LA PUGLIA DALLA CALIFORNIA DEL FUTURO AL TERRITORIO CONTROLLATO DALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, a cura di Luigi Longo

LA PUGLIA DALLA CALIFORNIA DEL FUTURO AL TERRITORIO CONTROLLATO DALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

a cura di Luigi Longo

Sul sito www.editorialedomani.it è stato pubblicato, in data 24 marzo 2021, uno stimolante articolo del giovane scrittore Andrea Donaera su La Puglia e il suo negativo, lo storytelling che non viene raccontato. Lo propongo come lettura. A me interessa evidenziare due questioni che si intrecciano: 1) la costruzione ideologica di un territorio, finalizzata, tramite l’arte di raccontare storie, allo sviluppo del settore turistico, che è ritenuto importante per l’economia della Puglia, a prescindere dalla distruzione delle piccole e medie imprese messa in atto strategicamente tramite il covid-19; questa strategia permetterà grandi ristrutturazioni, in un paesaggio complesso e straordinario, a favore delle grandi imprese (soprattutto estere) che produrranno una diversa organizzazione del territorio e un diverso godimento del paesaggio sempre meno accessibile ai più (d’altronde l’Italia non è il giardino dei dominanti statunitensi, russi e cinesi?); 2) il denaro accumulato nelle diverse sfere sociali diventa il mezzo sia del potere sia della fusione del potere legale e del potere illegale (già l’imperatore Vespasiano sosteneva che il denaro non ha riconoscibilità) e diventa difficile distinguere (tranne quando diventa mezzo di conflitto tra gruppi di potere) tra quelli che delinquono legalmente e quelli che delinquono illegalmente perché il sistema sociale, così come è strutturato nelle relazioni di potere e di comando, è una simbiosi di legalità e illegalità sia a livello micro sia a livello macro.

La Puglia non è diventata la futura California italiana, così come ipotizzava Franco Tatò, ma è diventata territorio controllato dalla criminalità organizzata con le sue peculiarità territoriali (Sacra corona unita, quarta mafia, eccetera) e i suoi intrecci nazionali (mafia, camorra e n’drangheta) e mondiali (mafia statunitense, russa e cinese).

Nella provincia di Foggia, la terza provincia più estesa d’Italia con una popolazione di 602 mila abitanti, sono stati sciolti, per infiltrazione della criminalità organizzata, comuni come Cerignola (55 mila abitanti) e Manfredonia (55 mila abitanti), nodi importanti dell’economia e dello sviluppo della Provincia; Monte Sant’Angelo e Mattinata comuni del Gargano dove fino a poco tempo fa la criminalità organizzata veniva interpretata come faida della pastorizia!; la città di Foggia (con una popolazione di quasi 150 mila abitanti) è sotto i riflettori della Commissione del Ministero dell’Interno per la verifica (sic) di infiltrazioni della criminalità organizzata.

Fonte: Direzione Investigativa Antimafia, 2020

 

Manca una conoscenza della penetrazione della criminalità organizzata nelle diverse sfere sociali (economica, finanziaria, politica, istituzionale, culturale e sociale). Si è fermi, nel contrasto alla criminalità organizzata, alla sua sfera militare, che è un aspetto importante dell’accumulazione del denaro, ma non è sufficiente per capire le strategie e gli intrecci tra potere legale e potere illegale (pochi e marginali sono le ricerche in questa direzione).

Siamo in guerra, dichiara il nuovo capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, riferendosi alla pandemia (mai dichiarata) da covid-19. E’ il classico lapsus freudiano. Siamo in guerra perché è una guerra batteriologica tra le potenze mondiali per la spartizione del mondo che comporta un riassestamento di nuovi equilibri, di nuove alleanze, di nuovi squilibri sociali e territoriali, di nuovi modelli sociali che avanzano nell’attuale fase di multicentrismo, accelerata dallo strumento covid-19. A livello italiano è una guerra per la spartizione di risorse di gruppi di potere servili che nulla hanno a che fare con un progetto etico-politico che porti all’autodeterminazione nazionale.

Sullo sfondo vi sono le trasformazioni del territorio pugliese che assume un ruolo sempre più importante per le strategie statunitensi nel mediterraneo (territori e città Nato-Usa, approntamento di infrastrutture che collegano i nodi strategici come Foggia e Taranto, eccetera).

La criminalità ha un ruolo consistente nelle fasi multicentrica e policentrica, la storia questo insegna; ricordo il ruolo che la criminalità organizzata ha avuto in Italia nel secondo conflitto mondiale.

Relegare alla Magistratura, che fa parte dei gruppi di potere (altro che separazione dei poteri che lo stesso Montesquieu non ha mai pensato) è il segno dei tempi.

A me basterebbe una rivoluzione dentro il Capitale (inteso come rapporto sociale) con un nuovo principe capace di un moderno progetto etico-politico che desse dignità e autodeterminazione alla povera Italia e che sostituisse questa classe politica di subdominanti servili. Ai miei nipotini lascerei la speranza di un nuovo principe sessuato capace di una rivoluzione fuori dal Capitale.

 

L’INTERMEZZO DI CAPAREZZA

Vieni a ballare in Puglia

I delfini vanno a ballare sulle spiagge
Gli elefanti vanno a ballare in cimiteri sconosciuti
Le nuvole vanno a ballare all’orizzonte
I treni vanno a ballare nei musei a pagamento
E tu dove vai a ballare?
Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Tremulo come una foglia, foglia, foglia
Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru
Perché può capitare che si stacchi e venga giù
Ehi turista so che tu resti in questo posto italico
Attento tu passi il valico ma questa terra ti manda al manico-mio
Mare Adriatico e Ionio, vuoi respirare lo iodio
Ma qui nel golfo c’è puzza di zolfo, che sta arrivando il Demonio
Abbronzatura da paura con la diossina dell’ILVA
Qua ti vengono pois più rossi di Milva e dopo assomigli alla Pimpa
Nella zona spacciano la morìa più buona
C’è chi ha fumato i veleni dell’ENI, chi ha lavorato ed è andato in coma
Fuma persino il Gargano, con tutte quelle foreste accese
Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo paese
Dove quei furbi che fanno le imprese, no, non badano a spese
Pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese
Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Dove la notte è buia, buia, buia
Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più
Vieni a ballare e grattati le palle pure tu che devi ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Tremulo come una foglia, foglia, foglia
Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru
Perché può capitare che si stacchi e venga giù
È vero, qui si fa festa, ma la gente è depressa e scarica
Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica
Tra un palo che cade ed un tubo che scoppia in quella bolgia s’accoppa chi sgobba
E chi non sgobba si compra la roba e si sfonda finché non ingombra la tomba
Vieni a ballare compare nei campi di pomodori
Dove la mafia schiavizza i lavoratori e se ti ribelli vai fuori
Rumeni ammassati nei bugigattoli come pelati in barattoli
Costretti a subire i ricatti di uomini grandi ma come coriandoli
Turista tu resta coi sandali, non fare scandali se siamo ingrati e ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati
Mortificati, non ti rovineremo la gita
Su, passa dalla Puglia, passa a miglior vita
Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Dove la notte è buia, buia, buia
Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più
Vieni a ballare e grattati le palle pure tu che devi ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Dove ti aspetta il boia, boia, boia
Agli angoli delle strade spade più di re Artù
Si apre la voragine e vai dritto a Belzebù
Oh Puglia, Puglia mia, tu Puglia mia
Ti porto sempre nel cuore quando vado via
E subito penso che potrei morire senza te
E subito penso che potrei morire anche con te
Silenzio!
Silenzio in aula!
Il signor Rezza Capa è accusato di vilipendio al turismo di massa e di infamia verso il fronte
L’imputato ha qualcosa da rettificare?

 

LA PUGLIA E IL SUO NEGATIVO, LO STORYTELLING CHE NON VIENE RACCONTATO

di Andrea Donaera

 

Esiste un risvolto torbido, in questa regione. Un negativo, un nero che non viene mai illuminato, perché scientemente nascosto sotto il tappeto di una formula comunicativa che si abbranca disperatamente al valore dell’economia turistica e che promette balli, orecchiette e aperitivi sotto il sole.

Non si potrebbe mai ipotizzare una narrazione del tipo “Gomorra pugliese”, perché oggi la Scu [Sacra Corona Unita, mia precisazione] è il territorio, e non ha (più) bisogno di lotte tra bande.

Una pulsione verso il ridimensionamento, un istinto al camuffamento della realtà. Un amore per il luogo natale che è anche un riflesso incondizionato.

Da qualche tempo, complici fiction tv di grande successo e operazioni editoriali adeguatamente confezionate, si è generato una sorta di nuovo desiderio di Puglia. Il tacco d’Italia si configura sempre più come un eden dove la vita semplice e “come una volta” è accompagnata da gastronomie d’eccellenza, il tutto circondato da un panorama sempre meraviglioso a prova di riprese tramite drone. Una sorta di California del bel paese dove al posto delle start-up della Silicon Valley ci sono agriturismi e stabilimenti balneari che promettono estati indimenticabili.

Bene. Eppure, da pugliese, non riesco a non chiedermi: «Ok, ma… tutto il resto? Com’è possibile che l’altra natura di questi luoghi non venga minimamente comunicata? Com’è possibile direzionare in modo così efficace la percezione di un intero territorio?».

 

L’altra superficie

 

Anni fa, quando ancora vivevo a Gallipoli, mi ritrovai (per una serie di eventi assurdi) a cenare con uno dei più potenti boss della Sacra corona unita. Durante la serata, stimolato dal consueto Primitivo con gradazione di 15 gradi, l’uomo mi disse (parafraso, traducendo dal suo dialetto aspro e stretto): «Il mio lavoro non avviene in superficie. Io sono la superficie». Una frase che non potrò mai dimenticare. Perché esatta, verissima, spietata.

La Scu, attualmente, è diventata una forma di criminalità organizzata che rigetta l’estetica delle mafie televisive o la messa in scena di azioni efferate. Non si potrebbe mai ipotizzare una narrazione del tipo “Gomorra pugliese”, perché oggi la Scu è il territorio, e non ha (più) bisogno di lotte tra bande. La Scu è come le spiagge, è come gli ulivi, è come le piazze abbacinanti nel sole estivo. Una criminalità organizzata di questo genere non ha alcuna epica, e non presta il fianco ad alcun riflettore mediatico. Esiste una rete di individui che illegalmente gestisce le operazioni economiche e sociali, ma si prova in ogni modo a esporre della regione solo la faccia più attraente, semplice, innocua: in Puglia ci si diverte, si sta bene, e basta così. Da questa gestione ci guadagnano un po’ tutti. E il silenzio è garantito.

La nota canzone di Caparezza Vieni a ballare in Puglia fu un caso clamoroso di come la narrazione di questa terra sia ormai intossicata da una posa perennemente da showreel: una musichetta allegra e a tratti becera, sotto la quale le parole al vetriolo del rapper venivano soffocate. La gente, durante quella estate in cui il brano era un tormentone, era letteralmente venuta in Puglia solo per ballare: mentre almeno due mostruose fabbriche producevano – e producono – quotidianamente morte e danni ecologici con il ricatto del lavoro a tempo indeterminato (l’arcinota ex-Ilva e la meno famosa centrale elettrica di Cerano); mentre un teatro comunale veniva reso inagibile perché occupato – con uno strano sistema di usufrutti – dalla madre del boss gallipolino di cui sopra, la quale si accasò nei camerini, per viverci fino a oggi.

In Puglia esiste lo splendore della Bari di Lolita Lobosco, ed è giusto che venga narrato attraverso la penna asciutta ed elegiaca di Gabriella Genisi. Esiste anche la Polignano raccontata da Luca Bianchini, con quella umanità tutta novecentesca e con le mani sempre sporche di farina o di terra coltivata.

Esiste però pure la Puglia dove nelle campagne di Lucera i braccianti si suicidano, in zone che rappresentano un disastro umano e nelle quali sembra operare soltanto il coraggioso sindacalista Aboubakar Soumahoro. Un Salento dove nel giro di pochi anni due omicidi vengono compiuti da giovani con il movente dell’invidia – sintomo eclatante, ma mai davvero esposto, di un’intera generazione avvelenata nel profondo, bloccata in un sistema sociale asfissiante dove si è lontani da tutto. Esiste, insomma, un risvolto torbido, in questa regione. Un negativo, un nero che non viene mai illuminato, perché scientemente nascosto sotto il tappeto di una formula comunicativa che si abbranca disperatamente al valore dell’economia turistica e che promette balli, orecchiette e aperitivi sotto il sole.

Per un pugliese tutto questo è doloroso. Mistificare il proprio luogo d’origine, rifiutando di esporre la realtà palpitante e vera, significa allestire una realtà aumentata. Le mie estati pugliesi assomigliano sempre più a un lungo episodio di Black Mirror in salsa mediterranea, dove tutti i cittadini devono recitare in uno show turistico – uno show che, se non risulta convincente, causerà il vero grande male della nostra epoca: l’assenza di profitto.

 

Camuffare d’istinto

 

Conosco molte persone – quasi tutte millennial, quasi tutte laureate – che vivono in Puglia e per lavoro svolgono la mansione di storyteller: il loro compito consiste nel comunicare il territorio pugliese per renderlo, agli occhi di potenziali turisti, una distesa di luoghi incantati da scoprire. Impacchettano l’idea affascinante di vivere in un posto impermeabile alle mutazioni sociali e ai processi che rendono problematiche le altre aree del sud. In sostanza, il loro lavoro consiste nel mentire sapendo di mentire [corsivo mio]. Consiste nel vendere i tramonti, i ristoranti di pesce, le ricette delle nonne, le notti tarantate, facendo di tutto per non far percepire la superficie, l’altra superficie, di cui parlava il boss della Scu.

Questo storytelling, però, non è compito soltanto di chi lo fa in cambio di un compenso. È come se ogni pugliese fosse, a suo modo, uno storyteller, un narratore che difende lo splendore della propria terra. Si tratta di un processo forse intrapsichico, che prende vita senza possibilità di razionalizzazione. Io ne sono un esempio. Quando, durante degli eventi pubblici, racconto la cena con il boss sopracitata, finisco sempre per smorzare il racconto con una qualche battuta («Comunque i gamberi di Gallipoli sono buonissimi anche se li dividi con un capomafia»). Una pulsione verso il ridimensionamento, un istinto al camuffamento della realtà. Un amore per il luogo natale che è anche un riflesso incondizionato.

Un fenomeno inquietante, da questo punto di vista, avvenne alcuni mesi fa quando lo scrittore salentino Omar Di Monopoli pubblicò un articolo, sulle pagine di un quotidiano nazionale, nel quale provava a problematizzare l’omicidio commesso a Lecce dal giovane Antonio De Marco ai danni di una coppia di amici. Di Monopoli connetteva l’odio sistematizzato di De Marco verso la felicità altrui (questo il movente confessato dal ragazzo agli inquirenti) con un “male” che aleggerebbe in quella periferia d’Italia rappresentata dal Salento. Il risultato fu una clamorosa shitstorm di pugliesi che, sui social, ringhiarono frasi come: «Tu non sai niente di questi luoghi», «Sciacquati la bocca prima di parlare del Salento».

Censurare, dunque. Ecco cosa resta a chi prova a narrare la Puglia. Oppure camuffare. Allestire un personaggio piacevole e nazionalpopolare come il vicequestore Lobosco per poter esternare, almeno parzialmente, un qualche risvolto criminale tipico di certo sud. Nascondersi dietro il dito della comicità, come fece Carlo D’Amicis nello splendido romanzo La guerra dei cafoni, per poter delineare la drammatica guerra di classe e generazionale, ancora in corso in molte aree pugliesi, tra benestanti e non. Insomma, usare artifici, ecco cosa resta: ma con la consapevolezza che, probabilmente, il messaggio che il grande pubblico vorrà continuare a ricevere sarà quello della Puglia come location dell’idillio – lo stesso messaggio che la maggior parte dei pugliesi vuole o deve promulgare.

Oltre cinquant’anni fa, il poeta leccese Vittorio Bodini teorizzava l’architettura barocca del Salento come la risposta estetica a una sorta di horror vacui che fa parte naturalmente delle anime di chi vive in quel luogo. Oggi quell’horror vacui c’è ancora, sempre più forte. E al posto del barocco c’è lo storytelling, ci sono i Baci da Polignano, ci sono le fiction. Forse è giusto così. Ma per chi?

 

 

LE RAGIONI DELLA DISINTEGRAZIONE DELLA LIBIA DA PARTE DEGLI USA. a cura di Luigi Longo

LE RAGIONI DELLA DISINTEGRAZIONE DELLA LIBIA DA PARTE DEGLI USA.

a cura di Luigi Longo

 

Nel decennale della frantumazione della Libia da parte degli USA via NATO propongo la lettura dell’articolo di Manlio Dinucci Perché la NATO dieci anni fa demolì la Libia apparso su il Manifesto del 16/3/2021 e ripropongo un mio scritto del 2015 dal titolo Che ci fa l’Isis in Libia? pubblicato su www.conflittiestrategie.it.

Ritengo che il mio scritto sia ancora valido nella struttura del ragionamento che evidenzia le ragioni della disintegrazione della Libia da parte degli USA; pertanto non lo aggiorno (ad eccezione delle carte di Limes) ma segnalo tre questioni che riprenderò successivamente:

  1. Il ruolo della Turchia (con la sua politica neo-ottomana) nella strategia degli USA per contrastare l’ascesa della Russia sia attraverso il controllo delle risorse energetiche (il gas del mediterraneo orientale), sia attraverso la funzione di testa di ponte (la porta di entrata) nel Medio Oriente per opporsi all’alleanza Cina-Russia-Iran (vedi ruolo in Libia e in Siria).
  2. Il ruolo fondamentale della NATO per contrastare le potenze in ascesa: la Cina (la NATO in Medio Oriente) e la Russia (la NATO in Europa).
  3. La mancanza di una politica estera italiana per difendere i propri interessi. Il governo italiano segue appena le nostre imprese in maniera debole (vedi ENI a Cipro). L’Italia non è credibile nell’area Mediterranea (vedi la Libia) così come non è credibile nel Medio Oriente (vedi l’Iran).

 

 

PERCHÉ LA NATO DIECI ANNI FA DEMOLÌ LA LIBIA

di Manlio Dinucci

 

Dieci anni fa, il 19 marzo 2011, le forze Usa/Nato iniziano il bombardamento aeronavale della Libia. La guerra viene diretta dagli Stati Uniti, prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettua 30 mila missioni, di cui 10 mila di attacco, con oltre 40 mila bombe e missili. L’Italia – con il consenso multipartisan del Parlamento (Pd in prima fila) – partecipa alla guerra con 7 basi aeree (Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria); con cacciabombardieri Tornado, Eurofighter e altri, con la portaerei Garibaldi e altre navi da guerra. Già prima dell’offensiva aeronavale, erano stati finanziati e armati in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo, e infiltrate forze speciali in particolare qatariane, per far divampare gli scontri armati all’interno del Paese.

Limes. Carta di Laura Canali 2020 (mio inserimento cartografico).

Viene demolito in tal modo quello Stato africano che, come documentava nel 2010 la Banca Mondiale, manteneva «alti livelli di crescita economica», con un aumento del pil del 7,5% annuo, e registrava «alti indicatori di sviluppo umano» tra cui l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e, per oltre il 40%, a quella universitaria. Nonostante le disparità, il tenore medio di vita era in Libia più alto che negli altri paesi africani. Vi trovavano lavoro circa due milioni di immigrati, per lo più africani. Lo Stato libico, che possedeva le maggiori riserve petrolifere dell’Africa più altre di gas naturale, lasciava limitati margini di profitto alle compagnie straniere. Grazie all’export energetico, la bilancia commerciale libica era in attivo di 27 miliardi di dollari annui.

Con tali risorse lo Stato libico aveva investito all’estero circa 150 miliardi di dollari. Gli investimenti libici in Africa erano determinanti per il progetto dell’Unione Africana di creare tre organismi finanziari: il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria); la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli. Tali organismi sarebbero serviti a creare un mercato comune e una moneta unica dell’Africa.

Non è un caso che la guerra Nato per la demolizione dello Stato libico inizi nemmeno due mesi dopo il vertice dell’Unione Africana che, il 31 gennaio 2011, aveva dato il via alla creazione entro l’anno del Fondo monetario africano. Lo provano le email della segretaria di Stato dell’Amministrazione Obama, Hillary Clinton, portate alla luce successivamente da WikiLeaks: Stati uniti e Francia volevano eliminare Gheddafi prima che usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa (moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie). Lo prova il fatto che, prima che nel 2011 entrino in azione i bombardieri, entrano in azione le banche: esse sequestrano i 150 miliardi di dollari investiti all’estero dallo Stato libico, di cui sparisce la maggior parte. Nella grande rapina si distingue la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari statunitense, di cui Mario Draghi è stato vicepresidente.

Oggi in Libia gli introiti dell’export energetico vengono accaparrati da gruppi di potere e multinazionali, in una caotica situazione di scontri armati. Il tenore di vita della maggioranza della popolazione è crollato. Gli immigrati africani, accusati di essere «mercenari di Gheddafi», sono stati imprigionati perfino in gabbie di zoo, torturati e assassinati. La Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti di esseri umani, di un caotico flusso migratorio verso l’Europa che ha provocato molte più vittime della guerra del 2011. A Tawergha le milizie islamiche di Misurata sostenute dalla Nato (quelle che hanno assassinato Gheddafi nell’ottobre 2011) hanno compiuto una vera e propria pulizia etnica, costringendo quasi 50 mila cittadini libici a fuggire senza potervi fare ritorno. Di tutto questo è responsabile anche il Parlamento italiano che, il 18 marzo 2011, impegnava il Governo ad «adottare ogni iniziativa (ossia l’entrata in guerra dell’Italia contro la Libia) per assicurare la protezione delle popolazioni della regione».

 

 

CHE CI FA L’ISLAMIC STATE (IS) IN LIBIA? PERCHÉ NON LO CHIEDIAMO AGLI USA.

di Luigi Longo

 

Se ci minacciate, se ci destabilizzerete, ci sarà                                                                             confusione. […] Questo è ciò che accadrà.                                                                                     Avrete l’immigrazione, migliaia di persone                                                                                     invaderanno l’Europa dalla Libia […] ci sarà                                                                                una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo […] ”.

                                                                                                                      Mu’ammar Gheddafi*

 

 

1.La lotta ai movimenti islamici fondamentalisti (AL Qaida e IS sono tra i più noti e usati) è lo strumento cardine che amalgama la comunità internazionale per combattere chi mette in discussione la sicurezza dei popoli e delle nazioni: è la cosiddetta “Guerra al terrore”, salvo poi verificarne la strumentalità in funzione del conflitto strategico delle potenze mondiali in declino (USA) e in ascesa (soprattutto Russia e Cina).

L’ONU si mobilita con il suo Consiglio di Sicurezza per affrontare questo grave pericolo per la sicurezza, la pace e la democrazia mondiale. << La forza militare non è sufficiente– Si parla della sfida lanciata dall’Isis e da Al Qaida, che, ha detto Obama, “è una sfida per il mondo intero, non solo per l’America”. La forza militare non è però sufficiente, ha affermato il presidente americano. E’ necessario sconfiggere anche la propaganda, contrastare i terroristi che online “fanno il lavaggio del cervello” ai giovani musulmani. E il mondo islamico si deve mobilitare: “Schieratevi nella lotta contro gli estremisti”, ha detto il presidente rivolgendosi ai leader musulmani […] Mosca non si chiama fuori – L’azione contro l’Isis sotto la guida Onu potrebbe avvalersi anche della partecipazione della Russia. Il rappresentante permanente all’Onu, Vitali Ciurkin, non ha escluso la partecipazione di Mosca a un eventuale coalizione internazionale contro lo Stato islamico, in particolare garantendo un blocco navale per impedire l’arrivo di forniture di armi ai terroristi. Lo riferisce la Tass, dopo la riunione straordinaria di ieri sera del Consiglio di sicurezza Onu sull’emergenza libica >> (1).

Voglio solo ricordare, en passant, che le forniture di armi ai terroristi sono effettuate dalle stesse nazioni che formeranno il suddetto blocco navale: è il teatro dell’assurdo!

I miliziani del fondamentalismo islamico (soprattutto l’IS) vogliono addirittura creare uno Stato Islamico che confligge con l’Occidente nella stupida logica di contrapposizione tra la cultura Occidentale (la Civiltà) e la cultura Orientale (la Barbarie) così come viene rappresentata, in maniera pseudoscientifica, da Samuel P. Huntington e da studiosi arabi e dell’islam (2). Ovviamente la logica di contrapposizione Occidente/Oriente è antitetica polare (per usare una categoria lucacciana) per mantenere gli assetti di dominio degli agenti strategici dominanti delle varie potenze egemoni nelle diverse fasi storiche mondiali.

Si parla dell’ instaurazione di un nuovo califfato << da parte dei cosiddetti mujahidin – vale a dire “impegnati in uno sforzo gradito a Dio” – dell’area di confine tra Siria e Iraq, quelli che di solito i media definiscono i “jihadisti” di un autoproclamato Islamic State in Iraq and Levant (ISIL), pubblicata il 30 giugno scorso, è stata rapidamente diffusa provocando commenti di ogni genere: nella stragrande maggioranza dei casi, ahimè, del tutto fuori luogo.[ corsivo mio] L’ISIL, che a sottolineare il carattere universalistico della sua scelta ha contestualmente espunto dalla sua sigla statale le lettere I ed L che indicavano rispettivamente l’Iraq e il non troppo ben definito “Levante”, è da oggi in poi nelle intenzioni dei suoi promotori e sostenitori soltanto IS, Islamic State: esso dovrebbe pertanto raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l’umma, la comunità musulmana nel suo complesso …>> (3).

Il fondamentalismo islamico non è più concepito come “frangia impazzita” di un vasto movimento << che costituisce la moderna militanza islamica. Le loro rivendicazioni sono politiche ma articolate in termini religiosi e fanno riferimento a una visione del mondo religiosa. Il movimento affonda le proprie radici in contingenze sociali, economiche e politiche >>, ma è visto come il portabandiera e << […] il loro linguaggio è oggi l’idioma dominante nel moderno attivismo politico islamico. Il loro svilito, violento, nichilistico millenarismo antirazionale è diventato l’ideologia standard cui aspirano i giovani musulmani arrabbiati. Questa è una tragedia. >> (4). La citata tragedia è un capolavoro degli agenti strategici pre-dominanti del conflitto mondiale (in primis degli USA in quanto potenza mondiale egemone che si vede minacciata dal formarsi di nuove potenze mondiali), ma anche degli agenti strategici sub-dominanti delle diverse aree occidentali e orientali ( per esempio l’Europa, il Vicino e Medio Oriente, l’Africa) che configureranno nella fase policentrica, tramite le zone di influenza, i poli delle potenze mondiali in lotta per la supremazia mondiale, quegli stessi agenti strategici che hanno agevolato e avallato ( se non creato in alcuni casi) il costituirsi delle frange “impazzite” del fondamentalismo islamico per le proprie strategie di conflitto per l’egemonia mondiale (5). La “Guerra al terrore” è il velo che serve per nascondere le strategie di conflitto che la fase multipolare, ormai lentamente ma decisamente avviatasi, impone. << “È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”. L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.

Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”. [corsivo mio].

L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gli interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.>> (6).

Si sa che gli USA non amano un ordine mondiale multipolare, ma amano un mondo a loro immagine e somiglianza, democraticamente e civilmente costruito, e che, a tal fine scatenano guerre e usano tutti i mezzi per difendere e ri-creare su basi storicamente date un nuovo ordine mondiale. La guerra è un prolungamento della politica con altri mezzi, << La guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi. >> (7), può cambiare modalità, strumenti, strategie, eserciti, tecniche, eccetera, ma resta l’ultima istanza nel definire la potenza mondiale egemone, la storia questo insegna.

 

2.Lo storico del colonialismo italiano, Angelo Del Boca, in una intervista ( Il governo irresponsabile in “Il Manifesto del 17/2/2015), alla domanda << Come mai tanta arroganza e miopia del governo italiano in questa fase della crisi mondiale? >>, così risponde:<< È perché, in modo scellerato, manca una politica estera, una vera diplomazia italiana. Renzi dice che la Libia è uno «Stato fallito». E chi l’ha fatto fallire se non la guerra del 2011 voluta a tutti i costi dalla Francia di Sarkozy? [ corsivo mio] Dimenticano che con quella guerra fuggirono milioni di lavoratori migranti e di libici, dei quali ora un milione è in Egitto e 600mila in Tunisia. Voglio ricordare che quando gli aerei della Nato bombardavano la Libia nel marzo del 2011, io ammonivo<< la Libia diventerà una nuova Somalia >>. È quello che è accaduto.>>.

La leader del Front National francese, Marine Le Pen, in una intervista (Nessuna guerra, l’Europa chiuda le frontiere in “la Repubblica” del 19/2/2015), alla domanda << Nel 2011 la Francia ha guidato l’intervento contro il regime di Tripoli. È stato un errore? >>, così risponde:<< Non è stata la Francia ma il presidente di allora, Sarkozy, consigliato da Bernard-Henri Levy, e con il sostegno del partito socialista.[ corsivo mio] L’intervento di quattro anni fa ha provocato degli squilibri geopolitici di cui vediamo oggi le conseguenze. È stato un gigantesco errore strategico da parte di Sarkozy, e di chi l’ha appoggiato >>.

Ma davvero la Francia, insieme all’Inghilterra (lasciamo perdere il ruolo infame dell’Italia sotto la regia di Giorgio Napolitano), nel 2011 ha deciso di eliminare Mu’ammar Gheddafi e buttare nel caos una nazione come la Libia? Ma davvero Mu’ammar Gheddafi è stato assassinato perché era un feroce dittatore che appoggiava il terrorismo internazionale e che era in conflitto con un nano politico come Nicolas Sarkozy?

E’ fuorviante pensare ad un ruolo decisivo della Francia nella drammatica vicenda della Libia e nella barbara uccisione di Mu’ammar Gheddafi, un uomo capace di grande leadership.

Angelo Del Boca e Marine Le Pen non colgono l’aspetto fondamentale e decisivo dei fatti libici del 2011. Essi vedono i processi economicistici della Francia (interessi di imprese, risorse energetiche, finanziamenti occulti, eccetera) ma non vedono i processi strategici della potenza imperiale USA che impongono una fase del caos mirata ad un attacco deciso alla Russia (primavera araba, Siria, Ucraina, Iran, accordo Russia-Cina-Iran, eccetera) e alla Cina (ridimensionamento della politica di penetrazione e di espansione in Africa). Insomma un attacco duro e pericoloso per indebolire quelli che potrebbero essere i punti di forza delle nuove potenze che aspirano a competere con l’egemonia USA non solo a livello di specifiche aree geografiche ma sopratutto a livello mondiale.

Limes. Carta di Laura Canali 2018.

Gli USA nel 2011, tramite la Francia e l’Inghilterra (che avevano ed hanno interessi economici e di accaparramento di risorse energetiche), l’Italia (che oltre a perdere i suoi interessi economici ed energetici (8) doveva e deve svolgere il ruolo di nazione-spazio di infrastruttura militare a disposizione dei comandi USA e USA-NATO) e i miliziani dell’IS (9), hanno dato la stura alla disintegrazione di una nazione e di un popolo come la Libia.

Mu’ammar Gheddafi è stato eliminato per ragioni evidenti e precise: per aver portato la Libia ad essere una nazione superando le divisioni tribali; per averla fatta diventare la nazione sovrana più importante dell’Africa; per aver costruito una strategia di sviluppo non dipendente soltanto dalle risorse energetiche; per le sue azioni politiche ed economiche intraprese in Medio Oriente; per il ruolo svolto nella costruzione dell’Unione Africana ( gli stati uniti d’Africa) con obiettivi strategici di autodeterminazione e di costruzione di un polo geopolitico sovrano come il continente africano, con una sua moneta, un fondo monetario africano, una banca centrale africana; per il suo anticolonialismo. (10)

 

3.Perchè l’IS, in questa fase storica sta scorazzando, creando disordine, drammi umani e distruzioni territoriali attaccando tutte le aree e i Paesi del Vicino e Medio Oriente che hanno relazioni sociali con la Russia e la Cina? Qual è il ruolo che l’IS sta svolgendo per ora in Libia? E’ uno strumento per risolvere la divisione interna di quello che resta della Libia (il fronte laico del nasseriano Generale Haftar e del governo di Tobrouk e quello islamista del governo di Tripoli) (11)? E’ una minaccia terroristica (attraverso il controllo dei flussi migratori e la gestione delle risorse energetiche) all’Europa, meglio, agli Stati europei, per orientarli sempre di più verso l’Occidente e rallentare le relazioni con l’Oriente? E’ un vettore per affermare la potenza regionale (la Turchia?) più utile e flessibile in questa area diventata centrale per le strategie USA?

E’ tempo di uscire dall’egemonia degli USA, ad iniziare dalle istituzioni internazionali come l’ONU, perché gli USA, non accettando né il loro declino né un mondo multipolare, sono la potenza più pericolosa per la stabilità mondiale.

Limes. Carta di Laura Canali 2020.

 

 

*La citazione scelta come epigrafe è tratta da:

Intervista a Mu’ammar Gheddafi apparsa su “Le Journal du Dimanche” del 5 marzo 2011 e ripresa da diversi quotidiani italiani.

 

NOTE

 

1.Redazione Tiscali, Libia, per il Consiglio di Sicurezza la soluzione è politica, www.tiscali.it, 19 febbraio 2015;

2.Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000;

3.Sulla aleatorietà e sulla difficoltà della costruzione di uno stato islamico, Franco Cardini, Una restaurazione del Califfato?, 6 luglio 2014 e Idem, l’Islam nel XXI secolo, 27 luglio 2014, www.francocardini.net ;

4.Jason Burke, Al Qaeda. La vera storia, Feltrinelli, Milano, pp.17-18;

5.Sono arrivato a questa convinzione dopo la ri-lettura di Edward W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 1999;

6.Claudio Mutti, Islamismo contro Islam? www.eurasia-rivista.org, 20 novembre 2012;

7.Clausewitz, Della guerra, Mondadori, Milano, 2011, pag.38;

  1. Interessi pesanti per la disastrata economia italiana: il gas e il petrolio (l’ENI ha avuto una diminuzione da un milione e mezzo di barili prodotti in Libia ogni giorno a 150 mila), le commesse per le nostre imprese e gli investimenti nel nostro sistema economico. Per esempio, in Puglia, il Centro Studi regionale della Confartigianato afferma che << […] le aziende della provincia di Bari esportano verso il Paese nordafricano beni per 8,7 milioni di euro. Pari al 48,3 per cento del totale delle esportazioni pugliesi verso la Libia. Seguono le province di Lecce con 5,4 milioni, pari al 30 per cento dei 18 milioni complessivi; Brindisi con un milione 400mila euro, pari al 7,8 per cento; Barletta-Andria-Trani con un milione 100mila euro (6,1 per cento); Foggia con 800mila euro (4,4 per cento). Chiude Taranto, già parecchio ridimensionata a causa dell’involuzione dell’Ilva, con 600 mila euro (3,3 per cento) […] I dati elaborati […] consentono di comprendere come la situazione generatasi nel Nordafrica abbia ripercussioni dirette anche sulla nostra economia regionale. Quest’ulteriore fronte si apre in un momento in cui le imprese pugliesi sono già duramente provate dalla restrizione ai commerci con la Russia, in forza delle sanzioni applicate a seguito della crisi ucraina. La situazione internazionale – osserva – è tale da causare una battuta d’arresto proprio per alcuni tra i flussi più corposi dell’export pugliese. Con i consumi interni ormai al lumicino, questa congiuntura rappresenta un pericolo concreto anche dal punto di vista economico >>, www.confartigianatopuglia.com;
  2. 9. << Sono gli stessi che nel 2011 – spalleggiati in tutto e per tutto da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e poi anche dall’Italia – hanno compiuto la cosiddetta “primavera araba”. Queste persone che oggi rappresentano uno “spauracchio” venivano descritti nel 2011 come coloro che stavano portando in Libia la democrazia. Costoro, più o meno nell’ordine di un milione di persone armate fino ai denti, si stanno ora contrapponendo gli uni agli altri per guadagnare quanto più potere possibile. Oggi si parla tanto di Isis, ma in Libia esiste da tempo una miriade di sigle riconducibili tutte all’islamismo fondamentalista. La bandiera nera di al Qaeda è stata issata nei giorni in cui veniva ucciso Gheddafi: durante la rivolta sventolava sul Palazzo di Giustizia di Bengasi e sulla città di Derna, dove era stato istituito un Califfato. Nel tempo queste forze non hanno fatto altro che radicalizzarsi >> in Paolo Sensini-Federico Cenci, “La primavera araba” ha portato l’Isis in Libia, zenit.org, 17 febbraio 2015;

10.Oltre ai lavori dello storico Angelo Del Boca, si veda la buona sintesi di Arturo Varvelli, Gheddafi e l’Unione Africana: legittimità internazionale, influenza regionale e sviluppo interno, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, www.ispionline.it, luglio 2009;

11.Per una sintesi della frammentazione sociale della Libia si veda Marco Di Liddo-Gabriele Iacovino, Analisi delle possibili soluzioni alla crisi in Libia, Centro Studi Internazionali, www.cesi-italia.org, febbraio 2015.

 

 

 

 

 

IL COVID-19 È UNO STRUMENTO DEL POTERE NEL CONFLITTO STRATEGICO, a cura di Luigi Longo

IL COVID-19 È UNO STRUMENTO DEL POTERE NEL CONFLITTO STRATEGICO

a cura di Luigi Longo

 

 

Invito alla lettura della interessante intervista di Valentina Bennati ad Andrea Bolognesi, medico omeopata e specialista in psichiatria, La pandemia che ha deformato la mentalità del genere umano, pubblicato sul sito www.comedonchisciotte.org, del 12/3/2021.

E’ un’ottima sintesi, chiara su tutte le questioni riguardanti la gestione del covid-19, a partire dalla incapacità di affrontare una malattia curabile ai domiciliari (il 95% dei casi) o in strutture ospedaliere (il 5% dei casi con una minima percentuale di morti).

Qui si pongono due domande: perché una vaccinazione di massa apparentemente libera? Perchè non trattare la malattia come una influenza normale-particolare facendo attenzione agli anziani e ai portatori di patologie? Le risposte presuppongono una trattazione a parte.

Questa incapacità è stata chiaramente dimostrata dall’operato dei medici di base (rete dei medici per la cura domiciliare a livello nazionale) che sono andati contro la legge (cioè, oltre la legge, come insegna il pensiero femminile) e hanno curato e guarito i malati da covid-19. Hanno nei fatti smentito tutte le misure assurde e illogiche deliberate dai governi (Giuseppe Conte e Mario Draghi) supportati dalle istituzioni sanitarie, dagli scienziati, dagli esperti, dai mass-media e da “intellettuali”, tutti a servizio del potere dominante del Paese, servo, a sua volta, a livello internazionale (USA).

A monte c’è il fatto (il tempo si incaricherà di dimostrarlo), che si tratta di una pandemia causata da un virus (covid-19) particolare (troppo veloce nella diffusione) che ha origine artificiale e non naturale. Il covid-19 è uno strumento del conflitto strategico tra le potenze per l’egemonia mondiale: gli USA in relativo declino e la Cina e la Russia in ascesa.

La potenza più aggressiva e spregiudicata è quella degli Stati Uniti d’America: perché è nella loro storia, perché sono per un dominio unilaterale, perché sono in chiara fase di inizio declino insieme a tutto l’Occidente (che si butta sul postumano in nome delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità invece di dare senso alla vita individuale e sociale), perché hanno un conflitto interno tra gli agenti strategici irreversibile, perché non riescono a fare sintesi nazionale capace di rilanciarsi come grande potenza, perché sono leader mondiali della ricerca, produzione e uso di armi batteriologiche.

Vediamo, in estrema sintesi, l’utilizzo dello strumento covid-19 in Italia ricordando che l’OMS non ha mai dichiarato la pandemia e che già nel 2017-2018 si era verificato negli USA uno dei più gravi focolai di influenza della storia recente. Fu una catastrofica influenza almeno tre volte più letale dell’attuale crisi sanitaria legata al coronavirus (covid-19). Allora l’OMS ritenne non necessario (sic) allertare il mondo o arrestare tutte le attività commerciali planetarie come ha fatto con il covid-19. Stranamente l’OMS non si era nemmeno preoccupato di etichettare l’epidemia americana come un’epidemia o una pandemia. Si era trattato solo di una “normale influenza” nonostante l’entità dei decessi, l’enorme numero di ricoveri e l’alto tasso di infezione (Gilad Atzmon, L’amnesia è un sintomo del Covid-19?, in www.comedonchisciotte.com, 21/4/2020).

  1. 1. Il progetto di Mario Draghi (un agente strategico esecutivo), a grandi linee, è abbastanza chiaro e sarà realizzato attraverso lo strumento pandemico del Covid-19. L’emergenza economica, sociale, sanitaria permette di dichiarare (come se ce ne fosse stato bisogno) che l’Italia non si schioda dalla Nato e dalla UE, istituzioni ad egemonia (nell’accezione gramsciana) statunitense. Per queste ragioni il governo appronta e realizzerà le infrastrutture (Tav, Ponte sullo stretto di Messina, eccetera) per le strategie Usa-Nato che solo applicando la logica del conflitto strategico si possono comprendere, altrimenti si rimane nella logica dello sviluppo (liberista, keynesiano e marxista) dei pre e sub-dominanti che vela molto bene il conflitto tra le potenze mondiali. La nostra presenza incondizionata nella UE (che è un progetto USA, non dimentichiamolo) serve per tenere unita la UE per le strategie Usa contro la Russia; questo è ciò che appare in superficie; in realtà gli Stati Uniti temono fortemente l’alleanza tra Cina e Russia (le forme di collaborazione tra le due potenze in ascesa sono sempre più consistenti, non fosse altro per battere un nemico comune). E’ mia convinzione che la UE è finita ed è tenuta in piedi dagli Usa attraverso Nato, che si è terribilmente trasformata (si interessa di quasi tutte le sfere sociali) e fa da collante e da coordinamento (via Germania e Francia) dell’Europa; per non parlare del ruolo che svolge nei Balcani con il coordinamento della Polonia e in Medio Oriente con il coordinamento di Israele.

L’Italia resta una nazione geograficamente importante per le strategie USA (in Europa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente): è dal Risorgimento che l’Italia è una espressione geografica per i conflitti tra le potenze, allora per l’Inghilterra, oggi, per gli USA.

2.Il covid-19 permette il passaggio ad una forma di “democrazia” autoritaria che nella fase multicentrica è necessaria per accorciare la filiera del comando per la strategia, per la gestione e per la esecuzione del potere, non dominio perché parliamo di sub-dominanti (il governo sta preparando le riforme delle regioni in macro aree e lavora a nuovi strumenti giuridici: altro che difesa della Costituzione avanzata da ritardati giuristi e costituzionalisti).

La decisione di affidare all’Esercito l’emergenza Covid-19 (cosa che andava fatta dal primo momento non fosse altro per la prontezza della macchina organizzativa) è simbolico di un ruolo sempre più presente della sfera militare nel blocco degli agenti sub-dominanti. Mentre è preoccupante la militarizzazione delle città (per ora solo polizia e carabinieri, in attesa, come scrissi nel mio Americanizzazione del territorio, della «… forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR». Questa nuova “super-polizia” è, recita l’art. 1 del Trattato, «una Forza di Gendarmeria Europea operativa, pre-organizzata, forte e spiegabile in tempi rapidi al fine di eseguire tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi», al servizio, non tanto dei cittadini dell’Ue o degli Stati firmatari del Trattato (le “Parti”), ma, sostiene l’art. 5, sarà «messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche».

Intanto, in questa fase, è sospesa la “democrazia” con tutte le violazioni che gli amanti dello stato di diritto non vedono.

3.L’economia è a pezzi, è stato dichiarato lo sterminio delle PMI (di tutti i settori), così come delle imprese che gli algoritmi decideranno che non vanno salvate (sic): il governo prevede la loro distruzione creatrice che nulla ha a che fare con quella pensata da Joseph A. Schumpeter. << […] la grande struttura delle multinazionali americane entrerà nel mercato italiano, gli interi settori che spariranno verranno comprati dalle multinazionali […] >> (Valerio Malvezzi, E’ drammatico le piccole imprese italiane spariranno, www.radioradio.it, 13/3/2021). Per i dominanti nostrani che vogliono farci credere di risollevare la crisi profonda dell’economia italiana con il Recovery Fund, riporto quanto dichiarato da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonso in una intervista al Financial Times del 12/2/2021:<< Se esaminiamo i 209 miliardi che il Recovery Plan stanzierà per l’Italia per i prossimi sei anni, 127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei: anche con previsioni pessimistiche sui tassi italiani, non più di 4 miliardi all’anno. Per quanto riguarda i restanti 82 miliardi di risorse a fondo perduto, l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo. Considerato che un accordo su rilevanti imposte pan-europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al pil annuale. Il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi. La sovvenzione netta europea è quindi di soli 42 miliardi, ovvero 7 miliardi l’anno. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio Ue per circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi l’anno [corsivo mio] >>.

4.Il territorio è sempre più venduto, vulnerabile e fragile: il locale viene annientato dal globale senza una minima strategia nazionale. << L’Italia […] il campo di battaglia delle guerre che i principi stranieri conducevano per impadronirsi dei suoi territori […]>> (Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scritti politici, a cura di Claudio Cesa, Einaudi, Torino, 1972, pag.102). Così come sono in crisi sia la relazione tra città e campagna sia la relazione tra ruralità e l’approvvigionamento alimentare (altro che green economy; per dirla con Niccolò Macchiavelli i nostri dominanti sono dei porci!).

5.Le industrie strategiche neanche a parlarne (Eni, Leonardo se non hanno una nazione forte alle spalle faranno ben altri interessi e seguiranno ben altre alleanze), tant’è che, per scelte strategiche USA, l’Ilva di Taranto è stata ceduta ad una multinazionale straniera (e meno male che era strategica per il Paese! Ma in mano a chi siamo?) che è l’anticamera della chiusura della fabbrica con gestione sociale a carico dello Stato, un film già visto a Bagnoli.

6.La sanità sta subendo una grande ristrutturazione (se ci fosse un po’ di serietà si evidenzierebbero i morti che l’emergenza covid-19 ha prodotto a causa della riduzione degli interventi e delle cure in tutti i reparti ospedalieri; le modalità con cui ci vengono dati i numeri relativi alle malattie, ai decessi e alla diffusione del virus è una vera disinformazione statistica. E’ una vergogna istituzionale!) nella quale le garanzie della tutela della salute per tutti sono quasi ridotte all’osso (con l’aggravante che accogliamo migranti in maniera delinquenziale a cui va garantita l’assistenza sanitaria con l’innesco di una guerra tra poveri).

Il covid-19 è il cavallo di Troia per riorganizzare la sanità con una lotta senza quartiere, nei vari dipartimenti, per accaparrarsi risorse, tecnologie, nuovi settori di ricerca, sulla pelle della maggioranza della popolazione.

7.Mancano in generale sia le condizioni oggettive: una fase di trapasso d’epoca con crisi irreversibile dell’Occidente con un cambiamento antropologico delle relazioni umane (le relazioni digitali imposte via covid-19 sono un ottimo allenamento per snaturare l’essenza umana fatta di relazioni, di contatti, di corpi, di presenze); sia le condizioni soggettive: mancano i soggetti ed è assente, per dirla con Costanzo Preve, la tensione da passione durevole; rischiamo, cioè, di creare soggetti virtuali e non materiali.

 

 

 

LA PANDEMIA CHE HA DEFORMATO LA MENTALITÀ DEL GENERE UMANO

 

di Valentina Benna

Un anno che ha sconvolto le nostre vite e messo a dura prova la nostra psiche. Prima la paura di un virus nuovo, poi il distanziamento sociale, le limitazioni alle libertà, la mancanza di lavoro, la didattica a distanza, le difficoltà di assistenza sanitaria per altre patologie, il blocco delle attività ricreative, culturali e religiose. Si è alzata un’onda di malessere mentale dall’impatto devastante perché interessa e interesserà moltissime persone.

Se intendiamo la salute come equilibrio di corpo-mente-spirito, davvero siamo in grave pericolo perché tutto ciò che è accaduto e sta accadendo sta cambiando in modo drammatico, e forse definitivo, i rapporti umani e sta minando la nostra stabilità e vitalità.

E’ un problema grave che, però, non trova abbastanza spazio sui media. Anzi, proprio Tv e giornali sono intenti a diffondere e amplificare dati allarmanti e sensazioni di pericolo.

Quali sono i rischi di questa comunicazione ‘ammalata’? Quanta parte della popolazione sa verificare la fonte e la veridicità delle notizie? Quanti possiedono gli strumenti psicologici ed emotivi per gestire la narrativa catastrofista e unidirezionale che da mesi viene fatta di questo virus? Penso soprattutto alle persone più vulnerabili (gli anziani e i giovani) e a chi è solo e in difficoltà e non può far conto su nessuno.

Sfiducia, sconforto, paura, senso di frustrazione, sono emozioni sempre più evidenti, basta guardarsi un po’ intorno o parlare con la gente. E non può passare inosservato l’aumento dei disturbi psichici che sono sempre di più in rapida crescita, soprattutto nelle città. E’ utile approfondire l’argomento con il Dottor Andrea Bolognesi, medico omeopata e specialista in psichiatria. Bolognesi è anche consulente presso la Fondazione Internazionale Valsé Pantellini per lo studio e la ricerca nell’ambito delle malattie degenerative e tumorali e, di recente, è entrato a far parte della rete di medici attivi in tutta Italia per la cura tempestiva domiciliare covid in ogni regione, iniziativa partita dall’Avvocato Erich Grimaldi che si batte da mesi per la modifica dei protocolli ministeriali che non tengono conto delle esperienze ed evidenze dei territori.

Dottor Bolognesi sono ormai passati molti mesi dall’inizio della ‘pandemia’, alla paura iniziale è subentrata la crisi economica con il senso di incertezza per il futuro, poi la stanchezza e infine anche la rabbia. Sono insorte, e nel tempo si sono aggravate, varie forme di disagio psicologico e molte persone hanno cominciato a fare uso di ansiolitici, antidepressivi, sonniferi e tranquillanti. Quali sono i disturbi principali rilevati? Ci sono già dei dati nazionali ufficiali?

“È giusta la distinzione in due fasi: la prima caratterizzata dalla reazione euforico/patriottica dell’andrà tutto bene e dei canti sul balcone, la seconda invece dal graduale scoramento, al limite della rassegnazione, sia perché dopo un anno esatto siamo tornati al punto di partenza, sia perché l’emergenza socio-economica si è sommata in modo drammatico a quella sanitaria.

Non sono a conoscenza di dati ufficiali, ma l’evidenza di un aumento del consumo di ansiolitici, antidepressivi e ipnoinducenti è nota a tutti così come, in parallelo, l’aumento dei disturbi connessi.

A causa del lockdown sicuramente abbiamo assistito ad un aumento degli episodi di violenza domestica, dovuti a convivenze forzate di coppie già in crisi o di nuclei familiari confinati in spazi angusti e non abituati a vivere insieme per tante ore. Attingendo alla mia personale esperienza di psichiatra posso dire che durante il lockdown dell’anno scorso son dovuto intervenire d’urgenza per episodi di aggressività e violenza ad opera di soggetti con crisi psicotica scatenata dalla chiusura forzata. Molto frequenti anche le crisi depressive aggravate dall’isolamento e con necessità di aumentare il dosaggio dei farmaci già in uso.”

La gestione del nuovo coronavirus ha cambiato in modo drammatico i rapporti umani. Mascherine, distanziamento, smart working, didattica a distanza, divieto di riunirsi e stare vicini, disinfezione continua di mani e locali, misurazione della temperatura: tutto necessario, ci è stato detto, ma è aumentata inesorabilmente la distanza tra le persone ed è diminuita la capacità di empatia. E’ qualcosa di profondo e dirompente, eppure è una questione sottovalutata che non trova adeguata analisi da parte dei media così intenti a comunicarci solo numeri di contagi e notizie relative al vaccino. Quanto tutto questo sta incidendo sulla nostra psiche e che peso avrà sulle nuove generazioni?

“L’opportunità delle misure adottate, fatta eccezione per un ragionevole distanziamento nei luoghi chiusi, è tutta da dimostrare e siamo ancora in attesa della pubblicazione dei verbali del Comitato Tecnico Scientifico che ci spieghino PER OGNI SINGOLO PROVVEDIMENTO il razionale e quindi, in virtù di questo, la reale efficacia. Riguardo ai cambiamenti nei rapporti umani si è consumata di fatto la morte della prossemica e sappiamo quanto l’essere umano, per sua natura sociale, si giovi del linguaggio non verbale, della gestualità, del contatto, della vicinanza, specialmente nei paesi dell’area mediterranea, per stabilire e mantenere rapporti. Tutto ciò è stato inibito e/o negato e inevitabilmente modificherà gli stili e gli assetti comportamentali soprattutto nelle fasce d’età in formazione, private sul nascere della naturale propensione all’incontro.

Visi che fino a ieri ci erano familiari all’improvviso siamo stati costretti a percepire come minacciosi tanto da scendere istintivamente dal marciapiede se li vediamo dirigersi verso di noi, amici che salutavamo con una stretta di mano o con un abbraccio che temiamo di incontrare perché non sappiamo se lo accetterebbero, e così via con esempi infiniti.

L’enfasi sulla malattia, i toni catastrofisti dei mass media non lasciano spazio per riflessioni su questo tema”.

All’inizio l’emergenza sanitaria c’è sicuramente stata e ha mandato in tilt il nostro ‘depotenziato’ sistema sanitario, poi le terapie sono stata individuate e i tanti medici che già hanno curato a domicilio con successo hanno dimostrato che di covid si guarisce, basta intervenire subito adeguatamente in modo da evitare ricoveri ospedalieri. C’è stato però il problema dei protocolli ministeriali a base di solo paracetamolo ‘nei primi giorni di vigile attesa’, proprio quelli che invece dovrebbero essere decisivi per aggredire il virus …

“Ho avuto modo di esprimere in più occasioni e in maniera netta il mio pensiero su questo argomento attraverso i social nel corso di tutto l’anno e approfitto di questa preziosa occasione per ribadirlo con forza. L’emergenza nella quale ci troviamo è SANITARIA e NON medica in quanto riguarda essenzialmente l’assenza di terapie domiciliari corrette e tempestive e la carenza – grave prima, ma imperdonabile dopo la pausa estiva – delle strutture ospedaliere e in particolare dei posti letto in terapia intensiva. È insopportabile che l’AIFA solo in questi giorni, e grazie a una sentenza del TAR, sia stata costretta ad abbandonare le linee guida, reiterate fino al 20/11/2020, dove si indicava l’uso della ‘tachipirina e vigile attesa’ nelle fasi iniziali della malattia. Da mesi era noto ai medici che lavorano sul campo, curando e guarendo malati in carne ed ossa, che tali indicazioni erano addirittura controindicate e responsabili dell’aggravarsi del quadro clinico, spesso con esiti nefasti. Tali linee guida vengono partorite dalle menti geniali di ‘esperti’ che, chiusi nei loro uffici, non hanno visto un malato da anni e che attendono gli studi clinici pubblicati, magari come quello pubblicato sul Lancet e poi ritirato che screditava l’uso dell’idrossiclorochina, prima di dare via libera all’uso di un protocollo.

Ma io domando: è più importante basarsi sui risultati ottenuti da medici che hanno curato malati guarendoli, e quindi evitandone il ricovero, oppure attendere mesi o anni che gli studi clinici vengano pubblicati? La Medicina non è una scienza esatta, è al massimo una pratica empirica e in caso di emergenza come questo non ci si dovrebbe soffermare su tali sottigliezze.

Un’altra domanda mi sorge spontanea: come mai tutti gli organismi di controllo dei farmaci, AIFA compresa, non hanno preteso lo stesso rigore metodologico prima di approvare l’uso dei vaccini?”

Le persone mal curate a casa fanno inevitabilmente risalire i ricoveri, di conseguenza si rimette in moto la macchina dei lockdown (che per la verità non si è mai arrestata) con i relativi danni economici, sociali e psicologici causati dalle chiusure. Aumenta, dunque, l’angoscia nelle persone. Del resto i media stessi, con i dati che danno, enfatizzano continuamente l’impressione che siamo ancora in pericolo e non informano, invece, dell’opportunità delle cure domiciliari e della necessità di potenziarle. Non c’è il rischio, in questo modo, di incidere i modo serio sulla stabilità mentale delle persone?

“La paura nasce in genere dall’ignoto, dall’imprevisto, dall’imponderabile e la comparsa di un virus sconosciuto che si diffonde rapidamente nel mondo intero racchiude in sé tutte queste caratteristiche ma questa è, si può dire, la paura come espressione naturale, direi ancestrale dell’essere umano. Altra cosa è la paura, in certi casi il terrore, veicolata da una martellante, asfissiante comunicazione monotematica, unilaterale, ubiquitaria quale è stata ed è tuttora quella proposta da TUTTI i mass media. Tale assedio quotidiano fatto di bollettini di contagi, di morti e, ultimamente, di vaccini offusca la capacità di discernere e induce, specie i soggetti più fragili e meno dotati di capacità critica, a una sorta di ‘trance cognitiva’.

Soltanto chi riesce a sottrarsi a questa dittatura mediatica può distinguere il vero dal falso o quantomeno riportare i fatti nelle giuste proporzioni. Auspico che col tempo il numero di queste persone ‘mainstream free’ siano sempre di più e possano creare una massa critica tale da arginare il pensiero unico dominante della ‘scienza non è democratica’ di buroniana memoria”.

Ci sono famiglie angosciate perché impossibilitate a vedere i figli o i parenti che soggiornano in strutture che forniscono cure difficilmente garantibili a domicilio e anche disabili abbandonati dall’assistenza domiciliare o scolastica che sono totalmente a carico delle famiglie in seguito al lockdown. E’ pesante anche la situazione di molti anziani residenti nelle case di riposo privati delle visite di famigliari e amici. Quanto la solitudine e l’isolamento incidono sulla salute?

“Uno dei fatti più disumani che hanno caratterizzato questo anno di pandemia è stata la negazione della sepoltura dei morti, un atto vile e inspiegabile che grida vendetta alla dignità e stravolge le basi della convivenza tra esseri umani, un VULNUS ANTROPOLOGICO incancellabile. Altre gravi criticità sono state e sono, indubbiamente, la solitudine e l’isolamento dei malati, la trascuratezza nei confronti dei malati cronici, in primis oncologici, con un conseguente aumento dei decessi e un ritardo nelle diagnosi e nelle cure. Per non parlare dell’isolamento degli anziani, rinchiusi per interminabili settimane nelle RSA o nei reparti di lunga degenza, proprio nei momenti in cui la presenza di una persona cara o di un familiare era necessaria come l’aria per respirare.

Ho una certa esperienza sia come psichiatra che come medico della Fondazione Pantellini e ho spesso a che fare con pazienti terminali o con i loro familiari, posso dire con certezza che l’isolamento forzato può far precipitare un quadro clinico di per sé precario”.

E poi ci sono le nuove generazioni: preoccupa molto l’aumento dei disturbi psichici, in particolare presso le fasce giovanili. Ci sono sintomi che per primi hanno esordio e che possono denunciare, con un minimo di anticipo, una condizione destinata ad aggravarsi e ai quali i genitori devono stare attenti? Con quali mezzi è possibile arginare la situazione?

“Ritengo che il danno maggiore sarà quello a carico dei bambini in età scolare che, costretti a folli rituali privi di ogni fondamento scientifico, introietteranno convinzioni e comportamenti dettati dalla paura e pian piano li crederanno ‘normali’. Si stanno verificando perfino casi di bambini che rifiutano di togliere la mascherina una volta rientrati a casa da scuola o che rimproverano un genitore se non la indossa correttamente. Non voglio poi entrare nel dibattito sui danni enormi creati dalla cosiddetta DAD, danni dal punto di vista formativo, cognitivo e psicologico.

Dalla permanenza forzata in casa un altro grave fenomeno tipico dell’età giovanile è l’accentuarsi della dipendenza dal cellulare, fino alla perdita di contatto con la realtà, assorbiti totalmente da dimensioni virtuali. Conseguenze di ciò, e anche del danno intrinseco da esposizione a inquinamento elettromagnetico, possono essere un aumento dell’irritabilità, dell’aggressività, una flessione nel rendimento scolastico per disturbo dell’attenzione, della concentrazione e, nei casi più gravi, apatia e anedonia fino agli estremi della sindrome Hikikomori.

Infine in età adolescenziale o giovanile uno stato di allarme e di ipervigilanza costante può slatentizzare, in soggetti predisposti, gravi patologie psichiatriche quali disturbo ossessivo compulsivo, paranoia, angoscia ipocondriaca, fobie, in particolare rupiofobia, e di ciò sono stato testimone nella mia attività professionale.

Suggerisco quindi ai genitori di essere molto attenti e alla comparsa delle prime anomalie di comportamento quali, ad esempio, una eccessiva ritualità nell’igiene, una improvvisa chiusura in sé con ritiro e apatia, una attenzione eccessiva allo stato di salute, di non sottovalutare questi sintomi onde evitare lo strutturarsi degli stessi in patologie”.

Infine c’è l’odio per chi è diverso, per chi si pone domande, per chi dissente, chi chiede chiarezza, chi ricorre alla legge per vedere tutelati i propri diritti. Quanto ciò è frutto della propria bolla di ansia, paura e psicosi e quanto invece è conseguenza della narrativa catastrofista alimentata da media, politici ed esperti di turno?

“Abbiamo già accennato all’ostracismo, ai limiti della dittatura, cui vengono sottoposte tutte le voci fuori dal coro, emarginate o nella migliore delle ipotesi dileggiate dai mass media, acritici megafoni del pensiero unico dominante. Medici radiati o censurati solo per aver espresso opinioni in piena libertà di coscienza e pronti al dibattito, ma sistematicamente inascoltati e sanzionati da un Ordine professionale che invece dovrebbe tutelarli.

Purtroppo ho dovuto constatare che la ‘costruzione della paura’, così pervicacemente alimentata dai mass media, ha inciso negativamente anche su menti o coscienze che reputavo refrattarie e ho visto sfumare amicizie storiche perché l’incomprensione, la radicale opposizione si erano frapposte tra di noi”.

E’ scientificamente provato che la paura, protratta nel tempo, può alterare il buon funzionamento del sistema immunitario che, invece, è proprio il nostro principale alleato contro le infezioni virali. Come vincere questa emozione se diventa tanto forte e distruttiva?

“Poco fa parlavo di ‘vulnus antropologico’, ebbene credo che questa pandemia prolungata abbia a tale punto deformato la mentalità del genere umano da trasformare la Paura in un valore intellettuale e il Panico come scelta intelligente, ‘vincente’ nei confronti di chi rifiuta questo ed è etichettato come complottista , negazionista, soggetto pericoloso. Si è ribaltato il cardine assiologico della nostra cultura occidentale: l’eroe di oggi non è più quello del Mito a noi noto, ma è chi abbraccia il panico, chi considera la paura come segno distintivo di superiorità e chi vi si oppone è un pericoloso incivile.

Sappiamo che il sistema immunitario, UNICA arma sicura contro qualsiasi infezione, oltre a necessitare di un microbiota intestinale in sufficiente equilibrio, risente anche di influenze dal sistema nervoso centrale, attraverso i meccanismi ben descritti dalla PNEI, psico-neuro-endocrino-immunologia. È evidente che uno stato di paura persistente, di ipervigilanza costante alteri questo delicato meccanismo con ricadute sul sistema immunitario.

Per concludere, però, vorrei tranquillizzare ricordando che la malattia da SARS-Cov19 è nel 95% dei casi ad andamento benigno e curabile a domicilio, nel 5% dei casi può dar luogo a complicazioni e necessità di cure ospedaliere e in una minima percentuale di casi ha esito infausto, in genere in pazienti molto anziani con grave comorbilità. Riguardo alle terapie domiciliari, invece, posso assicurare che esistono dei protocolli ormai consolidati e praticati da una rete di medici che fa capo a diversi comitati di cui io stesso faccio parte che naturalmente si affiancano o sopperiscono al lavoro dei medici di base: ippocrateorg.org e terapiadomiciliarecovid19.org sono i più attivi.

Esiste anche un protocollo di prevenzione che io suggerisco da tempo ai miei pazienti che consiste nell’uso delle Vitamine D, C, K2MK7, quercetina, lattoferrina, zinco e, più specificamente, anti-CD26 (prodotto omeopatico specifico in fiale). Per i dettagli sono disponibile ad essere contattato in privato (abolognesi9@gmail.com).

Infine, per vincere la paura, un semplice consiglio che già un anno fa avevo suggerito ai miei pazienti e che ribadisco volentieri è di NON guardare la televisione o meglio, se volete guardarla, dedicatevi a canali culturali, musicali, storici, film. Cercate di ascoltare musica, leggere più libri e state all’aria aperta rispettando le regole in modo da non creare conflitti con i vostri simili.

Infine vorrei dire che, a mio parere, questa pandemia finirà, come è sempre accaduto, quando il virus diventerà endemico e stagionale come tutti i virus con i quali, nel corso dei secoli e dei millenni, l’uomo ha sempre convissuto. Così avverrà anche per questo, e ancora più facilmente se non ci saranno troppe forzature. La fine della paura sarà invece legata a quando gli artefici di essa smetteranno di propinarla senza ritegno e ciò potrebbe essere legato, ad esempio, a praticare i tamponi diminuendo i cicli di amplificazione onde evitare i falsi positivi e al fatto che si curino tempestivamente i malati a domicilio liberando così gli ospedali e i reparti di terapia intensiva.

Non faccio alcun appello alla classe politica, vista la assoluta inettitudine dimostrata in questo anno”.

 

 

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA, a cura di Luigi Longo

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA

 

a cura di Luigi Longo

 

Suggerisco la lettura dell’interessante intervista di Michel Raimbaud, diplomatico francese, professore di relazioni internazionali al Centre d’Études Diplomatiques et Stratégiques (CEDS), rilasciata alla redazione de l’Antidiplomatico in data 22/1/2021 e pubblicata sul sito www.lantidiplomatico.it.

E’ una lucida intervista nella quale vengono messe a fuoco con chiarezza questioni importanti: le cosiddette primavere arabe, l’aggressione alla Libia e alla Siria, il ruolo degli Stati del Golfo Persico, il gioco degli agenti strategici statunitensi nei luoghi istituzionali per affermare il proprio potere, l’uso dei mass media occidentali, la funzione della Cina e della Russia.

Gli Usa, passata la farsa delle elezioni politiche, riprendono, cambiando tattica ma non strategia, l’uso della forza per contrastare il loro declino: le azioni sono ricominciate con il rafforzamento delle truppe in Siria; le provocazioni, con il primo cacciatorpediniere FDNF (Forward Deploved Naval Forces) entrato nel Mar Nero, che insieme agli interventi della Nato, non facilitano la stabilità della regione, anzi, come sostiene il ministero degli Esteri russo << […] con la loro attitudine aggressiva mostrano di volere piuttosto destabilizzare la regione.>> (1); gli attacchi mettono<< […] nel mirino la Russia e la Cina mandando i primi duri segnali alle due superpotenze rivali. Il primo è contro la repressione di Mosca delle manifestazioni a favore dell’oppositore Alexiei Navalny. Il secondo contro le “intimidazioni” cinesi a Taiwan, nel giorno in cui i bombardieri di Pechino hanno sorvolato lo spazio aereo dell’isola che il Dragone vorrebbe riportare sotto le proprie ali, dopo la stretta su Hong Kong. […] >>; le ritorsioni riprendono con le << […] nuove sanzioni sulle interferenze russe nelle elezioni, sui cyber attacchi, sull’avvelenamento di Navalny e sulla violazione dei diritti umani. >> (2).

La guerra contro la Siria, << […] “Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria […] ha goduto grande prestigio tra arabi e musulmani.  . […] è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale >>, assume una valenza strategica per il Grande Medio Oriente (3) dove si delineano sempre più i poli contrapposti tra gli Stati Uniti d’America da una parte e la Cina e la Russia dall’altra. La Siria può diventare il punto di svolta della fase multicentrica (4).

E’ l’area del Grande Medio Oriente che va egemonizzata dagli USA per rompere il formarsi del polo Cina-Russia (sempre più coordinato). Sono le due potenze mondiali che mettono in discussione l’indispensabilità unilaterale degli Sati Uniti e lottano per un mondo multicentrico.

L’Unione Europea? Non conta perché non è una nazione (espressione di una federazione delle nazioni europee), non è un soggetto politico autonomo e indipendente con una visione strategica tra Oriente e Occidente. Essa è stato un progetto pensato, realizzato e utilizzato, nella fase monocentrica, dagli Stati Uniti per le proprie strategie di dominio mondiale.

L’Italia? Una espressione geografica, al servizio degli USA e dei loro principali servitori (Germania e Francia), governata da:

 

<< Facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente
Facce che non sanno niente e dicono di tutto
Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica
Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo
Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche
Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati
Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere
Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie
Facce megalomani da ducetti dilettanti
Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi
Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo
Facce che straboccano solidarietà
Facce da mafiosi che combattono la mafia
Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta
Facce scolpite nella pietra che con grande autorevolezza sparano cazzate
Non c’è neanche una faccia, neanche una he abbia dentro con il segno di qualsiasi ideale una faccia che ricordi il coraggio, il rigore, l’esilio, la galera.

No, c’è solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il potere, il denaro, l’avidità più diffusa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere […] >> (5).

 

 

 

NOTE

 

1.Redazione de l’Antidiplomatico, Nave da guerra USA entra nel Mar Nero vicino alla Russia, www.lantidiplomatico.it, 23/1/20121.

2.Redazione Ansa, Biden mette subito nel mirino la Russia e la Cina, www.ansa.it, 25/1/2021.

3.Roberto Aliboni, a cura di, La Nato e il Grande Medio Oriente, www.iai.it, 2005.

4.Luigi Longo, La Siria punto di svolta della fase multicentrica, www.italiaeilmondo.com, 15/4/2018.

5.Giorgio Gaber, Mi fa male il mondo in Album “E pensare che c’era il pensiero”, www.giorgiogaber.it, 1995.

 

 

 

 

LA PREMESSA REDAZIONALE

 

AMB. RAIMBAUD A L’AD: “IN LIBIA E SIRIA, I MEDIA OCCIDENTALI HANNO FAVORITO GLI AGGRESSORI E I CRIMINALI”

 “Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria.” A dichiararlo all’AntiDiplomatico è Michel Raimbaud, decano della diplomazia francese, professore di relazioni internazionali e autore di diversi libri di successo sul Medio Oriente. Dopo una lunga carriera come Ambasciatore nella regione ha visto da vicino l’inizio delle cosiddette “primavere arabe” che per Raimbaud sono stati eventi “manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente”. E ancora: “Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione” hanno creato “un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi”. Con un’eccezione molto sospetta ricorda l’Ambasciatore francese:“Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate”.

I danni prodotti sono stati enormi. Paesi distrutti e popoli alla disperazione. Ma la resistenza siriana, come sottolinea ampiamente Raimbaud nel corso della sua intervista, ha segnato un punto di svolta storico, con la Nato e i suoi progetti in stile Libia che sono stati sconfitti: “La Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale.” E la debacle occidentale mostrata sulla vicenda Covid per l’Ambasciatore francese è un segnale fondamentale. “La disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.”

L’INTERVISTA

Signor Raimbaud, il 2021 segna il decimo anniversario della cosiddetta Primavera araba. Quale valutazione possiamo fare?

Precisiamo innanzitutto che i movimenti di protesta scoppiati dal dicembre 2010 (in Tunisia) alla primavera 2011 non sono ovviamente né “primavere” politiche, né “rivoluzioni pacifiche e spontanee” per la democrazia e per i diritti umani. Sebbene inizialmente attirassero persone di buona fede che combattevano contro la corruzione e i regimi autoritari, divenne presto evidente che i movimenti erano supervisionati, addestrati e manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente, con tecniche standardizzate di mobilitazione, propaganda e organizzazione, apprese sul campo grazie alle rivoluzioni colorate che hanno portato allo smantellamento dell’ex Jugoslavia negli anni ’90 (movimento OTPOR = resistenza).

Dalle corporazioni mediatiche dominanti sono state descritte come “lotte per la democrazia e per i diritti umani”. Che cosa sono state in realtà?

Le richieste riguardavano la partenza dei Capo di Stato, il cambio di governo e riforme volte ad indebolire o distruggere lo Stato, le istituzioni, gli eserciti (obiettivi prioritari per i “rivoluzionari” sempre ispirati dall’estero, per gli occidentali e per Israele). Le invocazioni alla democrazia e ai diritti umani sono esche intese ad attirare le simpatie dei protettori e degli “amici” occidentali. Queste rivolte organizzate, orchestrate, manipolate e presto pesantemente finanziate e armate dall’estero (i paesi anglosassoni tramite le ONG) degenereranno in conflitti e situazioni caotiche, estendendosi di paese in paese dal Maghreb al Mashrek. Questa cascata di tragedie non è un susseguirsi di guerre civili isolate e spontanee, come suggerisce la falsa versione trasmessa in Occidente per nascondere la grossolana ingerenza dell’Impero Atlantico. Nel loro insieme, costituiscono le componenti di un piano di destabilizzazione e distruzione (non possiamo ripeterlo abbastanza) concertato, immaginato, teorizzato dall’America, dai suoi genitori anglosassoni e dal suo ramo israeliano. Questa impresa si affida ovviamente a staffette, complici, alleati in tutti i Paesi interessati: in primo piano le forze estremiste islamiche: spesso i Fratelli Musulmani, patrocinati da Turchia e Qatar oppure i movimenti influenzati dai wahhabiti del ‘Arabia Saudita o dagli Emirati Arabi Uniti o altri paesi del Golfo. Senza questa alleanza aperta e finalmente riconosciuta dagli stakeholder tra Occidente e Israele da un lato, Stati e forze islamiste dall’altro, non ci sarebbero state “rivoluzioni”, che prenderanno varie svolte e sperimenteranno vari sviluppi.

Dalla Tunisia alla Libia è stata una rapida escalation. Il piano iniziale per eliminare Gheddafi è saltato e si è dovuti intervenire con una guerra criminale i cui effetti pesano ancora oggi. E’ stata la resistenza del popolo siriano a fermare il piano di completa destabilizzazione dell’aera pensato a Washington?

I primi risultati si notano subito in Tunisia, poi in Egitto (con la cacciata di Ben Ali e Mubarak dopo poche settimane), i processi elettorali metteranno al potere piuttosto rigidamente i Fratelli Musulmani, poi verrà l’instabilità politica, insicurezza, destabilizzazione. In Algeria e Mauritania, una prima “primavera” è stata segnalata nel gennaio 2011 e soffocata. Allo stesso modo in Marocco, dove il re ripristinò rapidamente la situazione, e in Bahrain, dove l’Arabia intervenne per salvare la dinastia sunnita contro una popolazione sciita. Il trambusto non si è mai fermato. La “rivoluzione” prende piede in Yemen e si trasforma in guerra civile: dura fino ad ora. La Libia e poi la Siria vengono colpite. La Jamahiriya di Gheddafi dovrà affrontare l’intervento illegale della NATO, la secessione e il caos. Gheddafi sarà assassinato dai “rivoluzionari” aiutati dai “servizi” occidentali. Lo stato è distrutto e non si è mai ripreso. La Siria sperimenterà la guerra contro il jihadismo, gli occidentali, gli islamisti e il terrorismo, gli “Amici del popolo siriano” (114 stati alla fine del 2012, numero che poi si scioglierà). La poliedrica guerra (“Le guerre della Siria”, titolo del mio ultimo lavoro, pubblicato nel giugno 2019)) assumerà rapidamente le sembianze di una guerra di aggressione, anche nei suoi aspetti jihadisti e terroristici più violenti e spettacolari. Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione e creato un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi ma anche nel Medio Oriente “allargato” (il Grande Medio Oriente di George W. Bush), hanno evidenziato prova del confronto globale tra l’America e il suo impero israelo-anglosassone da un lato e i due Grandi “emergenti” o “rinati” dell’Eurasia e dei loro alleati dall’altra. In questo confronto politico ed economico globale , finanziari, militari, strategici, ideologici e geopolitici, i paesi del Grande Medio Oriente sono una posta in gioco, un campo di battaglia e attori decisivi (cfr. Il mio libro “Storm on the Greater Middle East” 2015 – 2017). Tornerò su questo più tardi.

È interessante notare che quasi tutti i paesi repubblicani arabi sono stati colpiti da questa “epidemia”, dal Nord Africa al Medio Oriente, così come due monarchie, Marocco e il Bahrein. Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate, mentre i loro regimi sono i più arretrati, ma sono sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Per quanto riguarda il ruolo dei media, merita un libro a parte. Lo menziono in una risposta seguente.

Facciamo un passo indietro. I leader di Libia e Siria, Gheddafi e Assad, nel 2010 visitano paesi europei come l’Italia e la Francia, con rapporti che sembrano cordiali. Un anno dopo, la Libia vive le rivolte che hanno portato all’assassinio di Gheddafi e inizia una guerra in Siria con Assad che resiste. La stessa Turchia di Erdogan aveva ottimi rapporti con la Siria. Cosa ha causato questo cambiamento di rotta?

I rapporti erano indubbiamente ingannevolmente cordiali nei due casi da lei segnalati; Questi due casi devono essere separati. Si tratta più o meno per gli europei di ottenere dai capi di Stato, noti per la loro fermezza nei principi e la loro fedeltà nelle alleanze, nelle concessioni politiche, strategiche o economiche (in materia di petrolio o gas), senza che ci fosse una controparte dalla parte di Parigi o di Roma. Per quanto riguarda la Libia, penso che l’idea era quella di riuscire a convincere Gheddafi a rinunciare a qualsiasi progetto nucleare (lo farà) e ai suoi piani per l’indipendenza e l’unità economica, finanziaria e monetaria dell’Africa (non lo farà e quindi andava “punito”). Il caso siriano è un po’ diverso. La Francia fu apparentemente responsabile di aver trasmesso la pressione americana di W. Bush e Colin Powell su Bashar al Assad, al fine di convincere quest’ultimo a rinunciare alla sua alleanza con l’Iran e alle sue relazioni con Hezbollah, per compiacere Israele. Il presidente siriano non si arrese, e gli chiesero un risarcimento per i progetti dell’oleodotto. Bashar al Assad ancora non si arrese, la doveva pagare. Capito che questi punti sono probabilmente solo la parte emergente del caso. Nel 2010/2011 a Washington è scritto in modo chiaro che la Siria deve essere distrutta. In assenza di un pretesto, lo creeremo. Concessione o assenza di concessione, è scritto che ci sarà guerra grazie all’epidemia di “rivoluzioni”, questa che permette lo scoppio di un conflitto a priori dall’interno, senza che ci siano interferenze troppo appariscenti.

Gheddafi aveva allacciato fruttuosi rapporti politici ed economici con l’Italia, accordi sul petrolio e sulle infrastrutture durante il governo Berlusconi. La guerra contro la Libia che ha visto la Francia di Sarkozi tra i suoi principali promotori, secondo lei, è azzardato dire che è stata una guerra contro l’Italia per mettere le mani sul petrolio libico?

Sì, penso che sia azzardato. Per la Libia, non è soprattutto il petrolio a essere stato preso di mira. Sono soprattutto “i miliardi di Gheddafi”, cioè i fondi libici (probabilmente diverse centinaia di miliardi di dollari) e saranno congelati prima di “sparire”… Ma l’obiettivo principale dell’intervento armato della NATO è liquidare Gheddafi per impedirgli di finanziare un sistema monetario africano indipendente dal dollaro, dall’euro e dall’Occidente. Dovevano quindi distruggere lo Stato libico, cosa che sarà fatta.

Come giudica il ruolo dell’informazione occidentale, del Golfo nei conflitti in Siria e Libia? Quanto è stata importante la propaganda? 

Il ruolo di questi media a cui si riferisce è stato altamente dannoso e la propaganda si è combinata con un vero lavaggio del cervello. Hanno tutti partecipato alla massiccia disinformazione delle opinioni: dalle menzogne degli intellettuali alla disonestà dei politici. I giornalisti e “reporter” sul campo hanno largamente contribuito a una gigantesca truffa intellettuale e ad una cieca unanimità a favore degli aggressori e dei criminali, in Siria come in Libia. I media occidentali hanno fatto molto per distruggere il magistero morale che l’Occidente ed i suoi clienti hanno erroneamente rivendicato.

Che Paese era la Siria prima della guerra?

“Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria, addirittura privata dalla colonizzazione e dai mandati del 40% del suo territorio storico, ha goduto ‘grande prestigio tra arabi e musulmani. In questo paese con un ricco patrimonio archeologico e storico, dove la tolleranza è sancita nei costumi e nella convivialità delle religioni e delle denominazioni nel marmo, abbiamo coltivato e ci sforziamo ancora di coltivare un’arte di vivere che ancora piace ai visitatori. La qualità della sua diplomazia e la coerenza dei suoi impegni e alleanze le hanno sempre attratto rispetto, direi anche nella sfortuna del momento. La Siria è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale. Un sistema scolastico e educativo libero, efficiente e formativo di un gran numero di laureati e dirigenti di valore, spesso purtroppo tentati dalla diaspora e molti dei quali emigrati durante la guerra. Un sistema sanitario e assistenziale notevole, moderno e gratuito, presente su tutto il territorio siriano, che attraeva gli abitanti dei paesi vicini. Un paese autosufficiente che produceva tutte le gamme di farmaci, anche per l’esportazione. Più in generale, una rete di servizi sociali efficienti. Un’economia moderna in fase di riforma. Potremmo aggiungere “che fine ha fatto la Siria” ricordando alcune cifre e realtà. 400.000 morti, uno o due milioni di feriti e mutilati, sei o sette milioni di siriani “sfollati”, cioè costretti a trasferirsi altrove sul territorio siriano a causa della guerra e terrorismo, Almeno cinque milioni di siriani che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia, a volte in Europa, il più delle volte per fuggire dai terroristi, dall’opposizione armata, dagli occupanti, dagli abusi, dalla fame, ecc. . Il 60% del Paese devastato, un altro 20% occupato da turchi, forze americane, europei, appoggiati dai separatisti curdi …

Cosa rappresenta la Resistenza siriana, dopo 10 anni di guerra e sanzioni, anche grazie all’aiuto di Russia, Iran ed Hezbollah? Questo conflitto non si è concluso secondo le agende occidentali, principalmente quella di Stati Uniti e Israele. Questa guerra ha rimodellato l’equilibrio geopolitico con nuovi attori globali come Cina e Russia che ostacolano i piani occidentali?

In parte sì. Certo, la Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva a cui hanno preso parte in un modo o nell’altro più di cento membri della “comunità internazionale”, vale a dire più della metà delle Nazioni Unite, nonché a un flusso infinitamente rinnovato di decine o centinaia di migliaia di terroristi che affermano di essere parte della guerra santa. Ha certamente beneficiato del sostegno di alleati fedeli (Iran, Hezbollah libanese, Russia, Cina, persino i movimenti sciiti iracheni, che stanno gradualmente emergendo dall’abbraccio americano), ma resta il fatto che l’esercito siriano ha resistito quasi solo a tutti i nemici sopra citati per quattro anni e mezzo, da marzo 2011 a settembre 2015, la data dell’intervento aereo dell’Esercito russo che si schiera al suo fianco. L’equilibrio geopolitico si è gradualmente spostato ed i piani occidentali e israeliani sono stati ostacolati. Ma l’Occidente non si considera vinto, vietando il ritorno dei profughi, la ricostruzione, la vita normale, attraverso una guerra invisibile (dall’esterno) e silenziosa (o completamente zittita dai media occidentali.

Diversi paesi africani e in particolare alcune monarchie del Golfo hanno ristabilito le relazioni diplomatiche con Israele. Questa mossa, sotto la guida di Trump, è l’ennesimo colpo all’Iran o un colpo decisivo alle rivendicazioni e alla lotta del popolo palestinese?

Non sono nei segreti di Israele, ma credo che ci sia da un lato il desiderio di minacciare l’Iran (l’appoggio di Trump è stato garantito a tal proposito), di sferrare un colpo “decisivo” all’Iran. Gli israeliani pretendono, ma forse soprattutto di demolire simbolicamente l’idea di Palestina, sacra causa degli arabi ”. La normalizzazione con Emirati, Bahrein, e forse soprattutto Sudan, non è più un fatto marginale, soprattutto quando il Marocco si unisce al processo, soprattutto come il sostegno più profondo e intimo, che della Siria (e forse quella dell’Iran) è resa problematica dalla situazione della Siria devastata da dieci anni di guerra, sanzionata e attaccata da una nuova guerra, silenziosa e invisibile, che la soffoca e la strangola.

Quando al presidente Assad viene chiesto se la leadership politica può cambiare negli Stati Uniti tra un democratico e un repubblicano, risponde che non cambierà nulla. Perché sono le lobby, le multinazionali, che decidono il corso della politica americana. Pensa che cambierà qualcosa cambia con Biden?

Il presidente Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria. Almeno in linea di principio, perché un cambiamento a Teheran, promesso da Biden, potrebbe avere qualche impatto indiretto sulla situazione in Siria. In effetti, il presidente americano è forse l’uomo più potente del mondo, ma non è, tutt’altro, l’uomo più potente degli Stati Uniti. Così come il Congresso è ben lungi dall’essere onnipotente come talvolta dà l’impressione. È lo “stato profondo” neoconservatore che guida, sostenuto dalla comunità ebraica sionista e dalla potente lobby dei cristiani sionisti protestanti (la Chiesa evangelica in particolare, che rivendica più di 60 milioni di membri in America e 600 milioni nel mondo. ). Le lobby, le 17 agenzie di intelligence statunitensi, che riuniscono senza dubbio più di un milione di agenti, la gerarchia militare, le banche, il GAFAM, fanno parte di questo “stato profondo”: Trump ve lo direbbe probabilmente.

In conclusione, dopo i fallimenti dell’Occidente in America Latina, sulla gestione della pandemia da Covid-19, la presenza di una forte resistenza in Medio Oriente, nuove potenze emergenti come Russia e Cina, possiamo prevedere in tempi non lontani un declino dell’imperialismo occidentale e americano in particolare?

Questo declino è in atto, altrimenti l’America avrebbe già lanciato un assalto a Russia e Cina. La Cina è diventata la prima potenza economica e commerciale del mondo. È la fabbrica del mondo. Sta rapidamente diventando una delle principali potenze militari. La Russia ha riconquistato la parità militare con l’America, senza avere un enorme budget per la difesa, è una grande potenza energetica e sta diventando una grande potenza agricola. Infine, è tornato ad essere un potere di riferimento politico e diplomatico, che vuole garantire il ritorno al diritto internazionale, deriso e distrutto dall’Occidente. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale. Militarmente e diplomaticamente per la Russia, diplomaticamente specialmente (finora) per la Cina. Infine, visto che si parla del Covid, notiamo la disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.

 

 

La fase multicentrica/Le elezioni presidenziali.2, di Luigi Longo

La fase multicentrica/Le elezioni presidenziali.2

 

IL DECLINO USA È SEMPRE PIÙ EVIDENTE

di Luigi Longo

 

  1. Le elezioni presidenziali svelano tutta l’ideologia su cui si basa la democrazia degli Stati Uniti d’America. Una democrazia che questa potenza mondiale si arroga il diritto di esportare nel mondo con tutti i mezzi, di consenso e di coercizione, come esempio di progresso e di civiltà. La grande democrazia statunitense, è bene ricordarlo, si è affermata con la violenza che << […] ha portato nel mondo, da quando gli USA sono nati (e come sono nati!!), la “libertà” con i più grandi massacri che la storia ricordi; e con una continua serie di colpi di Stato e di assassinii di avversari politici. I nazisti possono essere considerati dei dilettanti (allo sbaraglio) rispetto ai “serial killers” che sempre hanno diretto gli USA >> (la riflessione è di Gianfranco La Grassa).

Per dirla con Costanzo Preve, è la leggenda bianca dell’eccezionalismo democratico USA.

Riporto una sintesi chiara di Marco Della Luna per quanto concerne il gioco delle elezioni che gli agenti dominanti svolgono:<< […] la quota di potere messa in gioco nelle elezioni è marginale, gli esiti delle votazioni popolari sono predeterminati di regola, le procedure democratiche sono sostanzialmente una messa in scena, siccome le decisioni sul corso da dare alla storia sono prese, a porte chiuse, da un’oligarchia, un’oligarchia oggi sovranazionale [dissento da questa lettura oligarchica, mia precisazione], che le cala sui popoli e sui paesi. Essa le fa accettare dalla gente, spesso nascondendone gli effetti e gli scopi veri-pensate all’Euro e al MES. Produce industrialmente a monte il consenso verso di esse mediante il controllo dei mass media che creano la voluta percezione della realtà e dei valori; mentre, a valle, ne assicura l’applicazione mediante il controllo della “giustizia”, la cui funzione essenziale nel mondo reale è proteggere e legittimare il potere costituito, intervenendo per coprire i suoi abusi, non già assicurare la legalità, analogamente a come i parlamentari non rappresentano gli elettori, perché i parlamentari fanno innanzitutto gli interessi propri, di chi li mette in lista, di chi gli finanzia la campagna elettorale.[…] Nel caso delle elezioni presidenziali statunitensi, la “giustizia” ha respinto i ricorsi elettorali non dopo aver esaminato il loro merito, ossia le prove dei brogli e delle illegalità, ma rifiutando di esaminarlo in base alle tesi che né il Texas, né gli altri stati ricorrenti, né gli elettori ricorrenti, né lo stesso candidato Donald Trump avessero la legittimazione formale, ossia un interesse legalmente tutelabile [la forma che si fa sostanza negando la democrazia!, mia precisazione], a ricorrere. Cioè la “giustizia” ha denegato il diritto al controllo di legittimità sostanziale, assicurando così l’esito prestabilito e la sua legittimità percepita.

I mass media erano all’unisono schierati contro Trump nel 2016 e tali sono rimasti: hanno montato una campagna di accuse di suoi supposti traffici con la Russia, che sono risultati inesistenti, mentre hanno nascosto quelli di Hunter Biden fino a dopo il voto, per favorire Biden.

Solo a un babbeo, in questo contesto, si può far credere che, alla fine, abbiano vinto la democrazia e la legalità [corsivo mio, LL]

Insabbiano e insabbieranno tutte le prove di brogli elettorali, anche quelle che stanno emergendo in Italia, coinvolgenti la società Leonardo, il gen. Graziano, Renzi, Conte-che potranno tirare un sospiro di sollievo: democrazia è fatta, giustizia seguirà, su entrambe le sponde dell’Atlantico, e quel compare di Obama che minaccia Conte di fare sfracelli per ottenere il controllo dei servizi segreti in modo che non lo denuncino né lo ricattino, lo otterrà, democraticamente >>.

 

  1. E’ nella storia statunitense (e mondiale) che le elezioni servono per legittimare gli agenti strategici egemonici nel conflitto interno (e indirettamente esterno) per il dominio del Paese e per orientare la politica mondiale all’affermazione unilaterale del proprio dominio. Le istituzioni nazionali ed internazionali sono i luoghi dove si gestiscono e si eseguono le strategie dei dominanti. La storia insegna che i grandi tentativi di trasformazione sociale sono avvenuti per vie rivoluzionarie e non per vie ideologicamente (nell’accezione negativa del termine) democratiche.

Le elezioni presidenziali indicano la strada del declino della potenza egemonica mondiale per due ragioni che ho già evidenziato nella prima riflessione sulle elezioni presidenziali: 1) la situazione politica del Paese è quella di una nazione che non trova più una sintesi nazionale espressione degli agenti strategici dominanti e gli squilibri territoriali, sociali ed economici sono sempre più accentuati, con forte rischio della tenuta degli Stati federati degli Stati Uniti d’America; 2) l’epoca della tutela delle istituzioni, luoghi di conflitto e di equilibrio dinamico degli agenti strategici, per garantire l’unità e la sintesi di una grande potenza mondiale è finita (si pensi alle elezioni presidenziali del 1960 vinte da John Fitzgerald Kennedy per il passo indietro di Richard Nixon, inteso come equilibrio dinamico degli agenti strategici vincitori, e a quelle del 2000 tra George W. Bush e Al Gore con passo indietro di quest’ultimo).

Nessuno tiene a bada << […] le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell’interesse privato […] >> (l’espressione è di Karl Marx) e Jean –Claude Michèa denuncia che << […] Wall Street, Hollywood e Silicon Valley potranno finalmente dare libero sfogo a tutte le loro fantasie “postumane” e “transumane” senza doversi mai più scontrare con il minimo limite politico o culturale né con la minima frontiera geografica. Se il vero “progressista” è, innanzitutto, colui che esorta tutti i popoli della Terra a fare tabula rasa del loro passato e a porre fine a ogni sopravvivenza del “vecchio mondo”, allora dovrebbe essere chiaro che nessuno è meglio attrezzato per compiere un tale compito storico del sistema capitalistico stesso. >>.

 

  1. Il conflitto interno agli agenti strategici statunitensi non è un conflitto basato sulla ricerca della sintesi nazionale di una grande potenza egemonica mondiale, ma è un conflitto basato sugli interessi di parte come conseguenza della decadenza di tutta la classe dominante (e si lascino perdere gli schieramenti ideologici tra destra e sinistra, tra repubblicani e democratici che hanno avuto un ruolo diverso nel passato ma ora sono tutti d’accordo a mantenere la cosiddetta società capitalistica). Gli Usa non hanno una nuova visione del mondo per fermare il proprio declino, relativo o accentuato che sia, e ri-lanciare la sfida egemonica della fase multicentrica, nè Donald Trump e i centri strategici che rappresenta(va) erano nelle condizioni di costruire una nuova visione (e questo non è detto con il senno di poi o con la nottola di Minerva che inizia il volo solo al crepuscolo). E’ stato un tentativo illusorio (come già evidenziato in un mio precedente scritto) quello di alcuni strateghi, soprattutto delle sfere militare e politica, con i loro gruppi di pensiero (think tank) e i loro centri e istituti di ricerca strategica, che si sono resi conto della strada di non ritorno del declino USA, una strada, per dirla con David Calleo, di egemonia sfruttatrice che hanno cercato di deviare, invano (si rivedano le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca), verso una visione del Paese incentrata sull’economia reale, sul legame sociale da rafforzare, sulla ri-definizione dei rapporti sociali sistemici, sull’apertura di una fase multicentrica; ma realizzare tutto questo significava derogare alle regole della potenza mondiale, cioè ri-collocare gli USA quale potenza mondiale di confronto e condivisione con altre potenze mondiali emergenti: non più come la grande nazione imperiale. E tutto questo era impensabile costruirlo con un movimento elettorale e non strategico di lungo periodo. Anche se va detto che all’inizio la parte razionale valutando l’insieme del movimento aveva deciso che non c’erano le condizioni per creare un movimento, o una forza nuova per dirla con Gianfranco La Grassa, che pensasse nuove strategie per far diventare gli USA una potenza multicentrica.

Infatti il conflitto sui brogli elettorali (che novità!) è stato spostato tutto nella sfera giuridica che è la sfera che permette di coprire la realtà fatta di accordi tra gruppi strategici vincenti e perdenti: accordi di parte che nulla hanno a che fare con la suddetta visione del Paese. La farsa e la tragedia dell’assalto al Congresso rafforza questa ipotesi: come è possibile, si chiede Salvatore Bravo, che la più grande democrazia del pianeta con i suoi formidabili mezzi di controllo e contrasto, specie dopo l’attacco alle torri gemelle possa aver permesso un simile episodio?

Gli Usa sono una potenza in declino e non hanno la forza economica, scientifica, culturale e politica per rilanciare e costruire un nuovo modello di egemonia capace di sconfiggere le potenze mondiali che si stanno organizzando per mettere in discussione l’ordine monocentrico e affermare l’ordine mondiale multicentrico. E’ il declino non solo degli USA ma di tutto l’Occidente: è la crisi della civiltà occidentale.

La gestione Joe Biden-Kamala Harris (la nuova regina del caos) porterà gli USA a cadere nella trappola di Tucidide (la sindrome della potenza in ascesa e la sindrome della potenza dominante) e si prepareranno scenari di guerra.

 

Nota bibliografica

 

  1. Gianfranco La Grassa, I piani americani, conflittiestrategie.it, 30/12/2020.
  2. Costanzo Preve, Politically correct: elementi di politicamente corretto, editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2020, pag. 23.
  3. Marco Della Luna, Poveri Q-Q di Trump! marcodellaluna.info, 7/1/2021.
  4. Karl Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, prefazione alla prima edizione, Einaudi, Torino, 1975, pag.7.
  5. Jean-Claude Michèa, Il lupo nell’ovile, Meltemi, Milano, 2020, pag.110.

GLI USA GIOCHERANNO DI RIMESSA O CADRANNO NELLA TRAPPOLA DI TUCIDIDE? a cura di Luigi Longo

La fase multicentrica/Le elezioni presidenziali.

GLI USA GIOCHERANNO DI RIMESSA O CADRANNO NELLA TRAPPOLA DI TUCIDIDE?

a cura di Luigi Longo

 

Propongo la lettura dei seguenti due articoli: Manlio Dinucci, La politica estera di Joe Biden, il Manifesto, 10/11/2020 e Paolo Mastrolilli, Il piano Biden per l’Italia. Intervista a Michael Carpenter, La stampa, 11/11/2020.

Sono due articoli che riguardano le prospettive di politica estera degli USA, potenza mondiale in declino sempre più evidente, a seguito delle elezioni a presidente di Joe Biden. Le elezioni sono avvenute con metodi e modalità imbarazzanti per una potenza mondiale che esporta la democrazia anche se è una nazione costituzionalmente repubblicana, non democratica (il massimo della mistificazione). “[…] Sotto, sotto c’è sempre il western […] A me l’America non mi fa niente bene. Troppa libertà. Bisogna che glielo dica al dottore. A me l’America mi fa venir voglia di un dittatore. Ohhhhh!!! Sì, di un dittatore. Almeno si vede, si riconosce. Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli Americani, te la mettono lì. La libertà è alla portata di tutti come la chitarra. Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà.”, così cantava il grande Giorgio Gaber nella insuperabile L’America (1).

La situazione politica del Paese è quella di una nazione che non trova più una sintesi nazionale espressione degli agenti strategici dominanti e gli squilibri territoriali, sociali ed economici sono sempre più accentuati, con forte rischio della tenuta degli Stati federati degli Stati Uniti d’America.

L’epoca della tutela delle istituzioni, luoghi di conflitto e di equilibrio dinamico degli agenti strategici, per garantire l’unità e la sintesi di una grande potenza mondiale è finita (si pensi alle elezioni presidenziali del 1960 vinte da John Fitzgerald Kennedy per il passo indietro di Richard Nixon, inteso come equilibrio dinamico degli agenti strategici vincitori, e a quelle del 2000 tra George W. Bush e Al Gore con passo indietro di quest’ultimo).

Ora, come fa capire George Friedman (2), gli Stati Uniti sono costretti a giocare di rimessa anche se il rischio con Joe Biden, e soprattutto con Kamala Harris (la nuova regina del caos), è quello di cadere nella trappola di Tucidide (la sindrome della potenza in ascesa e la sindrome della potenza dominante) (3).

Si annunciano strategie di guerra, con un ruolo decisivo della Nato, per contrastare le due potenze mondiali in ascesa (Cina e Russia), per mettere in riga i servitori europei in maniera coordinata (si pensi al duo Angela Merkel-Emmanuel Macron) con una strategia chiara di contrasto sia con la Russia (sanzioni e ridimensionamento della politica energetica) sia con la Cina (contrasto al 5G e alla via della seta), per fornire le alternative, tipo la <<Three Seas Initiative>> (4), per riprendere in mano direttamente la situazione in Libia e nel Mediterraneo, per controllare il Medio Oriente con la nuova Nato araba (Israele e il mondo arabo sunnita in funzione anti Iran in modo da ridimensionare sia l’area di influenza della Russia e della Cina sia la loro possibile alleanza), per facilitare il ritorno della Turchia nella Nato, per usare lo strumento coronavirus (Covid-19) come guerra batteriologica (è nella storia umana del potere l’uso dei batteri e dei virus come strumenti di conflitto) sia contro le potenze mondiali emergenti sia per sistemare le cose interne. Tale sistemazione è nella logica di preparazione della sempre più avanzata fase multicentrica con gli accentramenti di potere, con la risistemazione dei settori produttivi, con la riorganizzazione delle regole sociali, con la eliminazione del diritto alla salute (uso il termine diritto per comodità di linguaggio perché in una società asimmetrica, cosiddetta capitalistica, è fuorviante parlare di diritti). La guerra batteriologica tra potenze mondiali sarebbe un filone di ricerca da intraprendere con serietà e coraggio. Una ricerca basata sull’ipotesi che considera sia ciò che è accaduto e sta accadendo, sia la letteratura fin qui prodotta, lasciando perdere le stupidaggini sul negazionismo, sul complottismo.

L’Europa? La nuova strategia statunitense ha bisogno di un vassallo che sappia coordinare bene la servitù europea, senza tentazioni orientali. E’ la fine della tattica degli accordi bilaterali di trumpiana memoria.

Per capire il livello di servitù volontaria europea basta osservare che tutti i leader (da quelli che contano come Angela Merkel e Emmanuel Macron a quelli che non contano come Sergio Mattarella) hanno gioito e non vedono l’ora di lavorare (5) con Joe Biden senza minimamente attendere la formalità democratica delle elezioni dei grandi elettori che eleggeranno il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America che vorrà guidare in maniera unilaterale il mondo, facendo così il gioco del loro nuovo signore.

 

A me l’America non mi fa niente bene!

 

 

Note

1.Giorgio Gaber, L’America in Album “Libertà obbligatoria”, 1995-1996.

2.George Friedman, Il dilemma di Biden, www.italiaeilmondo.com, 10/11/2020.

3.Luigi Longo, L’Europa tra le vie della Nato, le vie della seta e le vie dell’energia, prima parte, in www.italiaeilmondo.com, 19/11/2019.

4.Three Seas Initiative è il vertice dei tre mari. Il prossimo vertice si terrà in Bulgaria nel giugno 2021. Ogni anno riunisce 12 Paesi situati tra i mari Baltico, Nero e Adriatico. Essi sono: Estonia-Lettonia-Lituania-Polonia-RepubblicaCeca-Slovacchia-Ungheria-Slovenia-Austria-Croazia-Romania-Bulgaria. L’iniziativa Three Seas mira a promuovere la cooperazione, in primo luogo, per lo sviluppo di infrastrutture nei settori dell’energia, dei trasporti e del digitale. Mira a nuovi investimenti, crescita economica e sicurezza energetica. E soprattutto persegue gli obiettivi degli Stati Uniti finalizzati ad allargare la sua area di influenza nell’Europa centrale e orientale in funzione anti Russia.

5.Redazione Ansa, I leader mondiali si congratulano con Biden, www.ansa.it, 8/11/2020. E’ impressionante come tutti i leader hanno usato la stessa terminologia. E’ il segno dei tempi!

 

1.LA POLITICA ESTERA DI JOE BIDEN

di Manlio Dinucci

 

Le linee portanti del programma di politica estera che la nuova amministrazioneUsa si impegna ad attuare sono espressione di un partito trasversale.

Quali sono le linee programmatiche di politica estera che Joe Biden attuerà quando si sarà insediato alla Casa Bianca? Lo ha preannunciato con un dettagliato articolo sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2020), che ha costituito la base della Piattaforma 2020 approvata in agosto dal Partito Democratico.

Il titolo è già eloquente: «Perché l’America deve guidare di nuovo / Salvataggio della politica estera degli Stati Uniti dopo Trump». Biden sintetizza così il suo programma di politica estera: mentre «il presidente Trump ha sminuito, indebolito e abbandonato alleati e partner, e abdicato alla leadership americana, come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

Il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato, che è «il cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati uniti». A tal fine Biden farà gli «investimenti necessari» perché gli Stati uniti mantengano «la più potente forza militare del mondo» e, allo stesso tempo, farà in modo che «i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa» secondo gli impegni già assunti con l’amministrazione Obama-Biden.

Il secondo passo sarà quello di convocare, nel primo anno di presidenza, un «Summit globale per la democrazia»: vi parteciperanno «le nazioni del mondo libero e le organizzazioni della società civile di tutto il mondo in prima linea nella difesa della democrazia».

Il Summit deciderà una «azione collettiva contro le minacce globali». Anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali»; allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua portata globale».

Poiché «il mondo non si organizza da sé», sottolinea Biden, gli Stati uniti devono ritornare a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole, come hanno fatto per 70anni sotto i presidenti sia democratici che repubblicani, finché non è arrivato Trump».

Queste sono le linee portanti del programma di politica estera che l’amministrazione Biden si impegna ad attuare. Tale programma – elaborato con la partecipazione di oltre 2.000 consiglieri di politica estera e sicurezza nazionale, organizzati in 20 gruppi di lavoro – non è solo il programma di Biden e del Partito Democratico. Esso è in realtà espressione di un partito trasversale, la cui esistenza è dimostrata dal fatto che le decisioni fondamentali di politica estera, anzitutto quelle relative alle guerre, vengono prese negli Stati uniti su base bipartisan.

Lo conferma il fatto che oltre 130 alti funzionari repubblicani (sia a riposo che in carica) hanno pubblicato il 20 agosto una dichiarazione di voto contro il repubblicano Trump e a favore del democratico Biden. Tra questi c’è John Negroponte, nominato dal presidente George W. Bush, nel 2004-2007, prima ambasciatore in Iraq (con il compito di reprimere la resistenza), poi direttore dei servizi segreti Usa.

Lo conferma il fatto che il democratico Biden, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne nel 2001 la decisione del presidente repubblicano Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e, nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan di77 senatori che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa.

Sempre durante l’amministrazione Bush, quando le forze Usa non riuscivano a controllare l’Iraq occupato, Joe Biden faceva passare al Senato, nel 2007, un piano sul «decentramento dell’Iraq in tre regioni autonome – curda, sunnita e sciita»: in altre parole lo smembramento del paese funzionale alla strategia Usa.

Parimenti, quando Joe Biden è stato per due mandati vicepresidente dell’amministrazione Obama, i repubblicani hanno appoggiato le decisioni democratiche sulla guerra alla Libia, l’operazione in Siria e il nuovo confronto con la Russia.

Il partito trasversale, che non appare alle urne, continua a lavorare perché «l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

 

 

2.IL PIANO BIDEN PER L’ITALIA

Il consigliere del presidente-eletto: ”per Joe il vostro paese è strategico. Ma attenti a Russia e Cina. E sulla via della seta…Possiamo fare grandi progressi nelle relazioni Usa-UE eliminando appena possibile i dazi e accordandoci sulla riforma del Wto. Finché la Russia mantiene truppe in Ucraina e occupa territori sovrani, non dobbiamo togliere le sanzioni”

 

di Paolo Mastrolilli

 

Ripensare il rapporto con la Cina e il 5G; mantenere le sanzioni alla Russia; aumentare gli investimenti nella difesa, o fornire assetti nel Mediterraneo e Medio Oriente; aiutare la stabilizzazione della Libia.

Michael Carpenter offre all’ Italia è un vademecum per andare d’accordo con l’amministrazione Biden. Vale la pena di ascoltarlo, perché era il braccio destro per la politica estera del vicepresidente, che lo aveva voluto nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca come direttore per la Russia. Con Trump è diventato direttore del Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement alla University of Pennsylvania, il think tank dove Joe ha preparato la rivincita.

 

Il presidente Biden come cambierà il rapporto con l’Europa?

«Penso che sarà il campione delle relazioni tra Usa e Ue, e cercherà di espandere commerci e investimenti. Possiamo fare grandi progressi eliminando appena possibile le tariffe».

 

La Ue ha imposto dazi alla Boeing.

«La vicenda va risolta dai negoziatori, ma se ci accordiamo sulla riforma della Wto e i principi della nostra partnership, possiamo superare tutte le questioni».

 

Cosa farà Biden sul clima?

«Non solo tornerà nell’ accordo di Parigi dal primo giorno, ma cercherà di costruirci sopra misure addizionali. Biden ha detto che gli Usa devono diventare “carbon neutral” entro il 2050, e ciò rispecchia gli obiettivi Ue. Ci sono enormi opportunità, se investiamo insieme nell’ energia pulita e rinnovabile. Nella ripresa post Covid, su entrambe le sponde dell’Atlantico dovremmo puntare sulle infrastrutture verdi, perché creano lavoro».

Biden prepara un vertice per rilanciare la Nato?

«Metterà grande enfasi sul suo rafforzamento, in termini di difesa e deterrenza, ma anche di coesione. C’è stato un arretramento della democrazia, ad esempio nel comportamento della Turchia. La Nato è frammentata, per Biden sarà prioritaria la coesione».

 

L’Italia deve investire il 2% del pil nella Difesa?

«La condivisione dei pesi è un importante principio Nato, ma con pandemia e crisi economica dobbiamo essere flessibili. Ci sono investimenti, su mobilità e prontezza militare, che non rientrano in quelli per la difesa, ma possono essere conteggiati per i Paesi che li espandono».

 

Biden vuole chiudere le “guerre infinite”. L’ Italia potrebbe contribuire con assetti in Medio Oriente e Mediterraneo, dove gli Usa si ritirano?

«Certo, è un tema su cui dobbiamo coordinarci con gli italiani. Sarete molto importanti per la strategia meridionale della Nato, riguardo Nord Africa e Mediterraneo, che va rafforzata. In queste regioni guarderemo a voi per un ruolo guida, anche per le migrazioni».

 

In Libia cosa può fare l’Italia?

«Siete molto impegnati e ciò è utile. La Nato deve sviluppare una strategia meridionale più complessiva, ma sulla Libia la Ue potrebbe guidare».

 

Nonostante la rivalità fra Italia e Francia?

«Questo è un caso dove ci vuole coordinamento, nella Nato e nella Ue, e gli Usa devono favorirlo».

 

Tornerete nell’ accordo nucleare con l’Iran?

«Biden ha detto che vuole farlo, se Teheran torna a rispettare i suoi obblighi. Trump ha portato gli Usa all’ isolamento, permettendo all’ Iran di riprendere il programma nucleare senza controlli».

 

Quale sarà la linea di Biden sulla Russia?

«Un approccio da una posizione di forza. Puntiamo ad unificare gli alleati per misure che potenzino militarmente la Nato, e impongano costi a Mosca quando ha comportamenti ostili, o mina la sovranità di altri Paesi. Allo stesso tempo vogliamo promuovere la stabilità, aumentando il dialogo sul controllo degli armamenti e la riduzione dei rischi».

L’ Italia ha premuto per togliere le sanzioni.

«Finché la Russia mantiene truppe in Ucraina e occupa territori sovrani, non dobbiamo togliere le sanzioni. Sarà importante sederci con i partner europei, inclusa l’Italia, per allineare le nostre visioni».

 

Con quali obiettivi?

«Contenere l’aggressione russa, impedirle di sovvertire le nostre democrazie. Il futuro potrebbe portare a una relazione più produttiva, ma non dobbiamo essere ingenui e pensare che sia dietro l’angolo».

 

Cosa farà con la Cina?

«Biden metterà gli alleati al centro della strategia. Il fallimento di Trump è stato il focus sui negoziati bilaterali per il deficit commerciale, invece delle profonde questioni sistemiche usate per manipolare i commerci. Bisogna presentare un fronte unito, con europei ed asiatici, per obbligare la Cina a cambiare».

 

La posizione dell’Italia su Via della Seta e 5G è compatibile?

«Spero sia possibile una conversazione strategica sulla minaccia che queste iniziative pongono per la sicurezza. La tecnologia cinese e il 5G sono pericolose, e le democrazie dovrebbero unirsi per produrre alternative.

La Via della Seta nasconde trappole come la diplomazia del debito o le acquisizioni di infrastrutture strategiche che non beneficiano i Paesi coinvolti. Dobbiamo fornire alternative, tipo la Three Seas Initiative».

 

Biden vuole un Summit della democrazia. Quale sarà l’agenda?

«Metterà enfasi sul sostegno della democrazia, tanto le istituzioni dei nostri Paesi, quanto i movimenti che la promuovono. Nel mio Paese un governo populista di estrema destra ha eroso le norme democratiche, perciò tutti noi dobbiamo riaffermare l’impegno a rispettarle e tutelarle».

 

 

 

IL MITO DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI a cura di Luigi Longo

IL MITO DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI

a cura di Luigi Longo

 

Segnalo l’articolo di Marco Della Luna su Bambini abusati e giustizia abusata apparso sul sito www.marcodellaluna.info il 19/7/2020.

“Le note, recenti e crescenti rivelazioni hanno mostrato la realtà di un potere giudiziario che, fuori dal mito e dalla mistificazione, è semplicemente tale e quale gli altri poteri, quelli politici, burocratici, amministrativi, e fa parte organica del loro sistema […] Tutto questo non deve sorprendere, perché da sempre il potere serve gli interessi di chi lo detiene, non la collettività e gli interessi diffusi, anche se il popolo, non imparando mai dalla storia, tende a farsi continuamente illusioni a questo riguardo” (Marco Della Luna).

Questa è una buona sintesi per avviare qualche riflessione sul ruolo della sfera giudiziaria nei rapporti sociali della società cosiddetta capitalistica.

Chi crede nella separazione dei poteri, chi teorizza e pratica la separazione dei poteri è in malafede perché mente sapendo di mentire.

Non esiste nessuna separazione dei poteri ma esiste una sorta di coordinamento degli agenti strategici dominanti che trovano nei luoghi istituzionali un equilibrio dinamico di strategie e gestione del potere e del dominio. Mi spiego: gli agenti strategici delle diverse sfere del legame sociale, storicamente dato, (politica, giudiziaria, eccetera) formano, nel conflitto strategico, un blocco egemone che realizza la loro visione di società nei luoghi istituzionali dove viene espletato il dominio. Questo blocco è formato dagli agenti che elaborano le strategie; da quelli che eseguono le strategie e da quelli che gestiscono le strategie.

Questo approccio rozzo vale sia nelle relazioni sociali all’interno delle nazioni sia in quelle mondiali dove si gioca il conflitto per l’egemonia tra le potenze mondiali con le loro aree di influenza nelle diverse fasi della storia mondiale: monocentrica, multicentrica e policentrica.

Il popolo pensante sa sulla propria pelle che non esiste la separazione dei poteri e che la scritta simbolica nei palazzi di Giustizia “La legge è uguale per tutti” è non veritiera. Qui il popolo è inteso non come una generica astrazione ma come una astrazione materiale di individui portatori di interessi diversi in un rapporto sociale asimmetrico tra chi detiene il potere, chi detiene il dominio e chi non detiene nulla (la maggioranza della popolazione).

Quanta teoria sta nella prassi del partire da sé! Qui dobbiamo andare a lezione dal pensiero femminile della differenza, ma è un altro ragionamento che ha a che fare con una nuova forza politica sessuata all’altezza di questi tempi di grande trasformazione che è caratteristica propria di una nuova fase storica.

Facciamo scendere la teoria, con nuovi campi di stabilità, nella realtà per meglio comprendere la sua coda. “Va la mia realtà come una storia che va avanti e quando credi di afferrarla è già più in la. […] Va la mia realtà come la vita che mi sfugge ed io mi aggrappo come un naufrago qua e la. Il mio destino è quest’ affanno è questa corsa verso il vero per scoprire quel mistero
che da sempre è la realtà […] Noi crediamo ancora ai grandi ideali ai grandi schieramenti la realtà è più avanti […] Noi crediamo ancora alla gente onesta agli uomini efficienti la realtà è più avanti […] Noi crediamo ancora alle facce nuove ai partiti giusti. Siamo di destra siamo di sinistra siamo democratici siamo progressisti la realtà è più avanti […] Siamo sempre indietro la realtà è più avanti (grassetto mio)” (Giorgio Gaber).

 

 

BAMBINI ABUSATI E GIUSTIZIA ABUSATA

 

di Marco Della Luna

Le note, recenti e crescenti rivelazioni hanno mostrato la realtà di un potere giudiziario che, fuori dal mito e dalla mistificazione, è semplicemente tale e quale gli altri poteri, quelli politici, burocratici, amministrativi, e fa parte organica del loro sistema:

E’ in mano a comitati di affari operanti nella illegittimità, che gestiscono i concorsi a magistrato, le carriere dei magistrati, le assegnazione dei posti importanti, la persecuzione dei magistrati che non si piegano al sistema, la protezione di quelli che lo servono, la facilitazione del mercato delle sentenze – perché in un mondo in cui tutto viene fatto merce, anche le persone, sono merce anche le sentenze. L’unica realistica riforma della magistratura sarebbe di azzerare il suo ruolo e sorteggiare magistrati vicari tra gli avvocati con almeno 20 anni di esperienza, in provvisoria sostituzione degli attuali magistrati (che verrebbero abilitati come avvocati del libero foro), in attesa di nuovi concorsi trasparenti e controllabili. Ma non si farà, perché la politica è coesa con questa giustizia.

Quei comitati scelgono chi deve passare il concorso per magistrato, dominano il potere giudiziario e sono autori di veri e propri colpi di Stato giudiziari, che hanno prodotto un cambio di maggioranza determinante anche per la nomina di presidenti della Repubblica, i quali dovrebbero invece essere organi di garanzia e neutralità. Il primo colpo di stato giudiziario risulta essere Mani Pulite che ha eliminato i partiti tradizionali che avrebbero ostacolato la privatizzazione e cessione ai capitali stranieri dell’Italia e della sua sovranità, lasciando in attività solo il partito comunista nei suoi successivi nomi, il quale era appunto il partito collaborazionista di quel progetto di cessione. Altri affioramenti notevoli hanno mostrato complicità di magistrati col mondo degli affari imprenditoriali e da più parti è stata sollecitata un indagine a tappeto sui rapporti tra le banche e i magistrati che si occupano delle medesime banche, indagine che credo avrebbe effetti rivoluzionari.

Tutto questo non deve sorprendere, perché dà sempre il potere serve gli interessi di chi lo detiene, non la collettività e gli interessi diffusi, anche se il popolo, non imparando mai dalla storia, tende a farsi continuamente illusioni a questo riguardo.

Da Bibbiano, ma anche da precedenti dossiers, è stato aperto anche il capitolo della Giustizia che si occupa dei minori, sia quindi i tribunali per i minorenni che i tribunali ordinari civili e penali che trattano cause riguardanti i fanciulli. Da circa 10 anni si sa che c’è un giro d’affari attualmente intorno ai 4 miliardi l’anno per i collocamenti dei minorenni in strutture private che realizzano profitti, che hanno tra i loro soci o collaboratori pagati giudici minorili onorari e di carriera, i quali sono coloro che collocano i minori affidandoli a queste strutture private, perlopiù cooperative, che realizzano notevoli lucri, facendo pagare rette che talora arrivano a superare i €400 al giorno. Un giudice minorile, il dottor Morcavallo, anni fa si dimise perché disgustato da quello che vedeva avvenire per opera di suoi colleghi dei tribunali per i minorenni e da allora combatte queste prassi.

Non è tutto, anzi è solo l’inizio, la parte meno torbida. Come avvocato ho regolarmente constatato che di prassi i magistrati e i servizi sociali e i loro psicologi che si occupano di minori tendono a collocare i minori, nelle separazioni dei loro genitori, presso quel genitore che è più disturbato e disturbante, e a colpevolizzare artatamente quello più sano che potrebbe fare di più per i figli. Probabilmente questa prassi è finalizzata a favorire gli operatori, spesso privati, che seguono a pagamento i minori, come psicologi, educatori, cooperative fornitrici di servizi sempre a pagamento. Un bambino che cresce con un genitore disturbante è un cliente pressoché sicuro per questi soggetti.

Ma vi è di peggio. Nella mia professione spesso constato direttamente o attraverso colleghi, psicologi, psichiatri, che non pochi magistrati sembrano favorire di fatto il genitore abusante. Io stesso in diverse occasioni ho assistito alla scena in cui la madre presentava al tribunale prove via via raccolte o indizi di abusi sessuali del padre sulle bambine, e il tribunale dapprima faceva orecchie di mercante; poi, di fronte alle nuove prove presentata dalla madre, qualche giudice le diceva di smettere di raccoglierle e di non fare denunce, perché se avesse continuato il tribunale avrebbe considerato di collocare la bambina in una struttura oppure presso il padre stesso. Incredibile, ma vero. Cercherò di spiegare perché ciò avviene.

A questi episodi si collegano vicende come quelle di Bibbiano e di Forteto, che non sono isolate ma ricorrono abbastanza diffusamente. Quella di Bibbiano è stata accuratamente silenziata e addirittura il rifiuto politico ad allearsi col Partito democratico, potenza dominante nella zona interessata e vicina al potere giudiziario, rifiuto opposto da parte del movimento grillino, è stata prontamente riassorbita. Il Forteto, che ora risulta difeso non solo da illustri politici ma anche da alcuni magistrati, va avanti da diversi anni dopo l’inizio della scoperta di ciò che in esso si faceva e ancora si fa.

È chiaro che, come persino Padre Livio Fanzaga, fondatore e presidente di Radio Maria, una potenza mondiale della comunicazione, ha denunciato il 7 luglio, che la lobby mondiale dei pedofili è molto forte, conta centinaia di migliaia di membri tra cui persino esponenti di qualche famiglia reale. Essa è molto finanziata e sostenuta, spinge per lo sdoganamento della pedofilia, vista come punta di lancia del Movimento Gender. Il pensiero corre a quel governatore regionale che già si è vantato di aver istituito una Task Force per intervenire e all’occorrenza asportare i bambini dalle famiglie che appaiono inadeguate, come potrebbero essere quelle che rifiutano l’educazione gender e le dottrine omosessualiste.

Padre Livio, persona di grande cultura, intelligenza e industriosità, ha dichiarato che ha iniziato a studiare questo problema, che andrà a fondo, e ha aggiunto di aver già accertato che la pedofilia è solo lo strato superficiale, che sotto di essa stanno pratiche di sadismo, pratiche di satanismo, con sacrifici di bambini, come nel famoso caso Epstein e in altri. Ha concluso dicendo che ha scoperto anche di peggio, cose che non può dire in radio perché la radio è ascoltata anche da bambini. Credo si riferisse all’industria globale degli espianti di organo e ai milioni di bambini che ogni anno spariscono, anche in Italia, o che verso quell’industria sono incanalati da provvedimenti giudiziari di affidamento. Ricordiamo quella pratica di affidamento in serie di bambini a pedofili che andava avanti da decenni a Berlino, quando ultimamente è stata stroncata.

Attualmente, si sta varando una legislazione idonea a produrre un quadro normativo e mediatico in cui sarà ampiamente incoraggiato e legittimato il prelievo dei bambini dalle famiglie che non si adegueranno al gender e ad altre prescrizioni ideologiche e sanitarie del sistema. Per tale via, si creerà un’ampia disponibilità di bambini collocabili in strutture imprenditoriali e potenzialmente disponibili per gli usi sopraindicati. Bambini che possono solo augurarsi che vi siano molti magistrati come il dottor Morcavallo, pronti a combattere i loro stessi colleghi deviati.

 

 

 

La questione energetica e la sostenibilità territoriale, di Luigi Longo

La questione energetica e la sostenibilità territoriale

di Luigi Longo

 

 

  1. Le riflessioni

 

Il presente scritto è la rielaborazione parziale de L’imbroglio delle fonti energetiche rinnovabili pubblicato nel 2011. La rielaborazione è stata pensata in occasione del mio intervento al seminario su Le fonti di energia rinnovabile e lo sviluppo locale territoriale, organizzato dal Comitato No Eolico Selvaggio e dai Verdi Ambiente Società, tenutosi a Foggia il 25 ottobre 2018, che ha visto la partecipazione di diverse università [Università degli Studi di Foggia, Politecnico di Bari, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università di Leeds (Regno Unito)], degli enti intermedi (Consorzio per la bonifica della Capitanata e Acquedotto pugliese) e dei comitati di lotta territoriali (Foggia, Avellino, Benevento…) contro l’uso insostenibile delle fonti di energia rinnovabile.

Vengono riproposte, perché attuali, le seguenti riflessioni di fondo della questione energetica che nulla hanno a che fare con l’ideologia del Green Deal dell’Unione Europea né con i processi di una generica decarbonizzazione dei processi produttivi e dei processi di produzione e consumo di energia (1).

La prima riflessione, che si serve del sapere della geopolitica, riguarda il conflitto mondiale tra le potenze nazionali per l’appropriazione delle fonti energetiche non rinnovabili e rinnovabili che segue la logica dello sviluppo ineguale, soprattutto nelle fasi multicentrica e multipolare. Una appropriazione che interessa la conquista e l’allargamento delle aree di influenza, la guerra economica, la instabilità di vaste aree mondiali ad opera delle potenze che si contendono l’egemonia mondiale (sia dominante, gli USA, sia in ascesa, la Cina e la Russia).

La seconda concerne la mancanza di una politica energetica autonoma sia a livello nazionale sia a livello di Unione Europea che, non essendo un soggetto politico, non può avere una strategia energetica innervata ad una idea di sviluppo coordinato in quanto in essa vige la logica dei rapporti di forza tra le nazioni. Pertanto lo spazio del continente Europa, con i suoi differenti sistemi di valore territoriali (2), è scollegato e non coordinato!

La terza afferma che le fonti di energia tradizionali esauribili saranno ancora, per un lungo periodo, importanti per accendere in modo appropriato (energia in forma concentrata ed in gran quantità) lo sviluppo che la società a modo di produzione capitalistico si è dato in termini politici, economici, sociali, culturali e territoriali.

La quarta tratta l’importanza di una politica economica autonoma e autodeterminata cioè di una economia politica capace di relazioni positive e rispettose con i paesi produttori di fonti fossili (Oriente e Africa settentrionale).

La quinta ribadisce che le Fer, oltre ad essere marginali, non competitive e produttive di energia in forma meno concentrata rispetto alle fonti fossili, non hanno niente a che fare con la sostenibilità territoriale e seguono la logica sistemica della produzione di merci.

La sesta guarda alle Fer non come la semplice sostituzione di fonti di energia, ma come un passaggio d’epoca che coinvolge, nelle fasi multipolare e policentrica, tutti gli aspetti della società cosiddetta capitalistica in generale (economici, politici, sociali, istituzionali, culturali, ideologici) e in particolare, secondo la loro peculiarità storica, territoriale e sociale, le singole formazioni economiche e sociali (nazioni).

 

 

2.La questione energetica nel mondo

 

Il problema dell’energia è sempre stato fondamentale nella storia del genere umano sessuato per accendere il motore dello sviluppo attraverso i suoi modi di produzione e riproduzione della vita sociale e individuale storicamente data. Si è passato dalla fase dell’Homo sapiens, in cui venivano usati i convertitori biologici di energia come gli animali e i vegetali, alla fase attuale della società capitalistica in cui vengono usati convertitori inanimati di energia da fonti fossili ( petrolio, carbone, gas naturale, altro) e da fonti rinnovabili ( sole, vento, acqua, altro) passando per la rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale: << Se la Rivoluzione Agricola è il processo mediante il quale l’uomo pervenne a controllare e ad aumentare la disponibilità di convertitori biologici ( piante ed animali), la Rivoluzione Industriale può essere considerata come il processo che permise di intraprendere lo sfruttamento su vasta scala di nuove fonti di energia per mezzo di convertitori inanimati >> (3).

Oggi viviamo in una società in cui lo sviluppo è acceso da una energia prodotta da fonti inanimate esauribili e da fonti inanimate inesauribili fino a quando il sole avrà vita (i lunghi << tempi biologici >>): nel 2009 il consumo mondiale di energia prodotta da fonti fossili è pari al 80% contro il 20% prodotta da fonti energetiche rinnovabili (FER) (soprattutto idrica), nucleare e altre fonti (4). << La parte del leone nella fornitura di energia nel mondo spetta alle sorgenti fossili, in particolare agli idrocarburi in virtù della disponibilità di infrastrutture in grado di estrarre, raffinare 1.000 barili al secondo di grezzo e di distribuire convenienti vettori energetici, che hanno reso disponibile l’energia in ogni luogo, in qualunque momento e alla potenza desiderata (corsivo mio) >> (5).

Quindi l’energia prodotta da fonti fossili esauribili è un elemento fondamentale dello sviluppo della società capitalistica e diventa indispensabile l’appropriazione e la disponibilità delle risorse energetiche da fonti fossili che non sono sparse in maniera omogenea sulla terra ma sono concentrate in alcune aree [ per esempio, la maggior parte delle riserve di petrolio si trovano in Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait;( in una ristretta zona del Medio Oriente chiamata << ellissi strategica >>); la maggior parte delle riserve di gas naturale in Russia, Iran, Qatar; la maggior parte delle riserve di carbone in Stati Uniti, Russia, Cina ] (6). La loro appropriazione segue la logica dello sviluppo ineguale e del conflitto tra potenze nazionali per l’egemonia mondiale (7).

L’uso dell’energia, sia da fonti rinnovabili sia da fonti esauribili, è determinato storicamente dal modo di produzione e riproduzione della società. Per esempio, l’uso del cavallo come mezzo di mobilità corrispondeva ad un determinato modo di produzione e riproduzione della società e del territorio (società tradizionale); l’uso della macchina come mezzo di mobilità implica un diverso determinato modo di produzione e riproduzione della società e del territorio (società capitalistica) (8).

Il passaggio da risorse energetiche con fonti esauribili (preponderanti) a quello d’uso di fonti energetiche “inesauribili” (marginali) è subordinato ad una diversa produzione e riproduzione della società e del territorio. Passaggio che avrà i suoi tempi storici e le sue modalità di attuazione. E’ una vera trasformazione sociale che porterebbe ad una diversa configurazione della società (una rivoluzione dentro o fuori il capitale inteso come rapporto sociale) in generale, e ad una specificità propria delle formazioni economiche e sociali particolari che si conterranno l’egemonia mondiale (9).

Quindi la sostituzione di sorgenti inesauribili di energia inanimata con le sorgenti attualmente insostituibili rappresenta uno fra i principali problemi della società a modo di produzione capitalistico generale e particolare (le varie formazioni sociali) che coinvolge, attraverso il suo legame sociale, l’insieme conflittuale della società (politica, economica, sociale, culturale) e del suo rapporto con le leggi della natura. Non è la semplice sostituzione di fonti di energia, ma è un passaggio d’epoca, attraverso la fase multipolare e la fase policentrica (10), che coinvolge tutti gli aspetti della società capitalistica (economici, politici, sociali, istituzionali, culturali, ideologici) in generale e, in particolare, secondo la loro peculiarità storica, territoriale e sociale, le singole formazioni economiche e sociali (nazioni).

 

 

3.La questione energetica in Italia

 

L’Italia da oltre due decenni non ha un piano energetico nazionale, cioè non ha un quadro di riferimento strategico di approvvigionamento e di produzione di energia sia da fonti fossili sia da fonti rinnovabili (11). Ha un “Piano di Azione Nazionale per le energie rinnovabili ( direttiva 2009/28/CE)” del 2010, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, che riguarda gli aspetti dei consumi finali lordi di energia e gli strumenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili [ misure di sostegno: finanziamenti pubblici diretti e indiretti con incentivazioni all’interno del Programma Operativo Interregionale (POIN) Energia 2007/2013 a valere sui fondi strutturali comunitari e del Fondo di Rotazione per Kyoto, procedure amministrative, specifiche tecniche, eccetera ], visti soprattutto in funzione degli obiettivi fissati in sede di Unione Europea, che non è un soggetto politico e non ha una politica energetica europea, da raggiungere nel 2020 che sono a) la copertura del 17% dei consumi finali lordi; b) la copertura dei consumi nel settore dei trasporti pari al 10% (12).

Quindi la disponibilità di una consistente fetta di denaro pubblico per la produzione di energia da FER non ha nulla a che fare con lo sviluppo energetico, con lo sviluppo produttivo e riproduttivo, con l’autonomia energetica, con l’ecologia e con la difesa del territorio del nostro Paese.

Riporto un passo di Giorgio Nebbia nel quale si dice: << Le leggi che hanno consentito la crescita delle fonti energetiche rinnovabili erano motivate dalla buona intenzione di diffondere il solare e l’eolico per motivi ecologici, ma hanno ben presto dato vita ad un ingegnoso sistema di produzione di soldi a mezzo di energia (corsivo mio). Gli incentivi, alcuni miliardi di euro ogni anno (13) ( si stimano 170 miliardi di euro nei prossimi venti anni, precisazione mia), sono pagati dai cittadini sia sotto forma di imposte, sia sotto forma di aumento del prezzo dell’elettricità che figura, nelle bollette elettriche, nella voce tariffaria A3 ( il prelievo tariffario obbligatorio presente sulla bolletta di ogni utenza elettrica pesa per il 4% in quelle domestiche e per il 6% in quelle industriali, precisazione mia), per cui ciascuno di noi regala soldi a chi vende, installa e gestisce motori eolici e pannelli fotovoltaici solari, tanto che molti terreni agricoli sono coperti di pannelli solari perché si guadagna di più in questo modo che coltivando carciofi o uva. Che la situazione sia drogata dimostra lo spavento che sta colpendo tutti gli interessati davanti alla prospettiva di una diminuzione degli incentivi che cominciano ad apparire esagerati. Purtroppo si ha l’impressione che le leggi energetiche siano scritte più da gruppi di interessi economici che da una nuova politica nazionale energetica (corsivo mio), coraggiosa e lungimirante diretta ad aumentare l’uso delle fonti rinnovabili senza speculazioni, a far diminuire il costo dell’elettricità per le famiglie e le attività economiche, a far diminuire l’inquinamento e le alterazioni ambientali, a una produzione nazionale di dispositivi solari ed eolici adatti alle caratteristiche del nostro territorio. L’attuale politica che ha portato alle speculazioni finanziarie sulle fonti rinnovabili sta gettando il discredito su tali fonti, di cui avremo invece bisogno sempre di più in futuro, e sta facendo il gioco di chi vuol far credere che l’unica salvezza va cercata nel nucleare, il che non è certo vero. >> (14).

L’autosufficienza energetica complessiva in Italia è molto modesta, il 16.5%. L’83,5% di energia importata (UE-27, circa il 53%) è soprattutto petrolio e gas naturale che raggiungono rispettivamente il 41% e 36%.
Nel 2009, in Italia, la composizione percentuale delle fonti energetiche impiegate per la copertura della domanda è stata determinata con il 77% di produzione da combustibili fossili [ petrolio (41%) e gas naturale (36%) ], il 19,3% da fonti rinnovabili (energia eolica, idroelettrica, solare e geotermica), il 13,3% da fonti solidi e il rimanente 5% di energia elettrica (Rapporto Enea, 2010).

La produzione italiana di energia elettrica nel 2010 da fonti non rinnovabili è stata pari al 63,8% della produzione nazionale totale, con utilizzo di gas pari al 44.9%, di carbone pari al 10,8%, di altri combustibili pari al 7,1% e di idraulica da pompaggio pari all’1%.

Nel 2010 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è stata invece pari, nel suo complesso, al 22,8% della produzione nazionale, ma non bisogna dimenticare che in questa percentuale vengono computate anche le quote da combustione rifiuti, annoverate tra le rinnovabili e incentivate dai Cip6, ma a tutti gli effetti da non considerarsi come tali. A tale risultato hanno contribuito per il 15,3% l’energia idroelettrica, per il 2,7% le bioenergie (biomasse, biogas, bioliquidi), per l’1,5% l’energia geotermica, per il 2,7% l’energia eolica e per lo 0,6% l’energia solare e fotovoltaica.

Il saldo estero per la produzione di energia elettrica è stato invece pari al 13,4%.

In sintesi la produzione netta, espressa sia in valori assoluti, TWh (l’unità di misura pari a mille miliardi di watt), sia in valori percentuali, del bilancio elettrico nazionale per l’anno 2010 è la seguente: da fonti non rinnovabili 210.9 (63,8%); da fonti rinnovabili 75,4 (22,8%); saldo estero 44,2 (13,4%). Mentre i consumi, espressi in TWh e in percentuale, al netto delle perdite di rete (20,6 TWh), sono: agricoli 5,6 (1,8%); industriale 138,4 (44,7%); terziario 96,3 (31%); domestici 69,6 (22,5%).

E’ importante aggiungere (tralasciando l’ importanza che la mobilità rappresenta nell’organizzazione e nella trasformazione del territorio) che il settore dei trasporti in Italia, come in tutti i paesi sviluppati, riguarda una fetta rilevante dei consumi energetici: << Gli impieghi finali di energia per i trasporti, inclusi quelli delle famiglie che si stima incidano per circa il 40 per cento, rappresentano il 30 per cento del totale e sono cresciuti dal 1990 a un tasso medio annuo dell’1,5 per cento. Per quasi il 90 per cento sono legati al trasporto su strada di persone e merci >> (Banca d’Italia, Relazione Annuale 2010, pp.125-126).

La soluzione da agrocarburanti (di prima e seconda generazione) per la sostituzione di fonti fossili (petrolio) nella mobilità è lontana e poco credibile tant’è che le nuove ricerche suggeriscono che se vogliamo convertire le biomasse in energia, la cosa migliore è trasformarle in elettricità.

L’Italia per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nell’Europa-15 è tra i maggiori produttori con le seguenti posizioni: 3° posto per il solare, 4° posto per le bioenergie e quinto posto per l’eolico (15).

Gli impianti installati in Italia hanno una capacità di produzione potenziale di oltre 106 gigawatt (l´unità di misura pari a un miliardo di watt): contro una richiesta che ha toccato il picco storico di 56,8 GW nell´estate 2007 e una potenza media disponibile stimata in 67 GW. Per di più, negli ultimi due anni, la crisi economica ha ridotto ulteriormente la domanda (51,8 GW nel 2009). In altre parole la potenza di cui disponiamo corrisponde al doppio di quella che occorre.

In sintesi siamo un Paese che:

  1. è dipendente dall’estero per l’83,5% di energia da fonti fossili;
  2. non ha un piano energetico nazionale strategico;
  3. ha un piano di azione nazionale per le FER finalizzato alla distribuzione dei finanziamenti pubblici e comunitari a favore di imprese e banche di investimenti soprattutto degli USA (16);
  4. ha un livello limitato di investimenti in ricerca, in conoscenza e in brevetti in generale, e, in particolare, sulle FER;
  5. ha una produzione di energia elettrica potenziale pari ad oltre il doppio di quella occorrente.

E’ un Paese dove i decisori/blocchi di potere della Grande Finanza parassitaria (GF) e della Industria Decotta (ID) delle passate ondate della rivoluzione industriale (17) non hanno una politica energetica autonoma nazionale. Non tutelano le poche imprese internazionali strategiche nel settore dell’approvvigionamento (e non solo) dell’energia da fonti fossili. Non creano alleanze strategiche con i nostri maggiori fornitori (Russia, Medio Oriente, Africa ), anzi, hanno aggredito, bombardato e distrutto popolazioni e territori della Libia, una delle nazioni da cui importavamo gas naturale e petrolio di ottima qualità (rispettivamente il 13.2% e 23% del fabbisogno nazionale), seguendo le nuove strategie mediterranee degli agenti dominanti USA in funzione anti Russia e Cina <<… entrambe hanno subito una battuta d’arresto e un significativo danno economico…30.000 operai cinesi evacuati dalla Libia, vaste forniture militari e sfruttamento di giacimenti gas/petroliferi annullati alla Russia, ecc…>>(18).

L’egemonia mondiale degli USA (anche se incomincia ad essere messa in discussione) non passa solo attraverso il controllo e l’appropriazione delle risorse naturali di energia fossile (19), ma passa attraverso il dominio, hard o soft, del proprio modello di sviluppo e della propria concezione della vita materiale e del mondo che è un continuo ri-modellare, è un continuo ri-creare l’insieme della propria nazione da esportare egemonicamente nelle formazioni economiche e sociali particolari (le nazioni) che formano la società capitalistica mondiale storicamente data. Per dirla con Raimondo Luraghi << Gli Stati Uniti appaiono, nel mondo di oggi, una realtà onnipresente: non solo essi sono una delle superpotenze da cui dipende l’avvenire dell’umanità (e, invero, data la terrificante capacità distruttiva delle armi moderne, la sua stessa esistenza): ma le teorie scientifiche, i processi tecnologici, i condizionamenti culturali, i modelli di comportamento americani penetrano, per il bene come per il male, tutta la nostra vita, influenzandola assai più di quanto comunemente non appaia >> (20).

 

 

4.La questione energetica in Puglia

 

La Puglia si caratterizza come regione nella quale si concentra la produzione di energia per autoconsumo oltre a esportare energia (più dell’80%) verso altre Regioni confinanti: infatti, la Puglia presenta un surplus di produzione di energia elettrica, ossia produce più elettricità (soprattutto mediante combustione di carbone) di quella richiesta dai carichi in essa localizzati (PEAR, 2007).

La regione Puglia è la prima regione d’Italia nel settore fotovoltaico e la seconda nel settore eolico sia in termini di produzione sia in termini di potenza installata (fonte: GSE, 2010). Nella divisione del lavoro territoriale energetico della Regione si ha che lo sviluppo dell’eolico è prevalente nella Capitanata (o provincia di Foggia) e lo sviluppo del fotovoltaico è prevalente nel Salento (province di Lecce, la parte centro meridionale di Brindisi e la parte orientale di Taranto). I settori delle FER da sviluppare strategicamente sono: eolico, solare, biocarburanti, biomasse (agroenergie)(21).

La Regione ha prodotto una serie di strumenti (linee guida, regolamenti regionali, pianificazione energetica, distretto delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, eccetera) finalizzati allo sviluppo delle FER, nella logica della propaganda che rovescia la realtà innanzi esposta, senza nessuna interconnessione, verifica e coordinamento con gli strumenti della pianificazione territoriale, economica ed ambientale. Ha sacrificato e distrutto il territorio, l’ambiente e il paesaggio per sovrapprodurre energia elettrica senza ricaduta in termini di costruzione completa della filiera FER (ricerca, investimenti, produzione, occupazione, ecc.). Le tecnologie per le fonti rinnovabili e/o tecnologie efficienti sono in genere prodotti all’estero: i pannelli (l’80% dei componenti sono importati dai paesi asiatici) e le pale eoliche; in Puglia (e in Italia) queste tecnologie assicurano occupazione soltanto per le opere di installazione e di manutenzione.

In Puglia la sovrapproduzione di energia elettrica, pari a 18.158 GWh differenza tra produzione 34.585,5 GWh e consumo 16.427,5 GWh, non è sufficiente a programmare la chiusura con riconversione delle centrali a carbone di Brindisi ( le più inquinanti d’Italia con 14,8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno ); evidentemente la logica del minimo costo e del massimo profitto (una delle ragioni fondamentali della produzione capitalistica) e il blocco di potere dei rapporti sociali territoriale e nazionale ( politici, economici, istituzionali) hanno la forza di contrastare nei fatti il protocollo di Kyoto e il pacchetto energia e clima (il cosiddetto 20-20-20), che, a mio avviso, si rivelano quali strumenti ideologici negativi degli agenti strategici mondiali del sistema capitalistico. Voglio dire che le cause vanno inquadrate nella logica del capitale, inteso come rapporto sociale, che ha nell’accumulazione infinita a mezzo di produzione di merci la sua ragione di essere. La merce energia deve essere prodotta in modo da ridurre i costi e incentivare maggiormente i consumi (quello che gli economisti chiamano l’effetto rebound) e l’acquisto di altri beni di consumo il cui bilancio (in termini di impiego di energie fossili) sarà probabilmente ancora più negativo per l’ambiente. Così mi spiego la continuazione della produzione di energia elettrica da parte della centrale Enel di Brindisi Sud-Cerano e della centrale Edipower di Brindisi Nord con il carbone (22).

Il territorio agricolo si avvia verso una trasformazione della sua produzione con gravi conseguenze economiche e sociali essendo l’agricoltura un settore fondamentale per la maggior parte del territorio pugliese. Un esempio per rendersi conto della gravità della situazione e dell’orientamento nefasto dell’UE sia con la nuova PAC (politica agricola comunitaria) sia con l’obiettivo di coprire i consumi del settore dei trasporti con una produzione di biocarburanti pari al 10%, arriva direttamente dagli agricoltori del tavoliere foggiano e della Lomellina padana (23).

L’agricoltore del Tavoliere foggiano:<< …la disperazione favorisce il fotovoltaico. Prezzi bassi e costi elevati, speculazione sui prodotti agricoli, pagamenti in ritardo, le associazioni di categoria che invitano a non investire per ridurre alcune produzioni (per es. il pomodoro), aumento di fertilizzanti, fitofarmaci, diserbi, semi, eccetera portano alla necessità per sopravvivere di dare spazio al fotovoltaico.>> (24).

L’agricoltore della Lomellina padana:<< Faccio l’esempio che ho sotto gli occhi della Lomellina, territorio vocato alla coltivazione del riso. Quest’ultima è una coltura che proprio per il particolare valore assegnato al prodotto riceveva dall’Europa incentivi pari all’incirca a mille euro l’ettaro. Con la nuova Pac il contributo scenderà a duecento euro. Questo significa che molti imprenditori saranno spinti a seminare non più riso ma ad esempio mais per produrre biogas, che a quel punto sarà molto più redditizio. Ecco perché la nuova Pac potrebbe cambiare addirittura il paesaggio di territori come la Lombardia o il Piemonte» (25).

Sintetizza così Carlo Petrini:<< Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandi e costosi (anche 4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c´erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130. E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest´energia “pulita”, ma l´emergenza è di altro tipo: così si minacciano l´ambiente e l´agricoltura stessa. Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate >> (26).

La regione Puglia non si chiede concretamente se questa produzione di energia, soprattutto elettrica, conduce a uno sviluppo ecologico e territoriale sostenibile per usare termini retorici che riempiono piani territoriali, piani strategici, studi e ricerche. Non ha delegato nessuna provincia in termini di decisione finale sugli investimenti, ad eccezioni di strumenti tecnici vuoti, non incisivi, come la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Nè le Province hanno chiesto e posto il problema dell’autodeterminazione territoriale sui progetti e gli investimenti FER visto che producono pianificazione strategica e pianificazione territoriale: strumenti vuoti di relazioni sociali e di rapporti sociali, strumenti vuoti di strategie, strumenti costruiti senza nessuna idea di progetto di territorio, senza nessuna tensione ideologica positiva per raggiungere obiettivi di sviluppo.

En passant, la Provincia è un ente intermedio importante e non va eliminata ma va ripensata e rifondata tenendo conto che << poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova funzionale strutturazione territoriale delle regioni >> (27).

Il paradosso si ha con la provincia di Foggia, la prima provincia d’Italia per potenza e produzione eolica ( fonte: GSE, 2010; Piano Energetico Ambientale della Provincia di Foggia, 2011), che produce e approva il Piano Energetico Ambientale dopo che l’eolico è stata realizzato abbondantemente (oltre 1500 pali eolici senza considerare quelli in progetto in attesa di tempi migliori) prendendo letteralmente d’assalto il territorio (la stessa cosa si sta ripetendo con il fotovoltaico e le biomasse) e la cui linea di fondo della politica energetica è quella che è il libero mercato (sic) che stabilisce il livello della produzione e le modalità delle trasformazioni territoriali (28).

La Capitanata sta diventando un territorio dell’eolico e del fotovoltaico, FER che distruggono risorse, territorio, paesaggio, ambiente e settori economici importanti come l’agricoltura, senza sviluppo locale e tutela del paesaggio, cioè, non sono in relazione con il territorio e le sue configurazioni spaziali (borgate, centri rurali, insediamenti sparsi) (29). Ha blocchi di potere dediti solo a sfruttare i residui delle risorse finanziarie nazionali e comunitarie (così è stato con i finanziamenti del Grande Giubileo 2000, con il Contratto d’Area di Manfredonia, ed ora con le FER giusto per rimanere alla storia locale recente).

E’ facile ipotizzare che la provincia di Foggia da territorio granaio d’Italia (che ha/aveva alle spalle una struttura economica e sociale storicamente consolidata) diventerà territorio eolico d’Italia (che avrà solo l’amara illusione di uno sviluppo economico e sociale ecosostenibile fondato sulle energie rinnovabili).

La regione Puglia e le sue sei Province sono luoghi dove si creano blocchi di potere, a servizio di agenti strategici di imprese internazionali, che, in maniera servile, sfruttano le ingenti risorse finanziarie che ruotano intorno alle FER per l’accrescimento del proprio potere politico (consensi, occupazione di luoghi istituzionali, gestione di imprese pubbliche locali, di agenzie energetiche , di distretti produttivi energetici), economico (piccole imprese locali) e sociale (filiera della produzione di nuove professioni “qualificate”nei vari comparti delle FER che passa attraverso le istituzioni, le università, le imprese sociali no profit di formazione che intrattengono i giovani con lunghi corsi di formazione con la prospettiva illusoria di un futuro occupazionale!).

La conseguenza di quanto detto è la distribuzione a livello territoriale di risorse finanziarie che sono appannaggio di decisori (già consistenti nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura) che investono al puro scopo di sfruttare le briciole dei finanziamenti pubblici senza ricaduta alcuna sullo sviluppo del territorio e su quello di settori strategici capaci di valorizzare l’economia peculiare del territorio.

Sono risorse finanziarie che vengono distribuite a dominanti locali che rafforzano il sistema egemonico di agenti strategici nazionali servili alla potenza egemone USA che considera il territorio italiano strategico per le sue politiche di dominio nel Mediterraneo e nel Medio Oriente (la guerra in Libia ha chiaramente illuminato il blocco di potere nazionale servile e l’uso del territorio italiano come base di teatri di guerra futuri) in funzione dell’egemonia mondiale.

I decisori locali sono succubi delle grandi imprese internazionali, dei fondi di investimento, delle banche di investimenti che investono nel territorio pugliese stravolgendolo e distruggendolo (altro che identità e peculiarità territoriali da tutelare!) con impianti che non sfruttano la potenza installata per le carenze innanzi dette, ma sfruttano le ingenti risorse finanziarie degli italiani.

 

 

5.La questione energetica: che fare

 

In Italia, oggi, vogliono far credere che l’energia elettrica prodotta con le FER sia l’energia per lo sviluppo del paese. Ma le FER non sono competitive, in termini di costi, con le energie prodotte da fonti fossili, se non con forti sovvenzioni pubbliche che sono a forte appannaggio degli agenti strategici delle imprese estere e le poche imprese italiane stanno investendo all’estero nella classica ottica liberista di vedere il commercio, anziché la produzione, come cuore pulsante dello sviluppo.

Oggi, parlare di sviluppo basato sulle FER è una narrativa ideologica perché:

  1. a) le fonti di energia tradizionali esauribili saranno ancora, per un lungo periodo (30), importanti per accendere in modo appropriato (energia in forma concentrata ed in gran quantità) lo sviluppo che la società capitalistica si è dato in termini politici, economici, sociali, culturali e territoriali;
  2. b) lo sviluppo delle FER (probabilmente energia in forma meno concentrata e un minore consumo) presuppone una diversa organizzazione produttiva e riproduttiva della società << Ogni “rivoluzione” ebbe le sue radici nel passato, ma ogni “rivoluzione” creò anche una profonda frattura con quello stesso passato. La prima “rivoluzione” trasformò cacciatori e raccoglitori in pastori e agricoltori; la seconda mutò agricoltori e pastori in operatori di “schiavi meccanici” alimentati da energia inanimata >> (31);
  3. c) la ricerca e la tecnologia non sono ancora mature e lunga è la fase per arrivare all’innovazione reale, cioè alla svolta epocale << Va considerato che, per avere dati certi sui contributi delle energie alternative, occorrerebbero ricerche di enti che impieghino un gran numero di ricercatori. È fuori dalla portata di un singolo (o anche di più singoli), al di fuori da centri di ricerca organizzati e da finanziamenti appositi, riuscire nell’impresa. Ci sono troppi parametri in gioco, e molte intelligenze e competenze occorrerebbero per tali studi. E certamente i tagli brutali alla ricerca approntati dal centrodestra [e dal centro sinistra, per chi crede, oggi, ancora a queste apparenti divisioni, precisazione mia] ci rendono ultimi nell’ambito dei Paesi che si pretendono avanzati >> (32);
  4. d) la produzione attuale di energia (da FER) ha bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per essere competitiva << […] gli incentivi italiani dedicati allo sviluppo delle fonti rinnovabili ai fini della generazione elettrica sono tra i più alti del mondo. >>(33);
  5. e) la carenza e l’insufficienza delle infrastrutture di rete per il trasporto e la distribuzione di energia che impediscono la massima valorizzazione degli impianti delle fer << …lo Strategic Energy Technology Plan presentato dalla Commissione Europea nel 2007 comprende, fra le azioni prioritarie per i prossimi 10 anni, lo sviluppo delle reti intelligenti, mentre assume come obiettivo per il 2050 l’elaborazione di strategie per la transizione verso reti energetiche integrate a livello europeo. Attraverso lo sviluppo delle Smart Grids la Comunità definisce un percorso di progressiva migrazione delle reti di trasmissione verso un modello di rete decentrata, che integri quote crescenti di produzione da fonti rinnovabili e la generazione distribuita di energia elettrica >>(34).

C’è bisogno, invece, di una politica energetica autonoma creando relazioni con i nostri principali fornitori di risorse energetiche da fonti fossili che saranno ancora per un lungo periodo le fonti energetiche del modo di produzione e riproduzione delle società capitalistiche. Occorre quindi uscire dal giogo della potenza mondiale USA: l’ultima miserevole partecipazione alla guerra di aggressione alla Libia insegna questo! Occorre farlo con decisione e attenzione perché la storia energetica del nostro Paese è sempre stata ostacolata con forme di potere forte (la morte di Enrico Mattei) e forme di potere morbido (il blocco della ricerca e la distruzione del patrimonio di esperienza costruito attorno a Felice Ippolito).

Le FER hanno bisogno di forti finanziamenti per la ricerca scientifica, siamo l’ultimo paese cosiddetto sviluppato in termini di investimenti nella ricerca, nella conoscenza e nei brevetti. Bisogna spostare gli ingenti finanziamenti dal commercio alla produzione delle FER intesa come costruzione della filiera che va dalla ricerca applicata alla produzione reale e competitiva nella economia del Paese. Per questa ragione bisogna difendere la nostra autonomia con forme di protezionismo che è una condizione imprescindibile nella ricerca di autonomia così come fanno tutte le nazioni sviluppate e soprattutto le potenze mondiali (USA, Russia, Cina). Protezionismo come forma di autonomia nazionale per le relazioni mondiali, che si realizza con una strategia che passa anche attraverso la formazione di un Piano Energetico Nazionale. Cerchiamo di andare oltre l’attuale maschera del libero scambio: viviamo in una società capitalistica universale e in specifici capitalismi nazionali in lotta perenne per il potere e l’egemonia mondiale non in una fantastica società alternativa di sviluppo eco-sostenibile.

Chi deve farsi carico di un processo-progetto di autonomia nazionale in un paese privato di sovranità politica e geopolitica << Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi >>? (35).

 

 

 

 

 

 

NOTE

 

  1. Si veda sia il Green Deal europeo https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it, sia la comunicazione su Una tabella di marcia verso una economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050 della Commissione Europea, documento 52011 DC0885, eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:52011DC0885&print=true.
  2. Sui sistemi di valori territoriali si rimanda a D.Harvey, Marx e la follia del capitale, Feltrinelli, Milano, 2018, pp. 131-172.
  3. M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, Feltrinelli, Milano, 1989, pp. 27-28. Sulle diverse fasi della rivoluzione industriale si rimanda a D.S. Landes, Prometeo liberato, Einaudi, Torino, 1978.
  4. Enea, Rapporto energia e ambiente. Analisi e scenari 2009, novembre 2010, in enea.it. << Oggi i consumi mondiali vedono al primo posto il petrolio con circa 4200 milioni di tonnellate all’anno, seguito dal carbone con circa 5000 milioni di tonnellate all’anno (ma con un contenuto di energia equivalente a quello di appena 3500 milioni di tonnellate di petrolio), e al terzo posto il gas naturale con circa 3000 miliardi di metri cubi all’anno (con un contenuto di energia equivalente a quello di appena 2500 milioni di tonnellate di petrolio). I bilanci energetici si fanno con una unità di energia che si chiama tep (tonnellate equivalenti di petrolio)… Circa un terzo del petrolio consumato nel mondo va nei trasporti terrestri, aerei, navali; i principali mezzi di trasporto terrestre sono, da decenni, gli autoveicoli azionati da motori a scoppio a ciclo Otto; la rotazione delle ruote è assicurata dall’energia liberata dalla combustione di un carburante liquido, la benzina o il gasolio, entrambi derivati dalla raffinazione del petrolio >> in G. Nebbia, Se un giorno il petrolio scomparisse in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 15/5/2011.
  5. Carrà, Energia e tecnologia in “ Energia” n.1/2001. Si vedano anche le visioni e le raccomandazioni sull’evoluzione della domanda di energia a livello italiano dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IAE), Politiche energetiche dei paesi membri dell’AIE, 2009, in www.iea.org/books e gli scenari a livello mondiale ed europeo sull’evoluzione della domanda di energia dell’Enea, Rapporto energia e ambiente. Analisi e scenari 2009, novembre 2010, in www.enea.it; J. Giliberto, Lo stop di solare ed eolico dopo 10 anni di crescita in www.ilsole24ore.com, 13/4/2019; la prima edizione del Rapporto annuale sul settore dell’energia in Italia e nel Mediterraneo Med & Italian Energy Report in www.sr-m.it/events/napoli-3-aprile-2019-med-italian-energy-report/?lang=en, 2019.
  6. Per ulteriori dettagli e statistiche si rimanda a N. Armaroli e V. Balzani, Energia per l’astronave Terra, Zanichelli, Bologna, 2008; per un quadro informativo aggiornato sullo stato di fatto della questione FER, delle fonti di energie fossili e sulla transizione dalle energie da fonti fossili a quelle da fonti rinnovabili si rinvia alla lettura critica del libro di V. Termini, Il mondo rinnovabile. Come l’energia pulita può cambiare l’economia, la politica e la società, Luiss University Press, Roma, 2018.
  7. La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005; G. La Grassa, Oltre l’orizzonte, Besa, Lecce, 2011; P. Visani, Storia della guerra dall’antichità al Novecento, Oaks editrice, Milano, 2018; F. Pieraccini, Russia e Cina devono arginare gli Stati Uniti per trasformare pacificamente l’ordine mondiale in multipolare in www.lantidiplomatico.it, 20/2/2019.
  8. <<Le società tradizionali (le società basate esclusivamente sullo sfruttamento dell’energia solare) potevano permettersi solo un numero limitato di grandi città perché le elevate densità di potenza energetica rese necessarie dal fabbisogno alimentare e dai consumi di combustibile erano garantite solo dalla raccolta delle risorse di energia organica situate nelle zone immediatamente circostanti gli insediamenti urbani. I consumi alimentari e il fabbisogno di combustibile complessivi di una grande città pre-industriale richiedevano la presenza di un’area di campi e boschi quaranta volte più estesa della superficie del territorio urbano. Inoltre, l’indisponibilità di motori primi efficienti e potenti limitava in modo molto evidente le possibilità di trasporto di alimenti e materie prime nelle città, la distribuzione delle risorse idriche e lo smaltimento dei rifiuti urbani. Nelle società tradizionali, le città dovevano contare sulla concentrazione di flussi di energia diffusa; le società moderne, al contrario, sfruttano la diffusione di energia concentrata (corsivo mio)…>> in V. Smil, Storia dell’energia, il Mulino, Bologna, 1994, p. 292.
  9. Per analogia, da prendere con cautela, si pensi a ciò che avvenne con la prima fase della rivoluzione scientifica (e della relazione tra scienza e tecnica) durante lo sviluppo industriale della società capitalistica, si veda C. M. Cipolla, Le tre rivoluzioni, il Mulino, Bologna, 1989; Idem, Le macchine del tempo, il Mulino, Bologna, 1996; C. Merchant, La morte della natura, Garzanti, Milano, 1988.
  10. La Grassa, Tutto torna ma diverso. Capitalismo o capitalismi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2009; G. La Grassa, In cammino verso una nuova epoca, Mimesis, Milano, 2018; G. La Grassa, Crisi economiche e mutamenti (geo)politici, Mimesis, Milano, 2019.
  11. Tra gli obiettivi di fondo del PEN, oltre alla riduzione della dipendenza dall’estero, ci sono lo sviluppo dell’industria del settore energetico, lo sviluppo dell’occupazione, le possibilità di esportazione, l’orientamento dei consumi, l’efficienza energetica, il risparmio dell’energia, ecc. Persino l’Agenzia Internazione dell’Energia (IAE) raccomanda all’Italia di << Creare una strategia globale di lungo termine per lo sviluppo del settore energetico nazionale…>> in IEA, Politiche…, op.cit., p.6.
  12. Il “Piano di Azione Nazionale per le energie rinnovabili (direttiva 2009/28/CE)” del 2010, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, è scaricabile dal sito internet governo.it/Governoinforma/dossier . La logica non è cambiata con la Strategia Energetica Nazionale (SEN). Una strana strategia in assenza di un Piano Energetico Nazionale, tant’è che la SEN si riduce di fatto ad una strategia elettrica nazionale come mettono in evidenza le Associazioni ambientaliste rilevando le criticità evidenziate nella SEN in La Strategia Energetica Nazionale deve comprendere anche la salvaguardia del territorio in www.salviamoilpaesaggio.it, 26/6/2018.

 

  1. << Uno studio di AT Kearney per “il Sole24Ore” (3 maggio 2011 ) ha stimato il valore del mercato delle rinnovabili in Italia nel 2010 in circa 21 miliardi di euro, di cui 7,2 per elettricità e incentivi… e 13,7 miliardi di investimenti in nuovi impianti. Prevale tra i diversi comparti il fotovoltaico con circa 11,5 miliardi, grazie alla realizzazione di oltre 3.000 MW nel 2010. Seguono l’idroelettrico con 4,5 miliardi, l’eolico con 2,6 (in calo di circa il 15% rispetto al 2009), le biomasse con 1,8 miliardi e infine il geotermico con 500 milioni >> in Svimez, Rapporto Svimez 2011 sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2011, pag.726.
  2. Nebbia, Una situazione drogata in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 21/1/2011; sull’intreccio di interessi tra grandi imprese (grossi impianti), piccole imprese (piccoli impianti), politica e criminalità organizzata si veda l’esempio dell’eolico (la rinnovabile più competitiva) in C. Bertani, Abitudine consolidata in www.carlobertani.blogspot.com, 20/4/2019.
  3. Per il bilancio elettrico nazionale si rimanda a GSE (Gestore Servizio Elettrico), Rapporto statistico 2010. Impianti a fonti rinnovabili, in gse.it . La produzione di energia elettrica può essere ottenuta da numerose fonti energetiche. Attualmente, a livello mondiale, rimangono ancora i carburanti fossili con il 64% (40% carbone, 17% gas, 7% petrolio) la principale fonte di produzione di energia elettrica. Seguono le rinnovabili con circa il 18,5%, di cui il 17% è rappresentato dall’energia idrica e solo l’1,5% dalle altre (eolico 1,3%, fotovoltaico 0,1%). La restante parte è coperta per il 14% dal nucleare e per circa 3,5% da altre fonti. Per quanto riguarda l’Europa, il peso dei combustibili fossili scende al 55% (30% carbone, 21% gas, 4% petrolio), mentre quello del nucleare sale al 30% e quello delle rinnovabili si ferma intorno al 13%, di cui il 9% è costituito dall’energia idrica e il 4% circa dalle altre rinnovabili (4% eolico e 0,1% fotovoltaico). Il restante 2% è prodotto con altre fonti (dati Terna, WEO, Enerdata dai rispettivi siti internet: www.terna.it, www.iea.org , www.enerdata.net .).
  4. Nell’ultimo rapporto della Bank of America Merryl Linch si prevedono entro il 2030 investimenti pari a 20 mila miliardi di dollari nel settore delle FER. Sulle società di venture capital come strumento importante per promuovere lo sviluppo delle FER ( strumento usato maggiormente dagli USA), soprattutto nei tre settori che sembrano destinati ad una crescita marcata: solare ( fotovoltaico e termico), eolico e biomasse, e sulle tendenze in atto in materia di finanziamento delle FER a livello mondiale, europeo e italiano si veda Enea, Finanza, venture capital e tendenze globali dell’investimento in energia sostenibile: quali sviluppi per l’Italia?, dossier, 2008, in old.enea.it/produzione_scientifica/dossier/D015_Finanza.
  5. Su questi temi rinvio a G. La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008, soprattutto la prima parte pp. 7-102.
  6. << Tutto sembra sia stato scatenato dall’accordo tra ENI, governo italiano e libico: l’Eni accettava di vedersi ridurre le percentuali di pagamento del petrolio e gas estratti, percentuali che scendevano al 12,5 % invece delle precedenti 30-40%; in cambio l’Italia avrebbe avuto congrui appalti per infrastrutture. Questo accordo suscitò la violenta reazione delle compagnie petrolifere francesi (Total), inglesi (BP) e americane (Chevron, Exxon) che temevano veder applicato anche a loro la riduzione al 12.5 % sui barili estratti. Vedremo i nuovi accordi col governo fantoccio. Gli appalti per la costruzione di infrastrutture e per lo sfruttamento di nuovi giacimenti erano stati affidati dal governo libico di Gheddafi a italiani russi cinesi (in piccola parte anche ai tedeschi), tagliando fuori le potenze atlantiche: già ora il governo del CNT li sta consegnando alla Francia, che ha già presentato il conto, e che sta avocando a se la ricostruzione delle infrastrutture e le forniture militari (precedentemente russe e italiane). Per le ingenti risorse idriche sotto il Sahara che il Governo libico di Gheddafi aveva fatto incanalare nella più grande infrastruttura idrica mai costruita dall’uomo, ancora la Francia sta manifestando interesse. >> in L. Ambrosi, 10 osservazioni geopolitiche sull’occupazione della Libia, 2011, in comedonchisciotte.org ; si veda anche G. Gaiani, Parigi presenta il conto a Tripoli. Pressioni sulla Libia dopo il forte calo delle commesse militari in “Il Sole 24 ore” del 20 ottobre 2011; B. Lugan, Il rebus turco in Libia, www.italiaeilmondo.com, 7/1/2020. Si pensi alla situazione dell’Algeria in piena crisi economica e sociale da cui l’Italia importa soprattutto gas naturale: è il secondo fornitore dopo la Russia e importiamo attraverso le pipeline del Transmed quasi il 30% dei consumi in B. Lugan, Algeria: dietro le enormi manifestazioni di rigetto della candidatura di Abdelaziz Bouteflika a un quinto mandato, il salto verso l’ignoto è assicurato in www.italiaeilmondo.com, 27/2/2019 e A. Negri, Non solo gas e incubo terrorismo: ecco perché ci deve interessare la nuova battaglia di Algeri in www.tiscali.it, 2/3/2019; A. Negri, Il patto diabolico di Bouteflika sulla pelle degli algerini in www.ilmanifesto.it, 5/3/2019; J. Perier, Le proteste algerine sono una rivoluzione colorata? in www.comedonchisciotte.org, 16/3/2019. Si osservi l’azione degli USA finalizzata ad azzerare l’export di petrolio iraniano in A. Negri, Sanzioni all’Iran: ecco come l’Italia (e l’Eni) cede a Usa ed Israele in www.ariannaeditrice.it, 18/4/2019 e si veda il progetto dei Tre Mari (Baltico, Nero e Adriatico) degli USA per creare una cintura di isolamento della Russia dall’Europa dell’Est attraverso il conflitto sulle risorse energetiche (riduzione delle esportazioni energetiche in Europa) in Lorenzo Vita, Tre Mari, quel piano USA per l’Europa che mette in pericolo l’Italia in www.insideover.com, 10/6/2019.
  7. << […] Alle spinte della lobby della deflazione, corrispondono analoghe spinte di parte statunitense per un aumento stabile dei prezzi del petrolio, in modo da favorire la produzione americana di petrolio di scisto. Questo petrolio è talmente costoso da risultare competitivo solo se i prezzi del petrolio superano i settanta dollari al barile. Da questa esigenza di creare condizioni di mercato per il petrolio di scisto, derivano i tentativi americani di mettere fuori mercato per i prossimi anni il petrolio del Venezuela, dell’Iran e della Russia. Un aumento del presso del petrolio in presenza di una generale stagnazione economica potrebbe innescare effetti recessivi devastanti, di una portata difficile da prevedere […] >> in Comidad, Le specificità della menzogna europea in comidad.org, 14/2/2019 e Comidad, La Libia ancora nella morsa del petrolio di scisto, www.comidad.org, 2/1/2010. Per la mancanza di una effettiva politica energetica dell’Unione Europea che si troverà sempre più dipendente dalle strategie energetiche USA per limitare le aree di influenza della Russia e della Cina si veda P. Rosso, North Stream 2: il conflitto si sposta all’UE in www.conflittiestrategie.it, 23/2/2019.
  8. Luraghi, Gli Stati Uniti, Utet, Nuova storia universale dei popoli e delle civiltà, volume sedicesimo, Torino, 1974, pag. XXI.
  9. Si veda Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione (ARTI), L’innovazione nelle energie rinnovabili: possibili progetti prioritari per la Puglia, quaderno n.14/2008 in arti.puglia.it; Idem, Le energie rinnovabili in Puglia. Strategie, competenze, progetti, quaderno n.5/2008 in www.arti.puglia.it.
  10. L’<< effetto rebound >> in energia si ha quando si riduce l’impiego di energia di un servizio, il suo costo si abbassa; quindi, il risparmio realizzato permette un consumo maggiore dello stesso servizio in C. Gossart, Quando le tecnologie “verdi” in << Le Monde Diplomatique >> del 20 luglio 2010 (versione italiana).
  11. Per una interpretazione delle Fer appiattita sulle politiche deleterie della UE che non ha nessuna politica energetica, intesa come processo unitario delle Nazioni che la compongono, si rimanda a M. Reho, a cura di, Fonti energetiche rinnovabili, ambiente e paesaggio rurale, Franco Angeli, Milano, 2009.
  12. Lettera di un agricoltore in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19/4/2011.
  13. Del Frate, La riforma degli aiuti? Cambierà il paesaggio nelle nostre campagne, intervista a Federico Radice Fossati in “Corriere della Sera” del 14 ottobre 2011.
  14. Petrini, Il boom delle energie rinnovabili spinge molti agricoltori a cambiare mestiere. E i campi diventano centrali per fotovoltaico e biogas in “La Repubblica” del 28 luglio 2011. Sulle gravi conseguenze degli agro combustibili sull’alimentazione, sulle risorse e sull’ambiente a livello mondiale si veda M. Grunwald, I sette falsi miti sulle energie rinnovabili in “il Sole 24 ore” del 6 settembre 2009; F. Houtart, Lo scandalo degli agrocombustibili nei paesi del Sud, 2009, in www.puntorosso.it.; Idem, Agroenergia. Soluzione per il clima o uscita per il capitale dalla crisi? Edizioni Punto Rosso, Milano, 2009; E.Holtz-Gimenez, I cinque miti della transizione verso gli agro carburanti in “Le Monde Diplomatique, giugno 2007 (versione italiana).
  15. Gambi, L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative in L. Gambi, F. Merloni, a cura di, Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, il Mulino, Bologna, 1995.
  16. Maddalena, a cura di, Lo sviluppo delle energie alternative: il caso Puglia, Franco Angeli, Milano, 2012; sull’attivazione della politica popolare sui problemi ormai superati, una sorta di lotta per chiudere le porte della stalla dopo che i buoi sono stati rubati, si rimanda a M. Della Luna, Lotta politica e ingegneria sociale in www.marcodellaluna.info, 2/3/2019.
  17. Si veda sul rapporto tra produzione di energia e città diffusa B. Secchi, Il futuro si costruisce giorno per giorno. Riflessioni su spazio, società e progetto, a cura di G. Fini, Donzelli editore, Roma, 2015, pp.99-118.
  18. Per un’analisi prevalentemente tecnica e neutrale sulle previsioni della produzione e del consumo energetico per grandi aree, si veda G. Zanetti, Energia: proiezioni di domanda e offerta in scenari a elevata complessità in S. Carrà, a cura di, Le fonti di energia, il Mulino, Bologna, 2008.
  19. M.Cipolla, Uomini…, op.cit., pag.52.
  20. Renzetti, Dal petrolio al nucleare: diversa la fonte, analoga la dipendenza in “Indipendenza” n.24/2008. Per un approfondimento sul misero livello in Italia degli investimenti in ricerca, in conoscenza e in brevetti si rimanda a R. Renzetti, a cura di, Ricerca & sviluppo: dati recenti (2005) sul caso italiano in www.fisicamente.net; per un aggiornamento sull’andamento della ricerca e sviluppo in Italia e nei principali paesi OCSE in www.progetti.airi.it, oltre ovviamente al sito dell’OCSE ( www.oecd.org).
  21. Annoni, Spillo/Eni e il boomerang delle rinnovabili per l’Italia, www.sussidiario.net, 2/1/2020; G. Montanino ed altri, Lo sviluppo delle rinnovabili nel settore elettrico verso il traguardo del 2020 in “Economia delle fonti di energia e dell’ambiente” n.1/2010, pag. 32. Sul peso dell’elevato costo degli incentivi pubblici al fotovoltaico sopportato dagli italiani (un debito di quasi 90 miliardi, il 5% di tutto il debito pubblico) si legga G. Ragazzi, Ma quelle fonti di energia hanno costi esorbitanti (31/8/2010) e Idem, Le follie del fotovoltaico (6/5/2011) in www.lavoce.info. Sulle difficoltà che incontrano gli USA sullo sviluppo delle FER (necessità di continui sussidi governativi e impossibilità di avvantaggiarsi di economie di scala) si veda H. W. Parker, Le fonti rinnovabili beneficiano di economie di scala? In “Energia” n.3/2009.
  22. R. Vittadini, Come ti gestisco la trasmissione elettrica in “QualEnergia” nn. settembre /ottobre e novembre/dicembre 2008. Si veda anche G. Selmi, A.Sileo, L’intelligenza elettrica che trasforma la rete: le smart grid in www.nelMerito.com (16/9/2011); sulla criticità delle rete di trasmissione nazionale si rimanda a Terna, Piano di sviluppo 2011 in www.terna.it . L’International Energy Agency (IEA, Agenzia Internazionale dell’Energia) sostiene che in Italia << Dall’analisi dei vari settori emerge un elemento comune a tutti gli operatori che realizzano infrastrutture energetiche: la difficoltà di far avanzare i progetti dalla fase di pianificazione iniziale alla fase di completamento. Nonostante numerose iniziative prese a livello dell’amministrazione pubblica centrale in questi ultimi anni, rimangono ancora problemi essenziali da risolvere come testimoniano i ritardi nella costruzione di nuove strutture destinate al GNL ( Gas Naturale Liquefatto, precisazione mia) e alla fase di produzione upstream (la catena produttiva che include: l’esplorazione, la perforazione, l’ingegneria e la produzione e infine la coltivazione dei giacimenti, precisazione mia) di petrolio e gas, di nuove infrastrutture per la trasmissione di energia elettrica e di nuovi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili >> in IEA, Politiche energetiche dei paesi membri dell’AIE, 2009, p.5, in www.iea.org/books .
  23. Anders, L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag.1.

LE VIE DELLA NATO NELL’UNIONE EUROPEA a cura di Luigi Longo

LE VIE DELLA NATO NELL’UNIONE EUROPEA

a cura di Luigi Longo

 

 

Nel mio scritto su L’europa tra le vie della nato, le vie della seta e le vie dell’energia. Prima parte, apparso su questo sito, così precisavo: << Le vie della Nato, ovverosia degli Stati Uniti, sono vie che preparano scenari di guerra e l’Europa per la prima volta nella storia sarà teatro passivo di future guerre! >> e così concludevo: << Cosa farà l’Europa? Quali vie intraprenderà? Sono pessimista nell’accezione di Ennio Flaiano << Essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un pleonasmo, ossia anticipare quello che accadrà […].>>. Abbiamo, purtroppo, sub-decisori europei (in particolare quelli italiani per la loro peculiarità storica) che sono dei rubagalline (il significato pieno del termine è nel film Totò, Peppino e i fuorilegge, regia di Camillo Mastrocinque del 1956) e hanno le facce da servi (per il prosieguo della definizione delle facce rimando alla magnifica sintesi fatta da Giorgio Gaber nel brano Mi fa male il mondo dell’album “E pensare che c’era il pensiero”, 1995). Sub-decisori inaffidabili e pericolosi per la maggioranza delle popolazioni. Sono i cotonieri lagrassiani, soggetti politici espressione di una sfera economica caratterizzata da modelli di produzione superati e tecnologicamente arretrati (di processo e di prodotto), che hanno venduto l’anima e i relativi paesi per n’anticchia di potere e non sanno andare oltre una visione economica delle relazioni internazionali.

In Europa ci vorrebbe un Gelsomino dalla voce potentissima che, con l’aiuto di un moderno Principe, sconfiggesse la prepotenza e l’arroganza e ristabilisse la verità e l’ordine per traghettare l’Europa fuori dalla servitù statunitense e pensare una Europa (espressione di una recuperata sovranità politica delle nazioni) dei dialoghi e dei confronti tra mondi diversi (Occidente e Oriente) >>.

Qui propongo tre letture che trattano lo stesso argomento, il trasferimento delle bombe nucleari USA dalla Turchia alla base Usaf di Aviano (Pordenone), che mettono in evidenza diversi elementi di riflessione. La prima di Dario Furlan (La base Usaf di Aviano è pronta ad ospitare le bombe atomiche dalla Turchia, apparsa su www.ilmessaggero.it, 28/12/2019) che sottolinea la messa a disposizione totale del territorio con le sue configurazioni spaziali militari; la seconda di Alberto Negri (Atomiche da Erdogan: perché la notizia è credibile e fondata, apparsa su www.ilmanifesto.it, 31/12/2019) che rivela il ruolo antitetico polare dei sovranisti e dei sub-decisori servi; la terza di Manlio Dinucci (50 bombe nucleari Usa dalla Turchia ad Aviano, apparsa su www.ilmanifesto.it, 31/12/2019 e www.voltairenet.org, 1/1/2020) che denuncia l’Italia come la migliore servitù europea cui affidare gli strumenti di guerra degli USA.

 

 

 

 

LA BASE USAF DI AVIANO È PRONTA AD OSPITARE LE BOMBE ATOMICHE DALLA TURCHIA

di Dario Furlan

 

 

Base Usaf pronta ad accogliere le scomode bombe atomiche turche. Quest’anno, infatti, Babbo Natale potrebbe portare in dono alla Base Usaf di Aviano (Pordenone) una cinquantina di confetti atomici. Da svariati mesi è sotto osservazione quella che potrebbe essere considerata una sorta di inaffidabilità in chiave Nato del presidente turco Erdogan, più vicino a Putin che a Trump.

Una situazione che potrebbe indurre gli Stati Uniti, che in Anatolia usufruiscono della Base aerea di Incirlik con annessi depositi di bombe nucleari di propria pertinenza, a trasferire questo arsenale atomico in un avamposto alternativo del Vecchio Continente. E il sito prescelto sarebbe l’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno Stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. Tale eventuale decisione sarebbe presa specie in considerazione della comprovata fedeltà dell’Italia, che sul tema atomiche non batte ciglio, qualunque sia il colore del governo nazionale (corsivo mio).

 

 

I PRECEDENTI

 

Dell’ipotesi di traslocare le bombe da Incirlik ad Aviano se ne parlò già nel 2016 allorché Erdogan, mentre reprimeva duramente il tentativo interno di un golpe militare, aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. In tal senso aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla Base, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano impegnato nella lotta contro l’Isis. L’episodio andò faticosamente risolto (sebbene la tensione tra Usa e Turchia si fosse pericolosamente alzata) ma in tempi recenti gli attriti si sono riacutizzati con la vicenda del popolo curdo, alleato di Washington nella caccia all’Isis, altresì nemico storico di Ankara.

 

 

IL GENERALE

 

Dato il crescente antiamericanismo in Turchia e la volontà di Erdogan di avvicinarsi alla Russia, abbiamo urgentemente bisogno di ricollocare le nostre bombe atomiche presenti a Incirlik, e la loro nuova casa potrebbe essere la Base aerea di Aviano in Italia, dato che da un punto di vista logistico non dovrebbe essere troppo difficile. A rilasciare questa esplicita dichiarazione a Bloomberg (multinazionale operativa nel settore dei mass media con sede a New York) è stato il noto Charles Chuck Wald, generale a quattro stelle dell’Air Force in pensione, già comandante del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997. Molti ricordano la sua presenza in Pedemontana come a dir poco ingombrante, specie quando lasciò metaforicamente il segno sui tavoli degli amministratori locali, onde far capire che il Progetto Aviano 2000 (mega opera infrastrutturale destinata ad allocare stormo e famiglie al seguito) non doveva trovare ostacoli di sorta. Come in effetti è stato, ciclopica burocrazia italica a parte (corsivo mio).

 

 

IL TRISTE PRIMATO

 

Da Incirlik potrebbero quindi sbarcare ad Aviano una cinquantina di bombe nucleari, che si aggiungerebbero alle circa 30 già qui immagazzinate, almeno secondo quanto ripetutamente divulgato dagli analisti del settore. Questi ultimi hanno inoltre recentemente reso noto che al Pagliano e Gori si stanno apportando specifiche migliorie, quali il rafforzamento delle misure anti intrusione, nonché la costruzione di una nuova clinica, ovvero i laboratori nei quali si provvede alla periodica manutenzione di questi particolari e delicati ordigni. Le dichiarazioni del generale Wald sono ancor più autorevoli di quel che sembra: l’ex comandante conosce infatti a menadito l’aeroporto di Aviano, sa quante atomiche vi sono già custodite e, soprattutto, quante altre ancora se ne possono immagazzinare. E a questo punto Aviano acquisirebbe un discutibile primato: diverrebbe il maggior deposito atomico presente in Europa Occidentale.

 

 

ATOMICHE DA ERDOGAN: PERCHÉ LA NOTIZIA È CREDIBILE E FONDATA

di Alberto Negri

 

 

L’Italia finisce l’anno con la possibile opzione di diventare una delle maggiori potenze atomiche europee. Senza volerlo e a sua insaputa, come quasi tutta la nostra politica estera.

Che si esprime in Libia con geometrica inconsistenza, esposta nella conferenza stampa di fine anno da uno smarrito premier Conte che di questo passo stanotte confonderà i colpi d’artiglieria di Tripoli e i raid aerei del generale a Haftar con i tradizionali botti di Capodanno.

Gli americani, dunque, potrebbero trasportare le testate atomiche dalla Turchia alle basi italiane come quella di Aviano. Il nostro ministero della Difesa afferma che si tratta di una notizia infondata: di testate atomiche in Italia ce ne sono già oltre 70 e se si aggiungessero quelle americane nella base di Incirlik sfonderemmo ogni record, superando anche la Germania (ma dietro a Gran Bretagna e Francia). Non solo la notizia non è infondata come affermano le fonti ufficiali del governo italiano, appare invece possibile se non addirittura probabile. A rivelare l’ipotesi all’agenzia americana Bloomberg è stato infatti il generale Charles Chuck Wald dell’Air Force, ora in pensione ma che è stato comandante ad Aviano e continua a rivestire incarichi nella Amministrazione Usa.

In Italia il generale Wald si dimostrò un grande decisionista con pressioni sulle autorità locali per ottenere il via libera al grande Progetto Aviano 2000: imponenti infrastrutture e abitazioni per lo stormo e le famiglie dei militari. La decisione Usa sarebbe la conseguenza del riavvicinamento di Erdogan a Putin, sancito dalla vendita ad Ankara delle batterie anti-missile russe S-400: è la prima volta che un Paese Nato acquista armi da Mosca e per questo alla Turchia è stata congelata la consegna dei nuovi caccia F-35 e si annunciano sul reiss turco nuove sanzioni – secondo l’informato quotidiano israeliano Haaretz.

Se il trasferimento si concretizzasse i bunker americani in provincia di Pordenone dove ci sono già una cinquantina di atomiche diventerebbero il deposito nucleare più grande d’Europa. L’Italia viene considerata da sempre un’alleata fedele, a prescindere dal colore dei governi e questo esecutivo appare prono come gli altri ai voleri Washington vista la confidenza di Trump con il «l’amico Giuseppi» (Conte) – nonché con il «sovranista» Salvini che con la Lega regna in Friuli Venezia Giulia – e la recente visita a Roma del segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il quale abbiamo parlato di parmigiano ma glissando su ogni seria questione strategica, Libia compresa. Gli americani, quindi, contano che non ci sia opposizione alla possibile richiesta (corsivo mio).

Dell’ipotesi di un trasferimento dalla Turchia dell’arsenale atomico si parlò già nel 2016, ai tempi del tentato golpe, quando Erdogan sospettava che Washington fosseo dietro l’operazione e che comunque non l’avesse osteggiata, anzi. Infatti a Incirlick furono ospitati alcuni aerei da rifornimento che consentirono ai caccia F-16 dei ribelli di minacciare Istanbul e Ankara. Incirlik, da cui dovevano partire i raid contro l’Isis, fu chiusa allora per un paio di settimane. Prepariamoci quindi con i botti di Capodanno ad accogliere il prossimo arrivo del Dottor Stranamore americano.

 

 

50 BOMBE NUCLEARI USA DALLA TURCHIA AD AVIANO

di Manlio Dinucci

 

 

«Cinquanta testate nucleari sarebbero pronte a traslocare dalla base turca di Incirlik, in Anatolia, alla base Usaf di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, in quanto gli Usa diffiderebbero sempre più della fedeltà alla Nato del presidente turco Erdogan»: lo ha riportato in questi giorni Il Gazzettino (il giornale del Nordest, soprattutto del Friuli Venezia Giulia), per evidente coinvolgimento territoriale, citando quanto dichiarato dal generale a riposo Chuck Wald della Us Air Force in una intervista all’agenzia Bloomberg del 16 novembre scorso [1]. Una conferma di quanto documenta da tempo il manifesto.

«Appare probabile – scrivevamo il 22 ottobre [2] – che, tra le opzioni considerate a Washington, vi sia quella del trasferimento delle armi nucleari Usa dalla Turchia in un altro paese più affidabile. Secondo l’autorevole Bollettino degli Scienziati Atomici (Usa), la base aerea di Aviano può essere la migliore opzione europea dal punto di vista politico, ma probabilmente non ha abbastanza spazio per ricevere tutte le armi nucleari di Incirlik. Lo spazio si potrebbe però ricavare, dato che ad Aviano sono già iniziati lavori di ristrutturazione per accogliere le bombe nucleari B61-12». La nostra notizia allora non venne ripresa (corsivo mio).

ORA IL COORDINATORE nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, chiede al governo se conferma la notizia e di portare subito il problema alla valutazione del parlamento, poiché l’Italia verrebbe «trasformata nel maggiore deposito di armi nucleari d’Europa e questo silenzio del governo italiano è inaccettabile»; la stessa cosa chiede in un comunicato Rifondazione comunista: fatto singolare, entrambe le forze politiche non stanno in Parlamento. Il governo italiano da parte sua fa sapere che «la notizia è priva di fondamento». Non spiega però perché i maggiori esperti Usa di armi nucleari ritengano la base di Aviano «la migliore opzione europea dal punto di vista politico» per il trasferimento delle bombe da Incirlik. Il governo continua dunque a tacere – a partire dalle atomiche già stoccate ad Aviano e a Ghedi – e lo stesso fa il parlamento, perché la questione delle armi nucleari Usa in Italia è tabù. Sollevarla vorrebbe dire mettere in discussione il rapporto di sudditanza dell’Italia verso gli Stati uniti (corsivo mio).

L’ITALIA continua così ad essere base avanzata delle forze nucleari Usa. Secondo le ultime stime della Federazione degli scienziati americani, in ciascuna delle due basi italiane e in quelle in Germania, Belgio e Paesi Bassi vi sarebbero attualmente 20 B-61, per un totale di 100 più 50 a Incirlik in Turchia. Nessuno però può verificare quante siano in realtà. I governi italiani hanno sempre taciuto; come tace la Regione Friuli Venezia Giulia guidata dalla Lega «sovranista». Dalle stime risulta che gli Usa stiano diminuendo il loro numero, e non è tranquillizzante. Si preparano infatti a sostituirle con le nuove bombe nucleari B61-12. A differenza della B61 sganciata in verticale, la B61-12 si dirige verso l’obiettivo guidata da un sistema satellitare ed ha la capacità di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando. Il programma del Pentagono prevede la costruzione a partire dal 2021 di 500 B61-12, con un costo di circa 10 miliardi di dollari. Non si sa quante B61-12 verranno schierate in Italia né in quali basi, probabilmente non solo ad Aviano e Ghedi. Come risulta dallo stesso bando di progettazione pubblicato dal ministero della Difesa, i nuovi hangar di Ghedi potranno ospitare 30 caccia F-35 con 60 bombe nucleari B61-12, il triplo delle attuali B-61 (il manifesto, 28 novembre 2017).

Allo stesso tempo, gli Usa si preparano a schierare in Italia e in Europa missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi agli euromissili eliminati dal Trattato Inf firmato nel 1987 da Usa e Urss. Accusando la Russia (senza alcuna prova) di averlo violato, gli Usa a guida Trump si sono ritirati dal Trattato, cominciando a costruire missili della categoria prima proibita: il 18 agosto hanno testato un nuovo missile da crociera e il 12 dicembre un nuovo missile balistico in grado di raggiungere l’obiettivo in pochi minuti. Contemporaneamente rafforzano lo «scudo anti-missili» sull’Europa. Nella sua «risposta asimmetrica» la Russia comincia a schierare missili ipersonici che, in grado di raggiungere una velocità di 33.000 km/h e di manovrare, possono forare qualsiasi «scudo» (corsivo mio).

È QUINDI una situazione molto più pericolosa di quanto dimostri la già allarmante notizia del probabile trasferimento delle atomiche Usa da Incirlik ad Aviano. In tale situazione domina il silenzio imposto dal vasto schieramento politico bipartisan responsabile del fatto che l’Italia, paese non-nucleare, ospiti e sia preparata a usare armi nucleari, violando il Trattato di non-proliferazione che ha ratificato. Responsabilità resa ancora più grave dal fatto che l’Italia, quale membro della Nato, si rifiuta di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall’Assemblea delle Nazioni Unite.

 

 

 

[1] “Turkey Is the World’s New Nuclear Menace. An interview with General Chuck Wald on NATO’s nukes at Incirlik air base and whether the Turks are friends or enemies”, Tobin Harshaw, Bloomberg, November 16, 2019.

[2] “Erdogan vuole la Bomba”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 ottobre 2019.

 

 

 

IL DESTINO DI TARANTO E’ SEGNATO DALLA SUA STORIA MILITARE E DALLA SUA GEOGRAFIA di Luigi Longo

IL DESTINO DI TARANTO E’ SEGNATO DALLA SUA STORIA MILITARE E DALLA SUA GEOGRAFIA

 

di Luigi Longo

 

E Pensare Che C’era Il Pensiero*

 

Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero.

Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti.

Un mare di parole un mare di parole ma parlan più che altro i deficienti.

Il secolo che sta morendo diventa sempre più allarmante a causa della gran pigrizia della mente.

E l’uomo che non ha più il gusto del mistero che non ha passione per il vero che non è cosciente del suo stato.

Un mare di parole un mare di parole è come un animale ben pasciuto.

E pensare che c’era il pensiero che riempiva anche nostro malgrado le teste un po’ vuote.

Ora inerti e assopiti aspettiamo un qualsiasi futuro con quel tenero e vago sapore di cose oramai perdute.

Va’ pensiero sull’ali dorate va’ pensiero sull’ali dorate.

Nel secolo che sta morendo s’inventano demagogie e questa confusione è il mondo delle idee.

A questo punto si può anche immaginare che potrebbe dire o reinventare un Cartesio nuovo e un po’ ribelle.

Un mare di parole un mare di parole io penso dunque sono un imbecille.

Il secolo che sta morendo appare a chi non guarda bene il secolo del gran trionfo dell’azione.

Nel senso di una situazione molto urgente dove non succede proprio niente dove si rimanda ogni problema.

Un mare di parole un mare di parole e anch’io sono più stupido di prima.

E pensare che c’era il pensiero era un po’ che sembrava malato ma ormai sta morendo.

In un tempo che tutto rovescia si parte da zero.
E si senton le note dolenti di un coro che sta cantando.

(sull’aria di va pensiero)

Vieni azione coi piedi di piombo Vieni azione coi piedi di piombo.

Giorgio Gaber

 

 

1.Un breve racconto di storia militare e geografica della città di Taranto

 

Il destino della città di Taranto è segnato dalla storia militare e dalla geografia che la rende un luogo strategico nel Mediterraneo e nell’Oriente. Per l’importanza geografica e militare di Taranto riporto una ampia sintesi tratta dal bel libro del 1930 dello storico Giuseppe Carlo Speziale << Alcune condizioni geografiche particolarmente felici hanno fatto sì che il golfo di Taranto sia sempre stato considerato come un nodo di traffici marittimi, sin dalla più remota antichità; e, per meglio specificare, i due bacini interni, il mar Grande ed il mar Piccolo, vasti e completamente chiusi come due laghi, sono sempre stati ancoraggi militari di prim’ordine e, in caso di conflitti o di attività nel Mediterraneo orientale, vere risorse anche per le armate più numerose. Quello di Taranto, infatti, è porto di concentramento e di imbarco per truppe e di preparazione alla guerra per le navi, porto di sorveglianza in posizioni strategica vantaggiosa, in quanto prossimo all’Oriente e posto in mezzo ai due bacini dell’Adriatico e dell’Egeo, che sono stati di tutto il Mediterraneo i mari più ricchi di storia e di eventi >>.

Taranto servì da nodo per i romani per la loro espansione; fu distrutta dagli Arabi di Sicilia per privare i Bizantini di uno dei porti migliori del loro dominio; << […] al tempo delle Crociate esso (il porto, mia specificazione) servì per concentramenti di navi e per l’imbarco delle milizie; ed in seguito, col determinarsi di nuovi antagonismi nell’Egeo e nell’Adriatico, ne ambirono il possesso sia i Turchi sia i Veneti appunto per questa sua posizione dominate […]; Federico II […] colla sua acutezza ed il suo senno politico, aveva già incluso in un suo vasto disegno militare una simile città e, in tempi di crociate e di guerre in Oriente, aveva già fatti i suoi calcoli e previsti i vantaggi  che poteva trarre da quell’osservatorio sul Mediterraneo, da quel porto per il Levante, da quel  “baluardo del regno” […] >>; Napoleone trasformò Taranto in una << piazzaforte d’appoggio della sua politica orientale […] In tale epico periodo una simile piazzaforte poté contemporaneamente servire a diversissimi scopi, che andavano dalla sorveglianza sui Balcani, alla minaccia di uno sbarco in Dalmazia per tenere a bada l’Austria, dal frazionamento delle forze navali inglesi alla creazione d’un centro d’informazione per il Levante e l’Adriatico, dalla preparazione di spedizioni navali a tutti i vantaggi marittimi sempre offerti da sì provveduto ancoraggio >>.

Nel primo decennio del Novecento Taranto fu sede del terzo dipartimento militare marittimo, così come Napoli fu sede del secondo Dipartimento (come vedremo in seguito le città di Napoli e Taranto diventano basi strategiche degli USA). << Le grandi manovre navali del 1907 furono come una specie di prova generale per gli impianti militari di Taranto, che quattro anni dopo venivano improvvisamente messe in febbrile travaglio dalla guerra di Libia. Nella prima impresa mediterranea della giovane Nazione, Taranto ebbe un’importanza, oltre il previsto ed il prevedibile, come luogo di appoggio per le forze marittime […] uno sguardo alla carta geografica […] fa subito rilevare come sia felice la posizione di Taranto per ogni attività navale da esplicare nel Mediterraneo centrale ed orientale […] Se alle considerazioni […] si aggiungono quella della difesa aerea […] Questa coesistenza nello stesso porto militare degli impianti dell’arsenale, della base navale e della base aerea ha una importanza infine che va anche al di là, e molto al di là, delle necessità e delle questioni del momento […] I destini di Taranto paiono quindi, ora più che mai, vincolati alle ragioni militari, e questa è e rimane la linea saliente della tradizione storica della città […] Federico II e Napoleone rimangono quindi i due profeti dei destini militari di Taranto: il tempo e le varie vicende han dato ampiamente ragione a quelle previsioni. (corsivo mio) >> (1).

Le suddette infrastrutture e basi furono utilizzate nella guerra di occupazione della Libia e nelle due guerre mondiali (2).

La città di Taranto, dall’antichità ad oggi, nelle fasi multicentriche e policentriche storicamente determinate, è stata condizionata dalle strategie militari delle potenze dominanti e in ascesa, in conflitto fra loro.

Oggi, nella fase multicentrica, la città di Taranto torna ad essere una base militare importante, una città Nato per gli USA (potenza dominante), per le sue strategie contro la Cina e la Russia (potenze in ascesa).

Nelle diverse fasi storiche Taranto ha usufruito di una posizione di rendita geografica (assoluta e differenziata) in quelle monocentriche (fasi di sviluppo pacifiche coordinate dalla potenza egemone) e di una posizione di sventura geografica in quelle multicentriche e policentriche (fasi di sviluppo conflittuale coordinate dalle strategie militari e dalle guerre).

 

2.La Nato a Taranto

 

Ho utilizzato i saperi della storia e della geopolitica per capire perché l’Ilva di Taranto dovrà essere chiusa per far posto alla base USA (via Nato) per le sue strategie di guerra nel Mediterraneo, nei Balcani, nel Vicino Oriente, nel Medio Oriente e nell’estremo Oriente.

Il V° Centro siderurgico di Taranto è stato costruito nei primi anni sessanta del secolo scorso, nella fase monocentrica coordinata dagli USA che non erano preoccupati dalla potenza dell’ex URSS perché era un gigante militare-nucleare con i piedi di argilla (3). Con la caduta del muro di Berlino (1989), con l’implosione dell’ex URSS (1991), dopo un decennio di apparente indiscusso dominio mondiale da parte degli Stati Uniti (tant’è che si parlò di fine della storia e di una prospettiva di pace mondiale), le relazioni mondiali cambiano e con l’ascesa di due potenze quali la Cina e la Russia, entriamo nella fase multicentrica. E’ in questa fase che gli USA costruiscono la base NATO di Napoli chiudendo l’Ilva di Bagnoli per le loro strategie di contrasto delle potenze in ascesa e approntano la base NATO di Taranto con la prevedibile chiusura dell’Ilva (4).

<< A Taranto ha sede il quartiere generale della High Readiness Force (Maritime), una forza marittima di rapido spiegamento che, al momento dell’impiego, sarebbe come le altre inserite nella catena di comando del Pentagono. L’importanza del porto di Taranto per la marina Usa trova conferma nel fatto che una società statunitense, la Westland Security, intende acquistare una parte dell’area portuale da destinare, oltre che a non precisate attività commerciali, a servizi per la Sesta Flotta Usa nel Mediterraneo, composta da 40 navi, 175 aerei e 21 mila uomini. Sempre a Taranto, c’è un importante nodo dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, computer e intelligence (C4I) del Centro della marina Usa per la “interoperabilità dei sistemi tattici”: in altre parole, un centro di comando e di spionaggio del Pentagono. La conferma si trova in un documento ufficiale dello stesso Pentagono, in cui si parla di un contratto da 9,8 milioni di dollari stipulato nel 1998 dal Dipartimento Usa della Difesa con la Logicon Inc. di Arlington per la messa a punto dei nodi della rete di comando e di spionaggio, tra cui-unico in Europa e nel Mediterraneo-quello di Taranto. Tutte queste forze e basi statunitensi, pur essendo in territorio italiano, sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale italiano (corsivo mio) >> (5).

A partire dall’importanza del suo porto per la Marina statunitense Taranto, in maniera segreta e con libidine di servitù, sta diventando un polo Nato (6) e i suoi servili decisori attuali e futuri gestiranno, con il “Cantiere Taranto”, che è una riproposizione del Contratto Istituzionale di Sviluppo per questa area (CIS), la chiusura dell’Ilva e metteranno a completa disposizione il Mar Grande (nuova base navale) e il Mar Piccolo (Arsenale) per le strategie NATO (7).

Da qui bisogna partire per capire la trasformazione di Taranto da polo siderurgico a polo strategico della NATO, cioè degli USA.

 

3.La fine dell’Ilva di Taranto

 

Il soggetto che si è fatto carico dell’esplosione delle contraddizioni dell’Ilva, nel rapporto capitale-salute e capitale-ambiente, è stato la magistratura, nel 2012, per questioni legittime ma vecchie di 50 anni [la salute e la sicurezza dei lavoratori/trici sul luogo di lavoro e l’inquinamento territoriale (suolo, aria, mare) con conseguenze devastanti sulla popolazione]; contraddizioni, inoltre, che sono intrinseche alle dinamiche del modo di produzione capitalistico che non ha come obiettivo né la tutela della salute dei lavoratori/trici e della popolazione né il rispetto delle leggi della natura con i suoi cicli (8).

La magistratura non spiega perché arriva con 50 anni di ritardo ad affrontare le suddette questioni, né perché non ha messo sotto inchiesta tutti i poli siderurgici e chimici italiani.

E’ mia convinzione che l’azione della magistratura, che è parte integrante dei ceti decisori (altro che la teoria della separazione dei poteri, che la realtà smentisce…), è stata la testa di ariete che ha fatto saltare le contraddizioni del modo di produzione dell’Ilva (coinvolgendo anche il rapporto capitale-lavoro) affinchè si mettesse in moto una precisa strategia: quella della gestione della chiusura della più grossa impresa siderurgica europea perché incompatibile con le esigenze territoriali e strategiche degli agenti dominanti statunitensi attraverso i loro strumenti di intervento (Pentagono e Nato). Faccio osservare che l’impresa Ilva dei Riva era sulla strada della dismissione per mancanza di a) manutenzione ordinaria, straordinaria e di investimenti; b) rispetto di qualsiasi norma e legge; c) strategia per migliorare qualsiasi aspetto della produzione (l’introduzione di nuove tecnologie era impossibile su vecchi e usurati macchinari!), della salute, dell’ambiente, della città (9). La gestione dell’impresa Ilva, in un rapporto sociale storicamente determinato, è stata attuata con modalità da plusvalore assoluto e non da plusvalore relativo (10), senza pensare minimamente ad una strategia di ricaduta e di innervamento con lo sviluppo locale del territorio a diverse scale (locale, regionale, nazionale e mondiale). I Riva, ottimi cotonieri lagrassiani, hanno raschiato il fondo di tutte le risorse possibili nella produzione dell’acciaio. (11).

Perché i Riva hanno potuto muoversi ed operare in queste condizioni? E la mitica classe operaia che ruolo ha avuto insieme ai sindacati? (12) E le istituzioni che ruolo hanno svolto per fare rispettare le norme e i principi costituzionali? E la destra e la sinistra (oggi fa ridere la volontà di questa distinzione ideologica) quale ruolo hanno esercitato? In sintesi: il blocco di potere che si è formato intorno all’impresa Ilva dei Riva sapeva benissimo in quale condizioni essa operava e dove conduceva la strategia dei cotonieri. Perché nulla è stato fatto né in termini di salute dei lavoratori/trici e della popolazione, né in termini di difesa ambientale e delle risorse esistenti, né in termini di impresa aperta al territorio e al suo sviluppo?

 

 

  1. La gestione della chiusura dell’Ilva di Taranto

 

Anche se la strategia di gestione della chiusura dell’Ilva ha come scena principale la sfera economica (oltre a quelle istituzionale, giuridica e ideologica), attraverso il libero mercato (sic) e il ruolo di una grande impresa multinazionale (12 bis), le vere ragioni della chiusura dell’Ilva vanno ricercate nella sfera politica dei pre-dominanti statunitensi i quali hanno bisogno, nel conflitto per l’egemonia mondiale, di quello spazio geograficamente e militarmente strategico (le basi nato).

Il ruolo di ArcelorMittal. ArcelorMittal (ora in avanti AM), il principale produttore mondiale di acciaio che << dallo scoppio della crisi (2007-2012, mia precisazione) ha avviato un processo di ridimensionamento della propria presenza nel vecchio continente >> (13), ha due obiettivi da raggiungere: a) liquidare, incorporandola, una delle più grandi imprese siderurgiche europee, b) compiere una rottura, un salto decisivo verso la chiusura con i conseguenti licenziamenti degli operai. << Oggi compie un anno la gestione targata AM del complesso aziendale ex Ilva […] Le ipotesi di rilancio dell’acciaieria di Taranto […] hanno ormai lasciato spazio ai piani di ridimensionamento […] lo stabilimento siderurgico annaspa, fermo a poco più di 4 milioni di tonnellate di acciaio liquido prodotto nel 2019, con 1400 degli 8200 dipendenti in cassa integrazione (i dipendenti erano 10500 con i commissari, 12000 con la famiglia Riva, fino a 25000 con la gestione statale) […] >> (14). Federico Pirro (docente di storia dell’industria dell’Università di Bari) così chiarisce << […] se nella prossima trattativa fra gli esperti nominati dal governo e quelli di Arcelor non verrà ribadito con chiarezza dai rappresentanti italiani che il sito di Taranto non può scendere ad una capacità di 4 o 4,5 milioni di tonnellate all’anno, pena un drastico ridimensionamento del tutto antieconomico per un impianto di quelle dimensioni che è ancora la più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa e la maggiore fabbrica manifatturiera d’Italia con i suoi 8277 addetti diretti. […] Il gruppo franco-indiano, dopo aver ceduto alcuni suoi impianti in Europa a causa delle prescrizioni di Bruxelles per poter acquistare il gruppo Ilva, al momento gestito in locazione finalizzata all’acquisto, sta riorganizzando le produzioni nei suoi stabilimenti di Dunkerque e di Fos-sur-Mer vicino Marsiglia, portandole- con il consenso del governo francese- da 4 a 6 milioni di tonnellate ciascuno e, pertanto, potrebbe non aver interesse a conservare un’elevata capacità a Taranto, perché i 12 milioni di tonnellate dei due siti francesi e gli eventuali 4 del capoluogo ionico sarebbe sufficienti a conservare il suo mercato continentale. Si punterebbe così ad una mini Ilva. Secondo la sua strategia tale disegno sarebbe comprensibile, ma non sarebbe condivisibile per l’Italia che deve conservare adeguata capacità nel ciclo integrale. […] Pesantissimi, non solo per l’attuale manodopera diretta che con 4 o 4,5 milioni di tonnellate sarebbe dimezzata- senza alcuna speranza inoltre di poter un giorno recuperare in fabbrica gli attuali 1700 cassaintegrati in carico all’Amministrazione straordinaria-ma anche per gli addetti diretti di Genova e Novi Ligure, e per alcune migliaia di occupati dell’indotto manifatturiero delle altre città, ma soprattutto di Taranto e non solo di quello industriale. […] Le movimentazioni del porto cittadino che potrebbe anche perdere entro qualche anno, se non recuperasse traffici, la classificazione di porto core con la scomparsa della sua Autorità di sistema portuale […] ma anche il settore dell’autotrasporto su gomma e su ferrovia, tutto l’indotto di secondo e terzo livello, dalle pulizie industriali alle mense aziendali, senza considerare l0impoverimento complessivo di territori provinciali e regionali in cui viene speso il reddito di operai e tecnici dell’Ilva. Insomma, una catastrofe. >> (15). Rita Querzè ci informa che << L’uscita di ArcelorMittal dall’Ilva e dall’Italia è più vicina. La Corte suprema indiana ha dato il via libera ad AM per l’acquisizione del gruppo siderurgico indiano Essar Steel. Valore, tra acquisizione e investimenti: 6,15 miliardi di euro. Mittal non dovrà pagare tutto di tasca propria visto che l’operazione è condotta in joint venture con i giapponesi di Nippon Steel. Ma si tratta comunque di un impegno finanziario non distante da quello preventivato per acquisire l’ex Ilva (4,2 miliardi). L’investimento che doveva convergere su Taranto viene dirottato verso l’India. Secondo i siti specializzati, Essar Steel impiega meno della metà dei dipendenti dell’ex Ilva: 3.800 contro 10.700. Ma la capacità produttiva di Essar sarebbe superiore: 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno solo nello stabilimento di Hazira contro i 4 milioni di tonnellate di acciaio di Taranto (che dovevano diventare però 8 milioni a regime). Ad Hazira un manager a inizio carriera guadagna l’equivalente di 5.500 euro l’anno. Grazie a questo «colpo» AM entrerà nel mercato domestico: finora i Mittal non avevano investito a casa propria, il secondo mercato mondiale dell’acciaio. Questa operazione, con il nuovo posizionamento di Arcelor Mittal in India come fatto strategico, penalizza Taranto dal punto di vista dell’impegno delle risorse. >> (16).

E’ possibile, chiedo, che una multinazionale del livello di AM, che avrà sicuramente degli ottimi strateghi geoeconomici e geopolitici al suo interno, abbia partecipato al bando di gara non conoscendo la situazione di Taranto e, soprattutto, non conoscendo gli interessi militari degli Stati Uniti per il golfo di Taranto? E gli strateghi di AM saranno sicuramente informati che i due giganti asiatici del trasporto marittimo, la taiwanese Evergreen Maritime Corporation e la cinese Hutchison Whampoa, che controllavano al 90% la società terminalistica dello scalo pugliese (la Taranto Container Terminal), e movimentavano il 70% dei traffici, con dietro una potenza mondiale come la Cina, hanno dovuto abbandonare il porto di Taranto e trasferirsi nel porto del Pireo di Atene?

Una grande multinazionale come AM non può entrare in contraddizione dicendo, dopo un anno, che non può mantenere gli impegni presi per quanto stabilito nel bando di gara e nel contratto di acquisto dell’Ilva e nello stesso tempo investire in Francia e in India (la contraddizione va vista nell’insieme delle attività mondiali e tenendo presente i due Stati di appartenenza di AM con le loro strategie politiche nazionali). Né può addurre giustificazione di crisi dell’acciaio perché proprio in virtù di essa ha avviato un processo di ridimensionamento della propria presenza nel vecchio continente. Né può trincerarsi dietro la mancanza dello scudo penale perché è una pantomima politica in quanto tutti sanno che chiunque interviene sull’Ilva di Taranto, sia pubblico sia privato, ha bisogno dello scudo penale (17).

Il ruolo dei ceti decisori. La macchina della chiusura dell’Ilva (che avrà i suoi tempi) è già in movimento. Riporto quanto scritto nel 2013 perché nella sostanza ha ancora la sua validità, con l’aggiunta: a) il ruolo di AM, b) i nuovi formali strumenti di sviluppo del territorio (il “Cantiere di Taranto” e il CIS), c) una fantomatica svolta green degli impianti, d) un processo di decarbonizzazione che presuppone un radicale processo di trasformazione degli impianti oltre ad una chiara strategia di investimenti (forni elettrici…) considerando i tempi, le verifiche, l’occupazione (18), e) la farsa di una impresa di interesse strategico per il Paese << La UE, il governo italiano, la regione Puglia e il comune di Taranto sono i luoghi istituzionali dove saranno gestite le risorse finanziarie ( derogando al Patto di stabilità) per il rilancio di uno sviluppo dell’area tarantina nei settori della bonifica ambientale, del risanamento del territorio, della rigenerazione urbana della città, della smart city, del riuso del porto ( l’Autorità Portuale vede con favore la chiusura dell’Ilva per puntare a un riuso del porto e al superamento dell’attuale crisi sul modello di quello di Rotterdam: fare di Taranto, la Rotterdam del Mediterraneo), eccetera, in stretta collaborazione con le strategie di intervento che integrano la dimensione militare e quella civile della NATO. >>.

La solitudine degli operai, prima e la loro reazione di indifferenza e apatia poi, alla chiusura nei fatti dell’Ilva sono indici paradigmatici del degrado politico, sociale e culturale di Taranto, dell’Italia e dell’Europa. Per dirla con Costanzo Preve siamo in piena << […] libidine di servilismo della cultura europea contemporanea verso l’unico modello dominante americanocentrico >> (19).

 

E pensare che c’era il pensiero.

 

 

  1. L’ideologia dell’interesse nazionale

 

L’Ilva è uno stabilimento di interesse strategico nazionale (articolo 1 del decreto legge del 3 dicembre 2012 n.207 e sua conversione in legge n.231 del 2012). Ciò ha permesso, in una prima fase, di espropriarla per affidarla alla gestione pubblica (20) per il risanamento aziendale e territoriale per poi restituirla ai proprietari. Successivamente c’è una diversa gestione: pubblicazione di un bando di gara e assegnazione con un contratto di acquisto (non è il caso di approfondire in questa sede la costruzione del bando e del contratto di affitto con obbligo di acquisto anche se è facile intuire l’impostazione). Sarà il libero mercato con meccanismi democratici e trasparenti ad aggiudicare l’Ilva: il metodo della menzogna sistematica!

Perché non gestire il risanamento aziendale con i sub-decisori italiani invece di affidarla ad una multinazionale franco-indiana? Cioè mettiamo una impresa strategica nazionale in mano a una multinazionale straniera: è il trionfo della legge fondamentale della stupidità umana, dello storico Carlo Maria Cipolla (21). Una nazione seria non consegna una impresa strategica ad una multinazionale come AM che ha dietro due stati come la Francia e l’India. Chiedo: in questa fase di crisi da sovrapproduzione dell’acciaio e di processi di ristrutturazione, chi penalizzerà l’AM? La risposta è: l’Italia! Così come già sta accadendo con gli investimenti surriportati in Francia e in India.

Una impresa strategica nazionale non si consegna alla prima multinazionale mondiale dell’acciaio a meno che i sub-decisori italiani non abbiano affidato la liquidazione dell’Ilva, su comando dei pre-dominanti statunitensi i quali non fidandosi hanno optato per AM sapendo che dietro c’erano sub-dominanti servili, sì, ma affidabili e capaci di portare a termine la chiusura dell’Ilva (oltre ai giochi geoeconomici e geopolitici tra Usa, Francia e India).

In questa logica parlare di industria strategica di interesse nazionale diventa una farsa nazionale (22).

La magistratura con il gioco dello scudo penale (l’Ilva non può essere gestita senza lo scudo penale e questo lo sanno tutti! Anche i magistrati che discutono di grande dottrina giuridica per la incostituzionalità dello scudo penale utilizzato ad hoc) e con il gioco dell’interesse nazionale (tutelando una impresa strategica nazionale dopo averla data alla multinazionale AM?) entra nella vicenda Ilva per creare complessità strumentale al fine di perseguire l’obiettivo della chiusura.

Ancora una volta il ruolo della magistratura è funzionale alle strategie dei pre-dominanti statunitensi e ci vuole una bella faccia tosta a parlare della separazione dei poteri, una architettura giuridica-istituzionale creata per confondere il reale corso della dura realtà conflittuale.

Chiedo, ammesso e non concesso che ci siano le condizioni (23): quale impresa italiana (e sottolineo italiana perché deve essere espressione di una strategia di difesa degli interessi nazionali così come fanno tutte le nazioni non servili) investirebbe in questa complessità rischiosa e pericolosa? Rischiosa per le condizioni storiche oggettive del modo di produzione dell’Ilva dei cotonieri italiani (dal 1960 ad oggi) e pericolosa perché, come ci ricorda Gianfranco La Grassa, gli Stati Uniti d’America << […] sono ormai un grave pericolo e ostacolo […] per il mantenimento dell’autonomia di ogni singola area, di ogni singolo paese; difendiamoci dalla voracità statunitense. Del resto, anche dal punto di vista interno ad ogni paese, i gruppi dominanti più oppressivi, più parassitari e sanguisughe rispetto alla maggioranza della popolazione (non del “popolo”, questa maschera di tutti i traditori), sono quelli che si pongono alle dipendenze degli Usa; da essi sono quindi aiutati a mantenere la loro preminenza interna (corsivo mio) >> (24).

Se, come ho già sostenuto, rimaniamo nella logica capitale-lavoro, capitale-salute, capitale-ambiente, non capiremo perché l’Ilva di Taranto chiuderà. Se invece ci mettiamo nella logica del conflitto strategico (supportato dai saperi della storia, della geopolitica) allora capiremo che l’Ilva di Taranto chiuderà perché è incompatibile con le strategie USA (via Nato) delle fasi multicentrica e policentrica.

 

Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c’è un grande sfoggio di opinioni piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti. Un mare di parole un mare di parole ma parlan più che altro i deficienti.

La citazione che ho scelto come epigrafe è tratta da:

 

Giorgio Gaber, E pensare che c’era il pensiero dall’album E pensare che c’era il pensiero, CD, 1995/1996.

 

NOTE

 

1.Giuseppe Carlo Speziale, Storia militare di Taranto. Negli ultimi cinque secoli, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1930, pp. 14-15-16-246-258.

  1. Sul ruolo di Taranto nella guerra in Libia e nelle due guerre mondiali si rimanda a Giuseppe Carlo Speziale, Storia militare di Taranto, op. cit., pp.206-259; Mario Gismondi, Taranto: La notte più lunga. Foggia: la tragica estate, Dedalo, Bari, 1968; Giuliano Lapesa, Taranto dall’Unità al 1940: industrializzazione, quadri ambientali e demografici, politiche urbane, Tesi di Dottorato Università degli Studi di Napoli Federico II, www.fedoa.unina.it/3291/1/Lapesa_Giuliano_TesiDottorato.pdf; Roberto Nistri, Taranto nella grande guerra, www.taranto.anpi.it/2014/11/taranto-nella-grande-guerra/. Sulla relazione tra Arsenale e sviluppo economico, sociale, politico e strutturale della città si veda Rosa Alba Petrelli, L’Arsenale Marittimo Militare di Taranto. Un’indagine archeologico-industriale, Crace editore, Roma, 2005; Antonio Verardi, Quando la grande guerra arrivò a Taranto, www.pugliain.net, 17/1/2016.

3.Luigi Longo, Gli Stati Uniti e lo spettro della Russia, www.italiaeilmondo.com, maggio 2017.

4.Luigi Longo, Taranto, da polo siderurgico a polo strategico della NATO, www.conflittiestrategie.it, 20/7/2013 e www.italiaeilmondo.com, 20/5/2018.

5.Manlio Dinucci, Geopolitica di una “guerra globale” in AaVv, Escalation. Anatomia di una guerra infinita, Derive Approdi, Roma, 2005, pp.82-83.

  1. Sulla segretezza degli interventi NATO si rinvia al Dossier di Peacelink “Nato a Taranto”, www.peacelink.it; Interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa presentata da Deiana Elettra in data 22/4/2004, htpp://dati.camera.it/ocd/aic.rdf/aic4_09815_14.
  2. Sugli interventi e gli obiettivi contenuti nel CIS dell’area di Taranto si veda www.cistaranto.coesionemezzogiorno.it; sul ruolo e sul rilancio dell’Arsenale Militare di Taranto nelle strategie Nato si legga Maristella Massari, Taranto, è l’Arsenale il perno del rilancio in La Gazzetta del Mezzogiorno del 14/11/2019; Redazione AnalisiDifesa, Dimostrazione in mare per il progetto di ricerca militare OCEAN2020, www.analisidifesa.it, 20/11/2019; Redazione AnalisiDifesa, La portaerei Cavour esce dal bacino di carenaggio di Taranto, www.analisidifesa, 27/11/2019.
  3. Luigi Longo, L’Ilva di Taranto, www.conflittiestrategie.it, 7/8/2012.
  4. Per una analisi economica si rimanda a Riccardo Colombo e Vincenzo Comito, L’Ilva di Taranto e cosa farne. L’ambiente, la salute, il lavoro, Edizioni dell’asino, Roma, 2013; Emiliano Brancaccio e Salvatore Romeo, Piatto d’Acciaio, Limes n.3/2014; Salvatore Romeo, L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli editore, Roma, 2019; Federico Pirro, Fare squadra per ripartire da un futuro d’acciaio in La Gazzetta del Mezzogiorno del 22/6/2019.
  5. Per capire la differenza di produzione in condizioni di plusvalore assoluto e plusvalore relativo si rimanda a Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, Libro primo, pp.621-648; Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Einaudi, Torino, 1975, Libro primo, Appendici: Per la critica dell’economia politica. Capitolo VI inedito e altri scritti, pp.1185-1260.
  6. Per le funzioni dei cotonieri Riva e del loro blocco di potere si veda, sia pure in una logica di diritti sociali insufficiente a capire le cause profonde della crisi dell’Ilva, Loris Campetti, Ilva connection. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni, Manni editore, Lecce, 2013.
  7. Non mi stancherò di dare merito a Costanzo Preve e a Gianfranco La Grassa di aver svelato la non intermodalità della classe operaia. Oggi, si può dire, a partire dallo spettro del comunismo che si aggira per l’Europa del Manifesto del partito comunista del 1847-1848 di Karl Marx e Friedrich Engels. << Per indicare la nostra tesi che la classe operaia, proletariato, partiti comunisti, non sono realmente in grado di costruire una società basata su un modo di produzione diverso da quello capitalistico, parliamo di “non-intermodalità della classe operaia, del proletariato, dei partiti comunisti” >> in Costanzo Preve, Gesù tra i dottori. Esperienza religiosa e pensiero filosofico nella costituzione del legame sociale capitalistico, editrice Petite Plaisance, Pistoia, 2019, pag. 104.

12.bis. Le imprese multinazionali hanno sempre dietro di sé le Nazioni. Senza il loro potere, che si esercita attraverso lo stato, le imprese multinazionali non avrebbero la forza di penetrare coi i loro investimenti le economie degli altri Paesi, di allargare i loro mercati, di allargare le aree di influenza, eccetera. Esse sono strumenti degli agenti strategici egemoni dei Paesi di appartenenza finalizzati all’accrescimento della propria potenza attraverso il conflitto strategico. A mò di esempio ricordo il ruolo delle multinazionali a servizio della politica imperiale USA nell’Iran degli anni ’50 durante la fase di consolidamento dell’egemonia statunitense nel Medio Oriente: esempio di politica pianificata centralmente altro che mercato e democrazia. Per questo si veda Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Monadadori, Milano, 2017, pp.478-498.

  1. Emiliano Brancaccio e Salvatore Romeo, Piatto d’Acciaio, op. cit., pag.235; si veda anche Matteo Meneghello, ArcelorMittal, ecco cosa fa, e dove opera nel mondo, www.ilsole24ore.com, 8/11/2019; Giandomenico Serrao, Bilancio rosso per ArcelorMittal, che taglia la produzione in Europa, www.agi.it, 7/11/2019.

14.Mimmo Mazza, Taranto, un anno di Mittal: siderurgico in affanno, nuovi vertici taglia-personale, www.lagazzettadelmezzogiorno.it, 1/11/2019.

  1. Federico Pirro, L’Ilva non diventi un centro di servizi, intervista a cura di R. R., in La Gazzetta del mezzogiorno del 2/12/2019.
  2. Rita Querzè, ArcelorMittal investe 6 miliardi in India. L’addio all’ex Ilva più vicino, www.corriere.it, 16/11/2019; Federico Pirro, Una cordata italiana, un’orgogliosa risposta nazionale in La Gazzetta del Mezzogiorno, 6/12/2019.
  3. Federico Pirro, Anche la mano pubblica vorrà ottenere lo scudo penale in La Gazzetta del Mezzogiorno del 8/11/2019.

18.Sul piano B dell’Ilva e della via della decarbonizzazione si rinvia a Federico Pirro, La drammatica prospettiva di una fuga dall’acciaio in La Gazzetta del Mezzogiorno del 23/10/2019.

  1. Costanzo Preve, Gesù tra i dottori. Esperienza religiosa e pensiero filosofico nella costituzione del legame sociale capitalistico, op. cit., pag.65.
  2. Intendo i luoghi pubblici, i luoghi dell’interesse generale, i luoghi delle istituzioni ramificate territorialmente, i luoghi dello Stato, come luoghi dove non si espleta la politica dell’interesse generale del Paese ma luoghi dove i gruppi strategicamente egemonici (pre-dominati e sub-dominanti) realizzano i loro indirizzi strategici di dominio.
  3. Carlo M Cipolla, Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna, 1988.
  4. Non poteva mancare la voce di Romano Prodi su una fumosa perdita di fiducia dell’Italia da parte dell’Unione Europea; è veramente irritante sentirlo dire da un esecutore di ordini dei sub-dominanti europei e pre-dominanti Usa, da chi è stato il protagonista della svendita delle società alimentari, facenti capo principalmente alla finanziaria SME dell’IRI; si legga Romano Prodi, L’Italia e l’industria. Una scossa o nessun si fiderà più di noi, www.ilmessagero.it, 6/11/2019.
  5. Il problema non è di una mini Ilva o Maxi Ilva (Paolo Bricco, Ex Ilva, il piano pubblico costerà almeno un miliardo. E i dipendenti che fine faranno? www.ilsole24ore.com., 6/12/2019) o di una newco tra pubblico e privato (Federico Pirro, Una cordata italiana. Una orgogliosa risposta nazionale in La Gazzetta del Mezzogiorno del 6/12/2019), quanto piuttosto quello serio che non ci sono le condizioni soggettive (decisori sub-dominanti servili e incapaci di autodeterminazione interna ed esterna) e oggettive (la città di Taranto è importante per le strategie statunitensi nelle fasi multicentrica e policentrica) per rilanciare l’Ilva.

24.Gianfranco La Grassa, Il compito dei compiti, www.conflittiestrategie.it, 4/12/2019.

1 2 3 7