La chimera delle forze armate comuni europee_con Gianandrea Gaiani

Il tema delle forze armate comuni europee ricorre periodicamente nei propositi dichiarati della dirigenza europea. Per un paradosso solo apparente il tentativo più serio e promettente lo avviarono negli anni ’50 gli statunitensi. Fallì nel momento in cui inglesi e francesi compresero di non detenere più il pallino delle dinamiche geopolitiche e che la Germania, per grazia americana ricevuta, avrebbe assunto un ruolo importante nel gioco europeo. Oggi il tema si ripropone come sempre per costrizione e contingenza esterna piuttosto che per consapevolezza e determinazione. Il tema di una forza comune è tuttavia troppo ambiguo e sottende ruolo geopolitico e sistemi di relazioni diverse se non antitetiche. Il rischio è che nella ricerca di una forza comune si nascondano sotto diverse spoglie le subordinazioni scaturite dall’esito della seconda guerra mondiale piuttosto che la ricerca di una autonomia politica che non può prescindere da una forza militare realmente autosufficiente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! Dalla farsa alle comiche verso il dramma_ Con Gianfranco Campa

La tentazione di ridurre la storia a grandi trame o all’inconsapevolezza dei protagonisti è sempre ricorrente. La vicenda disatrosa della ritirata statunitense e della NATO dall’Afghanistan ci dice qualcosa di più. La volontà di piegare a qualche scadenza simbolica il corso degli eventi per trarne un qualche beneficio immediato in termini di immagine può ritorcersi pesantemente ed accelerare inesorabilmente la crisi e la resa dei conti.. E’ quanto è successo a Joe Biden; è l’epilogo di un lungo processo che a portato all’emersione di un ceto politico mediocre circondato da un gruppo dirigente accondiscendente a prescindere. Così la rovina politica di un uomo, la sua evidente decadenza fisica rischiano di portarsi dietro una intera classe dirigente e con esso il loro paese. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! In Afghanistan strategia e tattica stridono_con Gianfranco Campa

La gran parte vede la ritirata statunitense come un disastro epocale tale da compromettere irrimediabilmente l’egemonia americana; altri, la minoranza, come una mossa tattica tesa ad incastrare in quel pantano le forze emergenti nello scenario geopolitico. Quello che sta avvenendo è il combinato disposto tra le spinte esterne nello scenario geopolitico e i contrasti interni ai centri decisionali americani che ne determinano la direzione. Le carte in mano agli americani sono tante; la qualità dei giocatori sul campo lascia sempre più a desiderare; non è ancora in vista un allenatore in grado di amalgamare una realtà così complessa e disarmonica come quella statunitense. Non sono i soli ovviamente ad avere questo tipo di problemi; sono quelli che li manifestano con una particolare gravità ed in una fase discendente della loro storia. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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Afghanistan, un groviglio che si dipana?_con Gianandrea Gaiani

Da circa quarant’anni l’Afghanistan contemporaneo sta confermando la fama di un groviglio talmente complesso da impedire a qualsiasi potenza, per quanto poderosa, di uscire indenne dalle proprie scorribande. Gli Stati Uniti non fanno eccezione; hanno addirittura raggiunto una tale grossolanità nella loro azione da trasformare in farsa una evidente sconfitta politica. Hanno comunque ancora parecchie carte da giocare o da rispolverare.  Ha evidenziato in contrasto la sagacia e la maturità politica del movimento talebano il quale sembra aver imparato parecchio da questi venti anni di occupazione. Dalla sua la possibilità di giocare con numerosi interlocutori geopolitici, praticamente ininfluenti appena vent’anni fa. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti, fuori il primo_con Gianfranco Campa

Sono cominciati i regolamenti di conti in casa democratica. Se non è la corruzione, è il sesso se non il comportamento allusivo la buccia di banana sulla quale fare scivolare le vittime predestinate. Si eliminano pericolosi concorrenti, si rimuovono personaggi scomodi sui quali addossare le responsabilità politiche di gestioni disastrose. A New York il problema è la gestione fallimentare della pandemia. In Italia sino ad ieri, stando ai nostri diffusori di veline, Cuomo è stato presentato come un esempio di gestione contrapposto al disastroso Trump. Da oggi la musica è cambiata. Un segnale che il destino di Cuomo è segnato; vedremo se riuscirà a trascinarsi dietro qualche altro nome illustre.
NB_per vari motivi la conversazione ha assunto un ritmo troppo lento e ha dovuto essere sospesa proprio sulla parte più interessante. Appena possibile riprenderemo il filo interrotto_Giuseppe Germinario

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Tunisia vicina e lontana_con Antonio de Martini

L’area mediterranea si sta riconfermando focale nelle dinamiche geopolitiche. Sta attirando nuovamente l’attenzione e le bramosie di potenze di ogni taglia e di qualche ambizione. Non lo fosse, sarebbe comunque la prossimità della quale dovrebbe occuparsi attivamente la classe dirigente appena avveduta di un paese come l’Italia, posto al suo centro geografico. Non è purtroppo così e lo è sempre meno in quest’ultimo ventennio. Dopo il disastro della Libia, la complicità fallimentare in Siria, l’impegno al seguito altrettanto incolore e disastroso in Iraq, Afghanistan, la prossima avventura in Mali le polveri si sono riaccese in Tunisia. Non solo manchiamo di ogni iniziativa, ma rifuggiamo dagli spazi e dagli inviti pressanti offerti dai protagonisti del grande gioco, in primis gli Stati Uniti, così attivi ma sempre più riluttanti a partecipare sul campo in prima persona. Lo hanno compreso tutti ormai. Una ignavia della quale il paese pagherà un prezzo sempre più salato, sacrificando il patrimonio acquisito con secoli di relazioni più o meno pacifiche, ma quasi sempre proficue. Non siamo soli lungo questo percorso, ma non è un’attenuante. L’Italia lo sta perseguendo nel silenzio, la Francia con la sua connaturata prosopopea. Farà più rumore di noi nella caduta, ma il fondo è simile. Antonio de Martini sembra inizialmente girare troppo al largo del problema; si è rivelato al contrario il modo migliore per centrare chiaramente le questioni. Buon ascolto_Germinario Giuseppe

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Stati Uniti, un capitano inebetito in un mare troppo impervio_con Gianfranco Campa

In un mare a stelle e strisce troppo impervio viaggia una nave malconcia con nuove falle da chiudere e un capitano inebetito alla guida. La ciurma senza polso comincia ad azzuffarsi apertamente e a decidere in proprio. E’ l’immagine dell’amministrazione di Biden che comincia a serpeggiare anche in settori una volta laicamente fedeli al vecchio establishment. Una parte dell’equipaggio, quella derisa e fustigata, si appresta a prendere il timone. Si vedrà se riusciranno a portare a destinazione quel che resta del naviglio oppure se sapranno riportare il bastimento all’antico splendore e alle passate certezze. Dalla riva europea gli spettatori non sembrano cogliere la dimensione del dramma accecati come sono dagli affabulatori e dai cantapanzane. Si stanno smarrendo nelle proprie illusioni; rischiano di perdere i rifornimenti e di bruciare il tempo per costruirsi le proprie navi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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In Mali, ma come pedine di un gioco altrui_con Antonio de Martini

Terminata ingloriosamente l’avventura in Afghanistan al seguito del contingente americano, è in procinto di partirne una nuova in Mali, per ora con la task force Takuba e probabilmente nell’intera Africa Subsahariana al seguito della Francia. Il punto di partenza è diverso. In Afghanistan cominciò tutto con una marcia trionfale, con nobili propositi ostentati e con un desiderio di vendetta necessari a carburare disegni geopolitici complessi. In Mali l’attore principale è da tempo un figlio di un dio minore; cerca di raccogliere i cocci di una impresa infame e fallimentare in Libia nel disperato tentativo di preservare la propria zona di influenza succedanea di un passato coloniale. Le insegne sono le stesse. Si tratterebbe di combattere il terrorismo e il radicalismo islamico; la credibilità è ormai consunta e i mezzi a disposizione sono insufficienti. Quelle motivazioni rischiano addirittura di accecare la lucidità operativa e strategica. La natura dei conflitti in quell’area è soprattutto di origine tribale ed etnica; il vessillo antiislamico rischia di compattare fazioni avversarie tra di loro altrimenti in conflitto. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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la convivenza difficile tra israeliani e palestinesi_con Gabriele Levy

Cambiano le modalità nel corso dei decenni, ma la natura conflittuale dei rapporti tra israeliani e palestinesi rimane senza soluzione di continuità. Ci sono state occupazioni di terre, opportunismi e tradimenti, conflitti endemici e confronti drammatici dietro una solidarietà di facciata ed una aperta ostilità. La gran parte delle scelte politiche, una volta consolidato lo Stato di Israele, non hanno certo preparato ad una soluzione che non sia una tregua. Il problema essenziale è che sino a quando la realtà politica ed istituzionale palestinese non troverà una corrispondenza accettabile con quella socioeconomica difficilmente potrà sorgere un attore sufficientemente autorevole da poter sostenere uno scontro politico e geopolitico così aspro con la necessaria autonomia e una chiarezza di obbiettivi che renda possibile alla obbligata convivenza nella vita quotidiana quella politica ed istituzionale capace di dare espressione ad un popolo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Biden, una settimana al vertice_Dal G7 alla Nato, a Putin_con Antonio de Martini

Sette giorni di incontri, dal G7 all’assemblea della NATO, per finire con il vertice con Putin. Tre incontri, tre stati d’animo differenti, tre posture diverse di una stessa presidenza americana, ma con un convitato di pietra: Xi Jinping. Semplici accomodamenti in situazioni diverse o il segno di una schizofrenia destinata a rendere sempre meno credibile ed autorevole la presidenza di Biden e l’ambizione egemonica degli Stati Uniti?_Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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