Perché siamo privi di una cultura strategica?, di Piero Visani

Qui sotto un saggio di Piero Visani, già pubblicato nel 2013. L’interesse, ovviamente, scaturisce dall’analisi dell’approccio di fondo che ha mosso le scelte di politica estera e di intervento militare delle classi dirigenti del nostro paese piuttosto che dall’approvazione o meno delle specifiche azioni nelle particolari contingenze politiche_Giuseppe Germinario

Perché siamo privi di una cultura strategica?

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Peter Pace, Edmund Giambastiani, addirittura Marilyn Quagliotti: se si guarda al vertice militare delle Forze Armate statunitensi, vale a dire al braccio armato della maggiore potenza mondiale, i cognomi di origine italiana non mancano certo e occupano posizioni di assoluto prestigio. Peter Pace è un marine, addirittura il primo che sia riuscito a raggiungere l’ambita carica di Chairman of the Joint Chiefs of Staff, l’equivalente del nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa; Edmund Giambastiani è oggi al vertice militare della NATO, dopo essere stato ai massimi livelli dell’U. S. Navy. Marilyn Quagliotti è un generale a due stelle dell’Esercito con il prestigioso incarico di vicedirettore della DISA (Defense Information Systems Agency) e anche lei – come i suoi due più titolati colleghi e forse in misura ancora maggiore, visto che si tratta di una donna – smentisce quelli che potremmo definire i luoghi comuni sulla “ridotta attitudine militare” degli italiani. Quello che si vuole dire, in sostanza, è che non si arriva ai vertici dell’apparato militare statunitense se non si hanno qualità di un certo tipo e, tra queste, la “ridotta attitudine militare” non è certamente un requisito necessario, anzi.

Malgrado ciò, malgrado il fatto che sia possibilissimo per elementi di chiara origine italiana farsi strada fino ai massimi gradi della più importante organizzazione militare del mondo, lo stereotipo di “mandolinai e pizzaioli”, di gente inaffidabile, che non sa battersi e tanto meno lo ama, ci perseguita da tempo. A quando risale la genesi di questo dato storico negativo? Tralasciando i repentini capovolgimenti di fronte che hanno fatto la storia di casa Savoia, cioè della casata che ha svolto un ruolo determinante nella storia d’Italia, e che tuttavia si riferiscono molto più alle sue vicende preunitarie che a quelle successive, è possibile trovare parecchie tracce di inaffidabilità e di scarsa propensione al combattimento nella storia italiana. Un esempio classico di inaffidabilità politica è rappresentato dai “giri di valzer” che caratterizzarono l’Italia giolittiana, con l’appartenenza formale alla Triplice Alleanza con gli Imperi centrali e le scelte politiche successive, esattamente antitetiche, che portarono l’Italia ad entrare nella Grande Guerra dalla parte dell’Intesa. A sua volta, un esempio classico di scarsa propensione al combattimento è rappresentato dalla rotta di Caporetto[i] e dai fenomeni che si verificarono durante ed a seguito della medesima, con i ben noti casi di “sciopero militare” mai troppo indagati da un lato e strumentalmente utilizzati per coprire le macroscopiche deficienze professionali degli alti comandi e del corpo ufficiali dall’altro.

Certo è che già al momento dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale la tesi che gli italiani “non sapessero” o “non amassero battersi” era una voce piuttosto diffusa e radicata, se tutti gli interventisti, compresi quelli della Sinistra nazionale[ii], reclamarono con forza la scelta della via delle armi proprio per smentire, anche e soprattutto con il loro personale esempio, tale fama disonorevole. Il loro sacrificio non fu vano, non solo perché portò alla vittoria del 1918, ma anche perché consentì il lievitare nel nostro Paese di un fenomeno come quello dell’arditismo, autentica smentita vivente, con la sua valentia delle armi e la sua estetica della morte, dei troppi luoghi comuni che circolavano a carico delle qualità militari degli italiani.

Sfortunatamente per i nostri destini di Nazione, la contrapposizione tra “i soliti quattro gatti” capaci di fare miracoli con l’ardimento e l’inventiva, e un’istituzione militare burocratica, misoneista, professionalmente discutibile e tecnicamente inetta, corrosa dal carrierismo e da clientelismi di tutti i generi, è una “sottile linea rossa” che percorre la storia nazionale dal 1918 in avanti, intinta (ci si perdoni la retorica, ma è necessaria) nel sangue dei suoi figli migliori: dalle intuizioni di Giulio Dohuet sul bombardamento strategico a quelle di Teseo Tesei sulla possibilità di usare mezzi navali modestissimi come moltiplicatore di forza di un Paese povero e scarsamente industrializzato, dalle imprese grandi e piccole degli eroi, noti e meno noti, della seconda guerra mondiale a fenomeni di “estetica della guerra” come la carica del “Savoia Cavalleria” ad Isbuschenskij (estate 1942), è tutta una storia di occasioni perdute, di opportunità vanificate, di sacrifici utili solo come prove testimoniali (e solo per chi fosse in grado di apprezzarli), affondati in un sistema di colossale inefficienza, di ritardo tecnologico, di compiaciuta autoesaltazione della propria ignoranza.

Il dramma vero, tuttavia, avviene dopo ed è quell’8 settembre 1943 che, a tutti gli effetti, segna la “morte della Patria”[iii], che getta deliberatamente una “Nazione allo sbando”[iv], che invia “tutti a casa” (almeno quelli che vorranno e riusciranno a tornarci) non soltanto in senso stretto, ma in senso lato, inducendoli a confondere il loro focolare, il loro piccolo Heimat, con la loro casa unica e vera – l’Italia -, privandoli di un senso di comunità, di Nazione, di destino che non fosse riservato alla loro dimensione personalissima e privatissima, inducendo gli uni a vergognarsi del passato e gli altri a vergognarsi del futuro, creando una dimensione di guerra civile permanente che ancora non si è ricomposta – e difficilmente appare in grado di ricomporsi – in una memoria condivisa, in cui non ci sia più da vergognarsi di alcunché.

Fatto oggetto di una pesante rimozione storica, ovviamente tutt’altro che disinteressata, in quanto intorno ad esso ruota tutta la legittimità di ciò che è venuto dopo, l’8 settembre è scarsamente compreso dagli italiani non solo nei suoi effetti sul piano interno, ma anche e soprattutto su quello internazionale. Un esercito che cessa di battersi e si sfascia in preda a varie forme di dissoluzione, dall’ammutinamento[v] alla fuga di massa; una flotta che si consegna al nemico, sono tutti fenomeni che non potevano certo rafforzare la stima del mondo nei confronti delle capacità belliche degli italiani, che peraltro già durante il secondo conflitto mondiale non erano certo rifulse per colpa di una classe militare di livello professionale decisamente basso[vi] e talvolta pure di dubbia lealtà.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si apre una nuova fase storica, ma l’8 settembre è lì e non si può toglierlo facilmente di mezzo. E’ una presenza ingombrante, ma in realtà è molto più ingombrante – per le forze politiche emerse vittoriose dagli sconvolgimenti della guerra – la presenza di forze militari nazionali in quanto tali, perché nessuno le vuole: non le vogliono i comunisti, che le considerano l’unico ostacolo vero all’auspicato passaggio dell’Italia dal blocco occidentale a quello sovietico, ma non le vogliono e si limitano a tollerarle anche i moderati raccolti intorno alla Democrazia cristiana che, come cattolici, nutrono una più o meno spiccata diffidenza (a seconda del loro livello di riferimento agli orientamenti dottrinali delle origini) nei riguardi di tutto ciò che è militare.

Su questo sfondo, l’Italia repubblicana nasce afflitta da un’anomalia che è al tempo stesso una gravissima debolezza strategica: dispone di forze militari, perché non esiste Paese al mondo degno di questo nome che non ne disponga e perché la sua posizione al confine tra due blocchi in conflitto non è tale da consentire alle sue classi dirigenti di esserne priva, ma tali forze risultano totalmente delegittimate. Delegittimate sul piano politico, perché nessuno dei grandi partiti di massa le ritiene degne di rispetto, in quanto retaggio di un passato deprecabile (quello del militarismo fascista[vii]), e delegittimate sul piano culturale non solo perché la Costituzione repubblicana “ripudia la guerra”, ma soprattutto perché nessuno, all’interno del Paese, ragiona più in termini di sovranità nazionale (di cui le Forze Armate costituiscono ovviamente la massima espressione), ma solo di appartenenza a blocchi politici, ideologici ed economici contrapposti.

L’Italia del secondo dopoguerra è dunque una Nazione priva di una cultura militare e di una cultura strategica, e, conseguentemente, di una cultura nazionale. Non riesce dunque ad immaginarsi come Nazione, il che può anche essere comprensibile, considerato l’esito avuto da oltre due decenni di retorica ultranazionalista del fascismo, ma è terribilmente problematico. Cerca nuove forme di vita e di identità, nella forse comprensibile ma certo assurda speranza di definire nuovi percorsi, di trovare nuove strade, di inventare nuovi modelli di identità nazionale.

Questo potente complesso di illusioni trova facile alimento negli anni della “Guerra fredda”, quando il blocco moderato riunito intorno alla Democrazia cristiana non ha e deve avere altra preoccupazione se non quella di consumare la sicurezza prodotta da altri, in primo luogo dagli americani. Il contributo che le è richiesto è di tipo soprattutto formale: una struttura militare per certi versi piuttosto grande, in grado di articolarsi su divisioni e brigate da schierare al confine orientale, a difesa da un potenziale attacco del Patto di Varsavia. Su quale poi sia la reale consistenza operativa di tale struttura, non è il caso di soffermarsi troppo: chiunque abbia prestato il servizio militare obbligatorio in quegli anni ricorderà la modesta efficienza dei reparti e l’assai carente (usiamo un eufemismo) livello di tensione morale che li pervadeva. Non mancavano le eccezioni in positivo, sia chiaro, ma si perdevano nel mare magnum di un’istituzione che dava palesemente prova di non credere in se stessa (e lo si vedeva benissimo).

Questa situazione di privilegio, questa possibilità di consumare a basso costo la sicurezza prodotta da altri, è venuta progressivamente a mancare nel momento in cui, con la fine della “Guerra fredda” e il collasso dell’URSS e del blocco sovietico, l’Italia, come molti altri Paesi europei, si è trovata nella necessità di trasformarsi da consumatrice a produttrice di sicurezza, di definire un interesse nazionale e delle priorità strategiche atte a tutelarlo. Per noi, infatti, si è trattato di un autentico trauma e non eravamo in alcun modo attrezzati ad affrontarlo.

Fino a quel momento, l’appartenenza ad un blocco militare come la NATO ci aveva consentito di nascondere dietro un profilo internazionale le nostre carenze puramente nazionali. Nella nuova realtà, però, quel gioco delle parti non era più riproducibile. Occorreva assumersi responsabilità in proprio e, per farlo, eravamo totalmente privi degli strumenti adatti.

Lo strumento per eccellenza, cioè le Forze Armate in quanto tali, era ancora il problema più facile da risolvere: era sufficiente riconfigurarlo sulla base delle nuove realtà del mutato quadro strategico internazionale. Malgrado ciò, c’è voluto un quindicennio prima che il nostro corpo ufficiali si piegasse all’esigenza di dotare il Paese di uno strumento militare professionale su base volontaria. C’era tutto da guadagnare, in un passaggio del genere, in termini di legittimazione funzionale, visto che sarebbe profondamente mutata in senso professionale la natura dell’organizzazione militare, ma al contrario è stato fatto ogni sforzo per evitare questo approdo, peraltro inevitabile, nella difesa di uno status quo ispirata a considerazioni le più diverse, ma certo non professionali.

I veri problemi, tuttavia, erano altri e consistevano essenzialmente nel dotare il Paese di una cultura strategica e di una cultura militare. Ma – e qui sta il punto – le due forze politicamente dominanti nel Paese, quella cattolica e quella comunista, erano impossibilitate a farlo dalla loro natura sostanzialmente a-nazionale, dal loro riferirsi ad ideologie internazionaliste profondamente diverse, ma certo prive di qualsiasi ispirazione nazionale. Occorreva trovare una soluzione che consentisse all’Italia di continuare a sviluppare una delle sue peculiarità storiche più negative, vale a dire fingere di fare quello che facevano gli altri, quando in realtà faceva qualcosa di profondamente diverso o, più probabilmente, non faceva nulla. Non c’era alcuna possibilità di sviluppare un concetto di interesse nazionale e tanto meno una cultura strategica nazionale, poiché la cosa fuoriusciva completamente dall’orizzonte culturale e si sarebbe tentati di dire anche antropologico di una classe dirigente che, per basse ragioni di bottega, aveva commesso il grave errore di identificare fascismo e Nazione, con la conseguenza che, invece di fare particolari danni al primo, ormai sconfitto, erano state inferte ferite irreparabili alla seconda, con esiti catastrofici per il futuro del Paese e della sua stessa percezione di sé. Ci sarebbe da interrogarsi a lungo se ciò sia avvenuto a caso o per una scelta politica precisa, ma non è questa la sede. Quel che conta davvero è che, nel momento in cui i mutamenti della politica internazionale richiedevano all’Italia un maggiore protagonismo in termini di produzione di sicurezza, il nostro Paese non disponeva di una cultura che gli consentisse di farlo. Semmai, era da tempo in preda ad una subcultura fatta di stereotipi negativi, di lassismo, di menefreghismo palesemente intesa a far pascere gli italiani, per di più con soddisfatto autocompiacimento, nei loro peggiori difetti, contenti di autorappresentarsi (non necessariamente di essere) nel modo peggiore possibile. E’ sufficiente pensare a certo cinema od a certa letteratura, in cui l’italiano o è cialtrone o non è, nel senso che la cialtroneria viene deliberatamente promossa come dato consustanziale, e ovviamente irrinunciabile, dell’identità nazionale[viii].

Poiché era inammissibile sottrarsi ad obblighi che scaturivano dalla nostra posizione internazionale ed anche da vincoli di alleanza e solidarietà con il mondo occidentale, la via che all’inizio degli anni Ottanta venne scelta per giustificare una sempre maggiore presenza italiana in campo internazionale, presenza affidata essenzialmente alle sue forze militari, fu quella delle “missioni di pace” che, a cominciare dal Libano (1982-1984), presero a diventare la stucchevole litania di accompagnamento di qualsiasi impegno italiano all’estero.

Come è fin troppo noto, c’era e c’è ben poco di realmente pacifico nelle missioni che hanno accompagnato il crescente impegno militare italiano all’estero degli ultimi due decenni. Nella maggior parte dei casi, erano interventi di stabilizzazione e – quel che è davvero importante rilevare e che tutti tendevano (e tendono) invece a sottorappresentare -, se la finalità di fondo era innegabilmente pacifica, non altrettanto lo erano (e non avrebbero potuto esserlo) le modalità di intervento, che, per evidenti motivi tecnici, erano invece di stampo militare tradizionale. Questo secondo aspetto è sempre stato deliberatamente nascosto, persino in occasione di eventi come la battaglia al check point “Pasta” a Mogadiscio (2 luglio 1993), mentre avrebbe dovuto essere rappresentato, anzi sovrarappresentato, anche per rispetto nei confronti dei nostri militari, dal momento che i giusti obiettivi di stabilizzazione di fondo dovevano essere talvolta ottenuti con il ricorso alle armi.

Anche se la nostra classe dirigente – politica e non – tende a negarlo (con pochissime eccezioni di rilievo, ad esempio il generale Carlo Jean), il vero problema di credibilità strategica internazionale dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e l’8 settembre 1943 consiste nel ricostituirsi una credibilità militare. Una grande opportunità in questo senso sarebbe stata offerta dalla partecipazione di una brigata terrestre alla Guerra del Golfo del 1990-91, dato che quel conflitto, che si svolgeva all’interno di una precisa deliberazione dell’ONU, godeva di una legittimazione politica assoluta, che nessuno avrebbe potuto scalfire. Per contro, si è preferito optare ancora una volta sull’impegno aereo e su quello navale, rinunciando a quello terrestre, molto più visibile e impegnativo. O, peggio, si è preferito arrivare con una presenza terrestre in forze a cose fatte, come nel caso del secondo conflitto iracheno, svoltosi peraltro in un quadro di legittimità internazionale assai più fragile, ciò che comunque è servito, in negativo, a consolidare a nostro carico una robusta fama di profittatori. Così come lo sono serviti, sempre in negativo, i milioni di dollari pagati ai rapitori in tentativi più o meno riusciti di recupero di ostaggi, esperiti pure quando un blitz di forze speciali, condotto anche non da soli ma in stretta collaborazione con gli americani, avrebbe enormemente giovato alla nostra immagine internazionale e alla nostra stessa autostima[ix].

La motivazione che viene addotta costantemente a scusante di comportamenti così timidi, rinunciatari o addirittura sgradevoli, da parte della dirigenza politica e militare, è che il Paese, nella sua intima essenza, non avrebbe la fibra per resistere ai drammi ed alle sofferenze di un conflitto. Gli eventi di Mogadiscio e quelli ben più gravi e recenti di Nassiriya (12 novembre 2003) hanno dimostrato invece esattamente il contrario, vale a dire che l’opinione pubblica italiana non è formata da “mammoni” o da vili, ma da cittadini consapevoli che qualunque tipo di impegno internazionale impone i suoi costi, anche in termini di vite umane. In tali occasioni, quindi, non ci sono state manifestazioni di piazza contro il governo, ma un dolore sentito, commosso, composto e partecipe, che spesso ha dato luogo a partecipazioni di folla assolutamente inattese a cerimonie, ufficiali e non, di omaggio ai caduti.

Il problema della mancanza di una cultura strategica non è dunque un problema di base, ma di vertice e, in particolare, di quella che è l’autorappresentazione degli italiani da parte della cultura dominante. Quello italiano è un popolo come gli altri, con pregi e difetti. Quella che è assolutamente peculiare, al punto da costituire un’autentica anomalia, è l’incultura strategica che viene diffusa dal vertice, un vertice che a nessun livello – politico, militare o culturale – riesce ad immaginare l’Italia come Nazione e i suoi cittadini come popolo, come comunità nazionale.

Questa non è purtroppo una novità: se guardiamo alla storia unitaria, i peggiori insuccessi militari italiani, da Adua[x] a Caporetto, dalle tante sconfitte della seconda guerra mondiale all’8 settembre, non sono frutto della codardia popolare, ma della gigantesca insipienza di una classe dirigente, politica e non, che di dirigente aveva soltanto il nome ed i relativi privilegi, non certamente la capacità di acquisire competenze di vertice e tanto meno quella di assumersi le proprie responsabilità. Spesso, nella storia nazionale, le masse si trovano in situazioni difficili e disperate e, salvo pochissime eccezioni, fuggono. Ma chi le ha messe in quelle condizioni, chi le ha gettate irresponsabilmente allo sbaraglio? Chi ha commesso errori politici e tecnici macroscopici? Chi, al momento buono, non si è fatto trovare con i propri soldati a condividere la sconfitta, ma già pronto a ricostruirsi una verginità, a rifarsi una carriera, a far dimenticare le proprie colpe?

Questa irresponsabilità di vertice si è sposata, nel secondo dopoguerra, con una assoluta estraneità delle culture dominanti – cattolica e comunista – alla dimensione nazionale. E quando, nel corso degli anni Novanta, la Prima Repubblica è stata travolta dagli scandali e si è profilata per un attimo la possibilità di un cambiamento, ci si è ben presto resi conto che nessun cambiamento era possibile, dal momento che, se la dimensione politica era in crisi (poi in larga misura rientrata) non lo era per niente la dimensione metapolitica. Non a caso – e crediamo si tratti di affermazione assolutamente incontestabile – il quadro di riferimento culturale in cui si sono svolte le “missioni di pace” all’estero condotte dal governo Berlusconi è il medesimo di quelli in cui si sono svolte le missioni precedenti: lagnosa insistenza sull’ossimoro “soldati di pace”, sovrarappresentazione della “via italiana al peacekeeping” (la tesi che vuole che gli italiani – in quanto “brava gente” – siano molto più capaci di altri popoli ad entrare in relazione con le popolazioni locali: un wishful thinking che cerca di recuperare “in positivo” gli stereotipi che ci portiamo addosso in ambito internazionale – simpatici, allegroni, maniaci del calcio e delle donne, e soprattutto gente “con il cuore in mano” (che all’estero suona in realtà come “inutilmente chiassosi ed emotivi”) – per farne un punto di forza, prescindendo proprio da alcuni fattori fondamentali in certi contesti, come l’impiego della forza stessa, la credibilità e l’effettivo controllo sul territorio, e lasciando comprensibilmente cadere un velo di silenzio su pratiche non propriamente esaltanti, come l’elargizione massiccia di grandi quantità di denaro ad amici e soprattutto a nemici, potenziali e non, a fini di stabilizzazione in nostro favore delle aree affidate al nostro controllo); nessun tentativo di rilegittimazione – ovviamente graduale e progressiva – della funzione militare come funzione “guerriera”.

Sotto quest’ultimo profilo, occorre riconoscere che il governo Berlusconi, ammesso e non concesso che l’abbia cercata, non ha trovato alcuna sponda, sotto il profilo metapolitico, in ambito militare, e non solo perché, restringendo i bilanci della Difesa più ancora di quanto avessero fatto i precedenti esecutivi di centrosinistra, se ne è comprensibilmente alienato le simpatie, ma anche e soprattutto perché – e, tra tutte le anomalie fin qui riscontrate, questa è forse la maggiore – i militari italiani, a parte le solite ristrettissime eccezioni, sembrano i più contenti, da parecchio tempo a questa parte di essere ossimori viventi, di “essere non essendo”, di rinunciare consapevolmente alla loro funzione primaria (quella guerriera) per andare alla ricerca di funzioni altre che restituiscano loro una parvenza di legittimità in un contesto dove, in questo caso del tutto a ragione, percepiscono di non averne alcuna[xi]. Non è un caso che, nel nostro Paese, la più instancabile promotrice della figura risibile dei “soldati di pace” sia proprio l’istituzione militare, con qualche correttivo parziale dovuto ad una residua forma di ritegno, ma con un’insistenza degna di miglior causa. Se, infatti, una modestissima legittimazione su questo versante è stata con il tempo (forse) trovata, il problema (che, sia detto per inciso, sembra sfuggire del tutto ai militari) è che si tratta di una legittimazione a-funzionale, nel senso che sono riusciti a legittimarsi ad essere ciò che non dovrebbero essere. Non ci sembra un gran risultato.

Se si guarda a tutto questo, non è difficile approdare alla conclusione che siamo privi di una cultura strategica per il semplice fatto che siamo impossibilitati ad averne una. La cultura che in questo campo si è consolidata nel nostro Paese negli ultimi decenni è talmente solida da essere diventata – con i meccanismi tipici dei totalitarismi più raffinati, quelli “dolci” – un obbligo a cui nessuna persona di retto sentire è in grado di sottrarsi, per un automatismo di pensiero tipico delle “democrazie guidate”, che è quello per cui si è liberi di pensare ciò che ci viene chiesto di pensare. Se poi per caso questa persona fosse dotata di tanto coraggio o di tanta incoscienza, ci penserebbe il sistema di valori edificato dalla cultura dominante a sottolinearne la “diversità” (quella che si combatte a parole, quando non fa comodo evidenziarla per delegittimare l’avversario), l’estraneità, la stramberia, l’appartenenza a quella che il mondo anglossassone (che la sa lunga in materia, in quanto è l’inventore di tale sistema) è solito definire una lunatic fringe, cioè una frangia di emarginati che non è il caso di prendere troppo sul serio, in quanto lunatici, simpatico eufemismo per non dire pazzi. E’ sufficiente partecipare ad un dibattito pubblico, anche a livelli molto modesti, per constatare di persona, prima ancora di essere contrastati dal moderatore (cosa che, se si sostengono certe tesi, avviene quasi regolarmente, dovunque si sia invitati a parlare), che il problema non è ovviamente quello di esprimere liberamente le proprie idee (questo si può benissimo farlo, tanto nessuno ascolta), ma semmai essere chiamati a farlo in un contesto culturale talmente condizionato da fare apparire provenienti da un altro pianeta (ed essere trattati, per quanto cortesemente, di conseguenza).

Con questo, il cerchio si chiude, ma all’interno del cerchio non rimangono soltanto pochi malcapitati, ma un intero Paese che oggi è costretto dalla sua cultura dominante a “pensare cooperativo”, a fare continue attestazioni di becero pacifismo in una realtà che è sempre più competitiva e che potrebbe presto diventare anche conflittuale. La logica sequenziale non è uno dei punti di forza né della cultura né del carattere nazionale, ma, se venisse usata almeno una volta, potrebbe forse indurre qualche mente di funzionalità anche non superiore alla media a chiedersi quali vantaggi abbia prodotto, per l’Italia come comunità nazionale, ispirare le proprie logiche ad un “buonismo” di facciata (ché la realtà sottostante – come sappiamo – è alquanto diversa e lascia spazio a fenomeni dove il “cattivismo” malavitoso è, a tutti i livelli, assai diffuso) e ad una concezione irenica del mondo: non granché, si potrebbe dire, vista la nostra caduta a picco in tutte le più importanti classifiche internazionali, a favore di Paesi che molti italiani continuano a considerare (anche se magari, in nome del “politicamente corretto”, si astengono dal dirlo) un’accozzaglia di selvaggi.

Il fatto è che, per “pensare strategico” e per avere una cultura conseguente, occorre immaginarsi come popolo, come Nazione, come comunità di destino, non come un insieme malamente coeso di individui e interessi permanentemente in conflitto tra loro. Occorre avere un’etica della responsabilità e degli obiettivi condivisi. Occorre, in una parola, “fare sistema”, come si dice oggi, con un neologismo che può piacere o meno, ma che comunque rende bene l’idea. Sfortunatamente, poco o nulla di tutto questo sta avvenendo e la cosa non è casuale, ma frutto di crescenti ritardi culturali. Accade infatti che coloro che si ritengono all’avanguardia e che continuano a ripetere – a trent’anni di distanza – slogan che andavano bene (forse) a metà degli anni Settanta, sono ovviamente scivolati in retroguardia, anche se non se ne sono accorti. Se continuano ad avere successo, è perché detengono importanti posizioni di potere e perché i loro slogan di amore e fratellanza universali sono quelli che si sposano meglio con quell’”etica dell’irresponsabilità” che pare esercitare un’attrazione irresistibile su una significativa componente dei nostri connazionali. I fautori dell’”impegno” politico nei roaring Seventies sono diventati oggi fautori di un irenismo e di un “buonismo” che si sposa nel migliore dei modi con la paura di affrontare il mondo (e il mercato) che è tipica di chi sa che da un confronto globale ha tutto da perdere e poco o nulla da guadagnare, da chi non ha voglia di impegnarsi, di lottare, di sforzarsi, e preferisce le piccole certezze di un’esistenza garantita (che avrò per me, mio figlio – ormai è chiaro – non ne avrà alcuna: ecco uno splendido esempio di senso della comunità e della continuità…), di un anonimato, di un rifugiarsi nel cantuccio che sarebbe anche allettante, almeno per qualcuno, se potesse durare in eterno, ma che invece è frutto di un capitale faticosamente accumulato in passato ed ora in via di dissoluzione per eccesso di consumo irresponsabile.

L’”assenza dalla Storia” – il sogno neanche tanto proibito di una parte non trascurabile di italiani – è però un sogno impossibile, perché non ci si può assentare dalla dinamica storica, anche se molti provano seriamente a farlo. Su questo sfondo, la speranza che l’Italia possa cominciare a “pensare strategico” è più di un sogno, è probabilmente un’autentica utopia. Che però, come tutte le utopie, ha quanto meno il merito di indicare obiettivi, di porre traguardi. E ci si può muovere nella sua direzione per piccoli passi, senza traumi particolari, alla sola condizione di voler sottrarsi al nullismo odierno, alle parole d’ordine sbagliate, alle false verità ripetute stancamente come slogan di regimi totalitari. In caso contrario, perdurerà e ovviamente si aggraverà una condizione di vuoto culturale che è soprattutto una condizione di vuoto strategico. Quel che è certo è che, in futuro, o acquisiremo una dimensione internazionale competitiva, e tutti gli strumenti utili a farlo, tra cui una cultura strategica e una militare, o cesseremo letteralmente di esistere e ritorneremo ad essere quell’”espressione geografica” di cui parlava con disprezzo il Metternich. Il vero problema è che questa è probabilmente una prospettiva assai allettante per molti italiani.

Piero Visani

 

NOTE

 

[i] Su Caporetto, si leggano le illuminanti considerazioni di M. SILVESTRI, Caporetto. Una battaglia e un enigma, Mondadori, Milano 1984, in particolare per quanto concerne il “filo rosso” che lega l’”Italia caporetta” a quella dell’8 settembre 1943 e, per molti versi, a quella di sempre.

[ii] In proposito chi scrive, giovane laureando in Storia all’Università di Torino con una tesi di storia militare, all’inizio degli anni Settanta ebbe il privilegio di raccogliere in tal senso la testimonianza diretta di uno dei massimi storici militari italiani, Piero Pieri, ormai molto anziano ma ancora lucidissimo nel riaffermare la propria volontà, quale interventista di Sinistra, di “dimostrare al mondo che gli italiani sapevano battersi”.

[iii] Sul tema, resta fondamentale il saggio di E. GALLI DELLA LOGGIA, La morte della patria, Laterza, Roma-Bari 1996.

[iv] Sul tema si legga l’interessantissimo saggio di E. AGA ROSSI, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943, nuova edizione, Il Mulino, Bologna 1998.

[v] Sono note, ad esempio, le polemiche sulla reale natura dei fatti di Cefalonia del settembre 1943.

[vi] Si leggano, sul tema, le impietose ma in larga misura condivisibili valutazioni di G. ROCHAT, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2005.

[vii] La questione meriterebbe un’indagine a parte. Quello che si può dire in questa sede è che, se il fascismo fosse stato realmente militarista, al di là di qualche modesta esibizione di facciata, avrebbe fatto ogni sforzo per ammodernare le forze armate e, soprattutto, per sottrarle al controllo di un corpo ufficiali ottusamente conservatore, misoneista e, in non pochi casi, professionalmente incompetente.

[viii] Per fare un esempio molto chiaro, si pensi all’interpretazione di uno sport molto popolare come il calcio in due film diversi, ma entrambi piuttosto noti (il secondo addirittura premiato con l’Oscar per il migliore film straniero nel 1992): Fuga per la vittoria (Escape to Victory) di John Huston (1981) e Mediterraneo di Gabriele Salvatores (1991). Nel primo, il calcio è uno strumento con il quale dei combattenti, per quanto in misura largamente prevalente civili in uniforme e non soldati di professione, cercano di ridicolizzare il nemico e al tempo stesso di farne uno strumento per sottrarsi alla prigionia; dunque è un mezzo, non un fine. Nel secondo, il calcio è la rivendicazione dell’identità nazionale: nel mezzo di una bufera planetaria, la partitella (neppure una partita regolare in uno stadio vero, come nel film precedente) in un campetto di fortuna di un’isola greca è il modo per riconoscersi, per affermare (sic) un sé, per trasmettere al mondo il messaggio: “gli altri facciano pure le guerre, noi ci facciamo la partita” e – quel che è peggio – ci riconosciamo come tali solo quando la facciamo. Qui dunque il calcio è un fine, non un mezzo; è il punto di convergenza di un’identità fragile, è l’esteriorizzazione dell’irresponsabilità più totale.

[ix] Su questo sfondo, la vicenda di Fabrizio Quattrocchi e della sua nobilissima rivendicazione a “far vedere come muore un italiano” si pone a livelli di altezza tali da risultare gravemente stridente con il resto. Il che ne accresce ovviamente la portata.

[x] Su Adua e la mancanza di preparazione e di professionalità che già in quella circostanza (ma c’erano illustri precedenti come Custoza e Lissa nel 1866) venne palesata dalla classe militare italiana, si veda D. QUIRICO, Adua. La battaglia che cambiò la storia d’Italia, Mondadori, Milano 2004.

[xi] Il tema in questione è sostanzialmente tabù nel nostro Paese, per cui, essendo chi scrive uno dei pochi che ha cercato di svilupparlo, per altro in semiclandestinità, è purtroppo costretto a ricorrere all’autocitazione: cfr. P. VISANI, Forze Armate, mass media ed opinione pubblica nell’Italia attuale. Cause e problemi di un difficile rapporto, Roma 1994

La cappa, di Piero Visani

La cappa

da https://derteufel50.blogspot.com/2018/11/la-cappa.html?spref=fb&fbclid=IwAR1Q1oyDyb6lv3L-sF04SigW6nuSOYGFEICVOtUEv0b6D3xd0jZWxmu0s4c
       I discorsi del presidente Mattarella in occasione del 4 Novembre e non pochi altri interventi di esponenti della casta politico-culturale che ancora grava su questo sfortunato Paese hanno avuto la splendida peculiarità di illustrare con estremo vigore quanto grande si sia fatto il distacco tra “Paese legale” e “Paese reale”.
       Da una parte, il “Paese legale”, con i suoi stanchi e sempre più vuoti riti, il suo cattocomunismo d’accatto, le sue cerimonie da sacrestia, i suoi sepolcri imbiancati, le sue mummie, le vittime delle guerre e le vittime di certe contiguità (à la Emanuela Orlandi…), il suo universo di (dis)valori in cui ormai si riconoscono in sempre meno, anche se quei sempre meno hanno occupato militarmente la società civile, mentre quelli che in teoria avrebbero dovuto loro opporsi gli facevano semplicemente il verso, presi in questioni di veline e olgettine, e di affari più o meno leciti.
        Dall’altra, il “Paese reale”, quello delle nostre famiglie, dei vostri nonni e di mio nonno, preso prigioniero durante la Strafexpedition del 1916 ma sufficientemente onesto, dopo due anni di prigionia in un Paese nemico come l’Ungheria, da riconoscere che la popolazione ungherese, pur ridotta alla fame dal blocco navale praticato dagli Stati dell’Intesa contro gli Imperi Centrali, era umana al punto da risultare capace di dividere il pochissimo che aveva con i prigionieri italiani.
       Quel “Paese legale” ormai esiste SOLO per coloro che ne fanno parte e le sue stracche giaculatorie sembrano figlie di un’altra epoca a molti di coloro che sono costretti ad ascoltarle, con crescente, insostenibile disgusto. Ai più acculturati sotto il profilo filmico, sembra di stare dentro “La notte dei morti viventi”. Ai più acculturati sotto il profilo politico-culturale, non posso dire che cosa sembra, perché non intendo beccarmi una querela.
       E i milioni di cittadini del “Paese reale”, quando sentono le note de “La canzone del Piave“, si emozionano, si commuovono, gioiscono, perché sanno che quella guerra terribile fu il completamento della nostra unificazione nazionale. I “sepolcri imbiancati”, per contro, non riescono ad emozionarsi di niente e per niente, ma non è che di morti, guerre e uccisioni non se ne intendano, come cercano di farci credere.
      La cappa metapolitica che grava sull’Italia, tuttavia, è ai suoi colpi di coda, anche se molti devono ancora comprendere che, se non si crea una narrazione alternativa a quella dominante, i progressi verso questo inevitabile cambiamento saranno più lenti di quanto si possa auspicare. Ma i tempi stanno cambiando, e i NEMICI DELLA VITA non riusciranno a fermare questo processo, anche se faranno ogni sforzo per ritardarlo.
                   Piero Visani
 
 

GUERRA ECONOMICA, di Piero Visani e l’arma economica in occidente di stratpol

UNA CHIOSA TEORICA E UNA RICOSTRUZIONE SUL CAMPO. La traduzione, per mancanza di tempo, è basata su di un traduttore. Appena possibile saranno corretti gli errori più vistosi_Giuseppe Germinario

Guerra economica

       E’ del tutto evidente, per chi non è (o  non vuole essere…) cieco, che ci stiamo addentrando vieppiù in un profondo scenario di guerra economica. Chi scrive non ha competenze al riguardo per esprimere pareri, ma sa bene che la guerra è, innanzi tutto, un confronto di forze morali, per le quali è comunque preferibile trovare delle baionette (o surrogati attuali).
       In secondo luogo, tale guerra deve essere accompagnata da tattiche e strategie di movimento, non statiche, per mostrare al nemico volti costantemente nuovi e capaci di rinnovarsi.
       In terzo luogo, ogni strategia seriamente definibile come tale ha bisogno di alleati, perché il “fare da sé” può essere bellissimo, ma non quando si è deboli. Ne consegue che una guerra di movimento – che spesso e volentieri potrebbe diventare guerriglia, perché, stante la nostra condizione di asimmetria, occorre ricorrere alla tattica tradizionale dei più deboli – deve cercare continuamente alleati e alleanze, in forma scoperta quando lo si vuol far sapere al nemico e in forma coperta quando gli si vuol fare male, e molto.
       Una condotta operativa del genere richiede la massima flessibilità e la massima mancanza di scrupoli, perché è una lotta per la vita, di una Nazione e di un popolo.
       Non credo che questi concetti siano ancora chiari, a molti che pur militano sul medesimo versante politico, ma è in un’ottica di guerra economica che occorre riuscire costantemente a muoversi, esattamente come fa il nemico. Ogni altra scelta non è sufficiente, anche se – a livello di linguaggio – occorre pure sviluppare un’adeguata strategia mediaticacom’è ovvio volutamente tranquillizzante. Al terrorismo dei mercati e dell’Eurolager si risponde con una “forza tranquilla” in superficie e con il contro-terrorismo sotterraneo.
 
                        Piero Visani

Il campo occidentale alla prova dell’arma economica: le lezioni del CoCom

 18 agosto 2018 STRATPOL

Appena la Repubblica federale di Germania ha formalizzato la costruzione del controverso gasdotto Nord Stream 2 16 maggio 2018, che la Polonia e gli Stati Uniti hanno sorprende espresso la loro opposizione a questo progetto. Questo gasdotto, che si estenderà sotto il Mar Baltico per 1.200 chilometri per collegare la Russia alla Germania, dovrebbe fornire a questi ultimi una fornitura di 55 miliardi di m³ di idrocarburi russi all’anno, evitando che la Russia debba pagare le tasse di transito in Ucraina e Polonia. Le autorità tedesche hanno dato il via libera al progetto nel marzo 2018, seguito dalla Finlandia in aprile, i lavori sono iniziati a maggio nella città di Lubmin.

I rappresentanti polacchi e statunitensi hanno reagito con prevedibile ostilità a questo progetto denunciandolo come una ”  minaccia alla stabilità europea  “. Così, l’incontro tra il Ministro degli Affari Esteri polacco, Jacez Czatupowitc e il Segretario di Stato Mike Pompeo 21 Maggio 2018 è stata l’occasione per la Polonia di affrontare l’argomento in particolare per garantire una possibile pressione americana su imprese europee coinvolte nella costruzione del gasdotto 1 dopo che il rappresentante degli Stati Uniti in Ucraina, Kurt Volker , ha espresso l’intenzione degli Stati Uniti di utilizzare questi metodi.

In un contesto di crescenti tensioni con la Russia sotto sanzioni e contro la possibilità di ricorrere alla rappresaglia economica americana, è necessario mettere in discussione l’esecuzione dell ‘”arma economica” alla luce di esperienze precedenti. Quindi questo articolo si concentrerà su un soggetto frainteso della guerra fredda e cioè Coordinamento Comitato per i controlli multilaterali esportazioni (COCOM) Questa organizzazione, fondata nel 1949 e collegato a un allegato dell’ambasciata degli Stati Uniti a Parigi, è stato il Il risultato di accesi dibattiti tra le potenze occidentali per controllare i trasferimenti tecnologici al blocco socialista che dipendeva da loro.

Questa politica di ” contenimento economico” e il suo strumento principale, il CoCom, sono stati mantenuti in varia misura durante la Guerra Fredda fino all’Intesa di Wassenaar nel 1994 e avrebbero pesantemente coinvolto gli Stati Uniti e i loro alleati in La NATO, non senza continue polemiche; la questione di una questione delicata e di ampia portata: gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero permettersi di commerciare con l’Unione Sovietica?

Se la domanda non fosse mai unanime tra le parti interessate negli Stati Uniti, potrebbe ancora meno tra i membri della CoCom.

Una strategia volta a moderare i sovietici per alcuni, oa rischiare di ”  vendere la corda  ” per gli altri, ogni paese del CoCom implementerà gradualmente la propria concezione di questo commercio secondo le sue percezioni sulla sicurezza nazionale durante la Guerra Fredda.

La presente analisi si concentrerà su questi due estremi tra i quali il CoCom si è trovato tirato durante gli anni ’80 in un contesto di “guerra fresca” caratterizzato dal desiderio degli Stati Uniti di riprendere la lotta contro il comunismo sotto la guida del presidente Ronald Reagan.

 

Commercio I / Est-Ovest, tra apertura e confronto

La lotta ideologica tra il campo occidentale e il blocco orientale durante la guerra fredda non ha consacrato un’interruzione nelle relazioni commerciali. L’equilibrio del potere era prima facie a favore degli occidentali. Infatti, qualunque sia i fautori dei miracoli del mito dell’economia socialista, la Russia sovietica ha sempre mostrato una dipendenza pronunciato nei confronti di tecnologie occidentali che erano essenziali per il suo sviluppo come è stato dimostrato diversi studi, i più notevoli sono quelli del professor Antony Sutton 2 .

Ad esempio, negli anni ’20, la NEP 3 ha permesso l’apertura di 350 concessioni in Unione Sovietica incoraggiare la creazione di società occidentali la cui capitale tecnologico è stato il principale, se non l’unico fattore ripresa economica di questo paese devastato dalla guerra civile. Le concessioni furono poi rimosse da Stalin per ricorrere a “accordi di assistenza tecnica” che concedevano ad alcune aziende occidentali l’opportunità di contribuire con il loro know-how per aiutare la realizzazione di importanti progetti industriali nell’Unione Sovietica. Il periodo del rilassamentosegnata da un allentamento delle tensioni e da un allentamento dei controlli, è stata un’opportunità per i sovietici di acquisire una moltitudine di tecnologie occidentali a vantaggio del loro potenziale economico … oltre che militare.

Come è stato una volta così ben riassunto il professor Carroll Quigley: ”  Aziende come la Russia sovietica, che, per mancanza di tradizione scientifica, ha dimostrato basso creatività tecnologica, che comunque possono essere una minaccia per la civiltà occidentale con l’uso su una scala immensa, una tecnologia quasi interamente importata da questa stessa civiltà occidentale  ” 4 .

Una breve descrizione dei principali settori militari sovietici che hanno beneficiato dei trasferimenti di tecnologia occidentali lo appoggerebbe, oltre a stabilire il fallimento della CoCom e le speranze di pace alla vigilia della presidenza Reagan:

La flotta sovietica, il più grande del mondo, è stato fatto fino al 60% delle navi costruite in Occidente, come l’80% dei loro macchinari 5 . Le tecnologie sono state ottenute da Burgmeister & Wain di Coppenaghen e Litton Industries 6 . Erano alcune di queste barche che trasportavano i missili a Cuba e fornivano equipaggiamento a Haiphong. 7

L’industria automobilistica è stata eretta con l’aiuto di aziende occidentali, come Fiat e Ford tra i 30 ei 60 anni 8 . Alcuni veicoli militari, il plagio dei modelli occidentali, furono usati in Afghanistan e contro lo sforzo bellico americano in Vietnam.

missili sovietici posizionati in Europa hanno tratto grandi benefici da un know-how occidentale oltre a quella della società statunitense Bryant di serraggio Grinder società i cui cuscinetti a sfera hanno aumentato la precisione degli attacchi sovietici e la minaccia che rappresentavano per la sicurezza europea 9 .

Avremmo potuto aggiungere a questo equilibrio i settori agricolo e chimico, ma questi dati sono sufficienti per stabilire che il commercio con l’Unione Sovietica, che alcuni avevano promosso nell’ottica “per ammorbidire” i sovietici, aveva gli effetti opposti: il L’Occidente non ha comprato la pace piuttosto “ha venduto la corda 10 “. Considerando i molti sforzi legali e informali che i sovietici hanno fatto per ottenere la tecnologia, è stato per rimediare ad una vera e propria emorragia tecnologica in Occidente che Reagan voleva rimescolare la CoCom, i cui insuccessi richiedevano certe rettifiche.

Dato bisogno di questo ossessivo i sovietici in tecnologie occidentali potrebbero essere facilmente tentati di Antony Sutton ha concluso che un trasferimento puro e radicale tecnologia di blocco potrebbe contribuire a porre le ginocchia URSS e accelerare la fine della così Guerra Fredda. Tuttavia, questa visione è ideale perché il controllo delle tecnologie implicava considerazioni multiple che trascendevano il semplice uso della coercizione o di altre misure draconiane.

 

II / Orientamenti americani alle contraddizioni occidentali

Il controllo delle esportazioni è un’iniziativa prevalentemente americana. Agli albori della guerra fredda l’usèrent Stati Uniti per fare pressione l’Unione Sovietica attraverso il ”  Control Act  ” nel 1949, ponendo le merci esportate sotto controllo, ma anche a ovest con la ”  Battaglia Act  » nel 1951 causando la perdita della protezione americana in caso di scambi con il blocco socialista. E ‘in questo contesto qu’apparu CoCom 11 , spesso paragonato a un “club” non è basata su alcun trattato o accordo e dipendente dalla buona volontà degli Stati membri di disciplinare le transazioni di tecnologia verso l’URSS, i paesi del Patto di Varsavia e della Cina popolare.

Il COCOM ha stabilito tre elenchi di merci soggette a licenza: munizioni, beni nucleari e proprietà “a doppio uso”, fornendo opportunità per le “vendite eccezionali” 12 . Infine, operando su due concetti anglosassoni di guerra economica tra cui ha alternato come necessario, ossia la leva ( ”  leva” ) e ”  Linkage  ” 13 , il primo di sfruttare un vantaggio economico politicamente, mentre che il secondo è usare le azioni economiche per fare pressione su un obiettivo.

Il controllo americano sui paesi europei fu certamente ben consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale quando erano troppo esangui per potersi permettere di rischiare di perdere la protezione americana, ma come fecero la loro ripresa economica, essi ottenuto un margine di manovra risultante in diverse lacune.

Ogni paese membro aveva il proprio concetto di commercio est-ovest e una legislazione commerciale che non era necessariamente in linea con le linee guida statunitensi.

Così la Francia, capitale delle simpatie mondiali verso il comunismo, ricorse al commercio est-ovest per affermare la propria sovranità e distinguersi dall’egemonia americana. Il commercio con l’Oriente godeva di un ampio consenso e la comunità degli affari poteva contare sulla benevolenza dello stato. Se la tendenza era lassista fino al 1981, la Francia, pur rafforzando i suoi controlli, ha conservato la preoccupazione per la sua sovranità.

Il Regno Unito, con le sue tradizioni commerciali, si impegnò negli scambi con l’Oriente per soddisfare le sue esigenze economiche interne. Tuttavia, l’arrivo di Margaret Thatcher nel 1979 segnò una sottomissione alla politica di controllo americana.

Il FRG era l’anello debole della CoCom. Ciò è dovuto al fatto che il suo commercio con la RDT non è stato considerato come commercio estero e ha causato perdite di tecnologie non controllate dalla CoCom.

Infine, il Giappone si distinse per il suo lassismo. La legge prevedeva la libertà di esportazione ei controlli erano riservati alle società sul suolo giapponese senza estendersi alle loro controllate estere.

Figura: Il commercio dei paesi membri del COCOM con l’URSS e nei paesi del Patto di Varsavia (fonte: RHOADES WE; COCOM, il trasferimento di tecnologia e il suo impatto è la sicurezza nazionale; Calhoun: La NPS istituzionale archivio; 1989; p.127)

Grazie alla sua natura informale, le decisioni prese nel CoCom ha erano di alcuna forma vincolante nei confronti degli Stati membri sono liberi di attuare le misure di CoCom a loro piacimento. Così due concezioni opposte del blocco: la sicurezza (stabilire controlli stabili) e le sanzioni (secondo iniziative sovietiche) 14 . Gli Stati Uniti si alternano opportunisticamente tra i due ma non sono ancora d’accordo con i suoi alleati. Se si può presumere che vi era consenso per il controllo delle esportazioni di tecnologie strategiche (non senza riserve dai paesi europei), il problema principale è la definizione di “strategica”.

Gli elenchi dei beni da porre sotto controllo possono dunque essere unanime tra i membri del COCOM, gli americani a seguito di un approccio senza compromessi, ha voluto limitare il commercio attraverso le liste espanse, mentre proattive europei preferivano conservare i loro legami commerciali con la È con liste di controllo limitate.

Entrambe le parti spesso proceduto a reciproche accuse di ipocrisia, gli europei che vogliono difendere i loro interessi economici in Oriente e non esitando a mettere in discussione le linee guida COCOM in qualsiasi invasione di esso sul loro sovranità. Gli americani erano sotto pressione dai loro industriali, che si sentivano offesi dai loro concorrenti europei con restrizioni più flessibili dai loro rispettivi paesi.

Questi elementi evidenziano un doppio paradosso derivante da una dipendenza reciproca: l’URSS, sebbene fortemente dipendente dalle tecnologie occidentali, è riuscita a tenere il passo con il campo occidentale, mentre l’altra metà Gli industriali occidentali, benché esposti alla minaccia sovietica, continuarono a perseguire o addirittura difesero il commercio di tecnologia con il blocco dell’Est mostrando una riluttante riluttanza a qualsiasi ingiunzione americana o interferenza nelle loro attività economiche.

Un’osservazione che chiama seriamente a relativizzare i concetti liberali ispirati a Montesquieu per cui ” l’effetto naturale del commercio è portare la pace ” …

III / False speranze di rafforzare i controlli

Quando Reagan assunse la presidenza nel 1981, il deterioramento delle relazioni USA-URSS era già stato consumato da Carter. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979 suonò la campana a morto della distensione e gli Stati Uniti reagirono prendendo alcune misure repressive.

Nel 1979 è stata promulgata l’Export Administration Act (EAA) la concessione al presidente il diritto di ispezionare sulle esportazioni seguita da un embargo sul grano nel 1980. La politica di Reagan iscritti a questa tendenza, notando il fallimento del ” commerciare e progettare un nuovo approccio al commercio est-ovest da imporre ai membri della CoCom. Ciò era in linea con le raccomandazioni fatte nel 1976 dal “Rapporto Bucy” 15 che insistevano sul controllo prioritario e selettivo sulle tecnologie “a duplice uso” e limitando l’accesso alla tecnologia statunitense ai membri della CoCom. La procedura si conforma anche all’approccio del Consiglio di sicurezza nazionale(NSC) sostenendo un rafforzamento del COCOM, la necessità di convincere gli alleati dei meriti di controllo delle esportazioni, l’azione collettiva e l’aderenza Est di etica aziendale del West 16 .

La guerra economica sembrava essere un’opportunità in quanto alcuni osservatori percepivano nell’URSS la premessa di un collasso economico; il rifiuto del trasferimento tecnologico potrebbe quindi esacerbare questa fase declino e curva URSS verso compromesso in termini di consumi e investimenti, gli effetti potrebbe essere combinata con la corsa agli armamenti, causando l’URSS il knockout 17 .

Questa strategia viene dalla prospettiva americana che i contributi tecnologici al settore industriale sovietico traggono beneficio indiretto dal settore militare 18 , un concetto che rompe con la ”  compartimentalizzazione” adottata da altri paesi della CoCom per i quali il settore militare è indipendente dalle tecnologie civili dal settore economico 19 . Per quanto riguarda gli alleati, gli Stati Uniti alterneranno due tendenze: i “multilateralisti” e gli “unilateralisti”, ciascuno dei quali difende una posizione distinta all’interno del CoCom e che ispirerà l’approccio da seguire in caso di due grandi crisi

Il primo è la costruzione del gasdotto Urengoy, certamente l’esempio più rappresentativo di una gestione disastrosa di embargo multilaterale dopo un’iniziativa unilaterale.

In risposta ai disordini che si sono verificati in Polonia nel 1980, Reagan fa le sue minacce e ha deciso nel dicembre 1981 di sospendere tutte le licenze di esportazione di beni e componenti destinati a garantire la costruzione di un gasdotto siberiano 20 . Era necessario, tuttavia, obbligare i membri della CoCom a seguire questo passo. Il 18 giugno 1982 il divieto è stato esteso alle filiali di società statunitensi e alle società straniere che producono attrezzature con licenza. Ciò aveva portato alla tensione con i membri europei dei paesi COCOM cui società sono penalizzati dalla extraterritorialità di una decisione degli Stati Uniti, soprattutto perché vedono Reagan paradossalmente sollevare l’embargo sul grano 21a vantaggio dei fornitori statunitensi. I governi francese e britannico apertamente incitato le loro imprese per ignorare le linee guida di Reagan e vis-à-vis il COCOM, costringendo il presidente degli Stati Uniti di revocare l’embargo nel novembre 1982. Il gasdotto alla fine saranno costruite a beneficio della URSS.

Diverse conclusioni da trarre da questa esperienza: possiamo considerare questo incidente come prova che l’unilateralismo degli Stati Uniti ha fallito, piuttosto che ottenere il sostegno degli alleati, gli americani riuscirono a alienarli, in quanto considerate alcune variabili (dipendenza dal gas sovietico, interessi economici) come precedenza sui loro obblighi nei confronti della CoCom.

Poiché l’unilateralismo si è rivelato inadeguato alla fine di questa crisi, l’amministrazione Reagan è stata spinta al multilateralismo per rafforzare, non senza difficoltà, la CoCom dopo il 1982.

Gli Stati Uniti hanno presentato un triplice progetto alla CoCom: ampliare le liste di controllo, rafforzare le sanzioni e rafforzare la struttura istituzionale della CoCom. Gli europei erano pronti a condurre una guerra economica solo se i prodotti interessati erano di importanza militare. Così, all’incontro del 1982, 58 dei 100 prodotti proposti dagli americani furono aggiunti agli elenchi. Inoltre, l’anno successivo l’applicazione diretta dei controlli per i 10 beni prioritari soggetti a diversione e nel 1984 il divieto di esportazione di determinate apparecchiature di comunicazione.22 .

Sebbene questo sviluppo multilaterale della CoCom abbia sollevato crescenti denunce da parte dei funzionari sovietici, questo successo relativo deve essere qualificato per determinati motivi: questi rinforzi sono limitati all’interno dei confini occidentali e sono accompagnati dalla persistente riluttanza degli europei ; gli Stati Uniti hanno rinunciato all’unilateralismo, sono stati costretti a lottare con i partner disposti a seguire le nuove procedure nel lungo termine in cui nuove denunce da loro che hanno ricevuto i freni per la riesportazione di tecnologia degli Stati Uniti come una violazione delle leggi internazionali. Questi controlli interni hanno infine indebolito la volontà dei paesi della CoCom di cooperare, con europei e giapponesi che percepivano le ambizioni unilaterali unilaterali degli americani.

I difetti di questa nuova impostazione verranno scoperti presso lo scandalo Toshiba-Kongsberg nel 1987. Entrambe le società sono state vendute ai sovietici macchine utensili in licenza essenziale per la modernizzazione delle loro sommergibili nucleari di sicurezza più compromettente Europa occidentale 23 . In risposta, il Senato degli Stati Uniti, con l’ emendamento Garn, ha richiesto la chiusura del mercato statunitense a tutte le società che non rispettano le normative di CoCom come sanzioni. Paradossalmente, questa misura è stata sconfessata dall’amministrazione Reagan, che temeva che i paesi europei applicassero le stesse restrizioni alle rappresaglie delle compagnie americane. Inoltre, una tale iniziativa unilaterale avrebbe solo compromesso la CoCom 24 . La via multilaterale doveva essere favorita in cooperazione con il Giappone e la Norvegia. Le sanzioni contro Toshiba e Kongsberg-Vapenfabrik sono state efficacemente implementate in aggiunta al crescente impegno del Giappone nel controllo delle tecnologie sensibili.

L’entità di questa crisi ha portato gli altri membri della CoCom a rafforzare la loro cooperazione con gli Stati Uniti nella CoCom. Questo cambiamento potrebbe essere incoraggiante se tra il 84 e il 89, il FRG non ha violato i suoi obblighi girare consentendo al Imhausen-Chemie per costruire impianto chimico in Libia trascurando di presentare i propri prodotti per il controllo CoCom con la silenziosa complicità delle autorità federali tedesche …

L’avvento al potere di Gorbaciov e allentare le tensioni con gli Stati Uniti completeranno la spesa sarà a convincere Reagan nel 1986 per allentare la sua politica di controllo.

Conclusione: da Ronald a Donald

L’esperienza della CoCom è edificante nel contesto attuale poiché ci consente di mettere la leadershipamericana in prospettiva tra i suoi alleati economici. Se il dominio americano militare e diplomatico rimane una costante oggi nella NATO, il dominio economico è il tallone d’Achille di questa supremazia. È proprio a livello economico che tutta l’eterogeneità del campo occidentale ci viene rivelata alla luce del giorno, ogni paese membro ha specifiche specifiche economiche divergenti su cui gli interessi americani possono inciampare.

Donald Trump, che ha preso le funzioni presidente degli Stati Uniti nel 2016, si trovano di fronte alcune sfide che si affacciava il suo predecessore Reagan. Se l’uso di sanzioni economiche contro la Russia è stata applicata dopo l’annessione della Crimea alla Russia nel marzo 2014, i risultati contrastanti o addirittura controproducente ottenuto non discutere a favore di questa politica. Le relazioni economiche sono intrinsecamente reciproca, le sanzioni sono spade a doppio taglio che possono portare a un punto morto 25

Pertanto, la parte occidentale dell’Unione europea, in particolare la Germania, è più preoccupata di preservare le sue relazioni economiche con la Russia e di conseguenza meno incline ad appoggiare tutte le direttive di Washington.

Di fronte al gasdotto Nord Stream 2 , gli americani possono contare sul sostegno dei paesi membri dell’Europa dell’Est della Three Seas Initiative 26 i cui interessi, come riconosciuto dal generale L. Jones del Atlantic Council , sono ”  più in linea con la percezione americana del mondo rispetto ai nostri tradizionali alleati nell’Europa occidentale  ” 27 .

Anche se gli Stati dovessero cooperare in una politica di boicottaggio contro la Russia, la comunità imprenditoriale che è stata impiantata lì probabilmente esprimerà la sua disapprovazione.

La Russia è un caso speciale nell’approccio alle politiche di guerra economica. Qualunque cosa fosse, secondo Lenin, ”  un semi-coloniale capitalismo monopolista  ” nei giorni di zarista o ”  mercato vincolato  “, secondo Antonio Sutton sotto il comunismo. Questo paese, paradossalmente, sapeva sempre come organizzare questa dipendenza economica e tecnologica pronunciata verso l’Occidente tra i suoi beni fino a renderla reciproca.

Le prospettive economiche offerte dalla Russia e la sua posizione ineludibile sul mercato mondiale susciteranno inevitabilmente l’interesse dei giocatori stranieri che saranno guidati da un irresistibile desiderio di ritorno sugli investimenti. Più capitale dedicherai alla Russia, più saranno riluttanti a qualsiasi politica di sanzioni che renderà la Russia insolvente e metterebbe a repentaglio i loro profitti.

Pertanto, come per il gasdotto Urengoy, nulla può garantire l’annullamento della bozza di Nord Stream 2prevista per il 2019, soprattutto perché gli sforzi degli Stati Uniti per ottenere la cancellazione di Nord Stream 1 nel 2012 non hanno avuto successo.

Come ai tempi della CoCom, non vi è inoltre alcuna garanzia che la minaccia di sanzioni nei confronti di società coinvolte in progetti con la Russia potrebbe dissuaderli dal continuare le loro attività, soprattutto perché questo provvedimento è stato già bruscamente ripudiato da le proteste di Germania e Austria a giugno 2017.

Dovrebbe prendere in considerazione i risultati contrastanti della CoCom sotto Reagan non invitare Trump più circospezione nella tentazione dell’uso dell’arma economica contro la Russia di Putin?

 

Hedi ENNAJI

 

Bibliografia selettiva:

  • BERTSCH GK (sotto la direzione di); Controllo del commercio est-ovest e trasferimento tecnologico, potere, politica e politiche; ed. Duke University Press; 1988; Georgia; 508 p.
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  • LACHAUX C., LACORNE D., LAMOUREUX C .; L’arma economica; ed. Fondazione per gli studi di difesa nazionale; al. Le 7 spade; Paris; 1987; 406 p.
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Ripensare la politica ripensando la guerra – 2a parte, di Piero Visani

Ripensare la politica ripensando la guerra – 2

https://derteufel50.blogspot.com/2018/10/ripensare-la-politica-ripensando-la_18.html

http://italiaeilmondo.com/2018/10/17/ripensare-la-politica-ripensando-la-guerra-1-di-piero-visani/

       La concezione europea del mondo è stata, per secoli, di natura sostanzialmente polemologica. In essa, la guerra non è stata intesa come un fenomeno patologico. Per quanto non piacevole, né desiderabile, né augurabile, la guerra ha sempre fatto parte del reale (di ciò che è reale). Tuttavia, se si ammette che la guerra faccia parte del reale, si deve contemporaneamente ammettere che essa è relativa, poiché il reale, nella sua costante mutevolezza e particolarità, non conosce l’assoluto. In altre parole, riconoscere nell’esistenza un perpetuo confronto di contrari significa parimenti riconoscere la possibilità di una loro conciliazione: l’avversario, infatti, è tale soltanto momentaneamente e il fatto che lo si affronti non significa che si voglia annientarlo; è sufficiente sconfiggerlo (7).
       All’interno di questa logica, non può esistere un nemico assoluto, ma soltanto un nemico relativo, la cui designazione costituisce certo il presupposto della politica, ma con il quale una composizione pacifica è sempre possibile, alla luce di un perpetuo divenire che muta continuamente le situazioni.
       Quest’universo di valori fu sconvolto dal leninismo, con la sua definizione del nemico come nemico assoluto e con la sua teoria dell’ostilità generale e permanente anche in tempo di pace, al punto da creare uno stato di guerra anche in assenza formale di conflitti. A sua volta, Carl Schmitt seppe definire nel modo più lucido i caratteri di conflittualità che costituiscono il presupposto stesso della politica, elaborando una teoria spesso rifiutata a parole da chi la praticava, ma sempre ampiamente riscontrabile nei fatti.
       Se oggi si ritorna a riflettere criticamente su questi concetti, ciò non avviene però soltanto perché la situazione internazionale fa incombere minacce di guerra (8), ma soprattutto perché si avverte ogni giorno di più la necessità di ripensare la politica ripensando la guerra, rivedendo cioè quel principio di conflittualità che sta alla base della politica stessa e sulla cui esistenza molti paiono concordare, anche in quelle fasce culturali un tempo assai caute al riguardo.
       Punto di partenza comune dovrebbe essere – a nostro parere – l’accettazione del principio della natura conflittuale della politica, secondo la classica impostazione schmittiana. Posta la distinzione tra amico e nemico, e individuato concretamente quest’ultimo, si dovrebbe riflettere sui contenuti di ostilità di cui fare oggetto il nemico stesso. Le scelte possibili sono – come sappiamo – sostanzialmente due: fare oggetto il nemico di un’inimicizia relativa oppure assoluta.
       A questo punto, ci pare opportuno ricordare che stiamo parlando dei contenuti di conflittualità della politica e non, tout court, della guerra. Ciò premesso, non crediamo si possa condividere la forte carica di manicheismo presente nell’inimicizia assoluta. Se è vero, infatti, che i contrasti di fondo tendono inevitabilmente ad ascendere verso gli estremi, a trasformarsi in lotte senza esclusione di colpi in cui l’obiettivo finale non è la sconfitta ma l’annientamento fisico dell’avversario, non è meno vero che l’attitudine mentale che sta alle spalle di quest’atteggiamento affonda le sue radici in tutte quelle ideologie che sono inclini a far prevalere il giudizio morale su quello politico, la carica emozionale e il manicheismo che inevitabilmente ne discende su una pacata e realistica valutazione delle circostanze. Da ciò, demonizzazione dell’avversario, individuato propagandisticamente come incarnazione del Male e suo annientamento da parte delle forze del Bene, a ciò legittimate dal fatto stesso di considerarsi (più che veramente essere, ammesso e non concesso che lo si possa…) tali. La storia del Novecento è tragicamente piena di esempi di questo genere e non vale la pena citarli ancora una volta. Ci pare tuttavia indispensabile sottolineare come, nella più parte dei casi, essi siano stati frutto della perniciosa contaminazione – operata da alcune ideologie – tra morale e politica, e della conseguente tendenza delle stesse ad operare in nome dell’umanità, trasformando i conflitti tra Stati o il tradizionale agone politico (entrambi retti da regole precise e codificate) in un’unica guerra civile internazionale, con tutte le conseguenze del caso. Molto meglio, quindi, la dosata carica di ostilità contenuta nell’inimicizia relativa, nel contrasto tra forze e Stati che concepiscono la politica e la guerra come “gioco”, con regole codificate e nel quale è concepibile soltanto la sconfitta, non certo l’annientamento dell’avversario, al quale sono riconosciuti tutti i crismi della legittimità e il diritto di rovesciare, un giorno, i rapporti di forza esistenti.
       E’ noto che, per secoli, la guerra e lo stesso conflitto politico si sono svolti in genere in conformità a una logica che prevedeva la sconfitta più che lo sterminio dell’avversario. Non che siano mancate eccezioni anche di rilievo, ma la tendenza di fondo era quella. Tuttavia, se davvero si vuole ripensare la politica ripensando la guerra (o meglio il conflitto e i principi che lo reggono), non si può negare che i toni smorzati dell’inimicizia relativa sono i più validi soltanto a condizione che non siano fittizi, cioè a condizione che implichino davvero l’accettazione del divenire storico e non costituiscano una mera facciata formale, dietro la quale si celi l’immobilismo più assoluto. Ci spieghiamo: la conflittualità politica intesa come “gioco” può anche diventare un “gioco sporco”, i cui partecipanti sono tutti d’accordo, rappresentano aspetti diversi delle medesime istanze e dei medesimi interessi, ma fingono di essere in contrasto tra loro per dare una patina di legittimità al loro agire e giustificano l’esistenza stessa di un “gioco” politico in realtà solo apparente. In tal caso, anche la dichiarata conflittualità è puramente formale e i gruppi avversi sono al contrario legati da una sostanziale solidarietà, che li rende egemoni della vicenda politica e profondamente interessati alla conservazione di tale egemonia. In tali condizioni, parlare di inimicizia relativa diventa ridicolo, poiché in realtà siamo in presenza di una solidarietà assoluta e attivamente operante a scapito di tutte quelle forze che sono rimaste (o sono state) escluse dai gruppi che egemonizzano il sistema politico e intendono congelarlo sui rapporti di potere esistenti.
       Certo, una genuina inimicizia relativa sarebbe ancora possibile, anzi auspicabile se, come nei secoli passati, le linee di conflitto coincidessero con i confini degli Stati nazionali e all’avversario esterno (“straniero”) fosse riconosciuta non solo la possibilità di avere interessi diversi dai nostri, ma anche il diritto di difenderli nell’ambito di un’organizzazione statale da noi riconosciuta. Ma quest’articolazione – che è stata un vanto del diritto internazionale – è ancora oggi possibile nell’ambito di una realtà tanto mutata, in cui esistono forze, ideologie e interessi sovranazionali, e in cui lo stesso concetto di sovranità è ormai applicabile – nelle sua forma originaria – solo a pochissime grandi potenze? Crediamo di no e riteniamo sia indispensabile trarne le inevitabili conseguenze. Queste non possono che strutturarsi come segue: no all’inimicizia relativa perché, a causa della natura delle relazioni internazionali, essa è ormai impossibile sul piano esterno e fittizia su quello interno (almeno nelle forme in cui si è finora manifestata); ma parimenti no all’inimicizia assoluta, poiché non è possibile condividere il manicheismo e il desiderio di assoluto in essa impliciti. Al contrario, sì – nella definizione del contenuto di conflittualità che costituisce l’indispensabile presupposto della politica – all’identificazione di un nemico reale, contro il quale far convergere un’inimicizia altrettanto reale.
       Chi è il nemico reale? In sostanza, è il nemico relativo di un tempo, valutato – con una ben superiore dose di spegiudicatezza – alla luce delle nuove realtà della politica. E’ un nemico oggetto di un’inimicizia reale, ma altresì relativa, non assoluta, perché con esso – anche se il conflitto è tutt’altro che fittizio – la composizione è sempre possibile, in quanto non è considerato in sé intrinsecamente malvagio e dunque da annientare, ma soltanto mosso da interessi diversi e contrastanti, dunque al più da sconfiggere, in un’ottica che però non esclude affatto la possibilità di una sua vittoria, nell’ambito di una concezione (e di un sistema) di alternanza.
Siamo così giunti, sia pure per strade diverse, a conclusioni non troppo dissimili da quelle cui è pervenuta la Nuova Sinistra nella sua riflessione sulla politica, la conflittualità e la guerra. Una coincidenza casuale? Non crediamo, ma neppure la classica coincidentia oppositorum, come qualche maligno e disinformato non mancherà di insinuare.
In realtà, la ricerca di un nemico reale esprime, da entrambe le parti, la volontà di ripensare la politica superando i tradizionali schemi interpretativi e lasciando da un canto categorie ormai logorate dal tempo e incapaci di rinchiudere in sé i molteplici aspetti della realtà attuale. Gli obiettivi sono sicuramente diversi, ma comune è l’aspirazione di restituire dinamismo a un sistema politico e di pensiero da troppo tempo sclerotizzato e statico tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, e anche di favorire, a entrambi i livelli. quella circolazione delle élites così indispensabile al corretto funzionamento dei sistemi politici e così inopinatamente caduta nel dimenticatoio o ridotta ad accademica dichiarazione d’intenti.Piero Visani


Note
(7) De Benoist, Alain, “Ni fraiche ni joyeuse”, in Eléments, n° 41, marzo-aprile 1982, p. 28 sg.
(8) Precisato che questo intervento è stato scritto nel 1982, non mi pare che la situazione sia molto cambiata anche oggi.

Ripensare la politica ripensando la guerra – 1, di Piero Visani

Ripensare la politica ripensando la guerra – 1

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       Mettendo ordine nel mio archivio, oggi mi è balzata davanti agli occhi questa comunicazione, da me redatta in occasione del “Convegno Internazionale sugli Studi Strategici” organizzato a Torino dal 9 al 12 dicembre 1982, al quale partecipai come membro del Centro Studi Manlio Brosio e assistente personale dell’ambasciatore Edgardo Sogno. Il testo di questa comunicazione avrebbe dovuto essere da me letto nel corso del convegno, ma incontrò qualche problema e… saltò. Certo, ero il più giovane e il meno titolato dei partecipanti al Convegno, e c’erano moltissimi partecipanti di assoluto rilievo internazionale, ma il sospetto di una piccola “censura” mi è sempre rimasto e, conoscendo i liberali, poi mi è aumentato…
       Lo riproduco qui in due parti, come omaggio postumo, principalmente a me stesso.
 
       Mai come oggi, il concetto di “guerra” è sottoposto a indagine e, nel contempo, a revisione, alla luce delle realtà emergenti nel contesto internazionale. Fioriscono i dibattiti, i convegni sull’argomento e, ancor più, sullo scottante problema dei rapporti tra guerra e politica. A questo proposito, chiave di volta del pensiero polemologico moderno è sempre stata l’ormai celeberrima proposizione clausewitziana: “la guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi” (1). Da ciò il conseguente accento posto sulla subordinazione della guerra nei confronti della politica.
       Tuttavia, in questo come in altri campi, occorre tenersi lontani dal rischio di un’impostazione eccessivamente meccanicistica, ciò che forse non sempre è stato fatto. In effetti, se così fosse stato, la subordinazione della guerra alla politica sarebbe stata sì riaffermata, ma si sarebbero valutati con ben maggiore attenzione gli elementi di conflittualità presenti all’interno del concetto di “politica”. Come ha scritto il professor Gianfranco Miglio, quello tra politica e conflittualità è un nesso inscindibile, dato che “dovunque esiste politica, esiste anche conflittualità” (2). Il merito di aver stabilito questo nesso deve essere indubbiamente attribuito al grande politologo tedesco Carl Schmitt, per il quale alla base del “politico” (un concetto assai più complesso e sfumato della semplice “politica”) stava una distinzione eminentemente conflittuale, quella tra amico e nemico. . “La guerra” – sono parole di Schmitt – “non è dunque scopo o meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l’azione dell’uomo provocando così uno specifico comportamento politico” (3).
       A sua volta, Schmitt fece notare come, per Clausewitz, la guerra non fosse semplicemente uno dei molti strumenti della politica, “ma la ultima ratio del raggruppamento amico-nemico. La guerra ha una ‘grammatica’ sua propria (cioè un insieme esclusivo di leggi tecnico-militari) ma il suo ‘cervello’ continua ad essere la politica: essa cioè non è dotata di una ‘logica propria’” (4), la quale, al contrario, può essere desunta soltanto dai concetti di amico e nemico.
       Se Schmitt definì a livello teorico gli elementi di conflittualità presenti nel concetto di “politica”, Lenin li definì qualche tempo prima sul piano pratico, dando alla sua concezione di politica delle valenze di aggressività e ostilità tali da poter farla considerare quasi un’inversione della famosa formula clausewitziana, cioè come una continuazione della guerra con altri mezzi, condotta senza scrupolo alcuno contro un nemico con più identificato come relativo (com’era tipico dei conflitti interstatali), ma come assoluto. In realtà, più che di invertire la celebre formula clausewitziana, si trattava – per Lenin – di esprimere, “con altri mezzi”, l’originario rapporto amico-nemico, insistendo in maniera inusitata e senza precedenti sul carattere assoluto dell’ostilità e ribadendo, sia pure per vie diverse, il primato della politica.
       Quella fin qui delineata è la griglia interpretativa ideale per comprendere gli eventi degli ultimi due secoli e, in particolare, i due conflitti mondiali e la stessa “guerra rivoluzionaria” che si è affermata già in epoca atomica (5). Tuttavia – ci si è giustamente chiesti (6) – nell’era atomica è davvero ancora possibile una guerra e, dunque, una politica? In tale contesto, infatti, la guerra non può più valere come prosecuzione della politica con altri mezzi, ma come rottura irreversibile, come punto di non ritorno, oltre il quale i conflitti perdono ogni produttività politica, ogni capacità di rideterminare, in forme nuove, gli assetti politici esistenti. Malgrado la nascita di nuove forme di guerra accanto a quelle classiche (“guerra rivoluzionaria”, “guerra culturale”, etc.) e malgrado le prospettive aperte dalla fine del “Medioevo nucleare” e dall’avvento di ordigni atomici sempre più “puliti” e miniaturizzati, la minaccia atomica viene perciò a ribaltare i termini del tradizionale rapporto tra politica e guerra, inserendo fra essi una frattura che impedisce la reversibilità e la traducibilità dell’uno nell’altro: dopo la guerra nucleare, non ci sarà più posto alcuno per la politica.
       Questa tesi è stata di recente avanzata da studiosi di area prevalentemente marxista e li ha indotti, proprio per la sua tragica impraticabilità, a porsi il problema di iniziare un lavoro di aggiornamento e revisione sul piano delle categorie interpretative del rapporto tra politica e guerra. Nella fattispecie, costoro hanno acquisito la consapevolezza che esiste una stretta relazione tra un dato tipo di politica e un dato tipo di guerra, e si sono sforzati di stabilire se, e con quali mezzi, sia possibile produrre un reale cambiamento di forma nella struttura del sistema politico, senza innescare da un lato un conflitto condotto contro un nemico assoluto (qualcosa di simile a una “guerra civile”) e, dall’altro, senza cadere nella riduzione del conflitto stesso a gioco, la cui “logica ludica” (con l’accettazione del nemico come nemico relativo) comporta – a loro dire – l’eliminazione della base stessa del conflitto.
Costretti dall’evoluzione del loro pensiero a rifiutare l’identificazione – cara a Lenin – di un nemico assoluto e decisi, nel contempo, a non accettare quella – ritenuta priva di qualsiasi valore politico – di un nemico relativo, ecco questi studiosi ricorrere una volta di più a Schmitt e andare alla ricerca di un nemico reale, l’ostilità nei confronti del quale si ponga a cavallo tra quella prevista nei due casi in precedenza citati, assumendo un valore per così dire intermedio. Tra la falsa conflittualità di una politica condotta come “gioco”, dove tutti i partecipanti accettano le regole dello stesso e sono impossibili mutamenti sostanziali, ma solo simboliche alternanze  tra gruppi formalmente avversi ma in realtà omologhi e ben decisi a conservare al loro interno le chiavi del potere, senza lasciar entrare in campo nuovi “giocatori”, se non preventivamente disposti ad un’accettazione totale e incondizionata delle rules of play; e la conflittualità spinta all’estremo di una lotta politica in cui l’avversario sia individuato unicamente come nemico assoluto e sia dunque oggetto di un’ostilità altrettanto assoluta, con tutte le conseguenze del caso, esiste – a detta di questi studiosi – una fascia mediana in cui l’avversario non è né uno pseudo-avversario di comodo, da combattere per finta, né un “altro da sé”, incarnazione del Male assoluto, da annientare affinché il Bene trionfi, bensì un nemico reale, contro il quale è possibile combattere in forme accettabili al fine di determinare un effettivo cambiamento sul piano politico, senza eccessi estremistici né contrasti formali e fittizi.
E’ innegabile che ci troviamo di fronte a sviluppi teorici di notevole portata, in particolare per l’accento posto sulla natura eminentemente conflittuale della politica in termini estranei al pensiero marxista tradizionale. Dobbiamo allora chiederci in quale misura essi possano essere accettati e in quale misura, invece, respinti.

(Continua)

                             Piero Visani


Note


(1), Von Clausewitz, Carl, Della guerra, trad. it., Mondadori, Milano 1970, vol. I, p. 38.

(2) Miglio, Gianfranco, Guerra, pace, diritto, in AA.VV., Della guerra, Arsenale Cooperativa Editrice, Venezia 1982, p. 38.

(3) Schmitt, Carl, Le categorie del ‘politico’, trad. it., Il Mulino, Bologna 1972, p. 117.

(4) Ivi, p. 117, nota 24.

(5) Cfr. Schmitt, Carl, Teoria del partigiano, trad. it., Il Saggiatore, Milano 1981, pp. 71-73.

(6) Cfr. Curi, Umberto, Introduzione, in AA.VV., Della guerra, cit., p. 11.

Politica e metapolitica, di Piero Visani

Politica e metapolitica

https://derteufel50.blogspot.com/2018/09/politica-e-metapolitica.html?spref=fb

       L’ascesa di Marcello Foa alla presidenza della Rai rappresenterà un momento fondamentale per chiarire i rapporti tra metapolitica e politica in una fase storica che potrebbe risultare radicalmente nuova, se solo la si vorrà sfruttare.
       Foa è sicuramente un professionista di alto livello e sa molto bene che cosa occorrerebbe fare per affrancarsi dalle tematiche del “pensiero unico”, in genere tradotte molto liberamente – in Rai – con le geremiadi sul “pluralismo dell’informazione” (sic). Bisognerà vedere quale supporto riceverà dai suoi sponsor politici. In ogni caso, il terreno in cui è stato inviato ad operare è fondamentale per il futuro di qualsiasi forma di pensiero alternativo nel nostro Paese. Foa se ne rende perfettamente conto, i suoi sponsor politici sicuramente un po’ meno, mentre alcuni di quelli che l’hanno votato da tempo notoriamente agiscono – con la potenza delle loro televisioni – per “il re di Prussia”…
       Vedremo.

LA GUERRA, UN EVENTO TANTO PRESENTE QUANTO RIMOSSO; ALMENO IN EUROPA_CONVERSAZIONE CON PIERO VISANI

Qui sotto una interessante intervista a Piero Visani; analizza la situazione politica in Europa e in Italia partendo, soprattutto dai limiti di formazione delle classi dirigenti europee. La rimozione di un concetto e di un evento presente nella storia dell’umanità, la guerra, ha contribuito pesantemente a procrastinare la condizione di subordinazione delle classi dirigenti nazionali europee, in particolare dell’Italia. Piero Visani, tra gli altri, è autore del libro “Storia della Guerra”, edito da DAKS.

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

Ma dove vanno i marinai?, di Piero Visani

Sulla differenza tra potere e governo, un caso illuminante. Con una precisazione; le quinte colonne del potere nel Governo_Giuseppe Germinario

Ma dove vanno i marinai?

https://derteufel50.blogspot.com/2018/08/ma-dove-vanno-i-marinai.html?spref=fb

       Tra il 1990 e il 1993, la mia attività di supporto alla comunicazione dell’istituzione militare trovò un per me insperato supporto nel generale Goffredo Canino, all’epoca Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che mi diede prova di condividere sinceramente e fattivamente la mia visione radicalmente ostile alle geremiadi sui “soldati di pace”. La cosa non sfuggì a un ambiente profondamente penetrato dalle culture dominanti (da quella cattolica della Comunità di Sant’Egidio a quella delle Sinistre, più forti di quanto comunemente si pensi all’interno degli ambienti militari) e partì non appena possibile la controffensiva, che si concluse con il famoso caso di “Lady Golpe”, Donatella Di Rosa.
       Chi l’aveva promossa era perfettamente a conoscenza del forte senso dell’onore del generale Canino, che con quel caso non c’entrava in alcun modo, ma che sicuramente avrebbe messo a repentaglio la sua personale carriera per difendere l’onorabilità dell’istituzione militare. E fu esattamente quello che egli fece, dando le dimissioni per difendere la reputazione di alcuni suoi sottoposti ingiustamente accusati dal potere politico e dalla canea mediatica.
       Si trattò di un’operazione da manuale, da parte di chi voleva togliere di mezzo Canino, condotta con spregiudicatezza e lucido senso dell’obiettivo da cogliere. Alla fine, infatti, fu aperta la strada a uomini in uniforme che avevano una visione molto diversa da quella di Canino o erano comunque disposti a legare l’asino dove voleva il padrone…
       Sorrido perciò nel vedere almeno una parte del nuovo governo gialloverde alle prese con un vertice della Guardia Costiera che sta sviluppando una politica del tutto opposta, sulla questione dell’emigrazione, a quella dell’esecutivo, senza che – per ora e credo ancora per molto – una sola testa venga fatta metaforicamente volare. Come ho scritto, ho visto teste – in ambito militare – volare per molto meno, talvolta anche per una sola parola o una dichiarazione di troppo. Qui invece si stanno accumulando atti ostili alla politica del governo in materia di immigrazione e – che la si condivida o meno – lo spoils system è uno strumento assolutamente legittimo in democrazia. Ma una parte consistente della classe politica italiana ancora non ha compreso che “il potere logora chi non ce l’ha” e alcuni di loro, anche se per il ventennio del centrodestra hanno creduto di averlo, non hanno capito niente e oggi, semmai, capiscono ancor meno. Così, se è vero che il PD ha perso qualsiasi credibilità a livello di opinione pubblica, ha saputo piazzare tutti i suoi uomini negli apparati dello Stato e li usa, oh se li usa, mentre altri credono di governare. Che ingenui…!
 
                                                                Piero Visani