LA TEORIA DELLE CATASTROFI, di Piero Visani

Lo storico Mario Silvestri – molto bravo anche se inviso all’accademia – era solito parlare de “l’Italia caporetta”, quel “fil rouge” che percorre tutta la nostra storia nazionale e ci porta da un disastro militare a un collasso politico, da una catastrofe naturale a un crollo di un’opera di ingegneria civile.
Silenzio assoluto su questi temi; al massimo qualche scrollata di capo e mai, dicasi mai, l’orgia di vieto moralismo che si fa, ad esempio, sul tema dell’evasione fiscale. Silenzio imbarazzato e/o complice, semmai, sui molti, enormi latrocini che vengono perpetrati utilizzando soldi pubblici.
Del ponte Morandi non è colpevole nessuno, salvo i 43 disgraziati che hanno avuto “la colpa” di passare di lì nel momento sbagliato. Dell’acqua alta a Venezia ha colpa il riscaldamento globale, non chi se ne è fregato di portare a termine il MOSE e si è preoccupato solo di portare via la cassa.
Ora non bisogna dividersi, nel senso che quelli che hanno rubato si terranno il malloppo e noi – ovviamente – i negozi e le case piene d’acqua, oppure continueremo a pagare le autostrade più care del mondo per riuscire a trovare la liberazione della morte (perché questa è la morte, in Italia, una liberazione) su qualche ponte mal manutenuto.
Un popolo estenuato ed esasperato, legittimamente privo di speranze, osserva tutto questo con scetticismo totale, sapendo che, se non si salverà da solo, non lo salverà nessuno. Reso scettico e cinico da una valanga di parole inutili e dalla mancanza ASSOLUTA di qualche fatto concreto.
Pian piano, ci avviciniamo “alla fine del libro che parlava di noi”, ridotti a farsesca espressione geografica, dove l’unica presenza statale che si percepisce è nell’applicazione di tasse e balzelli.
Siamo al “de profundis” e, per nostra fortuna, non ce n’è più spazio per molti altri. L’agonia si avvicina a grandi passi al termine. Si discuterà, si faranno assurde logomachie, non si farà lo straccio di un intervento concreto e, nel caso limite che venisse iniziato, non sarà MAI finito. Poi la catastrofe successiva andrà ad aggiungersi a quella precedente, in una sequenza interminabile e quasi soddisfatta di sé, a ben guardare.
Se dovessimo finire come Paese e come popolo, come auspico da tempo, potremo dire non solo – andreottianamente – che “ce la siamo cercata”, ma pure che ce la siamo meritata.
Un Paese dove pochi eroi masochisti riescono ad arrivare in orario, quale che sia il lavoro che svolgono, compirà il più straordinario dei miracoli: arriverà puntuale e in orario al suo tragico appuntamento con la fine della Storia. Non penso proprio che piangerò. Mi sono dimesso da italiano da oltre un decennio.

Del ponte Morandi non è colpevole nessuno, salvo i 43 disgraziati che hanno avuto “la colpa” di passare di lì nel momento sbagliato. Dell’acqua alta a Venezia ha colpa il riscaldamento globale, non chi se ne è fregato di portare a termine il MOSE e si è preoccupato solo di portare via la cassa.
Ora non bisogna dividersi, nel senso che quelli che hanno rubato si terranno il malloppo e noi – ovviamente – i negozi e le case piene d’acqua, oppure continueremo a pagare le autostrade più care del mondo per riuscire a trovare la liberazione della morte (perché questa è la morte, in Italia, una liberazione) su qualche ponte mal manutenuto.
Un popolo estenuato ed esasperato, legittimamente privo di speranze, osserva tutto questo con scetticismo totale, sapendo che, se non si salverà da solo, non lo salverà nessuno. Reso scettico e cinico da una valanga di parole inutili e dalla mancanza ASSOLUTA di qualche fatto concreto…

LA LOTTA CONTRO L’EVASIONE FISCALE, di Piero Visani

LA LOTTA CONTRO L’EVASIONE FISCALE

Dai telegiornali di stasera, si apprende che, tra i più significativi titolari di conti “off-shore” alle Isole Cayman, vi sono la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, la regina Rania di Giordania, George Soros, e illustri rappresentanti della lotta per la riduzione delle disuguaglianze e l’incremento del “buonismo” nel mondo come Bono Vox degli U2, Madonna e altri.
Nella mia ingenuità, pensavo che tra questi “evasori” vi fossero soprattutto operai della FCA, titolari di piccole e medie imprese vessati da un fisco di rapina, pensionati e chissà chi altri. Del resto è semplice, specie se si è a basso o bassissimo reddito (o anche a medio): uno dice in famiglia che deve fare un piccolo prelievo e il giorno dopo è alle Cayman, poi rientra rapidamente, ovviamente con non più di diecimila euro…
Ogni volta che incappo in qualche coglione (perdonate il francesismo, ma talvolta è necessario) che mi parla di lotta all’evasione, amerei farlo riflettere su questi piccoli particolari, ma – lo so – è del tutto inutile. E’ come chiedergli che se la prenda con quei banchieri che hanno rovinato centinaia di risparmiatori che si erano fidati di loro.
Ecco, fiducia è la parola chiave: non fidatevi mai dei moralisti, da qualunque parte provengano. Lasciate spazio al peccato, quello è umano, troppo umano, ma come tale funziona egregiamente…

IL SENSO DI UN VOTO, di Piero Visani

IL SENSO DI UN VOTO

L’editoriale che il professor Ernesto Galli della Loggia ha dedicato ai risultati delle elezioni regionali umbre sulle pagine del “Corriere della Sera” di oggi meriterebbe un’attenta analisi, specie a quanti – e sono incredibilmente numerosi, oltre che incredibilmente amatoriali… – pensano che il monitoraggio dell’informazione consista nel presentare ai rispettivi “capoccia”, la mattina presto, le fotocopie degli articoli più rilevanti comparsi sulla stampa italiana, senza valutazione alcuna di contorno.
Questo denso articolo di fondo prende le mosse dai rapporti che è ormai necessario stabilire, a livello partitico, con l’elettorato di opinione, rapporti che sono sicuramente più importanti e urgenti in un’epoca post-ideologica, che pare possa essere diretta dalle iniziative capillari di sistemi di comunicazione ad hoc, ma ha pure bisogno di molto di più di tutto questo, perché è vero che oggi i consensi si ottengono in modo molto più facile di un tempo, ma è anche vero che sono consensi “liquidi”, pronti a cambiare destinazione in fretta.
Galli della Loggia cita, al riguardo, il paradigmatico esempio della liquidità post-ideologica grillina, che ha finito per approdare, nel giro di un quinquennio, al più totale e assoluto nullismo, perché è arrivata al governo in fretta, ma poi ha cercato di risolvere il suo rapporto con il mondo nel fin troppo mitico “uno vale uno”, vale a dire in una straordinaria bugia inserita dentro una colossale panzana, che ne ha mostrato la più totale inesistenza nei rapporti con la società civile e lo “Stato profondo”, e lo ha portato ad assumere come “garante” una figura tutto men che adamantina e sicuramente eterodiretta come il professor Giuseppe Conte.
Il dramma è che, a fronte di avversari politici in totale liquefazione, il Centrodestra italiano, anche nella versione Destracentro che si dice possa prevalere, ha da opporre loro il medesimo nullismo e la medesima, totale liquidità “à la” Zygmunt Bauman.
Si notano – è vero – i movimenti di posizionamento di coloro, e sono tanti, che tirano a una poltrona, una poltroncina o anche un semplice strapuntino, ma non c’è “grande politica”, in tutto questo; c’è la solita e in fondo meschina “piccola politica” ispirata al semplice “cambio di glutei”. Cosa potrà scaturire da tutto questo? Ovviamente NULLA, è la risposta fin troppo facile. E’ una tragedia che ciò accada nel momento in cui la società italiana respinge con forza – come un “altro da sé” – l’accoppiata catto-comunista che l’ha ridotta progressivamente in povertà. Ma il problema è che gli attuali vincitori non hanno un PROGETTO per il futuro della società italiana, ammesso e non concesso che di averne uno interessi loro qualcosa. Pensano alle prossime elezioni, per vincerne una e perdere quella successiva, dopo aver fatto vedere “urbi et orbi” (anche nel senso di cecati…) quale sia la loro consistenza, politica e metapolitica. Questo è il vero dramma nazionale.

THE DAY AFTER

Esaurita la fase dei trionfalismi di prammatica (quella non può mai mancare…) e la fase della sistemazione “gluteare” (neppure quella può mai mancare, glutei e politica in Italia hanno un legame indissolubile), poi DOVREBBE cominciare quella di riuscire a cambiare qualcosa (fase cui nessuno, nel centrodestra, pensa mai…). Così, tra qualche mese, l’elettore medio comincerà a chiedersi per quale diavolo di motivo li ha votati, certi partiti. E la domanda, come sempre, rimarrà senza risposta, favorendo rapidi recuperi degli avversari.
Perché certe vittorie dovrebbero (e sottolineo dovrebbero…) essere un INIZIO e invece, in un ambito che ignora completamente la questione della metapolitica, del “Deep State”, del consolidamento in ambito culturale e societario, presto tutto sarà una FINE.
Nel frattempo, prevedo qualche corso di formazione da “Fossombroni [con la “i”, non con la “e”, ovviamente] a Cucinelli”. E il vuoto metapolitico, magicamente, si colmerà…

parabole e figuri, di Piero Visani e Augusto Sinagra

ARROGANZA E TRACOTANZA

A quanto riferiscono i mezzi di comunicazione l’ultimo annuncio del Conte Tacchia, al secolo Conte Giuseppe (quello del curriculum che esaltava le sue gesta) è che il governo da lui presieduto per volontà del figlio di Bernardo Mattarella e del pampero argentino (si sa: Dio crea gli uomini e questi poi si accoppiano per affinità) creerà un milione e mezzo di posti di lavoro per gli africani irregolarmente presenti sul territorio nazionale.
Quello che non chiarisce l’Avvocato dell’Unione europea è come si faccia a concludere un contratto di lavoro con persone delle quali si ignora la vera identità, il luogo e la data di nascita e le pregresse vicende di vita.
Neppure chiarisce che tipo di contratto di lavoro, in quale settore, per quali prestazioni lavorative.
Viene il dubbio che il bellimbusto pugliese abbia avuto questa idea dopo aver visto o rivisto il film “Via col vento” recuperando alla memoria gli schiavi addetti alle piantagioni di cotone.
Quello che indigna dell’annuncio di questo deplorevole personaggio è che evidentemente non gliene fotte niente dei cinque milioni di italiani (e forse di più) che l’ISTAT colloca nella fascia di povertà.
Probabilmente con questa dichiarazione il foggiano che ha l’unico merito dell’eleganza, come dice Vittorio Feltri, ha inteso consapevolmente pigliare per il culo il Popolo italiano e gli stessi clandestini africani che vengono immessi sul territorio nazionale in sfacciata violazione della legge (mi riferisco al Decreto convertito in legge relativo ai cosiddetti “porti chiusi”).
Che il giovanotto foggiano ami prendere per il culo il Popolo italiano ha un recente precedente: il cosiddetto “accordo di Malta” con il quale lui assumeva di aver fatto in un giorno più di quanto aveva fatto il Ministro Matteo Salvini in 14 mesi. Si è visto come è andata e come sta andando fino al punto che la Signorina Luciana Lamorgese, Ministro dell’Interno (ma chi glielo doveva dire?!) chiede piagnucolosamente aiuto all’Unione europea la quale ovviamente se ne frega perché il progetto preordinato è che l’Italia sia un campo di raccolta di clandestini e di irregolari.
Il giovane pugliese mostra una smisurata e ingiustificata considerazione di sé stesso ma non si rende conto che si sta consegnando, nella sua smania di protagonismo e nella sua accecata ambizione, ad essere iscritto nella pagina più triste della recente storia nazionale: lui e tutti i suoi sodali del governo che per il bene della Nazione ci si augura che possa cadere il più presto possibile.
Fin da ora occorre pensare a come rimediare ai danni provocati a tutto il Popolo italiano da questo governo che è espressione di volontà e intendimenti tanto ignobili quanto inconfessabili.
AUGUSTO SINAGRA

PARABOLE: DA GRILLO A GRILLOTALPA, di Piero Visani

Come capita spesso a coloro che vorrebbero “cambiare il mondo”, succede che i loro propositi si fermino a mezza via, o a un quarto di via oppure per mutamento di destinazione.
Può capitare, ad esempio, che un noto “Grillo” sventratore di parlamenti e istituzioni affini rinunci al nobile compito che si era dato per trasformarsi in un ben più modesto – e diffuso – grillotalpa, che – come si legge su Wikipedia (perdonate l’assoluta modestia della fonte, ma devo lavorare e non percepisco redditi di cittadinanza):
“Il grillotalpa può risultare molto dannoso per le coltivazioni; è polifago, nutrendosi di una vastissima gamma di piante, di cui attacca in particolare le radici; oltre a cibarsene, le trancia per scavare le sue gallerie [Incredibile, per un no TAV…] e anche quelle che non vengono danneggiate in questo modo subiscono gli effetti del disseccamento del terreno dovuto alla sua azione”.
Altra alternativa possibile sono i grilli che – per ragioni varie che non stiamo qui ad approfondire, tanto le conoscono tutti visto che sono all’onore delle cronache – diventano delle autentiche “bocche di rosa”, come nel celeberrimo testo della canzone di Faber:

“La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa.

Appena scese alla stazione
Nel paesino di Sant’Ilario [capite a me…]
Tutti si accorsero con uno sguardo
Che non si trattava di un missionario”.

In effetti, l’abbiamo ormai compreso pure noi…

“NON DICA SCIOCCHEZZE!”, di Piero Visani

“NON DICA SCIOCCHEZZE!”

Ieri, dialogando a “Otto e mezzo” con Lilli Gruber, Giorgia Meloni si è vista apostrofare con un elegantissimo “Non dica sciocchezze!”, non propriamente abituale nei rapporti tra la conduttrice e i suoi ospiti. A mio parere, invece che parlare di altre cose, sarebbe stato utile che la leader di “Fratelli d’Italia” ricacciasse durissimamente in gola a chi l’aveva apostrofata così inurbanamente non tanto la malagrazia – quella è abituale nei riguardi di tutti noi figli di un dio minore – ma l’ostentato ricorso all’accusa di stupidità (anticamera di quella di pazzia…) per tutti coloro che non condividono il pensiero dominante.
Personalmente, ne avrei tratto lo spunto per una lezioncina sulla reale natura del pensiero democratico. Peccato, è andata perduta un’ottima occasione di colpire a fondo utilizzando una frase assolutamente incauta e totalitaria, relativamente alla quale occorreva tra l’altro pretendere – subito – delle scuse formali. Perché, se il pensiero si divide fra quelli che dicono sciocchezze e quelli che no, inutile andare a votare, perché si accetta, fin dall’inizio, la discriminante “manicomiale” (da manicomio sovietico…).
I livelli complessivi della comunicazione del centrodestra sono assolutamente da migliorare, perché così sono da gente che gioca costantemente “fuori casa” e abbastanza convinta di perdere, mentre occorrerebbe essere preparatissimi, perché su quel terreno continuano a giocarsi alcune partite fondamentali e, se l’avversario rinuncia al “fair play”, fare le gentildonne non ha senso.

PICCOLA PRECISAZIONE

Nel campo della guerra ibrida, e della sua componente tecnica meglio nota come “guerra mediatica”, l’importanza delle sciocchezze è pari a zero, chiunque le pronunci. E comunque un’intervistatrice che accusa la propria interlocutrice di dire “sciocchezze”, viene totalmente meno al proprio ruolo.
Tuttavia, permane una questione fondamentale: CHE COSA SONO LE SCIOCCHEZZE E CHI LE DICE?
Personalmente, ne sento e ne leggo a milioni, MA TALI PAIONO a ME. Dunque le considero tali nel mio animo, MA NON ACCUSO ALCUNO DI DIRLE, altrimenti quale credibilità democratica avrei (non che me ne importi alcunché, anzi, ma io non rivendico ciò che altri rivendicano mattina, pomeriggio e sera)?
Ecco perché, quando i corifei della democrazia totalitaria si fanno cogliere – come totalitari – con le mani nel sacco, passerei duramente al contrattacco, ma NON SUL MERITO, SUL LORO ABOMINEVOLE METODO, e avrei di fronte a me un’autostrada spianata (senza ponti Morandi…).
Spero di aver chiarito il mio pensiero: se uno si dice democratico, non può accusare gli altri di dire sciocchezze. Può pensarlo (eccome), ma non dirlo. Se lo dice, rivela la sua reale natura totalitaria (chi lo autorizza infatti a fare il distributore di patenti di saggezza?), e allora colpirei senza pietà.
Sarei lieto se – per una volta – si parlasse su Facebook di strutture e non di epifenomeni. Così, citando Marx, mi dimostro già un perfetto democratico.

SECONDA PICCOLA PRECISAZIONE

I demototalitari dovrebbero cortesemente smetterla di considerare chi non la pensa come loro alla stregua di “terrapiattisti”. So che farebbe loro molto piacere che fosse così, ma ci vorrà ancora qualche anno prima che questo totalitarismo definitivo si affermi: il pensiero unico, da una parte, e le “sciocchezze” dall’altra…
Siamo al livello de “Il duce [democratico] ha sempre ragione!”. Chapeau! Lunga (e tortuosa…) è la strada verso la democrazia. A volte comporta contorsioni impreviste e imprevedibili…

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA, di Piero Visani

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA

Quando facevo il consulente per l’istituzione militare, a un certo punto avevo nitidamente compreso che era meglio cambiare aria, prima che me la facessero cambiare d’autorità.
All’epoca – a differenza di quanto si potrebbe comunemente supporre – non è che incontrassi grande solidaritetà all’interno dell’ambiente militare, sempre prono ai potenti di turno e assolutamente favorevole allo “spirito del tempo”, quello dei “soldati di pace”, se vogliamo dilettarci in ossimori.

Ricordo nitidamente una mia conferenza al CASD (Centro Alti Studi per la Difesa), in cui un uditorio in uniforme mi suggerì di ammorbidire le mie posizioni sulla natura della professione militare, perché altre erano le idee dominanti in quella fase storica. E – si sa – all’interno di quell’istituzione è sempre bene stare “allineati e coperti”…

Sebbene io sia di natura molto freddo, la cosa mi provocò un minimo di irritazione, al punto che mi avventurai in una previsione, cosa che non faccio mai. Formulai un interrogativo, relativo alla scomoda “missione di pace” in Iraq in cui eravamo all’epoca impegnati e chiesi se, nel caso in cui ci fosse stato un attentato a carico dei nostri reparti, la responsabilità sarebbe stata assunta in toto dal potere politico – autore unico della amena teoria dei “soldati di pace” – o sarebbe stata addossata in toto ai comandanti militari, per carente spirito di “militarità” o per insufficienza delle misure di sicurezza.
Con un ottimismo che a me parve degno di miglior causa, il mio uditorio diede maggioritariamente prova di credere che il potere politico avrebbe dato adeguata copertura ai militari. Per me fu facile prevedere che sarebbe stato esattamente il contrario, ma i sorrisini di compatimento a mio carico si sprecarono, e non insistetti, ormai conoscevo le buone abitudini del luogo.

Fu il giorno in cui mi dissi che la mia esperienza in quell’ambiente era chiusa: detesto i preti atei…

Tutti sappiamo dell’attentato del 12 novembre 2003 e delle 28 vittime che provocò: 19 italiane e 9 irachene. E sappiamo pure delle vicende giudiziarie successive, culminate ieri nella condanna, da parte della Corte di Cassazione civile, del generale Bruno Stano, all’epoca dell’attentato comandante della missione italiana in Iraq.

Non intendo certo commentare una sentenza, ma commentare come succedono le cose in Italia: il conformismo di massa si adegua al pensiero dominante e cerca di trasformare i militari in crocerossine con il fucile. I militari si dicono contenti della trasformazione, perché altrimenti non si fa carriera e anzi si finisce all’indice. Un così eccelso livello di “militarità” genera sfracelli, come quello di Nassiriya e, alla fine, c’è un unico capro espiatorio, chiamato a scontare – da solo – le colpe di tutti, di tutti coloro che decidono di partecipare alle guerre coloniali degli Stati Uniti perché li obbliga la loro condizione di “Stati clienti” e debbono pure sforzarsi di vestirle, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, come “missioni di pace”, altrimenti nessuno le accetterebbe. Poi ci scappano le decine di morti – perché le “missioni di pace” sono incredibilmente simili a quelle di guerra – e allora occorre trovare un colpevole, uno solo, perché i colpevoli del RIFIUTO DELLA REALTA’, cioè del rifiuto della politica, della guerra, della natura tragica dell’esistenza, delle responsabilità e della dignità sono tutto un popolo, cioè troppi, dunque non condannabili in massa.

La sentenza è stata emessa il 10 settembre, ma avrebbe potuto benissimo essere anche l’8… Certe date ci perseguitano…

Crisi politica e guerre sordide, a cura di Giuseppe Masala e Piero Visani

CRISI ISTITUZIONALE, di Giuseppe Masala

Proviamo a dirla in un altro modo. Lo faccio perchè qui ci sono dei finti tonti che fanno finta di non capire. Questa è una crisi che può essere vista e analizzata su innumerevoli piani diversi. E se uno fa un’analisi complessiva (cosa impossibile su facebook) ciò che se ne trae è che siamo di fronte ad una crisi istituzionale di gravità inaudita che mina alla base la nostra democrazia.

Allora, se nel 1956 tutti i deputati e i senatori del PCI – con Togliatti e Terracini in testa – avessero dichiarato la loro appartenenza al Partito Nazionale Fascista e fossero andati a sedersi a fianco di Almirante cantando “faccetta nera” avrebbero fatto una cosa legittima. La Costituzione dice che non c’è vincolo di mandato e ognuno può cambiare idea quando gli pare. Benissimo. Capite però che ci sarebbe stato un grave problema politico se ciò fosse avvenuto? Capite che sarebbe stata negata con la frode la rappresentanza a milioni di persone che votarono comunista?

Ecco, allo stesso modo oggi, si sta tentando di portare 11 milioni di voti dati contro il PD, contro l’Establishment, contro l’austerità per vederli utilizzati per mettere Cottarelli o chi per lui al Ministero del Tesoro e per puntellare il PD al potere? E’ tutto perfettamente legittimo. Tutto. Ma c’è un problema politico enorme. E questo genere di problemi poi nell’elettorato avranno uno sbocco. Non oso immaginare manco quale.

Peraltro tutta questa cosa enorme si innesta in un contesto democratico già devastato: la scorsa legislatura un parlamento illegittimo costituzionalmente ha eletto un presidente della repubblica che oggi fa buono e cattivo tempo e che ha già fatto dire a tutti i giornalisti quirinalisti che “vigilerà sulla nomina dei Ministri dell’Economia, degli Esteri, degli Interni e della Difesa”. E di grazia che votiamo a fare? Affinchè la maggioranza parlamentare scelga il Ministro della Marina Mercantile perchè al resto ci pensa il Quirinale? E la costituzione? Carta straccia?
E a questo poi aggiungiamo lo scempio del CSM. Giudici corrotti che s’incontrano in riunioni carbonare con parlamentari inquisiti per scegliere i vertici delle Procure e dei Tribunali?
Non aggiungo altro.

Semplicemente in questo paese la democrazia non c’è. E la gente lo capisce. E presto o tardi questa crisi della rappresentanza avrà uno sbocco. Quale non so. Ma ad occhio non credo buono.

PS E non basterà temo, manco arrestare Salvini per riportare i voti nell’alveo che Lorsignori vorrebbero. No, certi voti, ancorchè scippati, verso certi partiti non torneranno mai più.

GUERRE, di Piero Visani

Ho scritto qualche rapidissima riflessione su vecchie e nuove guerre perché trovo un po’ noioso continuare a pensare solo a quelle vecchie, mentre a quelle nuove non pare pensare più di tanto alcuno.
Siamo da tempo immersi nella più assoluta delle democrazie totalitarie, dove davvero nulla è libero, e ci occupiamo ancora della seconda guerra mondiale, il cui esito – a dire il vero – pare ormai assodato.
La morsa che i poteri forti e le burocrazie statali stringono sulle nostre vite, in un mondo ex-occidentale che è liberale più o meno come la Corea del Nord, si chiude ogni giorno di più e – su questo sfondo – a me la seconda guerra mondiale interessa al più come storico.
Come polemologo, invece, mi interessa assai di più sottrarmi alle spire del “gelido mostro”, che invece pare piacere moltissimo a destra come a sinistra, visto che nessuno – da Fratelli d’Italia a LEU – sembra minimamente preoccupato dal restituirci – come cittadini – le nostre libertà civili ed economiche. Solo un “Grande Fratello” che ci sorveglia tutti, che vuole sapere cosa facciamo e come spendiamo i nostri soldi, ovviamente al di sotto di un certo reddito e di una certa rilevanza politico-economica. Al di sopra di quella, il “gelido mostro”, il Leviatano, diventa di una distrazione mostruosa, non riesce a vedere né movimenti di denaro né fughe di capitali all’estero, né altro.
Non ho obiezioni in tal senso, ma vorrei sapere la ragione di tanto interesse per noi poveri diavoli. Evidentemente essere limoni da spremere è l’unico diritto di cittadinanza che ci è rimasto. A Hong Kong, fattori molto meno gravi fanno arrabbiare la popolazione, ma là sono giovani. Qui invece, con un’età media sui 115 anni, nessun rinnovamento demografico e una pensioncina da meno (e talvolta molto meno) di mille euro al mese (per quelli che l’hanno), poche o nulle prospettive di lavoro, ci deve bastare tutto. E in effetti ci basta. E seguiamo con estremo interesse le terribili contese per le poltroncine da un ventimila euro mese, sperando (visto che siamo coglioni di natura, noi) che una movimentazione mensile di quella entità possa da oggi attivare gli “sceriffi” di Bankitalia. Senza nemmeno pensare – ovviamente – che “gli sceriffi” prosperavano in un paradiso del diritto come il “Far West”… Ciascuno sceglie i riferimenti etico-politici che preferisce e notoriamente le presenze italiane all’interno dei celeberrimi “Panama Papers” erano tutte di piccoli industriali della Brianza o del Triveneto. Grandi nomi con e senza particella, ovviamente nessuno…
Avanti così, che a me viene da ridere…

Il Conte dimezzato! La crisi di governo sul proscenio e dietro le quinte_ con Piero Visani

La crisi del Governo Conte e la gestazione di un vero e proprio ribaltone si percepiva nell’aria da tempo ma senza segnali evidenti almeno sino alle recenti elezioni europee. La gestione delle nomine in sede UE, l’azione dei singoli magistrati, la virulenza e la grossolanità, al limite dello sciacallaggio, della campagna elettorale del M5S hanno segnato un solco che Salvini, in maniera inopinata, ha reso invalicabile. Sino ad ora tra i pochi aspetti positivi, se non l’unico, dell’avvio di questa crisi è la fine del balletto degli equivoci e delle ambiguità. La classee dirigente protagonista di questa trama si sta rivelando non all’altezza della gravità della situazione e ancora poco consapevole della natura delle forze in campo e del conflitto esistenziale in essere. Ne parliamo con Piero Visani

L’ETA’ DELL’EMPATIA, di Piero Visani

RATING SEMI-SILLOGISTICO di PIERO VISANI

Carabiniere morto accoltellato: va beh, ci può stare e – al limite – se l’è cercata.
Presunto colpevole ammanettato e bendato: violenza gravissima, da Stato di polizia, che nega i diritti fondamentali a chi non è ancora stato giudicato da un tribunale
Ergo: la vita NON è un diritto fondamentale, perché “chi muore giace e chi vive si dà (molta) pace”.
E’ morto, fine della storia. La storia dei Diritti Umani, invece, continua spedita e la sua falce cerca nuove vittime innocenti. Ma volete mettere la teoria alle prese con la pratica? Dopo tutto, sì, il carabiniere è morto, ma – a parte che siamo “affranti dal dolore” – mica era un parente o un affine mio…
Comunque – e questo va detto con estrema, assoluta chiarezza – chi ha fatto la foto e chi l’ha diffusa non ha capito NULLA di guerra ibrida e ha colto un unico obiettivo: far dimenticare il collega ucciso e far diventare un eroe il presunto colpevole. Complimenti, ennesima grande impresa di chi combatte (e male, molto male) le guerre passate e SA NULLA di quelle presenti e future! E, a quanto pare, pure se ne compiace.
Continuate così, fatevi del male…

L’ETA’ DELL’EMPATIA

In un’epoca altamente empatica come l’attuale, dove tutte le emozioni (anche quelle da poco, per dirla con Anna Oxa…) suscitano reazioni incredibilmente sopra le righe da parte di persone in preda ad assoluta sovraeccitazione, è del tutto EVIDENTE che la notizia nuova scaccia quella vecchia e che, se la notizia nuova riesce a produrre nuova EMPATIA, viene cancellata buona parte dell’effetto di quella vecchia.
Io non so e tanto meno pretendo di sapere se il ragazzo bendato e ammanettato sia colpevole, e neppure tocca a me stabilirlo. A me tocca capire – questo è il mio compito, anche se della cosa non interessa ad alcuno, visto che da decenni faccio un altro mestiere – come mai AD OGNI AZIONE SUBENTRA MEDIATICAMENTE UNA REAZIONE, spesso non meno efficace, a fini di innesco di emotività, dell’evento precedente.
Quello che mi chiedo – e si tratta di domande cruciali:
1) chi ha fatto le foto?
2) Perché le ha fatte? Pensava di giovare all’Arma? Allora, per essere eufemistici, è incredibilmente ingenuo.
3) Pensava di nuocere all’Arma e di farci un discreto gruzzoletto? Allora è come minimo un infiltrato, che agiva per conto terzi, oltre che per lucro personale.
Nell’ipotesi 2), il fotografante non sapeva NULLA di guerra ibrida e di conflitto mediatico, ma – nell’ipotesi 3) – la conosceva fin troppo bene e stava agendo per conto di ottimi professionisti del settore.
Al di là del dolore per il caduto, tutte le questioni si combattono e si risolvono in quest’ambito, e sono meno complicate della fisica dei quanti, se solo qualcuno avesse voglia di dedicarvisi. Ovviamente per puntare a risultati metapolitici di lungo periodo, perché i sondaggi d’opinione sono ingannevoli e al massimo producono fiammate. NON SERVE AD ALCUNCHé VOTARE IN UNA CERTA DIREZIONE, OCCORRE INVECE PENSARE PERMANENTEMENTE IN QUELLA DIREZIONE E ACQUISIRE VISIONI E VALORI STABILI E STRUTTURATI, NONCHé DOTARSI DI STRUMENTI ATTI A COMBATTERE I CONFLITTI PRESENTI E FUTURI.
In Senato siede un signore che ha avuto un consenso del 42%, poco tempo fa. Quale è la sua credibilità attuale?

ROBERTO BUFFAGNI _CI SEI O CI FAI?

Ho notato che anche nel caso di Carola è uscita una sua foto scattata in questura. L’ipotesi più semplice mi pare questa: che i giornalisti abbiano le loro fonti all’interno delle questure e delle stazioni dei carabinieri, che le suddette fonti si facciano meno scrupoli che in passato a passare informazioni riservate (motivi ce ne sono tanti, dallo svaccamento generale al “chi me lo fa fare” innescato dalla magistratura nelle FFOO). Chi ha scattato la foto al ragazzo bendato è poi molto sciocco, perchè dalla posizione di scatto è facile risalire a lui, infatti pare l’abbiano già beccato.

IL VERO E IL FALSO di Piero Visani

In riferimento alle molte polemiche sull’uccisione del carabiniere a Roma e alla “tempestiva” pubblicazione di una foto che non giova particolarmente alle pratiche adottate dagli inquirenti, mi è venuto in mente il documento che segue, che il professor Virgilio Ilari, senza ombra di dubbio il massimo storico militare italiano attuale, ha pubblicato a pagina 8 del saggio – da lui curato – “Future Wars. Storia della distopia militare”, Roma – Milano 2016.
In esso si riproduce un documento “segreto” dello Stato Maggiore Generale del 21 luglio 1940, in cui, un mese dopo la capitolazione della Francia, il maresciallo Badoglio rimanda al mittente un rapporto sulle tattiche adottate nel corso della recentissima campagna di Francia dalle forze corazzate tedesche, che gli era stato trasmesso dall’Ufficio Operazioni, con la “brillante” notazione: “lo studieremo a guerra finita”. Il documento – chiosa con malizia e ironia lo stesso Ilari – è ovviamente falso, ma “se non è vero, è ben trovato”…
Mi è venuto in mente leggendo certi “dotti” commenti sulla fuoriuscita di una fotografia che non sarebbe mai dovuta uscire dalle “segrete stanze” e mi sono chiesto come queste ultime continuino ad essere occupate non solo dai “marescialli Gargiulo”, ai quali certe sottigliezze non possono essere chieste, ma anche da supergallonati che combattono SEMPRE le guerre precedenti, rinviando forse – come fece il loro illustre predecessore citato qui – l’analisi di quanto accaduto a guerra finita, E OVVIAMENTE PERSA, senza in apparenza rendersi conto che la distinzione tra vero e falso, nella società della virtualità reale, non ha più alcun senso, perché OGGI ” E’ ” SOLO CIO’ CHE APPARE. E se questo accade per trascuratezza o per pura insipienza, cambia davvero poco rispetto agli esiti finali, a meno che non accada per dolo, ipotesi che per il momento non vogliamo prendere in considerazione, per quel microscopico residuo di “carità di patria” che resta a chi scrive.

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guerra ibrida: professionisti ed apprendisti, di Piero Visani

“FINESSE” (ovvero Il Taccone peggiore del buco)

Salvini: “Non l’ho invitato io in Russia, Savoini. Non so che ci facesse a quel tavolo”.

Sondaggio d’opinione in diretta:
1) era il convitato di pietra?
2) il responsabile della comunicazione del ministro dell’Interno è un dilettante alla ricerca di una “catastrofe reputazionale”?
3) E’ Nanni Moretti, “Continuiamo così, facciamoci del male”?
4) E’ “Ludwig van” (così lo faceva chiamare Kubrick in “Arancia Meccanica”) che ha intonato la “Patetica”?”

PERSEVERO ET OBDURO…

Delegittimate, delegittimate, qualcosa resterà

tratto da https://derteufel50.blogspot.com/2019/07/delegittimate-delegittimate-qualcosa.html?fbclid=IwAR2eriUsbl_FesZ68AeKHQtsJo4VG0dtMYL-K6wtGBzPEFfwB-rfbmwm7R4
       Una delle peculiarità della guerra ibrida attualmente in corso è l’attenzione assurda che viene prestata ai suoi contenuti fattuali: nel caso della delegazione leghista a Mosca, nell’ottobre scorso, che cosa essa avrebbe tentato di fare.
       Un approccio del genere non ha alcun significato e tanto meno alcun valore in un contesto di componente mediatica di una “guerra ibrida”: ciò che interessa, infatti, non è quello che è accaduto (andare in giro a battere cassa lo fanno tutti i partiti e ci sono illustri precedenti al riguardo…), ma come la presentazione e la rappresentazione di determinate notizie possono condizionare l’agenda setting quotidiano dei media, vale a dire la notiziabilità o meno di quanto viene raccontato (e qui si innesta una formidabile componente di storytelling) al grande pubblico.
       Della notizia in sé, complessivamente alquanto irrilevante, non interessa ad alcuno, ma interessa moltissimo come essa possa essere strumentalizzata e a quali fini.
       Mi viene perciò molto da sorridere quando leggo contestazioni del tipo: “a battere cassa a Mosca ci andava anche il Pci”. Certo, verissimo, lo faceva con assoluta costanza e continuità, ma in uno scenario politico-strategico assai diverso dall’attuale e dove le intercettazioni erano assai meno agevoli di quelle attuali, anche perché il mondo era rigidamente diviso in blocchi, non era multipolare come adesso e, all’interno di quella bipolarità, non era in atto una “guerra di tutti contro tutti”, che va al di là degli schieramenti, si estende all’interno dei partiti, coinvolge interessi pubblici e altri privatissimi. Senza contare che il Pci dell’epoca poteva contare su un formidabile apparato metapolitico, riempito anche di persone colte e molto capaci, non di media strategist della Val Brembana (con tutto il rispetto per la medesima: la Valle, non la strategy…).
       In definitiva, il primo compito di questo conflitto ibrido/mediatico è l’assoluta delegittimazione dell’avversario e – ancor più – la volontà di sottrargli qualsiasi tipo di iniziativa politico-mediatica, costringendolo COSTANTEMENTE SULLA DIFENSIVA per mezzo di una serie di attacchi che possono anche essere semplici punture di spillo, ma sono costanti e ininterrotti, E LO OBBLIGANO A REAGIRE SEMPRE,  AD AGIRE MAI.
       Non mi sembra che tutto ciò sia nitidamente percepito. Vedo in azione, piuttosto, culture della politica e del conflitto assolutamente primitive, incapaci di cogliere la grande (e grandiosa…) COMPLESSITA’ DELLA REALTA’ ATTUALE E MENO ANCORA CAPACI DI COMPRENDERE CHE OGGI IL REALE E’ UNA DELLE DIMENSIONI MENO IMPORTANTI DEL VIRTUALE.
      SENZA QUESTA ACQUISIZIONE FONDAMENTALE, NELLA GUERRA IBRIDO-MEDIATICA NON SI VA DA ALCUNA PARTE, ma si fa il “punching ball” dell’avversario o, al massimo, gli si fa da “sparring partner“, cioè – per parafrasare Paolo Conte (non Giuseppe…) – si diventa al massimo “dei macachi senza storia”. Come si finisce per dimostrare ampiamente…

Una buona operazione di “guerra ibrida”

       Quando si è oggetto di una buona operazione di “guerra ibrida” – come è stato il caso del governo italiano nella vicenda della nave “Seawatch” e della capitano Rakete – ha poco senso e ancora minore utilità lasciarsi andare a esplosioni di collera o all’invocazione di provvedimenti impossibili, come l’espulsione. Sarebbe decisamente preferibile, semmai, analizzare a fondo l’operazione dall’inizio alla fine, individuarne le regolarità e le specificità, e prepararsi ad affrontarne altre, che certo non mancheranno.
      La “guerra ibrida” (hybrid warfare) è un sistema complesso, ricco di sfumature, le cui componenti travalicano nei campi più diversi. Per fronteggiarla in modo adeguato, non serve arrabbiarsi, ma serve analizzarne ogni singolo aspetto, per sviscerarlo nei dettagli, scomporlo e predisporre le adeguate contromisure. Se tutto questo non verrà fatto (e temiamo che non lo sarà…), le operazioni di “guerra ibrida” di cui sarà oggetto l’attuale esecutivo diventeranno sempre più complesse, visto che si tratta di un versante su cui è scoperto e vulnerabilissimo (anche per la nota predisposizione di gran parte del centrodestra italiano all’analisi e allo studio…).
La preparazione
       Questa fase si è svolta a vari livelli. Non abbiamo qui lo spazio per trattarne in dettaglio, ma è chiaro che occorre disporre della materia prima (i migranti), della possibilità di raccoglierli e caricarli a bordo di una nave dedita al traffico umanitario (chiediamo scusa se questo tipo di linguaggio urta le “anime belle”, ma chi scrive si occupa di guerre e varie forme di conflittualità, dunque è solito chiamare le cose con il loro nome; con lui, i giochetti mediatici sono un pochino più difficili…) e di attendere il segnale del momento più opportuno per l’avvio dell’operazione.
La realizzazione
       Quando questo segnale c’è stato, una prima fase ha richiesto di protrarre la vicenda il più a lungo possibile, per caricarla di contenuti “umanitari”; poi, quando la misura è parsa colma, si è passati alla fase 2, vale a dire il forzamento di un porto. E’ ovvio che, in molte parti del mondo, il tentativo di forzare un porto da parte di una nave straniera sarebbe finito malissimo e con possibile spargimento di sangue, ma – si sa – Italians do it better, per cui – da noi – alti lai, geremiadi, banalità e naturalmente nessun gesto concreto, non sia mai…
Le componenti collaterali
       In un’operazione di “guerra ibrida”, le componenti collaterali sono più importanti di quelle principali: dunque preliminare ripulitura di eventuali dati relativi al comandante presenti sui social, in modo da rendere difficile ricostruirne identità e pregressi; attivazione di tutti i supporti politici, culturali e mediatici a proprio favore che fosse stato possibile individuare. Riservato a sé (Seawatch e Rakete) il ruolo di hostes (in senso schmittiano, “nemici esterni”) del governo italiano, individuare, tra le file italiane, coloro i quali potessero fungere da eventuali inimici (cioè “nemici interni”, sempre in senso schmittiano) dell’attuale esecutivo, vale a dire tutti coloro che, in un modo o nell’altro (politici, magistrati, giornalisti, etc.) potessero fungere da casse di risonanza e moltiplicatori di forza dell’operazione in corso, operando dall’interno e non dall’esterno.
L’operazione è andata bene e si è conclusa meglio per chi l’ha avviata, e la reazione, al di là delle rodomontate da bar del ministro dell’Interno (che paiono il suo riferimento culturale più elevato), segna un innegabile successo per chi sa usare – bene – la “guerra ibrida” per fare politica. Se non si reagisce a quel preciso livello, la guerra è già persa in partenza.
        Nell’area mediterranea, specialisti di “guerra ibrida” non schierati sul fronte mainstream sono gli Hezbollah libanesi, formazione politico-militar-culturale assai rispettata dai propri nemici, che infatti lanciano contro di essi un assai minor numero di attacchi di quanto non facciano contro il ministro dell’Interno italiano, il quale – a conferma della sua assoluta chiarezza di idee – è solito definire gli Hezbollah “terroristi”…
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