I MANIFESTI NEMICI _ REPLICA DI ROBERTO BUFFAGNI AD ALESSANDRO VISALLI_ULTIMA PARTE

Leviathan_by_Thomas_Hobbes

I manifesti nemici

Replica ad Alessandro Visalli – seconda e ultima parte

1a PARTE   http://italiaeilmondo.com/2017/11/07/i-manifesti-nemici-di-roberto-buffagni/

In basso a destra della pagina principale del sito, nella categoria dossier, alla voce “Europa Unione Europea” sono disponibili gli articoli sin qui prodotti sull’argomento

 

Tocco qui il punto della Dichiarazione di Parigi che Visalli definisce “una scelta che proprio non posso condividere.” Riporto per esteso il brano criticato da Visalli sia per comodità del lettore, al quale sono stati presentati i testi in esame qualche settimana fa, sia perché il punto è importante.

Qual è la scelta che Visalli trova inaccettabile? Così la descrive il brano della Dichiarazione di Parigi citato e commentato dal nostro interlocutore: (sottolineature mie)

Dobbiamo ripristinare la dignità sociale che hanno i ruoli specifici. I genitori, gl’insegnanti e i professori hanno il dovere di formare coloro che sono affidati alle loro cure. Dobbiamo resistere al culto della competenza che s’impone a spese della sapienza, del garbo e della ricerca di una vita colta. L’Europa non conoscerà alcun rinnovamento senza il rifiuto deciso dell’egualitarismo esagerato e della riduzione del sapere a conoscenza tecnica. Noi abbracciamo con favore le conquiste politiche dell’età moderna. Ogni uomo e ogni donna debbono avere parità di voto. I diritti fondamentali debbono essere protetti. Ma una democrazia sana esige gerarchie sociali e culturali che incoraggino il perseguimento dell’eccellenza e che rendano onore a coloro che servono il bene comune. Dobbiamo restaurare il senso della grandezza spirituale e onorarlo in modo che la nostra civiltà possa contrastare il potere crescente della mera ricchezza da un lato e dell’intrattenimento triviale dall’altro…Non possiamo consentire che una falsa idea di libertà impedisca l’uso prudente del diritto per scoraggiare il vizio. Dobbiamo perdonare la debolezza umana, ma l’Europa non può prosperare senza restaurare l’aspirazione comune alla rettitudine e all’eccellenza umana. La cultura della dignità sgorga dal decoro e dall’adempimento dei doveri che competono al nostro stato sociale. Dobbiamo ricuperare il rispetto reciproco fra le classi sociali che caratterizza una società che dà valore ai contributi di tutti.”.

Visalli critica così: (sottolineature mie) “Qui comincia a divergere quindi la mia sensibilità: pur comprendendole, parole come “gerarchie sociali e culturali” e “senso della grandezza spirituale”, riverberano troppo da vicino il grande tema dei privilegi di rango, la società divisa in caste e ordini, quella che De Benoist in “Identità e comunità” chiama “l’identità di filiazione” della società tradizionale. Una società nella quale prevale la lealtà sull’interiorità e l’emancipazione. Ovvero una concezione troppo essenzialistica dell’identità, che non valuta abbastanza la sua natura dinamica, certamente dialogica, insieme individuale e collettiva. La paura dell’anomia, pur giustificata, non può dirigere nella direzione di una simmetrica indeterminazione dell’io, sciolto nell’appartenenza…. Una scelta che proprio non posso condividere. Usare concetti come “i doveri che competono allo stato”, e “rispetto tra le classi sociali”, appena seminascosto dal riverbero dell’ideale classico della eguaglianza come dare l’eguale all’eguale, nella formula “dare valore ai contributi di tutti”, significa andare molto oltre la giustificata critica del lato dispotico della ragione. Implica sposare direttamente l’ideale di restaurazione che fu della linea genealogica prima richiamata.

Replico brevemente alla critica di Visalli.

1) Le classi e i ceti, cioè a dire la diseguaglianza sociale, sono una regolarità storica permanente. La diseguaglianza sociale può affermarsi nella realtà effettuale in molti modi; e in molti modi può essere legittimata. Le distanze gerarchiche possono essere più o meno grandi e più o meno rigide, le asimmetrie di potenza maggiori o minori, ma la diseguaglianza sociale resta un dato storico permanente e universale.

2) E’ possibile e desiderabile, un’azione politica tendente a eliminare la diseguaglianza sociale? Si badi bene: eliminare, non ridurre, o modificare ricostruendola su basi anche radicalmente diverse?

3) No. L’eliminazione della diseguaglianza sociale è impossibile, e dunque indesiderabile, perché produce effetti enantiodromici. La dinamica è la seguente: a) per eliminare la diseguaglianza sociale è necessario intervenire sulla realtà sociale non egualitaria b) per intervenire efficacemente sulla realtà sociale è indispensabile il potere c) il potere non può essere esercitato da tutti, sennò l’eguaglianza ci sarebbe già d) il potere viene invece esercitato da alcuni: come sempre il potere, che è per sua natura un differenziale di potenza, + potente/- potente d) risultato: più eguaglianza sociale si vuole ottenere, più dispotismo politico risulta necessario impiegare e) alla fine delle operazioni, si ottiene molta eguaglianza per i molti, molto potere per i pochi.

4) Questa dinamica paradossale ed enantiodromica è la caratteristica più vistosa di quel che Eric Voegelin chiamò “gnosticismo politico”[1], cioè a dire la trasposizione sul piano storico, immanente, delle categorie escatologiche cristiane. La trasposizione è motivata dalla reazione patologica a un’esperienza universalmente umana: l’orrore di fronte all’esistenza – per esempio, l’orrore di fronte all’ingiustizia sociale, che può assumere forme veramente atroci – e il desiderio di fuggirne. Il cristianesimo sdivinizza, “disincanta” il mondo naturale e storico. Quando la fede cristiana nella trascendenza si eclissa, l’angoscioso vuoto di senso che si spalanca nel mondo viene riempito dalle gnosi: che prendono forma politica qualora le società non trovino più sufficiente legittimazione nel loro ethos tradizionale, e sentano il bisogno di un’efficace, coesiva teologia civile. Lo gnosticismo politico non commette soltanto un errore teorico in merito al significato dell’eschaton cristiano. In conformità a questo errore, le ideologie gnostiche e i movimenti che le traducono in azione politica interpretano una concreta società e l’ordine che la regge come un eschaton; e dando una lettura escatologica di concreti problemi sociali e politici, fraintendono la struttura della realtà immanente: cioè sognano quando sarebbe indispensabile essere ben desti. In particolare, il sogno gnostico oscura e rimuove la più antica acquisizione della saggezza umana: che ogni cosa sotto il sole ha un inizio e una fine, ed è sottoposta al ciclo di crescita e decadenza; che insomma tutto, nel mondo immanente, è governato dal limite.

5) Gli errori in merito alla struttura del reale hanno serie conseguenze pratiche, che spesso si manifestano in forma paradossale: come nell’esempio succitato, in cui perseguendo l’eliminazione della diseguaglianza sociale si ottiene il dispotismo; o come nel caso dell’immigrazione di massa, nel quale perseguendo l’accoglienza umanitaria indiscriminata degli stranieri si ottiene non soltanto il rischio di collasso delle strutture sociali, ma addirittura l’insorgenza del razzismo.

6) Se l’errore in merito alla struttura del reale consegue a un’ideologia gnostica, l’accecamento di fronte alla realtà diventa però una questione di principio. Immediata conseguenza: lo gnostico vuole ottenere un effetto, e ne ottiene un altro diametralmente opposto. Del baratro tra intenzione e risultato, però, lo gnostico non incolperà mai se stesso e il suo sogno: incolperà sempre gli altri, o la società nel suo insieme, che non si comportano secondo le regole in vigore nel suo profetico mondo di sogno.

7) Lo gnosticismo politico non si manifesta in una sola forma. Ieri si è manifestato in forma di comunismo, nazismo, puritanesimo, catarismo, etc. Oggi si manifesta in forma di progressismo, di “liberal-democrazia” mondialista.

8) Si può, e si deve, discutere a lungo e a fondo, dissentendo anche con asprezza, in merito ai contenuti, alle forme, alle ragioni di eguaglianza e gerarchia sociali. Il dibattito teorico, e il conflitto pratico, sono non soltanto inevitabili ma benefici: a patto che dibattito e conflitto non si si propongano obiettivi immaginari ma reali, e dunque limitati (può essere limitato anche un conflitto armato).

9) E’ un obiettivo immaginario e pertanto distruttivo ed enantiodromico l’abolizione delle diseguaglianze sociali, è un obiettivo reale e pertanto costruttivamente perseguibile una loro diminuzione, e/o una loro diversa composizione e legittimazione. Uno dei dati di realtà da tenere in conto è il conflitto dei valori: libertà/sicurezza, eccellenza/eguaglianza, democrazia/capacità decisionale, etc. In quest’ultimo caso, l’esperienza storica suggerisce che la democrazia in quanto tale non basta affatto a garantire una saggia conduzione della cosa pubblica, e che una democrazia dà migliori risultati quando la guidi una classe dirigente coesa da un ethos aristocratico; che sia capace, ad esempio, di compromesso politico, di tacito accordo in merito all’interesse nazionale, di condividere stile e cultura al di sopra delle inimicizie politiche. Nella cultura politica del repubblicanesimo antico e moderno si possono trovare molte utili indicazioni in merito alla funzione positiva e costruttiva della compresenza conflittuale di istituzioni che si rifanno a principi diversi: monarchico (esecutivo forte), aristocratico (senato), democratico (suffragio universale).

Per concludere. Non tocco, qui, il tema “quali eguaglianze, quali gerarchie siano desiderabili e perché”. Ne potremo discutere, con Visalli e con altri, in seguito. Quel che mi preme, per ora, è indicare il contesto entro il quale questa discussione mi pare fruttuosa: che non è l’antitesi radicale e principiale eguaglianza/gerarchia, progresso/reazione; ma le forme e i contenuti concreti delle eguaglianze, delle differenze, delle gerarchie possibili.

[1] Per una trattazione sintetica, v. Eric Voegelin, «Modernity without Restraint», in Collected Works of E.V., vol. V, Columbia and London: University of Missouri Press, 2000.

 

Movimento 5 Stelle = PD 2.0, di Roberto Buffagni

Luigi di Maio bacia la teca contenente il sangue di San Gennaro nel Duomo di Napoli, Napoli 19 Settembre 2017.
ANSA / CESARE ABBATE

Movimento 5 Stelle = PD 2.0

Al ritorno dalla mia corsa mattutina, dall’ odierna rassegna stampa di “Prima Pagina” su Radiotre apprendo con sgomento una notizia che annulla i benefici dell’esercizio fisico e mi guasta il buonumore.

Nel suo colloquio di ieri con Mr. Conrad Tribble[1], Deputy Assistant Secretary del Bureau of European and Eurasian Affairs presso il Dipartimento di Stato USA, Luigi di Maio ha affermato che «Se non avremo la maggioranza assoluta ci assumeremo la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». “La Stampa” di stamattina[2] aggiunge che “Di Maio all’interprete fa tradurre la parola ‘convergenze’. Non si sbilancia ma fa intendere che intese in Parlamento, magari su un programma di pochi punti, sono possibili.”

Traduzione: senza averne mai fatto cenno né a militanti ed elettori del M5S, né in generale agli italiani, Di Maio annuncia a un diplomatico americano di medio rango che il M5S opera una conversione di 180° non solo della sua linea politica, ma della sua carta dei principi fondatori, che tra le scemenze tipo Gaia e via i corrotti annovera “mai alleanze con nessuno, al governo andiamo col 50%+1 voto”. Se alle prossime elezioni politiche il centrosinistra (PD + frattaglie) come probabile non prende il 40% che garantisce seggi premio & maggioranza parlamentare, ci pensa il M5S a metterci una toppa e a sostenere il governo piddino o parapiddino, entrando nella maggioranza di governo nella forma più opportuna (= la supercazzola che può meglio confondere le idee ai suoi elettori).

Se questa inversione di rotta non provoca reazioni serie nel M5S – e qualcosa mi dice che non le provocherà, visto il grado di autonomia dei dirigenti e il quoziente di intelligenza politica del militanti, prossime entrambe a – 273,15° centigradi, lo zero assoluto – questo vuol dire che ci beccheremo un governo PD + frattaglie piddine+M5S, una prospettiva apocalittica che pochi giorni fa avevo intravisto sul canale 5 della mia palla di cristallo[3].

Commento a caldo: siamo fottuti, Gesù aiutaci tu!

Commento a tiepido:

  1. a) dopo questa tragica pagliacciata, per credere che il M5S non sia eterodiretto dagli ambienti democrat USA ci vuole una riserva di ingenuità e fiducia nella bontà del mondo della quale disponevo (forse) a dodici anni. A sessantuno, ho finito le scorte da un pezzo.
  2. b) grazie alla suddetta tragica pagliacciata, si capisce meglio da dove origina l’imprevista candidatura di Piero Grasso a leader delle frattaglie piddine. Origina dai referenti americani di D’Alema, gli ambienti clintoniani e obamiani presso i quali D’Alema si accreditò bombardando illegalmente Belgrado.
  3. c) I suddetti ambienti democrat USA, che hanno diverse gatte da pelare e regolamenti di conti interni da sbrigare in casa loro, ogni tanto pensano anche a noi, la loro cara portaerei mediterranea, e in vista delle prossime elezioni si preparano un ventaglio di possibilità favorevoli.
  4. d) Le possibilità più serie che si preparano sono: 1. Stallo elettorale, PD non perde troppi voti, le Frattaglie Piddine prendono appena q.b per entrare in parlamento, Forza Italia supera la Lega = grande coalizione PD-FI, con Renzi o Gentiloni premier. 2. Stallo elettorale, PD prende una mazzata epocale, le Frattaglie Piddine fanno un discreto risultato perché una buona parte dei delusi dal PD li vota, FI non supera la Lega = governo PD+M5S guidato dal Capofrattaglie Piero Grasso, il Magistrato Integerrimo che garantisce il Governo dell’Onestà per i trinariciuti 5 stelle. In breve, il M5S si fa protagonista di una riedizione aggiornata dello schema di subalternità della “sinistra critica” alla “sinistra ortodossa”: intercettare il dissenso, e al momento buono riversare i voti sulla sinistra di governo; solo che lo fa con il 25% dei voti, il che cambia tutto.

Nota di speranza finale: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e anche alla stupidità c’è un limite. Non è detto che questa indigesta ciambella Centrosinistra+Cinquestelle riesca col buco.

 

 

 

[1] https://www.state.gov/r/pa/ei/biog/bureau/247194.htm

[2] http://www.lastampa.it/2017/11/15/italia/politica/di-maio-promette-stabilit-agli-stati-uniti-senza-maggioranza-pronti-a-intese-apwEU16Nw2g7Y4e74JLxlM/pagina.html

[3] http://italiaeilmondo.com/2017/11/10/dalla-mia-palla-di-cristallo-di-roberto-buffagni/

Dalla mia palla di cristallo, di Roberto Buffagni

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Dalla mia palla di cristallo

Bollettino elettorale n. 1

 

Io non guardo la TV, però ho la palla di cristallo. E’ un modello antiquato, analogico, un cassone pieno di transistor grossi come radioline: il futuro lo indovina, ma i futuri possibili sono tanti, e la sintonia è quello che è. Insomma, se ci scommettete i risparmi di una vita non venite a lamentarvi da me, io non rimborso nessuno.

Che succederà nelle elezioni politiche del 2018 & post? I canali della mia palla di cristallo vedono così i futuri possibili.

Canale 1.  Né centrosinistra né centrodestra riescono a formare una maggioranza parlamentare stabile. I grillini sono il primo partito per numero di voti, ma nonostante lusinghe da destra e sinistra si tengono la loro rendita di (op)posizione e non si schierano con nessuno. Si spalanca sotto i piedi delle classi dirigenti italiane un terrificante ibrido tra burrone e palude. Non possono come al solito buttare il gatto morto della responsabilità nazionale nel giardino UE, e attendere serene l’invio di letterina eversiva + insediamento di governo tecnico, perché la UE gli ha già fatto capire che vuole portargli via la pupilla dei loro occhi, le banche italiane. Qualcosa insomma devono inventarsi, le classi dirigenti italiane, bricolandolo in proprio con i mezzi di bordo e senza il manuale di istruzioni UE.

Canale 2. Il PD sfiora la catastrofe, ma non ci precipita a capofitto, Renzi che è tuttora il politico più abile e motivato sopravvive, ma resta molto debole sia perché prende pochi voti, sia perché il suo sponsor internazionale, il partito democratico americano, è diviso e all’opposizione. Il centrodestra supera il centrosinistra, Silvio B. supera Salvini di pochi o pochissimi punti percentuali. I numeri impongono le grandi intese, ma Salvini non ci può stare sennò si suicida: dovrebbe rovesciare di 180° la sua linea politica antiUE, e gli squali del Lombardo Veneto lo sbranerebbero. Paralisi, ammuina, resa finale alla realtà. Si indicono nuove elezioni. Giustificandosi con la salvezza della nazione (= banche italiane + status quo) Renzi e Silvio B. spaccano le loro coalizioni e i loro partiti, inventano un nuovo movimento modello Macron 2.0, Tiremm Innanz, e tentano il colpo gobbo. Purtroppo, al momento delle nuove elezioni la mia palla di cristallo si disconnette.

Canale 3. Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi, i kamikaze scarseggiano. A malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini, e Salvini non lo può rifiutare. Salvini Presidente del Consiglio è come Alvaro Vitali/Pierino che interpreta Amleto, non ha esperienza internazionale, è socialmente impresentabile, non dispone di una squadra di governo nazionale e locale all’altezza, e ha più nemici all’interno della Lega che all’esterno; il che è tutto dire, perché all’istante parte una campagna di character assassination nazionale & internazionale, suffragata da alcuni errori di inesperienza del malcapitato. Dopo due anni di lacrime, sangue e prese in giro il governo leghista cade. Ciao ciao opposizione alla UE per almeno dieci anni.

Canale 4. Tutto come sul canale 3 fino alla seconda riga: Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi e a malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini. Salvini però il pomeriggio precedente riceve la visita della Madonna di Fatima, che gli dice: “Matteo, non fare la scemenza di accettare l’incarico di Presidente del Consiglio, non fa per te. Tu sei come Mosè: il tuo compito è liberare il popolo italiano, così caro al mio cuore, dalla schiavitù della Falsa Europa senza Dio, e fargli attraversare il deserto della transizione. Tu però non vedrai la Terra Promessa della Vera Europa dell’armonia di popoli e nazioni. Insomma: mandaci qualcun altro a fare il Presidente del Consiglio.” Salvini che in fondo in fondo è un bravo ragazzo ci pensa su, si rende conto che gli conviene allargare la sua base di consenso e trovare una personalità rispettata e capace che gli tolga le castagne dal fuoco, e si mette in riga. Telefona a Tremonti che appena risponde gli fa, “Non ci crederai, ma stanotte ho sognato la Madonna che mi annunciava una tua telefonata”. Tremonti forma un governo, e mentre gli italiani meno vocati al suicidio incrociano le dita comincia a fare le prove generali di un recupero di indipendenza italiana all’interno della UE. Poi, se son rose fioriranno (se non son rose, bè, non serve la palla di cristallo per sapere come andrà a finire).

Canale 5. Sul canale 5 si vedeva molto male, ricezione difettosissima, solo tanti flash. Flash: Movimento 5 Stelle che forma il governo con PD & frattaglie sinistrorse, bzzz, flash: Silvio B. dà l’appoggio esterno al governo, bzzz, flash: pioggia di cavallette, bzzz, flash: patrimoniale apocalittica per finanziare il reddito di cittadinanza, bzzz, flash:  partita a calcetto, papa Francesco e Di Maio capitani di due squadre multietniche, bzzz, flash: ius soli anche per i marziani, bzzz, flash: Le radeau de la Meduse, bzzz, flash: Dante Alighieri che singhiozza, Giambattista Vico che si inietta un’overdose di eroina, bzzz, flash: Di Maio stringe la mano di Angela Merkel, sottoflash su accordo bilaterale Germania-Italia, i pensionati tedeschi vengono a vivere tutti da noi in zone extraterritoriali dove vige il diritto germanico, i laureati italiani con 110&lode vanno tutti a lavorare in Germania come indentured servants, bzzz, flash: suona la campanella del Finis Italiae, bzzz, bzzz, bzzz.

E questo è quanto vi dovevo, per ora. Chi disponesse di palla di cristallo, meglio se di modello più recente della mia, è invitato a farci sapere quel che ha visto.

I manifesti nemici, di Roberto Buffagni

europa (1)

replica ad Alessandro Visalli, prima parte http://italiaeilmondo.com/2017/10/31/lo-scontro-tra-le-diverse-europe-due-dichiarazioni-di-alessandro-visalli/

Continua il dibattito a proposito di “quale Europa” http://italiaeilmondo.com/2017/10/24/quale-europa-a-cura-di-giuseppe-germinario/

Di nuovo ringraziando Alessandro Visalli per la sua analisi approfondita e ricca di spunti di riflessione, gli replico per punti.

1) Conservatorismo/Progressismo, Destra/Sinistra. Scrive Visalli che i due manifesti nemici appartengono entrambi al “campo conservatore”. La definizione è interessante proprio perché si presta ad essere equivocata. Se per definire “campo conservatore” e “campo progressista” ci si riferisce allo spettro delle forze politiche rappresentate nei parlamenti europei, e si fa dunque coincidere conservatori e destra, progressisti e sinistra, la definizione è precisa; non al millimetro, ma sostanzialmente esatta. I firmatari di entrambi i manifesti nemici appartengono allo stesso insieme politico, grosso modo identificabile con il centro/centrodestra parlamentare.

Se invece la definizione di conservatori e progressisti si concentra sulla cultura politica, diventa impossibile attribuire entrambi i manifesti nemici al campo conservatore, e tanto l’inimicizia tra i manifesti quanto le sue ragioni si fanno subito chiarissime (come illustra bene Visalli più oltre).

In termini di cultura politica, progressismo comporta l’assenso a: universalismo politico (sottolineo politico) e relativismo spirituale, egualitarismo omologante, individualismo astratto, telos e senso della storia identificati con la distruzione creatrice capitalistica e il progresso che meccanicamente ne consegue, in vista dell’obiettivo strategico/utopico del governo mondiale; a garanzia della scelta di fondo, l’interpretazione della modernità come cesura epocale irreversibile e decollo prometeico-utopico, la potenza dispiegata dalle tecnoscienze, e l’applicazione a tutti i domini dell’essere del metodo proprio alle scienze dei fenomeni (scientismo).

In termini di cultura politica, conservatorismo comporta l’assenso a: endiadi di universalismo spirituale e relativismo politico, primato ontologico della comunità sull’individuo e della gerarchia sull’eguaglianza tanto nella personalità dell’uomo quanto nella strutturazione della società, telos e senso della storia identificati con la trasmissione dell’eredità del passato e la perenne ricerca – sempre contrastata e sempre rinnovata, mai conclusiva – dell’ordine, in vista del bene comune; a garanzia della scelta di fondo, l’interpretazione della modernità come crisi epocale ed enigma faustiano, che insieme a uno splendido incremento di potenza e conoscenza porta con sé nel mondo hybris, sradicamento, disordine e malattia dello spirito.

E’ sintomatico il fatto che di recente, le alleanze politiche tra forze organizzate e rappresentate nei parlamenti europei tendano ad abbandonare il consueto discrimine destra/sinistra per ricomporsi, invece, lungo il clivage tra conservatorismo e progressismo in quanto culture politiche. Il caso più esemplare di questo spostamento dall’inimicizia politica all’inimicizia culturale è l’alleanza che ha portato alla presidenza della Repubblica francese Emmanuel Macron: un’alleanza che ha spaccato sinistra e destra politiche francesi, per ricomporle in un’alleanza che rivendica il suo progressismo militante sin dal nome, “En marche!” (in marcia verso dove non è indicato, ma si presume in avanti, “verso il progresso”). Catalizzatore di questo spostamento è, ovviamente, l’Unione Europea, e i giudizi che ne danno le forze politiche: sì/no, riformabile/irriformabile, amico/avversario, avversario/nemico.

Perché il giudizio sull’Unione Europea è, per forza di cose e vorrei dire per antonomasia, un giudizio sull’Europa, e dicendo “Europa” non si designa soltanto una realtà geografica, politica, storica: si designa la tradizione culturale, egemonica nel mondo, dalla quale nascono entrambe le culture politiche, conservatrice e progressista, che nei due manifesti nemici vediamo prendere le armi l’una contro l’altra. Assistiamo dunque, e anzi volenti o nolenti partecipiamo, alla ripresa in forma trasfigurata delle guerre di religione che hanno scosso l’Europa cinque secoli fa. Scrivo “guerre di religione” perché il conflitto in corso non si svolge soltanto, e credo neanche soprattutto, sul terreno della potenza; si svolge sul terreno dello spirito, là dove si pongono domande quali “che cos’è uomo, storia, comunità, destino, mondo, vero, falso, bene, male?” Quando forze politicamente organizzate entrano nel Kampfplatz filosofico e vi si schierano, si inaugura una guerra di religione. Per la precisione, oggi come cinque secoli fa, si tratta di una guerra civile di religione. Lo illustra con solare chiarezza la “Dichiarazione di Parigi”, che designa la Unione Europea come falsa Europa, il progressismo come superstizione, cioè falsa religione. E’ la dinamica, a parti e rapporti di forza rovesciati, che inaugurò la guerra di religione in seno alla Cristianità europea: la reciproca accusa di eresia. Il manifesto di Parigi è l’analogo delle 95 tesi luterane; oggi come allora, l’ortodossia ufficiale stenta a registrare la radicalità della sfida, perché il suo sguardo di potenza dominante è anzitutto sguardo politico, che si concentra su ciò che si manifesta nel campo dei rapporti di forza.

Alla radice della civiltà europea, sin dalla sua infanzia greca, c’è un tema, sempre di nuovo riproposto e interrogato: la tensione insolubile tra potenza e spirito. Dalla critica socratica e platonica della democrazia imperiale periclea, alla dialettica Impero/Chiesa simboleggiati dai “due soli” del De Monarchia dantesco, alle utopie politiche del Novecento, è l’interrogazione su questo enigma che istituisce l’identità profonda dell’Europa, per così dire il compito metastorico che la definisce.

2) Dove si schiera la sinistra. Scrive Visalli: “La sinistra…è secondo lui [secondo me] indisponibile a produrre una riflessione critica, e tanto meno un’azione politica contro la UE, e dunque si estromette automaticamente dal campo dello scontro ordinato da questa dualità. Cioè non entra nella battaglia.” Perché “ancora troppo legata alla mossa inaugurale della modernità, ed al mito della rivoluzione (in primis francese) per riconoscere il lato oscuro della ragione illuminista, la sua hybris di potere.

La mia era una semplice constatazione politica di fatto, ma Visalli la sviluppa correttamente. Aggiungo una precisazione e azzardo una previsione. La linea di frattura lungo la quale la sinistra si spaccherà, dividendosi nei due campi della guerra civile di religione che si prepara, è quella che corre fra la sinistra umanista-marxista e quella post-strutturalista: perché qualsiasi umanismo deve fare appello (magari con qualche incoerenza, nel caso dell’umanismo di derivazione marxista) a un’idea di dignità e natura umana e a una visione sostantiva del bene, una mossa che i critici della modernità e del capitalismo di famiglia foucaultiana non possono e non vogliono compiere. La parola chiave è: visione sostantiva del bene e dell’uomo; “sostantiva” nel senso forte che la parola “sostanza” prende nella tradizione filosofica greco-romana e cristiana.

E’ su questo “sostanzialismo”, (che Visalli chiama “essenzialismo”) che possono incontrarsi, ed effettivamente già si incontrano nell’opera di Michéa e di altri, la cultura politica del conservatorismo e quella della sinistra umanista. Nella Dichiarazione di Parigi, l’uso della terminologia “essenzialista” e di giudizi assiologici quali buono/cattivo, vero/falso, è obbligata e, naturalmente, consapevole della propria inattualità scandalosa. Perché alla base della cultura politica conservatrice sta il concetto di natura umana, fondato religiosamente e/o metafisicamente, come lo definiscono tanto la filosofia greco-romana, quanto il cristianesimo che (parzialmente) la integra e la sviluppa. Si tratta di “un assolutismo”, come sostiene Visalli? Sì e no. Lo definirei piuttosto un universalismo spirituale che implica un relativismo politico. Universalismo, perché la “scienza delle sostanze” cerca che cosa sono le cose e che cos’è l’uomo, non come funzionano le cose e l’uomo, e dunque non può e non vuole rinunciare all’affermazione assoluta e universale della verità. Ma come correttamente rileva Visalli, “una comunità universale è, quasi per definizione, impossibile”: e dunque, dalla ricerca e dall’affermazione universale delle essenze e del vero non consegue affatto che sia possibile e necessaria la realizzazione effettuale della comunità politica universale, che nella prassi si traduce in governo (imperiale) mondiale; il quale è anzi una contraffazione della vera comunità universale, che si realizza solo nello spirito, e il cui modello europeo è la Chiesa cattolica cioè universale. Su questo tema rimando sia all’elaborazione agostiniana (le due Città) sia soprattutto alla riflessione di Nicola Cusano, nel De docta ignorantia e nel De pace fidei. In sintesi: all’universalismo spirituale corrisponde il relativismo politico, cioè l’accettazione delle differenze e delle divergenze in merito al vero come dato storico permanente, che tale rimane finché la storia è storia e l’eschaton non la solvet in favilla.

Questo è un punto di grande rilievo, perché tocca immediatamente l’evento storico e simbolico in rapporto al quale oggi si dividono i campi conservatore e progressista, la Rivoluzione francese.

Le parole d’ordine della rivoluzione francese, “libertà eguaglianza fraternità”, sono problematiche sin dal primo giorno in cui qualcuno le propose come programma politico. Sono problematiche perché sono parole e valori cristiani, ma sono rescissi dal cristianesimo: sia dal cristianesimo come religione, sia dal cristianesimo come cultura che reinterpreta e almeno in parte assorbe il legato greco-romano. Rescissi dal cristianesimo come religione perché due dei dogmi fondamentali del cristianesimo sono a) il peccato originale (= l’uomo da solo non è capace di piena libertà, e anzi ne fa uso per realizzare il suo più profondo desiderio, diventare Dio, così esponendosi a conseguenze destrutturanti (perdizione) che richiedono l’Incarnazione, il sacrificio della Croce, la Redenzione b) il fine ultimo dell’uomo e della storia umana non è situato in questo mondo ma nell’Altro, cioè nell’eschaton.

Rescissi dal legato greco-cristiano perché per esso a) l’uomo è libero solo quando è capace di agire in conformità a ragione, ed è chiaro a chiunque che non tutti gli uomini ne sono capaci, anzi ne è capace solo una piccola minoranza, se per ragione non si intende la capacità di scegliere mezzi atti a un fine qualsiasi, ma la capacità di individuare e perseguire il fine reale della vita umana, capacità che richiede, per esempio e tra l’altro, il dominio delle facoltà superiori sulle facoltà inferiori della persona, cosa per niente facile come sa chi sia stato aggredito da qualcuno intenzionato farlo fuori o abbia anche solo provato a smettere di fumare. b) L ’eguaglianza tra gli uomini è solo virtuale o potenziale. L’incipit della Metafisica di Aristotele dice: “Tutti gli uomini per natura tendono al sapere”, il che è certamente vero sul piano della potenzialità, certamente falso se lo si intende come constatazione empirica di un dato di fatto, come è facilissimo rilevare facendo due chiacchiere con i conoscenti c) La fraternità è possibile solo in due casi: 1. possono essere e sentirsi fratelli gli appartenenti a una comunità culturale e politica realmente esistente, necessariamente limitata e singolare, non universale 2. possono essere e sentirsi fratelli i figli di uno stesso Padre, necessariamente Celeste, che diano origine a una comunità spirituale potenzialmente universale e realmente esistente anche sul piano storico (la Chiesa) che però in quanto tale non può coincidere con nessuna comunità storica, empirica, singolare.

Il tentativo di realizzare le parole d’ordine della rivoluzione francese in una visione del mondo e dell’uomo secolarizzata e antimetafisica come quella illuminista e progressista provoca l’ enantiodromia, cioè a dire che parti per fare A e invece fai Z. La dialettica dell’universalismo politico è questa, e la situazione che ne consegue il presupposto della guerra civile di religione che si annuncia.

Fine della prima parte.

DUE APPELLI, DUE EUROPE. Di Roberto Buffagni

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Un primo contributo, seguito alla pubblicazione di due primi documenti a firma collettiva http://italiaeilmondo.com/2017/10/24/quale-europa-a-cura-di-giuseppe-germinario/ , alla discussione sulle basi culturali, teoriche e politiche dell’europeismo e sulle basi politiche per modalità alternative di costruzione di relazioni tra stati europei

Nello scorso maggio, l’European Endowment  for Democracy,[1] un’importante istituzione europea con sede a Bruxelles che ha lo scopo di finanziare “gli attori locali del cambiamento democratico in Europa e altrove”, ha promosso, nell’ambito del forum 2000 riunito a Praga, un Appello per il rinnovamento democratico[2]. Tra i molti primi firmatari, lo storico britannico Timothy Garton Ash, il filosofo francese Bernard Henri Levy, il politologo americano Francis Fukuyama, l’attore USA Richard Gere, il politico francese Bernard Kouchner, e il presidente ceco dello EEfD.

L’appello di Praga esordisce così: “La liberal-democrazia è minacciata, e tutti coloro che l’hanno a cuore devono accorrere in sua difesa”.

Caratteristiche salienti dell’appello:

1) E’ scritto in inglese, non esiste versione in altre lingue.

2) E’ scritto in una lingua di legno burocratico-giornalistica che arranca penosamente da un cliché all’altro, anche se tra i firmatari, gente che sa scrivere ce n’è, per esempio Timothy Garton Ash che oltre ad essere un madrelingua inglese ha una penna brillante. L’estensore del testo è, evidentemente, un burocrate.

3) E’ rivolto al mondo intero, e forse anche all’universo infinito. Mittente: Europa, destinatario: Universo.

4) Il livello dell’analisi è di una superficialità strabiliante, lo sforzo di definire i concetti e il lessico nullo. “La democrazia è minacciata dall’esterno da regimi dispotici come Russia e Cina”, ma anche dall’interno. “La fede [sic, il documento impiega la parola “faith” e non “trust”, fede e non fiducia; la democrazia come articolo di fede religiosa] nelle istituzioni democratiche declina da qualche tempo, perché i governi sembrano incapaci di rispondere alle sfide della globalizzazione, i processi politici appaiono sempre più sclerotici e disfunzionali, e le burocrazie che gestiscono le istituzioni nazionali e sovrannazionali lontane e autoritarie.” E concluso questo alato paragrafo, si va a timbrare il cartellino.

5) L’obiettivo è così definito: “Il punto di partenza di questa nuova campagna per la democrazia è la riaffermazione dei principi fondamentali che hanno ispirato l’espansione della democrazia moderna sin dalla sua nascita, più di due secoli fa.”

Non riassumo oltre, perché non c’è molto da riassumere e l’appello è brevissimo, un paio di paginette. Il contenuto è intellettualmente nullo, ma è molto indicativo proprio per quel che omette di nominare, e per il destinatario cui si rivolge. Il destinatario cui si rivolge è l’universo mondo democratizzabile e democratizzando, dunque il mittente – l’Europa – non è una realtà storicamente già esistente ma un progetto in corso d’opera che si compirà soltanto nella democrazia mondiale. Quel che omette di dire è tutto quel che precede “la nascita della democrazia moderna” o non coincide al millimetro con essa. Damnatio memoriae non solo per la tradizione ellenica, romana e cristiana, ma persino per tutta la tradizione del liberalismo classico inglese, dalla Magna Charta alla Glorious Revolution. Dunque, liberal-democrazia = Illuminismo, Progressismo, Rivoluzione francese & Basta. Oltre a questi confini temporali, intellettuali e politici c’è il Nulla e/o i Nemici della democrazia, una religione nata due secoli fa nella quale si deve avere “fede”.

Conclusione: questo non è un appello per la democrazia, questa è una dichiarazione di guerra totale all’Europa come realtà storica e come tradizione culturale.

***

Devono averla sentita così anche gli estensori di un altro appello, la Dichiarazione di Parigi[3], intitolata Un’Europa in cui possiamo credere. Qualcosa mi dice, infatti, che prima di riunirsi a Parigi nel maggio di quest’anno per discutere l’iniziativa e fissarne i punti principali, i firmatari dell’appello abbiano ricevuto e letto l’Appello per il rinnovamento democratico, che certo i promotori avranno fatto circolare nella rete accademica. La Dichiarazione di Parigi non è stata promossa da alcuna istituzione, e, infatti, è stata pubblicata soltanto il 10 ottobre scorso. Nei sei mesi tra maggio e ottobre, gli estensori hanno elaborato il testo, che è lungo e complesso, e ne hanno eseguito o fatto eseguire le traduzioni in tutte le lingue europee. Io l’ho letto in inglese e italiano. La traduzione italiana è corretta, ma non vola; suggerisco di leggerlo in inglese, che probabilmente è la lingua della stesura originale.

Prima di esporre le caratteristiche principali della Dichiarazione di Parigi, una premessa: la cultura politica e non solo politica che la ispira è anche la mia, e posso sottoscrivere per intero, con qualche inevitabile riserva e dissenso parziale, i contenuti dell’appello (infatti, l’ho firmato). Il lettore faccia dunque la tara al mio pregiudizio favorevole.

Caratteristiche principali della Dichiarazione di Parigi:

1) La stesura originale è (probabilmente) in inglese, la lingua che tutti gli estensori hanno in comune. E’ però tradotto in tutte le lingue europee.

2) E’ rivolto agli europei, non al mondo intero.

3) Gli estensori sono tutti europei, e tutti studiosi di alto livello. Ci sono tre studiosi di fama mondiale: Rémi Brague[4], il massimo studioso delle filosofie antiche cristiana, islamica ed ebraica; Robert Spaemann[5], il maggiore teologo cattolico tedesco; Sir Roger Scruton[6], il più importante filosofo conservatore dell’anglosfera. Due studiosi di fama europea: Ryszard Legutko[7], filosofo polacco, ex dirigente di Solidarnosc, ex parlamentare europeo e Ministro dell’Istruzione; Chantal Delsol[8], filosofa della politica, allieva di Julien Freund[9] – il massimo interprete contemporaneo del realismo politico – fondatrice dell’Institut Hannah Arendt[10]. Philippe Bénéton[11] è un filosofo della politica dell’Università di Rennes e dell’Institut Catholique d’Études Supérieures[12]. András Lánczi è filosofo della politica, rettore dell’Università Corvinus di Budapest e stretto collaboratore di Viktor Orbàn. Bart Jan Spruyt[13] è uno studioso e giornalista conservatore olandese, cofondatore della Edmund Burke Foundation[14], che nel 2004 è stato consigliere di Geert Wilders, per poi allontanarsene in seguito a dissensi sulla linea politica. Roman Joch, ceco, tra il 1994 e il 1996 è stato Ministro degli Esteri, oggi è il direttore del Civic Institute di Praga[15]. Matthias Storme[16] è un importante giurista conservatore belga.

4) Gli autori sono tutti studiosi conservatori. Cinque sono cattolici confessionali, gli altri sono agnostici, culturalmente cristiani nel senso che all’espressione conferiva Ernest Renan, dicendo che l’Europa è Grecia, Roma e cristianesimo. Tra gli autori della Dichiarazione di Parigi non ci sono italiani, spagnoli, portoghesi, scandinavi, irlandesi, anche se sono stato informato che tra i successivi firmatari della dichiarazione c’è uno studioso di grande valore come lo spagnolo Dalmacio Negro. Non so se dipenda dal carattere artigianale dell’iniziativa (gli autori si conoscono personalmente tra di loro, non è stata promossa da alcuna istituzione). Per quanto riguarda l’Italia, studiosi di fama europea che potrebbero condividere il contenuto dell’appello ce ne sarebbero, per esempio Claudio Magris; o Ernesto Galli della Loggia, noto in ambito nazionale. Non so se non siano stati interpellati per mancanza di contatti personali, o se siano stati interpellati e abbiano declinato per evitare polemiche e conseguenze spiacevoli: non saprei se si continua a scrivere sul “Corriere della Sera”, dopo aver collaborato alla stesura di un manifesto come questo; domani forse sì, oggi non credo.

5) La qualità del documento è quella che ci si può attendere da autori di alto livello, sia nella perspicuità della scrittura, sia nella profondità e nell’articolazione dell’analisi; va letto attentamente per intero. Segnalo di seguito i punti essenziali. Le sottolineature sono sempre mie.

5.1 “L’Europa è la nostra casa”.  Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile”. L’Europa è una casa, non un progetto mondiale in corso d’opera, e non ha un significato speciale per tutti ma solo per chi vi abita o vi viene accolto. Se questa è l’Europa vera, l’altra Europa, l’Europa dell’Appello per il rinnovamento democratico e l’Unione Europea che l’ha promosso è la falsa Europa.

5.2 Infatti, “una falsa Europa ci minaccia”… I suoi fautori sono orfani per scelta e danno per scontato che essere orfani ‒ senza casa ‒ sia una conquista nobile. In questo modo, l’Europa falsa incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatrice di una comunità universale che però non è né universale né una comunità.

5.3 Ecco indicato con la massima chiarezza il nemico: “I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo.” Il nemico è la falsa religione del progressismo mondialista, incarnato nella “falsa Europa”.

5.4 E l’appello a combatterlo: “La minaccia maggiore per il futuro dell’Europa non sono né l’avventurismo russo né l’immigrazione musulmana. L’Europa vera è a rischio a causa della stretta asfissiante che l’Europa falsa esercita sulla nostra capacità d’immaginare prospettive….” Europa vera contro Europa falsa, Europa casa contro Europa cantiere mondiale. Presumo che la menzione dell’“avventurismo” russo sia un cortese omaggio agli autori dell’Europa orientale, in particolare il polacco.

5.5 Che cos’è l’Europa vera, oltre ad essere la casa comune? “L’Europa vera è una comunità di nazioni Noi non cerchiamo l’unità imposta e forzata di un impero. L’Europa vera è stata segnata dal cristianesimoNon è un caso che il declino della fede cristiana in Europa sia stato accompagnato da sforzi sempre maggiori per raggiugerne l’unità politica: ovvero l’impero monetario e regolatorio, ammantato dai sentimenti di universalismo pseudoreligioso, che l’Unione Europea sta costruendo… L’Europa vera trae ispirazione altresì dalla tradizione classica Noi ci riconosciamo nella letteratura della Grecia e di Roma antiche”.

5.6  Qui, un attacco diretto al nocciolo dell’ Appello per il rinnovamento democratico, e della cultura UE: “Ma il futuro dell’Europa riposa in una lealtà rinnovata verso le nostre tradizioni migliori, non un universalismo spurio che impone la perdita della memoria e il ripudio di sé. L’Europa non è iniziata con l’Illuminismo. La nostra amata casa non troverà realizzazione di sé nell’Unione Europea... I padrini dell’Europa falsa costruiscono la loro fasulla Cristianità di diritti umani universali e noi perdiamo la nostra casa.”

5.7 Sull’immigrazione di massa: “Riecheggiando ironicamente l’antica idea imperialista, le classi dirigenti europee presumono infatti che, in qualche modo, in obbedienza alle leggi della natura o della storia, ‘loro’ diventeranno necessariamente come ’noi’; e non concepiscono che possa accadere invece l’inverso”

5.8 Sulla (mancanza di) legittimazione della UE: “Negli ultimi decenni, una parte sempre più ampia della nostra classe dirigente ha riposto i propri interessi nell’accelerazione della globalizzazione. I suoi esponenti mirano a dar vita a istituzioni sovranazionali che possano controllare senza l’inconveniente della sovranità popolare. È sempre più chiaro che il ‘deficit di democrazia’ di cui soffre l’Unione Europea non è solo un problema tecnico che si può risolvere con mezzi tecnici, ma un impegno basilare difeso con zelo.”

5.9 Quanto è forte il nemico? “l’Europa falsa si sta rivelando più debole di quanto chiunque avrebbe mai immaginato…le società europee si stanno sfilacciando malamente. Se non apriremo gli occhi, assisteremo a un uso sempre maggiore del potere statalista, dell’ingegneria sociale e dell’indottrinamento culturale.”

5.10 Come combatterlo? “Lo scetticismo crescente è pienamente giustificato… Chi si oppone, soffre di nostalgia, e per questo merita di essere moralmente condannato come razzista e fascista…Un’alternativa c’è.” Ometto i punti relativi alla battaglia culturale, che vanno letti per intero, nella loro complessità e nelle loro sfumature, e segnalo i punti direttamente politici: “L’immigrazione senza l’assimilazione è solo una colonizzazione, e dev’essere respinta…dobbiamo resistere alle ideologie che cercano di rendere totalizzante la logica del mercato… La crescita economica, benché benefica, non è il bene sommo. I mercati debbono essere orientati a fini sociali… L’Europa di oggi è attraversato da grande preoccupazione per il sorgere di quello che viene chiamato “populismo”, anche se il significato del termine non viene mai definito ed è usato per lo più solo come invettiva. Sul tema abbiamo le nostre riserve… Eppure ci rendiamo conto che molti elementi di questo nuovo fenomeno politico possono rappresentare una sana ribellione contro la tirannia dell’Europa falsa, che etichetta come “antidemocratica” qualsiasi realtà ne minacci il monopolio della legittimità morale. Il cosiddetto “populismo” sfida la dittatura dello status quo, il “fanatismo del centro”, e lo fa giustamente.”

 

* * *

 Mi fermo qui. Il manifesto, come ho detto, va letto per intero. Non affronto, in questo breve commento, l’aspetto e il significato più propriamente culturali del testo, per esempio come s’inserisca nella tradizione del pensiero cristiano e conservatore europeo, quali aspetti ne privilegi, in che rapporti stia con il liberalismo classico, in particolare quello che, secondo l’indicazione di Benedetto Croce, vuole distinguere liberalismo da liberismo economico. Toccherò invece il significato direttamente politico del manifesto: perché questo è anzitutto un manifesto politico. Lo è perché designa chiaramente, per nome e cognome, un nemico: l’Europa falsa, identificata in Unione Europea e progressismo mondialista, e invita espressamente a schierarsi per combatterlo. Tutti gli autori del manifesto appartengono a una cultura politica conservatrice e realistica, e dunque sanno benissimo che cosa stanno facendo, quando designano un nemico: compiono l’atto politico primordiale, quello che definisce la dimensione stessa del Politico.

Sul piano politico, il manifesto riveste un’importanza che mi par difficile sopravvalutare, perché:

1) Parte da un gruppo d’intellettuali che appartengono, al massimo livello, delle istituzioni accademiche, scientifiche, in alcuni casi politiche europee.

2) E’ sintomo di una rottura, anzitutto in seno a queste istituzioni, e in generale nelle élites europee, e si propone di ufficializzare e allargare questa frattura, promuovendo lo schieramento in campi avversi.

3) Pur rilevandone i limiti, legittima e appoggia, senza giri di parole, i “populismi” europei.

4) Identifica il proprio campo con quello degli Stati nazionali. L’orizzonte indicato è quello del ripristino delle sovranità nazionali che si congiungono e armonizzano nella comune appartenenza alla civiltà europea, e politicamente possono collaborare, eventualmente confederarsi, ma non disciogliersi in un’istituzione sovrannazionale.

5) La cultura politica alla quale si riferisce il manifesto è quella del conservatorismo europeo, e si situa dunque, nello spettro parlamentare, al centro-destra. Il centro-destra è e sempre più sarà, nei prossimi tempi, lo spazio politico decisivo per l’azione dei nemici dell’Unione Europea. Le esperienze degli ultimi anni mi paiono aver dimostrato due cose: a) che un’alleanza tra destra e sinistra in funzione anti UE è impossibile b) che “i populismi” che designano senza ambagi la UE come proprio nemico si situano tutti a destra, e però non riescono, da soli, né a vincere né soprattutto a convincere, cioè a guadagnare fiducia e consenso sia dell’elettorato, sia di settori di ceto dirigente abbastanza ampi da consentire di tenere il potere, dopo averlo conquistato.

6) Da quanto detto al punto precedente, consegue che la sola forza in grado di affrontare con speranza di successo le forze pro UE, è quella che può nascere da un’alleanza culturale, politica e sociale tra forze di centrodestra e forze di destra. Quest’ alleanza è possibile solo se le forze di centrodestra si spaccano lungo la linea di frattura che il manifesto indica con la massima chiarezza (o, sul piano strettamente politico-partitico, se aggiustano la rotta in quella direzione).

7) “Quante divisioni ha” il conservatorismo europeo? Da solo, molto poche. In compenso, ha una risorsa indispensabile e preziosissima: la capacità di ispirare fiducia e consenso con la maturità e la moderazione delle sue posizioni, e di uomini come gli Autori del manifesto. I populismi anti UE scontano, infatti, tutti, la diffidenza dei popoli e dei corpi elettorali nei riguardi di formazioni ritenute, a torto o a ragione, estremiste e inesperte, che invitano i cittadini a seguirli in un vero e proprio salto di paradigma politico; il proverbiale “salto nel buio”. Se si forma un’alleanza tra forze conservatrici moderate e competenti e populismi, il salto di paradigma non spaventerà più, o molto meno.

8) Last but not least, una collaborazione tra conservatori e populisti può sventare un pericolo molto grave: la polarizzazione radicale delle posizioni politiche e culturali, specialmente sul tema decisivo dell’immigrazione. La identity politics perseguita da decenni dalle forze progressiste di tutto il mondo occidentale, e imposta ossessivamente nel linguaggio dispotico del politically correct, negli Stati Uniti ha già prodotto un contraccolpo eguale e contrario, e alimentato la formazione di una cultura politica di destra radicale, la Alt-Right, nella quale, insieme a posizioni accettabili e anzi interessanti, si sono già cristallizzate posizioni di vero e proprio razzismo su base scientistica, affatto inammissibili ed estremamente pericolose. Indicare un capro espiatorio, facile da identificare perché la pelle è anche la sua bandiera, è un’arma molto efficace nella lotta politica; e un’arma che promette un facile successo immediato sarà spesso impiegata senza badare alle conseguenze future, che in questo caso sono veramente terribili: in sostanza, una “israelizzazione” della società, con l’istituzione di una apartheid informale, e una guerra civile a bassa intensità come condizione permanente. La presenza significativa di forze conservatrici, che si rifanno alla civiltà europea e alla cultura cristiana, nell’alleanza anti UE, diminuisce di molto i rischi di una deriva razzistica e tribale del campo in cui ci situiamo.

Qui concludo, scusandomi per la lunghezza, ringraziando il lettore dell’attenzione e invitandolo a replicare con obiezioni, critiche, commenti e suggerimenti.

[1] https://www.democracyendowment.eu/about-eed/ . “ The European Endowment for Democracy (EED) is a grant-giving organisation that supports local actors of democratic change in the European Neighbourhood and beyond”.

[2] The Prague Appeal for Democratic Renewal, https://www.forum2000.cz/en/coalition-for-democratic-renewal-2017-event-coalition-for-democratic-renewal

[3] https://thetrueeurope.eu/uneuropa-in-cui-possiamo-credere/

[4] https://fr.wikipedia.org/wiki/R%C3%A9mi_Brague

[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Spaemann

[6] https://en.wikipedia.org/wiki/Roger_Scruton

[7] https://en.wikipedia.org/wiki/Ryszard_Legutko

[8] https://fr.wikipedia.org/wiki/Chantal_Delsol

[9] https://fr.wikipedia.org/wiki/Julien_Freund

[10] http://lipha-pe.u-pem.fr/

[11] https://fr.wikipedia.org/wiki/Philippe_B%C3%A9n%C3%A9ton

[12] https://ices.fr/

[13] https://en.wikipedia.org/wiki/Bart_Jan_Spruyt

[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Edmund_Burke_Foundation

[15] http://www.obcinst.cz/en/people-in-ci/

[16] https://en.wikipedia.org/wiki/Matthias_Storme

L’autunno della Fronda, di Roberto Buffagni

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La vicenda catalana, che con l’odierna dichiarazione di indipendenza in standby tocca un vertice di comicità ineguagliato a memoria d’uomo, ci parla però di qualcosa di molto, molto serio. Ci parla della nuova fase in cui è entrata la Rivoluzione (con la Maiuscola) che da cinque secoli trascina con sé, non si sa dove, la civiltà europea e occidentale, e dunque il mondo. Pare follia impiegare questi paroloni per un’avventura politica di Peppa Pig® qual è l’indipendentismo catalano, come andare a caccia di tordi con i missili terra-aria. Ma «On a remarqué, avec grande raison, que la révolution …. mène les hommes plus que les hommes la mènent. Cette observation est de la plus grande justesse… […] Les scélérats mêmes qui paraissent conduire la révolution, n’y entrent que comme de simples instruments; et dès qu’ils ont la prétention de la dominer, ils tombent ignoblement.» (De Maistre, Considérations sur la Révolution, 1796).

La vicenda catalana ci parla infatti di una crisi che non è soltanto la crisi politica degli Stati nazionali, che si rivelano fragili, disuniti, disfunzionali: è la crisi del simbolo politico, del cosmion1 che ordina(va) e illumina(va) di significato la forma di civiltà assunta dall’Europa dopo la fine delle guerre di religione. Come tutti i simboli, un cosmion entra in crisi quando non ci parla più. Un simbolo può ammutolire per infiniti motivi; ma trattandosi di un simbolo politico, di solito la sua voce si fa fioca per l’azione congiunta di un abuso di autorità e di una contestazione di autorità. Se il dissenso in merito all’ordine non può essere ricomposto, entra in campo la nuda violenza politica, e il clamore delle armi copre la voce del simbolo.

La forma primaverile di questa lotta fra le autonomie e gli Stati sono le guerre della Fronda, che vedono lo Stato assoluto nascente opporsi agli “stati”, nel senso che questa parola assume nell’antica istituzione francese degli “Stati generali”: la forma politica che rivestono le autonomie sociali, allora rappresentate dai grandi signori e dai Parlamenti2. Lo scontro tra stati e Stato nasce dalla crisi di un altro grande cosmion: la cristianità medievale, frantumato e ammutolito dalle guerre di religione; e si svolge contemporaneamente in Inghilterra (Cromwell contro gli Stuart) e in Francia (de Retz e Condé contro Mazzarino e Turenne). In Inghilterra vincono gli stati, in Francia lo Stato3.

Oggi assistiamo (e volenti o nolenti partecipiamo) alla forma autunnale della lotta fra autonomie sociali o stati e lo Stato nazionale. Autunnale, per due ordini di ragioni. Anzitutto, lo Stato nazionale europeo non basta più a se stesso – non può autolegittimarsi – almeno da quando, entrato in crisi lo Stato liberale, sono sorti gli Stati nazionali totalitari fascista e nazista, sconfitti sul campo nella Seconda Guerra Mondiale. Lo Stato nazionale europeo è stato poi arruolato, insieme al cristianesimo, nella gigantomachia tra USA e URSS. Conclusa quella, la potenza imperiale egemone ha trattato gli Stati nazionali europei come un residuo o un ostacolo, come dimostrano sia l’appoggio americano all’Unione Europea, che agli Stati nazionali risucchia autorità e potenza, sia il disinvolto intervento nella guerre civili jugoslave, con la promozione delle indipendenze e la creazione dello Stato fantoccio del Kosovo. Ma ecco il secondo ordine di ragioni: questa Fronda 2.0 è autunnale cioè decadente perché entrambe le forze che la combattono, stati e Stato nazionale, sono in via di esaurimento, e alle loro spalle si stagliano forze imperiali nascenti: anzitutto la neocristianità russa, ma anche la Cina neoconfuciana. Questi, infatti, paiono essere i nuovi cosmion, i nuovi simboli politici che sorgono per rispondere alla sfida culturale e politica dell’impero statunitense. Dove l’insorgere, con Trump, di una nostalgia di Stato nazionale declinata in forma di isolazionismo pasticcione, illustra la crisi della potenza egemone mondiale in seguito ai terribili errori strategici, frutto di arroganza e avidità, commessi dopo il crollo del suo nemico storico, l’URSS.

Per trarre una conclusione provvisoria, potremmo dunque dire che la vicenda catalana ci insegna, per ora, questo: che lo Stato nazionale è un simbolo politico morente, che sopravvive come monumento storico-turistico, come nostalgia di un ordine perento, rifugio provvisorio di chi si sente debole e minacciato, psicofarmaco contro l’angoscia di un futuro che si profila caotico e minaccioso. E che gli stati che lo attaccano, come le iene e gli sciacalli attaccano il leone ferito, letteralmente non sanno quello che fanno, neppure che al leone ferito basta ancora una zampata per disperderli. Per finire, ci insegna di nuovo che l’Unione Europea non sarà mai un simbolo politico vitale. Non è un impero. Non è uno Stato nazionale. E’ un fascio di stati, un insieme arlecchinesco di forze economiche, sociali e politiche incapaci di legittimarsi e di fiorire in un ordine simbolico, che quando le cose si fanno serie – quando la crisi culturale e politica lo tocca da vicino – è costretto puntellare ipocritamente lo Stato nazionale del quale continua a minare le basi.

1 “Cosmion” è un’espressione che prima Adolf Stohr e poi Eric Voegelin impiegano per definire il simbolismo politico, pensato in analogia con il cosmo, che conferisce senso a una forma di civiltà e ne costituisce l’ordine politico. C’è dunque il cosmion imperiale ellenistico o romano, ma anche il cosmion dello Stato nazionale assoluto, etc.

2 I Parlamenti francesi dell’ancien régime sono istituzioni giuridiche con il compito di registrare gli atti del potere regale. Sono anche e soprattutto le istituzioni nelle quali siedono i rappresentanti delle 40.000 famiglie che detengono la ricchezze commerciale e industriale del regno di Francia, mentre i grandi signori frondisti sono i detentori di una larga quota delle terre, e, naturalmente, sono professionisti della guerra.

3 Le ragioni del diverso esito sono molteplici. Non secondaria la diversa statura dei contendenti, re Giacomo commette gravi errori politici e sul campo non si dimostra all’altezza di Cromwell, mentre Mazzarino e Turenne sono più che validi avversari di un politico geniale come Retz e di un grande soldato come Condé. Il risultato determina la diversità storica di cultura politica, che permane tuttora, tra l’anglosfera e il continente europeo: nei paesi anglosassoni lo Stato nazionale non assumerà mai il valore simbolico e la forza politica che invece prende nell’Europa continentale (la direzione politica del Regno Unito non deve la sua efficacia a uno Stato nazionale razionalmente strutturato, ma alla permanenza di un nucleo dirigente che si riproduce per cooptazione ed è l’erede diretto dell’alleanza tra alta aristocrazia e grande commercio che con la guida di Cromwell sconfisse re Giacomo) . In seguito alla sconfitta patita dall’Europa continentale nelle due guerre civili europee e all’egemonia dell’anglosfera, la cultura politica anglosassone, che privilegia sullo Stato nazionale la “società civile” ovvero, nell’accezione contemporanea, le autonomie sociali, ha egemonizzato anche l’Europa continentale: come ognuno vede.

¡Cataluña libre! ovvero il mistero teologico di Peppa Pig®, di Roberto Buffagni

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Ecco il bello della vecchiaia moderna: che invece di brontolare, come i vecchi dei vecchi tempi, plus ça change, plus c’est la même chose o nihil sub sole novi, il vecchio moderno può continuare a meravigliarsi come un bambino al cospetto di novità assolute come questa lotta di liberazione nazionale catalana, in cui la tragedia della guerra civile spagnola si reincarna in un’appassionante avventura di Peppa Pig®.

Riassunto della puntata per i più distratti: i dirigenti catalani lanciano una campagna per l’indipendenza della Catalogna (non per l’autonomia che hanno già, e larghissima). Indipendenza della Catalogna = the end per il Regno di Spagna. Basterebbe la scissione catalana per far passare i titoli di coda su una storia plurisecolare, ma siccome una ciliegia tira l’altra, seguirebbero a ruota i baschi, che in fatto di identità storica specifica non hanno niente da invidiare ai catalani e in verità a nessuno in Europa e nel mondo, visto che la loro è una “lingua isolata”, non imparentata con alcuna delle lingue conosciute[1] (che siano alieni? Attendiamo la prossima puntata).

E fin qui, si potrebbe commentare come i vecchi di vecchio modello: nihil sub sole novi. Perché quante volte abbiamo visto, nella storia d’Europa e del mondo, lotte di liberazione nazionali più o meno giustificate, più o meno coronate da successo, più o meno esaltanti e condivisibili? Tante, anche qui in Italia. Ma ecco la novità assoluta: i dirigenti catalani non sono sfiorati dal pensiero che il Regno di Spagna, forse, non vorrà morire, e forse, almeno forse, reagirà. Ispirati dalla paella valenciana, cucinano invece uno strabiliante pastrocchio ideologico-politico composto da: anarchismo allo stato brado (“facciamo come ci pare”), democrazia confusionaria con colonna sonora degli Inti Illimani (“el pueblo unido jamàs serà vencido”), antifascismo back to the future (“via dallo Stato oppressore criptofranchista”), economicismo decerebrato (“tanto i soldi li abbiamo noi”), e indicono un referendum-battaglia campale decisiva per l’indipendenza della Catalogna.

Il cigolante Regno di Spagna, però, reagisce. Reagisce tardi, reagisce male, ma reagisce; e in effetti, perché non reagisse affatto e si lasciasse amputare la Catalogna (e a seguire almeno i Paesi Baschi), dovrebbe essere più stupido, più autolesionista e più confusionario dei dirigenti catalani. Il che è manifestamente impossibile, e dunque il Regno di Spagna reagisce. Il referendum è indiscutibilmente illegale. A scanso di equivoci, il Regno di Spagna chiede un chiarimento alla Corte Costituzionale, che naturalmente conferma un fatto chiaro come il sole: non si può distruggere formalmente uno Stato restando all’interno delle leggi che lo fondano, quindi no, non è vero che “facciamo come ci pare”. Il Regno di Spagna sa anche che a) non tutto el pueblo spagnolo è d’accordo sulla secessione catalana, quindi no, el pueblo non è unido, quindi può essere vencido b) non c’è bisogno verificare a) interpellando el pueblo spagnolo con un controreferendum, perché in ogni caso lo Stato spagnolo dispone delle forze dell’ordine e delle forze armate appunto spagnole, capacissime da sole di sconfiggere anche un eventuale pueblo unido. Il Regno di Spagna sa altresì che l’evocazione di una guerra civile per quanto low cost contro “lo Stato oppressore criptofranchista” mette il freddo nelle ossa a tutti gli spagnoli, catalani compresi, che non abbiano assimilato la storia patria seguendo le avventure di Peppa Pig®, e dunque anche l’antifascismo back to the future fidelizza un target limitato di consumatori. Per concludere, lo Stato spagnolo sa che la Catalogna può anche “avere i soldi”, ma se lui ha il monopolio della forza e il riconoscimento internazionale, e la Catalogna no, non c’è partita neanche sul piano economico o economicista.

Tutte queste cose, invero elementari, il Regno di Spagna le sa, e dunque reagisce. Reagisce tardi e male, dicevo. Se interessa, secondo me avrebbe dovuto reagire come segue: alla prima convocazione ufficiale del referendum, arrestare immediatamente i dirigenti catalani, processarli per propaganda e associazione sovversiva o antinazionale (art. 272 del C.P. italiano, non dubito esistano articoli analoghi nel C.P. spagnolo), condannarli e fargli scontare la pena fino all’ultimo giorno, commissariare la Generalitat catalana, presidiare il territorio con le FFAA e prevenire così la pericolosa sceneggiata del referendum, che di certo darà alimento anche in futuro a nuove puntate della serie “¡viva Cataluña libre y viva Peppa Pig®!”; e che poteva finire molto male, con più di un morto invece che con un po’ di feriti a quanto pare lievi, grazie a Dio: Dio che, secondo le parole di Miguel de Unamuno, “no puede olvidarse de España”. Poi, con tutta calma, indire nuove elezioni in Catalogna dopo aver messo fuori legge i partiti secessionisti presenti e futuri.

In breve, il Regno di Spagna doveva fare una cosa sola, e per quanto un po’ maldestramente l’ha fatta: far capire a tutti gli spagnoli, e in particolare ai catalani, che la politica è una cosa seria. Cosa seria vuole dire, nel caso in esame, che quando si ritiene, a torto o a ragione qui non importa, che per un popolo, una regione, una città, un quartiere o un condominio, sia giunta l’ora di secedere dallo Stato nel quale sono inclusi, chi prende la decisione deve prepararsi a un conflitto che prima o poi giungerà allo scontro armato, e quindi a versare il sangue proprio e altrui in un conflitto a morte: a fare insomma quella cosa che si chiama “guerra civile”. Perché la politica, o meglio il Politico, è retto da queste leggi, e non da altre; e lo si racconta con le tragedie classiche o con i drammi storici di Shakespeare, non con le avventure di Peppa Pig®.

Perché l’enigma vero che ci propone la vicenda catalana è proprio questo: come è possibile che un intero gruppo dirigente politico di una regione civile e moderna, appoggiato da un’importante quota di popolazione composta da persone in genere istruite e informate, e incoraggiato dall’estero da partiti, organi di stampa ufficiale, innumerevoli commentatori sui social media e così via, non si renda conto che la politica è una cosa seria? Che gli organismi politici e gli Stati non si lasciano distruggere o mutilare senza reagire? Che non esiste la lotta di liberazione nazionale sans larmes, per votazione plebiscitaria magari telematica? E che dunque chi si assume la responsabilità di indire una secessione deve prevederne le conseguenze, e prepararsi a una battaglia difficile e sanguinosa?

“Irresponsabili”, certo: i dirigenti catalani di oggi sono degli irresponsabili. Furono irresponsabili anche i dirigenti repubblicani spagnoli negli anni Trenta, quando forzarono le leggi e i risultati elettorali a loro vantaggio, quando non repressero o appoggiarono tacitamente le violenze politiche degli anarchici e della sinistra contro la Chiesa e contro la destra spagnola[2]. Ma all’epoca, l’irresponsabilità dei dirigenti repubblicani e delle sinistre spagnole si può compendiare in errato calcolo dei rapporti di forza e incapacità di controllare la propria base militante, in particolare le frange estremiste che puntavano a una rivoluzione sociale vera e propria; un’irresponsabilità che provocò l’alzamiento militare e la terribile guerra civile spagnola (centinaia di migliaia di caduti, sul campo e nelle repressioni sterministe dietro entrambe le linee).

Ma in questa nuova, odierna irresponsabilità c’è del mistero: il mistero di Peppa Pig®.

Esclusa a priori un’epidemia del morbo di Alzheimer-Perusini, mi sono interrogato su questo mistero. Ecco le ipotesi provvisorie a cui sono giunto.

1) Dopo le due guerre mondiali e la sconfitta complessiva d’Europa (nazioni nominalmente vincitrici comprese) gli europei, non potendo più partecipare autonomamente alla lotta per la potenza che intanto continuava come sempre a svolgersi nel mondo, hanno operato su di sé, con l’assistenza interessata delle loro badanti americana e sovietica, una colossale negazione del problema “potenza”, vale a dire: “Siamo impotenti ma in realtà non siamo impotenti perché la potenza non esiste o se esiste riguarda solo gli altri”.

2) Dopo l’instaurazione dell’ Unione Europea, che è un falso Stato privo di confini, legittimazione politica e forza che si propone come Superstato economico e ideologico, cioè un ferro di legno e un ossimoro politico vivente, la negazione di cui al punto precedente si è aggravata e approfondita: “Se l’Unione Europea, che non ha confini da proteggere o nemici tranne gli avversari ideologici antieuropei, è il nostro orizzonte politico e ideale, allora anche gli Stati europei che ne fanno parte non prenderanno sul serio i loro confini e non avranno altri nemici che gli avversari ideologici antieuropei. I catalani non sono meno europeisti degli spagnoli, quindi perché non dovrebbero volere l’indipendenza i catalani, e perché dovrebbero arrabbiarsi gli spagnoli?”

3) L’ideologia europeista e progressista, compendiata nel politically correct, si fonda sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità che furono la bandiera della Rivoluzione francese e dell’illuminismo; che a loro volta sono una trascrizione secolarizzata dell’universalismo cristiano. Secolarizzata significa: amputata della dimensione sia specificamente religiosa, sia metafisica della cultura cristiana europea, che integra anche il lascito greco-romano. Secolarizzando la cultura cristiana europea, il politically correct trascrive e ritraduce a modo suo anche un elemento essenziale, e specificamente religioso, del cristianesimo: il ruolo unico e salvifico che il cristianesimo assegna alla vittima. Nella lettura di René Girard, il cristianesimo rivela le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo[3] proprio perché al contrario di tutti i miti, che tutti si fondano sul meccanismo del capro espiatorio e assegnano alla vittima del sacrificio il ruolo di “colpevole/divino fondatore”, il cristianesimo rivela, nelle Scritture, che la vittima è vittima innocente.  Ma non c’è bisogno di rifarsi all’interpretazione girardiana del cristianesimo. La vittima per antonomasia, nella religione cristiana, è Gesù Cristo, la Vittima innocente, salvifica e redentrice, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Si dà il caso che questa Vittima innocente sia anche Dio, e che Dio sia onnipotente. Nella dimensione religiosa cristiana che le è propria, questa coincidenza non pone problemi. Gesù è certamente Vittima, è certamente innocente, è certamente Dio e dunque certamente onnipotente: però non scende dalla Croce per fare fuori i cattivi e assumere la presidenza del Governo Mondiale della Bontà, dell’Innocenza e del Progresso. Non lo fa perché la tentazione della potenza mondana è la seconda (o la terza, a seconda dei Vangeli) tentazione di Satana a Gesù: “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’ ” [Mt 4,8-9.[4]]  che Gesù respinge con una citazione scritturale: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” [Dt, 6,13]

Trascritto nel contesto secolarizzato, amputato della sua dimensione specificamente religiosa e metafisica, il ruolo salvifico e redentore della vittima diviene però tutt’altra cosa; per l’esattezza, diviene l’esatto contrario, esattamente anticristico, di Gesù Vittima Divina, Sacra e Redentrice: diviene la vittima onnipotente che redime l’umanità con l’azione politica.

Il politically correct, infatti, si fonda proprio sulla designazione di vittime sacre, e sacre in quanto vittime. Le donne sono vittime degli uomini, gli immigrati stranieri sono vittime degli autoctoni europei, i neri sono vittime dei bianchi, gli omosessuali sono vittime degli eterosessuali, i bambini sono vittime degli adulti, e così via: fino ad arrivare al caso in esame, la piccola Catalogna che è vittima della grossa Spagna, i deboli cittadini catalani che sono vittime del potente Stato spagnolo. (Tutte le vittime, naturalmente, sono vittime perché non sono potenti: altrimenti non sarebbero vittime). Ma se la vittima è sacra, è anche divina; e se è anche divina, le spetta di diritto l’attributo divino del quale nessuno ride: l’onnipotenza. Onnipotenza che la vittima si guarderà ben dal rifiutare, perché non esiste né un Dio da adorare e a cui solo rendere culto, e tanto meno Satana, che dunque non può proporla come tentazione a chicchessia. Anzi: l’onnipotenza, o in generale la maggior potenza possibile, se conferita di diritto alla vittima le consentirà di operare per il bene di tutti; addirittura per la redenzione – certo secolare visto che altre non ce ne sono –  del mondo e dell’umanità; fino al giorno in cui non ci saranno più vittime, perché non ci sarà più potenza (che è sempre un differenziale di potenza) e dunque non ci sarà più né conflitto, né ingiustizia, né politica, ma accordo e pace universali; dove il leone giacerà con l’agnello, e la Catalogna potrà dichiararsi libera e indipendente con la commossa benedizione del Regno di Spagna.

Però, sorpresa! Il giorno beato della vittima onnipotente che redime l’umanità con l’azione politica arriva sempre domani.

Per ora, in Spagna, è arrivata la redenzione dell’umanità copyright Peppa Pig®. Poteva andare molto peggio: ma in Spagna e altrove, non è finita qui. Stay tuned per la nuova stagione di questa emozionante serie fantaculturale,  intitolata L’apocalisse secondo Peppa Pig®.

[1] Il basco è una lingua ergativo-assolutiva, diversa da tutte le lingue indoeuropee occidentali (tutte lingue nominativo-accusative). I linguisti hanno provato a ricostruire una lingua proto-basca per mezzo della tecnica conosciuta come ricostruzione interna, ma non è stata ancora scoperta la sua origine e per questo viene considerata una lingua isolata, vale a dire una lingua che non è imparentata con nessun’altra lingua.

[2] Si vedano ad esempio le opere dello storico americano Stanley G. Payne, https://en.wikipedia.org/wiki/Stanley_G._Payne  o dello storico inglese Hugh Thomas https://en.wikipedia.org/wiki/Hugh_Thomas,_Baron_Thomas_of_Swynnerton. Interessante, sintetica e in italiano questa intervista a Payne: http://www.identitanazionale.it/Sesia_Payne.pdf

[3] E’ il titolo di un celebre libro di Girard. V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Girard

[4] Ma vedi tutti i sinottici:  Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13.

TACCUINO FRANCESE! Che cosa ci insegna la crisi del Front National?, di Roberto Buffagni

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Avevo appena iniziato a scrivere questo foglio di taccuino francese quando è giunta la notizia dell’espulsione di Florian Philippot dal Front National.

Non è soltanto la conclusione prevedibile di una crisi interna al FN, che si è manifestata dopo la conclusione deludente delle elezioni presidenziali francesi, e anzi sin dalla sera stessa del catastrofico dibattito televisivo tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron (qui il mio commento/analisi a caldo: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2017/05/la-parola-di-catrambronne.html ).

L’espulsione di Florian Philippot dal FN segna l’apertura di una crisi strategica delle opposizioni alla UE e al mondialismo, europee e non solo europee. A mio avviso, la ragione fondamentale di questa crisi strategica è culturale e metapolitica. Volendo fare un’analogia storica, le opposizioni alla UE e al mondialismo si trovano nella situazione delle opposizioni francesi, di destra e di sinistra, alla borghesia liberale rappresentata da Luigi Filippo d’Orléans, “re dei francesi”, negli anni tra il 1830 e il 1848. L’analogia è calzante anche per l’avversario: il governo Macron e il settore di classe dirigente che lo sostiene somigliano davvero tanto, con i dovuti aggiornamenti, ai borghesi che elevarono al trono il “roi poire” di Honoré Daumier (https://www.histoire-image.org/etudes/louis-philippe-daumier ), anche se Macron è giovane e bello e Luigi Filippo no. Tipicamente louis-philippard (haute banque, mandarinato amministrativo, accademia) il curriculum di Macron e di molti suoi collaboratori: i due primi governi di Luigi Filippo furono diretti da grandi banchieri, Laffite e Casimir-Perier; un altro suo primo ministro, Guizot, pronunciò la celeberrima frase “Enrichissez-vous par le travail et par l’épargne et vous deviendrez électeurs”; Thiers, grande storico della Rivoluzione, da ministro fece sparare sul popolo parigino senza pensarci due volte (https://www.histoire-image.org/etudes/rue-transnonain-15-avril-1834 ); e il suffragio censitario della Monarchia di Luglio è il sogno neanche tanto inconfessato di Macron e dei suoi.

Le opposizioni alla Monarchia di Luglio si dividono, come le attuali, tra opposizioni di destra (legittimista e bonapartista) e opposizioni di sinistra (repubblicana e socialista). C’è un’altra analogia interessante: che le opposizioni di destra si informano a due correnti ideologiche, una delle quali è coerente, radicale e filosoficamente ben fondata ma politicamente inservibile e impraticabile (la reazione maistriana, controrivoluzionaria, antilluminista dei legittimisti); e l’altra filosoficamente incoerente, eclettica, giacobino-romantica ma politicamente vitale e praticabile (il bonapartismo). Le opposizioni di sinistra si ispirano anch’esse a due ideologie: la repubblicana di ascendenza diretta giacobina, e la socialista non “scientifica”, pre-marxiana. Nonostante i molti tentativi coevi e successivi, le opposizioni di destra e di sinistra non riusciranno mai a unificarsi in un fronte comune contro un comune avversario che, invece, come oggi il governo Macron, governa e detiene l’egemonia politico-culturale grazie di un’alleanza-convergenza al centro politico fra ceti dirigenti provenienti da opposte sponde. Dopo il 1848, riusciranno invece ad allearsi intorno al nome del Principe-Presidente Luigi Bonaparte le opposizioni di destra bonapartista e di sinistra repubblicana, mentre le destre legittimiste e le sinistre socialiste vengono sospinte verso le estreme, dove resteranno confinate e impotenti per decenni.

Ma ritorniamo all’oggi, e a quel che ci insegna la vicenda del Front National. Naturalmente, dopo la delusione elettorale si è aperto il dibattito sul perché: perché siamo giunti a un passo da un’affermazione storica delle opposizioni alla UE e al mondialismo, e a un passo dalla meta abbiamo perso; perso, anzitutto, la fiducia in noi stessi e la capacità di ispirare fiducia ai cittadini e al popolo che vogliamo rappresentare.

Le letture della sconfitta che vengono dall’interno del campo antimondialista sono fondamentalmente due, una di sinistra e una di destra. Ne riassumo i punti essenziali.

1) Lettura di sinistra. La espone molto bene Jacques Sapir in questa intervista in due parti: https://cerclepatriotesdisparus.wordpress.com/2017/09/16/jacques-sapir-1/ https://cerclepatriotesdisparus.wordpress.com/2017/09/19/2/

In sintesi estrema: la linea vincente per il FN, e in generale per le opposizioni antimondialiste, era e continua ad essere quella, incarnata da Florian Philippot, di dédiabolisation e di apertura a sinistra sui temi sociali, che ha portato all’incremento di consensi non solo elettorali degli ultimi anni, e ha trasformato il FN nel primo partito operaio di Francia. La ragione della sconfitta è duplice: incertezza e presentazione confusa dei temi economici, anzitutto del tema dell’euro, risultante sia dall’alleanza all’ultimo minuto con Dupont-Aignan che su questo tema ha posizioni più sfumate, sia da incapacità personale di Marine, che nel dibattito è dunque parsa meno convincente di Macron; una Marine che, al secondo turno, ha rivolto agli elettori di Mélenchon (ai quali il loro leader non aveva proibito di votare FN, pur rifiutandosi di appoggiarlo apertamente) un appello poco persuaso e psicologicamente maldestro.

Senza dirlo apertamente, Sapir implica (salvo mio errore) che il FN dovrebbe insistere nella ricerca di un’alleanza con le forze sociali e politiche oggi rappresentate da Mélenchon, e a privilegiare il tema economico e sociale, integrandovi, ma in secondo piano e senza fare appello all’identità culturale, il tema dell’immigrazione.

2) Lettura di destra. Compendiata con chiarezza da Bruno Mégret, protagonista di una passata scissione del FN: https://www.polemia.com/lechec-dune-strategie/ e da questi altri interventi: https://www.polemia.com/marine-le-pen-pas-au-niveau/ , https://www.polemia.com/quelques-remarques-sur-le-front-national-apres-la-presidentielle-de-2017/

Sintetizzando al massimo: la linea “sociale” ed “economica” di Marine Le Pen/Philippot si è dimostrata perdente, numeri alla mano (v. qui: https://www.polemia.com/la-performance-electorale-du-fn-a-lepreuve-des-chiffres/ ). Sperare di sfondare a sinistra, tra gli elettori reali o potenziali di Mélenchon, è pura utopia: il tetto massimo di elettorato proveniente dalla cultura politica di sinistra è già stato raggiunto, insistervi significa soltanto allontanare, oltre ai simpatizzanti tradizionali del FN, artigiani, partite IVA, PMI e tutti i ceti che avversano lo statalismo tassatore. Il FN deve concentrare la sua azione e la sua propaganda su due temi essenziali: l’immigrazione, e dunque, la difesa e la riaffermazione dell’identità culturale francese ed europea, con la battaglia contro i diritti “sociétales”, o “cosmetici”, come si usa dire in Italia; e il recupero della sovranità intesa nel suo significato politico di “legittimità e potenza”, con quel che ne discende: recupero di una politica realistica, basata su interesse nazionale e riaffermazione dei poteri “régaliens” dello Stato (anzitutto difesa dall’esterno e sicurezza all’interno). Il tema dell’euro viene giudicato secondario (“dipende da come lo si usa”) oppure – ma di rado – se ne riconosce la decisività anche politica ma si sottolinea che è divisivo in termini di consenso elettorale (“anche i piccoli risparmiatori culturalmente affini al FN, ad es. gli elettori che al primo turno votarono Fillon, temono l’uscita dall’euro”) e tecnicamente complicato, non spendibile sul piano della propaganda (“troppo facile per gli esperti alzare un polverone in cui l’elettore medio non si raccapezza più”).

Sul piano direttamente politico-elettorale, la prospettiva caldeggiata è la seguente: sostituzione di Marine Le Pen con sua nipote Marion, o in caso di sua indisponibilità con un altro personaggio politico, e alleanza tra il FN (eventualmente sciolto e ribattezzato), la dissidenza dei Républicains, Début la France! di Nicolas Dupont-Aignan e altre formazioni minori della destra. In altre parole, la replica a destra della manovra politica (geniale) del florentin Francois Mitterrand: allearsi con l’estrema sinistra – allora il Partito Comunista Francese – andare al potere, restarci e vampirizzare l’alleato.

Semplificando al massimo, le due letture della crisi si possono commentare così:

1) Il punto debole della lettura di sinistra è questo: sorvola, sia a cagione del suo tradizionale economicismo, sia in omaggio a un wishful thinking, su quanto sia tuttora profonda la frattura culturale e metapolitica che divide destra e sinistra, anche all’interno del campo antimondialista. Sul piano direttamente politico, e usando il caso francese come caso di scuola: i militanti e gli elettori di Mélenchon (o di un politico a lui analogo) non si alleeranno mai con una forza politica che nasce da una cultura politica di destra identitaria e nazionalista, anche se il suo programma sociale rispecchia i loro interessi materiali e propone una riedizione dello Stato sociale keynesiano. Potranno verificarsi adesioni individuali o di piccoli gruppi, non un’alleanza politica vera e propria tra formazioni autonome. Non si tratta soltanto dell’effetto inerziale della contrapposizione fascismo/antifascismo, anche se sul piano degli slogan e dei riflessi condizionati emotivi verrà usata questa etichetta. La frattura metapolitica è profondissima, perché è sul concetto di eguaglianza tra gli uomini, e dunque sull’universalismo, culturale e soprattutto politico.

2) Il punto debole della lettura di destra è che a) sottovaluta, a cagione della sua tradizionale cultura antieconomicista, il valore e l’efficacia politica dell’euro e del liberismo b) sottovaluta la corrispondenza non congiunturale ma strutturale tra liberismo, “diritti cosmetici”, erosione della famiglia e dei valori tradizionali, immigrazione incontrollata e le parole d’ordine della rivoluzione francese: “libertà, eguaglianza e fraternità”, cioè a dire con la cultura illuminista e progressista, della quale la cultura politica di destra antimondialista non sa elaborare una critica coerente, che non si limiti alla pura negazione o al biasimo dei suoi effetti peggiori e più visibili, e che sia insomma propositiva e praticabile, capace di informare anche l’azione politica, costruendo un nuovo senso comune.

Sul piano direttamente politico, la lettura di destra è oggi (sottolineo oggi) l’unica che dà luogo a un progetto praticabile: fallito lo sfondamento a sinistra, diventa una scelta obbligata tentare lo sfondamento a destra. Impossibile prevederne le probabilità di successo: le variabili da cui dipende sono troppe.

E’ invece possibile cominciare a ragionare e a dibattere sul punto metapolitico della questione, perché si ripresenterà costantemente, nei prossimi anni, a prescindere dalle sorti politiche ed elettorali delle opposizioni antimondialiste e dei loro avversari. Si ripresenterà costantemente, perché c’è un tema ineludibile e durevole del dibattito e del conflitto politico che lo imporrà a tutti: l’immigrazione straniera in Europa.

Il punto metapolitico della questione è definibile, in sintesi estrema, come segue:

  1. Il mondialismo è la manifestazione storica della dialettica dell’illuminismo e del progressismo, e dell’universalismo, culturale e politico, che li accompagna.
  2. Illuminismo e universalismo sono trascrizioni secolarizzate – amputate della dimensione metafisica e propriamente religiosa – del cristianesimo.
  3. L’opposizione al mondialismo è costretta ad essere, volens nolens, opposizione all’illuminismo e all’universalismo.
  4. Questa opposizione può diventare, e in parte già è, opposizione “antitetico-polare” all’illuminismo e all’universalismo non solo politico ma filosofico e culturale, nella forma di una negazione anzitutto dell’eguaglianza tra gli uomini (e dunque di un’opposizione frontale a tutta la cultura europea, nelle sue profonde radici cristiane).
  5. Oppure, questa opposizione può diventare (ma ancora non è) una “critica-superamento” dell’illuminismo e dell’universalismo, che ritrovi nella cultura europea, e nelle sue radici cristiane, le ragioni di un universalismo filosofico e culturale, ma non politico, capace di riaffermare e giustificare, insieme all’eguaglianza tra gli uomini, la dimensione permanente della diversità di individui, popoli, culture; una diversità che legittima il perdurare di popoli, nazioni, culture diverse, che storicamente possono, di volta in volta, collaborare o confliggere.

Può sembrare che questi temi di riflessione siano lontanissimi dalle gravi e pressanti preoccupazioni politiche del campo antimondialista. Non è così. Un grande studioso contemporaneo dell’arte militare, il col. John Boyd, USAF, ci ricorda che in guerra i piani del conflitto sono tre, in ordine decrescente d’importanza: morale, mentale e fisico1. Se il campo antimondialista vuole conquistare il centro della scacchiera politica (e chi conquista il centro della scacchiera è a un passo dalla vittoria) deve costruire una cultura politica persuasiva, il più possibile inclusiva e capace di egemonia, e capace di scalzare la superiorità morale dell’avversario.

La “superiorità morale” (cioè la capacità di persuadere ed egemonizzare il senso comune) dell’avversario mondialista deriva tutta intera dal fatto che rappresenta la manifestazione storica odierna e vincente dell’universalismo, cioè a dire dell’affermazione anche politica e istituzionale dell’eguaglianza tra gli uomini. Se il campo antimondialista vuole conquistare la superiorità morale, è su questo punto che deve criticare e attaccare l’avversario. Il modo in cui lo farà deciderà senz’altro la forma, e probabilmente anche l’ esito del conflitto.

1 • Guerra morale: distruggere la volontà di vincere del nemico, con disarticolazione delle sue alleanze (o allontanamento di potenziali alleati), e induzione della frammentazione al suo interno. Idealmente, risulta nella “dissoluzione dei vincoli morali che consentono a un’organizzazione di esistere come insieme organico.”

Guerra mentale: distorcere la percezione della realtà da parte del nemico, a mezzo disinformazione, atteggiamento ambiguo, e/o interruzione dell’infrastruttura di comunicazione/informazione.

Guerra fisica: la capacità di utilizzare risorse fisiche quali armi, persone, e strumenti della logistica.

Naturalmente, a questi metodi per indebolire il campo avverso, corrispondono simmetricamente i metodi per rafforzare il proprio: rinvigorire la volontà di vincere allargando le alleanze e accrescendo la coesione interna, correggere e mettere a fuoco la propria percezione della realtà, etc.

Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/John_Boyd_(military_strategist)#Foundation_of_theories

Tragicomiche, a cura di Roberto Buffagni

farobello

In calce il testo tradotto della lettera che i Presidenti dei paesi del gruppo di Visegrad hanno inviato al Capo del Governo Italiano. Non è escluso che l’iniziativa goda del placet dei paesi capofila dell’Unione Europea. La nostra classe dirigente si è costruita un recinto nel quale è facile entrare, ma dal quale è sempre più difficile uscire. Deve aver smarrito le proprie chiavi dei cancelli e deve aver consegnato troppe copie di esse in giro_Giuseppe Germinario

Gentile Signor Primo Ministro,

seguiamo con attenzione e simpatia gli sforzi eccezionali che l’Italia sta facendo per affrontare l’attuale pressione migratoria.

Ci teniamo ad assicurarLe, signor Primo Ministro, che i nostri Governi sono come sempre pronti a contribuire, nei limiti dei loro mezzi, agli sforzi che Italia ed Europa sostengono allo scopo di fermare  le partenze dalla Libia e da altre località dell’Africa Settentrionale, e per arginare i flussi d’immigrazione irregolare verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia.

Il nostro orientamento complessivo è che dovremmo affrontare con incisività le cause di fondo  delle migrazioni, e adottare politiche adeguate al fatto che la larga maggioranza dei compositi flussi migratori è composta da migranti economici.

Siamo persuasi che i richiedenti asilo autentici dovrebbero essere identificati prima di entrare nel territorio dell’Unione Europea. Le nostre frontiere esterne vanno protette. La UE e i suoi Stati membri dovrebbero mobilitare risorse, finanziarie e d’altra natura, per creare condizioni sicure e umane in centri di raccolta (hotspots) o strutture di accoglienza esterne al territorio UE. In spirito di solidarietà, i paesi del Gruppo di Vysegrad sono pronti a dare un significativo contributo, finanziario e d’altra natura, a tutti gli sforzi europei e nazionali volti ad alleviare il peso gravante su Stati Membri che, come l’Italia, si trovano in prima linea,  in conformità al il nostro orientamento complessivo e nei limiti delle nostre capacità nazionali, con l’esclusione di azioni e strumenti che possano creare ulteriori e più forti fattori d’incremento della pressione migratoria, quali, in particolare,  i riallocamenti e il meccanismo obbligatorio e automatico di ridistribuzione. Sulla base delle necessità identificate, i paesi del Gruppo di Vysegrad offrono il loro contributo in particolare nelle seguenti aree:

  1. Contributo, dietro richiesta, alle attività UE alla frontiera meridionale della Libia,
  2. Contributo all’allestimento, protezione, creazione di umane condizioni di vita in centri di raccolta (hotspots) situati all’esterno del territorio UE,
  3. Contributo all’addestramento della Guardia Costiera libica,
  4. Contributo al rafforzamento delle capacità dell’EASO[1],
  5. Contributo al Codice di Condotta delle ONG.

Ci si consenta di reiterare il nostro sostegno al vostro Paese e di proporre un dialogo volto a identificare i contributi più necessari.

Distinti saluti,

Beata Szydlo, Primo Ministro della Repubblica di Polonia

Bohuslav Sobotka, Primo Ministro della Repubblica Ceca

Robert Fico, Primo Ministro della Repubblica Slovacca

Viktor Orbàn, Primo Ministro d’Ungheria.

Copia per conoscenza: Membri del Consiglio d’Europa

[1] https://www.easo.europa.eu/, European Asylum Support Office [N.d.T.]

INTERVISTA DELLA CBS AL SEGRETARIO ALLA DIFESA JAMES MATTIS trascrizione in inglese

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Una sintesi in italiano e in basso il video e la trascrizione in inglese_ Giuseppe Germinario

Riassunto intervista Mattis. A cura di Roberto Buffagni
Siria: Mattis dichiara che le FFAA USA cambieranno l’atteggiamento operativo in Siria, dalla “battaglia d’attrito” alla “battaglia di annientamento”. Invece di respingere le forze dell’IS verso la frontiera irakena, le circonderanno e le annienteranno “per impedire che i jihadisti ritornino in Europa” [circa metà dei combattenti dell’IS provengono da paesi europei]. Ultimata la battaglia d’annientamento dell’IS, ci sarà “un più vasto sforzo per impedire che nasca un nuovo nemico” [il “nuovo nemico” è Hezbollah e l’Iran]. Annuncia che “sarà una lunga guerra”, e che ci sono scadenze per il ritiro dal terreno siriano. [L’obiettivo è: impedire al governo siriano di riconquistare e tenere la sua frontiera con l’Irak].
Corea del Nord: La Corea del Nord è “una minaccia diretta agli USA”, ma “sarebbe una guerra catastrofica, per la prossimità di Seul alla linea del fronte”, e “non diamo ultimatum (“red lines”). “Stiamo lavorando con la Cina”. La controversia con la Corea del Nord viene impiegata come elemento della trattativa con la Cina sul teatro del Pacifico, non riveste alcuna importanza autonoma.
NATO, Russia: Mattis ritiene che “se la NATO non esistesse la dovremmo inventare”, lo ha detto al Presidente Trump nel colloquio preliminare alla sua nomina, e Trump lo ha nominato, quindi è d’accordo. “Non capisco perché i russi vedano la NATO come una minaccia”. Il futuro della Russia dovrebbe essere indissolubilmente legato (wedded, sposato) all’Europa.
In estrema sintesi: il nemico principale degli USA resta la Russia, finché non limiterà le sue ambizioni a quelle di una media potenza regionale europea. Contro di essa verrà condotta una “battaglia d’attrito”, indiretta in Europa a mezzo NATO ed UE, diretta in Siria.

Face the Nation May 28, 2017 Transcript: Secretary Mattis

U.S. Secretary of Defense James Mattis.

CBS News

  • http://www.cbsnews.com/news/face-the-nation-may-28-2017-transcript-secretary-mattis/
  • https://www.youtube.com/watch?v=GR8TcsXcrMc

JOHN DICKERSON, CBS HOST: Today on FACE THE NATION on this Memorial Day weekend: an exclusive conversation with Defense Secretary James Mattis.

President Donald Trump’s first foreign trip is in the books. It ended with a pep rally for U.S. troops stationed in Italy.

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DONALD TRUMP, PRESIDENT OF THE UNITED STATES: This will be nine days, and I think we hit a home run, no matter where we are.

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DICKERSON: But ,along with the hits, there were some diplomatic errors, and some not-so-happy allies were left questioning the president’s commitment to NATO and a global pact on climate change.

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TRUMP: All of us will be more safe and secure if everyone fulfills their obligations the way they are supposed to, right?

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DICKERSON: But with last week’s suicide bombing at a concert in Manchester came a new sense of unity and urgency among allies to fight terrorism, but how?

We sat down with Mr. Trump’s secretary of defense, James Mattis, in his first formal interview since taking the job.

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JAMES MATTIS, SECRETARY OF DEFENSE: We are going to move in an accelerated and reinforced manner, throw them on their back foot.

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DICKERSON: And the secretary’s thoughts about the threat from North Korea?

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MATTIS: It would be a catastrophic war if this turns into combat.

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DICKERSON: We will have a report from Iraq.

And we will look at another war with filmmaker Ken Burns, who will preview his upcoming project, “The War in Vietnam.”

Plus, the president returns to new questions about son-in-law Jared Kushner’s contacts with the Russians and his own effort to influence the investigation.

We will have plenty of analysis on all of the news coming up on FACE THE NATION.

Good morning, and welcome to FACE THE NATION. I am John Dickerson.

We begin with an update on the war in terror, as Iraqi forces continue their final push to get ISIS out of Mosul.

Our Charlie D’Agata is on the front lines and filed this report earlier.

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CHARLIE D’AGATA, CBS NEWS FOREIGN CORRESPONDENT: More than seven months into the battle to recapture Mosul, and it has come down to this, Iraqi forces closing in on the Old City from three sides, but, as they advance, the progress is being measured by feet, rather than full city blocks.

Iraqi and American forces have been firing heavy artillery and mortars. This came as a surprise, considering the U.N. estimates there may be as many as 200,000 civilians still trapped inside densely populated neighborhoods.

More than 700,000 people have already fled since the offensive to retake Mosul began last October. In January, the Iraqi government declared that Eastern Mosul had been recaptured. The campaign to take back Western Mosul began a few weeks later with joint Iraqi forces pushing in from the north, south and west, now finally encircling the Old City.

It is at the very heart of the ISIS stronghold here in Mosul, home to the al-Nuri Mosque, where Abu Bakr al-Baghdadi first declared the caliphate, the so-called caliphate, nearly three years ago.

U.S. airstrikes, so crucial in the fight so far, have become less effective in the maze of narrow streets and apartment blocks where ISIS gunmen open fire from homes, with residents effectively held prisoner, trapped inside.

A team of American medical volunteers told us they are bracing for a surge of patients as this new offensive gets under way. While the defeat of ISIS at this point seems inevitable, the only question now is how much fight is left for the militants.

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DICKERSON: Charlie D’Agata reporting from Mosul.

The offensive in Mosul is taking place as American forces are picking up the tempo against ISIS in all theaters.

We sat down with Defense Secretary James Mattis at the U.S. military academy at West Point Saturday and asked him about the new strategy.

(BEGIN VIDEOTAPE)

MATTIS: Our strategy right now is to accelerate the campaign against ISIS. It is a threat to all civilized nations.

And the bottom line is, we are going to move in an accelerated and reinforced manner, throw them on their back foot. We have already shifted from attrition tactics, where we shove them from one position to another in Iraq and Syria, to annihilation tactics, where we surround them.

Our intention is that the foreign fighters do not survive the fight to return home to North Africa, to Europe, to America, to Asia, to Africa. We are not going to allow them to do so. We are going to stop them there and take apart the caliphate.

DICKERSON: Explain what it means to be moving in an annihilation posture, as opposed to attrition.

MATTIS: Well, attrition is where you keep pushing them out of the areas that they are in, John, and what we intend to do by surrounding them is to not allow them to fall back, thus reinforcing themselves as they get smaller and smaller, making the fight tougher and tougher.

You can see that right now, for example, in Western Mosul, that is surrounded, and the Iraqi security forces are moving against them. Tal Afar is now surrounded. We have got efforts under way right now to surround their self-declared caliphate capital of Raqqa.

That surrounding operation is going on. And once surrounded, then we will go in and clean them out.

DICKERSON: One of the things you mentioned in this new accelerated tempo is that the president has delegated authority to the right level. What does that mean?

MATTIS: When you are in operations, the best thing you can do at the top level is get the strategy right.

You have to get the big ideas right. You have to determine, what is the policy, what is the level of effort you are willing to commit to it, and then you delegate to those who have to execute that strategy to the appropriate level.

What is the appropriate level? It’s the level where people are trained and equipped to take decisions, so we move swiftly against the enemy. There is no corporation in the world that would, in a competitive environment, try and concentrate all decisions at the corporate level.

But I would point out here that we have not changed the rules of engagement. There is no relaxation of our intention to protect the innocent. We do everything we can to protect the civilians. And actually lowering, delegating the authority to the lower level allows us to do this better.

DICKERSON: After the annihilation has been done, does that mean you can’t let it fall back into ISIS hands?

MATTIS: Once ISIS is defeated, there is a larger effort under way to make certain that we don’t just sprout a new enemy. We know ISIS is going to go down.

We have had success on the battlefield. We have freed millions of people from being under their control. And not one inch of that ground that ISIS has lost has ISIS regained. It shows the effectiveness of what we are doing.

However, there are larger currents, there are larger confrontations in this part of the world, and we cannot be blind to those. That is why they met in Washington under Secretary Tillerson’s effort to carry out President Trump’s strategy to make certain we don’t just clean out this enemy and end up with a new enemy in the same area.

DICKERSON: You served under President Obama. You are now serving President Trump. How are they different?

MATTIS: Everyone leads in their own way, John.

In the case of the president, he has got to select the right people that he has trust in to carry out his vision of a strategy. Secretary Tillerson and I, we coordinate all of the president’s campaign. We just make certain that foreign policy is led by the State Department.

I inform Secretary Tillerson of the military factors. And we make certain that then, when we come out of our meetings, State Department and Defense Department are tied tightly together, and we can give straightforward advice to the commander in chief.

DICKERSON: President Trump has said, to defeat ISIS, he has said that there has to be a humiliation of ISIS. What does that mean?

MATTIS: I think, as we look at this problem of ISIS, it is more than just an army. It is also a fight about ideas.

And we have got to dry up their recruiting. We have got to dry up their fund-raising. The way we intend to do it is to humiliate them, to divorce them from any nation giving them protection and humiliating their message of hatred, of violence.

Anyone who kills women and children is not devout. They have — they cannot dress themselves up in false religious garb and say that somehow this message has dignity. We’re going to strip them of any kind of legitimacy. And that is why you see the international community acting in concert.

DICKERSON: When should Americans look to see victory?

MATTIS: This is going to be a long fight.

The problems that we confront are going to lead to an era of frequent skirmishing. We will do it by, with, and through other nations. We will do it through developing their capabilities to do a lot of the fighting. We will help them with intelligence. Certainly, we can help train them for what they face.

And you see our forces engaged in that from Africa to Asia. But, at the same time, this is going to be a long fight. And I don’t put timelines on fights.

DICKERSON: What about civilian casualties as a result of this faster tempo?

MATTIS: Civilian casualties are a fact of life in this sort of situation.

We do everything humanly possible, consistent with military necessity, taking many chances to avoid civilian casualties, at all costs.

DICKERSON: Under this new aggressive posture, what can be done that would not have been done, say, six months ago?

MATTIS: Probably the most important thing we are doing now is, we are accelerating this fight. We are accelerating the tempo of it.

We are going to squash the enemy’s ability to give some indication that they’re — they have invulnerability, that they can exist, that they can send people off to Istanbul, to Belgium, to Great Britain, and kill people with impunity.

We are going to shatter their sense of invincibility there in the physical caliphate. That is only one phase of this. Then we have the virtual caliphate that they use the Internet. Obviously, we are going to have to watch for other organizations growing up.

We cannot go into some kind of complacency. I am from the American West. We have forest fires out there. And some of the worst forest fires in our history, the most damage were caused when we pulled the fire crews off the line too early.

And so we are going to have to continue to keep the pressure on the enemy. There is no room for complacency on this.

DICKERSON: A hundred civilians were killed after a U.S. bomb hit a building in Mosul in Iraq. Is this the result of this faster tempo? Is this the kind of thing Americans needs to get used to as a natural byproduct of this strategy?

MATTIS: The American people and the American military will never get used to civilian casualties. We will — we will fight against that every way we can possibly bring our intelligence and our tactics to bear. People who had tried to leave that city were not allowed to by ISIS . We are the good guys. We are not the perfect guys, but we are the good guys. And so we are doing what we can.

We believe we found residue that was not consistent with our bomb. So we believe that what happened there was that ISIS had stored munitions in a residential location, showing once again the callous disregard that has characterized every operation they have run.

DICKERSON: Help people understand what a conflict with North Korea would be like and how it would be different.

MATTIS: A conflict in North Korea, John, would be probably the worst kind of fighting in most people’s lifetimes.

Why do I say this? The North Korean regime has hundreds of artillery cannons and rocket launchers within range of one of the most densely populated cities on earth, which is the capital of South Korea.

We are working with the international community to deal with this issue. This regime is a threat to the region, to Japan, to South Korea, and in the event of war, they would bring danger to China and to Russia as well.

But the bottom line is, it would be a catastrophic war if this turns into combat, if we are not able to resolve this situation through diplomatic means.

DICKERSON: North Korea has been testing missiles. Are they getting any better at their capability?

MATTIS: We always assume that, with a testing program, they get better with each test.

DICKERSON: You say North Korea is a threat to the region. Is North Korea a threat to the United States?

MATTIS: It is a direct threat to the United States. They have been very clear in their rhetoric.

We don’t have to wait until they have an intercontinental ballistic missile with a nuclear weapon on it to say that now it has manifested completely.

DICKERSON: What is the line in North Korea that, if the regime crosses that line, in your view, the U.S. should take action?

MATTIS: I would prefer not to answer that question, John. The president needs political maneuver room on this issue.

We do not draw red lines unless we intend to carry them out. We have made very clear that we are willing to work with China, and we believe China has tried to be helpful in this regard.

DICKERSON: Give me a sense, if you can, of the time when you think North Korea gets to the point of no return.

MATTIS: We consider it a direct threat even today, the North Korean threat.

As far as that specific threat, I don’t want to put a timeline on it. At this time, what we know, I would prefer to keep silent about, because we may actually know some things the North Koreans don’t even know.

DICKERSON: Let me switch to NATO.

The president recently met with NATO leaders. He didn’t mention the commitment in NATO, the so-called Article 5 commitment, an attack on one is an attack on all. Why not?

MATTIS: I think, when President Trump chooses to go to NATO personally and stand there alongside the other more than two dozen nations in NATO, that was his statement, not words, actions.

DICKERSON: But the president seems to need convincing on the power and importance of the NATO alliance. Do you have to convince him of how important NATO is?

MATTIS: We have had good talks about it, John.

In my initial job interview with the president, he brought up his questions about NATO. And my response was that I thought that, if we didn’t have NATO, that he would want to create it, because it’s a defense of our values, it is a defense of democracy.

He was very open to that. Obviously, he had to make a decision about whether or not he was going to nominate me to be the secretary of defense. And although I immediately showed him that my view on that was rather profoundly in support of NATO, he at that point nominated me.

DICKERSON: What do the Russians want?

MATTIS: Beats me.

Right now, Russia’s future should be wedded to Europe. Why they see NATO as a threat is beyond me. Clearly, NATO is not a threat. But, right now, Russia is choosing to be a strategic competitor, for any number of reasons. But the bottom line is, NATO is not a threat. And they know it. They have no doubt about it.

DICKERSON: You have said that Russia is trying to break apart NATO. Is there — is the United States going to take any action to deal with Russia as a threat to NATO, either in helping in the Balkans or any other way?

MATTIS: Right now, we are dealing with Russia, attempting to deal with Russia under President Trump’s direction, in a diplomatic manner. At the same time, while willing to engage diplomatically, we are going to have to confront Russia when it comes to areas where they attack us, whether it be with cyber, where they try to change borders using armed force.

And that is admittedly a strategically uncomfortable position, engaging diplomatically, trying to find a way out of this situation, but confronting them where we must. And we are going to continue in this mode, and, hopefully soon, our diplomats will work their magic and start moving us out of this quandary we find ourselves in.

DICKERSON: Let me ask you about the Paris climate accords. The president is going to make a decision on this.

MATTIS: I was sitting in on some of the discussions in Brussels, by the way, where climate change came up, and the president was open, he was curious about why others were in the position they were in, his counterparts in other nations.

And I am quite certain the president is wide open on this issue as he takes in the pros and cons of that accord.

DICKERSON: What keeps you awake at night?

MATTIS: Nothing. I keep other people awake at night.

(END VIDEOTAPE)

DICKERSON: Secretary of Defense James Mattis.

We will have more of our interview later in the broadcast.

And we will be back in one minute with filmmaker Ken Burns.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: And we are back with filmmaker Ken Burns, whose new documentary, “The War in Vietnam,” will air starting September 17 on PBS.

Ken is here to give us a preview on this weekend where we honor those who were lost in the service of their nation.

And, Ken, I want to do something we don’t normally do, which is, we’re going to take a look at the trailer first, and then talk about it. So sweeping and powerful.

I want to ask you about the journey you took in making this. Did you go in thinking, oh, it is this way, and come out thinking, no, it is really this way?

KEN BURNS, DOCUMENTARY FILMMAKER: I think every film that we tackle is like that, where you have that conventional wisdom, the superficial sense of what took place.

You know, you say the 1920s, you think flappers or gangsters, and if you go into it, it is a little bit more complicated than that.

For those of us who worked on this project, and particularly Lynn Novick, who is the co-director with me, we go in confident that we know something. And I think the 10 years that we spent working on it is almost daily humiliation of what we didn’t know, John.

And that’s a good thing, because then you free yourself from the tyranny of that conventional wisdom, the tyranny of the kind of binary yes and no that besets our current media culture and our larger computer world, that we think it is all black, all right or all wrong.

And what you find out in war is that it is possible for a thing and the opposite of that thing to be true at the same time. And it is not saying that the dates of the Battle of Gettysburg change from July 1, 2, and 3. It just means, if you have the passage of time, you have perspective.

And with perspective and new scholarship, you can gain new insight. And if we think, as I believe we do, that a good deal of the divisions we experience today in our country were born, the seeds were planted, the virus started in Vietnam, then it may be possible, if we can get off that binary sort of position that we are all in, to be able to kind of unpack and then relearn the war, we might be able to address some of the things that beset us today, this lack of civility in civil discourse, the things that threaten us perhaps greater than any enemy.

DICKERSON: A huge dose of perspective is what you are talking about.

BURNS: This is what history offers.

I mean, we think of documentaries as all about the urgency and fuss and fire of a contemporary issue, but it is often histories, that — that tortoise that keeps going and comes going as the hare gets tired and sits down and sleeps.

And I think you find — if I said, well, John, Lynn and I have been working for 10 years on a film about mass demonstrations taking place all across the country, it is about asymmetrical warfare, in which the greatest military on earth is having a hard time figuring out what to do, it is about a White House concerned about leaks, it is about huge document drops in front of the American public, and an activated free press, you would say, you have abandoned history and you are talking about the contemporary moment.

But those are just a handful of the themes that are about Vietnam, so they offer us a prism through which to see where we are now, as well as what happened then.

DICKERSON: I want — you and Lynn Novick talked to so many people, including members of the Vietcong. And I want to play a clip of one of those perspective-enhancing moments.

(BEGIN VIDEO CLIP) UNIDENTIFIED MALE: I witnessed Americans dying. When one was killed, the others stuck together. They carried away the body, and they wept.

Americans, like us Vietnamese, also have a profound sense of humanity.

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DICKERSON: What was amazing in watching this is that you have the sense of humanity from perspective, and then you have soldiers, American soldiers, who said how much they hated in the moment.

BURNS: So, I think what happens, the first casualty of war, people say, is the truth.

But it is also, we have to objectify the enemy and turn them into nothing. We have to say that they are subhuman.

And what we felt is that the Vietnam story is the story about three countries, the United States, our enemy, North Vietnam, and a third country, which, oh, by the way, disappeared in the course of this story, which we still really don’t like to talk about them.

But we felt, if we could go back and interview dozens and dozens of Americans across the spectrum of beliefs and geography and experiences, but also talk to Vietcong guerrillas and South Vietnamese marines and South Vietnamese civilians and diplomats and protesters of their own government, and then North Vietnamese civilians and North Vietnamese soldiers, you would have the ability to triangulate the story of this most important event, I think the most important event in the second half of the 20th century for Americans.

You could triangulate this story and come to some better understanding. And there’s — and it is not just policy. It isn’t just the binary stuff. It is also the emotional stuff, the deeply — this is like Shakespeare’s Rialto speech, you know, in which someone is — you don’t expect a Vietcong soldier to be saying that about Americans.

We expect Americans to say the same thing.

DICKERSON: Ken, I’m going to have to stop you there.

But we’re lucky enough to be looking forward to seeing you and your co-director, Lynn Novick, again in September to hear more about the film right on the eve.

Thanks so much for being with us.

BURNS: Thank you.

DICKERSON: Back in a moment.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: You can keep up with the news of the week by subscribing to the FACE THE NATION Diary podcast. Find us on iTunes or your favorite podcast platform.

We will be right back.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: And we will be right back with a lot more FACE THE NATION.

Stay with us.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: Welcome back to FACE THE NATION.

President Trump’s nine day trip to five countries has come to its conclusion. In his first overseas travel as president, Mr. Trump made some new friends, but had some uncomfortable moments with the old. In Jerusalem Mr. Trump became the first sitting president to visit the Western Wall, one of the holiest sites in Judaism. Tuesday, the president condemned the suicide bombing attack in Manchester, England.

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TRUMP: So many young, beautiful, innocent people, living and enjoying their lives, murdered by evil losers in life. I won’t call them monsters, because they would like that term.

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DICKERSON: Intelligence about that attack was leaked by the U.S., which infuriated the British Prime Minister Theresa May.

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THERESA MAY, BRITISH PRIME MINISTER: I will make clear to President Trump that intelligence that is shared between our law enforcement agencies must remain secure.

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DICKERSON: Wednesday, President Trump visited Vatican City, where he and his family met with Pope Francis, someone he’d clashed with during the campaign. As for pope, he lobbied the president on climate change. And it was off to Brussels, where the president, who had made a point of not lecturing in Saudi Arabia, delivered a lecture to NATO allies.

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TRUMP: NATO members must finally contribute their fair share and meet their financial obligations.

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DICKERSON: Foreign leaders who had gathered at a 9/11 memorial commemorating when NATO members stood with America didn’t know quite what to make of it, or what to make of the handshake with the French president, which turned into some kind of a contest, or the president’s moving aside the prime minister of Montenegro, the newest member of NATO, to get the front spot in a photo-op.

The final stop on the overseas tour was Sicily, where President Trump met with leaders of the G-7 Friday to talk terror and climate change. President Trump was the odd man out when he refused to bow to pressure to keep the United States in the Paris climate change agreement to reduce greenhouse gas emissions. The president says he’ll make an announcement soon on whether to pull out of the Paris agreement.

To talk about the president’s trip and the problems he is facing on his arrival back in Washington, we’re joined by Susan Page. She’s the “USA Today’s” bureau chief in Washington. Jeffrey Goldberg is an editor and is the editor in chief of “The Atlantic.” Michael Morell is the former deputy director of the CIA and a CBS News senior national security contributor. And Margaret Brennan, our White House and senior foreign affairs correspondent is just off the overnight flight back from the president’s trip.

We have extra coffee and the first question goes to you, Margaret.

Let’s go back to Saudi Arabia. What was — what was the president’s goal there with that speech, that choreographed visit?

MARGARET BRENNAN, CBS WHITE HOUSE CORRESPONDENT: That was fascinating. I flew in on Air Force One to Riyadh with the president and saw what was amazing pomp and circumstance. I mean he was welcomed as if he were a king by the king of Saudi Arabia. Trumpets, jets, you know, with flags everywhere, children greeting him. And this was really Saudi pulling out all the stops because they are embracing him in a way that, because, in fact, they so deeply resented President Obama. And President Trump’s message clearly throughout those two days was, I’m not him. And so a lot of that resentment goes back to the outreach to Iran, it goes back to the failure to take military action in Syria, it goes back to calling for Hosni Mubarak to step down in Egypt. A lot of deep-seated anger there.

To the extent that these Saudi allies, who are in many ways the protectors of Islam, are willing to overlook some of the president’s rhetoric when he has said at times, Islam is at war with us. He has said he wanted to ban Muslims. All of that was put aside. And in this room full of more than 50 Muslim leaders from all around the world, the president said, our values and interests are aligned here. We see Iran as our enemy. We are with you on that and you need to help us win this war on terror.

And it contrasts so — so deeply with what President Obama did back in 2009 with his outreach to the Muslim world in Cairo, where he reached out to young people, President Trump reached out to the leaders.

DICKERSON: Right. And, Mike, what do you make of that strategic shift, that all focus now on Iran based on this strategy?

MICHAEL MORELL, FORMER ACTING CIA DIRECTOR: So I think it’s positive. I — I think he accomplished something on this part of the trip. He reassured Saudi Arabia and the Sunni Arab allies there that we will have their back on Iran, which they see is an existential threat to them. They didn’t believe that President Obama had their back. They now believe President Trump does. That’s a huge change. That’s positive for U.S. influence in the region and for our national security in the region. I think that was a success.

DICKERSON: Jeffrey, your thoughts?

JEFFREY GOLDBERG, “THE ATLANTIC”: There — there’s a flip side to this, of course, which is that the Arab leadership, after so many years of Obama, they’re positively giddy about the arrival of Donald Trump. And when they are giddy, like any other leaders, they might over step. And the danger, of course, is initiating a confrontation with Iran that the U.S. really doesn’t want to be involved with at any given moment. They have enough to worry about on the North Korea file.

And so — and so the trip inadvertently maybe has — has — has upped the chances of a confrontation sooner rather than later with Iran in the Gulf, where — which is already essentially an American lake where — where — where the American Navy is in charge of security for the Gulf nations. The Gulf nations want a confrontation between Iran and the United States.

BRENNAN: The other thing I would say is a risk there is the — President Trump saying, I’m not going to lecture you.

DICKERSON: Yes.

BRENNAN: And has made this virtue his policy of not lecturing on human rights. And when you are selling $110 billion in weapons, not the first U.S. president to sell heavy weaponry to Saudi, it also comes with this implicit — when he’s saying, we’re with you against terrorists, who exactly are all these leaders calling terrorists and are we going to be happy necessarily with the use of force?

DICKERSON: Susan, one thing that struck me about the president’s speech and also the contradiction that Margaret mentioned in terms of what candidate Trump had said, I mean he had said that basically the 9/11 attackers came from Saudi Arabia. He pointed at Saudi Arabia as the — as the origin point now in a very different place. That seems like the message, which is, he’s very transactional. He’s willing to put aside things he may have said in the past because he’s got a new focus. That seemed to be the core of this, this is a transaction.

SUSAN PAGE, “USA TODAY”: That’s right. And willing even to temper his language. You remember how often he ridiculed Barack Obama for refusing to say “radical Islamic terrorism,” a phrase that he didn’t say on this trip, and in his willingness to confront Iran, not to acknowledge the elections in Iran last week, which were in effect really positive for the United States. The moderate Iranian candidate, the incumbent won big in Iran, a sign that Iran may be willing to live up to the nuclear agreement, wants to get closer to the — wants to get closer to the west. That was — that was not acknowledged. And clearly a sign that human rights concerns that Barack Obama would raise in a place like Saudi Arabia, off the table.

MORELL: We — we — it’s just important here that we remember that the Iranians, for years, and probably now more than they ever have before, are messing with the region. They are — they are funding, training, providing counsel to terrorists, to insurgents throughout the region. This is — this is a serious threat, not only to the nations there, but to the United States, right?

So it is time that we pushed back and it is time that we worked with our Arab allies to push back. There are risks, right, that we’re going to have to face and that we’re going to have to mitigate, but doing nothing, as we were doing before, just gives the Iranians open running room.

GOLDBERG: The — there’s a — a quick point on — on Iran. There’s a way of calibrating our relations with this part of the world. We don’t — we want to stand with our allies, the Saudis, et cetera, against Iran, because Iran is the prime state sponsor of terrorism in — in the world. That’s the State Department. That was Barack Obama’s State Department saying that. You want to do that without — without creating conditions for unnecessary war.

We also have to recognize that that election was a reality TV show version of an election. The people who were running were picked by the unelected supreme leader of Iran to run. So it is no — it may be slightly more democratic than Saudi Arabia, but not by much.

DICKERSON: Margaret, let me ask you, let’s go over to the NATO meeting. This was a — a much different kind of reception.

BRENNAN: Yes.

DICKERSON: And the president, after not lecturing and making a point of not lecturing with the Saudis, was — nevertheless had a few lessons and things he would like the NATO leaders to do.

BRENNAN: Exactly. There were protests in Brussels, a city that on the campaign trail the president called a hellhole. People were not giving him a warm reception in Europe and I think all of the people planning this trip very well knew they wanted the president’s first trip abroad to begin with a warm embrace instead of the outcry that — that resulted when he went to Europe.

But at the NATO meeting, I think, you know, what the president is saying is essentially a more blunt version of what Barack Obama said and before that, that NATO members need to spend more on their own defense. But his mischaracterization of exactly how that funding mechanism works and his very blunt words from the podium there will also, while it may prod and get that result he wants, it may also make it politically more difficult for the leadership there, the people who are leading the democratic nations that we are aligned with militarily here, to convince their own public to stand and support the U.S. in the same way. There is a political cost to some of that.

But I did — you know, it was notable that the president didn’t really talk about Russia, which, of course, countering Russian power in Europe was the premise for the foundation of NATO.

DICKERSON: Mike, the — one of the things that came up on this trip after the bombing in Manchester, there was this information that was leaked. How damaging was that to the information and intelligence sharing between the United States and Great Britain?

MORELL: So now we’ve had two leaks of intelligence information provided to the United States by our allies that has been — that has been given to others, right? This leak, given to the public, and President Trump’s briefing to the Russian foreign minister of — of the previous intelligence information. So we now have two. We have two data points. Now we have a line, right? Now we have a trend. And the rest of the world is watching this. And the rest of the word provides us intelligence information. And if they have a concern that we’re not going to be able to protect that, they are going to be careful in what they provide. In fact, they’ll — they’ll — they’ll hold back their most sensitive information. So this is very damaging, right?

GOLDBERG: But they’re also dependent on our intelligence, though, to a great degree. Isn’t it — it’s a two-way street.

MORELL: It’s a two-way street. It’s a two-way street, but they will hold back, I guarantee you. Absolutely, this is damaging, right? And there’s two aspects of it. One is, a president who — who apparently didn’t know what he was doing, right, wasn’t careful, wasn’t properly briefed, whatever.

DICKERSON: In the Oval Office.

MORELL: In the Oval Office. And then, a week, right, from — from — from law enforcement or intelligence or somebody in the White House, right, there is a leak that — that caused the second damage. And — and the president is absolutely right, these leaks, which have — which have grown in number — I mean it’s always been a problem but — but they are bigger now than they’ve ever been before in number — is a very serious problem.

DICKERSON: Susan, let’s look at the trip in its totality before we come back home. It was a nice break for the president because things were going — it was a pretty tough ten days before this trip. Now he faces them. Put the trip in context with the rest of the Trump presidency.

PAGE: People in the White House say it was the most effective, best nine days he’s ever put together in a row, and it was in part because he was able to change the conversation from the conversation that he left in Washington and the conversation that he comes back to. You know, it was during the — the flight over when Margaret was on Air Force One that the story broke that he had called FBI Director Comey a nut job and said that — and said that he was relieved by — some of the pressure on him from the Russian investigation had been relieved by — by firing him. And when he came back the first question he got when he got off the plane was about the stories — the stories about Jared Kushner have — trying to establish a back channel communications with Russia. So this was an opportunity to change the conversation there. He didn’t change the conversation here.

DICKERSON: He’s back now and seems to have a buffer on his Twitter stream. He’s had — went from not tweeting to having about ten launched this morning.

Jeffrey, why not create a back channel to the Russians? We have common interests in Syria. Jared Kushner — why isn’t that just kind of what you do when you’re a —

GOLDBERG: You know, sometimes thinking outside the box is overrated, as — when you’re — when you’re actually dealing with your adversaries. The idea of going to the Russian embassy to establish a channel that’s outside the — the realm of — out of the American national security apparatus or a transition official is — I mean, let’s put it — put it bluntly, if you put this in a satirical novel people would say, t hat’s a little bit too much. It’s a bad idea for any number of reasons. Even the Russians understood how bad an idea it was and were probably thinking this is not plausible. This is an attempt by the Americans to spy on us, because, remember, the Russian embassy is an intelligence base of operations for the Russians in America, so why would you possible do that.

Also, there’s an assumption that — that — that this was meant to talk about Syria. That that’s — that’s their assertion. I don’t know what the purpose of this — this outreach was, but it just seems to be a foolhardy endeavor.

DICKERSON: Mike, the administration officials are saying, look, this was an attempt to get around kind of the clotted normal relationships, have a conversation with the — with the Russians. Planes are flying at the same time in Syria. Maybe we can work something out so we’re not bumping into each other.

MORELL: Yes. So I didn’t see this as an attempt to open a back channel. I think that’s a misnomer. It was an attempt to open a front channel. It was an attempt to have Mike Flynn talk regularly to the Russian ambassador. That seems appropriate to me, the incoming national security advisor talking to our allies and adversaries. That seems OK to me.

What’s — what’s strange here is why ask for the secrecy. Why ask for the security of using their communications? What are you trying to hide? And was this — was this — was this approach blessed by the president-elect and the vice president-elect? Was there a strategic discussion? Was Jim Mattis involved? He was nominated already, I believe, or he was on the verge of being nominated. So was there a strategy to do this? Those are the questions I would like to have answered.

DICKERSON: Margaret, final question to you. There are stories and reporting about changes in the White House. What can you tell us about the staff changes, if there are any, coming?

BRENNAN: Well, there’s a lot of talk, but I feel like there always is.

DICKERSON: Yes.

BRENNAN: And when we come back from this trip and the president now back at the White House, we are expecting him to not only speak with his own lawyers, but we are expecting him to make some of these decisions that they said were punted, not only the Paris climate change agreement, but what happens with his own communications team.

On this trip, we heard very little from them. They weren’t front — in front of cameras. They weren’t explaining things. They actually didn’t even put the president out there for a press conference. Very unusual. He was the only one of the seven G-7 ministers, or heads of states, to not answer questions. They are really trying to rein in communication.

So whether Sean Spicer remains the spokesperson, whether they changed the method of communication, which they have been recently, putting orders, advisors to the president out there to try to change the topics back to more substance, less about headlines, that may be an approach, but, frankly, it only goes so far because someone needs to answer those questions. And that level of secrecy that we keep gesturing to inhibits what they would like to see as ending the story.

DICKERSON: Right. And the chief communicator is always still the president.

Thanks to all of you.

And we’ll be right back in a moment.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: Former FBI Director James Comey is expected to testify before the Senate Intelligence Committee next month and will — and hopefully will be able to answer some of the questions that have been raised about his dealings with the president.

We turn now to Benjamin Wittes, editor of — of the legal blog, Lawfare at the Brookings Institution.

Welcome.

Let me start before we get to the Comey testimony about the Jared Kushner story. Just, what’s your take of it? Put it in some perspective for us.

BENJAMIN WITTES, BROOKINGS INSTITUTION: Well, it’s hard to know what to make of it. I mean it’s a — it’s a — it’s a shocking set of allegations. It’s not clear what they thought they were doing or what it means. If I were an FBI counterintelligence agent, I would be very interested in it. And it — it is the latest in a long series of revelations that put the president’s claims that there’s nothing between him and Russia in a kind of head scratching relief.

DICKERSON: Yes. The — and — and the — what Jared Kushner seems to be doing was getting around the existing order of things. Get your — give me — back to the question of James Comey, who’s somebody you’ve known for a while. What if the president was just saying — the president just didn’t know the rules. Was trying to get around the — you know, he’s got this investigation going on and he just says to James Comey, you know, it was just — not obstruction, but just a president who is unfamiliar with politics, just didn’t know what was going on.

WITTES: Well, so, you know, one — one possibility here is that we have, you know, a series of interactions that are each in and of themselves just expressions of the president’s frustration with, you know, the circumstances he finds himself in with respect to the press and — and an investigation and — and interests in — in the Russia stuff.

As a general matter, you’re actually not allowed to obstruct investigations, even when you don’t believe that they have merit. And so the question of whether the aggregate of those interactions amounts to an obstructive pattern of behavior really doesn’t depend on how the president feels about the merits of the underlying claim that there’s something untoward about his relationship with Russia.

DICKERSON: And does it matter about whether he knew this is just not the thing — the kind of thing you’re supposed to do when you’re a president with your FBI director?

WITTES: Well, so, look, I mean, obstruction as a general matter is a — is a specific intent defense. So it actually really does matter what he meant to do. And I — I think we should all be careful about making assumptions about what the president meant. What we have right now is a series of press accounts that are mostly, with the exceptions of the one that are based on conversations with me, they’re — they’re mostly, you know, anonymously sourced. And so I think it’s the better part of valor for everybody to reserve judgment until we have, you know, some set of — of clear facts given under oath. And that’s actually the significance of the fact that — that the Senate Intelligence Committee wants the former FBI director’s testimony.

DICKERSON: And that testimony, is there any chance that might bump into the special counsel and, therefore, former Director Comey might not be able to say everything he knows?

WITTES: Well, so, look, I — I think that the former Director Comey, I am certain would not want to say anything that would impair the investigation, and I — I suspect he would have — he would sort of de-conflict with Mueller about any investigative equities that might be ongoing. I say that not having, you know, talked to him about it or — or — or inquired specifically. So I — you know, I’m really sort of speaking my own opinion there, but that’s the kind of thing he would do.

In addition, he, while in office, has been very careful not to, you know, divulge anything classified in the context of his testimony. And I would expect he would do the same thing here. With, you know, the — so — but then I actually don’t believe that there is a broad problem from Mueller’s point of view with his testifying.

DICKERSON: His testifying. All right.

WITTES: That’s just a guess, but that’s what I think.

DICKERSON: All right. Ben, we’ve run out of time, I’m afraid. Thanks.

We’ll be right back with our — a little more of our interview with Secretary of Defense Mattis.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: Finally on this weekend where we honor sacrifice and duty, we return to our conversation with Defense Secretary Mattis. We asked him about his concerns that one of the biggest challenges facing America today is its lack of unity.

(BEGIN VIDEOTAPE)

DICKERSON: You mentioned in “The New Yorker” what you were worried about political — the lack of political unity in America.

MATTIS: Well, you know, I’m at West Point is where we’re talking together, John, and you — you look at these young people that graduated today, over 900 of them, from all walks of life, every religion probably in America is represented, every state is represented. And these people come together with an enthusiasm for protecting this experiment in democracy that we call America. And it takes people, I believe, with a fundamental respect for one another, with a fundamental friendliness toward one another that I worry is starting to slip away in our country.

We still have it in the military. It’s a diverse force. It’s a force that can work together under the worst conditions. And I — I just hope we can find our way back to engaging with one another, arguing strongly with one another, and then going down and having a root beer together or something and — and having a good laugh about it as we work together for the best interests of the next generation of Americans who are going to inherit this country.

DICKERSON: More than 40 years ago you enlisted and then today you speak as the secretary of defense at West Point. What’s that like going from those two different ends in your — in the span of your career?

MATTIS: You know, it’s a — it’s humbling, to tell you the truth, because as you go up, you realize how little of an exercise good judgment you really do, that it falls on the shoulders of very, very young people to carry this out inside the Department of Defense. I was an infantry officer in the Marines and the infantry are named because they’re young infant soldiers, young soldiers, how they got their name. They’re very young. And so it’s really a humbling sense of just how great our younger generation is, how selfless it is, and what they are willing to commit, basically, signing a blank check payable to the American people with their very lives to protect it. And that’s really what I’ve come away from this job with, is a deeper sense of — of just being humbled by the commitment of others.

(END VIDEOTAPE)

DICKERSON: Our full interview with Secretary Mattis is available on our website, facethenation.com.

(COMMERCIAL BREAK)

DICKERSON: That’s it for us today. Thanks for watching. See you next week.

 

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