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DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti, di Giuseppe Gagliano

DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra

Par Giuseppe Gagliano / 12.09.2026

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Le réarmement européen
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Di Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)

Quando la sicurezza diventa una fonte di reddito

Il riarmo europeo viene presentato come una necessità storica, quasi come un dovere morale. La Russia, l’Ucraina, l’incertezza statunitense, la fragilità dell’Alleanza Atlantica, il ritorno della guerra convenzionale sul continente: tutto viene addotto per spiegare perché gli Stati europei debbano aumentare le loro spese militari. Ma dietro questa narrazione si nasconde un altro fenomeno, meno evidente e molto più concreto: la trasformazione della paura in un prodotto finanziario.

La guerra non è più solo appannaggio degli stati maggiori, dei ministeri della Difesa e delle industrie degli armamenti. È diventata un mercato. Nel maggio 2025 BlackRock ha lanciato un fondo quotato dedicato alla difesa europea, concepito per replicare la performance delle società che traggono vantaggio dalla nuova corsa al riarmo. Lo stesso gestore indica come data di lancio del fondo il 23 maggio 2025 e lo collega a un indice europeo incentrato sulla difesa.

Non si tratta di un caso isolato. Nel 2026 BNP Paribas ha annunciato di aver intensificato il proprio sostegno al settore della difesa con 6,5 miliardi di euro in più di investimenti e 2 miliardi di finanziamenti. Allo stesso tempo, la banca francese ha rivisto la propria politica sulle cosiddette armi controverse, adeguandola al nuovo clima politico e industriale europeo.

Il denaro pubblico entra, il profitto privato esce

È proprio qui che sta il nodo politico. Il riarmo europeo è finanziato dagli Stati, quindi dai contribuenti. Ma i profitti vanno alle banche, ai fondi, ai gestori patrimoniali, ai grandi gruppi industriali e agli intermediari finanziari. La sicurezza diventa così un circolo vizioso: il bilancio pubblico si indebita, l’industria privata riceve commesse, la finanza trasforma questi flussi futuri in strumenti di investimento e l’opinione pubblica è invitata a considerare tutto ciò come patriottismo.

Il caso di BPCE è esemplare. Nel 2025 il gruppo bancario francese ha emesso un’obbligazione da 750 milioni di euro destinata al settore della difesa, con una domanda che ha raggiunto i 2,8 miliardi, ovvero quasi quattro volte l’importo offerto. I proventi sono destinati al finanziamento o al rifinanziamento di attività nel settore militare.

La lezione è semplice: il riarmo non coinvolge solo le fabbriche e gli arsenali. Coinvolge anche i mercati. Ogni promessa di aumento delle spese militari diventa una garanzia implicita per gli investitori. Ogni piano pluriennale di difesa diventa una previsione di entrate. Ogni allarme sulla minaccia russa diventa una leva per convincere i parlamenti e i cittadini ad accettare tagli in altri settori.

Ecco perché la questione non è se l’Europa debba difendersi. La questione è chi guida il processo, chi lo finanzia, chi ne trae vantaggio e chi ne paga il conto.

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Il Lussemburgo come laboratorio

Il Lussemburgo, che nell’immaginario collettivo rimane il piccolo Stato della finanza, delle società di gestione e della riservatezza bancaria, entra in questo contesto con un ruolo molto più ampio di quanto suggeriscano le sue dimensioni. Yuriko Backes ricopre tre incarichi: Difesa, Mobilità e Lavori pubblici, Parità di genere e Diversità. Il governo lussemburghese conferma ufficialmente questa concentrazione di competenze.

La sua affermazione secondo cui l’Europa non può più aspettarsi che siano gli americani a risolvere al suo posto il problema della difesa coglie una verità concreta: il vecchio equilibrio, in cui Washington garantiva la sicurezza mentre gli europei spendevano relativamente poco, non regge più. Ma il modo in cui questa verità viene interpretata è determinante. Se per autonomia strategica si intende la capacità politica, industriale e diplomatica di agire per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, allora si tratta di una prospettiva seria. Se, al contrario, significa trasformare l’Europa in un nuovo spazio di rendita militare, ci troviamo di fronte a un pericoloso malinteso.

Anche la nuova Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza va interpretata in questo contesto. In occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, nove paesi, tra cui Canada, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina, hanno aderito all’iniziativa. Secondo Reuters, la banca dovrebbe avere sede in Canada e puntare a raccogliere fino a 100 miliardi di sterline per offrire finanziamenti vantaggiosi e garanzie ai progetti nel settore della difesa.

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La valutazione militare

Dal punto di vista militare, il riarmo europeo nasce da una reale debolezza. Le scorte sono insufficienti, la produzione di munizioni è lenta, molte forze armate sono state ridimensionate nel corso dei decenni, la mobilità militare rimane fragile e le infrastrutture non sono sempre pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità. Anche la Banca europea per gli investimenti ha ampliato il proprio sostegno all’industria della difesa, triplicando a 3 miliardi di euro le risorse disponibili per prestiti e garanzie intermedie e firmando un primo accordo con Deutsche Bank per favorire finanziamenti pari a un miliardo di euro destinati alla ricerca militare e alle infrastrutture legate alla sicurezza.

Il problema è che l’Europa rischia di confondere la preparazione militare con l’acquisto compulsivo di sistemi d’arma. Difendersi non significa solo spendere di più. Significa sapere contro chi, con quali mezzi, secondo quale dottrina, con quale autonomia industriale, con quale catena di comando. Senza una strategia comune, il riarmo diventa una somma di ordini nazionali, rivalità industriali e dipendenze tecnologiche. In questo caso, non nasce una difesa europea, ma un grande mercato europeo della difesa.

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La valutazione geopolitica e geoeconomica

Il paradosso è evidente. L’Europa afferma di voler diventare autonoma rispetto agli Stati Uniti, ma gran parte della nuova architettura di riarmo continua a favorire anche l’industria e la finanza americane. Warburg Pincus, importante società di investimento americana, ha creato una piattaforma europea per gli investimenti nei settori della difesa, della sicurezza e della resilienza strategica, in collaborazione con MEAG, società di gestione patrimoniale legata al gruppo Munich Re.

La Deutsche Bank, dal canto suo, ha costituito un gruppo dedicato alla difesa e alle infrastrutture correlate, composto da circa quaranta banchieri, secondo quanto riportato dalla stampa finanziaria internazionale.

La geoeconomia del riarmo è quindi chiara: il denaro europeo finanzia l’espansione di un settore in cui gli Stati Uniti mantengono un vantaggio decisivo in termini di tecnologia, sistemi d’arma, intelligence, logistica e mercati finanziari. L’Europa parla di sovranità, ma spesso acquista dipendenza. Parla di autonomia, ma opera all’interno di circuiti finanziari e militari ancora fortemente atlantici.

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Il costo sociale della nuova economia militare

La domanda finale è la più semplice e la più inquietante: da dove arriveranno i soldi? Se i bilanci pubblici dovranno sostenere maggiori spese per la difesa, maggiori interessi sul debito, maggiori aiuti militari, maggiori infrastrutture strategiche, qualcosa dovrà essere sacrificato. Sanità, istruzione, pensioni, trasporti, politiche sociali: lo Stato sociale europeo rischia di diventare la vittima silenziosa della nuova economia militare.

Il riarmo viene presentato come una forma di crescita, ma non tutte le forme di crescita hanno lo stesso valore. Una società che investe nella produzione di missili, droni, munizioni e sistemi di sorveglianza può aumentare il proprio prodotto interno lordo, ma non necessariamente la sicurezza delle persone. Può arricchire gli azionisti e gli intermediari, ma impoverire i cittadini. Può creare posti di lavoro nell’industria, ma anche costruire un’economia dipendente dal perdurare della minaccia.

La guerra, quando diventa un modello economico, non ha alcun interesse alla pace. Ha interesse alla tensione permanente, all’urgenza continua, alla paura indotta. Ed è proprio qui che l’Europa dovrebbe fermarsi a riflettere. Perché un continente che ha costruito la propria identità sul superamento della guerra rischia ora di trasformare la guerra in un nuovo motore finanziario.

Il risultato è una contraddizione storica: i cittadini sono invitati ad accettare sacrifici in nome della sicurezza, mentre le banche e i fondi trasformano quella stessa sicurezza in dividendi. Questa non è autonomia strategica. È la privatizzazione del pericolo. E quando il pericolo diventa una fonte di rendimento, ci sarà sempre qualcuno che avrà interesse a che non finisca mai.

ANALISI – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti

Par Giuseppe Gagliano / 11.09.2026

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Le huitième front d’Israël
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)

Quando la potenza militare non basta più

Israele afferma di aver combattuto su sette fronti dal 7 ottobre 2023. Ne esiste tuttavia un ottavo, meno visibile ma forse più decisivo: quello dell’opinione pubblica americana. Una battaglia condotta non con divisioni corazzate o aerei da combattimento, ma con società di comunicazione, gruppi di pressione, creatori di contenuti, campagne pubblicitarie e, ormai, sistemi di intelligenza artificiale.

Secondo un’indagine di Nick Cleveland-Stout, pubblicata dal Quincy Institute for Responsible Statecraft, da ottobre 2023 il governo israeliano avrebbe stanziato oltre un miliardo di dollari per la propria diplomazia pubblica. Oltre 100 milioni sarebbero stati spesi negli Stati Uniti nell’ambito delle attività soggette alla legislazione sui rappresentanti di interessi stranieri.

Questo aumento spettacolare riflette non tanto una dimostrazione di fiducia quanto piuttosto la portata di una certa inquietudine. I leader israeliani godono ancora di un notevole sostegno all’interno delle istituzioni statunitensi, ma constatano che la loro influenza storica non è più sufficiente a impedire l’erosione della loro immagine nella società.

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Dall’influenza indiretta all’intervento governativo

Per decenni, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono basate su una vasta rete statunitense composta da organizzazioni politiche, donatori privati, associazioni cristiane evangeliche e gruppi filoisraeliani. Il loro finanziamento da parte degli Stati Uniti e la loro indipendenza ufficiale dal governo israeliano li esentavano generalmente dall’obbligo di registrarsi come rappresentanti diretti di una potenza straniera.

Il cambiamento avvenuto dal 2023 è notevole. Israele non si limita più a trarre vantaggio da questo contesto favorevole: il suo governo ingaggia direttamente aziende specializzate per controllare i messaggi, rivolgersi a determinate categorie sociali e rispondere rapidamente alle crisi politiche.

Sembra che nel 2024 e nel 2025 siano state registrate diciassette nuove società per operare a favore degli interessi israeliani. Una parte significativa dei contratti passa attraverso il gruppo francese Havas Media, che a sua volta subappalta alcune operazioni ad aziende statunitensi.

L’obiettivo è chiaro: riconquistare gli ambienti in cui il sostegno a Israele si sta erodendo più rapidamente, in particolare i giovani, i conservatori e alcuni cristiani evangelici. Questo calo preoccupa tanto più le autorità israeliane in quanto questi gruppi costituivano finora i pilastri sociali dell’alleanza con Washington.

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Dai creatori di contenuti ai bot conversazionali

I metodi utilizzati vanno oltre la comunicazione diplomatica tradizionale. Comprendono il finanziamento di creatori di contenuti, l’acquisto di spazi pubblicitari, l’invio massiccio di messaggi telefonici e l’organizzazione di viaggi per giornalisti, leader religiosi e personalità influenti.

Nel 2025, il Ministero degli Affari Esteri israeliano avrebbe finanziato circa 300 delegazioni, per un totale di 6.000 partecipanti provenienti da 70 paesi. Queste visite consentono di selezionare gli interlocutori, costruire una narrazione coerente e instaurare relazioni durature con coloro che possono poi influenzare il proprio pubblico.

La novità più importante riguarda l’intelligenza artificiale. Alcune aziende hanno il compito di creare reti di siti e contenuti in grado di influenzare le informazioni utilizzate dai bot conversazionali. La sfida non consiste più solo nel convincere direttamente gli utenti di Internet, ma nell’agire sulle fonti da cui i sistemi automatici traggono le loro risposte.

Questa strategia apre una nuova dimensione della guerra dell’informazione. Non si tratta più semplicemente di occupare i social network, ma di intervenire a monte sul contesto documentario che plasmerà la conoscenza di milioni di utenti.

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La trasparenza degli Stati Uniti alla prova

Queste operazioni non sono necessariamente illegali. La legislazione statunitense autorizza le attività di influenza svolte per conto di Stati stranieri, a condizione che siano dichiarate. Il problema risiede nell’applicazione incompleta degli obblighi di trasparenza.

Alcune aziende avrebbero fornito informazioni insufficienti sulle proprie attività. Alcuni creatori di contenuti retribuiti non avrebbero sempre rivelato i propri rapporti finanziari con il governo israeliano. Altre organizzazioni che apparentemente svolgono attività politiche avrebbero eluso l’obbligo di registrazione.

Esiste quindi un divario tra la legalità formale e la possibilità per i cittadini statunitensi di sapere chi finanzia realmente i messaggi che ricevono. È difficile per una democrazia valutare una campagna di influenza se la sua origine rimane nascosta dietro una serie di subappaltatori.

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Un potere politico trasformato in potere economico

La battaglia dell’immagine è anche un mercato. Gli stanziamenti previsti per la diplomazia pubblica israeliana nel 2026 dovrebbero ammontare a 2,35 miliardi di shekel, pari a circa 750 milioni di dollari. Questo settore alimentare alimenta società di consulenza, agenzie pubblicitarie, gruppi di comunicazione e intermediari digitali.

Il denaro pubblico israeliano entra così nel sistema americano di creazione del consenso. Finanzia posti di lavoro, contratti e reti professionali che hanno poi interesse a mantenere la percezione di una minaccia permanente contro Israele. L’influenza diventa un settore economico i cui attori sono retribuiti per produrre legittimità politica.

Questa spesa va messa in relazione con i circa 300 miliardi di dollari di aiuti che gli Stati Uniti avrebbero concesso a Israele dal 1948. Il rapporto non si basa quindi solo su una vicinanza diplomatica o ideologica: costituisce un sistema economico e militare in cui si intrecciano aiuti pubblici, vendite di armi, campagne elettorali e contratti di comunicazione.

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Il messaggio può cancellare la politica?

Nonostante le somme stanziate, l’opinione pubblica americana continua ad allontanarsi da Israele, soprattutto tra i giovani. Il paradosso è evidente: più le operazioni militari a Gaza, in Libano e in Iran diventano impopolari, più il governo israeliano investe per spiegare che il problema risiede in una comunicazione insufficiente.

Ma nessuna campagna può separare in modo duraturo l’immagine di uno Stato dalle sue decisioni. Si può migliorare una narrazione, selezionare i dati, invitare personalità di spicco o saturare i social media. È molto più difficile convincere il pubblico che ciò che vede quotidianamente non esiste o non debba influenzare il suo giudizio.

Israele potrebbe quindi vincere alcune battaglie tecniche, pur perdendo progressivamente la guerra politica. I suoi messaggi possono penetrare nei social network, nelle chiese, nelle università e nei sistemi di intelligenza artificiale senza però invertire l’andamento dell’opinione pubblica.

L’ottavo fronte rivela così una debolezza strategica. Una potenza in grado di colpire i propri avversari in tutta la regione si rende conto di non poter costringere una società straniera ad approvare le proprie scelte. Quando la diplomazia pubblica diventa il surrogato di una revisione politica, la propaganda non risolve più la crisi: ne conferma l’esistenza.


Giuseppe Gagliano

Giuseppe Gagliano ha fondato nel 2011 la rete internazionale Cestudec (Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis), con sede a Como (Italia), con l’obiettivo di studiare, in una prospettiva realista, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali. Questa rete pone l’accento sulla dimensione dell’intelligence e della geopolitica, ispirandosi alle riflessioni di Christian Harbulot, fondatore e direttore dell’École de Guerre Économique (EGE)
 
Collabora con il Centro Francese di Ricerca sull’Intelligence (CF2R) (Link),https://cf2r.org/le-cf2r/gouvernance-du-cf2r/
con l’Università della Calabria nell’ambito del Master in Intelligence e con l’Iassp di Milano (Link). https://www.iassp.org/team_master/giuseppe-gagliano/
 
Libri in italiano
 
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https://www.amazon.it/Libri-Giuseppe-Gagliano/s?rh=n%3A411663031%2Cp_27%3AGiuseppe+Gagliano
 
Libri in francese
https://www.va-editions.fr/giuseppe-gagliano-c102x4254171
 
Link utili
 
Biografia sul sito del Cestudec
http://www.cestudec.com/biografia.asp
 
Intelligence Geopolitica
https://intelligencegeopolitica.it/
 
Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis
https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/?_gl=1*1nwazl2*_gcl_au*MTY0MDE3Njc2LjE3Mjg3NDI3NTM

Il Mossad e gli Stati Uniti: alleanza segreta, guerra nell’ombra e interdipendenza strategica_di Sébastien Quéré (Gèopolitique Profonde)

Il Mossad e gli Stati Uniti: alleanza segreta, guerra nell’ombra e interdipendenza strategica

Nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e Israele, il settore dell’intelligence rappresenta non solo un ambito di intensa cooperazione tra i servizi israeliani e le loro controparti americane, ma anche di rivalità nascosta. Il Mossad, fondato nel 1949 sotto la guida di Reuven Shiloah, intrattiene con la CIA, la NSA, la DIA (Defense Intelligence Agency, agenzia di intelligence della Difesa) e la rete globale della comunità di intelligence statunitense un rapporto che va oltre le consuete categorie della cooperazione interalleata. Non si può ridurla a un semplice scambio di dati tra partner benevoli, né a un rapporto di subordinazione in cui Washington imporrebbe le proprie priorità a Tel Aviv. Ciò che si è costruito a partire dagli anni Cinquanta rientra piuttosto in una simbiosi strutturale: ciascuna parte offre all’altra ciò che non è in grado di produrre da sola, e ciascuna tollera nell’altra pratiche che condannerebbe in qualsiasi altra circostanza. Tale simbiosi si fonda su una fondamentale asimmetria di mezzi, compensata da una notevole complementarità delle capacità. Gli Stati Uniti dispongono di un bilancio destinato all’intelligence – di entità incomparabile rispetto a quello dello Stato ebraico – pari a diverse decine di miliardi di dollari all’anno, contro un bilancio israeliano stimato in alcune centinaia di milioni. Ma Israele offre ciò che il denaro americano non può acquistare direttamente: un accesso umano insostituibile alla regione più sensibile per la sicurezza mondiale, competenze linguistiche in arabo, farsi e russo, accumulate grazie a decenni di immigrazione, reti di informatori radicate da tempo nei paesi arabi e in Iran, e una cultura operativa che pone l’assunzione di rischi al centro della propria dottrina. Questa complementarità delinea un rapporto i cui equilibri interni non hanno mai smesso di evolversi senza mai spezzare il legame fondante.

Sébastien Quéré, laureato all’IEP di Tolosa, ha insegnato storia e geografia per quindici anni prima di dedicarsi alla scrittura e alle conferenze di geopolitica. In *1979: una rivoluzione della storia*(2026), esplora un anno di svolta in cui si delineano le linee di forza del mondo contemporaneo dietro i grandi sconvolgimenti politici, ideologici ed economici.

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Le origini di una relazione: Angleton e la matrice CIA-Mossad (1951–1973)

La nascita del Mossad nel contesto della guerra fredda

L’atto di nascita del Mossad nell’aprile 1951, diciotto mesi dopo la proclamazione dell’indipendenza israeliana, si inserisce in un contesto geopolitico che ne determina fin dall’inizio la vocazione internazionale. Il primo direttore operativo del Mossad, Reuven Shiloah, è uno stratega che comprende come la sopravvivenza di Israele non possa basarsi esclusivamente sulla sua capacità militare. È necessario costruire un valore di scambio nel sistema di intelligence occidentale, diventare indispensabile per gli americani in quei settori in cui questi ultimi sono strutturalmente limitati. Questa intuizione fondante plasmerà la dottrina del Mossad per diversi decenni: rendersi indispensabile attraverso la qualità del lavoro, non attraverso la quantità dei mezzi.

Il canale Angleton-Harel

L’atto fondatore del rapporto tra la CIA e il Mossad porta un nome proprio: James Jesus Angleton¹. Angleton, capo del controspionaggio della CIA dal 1954 al 1975, entrò in contatto con Israele prima ancora che Israele esistesse come Stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, in qualità di membro dell’OSS (Office of Strategic Services, predecessore della CIA) in Italia, entrò in contatto con agenti della Haganah (organizzazione paramilitare sionista nella Palestina sotto mandato tra il 1920 e il 1948), che operavano per far passare i sopravvissuti alla Shoah verso la Palestina.

Questo rapporto iniziale, fondato non su un interesse geopolitico razionale, ma su un’ammirazione quasi mistica per la capacità di resilienza e di intelligence del futuro Stato ebraico, avrebbe strutturato tutta la sua visione successiva.

fig. 1. Isser Harel, 1969.

Foto: Government Press Office (Israele) / Wikimedia Commons (di pubblico dominio)

fig. 2. James Jesus Angleton, capo del controspionaggio della CIA. Archivi del governo statunitense (National Counterintelligence Center) / Wikimedia Commons (di pubblico dominio).

Già nel 1951 Angleton instaurò un rapporto personale con Isser Harel, secondo direttore del Mossad. Tale rapporto precedette gli accordi formali di cooperazione e rivelò una caratteristica persistente del legame tra CIA e Mossad: esso si costruì innanzitutto tra individui, nell’ambito di rapporti di fiducia personale, prima di istituzionalizzarsi in protocolli burocratici. Ciò che i due uomini si scambiarono fu soprattutto la conoscenza operativa sulle reti sovietiche in Medio Oriente. Israele, i cui agenti parlavano arabo, russo e yiddish e i cui immigrati appena arrivati dall’Unione Sovietica costituivano una risorsa umana impareggiabile, offrì alla CIA un accesso geografico e linguistico che Washington non poteva replicare nel breve termine. In cambio, la CIA forniva risorse finanziarie, coperture diplomatiche e informazioni di intelligence tecnica. Lo scambio era diseguale in termini di mezzi, ma equilibrato nelle reciproche esigenze. Angleton operava di fatto come un agente della politica israeliana all’interno di Langley, convinto che Israele fosse l’alleato occidentale più affidabile contro l’Unione Sovietica in Medio Oriente². In quanto canale esclusivo tra Langley e il Mossad, nessuna informazione doveva transitare senza la sua approvazione. Questo monopolio informativo era una costruzione deliberata. Angleton riuscì a convincere prima Allen Dulles e poi John McCone che solo lui poteva gestire il rapporto con Israele, data la particolare delicatezza degli interessi in gioco. In tal modo, trasformò il «canale speciale» in uno strumento di politica estera parallelo, impermeabile alle direttive della Casa Bianca. Sotto Eisenhower, questa configurazione non pose problemi di rilievo: il rapporto tra Stati Uniti e Israele era importante, ma ancora relativamente equilibrato, e lo stesso Eisenhower era sufficientemente diffidente nei confronti di Israele da non creare alcuna dipendenza strategica.

L’evento che consolidò definitivamente il rapporto avvenne nel 1956, quando Isser Harel trasmise ad Angleton una copia integrale del discorso segreto che Nikita Khrushchev pronunciò a febbraio dinanzi al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico, denunciando i crimini di Stalin e dando avvio a quella che sarebbe stata presto definita la destalinizzazione. Il testo, ottenuto dalle reti israeliane in Polonia tramite un agente del Partito comunista polacco che aveva avuto accesso al resoconto del discorso, fu trasmesso da Allen Dulles a Eisenhower, il quale ordinò in seguito di organizzarne la divulgazione sul *New York Times*. Tale pubblicazione scatenò una tempesta mondiale, provocando così un notevole shock politico nei partiti comunisti occidentali³. Dwight Eisenhower, informato della provenienza del documento, comprese immediatamente il valore strategico di un partner dalle capacità così notevoli e il rapporto uscì dall’ambito della tolleranza tacita per entrare in quello della necessità strategica riconosciuta. Nello stesso anno, il Mossad mise in atto la «dottrina della periferia», basata su un’alleanza tripartita di intelligence, con il nome in codice «Trident», che coinvolgeva paesi non arabi, l’Iran dello scià e la Turchia. Tale alleanza scambiava ingenti volumi di documenti segreti e conduceva operazioni congiunte contro i sovietici e gli arabi. Eisenhower fu allora convinto da Ben-Gurion a stanziare fondi a sostegno delle attività dell’operazione Trident⁴.

La caduta di Angleton e l’eredità strutturale

La carriera di Angleton giunse al termine nel dicembre 1974, quando il direttore William Colby, nel contesto del Watergate e delle rivelazioni sulle attività illegali della CIA raccolte nel rapporto «Family Jewels» (Gioielli di famiglia), lo costrinse a dimettersi. Nel corso delle audizioni della Commissione Church (1975-1976), Angleton rese una testimonianza evasiva, ammettendo l’esistenza del «canale speciale» con Israele, ma minimizzandone l’importanza. I suoi ex colleghi lo descrissero come un uomo convinto fino alla fine di aver agito nel superiore interesse degli Stati Uniti così come egli lo concepiva, ovvero intimamente legato alla sicurezza di Israele. Il rapporto tra la CIA e il Mossad dovette quindi ricostruirsi su altre basi istituzionali, una transizione difficile che avrebbe lasciato tracce durature.

La Guerra dei Sei Giorni e la condivisione delle informazioni

La crisi del giugno 1967 offre un perfetto esempio del funzionamento della simbiosi tra le due agenzie, ma anche delle sue contraddizioni. I servizi israeliani, anticipando l’imminenza del conflitto con l’Egitto, la Siria e la Giordania, trasmettono agli americani le loro analisi sul dispiegamento militare di Nasser e sulla probabilità di un attacco preventivo egiziano o sulla necessità di un attacco preventivo israeliano. Ma la trasmissione non è a senso unico: la NSA, tramite le proprie stazioni di intercettazione nel Mediterraneo orientale e in Etiopia, fornisce contemporaneamente a Tel Aviv dati di sorveglianza elettronica sui movimenti delle truppe egiziane. Tale cooperazione tecnica prefigurò l’architettura di condivisione delle informazioni di intelligence dei segnali (SIGINT) che si sarebbe consolidata nei decenni successivi con l’accesso pressoché illimitato di Israele al sofisticatissimo satellite di intelligence KH 115.

All’indomani della chiusura dello stretto di Tiran da parte dell’Egitto, il 23 maggio 1967, Johnson chiese a Richard Helms, direttore della CIA, una valutazione immediata della situazione. L’OCI (Office of Current Intelligence, Ufficio dell’intelligence operativa) giunse in poche ore alla conclusione che Israele fosse in grado di difendersi da qualsiasi attacco nemico. Successivamente, alla fine di maggio, la CIA e la DIA redassero congiuntamente un documento in cui si affermava che Israele avrebbe vinto la guerra e conquistato il Sinai nel giro di « pochi giorni ». In effetti, i servizi segreti israeliani sapevano «quasi tutto ciò che era necessario per la vittoria sul nemico». Gli agenti Wolfgang Lotz in Egitto ed Eli Cohen in Siria fornirono contributi decisivi. Richard Helms, sostenitore della cooperazione con i servizi segreti israeliani, incaricò l’Office of National Estimates di valutare una stima trasmessa dal Mossad. La conclusione fu inequivocabile: la valutazione israeliana «probabilmente non era una stima seria del tipo sottoposta ai propri alti funzionari», ma piuttosto «uno stratagemma volto a influenzare gli Stati Uniti affinché fornissero equipaggiamenti militari, assumessero impegni pubblici nei confronti di Israele, approvassero iniziative militari israeliane ed esercitassero maggiore pressione su Nasser»6.

Dopo un teso confronto con il capo della stazione della CIA a Tel Aviv, John Hadden, il quale il 25 maggio 1967 aveva avvertito che gli Stati Uniti avrebbero aiutato a difendere l’Egitto qualora Israele avesse sferrato un attacco a sorpresa, il direttore del Mossad, Meir Amit, partì alla volta di Washington per incontrare il segretario alla Difesa Robert McNamara. Egli riferì al governo israeliano che gli Stati Uniti avevano dato a Israele un « via libera incerto » per attaccare.

All’inizio di giugno, sulla base di un incontro con Meir Amit, Helms riferì a Lyndon Johnson che la guerra era imminente e sarebbe stata avviata dagli israeliani. Quando la guerra scoppiò, la CIA informò la Casa Bianca che Israele aveva « sparato i primi colpi » con i suoi attacchi aerei contro gli egiziani, contrariamente alla versione israeliana⁷.

L’incidente della USS Liberty (8 giugno 1967)

L’incidente della USS Liberty, verificatosi l’8 giugno 1967 mentre il conflitto entrava nel suo terzo giorno, costituisce il primo grave scontro nei rapporti tra CIA e Mossad e la rivelazione più brutale delle loro ambivalenze.

Quel giorno, aerei Mirage e cacciatorpediniere della marina israeliana attaccarono per due ore la USS Liberty, una nave da intercettazione della NSA schierata nel Mediterraneo orientale per monitorare le comunicazioni delle parti belligeranti. L’attacco causò la morte di trentaquattro marinai americani e ne ferì centosettanta. Israele presenta le scuse ufficiali e risarcisce le famiglie delle vittime, adducendo un errore di identificazione⁸.

L’amministrazione Johnson, ansiosa di preservare i legami con Tel Aviv nel contesto della guerra fredda e desiderosa di evitare una crisi diplomatica nel momento in cui l’esercito israeliano ottiene una vittoria decisiva contro gli alleati sovietici, accetta la spiegazione israeliana senza condurre indagini approfondite. Le testimonianze dei sopravvissuti, le analisi delle intercettazioni radio disponibili e le successive ricostruzioni suggeriscono tuttavia che la Liberty fosse stata identificata come nave statunitense prima dell’attacco. La tesi più documentata sostiene che Tel Aviv volesse impedire alla NSA di intercettare le comunicazioni israeliane, rivelando la decisione di non attenersi alle linee concordate con Washington, in particolare sul fronte siriano. Questo episodio, a lungo occultato in entrambi i paesi, rivela la dimensione asimmetrica del rapporto nella sua versione più cruda: quando i suoi interessi immediati lo richiedono, Israele è in grado di agire contro gli asset statunitensi e Washington, per ragioni geopolitiche, sceglie di non sanzionarlo.

fig. 1. Jonathan Pollard, analista della Marina degli Stati Uniti, condannato per spionaggio a favore di Israele.

Foto segnaletica della Marina degli Stati Uniti / Wikimedia Commons (di pubblico dominio).

Anatomia di un’operazione contro un alleato

Il 21 novembre 1985, Jonathan Pollard, un ebreo americano analista della DIA presso il Naval Intelligence Command di

Washington, fu arrestato dall’FBI all’ingresso dell’ambasciata israeliana dove cercava asilo. Nel corso di diciotto

mesi, Pollard aveva consegnato al Mossad e al LAKAM (servizio di intelligence israeliano, 1957-1986) oltre un milione

di pagine di documenti riservati. Tra questi documenti, immagini satellitari relative agli arsenali siriani, libici e

iracheni, informazioni sulle capacità nucleari pakistane e sulle filiere di approvvigionamento di Islamabad, dati sui sistemi sovietici di guerra elettronica e, soprattutto, rapporti della NSA sulle comunicazioni diplomatiche arabe che Washington

si rifiutava di trasmettere a Tel Aviv9.

Per Israele, il valore operativo di tali informazioni era immenso e multidimensionale: la loro divulgazione parziale e controllata avrebbe compromesso in modo duraturo la fiducia tra i due servizi10. Il caso Pollard mise in luce una tensione strutturale che il rapporto tra CIA e Mossad era finora riuscito a contenere all’interno di canali informali e illustrò in modo crudo una dimensione perversa di tale partenariato: l’alleato più stretto spiava il proprio protettore, nonostante l’accordo di non spionaggio reciproco del 1951.

La comunità di valori autoproclamata non escludeva pertanto né la diffidenza né la competizione per il vantaggio informativo

L’operazione LAKAM e la catena di comando

Nel 1987, Pollard si dichiarò colpevole di spionaggio a favore di un paese alleato e fu condannato all’ergastolo. Confessò di essere stato reclutato dall’agente del Mossad Rafael «Rafi» Eitan, che ammirava profondamente. L’inchiesta giudiziaria e le successive indagini del Congresso stabilirono effettivamente che Pollard era gestito dal direttore del LAKAM, Rafi Eitan, leggendario veterano del Mossad che aveva guidato l’operazione di rapimento di Adolf Eichmann a Buenos Aires nel 1960. Questo legame operativo era rivelatore: l’operazione Pollard non rientrava in un’iniziativa individuale, bensì in una decisione istituzionale ai massimi livelli dei servizi segreti israeliani. Quando lo scandalo venne alla luce, il governo israeliano di Shimon Peres negò qualsiasi conoscenza ufficiale della vicenda, affermando che l’operazione era stata condotta da agenti che agivano senza autorizzazione. Tale spiegazione, alla quale gli ufficiali americani del controspionaggio non credettero mai, sarà parzialmente smentita dalle successive dichiarazioni dello stesso Eitan, il quale ammetterà di aver riferito ai suoi superiori. Si dovette attendere il 1998 perché Israele riconoscesse ufficialmente che Pollard aveva agito sotto la direzione ufficiale israeliana.

La gestione politica del caso da parte dell’amministrazione Reagan illustra perfettamente la logica di tale rapporto. Il segretario alla Difesa Caspar Weinberger, in una nota al tribunale che rimarrà a lungo segreta¹¹, definì il danno causato da Pollard come il più grave nella storia dei servizi segreti americani, una formulazione che suggerisce che i dati trasmessi a Israele fossero stati anche parzialmente ceduti all’Unione Sovietica, forse nell’ambito dei negoziati israeliani sull’emigrazione degli ebrei sovietici, forse tramite altri canali. Questa ipotesi, mai del tutto confermata né totalmente smentita, costituisce l’elemento più oscuro del caso12.

Il periodo post-Pollard: la politicizzazione di un detenuto

Pollard diventerà una delle figure più costantemente utilizzate dalle reti di pressione filoisraeliane negli Stati Uniti, una causa permanente, un test ricorrente della fedeltà americana all’alleanza13. Ogni richiesta di grazia presidenziale si trasformerà in un indicatore della pressione esercitata sull’esecutivo americano: Clinton prese in considerazione la sua liberazione a Wye River nel 1998 14, prima di rinunciarvi sotto la pressione del direttore della CIA, George Tenet, il quale minacciò di dimettersi¹⁵. Bush rifiutò. Obama rifiutò più volte, prima di accettare la sua liberazione condizionale nel novembre 2015, un gesto interpretato da alcuni come una concessione a Netanyahu nel contesto dell’accordo nucleare iraniano che Tel Aviv condanna. La revoca degli arresti domiciliari negli Stati Uniti nel maggio 2020, seguita dall’autorizzazione a recarsi in Israele, consentirono a Netanyahu di accogliere Pollard come un eroe all’aeroporto Ben Gurion nel dicembre 202016. In tale occasione, egli si recò in Israele a bordo del jet privato di Sheldon Adelson (miliardario sionista e principale finanziatore della campagna di Donald Trump). La visita di Pollard all’ambasciatore evangelico Mike Huckabee, che la CIA fece trapelare al «New York Times», dimostrò che un funzionario americano poteva ancora sostenere un uomo che era ancora considerato un traditore dalla comunità dell’intelligence statunitense¹⁷.

Questo epilogo illustra la capacità delle reti di influenza israeliane di ottenere, nel lungo periodo e attraverso l’accumulo di pressioni politiche, ciò che la diplomazia ufficiale non può rivendicare pubblicamente. Esso rivela inoltre un’asimmetria nel rapporto: un alleato che avesse trattato un cittadino americano in circostanze analoghe sarebbe stato verosimilmente oggetto di sanzioni economiche e diplomatiche sostanziali. La « specialità » del rapporto americano-israeliano si misura proprio in base a queste eccezioni.

Le conseguenze istituzionali: compartimentazione e controllo

In risposta al caso Pollard, la CIA e l’FBI hanno messo in atto rigorosi protocolli di compartimentazione nei confronti degli ufficiali di collegamento israeliani. L’accesso alle aree di sicurezza degli edifici dei servizi segreti statunitensi è stato limitato. Diversi accordi di condivisione dei dati vengono sospesi o limitati. Tali misure, documentate nei rapporti della Commissione per l’Intelligence del Senato, testimoniano una rottura di fiducia i cui effetti operativi si protraggono per diversi anni. Parallelamente, l’FBI rafforza le proprie capacità di controspionaggio rivolte verso Israele, un’attività politicamente delicata, ma operativamente necessaria.

I rapporti dell’Agenzia sulle operazioni israeliane contro obiettivi statunitensi rivelano un’attività di reclutamento e di raccolta di informazioni nettamente più estesa rispetto a quella di un partner ordinario. Secondo fonti declassificate e testimonianze di ex funzionari, in particolare il rapporto del General Accounting Office del 1996 sulle minacce di controspionaggio, Israele figura regolarmente tra le principali minacce sul territorio statunitense in termini di volume di attività di intelligence ostile, insieme alla Russia e alla Cina. Nel 2026, il «New York Times» ha riportato i tentativi israeliani di intercettare alti funzionari, in particolare il principale negoziatore del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, e l’alto funzionario politico del Pentagono, Elbridge Colby18. Successivamente, in un contesto di tensioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il Pentagono innalzerà il livello di minaccia di controspionaggio israeliano¹⁹. Questa realtà, che i rapporti diplomatici rendono politicamente quasi impossibile enunciare pubblicamente, costituisce uno dei paradossi strutturali più stabili dell’alleanza americano-israeliana.

Il caso Franklin-AIPAC e i suoi limiti

Il caso Franklin, venuto alla luce nel 2004 e giudicato nel 2005-2006, illustra i rischi che tali pratiche comportano quando oltrepassano i limiti di legalità.

Lawrence Franklin, analista del Pentagono specializzato sull’Iran, è stato condannato per aver trasmesso informazioni riservate a due funzionari dell’AIPAC, Steven Rosen e Keith Weissman, i quali le avrebbero a loro volta trasmesse a un funzionario dell’ambasciata israeliana²⁰. Il caso è politicamente esplosivo: se i procedimenti contro Rosen e Weissman fossero andati a buon fine, avrebbero richiesto di dimostrare che la trasmissione di informazioni riservate a cittadini stranieri tramite un lobbista intermediario costituisce una violazione della legge sullo spionaggio, un’interpretazione che il Dipartimento di Giustizia finì per abbandonare nel 2009, in parte per ragioni giuridiche e in parte per evitare un processo pubblico sul funzionamento dell’AIPAC. Il caso Franklin-AIPAC mette in luce la zona grigia in cui opera una parte delle relazioni estese tra CIA e Mossad²¹: tra la cooperazione ufficiale, i flussi informali di informazioni legali e i trasferimenti di informazioni classificate che costituiscono spionaggio, il confine è reale ma permeabile, e gli attori che operano in prossimità di tale linea godono di una notevole protezione politica di cui non dispongono coloro che sono privi di sostegno istituzionale22.

Dalla Guerra Fredda alla lotta al terrorismo: la rifondazione post-11 settembre

Lo shock dell’11 settembre e la ridefinizione dei ruoli

Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno prodotto un effetto paradossale sul rapporto tra CIA e Mossad. Da un lato, essi sembrano confermare a posteriori gli avvertimenti che Israele aveva formulato da anni sulla minaccia jihadista, avvertimenti che i servizi statunitensi avevano talvolta accolto con scetticismo, sospettando un tentativo israeliano di strumentalizzare Washington contro i propri avversari arabi. D’altro canto, la commissione nazionale sugli attacchi terroristici (commissione Kean-Hamilton) e diverse indagini interne rivelano che alcune comunicazioni del Mossad, in particolare quelle relative ad al-Qaeda, non erano state trasmesse tempestivamente alle agenzie statunitensi competenti. L’istituzione del Director of National Intelligence (DNI) nel 2004 e la riorganizzazione dell’architettura dei servizi di intelligence statunitensi hanno trasformato il quadro istituzionale in cui si inserisce la cooperazione con Tel Aviv.

Il nuovo regime di condivisione, più formalizzato, più documentato e soggetto a un maggiore controllo parlamentare, ha costretto i due servizi a ufficializzare canali che in precedenza funzionavano in modo informale. Questo processo di istituzionalizzazione è ambivalente: da un lato rende più sicura la relazione, ma ne riduce la flessibilità operativa. Sul campo, la cooperazione si intensifica in Iraq, in Afghanistan e in Libano. Il Mossad trasmette dati sulle reti di Hezbollah e sui canali di finanziamento iraniani dei gruppi armati sciiti in Iraq. In cambio, la CIA condivide dati tecnici provenienti dalla sorveglianza satellitare e dalle intercettazioni telefoniche. Questa cooperazione tattica è documentata nelle memorie di diversi direttori della CIA, in particolare George Tenet e Michael Hayden²³, i quali descrivono il rapporto come uno dei più produttivi, ma anche dei più complessi, all’interno della comunità di intelligence statunitense.

La questione nucleare iraniana: cooperazione, divergenze e operazioni autonome.

La questione nucleare iraniana costituisce, sin dagli anni Novanta, l’asse centrale della cooperazione tra CIA e Mossad, ma anche il terreno delle loro divergenze più profonde. Sul piano analitico, i due servizi condividono una base comune: l’Iran sta cercando di sviluppare una capacità nucleare militare, o di posizionarsi alle soglie di tale capacità. Tuttavia, le loro conclusioni operative divergono radicalmente. In diverse occasioni, in particolare nel 2009, sotto la guida di Meir Dagan, il Mossad si è rifiutato di avallare le valutazioni statunitensi più pessimistiche sull’imminenza del superamento della soglia nucleare da parte dell’Iran. Tale posizione, paradossalmente più moderata rispetto a quella di alcuni think tank neoconservatori statunitensi, testimonia una propria razionalità strategica: Tel Aviv preferisce mantenere la minaccia iraniana a un livello di certezza calcolata, tale da giustificare pressioni continue, piuttosto che farla sfociare nell’imminenza, il che avrebbe comportato un attacco preventivo con tutte le sue conseguenze regionali. Sul piano operativo, è il programma Stuxnet a rivelare al meglio la natura di tale rapporto. Sviluppato congiuntamente dalla NSA e dall’Unità 8200 israeliana, l’equivalente della NSA per Israele, questo worm informatico ha attaccato, tra il 2009 e il 2010, le centrifughe dell’impianto di arricchimento di Natanz, distruggendo circa un migliaio di apparecchiature e ritardando così in modo significativo il programma iraniano. Operazione denominata «Olympic Games» da Washington, Stuxnet rappresenta la prima arma cibercinetica della storia militare moderna²⁴. La sua progettazione congiunta, la sua attuazione coordinata e la sua involontaria diffusione nello spazio digitale globale illustrano sia la profondità della cooperazione tecnica tra i due servizi sia i rischi di una relazione che opera al di fuori di qualsiasi quadro giuridico stabilito²⁵.

L’Unità 8200 e la NSA: la simbiosi dell’intelligence elettronica.

Due agenzie, una rete.

Il rapporto tra la NSA e l’Unità 8200, il servizio di intelligence dei segnali delle Forze di Difesa di Israele (Tsahal), il cui organico conta diverse migliaia di analisti, costituisce forse la dimensione più significativa e meno mediatizzata della cooperazione americano-israeliana nel campo dell’intelligence. Rivelata in parte dai documenti di Snowden nel 2013²⁶, questa cooperazione va ben oltre lo scambio di dati: comporta la condivisione di metodi di crittoanalisi, di vettori di exploit informatici e di banche dati biometriche. Un memorandum della NSA risalente al 2009, reso pubblico da Glenn Greenwald e Laura Poitras, rivela che Washington trasmette a Israele dati grezzi di sorveglianza, comprese le comunicazioni di cittadini statunitensi, senza i filtri solitamente applicati ai partner del Five Eyes. Questo livello di condivisione, esplicitamente documentato, colloca la cooperazione tra la NSA e l’Unità 8200 in una categoria a sé stante, distinta dagli accordi SIGINT standard. Solleva inoltre questioni costituzionali che né l’esecutivo americano né il Congresso hanno mai affrontato pubblicamente in modo sostanziale. L’Unità 8200 occupa una posizione singolare nell’ecosistema tecnologico mondiale. I suoi ex membri costituiscono la spina dorsale della sicurezza informatica civile israeliana. Da essa provengono Check Point, CyberArk e NSO Group, e molti di loro entrano a far parte direttamente dei team di grandi aziende statunitensi della Silicon Valley.

Questa permeabilità tra l’intelligence militare e il settore tecnologico privato ha creato una struttura di trasferimento di know-how di cui gli Stati Uniti beneficiano, ma che non controllano interamente. NSO Group e la questione degli strumenti a duplice uso: la controversia intorno a NSO Group, società israeliana produttrice del software spia Pegasus, illustra le implicazioni inerenti a questa struttura di interdipendenza. Fondata da ex membri dell’Unità 8200, NSO opera su licenza del Ministero della Difesa israeliano, il che rende ogni vendita all’estero una decisione quasi diplomatica dello Stato ebraico. Quando i telefoni di alcuni funzionari statunitensi sono stati infettati da Pegasus, Washington si è trovata nella paradossale posizione di dover sanzionare un’azienda israeliana le cui capacità tecniche derivavano direttamente da una cooperazione che essa stessa aveva finanziato e incoraggiato. L’inserimento di NSO Group nella lista nera del Dipartimento del Commercio statunitense nel novembre 2021, seguito dalle esitazioni dell’amministrazione Biden nel mantenere tale decisione, illustrarono perfettamente l’ambivalenza strutturale del rapporto: gli Stati Uniti non potevano fare a meno delle capacità israeliane, ma non potevano neppure permettere che queste si diffondessero senza controllo nello spazio digitale globale.

Questa tensione, priva di una chiara risoluzione istituzionale, riproduce nell’era cibernetica le dinamiche che il caso Pollard aveva portato alla luce nel campo dell’intelligence umana. Nel 2021, un’inchiesta giornalistica internazionale denominata Pegasus Project ha rivelato che tale software era stato utilizzato per sorvegliare illegalmente giornalisti, difensori dei diritti umani, avvocati e politici in diversi paesi alleati degli Stati Uniti. Pegasus era in grado di infettare telefoni Android e iPhone senza alcun intervento da parte dell’utente, consentendo l’accesso a messaggi, chiamate, fotocamera e microfono27.

Nel luglio 2021, il Citizen Lab (Università di Toronto) e Microsoft hanno rivelato che l’azienda israeliana Candiru utilizzava un software spia denominato Devils Tongue. Questo spyware sfruttava vulnerabilità di sicurezza «zero day» in Windows e nei browser per infettare di nascosto computer e telefoni. Una volta installato, consentiva l’accesso a file, messaggi, password e microfoni/fotocamere.

Il 7 ottobre 2023 e la questione della mancanza di informazioni

Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 sollevano una questione fondamentale per il rapporto tra CIA e Mossad: come hanno potuto servizi di intelligence dalle capacità così riconosciute come lo Shin Bet e il Mossad non anticipare un’operazione pianificata nell’arco di diversi mesi28 ? La risposta, progressivamente documentata da indagini interne israeliane e analisi statunitensi, è complessa. È dovuta a una combinazione di pregiudizi analitici, frammentazione istituzionale e, secondo alcune fonti, a un’eccessiva concentrazione delle risorse di intelligence sulla Cisgiordania e sull’Iran.

Per la CIA, la sorpresa del 7 ottobre ha sollevato una questione diversa: i servizi statunitensi disponevano di informazioni che i loro omologhi israeliani non avevano sfruttato, oppure entrambi i servizi condividevano gli stessi punti ciechi analitici29 ? Le smentite ufficiali provenienti da Washington, secondo cui non vi era stata alcuna indicazione preventiva, non hanno dissipato le speculazioni. Ciò che è certo è che l’evento ha provocato una rimessa in discussione dei modelli di valutazione comuni e ha rilanciato i dibattiti interni sulla reale profondità della condivisione di informazioni tra i due servizi.

La successiva guerra di Gaza ha sottoposto il rapporto tra CIA e Mossad a una prova di natura diversa. Mentre Washington richiedeva informazioni sugli obiettivi prima di alcuni attacchi di alto valore, Tel Aviv trasmetteva tali informazioni in modo selettivo, preservando le proprie prerogative operative.

La CIA si è preoccupata delle implicazioni della campagna per le proprie fonti e reti nella regione. Rapporti non smentiti indicavano che la CIA e la DIA avessero a più riprese rifiutato di approvare obiettivi ritenuti incompatibili con il diritto dei conflitti armati. Questo attrito operativo, senza precedenti per la sua intensità pubblica, rivela un rapporto le cui basi consensuali si stanno incrinando sotto la pressione di una guerra prolungata.

L’intelligence come leva nella politica interna statunitense

Il rapporto tra Mossad e CIA non si svolge solo nelle sale riunioni protette di Langley o del quartier generale di Glilot. Si inserisce anche nella politica interna statunitense attraverso canali che uniscono informazione, attività di lobbying e pressioni sui rappresentanti eletti. La capacità del governo israeliano di diffondere valutazioni di intelligence talvolta classificate, talvolta declassificate in modo selettivo nei circoli decisionali di Washington, costituisce uno strumento di pressione sulle decisioni di politica estera statunitense.

Questo meccanismo, documentato in particolare dai lavori di John Mearsheimer e Stephen Walt sulla lobby filoisraeliana, non rientra nella manipolazione occulta, ma in una pratica diplomatica sofisticata in cui le informazioni di intelligence fungono da moneta di scambio politico.

I briefing del Mossad ai membri delle commissioni di intelligence del Congresso, le fughe di notizie selettive verso giornali come il «New York Times» o il «Washington Post», gli interventi dei successivi direttori del Mossad a Washington in periodi di crisi: tutte pratiche che rendono confusa la linea di demarcazione tra cooperazione tecnica e influenza politica.

Conclusione: un’alleanza senza pari, un’interdipendenza senza via d’uscita.

Ciò che la storia del rapporto tra CIA e Mossad rivela non è una semplice alleanza tra partner sovrani. Si tratta di un’interdipendenza strutturale in cui la potenza americana e la capacità israeliana si sono plasmate a vicenda nel corso di sette decenni, al punto da rendere qualsiasi separazione operativa non solo politicamente difficile, ma anche tecnicamente onerosa. Tale interdipendenza è asimmetrica in termini di risorse – Washington dispone infatti di un bilancio per i servizi segreti di gran lunga superiore a quello di Tel Aviv – ma notevolmente equilibrata nei suoi effetti.

Israele offre agli Stati Uniti un accesso geografico, umano e linguistico insostituibile nella regione più critica per la sicurezza mondiale. Gli Stati Uniti offrono a Israele una legittimità internazionale, una copertura diplomatica e capacità tecniche che lo Stato ebraico non potrebbe sviluppare da solo. Ciascuno, in pratica, ha bisogno di ciò che l’altro produce. Questa logica di reciproca necessità spiega la notevole resilienza del rapporto di fronte alle crisi di Pollard, della USS Liberty, di Stuxnet, del NSO Group e di Gaza, che in altre circostanze avrebbero potuto portare alla sua rottura. Spiega inoltre perché il discorso pubblico sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele rimanga così distante dalle loro realtà operative: né Washington né Tel Aviv hanno interesse a rivelare la profondità delle loro interconnessioni in democrazie in cui i servizi di intelligence sono, in linea di principio, soggetti a un controllo civile. Ciò che i documenti di Snowden, i processi a Pollard, le indagini successive al 7 ottobre e le polemiche sul NSO Group hanno progressivamente portato alla luce è la mappa di una relazione che opera al di fuori delle categorie disponibili: né un alleato ordinario, né un vassallo, né un rivale nascosto; una relazione la cui comprensione è indispensabile per chiunque voglia cogliere le vere molle della politica estera statunitense in Medio Oriente.

Opere complementari

\ Per un’analisi strutturale del rapporto CIA-Mossad nel contesto più

ampio della lobby: John Mearsheimer e Stephen Walt, The Israel Lobby and U.S. Foreign

Policy (La lobby israeliana e la politica estera americana), Farrar, Straus and

Giroux, 2007, capp. 4 e 9.

\ Uri Dan, Mossad: 50 anni di guerra segreta, Parigi, Presses de la Cité, 1995.

\ Benny Morris e Ian Black, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence

Services (Le guerre segrete di Israele: una storia dei servizi di intelligence

israeliani), Grove Weidenfeld, 1991.

\ Gordon Thomas, Storia segreta del Mossad: dal 1951 ai giorni nostri, Points, 2007.

Bibliografia

1 Sulla fondazione del Mossad e sulla figura di Reuven Shiloah, Ian Black e Benny

Morris, *Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services* (Le guerre segrete

di Israele: una storia dei servizi di intelligence israeliani), Grove Weidenfeld,

1991, pp. 53-90 e Ronen Bergman, *Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s

Targeted Assassinations (Alzati e uccidi per primo: la storia segreta degli omicidi

mirati di Israele), Random House, 2018, introduzione e cap. 1.

Su James Angleton e il rapporto fondante tra CIA e Mossad, si veda Tom Mangold, Cold

Warrior: James Jesus Angleton, The CIA’s Master Spy Hunter (Guerriero della Guerra Fredda: James

Jesus Angleton, il maestro cacciatore di spie della CIA), Simon & Schuster, 1991.

2 Jefferson Morley, *The Ghost: The Secret Life of CIA Spymaster James Jesus Angleton*

(Il fantasma: la vita segreta del maestro spia della CIA James Jesus Angleton), St.

Martin’s Press, 2017, pp. 92-95.

3 Il discorso di Krusciov e il suo reperimento da parte dei servizi israeliani: Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, The Mitrokhin Archive II (L’Archivio Mitrokhin II),

Penguin, 2005, pp. 163-165.

4 Ronen Bergman, Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations, ibid.

5 Ephraim Kahana, « Mossad-CIA Cooperation » (La cooperazione tra Mossad e CIA),

International Journal of Intelligence and CounterIntelligence, 2001, n. 3, p. 416.

6 « CIA Analysis of the 1967 Arab-Israeli War » (L’analisi della CIA sulla guerra

arabo-israeliana del 1967), Studies in Intelligence, vol. 49, n. 1, 2005.

7 William B. Quandt, « The CIA’s Overlooked Intelligence Victory in the 1967 War »

(La vittoria trascurata dei servizi segreti della CIA nella guerra del 1967),

Brookings, 2017.

Andrew Cockburn e Leslie Cockburn, Dangerous Liaison: The Inside Story of the

U.S.-Israeli Covert Relationship (Legame pericoloso: la storia segreta del rapporto

clandestino tra Stati Uniti e Israele), 1991.

« Getting it Right: CIA Analysis of the 1967 War » (Capire bene: l’analisi della CIA sulla

guerra del 1967), Studies in Intelligence, CIA, vol. 62, n. 2, 2018.

8 Sull’incidente della USS Liberty, si veda James Bamford, *Body of Secrets: Anatomy of the

Ultra-Secret National Security Agency* (Il corpo dei segreti: anatomia dell’Agenzia di

sicurezza nazionale ultra-segreta), Doubleday, 2001, cap. 7 e il « Rapporto della Commissione d’inchiesta della

Marina degli Stati Uniti », 1967, parzialmente declassificato nel 2003. 

James M. Ennes, Assault on the Liberty (L’attacco alla Liberty), Random House,

1979 (testimonianza di un sopravvissuto).

9 Caso Pollard: « Report on Jonathan Jay Pollard Espionage Case » (Rapporto sul

caso di spionaggio di Jonathan Jay Pollard), Commissione Intelligence del Senato, Senato

statunitense, 1987 (parzialmente declassificato).

10 Wolf Blitzer, Territory of Lies: The Exclusive Story of Jonathan Jay Pollard (Il territorio

delle menzogne: la storia esclusiva di Jonathan Jay Pollard), Harper & Row, 1989.

Ronald Olive, «Capturing Jonathan Pollard: How One of the Most Notorious Spies in

American History Was Brought to Justice» (La cattura di Jonathan Pollard: come una

delle spie più famigerate della storia americana fu assicurata alla giustizia), Naval

Institute Press, 2006 (scritto dall’investigatore capo della Marina).

Dan Raviv e Yossi Melman, Friends in Deed: Inside the U.S.–Israel Alliance (Amici nelle

azioni: nel cuore dell’alleanza Stati Uniti–Israele), Hyperion, 1994.

11 Sul LAKAM e su Rafi Eitan: Gordon Thomas, *Gideon’s Spies: The Secret History

of the Mossad* (Le spie di Gideon: la storia segreta del Mossad), St. Martin’s

Press, 2007, cap. 16.

Dan Raviv e Yossi Melman, Spies Against Armageddon: Inside Israel’s Secret Wars

(Spie contro l’Armageddon: nel cuore delle guerre segrete di Israele), Levant Books,

2012, cap. 17.

12 Caso Pollard: nota segreta di Caspar Weinberger al tribunale, 1987, declassificata nel 2012; Seymour M. Hersh, «The Traitor» (Il traditore), The New Yorker, 18

gennaio 1999 (Analisi approfondita dei danni causati ai servizi di intelligence

statunitensi e alla politica interna americana).

Angelo Codevilla, «Jonathan Pollard and America’s National Security» (Jonathan

Pollard e la sicurezza nazionale americana), Commentary Magazine, 1994 (critica

severa delle ripercussioni sulla sicurezza nazionale).

13 « Israel Eavesdropped on President Clinton’s Diplomatic Phone Calls » (Israele ha

intercettato le telefonate diplomatiche del presidente Clinton), Newsweek,

marzo 2014.

14 « Il direttore della CIA aveva promesso di dimettersi se Clinton avesse liberato la spia israeliana » (Il direttore della CIA

aveva promesso di dimettersi se Clinton avesse liberato la spia israeliana), The New York

Times, 11 novembre 1998.

15 «Jonathan Pollard, spia condannata, termina la libertà vigilata e potrebbe trasferirsi in Israele», The New York Times, 20 novembre 2020. « «Per Netanyahu e Israele, i doni di Trump hanno continuato ad arrivare» (Per Netanyahu e Israele, i doni di Trump hanno continuato ad arrivare), The New York Times, 21 novembre 2020.16 «Jonathan Pollard, spia per Israele, riceve un’accoglienza da eroe da parte di Netanyahu: “Sei a casa” » (Jonathan Pollard, spia per Israele, riceve un’accoglienza da eroe da Netanyahu: «Siete a casa»), The New York Times, 30 dicembre 2020.17 « Huckabee ha tenuto un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti con un americano che ha spiato per Israele » (Huckabee ha tenuto un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti con un americano che ha spiato per Israele), The New York Times, 20 novembre 2025.18 « Il Pentagono rileva una crescente minaccia di spionaggio proveniente da Israele » (Il Pentagono vede una crescente minaccia di spionaggio proveniente da Israele), The New York Times, 6 giugno 2026.19 Le Monde, 8 giugno 2026.20 Sull’AIPAC e sul caso Larry Franklin-Steve Rosen-Keith Weissman, si veda Jeff Stein, « I segreti dell’AIPAC » (I segreti dell’AIPAC), The Nation, 29 marzo 2009. Neil A. Lewis e David Johnston, « U.S. to Drop Spy Case Against Pro-Israel Lobbyists » (Gli Stati Uniti intendono archiviare il caso di spionaggio contro i lobbisti filoisraeliani), The New York Times, 1° maggio 2009. Glenn Kessler e Walter Pincus, « FBI Investigating AIPAC for Possible Spy Operation » (L’FBI indaga sull’AIPAC per una possibile operazione di spionaggio), The Washington Post, 28 agosto 2004.21 Glenn Kessler e Walter Pincus, « FBI Investigating AIPAC for Possible Spy Operation » (L’FBI indaga sull’AIPAC per una possibile operazione di spionaggio), The Washington Post, 28 agosto 2004. Justin Elliott, « How the AIPAC Spy Case Became a Dud » (Come il caso di spionaggio dell’AIPAC si è rivelato un buco nell’acqua), Salon, 2 maggio 2009. Stéphane Lefebvre, «Spiare gli amici? Il caso Franklin, l’AIPAC e Israele» (Spiare gli amici? Il caso Franklin, l’AIPAC e Israele), International Journal of Intelligence and CounterIntelligence, vol. 19, n. 4, inverno 2006–2007, pp. 600–621. Lefebvre, ex analista strategico presso il Dipartimento della Difesa nazionale canadese ed ex ufficiale dei servizi segreti militari, conclude che Israele sia stato «almeno un destinatario passivo» delle informazioni trasmesse. Ritiene che il caso non avrà effetti duraturi sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Grant F. Smith, Foreign Agents: The American Israel Public Affairs Committee from the 1963 Fulbright Hearings to the 2005 Espionage Scandal (Agenti stranieri: l’American Israel Public Affairs Committee dalle audizioni Fulbright del 1963 allo scandalo di spionaggio del 2005), Institute for Research: Middle Eastern Policy (IRmep), 2007. L’opera ripercorre la storia dell’AIPAC a partire dalle audizioni Fulbright del 1963 sul riciclaggio di denaro israeliano negli Stati Uniti, passando per le controversie elettorali degli anni 1980-1990, fino all’incriminazione di Rosen e Weissman. Smith è il ricercatore statunitense che ha documentato in modo più sistematico le attività dell’AIPAC dal punto di vista giuridico e del controspionaggio.22 Sylvain Cypel, « I dubbi della lobby filoisraeliana », Le Monde, 4 maggio 2009. Thomas E. Ricks, « FBI Probe Targets Pentagon Official » (L’indagine dell’FBI prende di mira un funzionario del Pentagono), The Washington Post, 28 agosto 2004 (prima rivelazione pubblica dell’indagine). Jerry Markon, « Defense Analyst Charged With Sharing Secrets » (Un analista della difesa accusato di aver divulgato segreti), The Washington Post, 5 maggio 2005. Dan Eggen e Jerry Markon, « 2 Senior AIPAC Employees Ousted » (Due alti funzionari dell’AIPAC licenziati), The Washington Post, 21 aprile 2005. Jerry Markon, « Gli Stati Uniti archivia il caso contro ex lobbisti » (Gli Stati Uniti archiviano il procedimento contro ex lobbisti), The Washington Post, 2 maggio 2009 (archiviazione del procedimento contro Rosen e Weissman). Nathan Gutman, diversi articoli, Haaretz, maggio-agosto 2005 (approfondita copertura israeliana). Grant F. Smith, «Foreign Agents: The American Israel Public Affairs Committee from the 1963 Fulbright Hearings to the 2005 Espionage Scandal» (Agenti stranieri: l’American Israel Public Affairs Committee dalle audizioni Fulbright del 1963 allo scandalo di spionaggio del 2005), Institute for Research, 2007 (opera documentata sulla storia istituzionale dell’AIPAC a partire dalle audizioni Fulbright, con particolare attenzione ai casi di spionaggio, come quello di Franklin-Rosen-Weissman). Caso Franklin-AIPAC: «United States v. Lawrence Anthony Franklin», Dipartimento di Giustizia, 2005.

23 Michael Hayden, Playing to the Edge: American Intelligence in the Age of Terror

(Giocare al limite: i servizi segreti americani nell’era del terrore), Penguin Press,

2016, cap. 19.

24 Programma Stuxnet/Olympic Games: David Sanger, Confront and Conceal:

Obama’s Secret Wars and Surprising Use of American Power (Affrontare e nascondere:

le guerre segrete di Obama e l’uso sorprendente del potere americano),

Crown, 2012, pp. 188–225.

Kim Zetter, Countdown to Zero Day: Stuxnet and the Launch of the World’s First Digital

(Conto alla rovescia verso il giorno zero: Stuxnet e il lancio della prima

arma digitale al mondo), Crown, 2014.

25 Per quanto riguarda la dimensione informatica e la sua recente evoluzione, si veda P. W. Singer e Allan

Friedman, Cybersecurity and Cyberwar: What Everyone Needs to Know (Sicurezza informatica

e guerra cibernetica: ciò che tutti devono sapere), Oxford University Press, 2014.

26 Memorandum NSA-Unità 8200 (2009): Glenn Greenwald, No Place to Hide: Edward

Snowden, the NSA, and the U.S. Surveillance State (Nessun posto dove nascondersi: Edward

Snowden, la NSA e lo Stato di sorveglianza americano), Metropolitan Books, 2014.

« NSA Shares Raw Intelligence Including Americans’ Data with Israel » (La NSA condivide

informazioni grezze, compresi i dati di cittadini statunitensi, con Israele), The

Guardian, 11 settembre 2013.

27 Su NSO Group e Pegasus: Citizen Lab, Università di Toronto, « Hide and Seek:

Tracking NSO Group’s Pegasus Spyware to Operations in 45 Countries » (Nascondino:

rintracciare il software spia Pegasus di NSO Group nelle operazioni condotte in

45 paesi), settembre 2018.

« Aggiunta all’Entity List, NSO Group Technologies » (Aggiunta di NSO Group Technologies

all’Entity List), Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, 3 novembre 2021.

Forbidden Stories e Amnesty International, « The Pegasus Project » (Il Progetto

Pegasus), luglio 2021 (consorzio di 17 testate giornalistiche internazionali).

28 In merito al 7 ottobre 2023 e alle carenze dei servizi di intelligence: « Rapporto della commissione d’inchiesta interna Shin Bet-Mossad », 2024 (versione parzialmente accessibile).

29 Ken Klippenstein e Daniel Boguslaw, « CIA Warned Israel of Hamas Plot Months

Before Attack » (La CIA aveva avvertito Israele di un complotto di Hamas diversi mesi

prima dell’attacco), The Intercept, dicembre 2023.

Ronen Bergman e Patrick Kingsley, « Israel Knew Hamas’s Attack Plan More Than a

Year Ago » (Israele era a conoscenza del piano d’attacco di Hamas già da più di un anno),

The New York Times, 30 novembre 2023

La trappola iraniana II _ di WS

Una breve nota a questo articolo di Morgoth,

https://italiaeilmondo.com/2026/09/08/dieci-trappole-in-profondita-di-morgoth/,

giusto per precisare che si tratta di una unica “ trappola”; l’ho spiegato in un mio articolo qui sopra ( https://italiaeilmondo.com/2026/05/16/la-trappola-iraniana_di-ws/ ) per quanto gli U$A oscillino tra le 4 possibili “ uscite” per “ sottomettere” l ‘ Iran e cioè

1) corrompere una buona parte sua elite ( es URSS o Iran 1953 ) 

2 ) generare una guerra civile ( es-. Siria) 

3) disarticolare l’ entità con bombardamenti/incursioni per favorire la presa di potere di una fazione amica ( es Libia ma anche italia 1943) 

4) invaderla ed occuparla in modo sistematico ( esempio europa 1945 o Irak 2003 )  

Ribadisco che gli U$A dovranno prima o poi tentare di “”uscirne” con la (4), con un attacco totale quindi all’ Iran , con milioni di americani spediti “boots on the ground” come in un altro “Vietnam”.

È infatti questo lo scenario che stanno già formulando in USA i sionisti del sistema mediatico; contrariamente a quanto uno potrebbe pensare, l’ intenzione di spedire in Iran dei “volontari indebitati” non è affatto una idea peregrina.

U$rael già dispone di una legione “sunnita”, pure impiegata con successo in Siria e in procinto di essere impiegata su richiesta e con soldi sauditi in Yemen, ma non credo con altrettanto “successo”. Proprio per la continua crisi economica in “ occidente” e la conseguente creazione di masse giovanili stupide e disperate non avrà problemi ad “ arruolare” una “ legione sionista” da spedire in Iran , esattamente come non ha avuto problemi in Ucraina ad arruolare un armata di neonazisti da mandare a morire contro i russi.

Naturalmente si tratta di una mossa alquanto disperata , conseguente all’ evidente disastro personale che si sta abbattendo su Trump per aver ceduto, “ primo ed unico” tra i burattini-presidente, alla richiesta sionista di un DIRETTO attacco americano a l’ Iran; non credo che gli altri politici-burattini prenderanno una simile decisione a “cuor leggero”.

Ma se “il padrone” questo comanderà questo faranno , magari dopo essersi garantiti , analogamente ai politici ucraini, un sacco di soldi da rifugiare nei soliti “paradisi fiscali” .

Il fatto è che comunque, che sia Trump o il suo successore, lì si andrà; è matematico!

Ma è anche su quella sponda che l’ Iran aspetta gli americani; sta usando questa “ guerra a bassa intensità “ per logorare tutto l’ apparato logistico americano in MO, l’apparato che comunque sarà necessario per sostenere l’ invasione .

Nelle due precedenti “guerre del golfo” gli americani hanno avuto tutto il tempo necessario per costituire le proprie retrovie logistiche a ridosso dell’ Irak; l’ Iran questa volta non concederà un simile vantaggio .

Già l’ Iran ha distrutto tutte le infrastrutture americane in Irak, Kuwait, Barein, Quatar e EAU; tutte perdite grazie alle quali gli americani, in questa situazione di conflitto, non hanno più la stessa facilità di prima a ricostruire. Adesso l’ Iran, addirittura, sta sistematicamente attaccando anche la Giordania.

Certo, restano nominalmente attive le basi americane in Arabia Saudita; ma solo perché i sauditi ne hanno ristretto l’ impiego nel recente conflitto.

I sauditi sanno bene che, facessero il contrario, passerebbero in “ prima linea” come gli altri “emiri”; almeno finora hanno avuto, rispetto all “’alleato” americano, un autonomia che agli altri non è toccata.

Sanno bene, quindi, a cosa andrebbero incontro se diventassero “ prima linea” di un tentativo di invasione dell’Iran.

Perché una cosa è ormai chiara a tutti! Grazie proprio a questo stato di “guerra non guerra” gli Iraniani non rimarrebbero inerti ad aspettare che gli USA completino i loro piani logistici di invasione; anche solo bombardare l’ Iran partendo dalla Giordania o dal mar Arabico non sarebbe una impresa facile né produttiva .

Figuriamoci una invasione, poi.

Il dato di fatto principale è, infatti, che l’ Iran può distruggere tutte le infrastrutture petrolifere del MO e il Mondo occidentale non può ancora fare a meno del petrolio mediorientale; i famosi barili “venezuelani” solo molto in là da venire, se mai verranno.

Quindi non solo Trump è già politicamente morto, ma lo sarebbero anche i suoi successori qualunque mossa intraprendessero in questa direzione.

E questa è un forte ragione per gli americani TUTTI a cercare delle “scorciatoie” per piegare l’Iran “in qualche modo”

Ed io di “scorciatoie ne vedo una sola : l’impiego dell’arma nucleare.

Ora ho già spiegato qui in un post dal titolo “https://italiaeilmondo.com/2026/04/05/non-e-vero-ma-se-e-vero-di-ws/ …” che l’ Iran potrebbe aver costruito una “trappola nucleare” per Israele: logorare “ convenzionalmente” lo stato ebraico fino a spingerlo proprio ad utilizzare il “ nucleare” per poi cancellarlo del tutto.

Magari forse non è così , ma è evidente che Israele teme un conflitto DIRETTO e LUNGO con l’Iran .

Proprio per questo Netanyau ha spinto il suo burattino Trump ad una guerra “ americana” diretta contro l’ Iran che ormai appare decisamente persa; è praticamente certo che adesso spinga sempre più l’attuale amministrazione americana ( e le successive) ad un attacco nucleare americano all’ Iran nel quale Israele fungerebbe solo da “interessato spettatore”.

Questo sarebbe per gli U$A un azzardo gravissimo, ma Trump ha dimostrato di non temere gli “ azzardi” . D’altronde, gli U$A dalla “ trappola iraniana” devono comunque uscire; lo sa anche Tucker Carlson. Perché non farlo anche prima di un altro inutile e disastroso “Vietnam”?

In fondo questo per gli americani sarebbe la soluzione ideale. Trump si prenderà la colpa e poi verrà “impicciato” e pure “processato”. Ma l’ immagine degli USA “ è salva” e, anzi, pure politicamente rafforzata da una ristabilita “ deterrenza” .

Alla fin fine gli USA avrebbero “vinto” e TUTTI, con l’eccezione dell’ Iran naturalmente, “sarebbero contenti”. O no?

Ma, attenzione! Questo lo sanno anche gli iraniani. Mai cercare di turlupinare due volte uno “scacchista”.

La lezione che “ l’ impero” ha già preso in MO è ben dura , ma la prossima “furbata” potrebbe infliggerne una assai peggiore.

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Dune al confine del Golan _ di Simon Rorschach

Dune al confine del Golan

I Fremen della frontiera settentrionale di Israele

Simon Rorschach3 settembre∙Pagato∙Articolo ospite
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Simon Rorschach svela un Arrakis reale in Siria, dove Israele arma le sietches druse, Washington introduce un ex jihadista alla corte imperiale e i Fremen siriani si confrontano con la domanda più antica di Dune : chi usa chi?

La Siria meridionale è diventata una versione in miniatura di Arrakis. Nel romanzo Dune di Frank Herbert , l’Imperatore e le Grandi Casate parlano di dovere, pace e governo leale mentre combattono per il controllo della spezia. I Fremen entrano nei loro calcoli come una risorsa militare: guerrieri del deserto che conoscono la terra, sopportano le difficoltà e possono far pendere la bilancia tra le potenze rivali. I Drusi occupano un posto simile nella politica israeliana verso la Siria. Tel Aviv si autoproclama loro protettrice, sebbene la necessità strategica abbia plasmato il rapporto fin dall’inizio. Durante il lungo e sanguinoso conflitto tra Israele e Siria, i leader israeliani hanno visto nei Drusi una forza in grado di garantire la sicurezza del confine settentrionale, indebolire Damasco e contribuire all’estensione del potere israeliano nella Siria meridionale. Come i Fremen, i Drusi possiedono una fede distinta, forti legami comunitari e una reputazione di resistenza armata. Queste qualità li aiutano a sopravvivere in un contesto di vicini ostili, ma attraggono anche potenze straniere in cerca di combattenti locali. I governanti di Arrakis desiderano la forza dei Fremen per perseguire obiettivi imperiali; Israele desidera la forza dei Drusi per perseguire sicurezza, territorio e dominio regionale.

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Israele conquistò le alture del Golan durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e da allora detiene il territorio. L’area era abitata prevalentemente da drusi, e oggi diverse migliaia di drusi vivono lì sotto il dominio israeliano. La maggior parte ha rifiutato la cittadinanza israeliana e continua a definirsi attraverso la propria eredità siriana e drusa. I loro villaggi sorgono su colline vulcaniche che dominano una frontiera plasmata dall’occupazione, dalla guerra e da rivendicazioni di sovranità contrapposte. Per decenni, i membri dell’apparato di sicurezza israeliano hanno discusso la creazione di uno stato druso o di una regione drusa autonoma sotto la protezione israeliana. Un territorio del genere separerebbe Israele dal cuore della Siria e fornirebbe a Tel Aviv una zona cuscinetto amica lungo il suo fianco settentrionale. Herbert diede ad Arrakis la sua Muraglia dello Scudo, un’imponente barriera montuosa che proteggeva la capitale Arrakien da tempeste e vermi delle sabbie. I pianificatori israeliani hanno immaginato la cintura drusa in termini simili: una Muraglia dello Scudo vivente, fatta di comunità armate piuttosto che di roccia. Ogni villaggio druso potrebbe fungere da sietch – un insediamento Fremen fortificato, costruito attorno alla fede, alla parentela e alla difesa collettiva – e al contempo costituire parte di una barriera più ampia contro Damasco.

La guerra in Siria ha svelato la vera natura di questa politica. Dopo l’inizio dei combattimenti nel 2011, Israele ha instaurato rapporti con almeno dodici gruppi ribelli e ha fornito denaro e armi a migliaia di loro combattenti. Funzionari israeliani hanno descritto gran parte di queste attività come “aiuti umanitari per bambini, donne e feriti”. Gli aiuti includevano anche trasporti, supporto logistico e cure mediche per i combattenti ribelli. Tra i beneficiari c’erano jihadisti, inclusi membri confermati del Fronte al-Nusra, la filiale siriana di al-Qaeda. Il suo leader era Ahmed al-Sharaa, l’attuale presidente della Siria, che all’epoca usava il nome di battaglia Abu Mohammed al-Jolani, che significa “l’uomo del Golan”. Nel marzo 2015, il Jerusalem Post, giornale fortemente conservatore, pubblicò il titolo senza mezzi termini ” Israele cura i combattenti di al-Qaeda feriti nella guerra civile siriana “. Il flusso di combattenti islamisti attraverso la regione di confine divenne così frequente che i soldati israeliani chiamavano il checkpoint di Quneitra “il valico di Nusra”. Dune presenta una simile divisione tra linguaggio ufficiale e politica effettiva: l’Imperatore Padishah parla come custode dell’ordine imperiale mentre invia Sardaukar travestito da soldati Harkonnen per schiacciare la Casa Atreides. La narrazione pubblica offre clemenza; il meccanismo che la sostiene è al servizio del potere.

La contraddizione raggiunse direttamente i Drusi nel giugno del 2015. I jihadisti circondarono Hadar, un villaggio druso nel sud della Siria, poco dopo che i combattenti islamisti avevano compiuto massacri contro civili drusi a Idlib. Gli abitanti di Hadar temevano che il loro villaggio avrebbe subito la stessa sorte. Dall’altra parte del Golan occupato, i residenti drusi potevano vedere Israele aiutare gruppi armati i cui alleati si trovavano a pochi chilometri di distanza, minacciando i membri della loro fede. Scoppiarono proteste e i manifestanti fermarono un veicolo militare israeliano che trasportava combattenti siriani feriti. Uno dei combattenti fu trascinato fuori dal veicolo e linciato. L’omicidio dimostrò quanto profondamente i Drusi rifiutassero la pretesa di Israele di agire come loro protettore. I Drusi siriani videro un presunto protettore dare supporto a uomini che consideravano i loro potenziali assassini. In Dune , i Fremen misurano la lealtà attraverso l’acqua, il sangue e la condotta, giudicando ogni alleanza in base alla sua capacità di proteggere il sietch e il suo popolo. I Drusi applicarono lo stesso severo criterio. L’affermazione di Israele di proteggere i drusi suonava falsa, poiché allo stesso tempo forniva supporto a gruppi jihadisti che minacciavano le comunità druse.

L’8 dicembre 2024, un’offensiva guidata da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), un gruppo ribelle islamista nato dal Fronte al-Nusra, raggiunse Damasco dopo aver conquistato Aleppo, Hama e Homs. L’esercito siriano crollò e Bashar al-Assad fuggì in Russia, ponendo fine a sei decenni di dominio della famiglia reale e a tredici anni di guerra civile. Damasco cadde con scarsa resistenza, privando Russia e Iran del loro principale alleato arabo, mentre Israele entrò nella zona demilitarizzata sotto il controllo delle Nazioni Unite e bombardò aeroporti siriani, depositi di armi, sistemi di difesa aerea, navi militari e altre installazioni militari per impedire che cadessero in mano ai ribelli. L’evento ricordò il passaggio di consegne imperiale di Arrakis dalla Casa Harkonnen alla Casa Atreides: una casata regnante scomparve dalla fortezza, una nuova bandiera si innalzò al di sopra di essa e ogni potenza esterna si affrettò ad assicurarsi la propria parte del futuro. Ahmed al-Sharaa, l’ex comandante di al-Nusra a capo di HTS, è diventato presidente di transizione il 29 gennaio 2025. Le sue nuove autorità hanno abolito il vecchio parlamento, il partito Ba’ath, la costituzione e gli organi di sicurezza, ordinando alle fazioni ribelli di confluire in un unico esercito statale. L’Europa lo ha subito riconosciuto come il nuovo padrone del feudo siriano, offrendogli aiuti, supporto per la ricostruzione e riconoscimento diplomatico in cambio di una transizione politica e di garanzie per le minoranze. L’Arabia Saudita e la Turchia hanno quindi fatto pressione su Washington affinché appoggiasse al-Sharaa. Trump lo ha incontrato a Riyadh il 14 maggio 2025, ha ordinato la fine dell’ampio programma di sanzioni americane a partire dal 1° luglio e ha aperto la strada a una ripresa delle relazioni economiche. L’Unione Europea ha revocato quasi tutte le sanzioni economiche il 28 maggio, mentre Washington ha rimosso HTS dalla sua lista di organizzazioni terroristiche straniere l’8 luglio.

In Dune , la Gilda Spaziale controlla il passaggio tra i mondi e la CHOAM, la corporazione attraverso cui le Grandi Casate si spartiscono la ricchezza dell’impero, controlla l’accesso al commercio imperiale. Il riconoscimento occidentale ha svolto entrambe le funzioni per al-Sharaa, trasformando la vittoria sul campo di battaglia in accesso a banche, commercio, viaggi e capitali stranieri. La trasformazione ha raggiunto il suo punto più evidente nel novembre 2025, quando Washington ha revocato la designazione di terrorista attribuita personalmente ad al-Sharaa e lo ha accolto come il primo presidente siriano in assoluto a visitare la Casa Bianca. Alla vigilia di quell’incontro, l’ex jihadista ha giocato a basket con il comandante del CENTCOM, l’ammiraglio Brad Cooper, e con il comandante della coalizione anti-ISIS, il generale di brigata Kevin Lambert: un’immagine eclatante di un ex bersaglio americano che si unisce agli ufficiali che comandano il potere statunitense nella regione. Trump in seguito si vantò di aver “essenzialmente messo” al potere al-Sharaa e, il 24 agosto 2026, Washington rimosse la Siria dalla sua lista di stati sponsor del terrorismo, ponendo fine a una designazione che risaliva al 1979. L’intero processo allontanò Damasco dal vecchio asse Mosca-Teheran e la avvicinò a Washington, Ankara, Riyadh e Bruxelles.

Israele aveva vissuto per decenni accanto a un governo di Assad indebolito dalla guerra, dalle sanzioni e dall’isolamento. Ora si trovava di fronte a un leader siriano che riceveva il sigillo imperiale, l’accesso alla Gilda e un posto al tavolo del CHOAM. Come una grande casata che osserva un ex combattente del deserto assumere il comando di Arrakis, Tel Aviv vedeva nella riabilitazione occidentale di al-Sharaa la possibile nascita di un rivale più forte, proprio al di là delle alture del Golan.

Israele rispose a questa prospettiva trasformando i drusi in un ostacolo alla ripresa siriana. Washington favorì il dialogo con al-Sharaa e Tel Aviv accettò la linea del suo protettore, cercando al contempo di limitarne le conseguenze. La strategia israeliana prevedeva una Siria divisa per setta, milizia e provincia, con Damasco troppo debole per ristabilire un controllo saldo su tutto il paese. I drusi avevano inoltre iniziato a subire crescenti persecuzioni religiose sotto le nuove autorità sunnite islamiste, il che rendeva sempre più preziosi i finanziamenti, le armi e la protezione stranieri. Israele poteva quindi presentare il controllo strategico come una sorta di salvataggio comunitario. Al-Sharaa e i suoi alleati si comportarono spesso in modo cooperativo, persino sottomesso, nei confronti dei loro ex sostenitori israeliani. Centinaia di attacchi israeliani in tutta la Siria nel dicembre 2024 suscitarono solo una debole reazione da parte di Damasco. Tel Aviv continuò a trattare il nuovo governo come un nemico fin dai primi giorni. Il 24 febbraio 2025, Benjamin Netanyahu dichiarò che all’esercito siriano sarebbe stato impedito di avanzare a sud di Damasco e chiese il ritiro delle forze governative da tutte le province meridionali. Le formazioni druse sostenute da Israele, come il Consiglio militare di Suwayda, fondato alla fine del 2024, potrebbero rimanere armate. Proprio come il Muro Scudo di Dune protegge Arrakeen dalle tempeste di sabbia e dai vermi delle sabbie, Israele ha cercato di trasformare la Siria meridionale controllata dai drusi in una barriera armata che tenesse l’esercito di Damasco lontano dalle alture del Golan occupate.

Il piano israeliano prese presto forma concreta. Nove giorni dopo la presa del potere da parte di al-Sharaa, elicotteri israeliani raggiunsero il Consiglio militare di Suwayda con armi e equipaggiamento protettivo. Membri dell’apparato di sicurezza israeliano avevano già aiutato i drusi siriani a fondare il consiglio prima della caduta di Assad. Avevano inoltre convogliato centinaia di migliaia di dollari al suo leader, Tareq al-Shoufi. Seguirono fucili di precisione e fucili d’assalto, insieme a stipendi mensili tra i 100 e i 200 dollari per circa 3.000 miliziani drusi. Funzionari israeliani dichiararono che gli aiuti avevano uno scopo chiaro: indebolire il governo centrale di Damasco. Anche il Duca Leto Atreides studia i Fremen come un esercito nascosto in grado di eguagliare il Sardaukar dell’Imperatore, sebbene il progetto israeliano abbia seguito un percorso ben più cinico. Il sostegno israeliano raggiunse il suo apice nel luglio 2025, quando gli scontri tra gruppi drusi, beduini nomadi e truppe governative imperversarono a Suwayda. Le organizzazioni per i diritti umani riportarono oltre 1.000 morti. Temendo di perdere i propri investimenti, Israele è entrato apertamente in battaglia, ha bombardato le forze governative siriane e ha colpito il Ministero della Difesa a Damasco.

Il tentativo di creare un esercito israeliano di Fremen si scontrò infine con ostacoli politici. Washington intensificò la pressione su Tel Aviv, i leader drusi rivali si contendevano il potere e ogni nuovo scontro comportava il rischio di trascinare Israele più a fondo nelle guerre interne siriane. I funzionari israeliani sospesero il progetto per procura e interruppero il flusso di armi. Al-Sharaa aveva inoltre dimostrato una costante disponibilità alla cooperazione, il che incoraggiò un approccio diverso all’interno del governo israeliano. Negoziati diretti, garanzie di sicurezza e una successiva normalizzazione iniziarono a sembrare più utili di una guerra permanente dei drusi lungo il confine. Anche l’Imperatore di Herbert crede che i Fremen possano rimanere pedine in una lotta controllata dall’alto. Il suo piano crolla quando Paul Atreides si unisce ai sietches, domina i vermi delle sabbie e usa il controllo della spezia contro lo stesso sistema imperiale. I drusi siriani controllano meno uomini e molte meno risorse, eppure il principio rimane lo stesso. Le potenze straniere possono fornire fucili, stipendi e copertura diplomatica, mentre la lealtà dei drusi continua a dipendere dalla loro sopravvivenza. La politica di Israele si è mossa tra protezione, manipolazione, sostegno armato e negoziazione, poiché le persone scelte come suoi rappresentanti mantengono i propri obiettivi.

La strategia dell’Iran si è rivelata vincente, mentre la catena logistica degli Stati Uniti è stata compromessa e messa a dura prova dai primi attacchi _ di Simplicius

La strategia dell’Iran si è rivelata vincente, mentre la catena logistica degli Stati Uniti è stata compromessa e messa a dura prova dai primi attacchi

Simplicius 17 agosto
 
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Sul fronte iraniano, la notizia più interessante giunta oggi è costituita da nuovi resoconti che confermano quanto molti analisti avessero ipotizzato sin dall’inizio del conflitto. Vale a dire che i problemi navali degli Stati Uniti in quel teatro operativo derivavano tutti dalla strategia deliberata dell’Iran volta a distruggere le basi statunitensi nella regione, con il risultato di un allungamento estremamente inefficiente della catena logistica di rifornimento bellico degli Stati Uniti:

https://www.nytimes.com/2026/14/08/us/politics/uss-abraham-lincoln-trump-supplies-diego-garcia.html

L’articolo sostiene che i problemi della Marina degli Stati Uniti siano iniziati subito dopo la prima ondata di attacchi lanciata dall’Iran all’inizio della guerra, che ha visto il principale centro logistico regionale della Marina, situato in Bahrein, andare in fumo a causa dei missili e dei droni iraniani:

I problemi di rifornimento della portaerei U.S.S. Abraham Lincoln sono iniziati subito dopo il primo giorno di guerra, quando missili e droni d’attacco iraniani hanno colpito una base della Marina nel Bahrein.

L’attacco iraniano, in rappresaglia all’assalto statunitense-israeliano a Teheran, ha distrutto gran parte della base. E mentre questa andava in fumo, lo stesso è accaduto a un importante centro logistico su cui la Marina si è affidata per decenni.

La Marina aveva bisogno di un piano B per continuare a sfamare i marinai che lavoravano senza sosta per garantire che gli aerei da guerra potessero continuare a compiere missioni di attacco e, in seguito, per mantenere il blocco dei porti iraniani.

I media israeliani avevano già riportato la notizia secondo cui il Pentagono avrebbe avviato un’operazione “segreta” volta essenzialmente a ritirare le risorse strategiche dal raggio d’azione immediato degli attacchi iraniani verso “centri di retrovia protetti”, il che ha portato al limite le forze armate statunitensi, ormai obsolete e sclerotiche:

C14 News Israele • Titoli principali@c14israelIl Pentagono ha avviato in segreto l’operazione “Defensive Arc”, trasferendo le risorse aeree strategiche dalle basi di prima linea in Medio Oriente, vicine all’Iran, verso hub protetti nelle retrovie. A seguito della cancellazione degli attacchi, gli Stati Uniti sono passati a una strategia di “deterrenza oltre l’orizzonte” per proteggere le proprie forze dai missili iraniani11:43 · 4 agosto 2026 · 1,51K visualizzazioni1 risposta · 6 condivisioni · 18 Mi piace

L’articolo del NYT prosegue:

La perdita della base operativa in Bahrein ha contribuito a una serie di problemi segnalati sulle portaerei impegnate nelle operazioni contro l’Iran, mentre i senatori democratici esprimono preoccupazione per i 5.000 marinai della Lincoln e per il loro dispiegamento di quasi nove mesi.

Il New York Times spiega in dettaglio come la USS Lincoln, ormai in condizioni precarie, verrà ora sostituita dalla USS George Washington, che giunge a fatica dall’INDOPACOM, lasciando la Settima Flotta senza portaerei dispiegate in prima linea sul cruciale “fronte cinese”.

https://apnews.com/article/portaerei-trump-cina-pacifico-iran-guerra-87cfb838de8c13464fa3cab1840ad87d

La notizia arriva mentre circolano informazioni secondo cui la USS Benfold avrebbe avuto gravi “problemi tecnici” che l’hanno costretta a rimanere inattiva per quattro giorni nel Mar Cinese Meridionale:

https://news.usni.org/2026/08/14/la-uss-benfold-è-rimasta-bloccata-nel-Mar Cinese Meridionale-per-quattro-giorni-a-seguito-di-un-incidente-tecnico

Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Benfold (DDG-65) ha trascorso quattro giorni nel Mar Cinese Meridionale senza alimentazione elettrica a causa di un guasto tecnico, secondo quanto appreso da USNI News.

Il mese scorso la Benfold ha subito un guasto tecnico che ha causato un’interruzione dell’alimentazione elettrica, ha dichiarato in un comunicato il comandante Matthew Comer, portavoce della Settima Flotta degli Stati Uniti, a USNI News.

L’interruzione di corrente ha privato i marinai dei servizi di cambusa, dei servizi igienici e dell’aria condizionata. Anche l’approvvigionamento di acqua potabile ne ha risentito, ha affermato Comer. Non ha risposto a una domanda su come i marinai gestissero i rifiuti.

Non lontano da lì, un altro cacciatorpediniere statunitense della classe Arleigh Burke — che alcuni hanno identificato come il DDG-74, anche se la cosa non è stata ancora pienamente confermata — è stato avvistato in condizioni precarie, a quanto pare da qualche parte nei pressi del Giappone:

La situazione della Marina degli Stati Uniti ha sconvolto gli osservatori che non si aspettavano un deterioramento così rapido delle condizioni, soprattutto nel contesto di un conflitto di grande portata in cui la Marina avrebbe dovuto svolgere un ruolo fondamentale di sostegno.

Ora il Washington Post riferisce che gli alleati statunitensi del Golfo stanno nuovamente riconsiderando la presenza delle basi americane sul proprio territorio, a causa della frustrazione per la gestione imprevedibile e dilettantesca del conflitto con l’Iran da parte di Trump:

https://www.washingtonpost.com/world/2026/08/15/la-frustrazione-nei-confronti-di-trump-cresce-tra-gli-alleati-del-Golfo-Persico-secondo-i-funzionari/

Alcuni hanno iniziato a discutere sull’opportunità di continuare ad ospitare grandi basi militari statunitensi sul proprio territorio.

«È stato Trump a scatenare questa guerra», ha affermato un funzionario del Golfo, «e ora ne stiamo pagando il prezzo». Come altri intervistati in questo articolo, ha parlato a condizione di rimanere anonimo per poter discutere di un argomento delicato. La rabbia nei confronti degli Stati Uniti, ha aggiunto il funzionario, ha raggiunto il livello più alto da quando, a febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

Gli Stati del Golfo continuano a fare affidamento su Washington come stretto partner in materia di sicurezza e importante fornitore di armi, mentre il Qatar e il Bahrein ospitano grandi basi statunitensi. Tuttavia, la frustrazione sta spingendo alcuni Stati a prendere in considerazione nuovi accordi. È improbabile che queste dinamiche possano, nel breve termine, ridefinire in modo significativo l’assetto della regione, affermano gli analisti, ma alcuni paesi hanno iniziato a valutare le opzioni a loro disposizione.

Possiamo concludere che la strategia dell’Iran ha funzionato: eliminare gli occhi e le orecchie degli Stati Uniti nella regione prendendo di mira i sistemi radar, saturare le difese aeree — le cui scorte non possono essere ricostituite — con droni a basso costo e missili balistici di prima generazione usa e getta; poi, quando il campo di battaglia è stato sufficientemente modellato, iniziare a lanciare i missili balistici più avanzati e precisi per colpire i veri nodi logistici, i quartier generali di comando e controllo (C2), ecc., in modo da costringere gli Stati Uniti a ritirare l’intera flotta il più lontano possibile fuori dal raggio d’azione. Questo mette poi a dura prova la catena logistica già in deterioramento fino al punto di rottura, come stiamo vedendo ora con il drastico deterioramento del morale.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/13/l-esercito-statunitense-ha-perso-circa-25-dei-suoi-droni-Reaper-la-guerra-con-l-Iran-sta-esaurendo-il-suo-arsenale/

Secondo tre funzionari statunitensi a conoscenza della questione, l’esercito statunitense avrebbe perso almeno 45 droni MQ-9 Reaper durante la guerra con l’Iran, ovvero circa il 25% della propria flotta.

Come già sottolineato, il Washington Post “conferma” che gli Stati Uniti hanno perso 45 Reaper, pari al 25% dell’intera flotta di droni. Alcuni hanno aggiunto che gli Houthi ne avrebbero già abbattuti circa un ulteriore 10%, il che porterebbe probabilmente la percentuale totale delle perdite registrate nell’ultimo anno o due più vicina al 35%.

È interessante notare che, secondo il Washington Post, non tutti sono stati abbattuti, ma molti sarebbero stati vittime delle operazioni di guerra elettronica dell’Iran — forse di provenienza russa:

Un quarto funzionario statunitense, che come gli altri ha parlato a condizione di rimanere anonimo per poter discutere dei dati del Pentagono, ha affermato che non tutti i Reaper dispersi sono stati abbattuti. Un numero non specificato di velivoli si è schiantato dopo che il collegamento di comunicazione tra gli operatori e i droni si è interrotto, ha aggiunto il funzionario.

A dire il vero, le perdite potrebbero ammontare addirittura a più del 35%, poiché il numero totale di droni della flotta non implica necessariamente che siano tutti in condizioni di funzionamento o in grado di volare, almeno in un dato momento.

In assenza totale di opzioni militari, gli Stati Uniti continuano a guadagnare tempo, portando avanti la farsa del “controllo dello Stretto”. L’ex deputata Marjorie Taylor Greene ha affermato di disporre di informazioni privilegiate su quali tipi di opzioni disperate vengano effettivamente prese in considerazione in questo momento nella frenetica sala operativa di Trump:

L’ex deputata Marjorie Taylor Greene@Ex deputatoDurante le riunioni strategiche si sta discutendo dell’uso di armi nucleari contro l’Iran. Sì, avete letto bene. È vero. Non sto speculando, lo so. Ed è pura malvagità. L’ultima volta che è stata utilizzata un’arma nucleare è stato il 6 e il 9 agosto del 1945 su due città del Giappone, Hiroshima e19:19 · 16 agosto 2026 · 17,3K visualizzazioni154 risposte · 136 condivisioni · 506 Mi piace

Ebbene, quando si esauriscono le munizioni utilizzabili — sia per attaccare che per difendersi — si suppone che prendere in considerazione un’opzione nucleare totale sia semplicemente logico — in un atto di pura disperazione. Dato che il declino dell’America è chiaramente giunto alla sua fase terminale, sarebbe quasi una sorta di addio poetico, in un certo senso contorto: il Paese che è salito alla ribalta come «superpotenza» con il primo utilizzo in assoluto di armi nucleari nel 1945 chiude il cerchio per arrivare alla resa della propria civiltà in declino con un altro addio nucleare finale.

È però più probabile che nulla del genere accada, e l’unica cosa che assomiglierà a una ricaduta nucleare sarà l’economia statunitense, con il protrarsi della cieca intransigenza di Trump sulla questione iraniana. Abbiamo ormai visto che è disposto a mettere in gioco tutto per il suo progetto vanitoso di Hormuz, compreso il benessere e il sostentamento di tutti gli americani.

Ieri ha osservato che l’economia sta andando «in modo incredibile… dal punto di vista di Wall Street»—e poco dopo ha spiegato che l’aumento dei prezzi della benzina è un piccolo prezzo da pagare per impedire a una «nazione malvagia» di dotarsi di armi nucleari:

Ma tanti “piccoli costi” possono sommarsi piuttosto rapidamente fino a diventare un unico grande costo.


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LA SITUAZIONE GEOPOLITICA STRATEGICA IN MEDIO ORIENTE NELL’ESTATE DEL 2026 _ di Lucio Cornelio Silla

LA SITUAZIONE GEOPOLITICA STRATEGICA IN MEDIO ORIENTE NELL’ESTATE DEL 2026
di Lucio Cornelio Silla –

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La corrente situazione geopolitica strategica in Medio Oriente è molto diversa da quanto le narrazioni giornalistico-politiche, di molti think tanks, di molti esperti “professori”, e di molti mass media, e mass social media, lascino trasparire.
La situazione di costante latenza, ma con continui raids non decisivi, senza un attacco decisivo degli Stati Uniti d’America e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che fa sì che l’Iran ritagli contro i Paesi sunniti e ricchi di petrolio e gas del Medio Oriente, e lascia il controllo dello Stretto di Hormuz nelle mani di Teheran (e per estensione, sempre nelle mani iraniane, per via degli houthi, anche di Bab el Mandeb all’entrata sud del Mar Rosso).
In sostanza, questo conflitto-non-conflitto, ma con molti raid, sta dando il controllo all’Iran dell’export di petrolio dal Golfo Persico, e dell’import-export più in generale sia per lo stretto di Hormuz che per il Mar Rosso.
Pertanto, questa situazione, al prezzo di molti anziani gerarchi (sia clericali che militari, risentiti dalle leve più basse) liquidati, l’Iran sta diventando una potenza regionale, a livello della geopolitica strategica del Medio Oriente.
In pratica la proiezione già presente con milizie in Iraq, la potenzialità di colpire con missili balistici e droni l’Iraq, il Kuwait, il Bahrein, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, lo Yemen, ma anche l’Oman se non collabori con loro, sommato al controllo sui due stretti, sta rendendo, pian piano l’Iran la potenza che “il che
dire”, ed il “potere esecutivo indiretto ma strutturale”, sul Medio Oriente, su importantissime tratte dell’import-export globale (e ricordiamo che dall’85% al 90% del commercio globale avviene via mare), su gran parte delle più importanti riserve energetiche, cioè gas e petrolio del mondo.
Da questo conflitto, chi sono i più perdenti dal punto di vista della geoeconomia, dell’economia politica, e della macroeconomia? La Turchia, la Germania (e per estensione gran parte dell’Unione Europea), la Cina e, in un certo senso, anche il Giappone.
La Germania (e l’Ue), la Cina, ed il Giappone sono Paesi manifatturieri, ed esclusa per una porzione la Cina che dipende in gran parte dal carbone ed in parte dal nucleare interno, dipendono tutte dall’import energetico dal Medio Oriente (non a caso, nei Paesi sunniti del Golfo la popolazione economicamente più attiva dopo i locali
erano proprio i cinesi prima che questo conflitto scoppiasse).
Il fatto che l’Iran controlli Hormuz e Bab el Mandeb pone l’Europa (soprattutto la Germania e la sua sfera economica), il Giappone, e la Cina sono ricatto da parte dell’Iran, che ha il coltello dalla parte del manico.
Inoltre, sempre per via del controllo degli stretti, questi tre poli: Giappone, Cina, Europa/Germania, essendo sia consumatori che soprattutto industriali-manifatturieri, con sistemi mercantilistici di export (anche se la Cina cerca anche di crescere il mercato interno, con coscienza delle tradizioni economiche nazionaliste non-
neoclassiche), vengono posti sotto la pressione della spada ricattale dell’Iran.
4 Agosto 2026
(Foto: Depositphotos).
Chi ovviamente ci perde sono anche tutti i Paesi sunniti del Medio Oriente, tutte le varie monarchie esportatrici di petrolio, che si trovano a dover essere sotto l’avanzante ombra dell’esecutività dell’Iran sciita nel caso vogliano continuare ad esportare petrolio ed importare investimenti e beni di consumo.
Infine, chi perde più di tutti come attore dell’area MENA? La Turchia.

Questo perché, a discapito di quanto possa apparire dall’incoerente e “andreottiana” condotta di Erdogan, gli apparati della Turchia riconoscono bene quanto la loro costruita nei decenni proiezione a Sud su quel quadrante di mondo, tanto nel dietro alle quinte, che nell’evidente alla luce del sole, sia messa sotto
scacco e ricatto dall’ascesa di potenza così prepotentemente immediata e militare sui Paesi sunniti esportatori di petrolio e di gas.
Quale sistema-Paese strategico era messo in profondo disagio, avanzando pubblicamente anche parole su futuri conflitti, dall’avanzata della Turchia nel mondo sunnita del Medio Oriente?
Israele.

Quale sistema-Paese nell’area del Mediterraneo e MENA da quantomeno tre lustri contrasta, non efficacemente, l’espansione della Turchia e vede con disagio l’espansione Turca nel Medio Oriente Sunnita? La Francia.

Quale sistema-Paese guadagna di più dal poter tornare ad esportare risorse primarie (tra cui un grande palco energetico-gasifero-petrolifero), unico suo reale modello di sviluppo a seguito dalla deindustrializzazione perseguita volutamente a partire dal 1991 da classi dirigenti di mentalità economica post-Manchesteriana e neoclassica? La Russia. Dunque, nella situazione odierna, dove l’Iran appare essere il più grande vincitore a livello di geopolitica strategica, la situazione appare avente l’Iran con costruentesi proiezione di potere esecutivo strutturale diretto-indiretto sugli stretti sul Medio Oriente.
Ma da ciò, ponendo sotto ricatto sia sull’import energetico e che d’export manifatturiero, ci guadagnano anche gli Usa.

Perché? Perché i due più grandi competitor strategici a livello geo-economico, politico economico e macro-economico sono la Germania (e per estensione il suo mercato nell’Ue) e la Cina; e in un senso lato il Giappone (lo erano fino agli anni ’90 prima dell’ascesa della Cina), seppure ora gli possa, ipoteticamente, servire in baluardo armato anti-Cina. In quanto le due cause strutturali della deindustrializzazione degli Usa sono il suo deficit delle partite correnti e il suo deficit commerciale, e le due cause maggiori sono i competitor industriali quali la Germania e la Cina. La guerra commerciale tra Usa e Germania va avanti sottotraccia da circa il 2004, mentre la guerra commerciale tra Usa e Cina, seppure con litigi al WTO sin dal 2007/2008, è esplosa dal 2017/2018, e non si è mai arrestata.
La Cina rimane schermata, comunque, da diversi fattori. In primo luogo, essa ha una potenza industriale immensa, un risparmio titanico, e un tandem tra organi strategici dello stato e produttività economica privata senza eguali, laddove allungare le tratte commerciali via Capo di Buona Speranza, invece che passare dal Mar Rosso, rimane un costo ed un peso affrontabile da Pechino. In secondo luogo, seppure abbia già perso, con il “regime change” di inizio 2026, il Venezuela, una della sue più grandi fonti di approvvigionamento di petrolio, e rischi di rimanere orfana del petrolio del Golfo Persico – o comunque di essere posta sotto ipotetico ricatto dall’Iran – la Cina sin dal principio persegue la diversificazione d’approvvigionamento energetico in ambito di gas e petrolio, e, per quanto costoso, può sempre, nei limiti del possibile, ricalibrare, seppure patendo l’urto, altrove. Infine, d’altra parte, con lungimiranza strategica preventiva di fronte a cotali sviluppi, la Cina rimane per la stragrande maggioranza del suo fabbisogno energetico dipendente dalla vastissima produzione interna di carbon fossile e delle proprie centrali elettriche a carbone (ed in parte dal proprio nucleare civile).
La Germania, e per estensione il suo mercato in Ue, sono i più sfortunati, perché, da un lato, si auto-sabotano sul nucleare, mentre, dall’altro lato, in nome di narrazioni ecologiste rigettano la produzione energetica a carbone (che pure avrebbero come risorsa mineraria sul proprio territorio, si pensi alla Saar – Saarland; e non solo). Questo fa sì che la Germania subisca fortemente il colpo della fine dell’esportazione di petrolio e gas dal Golfo.
Ad ogni modo, a livello locale, a livello regionale – macroregionale, tra i più grandi perdenti vi è in assoluto la Turchia.

La sua espansione nel Mediterraneo e nell’area MENA è da Occidente speronata dalla Francia.

A livello locale, nel Medio Oriente, viene posta sotto pressione da Israele. Mentre oggi, con questi sviluppi del 2026, la sua traiettoria di espansione d’influenza a Sud verso la Penisola Araba, si trova schiacciata a mo’ di tenaglia anche da Oriente, dall’espansione di forza ed in influenza da parte dell’Iran.
In sostanza, davanti a questa situazione, è la Turchia è il paese più danneggiato, perché la sua traiettoria d’influenza ed espansione, verso Sud, verso la Mesopotamia, verso il Golfo Persico, verso la Penisola Araba, e verso il mondo arabo-sunnita, verso le risorse di gas e petrolio, etc., è schiacciata e compressa da una manovra a tenaglia, rappresentata ad Est dall’espansione violenta dell’Iran mentre ad occidente da Israele (e per estensione dalla Francia).
Questo è davvero rilevante, giacché, la Turchia, la quale già da anni collabora in tandem nel Medio Oriente, seppure come “azionista di maggioranza” in influenza locale, con la Germania, e questo si vede in tanti investimenti che vanno da settori industriali strategici, al metodo di avanzamento del soft-power, ai settori industriali manifatturieri, alla difesa ed alla sicurezza, alla costruzione infrastrutturale. Si pensi solo che, dopo il “cambio di regime” in Siria di fine 2024, a lato dell’influenza acquisita in loco dalla Turchia, e per tramite di rappresentanti industriali e manageriali turchi, la ristrutturazione totale del sistema educativo e formativo, dall’elementare al più elevato, ha visto l’operare attivo di società di lobbying tedesche, finanche al fatto che la Siria, sin dalla decolonizzazione del Secondo dopoguerra avente un sistema educativo alla francese, abbia nell’ultimo paio d’anni impostato la sua educazione sul modello tedesco della Germania, e l’abbia fatto per tramite di esponenti manageriali della Turchia, per conto di lobbisti tedeschi. Altro importante esempio è la costruzione infrastrutturale, o anche i progetti a monte di queste realizzazioni, o progetti di realizzazione a valle, laddove capitali, manager, progettisti e scelte strategiche tra tedeschi e turchi vengono prese in tandem.
Sia per questioni di progetti di gasdotti ed oleodotti. Sia per progetti di sviluppo autostradale e ferroviario.
Progetti che puntano a fare della connettività tra l’Anatolia e la Mesopotamia, tra l’Anatolia e la Penisola Araba, un che di centrale.
Questo è ancora più rilevante sapendo che, la proiezione turca dall’Anatolia nei Balcani e nei Carpazi, si allaccia a quella tedesca dalla Mitteleuropa, ai Carpazi ed ai Balcani. Dunque, finendo del Medio Oriente, per questioni che per la Turchia saranno anche d’espansione “imperiale” d’influenza sul mondo sunnita, quanto per l’industria della Germania rappresentano sia un’apertura di mercato, ma anche una tratta via terra, evitante mare ed oceani, d’approvvigionamento delle risorse energetiche dal mondo delle monarchie arabe.
Ad ogni modo, questa proiezione verso Sud, come sopra visto in precedenza, è posta alle strette da una tenaglia, che danneggia al massimo la Turchia, e per estensione la Germania ed il suo mercato nell’Ue, ponendo la proiezione turca nel Medio Oriente sunnita schiacciata a tenaglia da ovest e da est. E da Est l’attore principale che danneggia questo sviluppo è dunque questa proiezione di potenza dell’Iran (e la sua abilità di bombardamento ad arbitrio con droni e missili sul Medio Oriente: ponendo i programmi di sviluppo infrastrutturale, economici, e d’influenza in cui la Turchia è partecipe, totalmente in pericolo e totalmente sotto ricatto).
Infine, chi è ulteriormente perdente nella situazione odierna? Ovviamente lo sono le monarchie dei paesi arabo-sunniti del Golfo e della Penisola Araba. Questo perché, posti sotto ricatto militare offensivo ad arbitrio, da un lato, perdono gli investimenti esteri, mentre, dall’altro lato, perdono la possibilità di continuare ad arricchirsi con l’export delle risorse primarie energetiche (e non è che tali paesi desertici e vuoti abbiano altra via per arricchirsi se non con questo ruolo all’interno delle tratte del commercio globale, sennò tornerebbero ad essere vuoti e poveri come prima della globalizzazione).
Pertanto, è da qui, è da queste ragioni strutturali, che emergono le costanti e lamentose “grida” all’armi da parte dei frontmen delle classi dirigenti dell’Arabia Saudita che chiedono un intervento militare dei Paesi volonterosi.
Ad ogni modo, la situazione di stallo odierna non appare andare in queste direzioni, appare invece che gli Stati Uniti ed Israele mantengano la situazione in una stasi talvolta animata da brevi scontri non decisivi, che, in cambio, permettono all’Iran di avanzare attacchi missilistici e di droni sui paesi sunniti (facendo danni economici, strategici, e pure strutturali rispetto all’equilibrio delle locali classi dirigenti).
La Turchia, che, seppure dietro un improbabile silenzio tombale, e dietro un atteggiamento di Erdogan probabilmente troppo tentennante, è una delle potenze più danneggiate in assoluto sotto ogni punto di vista, apparirebbe essere, a lato della comunanza di fede nell’islam sunnita, ed alla memoria dell’antico califfato ottomano un tempo protettore di quei luoghi, l’unica potenza militarmente rilevante che possa davvero mettersi in gioco in risposta alla chiamata disperata e dall’allarme delle monarchie sunnite arabe peninsulari e del Golfo.
Eppure, se questa strada venisse mai intrapresa, e la Turchia entrasse manu militari contro l’Iran, come si scioglierebbe il “nodo di gordio” di tutte le rilevanti situazioni e contraddizioni strutturali sopra rilevate?
Israele lascerebbe mai, in modo pacifico, alla Turchia intraprendere tale ruolo d’influenza e di sicurezza nel mondo sunnita del Medio Oriente? C’è da dubitarne. Probabilmente, a discapito dell’iniziale conflitto, si porrebbe, in mera linea di crudo interesse, in linea con Teheran in funzione anti-turca (semmai la Turchia si ponesse di peso in tali regioni). Questo, per tutte le relazioni d’influenza transnazionali d’Israele, porrebbe la Turchia in una posizione difficilissima. Un quinto della popolazione di Israele è russa. La popolazione ebraica più grande dell’Europa è in Francia. Ma la Francia è avversario strategico della Turchia in tutta l’area MENA. Gli Stati Uniti, per via dall’influenza di una certa destra evangelica, difenderebbero Israele contro la Turchia, e lo farebbero a spada tratta.
In sostanza, la Turchia, in Medio Oriente, dopo una lenta partita di decenni di avanzamento d’influenza sia di soft-power che economica, ed in certi casi di hard power, sta vedendo se stessa messa in una posizione di “scacco matto” (o di un durissimo colpo che porterebbe ad una perdita di lunghissimi di sviluppi).
Ma potrà mai reagire? Cosciente dei rischi, potrà mai la Turchia rispondere, nella propaganda ovviamente posto sotto il frame di fratellanza islamica e sunnita, o di ricordi “ottomaneschi”, al richiamo di aiuto di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, ecc.?

Nei fatti, a livello regionale e macroregionale, Ankara è la maggiormente penalizzata e danneggiata dall’aggressivo avanzamento di Teheran. Ma, tutti i contraccolpi, ad effetto domino (prima enunciati), di un suo potenziale intervento, sono vastamente rilevanti.
Pertanto, risponderanno mai le classi dirigenti della Turchia ai colpi che il loro progetto d’influenza sta prendendo?
Tale è una lecita domanda su cui vale la pena riflettere.
Di certo, la situazione odierna, in cui l’Iran pone sotto ricatto di bombardamenti l’intero Medio Oriente, controlla gli stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb (via houthi), ed espande la sua ombra sopra i paesi sunniti, danneggia in modo infinito la Turchia.
Per ora, con Israele e gli Usa che perseguono questi attacchi non risolutivi contro l’Iran, che hanno come solo effetto il contraccolpo dell’espansione di potere esecutivo in proiezione di violenza arbitraria a distanza dell’Iran su tutto il Medio Oriente, lasciano intravedere che, semmai non ci sarà una risposta ed un intervento decisivo, l’Iran degli Ayatollah apparirebbe essere sulla via di diventare il “padrone” del Medio Oriente.
Quanto la Turchia potrà accettare queste demolizioni a picconate del proprio progetto di traiettoria d’espansione, infrastrutturale ed economica e d’influenza senza rispondere?
Che conseguenze mai potranno accadere, ad effetto domino, se la Turchia, sulla scorta della memoria dell’antico califfato ottomano, si facesse carico militare, unica a poterlo fare in modo effettuale ed efficiente immediato nella regione, delle richieste di aiuto e sicurezza delle monarchie arabo-sunnite?
Oppure, la Turchia, con portamento “andreottiano” di Erdogan starà a guardare, a “denti stretti”, a discapito dei colpi… Attendendo, ed auspicando, invece, un intervento in grande stile “ground invasion” degli Usa contro l’Iran?
Ma, guardando la situazione interna degli Stati Uniti, è possibile ipotizzare che impongano la leva obbligatoria, e facciano uno sforzo industriale-economico bellico per portare una guerra totale ed industriale all’Iran?
Sono gli Stati Uniti, ed Israele, disposti a questo intervento?
Ad oggi, purtroppo, non appare che gli Stati Uniti, al contrario di quanto fecero per la Corea negli anni ’50 e per il Vietnam negli anni ’60 si siano preparando a questo sviluppo.
Anche se, da moltissime classiche dirigenti, locali nel mondo connesse a rete e diffuse nel mondo macchia di leopardo, dell’ordine neoliberale e neoclassico della globalizzazione, pur di porre fine alla situazione odierna, seppure originariamente contrarie al conflitto, e tra queste rientra anche quella di cui Erdogan è frontman in Turchia, appaiono essere auspicanti in questo possibile sviluppo.
Ad ogni modo, questo sviluppo, non appare venire intrapreso, neppure preparativamente, in modo coerente e sistematico da parte delle odierne apicali classi dirigenti degli Usa.
Dunque, questo, seppure annunciati e paventati in precedenza, aprirebbe ad altri scenari, molto più in stile da “polveriera dei Balcani” di fine XIX secolo ed inizio XX secolo, similitudine e/o metafora già molto cara al pensatore strategico Zbigniew Brzeziński, ma trasportata nell’odierno Medio Oriente, Mesopotamia, e Golfo Persico, degli odierni decenni del XXI secolo.
Infine, in conclusione, va osservato che, cosa che parrebbe essere sostenuta da diversi analisti, anche se, nei prossimi mesi ed anni, lo scenario più probabile nei prossimi anni non sia né un dominio dell’Iran sul Medio Oriente né una guerra tra Iran e Turchia, bensì un prolungato periodo di equilibrio instabile, questo continuerebbe ad affossare i Paesi sunniti e le monarchie sunnite, e, in special modo, la proiezione di potere della Turchia. Non solo nel lungo periodo, ma anche solo nel breve e nel medio periodo, quanto potranno tanto le monarchie sunnite quanto la Turchia continuare ad accettare cotale situazione in cui allo sviluppo ordinato, ed ad un proprio giardino di sviluppo, si sostituisce invece una situazione di caos ed incertezza in cui di certo gli attori che potranno giovare non saranno coloro che porgono sviluppo economico infrastrutturale e di soft power ma invece coloro capaci di ardire in modo diretto ed indiretto, simmetrico ed asimmetrico, la proiezione di forza bruta in un contesto caotico, violento, e mai stabilizzabile? Quanto certi attori sono e saranno disposti a subire, patire, ed a perdere prima di dire “Alea iacta est”?

Il tentativo dell’Ucraina di diventare come Israele _ di Simon Rorschach

Il tentativo dell’Ucraina di diventare come Israele

La ricerca di una protezione permanente da parte di Kiev

Simon Rorschach

4 agosto 2026

∙ A pagamento

Simon Rorschach analizza il tentativo dell’Ucraina di trasformare l’ingegnosità dimostrata sul campo di battaglia in un’influenza duratura a Washington, nonché i limiti del seguire la strada di Israele senza disporre del potere politico di quest’ultimo.

L’Ucraina sta cercando di trasformare una necessità bellica in un ruolo all’interno dell’ordine americano. Il segnale più evidente è arrivato il 25 luglio, quando le forze ucraine hanno attaccato una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha risposto senza indugio. Ha minacciato ritorsioni e ha accusato Israele di aver contribuito a mettere in moto l’operazione. L’attacco è avvenuto a soli quattordici giorni di distanza da un altro evento importante. Sopra il Kuwait, le forze americane avevano abbattuto un drone iraniano utilizzando un sistema difensivo ideato e costruito in Ucraina. Mai prima d’ora gli Stati Uniti avevano distrutto un drone iraniano con un’arma ucraina. Kiev, quindi, non si limita più a intrattenere rapporti con Teheran in un unico modo. È sia un fornitore di armi che un partecipante attivo. Il modello che sembra avere in mente è Israele: uno Stato strettamente legato a Washington, altamente avanzato nella tecnologia militare, in grado di combattere senza soldati americani al proprio fianco e capace di fornire agli Stati Uniti armi e metodi che l’industria americana non ha ancora prodotto per sé. La differenza è geografica. Israele svolge questo ruolo in Medio Oriente. L’Ucraina vuole svolgerlo ai confini orientali dell’Europa.

Cosa spera di ottenere l’Ucraina da questa strategia?

Israele si è guadagnato quella posizione non con le dichiarazioni, ma con i fatti. La dimostrazione decisiva è avvenuta nella Valle della Bekaa nel giugno 1982. Nel giro di quarantotto ore, l’aviazione israeliana aveva messo fuori uso il sistema di difesa aerea siriano. La vittoria non dipendeva solo dalla superiorità dei piloti. Israele ha integrato in un’unica operazione guerra elettronica, velivoli senza pilota, sorveglianza del campo di battaglia, inganni, soppressione radar e attacchi aerei. Alcuni droni hanno indotto le squadre radar siriane ad accendere i propri sistemi, rivelando così la loro posizione. Altri osservavano dall’alto e trasmettevano informazioni ai comandanti israeliani. I caccia hanno quindi attaccato batterie missilistiche, postazioni radar e posti di comando prima che la Siria potesse organizzare una risposta efficace. Non si trattava di velivoli sperimentali in attesa di una guerra futura. Già nel 1982 Israele disponeva di droni in servizio operativo. I metodi sviluppati in quella campagna furono successivamente trasmessi agli Stati Uniti, che utilizzarono tecniche simili contro l’Iraq. Israele aveva dimostrato che un piccolo Paese poteva risolvere un problema creato dalle armi sovietiche, garantire il controllo dello spazio aereo alle proprie forze e poi vendere la soluzione a un protettore più grande.

Il valore militare, tuttavia, spiega solo in parte il peso di Israele. John Mearsheimer sostiene da tempo che la fonte più profonda della sua influenza risieda all’interno degli stessi Stati Uniti. La lobby israeliana conferisce a questo rapporto una permanenza che le alleanze ordinarie raramente possiedono. Opera attraverso donatori, finanziamenti alle campagne elettorali, legami con il Congresso, giornali, televisione, istituti di ricerca politica, gruppi di pressione e reti costruite nel corso di generazioni. Queste istituzioni mantengono le questioni israeliane al centro della politica americana anche quando la politica israeliana crea difficoltà a Washington o entra in conflitto con gli interessi americani più ampi. I presidenti cambiano. Gli equilibri di potere si spostano. I funzionari litigano a porte chiuse. Eppure l’alleanza rimane protetta. L’Ucraina ha legislatori solidali, giornalisti amichevoli, aziende del settore della difesa che traggono vantaggio dal protrarsi della guerra e funzionari che considerano la Russia una minaccia duratura. Non dispone però di una macchina politica interna americana in grado di trasformare il sostegno a Kiev in una regola politica permanente. La sua posizione si basa sull’urgenza, sull’utilità e sull’accordo del momento. Tutti e tre questi elementi possono svanire.

Kiev sta ora cercando di rendersi più difficile da ignorare esportando le conoscenze acquisite durante l’attacco russo. Specialisti ucraini nella guerra con i droni operano in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, in Kuwait e in Giordania. Il loro prodotto non è semplicemente un velivolo a basso costo. Offrono un’intera struttura difensiva: droni intercettori, apparecchiature di disturbo elettronico, stazioni radar, sistemi di rilevamento acustico, personale addestrato, procedure operative consolidate e imbarcazioni senza equipaggio in grado di individuare e distruggere bersagli ostili in mare. Anche i governi della NATO sono in trattativa con l’Ucraina. I funzionari stimano che le esportazioni di armi ucraine raggiungeranno i due miliardi di dollari quest’anno e sperano di portare il totale a dieci miliardi entro pochi anni. La differenza di prezzo costituisce l’argomento più forte a favore di Kiev. Un intercettore ucraino può costare appena millecinquecento dollari e non più di circa cinquemila. Un missile americano lanciato contro lo stesso drone Shahed di progettazione iraniana costa circa quattro milioni di dollari. Il contrasto non è da poco. Uno Stato che deve affrontare ondate su ondate di droni a basso costo non può sopravvivere spendendo milioni per ogni intercettazione. L’Ucraina è stata costretta a trovare un’altra soluzione, e ora i governi stranieri vogliono acquistarla.

Ma le armi a basso costo non garantiscono la stabilità politica. La descrizione della lobby israeliana fornita da Mearsheimer ne spiega il motivo. Le richieste israeliane non dipendono interamente dall’interesse, dalla memoria o dall’umore del presidente in carica. Esse vengono portate avanti attraverso istituzioni che sopravvivono alle amministrazioni. Le richieste ucraine sono molto più esposte. La loro forza cresce e diminuisce a seconda di chi è alla Casa Bianca. Il presidente Trump ha dimostrato quanto velocemente un impegno possa dissolversi. L’8 luglio ad Ankara, sembrava aver approvato una licenza che consentiva la produzione locale di missili intercettori Patriot. Il 30 luglio, ha dichiarato di non essere sicuro che tale licenza fosse stata concessa. Pochi giorni dopo, ha affermato che gli Stati Uniti non l’avevano mai approvata affatto. Per l’Ucraina, non si è trattato di una semplice disputa sulla formulazione. I missili Patriot determinano se le centrali elettriche sopravvivranno e se le città avranno elettricità e riscaldamento durante l’inverno. Kiev sta ora chiedendo trecento missili semplicemente per difendere il sistema energetico nazionale. Israele può discutere con Washington da una posizione di privilegio consolidato. L’Ucraina deve prima scoprire se la promessa di ieri sia ancora valida.

Il contrasto è altrettanto netto nei cieli. Israele ha costruito un fitto sistema difensivo attorno al proprio territorio. L’Iron Dome continua a intercettare la maggior parte dei razzi in arrivo, mentre altri sistemi si occupano dei missili a più lungo raggio e delle minacce più pericolose. Sorveglianza, reti di allerta, rifugi, intercettori e rappresaglie immediate consentono al Paese di funzionare come un’isola armata in mezzo a popolazioni ostili. L’Ucraina non dispone di nulla di paragonabile sul proprio territorio, ben più vasto. Il suo cielo rimane aperto. I droni e i missili russi colpiscono Kiev, Odessa, Kharkov, Dnipro e altre città con implacabile frequenza. Porti, centrali elettriche, fabbriche, linee ferroviarie, siti militari e condomini rimangono vulnerabili. Gli ingegneri ucraini possono ora vendere all’estero tecnologie avanzate di difesa aerea, ma l’Ucraina stessa non dispone ancora di sistemi sufficienti per proteggere ogni città importante e ogni obiettivo essenziale. La contraddizione è brutale. Un Paese insegna agli altri come fermare i droni mentre i propri cittadini trascorrono le notti tendendo l’orecchio al rombo dei motori che sorvolano le loro teste.

Israele gode inoltre di un grado di libertà che l’Ucraina non può eguagliare. Mearsheimer ha spesso sottolineato lo squilibrio politico alla base del sistema di alleanze americano. Washington può esercitare pressioni sulla maggior parte dei partner con costi interni minimi. Può ritardare la consegna di armi, minacciare di ritirare gli aiuti, esigere concessioni o semplicemente rivolgere la propria attenzione altrove. I tentativi di frenare Israele incontrano resistenza al Congresso, nella stampa, tra i donatori e nel mondo politico. Tale resistenza protegge i leader israeliani e consente loro di agire con maggiore indipendenza. L’Ucraina deve dimostrare il proprio valore più e più volte. Deve dimostrare di poter ancora indebolire la Russia, che il suo esercito è ancora in grado di tenere il fronte, che il suo governo rimane funzionante e che un’altra spedizione di armi produrrà qualche risultato tangibile. La sua aviazione non è in grado di stabilire il controllo sull’intero campo di battaglia. Non può distruggere la rete di difesa aerea russa, eliminare ogni lanciarazzi prima che spari, né impedire ai bombardieri russi di operare ben oltre il fronte. Washington può sostenere Israele pur prendendo pubblicamente le distanze da particolari azioni israeliane. L’Ucraina non offre una distinzione così facile. Ogni attacco ucraino di rilievo aumenta la possibilità di un’escalation diretta con una potenza nucleare. Ogni sconfitta ucraina fa sorgere dubbi sulla finalità di ulteriori aiuti. Kiev resiste da anni contro uno Stato molto più grande, ma la resistenza non equivale al dominio. Israele domina la propria regione militare circostante. L’Ucraina rimane intrappolata in una regione dominata dalla Russia.

Il tentativo di rendersi indispensabile logora il Paese anche dall’interno. L’Ucraina deve organizzare la propria economia, il sistema scolastico, le industrie, la forza lavoro, le finanze pubbliche e la vita politica in funzione di una guerra senza una fine definita. Gli uomini vengono mobilitati. Le famiglie vengono divise. I lavoratori qualificati se ne vanno. Le città perdono abitanti, imprese e entrate. Allo stesso tempo, il governo deve ricostruire le infrastrutture danneggiate e sostenere un esercito di dimensioni di gran lunga superiori a qualsiasi altro il Paese abbia mai mantenuto prima dell’invasione. Anche l’elenco dei nemici si sta allungando. L’Iran si schiera ora al fianco della Russia come avversario dichiarato, portando con sé tecnologia missilistica, influenza regionale e la capacità di creare problemi ben oltre il fronte ucraino. Ogni nuovo scontro aggiunge rischi senza eliminare alcun pericolo esistente. L’Ucraina può produrre armi di valore e vendere conoscenze militari all’estero, ma le armi più importanti per la propria sopravvivenza — aerei, missili a lungo raggio, intercettori e munizioni pesanti — devono ancora essere richieste alle capitali straniere. Sono gli altri governi a decidere quanto arriva, quando arriva e se arriva davvero.

Israele scoprì il significato di tale dipendenza durante la guerra del 1973. Già alla terza settimana, le sue forze stavano esaurendo i proiettili di artiglieria, i pezzi di ricambio e altre forniture essenziali. Gli Stati Uniti avrebbero potuto avviare immediatamente un ponte aereo. Invece, Washington attese un’intera settimana. Henry Kissinger scelse deliberatamente di ritardare l’intervento. Il suo obiettivo non era quello di lasciare che Israele perdesse. Né voleva che Israele distruggesse gli eserciti arabi in modo irreparabile. Voleva una vittoria israeliana controllata. L’Egitto doveva essere sconfitto, ma Anwar Sadat doveva conservare abbastanza onore e prestigio militare per poter avviare i negoziati. Kissinger riteneva che l’Egitto potesse così essere allontanato dall’Unione Sovietica e avvicinato al campo americano. Il calcolo funzionò. L’Egitto alla fine ruppe con Mosca e divenne un partner centrale degli Stati Uniti nella regione. Ma il successo del piano diplomatico non rese il ritardo meno pericoloso per i soldati impegnati sul campo. Le truppe israeliane nel Sinai contavano le munizioni rimaste mentre Washington organizzava l’esito politico. La lezione era semplice: anche un alleato privilegiato riceve armi in base alla strategia del proprio protettore, non in base alla situazione disperata del campo di battaglia. L’Ucraina sta ora imparando la stessa lezione in condizioni ancora più dure.

Il realismo di Mearsheimer dissipa l’ultima illusione. Le grandi potenze non armano gli Stati più piccoli perché spinte dall’amicizia. Lo fanno perché lo Stato più piccolo serve a uno scopo. Può indebolire un rivale, presidiare una frontiera, testare nuove armi, assorbire le perdite, raccogliere informazioni o migliorare la posizione negoziale del protettore. Una volta che tale scopo cambia, cambiano con esso anche le promesse. Israele ha evitato gran parte di questa incertezza perché la sua utilità strategica è rafforzata dal potere politico all’interno degli Stati Uniti. La lobby rende costoso l’abbandono e trasforma l’alleanza in parte integrante della vita interna americana. L’Ucraina non dispone di uno scudo paragonabile. Né la sua posizione la rende permanentemente indispensabile per Washington. I governi europei possono vedere l’Ucraina come il muro che tiene a bada la Russia, ma gli Stati Uniti possono comunque decidere che il muro costa troppo da mantenere. Kiev vuole diventare l’Israele dell’Europa orientale: armata, ingegnosa, autonoma, utile e temuta. Eppure, senza l’influenza di Israele a Washington, potrebbe finire per diventare qualcosa di molto meno sicuro: un banco di prova per la guerra moderna, un fornitore di conoscenze sul campo di battaglia e uno strumento il cui prezzo viene ricalcolato ogni volta che cambiano le priorità americane.

Perché gli Stati turcofoni si stanno avvicinando a Israele? _ di Ogul Tuna

Perché gli Stati turcofoni si stanno avvicinando a Israele?

Legami antichi, strategia moderna

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Oğul Tuna

30 dicembre 2026

Oğul Tuna analizza le basi storiche, strategiche e tecnologiche dei crescenti legami tra Israele e gli Stati turcofoni, mettendo in luce un rapporto pragmatico che va ben oltre le notizie di attualità.

Dagli ebrei di Bukhara alla cooperazione nel settore energetico e tecnologico: l’analisi delle relazioni di Israele con l’Azerbaigian e gli Stati turcofoni dell’Asia centrale

Dalle comunità ebraiche di Bukhara alla cooperazione nel campo dell’energia e della tecnologia, dalle preoccupazioni sull’Iran alla diplomazia multidirezionale: i rapporti che Israele ha instaurato con l’Azerbaigian e gli Stati turcofoni dell’Asia centrale vengono solitamente analizzati in Turchia attraverso due prismi principali: il contenimento dell’Iran e la questione palestinese.

Eppure queste relazioni sono ben più antiche e complesse di quanto si possa spiegare solo con le guerre contemporanee o le politiche di sicurezza. Le storiche comunità ebraiche presenti in tutta la regione, la cooperazione nei settori dell’energia, dell’agricoltura e delle tecnologie di irrigazione, le preoccupazioni condivise riguardo all’Islam politico, le reti della diaspora e il perseguimento di politiche estere diversificate da parte delle repubbliche dell’Asia centrale fanno tutte parte della stessa equazione.

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Quello a cui assistiamo, quindi, non è né un riavvicinamento puramente ideologico né un’alleanza segreta guidata da un unico centro. Si tratta piuttosto di una rete pragmatica di relazioni in cui interessi diversi convergono in ambiti specifici. Vale inoltre la pena notare che i legami di Israele con la regione si sono rafforzati proprio nello stesso periodo in cui altri attori “occidentali”, in particolare la Turchia, hanno iniziato ad ampliare il proprio impegno in Asia centrale.

La relazione non è iniziata nel 1991

I legami storici tra Israele e l’Asia centrale risalgono a ben prima del crollo dell’Unione Sovietica.

Gli ebrei di Bukhara, che vivevano a Bukhara, Samarcanda, Merv e nelle regioni circostanti, erano tra le comunità più importanti nella vita storica, culturale e commerciale dell’Asia centrale. Le tradizioni relative alle loro origini risalgono all’antichità. I centri commerciali lungo la Via della Seta, le migrazioni forzate descritte nella Bibbia ebraica e nel Nuovo Testamento e i legami duraturi con il mondo di lingua iraniana hanno tutti contribuito a plasmare la presenza della comunità nella regione.

Allo stesso modo, gli ebrei delle montagne dell’Azerbaigian e del Caucaso settentrionale costituiscono una delle comunità autoctone più antiche della regione. La loro lingua, il juhuri — noto anche come giudeo-tat — appartiene al ramo iranico delle lingue. Di conseguenza, sarebbe inesatto identificare queste comunità direttamente né con l’adozione del giudaismo da parte del Khaganato dei Khazari né con le popolazioni ebraiche di lingua turca.

Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, gran parte delle comunità ebraiche di Bukhara e delle zone montane è emigrata in Israele, negli Stati Uniti e in Russia. Tuttavia, i loro cimiteri, le sinagoghe, i legami familiari e il patrimonio culturale sono rimasti in Asia centrale. Oggi, questa memoria storica costituisce uno dei pilastri principali della diplomazia culturale e turistica di Israele nella regione.

Dove convergono le preoccupazioni in materia di sicurezza

Uno dei fattori principali che ha avvicinato Israele e i governi dell’Asia centrale è stata la convergenza delle loro visioni in materia di sicurezza, in particolare dagli anni ’90 fino ai primi anni ’20.

Le repubbliche turche post-sovietiche dell’Asia centrale non hanno cercato di eliminare del tutto la religione dalla vita pubblica, ma si sono impegnate a mantenerla sotto una stretta supervisione statale. Gli sforzi dell’Iran per esportare la propria rivoluzione negli anni ’90, le organizzazioni militanti operanti in Afghanistan e in Siria, i combattenti dell’Asia centrale che si sono uniti all’ISIS e i vari movimenti radicali attivi in tutta la regione a partire dagli anni ’90 hanno tutti influenzato profondamente le politiche di sicurezza di questi paesi.

Da parte sua, Israele — ad eccezione dell’ISIS — considera praticamente ogni forma di Islam politico, insieme all’influenza regionale dell’Iran, come una delle sue principali minacce alla sicurezza.

Ciononostante, ciò non significa che le due parti siano d’accordo su ogni questione. Tuttavia, ciò crea un terreno comune in ambiti quali la prevenzione della radicalizzazione, la sicurezza delle frontiere, la cooperazione in materia di intelligence, la sicurezza informatica e la tutela delle istituzioni statali.

Cosa ci guadagna Israele?

Per Israele, la prima questione fondamentale è quella energetica.

L’Azerbaigian e il Kazakistan svolgono un ruolo importante nell’approvvigionamento petrolifero di Israele. Il trasporto del greggio azero verso il Mediterraneo attraverso l’oleodotto Baku–Tbilisi–Ceyhan ha permesso alla cooperazione energetica di proseguire anche durante i periodi di tensione politica tra Ankara e Tel Aviv.

In questo contesto, vale la pena ricordare l’osservazione del compianto İlber Ortaylı: «La Turchia ha due ministeri degli Esteri: uno ad Ankara e l’altro a Baku».

La seconda considerazione riguarda l’Iran. L’Azerbaigian, situato immediatamente a nord dell’Iran, è lo Stato turco con cui Israele ha instaurato i rapporti più stretti. Il Turkmenistan, dal canto suo, confina con l’Iran lungo un esteso confine terrestre. Dal punto di vista di Israele, questa configurazione geografica rientra naturalmente nelle sue valutazioni in materia di intelligence e sicurezza.

Dal punto di vista degli Stati turcofoni, tuttavia, sarebbe fuorviante ridurre ogni aspetto di queste relazioni a una presunta strategia di “accerchiamento dell’Iran”. L’Iran è certamente un fattore importante, ma è ben lungi dall’essere l’unico.

La terza considerazione riguarda la legittimità diplomatica. Coltivando relazioni con Stati a maggioranza musulmana, Israele ottiene un maggiore margine di manovra al di là sia del mondo arabo che della sfera occidentale. L’adesione del Kazakistan al quadro degli Accordi di Abramo alla fine del 2025 e la visita del presidente israeliano Herzog ad Astana nel 2026 dimostrano che questi legami hanno ormai acquisito una dimensione politica più visibile. Allo stesso tempo, il governo kazako, attento all’opinione pubblica interna, continua a sottolineare il proprio sostegno alla soluzione dei due Stati e ai diritti del popolo palestinese.

Quali vantaggi ne traggono gli Stati turcofoni?

Per le repubbliche dell’Asia centrale, il principale punto di forza di Israele risiede nella tecnologia.

In una regione alle prese con siccità cronica e scarsità d’acqua, le competenze israeliane in materia di irrigazione a goccia, produttività agricola, gestione delle risorse idriche e tecnologie di produzione adattate agli ambienti aridi rivestono un valore considerevole. A ciò si aggiunge la cooperazione nei settori della sicurezza informatica, dei sistemi doganali digitali, delle tecnologie sanitarie e dell’industria della difesa.

In secondo luogo, Israele si inserisce perfettamente nella strategia degli Stati dell’Asia centrale volta a mantenere una politica estera multidirezionale.

Questi paesi non intendono dipendere esclusivamente dalla Russia, dalla Cina, dalla Turchia o dall’Occidente. Cercano invece di bilanciare le potenze in competizione tra loro cooperando con ciascuna di esse in diversi ambiti. La Turchia occupa una posizione di primo piano nei settori della cultura, dell’istruzione e della lingua; la Cina in quello della finanza e delle infrastrutture; la Russia in quello dell’energia, della sicurezza e dei legami storici; e Israele in quello della tecnologia e in alcuni settori specifici della cooperazione in materia di sicurezza.

La terza dimensione: diaspora e reti di diplomazia pubblica

La terza dimensione riguarda la diaspora e le reti di diplomazia pubblica. Gli ebrei di Bukhara che vivono in Israele e negli Stati Uniti, in particolare, non hanno reciso completamente i propri legami culturali ed economici con la patria ancestrale. Questi legami possono favorire il turismo, gli investimenti e la visibilità internazionale delle città dell’Asia centrale.

In questo contesto, potrebbe essere utile considerare anche l’impatto limitato che hanno avuto in Occidente le campagne organizzate dalla diaspora armena all’indomani della Seconda Guerra del Karabakh, nonché il recente aumento della promozione turistica dell’Asia centrale sui social media.

Le relazioni con ciascun Paese sono diverse

È impossibile parlare della “politica di Azerbaigian e dell’Asia centrale nei confronti di Israele” come se si trattasse di un insieme unico, omogeneo e immutabile. Ciononostante, il crescente coinvolgimento di Israele nell’Asia centrale è chiaramente diventato uno degli sviluppi geopolitici più significativi della regione negli ultimi anni.

Per l’Azerbaigian, l’energia, la difesa, l’Iran e il conflitto del Karabakh sono i fattori determinanti. Le relazioni tra Baku e Tel Aviv risalgono a prima dell’era Aliyev. Le loro basi furono gettate durante i primi anni dell’indipendenza dell’Azerbaigian sotto la presidenza di Abulfaz Elchibey. Secondo Aryeh Levin, all’epoca ambasciatore israeliano a Mosca, Elchibey una volta affermò: «Sono un sionista», sottolineando quelli che a suo avviso erano i parallelismi tra due diversi progetti nazionalisti.

Il Kazakistan si distingue per le sue risorse energetiche, il trasferimento di tecnologia e la diplomazia internazionale. Pur rafforzando i propri rapporti con Israele, Astana ha continuato a sostenere una soluzione a due Stati alla questione palestinese. Sebbene il loro numero sia ormai esiguo, gli ebrei ashkenaziti, in particolare, mantengono legami storici con il Kazakistan. Il padre di Menachem Mendel Schneerson, che molti seguaci di Chabad — il più grande movimento chassidico del mondo — considerano il Messia, fu esiliato da Stalin ad Almaty, dove in seguito morì.

Per l’Uzbekistan, il patrimonio ebraico di Bukhara e Samarcanda riveste un’importanza particolare. Sebbene le relazioni economiche non siano così estese come quelle con il Kazakistan, l’agricoltura, il turismo, la cultura e la tecnologia rimangono settori importanti di cooperazione.

Il Turkmenistan rappresenta un caso più chiuso. In quel Paese, le relazioni ruotano meno attorno ai legami economici e culturali e più attorno al confine con l’Iran, alle rappresentanze diplomatiche e alle considerazioni di sicurezza.

Il Kirghizistan e il Tagikistan intrattengono relazioni più limitate con Israele, ma collaborano comunque in alcuni settori specifici quali l’agricoltura, la sanità, l’istruzione e la sicurezza.

I governi e le società non la pensano allo stesso modo

Le strette relazioni intrattenute dai governi dell’Asia centrale con Israele non significano che i popoli della regione siano indifferenti alla causa palestinese.

Le élite statali tendono a valutare il rapporto principalmente dal punto di vista dell’energia, della tecnologia e della sicurezza. All’interno della società, tuttavia, il crescente sentimento religioso degli ultimi anni, unito alla crescente influenza culturale della Turchia, ha determinato una maggiore simpatia nei confronti dei palestinesi.

Per questo motivo, i leader dell’Asia centrale si sentono spesso in dovere di accompagnare il rafforzamento dei legami con Israele affermando pubblicamente il proprio sostegno alla creazione di uno Stato palestinese e alla soluzione dei due Stati. Anche in questo caso, i limiti di tale rapporto diventano evidenti.

Un nuovo fronte di contrapposizione tra Turchia e Israele?

Per il momento, sembra improbabile che l’Asia centrale diventi un teatro diretto di competizione tra Turchia e Israele.

Il motivo principale è che gli Stati dell’Asia centrale non considerano queste relazioni come alternative che si escludono a vicenda, ma come canali complementari. L’acquisto di tecnologie agricole o di sicurezza informatica da Israele non comporta una riduzione della cooperazione con la Turchia nei settori dell’istruzione, della cultura, del commercio o della difesa.

La Turchia esercita nella regione una sfera di influenza storica, linguistica e culturale di gran lunga più ampia rispetto a quella di Israele. Israele, al contrario, si concentra su una gamma più ristretta di settori che rivestono una notevole importanza tecnica e strategica.

Non va trascurato un altro fattore importante. Sebbene la Turchia avesse cercato di rafforzare i propri legami con le repubbliche dell’Asia centrale fin dagli anni ’90, è stato solo a partire dalla metà degli anni 2010 che ha raggiunto il livello di vicinanza a cui aspirava da tempo. Questo stesso periodo ha coinciso anche con l’inizio di un rinnovato impegno in Asia centrale da parte di Israele, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Non un’alleanza ideologica, ma una convergenza pragmatica

In definitiva, non esiste un’unica spiegazione per il crescente riavvicinamento tra gli Stati turcofoni e Israele.

L’eredità delle storiche comunità ebraiche costituisce il fondamento culturale di queste relazioni. Il commercio energetico crea una dipendenza reciproca. Le repubbliche dell’Asia centrale fanno affidamento sulle competenze tecnologiche e sulle capacità in materia di sicurezza di Israele per soddisfare le proprie esigenze pratiche. Le preoccupazioni comuni derivanti dall’Iran e dall’Afghanistan avvicinano le parti in determinati ambiti. Allo stesso tempo, il perseguimento di una diplomazia multidirezionale colloca questi legami all’interno di un più ampio equilibrio strategico che comprende anche la Russia, la Cina, la Turchia e l’Occidente.

(Tradotto dal turco)

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Gli Stati Uniti precipitano in una insensata escalation con l’Iran in mancanza di alternative _ di Simplicius

Gli Stati Uniti precipitano in una insensata escalation con l’Iran in mancanza di alternative.

Simplicius 1 agosto
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La recente visita di Netanyahu a Washington è stata accompagnata da ordini precisi, che, secondo quanto riportato, Trump starebbe diligentemente eseguendo con l’intenzione di lanciare una massiccia campagna di attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane.

Non sappiamo ancora con certezza se accadrà, ma ci sono sicuramente dei segnali, come questo resoconto che segue i movimenti dei gruppi di portaerei statunitensi e che indica come le portaerei inizino sempre ad allontanarsi dalle coste iraniane poco prima di attacchi di grande portata:

MoloMonitor @MoloWarMonitor Vorrei fornire un po’ di contesto per questo post riguardo alla posizione della portaerei americana. Mi occupo di questo da mesi e, in genere, ogni volta che ho visto queste risorse allontanarsi dalla costa iraniana, è stato poco prima che si verificasse una grave escalation, MoloMonitor  @MoloWarMonitorHo appena individuato una portaerei di classe Nimitz (USS Abraham Lincoln o USS George HW Bush) nelle immagini satellitari Sentinel-2 del 30/07/2026. Attualmente sta navigando verso sud nel Mar Arabico, scortata da un singolo cacciatorpediniere. Coordinate: 22.307628, 60.54910914:47 · 31 luglio 2026 · 53.400 visualizzazioni29 risposte · 118 condivisioni · 506 Mi piace

È stato nuovamente registrato un caso in cui una delle portaerei statunitensi si è diretta verso le coste orientali dell’Oman per mantenere la distanza dottrinale di circa 300 km dai lanciatori antinave costieri iraniani.

Dietro le quinte, si moltiplicano le voci secondo cui un Trump fuori di testa starebbe semplicemente perdendo la ragione per l’incapacità dei suoi collaboratori e scagnozzi di elaborare un piano credibile per la vittoria contro l’Iran:

Italiano: https://www.dailymail.com/debate/article-16003555/ANDREW-NEIL-Mi-hanno-detto-che-Trump-la-salute-fisica-mentale-è-visibile-declino-che-parlano-di-invasione-terrestre-150-giorni-che-non-rimangono-buone-opzioni-a-fase-della-debacle-dell’Iran.html

Anche nelle ultime conferenze stampa, Trump non ha avuto altra scelta che ammettere che l’Iran è molto più ostinato del previsto, ma ha comunque affermato che alla fine capitolerà se gli Stati Uniti continueranno a bombardarlo:

Ora l’intero establishment si sta affannando per trovare soluzioni all’intricata crisi iraniana che sta distruggendo gli ultimi rimasugli di credibilità che la temuta macchina militare statunitense un tempo possedeva.

In un articolo per il Financial Point, due autori del think tank Atlantic Council hanno fornito una valutazione realistica dell’approccio di Trump:

https://foreignpolicy.com/2026/07/29/trump-iran-hormuz-mou-cease-fire-energy-peace/

Sostengono che la fallacia dei costi irrecuperabili della guerra di Trump porterà solo a una diminuzione del potere negoziale degli Stati Uniti quanto più a lungo si protrarrà, il che equivale essenzialmente ad ammettere che l’Iran sta ormai prendendo il sopravvento e che gli Stati Uniti dovrebbero semplicemente limitare i danni:

L’amministrazione è ripetutamente caduta vittima della fallacia dei costi irrecuperabili. Di fronte a questo fallimento strategico, il presidente Donald Trump si è comportato perlopiù come se il problema fosse di portata o durata. In realtà, il potere negoziale degli Stati Uniti si è ridotto con il progredire della guerra e probabilmente continuerà a erodersi man mano che gli Stati Uniti esauriranno le proprie munizioni e le conseguenze politiche interne si aggraveranno. I nuovi attacchi degli Houthi contro le esportazioni di petrolio saudita aggiungono ulteriore precarietà a una guerra che ha già provocato shock economici globali, danneggiato la credibilità degli Stati Uniti e coinvolto gli alleati regionali americani in un conflitto contro il quale si erano schierati.

È vero, soprattutto alla luce delle recenti ammissioni dell’ammiraglio Brad Cooper, che gli Stati Uniti hanno esaurito gli obiettivi validi da colpire lungo la costa iraniana e, a causa della carenza di armi a lungo raggio, non sono comunque in grado di colpire con regolarità obiettivi più in profondità nel Paese.

Particolarmente rilevante nell’articolo di FP è il passaggio in cui si parla del tentativo di piegare l’Iran attraverso la “pressione”, strategia che Trump e i suoi consiglieri israeliani continuano a considerare praticabile:

A Washington circola il mito che la sola pressione possa piegare l’Iran. Per quasi cinquant’anni, gli Stati Uniti hanno utilizzato ogni forma di pressione militare, economica e politica disponibile per cercare di piegare l’Iran alla propria volontà. Non ha funzionato. La pressione ha talvolta influenzato le decisioni iraniane, ma solo quando abbinata ad altri strumenti, come incentivi, coalizioni, rispetto reciproco e pazienza. Se Trump continuerà a credere che l’Iran si arrenderà semplicemente al potere statunitense, fallirà.

Gli autori dell’Atlantic Council propongono una soluzione sorprendentemente intelligente e politicamente astuta per il conflitto. Riconoscono giustamente che l’unico modo per porvi fine sarebbe che entrambe le parti avessero spazio sufficiente per rivendicare la vittoria di fronte al proprio pubblico nazionale, il che ridurrebbe l’ego e la necessità politica di continuare a perseguire un irraggiungibile colpo di grazia.

La chiave per un accordo duraturo è che entrambe le parti possano legittimamente rivendicare la vittoria. Entrambe le parti possono raggiungere questo obiettivo puntando a piccoli risultati concreti. Per gli Stati Uniti, ciò significa invertire il controllo unilaterale attivo esercitato dall’Iran sul passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz e individuare un percorso praticabile verso un futuro accordo sul nucleare. Per l’Iran, significa un significativo risarcimento finanziario e il riconoscimento della sua nuova posizione nello stretto.

Forniscono numerose raccomandazioni specifiche e prescrittive su come raggiungere questo obiettivo, ma è probabile che cadranno tutte nel vuoto, dato che la politica estera di Trump ha sede a Tel Aviv, ed è per questo che, subito dopo la visita di Bibi, Trump ha iniziato a sollecitare un’estensione della campagna di nuovi attacchi.

Un’ammissione ancora più sorprendente è giunta tramite un nuovo articolo del Washington Post, in cui il capo del Comando europeo degli Stati Uniti ha dichiarato con urgenza che la mancanza di risorse lo avrebbe presto costretto a scegliere tra la difesa della “patria” e Israele:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/01/general-warns-pentagon-he-lacks-sufficient-forces-protect-israel/

Secondo quanto riferito, “problemi di manutenzione” avrebbero messo fuori servizio molte navi statunitensi logorate dalla campagna di dragaggio contro l’Iran:

La Marina statunitense dispone di cinque cacciatorpediniere che operano dal porto di Rota, in Spagna, e un sesto dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno, secondo quanto affermato da funzionari del Pentagono. Tuttavia, i problemi di manutenzione si sono accumulati a causa dell’intensità della guerra con l’Iran, complicando la situazione per Grynkewich, hanno aggiunto i funzionari. Il Washington Post ha omesso di fornire dettagli specifici sulla disponibilità delle navi su richiesta dei funzionari militari, che hanno citato motivi di sicurezza.

Come riportato dal Washington Post a maggio, le valutazioni del Pentagono condotte all’inizio della guerra hanno dimostrato che le forze statunitensi si sono fatte carico del peso maggiore della difesa di Israele dai missili balistici iraniani. Le valutazioni hanno rilevato che le armi americane, tra cui il sistema di difesa missilistica THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e i missili intercettori navali lanciati dal Mediterraneo orientale, sono state utilizzate con una frequenza di gran lunga superiore rispetto ai sistemi di difesa aerea israeliani.

Come già accennato, le forze statunitensi si sono “assunte il peso maggiore” della difesa di Israele perché alleati americani più saggi hanno scelto di evitare proprio quel tipo di palude caustica e interminabile di cui si lamenta il generale Grynkewich.

Praticamente tutti al mondo, a parte Trump, riconoscono la vicenda iraniana come tale: una crociata insensata e inutilmente egocentrica.

Il Washington Post osserva il crollo dell’opinione pubblica sulla guerra:

La guerra con l’Iran sta diventando sempre più impopolare tra l’opinione pubblica statunitense e i membri del Congresso, di entrambi gli schieramenti politici, sono sempre più frustrati dall’amministrazione, poiché i funzionari di alto livello faticano a elaborare un piano per porre fine al conflitto a condizioni ritenute favorevoli agli Stati Uniti. Cresce la preoccupazione, soprattutto tra molti repubblicani, che l’impatto della guerra sul prezzo della benzina, dei generi alimentari e di altri beni possa costare caro al partito nelle elezioni di medio termine di novembre.

Le fonti continuano a riferire che le Guardie Rivoluzionarie hanno ormai il pieno controllo e che gli uomini di Trump si rivolgono solo a “figure di rappresentanza” prive di reale autorità.

Zachary Cohen@ZcohenCNN I funzionari ora ritengono che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) abbia il pieno controllo del processo decisionale in Iran, relegando le figure politiche con cui gli Stati Uniti hanno dialogato a ruoli puramente simbolici. A complicare le cose ci sono le dinamiche interne dello stesso IRGC, dove una manciata di alti comandanti si contendono il potere. 13:22 · 31 luglio 2026 · 557.000 visualizzazioni100 risposte · 208 condivisioni · 775 Mi piace

Certo, qualsiasi notizia proveniente da testate giornalistiche mainstream dovrebbe essere accolta con scetticismo, ma è vero che Stati Uniti e Israele hanno cercato disperatamente un modo per raggiungere un’autorità con cui poter ragionare. Il problema? Con “ragionare” gli Stati Uniti intendono generalmente qualcuno che si pieghi alle richieste americane, come è successo in Venezuela; ma ormai abbiamo visto più volte che l’Iran non è il Venezuela.

https://www.thetimes.com/world/middle-east/article/mojtaba-khamenei-supreme-leader-mossad-cia-iran-xkjp36gzt

Alla vigilia di un’altra nefasta escalation che, nel profondo dei recessi sclerotici del suo cervello confuso, Trump deve intuire non porterà ad altro che a ulteriori disastri, si avverte il disperato bisogno di dare un senso a quello che è diventato un enigma imperscrutabile per il complesso militare-industriale statunitense. La ormai leggendaria dottrina del mosaico iraniano ha completamente disorientato un impero che si è arricchito a spese di stati facili da manipolare e di nazioni nane di yes-men.

L’articolo del Times citato sopra avverte che il nuovo leader supremo potrebbe presto essere costretto a uscire allo scoperto per placare la richiesta pubblica di sapere dove si trovi: un fatto ironico, in netto contrasto con la situazione della sua controparte americana, il cui pubblico a questo punto sarebbe probabilmente sollevato di vederlo meno.

Prima o poi, il popolo iraniano chiederà di vedere il suo nuovo leader supremo. Non si è presentato al funerale del padre questo mese. L’unica prova della sua esistenza sono alcune dichiarazioni ufficiali sulla guerra rilasciate a suo nome.

Al momento in cui scriviamo, circolano numerose voci riguardo al dispiegamento da parte dell’Iran di funzionari e membri delle Guardie Rivoluzionarie nell’Hormozgan e in altre province costiere, in preparazione di potenziali attacchi statunitensi.

Altre fonti sostengono che l’Iran stia spostando attrezzature pesanti verso ovest, apparentemente in preparazione di qualcosa di più grande:

Guerra OSINT@OSINTWarfare È stato avvistato l’esercito della Repubblica Islamica dell’Iran mentre spostava carri armati principali T-72M/M1 lungo la Strada 39 dell’autostrada Ahvaz-Abadan in direzione di Abadan, vicino ai confini con l’Iraq e il Kuwait. 11:44 · 1 agosto 2026 · 44.100 visualizzazioni20 risposte · 73 condivisioni · 624 Mi piace

Le ultime indiscrezioni sostengono che Trump voglia interrompere completamente la fornitura di elettricità a Teheran, punendo così il popolo iraniano che aveva tanto coraggiosamente affermato di voler difendere dal “regime” che ora non riesce nemmeno a localizzare.

Ma è proprio questa incomprensione del popolo iraniano che sta fatalmente conducendo Trump al suo momento Waterloo. L’articolo del Times ha offerto uno spaccato di come gli abitanti di Teheran già percepiscono questo goffo vecchio brontolone, anche senza che egli alimenti ulteriormente la loro ira:

https://www.thetimes.com/world/middle-east/article/mojtaba-khamenei-supreme-leader-mossad-cia-iran-xkjp36gzt

Interrompere il loro potere li farà sicuramente rivoltare contro il “regime” questa volta!

Alla vigilia di un’ulteriore insensata escalation, l’Impero statunitense rimane sempre asintoticamente a “solo un altro bombardamento” dalla vittoria totale.


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Conflitto Israele/Stati Uniti contro l’Iran o Il crepuscolo degli dei _ di Pierre Hillard

https://geopolitique-profonde.systeme.io/school/course/lettre-confidentielle/lecture/9669663

Pierre Hillard è un saggista francese, dottore in scienze politiche. Specialista del « globalismo », critica ciò che interpreta

come un processo tecnocratico di disgregazione delle nazioni e di unificazione del mondo, che passa attraverso la costituzione di « grandi blocchi continentali »

L’attacco a sorpresa israelo-americano contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, che ha causato la morte di numerosi leader politici e militari iraniani, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei e alcuni membri della sua famiglia, costituisce una svolta dalle conseguenze vaste e molteplici.

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Infatti, la fine della famosa «guerra dei Dodici giorni» del giugno 2025, secondo la denominazione proclamata da Donald Trump, non è stata che una tregua nelle relazioni più che tumultuose che oppongono Teheran all’Occidente. Sono molteplici le ragioni che si sommano per spiegare l’antagonismo violento e, possiamo affermare, esistenziale tra questi due mondi. Possiamo addirittura dire che stiamo giungendo a quella famosa svolta civile le cui conseguenze determineranno il futuro delle strutture politiche americane e israeliane e, indirettamente, del genere umano.

Eppure, a prima vista, tutto sembrava andare in una direzione più serena dalla fine della guerra del giugno 2025. Infatti, erano stati avviati negoziati tra Washington e Teheran riguardo al programma nucleare iraniano¹. In origine, il problema verteva sul rilancio di tale programma voluto da Teheran e che rappresentava un ostacolo per i paesi occidentali, Israele in testa, sin dall’inizio degli anni 2000. Erano state avviate discussioni molto intense tra diversi esperti, che avevano portato infine all’Accordo di Vienna, o JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), il 14 luglio 2015. Oltre a un programma di sviluppo nucleare a fini civili autorizzato a scapito di qualsiasi produzione militare, tale accordo consentiva la progressiva revoca delle sanzioni occidentali contro l’Iran. L’ascesa al potere di Donald Trump nel 2017 ha rappresentato una brusca frenata a questa evoluzione, con l’annuncio da parte del presidente americano, l’8 maggio 2018, del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo. Da quella data, tutto è andato a rotoli. L’assassinio del generale iraniano Soleimani il 3 gennaio 2020 a Baghdad per ordine di Trump non è stato che un ulteriore elemento ad alimentare un focolaio di crisi già ardente. Tuttavia, non va dimenticato il comportamento politico-militare di Israele, poiché lo Stato sionista rappresenta la punta di diamante delle tensioni estreme che lacerano il Medio Oriente. Il fenomeno è tanto più accentuato in quanto si fonda su un ideale messianico il cui fine deve sfociare nell’intronizzazione di un Grande Israele, evento a sua volta coronato dalla costruzione di un terzo Tempio a Gerusalemme e dall’arrivo di un Messia liberatore che assicuri la gloria e il primato di Israele sulle nazioni goyim. Di conseguenza, è utile ricordare in primo luogo l’importanza fondamentale attribuita alla storia biblica di questo Tempio che deve essere ricostruito e che incarna, secondo i sostenitori di questo ambiente, l’instaurazione di un nuovo giardino dell’Eden mondiale sotto l’egida di un Israele trionfante. Questo richiamo consentirà, in un secondo e terzo momento, di cogliere meglio la posta in gioco del conflitto che oppone l’Iran a Israele, quest’ultimo sostenuto dal braccio armato americano.

Israele, «la Terra Santa dell’umanità» secondo Theodor Herzl

È con questa espressione che Theodor Herzl designa la terra di Israele nel suo romanzo Altneuland, pubblicato nel 1902.

Nel presentare il suo eroe, Friedrich Löwenberg o Frédéric «Mont du lion», in riferimento al monte Moriah su cui è eretto il Tempio e al leone, emblema della tribù di Giuda all’interno della quale deve nascere il Messia, l’autore che ha dato origine al primo congresso sionista nel 1897 espone in quest’opera un intero passaggio che celebra il terzo Tempio ricostruito secondo i canoni architettonici dell’Israele biblico. Questa proclamazione è l’espressione del fondamento spirituale che anima la sostanza stessa del sionismo, che presenta una facciata fittizia di laicità.

Questa caratteristica era stata già manifestata con il conio di una medaglia commemorativa in occasione del secondo congresso sionista nel 1898. Herzl non aveva esitato a raffigurare sul rovescio di questa medaglia un estratto del capitolo 37 del profeta Ezechiele² che esortava gli ebrei dispersi nel mondo a tornare in Terra Santa.

In realtà, questa profezia ripresa dal sionismo si ritrova nei testi rabbinici.

Come abbiamo spiegato nel nostro libro, riferendoci agli scritti di autori le cui pubblicazioni provengono direttamente dalla libreria dell’Istituto del Tempio di Gerusalemme, la terra stessa del monte Moriah è il centro nevralgico spirituale e politico dell’umanità, di cui il mondo ebraico è il perno. Infatti, secondo gli scritti rabbinici, la terra che permise a Dio di creare il primo uomo, Adamo, proveniva da quel monte. Adamo è in un certo senso l’uomo ebreo per eccellenza che eresse il primo altare sacrificale in onore di Dio.

In seguito, sempre in riferimento a questi testi, quell’uomo e i suoi discendenti, come Caino e Abele, Noè e i suoi figli, Abramo3 e Giacobbe, hanno tutti offerto sacrifici in quello stesso luogo. Dopo il periodo preparatorio con Mosè e il patto d’alleanza stipulato sul Sinai, l’ingresso in Terra Santa da parte di Giosuè permise il controllo di quel territorio da parte degli Ebrei.

Dopo un periodo turbolento, sotto il regno di Saul, il consolidamento della dinastia davidica, discendente dalla tribù di Giuda, permise l’avvio della costruzione del primo Tempio sul monte Moriah. Questo prese forma solo sotto il regno di Salomone. In seguito, si verificò una vera e propria scissione all’interno delle dodici tribù d’Israele (verso il 930 a.C.), che portò dieci di esse, sotto l’egida di Geroboamo, ad allontanarsi dal culto mosaico a Gerusalemme a favore di una spiritualità deviante.

Solo le tribù di Giuda e di Beniamino, che formavano il regno di Giuda, rimasero fedeli all’antico culto, pur attraversando periodi di allentamento. Questa situazione durò quasi due secoli fino a quando le armate di Salmanazar V deportarono queste dieci tribù nel 722 a.C. e ne dispersero le popolazioni in tutto l’impero assiro.

Solo le due tribù di Giuda e di Beniamino rimasero salde nel continuare a trasmettere le promesse divine che rendevano possibile l’arrivo del Messia. Tuttavia, come già indicato, la storia del popolo ebraico è costellata di alti e bassi. Sotto alcuni regni, questo popolo osservava le leggi mosaiche per poi cadere in pratiche di adorazione di Baal. Ricordiamo che questi sacrifici umani non sono propri degli ebrei. Tali pratiche sono esistite presso tutti i popoli e in tutti i continenti. L’ascesa di potenze ostili in tutta questa zona geografica travolse a sua volta il regno di Giuda con la conquista e la distruzione del Primo Tempio nel 586 a.d.C. sotto la guida di Nabucodonosor.

La deportazionemdell’intera popolazione in Mesopotamia rese possibile l’insediamento di un popolo sulle rive dei due fiumi, che godeva di autonomia comunitaria e di una libertà religiosa che gli fece (quasi) dimenticare la dolcezza del latte e del miele lungo il Giordano.

Bisognerà attendere l’arrivo del re persiano Ciro, nel 539 a.C., con la conquista di Babilonia, per rendere possibile il ritorno degli Ebrei nella Terra Promessa. In realtà, solo una minoranza intraprese il viaggio di ritorno. Indirettamente, una tale sedentarizzazione in Mesopotamia a scapito delle promesse della terra biblica rivelava un indebolimento della fede mosaica di queste popolazioni ebraiche. La maggior parte rimase insediata nei luoghi della loro deportazione, prova che le condizioni materiali e politiche dell’epoca non erano loro sfavorevoli a parte un momento sfortunato rappresentato dalla figura di Haman.

Visir dell’Impero persiano sotto il regno di Assuero, egli desiderava l’annientamento della comunità ebraica, ma la sua azione fu vittoriosamente repressa dagli ebrei di Babilonia grazie alla mediazione di Ester, legata ai vertici del potere imperiale.

Questa vittoria ebraica è celebrata dalla festa di Purim e continua a tormentare la psiche delle élite messianiche ebraiche, Netanyahu compreso. Il nome dato all’operazione militare israeliana iniziata il 28 febbraio 2026 alla vigilia di Purim, «Leone ruggente»⁴, è a questo proposito significativo. Successivamente, l’intero periodo relativo al ritorno di una parte del popolo ebraico in Terra Santa con la costruzione del Secondo Tempio è una serie di alti e bassi in materia di spiritualità, accompagnata da diverse occupazioni straniere (macedone, egiziana…poi romana). Tuttavia, i rapporti conflittuali con l’occupante romano portarono a una rivolta di grande portata che sfociò nella conquista di Gerusalemme da parte di Roma e nella distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C.

La dispersione degli ebrei in tutto il bacino del Mediterraneo fu la conseguenza di questo evento di grande portata.

\Un messianismo vendicativo al servizio di un terzo Tempio ricostruito

Ciò che colpisce, a partire dalla dispersione degli ebrei, è l’accumularsi di personaggi che si presentano come il « messia » incarnato, pronti a restituire la gloria all’antico Israele. Potremmo elencarne decine. Tuttavia, secondo alcuni studiosi ebrei, sono stati enunciati alcuni criteri per individuare con certezza il vero « messia ». Tra questi, citiamo un intellettuale di grande levatura come Maimonide (1138-1204), il quale definì il profilo del vero « messia » dopo un periodo di caos totale e planetario. La sua definizione è importante, poiché è stata ripresa dalla comunità Lubavitch e ispira direttamente il governo Netanyahu sin dalla sua formazione nel novembre 2022, includendo, oltre ai partiti religiosi di Ben-Gvir e Smotrich, gli interessi dei rappresentanti di questo ambiente tramite la clausola 1655. Come riferisce lo specialista e storico Amos Funkenstein in merito al pensiero messianico di Maimonide: «(…) Egli sottolinea il carattere veramente monoteista della fede islamica (…). Poiché l’Islam, secondo lui, testimoniava una fede nell’Unico Dio ancora più autentica del cristianesimo. (…) I tempi messianici, promette il filosofo, vedranno la vittoria militare del Messia, fin dall’inizio di quell’era, e l’imposizione della vera fede alle nazioni del mondo e a tutti i nemici di Israele. Dopo queste guerre, note nella tradizione ebraica con il nome di guerra di Gog e Magog, il regno del Messia sarà consolidato per lungo tempo. Nel suo commento alla Mishnah, Maimonide afferma che la legislazione sotto la quale vivranno allora gli uomini sarà del tutto ideale. Ora, una legislazione ideale non può che perpetuarsi a lungo, come già pensavano i filosofi greci. La ragione del successo duraturo del regno della fine dei tempi, del regno messianico, non deriverà da alcun intervento trascendente, esterno o soprannaturale; si fonderà sul semplice fatto che le buone leggi durano nel tempo e preservano la pace e la stabilità di un regno per lunghi anni. E il regno del Messia sarà proprio così: porterà finalmente una pace quasi eterna, sicura e prospera. Maimonide non si limita a considerare i tempi messianici come l’apogeo della storia, ma vi vede soprattutto il momento culminante di quel processo di diffusione e di approfondimento del monoteismo. Egli ritiene che si tratterà di un’epoca storica in tutto e per tutto simile alle altre, un’epoca che non sarà segnata da mutamenti nell’ordine naturale delle cose. (…) Per lui, i tempi messianici sono proprio un’epoca storica e naturale, un’epoca di pace stabile, non dipendente da un intervento del cielo, una sorta di «pax judaica», di pace ebraica. Ciò non implica che egli creda in qualche modo in una futura subordinazione delle nazioni del mondo al popolo di Israele o a una conversione del mondo intero al giudaismo ; ritiene semplicemente che allora tutte le nazioni serviranno il Santo, sia benedetto, a modo loro, cioè osservando scrupolosamente le sette leggi noachiche a cui sono soggette.

Riconosceranno inoltre l’egemonia morale del popolo d’Israele e, quando entreranno in conflitto, per risolvere giustamente la controversia, si rivolgeranno a Sion per ottenere un giudizio. (…) Per Maimonide, come abbiamo detto, il criterio imprescindibile per riconoscere la messianicità di qualcuno, l’ unica garanzia che si sia finalmente giunti all’era messianica, si fonda sulla certezza che il Messia sarà Colui che «avrà successo nelle sue imprese, ricostruirà il Tempio e radunerà i dispersi d’Israele». »6

È questo modello di messianismo che è perdurato fino ai giorni nostri, rafforzato dalle rivoluzioni americana del 1776 e francese del 1789. Entrambe di ispirazione giudaico-massonica7, sono state in un certo senso dei catalizzatori di un modello metafisico che promuoveva un ideale messianico legato alla costruzione di un terzo Tempio.

Lo storico dell’ebraismo Joseph Salvador (1796-1873) aveva colto perfettamente questa svolta, come tanti altri (Moses Hess, il rabbino Kalischer, …) e non esitò ad affermare nella sua opera Parigi, Roma, Gerusalemme o la questione religiosa nel XIX secolo, che il 1789 « era animato da visioni universali » i cui punti di riferimento avrebbero aperto la strada agli «architetti del futuro per fungere da base alla costruzione monumentale di un nuovo Tempio ». 8 

In seguito, l’intero XIX secolo fu caratterizzato da un accumularsi di iniziative a favore di un Israele politicamente ricostituito, senza dimenticare la ricostruzione del suo Tempio, provenienti sempre da persone immerse in questo stato d’animo liberale/giudeo-massonico.

Possiamo citare nomi come quello del ricchissimo ebreo inglese Moses Montefiore, il cui cognato si chiamava Nathan Mayer Rothschild; Joseph Frey, fondatore di un’associazione filantropica, la London Jews’ Society, che permise l’invio del primo vescovo anglicano a Gerusalemme, intriso di messianismo, un ebreo convertito di nome Michael Solomon Alexander, in collaborazione con il governo britannico, o ancora il ruolo di fondamentale importanza di Lord Shaftesbury, che si adoperò a favore della rinascita dell’Israele biblico, la cui azione fu così rilevante che lo storico Shlomo Sand lo definì «l’Herzl anglicano⁹».

Sono stati proprio questi molteplici legami, che univano ardore messianico e potere finanziario essenzialmente anglosassone, a rendere possibile l’emergere del sionismo, di cui Herzl non fu in un certo senso che il fiore, proprio come l’aconito. Come abbiamo raccontato all’inizio di questo articolo, quest’uomo, pur provenendo dalla Haskala («Illuminismo ebraico»), promuoveva con ardore la ricostruzione del Tempio nel suo libro Altneuland. Questa proclamazione herzliana è semplicemente l’ideale che anima numerosi leader politici e religiosi israeliani nel 2026, convinti del principio del ripristino dell’antico edificio. Questo estratto da *Altneuland* lo dimostra ampiamente: « È il Tempio. Fu un venerdì sera che, per la prima volta, Frédéric Löwenberg entrò nel Tempio di Gerusalemme. (…) Al di fuori del grande Tempio, sia nella città vecchia che in quella nuova, c’erano molti altri templi consacrati al Dio invisibile, il cui spirito, nel corso dei secoli, era stato diffuso da Israele in tutto il mondo. (…) [Passeggiando per Gerusalemme] Vi si trovavano case per i pellegrini di tutte le confessioni: cristiani, musulmani ed ebrei avevano lì i propri insediamenti, i propri ospizi e i propri ospedali che si affacciavano l’uno accanto all’altro e si mescolavano. Ma il solenne e imponente Palazzo della Pace occupava un intero vasto quartiere: era lì che si tenevano i congressi internazionali degli amici della pace e degli studiosi di ogni genere. La città vecchia era diventata soprattutto una città internazionale: sembrava quasi la patria di tutti i popoli. (…) [Rievocando l’arrivo del gruppo davanti al Tempio] E ora erano giunti davanti al Tempio di Gerusalemme. Era stato ricostruito, poiché i tempi erano compiti. Era, come un tempo, costruito con pietre calcaree estratte dalle cave vicine e che, a contatto con l’aria, avevano acquisito una solidità a prova di tutto. Di nuovo si ergevano due colonne di bronzo davanti al Santo dei Santi d’Israele. Quella di sinistra si chiamava Boaz, quella di destra Jakin. Nel peristilio si trovava un maestoso altare di bronzo e anche il vasto serbatoio d’acqua che si chiamava «il mare di bronzo», come un tempo quando Salomone era re. (…). »10

L’accelerazione del fenomeno avvenne con la Prima Guerra mondiale e la Dichiarazione Balfour, testo il cui vero autore era Alfred Milner, figlio spirituale di Cecil Rhodes, intimamente legato ai Rothschild11, che riconosceva l’esistenza di un focolare ebraico da parte del governo britannico. L’arrivo in Palestina dell’Alto Commissario britannico Herbert Samuel, ebreo ortodosso, dal 1920 al 1925, fu decisivo poiché, pur manifestando un ideale di ricostruzione del Tempio «simbolo dell’unità ebraica, naturalmente, in una forma modernizzata», come riferì il futuro presidente dello Stato di Israele Chaim Weizmann12, per il rappresentante dell’Impero britannico si trattava di dare impulso a un movimento che rendesse possibile la concretizzazione statale di uno Stato senza trascurare l’aspetto del sionismo religioso. La nomina da parte di questo Alto Commissario del rabbino Isaac Kook alla guida del rabbinato ashkenazita di Gerusalemme nel 1921 fu un elemento cruciale, che rafforzò l’ideale messianico i cui effetti si fecero realmente sentire durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, con l’occupazione di Gerusalemme Est e il controllo della Spianata delle Moschee. Aggiungiamo che il rabbino Isaac Kook era stato istruito e ordinato dal rabbino Yehiel Mihel Epstein (1829-1908), la cui intera formazione era avvenuta sotto la guida del terzo rabbino Lubavitch Menahem Mendel Schneerson (1789-1866)13. Il sionismo religioso, inizialmente latente e poi sempre più presente nella società politico-religiosa israeliana a partire dal 1967, di cui Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich sono gli eredi, ha origine proprio da lì. « «Con il ferro e con il sangue», il Terzo Tempio deve vedere la luce… in teoria. Nel corso della storia, politici di grande levatura hanno lasciato il segno nella loro epoca e anche ben oltre. È il caso del cancelliere Bismarck, che non esitò ad affermare in un discorso tenuto il 30 settembre 1862 che: « Non saranno i discorsi e i voti a maggioranza a decidere le grandi questioni del nostro tempo (…), ma il ferro e il sangue.»14 È quindi in linea con queste affermazioni che si può sostenere che la creazione dello Stato di Israele abbia potuto avvenire solo a seguito di eventi violenti. La Prima guerra mondiale, accompagnata dalla dichiarazione Balfour-Milner, la creazione dell’Agenzia Ebraica nel 1929 – una sorta di governo israeliano ante litteram che impose il proprio giogo sulle popolazioni arabe musulmane e cristiane della Palestina –, i massacri di numerosi ebrei durante la Seconda guerra mondiale, preceduti dall’accordo di Haavara del 1933 tra le autorità sioniste tedesche, e il nazionalsocialismo, che consentì l’invio di ebrei di lingua tedesca formati nelle tecniche agricole, hanno costituito i diversi strati che resero possibile la creazione, nel 1948, di uno Stato che affermasse una costituzione laica di tutto rispetto.

Poiché il diavolo si nasconde nei dettagli, secondo la formula consacrata, è utile ricordare che questo testo fondatore fa riferimento a Tsur Israel, sinonimo di Dio nella Torah15.

Senza confini realmente definiti, il giovane Stato non ha fatto altro che crescere in potenza, con grande disappunto dei paesi arabi confinanti che hanno condotto una guerra dopo l’altra contro Tsahal… senza successo.

Come già indicato, la Guerra dei Sei Giorni ha rappresentato una svolta che ha dato slancio al messianismo ebraico e al suo corollario, la costruzione di un Terzo Tempio.

La febbre messianica era tale nel corso del 1967 che all’architetto Moshe Safdie fu chiesto di elaborare i progetti per la costruzione del Terzo Tempio.

Come lui stesso riferisce:

« Dopo la Guerra dei Sei Giorni, mi è stato chiesto di fornire i progetti per la costruzione del Terzo Tempio. Il rabbino Shlomo Goren [il gran rabbino militare che si unì ai soldati israeliani che conquistarono Gerusalemme Est nel 1967] mi chiese di preparare una proposta in tal senso sul Monte del Tempio. Gli ho detto che il sito era occupato [dalla moschea di Al-Aqsa]. Mi ha risposto di non preoccuparmene.»16

Le autorità ai vertici si sono sicuramente affrettate a intervenire per evitare un’esplosione di proteste provenienti dai paesi arabi di fronte a un’impresa del genere. Ricordiamo che questo architetto ha lavorato a lungo per il filolubavitch Sheldon Adelson, in particolare per la realizzazione del suo complesso alberghiero a Singapore. Nonostante questo fallimento nella ricostruzione, l’ideale messianico non ha fatto altro che crescere grazie all’ascesa della rappresentanza Lubavitch negli Stati Uniti e in Israele, la cui sede centrale si trova al 770 di Eastern Parkway a New York. Come abbiamo riportato nel nostro libro «Comprendere l’Impero Lubavitch», il leader supremo di questa comunità, il rabbino Schneerson (1900-1994), operava in stretto e diretto collegamento, da un lato, con la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato, da un lato, e, dall’altro, il Mossad e l’apparato politico israeliano17, pur beneficiando di un sostegno finanziario colossale (Goldman Sachs, Oracle, Meta, Bayer, ExxonMobil, Microsoft, UPS, Coca Cola, Bank of America, …)18. Per quanto riguarda il rebbe, si può evidenziare una stretta collaborazione con il primo ministro Menahem Begin già dal 1977. Questo slancio è proseguito con un sostegno decisivo da parte della leadership Lubavitch di New York, che ha finanziato il partito ultraortodosso Agudat Israel, consentendogli di ottenere diversi seggi alla Knesset nelle elezioni del 1988. Grazie a quest’ultimo, il partito Likud di Shamir poté formare una coalizione e imporre le proprie posizioni19.

Tuttavia, la svolta fondamentale che ha determinato l’ascesa del messianismo in Israele, di cui l’Iran pagherà le conseguenze nel 2026, può essere inquadrata nei stretti legami che uniscono Netanyahu alla leadership Lubavitch, il cui leader supremo, il rabbino Schneerson, si è compiaciuto di ricordargli nel 1990 la necessità di accelerare l’avvento del Messia20.

La carriera politica di Netanyahu va di pari passo con gli interessi della leadership Lubavitch, che non ha esitato a finanziare la sua campagna elettorale del 1996 tramite il suo direttore di campagna, il rabbino Lubavitch australiano Joseph Gutnick21. Da allora fino al 2026, il fenomeno messianico, già denunciato dal giornalista Charles Enderlin in *Au nom du Temple – Israël et l’irrésistible ascension du messianisme juif* (1967-2013), non ha fatto che crescere.

Dalla fondazione dello Stato di Israele, assistiamo all’ascesa di elementi destabilizzanti in numerosi paesi arabi.

L’esistenza di numerosi documenti, come il « Piano OdedYinon » del 1982, l’articolo « Confini di sangue » della rivista militare americana AFJ del 2006, scritto da Ralph Peters, che invocava una ridefinizione dei confini dei paesi del Medio Oriente in base a criteri religiosi ed etnici, o ancora gli articoli apparsi sul New York Times di Robin Wright, legata alle istanze dirigenti americane (Think Tank), che nel 2013 invitava a trasformare questi paesi arabi da 5 a 14 entità statali con strutture territoriali brutalmente smembrate, dimostrano una volontà accanita di indebolire e destrutturare questi Stati al fine di renderli compatibili con l’esistenza di un grande Israele. In questa vicenda, l’Iran, fedele a una forma di messianismo concorrente attraverso il suo imam nascosto (il Mahdi), rimane l’ultimo grande ostacolo a impedire il completamento di questo progetto messianico ebraico. La guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e quella ripresa il 28 febbraio 2026 da Israele e dagli Stati Uniti si inseriscono quindi in un momento storico che mette in gioco il futuro dell’umanità.

\\Conclusione

Nel momento in cui scriviamo queste righe (22 marzo 2026), nulla sembra poter fermare il vortice che trascina i paesi del Golfo e, prima o poi, gli Stati Uniti, l’Europa, l’umanità intera, compreso Israele, verso un cataclisma che destabilizza profondamente il mondo e che potrebbe benissimo essere le «convulsioni messianiche» predicate dai sostenitori apocalittici sabbatiano-frankisti, di cui i Lubavitch sono gli eredi22, e che preludono all’arrivo del Mashiach, secondo loro. Questa guerra è stata incoraggiata dagli eredi di questo pensiero, i quali dimenticano che l’Iran possiede troppe risorse per essere sconfitto militarmente, a meno che non venga raso al suolo. L’uso del nucleare non è da escludere a causa di questo «ideale» di promozione del caos. A ciò va aggiunto che la Russia e la Cina (i BRICS), sostenitori di una multipolarità, non possono restare con le mani in mano a causa delle enormi poste in gioco energetiche e strategiche. Gli Stati Uniti, indeboliti al loro interno da molteplici divisioni (rischi di guerra civile), si stanno giocando la posta in gioco in questa vicenda iraniana che potrebbe avere ripercussioni politiche ed economiche interne disastrose per il Paese. Durante un’audizione al Senato nel febbraio 2026, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ammesso che l’amministrazione Trump non aveva esitato a soffocare i circuiti finanziari di Teheran al fine di destabilizzare il rial iraniano, provocando un’inflazione alimentare del 70% e, di conseguenza, le manifestazioni del dicembre 2025 e gennaio 202623. I colloqui avviati in quel periodo tra Washington e Teheran non erano che una cortina fumogena per addormentare la vigilanza delle autorità iraniane. Nonostante i reali progressi riguardo al programma nucleare iraniano, per Israele e gli Stati Uniti non era pensabile risolvere pacificamente il problema, come hanno riconosciuto il ministro degli Affari esteri dell’Oman Badr al-Busaidi24, ma anche, allo stesso modo, da Jonathan Powell, consigliere per la sicurezza britannico, che non esitò ad affermare che un accordo era a portata di mano25.

Come abbiamo già precisato, queste affermazioni sono state rafforzate dalla direttrice dell’intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard, la quale, durante un’audizione al Senato nel marzo 2026, ha riconosciuto che l’Iran, dall’operazione statunitense Midnight Hammer del giugno 2025, non aveva tentato di ricostruire le proprie capacità nucleari, in contraddizione con le dichiarazioni rese dal presidente Trump26. Il rivoluzionario Saint-Just era solito dire che un leader politico non governa in modo innocente. Non è da escludere che il caso Epstein abbia influito sul comportamento di Trump nei confronti dell’Iran, il quale, in modo incostante, ha sostenuto, poi bloccato, poi nuovamente sostenuto la pubblicazione di documenti che minavano l’onorabilità di una classe politica occidentale e aprendo la porta verso un altro mondo, consentendo così l’emergere falsamente consolatorio di una tecnocrazia digitalizzata che sostituisce il vecchio quadro, principio difeso con fervore da Curtis Yarvin e Nick Land nell’ambito delle « Luci oscure ». Anche se il comportamento di Trump è stato condizionato da relazioni pericolose che lo sottoponevano a una forma più o meno grossolana di ricatto, occorre tuttavia ricordare che la natura politico-spirituale che definisce lo Stato americano è di essenza giudaico-massonica. Ogni presidente degli Stati Uniti è l’emanazione naturale di questa metafisica, il cui «codice genetico» è stato definito in una lettera del 18 agosto 1790 inviata dal primo presidente e massone George Washington alla sinagoga del Rhode Island²⁷. Questo erede dell’Illuminismo non ha esitato a ricordare che l’essenza stessa della giovane Repubblica americana era quella di favorire il ritorno della gloria di Israele e la costruzione di un Tempio che assicurasse il primato di quell’ambiente sull’universo, riferendosi espressamente alle parole del profeta Michea che andavano in tal senso ed esaltavano la discendenza di Abramo seduta « sotto la sua vigna e sotto il suo fico »28. È questo tratto distintivo che condiziona le diverse amministrazioni americane, in modo più o meno efficace (democratiche/repubblicane), a favore di un messianismo a vantaggio di Israele. Accademici come John Mearsheimer e Stephen Walt29, l’ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo, Joe Kent, dimessosi dall’amministrazione Trump e che in una lettera ha giustamente denunciato il ruolo di Israele e la pressione delle sue lobby negli Stati Uniti³⁰, o ancora Tucker Carlson, che non esita ad affermare che la guerra contro l’Iran ha come obiettivo finale la costruzione del Terzo Tempio sotto la pressione dei Lubavitch³¹, sono tutti elementi che dimostrano una presa di coscienza da parte di alcune élite. Tuttavia, esse dimenticano che la genesi stessa del sistema politico americano è consustanziale al suo impronta giudaico-massonica, che lo vincola a un «software» che lo obbliga ad agire in un modo ben definito. Ritroviamo lo stesso profilo di degrado nei principi del 1789 che recidono la Francia dalle sue radici ateniesi e romane, favorendo, tra l’altro, l’immigrazione extraeuropea, degna erede della mistica della laicità. Se il popolo americano vuole separarsi da Israele, deve distruggere completamente la Costituzione degli Stati Uniti, generatrice di questo slancio messianico che lo assoggetta a un modello che antepone la gloria giudaica a scapito dei proseliti della porta anglosassoni e simili. Ogni patriota ricordi che la massima fondamentale del messianismo ebraico si basa su un principio che relega i goyim di tutto il mondo nell’ambito di un noachismo trionfante: «Il mondo è stato creato da Sion».³² È solo con questa presa di coscienza degli obiettivi promossi dai seguaci di questo pensiero che una controrivoluzione veramente liberatrice permetterà al genere umano di sfuggire all’Armageddon; ma il tempo stringe.

Bibliografia

1 Secondo i servizi segreti statunitensi sotto la direzione di Tulsi Gabbard, l’Iran non ha

tentato di riprendere le attività di arricchimento nucleare dopo

gli attacchi israelo-statunitensi del giugno 2025 in « L’Iran non aveva ripreso l’arricchimento nucleare dopo giugno, secondo i servizi segreti statunitensi », Le Devoir.

2 Pierre Hillard, Storia politica e mistica dei Templi di Gerusalemme dal re Davide a

Benyamin Netanyahu, ottobre 2025, allegato X, disponibile esclusivamente su BookEdition.

3 Per mettere alla prova la sua fedeltà e a causa del clima psicologico particolarmente difficile dell’epoca,

Dio ordinò ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco, gesto che fu interrotto all’ultimo

momento poiché disapprovato dal Divino. L’evento ebbe luogo sul monte Moriah secondo

i testi biblici. D’altra parte, gli scritti rabbinici insistono nel far risalire una

presenza e una continuità genealogica completa su quel monte, da Adamo a Giacobbe, per

sottolineare l’importanza del luogo per le autorità religiose ebraiche.

4

 « Il primo ministro Netanyahu: l’Iran è al suo punto più debole grazie alla cooperazione tra Stati Uniti e Israele, un

cambio di regime è possibile », The Jerusalem Post, 19 marzo 2026.

5 Lir Spiriton, Shomrim, « Dietro i sorrisi e le bancarelle di ciambelle, la

crescente alleanza di Chabad con Ben-Gvir » (Dietro i sorrisi e le bancarelle di ciambelle,

la crescente alleanza di Chabad con Ben-Gvir), Haaretz, 5 giugno 2025.

6 Amos Funkenstein, Maimonide, natura, storia e messianismo, Éditions du Cerf,

1988, pp. 92-96.

7 Ricordiamo che il finanziamento della rivoluzione americana avvenne con il sostegno decisivo

di un ebreo massone polacco, Haym Salomon (1740-1785), i cui meriti sono stati

onorati con il titolo di « Eroe finanziario » attraverso l’emissione di un francobollo da parte delle poste

americane nel 1975 in:

– Walter J. Klein, 33°, « Lost Hero: The Mason Who Backed the Revolution » (Eroe

dimenticato: il massone che sostenne la Rivoluzione), Scottish Rite Journal ;

– « Francobollo con l’effigie di Haym Salomon », Smithsonian National Postal Museum, 25

marzo 1975.

8 Salvador, Joseph (1796-1873), Parigi, Roma, Gerusalemme o La questione religiosa

nel XIX secolo, p. 497, Volume 1, Parigi, Michel Lévy frères, 1860.

9 Storia politica e mistica dei Templi di Gerusalemme dal re Davide a Benyamin

Netanyahu, op. cit., p. 214.

10 Ibid., p. 234.

11 Carroll Quigley, Storia segreta dell’oligarchia anglo-americana, Éditions Culture

et Racines, prefazione di Pierre Hillard, p. 263.

12 The Letters and Papers of Chaim Weizmann: agosto 1898-luglio 1931, p. 124.

13 Storia politica e mistica dei Templi di Gerusalemme dal re Davide a Benjamin

Netanyahu, op. cit., p. 260.

14

« Bismarcks Rede vor der Budget-Kommission » (Discorso di Bismarck davanti

alla commissione per il bilancio), bismarck-biografie.de, 30 settembre 1862.

15

 « This Week in Jewish History – Lo Stato di Israele è stato dichiarato Stato indipendente

e sovrano » (Questa settimana nella storia ebraica – Lo Stato di Israele viene dichiarato Stato

sovrano indipendente), Congresso Ebraico Mondiale, 11 maggio 2021.

16 Naama Riba, « Moshe Safdie ha quasi progettato una città per i palestinesi in Egitto –

e il Terzo Tempio » (Moshe Safdie stava per progettare una città per i palestinesi

in Egitto – e il Terzo Tempio), Haaretz, 2 febbraio 2025.

17 Pierre Hillard, Comprendre l’Empire loubavitch, BookEdition, 2024, pp. 154-156.

18 Ibid., p. 291, Allegato 26.

19 Ibid., pp. 168-173.

20 Bibi Netanyahu incontra il Rabbino | 1990, YouTube, JEM – The Lubavitcher Rebbe.

21 Storia politica e mistica…, op. cit., p. 285.

22 Si può addirittura affermare che l’intransigenza di Netanyahu e dei suoi sostenitori

politico-religiosi costringa l’Iran a rilanciare, rendendo indirettamente un servizio ai sostenitori

del caos apocalittico assoluto proprio di quegli ambienti ebraici favorevoli all’applicazione dei

capitoli 38 e 39 di Ezechiele con Gog e Magog, che porterebbero alla vittoria definitiva

di Israele (secondo loro) con la costruzione del Tempio alla fine dei tempi annunciata da

questo stesso profeta nei capitoli dal 40 al 48.

23 Charly Hessoun, « L’arma monetaria: gli Stati Uniti ammettono di aver orchestrato la

carenza di dollari in Iran », La Nouvelle Tribune, febbraio 2026.

24

 « Il capo della diplomazia dell’Oman accusa Washington di essersi lasciata

trascinare nella guerra », i24NEWS, 19 marzo 2026.

25 Patrick Wintour e Julian Borger « Il consigliere britannico per la sicurezza ha partecipato ai colloqui tra Stati Uniti e Iran

e ha ritenuto che un accordo fosse “a portata di mano” » (Il consigliere britannico per la sicurezza ha partecipato

ai colloqui tra Stati Uniti e Iran e ha ritenuto che un accordo fosse « a portata di mano »),

The Guardian, 17 marzo 2026.

26 Richard Hall e Rebecca Schneid « Tulsi Gabbard, Iran, nucleare, Trump », Time,

18 marzo 2026.

27

 « Da George Washington a David Humphreys, 25 luglio 1785 » (Da George

Washington a David Humphreys, 25 luglio 1785), Founders Online, National Archives.

28 Michea, 4, 1-4 (Bibbia Crampon), il cui titolo completo è: « Promesse, speranze

messianiche. Contrasto tra l’umiliazione presente e la grandezza futura di Gerusalemme.

Gerusalemme, futuro centro delle nazioni: la loro conversione. » Queste parole sono interpretate in

modo letterale dagli ambienti rabbinici a favore di un Israele che domini le nazioni.

Al contrario, l’interpretazione allegorica, troppo spesso trascurata nella dissidenza, deve essere

intesa come l’annuncio dell’Israele spirituale, ovvero la Chiesa vittoriosa alla fine

dei tempi sul principe di questo mondo.

29 John Mearsheimer e Stephen Walt, La lobby filoisraeliana e la politica estera

americana, La Découverte, 2009.

30 Dichiarazione X di Joe Kent, direttore dimissionario del Centro nazionale per la lotta contro

il terrorismo, 17 marzo 2026.

31 Tucker Carlson, «Monologo: La guerra in Iran è una guerra di religione?»,

TuckerCarlson.com, 5 marzo 2026.

32 Il Talmud, «Yoma, Capitolo 5, 54b», Chabad.org.

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