PALESTINA INFELIX, di Luigi Longo

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Si pubblicano due brevi articoli, il mio di un paio di anni fa, sulla distruzione del popolo palestinese per rafforzare e rilanciare la potenza regionale di Israele come contrafforte delle altre due potenze emergenti regionali come l’ Iran e la Turchia. Sullo sfondo l’attacco USA al nascente asse Russia-Cina  probabili  poli di potenze mondiali che hanno la visione di un ordine mondiale multicentrico. Luigi Longo

Una riflessione e una domanda a proposito di << due popoli due stati>>.

di Luigi Longo

La riflessione che pongo necessiterebbe di un lungo racconto sull’uso del territorio ( meglio sarebbe spazio) nel conflitto tra Israele e la Palestina, a partire dal 1948 anno di proclamazione formale dello stato di Israele. Mi limito qui a constatare che si tratta di un conflitto tra un aggressore, Israele, che sta malvagiamente ridimensionando un popolo palestinese che cerca di resistere e di difendere legittimamente i residui territori a propria disposizione che non possono più formare una nazione.

La questione avanti posta va vista nei giochi strategici che le potenze mondiali (soprattutto gli USA) hanno fatto, fanno e continueranno a fare per ottenere l’egemonia dell’area mediorientale, tutto storicamente dato.

La riflessione è: non ci sono più le condizioni territoriali per la creazione di due popoli e due stati. La politica territoriale di Israele, con lo strumento delle colonie e con tutta la sua strumentazione scientifica e tecnica (che non è mai neutrale, è bene ricordarlo), di fatto non permette più di parlare di due stati e di due popoli, ma bensì di uno stato per gli israeliani e di enclave per i palestinesi. Usando un linguaggio lagrassiano direi che storicamente gli agenti sub-dominanti della sfera politica, della sfera religiosa, della sfera militare e della sfera istituzionale-territoriale hanno avuto un ruolo fondamentale nel concentrare il popolo palestinese in enclave e distruggere l’idea stessa di una loro nazione con un territorio, una istituzione, delle risorse, una storia e una cultura propri.

Esiste un popolo israeliano con uno stato, gestito da agenti strategici sub dominanti spietati e insaziabili di potere e di egemonia, che è una pedina fondamentale (fino a poco tempo fa) degli USA e delle loro strategie mediorientali nella scacchiera del conflitto per l’egemonia mondiale.

Esiste un popolo palestinese rinchiuso in enclave le cui condizioni di vita sono sempre più difficili e al limite della sopravvivenza (almeno per la maggioranza della popolazione).

Una domanda ora sorge spontanea: perché si continua a lanciare missili innocui su Israele sapendo delle conseguenze inenarrabili sulla popolazione palestinese (donne, bambini e anziani, i numeri dei morti della guerra in atto lo stanno a dimostrare)?.

Avanzo un dubbio: siamo sicuri che i gruppi dominanti del popolo palestinese ( con le loro articolazioni in forze politiche: OLP, Hamas, eccetera) non utilizzano ideologicamente l’obiettivo dei << due popoli due stati >> per le loro strategie di potere e di egemonia per meglio posizionarsi, sia negli accordi di pace sia nelle strategie complessive delle potenze mondiali, con i gruppi strategici egemonici sub dominanti (israeliani e non solo) e dominanti ( USA e non solo) in questa crisi d’epoca di chiaro avvio della fase multipolare?

Se rimaniamo nella dialettica << due popoli due stati >> non riusciamo a capire i rapporti sociali e le trasformazioni sociali che avvengono in quell’area nevralgica del medioriente. E non riusciremo mai a capire perchè si lanciano missili innocui su Israele, ritorsivi e autodistruttivi per la maggioranza dei palestinesi.

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Italia costruirà gasdotto a Israele (per rubare il greggio palestinese)
www.maurizioblondet.it/italia-costruira-gasdotto-israele-aiutarla-rubare-greggio-palestinese/
“Non esiste ancora una pipeline così lunga e così profonda”, esulta il ministro dell’energia sionista Juval Steinitz. L’Italia e la Grecia (ma soprattutto l’Italia) gli costruiranno il gasdotto che costerà 6 miliardi e sarà completato nel 2025, che pomperà gas e greggio del grande giacimento davanti a Gaza, che ovviamente i sionisti si sono accaparrati, rubandolo ai palestinesi, in condominio con Cipro (che ha perfettamente diritto, perché il giacimento è nelle sue acque territoriali). Il memorandum in questo senso è stato firmato martedì a Nicosia, fra l’ambasciatore italiano a Cipro, e i ministri dell’energie di Israele, Cipro, Grecia. Benediceva l’operazione il commissario europeo all’energia Miguel Arias Cañete. E’ probabile che sarà la UE a pagare il progetto, perché l’eurocrazia persegue instancabilmente la strategia di svincolare l’Europa dalla “dipendenza energetica da Mosca” (oltre a quella di fare regali allo Stato razziale mediterraneo). Il tubo, chiamato EastMed che approderà in Italia nel 2025, trasporterà fino a 16 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, pari a circa il 5% del consumo annuale in Europa, secondo quanto riferito da EUObserver. Si è costituita allo scopo una joint venture fra Edison e la consorella greca Depa.
Lasciamo perdere la presunta “polemica” e “presa di distanza” dell’Europa dalla decisione trumpiana di dichiarare Gerusalemme capitale indivisa di Sion, lo “scontro” di Netanyahu con Macron, i “disaccordi” di costui coi ministri degli esteri della UE che sa per incontrare a Bruxelles. Quello è teatro per la scena. La realtà è che gli europei restano legati a filo doppio, anzi sempre più soggetti, agli interessi israeliani.

GLI USA VOGLIONO RIALLINEARE L’ARCHITETTURA DEL DOMINIO MONDIALE CON LA FORZA DELLE ARMI. (a cura di) Luigi Longo

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GLI USA VOGLIONO RIALLINEARE L’ARCHITETTURA DEL DOMINIO MONDIALE CON LA FORZA DELLE ARMI.

(a cura di) Luigi Longo

 

La lettura dell’articolo di Federico Dezzani su Assalto all’Eurasia: la Corea del Nord è solo l’antipasto, apparso sul blog: www.federicodezzani.altervista.org il 26 ottobre m.s., è interessante perché fa riflettere sulle strategie di attacco a tutto mondo degli Stati Uniti d’America.

La prima riflessione. Gli USA minacciano ritorsioni contro la Corea del Nord perché si è dotata della prima bomba termonucleare per la difesa della propria indipendenza. Le minacce non riguardano tanto la Corea del Nord, quanto la Cina e la Russia (l’Heartland) perché osano mettere in discussione gli attuali equilibri statunitensi nell’area pacifica (per non parlare nell’area mediorientale e africana) e indebolire i nodi strategici del Rimland (che va dall’Europa all’estremo Oriente).

La seconda riflessione. L’Europa delle regioni, che avanza sulle rovine delle nazioni, renderà impossibile qualsiasi ruolo da protagonista, nelle fasi multicentrica e policentrica, sia delle nazioni sovrane sia di una futura Europa delle nazioni sovrane.

La terza riflessione. Gli USA vogliono evitare qualsiasi ipotetica alleanza tra la Cina (attuale potenza economica) e la Russia (attuale potenza militare) che possa mettere in discussione il loro dominio mondiale in declino, che essi rilanciano con la forza delle armi perché non accettano un mondo multicentrico. Questo, a prescindere dal conflitto interno tra i loro agenti strategici: la potenza imperiale americana nella rappresentazione formale che fa di se stessa, ha la guerra come forma privilegiata, se non addirittura unica, di attestazione della sua esistenza, oltre ad una missione speciale da compiere ed essere pertanto, l’unica nazione indispensabile del mondo (Progetto Messianico).

Non so se le potenze mondiali sono già delineate all’interno dello scontro tra Terra e Mare: i giochi sono aperti e la fase multicentrica sta delineando i centri delle potenze mondiali che saranno definite con le loro alleanze nella fase policentrica. Resta da capire bene le strategie e le percezioni del mondo della Cina sia in relazione alla Russia sia in relazione agli USA (senza dimenticare l’India).

Le relazioni cinesi e russe a livello mondiale, in questa fase, sono orientate rispettivamente l’una dalle sfere economico- finanziaria e politica, l’altra dalle sfere militare e politica: ciò è insufficiente per mettere in discussione l’egemonia statunitense. Quindi parlo di due potenze mondiali emergenti che si difendono dall’attacco degli USA e lottano per un mondo multicentrico nel rispetto delle proprie differenze.

L’Europa? Essa è uno spazio americanizzato e occupato da basi militari USA-NATO (qui la Nato è intesa prevalentemente come strumento militare dell’agire statunitense) e non sarà protagonista nelle diverse fasi della storia mondiale. E’ sempre più un continente in mano agli USA per le loro strategie di dominio.

 

 

ASSALTO ALL’EURASIA: LA COREA DEL NORD È SOLO L’ANTIPASTO

di Federico Dezzani

Crescono le tensioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti d’America: la determinazione di Pyongyang a sviluppare il proprio deterrente nucleare si scontra con la convinzione di Washington che l’atomica nordcoreana abbia una natura offensiva. È ormai chiaro che, qualsiasi amministrazione occupi la Casa Bianca, la strategia di fondo non cambia: la potenza marittima americana ed i suoi alleati mirano a circondare il blocco euroasiatico su ogni lato. L’arsenale atomico di Pyonyang è solo un pretesto per militarizzare la regione e contenere la potenza navale cinese. Un’eventuale attacco alla Nord Corea anticiperebbe soltanto una guerra già ben delineata: l’ennesimo scontro tra terra e mare.

 

L’Heartland (Cina e Russia), il Rimland (la Corea) e le potenze marittime (USA)

Marx ed Engels definivano “struttura” l’economia e il sistema produttivo, “sovrastruttura” la politica, la cultura e la religione. La storia universale sarebbe quindi, secondo i due filosofi tedeschi trapiantati a Londra, questione di lavoro e capitale. Sbagliarono e, probabilmente, furono anche consapevoli del loro errore. “Struttura” è la volontà di potenza degli Stati e la geopolitica, la scienza che studia questa volontà di potenza, è il miglior strumento per capire ed interpretare la storia. In particolare, la storia è basata sulla volontà del “mare” di sottomettere la “terra” e sull’opposto desiderio della “terra” di domare il “mare”. Atene contro Sparta, Cartagine contro Roma, i Saraceni contro Bisanzio, Olanda contro Spagna, Inghilterra contro Francia, Londra contro Berlino, Washington contro Mosca.

Di fronte a questo scontro plurisecolare, mosso da forze telluriche che trascendono il contingente, tutto è “sovrastruttura”: tutto è accessorio, superfluo, quasi scontato. Le ideologie, le religioni, le singole personalità politiche. Tutto si muove perché la terra ed il mare bramano la guerra, in attesa della battaglia finale (se mai verrà).

È più utile, per chi volesse capire lo scenario internazionale, lo studio di “The Geographical Pivot of History”, pubblicato nel 1904 da Halford John Mackinder che la lettura di tutta la stampa specializzata attuale. Mackinder, esponente di spicco della talassocrazia per eccellenza, il Regno Unito, osserva il mappamondo ed individua nel cuore dell’Eurasia, zona inaccessibile alle potenze marittime, “l’area pivot” del globo terrestre: quell’area che, se debitamente organizzata dal punto di vista militare, logistico, economico e sociale, può schiudere, per chi la controlla, l’egemonia mondiale. Mackinder, in particolare, osserva con timore la costruzione delle ferrovie russe, capaci di spostare merci e soldati nelle sconfinate pianure come navi sul mare. Guai, dice Mackinder, se la Russia si alleasse alla Germania. Con un’incredibile preveggenza, Mackinder, chiude il suo pensiero con uno scenario ancora più preoccupante: l’integrazione tra la Cina ed il retroterra russo.

Seguiranno due guerre mondiali, che consentiranno agli angloamericani di annichilire la Germania e insediarsi in Europa (NATO-CEE/UE) e in Oriente (CENTO e SEATO, poi sciolte).

Durante lo svolgimento della Seconda Guerra Mondiale, lo stratega olandese, naturalizzato americano, Nicholas J. Spykman (1893-1943), pubblica un’opera (America’s Strategy in World Politics) che vuole aggiornare ed integrare il lavoro di Mackinder, per adattarlo alla prossima realtà geopolitica: poco importa, dice Spykman, chi controlla l’Heartland (URSS e la Cina che diverrà presto comunista), l’importante è che le potenze marittime “contengano” il nemico, circondandolo con una serie di Stati-satelliti così di depotenziarlo. A fianco dell’Heartland, nasce così il “Rimland”, rappresentato da tutti quegli appigli (dall’Italia al Giappone, passando per l’India) con cui le talassocrazie possono aggrapparsi alla masse terrestre. Non è, in realtà, un pensiero nuovo: già Mackinder, infatti, aveva evidenziato l’importanza di queste “teste di ponte”, indispensabili per le potenze marittime. Tra le teste di ponte citate da Mackinder nel 1904… c’è anche la Corea!

Iosif Stalin, ben consapevole dell’importanza di questo lembo di terra lungo 950 km, piuttosto brullo ed inospitale, decide di sfrattare gli americani dal condominio che si è creato dopo la sconfitta del Giappone: sovietici ed americani, infatti, si incontrano al 38esimo parallelo ed ognuno, nella propria metà, ha installato un governo amico. All’alba del 25 giugno 1950, l’esercito nordcoreano attraversa il 38esimo parallelo, travolgendo le difese sudcoreane. Caduta Seul, il 30 giugno, il presidente Truman autorizza il generale Douglas MacArthur ad intervenire: comincia così la guerra che si protrarrà fino al 1953 e si concluderà con un sostanziale pareggio (il confine tra le due Coree rimane fissato al 38esimo parallelo), grazie al massiccio intervento della Cina. Il regime di Kim Il Sung (1912-1994) supererà la Guerra Fredda senza altri particolari colpi di scena, grazie al costante appoggio cinese.

Simpatico aneddoto: l’ex-agente del SISMI, Francesco Pazienza, incontra i nordcoreani negli anni ‘80 alle isole Seychelles, dove gestiscono il servizio informazioni del presidente Ti France René. Propongono a Pazienza di eliminare un agente CIA, di cittadinanza italiana, che gira per le isole facendo troppe domande: il suo nome è Antonio Di Pietro1.

Nel 1991 collassa l’URSS e le potenze marittime riprendono la loro marcia verso l’Heartland (allargamento ad est della NATO, Georgia, Asia Centrale, etc. etc.). In questo contesto, la Corea del Nord è una potenza ostile situata nella fascia intermedia, il suddetto Rimland: il suo destino dovrebbe essere lo stesso quello della Jugoslavia. L’amministrazione Clinton, che apre le porte del WTO della Cina, ha però scarso interesse a scatenare una guerra a poca distanza dall’area in cui le imprese americane stanno delocalizzando. L’amministrazione Bush valuta il cambio di regime nel 2003, ma il pantano iracheno raffredda l’ardore bellico di Donald Rumsfeld e soci.

Resta il fatto che qualsiasi Stato ostile agli USA e privo di arsenale atomico può essere rovesciato in qualsiasi momento: Pyongyang accelera quindi il proprio programma nucleare bellico, usando uranio locale, e nel 2006 effettua con successo il primo test atomico. Nel caos dell’Ucraina post-Euromaidan2 (2014), i nordcoreani acquistano i missili balistici SS-18; il 29 agosto 2017 lanciano il primo vettore che sorvola il Giappone per inabissarsi nel Pacifico; il 3 settembre 2017 testano la prima bomba termonucleare.

La Nord Corea è ora nel ristretto club atomico: dispone di un arsenale che, in teoria, dovrebbe dissuadere qualsiasi aggressore. Il celebre “deterrente nucleare”.

La storia finirebbe qui se, come però sottolineato in precedenza, la penisola coreana non fosse parte di quel “Rimland” con cui le potenze marittime circondano, contengono e, all’occorrenza, attacco “l’Heartland”: è proprio quest’ultimo, non la piccola Corea del Nord, che ossessiona le talassocrazie.

L’intero continente euroasiatico, dal Mar Meridionale Cinese al Mar Baltico, si sta coprendo di ferrovie ad alta velocità ed alta capacità, anno dopo anno. Cina e Russia conducono esercitazioni navali congiunte nel Pacifico come nel Mediterraneo. Gasdotti ed oleodotti attraversano i due Paesi. Pechino costruisce linee ferroviarie capaci di raggirare lo Stretto di Malacca (attraverso la Birmania) o di raggiungerlo in poche ore (attraverso la Malesia), indebolendo così la funzione di Singapore. “L’area pivot” di Mackinder non è mai stata così viva e dinamica, ponendo le talassocrazie di fronte ad un bivio: la capitolazione o l’attacco.

È in questa cornice che va collocata la tensione tra angloamericani e nordcoreani: poco importa a Washington dell’arsenale di Kim Jong-un, molto invece della crescente potenza navale cinese (nell’aprile del 2017 i cantieri di Dalian hanno varato la prima portaerei Made in China) e della cooperazione con quella russa. Sia Mosca che Pechino ne sono coscienti ed è per questo che a settembre hanno votato in sede ONU le sanzioni contro Pyongyang, sebbene edulcorate quanto basta da non portare il regime al collasso3: il nucleare nordcoreano è soltanto un pretesto utile alle talassocrazie per tentare di strangolare il blocco continentale.

Un comodo espediente per il dispiegamento dei missili THAAD in Sud Corea4, duramente contestato dalla Cina, per il riarmo del Giappone (che gioca oggi un ruolo identico al Giappone filo-britannico ed anti-cinese di inizio Novecento), per la riesumazione della SEATO: sono questi gli obbiettivi che interessano a Washington e Londra, resi possibili dall’arsenale atomico nordcoreano. Il presidente Donald Trump, sempre più avvinghiato nella ragnatela di Washington, lancerà un attacco preventivo contro la Nord Corea? Se così fosse, significherebbe soltanto anticipare al 2017 una guerra già ben delineata. L’ennesimo scontro tra terra e mare.

1Francesco Pazienza, il Disubbidiente, Longanesi, 1999, pg. 460

2https://www.nytimes.com/2017/08/14/world/asia/north-korea-missiles-ukraine-factory.html

3https://www.vox.com/world/2017/9/12/16294020/russia-china-water-un-sanction-north-korea

4http://edition.cnn.com/2017/09/07/asia/south-korea-thaad-north-korea/index.html

L’IMPORTANZA DI DIFENDERE LA NAZIONE, (a cura di) Luigi Longo

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Propongo due letture: una di Manlio Dinucci (Bipartisan il riarmo USA anti Russia) apparsa sul il Manifesto il 18/10/17, l’altra una dichiarazione di diversi studiosi (Una Europa in cui possiamo credere) pubblicata sul sito https://thetrueeurope.eu/uneuropa-in-cui-possiamo-credere/, ottobre 2017.

Le due letture apparentemente non sono connesse, ma riflettendo più a fondo ci si accorge che sono innervate su due questioni fondamentali che interessano la fase attuale del multicentrismo: la prima riguarda la sfera militare per l’aumento sempre più vistoso della spesa per gli armamenti e per l’importanza dello spazio italiano per le strategie statunitensi in funzione anti Russia (lo spettro dei decisori USA);

la seconda concerne il recupero di una Europa delle nazioni e l’importanza che assume in questa fase la sovranità nazionale, sia per contrastare l’Europa delle regioni sia per un’Europa protagonista tra Occidente e Oriente, per costruire una relazione tra i popoli rispettosa delle differenze.

 

BIPARTISAN IL RIARMO USA ANTI-RUSSIA

di Manlio Dinucci

I Democratici, che ogni giorno attaccano il repubblicano Trump per le sue dichiarazioni bellicose, hanno votato al Senato insieme ai Repubblicani per aumentare nel 2018 il budget del Pentagono a 700 miliardi di dollari, 60 miliardi in più di quanto richiesto dallo stesso Trump. Aggiungendo i 186 miliardi annui per i militari a riposo e altre voci, la spesa militare complessiva degli Stati uniti sale a circa 1000 miliardi, ossia a un quarto del bilancio federale. Decisivo il voto all’unanimità del Comitato sui servizi armati, formato da 14 senatori repubblicani e 13 democratici.

Il Comitato sottolinea che «gli Stati uniti devono rafforzare la deterrenza all’aggressione russa: la Russia continua ad occupare la Crimea, a destabilizzare l’Ucraina, a minacciare i nostri alleati Nato, a violare il Trattato Inf del 1987 sulle forze nucleari a raggio intermedio, e a sostenere il regime di Assad in Siria». Accusa inoltre la Russia di condurre «un attacco senza precedenti ai nostri interessi e valori fondamentali», in particolare attraverso «una campagna diretta a minare la democrazia americana». Una vera e propria dichiarazione di guerra, con cui lo schieramento bipartisan motiva il potenziamento dell’intera macchina bellica statunitense.

Queste alcune delle voci di spesa nell’anno fiscale 2018 (iniziato il 1° ottobre 2017):
10,6 miliardi di dollari per acquistare 94 caccia F-35, 24 in più di quanti richiesti dall’amministrazione Trump;
17 miliardi per lo «scudo anti-missili» e le attività militari spaziali, 1,5 in più della cifra richiesta dall’amministrazione;
25 miliardi per costruire altre 13 navi da guerra, 5 in più di quante richieste dall’amministrazione.

Dei 700 miliardi del budget 2018, 640 servono principalmente all’acquisto di nuovi armamenti e al mantenimento del personale militare, le cui paghe vengono aumentate portando il costo annuo a 141 miliardi; 60 miliardi servono alle operazioni belliche in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove. Vengono inoltre destinati 1,8 miliardi all’addestramento e l’equipaggiamento di formazioni armate sotto comando Usa in Siria e Iraq, e 4,9 miliardi al «Fondo per le forze di sicurezza afghane».

Alla «Iniziativa di rassicurazione dell’Europa», lanciata nel 2014 dall’amministrazione Obama dopo «l’aggressione revanscista russa all’Ucraina», vengono destinati nel 2018 4,6 miliardi: essi servono ad accrescere la presenza di forze corazzate statunitensi e il «preposizionamento strategico» di armamenti Usa in Europa. Vengono inoltre stanziati 500 milioni di dollari per fornire «assistenza letale» (ossia armamenti) all’Ucraina.

L’aumento del budget del Pentagono traina quelli degli altri membri della Nato sotto comando Usa, compresa l’Italia la cui spesa militare, dagli attuali 70 milioni di euro al giorno, dovrà salire verso i 100.

Allo stesso tempo il budget del Pentagono prospetta che cosa si prepara per l’Italia.

Tra le voci di spesa minori, ma non per questo meno importanti, vi sono 27 milioni di dollari per la base di Aviano, a riprova che continua il suo potenziamento in vista dell’installazione delle nuove bombe nucleari B61-12, e 65 milioni per il programma di ricerca e sviluppo di «un nuovo missile con base a terra a raggio intermedio per cominciare a ridurre il divario di capacità provocato dalla violazione russa del Trattato Inf».

In altre parole, gli Stati uniti hanno in programma di schierare in Europa missili nucleari analoghi ai Pershing 2 e ai Cruise degli anni Ottanta, questi ultimi installati allora anche in Italia a Comiso. Ce lo annuncia dal Senato degli Stati uniti, con il suo unanime voto bipartisan, il Comitato sui servizi armati.

LA DICHIARAZIONE DI PARIGI

UN’EUROPA IN CUI POSSIAMO CREDERE

1. L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile.

L’Europa è nostra casa.

2. L’Europa, in tutta la sua ricchezza e la sua grandezza, è minacciata da un falsa concezione di se stessa. Questa Europa falsa immagina di essere la realizzazione della nostra civiltà, ma in verità sta requisendo la nostra casa. Si appella alle esagerazioni e alle distorsioni delle autentiche virtù dell’Europa, e resta cieca di fronte ai propri vizi. Smerciando con condiscendenza caricature a senso unico della nostra storia, questa Europa falsa nutre un pregiudizio invincibile contro il passato. I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒ sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità universale che però non è né universale né una comunità.

Una falsa Europa ci minaccia.

3. I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo. Per di più, ignorano quali siano le fonti vere del decoro autenticamente umano cui peraltro tengono caramente essi stessi, proprio come vi teniamo noi. Ignorano, anzi ripudiano le radici cristiane dell’Europa. Allo stesso tempo, fanno molta attenzione a non offendere i musulmani, immaginando che questi ne abbracceranno con gioia la mentalità laicista e multiculturalista. Affogata nel pregiudizio, nella superstizione e nell’ignoranza, oltre che accecata dalle prospettive vane e autogratulatorie di un futuro utopistico, per riflesso condizionato l’Europa falsa soffoca il dissenso. Tutto ovviamente in nome della libertà e della tolleranza.

La falsa Europa è utopica e tirannica.

4. Siamo in un vicolo cieco. La minaccia maggiore per il futuro dell’Europa non sono né l’avventurismo russo né l’immigrazione musulmana. L’Europa vera è a rischio a causa della stretta asfissiante che l’Europa falsa esercita sulla nostra capacità d’immaginare prospettive. I nostri Paesi e la cultura che condividiamo vengono svuotati da illusioni e autoinganni su ciò che l’Europa è e deve essere. Noi c’impegniamo dunque a resistere a questa minaccia diretta contro il nostro futuro. Noi difenderemo, sosterremmo e promuoveremo l’Europa vera, l’Europa a cui in verità noi tutti apparteniamo.

Dobbiamo difendere la Europa vera.

5. L’Europa vera si aspetta e incoraggia la partecipazione attiva al progetto di una vita politica e culturale comuni. Quello europeo è un ideale di solidarietà basato sull’assenso a un corpo di leggi che si applica a tutti, ma che è limitato nelle pretese. Questo assenso non ha sempre assunto la forma della democrazia rappresentativa. Ma le nostre tradizioni di lealtà civica riflettono un assenso fondamentale alle nostre tradizioni politiche e culturali, quali che ne siano le forme. Nel passato, gli europei hanno combattuto per rendere i propri sistemi politici più aperti alla partecipazione popolare e di questa storia andiamo giustamente orgogliosi. Pur facendolo, talora con modi apertamente ribelli, hanno vigorosamente affermato che, malgrado le ingiustizie e le mancanze, le tradizioni dei popoli di questo continente sono le nostre. Questo zelo riformatore rende l’Europa un luogo alla costante ricerca di una giustizia sempre maggiore. Questo spirito di progresso è nato dall’amore e dalla lealtà verso le nostre patrie.

La solidarietà e la lealtà civica incoraggiano la partecipazione attiva.

6. È uno spirito europeo di unità che ci permette di fidarci pubblicamente gli uni degli altri, anche tra stranieri. Sono i parchi pubblici, le piazze centrali e i grandi viali delle città e dei borghi europei a esprimere lo spirito politico europeo: noi condividiamo una vita e una res publica comuni. Riteniamo nostro dovere assumerci la responsabilità del futuro delle nostre società. Non siamo soggetti passivi sottoposto al dominio di poteri dispotici, sacrali o laici. E non ci prostriamo davanti all’implacabilità di forze storiche. Essere europei significa possedere la facoltà di agire nella politica e nella storia. Siamo noi gli autori del destino che ci accomuna.

Non siamo soggetti passivi.

7. L’Europa vera è una comunità di nazioni. Abbiamo lingue, tradizioni e confini propri. Eppure ci siamo sempre riconosciuti affini, anche quando siamo arrivati al contrasto, o persino alla guerra. A noi questa unità nella diversità sembra naturale. Tuttavia è una realtà notevole e preziosa poiché non è né naturale né inevitabile. La forma politica più comune di questa unità nella diversità è l’impero, che i re guerrieri europei hanno cercato di ricreare per secoli dopo la caduta dell’impero romano. L’attrattiva esercitata dal modello imperiale è perdurata, ma ha prevalso lo Stato-nazione, la forma politica che unisce l’essere popolo alla sovranità. Lo Stato-nazione è quindi diventato il tratto caratteristico della civiltà europea.

Lo Stato-nazione è un segno distintivo dell’Europa.

8. Una comunità nazionale è fiera di governarsi a modo proprio, spesso si vanta dei grandi traguardi raggiunti nelle arti e nelle scienze, e compete con gli altri Paesi, a volte anche sul campo di battaglia. Tutto ciò ha ferito l’Europa, talvolta gravemente, ma non ne ha mai compromesso l’unità culturale. Di fatto è accaduto semmai il contrario. Man mano che gli Stati-nazione dell’Europa sono venuti radicandosi e precisandosi, si è rafforzata una identità europea comune. A seguito del terribile bagno di sangue causato dalle guerre mondiali nella prima metà del secolo XX, ci siamo rialzati ancora più risoluti a onorare quell’eredità comune. Ciò testimonia quale profondità e quale potenza abbia l’Europa come civiltà cosmopolita nel senso più appropriato. Noi non cerchiamo l’unità imposta e forzata di un impero. Piuttosto, il cosmopolitismo europeo riconosce che l’amore patriottico e la lealtà civica aprono a un mondo più vasto.

Noi non sosteniamo un’unione imposta o forzata.

9. L’Europa vera è stata segnata dal cristianesimo. L’impero spirituale universale della Chiesa ha portato l’unità culturale all’Europa, ma lo ha fatto senza un impero politico. Questo ha permesso che entro una cultura europea condivisa fiorissero lealtà civiche particolari. L’autonomia di ciò che chiamiamo società civile è dunque diventata una peculiarità della vita europea. Inoltre, il Vangelo cristiano non consegna all’uomo una legge divina esaustiva da applicare alla società, e questo rende possibile affermare e onorare la varietà delle legislazioni positive delle diverse nazioni senza recare minaccia alla nostra unità europea. Non è un caso che il declino della fede cristiana in Europa sia stato accompagnato da sforzi sempre maggiori per raggiugerne l’unità politica: ovvero l’impero monetario e regolatorio, ammantato dai sentimenti di universalismo pseudoreligioso, che l’Unione Europea sta costruendo.

Il cristianesimo incoraggiava l’unità culturale.

10. L’Europa vera afferma la pari dignità di qualsiasi persona, senza fare differenze di sesso, di rango o di razza. Anche questo proviene dalle nostre radici cristiane. Le nostre virtù nobili hanno un’ascendenza inequivocabilmente cristiana: l’equità, la compassione, la misericordia, il perdono, l’operare per la pace, la carità. Il cristianesimo ha rivoluzionato le relazioni tra gli uomini e le donne, dando valore all’amore e alla fedeltà reciproca come mai era stato fatto prima. Il legame del matrimonio consente sia agli uomini sia alle donne di prosperare in comunione. La maggior parte dei sacrifici che compiamo sono a vantaggio dei nostri coniugi e dei nostri figli. Anche questo spirito di donazione di sé è un altro contributo cristiano all’Europa che amiamo.

Le radici cristiane nutrono l’Europa.

11. L’Europa vera trae ispirazione altresì dalla tradizione classica. Noi ci riconosciamo nella letteratura della Grecia e di Roma antiche. Da europei, ci sforziamo per raggiungere la magnificenza, gemma sulla corona delle virtù classiche. A volte questo ha condotto alla competizione violenta per la supremazia. Ma al suo meglio è l’aspirazione all’eccellenza che ispira gli uomini e le donne dell’Europa a creare opere musicali e artistiche d’ineguagliata bellezza o a compiere svolte straordinarie nella scienza e nella tecnologia. Le virtù profonde dei Romani che sapevano come dominare se stessi, nonché l’orgoglio nel partecipare alla vita civica e lo spirito dell’indagine filosofica dei Greci non sono mai stati dimenticati nell’Europa vera. Anche queste eredità sono nostre.

Le radici classiche incoraggiano l’eccellenza.

12. L’Europa vera non è mai stata perfetta. I fautori dell’Europa falsa non sbagliano nel proporre sviluppi e riforme, e tra il 1945 e il 1989 molte di apprezzabile e di onorevole è stato fatto. La nostra vita condivisa è un progetto che continua, non un’eredità sclerotizzata. Ma il futuro dell’Europa riposa in una lealtà rinnovata verso le nostre tradizioni migliori, non un universalismo spurio che impone la perdita della memoria e il ripudio di sé. L’Europa non è iniziata con l’Illuminismo. La nostra amata casa non troverà realizzazione di sé nell’Unione Europea. L’Europa vera è, e sempre sarà, una comunità di nazioni a volte chiuse, e talvolta ostinatamente tali, eppure unite da un’eredità spirituale che, assieme, discutiamo, sviluppiamo, condividiamo e sì, amiamo.

L’Europa è un progetto condiviso.

13. L’Europa vera è a rischio. I risultati ottenuti dalla sovranità popolare, dalla resistenza all’impero, dal cosmopolitismo capace di amore civico, il retaggio cristiano di una vita autenticamente umana e dignitosa, l’impegno vivo nei confronti della nostra eredità classica stanno tutti scemando. I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla Cristianità di diritti umani universali e noi perdiamo la nostra casa.

Stiamo perdendo la nostra casa.

14. L’Europa falsa si gloria di un impegno senza precedenti a favore della libertà umana. Questa libertà, però, è assolutamente a senso unico. Viene veduta come la liberazione da ogni freno: libertà sessuale, libertà di espressione di sé, libertà di “essere se stessi”. La generazione del 1968 considera queste libertà come vittorie preziose su quello che un tempo era un regime culturale onnipotente e oppressivo. I sessantottini si considerano grandi liberatori, e le loro trasgressioni vengono acclamate come nobili conquiste morali per le quali il mondo intero dovrebbe essere loro grato.

Sta prevalendo una libertà falsa.

15. Per le generazioni europee più giovani, invece, la realtà è molto meno dorata. L’edonismo libertino conduce spesso alla noia e a un profondo senso d’inutilità. Il vincolo matrimoniale si è indebolito. Nel mare torbido della libertà sessuale, il desiderio profondo dei giovani di sposarsi e di formare famiglie viene spesso frustrato. Una libertà che frustra le ambizioni più profonde del nostro cuore diventa una maledizione. Sembra che le nostre società stiano cadendo nell’individualismo, nell’isolamento e nell’inanità. Al posto della libertà, siamo condannati al vuoto conformismo di una cultura guidata dai consumi e dai media. È quindi nostro dovere dire la verità: la generazione del 1968 ha distrutto, ma non ha costruito. Ha creato un vuoto ora riempito dai social media, dal turismo di massa e dalla pornografia.

L’individualismo, l’isolamento e l’astuzia sono diffusi.

16. E mentre ascoltiamo i vanti di questa libertà senza precedenti, la vita dell’Europa si fa sempre più globalmente regolamentata. Ci sono regole ‒ spesso predisposte da tecnocrati senza volto legati a interessi forti ‒ che governano le nostre relazioni professionali, le nostre decisioni nel campo degli affari, i nostri titoli di studio, i nostri mezzi d’informazione e d’intrattenimento, la nostra stampa. E ora l’Europa cerca di restringere ancora di più la libertà di parola, una libertà che è stata europea sin dal principio e che equivale alla manifestazione della libertà di coscienza. Ma gli obiettivi di queste restrizioni non sono l’oscenità e le altre aggressioni alla decenza nella vita pubblica. Al contrario, la classe dirigente europea vuole manifestamente restringere la libertà di parola. Gli esponenti politici che danno voce a certe verità sconvenienti sull’islam e sull’immigrazione vengono trascinati in tribunale. La correttezza politica impone tabù così forti da squalificare in partenza qualsiasi tentativo di sfidare lo status quo. In realtà, l’Europa falsa non incoraggia la cultura della libertà. Promuove una cultura dell’omogeneità guidata da criteri mercantili e della conformità imposta da logiche politiche.

Siamo regolati e gestiti.

17. L’Europa falsa si vanta pure di un impegno senza precedenti a favore dell’eguaglianza. Pretende di promuovere la non-discriminazione e l’inclusione di tutte le razze, di tutte le religioni e di tutte le identità. In questo campo sono stati effettivamente compiuti progressi veri, ma il distacco utopistico dalla realtà ha preso il sopravvento. Negli ultimi decenni, l’Europa ha perseguito un grandioso progetto multiculturalista. Chiedere o figuriamoci promuovere l’assimilazione dei nuovi arrivati musulmani alle nostre usanze e ai nostri costumi, peggio ancora alla nostra religione, è stata giudicata un’ingiustizia triviale. L’impegno egualitario, ci è stato detto, impone che noi abiuriamo anche la più piccola pretesa di ritenere superiore la nostra cultura. Paradossalmente, l’impresa multiculturale europea, che nega le radici cristiane dell’Europa, vive in modo esagerato e insopportabile alle spalle dell’ideale cristiano di carità universale. Dai popoli europei pretende un grado di abnegazione da santi. Denunciamo quindi il tentativo di fare della completa colonizzazione delle nostre patrie e della rovina della nostra cultura il traguardo glorioso dell’Europa nel secolo XXI, da raggiungere attraverso il sacrificio collettivo di sé in nome di una nuova comunità globale di pace e di prosperità che sta per nascere.

Il multiculturalismo è impraticabile.

18. In quest’idea c’è una grande misura di malafede. La maggior parte degli esponenti dei nostri mondi politici è senza dubbio convinta che la cultura europea sia superiore, ma non lo può dire in pubblico perché offenderebbe gl’immigrati. Stante questa superiorità, pensano che l’assimilazione avverrà in modo naturale e rapido. Riecheggiando ironicamente l’antica idea imperialista, le classi dirigenti europee presumono infatti che, in qualche modo, in obbedienza alle leggi della natura o della storia, “loro” diventeranno necessariamente come “noi”; e non concepiscono che possa accadere invece l’inverso. Nel frattempo, s’impiega la dottrina multiculturalista ufficiale come strumento terapeutico per gestire le incresciose ma “temporanee” tensioni culturali.

Cresce la fede falsa.

19. Ma vi è una malafede ancora maggiore, di un genere più oscuro. Negli ultimi decenni, una parte sempre più ampia della nostra classe dirigente ha riposto i propri interessi nell’accelerazione della globalizzazione. I suoi esponenti mirano a dar vita a istituzioni sovranazionali che possano controllare senza l’inconveniente della sovranità popolare. È sempre più chiaro che il “deficit di democrazia” di cui soffre l’Unione Europea non è solo un problema tecnico che si può risolvere con mezzi tecnici, ma un impegno basilare difeso con zelo. Legittimati da presunte necessità economiche o attraverso l’elaborazione autonoma di una nuova legislazione internazionale dei diritti umani, i mandarini sovranazionali delle istituzioni comunitarie europee confiscano la vita politica dell’Europa, rispondendo alle sfide in modo tecnocratico: non esiste alternativa. È questa la tirannia morbida ma concreta che abbiamo oggi di fronte.

Aumenta la tirannia tecnologica.

20. Nonostante i migliori sforzi profusi dai suoi partigiani per cercare di tenere in piedi un castello d’illusioni confortanti, l’arroganza dell’Europa falsa sta però ora diventando del tutto evidente. Soprattutto, l’Europa falsa si sta rivelando più debole di quanto chiunque avrebbe mai immaginato. L’intrattenimento popolare e il consumo materiale non alimentano la vita civica. Depauperate d’ideali nobili e inibite dall’ideologia multiculturalista a esprimere orgoglio patriottico, le nostre società hanno difficoltà a trovare la volontà di difendersi. In più, non sono certo la retorica dell’inclusione o l’impersonalità di un sistema economico dominato da gigantesche società internazionali per azioni a poter ridare vigore al senso civico e alla coesione sociale. Dobbiamo essere franchi ancora una volta: le società europee si stanno sfilacciando malamente. Se non apriremo gli occhi, assisteremo a un uso sempre maggiore del potere statalista, dell’ingegneria sociale e dell’indottrinamento culturale. Non è solo il terrorismo islamico a portare soldati pesantemente armati nelle nostre strade. Per domare le contestazioni antisistema e persino le folle ubriache dei tifosi di calcio oggi sono necessari poliziotti in tenuta antisommossa. Il fanatismo delle tifoserie sportive è un segno disperato nel bisogno profondamente umano di solidarietà, un bisogno che d’altra parte l’Europa falsa disattende.

La Europa falsa è fragile e impotente.

21. In Europa, i ceti intellettuali sono, purtroppo, fra i principali partigiani ideologici della boria dell’Europa falsa. Senza dubbio, le nostre università sono una delle glorie della civiltà europea. Ma laddove un tempo esse cercavano di trasmettere a ogni nuova generazione la sapienza delle epoche passate, oggi per i più il pensiero critico equivale alla semplicistica ricusazione del passato. La stella polare dello spirito europeo è stata la rigorosa disciplina dell’onestà e dell’obiettività intellettuali. Ma da due generazioni questo nobile ideale è stato trasformato. L’ascetismo che un tempo cercava di liberare la mente dalla tirannia dell’opinione dominante si è mutata in un’animosità spesso compiaciuta e irriflessiva contro tutto ciò che ci appartiene. Questo atteggiamento di ripudio culturale è un modo semplice e a buon mercato per atteggiarsi a “critici”. Negli ultimi decenni, è stato sperimentato nelle sale da convegno, diventando una dottrina, un dogma. E l’unirsi a questo credo viene preso come segno di elezione spirituale da “illuminati”. Di conseguenza, le nostre università sono diventate agenti attivi della distruzione culturale.

Si è sviluppata una cultura del ripudio.

22. Le nostri classi dirigenti promuovono i diritti umani. Combattono i cambiamenti climatici. Progettano una economia di mercato più globalmente integrata e l’armonizzazione delle politiche fiscali. Supervisionano i passi compiuti verso l’eguaglianza di genere. Fanno così tanto per noi! Che importa dunque dei meccanismi con cui sono arrivati ai loro posti? Che importa se i popoli europei sono sempre più scettici delle loro gestioni?

Le èlite esibiscono in modo arrogante le loro virtù.

23. Lo scetticismo crescente è pienamente giustificato. Oggi l’Europa è dominata da un materialismo privo di obiettivi incapace di motivare gli uomini e le donne a generare figli e a formare famiglie. La cultura del ripudio defrauda le generazioni future del senso d’identità. In alcuni dei nostri Paesi vi sono zone intere in cui i musulmani vivono informalmente autonomi rispetto alle leggi vigenti, quasi fossero dei coloni invece che dei nostri connazionali. L’individualismo ci isola gli uni dagli altri. La globalizzazione trasforma le prospettive di vita di milioni di persone. Quando le si sfida, le nostre classi dirigenti dicono che la loro è semplicemente la gestione dell’inevitabile e la sistemazione delle necessità più impellenti. Nessun’altra strada è possibile, e resistere è irrazionale. Le cose non possono andare altrimenti. Chi si oppone, soffre di nostalgia, e per questo merita di essere moralmente condannato come razzista e fascista. Man mano che le divisioni sociali e la sfiducia civica si fanno evidenti, la vita pubblica europea diviene più rabbiosa, più rancorosa, e nessuno sa dove questo potrà condurre. Dobbiamo smettere di camminare lungo questa strada. Dobbiamo liberarci della tirannia dell’Europa falsa. Un’alternativa c’è.

Un’alternativa c’è.

24. L’opera di rinnovamento inizia con l’autocoscienza teologica. Le pretese universaliste e multiculturaliste dell’Europa falsa si rivelano essere surrogati della religione, con tanto di impegni di fede e pure di anatemi. È l’oppio potente che paralizza politicamente l’Europa. Noi dobbiamo quindi sottolineare che le aspirazioni religiose appartengono al mondo della religione, non a quello della politica, meno ancora a quello dell’amministrazione burocratica. Per ricuperare la nostra capacità di agire nella politica e nella storia, è imperativo risecolarizzare la vita politica dell’Europa.

Dobbiamo rifiutare i surrogati della religione.

25. Quest’impresa esigerà che ognuno di noi rinunci al linguaggio bugiardo che evita le responsabilità e che favorisce la manipolazione ideologica. I discorsi sulla diversità, sull’inclusione e sul multiculturalismo sono vuoti. Spesso è un linguaggio utilizzato per travestire i nostri fallimenti da conquiste: la dissoluzione della solidarietà sociale viene “in realtà” presa come un segnale di benvenuto, di tolleranza e d’inclusione. Ma questo è linguaggio da marketing, inteso a oscurare la realtà invece che a illuminarla. Dobbiamo allora ricuperare il rispetto profondo per la realtà. Il linguaggio è uno strumento delicato, e usandolo come un randello lo si degrada. Dobbiamo farci fautori del decoro linguistico. Il ricorso alla denuncia è il segno della decadenza che ha aggredito il nostro tempo. Non dobbiamo tollerare l’intimidazione verbale, men che meno le minacce di morte. Dobbiamo proteggere chi parla in modo ragionevole anche quando pensiamo che sbagli. Il futuro dell’Europa dev’essere liberale nel senso migliore del termine, ovvero garante di discussioni pubbliche appassionate, libere da ogni minaccia di violenza e di coercizione.

Dobbiamo ripristinare un vero e proprio liberalismo.

26. Rompere l’incantesimo dell’Europa falsa e della sua utopistica crociata pseudo-religiosa votata a costruire un mondo senza confini significa incoraggiare una nuova arte del governo e un nuovo tipo di uomini di governo. Un uomo politico di valore salvaguarda il bene comune di un determinato popolo. Un valido uomo di governo considera la nostra comune eredità europea e le nostre specifiche tradizioni nazionali doni magnifici e vivificanti, ma al contempo fragili. Quindi né le ricusa né rischia di smarrirle per inseguire sogni utopici. Gli uomini politici così desiderano sinceramente gli onori conferiti loro dalle proprie genti, non bramano l’approvazione di quella “comunità internazionale” che di fatto è solo la cerchia di relazioni pubbliche di una oligarchia.

Abbiamo bisogno di statisti responsabili.

27. Riconoscendo il carattere particolare dei Paesi europei, e la loro impronta cristiana, non dobbiamo lasciarci confondere dalle affermazioni pretestuose dei multiculturalisti. L’immigrazione senza l’assimilazione è solo una colonizzazione, e dev’essere respinta. Ci attendiamo giustamente che chi migra nelle nostre terre divenga parte dei nostri Paesi, adottando le nostre usanze. Quest’aspettativa deve però essere sostenuta da una politica solida. Il linguaggio del multiculturalismo è stato importato dagli Stati Uniti d’America. Ma l’età d’oro dell’immigrazione negli Stati Uniti è stata all’inizio del secolo XX, un periodo di crescita economica notevolmente rapida in un Paese sostanzialmente privo di Welfare State e caratterizzato da un forte senso d’identità nazionale che ci si attendeva gl’immigrati assimilassero. Dopo avere accolto numeri enormi d’immigrati, gli Stati Uniti hanno poi praticamente sigillato le porte per due generazioni. L’Europa deve imparare da quell’esperienza americana invece che adottare le ideologie americane contemporanee. Quell’esperienza dice che il lavoro è un potente forza di assimilazione, che un Welfare State indulgente può invece impedire l’assimilazione e che a volte la prudenza politica impone di ridurre le cifre dell’immigrazione, anche in modo drastico. Non dobbiamo permettere che l’ideologia multiculturalista deformi la nostra capacità di valutare in sede politica quale sia il modo migliore per servire il bene comune, cosa che peraltro esige che comunità nazionali sufficientemente unite e solidali considerino il proprio bene come comune.

Dobbiamo rinnovare l’unità nazionale e la solidarietà.

28. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa Occidentale ha saputo far crescere sistemi democratici vitali. Dopo il crollo dell’impero sovietico, i Paesi dell’Europa Centrale hanno ricuperato la propria vitalità civica. Sono due delle conquiste più preziose cui l’Europa sia mai giunta. Ma andranno perdute se non affrontiamo il nodo dell’immigrazione e dei cambiamenti demografici in atto nei nostri Paesi. Solo gl’imperi possono essere multiculturali, ed è esattamente un impero ciò che l’Unione Europea diventerà se non riusciremo a fare di una nuova unità civica solidale il criterio per valutare le politiche sull’immigrazione e le strategie per l’assimilazione.

Solo gli imperi sono multiculturali.

29. Molti pensano erroneamente che l’Europa sia scossa solo dalle controversie sull’immigrazione. In verità, la questione dell’immigrazione è solo uno degli aspetti di un processo di disfacimento sociale più generale che dev’essere invertito. Dobbiamo ripristinare la dignità sociale che hanno i ruoli specifici. I genitori, gl’insegnanti e i professori hanno il dovere di formare coloro che sono affidati alle loro cure. Dobbiamo resistere al culto della competenza che s’impone a spese della sapienza, del garbo e della ricerca di una vita colta. L’Europa non conoscerà alcun rinnovamento senza il rifiuto deciso dell’egualitarismo esagerato e della riduzione del sapere a conoscenza tecnica. Noi abbracciamo con favore le conquiste politiche dell’età moderna. Ogni uomo e ogni donna debbono avere parità di voto. I diritti fondamentali debbono essere protetti. Ma una democrazia sana esige gerarchie sociali e culturali che incoraggino il perseguimento dell’eccellenza e che rendano onore a coloro che servono il bene comune. Dobbiamo restaurare il senso della grandezza spirituale e onorarlo in modo che la nostra civiltà possa contrastare il potere crescente della mera ricchezza da un lato e dell’intrattenimento triviale dall’altro.

Una giusta gerarchia nutre il benessere sociale.

30. La dignità umana è più del diritto a essere lasciati in pace e le dottrine dei diritti umani internazionali non esauriscono la sete di giustizia, meno ancora la sete del bene. L’Europa deve riorganizzare il consenso attorno alla cultura morale di modo che le gente possa essere guidata all’obiettivo di una vita virtuosa. Non possiamo consentire che una falsa idea di libertà impedisca l’uso prudente del diritto per scoraggiare il vizio. Dobbiamo perdonare la debolezza umana, ma l’Europa non può prosperare senza restaurare l’aspirazione comune alla rettitudine e all’eccellenza umana. La cultura della dignità sgorga dal decoro e dall’adempimento dei doveri che competono al nostro stato sociale. Dobbiamo ricuperare il rispetto reciproco fra le classi sociali che caratterizza una società che dà valore ai contributi di tutti.

Dobbiamo ripristinare la cultura morale.

31. Mentre riconosciamo gli aspetti positivi delle economie di libero mercato, dobbiamo resistere alle ideologie che cercano di rendere totalizzante la logica del mercato. Non possiamo permettere che tutto sia in vendita. I mercati che funzionano bene esigono che sia il diritto a precedere e a presiedere (rule of law) e il nostro diritto che tutto precede e presiede deve puntare più in alto della mera efficienza economica. Del resto i mercati funzionano meglio quando sono inseriti in istituzioni sociali forti organizzate sui princìpi autonomi non mercantili. La crescita economica, benché benefica, non è il bene sommo. I mercati debbono essere orientati a fini sociali. Oggi il gigantismo aziendale minaccia persino la sovranità politica. I Paesi debbono cooperare per dominare l’arroganza e l’irragionevolezza delle forze economiche globali. Noi ci riconosciamo quindi in un uso prudente del potere esercitato dai governi per sostenere beni sociali non economici.

I mercati devono essere ordinati verso fini sociali.

32. Noi crediamo che l’Europa abbia una storia e una cultura degne di essere difese. Troppo spesso, però, le nostre università tradiscono la nostra eredità culturale. Dobbiamo riformare i programmi scolastici per incoraggiare la trasmissione della nostra cultura comune invece che indottrinare i giovani con una cultura del ripudio. Gl’insegnanti e i mentori di ogni livello hanno il dovere della memoria. Dovrebbero essere orgogliosi del ruolo di ponte fra le generazioni passate e future che hanno. Dobbiamo ricuperare anche il senso della cultura europea alta, usando il bello e il sublime come norma comune e rigettando la degradazione delle arti a una fattispecie della propaganda politica. Questo esigerà che si allevi una nuova generazione di mecenati. Le società per azioni e le burocrazie si sono rivelate essere custodi davvero poveri delle arti.

L’istruzione deve essere riformata.

33. Il matrimonio è il fondamento della società civile e la base dell’armonia fra gli uomini e le donne. È il legame intimo tra un uomo e una donna che si organizza per il sostentamento della famiglia e per la crescita dei figli. Noi affermiamo che i ruoli più fondamentali che abbiamo sia nella società sia in quanto esseri umani sono quelli di padri e di madri. Il matrimonio e i figli sono parte integrante di qualsiasi prospettiva di prosperità umana. A coloro che li hanno generati al mondo i figli richiedono sacrificio. È un sacrificio nobile cui deve essere reso onore. Noi pertanto auspichiamo politiche sociali prudenti che incoraggino e rafforzino il matrimonio, la maternità e l’educazione dei figli. Una società che non accoglie i figli non ha futuro.

Il matrimonio e la famiglia sono essenziali.

34. L’Europa di oggi è attraversato da grande preoccupazione per il sorgere di quello che viene chiamato “populismo”, anche se il significato del termine non viene mai definito ed è usato per lo più solo come invettiva. Sul tema abbiamo le nostre riserve. L’Europa deve attingere alla sapienza profonda delle proprie tradizioni piuttosto che affidarsi a slogan semplicistici e a richiami emotivi divisivi. Eppure ci rendiamo conto che molti elementi di questo nuovo fenomeno politico possono rappresentare una sana ribellione contro la tirannia dell’Europa falsa, che etichetta come “antidemocratica” qualsiasi realtà ne minacci il monopolio della legittimità morale. Il cosiddetto “populismo” sfida la dittatura dello status quo, il “fanatismo del centro”, e lo fa giustamente. È un segno che persino nel mezzo della nostra cultura politica degradata e impoverita è possibile ridare vita all’agire storico dei popoli europei.

Il populismo dovrebbe essere combattuto.

35. Rifiutiamo perché falsa la pretesa di dire che non esiste alternativa responsabile alla solidarietà artificiale e senz’anima di un mercato unificato, di una burocrazia transnazionale e di un intrattenimento dozzinale. L’alternativa responsabile è l’Europa vera.

Il nostro futuro è la Europa vera.

36. In questo momento, chiediamo a tutti gli europei di unirsi a noi per respingere le fantasie utopistiche di un mondo multiculturale senza frontiere. Amiamo a buon diritto le nostre patrie e cerchiamo di trasmettere ai nostri figli ogni elemento nobile che noi stessi abbiamo ricevuto in dote. Da europei, condividiamo anche una eredità comune e questa eredità ci chiede di vivere assieme in pace in una Europa delle nazioni. Ripristiniamo la sovranità nazionale e ricuperiamo la dignità di una responsabilità politica condivisa per il futuro dell’Europa.

Dobbiamo assumerci la responsabilità.

Philippe Bénéton – Università di Rennes-(Francia)

Rémi Brague – Università di Parigi I Pantheon – Sorbonne– (Francia) Chantal Delsol – Istituto di ricerca Hannah Arend, Accademia delle Scieze morali e politiche – (Francia)

Roman Joch – Università di Praga – (Repubblica Ceca)

Lánczi András – Università Corvinus di Budapest – (Ungheria)

Ryszard Legutko – Università Jagiellonian di Cracovia (Polonia)

Roger Scruton – Università di Buckingham – (Regno Unito)

Robert Spaemann – Università di Monaco – (Germania)

Bart Jan Spruyt – Fondazione Edmund Burke – L’Aia – (Olanda)

Matthias Storme – Università cattolica di Leuven – (Belgio)

CONTRO L’EUROPA DELLE REGIONI PER L’EUROPA FEDERATA DELLE NAZIONI SOVRANE E PROTAGONISTA NELLA FASE MULTICENTRICA, di Luigi Longo

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E PENSARE CHE C’ERA IL PENSIERO

 

Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro
nel senso della produzione di pensiero.

Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni
piene di svariate affermazioni
che ci fanno bene e siam contenti

Un mare di parole un mare di parole
ma parlan più che altro i deficienti.

Il secolo che sta morendo
diventa sempre più allarmante
a causa della gran pigrizia della mente.

E l’uomo che non ha più il gusto del mistero
che non ha passione per il vero
che non è cosciente del suo stato

Un mare di parole un mare di parole
è come un animale ben pasciuto.

E pensare che c’era il pensiero
che riempiva anche nostro malgrado
le teste un po’ vuote.

Ora inerti e assopiti aspettiamo
un qualsiasi futuro
con quel tenero e vago sapore
di cose oramai perdute.

Va’ pensiero sull’ali dorate
va’ pensiero sull’ali dorate.

Nel secolo che sta morendo
s’inventano demagogie
e questa confusione è il mondo delle idee.

A questo punto si può anche immaginare
che potrebbe dire o reinventare
un Cartesio nuovo e un po’ ribelle

Un mare di parole un mare di parole
io penso dunque sono un imbecille.

Il secolo che sta morendo
appare a chi non guarda bene
il secolo del gran trionfo dell’azione

Nel senso di una situazione molto urgente
dove non succede proprio niente
dove si rimanda ogni problema

Un mare di parole un mare di parole
e anch’io sono più stupido di prima.

E pensare che c’era il pensiero
era un po’ che sembrava malato
ma ormai sta morendo.

In un tempo che tutto rovescia
si parte da zero.
E si senton le note dolenti di un coro
che sta cantando

(sull’aria di va pensiero)
Vieni azione coi piedi di piombo
Vieni azione coi piedi di piombo

Giorgio Gaber*

  1. Avanzerò alcune riflessioni a partire dalla richiesta di indipendenza della Catalogna, una delle 17 Comunità autonome della Spagna con una popolazione di 7.522.596 pari al 16.2% che, insieme alle tre grandi Comunità dell’ Andalusia (con 8.370.368 abitanti, pari al 18%), di Madrid (con 6.377.634 abitanti, pari al 13,7%) e della Valenciana (con 4.935.010 abitanti, pari al 10,6%), costituisce il 58.5% dell’intera popolazione spagnola che è di 46.468.102. La Catalogna è una delle Comunità autonome più industrializzate.

confronto spagna catalogna

Questa regione ha un livello di autonomia più vicino al concetto di federazione ( tra le regioni della Spagna), per dirla con Emilia Giuron Reguera ( docente di diritto costituzionale dell’Università di Cadice in Andalusia):<< […] Il decentramento spagnolo si colloca oggi in una posizione intermedia tra regionalismo e vero e proprio federalismo. […] Gli elementi peculiari di alcune Comunitá Autonome, chiamati fatti differenziali, trovano riconoscimento negli Statuti di Autonomia e perfino nella Costituzione, come segni di autoidentificazione. La Costituzione del 1978 è la prima ed unica costituzione spagnola che riconosce i fatti differenziali. Cinque sono le situazioni di differenziazione sono il regime di diritto civile forale, il pluralismo linguistico, un livello di governo intermedio diverso alle Province chiamati “Diputaciones Forali” in Paesi Baschi e “Cabildos” in Isole Canarie e Baleari, proprie forze di policia e il sistema di finanziamento.

In particolare, l’elenco dei fatti differenziali per Comunità Autonoma è il seguente:

  1. Paesi Baschi: territori forali (Alava, Guipùzcoa e Vizcaya), lingua, diritto civile forale, polizia propria e sistema di finanziamento speciale.
  2. Catalogna: lingua, diritto civile speciale e polizia propria.
  3. Galicia: lingua e diritto civile forale.
  4. Navarra: diritto civile forale, polizia propria, sistema di finanziamento speciale (“convenio economico”), ed euskera (cioè, la lingua basca) nel area bascoparlante.
  5. Canarie: “Cabildos” e particolare regime economico e fiscale, giustificato nell’insularità.
  6. Le Baleari: Lingua, “consigli insulari”, diritto civile speciale.
  7. Comunità Valenciana: lingua e diritto civile.
  8. Aragona, soltanto il diritto civile.>> (1).

spagna comunità

 

Si pone, quindi, la domanda: perché i decisori della Catalogna dichiarano lo status di indipendenza ben sapendo della sfida impari (2) sia in relazione alla Spagna ( intesa come nazione e come stato, chiarirò dopo cosa intendo) sia in relazione all’Unione Europea? Cosa cela questa mossa apparentemente rischiosa che non ha niente a che vedere con l’autodeterminazione nè con la democrazia, mentre molto ha a che fare con la frattura sociale e territoriale di una nazione e con il disegno dell’Europa delle regioni (3) portata avanti dal 1957 dai servi decisori europei nel quadro delle strategie USA? Cercherò di avanzare delle ipotesi per cercare di rispondere a queste domande, e questo, a prescindere da come evolverà o involverà la situazione in Catalogna, mi auguro la meno triste per la popolazione.

 

  1. La definizione di nazione data da Iosif Stalin, in un saggio pubblicato nel 1914 e approvato da Vladimir Lenin, è la seguente:<< una comunità umana stabile, storicamente costituita, nata sulla base di una comunanza di lingua, territorio, vita economica e formazione psichica che si traduce in comunità culturale >> (4).

E’ una definizione nell’essenziale ancora valida. Le radici territoriali dell’individuo sessuato sono fondamentali per la sua crescita, benessere, sicurezza, formazione e cultura. La specie umana sessuata è l’unica specie che può vivere solo in comunità ( a prescindere dalla qualità della comunità) anche se si è data assurde organizzazioni territoriali quali sono le grandi città ( metropoli, megalopoli) dove i concetti di autodeterminazione e di democrazia sono aleatori perché sfuggono al concetto di limite nell’accezione dei classici greci (5). La questione delle regioni e dei loro equilibri economici, sociali, territoriali vanno inquadrati nell’insieme dello sviluppo della nazione. Le regioni con più sviluppo vanno viste nella logica dello sviluppo ineguale del sistema sociale capitalistico nazionale. Quindi lo sviluppo di alcune regioni a scapito di altre è da leggere nella realizzazione delle strategie dei decisori egemoni nelle diverse fasi storiche dello sviluppo del Paese. E’ demagogia da furfanti sostenere che le regioni ricche devono gestire in maniera autonoma le risorse (soprattutto finanziarie) senza riferimento al sistema Paese; significa la rottura della solidarietà, dell’anima di una nazione: è la barbarie! Altro sarebbe, invece, rivedere le strategie di sviluppo delle regioni, configurate diversamente, quali macro-regioni dell’intero sistema nazionale (come alcune università italiane stanno facendo da tempo con i loro decisori di riferimento). E’ nella dialettica dei rapporti sociali tra dominanti (con il loro conflitto interno) e dominati (con la loro lotta interna) che va affrontata la questione nazione e non la questione regione.

Per questo non ho mai capito l’internazionalismo, non quello solidale e politico, ma quello senza nazioni, senza conoscenza del territorio (quanti comunisti non conoscevano l’ambiente dove vivevano, però erano internazionalisti), senza relazione, sessuata, con la natura, eccetera (6). Così come non ho capito, in nome della mondializzazione, la confusione tra circolazione di merci, di capitale e di persone e la perdita delle radici territoriali di appartenenza che è altro dal confronto tra popoli diversi per storia e cultura. Questa questione è stata e continua ad essere una grande lacuna, soprattutto di origine marxiana, che è quella che a me interessa con i vari ripensamenti, rifondazioni e abbandoni.

Le nazioni, sia in Occidente sia in Oriente, hanno diverse configurazioni territoriali peculiari, perché diverse e peculiari sono la natura, i paesaggi, la storia dei popoli; ma hanno in comune una cosa: la concezione del potere-dominio che viene realizzata attraverso le proprie architetture istituzionali che sono espressione dei rapporti sociali storicamente dati. Per me, infatti, lo stato non è altro che l’articolazione territoriale delle architetture istituzionali ( le casematte gramsciane) dove si svolge e si decanta il conflitto strategico (inteso nell’accezione lagrassiana) e si egemonizzano, in una situazione di equilibrio dinamico del dominio di volta in volta egemone, la nazione, i continenti, il mondo (7).

 

  1. Parlare di autodeterminazione (dei decisori in nome del popolo), di democrazia ( di una minoranza in nome del popolo) e di fine della nazione è fuorviante perché non si coglie l’essenza del problema che è quello di una accelerazione della fase dell’Europa delle regioni che, attraverso la frammentazione dei territori nazionali, renderà l’Europa uno spazio funzionale alle nuove strategie di dominio mondiale monocentrico degli Stati Uniti che, distruggendo le nazioni, invalideranno qualsiasi possibilità di fondazione di politica autonoma dell’Europa quale protagonista tra l’Occidente e l’Oriente, quantomeno per ritardare la fase policentrica ( che comporta la guerra come scontro finale tra schieramenti delineati di potenze mondiali- anche se nutro forti dubbi sulla sopravvivenza complessiva delle stesse, considerati gli arsenali nucleari a disposizione).

Con l’Europa delle regioni l’Europa non sarà più un soggetto politico attivo nella fase multicentrica (avviata con andamento sempre più accelerato) così come lo fu nelle precedenti fasi multicentriche dei secoli passati a partire, per dirla con Giovanni Arrighi, dal primo ciclo sistemico di accumulazione, quello genovese-iberico, dal XV secolo agli inizi del XVII (8).

Si smantellano le nazioni, dopo un lungo processo iniziato tra la fine del 1700 e quasi tutto il 1800, per costruire una Europa di macro regioni a servizio degli interessi statunitensi, per meglio controllare e indirizzare sia l’orientamento politico europeo, sia per utilizzare lo spazio europeo per le loro strategie nel Mediterraneo, nell’Africa e nel Medio Oriente, contro le potenze mondiali emergenti (Russia e Cina con la loro visione di sviluppo e le loro aree di influenza ), così da impedire la relazione euroasiatica fortemente temuta dagli USA.

Non vedremo più la cartografia dell’Europa che rappresenta il simbolico delle nazioni asservite agli interessi della potenza mondiale egemone degli USA.

europa

Ma, a partire dalla cartografia dell’Europa independentista, dovremo immaginare una Europa delle regioni formata da macro aree ancora una volta (il tutto torna ma in maniera diversa) definite o ri-definite dal disegno degli agenti strategici pre-dominanti statunitensi e sub-dominanti europei (9) per la ri-affermazione monocentrica del dominio mondiale (10) [tutti i programmi di cooperazione territoriale europea (Interreg, Espon, SSSE, eccetera) hanno già in parte delineato alcune macroregioni].

Tutto quanto fin qui evidenziato è a prescindere dal conflitto strategico interno agli USA che si sta definitivamente orientando verso la strategia di potenza mondiale basata sulla forza e sulla violenza perché altrimenti incapace di ri-lanciare la propria egemonia a partire da un nuovo modello di sviluppo, una nuova visione, una nuova idea di società. L’illusione del cosiddetto trumpismo è finita. E’ stata una ideologia negativa basata sul multicentrismo (soprattutto l’apertura con la Russia), sul rilancio dell’economia reale con più equilibrio tra i settori economici (soprattutto la politica del re-investimento interno), eccetera. E’ stata una operazione dei decisori priva di qualsiasi base strutturale radicata nella società e senza alcun controllo delle casematte istituzionali, importanti del potere.

 

europa indipendentista

 

 

Si configura un triste immaginario di frammentazione e dissoluzione delle relazioni sociali e territoriali delle nazioni, con drammi umani inenarrabili; la storia recente lo sta a dimostrare soprattutto in Europa, nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente; inutile aggiungere l’elenco delle nazioni distrutte.

Qui sta l’importanza di difendere la nazione: i decisori partendo dagli interessi della propria nazione possono sviluppare un progetto di Europa federata e sovrana. Se non si è sovrani, si è servi delle potenze mondiali egemoni di turno.

Il conflitto strategico all’interno delle nazioni deve avere come obiettivo la sovranità per ridare la possibilità all’Europa di essere un soggetto protagonista nella fase multicentrica. Certo il degrado sociale europeo è grave, il secolo iniziato è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero e nell’immaginare prìncipi gramsciani all’altezza dei tempi.

La Catalogna è l’inizio simbolico della fase di regionalizzazione dell’Europa: è il laboratorio per realizzare il processo di regionalizzazione e verificare le relative reazioni dei popoli. Questo processo, comunque, è iniziato con l’implosione dell’ex URSS (1990-1991) e con il processo di integrazione europeo attraverso le regioni [ avviato con il preambolo del Trattato di Roma del 1957 (CEE) e proseguito con lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (SSSE) della Unione Europea della prima metà degli anni novanta del secolo scorso].

Ogni nazione europea ha la sua Catalogna in pectore e si prevedono in Europa scenari cupi (11).

 

 

La citazione scelta come epigrafe è tratta da: Giorgio Gaber, Pensare che c’era il pensiero, www.giorgiogaber.it, 1995-1996.

 

 

NOTE

 

 

  1. Emilia Giron Reguera, Esperienza e prospettive del regionalismo in Spagna, www.crdc.unige.it, anno?, pp.12-13 e pag.19.
  2. Alberto Magnani, Quanto costerebbe alla Catalogna il divorzio dalla Spagna ( e dalla UE) in Il Sole 24 Ore del 5/10/2017; Comidad, Prove tecniche di euro-destabilizzazione, www.comidad.org, 28/9/2017; Federico Dezzani, “Lo Stato nazionale è superato”: perché Bruxelles tifa per la secessione della Catalogna, www.federicodezzani.altervista.org, 20/9/2017.
  3. Con la definizione di Europa delle regioni non intendo riferirmi ai teorici dell’ascesa delle regioni e del tramonto delle nazioni, per una sintesi rinvio a Mario Caciagli, Le regioni nell’Unione Europea in Quaderni di Sociologia n.55/2011.

Con una lettura critica sul ruolo delle politiche regionali dell’Unione Europea rimando a: Maria Rosaria Prisco, Spazio, luoghi, territorio: ripensare la spazialità delle politiche di coesione territoriale in www.mensotef.uniroma1.itsites/dipartimento/…/Maria Rosaria Prisco_67-84.pdf; Marco Cremaschi, L’Europa delle città. Accessibilità, partnership e policentrismo nelle politiche comunitarie per il territorio, Alinea editrice, Firenze, 2005; Commissione Europea, Sull’attuazione delle strategie macroregionali dell’UE,www.ec.europea.eu/regional…strategy/pdf/report_implem_macro_region_strategy_it.pdf, 16/12/2016.

  1. La citazione di Iosif Stalin è tratta da Costanzo Preve, Il tempo delle ricerca. Saggio sul moderno, il post-moderno e la fine della storia, Vangelista, Milano, 1993, pag.25.
  2. Per questi temi rimando a Lewis Mumford, La città nella storia, Bompiani, Milano, 1967, Volumi I, II, III.
  3. Maura Del Serra, Dialogo di Natura e Anima, Editrice C.R.T., Pistoia, 1999.
  4. Credo che sarebbe utile avviare una ricerca sull’intreccio tra l’intuizione gramsciana delle casematte e il conflitto strategico lagrassiano: Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, Einaudi, Torino, 1975, quaderno 7, Volume II; Gianfranco La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005.
  5. Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Manifestolibri, Roma, 2010, pp. 143-179.
  6. E’ utile mantenere la concezione servo-padrone nell’accezione di La Boètie ( la servitù volontaria), invece di quella hegeliana della Fenomenologia dello Spirito (la coscienza servile).
  7. Per una riflessione sulle trasformazioni territoriali mondiali nella fase multicentrica, si rinvia a Pierluigi Fagan, Lo spazio politico nel mondo multipolare. Nuovi stati, secessioni, sovranità, www.pierluigifagan.com, 4/10/2017.
  8. Si veda l’intervista, da me non condivisa, a Franco Cardini, “L’Italia unita un pateracchio. Presto una crisi cambierà il volto dell’Europa”, www.liberoquotidiano.it, 10/10/2017.

L’Italia, l’Europa e gli squilibri della fase multicentrica, a cura di Luigi Longo

Wu 7europe totale

Si propongono tre letture sugli squilibri mondiali nella fase multicentrica, lentamente e scompostamente in cammino. Gli squilibri si fanno più consistenti e gravi venendo a mancare sempre più quella sorta di centro di coordinamento mondiale rappresentato dagli Stati Uniti.

Le letture: uno stralcio dell’articolo del generale Fabio Mini apparso sulla rivista Limes n.4/2017 e due articoli del geografo e giornalista Manlio Dinucci apparsi sul quotidiano il Manifesto, il primo il 15/8/2017, il secondo il 13/9/2017. Si riporta inoltre una cartografia di Limes illuminante sulla capacità di dominio (di coercizione e di consenso) degli USA e del loro spettro: la Russia.

E’ importante osservare come, nella fase multicentrica, le sfere militare, politica e istituzionale assumono sempre più un peso specifico per la costruzione del blocco di dominio sociale, mentre nella fase monocentrica giocano un ruolo fondante le sfere economica, politica, istituzionale, culturale, eccetera.

Trovo sorprendente l’articolo del generale Fabio Mini che fa una lettura critica sulla servitù italiana ed europea alle strategie di dominio USA. Una critica fatta da un Generale che ha avuto un ruolo di rilievo sia nelle Forze armate italiane sia nella Nato assume un rilievo interessante._ Luigi Longo

 

USA-Italia. Comunicazione di servizio

di Fabio Mini

 

 

[…] L’America non è più un << modello virtuoso >> e nemmeno vincente e molti paesi << minori >> non sono disposti a obbedire ciecamente a un leader anche se ben armato e neppure a stare assieme per favorirne gli interessi. Può essere un problema strategico, non tanto perché tali paesi possono scegliere di stare con la Russia o la Cina, ma perché possono scegliere di non stare con nessuno creando così l’esigenza di una complessa rete di relazioni bilaterali difficile da gestire […]

Gli Stati Uniti pretendono dagli alleati e dai sottoposti nazionali ed esteri un << servizio >> che sia utile e riescono a convertire qualsiasi utilità in moneta. Ma il servizio richiesto è anche << obbligatorio >> per cui sono previste sanzioni o ritorsioni economiche e militari a qualsiasi inadempienza o manifestazione d’insofferenza […] A questa presunzione ne corrisponde un’altra ugualmente distorta: la convinzione che quasi tutti i paesi del mondo, comunque quelli di tutta l’Europa in particolare, << debbano >> qualcosa agli Stati Uniti. In alcuni accenni contenuti nei trattati bilaterali che stabiliscono i termini dello status delle Forze armate statunitensi ( Sofa, Status of Forces Agreement) o della permanenza di basi e infrastrutture militari nei vari paesi, il richiamo all’amicizia e alla cooperazione suggerisce sempre la sussistenza di un debito. Un debito permanente e inestinguibile. Anche le espressioni di gratitudine per << per l’ospitalità >> e la collaborazione che gli americani ripetono sorridenti in ogni occasione di incontro con i partner nascondono l’ironia, se non proprio l’ipocrisia, tipica di chi si sente in credito. In genere l’ospitalità di truppe straniere sul proprio territorio non è mai volontaria, è imposta. I contributi sono richiesti e quelli non richiesti sono anticipati per pura piaggeria. Il debito di riconoscenza reclamato dagli Stati Uniti è qualcosa di molto simile al concetto di tributo all’impero da parte dei vassalli e al concetto di debito delle società mafiose. […]

Gli Stati Uniti si ritengono creditori infiniti di tutto il mondo per la loro missione divina di preservare la democrazia, la libertà e i diritti umani di tutti. In particolare, sono ritenuti loro debitori tutti i paesi << liberati >>, con le armi o le operazioni coperte, dal fascismo, dal nazismo, dal comunismo, dalle dittature (spesso instaurate da loro stessi) e dal terrorismo. In termini ideologici, la riconoscenza dovuta per tali << liberazioni >> è impagabile. Non c’è modo di tramutarla in moneta o corvèe o di eluderla. Nella pratica, però, si può evitare che la riconoscenza si tramuti in sindrome con tutte le conseguenze. Tutti i presunti debitori degli Stati Uniti ci sono riusciti, la maggior parte con qualche sforzo e sacrificio e altri non ponendosi neppure il problema. A eccezione dell’Italia.

L’Italia ha dovuto e voluto accettare un debito infinito rifugiandosi nella sindrome della riconoscenza. Ben consapevole della sottile linea che separa l’erta del servizio dal baratro della schiavitù ha cercato di spacciare l’accettazione della servitù per semplice questione di gratitudine, di affetto, di passione e di amore: tutte cose che da noi hanno un valore anche politico mentre per altri, compresi americani, inglesi, tedeschi e francesi non contano nulla. Giustamente.

Pensando di essere furba, e forte della propria esperienza di sei secoli di dominazioni straniere, la << serva Italia di dolore ostello >> ha tentato di usare il debito di riconoscenza per legarsi per sempre più ai forti di turno, agli Stati Uniti, sperando in un rapporto privilegiato o nella magnanimità dell’alleato in caso di gaffe e intemperanze. E così in effetti è stato, ma al costo della rinuncia della sovranità nazionale.

Oggi, dai reciproci abbracci, baci e pacche sulle spalle non traspira aria di affetto e rispetto, ma la solita deprimente realtà: la politica italiana è da oltre settant’anni vittima consapevole e felice dell’ingerenza degli Stati Uniti ed è stabilmente al << servizio >> dei loro interessi. […]

Spesso la Nato viene individuata come il luogo del potere americano sugli alleati. E’ vero solo in parte e per la parte più politicamente corretta. Il gioco pesante e spesso sporco avviene nei singoli paesi. Il controllo americano sull’Italia è gestito in Italia. Da settant’anni, il nostro paese si presenta nelle organizzazioni internazionali come Onu, Nato, G7, G8 e G20, Osce e Unione Europea con un’agenda già concordata all’ambasciata Usa di Roma. Molte volte non è neppure necessario concordare nulla perché ogni tassello dirigenziale politico, amministrativo e militare è allineato sulle posizioni degli interessi americani. Qualunque sia il partito al governo. Agli << americani di Roma >>, funzionari d’ambasciata, addetti commerciali, culturali, politici, addetti alla pubblic diplomacy (un modo elegante per pilotare la comunicazione italiana), forze speciali sotto copertura, agenti della Cia, della Dia e dell’Fbi sparsi a gruppi di ventine in tutta Italia, si aggiungono gli << americani nostrani >>. Sono di tutte le specie: politici convinti ( il presidente Cossiga si riteneva uno di questi e si definiva << amerikano >>), politici voltagabbana, diplomatici, giornalisti, informatori, complottisti, piduisti, pseudo-esperti e intellettuali, militari, massoni e cattolici, vecchi mercenari e neo-contractors che, agendo in qualsiasi ambito nazionale e pontificando da qualsiasi pulpito, alimentano le già numerose lobby pro-americane e sono i più accesi sostenitori delle ragioni oltre che difensori degli errori statunitensi. […]

Nel nostro paese l’opposizione al servilismo è invece prettamente ideologica. Si limita alla critica per partito preso e non per cognizione di causa. E’ rimasta agli schemi della guerra fredda e per questo anacronismo si squalifica da sola. Di fatto, contribuisce a rafforzare il già radicato americanismo servile. Da noi si applica appieno l’amara constatazione di un filosofo cinese: << Ci sono stati periodi in cui il nostro desiderio di essere schiavi è stato soddisfatto e altri no >>. Da noi il << periodo no >> deve ancora arrivare. In sostanza, dal 1945 a oggi non abbiamo fatto altro che andare in America per mendicare, implorare, rinnovare il patto di sudditanza e fare il pieno di stupidaggini, dagli slogan elettorali ai gadget pubblicitari. Anche noi abbiano i nostri twitter-in-chef (soprannome di Trump) che cinguettano, felici di essere al sicuro, in gabbia. […]

Infine la questione delle basi: i numeri vanno aggiornati e la genesi rivista. I militari americani sono circa 14 mila, le installazioni oltre 110, comprendendo ogni struttura anche soltanto tecnica. I cosiddetti << accordi bilaterali di lunga data >> non sono scaturiti soltanto dell’appartenenza italiana alla Nato: quasi tutte le installazioni militari statunitensi in Italia non sono nemmeno sotto copertura atlantica. Le basi sono la naturale continuazione delle esigenze militari delle forze di occupazione statunitensi e alleate in Italia. Alla fine della guerra nel nostro paese i centri di potere erano polverizzati. Il governo monarchico, il governo d’occupazione degli Alleati e quello dei Comitati di liberazione nazionale si sovrapponevano e contrastavano. La commissione alleata aveva diritto di veto su qualsiasi attività nazionale e le basi militari italiane o ex tedesche erano territorio occupato. Gli inglesi hanno continuato a usare la base di Aviano fino al 1947. Gli accordi bilaterali successivi all’ingresso dell’Italia nella Nato (1949) hanno soltanto rilegittimato la presenza statunitense d’occupazione sotto il nuovo cappello Nato che comunque era assunto dal Comando Alleato in Europa (Usa) con il nome di Supremo Comando Alleato d’Europa. Da allora, la denominazione Nato è stata spesso usata per indicare la base appartenente a un paese membro dell’Alleanza Atlantica, non necessariamente per scopi della Nato. Nella sostanza, la presenza militare americana in Italia è un fatto prettamente bilaterale e la disponibilità delle basi per altre forze Nato, comprese quelle italiane, anche in esercitazione, se non diversamente stabilito, è una prerogativa esclusiva degli Stati Uniti. […]

Per settant’anni abbiamo obbedito ai consigli, alle imposizioni, alle ingiunzioni e alle minacce degli Stati Uniti nella politica, nell’amministrazione, nella giustizia e nella sicurezza senza chiedere e ricevere nulla in cambio se non il fatidico ombrello di protezione (che proteggeva i loro assetti) e la pacca cordiale di solito riservata ai cagnolini, tipo << pet service >>, appunto. In ambito militare e industriale, ci siamo legati a vita a programmi di armamenti a condizioni di strozzinaggio, abbiamo dovuto e voluto copiare parola per parola manuali e dottrine palesemente indirizzate a riempire il carrello della spesa delle industrie americane e di quelle nostre affiliate. Abbiamo assimilato concezioni politiche e militari inadatte alle nostre condizioni ed esigenze. Insostenibili e inutili. Abbiamo elevato ai vertici dello Stato, delle industrie e delle imprese di Stato e delle Forze armate personaggi anche validi, ma soprattutto opportunamente indicati dagli ambasciatori statunitensi. Raccomandati o graditi. I vertici della Difesa hanno fatto anticamera per essere ricevuti da un colonnello addetto militare e i nostri ministri sono stati convocati in ambasciata da camerieri o poco più. […]

A partire dai primi giorni del dopoguerra ci siamo vincolati anima e corpo a un rapporto di servitù in termini bilaterali che prescindeva sia dagli impegni del Piano Marshall sia da quelli della Nato. Ma nemmeno questo è stato fatto bene. Subito dopo il periodo di << amministrazione controllata >> del dopoguerra e ai primi segni della guerra fredda, abbiamo accettato una divisione politica interna innaturale e deleteria che ha consegnato il potere centrale a politici succubi e corrotti, il potere periferico a formazioni filo-sovietiche e l’opposizione a eversivi nostalgici, fascisti, comunisti e frammassoni. Tutti gestiti e manovrati dai << liberatori >> americani e sovietici impegnati in una guerra fredda che da noi è stata sempre calda. Quando gli equilibri politici sembravano deviare dal corso prestabilito ci siamo dilaniati con le insurrezioni armate, i tentativi di colpo di Stato e il terrorismo politico. […]

Non siamo mai stati così apertamente velleitari nel seguire le istruzioni americane alla Nato e al di fuori di essa come nei periodi di governo delle sinistre. Non abbiamo discusso di niente e obiettato su niente, neppure sulle guerre intraprese in aperta violazione del diritto internazionale. Ci siamo accontentati di cambiarle il nome. Negli ultimi vent’anni abbiamo continuato a parlare di fedeltà nei confronti degli alleati Nato e in particolare degli americani mentre, in realtà, abbiamo tradito tutti non ottemperando al primo dovere degli alleati veramente fedeli e leali: contrastare gli avventurismi e mettere i partner in guardia dalle possibili conseguenze. Non abbiamo neanche sfruttato le salvaguardie della sovranità nazionale garantite dagli stessi trattati bilaterali e internazionali. La Nato decide all’unanimità e l’opposizione di un membro qualsiasi, dagli Stati Uniti al Lussemburgo, fa abortire qualsiasi progetto. Non abbiamo mai detto no e non abbiamo nemmeno cercato d’influire sulle strategie. Gli accordi bilaterali per loro natura riconoscono e preservano la sovranità dei sottoscrittori e, sempre per loro natura, prevedono benefici per entrambi. Se al beneficio di uno non corrisponde equo e congruo beneficio dell’altro il trattato configura una servitù la cui natura deve essere specificata e giustificata. Da settant’anni, gli Stati Uniti in Italia esercitano de facto un regime di servitù nazionale e militare non previsto da nessun rapporto bilaterale. Non è una loro prevaricazione. In realtà fanno il loro mestiere e lo fanno bene: per i loro interessi. Dovrebbe essere un problema nostro. In altri paesi del mondo le basi americane sono state chiuse dalla sera alla mattina per violazioni vere o presunte della sovranità molto meno gravi di questa. Da noi non è mai stato un problema semplicemente perché la classe politica di qualsiasi segno, la classe industriale e quella militare hanno voluto accettare le servitù anche se non previste e nemmeno richieste. Da noi le installazioni statunitensi vengono chiuse e aperte, trasformate e cambiate di destinazione d’uso nell’esclusivo interesse di una parte, sempre quella. La rinuncia ai nostri diritti di Stato sovrano e ai doveri di leale alleanza ha contribuito in maniera sostanziale all’egemonia americana nel mondo. A gratis. Anzi all’ulteriore costo di dignità: siamo utilizzatori forzati di tecnologie già forzate, di terza mano, e delle informazioni di scarto americane che beviamo come elisir di lunga vita perché è questo che esattamente dobbiamo fare: continuare a vivere a lungo in uno schema preconfezionato di informazioni incontestabili perché incontrollabili (e guai a pretendere di farlo). […]

All’<< indiscutibile >> missione escatologica degli Stati Uniti si unisce l’altrettanto indiscutibile convinzione che l’America ci serva, che ci sia necessaria e utile. In questo campo si può però obiettare senza rischiare di essere blasfemi.

Mentre in ogni paese del mondo si sta ridiscutendo la storia dell’ultimo secolo a partire dalla prima guerra mondiale, da noi prevale la vulgata dell’America di Giustizia, Democrazia e Libertà. La missione assunta dagli Stati Uniti di portare questi valori in tutto il mondo e di agire con le armi contro chiunque non li riconosca viene richiamata e confermata in ogni circostanza. E’ qualcosa che nessun paese può discutere specialmente se annoverato tra i perdenti della seconda guerra mondiale. La mannaia di antiamericano cala con eguale intensità di quella di antisemita.

Tale missione parte infatti proprio dal periodo postbellico, quando il linguaggio politico statunitense cominciò ad essere infarcito di slogan sul tipo del << Dio lo vuole >> delle storiche crociate. Linguaggio che non cessa di esaltare la nazione americana, specialmente se associato all’idea che << lo vuole l’America >>, produttrice di tutti i fenomeni d’intolleranza politica e razziale dal maccartismo al trumpismo. Eppure, è ormai storicamente assodato che nel dopoguerra l’Unione Sovietica non aveva alcuna intenzione d’invadere l’Europa. Non voleva però che fosse minacciata o toccata la propria sfera influenza. Lo stesso Kennan, che aveva dato modo a Truman di forgiare la strategia del contenimento con il suo telegramma da Mosca del 1946 e il successivo articolo del 1947, ha voluto precisare come l’espansione sovietica non fosse il problema. In un’intervista televisiva del 1996 disse che la distorsione del senso del suo articolo << veniva da una frase nella quale dicevo che qualora i leader sovietici si fossero confrontati con noi in maniera ostile in qualunque posto del mondo, noi avremmo dovuto fare il possibile per contenerli e non lasciarli espandere ulteriormente. Avrei dovuto però spiegare che non sospettavo i sovietici di progettare un attacco contro di noi. La guerra era appena finita, ed era assurdo supporre che essi avrebbero attaccato gli Stati Uniti. Non pensavo di dover spiegare una cosa del genere, ma ovviamente avrei dovuto farlo >>. Kennan aveva intuito che il sistema sovietico era destinato a collassare da solo per le spinte interne e per l’incapacità di tenere al giogo i propri alleati. Sapeva, e questo lo disse fino alla morte (all’età di 101 anni) che il contenimento non poteva essere solo militare. Il vero problema sovietico era impedire il processo di sfaldamento centrifugo che l’Occidente avrebbe potuto e voluto sfruttare. Processo ritardato di quarant’anni ma puntualmente presentato con il tentativo fallito di aprirsi a riforme istituzionali e sociali.

La guerra fredda non era affatto necessaria. Non c’era nessuna invasione alle porte e nessuna necessità di sfoderare i missili nucleari prima ancora di rimuovere le macerie. Non era necessaria la Nato e di conseguenza non sarebbe stato necessario nemmeno il Patto di Varsavia. La difesa europea si sarebbe potuta sviluppare anche come pilastro continentale del rapporto transatlantico senza provocazioni e mire espansionistiche. Ma la storia non si fa con i << sé >> e la guerra fredda c’è stata. E allora occorre ragionare per quali interessi è stata combattuta. […] Durante la guerra fredda l’America non ha fatto gli interessi dell’Europa, ma ne ha fatto il campo di battaglia permanente convenzionale e nucleare. Il Piano Marshall (European Recovery Plan, Erp) ha aiutato più l’America che i paesi europei. E’ vero, senza aiuti esterni la ricostruzione sarebbe stata più lunga, ma è anche vero che senza la formula dell’Erp e senza un intero continente a fungere da consumatore dei surplus produttivi, l’America non sarebbe mai uscita dalla crisi economica iniziata nel 1929. In Europa e in Asia la guerra fredda è servita a evitare la prevista smobilitazione militare che avrebbe riportato in America centinaia di migliaia di persone in cerca di lavoro e di reduci in cerca di cure e compensazioni. Con lo schieramento all’estero e la presunta minaccia del blocco sovietico, l’apparato militare-industriale ha graduato il processo di riconversione di molti settori bellici all’economia di pace e insieme si è imposto come settore fondamentale della politica e dell’economia prima ancora che della sicurezza. In compenso, le economie e la politica dei paesi aiutati sono state drogate dagli stessi aiuti e dalle ingerenze: come in Grecia, Turchia e Italia. E d’altra parte non si deve certo alla minaccia sovietica la serie di sconfitte militari subite dagli Usa dal 1950 a oggi.

Se la cosiddetta protezione americana non ci è servita durante la guerra fredda è molto dubbio che ci serva oggi. Non solo perché la minaccia è remota (come giustamente dice il nostro Libro Bianco), ma perché anche quella probabile non può essere contrastata con gli assetti strategici che verrebbero messi a disposizione. Se si parla di Iraq, Siria e Libia, si parla di guerra a sassate. Scomodare i bombardieri strategici B2 per i voli non stop di 32 ore dalla base del Missouri al deserto libico completamente libero da qualsiasi minaccia aerea e contraerea con 80 bombe di precisione teleguidate su un gruppetto di fanatici non è solo un overkilling, ma un test di dubbio valore geopolitico e militare. Potevamo credere sulla parola che l’operazione sarebbe stato un << successo >>, ma il suo effetto rimane irrilevante nel contesto caotico della Libia come di tutti gli altri teatri di guerra in atto. E se in futuro si verificassero le condizioni per una copertura strategica di quel tipo, possiamo essere certi che l’intervento ci sarebbe anche senza richiederlo. Sarebbe più nel loro interesse che nel nostro. Come al solito.

Tutti noi europei e in particolare noi italiani non << dobbiamo >> assolutamente niente e anche la gratitudine dal calore e sapore mediterraneo va pesata in relazione a quanto abbiamo già dato in termini di sovranità, dignità e instabilità politica (compresa la stagione della sovversione e del terrorismo), che gli americani in Italia e quelli d’Italia non hanno certo contribuito ad evitare. Fino a qualche tempo fa, l’ufficio Contabilità del Congresso americano (Gao) valutava in dollari i contributi di tutti i paesi del mondo alla sicurezza degli Stati Uniti. L’Italia, solo tra basi e previdenze per i soldati americani in Italia, era sempre in cospicuo avanzo. Il Gao non ha ancora monetizzato i << contributi >> italiani degli anni passati, ma mentre il rituale del fair play è sempre in vigore le richieste di maggiori risorse alla Nato sono più pressanti. […]

Da parte sua, il ministro degli esteri Alfano il 21 marzo scorso ha tenuto un breve discorso all’Atlantic Council, autorevole think tank di Washington, durante il quale ha elencato tutti i servizi militari e diplomatici resi agli Stati Uniti e alla Nato (forze, missioni eccetera) ha assicurato che in Iraq ci siamo e ci resteremo, che siamo protagonisti in Libia, Libano e Balcani, ha richiamato l’esigenza di una difesa europea ed ha assicurato che gli europei hanno recepito l’esigenza di maggiori risorse per la difesa militare e s’impegnano al mantenimento dei vincoli transatlantici. Ed è questo che gli americani amano sentirsi dire, anche se non ne dubitano affatto. Rimane da vedere come l’Italia possa passare dalle parole ai fatti richiesti da Trump e dai suoi: e quindi passare dai 27 ai 54 miliardi di dollari/euro da destinare alla difesa. […]

Trump riprende con vigore una richiesta rivolta da tutti i presidenti americani ai partner della Nato negli ultimi trent’anni. Solo che oggi nessun paese alleato crede veramente in una minaccia russa per l’Europa e i paesi che ne sbandierano l’eventualità in realtà vogliono una frattura tra Europa e Russia. Una frattura che porti alla rinazionalizzazione dell’Europa già aperta da Wolfowitz o alla formazione della << Europa delle regioni >>, la quale farebbe delle centinaia di microregioni europee, dall’Atlantico agli Urali, altrettanti bacini di esportazione e militarizzazione.

 

 

 

Così gli Usa «rassicurano» l’Europa

di Manlio Dinucci

 

Nell’anno fiscale 2018 (che inizia il 1° ottobre 2017) l’amministrazione Trump accrescerà di oltre il 40% lo stanziamento per la «Iniziativa di rassicurazione dell’Europa» (Eri), lanciata dall’amministrazione Obama dopo «la illegale invasione russa dell’Ucraina nel 2014»: lo annuncia il generale Curtis Scaparrotti, capo del Comando europeo degli Stati uniti e quindi per diritto Comandante supremo alleato in Europa.

Partito da 985 milioni di dollari nel 2015, il finanziamento della Eri è salito a 3,4 miliardi nel 2017 e arriverà (secondo la richiesta di bilancio) a 4,8 miliardi nel 2018. In quattro anni, 10 miliardi di dollari spesi dagli Stati uniti al fine di «accrescere la nostra capacità di difendere l’Europa contro l’aggressione russa». Quasi la metà della spesa del 2018 – 2,2 miliardi di dollari – serve a potenziare il «preposizionamento strategico» Usa in Europa, ossia i depositi di armamenti che, collocati in posizione avanzata, permettono «il rapido spiegamento di forze nel teatro bellico». Un’altra grossa quota – 1,7 miliardi di dollari – è destinata ad «accrescere la presenza su base rotatoria di forze statunitensi in tutta Europa».

Le restanti quote, ciascuna nell’ordine di centinaia di milioni di dollari, servono allo sviluppo delle infrastrutture delle basi in Europa per «accrescere la prontezza delle azioni Usa», al potenziamento delle esercitazioni militari e dell’addestramento per «accrescere la prontezza e interoperabilità delle forze Nato».

I fondi della Eri – specifica il Comando europeo degli Stati uniti – sono solo una parte di quelli destinatati all’«Operazione Atlantic Resolve, che dimostra la capacità Usa di rispondere alle minacce contro gli alleati».

Nel quadro di tale operazione, è stata trasferita in Polonia da Fort Carson (Colorado), lo scorso gennaio, la 3a Brigata corazzata, composta da 3500 uomini, 87 carrarmati, 18 obici semoventi, 144 veicoli da combattimento Bradley, oltre 400 Humvees e 2000 veicoli da trasporto.

La 3a Brigata corazzata sarà rimpiazzata entro l’anno da un’altra unità, così che forze corazzate statunitensi siano permanentemente dislocate in territorio polacco. Da qui, loro reparti vengono trasferiti, per addestramento ed esercitazioni, in altri paesi dell’Est, soprattutto Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania e probabilmente anche Ucraina, ossia vengono continuamente dislocati a ridosso della Russia.

Sempre nel quadro di tale operazione, è stata trasferita nella base di Illesheim (Germania) da Fort Drum (New York), lo scorso febbraio, la 10a Brigata aerea da combattimento, con oltre 2000 uomini e un centinaio di elicotteri da guerra. Da Illesheim, sue task force vengono inviate «in posizioni avanzate» in Polonia, Romania e Lettonia. Nelle basi di Ämari (Estonia) e Graf Ignatievo (Bulgaria), sono dislocati cacciabombardieri Usa e Nato, compresi Eurofighter italiani, per il «pattugliamento aereo» del Baltico.

L’operazione prevede inoltre «una persistente presenza nel Mar Nero», con la base aerea di Kogalniceanu (Romania) e quella addestrativa di Novo Selo (Bulgaria).

Il piano è chiaro. Dopo aver provocato col putsch di Piazza Maidan un nuovo confronto con la Russia, Washington (nonostante il cambio di amministrazione) persegue la stessa strategia: trasformare l’Europa in prima linea di una nuova guerra fredda, a vantaggio degli interessi degli Stati uniti e dei loro rapporti di forza con le maggiori potenze europee.

10 miliardi di dollari investiti dagli Usa per «rassicurare» l’Europa, servono in realtà a rendere l’Europa ancora più insicura.

 

 

 

 

Russia e Cina contro l’impero del dollaro

di Manlio Dinucci

 

Un vasto arco di tensioni e conflitti si estende dall’Asia orientale a quella centrale, dal Medioriente all’Europa, dall’Africa all’America latina. I «punti caldi» lungo questo arco intercontinentale – Penisola coreana, Mar Cinese Meridionale, Afghanistan, Siria, Iraq, Iran, Ucraina, Libia, Venezuela e altri – hanno storie e caratteristiche geopolitiche diverse, ma sono allo stesso tempo collegati a un unico fattore: la strategia con cui «l’impero americano d’Occidente», in declino, cerca di impedire l’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali.

Che cosa Washington tema lo si capisce dal Summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) svoltosi il 3-5 settembre a Xiamen in Cina. Esprimendo «le preoccupazioni dei Brics sull’ingiusta architettura economica e finanziaria globale, che non tiene in considerazione il crescente peso delle economie emergenti», il presidente russo Putin ha sottolineato la necessità di «superare l’eccessivo dominio del limitato numero di valute di riserva».

Chiaro il riferimento al dollaro Usa, che costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la valuta con cui si determina il prezzo del petrolio, dell’oro e di altre materie prime strategiche. Ciò permette agli Usa di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.

Lo yuan cinese è però entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti di acquisto del petrolio in yuan, convertibili in oro.

I Brics richiedono inoltre la revisione delle quote e quindi dei voti attribuiti a ciascun paese all’interno del Fondo monetario: gli Usa, da soli, detengono più del doppio dei voti complessivi di 24 paesi dell’America latina (Messico compreso) e il G7 detiene il triplo dei voti del gruppo dei Brics.

Washington guarda con crescente preoccupazione alla partnership russo-cinese: l’interscambio tra i due paesi, che nel 2017 dovrebbe raggiungere gli 80 miliardi di dollari, è in forte crescita; aumentano allo stesso tempo gli accordi di cooperazione russo-cinese in campo energetico, agricolo, aeronautico, spaziale e in quello delle infrastrutture.

L’annunciato acquisto del 14% della compagnia petrolifera russa Rosneft da parte di una compagnia cinese e la fornitura di gas russo alla Cina per 38 miliardi di metri cubi annui attraverso il nuovo gasdotto Sila Sibiri, che entrerà in funzione nel 2019, aprono all’export energetico russo la via ad Est mentre gli Usa cercano di bloccargli la via ad Ovest verso l’Europa.

Perdendo terreno sul piano economico, gli Usa gettano sul piatto della bilancia la spada della loro forza militare e influenza politica. La pressione militare Usa nel Mar Cinese Meridionale e nella penisola coreana, le guerre Usa/Nato in Afghanistan, Medioriente e Africa, la spallata Usa/Nato in Ucraina e il conseguente confronto con la Russia, rientrano nella stessa strategia di confronto globale con la partnership russo-cinese, che non è solo economica ma geopolitica.

Vi rientra anche il piano di minare i Brics dall’interno, riportando le destre al potere in Brasile e in tutta l’America latina. Lo conferma il comandante dello U.S. Southern Command, Kurt Tidd, che sta preparando contro il Venezuela l’«opzione militare» minacciata da Trump: in una audizione al senato, accusa Russia e Cina di esercitare una «maligna influenza» in America latina, per far avanzare anche qui «la loro visione di un ordine internazionale alternativo».

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Fonte: Limes n.16/2016.

LA QUESTIONE MIGRAZIONE: LA NECESSITA’ DI LIBERARSI DALLA SERVITÙ DEGLI USA E DELL’UNIONE EUROPEA. di Luigi Longo

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UN SENSO

Voglio trovare un senso a questa sera. Anche se questa sera un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa vita. Anche se questa vita un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa voglia. Anche se questa voglia un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso. Che se non ha un senso

Domani arriverà…Domani arriverà lo stesso

Senti che bel vento. Non basta mai il tempo

Domani è un altro giorno arriverà…

Voglio trovare un senso a questa situazione. Anche se questa situazione un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa condizione. Anche se questa condizione un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso. Che se non ha un senso

Domani arriverà. Domani arriverà lo stesso

Senti che bel vento. Non basta mai il tempo

Domani è un altro giorno arriverà…

Domani è un altro giorno… ormai è qua!

Voglio trovare un senso a tante cose. Anche se tante cose un senso non ce l’ha

Domani arriverà. Domani arriverà lo stesso

Senti che bel vento. Non basta mai il tempo

Domani è un altro giorno arriverà. Domani è un altro giorno arriverà

Domani è un altro giorno

Vasco Rossi*

Ma, il popolo? Il popolo come sempre segue il fortunato e maledice al caduto, purché

non gli manchino il pane e le feste.

Giovenale**

1. Lo spazio italiano, da non confondere con il territorio, svolge un ruolo determinante nelle strategie USA-NATO sia per la presenza delle infrastrutture militari di altissimo livello (1) sia per l’approntamento delle infrastrutture per la gestione della immigrazione (2).

Ho scritto (lo scavo si mantiene ancora ai primi strati di superfice: occorrono lavori di diversi saperi per capire in profondità i processi), sulle infrastrutture funzionali agli obiettivi militari USA-NATO, obiettivi che riguardano le diverse strategie ( costruzioni di aree di influenze, distruzione di stati, spostamenti di popolazioni, terrorismo, controlli di città, eccetera) dei dominanti statunitensi nelle aree nevralgiche ( Europa, Mediterraneo, Medio Oriente) per il conflitto egemonico mondiale tra la potenza dominante (USA) e le potenze mondiali che iniziano, in questa fase multicentrica, a difendersi dal dominio USA ( declinante e pericoloso visto la incapacità di rilanciare una nuova visione di società, avendo scelto la strada della egemonia sfruttatrice), in particolare la Russia ( lo spettro americano) e la Cina ( la futura potenza marittima) (3).

2. Tratto, in questo scritto, la questione migranti come strumento USA sia per creare squilibri pericolosi territoriali, economici e sociali nelle aree importanti per la nuova strategia USA (Europa), sia per dividere ed ostacolare l’espandersi delle aree di influenza della Russia e della Cina (Medio Oriente, Europa orientale e balcanica, Africa, Mediterraneo): << Sono sedici anni che gli Stati Uniti sono in guerra in Medio Oriente e Nord Africa, spendendo trilioni, commettendo crimini di guerra e mandando milioni di rifugiati in Europa. >> (4).

E’ opportuno precisare che la strategia di fondo degli Stati Uniti è quella di dominare lo spazio europeo attraverso diverse tattiche che, a seconda delle fasi e degli agenti strategici dominanti, comportano soluzioni diverse: gli agenti strategici che hanno espresso presidenti come George H.W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001), Barack Obama (2009-2017) vedevano il controllo europeo attraverso l’utilizzo di un coordinamento esercitato dal vassallo tedesco ( una sorta di continuazione del progetto Europa da loro ideato, attuato e coordinato nel secondo dopoguerra con l’affermazione della loro egemonia nel mondo occidentale).; gli agenti strategici che hanno espresso Donald Trump (con grandi difficoltà, dovute al conflitto distruttivo tra agenti strategici statunitensi che non riescono a ritrovare una sintesi di visione della potenza mondiale, uno dei tanti sintomi dell’inizio del declino), vedono il controllo dello spazio europeo attraverso accordi bilaterali tra nazioni. Entrambe queste tattiche convergono nella strategia di dominare lo spazio europeo e quello che più preoccupa è che si sta andando nella direzione di una Europa delle Regioni (5) che significa la distruzione delle nazioni con conseguenze sociali e territoriali inimmaginabili. D’altronde gli USA sono maestri in questo. Per questo ritengo che la tattica di Trump acceleri, nella fase multicentrica sempre più incalzante, soprattutto per il dinamismo aggressivo statunitense, il progetto dell’Europa delle Regioni.

3. L’immigrazione, in questa fase multicentrica, è vista come uno strumento di geopolitica e di geostrategia; non è considerata nè nella logica dello sviluppo ineguale del sistema capitalistico che vede i flussi di migranti come una convenienza a migliorare i benefici della economia e della società delle cosiddette nazioni a sviluppo avanzato e maturo (6), né nella logica ( tutta ideale) di un fenomeno di confronto e scambi tra nazioni e continenti, di cultura, storia, sviluppo e formazione sociale diverse, per un reciproco arricchimento della propria idea di società e di relazioni sociali, perché come ci ricorda Guido Barbujani :<< Siamo tutti bastardi [ corsivo mio], tanto biologicamente quanto culturalmente, ma rischiamo di dimenticarcelo […] Sappiamo che le differenze fra le varie popolazioni umane sono sfumature, reali ma minuscole, in una tavolozza genetica in cui ognuno è identico al 99,9% a qualunque sconosciuto. Stiamo studiando come in quell’uno per mille di differenza ci siano fattori che spiegano le nostre diverse tendenze […] E abbiamo capito che il nostro carattere, le nostre scelte e i nostri gusti c’entrano pochissimo con i nostri geni, e molto invece col complesso di situazioni ed esperienze individuali che riassumiamo nella parola cultura [ corsivo mio] >> (7).

Non prenderò in considerazione le seguenti esternazioni del Presidente dell’Inps, Tito Boeri: << […] Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps […] Proprio mentre aumenta tra la popolazione autoctona la percezione di un numero eccessivo di immigrati, abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale […] Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni […] >> (8).

Una domanda si pone: se accogliere i migranti è così vantaggioso perché gli altri paesi europei chiudono i confini? (9). La verità è che Tito Boeri con questo ragionamento tutto interno ai tecnicismi da entrate contributive e agli scenari di previsione (con strane correlazioni delle variabili presenti in essi) dimostra di non conoscere la questione delle migrazioni in relazione al territorio, alla economia, alla società. Una cuoca leniniana, nell’accezione di Luisa Muraro (10), gestirebbe con grande sapienza e inquadrerebbe in maniera corretta l’andamento dei flussi migratori e i relativi conti dell’Inps.

Non tratterò delle assurdità del ministro Marco Minniti che parla di aiuti finanziari per i migranti che scelgono volontariamente di tornare ai propri paesi di origine né delle vacue proposte contenute nelle dichiarazioni di Tunisi (11).

4. E’ difficile essere d’accordo con Massimo Livi Bacci quando sostiene che:<< […] il crescente consenso all’idea che l’immigrazione, per essere utile allo sviluppo, debba essere di “qualità” o – in altre parole – ricca di capitale umano. Solo così può contribuire alla crescita della produttività e quindi allo sviluppo economico. Nel concreto, molti paesi hanno sviluppato politiche migratorie volte ad attrarre migranti con alte qualifiche e buone specializzazioni, con livelli di istruzione relativamente elevati, buona conoscenza della lingua e della cultura del paese ospite.[…] Insomma, in sintesi brutale, meno migranti, ma di migliore qualità. Anche l’Italia finirà col muoversi su questa linea, pur tenendo conto che continuerà a essere sostenuta la domanda di manodopera generica assai richiesta in molti settori dell’economia e della società. Questo implicherà una profonda revisione della politica migratoria e l’adesione convinta al principio che l’immigrazione si governa e si guida, non si subisce [ corsivo mio]. […] E’ comprensibile che l’ondata di rifugiati prodotta dai conflitti e dall’instabilità di vaste regioni che circondano l’Europa appanni la visione circa il futuro dell’immigrazione e che la gestione di questi flussi si presenti come un’assoluta priorità. Ma anche l’eccezionalità di questa fase storica può essere volta a vantaggio del paese e il peso dell’accoglienza trasformata in un’opera di istruzione e formazione dei rifugiati, di investimento per la ristrutturazione di un patrimonio infrastrutturale abbandonato e fatiscente per l’accoglienza stessa, finanche di insediamento nelle tante aree interne in abbandono [ oltre a un ripensamento della questione agraria, mia aggiunta] >> (12).

5. Un governo per guidare e non subire l’immigrazione deve avere una idea di politica migratoria e una idea di relazione territoriale, economica e sociale con altri Paesi. Per esempio, Massimo Livi Bacci, nulla dice sul ruolo infame che ha avuto la classe dirigente italiana ( oggi, è Emmanuel Macron a gestire la questione Libia su indicazione e nella logica delle relazioni bilaterali di Donald Trump, che si innerva con il progetto dell’Europa delle regioni, che significa frantumazione delle nazioni europee) nella distruzione della Libia ( territorio filtro sotto il coordinamento di Mu’ammar Gheddafi) per le strategie di Barack Obama e Hillary Clinton contro i nostri stessi interessi, così come accade con le sanzioni imposte ad altre nazioni ( Russia, Iran, eccetera) (13) << […] La guerra alla Libia nel 2011, con il determinante contributo italiano, è stata diretta dalla Nato attraverso il Jfc Naples ( Joint Force Command, mia specificazione ). Sempre da Napoli sono state condotte operazioni militari all’interno della Siria. Questa è la prima causa del drammatico esodo dei profughi e della “crisi dei migranti che l’Italia sta vivendo quasi in solitudine” >> (14).

Per attuare le politiche migratorie secondo le indicazioni di Massimo Livi Bacci, c’è bisogno di un governo sovrano e autodeterminato, espressione di agenti strategici egemoni che hanno una idea di progetto e di ruolo dell’Italia nell’Europa, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, che sappia allearsi con le potenze mondiali che pensano a un mondo multipolare e non monocentrico. La domanda che si pone è: Abbiamo noi agenti strategici egemoni ( sia tra i dominanti che, ahimè, tra i dominati) capaci di tale strategia?.

Nella sostanza la questione immigrati viene gestita dalle strategie pre-dominanti USA e dal maggiordomo tedesco che di fatto obbliga l’Italia all’accoglienza senza limiti e si accorda con la Turchia per fare da barriera di contenimento dei flussi migratori in condizioni inumane [ << considerate la vostra semenza: fatti non foste a vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza >>(15)] e selezionare i migranti che servono ai diversi settori delle economie europee.

Con buona pace di Limes che vede la Germania come una nazione in conflitto con gli USA capace di creare una Kerneuropa ( un progetto geopolitico della Germania di costruire uno spazio di influenza europea orientato verso la Russia) e non invece, in una logica subordinata, un progetto contro una parte di essa: il blocco di potere che esprime Donald Trump (16).

Fonte: Limes

In questa assurda gestione dei migranti, trova la sua logica l’accordo del baro Matteo Renzi, che in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, ha firmato il protocollo dell’operazione Triton ( partita nel 2014 dopo il termine di quella italiana Mare Nostrum) (17) che prevede che tutti gli sbarchi dei migranti avvengano nei porti italiani anche in violazione del trattato internazionale in tema di diritto di asilo ( Convenzione di Dublino e relativo regolamento UE di Dublino III). La logica dell’accordo è basata infatti su queste ragioni: a) maggiore disponibilità finanziaria a disposizione del proprio potere ricavata dai tecnicismi sulla flessibilità al pareggio di bilancio e al debito pubblico concessa dai subdominanti europei; b) maggiori risorse finanziarie, italiane ed europee, alle strutture che gestiscono i migranti per la filiera di potere incardinata attorno alle leghe delle cooperative (rosse e bianche), movimenti e istituzioni religiosi ( Comunione e Liberazione, Caritas), imprese, fondazioni e consorzi onlus (18).

6. Alcune città incominciano a ribellarsi alla ingovernabilità dei flussi migratori e al ruolo di accoglienza assegnato all’Italia con i relativi costi sociali, economici e territoriali a carico della maggioranza della popolazione e con vantaggi economico-finanziari a favore di una ristretta minoranza della suddetta filiera di potere.

Le città ribelli sono il sintomo del malessere e del disagio di chi non ha una idea e un progetto di trasformazione complessiva della questione migranti né ha la forza di incidere sulle reali cause che producono tale malessere: i migranti sono sradicati dai loro territori ( Africa, Medio Oriente, Mediterraneo, Europa orientale e balcanica) e orientati per fini geopolitici, geostrategici e geoeconomici in aree nevralgiche come l’Europa ( continente strategico nei futuri scenari di conflitto mondiale), in questa fase multicentrica, soprattutto per il dinamismo aggressivo degli USA che vuole limitare le aree di influenza e vuole prevenire future cooperazioni tra l’Europa e le potenze emergenti della Russia e della Cina (19).

7. Per sconfiggere la servitù italiana dello spazio a completa disposizione della potenza mondiale statunitense bisogna uscire dalla NATO e smilitarizzare i territori europei. Non è possibile ragionare sulla sovranità delle nazioni avendo sui propri territori infrastrutture militari USA e USA-NATO. E’ un non senso parlare di libertà, di democrazia e di sovranità avendo i territori occupati dalle basi militari (20). Bisogna uscire da questa Europa subordinata alle strategie di dominio mondiale statunitense

per tre ragioni fondamentali:

  1. Il progetto dell’Europa è stato pensato e attuato dagli Stati Uniti per le loro strategie di dominio mondiale a partire dalla seconda guerra mondiale;

  2. Il ri-emergere del progetto dell’Europa delle Regioni comporterebbe la eliminazione delle nazioni ( con conseguenze drammatiche e inenarrabili sulle popolazioni) a favore di microregioni e romperebbe definitivamente qualsiasi progetto di Nazioni sovrane e di una Europa federata (espressione di nazioni sovrane) in relazione con l’Oriente, una cooperazione eurasiatica;

  3. La difficoltà di costruire relazioni con la Russia e la Cina per le continue politiche di contrasto ( che provocano danni e devastazioni ai territori europei) nelle diverse sfere sociali eseguite dai sub-decisori europei su precise strategie dei predominanti statunitensi ( dall’uso delle sanzioni e delle militarizzazioni dei territori, all’impedimento dell’uso delle fonti energetiche e della costruzione delle vie della seta).

8. Vi è la necessità di non sottostare più al potere degli agenti subdominanti europei che ci fissano i parametri della vita: dalla lunghezza dei prodotti agricoli (che nasconde la distruzione economica delle piccole aziende agricole soprattutto quelle delle aree interne), alla identità sessuale ( che vela la rottura dei fondamentali legami di relazione tra madre-figlio/a e tra la natura umana e madre natura), all’esperimento del controllo sociale tramite le vaccinazioni di massa ( che cela l’indebolimento del sistema immunitario, la creazione di futuri malati e la verifica di pratiche di reazione popolare agli obblighi imposti) (21). Dice Marco Della Luna:<< Il contratto di appalto per la fornitura dei vaccini obbligatori non è ancora stato reso pubblico, ma se è come gli ultimi, è illegittimo, è un abuso. Il problema di fondo con i vaccini è che i politici (italiani) si vendono per professione e soprattutto che vendono gli interessi nazionali a quelli stranieri, coi vaccini come con le banche, con l’euro, col fiscal compact, coi migranti […] quindi non possono essere mai credibili, quando impongono qualcosa in cui qualcuno guadagna somme. Finché rubano i risparmi in banca è un conto, ma quando per profitto ti entrano nel corpo, è un altro conto >> (22).

Questo è degrado umano individuale e sociale a livello nazionale, europeo e mondiale.

Vi è la necessità di uscire da questa Europa e pensare ad una Europa federata tra nazioni sovrane (23) perché non ha senso stare nella austerità degli investimenti pubblici; nella privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture; nel patto del bilancio europeo; nel pareggio di bilancio; nella riduzione del debito pubblico; nella deflazione salariale quale unica forma consentita per la competitività europea che fa bene all’economia del maggiordomo tedesco e alle strategie dei dominanti USA che puntano a disintegrare l’Europa con le sue nazioni per renderla sempre più debole, divisa e strumento di aggressione alla Russia e alla Cina(24).

Bisogna trovare, per dirla con Antonio Gramsci, il sistema di vita originale e non di marca americana, per far diventare libertà ciò che oggi è necessità (25).

9. E’ possibile pensare ad una idea e ad un progetto di nazione capace di recuperare la distruzione storica ( la memoria, l’identità, la tradizione, la cultura ), economica ( le nostre industrie strategiche e la nostra degna industria manifatturiera), sociale ( i servizi fondamentali che incidono sulle condizioni reali ), territoriale ( le risorse, le città, il paesaggio, le infrastrutture ) e geografica ( la posizione strategica mediterranea ); è possibile guardare, nel lungo periodo, alle nazioni e alle potenze mondiali che lottano per un mondo multipolare. Per fare questo e avere un Paese mediamente protagonista nella scena mondiale occorrono gli agenti strategici dominanti capaci di dare un ruolo, una visione, una idea alla nazione Italia; gli agenti strategici dominati possono solo, in attesa di epoche rivoluzionarie fuori dal capitale inteso come rapporto sociale, appoggiare e allearsi ai suddetti agenti strategici dominanti (26).

10. Restano alcune domande a cui la storia italiana contemporanea, soprattutto del secondo dopoguerra, deve dare risposte. Perché l’Italia esprime degli agenti strategici subdominanti così servili e mediocri che non hanno il senso dello sviluppo dell’intero Paese? Perché gli agenti strategici, dal secondo dopoguerra, fatta qualche eccezione che comunque conferma la regola, sono stati espressione di potere (derivante dalla sfera sociale di appartenenza, per esempio, quella economica della famiglia Agnelli) e non di dominio (27) che non hanno pensato allo sviluppo e alle relazioni europee e mondiali della nazione? Perché lo stato, inteso come luogo di una architettura istituzionale di una nazione dove il conflitto per l’egemonia è la norma non l’interesse generale, è stato usato, diretto, gestito da agenti strategici di potere e non di dominio?. Il problema è di egemonia degli agenti strategici che dominano l’insieme della società: è come se gli agenti strategici economici e di altre sfere sociali fossero proiettati allo sviluppo del Paese, ma non riescono ad esprimere egemonia politica.

E’ da rivedere la storia del periodo della ricostruzione e del cosiddetto boom economico italiano come nuovo modello di penetrazione americana in Italia e in Europa che già si differenziava dalla logica coloniale e neocoloniale. Eppure, già il giovane Georg Wilhelm Friedrich Hegel avvertiva il limite di affidarsi alle strategie dei singoli potenti o famiglie di potenti:<< […] La storia insegna quanto la sproporzionata ricchezza di alcuni cittadini sia pericolosa anche per la più libera forma costituzionale, e quanto sia in grado di distruggere la stessa libertà: ci sono gli esempi di un Pericle ad Atene, dei patrizi a Roma-la decadenza della quale invano i Gracchi ed altri, premendo minacciosamente, cercano di bloccare con la proposta di leggi agrarie-, dei Medici a Firenze; e sarebbe importante ricercare in qual misura sarebbe necessario sacrificare il rigido diritto di proprietà per avere una stabile forma di repubblica. >> (28).

11. Attualmente l’Italia è una nazione bordello :<< Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello >> (29). Occorre pulire il bordello da rubagalline, imbroglioni, mistificatori e da bari e ridurre la stupidità e l’imbecillità ( ontologicamente intesi) (30): basta pane e feste; bisogna creare un senso da dare alla realtà da trasformare, con un timoniere in grado di guidare nella tempesta mondiale ( multicentrica e policentrica) la nave Paese; in attesa di epoche storiche capaci di esprimere le formazioni sociali autodeterminate (sovrane) e gli agenti strategici dei dominati, in grado di rivoluzionare la realtà verso gli interessi della maggioranza della popolazione. La realtà, come insegna Gyorgy Lukacs nella sua grande Ontologia dell’essere sociale, è da intendere come qualcosa da trasformare e non semplicemente da manipolare e gestire:<< […] Per quanto rilevanti siano le diseguaglianze e profonde le contraddizioni che contribuiscono a determinare il cammino, le fasi del processo complessivo, è certo che il genere umano non potrebbe mai realizzarsi completamente, non potrebbe mai staccarsi dal mutismo ereditato dalla natura, se negli individui non si avesse in modo socialmente necessario una tendenza verso il proprio essere-per-sé: solo essere umani consapevoli di se stessi come individui ( non più singoli che si diversificano solo nella loro particolarità in-sé) sono in grado mediante la loro coscienza, mediante le loro azioni guidate dalla coscienza, di convertire in prassi umano-sociale, cioè in essere sociale, la genericità autentica. Nonostante tutte le ineguaglianze e contraddizioni, lo sviluppo della società su scala storico-universale spinge parallelamente verso la nascita della individualità essente-per-sé nell’uomo singolo e verso il costituirsi di una umanità che nella sua prassi è consapevole di sé come genere umano. >> (31).

Le citazioni in epigrafe sono tratte da:

*Vasco Rossi, Un senso, www.angolotesti.it;

**Concetto Marchesi, Giovenale, A.F. Formiggini editore in Roma, 1921, pag.66

NOTE

1.L’ultima infrastruttura NATO è la trasformazione del Comando NATO di Napoli in Hub per il Sud ( con notevole esborso finanziario a carico dell’Italia), formato dal Comando NATO, dalle Forze navali USA per l’Europa e dalle Forze navali USA per l’Africa, agli ordini dell’ammiraglio statunitense Michelle Howard. I tre comandi di Napoli, sempre agli ordini dell’ammiraglio statunitense nominato dal Pentagono, hanno una “area di responsabilità” che abbraccia l’Europa, l’intera Russia, il Mediterraneo e l’Africa si veda Manlio Dinucci, Per il Sud niente investimenti ma un Hub di guerra, il Manifesto del 18/7/2017; Idem, Pentagono: top secret la dislocazione delle atomiche in Italia, il Manifesto del 22/7/2017.

2.Sulle diverse tipologie delle strutture del sistema di accoglienza italiana si rimanda ai siti del Ministero dell’Interno: www.interno.gov.it/it/temi/immigrazione-e-asilo/sistema-accoglienza-sul-territorio e www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/pubblicazioni/rapporto-annuale-sprar .

3.Luigi Longo, Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia in www.italiaeilmondo.com, maggio 2017; sulla Cina come futura potenza marittima in Maurizio Blondet, La Cina intanto diventa grande potenza navale, www.maurizioblondet.it, 8/7/2017; sulla strategia conflittuale tra le potenze di terra e le potenze di mare si legga la bella sintesi storica di Carl Schmitt, Terra e Mare, Adelphi, Milano, 2002.

4.Paul Craig Roberts, Washington è in guerra da 16 anni: perché?, www.comedonchisciotte.org, 3/7/2017.

5.Paolo Perulli-Angelo Pichierri, a cura di, La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società del Nord, Einaudi, Torino, 2010.

6.Massimo Livi Bacci, In cammino. Breve storia delle migrazioni, il Mulino, Bologna, 2014; Enrico Allasino, Le radici sociali dell’immigrazione in Paolo Perulli-Angelo Pichierri, a cura di, op.cit., pp.305-339; per una analisi storica delle forme di migrazioni in Jean-Pierre Raison, Migrazione in Enciclopedia Einaudi, Volume nono, Einaudi editore, Torino, 1980, pp.285-311; per l’analisi della totalità degli aspetti dell’immigrazione in Maria Immacolata Macioti- Enrico Pugliese, Gli immigrati in Italia, Laterza, Bari, 1991.

7.Guido Barbuyani, Cultura, razze, confini in www.eddyburg.it, 28/5/2017. Per un approfondimento si rimanda a Guido Barbuyani, L’invenzione della razza. Capire la biodiversità umana, Bompiani, Milano, 2008.

8.Audizione di Tito Boeri alla Camera dei Deputati del 20/7/2017 in www.webtv.camera.it/evento11618; Relazione annuale del Presidente INPS, 4 luglio 2017 in www.inps.it. Sono molte le critiche e le riflessioni suscitate dall’intervento di Tito Boeri ne segnalo alcune significative: Francesco Forte, Quanti danni fa il teorema degli immigranti salva-pensione, www.ilgiornale.it, 21/7/2017; Eugenio Benetazzo, Soli con loro, www.eugeniobenetazzo.com, 20/7/2017; Alessandro Visalli, Tito Boeri e l’immigrazione: l’assenza di spiazzamento, www.tempofertile.blogspot.it, 26/7/2017; Ennio Abate, Appunti politici: Visalli e i migranti, www.poliscritture.it, 21/7/2017.

9. La domanda mi è venuta leggendo l’articolo di Michele Rallo, Migranti: se sono un “arricchimento” perché gli altri non li vogliono?, www.ildiscrimine.com, 16/7/2017.

10.Luisa Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma, 2011.

11. Ministero dell’Interno: Immigrazione, Minniti: Europa e Africa devono lavorare insieme e Dichiarazione di Tunisi: Seconda Riunione ministeriale del Gruppo di Contatto sulla rotta della migrazione nel Mediterraneo centrale (24 luglio 2017) in www.interno.gov.it.

12.Per una lettura geodemografica e del ruolo della demografia nello sviluppo dell’Italia supportato da dati e da analisi interessanti anche se non inquadrate in una logica geostrategica e geopolitica del conflitto mondiale si rimanda a Massimo Livi Bacci, La demografia prima di tutto in Limes n.4/2017, pp.46-47; Idem, All’Italia servono persone prima che braccia in Limes n.7/2016; Germano Dottori, Non sarà l’immigrazione a rilanciare l’Italia in Limes n.7/2016.

13.Sulla distruzione della Libia si invia a Luigi Longo, Che ci fa l’Islamic State (IS) in Libia? Perché non lo chiediamo agli USA, www.conflittiestrategie.it, 2/3/2015; sugli scenari economici che si aprono in Libia si veda Rosanna Spadini, Fincantieri: a volte sei il parabrezza e a volte sei l’insetto, www.comedonchisciotte.org, 29/7/2017; sulle sanzioni USA contro la Russia per le interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le aggressioni militari in Ucraina e Siria (SIC) e i conseguenti danni alle aziende soprattutto tedesche e francesi si veda Maurizio Blondet, Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?, www.maurizioblondet.it, 26/7/2017; Idem, Le nuove sanzioni USA ci rovineranno e l’Europa può farci poco, www.maurizioblondet.it, 27/7/2017; Marco Valsania, Sanzioni alla Russia via libera della Camera USA. Trump “commissariato” in Il Sole 24 Ore del 26/7/2017.

14. Manlio Dinucci, Per il Sud niente investimenti, op.cit.

15.Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, Canto XXVI, versi 118-120, BUR, Milano, pp.529-530.

16..Limes n.4/2017, in particolare: Editoriale, pp.7-27; Dario Fabbri-Federico Petroni, Il limes germanico ferita e destino d’Italia, pp.31-39; Dario Fabbri, Spaccata e ideologica. L’Italia tra Germania e Stati Uniti, pp. 75-83; si legga anche l’analisi della situazione europea in relazione agli USA di Gianfranco La Grassa, Dagli USA al mondo: incertezze e imprevedibilità, www.conflittiestrategie.it, 24/7/2017; Idem, Europa unita=Europa sottomessa, www.conflittiestartegie.it, 30/3/2017.

17.Sulle operazioni Mare Nostrum, Triton e Frontex si rinvia al sito del ministero dell’interno (www.interno.gov.it ). E’ stata Emma Bonino a parlare ( perché proprio ora?) dell’accordo di Matteo Renzi. Tale accordo è stato confermato anche da Marco Minniti, si veda rispettivamente Redazione, Migranti in Italia in cambio di flessibilità. L’accusa della Bonino al Governo, www.quifinanza.it, 7/7/2017; Redazione, Immigrazione, Marco Minniti conferma la ricostruzione di Emma Bonino: l’invasione l’ha voluta Matteo Renzi, www.liberoquotidiano.it, 20/7/2017.

18. Prossimamente tratterò il caso di studio del CARA di borgo Mezzanone, un borgo della città di Manfredonia in Puglia, per capire le ragioni e le funzioni delle strutture di gestione dei flussi migratori a livello nazionale come conseguenza delle strategie statunitensi ed europee. Una sorta di intreccio tra sistema locale e sistema europeo e una possibile costruzione della filiera del potere ( non del dominio) della questione migrazioni. Cioè capire le responsabilità dei predominanti USA ( il dominio), la responsabilità dei subdominanti europei ( il potere) e la responsabilità dei servi subdominanti italiani ( il sotto potere).

19.Per una analisi storica delle città ribelli si rimanda, con una lettura critica, a David Harvey, Città ribelli. I movimenti urbani dalla comune di Parigi a Occupy Wall Street, il Saggiatore, Milano, 2013, soprattutto pp. 141-181; sui flussi migratori si veda Gianfranco La Grassa, Chi conduce il gioco e chi dovrà condurlo, www.conflittiestrategie.it , 5/7/2017.

20.Sul regime di servitù nazionale e militare italiana nei confronti degli Stati Uniti si veda l’interessante articolo del Generale Fabio Mini, USA-Italia. Comunicazione di servizio in Limes n.4/2017.

21.Italia 2014 Renzi a Bari promette alle Pharma “ Noi vi garantiamo un progetto di lungo-periodo, invitiamo le università, le imprese a investire i territori a credere nel settore farmaceutico perché il made in Italy non deve significare solo food e fashion ma anche settore farmaceutico” e poco dopo il ministro Beatrice Lorenzin si reca da Barack Obama dove l’Italia viene incensata come capofila della GHSA: l’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo. E quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla Casa Bianca. Il nostro Paese, rappresentato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, accompagnata dal Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) prof. Sergio Pecorelli, ha ricevuto l’incarico dal Summit di 40 Paesi cui è intervenuto anche il Presidente Barack Obama. “E’ un importante riconoscimento scientifico e culturale per l’Italia, soprattutto in questo momento in cui stanno crescendo atteggiamenti ostili contro i vaccini-ha dichiarato il prof. Sergio Pecorelli. Dobbiamo intensificare le campagne informative in Europa, dove sono in crescita fenomeni anti vaccinazioni” in Emanuela Lorenzi, Fanta-epidemia e veri sciacalli, www.comedonchisciotte.org, 26/6/2017.

22.Marco Della Luna, Vaccini: proposta di legge, www.marcodellaluna.info, 9/7/2017.

23.Una Europa federata tra nazioni sovrane significa, come la storia europea dimostra, che non può esserci nessuna nazione egemone all’interno della nuova configurazione, si veda Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, il Mulino, Bologna, 1988.

24.Luigi Longo, L’uscita dall’euro non è un problema prioritario. Priorità è la sovranità nazionale ed europea, www.conflittiestrategie.it, 16/1/2015.

25.Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, volume III, quaderno 22, Einaudi, Torino, 1975, pp.2178-2179.

26.Sull’aspetto delle alleanze per una fase di miglioramento avendo sullo sfondo un progetto altro della società ( due progetti, due tempi) si veda Pierluigi Fagan, L’eterno ritorno della servitù volontaria. Riprendendo in mano l’intuizione di Etienne de La Boètie, www.pierluigifagan.wordpress.com, 24/7/2017.

27.La capacità di egemonia di agenti strategici come espressione della sintesi nazionale degli agenti strategici di potere delle diverse sfere sociali ( economiche, politiche, culturali, eccetera).

28.Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scritti politici, a cura di Claudio Cesa, Einaudi, Torino, 1972, pp.344-345.

29.Dante Alighieri, La Divina Commedia. Purgatorio, Canto VI, versi 75-78, BUR, Milano, 1975, pp. 125-126.

30.Maurizio Ferraris, L’imbecillità è una cosa seria, il Mulino, Bologna, 2016.

 31.Gyorgy Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, Volume II, Editori Riuniti, Roma, 1981, pp.278-279.

Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia, di Luigi Longo (versione integrale)

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Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale [ la Russia, il cuore della terra, ndr]; chi governa la zona centrale comanda la massa euroasiatica; chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo intero.

Halford Mackinder*

 

Chi controlla il Rimland ( ossia il territorio costiero dell’Eurasia) governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo.

Nicholas John Spykman**

 

 

L’inizio del declino e il bivio storico

Il declino di una potenza mondiale egemone inizia a presentarsi quando esplodono le contraddizioni interne (conflitti tra agenti strategici delle diverse sfere sociali, fratture sociali e territoriali, degrado totale, eccetera); tale declino è altresì in relazione alle dinamiche di crescita di altre potenze sia regionali sia mondiali che mettono in discussione quella egemonia dominante(1).

Gli strateghi USA, potenza mondiale egemone, sono consapevoli di questo processo, così Zbigniew Brzezinski: << Come la sua epoca di dominio globale finisce, gli Stati Uniti hanno bisogno di prendere l’iniziativa di riallineare l’architettura del potere globale […] La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale […] quell’epoca sta ormai per finire […] >> (2). Il declino USA è relativo perché è ancora decisiva la sua egemonia in tutte le istituzioni mondiali. La sua capacità di dominio, attraverso il soft power e l’hard power, è ancora grande in rapporto alle potenze mondiali emergenti, come la Russia e la Cina, in questa fase di multicentrismo (3).

Gli statunitensi si trovano ad un bivio storico dove lo spazio-tempo della decisione si fa sempre più stretto e dovranno scegliere quale strada intraprendere. Questa diramazione prospetta paesaggi mondiali diversi: 1. Una potenza mondiale che rivendica la sua egemonia (G7, FMI, BM, NATO, ONU, WTO) e il suo dominio con la supremazia militare indiscussa (4), ma nel ri-lanciare il suo dominio mondiale monocentrico non si preoccupa delle contraddizioni strutturali interne né, ricerca un nuovo modello di sviluppo o una nuova visione di società; 2. Una potenza mondiale che ri-vede il suo modello sociale, fa i conti con le sue contraddizioni strutturali che rischiano di accelerare il declino e ri-lancia la sua egemonia confrontandosi con le altre potenze.

La prima strada accelera la fase multicentrica e prepara la fase policentrica: il conflitto mondiale; la seconda strada ritarda la fase policentrica e rimane in una fase multicentrica che potrebbe portare ad una condivisione e ad un rilancio di nuove relazionali mondiali nel rispetto delle diversità ( storiche, culturali, sociali, politiche, territoriali, eccetera): parafrasando Karl von Clausewitz si può dire che la guerra cessa di essere la continuazione della politica con altri mezzi.

E’ mia opinione che prevarrà la prima strada, per le seguenti ragioni.

La prima. Gli USA credono di essere la nazione indispensabile e hanno la cultura monocentrica del dominio mondiale. Vale per tutti il seguente pensiero di Henry Kissinger. << La sfida in Iraq non era solo vincere la guerra quanto [mostrare] al resto del mondo che la nostra prima guerra preventiva è stata imposta dalla necessità e che noi perseguiamo l’interesse del mondo [ corsivo mio], non esclusivamente il nostro […] La responsabilità speciale dell’America [ USA, mia specificazione], in quanto nazione più potente del mondo, è di lavorare per arrivare a un sistema internazionale che si basi su qualcosa di più della potenza militare, ovvero che si sforzi di tradurre la potenza in cooperazione […] Un diverso atteggiamento ci porterà gradualmente all’isolamento e finirà per indebolirci. >> (5).

La seconda. La piramide sociale statunitense non reggerà più, la base sta scricchiolando e si arriverà alla implosione della nazione e con essa alla fine dell’idea della grande nazione imperiale. Si stanno indebolendo la struttura e il legame sociale della società, che sono il fondamento della potenza imperiale. Gli agenti strategici dominanti sono incapaci di una nuova visione, di un nuovo modello di sviluppo sociale, di nuovi rapporti sociali che potrebbero emergere dalla cosiddetta società capitalistica. Gli strateghi delle sfere egemoniche ( politica, militare, istituzionale, economica-finanziaria,), portatori della visione classica della logica di funzionamento imperiale, agiscono con la convinzione che il dominio, con la coercizione ( la forza militare imperiale) e il denaro ( il dollaro imperiale), sia l’unica strategia per continuare a mantenersi, come grande nazione imperiale, sulle spalle del resto del mondo (le economie dei diversi capitalismi).

Alcuni strateghi, soprattutto delle sfere militare e politica, con i loro gruppi di pensiero (think tank) e i loro centri e istituti di ricerca strategica, si sono resi conto della strada di non ritorno del declino USA, una strada, per dirla con David Calleo, di egemonia sfruttatrice (6), e hanno cercato di deviare, invano (si vedano le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca), verso una visione del Paese incentrata sull’economia reale, sul legame sociale da rafforzare, sulla ri-definizione dei rapporti sociali sistemici, sull’apertura di una fase multicentrica; ma realizzare tutto questo significava derogare alle regole della potenza mondiale, cioè ri-collocare gli USA quale potenza mondiale di confronto e condivisione con altre potenze mondiali emergenti: non più come la grande nazione imperiale.

La terza. La lezione della storia, a prescindere dal modo di produzione e riproduzione del legame sociale della società storicamente data, è questa: schiacciando esseri umani sessuati e natura, oltre il limite strutturale sociale e naturale, si rischiano grossi guasti. La forbice tra ricchezza illimitata e povertà assoluta non può divaricarsi all’infinito. Non è un discorso pauperistico del limite superato, ma un ragionamento di modello di sviluppo, di una idea nuova del legame sociale e del rapporto sociale ( sia dentro sia fuori il Capitale, ovviamente inteso come relazione sociale) e di rottura dell’equilibrio dinamico del blocco egemone degli agenti strategici dell’insieme delle sfere sociali del Paese (7).

 

La fase di transizione

Quando dico che la grande nazione imperiale USA è in fase di declino non intendo assolutamente che essa smette di lottare per il mantenimento o per una rinnovata supremazia mondiale ( intesa come centro di coordinamento per un nuovo ordine mondiale), per la semplice ragione che è ancora lunga la fase di transizione di egemonia mondiale verso una nuova potenza o una rinnovata egemonia: << Il nostro confronto delle passate egemonie mostra che il ruolo di nuove potenze aggressive nell’affrettare i crolli sistemici è diminuito di transizione in transizione, mentre è cresciuto il ruolo giocato dalla dominazione sfruttatrice esercitata dalla potenza egemone in declino […] Non ci sono nuove potenze aggressive credibili che possono provocare il crollo del sistema mondiale imperniato sugli Stati Uniti, ma, rispetto alla Gran Bretagna un secolo fa, gli Stati Uniti hanno possibilità anche maggiori di trasformare la loro potenza egemonica in declino in una dominazione sfruttatrice. Se alla fine il sistema crollerà, sarà principalmente per la refrattarietà degli Stati Uniti all’adattamento e alla conciliazione.>> (8).

Affinchè ci siano le condizioni di passaggio di egemonia da una potenza in declino ad un’altra occorrono le seguenti condizioni. << […] i paesi emergenti devono essere rispetto alla potenza in declino:

  1. più larghi e diversificati geograficamente;

  2. più efficienti economicamente e organizzativamente;

  3. più capaci di governare, tramite appropriate agenzie, mercato mondiale e sistema interstatale;

  4. più inclusivi socialmente all’interno;

  5. più capaci di rappresentare gli interessi sociali generali presenti nel sistema-mondo, da quelli più direttamente borghesi [ funzionari del capitale, mia specificazione lagrassiana] a quelli dello forze organizzate del lavoro subalterno.

Sono punti che pur investendo tutti i processi di transizione egemonica, vengono meglio esemplificati dall’ultima delle transizioni verificatesi, quella dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. In questo caso, gli Stati Uniti hanno offerto al processo accumulativo:

  1. un territorio, uno spatial fix per dirla con Harvey (9) [ il termine spatial fix è di difficile traduzione e, perciò, si preferisce mantenere la dicitura inglese, anche se potrebbe essere impropriamente tradotto con soluzione spaziale così il traduttore Michele Dal Lago (9), mia precisazione ], più vasto e vario, senza perdere il carattere insulare di quello inglese;

  2. un modello di impresa, la multinazionale, più profittevole economicamente e più efficiente organizzativamente della manifattura inglese;

  3. un quadro di agenzie di regolazione del mercato e del sistema interstatale più complesso e stratificato ( dall’Fmi all’Onu) di quello inglese, basato su gold standard e concerto europeo;

  4. un patto sociale, il New Deal, più aperto di quello inglese alla soddisfazione degli interessi dei lavoratori;

  5. un New Deal globale, non fondato sul colonialismo e sulla conservazione degli equilibri dati fra i diversi paesi capitalistici, ma capace di elevare il livello di ricchezza di tutte le classi capitalistiche e di porzioni significative del proletariato mondiale.

Al caos sistemico che accompagna le transizioni egemoniche succede quindi una riorganizzazione sistemica, che è storicamente ogni volta diversa per ciascuna transizione egemonica. >> (10).

Le due potenze emergenti mondiali, Russia e Cina, non sono in grado di creare le condizioni per la sostituzione della potenza mondiale egemone, ammesso e non concesso che esse aspirino ad un dominio mondiale e non semplicemente, come lascia pensare la loro storia, ad una fase multicentrica ( che ritardi o annulli la fase policentrica del conflitto mondiale) nella quale confrontarsi su una visione diversa delle relazioni internazionali a partire dalla propria autonomia nazionale, dalla propria cultura, dal proprio legame sociale e dalla propria peculiarità territoriale.

Gli strateghi statunitensi non vogliono perdere il loro ruolo di grande nazione imperiale e temono il formarsi e il consolidarsi di poli, di aree, di regioni aggreganti intorno alle due potenze emergenti, in grado di mettere in discussione il loro dominio mondiale. Per questa ragione avendo scelto la strada di egemonia sfruttatrice, gli Stati Uniti sono la potenza mondiale più spregiudicata e pericolosa per l’intera umanità considerato, il livello di strategia atomica avanzata e radicale raggiunto. Alain Badiou, non molto tempo fa, sosteneva che:<< La potenza imperiale americana nella rappresentazione formale che fa di se stessa, ha la guerra come forma privilegiata, se non addirittura unica, di attestazione della sua esistenza.>> (11).

Gianfranco La Grassa dichiara che:<< L’eccezionalità del “mondo bipolare”, durato abbastanza a lungo, ha assicurato nella parte “centrale” del mondo (quella più sviluppata) un periodo di pace, legato però alla subordinazione di molti paesi all’uno o all’altro polo. Adesso siamo entrati in una fase molto diversa, che per di più va cambiando a sua volta “pelle” in periodi successivi e con il tentativo del predominante di uno dei due poli (il sopravvissuto) di avere il completo controllo della situazione. Tale tentativo non è per nulla favorevole al mantenimento di un minimo di equilibrio; da qui il disordine crescente attuale. Quindi, quel predominante (evidentemente gli Usa) deve essere contrastato e si deve arrivare al punto che esso si trovi nella situazione di rischiare tantissimo insistendo sulla sua prepotenza e arroganza. Non si ottiene questo risultato se non con l’unione degli sforzi di alcuni altri paesi, in cui si verifichi la presa del potere da parte di forze politiche capaci di decisa autonomia e di collegarsi fra loro in funzione anti-predominante>> (12).

Gli Stati Uniti si preoccupano, nel medio periodo, soprattutto della Russia (13) sia perché è stata la storica nemica del “mondo bipolare”, sia perché è la nazione centrale tra Asia e Europa ( il cuore della terra, l’immenso territorio bicontinentale), sia perché è stata la nazione dove è avvenuto un evento storico di grande importanza: la rivoluzione dei dominati che a partire dall’atroce macelleria della prima guerra mondiale hanno sperato in un mondo migliore. La lezione storica della rivoluzione russa indica che la maggioranza della popolazione se si organizza, pensa e progetta, può cambiare l’ordine costituito e pensare un nuovo legame sociale e nuovi rapporti sociali e questo a prescindere dal giudizio storico sulla rivoluzione russa del 1917.

Lo spettro della Russia

La paura degli agenti strategici statunitensi nei riguardi della Russia (14) scaturisce, oltre che dalla forza militare ( soprattutto nucleare), dal ruolo centrale che la potenza emergente può avere nella formazione di un polo aggregante ( una sorta di polarizzazione di blocchi tra potenze mondiali) che pone dei limiti all’arroganza egemonica sfruttatrice di una superpotenza in declino.

 

La strategia di Kissinger

 

Henry Kissinger, un protagonista delle strategie di dominio statunitensi, aveva capito l’importanza della centralità della Russia, sia come nazione vettore tra i due continenti, Asia e Europa, sia come nazione strategica per l’egemonia mondiale, sin dai tempi del tentativo di apertura delle relazioni sino-americane, alla fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta del Novecento. L’apertura della collaborazione tra USA e Cina si inseriva allora nel conflitto acuto tra URSS e Cina ed era indirizzata formalmente alla costruzione di “un ordine internazionale più pacifico”, mentre nella sostanza mirava a contrastare l’URSS, ritenuta, forse, già allora un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla. Questa apertura tattica avrebbe potuto accelerare il processo storico di implosione del sistema del socialismo irrealizzato e la fine del mondo bipolare. Il tentativo non riuscì per il conflitto interno agli strateghi statunitensi nel quale prevalse la continuazione della logica del mondo bipolare (15).

Oggi Henry Kissinger ri-lancia, nella logica del tutto torna ma in maniera diversa, per la seconda volta, la politica estera degli Stati Uniti verso una coevoluzione ( una sorta di comunità pacifica sulla scia della comunità atlantica) delle relazioni sino-americane in modo da contrastare la eventuale nascita di un polo Russia-Cina, in questa fase di loro collaborazione soprattutto nella sfera economico- finanziaria ( le nuove vie della seta cinese, gli accordi di area, il sistema bancario alternativo, eccetera), che metterebbe in seria difficoltà gli USA e ne accentuerebbe, nel medio-lungo periodo, il declino (16).

In una recente intervista, apparsa su “La Stampa” del 27/3/2017 a cura di Paolo Mastrolilli, Henry Kissinger ribadisce sia la logica di contenimento della Russia (la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente) sia la logica di apertura verso la Cina ( un negoziato diretto tra Washington e Pechino per raggiungere un accordo di sicurezza dell’intera regione dell’Estremo Oriente a partire dalla questione della Corea del Nord).

 

La strategia di Brzezinski

 

Zbigniew Brzezinski, un altro importante protagonista delle strategie di dominio degli Stati Uniti, ritiene la Russia una nazione centrale, nel breve e medio periodo, per la nascita di poli di potenze mondiali in grado di sfidare l’egemonia USA che riconosce in declino e che rilancia con una architettura del dominio mondiale fondata nella sostanza sul monocentrismo statunitense. Egli è talmente ossessionato dalla Russia che  già nel 1997, anno di pubblicazione del suo libro “La grande scacchiera”, scriveva sulla divisione della Russia:<< Una confederazione composta da una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente, potrebbe sviluppare con maggior facilità rapporti economici più stretti con l’Europa, come pure con i nuovi Stati dell’Asia centrale e con l’Oriente.>>, ovviamente all’interno di << una comunità internazionale fondata su una reale cooperazione, che assecondi le antiche aspirazioni e garantisca i fondamentali interessi dell’umanità. Ma, nel frattempo, è assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America >> (17).

Zbigniew Brzezinski pensa l’Europa e la Nato ( non più solo militarizzazione del territorio europeo ma anche coesione economica, sicurezza dei territori e delle città, eccetera) come teste di ponte contro la Russia, mentre ritiene importante una intesa con la Cina nel rispetto della suddetta coevoluzione delle relazioni sino-americane. Sono importanti la Nato e la UE ( per il dominio statunitense non conta il suo l’asservimento unitario o fondato su relazioni tra stati) per la espansione ad Est ( vedasi la questione Ucraina) e nel Medio Oriente ( vedasi la questione Siria). E’ un attacco alla Russia molto pericoloso perché mira al suo contenimento e alla perdita della sua sovranità inviolabile, sia attraverso il blocco degli accessi al mediterraneo ( in Ucraina c’è la base navale di Sebastopoli, in “affitto” a Mosca fino al 2042, più una serie di caserme, poligoni e porti usati dalla Russia; in Siria c’è la base navale di Tartus, la base aerea di Humaymim e la stazione di ascolto di Lataqia), sia attraverso la riduzione delle risorse energetiche strategiche della Russia con la realizzazione del gasdotto del Qatar verso l’Europa (che taglierebbe la quota russa del mercato europeo), sia con la costruzione da parte della Turchia di un hub energetico ( che ne ridurrebbe la dipendenza dal gas russo) nell’Europa meridionale (18).

Gabriel Galice così analizza:<< […] L’Eurasia è centrale, l’America deve esservi presente per dominare il pianeta, l’Europa è la testa di ponte della democrazia in Eurasia, la Nato e l’Unione europea devono di conseguenza estendere la propria influenza in Eurasia, gli Stati Uniti devono giocarsi simultaneamente la Germania e la Francia ( carte delle rispettive zone di influenza alla mano), alleati fedeli anche se ciascuno a modo suo, irrequieti e capricciosi.>> (19).

Concludendo queste brevi riflessioni si può sostenere ragionevolmente che l’obiettivo della strategia USA è quello di impedire la formazione di un polo di potenza mondiale tra la Russia e la Cina in grado di metterne in discussione l’egemonia. Il giocatore più pericoloso, nel breve-medio periodo, in questa lotta per contrastare l’egemonia mondiale assoluta statunitense e per pensare un mondo multicentrico, è la Russia. E’ la nazione che va combattuta e ridimensionata con ogni mezzo. E’ lo spettro degli agenti strategici dominanti statunitensi.

 

 

En Passant

 

 

I sub-sub-dominanti italiani hanno subito rinnovato con l’amministrazione Trump le catene della servitù volontaria per un mondo monocentrico americano. Hanno le facce da servi di gaberiana memoria.

L’Europa va rifondata a partire dalla demolizione del progetto Europa tanto caro ai suoi padri fondatori, esecutori di un progetto pensato e attuato dagli USA per le loro strategie di dominio mondiale: fatto noto ma non conosciuto.

Ritengo che sia ancora valido quanto scriveva Costanzo Preve:<< Un’Europa delle nazioni, e nello stesso tempo delle nazioni eguali, ed in più delle nazioni amiche della Russia e della Cina, e infine disposte anche ad essere amiche degli Stati Uniti, se questi ultimi rinunceranno saggiamente alla pretesa di impero universale basato su di un dominio militare soverchiante e sull’imposizione di un’unica cultura linguistica anglosassone.>> (20).

Un nuovo progetto Europa: con chi? con quale pensiero? con quale organizzazione? con quale progetto di società? con quale relazione sociale? con quale prassi politica?

Sono domande che scaturiscono dalla grande lezione storica della rivoluzione russa.

 

Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da:

*Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998, pag.55.

**Davide Ragnolini, Geopolitica ed euroasiatismo nel XXI secolo. Intervista a Claudio Mutti, www.eurasia-rivista.com, 7/3/2017.

 

 

NOTE

 

 

  1. Su questi temi rinvio a Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, il Saggiatore, Milano, 1996; Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, Caos e governo del mondo, Bruno Mandadori, Milano, 2003; Gianfranco La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005; Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008.
  2. Zbigniew Brzezinski, Toward a global realignmente in “ The American Interest” ( www.the-american-interst.com) , n.6/2016. Stralci dell’intervista sono compresi anche nell’articolo di Mike Whitney, La scacchiera spezzata. Brzezinski rinuncia all’impero americano, www.megachip-globalist.it, 28/8/2016.
  3. Joseph S. jr Nye, Fine del secolo americano?, il Mulino, Bologna, 2016; con una lettura critica si veda anche Etienne Balibar, Populismo e contro-populismo nello specchio americano, www.ariannaeditrice.com, 27/4/2017.
  4. Per un’analisi storica, geopolitica, militare, finanziaria si rimanda alla rivista “Limes”, n.2/2017, “Chi comanda il mondo”, in particolare gli articoli di Dario Fabbri (La sensibilità imperiale degli Stati Uniti è il destino del mondo), di Alberto De Sanctis (Gli Stati Uniti tengono in pugno il tridente di Nettuno), Giorgio Arfaras (Il dollaro resta imperiale). Per un’analisi del consolidamento delle potenze mondiali emergenti e delle transizioni egemoniche si veda Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di, Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Manifestolibri, Roma, 2010. Per un’analisi sulla supremazia militare si rimanda ai lavori puntuali di Manlio Dinucci pubblicati sul sito www.voltaire.org e sul quotidiano “il Manifesto” e ai Rapporti SIPRI ( e non solo) ( www.sipri.org) . E’ interessante sottolineare quanto detto da Noam Chomsky in una recente intervista concessa a “il Manifesto” del 20/4/2017:<< L’Atomic Bulletin of Scienctists nel marzo scorso ha pubblicato uno studio sul programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare messo in atto con l’amministrazione Obama ed in mano ora di Trump, dal quale risulta che il sistema dell’arsenale atomico statunitense ha raggiunto un livello di strategia atomica avanzata e radicale, tale da poter annientare la deterrenza dell’arsenale atomico russo. Questo non è all’oscuro di Mosca. Ma con l’intensificarsi della tensione diretta, specialmente nei paesi Baltici ai confini della Russia, determina il rischio di un confronto nucleare diretto con la Russia >>.
  5. La citazione del pensiero di Henry Kissinger è tratta da Robert Kagan, Il diritto di fare la guerra, il potere americano e la crisi di legittimità, Mondadori, Milano, 2004, pp. 59-60.

6.Così David Calleo:<< [il] sistema internazionale crolla non solo perché nuove potenze non controbilanciate e aggressive cercano di dominare i loro vicini, ma anche perché le potenze in declino, invece di adattarsi e cercare una conciliazione, tentano di cementare la loro vacillante predominanza trasformandola in una egemonia sfruttatrice >>. La citazione è tratta da Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, op. cit., pp.335-336.

  1. Utilizzo il termine dominio per delineare una egemonia sociale ( nell’accezione gramsciana, cioè consenso e coercizione) da parte degli agenti strategici dominanti o sub-dominanti costituitosi in blocco sociale come supremazia sugli agenti strategici delle diverse sfere sociali. La filiera del potere è diversa nelle singole sfere sociali e il dominio dell’insieme sociale di una nazione è diverso, è altro dal potere delle sfere sociali. Le sfere sociali sono astrazioni che ci costruiamo per interpretare la realtà che sta sempre avanti. Le sfere sociali possono essere diverse a seconda delle ipotesi di ragionamento per costruire il campo di stabilità. Per esempio Gianfranco La Grassa ne utilizza tre ( politica, economica e culturale), David Harvey ne utilizza sette, eccetera. Nelle sfere sociali è ipotizzabile parlare di potere non di dominio. Cfr il mio, La nazione e lo stato: una grande illusione dei popoli. La rottura teorica del conflitto strategico. Tempo e spazio della ricerca, www.conflittiestrategie.it, 5/7/2016 e www.italiaeilmondo.com, 26/12/2016.

  2. Giovanni Arrighi, Beverly J. Silver, op.cit., pag. 336.

    9. David Harvey, The geopolitics of capitalism in Social relations and spatial structure, a cura di, D. Gregory e J. Urry, Londra, Mcmillan, 1985, pp.128-163, ora in Giovanna Vertova, a cura di, Lo spazio del capitale. La riscoperta della dimensione geografica nel marxismo contemporaneo, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 97-147.

    10. Giorgio Cesarale, Le lezioni di Giovanni Arrighi in Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, op. cit., pp.19-20; sulla riorganizzazione sistemica statunitense si veda anche Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pp.41-43.

    11. La citazione di Alain Badiou è tratta da Alain de Benoist, L’impero del “bene”. Riflessioni sull’America d’oggi, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2004, pag. 107.

    12. Gianfranco La Grassa, Alcune verità che sembrano dimenticate, www.conflittiestrategie.it, 29/4/2017.

    13. La Cina è sostanzialmente una potenza economica mondiale funzionale alla logica imperiale USA: cosa è l’enorme surplus commerciale cinese pari a 347 miliardi di dollari e il consistente debito pubblico statunitense pari a 1058 miliardi di dollari che detiene se non una relazione “economico-finanziaria” asimmetrica a favore degli Stati Uniti: << Esportatori netti, tali paesi [ Giappone, Cina, India, Russia, eccetera, mia precisazione] sono costretti ad acquistare titoli di stato USA per mantenere apprezzato il dollaro e reinvestire il surplus commerciale nel più stabile luogo della terra, l’unico a non aver mai conosciuto cambi di regime. In nuce: per mantenere il benessere del loro principale acquirente, nonché garante delle vie di comunicazioni. Da qui l’accorato appello di Xi Jiuping per il mantenimento dell’attuale schema a guida americana >> ( Dario Fabbri, op. cit., pag.38). Per non parlare degli investimenti diretti e indiretti all’estero “propulsivi” ( investimenti fissi e azioni) per gli USA e “passivi” per Cina e Russia: << Gli Stati Uniti investono nel resto del mondo in maniera diretta- impianti- o in maniera indiretta-azioni- dieci volte più della Cina e della Russia messi insieme. Intanto che avviene questo, la gran parte delle riserve dei paesi che hanno accumulato avanzi commerciali- come la Cina, la Russia e i paesi produttori di petrolio- è trasformata in riserva in dollari ( e minor misura in euro) […] la maggior ricchezza cumulata da questi due paesi da quando è cambiato il sistema ( dagli anni Ottanta in Cina, dagli anni Novanta in Russia) non ha ancora spinto verso la strada della “dinamicità”. Questi due paesi, che per ora comprano- per bilanciare i propri avanzi commerciali – i buoni Tesoro degli Stati Uniti, potrebbero però- col passare del tempo- diventare dinamici nel campo degli investimenti esteri >>. Per non dire, infine, della moneta come riserva di valore (USA):<< […] si noti che per ora la Cina e la Russia investono all’estero, mentre spingono per l’uso delle proprie monete come mezzo di scambio che però è cosa ben diversa dalla moneta come riserva di valore >> ( Giorgio Arfaras, op. cit., pp.52-53).

    14. Sulla paura americana si rimanda a Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti editore, Roma, 2016, pp.272-312.

    15. Per una minuziosa e interessante ricostruzione della prima fase di apertura delle relazioni sino-americane, soprattutto i colloqui Kissinger-Zhou Enlai-Mao, si rimanda a Henry Kissinger, Cina, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011, pp.185-216; si veda anche l’intervista rilasciata da Henry Kissinger allo storico Niall Ferguson e pubblicata, a cura di Alfonso Desiderio, in www.limesonline.com, 4/10/2011; Gianfranco La Grassa, Sul mondo bipolare e la sua “pace”, www.conflittiestrategie.it, 7/4/2015.

    16. Sul rilancio delle relazioni sino-americane improntate alla coevoluzione, alla collaborazione e alla competizione economica-sociale si legga Henry Kissinger, Cina, op. cit., pp.401-473. Henry Kissinger specifica che << L’etichetta adatta a definire le relazioni sino-americane è più “coevoluzione” che “partnership”. “Coevoluzione” significa che entrambi i paesi perseguono i loro imperativi nazionali, cooperando quando possibile e regolando le loro relazioni in maniera da ridurre al minimo i conflitti. Nessuna delle due parti sottoscrive tutti gli obiettivi dell’altra né presuppone una totale identità di interessi, ma entrambe cercano di individuare e sviluppare interessi complementari.>>, ivi, pag. 470; si veda anche Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015.

  3. 17. Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pag.268 e pag.8. Zbigniew Brzezinski, come riporta lo storico Guy Mettan, << […] inserendosi nella più pura delle tradizioni geo-imperialiste di Mahan, Mackinder e Spykman, e in totale contraddizione con i discorsi di coloro che predicavano la fine degli imperi territoriali e l’obsolescenza della geopolitica occidentale […] pubblica La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, opera in cui riattualizza i concetti dei suoi predecessori applicandoli alla nuova situazione postsovietica. La stessa tesi verrà riaggiornata nel 2004 ( la vera scelta) per poi lasciar posto a un nuovo modello nel 2012 che teneva conto dell’ascesa della potenza cinese >> in Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag.288.
  4.  
    1. 18. Si veda Robert Kennedy jr., I retroscena della politica Usa in Siria che ha portato alla guerra attuale, www.vietatoparlare.it, 28/4/2017; Redazione l’antidiplomatico, La guerra dei gasdotti che brucia sotto la Siria, www.l’antidiplomatico.it, 26/9/2016.
    2. 19.
    3. La citazione di Gabriel Galice è tratta da Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag. 288.
    4. 20.
    5. Costanzo Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2005, pag.82.

     

LA NATO E L’ADDESTRAMENTO PREVENTIVO PER LE CITTÀ RIBELLI EUROPEE. 2a parte (a cura di) Luigi Longo

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2a parte

Riporto due scritti sulla militarizzazione del territorio europeo attraverso la NATO. Il primo riguarda il processo di americanizzazione e di militarizzazione delle città europee a partire dal Trattato di Velsen che istituisce la Eurogendfor, la polizia continentale con ampi poteri che fa capo alla NATO e, quindi, agli USA ( per una conoscenza ufficiale della Eurogendfor si veda il sito www.eurogendfor.org ).

Il primo scritto comprende lo stralcio dei paragrafi 3 “ l’americanizzazione del territorio europeo e italiano “ e 3.2 “ la militarizzazione delle città e dei territori” tratti dal mio, l’americanizzazione del territorio ( appunti per una riflessione), pubblicato su www.conflittiestrategie.it, 29/3/2014.

Il secondo scritto concerne la costruzione di una città-modello per l’addestramento di truppe al fine di combattere i cittadini europei che potrebbero ribellarsi ai loro sub-agenti dominanti a causa della grave crisi d’epoca che si accentuerà, tra alti e bassi congiunturali, mano a mano che la fase multicentrica avanza. La costruzione della città-modello è in realizzazione nella parte nord-orientale dello stato federale della Sassonia-Anhalt in Germania. Lo scritto è di Peter Koenig, Germania e Nato-Repressione fascista in Europa? ed è apparso su www.comedonchisciotte.org., 21/5/2017.

 

 

GERMANIA E NATO – REPRESSIONE FASCISTA IN EUROPA?

DI PETER KOENIG

 

 

Svegliatevi e state ben attenti, quello che stanno preparando nel campo di addestramento urbano della NATO-in-Germania è un meccanismo di difesa per garantire che la classe dominante non perderà mai i suoi privilegi

 

Mentre a Washington succede di tutto, mentre Trump caccia Comey, il direttore dell’FBI , qualcuno plaude, qualcun altro lo condanna e altri ancora insinuano e si fanno domande, sembra che l’inversione di marcia che Il Donald sembra aver fatto qualche settimana fa, ora stia diventando una nuvola di confusione e caos.

E chi ci può guadagnare da questo caos? – I Neocon-Sion Democratici, chi altri se no?

Trump sta diventando o è già diventato un dittatore della Repubblica delle Banane? Rischia di essere giudicato criminale di guerra insieme a Obama, Bush, Clinton e ai loro illustri predecessori, fino ad arrivare a JFK e oltre, inclusi quelli che spinsero verso le guerre mondiali e i conflitti in tutto il mondo in questi ultimi 200 anni? Purtroppo, oggi non esiste giustizia e non esistono nemmeno le cosiddette corti internazionali di giustizia. Tutto è nelle mani sporche di sangue che di nascosto tirano le fila da Washington e da Bruxelles.

Il governo Trump sta per cedere alla pressione dei Neocon-Demo-Sionisti dello Stato Profondo? Le speculazioni non conoscono fine, e emergono continui indizi sul fatto che questo controverso presidente abbia già commesso tante azioni-non-convenzionali da rischiare l’impeachment; e il Russiagate, una di queste azioni, non si sta smontando, malgrado che ogni logica direbbe il contrario. È un’altra riflessione portata avanti dall’idiozia delle media-presstitute che non molleranno l’osso, fino a quando avranno completato il lavaggio del cervello delle masse che si dovranno ingoiare tutte le bugie e le allusioni dei mass media, che se ne resteranno seduti nelle loro comode poltrone. La palude di Washington sta esalando i suoi fumi e vi affogheranno tutti i politici da qualsiasi parte vengano.

Ci sarà una guerra nucleare? Chi sarà colpito per primo? I generali occidentali guerrafondai del Pentagono della NATO sperano che siano gli USA a sparare il primo colpo contro Russia e/o Cina, e questo potrebbe essere effetto di qualche false flag. Per esempio, far credere che la Corea del Nord abbia lanciato un attacco (nucleare) contro il Giappone. Qualche voce di questo genere è già circolata.

Ma cosa potrebbe succedere se il sistema di allerta preventivo della Russia, basato su una tecnologia di primissimo livello, rilevasse che si sta preparando un primo-attacco e reagisse istantaneamente? Una WWIII – una Terza guerra atomica e mondiale– che distruggerebbe tutto, senza lasciare quasi nessun sopravvissuto? Si sta giocando con tutte queste idee realistiche e si sta seminando paura su entrambi i lati dell’oceano. E sappiamo bene che paura e confusione sono le migliori armi per gettare nel panico e per tenere buona una popolazione.

Chi sopravviverà? – Chi verrà dopo? C’è anche qualcuno che già sta facendo congetture su chi potrà sostituire il Presidente Trump? – Ovviamente si, c’è il suo vice Mike Pense, che va benissimo per i neo-cons. Dopo tutto sono stati loro a sceglierlo per Trump.

Questo è lo stato delle cose a dar retta ai main-stream dei media. Gli USA si stanno sgretolando portandosi dietro tutto l’Occidente con un rumore tanto forte che nemmeno si sente che già scricchiola tutto.

In Europa, nascosto agli occhi e alle orecchie della gente, si sta programmando una guerra clandestina contro gli europei da parte della Bundeswehr – le forze armate tedesche – della Nato e di altre forze armate europee. Si stanno preparando a domare possibili sconvolgimenti sociali, se necessario uccidendo i propri stessi cittadini – ecco a che punto è arrivata Bruxelles per seguire la NATO. E il capo di tutto, chi altro potrebbe essere, è la Germania – sempre ispirata dalla NATO – che è prima della classe tra i burattini europei, una posizione che la Francia, ora con Macron, sta cercando di insidiare – e forse di conquistare.

Secondo quanto riportato da Susan Bonath, giornalista d’inchiesta indipendente, che collabora regolarmente con Die Junge Welt (Il mondo della gioventù) – si sta preparando qualcosa di orrendo in una piccola città nordorientale dello Stato Federale della Sassonia-Anhalt. In uno dei campi di addestramento militari più moderni d’Europa, si sta costruendo un’intera città fantasma spendendo centinaia di miliardi di euro. La maggior parte di chi paga le tasse (sia in Germania che negli altri paesi europei) non ne ha mai sentito parlare. Entro il 2018, l’impianto sarà pronto per l’addestramento di truppe per combattere contro i cittadini europei nelle città europee, se osassero salire sulle barricate per opporsi alle atrocità dei loro capi e degli oligarchi.

Il concetto è nuovo solo in Europa. Gli Stati Uniti, da anni, stanno costruendo guarnigioni nascoste intorno agli agglomerati “vulnerabili” – New York, Detroit, Chicago – e molte altre città – pronti ad intervenire se dovessero esplodere proteste massicce. Per le elezioni presidenziali americane dello scorso novembre, quelle guarnigioni furono messe in stato di allerta. Infatti, dall’alto si potevano vedere movimenti intensi di truppe.

Con l’elezione di Macron a Presidente della Francia – o piuttosto a calzascarpe dei Rothschild – per proteggere gli oligarchi finanziari francesi ed europei e per proteggere il capitalismo sfrenato da qualsiasi turbativa sociale, l’Europa sta rapidamente muovendosi verso uno stato di repressione fascista, accompagnato da un una economia fascista: un doppio assalto che fa comodo ai ricchi e una barriera doppia che vuole eliminare la libertà dei popoli a vivere una vita decente e felice.

Nel suo discorso prima dell’insediamento Macron ha affermato che priorità della Francia sarà “Combattere il terrorismo”. Questo è un appoggio incondizionato alla continuazione dell’approccio fatto con “false flags”, che – uccidendo qualche passante o qualche poliziotto – giustifica altre e sempre maggiori limitazioni delle libertà civili. La Francia, sotto Hollande, l’ultimo fantoccio di Washington, ha raggiunto un record stabile in Europa per gli attacchi false flag subiti ed infatti può diventare il primo paese in Europa a prevedere uno stato di emergenza-permanente – una specie di legge-marziale – in Costituzione. Dove Hollande finora aveva fallito, Macron potrebbe avere successo. Un esempio simile potrebbe far scuola in tutta l’Europa dei vassalli. La base di addestramento in Germania settentrionale, sostenuta da Madame Merkel, per opprimere e uccidere gli europei che protestano è perfettamente in linea con la filosofia Machiavellica di Macron.

D’altra parte, la Grecia è l’incarnazione di come si uccide una nazione con mezzi finanziari. I greci lo hanno permesso per ragioni al di là di ogni logica. Forse per paura che non obbedendo o scegliendo l’unica via d’uscita, la GREXIT, avrebbero potuto andare peggio di quello che è uno strangolamento finanziario? – Questi sono più o meno gli argomenti espressi, ma non provati, dall’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, sempre tanto pronto a salire alla ribalta e a influenzare l’opinione pubblica con la sua stella personale. Ma questo esponente di una sinistra al caviale, vuole che la scomparsa del suo paese serva come deterrente per altri paesi che potrebbero voler riconquistare la loro sovranità contro i bulldozer di Washington e di Bruxelles?

Viene alla mente George Orwell quando dice, riferendosi a The Machiavellians di James Burnham:

“una società democratica non è mai esistita e, per quanto possiamo vedere, non esisterà mai. La Società è, per sua natura, oligarchica e il potere dell’oligarchia poggia sempre sulla forza e sull’inganno … Il potere qualche volta può essere sconfitto e amministrato senza la violenza, ma mai senza l’inganno.”

Questo si applica bene alla Dichiarazione di Giustizia della Globalizzazione:“Tutto ciò che è vostro è mio e tutto ciò che è mio è mio.”

Svegliatevi e state ben attenti, quello che stanno preparando nel campo di addestramento urbano della NATO-in-Germania è un meccanismo di difesa per garantire che la classe dominante non perderà mai i suoi privilegi.

Europei – salite ora sulle barricate, prima che sia troppo tardi!

 

Peter Koenig è analista di economia e geopolitica. Ha lavorato per la World Bank ed ha girato il mondo lavorando nel campo ambientale e delle risorse idriche. E’ lettore in varie università in USA, Europe e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, Press TV, The 4th Media (China), TeleSUR, The Vineyard of The Saker Blog ed altri siti internet. E’ autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – una fiction basata su fatti e sull’esperienza di 30 anni passati alla World Bank, in giro per il globo. E’ anche co-autore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

 

 

LA NATO E L’ADDESTRAMENTO PREVENTIVO PER LE CITTÀ RIBELLI EUROPEE. (a cura di) Luigi Longo

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Riporto due scritti sulla militarizzazione del territorio europeo attraverso la NATO. Il primo riguarda il processo di americanizzazione e di militarizzazione delle città europee a partire dal Trattato di Velsen che istituisce la Eurogendfor, la polizia continentale con ampi poteri che fa capo alla NATO e, quindi, agli USA ( per una conoscenza ufficiale della Eurogendfor si veda il sito www.eurogendfor.org ).

Il primo scritto comprende lo stralcio dei paragrafi 3 “ l’americanizzazione del territorio europeo e italiano “ e 3.2 “ la militarizzazione delle città e dei territori” tratti dal mio, l’americanizzazione del territorio ( appunti per una riflessione), pubblicato su www.conflittiestrategie.it, 29/3/2014.

Il secondo scritto concerne la costruzione di una città-modello per l’addestramento di truppe al fine di combattere i cittadini europei che potrebbero ribellarsi ai loro sub-agenti dominanti a causa della grave crisi d’epoca che si accentuerà, tra alti e bassi congiunturali, mano a mano che la fase multicentrica avanza. La costruzione della città-modello è in realizzazione nella parte nord-orientale dello stato federale della Sassonia-Anhalt in Germania. Lo scritto è di Peter Koenig, Germania e Nato-Repressione fascista in Europa? ed è apparso su www.comedonchisciotte.org., 21/5/2017.

 

 

L’AMERICANIZZAZIONE DEL TERRITORIO

(appunti per una riflessione)

 

di Luigi Longo

 

 

Gli Stati Uniti appaiono, nel mondo di oggi, una realtà onnipresente:                                          non solo essi sono una delle superpotenze da cui dipende l’avvenire                                             dell’umanità (e, invero, data la terrificante capacità distruttiva delle

                                               armi moderne, la sua stessa esistenza): ma le teorie scientifiche, i                                                processi tecnologici, i condizionamenti culturali, i modelli di                                                        comportamento americani penetrano, per il bene come per il male,                                              tutta la nostra vita, influenzandola assai più di quanto comunemente                                            non appaia.

Raimondo Luraghi

 

 

In questo dopoguerra non si capisce più niente, questi                                                                   americani hanno cambiato tutto […] questi americani ne                                                              combinano di tutti i colori.

Antonio de Curtis (Totò)

 

 

[…] non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive                                                 degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre in                                                abbondanza tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, vivono popoli la cui                                             vita si svolge nella mitezza presso cui la coercizione e l’aggressione

                                               sono sconosciute. Posso a stento crederci; mi piacerebbe saperne di                                            più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a                                             far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento                                            dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri                                         aspetti tra i membri delle comunità. Io la ritengo una illusione.                                                  Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono                                     uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli                                                           stranieri. D’altronde non si tratta, come Ella stessa [ Einstein, mia                                               precisazione] osserva, di abolire completamente l’aggressività umana;                                               si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione                                          nella guerra.[…] finché gli Stati e nazioni pronti ad annientare senza                                          pietà altri Stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi                                              alla guerra.

Sigmund Freud[1]

 

 

  1. L’americanizzazione del territorio europeo e italiano. I segni del processo di americanizzazione del territorio, sia europeo, sia italiano, intesi come conseguenza della egemonia del modello sociale americano, che si ramifica in maniera profonda dopo il secondo conflitto mondiale ( fine della fase policentrica), con la ricostruzione e il conseguente sviluppo economico e sociale dei Paesi ( fase monocentrica), possono essere così delineati per comodità di sintesi:
  • La perdita della impalcatura urbana e territoriale europea.
  • Lo sviluppo quantitativo della città e del territorio ( la cultura quantitativa del territorio, la città diffusa, la città infinita, la ruralizzazione delle città, eccetera).
  • Il declino della città e del territorio come patrimonio sociale.
  • Le città e i territori della sicurezza e del controllo.
  • Il progetto di realizzazione del Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP, Transatlantic trade and investment partnership).
  • La militarizzazione delle città e dei territori.

 

 

Tratterò brevemente gli ultimi due segni su evidenziati perché li ritengo prioritari in questa fase sociale europea e italiana che vede un aumento di temperatura della fase multipolare per le strategie di attacco degli USA – soprattutto via Siria e Ucraina – nei riguardi della Russia.

Premetto due brevi considerazioni, una storica per comprendere la nascita della potenza mondiale americana; l’altra territoriale per capire la costruzione della sovranità europea.

La prima. L’americanizzazione del territorio europeo e italiano è un processo che inizia con la dottrina di Monroe[2], cioè l’alt dato alle potenze europee di interessarsi al continente America, ovviamente negli interessi degli Stati Uniti e non dell’autodeterminazione dei popoli, e si consolida con la guerra civile americana[3], che rappresenta  per gli USA la svolta che permetterà loro sia di divenire una potenza mondiale, sia di operare una de-europeizzazione del territorio americano che consentirà la costruzione e la riorganizzazione del territorio (città e campagna), a partire da una propria identità, progettualità, disegno e visione[4].

La seconda. La città e il territorio europeo e italiano devono essere oggetto di un processo di de-americanizzazione[5] a partire da un progetto di sovranità su cui innestare una strategia di relazioni sociali altre, cioè, <<[…] trovare il sistema di vita << originale >> e non di marca americana, per far diventare << libertà >> ciò che oggi è << necessità >> >>.

 

 

3.2 La militarizzazione delle città e dei territori. Non nascondo che faccio fatica ad immaginare una Europa che si autodetermina avendo sul suo territorio una miriade di basi militari NATO e NATO-USA ( la Germania ne ha 70, l’Italia ne ha 111; sono dati da aggiornare ed escludono quelle che non si sanno)[6]. E’ fuori dubbio che gli USA sono egemoni nella NATO non fosse altro perchè è la potenza mondiale che spende in armamenti più della metà degli interi Stati mondiali ( 900 miliardi di dollari annui), e il suo presidente Barack Obama ha fatto sapere, in queste giornate europee, che<< […] «aerei Nato pattugliano i cieli del Baltico, abbiamo rafforzato la nostra presenza in Polonia e siamo pronti a fare di più». Andando avanti in questa direzione, avverte, «ogni stato membro della Nato deve accrescere il proprio impegno e assumersi il proprio carico, mostrando la volontà politica di investire nella nostra difesa collettiva». Tale volontà è stata sicuramente confermata a Obama da Napolitano e Renzi. Il carico, come al solito, se lo addosseranno i lavoratori italiani[7]>>. Così come è fuori dubbio che le strategie americane di politica estera, che ricalcano il vecchio retaggio da guerra fredda che impone supremazia militare ed economica e strategie regionali tese a proteggere incondizionatamente i Paesi alleati[8], porteranno, mano mano che avanzerà la fase multipolare, ad una militarizzazione delle città e dei territori europei che esprime capacità militare, capacità di sicurezza e di controllo, capacità economica in funzione prevalentemente anti Russia. Non è un caso che la NATO non fu abolita una volta imploso il vecchio nemico “comunista”, ma fu rifondata probabilmente per meglio prepararsi ad un cambio di politica estera fondata sugli USA come unica potenza mondiale egemone: la nazione “eccezionale” universale. Oggi, per fortuna mondiale, non è così. La fase multipolare si va delineando e le strategie di politica estera americane fanno fatica a confrontarsi con le nascenti potenze mondiali ( soprattutto Russia e Cina).

Ho già trattato, nei miei precedenti scritti, la infrastrutturazione del territorio europeo in funzione della Nato (l’intervento sulla TAV) e le città NATO ( i due interventi sull’Ilva di Taranto). Voglio qui aggiungere una riflessione che riguarda la nuova polizia continentale con ampi poteri, l’Eurogendfor, istituita con il Trattato di Velsen (Olanda) e approvata all’unanimità dalla Camera e dal Senato all’assemblea di Montecitorio del 14 maggio 2010 ( legge n.84 il “Trattato di Velsen”). Per indicare i caratteri principali del Trattato di Velsen riporterò i seguenti passi dell’articolo di Matteo Luca Andriola:<< […] la Forza di gendarmeria europea (European Gendarmerie Force), conosciuta come Eurogendfor o Egf, che viene ora a proporsi come il primo corpo poliziesco-militare dell’Unione Europea, a cui partecipano cinque nazioni, cioè l’Italia, la Francia, l’Olanda, la Spagna e il Portogallo ai quali, in seguito, si è pure aggiunta la Romania, un’istituzione, quindi, con valenza sovranazionale.[…] Fra il 2006 e il 2007 il processo di genesi dell’Eurogendfor fa passi da gigante: il 23 gennaio 2006 viene inaugurato il quartier generale a Vicenza, la stessa città dove ha sede il Camp Ederle delle truppe Usa, divenendo operativa a tutti gli effetti, mentre il 18 ottobre 2007 viene firmato il trattato di Velsen, sempre in Olanda […]All’art. 3 si legge che «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR». Questa nuova “super-polizia” è, recita l’art. 1 del Trattato, «una Forza di Gendarmeria Europea operativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi», al servizio, non tanto dei cittadini dell’Ue o degli Stati firmatari del Trattato (le “Parti”), ma, sostiene l’art. 5, sarà «messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche». Quindi un’Arma che può essere a disposizione degli Stati Uniti, dato che la Nato è, a tutt’oggi, il braccio armato di Washington in Occidente.[…] Colpisce, inoltre, il fatto che l’European gendarmerie force goda di una completa immunità internazionale. L’art. 4, recita che l’«EGF potrà essere utilizzato al fine di: condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici; formare gli operatori di polizia secondo gli standard internazionali: formare gli istruttori, in particolare attraverso programmi di cooperazione»[…] A quali casi si fa riferimento nel trattato di Velsen? A quelli inquadrati «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Cioè? A Petersberg, nei pressi di Bonn, si riunì il 9 giugno 1992 il Consiglio ministeriale della UEO ( Unione dell’Europa Occidentale) che approvò una Dichiarazione che individuava una serie di compiti precedentemente attribuiti all’UEO da assegnare all’Unione europea, cioè le cosiddette «missioni di Petersberg», cioè le “missioni umanitarie” o di evacuazione, missioni intese cioè al mantenimento dell’ordine pubblico, nonché operazioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace. Ergo, oltre all’intervento in caso di catastrofe naturale, l’Eurogendfor può intervenire per sedare delle manifestazioni in assetto da «forze di combattimento» >>[9].

Questa nuova istituzione europea di polizia continentale, che fa capo alla NATO, di controllo e sicurezza territoriale, con sede in una città NATO simbolo come Vicenza, trova comprensione in tre direzioni da approfondire: 1. Il ruolo della NATO che non è un ruolo direttamente militare ( viene sempre più velato ) ma economico, di sviluppo di territori, di sicurezza, di controllo, di penetrazione e di ampliamento di territori in funzione di contrasto delle potenze mondiali emergenti, soprattutto la Russia; 2. La perdita della peculiarità territoriale ( di città e di territori) europea trova nel modello sociale e territoriale egemonico americano, direttamente e indirettamente tramite l’egemonia nelle istituzioni internazionali, una delle cause fondamentali del suo declino e della sua specificità storica:<< L’Europa si formò con l’emigrazione, l’America con la conquista. Per usare il linguaggio dei geologi, diremo che quella procede da alluvione e questa da azione vulcanica. E’ questo un primo tratto che differenzia la vita europea dall’americana.

Eccone un altro: la civiltà dell’America fu un’opera di governo, un’impresa di Stato, un grande atto amministrativo; quella dell’Europa un’opera anonima, popolare, senza azione legislativa […] Ogni civiltà ha un’opera genuina che è la città. La città è la sintesi di una civiltà, il gesto o il ritmo che traduce la sua anima. Atene è la Grecia, come Roma è l’Impero, Firenze è il Rinascimento, Siviglia è l’anima spagnuola ( New York è la modernità:” tutto ciò che è di solido, si dissolve nell’aria”, mia aggiunta)[10] >>[11]; 3.La politica di coesione e la cooperazione territoriale europea è funzionale alla strategia americana per aprire varchi ad Est risucchiando sempre più territori dalla sfera di influenza Russa ( ultimo caso: l’Ucraina).

Un esempio: si dice che << Una pluralità di questioni è associata alla coesione territoriale: il coordinamento delle politiche in regioni estese come quella del Mar Baltico, il miglioramento delle condizioni lungo le frontiere esterne orientali, la promozione di città sostenibili e competitive a livello mondiale, la lotta all’emarginazione sociale in alcune parti di regioni più ampie e nei quartieri urbani sfavoriti, il miglioramento dell’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e all’energia in regioni remote e le difficoltà di alcune regioni che presentano determinate caratteristiche geografiche.[…] Il modello di insediamento europeo è unico. In Europa sono sparse circa 5 000 città piccole e quasi 1 000 città grandi, che fungono da centri di attività economica, sociale e culturale. In questa rete urbana relativamente densa le città molto grandi sono però poche. Nell’UE solo il 7% delle persone abita in città con oltre 5 milioni di abitanti, rispetto al 25% negli USA, e solo 5 città europee sono annoverate fra le 100 più grandi città del mondo.

Questo modello di insediamento contribuisce alla qualità della vita nell’UE, sia per gli abitanti delle città, che sono vicini alle zone rurali, sia per i residenti delle zone rurali, che beneficiano della prossimità dei servizi. È inoltre un modello più efficiente dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse in quanto evita le diseconomie dei grandi agglomerati e l’elevato uso di energia e di terre che caratterizzano l’espansione urbana; tali diseconomie assumeranno dimensioni ancora più preoccupanti con il progredire dei cambiamenti climatici e l’adozione di misure per adeguarvisi o per contrastarli >>[12], questo modello così delineato cosa ha a che fare con la realtà urbana e territoriale sempre più modellata su quella americana?[13].

 

 

 

 

 

[1] Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da: Raimondo Luraghi, Gli Stati Uniti, Utet, Nuova storia universale dei popoli e delle civiltà, volume sedicesimo, Torino, 1974, pag. XXI; Film: Totò, Fabrizi e i giovani di oggi, 1960; Sigmund Freud, Perché la guerra?. Carteggio con Albert Einstein, La città del sole, Napoli, 1996, pp. 24-25-28.

[2] Nico Perrone, Progetto di un impero 1823.L’annuncio dell’egemonia americana infiamma le borse, La Città del Sole, 2013, Napoli.

[3] Raimondo Luraghi, La spada e le magnolie, Donzelli, Roma, 2007.

[4] Per una introduzione alla costruzione e contrapposizione politica e ideologica della concezione del territorio tra USA e URSS si veda Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Laterza, Roma-Bari, 2008, pp.63-85.

[5] Non leggo gli Usa come uno stato canaglia o una superpotenza canaglia alla Noam Chomsky (come fa nel suo “De-americanizzare il mondo”, 8/11/2013, www.comedonchisciotte.com ), ma leggo la de-americanizzazione dell’Europa come un processo che limiti l’egemonia degli USA per agevolare un mondo multipolare, possibilmente basato sull’autodeterminazione dei popoli.

[6] Sul senso del potere politico e militare dell’occupazione del territorio europeo da parte degli USA attraverso le proprie basi militari e quelle della Nato, si veda l’intervista ad Alexander Dugin, L’occupazione è occupazione, 29/01/2014, www.millennium.org.

[7] Secondo i dati del Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma, l’Italia è salita nel 2012 al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del mondo, con circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro annui. Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico in forze armate, armi e missioni militari all’estero in Manlio Dinucci, Quando ci costa la libertà della Nato, il Manifesto, 29/03/2014.

[8] Sui limiti della politica estera degli USA collegati al vecchio retaggio da guerra fredda, sulle difficoltà di impostare una politica estera adatta alla nuova fase multipolare che si sta delineando e sulle lacune nonché sui conflitti decisionali basati su vecchi schemi cognitivi e su un modello decisionale istituzionale che esalta l’esecutivo, la natura elitaria, la lotta interistituzionale, i “groupthink”, si veda l’interessante articolo di Giulia Micheletti, Le origini interne della strategia geopolitica statunitense, 03/03/2014, www.eurasia-rivista.org.

[9] Matteo Luca Andriola, Il trattato di Velsen e l’Eurogendfor, 13/03/2014, www.comunismoecomunita.org.

[10] Per la città di New York come simbolo della modernità, si veda Marshall Berman, L’esperienza della modernità, il Mulino, Bologna, 1985.

[11] Giovanni B. Teràn, La nascita dell’America spagnuola ,in Leonardo Benevolo e Sergio Romano, a cura di, La città europea fuori d’Europa, Libri Scheiwiller, Credito Italiano, Verona, 1998, pag.79. Si legga Fernand Braudel, Le strutture del quotidiano. Civiltà materiale, economia e capitalismo ( secoli XV-XVIII), Einaudi Torino, 1982, volume primo.

[12] Commissione delle Comunità Europee, Libro verde sulla coesione territoriale. Fare della diversità territoriale un punto di forza, 6/10/2008, www.europa.eu, pp. 3 e 5.

[13] Si veda David Harvey, Città ribelli, il Saggiatore, Milano, 2013; Mike Davis, Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano, 2006;Alessandro Petti, Arcipelaghi e enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo, Bruno Mondadori, Milano, 2007.

Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia 3a parte. di Luigi Longo

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Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale [ la Russia, il cuore della terra, ndr]; chi governa la zona centrale comanda la massa euroasiatica; chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo intero.

Halford Mackinder*

 

Chi controlla il Rimland ( ossia il territorio costiero dell’Eurasia) governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo.

Nicholas John Spykman**

 

http://italiaeilmondo.com/2017/05/16/gli-stati-uniti-e-lo-spettro-della-russia-di-luigi-longo-2a-parte/

http://italiaeilmondo.com/2017/05/09/gli-stati-uniti-e-lo-spettro-della-russia-di-luigi-longo/

Lo spettro della Russia

 

 

La paura degli agenti strategici statunitensi nei riguardi della Russia (14) scaturisce, oltre che dalla forza militare ( soprattutto nucleare), dal ruolo centrale che la potenza emergente può avere nella formazione di un polo aggregante ( una sorta di polarizzazione di blocchi tra potenze mondiali) che pone dei limiti all’arroganza egemonica sfruttatrice di una superpotenza in declino.

 

La strategia di Kissinger

 

Henry Kissinger, un protagonista delle strategie di dominio statunitensi, aveva capito l’importanza della centralità della Russia, sia come nazione vettore tra i due continenti, Asia e Europa, sia come nazione strategica per l’egemonia mondiale, sin dai tempi del tentativo di apertura delle relazioni sino-americane, alla fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta del Novecento. L’apertura della collaborazione tra USA e Cina si inseriva allora nel conflitto acuto tra URSS e Cina ed era indirizzata formalmente alla costruzione di “un ordine internazionale più pacifico”, mentre nella sostanza mirava a contrastare l’URSS, ritenuta, forse, già allora un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla. Questa apertura tattica avrebbe potuto accelerare il processo storico di implosione del sistema del socialismo irrealizzato e la fine del mondo bipolare. Il tentativo non riuscì per il conflitto interno agli strateghi statunitensi nel quale prevalse la continuazione della logica del mondo bipolare (15).

Oggi Henry Kissinger ri-lancia, nella logica del tutto torna ma in maniera diversa, per la seconda volta, la politica estera degli Stati Uniti verso una coevoluzione ( una sorta di comunità pacifica sulla scia della comunità atlantica) delle relazioni sino-americane in modo da contrastare la eventuale nascita di un polo Russia-Cina, in questa fase di loro collaborazione soprattutto nella sfera economico- finanziaria ( le nuove vie della seta cinese, gli accordi di area, il sistema bancario alternativo, eccetera), che metterebbe in seria difficoltà gli USA e ne accentuerebbe, nel medio-lungo periodo, il declino (16).

In una recente intervista, apparsa su “La Stampa” del 27/3/2017 a cura di Paolo Mastrolilli, Henry Kissinger ribadisce sia la logica di contenimento della Russia (la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente) sia la logica di apertura verso la Cina ( un negoziato diretto tra Washington e Pechino per raggiungere un accordo di sicurezza dell’intera regione dell’Estremo Oriente a partire dalla questione della Corea del Nord).

 

La strategia di Brzezinski

 

Zbigniew Brzezinski, un altro importante protagonista delle strategie di dominio degli Stati Uniti, ritiene la Russia una nazione centrale, nel breve e medio periodo, per la nascita di poli di potenze mondiali in grado di sfidare l’egemonia USA che riconosce in declino e che rilancia con una architettura del dominio mondiale fondata nella sostanza sul monocentrismo statunitense. Egli è talmente ossessionato dalla Russia che  già nel 1997, anno di pubblicazione del suo libro “La grande scacchiera”, scriveva sulla divisione della Russia:<< Una confederazione composta da una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente, potrebbe sviluppare con maggior facilità rapporti economici più stretti con l’Europa, come pure con i nuovi Stati dell’Asia centrale e con l’Oriente.>>, ovviamente all’interno di << una comunità internazionale fondata su una reale cooperazione, che assecondi le antiche aspirazioni e garantisca i fondamentali interessi dell’umanità. Ma, nel frattempo, è assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America >> (17).

Zbigniew Brzezinski pensa l’Europa e la Nato ( non più solo militarizzazione del territorio europeo ma anche coesione economica, sicurezza dei territori e delle città, eccetera) come teste di ponte contro la Russia, mentre ritiene importante una intesa con la Cina nel rispetto della suddetta coevoluzione delle relazioni sino-americane. Sono importanti la Nato e la UE ( per il dominio statunitense non conta il suo l’asservimento unitario o fondato su relazioni tra stati) per la espansione ad Est ( vedasi la questione Ucraina) e nel Medio Oriente ( vedasi la questione Siria). E’ un attacco alla Russia molto pericoloso perché mira al suo contenimento e alla perdita della sua sovranità inviolabile, sia attraverso il blocco degli accessi al mediterraneo ( in Ucraina c’è la base navale di Sebastopoli, in “affitto” a Mosca fino al 2042, più una serie di caserme, poligoni e porti usati dalla Russia; in Siria c’è la base navale di Tartus, la base aerea di Humaymim e la stazione di ascolto di Lataqia), sia attraverso la riduzione delle risorse energetiche strategiche della Russia con la realizzazione del gasdotto del Qatar verso l’Europa (che taglierebbe la quota russa del mercato europeo), sia con la costruzione da parte della Turchia di un hub energetico ( che ne ridurrebbe la dipendenza dal gas russo) nell’Europa meridionale (18).

Gabriel Galice così analizza:<< […] L’Eurasia è centrale, l’America deve esservi presente per dominare il pianeta, l’Europa è la testa di ponte della democrazia in Eurasia, la Nato e l’Unione europea devono di conseguenza estendere la propria influenza in Eurasia, gli Stati Uniti devono giocarsi simultaneamente la Germania e la Francia ( carte delle rispettive zone di influenza alla mano), alleati fedeli anche se ciascuno a modo suo, irrequieti e capricciosi.>> (19).

Concludendo queste brevi riflessioni si può sostenere ragionevolmente che l’obiettivo della strategia USA è quello di impedire la formazione di un polo di potenza mondiale tra la Russia e la Cina in grado di metterne in discussione l’egemonia. Il giocatore più pericoloso, nel breve-medio periodo, in questa lotta per contrastare l’egemonia mondiale assoluta statunitense e per pensare un mondo multicentrico, è la Russia. E’ la nazione che va combattuta e ridimensionata con ogni mezzo. E’ lo spettro degli agenti strategici dominanti statunitensi.

 

 

En Passant

 

 

I sub-sub-dominanti italiani hanno subito rinnovato con l’amministrazione Trump le catene della servitù volontaria per un mondo monocentrico americano. Hanno le facce da servi di gaberiana memoria.

L’Europa va rifondata a partire dalla demolizione del progetto Europa tanto caro ai suoi padri fondatori, esecutori di un progetto pensato e attuato dagli USA per le loro strategie di dominio mondiale: fatto noto ma non conosciuto.

Ritengo che sia ancora valido quanto scriveva Costanzo Preve:<< Un’Europa delle nazioni, e nello stesso tempo delle nazioni eguali, ed in più delle nazioni amiche della Russia e della Cina, e infine disposte anche ad essere amiche degli Stati Uniti, se questi ultimi rinunceranno saggiamente alla pretesa di impero universale basato su di un dominio militare soverchiante e sull’imposizione di un’unica cultura linguistica anglosassone.>> (20).

Un nuovo progetto Europa: con chi? con quale pensiero? con quale organizzazione? con quale progetto di società? con quale relazione sociale? con quale prassi politica?

Sono domande che scaturiscono dalla grande lezione storica della rivoluzione russa.

 

 

Le citazioni scelte come epigrafi sono tratte da:

*Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998, pag.55.

**Davide Ragnolini, Geopolitica ed euroasiatismo nel XXI secolo. Intervista a Claudio Mutti, www.eurasia-rivista.com, 7/3/2017.

 

 

NOTE

 

 

  1. Sulla paura americana si rimanda a Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Sandro Teti editore, Roma, 2016, pp.272-312.

15.Per una minuziosa e interessante ricostruzione della prima fase di apertura delle relazioni sino-americane, soprattutto i colloqui Kissinger-Zhou Enlai-Mao, si rimanda a Henry Kissinger, Cina, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011, pp.185-216; si veda anche l’intervista rilasciata da Henry Kissinger allo storico Niall Ferguson e pubblicata, a cura di Alfonso Desiderio, in www.limesonline.com, 4/10/2011; Gianfranco La Grassa, Sul mondo bipolare e la sua “pace”, www.conflittiestrategie.it, 7/4/2015.

  1. Sul rilancio delle relazioni sino-americane improntate alla coevoluzione, alla collaborazione e alla competizione economica-sociale si legga Henry Kissinger, Cina, op. cit., pp.401-473. Henry Kissinger specifica che << L’etichetta adatta a definire le relazioni sino-americane è più “coevoluzione” che “partnership”. “Coevoluzione” significa che entrambi i paesi perseguono i loro imperativi nazionali, cooperando quando possibile e regolando le loro relazioni in maniera da ridurre al minimo i conflitti. Nessuna delle due parti sottoscrive tutti gli obiettivi dell’altra né presuppone una totale identità di interessi, ma entrambe cercano di individuare e sviluppare interessi complementari.>>, ivi, pag. 470; si veda anche Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, Milano, 2015.
  2. Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, op.cit., pag.268 e pag.8. Zbigniew Brzezinski, come riporta lo storico Guy Mettan, << […] inserendosi nella più pura delle tradizioni geo-imperialiste di Mahan, Mackinder e Spykman, e in totale contraddizione con i discorsi di coloro che predicavano la fine degli imperi territoriali e l’obsolescenza della geopolitica occidentale […] pubblica La grande scacchiera. L’America e il resto del mondo, opera in cui riattualizza i concetti dei suoi predecessori applicandoli alla nuova situazione postsovietica. La stessa tesi verrà riaggiornata nel 2004 ( la vera scelta) per poi lasciar posto a un nuovo modello nel 2012 che teneva conto dell’ascesa della potenza cinese >> in Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag.288.
  3. Si veda Robert Kennedy jr., I retroscena della politica Usa in Siria che ha portato alla guerra attuale, www.vietatoparlare.it, 28/4/2017; Redazione l’antidiplomatico, La guerra dei gasdotti che brucia sotto la Siria, www.l’antidiplomatico.it, 26/9/2016.
  4. La citazione di Gabriel Galice è tratta da Guy Mettan, Russofobia, op. cit., pag. 288.
  5. Costanzo Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2005, pag.82.

 

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