TRAME E CULTURA, a cura di Antonio de Martini

A tre giorni dalla morte di Inge Feltrinelli_Giuseppe Germinario

BORIS PASTERNAK E INGE SCHOENTHAL: DUE STORIE DI MILIARDI DI EREDITA’ CONTESE, DOVE APPAIONO LA MORTE DI CHE GUEVARA E QUELLA DI FELTRINELLI, IL KGB, LA CIA. UNA INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO D’ANGELO.

Sergio d’Angelo ha compiuto ottantotto anni e ne dimostra venticinque di meno anche fisicamente, oltre che di memoria. E’ a lui che il mondo deve il romanzo capolavoro di Boris Pasternak ” Il dottor Zivago” che fruttò all’autore il Nobel per la letteratura e una vita di persecuzioni, anche se la maggior parte degli italiani di tutto questo ricorda forse solo il film e Julie Christie.

Il Corriere della Collera pubblica oggi una lunga intervista a Sergio d’Angelo, di Kontinent USA e del presidente della associazione per l’amicizia Russia Stati Uniti Edward Lozansky, uno scienziato nucleare sovietico che fece il cammino inverso rispetto a Bruno Pontecorvo che scelse di andare a lavorare in Unione Sovietica. Due ebrei inquieti, su opposte sponde della guerra fredda.

IL Corriere della Collera, oggi 5 gennaio 2012, è lieto di offrire questa esclusiva ai propri lettori e promette a breve , oltre a questa verità sulla morte di Feltrinelli, anche uno studio comparativo della due inchieste della magistratura sulla morte di Enrico Mattei, curato dall’ ex A. D. dell’Agip, uno dei suoi discepoli.

L’intervista è preceduta da una nota redazionale che pubblico integralmente.

“Kontinent USA, su richiesta di alcuni suoi lettori, torna oggi sul caso Pasternak per discuterne un importante aspetto rimasto finora nell’ombra.

Per introduzione, soprattutto ad uso del pubblico più giovane, conviene qui ricordare che il geniale poeta e scrittore russo Boris Pasternak (1890-1960) subì negli ultimi anni di vita durissime persecuzioni dal regime sovietico. Ciò per aver fatto pubblicare in Occidente il suo romanzo “Dottor Zhivago”, un capolavoro proibito in patria ma presto coronato da uno strepitoso successo mondiale e dal conferimento del Premio Nobel all’autore.

La prima edizione al mondo del “Zhivago” ebbe luogo in Italia, a Milano, nel novembre 1957, presso la casa editrice fondata dal giovane Giangiacomo Feltrinelli appena due anni prima. Feltrinelli, benché avesse ereditato uno dei massimi patrimoni industrali e finanziari esistenti in Italia, era stato militante del Partito comunista italiano (PCI) e lautamente lo aveva sovvenzionato. Dal PCI si era però staccato nella primavera 1957, ribellandosi alle forti pressioni cui l’avevano sottoposto i dirigenti di quel partito nel tentativo di non fargli pubblicare il romanzo sconfessato da Mosca. E in quella circostanza professò di volersi battere, da editore di sinistra, per l’assoluta libertà del pensiero e della cultura.

Ma di fatto, negli anni successivi, smise a poco a poco di occuparsi di faccende editoriali per mobilitarsi prima come generoso finanziatore di guerriglie nel Terzo Mondo, poi come improbabile guerrigliero in Italia e dintorni. Perse la vita in un fallito attentato nella periferia di Milano (marzo 1972).

L’aspetto del caso Pasternak cui si riferisce l’inizio di questa nota è il ruolo esercitato per quasi quindici anni (1958-1972)

dalla Signora Inge Schoental nella vita di Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1962 Inge ebbe da Giangiacomo il figlio Carlo, erede universale del patrimonio miliardario paterno: quello sul quale lei regna da vari decenni.

Per approfondire questo argomento Kontinent USA ha intervistato Sergio d’Angelo, il giornalista italiano che nella primavera del 1956 ottenne da Pasternak il dattiloscritto del “Zhivago”, con l’intesa di passarlo a Feltrinelli, ed ebbe una parte rilevante, in Russia e fuori, nelle complesse vicende originate dalla sua iniziativa. Di tutto ciò d’Angelo ha dato ampia testimonianza in un suo libro pubblicato in Italia nel 2006. Nel settembre dell’anno successivo, pochi giorni dopo l’edizione russa dello stesso libro (“Delo Pasternaka: Vospominanija Ochevidtsa”, Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva 2007), d’Angelo è stato insignito del Premio Liberty (Sezione Finestra sull’Europa), fondato nel 1999 e presieduto da una giuria di illustri membri della comunità russo-americana.

Il Premio Liberty, che ogni anno viene assegnato a persone distintesi per i loro contributi alla cultura, è sponsorizzato dalla Casa Russia di Washington, dalla Università Americana di *Mosca e da Kontinent USA.

Un personaggio del “caso Pasternak”

INGE SCHOENTAL FRA LEGGENDA E REALTA’

Intervista a Sergio d’Angelo

Edward Lozansky – Premetto che solo negli ultimi giorni ho potuto vedere il DVD con cui parecchi mesi fa la Signora Inge Schoental si è raccontata al suo pubblico italiano. Si tratta, direi, di una lunga autocelebrazione con qualche diplomatico tocco di modestia: per esempio l’ammissione di non aver imparato bene l’italiano. Comunque sia, quel DVD ha riacceso in me e in altri colleghi, tutti cultori di Pasternak, tutti appassionati al “romanzo del romanzo”, il desiderio di sapere molto di più sulla influenza che Inge, con la sua indubbia personalità, ha avuto sulla sorte di Giangiacomo Feltrinelli. Per prima cosa, dunque, potresti riferirci chi era e che ha fatto Inge prima del suo incontro con l’editore milanese?

D’Angelo – A questo riguardo parecchi giornali, periodici e libri, per lo più italiani, hanno riportato le sue dichiarazioni. In sintesi ecco quanto se ne ricava. Inge nasce in Germania, a Essen (Ruhr), nel 1930. E’ ancora nella primissima infanzia quando il padre, ebreo, emigra in America per scampare al potere nazista. Lei cresce a Gottinga, nella Bassa Sassonia, accanto alla madre e a due fratelli più piccoli, fra seri pericoli e ristrettezze economiche. Durante la guerra frequenta il liceo con l’idea di proseguire gli studi, ma i soldi per farlo non ci sono.

E.L. – E alla fine della guerra?

D’A – Inge trascorre ancora a Gottinga, con la famiglia, pochi altri anni che preferisce dimenticare. Poi decide di andarsene per suo conto e, grazie al passaggio che le danno su un camion, arriva ad Amburgo. Ha pressoché vent’anni, è una bella ragazza che non passa inosservata, Molto intraprendente. Comincia a girare in bicicletta la grande città portuale che dista solo poche decine di chilometri dal confine della Germania orientale. Cerca lavoro, cerca di fare conoscenze, e infine riesce ad essere assunta come apprendista fotoreporter dalla rivista “Constanze”. Presto viene incaricata di servizi fotografici su persone di spicco della Germania occidentale e, dalla seconda metà degli anni cinquanta, può ampliare il raggio delle sue trasferte per raggiungere alcune celebrità residenti in altri paesi. La trasferta più lontana, esotica e gratificante (1957) avrà luogo nella Cuba precastrista, dove Ernest Hemingway la ospiterà per una quindicina di giorni nella propria Finca Vigia, vicino all’Avana.

E.L. – Insomma fa una fulminea carriera, anche se il nome di lei non figura fra i miti della fotografia Ma come ha avuto modo di incontrare Feltrinelli?

D’A – All’inizio del luglio 1958 Feltrinelli, separatosi poco prima dalla seconda moglie, decide di fare un viaggio in Svezia per acquistarvi

un nuovo panfilo. Nello stesso tempo comunica all’editore amburghese Heinrich Rowohlt, col quale ha già un rapporto di amicizia ed affari, che il 14 dello stesso mese, durante un’apposita tappa, vorrebbe fargli visita. Rowohlt è d’accordo e la sera del giorno stabilito, per onorare l’ospite italiano, dà una festa. Inge è lì. Sgargiantemente abbigliata. Lei partecipa alla festa, chiarisce, in quanto svolge incarichi di fotoreporter anche per Rowohlt . Cena al tavolo con i due editori e ce la mette tutta per far colpo su Feltrinelli. Riportando un successone. Lo stesso editore amburghese testimonierà molti anni dopo in un’intervista alla rivista “Panorama” (29 settembre 1985) che Inge e Feltrinelli “simpatizzarono subito e, quando lasciarono la festa, credo non avessero più bisogno di nessun altro”.

E.L. – Dopo di che mi aspetto che presto i due vadano a Milano e poi, felici e contenti, convolino a nozze. Non è così?

D’A – Parliamo di una cosa per volta. Vanno a Milano, verissimo, ma non possono sposarsi, perché lui ha un’altra moglie, sia pure separata, e in Italia il divorzio non c’è ancora. Corre voce che per aggirare l’ostacolo Feltrinelli ricorra alla “Sacra Rota”, tribunale ecclesiastico cui è consentito sciogliere i matrimoni non consumati, e si dichiari affetto da “impotentia erigendi et coeundi” [incapacità di erezione ed eiaculazione], così come ha fatto per mettere fine al suo primo matrimonio. Ma ciò non è rilevante. Infatti Feltrinelli, per la ragione di cui diremo, finisce di convivere con Inge prima del previsto e si lega sentimentalmente alla giovanissima Sibilla Melega, destinata a diventare l’ultima delle sue mogli.

E.L. – Comunque immagino che in un primo tempo Inge sia stata molto contrariata per non poter consolidare con nozze italiane la sua relazione con Feltrinelli.

D’A – Penso di sì. Ad ogni modo Inge, stabilitasi nella casa avita di Feltrinelli, inaugura con disinvoltura la sua nuova vita da miliardaria. Che però non è una vita oziosa. Chiede e ottiene infatti di essere presto inserita nella casa editrice quale incaricata dei rapporti con editori e autori stranieri e, proprio in questa veste, all’inizio del 1959 accompagna Feltrinelli in un viaggio di circa quattro mesi nel continente nord-americano. A dire il vero, i due prima si sposano in Messico (per lei anche questo è meglio niente) e festeggiano l’evento con una vacanza itinerante che include la Bassa California e Cuba. Poi si fermano a lungo negli Stati Uniti per discutere progetti e scambi di diritti con diversi illustri editori. Ma sono sicuro che incontrano pure alcuni militanti di estrema sinistra.

E.L. – Perché ne sei sicuro?

D’A – Perché proprio al ritorno da quel viaggio Feltrinelli mi dice per la prima volta di avere scoperto, parlandone con gente ben informata, che i massimi poteri degli Stati Uniti si stanno preparando alacremente a fascistizzare tutto l’Occidente e a scatenare la terza guerra mondiale. Io ci scherzo su. Ma di questa presunta scoperta lui continua a vantarsi in giro.

E.L. – E Inge è d’accordo con lui?

D’A – Di certo non in pubblico. Anzi, lei si atteggerà sempre a illuminata intellettuale che, favorita dalla sua importante posizione nell’editoria, vuole contribuire al progresso pacifico, democratico e culturale della società. Tanto che arriverà ad ammettere, quando capita il discorso, che Feltrinelli sia politicamente un po’ troppo radicale e impulsivo…

E.L. – Scusami se ti interrompo. Nel tuo libro sul caso Pasternak tu hai sostenuto che Mosca, dopo l’uscita del “Zhivago” in Italia, non poteva arrendersi all’idea di far mancare i soldi di Feltrinelli alla causa del comunismo…

D’A – Vero. E ho aggiunto che a un certo punto progettò di indurre Feltrinelli (sapendolo affetto da seri complessi, specie da megalomania infantile, e pertanto molto influenzabile) a finanziare quei focolai di guerriglia che si accendevano soprattutto nel Terzo Mondo ed erano appoggiati da Mosca nel quadro della sua strategia planetaria.

E.L. – A questo scopo, però, Mosca doveva individuare chi potesse e volesse manipolare Feltrinelli. In altre parole chi sapesse inculcargli il concetto che soltanto le sinistre rivoluzionarie, quelle già ricorse alle armi o pronte a ricorrervi, fossero veramente in grado di scongiurare il dilagare del fascismo e l’olocausto nucleare. E tu non supponi …

D’A – Al riguardo lasciamo parlare una serie di fatti. Dopo la lunga sosta negli Stati Uniti Inge convince Fertrinelli ad accreditare presso Pasternak e Olga Ivinskaia, compagna e ispiratrice dello scrittore, un proprio amico di Amburgo, il giornalista Heinz Schewe, che sta per trasferirsi a Mosca come corrispondente del quotidiano “Die Welt”. Questi assicurerà alla casa editrice, spiega lei , un canale più che sicuro per concordare con l’autore del “Zhivago” il modo di risolvere i problemi legali e giudiziari che si moltiplicano in parallelo con le nuove edizioni occidentali del “Zhivago”: in concreto per far firmare a Pasternak un contratto più favorevole all’editore, sotto il profilo dei diritti, rispetto a quello stilato inizialmente. Ma Pasternak non firmerà mai il nuovo contratto.

E.L. – Perché?

D’A – Per tre motivi. Primo: firmare il nuovo contratto gli avrebbe attirato nuove persecuzioni da parte del potere sovietico. Secondo: il testo predisposto a Milano implicava la sconfessione di una sua procuratrice parigina che fra l’altro avrebbe dovuto amministrare gli onorari spettanti all’autore per tutte le edizioni del “Zhivago”. Terzo: Il nuovo contratto avrebbe incluso, fra le clausole che lui non gradiva affatto, anche il suo consenso all’utilizzazione cinematografica del Zhivago”.

E.L. – Davvero Pasternak era contrario a un film tratto dal suo romanzo?

D’A – Sì, disse molte volte di temere una banalizzazione. Ma torniamo a Schewe. Il giornalista di Amburgo viene accolto con assoluta fiducia da Psternak e Olga, diventa ospite molto assiduo della casa di lei e dei suoi figli. Comunque il suo comportamento sembra inspiegabile dal momento in cui, poco dopo la morte dello scrittore (30 maggio 1960), Olga e la figlia Irina Emelianova vengono arrestate, processate e condannate a lunghe pene detentive. Il potere sovietico ha preso queste misure per “riabilitare” l’autore del “Zhivago” (un gigante da non regalare per sempre ai nemici dell’URSS) mediante una campagna per demonizzare Olga come una donna avida e intrigante che, complice la figlia, avrebbe tradito e fuorviato Pasternak, “ingenuo ma leale cittadino sovietico”. La campagna diffamatoria, per essere più efficace, doveva però scattare solo dopo che le condanne fossero passate in giudicato.

E.L. – Ci fu dunque un lungo segreto di Stato. Quando cessò?

D’A – Qualcosa cominciò a trapelare, in URSS e in Gran Bretagna, fin dall’inizio di gennaio, ma fu il quotidiano londinese “Daily Telegraph” a rilevare per primo, il 18 dello stesso mese, diversi particolari sul dramma delle due donne. Ebbene, Schewe era l’unico giornalista occidentale che, per aver frequentato la casa di Olga fino alla vigilia dell’arresto, sapeva quel che era successo. Avrebbe potuto fare un scoop giornalistico, soprattutto avrebbe dovuto ricordare che molte volte Pasternak aveva raccomandato a tutti i suoi amici stranieri di suonare le campane a martello se, dopo la sua morte, come presentiva, Olga fosse stata arrestata. E invece non diffuse la notizia, La dette riservatamente solo a Feltrinelli, il quale me la gridò in faccia un mese dopo per accusarmi di essere la causa dell’arresto e quindi per licenziarmi.

E.L. – A quel punto anche tu potevi rivelare la notizia. Che cosa ti trattenne?

D’A – Il sospetto che si trattasse di una balla.

E.L. – Era stato lo stesso Schewe a mettergli in testa che la colpa dell’arresto fosse tua?

D’A – Non lo so. Comunque il 17 gennaio 1961 Schewe mi rivolse la medesima accusa in un’intervista sul “Corriere della Sera”, il più importante giornale italiano. In breve, secondo la sua versione, io avevo irresponsabilmente fatto consegnare ad Olga un grosso pacco di rubli e la polizia l’aveva scoperto: donde l’arresto e poi la condanna per contrabbando di valuta. Le cose però non stavano affatto in questo modo. A cominciare dal 1959 io avevo inviato a Olga, per Pasternak, un paio di somme già convertite in rubli, quelle che potevo permettermi, utilizzando come “corriere” qualche amico molto fidato. Sapevo che Pasternak aveva estremo bisogno di aiuto perché, in seguito allo scandalo sollevato dalle autorità sovietiche quando nell’ottobre 1958 lui era stato insignito del Premio Nobel, l’Unione degli scrittori lo aveva privato delle sue uniche fonti di guadagno.

E.L. – Mi ricordo. Non gli era più permesso di pubblicare o ristampare le proprie opere, nemmeno le magistrali traduzioni dei grandi classici come Shakespeare e Goethe.

D’A – Esatto. Però nel marzo 1960 Feltrinelli (dopo aver ottenuto che la summenzionata procuratrice parigina declinasse il mandato per evitare a Pasternak le conseguenze di un rumoroso procedimento giudiziario minacciato da Milano) mi versò finalmente la somma in dollari che lo scrittore gli aveva chiesto di mettere a mia disposizione quasi un anno prima per consentirmi di gestirla come fondo per rimesse periodiche all’indirizzo di Olga. Il fondo era consistente. Proveniva dagli onorari, senza dubbio molte volte più consistenti, che spettavano allo scrittore per tutte le edizioni del “Zhivago” uscite fino a quel momento in Occidente. Pasternak aveva stabilito l’entità del fondo e me ne aveva affidato la gestione esentandomi dal renderne conto a chicchessia e raccomandandomi di iniziare le rimesse quanto prima possibile. Tutto questo sta scritto nelle sue dichiarazioni autografe, poi pubblicate integralmente.

E.L. – E subito tu cominciasti a organizzare la rimessa di cui parla Schewe…

D’A – Quasi subito. Si trattava di un’operazione complessa e purtroppo potei completarla soltanto dopo la morte di Pasternak, comunque nella certezza di eseguire la sua volontà. Riassumo la fase finale della rimessa. Verso la fine di luglio due giovani coniugi molto legati alla mia famiglia (un medico toscano e una slovena capace di cavarsela col russo) giungono a Mosca en touriste a bordo di un maggiolino Volkswagen dove sono accuratamente nascoste numerose mazzette di rubli. I due prendono posto in un grande albergo pieno di turisti stranieri e si riposano dalle fatiche del lungo viaggio automobilistico.

E.L. – Iniziato dove?

D’A – In Italia, a Roma. Poi i due coniugi hanno attraversato l’Austria, Berlino, Varsavia. All’indomani dell’arrivo a Mosca cominciano a visitare la città, usando esclusivamente mezzi pubblici e guardandosi bene dal servirsi di telefoni. Fra l’altro, avendo ricevuto da me una mappa del centro cittadino e precise istruzioni di comportamento, si fanno portare con un taxi nelle vicinanze della strada (che poi raggiungono a piedi) dove sorge l’edificio in cui abita Olga e lo osservano dall’esterno, senza fermarsi. Nello stesso modo, un paio di giorni dopo, tornano di pomeriggio davanti a quell’edificio e salgono senza preavviso all’appartamento giusto. Apre Olga. Essi, riconoscendola dal modo in cui l’avevo descritta, le porgono un generico biglietto di presentazione (lei ben conosce la mia scrittura) e si informano a gesti se possono parlare liberamente. Possono. Allora concordano che la sera del giorno successivo. per l’esattezza il primo agosto, torneranno con le mazzette di rubli prelevate all’ultimo minuto dal maggiolino e sistemate in due normali borse da viaggio. E ciò avviene puntualmente. Col seguito di una cena che Olga vuole offrire in casa.

E.L. – I “corrieri” ripartono, hanno fatto un lavoro perfetto. Quando e come poi qualcosa va storto?

D’A – Olga ci descrive minutamente in un libro di memorie, “A Captive of Time” (Doubleday, Garden City, New York 1978), le vicende dei quindici giorni che intercorrono dalla visita dei “corrieri” al suo arresto (16 agosto). Ne traggo l’essenziale. Olga confida quasi subito a Schewe, sempre suo assiduo visitatore, l’arrivo dei rubli e lui si mostra costernato. Esclama: “Adesso noi [sic!] siamo spacciati”. Olga nasconde i rubli o parte di essi in una valigia che chiude a chiave e consegna a un’ignara sarta abitante al piano di sotto, dicendole che ripasserà, appena ne avrà il tempo, per decidere le modifiche da apportare agli indumenti che stanno lì dentro. Olga non fa assolutamente menzione di sue grosse spese che possano aver dato nell’occhio.

E.L. – Esiste, di quei giorni, anche una versione di Schewe?

D’A – Nella citata intervista sul “Corriere”, quella in cui mi addita come il colpevole dell’arresto, Schewe sosterrà che Olga aveva attinto al denaro appena ricevuto per comprare una motocicletta al figlio e in quel modo (tanto più che allora pochissime motociclette giravano per Mosca) era incappata incautamente nel mirino della polizia.

E.L. – Se fosse vera la storia della motocicletta cadrebbe il sospetto di una spiata …

D’A – No, la spiata è molto più di un sospetto. Infatti la mattina del 16 agosto, come Olga racconta in “Captive of Time”, diversi agenti fanno direttamente irruzione nell’appartamento della sarta di Olga, forzano la valigia e sequestrano i rubli. In quel momento Olga non è nemmeno a Mosca. Si trova in una casetta di campagna, non molto distante dalla capitale, dove altri agenti, quella stessa mattina, l’arrestano con l’imputazione di aver contrabbandato valuta: imputazione ridicola, ovviamente, perché Olga (al pari della figlia che sarà arrestata una ventina di giorni dopo) mai ha messo piede fuori dell’URSS e mai ha ricevuto banconote estere.

E.L. – E Schewe commenta questo fatto?

D’A – In modo incredibile. Mi riferisco ancora alla sua intervista al “Corriere”. Non che lui parli dell’ incursione nell’appartamento della sarta… Però sostiene testualmente che, date le circostanze, “il tribunale sovietico non poteva far altro che condannare lei [Olga] e la figlia Irina”. In sostanza, finge di ignorare che il processo è stato preceduto da qualche mese di interrogatori nella Lubianka (dove si portano solo gli oppositori politici) e sbrigato in un solo giorno nella più assoluta segretezza, senza testimoni a discarico e senza possibilità di ricorrere in appello. E così sconfessa a priori la sentenza con cui il 2 novembre 1988, al tempo di Gorbaciov, la Corte suprema della Repubblica sovietica russa annullerà quel processo e assolverà pienamente madre e figlia per “insussistenza di reato”.

E.L – Allora si può concludere che Schewe…

D’A – La conclusione su Schewe emergerà fra poco. Nel marzo 1961, cercando di riparare allo scandalo internazionale per la sorte di Olga e figlia, Aleksei Adzhubei, direttore del giornale “Izvestia” (e genero di Krusciov), compie un giro di conferenze in Gran Bretagna. E con l’occasione tira fuori un presunto asso dalla manica. Una lettera in tedesco sequestrata dalla polizia sovietica (poi pubblicata e ripubblicata in Occidente) che Feltrinelli ha inviato ad Olga, nel tentativo di forzarne la volontà, all’indomani della morte di Pasternak. L’editore chiede ad Olga di mandargli al più presto il nuovo contratto per i diritti del “Zhivago” e qualsiasi documento riservato dello scrittore; le spiega che tutto ciò non deve mai capitare “nelle mani delle autorità o della famiglia Pasternak”; e le promette che farà del suo meglio “per evitare pagamenti a terze persone” o, se non dovesse riuscirci, per far sì che “una parte sostanziale del profitto resti per lei e per Irina”.

E.L. – Mi ricordo benissimo. In quella lettera Feltrinelli cita anche Schewe.

D’A – Lo cita eccome. Feltrinelli raccomanda ad Olga di non fidarsi di “nessuno ad eccezione di Schewe”, e poi, se un giorno questo “nostro comune amico” non fosse più a Mosca, di fidarsi soltanto di coloro che le mostreranno “una delle parti mancanti” e ai quali lei mostrerà “l’altra parte” [allegati alla lettera sono due mezzi biglietti italiani da mille lire].

E.L. – Un tocco cospiratorio in cui la propaganda sovietica ha inzuppato il pane. Ma quella lettera non provava affatto che fosse stata Olga, una donna resa molto cauta da tante tragiche esperienze di perseguitata, ad ispirare tante sciocchezze, compresa la superflua raccomandazione di non far cadere le carte riservate nelle mani delle autorità.

D’A – Su questo non può esserci il minimo dubbio. Ma il punto che ora mi preme chiarire è un altro. Sulla base di ciò che sta scritto in quella lettera Schewe dovrebbe essere giudicato dal regime sovietico come un complice di prim’ordine in attività criminose; e in quanto tale, sarebbe a dir poco espulso immediatamente dall’URSS, come accade di regola a qualsiasi corrispondente “borghese” (ossia non comunista) che abbia commesso un’ infrazione sia pure infinitamente più lieve. Invece Schewe può restare tranquillo nell’URSS fino a 1967 (e vi trova anche moglie), fruendo di una”grazia” che è anche la prova definitiva dei suoi servigi al KGB.

E.L. – Prova definitiva come una “pistola fumante” in mano al killer. Ma Inge ha mantenuto anche in seguito rapporti amichevoli con Schewe?

D’A – Che Schewe sia rimasto nel suo ambito familiare è un dato di fatto. Carlo, figlio di Feltrinelli ed Inge, riferisce nel suo libro “Senior Service” (Milano 1999) che nel mezzo degli anni sessanta suo padre e Schewe si tenevano in contatto: se non altro per capire se io avessi una “sponda” americana o sovietica [insomma se fossi al soldo della CIA o del KGB]. Ovviamente la fonte di questa notizia è sua madre, perché all’epoca lui aveva non più di quattro o cinque anni. Di prima mano (anche se forse non all’insaputa di Inge) Carlo racconta poi nello stesso libro di aver fatto una visita a Schewe, in Germania, quando questi era ormai pensionato.

E.L. – Risposta esauriente. Adesso torniamo all’impegno di Inge nella casa editrice, ai suoi viaggi con Feltrinelli…

D’A – Allo scorcio degli anni cinquanta la casa editrice presenta diverse novità significative. Licenziamenti (incluso il mio) e nuove assunzioni, cancellazione di libri tradotti o già in bozze… Più rilevante, tuttavia, è il “maggiore respiro internazionale” che Inge si vanta esplicitamente di promuovere: soprattutto affiancando Feltrinelli, dai primi anni sessanta, in moltissimi viaggi di lavoro nei paesi del Terzo Mondo.

E.L. – I due cercano libri da tradurre?

D’A – In teoria sì. In pratica, invece, quei viaggi hanno per effetto soprattutto l’iniziazione rivoluzionaria dell’editore milanese.

E.L. – Per esempio?

D’A – In Africa, dove per qualche anno si concentra il loro interesse, i due visitano ripetutamente Algeria, Marocco, Guinea, Nigeria, Ghana. Feltrinelli, coadiuvato da Inge, riesce a stabilire rapporti personali con i leader saliti di recente alla ribalta della storia anticoloniale, da Ben Barka a Sékou Touré. In particolare si infervora per la causa dell’indipendenza algerina, dandone la dimostrazione più concreta con l’offrire asilo a Milano, nei locali di un suo istituto, ad alcuni disertori francesi. E nell’estate 1962, grazie alla compiacenza del presidente ghanese Kwame Nkrumah, si infila addirittura fra i delegati dei paesi non allineati all’assemblea di Accra sul disarmo nucleare. Quanto alle scoperte editoriali i giri africani fruttano solo un manoscritto sull’Algeria (magari trovato a Parigi) che lui pubblica anche in lingua originale col proposito di contrabbandarlo in Francia.

E.L. – Effettivamente non è molto…

D’A – In compenso, durante una pausa dei viaggi in Africa, Inge dà alla luce Carlo (marzo 1972). Il neonato è senza dubbio figlio di Feltrinelli, la somiglianza con lui è fuori discussione, e poco importa se nella cerchia dell’editore corre voce che ci sia stato un ricorso all’inseminazione artificiale. Sia come sia, si deve rilevare un fatto. Questo figlio (che il padre subito riconosce e nomina per testamento suo erede universale) sarà determinante nel consentire ad Inge di mantenere la sua presa su Feltrinelli quando fra non molto finirà la loro convivenza sotto lo stesso tetto e soprattutto dopo che lui, alcuni anni più tardi, passerà alla clandestinità.

E.L. – E la passione per Cuba? Quando esattamente comincia?

D’A – Nel gennaio 1964. Inge e Feltrinelli sbarcano a Cuba, dove entrambi sono già stati. Adesso qui tutto è cambiato. C’è Fidel Castro, il socialismo caraibico, il miraggio dell’esplosione rivoluzionaria nell’intera America Latina. Feltrinelli, che di tutto ciò si entusiasma, viene ricevuto varie volte dal lider màximo, ne conquista la benevolenza, può perfino misurarsi con lui in qualche tiro di basket (ripreso dalle istantanee di Inge, l’ex fotoreporter). Anche questo viaggio, va detto, non manca di un contenuto editoriale: ottenere i diritti in esclusiva mondiale sulle memorie di Fidel Castro. Peccato che le memorie non sono state ancora scritte e che l’autore in pectore, pur avendo incassato un generoso acconto, non le scriverà mai.

E.L. – Ma i due torneranno a Cuba anche in seguito?

D’A – Ci tornerà molto spesso Feltrinelli. Ma senza Inge. La ragione è che una svolta significativa interviene di lì a poco nella vita della coppia. Durante una festa affollata lei viene scoperta in estrema intimità con un noto giornalista del PCI, suscitando a dire il vero più perplessità che scandalo. Possibile che una donna come lei, generalmente considerata molto padrona di sé, abbia agito con tanta leggerezza? Ad ogni modo il risultato è che Feltrinelli va ad abitare per conto proprio, lasciando a lei la disponibilità della dimora patrizia, la cura del figlio, l’usufrutto su una cospicua parte del patrimonio familiare e l’incarico di dirigente nella casa editrice.

E.L. – Un po’ troppo. Segno che lui resta succubo della personalità di Inge.

D’A – E’ così e sarà sempre così. Intanto il nuovo assetto non impedisce ad Inge, che conserva intatte tutte le sue funzioni materne e professionali, di incontrare e condizionare Feltrinelli tutte le volte che vuole. E le dà in più la possibilità di dissociarsi in modo naturale da quei viaggi nel Terzo mondo che finirebbero col rendere poco credibile la sua coltivata immagine pubblica di intellettuale progressista ma non rivoluzionaria. Del resto Feltrinelli è ormai caricato e prosegue sulla rotta prefissatagli. Tanto che all’inizio del 1967, visitando Cuba per l’ennesima volta, proclamerà in un discorso al College Habana Libre di aver esaurito il suo compito di editore europeo e di considerarsi soltanto “un combattente contro l’imperialismo”.

E.L. – E come combatte?

D’A – Assume l’incarico di pubblicare l’edizione italiana del bimestrale “Tricontinental”, redatto a Cuba quale organo dell’Organizzazione della solidarietà fra i popoli di Asia, Africa e America Latina; e di quel bimestrale diventa ufficialmente fiduciario e inviato, occupandosi per conseguenza di ulteriori guerre e guerriglie, dal Medio Oriente al Vietnam, dall’Angola all’Uruguay, in breve in una buona parte del terzo Mondo. Non che prenda parte personalmente ad azioni di carattere militare, ma si spinge verso molte delle aree in fermento (mentre le mete di lavoro preferite di Inge sono adesso Parigi, Londra, New York) per incontrare i giusti protagonisti e contribuire alle loro cause con elargizioni di denaro e/o forniture di materiale bellico. Per esempio, subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, incontra, non per ossequiarli solo a parole, Yasser Arafat e altri dirigenti di al Fatah.

E.L. – Per gli affari editoriali, d’ora in poi, lui avrà poco tempo…

D’A – In realtà , prima ancora della sua solenne dichiarazione al College Havana Libre, Feltrinelli ha cominciato a mollare ad Inge, gradualmente, le redini della casa editrice. Anzi, a questo proposito vorrei fare una digressione rispetto al tema dei finanziamenti alle guerriglie. Si tratta di una mia diretta esperienza e testimonianza…

E.L. – Ti ascolto.

D’A – Dopo la scarcerazione di Olga (novembre 1964) prendo un’iniziativa che ormai non può cancellare il “gesto di clemenza” con cui è stata ridotta la sua pena detentiva (e prima ancora quella della figlia). Cioè propongo a Feltrinelli, attraverso il suo principale avvocato, di istituire e presiedere un Premio Pasternak. Per finanziarlo suggerisco di utilizzare legalmente una lettera autografa che Pasternak, alla fine del mio lavoro giornalistico in URSS, aveva inviato per mio tramite a Feltrinelli: una lettera in cui, fra l’altro, gli dava disposizione di versarmi a titolo di compenso la metà di tutti gli onorari del “Zhivago” spettanti all’autore.

E.L. – Una gran bella somma!

D’A – Equivalente oggi a molti milioni di dollari. Perciò su quella lettera, che Pasternak volle farmi leggere in sua presenza, avevo scritto un grosso NO stampatello accanto alle righe che mi riguardavano, spiegando allo scrittore che mai avrei accettato di sottrarre ai suoi onorari una cifra tanto spropositata e augurandogli di venire in possesso prima o poi di tutto ciò cui aveva diritto. Feltrinelli mostrò la lettera, appena l’ebbe ricevuta, a parecchi suoi collaboratori, lodandomi per la rinuncia al denaro…

E.L – Ma la tua rinuncia non impedisce legalmente l’operazione che proponi a Feltrinelli?

D’A – Non l’impedisce perché gli eredi di Pasternak, “per ragioni politiche e morali”, non potranno mai reclamare “quell’oro di Giuda”. Lo ha stabilito nell’ottobre 1961 il vertice del Partito comunista sovietico (PCUS), primo firmatario Mikhail Suslov. Comunque Feltrinelli rigetta la mia proposta senza una parola di spiegazione.

E.L. – Sicché tu inizi una vertenza giudiziaria contro la società editrice.

D’A – Per l’appunto. Motivi di spazio non mi permettono di ricapitolare qui tutte le fasi della vertenza giudiziaria (1965-1972) ch’io finanzio nei primi anni con il residuo del fondo rimesse. Del resto ho già assolto questo compito, con profusione di documenti, nel mio libro sul caso Pasternak; e poi chi volesse accedere direttamente agli atti processuali può rivolgersi all’Archivio di Stato in Roma. Qui, invece, ricorderò per sommi capi gli episodi che provano in modo schiacciante la stretta intesa fra la società editrice (sempre più dominata da Inge) e le competenti autorità sovietiche in tutto il corso della vertenza.

E.L. – Va’ avanti.

D’A – Dopo una lunga e debole contestazione della validità giuridica della citata lettera di Pasternak la società editrice, convintasi ch’io non ne ho fatto una copia (il che è vero), presenta in giudizio una precedente e generica lettera dello scrittore, manomessa con un NO apocrifo, sostenendo che mi sono confuso. Ma, rendendosi conto che questo falso non potrà reggere a lungo, rivela a Mosca ch’io voglio istituire un Premio Pasternak. Mosca si allarma seriamente. Si mobilita. Infatti subito dopo, nel maggio 1966, il vertice del PCUS capovolge la decisione di cinque anni prima stabilendo che i figli di Pasternak potranno ereditare i proventi del “Zhivago” (e quindi intervenire nella mia vertenza), con ciò impedendo che “determinati circoli utilizzino per fini antisovietici le rilevanti somme dello scrittore scomparso”.

E.L. – Qui sembra smentita la proverbiale inefficienza della burocrazia sovietica.

D’A – Non generalizziamo. Ascolta adesso l’esempio di un pasticcio spionistico. Nell’agosto 1967, mentre sto raccogliendo importantitestimonianze a mio favore, una signora russa, Galina Oborina, che mi ha conosciuto a Mosca e poi si è trasferita definitivamente a Roma in seguito al suo matrimonio con un italiano, mi consegna la copia di una lettera dattiloscritta che Pasternak, di cui sarebbe stata da tempo buona amica, le avrebbe dettata e firmata una quindicina di giorni prima di morire, quando già era allettato. Nella copia, si legge fra l’altro, lo scrittore insiste affinché io accetti finalmente la ricompensa che mi aveva proposto nel nostro ultimo incontro.

E.L. – E’ passato molto tempo dalla data della copia. Tu non dubiti…

D’A – L’Oborina mi racconta molte sue vicende che sembrano spiegare il ritardo della consegna. Comunque io chiedo alla signora di andare da un notaio per autenticare la copia. Ciò che lei fa senza battere ciglio. Io allora deposito in giudizio la copia autenticata. E la società editrice propone quasi subito una querela di falso corredata dalle dichiarazioni giurate di due medici sovietici in cui si afferma che Pasternak, alla data indicata nella copia, stava troppo male per dettare e firmare una lettera. L’Oborina si mostra spaventata e rifiuta di testimoniare in giudizio. Io smentirò i due medici sovietici con testimonianze molto qualificate. Una è di Valeri Tarsis, noto scrittore sovietico dissidente costretto all’esilio dopo aver subito un periodo di manicomio sulla base di diagnosi imposte dal potere. E infine, sia pure tanto tempo dopo, arriva il chiarimento: dal cosiddetto Archivio Mitrokhin spunta il nome dell’Oborina quale agente del Secondo direttorato del KGB. Insomma falsa la lettera e falsa la smentita.

E.L. – Ma come finisce la causa di falso?

D’A – Non finirà mai. Intanto per aprirla è necessario che si chiuda formalmente il giudizio in corso, ciò che richiede, senza che io ne capisca il perché, quasi un anno e mezzo. Infatti il procedimento di falso comincia nel gennaio 1969. Da quel momento la società editrice, ormai chiaramente interessata a perdere tempo, non fa altro che chiedere la comparizione degli eredi di Pasternak, ma per essi, ovviamente ignari di quanto succede a Milano, c’è sempre qualcuno che con vari pretesti chiede e ottiene il rinvio delle udienze.

E.L. – Chi sono gli eredi di Pasternak?

D’A – In questo periodo i due figli Evgheni e Leonid. A loro, però, viene presto aggiunta Olga.

E.L. – Inspiegabile.

D’A – E invece no, sta’ a sentire. Verso la fine del 1969 il console generale sovietico a Roma, Ivan Iutkin, mi invita a un colloquio riservato. Ci vado. Faccio una brevissima anticamera, durante la quale una mia vecchia conoscenza di Mosca, Lolli Zamoiski (che poi figurerà come colonnello del KGB nel citato Archivio Mitrokhin), accerta la mia identità con una furtiva occhiata dallo spiraglio di una porta. Iutkin è gentilissimo. Si dice molto dispiaciuto che gli eredi di Pasternak, in particolare la mia carissima Olga, debbano testimoniare contro di me e mi propone di parlarne, per trovare una soluzione, con due alti dirigenti del Collegio giuridico sovietico per l’estero. Mi scappa di dirgli, sorridendo, che da noi i testimoni a proprio favore non sono presi troppo su serio. Comunque, qualche giorno dopo. io e due miei avvocati incontriamo al Consolato generale, in presenza di Iutkin, il vicepresidente del Collegio giuridico Andrei Korobov e un suo assistente con l’aria di autorevole sorvegliante.

E.L. – In altre termini un occhio del KGB?

D’A – Probabile. Ad ogni modo Korobov mi consiglia con lunghi giri di parole pacate e quasi amichevoli di rinunciare alla mio genere di pretesa sugli onorari di Pasternak e a un certo punto io gli domando, per la verità retoricamente, se in questo caso tutte quelle cospicue somme finirebbero davvero nelle tasche degli eredi. Risposta: certamente sì. Una mia espressione di incredulità fa allora scattare il suo assistente. Con voce arrogante costui mi intima di non divagare. Afferma che io sto dimostrando di non nutrire alcun affetto per Olga (inclusa fra gli eredi, ormai è chiaro, con l’intenzione di condizionarmi psicologicamente). E infine mi grida che “oggi si deve decidere se ci lasciamo da amici o da nemici.” Con grande calma gli spiego che l’alternativa è molto seria e perciò mi serve altro tempo per rifletterci. Fine della seduta.

E.L. – Che è anche l’ultima, immagino.

D’A – Naturalmente. Tuttavia devo convincermi che le manovre congiunte di Milano e Mosca non mi permetteranno di arrivare in tempi men che biblici (quindi anche entro i limiti della mia resistenza finanziaria) alla conclusione dell’intera vertenza e al traguardo del Premio Pasternak. Di conseguenza i miei avvocati, in pieno accordo con me, comunicano alla società editrice che io potrei prendere in considerazione la proposta di chiudere la nostra controversia purché ciò avvenga con una transazione che la impegni a rimborsarmi tutte le spese giudiziarie e non giudiziarie che ho sostenuto di tasca mia per arrivare al punto in cui ci troviamo.

E.L. – E la risposta?

D’A – La risposta non arriva e la causa di falso continua a languire fra le convocazioni mancate dei testimoni russi. Però qualcosa di strano avviene fuori dalle aule di giudizio. Il primo marzo 1970 la Società editrice annuncia sui principali quotidiani del mondo di aver stipulato un accordo con gli eredi di Pasternak (ancora i due figli Evgheni e Leonid più Olga) rappresentati da Korobov, il vicepresidente del Collegio giuridico per l’estero. In sostanza la Società editrice avvierà subito le pratiche valutarie per versare quanto dovuto agli eredi di Pasternak e otterrà da questi ultimi il “secondo contratto” perseguito invano per anni. Questo contratto riconoscerà alla Società diritti molto più ampi sulle utilizzazioni del “Zhivago”, comprese quelle diverse dalla stampa, evitandole in questo modo il grosso delle contestazioni legali sollevate finora, soprattutto all’estero, da editori ed altri soggetti coinvolti nel giro d’affari del romanzo.

E.L. – Bel colpo, su questo non c’è che dire.

D’A – C’è da dire tuttavia che i due contraenti, come ad esempio rileva il londinese “Sunday Times”, hanno ignorato il fatto che io ho promosso un’azione legale, tuttora in corso, per rivendicare parte di quel denaro. Il loro accordo è insomma un mostro giuridico. Ma il peggio deve ancora venire.

E.L. – Un altro accordo?

D’A – No, tutt’altra cosa. Il 20 gennaio 1972 diversi grandi quotidiani del pianeta, dal “New York Times” al “Corriere della Sera”, riferiscono che il giorno prima gli eredi di Pasternak avrebbero dovuto presentarsi come testimoni al tribunale dove si celebra (si fa per dire) la causa di falso e invece hanno chiesto per telegramma di rinviare l’udienza, ora fissata al 24 marzo. La lista degli eredi, si legge ancora, ha subito una variazione. Olga è stata cancellata e al suo posto figura Katia, indicata come figlia dello scrittore. Non si tratterebbe di una notizia sensazionale se non per un dato di fatto: lo scrittore non ha mai avuto una figlia e perciò Katia Pasternak è stata inventata dal KGB.

E.L. – Con quale scopo?

D’A – Si può supporre che questa Katia, munita di tutti i necessari documenti falsi, potrebbe dichiarare di aver rinunciato all’eredità per potersi qualificare come testimone. Di sicuro, comunque, non potremo mai saperlo. La morte di Feltrinelli (14 marzo) ha per conseguenza l’annullamento dell’udienza che avrebbe dovuto tenersi dieci giorni dopo. E non solo. A questo punto comincia anche la fine dell’intera vertenza giudiziaria in quanto i miei avversari di Milano devono occuparsi di problemi societari e personali molto più pressanti (fra cui il regolamento finanziario con cui Inge, sborsando molti milioni di dollari, taciterà Sibilla Melega, ultima moglie dell’editore). In concreto la Società editrice ora accetta la transazione che io ho proposto alla fine del 1969 e che sarà eseguita, causa i tempi tecnici, alla fine del 1972.

E.L. – Toglimi una curiosità. Ti tenta mai l’idea di riaprire quel caso?

D’A – Vuoi scherzare? Solo per la verità storica, niente altro, sto citando l’insieme dei fatti che fanno luce sul ruolo di Inge nella vita di Feltrinelli. Anzi, colgo qui l’occasione per dichiarare, a scanso di equivoci, che dalla Società editrice io non pretenderò mai neanche un centesimo. A nessun titolo.

E.L. – Bene, torniamo allora all’impegno di Feltrinelli nel Terzo Mondo. Eravamo rimasti al suo incontro con Arafat.

D’A – Poco dopo quell’incontro l’editore milanese intraprende una missione anomala. Vola in Bolivia, portandosi molto denaro ritirato da un suo conto a New York, nel tentativo di aiutare in qualche modo il Che Guevara braccato nella giungla e l’intellettuale Régis Debrais rinchiuso in carcere. Si sistema in un albergo di la Paz, dove si fa raggiungere dalla moglie Sibilla Melega, ma qualcosa in cui sperava, forse un contatto con qualcuno, non funziona. Le faccenda si potrebbe mettere molto male e invece, buon per lui e Sibilla, si conclude con qualche interrogatorio e l’imbarco forzato su un aereo in partenza dal paese. A questa avventura, comunque, fa seguito un’improvvisa svolta nella visione strategica di Feltrinelli.

E.L. – In che senso?

D’A – Nel senso che Feltrinelli, appena rimpatria dalla Bolivia, concentra la sua attenzione sui prodromi del Sessantotto italiano: manifestazioni studentesche con qualsiasi possibile motivazione, occupazioni di parecchie università, violente proteste antiamericane sullo spunto della guerra del Vietnam e del colpo di Stato in Grecia, scontri fra militanti di sinistra e di destra. Quanto a lui basta per illudersi che anche qui possano funzionare i modelli insurrezionali delle aree sottosviluppate.

E.L. – E quando passa all’applicazione di questa teoria?

D’A – Quasi subito. Per cominciare sceglie la Sardegna, con l’esplicito obiettivo di trasformarla nella “Cuba del Mediterraneo”, facendo levasoprattutto su separatismo e banditismo, due fenomeni locali che spesso si integrano. Ad essi dà manforte sia con finanziamenti generosi sia con forniture di armi, apparecchi per telecomunicazioni e altri materiali utilizzabili per la guerriglia. Con il risultato di contribuire per qualche anno (promovendo anche la costituzione di un “Fronte rivoluzionario sardo per il comunismo”) a scatenare una fitta successione di gravi e gravissimi disordini, incluso perfino il sabotaggio di manovre militari. Inoltre, fin dai primi mesi del 1968, quando le agitazioni degli studenti e degli infiltrati di vario colore si inaspriscono e dilagano in tutto il territorio nazionale, Feltrinelli si convince che in Italia sia imminente un colpo di Stato ordito da CIA, NATO, grande industria e alta finanza.

E.L. – Una ragione di più, immagino, per spingerlo a stringere i tempi dell’azione rivoluzionaria.

D’A – Infatti dal 1968 e soprattutto nel 1969 (l’ anno delle bombe “rosse” e “nere” che in molte parti del paese prendono di mira sedi e simboli istituzionali, banche, borse, esposizioni industriali, stazioni ferroviarie, treni e tralicci elettrici) Feltrinelli avvia e intensifica la frequentazione e il finanziamento di vari gruppi della sinistra combattente, mette in vendita nelle sue grandi librerie apologetici opuscoli sulle guerriglie in corso nel mondo, perfino manuali per costruire bombe molotov e lanciarle con fucili a canne mozze. Per conseguenza i servizi di intelligence lo tengono d’occhio, la magistratura lo interroga e gli infligge qualche lieve condanna, la polizia compie diversi sequestri nella sue librerie, le cronache nazionali si occupano di lui sempre più spesso. Il fatto politicamente più serio, tuttavia, consiste negli attacchi che ora gli sferra la stampa del PCI.

E.L. – Perché dici che è il fatto politicamente più serio?

D’A – Da un quarto abbondante di secolo il PCI ha perseguito l’avvicinamento morbido al potere ed ha quindi avversato risolutamente qualsiasi iniziativa, fosse anche soltanto di carattere giornalistico, che intralciasse la sua marcia da una posizione “più a sinistra”. Figurarsi dunque se può tollerare che “un avventuriero dilettante” tipo Feltrinelli finanzi adesso la nascente ultrasinistra eversiva. Ma la linea morbida del PCI non nasce dal nulla. E’ in piena sintonia con una scelta strategica della politica estera sovietica. E quindi la recente svolta di Feltrinelli è vista da Mosca come uno spinoso problema.

E.L. – E lui se ne rende conto? Reagisce?

D’A – Lui ostenta disprezzo ideologico per il PCI. Accusa i dirigenti di questo partito di “ciarlatanismo ammantato di fraseologia di sinistra”. E non è tenero nemmeno con il regime sovietico che spesso identifica col capitalismo di Stato. Nello stesso tempo Inge si mostra molto costernata per tutti i rischi cui lui si espone, gli dice di essere certa che i sicari del terrorismo neofascista e di vari servizi segreti sono ormai alle sue calcagna; e lo scongiura di defilarsi, di lasciare almeno per un po’ di tempo l’Italia. Nell’autunno 1969 lui alla fine si convince, le dà ragione. Al punto da ripetere più volte agli amici fidati che presto, a Milano o nei dintorni, potrebbe essere rinvenuto il suo cadavere crivellato di colpi. Pertanto prepara il suo definitivo sganciamento dalla casa editrice (di cui conserverà solo formalmente la presidenza) con una ristrutturazione che permette ad Inge di entrare nel consiglio di amministrazione e di assumere la carica di vicepresidente.

E.L. – In pratica, insomma, lei diventa il capo dell’azienda.

D’A – Proprio così. Ad accelerare e modificare le ulteriori mosse di Feltrinelli intervengono d’altronde i fatti che si susseguono a Milano nell’ultimo bimestre del 1969: una manifestazione di operai e studenti che degenera in guerriglia con molti feriti; uno sciopero che culmina con la morte di un giovane agente di polizia colpito alla testa con un tubo di ferro; e infine la bomba che esplode – il 12 dicembre – in una grande banca del centro cittadino provocando diciotto morti e ottantotto feriti. A torto o ragione si diffonde il sospetto che dietro questi fatti possa anche esserci la mano di Feltrinelli. Un giudice ordina a titolo cautelativo il ritiro del suo passaporto e lui nello stesso giorno, con l’aiuto di un contrabbandiere, oltrepassa la frontiera svizzera, deciso a vivere in clandestinità.

E.L. – Clandestinità, se non sbaglio, con molti aspetti donchisciotteschi. Non è questo il momento in cui Feltrinelli vuole tramutarsi da sostenitore di guerriglie in guerrigliero sul campo?

D’A – Certo. Infatti comincia subito a reclutare una sua milizia con il vecchio nome di Gruppi di azione partigiana (GAP) che deve essere pronta nella prossima primavera quale componente dell’Esercito internazionale proletario. Stabilisce che almeno all’inizio, poi si vedrà, il suo principale campo d’azione sarà l’Italia, dove ogni tanto rientrerà, sempre da clandestino, nonostante che il ritiro del suo passaporto venga revocato in febbraio. Vede tutto facile, si monta ancor di più la testa, scrive e pubblica addirittura un opuscolo sull’ordinamento della società postcapitalistica: quella di cui, anche se non lo dice apertamente, si sente il capo futuro. Il 12 marzo Inge, che spesso va a trovarlo, spiega all’ad e al direttore generale della casa editrice, entrambi sinceramente affezionati a Feltrinelli e angosciati per le sue gesta spericolate, che ormai non c’è nulla da fare. “Nessuno può più capirlo… he’s lost [è perduto]” scriverà nel proprio diario. E l’ad lancia l’idea che per salvarlo conviene farlo arrestare.

E.L. – Lei si oppone?

D’A – Credo che semplicemente lasci cadere il discorso. Feltrinelli intanto si aggira vorticosamente in Austria, Svizzera e Francia. Abbastanza spesso, solo per motivi di militanza, mette piede in Italia (munito di documenti falsi, camuffato nei modi più fantasiosi, privo dei suoi tipici baffoni), tenendosi ovviamente alla larga dalla casa editrice e dintorni. Con Inge, che di solito gli porta il figlio ancora bambino, si vede assiduamente in vari luoghi del suo esilio fino a poco prima della fine. E con Sibilla, che per stargli più vicina si è scelta come base un panfilo ormeggiato in Costa Azzurra, trascorre qualche periodo di riposo in una sua villa fra i boschi della Carinzia o fissa improvvisati appuntamenti qua e là: ma non oltre la primavera del 1971, quando lei, non sopportando più le scelte esistenziali del marito, troverà a Roma un nuovo interesse sentimentale.

E.L. – Ma in concreto, a parte i finanziamenti ai gruppi della sinistra armata in Italia e magari in altri paesi europei, quante e quali sono le azioni compiute da Feltrinelli in questa fase finale delle sue avventure? Parlo di azioni eversive.

D’A – Poche e di pochissima rilevanza: messaggi “Radio GAP” che utilizzano apparecchiature tedesche ottenute per vie traverse e talvolta interferiscono con qualche trasmissione televisiva in aree dell’Italia settentrionale; attentati dinamitardi senza serie conseguenze a Milano e dintorni contro cantieri edili dove si sono verificati infortuni sul lavoro e contro imprese appartenenti a sostenitori di formazioni neofasciste. Una delle ultime azioni, una rapina al casino di Saint Vincent, resta allo stato di progetto in considerazione delle scarse probabilità di riuscita. In sostanza Feltrinelli, sempre più dominato dall’ambizione di emergere come grande teorico e capo rivoluzionario, è schiavo di un tragico gioco. Scrive scombinate risoluzioni strategiche, acquista in Svizzera e a Milano appartamenti da usare come covi per i militanti dei GAP; organizza esercitazioni con pistole, fucili e bombe a mano, sottoponendo se stesso e uno sparuto gruppetto di seguaci a esercizi faticosi, a digiuni, perfino all’ingestione di cibi avariati; e infine, per darsi l’aspetto del guerrigliero sul campo, si lava sempre di meno. Una volta Inge, tornando da uno degli incontri con lui, di dice impressionata per averlo trovato molto magro e coi denti ingialliti.

E.L. – Finché nel marzo 1972 il suo tragico gioco finisce all’improvviso…

D’A – All’improvviso e in modo imprevedibile. Il 13 di quel mese, come viene annunciato con largo anticipo, il PCI aprirà a Milano il suo XIII Congresso, destinato a concludersi al quinto giorno con l’elezione di Berlinguer alla carica di segretario generale del partito. Feltrinelli decide subito di intralciare l’evento provocando un massiccio black out della città. A questo scopo ripartisce i suoi Gap in otto piccoli commandos, uno dei quali guidato da lui, con il compito di far saltare simultaneamente altrettanti tralicci dell’alta tensione situati, a molta distanza l’uno dall’altro, nella campagna milanese. Per l’attuazione del piano sceglie la tarda sera del 14. Ma salta l’appuntamento e non salta nessun traliccio. Tutti i commandos, escluso quello formato da lui e altri due uomini, disertano.

E.L. – Quindi Feltrinelli è caduto in una trappola ben predisposta. E’ stato vittima di un vero e proprio complotto, non di un semplice incidente.

D’A – Questo e certo, ma lui non farà in tempo a saperlo. In qualche modo è ferito dall’esplosione di una carica e muore dissanguato ai piedi del traliccio mentre i suoi accompagnatori fuggono con il furgone usato per arrivare sul posto. Il suo cadavere viene scoperto da alcuni contadini nel pomeriggio del 15 e, siccome ha indosso documenti falsi, gli inquirenti non riescono a identificarlo prima della mattina del 16. La successiva inchiesta giudiziaria finisce con l’archiviazione per insufficienza di prove e in giro restano tutte le possibili voci sull’identità dei responsabili: neofascisti, comunisti, servizi segreti italiani, KGB, CIA.

E.L. – Sai se Inge ha fatto qualche ipotesi?

D’A – Francamente no. So soltanto che la mattina del 15 marzo, ossia all’indomani dell’esplosione sotto il traliccio, lei parte per Lugano insieme con il figlio e un notaio, spiegando all’ad della società editrice che Feltrinelli le ha dato appuntamento in quella città alle ore tredici dello stesso giorno per la stesura di un atto riguardante una sua villa in Italia. Poche ore dopo, nel tardo pomeriggio del 15, lei rientra a Milano. Con aria sconvolta informa l’ad, presenti altre persone, che Feltrinelli non si è presentato all’appuntamento; ed aggiunge che lui non si sarebbe mai comportato così, tanto meno potendo incontrare il figlio, se non gli fosse successo qualcosa di terribile.

E.L. – Tutto ciò è strano…

D’A – Stranissimo. Possibile che Feltrinelli abbia nascosto ad Inge, pur considerandola fino all’ultimo la sua compagna rivoluzionaria, quell’attentato dinamitardo che progettava da un po’ di tempo? Possibile che Feltrinelli le abbia dato appuntamento a Lugano, per una pratica notarile, solo poche ore dopo l’attentato? O che non abbia avuto modo di disdire l’appuntamento se per qualche imprevista evenienza fosse stato spostato il giorno dell’operazione? Io penso che in realtà Inge abbia messo in scena l’appuntamento di Lugano per far testimoniare, se mai fosse stata sfiorata da qualche sospetto nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria, che lei non sapesse nulla dell’attentato in preparazione e quindi non potesse essere accusata di omessa denuncia o di complicità.

E.L. – Bene, siamo arrivati alla fine di questa storia. Ora ti chiedo di concludere l’intervista con una valutazione sintetica della vera misura in cui Inge ha inciso sulla vita di Feltrinelli e quindi sul caso Pasternak.

D’A – Fin qui io ho riferito esclusivamente fatti incontrovertibili. Sono quelli descritti in note pubblicazioni non prevenute verso i protagonisti di cui ho trattato e da loro mai contestate (ma delle quali mi impegno a precisare in questo stesso foglio, su eventuali richieste dei lettori, i titoli e le pagine). Sono i fatti provati dagli atti della mia vertenza giudiziaria, da alcuni documenti degli archivi sovietici, da numerosi articoli e commenti di grandi giornali. Ciò detto, posso dichiarare che questi fatti, ove se ne considerino coincidenze temporali e connessioni logiche, sollevano immancabilmente pesanti interrogativi.

E.L. – Precisiamoli.

D’A – Primo: E’ stata Inge, per via diretta o indiretta, per convinzione ideologica o voglia di ricchezza, ad accettare l’incarico di manipolare psicologicamente Feltrinelli con l’intento di farne un finanziatore di guerriglie? Ossia è stata lei a rendersi corresponsabile, sia pure moralmente, della fine dell’editore milanese?

E.L. – E il secondo interrogativo?

D’A – E’ stata Inge, nel corso della mia vicenda giudiziaria con la società editrice, a governare il coordinamento di Milano con Mosca in un carosello di spie sovietiche, documenti truccati, false testimonianze e tentativi di intimidazione nei miei confronti? Ossia è stata lei ad impedire l’istituzione di un premio Pasternak e ad assicurarsi per giunta quel nuovo e più vantaggioso contratto editoriale che l’autore non avrebbe mai firmato?

E.L. – Chiaro, anzi chiarissimo. Grazie a te anche a nome dei miei amici.

D’A – Grazie a te

PREDICHE E PREDICATORI, di Antonio de Martini

PREDICHE E PREDICATORI

Stasera 17 settembre, la RAI – il TG1- ha mostrato il Presidente della Repubblica inaugurare all’isola d’Elba, l’anno scolastico di una scuola.

E’ la venisettesima volta in trenta giorni che l’esimio Presidente si scaglia, con sguardi di odio e solenni parole, contro l’odio che viene sparso tra gli italiani.

Il tema , per la venisettesima volta quest’anno, è costituito dalle leggi razziali varate dal fascismo – la parte ” ruffiana” psicologicamente prigioniera della Germania – nel luglio del 1938.

Le leggi razziali non ci sono più, anzi la Repubblica ha rimediato alle esclusioni varando apposita legge che ha allungato i limiti di età degli impiegati statali di cinque anni in modo da consentire il recupero delle carriere.

E’ in virtù di questa legge _ del governo centrista- che Pacciardi potè far nominare il Generale Liuzzi a capo di Stato Maggiore dell’Esercito per ben cinque anni.

Sono passati ottanta anni dalle leggi e settantacinque dalla loro abolizione, senza che nessuna autorità ne facesse uso in pubbliche cerimonie , compresi gli immediati predecessori Napolitano e Scalfaro e Cossiga.

Ci si limitava alla commemorazione delle stragi di Sant’Anna di Stazzema , alle fosse ardeatine e al campo di concentramento di San Saba e un paio di volte ai fratelli Cervi ( in occasione di un film sul tema).

Questo martellamento comunicazionale nell’estate del 2018 ha certamente una sua ragione e non è giustificato da una captatio benevolentiae verso la colonia ebraica italiana che non supera i cinquantamila soggetti nemmeno contando i gatti di casa.

Gli stessi rappresentanti delle comunità ebraiche si sono distinti in positivo per la sobrietà dei tre interventi compiuti in Tv.

Poiché a pensar male si fa peccato, ma generalmente si coglie nel segno e dacché sarei già un peccatore incallito e – peccato più, peccato meno – non ci faccio caso, azzardo una ipotesi fondata sul ragionamento e non sulle emozioni che ormai troppi politici evocano..

Quando si insiste con tanta ripetitività nella comunicazione e si continua a parlare di odio senza indicare gli untori, deduco che il discorso del Presidente mira a suscitare emotività e non ragionamenti di tipo etico o paralleli politici che si lasciano alla immaginazione delle famiglie riunite a cena.

Signor Presidente,

Ritengo che qualcuno, nel suo entourage e con legami esteri non effimeri, miri, con questo martellamento, a suscitare reazioni, non solo politiche ( e già questo sarebbe un fatto molto grave) contro la comunità ebraica italiana per poter mettere in stato di accusa ( se si scatena la fantasia malata di qualche psicolabile) una delle componenti del governo e facilitare lo sganciamento dell’altra compagine da un governo che rischia la popolarità paradossale quanto le pare, ma popolarità.

A conferma di questo mio giudizio temerario, il TG 1 ha presentato un filmato che si armonizza con questa ipotesi, risuscitando Buttiglione, D’Alema e Bossi e dedicando loro un servizio al ” patto della crostata” con cui Bossi fu convinto a far cadere il governo Berlusconi. In più si è soffermato sulle immagini di Scalfaro che stringe la mano a Bossi al Quirinale.

Per chi, come me, ha fatto comunicazione per tutta la vita, le immagini e l’ossessiva ripetizione del discorsetto falso-pacificatore sono sufficentemente eloquenti. Ma ho anche un’altra esperienza fatta seguendo la politica.

Nelle immediate viglie elettorali degli anni cinquanta e sessanta, ignoti imbrattavano di catrame le tombe del cimitero ebraico, il quotidiano ” Il Tempo” , che aveva fino allora tirato la volata alla destra, cambiava repentinamente orientamento e raccomandava di votare per la Democrazia Cristiana. Posso rispolverare anche altri ricordi del genere che spero non dover fare per carità di Patria.

Si, signor Presidente, in Italia c’è chi predica odio, da sempre. Ma non era mai successo che il pulpito fosse posto tanto in alto.

cretini e (AL) potere, di Antonio de Martini

Aneddoti e ricostruzioni illuminanti_Giuseppe Germinario

LARGO AI CRETINI

I giovani italiani degli anni 50, ebbero le prime notizie della guerra da un libro che riscosse notorietà: Navi e Poltrone di Antonino Trizzino.

Il libro, molto preciso nella descriziomne degli eventi, narra le vicissitudini della guerra navale nel Mediterraneo, attribuendo, senza prove, le nostre perdite e sconfitte al tradimento di alti gradi della Marina.

Ora che le vicende belliche passate non interessano più granché, la storiografia ci sta spiegando che gli inglesi disponevano delle chiavi dei cifrari tedeschi, giapponesi ed anche italiani.

abbiamo anche appreso che gli inglesi ( e i tedeschi) avevano il radar, frutto delle ricerche di Guglielmo Marconi e della società che aveva creato in Gran Bretagna, perché nella natia Bologna nessuno se lo era filato.

Gli inglesi protessero i loro progressi tecnologici con grande cura, disposti anche a perdere una battaglia pur di non rivelare come vincevano le guerre. L’industria e lo stato si coordinavano in uno sforzo nazionale coordinato.

Noi italiani siamo invece ancora oggi in preda ad atteggiamenti paranoici che cercano la spiegazione di tutto nel tradimento della Patria, nell’odio tra italiani e nell’intrigo. Si cerca tutto e non si spiega nulla. Come a Genova oggi.

Nella realtà italiana di sempre, c’è diffidenza generalizzata verso il nuovo, malattie mentali diventate moda apprezzabile, disprezzo verso la tecnologia, ammirazione verso la furbizia da tre soldi e ricerca delle apparenze.

Esempi?

La tecnologia: Guglielmo Marconi fu nominato presidente della Accademia d’Italia, ma le sue scoperte considerate utili solo per la propaganda, al punto che il Vaticano lo sciolse dal vincolo matrimoniale in cambio della costruzione della Radio vaticana.

Fermi fu lasciato partire ( per le sciagurate leggi razziali che colpivano la moglie) benché avesse già posto le basi dell’energia nucleare. Un concorrente in meno per la cattedra.

La megalomania: aver fatto la guerra senza mai essersi chiesti come mai il nemico di notte ci vedeva e noi no.
Come mai le nostre navi venivano intercettate in mare e affondate. Come mai i nostri rifornimenti erano colpiti con precisione millimetrica. .

Il pressapochismo: dopo l’occupazione dell’Albania, ci addentrammo in territorio greco con pattuglie e scoprimmo che i greci stavano fortificando a ritmo forsennato la zona di accesso verso Atene. I nostri avvertirono l’alto comando che senza un attacco immediato non sarenno più potuti passare.

L’alto comando ignorò l’avvertimento ( come oggi furono ignorati gli avvertimenti del ponte di Genova….).

L’autoassoluzione per evitare accuse agli amici: Dopo l’attacco al porto di Taranto dove ci silurarono in porto una corazzata ed altro noviglio, quando una commissione tedesca ( su richiesta giapponese…) ci chiese quali ammaestramenti avessimo tratto dall’evento, rispondemmo che si era trattato di una fatalità che ci colse di sorpresa !

L’intelligence inglese, invece, capì dall’interessamento giapponese ( nella commissione tedesca che venne a indagare, c’era una spia) che il giappone aveva deciso un attacco aeronavale e capi ( dalle domande circostanziate dei giapponesi) che si sarebbe trattato di Pearl Harbour.

La persecuzione dei capaci: Felice Ippolito aveva portato l’ente italiano per l’energia nucleare a livelli di eccellenza: Lo accusarono di aver usato a Cortina d’Ampezzo la jeep dell’ente per una gita. la coalizione dei cretini ( dal magistrato al politico, al giornalista) fece il resto. Al fisofofo Gallupi, offrirono la possibilità di un concorso a cattedra a Napoli, solo dopo che assurse a fama europea.

Anni dopo, Achille Albonetti, sempre del CNEN, subì la stessa sorte a causa del suo attivismo.

L’assessore di Roma – non ricordo più il nome) che costruì lo svincolo del muro torto e i sottopassaggi dei lungotevere ( senza i quali la circolazione sarebbe impossibile oggi) fu scartato dalla DC e i suoi piani bocciati, per timore che diventasse sindaco.

I dieci eminenti cittadini che fecero un ” appello per una Nuova Repubblica” denunziando la partitocrazia nel 1965, subirono l’ostracismo per trenta anni.
Giano Accame, quando si accorsero di lui, non trovò un posto per oltre venti anni, dato che ogni direttore temette di essere soppiantato da uno scrittore tanto più capace.

Il generale Mori, riesce a catturare il capo della Mafia? Da quel giorno, – sono passati quattordici o quindici anni, è sotto inchiesta per motivi cangianti come la pelle di un camaleonte. L’unica costante è il gruppo dei cretini che ne ha ostacolato la carriera.

Cambiano i regimi, le ideologie e i governanti, ma la selezione a rovescio della classe dirigente è il presidio dell’equilibrio di potere nelle città come nei governi nazionali: l’intelligenza, la cultura e il senso del dovere devono soccombere di fronte alle esigenze dei mediocri e degli ignoranti che trionfano.

Insomma, da quando i costruttori dell’impero di Roma si trasferirono a Costantinopoli ( La nuova Roma ) lasciando la città in mano a schiavi, liberti ed eunuchi, , questi crearono la cultura del dominio dei mediocri in un atteggiamento permanente contro l’eccellenza, la capacità e il valore individuale.

E il cristianesimo è il custode di questa ideologia della mediocrità imbelle presentata come “amore per i più svantaggiati, deboli e i giovani”. Di che amore si tratti in realtà, cominciano a scoprirlo in questi giorni anche i più distratti..

IL CASO DE LORENZO ALTRA PROVA DEL PREVALERE DEI CRETINI.

Tra i casi di persone capaci e intelligenti oppresse dai mediocri, merita un citazione speciale quello del generale Giovanni de Lorenzo.

Dopo la defenestrazione del generale Cadorna che fece seguito a Caporetto nel 1917, è stato l’unico caso di un generale destituito dall’incarico di capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

L’accusa lanciata dal settimanale l’Espresso era di aver tentato un colpo di Stato con la complicità del Presidente della Repubblica Antonio Segni mentre era comandante generale dell’arma dei carabinieri.
In realtà colpiva il capo di Stato maggiore che aveva cancellato un triennio di forniture FIAT concordate con il predecessore ( Aloia).

L’occasione nacque perché de Lorenzo ( penna bianca per i suoi del SIFAR) si era attirato le ire del nuovo presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, per aver – come da compito di istituto- indagato sui candidati alla presidenza.

Il capo del centro di controspionaggio di Roma – il colonnello Fiorani- aveva rivelato i dettagli della inchiesta al figlio di Saragat suo compagno di merende a Parigi dove entrambi avevano lavorato in Ambasciata.

Quando Saragat chiese di vedere il dossier, gli fu risposto che era stato distrutto – vero- ma Fiorani spiegò che se fosse stata fatta una richiesta di informazioni all’Arma territoriale, si sarebbe poptuto ricostruire il dossier.

La ricostruzione – riguardava i comportamenti malati del padre del presidente caduti sotto l’occhio dei CC di Torino e la vicenda del fratello morto suicida sul pianerottolo di una prostituta – scatenò l’ira furibonda dell’interessato che chiese l’immediato arresto di de Lorenzo.

Ci volle del bello e del buono per dissuaderlo e ad accontentarsi della destituzione, ma aveva fatto i conti senza le cautele prese dall’ex capo servizio che aveva custodito copiosa documentazione, penalmente rilevante, a carico dei più bei nomi della classe di governo.

Trattative furono svolte tramite un consigliere di Stato ( Lugo) , gli fu offerta la nomina ad Ambasciatore ( in Brasile), ma il generale tenne duro e giunse a querelare l’Espresso, ma fu tutto inutile.

Dalla CIA giunse il generale Walters che tentò una mediazione , ben sapendo che de Lorenzo si era limitato a compiere doveri previsti dai protocolli NATO ( ad es schdatura degli elementi comunisti attivi anche sul piano clandestino) e di quelli presenti nelle FFAA ( circolare R/300).

De Lorenzo fu destituito come se avesse perso una guerra e per difendersi dall’ arresto si fece eleggere deputato.

Al suo posto, nominarono il generale Vedovato , fratello di un deputato DC.

Il suo autista, fedele e ncolpevole, fu trasferito alla stazione di Acilia in modo che dovesse fare un paio di ore di viaggio ogni giorno per recarsi in caserrma.

Tutto questo fu reso più facile dal tradimento della fiducia posta da de Lorenzo nel generale Allavena che lo aveva sostituito al SIFAR. Un soggetto meno che mediocre al cui fratello la FIAT diede una concessionaria ancora attiva.

Poco dopo Allavena scopri di avere un cancro allo stato terminale. Scrisse, a riprova della mediocrità, su carta intestata, una lettera al suo vecchio capo ammettendo che , se avesse saputo di morire in così breve tempo, non l’avrebbe tradito.

La storia è lunga e l’ho condensata in sei post sul http://corrieredellacollera.com dei mesi di settembre e ottobre 2011 se qualcuno volesse tutti i dettagli.

Quel che conta ai fini di questa storia, è che appena sorse un uomo che aveva reso l’intelligenceitaliano interlocutore privilegiato degli USA nel Mediterraneo e al costo di settemila biciclette aveva convinto l’Alfa Romeo a cedere tremila Giuliette motorizzando le forze dell’ordine, il sistema ( Agnelli ) lo espulse e colpì senza badare agli uomini ne ai mezzi.

e tanto meno alle istituzioni.
I mediocri coi miliardi sono una vera iattura.

A PROPOSITO DEI CRETINI ECCO UN ESEMPIO A SPESE DI UN PICCOLO MAGGIORE E DELL’ITALIA.

Maggiore, ebreo, istriano, piccolo di statura. Il maggiore Pettorelli Lalatta ( all’epoca Finzi), capo del servizio “I” della Prima Armata schierata in trentino nel 1917 ha un colpo di fortuna: un sottufficiale boemo si presenta alle nostre linee come ” parlamentario” a nome del suo comandante di battaglione. Vogliono disertare trattandone i termini.

Il maggiore intuisce che potrebbe essere vero, va in prima linea, attraversa le trincee e incontra il tenente PIVKO, comandante di un battaglione bosniaco, nativo sloveno, che ha deciso di non limitarsi a disertare, ma di infliggere il massimo dei danni alla prosopopea austro-ungarica.

In pochi pericolosi incontri notturni sul fronte fanno un piano. Carzano è a soli 40 km da Trento e la zona è difesa da un velo di truppe dato che il grosso viene ammassato in Veneto dove si sta preparando un attacco frontale.

Una penetrazione a sorpresa prenderebbe alle spalle l’intero esercito nemico e porrebbe termine alla guerra.

Finzi riesce fortunosamente a giungere fino a Cadorna che approva il piano audacissimo.

Finzi studia ogni particolare: gli uomini fedeli a Pivko faranno da guide ai nostri reparti, mentre agli altri militari nemici verrà dato vino con oppio per addormentarli. Tutta la linea tenuta dal battaglione sarà sgombra per l’intera notte.

Come da promessa a Cadorna, Finzi parte alla testa del primo reparto di bersaglieri incaricato di prendere Carzano e assicurare il passaggio al resto dei nostri approfittando della notte. la strada è una valle priva di ostacoli. Al mattino , entrando in una Trento sguarnita di forze, la guerra sarà praticamente vinta. Cadorna assegna due divisioni della prima Armata a questa operazione.

Quando dopo ore di trepidazione Finzi torna indietro per vedere come mai la brigata comandata dal generale Zincone che doveva essere la prima a partire, non avanza, si accorge che – benché consapevoli che la via fosse libera- i soldati vengono avviati per un camminamento singolo dilatando i tempi come se fossero di giorno e sotto il fuoco.

Cerca Zincone e lo trova semi sbronzo assieme al comandante di Armata – il generale ETNA, un figlio naturale del re – mentre stanno disputandosi a tavolino l’onore di entrare a Trento.

Invita Zincone a muovere rapisissimo la brigata. Il vile rifiuta.

Ormai albeggia, le vedette dell’artiglieria austriaca danno l’allarme, inizia il fuoco di sbarramento, affluiscono in tutta fretta reparti raffazonati di riserva. Il battaglione di bersaglieri che presidiava Carzano viene sterminato.

La reazione di Cadorna è furibonda: una commissione presieduta dal generale Pecori Giraldi indaga e riferisce.

L’essere figlio naturale del re non salva Etna che assieme a Zincone vengono destituiti e le divisioni componenti la prima armata – che viene sciolta- vengono assegnate alle altre grandi unità.

Lo stato maggiore dell’Armata che aveva osteggiato il piccolo maggiore che aveva osato fare da solo un piano audace e fattibile viene disperso.

A Finzi, decorato dell’Ordine Militare di Savoia ( la massima onorificenza) , viene tappata la bocca. e quando nel 1928 pubblica un libro sulla ” Occasione perduta” di Carzano, il libro viene sequestrato. Cadorna scrive in quei giorni al figlio che ha provato “la più grande furia di tutta la guerra”.

Un mese dopo gli austriaci attaccano a Caporetto.

Se avessimo sfondato, non ci sarebbe stata ne Caporetto, ne la rivoluzione russa di ottobre dato il crollo austriaco.

Sabato e domenica 16 settembre prossimo, a Carzano si commemora il sacrificio dei nostri bersaglieri assieme ai quali ha voluto essere sepolto anche il piccolo maggiore diventato generale. Partecipa tutto il paese.
Partecipa, come ogni anno, una rappresentanza austriaca, la associazine bersaglieri con fanfare locali e nessuno dello Stato Maggiore dell’Esercito. Meglio così.

Tra i bersaglieri di Carzano, c’era un certo Mursia ed è all’omonimo all’editore, discendente del bersagliere, che dobbiamo la fortuna di una limitata ristampa dell’opera dell’ormai generale Pettorelli Lalatta negli anni sessanta.

Il tenente Ljudevit Pivko, considerato in Slovenia un eroe nazionale, finì la guerra al comando di un battaglione italiano e contribuì alla creazione di reparti di irredentisti slavi.
Il sottufficiale che fece da “parlamentario”, quando nel 1938 Hitler occupò la Cecoslovacchia, fu impiccato.

Il libro di memorie, interessantissimo, di Pivko, ” Abbiamo vinto l’Austria Ungheria” è edito in italiano dalla Goriziana.

PER FINIRE

Dopo il martellamento sistematico dei media che tendono a colpevolizzare tutti gli italiani per ” le persecuzioni antiebraiche” credo sia il momento di intervenire e chiarire – se necessario con più post – che un popolo intero non è mai razzista al completo, nemmeno i tedeschi.

Si tratta di decisioni prese a tavolino per delegittimare, quando non addirittura derubare intere categorie di cittadini.

La vicenda, sordida in ogni aspetto, inizia, come al solito, con i pareri di autorevoli esperti. In questo caso di dieci ” scienziati” di cui però nessuno fa il nome, perché aprirono la via alle persecuzioni, alla sostituzione di libri di testo, alla decadenza da cattedre universitarie, alla disponibilità di posti nel pubblico impiego, fino all’assecondare le persecuzioni fisiche una volta iniziata la guerra.

Il 14 luglio 1938, si noti la data, i seguenti professori pubblicarono il Manifesto che diede una “base scientifica” all’esistenza di una ” razza italiana”.

Firmatari, furono i professori:

Lino Businco
Lidio Cipriani
Arturo Donaggio
Leone Franzi
Guido Landra
Nicola Pende
Marcello Ricci
Franco Savorgnan
Sabato Visco
Edoardo Zavattari

A ottobre, il Gran Consiglio del Fascismo emanò una direttiva su come trattare gli ebrei e il 17 Novembre, il re Vittorio Emanuele III firmò una delibera del Consiglio dei ministri , addirittura inasprita rispetto a quanto chiesto da Gran Consiglio.

Le banche non furono da meno: Poiché un ebreo non poteva possedere terreni con un estimo superiore a cinquemila lire e proprietà di valore che superasse le ventimila, si aprì un lucroso mercato.

Venne costituito un ENTE PUBBLICO : l’EGELI ( Ente per la gestione e liquidazione immobiliare con Regio Devreto del 27 marzo 1939).

I beni sottratti ai legittimi proprietari vennero gestiti da diciannove banche tra le quali: ISTITUTO SAN PAOLO di TORINO; MONTE DEI PASCHI di SIENA; CASSA DI RISPARMIO DELLE PROVINCIE LOMBARDE; ISTITUTO DI CREDITO FONDIARIO DELLE VENEZIE e di VERONA: ecc
Noterete tutti l’assenza del Banco di Napoli e di altri istituti meridionali.

I dieci ” scienziati” non si limitarono agli scritti, presero accordi diretti e operativi con Hitler, Himmler ed altri, alimentarono il dibattito con un apposito ufficio ( che si disputrono tra Visco e Pende) e con la rivista ” La Difesa della Razza” cui collaborò Amintore Fanfani oltre che il futuro PCI Zangrandi.

A presiedere ” Il tribunale della razza” , un giurista di vaglia, ( stavo per dire di razza) primo presidente della Corte d’Appello: Gaetano Azzariti, che divenne nel 1957 il primo presidente della Corte Costituzionale di questa Repubblica.

Al dibattito partecipò volentieri anche ” La civiltà cattolica “, rivista dei gesuiti, auspicando “una soluzione del problema ghetto”.
Durante il conflitto, furono deportati ottomila ebrei italiani ( di cui 700 bambini).
Al manifesto aderirono 300 personalità a partire dai principali gerarchi ed alcuni intellettuali che non avreste mai dett.

Il grosso del popolo rimase estraneo a questa scelta sciagurata che divise un popolo fino ad allora non aveva conosciuto fratture di rilievo.

E’ lo stesso senso di estraneità che proviamo oggi di fronte alle commemorazioni fasulle che la TV ci impone oggi, ma senza fare nomi per non dispiacere ai parenti ancora annidati in RAI.
.

Va detto che esistettero anche oppositori fieri e dignitosi e il numero dei più attivi buoni pareggia, grosso modo, quello dei più cattivi di segno opposto.

In Israele hanno creato il Muro dei Giusti che ospita 17.500 nomi. Di questi 295 ( tra cui Perlasca) sono italiani.

Centocinque istituti religiosi della capitale ospitarono ebrei in fuga. Come vedete, l’Italia si divise a metà e i soliti zeloti conformisti cretini si annidarono dove poterono ( ministeri, enti, polizie) , sopravvissero alla reazione post bellica e ci hanno governato con riti e decreti ( e sequestri di beni da amministrare con discrezione) similari solo che hanno cambiato bersagli. Con gli ebrei non conviene più.

Questi ed altri dettagli – e tanti altri nomi illustri – potrete leggerli nel bel libro di un amico oggi purtroppo scomparso, FRANCO CUOMO.

Si intitola ” I DIECI” edito tra i saggi di BADINI, CASTOLDI; DALAI

Da questo resoconto sommario, si deduce che la legge dei cretini è valida anche quando la storia segna i momenti di lutto più tragici.
Resistono a tutto e tronano a galla.

Sulla via del tramonto, di Antonio de Martini

Il breve scritto di Antonio de Martini riveste una grande importanza. Per giorni l’intero sistema di informazione tedesco, prontamente ripreso anche da quello italiano, ha denunciato a spron battuto gli assalti proditori di gruppi di estrema destra a danno di immigrati nella città tedesca di Chemnitz, ex KarlMarxstadt. Le proteste sono partite con l’ennesimo episodio di selvaggio accoltellamento di cittadini inermi, nella fattispecie intenti a prelevare con il bancomat, ad opera di immigrati regolarmente provvisti di coltello. L’ultimo efferato episodio è culminato con la morte del depredato e il ferimento di altri cittadini giunti a soccorso del malcapitato ad opera inizialmente di due immigrati ai quali si sono aggiunti una ulteriore torma di malintenzionati della stessa origine. La manifestazione di protesta più significativa è stato l’assedio per strada di un centinaio di immigrati raccoltisi ad opera di un migliaio di cittadini, compresi anche neonazisti, i quali hanno provveduto a sequestrare a tutti l’arnese così familiare e a consegnare quindi il bottino di un centinaio di coltelli alla locale stazione di polizia. Tanto clamore sul crescente razzismo ha fatto da controcanto alla coltre di silenzio mediatico sugli innumerevoli episodi di violenza, anche estrema, anche di gruppo, verificatisi nelle città tedesche vittime delle ultime massicce ondate di immigrazione incontrollata. Qualcuno comincia a pagare il fio di cotanta manipolazione. Quando in Italia? Buona lettura_Giuseppe Germinario

Hans-Georg Maaßen e Angela Merkel sono alla crisi del settimo anno.

Hans è stato per oltre sei anni a capo del Bfd, il servizio segreto interno della Repubblica federale tedesca.

Angela, la sua referente politica cui egli deve la nomina.
Proprio ieri, Hans ha fatto una dichiarazione molto precisa.

Smentendo la Cancelliera: ha detto che i video apparsi su internet in cui attivisti di estrema destra assaltavano immigrati, era falso e che al suo servizio non risultavano tafferugli di sorta, nemmeno lievi in quel di Chemnitz.

Durante il periodo della DDR ( Repubblica democratica tedesca) Chemnitz aveva un altro nome: si chiamava Karl Marx Stadt.

Evidentemente qualcuno fidava nel silenzio assenso dei cittadini, trascurando il fatto che il nome nuovo era stato sradicato a viva forza dopo la caduta del muro.

Un’altra ” fake news” di origine governativa.
Il bravo servitore dello stato, è stato convocato davanti alla commissione parlamentare per rispondere della sua dichiarazione . Hans-Georg Maaßen, dovrà trovarsi presto un altro lavoro, ma conserva il decoro.

MORIRE PER IDLIB?, di Antonio de Martini

MORIRE PER IDLIB?

Idlib é un paesotto – censimento del 2004- inferiore a centomila abitanti a cinquecento metri di altezza e a meno di 60 km a sud di Aleppo.

Diciamo che con il tempo e i rifugiati sia salita a centosessantamila ed ora è raddoppiata.

Già , ricordate il can can per Aleppo ?
Il servizio di propaganda israelo-americano insiste nella ripetizione del ritornello già usato per Aleppo, ricordate? sembrava la Danzica del nuovo secolo.

Alti lai, minacce ripetute, timore di stragi di innocenti bambini, con il coro di tutte le ONG felici di poter distrarre i sovventori dalle inchieste per abusi sessuali ed uso dei fondi a fini di prostituzione in cui sono invischiate.

Anche per Aleppo si sono inventati i numeri e li hanno strombazzati ai quattro venti. La gente non si commuove più per gli adulti? Si citano i bambini che sulle mamme fanno sempre effetto.
Sono stufi di morti e non seguono più? Minacciamoli con tre milioni di nuovi profughi.

Quattro milioni di rifugiati in sette anni da tutta la Siria e tre milioni in un anno concentrati in una cittadina grande quanto Bologna ? La geografia non la studiano più nemmeno in USA o Israele…

In questi giorni Israele , sta osando più di tutti e ha effettuato due incursioni aere ravvicinate colpendo due depositi di munizioni. Tutto, pur di impedire o ritardare il più possibile una azione militare governativa di successo .

I motivi di tanto accanimento propagandistico e politico sono tre. Due importanti e uno importantissimo.

a) se viene liberata Idlib , finisce la guerra e finisce il salasso di uomini e mezzi sia degli iraniani che dei russi, mentre l’idea è di condurre la guerra in parallelo con quella Afgana che è entrata nel diciassettesimo anno e che i russi riforniscono.

b) Fino a che Idlib resta in bilico, resta in bilico anche la delicata posizione politica turca cui fu fatto balenare il miraggio di un incremento territoriale sulla direttrice Alessandretta- Mossul. Finito anche quello, ci sarebbe un ancor più deciso irrigidimento di Erdogan verso gli USA.

c) Più i siriani sono impegnati nel Nord, alla frontiera turca, più restano – così sperano a Tel Aviv – lontani dalla frontiera israeliana che è la vera, comprensibile , preoccupazione degli israeliani e anche degli USA. Hanno fatto un sito ” southfront” che inonda di notizie guerresche che fissano l’attenzione su qualsiasi movimento NON si svolga alla frontiera israeliana.

Con un esercito siriano ( ed Hezbollah) collaudati da una campagna lunga e difficile e una intera frontiera siriana e libanese da sorvegliare ( senza contare Gaza e il sempre possibile contagio giordano) devono essere mobilitate almeno due brigate e i civili israeliani danno segni crescenti di stanchezza per i continui richiami, per l’incertezza di vita nelle zone di frontiera e per i rallentamenti economici procurati dai riservisti di terra e di cielo.

PANEBIANCO e le fedeltà assolute; ma non alla verità_ Due articoli di Antonio de Martini

gli articoli si riferiscono al seguente editoriale del corriere della sera https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_01/i-pericoli-legame-mosca-ae02bf28-ad48-11e8-aed0-106e9275cc0a.shtml

PANEBIANCO? NO, CRUSCA E ANCHE MALEODORANTE !

Sul ” Corriere della sera” di oggi c’è una bella novità, il Ministro Paolo Savona, invece dii accettare la solita ” intervista ripratrice” circa la calunnia malevola pubblicata nell’articolo di fondo di Panebianco di ieri a pag 1 e 26,, ha risposto con una lettera secca e cortese verso il giornale, ma inequivoca verso il Panebianco, smentendo seccamente le illazioni del barbetta.

Panebianco, invitato dal direttore – che quindi si sfila nella polemica – a rispondere, se l’é cavata con una risposta equivoca quanto la calunnia precedente ” Non ho scritto che il ministro Savona auspica una crisi del nostro debito ( invece ha scritto a pag 26 del giornale di ieri ” Essi preparano il momento in cui le continue, e per nulla innocenti, profezie del Ministro Paolo Savona ( compresa l’ultima, quella sul possibile ruolo della Russia rispetto al nostro debito) diventeranno realtà….”

A parte la insinuante farragine è chiaro che voleva dire che Savona proponeva di chiedere i denari ai russi.
MAI DETTO E MAI PENSATO, ma lui cerca di svicolare allargando alle “dichiarazioni dei politici” non meglio identificati.

Incoraggiato dall’intervento diretto di Savona, ho pensato di far cosa gradita ai lettori nell’indicare le falsità scritte da un uomo evidentemente stanco e forse anche stufo di servire dei padroni che adesso sono in difficoltà e si sfilano mettendolo in prima linea.

Ne ho trovate , oltre alla perla di Savona, altre sei: Ve ne segnalo cinque.

PRIMA: Paolo Mieli. Viene citato come se fosse un economista che profetizza: cito il prof. che ormai chiamerò Crusca ” se mai arriverà il nostro momento ” greco” ( come ha scritto Paolo Mieli su questo giornale, nel marasma potremmo finire già in autunno) sarà facile imputare ciò non alla politica del governo ma ai nemici esterni.”
Capito? prepara l’albi ai compari ( compagni?) incaricati come lui di diffondere notizie false atte a turbare l’ordine pubblico e nel contempo fa un soffietto a Paolo Mieli che viene spacciato per un economista le cui previsioni sarebbero da prendere sul serio. PM è un giornalista intrigante che da un bel pezzo falsifica in TV la storia vicina e lontana cercando di fare la respirazione artificiale al PD.

SECONDA. CITAZIONE ” L’alleanza con il gruppo di Visegrad, sembra una tappa intermedia, serve a stabilire un ponte intermedio percorrendo il quale si potrebbe arrivare a una diversa collocazione internazionale dell’Italia.”

Qui ci sono due FALSITA’: la prima è la “diversa collocazione internazionale” che viene adombrata e la seconda è sul gruppo di Visegrad che viene presentato come una tappa intermedia verso …la Russia. Si specula sulla natura di questo gruppo. Se andate sul mio blog ( corrieredellacollera.com e clikkate sul nome, gruppo di Visegrad, troverete un mio articolo di tre anni fa che indicavo come un cavallo di Troia degli anglosassoni contro l’U.E.. Quindi non ha nulla a che fare con la Russia. Il prof Crusca non può non saperlo, quindi mente.

Terza. Sentiamo prima il prof ” come dimostrò il caso di Che Guevara al momento della formazione del primo governo castrista a Cuba, non c’è alcun bisogno di competenza per fare il ministro dell’economia in un governo rivoluzionario.”

FALSO.
Dopo nemmeno un mese il CHE fu rimosso dall’incarico e si giustificò con Castro dicendo che quando chiese se c’era un economista, lui aveva alzato la mano perché aveva capito ” comunista”. Allora la notizia fece epoca , ma il prof crede di essere il solo sopravvissuto al 1960. Siamo in due e lui è un bugiardo.

Quarta. Sempre il prof ” Come ha scritto mario Monti ( Corriere 27 agosto) tutto ciò avverrebbe senza alcuna preventiva discussione nel paese. Ne deriverebbero anche conseguenze anche per la nostra politica mediorientale: ad esempio, allineamento antisraeliano, stretti legani con l’Iran , paese alleato coi russi.”

QUI LE FALSITA’ SONO TRE
:
a) Non si può annunziare un evento futuro e dire che avverrà senza preventiva discussione nel paese ( per la contraddizion che nol consente direbbe padre Dante). Una cazzata simile è degna di quel bischero di Monti e viene ripresa da un suo pari.

b) in realtà è l’allineamento filo israeliano che si è verificato senza preventiva discussione nel paese. Il sottoscritto – e il resto d’Italia- eravamo rimasti al documento di Venezia ( in cui Moro mise in isolamento la Tatcher sul problema palestinese ED E’ QUESTO CHE GLI E’ COSTATO LA PELLE). De hoc satis.

Inoltre la politica estera italiana degli ultimi cinquanta anni è sempre stata filo araba fino a che Berlusconi ha cambiato direzione – SENZA DISCUSSIONE NEL PAESE- per motivi che non cito oggi per carità di Patria.

c) L’Iran non è alleato della Russia: la Russia, fino a prova del contrario, fa parte del quintetto che ha negoziato il disarmo unilaterale del nucleare iraniano assieme a USA, UK, UE, GERMANIA e ONU.

Quinta : ” sopratutto non sarà facile superare la ben più solida capacità di resistenza del Presidente della Repubblica , anche se, come abbiamo già visto, c’è chi è in grado di proporre la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica con la stessa disinvoltura con cui si ordina un caffé.”

QUESTO E’ UN FALSO COSTITUZIONALE: Il Presidente della Repubblica non può far nulla se non con la firma del Ministro competente per materia. La Costituzione dice questo, ne più ne meno.

Egli non puo resitere a nulla e certamente non alla volontà del Parlamento. Questo è il motivo per cui all’annunzio dell’esito delle elezioni del 4 marzo ho scritto su questo fbn che il Presiende della Repubblica dovrebbe dimettersi prima che lo faccia la gente.

L’ITALIA, LE SUE ALLEANZE E LE SUE FORZE ARMATE DAL FAR WEST AL FAR EAST?

Ieri il prof Angelo Panebianco – docente a Bologna – ha scritto un lunghissimo articolo sul ” Corriere della sera” con alcune imprecisioni come quella, quasi veniale, su Che Guevara di cui ho già scritto.

La seconda, non veniale, gaffe è che quando ci si vuole presentare come geopolitici si devono presentare tutte le alternative presenti sul tappeto ed esaminarle.

Presentarne solo una e demonizzare l’altra ( e tacere la terza) è tipico della dialettica gesuita e lo fa targare come uomo di parte, sia pure per necessità di mantenimento della collaborazione giornalistica..

La tesi del prof è ( cito il titolo del fondo)” I PERICOLI DEI LEGAMI CON MOSCA”. La tesi è che questo nuovo governo , su cui fa aleggiare il termine ” rivoluzionario”, ma io preferirei “velleitario”, almeno per ora, sta avvicinandosi a Mosca e questo per il prof sarebbe un pericolo.

Rettifichiamo: l’Italia economica si è avvicinata a Mosca quando era ancora URSS, col governo De Mita ( per protesta l’Ambasciatore Sergio Romano, oggi suo collega al Corriere si dimise e lasciò la diplomazia ) concedendo ben mille miliardi di crediti, dopo che l’Italia aveva già finanziato gli stabilimenti FIAT di Città Togliatti.

Dopo averci deplorato, gli USA seguirono la nostra strada.
Le deplorazioni anglosassoni, spesso – nel nostro caso sempre – sono invidie mascherate.

Abbandonare la NATO non vuol dire necessariamente allearsi con Mosca, significa prendere atto della cessata esigenza anti patto di Varsavia. Lo so di preciso essendo stato per oltre trenta anni il più diretto collaboratore- ed ora il successore – dell’uomo che ha chiesto per primo nel 1948 l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico : Randolfo Pacciardi.

Oggi dico con cognizione di causa e in tutta coscienza che il dispositivo militare NATO non ha più ragione d’essere.
.
Si può benissimo prendere atto dello sfaldamento dell’Alleanza – anche per il disinteresse del promotore divenuto isolazionista e le sue irragionevoli richieste economiche – e proporre una alternativa che un numero crescente di italiani , noi tra questi, chiede con voce ferma: costituire un blocco europeo di nazioni neutrali e ben armate assieme alla Svizzera ( che ne è il modello) , l’Austria ( che lo è già) la Slovenia e l’Ungheria, costituendo un Blocco Adriatico che impedisca ogni guerra tra i grandi nel nostro scacchiere e scoraggi ogni violazione della neutralità per le dimensioni stesse dell’alleanza nuova che si profilerebbe.

L’Italia sarebbe il paese demograficamente più importante e politicamente decisivo per questo blocco di NON ALLINEATI, contro cui si è pronunziato ( “è irrealistica”) il Presidente Mattarella al TG1 qualche giorno fa, con un significativo inciso alla siciliana, che mostra come non riescano più a tenere a bada col silenzio il 38% di italiani ( sondaggio Pew research) che considera superata la NATO.

L’ultimo sevigio che la NATO fa all’Italia è che dimostra come una alleanza militare possa realizzarsi nella normalità anche con paesi che non aderiscono alla UE. E non è poco.

Il mondo cattolico – cui l’Italia si vanta di appartenere- è neutralista per educazione e per dettato papale che definì la prima guerra europea una “inutile strage”.

Possibile che -ostaggi di crisi interne alle loro gerarchie- non capiscano i rischi che corre una Europa a rimorchio dell’uno o dell’altro blocco pronto alla guerra?

L’Europa ha significato solo se offre al mondo una alternativa di civiltà e non se appare come la coda della Cocacolonizzazione americana.

A questo primo “blocco promotore di neutralità vigile” potrebbero interessarsi anche altri stati della ex Yugoslavia memori della politica di non allineamento che tanto prestigio e sicurezza portò a quel paese fino a che la praticò.

Si realizzerebbe così una nuova collaborazione tra latini e slavi preconizzata da Pacciardi nel 1945 e De Michelis nel 1991 e sepolta in silenzio assieme ai suoi promotori.

Poiché gli attacchi dall’alto non vengono mai soli – il tema è d’attualità- anche il generale Vincenzo Camporini, sul suo sito suona l’adunata Atlantica e spezza una lancia a favore dell’esercito di professione in difesa della caricatura di esercito di mestiere che abbiamo messo assieme in questi anni in barba all’articolo 52 della Costituzione italiana e che rende disponibili maggiori fondi all’aeronautica.

Un esercito come quello che abbiamo oggi, serve ( lo ammettono sia il generale che la ministra Trenta) a un impiego nel sud mediterraneo….

Pensano di rivivere con due secoli di ritardo avventure coloniali contro paesi semi inermi per averne in cambio poco più che una carezza del padrone al cane che riporta una quaglia.

Gli alleati hanno armi nucleari e noi forniamo la carne da cannone o come si dice oggi pudicamente ” the boots on the ground”. E iun modello sbagliato, un approccio sbagliato e irto di pericoli che invece Panebianco non vede ipnotizzato dal FAR EAST Europeo.

Anche qui si offre la scelta manichea tra esercito di mestiere (in astratto, il nostro ne è la caricatura in chiave napoletana) e esercito di leva, trascurando ogni altra formula, inclusa quella ibrida che personalmente prediligo.

Serve una forza di intervento mobile professionale e ben equipaggiata – l’Italia, coi mezzi attuali, può fornirne al massimo quattro o cinque brigate a pieno organico e con mezzi adeguati – e un esercito a base locale e addestramento periodico sull’arco alpino sul modello svizzero.

Degli alpini provenienti da Gragnano, Portici o Salerno, non credo sia serio parlare. Un esercito a reclutamento napoletano può servire solo a scopi borbonici.

Ipotesi di intervento e scenari e scenari di guerre future, tutti gli stati maggiori li fanno da un secolo a questa parte e nessuno ci ha mai azzeccato nemmeno in parte.
Come noto, sono sempre in ritardo di una guerra.

Lo Stato Maggiore italiano, non me ne voglia, ha invece un regolare ritardo di almeno due guerre ed ha lo sguardo rivolto al passato come i dannati di Dante.

A roprova psicologica, ne fa fede la foto della prima comunione che Camporini ha messo nel suo sito per dispensarsi dall’argomentare e occupare uno spazio ben visibile.

Si sa , noi contribuenti possiamo solo pagare e poi lasciar fare agli “specialisti” che- a guerra finita- ci spiegheranno come l’hanno persa, dando la colpa a politici defunti. Solo che abbiamo cominciato a notare che nelle guerre in corso il numero dei morti civili supera sempre di gran lunga quello dei militari e allora vorremmo interessarcene.

Il rinnovamento dell’Italia passa per la sua politica estera e per quello delle sue Forze Armate. Il prossimo anniversario della fine della grande guerra potrebbe essere il momento opportuno per iniziare un dibattito nazionale e civile sul tema.

Il resto verrà da se.

tripoli bel suol d’amor; con scarsa intelligence_ di Antonio de Martini

La situazione in Libia è sempre più convulsa con gruppi armati di qualche centinaio di miliziani sostenuti dal Ras della Cirenaica Haftar che ormai minacciano seriamente la posizione del Presidente senza terra Serraj. La sorniona Russia, Francia, Gran Bretagna ed Egitto da una parte, Italia dall’altra in nome del governo universale. Gli Stati Uniti lì a guardare dopo aver innescato il caos. Il Governo Conte si trova a gestire una posizione italiana sempre più debole, frutto dell’ignominia e del servilismo senza contropartite dei precedenti Governi, a cominciare da quello Berlusconi. Una delle due pagine più vergognose, quella della Libia, della politica estera repubblicana. Continua però ad annaspare legato ad una ipotesi ormai del tutto compromessa ed inagibile. Nel frattempo Saif, figlio di Muammar Gheddafi, proprio lui, gode di un consenso crescente tra la popolazione e le tribù, è componente della tribù libica più numerosa, è l’unico esponente in grado di ritentare una conciliazione e la ricostruzione di quel paese. Un fatto rilevato ormai da tempo da gran parte della stampa mondiale, ma non da quella nostrana. Osservando la zona degli scontri, tra l’altro, è molto probabile che sia lui stesso, più o meno direttamente, ad avere un ruolo importante nell’attuale colpo di forza. L’Italia, tra i cinque protagonisti dello scempio libico, è il paese comunque meno compromesso e che ha conservato non ostante tutto forti legami soprattutto con quella. Cosa si aspetta? Oppure quel declino e quell’insipienza, presente ormai anche nei settori nevralgici dello Stato, sono realmente irreversibili come sembra paventare Antonio de Martini? PrimaBuona lettura_Giuseppe Germinario

TRIPOLI: COSA PUO’ FARE IL GOVERNO ITALIANO PER FERMARE L’AGGRESSIONE.

1) Costituire un “gabinetto ristretto” composto dal ministro degli Affari Esteri, Difesa, Interno, Industria e Giustizia.

2) chiedere alle Nazioni Unite di dichiarare una NO FLY ZONE su Tripoli e la Tripolitania e dare mandato all’Italia della esecuzione.

3) stabilire una azione di PEACE ENFORCEMENT ( non è il caso di parlare di peace Keeping, visto che la pace non c’è)

4) Concentrare le necessarie forze aeree nella base di Ghedi ( da cui partirono gli aerei francesi per l’attacco a Gheddafi). Inviare la portaerei Cavour nelle acque della Cirenaica con adeguata scorta.

5) Chiedere all’ONU di ordinare il congelamento delle royalties petrolifere a tutte le parti in causa fino alla cessazione delle ostilità.

6) Far dichiarare fuori legge il comandante di questa bravata ed emettere un mandato di cattura internazionale a suo carico.

7) chiedere la mediazione della Lega Araba prima di iniziare i bombardamenti degli aggressori che sono privi di aeronautica.

Il tutto richiederebbe non più di due giorni durante i quali basterebbero le nostre forze speciali a tenere a bada gli aggressori. Se gli USA non appoggiassero la nostra azione in seno al Consiglio di sicurezza ( o la Francia) tirarne le conseguenze. Ovviamente differenti nei singoli casi.
La somma di queste minacce messe tempestivamente in atto, ci riscatterebbe agli occhi dei libici e ristabilirebbe gli equilibri nel mediterraneo centrale.

La Francia ha una portaerei che potrebbe andare negli annali accanto al ritrovamento della Tomba di Tutankamon per il numero di avarie subite, non oserebbe muoversi nemmeno a titolo dimostrativo.

Il governo potrebbe approfittarne per isolare gli oppositori in un clima di Unione nazionale senza compiere gesti al di fuori della nostra portata e in perfetto allineamento con la posizione tenuta dalla NATO nel 2011 contro Gheddafi che però non sparava.
Le nzioni Unite che hanno riconosciuto il governo Serraj, non potrebbero che approvare.

CHI E’ D’ACCORDO INOLTRI LA RICHIESTA AL SUO DEPUTATO.

TRIPOLI , CONTE, TRUMP E LE FIGURE DI MERDA

Sono almeno un paio di anni che continuo a scrivere che Haftar è un bandito stupido e cattivo ma sostenuto dagli inglesi e Serraj non è sostenuto nemmeno dalla moglie, è disprezzato da tutti i libici e il fatto che sia sostenuto dalla “comunità internazionale” come stranazzano i giornali, non conta nulla. Come a nulla è servito il viaggio dell’avv. Conte a Washington per chiedere aiuto.

Adesso ci sfogheremo contro la Francia e nessuno penserà a chiedere i danni erariali ai responsabili di queste scelte demenziali di sostenere un bischero insidiato da un generale da operetta che fu sconfitto persino dal CHAD.

E’ dello scorso mese l’incontro con la richiesta di sostegno fatta a Trump dal primo ministro Conte. Promesse da marinaio o millanterie?
In entrambe le ipotesi vanno fatte considerazioni appropriate.

a)L’appoggio di Washington non ha prodotto risultati apprezzabili, se c’è mai stato.
.
b) Contare sull’appoggio americano equivale a farsi predire il futuro da Vanna Marchi e questa è una lezione da ritenere anche per le politiche europee e militari.

c) Essere investiti dal Presidente della Repubblica non basta a dare credibilità a un quidam de populo. Anni fa , negli incontri importanti, andavano assieme Presidente e Primo Ministro per significare che l’Italia intera mirava al risultato e non alla foto per il curriculum..

d) Mettendo come capo centro informazioni per la Libia un sottufficiale della Guardia di Finanza affiancato da una trentina di ragazzotti di buona volntà, sappiamo dettagli sugli approvvigionamenti, ma non abbiamo un quadro geopolitico affidabile.

e) Se a questa situazione critica aggiungiamo che il Ministero della Difesa è stato gestito da due pie donne negli ultimi anni, il quadro sarebbe completo se non andasse detto anche che il fatto di aver messo a capo del servizio segreto un ufficiale specializzato in paghe e contributi non è stato il massimo della vita.

Leggo sui giornali che verrà sostituito. Troppo tardi e potremmo finire dalla padella nella brace se non ci si mette un ufficiale di Stato Maggiore serio e capace di abolire tutte le indennità che hanno attirato nugoli di persone motivate economicamente ma digiune di tutto.

Il fatto stesso che si voglia mettere a capo del DIS ( il coordinamento tra servizio interno ed estero) l’attuale capo della polizia ( “perché sta simpatico a Conte”) fa pensare che l’attenzione è verso il pettegolezzo interno oppure c’è necessità di evitare la pubblicazione di dossier imbarazanti. Niente a che vedere con l’interesse nazionale.

Fino a che non si troverà una intesa col figlio di Gheddafi e con Gheddafiddam ( cugino-tesoriere) al Cairo, continueremo a fare figure da cornuti e mazziati.

Un ammaestramento da trarre, c’è e non è secondario: quando si è in presenza di un governo imbelle, un premier appeso al nulla e una situazione di disordine endemico, bastano trecento uomini in gamba per decidere le sorti di una guerra.

Lo dice anche Tolstoj in guerra e pace, anche se parla di ” un reggimento”. Ma quelli, erano tempi eroici.

LA SCELTA PER IL SERVIZIO SEGRETO.

Il servizio segreto condivide col PD due caratteristiche: l’aver cambiato nome troppo spesso e la densità di comunisti nelle sue file.

La posizione di capo del servizio è di quelle che possono dare grandi tentazioni sia economiche ( il capo dispone di un bordereau di milioni di cui non deve rendere conto a nessuno) che politiche.

Casa Savoia che ha molte pecche, ha il pregio di aver – nei secoli – imparato a gestire il capitale umano.
A capo del servizio andava sempre un colonnello di Stato Maggiore che per vari motivi non poteva essere ricevuto a corte ( omosessuale, separato, ecc) ed aveva la carriera compromessa.
L’amministratore dei beni personale di V.E.II era …un repubblicano.

Con la Repubblica, veniva scelto un colonnello, che a fine triennio tornava nell’esercito per seguire la normale carriera.
Il generale de Lorenzo, vendendo a Gronhi una storiella che lo rese insicuro, ottenne prima una legge che equiparasse il comando del SIFAR a comando di Divisione e poi di Corpo d’Armata e ottenendo la riconferma per troppi anni.
Usò il bordereau per comprarsi quasi tutti i giornalisti che interesavano e tutto il sistema degenerò.

La necessità di apportare cambiamenti provocò la turnazione tra le tre armi ( che oggi sono quattro…) e presto la Marina fevce la parte del leone con l’ammiraglio Henke, Casardi ecc.

nel periodo Berlusconi, si riuscì a scendere di un ulteriore gradino con la nomina di un ufficiale della Guardia di Finanza ( Pollari) di cui si ricorda ” la carica dei seicento” finanzieri che immise nei ruoli e la sua triplice richiesta di decretare la Stato di Assedio perché aveva saputo da fonte certa che stavano per ccommettere un attentato nel sottopasso di Villa Borghjese per far crollare tutta piazza di Spagna.

Per fortuna fu smentito da De Gennaro ( a capo della polizia) e Mori ( SISDE) e non se ne fece nulla.

Chi pensasse che eravamo giunti all’ultimo gradino della professionalità, può ricredersi: Alberto Manenti, ufficiale addetto alle paghe del servizio diventa capo della Divisione “non proliferazione” ( comprensibile in un paese dotato di armi nucleari) e fornisce al servizio inglese “la prova” che il Niger sta vendendo uranio a Saddam. E’ falso e gli americani ci hanno fatto un film ” Fair Game”.

E’ la prova che scatena la guerra. Con questa gabola, gli USA soino grati agli inglesi per il favore fatto loro e questi, cavallerescamente accreditano la bufala al servizio italiano che fa la figura di merda.
.
Invece di mandarlo a casa, Alberto, come lo chiamano gli amici, viene nominato capo servizio che dopo un periodo in cui si è chiamato SID, poi SISMI, adesso diventa AISE.

La fiaba del ragioniere addetto alle paghe che diventa capo del servizio segreto infiamma le fantasie e il capo della stazione CIA di Roma, si dimette e , dopo aver fatto da mediatore nell’acquisto di software da una chiacchierata ditta americana, viene preso come consulente del servizio. Manco il KGB in Polonia ai bei tempi con Rokossovsjy.

Adesso siamo alla nuova scelta, ma non va cercato un semplice capo servizio, anche se questo sarebbe comunque un progresso.

.Va trovato un Riformatore che elimini ogni indennità aggiuntiva che attira i raccomandati avidi e incapaci; che elimini personaggi stranieri dai vertici dell’organizzazzione; che eviti le forti spese che implica il passaggio degli uffici a Piazza Dante nei già suontuosi locali della Cassa Depositi e Prestiti e che non si spaventi all’idea di contrastare gli avversari degli interessi italiani con ogni mezzo lecito e non.

E che dopo un triennio vada via anche se merita le più alte ricompense. Possono sempre farlo Consigliere di Stato.

Chi può fare una riforma tanto profonda in così poco tempo?

Faccio i nomi:

a) Mario Buscemi, attualmente consigliere di Stato e generale di Corpo d’Armata che ha predisposto la riforma della Difesa riuscita senza probelmi e comandato la brigata in Albania
( operazione Alba) e in Kurdistan con gli USA.

b) Il prefetto Giovanni De Gennaro, già capo della polizia, che Berlusconi e PD hanno liquidato dalla presidenza di Finmeccanica con un pretesto ( la condanna per i fatti di Genova). Con loro credo abbia il dente avvelenato e servirebbe con lealtà ed efficacia.

Mario Mori; generale di Corpo d’Armata e giù capo del SISDE che si intende- lo ha dimostrato- di intelligence e di malavita e magistratura. Ha il senso dello Stato a la grinta del carabiniere..

Tutti e tre avrebbero la piena collaborazione dei corpi di provenienza e l’esperienza necesaria a fare quel che serve in tempi brevi:
Il resto è camomilla al coleroso

L’ANNO CHE VERRA’ E’ UN DEJA VU, di Antonio de Martini

Qui sotto un frizzante testo di Antonio de Martini. Alcune domande. Il quadro prospettato è del tutto verosimile; la trama tessuta dalla vecchia classe dirigente, sconfitta elettoralmente, ma predominante negli apparati istituzionali è adeguata al nuovo contesto politico?_Giuseppe Germinario

L’ANNO CHE VERRA’ E’ UN DEJA VU

Ispirato dalla atmosfera campagnola in cui vivo, mi sono chiesto quali siano o saranno i frutti di questo strambo governo.

I soli risultati certi sono la distruzione sicura di ogni ipotesi di un governo moderato di centro destra in grado di vincere le elezion e la contemporanea nascita di un forte partito di destra estrema.

In questo disegno c’è un elemento di bene e uno di male. Il bene è la distruzione di Berlusconi come personaggio politico e di conseguenza di “Forza Italia” che tornerà ad essere uno slogan sportivo.

Il male è che i governi moderati orientati a una politica di destra moderata saranno impossibili per lungo tempo. A destra si sta sostanziando l’ipotesi di un robusto partito di destra estrema cui il buon senso degli italiani non affiderà mai le redini del governo. A sinistra si sta predicando una ” strategia dell’attenzione” verso i 5 stelle.

Si tratta , a mio avviso, di un disegno preordinato cui sono tutti attivamente coinvolti, interessati e consapevoli.

I SEGNALI

a) Il movimento 5 stelle e la Lega stanno lasciando tranquillo il PD che sta riprendendo alla mano i suoi iscritti e simpatizzanti, così come la lamentela opposta che ” l’opposizione non esiste” significa che il PD – che sappiamo tutti esistere eccome- non attacca il governo, ma il solo Salvini, fortificando così la sua immagine di estremista di destra. ( si noti che nella Lega giovanile aveva creato il “gruppo comunista”). Da destra, al massimo si attacca il LEU, un piccolo lebrosario creato in laboratorio. La sinistra ha appaltato l’opposizione al venerando Cassese che mostra un attivismo notevole per l’età.

b) Di Maio, sta compiendo una serie di gesti ” di sinistra” come l’essersi scusato com Mattarella, aver privilegiato ” i lavoratori”, e aver reintrodotto il discorso “nazionalizzazioni”, aver scavalcato i sindacati sulla vicenda ILVA ecc. Tutti temi che ” suscitano l’attenzione della sinistra”. Si stanno creando le premesse di un connubio tra i 5 stelle e il PD.?

c) nessuno si è mai chiesto come mai la Lega si sia trasformata da movimento secessionista in movimento nazionalista senza nemmeno un dibattito sulla Padania o altro fogliaccio e senza un commento nemmeno dei giubilati interni.

d) nessuno si è mai posto il quesito di come mai Lusetti ( tesoriere della Margherita) si è appropriato di 50 milioni e ha transato per una ventina , mentre la magistratura ha posto una ipoteca di 50 milioni sulla Lega intera. Gli sceneggiatori non si fidano e hanno trasformato un reato individuale in reato di partito a garanzia del rispetto degli accordi?

Considererei io stesso questo post una farneticazione dietrologica se non avessi visto coi miei occhi la lettera , firmata dal generale de Lorenzo attestante che , per ordine dell’on Taviani, ministro dell’interno, aveva consegnato 250 milioni di lire all’on Almirante per consentire a lui di fare la parte dell’ “uomo nero” e agli altri di unirsi contro il “pericolo fascista”.

ARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI, di Antonio de Martini

La vicenda della nave Diciotti si sta avvitando in un circolo vizioso. Intanto il crollo del ponte di Genova passa in secondo piano. Una via di uscita accettabile deve prevedere necessariamente le dimissioni del Comandante della Guardia Costiera Pettorino_Giuseppe Germinario

ARLECCHINO SERVO DI DUE PADRONI.

Detto ( più sotto) che se si vogliono impedire gli sbarchi, e le sbracate prese di posizione di qualche PM, basterebbe che un medico decretasse la quarantena ( issando bandiera gialla),

Bastò un certificato medico per dimettere Segni da Presidente della Repubblica, potrà bastare eziandio per fare un controllo medico a gruppi di ” naufraghi, denutriti e ammalati”

Va anche detto che la posizione del ministro Salvini si sta facendo sempre più macchiettistica perché sta subendo l’iniziativa degli avversari che lo provocano nella certezza di ottenere la reazione sperata.

E’ così che entrambi gli schieramenti raccolgono consensi nel loro ambito, fottendosene delle conseguenze che questa baruffa provoca all’immagine dell’Italia.

Si sta verificando una situazione di tipo trumpiano: non disponendo di un numero di persone competenti cui affidare incarichi politicamente significativi, gli attuali governanti sono costretti ad utilizzare dipendenti statali ancora obbedienti al passato regime e non sanno come cacciarli quando tralignano..

E’ successo nel dopoguerra alla DC con gli impiegati statali fascisti; ai PCI coi vecchi DC annidati nei ministeri; adesso al nuovo governo coi post comunisti immessi a legioni nei ranghi dello stato e delle organizzazioni internazionali.

A chi ha obbedito la Guardia Costiera ( che prima lamentava carenza di carburante) andando a incrociare nel mare libico? Quale ispirazione ha colto il PM che ” apre un fascicolo” per obbligare il governo a far sbarcare sul territorio della Repubblica stranieri privi di documenti e probabilmente malati?

Perché nessuno al Ministero dell’interno ha suggerito al ministro di imporre la quarantena o di impedire pattugliamenti fuori delle acque teritoriali?

Somo passati ormai tre mesi ( meno una settimana) da quando il governo è nato, ma non esiste ancora uno straccio di piano organico per respingere e/o accettare i migranti.
E’ paralisi a causa di diatribe tribali in uno stato che si vuole unitario.

I nuovi governanti non hanno ancora capito che esistono due modi di governare. Il vecchio modo è governare per atti amministrativi. Il nuovo è governare per progetti.

Qui stanno facendo governare i giornalisti.

I CURDI: UN POPOLO CONTROTENDENZA, di Antonio de Martini

I CURDI: UN POPOLO CONTROTENDENZA

I Curdi non hanno mai avuto uno stato, perché non l’hanno mai voluto.
Sono nomadi e grazie al nomadismo difendono il loro stile di vita.
Quando vessati, emigrano in uno dei quattro stati di cui occupano una porzione ( Iran, Irak, Siria e Turchia).

Il nomadismo, ne ha spinte frazioni fin verso est – in Armenia- e ovest – in Libano.
Nessuno sa quanti siano, ma tutti si sbizzarriscono a dare i numeri che variano da 15 a 30 milioni a seconda della convenienza politica dei valutatori.

Il crocevia del vicino oriente si trova a est della Mesopotamia ed è abitato nell’altipiano dai curdi.
Vengono definiti ” una popolazione Indo europea” che vuol dire che non sono semiti come gli arabi e gli ebrei.

Quando il XIX secolo e la scoperta del petrolio incitarono gli europei al ” divide et impera” , furono scoperti e valorizzati dai tedeschi prima, dai russi poi ed infine dagli israeliani – in cerca di appoggi anti arabi.

Fatalmente se ne interessarono gli americani.

La tecnica è sempre la stessa: vivendo di preda, come ogni nomade che si rispetti, si lasciamo volentieri armare, sono bravi combattenti e appoggiano ogni causa che possa dare gloria e guadagno.

Iil più grosso sforzo per sedentarizzarli lo fece lo Scià Reza, padre dell’ultimo regnante di Persia, ma la possibilità di spostarsi in uno dei paesi vicini, li ha sempre protetti.

A turno hanno combattuto contro ognuno dei paesi ospitanti. Contro i turchi, paese NATO su commissione dell’URSS . Resta il ricordo del vecchio El Barzani che girava il paese ( nella zona persiana) nel 1944 in uniforme da generale sovietico.

Hanno ripreso le armi contro i turchi, ma su mandato siriano, quando la Turchia varò il piano agricolo dell’est costruendo molte dighe ( 30) minacciando di ridurre oltre il 40% del gettito dell’Eufrate.

Il rapporto con gli israeliani, iniziato in funzione anti irachena ed ereditato poi dagli USA ha prodotto anche cocenti delusioni per via degli stop and go ( specie nel 1991) e dei finanziamenti a singhiozzo che seguivano l’andrivieni degli interessi USA.

Una qualche stabilità sembra essere stata trovata
grazie alla lunghezza del conflitto siriano e della riluttanza israeliana e americana a intervenire direttamente con truppe proprie.

Attualmente, il paese con cui sono in pace è l’Iran col quale dividono la struttura della lingua, benché – secondo la narrativa USA dovrebbero essere in frizione in quanto sunniti, quello col quale brigano per ottenere ” l’indipendenza” ( o forse una forma di autonomia molto spinta) è l’Irak. Su questo tema, il 25 settembre prossimo terranno un referendum.

Con i turchi esiste un residuo di guerra ex URSS gestito dal PKK ( partito curdo dei lavoratori) e da Abdullah Ocalan che tutti conosciamo per essere stato consegnato ai turchi da un altro avanzo del comunismo questa volta italiano. La nuova guerra anti turca si svolge sotto le mentite spoglie della guerra all’ISIS, in realtà si disputano i villaggi di frontiera siriani.

Coi siriani esiste uno stato di pace, di guerra e di cooperazione ad un tempo: cooperano per difendere i villaggi curdi dall’ISIS e dai turchi che cercano di penetrare in territori siriani. Cooperano anche con gli USA per mantenere viva la leggenda dell’esercito libero siriano.

Non si tratta di incoerenza, bensì di residui di lealtà personale acquisiti negli anni dai vari capi clan. Coi siriani ci si arrangia comunque. Coi turchi, no.

Su tutti troneggiano le due famiglie egemoni da sempre: i Talabani che dominano la capitale Sulmenya e i Barzani che comandano a Erbil.

Il presidente iracheno è Talabani che come presidente della Repubblica deve difendere l’unità del paese e come Talabani, l’indipendenza del kurdistan.

La chiave di lettura della intera vicenda è che i curdi, in realtà detestano il centralismo e lo combattono. Loro stanno sugli altopiani e gli arabi in pianura. Perché obbedirgli?

Crediamo che combattano per la democrazia, sconosciuta da queste parti, e ci stanno simpatici perché le foto delle soldatesse curde sono tutte belle.

Sfido, sono modelle israeliane per la propaganda pagata dallo zio Sam.

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