German Foreign Policy: La svolta epocale dopo la svolta epocale…e altro
La svolta epocale dopo la svolta epocale
Intervista a Ingar Solty sulla militarizzazione della società tedesca, le sue cause e le sue conseguenze – e sulla necessità di una «svolta dopo la svolta».
31
Luglio
2026
German-foreign-policy.com ha parlato con Ingar Solty della militarizzazione della società tedesca e delle sue cause. Solty, esperto di politica di pace e sicurezza presso il Centro per l’analisi sociale e l’educazione politica della Fondazione Rosa Luxemburg a Berlino, non si limita a sottolineare come l’attuale corsa agli armamenti stia cambiando la vita quotidiana – ad esempio quella lavorativa di persone che improvvisamente, invece di automobili, devono costruire veicoli militari o prepararsi negli ospedali a curare migliaia di feriti di guerra. Solty descrive anche come il risentimento anti-russo venga nuovamente reso socialmente accettabile per creare un’immagine nemica e imporre una «svolta epocale interna» nelle menti delle persone. Descrive inoltre come l’attuale spostamento degli equilibri di potere globali stia portando alla fine del tradizionale predominio occidentale nel mondo – e come ciò, in combinazione con le crisi economiche, possa portare alla nascita di «paure epidemiche di declino sociale». Queste paure scatenano non di rado la tendenza a «comportarsi in modo aggressivo nei confronti degli altri, nei confronti del resto del mondo». Solty ritiene che una «svolta dopo la svolta» non solo sia necessaria, ma anche possibile.
german-foreign-policy.com: Nel suo libro “Innere Zeitenwende” lei descrive una profonda trasformazione della società tedesca, un nuovo orientamento verso gli armamenti e la guerra. In cosa consiste questo processo?
Ingar Solty: Ci sono alcune contraddizioni. Da un lato assistiamo a un riarmo giustificato con l’invasione russa dell’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Allo stesso tempo, però, sappiamo che il riarmo ha origini ben più remote. Non è reattivo e difensivo, bensì proattivo e offensivo. Nel mio libro dimostro che, dopo la guerra in Libia e la mancata partecipazione della Germania nel 2011, all’interno dell’establishment si è formato un consenso in materia di politica estera e di sicurezza che già allora mirava con determinazione a fornire un sostegno militare alla geopolitica imperiale. In sostanza, in due ondate – dopo la «svolta» di politica estera del 2013/14 e a partire dalla «svolta epocale» del febbraio 2022 – è stato annunciato e presentato come reattivo ciò che era già in atto da tempo in modo sistematico, ma che solo ora ha trovato una finestra di opportunità per essere attuato su questa scala.
D’altra parte, l’attuazione di questi piani avviene in una situazione storica particolare. Sul piano economico, ci troviamo di fronte a una trasformazione bloccata in Germania e nell’UE: il fallimento dell’elettrificazione dell’economia tedesca e, di conseguenza, europea e, in questo contesto, una crisi del modello di esportazione tedesco. In realtà, i grandi gruppi industriali tedeschi volevano conquistare sia il mercato statunitense che quello cinese attraverso un maggiore sfruttamento interno. Ora l’UE si trova in una morsa: da un lato la politica tariffaria protezionistica degli Stati Uniti nei confronti dell’area dell’euro, dall’altro il recupero e l’ipercompetitività della Cina, proprio nel settore dell’alta tecnologia.
In questa situazione non solo si aggravano ulteriormente lo sfruttamento e la lotta di classe imposta dall’alto, ma viene anche revocato il partenariato sociale dall’alto. Dal punto di vista del capitale, il riarmo appare ora improvvisamente come un’alternativa redditizia: dove prima si producevano automobili, ora si fabbricheranno carri armati. Il potenziamento militare promette profitti garantiti dallo Stato non solo alle aziende del settore della difesa come Rheinmetall, Hensoldt o KNDS, nonché a molte startup militari, ma anche ai precedenti campioni delle esportazioni nell’industria civile. I profitti nel settore della difesa sono inoltre più che raddoppiati rispetto a quelli della produzione civile di automobili e simili. Ciò risulta estremamente allettante. Questo sviluppo contraddittorio richiede un’analisi precisa: quali forze interagiscono in questo contesto? In che misura tale sviluppo è guidato da fattori economici e in che misura è dettato dalla logica geopolitica? E come si inserisce nel contesto degli sviluppi globali, in particolare nel tentativo dell’Occidente di frenare l’ascesa della Cina e del Sud del mondo?
german-foreign-policy.com: Quale nesso vede?
Ingar Solty: In questo contesto internazionale, si assiste alla trasformazione soprattutto dei sistemi occidentali in un capitalismo sempre più post-liberale, sia verso l’esterno che verso l’interno. È emerso un nuovo tipo di politica imperialista, in cui la politica estera delle grandi potenze – tra cui rientra naturalmente anche l’UE dominata dalla Germania – ricorre sempre più apertamente alla politica della forza. Fino ad ora l’imperialismo aveva bisogno della forza militare diretta solo in casi eccezionali. Di norma funzionava attraverso la forza indiretta, in particolare il debito, con cui si imponevano l’accesso ai mercati e le privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali occidentali. Oggi, invece, il potere militare sta assumendo un’importanza sempre maggiore per far valere gli interessi economici e strategici. Lo vediamo, ad esempio, nel modo in cui gli Stati Uniti, in America Latina, con minacce militari e l’invasione del Venezuela, hanno costretto gli investitori russi e cinesi a ritirarsi e ora, con l’aggiunta di minacce di misure doganali contro paesi terzi, stanno soffocando Cuba.
Spesso basta la semplice minaccia di una guerra per far valere interessi geoeconomici e geopolitici. Ciò, come dimostra l’esempio di Panama, non costa la vita a nessun soldato e, al di là dei costi naturalmente elevati legati al potenziamento militare, non costa nemmeno un centesimo. E questa minaccia di violenza bellica viene addirittura utilizzata con successo contro i propri partner europei della NATO, come dimostra la pretesa degli Stati Uniti di esercitare un controllo geoeconomico e geopolitico sulla Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. Questo nuovo tipo di imperialismo si basa quindi sul fatto di disporre di massicce capacità militari, di minacciarne l’impiego e che tali minacce siano credibili, poiché si è già dimostrato, attraverso precedenti azioni belliche decise, di essere disposti a ricorrere a tali mezzi in modo rigoroso. Si è dimostrata la propria disponibilità a portare avanti le guerre, se necessario, anche quando le maggioranze interne le rifiutano a causa delle loro ripercussioni sociali negative e di altro tipo. Ciò vale tanto per la politica dell’UE in Ucraina quanto per la politica di Trump nei confronti dell’Iran.
Il punto fondamentale è questo: un simile cambiamento dell’imperialismo verso l’esterno provoca innanzitutto una radicale trasformazione della società al suo interno. Stiamo assistendo proprio ora a questo rapido sviluppo in Germania e nell’UE.
german-foreign-policy.com: Come bisogna immaginarsi questa situazione? Quali sono le conseguenze di questo cambiamento sulle persone coinvolte – ad esempio sui lavoratori che in futuro non dovranno più costruire auto familiari, ma veicoli blindati da trasporto?
Ingar Solty: Innanzitutto cambia la vita quotidiana. Se in futuro un operaio della Volkswagen, come a Osnabrück, dovrà produrre equipaggiamento bellico anche per l’esportazione, per lui si tratterà di una differenza qualitativa. Cambia anche la mentalità degli ingegneri. Sento ripetere spesso che un tempo, tra gli ingegneri, lavorare nell’industria automobilistica era considerato attraente perché lì si guadagnava bene. Poi è arrivata la transizione energetica, in cui sono stati investiti ingenti capitali. Quando era ancora diffusa l’idea che si potesse elettrificare completamente l’economia e creare un capitalismo verde, la tecnologia climatica è diventata più popolare tra gli ingegneri. Chi lavorava nel settore poteva inoltre – sullo sfondo, ad esempio, di Fridays for Future – credere di contribuire a salvare il mondo. Ora la tendenza va chiaramente verso l’industria degli armamenti, soprattutto perché oggi si investono ingenti somme di denaro nelle armi. E chi lavora in un’azienda del settore degli armamenti può oggi abbandonarsi nuovamente alla sensazione di fare del bene, ovvero proteggere i propri simili. Almeno finché si crede alla favola secondo cui le armi garantirebbero la pace, invece di preparare le guerre e renderle più probabili.
Ho assistito a questo fenomeno persino tra i sindacalisti, ad esempio nell’ultima tornata contrattuale del settore energetico. Tra loro circolava, in alcuni casi, l’idea che, qualora si verificasse una cosiddetta «crisi energetica», saremmo noi a garantire il funzionamento delle infrastrutture energetiche e a garantire la sicurezza energetica. Ciò, tra l’altro, anche alla luce del fatto che oggi le guerre vengono condotte non da ultimo con l’impiego dell’intelligenza artificiale, che consuma una quantità incredibile di energia, motivo per cui la sicurezza energetica ha acquisito oggi un’importanza considerevole nella conduzione della guerra.
german-foreign-policy.com: E al di là dei cambiamenti per i singoli individui?
Ingar Solty: La militarizzazione trasforma anche le regioni. Da un lato, i posti di lavoro nel settore degli armamenti possono sembrare un antidoto alla deindustrializzazione, come il topo in mano che è meglio della gallina sul tetto: meglio un lavoro nel settore degli armamenti che nessun lavoro. D’altra parte, però, nasce anche un senso di disagio. Lo si è potuto constatare durante le proteste contro la trasformazione di uno stabilimento Alstom di Görlitz, che produceva vagoni ferroviari civili, in uno stabilimento per veicoli militari; in quell’occasione molti hanno avvertito: dove c’è l’industria degli armamenti, in guerra cadono le bombe. Lo stesso vale per il movimento di protesta nato a Berlino, nel quartiere di Wedding; lì la protesta spesso scatta semplicemente perché nel bel mezzo di una zona residenziale densamente popolata si prevede ora di produrre componenti per proiettili di artiglieria invece che ricambi per automobili, e questo in una città in cui si vedono ancora ovunque le cicatrici della Seconda guerra mondiale. Laddove, ad esempio, il filari di case è interrotto da un parco giochi, si sa: lì un tempo sorgeva un edificio che è stato distrutto da un bombardamento aereo o dall’artiglieria.
E a volte si intravede persino già una certa resistenza. Ad esempio, quando i medici non vogliono essere preparati, come previsto dal piano quadro nell’ambito del “Piano Operativo Germania”, all’eventualità che, in caso di guerra e in una situazione di estrema gravità, debbano decidere chi sopravviverà e chi morirà, poiché non saranno più disponibili capacità terapeutiche. Chi, ad esempio, non potrà più sottoporsi a un intervento all’anca perché i soldati devono ricevere un trattamento prioritario in sala operatoria. Tutto ciò si inserisce inoltre nel contesto di dichiarazioni inquietanti: in caso di guerra, ha avvertito il presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr Patrick Sensburg (CDU), ci sarebbero circa 1.000 morti e feriti al giorno. Ciò implica naturalmente anche che si supereranno ripetutamente i limiti di ciò che i medici e il personale infermieristico, già al limite delle proprie forze, sono costretti a sopportare.
german-foreign-policy.com: Nel suo libro “Innere Zeitenwende” lei parla anche di un linguaggio fuorviante che caratterizza sempre più i media e l’opinione pubblica nella vita quotidiana. Cosa intende esattamente con questo?
Ingar Solty: Non bisogna illudersi: proprio come da parte russa la guerra in Ucraina è stata definita un’«operazione speciale» e non può essere definita una guerra, così anche nel sostegno al governo ucraino e nella partecipazione a quella che – in fin dei conti – è una guerra per procura, vi sono naturalmente elementi di occultamento. Il fatto che si parli di «solidarietà con l’Ucraina», ma che a ciò sia di fatto collegata – per fare un esempio – anche l’autorizzazione concessa al governo ucraino e allo Stato ucraino di reclutare con la forza la propria popolazione per una guerra che già dall’estate del 2024 circa due terzi degli ucraini vogliono porre immediatamente fine tramite negoziati. Quasi tre quarti delle nuove reclute inviate al fronte sono state reclutate con la forza! Più di due milioni di persone sono fuggite e sono costrette a nascondersi. Nel frattempo, nell’UE si fa di tutto per mettere a disposizione dello Stato ucraino gli uomini «idonei al servizio militare» fuggiti da noi.
Anche in altri ambiti si nasconde un’incredibile quantità di informazioni. Si parla, ad esempio, di «equipaggiamento» per evitare il termine «riarmo», per non parlare di «potenziamento degli armamenti», sebbene ci troviamo di fronte alla più grande spesa per gli armamenti dalla fine della Seconda guerra mondiale e un euro su tre del bilancio federale venga speso per le armi. Anche l’affermazione secondo cui la Bundeswehr sarebbe stata sistematicamente smantellata a causa dei tagli di bilancio è fuorviante: già dal 2013 si è registrato un notevole aumento delle spese per gli armamenti, dopo che in precedenza la Bundeswehr era stata trasformata in un esercito per missioni fuori area solo a costo zero. Tutti questi sono certamente elementi di occultamento che assumono un ruolo sempre più importante in una società in cui dietro il termine «riforma», originariamente connotato in senso positivo, si nasconde sempre un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza della popolazione.
german-foreign-policy.com: Nel suo libro lei descrive i risentimenti anti-russi, che attraversano la storia tedesca e che oggi sono tornati in voga, come parte della “svolta interna”…
Ingar Solty: Da un lato è certamente comprensibile che la popolazione assuma un atteggiamento critico nei confronti di uno Stato che ha scatenato una guerra di aggressione – e la guerra che la Russia ha iniziato è una guerra di aggressione contraria al diritto internazionale. Lo Stato russo suscita comunque molta antipatia, soprattutto tra le persone di sinistra liberale che ragionano in termini morali sulla politica estera, anziché in termini di politica di pace e sicurezza. Putin si presenta con un’immagine di mascolinità tossica; il modello economico russo si basa sull’esportazione di materie prime fossili e sull’esportazione di armi, in definitiva quindi sulla distruzione del clima e sulla guerra; la Russia è governata da un governo di destra che agisce con dura repressione contro molti – dai sindacalisti alle persone LGBTQIA –, perseguita gli oppositori fino all’estero e in alcuni casi li fa uccidere anche lì. C’è un fondamento reale per queste critiche.
Resta tuttavia da chiarire come sia stato possibile radicare in ampie fasce della popolazione l’assurda idea che la Russia abbia un interesse intrinseco ad attaccare i paesi europei membri della NATO; che la Russia sia quindi disposta a entrare in guerra con la più grande potenza militare del mondo; che la popolazione debba quindi temere che sia imminente un attacco russo alla Germania o almeno ai suoi alleati e che non si sia in grado di difendersi. Ciò che viene ignorato è l’ovvio, ovvero che la Russia non sarebbe affatto in grado – anche se lo volesse – di sferrare un simile attacco, come dimostra il fatto che in quattro anni di guerra, più lunghi della Prima guerra mondiale, con perdite terribili da entrambe le parti, non è riuscita nemmeno a occupare il Donbass e oggi si contende pochi chilometri quadrati di territorio devastato.
Come è possibile che milioni di persone credano a questa narrazione? È evidente che in Russia vi sia la tendenza a vederla come una sorta di Mordor, una potenza dominante che incarna il male assoluto, contro la quale occorre ora combattere una battaglia decisiva – mobilitando tutte le proprie risorse per la guerra. Ciò significa quindi avvicinare gli scolari alla cultura militare fin dalla più tenera età, sacrificare lo Stato sociale, la tutela del clima e persino la democrazia in nome del riarmo, assomigliando di fatto all’immagine che ci si è creati del nemico russo. È necessario spiegare come una società possa cambiare così rapidamente la propria mentalità.
german-foreign-policy.com: E come?
Ingar Solty: Voglio dire, c’è un contesto storico. La mia famiglia è originaria della Prussia orientale, motivo per cui mi sono occupato a lungo della storia di quella regione. Da quelle parti, tutto ciò che era male, tutto ciò che era negativo, proveniva sempre dall’Est. C’è un libro molto illuminante scritto da Walther Harich, studioso di E.T.A. Hoffmann, che nel 1922, nel suo libro Das Ostproblem, descrisse il confine tra i territori orientali tedeschi e le popolazioni slave circostanti come il confine tra civiltà e barbarie. Tutto ciò di negativo che affliggeva i territori orientali era di origine slava. Si va dalle incursioni dei Tartari alla peste. E tutto ciò era sempre sotteso da un sentimento antisemita, ovvero il razzismo antislavo era strettamente intrecciato con l’antisemitismo: si diceva che fossero stati gli «ebrei nomadi» a introdurre la peste dalle popolazioni slave che vivevano in condizioni antigieniche.
È interessante notare come questo presunto confine tra civiltà e barbarie si sia spostato sempre più verso est con l’avanzata dell’imperialismo tedesco negli ultimi decenni. Non appena la Polonia è entrata nell’UE e quindi nel sistema egemonico tedesco, è stata improvvisamente considerata parte della civiltà. Lo stesso vale ora anche per l’Ucraina, che all’improvviso viene presentata come una democrazia modello, sebbene già prima del 2014 si sapesse perfettamente quanto fosse permeata da oligarchi e corruzione, e nonostante oggi quasi tutti, soprattutto i partiti di opposizione di sinistra, siano stati messi al bando, le elezioni siano state sospese e il nazionalismo ucraino pratichi un revisionismo storico di estrema destra che ormai preoccupa anche Israele e la Polonia, poiché qui vengono riabilitati in modo intollerabile i fascisti che hanno preso parte all’Olocausto e ai massacri anti-polacchi. Per non parlare poi del fatto che furono anche alleati nel «Piano Generale Est» colonialista di Hitler, di cui avrebbero dovuto essere vittime tra i 31 e oltre 50 milioni di europei dell’Est.
german-foreign-policy.com: Eppure si assiste alla presunta barbarie a est dell’Ucraina…
Ingar Solty: Esatto. La narrativa dominante continua a concentrarsi sul “problema dell’Est”: ora si difende questa “civiltà” dalle “orde russe”. La cosa buffa è che in Europa ogni nazione aveva il proprio «Oriente». Mentre durante la Prima e la Seconda guerra mondiale i tedeschi mettevano in guardia dagli «Unni» e dai russi dai «volti da mongoli», nell’Impero britannico erano i tedeschi ad essere considerati i barbari «Unni». Per la Germania vale una lunga tradizione: già durante la Prima guerra mondiale i russi erano il nemico oggetto di disprezzo razziale; dopo la Rivoluzione d’Ottobre rimasero il nemico barbaro fino a tempi ben avanzati nella socialdemocrazia tedesca; negli anni ’30, quando i tedeschi preparavano l’invasione dell’Unione Sovietica come «crociata contro il comunismo» e la conducevano con una barbarie senza precedenti, erano considerati «subumani».
Questo razzismo anti-russo e anti-slavo, portato all’estremo durante il fascismo, è poi riuscito a sopravvivere senza interruzioni nella Germania Ovest durante e dopo la Guerra Fredda. Solo nella DDR ha subito un’interruzione storica, con ripercussioni che si protraggono fino ad oggi. Ma poiché si è verificato un ricambio delle élite, compreso l’acquisizione della stampa quotidiana della Germania dell’Est da parte dei tedeschi dell’Ovest, ciò si riflette anche nei «nuovi Länder», sebbene non senza contestazioni. In ogni caso vale quanto segue: abbiamo ormai a che fare con cinque o sei generazioni che sono state plasmate in questo modo. Ecco perché oggi i risentimenti anti-russi trovano un terreno così fertile, tanto più che in una guerra per procura devono naturalmente essere alimentati anche a livello propagandistico, poiché altrimenti la disponibilità della popolazione a sostenere questa guerra con tutti i suoi immensi costi verrebbe rapidamente meno.
german-foreign-policy.com: Oltre all’agitazione anti-russa, lei descrive anche un risentimento narcisistico collettivo da parte di alcuni settori della società tedesca e un revanscismo liberale. Di cosa si tratta?
Ingar Solty: La guerra in Ucraina, ma anche quella in Asia occidentale, nel Vicino e Medio Oriente, nonché il grande conflitto tra gli Stati Uniti e l’Occidente da un lato e la Cina e il Sud del mondo nel suo complesso dall’altro – tutto questo fa parte di un grande sviluppo storico mondiale. Stiamo assistendo attualmente a una novità assoluta nella storia mondiale: la fine di 500 anni di dominio europeo, o meglio nordatlantico, sul mondo. L’economia mondiale si sta spostando drasticamente dal Nord e dall’Ovest verso il Sud e l’Est. Ci risvegliamo improvvisamente in un mondo post-occidentale. Oggi non possiamo più aspettarci che il resto del mondo voglia vivere come noi in Occidente; che il resto del mondo si interessi a tutto ciò che proviene dall’Occidente perché ritiene di doverlo imitare, perché lo considera migliore; che il resto del mondo conosca tutto ciò che conosciamo noi, mentre noi non dobbiamo necessariamente sapere cosa accade nel resto del mondo. Si tratta di una novità storica assoluta.
E tutto ciò si intreccia con una diffusa paura sociale del declino sociale. Tale paura deriva, da un lato, dalla Quarta Rivoluzione Industriale, che ora, sotto forma di digitalizzazione e diffusione dell’intelligenza artificiale guidate dalle grandi aziende, colpisce i lavoratori altamente qualificati e le classi medie con redditi elevati. Categorie professionali che hanno vissuto interamente secondo le regole della conformità al mercato si trovano improvvisamente minacciate dal punto di vista economico: medici, avvocati, programmatori, web designer, traduttori, interpreti, giornalisti, editori ecc. Anche scrittori, musicisti e altri artisti, che per lo più arrancano economicamente anche quando hanno successo, ma proprio per questo si considerano parte dell’élite, si sentono giustamente in bilico.
german-foreign-policy.com: A ciò si aggiungono i cambiamenti nell’economia mondiale…
Ingar Solty: In effetti. In Germania, e più in generale in Occidente, ci rendiamo conto che non disponiamo più delle migliori infrastrutture, ma che in questo Paese molte cose non funzionano più. Ci rendiamo conto che non siamo più i primi per numero di brevetti depositati, che non abbiamo più le migliori università e che non produciamo più tutti gli atleti di punta – il medagliere olimpico non è più necessariamente guidato dalle nazioni occidentali – e questo porta a momenti di ferita narcisistica.
Lo stiamo vivendo attualmente in Germania con lo “shock cinese 2.0”. Lo “shock cinese 1.0” in Germania non è stato affatto percepito, e non ci si è interessati allo “shock tedesco” nel resto dell’UE e nel mondo, perché all’epoca Germania e Cina potevano ancora essere potenze esportatrici leader parallele. Ma ora, nella rivalità nel settore dell’alta tecnologia con la Cina, la posta in gioco è la leadership tecnologica; ciò fa emergere paure di declino sociale, nonché sentimenti di inferiorità e impotenza. Questi, però, sono pericolosi: come è noto, il narcisista deve considerarsi il migliore proprio perché sa di non esserlo e perché avverte che non lo si ammira più. E il suo senso di superiorità manifestato all’esterno cresce tanto più quanto più lo percepisce interiormente e si sente inadeguato. L’offesa narcisistica e i sentimenti di impotenza sono quindi pericolosi – sia a livello individuale che collettivo – perché, come ben sappiamo, facilitano un comportamento aggressivo nei confronti degli altri e del resto del mondo, in quanto portano facilmente a non percepire più la propria aggressività come tale, ma come semplice legittima difesa.
german-foreign-policy.com: E questo ha un ruolo anche nella guerra in Ucraina?
Ingar Solty: Certamente. Gran parte della popolazione, influenzata dalle dichiarazioni dei politici e dalla copertura mediatica, pensava che, non da ultimo con gli Stati Uniti al proprio fianco, sarebbe stata praticamente una passeggiata aiutare la presunta giustizia a trionfare in Ucraina. Quella Russia arretrata, con un prodotto interno lordo pari a quello dell’Italia e un modello economico tecnologicamente obsoleto: sarebbe stato un gioco da ragazzi rovinarla economicamente e sconfiggerla militarmente. Queste erano le promesse della politica e dei media all’inizio della guerra. Come era prevedibile, non si sono avverate. Le sanzioni contro la Russia si sono rivelate un boomerang unilaterale; hanno contribuito in modo determinante a far sì che la Germania si trovi ora in una profonda crisi economica e che la deindustrializzazione stia prendendo piede. Ciò rafforza le paure e i sentimenti di impotenza: ci si rende conto, infatti, di non avere più il controllo del proprio ambiente e del mondo. Di non poter più dettare al mondo, come si era abituati a fare, la direzione in cui muoversi.
La guerra in Ucraina sta diffondendo forti timori soprattutto tra i liberali di sinistra della classe media, i quali preferiscono – con un atteggiamento palesemente revisionista – equiparare Putin a Hitler, relativizzando così in modo mostruoso l’unicità della guerra di sterminio tedesca nell’Est e dell’Olocausto, il che avrà conseguenze sulla visione storica tedesca e sul suo comportamento nei prossimi decenni. Sono comunque questi gli ambienti in cui si ama tanto parlare di «Putler» e di «orchi» russi. Qui prevale anche l’idea che Trump sia un burattino di Putin, per cui si sarebbe circondati da fascisti a est e fascisti a ovest; e questi fascisti cercherebbero poi anche di portare al potere i fascisti in Europa e in Germania: Meloni, Le Pen, l’AfD. Le immagini sono note: Elon Musk che alza il braccio come per il saluto nazista e viene trasmesso tramite videomessaggio al congresso dell’AfD. Ciò porta, soprattutto tra i liberali di sinistra, negli strati sociali urbani, benestanti, con formazione accademica e culturalmente allineati alla vecchia globalizzazione – come quelli rappresentati da Bündnis 90/Die Grünen – a una sensazione di trovarsi in una sorta di stato d’assedio; e proprio da questo senso di impotenza, questi circoli – che sono ancora fortemente rappresentati anche tra gli operatori dei media – approvano senza riserve tutto ciò che sta avvenendo in termini di potenziamento degli armamenti, perché ciò trasmette loro un senso di sicurezza, come se oggi Rheinmetall fosse il più grande garante della pace.
german-foreign-policy.com: Sono prospettive preoccupanti. Lei sostiene tuttavia che una «svolta dopo la svolta» non solo sia «assolutamente necessaria», ma anche possibile. È davvero così?
Ingar Solty: Penso che sia effettivamente possibile. È vero, naturalmente: per la prima volta ci troviamo in una situazione in cui la maggioranza della popolazione segue l’orientamento delle élite verso il riarmo e la guerra. Ma per molti decenni c’è stata una frattura in questo senso. Da tempo esiste un consenso tra le élite della politica estera – tutte strettamente legate all’industria degli armamenti, con passaggi di carriera dai ministeri federali ai consigli di amministrazione delle aziende del settore e con think tank che forniscono consulenza al governo e non di rado finanziati dall’industria degli armamenti e dallo Stato – secondo cui non ci si può permettere di essere un gigante economico ma un nano in politica estera. Bisogna piuttosto essere in grado di proteggere, anche con mezzi militari, le rotte commerciali, gli investimenti all’estero, l’accesso alle materie prime e ai mercati. Bisogna quindi diventare una potenza globale. Per questo, però, bisognava anche, come si diceva, assumersi «nuove responsabilità», con cui si intendeva inviare la Bundeswehr al fianco degli Stati Uniti in un numero sempre maggiore di missioni belliche, affinché imparasse e contribuisse a far valere gli interessi economici, se necessario anche con la forza militare, e a mantenere con la forza delle armi quella globalizzazione dalla quale, si diceva, la Germania traesse vantaggio come quasi nessun altro Paese. Questo era il consenso delle élite ben prima del 2014, cioè prima del conflitto in Ucraina, prima dell’Euromaidan, della guerra civile ucraina, della secessione del Donbass, dell’occupazione russa del Donbass e dell’annessione della Crimea.
La maggioranza della popolazione, tuttavia, in tutti questi anni non è stata disposta a seguire questa linea. Solo ora ci troviamo per la prima volta in una situazione in cui dal 55 per cento a due terzi della popolazione sostengono il potenziamento militare e sono persino disposti ad accettare tagli alle prestazioni sociali a favore di tale potenziamento. Almeno se la domanda viene posta in modo astratto e non concreto: dopotutto, a tutti viene in mente qualcosa su cui si potrebbero tagliare i fondi. Per l’AfD si tratta forse di un centro antiviolenza, di un programma di studi di genere in un’università, del reddito di cittadinanza e del sussidio per l’alloggio destinato ai poveri, nonché dell’emittenza pubblica. Anche i liberali di sinistra hanno un’idea di dove si potrebbero ridurre le spese – magari nelle agevolazioni fiscali, oppure si ritiene che, con l’aiuto di un’imposta sul patrimonio, si possano avere entrambe le cose: lo Stato sociale e il potenziamento militare.
german-foreign-policy.com: Ora le cose iniziano a diventare concrete…
Ingar Solty: Sì, ora la situazione sta diventando molto concreta, ed è evidente che il potenziamento militare non è possibile senza un massiccio smantellamento dello stato sociale. Quello a cui stiamo assistendo in questo momento è solo la punta dell’iceberg. I tagli alla retribuzione in caso di malattia, i tagli all’assicurazione di assistenza, l’aumento dei contributi privati per l’assicurazione sanitaria, ma anche i tagli di fatto all’assicurazione pensionistica, i tagli agli aiuti all’inserimento nel quadro del reddito di cittadinanza: tutto questo è destinato ad aggravarsi ulteriormente. In futuro ci saranno conflitti di distribuzione molto più aspri. Il potenziamento militare sarà sempre l’elefante nella stanza.
E c’è di più: la disponibilità astratta a un maggiore riarmo non si traduce in una disponibilità concreta a difendere la comunità tedesca con le armi. Nonostante l’intensa campagna pubblicitaria della Bundeswehr ovunque – negli spazi pubblici, sui tram, sui treni, sugli autobus, su YouTube, persino nei film destinati alle famiglie con bambini – nonostante, quindi, il cambiamento epocale nella vita quotidiana, non si riesce a raggiungere l’organico previsto per la Bundeswehr. Abbiamo un numero record di obiettori; su 300.000 convocazioni per la visita di leva, la Bundeswehr ha ricevuto solo poco più di 500 risposte positive. Ciò significa che il mix di conflitti di distribuzione e misure coercitive da parte dello Stato – che tende a riaffermare con maggiore forza il proprio controllo sui cittadini e che, in ultima analisi, finirà per decidere se questi debbano vivere o morire – costituisce una serie di contraddizioni che non possono essere risolte e che rendono effettivamente possibile una svolta epocale dopo la svolta epocale.
Nel mio libro “Innere Zeitenwende” chiarisco che ciò è necessario, poiché la popolazione tedesca si trova di fronte a una scelta fondamentale: si vuole il riarmo e la guerra o la pace e la sicurezza comune? Si vuole una società civile o militarizzata? Si vuole uno Stato democratico o autoritario? Si vuole uno Stato sociale o uno Stato basato sull’armamento? Non si potranno avere entrambe le cose. E infine: si vuole un mondo in cui la crisi climatica si aggravi con tutte le conseguenze che ne derivano, quali flussi migratori e guerre, oppure si lavora, attraverso la cooperazione internazionale, per almeno contenerla? In definitiva, la questione è questa: lottiamo per un mondo vivibile per tutti o seguiamo la politica dominante verso l’abisso?
La nostra recensione del libro di Ingar Soltys Innere Zeitenwende è disponibile qui.
Una svolta epocale nell’industria automobilistica tedesca
Il calo delle vendite e la crescente pressione concorrenziale proveniente dalla Cina stanno trasformando l’industria automobilistica tedesca. Volkswagen reagisce con una drastica politica di risparmio, non per evitare perdite, ma per salvaguardare i profitti.
29
Luglio
2026

BERLINO/PECHINO (Notizia propria) – Volkswagen sta per affrontare la più grande ristrutturazione della sua storia aziendale. L’amministratore delegato Oliver Blume intende dimezzare la gamma di modelli, ridurre le capacità produttive di circa un milione di veicoli ed eliminare fino a 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo. Alla base di questa decisione c’è un cambiamento radicale in Cina. Mentre in quel Paese i costruttori cinesi dominano il mercato dei veicoli elettrici e ibridi, i gruppi tedeschi stanno perdendo rapidamente quote di mercato. Nel primo semestre del 2026, le vendite di BMW, Mercedes e Volkswagen in Cina sono crollate di oltre un quarto. Volkswagen non reagisce a questa situazione solo con una drastica politica di risparmio. Per la prima volta, il gruppo sta valutando anche la possibilità di importare in Europa modelli sviluppati esclusivamente per la Cina e, in prospettiva, di produrli negli stabilimenti europei. Parallelmente, anche altri produttori europei puntano sempre più sulle collaborazioni con le aziende cinesi. Inizia così una nuova era: non sono più i produttori europei a guidare la modernizzazione del mercato cinese; è la Cina a plasmare il futuro dell’industria automobilistica europea. Opel sta progettando un SUV in cui gli ingegneri cinesi svilupperanno il sistema di propulsione e la batteria, mentre quelli tedeschi si occuperanno solo del design e dei sedili.
Il crollo in Cina
Il calo delle vendite dei gruppi automobilistici tedeschi sul mercato cinese si sta aggravando. Nel primo semestre del 2026, le vendite di BMW, Mercedes e VW sono diminuite di oltre il 25%. BMW registra un calo di circa un quinto, mentre VW e Mercedes registrano addirittura un calo rispettivamente del 26% e del 28%. [1] I prezzi della benzina in Cina sono aumentati a seguito della guerra in Iran. Ciò ha portato a un aumento della domanda di auto elettriche e ibride, con ripercussioni negative sulle vendite dei gruppi tedeschi, poiché questi continuano a vendere in Cina prevalentemente veicoli con motore a combustione interna.[2] A complicare la situazione si aggiunge una modifica della normativa fiscale per le auto di lusso. La soglia fiscale è stata abbassata da 1,3 milioni di yuan per le auto nuove, IVA esclusa, a 900.000 yuan (circa 116.000 euro). L’Associazione dell’industria automobilistica tedesca (VDA) ritiene che ciò avrà ripercussioni particolarmente negative per i produttori europei, in particolare per quelli tedeschi. Secondo le stime dell’Associazione cinese dei costruttori di autovetture (CPCA), è diminuita in modo significativo soprattutto la domanda di veicoli con motore a combustione interna nella fascia di prezzo compresa tra 900.000 e 1,3 milioni di yuan. I consumatori che acquistano veicoli di fascia alta si stanno invece orientando sempre più verso modelli elettrici o ibridi cinesi.[3] BMW, Mercedes e VW hanno già dovuto ridurre notevolmente le loro attività nel settore delle auto ibride plug-in. Gli propulsori parzialmente elettrici beneficiano di agevolazioni fiscali solo se sono in grado di percorrere almeno 100 chilometri in modalità esclusivamente elettrica. Ciò sta accelerando una ristrutturazione della gamma di modelli dei gruppi automobilistici tedeschi.[4]
Meno modelli, meno stabilimenti
Il presidente del consiglio di amministrazione di VW, Oliver Blume, intende contrastare questa tendenza. Il management di VW prevede di ridurre la gamma di modelli fino al 50%. La varietà di prodotti e varianti dovrebbe addirittura diminuire del 75%. Inoltre, le capacità produttive annuali dovrebbero essere ridotte dagli attuali dieci a circa nove milioni di veicoli. [5] Il numero dei modelli di veicoli – attualmente circa 150 – dovrebbe essere dimezzato. Ciò riguarda soprattutto il segmento cinese dei veicoli a combustione interna. In Cina, la dirigenza di VW ha già chiuso o venduto cinque stabilimenti e ha già ridotto le capacità produttive locali di circa un milione di veicoli. [6] A lungo termine, il gruppo punta a tornare a vendere dieci milioni di veicoli all’anno. Del milione di veicoli che VW intende ritirare temporaneamente dal mercato, la metà riguarda l’Europa – soprattutto gli stabilimenti tedeschi. L’altra metà delle sovraccapacità si trova – nonostante le chiusure effettuate finora – ancora in Cina. [7] Per ridurre le capacità produttive, il gruppo VW prevede di tagliare fino a 50.000 posti di lavoro in tutto il mondo. In Germania si sta valutando la sopravvivenza di quattro stabilimenti. Questi tagli di posti di lavoro si aggiungono alla riduzione di 50.000 posti già prevista entro il 2030. Oliver Blume parla della più grande trasformazione nella storia del gruppo VW: «Non si tratta di un semplice pacchetto di misure di risparmio, ma del pacchetto di trasformazione più completo e profondo che abbiamo mai messo in atto nel gruppo Volkswagen.»[8]
Redditività anziché crescita
La dirigenza di VW sta quindi riducendo drasticamente i modelli, le capacità produttive e il personale. Il gruppo mantiene tuttavia i propri obiettivi di profitto. Nel primo semestre del 2026, l’utile operativo del gruppo è sceso dell’11,6%, attestandosi a 5,93 miliardi di euro. Il margine operativo è sceso al 3,8%; VW ha quindi realizzato solo 3,80 euro di utile operativo ogni 100 euro di fatturato. Il direttore finanziario Arno Antlitz ha definito i risultati «un ulteriore campanello d’allarme che spinge ad agire». Il contributo agli utili proveniente dalle attività in Cina è diminuito di un terzo, attestandosi a 856 milioni di euro. Blume non vede tuttavia in questo una «crisi di Volkswagen», bensì una «crisi del settore».[9]
Modelli cinesi per l’Europa
Oliver Blume considera “l’ultima opzione” le possibili chiusure degli stabilimenti di Emden, Zwickau, Hannover e dello stabilimento Audi di Neckarsulm. Sarebbe ipotizzabile anche l’utilizzo degli stabilimenti per la produzione di materiale bellico. Un’altra possibilità sarebbe la produzione di modelli VW cinesi destinati al mercato europeo. Si tratterebbe esplicitamente ed esclusivamente di modelli VW finora disponibili solo in Cina, non di un’apertura ad altri costruttori. [10] Inoltre, VW prevede di intensificare in futuro le esportazioni dagli stabilimenti cinesi verso altri mercati, come l’Australia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.[11] Il piano di portare in Europa i propri modelli cinesi comprende sia l’importazione che una successiva produzione dei veicoli o dei loro componenti in Europa. Secondo fonti interne, lo stabilimento VW di Zwickau è considerato un possibile sito produttivo. [12] VW importa già dalla Cina la Cupra Tavascan – un modello del marchio spagnolo Cupra, che fa parte del gruppo VW. In Germania, la Tavascan è tra le dieci auto elettriche più vendute e attualmente occupa il nono posto. [13] All’interno del gruppo VW è inoltre già stato deciso che il motore per la prevista auto elettrica da 20.000 euro, la ID. EVERY1, verrà importato dallo stabilimento di componenti VW in Cina. Dopo il suo viaggio in Cina, il primo ministro della Bassa Sassonia Olaf Lies (SPD) si è detto aperto alla possibilità di costruire modelli cinesi negli stabilimenti VW tedeschi.[14]
La nuova ripartizione dei compiti
Anche altre case automobilistiche europee stanno cercando di compensare il calo del loro tasso di utilizzo degli impianti attraverso collaborazioni con produttori cinesi. Stellantis prevede di utilizzare a pieno regime quattro stabilimenti in Spagna, Francia e Italia con modelli dei gruppi cinesi Leapmotor e Dongfeng. I marchi di Stellantis – Opel, Jeep, Fiat e Peugeot – attualmente utilizzano solo circa la metà delle loro capacità produttive nell’UE. Negli stabilimenti spagnoli di Stellantis a Madrid e Saragozza saranno prodotti in futuro modelli di Leapmotor. In collaborazione con Dongfeng si sta inoltre valutando la produzione di un’auto elettrica a Rennes, in Francia. A Pomigliano, in Italia, dovrebbe essere prodotta una utilitaria elettrica di Leapmotor. A Madrid dovrebbe inoltre essere costruito un SUV Opel con tecnologia cinese. Il sistema di propulsione, la batteria e il software dovrebbero provenire da Leapmotor. Gli ingegneri tedeschi sarebbero responsabili solo del design, dei sedili e del telaio.[15]
Importazioni con riserva
L’importazione prevista dal Gruppo VW di veicoli sviluppati interamente in Cina comporta dei rischi. L’UE applica alle auto elettriche provenienti dalla Cina i cosiddetti dazi compensativi, oltre al dazio di base del 10%. Questi ammontano al 35% per SAIC (un partner cinese di VW), al 17% per BYD e a poco meno dell’8% per Tesla. [16] I dazi compensativi colpiscono tuttavia anche i produttori tedeschi. Inizialmente, sulla Cupra Tavascan era previsto un dazio del 20,7%. Dopo lunghe trattative, la Commissione europea ha abolito il dazio aggiuntivo per il modello del gruppo VW. [17] Negli Stati Uniti, Mercedes è minacciata di esclusione dal mercato a causa di un progetto di legge in fase di elaborazione. Il progetto prevede di vietare la vendita di veicoli connessi se il produttore è controllato per oltre il 15% da azionisti cinesi. Mercedes è controllata per poco meno del 20% da azionisti cinesi.[18]
[1] Lazar Backovic, Julian Olk, Felix Stippler: Il duplice problema della Cina per l’industria automobilistica tedesca. handelsblatt.com, 15 luglio 2026.
[2] Gustav Theile: Il declino della Cina continua. faz.net, 19 giugno 2026.
[3] Quali sono le conseguenze della tassa cinese sui beni di lusso per le case automobilistiche tedesche. handelsblatt.com, 20 luglio 2026.
[4] Christian Müßgens, Henning Peitsmeier, Gustav Theile, Benjamin Wagener: Per i tedeschi, in Cina è in gioco la questione dell’esistenza. faz.net, 21 luglio 2026.
[5] Felix Stippler: Il business del Gruppo VW in Cina subisce un forte calo. handelsblatt.com, 10 luglio 2026.
[6] Christian Müßgens, Henning Peitsmeier, Gustav Theile, Benjamin Wagener: Per i tedeschi, in Cina è in gioco la questione dell’esistenza. faz.net, 21 luglio 2026.
[7] Lazar Backovic: Volkswagen punta a tornare a produrre oltre dieci milioni di auto. handelsblatt.com, 2 luglio 2027.
[8] Crollo degli utili della VW: il piano di risparmio dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24/07/2026.
[9] Lazar Backovic: Blume vuole portare a termine la riorganizzazione della VW entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24 luglio 2026.
[10] Crollo degli utili della VW: il piano di risparmio dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24/07/2026.
[11] Lazar Backovic: Blume vuole portare a termine la riorganizzazione della VW entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24 luglio 2026.
[12] Lazar Backovic: La VW valuta la vendita e la produzione di modelli cinesi in Europa. handelsblatt.com, 1° luglio 2026.
[13] Lazar Backovic, Olga Scheer: Cupra Tavascan – la prima auto elettrica cinese esente dai dazi punitivi dell’UE. handelsblatt.com, 11 febbraio 2026.
[14], [15] Lazar Backovic, Michael Scheppe: I marchi cinesi approfittano dei problemi produttivi delle case automobilistiche tedesche. handelsblatt.com, 3 giugno 2026.
[16] Lazar Backovic: La VW valuta la vendita e la produzione di modelli cinesi in Europa. handelsblatt.com, 1° luglio 2026.
[17] Lazar Backovic, Olga Scheer: Cupra Tavascan – la prima auto elettrica cinese esente dai dazi punitivi dell’UE. handelsblatt.com, 11 febbraio 2026.
[18] Mercedes spinge negli Stati Uniti per un allentamento delle norme relative alla Cina. handelsblatt.com, 21 luglio 2026.
Il testo completo di questa scheda informativa è disponibile sulle nostre pagine “ex.klusiv” – gratuito per i nostri sostenitori.
Nelle pagine “ex.klusiv” del sito german-foreign-policy.com sono disponibili il nostro archivio e tutti i testi pubblicati da più di 14 giorni. L’archivio contiene circa 5.000 articoli, oltre a approfondimenti, documenti, recensioni e interviste. Saremmo lieti di poter mettere a vostra disposizione queste informazioni al costo di 7 euro al mese. L’abbonamento è disdicibile in qualsiasi momento.
Vuoi approfittare di questa offerta? Allora clicca qui:
Le comunicheremo immediatamente una password personale che le garantirà l’accesso alle nostre pagine esclusive. La preghiamo di non dimenticare di fornirci il suo indirizzo e-mail.
La redazione
P.S. Se desiderate utilizzare le ricerche disponibili su www.german-foreign-policy.com per conto di un’organizzazione o di un’istituzione, potete trovare le relative offerte di abbonamento qui:
«Stabilire nuove priorità»
Merz insiste affinché nel prossimo bilancio a lungo termine dell’UE vengano previsti tagli pari a diverse centinaia di miliardi di euro. Ciò andrebbe, tra l’altro, a discapito degli agricoltori francesi. Berlino intende investire tutti i propri fondi nella propria corsa agli armamenti.
30
Luglio
2026
BRUXELLES/BERLINO/DUBLINO (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz continua a insistere con tono perentorio su drastici tagli al futuro bilancio a lungo termine dell’UE. I tagli dovrebbero ammontare a «diverse centinaia di miliardi di euro», ha affermato Merz martedì durante un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. Martin è attualmente in prima linea nei negoziati sul bilancio, poiché l’Irlanda detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE. Se il governo federale riuscisse a far prevalere la propria richiesta, ciò andrebbe a discapito, non da ultimo, del bilancio agricolo dell’UE e, di conseguenza, in particolare degli agricoltori francesi. Questi ultimi hanno già subito delle battute d’arresto a causa dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur. A ciò si aggiunge il fatto che la Francia rischia di essere superata dalla Germania anche nel settore dell’industria della difesa e in quello militare, ambiti in cui tradizionalmente vantava un vantaggio all’interno dell’UE. Tutto ciò rafforza il predominio tedesco nell’UE. Mentre Merz sostiene che Berlino non possa sostenere spese aggiuntive per il bilancio dell’UE, il governo federale intende contrarre nuovi debiti per un importo di 838 miliardi di euro solo nel periodo dal 2027 al 2030 – soprattutto per il potenziamento degli armamenti.
Il progetto di bilancio della Commissione europea
Il progetto di bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2028-2034, presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen già nel luglio dello scorso anno, prevede una spesa pari a 1,76 trilioni di euro. [1] Il fatto che talvolta si parli di una spesa pari a quasi due trilioni di euro è dovuto a metodi di calcolo diversi: mentre i 1,76 trilioni di euro si riferiscono al livello dei prezzi del 2025, il bilancio dell’UE, calcolato ai prezzi correnti, ammonta a 1,96 miliardi di euro. [2] I 1,76 trilioni di euro indicati ufficialmente corrispondono a circa l’1,26% del reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE – una percentuale notevolmente superiore all’1,13% dell’RNL stanziato per l’attuale bilancio a lungo termine dell’UE (dal 2021 al 2027). Tuttavia, occorre tenere conto del fatto che nel futuro bilancio a lungo termine sono inclusi, tra l’altro, 149,3 miliardi di euro destinati al rimborso dei debiti contratti per far fronte ai danni causati dalla pandemia di Covid-19. Se si sottrae tale importo dai 1,76 trilioni di euro ufficialmente previsti, rimangono poco più di 1,61 trilioni di euro – pari all’1,15% del RNL, appena più di quanto previsto nell’attuale bilancio a lungo termine.
Opposizione al Parlamento europeo
A ciò si aggiunge il fatto che nel futuro bilancio a lungo termine sono previsti, per la prima volta, stanziamenti pari a 130,7 miliardi di euro per il potenziamento militare. Se dai 1,76 trilioni di euro si sottraggono i fondi destinati non solo al rimborso del debito, ma anche al potenziamento militare, rimangono 1,48 miliardi di euro per le voci di spesa finanziate anche dall’attuale bilancio a lungo termine – pari all’1,05% del RNL, una percentuale inferiore rispetto al passato. In concreto, ciò comporta una significativa riduzione delle spese dell’UE per il settore agricolo. Mentre nel bilancio a lungo termine dell’UE per gli anni dal 2021 al 2027 erano ancora previsti 387 miliardi di euro per il settore agricolo, nel bilancio a lungo termine per gli anni dal 2028 al 2034 sono rimasti solo 295,7 miliardi di euro. [3] Questi e altri tagli hanno indotto il Parlamento europeo, il 28 aprile, a richiedere per il prossimo bilancio a lungo termine una spesa pari all’1,27% del RNL, escluso il rimborso del debito; tale importo includerebbe, oltre alla spesa per la difesa in forte aumento, anche una spesa agricola sostanzialmente invariata. Secondo il Parlamento europeo, il rimborso del debito dovrebbe avvenire a titolo aggiuntivo rispetto al bilancio. [4] Complessivamente, le richieste del Parlamento europeo porterebbero il bilancio a lungo termine per il periodo 2028-2034 a circa due trilioni di euro.
Possibilità di nuove entrate
Non è ancora chiaro come verranno finanziate le maggiori spese. La Commissione europea propone diverse fonti di entrate aggiuntive. Ad esempio, una quota maggiore dei proventi derivanti dal sistema di scambio delle quote di emissione dovrebbe essere versata a Bruxelles, così come il 75% del prelievo compensativo alle frontiere sul CO2. La Commissione prevede inoltre entrate derivanti da nuove tasse sui rifiuti elettronici non raccolti e dall’accisa sul tabacco. Inoltre, dovrebbero contribuire le imprese con un fatturato annuo superiore a 100 milioni di euro, comprese quelle che non hanno sede nell’UE. Grazie a ciò e a un aumento delle entrate attuali, Bruxelles spera di poter incassare ulteriori 58,2 miliardi di euro all’anno.[5] Non da ultimo, si sta attualmente discutendo se rinviare il rimborso del debito legato al coronavirus o se contrarre nuovo debito. Tra gli altri, la Francia si dichiara favorevole a misure in questa direzione.[6]
«Tagli in tutti i settori»
Il cancelliere federale Friedrich Merz ha espresso più volte un netto rifiuto nei confronti del progetto di bilancio della Commissione europea. Poco prima del vertice UE a Cipro del 24 aprile, ha affermato in tono categorico che Bruxelles deve «ridurre le spese del bilancio europeo»; un «aumento del debito» o nuove «emissioni obbligazionarie sul mercato dei capitali» sarebbero «inammissibili dal punto di vista tedesco». [7] «L’ho già detto ai miei colleghi», ha dichiarato Merz: «Dovremo fissare nuove priorità». Merz lo ha ribadito martedì in occasione di un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. L’Irlanda detiene attualmente la presidenza di turno dell’UE ed è quindi coinvolta in modo determinante nei negoziati sul bilancio. Merz ha dichiarato – ancora una volta con tono categorico – che l’aumento del bilancio dell’UE è «insostenibile» per la Germania.[8] «Abbiamo quindi bisogno di un progetto di bilancio con tagli in tutti i settori», ha proseguito il Cancelliere, «per un totale di diverse centinaia di miliardi di euro». «Questi tagli sono indispensabili», ha affermato. Il bilancio deve inoltre «rispecchiare le nostre priorità politiche […]». La priorità politica assoluta di Berlino non è il bilancio agricolo, bensì la difesa. Merz ha dichiarato di «confidare» nel fatto che l’Irlanda «presenti una proposta realistica».
Per il dominio tedesco
Mentre Merz sostiene che la Repubblica Federale non possa permettersi un bilancio dell’UE più consistente, il contributo netto tedesco al bilancio di Bruxelles è diminuito negli ultimi anni. È infatti sceso da 19,7 miliardi di euro nel 2022 a soli 13,1 miliardi di euro nel 2024. [9] La causa principale di tale calo è stata la contrazione dell’economia tedesca, che anche lo scorso anno ha registrato una crescita pressoché nulla. Una vera ripresa continua a non essere in vista. A ciò si aggiunge il fatto che il governo federale intende contrarre nuovi debiti per un importo di 838 miliardi di euro nel periodo dal 2027 al 2030 (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). I nuovi fondi sono destinati prevalentemente al potenziamento degli armamenti. In questo modo il governo federale prosegue i propri sforzi per superare la Francia nel campo degli armamenti e delle forze armate, settore in cui finora quest’ultima era in testa. Se Berlino riuscisse a far approvare i drastici tagli al bilancio dell’UE richiesti da Merz, ciò andrebbe soprattutto a discapito del bilancio agricolo e, di conseguenza, non da ultimo a discapito degli agricoltori francesi, che recentemente hanno già dovuto subire svantaggi a causa dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur. [11] La battaglia sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE si rivela così anche come un’aspra lotta di potere tra Berlino e Parigi, in cui è in gioco il rafforzamento del predominio tedesco in Europa.
[1] Il bilancio a lungo termine dell’UE. europarl.europa.eu, 26 maggio 2026.
[2] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Unione europea: quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2034. Rapporto IW 47/2025. Colonia, 13 ottobre 2025.
[3] La politica agricola dell’UE in cifre. europaparl.europa.eu, 17 ottobre 2025.
[4] Bilancio dell’UE 2028-2034: rispondere alle aspettative dei cittadini e alle sfide. europarl.europa.eu, 28 aprile 2026.
[5] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Unione europea: quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2034. Rapporto IW 47/2025. Colonia, 13 ottobre 2025.
[6] Virginie Malingre: Le discussioni sul bilancio dell’UE si preannunciano più difficili che mai. lemonde.fr, 17 giugno 2026.
[7] «Stabilire nuove priorità». bundesregierung.de, 24 aprile 2026.
[8] «Tracciare le linee guida fondamentali per l’Europa». bundesregierung.de, 28 luglio 2026.
[9] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Il bilancio dell’UE e gli Stati membri. Rapporto IW 62/2025. Colonia, 26 novembre 2025.
[10] Si veda a questo proposito La corsa agli armamenti della Germania.
[11] Si veda a questo proposito Il doppio ruolo neocoloniale.
Proteste contro gli “scarafaggi” a Berlino
Per la prima volta il movimento di protesta indiano si è esteso alla Germania: la scorsa settimana alcuni studenti indiani sono scesi in piazza a Berlino per manifestare contro il governo Modi, con cui il governo federale tedesco collabora strettamente.
28
Luglio
2026
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
NUOVA DELHI/BERLINO (Articolo originale) – La scorsa settimana, per la prima volta, l’ampio movimento di protesta in India si è esteso alla Germania. A Berlino, numerosi studenti indiani sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà al movimento di protesta nel loro Paese d’origine ed esprimere il loro malcontento nei confronti del governo indiano guidato dal primo ministro Narendra Modi. In India, le proteste contro gravi irregolarità nel sistema educativo indiano si sono trasformate in manifestazioni di massa, che dalla richiesta iniziale di dimissioni del ministro dell’Istruzione – ormai accolta – hanno iniziato ad estendersi fino a diventare proteste contro il primo ministro Modi. Sono state sostenute in gran parte dalla Generazione Z, ma trovano origine nell’elevata disoccupazione giovanile e nelle prospettive future di conseguenza desolate per molti. Il fatto che a Berlino siano scesi in piazza studenti indiani, dai quali il governo federale spera soprattutto di coprire il fabbisogno tedesco di manodopera qualificata, dimostra che non sta acquisendo una riserva passiva di manodopera, bensì persone attive e sicure di sé. Berlino sta collaborando sempre più strettamente con il governo Modi, contro il quale erano rivolte le loro proteste.
Le prime dimissioni sotto il governo Modi
Il ministro dell’Istruzione indiano Dharmendra Pradhan si è dimesso sabato scorso, dopo che le proteste studentesche contro il partito al governo Bharatiya Janta Party (BJP, Partito Popolare Indiano) si erano estese in tutto il Paese. Dopo oltre un mese di manifestazioni studentesche, iniziate a Delhi, Pradhan ha rassegnato le dimissioni sabato pomeriggio. [1] Si tratta delle prime dimissioni di un ministro del governo centrale dall’elezione di Narendra Modi a primo ministro nel 2014. Le dimissioni sono avvenute il giorno dopo l’incontro tra una delegazione governativa di alto livello e i rappresentanti del Cockroach Janta Party (CJP, Partito Popolare degli Scarafaggi), un movimento satirico online che guidava le proteste studentesche. [2] L’incontro, durato due ore, si è concluso senza una decisione definitiva; il governo ha chiesto tempo fino a sabato pomeriggio per rispondere alla richiesta principale del CJP, ovvero le dimissioni di Pradhan. A seguito delle dimissioni del ministro dell’Istruzione, Pralhad Joshi è stato nominato suo successore.[3]
Gli “scarafaggi”
Le proteste studentesche in India erano scoppiate dopo che, secondo quanto riportato, le domande d’esame di una delle più importanti prove nazionali per aspiranti medici, il “National Eligibility cum Entrance Test (Undergraduate)” (NEET-UG), erano state rese pubbliche in anticipo. Poco dopo, il governo ha annunciato il ripetersi dell’esame, che si è tenuto il 3 maggio, il che a sua volta ha comportato che oltre due milioni di studenti dovessero sostenere un’altra sessione d’esame.[4] Circa 20 studenti si sono tolti la vita a causa dello stress e dell’ansia da esame.[5] Sono subito levate le richieste di dimissioni del ministro dell’Istruzione Pradhan. Poco dopo, il 15 maggio, in un episodio separato, il presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, ha paragonato oralmente i giovani disoccupati del Paese alla Corte Suprema a degli «scarafaggi». [6] Le dichiarazioni hanno suscitato forte indignazione tra gli studenti. Uno studente indiano della Boston University, Abhijeet Dipke, ha quindi creato una pagina Instagram dal nome «Cockroach Janta Party», che ha rapidamente conquistato milioni di follower.[7]
Dai social media alle strade
Quando le proteste relative alla divulgazione anticipata delle domande d’esame si sono intensificate, il 20 giugno il CJP ha allestito un accampamento di protesta a Delhi, che ha gradualmente ottenuto il sostegno di numerosi attivisti e anche dei principali partiti politici. [8] Sonam Wangchuk, noto attivista ambientalista, si è unito alle proteste il 28 giugno e ha iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato per sostenere la richiesta della CJP di dimissioni di Pradhan. [9] Mentre cresceva la pressione sul governo di Modi affinché avviasse un dialogo con gli studenti, la mattina presto del 18 luglio la polizia di Delhi ha prelevato con la forza Wangchuk dal luogo della protesta e lo ha portato in un ospedale contro la sua volontà.[10] In segno di protesta, la CJP ha quindi annunciato una marcia verso il Parlamento per il 20 luglio. Il giorno della marcia, la polizia di Delhi ha represso brutalmente oltre 100.000 studenti, suscitando aspre critiche da ampi settori della società indiana – non da ultimo da parte delle associazioni dei lavoratori e dei contadini.[11] Le proteste hanno così assunto una portata nazionale; secondo quanto riportato sui social media, lo stesso giorno si sono svolte manifestazioni in oltre 100 località in tutto il Paese.
«Da Dharmendra a Narendra»
Le dimissioni sono avvenute solo quando le proteste a livello nazionale avevano già assunto proporzioni considerevoli. Si sono susseguite manifestazioni e scioperi, mentre cominciavano a formarsi mobilitazioni di massa spontanee. Il 25 luglio, mentre le proteste in tutto il Paese continuavano a intensificarsi, nello Stato del Bihar, nell’India centrale, si sono verificati disordini che hanno completamente sopraffatto le forze di sicurezza dispiegate sul posto. [12] Yogendra Yadav, un importante attivista sociale, ha dichiarato davanti a un gruppo di giornalisti presso il luogo della protesta, Jantar Mantar – un osservatorio astronomico del XVIII secolo a Delhi – che il malcontento si stava spostando da «Dharmendra a Narendra (Modi)» [13]: Dall’arresto di Sonam Wangchuk, avvenuto il 18 luglio, l’umore della popolazione si è rivoltato contro Modi, sebbene la richiesta ufficiale del movimento fosse semplicemente le dimissioni del ministro dell’Istruzione. Di fatto, le richieste di dimissioni di Pradhan sono passate in secondo piano; sempre più persone hanno rivolto la propria rabbia espressamente contro Modi.
Il fattore Generazione Z
Le proteste sono state sostenute, nel complesso, dalla cosiddetta “Generazione Z”, ovvero i giovani nati tra il 1997 e il 2010. [14] È alla creatività di questa generazione, cresciuta con i social media, che si attribuisce il merito di aver saputo conquistare la simpatia di persone di tutte le fasce d’età e di tutti gli strati sociali grazie a contenuti divertenti e satirici pubblicati sui social media.[15] Tali contenuti sono stati prodotti in quantità talmente grande da sopraffare semplicemente le argomentazioni delle istituzioni. Dietro a tutto ciò, tuttavia, si cela un contesto sociale più profondo. I giovani in India – come in molti altri paesi – si trovano attualmente a dover affrontare prospettive occupazionali cupe e, di conseguenza, dure prospettive di declino sociale. Secondo l’indagine periodica sulla forza lavoro condotta dal governo per l’anno 2025, un indiano su quattro di età compresa tra i 15 e i 29 anni non era né occupato né impegnato in un percorso di istruzione o formazione. [16] Dopo le dimissioni di Pradhan, le proteste del CJP sono state sospese; il luogo originario della protesta a Jantar Mantar è stato completamente sgomberato.[17] La situazione sociale dei manifestanti, tuttavia, non è migliorata. Non è da escludere, prima o poi, una ripresa delle proteste.
Non è una riserva passiva di manodopera
Il movimento di protesta si è esteso per la prima volta anche alla Germania. La scorsa settimana anche a Berlino numerosi studenti indiani sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà ai manifestanti in India ed esprimere il proprio malcontento nei confronti del governo di Modi. Con quest’ultimo, del resto, il governo tedesco collabora da anni in modo sempre più stretto – non da ultimo per schierarsi insieme contro la Cina. [18] La corruzione e la crescente repressione sotto Modi non ostacolano affatto questa collaborazione. Il fatto che ora anche gli studenti indiani in Germania scendano in piazza contro il governo di Delhi dimostra inoltre che: le persone provenienti dall’India, reclutate in Germania in modo mirato per coprire il fabbisogno locale di manodopera non solo nel settore dell’assistenza, ma anche nelle cosiddette discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) [19], non sono quella riserva di manodopera passiva auspicata da Berlino; hanno idee politiche proprie, che non coincidono con quelle del governo federale, e per difenderle scendono sempre più spesso in piazza.
[1] Rhea Mogul: Il ministro dell’Istruzione indiano si dimette dopo giorni di proteste giovanili denominate “Cockroach” a seguito della fuga di notizie sui testi d’esame. cnn.com, 25.07.2026.
[2] Redazione: Il governo è disposto ad accogliere due richieste, il presidente della Corte Suprema rimane irremovibile sulle dimissioni di Pradhan: cosa è successo nel secondo round di negoziati. timesofindia.com 24.07.2026.
[3] Redazione di The Hindu: Pralhad Joshi assume la carica di ministro dell’Istruzione. thehindu.com, 26 luglio 2026.
[4] Manikant Mishra: Da Vyapam al NEET: ecco una cronologia decennale degli scandali relativi alla fuga di notizie sui testi d’esame. tribuneindia.com, 17 maggio 2026.
[5] Philipp Wang: «Il “movimento degli scarafaggi” costringe alle dimissioni il ministro dell’Istruzione indiano». time.com, 25 luglio 2026.
[6] Gurdeep Sappal: Il presidente della Corte Suprema li ha definiti “scarafaggi”. La storia sa bene dove porta quel tipo di linguaggio. thewire.in, 16 maggio 2026.
[7] Zoya Mateen: L’India ha una nuova superstar politica: uno scarafaggio. tbc.com, 21 maggio 2026.
[8] PTI: I manifestanti del CJP continuano il sit-in a Jantar Mantar; durante la notte si sono radunati altri sostenitori. theprint.in, 22.07.2026.
[9] Simon Fraser: L’ingegnere in sciopero della fame che chiede riforme nel settore dell’istruzione in India. bbc.com, 21 luglio 2026.
[10] Geeta Pandey: attivista indiana in sciopero della fame da 20 giorni, portata con la forza in ospedale. bbc.com, 18 luglio 2026.
[11] Vidya Krishnan: In India, la paura ha cambiato campo. aljazeera.com, 23 luglio 2026.
[12] Amit Bhelari: Lo sciopero generale nel Bihar degenera in violenze; la polizia apre il fuoco a Siwan, ferendo tre manifestanti. thehindu.com, 25.07.2026.
[13] www.instagram.com/reels/DbN8RTEsFgA/
[14] Esther Sun: Dai Boomer alla Generazione Beta: una guida ai nomi delle generazioni. today.com, 26 settembre 2025.
[15] Hannah Ellis-Petersen: La vittoria del partito indiano “Cockroach Janta” nelle proteste preannuncia guai in vista per Modi. theguardian.com, 26 luglio 2026.
[16] Ufficio Nazionale di Statistica, Ministero delle Statistiche e dell’Attuazione dei Programmi, Governo dell’India: Relazione annuale sull’indagine periodica sulla forza lavoro, 2025 [gennaio 2025 – dicembre 2025]. 27.03.2026.
[17] I manifestanti indiani soprannominati “scarafaggi” sospendono lo sciopero dopo le dimissioni del ministro dell’Istruzione. bbc.com, 25.07.2026.
[18] Si veda a questo proposito Alla ricerca di alternative.
[19] Si veda a questo proposito L’importazione di manodopera dall’India.
Strategia senza pratica
La Germania e l’UE sono molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina per quanto riguarda lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA). Solo nella definizione delle strategie la Repubblica Federale è stata tra i pionieri a livello globale.
27
Luglio
2026

BRUXELLES/BERLINO (Articolo redazionale) – La Germania e l’UE sono molto indietro rispetto ai pionieri globali, Stati Uniti e Cina, per quanto riguarda lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale (IA). Lo confermano numerose ricerche, tra cui un recente studio pubblicato dalla Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito FDP. Secondo tale studio, l’Europa registra un ritardo drammatico, ad esempio, nella quota di mercato globale delle applicazioni di IA: mentre le app di IA americane sono state scaricate 1,35 miliardi di volte, i download delle app di IA europee si sono attestati a soli 1,26 milioni. Anche nello sviluppo di modelli avanzati di IA, nell’attrazione di investimenti nel settore, nella pubblicazione di lavori scientifici sull’argomento e nel numero di brevetti, l’Europa resta indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. L’unica azienda europea di rilevanza globale nello sviluppo di modelli di IA – Mistral – ha sede in Francia. Inoltre, le aziende tedesche stanno portando avanti l’introduzione dell’IA con relativa esitazione. Solo la formulazione della strategia ha avuto successo: la Germania è stata uno dei primi paesi al mondo ad adottare una strategia nazionale sull’IA. Tuttavia, l’attuazione pratica lascia a desiderare.
Europa: molto indietro
Per quanto riguarda i download di app di intelligenza artificiale, «le aziende statunitensi dominano a livello mondiale, mentre la Cina sta recuperando terreno dalla metà del 2025 e l’Europa resta indietro»: è questa la conclusione di un nuovo studio della Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito FDP, intitolato «The Geopolitics of AI App Exports», redatto da un collaboratore della Società tedesca per la politica estera (DGAP). [1] I risultati, basati sul numero di download di app Android, dipingono un quadro deludente per l’Europa. Dall’inizio del 2023 all’aprile 2026, le app di IA statunitensi hanno dominato a livello mondiale con circa 1,35 miliardi di download, mentre la Cina si è classificata al secondo posto con 205,41 milioni; l’UE è rimasta molto indietro con soli 1,26 milioni di download di app di IA dell’azienda francese Mistral. Uno dei risultati più sorprendenti dello studio è il predominio delle app di IA cinesi nei paesi dell’America Latina. Oltre ad aver registrato la quota di mercato più elevata in Russia, Bielorussia, Filippine e Indonesia, il numero di download delle app cinesi è risultato il più alto in paesi come Argentina, Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador e Messico. Al contrario, le app di IA statunitensi mantengono la loro posizione dominante in Nord America, Europa occidentale, Asia centrale e meridionale, nonché nei paesi arabi.
Sfere di influenza tecnologica
Come sottolinea l’autore, in ciò si riflettono le sfere di influenza tecnologiche generali (“tecnosfere”) – definite come “aree geografiche in cui un potere esterno possiede una capacità privilegiata, ma non esclusiva, di controllo sulla tecnologia e/o in cui l’attore esterno esercita un’influenza predominante in materia di governance tecnologica”. [2] Si afferma inoltre che, sebbene la tecnologia abbia sempre contribuito all’esercizio del controllo, tale capacità assume proporzioni «di gran lunga maggiori» nell’era dell’IA. Per questo motivo, le raccomandazioni dello studio rivolte all’UE comprendono, tra l’altro, la riduzione della dipendenza dai modelli di base open source cinesi. Lo studio sottolinea la dipendenza sia dell’ecosistema europeo che di quello statunitense dalle app delle startup cinesi specializzate in IA, dovuta alla mancanza in Europa di modelli statunitensi proprietari. Inoltre, l’autore sottolinea la necessità di stringere alleanze tra aziende europee specializzate nell’IA per contrastare il ritardo dell’UE nello sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) innovativi.
40 a 15 a 3
Il notevole ritardo dell’UE rispetto agli Stati Uniti e alla Cina emerge anche da altri studi, indici e dati. Secondo l’indice sull’IA della Stanford University, nel 2024 gli Stati Uniti hanno sviluppato 40 modelli di IA all’avanguardia, mentre la Cina ne ha sviluppati ben 15. [3] L’UE, invece, ne ha sviluppati solo tre, tutti realizzati dall’azienda francese Mistral. Nello stesso anno, le aziende statunitensi operanti nel settore dell’IA sono riuscite ad attrarre investimenti per un totale di 109 miliardi di dollari, mentre le loro controparti dell’UE sono riuscite a raccogliere solo 14,9 miliardi di dollari. Inoltre, secondo uno studio di Digital Science, un think tank specializzato in IA, nel 2024 la Cina ha superato di gran lunga tutti gli altri paesi del mondo per numero di pubblicazioni scientifiche nel campo dell’IA, con 23.695 pubblicazioni.[4] Il dato corrispondente era di 10.055 nell’UE, 6.378 negli Stati Uniti e 2.747 nel Regno Unito. Secondo quanto riportato, lo scorso anno Apple avrebbe addirittura discusso internamente l’acquisizione dell’unica azienda europea attualmente in grado di competere ai vertici mondiali dello sviluppo dell’IA.[5] Se ciò fosse avvenuto, l’UE non avrebbe più avuto uno sviluppatore di IA locale tra i leader globali del settore.
La Repubblica Federale è in ritardo
Se già l’UE nel suo complesso è molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, ciò vale a maggior ragione per la Germania. Uno studio condotto nel 2021 dall’Istituto Fraunhofer per la ricerca sui sistemi e l’innovazione (ISI) per conto di KfW Research ha rivelato che, all’epoca, lo sviluppo della tecnologia dell’IA era ancora considerato meno importante rispetto ad altre tecnologie quali la robotica, la tecnologia delle batterie e la sicurezza informatica, e si collocava solo al 20° posto in una classifica. [6] Nel 2024 la Germania deteneva una quota di appena il 6% dei brevetti mondiali sull’IA, posizionandosi così ben dietro alla Cina (29%) e agli Stati Uniti (27%). Mentre in Cina il numero delle domande di brevetto si è moltiplicato per cento dall’inizio degli anni 2000, in Germania si è solo triplicato. Il ritardo della Germania può essere illustrato anche con il modello economico del «Revealed Comparative Advantage» (RCA); si tratta di un indicatore che determina il rapporto tra esportazioni e importazioni di un paese per un determinato gruppo di prodotti rispetto al suo rapporto complessivo tra esportazioni e importazioni. Nel 2024 l’RCA della Germania nel settore dell’IA era pari a -57. L’RCA riflette il grado di successo con cui le imprese nazionali riescono a posizionarsi rispetto a quelle estere.
Al ritmo della Germania
Oltre al ritardo in termini di competenze nell’IA, la Germania deve inoltre fare i conti con una stagnazione nell’adozione dell’IA nel settore economico. Uno studio del Centro Leibniz per la Ricerca Economica Europea (ZEW) di Mannheim, risalente al 2024, ha evidenziato che, sebbene le aziende tedesche utilizzassero l’IA con maggiore frequenza rispetto alla media UE, tale utilizzo era rimasto stagnante dal 2021.[7] Dal 2021 al 2023, l’utilizzo dell’IA nelle imprese tedesche è aumentato solo di un punto percentuale, passando dall’11 al 12 per cento. La Repubblica Federale ha comunque ottenuto un buon risultato nell’indice «AI Fitness» della società di revisione e consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), che misura la disponibilità generale di un paese a introdurre, regolamentare e trarre vantaggio dall’IA. In uno studio globale sulle prestazioni dell’IA pubblicato quest’anno, la Germania ha ottenuto 5,6 punti nell’indice PwC.[8] Si è così posizionata leggermente al di sopra della mediana globale (5,5) e nettamente davanti agli Stati Uniti (5,2), ma significativamente dietro alla Cina (6,9), a Hong Kong (6,7) e all’Arabia Saudita (6,2).
Nel paese dei poeti
La performance complessivamente modesta della Germania nel campo dell’IA è in contrasto con il fatto che nel 2018 la Repubblica Federale è stata tra i primi paesi al mondo a varare una strategia nazionale sull’IA.[9] La strategia era un progetto congiunto dei ministeri dell’Istruzione e della Ricerca e dell’Economia e del Lavoro ed è stata dotata di un finanziamento iniziale di tre miliardi di euro fino al 2025. [10] Il finanziamento ha ricevuto un’iniezione di ulteriori due miliardi di euro grazie al pacchetto di misure economiche e per il futuro del 2020. La strategia tedesca del 2018 si basava su tre obiettivi: rafforzare la competitività della Germania come polo di ricerca ed economico per l’IA; garantire uno sviluppo «responsabile» dell’IA; integrare l’IA nella società attraverso un ampio dialogo. Nel 2020 la strategia è stata aggiornata per tenere conto dei nuovi sviluppi e delle nuove esigenze, tra cui la lotta alla pandemia, la sostenibilità e la tutela dell’ambiente. Da ultimo, nel novembre 2023, il Ministero federale della Ricerca, della Tecnologia e dell’Spazio (BMFTR) ha pubblicato un piano d’azione sull’IA che mira, tra l’altro, a una più stretta cooperazione europea.
[1], [2] Valetin Weber: La geopolitica delle esportazioni di app di intelligenza artificiale. Fondazione Friedrich Naumann, giugno 2026.
[3] L’Indice sull’IA 2025. Università di Stanford, aprile 2025.
[4] Dennis Normile: La Cina è al primo posto a livello mondiale per numero di pubblicazioni sull’intelligenza artificiale, secondo quanto emerge da un’analisi dei database. science.org, 11.07.2025.
[5] Secondo quanto riportato da *The Information*, Apple avrebbe discusso internamente l’acquisto di Mistral e Perplexity. reuters.com, 26 agosto 2025.
[6] Volker Zimmermann: L’intelligenza artificiale in Germania: situazione attuale, opportunità e possibilità di intervento in materia di politica economica. KfW Research, 21 giugno 2024.
[7] L’adozione dell’intelligenza artificiale ristagna nelle aziende tedesche. zew.de, 28 agosto 2024.
[8] Studio globale sulle prestazioni dell’IA: la Germania è più avanzata degli Stati Uniti, ma in ritardo rispetto alla Cina. e3mag.com, 9 luglio 2026.
[9] Ministero federale della Ricerca, della Tecnologia e dello Spazio: Intelligenza artificiale. bmftr.bund.de.
[10] James Dargan: La strategia tedesca sull’intelligenza artificiale: finanziata ma in stallo. theaiinsider.tech, 13 luglio 2026.
Complicità nella guerra di aggressione
Gli Stati Uniti utilizzano nuovamente le infrastrutture tedesche per rafforzare la propria presenza aerea in Medio Oriente, al fine di estendere la guerra contro l’Iran. Secondo gli esperti di diritto, il fatto che Berlino permetta tutto ciò costituisce un caso di favoreggiamento di una guerra di aggressione.
24
Luglio
2026

TEHERAN/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – Nell’ambito del rafforzamento della presenza aerea statunitense in Medio Oriente, in vista di un’estensione della guerra di aggressione contro l’Iran, le forze armate statunitensi ricorrono nuovamente alle infrastrutture militari presenti in Germania. Proprio come già prima dell’inizio della guerra e nei primi 40 giorni di conflitto, aerei da combattimento e truppe vengono trasferiti attraverso la base aerea statunitense di Ramstein verso la penisola arabica, dove si preparano ad affrontare l’annunciata ondata di attacchi intensificati. Anche la base aerea statunitense di Spangdahlem è coinvolta; i caccia F-16 ivi di stanza sono stati trasferiti la scorsa settimana nella zona di schieramento in Medio Oriente. Erano tornati dalla loro missione di guerra in quella regione solo poche settimane fa. Di grande importanza è inoltre l’ospedale militare statunitense di Landstuhl, il più grande del suo genere al mondo. Negli ultimi giorni, quasi una dozzina di militari statunitensi, alcuni dei quali gravemente feriti, sono stati trasportati lì per ricevere cure. Il numero dei paramedici nell’ospedale è stato inoltre recentemente aumentato di oltre 150 unità, in previsione di un aumento del numero delle vittime. Per l’espansione della guerra di aggressione illegale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia crimini di guerra. Berlino ne è complice.
Ramstein
Come di consueto, le forze armate statunitensi utilizzano ampiamente le infrastrutture militari americane presenti in Germania per l’attuale rafforzamento delle truppe in Iran. Viene ad esempio costantemente utilizzata la base aerea statunitense di Ramstein, non lontana da Kaiserslautern [1], la più grande base dell’aeronautica militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti, dove ha sede il quartier generale delle forze aeree statunitensi per l’Europa e l’Africa. A Ramstein si trova, tra l’altro, una stazione di ripetizione satellitare che ha fatto più volte notizia perché attraverso di essa vengono controllate le operazioni dei droni statunitensi non solo in Africa, ma anche nel Vicino e Medio Oriente. Anche per altre operazioni i dati passano attraverso Ramstein – non da ultimo per la guerra in Iran. [2] Ramstein funge costantemente anche da hub logistico per quest’ultima. Poco dopo l’inizio della guerra, aerei militari provenienti dalla Spagna – che da lì non potevano decollare per partecipare al conflitto, poiché il governo spagnolo lo aveva vietato – sono stati trasferiti a Ramstein: Berlino, a differenza di Madrid, non ha sollevato alcuna obiezione alla loro partecipazione alla guerra di aggressione contro l’Iran. Mercoledì scorso è atterrato a Ramstein un aereo relè E-11A BACN; proveniva dalla Warner Robins Air Force Base, nello Stato della Georgia (USA), e ha proseguito il volo verso il Medio Oriente.[3] L’aereo coordina in tempo reale i caccia e i bombardieri mentre effettuano attacchi aerei.
Spangdahlem
Anche la base aerea statunitense di Spangdahlem, nell’Eifel, svolge un ruolo importante nell’attuale rafforzamento della presenza dell’aeronautica militare statunitense in Medio Oriente, finalizzato a preparare un’estensione su vasta scala della guerra di aggressione. La scorsa settimana, alcuni caccia statunitensi F-16 di stanza in quella base sono stati trasferiti in Medio Oriente. [4] Inoltre, jet del tipo F-35 sono decollati dalla base aerea britannica di Lakenheath, a nord-est di Cambridge, diretti verso la regione, così come altri jet F-16 dalla base aerea statunitense di Aviano, a nord-est di Venezia. [5] Gli F-16 di stanza fissa a Spangdahlem erano tornati solo poche settimane fa dalla loro missione nella zona di guerra; si tratta di velivoli specializzati nel neutralizzare la difesa aerea nemica. Il fatto che un numero notevole di aerei da combattimento provenienti da tutte e tre le unità dell’Aeronautica Militare statunitense in Europa venga trasferito nella penisola arabica è insolito, come afferma David Deptula, tenente generale in pensione dell’Aeronautica Militare statunitense e decano del Mitchell Institute for Aerospace Studies, un think tank su tematiche aeronautiche con sede a Washington, citato sul quotidiano delle forze armate statunitensi Stars and Stripes. [6] Deptula sottolinea tuttavia che, verso la fine della Guerra Fredda, l’Aeronautica Militare statunitense non disponeva in Europa di tre, bensì di nove unità – una prova del progressivo declino della sua potenza militare.
Landstuhl
Nel contesto della guerra in Iran, oltre a Ramstein e Spangdahlem, viene ormai utilizzato con maggiore frequenza anche il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti. Negli ultimi giorni, quasi una dozzina di soldati statunitensi gravemente feriti sono stati trasportati lì dalla Giordania per ricevere cure. Ciò ha suscitato scalpore anche perché l’amministrazione Trump riferisce in misura notevolmente minore rispetto ai precedenti governi statunitensi in merito alle proprie perdite e ai propri danni; solo le vittime tra i militari statunitensi vengono rese pubbliche, poiché ciò è rigorosamente prescritto dalla legge. Gli osservatori statunitensi sottolineano tuttavia che ciò non vale per i dipendenti delle società militari private, che spesso costituiscono una parte significativa del personale presente nelle basi militari statunitensi. Dopo che il Pentagono ha dovuto recentemente confermare che tre soldati statunitensi avevano perso la vita durante gli attacchi iraniani alla base aerea di Muwaffaq Salti presso Al Azraq in Giordania, alcune ricerche condotte dai media statunitensi hanno rivelato che, tra il 7 giugno e lo scorso fine settimana, erano stati feriti anche quasi 100 militari statunitensi; il Pentagono non ne aveva informato l’opinione pubblica statunitense. [7] Anzi, era stato regolarmente riferito che i droni e i missili iraniani fossero stati respinti o avessero completamente mancato i loro obiettivi.
Danni materiali
Sono ora disponibili le prime indagini dei media non solo sul numero dei militari statunitensi feriti negli attacchi iraniani, ma anche sui danni causati alle armi e alle infrastrutture militari. Come riportato mercoledì dal *New York Times*, questo mese l’Iran ha concentrato i propri attacchi su nove località con presenza statunitense; nei primi 40 giorni di guerra erano state 18. La base aerea di Muwaffaq Salti è stata colpita ben quattro volte; secondo il quotidiano, lì sono stati distrutti tre edifici con l’uso di droni e due hangar, oltre a presunti container adibiti ad alloggi. Gravi danni sono stati registrati anche alla Torre 22, una struttura militare statunitense nell’estremo nord-est della Giordania, proprio al confine con la Siria. [8] Sono stati colpiti anche hangar e un sistema radar in altre due basi militari in Giordania, nonché l’aeroporto internazionale Re Hussein, dove sono di stanza anche militari statunitensi. In Bahrein è stato danneggiato – almeno – un magazzino; all’Aeroporto Internazionale di Erbil, nel nord dell’Iraq – dove sono presenti anche truppe statunitensi – è stata distrutta una tenda militare. È stata colpita anche la base aerea Ali al Salem in Kuwait, mentre presso la vicina base aerea Ahmad al Jaber è stato distrutto un sistema radar, che era in funzione da appena sei mesi. Questi sono solo i danni accertati finora.
Feriti e morti
Ciò a cui Washington si sta preparando, al di là delle dichiarazioni pubbliche, è dimostrato dal fatto che negli ultimi giorni più di 150 paramedici statunitensi sono stati trasferiti al Landstuhl Regional Medical Center; di conseguenza, qualora il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse effettivamente ordinare l’estensione degli attacchi statunitensi, già annunciata e preparata con il rafforzamento della presenza aerea, ci si aspetta un corrispondente intensificarsi della resistenza iraniana e un conseguente aumento anche del numero delle vittime statunitensi – compresi i feriti gravi, che verranno poi trasportati in Germania per ricevere cure mediche. [9] Anche coloro che dovessero perdere la vita in eventuali contrattacchi iraniani saranno presumibilmente trasportati inizialmente nella Repubblica Federale Tedesca, prima di essere trasferiti negli Stati Uniti in bare: l’unità Air Force Mortuary Affairs Operations (AFMAO) effettua solitamente uno scalo a Ramstein durante i suoi voli dalla zona di guerra verso gli Stati Uniti. Così è avvenuto anche di recente, quando sono state riportate le salme di quattro soldati statunitensi caduti in Medio Oriente; secondo quanto riportato, il volo da Ramstein alla Dover Air Force Base nel Delaware, attraverso la quale vengono solitamente gestiti i trasporti delle salme, dura dalle nove alle dieci ore.[10]
Conseguenze giuridiche per Berlino
Per estendere la guerra di aggressione contraria al diritto internazionale, il presidente degli Stati Uniti Trump annuncia ufficialmente attacchi statunitensi contro infrastrutture civili; si tratta di crimini di guerra. L’annuncio di voler ordinare crimini di guerra ha un peso notevole anche per il governo federale tedesco. Continua infatti a consentire alle forze armate statunitensi di utilizzare le infrastrutture militari presenti in Germania – come Ramstein, Spangdahlem, Landstuhl – e concede loro senza esitazione i diritti di sorvolo. Secondo Michael Riegner, professore di diritto pubblico, diritto internazionale e diritto comparato all’Università di Erfurt e direttore della Global Justice Clinic della stessa ateneo, l’idea che ciò non abbia conseguenze non è sostenibile. È inammissibile limitare l’articolo 26, paragrafo 1, della Legge fondamentale alla Bundeswehr, sostiene Riegner. Il paragrafo recita che «gli atti idonei a […] turbare la convivenza pacifica dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione», devono essere «puniti». Chiunque renda possibile la conduzione di una guerra di aggressione si rende «complice», afferma Riegner.[11] Non può esserci alcun dubbio sul fatto che ciò valga anche nel caso della preparazione di una guerra di aggressione da parte delle forze armate di uno Stato terzo, ad esempio quelle degli Stati Uniti.
[1] Si veda a questo proposito La Renania-Palatinato: crocevia della guerra.
[2] Reiner Braun: Nessuna guerra senza la base aerea statunitense di Ramstein. ipb.org 01.04.2026.
[3] Un E-11A dell’USAF si dirige verso l’Arabia Saudita dopo una sosta a Ramstein, rafforzando le comunicazioni aeree in Medio Oriente. itamilradar.com 22.07.2026.
[4] Chris Gordon: Gli Stati Uniti dispiegano F-16 e F-35 in Medio Oriente mentre la tensione con l’Iran si riaccende. airandspaceforces.com, 17 luglio 2026.
[5], [6] Jennifer H. Svan: L’Aeronautica Militare punta tutto sull’impiego di stormi di caccia con base in Europa per fornire supporto in Medio Oriente. stripes.com, 22 luglio 2026.
[7] Eric Schmitt: Il Pentagono ha nascosto decine di feriti tra i militari statunitensi nella guerra in Iran. nytimes.com, 20 luglio 2026.
[8] Aric Toler, Christoph Koettl: Cosa rivelano le immagini sui recenti danni subiti dalle basi militari statunitensi in Medio Oriente. nytimes.com, 22 luglio 2026.
[9] Shelby Holliday, Lara Seligman, Stephen Kalin: Gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare in Medio Oriente, offrendo a Trump la possibilità di estendere la guerra contro l’Iran. wsj.com, 22 luglio 2026.
[10] Janet Loehrke, George Petras: Come i rimpatri dignitosi riportano a casa i militari statunitensi caduti. eu.usatoday.com 22.07.2026.
[11] Michael Riegner: Riserva parlamentare per le guerre di aggressione. verfassungsblog.de, 29 aprile 2026.
La nuova geoeconomia dei prezzi dei farmaci
Gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni affinché in Germania vengano aumentati i prezzi dei farmaci, al fine di alleggerire il proprio bilancio. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti ha quindi avviato di recente una cosiddetta procedura “Sector 301” contro la Repubblica Federale Tedesca.
23
Luglio
2026
WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – L’amministrazione Trump esorta il governo federale tedesco ad attuare un aumento dei prezzi dei farmaci in Germania. Motiva questa richiesta sostenendo che l’industria farmaceutica finanzi i propri investimenti in ricerca e sviluppo principalmente attraverso il mercato statunitense. Altri paesi, invece, contribuirebbero in misura minima, pur beneficiando comunque dei progressi in campo medico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump accusa la Germania e altre nazioni di «parassitismo globale». Il 18 giugno gli Stati Uniti hanno avviato contro la Repubblica Federale Tedesca una cosiddetta procedura «Sector 301» a causa della «persistente sottovalutazione dei farmaci innovativi», con l’obiettivo di migliorare in Germania le condizioni di redditività per l’industria farmaceutica. Il cancelliere federale Friedrich Merz ha respinto la richiesta; il Ministero dell’Economia, invece, si è detto disponibile al dialogo. Boehringer e Merck hanno già ceduto e offrono alcuni preparati a prezzi più bassi sulla nuova piattaforma TrumpRX. Insieme ad altre multinazionali come Bayer, premono in cambio per aumenti dei prezzi negli Stati membri dell’UE, minacciando di non lanciare più nuovi farmaci in Europa – per eliminare ogni possibilità di confronto – qualora le loro richieste non venissero soddisfatte.
«Parassitismo globale»
Gli Stati Uniti sono in testa alla classifica mondiale dei paesi con i prezzi dei farmaci più alti; seguono la Svizzera, la Germania e il Canada. L’amministrazione Trump vorrebbe ora cambiare questa situazione. Sostiene di aver individuato un «parassitismo globale» e individua come causa principale i presunti «sistemi sanitari socialisti in Germania e in tutte le parti dell’Unione Europea».[1]
Il decreto
In questo contesto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha emanato già nel maggio 2025 un decreto in base al quale, in futuro, gli Stati Uniti adotteranno come parametro di riferimento per il mercato farmaceutico nazionale il prezzo più basso praticato in un paese industrializzato per un determinato farmaco. L’ordine esecutivo definisce come obiettivo della politica commerciale statunitense quello di «aiutare i produttori ad aumentare i propri prezzi all’estero, a condizione che i ricavi aggiuntivi così ottenuti vengano utilizzati direttamente per ridurre i prezzi a carico dei pazienti e dei contribuenti americani».[2]
Un cuore per le grandi aziende farmaceutiche
Se il governo precedente aveva ancora attaccato l’avidità di profitto dell’industria farmaceutica – «abbiamo sconfitto la Big Pharma», esultò il presidente Joe Biden nel 2024, poco dopo l’introduzione di sconti su dieci farmaci di largo consumo [3] –, per l’amministrazione Trump ciò non rappresenta più un problema. A differenza dei Democratici, i Repubblicani accettano in linea di principio senza esitazioni i prezzi elevati dei farmaci. In questo modo fanno propria la versione delle aziende farmaceutiche, secondo cui le spese per la ricerca giustificano prezzi elevati. A contraddire questa affermazione è, tuttavia, il fatto che AstraZeneca, Bayer e altre aziende stiano ridimensionando sempre più i propri laboratori per acquistare invece promettenti startup farmaceutiche. L’amministrazione Trump ignora inoltre che i produttori non parlano sempre di ricerca e sviluppo senza motivo, poiché sotto il termine «sviluppo» includono le loro immense spese di marketing.
La procedura Sector 301
In linea con il decreto di Trump del maggio 2025, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer ha cercato per mesi di convincere il governo federale tedesco ad attuare una ridistribuzione delle risorse nel sistema sanitario a favore dell’industria farmaceutica. Ma i negoziati sono falliti. Per questo motivo, a metà giugno Greer ha avviato una cosiddetta procedura «Sector 301» contro la Germania a causa della «persistente sottovalutazione dei farmaci innovativi». [4] In tale occasione ha anche criticato esplicitamente la «Legge sulla stabilizzazione dei contributi nell’assicurazione sanitaria pubblica», all’epoca oggetto di accesi dibattiti: «Sono particolarmente preoccupato dalle notizie secondo cui la Germania starebbe accelerando l’approvazione di una legge che ridurrebbe ulteriormente la spesa per i farmaci innovativi.»[5]
L’accordo con il Regno Unito
Gli Stati Uniti hanno già raggiunto un accordo con il Regno Unito. Per evitare l’aumento dei dazi minacciato sulle esportazioni farmaceutiche delle aziende britanniche, il governo ha garantito, tra l’altro, prezzi più elevati per i farmaci di nuova immissione sul mercato. Secondo un’analisi pubblicata sul British Medical Journal, l’accordo costerà al National Health Service (NHS) circa 51,5 miliardi di euro entro il 2036. Secondo gli autori, la necessaria ridistribuzione dei fondi causerà gravi lacune nell’assistenza sanitaria. Si prevede quindi un aumento dei decessi fino a 229.000 casi.[6]
«Una questione interna»
Il governo federale, dal canto suo, giudica apertamente infondate le richieste del governo statunitense. Il cancelliere federale Friedrich Merz e la ministra della Salute Nina Warken hanno fatto riferimento all’accordo commerciale stipulato dall’UE con gli Stati Uniti, che prevede un dazio all’importazione del 15% sui prodotti farmaceutici. Merz ha definito la regolamentazione dei prezzi dei farmaci in Germania una «questione puramente interna». Anche Warken ha respinto qualsiasi concessione. A tal proposito, la politica della CDU ha affermato di vedere «poco margine di manovra». [7] Solo il Ministero federale dell’Economia si è mostrato disponibile al dialogo. «Cercherà il dialogo con gli Stati Uniti su questa questione», ha dichiarato una portavoce.[8] Martedì i rappresentanti del Ministero della Salute e della Cancelleria federale hanno incontrato la direttrice generale dell’UE per il Commercio, Ditte Juul Jørgensen, per discutere una strategia comune.
Trattamento della nazione più favorita per gli Stati Uniti
Già nel luglio 2025 Trump aveva chiesto in una lettera a 17 aziende farmaceutiche di «ridurre i prezzi dei farmaci soggetti a prescrizione medica negli Stati Uniti al livello del prezzo più basso praticato in altri paesi sviluppati». [9] Anche due aziende farmaceutiche tedesche, Boehringer Ingelheim e Merck, hanno ricevuto la lettera, nella quale veniva loro richiesto di concedere agli Stati Uniti i prezzi «most favored nation», ovvero di applicare il principio della nazione più favorita. Entrambe le aziende hanno ottemperato alla richiesta. «Continueremo a collaborare in modo costruttivo con i governi, le autorità di regolamentazione e le organizzazioni dei pazienti per garantire che i pazienti abbiano accesso a farmaci a prezzi accessibili e che le innovazioni mediche per trattamenti vitali continuino a essere possibili», ha dichiarato Boehringer.[10] Il gruppo offre ora tre preparati a condizioni notevolmente agevolate sulla piattaforma TrumpRX, di recente creazione. Anche Merck è presente sulla piattaforma con tre farmaci e si è persino impegnata a produrre in futuro un maggior numero dei propri farmaci per la fertilità sul territorio statunitense. «Grazie alla nostra collaborazione con il presidente Trump e il suo governo, d’ora in poi un numero maggiore di famiglie negli Stati Uniti avrà accesso a terapie innovative di fecondazione in vitro e, si spera, potrà realizzare il proprio desiderio di avere un figlio», ha dichiarato Danny Bar-Zohar, amministratore delegato di Merck.[11]
La comprensione di Bayer nei confronti di Trump
Altre aziende farmaceutiche, come ad esempio Bayer, stanno cercando attivamente di concludere un accordo, poiché temono che, in caso contrario, si vedrebbero costrette ad attuare programmi di riduzione dei costi ancora più drastici. Il gruppo di Leverkusen non critica però le misure di Trump. Lo ha già sostenuto durante la campagna elettorale con 122.000 dollari, ha sponsorizzato la sua cerimonia di insediamento e ora appoggia anche le invettive di Trump contro Berlino e Bruxelles. «Sì, capisco la frustrazione del governo statunitense nei confronti della politica farmaceutica europea», ha dichiarato l’amministratore delegato Bill Anderson in un’intervista: «Tutti i governi europei desiderano posti di lavoro nel settore farmaceutico e biotecnologico. Ma quando si tratta dei prezzi dei farmaci innovativi, accettano solo una frazione di quanto pagano gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile.»[12] «In Europa i prezzi dei nuovi prodotti devono aumentare», chiede di conseguenza Stefan Oelrich, membro del consiglio di amministrazione di Bayer responsabile del settore farmaceutico.[13] Lo ha sicuramente comunicato di persona anche al commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi, quando quest’ultimo ha visitato la sede berlinese di Bayer a giugno. Considerato l’elevato numero di incontri tra i lobbisti del gruppo e i membri del gabinetto di Várhelyi, come risulta dal registro di trasparenza dell’UE, è probabile che l’argomento fosse all’ordine del giorno. Inoltre, il gruppo di Leverkusen ha inviato una lettera in merito alla Commissione europea insieme ad altre aziende farmaceutiche.
Le grandi aziende farmaceutiche minacciano
Per esercitare pressione, i colossi farmaceutici sottolineano il calo del numero di domande di autorizzazione all’immissione in commercio nei paesi dell’UE, dovuto al fatto che i produttori non vogliono offrire al governo statunitense la possibilità di confrontare i prezzi. «Non si tratta di minacce a vuoto, sta già accadendo», spiega Matthias Berninger, responsabile delle relazioni pubbliche di Bayer: «L’Europa sta per arrivare al punto in cui non verranno più autorizzati quasi nessun nuovo farmaco». [14] L’«Associazione dei produttori farmaceutici che svolgono attività di ricerca» (VFA), fondata dal gruppo di Leverkusen, ha già utilizzato questo argomento nella sua campagna contro la legge di stabilizzazione delle casse malattia. In un annuncio a tutta pagina pubblicato su un quotidiano, l’organizzazione di lobby ha esortato la classe politica a non intaccare i profitti delle aziende farmaceutiche, per non mettere a rischio l’approvvigionamento di medicinali. «Cari deputati del Bundestag», si leggeva nell’annuncio: «Siete voi a decidere se la medicina di domani arriverà ancora in Germania». Eppure la legge non prevede quasi alcun onere per l’industria farmaceutica e garantisce loro condizioni operative favorevoli a lungo termine. «È prevedibile anche in futuro un aumento della spesa farmaceutica», si legge nell’annuncio.
Audizione a settembre
Da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi gli aumenti dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, quest’ultima basa la propria linea d’azione aggressiva principalmente su procedimenti ai sensi della Sezione 301, come quello sopra menzionato, per i quali una disposizione contenuta in una legge sul commercio del 1974 costituisce la base giuridica. Il procedimento pendente contro la Germania concede al governo federale un termine fino al 10 agosto per presentare le proprie osservazioni. L’udienza pubblica è prevista per il 22 settembre.
[1] Ticker 25/4. cbgnetwork.org
[2] Garantire ai pazienti americani prezzi dei farmaci soggetti alla clausola della nazione più favorita. whitehouse.gov 12.05.2025.
[3] «Abbiamo battuto le grandi aziende farmaceutiche»: il presidente Biden e Bernie Sanders parlano dei prezzi dei farmaci. mmm-online.com 04/04/2024.
[4] L’USTR annuncia l’avvio di un’indagine ai sensi della Sezione 301 in merito al persistente sottorimbolso da parte della Germania per i prodotti farmaceutici innovativi. ustr.gov, 18 giugno 2026.
[5] Winand von Petersdorff: Nuovi problemi negli Stati Uniti per l’industria farmaceutica? Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20 giugno 2026.
[6] Andrew Gregory: Secondo un’analisi, l’accordo tra Stati Uniti e Regno Unito in materia di farmaci potrebbe causare 229.000 decessi in più in Inghilterra. theguardian.com 02.07.2026.
[7] Melanie Höhn: Warken e Merz non intendono venire incontro al governo statunitense. pharmazeutische-zeitung.de, 23 giugno 2026.
[8] Germania e Stati Uniti in conflitto sui prezzi più elevati dei farmaci. aerzteblatt.de, 19 giugno 2026.
[9] Scheda informativa: Il presidente Donald J. Trump annuncia misure volte a garantire agli americani i prezzi più convenienti al mondo per i farmaci soggetti a prescrizione medica. whitehouse.gov, 31 luglio 2025.
[10] Boehringer risponde alla lettera di Trump. aerzteblatt.de 05/08/2025.
[11] Vanessa Trzewik: Merck cede alle pressioni di Trump. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 ottobre 2025.
[12] «Ciò potrebbe comportare un calo significativo dei raccolti». t-online.de, 5 giugno 2026.
[13] Bayer punta ad aumentare i prezzi dei farmaci nei paesi più ricchi. seekingalpha.com, 1° aprile 2026.
[14] Carla Neuhaus, Marc Widmann: Lena Paulin è in attesa di un farmaco importante. Die Zeit, 21 maggio 2026.
Germania – Italia 0-1
Con l’accettazione dell’offerta pubblica di acquisto da parte dell’italiana UniCredit, una delle più grandi lotte di potere nel settore bancario europeo si conclude a favore dell’Italia. La Germania si trova sempre più sulla difensiva nel settore bancario.
22
Luglio
2026

BERLINO/ROMA (Notizia propria) – La battaglia per l’acquisizione della Commerzbank si è conclusa. Con la sua offerta pubblica di acquisto andata a buon fine, l’italiana UniCredit si è assicurata poco meno della metà dei diritti di voto e potrà assumere il controllo del Consiglio di sorveglianza e del Consiglio di amministrazione della seconda banca privata tedesca in occasione dell’assemblea generale del 2027. È stata sostenuta in questo da una rete di istituti finanziari internazionali, tra cui la giapponese Nomura, la francese BNP Paribas e diverse banche statunitensi. Ciò pone fine non solo a una lotta di potere durata quasi due anni tra le grandi banche tedesche e italiane. L’acquisizione rappresenta al contempo la progressiva concentrazione del settore bancario europeo. Mentre UniCredit italiana si posiziona come nuovo gruppo bancario europeo, la Germania si trova sempre più sulla difensiva. Con la Commerzbank, uno dei principali finanziatori delle piccole e medie imprese tedesche e un’istituzione chiave della piazza finanziaria di Francoforte passa sotto controllo straniero. Il conflitto mette in luce la contraddizione tra l’integrazione europea del settore finanziario e gli interessi degli Stati nazionali, che cercano di mantenere il controllo sui propri centri di comando economico.
UniCredit si assicura la maggioranza
All’inizio di maggio UniCredit aveva presentato un’offerta pubblica di acquisto che è scaduta all’inizio di luglio. Nell’ambito della sua offerta, ha offerto 0,485 delle proprie azioni per ogni azione di Commerzbank. [1] Alla scadenza del termine dell’offerta, ha reso noto di aver acquisito, nell’ambito dell’offerta di scambio, il 17,6% delle azioni di Commerzbank. In questo modo ha aumentato la propria quota nella banca di Francoforte dal 26,77% al 44,37%, aggiudicandosi la battaglia per l’acquisizione che durava da quasi due anni. [2] Se si aggiunge il 3,22% di derivati detenuti da UniCredit, la sua quota sale addirittura al 47,59%. Secondo i dati forniti dalla società, ciò corrisponde a una quota di diritti di voto del 49,65%, poiché le azioni proprie detenute da Commerzbank non conferiscono diritto di voto. Inoltre, UniCredit dispone di strumenti derivati su un ulteriore 13% delle azioni di Commerzbank, che tuttavia non conferiscono alcun diritto di voto. Alla prossima assemblea generale, prevista nella primavera del 2027, otto dei dieci rappresentanti della parte azionaria del consiglio di sorveglianza saranno sottoposti a rielezione. Grazie alla sua maggioranza nell’assemblea generale, UniCredit potrà determinare in modo determinante l’assegnazione delle cariche.[3]
Critiche all’offerta pubblica di acquisto
In relazione all’offerta pubblica di acquisto sono state nel frattempo sollevate accuse di manipolazione del mercato. Il comitato aziendale centrale della Commerzbank, che aveva sporto denuncia contro ignoti, ha tuttavia subito una sconfitta legale. Anche la dirigenza della Commerzbank ha criticato ripetutamente le informazioni fornite da UniCredit e ha coinvolto l’autorità di vigilanza finanziaria BaFin. Secondo quanto riferito dall’autorità di vigilanza, le azioni offerte provengono in gran parte da banche e operatori di mercato collegati a UniCredit. Secondo la Commerzbank, non è chiaro in che misura siano state offerte azioni prese in prestito e quali accordi di copertura fossero in essere.[4] È noto che la giapponese Nomura, l’americana Citigroup e la francese BNP Paribas avevano concluso operazioni di swap su azioni della Commerzbank con UniCredit. [5] Oltre a queste banche, UniCredit può contare su altri istituti finanziari come Jefferies e Bank of America. Le banche affiliate a UniCredit le consentono, in un determinato momento, di accedere a un ulteriore 13% delle azioni di Commerzbank.[6]
Attacco alla dirigenza aziendale
A metà giugno UniCredit ha minacciato di sostituire il Consiglio di sorveglianza e il Consiglio di amministrazione della Commerzbank. A tal fine, tuttavia, la grande banca italiana dovrebbe sostituire anche i due membri del Consiglio di sorveglianza nominati dal governo federale. Dopo il salvataggio della Commerzbank, il governo federale si era assicurato il diritto di proporre due rappresentanti per l’organo di controllo. [7] UniCredit ha ora dichiarato che, qualora ricevesse «un sostegno sufficiente da parte degli azionisti» durante l’assemblea generale, sarebbe «in grado … di eleggere tutti i rappresentanti degli azionisti nel Consiglio di sorveglianza». [8] Se UniCredit dovesse effettivamente sostituire il consiglio di sorveglianza e il consiglio di amministrazione della Commerzbank durante l’assemblea generale del 2027, ciò costituirebbe un affronto nei confronti del governo federale, poiché ciò riguarderebbe anche i membri del consiglio di sorveglianza nominati dal governo federale fino al 2029.[9]
La Commerzbank come istituto strategico
Per la piazza finanziaria di Francoforte l’intero sviluppo rappresenta un grave problema. La Commerzbank è un istituto fondamentale del settore finanziario tedesco e profondamente radicata nel mondo delle piccole e medie imprese tedesche. Se dovesse diventare una filiale di UniCredit, in futuro le decisioni creditizie di rilievo verrebbero prese a Milano e non più a Francoforte. Di conseguenza, la piazza finanziaria di Francoforte perderebbe influenza, potere decisionale e sovranità economica. [10] Secondo i dati forniti dalla Commerzbank, l’istituto gestisce circa il 30 per cento del commercio estero tedesco. Molti dipendenti della banca vedono in questo un vantaggio competitivo fondamentale. La Commerzbank affianca le operazioni estere di numerose piccole e medie imprese, che spesso non trovano un interlocutore equivalente presso le grandi banche internazionali.[11]
«Riflesso della mentalità proprietaria»
Mentre l’acquisizione della Commerzbank ha incontrato per lo più resistenze nella politica tedesca, essa è invece decisamente sostenuta dagli economisti – soprattutto, ma non solo, da quelli provenienti da altri Stati membri dell’UE. La presidente del Consiglio degli esperti per la valutazione dello sviluppo economico complessivo, Monika Schnitzer, ritiene ad esempio che, da un punto di vista economico, vi siano validi motivi per valutare le fusioni transfrontaliere e non rifiutarle d’istinto. A suo avviso, il mercato finanziario europeo è troppo poco integrato. Inoltre, le banche tedesche sarebbero troppo poco produttive nel confronto internazionale e quindi poco competitive rispetto alle grandi banche globali. La presidente francese della BCE, Christine Lagarde, aveva già dichiarato nel 2024 che le fusioni bancarie transfrontaliere sarebbero «auspicabili» per rafforzare le banche europee nella competizione con le grandi banche statunitensi. Anche il vicepresidente spagnolo della BCE, Luis de Guindos, ha criticato l’atteggiamento contrario del governo federale. [12] In un articolo pubblicato sul Handelsblatt, infine, persino il vicepresidente del Bundestag tedesco, Omid Nouripour (Bündnis 90/Die Grünen), ha accusato il governo federale di incoerenza. Durante i vertici dell’UE promuove un’unione bancaria, ma reagisce a una concreta fusione bancaria transfrontaliera «con il riflesso della mentalità nazionalista». Il governo federale elogia l’integrazione europea «purché rimanga astratta».[13] Anche la commissaria europea alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha esortato gli Stati membri a sostenere le fusioni bancarie transfrontaliere. «Gli Stati membri dovrebbero accogliere con favore tali operazioni nell’interesse pubblico», ha dichiarato Ribera.[14]
Il governo federale si dice disposto al compromesso
Il governo federale ha inizialmente reagito con opposizione all’offerta pubblica di acquisto andata a buon fine da parte di UniCredit. «L’approccio aggressivo e ostile di UniCredit rimane inaccettabile dal punto di vista del governo federale», ha dichiarato il Ministero federale delle finanze. Allo stesso tempo, ha respinto l’offerta di acquisto della banca italiana per le proprie quote di Commerzbank. [15] La scorsa settimana, nel suo discorso prima della pausa estiva del Parlamento, il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) ha ribadito che il governo federale – a differenza di «una parte considerevole» degli altri azionisti – non ha accettato l’offerta di UniCredit e ha mantenuto le proprie quote.[16] Nello stesso discorso, tuttavia, Merz ha assunto un tono diverso. Ha assicurato: «Non ostacoleremo questa fusione». Secondo l’Handelsblatt, all’interno del governo federale si stanno attualmente concordando le condizioni per l’acquisizione. Tra queste figura, tra l’altro, la richiesta che la Commerzbank rimanga un finanziatore centrale delle piccole e medie imprese tedesche. Inoltre, il governo federale esige che Francoforte, in quanto sede principale dell’istituto finanziario, rimanga una sede significativa della banca. La sede tedesca di UniCredit si trova a Monaco di Baviera dal 2005, anno dell’acquisizione della HypoVereinsbank.[17]
[1] Andreas Kröner: Unicredit aumenta la propria quota nella battaglia per l’acquisizione portandola oltre il 44%. handelsblatt.com, 8 luglio 2016.
[2] Dennis Kremer: «La vittoria di Unicredit ha molti vincitori». faz.net, 11 luglio 2026.
[3] Christian Schubert, Archibald Preuschat: Unicredit avrà presto l’ultima parola alla Commerzbank. faz.net, 8 luglio 2026.
[4] Gli investigatori non ravvisano alcuna manipolazione del mercato. handelsblatt.com, 10 luglio 2026.
[5] Hanno Mußler: Chi ha venduto le azioni della Commerzbank a Unicredit? faz.net, 4 giugno 2026.
[6] Hanno Mußler: Unicredit acquisisce il 12,5% di tutte le azioni di Commerzbank. faz.net, 19 giugno 2026.
[7] Andreas Kröner: Il governo federale respinge l’offerta per la Commerzbank. handelsblatt.com, 16 giugno 2026.
[8] Andreas Kröner, Hannah Krolle: Unicredit minaccia di sostituire il Consiglio di sorveglianza e il Consiglio di amministrazione. handelsblatt.com, 15 giugno 2026.
[9] Andreas Kröner: Unicredit aumenta la propria quota nella battaglia per l’acquisizione portandola oltre il 44%. handelsblatt.com, 8 luglio 2016.
[10] Daniel Schleidt: Il cuore della piazza finanziaria. faz.net, 8 luglio 2026.
[11] Andreas Kröner: Tre punti chiave nella battaglia per la Commerzbank. handelsblatt.com, 23 giugno 2026.
[12] Christian A. Conrad: Il governo tedesco dovrebbe vietare l’acquisizione della Commerzbank. faz.net, 18 maggio 2026.
[13] Perché la Germania dovrebbe autorizzare l’acquisizione della Commerzbank. handelsblatt.com, 1° giugno 2026.
[14] La commissaria dell’UE sollecita fusioni bancarie transfrontaliere. handelsblatt.com, 17 giugno 2026.
[15] Christian Schubert, Archibald Preuschat: Unicredit avrà presto l’ultima parola alla Commerzbank. faz.net, 8 luglio 2026.
[16] Merz critica l’approccio di Unicredit nei confronti di Commerzbank definendolo aggressivo. handelsblatt.com, 15 luglio 2026.
[17] Jan Hildebrand, Yasmin Osman: Il governo federale abbandona la posizione ostruzionista nei confronti della Commerzbank. handelsblatt.com, 17 luglio 2026.
Nell’era delle armi nucleari
La Germania e la Francia avviano le prime esercitazioni militari concrete finalizzate alla cooperazione in caso di eventuali interventi con armi nucleari francesi. Nel contempo, prosegue il dibattito sulla “bomba tedesca”.
20
Luglio
2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – Germania e Francia hanno realizzato le prime esercitazioni concrete in vista di una cooperazione in caso di eventuali interventi con armi nucleari francesi. In occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tenutosi venerdì presso la base aerea di Nörvenich, a sud-ovest di Colonia, due caccia Mirage delle forze nucleari francesi e due Eurofighter tedeschi hanno effettuato esercitazioni, tra cui il rifornimento in volo. Per questo autunno è previsto l’invio di militari tedeschi in qualità di osservatori a una manovra delle forze nucleari francesi. Alla base di tutto ciò vi è la strategia della «dissuasione avanzata» («dissuasion avancée»), presentata pubblicamente dal presidente Emmanuel Macron il 2 marzo, che prevede il coinvolgimento di altri Stati europei, tra cui la Germania. Tuttavia, gli Stati coinvolti non possono partecipare né a un’eventuale decisione sull’uso di armi nucleari né alle decisioni relative alla pianificazione di tali operazioni. Parigi mantiene così la guida esclusiva. Berlino si è quindi a lungo opposta. Inoltre, nella Repubblica Federale si continua a discutere anche di una «bomba tedesca».
La “deterrenza anticipata”
Il 2 marzo, in un discorso programmatico sulle armi nucleari francesi tenuto presso la base navale di Île Longue, in Bretagna — dove sono di stanza i sottomarini nucleari della Forza di dissuasione nucleare francese (Force de dissuasion nucléaire française) —, il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato il nuovo concetto di “dissuasione avanzata” (“dissuasion avancée”). Nel discorso, in cui ha parlato dell’inizio di una nuova «era delle armi nucleari», Macron ha annunciato alcuni cambiamenti nell’arsenale e nella dottrina delle forze nucleari francesi. Di conseguenza, la Francia aumenterà il numero delle proprie testate nucleari, finora indicato in 290, senza tuttavia specificare esattamente quante ne saranno presenti in futuro nei propri arsenali. Ciò dovrebbe creare incertezza nei potenziali avversari, così come il fatto che le «linee rosse» della Francia non siano «del tutto chiaramente identificabili». [1] Secondo la logica strategica sottostante, tale incertezza aumenta l’effetto deterrente. Quest’ultimo dovrebbe essere rafforzato anche dal fatto che i danni che un impiego delle armi nucleari francesi provocherebbe non vengono più descritti come «inaccettabili», ma come talmente ingenti che lo Stato colpito, per quanto grande possa essere, non potrebbe «più riprendersi».[2]
La componente europea
La componente europea della nuova strategia nucleare prevede diversi elementi. Da un lato, i caccia Rafale delle forze nucleari francesi, in grado di trasportare armi nucleari, saranno dispiegati in basi situate in altri Stati europei, ma solo temporaneamente, non in modo permanente come avviene nell’ambito della “condivisione nucleare” delle armi atomiche statunitensi. Il trasferimento temporaneo ha lo scopo di «complicare i calcoli dei nostri avversari», ha spiegato Macron.[3] Inoltre, si prevede di coinvolgere i partner della cooperazione nucleare in dibattiti strategici comuni. Non verrà loro concesso alcun diritto di parola sull’impiego delle armi nucleari o sulla sua pianificazione. Anche gli «interessi vitali», per la cui protezione sarebbero necessarie le forze nucleari, continuerebbero a essere definiti esclusivamente in Francia. Di conseguenza, non potrebbe esserci alcuna «garanzia in senso stretto» per i partner europei. Tuttavia, un attacco contro di loro riguarderebbe gli interessi fondamentali della Francia già solo per via della stretta interconnessione tra i paesi europei. Gli interessi fondamentali della Francia, e quindi anche le sue «linee rosse», sarebbero quindi strutturalmente strettamente legati a quelli degli altri Stati europei.
Opzioni di partecipazione attiva
Riguardo alle opzioni di partecipazione attiva dei partner europei alla “deterrenza anticipata”, il 2 marzo Macron ha dichiarato che, in primo luogo, si potrebbe prendere in considerazione il supporto nella ricognizione satellitare e radar. L’obiettivo sarebbe quello di individuare i missili nemici in avvicinamento.[4] In secondo luogo, sarebbero necessarie «misure avanzate di difesa aerea e di protezione» contro «missili e droni» in avvicinamento. In terzo luogo, si tratterebbe di creare «capacità di attacco in profondità», ben all’interno del territorio nemico. Concentrando intensamente tutto ciò sulle forze nucleari francesi, Parigi acquisisce una posizione di forza nella corsa agli armamenti del continente. Secondo Macron, lo «scudo nucleare» francese non dovrebbe in alcun modo sostituire la «partecipazione nucleare» nel quadro della NATO, ma semplicemente integrarla. La Germania sarebbe un «partner chiave». Già all’inizio di marzo, inoltre, Belgio e Paesi Bassi, Grecia, Polonia, Danimarca e Svezia hanno aderito all’iniziativa parigina. A maggio si è aggiunta la Norvegia – un passo considerato estremamente significativo, poiché la Norvegia è ritenuta fortemente orientata verso gli Stati Uniti.[5] Anche in Estonia si sta valutando la possibilità di partecipare alla «deterrenza anticipata».[6] Altri Stati potrebbero seguire l’esempio.
Gruppo direttivo sul nucleare
Già il 2 marzo Macron e il cancelliere federale Friedrich Merz avevano firmato una dichiarazione d’intenti in cui annunciavano l’istituzione di un gruppo di coordinamento nucleare, destinato a costituire il «quadro per lo scambio in materia di politica di difesa e il coordinamento delle misure strategiche». In particolare, si trattava di individuare, ai fini della «deterrenza nucleare», la «combinazione adeguata di capacità convenzionali, difesa missilistica e capacità nucleari francesi».[7] Già allora si parlava di una prima «partecipazione convenzionale della Germania alle esercitazioni nucleari francesi» prevista entro la fine dell’anno. Allo stesso tempo erano in programma «visite congiunte a strutture strategiche».
Primi esercizi
In occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tenutosi venerdì scorso presso la base aerea di Nörvenich, a sud-ovest di Colonia, sono state intraprese le prime iniziative concrete. Il giorno precedente, due caccia Mirage delle forze nucleari francesi, insieme a due Eurofighter dell’aeronautica militare tedesca, avevano svolto le loro prime esercitazioni congiunte, durante le quali sono stati riforniti, tra l’altro, da un aereo cisterna francese del modello MRTT Phenix; successivamente sono atterrati presso la base aerea di Nörvenich. [8] Lì sono stati sistemati in un hangar, dove venerdì si è riunito il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza; i media hanno diffuso foto in cui si vedono Merz, Macron e i ministri degli Esteri e della Difesa di entrambi i Paesi riuniti in riunione accanto ai caccia. In autunno, per la prima volta, i soldati tedeschi saranno invitati nel centro di comando sotterraneo di Taverny, vicino a Parigi, per partecipare in qualità di osservatori alle esercitazioni delle forze nucleari francesi denominate «Poker», che si tengono quattro volte all’anno.[9] L’anno scorso, per la prima volta, alcuni ufficiali britannici erano stati invitati a un’esercitazione della serie.
La bomba tedesca
La Francia aveva offerto più volte alla Germania di essere coinvolta nella sua “deterrenza nucleare”; l’ultima volta che Macron lo aveva fatto risaliva già al 2020.[10] Finora Berlino aveva sempre respinto l’offerta, poiché Parigi si riserva la decisione sull’uso delle armi nucleari. Venerdì Macron ha tenuto a sottolineare che la Francia continuerà a finanziare le proprie forze nucleari in modo completamente autonomo. Ciò è significativo perché un cofinanziamento potrebbe giustificare una richiesta di partecipazione alle decisioni, cosa che Parigi rifiuta categoricamente. Nella Repubblica Federale si continua quindi a discutere anche sull’acquisto di armi nucleari proprie. Per il 24 giugno, ad esempio, la Fondazione Konrad Adenauer, vicina alla CDU, ha annunciato un dibattito dal titolo: «Il ritorno della questione nucleare – La Germania ha bisogno della bomba atomica?»[11] Questa «vecchia questione», è stato spiegato, si pone ora «di nuovo».
[1] Discorso del Presidente sulla deterrenza nucleare. uk.diplomatie.gouv.fr 04.03.2026.
[2] Chloé Hoorman: La deterrenza nucleare francese compie un grande passo verso l’Europa. lemonde.fr 03.03.2026.
[3], [4] Discorso del Presidente sulla deterrenza nucleare. uk.diplomatie.gouv.fr 04.03.2026.
[5] La Norvegia aderisce all’iniziativa francese sulla deterrenza nucleare: l’autonomia europea prende forma. radiofrance.fr, 29 maggio 2026.
[6] Fabrice Wolf: L’Estonia si dichiara pronta a discutere dell’estensione dell’ombrello nucleare francese. meta-defense.fr 10.03.2026.
[7] Dichiarazione congiunta del presidente Macron e del cancelliere Merz. bundesregierung.de, 2 marzo 2026.
[8] Una coppia forte per l’Europa: il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza. bmvg.de, 17 luglio 2026.
[9] Michaela Wiegel, Matthias Wyssuwa: «Deterrenza congiunta». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 luglio 2026.
[10] Si veda a questo proposito Uno scudo nucleare per l’UE.
[11] Fondazione Konrad Adenauer: Il presente e il futuro della guerra. Forum di formazione politica della Sassonia.
«L’eredità dell’estrattivismo»
Il ministro degli Esteri Wadephul è in visita in Africa per promuovere le importazioni tedesche di gas naturale e idrogeno da quel continente. L’Africa rimane un fornitore di materie prime, rimanendo così in una situazione di dipendenza neocoloniale.
21
Luglio
2026

BERLINO/ALGERI/NOUAKCHOTT/ABUJA (Articolo redazionale) – Il gas naturale e l’idrogeno verde provenienti dall’Africa dovrebbero sostituire le interruzioni delle importazioni tedesche di gas naturale dalla Russia e dal Golfo Persico causate dalla guerra: questo è uno degli obiettivi del viaggio in Africa del ministro degli Esteri Johann Wadephul. Ieri, lunedì, in Mauritania, Wadephul ha negoziato, tra l’altro, le future importazioni di idrogeno verde; la Mauritania intende diventare un centro dell’economia dell’idrogeno nell’Africa occidentale. Oggi, martedì, Wadephul arriva in Nigeria, che dovrebbe esportare nella Repubblica Federale non solo idrogeno verde, ma anche gas naturale. La scorsa settimana il cancelliere federale Friedrich Merz ha negoziato con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, dal cui Paese Berlino intende ricevere anch’essa gas naturale e idrogeno verde. I critici definiscono il progetto, che prevede la costruzione di un gasdotto per l’idrogeno sotto il Mediterraneo, un «progetto neocoloniale» che, come sempre, promuove lo sfruttamento delle risorse del Sud del mondo a scapito del suo sviluppo. Dal punto di vista tedesco, ciò si rende necessario perché la dura lotta di potere contro la Russia e la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran stanno compromettendo l’approvvigionamento di materie prime.
Gas naturale dall’Algeria
L’Algeria riveste già oggi un’importanza crescente per la Germania in qualità di fornitore di gas naturale. Il Paese dispone delle seconde riserve accertate di gas naturale più grandi – dopo la Nigeria – di tutta l’Africa ed è il suo principale esportatore di gas naturale. Inoltre, è il secondo fornitore europeo di gas tramite gasdotto; due gasdotti attraversano il Mediterraneo in direzione nord, uno verso la Spagna e l’altro verso l’Italia. L’Algeria esporta anche gas naturale liquefatto. All’inizio di luglio è arrivata per la prima volta al terminale di Wilhelmshaven 1 una fornitura di gas liquefatto della società statale algerina Sonatrach.[1] Ne seguiranno altre. In questo modo, Algeri contribuisce ad alleviare la forte dipendenza dei terminali tedeschi di gas liquefatto dalle importazioni di gas da fracking proveniente dagli Stati Uniti; lo scorso anno la quota di gas naturale liquefatto statunitense che è arrivata in Germania era pari al 96 per cento.[2] L’Algeria sta inoltre portando avanti la costruzione del gasdotto trans-sahariano, che dovrebbe convogliare il gas naturale dalla Nigeria all’Algeria passando per il Niger e da lì proseguire attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Si prevede un volume fino a 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. La Germania e l’Europa stanno accelerando l’importazione di gas naturale dall’Africa, non solo perché devono sostituire il gas naturale proveniente dalla Russia, ormai indisponibile a causa delle sanzioni, ma anche perché cercano di ottenere una maggiore indipendenza dal gas naturale del Medio Oriente, a causa della guerra in Iran.[3]
Sud H2
A lungo termine, tuttavia, l’Algeria riveste probabilmente un ruolo ancora più importante per la Germania per quanto riguarda l’idrogeno verde, prodotto con l’ausilio delle energie rinnovabili, che in futuro dovrebbe essere utilizzato su larga scala nella Repubblica Federale come fonte energetica. Per l’importazione di idrogeno verde, Berlino ha in programma una serie di progetti diversi. Uno di questi è il gasdotto South H2, che dovrebbe collegare l’Algeria all’Italia, all’Austria e alla Germania passando per la Tunisia e attraversando il Mediterraneo. In Europa, il progetto del gasdotto è sostenuto, tra gli altri, dal gestore italiano Snam, da Gas Connect Austria e da BayerNets. L’UE lo ha dichiarato «progetto di interesse comune o reciproco» nonché progetto faro della propria iniziativa infrastrutturale «Global Gateway» e lo sostiene di conseguenza.[4] Per poter produrre l’idrogeno verde necessario, Algeri realizzerà impianti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili su vasta scala. Giovedì scorso il cancelliere federale Friedrich Merz ha discusso il progetto in dettaglio con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, che si era recato a Berlino proprio per questo motivo. Merz ha dichiarato che si intende «promuovere, insieme all’Italia, lo sviluppo di un corridoio meridionale dell’idrogeno» per intensificare «l’esportazione di idrogeno» verso la Germania.[5]
Idrogeno per la Germania
Anche il ministro degli Esteri Johann Wadephul sta attualmente cercando di individuare ulteriori fonti di approvvigionamento di idrogeno verde nel corso del suo recente viaggio in Africa, che ieri, lunedì, lo ha portato in Mauritania. Il Paese intende diventare un centro dell’economia dell’idrogeno grazie alle proprie energie rinnovabili. [6] Uno dei grandi progetti realizzati in loco è gestito da una joint venture tra il promotore tedesco Conjuncta, la società egiziana Infinity e il gruppo Masdar degli Emirati Arabi Uniti; l’obiettivo è realizzare, con un investimento di 34 miliardi di dollari USA, una capacità di elettrolisi pari a 10 gigawatt per produrre idrogeno verde da esportare in Europa. [7] A questo grande progetto («Infinity Power») si contrappone un secondo progetto denominato Nour, avviato da Chariot Resources (Regno Unito), dalla francese TotalEnergies e dal gruppo Eren con sede in Lussemburgo. Anch’esso, con una capacità di elettrolisi di 10 gigawatt, dovrebbe inizialmente coprire il fabbisogno interno della Mauritania; solo l’eccedenza sarà esportata in Europa. [8] Il ministro degli Esteri Wadephul ha dichiarato prima della partenza per la Mauritania che il Paese offre «opportunità per le energie rinnovabili, in particolare nella produzione di idrogeno verde». A Nouakchott intende discutere «anche delle possibilità» di una cooperazione «nel campo delle tecnologie del futuro».[9]
«Una posizione solida come fornitore»
La Repubblica Federale Tedesca punta inoltre a una collaborazione intensa sia nel settore del gas liquefatto che in quello dell’idrogeno con la Nigeria, dove il ministro degli Esteri Wadephul si recherà questo martedì per colloqui approfonditi. La Germania e la Nigeria hanno già siglato, nel novembre 2023, un accordo in base al quale la Repubblica Federale Tedesca investirà 500 milioni di dollari USA nelle energie rinnovabili nel Paese dell’Africa occidentale e, in cambio, riceverà gas liquefatto da lì. [10] Le prime forniture sono previste per quest’anno. Esse contribuirebbero – come le forniture dall’Algeria – a ridurre ulteriormente la dipendenza della Germania dal gas naturale liquefatto statunitense, nonostante la cessazione degli acquisti di gas naturale liquefatto russo e a prescindere dai problemi di approvvigionamento di gas naturale provenienti, ad esempio, dal Qatar. Anche in Nigeria, Berlino sta inoltre prendendo in considerazione l’approvvigionamento di idrogeno verde. Già nell’autunno del 2023 l’allora Cancelliere federale Olaf Scholz aveva dichiarato che la Nigeria non solo era «ben posizionata» per fornire alla Germania quel «gas naturale liquefatto» «di cui avremo ancora bisogno nei prossimi anni, fino a quando il mercato dell’idrogeno non sarà pienamente consolidato», ma che avrebbe potuto anche diventare «un attore centrale» nell’approvvigionamento di idrogeno della Germania. [11] Il governo federale intrattiene da anni un «partenariato sull’idrogeno» con la Nigeria e gestisce in loco un «ufficio per l’idrogeno».[12]
«Un progetto neocoloniale»
Lo scorso anno sono state sollevate critiche aspre ed esemplari nei confronti del progetto di gasdotto per l’idrogeno che dovrebbe collegare l’Algeria alla Germania e rifornire la Repubblica Federale di energia verde. Come si afferma esplicitamente in una dichiarazione di protesta firmata nel marzo 2023 da 87 organizzazioni non governative, l’importazione di idrogeno da parte della Germania e di altri paesi del ricco Occidente dai paesi del Sud, come ad esempio dall’Africa, non fa altro che perpetuare lo sfruttamento delle loro risorse a scopo di esportazione verso il ricco mondo occidentale. In questo modo si «perpetua l’eredità estrattivista del passato», che ha reso impossibile uno sviluppo autonomo agli Stati del Sud. [13] Allo stesso tempo, rafforza le imprese del settore delle energie fossili, consentendo loro di mantenere le proprie strutture tradizionali, ad esempio con la costruzione di nuovi gasdotti e di altre infrastrutture di trasporto – a scapito del Sud del mondo, il cui sviluppo viene ulteriormente ritardato dall’estrazione delle sue materie prime anziché dalla creazione di una catena del valore in loco. In definitiva, la costruzione del gasdotto e lo sfruttamento delle energie rinnovabili nel Sud del mondo con l’ausilio dell’idrogeno costituiscono «un progetto neocoloniale». Questa definizione può essere estesa anche agli altri progetti relativi al gas naturale e all’idrogeno di cui si occupa il ministro degli Esteri Wadephul nel corso del suo viaggio in Africa.
[1] Jennifer Holleis, Majda Bouazza: Il nuovo ruolo chiave dell’Algeria nella politica energetica dell’UE. dw.com, 19 luglio 2026.
[2] Le importazioni di gas da fracking dagli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record dopo il primo anno di mandato di Trump: l’associazione Deutsche Umwelthilfe mette in guardia da una nuova dipendenza dalle importazioni di GNL. duh.de, 22 gennaio 2026.
[3] Jack Dutton: L’Algeria avvia i lavori per il gasdotto trans-sahariano verso l’Europa. al-monitor.com 05.06.2026.
[4] Il gasdotto per l’idrogeno scatena l’indignazione. corporateeurope.org, 17 marzo 2025.
[5] Conferenza stampa del Cancelliere federale Merz e del Presidente della Repubblica Popolare Democratica d’Algeria, Tebboune, tenutasi il 16 luglio 2026 a Berlino.
[6] Ullrich Umann: La Mauritania diventa il polo dell’idrogeno dell’Africa occidentale. gtai.de, 7 maggio 2024.
[7] Claudia Bröll: Più idrogeno verde per la Germania. faz.net, 8 marzo 2023.
[8] Ullrich Umann: La Mauritania diventa il polo dell’idrogeno dell’Africa occidentale. gtai.de, 7 maggio 2024.
[9] Il ministro degli Esteri Wadephul prima della sua partenza per la Mauritania, la Nigeria e il Sudafrica. auswaertiges-amt.de, 20 luglio 2026.
[10] Germania e Nigeria raggiungono un accordo sulla fornitura di gas. zeit.de, 22 novembre 2023.
[11] Scholz considera la Nigeria un potenziale fornitore di idrogeno. handelsblatt.com, 30 ottobre 2023.
[12] Nigeria e Germania rafforzano la collaborazione nel settore dell’idrogeno dopo la presentazione della bozza di politica nazionale. arise.tv, 19 dicembre 2025.
[13] Dichiarazione congiunta: Diciamo no al Corridoio H2 Sud. corporateeurope.org, 17 marzo 2025.
Verso la guerra, passando per vie traverse
Se gli Stati Uniti dovessero provocare un’ulteriore escalation della guerra in Iran, gli Houthi yemeniti minacciano di bloccare il Mar Rosso con i loro bombardamenti. Attualmente in quella zona si trovano due navi da guerra tedesche, che potrebbero così essere coinvolte nel conflitto.
17
Luglio
2026

TEHERAN/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – Le navi da guerra tedesche a Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso (Bab al-Mandab), rischiano di essere coinvolte in una possibile nuova escalation della guerra contro l’Iran. L’Iran ha reagito alle recenti minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di distruggere le infrastrutture civili del Paese – come ad esempio gli impianti energetici – annunciando che, in tal caso, attaccherebbe gli impianti energetici in altri Stati della regione del Golfo. Inoltre, ha chiesto agli Houthi nello Yemen di bloccare, in tale eventualità, la navigazione nel Mar Rosso con bombardamenti, proprio come avviene nello Stretto di Hormuz. Gli Houthi avevano già agito in modo simile in passato. A Gibuti, e quindi sul Mar Rosso, si trovano attualmente la nave dragamine «Fulda» e la nave appoggio «Mosel», pronte per un’eventuale operazione navale di sminamento nello Stretto di Hormuz. Se gli Houthi dovessero davvero attaccare nuovamente le navi mercantili, gli ambienti marittimi ritengono plausibile che le navi da guerra europee ormeggiate a Gibuti si integrino nell’operazione dell’UE EUNAVFOR Aspides per fermare gli attacchi degli Houthi. Le minacce statunitensi derivano dal fatto che la recente escalation bellica di Trump sta causando notevoli svantaggi a Washington.
Nuove ondate di attacchi
Alla base della recente escalation della guerra con l’Iran c’è la disputa sul controllo dello Stretto di Hormuz. Nella «Dichiarazione d’intenti di Islamabad», redatta il 12 giugno e firmata pochi giorni dopo, si afferma che l’Iran «garantirà il passaggio sicuro delle navi mercantili…» – per 60 giorni «senza pedaggi»; per quanto riguarda il periodo successivo, l’Iran dovrebbe avviare un «dialogo» con l’Oman, uno dei paesi che si affacciano sulla costa meridionale dello Stretto di Hormuz. [1] Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sì firmato la dichiarazione d’intenti, ma è evidentemente restio a rispettarne le disposizioni e ha ripetutamente fatto scortare navi mercantili attraverso lo stretto da navi da guerra statunitensi oppure le ha incitate ad attraversarlo autonomamente senza l’autorizzazione iraniana. L’Iran ha reagito più volte aprendo il fuoco contro queste navi, proprio come le forze armate statunitensi sparano contro le imbarcazioni che tentano di entrare nei porti iraniani nonostante il blocco ora nuovamente imposto dagli Stati Uniti. Trump sfrutta ogni volta questi attacchi come pretesto per ordinare nuove ondate di attacchi contro l’Iran, a seguito delle quali Teheran sferra contrattacchi contro le basi militari statunitensi nel Golfo Persico e in Giordania. Nel frattempo, entrambe le parti hanno dichiarato che, dal loro punto di vista, la dichiarazione d’intenti di Islamabad non è più in vigore.
La guerra è impopolare, le scorte di missili sono esaurite
Per l’amministrazione Trump, il proseguimento della guerra è decisamente rischioso. Solo il 27% degli americani ritiene che attaccare l’Iran sia stata la decisione giusta; una netta maggioranza di loro appartiene al nucleo duro del movimento MAGA. [2] Questo dato è rilevante in vista delle elezioni di medio termine, che si terranno tra meno di quattro mesi, tanto quanto il fatto che il prezzo della benzina e del gasolio negli Stati Uniti sia nuovamente in aumento. Ormai il 79% degli americani ritiene che la guerra si protrarrà ancora a lungo; ciò è esattamente l’opposto di quanto Trump avesse promesso durante la campagna elettorale. [3] Gli avvertimenti provengono anche da esperti militari, i quali sottolineano che le scorte di missili d’attacco e di difesa sono state decimate da un terzo alla metà già nei primi 40 giorni di guerra. [4] Se la guerra dovesse proseguire come negli ultimi giorni, le scorte si esaurirebbero a tal punto da raggiungere «un nuovo livello di rischio più elevato» non solo per quanto riguarda i conflitti con la Cina, ma anche con la Corea del Nord, ha avvertito domenica Mark Cancian, ex colonnello del Corpo dei Marines e attuale esperto del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington. [5] Da allora, Washington ha addirittura intensificato i propri attacchi.
Minaccia di crimini di guerra
Evidentemente sotto pressione per ottenere risultati, Trump intensifica nuovamente le sue minacce contro l’Iran. Già martedì aveva annunciato che presto avrebbe fatto distruggere anche infrastrutture civili, in particolare ponti e «tutte le centrali elettriche» del Paese. [6] La distruzione mirata di infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra. Il governo iraniano ha dichiarato ieri, giovedì, che, qualora gli Stati Uniti mettessero in atto la minaccia di Trump, avrebbe reagito con misure di ritorsione, attaccando le infrastrutture di altri Stati della regione.[7] Inoltre, secondo quanto riferito, Teheran avrebbe chiesto sostegno agli Houthi yemeniti.
Escalation nello Yemen
Negli ultimi giorni, nello Yemen, il conflitto tra gli Houthi e l’Arabia Saudita – che dal 2022 era stato almeno in parte appianato – si è nuovamente inasprito. Inizialmente la questione riguardava l’aeroporto della capitale Sana’a. Quest’ultimo era stato distrutto durante la guerra nello Yemen; dal 2022 era stato possibile riutilizzarlo in modo sporadico, sebbene con notevoli limitazioni, poiché l’Arabia Saudita consentiva solo pochissimi voli.[8] Dopo che l’aeroporto era stato nuovamente distrutto nel maggio 2025 da attacchi aerei israeliani, era rimasto nuovamente in disuso. All’inizio di luglio, l’atterraggio di un aereo civile iraniano ha segnato una svolta – almeno per pochi giorni; poi, mentre un altro aereo civile iraniano era in fase di avvicinamento, bombardieri presumibilmente sauditi hanno attaccato l’aeroporto, distruggendo ancora una volta la pista di atterraggio. L’aereo civile ha dovuto deviare verso l’aeroporto della città portuale yemenita di Al Hudaydah. [9] Gli Houthi hanno reagito bombardando l’aeroporto della città di Abha, situata nel sud-ovest dell’Arabia Saudita.[10] Le tensioni rimangono elevate. Nel frattempo, gli Houthi minacciano che, qualora le forze armate saudite bombardassero nuovamente obiettivi in Yemen, a loro volta attaccherebbero gli impianti energetici sauditi.[11] Lo avevano già fatto nel 2019 e nel 2022.
Blocco del Mar Rosso
Secondo quanto riportato, l’Iran sta ora insistendo affinché, qualora gli Stati Uniti dovessero effettivamente attaccare le infrastrutture energetiche iraniane, gli Houthi blocchino di fatto, con bombardamenti, il Mar Rosso e soprattutto lo stretto di Bab al-Mandab (“Porta delle Lacrime”) alla navigazione mercantile. [12] Secondo quanto riportato, gli Houthi sarebbero ormai pronti a farlo e potrebbero iniziare in qualsiasi momento. Ciò causerebbe un danno immenso anche all’Arabia Saudita; Riad attualmente convoglia ingenti quantità di petrolio tramite oleodotto verso un porto di carico sul Mar Rosso e, fintanto che lo Stretto di Hormuz non potrà essere attraversato in sicurezza, lo spedisce da lì verso il mercato mondiale. In caso di chiusura effettiva di Bab al-Mandab, questa opzione non funzionerebbe più. Ma soprattutto, l’economia europea subirebbe gravi danni, poiché il commercio marittimo con l’Europa sarebbe allora possibile solo attraverso la lunga deviazione via Sudafrica. I costi sarebbero immensi.
All’ancora a Gibuti
Proprio per impedire che ciò accada, dall’inizio del 2024 – quando gli Houthi hanno attaccato per la prima volta navi mercantili nel Mar Rosso per dimostrare il loro sostegno ai palestinesi di Gaza – navi da guerra degli Stati membri dell’UE operano nella regione nell’ambito della missione EUNAVFOR Aspides. Al momento ciò non vale per le navi da guerra della Marina tedesca. Tuttavia, alla fine di giugno la nave dragamine Fulda e – in qualità di nave da rifornimento – la Tender Mosel hanno attraccato a Gibuti per tenersi pronte a un’eventuale missione navale di sminamento nello Stretto di Hormuz. [13] Si presume che questa missione non avrà luogo (come riportato da german-foreign-policy.com [14]). Tuttavia, le due navi da guerra si trovano proprio in quella zona in cui, in caso di un’ulteriore escalation, si devono prevedere attacchi degli Houthi contro le navi mercantili. Negli ambienti marittimi si ipotizza già che le navi da guerra europee ormeggiate a Gibuti – alle due tedesche se ne aggiungono diverse altre – potrebbero allora intervenire attivamente contro gli Houthi per respingere i loro attacchi.[15] Se ciò dovesse verificarsi, la Bundeswehr finirebbe comunque per essere coinvolta, indirettamente, nella guerra contro l’Iran – con conseguenze fatali.
[1] Uno sguardo al testo dell’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. nytimes.com, 17 giugno 2026. Vedi anche L’Europa di fronte alla sconfitta nel Golfo.
[2] I repubblicani sostenitori del movimento MAGA continuano a sostenere la guerra contro l’Iran, ma la maggior parte degli altri americani ritiene che sia stata una decisione sbagliata. yougov.com, 14 luglio 2026.
[3] Sarah Davis: Secondo un sondaggio, 4 persone su 5 prevedono una guerra prolungata con l’Iran. thehill.com, 14 luglio 2026.
[4] Si veda a questo proposito L’Europa alla vigilia della sconfitta nel Golfo.
[5] Davis Winkie: La guerra in Iran si inasprisce mentre le scorte di armi degli Stati Uniti rimangono esaurite, mettendo a rischio la capacità delle forze armate di combattere guerre future. edition.cnn.com 12.07.2026.
[6] Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche se l’Iran non riprenderà i negoziati. bbc.co.uk, 14 luglio 2026.
[7] Rachel Chason, Suzan Haidamous, Mohamad El Chamaa: «L’Iran minaccia le infrastrutture della regione mentre si intensificano gli attacchi statunitensi». washingtonpost.com, 16 luglio 2026.
[8] Aeroporto internazionale di Sana’a: dalla distruzione e dall’embargo alla riapertura e all’imposizione con la forza. en.ypagency.net 07.07.2026.
[9] Beatrice Farhat: Gli Houthi dello Yemen accusano l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto di Sanaa: cosa c’è da sapere. al-monitor.com, 13 luglio 2026.
[10] Fatma Khaled: Gli Houthi dello Yemen colpiscono l’aeroporto di Abha, in Arabia Saudita, con missili e droni, in un’acuta escalation. apnews.com 14.07.2026.
[11] Khaled Abdullah: Il leader degli Houthi minaccia gli impianti petroliferi sauditi se Riyadh dovesse intensificare le ostilità nello Yemen. al-monitor.com, 16 luglio 2026.
[12] Fonti: L’Iran ordina agli Houthi di chiudere il passaggio sul Mar Rosso qualora gli Stati Uniti colpissero la sua rete elettrica. timesofisrael.com, 16.07.2026.
[13] Il cacciamine Fulda e la nave appoggio Mosel attraversano il Canale di Suez. bmvg.de, 18 giugno 2026.
[14] Si veda a questo proposito Il bilancio provvisorio della guerra in Iran.
[15] La coalizione navale europea per lo Stretto di Hormuz scompare senza lasciare traccia. maritime-economies.eu, 15 luglio 2026.
Gas di petrolio liquefatto statunitense per l’Europa orientale e sud-orientale
Con progetti nel settore dell’energia e dell’intelligenza artificiale del valore di miliardi, gli Stati Uniti stanno rafforzando la propria influenza nell’Europa orientale e sud-orientale, avvalendosi soprattutto dell’Iniziativa dei Tre Mari – con ripercussioni sull’influenza della Germania nella regione.
15
Luglio
2026

ZAGABRIA/WASHINGTON/BERLINO (Articolo originale) – Nella lotta per l’influenza con gli Stati Uniti nell’Europa orientale e sud-orientale, l’UE e i paesi dell’Europa occidentale schierano le energie rinnovabili contro le forniture statunitensi di gas naturale liquefatto. In occasione del vertice di quest’anno dell’Iniziativa dei Tre Mari (Three Seas Initiative, 3SI), un’alleanza di 13 Stati membri dell’UE dell’Europa orientale e sud-orientale, tenutosi alla fine di aprile a Dubrovnik, in Croazia, diversi governi della regione e rappresentanti dell’amministrazione Trump hanno concordato nuovi progetti nei settori dell’approvvigionamento energetico, gasdotti, intelligenza artificiale (IA) e infrastrutture digitali. Al centro dell’attenzione vi erano nuovi collegamenti di gas naturale per l’Europa sud-orientale e un grande progetto di IA in Croazia con un volume di investimenti pari a circa 50 miliardi di euro. L’iniziativa, originariamente lanciata con l’obiettivo di potenziare le infrastrutture tra il Mar Baltico, l’Adriatico e il Mar Nero, si sta trasformando sempre più in uno strumento di proiezione del potere statunitense nell’Europa orientale e sud-orientale. La politica energetica riveste un ruolo chiave: l’amministrazione Trump intende fornire gas naturale liquefatto (GNL) statunitense, mentre l’UE tende a puntare sulle energie rinnovabili. A Dubrovnik sono stati deliberati anche investimenti in questo settore.
L’Iniziativa dei Tre Mari
L’Iniziativa dei Tre Mari (3SI) è stata presentata nel 2015 dal presidente polacco Andrzej Duda e dalla presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović. Nell’agosto 2016 si è tenuto a Dubrovnik, in Croazia, il primo vertice. La 3SI è una piattaforma composta da 13 Stati membri dell’UE che va dai Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) ai Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) e all’Austria, fino alla Croazia, alla Romania, alla Bulgaria e alla Grecia; nel frattempo si sono uniti anche l’Albania, il Montenegro, l’Ucraina e la Moldavia. Il nome deriva dal collegamento tra tre mari – il Mar Baltico, il Mare Adriatico e il Mar Nero – attraverso gli Stati membri. La fondazione dell’iniziativa è stata promossa in modo determinante dagli Stati Uniti. Gli strateghi statunitensi hanno ripreso un vecchio concetto di politica estera risalente alla Polonia del periodo tra le due guerre: i piani del fondatore dello Stato Józef Piłsudski di unire i paesi dell’Europa orientale, dai Paesi Baltici alla Jugoslavia e alla Romania, in una cintura di Stati antisovietici (oggi: antirussi). Alla fine del 2014, il think tank statunitense Atlantic Council ha pubblicato, in collaborazione con Central Europe Energy Partners (CEEP) – un’organizzazione di pressione composta da aziende energetiche polacche, lituane e rumene – un’analisi incentrata sulla creazione di un «corridoio nord-sud … dal Mar Baltico all’Adriatico e al Mar Nero». Nei propri documenti costitutivi, la stessa Iniziativa dei Tre Mari fa riferimento al documento strategico statunitense. Da anni gli Stati Uniti utilizzano la 3SI per espandere la propria influenza sui dodici paesi membri. Un ruolo centrale è rivestito dalla politica energetica, con l’obiettivo di sostituire le forniture di gas naturale russo con l’importazione di GNL statunitense.[1]
Nord-Sud anziché Est-Ovest
Per raggiungere questo obiettivo, ma anche in altri contesti, l’Iniziativa dei Tre Mari mira ad ampliare con componenti nord-sud le infrastrutture dell’Europa orientale e sud-orientale, che si estendono prevalentemente in direzione est-ovest, sono state rinnovate o costruite in via prioritaria a partire dal 1990 e sono orientate verso il centro tedesco dell’UE. Ciò non solo consente l’approvvigionamento di gas naturale liquefatto (GNL) statunitense attraverso i porti del Mediterraneo e del Mar Baltico, ma facilita anche, in generale, uno sviluppo più autonomo della regione – meno dipendente dall’orientamento, anche delle reti stradali e ferroviarie, verso la Germania. Ciò comporta per Berlino una notevole perdita di influenza. A seguito della decisione dell’UE di abbandonare l’approvvigionamento di gas russo entro il 2027, l’importanza dei terminali GNL e dei gasdotti nord-sud ad essi collegati continua ad aumentare. [2] Ciò vale, tra l’altro, anche per la stessa Repubblica Federale: secondo i dati del Ministero federale dell’Economia, nel 2025 circa il 96 per cento del gas liquefatto importato attraverso i terminali GNL tedeschi sul Mar Baltico e sul Mare del Nord proveniva dagli Stati Uniti – pari al 10,3 per cento delle importazioni totali di gas della Germania.[3]
Controversia sulla politica in materia di gas naturale
La rivalità tra Germania e Stati Uniti per l’influenza nell’Europa orientale e il ruolo che in questo contesto rivestono le forniture energetiche sono emersi di recente in Bosnia-Erzegovina e nella lotta di potere che ha coinvolto l’Alto Rappresentante tedesco a Sarajevo, Christian Schmidt, che nel frattempo si è dimesso. All’origine delle sue dimissioni vi sono state lotte di potere tra diversi Stati dell’Europa occidentale, in particolare la Germania, e l’amministrazione Trump, interessata agli affari relativi al gas e alle materie prime in Bosnia-Erzegovina. Dopo essere riusciti a costringere Schmidt a dimettersi, gli Stati Uniti, nella corsa alla leadership nell’ex repubblica jugoslava, hanno proposto il diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi come candidato alla successione di Schmidt – un tentativo di creare una frattura tra gli Stati dell’UE: la Germania respinge il candidato proposto da Washington, mentre l’Italia lo sostiene. Trump ha annunciato che avrebbe sospeso i finanziamenti alla Bosnia qualora Washington fosse stata scavalcata. Ciò si inserisce in una nuova strategia statunitense per l’Europa sud-orientale, presentata dall’amministrazione Trump al Congresso a maggio. Al centro della strategia vi sono la sicurezza e l’accesso al mercato per le multinazionali statunitensi, non più la «democrazia». [4] Finora la Bosnia-Erzegovina è stata rifornita di gas naturale dalla Russia tramite il gasdotto TurkStream. Anche in questo caso gli Stati Uniti intendono sostituire il gas russo con GNL statunitense, importato tramite un terminale sull’isola croata di Krk. È prevista la realizzazione di un nuovo gasdotto verso la Bosnia-Erzegovina, che dovrebbe essere costruito dalle società statunitensi Bechtel e AAFS Infrastructure and Energy.[5] Schmidt ostacolava i piani statunitensi.
Vertice per l’anniversario a Dubrovnik
Alla fine di aprile, nella città croata di Dubrovnik, si sono tenuti il vertice 3SI di quest’anno, in occasione del decimo anniversario, e un forum economico. Il forum ha visto la partecipazione di sette presidenti e primi ministri degli Stati membri del 3SI, oltre a numerosi ministri di alto livello. Erano presenti anche illustri rappresentanti dell’amministrazione Trump. In occasione del forum, gli Stati Uniti hanno potuto rafforzare la propria influenza nell’Europa sud-orientale grazie a progetti energetici e tecnologici del valore di miliardi. Il ministro dell’Energia statunitense Chris Wright ha affermato a Dubrovnik che «gli Stati Uniti stanno dando il via a una nuova era di cooperazione per l’Europa centrale e orientale. Questa partnership affonda le sue radici nel nostro reciproco sostegno a un programma di espansione energetica». [6] A conferma di ciò, Wright, il capo del governo croato Andrej Plenković e la presidente del Consiglio dei ministri bosniaco Borjana Krišto hanno firmato un memorandum per l’avvio di un «Trump Peace Pipelines Framework». L’accordo riguarda la cosiddetta Southern Interconnection, che collega la Bosnia-Erzegovina alla rete del gas croata e al terminale GNL sull’isola di Krk. [7] In occasione del vertice, il ministro dell’Energia polacco Miłosz Motyka ha inoltre sottolineato l’interesse regionale a rafforzare il ruolo dell’energia nucleare. Secondo Motyka, questa rappresenterebbe la «pietra angolare di una nuova sicurezza».[8]
Dal gas naturale all’intelligenza artificiale
Oltre all’offensiva energetica, gli investitori statunitensi stanno progettando la costruzione di un enorme centro di intelligenza artificiale e di elaborazione dati in Croazia. Il gruppo di investimento Pantheon Atlas e il gruppo croato Končar hanno firmato una dichiarazione d’intenti per la realizzazione di un campus dedicato all’intelligenza artificiale del valore di circa 50 miliardi di euro. Il volume dell’investimento corrisponde a oltre la metà del prodotto interno lordo (PIL) croato. La potenza in gigawatt necessaria per il centro di calcolo è paragonabile al fabbisogno energetico di una grande città come Zagabria.[9] La Croazia copre gran parte del proprio fabbisogno energetico ricorrendo al gas naturale, che importa, tra l’altro, attraverso il terminale GNL di Krk.
La politica estera della transizione energetica
In occasione del vertice di Dubrovnik è stato inoltre istituito un nuovo fondo per le infrastrutture regionali. Il fondo è destinato a finanziare investimenti comuni nella produzione di idrogeno, nelle infrastrutture transfrontaliere, nelle energie rinnovabili e nel potenziamento della rete elettrica. Si prevede di investire almeno due miliardi di euro in tali progetti. A titolo di confronto: tra il 2016 e il 2025 sono stati investiti più di quattro miliardi di euro in progetti relativi al gas naturale.[10] Tuttavia, questa svolta, almeno parziale, verso le energie rinnovabili comporta anche una nuova priorità in materia di politica estera: mentre il gas naturale liquefatto viene importato principalmente dagli Stati Uniti, lo stesso non vale per le infrastrutture necessarie allo sfruttamento delle energie rinnovabili, che in molti casi provengono dall’Europa.
[1] Si veda a questo proposito La deriva geostrategica dell’Europa orientale.
[2] Si veda a questo proposito Il gas di petrolio liquefatto e il dominio energetico degli Stati Uniti.
[3] Si veda a questo proposito Con il Qatar contro la dipendenza dagli Stati Uniti.
[4] Roland Zschächner: La Bosnia-Erzegovina come pedina. jungewelt.de, 3 luglio 2026.
[5] Si veda a questo proposito La lotta per la Bosnia-Erzegovina.
[6] Emma Nix, Ian Brzezinski: “Verso un decennio di risultati: l’Iniziativa dei Tre Mari traccia la sua rotta per il futuro”. atlanticcouncil.org, 30 giugno 2027.
[7] Lea Gajić: Gli Stati Uniti lanciano un’offensiva da miliardi nei Balcani – con accordi sul gas e un megaprogetto sull’intelligenza artificiale. focus.de, 3 maggio 2026.
[8] Emma Nix, Ian Brzezinski: Verso un decennio di risultati concreti: l’Iniziativa dei Tre Mari traccia la sua rotta per il futuro. atlanticcouncil.org, 30 giugno 2027.
[9] Jozo Knez: Il Pantheon di Topusko: la Croazia è in grado di portare avanti un megaprogetto? lider.media 9 maggio 2026.
[10] Szymon Kardaś: “Gas-lit: L’Iniziativa dei Tre Mari è in contrasto con un futuro basato sull’energia pulita”. ecfr.eu, 18 giugno 2026.
Sbilanciato
Nonostante le crescenti tensioni tra Berlino e Parigi, Merz partecipa oggi alla parata militare in occasione della Festa Nazionale francese. La Germania ha avviato una corsa agli armamenti che rischia di surclassare la Francia – con tutte le conseguenze del caso.
14
Luglio
2026
PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – Le tensioni in rapida crescita tra Germania e Francia accompagnano la presenza del cancelliere federale Friedrich Merz a Parigi in occasione della parata militare per la Festa Nazionale francese, che si tiene oggi, martedì. La parata è guidata da circa 500 soldati provenienti dai paesi della «Coalizione dei volenterosi» a sostegno dell’Ucraina. Secondo quanto affermato dall’Eliseo, essa dovrebbe simboleggiare non solo il «potenziamento strategico della Francia», ma soprattutto «il risveglio strategico dell’Europa». Allo stesso tempo, a Parigi suscita forte malcontento il fatto che Berlino, dopo essersi ritirata dal progetto comune di costruzione di un caccia di sesta generazione, non solo abbia avviato un progetto nazionale per un caccia, ma intenda anche sviluppare in solitaria la Combat Cloud associata al velivolo – e non, come concordato di recente, in cooperazione con la Francia. Già in precedenza Parigi era stata messa da parte nella realizzazione di una rete satellitare: Berlino sta lavorando a uno «Starlink tedesco», il che rischia di far fallire uno «Starlink europeo» pianificato da molto più tempo con la partecipazione francese. Gli esperti avvertono che l’avanzata tedesca sta sbilanciando strategicamente l’UE.
Fuori equilibrio (II)
Berlino sta valutando la possibilità di sviluppare missili da crociera e missili franco-tedeschi per placare il malcontento di Parigi riguardo alla sua corsa agli armamenti. La Francia cerca invece di fare maggiore impressione grazie alla propria esperienza operativa e alle sue forze nucleari.
16
Luglio
2026
PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – In vista degli incontri franco-tedeschi ad alto livello in programma oggi, giovedì, e domani, venerdì, il governo federale tedesco sta cercando di placare il malcontento di Parigi riguardo alle recenti iniziative unilaterali di Berlino in materia di difesa e armamenti. In Francia, l’intenzione dichiarata apertamente dalla Germania di rendere la Bundeswehr una delle forze armate convenzionali più potenti d’Europa suscita crescenti preoccupazioni, così come la rinuncia a progetti franco-tedeschi di armamenti high-tech a favore di iniziative nazionali. Tutto ciò potrebbe «sminuire» la Francia, avverte il capo di Stato Maggiore del Paese, Fabien Mandon. A Berlino si sta ora valutando, almeno per suggerire un mantenimento dell’approccio comune, la produzione franco-tedesca di missili da crociera e missili balistici. In entrambi i casi, l’industria degli armamenti tedesca non dispone finora di capacità significative, mentre quella francese sì. Parigi è disposta a cooperare, ma allo stesso tempo punta a valorizzare maggiormente i suoi ultimi due punti di forza distintivi: la sua esperienza militare operativa e le sue forze nucleari. Sta pianificando manovre aggressive della «coalizione dei volenterosi» da essa guidata; sta estendendo il suo «scudo nucleare» sull’Europa.
Portata fino a Mosca
Tra i nuovi progetti franco-tedeschi in materia di armamenti, che secondo quanto riportato sarebbero in fase di pianificazione da tempo e potrebbero essere annunciati domani, venerdì, in occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, figurano, oltre a un sistema di allerta precoce per missili a lungo raggio, in particolare missili e missili da crociera a lungo raggio, le cosiddette capacità di “Deep Precision Strike”. È vero che il cancelliere federale Friedrich Merz ha recentemente comunicato di aver raggiunto un accordo con gli Stati Uniti sulla fornitura di missili da crociera Tomahawk. Notizie di stampa non confermate parlano di 400 missili da crociera per un prezzo complessivo di circa 1,4 miliardi di euro; in questa cifra sono già inclusi tre sistemi di lancio Typhon.[1] Con una gittata di oltre 2.500 chilometri, i Tomahawk sono in grado di distruggere obiettivi a Mosca o in altre località situate nell’entroterra russo. Tuttavia, permangono numerose incertezze. Ad esempio, sembra che gli Stati Uniti abbiano esaurito circa un terzo delle loro scorte di Tomahawk prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco nella guerra in Iran. Non è chiaro quando riprenderanno le esportazioni, invece di rifornire le proprie scorte. Inoltre, l’impiego dei Tomahawk dipende da software e dati statunitensi; ciò rende Berlino dipendente da Washington. Merz ha quindi annunciato di voler continuare a sviluppare sistemi europei propri.
missile da crociera
Come punto di partenza per un progetto del genere si presta in particolare il Missile de Croisière Naval (MdCN), un prodotto di MBDA France. L’industria della difesa tedesca non dispone finora di missili da crociera con una gittata adeguata; il missile da crociera Taurus, prodotto da MBDA Germania e Saab Bofors Dynamics, raggiunge solo circa 500 chilometri. Ciò non consente di colpire Mosca dalla Germania. L’MdCN è stato sviluppato come missile da crociera navale; la sua gittata è stimata a circa 1.000 chilometri se lanciato da sottomarini e addirittura a circa 1.400 chilometri se lanciato da navi da guerra. MBDA France sta procedendo al suo ulteriore sviluppo; il responsabile della linea di prodotti MBDA, Paul Houot, è stato citato affermando che gli Stati europei «interessati a un’alternativa al sistema americano» sono invitati a «unirsi alla Francia nell’ulteriore sviluppo dell’MdCN». [2] Ormai non si tratta più solo di un missile da crociera navale. È infatti in fase di sviluppo una variante terrestre, il Land Cruise Missile; secondo quanto riferito, sarà in grado di colpire obiettivi a una distanza «ben superiore» ai 1.000 chilometri. Houot afferma che potrebbe essere prodotto anche nei «paesi acquirenti», ad esempio in Germania.
Missili balistici
Inoltre, ormai si parla anche della produzione di missili balistici. Come produttore si propone ArianeGroup, una joint venture tra Airbus e il gruppo francese della difesa Safran. L’azienda produce, tra l’altro, i razzi vettori Ariane, che vengono solitamente lanciati dalla base spaziale di Kourou nella Guyana francese. Produce inoltre il missile M51, utilizzato dalle forze nucleari francesi. La sua gittata è tenuta segreta; gli esperti la stimano fino a 10.000 chilometri. Come ha recentemente confermato Vincent Pery, responsabile della divisione armamenti di ArianeGroup, la sua azienda sta già conducendo «colloqui con la Francia e la Germania sul possibile sviluppo di missili balistici convenzionali». [3] Secondo Pery, «alcuni anni di sviluppo … sono realistici»; la gittata dei missili potrebbe essere compresa tra i 1.000 e i 2.500 chilometri. In questo contesto si offrirebbe – come fa MBDA con i suoi missili da crociera – «una soluzione europea autonoma» che non dipenda da componenti statunitensi. A condizione che vi sia «una decisione politica», si potrebbero «produrre missili balistici convenzionali anche in Germania», dove esistono già quattro stabilimenti produttivi di ArianeGroup.
Esperienza operativa
Mentre Parigi si dichiara aperta a una produzione congiunta franco-tedesca di missili balistici e missili da crociera, reagisce anche in altri modi all’aspirazione tedesca di trasformare la Bundeswehr nelle forze armate convenzionali più potenti d’Europa [4] e di diventare il numero uno del continente nell’industria aerospaziale militare [5]. In entrambi i casi, la Germania rischia di «superare» la Francia già nel giro di pochi anni, come ha recentemente avvertito il capo di Stato Maggiore francese Fabien Mandon: «L’argomento secondo cui disponiamo di esperienza operativa e di una certa cultura operativa non sarà più valido». [6] Per mettere in risalto la propria «esperienza operativa» e contrastare l’imminente declassamento da parte della Repubblica Federale, da marzo dello scorso anno Parigi sta portando avanti, insieme al Regno Unito, la «Coalizione dei volenterosi» a sostegno dell’Ucraina, nonché gli sforzi volti ad avviare un’operazione navale europea nello Stretto di Hormuz. In occasione dell’ultimo incontro della «Coalizione dei volenterosi», tenutosi lunedì a Parigi, è stato concordato di svolgere nei prossimi mesi esercitazioni militari congiunte in Polonia o in altri Stati confinanti con l’Ucraina, come ha comunicato il presidente Emmanuel Macron al termine dell’incontro: l’obiettivo è «dimostrare che siamo pronti, determinati e credibili», e questo «sia via terra, via aria che via mare».[7]
Forze nucleari
Inoltre, Parigi intende sfruttare l’unico ambito in cui Berlino non può – ancora – rivaleggiare con essa: le sue forze nucleari. Da mesi la Francia sta lavorando per estendere un cosiddetto «scudo nucleare» sull’Europa, giustificando questa scelta con il fatto che la protezione nucleare fornita dagli Stati Uniti non sarebbe più affidabile. Il concetto di «deterrenza avanzata» prevede che Parigi continui a decidere autonomamente sull’eventuale impiego delle proprie armi nucleari e a elaborare in modo indipendente tutta la pianificazione pertinente. Tuttavia, data la stretta interconnessione tra i paesi europei, la Francia sostiene che i propri interessi siano difficilmente separabili da quelli degli altri Stati europei. Un attacco contro di essi sarebbe quindi rilevante anche per la strategia nucleare francese. In concreto, la Francia si offre di invitare gli Stati alleati a «consultazioni strategiche», di stazionare temporaneamente i propri bombardieri nucleari sul loro territorio o di coinvolgere gli alleati nelle manovre nucleari delle forze armate francesi. [8] Pur non fornendo una garanzia nucleare formale, Parigi rafforza in parte la deterrenza nucleare con queste misure. La Francia sta attualmente conducendo colloqui in merito con nove Stati, tra cui la Germania.[9] In questo modo compensa in parte la minaccia di una perdita di influenza nei settori militare e degli armamenti.
Maggiori informazioni sull’argomento: Sbilanciato.
[1] Luise Evers, Nicolas Butylin: Merz acquista tecnologia antiquata per 1,4 miliardi: i Tomahawk valgono ancora i soldi spesi? berliner-zeitung.de 09/07/2026.
[2], [3] Niklas Záboji: Berlino e Parigi discutono dello sviluppo di missili a lungo raggio. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 luglio 2026.
[4] Si vedano a questo proposito La Germania come repubblica militare e Il “ruolo di guida europeo” della Bundeswehr.
[5] Si veda a questo proposito «All’avanguardia nell’aviazione militare».
[6] Elsa Conesa, Philippe Jacqué: In Europa, il timore del ritorno della Germania come potenza militare. lemonde.fr 08.06.2026.
[7] Michaela Wiegel: Una dimostrazione di determinazione europea. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15 luglio 2026.
[8] Sebastian Clapp: La deterrenza nucleare in Europa e l’iniziativa francese della «deterrenza proattiva». Servizio di ricerca del Parlamento europeo, luglio 2026.
[9] La Francia sta attualmente conducendo colloqui con il Belgio, la Danimarca, la Germania, la Grecia, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Polonia, la Svezia e il Regno Unito.
La NATO europea
Gli Stati Uniti stanno ritirando capacità militari e unità dalla NATO. I militari europei assumono un numero maggiore di incarichi di comando, conducono esercitazioni senza la partecipazione degli Stati Uniti e sostituiscono i sistemi d’arma statunitensi: la NATO sta diventando “europea”.
19
giugno
2026
BRUXELLES/WASHINGTON (Notizia propria) – Il ministro della Difesa statunitense Pete Hegseth prospetta un’ulteriore riduzione dei contributi degli Stati Uniti alla NATO e il ritiro delle truppe dall’Europa. Come ha dichiarato Hegseth ieri, giovedì, in occasione di una riunione dei ministri della Difesa della NATO a Bruxelles, le relative «valutazioni» dovrebbero essere completate entro sei mesi al più tardi. Prosegue così il ritiro parziale degli Stati Uniti dalla NATO. Recentemente, all’inizio di giugno, l’amministrazione Trump aveva «ritirato» dalla NATO ampie capacità e unità militari, che ora non sono più a disposizione dell’Alleanza per le operazioni. Si è affermato che tale mossa fosse gestibile; tuttavia, il ministro della Difesa Boris Pistorius e altri insistono affinché in futuro tali misure vengano annunciate con largo anticipo e coordinate con attenzione. La «revoca» delle capacità statunitensi fa parte di un processo avviato già da tempo e accelerato dalla parte europea nel 2025 alla luce delle minacce di uscita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: gli europei assumono più incarichi nella NATO, conducono più manovre in autonomia e sostituiscono sempre più i sistemi d’arma statunitensi. Si parla di una «NATO europea».
La NATO europea (II)
In vista del vertice della NATO, Berlino e Bruxelles annunciano progressi nella creazione della “NATO europea”. Washington ne esprime apprezzamento e punta sulla leadership tedesca.
06
Luglio
2026
BRUXELLES/BERLINO/L’AIA (Notizia propria) – Il ministro della Difesa Boris Pistorius e alti generali della NATO segnalano rapidi progressi nell’europeizzazione della NATO. Come conferma il comandante supremo della NATO per l’Europa, il generale statunitense Alexus Grynkewich, i paesi europei membri della NATO sono riusciti, nel giro di poche settimane, a sostituire un numero consistente di aerei militari, navi da guerra e unità di truppe statunitensi che Washington aveva «ritirato» dalla NATO all’inizio di giugno. Al posto delle unità statunitensi, ora sono pronte a intervenire, in caso di necessità, unità europee. La scorsa settimana Pistorius ha inoltre autorizzato ufficialmente l’utilizzo del 1° Corpo tedesco-olandese a Valga, in Estonia, come quartier generale tattico per tutte le operazioni della NATO in Estonia e Lettonia. Esso opera parallelamente al Corpo multinazionale nord-orientale tedesco-polacco-danese a Stettino, che continua a fungere da quartier generale per le operazioni in Polonia e Lituania. La creazione della «NATO europea» viene elogiata a Washington. Al Pentagono si parla di una «NATO 3.0», che dovrebbe alleggerire il carico degli Stati Uniti e consentire così lo svolgimento di operazioni statunitensi in altre regioni. Washington elogia in questo contesto anche la leadership tedesca.
Il testo completo di questa scheda informativa è disponibile sulle nostre pagine “ex.klusiv” – gratuito per i nostri sostenitori.
Nelle pagine “ex.klusiv” del sito german-foreign-policy.com sono disponibili il nostro archivio e tutti i testi pubblicati da più di 14 giorni. L’archivio contiene circa 5.000 articoli, oltre a approfondimenti, documenti, recensioni e interviste. Saremmo lieti di poter mettere a vostra disposizione queste informazioni al costo di 7 euro al mese. L’abbonamento è disdicibile in qualsiasi momento.
Vuoi approfittare di questa offerta? Allora clicca qui:
Le comunicheremo immediatamente una password personale che le garantirà l’accesso alle nostre pagine esclusive. La preghiamo di non dimenticare di fornirci il suo indirizzo e-mail.
La redazione
P.S. Se desiderate utilizzare le ricerche disponibili su www.german-foreign-policy.com per conto di un’organizzazione o di un’istituzione, potete trovare le relative offerte di abbonamento qui:

































































































