PANEBIANCO e le fedeltà assolute; ma non alla verità_ Due articoli di Antonio de Martini

gli articoli si riferiscono al seguente editoriale del corriere della sera https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_01/i-pericoli-legame-mosca-ae02bf28-ad48-11e8-aed0-106e9275cc0a.shtml

PANEBIANCO? NO, CRUSCA E ANCHE MALEODORANTE !

Sul ” Corriere della sera” di oggi c’è una bella novità, il Ministro Paolo Savona, invece dii accettare la solita ” intervista ripratrice” circa la calunnia malevola pubblicata nell’articolo di fondo di Panebianco di ieri a pag 1 e 26,, ha risposto con una lettera secca e cortese verso il giornale, ma inequivoca verso il Panebianco, smentendo seccamente le illazioni del barbetta.

Panebianco, invitato dal direttore – che quindi si sfila nella polemica – a rispondere, se l’é cavata con una risposta equivoca quanto la calunnia precedente ” Non ho scritto che il ministro Savona auspica una crisi del nostro debito ( invece ha scritto a pag 26 del giornale di ieri ” Essi preparano il momento in cui le continue, e per nulla innocenti, profezie del Ministro Paolo Savona ( compresa l’ultima, quella sul possibile ruolo della Russia rispetto al nostro debito) diventeranno realtà….”

A parte la insinuante farragine è chiaro che voleva dire che Savona proponeva di chiedere i denari ai russi.
MAI DETTO E MAI PENSATO, ma lui cerca di svicolare allargando alle “dichiarazioni dei politici” non meglio identificati.

Incoraggiato dall’intervento diretto di Savona, ho pensato di far cosa gradita ai lettori nell’indicare le falsità scritte da un uomo evidentemente stanco e forse anche stufo di servire dei padroni che adesso sono in difficoltà e si sfilano mettendolo in prima linea.

Ne ho trovate , oltre alla perla di Savona, altre sei: Ve ne segnalo cinque.

PRIMA: Paolo Mieli. Viene citato come se fosse un economista che profetizza: cito il prof. che ormai chiamerò Crusca ” se mai arriverà il nostro momento ” greco” ( come ha scritto Paolo Mieli su questo giornale, nel marasma potremmo finire già in autunno) sarà facile imputare ciò non alla politica del governo ma ai nemici esterni.”
Capito? prepara l’albi ai compari ( compagni?) incaricati come lui di diffondere notizie false atte a turbare l’ordine pubblico e nel contempo fa un soffietto a Paolo Mieli che viene spacciato per un economista le cui previsioni sarebbero da prendere sul serio. PM è un giornalista intrigante che da un bel pezzo falsifica in TV la storia vicina e lontana cercando di fare la respirazione artificiale al PD.

SECONDA. CITAZIONE ” L’alleanza con il gruppo di Visegrad, sembra una tappa intermedia, serve a stabilire un ponte intermedio percorrendo il quale si potrebbe arrivare a una diversa collocazione internazionale dell’Italia.”

Qui ci sono due FALSITA’: la prima è la “diversa collocazione internazionale” che viene adombrata e la seconda è sul gruppo di Visegrad che viene presentato come una tappa intermedia verso …la Russia. Si specula sulla natura di questo gruppo. Se andate sul mio blog ( corrieredellacollera.com e clikkate sul nome, gruppo di Visegrad, troverete un mio articolo di tre anni fa che indicavo come un cavallo di Troia degli anglosassoni contro l’U.E.. Quindi non ha nulla a che fare con la Russia. Il prof Crusca non può non saperlo, quindi mente.

Terza. Sentiamo prima il prof ” come dimostrò il caso di Che Guevara al momento della formazione del primo governo castrista a Cuba, non c’è alcun bisogno di competenza per fare il ministro dell’economia in un governo rivoluzionario.”

FALSO.
Dopo nemmeno un mese il CHE fu rimosso dall’incarico e si giustificò con Castro dicendo che quando chiese se c’era un economista, lui aveva alzato la mano perché aveva capito ” comunista”. Allora la notizia fece epoca , ma il prof crede di essere il solo sopravvissuto al 1960. Siamo in due e lui è un bugiardo.

Quarta. Sempre il prof ” Come ha scritto mario Monti ( Corriere 27 agosto) tutto ciò avverrebbe senza alcuna preventiva discussione nel paese. Ne deriverebbero anche conseguenze anche per la nostra politica mediorientale: ad esempio, allineamento antisraeliano, stretti legani con l’Iran , paese alleato coi russi.”

QUI LE FALSITA’ SONO TRE
:
a) Non si può annunziare un evento futuro e dire che avverrà senza preventiva discussione nel paese ( per la contraddizion che nol consente direbbe padre Dante). Una cazzata simile è degna di quel bischero di Monti e viene ripresa da un suo pari.

b) in realtà è l’allineamento filo israeliano che si è verificato senza preventiva discussione nel paese. Il sottoscritto – e il resto d’Italia- eravamo rimasti al documento di Venezia ( in cui Moro mise in isolamento la Tatcher sul problema palestinese ED E’ QUESTO CHE GLI E’ COSTATO LA PELLE). De hoc satis.

Inoltre la politica estera italiana degli ultimi cinquanta anni è sempre stata filo araba fino a che Berlusconi ha cambiato direzione – SENZA DISCUSSIONE NEL PAESE- per motivi che non cito oggi per carità di Patria.

c) L’Iran non è alleato della Russia: la Russia, fino a prova del contrario, fa parte del quintetto che ha negoziato il disarmo unilaterale del nucleare iraniano assieme a USA, UK, UE, GERMANIA e ONU.

Quinta : ” sopratutto non sarà facile superare la ben più solida capacità di resistenza del Presidente della Repubblica , anche se, come abbiamo già visto, c’è chi è in grado di proporre la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffé.”

QUESTO E’ UN FALSO COSTITUZIONALE: Il Presidente della Repubblica non può far nulla se non con la firma del Ministro competente per materia. La Costituzione dice questo, ne più ne meno.

Egli non puo resitere a nulla e certamente non alla volontà del Parlamento. Questo è il motivo per cui all’annunzio dell’esito delle elezioni del 4 marzo ho scritto su questo fbn che il Presiende della Repubblica dovrebbe dimettersi prima che lo faccia la gente.

L’ITALIA, LE SUE ALLEANZE E LE SUE FORZE ARMATE DAL FAR WEST AL FAR EAST?

Ieri il prof Angelo Panebianco – docente a Bologna – ha scritto un lunghissimo articolo sul ” Corriere della sera” con alcune imprecisioni come quella, quasi veniale, su Che Guevara di cui ho già scritto.

La seconda, non veniale, gaffe è che quando ci si vuole presentare come geopolitici si devono presentare tutte le alternative presenti sul tappeto ed esaminarle.

Presentarne solo una e demonizzare l’altra ( e tacere la terza) è tipico della dialettica gesuita e lo fa targare come uomo di parte, sia pure per necessità di mantenimento della collaborazione giornalistica..

La tesi del prof è ( cito il titolo del fondo)” I PERICOLI DEI LEGAMI CON MOSCA”. La tesi è che questo nuovo governo , su cui fa aleggiare il termine ” rivoluzionario”, ma io preferirei “velleitario”, almeno per ora, sta avvicinandosi a Mosca e questo per il prof sarebbe un pericolo.

Rettifichiamo: l’Italia economica si è avvicinata a Mosca quando era ancora URSS, col governo De Mita ( per protesta l’Ambasciatore Sergio Romano, oggi suo collega al Corriere si dimise e lasciò la diplomazia ) concedendo ben mille miliardi di crediti, dopo che l’Italia aveva già finanziato gli stabilimenti FIAT di Città Togliatti.

Dopo averci deplorato, gli USA seguirono la nostra strada.
Le deplorazioni anglosassoni, spesso – nel nostro caso sempre – sono invidie mascherate.

Abbandonare la NATO non vuol dire necessariamente allearsi con Mosca, significa prendere atto della cessata esigenza anti patto di Varsavia. Lo so di preciso essendo stato per oltre trenta anni il più diretto collaboratore- ed ora il successore – dell’uomo che ha chiesto per primo nel 1948 l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico : Randolfo Pacciardi.

Oggi dico con cognizione di causa e in tutta coscienza che il dispositivo militare NATO non ha più ragione d’essere.
.
Si può benissimo prendere atto dello sfaldamento dell’Alleanza – anche per il disinteresse del promotore divenuto isolazionista e le sue irragionevoli richieste economiche – e proporre una alternativa che un numero crescente di italiani , noi tra questi, chiede con voce ferma: costituire un blocco europeo di nazioni neutrali e ben armate assieme alla Svizzera ( che ne è il modello) , l’Austria ( che lo è già) la Slovenia e l’Ungheria, costituendo un Blocco Adriatico che impedisca ogni guerra tra i grandi nel nostro scacchiere e scoraggi ogni violazione della neutralità per le dimensioni stesse dell’alleanza nuova che si profilerebbe.

L’Italia sarebbe il paese demograficamente più importante e politicamente decisivo per questo blocco di NON ALLINEATI, contro cui si è pronunziato ( “è irrealistica”) il Presidente Mattarella al TG1 qualche giorno fa, con un significativo inciso alla siciliana, che mostra come non riescano più a tenere a bada col silenzio il 38% di italiani ( sondaggio Pew research) che considera superata la NATO.

L’ultimo sevigio che la NATO fa all’Italia è che dimostra come una alleanza militare possa realizzarsi nella normalità anche con paesi che non aderiscono alla UE. E non è poco.

Il mondo cattolico – cui l’Italia si vanta di appartenere- è neutralista per educazione e per dettato papale che definì la prima guerra europea una “inutile strage”.

Possibile che -ostaggi di crisi interne alle loro gerarchie- non capiscano i rischi che corre una Europa a rimorchio dell’uno o dell’altro blocco pronto alla guerra?

L’Europa ha significato solo se offre al mondo una alternativa di civiltà e non se appare come la coda della Cocacolonizzazione americana.

A questo primo “blocco promotore di neutralità vigile” potrebbero interessarsi anche altri stati della ex Yugoslavia memori della politica di non allineamento che tanto prestigio e sicurezza portò a quel paese fino a che la praticò.

Si realizzerebbe così una nuova collaborazione tra latini e slavi preconizzata da Pacciardi nel 1945 e De Michelis nel 1991 e sepolta in silenzio assieme ai suoi promotori.

Poiché gli attacchi dall’alto non vengono mai soli – il tema è d’attualità- anche il generale Vincenzo Camporini, sul suo sito suona l’adunata Atlantica e spezza una lancia a favore dell’esercito di professione in difesa della caricatura di esercito di mestiere che abbiamo messo assieme in questi anni in barba all’articolo 52 della Costituzione italiana e che rende disponibili maggiori fondi all’aeronautica.

Un esercito come quello che abbiamo oggi, serve ( lo ammettono sia il generale che la ministra Trenta) a un impiego nel sud mediterraneo….

Pensano di rivivere con due secoli di ritardo avventure coloniali contro paesi semi inermi per averne in cambio poco più che una carezza del padrone al cane che riporta una quaglia.

Gli alleati hanno armi nucleari e noi forniamo la carne da cannone o come si dice oggi pudicamente ” the boots on the ground”. E iun modello sbagliato, un approccio sbagliato e irto di pericoli che invece Panebianco non vede ipnotizzato dal FAR EAST Europeo.

Anche qui si offre la scelta manichea tra esercito di mestiere (in astratto, il nostro ne è la caricatura in chiave napoletana) e esercito di leva, trascurando ogni altra formula, inclusa quella ibrida che personalmente prediligo.

Serve una forza di intervento mobile professionale e ben equipaggiata – l’Italia, coi mezzi attuali, può fornirne al massimo quattro o cinque brigate a pieno organico e con mezzi adeguati – e un esercito a base locale e addestramento periodico sull’arco alpino sul modello svizzero.

Degli alpini provenienti da Gragnano, Portici o Salerno, non credo sia serio parlare. Un esercito a reclutamento napoletano può servire solo a scopi borbonici.

Ipotesi di intervento e scenari e scenari di guerre future, tutti gli stati maggiori li fanno da un secolo a questa parte e nessuno ci ha mai azzeccato nemmeno in parte.
Come noto, sono sempre in ritardo di una guerra.

Lo Stato Maggiore italiano, non me ne voglia, ha invece un regolare ritardo di almeno due guerre ed ha lo sguardo rivolto al passato come i dannati di Dante.

A roprova psicologica, ne fa fede la foto della prima comunione che Camporini ha messo nel suo sito per dispensarsi dall’argomentare e occupare uno spazio ben visibile.

Si sa , noi contribuenti possiamo solo pagare e poi lasciar fare agli “specialisti” che- a guerra finita- ci spiegheranno come l’hanno persa, dando la colpa a politici defunti. Solo che abbiamo cominciato a notare che nelle guerre in corso il numero dei morti civili supera sempre di gran lunga quello dei militari e allora vorremmo interessarcene.

Il rinnovamento dell’Italia passa per la sua politica estera e per quello delle sue Forze Armate. Il prossimo anniversario della fine della grande guerra potrebbe essere il momento opportuno per iniziare un dibattito nazionale e civile sul tema.

Il resto verrà da se.

LE ISTITUZIONI E IL CONFLITTO a cura di Luigi Longo

LE ISTITUZIONI E IL CONFLITTO

a cura di Luigi Longo

 

 

 

Suggerisco la lettura dell’articolo di Marco Della Luna, “Come prevenire un nuovo Euro-golpe” apparso sul sito www.marcodellaluna.info il 29 agosto 2018.

La sua lettura è stimolante perché evidenzia come le istituzioni sono luoghi di conflitto e di gestione del potere (degli agenti strategici sub-dominanti europei) e del dominio (degli agenti strategici pre-dominanti statunitensi).

Bisogna uscire dal campo delle istituzioni come luoghi di interesse generale, come luoghi neutrali dove si curano l’interesse della popolazione e di una nazione; occorre, invece, mettersi nel campo delle istituzioni come parti integranti del conflitto che attraversa la vita sociale di una nazione (con le sue forme di organizzazioni storicamente date) che è inserita nelle relazioni internazionali e nelle dinamiche di conflitto tra le nazioni-potenze che si configurano nelle diverse fasi storiche per il dominio mondiale.

 

 

 

COME PREVENIRE UN NUOVO EURO-GOLPE

 

di Marco Della Luna

 

Perché il Quirinale non può contenere il Presidente degli Italiani

Nell’estate del 2018 parecchi editorialisti stanno a congetturare sui possibili modi in cui, probabilmente, per abbattere il governo sovranista e rimetterne su uno europeista e immigrazionista, nel prossimo autunno, in tempo di legge di bilancio, verrà orchestrato un colpo di Stato dai soliti “mercati”, dal duo franco-tedesco, assieme alla BCE, ai “sorosiani”, ai magistrati “progressisti”.

Già i mass media pre-legittimano tale colpo di stato, come lo pre-legittimavano nel 2011, ripetendo a josa il concetto che il pericolo è il sovranismo e l’euroscetticismo, che lo scopo è come vincerli salvando l’integrazione europea, e tacendo completamente sui meccanismi e gli squilibri europei che danneggiano l’Italia a vantaggio di Germania e Francia soprattutto. Si comportano come sicuri che il golpe si farà.

Anche grazie a tali, ricorrenti campagne propagandistiche, l’idea del colpo di Stato degli interessi stranieri col tradimento del Quirinale in loro favore è oramai sentita come qualcosa di rientrante nell’ordine delle cose, di non sorprendente né, in fondo, scandaloso.

In particolare, è chiaro che il Quirinale (la cui cooperazione è indispensabile a un golpe politico, avendo esso la funzione di delegittimare il governo legittimo e legittimare quello illegittimo) è una sorta di rappresentante degli interessi e della volontà delle potenze straniere dominanti sull’Italia; e che la sua forza politica, la sua temibilità e la sua inattaccabilità derivano dal rappresentare esse, non certo dalle caratteristiche personali dei suoi inquilini. Il Quirinale è stato concepito e costruito, nella Costituzione italiana del 1948, al fine di far passare come alto giudizio e indirizzo della più alta Autorità nazionale quelle che invece sono imposizioni di interessi stranieri.

Dico “il Quirinale” e non “il Presidente della Repubblica” perché intendo proprio il Palazzo, come istituzione e ruolo nei rapporti gerarchici tra gli Stati, e non la persona fisica che lo occupa volta dopo volta. L’Italia è uscita dalla 2a Guerra Mondiale non solo sconfitta, ma con una resa incondizionata agli Alleati, e ha così accettato un ruolo subordinato agli interessi dei vincenti, incominciando dalla politica estera, per continuare con quella monetaria e bancaria. Il Quirinale è, costituzionalmente e storicamente, l’organo che ha assicurato la sua obbedienza e il suo allineamento nei molti cambiamenti di governi e maggioranze.

Certo, rispetto al golpe del 2011, la situazione oggi è diversa, per diverse ragioni:

 

-perché allora la maggioranza degli italiani voleva cacciare Berlusconi e credeva che cacciarlo avrebbe apportato legalità e progresso, mentre l’attuale governo gode del gradimento di un’ampia maggioranza della popolazione, sicché per rovesciarlo servirebbe molta più violenza di quella bastata nel 2011, oppure bisognerebbe dividere la maggioranza;

-perché da allora la gente ha capito qualcosa dall’esperienza dei governi napolitanici;

-perché Berlusconi non aveva gli appoggi di Washington e Mosca, né un piano B per il caso di rottura con l’UE;

-perché rispetto al 2011 l’eurocrazia ha perso credibilità e forza; perché essa teme le vicine elezioni europee e non può permettersi nuovi soprusi.

Come agire per prevenire un nuovo golpe, dopo tali premesse?

Suggerisco di spiegare alla popolazione il suddescritto ruolo storico e costituzionale del Quirinale, il suo ruolo di garante obbligato di interessi di potenze straniere vincitrici e sopraordinate, spesso in danno agli Italiani. Un ruolo non colpevole proprio perché obbligato, ma che in ogni caso priva il Quirinale della qualità di rappresentante degli Italiani e della autorevolezza, della quasi-sacralità che questa qualità gli conferirebbe. Il Quirinale è piuttosto una controparte dell’Italia.

Già il far entrare questa consapevolezza e questi concetti nella mente e nel dialogo dell’opinione pubblica può indebolire quel potere improprio e nocivo del Quirinale che gli consente di delegittimare i legittimi rappresentanti del popolo, sebbene esso non sia eletto dal popolo ma dalla partitocrazia, e di legittimare la loro illegittima sostituzione; quindi può aiutare la prevenzione di nuovi colpi di palazzo.

Nel tempo, si potrà pensare anche a una riforma nel senso del cancellierato, che dia più potere sul governo al premier, contenendo i poteri politici del Capo dello Stato e il fondo annuo di oltre un miliardo l’anno che egli gestisce – più della Regina Elisabetta; nonché a convertire il palazzo del Quirinale in un museo, trasferendo la sede della presidenza della Repubblica in un luogo dall’aria meno dominante e adatta alle nuove e ridotte competenze.

Giuseppe Conte, Avvocato degli Italiani? Badi a Vincere a Genova_ di Piero Laporta

tratto da http://www.pierolaporta.it/giuseppe-conte-avvocato-degli-italiani-badi-a-vincere-a-genova/

Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno compiendo errori strategici gravi, tuttavia ancora rimediabili, a patto di dare un’immediata sterzata al modo di fronteggiare il crollo del ponte di Genova.

La politica e il potere si reggono su due pilastri: le risorse e il consenso. Quest’ultimo è più fragile del ponte genovese e, come si sa,  mutevole di suo. Esiste tuttavia un elemento che – ben più d’ogni altro – determina repentini mutamenti del consenso: il sangue, la morte di innocenti. Tutte le rivoluzioni cominciarono a causa di guerre con spargimento di sangue innocente, per stragi  di popolazioni inermi o altre analoghe sconcezze.

Da mezzogiorno del 14 agosto, quando crollò il ponte Benetton a Genova, il sangue di 43 innocenti, schiacciati dal calcestruzzo malato è stato come un cannoneggiamento di gente inerme: chiunque sia in buona fede s’è reso conto che negli ultimi venti anni sono state svendute non solo le ricchezze dell’Italia ma anche le vite dei cittadini. Quel crollo è tuttora in grado di scatenare uno tsunami da travolgere e distruggere definitivamente, cancellarli dalla scena politica, il Partito Democratico e Forza Italia, primi responsabili dello sfascio e del crollo dell’Italia. Ebbene, questo governo è stato deviato, frenato prima che lo tsunami si scatenasse.

Mercoledì 15 agosto – il giorno successivo alla catastrofe genovese – 170 migranti erano nelle acque maltesi. Alle 3.40 della notte qualcuno – senza consultare il governo – ha dato uno strano ordine a due unità della Guardia Costiera italiana, affinché intervenisse a 17 miglia nautiche da Lampedusa per caricare i migranti. Circa cinque ore dopo, alle 8.20, è intervenuta nave Diciotti che ha imbarcato 177 migranti, all’insaputa del governo.

Se le due motovedette si fossero dirette – come è stato sempre fatto in casi analoghi – verso Lampedusa in condizioni di sicurezza, si poteva accendere il solito contenzioso con Malta e attendere la composizione da parte dell’Unione Europea. È arrivato invece l’ordine di trasferire i migranti sulla Diciotti e questa, portandosi a Catania, si è messa sotto l’occhio delle telecamere del mondo. È giunta a Catania, senza entrare nei porti di Pozzallo e Augusta, sui quali vige la competenza delle procure di Ragusa e Siracusa, note in passato per posizioni tolleranti verso l’immigrazione. Chi ha consigliato di andare a Catania sapeva che Luigi Patronaggio, procuratore capo di Agrigento, aveva pianificato di recarsi nel capoluogo etneo, per un’ispezione a bordo della Diciotti? All’ispezione è conseguita l’indagine per sequestro di persona, sostenibile proprio dalla procura di Agrigento.

In altri termini, dal giorno successivo al disastro di Genova, le prime pagine, invece di concentrarsi sui 43 morti ammazzati dal ponte crollato, sono state condivise con la Diciotti e Patronaggio. A  partire dal 18 agosto, dopo quattro giorni dal crollo, sfumate le cronache dei funerali, la Diciotti ha cancellato il crollo di Genova.

Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, questo è dilettantismo grottesco, neppure scusabile con l’inesperienza di governo.

Si dirà che il governo non vuole esporsi ad accuse di sciacallaggio. Le accuse di sciacallaggio sono arrivate comunque, intanto però il governo – mettendo in ombra il disastro genovese, a vantaggio della Diciotti – trascura l’interesse dello Stato, trascura l’interesse delle 700 famiglie di sfollati, trascura l’interesse delle famiglie dei 43 morti ammazzati.

Il governo, smetta di autocompiacersi per gli applausi ai funerali. Il governo smetta di lamentarsi per l’indagine a carico d’un suo ministro, mentre nessun indagato risulta dopo il crollo del ponte. Vogliamo scoprire oggi che certa magistratura fa politica? Questo non toglie che si debba agire con la risolutezza imposta dalla situazione e consentita dal potere governativo e politico, più vasto di quanto sia stato dispiegato sinora. Se Patronaggio prevale è solo responsabilità dell’autorità politica, in quanto controparte inerte. Il governo smetta di porre in cima alla sua agenda vicende artefatte come quelle della Diciotti; vicende artefatte a dodici ore dal crollo, facendosi prendere per i fondelli in modo elementare. Il governo proceda piuttosto e senza indugio a nominare un collegio di difensori, costituendosi parte civile e invitando ad associarsi come parti civili le famiglie degli sfollati, quelle dei morti, il comune di Genova e tutti i cittadini e le imprese in qualche modo coinvolti nel disastro.

Solo un gruppo di pressione siffatto può ottenere il risultato di controllare l’operato della magistratura genovese, risalendo alle responsabilità, per esigere risarcimenti non solo da Autostrade, ma da tutti i ministri delle infrastrutture, dai capi di governo e dalle burocrazie corresponsabili del disastro.

La concessione ad Autostrade è uno degli aspetti del problema, ma non è “il problema” nella fase di indagine sulle responsabilità. Alla magistratura genovese l’onere di stabilire se il disastro sia colposo o doloso. Il disastro tuttavia rimane: è un dato di fatto incancellabile, qualunque cosa dicano e facciano i ministri delle Infrastrutture da Antonio Di Pietro a Graziano Del Rio. Il governo ha il dovere verso se stesso, verso lo Stato e verso tutte le vittime, sopravvissute e non, di fare tutto il possibile perché, sotto l’occhio d’un collegio di esperti difensori, il diritto e la giustizia coincidano e siano salvaguardati. Di certo tale salvaguardia non ci sarà se si rimane inerti mentre si fanno affiorare documenti come la lettera – pubblicata da L’Espresso e sequestrata(!) dalla procura – datata 28 febbraio 2018, con la quale la Autostrade avvertiva il ministero delle Infrastrutture e il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova sullo stato critico del viadotto. Deve essere chiaro che tale documento non alleggerisce la posizione di alcuna delle parti in causa, tutt’altro.

Il consenso, come s’è detto, può essere cancellato repentinamente dal sangue, dalla morte di innocenti. Questo può accadere, anzi accadrà senz’altro, per quanti abdichino al dovere di difendere efficacemente quel sangue e quegli innocenti. L’unica vittoria efficace sarà l’individuazione dei responsabili e il risarcimento a loro carico di tutte le vittime del viadotto di Genova. Altro che profughi, Diciotti e Patronaggio. Se ne ricordi chi entrò a palazzo Chigi autonominandosi “avvocato degli italiani”. www.pierolaporta.it

LA TERRA SOTTO I PIEDI,di Roberto Buffagni

LA TERRA SOTTO I PIEDI

su Genova, in dialogo con Pierluigi Fagan e Alessandro Visalli[1]

 

E’ da un bel pezzo, non solo dal 14 agosto, che gli italiani si sentono mancare la terra sotto i piedi. Il crollo del ponte Morandi di Genova lo ha espresso con uno splendore metaforico accecante, perché è un correlativo oggettivo[2] perfetto.

Il crollo del ponte Morandi è il correlativo oggettivo di molte cose che finiscono, e finiscono male. Fine dell’Italia moderna di ieri, dell’Italia del miracolo economico, della giovinezza dei nostri padri o nonni, dell’abbondanza a portata di mano per tutti: il ponte Morandi, con il suo tracciato epico, il suo modernismo militante alla Le Corbusier, è figlio di quegli anni e di quelle ambizioni giovanili. Fine della modernità dell’Italia di ieri come ambizione sbagliata, come rincorsa tardiva, affannosa, volontaristica dei “paesi più avanzati”: l’Italia del miracolo economico non può permettersi i ponti in acciaio che paesi di più antica industrializzazione costruiscono da cent’anni, e parsimoniosamente getta il ponte Morandi nel deperibile cemento armato, ma senza rinunciare al tracciato avveniristico che ci fa fare bella figura, ci fa sembrare “un paese normale”. Fine della promesse de bonheur  della postmodernità, del sogno elettrizzante dei muri che crollano e dei confini che svaniscono, di libertà come infinito transito da un orizzonte a un altro orizzonte, senza soste, radici, termine: emblema i cento ponti, gettati dal nulla al nulla e scavalcanti il nulla, che troviamo sulla cartamoneta in euro, l’unica moneta pura della Storia umana; moneta senza terra e senza principe, sacramento del nulla che si transustanzia in Nulla senza materia sacramentale, ex opere operato della Tecnica, vessillo dell’Unione senza Unità e dell’Europa senza Europa. Fine dell’illusione che la promesse de bonheur della libertà postmoderna valga per tutti: i deplorables, i carnali che restano legati al suolo e alla materia precipitano nel baratro, gli pneumatici che transustanziano materia e vita in denaro volano, illesi s’incielano nell’Empireo delle corti di giustizia internazionali, dei grandi studi legali americani, delle aziende di public relations, trasportati e razionalmente giustificati dagli psichici al loro servizio. Per concludere: fine dell’illusione che l’Italia possa mai diventare “un paese normale”, cioè un normale paese capitalistico avanzato, come i paesi protestanti.

L’Italia non è mai stato, né potrà diventare mai finché esisterà come realtà simbolica, un “paese normale”, perché l’ultima impronta che ha modellato in profondità la patria interiore degli italiani è un possente movimento spirituale di difesa contro la modernità, la Controriforma cattolica. Finita, e finita molto male, la grande speranza giovanile della Cristianità europea, sostituito al principio del bene comune il criterio regolativo del male minore, spezzata la comunicazione tra l’aldiquà e l’aldilà nelle rappresentazioni del sacro, l’Italia ha iniziato a diventare un paese anormale pittoresco e spregevole, romantico e cialtrone, perché di volta in volta più arretrato o più avanzato degli altri paesi europei: siamo più arretrati quando la modernità va bene, siamo più avanzati quando la modernità va male: di qui anche la nostra meritata fama di “laboratorio politico”.

La protezione minuziosa e tirannica, premurosa e soffocante della Controriforma cattolica ha preservato, come un fossile nell’ambra, le sopravvivenze delle tradizioni pagane italiche, romane, greche, e ha lungamente riparato sotto la volta di un tempio invisibile la civiltà contadina con i suoi antichissimi costumi, cristiani e precristiani. La Modernità e la Storia premevano alle mura, s’infiltravano nelle vite personali, nei pensieri e nei sogni, ma l’incantesimo difensivo ha retto per secoli, in una lunghissima ritirata lenta e ordinata che solo molto di recente si è trasformata in rotta. Racconta il trauma del contatto diretto con la modernità illuminista e liberale trionfante il più grande poeta, insieme a Torquato Tasso, della Controriforma italiana.

Giacomo Leopardi[3] canta il confine del natìo borgo selvaggio, che da tanta parte/ Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude e dal quale cercò di evadere per tutta la vita, come trampolino verso l’assoluto (L’infinito); la speranza nel domani come illusione, creatrice di struggente bellezza e commovente, precaria gioia (Il sabato del villaggio); l’ incanto della civiltà popolare italiana come una fanciulla che la morte precoce rende eternamente giovane, bella e perduta come la patria, “membranza sì dolce e fatal”, sospirata in Va’ pensiero (A Silvia); il disorientamento di fronte alla Storia che incalza minacciosa come domanda infantile, smarrita, fiduciosamente rivolta alla vergine Luna, giovinetta immortal (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia); e sbriga il giudizio sul secol superbo e sciocco col sarcasmo delle magnifiche sorti e progressive (La ginestra).

Racconta la sconfitta dell’Italia controriformata, e la rotta disordinata degli italiani sul campo di battaglia della modernità “l’usignolo della Chiesa cattolica”, Pier Paolo Pasolini.

Ecco, ora la modernità è finita, e finita male; la postmodernità crolla, trascinando nel baratro molti italiani. S’inaugura in Italia – non a caso in Italia – quel che gli studiosi chiamano “il momento Polanyi”[4], che si manifesta anche con il sorprendente ircocervo del governo gialloverde. Se sia giusto o sbagliato, e come andrà a finire, non lo so. Per quel che mi riguarda: right or wrong, my country.

 

[1] [1] http://italiaeilmondo.com/2018/08/18/jaccuse-di-augusto-sinagra-e-uno-sguardo-dal-ponte-di-pierluigi-fagan/ ; https://tempofertile.blogspot.com/2018/08/della-parola-dordine-onesta.html ; https://tempofertile.blogspot.com/2018/08/della-parola-dordine-integrita.html ; https://tempofertile.blogspot.com/2018/08/della-parola-dordine-sicurezza.html

 

[2] Il “correlativo oggettivo” è un concetto centrale nella teoria letteraria elaborata da Thomas Stearns Eliot, elaborato in più saggi raccolti nel volume The Sacred Wood (1920). In sintesi: un’opera d’arte ben riuscita non descrive i sentimenti e le emozioni dei personaggi, ma li mostra per mezzo di un’immagine o un’azione che ne sia il correlativo oggettivoThe artistic ‘inevitability’ lies in this complete adequacy of the external to the emotion….” (“Hamlet and His Problems”). Un esempio di correlativo oggettivo ben riuscito è la scena in cui Lady Macbeth, dopo l’assassinio del re, si lava compulsivamente le mani.

[3] Giacomo Leopardi, naturalmente, non era credente, e anzi si è parecchio complicato la vita perché non volendo accettare incarichi nel governo pontificio e non disponendo di una rendita personale sufficiente, è sempre stato a corto di soldi. E’ un grande, grandissimo poeta della Controriforma perché lo spirito della Controriforma si oppone allo spirito del mondo moderno, e difende come può quel che resta del mondo antico. Che altro fa Leopardi? Che non sia cattolico e detesti i preti conta molto poco, direi nulla.

[4] V qui: http://tempofertile.blogspot.com/2016/08/karl-polanyi-la-grande-trasformazione.html

L’ANNO CHE VERRA’ E’ UN DEJA VU, di Antonio de Martini

Qui sotto un frizzante testo di Antonio de Martini. Alcune domande. Il quadro prospettato è del tutto verosimile; la trama tessuta dalla vecchia classe dirigente, sconfitta elettoralmente, ma predominante negli apparati istituzionali è adeguata al nuovo contesto politico?_Giuseppe Germinario

L’ANNO CHE VERRA’ E’ UN DEJA VU

Ispirato dalla atmosfera campagnola in cui vivo, mi sono chiesto quali siano o saranno i frutti di questo strambo governo.

I soli risultati certi sono la distruzione sicura di ogni ipotesi di un governo moderato di centro destra in grado di vincere le elezion e la contemporanea nascita di un forte partito di destra estrema.

In questo disegno c’è un elemento di bene e uno di male. Il bene è la distruzione di Berlusconi come personaggio politico e di conseguenza di “Forza Italia” che tornerà ad essere uno slogan sportivo.

Il male è che i governi moderati orientati a una politica di destra moderata saranno impossibili per lungo tempo. A destra si sta sostanziando l’ipotesi di un robusto partito di destra estrema cui il buon senso degli italiani non affiderà mai le redini del governo. A sinistra si sta predicando una ” strategia dell’attenzione” verso i 5 stelle.

Si tratta , a mio avviso, di un disegno preordinato cui sono tutti attivamente coinvolti, interessati e consapevoli.

I SEGNALI

a) Il movimento 5 stelle e la Lega stanno lasciando tranquillo il PD che sta riprendendo alla mano i suoi iscritti e simpatizzanti, così come la lamentela opposta che ” l’opposizione non esiste” significa che il PD – che sappiamo tutti esistere eccome- non attacca il governo, ma il solo Salvini, fortificando così la sua immagine di estremista di destra. ( si noti che nella Lega giovanile aveva creato il “gruppo comunista”). Da destra, al massimo si attacca il LEU, un piccolo lebrosario creato in laboratorio. La sinistra ha appaltato l’opposizione al venerando Cassese che mostra un attivismo notevole per l’età.

b) Di Maio, sta compiendo una serie di gesti ” di sinistra” come l’essersi scusato com Mattarella, aver privilegiato ” i lavoratori”, e aver reintrodotto il discorso “nazionalizzazioni”, aver scavalcato i sindacati sulla vicenda ILVA ecc. Tutti temi che ” suscitano l’attenzione della sinistra”. Si stanno creando le premesse di un connubio tra i 5 stelle e il PD.?

c) nessuno si è mai chiesto come mai la Lega si sia trasformata da movimento secessionista in movimento nazionalista senza nemmeno un dibattito sulla Padania o altro fogliaccio e senza un commento nemmeno dei giubilati interni.

d) nessuno si è mai posto il quesito di come mai Lusetti ( tesoriere della Margherita) si è appropriato di 50 milioni e ha transato per una ventina , mentre la magistratura ha posto una ipoteca di 50 milioni sulla Lega intera. Gli sceneggiatori non si fidano e hanno trasformato un reato individuale in reato di partito a garanzia del rispetto degli accordi?

Considererei io stesso questo post una farneticazione dietrologica se non avessi visto coi miei occhi la lettera , firmata dal generale de Lorenzo attestante che , per ordine dell’on Taviani, ministro dell’interno, aveva consegnato 250 milioni di lire all’on Almirante per consentire a lui di fare la parte dell’ “uomo nero” e agli altri di unirsi contro il “pericolo fascista”.

Ma dove vanno i marinai?, di Piero Visani

Sulla differenza tra potere e governo, un caso illuminante. Con una precisazione; le quinte colonne del potere nel Governo_Giuseppe Germinario

Ma dove vanno i marinai?

https://derteufel50.blogspot.com/2018/08/ma-dove-vanno-i-marinai.html?spref=fb

       Tra il 1990 e il 1993, la mia attività di supporto alla comunicazione dell’istituzione militare trovò un per me insperato supporto nel generale Goffredo Canino, all’epoca Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che mi diede prova di condividere sinceramente e fattivamente la mia visione radicalmente ostile alle geremiadi sui “soldati di pace”. La cosa non sfuggì a un ambiente profondamente penetrato dalle culture dominanti (da quella cattolica della Comunità di Sant’Egidio a quella delle Sinistre, più forti di quanto comunemente si pensi all’interno degli ambienti militari) e partì non appena possibile la controffensiva, che si concluse con il famoso caso di “Lady Golpe”, Donatella Di Rosa.
       Chi l’aveva promossa era perfettamente a conoscenza del forte senso dell’onore del generale Canino, che con quel caso non c’entrava in alcun modo, ma che sicuramente avrebbe messo a repentaglio la sua personale carriera per difendere l’onorabilità dell’istituzione militare. E fu esattamente quello che egli fece, dando le dimissioni per difendere la reputazione di alcuni suoi sottoposti ingiustamente accusati dal potere politico e dalla canea mediatica.
       Si trattò di un’operazione da manuale, da parte di chi voleva togliere di mezzo Canino, condotta con spregiudicatezza e lucido senso dell’obiettivo da cogliere. Alla fine, infatti, fu aperta la strada a uomini in uniforme che avevano una visione molto diversa da quella di Canino o erano comunque disposti a legare l’asino dove voleva il padrone…
       Sorrido perciò nel vedere almeno una parte del nuovo governo gialloverde alle prese con un vertice della Guardia Costiera che sta sviluppando una politica del tutto opposta, sulla questione dell’emigrazione, a quella dell’esecutivo, senza che – per ora e credo ancora per molto – una sola testa venga fatta metaforicamente volare. Come ho scritto, ho visto teste – in ambito militare – volare per molto meno, talvolta anche per una sola parola o una dichiarazione di troppo. Qui invece si stanno accumulando atti ostili alla politica del governo in materia di immigrazione e – che la si condivida o meno – lo spoils system è uno strumento assolutamente legittimo in democrazia. Ma una parte consistente della classe politica italiana ancora non ha compreso che “il potere logora chi non ce l’ha” e alcuni di loro, anche se per il ventennio del centrodestra hanno creduto di averlo, non hanno capito niente e oggi, semmai, capiscono ancor meno. Così, se è vero che il PD ha perso qualsiasi credibilità a livello di opinione pubblica, ha saputo piazzare tutti i suoi uomini negli apparati dello Stato e li usa, oh se li usa, mentre altri credono di governare. Che ingenui…!
 
                                                                Piero Visani

ponti, di Elio Paoloni

Non sono facile all’indignazione: un’opera pubblica può cedere. Nella mia coazione a distinguere, a precisare, a gerarchizzare, le colpe verrebbero ripartite, soppesate, spalmate. L’avidità è una delle precipue caratteristiche umane. Che degli imprenditori si approprino di beni pubblici grazie ai compagnucci in politica, non è una novità del nostro paese. Che funzionari pubblici preposti ai controlli evitino di mostrarsi pignoli, per denaro o per vigliaccheria, rientra nell’ordine delle cose. La speranza è che la magistratura, benché frenata – o aiutata – da norme ipergarantiste, procedure farraginose e cronica mancanza di mezzi, finisca per evidenziare e sancire queste colpe. Sapendo che, molto probabilmente, si troverà un comodo capro espiatorio da ricoprire di soldi, un capro, di una certa età, magari, così, alla fine dei nostri celeri iter giudiziari, non andrà neppure in carcere. E consapevoli, s’intende, che altre tragedie ci attendono.

 

Ma questa non è la solita storia. I porci responsabili di questa tragedia non tacciono, non si sottraggono, non si coprono il capo di cenere. Continuano imperterriti a sventolare il vessillo della superiorità morale. Non perdono occasione di ricordarci che loro sono eticamente superdotati: accoglienti, elastici, pronti all’abbraccio. Che se li accusiamo di incuria facciamo sciacallaggio.

Costruttori di ponti. Odiano i muri, costruiscono ponti. Ponti navali, perlopiù. Che reggono bene perché Soros, il filantropo, è uno che, va detto, non bada a spese. I magliari invece hanno il braccino corto. Hanno rimandato e rimandato e rimandato. Si apprestavano – poverini – a far partire un piano di ripristino proprio a breve. Mancava giusto un cincinin! L’arte del rammendo non li esalta. Che attività prosaica la manutenzione! Priva di creatività, di afflato umanitario, di visibilità mediatica.

 

I Benetton e i loro compari sono un’anima sola nell’appoggio al disegno di sostituzione etnica, anche se in proprio i beneficiari dei balzelli autostradali prediligono la soppressione etnica; ma sulla storia dei Mapuche si è scritto abbastanza. E, anche qui, niente di inconsueto. Le multinazionali se ne fottono del destino dei popoli; li espropriano, li sfruttano e li massacrano, che c’è di nuovo? Di nuovo c’è che, invece di mimetizzarsi, i Maletton (copyright Veneziani) impongono campagne per gli svantaggiati, per i reietti della terra, per i migranti.

 

Che il ministro delle infrastrutture non si degnasse di rispondere alle interrogazioni sul ponte perché era occupato a digiunare per lo ius soli è stato ricordato in innumerevoli post; non credo tuttavia che siano davvero state colte tutte le implicazioni: non si tratta solo di una distrazione, non è che lo spocchioso ministro fosse occupato, come tutti i sinistri, in faccende lontanissime da quelle che riguardano la sicurezza dei cittadini. No, il ministro si stava occupando proprio dei ponti. Quelli di barche, volute dai mondialisti. Dopo aver contribuito a consolidare la posizione dei gabellieri in autostrada, contribuiva ad attuare il piano di invasione propagandato per decenni dagli stessi gabellieri con i manifesti di Toscani. Qui non si tratta più del consueto scambio appalti-finanziamenti tra politico e imprenditore. Si tratta di tradimento: la posta è la dissoluzione del paese.

 

Dissoluzione che passa per la spoliazione dei popoli del terzo mondo, destinati a inondare i paesi europei. Purtroppo, avendo i Benetton perpetrato la spoliazione in Argentina, l’unico sbocco è la decimazione dei Mapuche. A meno che, da grandi costruttori di ponti non ne facciano uno attraverso l’Atlantico.

 

Ci sarebbe parecchio da dissertare sulla simbologia dei ponti, che molto spesso erano opere militari (famoso un ponte che Cesare costruì in tempi brevissimi, tempi che un reparto di genieri moderni ha tentato invano di uguagliare). I ponti romani che resistono impavidi in tutto il mondo erano strumenti di invasione e di controllo dei popoli sottomessi, salvo poi divenire un ausilio alle invasioni barbariche. Ma torniamo ai ponti ideali.

 

Da trentacinque anni Benetton si occupa di colori. Della pelle. E’ del 1984 l’allusione, innocente, carina, che i mille colori dei maglioncini possano accostarsi ai tanti ‘colori’ dei ragazzi che nel mondo li acquistano. Già l’anno dopo il colore della pelle diventa centrale nelle immagini, ma siamo ancora a un buonismo da sillabario. Di cinque anni dopo è la foto della nutrice nera con neonato bianco. Nel 1991 lo scatto con angioletto bianco e diavoletto nero, deliziosi ma accusati di razzismo (è il boomerang dell’antirazzista, che dà eccessiva importanza al colore delle pelle, proprio come il razzista). Nel 1996 ci viene regalato “uno dei manifesti più belli della serie: il cavallo nero che monta una giumenta bianca. Sfondo limbo, animali scontornati, solo una striscia di sabbia bianca sotto gli zoccoli: impatto impressionante”. L’entusiasmo non è mio, ovviamente: trattasi del delirio di uno specialista della comunicazione. L’allusione allo stallone nero è greve e razzista ma anche profetica.

 

Dopo qualche anno di campagne incentrate su buoni propositi universalmente accettabili (ai quali non poteva mancare l’omofilia) nel 2011 parte una galleria di baci sulla bocca tra i leader del pianeta. Non più bimbi, adolescenti, persone comuni, ma Obama e Hugo Chávez, Benedetto XVI e Ahmed el Tayyeb, Mahmoud Abbas e Benjamin Netanyahu. Uniti al precedente scatto del nudo di Eva Robin’s, icona gender, veicolano un messaggio non troppo subliminale: la pace non può che passare per le unioni omosessuali. La coppia sterile è il futuro che si vuole imporre. Il genere indistinto, l’androgino chiuso in se stesso è il vertice dell’umanità. I colori di Benetton si dispongono ordinatamente nell’arcobaleno

 

Ed eccoci al manifesto pro immigrazione. Non più soltanto generica fraternità tra individui diversamente colorati ma esplicito riferimento alla meritoria opera delle ONG, esaltazione degli incursori in barcone. La cui destinazione finale è il mondo illustrato dall’ultima campagna, Nudi come, riferimento grottesco a un vago immaginario cattolico su Francesco ma anche pretesa un po’ tardiva di un Eden senza vergogna: nove ragazzini nudi che si abbracciano ma sembrano stipati, messi vicini a forza; soggetti anoressici, effemminati i maschi, prive di sensualità le femmine; tristi superfici di pelle bianca, ebano o gialla pronta a stingersi – come scriveva Paola Belletti su Aleteia – in un unico grigio fango. Una desolata pianura dove tutte le identità sono livellate fino al suolo. Non si saprebbe che fare, dove andare, per cosa battersi, chi amare in questo mondo distopico. Gli ‘accolti’, non indottrinati da decenni di politicamente correttissime trasmissioni tv e copertine de l’Espresso, sapranno bene invece per cosa e come battersi.

 

Subito dopo il crollo Toscani ha smesso di attaccare manifesti per vestire i panni di tecnico ANAS: “Ho sempre sentito che quel ponte era tenuto a un livello altissimo di qualità. Non sono un tecnico, ma ho sempre sentito che era seguito con dei parametri molto più ampi della media europea”. Negare ogni evidenza, sfacciatamente. E’ questo la loro mission. Lui ha “sentito”. Crede nelle Voci.

 

I ponti virtuali, quelli che i Maletton di tutto il pianeta apprestano sollecitamente, non sono soggetti a collaudi e ispezioni. Si ergono fieramente nell’orizzonte utopico, eterni, incrollabili. Ma anche da quelli precipitano corpi. Il miraggio che lorsignori hanno fatto balenare in Africa (degno del Collodi: la strada per il paese dei Balocchi che dopo una parentesi di pacchia si dirama infine nei sentieri dell’illegalità o della schiavitù) comporta la discesa negli abissi di centinaia di illusi, i più deboli. Difficile però inchiodare alle loro responsabilità i costruttori di ologrammi. Si può sperare di inchiodarli solo per i ponti reali. I ponti corrosi di questa Italia lasciata andare in malora. Tanto quelli che contano, i falsi pontefici, sono ben protetti dal Muro di Capalbio.

 

Negli anni ’90 il capo della pubblicità di Benetton contattò lo scrittore Tim Parks, l’inglese tifoso del Verona, per una collaborazione pubblicitaria. Restio ad associarsi al team che “si fa un dovere di scovare oggetti di compassione”, il romanziere riportava le parole che Roberto Calasso, ne La rovina di Kasch, aveva dedicato al marchese di Lafayette, eroe delle democrazie, il quale, sempre a caccia di popolarità, assumeva d’istinto la posa esemplare: da allora in poi “chi vuole il bene dell’uomo avrà dell’uomo un’immagine grossolanamente imprecisa, bonaria, ottusa, enfatica”. Diffidente verso il samaritano con la Nikon Parks continuava: “Com’è brava la televisione a mediare tra il mondo concreto delle persone che possiamo toccare e l’innocua astrazione del genere umano! Quei rifugiati sono persone reali ma non puzzano, non mendicano, non replicano mai. Che vicini ideali!”

Convinto dai dieci milioni del compenso Parks finì per collaborare a un progetto su Corleone e la mafia, vedendosi recapitare, sotto Natale, un pullover Benetton. Al primo abbraccio della figlia venne fuori un buco nella cucitura. “Forse – commentava lo scrittore – nell’interesse del genere umano, questo è un problema al quale Luciano Benetton farebbe bene a dedicare un po’ di attenzione”. Ora conosciamo altre cuciture alle quali Luciano ha dedicato poca attenzione.

https://eliopaoloni.jimdo.com/

costruttori di ponti, di Giuseppe Germinario

http://italiaeilmondo.com/2018/08/17/i-meriti-del-governo-conte_-le-implicazione-della-tragedia-del-crollo-del-ponte-morandi-a-genova/

Ho conosciuto la Treviso dei Benetton negli anni ’80. La famiglia godeva di grande prestigio e rispetto tra la gente. Era uno dei gruppi imprenditoriali che stavano guidando lo sviluppo vorticoso di una regione proprio quando il triangolo industriale del nord-ovest stava avviando un drastico processo di riorganizzazione e riduzione delle concentrazioni industriali, ma anche un allarmante ridimensionamento ed impoverimento dei più grandi gruppi. Quella famiglia riuscì a creare nuovi stabilimenti manifatturieri, ma anche una rete impressionante di lavoro a domicilio e decentrato che coinvolgeva decine di migliaia di veneti. Gli occhi più attenti colsero in quelle dinamiche i primi segni di un declino complessivo della qualità della produzione industriale e del peso delle industrie strategiche nonché le basi di uno sviluppo industriale alternativo fondato sulla precarizzazione e su una catena di valore meno significativa che comunque favoriva lo sviluppo di quella regione rispetto alle altre. Riuscì, assieme ad altre, pertanto a dare un grande impulso alla diffusione di una imprenditoria piccola e polverizzata fondata su elevati redditi famigliari tratti da attività ibride nella piccola agricoltura, da un assistenzialismo fondato su pensioni ed indennità concesse a man bassa, su lavori a domicilio e in fabbrica e su una sapiente politica creditizia delle banche popolari, rafforzate da rimesse e rendite provenienti soprattutto dalle estrazioni dalle cave. Il livello di organizzazione gestionale ed industriale di gran parte di quelle attività era letteralmente penoso ed infatti cominciò a scremare e declinare paurosamente già dalla fine degli anni ’90. Gli stessi Benetton, assieme a tantissimi imprenditori, iniziarono a trasferire massicciamente all’estero l’attività manifatturiera oltre a garantirsi il controllo di buona parte delle materie prime, la lana in particolare, con l’acquisto di centinaia di migliaia di ettari di terreno, soprattutto demaniale, in Argentina. Fu un colpo al prestigio popolare della famiglia. I Benetton riuscirono comunque a salvaguardare una aura potente di illuminati con un sapiente mecenatismo ed una grande capacità di comunicazione fondata su paradossi e su un concetto elementare di fratellanza universale tra diversi complementari alla diversità di colori e modelli delle proprie linee di abbigliamento. Quella comunicazione non era un mero involucro vuoto e artefatto. I pochi esterni che hanno avuto la fortuna di visitare i laboratori nei sotterranei del centro direzionale nei pressi di Preganziol rimanevano colpiti dal fervore e dall’entusiasmo, dalla creatività che sprigionava quell’ambiente e si trasmetteva anche alle istituzioni culturali e accademiche sino ai primi anni del 2000. Fu una delle basi della creazione dell’attuale intellighenzia, oggi così smarrita e autoreferenziale. La svolta definitiva in rentier e percettori di rendite avvenne con la privatizzazione delle concessioni pubbliche, per i Benetton nella fattispecie di quelle autostradali. Le motivazioni potevano avere una loro fondatezza nel tentativo di introdurre criteri privatistici nella gestione dei servizi che innescassero innovazione, organizzazione e controllo dei costi. La fede nelle virtù innate delle attività imprenditoriali e delle dinamiche di mercato condusse invece alla trasformazione della quasi totalità della grande imprenditoria privata superstite in tagliatori di cedole proprie e per conto terzi della peggiore risma. Un connubio tutto politico, sottolineo politico che creò l’attuale classe dirigente responsabile nei vari livelli del progressivo e disastroso declino del paese accelleratosi già a metà degli anni ’90. Quel mecenatismo e quell’illuminismo si rivelò di pari passo sempre più un involucro artefatto e cinico proprio di un ceto decadente e parassita, avulso.

Mi ha subito sorpreso la apatica, grottesca, manifesta indifferenza dei Benetton a ridosso della tragedia.

Con quegli antefatti e a mente più fredda, ad una settimana dalla tragedia del crollo del ponte, riesco a spiegarmi la rozzezza e l’impaccio impressionanti manifestati dai comunicatori della Società Autostrade e dalla famiglia Benetton.

I nostri illuminati purtroppo non sono soli nella loro mediocrità.

Il cardinale Bagnasco, nella scialba e anodina gestione dell’intera liturgia che ha regolato la cerimonia funebre ha raggiunto l’apoteosi del peggio nell’omelia, con la sua involontaria macabra ironia sui “ponti la cui funzione è solcare il vuoto e condurre a nuova vita le anime”. Ci ha pensato, paradossalmente, l’orazione dell’imam, nel suo italiano fortunatamente approssimativo, a ridare qualche goccia di ottimismo e qualche prospettiva di giustizia alla folla presente nella cerimonia. E’ stato, di conseguenza l’unico, tra i religiosi, ha ricevere applausi sinceri dagli astanti.

I Benetton, però e i loro accoliti hanno saputo fare di peggio nella loro freddezza, aridità d’animo, intempestività e mancanza pressoché assoluta della virtù fondamentale dei potenti in debito di autorevolezza: l’ipocrisia! Hanno dato il meglio della loro debolezza e del loro arroccamento sordo: la cieca arroganza!

Con le vittime appena incastrate tra le macerie hanno pontificato sulla necessità di accertare le responsabilità prima di ogni azione. Sollecitate una prima volta da Salvini a collaborare, hanno bontà loro sottolineato di aver concesso il passaggio gratuito delle ambulanze sull’autostrada; sollecitati ancora una volta dallo stesso Ministro a dare un segno di vicinanza ai familiari delle vittime, a qualche giorno di distanza hanno porto le condoglianze secondo lo stile proprio di un telegramma di convenevoli a un caro estinto; ulteriormente spinti a dare un qualche segnale di sostegno alla città, agli sfollati e alle vittime, anziché usare la discrezione e annunciare l’intenzione di contattare gli interessati e le istituzioni per concordare le modalità e l’entità del sostegno hanno strombazzato da parvenu ai quattro venti lo stanziamento di 500 milioni di euri. Badate bene! I due ultimi atti di comprensione umana sono scaturiti dai loro cuori solo dopo aver affidato a consulenti esterni la gestione della comunicazione, probabilmente con qualche sofferenza del cuore stesso posto troppo vicino al portafogli.

L’allucinante sordità di questo brandello emblematico di classe dirigente è stata purtroppo parzialmente offuscata dalla dabbenaggine comunicativa e dall’improvvisazione emotiva delle reazioni di alcuni ministri, in particolare di Di Maio, il quale fatica ad esibire il freddo aplomb istituzionale nelle risposte, nelle reazioni e nei sentimenti. Per il resto ad amplificare la “defaillance” dei manager e padroni ci sta pensando da par suo l’isterica reazione e difesa delle loro prerogative e dei loro comportamenti da parte dei dirigenti più esagitati e gretti del PD.

I baldi difensori dovrebbero meritare una amorevole attenzione a parte in proposito.

In un modo o nell’altro i costruttori di ponti di fratellanza in una umanità unita dall’ottimismo pubblicitario rischiano di cadere sulla cattiva costruzione e manutenzione di un ponte in cemento armato.

NUOVI COSTRUTTORI DI PONTI

In crisi un costruttore di ponti, ne viene fuori un altro. Questa volta si tratta di ponti galleggianti.

In queste ore la nave della Guardia Costiera “Diciotti” ha raccolto aspiranti immigrati da un barcone in Mediterraneo, adducendo una richiesta di soccorso. Il Governo di Malta, le cui motovedette stavano accompagnando il barcone, ha smentito tale richiesta e rincarato la dose affermando che i naviganti avevano rifiutato la loro offerta di soccorso essendo al sicuro sul loro mezzo. L’ammiraglio Pettorino, comandante della guardia costiera di nomina Gentiloni, ha coperto il comportamento della nave; i Ministri della Difesa, Trenta e degli Esteri Moavero hanno coperto senza smentita e con ogni evidenza l’ammiraglio Pettorino. L’obbiettivo è mettere in imbarazzo e ridicolizzare Salvini e le componenti politicamente più autonome del Governo. Attendiamo lumi da Mattarella. La Diciotti è stata artefice di un gesto analogo un paio di mesi fa. I Comandi della Marina Militare, meno di due anni fa, di fronte alle intenzioni di bloccare le partenze degli scafisti e i salvataggi in prossimità delle acque libiche ribadirono la loro intenzione di proseguire comunque con i salvataggi. Una Repubblica nella Repubblica. È tempo di fare pulizia nel Governo e nelle Pubbliche Amministrazioni. In autunno si annunciano tempeste e provocazioni pesanti. Difficilmente si riuscirà a sostenere la barra guardandosi nel contempo da nemici e da “amici”.

Buona fortuna agli italiani!

J’ACCUSE, di Augusto Sinagra e UNO SGUARDO DAL PONTE, di Pierluigi Fagan

Due testi lucidi e nel contempo emotivamente significativi. La gravità di quanto è successo del resto non può che sollecitare pulsioni e considerazioni all’altezza. Sono una sentenza senza appello alla vecchia classe dirigente, ma anche un monito a quella emergente_Giuseppe Germinario

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J’ACCUSE, di Augusto Sinagra

Il crollo del ponte di Genova con i suoi circa 60 morti (39 trovati e circa 20 ancora dispersi) è una tragedia nazionale che potrebbe tradursi in qualcosa di traumaticamente positivo. Ho ascoltato ignobilità che mai avrei pensato potessero uscire da bocca umana. Una per tutte: ci si preoccupa del calo in borsa di Atlantis ma non ci si è preoccupati dei piccoli risparmiatori di Banca Etruria dei Boschi o di Banca Veneta di Zonin. Ho ascoltato infamie sulle cause del crollo mentre vi sono le foto che le attestano. Ho ascoltato putride giustificazioni di quella banda di pescecani dei Benetton e dei loro complici. Ho appreso cose che ignoravo: un contratto di concessione che viene secretato come se dovesse essere tutelato un segreto militare o preservata una esigenza di sicurezza nazionale! Ho appreso di quel tale Gros Pietro che da Presidente dell’IRI poi diventa Presidente di Atlantis. Ho appreso di un tale Del Rio, medico e politico fallito, che Ministro delle Infrastrutture, non da seguito a ben due interrogazioni parlamentari del Sen. Rossi che denunciava il cedimento dei giunti, e lui si occupava dello jus soli. Ho appreso che in modo furtivo (come i ladri di notte) nella finanziaria 2017 si inserisce una proroga della concessione ai Benetton vent’anni prima della scadenza come originariamente prevista. Sapevo della legge last minute che subordina la perseguibilità della appropriazione indebita, ancorché aggravata per l’ammontare, alla querela di parte. E ora ne capisco il perchè: si trattava e si tratta di proteggere la cricca di Rignano dalla malversazione dei fondi Unicef destinati ai bambini affamati dell’Africa. Potrei continuare ancora ma lo schifo mi monta in gola. Ecco, io accuso una classe politica e di governo a tutti i livelli e senza distinzioni di Partiti, ignobile, fradicia e corrotta, che dal 1992, in esecuzione di un preordinato disegno criminoso, ha devastato l’Italia riducendola da quinta potenza economica mondiale a Paese del terzo mondo. Assumo, per quel poco che conto, la difesa di più di cinque milioni di poveri e ad essi anch’io voglio dare voce.
Accuso il figlio di Bernardo Mattarella il quale non ha trovato di meglio da dire (più o meno) che “gli italiani hanno diritto a infrastrutture sicure”. Il figlio di Bernardo Mattarella non ha trovato di più e di meglio da dire. Egli sproloqia quando parla di “far west“! Per lui uccidere per dolo eventuale e per volgare ruberia, circa 60 persone non è far west. Il figlio di Bernardo Mattarella non è molto acuto ma non è stupido. Lui che difende il pareggio di bilancio, l’euro, questa Unione Europea che fa solo schifo, che promuove l’invasione africana assieme al suo omologo Bergoglio, che costa miliardi di euro all’anno, si è chiesto con quali soldi andrebbero messe in sicurezza n Italia le strutture per renderle sicure? Chi dice queste cose si pone moralmente sullo stesso piano di chi ha provocato quei morti. Il problema non è revoca della concessione, esproprio, inadempienze contrattuali o altre cabale giuridiche. Il problema è un altro ed è quello di ricostruire lo Stato, e prima dello Stato la morale è la coscienza nazionale. Per professione e per convinzione sono sempre stato un legalista ma ora non più (se penso solamente al paventato pagamento di una penale di venti miliardi di euro agli assassini).
Ora non più. Non basta più la regola giuridica o la regola democratica. Occorre altro. Occorre un rivolgimento delle coscienze, un rivolgimento fisico, un fatto rivoluzionario. La rivoluzione non è illegittima in sè stessa. È l’esito che ad essa dà legittimità.
Genova per tanti motivi è una città simbolo. È la città dello scoglio di Quarto. È la città dell’Uomo di Staglieno. Ma è anche la città del ragazzo di Portoria.
A questo mio atto di accusa aggiungo l’auspicio e l’invito che gli italiani sian tutti Balilla come il ragazzo di Portoria: prendiamoli a sassate, facciamoli scappare, mettiamoli in galera e che siano Tribunali veramente popolari a giudicare questa feccia di uomini che ci hanno derubato dei soldi e del futuro, che ci hanno offesi e vilipesi, che ci hanno tolto una Patria.

Augusto Sinagra

UNO SGUARDO DAL PONTE, di Pierluigi Fagan

La metà delle famiglie che ha avuto lutto nei fatti di Genova, ha rifiutato i funerali di stato. La giuria popolare ha già emesso la sentenza: i ponti non debbono crollare, per nessuno motivo, se lo stato vuole privatizzare le responsabilità di gestione dei suoi/nostri beni, allora noi privatizziamo il nostro lutto. La sfera pubblica, comunitaria, è definitivamente infranta, popolo e stato, popolo e politica sono su due monconi di territorio opposti, oggi divisi dal ponte spezzato.

La frattura sembra ripercuotersi a tutti i livelli, anche tra popolo e costruttori dell’opinione che si rivelano esser parte organica di un potere che ha fallito clamorosamente. Quando si arriva a fallire, non si può pretendere dal fallito quell’intelligenza la cui mancanza è proprio la causa del fallimento. Richiedere l’osservanza dei tempi del diritto costituito, invocare il “dramma” delle ripercussioni su i mercati ed il diritto l’impresa, invocare la responsabilità su i messaggi che s’inviano a gli ”investitori esteri”, indicare a giudizio l’impreparazione della nuova classe politica lì da poco più di due mesi, omettere informazioni che comunque tracimano dalle fonti alternative, sono tutte ennesime conferme delle ragioni che hanno portato la fallimento: la perdita di contatto col senso comune.

Sul piano formale, l’attuale governo sta certo dando l’impressione di non esser esperto e del resto se è “nuovo” davvero e non riciclato o lavato con Perlana, difficile possa esserlo. Ma nel gioco di chi butteresti dal pilone, il popolo non sceglie il non esperto in gestione del dramma del ponte spezzato, ma l’esperto che non ha evitato che il ponte si spezzasse, la sostanza prevale sulla forma, ovvio per il senso comune, meno ovvio per chi ha privatizzato anche il senso.

La drammaturgia metaforica a questo punto potrebbe invocare anche l’immagine del “Sipario strappato”, l’ennesimo brutto spettacolo di quel dietro le quinte in cui personaggi pubblici della politica, s’intrecciano col potere dei soldi che distorce l’interesse pubblico in favore dei loro diritti di élite autonominata ed autogiustificata. Cose che per altro si sanno e si sanno da secoli non da mesi o anni, ma cose che si tollerano sino a che viene garantito lo standard minimo delle strutture di convivenza. Far crollare un ponte rompe quel contratto di sopportazione.

Forse solo la coincidenza con la festività ferragostana ha evitato di trovare tra le vittime anche il testimonial di un ultimo aspetto del dramma, la “Morte di un commesso viaggiatore”, quella figura che vive ai più bassi livelli della costruzione sociale intelaiata di scambi, scambi che presuppongono collegamenti e quindi ponti e sogni, sogno di poter scalare il telaio per darsi migliori condizioni di possibilità. Willy, il commesso viaggiatore anti-eroe del sogno americano tratteggiato nel dramma milleriano, scoperto di non poter più guidare la macchina per esercitare il suo lavoro e quindi privato dell’illusione di poter guidare il suo sogno, cerca un posto fisso ma non c’è nulla di fisso in quel sogno che diventa incubo. Quello che per lui diventa incubo è il sogno di qualcun altro che prospera proprio perché nel sistema non c’è nulla di fisso, tutto è flessibile meno il presupposto: qualcuno deve guadagnarci. Se non sei in grado di oscillare anche tu, i tuoi sogni e la tua famiglia, non servi, sei un servo che non serve. Willy quindi si suiciderà con la sua macchina per dare alla famiglia i proventi dell’assicurazione sulla sua vita che, svuotata del sogno, si affloscia su se stessa priva di senso.

Arriviamo così al ponte Morandi immortalato dalla copertina della Domenica del Corriere di fine anni ’60, alla rete autostradale e ferroviaria italiana che allora venne stesa per dar corpo al sogno del miracolo economico. Sogno, miracolo, costruzione sociale che ormai ha più di sessanta anni e sbiadisce nel ricordo, ricordo che svanisce con la morte stessa di coloro la cui anagrafe porta la data ultima a progressiva scadenza. L’Italia non ha un sogno, non spera più nei miracoli, non è in grado di fare progetti condivisi, litiga con se stessa, ha perso la sua consistenza comunitaria. L’onda lunga dei rancori verrà, nelle prossime settimane e mesi, alimentata da tutti coloro la cui vita dipende dalla circolazione in una città ed in un’area geografica che -privata della connessione- rallenterà, s’ingolferà, gripperà. Col ponte spezzato, si spezza il contratto silenzioso tra popolo ed élite, tra sogno e realtà, tra presente e futuro. E’ il momento di guardarci urgentemente negli occhi e trovare un nuovo tessuto il cui senso non potrà che esser condiviso da molti per reggere l’intera comunità, in tempi che si mostrano sempre più difficili.

[L’immagine è copiata da una vista ieri nella mia timeline che però non riesco più a ritrovare, mi scuso con l’autore/trice]

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