rischierebbe di innescare un contrattacco immediato. La Russia si troverebbe quindi di fronte a una scelta senza esito ottimale: o tollerare la graduale formazione di un fronte europeo disperato e dotato di armi nucleari, oppure agire tempestivamente e rischiare così proprio quell’escalation che cerca di evitare — ma contro un avversario che è ancora in qualche modo meno potente di quanto diventerebbe se la Russia si astenesse dal colpire.
Il calcolo americano sembra essere che questo dilemma possa essere sfruttato. Aumentando gradualmente il livello di pressione — mantenendo la Russia nella zona di zugzwang senza sfociare in uno scontro nucleare strategico aperto — gli Stati Uniti sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia. Più l’Europa viene posizionata come un fronte nucleare sacrificabile, più acuto diventa il dilemma. L’obiettivo potrebbe essere quello di costringere alla ammissione di sconfitta che molti in Occidente ritengono ancora dovuta dopo il 1991. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo — e il processo decisionale russo — con il grilletto pronto a scattare.
Quello che segue è un’analisi delle motivazioni alla base di questa strategia estremamente pericolosa (e psicopatica) e delle misure economiche, politiche e militari che sembrano volte proprio a creare tali condizioni.
Il movente: l’eccessiva espansione imperiale
Cosa potrebbe spingere una potenza a prendere in considerazione un abbandono e un tradimento così radicali dei propri alleati? La risposta è un sistema che non è più in grado di riprodursi secondo i vecchi schemi e i cui dirigenti sono consapevoli delle conseguenze di un fallimento.
Non si tratta di un “Grande Disegno” elaborato in una stanza piena di fumo da una manciata di cospiratori. È piuttosto il risultato emergente del seguire la via della minore resistenza all’interno di una rete di potere compromessa. Come hanno dimostrato i fascicoli su Epstein, un ambiente sociologico può mantenere i propri segreti non attraverso una cospirazione formale, ma attraverso una vulnerabilità condivisa e un interesse reciproco. Quando carriere, beni e responsabilità legali sono tutti legati allo stesso sistema, la scelta razionale per ciascun attore è quella di proteggere quel sistema a tutti i costi. Il risultato è indistinguibile da un piano generale, ma molto più difficile da confutare.
Per decenni il nucleo occidentale ha vissuto di finanziarizzazione e della delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso costo del lavoro, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l’estrazione di rendite, l’inflazione degli asset e il riciclaggio del risparmio globale attraverso il sistema del dollaro. Il quasi collasso del 2008 ha messo in luce quanto questa struttura fosse arrivata vicina al baratro. Come ha dimostrato Michael Hudson in Uccidere l’ospite, le banche sono state salvate mentre il peso del debito sottostante è rimasto intatto. I tassi di interesse pari a zero e le successive ondate di allentamento quantitativo non hanno ripristinato la capacità produttiva; hanno invece gonfiato bolle ancora più grandi nei mercati azionari, obbligazionari e immobiliari. Gli anni del Covid hanno ripetuto lo stesso schema su scala ancora più ampia. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Ciò che è stato costruito è un sistema più indebitato e fragile.
Allo stesso tempo, i vecchi strumenti di controllo esterno hanno cominciato a perdere efficacia. Il classico Il modello dell’“Economic Hit Man” Il ricorso al debito, alla privatizzazione e alla sottomissione politica non funziona più contro gli Stati che dispongono di alternative. Le sanzioni che avrebbero dovuto ridurre l’economia russa a “stracci” e trasformare il rublo in “macerie” non hanno raggiunto nessuno dei due obiettivi. Anche l’Iran ha resistito. Il progresso tecnologico della Cinain gran parte dei settori cruciali ha messo fine al presupposto di una superiorità occidentale permanente. Gli attori africani e quelli del resto del Sud del mondo si rivolgono sempre più spesso a nuovi partner. La capacità, di lunga data, di mantenere le regioni più deboli in uno stato di sottosviluppo permanente sta venendo meno.
Allo stesso tempo, chi sta al vertice sa bene di avere le mani sporche di sangue — e che un vero e proprio crollo del sistema potrebbe finalmente costringerli a rendere conto delle proprie azioni. I portavoce del Ministero degli Esteri cinese hanno espresso questo concetto con sconcertante franchezza. Nell’agosto 2022 Zhao Lijianha diffuso pubblicamente un meme che di fatto accusava gli Stati Uniti di aver perpetrato gli attentati dell’11 settembre come operazione sotto falsa bandiera — un atto di estrema gravità criminale il cui scopo era quello di mobilitare il sostegno nazionale e internazionale per la serie di guerre e crimini di guerra che ne sono seguiti.
Portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbinha inoltre esortato la comunità internazionale a indagare sui crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti e ad assicurare i responsabili alla giustizia, aggiungendo che la giustizia potrà anche tardare, ma non sarà negata. L’elenco dei reati è lungo: storie di atrocità inventate per ottenere il consenso alla guerra (la testimonianza sulle incubatrici in Kuwait orchestrata da Hill & Knowlton, le accuse di stupri con il Viagra contro la Libia, il dossier sulle armi di distruzione di massa in Iraq), una lunga serie di operazioni di cambio di regime e meccanismi giuridici formali come l’American Service-Members’ Protection Act — popolarmente noto come «Hague Invasion Act» — concepito per proteggere il personale statunitense e alleato dalla Corte penale internazionale. In base ai principi stabiliti a Norimberga, la pianificazione e l’avvio di una guerra di aggressione costituivano il crimine internazionale supremo. Un’élite che ha operato per decenni con impunità quasi totale comprende cosa potrebbe significare per la propria sicurezza un vero e proprio collasso sistemico. La lotta per l’egemonia è una questione esistenziale per chi gestisce il sistema. Quando non rimangono opzioni più sicure, ricorreranno a qualsiasi misura che offra anche solo una minima possibilità di successo.
La cannibalizzazione dei vassalli
La sicurezza dell’Europa è stata a lungo costosa per gli Stati Uniti. Per decenni i due hanno costituito un unico vertice imperiale: il nucleo storico del sistema è rimasto culturalmente e istituzionalmente europeo, mentre la potenza militare e la struttura di comando finanziario si sono progressivamente concentrate negli Stati Uniti. Per decenni l’America ha interpretato il ruolo del partner più forte che tuttavia continuava a mostrare deferenza nei confronti della civiltà europea. Il recente spettacolo offerto dal segretario generale della NATO Mark Rutte, che ha chiamato Trump «papà», mostra quanto sia cambiato quel rapporto — e in quale direzione si muova ora la deferenza.
Quell’assetto sta ora crollando. A Washington hanno preso il sopravvento forze più nazionaliste e meno inclini a idealizzare l’Europa. Il continente non è più considerato un partner alla pari al vertice dell’ordine basato sulle regole, ma una risorsa da cui attingere: economicamente prosciugato, politicamente subordinato e militarmente preparato a fungere da teatro in cui saranno pagati i costi del declino imperiale.
Gli Stati Uniti hanno investito ingenti risorse per potenziare la propria produzione energetica interna al fine di far fronte all’imminente interruzione — o al crollo totale — delle esportazioni di energia dal Golfo Persico. Si sono preparati all’attuale conflitto che essi stessi hanno provocato, in linea con la strategia delineata nel documento del 2009 del think tank militare-industriale Brookings Institution Quale strada per la Persia?. Mentre fingono di cercare una soluzione, continuano a compiere nuove mosse per inasprire la situazione, non da ultimo utilizzando Israele come strumento.
L’Europa dipende ormai dall’energia americana. Che si tratti di una guerra su vasta scala nel Golfo o di una chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz (e potenzialmente anche del Mar Rosso), l’effetto per l’Europa sarebbe lo stesso. Quando la crisi si aggraverà, gli americani saranno nella posizione di dire: «Mi dispiace, ragazzi, ma ora abbiamo bisogno di tutta l’energia per noi stessi». Lo shock energetico che ne deriverebbe accelererebbe l’«ucrainizzazione» dell’Europa — e probabilmente anche del Giappone, delle Filippine e della Corea del Sud — trasformandoli in risorse di prima linea più disperate e controllabili contro il fianco orientale della Russia e contro la Cina.
Non occorre essere un genio per capire cosa… l’esplosione del Nord Streamha a che fare con questo. Biden ha dichiarato esplicitamente che avrebbero fatto saltare in aria il gasdotto se la Russia avesse attaccato l’Ucraina, e Blinken e Nuland hanno festeggiato apertamente quando ciò è avvenuto. Svezia, Danimarca e Germania hanno classificato le loro indagini come riservate, adducendo motivi di sicurezza nazionale e la riservatezza delle indagini preliminari. L’effetto pratico è stato che i risultati non hanno mai dovuto essere condivisi con la Russia — né con qualsiasi altra parte interessata.
Gli Stati Uniti hanno trascorso anni a fare proprio ciò che, secondo una serie di osservatori geostrategici tra i più esperti del Paese, avrebbe portato a un intervento militare russo in Ucraina. Nel 2008, l’allora ambasciatore a Mosca William Burns (in seguito direttore della CIA) inviò un telegramma il cui oggetto recitava ““Nyet” significa “Nyet”.” Ha scritto che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era “la più evidente di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo per Putin)” e ha aggiunto che la Russia era particolarmente preoccupata che le forti divisioni all’interno dell’Ucraina riguardo all’adesione alla NATO “potessero portare a una grave frattura, con episodi di violenza o, nel peggiore dei casi, a una guerra civile. In tal caso, la Russia dovrebbe decidere se intervenire – una decisione che la Russia non vuole trovarsi a dover affrontare”. Un decennio prima George Kennan, l’artefice della politica di contenimento, aveva dichiarato al *New York Times* che l’espansione della NATO era «la più errore fatale della politica americana nell’intero periodo successivo alla fine della Guerra Fredda” e “l’inizio di una nuova guerra fredda.” Stephen Cohene John MearsheimerDa anni veniva lanciato lo stesso monito: spingere l’Ucraina verso la NATO e l’Occidente avrebbe costretto la Russia a una risposta militare. Gli avvertimenti erano chiari, ripetuti e ignorati. Le politiche sono proseguite.
Perché le élite europee agiscono contro i propri interessi nazionali
Quasi tutti gli analisti dei media alternativi rimangono sconcertati dallo spettacolo offerto dai politici europei, che si comportano come se i loro paesi non avessero alcun interesse proprio. La Russia non è solo una superpotenza militare convenzionale — classificata al secondo posto, subito dopo gli Stati Uniti, in valutazioni indipendenti come il Global Firepower Index, e ripetutamente descritta dallo stesso Comandante Supremo Alleato della NATO, Generale Christopher Cavoli, in quanto detiene formidabili capacità multidominio che non sono state sostanzialmente intaccate dalla guerra in Ucraina. È inoltre una potenza nucleare di prim’ordine. La sicurezza a lungo termine e la sopravvivenza economica dell’Europa dipendono dall’accesso all’energia e alle materie prime russe; si tratta di un aspetto che gli industriali tedeschi e alcuni politici più lucidi hanno compreso da tempo. Il fatto che l’attuale leadership europea sembri incapace di riconoscere questa realtà elementare è ciò che continua a stupire gli osservatori al di fuori del mainstream.
Secondo il giornalista di guerra di lunga data Patrik Baab, sia le élite europee che quelle ucraine hanno bisogno che il conflitto in corso continui per salvaguardare la propria sopravvivenza politica e le proprie ambizioni. I leader dell’Europa occidentale che hanno condotto i propri paesi alla guerra e alle sue conseguenze finanziarie non possono ammettere il fallimento senza perdere il potere, e quindi non fanno altro che inasprire ulteriormente la situazione. Alcune élite tedesche, aggiunge, sono inoltre spinte da un persistente desiderio di vendetta per le sconfitte storiche come quella di Stalingrado. Questa è certamente una parte importante della spiegazione. Tuttavia, è difficile credere che un comportamento così autodistruttivo non sia anche il risultato di una consapevole manipolazione americana della politica europea. Le prove a sostegno di un’influenza sistematica degli Stati Uniti sul processo decisionale europeo sono più solide di quanto la maggior parte del discorso politico sia disposta ad ammettere.
Il colonnello Lawrence Wilkerson (ex capo di gabinetto di Colin Powell) descrive come il Gli Stati Uniti hanno sistematicamente orchestrato l’obbedienza politica dell’Europae l’espansione della NATO attraverso operazioni di influenza orchestrate. Dopo la Guerra Fredda, Washington decise che ogni paese europeo — indipendentemente dalle dimensioni, dalle credenziali democratiche o dalla volontà popolare — dovesse aderire alla NATO. Per i paesi che preferivano la neutralità o la cui popolazione si opponeva all’adesione, gli Stati Uniti condussero campagne ispirate alle “rivoluzioni colorate”. Queste prevedevano il coinvolgimento di un insieme di ONG, organizzazioni quasi governative, agenzie ufficiali e visite di alto profilo da parte di senatori e rappresentanti americani, sostenendo deliberatamente le minoranze politiche filo-NATO («tirannie della minoranza») piuttosto che l’opinione della maggioranza. Ciò è riuscito a trascinare nell’alleanza paesi come il Montenegro e l’Albania.
Wilkerson aggiunge che la CIA, l’USAID e gli strumenti correlati sono stati utilizzati per plasmare l’Europa del dopoguerra fredda stessa — formando e promuovendo leader compiacenti, mentre venivano scartati quelli che non corrispondevano al profilo desiderato. Ricorda come identificassero e selezionassero continuamente i politici “di cui avevamo bisogno”, cancellando gli altri dalla lista. I team nazionali e gli ambasciatori sul campo svolgevano questo lavoro, a volte guidati dal Dipartimento di Stato, a volte dalla CIA.
Questo modello di influenza non è una novità. Come ha spiegato il colonnello L. Fletcher Prouty – che per anni ha coordinato il supporto militare alle operazioni clandestine della CIA – in merito al Programma di assistenza militare nel suo libro Il team segreto:
«L’aspetto importante del Programma di Assistenza Militare è che ha introdotto alcune nuove definizioni del ruolo e delle responsabilità delle forze armate della nazione. In un primo momento, queste definizioni sembravano del tutto corrette e servivano a rendere il Programma di Assistenza Militare più significativo agli occhi degli americani. Tuttavia, con il passare degli anni e man mano che l’attività del MAP diventava routine, e poiché queste dottrine iniziali entrarono a far parte del ‘linguaggio militare’ di entrambi i paesi coinvolti — gli Stati Uniti e il paese ospitante —, esse cominciarono a produrre sottili cambiamenti nel ruolo delle forze armate statunitensi. Ciò portò a una forma molto sofisticata di intervento diretto negli affari interni dei quaranta paesi ospitanti e, in alcuni casi, portò direttamente alla separazione delle forze armate di quella nazione dal controllo politico attraverso pratiche che verranno spiegate. In questo senso, le elaborate dichiarazioni di missione dei programmi di sicurezza reciproca costituiscono una copertura ben congegnata. Il programma di assistenza militare diventa il mezzo attraverso il quale la [Squadra Segreta] può, ogni volta che individua o sospetta una «insurrezione sovversiva di ispirazione comunista», accrescere il proprio ruolo nelle forze armate e nelle organizzazioni politiche del paese ospitante fino a quando il problema non sfocia in un’ostilità aperta. Così il «pompiere» diventa colui che appicca gli incendi piuttosto che colui che li spegne.”
Con “Secret Team” Prouty intendeva la rete informale composta da alti funzionari della CIA, personale delle operazioni speciali militari e dai loro alleati nel ramo esecutivo e nel settore privato, che operava con un controllo limitato e utilizzava programmi ufficiali, come l’assistenza militare, come strumenti di intervento segreto. Ciò che descriveva per il Terzo Mondo nell’era della Guerra Fredda presenta chiari parallelismi con il teatro europeo del dopoguerra fredda: la progressiva integrazione delle forze armate nazionali nelle strutture della NATO, il flusso continuo di assistenza e addestramento militare e la graduale separazione di tali forze dal controllo politico puramente nazionale – il tutto sotto la copertura della sicurezza reciproca e della «deterrenza».
Per tenere lontani dal potere i politici che non godevano del favore di Washington venivano utilizzati metodi brutali. Dal Reti “stay-behind” di Gladioche ha creato strutture clandestine sia all’interno della NATO che nei paesi neutrali e ha commesso atti di terrorismo che hanno contribuito a tenere sotto controllo qualsiasi influenza reale della sinistra o dei movimenti sovranisti, attraverso questioni irrisolte o omicidi avvenuti in circostanze sospette di personalità quali Aldo Moro, Olof Palme e Alfred Herrhausen—i leader che hanno minacciato l’ordine atlantico esistente o hanno cercato percorsi economici e di sicurezza più indipendenti—il modello è quello di una pressione selettiva e di un allontanamento. A ciò si aggiungono la confermata sorveglianza da parte della NSA su Angela Merkel e altri leader europei, nonché la più discreta ma persistente selezione del personale attraverso programmi di propaganda su vasta scala, e programmi di socializzazione d’élitecome ad esempio i “Young Global Leaders” del Forum economico mondiale, che hanno collocato figure allineate alla linea atlantista in ministeri chiave, banche centrali e istituzioni dell’UE in tutto il continente. Se si considerano questi strumenti alla luce della lunga storia di opposizione degli Stati Uniti a una vera neutralità europea, emerge il quadro di uno sforzo costante volto a garantire che le élite politiche europee rimangano strutturalmente obbedienti a Washington, anche quando ciò danneggia palesemente gli interessi materiali delle loro stesse popolazioni.
Lo stesso schema che ha preparato l’Ucraina alla mobilitazione totale viene ora applicato all’Europa, solo su scala più ampia e con maggiore sottigliezza. In Ucraina il processo è stato accelerato: la distruzione dell’industria nel Donbas, l’interruzione dei legami energetici e commerciali con la Russia, l’impoverimento sistematico di ampie fasce della popolazione e il mantenimento di uno stato permanente di minaccia esistenziale. Parallelamente alla devastazione materiale si è svolta una purga politica e informativa su vasta scala. I partiti di opposizione favorevoli a qualsiasi forma di normalizzazione con la Russia sono stati sospesi e successivamente messi al bando. I media in lingua russa sono stati limitati o eliminati. La popolazione è stata isolata dalla narrativa dell’avversario. I russi sono stati sistematicamente disumanizzati, in modo che l’idea di negoziare con loro, o anche solo di riconoscerne l’umanità, diventasse politicamente tossica.
L’Europa sta subendo un trattamento più lento ma strutturalmente identico. La distruzione del Nord Stream, il distacco forzato dall’energia e dalle materie prime russe, la conseguente deindustrializzazione (particolarmente evidente nei settori chimico e automobilistico tedeschi), l’impennata dei prezzi dell’energia e la costante erosione dei salari reali stanno producendo le stesse condizioni materiali: aumento della disoccupazione, calo del tenore di vita e un crescente senso che il futuro sia stato cancellato. Allo stesso tempo, una massiccia campagna propagandistica ha trasformato la Russia e i russi in esseri non umani. Le prime pagine dei tabloid (come documentato in analisi dei titoli del quotidiano svedese Expressen) presentano un flusso ininterrotto di demonizzazione. Gli atleti russi, compresi quelli con disabilità, le personalità della cultura russa e persino i gatti russi presenti alle mostre sono stati sottoposti a una punizione collettiva. I media statali russi sono stati banditi in tutta l’Unione Europea, in modo che i cittadini non possano ascoltare l’altra parte esporre le proprie argomentazioni. I partiti politici o le voci che invocano il negoziato o la normalizzazione vengono emarginati, indagati o trattati come minacce alla sicurezza — la stessa logica che ha portato l’Ucraina a vietare undici partiti di opposizione nelle prime settimane dell’invasione russa.
Chi mette in discussione questa narrativa va incontro a concrete conseguenze professionali e personali. Jacques Baud, veterano dei servizi segreti svizzeri e analista residente a Bruxelles, è stato sottoposto a sanzioni dell’UE nel dicembre 2025: i suoi beni sono stati congelati e la sua libertà di movimento limitata, senza processo, per il “reato” di aver offerto analisi in contraddizione con la linea ufficiale. In Svezia, la studiosa di relazioni internazionali Frida Stranne è stata oggetto di una campagna diffamatoria prolungata che l’ha resa praticamente intoccabile nei circoli mediatici e politici. In Norvegia, il professore Glenn Diesen ha dovuto affrontare anni di diffamazioni sistematiche, campagne mediatiche che lo etichettavano come propagandista russo, pressioni sulla sua università affinché lo licenziasse e ripetuti tentativi di annullare le sue apparizioni pubbliche. Il messaggio è inequivocabile: discostarsi dalla narrativa approvata non è una legittima divergenza di opinione, ma una forma di slealtà.
Quando un numero sufficiente di europei si troverà ad affrontare la stessa combinazione di disperazione economica, isolamento informativo e minaccia esterna artificiosamente creata che hanno dovuto affrontare gli ucraini, la soglia politica per mandare gli uomini europei nel tritacarne si abbasserà drasticamente.
Guerra nucleare per procura
Inoltre, questa influenza sul processo decisionale europeo può essere sfruttata proprio per creare la situazione descritta in precedenza: un’Europa dotata di armi nucleari che possa essere utilizzata come prima linea sacrificabile in un confronto con la Russia, mentre gli Stati Uniti mantengono sia la distanza geografica sia una certa possibilità di negare plausibilmente il proprio coinvolgimento.
Nella versione estrema di questa logica, gli Stati europei — sia attraverso le bombe nucleari americane che i piloti europei sono addestrati a sganciare nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare della NATO, sia attraverso una qualche forma di capacità nazionale o europea condivisa — diventano le parti che effettivamente varcano la soglia nucleare. Un attacco sferrato dal territorio nordico o tedesco contro San Pietroburgo o Mosca innescherebbe quasi certamente una risposta russa contro i paesi che lo hanno lanciato. Ciò non costringerebbe tuttavia automaticamente la Russia a colpire il territorio americano, poiché ciò comporterebbe il rischio di annientamento reciproco di ciò che resta della civiltà industriale, compresa la Russia stessa.
Il ragionamento, quindi, è che la Russia possa essere costretta a una ritirata strategica — o a uno scontro nucleare limitato all’Europa — senza che gli Stati Uniti debbano assumersi la responsabilità di aver dato il via alla minaccia. Ciò equivarrebbe a un più chiaro riconoscimento della sconfitta che molti esponenti dell’establishment della sicurezza occidentale ritengono ancora fosse necessario dopo il 1991. Solo dopo, secondo questo ragionamento, gli Stati Uniti potrebbero rivolgere tutta la loro attenzione alla sfida più ampia con la Cina.
Se un esito così controllato sia effettivamente realizzabile una volta superata la soglia nucleare è un’altra questione. L’effetto pratico di questa strategia, tuttavia, è quello di mettere il continente europeo in uno stato di massima allerta, mentre il territorio americano rimane, per il momento, una zona retrostante tranquilla.
Scenario C: “La guerra prosegue con attacchi missilistici che scatenano un attacco con armi nucleari. I missili russi Avangard e Oreshnik, dotati di testate convenzionali, potrebbero distruggere le basi militari europee e parte delle infrastrutture civili. Britannici e francesi potrebbero sentirsi costretti a rispondere con l’uso di armi nucleari. La Russia risponderà a sua volta con armi nucleari. Le strutture militari britanniche e americane in Europa saranno in gran parte distrutte. Centinaia di migliaia di persone perderanno la vita. Anche le perdite russe saranno ingenti, mentre gli Stati Uniti, come la Cina, cercheranno di evitare di entrare in guerra. Si verificherà una frattura tra Stati Uniti ed Europa e la NATO potrebbe crollare. Obiettivi militari e infrastrutture, non da ultimo nel Regno Unito, saranno distrutti. La Norvegia se la caverà meglio, ma dipenderà dalla direzione del vento.”
Se si torna indietro e si analizzano i piani degli americani per una guerra nucleare durante la Guerra Fredda, ciò non è affatto inconcepibile. Dipende solo da quali forze detengono il potere negli Stati Uniti, e ritengo decisamente che si stiano orientando verso un regime sempre più estremo. La prosperità americana dipende dalla capacità di estrarre plusvalore dal resto del mondo. Il dollaro come valuta di riserva, la superiorità tecnologica, la brillante propaganda e l’esercito sono stati gli strumenti utilizzati per mantenere il sistema. Questi strumenti stanno ora perdendo la loro efficacia, non da ultimo a causa dei BRICS – eppure devedevono mantenere il sistema se vogliono evitare il collasso economico e politico. La guerra è una questione di sopravvivenza per tutte le parti in causa.
La scala dell’escalation
È possibile che gli americani stiano preparando il terreno per un esito del genere? Molte cose che a prima vista sembrano non avere senso acquistano invece senso se si ipotizza che sia proprio così.
Quindi, la risposta sembra essere sì. Quello a cui stiamo assistendo non è una serie di improvvisazioni scollegate tra loro, ma una scala di escalation attentamente calibrata, in cui ogni “linea rossa” è stata spostata più avanti non appena è apparso chiaro che la Russia non avrebbe reagito con la rappresaglia totale precedentemente invocata come motivo di moderazione.
Nei primi mesi di guerra, i leader occidentali parlavano solo di aiuti umanitari e di equipaggiamenti difensivi limitati. Lo stesso Biden aveva dichiarato nel marzo 2022 che fornire aerei da combattimento — per non parlare di piloti o equipaggi americani — avrebbe significato “la Terza Guerra Mondiale”. Quel limite è stato superato. Gli F-16 sono stati consegnati. I sistemi occidentali a lungo raggio (ATACMS, Storm Shadow e i loro equivalenti) vengono ora regolarmente lanciati dal territorio ucraino in profondità nel territorio russo. I droni ucraini hanno colpito basi aeree che ospitano bombardieri strategici con capacità nucleare a migliaia di chilometri dal fronte, un’operazione di tale sofisticazione logistica che è difficile ignorare le affermazioni relative al supporto tecnico e di intelligence da parte dell’Occidente. È stato documentato che le reti di intelligence militare britanniche pianificano e addestrano unità segrete di partigiani e sabotatori ucraini per attacchi contro obiettivi russi. I missili e i droni che atterrano sul suolo polacco o rumeno vengono, come primo riflesso, attribuiti alla Russia — indipendentemente dalle successive conclusioni tecniche. La distruzione del Nord Stream è stata immediatamente dipinta come un atto russo. Parallelamente a questa escalation cinetica, è in atto una sistematica quarantena culturale e sportiva di tutto ciò che è russo, che completa la preparazione psicologica rendendo l’avversario un “altro” assoluto.
Ogni passo, un tempo, era stato definito impensabile. Ogni passo, una volta compiuto, è diventato il nuovo punto di riferimento. L’effetto politico è cumulativo: l’opinione pubblica europea e i suoi leader sono stati indotti ad accettare come normale ciò che solo pochi anni prima sarebbe stato considerato un coinvolgimento diretto.
Si intravedono già ulteriori gradini della scala. All’interno della “Coalizione dei volenterosi” prosegue il dibattito aperto sulla presenza di truppe europee sul territorio ucraino — presentate come una “forza di rassicurazione” post-cessate il fuoco —, nonostante le dichiarazioni russe secondo cui tali forze sarebbero considerate obiettivi legittimi. I massicci programmi di riarmo, apertamente giustificati dalla necessità di essere pronti per un conflitto ad alta intensità con la Russia entro pochi anni, creano una loro logica strategica: offrono a Mosca un incentivo razionale a colpire preventivamente le fabbriche d’armi e i centri logistici europei. Un attacco russo di questo tipo, se andato a buon fine, fornirebbe a sua volta ai governi europei il capitale politico interno necessario per schiacciare l’opposizione residua e accelerare il coinvolgimento diretto. Da parte russa, le voci che invocano un uso limitato dell’arma nucleare contro obiettivi europei al fine di instillare paura non sono più limitate alla frangia.
Questo è il contesto operativo in cui gli Stati Uniti possono gestire l’escalation. I costi — l’ logoramento convenzionale e, se la situazione dovesse aggravarsi, uno scontro nucleare limitato — ricadono sul teatro europeo. Il territorio americano rimane il rifugio protetto. La stessa logica che un tempo calcolava “perdite accettabili” pari a centinaia di milioni in uno scontro nucleare europeo durante la Guerra Fredda trova ora la sua espressione contemporanea nei rischi calibrati di un’escalation per procura.
L’“ucrainizzazione” dell’Europa consiste nella trasformazione graduale del continente nel principale teatro di battaglia di un conflitto il cui obiettivo strategico è quello di logorare due dei rivali degli Stati Uniti, preservando al contempo il nucleo del potere americano.
La stessa Europa sta aprendo le porte alle armi nucleari in modi che sarebbero stati politicamente impensabili solo pochi anni fa. I leader ucraini, compreso il presidente Zelenskyy, hanno ripetutamente presentato la scelta come binaria: o l’adesione alla NATO con garanzie di sicurezza credibili, oppure il ripristino di una capacità nucleare. L’opinione pubblica in Ucraina si è spostata di conseguenza; i sondaggi mostrano ora un sostanziale sostegno alle armi nucleari come alternativa preferibile agli impegni occidentali incerti. In Germania il tabù si è incrinato. Generali, ex ministri degli Esteri e politici di spicco hanno discusso apertamente della necessità di armi nucleari tattiche tedesche o di una deterrenza europea indipendente dagli Stati Uniti. Sebbene il governo continui a rifiutare una bomba nazionale, sono in corso colloqui con la Francia sulla «deterrenza avanzata» — compreso il possibile dispiegamento temporaneo di velivoli francesi con capacità nucleare sul suolo alleato. In Svezia il ministro della Difesa ha dichiarato che le armi nucleari potrebbero essere accettate sul territorio svedese in tempo di guerra, e il governo ha confermato le prime discussioni con Francia e Gran Bretagna in merito alla cooperazione nucleare.
Gli accordi di cooperazione in materia di difesa firmati da Svezia e Finlandia con gli Stati Uniti lasciano volutamente aperta la porta: non contengono alcun divieto esplicito in tempo di pace che impedisca l’introduzione di armi nucleari americane in condizioni di crisi o in tempo di guerra. La Svezia ha già partecipato all’esercitazione nucleare “Steadfast Noon” della NATO. In tutto il continente il dibattito si è spostato dal rifiuto assoluto alla pianificazione di contingenza. L’effetto pratico è quello di preparare il territorio europeo, il consenso politico europeo e i sistemi di lancio europei a un ruolo nucleare — proprio il ruolo necessario se gli Stati Uniti intendono confinare qualsiasi scambio nucleare limitato al teatro europeo e risparmiare, per il momento, il territorio americano dall’Armageddon nucleare.
Questa interpretazione acquista ulteriore peso dal fatto che il sottosegretario alla Difesa per le politiche, Elbridge Colby, sta attualmente supervisionando un revisione riservata della strategia nucleareche sposta deliberatamente l’enfasi verso armi nucleari tattiche a raggio più corto per i conflitti regionali con la Russia o la Cina. Anziché fare affidamento principalmente sulla minaccia di una massiccia rappresaglia strategica, la revisione mira ad ampliare lo “spazio di opzioni” del presidente con sistemi più credibili e a potenza inferiore che potrebbero essere utilizzati contro specifici obiettivi militari senza innescare automaticamente una guerra nucleare totale. I funzionari a conoscenza del lavoro lo descrivono come un rafforzamento della deterrenza estesa e della gestione dell’escalation all’ombra del nucleare — proprio il tipo di capacità calibrata a livello di teatro operativo che renderebbe più plausibile l’invio di segnali nucleari per procura attraverso il territorio europeo, preservando al contempo il territorio americano come retroguardia strategica.
Definizione di vittoria
In quest’ottica, i vecchi calcoli della Guerra Fredda sulla “vittoria” in uno scontro nucleare assumono una rilevanza rinnovata e agghiacciante. Quelle valutazioni degli anni ’70, famose per essere state sintetizzate nella dichiarazione dell’Aeronautica Militare statunitense secondo cui l’America avrebbe potuto perdere duecento milioni di persone e disporre comunque di una popolazione sopravvissuta più numerosa di quella dell’epoca della Guerra Civile, erano valutazioni fredde e calcolate, volte a garantire che l’élite al potere e le istituzioni fondamentali del potere potessero sopravvivere, anche se un numero enorme di persone comuni non ce l’avesse fatta.
Il vero parametro di valutazione della vittoria era la sopravvivenza delle strutture di comando, dei protocolli di successione, dei bunker di comando fortificati, dei posti di comando aerei e di risorse industriali e finanziarie sufficienti (riserve valutarie, quadri di personale chiave) per mantenere un apparato statale americano funzionante al vertice del sistema globale.
Programmi di continuità operativa del governo (COG)come Mount Weather, Raven Rock, il bunker congressuale di Greenbrier, i convogli di comando mobili, e squadre di supporto successive già predisposte per salvaguardare la presidenza, l’Autorità di comando nazionale, la capacità della Federal Reserve di riemettere moneta e la catena di comando che consente il proseguimento dell’estrazione di valore in condizioni post-apocalittiche. La stessa logica che negli anni ’70 e ’80 tollerava “perdite accettabili” su scala civile trova ora eco nei rischi calibrati dell’escalation per procura in Europa.
Se i territori nordici, tedeschi o di qualsiasi altro Paese europeo dovessero diventare la base di lancio per attacchi che provocassero una rappresaglia russa, gli Stati Uniti continentali, protetti dalla distanza e dalla dottrina della distruzione reciproca assicurata (MAD), manterrebbero il proprio potere, il proprio dominio energetico e la propria posizione tale da poter dettare le condizioni a un’Europa in frantumi e a una Russia insanguinata.
Le stesse forze che hanno investito nell’indipendenza energetica interna degli Stati Uniti, hanno reciso il collegamento energetico diretto dell’Europa con la Russia e hanno mantenuto aperta l’opzione di un’escalation nucleare per mano di terzi, comprendono che la vera sconfitta strategica per l’America sarebbe la perdita della sua capacità di dettare le condizioni dell’estrazione globale. Uno scontro nucleare limitato, confinato in gran parte al territorio europeo e russo, seguito da una ricostruzione guidata dagli Stati Uniti a condizioni di svendita, rientra in questo schema.
Una volta che l’Europa e la Russia si saranno esaurite a vicenda in una guerra di logoramento convenzionale o in uno scontro nucleare limitato, lasciando il continente in rovina, le sue industrie saranno disponibili pero pochi centesimi per ogni dollaro, e con le sue popolazioni rimanenti in condizioni disperate, gli Stati Uniti sarebbero finalmente liberi di orientarsi in modo deciso contro il loro unico vero rivale alla pari: la Cina.
Gli strateghi militari americani sostengono da tempo che la vera minaccia esistenziale non sia Mosca, bensì Pechino. La dottrina ufficiale riflette sempre più questa visione: la Strategia di difesa nazionale del 2026 attribuisce priorità alla difesa del territorio nazionale e alla deterrenza nei confronti della Cina nella regione indo-pacifica.
Una Russia provata non può sostenere efficacemente la Cina; e gli Stati Uniti, dopo aver tratto plusvalore dal crollo europeo, sperano di poter affrontare Pechino da una posizione di relativa forza, sia attraverso uno strangolamento economico, sia attraverso un conflitto nel Pacifico accuratamente calibrato che mira ancora una volta a preservare il territorio americano dai combattimenti.La stessa logica che un tempo serviva a calcolare le perdite accettabili in uno scontro nucleare europeo è ora alla base della pianificazione per l’Indo-Pacifico: la vittoria non è definita dalla sopravvivenza delle popolazioni né tantomeno degli alleati ufficiali, ma dalla capacità del sistema americano di continuare a dettare le condizioni dell’estrazione globale a scapito del suo principale rivale.
Cui Bono?
La maggior parte delle persone vede solo follia nelle azioni degli Stati Uniti sotto il governo neoconservatore, ma come ci ha insegnato Michael Parenti:
«Dire che le politiche di George Bush non funzionano è un’affermazione priva di senso. Non è un’affermazione di natura politica. Bisogna chiedersi: funzionano per chi? Cui bono?»
Quando pensi che coloro che ti governano, che detengono la ricchezza, che controllano i mercati, la manodopera e le risorse della società, che stabiliscono i salari e controllano il mercato dei media – quando pensi che siano stupidi, sei tu a essere stupido. Hai capito? OK!
«Se sai questo e non sai nient’altro, ne sai più di chi conosce tutto il resto ma non sa questo. Quando i governanti sembrano precipitare verso il disastro, chiediti: “cui bono!”»
In fin dei conti, la motivazione più forte alla base di tutta questa strategia potrebbe essere proprio quella più semplice e personale. Le reti che hanno guidato l’ordine post-guerra fredda sanno che un vero e proprio collasso sistemico non solo porrebbe fine al loro dominio geopolitico, ma le smaschererebbe. Il bilancio accumulato di guerre illegali, falsi pretesti, predazione economica e sacrificio deliberato degli alleati diventerebbe impossibile da nascondere. I funzionari cinesi hanno già iniziato a denunciare pubblicamente questi crimini; altri seguiranno se il meccanismo di protezione del sistema dovesse fallire.
Per chi ha vissuto per decenni al di sopra della legge, l’“ucrainizzazione” dell’Europa e il rischio calcolato di un’escalation nucleare sono atti di autoconservazione. Meglio spingere il continente alla disperazione e forzare uno scontro che mantenga il sistema in vita artificialmente, piuttosto che affrontare il giorno in cui la musica smetterà di suonare e i conti verranno finalmente regolati.
La strategia potrebbe quindi mirare non tanto a garantire un’egemonia americana duratura, quanto piuttosto a rinviare il momento in cui la giustizia finirà per raggiungere coloro che hanno trattato i paesi altrui come beni usa e getta.
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Poco dopo la pubblicazione del nostro rapporto di ieri, la Russia ha ripreso a colpire il Ponte Sud di Kiev. Ieri abbiamo visto droni che probabilmente avevano mancato il bersaglio, colpendo la carreggiata del ponte, ma oggi i droni sembrano aver colpito i cavi di sostegno, che a quanto pare erano l’obiettivo:
Ricordiamo che la Russia starebbe utilizzando una nuova linea di droni Geran-4 dotati di speciali cariche cumulative “tagliafili”. Questi droni sembrano tentare di colpire i cavi di sospensione per tranciarli e provocare il crollo, o quantomeno il deterioramento dell’integrità strutturale, del ponte.
Le foto ravvicinate mostrano che i cavi sembrano essere stati danneggiati o addirittura recisi in alcuni punti:
Esperti, vi prego di intervenire nella sezione commenti: un ponte sospeso di questo tipo può essere abbattuto danneggiando o tranciando un numero sufficiente di cavi? Oppure sarebbe necessario che successivi attacchi missilistici ne compromettessero in qualche modo l’integrità strutturale?
L’atmosfera a Kiev si è immediatamente trasformata in un cupo panico quando gli ingorghi hanno paralizzato la città dopo la chiusura del ponte al traffico automobilistico:
Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, era nel panico:
“Stiamo parlando di sopravvivenza”, ha dichiarato Klitschko durante la riunione del consiglio di difesa di venerdì, alla quale hanno partecipato i massimi funzionari militari, della sicurezza, delle emergenze e della polizia di Kiev.
“Vogliono distruggere i nostri ponti… i nostri data center, internet, le reti mobili, gli ospedali, gli asili, le scuole, le università – tutto. Vogliono che la gente fugga dalle proprie città.”
Anche Zelensky crede che la Russia voglia che Kiev venga abbandonata e per questo motivo sta bombardando la città 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
All’improvviso, tutti i principali media ucraini hanno manifestato grande preoccupazione:
Venerdì mattina, 2 ottobre, il traffico a Kiev è stato quasi completamente paralizzato a causa degli attacchi russi che hanno costretto le autorità a chiudere o limitare l’accesso a diversi ponti chiave sul fiume Dnipro.
Le chiusure hanno provocato ingorghi mostruosi in tutta la capitale , con gravi rallentamenti segnalati a Pechersk, lungo il lungofiume del Dniprovska e sulle strade che collegano le due sponde. Alcuni residenti di Kiev hanno abbandonato i propri veicoli e hanno proseguito a piedi, secondo quanto riportato dai media locali.
Il Financial Times riporta nuove “informazioni di intelligence profondamente inquietanti”, presumibilmente intercettate dalla Russia, che suggeriscono che Putin stia per abbandonare ogni remora per isolare definitivamente l’Ucraina come mai prima d’ora quest’inverno:
Il “piano segreto russo” consisterebbe, a quanto pare, nell’utilizzare fino a 1.000 missili che la Russia ha accumulato – dato che gli Iskander non sono stati usati molto nelle ultime settimane – per paralizzare la rete energetica ucraina:
Secondo quanto riferito, il signor Shmyhal avrebbe descritto il documento come un piano russo intercettato per provocare il collasso del sistema energetico attraverso attacchi metodici. Il piano, di cui il New York Times ha ottenuto una copia, descrive una campagna di attacchi che prevede l’impiego di un massimo di 1.000 missili, droni e bombe. Gli obiettivi sarebbero un’ampia gamma di infrastrutture, tra cui sottostazioni elettriche, centrali idroelettriche e termoelettriche e centrali termiche.
Sostengono addirittura che la Russia intenda disattivare le centrali nucleari ucraine:
L’aspetto più allarmante del documento è che la Russia intende costringere alla chiusura le tre centrali nucleari ucraine operative – la spina dorsale della sua infrastruttura energetica – lanciando missili contro le sottostazioni elettriche che le collegano alla rete. Le sottostazioni si trovano a meno di un miglio dai reattori.
Il piano prevederebbe anche la distruzione dei sistemi idrici ucraini, un’ipotesi di cui avevamo già parlato alcuni mesi fa.
Il piano prevede inoltre che Mosca prenda di mira il sistema idrico ucraino, comprese le stazioni di pompaggio e gli impianti di depurazione delle acque reflue, con decine di missili balistici e bombe plananti. La Russia non ha mai attaccato siti di questo tipo su vasta scala. Funzionari ucraini hanno espresso privatamente preoccupazione per la scarsità di piani di riserva a disposizione del Paese in caso di gravi interruzioni dell’approvvigionamento idrico.
Anche alcuni canali televisivi ucraini riferiscono che Putin ha ufficialmente revocato le restrizioni su tali attacchi:
Ricordiamo che l’Ucraina sta affrontando un disastro di bilancio, con un grave deficit di fondi sia per la guerra che per l’economia. Questo inverno richiederà ingenti investimenti per la riparazione delle infrastrutture, che l’Ucraina semplicemente non potrà permettersi, con l’UE che ora respinge gli ultimi accordi di prestito finché l’Ucraina non attuerà ulteriori “riforme”, un eufemismo globalista per indicare la servitù.
Ma tornando alla situazione del ponte, ecco un’analisi illuminante di un canale russo sul possibile significato degli attacchi:
Sembra che i cavi (stralli) del ponte sud siano stati danneggiati.
Le autorità di Kiev avevano appena annunciato l’avvio del servizio metropolitano sul Ponte Sud. Poche ore dopo, si è verificato un altro guasto. In un video diffuso dai canali ucraini, si vede una nuvola scura proprio sopra la sommità del pilone, al di sopra del punto di ancoraggio dei cavi. A destra del pilone sono visibili danni ai tiranti dei cavi.
La campata principale, lunga 271 metri, si protende sul fiume Dnipro senza alcun supporto intermedio. È sostenuta da cavi d’acciaio (stralli) ancorati a un pilone alto 133 metri. Ci sono 72 stralli in ciascuno dei due piani: metà sostengono la campata, mentre l’altra metà funge da tenditore, impedendo al pilone di inclinarsi verso il fiume. Un singolo strallo può rompersi sotto un carico di circa 350 tonnellate.
Il ponte può resistere al cedimento di un tirante, poiché i tiranti adiacenti ne assorbiranno il carico, ed è stato previsto un margine di sicurezza. Tuttavia, sembra che i tiranti superiori – i più lunghi e sottoposti al carico maggiore – siano stati danneggiati. Questi tiranti sostengono l’estremità opposta della campata o, se fungono da tenditori, sorreggono il pilone stesso. Ciò significa che, in teoria, i binari potrebbero iniziare a torcersi e i cavi adiacenti sarebbero soggetti a carichi superiori alla loro capacità di progetto. Se i tenditori fossero danneggiati, il pilone verrebbe tirato verso l’acqua, la campata si incurverebbe e i binari della metropolitana non tollererebbero nemmeno un leggero disallineamento.
Consideriamo ora le condizioni originali del ponte. Il Ponte Sud fu costruito per sopportare 80.000 veicoli al giorno, ma ora ne trasporta 110.000. Dal 2021 è ufficialmente classificato come “a funzionamento limitato”: è sicuro da utilizzare, ma con cautela. I tiranti del ponte furono fabbricati all’estero durante l’era sovietica. Un nuovo tirante non può essere ordinato da un catalogo; deve essere progettato, fabbricato, consegnato e poi sostituito a un’altezza di 130 metri, senza scaricare i tiranti adiacenti.
Questo processo richiede mesi… ammesso che non ci siano intoppi.
E un altro ancora:
Cosa accadrebbe se i cavi del ponte sud venissero tagliati, e quanto è realistico che ciò accada?
Le strutture strallate sono molto resistenti. Se si rompono diversi cavi, il carico si ridistribuisce istantaneamente ai cavi adiacenti e alla trave in cemento armato che sostiene la carreggiata. La campata subirà un abbassamento localizzato, i giunti di dilatazione si separeranno e il transito dei veicoli pesanti dovrà essere interrotto, ma la campata non crollerà.
Tuttavia, se un numero significativo di connessioni viene tranciato (ad esempio, il 30-40% dei cavi su un lato), la trave di supporto potrebbe non essere in grado di sopportare il proprio peso e potrebbe rompersi. In teoria, ciò porterebbe al crollo di una sezione della campata nel fiume, creando un enorme momento flettente sul pilone stesso, che a sua volta provocherebbe gravi crepe strutturali.
Un cavo è un fascio di fili d’acciaio ad alta resistenza, con un diametro di soli 10-25 centimetri. Dall’alto, appare come un filo sottile. Il sistema di guida ottico o radar di un missile non avrebbe alcun punto di riferimento su cui agganciarsi quando prende di mira un oggetto così piccolo. Per questo motivo, è probabile che vengano utilizzati droni dotati di “antenne” e, presumibilmente, di una nuova testata tagliente.
Se ciò non funziona, l’unico modo efficace per distruggere un ponte strallato con missili non è quello di colpire i cavi stessi in aria, bensì i punti di ancoraggio dove i cavi si collegano alla carreggiata o al pilone. Tuttavia, i punti di ancoraggio sul pilone sono integrati in una solida struttura in cemento armato e potrebbe non essere possibile penetrarla con un singolo missile. Sarebbero necessari colpi multipli e precisi con armi ad alto potere penetrante.
A quanto pare, utilizzare una serie di droni tedeschi a basso costo per tagliare i cavi uno per uno non è un’idea poi così male, almeno in teoria. Condividete le vostre opinioni qui sotto.
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Come ultimo aggiornamento interessante, negli ultimi tre giorni la Russia ha condotto a Chelyabinsk le esercitazioni militari Center-2026. Organizzate dal Distretto Militare Centrale, le esercitazioni hanno coinvolto unità militari di Tagikistan, Mongolia, Bielorussia, Cina, Pakistan e Kirghizistan.
Sono state viste immagini sorprendenti. Tra queste, spiccano i video che dimostrano l’efficacia del sistema russo Arena-M installato su un carro armato T-90M contro diversi tipi di droni. Ricorderete che un mese fa avevamo visto filmati sfocati di un campo di battaglia in cui un T-90M, a quanto pare, respingeva un drone ucraino con il nuovo sistema di distruzione diretta. Ora, per la prima volta, abbiamo delle immagini ravvicinate che ne dimostrano l’efficacia.
Ecco il T-90M con i rulli sminatori che neutralizza un drone OWA di dimensioni maggiori:
Grandi novità e prove inconfutabili!
Un T-90M equipaggiato con Arena-M ha intercettato con successo un drone FPV!
L’episodio è avvenuto durante l’esercitazione Center-26.
Ciò dimostra inequivocabilmente che Arena-M è effettivamente in grado di intercettare i droni FPV, e la prova è che i T-90M che ne sono dotati sono attualmente in servizio.
Un altro punto di vista:
Successivamente abbiamo visto il prototipo del sistema d’assalto Sturm. Si tratta di un carro armato senza equipaggio, dotato di caricatore automatico e canna accorciata, basato su uno scafo T-72/T-90 progettato per operazioni d’assalto. È controllato da truppe sedute in un veicolo di comando separato , privo di torretta, posizionato nelle vicinanze, che lo dirige tramite segnale radio.
Filmato del veicolo d’assalto senza pilotaSTURMin azione durante le esercitazioni “Center-2026” presso il poligono di addestramento di Chebarkul.
Il concetto di un carro armato d’assalto senza pilota è interessante, ma il prototipo mostrato presenta diversi problemi evidenti. In primo luogo, il controllo del carro armato senza pilota richiede unveicolo di controllo separato con equipaggio, che è essenzialmente lo scafo di un altro carro armato, ma senza torretta. In secondo luogo, la portata e la stabilità del segnale per il controllo remoto rimangono un problema.
La nascita di un gruppo “Zarya” (Alba) stabile potrebbe risolvere questi problemi: un carro armato separato per il controllo del carro armato principale potrebbe non essere necessario grazie alla maggiore portata del segnale, e il segnale stesso diventerebbe più stabile.
Le esercitazioni hanno rivelato diversi altri sistemi mai visti prima. Ricordiamo i famosi missili russi LMUR, introdotti nell’ambito dell’esercitazione SMO, lanciati da elicotteri d’attacco e controllati direttamente dal copilota fino al bersaglio.
Ora la Russia ha svelato per la prima volta la variante terrestre dell’LMUR, che viene lanciata da un camion e, come il missile Spike NLOS, può essere guidata con precisione da un operatore:
Versione terrestre del sistema missilistico Kh-39 LMUR.
Il sistema di lancio terrestre LMUR, denominato “Prodotto 347”, è stato presentato durante le esercitazioni “Center-2026”. Fino ad ora, si trattava solo di un missile lanciato da elicottero.
La gittata dichiarata è fino a 20 km.
È interessante notare che la gittata della versione lanciata da terra è aumentata rispetto alla versione lanciata dall’aria (normalmente è il contrario).Il missile lanciato da elicottero è un’arma piuttosto pesante: circa 105 kg, con una testata di circa 25 kg e una gittata lanciata dall’aria generalmente riportata intorno ai 14,5 km. Utilizza unsistema di puntamento elettro-ottico/termico insieme a un collegamento dati bidirezionale.Il Prodotto 347 non è quindi semplicemente un normale Kh-39 imbullonato a un camion. Il Ministero della Difesa russo definisce specificamente l’arma utilizzata dal Prodotto 347 un “missile guidato leggero multiuso modificato”.Tale modifica ha senso perché un missile lanciato da terra perde l’altitudine e la velocità di avanzamento fornite da un elicottero.Tuttavia, la gittata riportata aumenta effettivamente:— LMUR/Product 305 lanciato dall’aria: ~14,5 km— Product 347 lanciato da terra: ufficialmente fino a 20 km (alcune fonti parlano di 25 km)Ciò implica alcune modifiche alla propulsione, al profilo di volo o alla configurazione del missile. Cosa sia stato esattamente modificato non è stato ancora reso pubblico.
È stato inoltre avvistato un lanciatore terrestre per il nuovo missile Banderol:
Altre riprese generali delle esercitazioni che vale la pena vedere. Mostrano la natura assolutamente futuristica del campo di battaglia attuale, come dimostrato dalle forze russe, che hanno incluso la dimostrazione di sciami di droni:
CENTRO RUSSIA 2026: I DRONI SPARANO FUOCO MENTRE I RAZZI COLPONO E I ROBOT SI UNISCONO ALL’ASSALTO
E per chi fosse interessato, ecco una versione più lunga che illustra sia le esercitazioni delle forze aviotrasportate sia l’impiego di veicoli aerei robotici:
In conclusione, possiamo ribadire quanto affermato nell’articolo precedente: la Russia è sulla strada di un’evoluzione del campo di battaglia tale da consentire alle forze di manovra di superare nuovamente l’attuale meta bellica basata sulla lentezza e sull’azione lenta.
In particolare, l’impiego di nuovi carri armati senza pilota è interessante per un motivo principale: in passato, i veicoli da combattimento senza pilota russi, come il famoso Uran-9 utilizzato già in Siria, soffrivano di gravi problemi di comunicazione a causa dell’impossibilità di mantenere un collegamento radio costante con il controllore su un campo di battaglia caotico e ricco di ostacoli. Con l’avvento dei sistemi satellitari Rassvet, questo problema può essere completamente risolto, poiché ogni veicolo senza pilota può disporre di un proprio collegamento satellitare ininterrotto, consentendo il controllo da qualsiasi luogo, senza che il “veicolo di comando” debba trovarsi nelle immediate vicinanze.
Questo, unito a nuove tecnologie di distruzione diretta come l’Arena-M e a rivestimenti anti-drone più efficaci, come recentemente lamentato da importanti figure ucraine come Prokopenko del partito Azov, potrebbe far presagire in futuro una rinascita dei mezzi corazzati. Carri armati senza pilota, controllati tramite collegamenti satellitari e dotati di sistemi cinetici di distruzione diretta in grado di abbattere i droni in gruppo, renderanno nuovamente praticabili le offensive corazzate.
Certo, si potrebbe obiettare che a quel punto la produzione di FPV sarà talmente elevata che persino questi sistemi non avrebbero alcuna possibilità di competere, semplicemente per la saturazione del mercato. Ma per far funzionare questi sistemi servono uomini, e se l’Ucraina continuerà a subire un massiccio calo di personale, la disponibilità di operatori di droni potrebbe diminuire sempre di più.
In ogni caso, il campo di battaglia sta chiaramente cambiando. La Russia sta adattando le sue tattiche, come dimostrano i nuovi attacchi al ponte di Kiev, anche se resta da vedere quanto saranno efficaci in definitiva.
Anche l’Ucraina sta preparando un “progetto Manhattan” per i robot, secondo l’ex ministro della Difesa Fedorov, il quale ha annunciato di voler lanciare un attacco su vasta scala con la fanteria robotica entro il prossimo anno.
Mykhailo Fedorov ha dichiarato a Defense News di voler schierare robot umanoidi sul campo di battaglia entro sei mesi e di voler condurre un assalto senza fanteria entro un anno.
Ricorda i sogni di Zaluzhny di oltre due anni fa, che immaginava robot laser in grado di scavare nel sottosuolo per sconfiggere la Russia. Il problema rimane: l’Ucraina non riesce a trovare i fondi necessari per sostenere nemmeno l’attuale livello di guerra; può davvero permettersi questo sogno robotico? Alcuni sosterranno che l’Europa farà di tutto per garantire la sostenibilità del progetto, ma a questo punto si tratta di un’ipotesi piuttosto discutibile.
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Simon Rorschach analizza come VOX abbia fatto della sovranità il suo grido di battaglia in patria, pur rimanendo legata alla NATO e all’ordine atlantista all’estero.
VOX è diventato una delle espressioni più forti della rivolta sovranista spagnola, soprattutto su temi come l’immigrazione, l’identità nazionale e la resistenza a Bruxelles. Tuttavia, la sua politica estera non raggiunge ancora la piena indipendenza strategica: il partito rimane fermamente atlantista, sostiene la NATO e ha appoggiato l’Ucraina contro la Russia. Il risultato è una contraddizione sempre più evidente in alcune frange della destra europea: la sovranità nazionale viene difesa in patria, mentre il quadro geopolitico più ampio ereditato dalla Guerra Fredda rimane in gran parte inalterato.
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La Spagna è tornata a essere uno stato di frontiera. L’illusione che la storia si sia conclusa da qualche parte tra Maastricht e l’euro si è dissolta sulle spiagge e lungo le recinzioni di confine di Ceuta. A luglio, oltre 72.000 migranti hanno attraversato il confine con l’enclave spagnola dal Marocco, dando vita a una crisi che si è protratta fino a settembre, con migliaia di persone ancora presenti in città e manifestazioni di massa che chiedono espulsioni e una risposta più decisa da parte di Madrid. VOX ha colto al volo l’occasione, animata da un istinto che i partiti tradizionali hanno in gran parte perso: l’istinto che uno stato esista innanzitutto per difendere il proprio territorio. Ha chiesto un rafforzamento permanente delle Forze Armate, della Guardia Civil e della Polizia Nazionale a Ceuta e Melilla, una sorveglianza più rigorosa via terra, mare e aria e nuovi poteri che consentano all’esercito di partecipare a operazioni contro l’immigrazione clandestina. A fine settembre, il segretario generale del partito, Ignacio Garriga, si è recato a Ceuta e ha descritto la pressione esercitata dal Marocco come una forma di guerra ibrida, mentre i rappresentanti di VOX in tutta la Spagna continuavano a promuovere mozioni a difesa della sovranità spagnola su Ceuta e Melilla. Dietro gli slogan si cela il vero dato politico del momento: la sovranità è tornata a essere un tema centrale perché la Spagna ha scoperto che la sovranità può essere persa. Un confine che non si può difendere diventa una linea su una mappa amministrativa. Un governo che non riesce a decidere chi entra nel suo territorio cessa gradualmente di governare nel senso più antico e profondo del termine. VOX lo ha capito, e questa comprensione contribuisce a spiegare perché sia diventata uno dei principali veicoli della reazione nazionale spagnola contro il disordine amministrativo.
C’è qualcosa di quasi spengleriano in questo contrasto. Una classe politica esausta parla il linguaggio delle procedure, dei meccanismi di distribuzione, dell’amministrazione umanitaria e del coordinamento europeo. VOX risponde con territorio, esercito, popolo, confine e Stato. Un vocabolario appartiene a una civiltà che crede che la politica possa essere ridotta alla gestione. L’altro appartiene al mondo antico in cui l’esistenza politica inizia con la distinzione: dentro ed fuori, cittadino e straniero, pace e pericolo, patria e oltre. VOX ha chiesto che la Catalogna respinga i trasferimenti di minori stranieri non accompagnati da Ceuta e ha invece chiesto il rimpatrio e il ricongiungimento familiare nei paesi di origine. A Melilla, il partito si è opposto ai progetti per ulteriori infrastrutture di accoglienza per migranti e ha chiesto invece un aumento del personale di sicurezza. Qualunque sia il giudizio sulle singole proposte, la struttura politica è chiara. VOX sta dicendo agli spagnoli che la nazione non è semplicemente una giurisdizione fiscale circondata da posti di dogana, ma una comunità storica con diritto alla continuità. Questo linguaggio ha una forte efficacia perché gran parte dell’Europa ha trascorso decenni a sopprimere queste categorie. Il sistema del dopoguerra ha insegnato agli europei che i confini erano motivo di imbarazzo, le preferenze nazionali moralmente discutibili, la continuità demografica obsoleta e la forza militare un anacronismo, tranne quando impiegata per cause definite dalla più ampia alleanza occidentale. Ceuta ha messo a nudo la fragilità di questa dottrina. Quando decine di migliaia di persone attraversano un confine in pochi giorni, le astrazioni scompaiono. Il territorio torna a essere fisico. La sovranità torna a essere visibile. La storia ritorna con volti, strade, recinzioni, soldati, folle e paura.
VOX è più forte quando segue questa logica in modo coerente. Le sue critiche al Marocco, la sua insistenza sul carattere spagnolo di Ceuta e Melilla e le sue richieste di autonomia in materia di immigrazione esprimono tutte una concezione classica di sovranità: la Spagna deve poter agire come Spagna. Il partito ha esteso questo principio anche alle sue critiche al potere sovranazionale europeo, alla regolamentazione ambientale e alle politiche che, a suo dire, indeboliscono l’agricoltura e l’industria spagnole. Eppure è qui che inizia la grande contraddizione. Il partito che esige indipendenza di giudizio nei confronti di Rabat e Bruxelles diventa molto più convenzionale quando la mappa si sposta verso est. VOX ha ripetutamente sostenuto politicamente l’Ucraina, condannato l’invasione russa e difeso il ruolo della Spagna all’interno della NATO e dell’alleanza transatlantica. Questo orientamento pone un chiaro limite alla dottrina sovranista del partito. La Spagna può essere sovrana nei confronti del Marocco, sovrana nei confronti dell’immigrazione clandestina, sovrana nei confronti di alcune direttive di Bruxelles, ma quando viene messa in discussione l’architettura strategica dell’Europa stessa, VOX ritorna in gran parte al quadro atlantista. Questa non è una piccola incoerenza. Tocca il significato stesso di sovranità. Se per sovranità si intende semplicemente il recupero dell’autorità nazionale all’interno di un ordine geopolitico i cui allineamenti fondamentali rimangono fissi altrove, allora ciò che è stato recuperato è l’autonomia amministrativa piuttosto che la piena indipendenza strategica.
L’Europa non deve scegliere eternamente tra la subordinazione a Washington e quella a Mosca, perché un’Europa sovrana non cercherebbe né l’una né l’altra. Negozierebbe con gli Stati Uniti laddove gli interessi convergono, con la Russia laddove convergono, con la Cina laddove convergono e con le più ampie potenze eurasiatiche e del Sud globale in base alle circostanze, non all’obbedienza ideologica. In un simile sistema, la Russia non dovrebbe essere immaginata né come un salvatore messianico né come un nemico eterno. Sarebbe trattata per quello che è: una vasta potenza eurasiatica con cui la sicurezza, l’energia, il commercio e la stabilità continentale dell’Europa sono indissolubilmente legati. VOX non ha abbracciato questa concezione. La sua retorica parte ancora spesso dal presupposto che la Spagna appartenga a un “Occidente” geopolitico il cui centro istituzionale rimane la NATO. Questo è importante perché l’alleanza transatlantica non è un’espressione metafisica dell’Europa. È una specifica struttura strategica creata in specifiche condizioni storiche, soprattutto la predominanza americana successiva alla Seconda Guerra Mondiale. La multipolarità inizia laddove tali assetti cessano di essere considerati eterni. I recenti avvertimenti del Primo Ministro slovacco Robert Fico, secondo cui l’Europa rischia di essere trascinata verso un confronto più ampio con la Russia, illustrano quanto diversamente un’altra tradizione sovranista europea interpreti la guerra in Ucraina: non semplicemente come uno scontro morale tra due fazioni, ma come un conflitto la cui escalation potrebbe compromettere la sovranità degli stessi Stati europei più piccoli. VOX rimane ben lontana da questa posizione.
Il risultato è un paradosso politico. VOX intuisce correttamente che l’Europa sta abbandonando l’era del comodo universalismo per tornare all’era dei confini, del potere, della demografia e delle civiltà in competizione. Eppure, interpreta ancora gran parte di questo ritorno attraverso categorie ereditate dall’era della Guerra Fredda. Desidera una Spagna più forte, ma in gran parte all’interno di un sistema strategico occidentale la cui gerarchia non contesta in modo sostanziale. Desidera la sovranità nazionale in patria, pur accettando un ordine di sicurezza all’estero che necessariamente limita le manovre indipendenti. Parla il linguaggio del destino nazionale sul confine meridionale, ma molto più spesso quello della disciplina dell’alleanza sul confine orientale. È qui che VOX si ferma a metà strada. La sovranità non può essere geografica. Uno Stato non può rivendicare il diritto di definire i propri interessi in modo indipendente a Ceuta, ma delegare la definizione intellettuale di tali interessi all’Ucraina. Né un’Europa civilizzata può continuare a trattare la Russia come un pianeta alieno, fingendo al contempo che una superpotenza oceanica a migliaia di chilometri di distanza costituisca il centro geopolitico permanente dell’Europa. Questa è la tragedia più profonda della destra europea contemporanea: ha riscoperto la nazione prima di aver riscoperto la geopolitica. Sa che i popoli devono sopravvivere, ma non si è ancora interrogato a fondo su quale ordine continentale avverrà la loro sopravvivenza.
Questa domanda diventerà sempre più urgente con la crescita di VOX. Ceuta e Melilla hanno fornito al partito un linguaggio politico adatto a un’epoca di rottura: la sovranità è indivisibile, i confini devono avere un significato, gli Stati devono essere in grado di agire e i cittadini devono sapere che il loro governo antepone la loro sicurezza alle astrazioni. VOX continua a insistere su questi temi in tutta la Spagna, con nuove iniziative a settembre che chiedono un rafforzamento permanente di Ceuta e Melilla e attaccano la risposta di Madrid alla crisi. Ma la stessa logica, prima o poi, si estende oltre lo Stretto di Gibilterra. Se la Spagna è sovrana, allora anche le sue relazioni con Washington devono essere giudicate in base agli interessi spagnoli. Le sue relazioni con Mosca devono essere giudicate in base agli interessi spagnoli. La sua posizione sull’Ucraina deve essere giudicata in base agli interessi spagnoli. La sua partecipazione alla NATO deve essere subordinata agli interessi spagnoli, non posta al di sopra di essi. Questo non significa sostituire una dipendenza con un’altra o idealizzare la Russia. Significa accettare il principio più rigoroso alla base della multipolarità: non esistono guardiani permanenti, solo potenze, interessi, geografia, storia e la capacità di decidere. VOX ha compreso questa verità alle porte meridionali della Spagna. La capacità della Spagna di seguire lo stesso pensiero in tutta Europa determinerà se il suo sovranismo rimarrà una rivolta all’interno del sistema atlantista o si svilupperà in qualcosa di più ampio: un contributo spagnolo al ritorno dell’Europa come polo indipendente in un mondo multipolare.
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Putin ha presieduto l’annuale Club internazionale di discussione di Valdai, nel corso del quale ha rilasciato numerose dichiarazioni interessanti durante la sessione plenaria con i giornalisti internazionali.
L’aspetto più rilevante è stato il suo chiarimento riguardo agli attacchi russi alle navi da carico ucraine nel Mar Nero e all’ipocrisia insita nelle richieste dell’Occidente affinché la Russia cessasse tali attacchi:
Trascrizione migliore:
Putin sulla proposta di sospendere gli attacchi alle raffinerie di petrolio:
Oppure ci dicono: «Lasciate che smettano di attaccare le vostre raffinerie e voi smettete di attaccare le loro navi. Lasciate che esportino merci civili, come i prodotti agricoli». Ma che ne è delle nostre altre merci civili? Cose come il petrolio e i prodotti petroliferi. Quindi, se smettono di colpire le raffinerie, ci ritroveremmo con un surplus di gasolio — proprio quello per cui c’è una domanda così elevata, ad esempio, negli Stati Uniti. Ne avremmo in quantità maggiore. Abbiamo già abbastanza gasolio così com’è. Ma non raggiungerebbe i mercati globali a causa dei divieti e delle sanzioni attualmente in vigore contro il nostro petrolio e i nostri prodotti petroliferi.
Come potrebbe, allora, il nostro gasolio raggiungere il mercato globale mentre le sanzioni rimangono in vigore? Non ci riuscirebbe. Eppure, in cambio, ci si aspetterebbe che smettessimo di colpire obiettivi economicamente sensibili per loro. Bisogna ammettere che sembra semplicemente assurdo.
Putin sottolinea giustamente l’ipocrisia insita nelle richieste dell’Occidente di interrompere gli attacchi contro gli obiettivi economici più sensibili dell’Ucraina, mentre l’economia russa continua a subire attacchi o sanzioni da parte dei mercati mondiali. Egli smonta in modo incisivo l’illusione che si cela dietro l’offerta: un cessate il fuoco reciproco consentirebbe all’Ucraina di esportare il proprio potenziale economico all’estero, mentre le raffinerie russe, pur essendo al riparo dagli attacchi, non potrebbero esportare il proprio gasolio, di cui la Russia stessa non ha bisogno poiché ne dispone in abbondanza per il proprio fabbisogno. In questo modo, l’Ucraina ottiene un vantaggio asimmetrico.
Putin prosegue affermando l’ovvio: che l’Ucraina è uno Stato cuscinetto che non può esistere in modo autonomo, soprattutto perché ha già perso la propria identità statale e la propria sovranità ed è controllata da interessi esterni, rappresentando così una minaccia per la Russia.
Alla domanda se la Russia debba smantellare l’UE, Putin risponde che non ce n’è bisogno, poiché l’alleanza corrotta crollerà da sola a causa delle sue politiche autodistruttive:
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Ora diamo un’occhiata ad alcuni degli aggiornamenti più interessanti della giornata sul fronte ucraino. Spiccano due aspetti degni di nota:
In primo luogo, la Russia sembra aver dato il via alla sua campagna invernale annuale di interruzione dell’erogazione di energia elettrica contro l’Ucraina, con Kiev come obiettivo principale. Le prime centrali elettriche di Kiev sono state nuovamente colpite da droni e missili, causando blackout immediati e un’interruzione dell’erogazione di energia elettrica per il 30% dell’intera città, secondo alcune fonti:
È stato confermato che l’impianto di Trypilska, a sud di Kiev, è stato colpito, mentre fonti militari russe hanno affermato che sono stati colpiti anche i seguenti obiettivi:
Centrale idroelettrica di Kiev a Vyshhorod (a nord della città)
Sottostazione elettrica di Kyivska, nei pressi di Nalyvaikivka
Un impianto di accumulo di energia a batteria a Horenychi
Alcune immagini dei danni causati dall’attacco notturno alla centrale termica di Tripolye, nella regione di Kiev.
Il filmato sembra essere stato girato da un’angolazione che non mostra l’entità complessiva dei danni.
La cosa più interessante, tuttavia, è stata che poco dopo un nuovo tipo di drone russo dotato di “baffi” ha iniziato ad attaccare anche i tralicci dell’alta tensione nella regione, cosa che non era mai successa prima. Come si può vedere qui sotto, diversi droni di questo tipo hanno distrutto il traliccio:
Un primo piano di uno di questi droni “baffuti”:
La parte ucraina riferisce che la Russia ha iniziato a utilizzare una nuova versione del drone “Geran-4”, caratterizzata da “baffi” nella parte anteriore della fusoliera. Uno di questi droni sarebbe arrivato durante i recenti attacchi a Kiev. Secondo la parte che ha intercettato il drone, potrebbe trattarsi di un detonatore a contatto.Non è specificato se ciò sia legato al fatto che la parte che ha intercettato il drone abbia ora la possibilità di esaminare alcuni dei droni abbattuti — e che questi siano quindi progettati per esplodere al contatto con la superficie — oppure se vi sia un’altra ragione.
Serhiy Flash, il massimo esperto ucraino di radioelettronica, scrive:
Cattive notizie. Oggi, per la prima volta, il nemico ha utilizzato una testata speciale a taglio cumulativo (CCWH) su un velivolo senza pilota a propulsione reattiva.
Questo tipo di testata è stato progettato specificatamente per distruggere tralicci dell’alta tensione e strutture di ponti in ferro.
La CCWH è composta da una testata principale del peso di 40 kg e da quattro moduli.
Ritengo che il piano del nemico sia quello di attaccare importanti linee elettriche ad alta tensione.
Un’analisi del canale ucraino Legitimny sostiene che questi attacchi abbiano dato il via a una nuova strategia russa di escalation contro Bankova:
La nostra fonte riferisce che gli attacchi alle linee elettriche, ai tralicci e al ponte meridionale di Kiev rappresentano una dimostrazione e una prova di una nuova strategia. Con questi attacchi, il Cremlino sta inviando un messaggio pubblico a Bankova (riferendosi al governo ucraino), affermando che se non perseguiranno la pace, la situazione si aggraverà ulteriormente, seguendo uno scenario nuovo e più catastrofico per l’Ucraina.
Il Cremlino potrebbe mettere fuori uso le linee elettriche, causando l’arresto di tutti gli impianti energetici e facendo precipitare il Paese in un blackout totale. Successivamente, inizieranno a distruggere le principali torri di comunicazione e poi i ponti che si basano su strutture metalliche.
Secondo gli esperti, il ponte meridionale potrebbe rimanere fuori uso per molto tempo se venisse distrutto il 25% dei suoi piloni di sostegno. Se le Forze Armate russe ne distruggessero più del 50%, il rischio di crollo del ponte raggiungerebbe il 70%. In tal caso, l’impatto di pochi missili Iskander distruggerebbe completamente il ponte.
Ciò rappresenterebbe un disastro logistico per Kiev e per la parte settentrionale dell’Ucraina sulla riva sinistra.
Legitmny
Si fa riferimento all’attacco al ponte di Kiev, di cui parleremo tra poco. Oltre agli attacchi senza precedenti alle torri di trasmissione, i droni russi hanno iniziato per la prima volta a colpire uno dei ponti più importanti che collegano la sponda orientale e quella occidentale della capitale ucraina.
Innanzitutto, va ricordato che circa un mese fa abbiamo riportato alcune “voci” secondo cui la Russia avrebbe avuto in programma di rendere inagibili i ponti di Kiev nell’ambito di una nuova fase di escalation “senza esclusione di colpi”:
All’epoca avevamo ipotizzato che ciò potesse avvenire in concomitanza con le presunte future offensive sul fronte settentrionale, da Chernigov verso Kiev. La Russia potrebbe avere in programma di attaccare la parte orientale di Kiev dopo averla isolata dalla sponda occidentale.
Ora, per la prima volta, sembra che la Russia abbia iniziato a colpire uno di questi ponti: il Ponte Meridionale è stato colpito ben tre volte, al momento della stesura di questo articolo, tramite quello che si sostiene essere un drone Geran-4:
Si noti che, ancora una volta, un drone da ricognizione russo stava riprendendo in tempo reale:
Un attacco sferrato da un ” drone kamikaze “Geran-4” ha colpito il pilone di sostegno del Ponte Meridionale a Kiev questa mattina.
A seguito dell’attacco, un pilone del ponte a Kiev è stato danneggiato e il traffico e i servizi della metropolitana sono stati sospesi.
“I servizi della metropolitana e del trasporto pubblico di superficie sul Ponte Meridionale sono stati sospesi”, ha dichiarato Klitschko. Il pilone del ponte, la barriera, il manto stradale e la struttura protettiva in calcestruzzo della linea della metropolitana sono stati danneggiati.
Sebbene gli attacchi non sembrassero aver causato danni significativi, se non quello di bloccare il traffico e suscitare allarme, potrebbero essere stati semplicemente dei precursori o degli attacchi di prova per calibrare i sistemi di guida, le tattiche o qualche nuovo tipo di approccio, come quello osservato con i nuovi droni “baffuti” che sembrano utilizzare una sorta di nuove testate cumulative.
Proprio mentre scriviamo, secondo alcune fonti la Russia starebbe preparando per stasera un altro imponente attacco balistico contro Kiev, e questa volta i missili potrebbero unirsi ai droni nel colpire i ponti:
La Russia intende distruggere il Ponte Meridionale: Durante il prossimo attacco su larga scala contro Kiev, i russi potrebbero colpirlo con missili balistici, in particolare i missili “Iskander-M” e i KN-24 nordcoreani, secondo quanto riportato dai rapporti di monitoraggio.
Post ucraino
Per ora lo trovo ancora improbabile, dato che sembra che i droni fossero una sorta di attacco di prova, ma sembra comunque preannunciare una nuova escalation con un ampliamento degli obiettivi da parte di Putin o del comando russo.
Il thread qui sotto contiene alcune teorie interessanti:
Ad esempio, si osserva che i nuovi droni a forma di baffi sono dotati di speciali “cariche di taglio” cumulative destinate a recidere i cavi e che questi attacchi di prova potrebbero aver preso di mira i grandi cavi di sospensione del ponte per indebolirne la struttura, forse in preparazione di un attacco balistico di maggiori dimensioni in un secondo momento:
Il blogger di guerra russo Yuri Kotenok descrive gli attacchi odierni come un test di nuove “munizioni potenziate su droni a reazione con quattro cariche di taglio aggiuntive, fatte detonare da sensori di contatto supplementari chiamati ‘baffi'”.
Fonti ucraine descrivono la nuova testata come un “carico utile speciale a taglio cumulativo” (KRSN), composto da una carica principale del peso di circa 40 kg e da cariche cumulative aggiuntive.
Yevgeny Poddubny commenta: “Un colpo ha colpito un supporto, ma è probabile che l’obiettivo fossero i cavi che sostengono la struttura. Il ponte Pivdennyi di Kiev è un ponte strallato (sospeso), il che significa che i nostri droni daranno la priorità ai tiranti in acciaio che garantiscono la stabilità.”
Rybar suggerisce che i droni economici Geran dotati di una testata specializzata potrebbero cambiare le carte in tavola. Vadym Denysenko, a capo del think tank Delovoy Stolitsa, afferma che la nuova testata potrebbe rappresentare una svolta decisiva edefinisce l’attacco sperimentale.
“Ora, a quanto pare, è stata presa la decisione di verificare se questi droni Shahed siano in grado di danneggiare il ponte al punto da renderlo inutilizzabile.”
Nel 2020, l’allora consigliere del sindaco di Kiev, Maksym Bakhmatov, dichiarò che circa il 90% del traffico veicolare in transito tra la riva sinistra e la riva destra del fiume Ucraina passa attraverso il ponte Pivdennyi. Ciò include anche una parte significativa del traffico militare.
Ricordiamo che il mese scorso la Russia ha colpito per la prima volta anche uno dei ponti sul Dnepr, presumibilmente con una bomba planante, questa volta vicino a Zaporozhye:
Questi attacchi sporadici sembrano essere una sorta di test o azioni isolate, ma vedremo se l’attuale campagna a Kiev porterà a qualcosa di sistematico.
Ora, come sempre, i media occidentali sono sempre più preoccupati per l’inverno in arrivo, soprattutto alla luce dell’approccio sempre più aggressivo della Russia nei confronti di Kiev:
Come ultimo aggiornamento, un importante analista polacco filo-ucraino ha rilevato che la Russia ha continuato a guadagnare territorio a settembre, nonostante i contrattacchi ucraini localizzati che hanno permesso di riconquistare alcune zone, la più significativa delle quali nel settore di Lyman:
In effetti, settembre sembra aver registrato i maggiori progressi sul fronte da aprile di quest’anno, sebbene restino ancora modesti rispetto a quelli degli anni precedenti. Ma come abbiamo accennato nel recente articolo a pagamento , la Russia sta compensando in modo asimmetrico i più lenti successi sul campo di battaglia espandendo la guerra in altri ambiti, dove ha accumulato danni record contro l’Ucraina in quello che è probabilmente un periodo di relativa inattività strategica, volto ad attendere che l’attuale “meta” dominato dai droni si stabilizzi prima che futuri progressi (Rassvet, ecc.) consentano la ripresa di manovre più audaci sul campo di battaglia.
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Nel 1984, pochi mesi dopo che la decisione dell’amministrazione Reagan di schierare missili nucleari a medio raggio Pershing II nell’Europa occidentale aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali città europee, un gruppo di alti funzionari francesi, tedeschi e italiani mise alle strette il segretario generale della NATO Peter Carrington fuori dal suo ufficio a Bruxelles. La tensione era ancora alta e, secondo loro, gli americani si comportavano in modo scortese, avventato e sprezzante nei confronti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò fino in fondo. Poi alzò le spalle e diede la sua solita spiegazione sul perché l’indispensabilità americana richiedesse la tolleranza degli alleati: «Ahimè, sono gli unici americani che abbiamo».
Oggi, quella tolleranza è messa a dura prova. In meno di due anni, la seconda amministrazione Trump ha minacciato di annettere la Groenlandia e di uscire dalla NATO, ha ritirato le truppe dalla Germania, si è intromessa nelle elezioni degli alleati e ha imposto dazi doganali ai paesi amici — il tutto mentre ricopriva di vertici e lusinghe Pechino e Mosca. Gli alleati hanno reagito con comprensibile allarme. «Il vecchio rapporto che avevamo con gli Stati Uniti», ha dichiarato il primo ministro canadese Mark Carney, «è finito». Si sta formando una «profonda frattura», ha avvertito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. «L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più», ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ng Eng Hen, ministro della difesa di Singapore, ha lamentato che gli Stati Uniti siano passati dall’essere un partner a un «padrone di casa in cerca di affitto».
Negli Stati Uniti, si sta diffondendo il consenso secondo cui è improbabile che le alleanze possano riprendersi. L’ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, Greg Meeks, si è chiesto «se i nostri amici e alleati torneranno mai a fidarsi degli Stati Uniti». Lo studioso Robert Kagan, in un elogio funebre dedicato a un’epoca in cui gli alleati degli Stati Uniti rimanevano fedeli a Washington, ha dichiarato che «quei giorni sono ormai finiti e non torneranno presto».
Questo pessimismo è comprensibile, ma decisamente esagerato. Il malcontento nelle capitali alleate, per quanto sentito, non costituisce un orientamento duraturo per ciò che accadrà in futuro. Per quanto la situazione possa sembrare critica, le alleanze degli Stati Uniti sopravviveranno allo shock Trump per ragioni che i titoli dei giornali trascurano. In primo luogo, il sistema delle alleanze ha superato shock ormai dimenticati, almeno altrettanto gravi di questi, e quelli attuali sono dovuti più alla personalità del presidente che a una nuova politica duratura. In secondo luogo, le minacce che hanno dato origine alle alleanze non sono svanite, ma si sono intensificate e hanno trovato un punto di convergenza, poiché le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia sono più allineate che mai. In terzo luogo, potenti forze gravitazionali continuano a unire gli alleati sul piano economico, tecnologico e militare, superando i tentativi di «riduzione del rischio» provenienti da Washington, mentre le burocrazie professionali portano avanti silenziosamente la cooperazione lontano dai riflettori della politica.
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Se lasciato consolidarsi fino a diventare un luogo comune, il pessimismo rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, poiché i responsabili politici, convinti che le alleanze non possano essere salvate, smettono di impegnarsi per garantirne la sopravvivenza. Ma insieme, queste forze unificanti porteranno le alleanze oltre il “momento Trump” e le prepareranno – qualora le capitali alleate cogliessero l’opportunità – alla trasformazione necessaria per affrontare la sfida di una Cina, sostenuta da una Russia di nuova aggressività, in grado di superare ogni altro Paese secondo i parametri di potere che contano di più. Le attuali ansie, per quanto involontariamente, potrebbero persino rafforzare il sistema delle alleanze: come è già accaduto in passato, le tensioni possono stimolare riforme che creano le capacità di domani. Gli alleati potrebbero trasformarsi da soggetti dipendenti a co-creatori di potere, unendo le loro capacità in quella che in precedenza abbiamo definito «scala alleata». L’amministrazione Trump ha esortato gli alleati a fare di più affinché gli Stati Uniti possano fare di meno; in realtà, in futuro, sia gli alleati che gli Stati Uniti dovranno fare di più, creando flussi bidirezionali di capacità e interdipendenza che rendano il tutto maggiore della somma delle sue parti.
È vero che, come hanno sostenuto il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader alleati, «non si può tornare indietro». Ciò non significa però la fine del sistema di alleanze, bensì la necessità di ridefinirlo in vista di una nuova era.
IL NUOVO FATALISMO
Il danno che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha arrecato finora alle alleanze statunitensi nel corso del suo secondo mandato supera quello causato nell’arco dei quattro anni del suo primo mandato. Ciò è in parte dovuto al fatto che il personale internazionalista che l’ultima volta aveva imposto dei limiti di sicurezza non c’è più. Ma la crescente preoccupazione per il futuro delle alleanze americane non riguarda solo Trump. È alimentata dalla convinzione che forze corrosive di lunga data, aggravate dagli attacchi di Trump alla fiducia, stiano erodendo il sistema al punto da renderlo ormai irrecuperabile.
La prima serie di forze corrosive proviene dall’interno degli Stati Uniti. Come hanno osservato in queste pagine Phil Gordon e Mara Karlin, alti funzionari dell’amministrazione Biden, una generazione di interventi falliti, sfide economiche e politiche chiuse su se stesse ha reso gli americani più riluttanti a sostenere l’ordine globale di quanto non lo fossero mai stati dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Trump, secondo questa tesi, è tanto un sintomo quanto una causa. Il primo mandato di Trump poteva sembrare un’aberrazione, ma il secondo segna una tendenza, suggerendo che il pendolo potrebbe non tornare indietro.
La seconda serie di forze corrosive proviene dall’interno delle capitali alleate. La credibilità americana ormai compromessa, secondo questa interpretazione, sta spingendo gli alleati a modificare il proprio orientamento strategico in modi che si riveleranno irreversibili. Il modo in cui Trump tratta gli impegni alleati in Europa e in Asia, considerandoli condizionati e transazionali, ne altera il carattere essenziale anche senza grandi ritiri di truppe o l’uso della forza contro gli alleati. Già ora i governi europei stanno dando maggiore rilievo alla “autonomia strategica” e perseguendo l’indipendenza in materia di difesa dagli Stati Uniti, con Francia e Regno Unito che propongono addirittura un nuovo ombrello nucleare per l’Europa. Anche gli alleati asiatici stanno riconsiderando un accordo fondante del sistema di alleanze statunitense – la deterrenza nucleare estesa – e stanno valutando l’acquisizione di proprie capacità nucleari. Entrambe le categorie di alleati stanno formando nuove coalizioni di potenze medie per ridurre la dipendenza da Washington, dai recenti accordi europei con l’India agli accordi commerciali che il Giappone sta perseguendo con l’America Latina. Tutti stanno cercando modi per ridurre l’esposizione al rischio legato agli Stati Uniti. Gli scettici temono che, per quanto il prossimo leader americano possa essere favorevole all’alleanza, tale strategia di copertura persisterà: perché gli alleati dovrebbero mettere in gioco decenni di pianificazione militare – basi, approvvigionamenti, struttura delle forze – o perseguire l’integrazione economica e industriale con Washington se l’alleanza stessa viene messa in discussione ogni quattro-otto anni?
La risposta a questa domanda è più complessa di quanto sembri e dovrebbe allontanarci dalla disperazione. Il crollo delle alleanze rimane di gran lunga meno probabile della loro resistenza ed evoluzione, per ragioni che spesso sfuggono agli osservatori. Poiché le alleanze hanno sorpreso gli strateghi sopravvivendo al crollo dell’Unione Sovietica, sono state considerate come il prodotto degli elementi più «morbidi» della politica internazionale: sentimenti, istituzioni, fiducia, valori condivisi, nostalgia – proprio gli elementi che l’amministrazione Trump ha martoriato maggiormente. Ma esse sono state forgiate e sono sempre state sostenute da dure realtà materiali. Lungi dal svanire, tali realtà materiali esercitano un’attrazione più forte che mai.
L’ETÀ D’ORO CHE NON È MAI ESISTITA
L’attuale pessimismo contrappone le sfide odierne a un’età dell’oro delle alleanze che non è mai esistita. La vera storia delle alleanze statunitensi è costellata di crisi ricorrenti: alleati che espellono le truppe americane, presidenti che colgono di sorpresa i propri partner, capitali in fermento per le proteste e, in ogni epoca, previsioni ottimistiche di un imminente crollo.
Sebbene molte élite della politica estera ritengano che questa volta sia diverso, l’opinione pubblica americana ed europea non è d’accordo. Secondo i dati dei sondaggi del Chicago Council on Global Affairs, che risalgono al 1974, la percentuale di americani che ritiene che Washington debba prendere le decisioni importanti insieme agli alleati piuttosto che agire da sola ha ora raggiunto il livello più alto degli ultimi 50 anni. Durante l’era Trump, dal 2016 ad oggi, la convinzione che mantenere le alleanze esistenti sia «molto efficace» per promuovere gli obiettivi degli Stati Uniti è aumentata dal 32% al 55%, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi dieci anni sia tra i democratici che tra i repubblicani. Dall’altra parte dell’Atlantico, i sondaggi dell’European Council on Foreign Relations hanno evidenziato un’allarmante insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti. Ma ciò che colpisce di più è che una netta maggioranza dei cittadini in 13 dei 15 paesi europei intervistati, e una pluralità nei restanti due, ritiene che le relazioni «miglioreranno di nuovo» una volta che Trump avrà lasciato la carica. Meno di un terzo ritiene che il danno persisterà dopo la sua uscita di scena. L’opinione pubblica europea, a quanto pare, ritiene che Trump sia un’aberrazione e non un vero rappresentante degli Stati Uniti.
La loro convinzione che «anche questo passerà» ha un peso storico non indifferente. Nel campo della sicurezza, le sfide odierne sono reali: minacce di annessione della Groenlandia, di abbandono dell’Ucraina, di uscita dalla NATO, di ritiro delle forze dalla Germania e di subordinazione delle vendite di armi a Taiwan alle preferenze di Pechino. Ma le alleanze hanno già superato situazioni ben peggiori.
Anche sotto Trump, gli Stati Uniti non hanno minacciato in modo credibile una catastrofe finanziaria contro un alleato, come fecero con il Regno Unito negli anni ’50 per fermare il suo intervento a Suez. Né un alleato ha espulso le truppe americane o minato seriamente la struttura dell’alleanza, come fece la Francia negli anni ’60, dopo essersi ritirata dal comando unificato della NATO. Gli Stati Uniti non hanno ritirato un gran numero di truppe dai paesi alleati, come il Senato li aveva quasi costretti a fare negli anni ’70, quando riuscirono a respingere per un soffio l’emendamento Mansfield, che avrebbe ridotto di circa la metà le forze statunitensi in Europa.
In occasione del vertice dei leader della NATO tenutosi ad Ankara, in Turchia, nel luglio 2026Yves Herman / Reuters
In Asia non esiste attualmente un equivalente degli shock di grande portata degli anni ’70, che spinsero Seul e Taipei a perseguire programmi nucleari segreti. La “Dottrina di Guam” del 1969 del presidente statunitense Richard Nixon imponeva agli alleati di fornire le risorse umane necessarie alla propria difesa, un imperativo sottolineato dal ritiro di 20.000 soldati statunitensi dalla Corea del Sud. La sua apertura verso Pechino nel 1972 colse di sorpresa Taipei e Tokyo. Pochi anni dopo, la caduta di Saigon fece sorgere dubbi sulla determinazione americana e spinse il leader di Singapore Lee Kuan Yew a dichiarare che l’influenza degli Stati Uniti nella regione «non sarebbe mai più stata la stessa». Nonostante la grave insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti, non si sono verificate proteste di massa nelle capitali alleate, come quelle contro lo schieramento dei missili Pershing II. Né è svanita la percezione condivisa della minaccia da parte del sistema dell’alleanza, come era accaduto negli anni ’90, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
L’eccezione principale è la minaccia di un intervento militare statunitense contro la Groenlandia, che potrebbe effettivamente far crollare il sistema di alleanze se Washington decidesse di metterla in atto. Ma questa minaccia è talmente peculiare, personalistica ed estrema che nessuna figura di rilievo di entrambi i partiti l’ha sostenuta. I democratici si sono opposti apertamente, e lo stesso hanno fatto i leader repubblicani: il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato che un intervento militare statunitense in Groenlandia «non sarebbe appropriato», mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha dichiarato: «Non ritengo che un’azione militare sia un’opzione in questo caso». Trump ha fatto marcia indietro.
Il bilancio economico presenta analogie con quello in materia di sicurezza. I dazi del “Liberation Day” hanno intaccato la percezione degli Stati Uniti come partner economico credibile, ma non è la prima volta che Washington rivolge il proprio peso economico contro i propri alleati, anche attraverso l’uso dei dazi. Nell’agosto del 1971, lo «shock di Nixon» fece entrambe le cose contemporaneamente: pose fine unilateralmente alla convertibilità del dollaro in oro, cogliendo di sorpresa gli alleati le cui economie erano ancorate ad esso, e impose un sovrapprezzo generalizzato del dieci per cento sulle importazioni. Nel 1985, l’Accordo del Plaza costrinse gli alleati a un importante adeguamento valutario sotto la minaccia di pressioni protezionistiche, mettendo a dura prova le economie tedesca e giapponese in misura ben più grave rispetto ai dazi che gli alleati devono affrontare oggi; nel giro di tre anni, lo yen raddoppiò rispetto al dollaro, un adeguamento di gran lunga superiore al dazio del 15 per cento sulle esportazioni giapponesi.
Le tensioni attuali sono le più significative dalla fine della Guerra Fredda. Eppure la lezione della storia è che i sistemi di alleanze spesso si rivelano, col senno di poi, più resilienti di quanto gli osservatori contemporanei si aspettino in quel momento. Le crisi generano ripetutamente previsioni di collasso, ma le alleanze si adattano proprio perché gli incentivi sottostanti rimangono convincenti. Le pressioni esercitate dalla prima amministrazione Trump sulla ripartizione degli oneri sono state accolte con amarezza nelle capitali alleate e hanno causato danni concreti, ma hanno anche spinto i bilanci europei della difesa verso l’obiettivo del 2% fissato dalla NATO, indotto il Giappone a raddoppiare la propria spesa per la difesa e stimolato il coordinamento per affrontare la sfida tecnologica rappresentata dalla Cina. Sotto l’amministrazione Biden, molti di quegli stessi alleati hanno aderito a una fitta rete di iniziative che un tempo sarebbero state inconcepibili: l’accordo AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti; il partenariato di sicurezza Quad incentrato sull’Indo-Pacifico; il riavvicinamento tra Seul e Tokyo; i controlli congiunti sulle esportazioni di semiconduttori; una risposta coordinata tra Europa e Asia all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Nulla di tutto ciò era stato pianificato da Trump, ma dimostra come le tensioni di un’epoca possano generare capacità in quella successiva, offrendo ai leader che seguiranno l’opportunità di rafforzare le alleanze in modi che prima erano irraggiungibili.
FINALMENTE LA CONVERGENZA
Oggi, tale dinamica è particolarmente forte, dato che le percezioni di minaccia stanno convergendo e intensificandosi sempre più attorno a una sfida comune proveniente da Pechino e Mosca, anche se gli alleati si trovano ad affrontare una sfida a breve termine da parte di Washington. Ciò è degno di nota perché, dalla fine della Guerra Fredda, le percezioni di minaccia degli alleati hanno spesso mostrato divergenze. L’Europa, ad esempio, ha gradualmente manifestato una crescente apprensione nei confronti della sfida militare russa, ma ha generalmente considerato la Cina come un mercato e un produttore. Gli alleati asiatici spesso la vedevano al contrario: diffidavano della crescente potenza militare cinese, ma erano meno preoccupati per la Russia, vedendo nelle sue risorse energetiche un’opportunità economica. Tale divergenza ha giocato a vantaggio di Pechino e Mosca. Per decenni, Washington si è sforzata di allineare le percezioni tra i vari teatri operativi, con scarsi risultati.
Quella convergenza sta finalmente arrivando. Il comportamento della Cina e della Russia ha, più di qualsiasi iniziativa occidentale, forgiato legami tra Europa e Asia. L’invasione russa dell’Ucraina ha infranto le ultime illusioni dell’Europa non solo riguardo a Mosca, ma anche riguardo a Pechino. La Cina è diventata il principale sostenitore della Russia, fornendo supporto tecnologico a duplice uso e persino militare letale sul campo di battaglia, oltre a un fondamentale sostegno finanziario, industriale e diplomatico. È la Cina che sta costruendo la base industriale della difesa russa e la capacità militare che ora minaccia l’Europa. Riflettendo questa consapevolezza, i comunicati della NATO definiscono ora la Cina un «fattore determinante» della guerra russa, e il suo segretario generale sostiene che i teatri indo-pacifico ed europeo debbano essere considerati «come un unico insieme». Da parte loro, gli Stati asiatici vedono lo scioccante ricorso alla forza da parte della Russia come un segnale dei rischi che dovrebbero affrontare se l’equilibrio militare con la Cina dovesse erodersi ulteriormente. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e persino Singapore si sono schierati a sostegno dell’Ucraina, considerando una sconfitta della Russia essenziale per frenare le ambizioni cinesi. I leader dei quattro partner indo-pacifici della NATO – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – partecipano ormai regolarmente ai suoi vertici. Nel frattempo, Pechino e Mosca stanno anche rafforzando i propri legami in Asia, organizzando esercitazioni e pattugliamenti con bombardieri strategici nei pressi degli alleati degli Stati Uniti, anche durante importanti incontri multilaterali.
La percezione delle minacce da parte degli alleati è cambiata non solo sul piano della sicurezza, ma anche – e forse in modo ancora più evidente – su quello economico e tecnologico. Sia i governi asiatici che quelli europei stanno iniziando a vedere la Cina come gli Stati Uniti la vedono da tempo: una potenza mercantilista che mira alle fondamenta della loro forza industriale. I leader europei parlano ora di un secondo «shock cinese», un’ondata di manufatti sovvenzionati che, come ha affermato Macron, stanno «letteralmente uccidendo gran parte dell’industria europea». Von der Leyen ha messo in guardia dalle «sovraccapacità produttive cinesi che erodono la nostra base manifatturiera» e definisce la situazione «semplicemente insostenibile». Merz ha proposto un nuovo Accordo del Plaza per costringere la Cina a un apprezzamento della propria valuta.
Nulla di tutto ciò costituisce ancora una politica unitaria degli alleati. La convergenza sulla natura della minaccia non implica un allineamento completo sulla risposta, né sul piano della sicurezza né su quello economico; vi sono divisioni anche su quanto ridurre l’esposizione alla Cina, su come bilanciare gli interessi economici e di sicurezza e su come gestire la politica nei confronti di Taiwan e dell’Ucraina. Tuttavia, una diagnosi condivisa è il presupposto fondamentale per un’azione comune e, per la prima volta in una generazione, tale diagnosi sta cominciando ad allinearsi.
Questa convergenza rappresenta un fatto geopolitico degno di nota. Anche durante la Guerra Fredda, gli alleati avevano percezioni diverse della minaccia: la Germania Ovest perseguiva l’Ostpolitik e la distensione, mentre gli Stati in prima linea premevano per la deterrenza, e il dispiegamento degli euromissili divideva sia l’opinione pubblica che i governi. Secondo alcuni indicatori, oggi si registra un’unità comparabilmente maggiore, persino di fronte a una minaccia meno urgente. Ciò che è particolarmente rivoluzionario è che l’Atlantico e il Pacifico stanno cessando di funzionare come spazi strategici completamente separati, ponendo le basi per sforzi di alleanza veramente globali, anche se è improbabile che l’amministrazione Trump riesca a trarre vantaggio da questa convergenza nei prossimi due anni e mezzo.
I LEGAMI CHE UNISCONO
Non c’è dubbio che gli alleati stiano cercando di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti in settori chiave attraverso nuove coalizioni di potenze medie. Tuttavia, questa tendenza verso la riduzione dell’esposizione viene controbilanciata e, in ultima analisi, superata da megatendenze di più ampia portata: l’impennata delle esportazioni cinesi in ambito economico, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale in ambito tecnologico e l’aumento delle spese per la difesa in ambito militare. Questi fattori stanno creando nuovi legami con Washington a un ritmo più veloce di quanto sia possibile spezzare quelli preesistenti.
In ambito economico, gli Stati Uniti assorbono ora circa il 20-30 per cento di tutte le esportazioni degli alleati, una quota molto più elevata rispetto a cinque anni fa, poiché la Cina acquista meno. Lo scorso anno, nonostante la guerra commerciale, Europa, Giappone e India hanno tutti esportato molto di più verso gli Stati Uniti che verso la Cina; negli ultimi cinque anni, le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15 per cento per l’Europa, del 20 per cento per il Giappone, del 20 per cento per la Corea del Sud e del 20 per cento per l’India, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30 per cento sia per l’Europa che per la Corea del Sud e l’India. Tale dipendenza dal mercato statunitense è destinata ad aumentare: il secondo shock cinese renderà il mercato statunitense un’ancora di salvezza ancora più cruciale. Inoltre, gli sforzi di reindustrializzazione americani dipendono sempre più dagli investimenti degli alleati e dalla condivisione di tecnologie, dalla cantieristica navale ai semiconduttori alle batterie, rafforzando così l’interdipendenza.
La tecnologia sta diventando sempre più “appiccicosa” in entrambe le direzioni, in parte a causa della rivoluzione dell’IA. Abbondano le notizie secondo cui i governi europei stanno ordinando ai funzionari di abbandonare Microsoft Teams e Zoom, di migrare dai sistemi operativi americani e di creare alternative “sovrane” nel cloud e nell’IA. Ma la nuova ondata di innovazione tecnologica sta ricreando la dipendenza degli alleati. La dipendenza di un tempo dai sistemi operativi americani per dispositivi mobili e desktop non è diminuita, e ora gli alleati degli Stati Uniti dipendono anche dall’infrastruttura cloud americana, dai chip avanzati e dai modelli di IA. Tre «hyperscaler» statunitensi — Amazon, Google e Microsoft — rappresentano circa i due terzi del mercato globale del cloud, mentre i fornitori europei detengono appena il 15 per cento del proprio mercato interno. Si prevede che nel 2026 gli hyperscaler statunitensi spenderanno oltre 700 miliardi di dollari in infrastrutture di intelligenza artificiale, contro una spesa sovrana europea di circa 13 miliardi di dollari. E il divario sta crescendo. Gli sforzi dell’Europa sono per ora troppo modesti, troppo regolamentati, troppo frammentati e troppo concentrati sull’attenuazione delle restrizioni governative piuttosto che sulla promozione dell’uso commerciale per modificare radicalmente le dipendenze che si sono accumulate nel corso di decenni. (Nel frattempo, gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle macchine litografiche olandesi, dall’ottica e dai laser tedeschi, dai prodotti chimici giapponesi e dagli impianti di semiconduttori di Taiwan per la propria agenda sull’intelligenza artificiale.)
La vera storia delle alleanze degli Stati Uniti è costellata di crisi ricorrenti.
È sul fronte militare che il legame potrebbe risultare più saldo. Gli sforzi degli alleati per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti sono controbilanciati dal fatto che ogni alleato sta contemporaneamente portando avanti il più significativo potenziamento della propria difesa degli ultimi trent’anni, di fronte alle crescenti minacce cinesi e russe, con modalità che li avvicinano a Washington. La logica è chiara in Asia. Anche se Trump attacca periodicamente con toni retorici gli alleati asiatici, Taiwan ha richiesto 25 miliardi di dollari in nuove armi statunitensi, il Giappone ha proseguito l’acquisto di ulteriori caccia F-35 e missili Tomahawk integrando al contempo le proprie strutture di comando con quelle degli Stati Uniti, la Corea del Sud ha avviato una nuova cooperazione per la costruzione di sottomarini nucleari e l’India ha rafforzato la propria dipendenza dai motori a reazione statunitensi. Sebbene l’Europa si sia impegnata maggiormente per ridurre la dipendenza, anche qui i legami sono molto forti. Oltre l’80 per cento del nuovo programma di riarmo europeo, del valore di 860 miliardi di dollari, è completamente aperto alle aziende statunitensi, mentre il restante 20 per cento, destinato esclusivamente alle imprese europee, prevede diverse deroghe per consentire la partecipazione americana. I nuovi leader europei nel settore delle tecnologie di difesa, da Helsing a Stark, sono finanziati in gran parte da capitali americani, da New York a Menlo Park. E negli ultimi anni, la quota degli appalti europei nel settore della difesa assegnata alle aziende statunitensi è salita, secondo un indicatore, da circa il 28 per cento nel periodo 2019–21 al 51 per cento nel periodo 2022–24, poiché l’urgenza della guerra in Ucraina ha generato una domanda che solo gli Stati Uniti potevano soddisfare in termini di rapidità e portata. Anche se canadesi ed europei si stanno allontanando da alcune piattaforme statunitensi e acquistano tra di loro, quelle nuove piattaforme — che non arriveranno prima di un altro decennio — rafforzano la dipendenza dagli Stati Uniti per le infrastrutture fondamentali della guerra ad alta intensità, come i collegamenti tattici di dati che consentono il comando e il controllo alleati. Inoltre, gli alleati europei non hanno alternative agli Stati Uniti per quanto riguarda l’allerta precoce spaziale contro i missili o le attività critiche di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Persino Merz ha ammesso che l’Europa «rimarrà dipendente dagli Stati Uniti d’America ancora per molto tempo».
La strategia di “copertura” adottata dalle potenze medie non solo viene superata dalle forze più grandi, ma è anche meno indicativa di problemi all’interno dell’alleanza di quanto molti credano. Le potenze medie continuano a collaborare con Washington anche mentre cercano di costruire nuove relazioni altrove. E nella maggior parte dei casi, tali nuove relazioni sono con alleati e partner degli Stati Uniti, molte delle quali si estendono attraverso diversi teatri operativi in modi che Washington ha a lungo incoraggiato, con attori chiave come l’India e il Giappone al centro. Ciò che ora sembra una riduzione del rischio, a lungo termine costituirà un reinvestimento nella rete dell’alleanza e nelle capacità che Washington cerca da tempo di rafforzare: produzione nel settore della difesa, resilienza della catena di approvvigionamento e interoperabilità. Le politiche dell’amministrazione Trump possono essere lo stimolo, ma l’aumento della coesione e delle capacità degli alleati durerà ben oltre il suo mandato.
IL VERO “DEEP STATE”
Non sono solo le forze esterne alle alleanze a spingerle verso l’unione, ma anche quelle interne. Trump e il suo team hanno cercato di sradicare un presunto “deep state” “woke” composto da attivisti, ma il vero deep state è al tempo stesso più banale e più determinante. I professionisti delle alleanze portano avanti l’attività quotidiana di cooperazione lontano dai riflettori delle recriminazioni pubbliche: pianificatori militari e funzionari dei servizi segreti, esperti di controllo delle esportazioni e specialisti in sanzioni, banchieri centrali e negoziatori commerciali, nonché gli ingegneri e i responsabili della definizione degli standard che garantiscono la comunicazione tra i sistemi alleati. Essi formano una fitta rete di relazioni costruita e curata nel corso di decenni. Poiché il lavoro è di natura tecnica piuttosto che politica, e poiché si sviluppa su tempi che vanno dagli anni ai decenni, è lento da costruire ma anche da smantellare. Proprio la sua natura poco appariscente conferisce alle alleanze una stabilità di fronte a un ciclo politico turbolento.
Questo slancio costante è evidente nel modo in cui molte iniziative sono proseguite — e si sono persino rafforzate — sotto l’amministrazione Trump, nonostante le tensioni ai vertici. Anche mentre l’India ribolliva per i dazi record imposti dagli Stati Uniti, le relazioni in materia di difesa sono rimaste al riparo dalla guerra commerciale: nell’ottobre 2025, i due paesi hanno firmato un nuovo accordo quadro decennale sulla difesa che rafforza l’interoperabilità in ogni ambito. L’AUKUS, sottoposto a una revisione scettica da parte del Pentagono all’insegna dell’«America first», ne è uscito intatto, essendo ormai sopravvissuto ai cambiamenti di governo in tutti e tre gli Stati membri. Nelle Filippine, l’esercitazione militare annuale denominata Balikatan (che significa «spalla a spalla») raggiunse nel 2025 la sua più grande edizione di sempre con 16.000 soldati, piani di emergenza alleati e forze giapponesi. Le tensioni commerciali con la Corea del Sud non impedirono una maggiore collaborazione sui sottomarini nucleari.
Anche il Congresso ha contribuito a mantenere saldi questi rapporti. Nonostante la polarizzazione, le maggioranze bipartisan continuano a sostenere la NATO, i partenariati indo-pacifici come l’AUKUS e il Quad, e l’integrazione tra difesa e industria. A prescindere dalle controversie sulla ripartizione degli oneri e sul commercio, pochi esponenti seri di entrambi i partiti sono favorevoli a un abbandono totale o anche solo parziale delle strutture dell’alleanza. Persino la leadership repubblicana si colloca su posizioni più moderate a questo riguardo. Thune, ad esempio, ha dichiarato: «Ci sono moltissime persone che ritengono che la NATO sia un’alleanza post-seconda guerra mondiale fondamentale e di incredibile successo. E penso che nel mondo di oggi gli alleati siano indispensabili». E infatti, il Congresso ha vietato il ritiro dalla NATO senza la sua espressa approvazione.
Da parte loro, gli alleati americani sembrano talvolta condividere una sorta di pensiero magico riguardo agli Stati Uniti: il desiderio di mantenere una visione favorevole e di lunga data degli Stati Uniti nonostante le prove contrarie. Il Giappone, nonostante le gravi lamentele riguardo ai dazi statunitensi e alla soft détente di Trump con Pechino, nonché al palese fallimento di Washington nel sostenere il primo ministro giapponese Sanae Takaichi di fronte alle intense pressioni cinesi, è determinato a comportarsi come se l’alleanza rimanesse forte come sempre. Il Regno Unito si è aggrappato con analoga determinazione all’idea di una «relazione speciale», e il segretario generale della NATO ha accolto l’amministrazione con una fiducia nel rapporto che molti trovano difficile da spiegare. In parte ciò rappresenta una fede genuina nel sistema dell’alleanza; in parte rappresenta una sorta di pragmatismo del tipo «fingi finché non superi Trump». Indipendentemente da ciò, la retorica ha effetti stabilizzanti che possono effettivamente far guadagnare tempo.
DOPO DI ME
La tenacia degli alleati di fronte all’ostilità di Trump non è motivata solo dalle attuali esigenze di sicurezza ed economiche. Essa riflette anche la consapevolezza intuitiva che le probabili alternative a un mondo garantito dal sistema di alleanze siano di gran lunga peggiori per gli alleati. Anche solo il danno concreto che Trump ha arrecato alla fiducia e alla prevedibilità rende la struttura dell’alleanza la scelta migliore.
La prima alternativa possibile per gli alleati è la multipolarità globale, un mondo senza regole, senza alleanze fisse, in cui ogni Stato agisce per il proprio interesse. Questo scenario hobbesiano potrebbe sfociare in una guerra catastrofica, come accadde prima della Prima guerra mondiale. Porrebbe i piccoli Stati nella condizione di perdere la sovranità, spingerebbe le potenze medie ad acquisire armi nucleari e indurrebbe le grandi potenze a intraprendere una corsa agli armamenti. Una seconda alternativa, quella delle sfere d’influenza, aggiunge un elemento di stabilità, poiché ogni grande potenza governa la propria zona di influenza e gli Stati Uniti si ritirano nell’emisfero occidentale. Tuttavia, le grandi potenze si contendono continuamente le sfere d’influenza altrui, come è avvenuto dopo le guerre napoleoniche e nuovamente dopo Yalta, e le sfere d’influenza non possono impedire la guerra alle catene di approvvigionamento né affrontare le sfide transnazionali, dall’intelligenza artificiale all’innalzamento del livello del mare. Una terza possibilità, che garantisce un ordine ancora maggiore rispetto alle altre due, è un concerto delle grandi potenze che produca una pace controllata tra le principali capitali. Ma ciò sembra poco plausibile oggi, quando le grandi potenze non riescono nemmeno a cooperare per affrontare il cambiamento climatico, figuriamoci definire la forma complessiva dell’ordine mondiale. E anche se questi ultimi due scenari si rivelassero fattibili, sarebbero nettamente meno favorevoli agli interessi economici e di sicurezza degli attuali alleati degli Stati Uniti.
Una quarta alternativa è più probabile di tutte e tre: una preminenza parziale della Cina. La multipolarità, le sfere d’influenza e i concerti delle grandi potenze presuppongono tutti una generale parità tra le grandi potenze che sembra improbabile, date le dimensioni della Cina: la Cina ha una capacità produttiva doppia rispetto a quella degli Stati Uniti, un’economia più grande del 30 per cento in termini di potere d’acquisto, la marina militare più grande del mondo, un surplus commerciale globale senza precedenti pari a 1,2 trilioni di dollari e un vantaggio dominante nelle tecnologie, dai veicoli elettrici alla robotica. Una preminenza parziale creerebbe un mondo organizzato attorno alla deferenza verso Pechino, sostenuta dalla massa della Cina, lasciando gli Stati Uniti e i loro partner svuotati dal punto di vista industriale, superati tecnologicamente, soppiantati commercialmente, forse sconfitti militarmente e privati di posti di lavoro ben retribuiti. Le conseguenti dipendenze dalla Cina farebbero scivolare gli Stati Uniti e i loro partner lungo la catena del valore globale verso i settori immobiliare, turistico, delle materie prime, finanziario e, forse, dell’evasione fiscale transnazionale.
È sempre più chiaro ai responsabili politici delle capitali alleate, proprio come dovrebbe diventare chiaro ai leader americani del dopo-Trump, che l’unione delle forze alleate è l’unica via per controbilanciare la Cina — una quinta alternativa per l’ordine mondiale del futuro. Ciò comporterebbe la messa in comune da parte degli alleati di mercati, investimenti, tecnologia e capacità militari, con le alleanze che fungerebbero da piattaforme per lo sviluppo delle capacità, non solo per la deterrenza militare. Un’unione di questo tipo darebbe vita a una coalizione che avrebbe un PIL, adeguato al potere d’acquisto, più che doppio rispetto a quello della Cina e una spesa militare più che doppia; sarebbe il primo produttore di brevetti attivi e di pubblicazioni più citate, nonché il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi del mondo, e rappresenterebbe la metà della produzione manifatturiera globale contro il terzo della Cina. Lungi dal rendere impossibile una tale alleanza su larga scala, le realtà strutturali ne rendono più probabile la realizzazione, evidenziandone la necessità proprio mentre le risposte alle politiche di Trump mettono gli alleati degli Stati Uniti nella posizione di poter offrire di più a Washington.
Uno degli indicatori più importanti della plausibilità di questo percorso è proprio l’impegno profuso da Pechino per ostacolarlo. Politologi come William Wohlforth e Victoria Tin-bor Hui hanno rilevato che, nel corso della storia, gli Stati dominanti hanno cercato di dividere attivamente le coalizioni schierate contro di loro prima che queste potessero consolidarsi. Persino l’alleanza della Guerra Fredda del XX secolo — che alla fine si è rivelata un grande successo — ha dovuto affrontare delle sfide, poiché Mosca interferiva apertamente nella politica dell’Europa occidentale per allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. A tal fine, Pechino sta perseguendo una propria strategia volta a dividere le coalizioni, sfruttando il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento globali per minacciare o punire altri governi. Ciò ostacola l’azione collettiva perché ogni paese, a cui in alcuni casi vengono offerti sgravi selettivi, ha motivo di cercare un accordo individuale piuttosto che mantenere una linea comune con gli altri. Ciò che colpisce oggi, tuttavia, è quanto poco abbiano ottenuto finora tali sforzi cinesi, nonostante tutto ciò che Trump abbia fatto per favorire la causa di Pechino.
DALLA SOPRAVVIVENZA ALLA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA
Sulla scia di Trump, il sistema delle alleanze non si ricostruirà da solo. Come ogni progetto edilizio ambizioso, richiederà ingegneri e un piano. Ma ciò è più plausibile di quanto possa sembrare. Ogni rinnovamento riuscito del sistema delle alleanze è stato guidato da un programma lungimirante piuttosto che da un ripristino nostalgico, e lo shock del secondo mandato di Trump sta seppellendo la nostalgia e stimolando una necessaria presa di coscienza sia a Washington che nelle capitali alleate.
A Washington, l’attuale pessimismo dovrebbe lasciare il posto a un maggiore pragmatismo, anche per evitare che si trasformi inutilmente in una profezia che si autoavvera, rendendo più difficile il percorso da seguire. Il passaggio dall’individuazione delle sfide alla discussione delle soluzioni è ormai da tempo necessario. La questione di come ricostruire e riformare la struttura delle alleanze statunitensi deve diventare un tema centrale nel dibattito sul “futuro” in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.
Molti sono scettici sul fatto che una qualsiasi di queste opzioni sia ancora praticabile. Eppure il modello esiste già da diverse amministrazioni ed è in uso proprio in questo momento. Le sue caratteristiche distintive sono da tempo immutate: guidato dalla Casa Bianca, incentrato su progetti concreti e organizzato attraverso coalizioni ad hoc di alleati disponibili. L’amministrazione Biden ha operato in questo modo per lanciare l’AUKUS e sostenere la coalizione a favore dell’Ucraina. A volte lo ha fatto anche l’amministrazione Trump, dotando di risorse iniziative ereditate come il Pilastro 2 dell’AUKUS in modi nuovi e significativi e perseguendone di nuove, come un partenariato sui minerali critici con oltre 50 paesi che il vicepresidente JD Vance ha descritto come un «blocco commerciale tra alleati e partner». Il fatto che lo stesso modello sia emerso sotto amministrazioni così diverse è la prova più forte che una scala alleata è realizzabile anche dopo Trump.
Il primo passo è una valutazione condivisa della sfida — e, come suggerisce la convergenza sopra descritta, le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia si stanno allineando per la prima volta in una generazione. Per costruire su questa percezione condivisa sarà necessario voltare pagina rispetto all’era attuale e compiere sforzi proattivi per ricostruire la fiducia. Washington dovrà convincere gli alleati che le sue mosse più aggressive sono state il prodotto di una personalità particolare piuttosto che di una mutazione permanente del sistema politico. Sarebbe d’aiuto una chiara presa di distanza, trasversale ai due partiti, dalle minacce militari contro la Groenlandia. Lo stesso vale per una scelta deliberata di privilegiare impegni che durino più a lungo di qualsiasi singolo presidente: i decreti presidenziali possono essere revocati con una firma, ma le leggi sono molto più difficili da abrogare, ed è proprio alle leggi che gli alleati attribuiscono la fiducia necessaria per effettuare investimenti che si misurano in decenni.
Esercitazione militare congiunta a Funabashi, in Giappone, gennaio 2026Kim Kyung-Hoon / Reuters
Sarebbe inoltre opportuno iniziare con progetti piccoli e concreti che dimostrino il valore della collaborazione su scala ridotta in casi specifici e creino un clima di fiducia. I risultati immediati rafforzano la fiducia, e vi è spazio per iniziative pilota innovative in settori quali le catene di approvvigionamento farmaceutiche e la coproduzione di munizioni. La parola d’ordine dovrebbe essere «umiltà». L’istinto potrebbe spingere a cercare accordi di alleanza di ampio respiro, ma a tale istinto occorre resistere. Se iniziative mirate e discrete si concentrassero sulle aree di maggiore consenso – ad esempio un punto nevralgico in cui il controllo cinese è particolarmente forte – allora un risultato significativo potrebbe creare slancio. Ciò potrebbe anche aiutare a superare gli ostacoli nel contesto politico interno.
Ciò potrebbe gettare le basi per passare da piccoli progetti a iniziative più ampie e ambiziose che coinvolgano un maggior numero di partner. Il principio organizzativo di questi progetti deve essere il reciproco vantaggio, che si concretizza in flussi bidirezionali di capacità. Il modello tradizionale di alleanza trattava i partner come soggetti dipendenti, beneficiari della protezione e dei mercati americani. Una coalizione sostenuta da concessioni unilaterali è fragile. La dipendenza reciproca, al contrario, creerebbe una base di sostegno per il rapporto in ogni capitale; ecco perché i primi progetti dovrebbero essere concepiti in modo da garantire risultati politici tangibili in tutti i paesi alleati. Le nuove capacità degli alleati – e una chiara consapevolezza, tra gli elettori americani, dei costi derivanti dal loro spreco – potrebbero rendere possibile questo tipo di reciprocità autentica in modi che semplicemente non erano concepibili fino a pochi anni fa.
In definitiva, il rinnovo delle alleanze richiederà uno scopo positivo. Non può trattarsi solo di una posizione difensiva nei confronti della Cina, di una coalizione definita da ciò a cui si oppone. Deve rappresentare qualcosa: un ordine aperto, prospero e tecnologicamente dinamico in cui i suoi membri desiderino attivamente vivere e a cui altri vogliano aderire. Iniziare a delineare una visione di questo tipo dovrebbe essere un compito fondamentale per la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni.
Al momento, questa prospettiva può sembrare ottimistica. Ma ciò rende ancora più imperativo ricordare quanto siano state gravi le crisi del passato e quanto siano potenti oggi i fattori strutturali. Gli interessi degli Stati Uniti e dei loro partner continuano a coincidere, e questa logica si è accentuata con la crescita del potere della Cina e l’allineamento dei suoi alleati revisionisti. Gli alleati degli Stati Uniti farebbero bene a ricordare che, nonostante tutta la loro legittima rabbia e ansia, gli americani di oggi sono gli unici americani che hanno. Ma gli americani farebbero ancora meglio a ribaltare l’ammonimento di Carrington. In un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dei propri alleati più che mai, la pazienza è essenziale. Dopotutto, sono gli unici alleati che gli americani hanno.
Le epurazioni in Cina stanno funzionando come previsto
Un sistema disciplinare unico nel suo genere ha contribuito alla sopravvivenza del partito
Un cartellone pubblicitario raffigurante il leader cinese Xi Jinping alle spalle di alcuni soldati dell’Esercito popolare di liberazione, Pechino, agosto 2015Reuters / Damir Sagolj
ANDREW MERTHA è titolare della cattedra “George and Sadie Hyman” di Studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.
Per due decenni, gli studiosi hanno ritenuto che la ragione principale per cui il regime comunista cinese fosse sopravvissuto fino al XXI secolo — mentre tutti i regimi comunisti europei erano crollati — fosse la creazione di istituzioni solide e durature. Il Partito Comunista Cinese (PCC) si era allontanato dall’imprevedibile dittatura personalista dell’era di Mao Zedong e aveva gettato le basi di uno Stato moderno. Aveva fissato limiti di mandato per i propri leader, adottato una leadership collettiva e promosso sempre più spesso i funzionari in base al merito, il che lo aveva reso sufficientemente resiliente da riprendersi dagli shock esterni e interni che avevano fatto crollare altri sistemi socialisti.
Il leader cinese Xi Jinping, tuttavia, ha trascorso l’ultimo decennio smantellando quasi tutte le istituzioni che, in teoria, garantivano la forza del partito. Nel 2018 ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha svuotato di significato la leadership collettiva e si è rifiutato di designare un successore. Xi ha inoltre epurato a suo piacimento funzionari di alto livello, soprattutto nel settore più delicato: quello militare. A gennaio, solo pochi mesi dopo che i vertici del partito avevano espulso nove alti ufficiali militari, il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il generale Zhang Youxia e il generale Liu Zhenli — fino a quel momento rispettivamente il più alto ufficiale in divisa e il comandante operativo di punta dell’Esercito Popolare di Liberazione — erano stati sottoposti a indagine. Dal 2022, secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, il partito ha formalmente epurato tre dozzine di generali e tenenti generali, e molti altri sono vistosamente scomparsi.
A Washington, molti osservatori vedono queste epurazioni come una prova della debolezza della Cina. Vedono un leader potente consumato dal sospetto e ossessionato dal mantenimento della propria presa sul potere. Se la forza del partito si basasse davvero sulle istituzioni autonome che la Cina aveva costruito nell’era post-Mao, allora le epurazioni di Xi sarebbero un segnale di fragilità e persino di un potenziale crollo. Ma il partito non ha mostrato alcun segno di disgregazione. Semmai, con il proseguire di queste epurazioni, Xi e il partito sembrano essere diventati solo più forti.
Lungi dall’indebolire il proprio dominio, il modo in cui il PCC ripulisce le proprie file può spiegare in parte ciò che lo rende così duraturo. Una purga non è un evento, ma un processo — che il partito porta avanti in forma pressoché identica da un secolo. Essa individua regolarmente i quadri, li valuta e li costringe a chiedere clemenza per mantenere la propria posizione all’interno del sistema. L’obiettivo è quello di rieducarli piuttosto che eliminarli del tutto, il che rafforza il partito incoraggiando l’obbedienza e la dedizione alla causa del partito. I leader del PCC ritengono inoltre che questa strategia funzioni: Xi ha abbracciato la «rivoluzione di sé», ovvero una rettifica continua e permanente, come mezzo attraverso il quale la Cina sfuggirà al triste destino dell’Unione Sovietica e di altri regimi socialisti ormai finiti nel cestino della storia. Ciò che potrebbe minacciare la longevità del partito, quindi, non è il numero di funzionari epurati, ma l’unico problema che una tale strategia non può risolvere e che può addirittura aggravare: come gestire la successione. Un regime di auto-rivoluzione avrà successo o fallirà proprio su questa questione, per quanto si sforzi di evitare il decadimento interno.
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CURARE LA MALATTIA, SALVARE IL PAZIENTE
La storia delle purghe in Cina risale a prima della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949. In alcuni casi, come è avvenuto in regimi simili, il PCC avvia purghe violente per allontanare i quadri dalle proprie file. Questo tipo di epurazione, ormai sinonimo delle azioni di Joseph Stalin nell’Unione Sovietica, mira a eliminare qualcuno dal partito, sia attraverso la detenzione, l’esilio o la morte. La vittima di una simile epurazione non torna più. Mao impiegò questa tattica già nel 1930, quando giustiziò più di 700 ufficiali dell’esercito in una dimostrazione di controllo totale.
Ma ciò che il PCC ha fatto, e che è una caratteristica unica del suo dominio duraturo, non è una purga nel senso tradizionale del termine. I leader del PCC ricorrono spesso a un metodo disciplinare diverso: la rettifica. La rettifica mira a mantenere una persona all’interno del partito, anche se a volte con uno status notevolmente ridotto. Mentre l’idea tradizionale di epurazione mira a eliminare i nemici dalle file (il termine cinese qingdang significa “ripulire il partito”), la rettifica mira a trattenere e rimodellare i quadri mantenendoli nell’orbita del partito.
Nel corso della sua storia, il PCC ha cercato di rieducare i quadri molto più spesso di quanto abbia cercato di eliminarli. Nel dicembre 1929, nel villaggio di Gutian, nella provincia del Fujian, Mao presentò una risoluzione intitolata “Sulla correzione delle idee errate nel Partito” che affermava il controllo del partito sulle forze armate. La risoluzione forniva inoltre indicazioni su come il partito interpretasse la disciplina interna: descriveva i propri bersagli non come nemici, ma come persone che presentavano deviazioni nel pensiero. I quadri potevano soffrire di «disturbi» quali l’avere un «punto di vista puramente militare» (una prospettiva slegata dalla politica), la promozione dell’ultrademocrazia (un sistema politico privo dell’autorità del partito) e il sostegno all’individualismo. La risoluzione di Mao trattava ciascuno di questi aspetti come una malattia che a volte poteva essere curata attraverso un regime di critica e autocritica davanti ai propri pari. E alla cura era allegata una promessa: se i membri del partito si fossero sottomessi al processo, il PCC li avrebbe mantenuti al suo interno anziché eliminarli.
Nella zona settentrionale cinese di Yan’an, dove Mao e i suoi seguaci stabilirono un campo base durante la guerra a partire dalla metà degli anni ’30, i leader trasformarono la rettifica in una dottrina. Il numero dei membri del partito esplose da circa 40.000 nel 1937 a 800.000 nel 1940, il che significava che quasi tutti all’interno dell’organizzazione erano nuovi e non ancora affidabili agli occhi dei leader del partito. Il Movimento di Rettifica del 1942-1945 rappresentò la soluzione. Ogni quadro scrisse un’autobiografia, valutò la propria vita sulla base di schemi stampati per l’autoesame, si confessò davanti alla propria sezione di partito o unità di lavoro e fu esaminato, valutato e classificato dal dipartimento del personale del partito. Nel febbraio 1942, Mao sintetizzò l’approccio in una famosa frase: «Curare la malattia, salvare il paziente».
La rettifica mira a mantenere e a riorganizzare i quadri.
Nulla di tutto ciò fu pacato. La campagna di Yan’an fu brutale: molti furono torturati e migliaia morirono. Le campagne successive furono spesso ancora più dure. Ma l’approccio di Mao distinse il comunismo cinese dai suoi parenti più prossimi. Stalin giustiziava rapidamente i quadri inaffidabili, mentre Pol Pot li mandava nelle fosse comuni. In Cina, in molti casi, la strategia consisteva nel trattenere i quadri e cercare di rimodellarli, creando al contempo fascicoli permanenti che descrivevano in dettaglio ogni loro errore.
La procedura di base rimane oggi pressoché identica. Una persona viene individuata per aver deviato in qualche modo e costretta a redigere un resoconto delle proprie mancanze. Il resoconto viene confrontato con quanto detto dai colleghi su di lei e con quanto già riportato nei registri dell’organizzazione (nel fascicolo personale dell’individuo). Il quadro viene collocato su una scala graduale di possibili sanzioni, che va dall’assenza di provvedimenti a un estremo all’espulsione dal partito all’altro. (La maggior parte delle sanzioni si colloca nel mezzo, tra cui l’emissione di un severo ammonimento o la messa in prova.) Quando viene emesso un verdetto su come trattare un quadro, un funzionario o un bersaglio della campagna, quella persona, se ritenuta aver confessato a sufficienza, viene mantenuta nel partito ma a condizioni revocabili e subordinate alle vicissitudini politiche. E ogni documento generato dal processo viene inserito nel fascicolo ufficiale del quadro, in modo permanente.
Si tratta della procedura utilizzata nel 1952 contro un negoziante di paese che sottraeva una parte del grano acquistato.È anche la procedura utilizzata oggi dal Politburo cinese, i cui membri — gli uomini più potenti del Paese — leggono ad alta voce le proprie autocritiche gli uni agli altri una volta all’anno e vedono le loro confessioni messe per iscritto e allegate in modo permanente ai propri fascicoli seguendo lo stesso modello utilizzato a Yan’an. Sebbene Xi abbia ampliato la cerchia delle persone che possono essere prese di mira, il meccanismo non è cambiato.
Anche il caso in corso degli ufficiali militari epurati sotto Xi rientra probabilmente in questo modello. Zhang e Liu sono stati sottoposti a indagine, non giustiziati, ed è possibile che rimangano iscritti alle liste del partito, anche se gravati da un fascicolo personale più corposo e assegnati a un incarico insignificante o messi del tutto da parte dalla vita pubblica. Nel 2023, ad esempio, il diplomatico Qin Gang è stato rimosso dalla carica di ministro degli Esteri; secondo alcune inchieste giornalistiche, avrebbe mantenuto l’appartenenza al partito, ma sarebbe stato riassegnato a un incarico d’ufficio di basso livello presso la casa editrice del ministero degli Esteri. E anche se Zhang e Liu venissero espulsi dal partito, l’epurazione rimane l’eccezione piuttosto che la norma, come da prassi consolidata del partito. Dei 101 generali e tenenti generali che il Center for Strategic and International Studies ha identificato come epurati o potenzialmente epurati, solo 14 erano stati ufficialmente espulsi dal partito a febbraio.
FILE SINGOLO
La rettifica raramente, se non mai, modifica le convinzioni dei quadri. Ottant’anni di dati, in gran parte provenienti dallo stesso partito, dimostrano che i quadri ripetono a pappagallo i copioni che vengono loro forniti, mettono in scena il pentimento richiesto e poi tornano ai loro comportamenti precedenti non appena la campagna termina. Si tratta di un processo talmente ritualizzato che i partecipanti imparano a dire esattamente ciò che gli esaminatori vogliono sentire.
Tuttavia, l’obiettivo principale di questo processo non è quello di riformare le convinzioni, bensì di redigere un documento da inserire in un fascicolo d’archivio. Tale fascicolo contiene dati oggettivi sul personale, nonché valutazioni osservabili delle carenze politiche di un quadro. È proprio questa documentazione scritta che consente al regime di mantenere la disciplina anche se nessun quadro modifica il proprio modo di agire o di pensare.
Per i quadri e gli altri soggetti a rettifica, il processo distingue chi è ancora nelle grazie dei leader del partito e chi ne è caduto in disgrazia. Poiché i quadri sono costantemente in competizione per il proprio status, un’epurazione è un evento eccezionale e devastante. Per la maggior parte dei membri del partito, sopravvivere a un processo di rettifica con una punizione minima è motivo di sollievo (spesso accompagnato dal desiderio di rinnovare il proprio impegno verso un regime clemente), unito a un barlume di paura che la prossima campagna sia sempre dietro l’angolo. Esteso a 100 milioni di membri del partito, questo processo produce in ogni persona una disciplina interiorizzata che rafforza la presa dell’organizzazione sul potere. Ogni quadro si sveglia ogni giorno sapendo che il fascicolo esiste e che può essere usato contro di lui in qualsiasi momento.
Il registro permanente, standardizzato e consultabile in qualsiasi momento, contenente la storia, i legami e i punti deboli di ogni membro del partito, costituisce anche un sistema informativo che conferisce ai leader del partito un potere immenso. I governanti autocratici hanno bisogno di informazioni per scongiurare le minacce al proprio potere; il sistema dei fascicoli personali del PCC, ricco di informazioni sui quadri del partito, rappresenta un canale informativo insostituibile per i governanti cinesi. La maggior parte dei quadri è disposta ad assecondare i desideri del partito, ma per quella piccola minoranza che non manifesta l’atteggiamento corretto di fronte a una campagna disciplinare, il partito può espellerli o metterli in prigione, scongiurando così qualsiasi minaccia di rivolta dall’interno. A volte si verificano defezioni e dissensi ad alto livello, ma quando accadono sono raramente organizzati e si esauriscono rapidamente.
Ci si potrebbe aspettare che tale registrazione dei dati generi risentimento tra i quadri del partito, ma il processo è concepito per distribuire la responsabilità e quindi proteggere Pechino da eventuali ripercussioni. Non esiste una singola persona o entità che emetta un verdetto di rettifica. Al contrario, vengono mobilitate task force del partito (note come «gruppi di lavoro») per redigere il verdetto, i colleghi del posto di lavoro lo avallano e infine un comitato a un livello amministrativo superiore lo ratifica. Nel corso del processo il verdetto passa attraverso così tante mani che la paternità del verdetto risulta aggregata e diffusa, in modo che non si possa attribuire la responsabilità a nessun singolo leader o ente del partito. Anche il quadro stesso, attraverso la propria autocritica, è coautore del verdetto.
La disciplina dei quadri attraverso la rettifica è anche uno strumento di coordinamento. Il partito-Stato cinese è una rete tentacolare di agenzie burocratiche, basi di potere regionali e uffici amministrativi che hanno i propri interessi e devono spesso negoziare tra loro. Una campagna di rettifica è uno dei pochi strumenti in grado di superare queste fratture. Come nel caso di altre campagne su larga scala del partito, quali la politica del figlio unico, i quadri comprendono che l’adesione alla rettifica è obbligatoria e rappresenta una priorità assoluta per i leader. Le campagne disciplinari offrono incentivi e punizioni inequivocabili, tra cui clemenza per i quadri che dimostrano l’atteggiamento giusto e un purgatorio professionale, o addirittura l’esilio, per coloro che non lo fanno. Molti quadri che normalmente traggono vantaggio dalla frammentazione del sistema politico cinese sanno che devono mettere da parte ogni altra cosa e allinearsi alle campagne disciplinari, fornendo a Pechino un modo altamente visibile per imporre priorità unificate e rafforzare il controllo del partito.
CIÒ CHE LA DISCIPLINA NON PUÒ RISOLVERE
La storia cinese è costellata di esempi di dinastie un tempo potenti che si sono indebolite e alla fine sono crollate. Per evitare questo esito, la soluzione di Mao era la mobilitazione di massa: solo consentendo al popolo di vigilare sul governo, riteneva, questo non avrebbe allentato la presa. La risposta di Xi, proposta nel 2021 e successivamente approfondita, è l’autoriforma del partito. In questo contesto, la cura per i mali del partito può provenire solo dall’interno del partito stesso, non da alcuna forza esterna. Le campagne di rettifica del partito attualmente in corso richiedono a tutti i funzionari di autodisciplinarsi, e l’occasionale epurazione totale di alcuni quadri fornisce una prova innegabile del fatto che il mancato rispetto delle regole comporta delle conseguenze. È la prima volta che il partito individua esplicitamente il meccanismo della propria sopravvivenza al suo interno.
La messinscena è stata altrettanto esplicita. Nell’autunno del 2014, mentre erano in corso le indagini che portarono alla caduta di due alti vertici militari, Xi convocò circa 400 alti ufficiali nella stessa sala del villaggio di Gutian dove Mao aveva pubblicato il documento “Sulla correzione delle idee errate nel Partito”. I media statali la definirono la “nuova conferenza di Gutian”. Nel 2024, Xi ha convocato i vertici militari a Yan’an per discutere di lavoro politico (ovvero, di fedeltà ideologica): un chiaro promemoria del fatto che il partito vede un nesso diretto tra le passate campagne di rettifica e la sua attuale forza.
Dietro questo simbolismo si cela il timore di Xi che la Cina possa fare la fine dell’Unione Sovietica, il cui Partito Comunista, secondo Xi, ha lasciato che i propri meccanismi disciplinari interni si atrofizzassero, diventando così l’artefice della propria rovina. Pechino ritiene che le epurazioni e le misure correttive debbano proseguire in modo permanente affinché il partito possa rimanere al potere. A prescindere dall’accuratezza dell’analisi sul crollo sovietico, la forza costante del PCC suggerisce che il metodo utilizzato dal partito per disciplinare i quadri possa effettivamente spiegare la sua longevità. Le epurazioni di Xi non dovrebbero essere valutate in base al numero di quadri coinvolti, ma piuttosto alla loro capacità di continuare a produrre fascicoli, verdetti e misure di mantenimento all’interno del partito che ne garantiscano il saldo controllo.
La principale fonte di incertezza in questo momento è la futura successione di Xi.
Ma ciò che rafforza il partito indebolisce anche alcuni degli strumenti di potere della Cina. I vertici militari rimangono vacanti o sono occupati da ufficiali con minore esperienza, e i futuri ufficiali imparano che il curriculum professionale più sicuro è quello con poche esperienze all’attivo. Quando è costretto a scegliere, il controllo politico è sempre più importante per il partito rispetto all’efficacia operativa. Si tratta di un compromesso che il partito è disposto ad accettare da un secolo e che continuerà ad accettare.
E il metodo cinese delle epurazioni non può risolvere il pericolo della successione. La “rettifica” non produce alcun meccanismo per la scelta del prossimo leader; semmai, garantendo che nessun subordinato acquisisca una posizione indipendente, rende ancora più difficile l’emergere di un successore credibile. È nella successione, non nella disciplina, che il sistema si rivela debole. La vecchia generazione di leader del PCC, tra cui Mao e Deng Xiaoping, ha superato la sfida della successione attingendo alla propria autorità inattaccabile in quanto rivoluzionari che avevano combattuto per la sopravvivenza del partito, mentre i leader successivi si sono affidati alle istituzioni — limiti di mandato, leadership collettiva e regole di successione ben definite — che Xi ha sommariamente distrutto. Xi non dispone né dell’una né dell’altra, il che rende il problema della successione particolarmente acuto. Il momento in cui preoccuparsi della stabilità cinese non è quando i generali scompaiono nel corso di un’indagine, ma quando l’uomo che esamina i loro fascicoli inizia a diventare troppo anziano per ricoprire quel ruolo senza che si sappia chi gli succederà.
Il PCC non è destinato a crollare: il sistema di controllo esiste proprio per impedire la frammentazione dell’élite, e ha funzionato. Ciò che probabilmente emergerà, invece, è uno Stato militarmente più debole ma politicamente più forte di quanto suggeriscano la maggior parte delle valutazioni. La principale fonte di incertezza ora è l’eventuale successione di Xi. Anche gli stessi teorici di Pechino stanno osservando la situazione, perché sanno che persino un sistema di rettifica ben congegnato, che ha mantenuto forte il partito per un secolo, non ha una risposta per una lotta di potere tra le élite su chi sarà il prossimo leader.