Ritorno al futuro – 2 – Formenti, l’Italia e l’Europa: alcune perplessità di Elio Paoloni

 

Ritorno al futuro – 2 – Formenti, l’Italia e l’Europa: alcune perplessità

di Elio Paoloni

 

La lettura del prezioso Il socialismo è morto, viva il socialismo di Carlo Formenti mi aveva spinto a porgli alcune domande, (link a Ritorno al futuro 1). Per brevità non avevo inserito alcuni dubbi che sorgono non solo dalla lettura del testo citato ma da molte sue dichiarazioni. Le riporto come riflessioni.

 

Siamo tutti fermamente convinti, come l’autore, che la UE sia “un mostruoso esperimento istituzionale che tenta di mettere in pratica l’utopia del fondatore del liberismo moderno, von Hayek” e di certo non aderiamo all’utopia di farne un unico Stato. Ma per conservare il pieno rispetto dell’autodeterminazione degli Stati nazione è necessario negare radicalmente ogni forma di sentire europeo, l’idea stessa di Europa? Definendo veritiero il celebre detto che definisce l’Europa come una mera espressione geografica, Formenti sembra dimenticare che la frase originaria riguardava l’Italia, ora ritenuta unanimemente qualcosa di più di una mappa su Google.

 

L’autore ricorda anche che gli stati-continente non si inventano e che quelli esistenti hanno una lunga storia (rammentando giustamente che non si capisce il PCC senza Confucio). E’ curioso; così, all’impronta, pare che una storia più lunga di quella dello stato-continente Europa non esista: se si mettono insieme impero romano, sacro romano impero, impero napoleonico (per quanto effimero) e impero austroungarico riscontriamo la persistenza di un’idea, anzi di una fattuale unità. I tentativi di costruzione di un unico stato europeo risultano numerosi e reiterati, anche se, alla lunga, fallimentari. E sono falliti proprio perché il tratto caratteristico della civiltà europea, è lo Stato-nazione; l’Europa vera – infatti – non potrà che essere una comunità di nazioni, poiché abbiamo lingue, tradizioni e confini propri. Eppure, man mano che gli Stati-nazione dell’Europa sono venuti radicandosi e precisandosi, si è ulteriormente rafforzata l’idea di una identità europea comune. Ricche e possenti sono le tradizioni che la individuano, in particolare le due radici fondamentali, quella greco-romana e quella ebraico-cristiana; e le divisioni sanguinose che hanno scosso il continente non hanno mai potuto cancellare l’affinità dei popoli, l’unità del pensiero. E’ verissimo che fumosi richiami all’unità europea sono utilizzati per puntellare l’attuale disastrosa Unione, ma ritengo che si possa avversare la UE anche – o addirittura meglio – appellandosi a un sano spirito europeo come fanno i firmatari della Dichiarazione di Parigi (1), o come faceva Mario Tronti, che ne Il popolo perduto, citando “un bellissimo testo di Romano Guardini, Europa, realtà e compito”  ricordava che sarebbe stato opportuno riconoscere come il sentire comune del cristianesimo fosse un legame spirituale che univa tutti gli europei.

 

Altre perplessità nascono sul tentativo di distinguere due idee di nazione: Formenti separa quella naturalistica – diciamo, grossolanamente, di destra – “che presume la nazione esistente ben prima della nascita degli stati moderni e delle rivoluzioni borghesi, perché affonda le radici in fattori fisici, climatici, di sangue e suolo ecc.” da quella “di sinistra”, consapevole che la nazione è un prodotto storico della vita politica.

Inizierei dalla presunzione di esistenza in vita: non si darebbe nazione prima della nascita degli stati moderni, delle rivoluzioni borghesi. Dante quindi non avrebbe potuto neppure concepirne l’idea. Ma Antonio Borgese ebbe a scrivere “L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. Non è un’esagerazione dire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”.

 

Secondo Formenti – fin troppo preoccupato, evidentemente, di smarcarsi nettamente da idee di nazione che potrebbero essere considerate “di destra” – i fattori fisici, climatici, di suolo non sarebbero significativi, nell’identificare una nazione. Certo, tutto è prodotto storico, chi ne può dubitare? Infatti la storia è fatta, anche, di “Generale Inverno”, di elefanti che attraversano catene montuose, di proconsoli che attraversano fiumi, di comunità racchiuse dai monti che elaborano norme singolari. Il popolo non preesiste alla nazione, sostiene lo studioso. Ma non sono proprio le caratteristiche di un popolo a determinare la nazione che si costruisce? Le stesse forme religiose sono influenzate dal carattere di un popolo. E, a tal proposito, è pensabile che una cultura, un comune sentire, possano prescindere del tutto dalla religione? Non è con la secolarizzazione che si dà spirito a un’azione – diceva Tronti nell’intervista citata.

 

Insomma, dato per scontato che non sono i caratteri razziali (di certo difficilmente identificabili in Italia, specie nel meridione, dove sarebbe divertente osservare gli specialisti del DNA che si affannano a individuare i geni giusti) a fare un popolo, in tutti gli altri campi non è facile individuare una netta contrapposizione tra due opposte idee di nazione. Quando Formenti sostiene che il patriottismo giusto è quello la cui parola d’ordine non è prima l’Italia ma prima il popolo e la Costituzione italiani, sembra di trovarsi di fronte a un debole giochino di sostituzione semantica.

 

Nazione sarebbe, leggo, “il territorio su cui lavorano, vivono e lottano tutti i soggetti che lo abitano e si riconoscono nell’ordinamento politico che lo controlla e lo governa”. Basta leggere Leopardi, Manzoni, De Roberto, Malaparte, Flaiano, per sincerarsi che il popolo italiano era lo stesso sotto i viceré, sotto i Savoia, sotto il Duce e sotto la Repubblica, prima, seconda e terza. Di certo Formenti vuole intendere che non siamo ancora un popolo proprio perché non ci sentiamo – forse non ci siamo mai, o quasi mai, sentiti davvero – rappresentati da chi governa. Saremo un popolo vero quando ci sentiremo rappresentati dalle nostre istituzioni. Ma prima di giungere a costruirle, queste istituzioni, occorrerà riconoscersi in qualcos’altro, qualcosa che già esiste.

Dobbiamo accingerci a costruire questo popolo “che è tale perché condivide un insieme di diritti e doveri”. Sacrosanto. Come è sacrosanto che non si dia trasformazione radicale della società senza mettere in atto un processo costituente; poiché le costituzioni sono la quint’essenza della sovranità popolare. Ma si può costruire un popolo con un corso intensivo di Educazione Civica? Perché è questa la soluzione che viene in mente se presentiamo la faccenda in questi termini.

 

Per disegnare un grande progetto politico nazionale, una unione tra interessi diversi, non è sufficiente incrociare quattro rivendicazioni sindacali. Non ci sarà nessun popolo, senza un simbolo forte, condiviso, radicato, qualcosa che affondi le radici nella sua storia, che sia, anzi, tutta la sua storia, che lo individui, che lo innervi fortemente. Che lo innervi già, intendo. Certo, ci si può coalizzare riconoscendoci nei fini, in quelle forme di governo, in quelle istituzioni che dovrebbero caratterizzarci in futuro. Ma le alchimie costituzionali – o il semplice richiamo alla piena attuazione della Costituzione esistente (che suonerebbe tristemente simile alle ipocrite esortazioni dei nostri ultimi Presidenti) – non hanno mai eccitato gli animi. Possono davvero farci avvertire la compattezza – e l’orgoglio – di un’appartenenza di patria?

Del resto anche Formenti ha affermato, concordando con Tronti, che le radici della rivoluzione stanno nel passato, più che nell’esaltazione del futuro.

 

Formenti sostiene che Mélenchon può impunemente sventolare il tricolore perché la Francia ha una lunga storia politica nazionale. Ma proprio per questo, proprio perché da noi non ce ne è stata abbastanza – di storia nazionale – ritengo che dovremmo sventolare ancor più in alto il nostro tricolore (con la sua inevitabile dose di enfasi, di demagogia, di equivoci) invece di tenerlo a mezz’asta per timore dell’accusa di fascismo, anzi, di populismo di destra.

 

 

 

Ritorno al futuro – 1- Intervista a Carlo Formenti di Elio Paoloni

 All’intervista seguiranno alcune considerazioni di Elio Paoloni_Giuseppe Germinario

Ritorno al futuro – 1- Intervista a Carlo Formenti

di Elio Paoloni

 

 

 

Non è di sinistra, Carlo Formenti: “Non vogliamo “rifare” la sinistra, non solo per motivi di opportunità linguistica, visto che la maggioranza del popolo disprezza ormai questa parola, ma perché riteniamo che il binomio destra/sinistra, da quando essere di sinistra non significa più nutrire la speranza in un cambio di civiltà, rappresenti unicamente un gioco delle parti fra le caste politiche che gestiscono gli affari correnti del capitale”.

E’ socialista. Non duro e puro (perché si impongono duttilità e abbandono di vecchi schemi marxiani) ma verace. Resta difficile perciò ai suoi avversari de sinistra triturarlo come hanno fatto con Costanzo Preve, al quale Formenti dedica un capitolo del suo ultimo libro, Il socialismo è morto, viva il socialismo, testo a parer mio imprescindibile per chi vuole davvero comprendere il presente, un testo di cui raccomando in ogni occasione la lettura e la diffusione. Difficile triturarlo, dicevo, non solo per il suo passato di dirigente della sinistra del sindacato unitario dei metalmeccanici, per il decennio in cui è stato caporedattore di Alfabeta, per il suo impegno di ricercatore – nell’università e fuori – sui temi dell’uso capitalistico delle nuove tecnologie, per l’attività di blogger sulle pagine di MicroMega e per la costante, approfondita rilettura di Gramsci.

Alla analisi acuta – ma per noi non nuovissima – della falsa sinistra, unisce una conoscenza approfondita dei fenomeni populisti (una tecnica di comunicazione, si badi bene, non un’ideologia) rivalutati come ‘grado zero’ della nuova lotta di classe e una notevole dimestichezza con la realtà cinese, indispensabile per sbaragliare i luoghi comuni sull’impossibilità di governare l’economia, la finanza, l’iniziativa privata. Quella ‘manifesta impossibilità’ che viene di continuo avanzata con coloriture tra il biblico e il parascientifico per castrare ogni velleità di ribellione.

Per un ex intellettuale dell’area dell’autonomia operaia, il richiamo ai principi fondativi dello Stato nazione può suonare strano, ma non si tratta di nostalgia del passato, bensì di ritorno al futuro.

Infine Formenti non è certo il primo a evidenziare il carattere scellerato (politicamente parlando) di certo femminismo ma è il meno esposto a facili contestazioni in virtù della sua attenzione al pensiero femminista più accorto e consapevole, come quello di Nancy Fraser, il cui ultimo libro verrà tradotto nella collana Visioni eretiche che Formenti dirige per Meltemi.

 

  • Inizio con un dettaglio irrilevante. Mi ha incuriosito questa affermazione: “Il movimento operaio non ha mai saputo cogliere la natura demoniaca (altrove demonica – e sarebbe interessante sapere se questo slittamento è deliberato o casuale) della tecnica”. E’ saltato un “quasi’ o non considera i luddisti parte del movimento operaio?

Lo slittamento linguistico cui si riferisce non è deliberato bensì del tutto casuale. In ogni caso, se mi venisse chiesto di optare per una delle due versioni, sceglierei senza esitazioni il termine demonico, onde evitare letture “mistiche” (la tecnica come incarnazione del male assoluto). Quanto alla seconda parte della domanda non è saltato un quasi: più semplicemente il movimento luddista, rispetto al quale ho espresso giudizi esplicitamente apologetici in alcune pagine de La variante populista, dedicate al formidabile lavoro di E.P. Thompson sulla formazione del proletariato in Inghilterra, non è mai stato riconosciuto dalle sinistre di ieri e di oggi (Marx compreso) come facente parte a pieno titolo della storia del movimento operaio, in quanto espressione di una resistenza “conservatrice” dei vecchi mestieri artigianali alla modernizzazione capitalistica, assunta come positiva in sé, grazie al suo ruolo di agente di sviluppo accelerato delle forze produttive.   

 

  • Condivide le opinioni di Jessa Crispin sulla mancanza di fondamento dell’idea che le donne siano dotate di maggiore empatia, che siano più compassionevoli, altruiste e inclini a farsi carico dei problemi altrui? E’ in effetti sotto i nostri occhi il fallimento delle donne al potere, che si sono rivelate ben più disumane degli uomini nello stesso ruolo. Ma non trova che questo sia dovuto proprio alla ‘necessità’ per le donne, di dimostrarsi all’altezza (spietatezza) del ruolo? A quello che io definisco paradigma soldato Jane?

 

La polemica di Jessa Crispin, che ho citato in varie occasioni nei miei lavori, è utile per smontare le banalità “politicamente corrette”, purtroppo condivise dalla maggioranza delle militanti dell’ala mainstream del movimento femminista (cioè di quell’ala emancipazionista che è prevalsa sulla teoria della differenza delle femministe storiche, come Luisa Muraro). Le donne al potere (come Hillary Clinton, per citare il caso di colei che è giunta più vicina di qualsiasi altra al vertice del sistema) non hanno “fallito”, più semplicemente incarnano – com’è ovvio e inevitabile – la logica di un sistema che non ha sesso, che è costitutivamente androgino. Il potere economico e politico è neutro per definizione, nel senso che deve neutralizzare tutte le differenze (non solo quelle sessuali) che ne disturbano le dinamiche. Quindi ben vengano le polemiche a la Crispin, che sbarazzano il campo dalle scempiaggini sull’intrinseca “bontà” del genere femminile contrapposta alla “malvagità” del genere maschile. Ma per cogliere i limiti e le contraddizioni dell’ideologia femminista occorre andare assai più a fondo. Occorre partire, per esempio, dalle riflessioni di Nancy Fraser, la quale coglie con estrema lucidità l’alleanza di fatto fra neoliberismo e femminismo della seconda ondata, nella misura in cui quest’ultimo, concentrandosi esclusivamente sulle istanze di riconoscimento identitario, ha abbandonato qualsiasi velleità di opposizione al sistema capitalistico (cavandosela con la tesi risibile secondo cui basterebbe superare il patriarcato per rovesciare il capitalismo).

 

  • Presentando il suo libro le è capitato di accomunare le primavere arabe alle ribellioni populiste occidentali. Mi era sembrato di capire che fossero eterodirette, anzi architettate, da potenze alle quali certi regimi parevano troppo autonomi. Ovviamente le manipolazioni neo-coloniali devono innestarsi su un malcontento davvero esistente, ma quel genere di malcontento può davvero essere assimilato alle rivendicazioni redistributive che conosciamo?

 

Le primavere arabe sono state un fenomeno complesso e articolato che i media occidentali hanno semplificato e omologato, presentandolo come insurrezioni che rivendicavano livelli di consumo e libertà democratiche di tipo occidentale (in base alla nota equazione secondo cui libero mercato=benessere, democrazia e libertà per tutti). La verità è che il fenomeno ha avuto caratteristiche diverse da Paese a Paese. Il fatto che si sia diffuso rapidamente in aree anche assai lontane l’una dall’altra ha a che fare con l’esistenza di network televisivi internazionali in lingua araba come Al Jazira, che diffondevano immagini e notizie. L’effetto imitazione è scattato perché ovunque esistevano motivi di tensione delle classi subalterne nei confronti delle élite dominanti. L’effetto di omologazione è stato invece il frutto delle interazioni orizzontali, mediate dai social network, fra strati di classe media emergente (studenti e ricercatori universitari, nuove professioni “creative” ecc.). Costoro, al contrario delle masse popolari inferocite dalle pessime condizioni di lavoro e di vita (disoccupazione, salari miserabili) che gridano vendetta a fronte della ricchezza delle caste dominanti, presentavano effettivamente caratteristiche culturali simili (in particolare la frustrazione per lo scarto fra livelli educativi elevati e scarse opportunità di sfruttarli a fini di mobilità sociale) e apparivano evidentemente sedotti da modelli di consumo e stili di vita occidentali. È su questi strati che tentavano di far leva le manipolazioni neocoloniali cui si fa riferimento nella domanda, mentre la paura per le aspirazioni ridistributive delle larghe masse che premevano sotto questo strato superficiale ha fatto sì che i Paesi occidentali abbiano accolto con sollievo il ritorno alla normalità imposto con metodi sbrigativi come quelli adottati dalle caste militari egiziane.

 

  • Afferma spesso che non esiste un demos Ma questa non è la tipica affermazione dei nazionalisti di destra, che confondono demos con etnos?

 

Assolutamente no. Manca un demos europeo non perché esistono radicali differenze linguistiche, etniche, storiche e culturali fra i vari Paesi del Vecchio continente (che pure esistono e sono un ostacolo non da poco all’unificazione), bensì perché non si è mai dato un processo di costruzione di uno Stato, di un popolo e di una nazione europei. È per questo che resta valida la battuta che dice l’Europa è solo un’espressione geografica. La mia visione del popolo e della nazione non ha nulla da spartire con la visione “naturalista” delle destre (sangue e suolo). Per me popolo e nazione non sono entità sostanziali che preesistono a un processo di costruzione politica. Contrappongo alla visione naturalista una visione “statalista” dei concetti in questione, nel senso che non si danno popolo e nazione se non all’interno di uno stato-nazione. In altre parole: stato, nazione e popolo sono tre aspetti di un unico processo storico di costruzione politica. Nulla di tutto ciò è mai avvenuto su scala europea, né può avvenire a seguito del progetto dell’Unione Europea che non vuole costruire uno stato ma un blocco di potere economico continentale in grado di competere con gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone sul mercato globale. Stando così le cose, non posso ribadire quanto già affermato da Marx che da Lenin: gli Stati Uniti d’Europa, se realizzati attraverso l’unione di Paesi a regime capitalista, non rappresenterebbero un progresso bensì il trionfo della reazione mondiale.

 

  • Definisce il patriottismo un sentimento condiviso da tutti gli appartenenti a una comunità territoriale, a prescindere dalle origini etniche e dalle identità religiose, culturali … Un sentimento che si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura Più avanti stigmatizza la destra, che utilizza l’idea di nazione per esaltare i caratteri identitari – cultura, lingua Non si comprende bene se questa incarnazione in una lingua, in una cultura, sia di destra o di sinistra. Se si possa prescinderne o no.

 

In qualche misura ho già riposto poco fa. L’incarnazione in una lingua, in una cultura, ecc. dal mio punto di vista, non sono il fondamento ontologico di una patria, sono il materiale su cui può lavorare un progetto politico di costruzione di una comunità territoriale che “diventa” stato, e quindi anche nazione e popolo. La patria “si fa” non “si scopre”, anche se per farla si attinge anche, ma non solo, al materiale culturale di cui sopra. Come dimostrano le esperienze degli Stati Uniti e (in scala minore) della Confederazione Elvetica, non è necessario disporre di un materiale omogeneo per “fare patria”

 

  • Lei sostiene che dobbiamo accingerci a costruire un popolo “che è tale perché condivide un insieme di diritti e doveri”. Certo, ci si può coalizzare riconoscendoci nei fini, in quelle forme di governo, in quelle istituzioni che dovrebbero caratterizzarci in futuro. Ma le alchimie costituzionali – o il semplice richiamo alla difesa della Costituzione esistente (che suonerebbe tristemente simile alle ipocrite esortazioni dei nostri ultimi Presidenti) – possono farci avvertire davvero la compattezza – e l’orgoglio – di un’appartenenza di patria?

 

Non si tratta di “alchimie costituzionali”. Si tratta di partire dall’assunto gramsciano secondo cui le classi subalterne non devono prendere il potere, devono farsi stato. Ciò vuol dire che, contrariamente a quanto pensano coloro che ritengono che basti assumere il controllo del governo per avviare una trasformazione radicale della società, le classi subalterne, per riuscire ad esercitare la propria egemonia, devono niente di meno che creare un nuovo tipo di stato. Ma ciò significa a sua volta che non si dà trasformazione radicale della società senza mettere in atto un processo costituente. Le costituzioni sono la quint’essenza della sovranità popolare, perché come scrive Carlo Galli nel suo ultimo libro (Sovranità, Il Mulino 2019), il potere costituente non è mai del tutto costituito, in quanto incarna la presenza concreta di un popolo che può in ogni momento “sfondare” lo spazio pubblico, agire contro la sovranità esistente per generarne una nuova. Ecco perché le rivoluzioni bolivariane hanno dovuto passare attraverso l’approvazione di nuove costituzioni. Che poi i principi in esse affermate restino largamente disattesi non conta: è la loro stessa esistenza a legittimare la lotta per metterli in atto. Questo vale anche per la nostra Costituzione che, non solo è disattesa, ma viene da qualche anno sconciata per neutralizzarne le velleità “criptosocialiste” (secondo la definizione della JPMorgan). Difenderla è una necessità imprescindibile, ma non basta, in una prospettiva rivoluzionaria si dovrà passare da un Assemblea Costituente che la “depuri” dalle riforme liberiste e ne sviluppi il potenziale specificando, attualizzando ed estendendo gli articoli più avanzati dal punto di vista sociale. Naturalmente non è la Costituzione in quanto lettera morta a innescare il sentimento patriottico e socialista, ma è la lotta patriottica e socialista a richiamare a nuova vita i principi costituzionali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Scienza, articolo di Fede, di Elio Paoloni

La Scienza, articolo di Fede

 

Gli alfieri dell’ateismo “scientifico” sbeffeggiano i fedeli, che accettano supinamente sciocchezze come la Trinità, l’Incarnazione, la Resurrezione, la Transustanziazione e una serie di altre assurdità che vengono definite Misteriperché la nostra povera mente non è in grado di comprenderle. Ma come si fa a credere – ghignano gli adepti della Scienza – a cose che cozzano contro ogni evidenza? Come si può abdicare alla ragione e accettare cose che la Fisica ci insegna essere impossibili? Succede però che i fieri razionalisti si vadano scontrando con scientifiche insensatezze, con un’irrazionalissima Fisica.

Gli viene spiegato che due particelle quantisticamente gemellate (entangled) lanciate nell’universo restano intimamente connesse anche a grandi distanze; e l’atto di osservare una delle due particelle influenza istantaneamente l’altra, non importa quanto lontano questa sia andata, quasi ci fosse tra le particelle correlate una trasmissione di informazione istantanea che se ne infischia della decretata impossibilità di superare la velocità della luce: due fotoni gemelli che “sentono” lo stesso problema contemporaneamente.

Dettaglio curioso: l’entanglement è “monogamo”, e il fotone Y può essere gemellato quantisticamente solo con X o con B, ma non con entrambi. I fotoni sono insensibili alle istanze poligamiche correnti.

Già questa simultaneità appare come una bufala difficile da digerire. Ma c’è di peggio: il mondo quantistico è influenzato da connessioni retrocausali, che operano a ritroso nel tempo: l’equazione d’onda completa (equazione di Klein-Gordon) comporta due soluzioni, una corrisponde alla “semplice” e più familiare equazione di Schrödinger, l’altra descrive la propagazione a ritroso delle onde anticipate: dal futuro verso il passato, in aperto contrasto con la logica comune.

Andiamo avanti: uno degli esperimenti più famosi della fisica quantistica è quello della doppia fenditura, nel quale, secondo le parole di Richard Feynman è racchiuso il “mistero centrale” della meccanica quantistica: un fascio di elettroni lanciati contro uno schermo con due fessure produce una figura d’interferenza (non è importante sapere cosa significa esattamente); gli elettroni devono quindi muoversi sotto forma di onda. Tuttavia, all’arrivo, generano un solo punto di luce, comportandosi quindi come particelle; gli elettroni insomma viaggiano come onde ma giungono all’arrivo come particelle. Fin qui siamo ancora nel campo del quasi ragionevole. Il punto è che il singolo elettrone attraversa i due fori contemporaneamente. Non solo, ha anche una sorta di consapevolezza del passato e del futuro, cosicché ognuno di essi può scegliere di dare il suo contributo alla figura d’interferenza nel punto corretto.

Il comportamento delle particelle, inoltre, viene influenzato dall’apparato sperimentale anche se tale apparato subisce mutazioni mentre esse sono già in viaggio; ciò implica che esse abbiano una sorta di precognizione della futura struttura dell’apparato, prima ancora di attraversarlo nel loro breve percorso.

Siete già sull’orlo della follia? Tenetevi forte: ciò che la particella ha deciso di fare (passare da un solo foro o da entrambi) dipende da una scelta successiva al transito stesso! Infatti nell’esperimento il rilevatore viene inserito dopo che il fronte d’onda è transitato da entrambi i fori. Come dice Wheeler, la “scelta” di un fotone di passare da un solo foro o da entrambi è “ritardata”, cioè avviene dopo che il fotone è passato! Se non è follia questa: una particella cambia il suo “stato” di adesso se le capita qualcosa dopo! Il concetto stesso di tempo sembra perdere senso.

Una breve carrellata di articoli di fede:

–         HVT (Hidden Variable Theories): è una “famiglia” di interpretazioni basate sul presupposto che tutte le versioni abituali della Meccanica Quantistica siano incomplete, e che ci sia un livello di realtà sottostante (una sorta di mondo sub-quantistico) contenente informazioni addizionali, presenti nella forma di variabili nascoste, sulla natura della realtà. Realtà sottostante? Variabili nascoste? Ma non c’era già qualche concetto molto antico che poteva venir definito in questi termini?

 –         De Broglie-Bohm GWI (Guide Wave Interpretation): ad ogni tipo di particella può essere associata un’onda che guida il moto della particella stessa, come un radar guida una nave. Da qui il termine teoria delle onde pilota. A differenza dell’Interpretazione di Copenhagen (non chiedetemi quale sia), tale onda pilota è reale e permea tutto l’universo, guidando qualsiasi particella. Ma va!?

 –         MWI (Many Worlds Interpretation): proposta da Everett agli inizi degli anni ‘50 e sostenuta da Wheeler, tale teoria consiste nell’idea che ogni qualvolta il mondo deve affrontare una scelta a livello quantistico (ad esempio, se un elettrone può scegliere in quale fenditura passare nel noto esperimento della doppia fenditura), l’universo si divide in tante parti quante sono le scelte possibili. Secondo uno studio del 2014, il comportamento duale della luce, onda-particella, può scaturire dall’interazione tra 41 mondi.

Oh perbacco! Ma tutto ciò è illogico. Cozza contro l’evidenza, infrange le leggi della fisica classica, è privo di senso. Il nostro vocabolario e la nostra sintassi sono insufficienti a rendere il concetto. Dobbiamo fidarci delle interminabili formule che i matematici hanno apprestato, dar credito a strane “osservazioni” avvenute in inaccessibili laboratori.

Questi comportamenti sconcertavano persino Einstein, che non riusciva ad accettare una «misteriosa azione a distanza» e sperava che i fisici potessero trovare un modo per liberarsene.

Lo stesso ideatore del principio d’indeterminazione, Heisenberg, diceva: “Ricordo le lunghe discussioni con Bohr, che ci facevano stare svegli fino a tarda notte e ci lasciavano in uno stato di profonda depressione, per non dire effettiva disperazione. Continuavo a girare da solo nel parco e continuavo a pensare che era impossibile che la Natura fosse così assurda come ci appariva dagli esperimenti”.

E quando Erwin Schrödinger si rese conto del modo in cui la sua funzione d’onda era stata reinterpretata, fino a diventare un’onda di probabilità dai connotati quasi mistici, commentò: “Non mi piace, e non avrei mai voluto avere a che fare con qualcosa del genere!”.

Bryce DeWitt, che aveva perfezionato negli anni ’60 la MWI, descrisse poi su Physics Today lo shock subito contemplando per la prima volta la possibilità che esistessero circa «10100 copie di se stesso, leggermente diverse, che continuano a duplicarsi all’infinito».

Il grande Feynman, riferimento essenziale per la divulgazione della MQ, diceva: “Nessuno capisce la meccanica quantistica”. Ed è la sacrosanta verità. Nessuno può capirla proprio perché nessuno conosce qualcosa che le assomigli. Gli stessi scienziati che la descrivono, illustrano, in fondo, una visione personale di una realtà irraggiungibile per definizione dai nostri sensi. In altre parole, ogni grande fisico cerca di esprimere concetti, ormai consolidati, secondo la propria immaginazione. E tutti gli altri fanno finta di comprenderli o dichiarano onestamente la propria incapacità.

Cosa fa a questo punto il nostro scettico a corrente alternata? Sillaba, serio e compunto come Maurizio Ferrini a Quelli della notte: “Non lo capisco ma mi adeguo”. Oops, che fine ha fatto il nostro senso critico? Esistono dunque cose insensate nelle quali “dobbiamo” credere? Eh sì, questa dannata fisica quantistica ci propone ogni giorno Misteri ai quali non possiamo sottrarci, cose che superano la nostra ragione, scardinano ogni caposaldo della nostra esistenza, tutta la scienza e tutta la tecnica che reggono il tetto di casa, sopra la nostra testa. E i sacerdoti della Dea Ragione, consapevoli della inadeguatezza della loro misera mente, si inchinano ossequienti a codesti Misteri. Mumble mumble, cosa mi ricorda tutto questo?

Lasciatemi raccontare un gustosissimo aneddoto. Quel cascame medioevale di Padre Pio veniva continuamente consultato sulla condizione delle anime dei defunti; e Lui rispondeva: “Non ti preoccupare, è con Dio” oppure “Prega per lui”. Una volta però, dopo aver detto “Tranquilla, il tuo congiunto è in pace” aveva soggiunto “Falla dire, però, qualche Messa in suffragio”. Di fronte a tanta cialtroneria la fedele sbottò: “Ma se mi ha detto che è già in Paradiso!”. E Lui: “Perché, credi che Lassù le cose avvengano secondo i nostri tempi, le nostre meccaniche?”. Il residuato oscurantista, insomma, ignorante come una capra, sepolto in una celletta senza un solo testo che non fosse devozionale, pensava – o meglio vedeva – secondo modernissimi principi di inversione temporale, di connessioni retrocausali, di universi paralleli.

https://eliopaoloni.jimdo.com/2019/06/04/la-scienza-articolo-di-fede/?fbclid=IwAR05sZPGK8OIsA4vbwZUMX2KVVVc6E7DU8WexHU_QZhEL5sxSuN1A2ITRA4

 

TRE EQUIVOCI SU VERONA E ALTRE CONSIDERAZIONI, di Elio Paoloni

A proposito del Congresso sulla famiglia a Verona. Dopo Antonio de Martini http://italiaeilmondo.com/2019/04/03/il-processo-di-verona-di-antonio-de-martini/ prosegue Elio Paoloni

Primo equivoco

 

Molti dei miei amici hanno bevuto distrattamente le false narrazioni sul congresso di Verona e si sono rintanati sussiegosamente nel ‘giusto mezzo’, disdegnando gli ‘opposti estremismi’, ovvero lerciume vario contro bigottismo. Ora, in attesa degli atti, possiamo solo attenerci al programma della manifestazione: La bellezza del matrimonio – I diritti dei bambini – Ecologia umana integrale – La donna nella storia – Crescita e crisi demografica – Salute e dignità della donna – Tutela giuridica della Vita e della Famiglia – Politiche aziendali per la famiglia e la natalità.

Dove sarebbe l’estremismo, esattamente? I miei amici sono troppo colti per tirar fuori lo spauracchio del Medioevo, luminosissima epoca, ma lanciano accuse di lesa modernità, di donne incatenate, di visioni oscurantiste. Ma a cosa si appoggiano, veleno dei soliti media a parte? Ogni insulto è lecito verso i congressisti e minacce pesanti sono state rivolte alle personalità che desideravano intervenire dagli stessi personaggi e dagli stessi media che si affannano a diffamare le politiche che i miei amici sostengono. Di colpo, però, lor signori paiono divenuti gli esclusivi, scrupolosi, attendibili cronisti di Verona.

 

Paginoni indignati sono stati dedicati a un gadget di dubbio gusto, un piccolo feto.

Si parla spesso del “dovere della memoria”: non bisogna dimenticare, perciò beccatevi queste tremende immagini del cadavere scheletrico bruciato in un forno crematorio. Perché quest’ultima – si chiede Franco Cardini – viene di continuo ostentata in film, reportage e fiction mentre la seconda è proibita e nascosta? Certo, sulla shoah si è tutti d’accordo mentre sul fatto che l’aborto sia o meno una pratica delittuosa esiste una radicale divergenza che attraversa e spacca la nostra società. Proprio per questo, però, dovremmo mostrare come si trucidano i bambini.

Nulla di così eclatante, a Verona: semplicemente qualcuno ha voluto rappresentare un bambino non nato. Senza clamori, in contemporanea, all’Osservatorio Prada la mostra “Surrogati: Un amore ideale” documentava le opere dei reborner, che realizzano bambole realistiche su ordinazione per darle poi “in adozione” alle loro mamme “eterne”, donne infertili o, più spesso, “avverse” alla gravidanza. Le fotografe di Surrogati ritraggono in modo vivido e “senza pregiudizi” le interazioni tra gli uomini e i loro compagni inanimati, obbligando l’osservatore a “riconsiderare la propria visione di amore e riflettere sul valore di un oggetto in grado di sostituire un essere umano”. Questi bambolotti non hanno destato scalpore. La nostra civiltà si estingue, ben rappresentata dal suicidio-omicidio delle due lesbiche californiane alla quale era stato concesso da illuminate istituzioni scevre da bigottismo di adottare ben sei bambini, abusati, poi drogati e trascinati alla morte. Ma in tv passa solo il gadget “estremista” di Verona.

 

Se comprare bambini e privarli di un’infanzia sana è un diritto, allora sì, il Congresso era zeppo di estremisti. Del resto, da quando i capricci di una minuscola parte degli omosessuali sono diventati diritti inalienabili, ogni persona di buon senso può essere incriminata. “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate” scriveva Chesterton. Chi sguaina oggi queste spade – le spade del buon senso, delle semplicissime, evidenti verità – viene accusato di estremismo anche da menti che non si sono mai piegate – politicamente –  alle idee dominanti.

 

Io accuso i congressisti, invece, di eccessiva moderazione: sono state lanciate esortazioni per la piena applicazione della legge 194. Piena applicazione? Da vero estremista io mi auguravo appelli per l’abolizione. Ma a Verona, forse giustamente, lo si è ritenuto non proponibile in queste circostanze e ci si è accontentati – sobriamente – di ottenere il massimo da una legge che è stata applicata come se si trattasse di uno sbrigativo quanto tardivo mezzo anticoncezionale.

 

 

 

Secondo equivoco

 

Qualsiasi posizione a favore della famiglia, della natalità, della possibilità di scelta della donna (tra il lavoro domestico e l’umiliante quanto ineluttabile – grazie alle magnifiche sorti capitaliste – lavoro ‘emancipato’) così come ogni argomentazione contraria al divorzio e all’aborto, viene immediatamente etichettata come confessionale, bigotta, cattolica. Cascame vaticano. Ma sfugge ai più che in Vaticano si sono sbracciati per prendere le distanze dai ‘veronesi’. Gli accoglienti sono terrorizzati dalle scomode verità che i congressisti possono spiattellare. Non sia mai il mondo gender se ne avesse a male. Leggetevi Avvenire, ascoltate le dichiarazioni dei prelati ben allineati con Santa Marta. I principali avversari dei congressisti sono proprio loro. Ma quale natalità! Bergoglio la aborre più dei maltusiani.

Chi ha deciso che la morale, il pudore, il buon senso, l’unità della famiglia, l’amore per la tradizione, la volontà di perpetuazione, il rispetto della vita non possano essere laici, civili, universali? Eppure li abbiamo visti ben presenti anche nelle società pagane. George Orwell, che viene dato per ateo, si riferiva costantemente alla common decency, naturale predisposizione morale delle classi popolari, “un sentimento intuitivo delle ‘cose che non si devono fare’ se si vuol restare degni della propria umanità”.

 

 

Terzo equivoco

 

Buona parte dei commentatori ha affrontato la faccenda come se si trattasse di un fenomeno di costume, di una questione di buon gusto, di etichetta; nel migliore dei casi, di un dibattito etico – o scientifico – del tutto svincolato dai temi politici che tanto premono loro. La cosa mi lascia allibito. Davvero non sanno chi finanzia e organizza le Femen? Hanno potuto dimenticare che tutte le ‘conquiste’ contestate a Verona sono parte imprescindibile dell’agenda Dem? Che non vi è nulla di casuale nell’insistenza sui diritti individuali contrapposti a quelli sociali? L’annientamento dell’ultima cellula solidale, dopo i sindacati e i partiti politici, quella che ha resistito a tutti gli indottrinamenti e i totalitarismi, è un obiettivo irrinunciabile per i potentati economici. Non si tratta di folklore ma di riduzione dei cittadini a monadi. Due, tre, quattro divorzi. Non è rispetto delle scelte, è deliberata frantumazione, lotta tra i sessi, lotta tra i genitori, lotta tra i figli; una variante della lotta tra poveri sobillata con l’immigrazione selvaggia. Senza la dissoluzione della famiglia la sospirata società liquida non potrà pienamente realizzarsi.

Costanzo Preve, come Alain De Benoist, aveva capito da tempo che lo smantellamento delle forme di vita tradizionali borghesi e proletarie, fatto in nome della modernizzazione nichilisticamente permanente, era funzionale ad un allargamento globale del mercato e del connesso potere del denaro che questo comporta.

 

 

Nel merito

 

Sul congresso di Verona è apparso da poco in questo sito un post di Antonio de Martini. Dopo aver premesso che ‘la questione è complessa’ l’ha affrontata in poche righe, con qualche esempio.

 

Esaminiamo qualche punto.

 

1 – Unioni omosessuali. Sono sempre esistite e non vedo perché proibirle. Hanno certamente alcuni dei diritti e doveri tipici di una unione familiare. Possono ottenere ogni cosa, ma non l’equiparazione alla famiglia perché non sono la strada maestra per la perpetuazione della società. Sono una strada privata.

 

Sono sempre esistite. Falso. Neanche nell’Impero romano in decadenza, al vertice della depravazione compulsiva è stata contemplata alcuna unione, intesa come stabile e parificata al matrimonio. Alcuni matrimoni burla sono stati messi in scena da qualche imperatore folle con lo stesso spirito con il quale Caligola si proponeva di nominare senatore (o forse console) il suo cavallo. L’imperatore intendeva solo esprimere il suo disprezzo per le istituzioni romane. Proprio come i fans delle nozze omo, che costituiscono uno sberleffo intenzionale all’istituzione più sacra (in senso del tutto laico, mazziniano, come sacra è la Patria). La cosa che più si avvicinava a un riconoscimento pubblico era il concubinato maschile, mai giunto allo status legale della concubina, perché i concubini erano sempre schiavi, sottomessi e disprezzati come chiunque assumesse un ruolo passivo (exoletus, spintria, debilis, discintus e morbosus). Le relazioni, di solito temporanee, si svolgevano tra adulti bisessuali, già sposati e padri, e ragazzi, così come avveniva in Grecia. Quando sarebbero esistite, dunque, queste unioni? Nel Medioevo?

 

Sono una strada privata. Mi permetto di dissentire: quando i municipi mettono nero su bianco siamo in autostrada. E i diritti che si andrebbero affermando in questa unione possono essere tranquillamente acquisiti tramite le norme del codice civile vigente. Non ero contrario alle ‘unioni’ in linea di principio ma tutti abbiamo visto che si trattava di un cavallo di Troia. Il grimaldello, un primo passo.

 

 

2 – Divorzio. Ogni essere umano ha diritto a sbagliare e avere un’altra opportunità, ma non indefinitamente. Dopo un secondo matrimonio/unione la terza volta dovrebbe essere preceduta da un test psicologico che assista chi ha evidentemente difficoltà a non ripetere scelte che lui/lei stesso considera poi errate.

 

Sono d’accordo sulla valutazione psicologica da somministrare al convolante seriale ma resto oppositore anche del divorzio unico. Serenamente e laicamente. Non mi dilungo, però: la questione è tanto complessa che mi è servito un libro – di prossima pubblicazione – per trattarla. Mi limito a citare Bauman:

“Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, così come la solidità dei rapporti umani, tende a essere considerata male, come una minaccia: dopotutto, qualsiasi giuramento di fedeltà e ogni impegno a lungo termine (per non parlare di quelli a tempo indeterminato) sembrano annunciare un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di accettare le opportunità nuove e ancora sconosciute che (inevitabilmente) si presenteranno. La prospettiva di trovarsi invischiati per l’intera durata della vita in qualcosa o in un rapporto non rinegoziabile ci appare decisamente ripugnante e spaventosa”.

Chi – e perché – ha tanto lavorato per renderci avulsi dalla responsabilità?

Laddove De Martini – insieme a tanti altri – vede un’altra opportunità, è in atto, pervicacemente (che sia breve, sempre più breve, l’autostrada del divorzio) la precarizzazione dei legami familiari, speculare a quella lavorativa.

 

3 – Aborto. È certamente un diritto dei concepitori abortire, ma, se non si è psicolabili capricciosi e non vi sono inderogabili esigenze terapeutiche, cinque mesi sono un lasso di tempo sufficiente per prendere una decisione tanto drammatica e abortire ripetutamente non può essere consentito, salvo serie ragioni mediche.
Abortire è un diritto, ma – non illudiamoci- specie se fatto dopo il quinto mese, resta un omicidio. In Francia, un deputato ottenne la bocciatura delle legge facendo sentire in aula il battito del cuore del nascituro
.

 

Come molti dei miei amici De Martini si sforza di adottare un approccio equilibrato, finendo per assommare asserzioni contraddittorie. Avversa l’aborto solo se ripetuto. Ma se è un banale intervento chirurgico, perché limitarne l’uso? Puoi rimuovere due nei dalle natiche ma al terzo, eh no, suvvia, non esageriamo! Subito dopo l’apodittico “E’ certamente un diritto” ci scontriamo col “non illudiamoci, è un omicidio”. Dopo il quinto mese, però. Cosa gli faccia indicare questa precisa scadenza non è dato sapere: in quasi tutti i paesi il termine, tranne che per l’aborto terapeutico, è di tre mesi.

Termine, arbitrario, grottescamente simile al termine – anch’esso ‘scientifico’ – del 3 per cento del rapporto debito/PIL. Convenzioni, pezze a colore, ipocrisia pura ammantata di scientificità. Medici, biologi e giuristi hanno discettato scioccamente su dettagli insignificanti per decidere un termine. E’ un bambino quando gli crescono le orecchie, no, quando si ingrossa il pistolino, no, quando tira calci. Follia pura. Oggi, dopo le acquisizioni scientifiche vere, quelle sul DNA, tutti questo cianciare si è rivelato per quello che era. Ora siamo costretti ad accettare che nell’embrione c’è tutto l’uomo, chiaro e delineato, malattie comprese. Forse all’atto del concepimento non nascerà un’anima, ma di sicuro c’è tutto un destino. Come si passa dal ‘certo diritto’ all’omicidio, da una settimana all’altra? Se è un’escrescenza del corpo della madre lo è anche al nono mese, se è un essere umano lo è l’istante dopo il concepimento.

Gli ingenui danno per scontato che la determinazione della presenza o dell’assenza di vita o meglio di diritti – tot settimane, tot mesi – preceda e determini la formulazione della legge. Ma è sempre il contrario: avendo deciso di avallare l’omicidio si è cercata la giustificazione “scientifica”.

La inaffidabilità dei compromessi bioetici appare chiara leggendo la nuova legge dello Stato di New York. Apparentemente simile ad altre leggi che consentono l’aborto anche dopo la ventiquattresima settimana nel caso di grave pericolo per la vita della madre, ne differisce perché parla genericamente di ‘salute’ della madre (anche psichica, e ormai sappiamo che pure la melanconia è diventata una malattia secondo il DSM, la Bibbia della psichiatria) e perché depenalizza l’aborto in toto, autorizzando all’effettuazione anche figure non mediche.

 

L’embrione non è un’appendice del corpo della madre: è una creatura distinta legata alla sua ospite da un rapporto di simbiosi di tipo parassitico. Potenzialmente l’embrione potrebbe svilupparsi separatamente dal corpo materno, purché messo in un substrato nutritizio adeguato. E’ un’ospite. E’ più indifeso che mai. E’ sacro. Non appartiene alla madre. Appartiene a se stesso, all’umanità, alla comunità. E se proprio dovesse appartenere a una persona, allora appartiene anche al padre, al quale non si chiede neppure il parere “consultivo”, formula ipocrita che sta in tanti atti amministrativi, anche se, qualche mese dopo, si vedrebbe investito fino alla morte, in qualità di padre, da responsabilità giuridiche, economiche, morali. Negli Stati Uniti le esecuzioni capitali vengono affidate a più “operatori”: una centralina rende anonimo il pulsante letale e spartisce la responsabilità; nell’aborto le donne assumono invece contente il ruolo di boia unico.

 

Si tende a pensare che le parole cambino dopo che la realtà è cambiata. Non è così: non può cambiare nulla nella società, non c’è rivoluzione possibile, se prima una élite non impone un nuovo lessico. Quando si intende imporre una nuova legislazione, si cambiano i termini della questione: il resto segue. Se si decide di rinominare mamma e papà Genitore A e Genitore B, c’è un motivo preciso: si ha chiaro in mente un percorso distruttivo per la famiglia che non può prescindere da uno stravolgimento lessicale.

Interruzione volontaria di gravidanza, che si contrae in IVG. Un acrostico, una sigla. Neutra, deodorata, devitalizzata. L’eufemismo è un delitto. Uccide la verità, poi ci permette di sopprimere la vita. Ascoltate una donna incinta che parla della gravidanza che intende portare a termine: si rivolge al contenuto del suo grembo come a un bambino, da subito. Già nei primi giorni ne parla designandolo con un nome proprio, quello che gli darà al battesimo. Nell’altro caso, invece, si parla di embrione, feto, o, meglio ancora, non si nomina in alcun modo quel grumo di cellule. Si tenta di considerarlo un’escrescenza, una cisti. Così un omicidio diventa faccenda di donne, confuso tra perdite, mestruazioni e ritardi, quelle robe lì. Se usi il termine appropriato permetti anche alla ragazzina incinta di essere consapevole. Consapevole davvero, non intronata dalla speciosa terminologia adottata dalle riviste femminili e dai quotidiani progressisti.

 

Ascolto di continuo i belati degli osservatori comprensivi: ma cosa credi, è una scelta tanto difficile, le donne ne soffrono, abbi rispetto. Diamo per scontato che sia vero, anche se non sempre lo è (molti consultori fanno di tutto per renderla facile; non che ve sia bisogno: l’ideologia dominante, l’isteria femministoide, l’assuefazione, fanno sì che le ragazzine vi ricorrano come se si trattasse di prendere un’aspirina). Dopo anni, magari decenni, alla nascita di un figlio, alla morte di un congiunto o per la caduta della negazione, forse realizzeranno e si troveranno a far ricorso allo psicologo. Intanto molte la vedono facile. Ma la mia risposta, in tutti i casi, è: chi se ne frega. E’ abominevole sorvolare sul delitto perché l’assassino ci ha pensato su e, poer nano, è pure dispiaciuto. Ha fatto a pezzi la nonna, però, sai, è stata una decisione difficile. Ah, beh, allora…

https://eliopaoloni.jimdo.com/

10 domande sulla guerra, di Elio Paoloni

Domande assolutamente ben poste da Elio Paoloni. Sia per il merito delle motivazioni e degli argomenti che le legittimano, sia per il momento scelto. Conoscendo Elio e la sua posata inquietudine, deve averci rimuginato parecchio. Il suo appello ad intervenire sull’argomento è probabilmente il segno di una crescente apprensione riguardo alla situazione e alle dinamiche che stanno avviluppando il mondo, quello a noi apparentemente lontano e quello prossimo, all’interno stesso della nostra casa. I vecchi equilibri stanno rapidamente saltando come pure le prassi e le chiavi di interpretazione che ci hanno guidato e ingabbiato sino ad ora; con essi stanno cambiando stati d’animo e modalità di reazione non solo delle classi dirigenti ma anche di strati sempre più larghi di popolazione. A partire dal secondo dopoguerra le classi dirigenti italiche, più di ogni altra, hanno accuratamente rimosso questi temi. Una pesante cappa di conformismo ha oppresso sino a poco tempo fa quasi inavvertitamente il mondo intellettuale. Eppure il paese in passato ha conosciuto tra i propri figli il capostipite moderno, Machiavelli e ha conosciuto giganti, come Pareto e Gramsci, del realismo politico e della teoria politica. La catastrofe politica della seconda guerra mondiale e la successiva progressiva erosione del concetto stesso di difesa dell’interesse nazionale hanno prodotto una classe dirigente, a partire soprattutto dagli anni ’90, sempre più priva di radicamento identitario, abile a cogliere e vellicare soprattutto le debolezze di un popolo, del tutto incapace di assumere un qualsiasi ruolo attivo nell’agone europeo e mondiale. La condizione perfetta per trascinare nell’inconsapevolezza e nell’impreparazione generale ancora una volta una nazione tra i flutti di un mare geopolitico sempre più intricato. Qualche reazione inizia ad emergere. La fretta frenetica legata all’urgenza e all’accavallarsi degli eventi rischia di spingere a soluzioni forse peggiori, avventuriste e cialtrone, analoghe a quelle che ci hanno trascinato allegramente nella seconda guerra mondiale. Non sono mancate nel frattempo menti fertili e motivate, anche nell’oggi stesso; i più però conoscono l’ostracismo silenzioso, l’omertà e le blindature degli ambienti istituzionali. Italia e il mondo accoglie volentieri l’invito alla discussione di Elio Paoloni. E’ nata con queste finalità. Spera che sia colto negli ambienti cui il sito si rivolge ed anche oltre. Non pretende esclusive nella pubblicazione dei contributi; chiede semplicemente che ci siano trasmessi per fare di questo spazio un terreno concreto di confronto_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

 

10 domande sulla guerra

Diciamo subito che non si tratta qui di introdurre tesi pacifiste: si dà per scontato che chiunque non tragga direttamente vantaggi dalla guerra (non appartenga cioè a quella minoranza che non viene mai direttamente toccata da lutti e rovine) e non sia né fanaticamente indottrinato né patologicamente violento, desidera la pace; parimenti scontato è che questo non ha mai impedito le guerre. Rovesciando la nota formula di von Clausewitz, del resto, sia Carl Schmitt che Michel Foucault ebbero ad affermare che è la politica (la pace) ad essere continuazione della guerra con altri mezzi. Oppure vanno di pari passo, come notava argutamente Thomas Friedman: “La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno visibile. McDonald’s non può diffondersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante di F- 15”.

 

Partiamo dunque da una incontrastabile verità: la guerra è ineliminabile, con buona pace dei pacifisti d’ogni tempo (non proprio di tutti i tempi dato che per secoli la categoria dei pacifisti non è esistita) i quali fanno bene a cercare di evitare questa o quell’altra guerra – folle chi non lo tenta – ma errano cercando di evitarla ‘ad ogni costo’, a prescindere. Chi davvero vuole la pace neppure la nomina. Prepara la guerra o fa finta di prepararla. “Tutte queste teorie sulla pace universale, le conferenze per la pace, ecc. – notava G. I. Gurdjieff –  non sono che pigrizia e ipocrisia. Se si costituisse effettivamente un gruppo sufficiente di uomini desiderosi di arrestare le guerre, essi comincerebbero a fare la guerra a coloro che non sono della loro opinione. Ed è ancora più certo che farebbero la guerra a uomini che vogliono anch’essi impedire le guerre, ma in un altro modo”.

 

Un terribile amore per la guerra, di James Hillman, si apre con una scena del film sul generale Patton, che passeggia per il campo di battaglia a combattimento finito: terra sventrata, carri armati bruciati, cadaveri. Volgendo lo sguardo a quello scempio, il generale esclama: «Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita». Per Hillman la guerra è una pulsione primaria della nostra specie, dotata di una carica libidica non inferiore a quella delle pulsioni che la contrastano e insieme la rafforzano: l’amore e la solidarietà. Hillman spazza via la retorica degli adagi progressisti – basati su una lettura caricaturale della «pace perpetua» teorizzata da Kant – risalendo al carattere mitologico di tale ambivalenza: l’inseparabilità di Ares e Afrodite. Ma soprattutto, ricorrendo a dettagliati rapporti dal fronte, a lettere di combattenti, ad analisi di esperti in strategia – oltre che a tutti gli scrittori e tutti i filosofi che alla guerra hanno tributato meditazioni decisive, da Twain a Tolstoj, da Foucault a Hannah Arendt – Hillman ci rammenta la scandalosa verità: più che un’incarnazione del Male, la guerra è in ogni epoca – come mostrato dalla contiguità tra le descrizioni omeriche e i reportage dal Vietnam – una costante della dimensione umana. O meglio, troppo umana.

 

Non è il caso di insistere sugli aspetti antropologici, psicologici, sociologici della guerra, benché non si possa fare a meno di considerarli, sia pure di riflesso. Le pulsioni, gli istinti, i condizionamenti che inducono l’uomo alla violenza sono stati abbondantemente sviscerati, compresa quella, apparentemente nobile, della scoperta di sé: La guerra – scriveva Norman Mailer – è la prova di tutte le prove. È in guerra – sostiene – che un uomo va fino in fondo a se stesso e sa veramente chi è. L’idea che la guerra sia una cartina di tornasole per un uomo è antichissima ma la guerra è profondamente cambiata e, vivendo una fase di guerra per bande su scala planetaria, si partecipa in effetti a molti conflitti e forse – più o meno consapevolmente – lo stiamo già facendo, senza sottoporci, per ora, ad alcuna prova. Tuttavia l’alpinismo, o l’apnea profonda, potrebbero costituire un test meno pernicioso.

Per Erich Fromm la guerra reca vantaggi anche alla salute morale di una nazione: risveglia i valori di altruismo e di solidarietà… porta in luce i sentimenti essenziali… con la presenza della morte, dà un enorme valore alla vita… sarebbe molto utile nella nostra società in cui impera la crisi di identità e nella quale – a causa dell’impossibilità della guerra dovuta alla deterrenza nucleare – assistiamo all’aumento di criminalità, suicidi, problemi della droga e nevrosi. Salutare, insomma, come certe malattie, dopo le quali riscopriamo la bellezza della vita e l’importanza dei valori. I morti tuttavia non riscoprono un bel nulla.

 

Questa ricognizione tralascia in ogni caso l’atteggiamento del singolo violento o indottrinato, che non si rende conto quasi mai delle conseguenze delle sue azioni. E’ stata anche indagata, a dire il vero, la somiglianza tra i comportamenti del singolo e quelli di un organismo complesso. Ma si tratta del comportamento delle masse – che amplifica proprio le pulsioni più distruttive – quello descritto da Joseph de Maistre ne Le serate di San Pietroburgo: “L’uomo, colto all’improvviso da un furore divino, estraneo all’odio e alla collera, avanza sul campo di battaglia senza sapere quel che vuole e nemmeno quel che fa. Che cos’è dunque questo terribile enigma? Niente è più contrario alla sua natura e nulla gli ripugna di meno: compie con entusiasmo atti che lo fanno inorridire. Non avete notato che sul campo di morte l’uomo non disubbidisce mai? Potrà massacrare Nerva o Enrico IV; ma il più vergognoso tiranno, il più insolente macellaio di carne umana non sentirà mai pronunciare sul campo di battaglia la frase: Non vogliamo più servirvi. L’angelo sterminatore gira come il sole attorno a questo infelice globo e non lascia respirare una nazione se non per colpirne altre”. In effetti la jacquerie fu una rivolta contro il fisco, non contro la leva.

 

Nel suo carteggio con Freud sulla necessità di evitare la guerra, Einstein citava i mezzi con i quali una minoranza può asservire alla propria cupidigia le masse (scuola e stampa innanzi tutto) ma era incredibilmente perspicace – e controcorrente – anche nell’individuare il bersaglio più facile: non le masse incolte bensì la cosiddetta “intellighenzia” che cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata. Stigmatizza proprio quello che oggi viene da più parti definito ‘ceto medio semicolto’. Più pessimista – o realista – Freud non credeva alla possibilità di evitare le guerre. Non lo riteneva, in fondo, neppure auspicabile: Le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Ma sa anche che i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano. Un altro che credeva a una qualche utilità delle guerre, o almeno alla loro inevitabilità.

 

Per Julien Freund l’uomo può cambiare vita ma non cambiare la vita. Conducendo vita pia sul piano privato può sottrarsi al male (o al demoniaco) ma non può sconfiggere, sul piano pubblico, la vita stessa, ovvero l’impulso vitale volto all’accrescimento del potere: “Questo impulso di vita, nulla può esorcizzarlo, né una contabilità di tutti i morti di tutte le guerre, né i dipinti dell’orrore delle rivoluzioni”.

Ecco, questo termine così neutro, contabilità, è il denominatore degli interrogativi che seguono. Domande che riguardano pragmaticamente proprio l’utilità, ovvero gli aspetti economici e il rapporto costo/benefici, anche applicato, brutalmente, alle perdite umane. In particolare la soglia di perdite e distruzioni che i decisori ultimi si prefiggono nel momento di intraprenderla. E soprattutto il reale vantaggio che ne trae il paese vincitore ovvero la valutazione più difficile da farsi. La famosa definizione della guerra come ‘levatrice della storia’ presuppone un andamento lineare della storia, pur con temporanei arretramenti e deviazioni, in un progresso costante. Il nostro mondo è migliore di tutti quelli precedenti, sostengono tutti, tranne, a volte, gli sconfitti. Non vi è mai controprova, naturalmente. Ma anche ammesso che questo mondo sia migliore, chi ci dice che non avrebbe potuto essere ancora migliore senza la guerra che lo ha creato?

Nella storia non esiste possibilità di comparazione, purtroppo: l’ucronia è roba da romanzieri, non da storici.

Per gli storici – scriveva Elias Canettile guerre sono come sante: esse, simili a temporali utili o inevitabili, irrompono dalla sfera del sovrannaturale nell’ovvio e comprensibile corso del mondo. Io odio il rispetto degli storici dinanzi a una cosa solo per il fatto che è avvenuta, i loro criteri falsi, a posteriori, la loro impotenza che striscia dinanzi a ogni forma di potere.

Diversi storici – per amor del vero – hanno provato a riflettere sul “se invece”. Se un banale episodio può cambiare il corso di una vita, come in Sliding doors, figuriamoci una guerra. Non sarà scientifico supporre cosa sarebbe successo se avesse vinto Hitler (un classico) ma chiederselo è un’esigenza umanissima e potente. E’ ovvio che le narrazioni riguardanti il capovolgimento del corso delle guerre risultino più avvincenti. Ma sarebbe ben più utile immaginare cosa sarebbe successo se le guerre, molto semplicemente, non fossero state combattute. E’ possibile? E quanto è possibile avvicinarsi a quella che sarebbe stata la realtà senza quella guerra? Non è semplice curiosità, fatuo arzigogolare: riguarda in fondo proprio la possibilità di una valutazione razionale della lotta. Chi stila una dichiarazione di guerra deve pur avere in mente degli scenari.

 

La definizione futurista (sola igiene del mondo) mi è sempre sembrata stupida: se darwinianamente in guerra muore il più debole, si tratta della frangia debole del settore in ogni caso più forte: giovane, sano, dotato di abilità. Troviamo infatti del tutto naturale che a crepare sia il meglio della popolazione, gli unici che potrebbero davvero essere utili anche nella ricostruzione. E’ stata un’amica a farmelo notare, con buon senso tipicamente femminile. Perché piangere sulla morte dei vecchi e degli invalidi? E quei fior di giovani? Sono veloci, resistenti, manipolabili: ovvio che siano loro a dover essere spediti in battaglia. Ma a qualcuno è venuto mai in mente di mandare avanti un reggimento di vecchiardi? La Vecchia Guardia di Napoleone non fa testo, era una riserva, un corpo pretoriano.

Anch’io però, devo confessarlo, sono vittima dell’ipocrisia che porta a compiangere le vittime civili, categoria che ormai comprende solo vecchi e bambini, dato che le soldatesse (ammesso che desinenze del genere siano ancora consentite) hanno ottenuto – a partire dagli Stati Uniti – la facoltà di recarsi in prima linea, cancellando l’irragionevole discriminazione che permetteva loro di accoppare solo per interposto guerriero. Dal secondo conflitto mondiale, in effetti, assistiamo alla guerra totale, nella quale la popolazione viene coinvolta direttamente nella guerra (terroristicamente, con bombardamenti privi di qualsiasi interesse bellico) mentre in precedenza veniva coinvolta sì pesantemente ma solo dopo – o durante – la conquista di territori.

In ogni caso la Grande Guerra dette un’energica sfoltita anche agli esponenti del movimento futurista e Boccioni, prima di morire, fece in tempo a coniare l’equazione guerra=insetti+noia. Io mi sarei tenuto un gigante come Boccioni e avrei lasciato al nemico parecchie ettari di pietraia insieme ai tirolesi, che dobbiamo pure ricoprire d’oro. Così, a proposito di costi/benefici.

 

Vero è che la pulizia bellica serve a regolare l’equilibrio tra popolazione e risorse, anche se le nuove tecniche di coltivazione e allevamento smentiscono Malthus e i suoi nipotini. D’altro canto ogni paese spera che la diminuzione della ‘domanda’ avvenga a scapito dell’avversario. Nessuno troverebbe opportuno ridurre la propria di popolazione. Almeno in passato: oggi ormai la maggior parte dei conflitti è scatenata da una categoria di persone prive di reali radicamenti su un territorio, cosmopoliti di fatto, stranieri anche a se stessi, incapaci di patriottismo o di empatia con qualsivoglia popolo.

Di sicuro quella frase va riferita allo spazzar via istituzioni fatiscenti per far nascere un uomo nuovo, una società completamente diversa, anche tecnologicamente più progredita. “La guerra ha sempre promosso la mobilità sociale – notava Erich Fromm – infatti le classi dinamiche sono sempre a favore della guerra”. E siamo alle solite: occorrerebbe valutare, caso per caso, se le istituzioni ‘nuove’ nate da questa palingenesi siano state davvero auspicabili. Vi è una forte corrente di pensiero che ritiene aprioristicamente di sì. Io mi permetto di dubitarne ma gradirei il conforto del parere di persone non necessariamente reazionarie. Ambrose Bierce scrisse che Dio usa le guerre per insegnare la geografia alla gente. Qualcuno, di certo, le usa per divertirsi a disegnare cartine geografiche nuove. Onnipotenza 2.0.

 

Non prenderei in considerazione le rivoluzioni: scatenate da una classe sociale, o da un’etnia, hanno obiettivi sufficientemente chiari, per quanto finiscano vittime anch’esse, forse ancor di più, dell’eterogenesi dei fini. I rischi sono valutati con sufficiente accuratezza: cosa si ha da perdere (spesso, come da celeberrimo aforisma, solo le proprie catene), cosa si può ottenere. Le rivoluzioni, come i colpi di stato, riescono o falliscono, non sono soggette ad escalation. L’assalto al Palazzo d’Inverno costò cinque morti, anche se occorrerebbe considerare il lungo strascico contro le armate bianche. La lunghezza della lotta di Mao non fa testo perché spezzettata da guerre e coinvolgimenti diretti di potenze straniere.

 

La domanda fondamentale, a ben vedere, è questa: alea a parte, quanto conta la valutazione realistica e quanto, invece, gli organismi decisionali di un paese (ma anche di una grossa fazione, o di una minoranza, o di una banda criminale) ovvero le élites meno influenzabili, anzi deputate a influenzare, coloro insomma che conoscono bene le conseguenze, coloro che agiscono freddamente, episodicamente o per mestiere, e sanno valutare le probabilità di uscirne indenni, con vantaggio, possono a loro volta essere influenzati da pulsioni inconsce, da riflessi pavloviani, dall’orgoglio, da ogni genere di retaggio?

Carl Schmitt sosteneva che non esistono guerre condotte per motivi puramente religiosi, o puramente morali, o puramente giuridici, o puramente economici. Può sembrare che alcune siano state scatenate unicamente per l’uno o l’altro motivo, ma solo se vi era la possibilità di inserire tali motivazioni in una riconoscibile dicotomia amico/nemico. Distinzione che il giurista tedesco pone alla base di ogni agire politico, come si trattasse di un dato sociologico, ma che ci riporta, in fondo, alla psicologia del profondo.

Esistono dunque decisioni puramente razionali? Normalmente no: nessun individuo è un essere puramente razionale. Esattamente come le folle. Ma gli organismi che di solito decidono le guerre dovrebbero essere in grado di formulare quanto di più vicino a una decisione razionale. Raramente si tratta della decisione di un singolo: anche un dittatore o un monarca assoluto hanno consiglieri, ministri, gran vizir; interpellano generali che hanno conoscenze specifiche; spesso devono tener conto delle valutazioni di sostenitori, finanzieri, boiardi. E’ vero che ognuna di queste figure ha interessi personali – e non solo – da tutelare e che ognuno di loro è condizionato da fattori non razionali, tuttavia l’insieme di queste valutazioni, contemperandosi, dovrebbe condurre – viene da pensare – a una decisione informata, avveduta, logica; di sicuro al male minore.

Succede davvero questo?

 

Qualcuno ha fatto notare che la politica statunitense verso la Russia è stata dettata per decenni dalla russofobia di un ex polacco, Zbigniew Brzezinski e dalla volontà di rivalsa di Madeleine Albright, una cecoslovacca. Sciocchezze? Le decisioni sono in realtà prese da ampi organismi supportati da stuoli di esperti, consulenti, teste d’uovo? Sarà. Ma una cosa che ho imparato – da profano – è che la pervicacia e la furbizia di un singolo ben introdotto nei gangli di comando può determinare qualsiasi evento. La più grave eredità di un marxismo forse malinteso è quella di averci costretto a pensare solo in termini di masse, di forze, di condizioni oggettive: i protagonisti sono solo portati in carrozza da queste forze e ognuno di loro avrebbe potuto essere sostituito. E’ l’opportuno contrappeso a una storiografia affollata unicamente da biografie di re e condottieri, tuttavia, portata alle estreme conseguenze, ha effetti grotteschi. L’Italia del dopoguerra, ad esempio, era affollata da traditori, voltagabbana, vigliacchi e, soprattutto, avidi arrivisti; qualsiasi funzionario messo a capo di un ente pubblico si sarebbe adagiato nel tran tran. Non Enrico Mattei, patriota e grande statista (anche se non si occupò ufficialmente di politica e di governi). In compagnia di un gruppo di gitanti Lenin si impossessò in un batter d’occhio di un paese immenso. E Stalin ne ha fatto una potenza industriale e militare in pochi decenni. Condizioni oggettive? Nel bene e nel male l’abilità di un uomo e soprattutto le sue reali intenzioni, la sua devozione agli interessi della patria, fanno davvero la storia. E viceversa: un vigliacco, un folle, un venduto, possono distruggere una nazione in men che non si dica.

 

Tutti noi abbiamo ben impresse nella memoria immagini spaventose e. soprattutto, numeri spaventosi. Ma poniamo per un istante che a un soggetto avveduto, potente e scaltro, riesca una guerra lampo. Cominciamo col dire che occorrerebbe diffidare delle riuscitissime guerre lampo, spesso seguite da lutti decennali, come ebbero ad imparare Adolf Hitler, Saddam Hussein e poi Bush insieme ai suoi successori. Ma restiamo nel solco delle ipotesi più rosee: chi ci dice che la vittoria sarà un successo? Sembra un gioco di parole ma riguarda l’aspetto cui si accennava sopra: se ogni guerra è levatrice occorre attendersi qualche novità. Chi può assicurarci che saranno ancora importanti le risorse a cui il paese tendeva, magari rimpiazzate da altre conquiste della tecnologia? Non dimentichiamo che mentre ancora si combatteva sanguinosamente per la conquista delle piantagioni di caucciù si iniziavano a produrre i primi pneumatici in gomma sintetica. Come essere certi che i guadagni che una lobby si attendeva non saranno vanificati da variazioni finanziarie, monetarie, legislative? O che le mire della classe sociale che ha appoggiato quella guerra andranno in fumo perché una nuova classe si affermerà in seguito a quella guerra? Ripensiamo a un episodio: per ottenere un po’ di consenso i generali argentini si impossessarono di quattro isolette davanti casa e nel giro di pochi mesi perdettero ogni potere. Certi andazzi fanno venire in mente i versi di una canzone di Enzo Jannacci, “Si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale/per vedere come stanno le bestie feroci/e gridare aiuto, aiuto è scappato il leone/e vedere di nascosto l’effetto che fa”. Qualcuno è andato allo zoo per segare davvero le sbarre e ha poi scoperto che quando i leoni scappano non ti puoi nascondere: ti buttano giù le torri, ti accoppano l’ambasciatore, ti sgozzano i giornalisti.

L’eterogenesi dei fini è un fenomeno ricorrente nella storia – come pure in ogni singolo atto quotidiano – ma alla fine di una guerra non è solo ricorrente: è matematico. Questo dovrebbe inibire le smanie di ogni potente, ancor più del rischio di una vittoria di Pirro, con danni e decimazioni tali da impedire qualsiasi trionfo. Ma non succede.

Troppi i fattori da considerare: chi decide cosa è irrinunciabile? Esistono prassi consolidate, naturalmente: ci sono apparati che sanno perfettamente cosa una determinata nazione deve considerare vitale. Non si tratta mai però di un solo fattore, e già decidere la gerarchia di essi è complicato: competenza e capacità di previsione non sono sufficienti. E se ci sono buone probabilità che la guerra asfalti il paese, che senso ha opporsi? Tanto vale salvare delle vite. Non tutti pensano che salvare la pelle sia la cosa più importante, ma a certi livelli non si può davvero immaginare di poter fare la conta per verificare quanti cittadini la pensano così, per cui si torna sempre allo stesso punto: quali saranno le priorità in tempi bellici dei governanti, solitamente eletti in tempi di pace per occuparsi dei bilanci economici e non dei bollettini delle perdite umane?

 

Poniamo allora le domande che tutti si sono posti almeno una volta, sforzandoci di evitare che risultino retoriche. E rammentando che difficilmente sarà un generale a illuminarci: in fondo non sono i militari a prendere la decisione fondamentale (come da ammonimento di Clemenceau: La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari). Neppure un economista avrà le risposte. Perché non può esserci un valore comune, oggettivo, di ‘mondo migliore’. Perché non c’è alcuna possibilità di calcolare l’equivalenza tra il costo di una vita umana e quello di un barile di petrolio, tra la frustrazione di un popolo e due palmi di territorio, tra la vita apparente dei reduci e le rosee prospettive commerciali. Oppure sì?

Difficile trovare risposta a domande che mescolano valori quantitativi a valori qualitativi. Sarebbero necessari gli sguardi di un sociologo, di un teologo, di un moralista, di un ingegnere, di uno storico e di uno storico dell’arte. Certe risposte sono appannaggio forse solo dei filosofi, o di grandi menti non specializzate. Magari dei poeti. Ma un ampio ventaglio di intervistati potrebbe darci di sicuro qualche lume.

 

 

 

 

1 – Quante volte, davvero, i costi economici di una guerra (vinta, s’intende) sono stati sopravanzati dai benefici? Joseph E. Stiglitz ha scritto sull’Iraq che una volta pagato il prezzo di questa guerra, il debito nazionale americano sarà aumentato di tremila miliardi di dollari. Quanto se ne può guadagnare con quel po’ di petrolio in più a buon prezzo a disposizione? Quanto ci guadagneranno le industrie belliche? Ma, soprattutto, quanti di quei soldi saranno pagati dalle industrie beneficiarie – sotto forma di tasse e di occupazione – e quanti invece dal contribuente medio? Si possono contabilizzare i vantaggi derivanti dall’impoverimento degli altri paesi, che avranno meno accesso – o accesso più caro – alle risorse petrolifere? E, soprattutto, queste stime chi è in grado di farle? Già, sono tante domande, però collegate.

 

2 – Il polpo sacrifica i tentacoli per salvarsi, come la lucertola la coda. Accessori che ricrescono. Quanti milioni di euro costituiscono la coda di una nazione? Quanti milioni di cittadini ne costituiscono un tentacolo? Quanti tentacoli può perdere un polpo senza morire? C’è un numero di morti accettabile per un paese? Anzi per un pianeta, visti gli attrezzi disponibili?

 

3 –  Forse il solo indiscusso merito della guerra dei cent’anni è stato quello di fornire agli storici, con la sua cessazione, un comodo spartiacque per indicare la fine del medioevo. Lo sfacelo economico e le sofferenze per la popolazione (in particolare per i sudditi continentali, i cui sovrani potrebbero essere considerati gli ‘aggressori’) sono indescrivibili: 116 anni di saccheggio sistematico, deliberato, ininterrotto; fame, malattia, stupri, degradazione, morte. Il Pangloss di turno opporrà che, nonostante la bancarotta di tutto un continente, alla fine il sistema feudale era stato sorpassato, la Pulzella aveva ricompattato i patrioti francesi (e purtroppo diviso i cattolici, dato che anche i nemici, all’epoca, erano cattolici) e il mondo entrava in una nuova era. Ma non si viveva meglio in un feudo pacifico e florido che sotto un sovrano avido, spietato, lontano? E, ammesso che così non fosse, i vari sovrani impegnati nella contesa hanno mai pensato, per un solo momento, a questi ipotetici – e in ogni caso puramente casuali – vantaggi per il popolo?

 

4 – Si pensa alle guerre come unico motore del progresso. Forse perché le ricerche militari impegnano velocemente grandi risorse nei miglioramenti tecnologici. Ma non basterebbero le gare di Formula 1? O l’industria aeronautica (la cui storia iniziò nel ‘700 per il puro diletto dei nobili) o astronautica (che nasce forse in un orizzonte militare ma è, appunto, orizzonte, non guerra guerreggiata, tant’è che americani e russi nello spazio ci vanno insieme)?

 

5 – Quanto migliore deve diventare un paese per giustificare la distruzione dei tesori d’arte, simboli della cultura e della religione del popolo che ha guerreggiato? Strade e ponti si ricostruiscono, certo, anche più moderni. Forse è per questo che dicono che è un mondo migliore. Magari più somigliante a quello del vincitore. Ma il Senso, l’Identità, la Dignità possono sopravvivere a certe demolizioni? Ammetto che questo aspetto è il meno quantificabile di tutti. Non è questione di numeri: c’è oro (o mucchio di diamanti, visto l’argomento) sufficiente a compensare la demolizione – operata dagli inglesi stessi durante la seconda guerra mondiale – del Crystal Palace di Londra, la prima struttura realizzata completamente in vetro, considerata uno dei più begli edifici mai costruiti, perché le sue rilucenti vetrate erano un pericoloso punto di riferimento per i bombardieri nazisti? O la distruzione del tempio di Gerusalemme, la violazione del Sancta Sanctorum, la sottrazione dell’Arca dell’Alleanza? Anche se, a pensarci bene, qualcuno potrebbe sostenere che la diaspora va vista come un fausto evento, avendo diffuso il genio ebraico nelle varie nazioni.

 

6 – Non è un caso che siano i giovani a dover combattere: tradizionalmente erano le ‘teste calde’, affascinate dall’avventura, desiderose di mettersi alla prova, di sfuggire alla monotonia borghese. Ma sono proprio i giovani, in Occidente, a infoltire le schiere dei movimenti pacifisti. Mollezza dell’Occidente o presa di coscienza?

 

7 – L’impero di Bisanzio, uno dei più lunghi e prosperosi di tutti i tempi, è stato anche quello che ha guerreggiato meno di tutti. Un mix di intimidazione, lusinghe, corruzione di funzionari stranieri, istigazione ai conflitti tra gli altri stati, li ha tenuti lontani da guerre vere per secoli. Possibile che solo i bizantini abbiano avuto questa capacità? Ci sono aspetti irripetibili, esclusivi di quell’Impero?

 

8 – ­Il modo più veloce di finire una guerra è perderla (George Orwell). Pare che così la pensassero gli ammiragli italiani durante la seconda guerra mondiale. Ma nella Grande Guerra, invece, si poteva fare una pace dopo i primi massacri di trincea, quando fu chiaro, come scrisse Mario Praz, che si trattava soltanto di un’agonia di animali in agguato? In quanti hanno capito che nessuno in realtà l’avrebbe ‘vinta’? E non parlo solo dello scarso – e controproducente – bottino italico. O i morti in realtà non contano (almeno finché non si prospetta una rivoluzione, come per la Russia nella prima Guerra Mondiale) e conta solo il ‘non perdere la faccia’?

 

9 – Ogni guerra è disputa di cani sopra un mucchio di croccantini. Inevitabile che ci si azzanni per la razione quotidiana (la razione K) ma alcuni cani vogliono anche un’altra razione. Giusto, è la scorta per domani. Poi c’è quella di dodopomani. Quando le pretese diventano eccessive? Quanto grano, o banane, o rame possono bastare a tenere in vita un paese? D’accordo, le risorse sono limitate per definizione; ciascuno vorrebbe averne l’accesso esclusivo. Ecco la guerra. Ma esiste una linea oltre la quale ci si sta accapigliando per il superfluo. E’ percepibile questa linea a chi aggredisce? Sa che è una guerra immorale? O a un certo punto la nozione stessa di superfluo viene meno?

 

10 – Finora ci siamo occupati di chi ha possibilità di decisione. Ci sono paesi che non hanno molta scelta: subiscono l’aggressione e basta. Forse anche loro avrebbero avuto qualche possibilità di evitarla accettando una razione di croccantini. Il punto è sempre lo stesso: la quantificazione. Quanti rospi si possono ingoiare? La sopravvivenza è accettabile a qualsiasi condizione? Tra le rigorose condizioni di legittimità morale che la Chiesa richiede per la legittima difesa si ritrova questa: “che ci siano fondate condizioni di successo”. Quando i Vietcong iniziarono la lotta pensavano davvero alla vittoria o bastava loro sapere che la reazione all’oppressione era giusta e onorevole, anche se fossero stati annichiliti? Il debole, dunque, deve subito capitolare? Oppure una sconfitta gloriosa (ma anche umiliante come quella di Sedan) potrebbe rinsaldare i sopravvissuti per secoli alimentando il revanscismo fino al riscatto?

GEOPOLITICA VACCINALE – ZOOTECNIE PER IL GREGGE ITALICO_3a parte, di Elio Paoloni

Qui sotto la terza parte di un lungo e documentato articolo di E. Paoloni sulla problematica delle vaccinazioni e sull’acceso dibattito che imperversa in Italia da oltre tre anni. Una cosa appare certa. Quello delle vaccinazioni non è solo un problema di salute, né solo un problema medico, per altro riducibile ad una controversia tra oscurantisti e progressisti. Non è nemmeno un tema riducibile prevalentemente agli enormi interessi economici in campo medico-sanitario. Nel libro “gli stregoni della notizia” Marcello Foa, tra l’altro, illustra alcuni esempi di manipolazione dell’informazione in campo sanitario. Prossimamente recensiremo un libro dedicato all’argomento che offrirà una prospettiva ancora più ampia alla lettura di queste dinamiche_All’inizio del testo c’è l’accesso alle prime due parti. Buona lettura_Germinario Giuseppe

http://italiaeilmondo.com/2018/10/16/geopolitica-vaccinale-zootecnie-per-il-gregge-italico_2a-parte-di-elio-paoloni/

OBIEZIONI GIURIDICHE, ETICHE, POLITICHE

 

Uno stato che prescrive trattamenti sanitari obbligatori è uno stato totalitario, punto. Gli antifascisti in servizio permanente effettivo che scorgono fascionazismi ovunque dovrebbero effettuare una semplice ricognizione storica: solo i regimi totalitari (e certe democrazie anglosassoni, più bieche di qualsiasi dittatura) hanno sottoposto i sudditi a pratiche sanitarie forzate.

 

Siccome le mie parole sono quelle di un troglodita sopravvissuto agli anni in cui risuonavano nel vicinato le esortazioni alla vaccinazione naturale (su, Giovanni, vai a giocare con Giacomo che c’ha il morbillo, così ci leviamo il pensiero) sarà meglio ricorrere a quelle di Paolo Maddalena, già Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’Associazione Attuare la Costituzione, che non è contrario ai vaccini (ha deciso insieme alla figlia di far vaccinare il nipotino) ma ritiene il decreto Lorenzin platealmente incostituzionale (73). Maddalena trova inconcepibile che la valutazione sul sottoporre i bambini ai vaccini, che implica l’assunzione di rischi, sia sottratta ai genitori. Peraltro con una sanzione che viola un diritto fondamentale della Costituzione, ovvero il diritto all’Istruzione. “Non si può legiferare in questo modo. C’è poi la violazione dell’articolo 32 della Costituzione che, al secondo comma, prevede che la legge può imporre un trattamento solo nel rispetto della persona umana. Se toglie libertà di scelta e nega il consenso informato, è palesemente illegittima. Inoltre, se si fosse certi al cento per cento della sicurezza della vaccinazione, allora si potrebbe anche accettare l’imposizione. Le reazioni avverse però esistono, quindi non si può tirare in causa il diritto alla Salute. Se c’è un rischio, ognuno deve decidere per sé.

Ritengo inoltre che questo decreto violi i commi 1 e 2 dell’articolo 34 della Costituzione, che prevedono una scuola aperta a tutti e l’obbligo della scuola inferiore. Le materne fanno parte del sistema educativo, secondo la legge 53 del 2003. Privare i bambini dell’accesso alla scuola dell’infanzia significa arrecare un danno all’infanzia, creare nel bambino un trauma, farlo sentire emarginato perché non vaccinato. È una discriminazione. Poi c’è disparità di trattamento: fino a 5 anni sono obbligati a fare il vaccino, dopo i 5 no, pur dovendo pagare una multa” (74).

 

Anche il Presidente onorario della Corte Costituzionale, Ferdinando Imposimato è dello stesso avviso, e va oltre: giudica il provvedimento paranoico, e invita alla disobbedienza civile non solo i genitori ma anche i dirigenti scolastici (75).

 

Nel 1946, in vista dei processi ai medici nazisti rei di aver condotto esperimenti su esseri umani, venne redatto il Codice di Norimberga, che cercò di stabilire il confine fra gli interventi leciti e quelli illeciti in ambito medico. La prima regola individuata dai medici statunitensi incaricati della stesura fu la seguente: «la persona coinvolta dovrebbe avere la capacità legale di dare il consenso, e dovrebbe quindi esercitare un libero potere di scelta, senza l’intervento di qualsiasi elemento di forzatura, frode, inganno, costrizione, esagerazione o altra ulteriore forma di obbligo o coercizione; dovrebbe avere, inoltre, sufficiente conoscenza e comprensione dell’argomento in questione tale da metterlo in condizione di prendere una decisione consapevole e saggia» (76).

 

Ora, ammettiamo per assurdo che decine di epidemie ci minaccino (le avrà previste il Mago Otelma?) e che un minoranza possa ritrovarsi a rischio, resta il fatto che somministrare una grande quantità di farmaci per tutelare altri soggetti è una violazione della Dichiarazione di Helsinki del 1964 (77) con la quale la World Medical Association ribadiva il concetto che “nella ricerca medica gli interessi della scienza e quelli della società non devono mai prevalere sul benessere del soggetto“. Nessuno cioè può essere costretto ad un intervento medico potenzialmente dannoso per arrecare beneficio a qualcun altro. Tale principio è ribadito dalla Convenzione di Oviedo, recepita in Italia con legge n.145/2001: “Articolo 2 – Primato dell’essere umano. L’interesse e il bene dell’essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società o della scienza” (78).

 

 

Riassumendo:

– ammesso che i vaccini siano utili a prevenire il diffondersi di malattie contagiose ed epidemiche
– ammesso che siano sicuri, come sostengono molti medici e le case farmaceutiche
– ammesso che sia dimostrata l’esistenza dell’effetto-gregge non solo per l’immunità naturale, ma anche per quella vaccinale
– assodato che lo Stato può, in particolari circostanze, disporre un trattamento sanitario obbligatorio come previsto dall’art. 32 della Costituzione,

 

tale intervento obbligatorio si giustifica solo a condizione che:

– ci sia un grave e immediato pericolo per la vita e la salute del minore (principio di gravità e urgenza);
– sia in corso un’epidemia che minaccia la salute pubblica (principio di emergenza),
– sia impossibile impedire in altro modo il contagio (principio di necessità)
– non sia violata l’integrità psicofisica della persona, che costituisce il limite invalicabile di ogni obbligo (principio di inviolabilità del corpo),
– sia un intervento compatibile con lo stato psico-fisico del minore (principio di personalizzazione)
– sia dimostrata l’incapacità genitoriale di esprimere un valido consenso, posto che il genitore è l’unico soggetto titolare del diritto di esprimerlo per conto del minore (principio di autodeterminazione)

 

Alla luce di quanto riportato in precedenza, possiamo considerare valide tutte le asserzioni elencate? Si badi che basterebbe valutare non del tutto certa UNA SOLA di queste asserzioni per invalidare tutta questa furia inoculatoria.

 

 

 

OBIEZIONI FILOSOFICHE

 

Riferendosi all’accanimento diagnostico, che precede la malattia e anche il sintomo, Saverio Vertone scriveva anni fa sul Corriere della sera: “la nostra salute è un suddito sospetto, in perenne libertà vigilata… Forse non bisogna stuzzicare il killer… l’assassino personale che qualche volta può essere disturbato anzitempo da queste ricerche, mentre aspetta distratto”. (Vertone parlava della semplice osservazione, cosa dovremmo dire ora dello sfruculiare dei vaccini?). “Forse – continuava – non bisogna cercare l’impossibile certezza della salute assoluta, perché non esiste e perché troviamo sempre e soltanto il suo contrario… Sappiamo che vivere fa morire. E dunque occorre mettere sotto accusa anche la falsa innocenza della salute, sospettare la vita stessa, non risparmiare la giovinezza, setacciare tutto, guardare negli angoli…”.

 

Perché è così facile per le truppe politico-mediatiche intontire le vittime dell’accanimento vaccinale? Semplice: da decenni il pensiero unico ha instillato in tutti noi la convinzione che è possibile controllare tutto, che la malattia e la morte sono sempre evitabili. Deve esserci una pillola. Noi siamo dei. Dobbiamo essere immortali. Dobbiamo padroneggiare il nostro destino. Ogni casalinga è ormai un Nietzsche in sedicesimo. Il salutismo è la nuova religione. Ogni aspetto della vita è medicalizzato. La vita dell’uomo – e quella della sua psiche, della sua natura, del suo spirito – è solo un estrinsecarsi e intrecciarsi di patologie, per le quali, ovviamente, esiste una cura infallibile (quasi: quella davvero infallibile la stiamo preparando, fidatevi).

Malinconia, tristezza, paura, collera, incertezza, euforia, non fanno più parte della condizione umana. Il Male è ormai mero disordine, il Lutto è un disturbo intollerabile, l’Infelicità va aggredita ed eradicata. Sarà difficile per i poeti maneggiare i nuovi termini con cui si designano i sentimenti ad usum Big Pharma.  Attendiamo trepidanti la sesta edizione del DSM (79) che indubbiamente sancirà il carattere patologico della stessa condizione umana (continuando a riservare la patente di sanità unicamente a ciò che fino a non molte edizioni prima rubricava tra le perversioni, inclusi incesto e pedofilia).

 

Ora, la salute è di certo la prima cosa che si augura a chiunque ma le nostre nonne, che pure avevano sempre sulla bocca la frase “Basta che ci sia la salute”, non pensavano di poterla evitare prometeicamente: forse avevano scarse cognizioni mediche ma avevano dimestichezza con gli imperscrutabili disegni del fato.

 

Quando sta per arrivare un bambino, si chiama lo specialista per mettere la casa “in sicurezza”. A norma. Ecco questa locuzione, “a norma”, domina ormai il nostro mondo. Norme emanate da burocrati nascosti in qualche parte nel centro dell’Europa stabiliscono l’amperaggio dei magnetotermici degli impianti elettrici e la presenza di acqua nella confezione delle mozzarelle, le caratteristiche degli impianti per l’alta velocità e il diametro delle ciliege. E, ovviamente, le cautele a protezione dei bambini.

In rete circola questo testo: Se eri un bambino negli anni ’50 come hai fatto a sopravvivere? Tra gli eventi mostruosi contemplati nell’elenco delle situazioni tipiche dell’epoca spiccano questi: viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto; andare in bicicletta senza casco (con le ginocchia sempre sbucciate per le cadute); bere l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale e mangiare la frutta sugli alberi senza lavarla; trascorrere ore ed ore costruendo carretti a rotelle per lanciarsi in discesa e ricordare, a metà corsa, di non avere freni; tagliarsi, rompersi un osso, perdere un dente, senza mai una denuncia (la colpa non era di nessuno se non di noi stessi).

Già! lì fuori! nel mondo crudele!

Purtroppo è la vita che non è a norma. Il caso, il destino, il volere del Signore, l’ironia del diavolo, scegliete quello che vi aggrada, se ne frega delle norme.

 

L’emblema del pensiero ‘vaccinale’ totale, la sua estrema declinazione, è Angiolina Jolie, che si trancia le tette in via preventiva: potrebbe sviluppare il cancro. In attesa che il marito si tagli preventivamente i testicoli prendiamo atto che milioni di individui, sempre in via preventiva, si sono disfatti del cervello.

 

https://eliopaoloni.jimdo.com/

LINK

73 – https://twitter.com/attuarecostituz/status/873560277417160704

74 – https://www.giornalettismo.com/archives/2640312/paolo-maddalena-corte-costituzionale-vaccini

75 – https://youtu.be/4DOfFKSGMWk

76 – http://www.treccani.it/enciclopedia/codice-di-norimberga_%28Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica%29/

77 – http://www.treccani.it/enciclopedia/bioetica_(Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica)/

78 – https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list/-/conventions/rms/090000168007d003

79 – http://www.stateofmind.it/2013/11/dsm5-intervista-allen-frances/

 

GEOPOLITICA VACCINALE – ZOOTECNIE PER IL GREGGE ITALICO_2a parte, di Elio Paoloni

Qui sotto la seconda parte di un lungo e documentato articolo di E. Paoloni sulla problematica delle vaccinazioni e sull’acceso dibattito che imperversa in Italia da oltre tre anni. Una cosa appare certa. Quello delle vaccinazioni non è solo un problema di salute, né solo un problema medico, per altro riducibile ad una controversia tra oscurantisti e progressisti. Non è nemmeno un tema riducibile prevalentemente agli enormi interessi economici in campo medico-sanitario. Nel libro “gli stregoni della notizia” Marcello Foa, tra l’altro, illustra alcuni esempi di manipolazione dell’informazione in campo sanitario. Prossimamente recensiremo un libro dedicato all’argomento che offrirà una prospettiva ancora più ampia alla lettura di queste dinamiche_Buona lettura_Germinario Giuseppe

GEOPOLITICA VACCINALE – ZOOTECNIE PER IL GREGGE ITALICO_1a parte, di Elio Paoloni

4. Neonati in missione di guerra

 Dopo anni di accertamenti le quattro Commissioni della Difesa (delle quali una Parlamentare) (43) che hanno indagato sulle cause delle gravi patologie che colpiscono i militari italiani, hanno focalizzato l’attenzione sui vaccini e in particolare sull’MPR, evidenziando la possibilità che pratiche vaccinali particolari, massicce e ravvicinate potessero comportare una “disorganizzazione del sistema immunitario” (la tesi del prof. Tarro), suscettibile a sua volta di concorrere alla manifestazione di gravi patologie autoimmuni, quali tiroidite, sclerosi multipla, eritema nodoso, lupus, artrite reumatoide, diabete e, secondo taluni studi, leucemie e linfomi, giungendo a raccomandare il numero massimo di cinque vaccini per i soldati in servizioA ben piantati guerrieri 5 e ai neonati 12. Non fa una piega.

 

 

5 – L’effetto gregge

 

Tra le pezze a colore del decreto campeggia l’effetto gregge (44 – brevi cenni) (45 – relazione più dettagliata) mero calcolo probabilistico sulla immunità della popolazione in relazione all’immunizzazione naturale, continuamente smentito dai fatti: è talmente inaffidabile che, da una previsione del 55% di vaccinati per ottenere l’immunità si è saliti pian piano, nel corso di decenni, a un 95% che sembra non bastare più (46).

Pare infatti che la malattia riesploda anche all’interno di popolazioni interamente vaccinate, come avvenuto in Mongolia (47) (48) per il morbillo (50.000 casi fra 2015 e 2016 su una popolazione di 3,2 milioni di persone con il 99% di copertura vaccinale e oltre il 95% con almeno due dosi) e negli Usa per la parotite (49).

 

I vaccini sono progettati per proteggere la persona che li riceve, non per impedire il contagio. Anzi, subito dopo alcune vaccinazioni i bambini possono essere contagiosi (50) (51) come si evince anche dagli stessi foglietti illustrativi di diversi vaccini (52) e dunque pericolosi per i coetanei e per le donne in gravidanza.

Paradossalmente il morbillo e le malattie similari sono divenute pericolose grazie alle vaccinazioni: impedendo l’immunità naturale e ritardando nel tempo la malattia, perché sposta in avanti la soglia di suscettibilità senza fornire un’immunizzazione duratura, fa sì che la malattia tenda a colpire soprattutto gli adulti (non immunizzati per via naturale) e i neonati, per i quali è più pericolosa.

 

Va tenuto presente, infine, che la copertura da vaccino non va identificata tout court con una protezione immunitaria per tre motivi:

1) c’è una percentuale di “non responders” che, appunto, non producono anticorpi (53);

2) gli anticorpi da vaccino scemano con l’andar del tempo e così la protezione, forse anche per la minor circolazione del virus selvaggio e quindi alla mancanza del rinforzo naturale della memoria immunologica;

3) i vaccini provocano l’evoluzione di agenti patogeni più virulenti (54)

 

Ma la stampa fa il gioco di Big Pharma sbattendo in prima pagina i casi limite degli infelici bambini immunodepressi, i quali, ad ogni modo, non potrebbero andarsene a passeggio neppure con la copertura del 100% della popolazione planetaria, dato che sono esposti a innumerevoli malattie per le quali non esistono vaccini; è probabile anzi che sarebbero più al sicuro tra i non vaccinati, che pare siano mediamente più sani di quelli vaccinati, come mostrano molte ricerche indipendenti e l’esperienza clinica di molti medici (per esempio, dei centoventi che firmarono con Roberto Gava una lettera a Walter Ricciardi, presidente dell’ISS (55), all’epoca dei 4 vaccini obbligatori).

 

 

6 – Perché proprio questi vaccini?

 

Il tetano non è contagioso. La poliomielite e la difterite sono pressoché scomparse; il poliovirus è assente in Europa da 35 anni e si trova praticamente solo nei vaccini. L’epatite B è una malattia grave, ma si trasmette per via ematica e sessuale e il vaccino in età neonatale si può giustificare solo in presenza di rischi accertati.

 

In quanto al morbillo, negli anni ’60 il padre dell’epidemiologia Alexander Langmuir (56) lo riteneva una malattia benigna: “infezione autolimitante di breve durata, di moderata gravità e bassa mortalità… Le complicanze sono infrequenti e, con un’adeguata terapia medica, è rara la probabilità di un decesso… L’immunità che segue alla guarigione è forte e robusta e dura tutta la vita” (57)

In effetti il morbillo si è sempre manifestato con epidemie più o meno estese. In epoca pre-vaccinale gli anticorpi materni erano in grado di proteggere il bambino piccolo fino a nove, dieci mesi, l’età più delicata. Venivano colpiti bambini e ragazzi fino ai 14 anni, che poi rimanevano immuni per tutta la vita. La mortalità è andata scemando fino a scomparire ben prima dell’era vaccinale.

Si decise ugualmente di eradicarlo. E’ famosa la risposta dello stesso Langmuir a chi gli chiedeva perché mai: la stessa che Edmund Hillary utilizzò quando gli chiesero perché voleva scalare il monte Everest: “perché è lì”. Tratterebbesi di megalomania “scientifica”, magari a caccia di qualche premio e posto nella storia. O qualcosa di più: quando c’è da guadagnarci, banalissime malattie – o semplici soglie – vengono trasformate in anticamere del terrore. Qui (58) una documentata storia del terrore falso e di quello vero.

 

 

7 – Siamo noi che siamo sbagliati

 

La variabilità genetica della popolazione rende la vaccinazione di massa uguale per tutti – come per i polli in batteria – simile ad una roulette russa.

Di recente perciò le industrie del farmaco stanno investendo ingenti capitali in una nuova branca della vaccinologia, l’adversomica (60), allo scopo di dimostrare che gli effetti collaterali dei vaccini sono legati unicamente alle caratteristiche genetiche del soggetto vaccinato. L’iniziativa è lodevolissima: queste ricerche potrebbero stoppare la vaccinazione di massa senza se e senza ma salvaguardando alcuni dei soggetti più a rischio di reazioni avverse. D’altro canto è palese il tentativo di dimostrare che ad essere difettose sono le persone mentre i vaccini sono sempre e comunque perfetti e sicuri.

 

Cosa risponde l’establishment a tutto questo?

 

Quali sono le argomentazioni dei pro-vax, (quelle “scientifiche”) a favore del decreto ndo cojo cojo?

Per rendere l’idea del tenore delle repliche basterà un articolo (59), un pezzo davvero emblematico: una summa di apoditticità, con tanta sicumera e neppure un solo riferimento a studi, ricerche, statistiche. I link che troverete sono: uno a Team Vax Italia, non funzionante, due alle pagine Facebook di povere mamme indottrinate, e uno (questo sì che taglia la testa al toro) al sito dell’incontenibile Burioni.

In nome di tanta scienza segue un elenco impressionante di NON E’ VERO. Non è vero che… non è vero che… non è vero che… Punto. Non c’è una sola argomentazione, un solo testo citato, un solo nome. Non è vero e basta, non state a rompere. Al massimo troverete questa poderosa pezza d’appoggio: “spiegano i pediatri”. Quali pediatri? Quanti? Dove? Sembra la pubblicità di un dentifricio: “i Dentisti consigliano”. La correlazione con l’autismo? E’ “falsa, ripeto falsa”. “Ripeto”. Basta ripetere per dimostrare. La correlazione è ovviamente “smentita da centinaia di studi rigorosissimi” (che ci resteranno ignoti). Alla fine sparano il pezzo forte: la bufala dell’epidemia di morbillo (qualche centinaio di casi all’anno, quanti se ne verificavano gioiosamente al paese del sottoscritto in un giorno).

Non ci sono studi. E’ la frase più ricorrente sulla bocca dei minimizzatori: non ci sono studi che dimostrino questo o quell’altro possibile effetto. Dovrebbe essere un argomento tranquillizzante, e molti cittadini, in effetti, si lasciano tranquillizzare, come se la mancanza di una dimostrazione costituisse la certezza della mancanza di danno. Ma è la più inquietante delle risposte: perché, dovrebbe chiedersi il cittadino, mi somministrate qualcosa senza averla studiata a sufficienza? Perché questi studi non ci sono? Forse perché non vi conveniva? Vi pesava il costo o temevate i risultati?

Mercurio, alluminio e stronzio. Molti eccipienti, come le cellule renali di scimmia, sono dichiarati dai produttori (del resto senza alluminio diversi vaccini non avrebbero efficacia) che, va detto, si stanno impegnando a eliminare il mercurio, responsabile, come minimo (a detta delle autorità sanitarie) di possibili reazioni allergiche. Altre sostanze sono state rintracciate da ricercatori. Una delle repliche più diffuse alle preoccupazioni sui metalli, sempre sotto il titolone “Smentita la bufala!” è questa: ci sono più metalli nel latte materno, nell’acqua e nell’aria. E giù tabelle con microgrammi e nanogrammi. Nessuno che vi dica che l’ingestione e l’iniezione sono cose un po’ diverse. Se volete comprendere perché l’alluminio iniettato non viene espulso dei reni ma crea seri problemi immergetevi pure in questa dotta esposizione: https://www.freedompress.it/alluminio-nei-vaccini-e-nellalimentazione-facciamo-chiarezza-sulla-sua-azione/.

I burioni che si autolegittimano come unici depositari della Verità e danno del Somaro a qualsiasi interlocutore di opinione diversa sono per ciò stesso al di fuori della scienza: “La scienza non è un insieme di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte, e non è neppure un sistema che avanzi costantemente verso uno stato definitivo. La nostra scienza non è conoscenza: non può mai pretendere di aver raggiunto la verità, e neppure un sostituto della verità come la probabilità» (Karl Popper, Logica della scoperta scientifica).

 

Siamo insomma di fronte ad un arrogante e ottuso razzismo dell’intelligenza, di cui parlava il sociologo francese Pierre Bourdieu, citato – proprio a proposito di Burioni – dal filosofo Roberto Sgobba nell’editoriale del numero di Febbraio di AboutPharma and Medical Devices (61).

 

Sull’attendibilità della “scienza” medica invito a leggere le dichiarazioni di:

 

– Richard Horton, direttore di Lancet, la più famosa rivista scientifica al mondo, secondo il quale (62) una buona metà dei cosiddetti “articoli scientifici” apparsi sulle riviste mediche accreditate potrebbe avere una base non scientifica. Anche per il flagrante conflitto di interessi che vige tra studiosi, medici e case farmaceutiche: troppo spesso gli scienziati forgiano i dati per avvalorare una tesi precostituita. Oppure rivedono le ipotesi per adattarle ai dati”;

 

–  John P.A. Joannidis, docente di politiche sanitarie e direttore del Centro prevenzione e ricerca all’Università di Stanford, che ha pubblicato nel 2005 su “Plos Medicine”, un articolo (63) dal titolo inequivocabile: “Perché la maggior parte della ricerca è falsa”;

 

Una breve riflessione: se neppure i direttori delle principali riviste scientifiche sanno cosa è vero e cosa è falso, o meglio sanno benissimo che vero e falso si spartiscono il campo esattamente a metà, come pensate che l’uomo della strada – ma anche un semplice medico – possa davvero arrivare a decidere in proposito? I dibattiti tecnici non possono che frastornare il cittadino, costretto a scegliere sulla fiducia. Inutile dire che i genitori, e in particolare le sempre più fragili mamme, tenderanno a ritenere più autorevoli i pareri di chiunque venga presentato come esperto dalle televisioni dell’universo mondo a rete unificate: ovvero qualche alfiere di Big Pharma e dell’alta finanza (già: sappiate che la finanza creativa è riuscita a partorire i bond vaccinali) (64).

 

Nel dubbio sarebbe buona norma prendere per buoni i giudizi dietro ai quali non si profila – almeno apparentemente – la lunga mano dell’industria: chi si espone al ludibrio senza possibili – o anche solo probabili – motivi di profitto, di sicurezza, di carriera, deve godere sempre, a parer mio, di un credito maggiore, benché non illimitato. Resta l’impossibilità di scegliere con cognizione di causa (e chi tra noi, medici e ricercatori compresi, ha davvero cognizione di causa – anzi di cause, e di concause?) dunque la necessità di attenersi a una regola aurea: evitare probabili rischi per ipotetici benefici.

 

A parte i disastri storicamente acclarati e diverse inoppugnabili statistiche, in queste ultime pagine sono stati riportati soprattutto studi, pareri, sospetti, dibattiti. Non sempre, come abbiamo visto, comprensibili per noi profani e, soprattutto, confutabili, anzi facilmente stigmatizzabili.

Non si insisterà dunque sulla diatriba puramente scientifica. No, non abbiamo alcun bisogno di infilarci in questo ginepraio: possiamo tranquillamente attingere a dati incontrovertibili che possono e devono mettere in guardia il cittadino: le sentenze di risarcimento per danni causati da vaccini.

 

Queste sentenze sono solo la punta dell’iceberg: ricordate le considerazioni di David Kessler a proposito del Vaers: “vengono segnalati solo circa l’uno per cento degli eventi avversi gravi” e tenete presente che gli studi legali delle aziende farmaceutiche sono in grado, solitamente, di triturare chiunque, ammesso che le famiglie arrivino in Tribunale o che, appunto, siano rese edotte sui possibili legami tra vaccinazioni ed eventi successivi).

 

Soprattutto si tenga presente che anche quando non accertano definitivamente la correlazione tra vaccini e danni gravi o gravissimi, morte compresa, le sentenze giudiziarie non le escludono MAI: nella maggior parte dei casi si limitano a riscontrare che non ve ne è assoluta certezza. Tale diffusa incertezza (parliamo di decine di migliaia di casi) sbandierata dagli inoculatori seriali come assoluta mancanza di correlazione, dovrebbe indurre alla cautela, specie se si considerano la documentata inefficacia di alcune pratiche vaccinali. Ma ecco a voi

 

LE SENTENZE

 

Qui (65) un elenco non esaustivo del foglio della Confindustria, notoriamente complottista; e qui (66) un altro terrificante esempio di superstizione, ignoranza e antiscientismo regalatoci dalla Corte di Giustizia Europea; ma voglio insistere sulle sentenze statunitensi (67) (68) e sapete perché? Non sono impugnabili dai seguaci della Lorenzin, dato che proprio un pro-vax, Andrea Grignolio, ha tentato di smontare la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea comparandola sprezzantemente (69) proprio alle serissime procedure processuali statunitensi:

“I tribunali nordamericani valutano le testimonianze degli esperti non in base all’autorevolezza del perito o in base a “indizi gravi”, né in base a liste di consulenti tecnici (CTU) spesso stilate senza un principio di competenza come avviene in Italia, bensì in base a una procedura, nota come standard Daubert. Tale standard ritiene prove legali solo ipotesi ed esperimenti che siano controllabili e falsificabili empiricamente, che siano basati su una solida letteratura scientifica, che siano disegnati con procedure di controllo di riferimento, di cui sia noto il tasso d’errore, nonché su teorie e tecniche accettate da una comunità scientifica internazionale. Con queste regole, non ci sarebbero più sentenze o decisioni dei tribunali contra scientiam”.

Bene, se lo sostiene Grignolio, vuol dire che le sentenze statunitensi sono inoppugnabili e che i danni vaccinali gravi e gravissimi esistono e sono in buon numero, anzi in numero enorme.

Pochi sanno che da decenni esiste negli Stati Uniti un tribunale apposito. Si occupa esclusivamente dei danni da vaccino e risarcisce le vittime senza ricercare alcuna responsabilità, specie penale. Un regalo a Big Pharma, che dopo essere stata fatta a pezzi da cause legali tradizionali, aveva minacciato di sospendere la fabbricazione di vaccini. Anziché costringere i produttori a garantire la produzione di vaccini meno tossici o sospenderne l’obbligatorietà, il Congresso approvò il National Childhood Vaccine Injury Act, in base al quale sono i cittadini americani – e non i produttori dei vaccini – a pagare le spese di indennizzo (70). Qui uno degli elenchi di risarcimento (71) e l’originale di una delle sentenze (72) riguardante “convulsioni, encefalopatia e ritardo dello sviluppo”.

 

Una prima conclusione: i danni vaccinali non sono inventati da qualche millantatore ma accertati da corti di giustizia. Esistono. E non stiamo parlando di un po’ di febbre passeggera. Ciò – benché non metta certo fine al dibattito scientifico – ci permette di passare alle altre considerazioni.

43 –  https://www.analisidifesa.it/2017/09/in-principio-era-luranio-impoveritopoi-i-vaccini/

44 – https://www.liberascelta.org/immunita-di-gregge-cose-come-funziona/

45 – http://www.mednat.org/vaccini/relazione-ffranchi-11-marzo-2018-effetto-gregge-f.pdf

46 – http://www.assis.it/vaccinare-il-gregge/

47 – http://www.medicinapiccoledosi.it/vaccini/mongolia-morbillo-free-50-000-casi/

48 – http://apps.who.int/immunization_monitoring/globalsummary/countries?countrycriteria%5Bcountry%5D%5B%5D=MNG&commit=OK

49 – https://autismovaccini.org/2014/02/22/nuova-epidemia-di-parotite-in-soggetti-vaccinati/

50 – https://www.sciencemag.org/news/2014/04/measles-outbreak-traced-fully-vaccinated-patient-first-time

51 – https://academic.oup.com/cid/article/58/9/1205/2895266

52 – https://www.comilva.org/comunita-scolastica-rischi-della-convivenza-tra-vaccinati-non-vaccinati-e-soggetti-a-rischio/

53 – (https://www.siaip.it/upload/riap/1434_Basi_genetiche_della_risposta_immune_vaccinazioni.pdf

54 – https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.1002198

55 – http://www.informasalus.it/it/articoli/vaccinazioni_lettera_presidente_sanita.php

56 – https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4550144/

57 – https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1522578/?page=1

58 – http://www.comilva.org/si-dissolvono-le-illusioni-sul-vaccino-anti-morbillo/

59 – https://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/11/contro-tutte-le-bufale-degli-antivaccinisti/31446/

60 – https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2843136/

61 – https://www.aboutpharma.com/blog/2018/02/05/burioni-vaccini-somari-la-scienza-arrogante-danneggia-stessa/

62 – https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(15)60696-1/fulltext

63 – https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.0020124

64 – https://www.maurizioblondet.it/le-obbligazioni-sulla-morte-anche-le-obbligazioni-sui-vaccini-rendono-un-bellinteresse/

65 –https://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/responsabilita/2017-10-16/vaccinazioni-obbligatorie-e-soggetti-danneggiati-141140.php?preview=true

66 – https://www.iltempo.it/cronache/2017/06/21/news/vaccini-sentenza-choc-della-corte-di-giustizia-europea-di-bruxelles-indizi-gravi-posso-provare-il-nesso-con-la-malattia-1030487/

67 – https://www.naturalnews.com/2018-04-05-court-ruling-confirms-gardasil-vaccine-kills-people-scientific-evidence-beyond-any-doubt.html

68 –https://www.notizieora.it/notizie/vaccino-morbillo-causa-danno-permanente-a-bambina-famiglia-risarcita-con-101-milioni-di-dollari-la-sentenza/

qui trovate la sentenza:

https://www.mctlawyers.com/vaccine-cases/vaccine-case-results/16-119V-MeaslesMumpsRubella%28MMR%29-Encephalopathy.pdf

69 –http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2017/06/22/news/danni_da_vaccini_per_corte_ue_indizi_gravi_provano_nesso-168816584/

70 – http://www.informasalus.it/it/articoli/danni-vaccino-dati.php

71 – https://www.mctlawyers.com/vaccine-injury/cases

72 – http://www.uscfc.uscourts.gov/sites/default/files/opinions/ABELL.ZELLER073008.pdf

GEOPOLITICA VACCINALE – ZOOTECNIE PER IL GREGGE ITALICO_1a parte, di Elio Paoloni

Qui sotto un lungo e documentato articolo di E. Paoloni sulla problematica delle vaccinazioni e sull’acceso dibattito che imperversa in Italia da oltre tre anni. Una cosa appare certa. Quello delle vaccinazioni non è solo un problema di salute, né solo un problema medico, per altro riducibile ad una controversia tra oscurantisti e progressisti. Non è nemmeno un tema riducibile prevalentemente agli enormi interessi economici in campo medico-sanitario. Nel libro “gli stregoni della notizia” Marcello Foa, tra l’altro, illustra alcuni esempi di manipolazione dell’informazione in campo sanitario. Prossimamente recensiremo un libro dedicato all’argomento che offrirà una prospettiva ancora più ampia alla lettura di queste dinamiche_Buona lettura_Germinario Giuseppe

 

GEOPOLITICA VACCINALE – ZOOTECNIE PER IL GREGGE ITALICO

Elio Paoloni

 

Premesso che:

 

– non si può mettere in dubbio il contributo dei vaccini alla salute umana nel corso della storia;

 

– nessuno, dunque, può dirsi favorevole o contrario ai “vaccini”, poiché non esiste un’unica categoria da accettare o respingere in blocco ma una molteplicità di preparati rivolti a malattie diverse per diffusione e gravità e di tipologie molto diverse, che vengono somministrati a individui di età diverse con stato di salute differente per genetica, condizioni metaboliche e stile di vita della famiglia (il no-vax fondamentalista antiscientista è una macchietta utile ai pro-vax per ridicolizzare qualsiasi seria critica alle specifiche normative in proposito; all’opposto, molti degli scienziati critici con l’uso estensivo dei vaccini sono gli stessi che li hanno creati);

 

– per comodità si continueranno ad utilizzare le definizioni pro-vax e no-vax, intendendo con vax unicamente il decreto di stampo totalitario del governo PD (*);

 

Accertato che:

 

il 29 settembre 2014, a Washington, presente l’ex ministro Lorenzin accompagnata dal Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) prof. Sergio Pecorelli, è stato deciso da un summit di 40 Paesi, con l’intervento di Barack Obama, che l’Italia avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo, ruolo di capofila già deciso in estate durante il vertice di Giakarta, e che questo “importante riconoscimento scientifico e culturale all’Italia” è stato preceduto da una campagna terroristica del New York Times, prontamente ripresa dalla stampa collaborazionista;

 

– il piano si inserisce in un progetto globale USA mirante a vaccinare 4 miliardi di persone in 30 Paesi entro 5 anni, come da infografica del GSHA (1), che contribuirà al compiersi della distopia annunciata nel lontano 1976 da Henry Gadsen, all’epoca direttore della casa farmaceutica Merck, che dichiarò alla rivista Fortune: “Il nostro sogno è produrre medicine per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”;

 

– gli italici proconsoli hanno prontamente apprestato il decreto per inoculare obbligatoriamente nei neonati due blended più due single malt per un totale di dodici vaccini;

 

– il provvedimento non ha eguali nel mondo civile (ad esclusione della Lettonia): Austria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito non hanno nessun vaccino obbligatorio; il Belgio ne ha solo uno, la polio, Malta ne ha tre, la Grecia ne ha solo quattro; mentre i cugini francesi stanno tentando di mettersi al nostro passo;

 

– in Svezia l’anno scorso si è votato contro tutte le proposte di legge che proponevano i vaccini obbligatori (2) e che ci toccherà invadere questo paese privo di senso civico per obbligare anche i vichinghi a vaccinarsi in massa (è quello che Obama ci ha incaricato di fare; e state certi che se lasciamo fare ai suoi vassalli verrà tirata fuori per questa campagna tutta la capacità di persuasione nei confronti dei fratelli europei che non siamo mai riusciti a sfoderare negli ultimi decenni);

 

Constatato che per giustificare le misure coercitive l’ex ministro (appartenente allo schieramento che pretende di individuare e colpire le fake news) ha fatto ripetutamente ricorso alla menzogna:

 

  • a Porta a porta (3) del 22/10/2014 al minuto 36:22 Beatrice Lorenzindichiarava che “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno [quindi nel 2013] sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”; secondo i dati ufficiali del governo inglese, invece, nel 2013, si è registrato 1 solo decesso, quello di un venticinquenne, in seguito ad una polmonite acuta quale complicanza del morbillo, come si legge qui (4);

 

  • a Piazza Pulita(5) del 22/10/2015 [esattamente un anno dopo] al minuto 5:57 Beatrice Lorenzin dichiarava: “Di morbillo si muore, in Europa! … c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno [quindi nel 2014], sono morti più di 200 bambini”; invece nel 2014 ci sono stati 59 casi totali di morbillo a Londra e nessun decesso (6); dal 1989 al 2013 i decessi per morbillo nell’intero Regno unito sono oscillati tra 0 e 4, come si può verificare qui (7);

 

  • in un’intervista aIl Messaggero, il 21 luglio 2016 (8), l’ex ministro insisteva: «… In Gran Bretagna tre anni fa c’è stata una epidemia di morbillo – dovuta proprio al fatto che molti avevano rinunciato al vaccino – che ha causato la morte di centinaia di persone».

 

Considerato che le aziende farmaceutiche, ormai strettamente intrecciate con le famigerate multinazionali dell’agricoltura (9), hanno raggiunto immani capacità di pressione, assicurandosi la complicità di ricercatori, medici, giornalisti, funzionari, ministri con:

 

–  il tradizionale metodo della corruzione (uno dei nostri vaccini fu reso obbligatorio grazie a una tangente da 600 milioni (10) pagata da GlaxoSmithKline all’allora Ministro della Salute e obbligatorio è rimasto (11) nonostante la sentenza sia stata confermata in Cassazione nel 2012) – sancita da sentenze giudiziarie in tutto il pianeta (12) e ben descritta qui (13) da un vero esperto, l’ex Vicepresidente PFIZER dr. Peter Rost;

 

– “azioni di deterrenza e disciplina etica e professionale nei confronti dei medici e degli operatori infedeli che non raccomandano o sconsigliano la vaccinazione (14 – pag. 48): Roberto Gava, primo dei 120 firmatari di una lettera aperta all’Istituto Superiore di Sanità – che si invita a leggere per intero – nella quale si osava manifestare qualche perplessità su un certo tipo di pratica vaccinale (15) è stato radiato dall’ordine dei medici di Treviso;

 

Letto, con particolare attenzione al fumetto in prima pagina nella versione italiana (16) e, in doppia declinazione, alle pagg. 14 e 15 nella versione originale (17), il manuale del CDC, Centers for Disease Control and Prevention – le cui modalità di disinformazione vengono descritte sul Wall Street Journal  da un ex lobbista Roche (18) – per l’addestramento delle istituzioni alla creazione di “preoccupazione, ansia e inquietudine” nella popolazione allo scopo di indurre a una massiccia richiesta di vaccini, con suggerimenti su sofisticate strategie di comunicazione (le ‘ricette’) ed esortazioni alla messa in campo di maggiori investimenti, assodato che “i mass media stanno perdendo influenza ed è necessario esporre le persone al messaggio 10-12 volte”

 

VADO A ESPORRE

 

le obiezioni alle politiche vaccinali correnti; obiezioni di carattere scientifico, giuridico, etico, politico, filosofico:

 

 

 

 

OBIEZIONI SCIENTIFICHE

 

Stante la totale incompetenza in materia – pari solo a quella dei più aggressivi pro-vax – mi limiterò a esibire la imponente mole di pareri, di documenti, di statistiche – e di sentenze – sulla dannosità e/o inutilità di alcuni vaccini.

Lungi dal ritenerla esaustiva e neppure sfiorato dall’illusione di concludere definitivamente il dibattito, che resterà aperto purtroppo per decenni, intendo dimostrare che, anche se non fossimo in possesso di numerosi e inoppugnabili fatti, basterebbero gli innumerevoli, plausibili e inquietanti sospetti per indurre alla cautela, dunque perlomeno alla discussione in aula di qualsiasi provvedimento relativo all’obbligatorietà.

 

Poiché le repliche di Big Pharma e dell’establishment, in mancanza di solide argomentazioni, consistono quasi essenzialmente nella sistematica delegittimazione dell’avversario, mostrerò inoltre che gli studiosi sfavorevoli alla esasperazione di certe profilassi hanno la medesima – se non superiore – autorevolezza di quelle a favore.

 

 

1 – Danni accertati

 

Cito ora alcuni documenti storici (non studi, non opinioni, non estrapolazioni) sulla nocività di molti vaccini:

 

–  nel remoto passato (metà anni 50) la vaccinazione Salk negli Stati Uniti contro la poliomielite si trasformò in disastro perché il virus, rimasto vivo dopo un trattamento che doveva ucciderlo, provocò nei bambini vaccinati 70.000 casi di paralisi e 10 casi di morte, come asseverato da Paul Offit, MD, uno dei più noti pediatri “vaccinisti” nonché creatore del vaccino contro il rotavirus, in The Cutter Incident, Yale University Press, 2005, (la Cutter era una delle aziende responsabili dell’incidente). Qui (19) in un saggio molto articolato e con una ricca bibliografia, tutta la triste storia dell’antipolio, con un interessante aneddoto sulla manipolazione dei dati: “La dissimulazione del rischio reale viene ulteriormente aggravato da una nuova definizione della malattia poliomielitica, introdotta dopo l’inizio delle vaccinazioni di massa risalente agli anni Cinquanta e Sessanta. La definizione classica di poliomielite era ‘una malattia con paralisi residua che si risolve entro 60 giorni’; la nuova definizione è ‘una malattia con paralisi residua persistente per oltre 60 giorni’. Dato che in meno dell’uno per cento dei casi si sviluppa una paralisi residua che persiste per oltre 60 giorni, la nuova definizione ha “eliminato” in quanto non poliomielite la grande maggioranza dei casi in cui la paralisi si risolveva entro 60 giorni”.

 

– anche in un passato molto più recente buona parte dei vaccini sembrano essere stati confezionati in garage (20 – con link interni a siti di diversi paesi) (21) (22); si linka anche un sito anti-fake (23) che giustamente stigmatizza la tendenziosità di alcuni articoli che lasciano supporre – o suggeriscono – che il ritiro di alcuni lotti configuri una nocività del vaccino in quanto tale. Ma stupisce il tono rassicurante, la capacità evasiva di costoro: come se non restasse la gravità della immissione sul mercato nel corso degli anni, nei più diversi paesi, di grandi quantità di prodotti malfatti, adulterati, non verificati. E’ inconcepibile tanta superficialità nel confezionamento di farmaci. Nessun genitore a questo punto può davvero essere certo che non ci sarà qualche veleno nei vaccini che si vogliono inoculare ai loro neonati;

 

–  si prega di tener presente che già negli anni ’50 le rassicurazioni sui vaccini (con Elvis Presley testimonial d’eccezione) erano le medesime di oggi e che i mantra “ora è tutto diverso, le moderne tecnologie, il progresso della scienza, le magnifiche sorti (e progressive)” vengono recitate dai tempi dei salassi a go go;

 

 

 

 

2 – Nocività estremamente probabili (biologicamente plausibili)

 

– sempre a proposito di ‘sicurezza’ dei vaccini, fra gli anni 1955 e 1963 i vaccini antipolio vennero infettati dall’SV40, un virus di scimmia che potrebbe essere la causa di migliaia di casi di mesotelioma pleurico, tumori al cervello, linfomi non-Hodgkin e osteosarcomi. Si è costretti a usare il condizionale perché non è stato dimostrato oltre ogni dubbio l’effetto cancerogeno sull’uomo ma la letteratura scientifica è concorde su tre aspetti: l’SV40 è arrivato nell’uomo tramite il vaccino antipolio, è stato trovato in 4 tipi di tumori, i test fatti su animali di laboratorio con l’SV40 hanno mostrato il rapido sviluppo di questi 4 tipi di tumori (24 –traduzione non impeccabile) (25 – originale);

 

– già negli anni ’80 erano stati evidenziati i rapporti tra vaccinazioni e decessi in culla (26);

 

– fin dal 1994 sono noti alla comunità scientifica i possibili danni del vaccino contro il morbillo: qui (27) si dichiara chiaramente la plausibilità biologica che il vaccino contro il morbillo possa scatenare: Encefalopatia, Panencefalite Subacuta Sclerosante [PESS], Disordini Cerebrali [Residual Seizure Disorders], Neuriti ottiche, Mielite trasversa, Sindrome di Guillain-Barré, Trombocitopenia;

 

–  nel 2010 il Sunday Times pubblicò un articolo sui danni vaccinali (28) basato sui dati ufficiali del MHRA, la Medicines and Healthcare products Regulatory Authority del Regno Unito, ovvero l’autorità governativa che si occupa di farmaci e di salute pubblica, non pubblicati ufficialmente, ma ottenuti dal quotidiano grazie al Freedom of Information Act. Dai dati raccolti sulle reazioni avverse ai vaccini, in particolare al vaccino trivalente morbillo-parotite-rosolia, si scopre che dal 2003 vi erano state più di 2100 gravi reazioni avverse ai vaccini pediatrici, alcune delle quali a rischio della vita: “Si sospetta che quaranta bambini siano morti come conseguenza della somministrazione di routine dei vaccini negli ultimi 7 anni. Si sospetta anche che le vaccinazioni in età infantile abbiano lasciato due bambini con danni al cervello e che abbiano causato più di 1500 reazioni neurologiche, inclusi 11 casi di infiammazione cerebrale, 13 casi di epilessia e uno di coma”;

 

–  nel settembre 2011 l’Agenzia The National Institutes of Healths (programma nazionale statunitense di sorveglianza sulla sicurezza dei vaccini, un’agenzia del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti) pubblicava uno studio dal titolo “Infant mortality rates regressed against number of vaccine doses routinely given: Is there a biochemical or synergistic toxicity?” (29) basato su dati VAERS (Vaccine Adverse Events Reporting System). Nella maggior parte dei casi le reazioni avverse registrate sono “lievi effetti indesiderati”, ma nel 13 per cento dei casi si tratta di “reazioni gravi”, come pericolo di vita, ospedalizzazione, invalidità permanente o morte. Tuttavia – viene precisato – i dati sono abbondantemente sottostimati, perché lo stesso Vaers “è un sistema di farmacovigilanza passivo, intrinsecamente soggetto a sotto-segnalazione”, “una sottostima pari, secondo alcune rilevazioni, a 50 volte”. E’ David Kessler, ex commissario della Food and Drug Administration che sovrintende al sistema Vaers, a stilare questo bilancio: “vengono segnalati solo circa l’1 per cento degli eventi avversi gravi” (30);

 

–  lo studio sopra citato è doppiamente significativo perché i professionisti antibufale hanno tentato di inficiare la validità dello studio screditando gli autori, e chi li aveva citati, e dalla replica (31) si può arguire quale sia l’unico vero metodo argomentativo degli sponsor delle vaccinazioni seriali: delegittimazione dell’interlocutore;

 

–  qui (32) sono elencati alcune decine di studi in originale sui danni da vaccino pubblicati dalla stessa Agenzia. Troverete anche link a elenchi dettagliati delle azioni legali e dei risarcimenti disposti negli Stati Uniti, dei quali si parlerà più diffusamente nel seguito.

 

– il Codacons, che si batte per vaccini singoli e indagini pre-vaccinali, riferisce di migliaia di segnalazioni (parliamo dei vecchi vaccini, non delle mitragliate da dodici) (33). Ma i giornalai ci rassicurano: 8 casi su 10 non sono gravi (34). Che rassicurazione sarebbe? 2 su 10, date le cifre, è un’enormità, una catastrofe. Inutile dire che l’articolo termina con i soliti numeri falsi sui casi di morbillo;

 

– qualche notizia dalla Gabanelli (35)

 

E’ solo un ristrettissimo elenco, brevi cenni sull’universo, giusto per mettere in chiaro che la pericolosità non se la sono inventata quattro ufologi strafatti.

 

 

3 – Pericolosità, inefficacia, inutilità – Opinioni autorevoli

 

Di solito non mi lascio incantare dalle ovazioni, da qualsiasi platea provengano, ma ritengo doveroso linkare questo video (36) alla fine del quale potrete apprezzare la standing ovation ottenuta da Luc Montagnier alla convention dell’Ordine dei biologi.

Inutile dire che per Repubblica e Il Foglio il povero Montagnier, premio Nobel e scopritore del virus HIV, avendo osato sostenere che la vaccinazione obbligatoria è “un errore politico e medico”, è solo un rimbecillito e i biologi italiani sono plagiati dal Presidente del loro ordine, il Senatore D’Anna.

Tra i relatori del Convegno apparivano però il professor Yehuda Shoenfeld – qui (37) qualche dato oggettivo sulla sua autorevolezza, comparato con quella degli alfieri della vaccinazione di massa che troneggiano in Tv – Sonia Manzo, ecotossicologa, primo ricercatore al Centro Ricerche ENEA di Portici, il professor Ivano Spano – qui (38) l’impressionante curriculum – e il professor Giulio Tarro (39) pluricandidato al Nobel in medicina, allievo di Albert Sabin, presidente della Commissione sulle biotecnologie della virosfera all’Unesco, autore di numerose ricerche presso le università statunitensi (tra le quali alcune sul rapporto tra virus e tumori) e del libro 10 cose da sapere sui vaccini nel quale tenta di opporsi al terrorismo mediatico, all’arroganza di tanti Vati al soldo dell’industria farmaceutica che popolano insieme alla scodinzolante politica di casa nostra accademie e salotti parascientifici, ben protetti e foraggiati dai ricchi rubinetti di Big Pharma. Qui (40) un intervista al Prof. Tarro sul sito di Repubblica.

 

“Si può ritenere – sostiene Tarro nel suo libro – che i vaccini, analogamente agli inquinanti ambientali e alle sostanze chimiche in generale (xenobiotici) svolgano un effetto disorganizzante il sistema immunitario e quindi squilibrante/scatenante le patologie latenti che ogni organismo ha. Ciò è particolarmente facile in quei soggetti più deboli o geneticamente predisposti in cui la vaccinazione può scatenare, tanto più facilmente quanto più il bambino è immaturo, la patologia sottostante e, in casi veramente eccezionali, anche la morte”.

E ancora: “La soglia di sicurezza è un concetto basato su contestati algoritmi, ma in nome del quale è stato giustificato lo strumento del decreto per imporre una campagna vaccinale di cui nessuno – tranne gli addetti ai lavori – sentiva il bisogno. Considerato che non era imminente alcuna epidemia, ci sarebbe da domandarsi il perché di un provvedimento di urgenza invece di un disegno di legge che avrebbe garantito una discussione più pacata e certamente più produttiva”.

 

C’è un saggio molto equilibrato di Paolo Bellavite, oltre 200 pagine in cui si esaminano i vaccini uno per uno e si propongono degli aggiustamenti per nulla radicali al decreto (41); se ne riporta un brano: “Se la plausibilità biologica e l’effettività della vaccinazione come mezzo di prevenzione delle malattie infettive in generale sono scientificamente certe e basate su una lunga esperienza, l’efficacia di ogni singola vaccinazione nella situazione geografica e storica attuale deve basarsi su evidenze sicure”.

 

Per accertare senza ombra di dubbio l’affidabilità di uno studioso basta consultare gli articoli degli oppositori dello stesso, meticolosissimi nell’individuare ogni manchevolezza. Qui (42) trovate un pezzo velenoso contro Bellavite: titolo e impostazione fanno pensare a chissà quali tremende rivelazioni a proposito del docente di Verona. Bene, contro 200 pagine di argomentazioni, citazioni, evidenze, i livorosi pro-vax non riescono a tirar fuori altro che un post del professore che dovrebbe screditarlo (e non si capisce perché), attaccando poi un pippone sul fatto che Bellavite NON dice (perché è furbo, sostengono) che i vaccini causano l’autismo. E benché non lo dica loro si lanciano in una filippica contro la bufala dell’autismo. Poi si scagliano contro il Professore perché ha dichiarato di NON essere un omeopata commettendo però il delitto di interessarsi anche di omeopatia. Costoro riescono a far apparire un crimine persino l’incarico affidatogli in proposito dal Ministero della Sanità. Sarà complottista anche il Ministero?

LINK

 

1 – https://www.cdc.gov/globalhealth/security/infographics/decoding_ghsa.htm

2 – http://www.thenhf.se/riksdagen-rostade-nej-till-alla-vaccinmotioner/

3 – https://www.youtube.com/watch?v=I3QIJMyWzlE&feature=youtu.be

4 – https://www.gov.uk/government/publications/measles-deaths-by-age-group-from-1980-to-2013-ons-data/measles-notifications-and-deaths-in-england-and-wales-1940-to-2013

5 – https://www.youtube.com/watch?v=BZFyTam4Sys&feature=youtu.be

6 – https://www.gov.uk/government/publications/measles-confirmed-cases/confirmed-cases-of-measles-in-england-and-wales-by-region-and-age-2012-to-2014

7 – https://www.gov.uk/government/publications/measles-deaths-by-age-group-from-1980-to-2013-ons-data/measles-notifications-and-deaths-in-england-and-wales-1940-to-2013

8 – http://www.ilmessaggero.it/primopiano/sanita/lorenzin_vaccinazioni_diritto_salute-1868355.html

9 – https://ofcs.report/beni-culturali/ambiente/bayer-monsanto-una-fusione-inquietante-e-il-si-delleuropa/

10 – https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/lorenzo-poggiolini-condannati-cassazione-dovranno-pagare-milioni-testa-allo-stato/204037/

11 – https://www.byoblu.com/2017/05/03/caro-burioni-ti-scrivo-cosi-mi-rilasso-un-po/

12 –  https://codacons.it/wp-content/uploads/2017/10/Glaxo_-Le-pesanti-condanne-inflitte-alla-casa-farmaceutica-in-tutto-il-mondoJEDA-NEWS.pdf

13 – https://www.youtube.com/watch?v=TrCizlAOBAo

14 – http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2571_allegato.pdf

15 – http://www.informasalus.it/it/articoli/vaccinazioni_lettera_presidente_sanita.php

16 – https://drive.google.com/file/d/1-UmcovSOteuCioiCFEW1eBKX_Uaqeeb-/view

17 – https://drive.google.com/file/d/16EG1RKCOHLq6qGcw2Bamr9SxymRzyAA-/view

18 – https://articles.mercola.com/sites/articles/archive/2017/03/07/cdc-uses-false-fears-promote-vaccine-uptake.aspx

19 – https://www.nexusedizioni.it/it/CT/fatti-poco-noti-sulla-vaccinazione-contro-la-poliomielite-5591

20 – http://www.comilva.org/ritiro-infanrix-exa-italia-no-problem/

21 – https://ilsalvagente.it/2015/10/17/3298/3298/

22 – https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/21/vaccino-anti-meningite-ossido-ferro-nelle-fiale-lotti-ritirati-famiglie-fanno-causa/1225594/

23 – https://www.davidpuente.it/blog/2017/11/11/il-presunto-ritiro-dal-commercio-del-vaccino-anti-meningite-menveo-la-solita-psicosi-social/

24 – http://www.vacciniinforma.it/2014/08/29/virus-simian-40-sv40-e-incidenza-di-cancro-vaccini-nel-mirino/1313

25 – http://www.sv40foundation.org/CPV-link.html#_edn79

26 – http://www.consumerhealth.org/articles/display.cfm?ID=19990705002005

27 – https://autismovaccini.org/wp-content/uploads/2014/03/adverse_events_associated_with_childhood.pdf

28 – https://www.thetimes.co.uk/article/40-deaths-linked-to-child-vaccines-over-seven-years-5xwhd9jtprr

29 – https://comedonchisciotte.org/vaccini-lallarme-era-noto-al-governo-usa-da-anni-dati-ufficiali-terrificanti

30https://books.google.it/books?id=w5M-DwAAQBAJ&pg=PT133&lpg=PT133&dq=david+kessler+vaers+reazioni+avverse+sotto+stimate&source=bl&ots=0alc5qizir&sig=NM3G6vdy7X1o4W5ml0NgVq03Ymo&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjkyd7OtuPdAhVPzYUKHW95AAoQ6AEwAHoECAkQAQ#v=onepage&q=david%20kessler%20vaers%20reazioni%20avverse%20sotto%20stimate&f=false

31 – https://comedonchisciotte.org/la-mia-critica-sui-vaccini-e-autorevole-studdio-allarmantew-conferemato/

32 – https://www.maurizioblondet.it/giorno-ci-dicono-non-esistono-studi-scientifici-sul-danno-vaccini/

33 –  https://codacons.it/vaccini-codacons-oltre-21-mila-segnalazioni-reazioni-avverse-nel-periodo-2014-2016/

34 – https://www.wired.it/scienza/medicina/2018/07/10/vaccini-reazioni-aifa/

35 – http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-3130cc7a-9973-49e5-99ce-71eb96d3113e.html

36 – https://www.youtube.com/watch?time_continue=2044&v=MDhstaFwsKw

37 – http://www.libreidee.org/2017/08/vaccini-la-scienza-non-e-conoscenza-non-ha-verita-stabili/

38 – https://www.pensareoltre.org/index.php/it/ivano-spano-dislessia-adhd

39 – https://westernorthodoxuniversity.files.wordpress.com/2015/09/breve-cv-prof-giulio-tarro-new.pdf

40 – http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/11/23/news/intervista_giulio_tarro-46382952/

41 –http://www.paolobellavite.it/files/170718ScienzaeVaccinazioniCorr.pdf

42 – https://www.nextquotidiano.it/paolo-bellavite-matteo-salvini/

http://italiaeilmondo.com/2018/10/16/geopolitica-vaccinale-zootecnie-per-il-gregge-italico_2a-parte-di-elio-paoloni/

http://italiaeilmondo.com/2018/10/21/geopolitica-vaccinale-zootecnie-per-il-gregge-italico_3a-parte-di-elio-paoloni/

Al Capone e il caso Viganò, di Elio Paoloni

Al Capone e il caso Viganò

 

Bergoglio e Viganò? Pfui. Trovo pretestuosa questa faccenda. Ricordo che si tentò di giocare uno scherzo simile a Sua Santità Benedetto XVI. Già questo mi rende diffidente: so bene che quando c’è da attaccare la Chiesa un bel caso di pedofilia è sempre bello e pronto, senza bisogno di eccessive manipolazioni. Ma questa volta l’attacco viene direttamente, scopertamente, dall’interno, da un arcivescovo e da un giornalista cattolico. E’ per questo che la faccenda ha destato scalpore. La pedofilia propriamente detta qui c’entra poco. In effetti il prete pedofilo è un caso rarissimo, quasi inesistente: quella che è enormemente diffusa nel clero, oggi, è l’efebofilia (attrazione verso adolescenti già puberi) oppure, molto semplicemente, l’omosessualità. Chi ha relazioni con un sedicenne non è nemmeno imputabile. E se non ha particolari incarichi di educazione e custodia nei confronti del minore coinvolto non commette reato neppure se si tratta di un quattordicenne. Questo in Italia e in quasi tutto il mondo.

 

Negli Stati Uniti, però, l’età del consenso è rimasta fissa a 18 anni, quindi da quelle parti qualsiasi omosessuale può essere accusato di pedofilia, prima o poi. Ci sarebbe parecchio da argomentare su questa Babilonia che ha diffuso il disordine sessuale su tutto il pianeta, restando ancorata ipocritamente ad alcune norme anacronistiche. Un’ipocrisia che favorisce la più grande industria americana, quella dell’azione legale. Nel paradiso degli avvocati, a casa della gente arrivavano lettere di questo tenore: “Volete un milione di dollari? Mandate vostro figlio in parrocchia e al resto pensiamo noi”. Viganò, nunzio apostolico negli Stati Uniti per diversi anni, lo sa bene.

 

Cinque anni fa nel “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, la “bibbia” occidentale per gli psichiatri, la pedofilia venne declassata da “malattia” a “disordine”, poi a un “orientamento sessuale o dichiarazione di preferenza sessuale senza consumazione”. C’è stato in seguito un mezzo passo indietro, ma la strada è segnata: la pedofilia – quella vera, non quella dei preti – rientrerà presto nella norma. Negli Stati Uniti e in Olanda si sono affacciati veri e propri partiti politici per la legalizzazione della pedofilia – http://lanuovabq.it/it/la-candidatura-di-un-pedofilo-e-limbarazzo-progressista   https://it.sott.net/article/1914-La-Normalizzazione-Della-Pedofilia-Gli-Psicopatici-Cercano-Di-Ricreare-La-Societa-Nella-Loro-Stessa-Immagine  http://www.rompereilsilenziolavocedeibambini.it/2017/12/04/lapice-della-violenza-orgoglio-pedofilo-e-legittimazione-della-pedofilia/  e girano in rete tranquillamente video dove si mostra come insegnare ai bambini a masturbarsi – https://www.youtube.com/watch?time_continue=128&v=-0vPqxSVaG4 (l’accettazione della sessualità precoce è propedeutica allo sdoganamento della pedofilia). Nessuno si è scandalizzato.

 

Intendo minimizzare? Niente affatto, sappiamo bene cosa disse Cristo di questa gentaglia. Sia dei pedofili che dei sodomiti. E già, perché lo scandalo pedofilia fa da cortina fumogena al vero scandalo di questa Chiesa, la schiacciante preponderanza ai vertici di sodomiti e filosodomiti.

 

Ma veniamo al caso. Il mese scorso il corrotto e corruttore Mc Carrick viene privato della berretta cardinalizia. Con notevole ritardo – o perfetto tempismo (in concomitanza con l’incontro mondiale delle famiglie a Dublino) –  in undici pagine talmente dense di circostanze, di nomi e di andirivieni temporali da risultare illeggibili al comune lettore, Viganò – che confonde, forse volutamente, l’accusa di pedofilia (venuta fuori nel 2018, mezzo secolo dopo i fatti) con la datata corruzione di seminaristi – denuncia Bergoglio per avere in precedenza coperto il cardinale. Le accuse all’argentino possono essere così (faticosamente) riassunte:

 

  • Mc Carrick si è vantato di aver fatto eleggere il tanguero
  • Mc Carrick incontra Viganò a Santa Marta, e riferisce di aver incontrato Papafrancisco
  • nel successivo incontro con l’ex nunzio, Bergoglio apostrofa Viganò invitandolo a essere un pastore, a non essere ideologizzato; poi gli fa una battuta sul ripasso del portoghese. Un mese dopo un monsignore riferisce a Viganò che Mc Carrick ha sostenuto che i vescovi non devono essere ideologizzati. Viganò ne deduce che Mc Carrick ha messo le parole in bocca al Papa; perché non dovremmo pensare il contrario, che è molto più ovvio? E che ci sarebbe di grave, comunque, in queste banali esortazioni?
  • Viganò sostiene di aver informato personalmente il gesuita delle malefatte e dell’impunità del cardinale invertito. A quattr’occhi.

 

Fuffa, insomma. E quando si riesce a decifrare la confusa cronistoria di Viganò si comprende che c’è una vasta gamma di responsabili dell’impunità del cardinale, artefici di una cortina fumogena che probabilmente avrebbe impedito una visione chiara a uomini ben più acuti dell’inquilino di Santa Marta. Se poi gli ordini di Benedetto XVI su Mc Carrick sono stati ignorati, il principale responsabile, ovviamente, non può che essere stato Viganò, come nunzio apostolico e dunque rappresentante del Pontefice a Washington.

 

Esaminiamo la cornice. Marco Tosatti, che pure ho sempre apprezzato, condividendone quasi tutte le opinioni, lancia il caso su La Verità. Si chiedono le dimissioni di Bergoglio. Chi le vuole?

 

Di certo non le cricche parademocratiche dell’accoglienza e gli atei in servizio permanente effettivo, che adorano Papa Ciccio, per non parlare degli islamici, ai quali liscia il pelo indecentemente un giorno sì e l’altro pure. I cattolici? Sì, ogni vero cattolico spera ardentemente che Bergoglio si allontani dal Vaticano con tutti i suoi sodali, Antonio Spadaro per primo. Ma per questa faccenda? No, per tutt’altro: quest’uomo getta un sacramento nel cesso ogni mattina, attenta ripetutamente alla dottrina, viene meno all’unico compito della Chiesa: custodire la parola. La sua resa al mondo, in particolare al globalismo, è rivoltante. Magari scomparisse. Ma non nel modo in cui è stato fatto fuori Al Capone. Il gangster venne sbattuto in galera per piccoli, banali reati fiscali. E ci stava: l’importante era neutralizzarlo. Non sono convinto invece che le dimissioni di Bergoglio per non aver agito abbastanza velocemente contro un cardinale lascerebbero la chiesa al sicuro dalle reali malefatte della sua cricca. Gli orrori del suo “pontificato” sono altri. Ed è su quelli che dovrebbe esercitarsi l’indignazione di tutti noi.

 

Un’altra considerazione: cosa c’è di realistico nello scenario delle dimissioni dell’argentino (ricordiamo che non si tratta di una prassi, da quelle parti) per uno qualsiasi dei tanti scandali sessuali del clero? Nulla. Qualcuno, Tosatti compreso, immagina davvero che domani il tanguero possa prendere carta e penna, porgere tanti cari saluti e tornarsene alla ‘fine del mondo’?

A chi giova questa operazione? A cosa serve, esattamente, questo fango retroattivo? Temo che, passato il polverone, Bergoglio finirà per apparire vittima di vendette clericali (Viganò era stato rispedito a casa dal vescovo di Roma) ovvero ne uscirà rafforzato. Possibile che Tosatti, acerrimo avversario del gesuita, non se ne renda conto?

https://eliopaoloni.jimdo.com/

ponti, di Elio Paoloni

Non sono facile all’indignazione: un’opera pubblica può cedere. Nella mia coazione a distinguere, a precisare, a gerarchizzare, le colpe verrebbero ripartite, soppesate, spalmate. L’avidità è una delle precipue caratteristiche umane. Che degli imprenditori si approprino di beni pubblici grazie ai compagnucci in politica, non è una novità del nostro paese. Che funzionari pubblici preposti ai controlli evitino di mostrarsi pignoli, per denaro o per vigliaccheria, rientra nell’ordine delle cose. La speranza è che la magistratura, benché frenata – o aiutata – da norme ipergarantiste, procedure farraginose e cronica mancanza di mezzi, finisca per evidenziare e sancire queste colpe. Sapendo che, molto probabilmente, si troverà un comodo capro espiatorio da ricoprire di soldi, un capro, di una certa età, magari, così, alla fine dei nostri celeri iter giudiziari, non andrà neppure in carcere. E consapevoli, s’intende, che altre tragedie ci attendono.

 

Ma questa non è la solita storia. I porci responsabili di questa tragedia non tacciono, non si sottraggono, non si coprono il capo di cenere. Continuano imperterriti a sventolare il vessillo della superiorità morale. Non perdono occasione di ricordarci che loro sono eticamente superdotati: accoglienti, elastici, pronti all’abbraccio. Che se li accusiamo di incuria facciamo sciacallaggio.

Costruttori di ponti. Odiano i muri, costruiscono ponti. Ponti navali, perlopiù. Che reggono bene perché Soros, il filantropo, è uno che, va detto, non bada a spese. I magliari invece hanno il braccino corto. Hanno rimandato e rimandato e rimandato. Si apprestavano – poverini – a far partire un piano di ripristino proprio a breve. Mancava giusto un cincinin! L’arte del rammendo non li esalta. Che attività prosaica la manutenzione! Priva di creatività, di afflato umanitario, di visibilità mediatica.

 

I Benetton e i loro compari sono un’anima sola nell’appoggio al disegno di sostituzione etnica, anche se in proprio i beneficiari dei balzelli autostradali prediligono la soppressione etnica; ma sulla storia dei Mapuche si è scritto abbastanza. E, anche qui, niente di inconsueto. Le multinazionali se ne fottono del destino dei popoli; li espropriano, li sfruttano e li massacrano, che c’è di nuovo? Di nuovo c’è che, invece di mimetizzarsi, i Maletton (copyright Veneziani) impongono campagne per gli svantaggiati, per i reietti della terra, per i migranti.

 

Che il ministro delle infrastrutture non si degnasse di rispondere alle interrogazioni sul ponte perché era occupato a digiunare per lo ius soli è stato ricordato in innumerevoli post; non credo tuttavia che siano davvero state colte tutte le implicazioni: non si tratta solo di una distrazione, non è che lo spocchioso ministro fosse occupato, come tutti i sinistri, in faccende lontanissime da quelle che riguardano la sicurezza dei cittadini. No, il ministro si stava occupando proprio dei ponti. Quelli di barche, volute dai mondialisti. Dopo aver contribuito a consolidare la posizione dei gabellieri in autostrada, contribuiva ad attuare il piano di invasione propagandato per decenni dagli stessi gabellieri con i manifesti di Toscani. Qui non si tratta più del consueto scambio appalti-finanziamenti tra politico e imprenditore. Si tratta di tradimento: la posta è la dissoluzione del paese.

 

Dissoluzione che passa per la spoliazione dei popoli del terzo mondo, destinati a inondare i paesi europei. Purtroppo, avendo i Benetton perpetrato la spoliazione in Argentina, l’unico sbocco è la decimazione dei Mapuche. A meno che, da grandi costruttori di ponti non ne facciano uno attraverso l’Atlantico.

 

Ci sarebbe parecchio da dissertare sulla simbologia dei ponti, che molto spesso erano opere militari (famoso un ponte che Cesare costruì in tempi brevissimi, tempi che un reparto di genieri moderni ha tentato invano di uguagliare). I ponti romani che resistono impavidi in tutto il mondo erano strumenti di invasione e di controllo dei popoli sottomessi, salvo poi divenire un ausilio alle invasioni barbariche. Ma torniamo ai ponti ideali.

 

Da trentacinque anni Benetton si occupa di colori. Della pelle. E’ del 1984 l’allusione, innocente, carina, che i mille colori dei maglioncini possano accostarsi ai tanti ‘colori’ dei ragazzi che nel mondo li acquistano. Già l’anno dopo il colore della pelle diventa centrale nelle immagini, ma siamo ancora a un buonismo da sillabario. Di cinque anni dopo è la foto della nutrice nera con neonato bianco. Nel 1991 lo scatto con angioletto bianco e diavoletto nero, deliziosi ma accusati di razzismo (è il boomerang dell’antirazzista, che dà eccessiva importanza al colore delle pelle, proprio come il razzista). Nel 1996 ci viene regalato “uno dei manifesti più belli della serie: il cavallo nero che monta una giumenta bianca. Sfondo limbo, animali scontornati, solo una striscia di sabbia bianca sotto gli zoccoli: impatto impressionante”. L’entusiasmo non è mio, ovviamente: trattasi del delirio di uno specialista della comunicazione. L’allusione allo stallone nero è greve e razzista ma anche profetica.

 

Dopo qualche anno di campagne incentrate su buoni propositi universalmente accettabili (ai quali non poteva mancare l’omofilia) nel 2011 parte una galleria di baci sulla bocca tra i leader del pianeta. Non più bimbi, adolescenti, persone comuni, ma Obama e Hugo Chávez, Benedetto XVI e Ahmed el Tayyeb, Mahmoud Abbas e Benjamin Netanyahu. Uniti al precedente scatto del nudo di Eva Robin’s, icona gender, veicolano un messaggio non troppo subliminale: la pace non può che passare per le unioni omosessuali. La coppia sterile è il futuro che si vuole imporre. Il genere indistinto, l’androgino chiuso in se stesso è il vertice dell’umanità. I colori di Benetton si dispongono ordinatamente nell’arcobaleno

 

Ed eccoci al manifesto pro immigrazione. Non più soltanto generica fraternità tra individui diversamente colorati ma esplicito riferimento alla meritoria opera delle ONG, esaltazione degli incursori in barcone. La cui destinazione finale è il mondo illustrato dall’ultima campagna, Nudi come, riferimento grottesco a un vago immaginario cattolico su Francesco ma anche pretesa un po’ tardiva di un Eden senza vergogna: nove ragazzini nudi che si abbracciano ma sembrano stipati, messi vicini a forza; soggetti anoressici, effemminati i maschi, prive di sensualità le femmine; tristi superfici di pelle bianca, ebano o gialla pronta a stingersi – come scriveva Paola Belletti su Aleteia – in un unico grigio fango. Una desolata pianura dove tutte le identità sono livellate fino al suolo. Non si saprebbe che fare, dove andare, per cosa battersi, chi amare in questo mondo distopico. Gli ‘accolti’, non indottrinati da decenni di politicamente correttissime trasmissioni tv e copertine de l’Espresso, sapranno bene invece per cosa e come battersi.

 

Subito dopo il crollo Toscani ha smesso di attaccare manifesti per vestire i panni di tecnico ANAS: “Ho sempre sentito che quel ponte era tenuto a un livello altissimo di qualità. Non sono un tecnico, ma ho sempre sentito che era seguito con dei parametri molto più ampi della media europea”. Negare ogni evidenza, sfacciatamente. E’ questo la loro mission. Lui ha “sentito”. Crede nelle Voci.

 

I ponti virtuali, quelli che i Maletton di tutto il pianeta apprestano sollecitamente, non sono soggetti a collaudi e ispezioni. Si ergono fieramente nell’orizzonte utopico, eterni, incrollabili. Ma anche da quelli precipitano corpi. Il miraggio che lorsignori hanno fatto balenare in Africa (degno del Collodi: la strada per il paese dei Balocchi che dopo una parentesi di pacchia si dirama infine nei sentieri dell’illegalità o della schiavitù) comporta la discesa negli abissi di centinaia di illusi, i più deboli. Difficile però inchiodare alle loro responsabilità i costruttori di ologrammi. Si può sperare di inchiodarli solo per i ponti reali. I ponti corrosi di questa Italia lasciata andare in malora. Tanto quelli che contano, i falsi pontefici, sono ben protetti dal Muro di Capalbio.

 

Negli anni ’90 il capo della pubblicità di Benetton contattò lo scrittore Tim Parks, l’inglese tifoso del Verona, per una collaborazione pubblicitaria. Restio ad associarsi al team che “si fa un dovere di scovare oggetti di compassione”, il romanziere riportava le parole che Roberto Calasso, ne La rovina di Kasch, aveva dedicato al marchese di Lafayette, eroe delle democrazie, il quale, sempre a caccia di popolarità, assumeva d’istinto la posa esemplare: da allora in poi “chi vuole il bene dell’uomo avrà dell’uomo un’immagine grossolanamente imprecisa, bonaria, ottusa, enfatica”. Diffidente verso il samaritano con la Nikon Parks continuava: “Com’è brava la televisione a mediare tra il mondo concreto delle persone che possiamo toccare e l’innocua astrazione del genere umano! Quei rifugiati sono persone reali ma non puzzano, non mendicano, non replicano mai. Che vicini ideali!”

Convinto dai dieci milioni del compenso Parks finì per collaborare a un progetto su Corleone e la mafia, vedendosi recapitare, sotto Natale, un pullover Benetton. Al primo abbraccio della figlia venne fuori un buco nella cucitura. “Forse – commentava lo scrittore – nell’interesse del genere umano, questo è un problema al quale Luciano Benetton farebbe bene a dedicare un po’ di attenzione”. Ora conosciamo altre cuciture alle quali Luciano ha dedicato poca attenzione.

https://eliopaoloni.jimdo.com/

1 2