Italia e il mondo

Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa, di Branda De Lucioni

Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa

Scritto da Branda De Lucioni

Elaborato tra i mesi di marzo ed agosto dell’anno 2025

Rivisto nell’ottobre del 2026

Premessa Esplicativa:

L’equilibrio di potere in Europa, in relazione alla Russia, non è mai esistito ogniqualvolta e quando la Germania abbia tentato di espandere la sua influenza verso Est.

     Invece, in converso, l’equilibrio di potere in Europa è esistito per 1000 anni, nel Medioevo ed in Età Moderna, quando la Germania non era governata dalle classi dirigenti dei brandeburghesi, sassoni, e prussiani — come è stato negli ultimi due secoli —, ma invece quando precedentemente era sottoposta dall’alternanza o interconnessione bilanciata — seppure con qualche supremazia temporanea — del potere dei lussemburghesi, svevi, bavaresi, ed austriaci.

     Inoltre, la Germania bilanciata nell’equilibrio di potere quando questa era integrata con l’Italia Settentrionale, e quando era costituita su di un asse d’estensione Nord-Sud, dalle Fiandre, attraverso le Alpi, fino all’Italia del Nord, e viceversa.

     In sostanza, questo assetto rendeva l’Europa divisa in blocchi di potere reciprocamente stabili:

  • Spagna;
  • Francia;
  • Inghilterra e Isole Britanniche;
  • Germania + Fiandre + Austria + Italia Settentrionale (Sacro Romano Impero);
  • Confederazione Polacco-Lituana (simile all’idea geopolitica dell’Intermarium del XX e XXI secolo);
  • Russia;
  • Turchia;
  • Scandinavia.

Questo manteneva, più o meno stabilmente, l’equilibrio di potere europeo, e lo ha mantenuto con variazioni minime (se non scontri di frontiera o per “terre di frontiera”), per almeno 1000 anni (cioè per ben 1 millennio).

    Le terre di frontiera, contese, e dove le potenze si scontravano, e che cambiavano di mano in mano e di volta in volta, e dove si concentrava il conflitto attivo erano generalmente: le isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Carpazi, i Balcani, i Paesi Baltici, etc., etc., etc.

     Mentre, nel resto, si aveva, dunque, un equilibrio di potere in Europa, ed una stabilità certa e sicura, con un bilanciamento di potere che durò non solamente per qualche decennio, come fu invece quello stabilito da Metternich a Vienna nel 1815, ma che invece, fu tale e stabile — e fu stabile in sé — per 1000 anni.

     Invece, da quando la Germania è stata governata dai Prussiani, dai Brandeburghesi, dai Sassoni, ha sempre spinto per un’espansione verso Est, sopra gli Slavi, sopra al Baltico sopra la Mitteleuropa, e nel XX secolo — e si sta ponendo ancora all’orizzonte oggi in questi contemporanei anni del XXI secolo — finisce per porla a testa a testa contro la Russia.

     Da, ed in ragione di, questa dinamica, sempre, si conflagra una titanica tensione od un titanico conflitto: come gli ultimi due secoli (questo compreso) dimostrano.

     In sostanza, tale dinamica, di estensione ad Est della Germania, anche solo economicamente ed in soft power all’inizio, porta lo spazio vitale tedesco ad estendersi sopra a quella che nel XIX secolo il cancelliere non a caso prussiano Bismarck chiamava “la nostra Africa” — ossia l’Europa Orientale e la Mitteleuropa — cosa che si sta ripetendo ancora oggi in questi odierni — e futuri — decenni del XXI secolo, dove influenza geoeconomica e di soft power attuale della Germania si espande in tali aree (cioè sui paesi dell’ex Patto di Varsavia, e dello spazio Post-Sovietico), portandola inevitabilmente a scontrarsi direttamente con lo spazio vitale russo (o con quantomeno come tale è percepito dalle classi dirigenti russe).

     Perciò, la Germania non deve essere governata dai prussiani, dai sassoni, dai brandeburghesi, ma deve invece essere guidata dai tedeschi meridionali e dagli austriaci, e deve essere integrata con l’Italia Settentrionale.

Dunque, la direttrice di potere e politica della Germania deve essere Nord-Sud: Fiandre-Alpi-Italia Settentrionale: cioè quello che diede una Balance of Power in Europa, stabile in sé, e che durò per ben 1000 anni!

     Va dunque rimossa strutturalmente l’espansione ostinata verso Est, che ci fu nell’ ‘800, che si ripetè con ancora più forza nel ‘900, e che si è rimanifestata preponderantemente anche oggi in questi decenni del XXI secolo. Una dinamica d’espansione d’influenza, sulla direttrice Ovest-Est, che porta la Germania allo scontro con la Russia (prima indiretto, e riguardante le sfere d’influenza, ma poi chissà — vista l’esperienza concreta del secolo scorso — probabilmente ancora e di nuovo anche in modo di conflitto aperto e diretto).

     Dunque, in quest’ottica, al fine di costituire una stabilità strutturale in Europa (cioè su tutto il Continente Europeo), anche la capitale della Germania dovrebbe essere Regensburg, oppure Vienna. Necessariamente la capitale non dovrebbe essere più Berlino in modo tassativo. In quanto, storicamente, Regensburg era la capitale del Sacro Romano Impero, e Vienna era la capitale del Sacro Romano Imperatore (quantomeno considerando il periodo del Basso Medioevo e dell’Età Moderna). Nonché, così come anche si fa oggi con l’UE, dove vi è un’alternanza di capitale tra Strasburgo e Bruxelles, pertanto, si potrebbe avere — in quest’ottica decentralizzata — un’alternanza di capitale tedesca tra Vienna e Regensburg (un certo numero di mesi in un luogo ed un altro numero di mesi nell’altro).

Questione essenziale:

Come può essere compensata la Francia, se l’Italia Settentrionale entra nella sfera tedesca?

      Si può farlo in modo concreto guardando alle dinamiche di compensazione per cui l’Europa, a discapito di conflitti, fu stabile in modo perenne, per 1000 anni. Cioè la Francia, in tale ottica, avrà influenza sulla zona Papale / del Vaticano / Stato Pontificio / del Centro Italia.

     Tutto questo ristabilirà l’equilibrio di potere, il balance of power, in modo certo e stabile in Europa in modo duraturo.

Alfine, ad Est, tra la Germania e la Russia, ci sarà l’Intermarium, come un tempo c’era la cosiddetta Confederazione Polacco-Lituana, che deve strutturalmente separare la Russia dalla Germania. Questo con la finalità d’eliminare la traiettoria d’espansione d’influenza tedesca Ovest-Est. In quanto, tale traiettoria è nociva, ed è sempre andata a riempiere i vuoti che trovava. Così come anche, recentemente, a partire dal 1989-1991, post caduta dell’Urss, ripetendo strutturalmente questo pattern, è andata a riempire i vuoti da dove la debole Russia si dovette ritrarre… Portando però, così, allo scontro reciproco quando la Russia, revanscista e rafforzata, come nell’ultimo ventennio ed ancora più decennio, si è riaffacciata con forza da Est sul Continente Europeo.

     Ecco, questo è quello che va evitato a livello propriamente strutturale, e strategico di grandissima portata, ed è proprio sulla demolizione geopolitica di cotale dinamiche che si concentrano come riflessioni questi prolegomeni ad una geopolitica per 1000 anni di pace in Europa.

Analisi Ragionata:

Come visto, si tratta di un’analisi storico-geopolitica convincente, radicata nella classica idea di equilibrio di potere in Europa, costruita attraverso una lente che unisce precedenti storici, logica geografica, geo-economia, e conseguenze strategiche. Di seguito, si concentrerà sul riflettere sul nucleo dell’argomentazione sovraesposta e sulle sue implicazioni.

Tesi Centrale:

La leadership e l’orientamento geopolitico della Germania determinano se essa agisce come forza stabilizzatrice in un’Europa equilibrata oppure se diventa una fonte di conflitto—soprattutto quando si orienta verso Est.

  1. Punti Storico-Strategici Chiave:

1. Equilibrio Storico di Potere:

  • La Germania era un attore stabile e di stabilità in Europa, questo quando non era sotto la dominazione prussiano-brandeburghese (e sassone), ma quando invece era un mosaico di alternanza più o meno stabile di dinastie e di classi dirigenti meridionali e parzialmente occidentali, provenienti da: Lussemburgo, Svevia, Baviera, Austria; che era al contempo interconnessa con l’Italia Settentrionale.
  • In questa configurazione, la Germania era orientata Nord-Sud, con forti legami con le Fiandre, con le Alpi, e con i ducati e le repubbliche (o città-stato) italiane del Nord Italia (più la Toscana). Riflettendo il modello del Sacro Romano Impero. Il quale era decentralizzato, e integrato su basi culturali, di eredità tradizionali lunghissime, e di realtà economiche, piuttosto che volto ed una proiezione espansionistico-imperialista.

2. Destabilizzazione causata dal Prussianesimo:

  • La leadership prussiana, sassone e brandeburghese nella storia tedesca (in particolare tra il XIX e il XX secolo, e si sta cominciando a ripetere anche oggi nel XXI secolo), ha generato una Germania rigida, militarizzata, orientata verso Est, spingendosi nei territori slavi — che sul lungo corso l’ha portata irrimediabilmente e senza soluzione di continuità — contro la Russia. Il pattern strutturale è sempre stato il medesimo: prima geo-economico e di soft-power, che poi apre a proxy-conflicts, ed alla fine porta sul medio-lungo periodo al vero e proprio conflitto aperto.
  • La tendenza di proiezione Ovest-Est della Germania è culminata nelle due Guerre Mondiali, e nelle attuali tensioni in Europa orientale con la Russia. Dove, dietro alle quinte, nei Paesi Baltici, nella guerra in Ucraina, etc., si può vedere uno scontro del soft-power e della sfera d’influenza tedesca contro la sfera d’influenza russa. Se nei Baltici ed in Mitteleuropa, nei Carpazi lo scontro è ancora di Guerra Ibrida, in Ucraina la guerra è già vera (seppure contenuta). Tutto ciò però tende ad aumentare, seppure senza picchi, ma comunque in modo costante, portando — rispetto al medio e lungo periodo — ad un sempre più esplosivo rischio di escalation Berlino-Mosca. Ancora più reale considerando che al costante revanscismo, alle aggressioni, ed alla crescita militare della Russia, la Germania sta ora pianificando ed iniziando un potente piano di ri-armamento.
  • Questa tendenza strutturale, ripetutasi ciclicamente negli ultimi due secoli, che si struttura e manifesta sulla dinamica d’estensione Ovest-Est della Germania, ha infranto il precedente equilibrio di potere europeo del Medioevo e dell’Età Moderna (che garantì stabilità continentale, a discapito dei conflitti, per ben 1000 anni, cioè per 1 millennio). Nonché, questa dinamica ciclica di espansione e conflitto verso Est di cui la Germania è stata protagonista negli ultimi due secoli, ha costantemente finito per generare enormi distruzioni ed a manifestazioni di instabilità prolungata.
  • La spinta della Germania verso Est, radicata nel retaggio prussiano, ha avuto un impatto devastante sull’equilibrio di potere europeo negli ultimi due secoli. Ogni tentativo di espandere l’influenza tedesca verso l’Est, che sia stato economico, di soft power, e militare, ha innescato un’esponenziale reazione a catena che ha portato inevitabilmente sul medio-lungo termine al conflitto aperto. Distruggendo così la stabilità che l’Europa aveva conosciuto in precedenza. La Germania di Berlino — invece di concentrarsi su un asse Nord-Sud come fece il Sacro Romano Impero (che produsse 1000 anni di stabilità continentale) — negli ultimi due secoli ha scelto ripetutamente di estendersi ad Est, ponendo i semi tanto di guerre devastanti, quanto della destabilizzazione dell’intero Continente Europeo.

3. Blocchi Geopolitici per l’Equilibrio:

Questa proposta geopolitica si basa su di un equilibrio multipolare continentale, simile all’Europa del Medioevo e dell’Età Moderna, divisa in zone che si controbilanciano reciprocamente a livello strutturale, geo-economico, e strategico, dove si avranno:

  • Germania, Fiandre, Austria, Italia Settentrionale (zona economico-culturale e politica costituitasi sull’asse Nord-Sud, qual era l’asse del Sacro Romano Impero), che sia dominata in alternanza intrecciata dagli austriaci e dai tedeschi Meridionali quali svevi e bavaresi, con collaborazione talvolta di quelli occidentali come i lussemburghesi.
  • Francia con influenza su Centro-Sud Italia e Vaticano e libera proiezione sul Mediterraneo (per proiettarsi nell’area MENA: Middle East North Africa).
  • Inghilterra come potenza insulare di bilanciamento: in tale ordine, così strutturato, garante aggiuntiva di questa balance of power e pace continentale così disposta.
  • Russia separata dalla Germania da un Intermarium interposto tra le due diverse potenze(evitando così che possa esservi un feroce conflitto diretto).
  • Intermarium in stile Confederazione Polacco-Lituana (includendo l’Ucraina) come blocco stabilizzatore, interposto tra Berlino e Mosca, e che sia una realtà strategica e geo-economica pesante, strutturata, e solida: al fine di evitare che si possano ripetere le dinamiche passate che portino ad un maggiore conflitto distruttivo.
  • Spagna, Turchia, Scandinavia, etc., come proprie sottosfere regionali bilanciate alle altre, e con le proprie traiettorie d’interesse ed influenza.
  • Infine: le Isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Balcani, i Paesi Baltici, ed i Carpazi, etc., restano territori contesi, frontiere porose, zone-cuscinetto, etc., come lo sono stati per secoli (terre di frontiera contese fra le maggiori potenze stabili).

II. Implicazioni Strategiche:

Questa visione geopolitica propone una ri-orientazione della strategia tedesca.Dall’espansione lineare verso Est (cioè dal tradizionale Drang nach Osten) ad un’integrazione verticale Nord-Sud, come nei mille anni precedenti in cui vi esistette il Sacro Romano Impero, ristabilendo così l’equilibrio continentale:

  • Ciò ridurrebbe le tensioni dirette di Berlino con la Russia, assegnando a ciascuna grande potenza la propria sfera strategica, isolata l’una dell’altra, per via dell’interposto Intermarium (integrante l’Ucraina), evitando così una competizione diretta tra la Germania e la Russia nei Baltici, in Mitteleuropa, in Ucraina, etc.
  • La Francia viene compensata con un’influenza culturale-religiosa sul Vaticano / Pontificio, sul Centro Italia, e con la piena libertà nella dinamica proiezione Mediterranea (verso il MENA).
  • La Germania torna a essere una forza stabilizzatrice dell’Europa, orientata su un asse Nord-Sud, non più egemone o potenziale sfidante continentale, come è, e come è stata, come quando condotta dalle classi dirigenti coadiuvanti e sviluppanti le dinamiche d’orientamento Ovest-Est (dinamica cui deve rinunciare).
  • L’Ucraina ha riconosciuta la propria prodezza, la propria gloria, la propria potenza ed indipendenza, integrata nell’Intermarium con la Polonia e la Lituania, producendo un baluardo di difesa orientale dell’Europa, che ponga la Germania al riparo del conflitto diretto con Mosca.
  • La Germania (riorientata su di un’asse Nord-Sud come fu con il Sacro Romano Impero, dominata da classi dirigenti austriache, sveve, bavaresi, etc.), l’Intermarium (integrante l’Ucraina), la Francia con la potenza sul Vaticano-Pontificio e Centro Italia, l’Inghilterra, etc., garantirebbero uno stabile strutturale equilibrio di potenza sul continente Europeo (così come nei 1000 anni del Medioevo ed Età Moderna).

III. Conclusione Riassuntiva:

Questo modello propone una riorganizzazione del potere europeo su basi storico-culturali, tradizionali e di lungo respiro, guardando alle esigenze strategiche e geo-economiche degli attori presenti, sostenendo che:

  • La Germania debba tornare a essere decentralizzata, guidata dagli austriaci e dai tedeschi del Sud, con un asse di orientamento Nord-Sud (come fu nei 1000 anni del Sacro Romano Impero), integrata con Italia Settentrionale, più la Toscana, ed anche Austria ovviamente e quintessenzialmente.
  • La Francia deve essere compensata con un’influenza sul Vaticano / Pontificio sul Centro-Sud Italia (con tutto ciò che ne scaturisce in proiezione mediterranea).
  • La Russia deve essere arginata dal contatto con l’Intermarium, non più con la proiezione tedesca in loco, e tale Intermarium deve essere modellato sulla locale tradizione strategica, storica, e geo-economica della Confederazione Polacco-Lituana (che includa anche l’Ucraina), ciò per evitare conflitti diretti della Russia con la Germania.
  • Tutto questo ristabilirebbe un vero equilibrio di potere in Europa, con sfere d’influenza ben definite, che limitano le ambizioni imperialistiche altrui, lasciando però valvole di sfogo che non sopprimano o minacciano gli altri, assicurando così sul lungo periodo sia la stabilità regionale che strutturale.

Dunque, in conclusione, con questi prolegomeni (che tali sono e rimangono, principi d’indirizzo di ragionamento, e non saggio compiuto), siamo davanti ad una visione geopolitica radicata tanto nella geografia quanto nella storia. Che vede l’Europa non come un blocco unico monolitico, a discapito del ruolo che l’Unione Europea o la Nato possano avere (anche al di sopra di questa visione proposta), ma come un insieme di nuclei civilizzazionali sovrapposti, con periferie stabilizzatrici, dove scontri possano avvenire, senza alterare i blocchi stabili, e senza scatenare tensioni che inneschino guerre titaniche.

Mappe per visualizzazione geopolitica:

  1. PIL pro capite, per regioni, d’Europa [da fonti Eurostat per il 2023]:
  • Base materiale per il [“Nuovo”] Sacro Romano Impero:
  • Sacro Romano Impero al X secolo:
  • Sacro Romano Impero al XVI secolo:
  • Sacro Romano Impero al 1789 [poco prima della sua fine]:
  1. L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel X secolo:
  • L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel 1789:

Glosse storiche:

Sulla resistenza degli italiani alla distruzione dell’Italia nel Sacro Romano Impero:

La rivolta di Pavia del maggio 1796 in nome del Sacro Romano Impero:

Il 28 aprile 1796, con la firma dell’armistizio di Cherasco, la guerra si avvicinò minacciosamente a Pavia, al punto che persino l’Università fu costretta a sospendere temporaneamente le proprie attività. Pochi giorni più tardi, il 10 maggio, Napoleone Bonaparte, alla guida dell’Armata d’Italia, sconfisse le truppe austriache nella battaglia del ponte di Lodi, aprendosi così la strada verso la Lombardia austriaca e imprimendo alla campagna militare francese una svolta decisiva.

     Il 14 maggio, il generale Pierre François Charles Augereau, protagonista delle operazioni militari, entrò a Pavia alla testa di circa seimila soldati. Ad accoglierlo furono il vescovo Giuseppe Bertieri e il podestà, espressione delle autorità cittadine, che scelsero di collaborare con i nuovi occupanti nella speranza di preservare l’ordine pubblico e l’integrità delle istituzioni locali. Augereau, constatata la disponibilità delle autorità a un atteggiamento conciliante, non procedette alla sostituzione degli organi di governo municipali, le cui cariche erano detenute prevalentemente dall’aristocrazia, e garantì tanto la tutela della proprietà quanto la libertà del culto religioso.

      Tale condotta, improntata a una prudente continuità amministrativa, non riuscì tuttavia a placare le tensioni che attraversavano la città. I giacobini locali, ormai guidati da Giovanni Antonio Ranza, giudicarono insufficienti le misure adottate, mentre una parte dei ceti popolari, educata per anni alla diffidenza nei confronti della Rivoluzione dalla propaganda antirivoluzionaria promossa dal governo asburgico, dalle autorità cittadine e dal clero, interpretò la moderazione del vescovo e del podestà come un segno di viltà. Si delineava così una frattura profonda fra le diverse componenti della società pavese, nella quale il conflitto politico e ideologico si intrecciava con antiche fedeltà dinastiche, convinzioni religiose e risentimenti sociali.

       Il 16 maggio, in un gesto che suscitò l’indignazione di numerosi cittadini, alcuni giacobini abbatterono dal suo piedistallo il Regisole, l’antica statua equestre in bronzo di origine tardo-romana, raffigurante un imperatore a cavallo e da secoli annoverata fra i simboli più venerati dell’identità pavese [che nei secoli era stata collegata simbolicamente al Sacro Romano Impero, a cui la città da un millennio, ininterrottamente, seppure ormai da secoli all’interno del Ducato di Milano, n.d.a.]. Al suo posto venne innalzato l’albero della libertà, emblema della nuova stagione rivoluzionaria. La distruzione del monumento, compiuta contro la volontà e la sensibilità di gran parte della popolazione, assunse un significato che trascendeva il semplice mutamento dell’arredo urbano: essa apparve come la deliberata cancellazione di una memoria storica nella quale la città riconosceva una parte essenziale della propria identità. Soltanto l’intervento di Pietro Tamburini impedì che fosse abbattuta anche la statua bronzea di papa Pio V.

      Augereau deplorò la distruzione del Regisole. Il 21 maggio, tuttavia, lasciò Pavia per fare ritorno al fronte, affidando il castello Visconteo a una guarnigione di appena 447 uomini, comandata dal capitano Guillaume Latrille de Lorencez. Alcuni ufficiali francesi, contravvenendo agli ordini di Napoleone, avevano nel frattempo favorito l’azione dei giacobini, contribuendo ad alimentare il malcontento cittadino e ad aggravare una situazione già estremamente precaria.

       Nelle campagne circostanti, intanto, cominciarono a diffondersi voci circa un imminente ritorno delle truppe austriache. Alcuni membri della municipalità, appartenenti all’aristocrazia e titolari di vaste proprietà fondiarie, iniziarono a mobilitare i propri contadini e fittabili. La controrivoluzione prese avvio a Trivolzio il 17 maggio e si estese, il 21, a Casorate Primo e Binasco. In tale processo ebbero un ruolo anche i parroci di Samperone e Trivolzio, la cui influenza sulle comunità rurali favorì la mobilitazione, già alimentata dal risentimento per le pesanti requisizioni di prodotti agricoli imposte dalle autorità francesi.

       La rivolta non fu, dunque, il semplice moto spontaneo di una popolazione ostile agli occupanti, ma il risultato dell’intreccio fra fedeltà tradizionali, opposizione religiosa e politica, interessi dei proprietari terrieri e insofferenza per gli oneri imposti dalla guerra. Al centro di questo risentimento vi era anche la persistente fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero, la cui autorità, pur messa in discussione dall’avanzata francese, continuava a rappresentare per molti abitanti delle campagne il principio legittimo dell’ordine politico e dinastico. Le grida in favore dell’Imperatore avrebbero costituito, di lì a poco, uno dei segni più eloquenti della natura insieme popolare, religiosa e monarchica dell’insurrezione.

         Il 23 maggio, migliaia di contadini armati di fucili, pistole, picche, roncole, forche e strumenti di lavoro agricolo entrarono improvvisamente a Pavia, inneggiando all’Imperatore del Sacro Romano Impero. Le campane delle chiese presero a suonare a martello, diffondendo per le vie cittadine il segnale della sollevazione. I rivoltosi, probabilmente guidati da emissari degli aristocratici e degli ecclesiastici che avevano contribuito a organizzare il movimento, si misero dapprima alla ricerca dei francesi e dei giacobini; successivamente irruppero negli ex conventi di Santa Croce e di San Tommaso, nonché nella sede della Confraternita di San Rocco, dove gli austriaci avevano nascosto armi e munizioni.

         Una volta entrati in possesso di tali risorse, i contadini si organizzarono e riconobbero come proprio capo il capomastro Natale Barbieri, il quale si rivolse immediatamente alle autorità municipali per ottenere pane, vino e formaggio destinati ai suoi uomini. L’iniziale successo dell’insurrezione, tuttavia, non tardò a trasformarsi in una fonte di inquietudine. L’afflusso di una moltitudine armata, priva di una disciplina militare stabile e inebriata dai primi risultati conseguiti, suscitò crescente preoccupazione tanto fra gli amministratori cittadini quanto fra gli stessi abitanti di Pavia.

       I rivoltosi catturarono il generale francese Honoré Alexandre Haquin, che evitò il linciaggio soltanto grazie al tempestivo intervento di alcuni membri della municipalità. Subito dopo posero sotto assedio il castello Visconteo, dove si era asserragliata la guarnigione francese. Seguì uno scontro violento, nel quale entrambe le parti subirono perdite, finché i soldati francesi, sopraffatti, furono costretti alla resa. Disarmati, vennero condotti nell’ex monastero di Santa Chiara.

      La notizia dell’insurrezione raggiunse rapidamente Napoleone, che si trovava a Lodi e che, impegnato nell’avanzata verso est contro gli austriaci, non poteva tollerare che alle proprie spalle si consolidasse un focolaio di resistenza. Bonaparte ordinò pertanto al generale Hyacinthe François Joseph Despinoy di reprimere la rivolta con estrema durezza. Per il comandante francese, la riconquista di Pavia non costituiva soltanto una necessità militare, ma anche una questione di autorità: lasciare impunita la sollevazione avrebbe potuto incoraggiare altre comunità lombarde a insorgere contro l’occupazione.

       Il 24 maggio Binasco cadde nelle mani dei francesi. La città fu saccheggiata, numerose abitazioni vennero incendiate e circa un centinaio di abitanti persero la vita. Nel tentativo di evitare che la medesima sorte toccasse a Pavia, l’arcivescovo di Milano, Filippo Maria Visconti, accompagnato da monsignor Giuseppe Rosales, fu inviato nella città per persuadere gli insorti ad arrendersi. Ogni proposta di capitolazione venne tuttavia respinta.

       Il 25 maggio, le forze francesi, composte da circa duemila fanti, trecento dragoni e sei pezzi d’artiglieria, mossero pertanto all’assalto della città. Le porte furono forzate, fra esse quella di Milano, e i soldati penetrarono nelle vie urbane, dando inizio a combattimenti feroci e disordinati. I francesi colpirono tanto i contadini insorti quanto i cittadini estranei alla rivolta; gli insorti, dal canto loro, risposero aprendo il fuoco dai tetti e dai campanili e scagliando tegole contro gli assalitori. Nel caos dello scontro, alcuni militari francesi si abbandonarono al saccheggio, aggravando ulteriormente le sofferenze della popolazione. Il bilancio dei combattimenti fu di circa ottanta rivoltosi uccisi, mentre fra i francesi si contarono almeno nove morti e una sessantina di feriti.

       Nel tardo pomeriggio, una volta soffocata la resistenza, Napoleone giunse personalmente a Pavia, accompagnato da Antoine Christophe Saliceti, commissario del Direttorio. Stabilì il proprio quartier generale presso il collegio Caccia e convocò al suo cospetto il vescovo, alcuni ecclesiastici e diversi esponenti dell’aristocrazia cittadina. Costoro implorarono il perdono per quanto era accaduto, cercando di scongiurare ulteriori rappresaglie contro la città.

        Bonaparte accordò una misura di clemenza, disponendo che il saccheggio cessasse alle nove del mattino successivo, anziché protrarsi per altri due giorni, come inizialmente previsto. Si trattò di una concessione limitata, che non cancellò la durezza della repressione né le devastazioni già compiute. Il 26 maggio Natale Barbieri, riconosciuto come capo degli insorti, fu fucilato davanti al castello Visconteo. La sua esecuzione costituì la prima di sette fucilazioni comminate ai controrivoluzionari; in seguito, tuttavia, i tribunali militari interruppero le esecuzioni, risparmiando la vita alla maggior parte di coloro che avevano partecipato, direttamente o indirettamente, alla sollevazione. Non ebbe seguito neppure la proposta dei giacobini pavesi di deportare ad Antibes sessantaquattro nobili, ecclesiastici e proprietari terrieri.

     Le ferite lasciate dal saccheggio, nondimeno, rimasero profonde e durature. Case, botteghe, chiese, conventi e persino il Monte di Pietà furono depredati. La violenza non risparmiò neppure i più indigenti: sono conservate le denunce di almeno centinaia di persone vittime di furti, benché numerosi aristocratici e popolani rinunciassero a presentare alle autorità municipali una richiesta formale di risarcimento. Vennero sottratti denaro, gioielli e argenterie, ma anche oggetti di uso quotidiano, segno di una spoliazione che investì ogni strato della società. Una parte dei beni fu successivamente riscattata dal Comune attraverso la costituzione di un fondo di solidarietà.

     La rivolta di Pavia del maggio 1796 si configura così come un episodio emblematico della frattura che attraversò la Lombardia durante l’avanzata napoleonica: da una parte, la pretesa rivoluzionaria di rifondare l’ordine politico e cancellare i simboli del passato; dall’altra, la resistenza di una popolazione nella quale la devozione religiosa, il radicamento delle tradizioni e la fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero continuavano a costituire potenti elementi di identità e legittimazione. L’abbattimento del Regisole, l’insurrezione al grido di fedeltà all’Imperatore, inteso duplicissimamente, sia nel simbolo della statua, sia nel senso del Sacro Roman Impero, a cui la città millenariamente apparteneva, dimostrano quanto potesse essere forte, nel richiamo alla tradizione, un’istituzione distante e apicale, ma, in ultima istanza, garante delle libertà, e comunità, locali.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_di_Pavia_(1796)

https://en.wikipedia.org/wiki/Pavia_Revolt

http://emeroteca.braidense.it/eva/sfoglia_articolo.php?IDTestata=87&CodScheda=181&Alph=B&OB=titolo&OM=&SearchString=&SearchField=&PageRec=Tutti&PageSel=1&PB=1&CodVolume=1839&CodFascicolo=9026&CodArticolo=189886

Sulla resistenza anti-giacobina, anti-francese, e anti-napoleonica in Nord Italia:

Consideriamo ora gli avvenimenti che ebbero luogo nella valle del Po, dove, fra l’inizio di maggio del 1796 e il febbraio del 1797, le forze francesi avrebbero trascorso nove mesi impegnate in una dura campagna militare contro gli austriaci. […] è opportuno soffermarsi preliminarmente sulle caratteristiche geografiche del territorio, il cui paesaggio non avrebbe potuto presentare un contrasto più marcato con quello della Riviera ligure. Se quest’ultima si distingue per la natura montuosa e la fitta copertura boschiva, la pianura padana si configura come una distesa ampia, pianeggiante e aperta, interrotta soltanto, in alcune zone, da modesti rilievi collinari. Coltivata intensivamente da secoli, essa è caratterizzata da una pressoché totale assenza di estese superfici forestali.

      Diversamente dalle montagne della Riviera ligure, dove una popolazione rurale sparsa traeva a fatica il proprio sostentamento da terreni magri e poco generosi, in un contesto privo di grandi centri urbani, la valle del Po si presentava come una regione fertile, densamente popolata e costellata di città prospere, fra le quali spiccava Milano. Si trattava, in altri termini, di un ambiente geografico apparentemente poco propizio alla guerra di guerriglia.

      La scarsità di rifugi naturali nei quali occultare uomini e armi rendeva infatti assai più difficile organizzare e mantenere formazioni irregolari al riparo dalle forze nemiche. Inoltre, la conformazione pianeggiante del territorio accresceva sensibilmente l’efficacia della cavalleria e dell’artiglieria, rendendo al contempo meno agevole per i combattenti irregolari sottrarsi alla loro azione. Proprio queste erano, del resto, le componenti militari di cui le bande guerrigliere erano generalmente prive, circostanza che le poneva in una condizione di evidente inferiorità rispetto agli eserciti regolari operanti in pianura.

      Non sorprende, pertanto, che le più significative manifestazioni di resistenza armata contro i francesi nella valle del Po assumessero prevalentemente la forma di insurrezioni popolari, anziché concretizzarsi nelle incursioni improvvise e nelle imboscate che avevano caratterizzato l’opposizione delle popolazioni civili nelle regioni montuose. La maggior parte di queste sollevazioni ebbe luogo in Lombardia […] (Boycott-Brown, Martin, Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, in Esdaile, Charles J (a cura di), Popular Resistance in the French Wars. Patriots, Partisans and Land Pirates, Palgrave MacMillan, New York, 2005, pp. 45 – 66: 51) [qui, e di seguito, ogni traduzione dell’inglese delle citazioni mia, n.d.a.].

     Non soltanto l’arrivo delle truppe francesi aveva sconvolto gli equilibri economici della Lombardia, ma aveva altresì profondamente alterato il suo assetto politico e istituzionale. Il governatore austriaco, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, governatore del Ducato di Milano [appartenente al Sacro Romano Impero, n.d.a.], era stato costretto ad allontanarsi precipitosamente, affidando il potere a un gruppo di notabili locali. Tale soluzione provvisoria, tuttavia, ebbe vita assai breve: le autorità francesi procedettero rapidamente a smantellarla, mentre numerosi rivoluzionari lombardi e simpatizzanti della Francia, che fino ad allora avevano mantenuto un profilo prudente e defilato, cominciarono a manifestare apertamente le proprie ambizioni, forti della protezione garantita dall’esercito invasore, che si presentava come forza di «liberazione».

       Nelle piazze delle città e dei borghi iniziarono così a sorgere gli alberi della libertà, nuovi emblemi dell’ordine rivoluzionario, mentre gli ardenti giacobini, animati dall’entusiasmo politico e dall’ostilità verso il passato regime, si dedicarono alla distruzione dei simboli ritenuti espressione della tirannide, reale o presunta. Uno di questi gesti, in particolare, avrebbe contribuito in misura determinante allo scoppio della più grave manifestazione di violenza popolare contro i francesi [quella di Pavia del 1796, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 54).

      La sollevazione, tuttavia, non coinvolse soltanto il territorio pavese. Nello stesso periodo, anche Como fu teatro di un’insurrezione, così come Varese, mentre a Milano si verificarono gravi disordini. Gli episodi di rivolta interessarono dunque diverse località della Lombardia, mostrando come l’opposizione alla presenza francese non fosse circoscritta alla sola Pavia, ma si manifestasse anche in altri centri della regione (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 56).

      […] I francesi erano ben consapevoli che il pericolo maggiore proveniva dai contadini, piuttosto che dagli abitanti delle città, i quali, com’era loro noto, avevano subito in misura minore le razzie e le devastazioni perpetrate dai razziatori [delle truppe francesi, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 57).

      È significativo che la resistenza armata delle popolazioni civili nella valle del Po abbia assunto prevalentemente la forma di insurrezioni di massa, generalmente concentrate nei centri urbani e nei villaggi, sfociando in manifestazioni di lotta che presentavano alcune somiglianze, seppur vaghe, con la guerra convenzionale: la conquista di posizioni fortificate, l’impiego dell’artiglieria e l’azione collettiva di forze numerose. Tale modalità di combattimento si distingueva nettamente dalle tattiche fondate sulle imboscate e sulle incursioni improvvise, e appare plausibile che la conformazione del territorio abbia costituito il fattore determinante di questa differenza [diversamente soprattutto dalle altre forme di resistenza che si svilupparono nelle Alpi e nella Riviera ligure, n.d.a.].

      Merita inoltre attenzione il rilievo assunto dalle motivazioni politiche e religiose, apparentemente più marcato rispetto ad altri contesti, nonché il ruolo che potrebbe aver avuto la percezione di una minaccia all’identità delle comunità locali [legate alla tradizione millenaria del Sacro Romano Impero, seppur distante, garante delle libertà e diritti delle comunità locali di tradizione ereditata plurisecolare, n.d.a.] nel suscitare e alimentare la rivolta (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 59).

     Colpisce, in questo contesto, il notevole grado di organizzazione e di pianificazione che caratterizzò le misure difensive predisposte dalle comunità locali, fino a comprendere forme di cooperazione fra villaggi diversi. La situazione sembrava ormai giunta a un punto critico, e non è difficile comprendere come l’escalation della violenza avrebbe potuto condurre a ulteriori sviluppi, inducendo gruppi di uomini a rifugiarsi sulle montagne e nei boschi e a intraprendere una guerra di guerriglia contro i francesi (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 62).

     In conclusione, si può affermare che, sebbene nell’Italia settentrionale, fra il 1792 e il 1797, si siano verificate numerose manifestazioni di resistenza armata delle popolazioni civili contro i francesi, soltanto una parte assai limitata di esse corrispose a ciò che oggi si intende propriamente per guerra di guerriglia. Le sollevazioni che ebbero le ripercussioni più significative sulle operazioni militari francesi (in Lombardia e in Emilia) [comunità tradizionali, le cui libertà, seppure a livello distante, erano garantite dai vincoli tradizionali  dal millenario Sacro Romano Impero: quale massimo garante apicale, tanto lontano quanto al contempo pur sempre presente, n.d.a.], sembrano essere state, più che autentiche manifestazioni di guerra irregolare, tentativi maldestri di affrontare il nemico secondo modalità riconducibili alla guerra convenzionale, anziché ricorrere alle tattiche di attacco e ripiegamento improvviso generalmente associate alla guerriglia.

     L’unica regione nella quale si sviluppò una forma di lotta assimilabile alla guerriglia fu la Riviera ligure, il cui territorio si prestava particolarmente a questo genere di combattimento. In tale contesto, la guerriglia sembra essersi evoluta a partire da forme di brigantaggio preesistenti [strettamente legate ai proprietari terrieri che godevano di diritti garantiti dai vincoli feudali, che – anche quest’ultimi – derivavano in giustificazione dal Sacro Romano Impero. Inoltre, va poi altresì considerato che vi furono simili resistenze di guerriglia anche nelle Alpi, n.d.a.]. Nonostante le difficoltà e i disagi che provocò alle forze francesi, essa non esercitò, tuttavia, un’influenza significativa sull’andamento delle loro operazioni militari.

      In un’altra area, quella nei pressi di Rivoli, dove la guerriglia avrebbe potuto facilmente svilupparsi, la situazione fu invece ricondotta entro limiti meno conflittuali grazie alla disponibilità tanto delle popolazioni locali quanto dei francesi a individuare soluzioni ai problemi della convivenza e a raggiungere un modus vivendi. In tale processo risultarono determinanti la tutela delle proprietà locali, il rispetto delle tradizioni e la conservazione delle istituzioni preesistenti.

      Se questa lezione [cioè riguardo all’accomodazione e alla mediazione tra le esigenze apportate dal nuovo regime e le precedenti libertà e comunità tradizionali delle popolazioni locali, n.d.a.] fosse stata compresa e applicata anche altrove, […], è persino possibile che la parola “guerrilla” non sarebbe mai entrata a far parte della lingua inglese (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., pp. 64 – 65).

Sul Branda Lucioni e la “Massa Cristiana” del 1799 [la “Vandea Italiana”]:

Due sono le fonti note sulla sua nascita. In un foglio matricolare del reggimento d’ussari Wurmser, presso cui fu ufficiale, datato 24 ag. 1791, il Branda Lucioni è detto “gebürtig von Mayland, aus Lombardie” e “51 1/12 jahre alt” (Albera – Sanguineti, p. 40). Ciò porrebbe, quindi, la sua nascita a Milano, nel luglio 1740. Nell’atto di matrimonio del figlio Giovanni Battista, in data 28 luglio 1829, il L. risulta nato in data imprecisata a “Wittemberg, in Boemia”, cioè Winterberg o Winperk, nella Boemia meridionale (Consonni, p. 247). Comunque, in quasi tutti i documenti il L. è definito o si definì “milanese”.

     […] Diciassettenne, il Branda Lucioni si arruolò e iniziò la carriera militare [nell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, e non nell’Esercito Imperiale, riservato quest’ultimo soprattutto a tedeschi, n.d.a.] partecipando alla guerra dei Sette anni. Nel 1770 era Leutnant in un reggimento di cavalleria leggera; fu promosso Ober-leutnant nel 1773. Nello stesso 1773, il 22 maggio, sposò a Gallarate Maria Teresa Landriani (nata nel 1753), figlia del conte Pietro Paolo, del ramo di Trezzo d’Adda.

     Il matrimonio lo legò a una delle più antiche famiglie della nobiltà lombarda, ben inserita nelle strutture di governo milanese [da qui ebbe il diritto di aggiungere “De” al proprio cognome, divenendo Branda De Lucioni, n.d.a.]. […] I tentativi di controllare l’eredità familiare lo portarono a liti con gli zii Giovan Battista e Antonio; nel 1774 fu imprigionato nel Castello di Milano in seguito a uno scontro con quest’ultimo. 

     […] Queste disgrazie e insuccessi furono la probabile origine del rientro nell’esercito [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.], che aveva lasciato poco dopo il matrimonio (documenti del 1775 lo dicono “giubilato tenente”). Nel 1779 il Branda De Lucioni prese servizio nel reggimento degli ussari imperiali Wurmser, del colonnello conte D.S. von Wurmser. […].

     Per un quindicennio visse secondo i ritmi del reggimento, di stanza nel Centro-Nord del Sacro Romano Impero, dove aveva già combattuto da giovane. […] Il 1 Nov. 1783 fu promosso zweiter Rittermeister (capitano in seconda) e ottenne il comando di uno squadrone. Il 16 genn. 1789 fu promosso Rittermeister (primo capitano), passando al comando di un nuovo squadrone. Il Branda De Lucioni era allora in Galizia, a Tuchow, […].

     Nel 1790 il reggimento fu impegnato contro gli insorti belgi e nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria [nella Guerra della Prima coalizione che le potenze fautrici dell’ordine tradizionale combatterono contro la Francia “giacobinistica” e/o comunque rivoluzionaria dal 1792 al 1797, n.d.a.], fu inviato sul Reno e nei Paesi Bassi. Nel giugno 1793, tuttavia, il Branda De Lucioni fu pensionato con il grado di capitano e fece ritorno a Milano.

     Lavorò per alcuni mesi a un progetto “per rendere invulnerabili le armate austriache”. Nel luglio 1794 ne chiese il permesso di stampa all’abate A. Longo, l’antico collaboratore del Caffè divenuto regio censore per le stampe; di fronte alla sua veemenza il Longo, temendo che scendesse a vie di fatto, concesse un parere favorevole, ma appena il Branda De Lucioni lasciò il suo ufficio scrisse una lettera per sconfessarlo, affermando di aver dato il suo consenso solo per paura.

La vita del Branda De Lucioni dal luglio 1794 all’inizio del 1798 resta per ora ignota; il cui unico dato certo è che rientrò nell’esercito come maggiore, non è chiaro se nel reggimento Wurmser o in un altro. Gli avvenimenti del 1798-1801 [nel periodo della Guerra della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria dal 1798 al 1802, in cui lungamente Napoleone fu in Egitto e in Medio Oriente e assente dall’Europa, n.d.a.], però, accreditano la prima ipotesi; i libri del Wurmser tacciono sulla circostanza, ma tale silenzio sarebbe congruo all’assegnazione al Branda De Lucioni di incarichi oltre le linee nemiche [in sostanza, al Branda De Lucioni, in qualità di ufficiale dell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, con lunghissima esperienza sul campo, furono assegnati compiti d’intelligence militare relativi all’organizzazione di una resistenza anti-francese – oltre le linee nemiche –  nelle aree del Nord Italia di cui era nativo, n.d.a.].

Secondo una relazione inviata a Parigi da Carlo Botta [un fanatico giacobino ideologico del Nord Italia, n.d.a.] il 5 giugno 1799 (edita in C. Sforza, L’amministrazione generale del Piemonte e Carlo Botta, in Memorie della R. Acc. delle scienze di Torino, s. 2, LIX [1909], p. 281), il Branda De Lucioni fu uno dei capi dell’insurrezione di Pavia del maggio 1796 e, fatto prigioniero dai Francesi, fu liberato per un atto di pietà […].

All’inizio del 1798 Branda De Lucioni era a Rovigo, dove era di stanza il Wurmser. Profittando dell’armistizio tra Francia e Impero, nel febbraio 1798 fece un breve ritorno in Lombardia: il 14 era a Milano, da dove si portò ad Abbiate Guazzone. Tornò poi in Veneto, dove si trovava quando nel marzo 1799 la guerra riprese. Il 14 apr. 1799 era a Verona quando vi giunse il feldmaresciallo Aleksandr Vasil’evič Suvorov, comandante dell’esercito austro-russo nell’Italia settentrionale.

Il 5 genn. 1800, in una memoria al conte Luigi Cocastelli, plenipotenziario “austriaco” in Lombardia [Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore, i quali, per la maggior parte, nei lunghi decenni del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati scelti fra i nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], narrò di avere trascorso “quattro ore e più in chiesa” facendo un voto non precisato se Dio gli avesse concesso di “mantenere la parola data alli Milanesi” di andare “con Suvorov a Milano con la sciabola alla mano a far atterrare quell’albero infame” [l’albero dei giacobini s’intende, n.d.a.].

     La mattina del 28 apr. 1799, alla testa di un drappello di ussari (probabilmente distaccati dal Wurmser, stanziato in un’altra area del fronte), il Branda De Lucioni entrava in una Milano non ancora del tutto abbandonata dai Francesi, inviato dal Suvorov quale avanguardia dell’esercito appostato poco fuori città. Chiese alla Municipalità e all’arcivescovo, F. Visconti, di inviare una delegazione al quartier generale austro-russo.

     Quando la mattina seguente le truppe entrarono in città egli l’aveva già lasciata, dopo avere abbattuto l’albero della libertà e altri simboli rivoluzionari: uno schema che da allora avrebbe ripetuto più volte.

     Il 29 aprile il Branda De Lucioni varcò il Ticino e penetrò in territorio sabaudo verso Novara, dove il 3 maggio emanò un proclama in cui si definiva “maggiore dell’armata imperiale austriaca [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.] e comandante dell’ordinata Massa Cristiana” [la forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi, da egli guidata, n.d.a.].

     Con i suoi ussari operava all’avanguardia dell’esercito austro-russo, agendo di stretta intesa con Suvorov, che in un proclama del 4 maggio invitò apertamente le popolazioni “a prendere l’armi contro i francesi repubblicani ed a recarsi a militare sotto il comando del maggiore Branda De Lucioni, comandante la Massa Cristiana” (Storia della vita e dei fasti di s.a. il conte Alessandro Suwarov Rymniski (coll’aggiunta delle campagne d’Italia e Piemonte), Milano 1799, p. 42).

Facendo leva sull’ostilità agli occupanti di gran parte della popolazione, il Branda De Lucioni raccolse in breve alcune migliaia di seguaci (soprattutto, ma non solo, contadini). Come ufficiali sceglieva per lo più nobili che avevano militato nell’esercito sabaudo e che, appartenendo all’aristocrazia locale, avevano la fedeltà dei contadini arruolati: fra loro il fossanese G.A. Bava (avo del più celebre F. Bava Beccaris), il saviglianese M. De Rossi di Santa Rosa (già aiutante di campo di Vittorio Amedeo III e padre di Santorre), il casalese F. Radicati di Primeglio e il cuneese C.O. Arnaud di San Salvatore (poi generale di Napoleone e di Carlo X) [a dimostrazione che la “Massa Cristiana”, cotale forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi – al servizio parimenti tanto dei Savoia quanto degli Asburgo – combatteva in nome al pari “del Re” e “dell’ Imperatore”, sotto le insegne degli stendardi dell’aquila bicipite del Sacro Romano Impero, divenendo una vera e propria “Vandea Nord-Italiana” sotto la direzione del Branda De Lucioni stesso, n.d.a.].

[Altresì, nella “Massa Cristiana”, n.d.a.] Diversi erano i religiosi, scelti soprattutto per la capacità di garantire la fedeltà degli armati e di animarli alla lotta. Il reclutamento nel territorio che stava liberando dagli occupanti permetteva al Branda De Lucioni di disporre di uomini motivati, che congedava appena raggiunto l’obiettivo [cioè il successo nelle azioni a tenaglia tra forze regolari e irregolari nel conquistare i vari punti e luoghi strategici; una volta raggiunti questi obbiettivi sul territorio, parte degli irregolari popolani erano congedati, mentre il nucleo più professionale rimaneva in attivo, n.d.a.].

La “Massa Cristiana” non fu quindi una struttura stabile, ma un insieme cronologicamente successivo di milizie locali, create e sciolte all’arrivo e alla partenza del Branda De Lucioni [in accordo con le esigenze operazionali sul territorio, n.d.a.].

Tale caratteristica rende difficile distinguere la “Massa Cristiana” propriamente detta sia da gruppi che rifiutavano di deporre le armi al momento dello scioglimento, continuando ad agire in proprio, sia anche da bande di briganti che la fiancheggiarono, ma che con essa non vanno confuse, e da gruppi armati indipendenti. Tanto più che la propaganda filofrancese usò l’appellativo “Branda” [o anche “Brandalucioni”, n.d.a.] per indicare tutti gli oppositori armati.

Allo stesso Branda De Lucioni, poi, fu riferita una lunga serie di episodi, spesso non provati (alcuni dei quali almeno riguardavano capi della “Massa Cristiana”), designati genericamente come “il Branda” [o “el Branda” nei dialetti del Nord, n.d.a.].

[Di seguito si potrà anche capire la diffidenza, all’interno dei legami di quella confederazione che fu il Sacro Romano Impero, tra i Savoia e gli Asburgo in Nord Italia. Cotali sospetti e rivalità reciproche, si dovevano tanto al tentativo dei Savoia di salire al soglio di Principi Elettori del Sacro Romano Impero nel 1788, sostenuti in questo dalla Prussia e dalla Sassonia, in funzione della potenzialità di eleggere un imperatore non-Asburgo. Ma, altresì, si dovevano anche alla contesa su territori quali l’Alessandrino, il Vigevanasco, Voghera, la Lomellina, etc., o il braccio di ferro per assumere l’influenza nel dietro alle quinte su Genova. Cotali frizioni portarono, durante l’invasione napoleonica del 1796, al rifiuto da parte dell’Imperatore di accorrere in aiuto dei Savoia (quanto quest’ultimi lo richiesero, in nome dell’essere comunque parte del Sacro Romano Impero, e l’Imperatore proprio garante superiore). Pertanto, la non collaborazione tra le due forze armate nel 1796, di fronte all’invasione di Napoleone, fu la rovina di entrambe. Una difesa, invece, che sarebbe stata possibile in nome del Sacro Romano Impero. Non a caso, ciò succedette più e più volte nel corso del lungo 1700: si pensi all’epopea della comune difesa anti-invasione-francese fra Savoia e Asburgo di cui fu protagonista decenni prima il Principe Eugenio di Savoia. La quale fu portata avanti, specificamente, in nome della comune appartenenza al Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Il riferimento alla fede minacciata era un potente collante per popolazioni che, in maggioranza, non avevano né compreso né condiviso la politica francese; inoltre, aveva il vantaggio di porre in secondo piano la fedeltà al Re.

Va osservato, infatti, che il Branda De Lucioni agiva come ufficiale imperiale e che il governo […] non era affatto incline a restituire lo Stato a Carlo Emanuele IV (nel caso, lo avrebbe fatto solo dopo avere riannesso le parti della Lombardia conquistate nella prima metà del Settecento da Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III).

Indicativa, in questo senso, la differenza tra i proclami che il Branda De Lucioni stampò a Novara il 3 maggio e a Vercelli il 5. Nel primo non fece cenno alla restituzione dello Stato a Carlo Emanuele IV: “Sua Maestà Imperiale e Regia viene a rimettere il buon ordine e la tranquillità ed a ripristinare nel suo vigore la Religione”, nonché “a riacquistare questi stati”). Nel secondo dichiarò [evidentemente a seguito delle pressioni dei suoi superiori nella catena di comando, n.d.a.], invece, che l’armata austro-russa entrava “in tutto lo Stato del Re di Sardegna per render quello che si aspetta alla sagrosanta Chiesa cristiana ed al suo legittimo sovrano”: questo testo fu poi utilizzato, con minime varianti, in tutti i centri ove presero stanza il Branda De Lucioni e i suoi ussari.

Mentre l’esercito austro-russo entrava a Vercelli, il Branda De Lucioni si era già trasferito a Ivrea, concentrando la sua attività nel Canavese.

Dunque, una volta posto il quartiere generale a Chivasso, mosse la “Massa Cristiana” contro Torino, agendo in sintonia con Suvorov, che stava invece muovendo verso Alessandria e Tortona per chiudere la ritirata ai Francesi di J.-V. de Moreau. Il Branda De Lucioni riuscì a bloccare a Torino le truppe del generale P. Fiorella fino all’arrivo di Suvorov (24-25 maggio 1799).

Puntualmente, domenica 26 maggio, a Pecetto, piccolo centro fuori Torino, sciolse la “Massa Cristiana”.

Dopodiché, raccolti nuovi uomini, il 28 maggio partiva per Carmagnola (dove quel giorno stampò il consueto proclama) e da lì seguitò ad agire nel Piemonte sudoccidentale almeno sino a metà giugno, per tagliare la strada ai Francesi in ritirata.

Non è esatto, quindi, come scritto da Botta e più volte ripetuto, che a Pecetto la “Massa Cristiana” si sciogliesse definitivamente; più attendibile appare, invece, P. Custodi che nel suo diario scrisse che quella ricostituita dopo Pecetto fu sciolta dal Branda De Lucioni il 16 giugno.

[Va poi anche presa in seria considerazione, seppure tratta da poche fonti disponibili, n.d.a] […] la tesi del Botta (ripresa da N. Bianchi e D. Carutti), secondo la quale le autorità austro-russe, preoccupate dell’attività del Branda De Lucioni, lo avrebbero arrestato e detenuto per tre mesi [cosa che non dovrebbe apparire strana, giacché egli mobilitava le genti sfruttando un mix esplosivo di motivazioni legate tanto alla religione cattolica tradizionalmente radicata nel popolo quanto alle tradizioni e libertà comunitarie ereditate millenariamente sin dal medioevo per tramite del Sacro Romano Impero (distante manto, pur sempre presente, e massimo garante). Aizzando così le masse e mobilizzando le moltitudini – sia la nobiltà locale, sia il clero, e sia le masse contadine armate, a lato del nucleo di truppe professionali da egli personalmente guidate – il tutto sullo sfondo dell’autonomia localistica tradizionalmente ereditata. Pertanto, davanti a risultati straordinari, come quello relativo all’assedio e liberazione di Torino dallo straniero, essendo poi lui un ufficiale tanto con pluridecennale esperienza sul campo, quanto d’intelligence operativa, tutto questo, raggiunta una certa dimensione sia qualitativa che quantitativa del proprio fenomeno politico-sociale-militare non poteva che destare una profonda preoccupazione nelle catene di comando ufficiali e superiori. Rendendo, pertanto, più che plausibile la possibilità di un suo arresto, n.d.a.].

Pertanto, conclusa l’esperienza della “Massa cristiana”, egli riprese il suo posto nell’armata, come prova anche un manifesto che Suvorov emanò da Alessandria l’11 luglio 1799 a difesa dell’operato del conte Arnaud, divenuto nel frattempo suo aiutante di campo, accusato di aver dato “ordini e composti scritti senza la saputa ed il consenso del signor maggiore imperiale Branda De Lucioni”. Suvorov negò che ciò fosse vero e non solo difese Arnaud, “essendo esso e gli suoi seguaci degni d’ogni lode e distinzione”, ma si assunse la responsabilità di quanto operato dalla “Massa Cristiana” nei mesi precedenti.

All’inizio di settembre il Branda De Lucioni seguì Suvorov in Svizzera, per contrastare l’esercito di A. Massena e favorire la liberazione della Repubblica.

Infine, stando a una lettera scritta dopo il ritorno a Milano, con i suoi ussari funse ancora da avanguardia e partecipò a tutte le fasi della guerra, fra cui le battaglie di Chänis e Nafels (25 settembre e 1-2 ottobre 1799).

In novembre l’alleanza austro-russa si interruppe, e così il rapporto fra il Branda De Lucioni e Suvorov.

Ad ogni modo, il 5 genn. 1800, in una supplica al conte Luigi Cocastelli plenipotenziario imperiale per la Lombardia [cioè, il Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore: tipicamente, la maggior parte di quest’ultimi, nel corso del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], il Branda De Lucioni, affermando di scrivere su preghiera di Suvorov, rivendicò i meriti della “Massa Cristiana” e chiese di ripetere l’esperienza, dandole un più forte significato politico con il porla sotto il supremo comando dell’imperatore e del pontefice [cioè, in una visione super-Tradizionale, con la T maiuscola, quasi “neo-medievale”, d’insurrezione di massa dal basso ma militarmente diretta dall’alto da chi con esperienza e addestrato, di natura militare-politica, di mobilitazione di massa, in funzione anti-francese, anti-giacobina, anti-rivoluzionaria, anti-napoleonica – e si potrebbe dire anche anti-capitalista (essendo tutti quei fenomeni all’epoca intrinsecamente collegati) – in nome tanto dell’Imperatore del Sacro Romano Impero quanto del Pontefice Papa della Chiesa Cattolica Romana: da qui di si può anche comprendere il perché dell’opposizione delle gerarchie superiori ufficiali, molto più attente al realismo ed alla “realpolitik” dei bilanciamenti e scontri al fine di salvaguardare i propri privilegi e potere strutturale acquisito, n.d.a.].

Non si hanno notizie della sua attività nei mesi successivi. Da una lettera scritta dalla moglie il 12 genn. 1801 risulta che era passato dalla Lombardia nel Veneto fra maggio e giugno del 1800, subito dopo Marengo. Nella primavera del 1801 era a Verona, da dove fece almeno brevemente ritorno a Milano in giugno [ad ogni modo, va osservato che a seguito della sconfitta di Marengo da parte delle forze del Sacro Romano Impero e dell’Imperatore nel 1800, nel Trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801, firmato in Francia da Giuseppe Bonaparte per la Repubblica francese e dal conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl per l’Impero, si poneva fine alla Guerra della Seconda coalizione in Europa. Ma, in cui, al contempo, il Sacro Romano Impero e l’Imperatore abdicavano non solo sostanzialmente ma anche formalmente alle pretese sull’Italia del Nord. Vanificando così una tradizione d’appartenenza durata per un intero millennio, n.d.a.].

Tornato in Veneto e lasciato il servizio militare attivo, nel marzo 1802 il Branda De Lucioni. era a Vicenza. Vi morì il 22 ag. 1803, come risulta dal Militäralmanach del 1804 (p. 368), che lo definì “pens. Major”.

[Va considerate che di lì a breve anche il Sacro Romano Impero verrà a mancare. Interrompendo così un millennio di storia e tradizione. Giacché, in risposta al fatto che il 18 maggio 1804 il Senato conservatore francese (Senato Consulto) avesse il governo repubblicano in “Impero”, nominando Napoleone “Imperatore dei Francesi” (il titolo fu poi confermato – democraticamente – da un plebiscito popolare), rompendo ogni logica tradizionale di relazioni, ruoli, e giurisdizioni, dunque, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, che era Francesco II d’Asburgo-Lorena, si autoproclamò “Imperatore d’Austria” sui territori di sua dinastica diretta giurisdizione: assumendo su di essi il nome Francesco I d’Austria. Successivamente, nel 6 agosto del 1806, Francesco II (anche per via del dar retta ai propri consiglieri “realisti”), abdicò il titolo di Imperatore dei Romani e sciolse il Sacro Romano Impero. Rimanendo però “imperatore”, col nuovo auto-inventato titolo di “Imperatore d’Austria”, ristretto ai propri territori dinastici. Qui noterei ancora di più la grave cosa, che, durante il Congresso di Vienna, nel 1814 – 1815, per stabilire l’ordine post-Napoleonico, evidenti scelte folli e di tradimento vennero fatte. Non a caso, in tal contesto, Francesco I, profondamente influenzato dalle direttive di quel proprio “Rasputin” che fu Klemens von Metternich, e dalle veline che provenivano dall’ordine Whig di Londra, venne convinto ad andare contro i Tradizionalisti – con la T maiuscola – che volevano la restaurazione del Sacro Romano Impero in toto; e di mantenersi invece il solo il neo-creato “Impero d’Austria”. Quindi, infine, di porsi esso stesso come sovrano assoluto di uno stato di polizia centralizzato e non-tradizionale. Nonché, si vedrà poi quanto bene queste scelte daranno agli Asburgo: dopo aver dominato per 354 anni sul Sacro Romano Impero, e dopo che il Sacro Romano Impero era durato per 1000 anni – un millennio – dall’800 d.C. al 1806 d.C., regneranno per meri 114 anni sull’Austria, finendo in disastro e perdendo tutto nel 1918, n.d.a.].

[Tornando ora sul Branda De Lucioni, si può osservare come tanto in vita, quanto in post-morte, fu pesantemente sottoposto a denigrazione e diffamazione, n.d.a.] […] La pubblicistica avversaria attuò una denigrazione sistematica. Il Diario torinese, dal 12 al 25 maggio 1799 (23 fiorile – 6 pratile anno VII), quasi a esorcizzare (senza successo) l’assedio che stava ponendo alla città, lo chiamava “Illustrissimo”, “Celebre Illustrissimo”, “Illustrissimo Signor Maggiore”, autore di proclami “curiosi”. I Francesi lo presentarono sistematicamente come un millantatore, privo di serietà e legittimità. Il generale Fiorella nei suoi proclami non gli riconobbe il grado di maggiore e gli negò il ruolo militare. Tale linea riprese in grande stile quando i Francesi, dopo Marengo, rioccuparono il Piemonte.

[A lato di una propaganda ideologica, pubblicistica, e teatrale contro il Branda De Lucioni che venne fatta capillarmente in tutto il Nord Italia durante il quasi-quindicennio napoleonico, in cui veniva presentato in termini grotteschi e diffamatori, n.d.a.] […] La stessa immagine diede Botta [uno storico giacobino fanatico, n.d.a.] nella Storia d’Italia ed essa passò, senza tanti problemi, alla storiografia risorgimentale (che, pur non amando troppo la Rivoluzione, vide nel Branda De Lucioni soprattutto l’ufficiale austriaco) [una sofisticata falsificazione storica di stampo capitalista, liberale, radicale, etc. tipica del “Risorgimento”, turpemente anti-Tradizionale, che faceva slittare nell’Impero dell’Austria il Sacro Romano Impero – senza contare che fu una parte della classe dirigente dell’Austria traditrice stessa e pugnalatrice alle spalle, per mano di Metternich e Francesco I, del Sacro Romano Impero, da loro stessi distrutto (in scelte scellerate, per quanto disperate) – che permetteva di annichilire, cancellare, ed annullare, in nome della “liberazione dallo straniero”, secoli e secoli, se non un millennio, di ordini ereditati, forme sociali, e tradizioni, gettando tutto quanto – se non comodo e ingombrante per le nuove classi dirigenti dello sfruttamento economico senza limiti – sotto il tappetto. Recidendo però così, in modo davvero vile e turpe e menzognero, un millennio di tradizione che aveva definito gran parte dell’identità e del senso stesso del Nord Italia: “lobotomizzando” e denaturando un’intera società e un’intera realtà geopolitica, un intero popolo, e un intero precedentemente ininterrotto millennio di tradizione, n.d.a.].

In conclusione, gran parte della storiografia […] del Novecento, [è stata, n.d.a.] disattenta a dati […]. Solo di recente si è iniziato ad avvertire la necessità di sfuggire alla vera e propria leggenda nera del Branda De Lucioni e di affrontarne la figura con un approccio più attento alle fonti e alla loro analisi [seppure, ancora oggi, viste le profonde implicazioni politiche retrostanti tutte cotali questioni, le mezze verità abbondano (seppure esposte come neutre verità), e queste tematiche, come la resistenza in nome di una struttura millenaria quale fu il Sacro Romano Impero, così come si manifestò anche in Nord Italia, risulta ancora oggi – qualora tutto ciò fosse trattato seriamente e non in modo “incartapecorito” e antiquario, ma considerando invece tutte le implicazioni tradizionalistiche e geopolitiche – un tema fortemente “radioattivo”, n.d.a.].

Fonte:

https://www.treccani.it/enciclopedia/branda-de-lucioni_(Dizionario-Biografico)/

In una lettera del 5 gennaio 1800 al conte Luigi Cocastelli (1745-1824), plenipotenziario imperiale per la Lombardia, Lucioni riassume le sue imprese di guerra, sottolineando i meriti da lui avuti nella liberazione di Milano e del Piemonte — definita «un miracolo» — e rivelando una lucida comprensione del quadro strategico. […] Formatosi in un ambiente familiare profondamente religioso, epigono di una pregevole tradizione italiana di servizio all’Im­pe­ro, Lucioni — a differenza di molti leader naturali dell’In­sor­gen­za italiana — si rivela un intelligente e implacabile avversario della Rivoluzione, incarnata da coloro che chiama i «perfidi francesi» e dai giacobini. Uomo di azione che sa comprendere a­cu­tamente i «problemi dell’ora presente» e intuisce l’es­sen­­za non solo materiale della lotta contro la Rivoluzione, Bran­da de’ Lu­­cioni è un soldato, che non esita, a cinquantanove anni di età, a sporcarsi le mani in prima persona in una guerra ci­vile, per la quale avrà senz’altro provato la naturale ripugnanza propria del mi­­litare di carriera.  Credente forse sui generis — ma che prima di partire per la campagna del 1799 non esita, «[…] in Verona re­stando in quel freddo 4 ore e più in chiesa», a chiedere a Dio la grazia di mantenere l’impegno di liberare i mila­nesi dalla Rivo­luzione —, Lucioni dimostra uno zelo fuori del co­mune nel re­staurare i diritti di Dio e l’ordine tradizionale, che per lui, legit­timista, coincide tout court con il ritorno del­l’a­quila bicipite [il simbolo, bandiera, stemma, e stendardo, del Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Buon conoscitore del popolo, l’ardito e alquanto pittoresco mag­giore «a riposo» Branda de’ Lucioni ha creato un’au­ten­ti­ca leg­­genda — quella degl’invincibili «branda» —, sedimentata a lun­­go nella memoria e nell’immagina­rio popolare dei piemontesi. La sua audacia, il suo impegno, il suo amor di patria e la sua devozione ai sovrani legittimi [e la sua devozione nei confronti di quella costruzione sopra locale, sopra dinastica, e garante apicale – seppur distante, e mai pressante, e sempre esistente – di ogni giurisdizione sotto il proprio manto, in tutela delle libertà e dei “modi ed ordini” delle comunità locali, quale fu il Sacro Romano Impero, n.d.a.], gli meritano senz’altro un posto non secondario nell’ideale galleria delle glorie militari e civili degl’italiani. 

Fonte:

https://alleanzacattolica.org/branda-de-lucioni/

Stanno arrivando i russi, di Aurèlien

Stanno arrivando i russi.

Non sei sorpreso, vero?

Aurelien14 ottobre
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A quanto pare, i nostri politici e i nostri media faticano a gestire più di un conflitto alla volta. Così, mentre la folle avventura militare del signor Trump dentro e intorno all’Iran si trascinava a fatica, i combattimenti in Ucraina sono stati in gran parte dimenticati, a parte occasionali segnali di paura o aggressività da parte di leader e commentatori occidentali. Ora che l’Iran sembra avviarsi verso una lunga lotta economica che gli Stati Uniti perderanno, l’attenzione si sta spostando di nuovo a Nord, e improvvisamente ci rendiamo conto di quante cose siano successe lì dall’inizio dell’anno.

Come al solito, non capiamo cosa stiamo vedendo, né perché le cose accadono in questo modo. Questo accade essenzialmente perché il complesso della sicurezza occidentale non comprende la Strategia e come viene applicata, e non si preoccupa di capire la Russia e i suoi obiettivi. Perciò ho pensato che fosse giunto il momento di questo saggio, che spiega cosa sia effettivamente la Strategia, la strategia che i russi, con alcune variazioni, perseguono da oltre trent’anni, e soprattutto il dolore e il danno che questa strategia infliggerà all’Occidente nel suo complesso, mentre si avvia verso la sua fase terminale nei prossimi anni. La mentalità strategica occidentale è così poco preparata a comprendere questi problemi, e così lontana dal comprendere la realtà della situazione stessa, che intendo presentare le mie argomentazioni e conclusioni con forse un po’ più di brutalità di quanto impiego di solito, perché è necessario per stimolare la concentrazione. (Ho ripetuto elementi della stessa cosa in diverse occasioni nel corso degli anni, senza ottenere alcun risultato diverso da quello che mi aspettavo.)

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Innanzitutto, cosa non è la strategia. Non è un documento governativo o multinazionale, solitamente corposo e denso di informazioni e corredato da fotografie, né un discorso di un politico, né tantomeno un articolo su una rivista prestigiosa che suggerisce a un Paese o a un’alleanza di fare questo o quello. La strategia è ciò che i governi fanno, non ciò che dicono, guidati da un ampio insieme di obiettivi. Soprattutto, la strategia permette di rispondere alla domanda “stiamo andando nella giusta direzione?” e di apportare le modifiche necessarie. Le strategie sono piani di alto livello, molto generali, che si estendono per almeno anni, e spesso decenni, verso obiettivi che a loro volta sono piuttosto generali. Poiché l’Occidente è molto carente in materia di strategia, e in generale nel pensare oltre i prossimi cinque minuti, il termine è abusato, mentre l’attività in sé è raramente svolta. Nel contesto di questo saggio, ad esempio, non esiste una vera e propria “strategia NATO” nei confronti della Russia, e non è mai esistita. Ciò che c’è stato è un insieme variabile di atteggiamenti e aspirazioni nel corso del tempo, che hanno generato occasionali obiettivi e iniziative a breve termine, in gran parte scollegati tra loro. Certo, nessun politico ammetterà mai di “non avere una strategia”, così come non lo fanno i sostenitori (o, del resto, i critici) della NATO, ma per chiunque tenga al significato delle parole è innegabilmente vero. E poiché non elaboriamo strategie, non sappiamo riconoscere e interpretare quelle degli altri.

Come ho già detto, la strategia si basa su obiettivi generali e di alto livello. Per essere attuata, deve essere accompagnata da obiettivi e piani di livello inferiore, tradizionalmente definiti “a livello operativo”. E non è un caso che la Russia sia sempre stata all’avanguardia nella teoria e nella pratica del livello operativo. Analizziamo un paio di esempi concreti di strategia e della sua implementazione, provenienti da due lati opposti del mondo.

Negli anni ’90, in Corea del Sud, il nuovo governo civile decise di adottare una strategia volta a ridurre il predominio statunitense e a trasformarsi in una potenza militare regionale. Questa strategia rientrava in un quadro più ampio, che prevedeva anche l’imitazione e la progressiva sostituzione del Giappone, sia a livello industriale che commerciale. Importando inizialmente equipaggiamenti militari non statunitensi, ampliando i legami in materia di difesa e sicurezza e acquisendo proprietà intellettuale, i coreani riuscirono a creare un’industria bellica nazionale in grado di soddisfare gran parte del loro fabbisogno, ridimensionando la dipendenza dagli equipaggiamenti americani e diventando infine essi stessi esportatori di armi. Parallelamente, svilupparono una marina d’alto mare e la capacità di schierare navi a distanza, e gradualmente e silenziosamente elaborarono sistemi di comando nazionali per raggiungere la massima indipendenza possibile dagli Stati Uniti. Questa è una strategia, e ci è voluta una generazione per arrivare al risultato attuale.

In un contesto molto più vicino a casa, la Francia ha perseguito per un secolo una politica di massima indipendenza strategica, ma dopo il 1945 questa divenne critica. Con le forze statunitensi stanziate sul suo territorio, le armi nucleari americane operative dalle loro basi e impantanata irrimediabilmente in guerre coloniali senza speranza di vittoria, l’élite francese del dopoguerra si rese conto che bisognava fare qualcosa. Il fulcro di questa strategia fu il programma nucleare indipendente, avviato nei primi anni ’50 in gran segreto, insieme ai tentativi di rafforzare la posizione politica della Francia. Ma fu solo con l’arrivo al potere di De Gaulle, che riuscì a ritirare l’esercito dall’Algeria e ad avviare la sua modernizzazione, e con il primo test nucleare riuscito nel 1960, che le cose iniziarono a cambiare. Ciò permise un graduale disimpegno dalla struttura militare della NATO, lo sviluppo di un sistema di comando nazionale indipendente dalla NATO e, soprattutto, una forza nucleare indipendente e un’industria della difesa nazionale. Insieme al successivo sviluppo dei satelliti di ricognizione nazionali e di altri sistemi di intelligence tecnica, ciò ha conferito alla Francia l’autonomia strategica nel processo decisionale che cercava, sebbene ci sia voluta più di una generazione per raggiungerla. Questa è una strategia.

L’Occidente nel suo complesso non ha nulla di simile. Ha obiettivi vaghi e documenti strategici, ma nulla viene mai organizzato e portato a termine. Gli inglesi, ad esempio, non hanno mai avuto una strategia nei confronti dell’Europa, solo una scontrosa tendenza ad assecondare idee che in realtà non potevano contrastare. Gli Stati Uniti hanno avuto tante strategie nei confronti, ad esempio, della Cina quanti sono i gruppi di interesse, e raramente vengono messe in pratica. E non si può costruire una strategia dal basso: a prescindere da ciò che pensano gli esperti, una serie di obiettivi improvvisati e scollegati tra loro in momenti diversi non costituiscono, e non possono costituire, una strategia.

Sottolineo questo punto perché aiuta a spiegare perché non comprendiamo le strategie di altre nazioni quando le osserviamo. Nel caso della Russia, che vede le minacce provenire principalmente dall’Occidente, la sua strategia è da tempo quella di utilizzare vari mezzi per mantenere queste minacce il più lontano possibile e per prevenire o indebolire, per quanto possibile, i raggruppamenti di Stati che potrebbero diventare una minaccia. Una volta compreso questo semplice fatto, molte cose diventano più chiare. Tuttavia, questa strategia non è stata scelta a caso, né può essere liquidata semplicemente come un’ossessione per la propria storia e una paranoia culturale, sebbene entrambe contribuiscano. Le sue origini – ed è qui che inizia il pericolo – risiedono nella geografia e nel modo in cui la geografia è stata politicamente divisa.

La questione fondamentale nella politica internazionale è come lo spazio sia stato diviso dal potere nel corso del tempo e come e perché questa divisione cambi. Per la stragrande maggioranza della storia umana, si è assistito a una successione di imperi, e ancora oggi in alcune parti del mondo – il Libano ne è un buon esempio – si possono osservare i resti di migliaia di anni di imperi diversi, letteralmente ammassati uno sull’altro. Il modo normale in cui gli imperi crescevano era attraverso l’espansione e la conquista a partire dalla madrepatria, e gli imperi più stabili e longevi, come quello romano, persiano e ottomano, introducevano divisioni amministrative e sistemi di governo nei territori conquistati. Di tanto in tanto, gli imperi entravano in conflitto tra loro e con gli interessi di altri stati. A metà del XIX secolo, la Russia cercava di espandersi verso sud, in un’area dominata dall’Impero Ottomano, dove britannici e francesi avevano importanti interessi strategici. Da qui la guerra di Crimea, una tipica guerra intra-imperiale dell’epoca.

Questa era, in sostanza, la situazione del mondo nel 1914. Il moderno “stato-nazione” stava compiendo progressi limitati, perlopiù a partire da quelli che un tempo erano stati territori ottomani, e l’Italia aveva appena cessato di essere, per usare la celebre formula, “un’espressione geografica”, piuttosto che uno stato. Ma a Berlino, Praga, Varsavia, Vienna, Budapest, San Pietroburgo, Skopje, Damasco, Baghdad e Beirut, la gente viveva in imperi e giurava fedeltà a sovrani lontani, di cui i loro territori erano possedimenti. Il termine “nazione”, nella misura in cui aveva un significato, si riferiva all’eredità culturale e storica di un gruppo, spesso comprendente lingua e religione.

E poi tutto cambiò, poiché quasi da un giorno all’altro queste imponenti strutture semplicemente scomparvero. Al loro posto, arrivò il concetto più confuso e probabilmente più pericoloso della storia politica: lo Stato-nazione. Un secolo prima, la Francia repubblicana aveva introdotto una nuova entità politica: non il possesso di un re, ma uno Stato composto da tutti coloro che volevano viverci: un “referendum senza fine”, come lo definì lo storico Ernest Renan. Ecco perché la Francia, fino a poco tempo fa, poteva facilmente assorbire un gran numero di immigrati da tutto il mondo: erano venuti lì per essere francesi. In quest’ottica, il “popolo francese” era costituito dalle persone che vivevano, volontariamente, in Francia. La “nazione francese” era la somma totale di tutte queste persone. Questo principio repubblicano, aspramente osteggiato dalla destra, non si affermò definitivamente fino al secondo dopoguerra e ora, purtroppo, viene nuovamente minato, ma questa volta dalla sinistra.

Eppure, senza l’impalcatura ideologica repubblicana, i concetti di “popolo” e “nazione” sono stati inevitabilmente interpretati altrove in termini etnici e religiosi. Pertanto, il discorso odierno è irrimediabilmente confuso, persino in inglese, tra “nazione”, “popolo” e “stato”: quest’ultimo termine ha due significati ben distinti. La confusione è altrettanto grande all’interno e tra le altre lingue. La Carta delle Nazioni Unite afferma (articolo 1) che tra gli scopi dell’ONU vi è “sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni basate sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e di autodeterminazione dei popoli, e adottare altre misure appropriate per rafforzare la pace universale”. Questa affermazione è quanto di più privo di significato si possa immaginare, e pericolosamente, con la sua molteplicità di termini ambigui. L’intera, cruenta storia dei negoziati è utilmente esposta in uno studio delle Nazioni Unite .

Ciononostante, nuovi paesi furono accolti nel mondo dopo il 1918, così come dopo il 1945, nella convinzione ingenua che fosse possibile creare tali nazioni a partire da “nazioni” e “popoli” che avrebbero convissuto felicemente. Forse a questi entusiasti era venuto in mente che, persino prima della Prima Guerra Mondiale, nel 1912, Grecia, Bulgaria, Montenegro e Serbia, non appena cacciati gli Ottomani dai territori che ambivano, si erano subito combattute tra loro per quegli stessi territori. E il crollo degli imperi nel 1918 fu accompagnato da guerre, rivoluzioni e violenze diffuse, poiché l’autodeterminazione dei popoli si rivelò un po’ più difficile di quanto si fosse previsto.

In nessun altro ambito questo problema fu più grave e pericoloso che nel caso degli stati che sostituirono gli imperi asburgico, romanov e hohenzollern. Fin dall’inizio, questi stati erano in media più piccoli, più poveri e meno stabili della Francia e della Germania a ovest, e della nuova Unione Sovietica a est. Sebbene tendiamo a pensare alla diplomazia degli anni ’20 e ’30 come a un preludio un po’ tedioso all’ascesa del nazismo e alla Seconda Guerra Mondiale, in realtà fu un periodo di paura, violenza, rivoluzione e dittature, in cui le nuove nazioni si giravano incessantemente intorno, e intorno alle potenze più forti a est e a ovest, alla ricerca di alleanze difensive e di qualche tipo di garanzia.

Questo è un esempio di uno di quei problemi politici che, in definitiva, risultano insolubili. Non intendo dire che non ci sia nulla da fare, ma piuttosto che non può esistere una soluzione definitiva e giusta, nel senso idealistico del brano della Carta delle Nazioni Unite citato in precedenza, e che la cosa migliore da fare è cercare di gestire il problema e impedirgli di causare troppi danni. La Seconda Guerra Mondiale ha dimostrato che il problema era persino più grave di quanto si fosse compreso, poiché in alcuni casi gli stessi nuovi Stati si sono disgregati, e sono emersi brevemente e in modo poco attraente mini-Stati come la Croazia e l’Ucraina indipendenti. Questa è la realtà dell’autodeterminazione dei popoli nella pratica.

L’Unione Sovietica, che aveva visto molti di questi stati e attori sub-statali unirsi alla crociata antibolscevica tedesca, decise di non correre rischi e, laddove i suoi eserciti si fermarono, insediarono governi comunisti controllati da Mosca, guidati da leader compiacenti che avevano trascorso la maggior parte della guerra a Mosca, nonché attraverso massicce forze di occupazione e la formazione di efficienti organizzazioni di polizia segreta.

Questo era un modo di controllare lo spazio , e voglio sottolineare questo modo di vedere le cose, perché la grammatica del potere che controlla lo spazio è qui più importante come quadro analitico rispetto alle tradizionali divisioni per paese, confine, governo o partito politico. Lo spazio può essere controllato, o quantomeno negato ad altri, in tutta una serie di modi diversi, dall’occupazione militare diretta da un lato all’amicizia e alla cooperazione, e persino all’alleanza militare, dall’altro. Sebbene l’Armata Rossa fosse presente in forze in ogni paese tranne la Romania (un’eccezione che non c’è tempo di approfondire qui), l’Unione Sovietica godeva di una notevole influenza in Finlandia, al punto che i governi che si sono succeduti si sono posizionati con attenzione per non offendere Mosca, pur coltivando i rapporti con l’Occidente. Ciò faceva comodo a Mosca, così come la neutralità austriaca, che non sembra essere stata percepita come una minaccia. La Svezia, d’altro canto, con i suoi profondi, seppur segretissimi, legami con la NATO, sembra essere stata vista come un vero e proprio nemico.

Durante la Guerra Fredda, pertanto, Mosca controllava direttamente una porzione molto ampia dello spazio post-1918 a ovest, o quantomeno non si sentiva minacciata da esso. Ciò significava sia che una guerra preventiva (che la dottrina sovietica riteneva potesse essere necessaria) poteva essere scatenata più facilmente, sia che, in ogni caso, gran parte dei combattimenti e delle distruzioni si sarebbero verificati al di fuori del suo territorio nazionale, che Mosca era comprensibilmente desiderosa di preservare. Significava anche che da lì si potevano lanciare armi nucleari a raggio intermedio in grado di colpire l’Europa occidentale.

La fine della Guerra Fredda ha prodotto sia un cambiamento violento sia una surreale sovrapposizione di sistemi politici e militari. (Ricordo di essere passato in auto davanti a una guarnigione dell’Armata Rossa nei pressi di Dresda, in quella che era appena diventata una Germania unificata, nel 1991). Improvvisamente, lo spazio su cui Mosca aveva a lungo contato come cuscinetto strategico si trovava fuori dal suo controllo diretto, e persino indiretto, e nessuno aveva la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. Il sistema politico russo era assorbito dagli affari interni e, in Occidente, gran parte della comunità strategica era, come disse un collega diplomatico dopo una visita a Washington, “in stato di shock”.

La questione di come gestire i paesi dell'”ex Patto di Varsavia”, così come le repubbliche sovietiche non russe, non è stata per un certo periodo una priorità nell’agenda delle capitali occidentali. Queste ultime stavano cercando di assorbire lo shock della fine di tutto ciò che avevano considerato centrale per le loro politiche di sicurezza per quarant’anni. Ma dovevano anche affrontare la dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa, la finalizzazione e l’attuazione del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) del 1990, che ha dato una degna sepoltura alla Guerra Fredda, cosa fare con le armi nucleari sovietiche in Ucraina e Bielorussia, la guerra in Iraq e le sue conseguenze, e i Trattati sull’Unione Politica e Monetaria Europea, per citare solo i più significativi. C’era un vero punto interrogativo sul futuro della NATO, se mai ne avesse avuto uno, e si susseguivano lunghi e accesi dibattiti su cosa potesse significare un sistema di difesa autenticamente europeo e su come avrebbe interagito con la NATO, qualora esistesse. E in tutto questo, come un camion che fa retromarcia contromano, si inserì la crisi jugoslava, che (per variare la metafora) sembrò inghiottire tutto ciò che incontrava sul suo cammino, e aggravare e complicare molti degli altri problemi.

La questione delle future relazioni con la nuova Russia era uno di quei problemi che si presentano di tanto in tanto, troppo importanti per essere ignorati ma anche troppo complessi per essere risolti adeguatamente, soprattutto perché nessun paese occidentale aveva realmente le stesse priorità di un altro. La soluzione era parlarne, fare qualche gesto vagamente amichevole e aspettare di vedere cosa sarebbe effettivamente successo a Mosca. Non era affatto scontato che il regime di Eltsin sarebbe durato, o che non sarebbe salito al potere un governo neocomunista (un’ipotesi presa seriamente in considerazione da alcuni ambienti). La NATO non ha mai avuto una vera e propria “politica” collettiva nei confronti della Russia, a differenza dell’abitudine di discuterne, e l’idea di un’espansione della NATO non era formalmente considerata un principio in quel momento. Nella misura in cui esisteva un’opinione coerente, era che la NATO avrebbe comunque avuto difficoltà a rimanere unita e che l’idea di accogliere nuovi membri fosse una complicazione di cui i paesi occidentali semplicemente non avevano bisogno, in un momento in cui c’erano almeno una mezza dozzina di questioni più urgenti.

Le discussioni a cui ho partecipato, o di cui ho letto, ruotavano tutte attorno alla stessa serie limitata di domande. Per ammettere un nuovo membro, bisognava ammettere anche tutti gli altri. Questo avrebbe potuto includere la Russia, nel qual caso la NATO si sarebbe trovata ad avere un confine con la Cina. Oh. Oppure, se non si includeva la Russia, ci si creava un potenziale nemico. D’altra parte, se non si allargava la NATO, si prometteva di fatto di schierarsi, anche militarmente, in una crisi tra, diciamo, Germania e Polonia. Era questo che si voleva? Eppure, d’altra parte, come si poteva spiegare agli stati interessati (e al mondo in generale) che non potevano aderire a un’organizzazione che era teoricamente aperta a tutti e che era già stata allargata diverse volte? Realisticamente, “ai russi non piacerà” non era qualcosa che si poteva dire in pubblico. Bene, allora, si poteva provare a sostituire la NATO con qualcos’altro, ma non completamente, perché la sua esistenza era la chiave del Trattato CFE. Ma l’organizzazione avrebbe dovuto escludere gli Stati Uniti, nel qual caso sarebbe stata dominata dalla Russia, oppure includerli entrambi, nel qual caso si sarebbe trovata in una situazione di stallo permanente. L’unica via d’uscita era quella di creare un’organizzazione troppo debole per poter effettivamente agire. Naturalmente, veniva prodotta una mole enorme di pubblicazioni da parte di esperti che propugnavano di tutto, dall’espansione della NATO e la guerra con la Russia, alla fine della NATO e all’amore e alla pace ovunque, ma ben poco di tutto ciò ebbe un’influenza su un problema che, come era noto, non aveva soluzione.

Come spesso accade con i problemi senza soluzione, e in assenza di una vera e propria “strategia”, che peraltro la NATO non era in grado di elaborare, il risultato fu una serie di mini-decisioni improvvisate, man mano che le circostanze si evolvevano e ogni sorta di fattore transitorio si presentava e scompariva. Ci sarebbero potute essere conseguenze per questa o quella decisione in futuro, ma qualcun altro se ne sarebbe occupato, no? E qualsiasi iniziale nervosismo riguardo alle reazioni russe svanì dalla memoria, mentre i russi protestavano, ma niente di più. Curiosamente, i combattimenti in Jugoslavia, pur avendo complicato enormemente la gestione di altre questioni, si rivelarono utili come salutare shock per coloro che avevano ingenuamente dato per scontato che l’unico problema fosse stato il comunismo e che, ora che era scomparso, la pace, l’amore e l’economia di mercato sarebbero magicamente arrivati. Improvvisamente, i decisori politici occidentali iniziarono a rendersi conto che la storia era un fatto contemporaneo e che poteva essere un fattore di divisione persino all’interno dell’Occidente: Austria e Germania appoggiarono l’indipendenza croata per ragioni elettorali e culturali, mentre diversi altri governi occidentali, tra cui Washington, si lasciarono manipolare dal governo musulmano di Sarajevo. Sia per le potenze occidentali, sia per i governi dei nuovi paesi, divenne scomodamente chiaro che la fine del Patto di Varsavia non aveva risolto nulla, ma aveva piuttosto liberato importanti tensioni dal profondo congelamento in cui erano state mantenute.

Questa era l’epoca dell’arroganza post-Guerra Fredda, quando i governi occidentali davano per scontato, senza sentire il bisogno di un vero dibattito, che il modo migliore per garantire pace e stabilità a Est fosse quello di trasformare il più rapidamente possibile questi nuovi Stati in versioni dello stesso tipo di società liberale basata sulle norme, auspicata nei Trattati di Unione del 1991, e, in ultima analisi, di integrarli economicamente. Anzi, col passare del tempo, si levarono sempre più voci che suggerivano l’importanza di far entrare il Paese X o Y nell’UE, non perché l’organizzazione ne sarebbe uscita rafforzata, ma perché avrebbe aiutato il Paese X o Y a evitare di precipitare nel caos politico che le capitali occidentali temevano sempre più. L’autunno era arrivato alla Primavera delle Nazioni molto più velocemente di quanto chiunque avesse mai immaginato. (Le idee sull’Ucraina nell’UE sono, suppongo, la parodia definitiva di questa argomentazione.)

L’ effetto pratico di tutto ciò fu quello di colonizzare progressivamente uno spazio politico storicamente controllato dalla Russia, ma senza un vero e proprio piano complessivo, con iniziative perlopiù a livello nazionale e senza alcuna considerazione organizzata delle possibili reazioni russe (“Oh, si lamentano sempre!”). L’Occidente ottenne così il peggio di entrambi i mondi. All’estremo opposto, e con notevole sforzo di immaginazione, era possibile trasformare il tutto in una cospirazione per rovesciare la Russia. Solo che in tal caso l’Occidente non avrebbe ridotto drasticamente le dimensioni delle proprie forze armate, abolito la coscrizione, riconfigurato l’esercito per operazioni di spedizione su piccola scala, smantellato le proprie industrie della difesa e reso se stesso incapace di combattere una guerra seria per più di pochi giorni. Il problema era complicato dal fatto che una nuova generazione di decisori politici, basata sulle norme, aveva assimilato l’idea di poter fare comunque ciò che voleva, perché la Russia era economicamente e socialmente arretrata, il suo esercito debole e il suo Stato e il suo esercito sarebbero crollati alla prima sfida.

A partire dalla Georgia nel 2008, e soprattutto dall’Ucraina nel 2014, una tendenza all’interno della vasta e frammentata comunità strategica occidentale iniziò a preoccuparsi delle intenzioni russe, pur continuando a sottovalutarne le capacità. In genere, tuttavia, si presumeva che quella che veniva percepita come una crescente aggressività russa non avesse nulla a che fare con le azioni occidentali, ma fosse un ritorno al modello sovietico e l’inizio di un tentativo di ricostruzione di qualcosa di simile al Patto di Varsavia. L’Ucraina veniva sempre più vista come una prima linea di difesa contro tale aggressione, ma in modi e gradi diversi. Alcune personalità di spicco negli Stati Uniti e in Canada sembravano nutrire la sincera speranza di utilizzare l’Ucraina per innescare un cambiamento politico in Russia. L’opinione più moderata, soprattutto in Europa, era tuttavia sinceramente allarmata dai combattimenti nell’est del paese nel 2014. Come indicavano le loro dichiarazioni dell’epoca, i leader occidentali presumevano che il movimento separatista fosse organizzato e diretto dalla Russia come prima fase di una conquista dell’Ucraina, a cui sarebbe seguito chissà cosa. Gli accordi di cessate il fuoco e di separazione riassunti nei documenti di Minsk furono considerati un trionfo, in quanto impedirono la propagazione della guerra e diedero all’Ucraina la possibilità di rafforzare le proprie difese con l’aiuto occidentale, contro quella che le nazioni europee ritenevano un’invasione altamente probabile. Credevano (e credono tuttora) che la guerra in corso confermi la validità della loro analisi del 2014.

Eppure, ovviamente, i russi non videro affatto il periodo successivo alla metà degli anni ’90 in questo modo. Ciò che videro fu la perdita del controllo di quello che prima era stato un prezioso spazio strategico, senza alcuna via d’uscita evidente per recuperarlo. (Anche per la Russia, tuttavia, Minsk rappresentò un gradito sollievo, poiché non disponeva delle forze necessarie per intervenire in modo decisivo a fianco dei ribelli e aveva bisogno di tempo per prepararsi. In effetti, sfruttò meglio il periodo fino al 2022 rispetto all’Ucraina e all’Occidente). Tuttavia, poche delle nazioni che erano state membri del Patto di Varsavia erano desiderose di rinnovare strette relazioni, quindi la migliore speranza era quella di dissuaderle dal cadere sotto quello che i russi consideravano il controllo dell’Occidente. Ciò poteva essere accompagnato da tentativi di indebolire la coesione all’interno della NATO e dell’UE stessa, ed esercitare pressioni militari, contribuendo così, per estensione, a preservare almeno una certa influenza sullo spazio conteso. Ma fino a poco tempo fa, i russi non avevano le risorse per farlo in modo efficace.

Il fatto che il pensiero occidentale sulla Russia sia stato disorganizzato, arrogante, mal informato ed episodico, con ogni iterazione politica e diplomatica che lasciava nuovi problemi da risolvere per la successiva, è una delle cause della situazione catastrofica in cui si trova l’Occidente. L’altra causa è un’errata comprensione di cosa sia la strategia in primo luogo, e in particolare di cosa sia la strategia russa, e quali saranno le sue probabili conseguenze. Ciò porta a una situazione paradossale in cui l’Occidente non comprende appieno che è in atto una competizione a somma zero per il controllo e l’influenza sullo spazio strategico a ovest dei confini russi. Per l’Occidente, si tratta in parte di un processo robotico guidato da imperativi istituzionali e normativi e che giustifica l’esistenza della NATO. Per i russi è una questione esistenziale. Nessuno dei due comprende l’altro. Fino a poco tempo fa, l’Occidente aveva i mezzi ma non la strategia, e i russi avevano la strategia ma non i mezzi. Ora, i russi hanno sia la strategia che i mezzi, e l’Occidente non ha né l’uno né l’altro.

Esistono molte ragioni per cui la Russia ha storicamente dato grande importanza alla strategia, a differenza dell’Occidente. Ovviamente, una strategia complessiva è più facile da elaborare per un singolo Paese che per un gruppo ampio e diversificato. Ma la geografia è il fattore determinante: dominare lo spazio strategico a ovest, impedire ad altri di farlo ed esercitare il massimo controllo e influenza possibile in quella direzione, è sempre stata la principale priorità strategica. È la geografia, piuttosto che la politica, la causa della continuità tra la strategia sovietica e quella russa. Mantenere le potenziali minacce alla massima distanza geografica possibile è stata una priorità costante per la Russia, mentre l’Occidente è stato disorganizzato, con frequenti conflitti e ripensamenti su ciò che viene considerato pensiero strategico. (In effetti, tutti quegli articoli che si leggono che affermano di trovare coerenza e continuità nelle strategie occidentali sono probabilmente da considerarsi fantasie di appagamento dei desideri: ” magari… “).

Cosa faranno dunque i russi adesso? Non lo so, ovviamente, ma possiamo fare delle ipotesi plausibili, prendendo come esempio la loro evidente strategia e chiedendoci cosa farebbe un governo ragionevole per attuarla nelle circostanze attuali. L’obiettivo strategico, come indicato nella bozza di Trattato con la NATO del dicembre 2021, è il dominio politico di quella che un tempo era l’area del Patto di Varsavia, in modo che da lì non possano essere intraprese azioni ostili, e la garanzia del dominio strategico russo in Europa. In pratica, ciò non significa occupazione militare (che ha distrutto l’economia russa l’ultima volta che è stata tentata), ma l’uso della superiorità militare per ottenere un effettivo dominio politico su questi paesi. Potrebbero rimanere formalmente membri della NATO (in effetti, questo ha dei vantaggi dal punto di vista russo), ma non permetterebbero lo stazionamento di forze straniere, le loro forze armate dovrebbero essere di dimensioni modeste e presterebbero molta attenzione a quanto affermato da Mosca.

Ecco perché le idee di “cessate il fuoco” e di una divisione geografica dell’Ucraina non hanno avuto, e non avranno, alcun seguito. Il gioco è cambiato e la posta in gioco è molto più alta di prima. Nel 2022, i russi avrebbero probabilmente accettato un’Ucraina realmente neutrale, senza forze stanziate e con gli estremisti nazionalisti esclusi dal governo. (Avrebbero potuto chiedere di più, ovviamente, ma questo è ciò che probabilmente avrebbero accettato). Ora non c’è alcuna possibilità che ciò accada, e interpreto l’attuale bombardamento di Kiev come parte di una strategia a livello operativo per distruggere il paese come entità vitale, in modo che non possa essere utilizzato in futuro come base per operazioni militari. Ponti, sistemi di comunicazione, porti, produzione e distribuzione di energia elettrica, reti di trasporto, impianti industriali e aeroporti, tra gli altri, saranno distrutti. Ci vorrebbero decenni e una quantità di denaro inimmaginabile per ricostruire il paese, e ancora meno per renderlo una base per possibili operazioni militari. L’analogia sarebbe affondare una portaerei, piuttosto che allontanarla dalle proprie coste. In una situazione del genere, le prese di posizione occidentali, le attività dei fanatici nazionalisti o persino l’esatta composizione del governo di Kiev non avranno molta importanza. L’idea di ricostruire l’Ucraina in vista di un futuro conflitto sembrerà ancora più palesemente una fantasia di quanto non lo sia già. La migliore speranza è che Mosca, a un certo punto, fermi la distruzione, in cambio di un effettivo controllo politico del paese.

Non c’è alcun segno che l’Occidente lo capisca, perché non capisce la strategia. La Russia non ha alcun interesse in una guerra con l’Europa, sebbene sia in grado di vincerla in pochi giorni. Ma non ha comunque bisogno di combattere una guerra; può semplicemente minacciare l’Europa con l’uso di missili convenzionali di alta precisione che l’Occidente non possiede e contro i quali esistono difese molto limitate. Oppure, potrebbe semplicemente esibire alcune di queste armi per dimostrarne l’efficacia, e poi aspettare che l’Occidente tragga le ovvie conclusioni, cosa che ovviamente non accadrà. Non accadrà perché non si rende conto che la strategia russa è andata ben oltre l’Ucraina e mira a bandire lo spettro di un potenziale attacco dall’Occidente per almeno una generazione, forse di più. Ciò implica il dominio militare, e quindi politico, prima sull’ex spazio del Patto di Varsavia a ovest dell’Ucraina e poi, in misura minore, fino al Canale della Manica. (Gli Stati Uniti non sono un fattore rilevante: le loro forze in Europa sono più o meno equivalenti a quelle del Belgio e non c’è un modo evidente per aumentarle in modo utile.) Può anche essere vero, come ho sentito dire oggi da un idiota alla radio, che le forze europee nel loro complesso siano paragonabili per dimensioni a quelle russe. Ma basta guardare una mappa. Anche se per qualche miracolo di pianificazione logistica, utilizzando risorse inesistenti, le unità NATO potessero essere trasportate a costi esorbitanti su distanze mai tentate prima, in qualche modo organizzate in unità coese e adeguatamente addestrate e comandate, si tratterebbe prevalentemente di brigate meccanizzate leggere, e ci si aspetterebbe che venissero annientate in poche ore dalle armi e dalle tattiche russe a cui l’Occidente non ha risposta. E il loro obiettivo in una guerra contro la Russia sarebbe… Mosca? Ma stiamo scherzando? Nel frattempo, la Russia stessa potrebbe annientare le forze NATO schierate sul proprio territorio con droni e missili.

Infine, l’Occidente non si rende conto che la strategia russa, così come descritta in tutti quei noiosi libri che restano sugli scaffali, è olistica e coinvolge mezzi politici, psicologici, economici e militari. I russi non esiteranno a usare mezzi economici, comprese sanzioni e blocchi, se li riterranno utili. Certamente impiegheranno la guerra psicologica, perché fa parte del loro repertorio. Se siano dietro ai droni fuori controllo, agli incendi di fabbriche, agli attacchi informatici, alla disinformazione e così via, al momento non ne ho idea. Anche se lo fossero, sarebbero certamente abbastanza professionali da cancellare le proprie tracce. Ma non c’è dubbio che i russi considerino tali attacchi parte della loro potenziale strategia e vi ricorreranno se ne vedranno la necessità e l’utilità. A differenza dell’Occidente, tali attacchi non sarebbero casuali o compiuti a scopo propagandistico, ma parte di una strategia deliberata.

È un bel pasticcio in cui ci ha cacciato la nostra classe dirigente ignorante e arrogante, con un Paese molto più potente di noi, che abbiamo irritato e danneggiato. La cosa più straordinaria è che qualsiasi reazione negativa russa al nostro sostegno all’Ucraina venga considerata in qualche modo inappropriata. Va bene che aiutiamo Kiev a bombardare Mosca, ma qualsiasi accenno a possibili conseguenze negative in cambio viene visto con orrore e orrore come una violazione dell’ordine naturale delle cose. Ma l’ordine reale delle cose è che i russi sono arrabbiati e risentiti, e in una certa misura se la prenderanno con noi. Non sappiamo fino a che punto l’esperienza di quasi cinque anni di guerra influenzerà il pensiero e la pratica russi, ma le guerre, ovviamente, tendono a radicalizzare le posizioni degli Stati. Essendo un popolo legalista, cercheranno senza dubbio di negoziare trattati, e potrebbero anche riuscirci. Ma essendo un popolo pragmatico, cercheranno di creare dei fatti sul terreno, e alcuni di questi fatti potrebbero non piacerci affatto.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

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Rivelazione sconvolgente: il ministro della Difesa lituano rivela che i droni ucraini utilizzati nell’attacco a San Pietroburgo provenivano dallo spazio aereo polacco, di Simplicius

Rivelazione sconvolgente: il ministro della Difesa lituano rivela che i droni ucraini utilizzati nell’attacco a San Pietroburgo provenivano dallo spazio aereo polacco.

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Ieri sera l’Ucraina ha lanciato un altro attacco su larga scala nella regione di San Pietroburgo, che secondo le fonti è stato il più grande dall’inizio della guerra, in quanto ha preso di mira diverse imprese, tra cui impianti petroliferi e centri dati.

L’operazione ucraina contro San Pietroburgo, in Russia, è stata la più grande in questa guerra contro la città russa. Tre obiettivi principali sono stati colpiti durante l’operazione: – Il terminal petrolifero locale e i relativi depositi di petrolio – Il data center di VKontakte – L’hub logistico locale di Ozon. È opportuno precisare che né Starlink né Starshield possono essere utilizzati per questa operazione dalle forze armate ucraine, poiché tali servizi sono sempre stati off-limits per le forze ucraine. Vengono utilizzati esclusivamente prodotti finali ucraini.

La notizia più rilevante relativa all’attacco, tuttavia, è che ancora una volta l’Ucraina ha utilizzato lo spazio aereo della NATO per condurre l’attacco e, presumibilmente, per eludere le difese aeree russe.

Prima di entrare nei dettagli, ricordiamo che l’ultima volta che è successo qualcosa di simile è stato durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) nel giugno di quest’anno, di cui abbiamo parlato nel seguente articolo:

L’attacco dell’Ucraina allo SPIEF mira alla massima provocazione, come testimoniato dai droni avvistati provenienti dalla direzione del Mar Baltico.
Simplicio·5 giugno
L'attacco dell'Ucraina allo SPIEF mira alla massima provocazione, come testimoniato dai droni avvistati provenienti dalla direzione del Mar Baltico.
L’Ucraina ha lanciato un massiccio attacco con droni contro San Pietroburgo, in Russia, in concomitanza con il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF). L’obiettivo era ovviamente quello di umiliare la Russia di fronte ai numerosi partecipanti internazionali, tra cui funzionari del Dipartimento di Stato americano e dignitari stranieri.
Leggi la storia completa

Ricorderete che abbiamo geolocalizzato e triangolato le traiettorie dei droni durante quell’attacco e abbiamo concluso che, in base al punto di vista delle telecamere, almeno alcuni dei droni che hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo provenivano in realtà da ovest, come segue:

L’articolo includeva anche un video ripreso da un’imbarcazione russa che mostrava un drone ucraino sorvolare il Mar Baltico in una zona che presumibilmente si trovava vicino al confine con l’Estonia.

Ora però abbiamo la conferma definitiva degli attacchi di ieri sera: il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino ha ammesso che lo spazio aereo lituano è stato utilizzato da droni ucraini, ma ha attribuito la responsabilità alla “guerra elettronica russa”.

Heorhii Tykhyi@SpoxUkraineMFA Ci rammarichiamo per l’incidente verificatosi questa mattina nello spazio aereo lituano, che potrebbe essere stato causato da un’operazione di guerra elettronica russa che ha deviato dei droni durante un’operazione contro obiettivi militari legittimi in Russia. Ci scusiamo per qualsiasi disagio, rischio e preoccupazione che ciò possa aver causato. 12:52 · 18 ottobre 2026·119.000 visualizzazioni197 risposte·147 condivisioni·891 Mi piace

Il testo integrale della dichiarazione:

Ci rammarichiamo per l’incidente verificatosi questa mattina nello spazio aereo lituano, che potrebbe essere stato causato da un’operazione di guerra elettronica russa volta a deviare droni durante un’operazione contro obiettivi militari legittimi in Russia.

Ci scusiamo per qualsiasi disagio, rischio e preoccupazione che ciò possa aver causato.

Ci impegniamo a condividere tutte le informazioni rilevanti con i nostri partner lituani per accertare appieno le circostanze dell’incidente. Continueremo a collaborare strettamente per prevenire il ripetersi di episodi simili in futuro.

Ringraziamo sinceramente la Lituania, nostro alleato, per il sostegno offerto all’Ucraina nel contrastare l’aggressione russa, che rappresenta la causa principale delle minacce alla sicurezza nella nostra regione.

Alcuni canali russi hanno ricostruito l’incidente nel modo seguente, utilizzando gli allarmi aerei e gli avvisi civili emessi in diverse contee della Lituania orientale e centrale, nonché in quelle delle regioni di confine della Lettonia:

Alcuni hanno ipotizzato che i droni abbiano attraversato il territorio russo, costeggiando la Bielorussia, per poi virare a ovest verso il territorio lettone ed estone per la parte finale della missione. Ma questa ipotesi ha poco senso e non spiegherebbe perché la Lituania, che si trova piuttosto distante dai confini russi, avesse emesso allarmi aerei.

Ricordate la mia critica logica dell’articolo precedente: se la guerra elettronica russa fosse così inimitabile da riuscire a impedire ai droni ucraini di raggiungere la Lituania, come affermato dal portavoce ucraino – un paese che non confina minimamente con la Russia (esclusa Kaliningrad) – allora perché gli stessi potentissimi sistemi di guerra elettronica non dovrebbero essere in grado di impedire a tutti i droni di colpire i loro obiettivi a San Pietroburgo?

Per quanto ne sappiamo, la maggior parte degli obiettivi è stata effettivamente colpita. Come mai la Russia dovrebbe possedere sistemi di guerra elettronica estremamente efficaci dislocati nelle zone interne disabitate a est della Bielorussia, ma non avere sistemi altrettanto “potenti” vicino a San Pietroburgo, che avrebbero potuto facilmente deviare i droni ucraini nel Mar Baltico, proprio come, secondo queste affermazioni, li avrebbero deviati con tanta facilità verso la Lituania?

In breve: la spiegazione della guerra elettronica è una palese frode.

Ma con un colpo di scena sconvolgente, un rapporto Reuters ha citato il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunasrivelando con nonchalance che i droni in realtà “provenivano dalla Polonia”:

https://www.reuters.com/world/lithuania-told-residents-go-shelters-after-detecting-flying-object-2026-10-18/

L’oggetto è entrato nello spazio aereo lituano provenendo dalla Polonia , ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas, dopo aver proposto un’indagine congiunta al suo omologo polacco.

“La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina si sta riversando sul fianco orientale della NATO e dell’UE”, ha dichiarato il presidente lituano Gitanas Nauseda su X.

“Quello che sembra essere un drone è esploso nella parte settentrionale del Paese, rappresentando un pericolo per la popolazione civile”, ha aggiunto.

Le forze armate polacche hanno dichiarato di star verificando anche una possibile violazione del proprio spazio aereo da parte di un oggetto non identificato.

Un portavoce del Ministero della Difesa polacco ha successivamente dichiarato che i sistemi radar non hanno confermato l’attraversamento del confine con la Lituania da parte dell’oggetto , aggiungendo tuttavia che le autorità polacche restano in contatto con i funzionari lituani.

Ciò è stato confermato dai media lituani:

https://www.lrt.lt/en/news-in-english/19/3086051/drone-enters-lithuania-from-poland-debris-hits-a-car-on-rural-road

“Si ritiene, in via preliminare, che l’oggetto sia entrato nello spazio aereo lituano provenendo dalla Polonia. Ho già contattato il ministro della Difesa polacco e ho chiesto alla Polonia di partecipare alle indagini in modo da poter esaminare insieme questo incidente”, ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro della Difesa Robertas Kaunas.

È sconcertante che non se ne parli di più, né che ci siano più testate giornalistiche che se ne occupino.

Di seguito l’elenco degli avvisi di pericolo aereo:

Contea di Kaunas, Siauliai, Panevezys e Birzai, Lituania; Bauska, Aizkraukle e Ogre, tutti in Lettonia .

Ho mappato personalmente quei luoghi e la rotta di volo dalla Polonia sarebbe la seguente:

Sembrerebbe un mistero, tuttavia, che la Polonia non abbia lanciato allarmi più consistenti in tutte le sue regioni, comprese le zone vicino a Varsavia, se i droni provenissero effettivamente dall’Ucraina. Una spiegazione logica potrebbe essere che i droni siano stati lanciati dalla Polonia e/o dalla Lituania stesse, con la conoscenza e l’approvazione esplicita delle autorità o tramite qualche gruppo di sabotatori ucraini a cui è stato semplicemente permesso di operare “silenziosamente” in quelle zone.

Pochi giorni prima dell’attacco, il Primo Ministro estone Kristen Michal aveva auspicato con giubilo che le raffinerie russe venissero “ridotte in frantumi” e aveva insinuato che l’Estonia e la NATO avrebbero dovuto aiutare l’Ucraina a farlo, offrendole il loro pieno supporto:

Qualche mese prima, il ministro degli Esteri estone Margus Tsakhna aveva dichiarato al Financial Times che i “droni ucraini fuori controllo” “valgono il prezzo” da pagare per fermare la Russia, ammettendo che in sostanza all’Estonia non dispiace che i droni ucraini sorvolino il suo territorio:

https://www.ft.com/content/f487526b-9646-456b-bccb-001f31090919

“Naturalmente non siamo contenti di [questi incidenti]. Ma non stiamo dicendo all’Ucraina di smetterla. Questo sta colpendo la linfa vitale di Putin.”

Rileggete la dichiarazione del Ministro degli Esteri ucraino: si scusa apertamente per l’ingresso dei droni ucraini nello spazio aereo lituano , ma per qualche ragione non per quelli lettoni, estoni o polacchi. Possiamo supporre che ciò sia dovuto al fatto che almeno uno dei droni – come riportato in precedenza da Reuters – è effettivamente esploso o è stato distrutto sopra la Lituania, creando la prova più evidente del suo passaggio, mentre qualsiasi cosa possa aver sorvolato altri paesi potrebbe essere più facilmente negata. Questo è particolarmente vero considerando che è stata addotta la scusa delle “condizioni meteorologiche avverse”, proprio come l’ultima volta, il che permette a questi paesi di fingere che i loro aerei da combattimento non siano stati in grado di rilevare con precisione di che tipo di droni si trattasse, o dove esattamente siano andati, ecc.

Inoltre, si noti la scarsa capacità di pensiero critico e la mancanza di curiosità giornalistica dei media occidentali: ammettono nel loro stesso articolo che i droni provenivano dalla Polonia, eppure prendono per buona la parola del ministro degli Esteri ucraino, secondo cui la “guerra elettronica russa” ne sarebbe in qualche modo responsabile. Nessuno di loro si è chiesto come sia possibile che la guerra elettronica russa possa aver inviato droni ucraini dalla Polonia in Lituania, o cosa ci facessero in Polonia, in primo luogo? Naturalmente, conosciamo la risposta: è un argomento troppo “scomodo” da mettere in discussione per la narrativa imperialista, quindi ai burattinai pagati dalle multinazionali, travestiti da giornalisti, viene semplicemente detto di tacere.

Quale pensi sia la spiegazione?

Ciò che possiamo concludere sulla questione è che i paesi della NATO confinanti con l’Ucraina stanno chiaramente giocando a un gioco diplomatico di “patata bollente” per offuscare deliberatamente il loro probabile coinvolgimento negli attacchi contro la Russia. Facendo finta di niente e di non sapere nulla, possono continuare a scaricare la responsabilità, come hanno fatto con gli attacchi al Nord Stream – nonostante gli attentatori siano stati catturati e ora si sappia che lavoravano per l’Ucraina – in modo da prolungare la vicenda fino a quando l’interesse dei media non si spegnerà e nessuno farà più domande.

In realtà, sembra più evidente che mai che la Polonia e i Paesi baltici – e forse altri Paesi NATO vicini – stiano apertamente agevolando attacchi contro il territorio russo. E molto probabilmente lo fanno in modo semi-ovvio per provocare intenzionalmente la Russia, mantenendo al contempo una sufficiente possibilità di negazione plausibile per evitare qualsiasi responsabilità legale per il loro blocco. Mirano a provocare intenzionalmente la Russia affinché reagisca in modo da fornire un casus belli alla NATO e all’Europa per sollevare una solidarietà militare contro la Russia: è chiaro che le élite desiderano una guerra più ampia per salvare se stesse e il loro blocco, scaricando le colpe dei fallimenti europei su un comodo capro espiatorio.

Pertanto, possiamo concludere che una risposta militare diretta della Russia a questi paesi potrebbe non essere lontana, sebbene molto probabilmente Putin ignorerà le provocazioni il più a lungo possibile, poiché non vale la pena dare agli europei esattamente ciò che vogliono.

—

Gli attacchi in sé non si sono rivelati particolarmente efficaci. Un terminal petrolifero di San Pietroburgo è stato colpito, e un serbatoio di stoccaggio ha subito danni minimi, come si è potuto constatare da un aereo di linea di passaggio.

Altri obiettivi sono stati raggiunti con risultati limitati, che hanno fornito poco più di un piccolo incremento giornaliero delle pubbliche relazioni.

Su un argomento correlato, proprio mentre l’Ucraina continua a lottare con i rallentamenti di Starlink, si sono verificati alcuni sviluppi interessanti.

Il giornalista ucraino Serhiy Flash ha rilasciato una nuova intervista all’Associated Press in merito alla questione:

https://apnews.com/article/ starlink-starshield-ukraine- russia-war-shahed-spacex- pentagon- 385eb944f6c34990bdf21f624416b8 20

Ma la cosa più interessante che ha detto è che l’avvento del nuovo sistema russo equivalente a Starlink, il sistema Rassvet o “Alba”, rappresenterà presto una catastrofe per l’Ucraina e per tutta l’Europa.

La rete satellitare russa Rassvet rappresenta la prossima grande sfida

“Per me, questo è il pericolo numero uno tra le sfide tecnologiche che la Russia ci pone in questo momento”, ha affermato. “E non solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa.”

Ha affermato di ritenere che la Russia stia già acquisendo la capacità di controllare via satellite e in tempo reale i droni Shahed, i droni da ricognizione e persino missili a basso costo come il Banderol e il Dan-M.

“Questa sarà davvero una grande catastrofe per tutti”, ha detto.

“Saranno in grado di attaccare l’intero Paese in tempo reale, e di farlo con grande precisione”, ha affermato Beskrestnov.

Conferma che la Russia dispone già di finestre temporali giornaliere per utilizzare il sistema Rassvet come analogo di Starlink. Ma, cosa ancora più significativa, ritiene che la Russia raggiungerà la copertura completa in soli sei mesi:

La Russia ha già delle finestre di copertura sull’Ucraina, ha affermato. Quando i suoi satelliti passano sopra la zona, forniscono una copertura temporanea per 30-40 minuti. Ha aggiunto di credere che una copertura completa potrebbe arrivare rapidamente, in circa sei mesi.

Beskrestnov ha affermato che l’Ucraina sta lavorando a contromisure, comprese le sanzioni. Ma il compito è arduo. Gli ingegneri russi hanno potuto testare i loro sistemi di disturbo su un sistema Starlink funzionante, mentre l’Ucraina deve costruire difese contro un sistema che non è ancora pienamente operativo.

Ora, a seguito della sua dichiarazione, l’esercito ucraino ha fatto una scoperta sconvolgente sul fronte la scorsa settimana. Un drone russo è stato abbattuto; sembrava già essere dotato di un’antenna Rassvet e probabilmente stava conducendo dei test controllati dai satelliti Rassvet.

L’antenna parabolica è stata fissata sul retro del drone Molniya, proprio come i droni ucraini hanno i sistemi Starlink posizionati sulla parte superiore della fusoliera e rivolti verso l’alto. Sul prototipo dell’antenna era visibile il logo dell’azienda Bureau 1440, produttrice del sistema Rassvet.

Quest’ultimo sviluppo rappresenta una grave notizia per l’Ucraina. Una volta che il sistema Dawn della Russia sarà pienamente operativo, rivoluzionerà la capacità della Russia di condurre una guerra di ogni tipo contro l’Ucraina. Non solo sarà in grado di controllare con precisione droni non disturbabili nelle zone più remote del territorio ucraino, sia per attacchi che per sorveglianza, ma le comunicazioni in prima linea diventeranno impeccabili, grazie a sistemi integrati di gestione del campo di battaglia incentrati sulla rete, in grado di fornire dati in tempo reale a tutte le unità come mai prima d’ora. Ciò garantirà loro una consapevolezza situazionale senza precedenti, aumentando notevolmente la loro efficacia contro le unità nemiche direttamente in prima linea.

Ribadisco che è importante sottolineare come un sistema del genere sia essenzialmente inattaccabile, almeno dall’Ucraina. Come afferma il realista Serhiy Flash, sarebbe un disastro totale per l’Ucraina, soprattutto se gli Stati Uniti dovessero in qualche modo continuare a limitare o ostacolare le capacità ucraine di Starlink/Starshield anche in futuro.

L’ultimo rapporto di Radio Liberty Europe afferma di aver trovato un “documento intercettato”, presumibilmente proveniente dal Ministero della Difesa russo, che descrive dettagliatamente una campagna prolungata volta a paralizzare le principali città ucraine riducendone la fornitura di energia elettrica fino al 90%, e illustra i metodi per realizzare tale obiettivo.

https://www.rferl.org/a/ ukraine-russia-energy-attacks- blueprint-exclusive/33872942. html

Questi mezzi comprendono i seguenti sistemi di stoccaggio:

Il documento ottenuto da Schemes individua quattro “obiettivi prioritari” della campagna: produzione e fornitura di energia elettrica, approvvigionamento idrico, sistemi fognari e riscaldamento.

Secondo le ultime notizie ucraine, la Russia avrebbe accumulato ben 17.000 droni Geran che saranno impiegati nella prossima campagna invernale per mettere in ginocchio l’Ucraina.

In conclusione, la Russia continuerà ad aumentare la pressione e i costi sull’Ucraina, introducendo al contempo le sue ultime innovazioni che sposteranno ulteriormente l’equilibrio militare a suo favore. Se l’Ucraina continuerà a essere ostacolata dagli Stati Uniti, le conseguenze per il prossimo anno non potranno che essere gravissime.

Zelensky ha dichiarato a Christopher Miller del Financial Times che, al momento, le restrizioni rimangono in vigore e, inoltre, afferma di averle testate inviando “veicoli” ucraini dotati di Starlink nel territorio dell’UE.

Collegamento

Viene spontaneo chiedersi se con “veicoli” intenda i droni che hanno recentemente sorvolato la Polonia e la Lituania.

In entrambi i casi, la pressione sull’Ucraina continuerà ad aumentare e la NATO sarà costretta ad intensificare proporzionalmente le provocazioni contro la Russia, come ultimo disperato tentativo di salvare il suo alleato.


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L’Asse della Rivoluzione entra in guerra, di Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine

L’Asse della Rivoluzione entra in guerra

Come la cooperazione sul campo di battaglia sta unendo gli avversari dell’America

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Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine

16 ottobre 2026

Carri armati in fiamme dopo un attacco iraniano, Fujairah, Emirati Arabi Uniti, marzo 2026Pleiades Neo / Reuters

ANDREA KENDALL-TAYLOR è Senior Fellow e direttrice del Programma per la sicurezza transatlantica presso il Center for a New American Security. Dal 2015 al 2018 ha ricoperto la carica di vice responsabile dell’intelligence nazionale per la Russia e l’Eurasia presso il Consiglio nazionale di intelligence.

RICHARD FONTAINE è amministratore delegato del Center for a New American Security. Ha lavorato presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel Consiglio di sicurezza nazionale e come consulente di politica estera del senatore statunitense John McCain.

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Il 17 luglio, un missile iraniano ha colpito la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, uccidendo tre soldati americani e ferendone altri quattro. L’attacco è stato insolitamente preciso. Nelle settimane successive, funzionari statunitensi hanno scoperto che, prima dell’attacco, Teheran aveva ricevuto immagini satellitari ad alta risoluzione della base che avrebbero potuto aiutarla a individuare l’obiettivo. In seguito, l’Iran ha ottenuto ulteriori immagini, che potrebbero averlo aiutato a valutare i danni e a perfezionare futuri attacchi. Le immagini provenivano da entità cinesi.

La Cina non è l’unica a fornire assistenza all’Iran. Anche la Russia ha aiutato Teheran a individuare e colpire obiettivi statunitensi e alleati. Due giorni prima dell’attacco del 27 marzo alla base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, in cui sono rimasti feriti 12 membri del personale americano, 14 satelliti spia russi hanno sorvolato la zona. Funzionari statunitensi hanno successivamente concluso che Mosca avesse fornito all’Iran informazioni di intelligence satellitare che hanno facilitato gli attacchi di precisione iraniani. Mosca ha inoltre fornito all’Iran armi e competenze militari, comprese versioni potenziate dei droni iraniani perfezionate sul campo di battaglia in Ucraina, e ingegneri russi stanno aiutando l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici in grado di eludere le difese aeree statunitensi e israeliane.

Né la Russia né la Cina sono entrate direttamente nella guerra dell’Iran contro gli Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. Fornendo informazioni di intelligence su obiettivi americani, tecnologia e componenti militari, nonché sostegno economico e diplomatico, possono dare all’Iran ciò di cui ha bisogno senza partecipare alla sua guerra.

Gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto con vantaggi di cui i loro avversari erano sprovvisti: una vasta rete di alleati ufficiali, basi militari, accordi di condivisione delle informazioni di intelligence, partnership nel campo della difesa e forze interoperabili distribuite tra Europa, Medio Oriente e Asia. Tuttavia, molti dei partner tradizionali di Washington si sono mostrati riluttanti a partecipare alla campagna e alcuni hanno negato agli Stati Uniti specifiche forme di accesso militare, almeno per un certo periodo. Altri si opposero pubblicamente alle richieste degli Stati Uniti di contribuire a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz.

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Questo contrasto evidenzia un cambiamento sorprendente rispetto a quando, due anni fa, su Foreign Affairs , abbiamo descritto per la prima volta Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come un “asse di instabilità”. Gli avversari degli Stati Uniti hanno iniziato questa guerra con una rete più debole, mentre Washington ne aveva una di gran lunga più solida. Ma dopo aver aiutato la Russia a combattere la sua guerra in Ucraina negli ultimi anni, i membri dell’asse stanno ora trovando il modo di far funzionare la loro rete in un nuovo teatro di operazioni. Stanno perfezionando la loro cooperazione per rendere i propri partner più resilienti — e più pericolosi per gli Stati Uniti — limitando al contempo costi e rischi. Washington, dal canto suo, sta creando attriti in molte delle sue partnership invece di approfondirle, e rischia di sprecare la propria rete proprio mentre i suoi avversari stanno imparando a sfruttare al meglio la loro.

FONTI DI SOTTOSTO

Molto è cambiato dal 2024. Innanzitutto, gli stessi Stati Uniti sono diventati una fonte di sconvolgimenti nel sistema internazionale. L’amministrazione Trump ha messo in discussione le istituzioni internazionali, ha messo a dura prova le alleanze tradizionali e ha adottato un approccio più transazionale alla politica estera. Ha stravolto gli accordi commerciali, ha minacciato la sovranità di alleati come il Canada e la Danimarca e ha abbracciato l’imprevedibilità. Ha inoltre perseguito un miglioramento delle relazioni con la Cina, la Corea del Nord e la Russia, cercando al contempo di indebolire l’Iran. Nulla di tutto ciò ha allentato i legami tra gli avversari degli Stati Uniti.

All’inizio dell’amministrazione Trump, i funzionari statunitensi avevano espresso la speranza che la normalizzazione delle relazioni con Mosca potesse allontanare la Russia dal gruppo. Tuttavia, la cordialità spesso manifestata dal presidente Donald Trump nei confronti del Cremlino non ha creato alcuna frattura con gli altri tre. Dal punto di vista di Mosca, l’amministrazione non è riuscita a raggiungere un accordo sull’Ucraina, ed è improbabile che un eventuale riavvicinamento con Washington promosso da Trump possa durare: il Congresso continua a esercitare pressioni sulla Russia e una futura amministrazione potrebbe benissimo adottare un approccio più duro.

Più in fondo, i tentativi di indebolire l’asse fraintendono ciò che lo tiene unito. I suoi membri si oppongono a un ordine internazionale che considerano come il consolidamento del dominio occidentale a loro spese. Ma, più precisamente, si oppongono allo straordinario potere degli Stati Uniti di limitarli, isolarli e punirli, e potenzialmente di minacciare i loro regimi. Le recenti azioni degli Stati Uniti non hanno fatto altro che riaccendere tali preoccupazioni. La cattura da parte degli Stati Uniti del leader venezuelano Nicolás Maduro e l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei rafforzano i timori di lunga data a Pechino, Mosca, Pyongyang e Teheran riguardo all’intervento statunitense e alla sicurezza dei regimi.

I paesi dell’Asse potrebbero moderare la loro retorica antiamericana quando ciò risulta utile dal punto di vista tattico, ma la loro motivazione a ridurre la propria vulnerabilità nei confronti del potere americano rimane. Lo scetticismo della stessa amministrazione Trump nei confronti dell’ordine internazionale non tranquillizzerà le capitali dell’Asse. Al contrario, gli sforzi di Trump per creare un mondo più transazionale e coercitivo potrebbero aumentare il valore delle loro alleanze. Man mano che le regole e le istituzioni impongono meno vincoli e il potere bruto assume maggiore importanza, i paesi cercheranno partner che li aiutino a smorzare l’impatto delle sanzioni, ad accedere a tecnologie critiche, a compensare le debolezze militari, ad ampliare il proprio margine di manovra e a resistere all’isolamento. La cooperazione dell’Asse si sta evolvendo per adeguarsi alla situazione attuale.

NUOVE REGIONI, NUOVI PROBLEMI

Quando la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, la cooperazione tra i quattro paesi era relativamente facile da delineare. L’Iran ha fornito alla Russia dei droni, mentre la Corea del Nord ha inviato munizioni, missili balistici e, in seguito, truppe. La Cina è diventata la fonte di sostegno più cruciale per Mosca, acquistando petrolio russo e fornendo le macchine utensili, la microelettronica e altri componenti necessari prima per sostenere e poi per espandere la sua produzione militare. La Russia, a sua volta, ha trasferito ai propri partner tecnologie militari sempre più sofisticate.

Questi scambi sono stati significativi, ma potevano comunque essere interpretati in gran parte come una serie di transazioni bilaterali incentrate sulla guerra in Russia. Ciò sta diventando sempre meno vero. La cooperazione è sempre più interconnessa e orientata alla risoluzione di nuovi problemi in nuove regioni.

Il programma russo sui droni illustra questo cambiamento. L’Iran ha inizialmente venduto alla Russia i propri droni Shahed e poi ha aiutato Mosca ad avviare la produzione sul proprio territorio. La Russia non si è limitata a replicare ciò che aveva ricevuto, ma ha incorporato componenti cinesi e ha continuamente modificato la navigazione, le comunicazioni, i carichi utili, la propulsione e le tattiche dei droni in risposta alle difese ucraine. Le nuove unità militari hanno reimmesso nella produzione le modifiche che si sono rivelate efficaci, generando un ciclo insolitamente rapido di adattamento al campo di battaglia. Le Forze dei sistemi senza pilota russe, un ramo delle forze armate russe dedicato ai droni e alla robotica, sono state istituite lo scorso anno per contribuire a istituzionalizzare questo ciclo. La combinazione di adattamento interno e partnership con l’asse si è dimostrata efficace. Gli ultimi droni Geran a propulsione a reazione della Russia, ad esempio, sono più veloci, trasportano carichi utili maggiori e sono significativamente più difficili da intercettare per le forze ucraine rispetto alle varianti precedenti.

I progressi tecnologici russi non rimangono nemmeno in Russia. Circolano attraverso la rete dell’Asse. Per l’Iran, la tecnologia che in origine era stata trasferita alla Russia sta ora tornando indietro, insieme a consigli tattici tratti dall’esperienza russa in Ucraina. Se i droni a reazione russi dovessero fare la loro comparsa anche in Medio Oriente, come è probabile che accada, gli attacchi iraniani contro le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche regionali diventeranno più difficili da contrastare e più costosi da difendere.

Anche la Corea del Nord e la Cina ne stanno traendo vantaggio. Secondo quanto riportato da fonti ucraine, la Russia avrebbe stretto un accordo per aiutare la Corea del Nord ad ampliare la produzione dei propri droni di tipo Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno acquisito competenze lavorando nella gigantesca fabbrica di droni russa di Yelabuga, mentre le forze nordcoreane che combattono a fianco della Russia hanno maturato un’esperienza diretta nell’integrazione dei droni nelle operazioni di combattimento moderne. Il personale militare cinese ha ricevuto addestramento in materia di guerra con i droni dalle forze russe, e i fornitori cinesi stanno ottenendo informazioni preziose sulle prestazioni delle loro tecnologie in combattimento. Pechino sta quindi traendo vantaggio dall’evoluzione della guerra con i droni, iniziata con la tecnologia iraniana e perfezionata durante la guerra della Russia in Ucraina.

IL MODELLO PUÒ VIAGGIARE

Due anni fa, non era chiaro se le alleanze tra i quattro membri dell’asse potessero sopravvivere alla guerra che ne aveva accelerato la formazione. Se la guerra in Ucraina fosse finita e la Russia non avesse più avuto bisogno dei droni iraniani, delle munizioni nordcoreane o del sostegno economico e tecnologico cinese, tali relazioni avrebbero potuto perdere slancio.

Eppure la guerra non ha solo creato un’esigenza immediata di cooperazione. Ha anche fornito la prova di ciò che queste alleanze possono realizzare, al di là di quanto qualsiasi paese potrebbe ottenere da solo. Le difese ucraine, le sanzioni occidentali, i rifornimenti militari statunitensi e l’isolamento diplomatico si sono rivelati tutti meno efficaci di quanto lo sarebbero stati se la Russia avesse agito da sola. Aiutandosi a vicenda a resistere alle pressioni, i paesi dell’asse rendono più difficile per gli Stati Uniti e i loro alleati costringerli a cambiare rotta.

L’Iran sta ora dimostrando che il modello può essere replicato. Il sostegno della Russia a Teheran è stato significativo dal punto di vista operativo, ma attentamente circoscritto. Pur combattendo la propria guerra in Ucraina, Mosca ha trovato il modo di aiutare l’Iran a colpire obiettivi americani e a sostenere la lotta attraverso una copertura diplomatica e un sostegno materiale , evitando però di intraprendere azioni che potrebbero trascinare la Russia in un conflitto diretto con gli Stati Uniti. La Cina si è dimostrata ancora più cauta, ma la fornitura di componenti elettronici a duplice uso e l’acquisto di petrolio iraniano hanno ugualmente rafforzato la capacità dell’Iran di resistere alle pressioni statunitensi.

Incontro tra funzionari russi, iraniani e cinesi a Pechino, marzo 2025Reuters

Tale moderazione non è indice di un indebolimento dell’asse, ma piuttosto una caratteristica distintiva del funzionamento di queste alleanze. Con la notevole eccezione dei soldati nordcoreani schierati per conto della Russia, i paesi dell’asse hanno generalmente evitato di combattere le guerre degli altri. Al contrario, forniscono appoggio politico, sostegno economico, informazioni di intelligence, tecnologia e assistenza militare limitata quando ciò favorisce i propri interessi con un rischio gestibile.

Le guerre in Ucraina e in Iran hanno insegnato all’asse un’altra lezione: sostenere un membro dell’alleanza non si limita a rafforzare chi riceve il sostegno. Un conflitto in un teatro operativo può anche creare opportunità per i partner altrove. La chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, ad esempio, ha fatto impennare i prezzi del petrolio, procurando un guadagno inaspettato alla Russia e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sulle esportazioni di petrolio russo. La guerra dell’Iran ha quindi generato risorse che la Russia ha potuto utilizzare per sostenere la propria.

Prima di attaccare l’Iran, gli Stati Uniti hanno ridistribuito risorse militari chiave, tra cui le difese aeree e missilistiche, dall’Indo-Pacifico al Medio Oriente. Con il protrarsi dei combattimenti, le forze statunitensi hanno dispiegato due portaerei nella regione, lasciandone nessuna nell’Indo-Pacifico. La Cina ottiene maggiore libertà operativa grazie a una presenza militare statunitense ridotta nel Pacifico occidentale ed è meno vulnerabile quando le scorte di munizioni degli Stati Uniti si esauriscono. Se Washington dovesse optare per una strategia prolungata di contenimento dell’Iran, come ha fatto con l’Iraq negli anni ’90, Pechino potrebbe godere per anni dei vantaggi derivanti da tali diversioni.

NON CAUSARE ULTERIORI DANNI

L’esperienza dell’asse del tumulto dimostra che le dimensioni e la forza di una rete contano meno se i suoi membri non riescono a trasformare le proprie capacità individuali in potere collettivo. Gli Stati Uniti e i loro alleati partono da una posizione di notevole vantaggio: maggiori risorse economiche e tecnologiche, forze armate più efficienti e una rete di alleati e partner di gran lunga più ampia. La domanda è: quale rete riuscirà a sfruttare al meglio le proprie risorse?

Tutto parte dalla leadership. Per decenni, gli Stati Uniti hanno favorito un ordine internazionale che vietava le guerre di conquista, difendeva la libertà dei mari, manteneva un’economia globale generalmente aperta e consentiva alle popolazioni di esercitare i diritti democratici, anche se permanevano le autocrazie. Washington ha abbinato questa visione a un patto implicito: qualsiasi paese che desiderasse aderire all’ordine poteva farlo. Il rispetto dei principi fondamentali dell’ordine conferiva benefici, anche da parte degli Stati Uniti: relazioni commerciali, preferenze diplomatiche, talvolta alleanze militari.

Per i paesi che rifiutavano l’ordine internazionale aperto, come fanno oggi i paesi dell’Asse, i benefici erano di gran lunga inferiori e le sanzioni considerevoli. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni, esercitato pressioni e talvolta sono entrati in guerra contro gli Stati canaglia, opponendosi alla creazione di ordini concorrenti come il blocco comunista della Guerra Fredda. La politica estera statunitense partiva dalla premessa apparentemente incontrovertibile che Washington dovesse stringere amicizia con i paesi che condividevano la stessa visione e trattarli meglio rispetto a quelli che la rifiutavano.

Gli Stati Uniti dovrebbero rivedere le politiche che minano la propria rete.

L’amministrazione Trump dimostra, almeno a tratti, una tendenza quasi opposta. L’ambasciatore statunitense in Cina ha recentemente affermato che Trump si è offerto di vendere armi a Pechino, mentre ha bloccato le vendite di armi a Taiwan. Il presidente ha manifestato maggiore interesse e simpatia per il dittatore nordcoreano Kim Jong Un che per il presidente sudcoreano eletto democraticamente, Lee Jae-myung. L’amministrazione ha inoltre esercitato pressioni intermittenti sull’Ucraina affinché cedesse nella sua guerra di sopravvivenza contro l’aggressione russa. E Trump ha minacciato di bombardare l’Oman, un partner di lunga data. Tali mosse rafforzano i paesi dell’asse e indeboliscono la coesione della rete meglio posizionata per contrastarli.

Non causare ulteriori danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse. Oltre a ciò, Washington dovrebbe aiutare i propri partner a rafforzarsi. Proprio come i paesi dell’asse si aiutano a vicenda ad aggirare le sanzioni, a preservare l’accesso a tecnologie e componenti critici e a sostenere le proprie economie sotto pressione, gli Stati Uniti dovrebbero aiutare la propria rete. Ciò significa rafforzare le catene di approvvigionamento che passano attraverso partner fidati, condividere la tecnologia e incoraggiare gli alleati ad assumersi maggiori oneri in materia di sicurezza. Washington deve tuttavia fare attenzione a non trasferire le responsabilità in materia di difesa più rapidamente di quanto gli alleati riescano a sviluppare le capacità necessarie per assumerle — e a non farlo in modi che minino la fiducia, l’interoperabilità e il coordinamento. Altrimenti, gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero diventare individualmente più capaci ma collettivamente meno efficaci.

Gli Stati Uniti dovrebbero inoltre abbandonare le politiche che minano la propria rete di alleanze. I dazi e altre misure protezionistiche danneggiano le economie degli alleati e le loro basi industriali. Esprimere il desiderio di appropriarsi del territorio degli alleati e tentare di minare i loro leader politici non contribuisce a creare una rete internazionale più forte. Washington dovrebbe trasmettere ai propri alleati una visione e una leadership, non un’incertezza destabilizzante e un approccio transazionale prepotente.

Anche se gli Stati Uniti dovessero cambiare rotta, i responsabili politici americani e degli alleati dovrebbero prepararsi a una lunga lotta. Come ha dimostrato il fallito tentativo di cambio di regime in Iran, non esistono scorciatoie per avere la meglio sui paesi dell’asse, né collettivamente né singolarmente. La contesa tra reti sarà quasi globale, si svolgerà su più fronti e la posta in gioco sarà altissima. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno la capacità di prevalere. Dovrebbero dimostrare di averne la volontà.

Il fiasco di Starlink si inasprisce mentre Zelensky implora miliardi da un’Europa politicamente allo sbando, di Simplicius

Il fiasco di Starlink si inasprisce mentre Zelensky implora miliardi da un’Europa politicamente allo sbando.

Simplicius 16 ottobre
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A distanza di giorni dal fiasco di Starlink, abbiamo finalmente ottenuto alcuni chiarimenti su cosa sia realmente accaduto dietro le quinte.

Reuters ha dato la notizia che l’ordine di disattivare la variante militare di Starlink proveniva effettivamente dalla Casa Bianca, stando alle solite “fonti anonime” che hanno parlato con l’agenzia:

https://www.reuters.com/world/europe/order-limit-starshield-ukraine-came-inside-white-house-sources-say-2026-10-15/

L’ordine di limitare un sistema satellitare utilizzato dall’Ucraina per le comunicazioni sul campo di battaglia e le operazioni con i droni è arrivato dall’interno della Casa Bianca, secondo due funzionari statunitensi e un funzionario occidentale informato sulla questione.

Secondo quanto riferito dai funzionari, i vertici del Dipartimento della Difesa hanno ricevuto un messaggio secondo il quale il servizio Starshield di SpaceX per l’esercito ucraino doveva essere rallentato.

Il Telegraph ha sganciato la sua “bomba” affermando che in realtà fu Musk a proporre a Trump l’idea di disattivare Starlink:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/10/16/musk-approached-trump-slow-down-starlink-help-ukraine/

Secondo quanto rivelato dal Telegraph, Elon Musk si è rivolto a Donald Trump con l’idea di rallentare il progetto Starlink in Ucraina.

Secondo quattro fonti a conoscenza delle discussioni, il miliardario imprenditore del settore tecnologico si è rivolto al presidente degli Stati Uniti con la proposta di introdurre limiti di velocità al sistema, che ostacolava la difesa dell’Ucraina contro i droni.

Una delle fonti ha affermato che il signor Trump “ha concordato” con il suggerimento del signor Musk, aprendo la strada al Pentagono per attuare il rallentamento di Starshield , la versione militare del sistema di comunicazioni satellitari.

Un alto funzionario europeo e due fonti ucraine ben informate hanno confermato questa versione dei fatti.

Questa versione è la più plausibile in quanto concorda sia con il fatto “casuale” che Musk abbia rilasciato dichiarazioni di forte ripudio contro Zelensky, sia con la ben nota suggestionabilità di Trump, di cui abbiamo parlato l’ultima volta.

Zelensky ha poi aggiunto un suo personale chiarimento, con un pizzico di supplica, ammettendo che gli Stati Uniti avevano minacciato di ritirare le informazioni di intelligence:

Non è ancora chiaro se le velocità ridotte siano state completamente ripristinate. Lo stesso Zelensky ha spiegato che non sono ancora state ripristinate, ma che lo saranno presto, stando ai “segnali” ricevuti dalla Casa Bianca.

Ha fornito ulteriori chiarimenti in un post ufficiale:

Volodymyr Zelenskyj / Володимир Зеленський@ZelenskyyUa Non utilizziamo Starlink per le nostre risposte all’interno della Russia. Utilizziamo Starlink per intercettare gli “shahed” a reazione che attaccano i nostri civili e uccidono famiglie. Starlink non è stato disattivato, ma la sua velocità è stata ridotta. E quando la velocità è stata ridotta, non siamo stati in grado di intercettare un certo numero di… 16:13 · 16 ottobre 2026·22.800 visualizzazioni41 risposte·157 condivisioni·630 Mi piace

Gli sviluppi più interessanti sono emersi dalle manovre dietro le quinte, dove gli intermediari di Zelensky hanno cercato di fare pressione su Trump affinché facesse un’importante concessione in cambio della sospensione “temporanea” da parte dell’Ucraina degli attacchi alle raffinerie russe:

https://www.wsj.com/opinion/volodymyr-zelensky-starlink-deal-energy-targets-donald-trump-russia-ukraine-e313399d

Zelensky chiede il permesso di estendere la copertura Starlink fino a 300 chilometri all’interno del territorio russo in cambio della cessazione degli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe per un periodo massimo di tre mesi:

L’Ucraina si prenderebbe una pausa dagli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. In cambio, gli Stati Uniti estenderebbero la copertura satellitare Starlink dell’Ucraina fino a circa 300 chilometri in territorio russo. Ciò aiuterebbe l’Ucraina a neutralizzare i lanciatori di missili che sparano contro uomini, donne e bambini in tutto il Paese. L’elenco degli obiettivi civili di questo mese include condomini, una scuola e un supermercato. Ci è stato riferito che il signor Zelensky avrebbe accettato la proposta e si sarebbe astenuto dal bombardare siti energetici in Russia per 100 giorni come parte di tale accordo.

Un simile accordo non è vantaggioso per gli Stati Uniti e rappresenta essenzialmente un tentativo di intimidazione e ricatto nei confronti di Trump da parte di Zelensky. Ciò che gli Stati Uniti ottengono è un deterioramento delle relazioni con la Russia, in cambio del “permesso” concesso dall’Ucraina agli Stati Uniti di migliorare le proprie prospettive energetiche ed economiche. Tutti sanno che Trump non gradisce che gli si “permetta” di fare qualcosa: l’uomo forte si basa sul dettare legge.

Zelensky si contraddice: ha affermato in diverse interviste che il diesel russo non influenza i mercati energetici globali e ieri ha ribadito che la responsabilità della crisi è della guerra con l’Iran. Eppure, subito dopo, propone la cessazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe, come se questo potesse fare la differenza – proprio quella differenza che lui stesso aveva smentito.

Dopo aver ascoltato le argomentazioni iniziali di Zelensky, perché mai Trump si sarebbe lasciato convincere da quest’ultimo compromesso? È un riflesso dei giochi politici ipocriti e senza scrupoli a cui Zelensky ora ricorre per salvarsi dai guai.

Ciò che è rivelatore è come i complici dei media occidentali tentino di giocare allo stesso viscido gioco nel tentativo di salvare il loro burattino globalista prescelto. Nell’articolo del Wall Street Journal citato sopra, gli autori ammettono che gli attacchi ucraini contro i depositi di diesel russi non sono responsabili di alcuna variazione di prezzo e che, pertanto, Zelensky dovrebbe avere il diritto di colpire questi impianti russi:

Il signor Trump vuole che l’Ucraina smetta di attaccare le infrastrutture energetiche russe, anche se la guerra in Ucraina non è la causa principale degli alti prezzi del diesel e l’Ucraina ha tutto il diritto di aumentare la pressione sul signor Putin affinché fermi la sua conquista.

Ma poi dedicano l’intero articolo a giustificare l’ultimo “accordo” dopo aver appena ammesso che l’intera premessa su cui si basa è di fatto nulla e priva di validità: come già detto, quale incentivo potrebbe mai avere Trump a necessitare di questo “accordo” se fermare gli scioperi dei diesel non ha alcun effetto su di lui, come chiaramente scrivono sopra?

In realtà, ogni parte immorale sul fronte occidentale sta giocando il proprio gioco di doppi giochi, cercando di “avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Lo stesso Trump ama fingere che la crisi energetica sia legata all’Ucraina solo per attutire l’impatto dei suoi fallimenti con l’Iran: l’intera situazione è un torbido guazzabuglio di inganni e depistaggi fuorvianti da parte di tutte le parti coinvolte sul fronte occidentale.

I leader dell’UE, preoccupati, hanno notato l’ultima imprudenza di Zelensky e lo hanno esortato a calmarsi prima che Trump faccia qualcosa che possa davvero cambiare gli equilibri in Ucraina:

https://www.ft.com/content/fb2110b4-50d2-4ff9-9886-f7b42c5b4579

I leader dell’UE si apprestano a sollecitare Volodymyr Zelenskyy a moderare le sue critiche pubbliche a Donald Trump, nel timore che le dichiarazioni sempre più schiette del presidente ucraino rischino di danneggiare ulteriormente i già tesi rapporti tra Washington e Kiev.

Ora, nel bel mezzo degli ultimi scandali tra Stati Uniti e Ucraina, Zelensky ha rivelato che il buco di bilancio per l’Ucraina si è ulteriormente aggravato, annunciando di aver bisogno che i partner stanzino altri 155 miliardi di euro, una cifra da capogiro:

Quando Zelensky snocciola con tanta disinvoltura cifre del genere, la strategia di logoramento a lungo termine della Russia contro l’Ucraina inizia ad apparire sempre più promettente. È semplicemente difficile credere che l’Europa possa mantenere questi numeri ancora a lungo, visti i costi politico-economici che il continente in declino sta sopportando.

L’ultimo fiasco ha messo a nudo le crepe in questa “solidarietà” europea che rappresenta l’ultima ancora di salvezza per l’Ucraina:

https://www.politico.eu/newsletter/brussels-playbook/zelenskyy-fights-for-europes-attention/

Politico riporta che Zelensky sta ora lottando per riconquistare l’attenzione di un’Europa ormai stanca di trascinare il cadavere ormai irrigidito dello Stato ucraino lungo il fangoso cammino verso il proprio futuro:

IN COMPETIZIONE PER L’ATTENZIONE: Volodymyr Zelenskyy si trova ad affrontare una dura battaglia per mantenere l’Ucraina al centro dell’attenzione dei leader dell’UE al vertice odierno di Bruxelles.

L’UE è stata la più fedele sostenitrice di Kiev durante tutta la sua guerra su vasta scala contro la Russia. Ma le crescenti preoccupazioni per i prezzi dell’energia in patria e lo stallo sul bilancio del blocco rischiano di oscurare tutto il resto, compresa la lotta dell’Ucraina per la sopravvivenza.

Un “leader europeo” ha dichiarato alla testata giornalistica che i tentativi di Zelensky di riconquistare l’attenzione di un’Europa in crisi sono ormai un’impresa ardua:

Zelenskyy ricorderà ai leader cosa è in gioco per il suo Paese quando si rivolgerà a loro stamattina, ma sarà un’impresa ardua distogliere la loro attenzione da altre priorità, ha detto a Playbook un leader europeo che ha chiesto di rimanere anonimo data la delicatezza della discussione.

A dimostrazione di quanto la situazione sia peggiorata, scrivono che questa è stata la prima volta dall’inizio della guerra che l’Ucraina non è stata il punto principale all’ordine del giorno del vertice, nonostante i tentativi di Zelensky di riconquistare la ribalta attraverso una campagna basata sul senso di colpa:

Si tratta di un affronto? È un segno di quanto sia diventata affollata la lista delle priorità dell’UE il fatto che, per la prima volta dall’invasione su vasta scala della Russia nel 2022, l’Ucraina non fosse il punto principale dell’agenda del vertice. Tale onore è spettato al bilancio dell’UE.

A sottolineare la disperazione di Kiev, il presidente ucraino è arrivato a Bruxelles un giorno prima del previsto per incontrare i leader bilaterali, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron giovedì sera. Venerdì mattina terrà anche il suo primo incontro con il primo ministro ungherese Péter Magyar.

Quali sono le opzioni per l’Ucraina? Secondo Atlantic, una è quella di continuare a “esercitare pressione” su Putin senza un obiettivo preciso, proseguendo l’operazione “M&M” promessa dall’Ucraina, che aveva lo scopo di sopraffare gli aeroporti russi, paralizzando i viaggi civili e alimentando il malcontento sociale contro Putin.

https://www.theatlantic.com/national-security/2026/10/ukraine-russia-trump-putin-war/689002/

Considerata a lungo un fallimento e destinata a finire nel dimenticatoio, la campagna, a detta dei suoi ideatori, è solo “all’inizio”:

I due ideatori di questa campagna mi hanno detto che è solo all’inizio . Finora, l’Ucraina ha utilizzato droni a lungo raggio per intasare lo spazio aereo intorno agli aeroporti russi senza colpirli direttamente. In un episodio avvenuto questo fine settimana, alcuni detriti di un drone ucraino abbattuto sarebbero caduti sull’aeroporto di Sochi, provocando un incendio in un edificio amministrativo. Zelensky non ha ancora autorizzato le sue forze armate a procedere con il piano originale dell’operazione M&M, che prevedeva tattiche molto più aggressive.

Secondo gli autori del piano, la versione più ambiziosa prevede l’utilizzo di droni guidati dall’intelligenza artificiale per eludere le difese aeree russe e colpire gli aeroporti di Mosca e di altre città. Questi droni saranno presto prodotti su larga scala, mi ha confidato uno degli autori del piano.

Ma l’aspetto più rivelatore dell’articolo dell’Atlantic a cui si fa riferimento è qualcosa che avevamo previsto da tempo: il motivo del fallimento iniziale era che l’Ucraina non disponeva delle risorse necessarie per ampliarlo al livello richiesto. L’autore scrive:

All’epoca, l’Ucraina non aveva i mezzi per dare seguito alla minaccia di Zelensky, mi ha detto uno dei funzionari responsabili dell’operazione. L’esercito non disponeva dell’enorme flotta di droni specializzati necessari per bloccare gli aeroporti di Mosca per un periodo prolungato , ha affermato. In risposta alla dichiarazione di Zelensky, solo una compagnia aerea straniera, Air Tanzania, ha sospeso brevemente i voli per Mosca. Le compagnie aeree più grandi, come Emirates e Flydubai, hanno continuato normalmente. “Non abbiamo dato seguito alla minaccia”, mi ha detto il funzionario ucraino con frustrazione.

I produttori di armi ucraini stanno ancora sviluppando la flotta di droni specializzati, che si basa su una tecnica di intelligenza artificiale nota come “map matching” per identificare i bersagli e decidere quando colpire, mi ha detto la seconda persona coinvolta nel progetto . Ha aggiunto che l’Ucraina ha utilizzato per la prima volta questo nuovo tipo di drone in combattimento a metà settembre, quando alcuni esemplari hanno colpito obiettivi nella regione di Donetsk occupata dai russi. Non sono ancora stati impiegati su larga scala contro gli aeroporti russi, ha concluso.

A quanto pare, le ambizioni di Zelensky sono cresciute oltre i limiti del suo stesso Stato in declino, sebbene l’articolo sembri ottimista sul fatto che i tentativi aumenteranno in futuro, man mano che l’Ucraina “potenzierà” queste armi miracolose basate sull’intelligenza artificiale, progettate per molestare gli aeroporti russi fino alla capitolazione di Putin.

L’articolo si conclude addirittura con una nota amara, con uno dei personaggi ucraini dietro il piano terroristico per l’aeroporto che ammette apertamente che, se il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina dovesse cessare, il suo Paese non avrebbe altra scelta che “chiedere la pace”, ovvero arrendersi.

Per alcuni membri del team di Zelensky, quell’atto di tradimento americano non fu tanto una battuta d’arresto per la loro strategia di vittoria, quanto la fine della loro migliore speranza di successo. Persino uno dei funzionari che aveva ideato il piano per chiudere gli aeroporti di Mosca mi disse che se gli Stati Uniti si fossero schierati con la Russia, l’Ucraina non avrebbe avuto altra scelta che abbandonare la strategia di escalation e chiedere la pace. “Ora ci si rende conto che la Russia non crollerà a causa della sua difficile situazione economica”, affermò.

La parte finale dice tutto: dobbiamo rendere la vita impossibile alla Russia per costringere Putin ad “accettare una tregua”.

Offrendo un aiuto vitale all’industria energetica russa, Trump ha trasformato gli Stati Uniti in un ostacolo alla strategia ucraina di logorare l’economia russa e sfinire la sua popolazione. “Questo significa che dobbiamo cambiare strategia”, ha affermato il funzionario. “La Russia non crollerà, almeno non ora”. L’Ucraina ha ancora molti modi per rendere la vita difficile alla Russia, ma probabilmente ci vorrà ben altro per costringere Putin ad accettare una tregua.

In sostanza, l’intero piano dell’Occidente si riduce a questo: terrorismo di basso livello.

Sembra che il mondo occidentale, e in particolare quello europeo, si sia trasformato in un circo. L’ultima notizia di Politico ci offre uno spaccato del tipo di questioni importanti gestite dai migliori esperti europei, mentre si esaltano – senza voler fare giochi di parole – per la difficile situazione dell’Ucraina:

Cosa possiamo dire? Tutta questa cricca marcia e il suo primitivo circo politico continuano a puzzare.


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Panico a Kiev: il collegamento Starlink dell’AFU viene “misteriosamente” rallentato un giorno dopo il blackout informativo, di Simplicius

Panico a Kiev: il collegamento Starlink dell’AFU viene “misteriosamente” rallentato un giorno dopo il blackout informativo.

Simplicius 14 ottobre
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Il giorno dopo che Zelensky ha accusato gli Stati Uniti di aver tagliato il “supporto di intelligence” e di non aver fornito un preavviso sugli attacchi missilistici balistici russi contro Kiev, in Ucraina è scoppiato il caos.

Ora la leadership del Paese ha accusato gli Stati Uniti di aver interrotto anche il sostegno al programma Starlink.

Tutto è iniziato con un post di Serhii Sternenko, una figura di spicco ucraina, che ha descritto in dettaglio come i terminali Starlink in Ucraina subissero una limitazione di velocità al superamento di un determinato limite:

Come si può notare, accusa la SpaceX di Elon Musk di ingerenza, scatenando una tempesta di odio nei confronti di Musk da parte della frangia dei social media vicina all’Ucraina.

Musk ha immediatamente risposto con un chiarimento: la versione militare di Starlink è in realtà gestita dal Dipartimento della Difesa statunitense con il nome di Starshield e non è controllata da Musk o SpaceX. Potete vederlo rispondere direttamente all’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov in persona, il quale afferma che la connettività era già in fase di ripristino in quel momento.

All’inizio della guerra, Musk fu costretto a cedere questa divisione della sua azienda per continuare a presentare un’immagine “neutrale” della sua impresa ed evitare che venisse associata in modo ambiguo ad azioni militari offensive che, probabilmente, sapeva sarebbero finite in zone eticamente molto “grigie”, come colpire infrastrutture civili e a duplice uso russe.

Nonostante tutto ciò, dobbiamo ammettere che la tempistica è un po’ sospetta, visto che solo pochi giorni fa Musk aveva pubblicato dei post molto duri contro Zelensky:

Forse, dopotutto, c’è dell’altro?

Innanzitutto, va detto che, nonostante le affermazioni di Fedorov sul ripristino del servizio, vi erano altre voci che sostenevano che il suo annuncio fosse prematuro e che, in realtà, il servizio continuasse a essere ampiamente inefficiente.

Anche diverse brigate ucraine avevano pubblicato informazioni sui loro problemi. Ecco il 7° Corpo d’assalto aviotrasportato delle Forze Armate ucraine:

Il 7° Corpo di Reazione Rapida delle Forze di Assalto Aereo ucraine segnala che questa mattina si stanno verificando interruzioni del segnale Starlink nella zona di Hulyaipole/Orikhiv, nell’oblast’ di Zaporizhzhia.

Il cosiddetto pacchetto Starshield, che gestisce il trasferimento dati per i voli dei droni, ha ricevuto delle limitazioni alle velocità superiori a 110-120 km/h, oltre le quali la connessione può interrompersi per 10-20 secondi, rendendo difficile il controllo dei droni. Inoltre, il lancio di droni a medio raggio ad alta velocità è diventato pressoché impossibile.

Già da stamattina, alcune missioni del 7° Corpo d’armata hanno dovuto essere annullate a causa di queste restrizioni e problemi di comunicazione con Starlink.

Serhiy Flash, la figura più autorevole in Ucraina su questi temi, ha confermato che le restrizioni a Starlink sono entrate in vigore:

Sul suo canale TG ha fornito ulteriori dettagli:

Tutti scrivono di come le restrizioni del programma “Starlink” abbiano influito sulle missioni a lungo raggio e sulla logistica in prima linea, ma per noi c’è un altro problema importante.

Il sistema “Starlink” viene attualmente impiegato nella soluzione più efficace (intercettori) per proteggere il nostro spazio aereo dai droni “Shahed” a propulsione a reazione.

Di fatto, con le loro azioni, i nostri partner ci stanno privando di una delle poche possibilità che abbiamo di difendere il Paese da questi “Shahed” a bordo di aerei a reazione.

Egli sottolinea un aspetto importante e spesso sottovalutato della vicenda: Starlink non viene utilizzato solo in modo offensivo dai droni ucraini a lungo raggio, ma anche in modo difensivo dai velivoli intercettori che prendono di mira i sistemi d’attacco russi, i quali hanno colpito Kiev. Pertanto, i recenti e devastanti attacchi russi contro le infrastrutture di Kiev rischiano di peggiorare ulteriormente se queste interruzioni dovessero continuare.

Alla luce di quanto sopra, oggi il Washington Post ha sganciato la bomba secondo cui gli Stati Uniti avrebbero effettivamente minacciato figure chiave ucraine di interrompere le comunicazioni di intelligence qualora Zelensky avesse continuato a colpire i siti petroliferi russi:

https://www.washingtonpost.com/world/2026/10/14/us-warnings-sow-confusion-alarm-ukraine-over-intelligence-starlink-access/

Dal testo:

Secondo una persona a conoscenza dei fatti, lunedì gli Stati Uniti hanno minacciato di non fornire informazioni di intelligence all’Ucraina.

Funzionari dell’intelligence statunitense hanno avvertito l’ambasciata ucraina a Washington che, in caso di ulteriori attacchi contro siti energetici russi, gli Stati Uniti avrebbero immediatamente interrotto ogni forma di condivisione di informazioni. L’interdizione all’intelligence statunitense non è stata completamente interrotta, almeno non del tutto, ma la minaccia rimane, ha affermato la fonte.

“Gli avvisi erano così diffusi che chiunque avesse un cognome dal suono ucraino riceveva una chiamata”, ha detto la fonte. Il tipo di missile che ha colpito Kiev era già sfuggito ai sistemi di allerta in passato, ma non di recente, ha aggiunto.

La citazione sopra riportata contiene diversi spunti interessanti.

In primo luogo, se gli Stati Uniti hanno davvero iniziato a minacciare di interrompere le attività di intelligence, possiamo tranquillamente presumere che l’allarme degli ultimi giorni fosse giustificato e che Trump stesse probabilmente testando un’interruzione temporanea per mandare un messaggio. La citazione precisa persino che l’intelligence statunitense non è stata ancora interrotta “completamente”.

L’altro aspetto interessante era l’ultima parte, che lasciava intendere che la Russia avesse utilizzato un “tipo di missile” che in precedenza era riuscito a eludere persino il sistema di allerta precoce degli Stati Uniti, ma “non di recente”. Possiamo solo supporre che si riferisca alle varianti balistiche S-400 di cui abbiamo parlato nell’ultimo aggiornamento.

La CBS ha inoltre parlato con “diverse fonti a conoscenza dei fatti” che hanno riferito all’emittente che gli Stati Uniti probabilmente hanno intenzionalmente omesso di lanciare gli allarmi tempestivi:

Secondo quanto riferito a CBS News da diverse fonti a conoscenza dei fatti, gli Stati Uniti potrebbero aver intenzionalmente omesso di lanciare tempestivamente l’allarme questa settimana riguardo a possibili attacchi russi contro l’Ucraina.

Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha dichiarato che l’Ucraina “non ha ricevuto alcun preavviso dai nostri partner” quando la Russia ha lanciato un attacco missilistico balistico contro Kiev e altre località nelle prime ore di martedì.

L’articolo rivela un altro dettaglio interessante:

Secondo le fonti, gli Stati Uniti non erano riusciti a fornire informazioni di intelligence sui lanci di missili balistici russi in un’occasione precedente, all’inizio di quest’anno, adducendo la necessità di concentrare maggiori risorse sul Medio Oriente.

Ciò dimostra che gli Stati Uniti hanno dovuto destreggiarsi tra le loro limitate risorse spaziali, distribuendole tra i vari teatri di conflitto che hanno provocato e che stanno cercando di gestire simultaneamente.

Continuano a susseguirsi diverse affermazioni ucraine secondo cui Starlink non sarebbe stato completamente ripristinato, contrariamente a quanto sostenuto da Fedorov e altri:

Michael Linder@michaellinder Starlink è stato parzialmente ripristinato. Non è sufficiente, afferma l’Ucraina. “Non siamo più in grado di supportare efficacemente la nostra fanteria sul campo di battaglia. Non possiamo più attaccare lanciarazzi multipli, depositi di munizioni, centri di comando e altri obiettivi.” — Ufficiale ucraino Ibrahim Naber@IbraNaberEntsetzen unter ukrainischen Offizieren und Frontsoldaten, mit denen ich heute nach der Massive Einschränkung der militärischen Nutzung von Starlink gesprochen hab. “Das ist vergleichbar mit einem Atomschlag gegen uns. Sämtliche Mittelstrecken-Angriffs Operationen sind21:56 · 14 ottobre 2026·33 visualizzazioni

Stranamente, mentre tutto ciò accadeva, una stazione di terra “segreta” di Starlink in Bulgaria sarebbe stata data alle fiamme:

https://theins.press/en/news/298305

Il deputato bulgaro Ivaylo Mirchev ha fornito i dettagli:

A prescindere da cosa sia realmente accaduto con il sistema di allerta precoce e il fiasco di Starlink, resta il fatto che gli Stati Uniti sembrano aver inviato all’Ucraina un ultimatum definitivo: se l’Ucraina continuerà a colpire le infrastrutture energetiche russe, le informazioni di intelligence verranno completamente interrotte, almeno stando alle prime indiscrezioni.

L’Ucraina ha già attaccato le infrastrutture energetiche russe dalla scorsa notte e promette di continuare su questa strada. Ciò significa che possiamo aspettarci un duro scontro tra i due ex “partner” nel prossimo futuro, anche se molti prevedono che Trump si tirerà indietro come al solito. In effetti, il ripristino del servizio Starlink può già essere considerato un passo indietro, ma vedremo come si evolverà la situazione.

Nel frattempo, la Russia sta devastando Kiev, e secondo alcune fonti è in programma un altro massiccio attacco nei prossimi giorni, o anche prima.

Ieri sera, un numero record di 6 siti legati alle infrastrutture energetiche sono stati colpiti tra Kiev e Charkiv:

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Durante l’attacco missilistico su larga scala sferrato ieri sera dalla Russia contro l’Ucraina, almeno sei importanti impianti energetici sono stati colpiti da missili balistici e da crociera. Tra questi: – La centrale termoelettrica CHP-5 nella parte meridionale di Kiev. – La centrale termoelettrica CHP-4… 03:40 · 14 ottobre 2026·17.400 visualizzazioni5 risposte·42 condivisioni·260 Mi piace

Durante l’attacco missilistico su larga scala sferrato ieri sera dalla Russia contro l’Ucraina, almeno sei importanti infrastrutture energetiche sono state colpite da missili balistici e da crociera.

Questi includono:

– La centrale di cogenerazione CHP-5 nella zona meridionale di Kiev.

– La centrale di cogenerazione CHP-4 nella zona est di Kiev.

– La centrale termoelettrica Trypillya a Ukrainka, Oblast di Kiev.

– La centrale termoelettrica TEC-5 a Pisochyn, Oblast di Kharkiv.

– La centrale termoelettrica Zmiivska a Slobozhanske, Oblast di Kharkiv.

– La sottostazione elettrica da 750 kV “Kyivska” a Nalyvaikivka, Oblast di Kiev.

Sono proseguiti anche i principali attacchi contro le infrastrutture ferroviarie ucraine, come riportato dall’amministratore delegato di Ukrzaliznytsia, l’autorità ferroviaria statale ucraina:

Ora l’Ucraina sembra essere tra l’incudine e il martello: rispondere alla devastante campagna di attacchi russa nell’unico modo simmetricamente efficace, rischiando però di essere tagliata fuori dalla condivisione di informazioni; oppure cedere alle pressioni di Trump per sostenere l’economia alla vigilia delle elezioni di medio termine, diventando indifesa contro i crescenti attacchi russi proprio nel periodo in cui la Russia mira a massimizzare i danni alle infrastrutture ucraine.

A quanto pare, per l’Ucraina non si prospettano scelte facili. Tuttavia, è molto probabile che Trump, come al solito, faccia marcia indietro dopo le “urgenti richieste” provenienti sia da persone vicine all’Ucraina che dai suoi alleati. Nonostante i suoi numerosi gesti di facciata in senso contrario, Trump rimane estremamente influenzabile quando si tratta di dissuaderlo da iniziative che contrastano i piani del “deep state”.

Secondo te, quanto durerà quest’ultimo spettacolo?

Zelensky afferma che l’intelligence statunitense è stata interrotta mentre missili russi “indetectabili” bombardavano Kiev, di Simplicius

Zelensky afferma che l’intelligence statunitense è stata interrotta mentre missili russi “indetectabili” bombardavano Kiev.

Simplicius 13 ottobre
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Ieri sera la Russia ha colpito Kiev con una serie di quelli che si presume essere missili balistici. Per quanto possa sembrare un attacco di routine, ciò che non lo è stato è stata la presunta mancanza del consueto preavviso da parte degli alleati all’Ucraina.

Lo stesso Zelensky ha espresso delusione per la mancanza di informazioni di intelligence:

È ormai accertato che l’Ucraina riceve tutti gli avvisi di lancio missilistico dagli Stati Uniti, presumibilmente tramite i satelliti di allerta precoce del sistema a infrarossi spaziale (SBIRS), in grado di rilevare i lanci balistici da aree di lancio note, o tramite radar OTH a lungo raggio come l’AN/FPS-132 di Fylingdale, nel Regno Unito, sebbene quest’ultimo sia utilizzato principalmente per il tracciamento di un missile già in volo, piuttosto che per il rilevamento nella fase di lancio.

Ci sono alcuni punti da sottolineare a riguardo.

Innanzitutto, il ministro degli Esteri Sybiha ha confermato che gli alleati si starebbero ancora scambiando informazioni, ma è stato stranamente cauto nell’affermare che la ragione della mancata segnalazione di ieri sera risiedeva in un tipo di armamento “speciale” utilizzato dalla Russia:

Anche Trump sembra aver confermato che gli Stati Uniti continuano a fornire informazioni all’Ucraina:

Quindi, cosa intendeva Sybiha con “armi speciali”?

Alcune fonti hanno affermato che la Russia ha utilizzato lanciatori S-400 appositamente modificati nell’attacco, il che spiegherebbe il tipo di munizione più “speciale”. L’Ucraina ha recentemente dichiarato di aver distrutto un sistema S-400 appena oltre il confine, nella regione di Bryansk, in Russia, che veniva utilizzato come piattaforma di lancio balistico modificata.

https://defence-blog.com/ukraine-destroys-russian-s-400-launcher-in-bryansk-region/

Fire Point ha dichiarato che il lanciatore era stato modificato dalle forze russe per colpire obiettivi terrestri ed era stato precedentemente utilizzato contro Kiev. L’azienda ha affermato che l’attacco ha colpito il lanciatore vicino al villaggio di Poroshino, lungo l’autostrada 15K-303. Il gruppo di monitoraggio open-source CyberBoroshno ha dichiarato di aver geolocalizzato il veicolo distrutto a partire da foto del relitto, individuando il sito alle coordinate 53.134224, 33.944510.

Affrontiamo subito la questione più spinosa: molti ancora non credono che la Russia stia utilizzando gli S-400 in questo modo e che si tratti di falsa propaganda ucraina. Ma per la Russia convertire gli S-400 in eccesso in lanciatori balistici è perfettamente logico, il che dovrebbe far riflettere: significherebbe che la Russia possiede più lanciatori di quanti ne sappia gestire, il che contraddice le continue affermazioni ucraine secondo cui la Russia starebbe esaurendo le proprie difese aeree.

Tenete presente che, secondo molti esperti, il nuovo missile balistico ucraino FP-7 è essenzialmente un missile S-300 rielaborato in una variante balistica. Qui sotto potete vedere l’FP-7 all’estrema sinistra, con il 48N6 (molto simile al 5V55 e ad altre varianti) della famiglia S-300 a destra:

Nell’arte della guerra, la cosa più intelligente ed efficiente che un progettista di armi possa fare è creare armi a duplice uso , adattabili a molteplici scopi.

Ma è qui che le cose si fanno interessanti.

Che la Russia utilizzi o meno i sistemi S-400 o qualche altro “sistema speciale”, la mancanza di preavviso da parte dell’intelligence può significare solo una di queste tre cose, tutte disastrose per l’Ucraina:

1. Che i missili russi S-400 lanciati in modalità balistica non siano rilevabili dai più avanzati sistemi spaziali statunitensi, il che è esattamente ciò che Andriy Sybiha sembra insinuare nel video precedente.

2. Le installazioni Patriot statunitensi all’interno di Kiev non sono in grado di rilevare questi missili con i loro radar.

3. La Russia sta utilizzando una nuova arma che non è rilevabile da nessuno dei suddetti sistemi statunitensi.

Oppure, se Sybiha sta mentendo e gli Stati Uniti hanno effettivamente nascosto informazioni di intelligence, la questione rimarrebbe comunque intrigante, dato che sappiamo che i sistemi Patriot statunitensi proteggono Kiev. Chi gestisce questi Patriot, gli ucraini o gli americani? Se fossero gli americani, significherebbe che potrebbero aver rilevato oggetti diretti a Kiev, ma aver ricevuto l’ordine di non intervenire e di non fornire preavviso radar agli ucraini, ammesso che li abbiano rilevati. Se invece fossero gli ucraini, sicuramente non avrebbero rilevato i missili, il che significherebbe che il radar Patriot, pur essendo altamente “avanzato”, è incapace di rilevare qualsiasi cosa la Russia stia inviando.

Per ipotizzare la spiegazione più probabile e meno “esotica”, possiamo supporre che la Russia abbia utilizzato questi S-400 convertiti in varianti balistiche, semplicemente non rilevabili perché probabilmente non seguono una traiettoria balistica neanche lontanamente simile a quella di un Iskander. Molto probabilmente, utilizzano un arco di volo più basso che sfugge alla maggior parte della copertura radar, senza contare che i missili stessi sono più piccoli e sottili, il che li rende più difficili da individuare sui radar.

I sistemi a infrarossi spaziali potrebbero averli mancati anche perché la scia di lancio è troppo piccola rispetto alla balistica reale, oppure perché il sistema li ha scambiati per veri e propri sistemi di difesa aerea in azione difensiva contro bersagli in arrivo, anziché per missioni offensive. Questo potrebbe essere particolarmente vero se il sistema SBIRS utilizza l’intelligenza artificiale per catalogare automaticamente i bersagli: se l’IA è stata addestrata a individuare gli S-400 come lanciatori di difesa aerea, potrebbe averli ignorati nella loro configurazione offensiva, utilizzata più raramente.

Per la cronaca, Politico afferma che non è stato dato alcun preavviso a causa del “maltempo” , una scusa apparentemente pretestuosa visto che ora si sono verificati diversi attacchi “senza preavviso” di questo tipo:

“Gli americani hanno detto agli ucraini che non era stato emesso alcun preavviso a causa delle cattive condizioni meteorologiche, il che a Kiev non è considerato una ragione sufficiente. Pertanto, molti sono sempre più preoccupati che la verità possa essere stata diversa”, ha dichiarato a POLITICO un funzionario a conoscenza della questione, a condizione di anonimato.

Il sistema di allarme missilistico ha già avuto malfunzionamenti in passato. “A volte queste informazioni non arrivano a destinazione. Non è la prima volta… Se questa volta ci sono stati problemi tecnici specifici, credo che gli specialisti li risolveranno. E risolveranno questo problema insieme ai nostri partner”, ha dichiarato martedì il portavoce dell’aeronautica militare ucraina Yurii Ignat.

Proprio mentre scrivo, un altro “attacco fantasma” si è appena verificato a Kiev, e anche in questo caso le sirene d’allarme sarebbero suonate solo dopo che i missili avevano già colpito:

Russi con carattere@RWApodcast Stessa cosa. Diversi impatti di missili a Kiev, sirene attivate dopo gli attacchi. Russi con carattere@RWApodcastPoco fa si sono verificati diversi impatti di missili a Kiev. Gli allarmi aerei si sono attivati ​​solo dopo le esplosioni.19:58 · 13 ottobre 2026·3.800 visualizzazioni2 risposte·1 condivisione·72 Mi piace

Zelensky si lamenta del fatto che, ancora una volta, non ci sia stato alcun preavviso da parte dei “partner”:

Volodymyr Zelenskyj / Володимир Зеленський@ZelenskyyUa Un attacco missilistico balistico russo su Kiev. Ancora una volta, nessun preavviso da parte dei nostri partner. L’obiettivo principale era l’infrastruttura energetica, in particolare la centrale CHPP-4. Purtroppo, è stata colpita. Anche un edificio residenziale è stato danneggiato e i soccorritori stanno attualmente spegnendo un incendio. I nostri… 20:23 · 13 ottobre 2026·54.600 visualizzazioni129 risposte·519 condivisioni·1.540 Mi piace

https://www.politico.eu/article/no-warning-for-russian-missile-strike-kyiv-zelenskyy/

Egli scrive:

I nostri sistemi hanno rilevato questi missili solo quando erano già virtualmente in avvicinamento a Kiev. CHPP-4 è uno dei principali impianti energetici di Kiev.

Secondo le nostre informazioni, i russi si stanno preparando a lanciare altri missili balistici. I fatti dimostrano che i russi non si considerano vincolati da quanto affermato dal Presidente degli Stati Uniti. L’Ucraina ha appoggiato un cessate il fuoco nel settore energetico. La Russia sta prendendo di mira un’altra centrale elettrica e la vita del nostro popolo.

E questo è assolutamente ingiusto: stanno distruggendo le nostre infrastrutture energetiche e l’Ucraina non riceve nemmeno un preavviso sui lanci di missili balistici. È importante che il mondo non rimanga in silenzio. Ed è importante che gli Stati Uniti vedano davvero cosa sta succedendo e chi è responsabile del protrarsi di questa guerra.

Vi preghiamo di rimanere al sicuro stanotte e domani. Stiamo lavorando per rifornire le nostre difese aeree con missili antibalistici.

Allora, cosa ne pensate? Varianti balistiche difficili da individuare dei sistemi missilistici russi S-400, oppure Trump che chiude i rubinetti dell’intelligence, anche se solo temporaneamente, per insegnare all’indisciplinato Zelensky a obbedire?

SONDAGGIOQuale dei due?Difficile rilevare i missili balistici S-400Gli Stati Uniti hanno interrotto le attività di sorveglianza e ricognizione spaziale per l’Ucraina.

Zelensky ci introduce all’argomento successivo menzionando il cosiddetto cessate il fuoco energetico che Trump aveva affermato essere entrato in vigore tra i due Paesi. Per chi non avesse assistito al solito circo, ecco un breve riassunto:

L’11 ottobre, Trump ha annunciato un cessate il fuoco energetico definitivo tra i due paesi in guerra:

Il problema era che né la parte russa né quella ucraina erano a conoscenza di questo cessate il fuoco, ed entrambe erano confuse quando venivano interrogate al riguardo:

Secondo quanto riportato da Axios, anche per Zelensky il cessate il fuoco era una “novità”, dato che non ne aveva mai sentito parlare:

https://www.axios.com/2026/10/11/trump-russia-ukraine-energy-ceasefire-zelensky

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato ad Axios che l’annuncio “è stata una novità per me. Ma se i russi accetteranno un cessate il fuoco nel settore energetico, anche l’Ucraina accetterà”.

In breve, Trump si è inventato di sana pianta un cessate il fuoco, presumibilmente solo per placare le preoccupazioni economiche relative alla carenza di carburante: un gesto davvero sconcertante.

Interpellato in merito, ecco cosa ha risposto:

GIORNALISTA: “Lei ha detto che Russia e Ucraina hanno concordato un cessate il fuoco, ma entrambe le parti affermano di non averlo accettato…”

TRUMP: “Hanno accettato. Sapete perché? Perché ho detto: ‘Accettate’, ecco perché.Hanno accettato perché ho detto che accettavano, e questa questione deve essere risolta.”

Incredibili manie di grandezza. A quanto pare Trump ha detto a entrambe le parti che ci sarebbe stato un cessate il fuoco, e lo considerava un fatto compiuto semplicemente in virtù del potere del suo decreto.

Lavrov chiarisce che la Russia non cadrà in ulteriori truffe sul cessate il fuoco:

Dopo l’attacco di ieri, Kiev sarebbe stata completamente al buio:

Maria Avdeeva@maria_avdvKiev è al buio. Niente acqua neanche. La centrale termoelettrica di Kharkiv è sotto bombardamento proprio ora. Cessate il fuoco sull’energia? Quale cessate il fuoco sull’energia?16:45 · 11 ottobre 2026 · 380.000 visualizzazioni688 risposte · 4.520 condivisioni · 10.500 Mi piace

Gli attacchi russi hanno distrutto anche un impianto di lubrificanti:

Ecco come si presenta, a quanto pare, la centrale termoelettrica Kiev TPP-5 di Trypilska dopo la precedente ondata di scioperi:

Ecco come si presenta oggi la centrale termoelettrica di Trypilska. Si trova nel villaggio di Ukrainka, nella regione di Kiev.

Infatti, Google ora indica la centrale elettrica come “chiusa definitivamente” sulle sue mappe ufficiali:

Ora anche la centrale termoelettrica di Kharkiv TPP-5 ha subito “danni critici”, secondo quanto dichiarato da un responsabile amministrativo:

La centrale termoelettrica n. 5 di Kharkiv ha subito danni critici a seguito di un attacco – Capo dell’amministrazione militare regionale

▪️Synegubov ha riferito che la centrale termoelettrica ha subito danni critici.
▪️In precedenza, Zelenskyy aveva confermato l’attacco a un impianto energetico a Kharkiv.

Ora però l’Ucraina ha colpito anche la raffineria russa di Novoshakhtinsk a Rostov, con immagini di serbatoi di petrolio in fiamme. Questo è un chiaro segnale di sfida a Trump, che presumibilmente non gradirà l’aperta insubordinazione di Zelensky. Allo stesso tempo, Ansar Allah avrebbe colpito un importante impianto della Saudi Aramco a Jubail, il che significa che possiamo aspettarci che la crisi energetica continui, con Trump sotto crescente pressione alla vigilia delle elezioni di medio termine, il che potrebbe costringerlo ad attaccare Zelensky in modo ancora più duro.

Ora il Washington Post riporta che un nuovo “accordo di pace” è in fase di preparazione da parte dell’incompetente duo Kushner e Witkoff, che non è altro che la ripetizione della stessa formula:

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/10/12/kushner-witkoff-ukraine-peace-plan-takes-shape-behind-scenes/​​​​

Il “primo pilastro” offre molte rassicurazioni:

Secondo il funzionario statunitense, il pacchetto avrebbe quattro componenti fondamentali. Il messaggio a Putin sarebbe: non limitarti a porre fine alla guerra con l’Ucraina. Raggiungi un accordo economico e di sicurezza con l’Europa che ripristini la stabilità nella regione dopo una spirale di escalation.

La ricostruzione dell’Ucraina sarebbe il primo pilastro. La Banca Mondiale e la società di investimenti BlackRockvogliono creare un quadro di riferimento per soddisfare le molteplici esigenze finanziarie di Zelensky: ricostruire le aree devastate del Paese, fornire sussidi alle famiglie dei soldati morti e feriti e rilanciare un’economia in frantumi.

I restanti pilastri sono talmente ridicoli che l’autore stesso fa fatica a presentarli senza aggiungere commenti sarcastici: garanzie simili all’articolo 5 per l’Ucraina, “integrazione” economica di Russia e Ucraina nell’Europa e congelamento del conflitto allo stato attuale. Quest’ultima opzione è ovviamente inaccettabile sia per la Russia che per l’Ucraina.

Siamo onesti, l’unico motivo per cui vengono persino proposti questi assurdi piani di pace è che Trump finga di avere una parvenza di iniziativa, in modo da poter deviare le critiche quando gli viene chiesto perché non sia ancora riuscito a porre fine alla guerra o a far scendere i prezzi dell’energia. È il suo modo di provocare la stampa in modo asintotico, insieme a infinite promesse di pace che lasciano il cessate il fuoco perennemente a pochi giorni di distanza.

In breve: non è altro che un tentativo di nascondere la verità e una messa in scena politica, del tipo più imbarazzante in assoluto.


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In quale scenario potrebbe verificarsi una mobilitazione in Russia e come potrebbe reagire l’UE?…e altro _ di Andrew Korybko

In quale scenario potrebbe verificarsi una mobilitazione in Russia e come potrebbe reagire l’UE?

Andrew Korybko12 ottobre
 
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La mobilitazione verrebbe molto probabilmente dichiarata solo per sfruttare un’imminente sfondata lungo tutto il fronte, ma ci si aspetta che l’UE presenti una mossa del genere come un imminente attacco russo, al fine di promuovere gli obiettivi della propria élite.

The Telegraphha recentemente affermato che Putin starebbe preparando una “mobilitazione segreta”, nell’ambito della quale sarebbero in corso preparativi amministrativi nel caso in cui decidesse di dichiarare la mobilitazione. Il contenuto di queste voci non è una novità, e Putin ha rispostorispondendo loro all’inizio di settembre con queste parole: «Ad oggi non esiste alcuno scenario che richieda una mobilitazione. Si tratta di un attacco informativo sferrato dal nemico alla vigilia delle elezioni alla Duma di Stato, nel tentativo di influenzarne l’esito».

Entrambe le parti della sua dichiarazione sono vere, ma non si può escludere che le circostanze possano cambiare; in tal caso, vale la pena analizzare lo scenario in cui potrebbe verificarsi una mobilitazione e come l’UE potrebbe reagire. “La campagna di scioperi dei macchinisti russi minaccia di paralizzare la logistica militare ucraina” se condotta in modo sistematico da ora fino al prossimo inverno e accompagnata da attacchi altrettanto sistematici contro le sue stazioni di servizio, i porti, le centrali elettriche e altre infrastrutture.

Se i pianificatori militari russi dovessero giungere alla conclusione che ciò potrebbe portare alla tanto attesa svolta sul fronte, potrebbero consigliare a Putin di fare almeno ciò che fece quattro anni fa, ovvero dichiarare il mobilitazione parziale di riservisti espertiper sfruttare un’eventuale svolta di questo tipo. L’obiettivo sarebbe quello di impiegare una maggiore forza militare in questo momento strategicamente favorevole per costringere l’Ucraina ad accettare tutte le richieste della Russia, o almeno il maggior numero possibile, al fine di porre fine al conflict in a Russian victory.

Si tratta di uno scenario plausibile in cui potrebbe essere dichiarata almeno una mobilitazione parziale, eventualità alla quale la NATO europea (E-NATO) si sta probabilmente già preparando in anticipo, da cui il recente campagna allarmistica istericariguardo a un imminente attacco russo contro diversi membri del blocco. Alla luce delle dinamiche militari e strategiche del conflitto in rapida evoluzione, determinate dalla già citata campagna di attacchi sistematici da parte della Russia, questa narrazione può essere interpretata, col senno di poi, come un tentativo di preparare il terreno.

Lo scopo è quello di indurre la gente comune a percepire qualsiasi mobilitazione parziale come una preparazione a un’invasione russa degli Stati baltici e/o della Polonia, cosa verso cui Putin ha dichiarato di non avere alcun interesse; del resto, non avrebbe comunque senso per lui rischiare una terza guerra mondiale per occupare popolazioni ostili. Tuttavia, questo condizionamento preliminare potrebbe essere accompagnato da un operazione sotto falsa bandiera (in Polonia?)per giustificare un pericolosa escalationda parte della E-NATO contro la Russia oppure accelerare la centralizzazione politico-militare dell’UE.

Le élite liberali al potere nell’E-NATO stanno subendo una sfida senza precedenti da parte delle opposizioni conservatrici, in un contesto di declino economico causato dall’impennata dei prezzi del carburante, dovuta alle sanzioni anti-russe e alle turbolenze del mercato energetico globale provocate dalla Terza Guerra del Golfo. Hanno quindi tutto l’interesse a fomentare il più possibile la paura nei confronti della Russia, almeno per mobilitare gli elettori a loro favore, mentre procedono a una maggiore centralizzazione dell’UE e, nello scenario più estremo, potrebbero persino arrivare a un’escalation pericolosa contro la Russia qualora ciò non bastasse ad aiutarle.

Per ricapitolare, la mobilitazione verrebbe molto probabilmente dichiarata solo per sfruttare un’imminente sfondata lungo il fronte, ma ci si aspetta che la E-NATO presenti una mossa del genere come un imminente attacco russo, al fine di promuovere gli obiettivi della propria élite. Potrebbe persino verificarsi un’operazione sotto falsa bandiera per rendere questa narrazione più credibile. Prima che la E-NATO provochi una pericolosa escalation contro la Russia con quel pretesto, tuttavia, dovrebbe ricordare le parole di Lavrov secondo cui qualsiasi guerra tra loro “sarà molto breve” in un’allusione alla possibilità che la Russia sferri un attacco nucleare contro la E-NATO per legittima difesa.

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L’Iran e l’Ucraina non dovrebbero nutrire risentimento per l’accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti.

Andrew Korybko11 ottobre
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Nessuno dei due Paesi dovrebbe sorprendersi del fatto che Russia e Stati Uniti privilegino i propri interessi rispetto a quelli altrui.

L’ accordo russo-americano sul diesel , annunciato venerdì da Trump, ha ripercussioni dirette su Iran e Ucraina. Per quanto riguarda il primo, il suo (imperfetto) blocco dello stretto non avrà più lo stesso impatto economico sugli Stati Uniti, per non parlare del potenziale impatto politico in vista delle prossime elezioni di medio termine di inizio novembre. Per quanto riguarda il secondo, Zelensky si era già lamentato su X, e Trump è stato apparentemente provocato dalla sua palese passando dalla mancanza di rispetto alla battuta “Penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”.

Resta da vedere se gli Stati Uniti intraprenderanno o meno azioni concrete per raggiungere tale obiettivo, per non parlare del blocco delle fonti di intelligence come quella citata da Axios , secondo cui Trump starebbe valutando la possibilità che l’Ucraina continui a colpire le raffinerie russe dopo l’accordo sul diesel. Detto questo, la battuta di Trump non dovrebbe essere liquidata con leggerezza, come i cinici sono soliti fare, poiché non è cosa da poco che il Presidente degli Stati Uniti stia apertamente invocando un cambio di regime in Ucraina, il che potrebbe incoraggiare i numerosi rivali di Zelensky .

L’accordo russo-americano sul diesel è chiaramente a scapito della politica ucraina, dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di rinnegare le proprie sanzioni contro la Russia, e lo hanno fatto simbolicamente proprio mentre una delegazione ucraina incontrava gli inviati speciali di Trump a Miami. A fine settembre si era sostenuto che ” Zelensky stesse manipolando il disturbo da stress post-traumatico di Trump legato al Russiagate per ottenere un vantaggio su di lui “, bombardando le raffinerie russe nonostante gli fosse stato esplicitamente detto di non farlo; ora, però, sembra che Trump abbia superato il suo disturbo da stress post-traumatico e stia ripagando Zelensky con gli interessi.

Per quanto riguarda la dimensione iraniana dell’accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti, i lettori dovrebbero ricordare che Russia e Iran non sono alleati , ma solo partner strategici. Il ” potemkinismo “, che si riferisce alla tattica del soft power di creare realtà alternative sulla politica estera russa allo scopo di far sì che le persone apprezzino la Russia sulla base di false premesse, come la famigerata menzogna secondo cui Putin sarebbe segretamente un antisionista , è responsabile delle false percezioni delle loro relazioni. Di conseguenza, la maggior parte dei media alternativi crede che Russia e Iran siano alleati.

Ciononostante, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha confermato a fine agosto che Mosca si oppone all’imposizione di pedaggi da parte dell’Iran in cambio del transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, dichiarando: “Neanche noi vogliamo che venga introdotto un pedaggio, ma questo è oggetto di ulteriori discussioni”. Il rifiuto della linea dura iraniana di conformarsi al Memorandum d’intesa stipulato in estate con gli Stati Uniti per porre fine alla Terza Guerra del Golfo ha perpetuato le tensioni regionali per un altro terzo d’anno. A quanto pare, la Russia non gradisce questa situazione.

Come già accennato, l’accordo russo-americano sul diesel neutralizza l’impatto economico e politico che il blocco (imperfetto) dello stretto da parte dell’Iran intendeva avere sugli Stati Uniti, e ciò avviene chiaramente anche a scapito della sfera politica ucraina. Nessuno dei due dovrebbe però nutrire risentimento, poiché la Russia non è un alleato dell’Iran, come spiegato, e gli Stati Uniti sono da tempo noti per dare priorità ai propri interessi rispetto a quelli altrui, come quelli dell’Ucraina. Qualsiasi lamentela da parte dei sostenitori dell’Iran, per non parlare di quelle di Zelensky sui social media, è quindi fuori luogo.

Si ritiene che l’impatto economico dell’accordo russo-americano sul diesel per entrambe le parti sia trascurabile , il che suggerisce che le motivazioni politiche siano state la forza trainante. La Russia probabilmente voleva dimostrare agli Stati Uniti di essere seriamente intenzionata a concludere l’ accordo incentrato sulle risorse. una partnership strategica che hanno negoziato nell’ultimo anno, mentre gli Stati Uniti probabilmente volevano dimostrare all’Europa che è ora di appianare i problemi con la Russia. Iran e Ucraina sono i maggiori perdenti, e nessuno dei due dovrebbe essere sorpreso da quanto appena accaduto.

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L’accordo russo-americano sul diesel rafforza la “strategia di negazione” di Trump 2.0 contro la Cina.

Andrew Korybko10 ottobre
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Dal momento che la Cina si è rifiutata di accelerare radicalmente il multipolarismo sfidando le sanzioni statunitensi contro la Russia e interrompendo le vendite di droni all’Ucraina, è una sorta di giustizia poetica che la Russia inasprisca radicalmente la campagna di pressione statunitense contro la Cina attraverso un riavvicinamento con gli Stati Uniti incentrato sulle risorse, che farà deragliare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza.

Venerdì Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo con Putin in base al quale “la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel corso del mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo. Inoltre, in base alle condizioni delle proprie raffinerie di gasolio, la Russia fornirà, entro breve tempo, 3.000.000 di tonnellate di gasolio”. Questo rappresenta un ulteriore passo avanti verso il riavvicinamento, a lungo negoziato, incentrato sulle risorse.

Il succo della questione è stato inizialmente accennato qui nel novembre 2024, ampliato qui nel gennaio 2025 poco prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, e più recentemente elaborato qui all’inizio di ottobre, in seguito alle ultime notizie su una possibile partecipazione statunitense al Nord Stream. Per riassumere, per comodità dei lettori occasionali, che possono consultare queste analisi qui e qui a partire da dicembre per maggiori dettagli, la Russia e gli Stati Uniti condividono interessi nel rafforzamento della cooperazione in materia di risorse, interessi che risalgono a ben prima della Terza Guerra del Golfo.

In sostanza, la Russia vuole scongiurare preventivamente qualsiasi potenziale dipendenza sproporzionata dalla Cina, derivante dalle sanzioni senza precedenti imposte dall’Occidente negli ultimi quasi cinque anni, mentre gli Stati Uniti perseguono questo obiettivo parallelamente al tentativo di impedire alla Cina l’accesso a ulteriori giacimenti di risorse russe. In base a quest’ultimo interesse, gli investimenti americani (e possibilmente in seguito quelli dei loro alleati asiatici esentati dalle sanzioni, come India, Giappone e Corea del Sud) in tali giacimenti li precluderebbero di fatto alla Cina.

Il grande obiettivo strategico perseguito dagli Stati Uniti è stato descritto come la ” Strategia di negazione ” da Elby Colby, attuale Sottosegretario alla Guerra per le Politiche e considerato la mente dietro la NATO 3.0 e il complementare ” Pivot (di ritorno) all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. Il controllo sulle esportazioni petrolifere del Venezuela e l’influenza del blocco (imperfetto) sulle esportazioni energetiche del Golfo, sia dall’Iran che dai regni arabi, consentono agli Stati Uniti di rallentare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza.

Circa metà dell’energia estera necessaria per alimentarla è ormai caduta sotto una qualche influenza statunitense, e replicare questo approccio attraverso accordi di risorse reciprocamente vantaggiosi con la Russia nell’ambito del processo di pace ucraino aggraverebbe radicalmente la campagna di pressione degli Stati Uniti contro la Cina. L’obiettivo finale è costringere la Cina ad accettare un accordo commerciale squilibrato che ne frenerebbe l’ascesa a superpotenza e la renderebbe invece la più importante grande potenza dopo gli Stati Uniti, ponendo fine alla sfida sistemica che essa rappresenta.

I funzionari russi non lo dichiareranno mai pubblicamente, ma si può ragionevolmente presumere che siano profondamente delusi dalla Cina , ed è per questo che il loro Paese sta assecondando i piani degli Stati Uniti. Non solo la Cina ha ceduto alle pressioni delle sanzioni statunitensi ritirandosi da un importante progetto energetico , ma le banche dei BRICS e della SCO che ospita, incredibilmente, si conformano anch’esse a queste restrizioni, e la Cina continua tuttora a vendere droni, pezzi di ricambio e fibre ottiche all’Ucraina per perpetuare indefinitamente la guerra per procura della NATO contro la Russia .

Dal momento che la Cina si è rifiutata di accelerare radicalmente il multipolarismo sfidando le sanzioni statunitensi contro la Russia e interrompendo le vendite di droni all’Ucraina, è una sorta di giustizia poetica che la Russia inasprisca radicalmente la campagna di pressione statunitense contro la Cina attraverso un riavvicinamento con gli Stati Uniti incentrato sulle risorse, che farà deragliare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza. La Cina ha avuto la sua occasione di plasmare l’ordine mondiale appoggiando la Russia, ma ha rifiutato; ora è la Russia a plasmarlo, appoggiando gli Stati Uniti.

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Interpretazione della posizione della Russia nei confronti della NATO islamica

Andrew Korybko7 ottobre
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Sebbene la Russia non abbia ufficialmente alcun problema con la NATO islamica e anzi speri che un giorno includa l’Iran per realizzare la sua visione di sicurezza collettiva regionale, sarebbe inesatto affermare che la Russia ignori la minaccia latente che questo blocco potrebbe rappresentare a causa della rivalità tra Turchia e Russia.

All’inizio di settembre, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso la sua opinione sulla posizione del suo Paese nei confronti della NATO islamica, rispondendo a una domanda sul ruolo che la Russia potrebbe svolgere nel ristabilire la stabilità in Medio Oriente. Ha iniziato facendo riferimento alla visione di sicurezza collettiva per il Golfo , in vigore da oltre vent’anni e già riproposta in primavera durante la Terza Guerra del Golfo, in quanto elemento imprescindibile della politica regionale russa. Lavrov ha poi affermato che l’ultimo conflitto ha conferito a questo concetto un rinnovato senso di urgenza.

È in questo contesto che ha menzionato l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, aggiungendo che “Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, che hanno formulato questo concetto di sicurezza collettiva e di alleanza di difesa, hanno sottolineato che è aperto anche ad altri Paesi”. Ha poi dichiarato che “A un certo punto, a condizione che questa struttura coordini anche le condizioni per un eventuale coinvolgimento dell’Iran in questo processo, potrebbe diventare il passo concreto migliore nella direzione del concetto da noi formulato”.

Visto che Lavrov ha affermato in precedenza che “il ruolo della Russia in qualsiasi parte del mondo… è sempre stato quello di sostenere ciò che i paesi interessati sono disposti a coordinare”, si può dedurre che la posizione del suo paese nei confronti della NATO islamica sia ufficialmente positiva. Ciò vale soprattutto per la possibilità di un’adesione dell’Iran al blocco, sebbene sia opportuno ricordare che i suoi tre stati fondatori sono tutti legati alla NATO: la Turchia ne è membro, mentre Pakistan e Arabia Saudita sono “principali alleati non NATO”.

Per questo motivo, di recente è stato sostenuto che ” la NATO islamica potrebbe effettivamente rappresentare una sfida per la Russia “, in risposta all’articolo di Timofey Bordachev, direttore del programma del Valdai Club, intitolato ” Perché l’alleanza della Mecca potrebbe giocare a favore della Russia “. In particolare, la Turchia è pronta a guidare l’espansione dell’influenza della NATO in Asia centrale attraverso la ” Rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale ” dell’agosto 2025 , il Pakistan già aiuta i terroristi e le armi a entrare in Afghanistan e l’Arabia Saudita potrebbe finanziare tutto ciò.

Anche se si sostiene che la stabilità in Afghanistan non sia fondamentale per la sicurezza della Russia e che l’Arabia Saudita non finanzi alcuna attività anti-russa, è innegabile che ” la Turchia rappresenti una sfida geostrategica per la Russia, indipendentemente dalla NATO “. L’esperto di Russia Farhad Ibragimov, che in precedenza aveva affermato che la Turchia non asseconda gli interessi statunitensi contro la Russia, ha opportunamente rivisto la sua valutazione alla luce del maxi-accordo di fornitura di armi all’Ucraina, approvato dagli Stati Uniti, che ha colto di sorpresa la portavoce di Lavrov . Lavrov ne è quindi a conoscenza.

Certamente, potrebbe non condividere la stessa valutazione della minaccia rappresentata dai membri della NATO islamica descritta in precedenza, ma sa quantomeno che la Turchia continua a rappresentare una sfida geostrategica per la Russia, pur collaborando pragmaticamente con essa su alcune questioni. Non solo è membro della NATO islamica, ma è anche il Paese geograficamente più vicino alla Russia e già in grado di sfidarla ulteriormente in Asia centrale, il che potrebbe presumibilmente influenzare le sue opinioni e quelle del suo ministero in merito al blocco.

Tenendo presente ciò, sebbene la Russia non abbia ufficialmente problemi con la NATO islamica e anzi speri che un giorno includa l’Iran per realizzare la sua visione di sicurezza collettiva regionale, sarebbe inesatto affermare che la Russia ignori la minaccia latente che questo blocco potrebbe rappresentare a causa della rivalità tra Turchia e Russia. In ogni caso, ci si aspetta che i funzionari russi mantengano un atteggiamento diplomatico evitando di parlarne apertamente, ma esperti, media e sostenitori stranieri del Paese potrebbero essere più critici.

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La piattaforma ucraina Carpathian Eight ottimizzerà la logistica militare del “Cordon Sanitaire”.

Andrew Korybko9 ottobre
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La morsa di contenimento attorno ai fianchi occidentali e meridionali della Russia potrebbe alla fine stringersi ulteriormente.

Zelensky ha lanciato il C8 (o Iniziativa di Integrazione dei Carpazi ) durante un vertice alla fine di settembre. Questa piattaforma avrebbe dovuto includere Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Serbia, Romania e Ungheria, ma il leader di quest’ultima ha successivamente smentito la sua adesione. In ogni caso, l’iniziativa mira a ottimizzare il dispiegamento delle forze NATO verso est, nello spirito dello ” Schengen militare “, nonché la logistica militare tra i fianchi occidentali e meridionali del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia.

Queste conclusioni derivano dal discorso di Zelensky . Riguardo alla prima funzione strategica, ha affermato: “Abbiamo bisogno di trasporti e logistica migliori. Abbiamo bisogno di una maggiore capacità di movimentare grandi volumi di merci. Dobbiamo accelerare la modernizzazione delle nostre strade e ferrovie. Abbiamo bisogno di mobilità militare che migliori le nostre capacità di difesa. Abbiamo bisogno di più strutture di stoccaggio, più energie rinnovabili, dello sviluppo dei minerali critici della regione, di legami commerciali più solidi e di una cooperazione manifatturiera più forte”.

Si tratta di un chiaro riferimento all’ottimizzazione del dispiegamento delle forze NATO verso est attraverso la costruzione di ulteriori infrastrutture di connettività a duplice uso nei paesi del C8, il potenziamento di quelle esistenti e l’ampliamento delle relative strutture di stoccaggio. Il completamento di questi compiti faciliterà la seconda funzione strategica, ovvero l’ottimizzazione della logistica militare tra i fianchi occidentale e meridionale del nuovo “cordone sanitario” attorno alla Russia, con il pretesto di espandere gli scambi commerciali tra di essi.

Secondo Zelensky, “La macroregione dei Carpazi è una naturale porta d’accesso europea per le rotte provenienti dal Caucaso meridionale e dall’Asia attraverso il Mar Nero… Quindi a nord collaboriamo con i paesi baltici e nordici. A sud, abbiamo cooperazione nella regione del Danubio e intorno al Mar Nero. Lavoriamo inoltre a stretto contatto con i paesi balcanici e con l’Europa sud-orientale. E l’Iniziativa dei Carpazi trasforma i Carpazi nel collegamento e nella connessione più forti per tutte le regioni limitrofe.”

Il fianco occidentale del “cordone sanitario” è costituito dal Blocco Vichingo a guida svedese nella regione strategicamente unificata Artico-Baltico , dalla sfera d’influenza che la Polonia intende esercitare nell’Europa centrale (che si sovrappone a quella svedese negli Stati baltici ) e dall’avamposto NATO rumeno sul Mar Nero. Il fianco meridionale è a guida turca e si estende attraverso il Caucaso meridionale e l’Asia centrale tramite la ” Via Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale ” dell’agosto 2025 , il cui duplice scopo è quello di fungere da corridoio logistico militare della NATO.

L’ottimizzazione della logistica militare del “cordone sanitario” attraverso il C8 è un compito urgente per l’UE ora che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha messo l’Europa sulla strada della guerra con la Russia dopo aver condiviso piani che equivalgono proprio a questo durante il suo ultimo discorso annuale. La Polonia svolgerà ancora un ruolo indispensabile nel collegare il Blocco vichingo con l’Impero neo-ottomano turco, ma sostenuto dalla Germania L’Ucraina sta aprendo la strada alla creazione di un corridoio complementare est-ovest attraverso i Carpazi.

Il risultato finale sarà l’inasprimento della morsa logistica militare attorno ai fianchi occidentali e meridionali della Russia, a meno che questo grande obiettivo strategico, incentrato sulla connettività, non venga contrastato. Qui risiede l’altro significato del C8: la sua funzione minacciosa nei confronti della Russia potrebbe spingere il Cremlino a ideare soluzioni creative a questo problema in rapido peggioramento. Sebbene non possa recidere le rotte logistiche militari all’interno dell’Europa senza scatenare la Terza Guerra Mondiale, il Caucaso meridionale è un’altra questione .

Questa analisi è stata originariamente pubblicata presso il Consiglio russo per gli affari internazionali .

Lavrov ha ricordato a tutti le conseguenze geopolitiche delle notizie false.

Andrew Korybko8 ottobre
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Oggi è indissolubilmente legato alla creazione del consenso per la guerra.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha tenuto il discorso di apertura del quarto forum internazionale “Dialogue On Fakes” del Rete globale di verifica dei fatti (GFCN) il mese scorso. Ha iniziato avvertendo di come “flussi turbolenti di informazioni pervadano la vita delle persone e di come l’uso della tecnologia moderna possa rendere qualsiasi notizia, anche non verificata o sfacciatamente fuorviante, rapidamente accessibile a milioni, se non miliardi, di persone”. Ha poi contestualizzato strategicamente l’offensiva occidentale di fake news contro la Russia.

Secondo le parole di Lavrov, “una guerra dell’informazione contro di noi è stata lanciata molto prima dell’operazione militare speciale, subito dopo – con l’arrivo del presidente Putin all’inizio degli anni 2000 – che la Russia ha iniziato a liberarsi dalle forme neocoloniali di cooperazione con i nostri colleghi occidentali, perseguendo una politica autonoma e tornando alle sue tradizioni, ai suoi costumi e alle sue radici”. Ha anche fatto riferimento a come le fake news abbiano preceduto l’aggressione occidentale contro la Jugoslavia e l’Iraq, prima di citare esempi contro la Russia.

Tra questi figurano il presunto avvelenamento degli Skripal con il Novichok, le circostanze che hanno portato all’avvelenamento e alla successiva morte di Navalny, e il recente caso di falsa bandiera con i droni all’aeroporto di Lipsia . Lavrov ha poi dedicato molto tempo a descrivere il caso di falsa bandiera di Bucha , che, a suo dire, la Russia si è rifiutata di lasciar cadere nel dimenticatoio anche dopo che “questo argomento è poi scomparso dallo spazio mediatico internazionale come se non fosse mai esistito”, per quanto bene incarni la menzogna occidentale. È stato anche un momento storico determinante.

Lavrov ha ricordato a tutti come l’operazione sotto falsa bandiera di Bucha sia seguita al ritiro della Russia da Kiev come “gesto di buona volontà” per facilitare il completamento dei colloqui di pace allora in corso, e come sia stata poi sfruttata dall’ex Primo Ministro britannico Boris Johnson per convincere Zelensky a ritirarsi da essi. Se l’operazione sotto falsa bandiera di Bucha non fosse stata condotta, Zelensky non avrebbe avuto una ragione così falsamente convincente agli occhi dell’opinione pubblica mondiale per continuare a combattere. Il resto è storia.

Al fine di scongiurare future operazioni sotto falsa bandiera che potrebbero fare la storia, Lavrov ha affermato che “ci sono molti episodi come quello di Bucha, e altri simili a quelli menzionati in precedenza. Naturalmente, richiedono ulteriori indagini. Sono fiducioso che la vostra organizzazione si impegnerà affinché lo spazio informativo non venga intasato da menzogne ​​palesi, menzogne ​​che minano attivamente il progresso verso legami più forti, relazioni normali e cooperazione tra tutti gli Stati, e che invece seminano discordia e odio, ostacolando la verità”.

Il punto cruciale del discorso di Lavrov è che ha ricordato a tutti le conseguenze geopolitiche delle fake news, che hanno letteralmente portato a guerre come quelle in Jugoslavia e in Iraq, perpetuando al contempo conflitti già in corso come quello ucraino, trasformandolo di fatto in una guerra senza fine a quasi cinque anni di distanza. Le fake news possono quindi avere un impatto ben più profondo del semplice indurre le persone a odiare un determinato Paese, poiché oggigiorno sono indissolubilmente legate alla creazione di consenso per la guerra.

Una maggiore consapevolezza di questo fatto evidenzia l’importanza della GFCN. Senza esagerare, i compiti dei suoi membri riguardano in parte questioni di grande rilevanza come la guerra e la pace. L’obiettivo della loro rete globale è quello di smascherare tempestivamente le notizie false che fomentano la guerra, come gli esempi citati da Lavrov, e di amplificarne massicciamente il contenuto presso il pubblico, il cui consenso all’imminente aggressione viene prodotto attraverso questi mezzi ingannevoli. In questo modo, alcune guerre future potrebbero essere evitate.

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Le ultime notizie su Nord Stream potrebbero portare a qualcosa di molto più grande

Andrew Korybko9 ottobre
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A prescindere da come si evolverà la “competizione amichevole” tra Germania e Polonia per la guida della NATO 3.0, una cosa è certa: la diplomazia energetica creativa guidata dagli Stati Uniti plasmerà probabilmente l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

Reuters ha citato cinque fonti anonime per riferire che l’inviato speciale statunitense per la Russia, Jared Kushner, ha avuto colloqui con la sua controparte russa, Kirill Dmitriev, riguardo al coinvolgimento di un investitore statunitense nel gasdotto Nord Stream , che conserva ancora un segmento intatto su quattro dopo l’attentato terroristico del settembre 2022. Ciò che rende credibile questa notizia, nonostante i dubbi che alcuni scettici potrebbero nutrire, è il contesto in cui è stata pubblicata, che ora verrà brevemente esaminato prima di approfondire il contenuto della notizia stessa.

A fine settembre , The Atlantic ha riportato che Trump aveva autorizzato il suo inviato speciale per la Bielorussia, John Coale, a convincere Putin a rilasciare i “prigionieri politici” in cambio di un allentamento delle sanzioni, in seguito all’accordo raggiunto con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Questa notizia ha fatto seguito a quanto riportato a metà settembre dal New Yorker, secondo cui un servizio di intelligence europeo avrebbe appreso che “Trump e le persone a lui vicine” stavano valutando la possibilità di “riaprire il gasdotto Nord Stream 2 sotto il controllo americano”.

Pochi giorni dopo, all’inizio di ottobre, il New York Times (NYT) ha riportato che “i colloqui tra Stati Uniti e Russia sull’Ucraina ora coinvolgono un accordo petrolifero legato agli alleati di Trump”, riguardante gli asset globali di Lukoil, sanzionati da Trump un anno prima. Gli scettici che potrebbero liquidare queste notizie come fake news o un mezzo per manipolare la Russia e ottenere concessioni senza nulla in cambio, dovrebbero sapere che la Bielorussia ha appena inviato agli Stati Uniti 30.000 tonnellate di potassio dopo che gli Stati Uniti hanno revocato alcune sanzioni e restituito alcuni fondi congelati.

Questo fa seguito alle vanterie di Trump sul ” massiccio ” accordo sulla potassa che lui e Lukashenko stanno negoziando, accordo che ha spinto Lukashenko a proporre che gli Stati Uniti investano insieme alla Russia in un impianto di fertilizzanti in Bielorussia. Questi rapidi sviluppi, sia la distensione tra Stati Uniti e Bielorussia sia la raffica di notizie sugli accordi tra Stati Uniti e Russia nel settore delle risorse, coincidono con un articolo del New York Times secondo cui Putin si starebbe preparando a mettere definitivamente in ginocchio l’Ucraina dopo quasi cinque anni, attraverso attacchi sistematici alle infrastrutture durante l’inverno.

Questa analisi ah valutato che ciò è vero ed è motivato dal fatto che Putin sarebbe stato informato dal suo Ministro delle Finanze, a seguito di colloqui con il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, che un allentamento delle sanzioni (almeno significativo) del tipo sopra descritto potrà avvenire solo dopo la fine del conflitto ucraino . Prima finirà il conflitto, prima la Russia potrà ottenere tale allentamento per stimolare la crescita economica in un contesto di rallentamento e per stabilire un partenariato strategico incentrato sulle risorse con gli Stati Uniti.

Le implicazioni sono state precedentemente approfondite qui e qui , ma la dimensione Nord Stream, di cui Reuters ha appena riportato che è oggetto di discussione, potrebbe ripristinare il dialogo tra la Russia e la Germania, leader di fatto dell’UE, aprendo così la strada a una de-escalation militare. Il concetto statunitense di NATO 3.0 prevede che la NATO europea guidi il contenimento della Russia , il che potrebbe sia peggiorare le tensioni se la rimilitarizzazione della Germania rappresentasse una minaccia simile a quella del 1941 , sia sfociare in un nuovo modus vivendi basato sull’energia sotto la supervisione degli Stati Uniti.

Nell’ottica di gestire al meglio le relazioni russo-tedesche del dopoguerra, che potrebbero presto riprendersi con l’approvazione degli Stati Uniti, la Polonia potrebbe fare il primo passo per migliorare i legami con la Russia puntando sul suo nuovo ” bucaneve “. diplomazia ” con la Bielorussia. Indipendentemente da come si evolverà la “ competizione amichevole ” tra Germania e Polonia per la guida della NATO 3.0, una cosa è certa: la diplomazia energetica creativa guidata dagli Stati Uniti plasmerà probabilmente l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

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Due personalità dei media russi si oppongono al “potemkinismo”

Andrew Korybko12 ottobre
 
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Questo concetto si riferisce alla tattica del “soft power” che consiste nel creare narrazioni false a fini strategici, che, come hanno recentemente suggerito Zakhar Prilepin e Ivan Prokhorov, hanno causato più danni che benefici alla Russia; ed è significativo che abbiano espresso questa opinione proprio subito dopo l’appello di Putin ad abbandonare le illusioni.

Il giornalista irlandese Brian McDonald ha richiamato l’ attenzione all’inizio di ottobre su un post su Telegram del giornalista russo Zakhar Prilepin e su un articolo correlato dal punto di vista tematico pubblicato su Tsargrad. Entrambi meritano molta più attenzione nell’ecosistema mediatico globale russo di quanta ne abbiano ricevuta dai post di McDonald su X; questo è lo scopo del presente articolo. A partire dal post di Prilepin su Telegram, egli ha criticato la falsa percezione del presunto inevitabile collasso dell’Occidente che è stata formulata dall’ecosistema mediatico globale russo.

Ha scritto che «quelli che vediamo sono sistemi piuttosto stabili – sistemi che reggono anche senza il nostro gas» e ha lanciato un monito inquietante: «come sempre, ci accorgeremo dei nostri errori quando sarà ormai troppo tardi». Questo tema è stato ripreso, per coincidenza, il giorno successivo da Ivan Prokhorov di Tsargrad. Nel suo articolo intitolato «Le maschere buffe vengono indossate apposta: contro chi sta davvero combattendo la Russia nell’operazione militare speciale?», egli critica aspramente le rozze caricature degli avversari del suo Paese create dall’ecosistema mediatico globale.

Prokhorov suggerisce che ciò abbia portato la Russia ad abbassare la guardia strategica e abbia screditato coloro che diffondono queste narrazioni, poiché tali avversari “ridicoli” continuano a combattere contro la Russia nonostante le false supposizioni secondo cui avrebbero già dovuto perdere da tempo. Ha poi proseguito sostenendo che le loro risorse derivano dai meccanismi statali che li sostengono, quelli che alcuni definiscono «stato profondo», e che la Russia è in realtà in guerra con tali sistemi, anziché con le persone che li rappresentano, come comunemente si pensa.

Ciò che accomuna il post di Prilepin su Telegram e l’articolo di Prokhorov su Tsargrad è l’insinuazione secondo cui l’ecosistema mediatico globale della Russia avrebbe creato narrazioni false sui propri avversari, che sarebbero state inavvertitamente riprese nei circuiti di retroazione dei responsabili politici, con esiti svantaggiosi per la Russia. La tattica di soft power consistente nel creare narrazioni false a fini strategici è stata descritta per la prima volta come “potemkinismo” qui nell’aprile 2024, per poi essere approfondita qui nell’ottobre dello stesso anno e qui nel gennaio 2026.

Il “potemkinismo” non solo ha sempre comportato il rischio, sopra menzionato, di contaminare inavvertitamente i circuiti di retroazione dei responsabili politici, ma rischia anche di creare false aspettative tra i sostenitori della Russia, che potrebbero poi rimanere profondamente delusi e diventare forse più sensibili alle narrazioni ostili. Esempi di quest’ultimo fenomeno includono l’idea che la Russia debba comportarsi in modo ancora più “clownesco” dei propri nemici se non è già in grado di sconfiggerli, nonché le teorie complottistiche secondo cui Putin potrebbe essersi “venduto” all’Occidente.

La sfida strategica rappresentata dal “potemkinismo” è talmente grave che è stata citata qui come una delle tre principali sfide che la Russia deve affrontare. Quell’articolo è stato pubblicato, per coincidenza, lo stesso giorno di quello di Prokhorov, mentre quei due e il post di Prilepin hanno fatto seguito, cosa importante, all’appello lancinante di Putin del 1° ottobre all’ultimo vertice annuale del Club Valdai per una «valutazione realistica» dei rischi che la Russia deve affrontare. Egli ha espressamente sconsigliato «il pensiero illusorio, un costrutto astratto e speculativo o una visualizzazione irrealistica dei nostri desideri».

Sebbene si possa solo ipotizzare se Prilepin e Prokhorov siano stati influenzati da Putin, resta il fatto che ora stanno assumendo un ruolo di primo piano nella lotta contro il “potemkinismo” (pur non utilizzando questo termine), il che potrebbe aiutare la Russia a superare la sfida strategica ad esso associata, qualora questa tendenza dovesse prendere piede. I «filorussi non russi» (NRPR) responsabili possono dare il proprio contributo traendo ispirazione da loro per controbattere con garbo, sui social media, ai principali influencer NRPR la prossima volta che questi diffonderanno narrazioni «potemkiniste».

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Trump potrebbe alla fine rifiutare l’offerta della Lituania di ospitare basi e armi nucleari statunitensi.

Andrew Korybko8 ottobre
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Tali mosse potrebbero affossare il piano di Trump di replicare il suo accordo di successo con la Bielorussia, mantenere alte le tensioni tra NATO e Russia nel dopoguerra e vincolare gli Stati Uniti in Europa dopo la fine del conflitto ucraino, in contrasto con lo spirito del concetto di NATO 3.0 della sua amministrazione.

Trump ha risposto affermativamente quando, di recente, un giornalista lituano gli ha chiesto se avrebbe preso in considerazione la possibilità di stabilire una base permanente in Lituania. Il ministro degli Esteri lituano ha poi confermato che, qualora Washington accettasse la proposta, i costi sarebbero interamente a carico di Vilnius. Questa notizia coincide con la decisione del Seimas lituano di procedere con la revoca del divieto di ospitare armi nucleari nel Paese. Si moltiplicano quindi le speculazioni sulla possibilità che la Lituania possa ospitare basi e armi nucleari statunitensi in futuro.

Le probabilità che ciò accada sono basse, tuttavia, poiché la Lituania è in competizione con la vicina Polonia per entrambi questi “onori”, dato che sono ampiamente percepiti come appartenenti alle rispettive società. Il mese scorso Trump ha confermato che sono stati compiuti ” progressi significativi ” nei colloqui con la Polonia per ospitare una base statunitense permanente, per la cui costruzione Varsavia dovrebbe spendere quasi 4,5 miliardi di dollari , oltre a coprire il costo di ogni soldato americano con 15.000 dollari all’anno . Si tratta di un’offerta molto allettante con cui la Lituania farebbe fatica a competere.

Dopotutto, l’economia polacca ammonta ora a 1.000 miliardi di dollari, mentre quella lituana si aggirava intorno ai 95 miliardi l’anno scorso, quindi la Polonia potrebbe facilmente superare l’offerta della Lituania, se necessario. Mentre una base statunitense permanente in Polonia sarebbe già abbastanza provocatoria dal punto di vista russo, una in Lituania – per non parlare di una in entrambi i Paesi – lo sarebbe ancora di più, e Trump potrebbe essere riluttante a provocare Putin a tal punto. Questo perché, secondo un recente rapporto, starebbe pianificando di replicare con la Russia il suo accordo di successo con la Bielorussia.

Questo studio non si propone di approfondire l’argomento, ma i lettori possono consultare l’analisi precedente, a cui è collegato tramite hyperlink, per saperne di più. Passando ad altro, il viceministro della Difesa polacco ha affermato ad agosto, nel contesto dei segnali contrastanti provenienti dalla sua coalizione di governo liberale sull’interesse di Varsavia ad ospitare armi nucleari statunitensi, che “gli Stati Uniti non vogliono installare armi nucleari in Polonia”, forse proprio per il motivo sopra menzionato. Pertanto, non avrebbe senso per gli Stati Uniti ignorare la Polonia, leader militare regionale , e preferire invece basare le proprie armi nucleari in Lituania.

La Lituania non fa nemmeno parte dell’élite del Gruppo di Bergen, organizzato dagli Stati Uniti, che il Sottosegretario alla Guerra per la Politica Elbridge Colby ha descritto come motore del progresso verso la NATO 3.0, a differenza della Polonia, che, secondo questo concetto, dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano nel contenimento della Russia da parte della NATO europea sotto la supervisione degli Stati Uniti. Anzi, se la Polonia riuscisse a guidare l’Intermarium con il supporto degli Stati Uniti, potrebbe assumere la guida nella risposta a qualsiasi emergenza negli Stati baltici, anziché lasciare che siano gli Stati Uniti a sentirsi obbligati a farlo immediatamente.

Sebbene provocatoria dal punto di vista russo, come già accennato, la situazione postbellica tra NATO e Russia potrebbe comunque diventare relativamente più gestibile rispetto a quella attuale, qualora Trump mediasse la creazione di un canale di gestione delle crisi tra Stati Uniti, Polonia e Russia. Ciò potrebbe contribuire a stabilizzare la nuova architettura di sicurezza europea in via di formazione e, potenzialmente, gettare le basi per futuri accordi che ridurrebbero complessivamente il rischio di una guerra dovuta a un errore di valutazione ( o a una provocazione sotto falsa bandiera ).

Al contrario, il dispiegamento permanente di truppe statunitensi e soprattutto di armi nucleari in Lituania garantirebbe il mantenimento di elevate tensioni tra NATO e Russia nel dopoguerra, oltre a tenere gli Stati Uniti impegnati in Europa. Ciò andrebbe quindi contro lo spirito dei grandi piani strategici di Colby ed è pertanto improbabile che si realizzi, salvo imprevisti. Invece di fare affidamento sugli Stati Uniti o sulla Germania, che ha già una base in Lituania , quest’ultima potrebbe quindi dipendere maggiormente dalla Polonia per la propria sicurezza postbellica.

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Quali sono le vere motivazioni dietro il colpo di stato nel Khyber Pakhtunkhwa, in Pakistan?

Andrew Korybko11 ottobre
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Il dittatore militare di fatto del Paese ha sfruttato pretesti fuorvianti legati alla sicurezza nell’ambito della sua ultima manovra per centralizzare ulteriormente il controllo sul Pakistan, ma rischia di replicare quella che i pakistani considerano la tragedia del Pakistan orientale, che portò alla perdita dell’attuale Bangladesh.

Il governo centrale ha attuato un colpo di stato nella provincia pakistana di Khyber Pakhtunkhwa (KPK) imponendo lo stato di emergenza con pretesti fuorvianti legati alla sicurezza e rapendo la leadership dell’opposizione democraticamente eletta, guidata dal Primo Ministro Sohail Afridi. Afridi rappresenta il partito PTI dell’ex Primo Ministro multipolare Imran Khan, perseguitato politicamente e attualmente in carcere con accuse pretestuose, e stava guidando una marcia su Islamabad per chiedere la liberazione di Khan.

Lo Stato sostiene che Afridi e la sua leadership provinciale siano “la squadra B del TTP”, il “Tehreek-e-Taliban Pakistan”, più comunemente noto all’estero come “Talebani pakistani”. La loro argomentazione si basa sul fatto che il terrorismo affligge ancora il Khyber Pakhtunkhwa (KPK), ma la provincia è afflitta da questa piaga da vent’anni, quindi non si tratta di una novità. Il KPK confina inoltre con l’Afghanistan, la cui leadership talebana, in guerra con il Pakistan, simpatizza con la causa del TTP, e la sua geografia montuosa facilita l’insurrezione.

Lo Stato ha inoltre fortemente insinuato che Afridi e la sua leadership provinciale siano dei traditori, più fedeli all’Afghanistan guidato dai talebani che al Pakistan, a causa delle loro preoccupazioni per i danni collaterali che un’altra potenziale operazione antiterrorismo su larga scala nel KPK potrebbe causare alla popolazione civile. Come dimostra la storia, operazioni simili non sono riuscite a eliminare il terrorismo, quindi queste preoccupazioni sono ragionevoli e non frutto di tradimento. In ogni caso, sono stati rapiti dallo Stato e il KPK è ora sotto il controllo centrale, completando così il colpo di stato.

Il contesto più ampio riguarda non solo la già citata guerra afghano-pakistana, in corso da febbraio, ma anche la rapida estensione del coinvolgimento del Pakistan nella guerra in Yemen , ampiamente percepita come un progetto di vanità del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Asim Munir. Quest’ultimo ha sostituito l’ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Qamar Javed Bajwa, che ha contribuito a orchestrare il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro Khan, diventando di fatto il dittatore militare del Pakistan. Khan si è riferito a entrambi come “uomini piccoli in grandi uffici” per deridere la loro incompetenza.

Il colpo di stato di Munir nel Khyber Pakhtunkhwa (KPK) soddisfa simultaneamente diversi obiettivi. In primo luogo, centralizza ulteriormente il suo potere sul paese, eliminando il governo provinciale guidato dall’opposizione. In secondo luogo, ora può portare avanti più facilmente il suo presunto piano di dividere radicalmente le quattro province del Pakistan in un numero di province che varia da una dozzina a oltre cento, nell’ambito di una tipica strategia del “divide et impera”. In terzo luogo, lo stato di legge marziale di fatto imposto nel KPK potrebbe essere esteso a tutto il paese con pretesti simili legati alla sicurezza.

Per approfondire l’ultimo punto, il TTP nel KPK e l'”Esercito di Liberazione del Balochistan” (BLA) nel Balochistan rappresentano seri problemi per lo Stato, la guerra afghano-pakistana è ancora in corso senza una fine in vista e un coinvolgimento diretto in Yemen potrebbe provocare massacri settari contro la numerosa minoranza sciita del Pakistan. Il colpo di stato di Munir nel KPK potrebbe quindi essere una prova generale per formalizzare la sua dittatura militare di fatto, con questi pretesti legati alla sicurezza, in un futuro prossimo.

Nella sua brama di potere, tuttavia, Munir rischia di replicare quella che i pakistani considerano la tragedia del Pakistan orientale, in cui le ambizioni di un suo predecessore portarono alla perdita dell’attuale Bangladesh. Sia Khan che Afridi hanno messo in guardia contro questo rischio, poiché, da veri patrioti pakistani, temono che Munir possa scatenare processi incontrollabili che finirebbero per “balcanizzare” ulteriormente la loro nazione, già di per sé etnicamente e geograficamente diversificata. Il Pakistan si trova sull’orlo di un simile disastro proprio a causa di questo “uomo di poco conto in una posizione di rilievo”.

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Korybko a Imtiaz Gul: Ecco cosa sta realmente combinando la Russia in Afghanistan

Andrew Korybko11 ottobre
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Un raffreddamento nei rapporti bilaterali potrebbe essere inevitabile e potrebbe durare per un certo periodo, ma esperti come lui potrebbero contribuire a prevenire un deterioramento tangibile delle relazioni.

Il rispettato accademico pakistano Imtiaz Gul , a capo del Centro per la ricerca e gli studi sulla sicurezza di Islamabad , ha pubblicato un articolo sull’Express Tribune in cui si chiedeva ” Cosa sta tramando la Russia? ” in Afghanistan. Ha ipotizzato che il riavvicinamento della Russia ai talebani potrebbe “mirare agli Stati Uniti e al Pakistan – partner nella jihad antisovietica – perché i due Paesi sono ormai così vicini che Mosca vede Islamabad più come un facilitatore dell’agenda regionale di Washington che come un partner neutrale”.

Gul ha poi citato le recenti lodi del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov alle operazioni antiterrorismo dei talebani contro l’ISIS-K, in netto contrasto con le accuse del rappresentante speciale pakistano per l’Afghanistan, Mohammad Sadiq, secondo cui i talebani sosterrebbero i terroristi. Entrambi hanno espresso le loro posizioni diametralmente opposte durante l’ottava edizione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutesi all’inizio di ottobre. Sebbene non vi siano state (almeno per ora?) ripercussioni politiche, questa disputa ha alimentato la nuova guerra di informazione dei troll pakistani contro la Russia.

Ha concluso ponendo le seguenti domande: “Mosca e Kabul stanno forse segnalando agli Stati Uniti e al Pakistan che, se questi appoggiano i presunti gruppi anti-Kabul, anche la Russia può intervenire per contribuire a respingere tale minaccia? L’affermazione russa secondo cui il Pakistan avrebbe fornito munizioni all’Ucraina è forse un altro fattore che ha spinto Mosca a ricalibrare la propria strategia? Forse ora il Pakistan si colloca nello stesso gruppo dell’alleanza filo-ucraina guidata da Stati Uniti ed Europa”. Ecco alcune informazioni di base sull’argomento più ampio prima di rispondere all’articolo di Gul:

* 3 ottobre: ​​“ L’India sta finanziando il presunto acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani? ”

* 5 ottobre: ​​“ Russia e Pakistan hanno visioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani ”

* 6 ottobre: ​​“ Qual è il futuro della cooperazione militare russo-afghana? ”

* 6 ottobre: ​​“ Il Pakistan sta conducendo una guerra di informazione contro la Russia a causa dei suoi legami con i talebani? ”

* 6 ottobre: ​​“ Come potrebbe cambiare la percezione della minaccia da parte della Russia nei confronti del Pakistan se armasse l’Ucraina? ”

* 7 ottobre: ​​“ Chiarimenti su sette punti importanti relativi alla politica russa in Asia meridionale ”

* 8 ottobre: ​​“ La Russia ha accennato a come potrebbe essere un accordo di de-escalation tra Afghanistan e Pakistan ”

* 9 ottobre: ​​“ I talebani non hanno del tutto torto riguardo al Pakistan ”

* 9 ottobre: ​​“ Cinque riflessioni sulla rapida estensione della missione del Pakistan nella guerra in Yemen ”

* 10 ottobre: ​​“ Verifica dei fatti: il Pakistan non ha sciolto l’URSS ”

In sintesi, la notizia falsa secondo cui l’India avrebbe finanziato l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia è stata sfruttata come pretesto per avviare quella che sembra essere stata una guerra di informazione pakistana premeditata contro la Russia, motivata da due possibili ragioni. O preparare l’opinione pubblica all’armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan e/o distrarre l’attenzione dall’avanzata dell’opposizione su Islamabad e/o dalla rapida espansione del coinvolgimento del Pakistan nella guerra in Yemen. Resta da vedere quale delle tre ragioni sia effettivamente la più probabile, se non addirittura tutte e tre.

Per quanto riguarda i fatti, il presunto armamento dei talebani da parte della Russia (diretto o indiretto) rimane oggetto di speculazione, ma la Russia ritiene che i talebani rappresentino la forza più efficace per impedire l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale. La Russia potrebbe quindi armare i talebani per questo motivo. Inoltre, nel corso dell’ultimo anno, come evidenziato qui , qui e qui , la Russia ha segnalato che il Pakistan sta agevolando il flusso di armi e terroristi verso l’ISIS-K, nonché il possibile ritorno di infrastrutture militari occidentali nella regione.

Anche se il Pakistan riuscisse a convincere la Russia del contrario, cosa improbabile considerando la plausibilità della situazione descritta in precedenza, la Russia resterebbe comunque vicina ai talebani a causa dei loro interessi comuni nei confronti dell’ISIS-K. Tornando a Gul, si spera che prenda coscienza della reale politica russa in materia e che ricalibri di conseguenza la sua analisi. Un raffreddamento delle relazioni bilaterali potrebbe essere inevitabile e potrebbe durare per un certo periodo, ma esperti come lui potrebbero contribuire a prevenire un deterioramento tangibile dei rapporti.

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Verifica dei fatti: il Pakistan non ha sciolto l’URSS.

Andrew Korybko10 ottobre
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Casomai, il movimento Solidarność polacco è stato l’elemento scatenante geopolitico che ha accelerato questo processo, non la guerra in Afghanistan.

Una delle narrazioni più diffuse nell’ambito della campagna di disinformazione condotta dai troll pakistani contro la Russia la scorsa settimana, basata sul falso pretesto che l’India stia finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, sostiene che la guerra in Afghanistan degli anni ’80 abbia innescato la dissoluzione dell’URSS. Questa affermazione è comunemente accettata come vera da molti pakistani, poiché l’Unione Sovietica si è dissolta appena due anni dopo il suo ritiro dall’Afghanistan. Credono quindi di poter ora “balcanizzare” la Russia.

Questo si esprime tipicamente attraverso tweet che mostrano una mappa delle ex repubbliche sovietiche accompagnati da un commento del tipo che la stessa cosa accadrà di nuovo alla Russia se il Pakistan lo vorrà. La probabilità che account pakistani casuali diffondano tutti la stessa narrativa nella stessa settimana e sulla stessa falsa premessa è nulla. Si tratta di un attacco coordinato, o per preparare l’opinione pubblica all’armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan , o per distrarre dall’avanzata dell’opposizione verso Islamabad e/o dall’espansione della missione pakistana in Yemen .

Qualunque sia la motivazione, e le forze armate e i servizi segreti pakistani, collettivamente noti come l’establishment, hanno molti motivi per strumentalizzare la russofobia, il fatto è che questa narrazione virale è palesemente falsa. La guerra in Afghanistan, in cui il Pakistan ha cospirato con gli Stati Uniti per sconfiggere l’Unione Sovietica per interposta persona tramite i mujaheddin, non ha causato lo scioglimento dell’URSS. Quest’ultimo è stato invece determinato da problemi politico-amministrativi che risalgono a molto prima del conflitto.

Nessuna delle ex repubbliche sovietiche che hanno dichiarato l’indipendenza, inclusa la stessa Federazione Russa, ha fatto riferimento alla guerra in Afghanistan. Inoltre, ognuna di esse ha mantenuto i confini amministrativi dell’era sovietica (a eccezione dell’Ucraina post-Maidan, per ragioni che esulano dallo scopo di questa analisi), il che richiama alla mente la famosa accusa di Putin contro Lenin. Egli descrisse il diritto di secessione delle repubbliche sovietiche come una “bomba a orologeria piazzata sotto la struttura del nostro Stato”.

Fu la combinazione di questa destra, delle caotiche politiche di “glasnost” e “perestroika” (“trasparenza” e “ristrutturazione”) di Gorbaciov e dei problemi economici causati da una cattiva gestione dettata dall’ideologia a portare allo scioglimento dell’URSS, non la sconfitta dell’Unione Sovietica nella guerra in Afghanistan. Se un qualche sviluppo geopolitico ha giocato un ruolo in questo evento, è stato il movimento Solidarność in Polonia, che in un certo senso fu una rivoluzione colorata che alla fine schiacciò il comunismo nell’Europa centro-orientale.

La guerra in Afghanistan, nel migliore dei casi, non ha innescato i problemi economici dell’URSS, ma li ha aggravati, né ha spinto le singole repubbliche a dichiarare l’indipendenza. Ciononostante, la falsa percezione del presunto ruolo del Pakistan nella dissoluzione dell’Unione Sovietica persiste, sia all’estero (soprattutto in Occidente) che in particolare tra i pakistani. Questa percezione viene riproposta sui social media per infondere una falsa fiducia nei cittadini pakistani, nell’ambito della guerra di informazione condotta dall’establishment contro la Russia, per le ragioni già accennate.

Qualunque sia la motivazione del loro establishment, la rilevanza di verificare i fatti riguardo all’affermazione virale dei loro troll sul presunto ruolo del Pakistan nella dissoluzione dell’URSS risiede nel fatto che si tratta di un’opportunità tempestiva per educare coloro che potrebbero essere già caduti nella trappola di questa falsa narrazione. Semmai, Solidarność è stato il fattore geopolitico che ha accelerato questo processo, non la guerra in Afghanistan. In prospettiva, è prevedibile che i troll pakistani sostenuti dall’establishment continuino a diffondere questa narrazione, il che non farà altro che peggiorare i rapporti tra i popoli.

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Cinque riflessioni sulla rapida estensione della missione pakistana nella guerra in Yemen

Andrew Korybko9 ottobre
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La dittatura militare de facto del Pakistan, imposta dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, sembra stia seriamente prendendo in considerazione un coinvolgimento diretto e su larga scala delle sue forze armate nella guerra in Yemen.

Il Ministero dell’Informazione pakistano ha smentito l’ articolo del New York Times , che citava due funzionari pakistani anonimi, secondo cui il Paese starebbe conducendo attacchi aerei contro i ribelli Houthi yemeniti, allineati con l’Iran , e avrebbe intenzione di continuare a fornire supporto aereo alle forze locali del suo alleato saudita nell’ambito del Patto della Mecca. Ciononostante, il rapido dispiegamento di forze pakistane in Arabia Saudita dimostra che il Paese sta spingendo la sua missione sempre più in là (e per di più senza l’approvazione del Parlamento ), un tema su cui ora condivideremo cinque riflessioni:

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* Il Pakistan rischia scontri settari in patria

L’establishment pakistano, che comprende le potenti agenzie militari e di intelligence che, in un modo o nell’altro, sono considerate responsabili del governo del Paese sin dalla sua nascita, ha una lunga storia di strumentalizzazione del settarismo e del radicalismo a fini interni ed esteri. Potrebbe quindi ricorrere nuovamente a questa strategia per mobilitare la maggioranza sunnita a sostegno di un eventuale coinvolgimento diretto dei sauditi nella guerra contro gli Houthi sciiti zayditi, con il rischio che i radicali locali lincino i membri della consistente minoranza sciita pakistana.

* La sua ignobile reputazione di “mercenari” potrebbe essere riconfermata

Le Forze Armate pakistane sono ampiamente percepite come “mercenari” a causa del loro storico allineamento all’estero con Stati Uniti, Arabia Saudita e, più recentemente, Turchia . Si ritiene che l’alleanza con i primi due paesi sia ricompensata con aiuti finanziari, di cui il loro paese in difficoltà ha disperatamente bisogno, mentre si pensa che il terzo paese lo ricompensi con tecnologia militare (in particolare droni). Non importa se la reputazione delle Forze Armate pakistane sia accurata o meno, il punto è che la loro ignobile reputazione potrebbe presto essere confermata.

* Il Pakistan si sta allineando strategicamente con Israele

Nonostante il sostegno pubblico dei suoi funzionari alla Palestina e la dura retorica contro Israele, che il Pakistan non riconosce ufficialmente, è innegabile che un potenziale coinvolgimento diretto delle sue forze armate nella guerra in Yemen allineerebbe il Pakistan a Israele. È opportuno ricordare che anche Israele si oppone agli Houthi, ma la sua precedente campagna di bombardamenti non è riuscita a sconfiggerli. Il Pakistan potrebbe ora tentare di fare ciò che Israele non è riuscito a fare, il che potrebbe portare la sua classe dirigente a essere percepita da alcuni, a torto o a ragione, come servitrice di Israele.

* Le sue relazioni con l’Iran potrebbero essere a rischio con tutto ciò che potrebbe pericolosamente comportare

Sulla base di quanto sopra, un eventuale coinvolgimento diretto e su vasta scala delle Forze Armate pakistane nella guerra in Yemen potrebbe rischiare di compromettere le relazioni del Paese con l’Iran, la cui percezione di minaccia nei confronti del Pakistan potrebbe di conseguenza aumentare, considerandolo strategicamente allineato con Israele. La leadership pakistana potrebbe quindi non escludere la possibilità di una partecipazione del Pakistan a un’ulteriore ondata di attacchi israeliani e/o statunitensi in futuro, come riportato da alcune fonti, con tutte le implicazioni che ciò comporta.

* Quali altri premi potrebbe aspettarsi il Pakistan?

Oltre a un ulteriore piano di salvataggio da parte degli Stati Uniti e/o dell’Arabia Saudita, il Pakistan potrebbe aspettarsi vantaggi geopolitici da entrambi qualora il suo coinvolgimento diretto nella guerra in Yemen portasse alla sconfitta degli Houthi. Dagli Stati Uniti, il Pakistan potrebbe chiedere di essere nuovamente considerato il principale partner nel subcontinente, come lo era storicamente prima che gli Stati Uniti iniziassero a vedere l’India come una sorta di contrappeso alla Cina, mentre potrebbe richiedere all’Arabia Saudita basi aeree e navali in Yemen, da usare come spade di Damocle in grado di interrompere gli scambi commerciali tra India e Unione Europea in caso di crisi.

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La dittatura militare di fatto del Pakistan, imposta dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, sembra stia seriamente prendendo in considerazione un coinvolgimento diretto e su larga scala delle sue forze armate nella guerra in Yemen. Tale scenario potrebbe avere conseguenze significative e di vasta portata, non da ultimo per la percezione finora ampiamente positiva del Pakistan da parte di molti esponenti dei media alternativi , che potrebbero quindi considerarlo un regime fantoccio alleato tra Stati Uniti e Israele.

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I talebani non hanno del tutto torto riguardo al Pakistan

Andrew Korybko9 ottobre
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Sebbene l’immagine del Pakistan, ai loro occhi, come una finta dittatura militare che esporta terroristi e governata da un singolo gruppo etnico sia una caricatura, contiene comunque un fondo di verità.

La guerra di informazione che i troll pakistani stanno conducendo contro la Russia sui social media, a causa delle posizioni diametralmente opposte che i loro paesi hanno recentemente confermato riguardo all’Afghanistan guidato dai talebani, ha colto di sorpresa molti ” non russi filo-russi ” (NRPR). La maggior parte di loro aveva fino ad ora sviluppato un’opinione positiva del Pakistan grazie al suo riavvicinamento con la Russia e al sostegno alla Palestina, una causa molto popolare tra molti NRPR, ed è per questo che si sentono confusi e persino traditi dall’odio russofobo che sta dilagando.

Questi sentimenti hanno a loro volta suscitato l’interesse di alcuni di loro per la narrativa dei talebani sul Pakistan, dato che i due Paesi sono in guerra dalla fine di febbraio, ma pochi NRPR (Non-Resident Peoples) vi avevano prestato attenzione fino ad ora, poiché la Terza Guerra del Golfo aveva oscurato la precedente. A quanto pare, i talebani non hanno del tutto torto riguardo al Pakistan. Sebbene l’immagine che i talebani hanno del Pakistan, quella di una finta dittatura militare che esporta terroristi e che è governata da un singolo gruppo etnico, sia una caricatura, c’è comunque un fondo di verità.

Gli inglesi tracciarono la Linea Durand tra di loro come conseguenza della spartizione del fiero popolo Pashtun. La millenaria civiltà indiana – che si riferisce non solo alla maggioranza indù dell’India che gli osservatori occasionali oggi associano alla parola India, ma alla civiltà-stato storicamente cosmopolita del subcontinente – fu a sua volta spartita con l’indipendenza del Pakistan. Il Pakistan divenne quindi un fedele alleato occidentale. I paragoni con l’Ucraina dal punto di vista russo sono comprensibili.

La guerra in Afghanistan degli anni ’80 e la successiva insurrezione nel Kashmir indiano hanno dimostrato la maestria del Pakistan nella guerra non convenzionale, che l’URSS considerava terrorismo, così come fa l’India. Allo stesso modo, anche gli Stati Uniti consideravano terrorismo il precedente sostegno del Pakistan ai talebani, proprio come i talebani ora considerano terrorismo il sostegno del Pakistan alle milizie anti-talebani. gruppi . Il Pakistan lo nega, ma i talebani lo accusano anche di sostenere l’ISIS-K, il che è credibile dopo che il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 ha ripristinato l’influenza degli Stati Uniti sul Pakistan.

Da allora il paese è ufficiosamente tornato a una dittatura militare che ha imprigionato l’ex primo ministro multipolare Imran Khan con accuse politiche pretestuose e perseguita ferocemente i suoi sostenitori. È interessante notare che lui stesso è un fiero pashtun, ed è per questo che alcuni hanno percepito la sua persecuzione (a torto o a ragione) come motivata in parte dall’etno-bigottismo che associano agli alti ufficiali punjabi dell’esercito (naturalmente non necessariamente a quel gruppo etnico nel suo complesso). Questo ci porta all’ultimo punto.

Alcuni gruppi etnici pakistani non punjabi, come i pashtun e soprattutto le minoranze baluchi, non sono sempre stati trattati equamente dal governo centrale, che fin dall’indipendenza è stato direttamente guidato dai vertici militari punjabi o fortemente influenzato da essi. Riconoscere questo fatto non significa avallare il separatismo e persino il terrorismo a cui alcuni degli oppressi hanno fatto ricorso. Il Pakistan è stato mal governato fin dalla sua nascita e, di conseguenza, ha molti problemi.

Tornando all’introduzione, la guerra di informazione pakistana contro la Russia sembra essere, almeno tacitamente, incoraggiata dall’Establishment, ovvero le potenti forze armate e i servizi segreti pakistani. Questa conclusione deriva dall’osservazione che media e influencer approvati dall’Establishment stanno conducendo questa campagna. Nella migliore delle ipotesi, l’obiettivo è distrarre l’opinione pubblica dalla marcia dei sostenitori di Khan su Islamabad, mentre nella peggiore è di prepararla all’eventualità che il Pakistan armi l’Ucraina .

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Il Pakistan sta conducendo una guerra di informazione contro la Russia a causa dei suoi legami con i talebani?

Andrew Korybko6 ottobre
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È altamente improbabile che così tanti organi di stampa e influencer favoriti dall’establishment, ovvero le potenti comunità militari e di intelligence del paese che lo governano come una dittatura non ufficiale da 4 anni e mezzo, stiano tutti a caso dando credito a false voci sulla Russia.

Praticamente ogni organo di stampa e opinionista politico pakistano sta criticando la Russia, e alcuni la stanno anche prendendo in giro, dopo che le ultime Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan hanno rivelato le loro posizioni diametralmente opposte sui talebani, evidenziate qui . Affermazioni infondate secondo cui la Russia starebbe già armando i talebani o quantomeno approvando le vendite di armi da parte del suo alleato Bielorussia , con l’intento di condurre una guerra per procura contro il Pakistan, come alcuni hanno suggerito o addirittura dichiarato, stanno alimentando questa tendenza.

Come chiarito in precedenza , la realtà oggettiva è che la Russia è riluttante ad armare i talebani per timore che le sue attrezzature vengano utilizzate contro il Pakistan e/o trasferite a gruppi terroristici per lo stesso scopo, compromettendo così il faticosamente raggiunto riavvicinamento russo-pakistano degli ultimi anni. Qualora la Russia armasse i talebani durante le ostilità con il Pakistan, con armi letali o non letali (come droni di sorveglianza), ciò dimostrerebbe l’elevatissimo livello di minaccia che rappresenta per l’ISIS-K.

La Russia considera tale gruppo una minaccia diretta dopo l’attentato terroristico al Crocus City Hall della primavera del 2024, e anche una minaccia indiretta a causa del suo potenziale di destabilizzare gli alleati della Russia in Asia centrale, il che potrebbe portare a un’instabilità che si estende oltre il confine kazako in Russia o alla radicalizzazione di migranti potenzialmente a rischio. Di fatto, la Russia è stata il primo e finora unico Paese al mondo a riconoscere il ritorno al potere dei talebani, principalmente allo scopo di promuovere la cooperazione antiterrorismo contro l’ISIS-K, che può assumere diverse forme.

Non è emersa alcuna prova di trasferimenti di armi, tuttavia, l’accordo tecnico-militare siglato all’inizio della primavera riguardava ufficialmente solo la riparazione di attrezzature russe. Di fatto, l’Ufficio stampa delle Forze Armate pakistane non ha nemmeno tenuto una conferenza stampa su tali voci per quanto riguardarne la veridicità, figuriamoci per presentare presunte prove (anche se si trattasse di un drone russo catturato dall’Ucraina e spacciato per un drone talebano o utilizzato da uno dei suoi alleati designati come terroristi in Pakistan). Questo la dice lunga.

Sebbene esistano delle eccezioni, gran parte dei media pakistani e molti influencer residenti nel paese sono oggi sotto l’influenza o addirittura il controllo clandestino di quello che viene definito “l’establishment”, ovvero le potenti comunità militari e di intelligence. Questa struttura di potere ha facilitato il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, che ora languisce in prigione con accuse di natura politica, a seguito del quale il Pakistan è diventato una dittatura militare non ufficiale.

Stando così le cose, la probabilità che così tanti di loro vengano casualmente fuorviati da notizie infondate, arrivando a criticare, provocare e persino mentire apertamente sulla Russia a causa di false percezioni della sua politica nei confronti della guerra non dichiarata tra Afghanistan e Pakistan e della questione della vendita di armi ai talebani, è molto bassa. Piuttosto, ciò che sembra stia accadendo è un’operazione di guerra informativa contro la Russia, condotta dai media e dagli influencer pakistani approvati dall’establishment, forse in vista di un importante cambiamento di politica.

Potrebbe trattarsi della dichiarazione del Pakistan di voler armare l’Ucraina con il falso pretesto di “vendicarsi” della Russia per aver presumibilmente armato i talebani contro di essa, oppure della possibile imminente comparsa di prove che dimostrino che il Pakistan lo sta già facendo silenziosamente, nonostante la Russia avesse affermato lo scorso anno il contrario. Potrebbe anche trattarsi semplicemente di una “pressione psicologica” volta a “dissuadere” la Russia dall’armare i talebani. In ogni caso, è un atteggiamento estremamente ostile e si spera che si concluda presto prima che danneggi ulteriormente i rapporti tra i popoli.

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Come potrebbe cambiare la percezione della minaccia da parte della Russia nei confronti del Pakistan se quest’ultima armasse l’Ucraina?

Andrew Korybko6 ottobre
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L’unico che trarrebbe vantaggio da una divisione violenta della Russia e del Pakistan come questa sarebbe gli Stati Uniti.

Quella che sembra essere una nascente guerra di informazione pakistana contro la Russia per i suoi legami con i talebani, di cui si è parlato più approfonditamente qui e che si basa sulle loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan, di cui si è parlato qui , ha suscitato preoccupazione tra gli osservatori riguardo alle reali motivazioni di questa tendenza. Una possibilità è che serva a giustificare l’armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan “per vendetta”. Il Pakistan potrebbe credere davvero che la Russia abbia armato per prima i talebani contro di lui, oppure potrebbe esserne (o esserne già stato?) convinto dagli Stati Uniti.

Comunque si evolva, la situazione aumenterà la percezione di minaccia da parte della Russia nei confronti del Pakistan, le cui conseguenze saranno previste dopo aver illustrato al lettore l’attuale percezione di minaccia da parte della Russia nei confronti del Pakistan. Ciò si evince dall’articolo pubblicato dal Segretario del Consiglio di Sicurezza Sergey Shoigu su un importante quotidiano pubblico lo scorso agosto, da quanto lui e il Segretario alla Difesa Andrey Belousov hanno dichiarato separatamente all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a maggio, e da quanto affermato dal Ministro degli Esteri Sergey Lavrov a luglio.

Nel suddetto ordine, Shoigu ha messo in guardia contro il flusso di terroristi in Afghanistan e il possibile ritorno di infrastrutture militari occidentali nella regione; lui e Belousov hanno ribadito il secondo punto, e Lavrov ha avvertito che l’Ucraina sta inviando armi e munizioni all’ISIS-K in Afghanistan. Lavrov ha inoltre ribadito quanto Shoigu e Belousov avevano già affermato separatamente all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a maggio, durante il suo recente intervento alle ultime Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutesi all’inizio di questa settimana.

L’allusione, fortemente sottintesa, è che armi, munizioni e terroristi dell’ISIS-K potrebbero realisticamente entrare in Afghanistan solo dal Pakistan. Allo stesso modo, anche le infrastrutture militari occidentali potrebbero tornare nella regione solo dal Pakistan, sia che gli Stati Uniti vi si dispieghino formalmente un giorno (magari perseguendo l’ obiettivo ripetutamente dichiarato da Trump di riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram a Kabul) sia che ne transitino lo spazio aereo per penetrare ulteriormente nel territorio. Nonostante questa percezione di minaccia, la Russia mantiene rapporti cordiali con il Pakistan, sperando in un futuro migliore.

Se il Pakistan dichiarasse di voler armare l’Ucraina, o se emergessero prove inconfutabili del fatto che lo stia già facendo in silenzio, la Russia probabilmente riconsidererebbe la guerra afghano-pakistana come un mezzo per rafforzare il fianco meridionale del ” cordone sanitario ” statunitense attorno alla Russia. Questa rete emergente, che si estende su tutta l’Eurasia, va dal blocco vichingo guidato dalla Svezia nell’Artico-Baltico, alla Germania e alla Polonia nell’Europa centrale, alle ambizioni neo-ottomane della Turchia nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, fino al Giappone nell’Asia nord-orientale.

Di conseguenza, se il Pakistan armasse l’Ucraina, la Russia potrebbe temere che una possibile subordinazione dell’Afghanistan da parte del Pakistan possa consentire a questo “principale alleato non NATO” e alleato della Turchia di trasformare la ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan ( PAKAFUZ ) in un corridoio logistico militare a duplice uso della NATO, guidato dal Pakistan, verso l’Asia centrale. Questo corridoio nord-sud andrebbe quindi a integrare quello est-ovest guidato dalla Turchia, noto come “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ), annunciato nell’agosto 2025.

Basti dire che, sebbene la Russia non sia riuscita a impedire al TRIPP di svolgere questo ruolo a causa della defezione dell’Armenia, potrebbe comunque credere di poter impedire al PAKAFUZ di integrarlo, contribuendo a scongiurare la subordinazione dell’Afghanistan al Pakistan. Ciò potrebbe portare a che le notizie, attualmente infondate, secondo cui la Russia starebbe armando i talebani, per non parlare dell’intento di utilizzare tali equipaggiamenti contro il Pakistan, diventino un fatto compiuto. L’unico che trarrebbe vantaggio da una divisione violenta tra Russia e Pakistan come questa sarebbero gli Stati Uniti.

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Il Washington Post ha dato ragione agli avvertimenti di SVR sulle minacce agli Stati Uniti provenienti dai cartelli legati all’Ucraina.

Andrew Korybko7 ottobre
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Si prevede pertanto che la condivisione da parte della “Legione Straniera” delle proprie competenze in materia di droni con i cartelli e tutti gli altri attori non statali che rappresentano una minaccia segua l’esempio dei mujaheddin afghani che radicalizzano i musulmani, diventando così l’ultima tappa nella rapida evoluzione delle minacce non convenzionali per il mondo.

Il Servizio di intelligence estera russo (SVR) aveva avvertito durante l’estate che l’Ucraina stava intensificando i suoi legami con i più grandi cartelli della droga messicani e, poco dopo, aveva anche avvertito che le agenzie di intelligence occidentali avrebbero potuto colludere con l’Ucraina per implicare disonestamente la Russia in questa vicenda attraverso false prove. All’epoca, l’Occidente aveva liquidato con noncuranza questi avvertimenti, ma il mese scorso il Washington Post ha dato ragione all’SVR in un articolo intitolato ” I cartelli della droga stanno facendo progressi allarmanti nell’uso dei droni, avverte una valutazione statunitense “.

Secondo una valutazione interna del governo, da loro citata, “i cartelli messicani hanno intensificato l’uso del denaro e della coercizione per reclutare persone, principalmente dalla Colombia, rientrate dall’Ucraina e che hanno cercato di inviare lì i propri ‘affiliati’… Si prevede che le competenze e le tattiche acquisite durante il servizio militare in Ucraina saranno messe in pratica dai cartelli nei prossimi mesi”. Trump, non a caso, ha definito i cartelli “l’ISIS dell’emisfero occidentale” nel suo ultimo discorso alle Nazioni Unite.

È inoltre rilevante notare che un giornalista francese nel Donbass ha stimato all’inizio dell’anno che poco meno di 2.000 colombiani combattono a fianco dell’Ucraina, mentre la Fondazione per la Cultura Strategica russa ha citato la stima di Olga Reshetilova, difensore civico militare ucraino, risalente ad agosto, che parla di oltre 4.500 colombiani. Indipendentemente dal numero reale, ciò che conta è che un numero significativo di colombiani sta acquisendo competenze nell’utilizzo dei droni, competenze che alcuni di loro trasferiscono poi a quello che viene definito “l’ISIS dell’emisfero occidentale”.

Le implicazioni sono molteplici. La prima è che l’avvertimento di SVR era assolutamente corretto, ripristinando così la sua credibilità dopo che alcuni dei suoi precedenti rapporti sull’Ucraina (come quelli documentati qui ) non si erano concretizzati in passato per svariati motivi, sia per la fragilità delle informazioni che per una loro possibile contraddizione. In secondo luogo, la “Legione Straniera” ucraina è ora riconosciuta come il principale campo di addestramento per la guerra con i droni dell'”ISIS dell’emisfero occidentale”, che rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti e continuerà a esserlo a meno che non venga smantellata.

In secondo luogo, gli Stati Uniti stessi hanno inavvertitamente contribuito a quanto sopra con la continua vendita di droni e la fornitura di informazioni di intelligence all’Ucraina, mentre la loro “Legione straniera”, a cui partecipano opportunisti e “affiliati” dei cartelli, rimane operativa, ottimizzando così il loro addestramento. In quarto luogo, la minaccia che l’esperienza con i droni acquisita dall’Ucraina, “dell’ISIS dell’emisfero occidentale”, rappresenta per gli Stati Uniti, rende necessaria la creazione di un “muro di droni” lungo il confine con il Messico, che potrebbe essere modellato su quello previsto dalla NATO e dalla Russia .

Infine, la minaccia rappresentata dai membri dei cartelli con base negli Stati Uniti che utilizzano droni per la criminalità organizzata e/o il terrorismo è impossibile da neutralizzare completamente, quindi gli americani dovrebbero prepararsi a questa eventualità, proprio come gli europei dovrebbero prepararsi alla stessa minaccia rappresentata dai veterani ucraini traumatizzati . Il vaso di Pandora è quindi già stato aperto dalla “Legione Straniera” ucraina per quanto riguarda le minacce veicolate dai droni, così come era stato aperto in precedenza dai mujaheddin afghani negli anni ’80 per quanto riguarda le minacce islamiste radicali.

La condivisione da parte della “Legione Straniera” delle proprie competenze in materia di droni con i cartelli e tutti gli altri attori non statali minacciosi dovrebbe quindi seguire l’esempio dei mujaheddin afghani che radicalizzano i musulmani, diventando così l’ultima tappa nella rapida evoluzione delle minacce non convenzionali per il mondo. Entrambi gli eventi erano prevedibili e, sia che l’obiettivo miope di infliggere una sconfitta strategica a Mosca a tutti i costi abbia accecato i decisori, sia che questi desiderassero cinicamente che ciò accadesse, erano comunque del tutto evitabili.

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Chiarimenti su sette punti importanti relativi alla politica russa in Asia meridionale.

Andrew Korybko7 ottobre
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In questo momento delicato delle relazioni russo-pakistane, è urgentemente necessario un dialogo diplomatico e tra esperti, non ulteriore isteria sui social media.

False percezioni, supposizioni infondate e persino vere e proprie menzogne ​​sulla politica russa stanno circolando a macchia d’olio sui social media pakistani a causa dell’isteria artificialmente creata sui legami della Russia con i talebani, basata sull’affermazione infondata che la Russia li stia armando contro il Pakistan. C’è anche una rabbia palpabile per le posizioni diametralmente opposte di Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani, espresse durante l’ottavo incontro delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan.

Se non affrontata, la percezione positiva che il Pakistan ha della Russia, plasmata dal riavvicinamento tra i due Paesi, potrebbe capovolgersi, rischiando così che torni a considerarla uno Stato ostile. Tutto il duro lavoro svolto negli ultimi dieci anni dai diplomatici e dai membri della società civile pakistana, compresi esperti e giornalisti, per migliorare i rapporti tra i popoli, risulterebbe vano. È proprio con l’intento di scongiurare questo scenario peggiore che verranno ora chiariti sette punti importanti sulla politica russa in Asia meridionale:

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* Legami militari russo-afghani

Non sono ancora emerse prove che dimostrino che la Russia abbia armato i talebani; l’accordo tecnico-militare siglato questa primavera riguarda ufficialmente solo la riparazione di equipaggiamenti russi. Ciononostante, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha recentemente dichiarato che rafforzare le capacità antiterrorismo dei talebani è nell’interesse di tutti, e ha affermato che ciò potrebbe concretizzarsi in assistenza materiale. Il contesto è che la Russia considera i talebani il baluardo più efficace contro l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale.

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* I legami dei talebani con i terroristi

La Russia aveva già lanciato un allarme sui gruppi terroristici in Afghanistan, in particolare l’ISIS-K, ma non ritiene che i talebani siano in combutta con loro. Per quanto riguarda il TTP (“Talebani pakistani”), la Russia lo considera un gruppo terroristico, ma non comprende appieno i suoi legami con i talebani. La Russia riconosce le affermazioni del Pakistan secondo cui il TTP agisce come milizia dei talebani, e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui non ha ancora armato i talebani contro l’ISIS-K, ma non ritiene che ciò escluda i talebani come partner nella lotta contro l’ISIS-K.

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* La guerra afghano-pakistana

La Russia riconosce le accuse reciproche di sostegno ai terroristi, senza tuttavia appoggiare nessuna delle due parti, e condanna tutti gli attacchi terroristici, ma chiede una cessazione urgente delle ostilità affinché la diplomazia possa avere un’altra possibilità di risolvere le cause profonde del conflitto. Alcuni potrebbero comprensibilmente considerare questo atteggiamento idealistico, ma si basa sulla percezione russa di questo conflitto come una questione tra Stati, data la sua ufficiale ammissione dei talebani, e questo è il suo approccio standard a conflitti di questo tipo.

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* La visione regionale della Russia

La Russia prevede che l’Afghanistan faciliti la cooperazione energetica e gli scambi commerciali con il Pakistan. Desidera inoltre aiutare il Pakistan a liberare il suo potenziale economico attraverso accordi energetici e la modernizzazione delle infrastrutture. In caso di successo, la Russia spera che Pakistan e India possano raggiungere un compromesso sulla questione del Kashmir, in modo da poter estendere questo corridoio terrestre verso l’India, a vantaggio di tutti. Il perseguimento di questa visione si inserisce nel contesto del riconoscimento dei talebani da parte della Russia, del riavvicinamento con il Pakistan e del partenariato strategico con l’India.

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* Il conflitto del Kashmir

La Russia appoggia senza riserve l’India, ma, proprio come nel caso della guerra afghano-pakistana, auspica che questo conflitto venga risolto per via diplomatica anziché militare. Il Cremlino si è offerto di mediare qualora entrambe le parti lo richiedessero, sebbene questa proposta abbia suscitato il malcontento di alcuni indiani. Questi ultimi sono stati inoltre turbati dalla copertura mediatica, ritenuta “troppo neutrale” dai principali organi di informazione internazionali finanziati con fondi pubblici, degli scontri indo-pakistani della primavera del 2025, dato che la Russia è un partner strategico speciale e privilegiato dell’India.

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* I legami militari dell’India con gli Stati Uniti

La Russia non considera problematici i crescenti legami militari tra India e Stati Uniti, poiché l’India ha assicurato alla Russia che non ospiterà basi o forze statunitensi, né che questa tendenza andrà a scapito del loro partenariato strategico, che continua a diversificarsi allontanandosi dalla sua centralità militare. La cosa più importante per la Russia è che questi legami non destabilizzino la regione nel suo complesso, ad esempio se l’India si sottomettesse agli Stati Uniti come suo alleato regionale. Tuttavia, l’India attribuisce grande importanza alla propria autonomia strategica, quindi non lo farebbe mai.

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* I legami militari del Pakistan con gli Stati Uniti

La Russia accetta i legami militari decennali tra Pakistan e Stati Uniti come una costante regionale, così come il Pakistan accetta i suoi analoghi legami con l’India, ed entrambi hanno tacitamente concordato di non ostacolare l’espansione delle relazioni bilaterali. Ciononostante, la Russia ritiene che i legami militari tra Pakistan e Stati Uniti abbiano in passato destabilizzato l’intera regione, e Lavrov ha recentemente lasciato intendere che il ritorno delle basi statunitensi in Pakistan o il ripristino dei diritti di sorvolo dei droni sull’Afghanistan rappresenterebbero un problema. La Russia auspica che ciò non accada.

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In sintesi, la Russia ha finalmente superato i persistenti pregiudizi di epoca sovietica nei confronti del Pakistan e dei talebani, intraprendendo coraggiosamente un percorso di riavvicinamento con entrambi gli ex avversari. Il primo di questi riavvicinamenti ha suscitato preoccupazione in alcuni paesi indiani nel corso dell’ultimo decennio, mentre il secondo ha ora suscitato lo stesso in Pakistan. Le loro preoccupazioni sono riconosciute, ma la Russia crede sinceramente di star attuando un delicato equilibrio nella regione, senza puntare il dito contro nessuno, e non desidera che questi paesi reagiscano in modo eccessivo.

La proliferazione di notizie false sul suo delicato equilibrio regionale rischia di essere sfruttata, sia da fazioni all’interno di alcuni governi dei suoi partner, sia dagli Stati Uniti, per giustificare falsamente politiche ostili che potrebbero compromettere i loro rapporti. Ad esempio, il Pakistan potrebbe ipoteticamente armare l’Ucraina con il falso pretesto di “vendetta” per il presunto armamento dei talebani da parte della Russia, come discusso in precedenza . In questo momento delicato delle relazioni bilaterali, è urgente un dialogo diplomatico e tra esperti, non ulteriore isteria sui social media.

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La Russia ha lasciato intendere come potrebbe essere un accordo di de-escalation tra Afghanistan e Pakistan.

Andrew Korybko8 ottobre
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Ciò si può dedurre da un’interpretazione ragionevole delle osservazioni di Lavrov, sulla base di quelle di Kabulov.

“ Russia e Pakistan hanno visioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani ”, come rivelato dalle dichiarazioni pubbliche dei loro rappresentanti all’ottava edizione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, concluse per la prima volta senza una dichiarazione congiunta. Il rappresentante speciale di Putin per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, ha spiegato che “i nostri colleghi afghani hanno ritenuto che quest’anno, nel testo [della bozza di dichiarazione congiunta], l’Afghanistan venisse menzionato troppo spesso in un contesto terroristico”.

Ha poi aggiunto: “A dire il vero, questo ci ha sorpreso, perché la stessa formulazione e le stesse espressioni erano state utilizzate nel testo dell’anno scorso, dopo il settimo incontro. Tuttavia, gli afghani ritengono che la situazione nelle relazioni bilaterali sia cambiata da allora, e quest’anno questa dichiarazione è inaccettabile”. Kabulov ha concluso ribadendo che una dichiarazione congiunta non è necessaria per proseguire i lavori del formato e ricordando a tutti che “non si tratta comunque di una piattaforma per la risoluzione dei disaccordi bilaterali”.

Si può quindi intuire che le obiezioni dei talebani fossero dovute alla loro convinzione che accettare tale linguaggio nel contesto della guerra afghano-pakistana avrebbe legittimato la causa di Islamabad, con tutto ciò che ne consegue in termini di delegittimazione degli attacchi talebani, che vengono presentati come rappresaglie a un’aggressione non provocata. Per completezza, il Pakistan accusa i talebani di finanziare i “Talebani pakistani” (TTP), mentre i talebani accusano il Pakistan di finanziare l’ISIS-K. È importante tenere presente questo aspetto prima di procedere con la parte successiva.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha poi dichiarato separatamente che “l’Afghanistan e il Pakistan sono attualmente impegnati in un confronto piuttosto serio perché lo Stato Islamico gestisce una sua propaggine che chiama la sua filiale pakistana. Si tratta di un gruppo destabilizzante che compie incursioni terroristiche in Afghanistan e Pakistan. Forse, la lezione principale che possiamo trarre da questa situazione è che i Paesi esterni alla regione dovrebbero smettere di intromettersi negli sviluppi di questo spazio geopolitico”. Ha anche menzionato le origini dell’ISIS nella guerra in Iraq.

Il fatto che lui attribuisca la guerra afghano-pakistana all’ISIS implica che il Pakistan potrebbe reinterpretare gli attacchi del TTP, che cita come base per quelle che definisce rappresaglie antiterrorismo contro i talebani, come attacchi dell’ISIS, al fine di promuovere un compromesso diplomatico-sicuritario con i talebani. Entrambe le parti potrebbero quindi smettere di accusarsi a vicenda di sostenere i terroristi se il Pakistan reinterpretasse il TTP come la branca pakistana dell’ISIS, dopodiché si potrebbero attuare pattuglie di confine congiunte, insieme all’accelerazione della costruzione della recinzione di confine .

Nel tentativo di porre fine agli attacchi terroristici transfrontalieri, di cui entrambe le parti si accusano a vicenda, i talebani potrebbero tacitamente scendere a compromessi sul loro rifiuto di riconoscere la Linea Durand, mentre il Pakistan, in cambio, si impegnerebbe a ripristinare i legami politici e commerciali con loro. Se in seguito i talebani riconoscessero formalmente la Linea Durand, il Pakistan riconoscerebbe formalmente anche i talebani. Nel frattempo, una reciproca de-escalation, pattuglie di confine congiunte e la normalizzazione politica potrebbero consentire la ripresa dei lavori sulla ferrovia transafghana.

La visione regionale della Russia prevede che il suddetto progetto colleghi la Russia all’India, ma il primo passo è porre fine alla guerra afghano-pakistana, il che richiede compromessi reciproci. La mediazione di Mosca è impossibile senza l’accordo di entrambe le parti, da qui l’importanza di presentare informalmente questa proposta attraverso un’interpretazione ragionevole delle osservazioni di Lavrov, tenendo conto anche delle precedenti dichiarazioni di Kabulov. Ora spetta ai leader di entrambe le parti valutare se valga la pena perseguire questa proposta con la mediazione della Russia.

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Korybko a Kamran Yousaf: il Pakistan dovrebbe rispondere ai sospetti della Russia sui suoi legami con l’ISIS-K

Andrew Korybko12 ottobre
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Per essere chiari, gli alti funzionari russi si sono limitati a lasciarsi intendere fortemente che il Pakistan non lo stesse accusando direttamente, e la Russia non sta armando i talebani (tanto meno contro il Pakistan).

Kamran Yousaf, corrispondente senior per gli affari esteri dell’Express Tribune, ha pubblicato un articolo intitolato ” La scommessa della Russia con i talebani “. Ha ricordato il contesto recente a cui il suo collega Imtiaz Gul aveva fatto riferimento in un suo articolo su questo argomento più ampio, pubblicato due giorni prima (e a cui si è risposto qui ), riguardo alle posizioni diametralmente opposte di Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani, espresse durante l’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan. Yousaf ha poi cercato di spiegare il riavvicinamento della Russia ai talebani.

Ha giustamente osservato che “Mosca vuole preservare la propria influenza in Afghanistan, impedire che l’instabilità si diffonda in Asia centrale e contenere la minaccia rappresentata dall’ISIS. Vuole inoltre limitare la prospettiva di una rinnovata influenza militare occidentale nella regione”. Funzionari russi lo hanno affermato esplicitamente. Yousaf ha poi citato alcune delle speculazioni che circolano in Pakistan a riguardo. Secondo lui, ciò “potrebbe in parte riflettere il desiderio di contrastare l’influenza storica del Pakistan in Afghanistan”.

Ha proseguito: “Islamabad ha sviluppato legami più stretti con l’amministrazione Trump, mentre l’ accordo di difesa congiunta della Mecca con l’Arabia Saudita e la Turchia ha aggiunto un’ulteriore dimensione alle sue relazioni strategiche. Alcuni osservatori ipotizzano che Mosca possa guardare a questi sviluppi con sospetto, soprattutto se ritiene che il Pakistan si stia avvicinando a Washington o stia entrando a far parte di un accordo di sicurezza regionale che potrebbe ledere gli interessi russi”. Yousaf ha concluso ribadendo la politica pakistana.

A suo dire, “Per il Pakistan, la preoccupazione è semplice: un maggiore impegno regionale con Kabul potrebbe ridurre la pressione sui talebani affinché agiscano contro il TTP. Islamabad sostiene che il dialogo debba produrre azioni verificabili contro i gruppi che lanciano attacchi all’interno del Pakistan”. Ironicamente, questo è identico all’approccio dell’India nei confronti dei legami di altri Paesi con il Pakistan, che secondo l’India riducono la pressione sul Pakistan affinché agisca contro i gruppi armati che sostiene all’interno del Paese. Questo è un aspetto su cui i responsabili politici pakistani dovrebbero riflettere.

Per quanto riguarda i due presunti motivi alla base dei crescenti legami tra Russia e talebani, le fonti pakistane anonime (presumibilmente esperti e/o funzionari) citate non potrebbero essere più in errore, dato che alla Russia non interessa contrastare l’influenza del Pakistan in Afghanistan e non percepisce il Patto della Mecca come una minaccia . Ciò di cui Yousaf e le sue fonti dovrebbero essere consapevoli, tuttavia, è la latente percezione di minaccia che la Russia nutre nei confronti del Pakistan, come espresso dal Segretario del Consiglio di Sicurezza , dal Ministro della Difesa e dal Ministro degli Esteri pakistani .

Le loro osservazioni sono state citate qui , e a loro volta sono state riportate nella precedente risposta a Gul; in sostanza, il Pakistan starebbe agevolando il flusso di armi e terroristi verso l’Afghanistan, insieme al possibile ritorno di infrastrutture militari occidentali nella regione. Nulla di tutto ciò potrebbe realisticamente essere agevolato dalle Repubbliche dell’Asia centrale, dalla Cina o dall’Iran. Per essere chiari, questi funzionari russi si sono limitati a insinuare fortemente tale affermazione, senza accusare direttamente il Pakistan, e la Russia non sta armando i talebani (tanto meno contro il Pakistan).

Comunque sia, il Pakistan dovrebbe affrontare questi sospetti chiaramente espressi, altrimenti rischia di perdere la fiducia della Russia col tempo. Yousaf aveva ragione quando affermava che “Mosca ha pochi motivi per abbandonare la sua più ampia relazione con il Pakistan” a causa delle divergenze sui talebani, ma ha anche poco da perdere se è il Pakistan ad abbandonarla. Lo stesso si può dire del Pakistan. Pertanto, non si può escludere che il Pakistan possa sacrificare i suoi legami con la Russia su questa questione, sia per dare una dimostrazione di forza sia per soddisfare gli interessi del suo alleato statunitense.

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La spaccatura si trasforma in frattura: la delegazione ucraina batte la città dopo il decreto di Don sul diesel, di Simplicius

La spaccatura si trasforma in frattura: la delegazione ucraina batte la città dopo il decreto di Don sul diesel

Simplicius 10 ottobre
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La catastrofe si è abbattuta sulle relazioni ucraino-americane proprio in un momento che avrebbe dovuto rappresentare una svolta negli sforzi di pace per porre fine alla guerra. Non appena una delegazione inviata da Zelensky è atterrata a Miami per un incontro privato con i principali esponenti di Trump, Kushner e Witkoff, il padrino in persona ha fatto un annuncio sorprendente: il divieto sul diesel russo verrà revocato.

E il motivo per cui Zelensky ha digrignato i denti con le sue capsule d’oro è stato il rifiuto del capo ucraino di obbedire alle richieste del Don di interrompere gli attacchi contro i siti petroliferi russi, almeno secondo Axios.

Axios: Trump ha concluso un accordo sul gasolio con la Russia dopo che il presidente Zelensky ha ignorato una mezza dozzina di richieste statunitensi di cessare gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe, ha affermato un funzionario statunitense.

“Zelensky sta interpretando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta erodendo il buon rapporto che si è costruito con Trump negli ultimi sei mesi”, ha affermato il funzionario.


Zelensky si è offerto di fermare gli attacchi se la Russia avesse interrotto gli attacchi alle centrali elettriche ucraine. Ma Trump voleva che l’Ucraina interrompesse gli attacchi unilateralmente, attribuendo la colpa degli attacchi agli alti prezzi del gas negli Stati Uniti e sostenendo che non fossero equivalenti agli attacchi russi alla rete elettrica ucraina.

La giustificazione svela un putrido gioco di doppi giochi: i fallimenti di Trump in Iran hanno portato a problemi economici negli Stati Uniti che ora minacciano le elezioni di medio termine. Per riscattare una follia, Trump è costretto a bruciare i ponti con Kiev – e non è un gioco di parole – rivelando ancora una volta la politica estera americana imprevedibile, instabile e ipocrita, sulla quale nessun paese al mondo può contare.

Come scrive ZH :

Sono le elezioni di metà mandato, stupido!

Perché bruciare tanta benevolenza con Kiev per nove giorni di gasolio? Perché sono i prezzi del carburante a influenzare le votazioni. Gli economisti politici di Goldman Sachs, Alec Phillips e Abhay Duggirala, hanno scritto nel loro ultimo US Election Monitor che ” I prezzi della benzina e le votazioni generiche democratiche si sono mossi insieme quest’anno”. – Il vantaggio dei Democratici si è ampliato gradualmente dopo l’impennata del prezzo della benzina all’inizio della guerra con l’Iran. I Democratici ora sono in vantaggio nel sondaggio generico con una media di 8,9 punti percentuali, e “l’inflazione e l’economia sono le principali preoccupazioni degli elettori, e il gradimento netto di Trump su entrambi i fronti è profondamente negativo”.

Tornati nella sfarzosa Miami, l’incontro tra i membri della borgata si è fatto teso quando la notizia ha “colto di sorpresa” i luogotenenti di Zelensky, facendoli rivoltare lo stomaco come una partita avariata di gabagool, o gefilte fish, per così dire:

Rob Lee@RALee85 “Ma l’incontro è deragliato quando la squadra ucraina è stata colta di sorpresa dall’annuncio di Trump di aver raggiunto un accordo con il presidente russo Vladimir Putin per il rilascio di gasolio, secondo tre persone a conoscenza diretta dei colloqui. Durante l’incontro di Miami, gli inviati di Trump Steve… 11:42 · 10 ottobre 2026·78.700 visualizzazioni32 risposte·175 condivisioni·790 Mi piace

Peggio ancora, secondo il rapporto sopra citato, Kushner e Witkoff avrebbero esercitato pressioni sul team Z minacciando di interrompere ogni condivisione di informazioni di intelligence, il che avrebbe compromesso la capacità dell’Ucraina di neutralizzare i siti petroliferi russi.

Mark Ames@MarkAmesExiled L’Ucraina si affida all’intelligence satellitare statunitense per colpire le raffinerie russe che gli Stati Uniti non vogliono che l’Ucraina attacchi. Witkoff minaccia di tagliare gli aiuti statunitensi se l’Ucraina non smette di colpire le raffinerie. L’Ucraina risponde “Costringimi”, esce dalla riunione e colpisce un’altra raffineria russa, con l’aiuto di Trump. Rob Lee@RALee85″Ma l’incontro è deragliato quando la squadra ucraina è stata colta di sorpresa dall’annuncio di Trump di aver raggiunto un accordo con il russo Vladimir Putin per il rilascio di gasolio, secondo tre persone a conoscenza diretta dei colloqui. Durante l’incontro di Miami, gli inviati di Trump Steve11:56 · 10 ottobre 2026·23.400 visualizzazioni18 risposte·69 condivisioni·369 Mi piace

Per chi si stesse chiedendo il perché: non è perché i droni ucraini abbiano bisogno delle coordinate GPS delle raffinerie russe – quella è la parte facile. Il motivo è che necessitano del tracciamento satellitare in tempo reale dei radar russi attivi per poter pianificare una rotta di volo perfetta che aggiri la copertura radar.

Dopo essere rimasti stupiti dalla stazza dei dirigenti del team di Kushner, gli ucraini sarebbero fuggiti, con i rapporti ormai compromessi.

Quel funzionario ha aggiunto che la squadra ucraina ha interrotto anticipatamente il viaggio anziché tenere un secondo ciclo di colloqui sabato.

Zelensky è passato immediatamente all’attacco, criticando apertamente Trump per la prima volta e accusandolo di “debolezza” nei confronti della Russia:

Volodymyr Zelenskyj / Володимир Зеленський@ZelenskyyUa Il significato del permettere alla Russia di vendere prodotti petroliferi è stato chiarito in modo inequivocabile proprio ora a Kiev, quando, dopo ripetuti attacchi contro infrastrutture energetiche con i jet “shahed”, la Russia ha lanciato anche un attacco missilistico balistico. Alcuni missili sono stati intercettati. Ancora una volta… 11:58 · 10 ottobre 2026·366.000 visualizzazioni1.220 risposte·1.970 condivisioni·10.900 Mi piace

Secondo alcune fonti, i siti di tracciamento starebbero già monitorando le prime spedizioni di gasolio della “flotta ombra” russa dirette negli Stati Uniti continentali:

Considerato che la nave ha già attraversato l’intero Oceano Atlantico, è chiaro – se quanto sopra è corretto – che l’accordo era già in fase di negoziazione da tempo. Tuttavia, alcuni sostengono che in questa petroliera non si tratti di gasolio, bensì di fertilizzante, il cui trasporto era già stato autorizzato.

Come Trump, anche Putin può essere accusato di aver fatto passi indietro in modo piuttosto goffo, ma si suppone che sia tutto per una buona causa, quando si tratta di stringere l’Ucraina tra le crescenti relazioni tra Stati Uniti e Russia.

In definitiva, tuttavia, il nuovo accordo sembra più una trovata pubblicitaria e una pubblica critica a Zelensky da parte di Trump che altro. La quantità totale di gasolio da importare rappresenta una minima parte del fabbisogno statunitense e, almeno secondo gli esperti, non dovrebbe incidere in modo significativo sui prezzi alla pompa.

Con ogni probabilità, l’accordo è solo un’altra impulsiva e sconsiderata reazione di Trump, dettata più dall’ego che dalla crescente frustrazione per i propri fallimenti nella guerra con l’Iran e per la disobbedienza di Zelensky.

Ora Trump ha davvero messo il piede sul collo di Zelensky chiedendo apertamente che l’Ucraina abbia un nuovo presidente, in quella che sembra essere la rottura definitiva del rapporto con il capo di Bankova:

Incolpare Zelensky per le difficoltà che stanno affrontando gli “agricoltori e gli allevatori” americani è un nuovo punto più basso: pur di distogliere l’attenzione dal suo pantano iraniano, il debole Don farebbe qualsiasi cosa.

Ancora più interessante, nel video qui sopra Trump sembra lanciare un ultimatum a Zelensky: “Farebbe meglio a smetterla subito”. Zelensky, sempre pronto a sfidare le regole, ha già dichiarato la sua intenzione di continuare a colpire le raffinerie russe, quindi non possiamo che aspettarci uno scontro finale tra i due ex “partner” in un futuro non troppo lontano.

https://www.ukrinform.net/rubric-polytics/4173068-estonia-seeking-eu-debate-on-more-aid-to-ukraine-to-destroy-russian-oil-refineries-pm.html

Qui Zelensky implora gli Stati Uniti di bloccare l’economia russa e di permettere all’Ucraina di utilizzare Starlink in profondità nel territorio russo, in modo da poter controllare i cieli russi come “Israele ha fatto con l’Iran”:

Ora tutta l’attenzione si sposta su quanto a lungo un’Ucraina indifesa, con opzioni sempre più limitate e una cerchia di alleati ristretta, sarà in grado di resistere alla prolungata campagna invernale russa di attacchi alle infrastrutture.

A partire dalla scorsa settimana, la situazione a Kiev ha iniziato a peggiorare, con interruzioni quotidiane di corrente e dei servizi essenziali, e si prevedono ulteriori peggioramenti. Diversi esperti ucraini hanno analizzato la situazione:

Qui il direttore del Centro di ricerca energetica ucraino illustra il probabile piano invernale della Russia:

La Russia concentrerà i suoi attacchi invernali sulle sottostazioni ad alta tensione e sui centri di distribuzione al fine di interrompere l’erogazione di energia elettrica a Kiev, ha dichiarato Aleksandr Kharchenko, direttore del Centro di ricerca energetica.

Secondo lui, Kiev e Odessa sono particolarmente vulnerabili a causa della loro dipendenza dalle forniture di energia elettrica dall’estero. Nei momenti di picco della domanda, Kiev consuma fino al 15% dell’elettricità totale del paese.

Klitschko e altre figure chiave stanno esortando la popolazione ad abbandonare la capitale a causa del collasso dei servizi pubblici:

I residenti di Kiev e di altre città dovrebbero prepararsi al peggio e valutare la possibilità di trasferirsi fuori città, affittare appartamenti in periferia o andare a vivere con i genitori, a causa di potenziali problemi con i servizi essenziali.

Lo ha dichiarato il volontario Taras Chmut.

L’autorità energetica ufficiale Ukrenergo annuncia la demolizione degli impianti:

https://www.pravda.com.ua/eng/ news/2026/10/10/8057341/

Il più grande impianto metallurgico dell’Ucraina ha avviato una chiusura in seguito agli attacchi:

Il più grande impianto metallurgico dell’Ucraina, “ArcelorMittal”, ha avviato una completa interruzione della produzione e la messa in sicurezza delle sue strutture dopo quattro attacchi.

▪️La causa dell’interruzione sono quattro attacchi missilistici, che hanno provocato la morte di 6 operai, oltre 18 feriti e la cessazione della principale produzione metallurgica.
▪️Il processo di arresto a freddo richiederà circa 2 mesi. L’azienda prevede di riprendere le operazioni dopo la fine della guerra.
➖”Sulla base della nostra attuale valutazione, un funzionamento sicuro è impossibile finché la guerra continua”, ha affermato Mauro Longobardo, CEO dell’azienda.

Alla luce di tutto ciò, dopo i tristi sviluppi della giornata, Zelensky ha cercato conforto tra le braccia dei suoi salvatori-facilitatori europei, rifugiandosi immediatamente in telefonate con alti dirigenti e colleghi che gli hanno offerto consolazione sotto forma di ulteriore retorica vuota.

Una cosa diventa sempre più chiara: la guerra iraniana è entrata a pieno titolo nel contesto della policrisi globale, diventando un teatro interconnesso dell’espansione della “guerra mondiale” tra Est e Ovest. Le azioni dell’Iran, volte a prolungare la crisi di Hormuz, influenzeranno sempre più la risoluzione di tutti gli altri fronti, man mano che l’economia globale si troverà sotto crescente pressione, il che, in definitiva, conferirà all’Iran un potere negoziale senza precedenti. Lo stiamo constatando proprio ora, mentre gli attacchi degli Houthi colpiscono l’Arabia Saudita e l’Iran estende la sua zona di blocco per colpire navi molto più lontane dallo Stretto di Hormuz.

Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, la pazienza di Trump nei confronti di qualsiasi ostacolo si ridurrà sempre di più, mentre la risoluzione del conflitto ucraino potrebbe rappresentare un colpo di grazia decisivo per la sua campagna elettorale. Possiamo quindi aspettarci che Trump adotti una linea ancora più dura nei confronti di Zelensky, costringendolo a cedere alla Russia. Allo stesso tempo, è chiaro che Zelensky rimarrà irremovibile e si rifugerà tra le braccia di un’Europa compiacente, contribuendo così ad acuire la spaccatura tra i partiti politici in declino delle élite della vecchia Europa e gli Stati Uniti.

In entrambi i casi, per la Russia è una manna dal cielo, mentre per l’Ucraina si prospetta l’inverno più rigido di sempre.


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Dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio

Dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio

Discorso

Marco Rubio, Segretario di Stato

Il Pnyx

Atene, Grecia

7 ottobre 2026

Il neoconservatorismo di Marco Rubio nell’alveo di Donald Trump_Giuseppe Germinario

IL SEGRETARIO RUBIO:  Ci sono rovine maestose in tutto il mondo.  In molti casi, si tratta di luoghi in cui la storia sembra essersi esaurita: vestigia di culture lontane che sono ormai scomparse da tempo dalla memoria collettiva.

Ma l’Acropoli è diversa. 

Da migliaia di anni, la civiltà che ha costruito ciò che si erge alle mie spalle ha affascinato l’immaginario del mondo occidentale.  Generazioni di nostri statisti, artisti e filosofi hanno guardato a essa con meraviglia e con stupore.

Il tempo, però, tende ad offuscare i sensi: le grandi vittorie e le sconfitte catastrofiche sembrano  ridursi a semplici note a piè di pagina in un libro di testo, un altro fatto che i nostri scolari devono imparare a memoria per poi dimenticarlo.  Ma i Greci dell’antichità sembrano esercitare un fascino quasi mistico sulla nostra memoria.  Ci richiamano a sé, ancora e ancora. 

480 anni prima di Cristo, le armate di Serse giunsero in questa città e incendiarono i suoi santuari.  La maggior parte degli ateniesi si era ormai rifugiata in nave su un’isola vicina.  Ma c’era un piccolo gruppo di loro che si rifiutò di abbandonare la propria casa.  Così, si barricarono nella fortezza rocciosa dell’Acropoli per combattere una straordinaria ultima resistenza, lanciando enormi pietre giù dalle scogliere contro gli invasori persiani e tenendo a bada per giorni il più grande impero dell’epoca.  Alla fine furono sopraffatti.  I Persiani saccheggiarono i templi, bruciarono i santuari e rasero al suolo l’Acropoli, ma quando gli Ateniesi tornarono, raccolsero i resti frantumati della vecchia Acropoli e li seppellirono nella collina dove un tempo sorgeva.  E decenni dopo, sotto Pericle, eressero il Partenone.

Da allora, per 25 secoli, il Partenone è rimasto in piedi.  Imperi sono sorti e caduti alla sua ombra.  E i discendenti degli uomini che lo costruirono – i figli di Atene e di Roma – hanno portato con sé la loro civiltà fino ai confini della Terra.

Due secoli e mezzo dopo la fondazione della Repubblica americana, dall’altra parte del mondo rispetto al luogo in cui mi trovo ora – mi trovo qui oggi in qualità di Segretario di Stato di quella Repubblica e come pronipote dei coloni giunti nel Nuovo Mondo dalla Spagna – sono qui per testimoniare un debito che né il passare del tempo né la distanza spaziale potranno mai cancellare. 

La storia dell’America, la storia del mio Paese, è costellata di tracce dell’antichità.  La Grecia è letteralmente impressa nell’architettura del nostro governo: nelle imponenti colonne, nelle cupole e nei monumenti che costellano la nostra capitale.  La città in cui è nata la nostra Costituzione – Filadelfia – ha essa stessa un nome greco.

Gli uomini che hanno fondato il mio Paese erano affascinati dal patrimonio che abbiamo ereditato dal vostro.  Erano eccezionalmente colti in materia di storia – erano profondamente consapevoli del loro ruolo unico al suo interno – ma nessun’altra epoca del passato catturava la loro attenzione o la loro immaginazione proprio come l’antichità.  Moltissime persone rimangono sorprese nell’apprendere che l’autore più citato nei *Federalist Papers* non fosse un filosofo dell’Illuminismo né un teorico politico.  No, l’autore più citato nei *Federalist Papers* era Plutarco, il biografo greco dei grandi uomini della Grecia e di Roma.

Orbene, molto è stato scritto e detto sull’influenza dell’antica Grecia sulle idee dei Padri Fondatori americani – e, del resto, su tutti i filosofi e gli statisti occidentali che li hanno preceduti.  La maggior parte di noi conosce bene i fatti storici fondamentali.  Atene ci ha dato la democrazia.  Platone e Aristotele ci hanno dato la filosofia occidentale.  Le nostre idee di diritto, di virtù, di cittadinanza e di governo repubblicano hanno preso forma nelle città-stato greche.  Anche gran parte del nostro vocabolario politico – parole come democrazia, tirannia, la stessa parola “politica” – ha qui le sue origini.

Ora, tutto questo è vero.  Ma ciò che dobbiamo a questo luogo – come americani e come occidentali – è in realtà molto, molto più profondo.  Queste istituzioni e queste idee – queste istituzioni e queste idee erano l’espressione esteriore di qualità più fondamentali che riscontriamo negli antichi greci – qualità che non possono essere ridotte a nessun particolare sistema politico o teoria.

Qui, ad Atene, abbiamo trovato la prima piena realizzazione di tutti i tratti essenziali che avrebbero finito per definire l’Occidente: feroce individualità e ambizione implacabile; audace esplorazione e inventiva; un desiderio ardente di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria.  Un’insaziabile curiosità verso il mondo e i principi che lo regolano, una sete di conoscere i misteri della natura e di cogliere i segreti del cosmo.  Un’impazienza nei confronti del concetto di impossibilità, che si scontra con ogni confine e limite, sforzandosi di scrutare nelle profondità dell’ignoto.

Non si trattava semplicemente delle formule o dei precetti di una particolare scuola filosofica.  Erano la caratteristica distintiva di un popolo – espressa nelle sue tradizioni, nelle sue storie, nella sua immaginazione; nelle qualità che esigeva dai propri cittadini; nelle cose per cui viveva, combatteva e moriva.

Conoscerli significa conoscere noi stessi.

Ciò che sbocciò qui, in questo luogo, fu il desiderio occidentale di portare alla luce tutto ciò che l’ignoranza, l’oscurità e la distanza avevano tenuto nascosto alla mente dell’uomo.  I Greci non si sono limitati a plasmare la storia; i Greci ci hanno donato la storia stessa. Gran parte di ciò che sappiamo su molte civiltà antiche proviene quasi interamente dai resoconti di esploratori e storici greci, esploratori e storici che non si limitarono a raccontare le vicende del proprio popolo, ma si avventurarono oltre i confini per osservare e documentare le epopee di popoli e culture straniere in ogni angolo del mondo.

Mentre altri guardavano verso l’interno, i Greci furono i primi a rivolgere lo sguardo verso l’esterno, alla ricerca dell’emozione e della gloria di scoprire tutto ciò che era strano e nuovo.  Fu proprio questa caratteristica – fu proprio questa caratteristica – a spingere l’Occidente a creare e costruire cose che altri non erano in grado di realizzare, distinguendoci da tante altre culture e civiltà in cui la stabilità e la sussistenza rappresentavano i fini supremi della vita.

Ma non è solo l’ambizione di esplorare l’ignoto che ereditiamo dai Greci; è la convinzione che l’ignoto possa essere conosciuto.  La fiducia che il mondo possa essere esplorato, misurato, mappato e compreso – e che esista un ordine razionale nel cosmo, governato da determinate leggi fondamentali, leggi che gli uomini possono osservare e che la mente può arrivare a comprendere.

Questo è stato il fondamento della mentalità occidentale: la nostra matematica, la nostra scienza, la nostra medicina.  La nostra filosofia, la nostra etica e la nostra religione.  Ha spianato la strada affinché il Vangelo di Gesù Cristo trovasse terreno fertile in Europa e fiorisse nell’impero della cristianità. È stato il fondamento delle ricchezze della teologia cristiana – di Agostino e di Tommaso d’Aquino e dell’intera tradizione del diritto naturale.

Ha dato vita a una civiltà caratterizzata non solo da una cultura comune, ma anche da un’antropologia comune – una visione condivisa dell’uomo e del suo posto nell’universo.  I suoi discendenti avrebbero condiviso non solo l’idea di un ordine naturale, ma anche una concezione distintiva della virtù; del destino e della sorte; della verità, della bontà e della bellezza; di un codice che detta come gli uomini dovrebbero vivere; di standard oggettivi e ideali a cui aspirare.

Per i Greci dell’antichità, la ricerca dell’eccellenza era il principio stesso dell’esistenza umana.  Organizzavano tutta la vita civica attorno alla sfida, all’ambizione, alla competizione: nella filosofia e nella poesia, nella scultura e nel teatro, nell’atletica e nell’arte, nella guerra e nell’arte di governare.  La città greca classica era un’arena in cui i grandi uomini potevano mettersi alla prova e dimostrare il proprio valore, affinando il proprio potenziale attraverso una lotta perpetua – per essere i migliori, i più forti, i più belli, sforzandosi di avvicinarsi sempre di più alla perfezione.

Ora, so bene che alle orecchie moderne ciò che ho appena descritto, questo stile di vita, possa sembrare strano; possa persino sembrare crudele.  L’ideale di molte ideologie del nostro tempo è diventato, francamente, un mondo di perfetta sicurezza, privo di rischi o fallimenti, senza né la gloria della vittoria né la vergogna della sconfitta.  Troppo spesso, al giorno d’oggi, costruiamo al ribasso. Progettiamo i nostri standard per garantire che nessuno perda; ci preoccupiamo più del benessere dei peggiori che del potenziale dei migliori.  Teniamo in ostaggio le cose più eccezionali tra noi a favore della media, dell’ordinario, del mediocre.

Gli uomini che costruirono il Partenone puntarono in alto. Ritenevano che l’aspirazione più alta e nobile nella vita fosse quella di superare tutti gli altri, di sforzarsi di essere i migliori in ogni cosa.  Le antiche città-stato greche erano piene.  Erano piene di intensa passione, rivalità, faide e conflitti.  Ma proprio da quella costante lotta per distinguersi – proprio da quella nacque la grande fioritura dell’arte, della filosofia e dell’energia politica e intellettuale che avrebbe trasformato un insieme di città del Mediterraneo nella culla della più grande civiltà del mondo.

Il thumos, come lo chiamavano gli antichi greci – il fuoco della passione, della forza, del coraggio, dell’orgoglio – è il cuore di una grande civiltà.  E senza di esso?  Senza di esso, le nazioni perdono la volontà di combattere, la volontà di lottare, la volontà di sopravvivere. 

Oggi, gran parte dell’Occidente ha dimenticato questa qualità.  Col passare del tempo, noi occidentali abbiamo finito per vergognarci proprio di quelle cose che ci rendevano eccezionali.  Ci sentivamo in imbarazzo perché i nostri successi ci distinguevano dal resto del mondo.  La nostra prosperità è diventata in qualche modo fonte di senso di colpa.  Non credevamo più di meritare e di esserci guadagnati la nostra grandezza. 

La parola “nazionalismo” è diventata un termine dispregiativo.  E così abbiamo abbattuto i nostri monumenti; abbiamo condannato la nostra stessa storia.  E in troppi luoghi abbiamo insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei paesi che avrebbero ereditato.  Nel frattempo, abbiamo aperto le nostre frontiere, delocalizzato la nostra industria e permesso alle nostre forze armate di indebolirsi e decadere. 

E con il passare degli anni, sembrava che cedessimo sempre più la nostra sovranità, affidando le nostre decisioni a burocrazie globali ben al di là della nostra portata.

Ma altri erano fin troppo felici di colmare il vuoto che avevamo lasciato – il vuoto lasciato dalla nostra debolezza.  E mentre la fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e i suoi rivali diventavano sempre più assertivi, accumulando ricchezza e potere al posto nostro.

E ora, oggi, ci troviamo a un bivio.  Perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo.  La strada che intraprenderemo determinerà se l’Occidente manterrà il suo ruolo di leader mondiale o se si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino.  O scegliamo di agire ora, oppure perderemo del tutto la possibilità di agire.

Sotto la presidenza di Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta.  Abbiamo scelto di perseguire senza remore il potere nazionale: riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento strategiche, reindustrializzare la nostra economia, ricostruire la nostra difesa, lottare per il primato nelle tecnologie e nei settori del futuro. 

Abbiamo scelto di spingerci verso nuove frontiere: nella produzione avanzata e nella superintelligenza; nei droni, nelle armi e nella guerra; nei chip, nei minerali, nella sicurezza informatica e in ogni altro ambito delle possibilità umane.  Per liberare la nostra energia, ricostruire le nostre fabbriche, riportare i nostri astronauti sulla Luna e dare il via a una nuova era di esplorazione spaziale.

Nonostante tutti i loro nobili ideali, gli antichi greci non erano ingenui.  Comprendevano che le nazioni hanno dei propri interessi.  Comprendevano che l’arte di governare richiede prudenza e diplomazia, ma sapevano anche che richiede la capacità di ricorrere alla forza quando la prudenza e la diplomazia falliscono.  Comprendevano che il potere non richiede solo di disporre dei mezzi per difendersi, ma anche la credibilità di essere disposti a usarli.

Questa è la concezione classica della politica e dell’arte di governare che l’amministrazione Trump spera di recuperare – non solo per il nostro Paese, ma per l’intera nostra civiltà.

Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo letargo e riaccendere il fuoco che qui fu acceso millenni fa.

Ci sono già dei segnali.

In tutto il continente stiamo assistendo a quello che speriamo sia l’inizio di un cambiamento generazionale: un’impennata della spesa per la difesa, una raffica di nuove partnership e programmi, un’espansione del settore manifatturiero e produttivo, sulla scia degli storici impegni in materia di difesa assunti lo scorso anno all’Aia. 

La Grecia è stata al centro di questo cambiamento.  Il popolo di questa nazione ha dimostrato ancora una volta di essere un amico indispensabile sia per l’Europa che per gli Stati Uniti, su ogni tema, dall’energia alla migrazione alla difesa, ambiti in cui la Grecia si è dimostrata un alleato esemplare.

E speriamo davvero con tutto il cuore che tutta l’Europa segua il vostro esempio.

Sebbene le passioni possano, a volte, aver messo a dura prova i legami di affetto tra gli Stati Uniti e l’Europa, non dobbiamo permettere che li spezzino.  Insieme, dobbiamo rafforzare un’alleanza in grado di affrontare le minacce della nostra epoca.

E possiamo farlo.  Perché non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero.  Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia maggiore della somma delle sue parti.  È una visione che abbiamo visto in azione proprio il mese scorso, in un nuovo accordo senza precedenti tra gli Stati Uniti, la Danimarca e la Groenlandia – un accordo che ridisegnerà l’Artico e rafforzerà la sicurezza di tutta la NATO.  Tutti e tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori.  Tutta l’Europa – così come la NATO e gli Stati Uniti – ne è uscita più sicura, più forte e più protetta.

Vogliamo vincere insieme.  Dobbiamo vincere insieme.

Oggi è diventato di moda credere che una politica estera illuminata significhi dare la priorità alla comunità globale rispetto al proprio popolo.  E penso che anche in questo caso abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di sbagliato nella lealtà verso la propria nazione, né nulla di egoistico o di sbagliato nel lottare per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa. 

Credevano – con fervore – nell’ideale del grande uomo: quell’individuo eccezionale che raggiunge l’immortalità grazie alle proprie gesta.  Ma credevano anche che la gloria e la fama si conquistassero con l’impegno, il sacrificio e il raggiungimento di grandi risultati per qualcosa di più grande di sé stessi.  L’eroe ricorrente del mondo greco antico era l’uomo disposto a pagare qualsiasi prezzo per una causa degna della sua lealtà.

Lo vediamo in Socrate, che rifiutò di abbandonare la ricerca della verità anche a costo della propria vita.  Lo vediamo nella leggendaria resistenza dei 300 spartani – circondati e irrimediabilmente in inferiorità numerica rispetto ai vasti eserciti della Persia – che rifiutarono la possibilità di salvarsi, scegliendo di combattere fino all’ultimo uomo piuttosto che abbandonare la propria postazione o il proprio dovere.  E lo vediamo nel mito epico di Achille, al quale viene offerta la possibilità di tornare a casa e vivere una vita lunga e serena – ma che sceglie invece di rimanere a Troia e perire alla ricerca della gloria eterna.

Queste – queste sono le qualità che avrebbero plasmato l’immaginario morale occidentale.  Dal martire cristiano che rifiutò di tradire la propria fede al patriota che sacrificò la propria vita per la patria; da San Tommaso Moro alla battaglia di Alamo, fino alle immortali parole conclusive della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che recitano: «Ci impegniamo reciprocamente a mettere in gioco le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore».

È dai Greci che l’Occidente ha ereditato il proprio senso del dovere: una lealtà incrollabile al proprio codice, alla propria causa, alla propria patria.  I nostri eroi, gli eroi dell’Occidente, sono coloro che scelgono di rimanere fedeli al proprio dovere proprio quando farlo è più difficile e doloroso: l’uomo che è vincolato dalla propria parola, il soldato che non abbandona la propria postazione, il capitano, il proverbiale capitano, che affonda con la propria nave.

Si tratta di qualcosa di completamente diverso da ciò che vediamo, anche oggi, ad esempio, in fanatici come i mullah radicali dell’Iran, il cui culto della morte esalta i bambini kamikaze come eroi nazionali e dipinge il martirio come un fine a sé stesso.

I nostri eroi – i nostri eroi possono essere disposti a morire per la loro causa; ma i nostri eroi non venerano la morte.  È proprio perché diamo valore alla vita che arriviamo a riconoscere l’eroismo in coloro che preferiscono sacrificarla piuttosto che tradire i propri principi.  Ora, noi diamo per scontata la concezione occidentale di queste cose – eroismo, onore, dovere – le diamo per scontate.  Diamo per scontato che siano in qualche modo universali per tutti i popoli, in ogni tempo e in ogni luogo.  Ma non lo sono.  Sono il prodotto di un carattere ben definito, un carattere ben definito che è nato qui e ha plasmato l’intera storia della civiltà che ne è derivata.  Una civiltà che oggi dobbiamo combattere per difendere con la stessa passione dei nostri antenati.

Agli uomini che costruirono il Partenone succedettero gli architetti della cristianità europea, che eressero le cattedrali di Milano, Colonia e Firenze.  La ricerca del perfezionamento della forma umana che animava gli scultori dell’antica Grecia trovò una nuova espressione in Michelangelo.  La ricerca della struttura dell’universo intrapresa dai filosofi greci fu ereditata da Copernico, poi da Galileo, quindi da Keplero e infine da Newton.

La sete di nuove conoscenze: è proprio questa che ha dato origine alla prima spedizione intorno al mondo di Magellano, alla scoperta delle Americhe da parte di Colombo e, infine, al viaggio dell’Apollo 11 sulla Luna.  E le qualità che portarono Alessandro a conquistare l’intero mondo conosciuto si ritrovarono in Cesare, poi in Carlo Magno e in Cortés.

E in America, quella stessa tradizione si riscoprì in una veste nuova.  Una terra aperta e selvaggia divenne teatro di una grande rinascita dell’immaginario e dell’ambizione occidentali.  L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti si trasformò nello spirito della frontiera americana.  La civiltà di Atene e Roma trasformò una repubblica costiera agli albori in un impero continentale.

I più grandi americani di ogni generazione hanno portato con sé i tratti inconfondibili dei loro antenati: nati ad Atene, plasmati da Roma, battezzati nella cristianità, temprati nella fornace dell’Europa medievale, dotati del genio inglese per la libertà, e poi trasportati oltre l’Atlantico per rinascere sulle rive di un nuovo mondo. 

Insieme, dobbiamo ora riscoprire quello spirito.  Ci troviamo a un punto di svolta – un punto di svolta non solo nella storia della mia nazione, ma un punto di svolta per tutta la nostra civiltà. 

Le minacce che affrontiamo oggi sono reali proprio come lo erano sul palcoscenico drammatico dell’antichità.

Gli interessi nazionali non sono svaniti di fronte alle istituzioni internazionali.  La guerra non è scomparsa semplicemente perché noi preferivamo la pace.  Altri Stati hanno continuato ad armarsi, a cercare di esercitare la propria influenza, a contendersi territori, tecnologia, risorse, mercati, energia e potere.

E ora, c’è di nuovo la guerra.  C’è di nuovo una nuova rivalità tra le grandi potenze.  C’è di nuovo vulnerabilità, aggressività, terrorismo, un intero universo di nuove minacce e attacchi. 

Dobbiamo quindi ricostruire le nostre istituzioni e le nostre alleanze per affrontare insieme queste minacce, nella consapevolezza che lo scopo di tali strutture non è quello di abolire la sovranità delle nazioni che le compongono, bensì di difenderla.  E che le nazioni non devono necessariamente rinunciare alle loro identità specifiche per riconoscere i propri interessi comuni.

Abbiamo realizzato un modello in tal senso insieme ai nostri partner qui in Grecia.  Nei nostri partenariati in materia di difesa, nel settore dell’energia e della tecnologia, nella nostra ambizione comune di proteggere i confini dell’Europa dalle minacce della migrazione di massa.

La nostra amicizia risale agli anni più remoti della storia della mia nazione.  Quando nel 1821 la Grecia si ribellò per riconquistare la propria indipendenza dopo secoli di dominio ottomano, gli americani riconobbero in quella lotta qualcosa di familiare.  Tre anni dopo, il grande statista americano Daniel Webster tenne un famoso discorso al Congresso, contribuendo a portare la causa della rivoluzione greca all’attenzione dei rappresentanti della giovane repubblica americana.

E iniziò richiamando la loro attenzione su tutto ciò che li circondava.  Ecco cosa disse nel suo discorso: «Questa forma di governo libera, questa assemblea popolare… questa pratica del libero dibattito e della discussione pubblica, il confronto tra menti… persino l’edificio in cui ci riuniamo, queste colonne ben proporzionate, questa architettura ornata, tutto ci ricorda che la Grecia è esistita e che noi, come il resto dell’umanità, le siamo profondamente debitori.»

Quelle parole sono vere oggi come lo erano quando le pronunciò.  E tutti noi – non solo gli americani, ma anche gli europei e i nostri amici in tutto l’Occidente – dobbiamo reimparare le lezioni che i nostri antenati trassero da questo luogo e dalla sua storia.

La storia della Grecia – la storia della Grecia non ci offre solo uno scorcio – non ci offre uno scorcio delle nostre istituzioni nelle loro forme più antiche.  La storia della Grecia ci mostra un’immagine di noi stessi.

Ci dimostra che la nostra è l’eredità di grandi eroi e che dovremmo essere orgogliosi – dovremmo essere intensamente orgogliosi – delle nostre origini.  Dovremmo ammirare ciò che i nostri antenati hanno saputo creare da questa campagna.  La storia della nostra civiltà è la più grande storia che l’uomo abbia mai conosciuto.  Ed è iniziata proprio qui, con i primi uomini e le prime donne del West.  Da loro – proprio da loro – possiamo riscoprire le virtù, il coraggio e la forza necessari per affrontare i pericoli che ci attendono ai nostri giorni.

Grazie. 

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