Distruzione creatrice, a cura di Giuseppe Germinario

● Olivier Costa: «Au niveau européen, c’est un effondrement pour les deux groupes historiques» [ ● Olivier Costa: ‘A livello europeo, è un crollo per i due gruppi storici’] da http://www.lefigaro.fr/politique/elections-europeennes-des-victoires-et-des-defaites-en-trompe-l-oeil-l-avis-des-experts-20190527

«À l’échelle européenne, Il est difficile de tirer une conclusion générale. [ ‘Su scala europea, è difficile trarre una conclusione generale.] Les campagnes ont été, une fois de plus, fortement focalisées sur des enjeux domestiques et les résultats sont contrastés de pays en pays, selon les configurations politiques propres à chacun. [ Le campagne sono state, ancora una volta, fortemente incentrate sulle questioni interne e i risultati sono contrastati da paese a paese, in base alle specifiche configurazioni politiche di ciascuno.] On note toutefois un recul global des partis de gouvernement, une montée des écologistes et l’absence d’un raz-de-marée souverainiste. [ C’è, tuttavia, un arretramento generale dei partiti governativi, un aumento di ambientalisti e l’assenza di uno tsunami da parte del sovrano.] Au Parlement européen, les socialistes (S&D) et les démocrates-chrétiens (PPE) ne cumulent plus que 43% des voix (contre 54% en 2014 et 66% en 1999). [ Nel Parlamento europeo, i socialisti (S & D) e i cristiano-democratici (PPE) accumulano solo il 43% dei voti (contro il 54% nel 2014 e il 66% nel 1999).] Plus que la continuation d’une tendance, c’est un véritable effondrement. [ Più che la continuazione di una tendenza, è un vero collasso.] Concrètement, ces deux groupes ne pèsent plus assez lourd pour faire passer des textes. [ Concretamente, questi due gruppi non hanno abbastanza peso per passare i testi.] Et, pour commencer, ils ne seront pas en situation d’assurer l’élection du futur président de la Commission européenne, qui doit être ‘élu’ à la majorité des membres du Parlement. [ E, per cominciare, non saranno in grado di assicurare l’elezione del futuro presidente della Commissione europea, che deve essere ‘eletto’ dalla maggioranza dei membri del Parlamento.] En 2014, déjà, ils avaient dû nouer une alliance avec les libéraux du groupe ALDE – qui devraient être rejoints par les députés LREM. [ Nel 2014, già, hanno dovuto formare un’alleanza con i liberali del gruppo ALDE – a cui dovrebbero far parte i deputati LREM.] Le renouvellement de cet accord est désormais incontournable. [ Il rinnovo di questo accordo è ormai inevitabile.] En outre, le groupe des Verts saura sans doute monnayer chèrement son appui.» [ Inoltre, il gruppo di Verdi probabilmente salverà caro per il suo sostegno ‘.]

 

DOVE VA L’UE?, di Pierluigi FAGAN  

Lettori e lettrici sanno che qui si rimane attaccati possibilmente ai fatti e poi si liberano le opinioni. La premessa è per dire che con post del 15 aprile, informavo sulle stime dei sondaggi europei. Alcuni opinavano che i sondaggi valgono quello che valgono ma rispondevo che la struttura delle elezioni europee, ripartite tra diversi gruppi e tra parecchi stati, annullava di molto i possibili margini di errore.

Nel post si dava conto di tre fatti: 1) popolari e socialdemocratici non avrebbero sicuramente più avuto la maggioranza ed avrebbero dovuto cooptare i liberali (confermato), 2) la somma dei due gruppi che è improprio etichettare entrambi come sovranisti (EFD M5S e Farage + ENF ovvero Salvini-Le Pen), avrebbero raggiunto circa 116 deputati complessivi (pare ne avranno 114); 3) la partita politica più interessante poiché indecisa e potenzialmente quasi clamorosa, sarebbe stato il voto francese dove le previsioni non sapevano dire se la vittoria sarebbe andata a Le Pen o Macron (ha poi vinto Le Pen). Il post ebbe 14, miseri, like.

Nel frattempo, siamo stati intrattenuti da una montante paranoia opinionista sul rischio che Salvini e Le Pen avrebbero dominato Bruxelles. Ma la loro Europa delle nazioni e delle libertà, era stimata a 55 deputati su 751 (ne ha poi ottenuti, pare 58), siamo a meno dell’8%, cosa si domina con l’8%? Certo il peso politico delle due formazioni, l’una francese, l’altra italiana, è significativo in ragione del peso politico dei sue Paesi ma insomma mi pareva un po’ esagerato questo ingiustificato allarme su cui s’è detto più del necessario e del giustificato. Siamo stati intrattenuti da un meccanismo psico-politico che prima ci ha impaurito (o resi speranzosi) senza ragione del trionfo sovranista per poi annunciare sollevati (o delusi) dello scampato pericolo. Una specie di “meccanismo matrimonio Pamela Prati”. E’ che in Europa più che i fatti, si discutono le altrui opinioni, opinioni contro altre opinioni entrambe slegate dai fatti. Questo è sintomo di nevrosi e il fatto che la nobile arte della “politica”, sia oggi qui nel sub-continente ammalata di nevrosi, preoccupa anche se -purtroppo- non da oggi.

Insomma, dove va l’UE? La nuova maggioranza è peggio della precedente poiché i “liberali” sposteranno ulteriormente l’asse politico verso il meno Stato e più mercato. Per commentare il suicidio non assistito della socialdemocrazia ormai non ci sono più parole e la convivenza tra loro e liberali, farà perdere loro ulteriore consenso. La nuova maggioranza a tre, vale un 58% mentre la precedente a due, valeva il 64%. Gente sensata, notata questa frana continua di consensi che per altro va avanti da molti anni, si darebbe una regolata ma tanto il parlamento conta poco o niente e gente sensata, in Europa, pare soggetta al principio di scarsità crescente.

In ordine sparso si nota un vero e proprio crollo della Sinistra che quasi dimezza i suoi consensi (Syriza, Podemos) con crollo relativo anche in Francia (Mélenchon) dove era arrivata al 20% al primo turno delle presidenziali, ripiegando oggi ad un misero 6%.

Ovviamente la novità apparente sono i Verdi, una sorta di partito rifugio per tutti i progressisti che non si sentivano di votare socialdemocratico o sinistra. Ho molto rispetto per le questioni ambientali, ma votare così tanto i Verdi in una UE stretta tra neo-ordo-liberismo e imbarazzo geopolitico, appare più effetto di uno smarrimento che di un convincimento. E’ un po’ come mettersi a parlare del tempo che fa in una discussione imbarazzante.

Considerevole invece l’affermazione dei liberali anche se lo scarto rispetto al 2014 è in buona parte dato da En Marche che nel 2014 non esisteva. Ciononostante, i soli liberali sommano più o meno quanto i due gruppi euro-scettici-sovranisti messi insieme, tanto per dire quali sono i rapporti di forza nell’opinione pubblica europea.

Il piccante di questa pietanza europoide sbiadita, lo danno i sempre significativi britannici con i conservatori quinti a livello percentuale di Forza Italia o giù di lì.

Ma un risultato merita il posto al centro della scena: la Francia. Qui il botto non è da poco, almeno simbolicamente. La giovane speranza europoide arriva secondo dopo i nazionalisti e questo non è fatto di poco conto. Macron però è tipo da fregarsene alla grande, l’hanno eletto per cinque anni con maggioranza bulgara e quindi andrà avanti. A livello di legittimità politica se Merkel in patria perde ulteriore 1,5% rispetto alle politiche e Macron perde a sua volta 1,6% rispetto al primo turno delle sue politiche, sembra che l’asse di Aquisgrana non abbia infiammato gli elettori. Di contro, oltre al fatto simbolico, non è che a puri numeri sia poi questa grande tragedia per i due piloni eurocratici, quindi avanti con giudizio cooptando i liberali nei giochi che contano, si spartiranno le cariche che contano, assediando sempre più strettamente i pavidi socialdemocratici in una sorta di cannibalismo delle élite per cui i giovani arrivati si nutrono della carogna dell’anziano che ha fatto il suo tempo.

In breve, l’UE che ne esce è più insipida della precedente, più di destra ed al contempo più liberale, con una spruzzata di ecologismo superficiale. A questo punto la palla passa al novembre del prossimo anno quando si terranno le elezioni americane. Se vincerà Biden, l’eurocrazia avrà un supplemento di ossigeno, se vince Trump, forse questa lunga agonia avrà la sua fine, forse.

Scenari, di Piero Visani dahttps://derteufel50.blogspot.com/2019/05/scenari.html?spref=fb&fbclid=IwAR1N3BEHnFygSz_9fpSygLzOGfeYcmOQJ34BCNX4ekdwh2RFls_hdmeyKS8

       Grande assente dell’ennesimo – e fastidioso – “ludo cartaceo”: che fare del futuro di un “gigante economico, nano politico e verme militare”? L’unico problema dell’Europa odierna paiono essere i muri ai confini e l’ambiente à la Greta, più ovviamente la conservazione dell’esistente da parte di chi ha ancora i denari per poterselo godere e di chi ha un’età anagrafica per cui “la sua sicura sorte sarà certo la morte”, per cui conservare è preferibile a marcire…
       Silenzio assoluto, per contro, sui problemi strategici, geopolitici, politici e di “massa critica” di un continente uscito ormai fuori dalla Storia e da tutto, che ambisce solo ad una serena pensione (per chi ancora l’avrà) e a una sempiterna vacanza, nel significato originale latino di “assenza”, magari per fare un po’ a botte in qualche località pseudo-trendy, ma al massimo in risse da strada, l’unico livello di conflittualità etilico-“pasticchico” che ancora conosca. Finis Europae.
 
Distruzione creatrice, di Fabio Falchi 
Non c’è dubbio che il partito che ha vinto queste elezioni sia la Lega, che ha ottenuto quasi il 35% dei voti.
Al Nord la Lega ha preso addirittura il 40%, assai meno al Sud . In buon numero gli elettori meridionali hanno disertato le urne e questo è un brutto segno per il nostro Meridione, sempre più dipendente da politiche assistenziali, nonostante abbia notevoli potenzialità di sviluppo, sia per l’indubbia intelligenza della sua “gente” che per la sua eccezionale posizione geopolitica e geo-economica.
In definitiva, il M5S, come prova il buon risultato che ha conquistato al Sud nonostante il crollo a livello nazionale, è vittima della sua stessa insipienza politica e del suo disordine mentale che lo hanno portato a difendere una politica da Terzo Mondo, perfettamente funzionale agli interessi del capitalismo predatore euro-atlantista, e a sostenere le posizioni del PD.
Il risultato del PD comunque non sorprende, ottenuto anche grazie alla insipienza del M5S. Il PD, del resto, è il partito del grande capitale nazionale, in sostanza, tranne poche eccezioni, parassitario e dei ceti medi inefficienti e parassitari (soprattutto dirigenti della PA , insegnanti semicolti, la “pretaglia”, ecc.) che hanno tutto da perdere da una politica imperniata sulla innovazione e sul potenziamento dei settori strategici della nostra economia.
I ceti medi e popolari produttivi ormai sono rappresentati soprattutto dalla Lega, il cui successo dipende da vari fattori: l’immigrazione clandestina, la crisi economica, l’austerity imposta degli “eurocrati”, l’indebolimento del legame comunitario e via dicendo.
Tuttavia, adesso vi è da temere che il M5S faccia l’inciucio con il PD. Il braccio di ferro con l’UE comunque è appena cominciato e sarà questo probabilmente a decidere anche la sorte del governo giallo-verde.
Al riguardo si deve tener conto che l’Italia ha avanzi primari dagli anni Novanta, ovvero spende meno di quanto incassa al netto della spesa degli interessi sul debito. In pratica, i ceti produttivi da alcuni decenni lavorano per pagare le imposte e gli interessi sul debito, ossia per mantenere i ceti sociali parassitari. Non a caso il risparmio nazionale in questi anni è cresciuto a dismisura – quasi 4.500 mld , ovvero quasi il doppio del debito pubblico! – a scapito delle forze produttive.
Da questa trappola si deve uscire ad ogni costo e non è certo la flat tax da sola che può risolvere questo problema. Occorre essere disposti ad adottare nuovi strumenti finanziari e attingere al risparmio nazionale per finanziare un piano di sviluppo su base nazionale (in particolare, per potenziare i settori strategici – sistemi d’arma, robotica, nuove tecnologie, telecomunicazioni, energia, ecc.- e le infrastrutture ).
Non vi è comunque solo la questione economica, ma pure quella, perfino più importante, dello Stato e della difesa del legame comunitario. Difatti, occorre sapere “trascinare le masse” per cambiare il Paese e per questo ci vuole una “ideologia” (nel senso migliore del termine), che non può ignorare la questione dei grandi spazi e le sfide del multipolarismo. Al finto europeismo si dovrebbe quindi contrapporre una nuova idea di Europa, ossia una “Lega europea” basata su principi e valori comunitari, una “Lega” intesa cioè come una Nuova Alleanza per un’Europa basata su Stati e popoli sovrani.
Ovviamente, attualmente la Lega non pare né volere né sapere intraprendere questa strada, “ancorata” com’è ai principi e ai valori dei suoi stessi “nemici”. Ma il nuovo corso (geo)politico che essa stessa ha contribuito a creare è solo all’inizio e nulla esclude che possa essere l’inizio di una “distruzione creatrice” come tante volte è accaduto nella storia.

SALAMINA A ROVESCIO SUL 28° PARALLELO_Antonio de Martini e Pierluigi FAGAN

 

Salamina a rovescio di Antonio de Martini

 

Quasi mezzo millennio prima di Cristo, l’imperatore SERSE I organizzò una spedizione al confine estremo del regno.

I greci, che all’epoca erano il LIMES, si coalizzarono contro il gigante asiatico avanzante.

Temistocle , dopo aver incassato una sonora batosta sul mare, si arroccò dietro l’isolotto di Salamina -come Leonida alle Termopili dove un gruppetto di spartani tenne in scacco le fanterie persiane e vendette cara la pelle- e si sistemò a difesa.

Con la stessa tattica dieonida , nello stretto tra l’isola e il mare, Temistocle inflisse una battuta d’arresto alla flotta del gran re enormemente superiore e difficile da manovrare in spazi ristretti .

Facendo pagare ogni singola avanzata a caro prezzo, i greci guadagnarono tempo, fidando nella indisponibilità di Serse a restare troppo a lungo ai margini del suo impero a dar la caccia a quattro mangiatori di olive.

In caso di attacco USA , i persiani useranno la stessa tattica di Temistocle, tanto più che i due gruppi da battaglia della V e VI flotta , si sono già infognati in aree prive di spazi di manovra: il gruppo “Keasarge” ha superato lo stretto di Hormuz e si è inoltrato nella trappola.

Per uscire, dovranno passare a tiro anche di sasso dalle coste iraniane.

L’altro gruppo di battaglia ( sempre una portaerei ( Lincoln ) , una nave appoggio zeppa di Marines e patrioti che fanno la prima apparizione antiaerea da nave, più naviglio di scorta ) attende l’ordine di iniziare la lotta, ma è anch’esso incastrato nel mar rosso tra bab el mandeb e Suez.

A tiro dei guerriglieri houti e dei loro sofisticati droni.
Tutti a tiro di missile da entrambe le sponde che costeggiano.

Questo dispiegamento arrogante è la migliore garanzia che lo scontro non ci sarà. Nessuno è stupido fino a questo punto.

Si stanno impostando e propagandando incidenti veri e presunti – come quelli dell’articolo AP che ho allegato- , ma senza conseguenze, a meno di errori – voluti o no – di qualche zelota.

Le grida di allarme servono a condizionare i protagonisti politici e saggiare i tempi tecnici di reazione dell’avversario.

In caso di scontro reale i persiani, nel peggiore dei casi, affonderanno almeno una portaerei e naviglio minore, senza contare la pioggia di missili che lanceranno su Israele di cui – coi missili da Gaza nei giorni scorsi – hanno saggiato l’operatività del sistema anti missile Iron Dome.

Cinque anni fa, durante una manovra coi quadri nella zona del golfo persico tenutasi al Pentagono, i “ nemici” rappresentati da un ammiraglio in pensione noto per la sua indipendenza di giudizio, affondò ( coi barchini) quattro navi USA. Uno smacco per lo stato maggiore della Marina USA sia pure ad opera di un collega “ Maverick “.

Chissà se al presidente lo hanno detto.

 

 

ESTATE AL 28°N PARALLELO di Pierluigi FAGAN.

 

Il costante conflitto che accompagnerà la difficile transizione al mondo multipolare, sembra voler convergere nello spazio e nel tempo in un punto particolare dello spazio-mondo.

Da più parti, si nota che:

a) gli americani stanno dislocando una portaerei in direzione del Golfo Persico. Hanno già mosso altre navi da guerra, rifornito di bombardieri le basi intorno all’Iran, nonché disseminato batterie missilistiche ed anti-missilistiche. In più Bolton a Pompeo, non passano giorno senza qualche buona parola incendiaria verso l’Iran. Altri sostengono che in USA si nota grande fermento operativo pre-bellico ;

b) Trump annuncia ulteriori sanzioni all’Iran che si sommano alle precedenti, dopo aver ulteriormente stretto il cordone di divieto alle relazioni con l’Iran tra cui quelle italiane e greche prima permesse. Dopo aver del tutto isolato Teheran dagli europei, è ora la volta dei tre compratori di energie fossili iraniane ovvero Turchia, India e Cina. Gli iraniani hanno dato due mesi di tempo a gli altri firmatari del precedente accordo teso a bloccare lo sviluppo atomico dell’Iran, per dare segni di vita. In assenza di un chiaro atteggiamento di conferma dell’accordo che isolerebbe gli USA, Rouhani ha fatto sapere che riprenderà l’arricchimento dell’uranio, ma è molto probabile abbia già iniziato ;

c) infatti Israele segue Bolton e Pompeo annunciando di imminenti attentati sciiti tra Gaza ed obiettivi americani in Medio Oriente mentre l’Egitto ha bloccato petroliere iraniane a Suez;

d) davanti a gi EAU, qualcuno ha sabotato petroliere saudite che hanno preso fuoco;

e) Isis si ripresenta in Kashmir e nel sud del Pakistan a Gwadar, terminale della Via della Seta cinese, accendendo l’irredentismo del Belucistan. Anche lo Sri Lanka e lo stesso Kashmir rientrano nelle rotte logistiche della Via della Seta cinese. In Iran, invece, c’è un porto strategico per le proiezioni esterne dell’India.

Naturalmente torna di moda la classica minaccia di autoaffondamento di navi dismesse in un punto particolarmente basso dello stretto di Hormuz da parte iraniana che rappresenterebbe un Armageddon petrolifero-finanziario dalle conseguenze terribili per l’intera economia-mondo, in particolare asiatica.

Con Trump non si sa mai se sta a suo modo trattando e quanto è disposto ad andare fino in fondo se la trattativa non andasse all’esito sperato o se “questa volta è diverso”. Una cosa pare certa, come ogni estate, la temperatura dalle parti del 28° parallelo, tenderà a salire. Da seguire …

Lluch De Sa Font Infatti credo che la carta vincente sarà a giugno quando presenterà il suo piano di pace per la Palestina, in cui si dice verrà coinvolto Hamas e, se va in porto, sarà utile ad una rielezione. Certo che i potenti nemici che ha in casa e all’estero faranno il possibile per mettere i bastoni fra le ruote…

 

 

TROPPE TRUPPE MARISCIÀH di Antonio de Martini

 

(Trump ha comunque smentito la presenza e anche l’intenzione di schierare i 130.000 uomini a meno di una pesante provocazione dell’Iran, definendo una fake la notizia del NYT_A dire il vero gli attori locali interessati a trascinare gli USA in guerra sono però almeno due._ https://news.yahoo.com/trump-denies-planning-send-120-000-troops-counter-161151316.html?fbclid=IwAR3kizBenzZV93nvAV2HZiES4EC6i9BZkJETXExb0NEhMEWGgaaWNDRd2nM Giuseppe Germinario)

 

A partire dal 1991 resta impresso in mente un dato costante sull’esercito degli Stati Uniti: esiste una forza armata che potremmo definire “ territoriale “ e un’altra che chiamerei “ forza mobile” composta da 120/130.000 uomini che è il vero ferro di lancia dell’US Army.

La forza territoriale presidia e occupa basi e territori sfoggiando un apparato logistico impressionante e ben alimentato. Questa aliquota, in continua crescita, fa la parte del leone nel bilancio della Army.

Centinaia di basi nel mondo dove la forza aerea e la Marina possono contare di fare sosta, rifornimento o riposo. Da dove si può far partire una spedizione, ma di dubbia efficacia combattiva.

Lo sforzo strategico di tutti i presidenti che si sono succeduti da Eisenhower in poi è consistito nel cercare di erodere questa posta di bilancio a favore dell’aliquota “ combattente” da impiegare sul campo.

Obama aveva cercato di creare reparti speciali da aggiungere al “ corpo combattente” puntando sulla estrema specializzazione di 30.000 uomini in battaglioni capaci di operare a 360 gradi. Trump ha scelto diversamente.

Trump ha fatto la scelta di aumentare il bilancio in termini assoluti senza capire che la macchina finanziaria del Pentagono – di terra e di mare- non sarà mai sazia per definizione e assorbirà qualsiasi cifra venga stanziata perché la normale amministrazione è fatta così dappertutt: è onnivora.

Comunque la si giri, lo Stato Maggiore non riesce a mettere in campo più di 130.000 uomini realmente disponibili per il combattimento.

È il brillante corpo corazzato che ha vinto le due campagne irachene, ma si è rivelato incapace di domare gli Afgani nemmeno per un momento. Che lamenta di essere impantanato a Kabul e alla frontiera messicana. Che inizia a logorarsi in West Africa.

Oggi lo S.M. USA ha nuovamente messo a disposizione del Presidente questo contingente e lo ha bardato con due corpi di combattimento della marina e i missili antiaerei Patriots in versione navale, ma l’avversario Iran è un’altra cosa.

L’Iran, nella guerra 1980/88 contro l’Irak, ha perso settecentomila uomini senza batter ciglio e ha la natura e la storia e la geografia dalla sua parte.

Il suo territorio è vasto ( quasi sei volte l’Italia) e montagnoso quanto basta, il 60% della popolazione è nomade ad onta degli sforzi dello Scià Ali Reza per sedentalizzare gli abitanti.

Non può essere piegato dai bombardamenti come la Jugoslavia perché non ha industrie leader o grandi infrastrutture da abbattere; non può essere “ridotta allo stato pastorale,” perché lo è già in buona parte; non può essere parcellizzata perché è un paese di grande omogeneità culturale con minoranze sostanzialmente leali; dispone di via di fuga, non bloccabile, attraverso il Caspio. Con centotrentamila uomini possono dirigere il traffico, ma non invadere ne presidiare, ne condurre con successo uno sbarco dimostrativo.

Un bombardamento – anche agli impianti petroliferi- otterrebbe una doppia replica e nessun risultato.

Ha amici potenti ( Russia, Cina, Turchia, India) e nemici impopolari ( Israele) ; controlla il 30% flusso dei prodotti petroliferi destinati all’Europa.

Anche i peggiori avversari degli Ayatollah – come la casa imperiale rifugiatasi negli USA o qualche ex primo ministro parcheggiato a Parigi – si sono rifiutati di prendere parte al coro anti iraniano.

La comunità israelita all’interno ( presente con continuità da tremila anni) o la diaspora benestante di Francia e California all’estero ( da 40 anni) prenderebbero posizione contro ogni intervento mirante a destabilizzare un paese che da cinque secoli non ha mai attaccato nessun vicino.

Unici alleati degli USA i mujaheddin al Khalk – gli ex giovani comunisti del 1979 già nell’elenco USA delle organizzazioni terroriste – oggi “ graziati” e parcheggiati da Obama in Albania dopo aver organizzato qualche assassinio di “ scienziati atomici” che possono fare qualche sanguinoso attentato ma nulla di più.

Voler attaccare durante il Ramadan sarebbe il colmo della provocazione psicologica e dell’improntitudine.

A parte la rappresaglia contro Israele che metterebbe in crisi i rapporti interni agli USA, creerebbe una immediata reazione tra un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo e il braciere del focolaio afgano rischierebbe di estendersi al subcontinente indiano ( Pakistan e India mussulmana).

Alla Casa Bianca dovrebbero proprio decidersi a cambiare pusher.

Greta sì, Greta no_ di Pierluigi Fagan e Roberto Buffagni

Pierluigi Fagan

 

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA. Sulla questione ecologia-Greta, mi trovo in dissenso profondo con molti amici ed amiche con i quali, di solito, si hanno punti di vista comuni. Che fare? Lasciar perdere per non sfilacciare ulteriormente le già sparute file del pensiero critico, o far di questo dissenso un momento di dialettica interna al nostro stesso pensiero critico? La domanda è retorica in tutta evidenza, la scelta è già fatta. Perché?

Ho l’impressione, forse sbaglio e chiedo in sincerità di dibattere la questione tra noi con la ponderazione ed intelligenza tipica dei frequentatori di questa pagina, che noi si sia finiti in un setting di pensiero la cui matrice per altri versi siamo molto lucidi a criticare. Per ragioni che qui non possiamo affrontare, ad un certo punto del secolo scorso, già ai suoi inizi, si è andata manifestando nel pensiero, uno spostamento di asse. Tra la relazione soggetto – oggetto fatta dal pensiero, è emerso il problema dello strumento che ci fa comporre e scambiare il pensiero: il linguaggio.

Tralasciamo i riferimenti più o meno colti e passiamo al momento successivo, quando un filosofo francese minore, pone all’attenzione la natura narrativa di ogni discorso, narrazioni fatte di linguaggio. Il linguaggio è materia della forma discorsiva che influisce, limita, indirizza il discorso stesso ed in più, tutto è discorso. Penso nessuno possa sottovalutare l’importanza di queste osservazioni ormai patrimonio della nostra conoscenza. Per altro ci era già arrivato anche Eraclito, e non solo lui, qualche secolo fa.

Danno da pensare due cose. La prima è il venirsi a formare di una sorta di monopolio concettuale di questo fatto, tutti ormai parlano più o meno solo di questo, tutto è narrazione e contro-narrazione.

Il secondo è che tale sviluppo è parallelo a fatti storici di estrema magnitudo. Nel mentre ci interrogavamo sulle parole e le cose, la grammatica generativa, le parole per dirlo, il media è il messaggio, in Occidente abbiamo fatto due guerre per un totale approssimato di 80 milioni di morti, abbiamo raggiunto la manipolazione nucleare a cui poi abbiamo fatto seguire la società dei consumi ed oggi la società dominata da un media (Internet), il libero scambio e dai rentier. Ma davvero ciò che diciamo è tutto nello strumento che usiamo per dirlo e nei veicoli che usiamo per scambiarcelo?

Rosa Parks era una sartina dell’Alabama, che non aveva finito gli studi di istruzione secondaria, che un giorno del 1955, tornando a casa stanca per il lavoro, osò sedersi su un sedile dell’autobus riservato ai bianchi. Venne arrestata per questo e questo fece scoppiare una contraddizione. Rosa Parks non fondò il movimento dei diritti civili, c’era già Martin Luther King, non andò in televisione a fare portavoce di quelle istanze, né pubblicò libri. Probabilmente, oggi sarebbe diverso perché diversa è la struttura della comunicazione e della formazione e gestione dell’opinione pubblica.

Ho visto su Repubblica stamane due cose. Uno è un video di interviste a giovani ieri riuniti a Piazza del Popolo, nel quale si tendeva a metter in contrasto i proclami integralisti di Greta contro lo shopping e l’utilizzo di aerei. L’altra è una intervista fatta da Formigli che sorrideva ironico mentre la ragazza svedese (ha sedici anni, non si capisce perché molti la chiamano “bambina”) ripeteva i suoi punti di vista che potremmo definire “ingenuamente radicali”. Domandava anche dell’Asperger come se a Rosa Parks avessero domandato della sua mancanza di diploma, come le gerarchie cattoliche chiesero a Giovanna d’Arco divenuta un po’ troppo ingombrante dopo aver svolto la funzione simbolica, quale fosse la sua formazione teologica ed i suoi rapporti con la magia. Mi sembra cioè che non tutto il mainstream sia poi così tranquillo nell’utilizzare la Rosa Parks svedese.

Di contro, la ragazza sciorinava il decalogo dell’ambientalista individuale ma due volte, sottolineava che il problema -in realtà- è sistemico. Dire che un viaggio in aereo inquina di più di tutti i nostri possibili sforzi sulla raccolta differenziata, è intaccare un caposaldo del nostro attuale modo di vivere. Dire di avere un cellulare di quattro anni fa datogli da uno che non lo usava più, anche. Dire che vanno bene i comportamenti individuali responsabili ma il problema è a livello di multinazionali e governi è un inquadramento proto-politico. Dire che il settore energetico svedese è “abbastanza pulito” ma aggiungere che serve a poco se si continua “a consumare, costruire, importare ed esportare merci” non è molto conforme al modo di vedere il mondo del WEF di Davos. O dire che in fondo Trump è meno ipocrita di tanti leader europei che si sciacquano la bocca con pie intenzioni a cui non conseguono fatti o “è tutto il sistema che è sbagliato ed i media hanno più responsabilità di ogni altro poiché se non c’è corretta informazione non c’è conoscenza diffusa e non può esserci mobilitazione” non sembrano imbeccate di chi presuntivamente la starebbe “manipolando” per fini neo-liberali. O almeno non solo, o almeno non del tutto.

Allora, certo la ragazza ha sedici anni ed ha la sua conformazione mentale bianco-nero. Ha dietro qualcuno ovvio. La sua rivolta individuale è stata da qualcuno scelta per far notizia e di notizia in notizia è diventato “un caso”. Un “caso” manipolato da opposti interessi, ovvio. Ognuno contribuisce a creare quel caso parlandone, nel bene e nel male. Inoltre, voluto o meno, l’intero discorso finisce per collassare sul riscaldamento climatico che è un terreno complesso ed incerto, facile da negare o sminuire o dubitare, quando invece attiene a questioni ben più complesse ed assai meno dubitabili, sminuibili, negabili.

Quello che mi e vi domando è perché non ci lamentiamo dell’assenza di un Martin Luther King, di un “movimento” politico che su questo tema possa far battaglia politica trasformativa del nostro modo di stare al mondo? Perché molte menti acute si dilettano solo in contro-narrazione della narrazione gretesca (ma è poi quella di Greta o è delle interpretazioni che gli sono state appiccicate addosso?) e non vanno alla cosa, cosa che non fa meno parte del dominio neo-liberale al pari delle diseguaglianze? Perché non c’è chi usa il simbolo a modo suo riempiendo di contenuti forti una questione che rischia di finire nel calderone del tema d’opinione settimanale e via alla prossima? Perché ci accaniamo sul media e sottovalutiamo il messaggio o almeno le sue potenzialità?

Insomma, non è che nella curva parabolica della svolta linguistica, siamo anche noi finiti nel paradigma ebraico de “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”? Non è che schifiamo quei giovani ingenui e grezzi come ai nostri tempi altri disprezzavano la nostra ingenua indignazione per l’ingiustizia? Non è che la nostra critica ha finito col pender le stesse forme del discorso dominate trasformando tutto in inconsistenti nuvole di parole che non smuovo un granello di polvere?

Tra soggetto, linguaggio, discorso-narrazione, l’attenzione alla “parola” ci stiamo perdendo la “cosa”? E’ a questo che è servita la svolta linguistica? Trasformare tutto in pulviscolo per cui non si possono più far mattoni e con mattoni, nuove città? Non era forse questo “far città con le nostre mani” che dio voleva evitare colpendo Babele con la sua maledizione? Non stiamo noi stessi aiutando coloro che vogliono imporre “fatti” mentre noi si fanno solo “discorsi”?

A chiudere, una sola nota. Praticamente tutta la filosofia anglosassone cioè anglo-americana, quindi intrinsecamente scientista, liberale, mercato come meccanismo ordinante ogni sociale, tutto il pensiero complesso recente e dominante di quella cultura, si basa sulla svolta linguistica. Della serie “pensiamo a come pensiamo”, poi parliamo.

 

 

Roberto Buffagni

 

Perchè non me ne frega niente di Greta e delle sue opere? Non me ne frega niente perchè a) Greta è un Golem, mi fa pena e impressione (anche come padre) b) sotto c’è la fregatura malthusiana c) adesso semmai c’è bisogno di investimenti industriali, fabbriche a rotta di collo d) l’ambiente come propostomi dagli ambientalisti mi lascia gelido, mi piace la natura, l’aria aperta, i panorami, le bellezze naturali, sono cacciatore etc. e così la natura mi illumina la vita, mi poetizza, mi fa bene alla salute etc., ma quando me la propongono tipo bugiardino delle medicine non me ne frega niente, la mia reazione emotiva al riscaldamento climatico è “e io mi compro il condizionatore” e) l’altra natura che mi interessa sul serio, e che credo anche sia, come dire: d’attualità filosofico-politica? è la natura umana, e quella sì che mi mobilita, perché c’è tanta gente che la minaccia (poi c’entra anche con la natura non umana ma è un altro discorso) f) una proposta politica unificante che abbia come tema “salviamo il mondo” mi sembra destinata alla totale inefficacia e/o a usi preoccupanti, perché da un canto prevede possibile la concordia universale di tutti i buoni contro i cattivi inquinatori, dall’altro sottovaluta la caratteristica specificamente umana di fregarsene dei dati di realtà e operare, invece, sulla base di motivazioni riconducibili sia al proprio interesse personale o di gruppo, sia al desiderio eventualmente anche autodistruttivo, bref mi sembra ricadere sotto le critiche tipiche che si possono rivolgere contro l’universalismo politico.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/102176207669665731

Quale Europa e quante Europa nel prossimo futuro_Intervista a Pierluigi Fagan

 La Brexit, il patto franco-tedesco, il gruppo di Visegrad sono il segno di un processo di riconfigurazione delle relazioni tra gli stati europei che sta mettendo in forse l’attuale organizzazione della Unione Europea. L’unica area ad assumere un carattere magmatico e poco definibile rimane l’Europa Mediterranea; proprio lo spazio che torna ad assumere un ruolo strategico di primaria importanza nelle complesse dinamiche geopolitiche determinate principalmente, ormai, da stati extraeuropei. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Via della seta e capodanno a primavera, di Antonio de Martini _L’inganno sino-europeo, di Pierluigi Fagan

Per molti paesi, ad esempio l’Iran, l’arrivo della primavera coincide col Capodanno.

Quando commerciavamo con la via della seta – quella vera- anche noi adottavamo quel calendario.

Fino al XIV secolo, Firenze , che era il centro mercantile e finanziario del mondo e con quei paesi aveva contatti continui, festeggiava il capodanno al 25 marzo e finanziava i propri artigiani che erano i migliori del mondo.

Poi, la cupidigia dei banchieri fiorentini che preferirono prestare denaro, invece che agli artigiani, ai potenti politici che li spendevano per guerreggiare tra loro, provocò la crisi finanziaria che distrusse la ricchezza della città.

Tutto cominciò col BREXIT dell’epoca: re Edoardo III di Inghilterra che aveva preso a prestito oltre 1.300.000 fiorini d’oro dai banchieri fiorentini, adducendo pretesti, annunziò che non avrebbe più pagato il debito.

Iniziò la catena dei fallimenti dei banchieri e la città decadde.

Il Brexit di oggi , ora come allora, serve a preparare l’Inghilterra ( centro finanziario del mondo) a non pagare più i suoi ingentissimi debiti e far sparire le ricchezze in esso depositate.

Se fosse rimasta nella UE sarebbe stata vincolata a obblighi e sorveglianze di tipo greco.

Risolto il problema dell’uscita, sarà libera nei suoi movimenti.
Solo con questo precedente storico il brexit acquista un significato strategico.

Oggi, la crisi finanziaria di ripete identica, compreso – per i nostri banchieri- i dettagli di considerare ” pericolosa ” la via della seta e prestare il denaro allo Stato ( che aumenta le spese militari) invece che a chi punta a produrre e esportare.
Sembra un investimento sicuro perché non conoscono la storia.

MENO MALE CHE C’E’ MACRON.di Pierluigi Fagan

Sulla stampa nazionale di oggi, qualcuno nota che i francesi hanno firmato contratti coi cinesi anche più cospicui dei nostri. Solo di Airbus si parla di 30 mld (Di Maio ha firmato per soli 2,5 mld o 7 secondo altri calcoli), in più c’è molto altro. Ma ecco il colpo di genio giornalistico. Il fatto non diventa una difesa del fatto che noi abbiamo firmato per molto meno a fronte di una sproporzionata canizza di commenti strappa-capelli (dal “diventiamo colonia” al “adesso gli USA ce la faranno pagare cara”). Diventa un “Macron fa più affari di noi ma non ha alcuna necessità di firmare impegni per la BRI”. Quindi siamo cornuti e mazziati, ci siamo esposti alla firma di cose che non si dovevano firmare ed abbiamo pure svenduto il sacrificio. Però:

1) La Francia ha uno dei quattro vice-presidenti della banca cinese-internazionale che finanzia la realizzazione della BRI (Thierry de Longuemar) che condivide il board of director con un inglese, un tedesco ed un indiano (la banca è la AIIB). Ciò in ragione del fatto che la Francia è il sesto sottoscrittore di quote del capitale della banca (noi decimi, esclusa ovviamente la Cina che è la prima). Quindi non aderisce alla BRI, la finanzia.

2) Come si vede nella cartina, opportuna visto che i più sono deboli in geografia, Trieste è logisticamente il luogo europeo di costa dal quale, sbucando nel Mediterraneo da Suez, con lo stesso tratto si arriva dappertutto tra Europa del sud, est, nord, ovest. Cioè, la Francia non può essere parte della BRI perché ne è una delle tante destinazioni, non ne può essere uno snodo, almeno questo dice la geografia.

3) Il chiasso mediatico-politico agitato su spinta franco-tedesca ed americana, contro gli accordi Italia-Cina ha fatto cassare almeno una ventina di altri accordi, molti dei quali erano tra l’altro più convenienti per noi che per i cinesi. Cito ad esempio, l’agreement tra Politecnico di Milano e Huawei sulla ricerca 5G dove pare chiaro che non era Huawei a bramare le nostre straordinarie competenze, ma semmai il contrario. Proprio in favore di un aumento del nostro know-how nazionale su questa importante tecnologia, anche al fine di controllare meglio quello che i cinesi possono o non possono fare in materia.

Così ci sono quelli che vorrebbero esser governati dagli USA, da Putin, da Merkel ed anche da Macron. Per fortuna sono in ribasso quelli che vorrebbero farsi governare dai britannici. Quinte colonne che sorreggono tutti gli interessi possibili, meno i nostri. Grande Paese, grande futuro .

Nessuna descrizione della foto disponibile.
I contenuti del memorandum franco-cinese_Nota a margine
Accordi firmati tra Francia e Cina:
1 – General Terms Agreement (GTA) fra Airbus e China Aviation Supplies Holding Company (CASC) per 300 apparecchi (290 A32a e 10 A350), per un valore di circa 30 miliardi di euro;
2 – Intesa fra BNP Paribas, Eurazeo e China Investment Corporation per la creazione di un fondo di cooperazione franco-cinese per 1 miliardo di euro;
3 – Accordo EDF-China Energy Investment Corporation sullo sviluppo di un progetto eolico off-shore di Dongtai (1 miliardo di euro);
4 – Accordo Fives-CNBM (China National building Materials Group) sul riscaldamento climatico e la cooperazione in paesi terzi (previsto 1 miliardo di euro): e’ la realizzazione di tecnologie pulite per ridurre il consumo energetico, soprattutto in Africa;
5 – Intesa per il sostegno da parte del fondo franco-cinese presso mercati terzi di una piattaforma sulle energie rinnovabili (fra 1 e 1,5 miliardi);
6 – Accordo di cooperazione e contratto di costruzione di 10 nuove navi con capacita’ di 15.000 container (1,2 miliardi);
7 – Contratto Airbus-Twenty First Century Aerospace Technology per il rafforzamento della cooperazione franco-cinese nel settore dell’immagine satellitare;
8 – Memorandum su cofinanziamenti fra BNP Paribas e Bank of China (fino a 6 miliardi in 3 anni) per finanziamenti in paesi terzi;
9 – Accordo di investimento fra il Grande Porto di Marsiglia e Provence promotion e Quechen silicon chemical international developement (105 milioni);
10 – Accordo cooperazione fra EDF e Huadian per la fornitura di servizi energetiche a Wuhan (100 milioni);
11 – Contratto di acquisto di un sistema di controllo ambientale fra Liebherr Aerospace e COMAC (41 milioni);
12 – Accordo cooperazione strategica fra Schneider Electric e Bank of China per il finanziamento di progetti a paesi terzi;
13 – Accordo di cooperazione strategica fra Schneider Electric e Power Construction Corporation (fino a 6 miliardi) sulla modernizzazione delle fabbriche della PCC in Cina e in un paese terzo;
14 – Partnership fra Indigo e Sunsea per lo sviluppo di parcheggi intelligenti in Cina e in altri paesi.
La Francia inoltre partecipa significativamente al fondo di finanziamento delle Vie della Seta (BRI) promosso dalla Cina

LA SOCIETA’ DELL’OPINIONE, di Pierluigi Fagan

LA SOCIETA’ DELL’OPINIONE.

https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10217403037963484

Prima di farvi una opinione su i rapporti tra noi ed i cinesi sarebbe il caso conosciate alcuni fatti. Una volta il giornalismo aveva questa missione, dare i fatti (e scegliere quali fatti è già una opinione) ed accanto esprimere un punto di vista. Ora mettono solo i punti di vista e menomale che siamo la società dell’ informazione, sarebbe più corretto dirci “società dell’opinione”.

I fatti dei rapporti che i cinesi stanno tessendo con varie parti del mondo sono innumerevoli. Faremo quindi una selezione:

1) La BRI è finanziata da una banca, la AIIB, lanciata dai cinesi a fine 2015 ed oggi finanziata da 70 paesi. Il primo paese occidentale ad aderire prendendo tutti gli altri in contropiede fu la Gran Bretagna. I diritti di voto del suo Consiglio, per dimensioni, vedono la Germania 4°, l’Australia 6°, la Francia 7°, l’UK 9° e l’Italia 11°. Ci sono tutti gli alleati degli USA (incluso Canada ed Israele), tranne gli USA.

2) I cinesi hanno partecipazioni o controllo nei porti di Pireo-Atene, Anversa, Bruges, Rotterdam, Bilbao, Valencia e Marsiglia che è il maggior investimento europeo dopo Pireo. I cinesi hanno acquisito licenza di 25 anni per gestire il principale porto israeliano (Haifa) in cui ci sono moli dedicati e riservati per la Marina degli Stati Uniti d’America (che non hanno gradito), ma ha anche vinto la gara d’appalto per la costruzione di quello che sarà il nuovo più grande porto israeliano, Ashod.

3) Negli ultimi 10 anni la Cina ha fatto 227 acquisizioni in Gran Bretagna, 225 in Germania, 89 in Francia, 85 in Italia. In Israele ha creato un fondo il Sino Israeal Technology Fund con 16 miliardi di dollari, che finanzierà le start up israeliane.

4) Duisburg in Germania è il terminale della Via della Seta ferroviaria, circa 30 treni a settimana arrivano dalla Cina (80% di quelli che arrivano in Europa). La Germania sta trattando l’inclusione di Huawei nella gara sul 5G che curerà in esclusiva l’upgrade di Gelsenkirken a rango di smart city.

5) L’interscambio (2017) con la Cina vede con 179 mld US$ prima la Germania, 54,6 la Francia e solo 42 l’Italia. Nel gennaio 2018 Macron si è recato in Cina, dove ha siglato 20 accordi economici, commerciali e infrastrutturali su settori strategici come l’aviazione e l’energia nucleare. Coi francesi, i cinesi stanno costruendo centrali nucleari in Gran Bretagna con i quali hanno accordi per 325 mio £/sterline nel solo comprato creativo-high tech.

6) Verso la Germania, gli USA hanno lanciato alte urla di rabbia, non solo per l’articolata partnership strategica con la Cina. Si ricorda che i tedeschi si stanno legando mani e piedi coi russi in un settore strategico quale quello dell’energia, nella costruzione del raddoppio del North Stream con società a capitale misto a cui capo c’è l’ex cancelliere G. Schroeder. Quel flusso di gas, in realtà, doveva passare qui da noi col South Stream ma l’UE ha invalidato la gara d’appalto.

Bene, ora potete abbandonarvi alla piacevole lettura del vostro commentatore di fiducia ma fate attenzione a cosa commenta. Il mondo è troppo complesso per esser approcciato a sensazioni, in fondo non è poi così difficile farsi una “opinione propria”, no? O forse è proprio questo che non piace alla società dell’opinione?

Qui sotto il testo del protocollo italo-cinese

https://www.startmag.it/mondo/memorandum-cina-italia-ecco-che-cosa-si-firmera/?fbclid=IwAR1PdNgy3_qNGFy3hD940nyhiO1K60cgJfimS1CD2IBNts9_E1kYv8xPAbE

Memorandum Cina-Italia, ecco che cosa si firmerà

di

La traduzione in italiano del testo in inglese del Memorandun Italia-Cina pubblicato su Facebook da Alberto Negri, già firma ed inviato speciale di esteri del Sole 24 Ore

 

In questo documento non sono menzionate cifre o progetti specifici. Il presidente cinese Xi Jinping va anche da Macron ma secondo Le Figaro l’Italia è l’anello debole dell’Europa nei confronti della Cina. In ogni caso l’interscambio Francia-Cina nel 2017 è 80 miliardi di euro l’anno, quello con l’Italia 42, la metà.

DOCUMENTO D’INTESA TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA E IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE SULLA COLLABORAZIONE ALL’INTERNO DEL PROGETTO ECONOMICO “VIA DELLA SETA” E DELL’INIZIATIVA PER LE VIE MARITTIME DEL XXI° SECOLO

Il governo della Repubblica italiana e il governo della Repubblica popolare cinese (d’ora in poi denominati “controparti”), nella prospettiva di promuovere una collaborazione pratica bilaterale; nell’accogliere favorevolmente le conclusioni del Forum sulla cooperazione internazionale della Via della Seta, tenutosi a Pechino nel maggio 2017; nel riconoscere l’importanza e i benefici derivanti da una migliorata connettività tra l’Asia e l’Europa e il ruolo che l’iniziativa della Via della Seta può svolgere in questo ambito; ricordando il comunicato congiunto emanato dalla Tavola rotonda dei capi di stato del Forum per la collaborazione internazionale della Via della Seta; ricordando il piano di azione per il rafforzamento della collaborazione economica, commerciale, culturale e scientifica tra l’Italia e la Cina 2017-2020, stipulato a Pechino nel maggio 2017; ricordando il comunicato congiunto emanato dal 9° Comitato intergovernativo Italia-Cina, tenutosi a Roma il 25 gennaio 2019, e l’impegno espresso in quella sede per promuovere il partenariato bilaterale in uno spirito di rispetto reciproco, uguaglianza e giustizia, a reciproco beneficio, nella prospettiva di una solidarietà globale rafforzata; consapevoli del passato storico comune sviluppato attraverso le vie di comunicazione per via di terra e di mare che collegano Asia e Europa e del ruolo tradizionale dell’Italia come punto di approdo della Via della Seta marittima; ribadendo il loro impegno a onorare i principi e le finalità della Carta delle Nazioni Unite e promuovere la crescita inclusiva e lo sviluppo sostenibile, in linea con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici; ricordando inoltre gli obiettivi fissati dall’Agenda strategica per la collaborazione Unione Europea-Cina 2020, e i principi guida della Strategia dell’Unione Europea per collegare Europa e Asia adottata nell’ottobre 2018; hanno raggiunto la seguente intesa:

Paragrafo I: Obiettivi e principi guida per la collaborazione.1. Le controparti si impegnano a lavorare insieme nel progetto della Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI) per trasformare in vantaggi le reciproche forze complementari, nell’ottica di una cooperazione pratica e crescita sostenibile, appoggiando le sinergie tra la Via della Seta e le priorità identificate nel Piano di investimento per l’Europa e le reti trans- europee, e altresì tenendo presenti le discussioni riguardanti la Piattaforma per la connettività Unione Europea-Cina. Questo consentirà inoltre alle controparti di rafforzare i loro rapporti politici, i loro legami commerciali e gli scambi tra i popoli. Le controparti si impegnano a rafforzare la collaborazione e a promuovere la connettività regionale in un quadro di riferimento aperto, inclusivo ed equilibrato, i cui benefici si estenderanno a tutte le parti, in modo da promuovere nella regione pace, sicurezza, stabilità e sviluppo sostenibile.

2. Le controparti si impegnano a promuovere la collaborazione bilaterale in base ai seguenti principi:

(i) Guidate dalle finalità e dai principi contenuti nella Carta dell’ONU, le controparti lavoreranno per sviluppo e prosperità reciproche, basate sulla fiducia reciproca e spirito di collaborazione:

(ii) Nel rispetto delle leggi e normative nazionali, coerenti con i rispettivi obblighi internazionali, le controparti si impegnano a promuovere l’avanzamento dei loro progetti di collaborazione;

(iii) Le controparti si impegnano a esplorare le sinergie e ad assicurare coerenza e complementarietà con i meccanismi esistenti di cooperazione bilaterali e multilaterali e con le piattaforme di cooperazione regionale.

Paragrafo II: Aree di cooperazione.

Le controparti si impegnano a collaborare nelle seguenti aree:

1. Dialogo sulle politiche. Le controparti promuoveranno le sinergie e rafforzeranno le strutture di comunicazione e coordinamento. Stimoleranno il dibattito sulle politiche da adottare nelle iniziative di connettività e sugli standard tecnici e normativi. Le controparti lavoreranno assieme alla Banca di investimento asiatica per le infrastrutture (AIIB) per favorire la connettività nel rispetto delle finalità e delle funzioni della Banca.

2. Trasporti, logistica e infrastrutture. Le controparti condividono una visione comune sul miglioramento dei trasporti, affinchè siano accessibili, sicuri, inclusivi e sostenibili. Le controparti collaboreranno allo sviluppo della connettività delle infrastrutture, tra cui investimenti, logistica e inter-operatività, nelle aree di interesse reciproco (come strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – tra cui fonti rinnovabili e gas naturale – e telecomunicazioni). Le controparti esprimono il loro interesse nello sviluppo di sinergie tra la Via della Seta, il sistema italiano di trasporti e infrastrutture, come – tra gli altri – strade, ferrovie, ponti, aviazione civile e porti e la Rete trans-europea dei trasporti dell’Unione Europea (TEN-T). Le controparti accoglieranno favorevolmente ogni dibattito nel quadro della Piattaforma di connettività tra l’Unione Europea e la Cina, per migliorare l’efficienza della connettività tra Europa e Cina. Le controparti si impegnano a collaborare nel facilitare il disbrigo delle operazioni doganali, rafforzando la cooperazione nelle soluzioni di trasporto sostenibile, sicuro e digitale, come pure per quel che riguarda investimenti e finanziamenti. Le controparti ribadiscono l’importanza di stabilire procedure di appalto aperte, trasparenti e non discriminatorie.

3. Rimuovere ogni ostacolo al commercio e agli investimenti. Le controparti si impegnano a estendere gli investimenti bilaterali e i flussi commerciali, la cooperazione industriale come pure la cooperazione nei mercati di paesi terzi, esplorando i sistemi per promuovere una robusta cooperazione a beneficio reciproco. Le controparti riaffermano l’impegno condiviso per realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli eccessivi squilibri macroeconomici, e opporsi all’unilateralismo e al protezionismo. Nell’ambito della Via della Seta, le controparti si impegnano a promuovere commercio e cooperazione industriale in modo aperto, libero, trasparente e non discriminatorio; appalti trasparenti; parità di condizioni e rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. Le controparti si impegnano a studiare sistemi di collaborazione e partenariato più stretti e di vantaggio reciproco, promuovendo la cooperazione triangolare e quella nord-sud, sud-sud.

4. Collaborazione finanziaria. Le controparti rafforzeranno le comunicazioni e il coordinamento bilaterale su politiche di riforma fiscale, finanziaria e strutturale, in modo da creare un ambiente favorevole alla collaborazione economica e finanziaria, anche tramite l’avvio di un Dialogo finanziario Italia-Cina, tra il ministro dell’economia e della finanza della Repubblica italiana e il ministro delle finanze della Repubblica popolare cinese. Le controparti favoriranno il partenariato tra le rispettive istituzioni finanziarie per sostenere congiuntamente la cooperazione in materia di investimenti e finanziamenti, a livello bilaterale e multilaterale e verso paesi terzi, nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta.

5. Connettività tra persone. Le controparti si impegnano a favorire ed espandere gli scambi interpersonali, a sviluppare la rete di gemellaggio tra le città, e a sfruttare appieno la piattaforma dei Meccanismi di cooperazione culturale tra l’Italia e la Cina per portare a termine il gemellaggio tra i siti UNESCO dei rispettivi paesi, allo scopo di promuovere la collaborazione su istruzione, cultura, scienze, innovazione, salute, turismo e benessere pubblico tra le rispettive amministrazioni. Le controparti favoriranno scambi e collaborazione tra le rispettive autorità locali, mezzi di comunicazione, think tank, università e giovani.

6. Cooperazione allo sviluppo nel rispetto dell’ambiente. Le controparti si impegnano a sostenere pienamente l’obiettivo di sviluppare la connettività tramite un approccio sostenibile ed ecologico, promuovendo attivamente la tendenza globale verso lo sviluppo ecologico, circolare e a basse emissioni di carbonio. Con questo spirito condiviso, le controparti collaboreranno nel campo della protezione ambientale, dei cambiamenti climatici ed altre aree di reciproco interesse. Le controparti si impegnano a condividere le loro idee sullo sviluppo sostenibile e a promuovere attivamente le direttive dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Il ministero per l’ambiente, il territorio e il mare della Repubblica italiana parteciperà attivamente alla Coalizione internazionale per lo sviluppo ecologico sulla Via della Seta, già avviato dal ministero dell’ecologia e dell’ambiente della Repubblica popolare cinese, in sintonia con il programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP).

Paragrafo III: Modalità di cooperazione.

1. Le modalità di cooperazione potrebbero includere le seguenti, ma senza che siano imposti imposti limiti o restrizioni:

(i) Lo scambio di visite e dibattiti ad alto livello all’interno dei meccanismi di scambio governativi e non governativi. Le controparti metteranno a disposizione reciprocamente le informazioni raccolte nei più svariati campi e su canali multipli, allo scopo di aumentare la trasparenza e incoraggiare la partecipazione di cittadini provenienti da tutti i settori della società;

(ii) Le controparti studieranno lo sviluppo di programmi pilota nelle aree chiave, negli scambi economici e nella cooperazione, nella ricerca congiunta, nello sviluppo delle capacità, negli scambi e nella formazione del personale.

2. Le controparti si impegnano a esplorare i modelli di cooperazione a vantaggio reciproco per sostenere le principali iniziative nell’ambito della Via della Seta. Le controparti seguiranno i principi del mercato, promuoveranno la cooperazione tra capitale pubblico e privato, incoraggeranno gli investimenti e il supporto finanziario attraverso approcci diversificati. Le controparti ribadiscono il loro impegno verso investimenti che siano sostenibili, sotto il profilo sociale e ambientale, e fattibili economicamente.

3. Le controparti si impegnano a esplorare congiuntamente tutte le opportunità di cooperazione tra Italia e Cina e di possibile cooperazione in paesi terzi. Le controparti si impegnano a rispettare modi di cooperazione che siano a beneficio di tutti i partecipanti e ad adottare progetti che siano a vantaggio dei paesi terzi, favorendo le loro priorità in termini di sviluppo e le esigenze della loro popolazione, assicurandosi che siano validi e sostenibili sotto il profilo fiscale, sociale, economico e ambientale.

4. Le rispettive autorità competenti delle controparti potranno siglare accordi di collaborazione in settori specifici, anche per la creazione di strutture specifiche di collaborazione.

Paragrafo IV: Meccanismo di cooperazione.

Le controparti sfrutteranno appieno i meccanismi bilaterali già esistenti per sviluppare la cooperazione nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta. La commissione governativa Italia-Cina avrà il compito di monitorare lo svolgimento e i futuri sviluppi del presente accordo.

Paragrafo V: Risoluzione delle controversie.

Le controparti si impegnano a risolvere amichevolmente tutte le controversie derivanti dall’interpretazione di questo documento di intesa tramite incontri diretti.

Paragraph VI: Legislazione applicabile.

Questo documento d’intesa non costituisce un accordo internazionale che potrebbe portare all’applicazione di diritti e obblighi sotto la legge internazionale. Nessuna parte di questo documento è da considerare come base di impegno legale o finanziario per le controparti. Il presente documento d’intesa verrà interpretato secondo la legislazione delle controparti e la legislazione internazionale, laddove ne ricorrano i presupposti, e per la parte italiana anche secondo la normativa dell’Unione Europea.

*** Questo documento d’intesa avrà effetto dalla data della firma. Questo documento d’intesa resterà valido per un periodo di cinque anni e sarà rinnovato automaticamente per altri periodi di cinque anni in futuro, a meno che non venga terminato da una delle controparti con comunicazione scritta con almeno tre mesi di anticipo.

Firmato a…. il….., in due originali, ognuna in lingua italiana, inglese e cinese, tutti ugualmente autentici. Nel caso di divergenze interpretative, farà fede il testo in lingua inglese.

Per il governo della Repubblica italiana Per il governo della Repubblica popolare cinese

L’EPICENTRO DELL’EUROPA, di Pierluigi Fagan

tratto da Facebook https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10216883739541348

TRATTATO DI AQUISGRANA. Il prossimo 22, Merkel e Macron, firmeranno il trattato di Aquisgrana che aggiorna e rilancia l’asse stabilito con il trattato dell’Eliseo del 1963, a suo tempo firmato da De Gaulle ed Adenauer, già riconfermato e rinforzato dall’accordo Mitterand e Kohl del 1988 da cui l’UE e l’euro.

Questa sottile linea rossa nel tempo, verrà intersecata dalla sottile linea rossa dello spazio. Aquisgrana, infatti, è città di confine tra i due Paesi, oltre ad essere stata in passato capitale dei Merovingi, sede principale dell’inquieto Carlo Magno e sede di incoronazione di ben 37 imperatori del Sacro Romano Impero. In realtà, Aquisgrana non è proprio al confine con la Francia ma perfettamente incastonata alla giunzione tra Belgio, Olanda e Germania, poco sopra il Lussemburgo e a 40 km da Maastricht. Siamo dunque nel cuore del cuore del motore storico dei tentativi di superare lo stato-nazionalismo europeo che aveva portato al doppio conflitto bellico della prima metà del Novecento. Quella CECA (1951) promossa da belgi, olandesi, lussemburghesi che, terrorizzati di trovarsi in mezzo ai due giganti che si erano fatti ben sette guerre nel precedente secolo e mezzo, convinsero i francesi a tender la mano ai rivali germanici stremati e paralizzati dal peso della tremenda e mefistofelica eredità prussiano-nazista. L’Italia di De Gasperi venne invitata ad aggiungersi per ragioni cosmetiche, come far sembrare continentale un processo che riguardava specificatamente solo questa problematica parte dello spazio geo-storico che si chiama Europa.

Nel tanto vociare che si fa sull’Unione europea, fa specie proprio la mancanza di storici che ricordino le radici lunghe dei processi di cui vediamo il finale affioramento. Seppelliti da analisi monetariste, econometriche, ricostruzioni sul pensiero neoliberale, riviscenza della teoria delle élite ed altre letture last minute in cui si riflettono su i fatti i presupposti che fondano singoli sguardi conoscitivi trovando magicamente corrispondenza tra questi ed i fatti stessi, la ragione geo-storica non trova posto. Non essendo di moda, rimane inutilizzata. Peccato perché invece si mostra palesemente come sia questa ad ordinare il processo: gli interessi dei popoli (gli interessi di quei popoli nella specifica interpretazione che ne hanno dato le loro élite, ovvio) che da più di 15 secoli abitano quella zona, popoli poi formalizzati in nazioni ma di origine, abitanti quello che è un continuum geografico. Ciò che deriva da questa storia di lunga durata, arriva infine a spiegare l’essenza dell’Unione europea e dell’euro stesso, il sospettoso darsi la mano tra i due storici rivali mentre le ancelle che stanno in mezzo spargono essenze di gelsomino per celebrare.

Per questo chi scrive, si ostina periodicamente a riproporre l’idea di una Unione latino-mediterranea (idea nata da un francese, per quanto di origine russa), strappare la Francia a quell’abbraccio e metterla nel suo altro contesto antropo-storico, opponendo alle origine franche quelle gallo-celtiche-cattolico romane. Doppia identità che è intrinseca all’identità francese, contraddizione da sfruttare per noi italiani altrimenti condannati a vivere accanto ad un sistema che ancorché oggi frazionato in stati diversi, in prospettiva potrà contare su 180 milioni di individui per un Pil teorico oggi di 7mila mld di US$, terzo soggetto economico planetario. Ma è predicare nel deserto, logica aliena, ragionamento incomprensibile per chi ragione in termini monetari, economici, di fatti politici evenemenziali.

A gli italiani val bene invece scoprire il “sovranismo” o sbavare alla finestra per esser invitati come valletti a questa partouze agghindata da premessa dei finti ed impossibili Stati Uniti d’Europa. Ci ritroveremo o servi loro o servi dei loro nemici, britannici, americani, russi. Ad Arlecchino del resto, si pone sempre e solo la scelta di quale padrone servire, dal tempo dei Romani, per “noi” non si rinviene altra alternativa.

“Approfondire e sviluppare ulteriormente la collaborazione economica, sociale, politica, culturale e tecnologica, climatico ed ambientale” il contenuto del trattato secondo il portavoce del governo tedesco S. Seibert. Siamo all’inseminazione in vitro dei reciproci DNA stato-nazionali. C’è da dire che i due più recenti interpreti del decennale processo, Merkel e Macron, non sono certo all’apice della loro forza e legittimità, ma qui gli interpreti contano fino ad un certo punto, contano di più le élite alle loro fondamenta. E quelle élite che fanno il cuore della ricchezza europea, ben sanno dei loro interessi e ben sanno che navigare nei procellosi mari dell’era complessa senza una strategia di lungo corso, equivale ad andare a schiantarsi. Strategia, quella forma di pensiero ad idee incatenate tra loro che fonda la filosofia politica proprio qui da noi con Machiavelli. Avremmo potuto e dovuto rivendicare nei fatti questa ben più nobile discendenza, abbiamo invece preferito quella della Commedia dell’Arte che nacque proprio alla morte del fiorentino.

[Evitate i rimbrotti sulla coazione auto-denigratoria che offende l’italico orgoglio. Sottolineare la mancanza di statura strategica del pensiero italiano non è lesa maestà, è realistica auto-critica. Del resto se i giganti del nostro pensiero politico attuale sul tema sono i Calenda ed i Bagnai, i Borghi e le Bonino, abbiamo ben poco da offenderci.]

DALLA STORIA PROFONDA, DI PIERLUIGI FAGAN

A proposito di contesto e induzione. Il ruolo della componente soggettiva?_Giuseppe Germinario

NOVITA’ DALLA STORIA PROFONDA. E’ ormai in pieno corso una rivoluzione paradigmatica nel campo della storia umana pre-antica. L’ Antichità e la sua storia narrativa, inizia con le prime forme di testimonianze scritte, circa cinquemila anni fa. La storia profonda è quella che la precede e sconfina con la paleoantropologia, avvalendosi di archeologia, geologia, biologia, climatologia e tutto ciò che può aiutare a ricostruire il quadro. Il processo è fortemente abduttivo, secondo Peirce, la vera forma del pensiero scientifico, l’unica forma che davvero produce nuova conoscenza.

Il focus della rivoluzione paradigmatica è nel periodo che va dal 15000 a.C. al 3000 a.C., un periodo prima segmentato tra Paleolitico superiore, Mesolitico e Neolitico, classificazioni che hanno due problemi collegati: le due principali (paleo-neo) vennero fatte nel 1865 quando le prove dei tempi addietro erano ben scarse e prese in esame solo per i cambiamenti nella lavorazione della pietra. La mentalità dominante al tempo era prettamente da Rivoluzione industriale. Oggi usiamo una grandissima massa di scavi e reperti, un grande ventaglio di discipline che ci raccontano cose dei tempi profondi che esulano dalla morfologia dei soli strumenti di pietra. Scaviamo un po’ dappertutto e sono spuntate fuori talmente tante incongruenze con la narrativa consolidata (Kuhn), da necessitare quello che oggi è il salto paradigmatico ad una nuova ricostruzione comprensiva.

In breve, non c’è stata nessuna rivoluzione neolitica, l’agricoltura non è stata “inventata” ma praticata per 10.000 anni prima come cura del selvatico, poi orticultura, poi agricoltura intenzionale, sempre come integratore alimentare di un dieta molto variata (caccia, pesca, raccolta, vari tipo di coltivazione) offerta dalle “terre umide”, prima di diventare l’unica forma di sussistenza. Ciò si è accompagnato con la domesticazione animale che è altrettanto longeva. La stanzialità è altrettanto antica, ancora quattromila anni prima della nascita del binomio stabile agricoltura-stato, c’erano città di 5000 abitanti che o non coltivavano nulla o molto poco.

Hobbes, Locke, Vico, Morgan, Engels (Marx), Spencer, Spengler, sulle orme di Giulio Cesare, hanno confezionato una narrativa moderna retro-proiettata su un telo bianco passivo che ha dato l’illusione di conoscenza reale quando in realtà si trattava di cinematografia. Non fu l’innovazione umana a cambiare la storia, né il motore primo fu il modo di produzione che cambiò come adattamento e non di sua spontaneità, né tutto ciò fu un progresso ma semmai un triste adattamento a condizioni sempre più strette, la faccenda durò migliaia di anni.

Nella Mezzaluna fertile allargata, il motore degli eventi del tempo profondo fu un meccanismo di correlazioni tra geografia, demografia, ambiente-clima. Il clima che s’avviava alla de-glaciazione subì uno shock tra il 10.800 ed il 9.600 a.C., poi una lunga fase “paradisiaca” (a cui si riferiscono tutte le mitologie antiche inclusa la Genesi che è solo quella che qui da noi si conosce meglio) e di nuovo un beve shock intorno al 6000 a.C. . Le comunità umane si mossero nei territori in virtù delle migliori ecologie locali, crescendo con una certa continuità. Più crescevano e si stanzializzavano, più aumentavano le epidemie, più aumentava la fertilità riproduttiva per compensare. Dopo il 6000 a.C., clima più secco, aridità dei terreni dovuta a molti fattori, rendimenti decrescenti della sussistenza mista, portarono ad un ricorso sempre maggiore all’agricoltura. Questa, tra l’altro, retroagì sulla complessione umana fragilizzando le ossa, rimpicciolendo il cervello, de-complessificando la mente umana esternalizzando la complessità nella struttura sociale (divisione del lavoro necessitante prima coordinamento e poi gerarchia), tutte dinamiche che rinforzavano il processo che le causava (rinforzo di feedback).

Tanti stimoli si possono trarre da questo cambiamento paradigmatico in corso: come usiamo le discipline se in forma integrata o imperialistica (oggi ad esempio l’economia), come consideriamo il tempo storico (a lunghe transizioni o a balzi “rivoluzionari”), quante variabili inseriamo nei modelli descrittivi (sistemica e complessità delle descrizioni) (da dopo McNeill ovvero da dopo quello che i meno addentro alle faccende degli storici scambiano per dopo Diamond, le epidemie sono diventate un fattore decisivo prima del tutto ignorato), l’antropocentrismo motore mosso poi da chissà cosa lascia il campo all’ adattamento condizionato dal fuori di noi, cambiano modi di considerare la società complesse ed i modi di produzione, la gerarchia e la guerra, la convivenza interna alle società, tra le società tra loro, tra le forme associate di vita umana e l’ambiente in cui crescono o decrescono periodicamente, per non dire delle trasformazioni di cultura materiale e non, incluse le concezioni metafisiche, teleologiche, escatologiche ed il senso della faccenda se ce ne è uno o più d’uno o nessuno.

Il libro postato (che sto studiando) non è che una delle tante ricostruzioni aggiornate che contemplano alcuni importanti risultati della ricerca degli ultimi venti anni, non è detto sia il miglior modo di interpretare i fatti ma i fatti usciti dalla ricerca sono tutti riferiti e quindi aiutano a farsi una idea complessiva. Qui una recensione da parte di un grande archeologo (che stimo molto) diverso dall’Autore, J.C. Scott, che è un professore di scienze politiche nonché antropologo di tendenze anarchiche di Yale, fortemente influenzato da Karl Polanyi.

Si cambia il modo di leggere il passato, quando si è spinti a trovare nuovi modi di leggere il presente ed il futuro. Oggi è uno di quei momenti. Meno male che c’è almeno un campo in cui il pensiero umano prende il moto ondoso, la bonaccia intellettuale prelude a morte certa.

Consiglio la lettura di questo articolo prima del libro: https://www.lrb.co.uk/…/steven-mit…/why-did-we-start-farmin

IL LEGGIADRO FILO SPINATO, di Pierluigi Fagan

IL LEGGIADRO FILO SPINATO.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan?__tn__=%2CdC-RH-R-R&eid=ARCw5TGJ87JUTKj9tmT0_T6Wp4SJHFgCRC0vldc_c7P3znfOgHhwmobhgTsbuxt05tL6ZMVd2Ai0fUIB&hc_ref=ARRu_WEX732vEx9UNlFm3oi4_9TZBZGQUAzKJz71m8AT3o38F94hTd9-5t7vAJpN4b0&fref=nf

La geopolitica ha alcune costanti di lungo corso per via della parte “geo” che ne compone l’oggetto, la geografia fisica, in genere, non cambia. Così dalla Dottrina Monroe, ovvero dal 1823 (poi allargata dal Corollario Roosevelt 1904), ovvero da poco dopo che gli “americani” hanno avuto uno stato diventando quindi soggetto geopolitico, gli USA ritengono di dover esser il centro di un sistema che ha tutto intorno due fasce a cui non ci si deve/può avvicinare: 1) tutta la terra continentale (tant’è che chiamiamo “americani” gli statunitensi); 2) tutti e due gli oceani su cui affacciano.

Entro questi spazi, le sovranità le decidono loro se non direttamente, almeno evitando il formarsi di backdoor per eventuali nemici. Molti anni dopo, ci hanno provato anche i tedeschi a tirar fuori una teoria del genere pervertendo il concetto di Lebensraum (spazio vitale) che in verità aveva origini bio-geografiche o con Schmitt col concetto di “grande spazio”. Ma di nuovo, ciò che la geografia e la storia permettono in un contesto, non è detto si possa replicare in altro contesto. Non c’è nulla di più resistente all’idealismo della geografia fisica.

Gli USA si sono momentaneamente allontanati dall’applicazione della Dottrina Monroe in coincidenza dell’affermarsi della strategia globalista che aveva una sua convinzione post-materialistica quindi a-geografica che alcuni teorici liberali continuano a teorizzare (con sempre minor convinzione). Raggiunta una inedita massa critica di governi di centro-sinistra o sinistra-sinistra al 2008, è poi iniziata la Reconquista che ha segnato punti importanti in Cile, Argentina ed ora Brasile. Il Latinobarometro del 2016, censiva un 28% di elettori di centro-destra e solo il 20% di centro-sinistra, con ovviamente un baricentro di 36% centrista, spesso inclinato più a destra che a sinistra.

Alcuni indicano a spiegazione un mix fatto di sette protestanti, insopportabilità della criminalità e corruzione, incapacità della sinistra di far funzionare il capitalismo secondo i suoi spiriti animali, crollo dei proventi da vendita di materie prime che rimangono il principale asset latino-americano. Morti Kirchner, Chavez, Castro e con Lula in galera, le seconde generazioni non hanno ben performato. I leader della speranza hanno un certo vantaggio su i manager della gestione che quelle speranze, in genere, debbono ridimensionare.

Archiviato il trionfo di Bolsonaro, ora la partita si giocherà tra il mantenimento delle promesse fatte dalle destre coadiuvate ovviamente dagli Stati Uniti da vedere però quanto in grado di condividere la loro ricchezza vista la postura neo-egoista da una parte e il messicano Obrador ragionevolmente social-democratico dall’altra. Il crollo dei prezzi delle materie prime permane (con grande gaudio dei statunitensi nel frattempo riconvertitesi al materialismo-realista che a questo punto si riproporranno come principale/unico partner commerciale dotandosi di una congrua riserva utile a trincerarsi maggiormente in casa visti gli incerti tempi multipolari), la contrazione generale degli scambi internazionali pure, fintanto che gli statunitensi continueranno a drogarsi intensamente la criminalità certo non diminuirà, il Venezuela (preda ambita per via delle corpose riserve petrolifere) cadrà e la Cina continuerà a corteggiare l’area offrendo una alternativa sempre più difficile da perseguire.

Nel migliore dei mondi immaginabili ma non necessariamente possibili, la vera alternativa sarebbe la costituzione di uno stato latino-mediterraneo europeo dove portoghesi, spagnoli ed italiani potrebbero rappresentare l’alternativa ideale per un sistema di co-evoluzione basato su familiarità, reciprocità e differenza. In fondo, la Monroe che è una dottrina non solo geografica ma geostorica, venne fatta ai tempi proprio contro gli europei perché legami e relazioni stratificate nel tempo storico, contano.

Il tempo e gli uomini ci diranno come andrà a finire, per ora “Monroe is back” (che poi in realtà la dottrina era di J.Q.Adams, quinto presidente USA).

«Oggi […] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.»

(Carlo Emilio Gadda, La meccanica, 1929)

IL PRINCIPIO DI AUTO-ORGANIZZAZIONE IN POLITICA, di Pierluigi Fagan

Nei sistemi complessi, sostanzialmente i sistemi dinamico-vitali che si trovano tra il caos aereo e la rigidità minerale, tra cielo e terra, vige una regola di auto-organizzazione, tendono cioè a trovare una qualche forma di ordine da soli. Nel trasferire questa conoscenza al mondo umano occorre in primis osservare lo scalino dell’analogia. Lo scalino dell’analogia è l’avvertimento -quasi mai osservato- del fatto che per trasferire schemi mentali desunti dal reale da un livello all’altro, occorre prima verificare l’omogeneità dei livelli che si comparano. Ad esempio, alcuni scienziati e molti lettori o studiosi della meccanica quantistica, tendono a proiettare gli schemi osservati al livello sub atomico sul livello sovra-atomico. Sebbene ci siano alcuni fisici che sostengono l’esistenza di comportamenti quantistici anche a livello molecolare, al momento è prudente considerare quello che vediamo e sappiamo della mq, confinato al suo livello. Così, il principio di auto-organizzazione dei sistemi complessi va valutato a seconda del tipo di sistema ovvero del tipo di varietà che lo compongono. Particelle sono una cosa, atomi e molecole un’altra, cellule un’altra ancora, individui come celenterati cose a sé, diverse dagli scimpanzé a loro volta parenti di rango inferiore (in termini di complessità) dell’umano. Politica attiene all’umano e quindi ci si domanda quale sia la possibile applicazione del principio di auto-organizzazione all’umano.
Il principio di auto-organizzazione si basa in genere sul fatto che le unità componenti il sistema hanno un range limitato di opzioni di relazione verso le altre. Poiché tutte fanno parte di un unico sistema a sua volta doppiamente condizionato dalla sua struttura e storia interna e dal dovere di trovare accordo con ciò che gli è intorno (ambiente o contesto), le opzioni, che sono limitate, vengono a loro volta chiuse dal comportamento sincronico delle singole parti, tutti si adattano tra loro nel tutto comune che è il sistema che si adatta al contesto. Una applicazione “stagionale” del principio di auto-organizzazione è lo stormo di uccelli. In pratica, ogni singolo uccello ha le semplici disposizioni di tenere la distanza “x” da quello a destra, da quello a sinistra e da quello davanti. Nel complesso, basta un piccolo scarto (il lucreziano “clinamen”) nel comportamento collettivo per riorganizzare l’intero comportamento del sistema, da cui gli affascinanti disegni ad onde degli stormi migratori.
Nel livello umano, c’è una applicazione del principio di auto-organizzazione ed è proprio l’ordinatore delle nostre forme di vita associata: il mercato. E’ la famosa mezza paginetta di poco meno di mille-e-cento della sua più famosa opera, in cui Adam Smith citava la “mano invisibile”, la “mano” come metafora di ciò che mette ordine, “invisibile” perché in effetti non c’è alcuna mano. Smith diceva che il fatto che noi sia abbia tutte le mattine la bottiglia di latte nel bar sotto casa e non si debba prendere il calesse per andare in campagna a mungere una mucca, derivava dalla semplice applicazione della singola disposizione individuale a cercare il profitto. L’allevatore allora munge per noi (e per sé) la mucca e vende il latte al distributore che lo vende al negoziante che lo vende a noi, l’effetto ordine è dato da segmenti di piccole transazioni di profitto mosse dall’interesse individuale, come negli uccelli dello stormo o le formiche eusociali, sebbene noi non si sia propriamente dei tordi o degli imenotteri, potenza dell’analogia.
La cosa venne espressa dal genio di Smith nel 1776 e tra l’altro è discusso se l’espressione “mano invisibile” sia sua (improbabile che un illuminista scozzese usasse questa metafora semi-deista che fa parte più della cultura inglese) poiché se ne potrebbe rinvenire traccia nell’opera molto influente di un certo Bernard de Mandeville che nel 1705 pubblicò una deliziosa favoletta dal titolo “La favola delle api” (analogia dell’imenottero) che tanti studiosi e critici del c.d. “capitalismo” farebbero bene a leggersi per capire meglio di cosa parlano. Tra XIX e XX secolo, la faccenda del mercato come sistema auto-organizzato ed auto-regolato affascinò anche R. Wathely e L. von Mises ed infine F. von Hayek (ma anche Walras, Pareto e molti altri) che vi centrò sopra praticamente l’intera sua opera di pensiero.
Ma il punto poco a fuoco della faccenda è che tutto ciò è pertinente se e soltanto se operiamo a monte una decisione che però rimane indiscussa spesso: se questo è il modo migliore (e pare lo sia) di far funzionare il mercato, chi-dove-come-quando-e-perché ha deciso che l’intera società umana debba ruotare intorno al mercato? Tale decisione venne presa nel mondo reale ma poi anche teorizzata nell’ambito di un altro segmento di pensiero che non è molto illuminato né nello studio politico, né in quello economico che nel frattempo di sono separati. Viene preso nell’ambito dell’utilitarismo inglese (Stuart Mill – Bentham – Sidgwick e -vari- seguenti), esso si potrebbe dire la colonna centrale della riflessione etica di origine inglese, quindi anglosassone: la ricerca della felicità per il maggior numero (più o meno). Stante che gli inglesi sono la genetica del sistema anglo-sassone e questo dell’Occidente (il concetto di “sistema occidentale” è molto tardo ed è di origine anglosassone), questo tipo di etica è diventato l’etica occidentale propriamente detta.
Torniamo allora al problema dei livelli. Se volessimo discutere questa decisione di gerarchia per la quale l’economico è l’ordine della società, economico a sua volta ordinato dal principio di auto-organizzazione detto “mano invisibile”, dovremmo proporre la sudditanza dell’ordine economico all’ordine politico e quindi tornare la nostra domanda iniziale: quale sarebbe l’applicazione del principio di auto-organizzazione al politico?
Qui incontriamo lo scalino dell’analogia. Gli esseri umani non sono né imenotteri, né uccelli, né lupi, né celenterati, e nemmeno atomi o particelle sub-atomiche. Una cosa distingue (o almeno dovrebbe) l’umano dagli ordini inferiori (ci si passi questa geometria piramidale verticale della complessità): l’intenzionalità auto-cosciente. Formiche ed uccelli non decidono il loro comportamento, lo hanno prescritto geneticamente, gli atomi si compongono seguendo la poco nota ma fondamentale “regola dell’ottetto” e la particelle seguono i dettami delle forze (tre-quattro) che agiscono al loro livello.
L’ordine auto-organizzato dei sistemi umani di vita associata (le nostre società) dovrebbe venire da un difficile forma di decisione partecipata delle sue singole componenti che al contempo agiscono in parte per interesse personale, in parte per interesse collettivo, sistemico. Questo presuppone tre cose: 1) l’ordine politico domina l’ordine economico; 2) l’ordine democratico ordina l’ordine politico; 3) le singole parti del sistema (gli individui) debbono avere una doppia visione sia dell’interesse personale, sia dell’interesse collettivo.
Il problema è che praticamente nessuno si preoccupa di coltivare presso gli individui la capacità di assumere conoscenza di cosa sia (non quale sia, quello lo decideranno i singoli individui) l’interesse collettivo. Molti pensano implicitamente esso debba “emergere” dall’incontro-scontro tra i vari interessi personali ma questa idea è viziata dalla falsa analogia. L’ordine del sistema dovrebbe esser pensato dai singoli individui né più (collettivismo), né meno (individualismo) di quello personale. Quindi continuiamo ad essere imenotteri sballottati dalla mano invisibile del formicaio chiamato “società ordinata dal mercato” che però passiamo la vita a criticare inutilmente sperando si dissolva da sé o grazie ad un classe di individui coscienti di esserlo o per catastrofe o per merito di qualche semi-dio illuminato che ci salvi dalla prigionia della nostra impotenza, recludendoci in un’altra.
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