IL RE È NUDO E IL PRINCIPE IN MUTANDE, di Antonio de Martini

IL RE È NUDO E IL PRINCIPE IN MUTANDE

Tra ieri e oggi mi sono divertito a leggere qua e là i commenti dei « geopolitici » che spuntano come funghi dopo la pioggia.

Cercano di scrutare nella breve dichiarazione di Mike Pompeo come gli auruspici nelle viscere degli animali sacrificati.

E, conseguentemente, segnalano merda.

1) prima cacca:lasciano intendere che gli Houti siano poco più che una milizia filo iraniana e sciita.

FALSO: sono una tribù che vive da almeno un secolo alla frontiera Saudita. Hanno un credo religioso a metà strada tra i sunniti e gli sciiti.

Si sono ribellati periodicamente fino a che furono sottomessi da Salah, il Presidente che gli USA vollero cacciare dopo un trentennio di regno, in nome della democrazia.

Accettò, gravemente ferito, di farsi curare negli USA lasciando però la presidenza al suo vice e le FFAA al cognato.

Tornato, trovo il vice che non voleva tornare nell’ombra e il cognato defenestrato e in rivolta.

Si rivolse agli Houti che aveva sottomesso e li aiutò a debellare il regime. È morto un paio di anni fa in combattimento. Aveva un grande carisma ed era un guerriero nato.

Il suo vice il pallido HADI è oggi rifugiato in Arabia Saudita in regime di semilibertà dorata.

Mohammed ben Salman – il principe assassino saudita- da neo ministro della Difesa dichiarò guerra allo Yemen ( senza interpellare il Crownprince o gli Esteri) credendo di liquidare gli Houti in una blitz krieg e conquistare lo Yemen.

Fu ripetutamente e sonoramente battuto, ma raggiunse l’obbiettivo di fare amicizia con i lobbisti americani degli armamenti cui assegnò cospicue quanto inutili commesse. Si avvicinò al potere scalzando il cugino ministro dell’interno, ma la guerra non si concluse.

Ora ha il potere saudita ma non riesce a vincere la guerra benché abbia coinvolto gli Emirati della UAE ( specie Abu Dahbi) che volevano partecipare al bottino, per non lasciare Aden ai sauditi, ma non a una guerriglia logorante.

Il capo degli Houti , mi spiace non ricordarne il nome, si è rivelato un vero guerriero della tempra di Salah: affronta gli avversari compensando gli svantaggi tecnologici con la sorpresa e la motivazione dei suoi.

Ha trasformato la deportazione ( subita da Salah) dei suoi in nuove basi di attacco, ha trovato i mezzi per le armi e sembra che abbia imparato a miniaturizzare i congegni di guida dei vettori inserendo il GPS russo che non ha zone illeggibili.

Dopo due attacchi di prova ( a Maggio e a Agosto) ha colpito la provincia orientale governata da un fratello del Crownprince col duplice scopo di fargli fare una figura barbina e avvertire la famiglia reale che se vuole continuare a vendere la loro mercanzia devono lasciare lo Yemen, paese di guerrieri.

2) seconda cacca: gli USA, non hanno ancora interiorizzato la lezione dell’attacco alle due torri. Gli arabi , come noi italiani del resto, sono cattivi organizzatori militari e combattenti temerari e audacissimi.
Gli USA cercano di spiegarsi l’evento attribuendolo ( con cautela) agli iraniani e i “ geopolitici” de noantri assecondano gli israeliani con la storiella della base di lancio vicina a Bagdad.

La realtà, molto più semplice, è che se gli Houti possono trasferirsi nel cuore dell’Irak, a maggior ragione possono farlo nel cuore dell’Arabia Saudita. C’è anche meno strada.

Certo, bisognerebbe ammettere che oltre a non avere il controllo dei cieli e del mare, il grande principe saudita ( e il suo potente alleato) non ha nemmeno il controllo del territorio, specie da quando ha fatto ammazzate due suoi fratelli-cugini pretendenti al trono. La vendetta è un obbligo d’onore.

Terza cacca. Per non offendere l’alleato nessun occidentale fa notare l’estrema cautela dei vertici americani.

I militari tacciono non sanno come spiegare il fatto che non hanno controllato le coste yemenite bloccando il contrabbando; non hanno controllato i cieli sauditi ( solcati da dieci droni o missili , fa lo stesso ) e non hanno controllato le vie di terra giudicandole impossibili per via del clima da attraversare. Trilioni al vento.

Non sanno ( gli analisti)che mio padre nel ‘35 andò proprio lì a reclutare 400 guerrieri per attraversare il deserto dancalo ( il più caldo al mondo + 65 all’ombra) per prendere alle spalle l’esercito del Negus schierato col fianco sul lago Ashanghi.

Per essere arruolati a piena paga dovevano fare cinque centri consecutivi a 200 metri col 91 su un fiaschetta di Chianti da mezzo litro, col collo interrato.

I politici , anche Trump, hanno lasciato parlare solo Pompeo e lui non ha detto praticamente nulla.

Ben Salman, cui Trump ha demandato un “ assessment”, si sta chiedendo di quanto si è avvicinato alla fine.

Putin, ha imparato il marketing: ha detto che con il sistema antiaereo S400 non sarebbe successo.

La borsa petrolifera invece ha detto che è un buon affare (+20% in un giorno per il greggio USA e il Brent che non c’entrano affatto).

Ricordate l’aeroplano che atterrò sulla piazza Rossa a Mosca quasi preannunziando la fine dell’URSS?
Il parallelo giusto è questo. Il re è nudo e il principe assassino è in mutande.

TORNA LA COMPAGNIA DELLE INDIE?

È bastato che Donald Trump lasciasse intravvedere la possibilità di incontrare il premier iraniano Rouhani la prossima settimana all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, perché “entità sconosciute” promuovessero un attacco distruttivo alla più grande zona petrolifera del mondo.

Per attutirne gli effetti, persino il Pentagono sta suggerendo “risposte caute” e “ soluzioni pacifiche”.

Il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale è stato scelto tra i “ negoziatori” e non tra i geopolitici o i militari.
Rouhani non ha aperto bocca. I sauditi tacciono.
Gli Stati nazionali sono stati colti alla sprovvista.

Una ultima disperata resistenza di chi non ama l’idea di un incontro-dialogo è stata organizzata attorno alla concessione o meno del visto di ingresso negli USA al premier Rouhani e dall’annunzio che la Marina Saudita si unisce agli USA nel pattugliamento a protezione delle rotte del petrolio. Non ha protetto casa sua, ma vuole pattugliare il quartiere…

Mano a mano che il tempo passa, si delineano schieramenti non tanto nazionali ma tra entità interessate all’apertura di negoziati distensivi e altre interessate a mantenere lo stato di tensione, le sanzioni escludenti e il prezzo del greggio elevati.

Queste entità trascendono i confini nazionali e li attraversano longitudinalmente, continuano l’opera di criminalizzazione di ogni altro tipo di combustibile: carbone, legno ( amazzonia), nucleare.

Costoro, coperti anche da ruoli pubblici, creano intralci politici, logistici ed etici ad alcuni paesi produttori con grandi riserve petrolifere ( Venezuela, Iran, Russia) per tenerli fuori dai mercati e mantenere livelli di prezzi di mercato remunerativi per l’estrazione del petrolio di scisti.

Altri paesi potenzialmente ricchi in petrolio ( Egitto, Sudan) vengono ricattati con la minaccia di assetarli bloccando a monte il Nilo per riempire faraonici bacini di dighe e centrali idroelettriche in paesi ( Etiopia) dove non esiste alcunarete di distribuzione energetica e per crearla serviranno decenni e decenni.

Senza nuove urgenti e cogenti leggi di diritto internazionale che escludano eserciti privati, milizie paramilitari e proxy wars ci troveremo a fare guerre provocate e/o dichiarate ufficialmente da consigli di amministrazione e stati acquistati o conquistati da società per azioni.

LA MATASSA, di Antonio de Martini

LA MATASSA

L’Arabia Saudita si trova tra due fuochi da lei provocati: a sud la guerra con lo Yemen e a nord il conflitto siriano.

Gli Stati Uniti si trovano anch’essi tra due fuochi possibili: da una parte il conflitto in Irak con l’ISIS ( per combattere il quale hanno equipaggiato e autorizzato le milizie sciite) e dall’altra dovrebbero combattere e disarmare le stesse milizie sciite che secondo le accuse israeliane sono la base dell’attacco agli impianti petroliferi.

Entrambi i paesi stanno concertandosi oggi a Gedda circa il da farsi che consisterebbe nel decidere atti di guerra contro l’Iran, il quale nega tutto.

Gli Stati Uniti promettono di esibire alle Nazioni Unite le “ prove” che l’intelligence sta approntando, sempre che si trovi un Presidente USA disponibile a ripetere la scena di Colin Powell sulle armi di distruzione di massa irachene per avere il sostegno degli alleati.

Ne dubito.

Al massimo lo farà il fido Pompeo e tornerà con le pive nel sacco.

Il senato USA, anche repubblicani, dice che bisogna accertarsi che l’alleato saudita “ abbia tutte le armi necessarie” alla sua difesa . Escludono attacchi diretti di qualsiasi genere.
Alla peggio vorranno fare una Proxy war, ma ne stanno già facendo due….

La proxy war è una forma di lotta affidata nascostamente a terzi mirante a guerreggiare contro un paese terzo senza che appaia il mandante per non violare in forma sfacciata il principio di non ingerenza negli affari interni altrui fissato da Metternich nel Congresso di Vienna( 1815) .

Di fatto è impossibile trovare prove di una proxy war.

I dati di fatto sono che l’AS ha speso quest’anno 82,6 miliardi di dollari in armamenti e l’Iran 13,2.
Gli abitanti dichiarato dai sauditi sono 20 milioni e dagli iraniani 70.

L’Iran è stato oggetto di sanzioni da parte americana e gli europei stanno lavorando per farle togliere o attenuarne gli effetti.

Non credo vi siano dubbi su chi sia l’attaccante strategico, ne sulla fine che farebbero Riad e Tel Aviv in caso di scontro aperto.

Le conclusioni del vertice tra Mohammed ben Salman e Mike Pompeo dunque sono scontate.

La risposta di aumento delle sanzioni, inasprirebbe la situazione a danno degli interessi degli Stati Uniti, ma sarebbe ben vista dai sauditi.

Una decisione di intensificare qualche forma di proxy war sarebbe ben vista dagli americani ma danneggerebbe i sauditi destinati inevitabilmente a sostenere la reazione.

Una reazione nei confronti delle milizie sciite irachene ( incolpevoli) provocherebbe una nuova guerra in Irak e smentirebbe tre decenni di scelte politiche USA, dato che furono loro a dare il potere agli sciiti ed armarne le milizie.
Si passerebbe dalla tragedia alla farsa.

Parimenti impensabile è una rappresaglia contro gli Houti, dato che lo Yemen è stato da mesi dichiarato “ emergenza umanitaria” dalle Nazioni Unite e una serie di ben tre delibere senatoriali che proibivano di fornire armi e assistenza ai sauditi in guerra sono state fermate da un veto presidenziale.
Il quarto sarebbe di troppo.

Un’azione contro Hezbollah in Libano verrebbe vista come un diversivo e scatenerebbe una reazione contro Israele in un momento politico delicatissimo e alla vigilia della comunicazione del piano di pace coi palestinesi.

Le sole soluzioni sono un “ coup de teatre” di Trump alle Nazioni Unite con Rouhani ( che però agli occhi di molti potrebbe sembrare una sconfitta) o far fuori ( sei mesi) Mohammed ben Salman e dare tutte le colpe a lui.
Voi cosa scegliereste ?

C’EST L’ORIENT ! …….C’EST LA guerre, di Antonio de Martini

C’EST L’ORIENT !

Sono un lettore di “L’Orient-Le jour”, il giornale francofono di Beirut e di “ The Times of Israël” anglofono di Tel Aviv.

Oggi su l’Orient c’è un articolo dedicato al ministro degli Esteri israeliano che definisce « burattino dell’Iran » il segretario di Hezbollah, Nasrallah.

Strano che la mia copia, sono abbonato, proprio oggi non mi sia arrivata e che il tono del pezzo sia in contrasto con l’abituale felpata cautela. Provocatorio.

Sono giorni ormai che Israele ha lanciato, in perfetta coordinazione con l’ambasciatore USA a Beirut , una offensiva giornalistico-diplomatica mirante a disarmare e far mettere fuori legge l’Hezbollah inserito dagli USA nell’elenco delle “organizzazioni terroristiche”.

Si tratta di un “aiutino” offerto da Trump alla campagna elettorale di Netanyahu del quale il Libano dovrebbe fare le spese.

Hezbollah è un partito politico che raccoglie stabilmente il 50% dei suffragi elettorali , dispone di un esercito più forte, esperto e motivato di quello del governo libanese. ( 25.000 effettivi e 30.000 riservisti, reduci dalla vittoria in Siria ).

I quindici anni di conflitto civile, cessato nel 91, sofferto dal piccolo paese (103.000 morti su 3 milioni di abitanti) hanno vaccinato per almeno un secolo l’intera popolazione dall’idea di ricorrere alla violenza interna o esterna che sia.

Non faranno la guerra per gli USA né Israele. Né altri.

La guerra civile fu istigata e finanziata dagli stessi attori del presente conflitto siriano e che sono dietro all’improvviso impellente bisogno di sbarazzarsi di Hezbollah diventato ormai un attore permanente dello scenario Levantino.

Israele ha attaccato militarmente il Libano ripetutamente: voleva acqua ( il fiume Litani) e mirava al territorio compreso tra Tiro e Sidone.

Già nel 1982 invase tutto il sud Libano fino alla periferia di Beirut ( operazione “ pace in Galilea”) scacciandone gli abitanti – in prevalenza sciiti- che si spostarono di 50 km, in trecentomila, verso Beirut.
Il catasto di Saida ( Sidone) fu distrutto intenzionalmente per facilitare la rapina.

I Cristiani si spostarono, a loro volta, versoJunie, di una ventina di km.

Da questa mal meditata occupazione israeliana nacque un movimento di resistenza ( l’Hezbollah ) che – assieme alla opinione pubblica internazionale- indusse gli israeliani a rientrare nei confini, appropriandosi solo di una fascia di dieci km che dovettero poi ugualmente abbandonare a causa degli attacchi partigiani diuturni e delle troppo onerose misure di sicurezza.

Un secondo tentativo – un blitz punitivo vero e proprio contro Hezbollah – tentato dagli israeliani, si risolse in una sconfitta militare netta che provocò la rimozione del comandante israeliano accusato di incapacità.

Nel 2006 ci furono bombardamenti israeliani nella piana della Bekaa ad alcune infrastrutture ( e a una fabbrica di bottiglie per birra a capitale indiano!) che gli USA rifinanziarono ristabilendo la tregua.

Adesso, dopo aver fallito coi carri armati prima e con gli aerei dopo, provano con la propaganda e le pressioni diplomatiche.

L’obbiettivo di minima è ottenere un attacco Hezbollah che ridarebbe il carisma del capo militare a Netanyahu offuscato da accuse di tangenti su forniture militari tedesche e pressato dal rivale generale Ganz.

L’obbiettivo medio è quello di far ritirare dalla Siria i volontari Hezbollah che danno manforte al governo e agli iraniani e limitarne la libertà di movimento.

L’obbiettivo strategico é far continuare “l’unrest” nel Levante ritagliando un ruolo per l’emarginata diplomazia USA, a rimorchio e incapace di aver un ruolo guida in tutta l’area.

Ora ha inviato la signora Hole a Cipro per mediare a nome dell’ONU una riconciliazione greco-turca….

Hezbollah ha fatto sapere di essere per ora soddisfatto anche solo dell’innervosimento israeliano che teme un attacco sul suo territorio e ha pubblicato alcune foto di camionette israeliane di presidio al confine con dentro dei manichini.

Un trucco, già utilizzato, per supplire alla carenza di personale esausto dai turni impossibili, al punto che nel sud – a Gaza- il governo israeliano ha offerto cospicua assistenza finanziaria a Hamas in cambio di una “ tregua durevole”.

L’arma demografica comincia a fare effetto. Gli ebrei americani comprano volentieri una casa in Israele, ma non intendono lasciarci le ossa.

Anche il governo siriano, dopo otto anni di guerra, ha scarsità di effettivi.

A Deraa ( zona del giabal druso) , dopo la riconquista, ha concluso un accordo con gli sconfitti: ha lasciato l’armamento leggero di dotazione a un battaglione di ex nemici, incaricandolo di mantenere l’ordine pubblico in città.

Cerca la riconciliazione e
le truppe fedeli le risparmia per presidiare il troppo vicino confine israeliano.

Lumi sul Vicino Oriente, di Antonio de Martini

IL FLUIDO QUADRO STRATEGICO TURCO

IL bombardamento che ha bloccato il progredire del convoglio di rinforzi turchi all’avamposto di MOREK, non è rimasto senza conseguenze.

Già la settimana scorsa i turchi hanno abbattuto un aereo siriano lasciando nella indeterminatezza la sorte del pilota.

Subito dopo, Erdogan ha emesso un comunicato ufficiale annunziando di non riconoscere l’annessione russa della Crimea, dove era stato più volte in visita per incontrare Putin.

Non mi è chiaro se questa dichiarazione sia un episodio di baruffa tra innamorati o un secondo movimento di ritorno alla casa atlantica, dopo la commissione mista che studia i futuri pattugliamenti nella zona di sicurezza.

Aspettiamo l’esito della terza mossa che è la ripresa dell’attività diplomatica verso i comprimari della crisi siriana.

Mevut Cavusoglu , il Ministro degli Esteri che riesce a resistere ai cambiamenti di rotta più repentini, è appena rientrato da Beirut dove ha cercato appoggi.

La grande debolezza militare del Libano, ne ha fatto un interlocutore obbligato ad avere rapporti amichevoli con tutti i protagonisti dello scenario.il veicolo ideale.

Gli interessi in comune sono numerosi: il Libano ospita il secondo, per importanza, numero di sfollati siriani sul suo territorio ( Turchia 3,6 milioni; Libano 2,3).

A fronte di Cipro che gode della protezione israeliana grazie a una convenzione militare trilaterale coi Greci, il Libano ( che ha la sua quota di concessioni gaspetrolifere in mare), potrebbe volersi appoggiare alla Turchia dato che ha in contenzioso i limiti con Israele e Trump sta vanificando l’appoggio offerto da Obama ai libanesi.

I siriani hanno catturato alcuni militari turchi e per liberarli vogliono indietro il loro pilota.

Abbas Ibrahim, il capo dell’intelligence libanese ha relazioni eccellenti con tutto il Vicino Oriente, ma eccezionalmente buone coi siriani e potrebbe essere il veicolo negoziale ideale per un accordo Siro-Turco che renderebbe anche superflua la presenza militare russa al confine sud di Ankara .

Una mossa pacificatrice del genere sarebbe una vendetta verso i russi e, al contempo, un favore agli USA e un alleggerimento per i siriani, nonché un diminuito allarme per i curdi.

Un “ en plein” regionale.

Per atti ostili verso la Siria, i turchi avrebbero potuto rivolgersi più proficuamente verso la Giordania o l’Arabia Saudita, dunque la mossa verso il Libano mostra che Erdogan vuole stabilizzare la sua frontiera ed è più interessato a posizionarsi come potenza regionale.

Al posizionamento globale mostra sempre meno interesse.
E non è il solo.

KHAN CHEIKHUN: UOVO, GALLINA, FRITTATA.

Khan Cheikhun é il nome della località della provincia di Idleb (Siria) conquistata pochi giorni fa dall’esercito governativo siriano.

La provincia in questione é stata finora occupata dalla branca siriana di Al Kaida che ora ha cambiato nome in “Haya Tahrir el Sham “ per poter godere di assistenza e rifornimenti occidentali e della « protezione politica » della Turchia.

Lo SM turco ha, nella provincia, alcuni « punti di osservazione” il più avanzato dei quali è Morek, che in realtà è un caposaldo.

Dopo l’occupazione/liberazione di Khan Cheikhoun da parte siriana, i turchi si erano premurati di rifornire in armi e munizioni il loro “ punto di osservazione” più esposto a un attacco.

Numerosi media hanno informato l’Occidente di un bombardamento di un convoglio di rifornimento in marcia verso Morek ( 50 camion e 5 carri e alcuni VTT) inviato prevedendo una ulteriore avanzata siriana.

Il bombardamento potrebbe, ragionano i media, essere cagione del possibile deterioramento dell’intesa russo-turca del settembre 2018 costituente una zona di sicurezza congiunta in quell’area.

Il bombardamento, dicono gli analisti, non può essere stato realizzato nella ignoranza dei russi.

È la speranza di vedere uno screzio tra Russia e Turchia ( sempre i benedetti S400!) che ha indotto i media a dare, eccezionalmente, notizia di una vittoria di Assad.

Putant quod cupiunt.

L’artiglieria siriana e l’aviazione russa sono entrambe intervenute ma con distinte – politicamente raffinate – modalità di intervento.

I siriani hanno usato l’artiglieria provocando al convoglio 3 morti e 12 feriti civili (del MIT il servizio segreto turco?).

L’aeronautica russa ha invece effettuato una incursione davanti al convoglio distruggendo la strada ancora da percorrere ( ma nel contempo offrendo copertura aerea ai siriani per impedire agli F16 turchi ogni attacco),senza mirare ai turchi.

Si è trattato, a mio avviso, di una chiara messa in guardia a Erdogan e al suo Stato Maggiore: se volete a sud una zona di sicurezza con noi e a est un’altra con gli USA, state sognando.

Al contempo, la Russia sta mantenendo l’impegno coi siriani a difendere l’indipendenza e l’integrità del territorio nazionale.

Se i turchi cedono a Idlieb, Putin ha mantenuto la promessa alla Siria.

Se invece fermano la nuova fascia di sicurezza con gli USA, Putin ha messo un’altra zeppa nel rapporto Trump-Erdogan.

Non è – come affermato dagli analisti- la Russia che ha violato le intese di pacificazione di Astana : è la Turchia che ha creato una situazione nuova con la “ fascia di sicurezza” a pattugliamento congiunto turco-americano ( ancora in fieri) e ha incassato un “ caveat” dai russi.

Ora la Turchia deve scegliere tra l’uovo di oggi ( assieme agli alleati di sempre di Tahrir El Sham) della zona di Idleb e la gallina di domani ( in mezzo ai nemici curdi di sempre) verso Mossul.

Anche i russi han difeso il loro uovo siriano senza troppo turbare la gallina turca che potrebbe dare uova d’oro.

Temo proprio che la frittata la farà la commissione mista turco-americana incaricata di definire limiti e regole di ingaggio della “ zona di sicurezza” lungo la frontiera verso Hassake e Mossul.
Let’s wait and see.

AGGIORNAMENTI E CONFERME, di Antonio de Martini

IMBARAZZANTI IMPROVVISAZIONI

Ho appena letto su Dagospia ( ripresi dal Messaggero che ha citato il rapporto di Procura) il resoconto dei fatti connessi al delitto di via Cossa.

Mi sono soffermato sul comportamento dei Carabinieri coinvolti.
Quattro che erano in libera uscita e hanno assistito alla prima fase ( il furto).

a) desistono dall’inseguimento del reo e consigliano al derubato ( pusher-truffatore) di chiamare il 112.

Sopraggiungono i due CC della stazione Farnese ( i fatti si erano svolti a Piazza Mastai), si tiene consiglio su chi continuerà ad occuparsene e decidono che siano quelli di Farnese.

Appena arrivano a via Cossa, colluttazione e morte.

Da tutto questo scenario risulta, a mio parere:

1) la demotivazione dei 4 Carabinieri è la mancanza di spirito di corpo. In altri tempi non avrebbero lasciato i commilitoni a sbrogliare la matassa per continuare la passeggiata trasteverina.

2) ruolo quasi nullo dell’ufficiale di servizio al 112 che avrebbe dovuto mantenere il controllo e passare lui l’incarico alla tenenza/ stazione Prati per competenza territoriale.
.
3) la decisione presa dal gruppetto dei CC ha tenuto conto della comodità invece che della efficienza : avrebbero almeno dovuto far partecipare uno dei quattro che era in grado di riconoscere i due americani che Rega e il commilitone non avevano mai visto.

4) il 112 ( o i quattro Carabinieri o Rega) hanno anche omesso di informare la tenenza Prati di una operazione che stava per svolgersi sul territorio di sua competenza.

Confrontato a uno scontro armato, l’altro carabiniere non ha nemmeno pensato di reagire con l’arma di dotazione nemmeno con gli avversari in fuga.

DEMOTIVAZIONE, TRASCURATEZZA, NON COORDINAMENTO, ADDESTRAMENTO CARENTE.

Esattamente quel che ho scritto nel mio testo ( “ Meditazione in morte di un Carabiniere”) a botta calda.

Il coltello lo ha usato l’americano, ma le mani che lo hanno armato avete capito di chi sono: di coloro che hanno svirilizzato e invigliacchito – con pervicacia e intenzionalità – l’Arma dei carabinieri dai tempi del generale de Lorenzo in poi.

http://italiaeilmondo.com/2019/07/27/meditazione-in-morte-di-un-carabiniere-di-antonio-de-martini/

MEDITAZIONE IN MORTE DI UN CARABINIERE, di Antonio de Martini

Non leggo i fatti di cronaca nera , ma inciampo sempre più spesso in notizie e commenti su membri delle forze dell’ordine – sarebbe più appropriato ahimè parlare di forze armate- che soccombono di fronte all’aggressività di criminali di vario conio.

Inevitabile chi lamenta , come Alga Fratini le misere condizioni economiche del militare coinvolto e chi come Luca Pardi si lancia in una filippica contro i cittadini che non hanno votato come vorrebbe lui.

Improprio prendersela con vaghe categorie dello spirito come “ la classe politica” l’immigrazione irregolare o le coltellerie di Maniago ( Solingen per gli europeisti).

Se si andasse a guardare le statistiche dell’ultimo mezzo secolo, gli unici tre anni in cui nessun carabiniere è rimasto ferito o deceduto per causa di servizio, è stato il triennio in cui a capo dell’Arma dei Carabinieri è stato il generale ingegnere Giovanni de Lorenzo.

E questo è un dato di fatto.

Si, tre anni , anche non facili e nemmeno un ferito in un incidente automobilistico.

Seguiti dall’invio – quando de Lorenzo divenne capo di Stato Maggiore dell’Esercito – di sedicimila militari a salvare Firenze da una disastrosa alluvione di cui adesso mena vanto qualche quaquaraquà con accesso in TV.

Sedicimila uomini a spalare fango e raccattar cadaveri per giorni ( leggete le cronache di quei giorni de “ La Nazione” di Firenze) e anche questa missione fu portata a termine senza un ferito un annegato o un incidente.

Si chiama arte del comando e si acquisisce negli anni e non nei cocktail o nelle cerimonie commemorative.

Le nostre Forze Armate hanno il “know how” per addestrare gli uomini ( ed ora anche le donne) a svolgere ogni compito che venga loro assegnato.

Ma cominciarono col sottrarre loro l’addestramento dei controllori di volo e conclusero con una ipocrita “ sospensione” del servizio militare.

Le FFAA. Non dovevano essere un punto di riferimento morale o professionale.

Se da così tanto tempo ci sono incidenti che sarebbero stati evitabili ( come “check point pasta” ( Somalia) Nassirya ( Irak) o Stazione Termini ( casbah) la colpa è dei comandanti che ormai giungono al vertice attraverso una tale catena di servilismi da rasentare il grottesco se non ci fosse da piangere.

Sanno servire i potenti, ma non più lo Stato.

L’Arma dei Carabinieri – continuiamo a chiamarla così , ma è diventata una FORZA ARMATA come la Marina o l’Esercito grazie a un patto scellerato -che deve essere cancellato al più presto – tra D’Alema e il generale Del Sette e pochi altri vendutisi in cambio di un’altra stelletta sulle spalline e una pletora di posizioni da “ aiutanti di campo” che un tempo erano posti riservati agli incapaci di comando.

Oggi sono invece, queste attività servili, trampolini per le posizioni di vertice dato che le nomine le fanno coloro ai quali questi signori portano a spasso il cane o la moglie quando non vanno in giro a sparlare dei concorrenti del padrone di turno.

Chi lotta contro il banditismo non va più a comandare. Ne hanno paura. Et pour cause.

Li odiano e li lasciano massacrare da magistrati che da poco cominciano a far conoscere il loro vero volto e i loro interessi reali.

Gli ufficiali e i sottufficiali bravi a comandare vengono schiacciati tra questa incudine di incapaci e il martello dei magistrati arrivisti.

I carabinieri – e non solo loro – sono quindi molto mal comandati da almeno venti anni e le conseguenze si notano nella disciplina, nel tono psicofisico; nella propaganda fatta a colpi di fiction TV; negli episodi di cronaca nera di cui sono ad in tempo guardie e ladri; nell’impiego operativo affidato a magistrati che non hanno mai udito il suono di un colpo di pistola e arrembano verso l’alto “ senza badare agli uomini né ai mezzi”.

I danni creati da Del sette e compagni dureranno per almeno una intera generazione.

Potete sfogarvi a imprecare , a chiamarli eroi , vittime o altro, ma il DNA dei Carabinieri è cambiato e non in meglio.

Per far tornare a vincere ( è di questo che stiamo parlando) i carabinieri bisogna che tornino ad essere LA PRIMA ARMA DELL’ESERCITO; ESSERE COMANDATI DA UN UFFICIALE ESTRANEO ALLE CORDATE INTERNE; E CHE IL LORO IMPIEGO NON VENGA FRAZIONATO TRA I MAGISTRATI.

I vertici operativi e di comando non vengano scelti tra chi ha fatto l’ufficiale di collegamento di ministri, sottosegretari, e compagnia bella.

Per comandare bisogna aver comandato non vagato tra gli uffici altrui.
Vedrete che miracolo di resurrezione.

Premiare , come faceva de Lorenzo: ( es. invece di tanti premi da duemila lire, un minor numero ma da ventimila) , colpire chi trescava nelle forniture. ( con lo stesso stanziamento scambiò – grazie al colonnello Tagliamonte- settemila biciclette con tremila “Giulie”).

Dare spirito di corpo ( suo fu l’ordine – ancora in vigore- di usare solo la divisa nera e non più quella cachi).
Premi di sette giorni di licenza a chi reagiva energicamente ai contrasti di chiunque .

Diventato capo di Stato Maggiore si accorse che tutte le forniture del triennio erano già state appaltate al gruppo FIAT. Gli lasciavano da comandare una scatola vuota .

Le cancellò tutte.

Gli Agnelli fecero lobby per oltre un anno e poi scatenarono prima i rivali interni e poi i cani.

Dopo uno scontro politico cruento de Lorenzo fu defenestrato e da allora iniziò il piano inclinato delle stellette, intervallato da qualche singulto, ma si indovinava già, ad ogni giro, il rantolo di un sistema morente.

Dopo il sistema muoiono i singoli. Guardate le statistiche.

MEDINSAHARA e la guerra ibrida, a cura di Giuseppe Germinario e Roberto Buffagni

 

Negli ultimi articoli[1] dedicati all’ operazione Carola,  http://italiaeilmondo.com ha analizzato le azioni delle ONG che trasbordano immigrati irregolari nel nostro paese come veri e propri atti di guerra ibrida concepiti, diretti e organizzati da centri decisionali legati a potenze straniere. A queste operazioni prestano la loro indispensabile collaborazione, con gradi diversi di consapevolezza e organicità, settori tutt’altro che trascurabili delle istituzioni e dei media italiani[2].

Il governo ha reagito agli attacchi, seppur in modo non del tutto collegiale e adeguato. Il Ministro Salvini, principale bersaglio politico degli attacchi, sta tentando di rispondervi con l’ inasprimento delle sanzioni e un assiduo impegno nella comunicazione e nel sostegno a FFOO e FFAA. In termini di dissuasione, qualche risultato si comincia a vedere: ma si tratta pur sempre di un’azione di rimessa, indispensabile ma insufficiente. E’ invece di importanza capitale prendere l’iniziativa e contrattaccare, dettando l’agenda politica e costringendo l’avversario – anzi gli avversari, esterni e interni – a combattere sul nostro terreno e alle nostre condizioni.

Tra le prerogative e i doveri fondamentali di qualsiasi Stato c’è, naturalmente, la difesa delle frontiere e il controllo del territorio. E’ dunque benemerita e indispensabile la politica dei “porti chiusi” proposta e accanitamente difesa da Salvini, perché ha segnato una svolta netta, anche simbolica, rispetto alle politiche migratorie irresponsabili dei governi precedenti.

E’ chiaro a tutti che è responsabilità storica di qualsiasi governo puntare ad una netta diminuzione, regolamentazione e regolarizzazione di flussi migratori, in modo da renderli compatibili con la struttura socioeconomica e la coesione culturale d’Italia.

E’ così chiaro a tutti, che persino i diretti responsabili politici della grave crisi migratoria italiana  hanno la faccia tosta di sventolare  – a parole e a favor di telecamere – lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”.

Sinora, l’unico “aiuto a casa loro” che la classe dirigente europeista italiana ha dato agli immigrati è stata la sciagurata collaborazione all’aggressione anglo-francese alla Libia: li hanno aiutati ad ammazzare il  dittatore antidemocratico, precipitandoli nell’anarchia e nella guerra civile per poi piangere lacrime di coccodrillo sulle sofferenze dei migranti e l’insicurezza dei porti libici, e cianciare di “corridoi umanitari” che come l’araba Fenice, che vi sian ciascun lo dice, dove sian nessun lo sa.

Non c’è dubbio: anarchia e guerra civile sono “democratiche”, nel senso che coinvolgono tutto un popolo nessuno escluso, ma sarebbe questo, “aiutarli a casa loro”? Semmai, è mitragliare qualcuno, regalargli una scatola di cerotti e poi pretendere la medaglia al valore civile.

Un’altra cantafavola con allegate lacrime di coccodrillo e boccuccia ipocrita a culo di gallina che ogni tanto fa capolino nei media è quella del “piano Marshall europeo per l’Africa”, svergognata sciocchezza alla quale nemmeno il fratello più scemo della scemo può prestare una briciola di fede.

Da trent’anni l’Unione Europea applica, in Europa, una dura politica deflattiva iscritta nei trattati fondativi. Nell’Unione Europea, da trent’anni gli investimenti diminuiscono e la disoccupazione cresce, toccando vette abissali in Grecia e nel Meridione d’Italia. Con queste premesse, per “restare umani” (ammesso e non concesso che mai lo siano diventati) i diretti responsabili della catastrofe sociale europea sarebbero in procinto di inaugurare un “piano Marshall per l’Africa”?!

Ma insomma: è possibile aiutarli a casa loro, sì o no?

Sì che è possibile. E’ possibile “aiutarli a casa loro” se un governo italiano si ricorda della vocazione mediterranea del nostro paese, e degli antichi scambi culturali, politici ed economici che ci legano al Levante; è possibile aiutarli a casa loro se governo italiano e governi del Levante riconoscono i reciproci, comuni interessi e avviano una fattiva collaborazione economica e politica.

Basta ciarle a vuoto, basta ipocrite mozioni degli affetti,  basta eroismi umanitari a costo zero, basta carità pelosa con capital gain garantito sul C/C del caritatevole: avviare invece trattative su un piede di cordiale parità, e sulla base del reciproco rispetto e interesse.

Gli immigrati non sono i bambolotti di pezza, le coperte di Linus dei professionisti della bontà, non sono i personaggi di un brutto melodramma TV , e non sono il Buon Selvaggio Sventurato oppresso dal Cattivo Uomo Bianco Colonialista.

Gli immigrati sono uomini come noi, con la nostra stessa capacità di bene e male, con interessi e ambizioni e bisogni, con i quali dobbiamo trattare da pari a pari, sulla base del reciproco interesse, come con gli uomini dei paesi europei.

Leggiamo che proprio in questi giorni, il governo italiano tratta con il governo tunisino per ridurre l’afflusso dei barchini pilotati dagli scafisti, i trafficanti di schiavi che trasportano gli immigrati nel nostro paese.

E’ un’iniziativa opportuna, ma è anche un’occasione preziosa per riprendere in esame un progetto italiano che sul serio può “aiutarli a casa loro”.

italiaeilmondo.com ha già presentato https://www.medinsahara.org/   il progetto di collaborazione tra governo italiano e tunisino per l’escavazione di un mare artificiale nel deserto del Sahara, del quale è promotore e referente italiano il nostro collaboratore e amico Antonio de Martini.

Il progetto “ Mare nel Sahara” è stato presentato nell’ottobre scorso a Biserta, nel corso del « Forum de la Mer / rencontres euro-méditerranéennes de l’économie bleue durable », organizzato dall’ Institut tunisien des études stratégiques (ITES), con l’appoggio dell’ Unione Europea e dell’ Unione per il Mediterraneo, e la partecipazione dell’ambasciata di Francia in Tunisia. Vi collaborano le Università di Ferrara, Bologna e “La Sapienza” di Roma, l’ Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino (Roma), l’UNESCO.

E’ un progetto che sarebbe di interesse nazionale per il nostro paese anche se il problema migratorio non esistesse: per il vantaggio economico immediato (4-5 MLD di lavori per imprese italiane, circa 2.000 posti di lavoro per tecnici italiani), e per il vantaggio politico a breve e lungo termine di una ripresa in grande stile della cooperazione italiana con le nazioni del Nordafrica (il progetto è replicabile anche in Algeria).

Ma oggi che il problema migratorio è al primo posto dell’agenda del governo, il progetto “Mare nel Sahara” moltiplica la sua importanza e il suo valore, tanto economico quanto politico, internazionale e interno.

Il progetto “Mare nel Sahara”  è importante, anzi decisivo per la politica interna italiana, perché è questo il modo di “aiutare a casa loro” gli immigrati: creando nelle nazioni nordafricane opportunità di lavoro, sviluppo e speranza che tengano conto insieme dell’interesse loro e nostro.

Solo dando agli immigrati concreta speranza di lavoro e di vita dignitosa nel continente africano possiamo costruire le condizioni per  la nostra e la loro sicurezza, come per la reciproca intesa nella diversità.

Solo così svergognamo e tappiamo la bocca agli ipocriti fautori di un’immigrazione incontrollata e incontrollabile, ai bugiardi che cianciano di umanità mentre trattano noi e loro come animali “da meticciare”. Politica realistica ci vuole, non zootecnia ideologica.

Qui sotto il lettore troverà una intervista ad Antonio de Martini, principale promotore dell’iniziativa, e il link a un sintetico dossier sull’argomento.

Speriamo che finalmente, la vox clamantis in deserto Sahara trovi un ascolto attento nel governo. Per avviare il progetto,  basta finanziarne lo studio di fattibilità con 300.000 euro, da destinare alle tre Università italiane che lo sponsorizzano.

Sì, avete letto bene: non abbiamo scritto “trecento milioni” di euro. Abbiamo scritto “trecentomila”. Troppo? Non ci sembra._Roberto Buffagni, Giuseppe Germinario

[1] http://italiaeilmondo.com/2019/07/07/guerra-ibrida-navi-corsare-a-sud-e-pokeristi-a-bruxelles-con-piero-visani/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/09/dopo-l-operazione-carola-la-fine-dellinizio-di-roberto-buffagni/

[2] http://italiaeilmondo.com/2019/07/06/navi-corsare-a-lampedusa-con-augusto-sinagra/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/09/una-traversata-nella-teratologia-giuridica-su-alcuni-profili-dellordinanza-del-g-i-p-di-agrigento-in-merito-alla-vicenda-della-nave-sea-watch-3-di-emilio-ricciardi/

https://www.medinsahara.org/

 

ANCORA IRAN_QUESITI INQUIETANTI, di Antonio de Martini

Le acute considerazioni di Antonio de Martini iniziano con due interrogativi inquietanti, giustamente inquietanti. Il giudizio impietoso e senza attenuanti sulla Presidenza Trump, senza dubbio più severo e senza attenuanti rispetto a quello espresso su altre presidenze, oscura e sottovaluta alcuni dati di fatto:

  • sino ad ora Trump non si è invischiato in nessun conflitto militare e ha sempre sottolineato l’intenzione di uscire al più presto da quelli ereditati dalle precedenti presidenze; uno dei paletti fissati da Trump ai componenti del suo staff avvicendatisi sino ad ora è stato proprio quello di evitare di innescare confronti armati aperti
  • l’andamento schizofrenico della politica estera è legato oltre che alla complessità delle attuali dinamiche geopolitiche, alla contrapposizione inedita, nella loro evidenza e virulenza, tra strategie e tattiche antitetiche dei vari centri decisionali statunitensi, gran parte dei quali fuori dal controllo della Presidenza
  • l’affermazione di strategie, alleanze e tattiche chiaramente alternative comporta la destrutturazione degli attuali sistemi di alleanze. Ciò che appare come un desolante isolamento, potrebbe rivelarsi come un isolamento relativo teso a creare un sistema di alleanze più limitato, ma più coeso in una cornice di multipolarismo sempre più definita. Una fase di transizione che porti al logoramento definitivo delle vecchie élite, in particolare europee. Da questo punto di vista è eloquente la discrezione e la prudenza coltivata da Putin verso Trump, pur in presenza di pesanti provocazioni americane

Detto questo, l’attuale gioco con l’Iran potrebbe in effetti rivelarsi alla fine la trappola perfetta per far cadere o annichilire l’inquilino della Casa Bianca, in un confronto che all’interno del paese lo vede altrimenti vincente, almeno per il momento. Una trappola che potrebbe scattare sulla base di una quantomeno oggettiva convergenza di interessi tra le componenti oltranziste e antitrumpiane americane e dei loro alleati esterni e quelle iraniane, responsabili in buona parte anch’esse, anche se non in prevalenza, della situazione caotica in Medio Oriente, ad iniziare dal sacrificio della questione palestinese. Anche in questa oggettiva convergenza le visioni strategiche sono piegate spesso, in ultima analisi, ai fini dei conflitti politici interni. Una dinamica valida per tutti gli schieramenti, non solo per quello che risale a Trump_Germinario Giuseppe

ANCORA IRAN_QUESITI INQUIETANTI

Quante volte andrà fino al limite della guerra per poi ritornare indietro in sicurezza?
Quante volte ancora prima di restare solo, con la May?

Mentre si avvicina la data del 27 giugno in cui – in base al trattato Iran-EU e potenze europee- l’Iran si renderà libero di riprendere la marcia al nucleare,
l’Iran annunzia di aver abbattuto un drone della Marina USA MQ-4C Triton.

L’accusa è di violazione dello spazio aereo a scopo di spionaggio.

In pratica, ad ogni passo indietro americano dal “brinkmanship”, corrisponde adesso un passo avanti iraniano.

Il controllo dell’area dello stretto di Hormuz diventa sempre più difficile dato che gli USA accusano la perdita di due drone ( un Reaper il 6 giugno e un Triton ieri). Niente morti per fortuna, ma così si facilitano gli scontri.

Il tentativo di creare una “coalizione dei volenterosi “ in Asia – dopo il “fin de non recevoir” europeo sembra essersi rivelato inefficace. Nessun ritiene che il duo Trump- Netanyahu sia dalla parte della ragione.

Se pensiamo che, agli inizi della vicenda “ nuovo ordine mondiale” di Bush senior i “ volenterosi” erano 34 abbiamo la misura di quanto la politica estera americana sia stata piegata alle esigenze di politica interna elettorale.

E di come siano considerati gli alleati dal governo degli Stati Uniti. Entità sacrificabili sull’altare dell’elettorato del Massachusetts.

SOR SALVINI VIEN DA ROMA CON
LE SCARPE ROTTE AI PIÈ

Se il piano USA era quello di piegare l’Iran e la sua dirigenza ai voleri angloamericani e trascinarli a un nuovo tavolo di negoziati, ebbene, è fallito.

Se volevano mostrare al mondo chi comanda, non ci sono riusciti.

Per questi due fallimenti hanno pagato un ulteriore prezzo di immagine in medio Oriente.

Sembra però che questa volta l’ abbiano capita in meno dei nove anni che ci sono voluti per la Siria.

l’Iran ha subìto, tacendo, ogni genere di pressioni economiche e procedure diplomatiche, ma ha reagito unicamente nei tempi e termini previsti dal trattato che lo ha legato all’occidente.

Trascorso un anno dal recesso unilaterale USA, ha applicato i termini usati dal trattato ( e pensati per un Iran violatore del patto) e dato i sessanta giorni di preparazione previsti agli altri partner perché procedessero al richiamo del dissenziente a rientrare nei termini del patto.

Il primo successo persiano è stato che nessuno degli altri sottoscrittori – in questo anno trascorso- ha rinnegato l’impegno preso. Nemmeno l’Onu e nemmeno l’Inghilterra.

Il secondo è l’espressione di stizza e meraviglia del dipartimento di Stato che si è trovato di fronte al muro di gomma degli europei e all’intransigenza iraniana che ha rifiutato ogni dialogo .

La meraviglia si è trasformata in stupore quando di fronte all’accusa del Presidente Trump di sabotaggio al traffico petrolifero, gli iraniani gli hanno dato del bugiardo ed è venuto un gesto di solidarietà dal solo governo inglese dimissionario ( non di denunzia del trattato però ).

A questo punto, il fido Bolton (detto “ due baffi appesi sul nulla”) dalla certezza di colpevolezza, è passato alla quasi certezza ( “almost sure”) e due giorni dopo il CENTCOM medio oriente ( che aveva diffuso il filmato ) ha cambiato apparentemente discorso lamentando che gli Houtis ( tribù yemenita in guerra con l’Arabia Saudita da tre anni ) tentavano, a volte – e di recente con successo – di abbattere i drone americani. ( un MQ 9 Reaper il 6 giugno).

Dopo aver dato questa anticipata spiegazione circa l’assenza di filmati che mostravano DOVE si era ritirato il pattugliatore IRGC classe Gashti del film, hanno ripreso la marcia indietro parlando di missili S A 6 ( automontati) e poi di S A 7 ( missili da spalla) di cui la penisola arabica è gonfia come un otre.

La ragione per cui l’Iran si rifiuta ostinatamente di trattare è duplice.
Da una parte, perché rifiuta di trattare sotto minaccia ( il sistema fu inventato da loro tremila anni fa e citato nel trattato di strategia dell’imperatore di Costantinopoli Maurizio, citato da Luttwark ne “ la grande strategia dell’impero bizantino”) .

Seconda e decisiva ragione è che gli iraniani ( e nemmeno noi) hanno/abbiamo capito quali siano le richieste USA, stante che ancora oggi gli iraniani – persino nello scontro diplomatico- hanno scrupolosamente seguito quanto stabilito dal trattato e non rispondono alle incursioni israeliane in Siria.

Per rimediare a questa sconfitta isolante, il povero Pompeo fa un giro dell’Asia-Pacifico in cerca di alleati per una azione comune non meglio specificata, perché inesistente, contro l’Iran che è tra i principali se non il principale fornitore di petrolio di India, Indonesia, Malesia. Pakistan, Corea e Giappone. ( tanto che alle Sanzioni precedenti furono esonerati dall’embargo dagli stessi USA) .

In questo frangente, giunge la visita a Washington di un vice presidente italiano ( con delega all’interno) che offrirà il sostegno di mezzo governo.

Tornerà indietro con foto ricordo e la notizia che Trump si lamenta di Draghi
“ che ha svalutato l’Euro” ( Deo gratias) e dichiara che si ricandiderà per un altro quadriennio.

Lo rileggeranno trionfalmente, salvo poi accorgersi che saranno rimasti soli assieme a questi moderni voltagabbana sovranisti de Milan.

BANDE E BANDERUOLE, DI SINAGRA, CUCINOTTA, de Martini, MASALA

GUERRA TRA BANDE, di Augusto Sinagra

È superfluo aggiungere commenti allo schifo che stiamo vivendo per la ignobile immagine che la magistratura e il CSM stanno dando di sé per colpa di pochi o tanti, non importa.
Certamente ci sono magistrati che in silente e diuturna fatica danno eccellente prova di essere veramente servitori della legge. Ma come tutti gli onesti, non fanno notizia, specie se sono minoranza.
Desidero ora riprendere una acuta osservazione del Prof. Vincenzo Cucinotta, Ordinario nell’Università di Messina e del quale mi onoro di essere Collega e amico.
Che il cosiddetto “gruppo Palamara” ricomprendente molti altri magistrati e componenti del CSM, ha agito (e agisce ancora?) come un gruppo di potere, una lobby, un centro di interferenze, un comitato d’affari ovvero, per semplicità di linguaggio e per sintesi, come una “banda”, è evidente, ma per una esigenza logica oltre che per una evidenza pratica, è altrettanto evidente che tale “banda” non poteva agire solitariamente bensì in contrapposizione ad altra “banda” portatrice di interessi altrettanto illeciti e altrettanto contrapposti.
Dunque, le indagini che attualmente svolgono gli inquirenti dovrebbero essere rivolte anche alla individuazione e al perseguimento dei componenti di altra “banda” o di altre “bande” contrapposte.
Signori, questa è oggi la magistratura!
Questo è oggi il Consiglio Superiore della Magistratura!
Del figlio di Bernardo Mattarella ho già detto. Non occorre aggiungere altro. Basta il suo silenzio.
Altro Capo di Stato che per molti versi ha onorato la Repubblica e che mi voleva bene, il Prof. Francesco Cossiga, in un’occasione certamente meno grave mandò i Carabinieri al CSM per porre termine ad una seduta illegittimamente convocata.
Come ho già detto altre volte, ormai sono vecchio e come fanno i vecchi amo ricordare cose del passato: ero da due anni in magistratura e partecipai al Congresso della ANM che si svolgeva a Catania nel 1967. Incautamente portai con me mia mamma per farle rivedere Catania dove io nacqui. Presi la parola e proposi la immediata abolizione del CSM. Fui coperto di insulti ma rivendico a me stesso capacità profetiche o di preveggenza.
Se non si vuole abolire il CSM, urge riformarlo funditus con la preliminare abolizione per legge delle “correnti” attraverso le quali si combattono i magistrati dell’una e dell’altra banda. Il CSM venga composto da soli magistrati che, divisi per grado e per funzioni, vengano estratti a sorte, abolendo altresì le designazioni da parte del Parlamento dell’attuale quota di componenti. I Partiti devono restare fuori dal CSM che va presieduto, sì, dal Capo dello Stato ma prima questi deve essere eletto all’esito di un suffragio popolare.
Siamo stanchi e troppo abbiamo subito dai Napolitano e dai Mattarella, per citare solamente gli ultimi due.

SCORRI BANDE, di Vincenzo Cucinotta

Ma sbaglio, o sta cominciando una narrazione della vicenda Palamara che non potrebbe mai stare in piedi?
Qui, si parla solo di questa cricca, ma è evidente che ce ne deve stare un’altra che avversa la prima.
Cioè, io non capisco, come si forma una maggioranza nel CSM, sia plenum che commissione? O è preordinata e allora è anche peggio, oppure ognuno va a cercare i membri con i quali costruire una maggioranza. I metodi di Palamara saranno indecenti, ma alla fine non è che se ne possano usare di molto migliori, si tratta sempre di meccanismi che inevitabilmente in qualche misura riproducono meccanismi mafiosi, cioè il consenso è sempre ottenuto in camera caritatis.
Una lettura credibile della faccenda potrebbe essere che una cricca che aveva elaborato un piano per portare il proprio uomo alla guida della procura di Roma, abbia incontrato sulla sua strada la cricca Palamara, e stia usando armi perfino peggiori di quelle di Palamara (io considero riprendere una ricevuta di un pranzo che ci si fa pagare dall’amministrazione, un metodo abietto per fare fuori una persona).
Una domandina sul perchè la stampa parli solo di una delle due cricche, mi parrebbe doveroso farsela.
Qualcuno poi dica a Mattarella che egli, da PdR protempore, ha la presidenza del CSM, mi pare che si sia voltato da tutt’altra parte, e anche questo è un dato di cui tenere conto.

I PRES. DELLA REP. E IL CSM, di Antonio de Martini

Come è noto, i magistrati del CSM vengono eletti in parte dal Parlamento con una votazione.
La dove c’è una votazione, li vi sono accordi politici che cercano equilibri tra i membri togati e quelli scelti dai Parlamentari.

Ho conosciuto il magistrato PALAMARA quando era un giovane assegnato a Roma dopo il prescritto primo periodo in Calabria.

Il padre era un magistrato morto in servizio. Era rimasto orfano giovanissimo e allevato da uno zio.

Accompagnato da un cugino, Palamara jr. veniva a casa mia a vedere con la mia TV la sua Roma alla domenica.

Non lo vedo da oltre venti anni e ho considerato non seria la sparata televisiva di Cossiga – ripescata negli archivi TV da qualcuno che deve aver lasciato tracce- come una delle tante di un personaggio umorale, ma oggi sintomo di una trappola ben preparata.

Tre giorni Prima, mi dice un uccellino, Mattarella aveva fatto un appello ufficiale a “ votare il candidato migliore”. Invano ?

Agnosco stilum romanae ecclesiae.

Per quanto possa valere la mia esperienza degli uomini e delle metodiche compromissorie, ritengo sia un uomo onesto e sospetto che il polverone sia stato alzato per descrivere sui giornali avvenimenti compromissori della pace familiare.

C’è evidentemente chi pensava – e Il presidente del CSM tra questi- che il procuratore generale di Roma dovesse essere scelto dallo Spirito Santo.

La democrazia – e l’autonomia della magistratura – prevedono invece che sia scelto dagli uomini e che la scelta sia preceduta da confronto, anche con oppositori e possibilmente senza intralciare il lavoro.

Contraddittorio il comportamento di chi – Mattarella per non fare nomi ma solo i cognomi- esalta regolarmente i processi democratici e il dialogo a patto che si risolvano in suo favore.

Quando i risultati gli sono avversi o avvengono a sua insaputa, si dichiara
“ sconcertato ”e vuole dare la colpa allo statuto che “va cambiato”.

Se un dibattito avviene anche fuori dalle sedi istituzionali, ritengo la responsabilità sia di chi dirige l’organismo e non ha creato spazi di confronto adeguati o li inquina con lo zittìo.
O no?

Il Testo, il Contesto e il Trojan, di Giuseppe Masala.

Quando la magistratura è scossa da un terremoto c’è un cambio di regime in corso. Cosa stia succedendo non lo sappiamo: non ne conosciamo né la genesi nè il reale decorso degli eventi. Però possiamo valutarne i primi effetti.
Chiaro indebolimento del Presidente della Repubblica: inutile che ci giriamo attorno; l’uomo era ed è evidentemente scosso, vuole metterci una pezza. Il Grande Burattinaio che ha spinto tutti i corifei dell’informazione a paventare una caduta del governo è lui. Voleva un governo amico e fedele per gestire la mina che è scoppiata al CSM. Vista la malaparata ha provato poi a sondare per sostituire Fofò Bonafede al Ministero della Giustizia facendo circolare il nome di un avvocato torinese vicino alla Lega. I due dioscuri hanno risposto picche. Il governo va avanti e niente rimpasti. E ci credo, i dioscuri non sono certamente dei giureconsulti né degli intellettuali ma da uomini d’azione cresciutia a calci in faccia dati e ricevuti hanno capito benone cosa sta succedendo. Infine il poveruomo ha ricevuto Bonafede a Palazzo. I giornali di regime con eloquio paludato hanno spiegato che il Ministro ha rappresentato al Grande Capo quello che stava succedendo, le sue preoccupazioni e, ovviamente, ha detto che le istituzioni sono compatte. Ce lo sto vedendo Fofò Bonafede che dice queste cose. Qui, l’unico preoccupato è l’inquilino, come usa dire, “del Colle”.
Anche Conte s’è scoperto: è schierato con l’uomo del Colle ma i due dioscuri se ne impippano altamente. Figuriamoci.

Cosa succederà non è dato sapere, ma chi ne esce indebolito già lo sappiamo. Il prossimo inquilino del Colle sarà votato dai Grandi Elettori e da un Trojan. Questa è la Costituzione materiale della Terza Repubblica.

NB_Tratti da facebook

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