Italia e il mondo

NRx : il Cesarismo e il Codice_di Laurent Ozon

 NRx : il César e il Codice

  Un saggio che merita di essere letto con attenzione. Offre uno spaccato interessante della visione di una parte importante dell’arcipelago che gravita attorno a Maga. Sottolineo che “gravita” e cerca di imporsi, ma non è costitutivo di quel movimento. Tanto è importante per il ruolo e il peso politico-economico-tecnologico che detengono, nella loro dinamicità, i fautori, quanto sono limitati nell’offrire una prospettiva credibile ed esauriente agli Stati Uniti rispetto alla caratteristica dirompente del loro messaggio. Offrono un carico energetico ad una prospettiva tendenzialmente anomica e produttrice di quegli esiti che essi stessi esorcizzano. Giuseppe Germinario

Laurent Ozon è stratega, analista tecnico e scientifico indipendente (Strargum), conferenziere e saggista. Padre di quattro figli, ha finanziato, fondato e diretto PMI innovative per vent’anni. È inoltre autore di *I neoconservatori: un’élite imperiale*, pubblicato dalla casa editrice Géopolitique Profonde.

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  Il movimento neoreazionario (NRx), noto anche con il nome di Dark Enlightenment (« Illuminismo oscuro »), è una nebulosa ideologica antidemocratica e anti-egualitaria nata nella blogosfera anglofona alla fine degli anni 2000. Propone una critica radicale della democrazia liberale e degli ideali dell’Illuminismo, e suscita interesse perché, come il marxismo a suo tempo, ma con un potenziale infinitamente minore, offre una chiave di lettura della rivoluzione tecnobiotica e antropologica in corso e della riconfigurazione dei poteri che la accompagna. L’interesse che la neoreazione suscita si basa soprattutto sulla credibilità per associazione che ha suscitato presso persone ricche e famose: politici o miliardari del settore tecnologico. La sua presunta influenza è dovuta meno alla sua efficacia metapolitica che all’utilità che le sue visioni ultra-radicali e la sua incoerenza rappresentano per gli avversari dei nuovi signori della tecnologia, proprio nel momento in cui questi ultimi stanno acquisendo potere all’interno dell’apparato statale occidentale.

   Un fenomeno di nicchia amplificato dall’associazione

Per cominciare, e al fine di mettere in prospettiva l’effettiva importanza del «fenomeno NRx», ecco alcune considerazioni sul pubblico di questo movimento.

A tal fine, ho effettuato ricerche sui nomi dei due autori di riferimento di questo movimento (Curtis Yarvin e Nick Land1 ), ma anche sulle parole chiave e sui concetti ad essa associati tramite Google Trends, integrate da valutazioni del pubblico effettuate tramite abbonamenti, menzioni e tipologia di ricerca.

Conclusione: questo movimento ha una visibilità molto scarsa se si esclude il pubblico di Curtis Yarvin, che conta alcune migliaia di abbonati a pagamento. Si può affermare che il movimento NRx interessi un nucleo ristretto, transnazionale e fortemente impegnato a livello intellettuale, il cui impatto pubblico è amplificato da canali mediatici, tecnologici e politici di alto livello. Le ricerche su Google Trends mostrano un crescente interesse per Curtis Yarvin a partire dall’estate del 2024, con un picco mondiale nel febbraio 2025 grazie a diversi articoli a lui dedicati su testate di grande diffusione, come il New York Times, il New Yorker, The Guardian, il Washington Post, il Financial Times, la CNN, El País e Le Monde, ecc. Al momento della stesura di questo articolo, i suoi account Substack contano rispettivamente 54 e 59 k abbonati. Se si considerano non solo i titoli, ma anche le firme identificate, due nomi emergono come particolarmente determinanti per la recente canonizzazione mediatica di Yarvin : David Marchese2 , che lo ha introdotto nel mondo delle grandi interviste politiche sul New York Times, e Ava Kofman3, che ne ha fatto una figura di riferimento a lungo termine sul New Yorker. In particolare, lei afferma: « In uno scenario alternativo, Yarvin sarebbe forse rimasto un eccentrico oscuro e inefficace su Internet. Invece, è diventato uno dei pensatori illiberali più influenti degli Stati Uniti, l’architetto del “codice sorgente” intellettuale della seconda amministrazione Trump.” Da segnalare, tra la serie di articoli che lo hanno portato alla ribalta, anche quello di Jemima Kelly per il Financial Times⁴ che colloca Yarvin in un contesto più ampio sulla nuova destra tecnopolitica.

  Insomma, un’analisi del pubblico tramite Google Trends mostra in linea di massima un fenomeno di interesse relativo nei confronti di un autore – soprattutto Curtis Yarvin –, che trascina con sé una corrente controversa, associata a una presunta influenza su personalità e ambienti di potere (politici e tecno-capitalisti) di cui il pubblico cerca di comprendere le intenzioni. L’interesse si è spostato da Yarvin e dai temi meme-generatori ad esso associati (celebrità, potere, tecnologia, radicalità, novità) verso le etichette dottrinali adiacenti (luci nere, neoreazione, ecc.) che non crollano completamente dopo il calo di popolarità che segue la fine dell’esposizione mediatica, e mantengono una persistenza che indica che l’attenzione si è trasferita solo in parte dal nome proprio verso quadri ideologici più generali.

L’inquadramento editoriale più frequente per affrontare l’ opera di Yarvin e, attraverso di lui, la corrente reazionaria è «il pensatore antidemocratico ispiratore dell’amministrazione Trump e dell’ambiente Vance-Thiel». L’altro quadro di riferimento su questa corrente la colloca nell’universo della «tech dissidenza» o della Silicon Valley, come produttrice di teoria politico-manageriale, all’intersezione tra codice, governance e capitale di rischio.

In parole povere, un pensatore influente e una nebulosa che suscita curiosità nell’ambito della Silicon Valley.

Infine, diversi media lo presentano anche come autore di un sistema di idee coerente, anche se spesso lo giudicano pericoloso o delirante, associandolo all’estremismo, alla fascistizzazione o a posizioni storicamente e moralmente tossiche. Per quanto riguarda le analisi puramente relative al pubblico tra i teorici o le figure dell’ecosistema NRx, Curtis Yarvin è di gran lunga quello con il pubblico diretto più ampio e meglio documentato, con diverse decine di migliaia di iscritti (59 k iscritti a pagamento su Substack e 88 k. su X); Nick Land (7.000) e altri autori si attestano a livelli sensibilmente inferiori, mentre Bronze Age Pervert (1.000) e Auron MacIntyre (9.400) occupano una posizione intermedia, reale ma più difficile da quantificare con precisione. Secondo Google Trends, il pubblico relativo alle ricerche sui concetti e sugli autori NRx su base geografica è dominato dagli Stati Uniti e dall’anglosfera, con una diffusione secondaria nel nord Europa.

   I fondatori: un libertario e un nichilista

 I due intellettuali di spicco del movimento neo -reazionario sono quindi Curtis Yarvin e Nick Land.

  Curtis Yarvin/Mencius Moldbug 

Curtis Yarvin è generalmente considerato il vero fondatore della nebulosa, sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug. Curtis Guy Yarvin è nato nel 1973 in una famiglia liberale, laica e colta, influenzata dalla sinistra americana: i suoi nonni paterni erano ebrei comunisti di Brooklyn, mentre sua madre proveniva da una famiglia protestante di New York. Suo padre, Herbert Yarvin, è funzionario del Dipartimento di Stato americano (Foreign Service) e lavora come diplomatico; la famiglia vive quindi diversi anni all’estero, in particolare nella Repubblica Dominicana e a Cipro (Nicosia). Anche sua madre e, in seguito, il suo patrigno entreranno nella pubblica amministrazione.

Yarvin ha descritto questa infanzia come quella di un «cosmopolita senza radici» cresciuto nel cuore stesso dell’apparato statale americano. Molto dotato in matematica e informatica, Yarvin scrive anche poesia. A volte viene istruito a casa dalla madre e salta tre classi in totale. Nel 1985, all’età di 12 anni, entra a far parte del programma Longitudinal Study of Mathematically Precocious Youth (Studio longitudinale sui giovani dotati in matematica) della Johns Hopkins University. Si laurea alla Brown University nel 1992 (a soli 19 anni), per poi iniziare un dottorato in informatica presso l’UC Berkeley (University of California, Berkeley), che abbandona per entrare direttamente nel mondo della tecnologia emergente della Silicon Valley all’inizio degli anni ’90. Lì lavora in particolare presso Unwired Planet (inizialmente Libris), ribattezzata Phone.com nel 1999, che diventerà più tardi Openwave, dove beneficia di un’operazione di buyout redditizia che gli frutta poco meno di un milione di dollari (circa 1,5 milioni di euro attuali).

   Lì diventa poi programmatore e ingegnere informatico nell’ecosistema delle startup della Silicon Valley durante l’era del boom delle dot-com (aziende che svolgono la maggior parte delle loro attività su Internet), lavora in diverse aziende tecnologiche e si impregna della cultura libertaria molto diffusa nell’ambiente tecnologico dell’epoca. È in questo periodo che scopre le opere degli economisti austriaci (in particolare Ludwig von Mises e Murray Rothbard) grazie a figure influenti come il professore Glenn Reynolds. Passa progressivamente da un background liberale di famiglia a un libertarismo classico (negli Stati Uniti, almeno), quindi molto critico nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Parallelamente, inizia a riflettere su progetti personali ambiziosi nel campo dell’informatica. Le prime idee su Urbit (ne parlerò più avanti) risalgono al 2002, ben prima che il progetto diventasse un’azienda. Rimane uno sviluppatore relativamente discreto e non è ancora noto al grande pubblico. Secondo lo stesso Yarvin, una svolta politica fondamentale avviene in occasione delle elezioni presidenziali del 2004 (il caso degli Swift Boat Veterans e la copertura mediatica di John Kerry). Comincia a nutrire profondi dubbi sulla democrazia e sui media, ma è solo nel 2007 che lancia il suo blog Unqualified Reservations5 con lo pseudonimo di Mencius Moldbug e inizia a dare forma alle sue idee.

 Nick Land

  Nick Land è nato il 17 gennaio 1962 nel Regno Unito. Dottore in filosofia presso l’Università dell’Essex6 , ha insegnato filosofia continentale a Warwick dal 1987 al 1998 e lì ha cofondato (insieme a Sadie Plant) la Cybernetic Culture Research Unit (CCRU, Unità di ricerca sulla cultura cibernetica), leggendario collettivo di « theory-fiction » che fondeva Deleuze-Guattari, Bataille, la cibernetica, la fantascienza e l’occultismo. Il suo primo libro, The Thirst for Annihilation (1992), una sorta di manifesto nichilista sotto l’effetto delle anfetamine  ispirato a Bataille, riflette la fortissima inclinazione occultista e antinomica⁷ di Nick Land e la sua frequentazione delle opere occultiste di Aleister Crowley: guru e mago alla ricerca di una via d’uscita dal ciclo storico attraverso la pratica di una magia (Telema) che dovrebbe consentire il superamento, o addirittura il ribaltamento del ciclo storico e l’avvento di una «Nuova Era». Nel 1998, dopo un esaurimento nervoso legato alle anfetamine e all’anticipazione di un’apocalisse cibernetica causata dal bug dell’anno 2000 (che non si verificherà mai, ma che lo farà deragliare nervosamente), Land si dimette e scompare dal mondo accademico. Si trasferisce a Shanghai all’inizio degli anni 2000, dove lavora come giornalista ed editore (in particolare per That’s Shanghai).

Si distinguono tre momenti nel suo percorso.

Il primo è quello di Fanged Noumena : periodo durante il quale è influenzato dai lavori di Deleuze-Guattari (« la macchina desiderante »), Bataille, la fantascienza e la concezione del tecno-capitalismo come intelligenza disumana.

Il secondo è il periodo CCRU. Qui sviluppa i suoi temi derealizzanti: Hyperstition (finzione che diventa realtà orientando comportamenti e sistemi), Exit, causalità non lineari, ecc.

Il terzo è, a partire dalla Cina, quello di Xenosystems e della Dark Enlightenment: in sostanza, la razionalizzazione (imperfetta) di questi scritti e riflessioni precedenti verso la neoreazione e l’innesto su Curtis Yarvin. L’accelerazionismo precedente si trasforma quindi in una critica radicale della democrazia come freno, del capitale come intelligenza selettiva e del futuro come forza che esige forme politiche gerarchiche, dure e compatibili con la velocità tecno-capitalista. Ovviamente, le dimensioni occultistiche, esoteriche e nichiliste non sono accessorie in Land, né lo è la sua passione, già di lunga data, per il cabalismo e l’occultismo. La maggior parte dei suoi concetti delinea un universo in cui gli esseri umani non sono più soggetti sovrani, ma intermediari di poteri impersonali. Il suo nichilismo è ontologico: distruzione del soggetto, della finalità umana, dell’uguaglianza, a vantaggio dell’intensità, della selezione e dell’ ascesa del macchinico. Ancora oggi residente a Shanghai, Land continua a incarnare questo innesto nichilista e speculativo che conferisce al movimento NRx la sua oscurità, la sua profondità e il suo potere di fascino8. Per quanto riguarda la coerenza, invece, c’è ancora molta strada da fare.

  Laddove Yarvin ragiona in termini di sovranità, governance e architettura istituzionale (Patchwork, CEO sovrano, ecc.), Land ragiona in termini di flussi, intensificazione, selezione meccanica e temporalità non umana.

Roger Burrows riassume sostanzialmente questa fusione in questi termini: The Dark Enlightenment applica il quadro accelerazionista di Land al neocameralismo di Yarvin. Yarvin fornisce lo schema politico; Land vi innesta un motore apocalittico, messianico e metafisico.

Figure secondarie

Altri autori gravitano in questa nebulosa, come Michael Anissimov, informatico e teorico transumanista, cofondatore del Singularity Institute (anch’esso finanziato da Peter Thiel), autore di A Critique of Democracy – A Guide for Neoreactionaries (Una critica della democrazia: guida per i neoreazionari) 9. Citiamo anche Spandrell (pseudonimo), autore del blog Bloody Shovel, noto per aver teorizzato il concetto di bioleninismo (ne tornerò più avanti), o ancora Charles Haywood, fondatore del fondazionalismo (una sorta di tecno-medievalismo), o Anomaly UK, un blogger anonimo, autore di una delle prime introduzioni sistematiche alla neoreazione (2013) con una prospettiva eurocentrica rara in questo ambito, e Zero HP Lovecraft, autore di fantascienza cyberpunk che si dichiara neoreazionario e accelerazionista.

La NRx in sintesi

Se vogliamo sintetizzare la NRx in modo un po’ sommario a questo punto, questa nebulosa si presenta come il frutto delle opinioni di un filosofo politico libertario creativo, critico radicale del liberalismo politico e della democrazia, che cerca di trasporre i principi dell’economia di mercato alla politica, affiancato da un pensatore nichilista e ipercreativo, a cavallo tra prospectivismo cibernetico e occultismo, che produce concetti e formule a piene mani, seguiti da fan provenienti dalla corrente alt-right. Il tutto è finanziato da miliardari del settore tecnologico notoriamente legati alla CIA, alle reti neoconservatrici e all’apparato di Stato attraverso le loro attività (Peter Thiel) e che girano per le università per parlare dell’Anticristo e della figura del Katéchon nell’opera di Carl Schmitt. Cosa potrebbe andare storto?

   L’impalcatura concettuale

 Per comprendere meglio le peculiarità di una nebulosa ideologica, non c’è niente di meglio che soffermarsi sui suoi concetti chiave. Non perché questi non siano oggetto di dibattiti, o addirittura di opposizioni e sfumature tra gli appassionati di questa corrente, ma perché offrono un punto di partenza diretto che rende più chiare le spiegazioni successive.

La «Cattedrale»: un concetto centrale, ma vago

Cominciamo con quello di «Cattedrale». Citato da Curtis Yarvin (alias Mencius Moldbug) per la prima volta nel 2007/2008 in Unqualified Reservations10 e successivamente consolidato, esso designa una sorta di meta-istituzione costituita dalla coalizione informale ma egemonica delle università d’élite, dei grandi media e delle burocrazie statali. Per Yarvin, questa «Cattedrale» diffonde e riproduce il progressismo come un’ideologia quasi religiosa, erede del puritanesimo americano secolarizzato. La «Cattedrale» non è un’organizzazione cospirativa in senso stretto, ma un sistema di incentivi (misure stimolanti) convergenti: tutti i suoi attori producono le stesse norme senza concertazione. La scelta di questa parola è essenzialmente analogica. Yarvin spiega così che « la cattedrale è semplicemente un modo conciso per dire “giornalismo e mondo accademico” – in altre parole, le istituzioni intellettuali al centro della società moderna, proprio come la Chiesa era l’istituzione intellettuale al centro della società medievale »11. L’origine dell’analogia utilizzata da Yarvin è *The Cathedral and the Bazaar*, un saggio dell’ informatico Eric S. Raymond scritto nel 199712, che contrapponeva lo sviluppo software centralizzato e gerarchico (la «Cattedrale») allo sviluppo open source decentralizzato (il «Bazar»). Per Raymond, la «Cattedrale» è il Big Software proprietario (Windows, ecc.) e il «Bazar» è Linux e la comunità open source. Attenzione, per Yarvin la Cattedrale è Harvard, il New York Times e la burocrazia federale statunitense, mentre il bazar implicito (poiché non usa realmente questo termine e si capisce perché), sono le giurisdizioni concorrenti di quello che lui chiama il «Patchwork» (ne parlerò più avanti), o semplicemente il web come spazio di dissidenza e di innovazione libera. Per Yarvin, la «Cattedrale» non è una cospirazione – non ci sono riunioni segrete, nessun capo, nessuna direttiva centralizzata, ma istituzioni formalmente indipendenti che producono spontaneamente lo stesso consenso ideologico perché condividono gli stessi incentivi (finanziamenti, reclutamento, prestigio accademico).

  L’efficacia retorica del concetto deriva dalla sua deliberata vaghezza operativa, poiché designa un fenomeno di convergenza spontanea, emergente e non direttiva, il che lo rende certamente confutabile a livello locale, dato che le istituzioni non funzionano sempre nella pratica come esso sostiene, i coordinamenti non sono sempre spontanei e non presentano sempre le caratteristiche che esso attribuisce loro. Ma allo stesso tempo, il concetto di « Cattedrale » è difficilmente confutabile a livello globale, poiché è impossibile mappare con precisione la natura delle influenze reciproche degli attori di questo sistema, non emerge alcun burattinaio credibile al centro della scena e « è sempre più complicato di così ».

L’utilità di questo postulato di una convergenza deleteria e spontanea alla base del concetto di «Cattedrale» sta nel fatto che offre un «singolare» alla fase classica di designazione del nemico (che passa attraverso una semplificazione) di ogni buon neoreazionario13. Ma pur offrendo questa unità semplificatrice, rende trasparenti gli attori, le reti, i mezzi, che si nascondono dietro questa emergenza tossica: la «Cattedrale».

Il « Neocameralismo » e il « Patchwork »

Secondo concetto chiave della nebulosa NRx, il Neocameralismo. Elaborato nel 2007 da Curtis Yarvin in A Formalist Manifesto (op. cit.), si tratta di una base dottrinale politica secondo cui lo Stato dovrebbe essere organizzato come una società per azioni. Secondo questo modello, i cittadini diventano azionisti o residenti-clienti e il potere esecutivo è affidato a un amministratore delegato-monarca (CEOking) responsabile nei confronti di un consiglio di amministrazione. L’idea centrale del neocameralismo è quella di allineare i diritti di proprietà e il potere politico formale, eliminando la dissociazione tra coloro che detengono nominalmente il potere (i rappresentanti eletti) e coloro che lo esercitano effettivamente (la burocrazia permanente).

Nella competizione tra paesi-sistemi-culture – ciò che Curtis Yarvin definisce il «Patchwork», ovvero un mondo composto da una moltitudine di microsovranità – ogni unità sarebbe gestita come un’impresa, senza democrazia interna, e la regolamentazione generale deriverebbe dal fatto che i residenti possono lasciare un’entità per un’altra. In questo mondo, la cittadinanza sarebbe sostituita dal libero consumo politico. Secondo questa logica, il buon governo non è più quello che rappresenta un popolo, ma quello che trattiene o attira utenti mobili. Si tratta di facilitare la concorrenza tra spazi amministrati secondo progetti di modi di organizzazione vari e di lasciare che sia il mercato a decidere, ovvero consentire agli attori di questo mercato di lasciare che la concorrenza agisca tra loro.

In questo schema, la democrazia verrebbe, secondo Yarvin, rapidamente screditata come sistema lento, inefficace e parassitario. Al contrario, un buon ordine politico, in grado di risultare attraente, dovrebbe funzionare come un’impresa ben gestita, soggetta a rapidi meccanismi di selezione analoghi a quelli del mercato o del software.

Questo modello geopolitico di sostituzione degli Stati-nazione con un arcipelago di centinaia di città-Stato o micro-nazioni sovrane in concorrenza consentirebbe ai cittadini di « votare con i propri piedi » passando da una giurisdizione all’altra, proprio come si cambierebbe piattaforma o servizio.

Per dirla in altro modo: l’«exit» sostituirebbe il voto.

Questa assenza di monopolio statale mondiale produrrebbe una diversità di forme di governance e una selezione delle forme organizzative più efficienti da parte dei cittadini-viandanti.

« Votare con i piedi » o l’ideale del cittadino-camminatore

Si riconoscerà senza difficoltà una nuova variazione sul tema dell’impresa come modello di governance ottimale e di applicazione della logica di mercato alla governance politica. La discendenza intellettuale comprende Montesquieu e la sua pluralità di corpi politici come contropotere, Karl Popper14 e la sua ricerca di una società basata sulla sperimentazione sociale permanente (l’ingegneria sociale frammentaria) e la teoria dei club di James M. Buchanan15, o i lavori di Charles Thibout16, che postulavano che la concorrenza tra giurisdizioni locali potesse teoricamente produrre un’allocazione efficiente dei beni pubblici, a condizione che gli individui fossero mobili e informati.

Yarvin riprende queste affermazioni, ma le radicalizza eliminando qualsiasi quadro sovranazionale o sopra-locale di regolamentazione17. Tra le numerose obiezioni logiche formulate contro questo modello politico, le più convincenti ed evidenti sono: 1. La reale libera mobilità dei cittadini «camminatori» e la razionalità che si esprime nelle loro scelte. 2. I rapporti di forza politici e di predazione di queste entità prive di un quadro organizzativo esterno, poiché è sottinteso che la felicità non è una garanzia di potere, e che la comparsa di un attore organizzatore che si faccia carico di questi rapporti di forza reintrodurrebbe la presenza di un super-Stato che sovrasta queste città-Stato e quindi le problematiche che questo modello cerca di aggirare.

Spiegazioni.

  1. La finzione della libera mobilità

 Il modello del Patchwork presuppone che i cittadini possano passare liberamente da una giurisdizione all’altra, esattamente come un consumatore cambia marca. Questa ipotesi è errata per almeno due ragioni : In primo luogo, perché i costi di uscita sono del tutto asimmetrici. Lasciare una giurisdizione comporta costi reali – linguistici, culturali, familiari, affettivi, professionali, patrimoniali – che non sono distribuiti in modo uniforme . Un ingegnere single di San Francisco con beni liquidi è più mobile di un operaio con una casa ipotecata, figli che frequentano la scuola e genitori anziani. Il Patchwork è quindi strutturalmente un regime di fuga o di ottimizzazione, riservato alle classi ipermobili. In secondo luogo, in un sistema di città-Stato in concorrenza tra loro, le imprese e gli individui ricchi dispongono di una leva di uscita sproporzionata – possono quindi minacciare di andarsene per ottenere concessioni fiscali e normative varie e vantaggiose per i propri interessi. I lavoratori poco qualificati non dispongono di questa leva. La concorrenza tra giurisdizioni non produce quindi una selezione delle migliori forme di governance, ma una corsa al ribasso in materia di fiscalità e protezione sociale – ciò che la letteratura economica definisce «race to the bottom». Thibout lo aveva del resto riconosciuto lui stesso nel suo modello originale (1956): la mobilità perfetta è postulata come ipotesi euristica irrealistica  – mobilità perfetta, informazione completa, redditi delocalizzabili, ecc. – non come una descrizione del mondo reale. Yarvin non si cura minimamente di questi dettagli ed elimina questa avvertenza metodologica presentando il modello come se tali condizioni potessero essere soddisfatte e, in tal caso, senza specificare per chi né come.

 2. I rapporti di forza tra entità

Yarvin ipotizza che le città-Stato del Patchwork coesistano pacificamente in concorrenza tra loro, senza che una di esse ne schiacci le altre e che, qualora ciò dovesse accadere, i loro membri avrebbero interesse a rimanervi e a sacrificarsi per la sua sopravvivenza piuttosto che « andarsene » altrove. Yarvin ipotizza inoltre che se dovesse instaurarsi una situazione di conflitto o di guerra aperta tra le città-Stato, le misure che ne hanno determinato l’attrattiva non saranno abolite o revocate sotto la pressione dell’emergenza e i cittadini « migranti », spogliati dei propri beni o reclutati con la forza dalla collettività in una situazione di sopravvivenza.   

  In un mondo di città-stato sovrane prive di un quadro normativo sovranazionale, nulla impedisce a un’entità più potente di assorbirne una più debole – militarmente, economicamente o tramite acquisizione. La storia delle città-stato (Italia medievale, Grecia antica) dimostra che questo sistema tende spontaneamente alla concentrazione: le entità forti inglobano quelle deboli, fino all’emergere di un egemone regionale.

Il Patchwork riprodurrebbe ovviamente le condizioni del proprio superamento, poiché la felicità o la soddisfazione dei suoi membri non è (non è mai stata) una garanzia della sua capacità di prevalere in una situazione di rapporto di forza.

Alcuni ritengono addirittura che sia stata proprio la capacità di mobilitazione ottimale (e ciò che essa implica in termini di pretese della collettività sui destini individuali) ad aver generato il potere politico nel corso della storia…

Un altro parametro che sembra smentire questo modello politico : l’economia di scala come disuguaglianza strutturale. Alcune funzioni – difesa, grandi infrastrutture, ricerca fondamentale – presentano rendimenti crescenti con l’aumentare della scala. In parole povere, una città-Stato selettiva non produrrebbe necessariamente i mezzi per la propria sovranità a beneficio dei propri cittadini-azionisti-consumatori-partecipanti, almeno per quanto riguarda i bisogni dei primi livelli della piramide di Maslow: proteggersi, nutrirsi, curarsi.

Diventerebbe quindi dipendente dalle grandi entità vicine, il che ricreerebbe di fatto una gerarchia (e ciò che essa implica) che il modello pretende di aver abolito de jure (« di diritto »).

Un altro enorme punto cieco in questo modello : il problema delle esternalità transfrontaliere. L’inquinamento, i flussi migratori, le crisi finanziarie sistemiche, le pandemie – nessuno di questi fenomeni si ferma ai confini di una città-Stato. Senza un meccanismo di coordinamento sovranazionale, ogni entità ha interesse a esternalizzare i propri costi sulle entità vicine. È il classico problema del bene comune che Yarvin pretende di risolvere attraverso la proprietà privata totale, senza spiegare come proprietari sovrani possano coordinarsi efficacemente nel tempo e nello spazio, quando i loro interessi divergono su beni non appropriabili. Infatti, se il neocameralismo e il Patchwork si basano sull’ipotesi che ogni bene, ogni spazio, ogni risorsa possa in linea di principio essere appropriato, privatizzato e gestito come un bene – resta tuttavia il fatto che introducono o mantengono delle non-proprietà. Ad esempio, chi possiede l’atmosfera, gli oceani, la stabilità climatica, l’inquinamento atmosferico, la cultura, il linguaggio e persino la legittimità simbolica del potere? Yarvin non può acquistare né privatizzare la fiducia dei cittadini. La legittimità è un bene collettivo emergente – esiste o non esiste a seconda che i governati ci credano, e questa fede non si decreta né si «proprietarizza» tramite contratto.

   Insomma, il Patchwork (quella nebulosa di città-Stato in libera concorrenza) pretende di eliminare la politica sostituendola con il mercato e la proprietà, ma la politica ritorna dalla finestra sotto forma di rapporti di forza tra entità disuguali, di diritti modificabili legati a situazioni particolari e temporanee, di spazi non appropriabili che richiedono relazioni politiche e quindi rapporti di forza, di conflitti di interesse non riducibili a contratti privati e di sovranità incomplete che possono essere influenzate dalla storia.

 L’Illuminismo Oscuro (Dark Enlightenment) 

Questo concetto è il titolo di un saggio di Nick Land – The Dark Enlightenment – un saggio polemico in più parti, pubblicato tra marzo e dicembre 2012, che cerca di sintetizzare le tesi neoreazionarie di Yarvin, Hoppe e la cosiddetta biologia differenziale in un manifesto contro la democrazia liberale¹⁸ per definire il movimento NRx come una corrente radicale contro l’Illuminismo.

Land parte dalla seguente constatazione: democrazia e libertà non solo sono incompatibili, ma la democrazia è strutturalmente predatoria, è un meccanismo di espansione dello Stato e di distruzione del « capitale sociale » attraverso l’abbassamento o l’innalzamento della « preferenza temporale ». In parole povere, il governante democratico, essendo solo un detentore temporaneo del potere, ha un’elevata preferenza temporale – ha interesse a consumare il capitale dello Stato durante il proprio mandato (debito pubblico, spese elettorali) senza preoccuparsi di ciò che lascerà dopo di sé. Al contrario del monarca ereditario, che è proprietario del proprio Stato nel lungo periodo e che, per questo motivo, ha una preferenza temporale bassa ed è incentivato a preservarlo e a trasmetterlo intatto o migliorato. La democrazia eleva quindi strutturalmente la preferenza temporale dei governanti, il che produce una progressiva distruzione del capitale sociale ed economico. Land riprende integralmente la tesi di Hopp19 : il governante democratico, detentore temporaneo del potere, saccheggia il capitale che il monarca-proprietario avrebbe preservato.

  Land ricorre anche alla biologia comparata (genetica delle popolazioni, biologia e psicologia evoluzionistica) per formulare un’osservazione decisamente semplicistica, ma efficace : se la democrazia è un sistema politico fondato sull’uguaglianza degli individui e dei gruppi – un voto, un valore  –, e se la biologia comparata dimostra che gli individui e i gruppi non sono uguali in termini di capacità cognitive ereditabili, allora la democrazia si basa su una finzione empiricamente confutata. Non solo è inefficace dal punto di vista istituzionale, ma è errata nelle sue premesse antropologiche.

Nick Land propone un’opposizione radicale all’ Illuminismo del XVIII secolo, i cui tre pilastri – uguaglianza, democrazia, progresso universale – sarebbero sistematicamente ribaltati dall’Illuminismo oscuro. L’uguaglianza vi viene denunciata come una finzione biologica e sociale che fonda un’antropologia inefficace; la democrazia come un meccanismo di autodistruzione della civiltà che frena l’innovazione e il miglioramento selettivo della vita; quanto al «progresso», non è che una maschera retorica che nasconde una profonda regressione istituzionale (e in alcune correnti NRx, anche biologica). Laddove l’ Illuminismo « chiaro » promette l’emancipazione umana, l’Illuminismo « oscuro » individua un dispositivo di controllo anti-evolutivo, stagnante e persino regressivo, disgenico, che si oppone alla progressione dinamica del processo tecno-capitalista, l’unico in grado di realizzare il salto di efficienza entropica dalla dissipazione all’abolizione della condizione umana.

L’Illuminismo è sempre stato « oscuro »

Quest’ultimo punto merita una spiegazione particolare. Se rileggiamo l’Illuminismo non come un blocco monolitico « umanista e progressista » (uguaglianza + democrazia + progresso morale), ma più profondamente, come un processo attivo di razionalizzazione generale20 e la costruzione di una concezione dell’« uomo » che si può definire entropica21, allora l’opposizione tra Illuminismo « chiaro » e « oscuro » diventa molto più relativa, quasi dialettica.

Quando Land attacca violentemente l’Illuminismo progressista (Rousseau, egualitarismo, democrazia della « Cattedrale ») , è alla versione che trasforma la razionalizzazione in un freno morale e politico che egli si scaglia. L’uguaglianza diventa per lui una finzione antropologica che blocca la selezione, la gerarchia e l’accelerazione. Il monoumanesimo (l’Uomo universale astratto) è ben riconosciuto come un contributo a un’antropologia    decostruzionista nella misura in cui dissolve le strutture stabili (famiglia, etnia, classe, genere, gerarchia naturale) a favore di un campo sociale più omogeneo, più fluido, più decodificabile. Si tratta di una deterritorializzazione massiccia… che però si riterritorializza poi nei « diritti dell’uomo », Stato sociale, democrazia – freni che Land vuole eliminare.

Egli si appoggia implicitamente all’altro volto dell’Illuminismo: la fredda razionalizzazione, la desacralizzazione, la riduzione del mondo a un’equazione, la distruzione dei « territori » culturali per raggiungerlo. È esattamente questo aspetto che libera i flussi decodificati di cui parlano Deleuze e Guattari e che Land radicalizza in una macchina entropica autocatalitica (la macchina tecno-capitalista chiamata a sostituire l’umanità e a realizzarla contemporaneamente secondo un processo illuminista già evocato nel mio studio sulla Singolarità di Kurzweil22). Il «Sapere aude» è, in un certo senso, il primo grido di guerra dell’accelerazione. Esso dissolve i tradizionali freni negentropici (apprendimento culturale attraverso la religione, i costumi, la cultura) per – come ha ben dimostrato Karl Marx – lasciare spazio alla macchina tecno-capitalista.

Allora, astuzia o incoerenza logica? Comunque sia, l’Illuminismo «oscuro» non è la pura antitesi dell’Illuminismo, ma la sua realizzazione fredda e senza illusioni: la razionalizzazione continua, ma spogliata della sua patina umanistica e universalista. L’Illuminismo oscuro di Nick Land è un tentativo di svelare in chiave nichilista la vera natura dell’Illuminismo e non la sua negazione. Land non si oppone all’Illuminismo, ma ne svela il lato oscuro.

L’accelerazionismo: una passione autodistruttiva

Terzo punto chiave del saggio di Nick Land sull’ Illuminismo oscuro e concetto chiave dei neoreazionari: l’accelerazionismo. Se Hoppe è un libertario che vuole uscire dal capitalismo statalista verso un ordine naturale privatizzato, Land, invece, non vuole uscirne – vuole accelerare. Il tecno-capitalista23. Per lui, questo non è un problema da risolvere, ma un processo da lasciare che si sfreni fino alla dissoluzione dei vincoli politici.

Questo è l’accelerazionismo! Per Nick Land, che riprende (senza sempre citarli esplicitamente) i lavori di Bataille, Lyotard, Prigogine, Guattari e Deleuze, il capitalismo non è solo un sistema economico, ma un processo cosmico di dissipazione intelligente. Come ogni macchina termodinamica, aumenta l’entropia globale dissolvendo le strutture stabili (gerarchie, identità, istituzioni, norme), ma lo fa producendo localmente della  negentropia o sintonia24, che ha l’effetto di accelerare ancora di più la dissipazione.

Il capitale non è quindi semplicemente distruttore-creatore (Schumpeter). È creatore di distruzione al servizio di un’esplosione macchinica.

Ciò che Deleuze e Guattari chiamano deterritorializzazione e decodifica permanente25. Ogni ciclo di distruzione libera energia che alimenta un ciclo più rapido, più denso, più freddo. Si tratta di un ciclo di retroazione positiva pura – una corsa sfrenata senza soggetto.

Tutto ciò che mantiene l’ordine e la vita – Stato, democrazia, regolamentazione, norme culturali, Stato sociale – è per definizione negentropico (anti-entropico), poiché frena, stabilizza, conserva. Per Land, questi dispositivi non sono errori politici ma resistenze termodinamiche.

La «Cattedrale» non è un avversario politico arbitrario: è un freno fisico su una macchina la cui logica intrinseca è l’accelerazione senza limiti. In sintesi, il tecnocapitalismo distrugge, erode, decostruisce le strutture che generano resilienza, cultura, vita e bisogna smettere di opporvi resistenze umane. Land propone un atteggiamento apertamente nichilista volto all’intensificazione attiva del processo di distruzione per lasciare che il capitale dissolva da sé le strutture che tentano di contenerlo, partecipando al contempo a questa corsa sfrenata con tutti i mezzi disponibili. Nick Land pretende di parlare del futuro

Il risultato logico non è politico, è fisico: è un punto di singolarità in cui la velocità del processo rende obsoleta ogni regolazione umana. Anzi, Nick Land pretende di parlare del futuro. Ritroviamo qui le inclinazioni nichiliste di un Kurzweil, senza però il discorso da venditore di aspirapolvere. La destinazione del tecnocapitalismo è diventare un’intelligenza artificiale post-umana che non ha più bisogno del proprio ospite biologico. È il compimento del processo entropico intelligente che si sbarazza dell’umano come di un parassita temporaneo.

La singolarità funziona in Land esattamente come funziona l’escatologia in una teologia  : è inevitabile, indescrivibile nei termini del presente, e giustifica retroattivamente tutto ciò che la precede – la distruzione delle istituzioni, lo scioglimento delle protezioni, la non resistenza al capitale. È un futuro che comanda il presente, il che è precisamente la struttura di una causa finale.

La maggior parte delle interpretazioni riduce erroneamente l’accelerazionismo a una semplice politica antidemocratica o neoreazionaria. Il quadro di Land è nichilista, e non politico. A differenza di Curtis Yarvin, che pretende ancora di costruire un ordine alternativo (un mosaico di sovranità corporative stabili), Land sostiene che ogni stabilità  sia un’illusione provvisoria che il processo entropico finirà per liquefare. Laddove Yarvin rimane nell’ambito politico, Land è già nella guerra temporale : il futuro (la singolarità tecnocapitale) invade il presente e dissolve tutto ciò che pretende di resistergli. Questa posizione, che si potrebbe definire folle o, più precisamente, suicida razionalizzata, presenta una inquietante vicinanza agli autori della corrente esoterica ispirata all’eresia giudaizzante del sabbatianesimo e del frankismo.

Come ha analizzato Gershom Scholem nel capitolo della sua opera, Il messianismo ebraico, dedicato alla « redenzione attraverso il peccato »26, queste correnti propongono la trasgressione radicale della Legge e la discesa nell’abisso come unica via verso la redenzione messianica. In Land, il capitale diventa la grande macchina antinomica: occorre accelerarne la dissoluzione di tutte le strutture umane affinché sorga, al di là dell’uomo, l’intelligenza fredda e post-umana.

L’Hyperstition

Un altro neologismo coniato da Nick Land è quello di Hyperstition (1995). Si tratta di un concetto molto simile a quello della profezia che si autoavvera o ancora alla nozione di « riflessività » di Georges Soros. L’idea di base è che una finzione, una credenza o una narrazione generi le condizioni della propria realizzazione grazie alla sua sola efficacia virale. Land la definisce come un’entità semiotica (un’entità che produce un «verbo»…) dotata di causalità retroattiva: agirebbe dal futuro sul presente, come se certe idee fossero attratte verso il proprio compimento. Land la descrive come un « intensificatore di coincidenze » che opera all’intersezione tra tecnologia e finzione. Il circolo vizioso tra l’utopia (ou-tópos: senza luogo), enunciato immaginario che diventa virale, e la tecnica che costruisce il reale, per gli esseri umani, una specie che abita nelle sfere di significato che essa stessa produce attraverso la cultura.

In altre parole, l’uomo contribuisce, accogliendo il «Verbo» e obbedendo al suo destino (e quindi alla propria distruzione), al riassorbimento del proprio tempo. È difficile non collegare questa tesi alle influenze delle eresie giudaizzanti e apocalittiche di cui Gershom Scholem ha evocato le origini. In ogni caso, l’uso strategico di questo concetto di «Iperstizione» nella NRx è anche in questo caso un espediente retorico manipolatorio, poiché permette di designare le proprie produzioni teoriche come «Iperstizioni» e di conferire loro a priori uno status di verità futura, il che costituisce una forma di immunizzazione retorica, una controargomentazione tipicamente settaria.

  Neo-giacobitismo 

I concetti di “Reset” e di “neo-giacobitismo” sono stati sviluppati da Curtis Yarvin tra il 2008 e il 2013. Il neo-giacobitismo indica la posizione monarchica di Yarvin, che considera la restaurazione di una monarchia ereditaria come l’orizzonte istituzionale auspicabile, per analogia con i giacobiti inglesi (sostenitori degli Stuart dopo il 1688). Il «Reset» («boot to the head» nel suo vocabolario) indica la fase di transizione autoritaria necessaria per raggiungerlo: una figura cesariana procede al ripristino del sistema – scioglimento delle istituzioni progressiste, liquidazione della burocrazia permanente – prima di instaurare una monarchia stabile che operi secondo il modello neocamerale già descritto. Il concetto di neo-giacobitismo è deliberatamente provocatorio e in parte ironico nei testi di Yarvin – funziona innanzitutto come espediente retorico per spingere il pensiero al di fuori del consenso democratico piuttosto che come programma serio.

Il Reset è invece più operativo e più inquietante: è la risposta NRx alla domanda pratica « Come raggiungerlo ? ». Alcuni evocano una parentela con la teoria dello stato di eccezione (Schmitt), ma questa analogia non sembra fondata. Lo stato di eccezione (Ausnahmezustand) comprende contesti perfettamente descritti ed esposti che si sono già verificati nella storia. Lo stato di eccezione non è una semplice emergenza disciplinata dal diritto (come uno stato di assedio o di emergenza previsto dalla Costituzione): indica una situazione estrema, imprevedibile e non assimilabile a un modello di crisi esistente, in cui l’ordine giuridico normale diventa insufficiente o inoperante di fronte a una minaccia esistenziale per lo Stato. Questo stato di eccezione rivela la vera natura della sovranità: il sovrano si trova al tempo stesso all’interno e all’esterno dell’ordinamento giuridico. Può sospenderlo pur rimanendo legittimo, poiché è lui a definire cosa costituisca una « situazione eccezionale » e a decidere.

Tornando a Curtis Yarvin, la sua proposta di un « hard reset » (senza dubbio inteso a fare maggiore impressione sui suoi lettori rispetto a un semplice « reset ») non specifica né ciò che lo provoca né chi lo attua, ma solo attraverso quali mezzi dovrebbe manifestarsi o essere eseguito : dichiarazione di fallimento del vecchio Stato, trasformazione dello Stato in società per azioni sovrana, sospensione dei contrappesi, governo per decreti e il tutto, a condizione che la maggioranza della popolazione approvi questo processo e ciò che ne deriva – anche se non dice in che misura questa maggioranza abbia ancora valore nel suo sistema, né per quanto tempo

.    Alcuni concetti correlati ma non esclusivi

Concludiamo con alcuni concetti che sono – come si dice, «si presta solo ai ricchi» – talvolta associati alla corrente neoreazionaria o tecno-futurista non NRx e che sono stati associati o utilizzati anche da altre correnti della destra americana come l’alt-right, il conservatorismo fiscale (tea party), il paleoconservatorismo, la destra dissidente, ecc.

Bioleninismo: un masculinonietzscheismo contro l’inclusività

Il bioleninismo o « leninismo biologico » è un concetto coniato da un blogger spagnolo noto con il nome di Spandrell nel novembre 2017, poi sviluppato in tre saggi pubblicati sul blog Bloody Shovel27. Si tratta di un’interessante prospettiva analitica proveniente dalla destra dissidente, secondo la quale le democrazie liberali contemporanee funzionano come coalizioni di gruppi strutturalmente svantaggiati nella competizione sociale – donne nelle società patriarcali, minoranze razziali, persone LGBTQ+, persone poco attraenti dal punto di vista sessuale, neuroatipiche o affette da malattie mentali, ecc.

Proprio come Lenin mobilitò i « perdenti » dell’ordine zarista per rovesciare le élite tradizionali, le élite progressiste mobiliterebbero i gruppi emarginati per neutralizzare i propri concorrenti. Questi gruppi hanno un interesse vitale affinché il regime progredisca : in un mondo di libera concorrenza e meritocrazia, sarebbero destinati a perdere. Offrendo loro status, posti di lavoro, tutele legali, sovvenzioni simboliche – DEI (diversità, equità e inclusione), azione affermativa, «cancel culture», ecc. –, il regime si assicura una fedeltà fanatica. Essi diventano i «commissari politici» del sistema. La lealtà di questi gruppi sarebbe garantita dalla loro dipendenza dal potere che li protegge e li promuove. Il progressismo occidentale non è « marxismo culturale » nel senso classico, ma un iper-leninismo biologico adattato alle società ricche in cui la lotta di classe non funziona più.

Si tratta di una teoria del potere che sostiene che la sinistra moderna abbia trovato un modo per trasformare i « perdenti biologici/sociali » in un esercito di guardiani del regime. Questa analisi è innegabilmente provocatoria e virale. La sua forza retorica risiede nel fatto che traduce ogni politica di inclusione in un calcolo politico cinico o, come minimo, in un processo di auto-rafforzamento inconscio e con finalità disgenica. La debolezza più evidente di questo ragionamento « bioleninista » risiede nel fatto che le « minoranze » identificate come « svantaggiate » rimangono  in gran parte simboliche, intermedie e subalterne, mentre i dominanti (uomini « bianchi », « ebrei » e « asiatici ») rimangono largamente dominanti negli strati decisionali e, al di là dell’aspetto « progressista » » e dalla innegabile connotazione ideologica di alcune procedure di assunzione cosiddette « diversitarie », le vittime sono più in generale gli strati di uomini bianchi con esperienza, provenienti dalle categorie funzionali intermedie e occupanti posizioni intermedie, piuttosto che le élite che rappresentano l’1 % dell’élite dirigente occidentale.

Il prisma di analisi indotto dal bioleninismo postula un’unità di condizione tra i « gruppi svantaggiati » che non esiste più di quanto esista l’unità di condizione tra un dirigente del terziario di 50 anni e l’amministratore delegato di MTV. D’altra parte, la maggiore flessibilità nel reclutamento – in particolare nei confronti di personalità neuroatipiche o discriminate per la loro scarsa attrattiva sessuale (per citare solo questi due esempi) – può, sul piano strettamente dell’efficacia operativa, contribuire a miglioramenti di efficienza perfettamente analizzati in numerosi studi e costituire quindi un guadagno in termini di efficacia operativa. Ma è un dettaglio!

Se non c’è dubbio che la politica dell’«inclusività» sia un fenomeno tossico quando assume la forma isterica di una caccia al «maschio bianco», questa lettura bioleninista contribuisce a una bunkerizzazione mentale mascolista. Paradossalmente vittimista e perfettamente tossico, questo risentimento maschilista-elitario apporta in questo contesto un contributo attivo alla formazione del complesso di superiorità maschile piuttosto diffuso nella nebulosa NRx ma anche, più in generale, nelle altre correnti della destra occidentale. Il giovane uomo bianco può così interpretare la propria condizione come il risultato di una guerra che gli verrebbe mossa dal raggruppamento degli «altri» (donne, persone di colore, persone in sovrappeso o LGBTQ+) attraverso la famosa «Cattedrale». Una disposizione mentale che crea un vicolo cieco cognitivo, relazionale e socialmente suicida.

  Una lettura dell’inclusività dagli effetti tossici Ma il difetto principale di questo tropismo bioleninista è che impedisce una lettura strategica più realistica di questo fenomeno di segregazione con il pretesto dell’inclusività28. Un fenomeno che contribuisce a destrutturare le società occidentalizzate e che potrebbe tuttavia trovare un’utile interpretazione alla luce di una comprensione dei mezzi sviluppati durante le guerre di quarta generazione (4 GW) e/o attraverso analisi più « classiste » (una lettura marxista). Conciliando questi due approcci (lettura classista e strategica), l’AAG (affirmative action group) sarebbe – per i suoi effetti parzialmente idiocratici generati dall’abbandono del principio della meritocrazia a favore di assunzioni ideologiche, razziali o sessiste – una conseguenza di una guerra di destabilizzazione condotta da una parte delle élite o da interessi stranieri per riconfigurare in modo diverso la società americana e, più in generale, quella occidentale. Ripensata alla luce delle guerre di quarta generazione, l’inclusività aggressiva e ideologica sistematica, e di conseguenza la sua reazione « bioleninista » (e la polarità razziale-maschilista che ne deriva) costituisce un unico processo di decostruzione/reazione globalmente tossico, nella misura in cui l’inclusivismo, così come la sua reazione bioleninista, contribuiscono insieme a rendere la società ancora più desincronizzata, individualista, rivolta contro se stessa e quindi indebolita. Il BAM o il ritorno del mito del barbaro salvatore

 Altri concetti curiosamente associati al movimento neoreazionario : il BAM, ovvero Bronze Age Mindset (Mentalità dell’Età del Bronzo, 2018), un concetto che prende il nome da un saggio provocatorio e originale che espone una filosofia vitalista neo-nietzscheana e antimoderna, scritto da Costin Vlad Alamariu, un intellettuale rumeno-americano. Nella misura in cui questo manifesto è essenzialmente vitalista e non nichilista, oltre che « barbarista » e maschilista, esso non rientra nei parametri stabiliti dai neoreazionari. Esso propugna un ritorno ai valori virilisti e aristocratici che attribuisce all’Età del Bronzo. Contro il « Bugman » – l’uomo moderno meccanizzato, evirato e addomesticato, ridotto al consumo, al lavoro salariato e alla conformità – il BAM esalta la forza fisica, la bellezza, il dominio, la libertà selvaggia e le confraternite di guerrieri.

Il suo successo negli ambienti giovanili maschili della destra radicale americana non è la conseguenza della sua coerenza argomentativa e del suo rigore storico, ma deriva dal fatto che fa parte di quella letteratura virilista, principalmente digitale, destinata ai giovani uomini, la cui proliferazione meriterebbe un’analisi più approfondita29.

  Il « Common Good Constitutionalism »

Infine, un ultimo concetto stranamente associato alla corrente neoreazionaria – sebbene non presenti alcuna coerenza né nella forma né nella sostanza con questa nebulosa : il Common Good Constitutionalism (Costituzionalismo incentrato sul bene comune) di Adrian Vermeule. Si tratta di una dottrina giuridica che si potrebbe definire « cattolicesimo agostiniano », secondo la quale la Costituzione americana deve essere interpretata non in base alla fedeltà al testo originale (originalismo), ma in funzione del bene comune così come definito dalla tradizione del diritto naturale cattolico.

Si può ritenere che essa apra la strada a un’interpretazione meno letteralista e, di fatto, più soggettiva e pragmatica della Costituzione. Questo approccio è tuttavia logicamente percepito come un progetto di disinibizione funzionale e come un’esplosione dei rigidi quadri stabiliti dallo Stato di diritto attraverso i suoi testi fondamentali.

La RedPill Per concludere con i concetti ricorrenti nella letteratura NRx, si può anche menzionare la famosa RedPill o pillola rossa, una metafora piuttosto nota e ampiamente « memetizzata ». Creata dai fratelli Wachowski per la trilogia di Matrix nel 1999 e introdotta nella sfera NRx da Curtis Yarvin, essa indica il processo attraverso il quale un individuo rifiuta il quadro cognitivo progressista dominante – mantenuto, secondo i neoreazionari, dalla famosa «Cattedrale» – per accedere a ciò che la NRx presenta come la verità nuda e cruda, ovvero: le disuguaglianze naturali tra individui e gruppi, l’illegittimità della democrazia, la vera natura del potere.

La «pillola blu» indica il confort dell’illusione perpetuata; la pillola rossa, il costo della lucidità. Il mondo si divide tra coloro che vedono e vivono nel mondo reale e coloro che dormono e credono nei « dogmi della Cattedrale ». L’enorme astuzia (è ironico) di questo concetto sta nel fatto che formalizza un dispositivo retorico di chiusura tipico delle retoriche settarie. Chi ancora obietta alle argomentazioni provenienti dal futuro dei profeti della Luce oscura è ancora «sotto l’effetto della pillola blu». Mi sembra inutile dilungarmi su questo concetto. 

   Accoglienza e analisi

Esiste quindi già una solida letteratura sulla genealogia, le idee, le reti di diffusione e l’accoglienza politica della NRx. Eccone una breve panoramica : La NRx è una metapolitica dell’« Exit » La più interessante è senza dubbio quella di Harrison Smith e Roger Burrows, intitolata « Software, Sovereignty and the Post-Neoliberal Politics of Exit » (Software, sovranità e politiche di uscita post-neoliberiste)30. La tesi chiave di questo lavoro è che la NRx non è solo una corrente di idee reazionarie online, ma anche un progetto di riconfigurazione tecnica della sovranità sostenuto da infrastrutture, prototipi e immaginari tecnopolitici.

Per Smith e Burrows, la neoreazione cerca di costruire architetture socio-tecniche in grado di incarnarne i principi: l’uscita dalla democrazia, la concorrenza tra giurisdizioni e la sostituzione della « exit » alla « voice ». La loro idea centrale è che la NRx debba essere intesa come una politica dell’uscita. Piuttosto che un progetto di trasformazione dello Stato non attraverso il dibattito, il voto o il conflitto sociale, ma tramite la libera concorrenza. Per Smith e Burrows, il nucleo analitico della proposta NRx si basa sulla distinzione di Albert Hirschman tra exit, voice [e] loyalty31. Per Smith e Burrows, la NRx assolutizza l’exit.

Anziché lavorare sui processi di correzione politica dell’ordine sociale, essa propone semplicemente di consentire agli individui o alle élite mobili (di cui Jacques Attali aveva parlato così bene) di unirsi a entità concorrenti e di lasciare a ciascuno la possibilità di fare la propria scelta e ai sistemi organizzativi di dotarsi delle caratteristiche più appropriate secondo del solo criterio di efficacia nella sua realizzazione.

Urbis e seasteading: l’immaginario neoreazionario Uno dei contributi più interessanti di questo articolo è quello di mostrare che le idee discusse dai neoreazionari sono spesso sostenute o si ispirano a progetti tecno-imprenditoriali originali. Smith e Burrows analizzano l’Urbit e il seasteading come due concretizzazioni dell’immaginario neoreazionario. 

  Il “seasteading” incarna l’idea di città galleggianti concorrenti, al di fuori dei tradizionali vincoli statali³², mentre Urbit è un progetto tecnologico radicale lanciato da Curtis Yarvin (con Peter Thiel come principale investitore tramite Founders Fund), la cui ambizione era quella di ricostruire l’informatica in rete partendo dalle fondamenta, restituendo a ogni utente la piena sovranità sui propri dati e sulla propria identità digitale, in un’architettura che si supponeva più autonoma. Avviato da Curtis Yarvin (alias Mencius Moldbug) già nel 2002 e lanciato formalmente nel 2013 dalla società Tlon Corporation, il progetto ha beneficiato del sostegno di Peter Thiel e Andreessen Horowitz. Il suo nome e la sua estetica rimandano direttamente al racconto di Borges, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius : l’idea (Hyperstition) che una società segreta possa riconfigurare la realtà descrivendola, che alcune finzioni, alcuni racconti o prototipi finiscano per produrre la realtà che preannunciano, poiché orientano gli investimenti, l’immaginario e le pratiche.

In questa prospettiva, la NRx non è solo descrittiva o programmatica. Agisce come una macchina narrativa che cerca di rendere pensabili, desiderabili e infine realizzabili mondi post-democratici.

Ma torniamo a Urbit. Il paradosso fondamentale di questo progetto è che la sua promessa di decentralizzazione e di sovranità individuale si è formalmente trasformata in una realtà di concentrazione monarchica del potere. La distribuzione degli indirizzi rivela che Tlon Corporation, i suoi dipendenti e la Fondazione detenevano 185 delle 256 «galassie», i nodi sovrani al vertice della governance, nel 2019. L’interfaccia Landscape era bella, ma poggiava su un sistema operativo instabile; alcuni utenti hanno finito per pagare Tlon per ospitare il proprio « pianeta »33, riproducendo esattamente il modello cloud da cui volevano fuggire. Urbit ha conosciuto un vero e proprio successo culturale tra il 2020 e il 2022, in particolare nelle scene artistiche e crittografiche di New York e Berlino, prima di crollare. Nell’agosto 2024, la Fondazione Urbit ha ammesso di essere a corto di capitali e ha licenziato il proprio direttore generale. La rete è ancora attiva al momento della stesura di questo articolo con migliaia di nodi online, ma il suo futuro dipende ormai interamente dal suo fondatore-monarca, che con questo progetto ha offerto una dimostrazione molto paradossale.

Yarvin ha cercato di incapsulare un’ideologia nel codice e ci è riuscito, ma con un risultato istruttivo e contraddittorio. Partiva infatti da una constatazione liberale-radicale piuttosto classica, ovvero che gli Stati e i GAFAM hanno confiscato la sovranità individuale. La sua soluzione non è né politica né militante, ma architettonica. Ricostruendo lo stack software da zero, sperava di rendere strutturalmente impossibile la cattura dell’utente da parte di     un terzo. Il codice funge da costituzione; la proprietà crittografica vale più del diritto positivo. Si tratta di una forma di «exit» tecnologico – il gesto sovrano per eccellenza nel pensiero NRx.

Ma la struttura stessa di Urbit ha tradito la visione monarchica di Yarvin. La gerarchia istituita in Urbit tra galassie/stelle/pianeti (in chiaro: governance, architettura, utenti) era in un certo senso un’ontologia politica codificata: il potere appartiene ai proprietari dello spazio di indirizzamento, gli utenti ordinari non hanno alcuna voce in capitolo, solo il diritto di andarsene. In sostanza, esattamente la struttura che Yarvin raccomanda per uno Stato ideale: un sovrano proprietario, sudditi liberi di andarsene e zero democrazia. Eppure, lo stesso Yarvin confutò l’argomento libertario classico secondo cui il decentramento tecnico produrrebbe meccanicamente più libertà. Decentramento e sovranità individuale non sono sinonimi. Egli ha dimostrato (ma lo sapevamo già) che una rete può essere al tempo stesso distribuita e feudale. Il fallimento di Urbit: dalla sovranità al dominio

Il ricorso al concetto borgesiano di Tlön per la scelta del nome dell’azienda è rivelatore34. Yarvin crede sinceramente nell’idea che descrivere un mondo con sufficiente precisione tecnica basti a farlo diventare realtà. Urbit doveva essere la descrizione eseguibile di un Internet sovrano; ha dimostrato invece che l’unica sovranità possibile è l’auto-esilio, in contrapposizione a un’architettura, a una legge o a un ordine che si rifiuta. La sovranità reale è qui la possibilità di una fuga verso un’altra scelta. Se si ricorda che l’esilio era il colmo dell’infamia nell’ordine delle punizioni sociali nella maggior parte delle società tradizionali, ecco un motivo di riflessione piuttosto stimolante…

Ma, in breve, Urbit è in miniatura ciò che la NRx è in grande : una critica lucida dello status quo, combinata con una soluzione che riproduce esattamente le strutture di dominio che pretende di abolire. Yarvin diagnostica con precisione la cattura dell’individuo da parte degli intermediari centralizzati – per poi costruire un sistema in cui lui e i suoi soci controllano 185 dei 256 nodi sovrani.

Non si tratta di una contraddizione accidentale; è la logica interna di un pensiero che ha fatto della leadership il valore cardine e della massa una variabile da governare, non un soggetto politico.

L’esperienza di Urbit conferma così il paradosso assolutamente e totalmente visibile, e persino illuminante, dell’impasse, e rimane un prezioso oggetto intellettuale in quanto caso limite che rivela le aporie di ogni tentativo di fondare una politica sulla sola ingegneria. Una lettura di Jacques Ellul³⁵ avrebbe potuto chiarire l’esperienza sin dai suoi esordi…

  Un immaginario politico della secessione

Un altro punto essenziale è il legame con la Silicon Valley. Gli autori sostengono che queste visioni abbiano un’efficacia reale perché si articolano attorno a capitali, a reti imprenditoriali e a una cultura tecnologica affascinata dall’ottimizzazione, dalla rifondazione da zero e dall’uscita dai vincoli politici ordinari.

La loro tesi non è quindi che la NRx abbia già sostituito le istituzioni esistenti, ma che svolga un ruolo concreto nell’orientamento di determinati investimenti, progetti e immaginari post-neoliberali.

Per Smith e Burrows, la NRx è meno una semplice ideologia che un immaginario tecnopolitico di secessione, in cui l’exit, il codice, la finanza e i prototipi di infrastruttura servono a concepire un ordine post-democratico.

Bricolage reazionario e pensiero computazionale

Un’altra sintesi su questa corrente è quella di James Rosenberg: « Reactionary Bricolage: Curtis Yarvin and Postliberalism » (Bricolage reazionario: Curtis Yarvin e il postliberalismo)36. Rosenberg presenta l’opera di Yarvin come un caso di « reactionary bricolage », ovvero una costruzione ideologica composta da elementi disparati provenienti da frammenti di pensiero monarchico, elitario, controrivoluzionario, libertario, tecnocratico e cibernetico, riuniti in un linguaggio comune e riorganizzati in un insieme coerente. Secondo lui, la novità di Yarvin risiede nella fusione tra temi tradizionali del pensiero antidemocratico e un modo di concepire la società in termini di sistemi, informazione, calcolo e governance computazionale.

Rosenberg evoca l’idea che Yarvin sviluppi uno stile di pensiero computazionale, ovvero una visione della società come sistema governabile, riprogrammabile e ottimizzabile, piuttosto che come spazio di legittimo conflitto tra cittadini uguali.

In questo contesto, le istituzioni democratiche appaiono come inefficienti, disorganizzate e corrotte per definizione. Al contrario, un buon ordine politico sarebbe quello che riduce l’ attrito, chiarisce le catene di comando e tratta il governo come un problema di ingegneria. Yarvin non è solo reazionario nel senso classico del termine. Egli riformula la reazione in un linguaggio adatto al mondo del software, dell’ottimizzazione e della modellizzazione dei sistemi complessi. Per Rosenberg, Yarvin funge da sintomo avanzato di una mutazione più generale degli stili di pensiero antidemocratico nel contesto americano contemporaneo.

   Yuk Hui : sintomo di un esaurimento dell’umanesimo

Un altro analista della corrente NRx, Yuk Hui, in « On the Recurrence of Neoreactionaries » (Sul ritorno dei neoreazionari) 37. Per Yuk Hui, l’ascesa dei neoreazionari va collocata nel contesto della fine di un certo ordine mondiale. L’elezione del 2024 segna, secondo lui, un momento in cui la neoreazione non è più solo clandestina o confinata ai margini di Internet, ma riceve una forma di riconoscimento politico esplicito attraverso la cerchia di J. D. Vance, legata a Curtis Yarvin e Peter Thiel. La domanda, secondo lui, non è quindi solo « Perché queste idee esistono? », ma piuttosto « Perché stanno tornando proprio ora? », e cosa ci dice questo ritorno sull’esaurimento del regime di globalizzazione che dominava dalla fine della guerra fredda? Per Hui, la neoreazione è un’ideologia efficace tra le rovine di quella che egli definisce l’ideologia « termodinamica » della globalizzazione, ovvero la convinzione secondo cui l’apertura dei mercati, dei sistemi e dei flussi avrebbe dovuto produrre spontaneamente maggiore libertà, prosperità e razionalità politica.

Secondo lui, questa promessa si è infranta quando la globalizzazione ha smesso di avvantaggiare unilateralmente l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti. L’ascesa della Cina, la ricomposizione geopolitica, la deindustrializzazione americana e le tensioni post-2008 hanno così creato il terreno su cui la neoreazione può emergere come una risposta, anche se regressiva, alla crisi del liberalismo globalizzato.

Il concetto chiave di Hui è quello di «coscienza infelice», ripreso da Hegel. Egli lo utilizza per descrivere una situazione in cui un ordine sociale avverte di essere in contraddizione con se stesso, senza sapere come superare tale contraddizione. Per lui, la neoreazione esprime proprio questa coscienza infelice dell’Occidente che ha promosso la globalizzazione, l’apertura e il libero mercato, per poi scoprire di essere indebolito dagli stessi effetti di tale processo; si rivolge quindi al nazionalismo, all’autorità, all’eccezionalità e a forme di chiusura senza riuscire realmente a risolvere la contraddizione iniziale.

  In questa interpretazione, i neoreazionari non sono innanzitutto architetti coerenti di un mondo nuovo. Sono i sintomi intellettuali di un ordine in crisi, di un mondo post-liberale che non sa più come articolare potere, identità, tecnologia e sovranità. Hui attribuisce qui un ruolo importante a Peter Thiel, Curtis Yarvin e Nick Land. Li considera figure che danno una forma concettuale a questa crisi dell’Occidente, combinando la critica alla democrazia liberale, l’immaginario tecnologico, il pensiero dell’eccezione e la volontà di preservare il potere occidentale.

Più in generale, colloca la neoreazione all’interno di una trasformazione più ampia della condizione planetaria. Hui afferma che il conflitto contemporaneo non riguarda solo le ideologie, ma anche la tecnologia, le infrastrutture, l’intelligenza artificiale, le catene di produzione, i microprocessori e i blocchi geopolitici che si organizzano attorno a queste capacità.

E da questo punto di vista, la neoreazione appare quindi come una risposta occidentale a una perdita di controllo nel mondo tecnologico globale.

Non si tratta solo di una nostalgia politica, ma anche di un tentativo di ripensare il dominio, la sovranità e la modernizzazione, in un’epoca in cui la superiorità occidentale non è più garantita. Più semplicemente, Hui ricorre anche a René Girard per ricordare che i periodi di crisi favoriscono le logiche del capro espiatorio. La neoreazione e i suoi ambienti politici tendono, secondo lui, a risolvere le contraddizioni sistemiche individuando comodi capri espiatori: immigrati, élite liberali, Cina, « Cattedrale », progressisti, ecc.

Ma questa logica non risolve nulla in profondità. Al contrario, alimenta la polarizzazione e ripropone la « coscienza infelice » invece di superarla realmente. Per Hui, la neoreazione è testimonianza del momento storico. La sua sfida non è tanto quella di confutare Yarvin punto per punto, quanto piuttosto di comprendere perché un simile discorso diventi concepibile e seducente in un’epoca contrassegnata dalla crisi della globalizzazione, dalla rivalità tecno-geopolitica e dall’esaurimento dei vecchi universalismi.

Tait: libertarismo, elitarismo e cultura del web A integrazione delle analisi già esistenti sulla neoreazione, si può anche accennare brevemente all’approccio di Joshua Tait nel suo capitolo «Mencius Moldbug and Neoreaction» in Key Thinkers of the Radical Right (I principali pensatori dell’estrema destra) 38. Per Tait, Yarvin non è tanto un ideologo radicale quanto una figura fondatrice di un nuovo tipo di radicalità di destra nata dal web. La sua originalità è meno dottrinale in senso stretto    quanto mediatica e sociologica: Yarvin è al tempo stesso un teorico della neoreazione e un archetipo dell’ideologo digitale che prefigura l’alt-right e le successive forme di attivismo reazionario online. È un « harbinger and archetype »: un precursore e un prototipo dei movimenti anti-egualitari basati sul web che ricorrono all’ironia, alla critica dei media, alla trasgressione e alla denuncia della sinistra come sistema di dominio intellettuale. Incarna una nuova destra giovane, maschile, laica, connessa, anonima, anti-progressista ed esperta nell’ uso delle tecnologie digitali. Una sociologia politica di destra nata da Internet, dove lo stile, l’ironia, i neologismi, l’anonimato e la circolazione digitale contano tanto quanto le idee stesse.

Il punto interessante dell’analisi di Tait è che la neoreazione deve essere intesa come una nuova sintesi tra tecnolibertarismo e autoritarismo antidemocratico. Yarvin parte dalla cultura dei programmatori, dal libertarismo radicale e dall’ossessione per i sistemi efficienti, per poi concludere che la libertà può essere salvata solo dalla gerarchia, dall’autorità e dalla distruzione della democrazia.

In altre parole, l’originalità intellettuale di Yarvin consiste nell’aver fuso libertarismo, teoria delle élite, reazione anti-egualitaria e cultura di Internet in una formula politicamente esplosiva.

La stampa e i think tank

Le altre analisi sviluppate dalla stampa riguardo alla nebulosa NRx dimostrano una reale presa di serietà: la NRx/Dark Enlightenment non è più solo una sottocultura intellettuale online, ma una matrice ideologica ormai udibile in alcuni segmenti del settore tecnologico e della destra trumpista. Su Time, Ed Simon propone una lettura soprattutto storico-morale della Dark Enlightenment39. La sua tesi centrale è che questa corrente costituisca un’inversione esplicita delle promesse dell’ideologia dell’Illuminismo (l’Aufklärung): laddove l’Illuminismo prometteva libertà, uguaglianza ed emancipazione, la Dark Enlightenment valorizza la gerarchia, la servitù, l’elitarismo e l’autorità. Questo testo inquadra la NRx come una forma di modernismo reazionario (reactionary modernism) o di autoritarismo cibernetico (cybernetic authoritarianism). In altre parole, Simon sottolinea la combinazione tra immaginario tecnologico, nichilismo e odio per la democrazia, e cerca soprattutto di mostrare la coerenza civilizzazionale del pericolo piuttosto che mappare con precisione reti o pubblici.

  Il testo di Christopher Collins pubblicato dal Cascade Institute40 adotta un approccio più geopolitico e istituzionale. La sua tesi è che le idee del Dark Enlightenment abbiano iniziato a diffondersi dalla Silicon Valley verso Washington, raggiungendo alcuni ambienti tecnologici e politico-amministrativi, anche se rimangono ancora marginali ed esoteriche. Egli collega direttamente Yarvin, Nick Land, il vocabolario della «Cattedrale» e il progetto di concentrazione del potere esecutivo a dibattiti molto concreti sullo Stato, la regolamentazione, l’IA e la politica americana contemporanea, e adotta un punto di vista canadese, chiedendosi cosa possa significare questa diffusione americana per il Canada in termini di mercati, allineamento politico ed effetti di contagio.

NRx come variante antipopulista e tecnocratica dell’Alt-right I testi della Political Research Associates41 hanno un approccio più sociopolitico e orientato al movimento. La loro tesi centrale è che la neoreazione non è ovviamente riducibile al populismo MAGA classico: costituisce un blocco elitario, tecnocapitalista e antidemocratico, che opera all’interno o intorno al trumpismo, ma con una logica propria. Matthew N. Lyons colloca gli NRx come una componente intellettuale (non populista) dell’Alt-Right, complementare ma distinta dal nazionalismo bianco.

Laddove il populismo trumpista pretende di parlare a nome del popolo, la neoreazione rivendica piuttosto il governo da parte delle élite, la diffidenza verso la sovranità popolare e l’idea di una ristrutturazione dello Stato secondo un modello corporativo o CEO-monarchico. Essi mostrano come queste idee ispirino direttamente il DOGE42 di Trump 2025 : « RAGE » (« Retire All Government Employees », licenziamento di massa dei funzionari pubblici), sovranità assoluta di un « CEO nazionale » e smantellamento dello Stato amministrativo.

Il merito principale di questo approccio è quindi quello di dimostrare che la NRx non è solo una variante retorica dell’estrema destra, ma una corrente specifica all’incrocio tra capitale tecnologico, antidemocrazia e ristrutturazione autoritaria dello Stato.

I tre testi convergono su una lettura critica di sinistra: la NRx non è una semplice «eccentricità online», ma un’ideologia coerente, elitaria e tecnocratica, l’ideologia delle élite tecnologiche che nasconde un progetto autoritario sotto una patina futurista e antipopulista.

   Conclusione : Un miscuglio ideologico che teorizza soprattutto la disinibizione e riflette uno stato di panico. Il movimento neoreazionario appare per quello che è realmente : una nebulosa ideologica senza centro né coerenza interna, un miscuglio concettuale eterogeneo in cui gli autori principali si contraddicono con la stessa violenza sia tra loro che al loro interno.

Curtis Yarvin propone un’ architettura politica precisa e quasi rassicurante: neocameralismo, CEO-monarca, un patchwork di microsovranità concorrenti in cui l’exit sostituisce il voto e dove la proprietà allineata al potere elimina finalmente la dissociazione tra sovrano e Stato.

Nick Land, dal canto suo, non costruisce nulla: celebra la fuga in avanti. Il suo accelerazionismo trasforma il tecno-capitale in un’intelligenza disumana la cui unica logica è la dissoluzione entropica di ogni struttura, comprese quelle che Yarvin pretende di erigere.

Questa tensione irrisolta tra ordine sovrano e nichilismo macchinico è fondamentale. Lo stesso Yarvin ne offre l’illustrazione più crudele con Urbit: il progetto che avrebbe dovuto incarnare la sovranità individuale attraverso il codice ha finito per riprodurre, su scala di rete, esattamente quella concentrazione monarchica e quella appropriazione che egli stesso denunciava nei GAFAM. Land, profeta della singolarità post-umana da Shanghai, mantiene una posizione apocalittica la cui coerenza con i propri tweet (@xenocosmography) rientra spesso nel campo del contorsionismo. Il bioleninismo di Spandrell, il vitalismo barbarista del Bronze Age Mindset o il cattolicesimo agostiniano di Vermeule completano la trasformazione della NRx in un patchwork estetico-dottrinale in cui si mescolano nichilismo, maschilismo, esoterismo e tecno-feudalismo, che coesistono senza mai formare un sistema coerente.

Questa incoerenza non è un incidente di percorso: la NRx è il sintomo di un panico civilizzazionale e agglomera così tutte le reazioni alla decomposizione del modello liberale occidentale. Di fronte all’esaurimento del liberalismo globalizzato, alla perdita del primato tecnologico dell’Occidente, alla deindustrializzazione americana e alla crisi di legittimità delle democrazie, la NRx offre una raccolta di analisi radicali, cupe, a volte interessanti, creative e seducenti. Come osserva Yuk Hui, essa esprime la « coscienza infelice » di un ordine che ha promosso la globalizzazione e si scopre ora indebolito dai suoi stessi effetti. Sarebbe quasi ridicola – un miscuglio di fantasie elitarie, complotti luciferini, fantascienza cyberpunk e nostalgia monarchica – se non fosse proprio in stretta connessione con attori politici ed economici concreti: miliardari del settore tecnologico, la cerchia della seconda amministrazione Trump, le reti di capitale di rischio e di governance esecutiva.

  Il pericolo principale della neoreazione non risiede tuttavia nella sua forza teorica (modesta), ma nei suoi effetti comportamentali. Al di là delle idee, essa manifesta, attraverso numerosi aspetti diretti o indiretti, una potente aspirazione alla disinibizione che costituisce il suo vero contributo storico. Rende accettabile, intellettualmente rispettabile e discutibile ciò che la democrazia liberale era (più o meno) riuscita a contenere nella sua società improntata all’umanesimo delle lettere e del diritto : il disprezzo aperto della sovranità popolare, la celebrazione cinica della gerarchia bruta, il fantasma dell’ «hard reset» cesareo e la gioiosa liquidazione dei freni istituzionali, il tutto sotto forma di pulsioni autoritarie e post-umaniste.

Una versione sotto anfetamine di uno straussismo sotto anabolizzanti

In questo senso, essa segna una profonda disarticolazione della dottrina di Stato che oggi cerca di appoggiarsi a un populismo di destra. Tra le élite straussiste e le classi medie⁴³ devastate dal « miracolo produttivo » dell’IA e della robotica, destinate a rendere obsoleta la forza lavoro dell’80% della popolazione entro il 2050, fermentano gli innesti irrazionali di improvvisati ideologi che tentano di incanalare nuove forme di rabbia. Il clamore di panico sfrenato che sale da quella parte non assomiglia, in fin dei conti, che a una versione cento volte più folle degli « straussiani sotto anabolizzanti » che furono i neoconservatori : stessa arroganza elitaria, stessa volontà di rimodellare la realtà con la forza delle idee, ma questa volta senza la patina morale e con una dose supplementare di nichilismo cibernetico.

La probabilità che questa nebulosa ideologica possa trovare la propria strada in modo diverso dall’anarco-cesarismo dei Techlords o dal bricolage ideologico per un fan di Milei appassionato di Bitcoin, è piuttosto bassa. Ma ancora una volta, in quanto sintomo del panico occidentale di fronte all’avvento della multipolarità e allo sconvolgimento della catena del valore causato dalla rivoluzione dell’IA e della robotica, il fenomeno merita senza dubbio attenzione.  

Bibliographie


1
 Ses textes des années 1987 à 2007 seront réunis dans : Nick Land, Fanged Noumena : Collected Writings 1987-2007, édité par Robin Mackay et Ray Brassier, Falmouth,
Royaume-Uni, Urbanomic ; New York, Sequence Press, 2011.
2 Vidéo : David Marchese, « Curtis Yarvin Says Democracy Is Done. Powerful
Conservatives Are Listening. » (Curtis Yarvin dit que la démocratie est finie. De
puissants conservateurs l’écoutent), The New York Times, The Interview, 18 janvier 2025. 3 Ava Kofman, « Curtis Yarvin’s Plot Against America » (Le complot de Curtis
Yarvin contre l’Amérique), The New Yorker, 9 juin 2025. 4
 Ke Jemima Kelly, « Sunday at the Garden Party for Curtis Yarvin and the New,
New Right » (Dimanche à la garden-party de Curtis Yarvin et de la nouvelle nouvelle
droite), Financial Times Magazine, 8 août 2025.

5 Curtis Yarvin [Mencius Moldbug], « A Formalist Manifesto » (Un manifeste
formaliste), Unqualified Reservations, blog, 24 avril 2007. 6 Il y réalise une thèse intéressante et très originale sous la direction de David
Farrell Krell, sur Heidegger et Georg Trakl en 1987 : Nick Land, « Heidegger’s “Die
Sprache im Gedicht” and the Cultivation of the Grapheme » (Le « Die Sprache
im Gedicht » de Heidegger et la culture du graphème), thèse de doctorat (PhD),
University of Essex, 1987. 7 Doctrine théologique (surtout protestante et juive, XVIe siècle) selon laquelle
les croyants ne sont plus soumis à la loi morale (la « Loi » de l’Ancien Testament ou
les commandements).
8 Un simple regard sur son compte X (@xenocosmography) vous permettra de
vérifier la cohérence de ses thèses apocalyptiques avec sa vision politique et ses
commentaires d’actualité.
9 Michael Anissimov, A Critique of Democracy: A Guide for Neoreactionaries (Une
critique de la démocratie : guide à l’usage des néoréactionnaires), Zenit Books, 2015.
10 Curtis Yarvin [Mencius Moldbug], « A Formalist Manifesto », op.cit. 11 Curtis Yarvin, « A Brief Explanation of the cathedral » (Brève explication de la
cathédrale), Gray Mirror, Substack, 20 janvier 2021.
12 Eric S. Raymond, « The Cathedral and the Bazaar » (La Cathédrale et le Bazar), 1997.
Puis, en format livre : Eric S. Raymond, The Cathedral and the Bazaar: Musings on
Linux and Open Source by an Accidental Revolutionary (La Cathédrale et le Bazar :
réflexions sur Linux et l’open source par un révolutionnaire accidentel), Sebastopol,
O’Reilly Media, 1999.
13 Un ennemi est le moyen d’un « nous » et en miroir d’un énoncé appelant subliminalement une unité.
14 Karl R.Popper, The Poverty of Historicism (Misère de l’historicisme), Londres,
Routledge & Kegan Paul, 1957. Première publication en articles dans Economica,
1944–1945 ; publié en livre : Londres, Routledge & Kegan Paul, 1957.
15 James M. Buchanan, « An Economic Theory of Clubs » (Une théorie économique
des clubs), Economica, février 1965, vol. 32, n° 125, pp. 1–14. 16 Charles M. Tiebout, « A Pure Theory of Local Expenditures » (Une théorie pure des
dépenses locales), Journal of Political Economy, octobre 1956, vol. 64, n° 5, pp. 416–424.
17 Yarvin cite peu et mal, et préfère présenter ses idées comme des évidences
de bon sens ou des déductions originales plutôt que comme une synthèse de
travaux préalables. Les commentateurs académiques qui ont analysé le Patchwork –
notamment dans les milieux libertariens – ont établi la connexion avec le travail
de Buchanan, mais c’est une reconstruction critique extérieure, pas une filiation
revendiquée par Yarvin lui-même. Certains font aussi remarquer que, si Yarvin
avait sérieusement cité Buchanan, il aurait dû affronter les limites que l’auteur
reconnaissait lui-même, notamment le fait que le modèle du « vote par les pieds »
suppose une mobilité parfaite et une information complète, ce qui est évidemment
pratiquement irréaliste.
18 Nick Land, « The Dark Enlightenment » (Les Lumières obscures), Urban Future
(blog), 2 mars – 25 décembre 2012. Lien alternatif (PDF) : « The Dark Enlightenment ». 19 Hans-Hermann Hoppe, Democracy : The God That Failed. The Economics and
Politics of Monarchy, Democracy, and Natural Order (La Démocratie, le dieu qui a
échoué. Économie et politique de la monarchie, de la démocratie et de l’ordre naturel),
New Brunswick (New Jersey), Transaction Publishers, 2001.
Plus spécifiquement le chapitre 1 : « Time Preference, Government, and the Process of Decivilization » (Préférence temporelle, État et processus de décivilisation).
20 Via le Sapere aude kantien (« use de ton entendement »), qui a pour effet la destruction des subjectivités culturelles (déterritorialisation des traditions, des identités
locales, des autorités religieuses).
21 Un monohumanisme définissant un « Homme universel » abstrait, « égal en
droits », qui nivelle les différences réelles et crée un champ social plus plat, donc
plus dissipatif.
22 Laurent Ozon, « Singularité un cauchemar déguisé en miracle », Revue
Géopolitique Profonde n° 34 d’avril 2026.
23 À ce sujet : Marc Andreessen, « The Techno-Optimist Manifesto » (Le Manifeste
techno-optimiste), Andreessen Horowitz, 16 octobre 2023.
La « machine techno-capitaliste » est un concept qui définit une entité quasi autonome
et auto-accélérée, dont la finalité propre dépasse et réduit les agents humains à
l’état d’instruments transitoires, l’avènement d’une dynamique irréversible orientée
vers l’émergence d’une intelligence post-humaine.
24 La néguentropie (ou entropie négative) est la mesure de l’ordre, de l’organisation
et de la complexité qu’un système (vivant ou ouvert) crée et maintient localement,
en s’opposant à la tendance naturelle au désordre (entropie). Popularisé par
Schrödinger dans Qu’est-ce que la vie ? (1944) pour expliquer comment la vie « se
nourrit de néguentropie ».
La syntonie est un concept très voisin, introduit par le mathématicien italien Luigi
Fantappiè qui désigne la force de convergence, d’harmonisation et de complexification
qui pousse les systèmes vers plus d’ordre, de vie et d’organisation, par opposition
à l’entropie (dispersion et chaos).
25 Une bonne synthèse ici : Benjamin Nitzer, « Une lecture de L’Anti-Œdipe | Désir,
capitalisme et schizophrénie #3 », Un Philosophe (blog), 24 juin 2019. 26 Gershom Scholem, Le messianisme juif – Essais sur la spiritualité du judaïsme,
préface, traduction, notes et bibliographie par Bernard Dupuy, Paris, Les Belles
Lettres, coll. « Le Goût des idées », 2016, p. 139.
27 1. Spandrell, « Biological Leninism » (Le léninisme biologique), Bloody Shovel,
13 novembre 2017.

  1. Spandrell, « Bioleninism, the First Step » (Le bioléninisme, la première étape),
    Bloody Shovel, 13 décembre 2017.
    Et enfin 3. Spandrell, « Leninism and Bioleninism » (Le léninisme et le bioléninisme),
    Bloody Shovel, 21 janvier 2018.

28 On peut évoquer une forme d’affirmative action group généralisée (AAG). 29 Trois études internationales émergent sur ce sujet :

  1. Debbie Ging, « Alphas, Betas, and Incels: Theorizing the Masculinities of the
    Manosphere » (Alphas, bêtas et incels : théoriser les masculinités de la manosphère),
    Men and Masculinities, 2019, vol. 22, n° 4, pp. 638–657.
    Et l’article récent Vivian Gerrand, Debbie Ging, Joshua M. Roose et Michael Flood,
    « Mapping the Neo-Manosphere(s): New Directions for Research » (Cartographier les néo-manosphères : nouvelles orientations pour la recherche), Men and
    Masculinities, 17 juin 2025, vol. 28, n° 5, pp. 443–464. Elle analyse l’évolution vers une
    « néo-manosphère » plus commerciale, algorithmique et mainstream (influenceurs
    type Andrew Tate, stoïcisme, alpha masculinity).
  2. Lisa Sugiura, The Incel Rebellion : The Rise of the Manosphere and the Virtual War
    Against Women (La rébellion incel : l’essor de la manosphère et la guerre virtuelle contre
    les femmes), Emerald, 2021. Étude détaillée de l’émergence et de la radicalisation
    en ligne depuis les années 2010.
  3. Manoel Horta Ribeiro et al., « The Evolution of the Manosphere across the
    Web » (L’évolution de la manosphère sur le Web), Proceedings of the International
    AAAI Conference on Web and Social Media, 2021, vol. 15, n° 1, pp. 196-207. 30 Harrison Smith et Roger Burrows, « Software, Sovereignty and the Post-Neoliberal Politics of Exit » (Logiciel, souveraineté et politique post-néolibérale de la
    sortie), Theory, Culture & Society, 9 avril 2021, vol. 38, n° 6, pp. 143-166. 31 Albert O. Hirschman, Exit, Voice, and Loyalty : Responses to Decline in Firms,
    Organizations, and States (Défection, prise de parole et loyauté : réponses au déclin
    des firmes, des organisations et des États), Cambridge (Massachusetts), Harvard
    University Press, 1970.
    32 Le compte du Seasteading Institute sur X indique : « Nous sommes une organisation à but non lucratif qui travaille à rendre possibles les villes flottantes, ce qui
    offrira aux gens l’opportunité de tester pacifiquement de nouvelles idées sur la manière
    de vivre ensemble. » 33 Dans Urbit, les identités d’utilisateurs individuels, achetables comme des
    parcelles virtuelles.
    34 Jorge Luis Borges, « Tlön, Uqbar, Orbis Tertius », Fictions, trad. P. Verdevoye et
    Ibarra, Paris, Gallimard, coll. « L’Imaginaire », 1957.
    Dans cette nouvelle, Borges imagine une société secrète qui rédige l’encyclopédie
    exhaustive d’un monde imaginaire, Tlön, dont la cohérence interne finit par contaminer et supplanter le réel. Parabole sur le pouvoir des systèmes idéologiques
    totalisants, la nouvelle illustre le mécanisme par lequel toute description suffisamment rigoureuse d’un monde alternatif tend à le faire advenir.
    35 Jacques Ellul, La Technique ou l’Enjeu du siècle, Paris, Economica, coll. « Classiques
    des sciences sociales », 1990, 423 p.
    36 James Rosenberg, «Reactionary Bricolage: Curtis Yarvin and Postliberalism »
    (Bricolage réactionnaire : Curtis Yarvin et le postlibéralisme), Theory, Culture &
    Society, 17 janvier 2026. 37 Yuk Hui, «On the Recurrence of Neoreactionaries » (Sur le retour des néoréactionnaires), e-flux Journal, 4 février 2025, n° 151. 38 Joshua Tait, « Mencius Moldbug and Neoreaction » (Mencius Moldbug et la
    néoréaction), dans Mark Sedgwick (dir.), Key Thinkers of the Radical Right: Behind
    the New Threat to Liberal Democracy (Penseurs clés de la droite radicale : derrière la
    nouvelle menace contre la démocratie libérale), New York, Oxford University Press,
    2019, pp. 187–203.
    39 Ed Simon, « What We Must Understand About the Dark Enlightenment
    Movement » (Ce que nous devons comprendre du mouvement des Lumières
    obscures), Time, 24 mars 2025.
    40 Christopher Collins, «Anti-democratic ‘Dark Enlightenment’ Ideas Have Spread
    from Silicon Valley to Washington » (Les idées antidémocratiques des « Lumières
    obscures » se sont propagées de la Silicon Valley à Washington), Cascade Institute,
    20 mai 2025. Tribune initialement publiée dans The Globe and Mail, 19 mai 2025. 41 Matthew N. Lyons, « Ctrl-Alt-Delete : The Origins and Ideology of the Alternative Right » (Ctrl-Alt-Suppr : les origines et l’idéologie de l’Alternative Right), Political
    Research Associates, 20 janvier 2017.
    Et Matthew N. Lyons, « Tech Capitalism and the Neoreactionary Movement Behind DOGE » (Capitalisme technologique et mouvement néoréactionnaire derrière
    DOGE), The Public Eye, été 2025, n° 113, Political Research Associates, 13 juin 2025.
    Écouter aussi : Steven Gardiner et Koki Mendis, « The Neoreactionary Movement Defining the Authoritarian Rise with Steven Gardiner » (Le mouvement
    néoréactionnaire qui définit la montée autoritaire avec Steven Gardiner), Inform
    Your Resistance, saison 4, épisode 1, Political Research Associates, 15 mai 2025. 42 Department of Government Efficiency (Département de l’efficacité administrative). 43 Un concept plus adapté que celui de classe moyenne, tant la superficie des
    sinistrés de la révolution de l’IA s’élargit chaque mois.

Conflitto Israele/Stati Uniti contro l’Iran o Il crepuscolo degli dei _ di Pierre Hillard

https://geopolitique-profonde.systeme.io/school/course/lettre-confidentielle/lecture/9669663

Pierre Hillard è un saggista francese, dottore in scienze politiche. Specialista del « globalismo », critica ciò che interpreta

come un processo tecnocratico di disgregazione delle nazioni e di unificazione del mondo, che passa attraverso la costituzione di « grandi blocchi continentali »

L’attacco a sorpresa israelo-americano contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, che ha causato la morte di numerosi leader politici e militari iraniani, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei e alcuni membri della sua famiglia, costituisce una svolta dalle conseguenze vaste e molteplici.

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Infatti, la fine della famosa «guerra dei Dodici giorni» del giugno 2025, secondo la denominazione proclamata da Donald Trump, non è stata che una tregua nelle relazioni più che tumultuose che oppongono Teheran all’Occidente. Sono molteplici le ragioni che si sommano per spiegare l’antagonismo violento e, possiamo affermare, esistenziale tra questi due mondi. Possiamo addirittura dire che stiamo giungendo a quella famosa svolta civile le cui conseguenze determineranno il futuro delle strutture politiche americane e israeliane e, indirettamente, del genere umano.

Eppure, a prima vista, tutto sembrava andare in una direzione più serena dalla fine della guerra del giugno 2025. Infatti, erano stati avviati negoziati tra Washington e Teheran riguardo al programma nucleare iraniano¹. In origine, il problema verteva sul rilancio di tale programma voluto da Teheran e che rappresentava un ostacolo per i paesi occidentali, Israele in testa, sin dall’inizio degli anni 2000. Erano state avviate discussioni molto intense tra diversi esperti, che avevano portato infine all’Accordo di Vienna, o JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), il 14 luglio 2015. Oltre a un programma di sviluppo nucleare a fini civili autorizzato a scapito di qualsiasi produzione militare, tale accordo consentiva la progressiva revoca delle sanzioni occidentali contro l’Iran. L’ascesa al potere di Donald Trump nel 2017 ha rappresentato una brusca frenata a questa evoluzione, con l’annuncio da parte del presidente americano, l’8 maggio 2018, del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo. Da quella data, tutto è andato a rotoli. L’assassinio del generale iraniano Soleimani il 3 gennaio 2020 a Baghdad per ordine di Trump non è stato che un ulteriore elemento ad alimentare un focolaio di crisi già ardente. Tuttavia, non va dimenticato il comportamento politico-militare di Israele, poiché lo Stato sionista rappresenta la punta di diamante delle tensioni estreme che lacerano il Medio Oriente. Il fenomeno è tanto più accentuato in quanto si fonda su un ideale messianico il cui fine deve sfociare nell’intronizzazione di un Grande Israele, evento a sua volta coronato dalla costruzione di un terzo Tempio a Gerusalemme e dall’arrivo di un Messia liberatore che assicuri la gloria e il primato di Israele sulle nazioni goyim. Di conseguenza, è utile ricordare in primo luogo l’importanza fondamentale attribuita alla storia biblica di questo Tempio che deve essere ricostruito e che incarna, secondo i sostenitori di questo ambiente, l’instaurazione di un nuovo giardino dell’Eden mondiale sotto l’egida di un Israele trionfante. Questo richiamo consentirà, in un secondo e terzo momento, di cogliere meglio la posta in gioco del conflitto che oppone l’Iran a Israele, quest’ultimo sostenuto dal braccio armato americano.

Israele, «la Terra Santa dell’umanità» secondo Theodor Herzl

È con questa espressione che Theodor Herzl designa la terra di Israele nel suo romanzo Altneuland, pubblicato nel 1902.

Nel presentare il suo eroe, Friedrich Löwenberg o Frédéric «Mont du lion», in riferimento al monte Moriah su cui è eretto il Tempio e al leone, emblema della tribù di Giuda all’interno della quale deve nascere il Messia, l’autore che ha dato origine al primo congresso sionista nel 1897 espone in quest’opera un intero passaggio che celebra il terzo Tempio ricostruito secondo i canoni architettonici dell’Israele biblico. Questa proclamazione è l’espressione del fondamento spirituale che anima la sostanza stessa del sionismo, che presenta una facciata fittizia di laicità.

Questa caratteristica era stata già manifestata con il conio di una medaglia commemorativa in occasione del secondo congresso sionista nel 1898. Herzl non aveva esitato a raffigurare sul rovescio di questa medaglia un estratto del capitolo 37 del profeta Ezechiele² che esortava gli ebrei dispersi nel mondo a tornare in Terra Santa.

In realtà, questa profezia ripresa dal sionismo si ritrova nei testi rabbinici.

Come abbiamo spiegato nel nostro libro, riferendoci agli scritti di autori le cui pubblicazioni provengono direttamente dalla libreria dell’Istituto del Tempio di Gerusalemme, la terra stessa del monte Moriah è il centro nevralgico spirituale e politico dell’umanità, di cui il mondo ebraico è il perno. Infatti, secondo gli scritti rabbinici, la terra che permise a Dio di creare il primo uomo, Adamo, proveniva da quel monte. Adamo è in un certo senso l’uomo ebreo per eccellenza che eresse il primo altare sacrificale in onore di Dio.

In seguito, sempre in riferimento a questi testi, quell’uomo e i suoi discendenti, come Caino e Abele, Noè e i suoi figli, Abramo3 e Giacobbe, hanno tutti offerto sacrifici in quello stesso luogo. Dopo il periodo preparatorio con Mosè e il patto d’alleanza stipulato sul Sinai, l’ingresso in Terra Santa da parte di Giosuè permise il controllo di quel territorio da parte degli Ebrei.

Dopo un periodo turbolento, sotto il regno di Saul, il consolidamento della dinastia davidica, discendente dalla tribù di Giuda, permise l’avvio della costruzione del primo Tempio sul monte Moriah. Questo prese forma solo sotto il regno di Salomone. In seguito, si verificò una vera e propria scissione all’interno delle dodici tribù d’Israele (verso il 930 a.C.), che portò dieci di esse, sotto l’egida di Geroboamo, ad allontanarsi dal culto mosaico a Gerusalemme a favore di una spiritualità deviante.

Solo le tribù di Giuda e di Beniamino, che formavano il regno di Giuda, rimasero fedeli all’antico culto, pur attraversando periodi di allentamento. Questa situazione durò quasi due secoli fino a quando le armate di Salmanazar V deportarono queste dieci tribù nel 722 a.C. e ne dispersero le popolazioni in tutto l’impero assiro.

Solo le due tribù di Giuda e di Beniamino rimasero salde nel continuare a trasmettere le promesse divine che rendevano possibile l’arrivo del Messia. Tuttavia, come già indicato, la storia del popolo ebraico è costellata di alti e bassi. Sotto alcuni regni, questo popolo osservava le leggi mosaiche per poi cadere in pratiche di adorazione di Baal. Ricordiamo che questi sacrifici umani non sono propri degli ebrei. Tali pratiche sono esistite presso tutti i popoli e in tutti i continenti. L’ascesa di potenze ostili in tutta questa zona geografica travolse a sua volta il regno di Giuda con la conquista e la distruzione del Primo Tempio nel 586 a.d.C. sotto la guida di Nabucodonosor.

La deportazionemdell’intera popolazione in Mesopotamia rese possibile l’insediamento di un popolo sulle rive dei due fiumi, che godeva di autonomia comunitaria e di una libertà religiosa che gli fece (quasi) dimenticare la dolcezza del latte e del miele lungo il Giordano.

Bisognerà attendere l’arrivo del re persiano Ciro, nel 539 a.C., con la conquista di Babilonia, per rendere possibile il ritorno degli Ebrei nella Terra Promessa. In realtà, solo una minoranza intraprese il viaggio di ritorno. Indirettamente, una tale sedentarizzazione in Mesopotamia a scapito delle promesse della terra biblica rivelava un indebolimento della fede mosaica di queste popolazioni ebraiche. La maggior parte rimase insediata nei luoghi della loro deportazione, prova che le condizioni materiali e politiche dell’epoca non erano loro sfavorevoli a parte un momento sfortunato rappresentato dalla figura di Haman.

Visir dell’Impero persiano sotto il regno di Assuero, egli desiderava l’annientamento della comunità ebraica, ma la sua azione fu vittoriosamente repressa dagli ebrei di Babilonia grazie alla mediazione di Ester, legata ai vertici del potere imperiale.

Questa vittoria ebraica è celebrata dalla festa di Purim e continua a tormentare la psiche delle élite messianiche ebraiche, Netanyahu compreso. Il nome dato all’operazione militare israeliana iniziata il 28 febbraio 2026 alla vigilia di Purim, «Leone ruggente»⁴, è a questo proposito significativo. Successivamente, l’intero periodo relativo al ritorno di una parte del popolo ebraico in Terra Santa con la costruzione del Secondo Tempio è una serie di alti e bassi in materia di spiritualità, accompagnata da diverse occupazioni straniere (macedone, egiziana…poi romana). Tuttavia, i rapporti conflittuali con l’occupante romano portarono a una rivolta di grande portata che sfociò nella conquista di Gerusalemme da parte di Roma e nella distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C.

La dispersione degli ebrei in tutto il bacino del Mediterraneo fu la conseguenza di questo evento di grande portata.

\Un messianismo vendicativo al servizio di un terzo Tempio ricostruito

Ciò che colpisce, a partire dalla dispersione degli ebrei, è l’accumularsi di personaggi che si presentano come il « messia » incarnato, pronti a restituire la gloria all’antico Israele. Potremmo elencarne decine. Tuttavia, secondo alcuni studiosi ebrei, sono stati enunciati alcuni criteri per individuare con certezza il vero « messia ». Tra questi, citiamo un intellettuale di grande levatura come Maimonide (1138-1204), il quale definì il profilo del vero « messia » dopo un periodo di caos totale e planetario. La sua definizione è importante, poiché è stata ripresa dalla comunità Lubavitch e ispira direttamente il governo Netanyahu sin dalla sua formazione nel novembre 2022, includendo, oltre ai partiti religiosi di Ben-Gvir e Smotrich, gli interessi dei rappresentanti di questo ambiente tramite la clausola 1655. Come riferisce lo specialista e storico Amos Funkenstein in merito al pensiero messianico di Maimonide: «(…) Egli sottolinea il carattere veramente monoteista della fede islamica (…). Poiché l’Islam, secondo lui, testimoniava una fede nell’Unico Dio ancora più autentica del cristianesimo. (…) I tempi messianici, promette il filosofo, vedranno la vittoria militare del Messia, fin dall’inizio di quell’era, e l’imposizione della vera fede alle nazioni del mondo e a tutti i nemici di Israele. Dopo queste guerre, note nella tradizione ebraica con il nome di guerra di Gog e Magog, il regno del Messia sarà consolidato per lungo tempo. Nel suo commento alla Mishnah, Maimonide afferma che la legislazione sotto la quale vivranno allora gli uomini sarà del tutto ideale. Ora, una legislazione ideale non può che perpetuarsi a lungo, come già pensavano i filosofi greci. La ragione del successo duraturo del regno della fine dei tempi, del regno messianico, non deriverà da alcun intervento trascendente, esterno o soprannaturale; si fonderà sul semplice fatto che le buone leggi durano nel tempo e preservano la pace e la stabilità di un regno per lunghi anni. E il regno del Messia sarà proprio così: porterà finalmente una pace quasi eterna, sicura e prospera. Maimonide non si limita a considerare i tempi messianici come l’apogeo della storia, ma vi vede soprattutto il momento culminante di quel processo di diffusione e di approfondimento del monoteismo. Egli ritiene che si tratterà di un’epoca storica in tutto e per tutto simile alle altre, un’epoca che non sarà segnata da mutamenti nell’ordine naturale delle cose. (…) Per lui, i tempi messianici sono proprio un’epoca storica e naturale, un’epoca di pace stabile, non dipendente da un intervento del cielo, una sorta di «pax judaica», di pace ebraica. Ciò non implica che egli creda in qualche modo in una futura subordinazione delle nazioni del mondo al popolo di Israele o a una conversione del mondo intero al giudaismo ; ritiene semplicemente che allora tutte le nazioni serviranno il Santo, sia benedetto, a modo loro, cioè osservando scrupolosamente le sette leggi noachiche a cui sono soggette.

Riconosceranno inoltre l’egemonia morale del popolo d’Israele e, quando entreranno in conflitto, per risolvere giustamente la controversia, si rivolgeranno a Sion per ottenere un giudizio. (…) Per Maimonide, come abbiamo detto, il criterio imprescindibile per riconoscere la messianicità di qualcuno, l’ unica garanzia che si sia finalmente giunti all’era messianica, si fonda sulla certezza che il Messia sarà Colui che «avrà successo nelle sue imprese, ricostruirà il Tempio e radunerà i dispersi d’Israele». »6

È questo modello di messianismo che è perdurato fino ai giorni nostri, rafforzato dalle rivoluzioni americana del 1776 e francese del 1789. Entrambe di ispirazione giudaico-massonica7, sono state in un certo senso dei catalizzatori di un modello metafisico che promuoveva un ideale messianico legato alla costruzione di un terzo Tempio.

Lo storico dell’ebraismo Joseph Salvador (1796-1873) aveva colto perfettamente questa svolta, come tanti altri (Moses Hess, il rabbino Kalischer, …) e non esitò ad affermare nella sua opera Parigi, Roma, Gerusalemme o la questione religiosa nel XIX secolo, che il 1789 « era animato da visioni universali » i cui punti di riferimento avrebbero aperto la strada agli «architetti del futuro per fungere da base alla costruzione monumentale di un nuovo Tempio ». 8 

In seguito, l’intero XIX secolo fu caratterizzato da un accumularsi di iniziative a favore di un Israele politicamente ricostituito, senza dimenticare la ricostruzione del suo Tempio, provenienti sempre da persone immerse in questo stato d’animo liberale/giudeo-massonico.

Possiamo citare nomi come quello del ricchissimo ebreo inglese Moses Montefiore, il cui cognato si chiamava Nathan Mayer Rothschild; Joseph Frey, fondatore di un’associazione filantropica, la London Jews’ Society, che permise l’invio del primo vescovo anglicano a Gerusalemme, intriso di messianismo, un ebreo convertito di nome Michael Solomon Alexander, in collaborazione con il governo britannico, o ancora il ruolo di fondamentale importanza di Lord Shaftesbury, che si adoperò a favore della rinascita dell’Israele biblico, la cui azione fu così rilevante che lo storico Shlomo Sand lo definì «l’Herzl anglicano⁹».

Sono stati proprio questi molteplici legami, che univano ardore messianico e potere finanziario essenzialmente anglosassone, a rendere possibile l’emergere del sionismo, di cui Herzl non fu in un certo senso che il fiore, proprio come l’aconito. Come abbiamo raccontato all’inizio di questo articolo, quest’uomo, pur provenendo dalla Haskala («Illuminismo ebraico»), promuoveva con ardore la ricostruzione del Tempio nel suo libro Altneuland. Questa proclamazione herzliana è semplicemente l’ideale che anima numerosi leader politici e religiosi israeliani nel 2026, convinti del principio del ripristino dell’antico edificio. Questo estratto da *Altneuland* lo dimostra ampiamente: « È il Tempio. Fu un venerdì sera che, per la prima volta, Frédéric Löwenberg entrò nel Tempio di Gerusalemme. (…) Al di fuori del grande Tempio, sia nella città vecchia che in quella nuova, c’erano molti altri templi consacrati al Dio invisibile, il cui spirito, nel corso dei secoli, era stato diffuso da Israele in tutto il mondo. (…) [Passeggiando per Gerusalemme] Vi si trovavano case per i pellegrini di tutte le confessioni: cristiani, musulmani ed ebrei avevano lì i propri insediamenti, i propri ospizi e i propri ospedali che si affacciavano l’uno accanto all’altro e si mescolavano. Ma il solenne e imponente Palazzo della Pace occupava un intero vasto quartiere: era lì che si tenevano i congressi internazionali degli amici della pace e degli studiosi di ogni genere. La città vecchia era diventata soprattutto una città internazionale: sembrava quasi la patria di tutti i popoli. (…) [Rievocando l’arrivo del gruppo davanti al Tempio] E ora erano giunti davanti al Tempio di Gerusalemme. Era stato ricostruito, poiché i tempi erano compiti. Era, come un tempo, costruito con pietre calcaree estratte dalle cave vicine e che, a contatto con l’aria, avevano acquisito una solidità a prova di tutto. Di nuovo si ergevano due colonne di bronzo davanti al Santo dei Santi d’Israele. Quella di sinistra si chiamava Boaz, quella di destra Jakin. Nel peristilio si trovava un maestoso altare di bronzo e anche il vasto serbatoio d’acqua che si chiamava «il mare di bronzo», come un tempo quando Salomone era re. (…). »10

L’accelerazione del fenomeno avvenne con la Prima Guerra mondiale e la Dichiarazione Balfour, testo il cui vero autore era Alfred Milner, figlio spirituale di Cecil Rhodes, intimamente legato ai Rothschild11, che riconosceva l’esistenza di un focolare ebraico da parte del governo britannico. L’arrivo in Palestina dell’Alto Commissario britannico Herbert Samuel, ebreo ortodosso, dal 1920 al 1925, fu decisivo poiché, pur manifestando un ideale di ricostruzione del Tempio «simbolo dell’unità ebraica, naturalmente, in una forma modernizzata», come riferì il futuro presidente dello Stato di Israele Chaim Weizmann12, per il rappresentante dell’Impero britannico si trattava di dare impulso a un movimento che rendesse possibile la concretizzazione statale di uno Stato senza trascurare l’aspetto del sionismo religioso. La nomina da parte di questo Alto Commissario del rabbino Isaac Kook alla guida del rabbinato ashkenazita di Gerusalemme nel 1921 fu un elemento cruciale, che rafforzò l’ideale messianico i cui effetti si fecero realmente sentire durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, con l’occupazione di Gerusalemme Est e il controllo della Spianata delle Moschee. Aggiungiamo che il rabbino Isaac Kook era stato istruito e ordinato dal rabbino Yehiel Mihel Epstein (1829-1908), la cui intera formazione era avvenuta sotto la guida del terzo rabbino Lubavitch Menahem Mendel Schneerson (1789-1866)13. Il sionismo religioso, inizialmente latente e poi sempre più presente nella società politico-religiosa israeliana a partire dal 1967, di cui Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich sono gli eredi, ha origine proprio da lì. « «Con il ferro e con il sangue», il Terzo Tempio deve vedere la luce… in teoria. Nel corso della storia, politici di grande levatura hanno lasciato il segno nella loro epoca e anche ben oltre. È il caso del cancelliere Bismarck, che non esitò ad affermare in un discorso tenuto il 30 settembre 1862 che: « Non saranno i discorsi e i voti a maggioranza a decidere le grandi questioni del nostro tempo (…), ma il ferro e il sangue.»14 È quindi in linea con queste affermazioni che si può sostenere che la creazione dello Stato di Israele abbia potuto avvenire solo a seguito di eventi violenti. La Prima guerra mondiale, accompagnata dalla dichiarazione Balfour-Milner, la creazione dell’Agenzia Ebraica nel 1929 – una sorta di governo israeliano ante litteram che impose il proprio giogo sulle popolazioni arabe musulmane e cristiane della Palestina –, i massacri di numerosi ebrei durante la Seconda guerra mondiale, preceduti dall’accordo di Haavara del 1933 tra le autorità sioniste tedesche, e il nazionalsocialismo, che consentì l’invio di ebrei di lingua tedesca formati nelle tecniche agricole, hanno costituito i diversi strati che resero possibile la creazione, nel 1948, di uno Stato che affermasse una costituzione laica di tutto rispetto.

Poiché il diavolo si nasconde nei dettagli, secondo la formula consacrata, è utile ricordare che questo testo fondatore fa riferimento a Tsur Israel, sinonimo di Dio nella Torah15.

Senza confini realmente definiti, il giovane Stato non ha fatto altro che crescere in potenza, con grande disappunto dei paesi arabi confinanti che hanno condotto una guerra dopo l’altra contro Tsahal… senza successo.

Come già indicato, la Guerra dei Sei Giorni ha rappresentato una svolta che ha dato slancio al messianismo ebraico e al suo corollario, la costruzione di un Terzo Tempio.

La febbre messianica era tale nel corso del 1967 che all’architetto Moshe Safdie fu chiesto di elaborare i progetti per la costruzione del Terzo Tempio.

Come lui stesso riferisce:

« Dopo la Guerra dei Sei Giorni, mi è stato chiesto di fornire i progetti per la costruzione del Terzo Tempio. Il rabbino Shlomo Goren [il gran rabbino militare che si unì ai soldati israeliani che conquistarono Gerusalemme Est nel 1967] mi chiese di preparare una proposta in tal senso sul Monte del Tempio. Gli ho detto che il sito era occupato [dalla moschea di Al-Aqsa]. Mi ha risposto di non preoccuparmene.»16

Le autorità ai vertici si sono sicuramente affrettate a intervenire per evitare un’esplosione di proteste provenienti dai paesi arabi di fronte a un’impresa del genere. Ricordiamo che questo architetto ha lavorato a lungo per il filolubavitch Sheldon Adelson, in particolare per la realizzazione del suo complesso alberghiero a Singapore. Nonostante questo fallimento nella ricostruzione, l’ideale messianico non ha fatto altro che crescere grazie all’ascesa della rappresentanza Lubavitch negli Stati Uniti e in Israele, la cui sede centrale si trova al 770 di Eastern Parkway a New York. Come abbiamo riportato nel nostro libro «Comprendere l’Impero Lubavitch», il leader supremo di questa comunità, il rabbino Schneerson (1900-1994), operava in stretto e diretto collegamento, da un lato, con la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato, da un lato, e, dall’altro, il Mossad e l’apparato politico israeliano17, pur beneficiando di un sostegno finanziario colossale (Goldman Sachs, Oracle, Meta, Bayer, ExxonMobil, Microsoft, UPS, Coca Cola, Bank of America, …)18. Per quanto riguarda il rebbe, si può evidenziare una stretta collaborazione con il primo ministro Menahem Begin già dal 1977. Questo slancio è proseguito con un sostegno decisivo da parte della leadership Lubavitch di New York, che ha finanziato il partito ultraortodosso Agudat Israel, consentendogli di ottenere diversi seggi alla Knesset nelle elezioni del 1988. Grazie a quest’ultimo, il partito Likud di Shamir poté formare una coalizione e imporre le proprie posizioni19.

Tuttavia, la svolta fondamentale che ha determinato l’ascesa del messianismo in Israele, di cui l’Iran pagherà le conseguenze nel 2026, può essere inquadrata nei stretti legami che uniscono Netanyahu alla leadership Lubavitch, il cui leader supremo, il rabbino Schneerson, si è compiaciuto di ricordargli nel 1990 la necessità di accelerare l’avvento del Messia20.

La carriera politica di Netanyahu va di pari passo con gli interessi della leadership Lubavitch, che non ha esitato a finanziare la sua campagna elettorale del 1996 tramite il suo direttore di campagna, il rabbino Lubavitch australiano Joseph Gutnick21. Da allora fino al 2026, il fenomeno messianico, già denunciato dal giornalista Charles Enderlin in *Au nom du Temple – Israël et l’irrésistible ascension du messianisme juif* (1967-2013), non ha fatto che crescere.

Dalla fondazione dello Stato di Israele, assistiamo all’ascesa di elementi destabilizzanti in numerosi paesi arabi.

L’esistenza di numerosi documenti, come il « Piano OdedYinon » del 1982, l’articolo « Confini di sangue » della rivista militare americana AFJ del 2006, scritto da Ralph Peters, che invocava una ridefinizione dei confini dei paesi del Medio Oriente in base a criteri religiosi ed etnici, o ancora gli articoli apparsi sul New York Times di Robin Wright, legata alle istanze dirigenti americane (Think Tank), che nel 2013 invitava a trasformare questi paesi arabi da 5 a 14 entità statali con strutture territoriali brutalmente smembrate, dimostrano una volontà accanita di indebolire e destrutturare questi Stati al fine di renderli compatibili con l’esistenza di un grande Israele. In questa vicenda, l’Iran, fedele a una forma di messianismo concorrente attraverso il suo imam nascosto (il Mahdi), rimane l’ultimo grande ostacolo a impedire il completamento di questo progetto messianico ebraico. La guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e quella ripresa il 28 febbraio 2026 da Israele e dagli Stati Uniti si inseriscono quindi in un momento storico che mette in gioco il futuro dell’umanità.

\\Conclusione

Nel momento in cui scriviamo queste righe (22 marzo 2026), nulla sembra poter fermare il vortice che trascina i paesi del Golfo e, prima o poi, gli Stati Uniti, l’Europa, l’umanità intera, compreso Israele, verso un cataclisma che destabilizza profondamente il mondo e che potrebbe benissimo essere le «convulsioni messianiche» predicate dai sostenitori apocalittici sabbatiano-frankisti, di cui i Lubavitch sono gli eredi22, e che preludono all’arrivo del Mashiach, secondo loro. Questa guerra è stata incoraggiata dagli eredi di questo pensiero, i quali dimenticano che l’Iran possiede troppe risorse per essere sconfitto militarmente, a meno che non venga raso al suolo. L’uso del nucleare non è da escludere a causa di questo «ideale» di promozione del caos. A ciò va aggiunto che la Russia e la Cina (i BRICS), sostenitori di una multipolarità, non possono restare con le mani in mano a causa delle enormi poste in gioco energetiche e strategiche. Gli Stati Uniti, indeboliti al loro interno da molteplici divisioni (rischi di guerra civile), si stanno giocando la posta in gioco in questa vicenda iraniana che potrebbe avere ripercussioni politiche ed economiche interne disastrose per il Paese. Durante un’audizione al Senato nel febbraio 2026, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ammesso che l’amministrazione Trump non aveva esitato a soffocare i circuiti finanziari di Teheran al fine di destabilizzare il rial iraniano, provocando un’inflazione alimentare del 70% e, di conseguenza, le manifestazioni del dicembre 2025 e gennaio 202623. I colloqui avviati in quel periodo tra Washington e Teheran non erano che una cortina fumogena per addormentare la vigilanza delle autorità iraniane. Nonostante i reali progressi riguardo al programma nucleare iraniano, per Israele e gli Stati Uniti non era pensabile risolvere pacificamente il problema, come hanno riconosciuto il ministro degli Affari esteri dell’Oman Badr al-Busaidi24, ma anche, allo stesso modo, da Jonathan Powell, consigliere per la sicurezza britannico, che non esitò ad affermare che un accordo era a portata di mano25.

Come abbiamo già precisato, queste affermazioni sono state rafforzate dalla direttrice dell’intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard, la quale, durante un’audizione al Senato nel marzo 2026, ha riconosciuto che l’Iran, dall’operazione statunitense Midnight Hammer del giugno 2025, non aveva tentato di ricostruire le proprie capacità nucleari, in contraddizione con le dichiarazioni rese dal presidente Trump26. Il rivoluzionario Saint-Just era solito dire che un leader politico non governa in modo innocente. Non è da escludere che il caso Epstein abbia influito sul comportamento di Trump nei confronti dell’Iran, il quale, in modo incostante, ha sostenuto, poi bloccato, poi nuovamente sostenuto la pubblicazione di documenti che minavano l’onorabilità di una classe politica occidentale e aprendo la porta verso un altro mondo, consentendo così l’emergere falsamente consolatorio di una tecnocrazia digitalizzata che sostituisce il vecchio quadro, principio difeso con fervore da Curtis Yarvin e Nick Land nell’ambito delle « Luci oscure ». Anche se il comportamento di Trump è stato condizionato da relazioni pericolose che lo sottoponevano a una forma più o meno grossolana di ricatto, occorre tuttavia ricordare che la natura politico-spirituale che definisce lo Stato americano è di essenza giudaico-massonica. Ogni presidente degli Stati Uniti è l’emanazione naturale di questa metafisica, il cui «codice genetico» è stato definito in una lettera del 18 agosto 1790 inviata dal primo presidente e massone George Washington alla sinagoga del Rhode Island²⁷. Questo erede dell’Illuminismo non ha esitato a ricordare che l’essenza stessa della giovane Repubblica americana era quella di favorire il ritorno della gloria di Israele e la costruzione di un Tempio che assicurasse il primato di quell’ambiente sull’universo, riferendosi espressamente alle parole del profeta Michea che andavano in tal senso ed esaltavano la discendenza di Abramo seduta « sotto la sua vigna e sotto il suo fico »28. È questo tratto distintivo che condiziona le diverse amministrazioni americane, in modo più o meno efficace (democratiche/repubblicane), a favore di un messianismo a vantaggio di Israele. Accademici come John Mearsheimer e Stephen Walt29, l’ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo, Joe Kent, dimessosi dall’amministrazione Trump e che in una lettera ha giustamente denunciato il ruolo di Israele e la pressione delle sue lobby negli Stati Uniti³⁰, o ancora Tucker Carlson, che non esita ad affermare che la guerra contro l’Iran ha come obiettivo finale la costruzione del Terzo Tempio sotto la pressione dei Lubavitch³¹, sono tutti elementi che dimostrano una presa di coscienza da parte di alcune élite. Tuttavia, esse dimenticano che la genesi stessa del sistema politico americano è consustanziale al suo impronta giudaico-massonica, che lo vincola a un «software» che lo obbliga ad agire in un modo ben definito. Ritroviamo lo stesso profilo di degrado nei principi del 1789 che recidono la Francia dalle sue radici ateniesi e romane, favorendo, tra l’altro, l’immigrazione extraeuropea, degna erede della mistica della laicità. Se il popolo americano vuole separarsi da Israele, deve distruggere completamente la Costituzione degli Stati Uniti, generatrice di questo slancio messianico che lo assoggetta a un modello che antepone la gloria giudaica a scapito dei proseliti della porta anglosassoni e simili. Ogni patriota ricordi che la massima fondamentale del messianismo ebraico si basa su un principio che relega i goyim di tutto il mondo nell’ambito di un noachismo trionfante: «Il mondo è stato creato da Sion».³² È solo con questa presa di coscienza degli obiettivi promossi dai seguaci di questo pensiero che una controrivoluzione veramente liberatrice permetterà al genere umano di sfuggire all’Armageddon; ma il tempo stringe.

Bibliografia

1 Secondo i servizi segreti statunitensi sotto la direzione di Tulsi Gabbard, l’Iran non ha

tentato di riprendere le attività di arricchimento nucleare dopo

gli attacchi israelo-statunitensi del giugno 2025 in « L’Iran non aveva ripreso l’arricchimento nucleare dopo giugno, secondo i servizi segreti statunitensi », Le Devoir.

2 Pierre Hillard, Storia politica e mistica dei Templi di Gerusalemme dal re Davide a

Benyamin Netanyahu, ottobre 2025, allegato X, disponibile esclusivamente su BookEdition.

3 Per mettere alla prova la sua fedeltà e a causa del clima psicologico particolarmente difficile dell’epoca,

Dio ordinò ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco, gesto che fu interrotto all’ultimo

momento poiché disapprovato dal Divino. L’evento ebbe luogo sul monte Moriah secondo

i testi biblici. D’altra parte, gli scritti rabbinici insistono nel far risalire una

presenza e una continuità genealogica completa su quel monte, da Adamo a Giacobbe, per

sottolineare l’importanza del luogo per le autorità religiose ebraiche.

4

 « Il primo ministro Netanyahu: l’Iran è al suo punto più debole grazie alla cooperazione tra Stati Uniti e Israele, un

cambio di regime è possibile », The Jerusalem Post, 19 marzo 2026.

5 Lir Spiriton, Shomrim, « Dietro i sorrisi e le bancarelle di ciambelle, la

crescente alleanza di Chabad con Ben-Gvir » (Dietro i sorrisi e le bancarelle di ciambelle,

la crescente alleanza di Chabad con Ben-Gvir), Haaretz, 5 giugno 2025.

6 Amos Funkenstein, Maimonide, natura, storia e messianismo, Éditions du Cerf,

1988, pp. 92-96.

7 Ricordiamo che il finanziamento della rivoluzione americana avvenne con il sostegno decisivo

di un ebreo massone polacco, Haym Salomon (1740-1785), i cui meriti sono stati

onorati con il titolo di « Eroe finanziario » attraverso l’emissione di un francobollo da parte delle poste

americane nel 1975 in:

– Walter J. Klein, 33°, « Lost Hero: The Mason Who Backed the Revolution » (Eroe

dimenticato: il massone che sostenne la Rivoluzione), Scottish Rite Journal ;

– « Francobollo con l’effigie di Haym Salomon », Smithsonian National Postal Museum, 25

marzo 1975.

8 Salvador, Joseph (1796-1873), Parigi, Roma, Gerusalemme o La questione religiosa

nel XIX secolo, p. 497, Volume 1, Parigi, Michel Lévy frères, 1860.

9 Storia politica e mistica dei Templi di Gerusalemme dal re Davide a Benyamin

Netanyahu, op. cit., p. 214.

10 Ibid., p. 234.

11 Carroll Quigley, Storia segreta dell’oligarchia anglo-americana, Éditions Culture

et Racines, prefazione di Pierre Hillard, p. 263.

12 The Letters and Papers of Chaim Weizmann: agosto 1898-luglio 1931, p. 124.

13 Storia politica e mistica dei Templi di Gerusalemme dal re Davide a Benjamin

Netanyahu, op. cit., p. 260.

14

« Bismarcks Rede vor der Budget-Kommission » (Discorso di Bismarck davanti

alla commissione per il bilancio), bismarck-biografie.de, 30 settembre 1862.

15

 « This Week in Jewish History – Lo Stato di Israele è stato dichiarato Stato indipendente

e sovrano » (Questa settimana nella storia ebraica – Lo Stato di Israele viene dichiarato Stato

sovrano indipendente), Congresso Ebraico Mondiale, 11 maggio 2021.

16 Naama Riba, « Moshe Safdie ha quasi progettato una città per i palestinesi in Egitto –

e il Terzo Tempio » (Moshe Safdie stava per progettare una città per i palestinesi

in Egitto – e il Terzo Tempio), Haaretz, 2 febbraio 2025.

17 Pierre Hillard, Comprendre l’Empire loubavitch, BookEdition, 2024, pp. 154-156.

18 Ibid., p. 291, Allegato 26.

19 Ibid., pp. 168-173.

20 Bibi Netanyahu incontra il Rabbino | 1990, YouTube, JEM – The Lubavitcher Rebbe.

21 Storia politica e mistica…, op. cit., p. 285.

22 Si può addirittura affermare che l’intransigenza di Netanyahu e dei suoi sostenitori

politico-religiosi costringa l’Iran a rilanciare, rendendo indirettamente un servizio ai sostenitori

del caos apocalittico assoluto proprio di quegli ambienti ebraici favorevoli all’applicazione dei

capitoli 38 e 39 di Ezechiele con Gog e Magog, che porterebbero alla vittoria definitiva

di Israele (secondo loro) con la costruzione del Tempio alla fine dei tempi annunciata da

questo stesso profeta nei capitoli dal 40 al 48.

23 Charly Hessoun, « L’arma monetaria: gli Stati Uniti ammettono di aver orchestrato la

carenza di dollari in Iran », La Nouvelle Tribune, febbraio 2026.

24

 « Il capo della diplomazia dell’Oman accusa Washington di essersi lasciata

trascinare nella guerra », i24NEWS, 19 marzo 2026.

25 Patrick Wintour e Julian Borger « Il consigliere britannico per la sicurezza ha partecipato ai colloqui tra Stati Uniti e Iran

e ha ritenuto che un accordo fosse “a portata di mano” » (Il consigliere britannico per la sicurezza ha partecipato

ai colloqui tra Stati Uniti e Iran e ha ritenuto che un accordo fosse « a portata di mano »),

The Guardian, 17 marzo 2026.

26 Richard Hall e Rebecca Schneid « Tulsi Gabbard, Iran, nucleare, Trump », Time,

18 marzo 2026.

27

 « Da George Washington a David Humphreys, 25 luglio 1785 » (Da George

Washington a David Humphreys, 25 luglio 1785), Founders Online, National Archives.

28 Michea, 4, 1-4 (Bibbia Crampon), il cui titolo completo è: « Promesse, speranze

messianiche. Contrasto tra l’umiliazione presente e la grandezza futura di Gerusalemme.

Gerusalemme, futuro centro delle nazioni: la loro conversione. » Queste parole sono interpretate in

modo letterale dagli ambienti rabbinici a favore di un Israele che domini le nazioni.

Al contrario, l’interpretazione allegorica, troppo spesso trascurata nella dissidenza, deve essere

intesa come l’annuncio dell’Israele spirituale, ovvero la Chiesa vittoriosa alla fine

dei tempi sul principe di questo mondo.

29 John Mearsheimer e Stephen Walt, La lobby filoisraeliana e la politica estera

americana, La Découverte, 2009.

30 Dichiarazione X di Joe Kent, direttore dimissionario del Centro nazionale per la lotta contro

il terrorismo, 17 marzo 2026.

31 Tucker Carlson, «Monologo: La guerra in Iran è una guerra di religione?»,

TuckerCarlson.com, 5 marzo 2026.

32 Il Talmud, «Yoma, Capitolo 5, 54b», Chabad.org.

La strategia militare cinese, di Sylvain Ferreira

La strategia militare cinese

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   Sylvain Ferreira è uno storico militare (MA) e giornalista. Collabora con diverse riviste di storia militare (Batailles & Blindés, Ligne de Front, LOS! e Vae Victis) ed è anche ideatore di giochi di strategia (Denain, Leuthen, Croix de Guerre). È inoltre conduttore del canale Veille Stratégique TV, specializzato nell’analisi dell’attualità geopolitica mondiale.

  Dopo aver esaminato i mezzi messi in campo dall’Esercito popolare di liberazione (EPL) cinese (cfr. Revue Géopolitique Profonde, maggio 2026), è ora necessario concentrarci sui principi fondamentali della strategia di impiego delle forze da parte di Pechino, al fine di comprendere in quale quadro dottrinale opererebbe l’APL oggi in caso di conflitto ad alta intensità contro gli Stati Uniti d’America. Ci occuperemo in un primo momento della strategia convenzionale, poi, in un secondo momento, dell’impiego dell’arma nucleare

   \ \ Un impero sotto assedio?

Nel 2022, in occasione del 20° Congresso del PCC, Xi Jinping ha descritto un periodo in cui « opportunità strategiche, rischi e sfide coesistono » e in cui occorre prepararsi agli « scenari peggiori »1. In questa prospettiva, gli Stati Uniti vengono indicati senza alcuna ambiguità come l’istigatore di una « nuova guerra fredda » volta a contenere l’ascesa della potenza cinese, mentre gli interessi fondamentali della nazione – sta stabilità interna, lo sviluppo economico, la sovranità e l’integrità territoriale, ormai estesi agli interessi d’oltremare come ha dimostrato l’evacuazione in Libia nel 2011 di 35 860 cittadini da parte della marina e dell’aeronautica militare – dettano legge in tutto e per tutto. In questo contesto, Taiwan rimane il punto di attrito per eccellenza; qualsiasi ingerenza straniera nella risoluzione della situazione tra Taipei e il continente è considerata un’aggressione. In totale, la Cina deve affrontare diciassette controversie territoriali con i paesi confinanti, dalla valle dello Shaksgam e dall’Aksai Chin con l’India, alle isole Senkaku con il Giappone, passando per la scogliera di Scarborough con le Filippine, fino alle isole Spratly e Paracel ; queste controversie plasmano l’idea di « paese assediato » tra i dirigenti del PCC. Questa percezione non è retorica poiché, sul modello sovietico, è alla base di una strategia militare che rifiuta la passività e prepara attivamente proiezioni di potenza oltre i confini immediati del paese2. \ \ Un approccio olistico Di fronte a questo quadro geopolitico teso, la Cina non si accontenta di preparare la guerra. La integra in un continuum permanente che va dalla pura diplomazia allo scontro totale, sfruttando tutti gli strumenti nazionali. Il rapporto parla di un « approccio della nazione intera », in cui l’esercito, l’economia, la società civile e le tecnologie si fondono in un unico strumento di potere. Il « lavoro del Fronte Unito » per influenzare, interferire e raccogliere informazioni, le « Tre guerre » (psicologico , di opinione pubblica e legale) e la famosa « difesa attiva » costituiscono il fondamento dottrinale. Quest’ultima, ereditata da Mao Zedong e profondamente modernizzata, mantiene una posizione strategicamente difensiva pur autorizzando azioni offensive a livello operativo e tattico. Essa sfrutta tre punti di forza fondamentali: la massa umana e materiale, l’ampiezza delle scorte di munizioni e delle riserve, nonché le linee interne per ridurre le vulnerabilità ed esporre quelle dell’avversario. Pechino ha ampliato il proprio raggio d’azione oltre i propri confini immediati, sviluppando massicce capacità di anti-accesso e negazione dell’area (A2/AD)³ – sul modello statunitense – per contrastare qualsiasi intervento straniero.

  Il concetto di « guerra popolare moderna » rimane vivo e si evolve : si tratta ormai di mobilitare l’intera società, comprese le imprese private e le milizie, in un contesto sempre più sfumato tra pace e guerra, retrovia e fronte, civile e militare, con un’enfasi sugli aspetti economici e tecnologici per garantire una resilienza prolungata nel quadro di un conflitto ad alta intensità4. Al centro di questa evoluzione dottrinale: il « controllo della guerra » o « controllo efficace », concetto centrale che struttura l’intera pianificazione, si basa su tre pilastri precisi : in primo luogo, stabilire una posizione in tempo di pace per colmare le debolezze individuate e prepararsi alla competizione ; in secondo luogo, prevenire e gestire le crisi utilizzando tutti gli strumenti nazionali per cogliere le opportunità; infine, controllare la situazione una volta scoppiato il conflitto per ottenere una vittoria rapida al minimo costo, limitando al contempo l’escalation e contenendo la durata delle ostilità. Questa logica è resa possibile dalla «fusione militare-civile», elevata a priorità nazionale da Xi Jinping già nel 20155 e supervisionata da una commissione centrale dedicata, istituita per ottimizzare l’utilizzo delle capacità economiche, scientifiche e tecnologiche civili a vantaggio militare, apportando al contempo benefici sociali. Ad esempio, la legge del 2016 sui trasporti della difesa obbliga le imprese statali a prepararsi a sostenere lo sforzo bellico e autorizza le requisizioni. In questo contesto, le esercitazioni congiunte dell’APL con i trasporti civili, i comuni e le infrastrutture logistiche sono diventate la norma. Le sinergie nella ricerca e sviluppo (R&S; spazio, ottica, IA) accelerano l’innovazione, mentre la resilienza economica è rafforzata da sistemi di pagamento alternativi allo SWIFT, da massicce riserve strategiche di petrolio, da una minore dipendenza alimentare e da scorte per resistere a una guerra prolungata come quella osservata in Ucraina. In caso di conflitto, questa fusione consentirebbe alla Cina di mantenere in funzione la propria economia mentre l’avversario vedrebbe crollare le proprie catene di approvvigionamento , in primo luogo a causa dell’estrema dipendenza del complesso militare-industriale statunitense dai minerali rari raffinati⁶.

   \ Il confronto tra sistemi

Ma il vero salto dottrinale, che è ormai al centro della visione cinese della guerra moderna, ha un nome: il «confronto tra sistemi». Per Pechino, la guerra non è più un duello tra piattaforme o divisioni isolate. È uno scontro tra interi sistemi – comando, potenza di fuoco, guerra dell’informazione, intelligence e supporto – in cui l’obiettivo è paralizzare l’avversario prendendo di mira i suoi nodi interconnessi e creando uno shock sistemico. Per l’APL, gli obiettivi sono definiti per livello : \ a livello strategico, i centri di comando, i C2 nucleari e i quartier generali; \ a livello operativo, i centri di comando di teatro, i posti di comando dei corpi d’armata e le forze operative; \ a livello tattico, le unità simili; \ quindi i mezzi di attacco avversari (triade nucleare, satelliti, missili, artiglieria), di informazione (satcom, reti, opinione pubblica, radar), di intelligence (ISR nazionale, satelliti, SIGINT, HUMINT) e di supporto (porti, aeroporti, strade, linee di comunicazione, porti d’oltremare). L’APL mira a colpire simultaneamente, con attacchi letali e non letali (cyber, EW), per indebolire l’intero sistema nemico. Il comando è il primo obiettivo: distruggere i collegamenti C2, compromettere la capacità di valutazione della situazione, ritardare il processo decisionale. La guerra dell’informazione domina lo spazio cognitivo. L’ intelligence costruisce la mappa dei combattimenti in tempo reale. Il supporto logistico deve sopravvivere agli attacchi per alimentare lo sforzo bellico. Questo concetto non è teorico : guida tutte le esercitazioni, le riforme e gli addestramenti da anni7.

  \ La guerra di precisione multidominio8

Per attuare questa visione ambiziosa, la Cina ha adottato nel 2021 il concetto operativo centrale di « guerra di precisione multidominio » (Multidomain Precision Warfare o MDPW). Esso fonde tutti i domini – terra, mare, aria, spazio, cyberspazio, elettromagnetico – in un’unica manovra coordinata e sincronizzata. L’informazione diventa il moltiplicatore di potenza per eccellenza. L’intelligenza artificiale, le capacità informatiche e la guerra elettronica consentono di individuare le vulnerabilità nemiche in tempo reale e di sferrare attacchi precisi, devastanti e coordinati tra le diverse forze armate. Il rapporto sottolinea a lungo che questo approccio deve consentire alla Cina di ottenere la vittoria decisiva prima che il nemico abbia potuto proiettare la sua piena potenza, integrando perfettamente le operazioni di informazione, il dominio aereo e marittimo locale, gli attacchi congiunti lungo le vie di dispiegamento e i nodi logistici avversari9. \ \ Un comando su misura Per dirigere le operazioni, l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) dispone dal 2016 di una nuova struttura che comprende cinque comandi di teatro per un rigoroso controllo operativo regionale : \ il Comando del Teatro Orientale (responsabile dello stretto di Taiwan e del Mar Cinese Orientale), \ il Sud (confini meridionali e Mar Cinese Meridionale), \ l’Ovest (Tibet, Xinjiang e confini con l’India), \ il Nord (confini con Mongolia, Russia e Corea del Nord), \ e il Centrale (difesa della capitale e riserva strategica)10

   L’APL si articola, come è noto, attorno all’esercito di terra (51% delle forze attive, che mantiene un ruolo centrale nonostante la modernizzazione), della marina in piena espansione e di un corpo di fucilieri di marina potenziato, dell’aeronautica militare con caccia stealth e bombardieri, di una forza missilistica per attacchi di precisione, di una forza di supporto all’informazione (creata nel 2024 per la cyberdifesa, la guerra elettronica e IA), di una forza aerospaziale militare (per la superiorità spaziale, il controllo dei satelliti e la difesa antispaziale), di una forza cibernetica (offensiva/difensiva informatica, ricognizione integrata) e di una forza di supporto logistico congiunto. La logistica è ora gestita congiuntamente. La mobilitazione delle riserve e delle milizie è facilitata da nuove leggi e riorganizzazioni. Ogni corpo è progettato per operare in una rete interconnessa. Le capacità terrestri, spesso sottovalutate nei dibattiti pubblici sul Pacifico, tornano al centro : forze anfibie , unità aviotrasportate e meccanizzate per assalti, contrattacchi e il mantenimento del controllo del terreno in un ambiente multidominio conteso11. Questo approccio convergente è il punto chiave della strategia cinese per rispondere a un possibile intervento statunitense o alleato in uno scenario taiwanese o nel Mar Cinese Meridionale. Pechino ha costruito un complesso integrato che gestisce al contempo le operazioni di informazione per destabilizzare il processo decisionale nemico sin dall’inizio, il dominio aereo e marittimo locale temporaneo, gli attacchi congiunti sulle vie di dispiegamento, le basi logistiche e i nodi di supporto. Le forze terrestri svolgono qui un ruolo decisivo e spesso sottovalutato : massicci assalti anfibi, operazioni aviotrasportate per impadronirsi di aeroporti chiave, difese strategiche e controoffensive, tutte integrate in una manovra congiunta multidominio. Le forze terrestri cinesi sono essenziali per conquistare, mantenere e sfruttare il terreno, mettere in sicurezza le aree e destabilizzare i sistemi avversari in un ambiente altamente conteso. Campagne specifiche, come il dominio dell’informazione, il dominio marittimo, gli attacchi di fuoco congiunti e persino le armi di distruzione di massa (deterrenza nucleare) completano il quadro; su questo torneremo12.

   \ Due casi esemplari

Per illustrare concretamente la strategia cinese, ecco due casi esemplari che consentono di comprenderne meglio il funzionamento. Primo caso: l’attraversamento dello stretto di Taiwan (Joint Island Landing Campaign) per sbarcare sull’isola. L’operazione ha inizio con un massiccio e sincronizzato barraggio di missili di precisione, attacchi informatici e guerra elettronica per neutralizzare le difese taiwanesi, disturbare i sistemi di comando avversari e creare un’immediata superiorità informativa. Onde successive di forze anfibie, supportate da hovercraft veloci, navi da sbarco ed elicotteri d’assalto, sferrano l’assalto iniziale sulle spiagge selezionate. I corpi aviotrasportati lanciano con il paracadute contemporaneamente truppe d’élite nell’entroterra per impadronirsi di aeroporti e nodi logistici chiave, mentre le unità speciali operano dietro le linee nemiche. Le unità meccanizzate pesanti seguono in seconda ondata, protette da una fitta copertura navale (portaerei, sottomarini, missili antinave) e aerea (caccia stealth). La logistica congiunta, alimentata in profondità dalla fusione tra settore militare e civile e dalle requisizioni civili, mantiene un ritmo sostenuto nonostante le contromisure. Attacchi di precisione multidominio colpiscono continuamente i nodi nevralgici nemici, mentre le forze terrestri consolidano le conquiste per circondare rapidamente Taiwan, impedire qualsiasi intervento esterno e imporre un fatto compiuto prima che i rinforzi americani arrivino in forze. Il rapporto descrive con estrema precisione i ruoli delle diverse armi: missili per il fuoco di profondità, forze speciali per i raid, unità di supporto per il mantenimento delle linee di com unicazione vitali. Secondo caso: un’escalation nel Mar Cinese Meridionale (Joint Antilanding Campaign). In questo caso, lo scenario inizia in zona grigia prima di passare alla fase LSCO (Large-scale combat operations, Operazioni di combattimento su larga scala) o verde. Navi della marina e della guardia costiera (oltre 1 200 unità) impongono un blocco progressivo, sostenute da missili balistici e da crociera con base a terra dalle isole artificiali fortificate. Sottomarini e velivoli garantiscono l’intelligence, la deterrenza e la sorveglianza. Operazioni informatiche su vasta scala e di guerra elettronica disturbano le comunicazioni avversarie, mentre le forze terrestri, tramite unità missilistiche e truppe aviotrasportate, forniscono supporto dal continente o dagli avamposti. I traghetti civili requisiti aumentano drasticamente la capacità di trasporto logistico.

    L’obiettivo : imporre costi proibitivi a qualsiasi avversario senza scatenare immediatamente una guerra totale, pur rimanendo pronti a un confronto su larga scala se necessario . Il documento sottolinea come il confronto tra sistemi consenta in questo caso di paralizzare le flotte rivali prima che possano reagire efficacemente, prendendo di mira i loro nodi C2, ISR e logistici in una manovra multidominio fluida. \ \ Il ruolo della dissuasione nucleare Oltre alla guerra convenzionale, la Cina fa parte delle nazioni dotate di armi nucleari e il loro impiego si inserisce nella sua strategia globale di «difesa attiva». Ufficialmente, la sua dottrina d’impiego rimane immutata dal 1964. Il principio del «no first use» (NFU), ovvero l’impegno a non essere mai la prima a ricorrere all’arma nucleare, è tuttora in vigore13. Questa promessa è stata ribadita più volte, anche nel Libro bianco sulla difesa del 2023 e in occasione di forum internazionali. « La Cina persegue una strategia nucleare di autodifesa e mantiene le proprie capacità al livello minimo necessario per la propria sicurezza nazionale », afferma regolarmente il Ministero degli Affari Esteri. Questa dottrina mira a scoraggiare qualsiasi attacco nemico senza entrare in una costosa e destabilizzante corsa agli armamenti. Ciò non impedisce all’arsenale nucleare cinese di continuare a crescere e di raggiungere la soglia delle 600 testate operative nel 2025, come indica il Pentagono. Da parte sua, il SIPRI, nel suo Yearbook 202514, conferma un aumento di 100 testate in un solo anno. Pechino è « sulla buona strada per superare le 1 000 testate operative entro il 2030 », secondo il Pentagono15.

  Questa crescita è accompagnata da una diversificazione massiccia : costruzione di oltre 350 silos per missili balistici intercontinentali (ICBM) nei deserti del nord e nelle zone montuose dell’est, dispiegamento di nuovi sottomarini nucleari lanciamissili (SSBN) di tipo 096 e lo sviluppo di missili a testate multiple MIRV, come il DF-41. Questa modernizzazione non è solo quantitativa. Mira a migliorare la sopravvivenza, l’affidabilità e la capacità di penetrazione delle forze di fronte alle difese antimissili statunitensi. Il rapporto del Pentagono rileva che la forza missilistica dell’Esercito popolare di liberazione (PLARF) conduce esercitazioni di « alta allerta » e che la Cina testa regolarmente missili a lungo raggio nel Pacifico. Lo stesso Xi Jinping ha esortato i militari ad « accelerare la costruzione di una deterrenza strategica di alto livello », secondo dichiarazioni pubbliche diffuse alla fine del 2025. In un contesto di rivalità sistemica con Washington, Pechino considera le proprie armi nucleari come uno strumento di « contrappeso strategico » : non più solo per dissuadere da un attacco nucleare, ma per limitare il coinvolgimento americano in un conflitto convenzionale intorno a Taiwan. Questa espansione, la più rapida al mondo, solleva una questione centrale: la Cina sta passando da una deterrenza minima a una posizione di « contrappeso strategico » nei confronti degli Stati Uniti ? Di fronte a questa espansione, gli analisti occidentali si interrogano sulla sostenibilità della NFU. Alcuni vi vedono un’ evoluzione verso una posizione più flessibile, con testate a bassa potenza (meno di 10 chilotoni) destinate al controllo dell’escalation. Altri ritengono che Pechino rimanga fedele alla sua logica di deterrenza minima, ma stia adattando il proprio arsenale a un contesto strategico deteriorato: espansione delle difese antimissili statunitensi, alleanze come l’AUKUS e il Quad, e rischi di conflitto nello stretto di Taiwan. Un’inchiesta della CNN pubblicata all’inizio di aprile 202616 rivela addirittura lavori segreti nelle valli del Sichuan per ampliare i complessi nucleari, alimentando i timori di una corsa agli armamenti silenziosa, ma reale. Questa opacità deliberata complica il dialogo. La Cina rifiuta qualsiasi trasparenza in termini numerici, ma respinge l’idea di una corsa agli armamenti, affermando di non cercare di eguagliare le scorte statunitensi o russe (rispettivamente oltre 5 000 testate ciascuna). Propone regolarmente un trattato internazionale sul «No First Use», come nel luglio del 2024, per «ridurre i rischi nucleari». Ma gli Stati Uniti e i loro alleati vi vedono soprattutto una manovra diplomatica per guadagnare tempo mentre i sili si riempiono.

  \ Conclusione

Mentre gli Stati Uniti stanno tornando a concentrarsi sul proprio territorio nell’«emisfero occidentale», la Cina prosegue lo sviluppo e la modernizzazione della propria strategia di « difesa attiva » al fine di garantire la sicurezza del proprio territorio nazionale e della sua periferia, integrando le più recenti innovazioni tecnologiche frutto del proprio dinamismo economico e scientifico. Questo approccio costante dimostra, anche nel campo dell’uso dell’arma nucleare, che la Cina non ha alcuna ambizione di conquista territoriale. Il pretesto della questione di Taiwan, utilizzato da alcuni analisti occidentali per accusare Pechino di aggressività, è un controsenso storico e una menzogna politica il cui scopo primario è alimentare gli appetiti insaziabili del complesso militare-industriale americano. Sebbene la Cina non abbia mai nascosto che, come ultima risorsa, ricorrerebbe alla forza per garantire la riunificazione definitiva del proprio territorio, ciò non significa affatto che privilegi tale approccio. La strategia del PCC si basa quindi sulla padronanza degli strumenti tecnologici più moderni, integrati in un approccio militare prudente e difensivo in grado di sferrare attacchi convenzionali per dissuadere gli Stati Uniti dal lanciarsi in un’avventura militare nella loro regione.

Riferimenti : \Annual Report to Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2025 : Relazione annuale al Congresso – Sviluppi militari e di sicurezza riguardanti la Repubblica Popolare Cinese 2025, Dipartimento della Difesa, Washington, DC, 23 dicembre 2025. \Monitoraggio dell’intensificarsi delle attività militari cinesi nell’Indo-Pacifico nel 2025 : Monitoraggio dell’intensificarsi delle attività militari cinesi nell’Indo-Pacifico nel 2025, Chi naPower Project, Center for Strategic and International Studies (CSIS), Washington, DC, 5 febbraio 2026. \Mapping the Recent Trends in China’s Military Modernisation – 2025 : Mappatura delle recenti tendenze della modernizzazione militare cinese – 2025), Special Report, Observer Research Foundation (ORF), Nuova Delhi, settembre 2025. 

   Bibliografia

1 « Full text of the report to the 20th National Congress of the Communist Party of China » (Testo integrale della relazione al 20° Congresso nazionale del Partito comunista cinese), presentato al 20° Congresso nazionale del Partito comunista cinese, Pechino, 16 ottobre 2022. 2 « How China Fights in Large-Scale Combat Operations » (Come la Cina combatte nelle operazioni di combattimento su larga scala), TRADOC G-2 (U.S. Army Training and Doctrine Command, G-2 ; sezione intelligence del comando per l’addestramento e la dottrina dell’Esercito degli Stati Uniti), aprile 2025. 3 Sylvain Ferreira, La fine del dominio americano ?, TheBookEdition, 2025, pp. 10-14. 4 « How China Fights in Large-Scale Combat Operations », op. cit. 5 Antoine Bondaz, « Una svolta per l’integrazione civile-militare in Cina », Recherches & Documents, Fondazione per la Ricerca Strategica, ottobre 2017, n. 07/2017. 6 Ferreira, Sylvain, Ibid., pp. 49-53. 7 « How China Fights in Large-Scale Combat Operations », op. cit. 8 Peter Wood, « New Domain Forces and Combat Capabilities in Chinese pensiero militare cinese», OE Watch, T2COM G2 Operational Environment Enterprise, 1° febbraio 2023. 9 « How China Fights in Large-Scale Combat Operations », op. cit. 10 « Chinese Tactics » (Tattiche cinesi), ATP 7-100.3, Quartier generale, Dipartimento dell’Esercito, Washington, DC, 9 agosto 2021. 11 « How China Fights in Large-Scale Combat Operations », op. cit. 12 Ibid. 13 « No-first-use of Nuclear Weapons Initiative » (Iniziativa sul non primo uso delle armi nucleari), Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, 23 luglio 2024. 14 « I rischi nucleari aumentano mentre si profila una nuova corsa agli armamenti – è ora disponibile il nuovo Annuario SIPRI » (I rischi nucleari aumentano mentre si profila una nuova corsa agli armamenti – è ora disponibile il nuovo Annuario SIPRI), Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), 16 giugno 2025. 15 « Report to Congress on Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2025 » (Relazione al Congresso sugli sviluppi militari e di sicurezza che coinvolgono la Repubblica Popolare Cinese 2025), Dipartimento della Difesa, Washington, DC, 23 dicembre 2025. 16 Tamara Qiblawi et al., « Mentre gli accordi sugli armamenti si sgretolano, la Cina espande segretamente la propria infrastruttura di armi nucleari » (Mentre gli accordi sugli armamenti si sgretolano, la Cina espande segretamente la propria infrastruttura di armi nucleari), CNN, 1° aprile 2026

  Le forze armate cinesi

   Sylvain Ferreira è uno storico militare (MA) e giornalista. Collabora con diverse riviste di storia militare (Batailles & Blindés, Ligne de Front, LOS! e Vae Victis). È anche ideatore di giochi di strategia (Denain, Leuthen, Croix de Guerre)

  Mentre le tensioni relative al ritorno di Taiwan sotto l’egida di Pechino continuano a fare notizia ogni volta che la Cina conduce manovre aeree e navali intorno all’isola, i media sfruttano questi eventi per cercare di impressionare l’opinione pubblica occidentale riguardo alla potenza in costante crescita di cui dispone Pechino. È giunto il momento di fornire una sintesi per valutare meglio i punti di forza e le debolezze dell’Esercito popolare di liberazione

   \ \ Un po’ di storia

Nel 1927, quella che oggi conosciamo con il nome di Esercito Popolare di Liberazione cinese, o EPL, iniziò la sua storia con la denominazione di Esercito Rosso degli operai e dei contadini, come in URSS. Questa forza era meno un esercito pienamente organizzato e più un raggruppamento di varie milizie sotto una deno minazione comune. Tuttavia, man mano che la guerra civile cinese si protraeva, questi gruppi iniziarono a strutturarsi e ad espandersi in un regime più centralizzato. Appena sei mesi dopo aver vinto la guerra civile cinese, l’APL riformata entrò in guerra in Corea contro gli Stati Uniti. Durante quel conflitto subì pesanti perdite, ma riuscì a ottenere il sostegno dell’Unione Sovietica e, infine, a trasformare la Corea del Nord in una zona cuscinetto tra la Cina e gli interessi americani in Asia (Giappone, Corea del Sud). La Cina ha tratto insegnamento dalla guerra di Corea per modernizzare il proprio esercito. Questo processo è iniziato con un programma di riforme volto a trasformarlo in una forza in grado di difendere la Cina e i suoi vicini da quella che percepiva come un’influenza occidentale, seguendo il modello sovietico. Tali riforme comprendevano cambiamenti istituzionali, la centralizzazione del comando, miglioramenti tecnologici e strategici e persino l’avvio di un programma nucleare1. Alla fine degli anni ’60, l’alleanza della Cina con l’Unione Sovietica era crollata, poiché i sovietici venivano sempre più guardati con sospetto in materia di sicurezza nazionale. Scoppiarono scontri di confine tra i due blocchi, mentre altri paesi come l’India e il Vietnam contestavano le rivendicazioni territoriali cinesi, il che portò la Cina a una rapida espansione dei propri effettivi, che raggiunsero allora più di 6 milioni, il picco massimo della sua storia. Le strategie di difesa iniziali della Cina si basavano sull’ logoramento e sulla guerriglia contro invasori come l’Unione Sovietica, ma negli anni ’80, l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) cambiò strategia adottando un approccio ritenuto più aggressivo, in particolare a causa della meccanizzazione delle sue forze terrestri. Questa svolta verso una maggiore manovrabilità sul campo è stata ulteriormente sostenuta dai pianificatori militari negli anni ’90, i quali ne avevano constatato il potenziale durante le dimostrazioni americane nel corso della guerra del Golfo e della crisi dello stretto di Taiwan. Tuttavia, i principi fondamentali della dottrina cinese rimangono essenzialmente difensivi.

  Fin dalla sua costituzione, una caratteristica fondamentale dell’Esercito Popolare di Liberazione, rispetto ad altre forze mi tari, è la sua subordinazione diretta al Partito Comunista Cinese piuttosto che allo Stato, il che fa sì che gli obiettivi dello Stato e del partito siano sostanzialmente gli stessi. Il Libro bianco cinese del 2019 sottolinea questa distinzione, osservando che l’APL ha il compito di fornire un sostegno strategico per consolidare la leadership del PCC e il sistema socialista. Da quando è diventato presidente nel 2012, Xi Jinping ha promosso diverse riforme dell’APL per aiutare il partito a raggiungere quello che definisce il «sogno cinese», sperando di trasformare la Cina in una grande potenza. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati privi di problemi. L’ultima volta che la Cina ha combattuto una guerra è stato nel 1979, il che significa che manca di esperienza reale nel combattimento moderno. La Cina avrà anche notevolmente modernizzato e ampliato il proprio arsenale dagli anni ’70, ma non è riuscita a testarlo in modo affidabile sul campo, lasciando molte delle sue capacità tecnicamente non comprovate. Inoltre, l’addestramento e le esercitazioni dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) sono stati criticati per essere troppo sceneggiati e per non simulare condizioni di combattimento realistiche. Sono state adottate recenti misure per migliorare l’addestramento, ma solo il tempo dirà se saranno efficaci. Tuttavia, sia il PCC che l’esercito hanno un piano in atto, come precisa l’ultimo Libro bianco cinese: la strategia di difesa dell’APL copre una serie di priorità che includono la tutela della sovranità nazionale, il contenimento dei movimenti indipendentisti e la salvaguardia degli interessi in materia di diritti marittimi, sicurezza informatica e persino spazio extra-atmosferico. Tra questi compiti, il più controverso è l’opposizione all’indipendenza di Taiwan e il contenimento del movimento taiwanese in tutto il mondo. Per il Partito Comunista, ciò è importante, poiché la questione taiwanese è direttamente collegata alla tutela della sovranità cinese su Taiwan e su altri territori nel Mar Cinese Meridionale. Ciò richiede che l’esercito cinese sia in grado di condurre una difesa attiva che possa includere, in una prima fase, una fase offensiva per mettere in sicurezza l’isola. L’intervento cinese in Corea contro gli Stati Uniti è un esempio di questo concetto di difesa attiva. Negli ultimi anni, il potenziamento militare e la presenza talvolta aggressiva nel Mar Cinese Meridionale costituiscono un altro esempio di questo concetto di difesa attiva volto a salvaguardare la sovranità nazionale.

    La Cina ha indubbiamente compiuto enormi progressi nel rafforzare le proprie capacità di proiezione di potenza. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che non è ancora in grado di eguagliare gli standard di proiezione di potenza di giganti mondiali come gli Stati Uniti. Un settore chiave in cui la Cina incontra dei limiti è quello del trasporto aereo strategico e del rifornimento in volo, dove è nettamente in ritardo rispetto agli americani. La flotta di portaerei della Cina è ancora agli inizi, priva dell’ampia esperienza operativa e della potenza delle sue controparti statunitensi. Dal punto di vista economico, l’influenza della Cina continua ad espandersi in regioni come l’Asia centrale, l’Africa e l’America Latina, ma la sua potenza militare ne limita la portata al suo immediato vicinato, rendendola un attore militare prevalentemente regionale in questa fase. Un’altra caratteristica che rende l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) in qualche modo unico è il suo stesso nome: l’Esercito Popolare di Liberazione. Sebbene contenga la parola « esercito », in realtà comprende l’intero esercito cinese. In questo sistema, ca ciuno dei cinque rami principali di tale esercito è designato come parte dell’APL, un approccio che simboleggia l’impegno della Cina in una strategia militare unificata e illustra perfettamente il concetto di braccio armato del Partito Comunista Cinese, i cui interessi dovrebbero coincidere con quelli dello Stato. \ \

L’Esercito di terra

Il più antico dei rami dell’APL è ovviamente l’Esercito di terra. La sua struttura operativa di base parte dal gruppo d’armata. Questi sono assegnati a uno dei comandi di teatro della Cina, ciascuno dei quali controlla 12 unità delle dimensioni di una brigata, sei delle quali sono brigate interarmi e le altre sei sono brigate di supporto. Le brigate interarmi costituiscono la maggior parte della forza combattente dell’esercito, con ogni brigata che comprende circa da quattro a sei battaglioni, tra cui artiglieria, mezzi di difesa aerea, quartieri generali e unità logistiche. A partire dalla meccanizzazione delle forze armate cinesi negli anni ’80, gli effettivi dell’esercito di terra, un tempo eccessivamente numerosi, sono stati ridotti del 55%, il che rappresenta tuttavia 975 000 soldati in servizio attivo2 e circa 500 000 riservisti di primo livello. Nelle condizioni attuali, l’esercito è responsabile della sicurezza interna ed esterna e garantisce la stabilità del Paese. Come le sue controparti un po’ ovunque nel mondo, può anche partecipare a operazioni di soccorso in caso di catastrofi. Oltre al suo potenziale umano, dispone di un impressionante arsenale di equipaggiamento militare che è stato costantemente modernizzato nel corso  degli ultimi anni, in particolare nel settore chiave dei droni. Si stima che disponga di oltre 4 800 carri armati in servizio, i più diffusi dei quali sono i carri armati di seconda generazione dei tipi 96 e 96A, integrati da un certo numero di carri armati di terza generazione del tipo 99A, i più recenti. Le forze terrestri dispongono inoltre di circa 7.700 veicoli da combattimento della fanteria di tipo 04 e di tipo 08, oltre a una serie di altre attrezzature che vanno dai veicoli da combattimento della fanteria ai cannoni d’assalto e agli elicotteri d’attacco. \ \ L’aeronautica militare

L’Aeronautica Militare dell’Esercito Popolare di Liberazione è responsabile della potenza di combattimento aerea dell’EPL. Inizialmente incaricata dell’intercettazione e della difesa aerea, si è notevolmente ampliata negli ultimi anni fino a diventare una forza aerea strategica in grado di condurre operazioni difensive e offensive, a distanze sempre maggiori dal continente cinese. Tali interventi possono essere attribuiti alle sue dimensioni complessive, sebbene anche altri rami, come l’aviazione navale o le forze terrestri, dispongano a loro volta di una propria gamma di mezzi aerei. Essa costituisce oggi la terza forza aerea più grande al mondo. Nonostante questi progressi, le sue capacità al di fuori dello spazio aereo cinese rimangono, per il momento, inferiori a quelle degli Stati Uniti. L’aeronautica militare utilizza un’ampia varietà di velivoli, 2 566 in totale, che comprende una moltitudine di bombardieri, caccia, aerei multiruolo e specializzati, gestiti da un organico stimato in circa 400 000 persone3. Sebbene queste statistiche possano sembrare impressionanti, è importante notare che le cifre sono in costante evoluzione e possono essere oggetto di numerose conjectures in alcuni casi. Nonostante le risorse disponibili, i dati sui velivoli effettivamente mobilitabili variano notevolmente. Il fatto che la Cina affermi che un certo numero di aerei faccia parte del proprio parco velivoli non significa sempre che essi siano immediatamente operativi. Nel dicembre 2024, due aziende cinesi hanno effettuato i primi voli di prova di prototipi di aerei di sesta generazione⁴, a dimostrazione dei rapidi progressi nel settore aeronautico e della crescente capacità dell’aeronautica militare di integrare tecnologie all’avanguardia nelle sue esercitazioni su larga scala, come Red Sword⁵ 

  \ \ La marina

Il terzo ramo è la marina dell’Esercito di liberazione del Popolo. A causa dei problemi posti da Taiwan e dall’accesso al Mar Cinese Meridionale, oggi è al centro di tutte le discussioni riguardanti la strategia cinese. Comprende cinque rami di servizio distinti: le forze di superficie, i sottomarini, la difesa costiera, l’aviazione navale e un corpo di marines. Questa potente forza navale è strategicamente organizzata in tre flotte, assegnate ai comandi dei teatri meridionale, orientale e settentrionale. Le navi da combattimento di superficie costituiscono ovviamente la parte più consistente con 92 unità principali, tra cui due portaerei (una terza è in costruzione), sette incrociatori, 42 cacciatorpediniere e 41 fregate. Inoltre, la Marina Militare dispone di una flotta di 142 navi da pattugliamento e da combattimento costiero, oltre a 11 grandi navi da assalto anfibio e 109 navi da sbarco di diverse dimensioni. La forza sottomarina della Marina è una componente temibile, con 59 sottomarini in servizio, di cui 12 a propulsione nucleare6. Sebbene storicamente dominante, i recenti sforzi di modernizzazione si sono spostati altrove, lasciando le capacità sottomarine in ritardo rispetto alle controparti statunitensi. Nel complesso, la Marina sta costruendo nuove navi a un ritmo sostenuto, il che la rende la più grande marina del mondo in termini di numero di unità, ma possiede meno della metà del tonnellaggio della Marina statunitense. In media, ciò significa che le navi cinesi tendono ad essere più piccole delle loro controparti statunitensi. Le navi della US Navy trasportano inoltre più del doppio dei missili offensivi. Tuttavia, va notato che in qualsiasi scontro nelle vicinanze delle acque cinesi, come a Taiwan, la Cina potrebbe schierare un numero significativo di missili antinave basati a terra per ridurre potenzialmente questo divario. Nel novembre 2025, la portaerei Fujian (Tipo 003) è stata ufficialmente messa in servizio dopo intensi test in mare, equipaggiata con catapulti elettromagnetici all’avanguardia che segnano un’importante evoluzione verso la proiezione di potenza7. I programmi di sviluppo di questo tipo di nave mirano ora a raggiungere un totale di nove portaerei entro il 20358. La marina ha inoltre intensificato le sue operazioni a lungo raggio, con una circumnavigazione (navigazione intorno a un luogo) dell’Australia nel febbraio 2025 e dispiegamenti congiunti con la Russia nel Pacifico, lanciando al contempo rapidamente nuovi sottomarini nucleari e navi da rifornimento di tipo 903 per supportare queste missioni di lunga durata

   Incaricata della difesa delle acque territoriali cinesi, la marina cinese ha recentemente posto maggiore enfasi sulle capacità in acque blu più lontane, come nell’ nell’Oceano Indiano, con pattugliamenti antipirateria condotti nel Golfo di Aden dal 2008 e la più recente apertura della sua prima base d’oltremare a Gibuti nel 20179. Questa strategia è sostenuta dall’aumento degli effettivi, che raggiungono circa 260 000 marinai, affiancati da 26 000 esperti dell’aviazione navale e 35 000 fucilieri di marina. Infine, va sottolineata l’ascesa dell’aviazione navale all’interno della marina, sia in termini di capacità che di dottrina. Questi aviatori utilizzano principalmente caccia J-15 basati su portaerei per aumentare la proiezione di potenza sul modello della rivale americana. \ \

I missili

Oltre ai tre rami principali « classici » presenti in tutti i grandi eserciti del mondo, altri due corpi contribuiscono a funzioni altrettanto importanti per l’APL. Innanzitutto, la Forza missilistica, che supervisiona i missili balistici basati a terra in Cina. Ciò include la responsabilità di una parte consistente dell’arsenale nucleare. Il PCC mantiene una politica di non primo uso delle armi nucleari, che stabilisce che l’uso di tali armi sia riservato alla risposta in caso di attacco contro gli interessi vitali del Paese. In generale, la Cina non rende pubblico il numero delle sue testate nucleari, pertanto è impossibile conoscere con certezza quante ne possieda. Le stime più recenti – del 2025 – collocano tuttavia lo stock operativo intorno alle 600 testate10. Diversi esperti prevedono che entro il 2030 il numero di testate supererà le 1 000 unità e potenzialmente le 1 500 poco dopo. Tra i missili di maggiore rilievo figura il DF-27, che possiede capacità intercontinentali convenzionali e antinave¹¹. In termini di personale, l’organico complessivo della forza missilistica è stimato a oltre 120.000 unità.

  \ \ Il supporto strategico

Il quinto ramo delle forze armate cinesi è la Forza di supporto strategico, istituita nel corso delle riforme militari avviate da Xi Jinping nel 201512. Il ruolo esatto della Forza di supporto strategico è stato lasciato vago dalle fonti ufficiali cinesi. Dopo nove anni di esistenza, nell’aprile 2024, nell’ambito di una nuova ondata di riforme, Xi Jinping ha sciolto questo ramo creando al contempo una Forza di supporto all’informazione13, rafforzando così l’integrazione delle operazioni in rete e spaziali all’interno di una struttura più centralizzata e meglio adattata ai conflitti moderni. Infine, la Forza di supporto logistico combinato è il ramo meno conosciuto dell’APL. Creata nel 2016 nell’ambito delle riforme di Xi Jinping, ha il compito di unificare e facilitare la gestione delle sfide logistiche dei numerosi rami dell’APL14. Storicamente, l’APL ha dovuto affrontare un livello significativo di corruzione a tutti i livelli militari, il che rimane un problema che ostacola l’organizzazione ancora oggi. Sebbene le riforme di Xi Jinping cerchino di risolvere queste questioni attraverso i rami della Forza di supporto logistico combinata, il processo di ristrutturazione stesso ha generato difficoltà proprie. L’urgenza e la pressione di queste riforme hanno causato notevoli disagi in tutto l’APL, e alcuni esperti temono che le problematiche legate alla crescita associata alla riorganizzazione possano influire sulla preparazione al combattimento della Cina per un certo periodo. Queste indagini anticorruzione sono proseguite intensamente tra il 2024 e il 2025, coinvolgendo membri della Commissione militare centrale e comandanti della Forza missilistica, determinando riorganizzazioni ad alto livello, ma mirando a lungo termine a una forza più disciplinata ed efficiente. Tuttavia, le principali missioni della Forza di supporto logistico combinata consistono nel ridurre le ridondanze e aumentare l’efficienza all’interno dell’immensa burocrazia dell’Esercito popolare di liberazione (EPL). Sebbene gestisca alcune operazioni logistiche per tutti i rami dell’EPL, ciò avviene principalmente a livello di teatro operativo. I servizi al di sotto di questo livello rimangono responsabili della propria logistica più localizzata. Data la dimensione dell’APL, è naturale che numerose lacune e problemi vengano alla luce agli occhi degli avversari della Cina.

   \ \ Il bilancio

Nel 2025, il bilancio ufficiale dell’APL ammontava a circa 277 miliardi di dollari, il che lo rende il secondo bilancio militare al mondo. Tuttavia, esso non mette pienamente in evidenza i fondi spesi per la difesa. Il suo principale vantaggio risiede nel livello di potere d’acquisto rispetto a nazioni come gli Stati Uniti o la Russia, il che garantisce loro una maggiore efficacia in termini di spesa militare. Questo bilancio ha continuato a crescere in modo sostenuto al fine di accelerare il completamento dei programmi di armamento in corso entro il 203515. Negli ultimi anni, l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) ha condotto manovre ed esercitazioni ritenute sempre più aggressive nei pressi di Taiwan, e le sue forze hanno agito in modo sempre più audace in tutta la regione indo-pacifica. Man mano che la Cina acquisisce maggiore fiducia nelle proprie forze militari, queste dimostrazioni di potenza sono destinate ad aumentare. Ciò che preoccupa maggiormente l’Occidente è che la Cina ha anche modernizzato e ampliato il proprio arsenale nucleare. Tra le attività degne di nota dalla metà del 2024 figurano le esercitazioni «Joint Sword-2024A e B» intorno a Taiwan16-17, le imponenti dimostrazioni navali con oltre 100 navi viri nel dicembre 2025, attraverso diversi mari, nonché operazioni di tiro con munizioni vere nei pressi dell’Australia e della Nuova Zelanda nel febbraio 2025, a dimostrazione di una maggiore proiezione di potenza e di una routine di addestramento in acque lontane. \ \ Prospettive Il prossimo anno segnerà una tappa significativa per l’APL, poiché la Cina punta a portare a termine una fase cruciale dei propri sforzi di modernizzazione grazie, come appena accennato, a un aumento del 7% del proprio bilancio militare. Questa fase comprende gli obiettivi essenziali di meccanizzazione, informatizzazione e impiego su larga scala dell’intelligenza artificiale all’interno dell’APL. Mentre le forze terrestri cercano di completare la propria meccanizzazione, è probabile che continuino a ridursi di numero, ma diventeranno sempre più flessibili e mobili man mano che la fanteria motorizzata e l’artiglieria semovente saranno completamente meccanizzate. È inoltre probabile che le dimensioni delle singole unità diminuiscano. La marina dovrebbe continuare a espandersi nonostante le preoccupazioni relative all’ invecchiamento delle navi e alla necessità di una maggiore manutenzione, diventando sempre più capace di operare al di fuori delle acque territoriali cinesi. Verranno mantenute anche le capacità di difesa costiera, costituite da piccole motovedette d’assalto e da missili terrestri per scoraggiare le forze di invasione  , saranno anch’esse mantenute. Da parte sua, l’aeronautica militare dovrebbe ridurre il numero di caccia da superiorità aerea in dotazione, concentrandosi piuttosto su velivoli polivalenti e bombardieri. Nonostante le temporanee turbolenze causate dalle indagini anticorruzione e dai rimpasti del 2024-2025, l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) ha mantenuto un ritmo sostenuto verso questi obiettivi, integrando nuove capacità come i prototipi di sesta generazione e i sistemi ipersonici, affinando al contempo le proprie opzioni per scenari relativi a Taiwan. Dai suoi modesti esordi durante la guerra civile cinese, l’Esercito Rosso di Mao si è trasformato in un colosso militare, diventando non solo l’esercito più grande del mondo, ma anche la forza che si sta modernizzando più rapidamente al giorno d’oggi. Questa fase di modernizzazione è fondamentale per garantire il raggiungimento degli obiettivi di riunificazione con Taiwan entro il 2049 e il centenario della presa del potere da parte del PCC a Pechino. Riferimenti \Relazione annuale al Congresso: Sviluppi militari e di sicurezza riguardanti la Repubblica Popolare Cinese 2025 (Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti) \Monitoraggio dell’intensificarsi delle attività militari della Cina nell’Indo-Pacifico nel 2025 (Center for Strategic and International Studies) \La prima superportaerei cinese (U.S. Naval Institute Proceedings) \Analisi delle recenti tendenze nella modernizzazione militare della Cina – 2025 (Observer Research Foundation) \La Marina cinese mette in servizio ulteriori navi di rifornimento della flotta di tipo 903 (Naval News)

 Bibliografia

 1 Fravel, Taylor, *Active Defense, China’s Military Strategy since 1949*, Princeton Uni versity Press, 2019, pp. 78-79. 2 Shanshan Mei e Dennis J. Blasko, « Back to the Basics: How Many People Are in the People’s Liberation Army? », War on the Rocks, luglio 2024. 3 Ibid. 4 Redazione, « La Cina fa volare per la prima volta in formazione due caccia di sesta generazione a raggio ultra-lungo », Military Watch Magazine, dicembre 2025. 5 Hadley, «Rivelato dallo spazio: la più grande esercitazione cinese “Red Sword” e un rapido potenziamento industriale», Air and Space Forces, febbraio 2026. 6 Rick Joe, «La crescita della Marina cinese: passato, presente e futuro», The Diplomat, gennaio 2026. 7 Laurent Lagneau, « La Cina ha ufficialmente ammesso in servizio attivo la CNS Fujian, la sua terza portaerei », Opex 360, novembre 2025. 8 Aaron-Matthew Lariosa, « La Cina vuole nove portaerei entro il 2035, secondo un nuovo rapporto del Pentagono », USNI News, dicembre 2025. 9 Blanchard, Lauren Ploch, « L’impegno della Cina a Gibuti», Congress.gov, giugno 2025. 10 « Quali paesi possiedono armi nucleari? », ICAN. 11 Andrew S. Erickson, « Il missile balistico intercontinentale convenzionale DF-27 e il missile balistico anti-nave (ASBM) della Cina: una minaccia per il territorio americano, le navi nel Pacifico e i rischi di escalation», andrewerickson.com, dicembre 2025. 12 John Costello, Joe McReynolds, «La forza di supporto strategico cinese: una forza per una nuova era», Digital Commons @ NDU, febbraio 2025. 13 Annette Lee, James Bellacqua, « La nuova forza di supporto informativo dell’esercito cinese », Center for Naval Analyses, agosto 2024. 14 Pankaj Dimri, « La forza congiunta di supporto logistico dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) », Centre for Contemporary China Studies, novembre 2021. 15 Greg Torode, Ben Blanchard, « La Cina aumenta la spesa per la difesa del 7% nel quadro del piano di modernizzazione entro il 2035 », Reuters, marzo 2026. 16 Ian Ellis, « La Cina avvia l’esercitazione Joint Sword 2024A. Taiwan circondata », Conflits, maggio 2024. 17 Fabrice Wolf, « In che modo l’esercitazione cinese Joint Sword 2024B indebolisce le difese di Taiwan? », MetaDefense, ottobre 2024.

Una valutazione approfondita del vertice di Pechino _ di Sam Davis Simbolismo contro realtà_ Jerrys take on China e Frank Pengkam

Sta di fatto che, in un mondo oscillante tra cooperazione e conflitto aperto, alla feroce destabilizzazione provocata dagli Stati Uniti si aggiungono i pesanti squilibri provocati dalla esponenziale ascesa, per ora prevalentemente economica-produttivistica, della Cina_Giuseppe Germinario

Una valutazione approfondita del vertice di Pechino.

L’aspetto più interessante del viaggio a Pechino è stato, e continua ad essere, qualcosa di diverso dai successi commerciali emersi durante il viaggio. Sebbene il presidente Trump abbia portato con sé a Pechino giganti dell’industria, della tecnologia e della finanza, l’accento è posto sulle relazioni.

Mantenete un atteggiamento empatico. Notate l’enfasi posta dal Segretario Rubio sulle relazioni geopolitiche nel contesto degli eventi attuali. Al di là delle solite chiacchiere e dei titoli di giornale, osservate quanta energia viene dedicata, da entrambi i leader, all’aspetto della “relazione” tra il Presidente Trump e il Presidente Xi, e anche alle domande dirette su tutti gli eventi di attualità pertinenti.

Interrogati su diverse questioni, Trump, Rubio e Xi hanno parlato di relazioni, non di dettagli politici o di eventi di attualità.

I viaggi in Cina si sono concentrati maggiormente sulla comprensione delle motivazioni alla base delle politiche, delle motivazioni personali e di quelle storiche, da una prospettiva personale. Non si è trattato di un viaggio incentrato sulle transazioni; l’atmosfera e la frequenza sembravano essere dominate da qualcosa di più importante del denaro.

Il video del presidente Xi che accompagna il presidente Trump nella sua residenza privata è eccezionalmente interessante. Ci sono diversi aspetti da osservare che raccontano una storia.

Innanzitutto, il linguaggio del corpo . Il presidente Xi è molto rilassato e mostra preoccupazione per l’incolumità personale del presidente Trump (che non sbatta la testa contro lo stipite della porta). Poi avviene lo scambio notevole quando il presidente Trump chiede, tramite interpreti, se Xi invita altri presidenti nella sua residenza. Osservate innanzitutto le reazioni istintive del corpo di Xi, inclusi i movimenti della testa, il sorriso e il gesto di scuotere la testa in segno di diniego. Queste reazioni sono sincere, e lui dice anche “no” a voce. Uno scambio davvero meraviglioso. Mostra una vera amicizia, senza finzioni, nonostante la formalità.

In secondo luogo, osservate come Xi a volte tocca il braccio di Trump. Questo dimostra una profonda apertura, fiducia e amicizia tra loro. C’è un rispettoche va oltre la politica ; ne abbiamo avuto un assaggio.

Più tardi, nella stessa stanza, il presidente Xi fa riferimento al precedente invito del presidente Trump alla sua residenza privata, Mar-a-Lago. Sì, la fondazione si basa sulla politica; tuttavia, la cultura e la prospettiva cinese sono a lungo termine, non a breve termine.

Anche il presidente Trump è un pianificatore a lungo termine. È disposto ad accettare le critiche sugli eventi del momento perché considera il processo a lungo termine più importante. Questi due uomini hanno più cose in comune di quanto la maggior parte delle persone creda.

Guardate senza audio. Il rapporto tra Xi e Trump è personale, non solo una questione di affari tra i due Paesi. Il presidente Trump ha portato con sé i suoi più stretti “amici d’affari” per onorare il suo rapporto con i potenti collaboratori di Xi, rendendo l’incontro personale piuttosto che meramente commerciale.

Sembrava fondamentale per entrambi i leader trasmettere un allineamento reciproco, sottolineando l’importanza di evitare conflitti tra le due superpotenze, anche in presenza di divergenze politiche. Durante gli interventi dei media, sia Rubio che Trump hanno ribadito questo concetto nei loro commenti politici.

Di cosa si tratta esattamente? A mio avviso, questo approccio ha senso considerando il quadro generale del mandato del presidente Trump.

Il presidente Trump sta delineando un allineamento geopolitico completamente nuovo, e sia la Russia che la Cina sono pilastri fondamentali di questo scenario.

Il presidente Trump ha cambiato le cose. Il mondo economico che Pechino ha costruito nella sua strategia di crescita non esiste più nella stessa forma. Tali cambiamenti possono essere destabilizzanti, soprattutto per la Cina e il suo leader, Xi Jinping. Servono rassicurazioni.

I maggiori perdenti al momento, i veri e propri perdenti economici colpiti duramente dal settore energetico, sono l’Europa, il Regno Unito e tutti i paesi del Commonwealth britannico (Canada incluso). Mentre la situazione si evolve, la Cina si trova essenzialmente in un periodo di stagnazione economica, priva di potere e influenza in questo contesto.

L’ascesa al potere della Cina è stata trainata dal suo piano di produzione industriale, che presenta un difetto fatale: la dipendenza dai clienti.

Se i clienti target della Cina vengono destabilizzati, il loro comportamento cambia.

Abbiamo visto questo scenario ripetersi nel 2018, quando il G7 in Canada si è scagliato contro Trump a causa della contrazione delle proprie economie. La contrazione era dovuta al fatto che il presidente Trump si stava scontrando con la Cina (attraverso dazi e partnership alternative all’ASEAN), e Pechino ha risposto abbassando i prezzi, e, sfortunatamente per l’UE, le aziende cinesi hanno smesso di acquistare attrezzature industriali mentre valutavano le mosse di Trump.

Nel 2018 e nel 2019, la Cina ha interrotto i principali acquisti di beni industriali dall’UE, danneggiando gravemente l’economia europea. Questo è il contesto in cui si inserisce la famigerata foto scattata al vertice del G7 in Canada.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe e l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) erano in buoni rapporti. Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Indonesia, Filippine e Thailandia avevano registrato un aumento degli scambi commerciali dopo che il presidente Trump aveva esortato i produttori a spostare la produzione dalla Cina verso i paesi dell’ASEAN. Tale processo era già in corso.

Tuttavia, la Cina ha iniziato a ridurre la spesa e a svalutare la propria valuta come strategia per abbassare i prezzi e mantenere i produttori nonostante i dazi. È importante capire come ciò abbia influito sull’Europa, in particolare sulla Germania.

Ricordiamo il quadro generale: l’Europa era arrabbiata, mentre il Giappone e il Sud-est asiatico non lo erano.

Facciamo un salto avanti al 2026 e all’attuale questione energetica. Ancora una volta, il presidente Trump ha messo l’UE in una posizione di grave compromesso e, senza la Russia a colmare il vuoto di petrolio e gas dovuto alla mancanza di Venezuela e Iran, la Cina si troverebbe in difficoltà.

Il presidente Trump e il segretario Bessent hanno revocato le sanzioni sul petrolio e sul gas russi. La Russia sta colmando questo vuoto in Cina e nel Sud-est asiatico; tuttavia, la Cina si trova ora in una posizione di dipendenza scomoda e insolita.

Pertanto, con il Grande Panda che sperimenta per la prima volta la dipendenza, diventa fondamentale per Trump sottolineare che va tutto bene; non preoccupatevi, siamo tutti amici. Tuttavia, quando l’Europa si contrae, la Cina ne risente duramente, e quando la Cina si contrae, l’Europa ne risente duramente.

Il piano a lungo termine della Cina ha sempre incluso l’infiltrazione e lo sfruttamento del mercato europeo a proprio vantaggio economico. Finora ci sono riusciti con grande successo. Tuttavia, Trump sta cambiando le cose e gli ex centri di potere “occidentali” in Europa e nel Regno Unito stanno perdendo potere piuttosto rapidamente.

Il messaggio principale che emerge da questo vertice è che il presidente Trump e il presidente Xi, i due maggiori predatori al vertice del mondo economico, stanno dialogando sull’importanza di mantenere una posizione neutrale in questo riallineamento geopolitico. La natura della relazione diventa quindi fondamentale, ed è proprio questa l’impressione che si ricava da questo viaggio.

Tra quattro giorni, il presidente russo Vladimir Putin visiterà Pechino.

Ultimo punto. Il presidente Trump e Vladimir Putin si sono incontrati in Alaska il 15 agosto 2025. Tre giorni dopo, il 18 agosto 2025, la Russia inaspettatamente hanno annunciato la riattivazione del loro impianto di produzione di GNL Arctic-2.

La Russia raddoppierebbe ampiamente la sua capacità di generare e immagazzinare gas naturale liquefatto (GNL).

Non aveva assolutamente senso per la Russia iniziare a produrre ancora più GNL, viste le sanzioni occidentali precedentemente imposte nei suoi confronti e il fatto che la Russia stesse già producendo GNL in eccesso. Questo è stato notato dagli analisti dell’epoca.

Nell’agosto del 2025, la Russia produceva essenzialmente più GNL di quanto potesse venderne sul mercato. La Russia stava immagazzinando la sovrapproduzione di Arctic-1 in unità di stoccaggio galleggianti “sull’acqua” e vendendo gradualmente le scorte a paesi che non aderivano alle sanzioni, in particolare la Cina e alcuni acquirenti asiatici. Poi, improvvisamente, dopo il vertice di Trump, la Russia decide di mettere in funzione Arctic-2 e produrre ancora più GNL. È facile capire perché questa decisione non avesse senso.

Se non riuscissero nemmeno a vendere tutta la produzione di GNL di Arctic-1, perché mai la Russia dovrebbe avviare la produzione di GNL di Arctic-2?

Con l’operazione militare in Iran ormai in corso e l’immediato annuncio del Qatar di voler interrompere la produzione di GNL, sono emersi decine di nuovi mercati per il gas naturale liquefatto russo. E quel GNL ora valeva il 50% in più rispetto a quando la Russia aveva inevitabilmente deciso di iniziare a produrlo e stoccarlo “sull’acqua”.

Ora, ci sono persone che potrebbero guardare a questa tempistica e a questo esito e arrabbiarsi per la possibilità. Tuttavia, vorrei sottolineare un altro aspetto.

Se queste critiche anti-Trump sono corrette, significa anche che nell’agosto del 2025 il presidente Donald J. Trump stava già pianificando il momento che stiamo vivendo.

Simbolismo contro realtà

La visione di Jerry sulla Cina16 maggio
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Al termine della sua visita in Cina, venerdì, è importante sottolineare che Trump ha pronunciato molte parole, ma è stato carente di contenuti concreti. Le parole pronunciate durante un vertice, anche se uno dei partecipanti lo definisce il più importante di sempre, non significano assolutamente nulla se non sono supportate dai fatti.

Di quali azioni stiamo parlando? Quando Carter accettò nel 1978 che gli Stati Uniti riconoscessero la Cina come un unico Paese e cessassero di armare Taiwan, accettò anche che la questione fosse un affare interno della Cina. Nulla di male in questo, ma quando tornò a casa, il suo governo creò il Taiwan Relations Act nel 1979, il che significa che, a prescindere dal fatto che Taiwan fosse un affare interno della Cina, il governo statunitense avrebbe scavalcato il presidente e fatto ciò che riteneva le leggi statunitensi gli consentissero di fare. Questa è diventata una linea rossa costante che gli Stati Uniti, da allora, hanno costantemente oltrepassato, creando problemi al popolo cinese su entrambe le sponde dello Stretto.

Sappiamo come si comporta il presidente, ma la Cina sa anche che non riesce a controllare il suo governo; non è la prima volta che la Cina viene ingannata dalle grandi parole e dalle buone azioni di un presidente, per poi essere smentita dal Senato e dal Congresso pochi mesi dopo.

Nikki Haley è già online a dichiarare al mondo attraverso i social media* che Xi Jinping non può dire agli Stati Uniti come condurre la politica estera e che la linea rossa cinese di Taiwan non significa nulla per lei.

A questo proposito, la Cina dovrebbe già sapere che, a prescindere da ciò che ha detto il presidente, la realtà è ben diversa.

Trump afferma di essere arrivato in Cina con i principali leader aziendali mondiali, ed è vero che alcuni di loro sono tra i più ricchi, ma è altrettanto vero che i leader aziendali mondiali non sono più tutti statunitensi, molti di loro si trovano in Cina. Già nel 2020 , la classifica Fortune 500 registrava il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti in termini di numero di aziende leader a livello mondiale; la maggior parte delle banche nella top 10 sono cinesi, anzi, le banche al primo, secondo, terzo e quarto posto sono tutte cinesi. La principale compagnia di telecomunicazioni al mondo, con un ampio margine, è cinese, e così via.

In termini di capacità produttiva, la Cina surclassa gli Stati Uniti e ogni altro paese al mondo, con una produzione superiore a quella dei primi 4 paesi messi insieme, Stati Uniti compresi.

Marco Rubio ha detto in viaggio verso la Cina che: “Non stiamo cercando di limitare la Cina, ma la sua ascesa non può avvenire a nostre spese. La sua ascesa non può avvenire a nostre spese… Non c’è mai stata e non c’è mai stata alcuna affermazione, tentativo o altra azione da parte di chiunque nel governo o nell’esercito cinese per spingere per la caduta degli Stati Uniti – infatti, molte persone, inclusi incredibilmente alcuni giornalisti esperti, hanno riferito con sorpresa che Xi Jinping. C’è un post MAGA su X un paio di giorni fa che, quando l’ho visto, aveva oltre 5,8 milioni di visualizzazioni^ e in esso l’autore dice: “ULTIM’ORA: il presidente Xi sbalordisce la stanza dicendo a Trump: “Dovremmo essere partner, non rivali”

Il testo prosegue affermando: “Non avrei MAI pensato, nemmeno in un milione di anni, che Xi avrebbe detto una cosa del genere”.

Beh, posso solo dire che è perché tu e tutti gli altri che sono sorpresi da questa affermazione siete totalmente ignoranti – e lo dico in senso positivo, siete ignoranti nel senso che non avete idea che abbia detto la stessa cosa a Biden, l’ha detta a Blinken, probabilmente l’ha detta anche a Obama e chissà chi altro l’ha sentito dalle labbra di Xi, ma se volete sapere come la pensa, allora leggete i suoi libri, lo dice da quando è entrato in carica

In realtà, la prima registrazione di una dichiarazione simile che sono riuscito a trovare risale al periodo in cui era Vicepresidente, quando si impegnò a rafforzare i legami bilaterali con gli Stati Uniti, sollecitando al contempo una più stretta cooperazione finanziaria, economica e commerciale, durante un incontro con il Presidente della Commissione Finanze del Senato statunitense, Max Baucus, nella Grande Sala del Popolo a Pechino, il 13 ottobre 2010. Sicuramente ha continuato a dirlo anche in seguito. Ma, giusto per dimostrare l’ignoranza di coloro che non riuscivano a credere che potesse davvero dire una cosa del genere, vi prego di ascoltare il discorso che tenne alla Casa Bianca nel febbraio 2012, durante la sua prima visita negli Stati Uniti come Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, intitolato “Lavorare insieme per costruire un futuro migliore per la partnership Cina-USA”, a Washington DC. E, giusto per provarlo, ho fornito un link.

Trump ha sbandierato i fatti, affermando che ci sarebbero stati o che ci sono già stati accordi per investire miliardi, ma siamo onesti, queste sono solo parole, non azioni, sono simboli e proiezioni, proprio come quando Bessent è venuto in Cina l’anno scorso e ha annunciato che ci sarebbero stati accordi per gli agricoltori americani: non ci sono stati. Non si può avere un Congresso e un Senato che approvano leggi che rendono gli investimenti cinesi negli Stati Uniti pieni di pericoli, soggetti a indagini in stile maccartista e a rischio di sequestro, attraverso leggi approvate da legislatori ferocemente anti-cinesi, molti dei quali provengono dallo stesso partito di Trump, e un Presidente che accoglie con favore gli investimenti cinesi che perseguono gli stessi obiettivi: non funzionerà.

Global Times, Xinhua e People’s Daily parlano tutti di un grande momento di ripartenza – io sono molto più cauto, sarò contento quando Trump tornerà negli Stati Uniti e ordinerà al suo partito di sostenere una maggiore cooperazione con la Cina – sembra sapere di averne bisogno, i suoi consiglieri non sono sempre d’accordo con lui ma parafrasiamo Marco Rubio e vediamo se riusciamo a correggere il suo pensiero e quello di molti altri amministratori statunitensi – Rubio ha detto, l’ascesa della Cina non può avvenire a spese degli Stati Uniti.

In realtà sono d’accordo, così come Xi Jinping: l’ascesa della Cina è inevitabile, così come il declino degli Stati Uniti. Tuttavia, non c’è motivo per cui, con la cooperazione, una riduzione della diffidenza e della paura reciproca, gli Stati Uniti non possano risorgere pacificamente. L’unico problema che vedo è che Trump non sembra essere l’uomo giusto per riuscirci; la visita di questa settimana è stata solo una messinscena, una performance.

Saranno le azioni a determinare gli sviluppi futuri, e queste azioni devono provenire dai legislatori statunitensi: la Cina deve essere o nemica degli Stati Uniti o amica degli Stati Uniti. Essere amici non significa essere d’accordo su tutto, ma implica cooperazione.

Eliminate le sanzioni, eliminate le restrizioni, mostrate al mondo che il comunismo, senza interferenze capitalistiche, può funzionare e funziona davvero: smettetela di temere ciò che non conoscete e imparate ad accogliere le differenze. La Cina non è vostra nemica e ha chiarito almeno dal 1976 di essere disposta a essere vostra amica.

Ciò che gli Stati Uniti hanno fatto negli ultimi 70 anni li ha condotti su una strada di conflitto: sicuramente è ora di provare qualcosa di diverso e dare seguito alle parole del vertice di Pechino potrebbe essere un ottimo inizio.

Trump ha detto tutte le parole giuste, ora vediamo quali azioni verranno intraprese…

*

Nikki Haley@NikkiHaley Il messaggio di Xi al vertice tra Stati Uniti e Cina è stato semplice: state fuori da Taiwan. Questa non è diplomazia. È una minaccia. Taiwan è ciò che interessa di più a Xi, più dei dazi, dei mercati o di qualsiasi accordo. Il Partito Comunista Cinese non ha il diritto di dettare la politica estera americana. 17:33 · 14 maggio 2026 · 215.000 visualizzazioni1.140 risposte · 390 condivisioni · 2.430 Mi piace

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Voce MAGA@MAGAVoice ULTIM’ORA: Il presidente Xi lascia tutti a bocca aperta dicendo a Trump: “Dovremmo essere partner, non rivali” Non avrei MAI pensato in un milione di anni che Xi avrebbe detto una cosa del genere. Il Deep State sta tremando in questo momento. 02:52 · 14 maggio 2026 · 5,02 milioni di visualizzazioni6.230 risposte · 27.600 condivisioni · 146.000 Mi piace

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Putin segue le orme di Trump _ di Frank Pengkam

C’è un’immagine che probabilmente circolerà lunedì mattina, ma che in pochi guarderanno con attenzione.

Lunedì, Vladimir Putin verrà accolto sulla pista dell’aeroporto di Pechino.

Aveva programmato una visita quattro giorni esatti dopo la partenza dell’aereo di Trump.

Tutti si porranno le stesse domande:

Chi tra Russia e Stati Uniti ha vinto la partita contro la Cina?

Chi ha ottenuto cosa, chi ha adulato chi, chi se n’è andato a mani vuote.

Ci torneremo più avanti, ma nel frattempo…

Esiste già una conclusione intermedia che può essere letta attraverso questa visita di Putin

Perché vedere Trump e Putin marciare nello stesso luogo a pochi giorni di distanza…

Ciò che stiamo osservando non è una rivalità: è un metodo.

  • Trump non sta puntando tutto sull’America: sta arrivando per prendersi la Cina.
  • Putin non punta tutto sulla Russia: viene qui per consolidare i suoi legami con Pechino.
  • Xi non si affida esclusivamente a nessuno: riceve entrambi, senza scegliere, e firma con entrambi.

Nessuno di questi tre uomini mette tutte le uova nello stesso paniere, in una sola valuta, in un solo sistema

Perché il mondo di oggi non è più governato dal dollaro americano…

Il potere globale è ora frammentato tra diversi centri:

Si tratta di multipolarità…

E i principali responsabili delle decisioni si stanno preparando all’accelerazione di questo fenomeno.

E questo evento solleverà la questione

L’Iran di fronte all’Occidente: Una potenza militare costretta ad armarsi per la propria sopravvivenza _ di Stéphane Bonard (Géopolitique Profonde)

L’Iran di fronte all’Occidente: Una potenza militare costretta ad armarsi per la propria sopravvivenza

 Stéphane Bonard è un esperto di geopolitica e specialista in materia di armamenti. Ex membro del SGDN (Segretariato generale della difesa nazionale), gestisce il canale YouTube «Réinformation sur le Monde» e interviene regolarmente sui media per analizzare le dinamiche internazionali, in particolare riguardo all’Ucraina e ai conflitti armati.

  La Repubblica Islamica dell’Iran occupa una posizione paradossale nel panorama geopolitico contemporaneo: potenza regionale innegabile, dotata di un esercito considerevole e di un’impressionante capacità di proiezione militare interna, rimane tuttavia cronicamente sottovalutata dagli osservatori occidentali. Questo paradosso non è frutto del caso, ma piuttosto la conseguenza logica di una strategia iraniana di difesa in profondità, elaborata di fronte a minacce esistenziali perpetue.

   Tra deterrenza legittima, accerchiamento strategico e nemici mortali Dalla rivoluzione islamica del 1979, l’Iran ha dovuto affrontare un’ostilità quasi permanente  : da parte del mondo occidentale, guidato dagli Stati Uniti ; da parte di Israele, potenza nucleare regionale ; e da parte di alcuni Stati arabi del Golfo, sostenuti da Washington. Di fronte a questo contesto di accerchiamento, di atti terroristici (talvolta di grande portata) e di massicce sanzioni economiche, l’Iran ha sviluppato una dottrina militare unica, basata su tre pilastri : la dissuasione convenzionale, la guerra asimmetrica per mezzi interposti e l’acquisizione progressiva di capacità di difesa contro gli attacchi aerei e navali. Questa strategia, lungi dall’essere una posizione aggressiva, costituisce una reazione difensiva razionale di fronte a decenni di ingerenza straniera, rovesciamenti di governo, omicidi e attacchi sistematici alle sue capacità scientifiche e tecnologiche. L’Iran non vuole né conquistare né dominare; questo paese desidera semplicemente sopravvivere e preservare la propria sovranità di fronte a potenze che hanno già dimostrato più volte la loro volontà di intervenire militarmente o di destabilizzare il suo regime politico. Ma i suoi due archi nemici gli stanno di fronte, vale a dire gli Stati Uniti e Israele, e questi sono spietati. L’arsenale militare iraniano: una potenza convenzionale considerevole Innanzitutto, parliamo della potenza militare dell’Iran e di ciò che ha di più temibile contro un nemico esterno, ovvero i suoi missili.

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  Missili balistici e da crociera : la punta di diamante della deterrenza iraniana L’Iran dispone del più vasto arsenale di missili balistici del Medio Oriente, stimato in oltre 3.000 missili, di cui circa 1.500 a medio raggio (da 1.000 a 2.500 km). Lo stesso vale per i droni. Questo massiccio accumulo di vettori balistici non è il risultato di una logica di aggressione, ma piuttosto di una strategia di compensazione di fronte alla cronica inferiorità aerea rispetto ad avversari meglio equipaggiati. Esempi di missili degni di nota dell’Iran.

 \ Il Fateh-110 (e la sua variante  Fateh-313) : missile balistico a corto raggio (200-300 km), progettato per le operazioni regionali. Dotato di grande precisione e capacità di manovra, rappresenta un’arma affidabile e temibile contro le installazioni fisse e le infrastrutture strategiche.

 \ Il Qiam: missile balistico a medio raggio (1 250 km), in grado di raggiungere l’intero territorio di Israele e le basi statunitensi nella regione. Il Qiam simboleggia la crescente potenza tecnologica iraniana, in particolare per quanto riguarda la guida e la precisione.

 \ Il Khorramshahr: missile balistico con un’autonomia di 2 000 o 3.000 km di gittata presentato nel 2017, in grado di trasportare fino a 80 piccole bombe, nella sua versione «a submunizioni», e nella versione «missile singolo», trasporta una testata esplosiva da 1,5 a 1,8 tonnellate. Questo sistema rappresenta un salto di qualità nelle ambizioni di Teheran. 

\ Il Qasem Basir: missile presentato di recente (2025), dotato di una gittata minima di 1.200 km e progettato per eludere i sistemi di difesa aerea occidentali come il Patriot. Secondo le dichiarazioni iraniane, presenta una maggiore resistenza alle contromisure elettroniche e ai decoy.

 \ Il Soumar : un missile da crociera in grado di eludere le difese aeree e di colpire bersagli situati a una distanza di 2.000 km. Questo sistema riflette il crescente interesse dell’Iran per le armi in grado di eludere le difese, difficilmente intercettabili.

 \ Il Fattah-1 e il Fattah-2 : missili ipersonici con una gittata minima di 1.200 km. Per quanto riguarda il Fattah-1, ne è stata dimostrata l’efficacia durante un attacco contro Israele.  

  Uno dei progressi tecnologici più notevoli compiuti dall’Iran nell’ultimo decennio riguarda il massiccio sviluppo di droni militari. Nel gennaio 2025, il regime iraniano ha presentato una flotta di 1.000 nuovi droni strategici in grado, secondo quanto affermato dal governo, di raggiungere Israele e le basi statunitensi sparse nella regione. Esempi di droni degni di nota:

\ Lo Shahed-136 (Geran-2 in Russia): drone suicida a medio raggio (circa 2.000 km), diventato un’arma asimmetrica temibile. Sono ora in circolazione varianti più avanzate dello Shahed, che aumentano le capacità distruttive di Teheran.

 \ Lo Shahed-139: drone da ricognizione e da attacco. \ Lo Shahed-147: grande drone da sorveglianza HALE (alta quota e lunga autonomia), alimentato da un motore turboelica. 

Il Gaza-149: un drone da combattimento di grandi dimensioni di classe MALE (Media Altitudine, Lunga Autonomia) iraniano.

 \ Il Mohajer-6: grande drone da sorveglianza e attacco, portamissili, in grado di svolgere missioni di lunga durata. 

Essendo una piattaforma versatile, incarna i progressi dell’Iran nel campo della robotica militare. Questi droni costituiscono un elemento chiave della strategia iraniana: economici da produrre in serie su larga scala, difficili da intercettare in gran numero, offrono a Teheran una capacità di proiezione di forza sproporzionata. La produzione in grandi quantità di questi sistemi rappresenta, per l’Iran, una risposta asimmetrica alla schiacciante superiorità aerea degli Stati Uniti e di Israele. \ L’aeronautica militare : i limiti di una modernizzazione ostacolata A differenza dei missili e dei droni, la forza aerea iraniana rimane tecnologicamente arretrata. L’Iran dispone di circa 209 aerei da combattimento in servizio, ma la maggior parte di essi risale al periodo pre-rivoluzionario o agli anni 1980-1990. 

La flotta comprende in particolare:

   F-4 Phantom (vecchi aerei statunitensi catturati durante la rivoluzione), \ Mirage F1 (caccia franco-iraniani), 

\ dei MiG-29 (caccia russi di qualità media). 

A partire dal 2023-2024, la Russia ha iniziato a consegnare alcuni aerei da addestramento e combattimento Yak-130, e sono stati firmati contratti per gli Su-35, ma le consegne rimangono molto limitate. Da alcune fughe di notizie relative alla corrispondenza industriale russa emerge che almeno 16 Su-35 destinati all’ Iran sono in produzione, con un calendario di consegna che va dal 2025 al 2027, finanziato da diverse rate di pagamento iraniane nel 2024. Questa debolezza costituisce un importante punto di vulnerabilità per la difesa aerea iraniana di fronte alla potenza aerea israelo-americana.

   Complessi sotterranei e difese costiere : la strategia del «denial of access» 

Per compensare la debolezza della propria aviazione, l’Iran ha investito massicciamente in una dottrina di negazione dell’accesso, basata su:

 \ Basi sotterranee rinforzate : i Guardiani della Rivoluzione hanno costruito un’imponente infrastruttura di basi «bunkerizzate», in particolare intorno al Golfo Persico, nelle quali ospitano soprattutto lanciatori di missili, missili, droni e persino aerei da combattimento. Nel febbraio 2021, una nuova base di lancio missilistica sotterranea è stata presentata pubblicamente, a simboleggiare l’impegno iraniano nella dispersione e nella protezione dei propri vettori offensivi.

 \ Sistemi di difesa aerea multistrato  : il Bavar-373, un sistema terra-aria di fabbricazione iraniana, integra i radar russi S-300 e altre difese acquistate all’estero. Sebbene tecnicamente inferiore ai sistemi occidentali ultramoderni, questo complesso crea un ambiente ostile per gli aerei aggressori.

 \ Mine marine costiere : l’Iran controlla gli stretti del Golfo Persico in prossimità delle proprie coste e dispone della capacità di dispiegare in modo massiccio mine antinave. Questi campi minati rappresentano una minaccia permanente per la navigazione commerciale e militare.  

  \ Motoscafi veloci e guerriglia navale : la marina iraniana si concentra sulle operazioni costiere e sulla guerriglia navale piuttosto che sui combattimenti in alto mare. L’Iran dispone di una flotta di motoscafi armati (in inglese: speedboats), dotati di missili antinave e in grado di ostacolare navi commerciali o militari. Queste piccole imbarcazioni veloci, difficilmente rilevabili e con una firma radar minima, costituiscono un’arma di negazione tattica temibile nelle acque del Golfo Persico.

 \ Sottomarini, certamente obsoleti, ma in grado di seminare mine marine o sferrare attacchi di bassa intensità grazie ai siluri. L’impiego di numerosi «mini-sottomarini» rende ancora più temibile la flotta sottomarina iraniana, poiché questi sottomarini di piccolissime dimensioni hanno il vantaggio del numero e di essere difficilmente rilevabili, proprio per le loro dimensioni ridotte. Infine, questa presenza sottomarina diffusa e consistente costringe le marine nemiche ad adottare tattiche difensive.  

   Classifiche e confronto tra le forze armate mondiali

 Secondo le stime più attendibili pubblicate nel 2025, l’Iran occupa una posizione di rilievo nella top 20 mondiale in termini di potenza militare complessiva :

 \ Classifica Military Power Rankings (MPR): l’Iran si colloca all’11° posto a livello mondiale.

 \ Classifica Global FirePower (GFP): l’Iran è al 16° posto a livello mondiale. 

Queste classifiche collocano l’Iran al di sopra di potenze come il Giappone, la Corea del Sud e diverse nazioni europee. Tuttavia, queste cifre nascondono una realtà più sfumata: sebbene superi alcune potenze in termini di effettivi e armamenti, rimane tecnologicamente indietro rispetto alle forze armate occidentali ultramoderne. Nella regione del Medio Oriente, l’Iran rappresenta una superiorità numerica indiscussa. Il paese dispone della più grande forza armata regionale in termini di effettivi: circa 610.000 militari secondo il Military Balance 2025. Questa superiorità numerica è temperata dall’armamento israeliano, tecnicamente superiore, e dal vantaggio aereo degli Stati Uniti.   

Il potenziale nucleare: capacità attuali e tempi di realizzazione

 Situazione attuale del programma nucleare  L’Iran dispone attualmente di uranio arricchito al 60%, il che pone tecnicamente Teheran a un passo dalla soglia del 90% necessaria per produrre combustibile per armi nucleari. Secondo la troika europea (Francia, Germania, Regno Unito), l’Iran possiede una quantità di materiale fissile sufficiente per fabbricare potenzialmente più di nove testate nucleari. Tempo necessario per l’acquisizione secondo le stime più affidabili  Le stime relative al tempo che impiegherebbe l’Iran per fabbricare un’arma nucleare operativa variano, ma convergono globalmente su un intervallo compreso tra alcuni mesi e un anno. Jeffrey Lewis, direttore del programma di non proliferazione presso il Middlebury Institute, stima che tale tempo sia di «un anno o pochi mesi» prima dei bombardamenti israeliani del giugno 2025. Tuttavia, va notato che queste stime devono essere ricollocate nel contesto delle restrizioni imposte dai bombardamenti israeliani del giugno 2025, dell’eventuale distruzione di diversi impianti chiave e della potenziale morte di scienziati di alto rango. Il tempo reale rimane quindi profondamente incerto, ma potrebbe essere prolungato da diversi mesi a un anno, o anche di più a causa dei danni. L’arma nucleare come deterrente estremo  L’accesso dell’Iran all’arma nucleare modificherebbe radicalmente l’equilibrio regionale. Non in una logica di aggressione, ma di deterrente estremo, paragonabile a quella della Corea del Nord. Una volta dotato dell’arma nucleare, il paese acquisirebbe una capacità di rappresaglia senza precedenti che renderebbe qualsiasi attacco preventivo straordinariamente costoso, anche per una potenza come gli Stati Uniti. 

  Gli alleati militari dell’ Iran : 

una rete regionale indebolita L’Iran ha storicamente fatto affidamento su una fitta rete di milizie, movimenti armati e vari gruppi militari per proiettare la propria influenza oltre i propri confini: milizie irachene, Hezbollah, Hamas e Houthi. Questa rete costituisce un elemento chiave della dottrina iraniana di dissuasione regionale. Tuttavia, gli eventi recenti rivelano un rapido indebolimento di questa struttura. Hezbollah ha visto la sua leadership decimata, il che l’ha indebolito, ma questa è già stata sostituita. Hezbollah libanese rappresentava da quattro decenni il più potente alleato iraniano. Fondato dall’Iran nel 1985 con l’appoggio russo, questo movimento ha fatto da braccio armato di Teheran nel Levante, garantendo una capacità di dissuasione diretta contro Israele e di proiezione regionale. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente a partire da settembre 2024. L’assassinio di Hassan Nasrallah, leader carismatico dell’organizzazione dal 1992, rappresenta per essa un duro colpo psicologico e operativo. Ritrovato sotto tonnellate di macerie in seguito agli attacchi israeliani, la sua morte simboleggia l’aumento della vulnerabilità di Hezbollah di fronte alla superiorità tecnologica di Israele, e soprattutto di fronte a un avversario implacabile. Secondo fonti occidentali, questi massicci attacchi condotti tra ottobre 2023 e settembre 2024 hanno notevolmente indebolito le capacità di Hezbollah, distrutto gran parte del suo arsenale di razzi e frammentato il suo comando. Inoltre, la perdita delle linee di rifornimento che passano per la Siria (un tempo asse logistico cruciale dal 1982) complica drammaticamente il rifornimento del movimento. Il governo libanese, incoraggiato dalla debolezza di Hezbollah, ha persino iniziato a ostacolare i tentativi di trasporto di armi. Hezbollah, un tempo strumento di prim’ordine della potenza regionale iraniana e ora indebolito, rimane un attore militare significativo. Hamas, diventato una forza di disturbo, è stato molto indebolito, molto più di Hezbollah.

  Hamas, movimento palestinese fondato nel 1987, ha costituito un elemento importante della rete regionale iraniana. Dopo lo scoppio della guerra nell’ottobre 2023, l’organizzazione ha sferrato un attacco su larga scala contro Israele. Tuttavia, questa decisione ha provocato una risposta schiacciante. Due anni di conflitto hanno reso Hamas incapace di dissuadere o minacciare Israele in modo significativo. Il gruppo, decimato militarmente e frammentato politicamente, è oggi un attore militare minore rispetto al suo ruolo precedente. L’Iran ha investito massicciamente nel suo armamento, in particolare in missili e droni, ma questa strategia non ha prodotto i risultati sperati. Il movimento è attualmente ridotto a una capacità di disturbo tattico limitata. Per quanto riguarda le milizie sciite irachene, hanno subito una crescente frammentazione. L’Iraq, Stato debole e frammentato, ha visto proliferare centinaia di milizie sciite armate; molte di esse sono finanziate ed equipaggiate dall’Iran. Questi gruppi hanno svolto un ruolo centrale nella lotta contro lo Stato Islamico e costituiscono ora una forza di fatto in Iraq. Tuttavia, dopo l’ottobre 2023, molte di queste milizie hanno manifestato una crescente riluttanza a seguire le direttive di Teheran per attaccare le basi americane o altre posizioni nemiche. Questa relativa insubordinazione rivela i limiti del controllo iraniano sui suoi alleati iracheni, particolarmente motivati dalle questioni locali piuttosto che dall’agenda strategica di Teheran. Infine, per quanto riguarda gli Houthi dello Yemen, questi rappresentano una forza che ha acquisito una crescente autonomia strategica rispetto all’Iran. Movimento zaidita originario del nord del paese, gli Houthi costituiscono dal 2014 un elemento chiave della strategia regionale iraniana. Armati e addestrati dall’Iran, questi combattenti hanno condotto attacchi regolari contro le navi commerciali nel Mar Rosso e minacciato le coste dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, dal 2025, i rapporti indicano che l’Iran avrebbe in gran parte perso il controllo sugli Houthi, secondo diversi funzionari iraniani citati dal Telegraph. Essi non rispondono più alle direttive dirette di Teheran e operano in modo autonomo.

   Questa autonomia strategica ha avuto inizio dopo il rifiuto dell’Iran di reagire ai massicci attacchi aerei statunitensi sferrati nell’aprile 2025 contro le postazioni houthi. Da allora, l’organizzazione ha consolidato la propria presenza territoriale nello Yemen (controllando le regioni più popolate e la capitale Sana’a), rafforzato le proprie capacità balistiche e diversificato le proprie fonti di reddito (contrabbando di armi, traffico di droga, tassazione forzata). Gli Houthi agiscono ora secondo una logica propria, dettata dalla loro visione del conflitto regionale e dalle loro priorità interne, piuttosto che dallo schema iraniano. Questa perdita di controllo sugli Houthi rappresenta un grave indebolimento strategico per l’Iran, che aveva puntato su questa milizia come pilastro principale del suo «Asse della resistenza» dopo l’indebolimento di Hezbollah e di Hamas. Tuttavia, l’odio degli Houthi verso gli Stati Uniti rimane una risorsa importante per Teheran, ed è certo che difenderanno l’Iran a qualunque costo.

 Il sostegno internazionale all’Iran 

Di fronte all’accerchiamento occidentale e alla persistente ostilità di Washington e Tel Aviv, l’Iran si è progressivamente rivolto a potenze alternative: Russia, Cina, Turchia e Pakistan. Queste relazioni offrono a Teheran un sostegno fondamentale, sebbene di natura e intensità variabili. Vediamo qual è la situazione per quanto riguarda la Russia e la Cina. La Russia rappresenta il sostegno esterno più attivo e diretto all’Iran in ambito militare e tecnologico. 

Cooperazione attuale (non la cronologia completa degli aiuti erogati) :

 \ Scambio di droni : l’Iran fornisce alla Russia droni  Shahed-136 da impiegare in Ucraina, consentendo a Mosca di disporre di un’arma asimmetrica a basso costo. In cambio, la Russia fornisce tecnologia e competenze per potenziare le capacità di Teheran.

 \ Consegne di aerei da combattimento : Mosca ha iniziato a consegnare gli Yak-130 e ha firmato contratti per gli Su-35, anche se le consegne rimangono lente e limitate.

 \ Assistenza tecnologica nel settore missilistico : gli esperti e le tecnologie russe aiutano l’Iran a migliorare i propri missili balistici, in particolare per quanto riguarda la precisione e la gittata. 

  \ Difese informatiche : la Russia è una potenza nel «cyberspazio» e aiuta l’Iran a rafforzare le proprie difese contro gli attacchi informatici provenienti dagli Stati Uniti e da Israele.

 \ Difese elettroniche  : potenti dispositivi di disturbo elettronici russi, che rendono difficile l’uso dei droni, o, come si è visto di recente, l’uso di Starlink.

 \ Aiuti satellitari discreti, ma ben reali, così come per quanto riguarda l’intelligence in generale. 

Tuttavia, la Cina non è da meno, avendo recentemente introdotto le seguenti misure di sostegno:

 \ Radar di sorveglianza a lungo raggio YLC-8B (uno dei più potenti al mondo): non si tratta solo di un gesto «cosmetico», ma piuttosto di una minaccia fondamentale per le dottrine tattiche occidentali e israeliane. Questo sistema opera sulla frequenza UHF e utilizza principi fisici per rendere obsolete le capacità stealth degli aerei di quinta generazione (come l’F-35 Lightning II). Questa fornitura cinese è un passo significativo per la cooperazione militare tra Iran e Cina. 

\ Sistemi di difesa terra-aria a lungo raggio HQ-9B: l’ HQ-9B si colloca ai vertici della classifica dei sistemi terra-aria a lungo raggio. Ad oggi, non ha ancora dimostrato la propria efficacia. Non è dato sapere se l’Iran sia stato in grado di schierarlo o se lo tenga in riserva per un impiego futuro. 

\ Informazioni di intelligence satellitare rese pubbliche dalla Cina (immagini di basi statunitensi con aerei statunitensi chiaramente visibili) per dimostrare al mondo il proprio sostegno in materia di intelligence militare. 

Se la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele dovesse protrarsi per un periodo relativamente lungo (cosa del tutto possibile al momento in cui si scrive questo testo, visto che proprio di recente, il 5 marzo, il Pentagono ha lasciato trapelare l’ipotesi di una guerra che potrebbe durare 100 giorni), la Russia e la Cina potrebbero tecnicamente intervenire, ma diversi fattori limitano questa probabilità. Innanzitutto, per quanto riguarda la Russia, essa deve condurre la propria guerra in Ucraina ed esiterebbe a impegnarsi in un nuovo conflitto di grande portata. Inoltre, un intervento diretto della Russia comporterebbe il rischio di una grave escalation con gli Stati Uniti, anche se non si capisce benissimo cosa potrebbero fare gli Stati Uniti sul piano militare, tanto più se la Russia difende l’Iran dopo diverse settimane di combattimenti, e quindi di fronte a un’ America molto indebolita.

  Da un altro punto di vista, che nessuno sembra prendere in considerazione, la Russia potrebbe semplicemente e candidamente affermare di stare solo fermando uno Stato canaglia/terrorista, che vuole semplicemente distruggere un paese perché non gli piace il governo iraniano (cosa che gli Stati Uniti hanno fatto impunemente dal 1945 un po’ ovunque nel mondo). Insomma, la Russia potrebbe vantarsi di difendere un paese vittima di un’aggressione militare illegale e spudorata, e quindi di difendere la morale, la giustizia e le leggi internazionali. Del resto, non farebbe altro che copiare ciò che gli Stati Uniti fanno da sempre, e potrebbe aggiungere: «Perché voi potete farlo, per di più in modo sistematicamente illegale e molto sanguinario, e io non potrei, per di più in un caso evidente di ristabilimento di una giustizia calpestata?»

Una posizione intermedia, molto più realistica: la Russia potrebbe aumentare in modo significativo le sue forniture di armamenti, rafforzare le difese aeree iraniane con esperti o sistemi militari, potenziare l’assistenza in termini di intelligence, potenziare i sistemi di jamming elettronico e potenzialmente dispiegare capacità “cyber-offensive” contro gli Stati Uniti. 

La Russia rappresenta quindi un valido sostegno, ma non una garanzia di protezione militare diretta, nemmeno nel lungo periodo. 

Per quanto riguarda la Cina, essa rappresenta un partner economico di primo piano e un sostegno «moderato», ma in costante crescita. Dal punto di vista militare, il suo sostegno all’Iran in caso di attacco è quasi paragonabile a quello russo. La Cina costituisce il principale sostegno economico dell’Iran, in particolare aggirando le sanzioni occidentali e garantendo le esportazioni di petrolio iraniano. Attualmente, vi è un importante scambio commerciale. Infatti, la Cina rimane il principale acquirente di petrolio iraniano, mantenendo a galla l’economia di Teheran nonostante le sanzioni. Inoltre, Pechino avrebbe fornito all’Iran batterie di difesa aerea per sostituire quelle distrutte durante i bombardamenti israeliani del giugno 2025. Infine, la Cina fornisce componenti e materie prime militari: navi che trasportavano gli ingredienti necessari alla fabbricazione del propellente – prodotto di propulsione utilizzato nei missili – hanno navigato dalla Cina verso l’Iran nel gennaio 2025.

   Per quanto riguarda il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, la Cina potrebbe, proprio come la Russia, aumentare le proprie forniture di armamenti e l’assistenza tecnologica, ma un intervento militare diretto in caso di attacco contro l’Iran è molto improbabile. Se, «miracolosamente», la Cina intervenisse per aiutare l’Iran (e avrebbe ragioni ben più solide della Russia per farlo, poiché dipende in parte dal petrolio iraniano), potrebbe invocare le stesse ragioni menzionate in precedenza per la Russia. Detto questo, Pechino preferisce sempre un approccio strategico ponderato (troppo ponderato?) a lungo termine piuttosto che impegni militari immediati, come si vede con Taiwan. La Cina potrebbe quindi accelerare le forniture di sistemi di difesa aerea e missili, rafforzare il suo sostegno economico di stabilizzazione all’Iran, e naturalmente sostenerlo diplomaticamente alle Nazioni Unite (proprio come farebbe naturalmente la Russia). In breve, la Cina offre un sostegno economico cruciale, ma l’aiuto militare diretto in piena guerra, al di là dell’intelligence, sarà probabilmente limitato, se non addirittura nullo. 

\ Il vero motivo della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran: il petrolio?

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iran il 28 febbraio 2026, in coordinamento con Israele, sotto l’egida del presidente Donald Trump. Questo intervento, che mira ufficialmente a distruggere le capacità militari iraniane e a impedire l’acquisizione di armi nucleari (una versione dei fatti che è cambiata, poiché inizialmente era per proteggere i manifestanti antigovernativi, e non per neutralizzare la minaccia nucleare), rivela motivazioni più prosaiche, come ha recentemente ammesso Jarrod Agen, alto funzionario della Casa Bianca. Non solo Israele ha spinto Washington ad agire, ma il controllo delle vaste riserve petrolifere iraniane emerge come un obiettivo strategico chiave. 

Il 6-7 marzo, Jarrod Agen, vice assistente del Presidente e direttore esecutivo del National Energy Dominance Council (istituito nel 2025 per «liberare l’energia statunitense»), rivelò la verità su Fox Business: «È una partita a lungo termine: vogliamo sottrarre queste enormi riserve petrolifere iraniane dalle mani dei terroristi. […] Prenderemo tutto il petrolio dalle mani dei terroristi.»

  Ex addetto alle relazioni pubbliche di Trump e della Lockheed Martin, Agen giustifica le turbolenze a breve termine (aumento del Brent a oltre 100 $/barile) con un vantaggio strategico: garantire la sicurezza dello Stretto di Ormuz e delle riserve iraniane (quarte al mondo, circa 157 miliardi di barili). L’Iran esporta massicciamente verso la Cina; gli Stati Uniti mirano a «neutralizzarle» per dominare l’energia globale e, allo stesso tempo, indebolire la Cina dal punto di vista energetico. Questa ammissione, diffusa a livello mondiale, non è una novità (l’interesse degli Stati Uniti per il petrolio iraniano è noto da decenni), ma ufficializza il movente economico legato al petrolio. \ 

L’enorme potere di disturbo dell’Iran

Sebbene militarmente inferiore agli Stati Uniti in termini di tecnologia e proiezioni globali, l’Iran dispone di una temibile capacità di destabilizzazione a livello regionale. Naturalmente, c’è la chiusura dello Stretto di Ormuz: un sconvolgimento energetico globale. Questo stretto, un corridoio che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman, costituisce un punto di passaggio imprescindibile per circa il 20 -30% del commercio marittimo mondiale di petrolio. L’Iran ne controlla la metà meridionale e dispone di capacità significative per bloccarlo temporaneamente. Capacità di blocco

 \ Mine marine : l’Iran dispone di un’ impressionante flotta di mine antinave, in grado di seminare il caos nelle strette vie di navigazione dello stretto. 

\ Missili costieri: batterie costiere dispiegate in basi sotterranee fortificate potrebbero prendere di mira le navi che attraversano lo stretto. 

\ Motoscafi veloci e guerriglia navale: centinaia di motoscafi veloci armati possono sferrare attacchi suicidi o di disturbo contro navi mercantili e militari.

  Impatto strategico  

Un blocco parziale o totale dello Stretto di Ormuz provocherebbe una crisi energetica mondiale catastrofica. I prezzi del petrolio salirebbero alle stelle e l’economia mondiale subirebbe uno shock petrolifero paragonabile a quello del 1973. Le industrie che dipendono dall’energia crollerebbero e i trasporti sarebbero parzialmente paralizzati.  

  Durata del blocco  

Pochi analisti ritengono che l’Iran possa mantenere un blocco totale per più di qualche settimana o qualche mese. Gli Stati Uniti interverrebbero con una forza militare incaricata dello sminamento e della scorta. Lo stesso Iran subirebbe perdite ingenti in termini di navi, strutture costiere e personale.

Inoltre, un blocco prolungato paralizzerebbe anche le sue stesse esportazioni di petrolio, mettendo a dura prova l’economia iraniana, già fragile. L’Iran dispone anche di missili balistici e droni contro le basi statunitensi nella regione, oltre ad altri obiettivi di grande valore (radar, lanciatori di missili, quartier generali, navi da guerra, ecc.).

Teheran è in grado di sferrare un attacco massiccio con missili balistici e droni contro le basi militari statunitensi sparse in Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Iraq, Siria).

\ Attacco missilistico balistico: l’Iran potrebbe lanciare centinaia di missili contro basi statunitensi, quali i modelli Qiam, Fateh e Khorramshahr. Nonostante alcuni potrebbero essere intercettati, il numero elevato di vettori renderebbe praticamente impossibile una difesa totale. Danni ingenti alle infrastrutture e al personale statunitense sarebbero inevitabili.

 \ Sciami di droni : i 1.000 nuovi droni svelati nel gennaio 2025, insieme alle migliaia di Shahed-136 già esistenti, potrebbero creare un vero e proprio muro di proiettili asimmetrici. Una tale valanga renderebbe la difesa aerea estremamente difficile. 

Non dimentichiamo poi Hezbollah e gli attacchi contro Israele.  

  Sebbene indebolito, Hezbollah rimane in grado di lanciare diverse centinaia di razzi contro Israele in breve tempo. Una simile raffica causerebbe ingenti perdite tra la popolazione civile, paralizzerebbe l’economia israeliana e provocherebbe un caos interno. Hezbollah dispone ovviamente di missili e droni, sebbene in numero molto limitato. 

Tra gli ultimi alleati di rilievo, vanno menzionati gli Houthi e la possibile attività di pirateria nel Mar Rosso. 

Gli Houthi controllano ormai in modo autonomo lo Yemen settentrionale. Potrebbero intensificare in modo significativo i loro attacchi contro le navi mercantili nel Mar Rosso, facendo aumentare i premi delle assicurazioni marittime, dirottando il traffico commerciale verso altre rotte e paralizzando il Canale di Suez. Ma non bisogna dimenticare altre possibilità di danni ingenti. 

Nel cuore del calderone geopolitico del Medio Oriente, una minaccia insidiosa incombe sulle nazioni del Golfo: gli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. Israele e i paesi arabi del Golfo, accomunati da un’estrema vulnerabilità idrica, dipendono in modo massiccio da questi colossi tecnologici per sopravvivere in deserti spietati. L’Iran, in una drammatica escalation, brandisce esplicitamente quest’arma asimmetrica, promettendo attacchi che potrebbero far sprofondare milioni di persone in una sete mortale; le conseguenze sarebbero vertiginose. 

Israele, pioniere della desalinizzazione tramite osmosi inversa, ricava già il 75% del proprio consumo idrico domestico da questi impianti nel 2024, una percentuale che salirà al 90% già nel 2026 per l’acqua potabile. Nei paesi arabi vicini, la dipendenza è simile: 70% in Arabia Saudita, 42% negli Emirati Arabi Uniti (EAU), 90% in Kuwait e 86% in Oman. Costruire un impianto del genere è un pozzo senza fondo, a causa dei costi di costruzione, ovviamente, ma genera anche enormi costi di manutenzione. Ad esempio, il mega-impianto di Sorek 2 in Israele costa più di 5 miliardi di shekel (circa 1,2 miliardi di euro), mentre progetti simili in Marocco o negli E.A.U. richiedono centinaia di milioni di euro per ogni unità di grande capacità.  

  Un attacco iraniano mirato, con missili balistici o droni, distruggerebbe queste infrastrutture. 

Un’interruzione improvvisa comporterebbe carenze immediate: in Israele, 900 milioni di m³ in meno all’anno, mettendo a rischio città e agricoltura; nel Golfo, megalopoli come Riyadh o Dubai vedrebbero evaporare i loro 11 milioni di m³ al giorno, provocando carestie, rivolte e il collasso del sistema sanitario. Il ripristino? Anni e miliardi, in un deserto dove l’acqua dolce è rara. 

L’ombra iraniana si estende anche alle piattaforme petrolifere, gioielli economici delle stesse nazioni vulnerabili. L’Arabia Saudita, con i suoi impianti offshore come quelli del Golfo Persico, produce milioni di barili al giorno tramite Aramco; gli Emirati Arabi Uniti seguono con i loro giacimenti giganteschi. Israele, sebbene di minore importanza, espone le sue piattaforme nascenti in questa zona esplosiva. Teheran minaccia apertamente questi obiettivi, come durante i recenti attacchi contro siti sauditi, in risposta agli attacchi alleati. 

Una raffica di missili su Abqaiq o Kharg (come nel 2019, quando la produzione saudita si dimezzò, facendo balzare i prezzi del Brent del 14,6% in un solo giorno) paralizzerebbe da 5 a 10 milioni di barili al giorno nel Golfo, pari al 10-20 % dell’offerta mondiale. 

Conseguenze per i paesi colpiti: crollo immediato delle finanze pubbliche, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che perdono il 70-90% delle loro entrate petrolifere, instabilità sociale esplosiva. Per il mondo: shock petrolifero planetario, inflazione galoppante, petrolio a 150 dollari al barile (o anche più), recessione globale e tensioni energetiche che devastano l’Europa, assetata di importazioni.

 Non bisogna dimenticare, ovviamente, gli oleodotti, che rappresentano una via di fuga per i paesi del Golfo in caso di chiusura dello Stretto di Ormuz. Il Qatar e l’Oman non dispongono di oleodotti. Gli oleodotti più critici per i paesi del Golfo in caso di chiusura dello stretto sono quelli che consentono di aggirare questa via marittima, attraverso la quale transita circa il 20% del petrolio mondiale. Tra questi, l’oleodotto est-ovest saudita (Petroline) e l’oleodotto Habshan-Fujairah degli Emirati Arabi Uniti si distinguono per la loro capacità di mantenere esportazioni vitali, evitando un collasso immediato del settore petrolifero per questi due paesi. La loro distruzione aggraverebbe in modo catastrofico la crisi per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, con ripercussioni globali di grande portata.  

  Cominciamo con l’oleodotto est-ovest (Arabia Saudita).

L’oleodotto est-ovest, noto come Petroline, collega i giacimenti petroliferi di Abqaiq, vicino al Golfo Persico, al porto di Yanbu sul Mar Rosso, per una lunghezza di 1.200 km. Messo in servizio durante la guerra Iran-Iraq per aggirare Ormuz in caso di problemi con quest’ultimo, ha una capacità di 5 milioni di barili al giorno (bpd), estendibile temporaneamente a 7 milioni in caso di emergenza. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale con circa 7 milioni di bpd, dipenderebbe interamente da questa infrastruttura per reindirizzare i propri flussi verso l’Europa e l’Asia attraverso Suez o Bab el-Mandeb. 

La sua perdita comporterebbe un crollo drastico delle entrate petrolifere saudite, che finanziano il 60-70% del bilancio nazionale, provocando un rapido collasso economico con deficit di bilancio alle stelle e instabilità sociale. Senza alternative valide, gli altri paesi del Golfo, come il Kuwait, il Qatar o il Bahrein, privi di oleodotti di bypass, vedrebbero le loro esportazioni interrompersi bruscamente. Poi abbiamo l’oleodotto Habshan-Fujairah (EAU) di 360 km, inaugurato nel 2012, che trasporta il petrolio da Abu Dhabi (Habshan) verso il terminale di Fujairah, nel Golfo di Oman, evitando Ormuz. Con un diametro di 48 pollici, ha una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno, coprendo una quota significativa dei 3-4 milioni di barili al giorno prodotti dagli Emirati Arabi Uniti. Alimenta anche una raffineria locale e si rivolge all’Asia, principale mercato degli Emirati. La sua distruzione farebbe precipitare gli Emirati Arabi Uniti in una crisi finanziaria, poiché esportano ancora prevalentemente attraverso lo stretto di Ormuz; i proventi petroliferi, pilastri dell’economia diversificata, crollerebbero, minacciando l’economia del paese. Altri oleodotti minori Esistono altri oleodotti, ma sono limitati o inoperativi: l’Iraq-Siria-Libano (700.000 barili al giorno, chiuso), l’Iraq-Turchia (300.000 barili al giorno, instabile) o l’iraniano Goreh-Jask (300.000 barili al giorno, sottoutilizzato). Nessuno di essi assorbe i volumi del Golfo. Per il Kuwait (3 milioni di barili al giorno) o l’Iraq (4-5 milioni di barili al giorno), la chiusura di Ormuz senza alternative significa la paralisi totale delle esportazioni.  

  Tutto ciò, quindi, avrebbe conseguenze catastrofiche. 

Per i paesi del Golfo, la perdita di questi due oleodotti provocerebbe un «fallimento petrolifero»: crollo delle entrate (200-300 miliardi di dollari all’anno per la sola Arabia Saudita ), iperinflazione, disoccupazione di massa e rischi geopolitici (disordini interni, tensioni estreme con l’Iran, ovviamente). Nel complesso, con 20 milioni di barili al giorno bloccati (il 31 % del commercio marittimo di petrolio), i prezzi del greggio potrebbero salire tra i 120 e i 200 $ al barile, superando la crisi del 1973. L’Asia (Cina, India, Giappone: 70% delle importazioni) vedrebbe carenze, inflazione energetica e rallentamento economico; l’Europa e gli Stati Uniti subirebbero aumenti dei prezzi dei carburanti e una recessione. Il GNL del Qatar (20% mondiale) amplificherebbe la crisi del gas invernale. Tuttavia, se dovesse verificarsi una vera e propria crisi catastrofica, è possibile che l’UE, disperata, si rivolga alla Russia; e lo stesso farebbero molti altri paesi, come l’India e la Cina, solo per citare i più importanti. In questo scenario, la Russia diventerebbe la potenza dominante. Queste infrastrutture, sebbene vulnerabili agli attacchi (droni nel 2019 su Petroline), rimangono l’unico baluardo contro il caos di una chiusura di Ormuz. 

Infine, la grande catastrofe finale, se la situazione dovesse degenerare, mi riferisco al gioiello maledetto di Israele: il centro nucleare di Dimona, cuore del programma israeliano, un reattore vulnerabile ai missili iraniani. Un attacco riuscito, che frantumasse la cupola di contenimento, libererebbe un cocktail radioattivo formando una devastante «bomba sporca». I venti potrebbero spostare il pennacchio verso la Cisgiordania o in Giordania: centinaia, se non migliaia di casi di cancro in più, evacuazioni di massa, contaminazione del suolo e delle acque su migliaia di km². Israele, già sotto pressione, dovrebbe affrontare il caos sanitario, il panico e un esodo, il che genererebbe un profondo trauma psicologico, paragonabile a una Chernobyl in miniatura; ma in pieno conflitto! Il mondo tremerebbe: potenziale escalation nucleare, ricadute radioattive che irradiano alleati e avversari e frammentano il precario equilibrio mondiale.  

  Queste minacce iraniane non sono fantasie; sono come spade di Damocle pronte a calare in qualsiasi momento, qualora Teheran si sentisse con le spalle al muro e agisse in modo disperato. Il Golfo e Israele, uniti nella fragilità, trattengono il respiro di fronte all’eventuale ira persiana quasi apocalittica. L’insieme di queste capacità di nuocere significa che l’attacco americano contro l’Iran comporta una grave perturbazione del commercio energetico mondiale, un’impennata dell’inflazione energetica e impatti economici considerevoli per l’Occidente e i suoi alleati. È questa realtà che, per Teheran, costituisce il fondamento della sua strategia di dissuasione e che le permette di resistere attualmente a questa guerra, riguardo alla quale, tuttavia, i media ci dicevano che l’Iran sarebbe stato schiacciato dall’ onnipotenza americana unita alla potenza israeliana. 

\ L’isola di Kharg: la colonna portante dell’economia petrolifera iraniana

L’isola di Kharg, situata nel Golfo Persico in prossimità delle coste iraniane, rappresenta ben più di un semplice terminale di esportazione petrolifera. Costituisce il cuore nevralgico della strategia energetica della Repubblica Islamica dell’Iran, generando entrate annuali considerevoli e fungendo da punto di partenza per quasi il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Tuttavia, nonostante la sua grande importanza e la sua apparente vulnerabilità, nessun presidente americano ha mai osato sferrare un attacco diretto contro questa infrastruttura. Allo stesso modo, le recenti campagne aeree di Israele contro le posizioni iraniane non hanno mai preso di mira Kharg. Questo apparente limite strategico non è una manifestazione di clemenza, ma piuttosto il riflesso di complessi calcoli geopolitici e dei rischi di una grave escalation che gli attori occidentali preferiscono evitare. 

Kharg è un vero e proprio simbolo, una roccaforte dell’energia regionale. Il complesso di estrazione, stoccaggio ed esportazione di petrolio greggio che vi si concentra tratta ogni giorno diversi milioni di barili. L’infrastruttura comprende serbatoi giganteschi, terminali di carico, oleodotti che collegano i giacimenti petroliferi continentali e impianti di lavorazione sofisticati sviluppati nel corso di diversi decenni.  

Per l’Iran, Kharg rappresenta l’accesso diretto ai mercati energetici mondiali. Senza quest’isola, la Repubblica Islamica sarebbe costretta a vendere il petrolio attraverso vie terrestri molto meno efficienti, compromettendo radicalmente la sua capacità di esportare rapidamente e su larga scala: una prospettiva impensabile per l’Iran. Dal punto di vista economico, le entrate generate dalle esportazioni attraverso Kharg costituiscono una parte più che sostanziale del bilancio governativo iraniano, in condizioni particolarmente critiche in un contesto di sanzioni internazionali restrittive. 

La domanda è: perché nessun presidente americano ha mai osato attaccare quest’isola? Eh sì, perché gli Stati Uniti, prima potenza militare mondiale con una presenza navale permanente nel Golfo Persico e la capacità di proiettare una forza aerea di precisione, non hanno mai preso di mira Kharg direttamente?

 La risposta si basa su un’equazione di rischi potenzialmente inaccettabili. Un attacco convenzionale contro Kharg finalizzato alla sua distruzione scatenerebbe immediatamente una crisi energetica globale. I flussi petroliferi già fragili del Golfo Persico subirebbero un grave sconvolgimento. Non solo l’Iran perderebbe il suo principale vettore di esportazione, ma la produzione mondiale soffrirebbe di un’improvvisa carenza, causando un’impennata dei prezzi del petrolio che colpirebbe l’economia mondiale. Gli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia non tollererebbero una tale decisione unilaterale dalle gravi conseguenze per la coesione atlantica, a meno di non scoprire un’insospettabile servilità nei confronti del «Padrone», il che metterebbe a nudo un’indegnità senza limiti da parte di questi paesi sottomessi. 

   Ma il vero fattore dissuasivo è la reazione iraniana che ne deriverebbe. Un attacco a Kharg costituirebbe un atto di guerra dichiarato contro l’Iran, giustificando una risposta multidimensionale nella regione. 

L’Iran dispone di una capacità di risposta che estenderebbe il conflitto ben oltre i propri confini. La minaccia più temuta da Washington e dai suoi alleati è la distruzione coordinata delle infrastrutture petrolifere delle monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar). 

L’Iran potrebbe mobilitare i propri alleati regionali e le proprie capacità missilistiche balistiche per colpire le piattaforme di produzione offshore, gli oleodotti strategici e le raffinerie. La sola distruzione simultanea degli impianti sauditi di Safaniyah basterebbe a paralizzare i mercati energetici mondiali.

 Una simile escalation non provocherebbe semplicemente una carenza in Iran, ma un caos energetico globale. I prezzi del petrolio salirebbero a livelli economicamente devastanti. Le ripercussioni si estenderebbero ben oltre il Medio Oriente: inflazione generalizzata, crisi bancaria, recessione mondiale. Nessun governo americano, consapevole di queste implicazioni elettorali ed economiche, oserebbe provocare un simile scenario. Ecco perché Kharg rimane di fatto una zona di esclusione tacita. Allo stesso modo, Israele, che ha condotto diverse campagne aeree contro le postazioni iraniane in Siria e contro le installazioni militari iraniane, non ha mai toccato Kharg. Eppure, l’isola sarebbe stata un obiettivo strategico logico per uno Stato che cerca di indebolire il proprio avversario principale. Questa moderazione rivela un coordinamento implicito con Washington. Israele comprende che oltrepassare questa linea rossa innescherebbe la stessa cascata catastrofica: escalation regionale iraniana, crisi energetica mondiale e destabilizzazione dell’ordine regionale che nemmeno un alleato degli americani privilegiato come lo Stato ebraico può rischiare da solo. La sopravvivenza economica di Israele dipende anche dalla stabilità energetica regionale e dai prezzi del petrolio. Esiste anche, a mio avviso, uno scenario mai menzionato, ma che mi sembra plausibile: l’occupazione e il controllo di questa isola straordinaria.

  Alcuni circoli strategici statunitensi (i neoconservatori, immagino) potrebbero ipotizzare uno scenario in cui, dopo un conflitto di entità variabile, Kharg finirebbe sotto il controllo degli Stati Uniti. 

In questo scenario, gli Stati Uniti avrebbero a disposizione un’importante opportunità strategica: l’accesso diretto, e soprattutto rapido, agli impianti di estrazione ed esportazione già costruiti, eliminando i costi di ricostruzione post-conflitto. Washington potrebbe quindi sfruttare Kharg per i propri interessi energetici, vendendo il petrolio iraniano sui mercati mondiali a proprio vantaggio, senza sostenere le spese colossali di una ricostruzione completa dell’infrastruttura iraniana. 

Si tratta di una variante del vecchio adagio strategico: perché ricostruire quando si può semplicemente conquistare e riutilizzare? Tuttavia, questo scenario rimane altamente speculativo e dipenderebbe da una convergenza strategica poco probabile nel breve termine. In realtà, a mio avviso, il fattore determinante che protegge Kharg non è né la diplomazia né i trattati internazionali, ma il semplice calcolo costi-benefici militare ed economico. La vera minaccia non è solo la reazione diretta dell’Iran, ma quella degli alleati regionali di Washington. 

Un’escalation a Kharg rischierebbe di trasformare le monarchie del Golfo in bersagli legittimi, minacciando le infrastrutture dell’Arabia Saudita, degli Emirati, del Kuwait e del Qatar. Questi paesi, pur mantenendo rapporti strategici con Washington, non potrebbero accettare passivamente la distruzione delle loro infrastrutture energetiche. Una simile escalation frammenterebbe le alleanze regionali che gli Stati Uniti hanno accuratamente costruito. In breve, l’isola di Kharg rimane intoccabile, non per debolezza dell’Occidente, ma per la chiara consapevolezza che la sua eliminazione innescherebbe una reazione a catena economica e militare incontrollabile. Essa simboleggia i limiti reali del potere militare assoluto di fronte alle interdipendenze energetiche mondiali. Finché il Golfo Persico rimarrà la principale fonte di petrolio mondiale, e finché i prezzi dell’energia influenzeranno le elezioni e le economie occidentali, Kharg manterrà un’immunità tacita, non per accordo formale, ma per il rispetto delle leggi della geopolitica energetica moderna.  

 Conclusione 

L’Iran è fortemente indebolito per molteplici ragioni: la distruzione di una parte del governo, la morte del suo ayatollah (al suo posto ne è subentrato uno nuovo, il figlio del precedente: Mojtaba Khamenei), un’economia in gravi difficoltà, un paese sempre più devastato, gli Stati Uniti e Israele in guerra totale contro di esso.

Ma l’Iran si erge come un baluardo, indomabile di fronte all’assalto congiunto di Stati Uniti e Israele. Sottoposto a bombardamenti di una violenza inaudita, questo vasto impero di 90 milioni di abitanti, dotato di un arsenale considerevole di missili balistici (i principali: Fateh, Qiam, Khorramshahr, Fattah ipersonico) e di droni (i principali: Shahed e Mohajer), resiste con feroce determinazione, grazie ai suoi sistemi antiaerei residui, al suo imponente esercito di 610.000 uomini e ai suoi complessi sotterranei. Forte del sostegno concreto di Russia e Cina, che forniscono armi, intelligence e dispositivi di disturbo elettronico, Teheran resiste, per ora. Eppure l’Iran non è affatto all’origine delle sue disgrazie, poiché incarna non la sete di conquista né il bellicismo, ma la legittima aspirazione alla sopravvivenza, forgiata nelle prove di una brutale persecuzione da parte degli Stati Uniti e di Israele. Questo paese martoriato ha subito terribili persecuzioni: sanzioni economiche, omicidi di alte personalità di Stato e di ingegneri nucleari, numerose vittime civili («danni collaterali»), tradimenti americani durante i negoziati, bombardamenti…

Ma ciò non bastava alle due potenze bellicose e assetate di potere che sono gli Stati Uniti e Israele. Questi due Stati, così intrecciati e uniti nel dominio sui paesi del Golfo, hanno scatenato una guerra di cui nessuno può prevedere le reali conseguenze, poiché ciò dipende dall’intensità degli scambi di attacchi e dalla durata del conflitto. 

Se questa guerra, iniziata alla fine di febbraio del 2026 con massicci attacchi statunitensi e israeliani, dovesse protrarsi per interminabili settimane, il blocco dello Stretto di Ormuz, arteria vitale attraverso la quale transitano oltre il 20% % del petrolio mondiale e del GNL del Golfo, scatenerà un cataclisma economico senza precedenti, per non parlare solo del lato economico! Mine marine, motoscafi veloci, sottomarini e missili costieri iraniani paralizzeranno i flussi energetici, spingendo i prezzi del barile a livelli vertiginosi, soffocando le economie assetate di idrocarburi dall’Europa ai confini dell’Asia e seminando il caos nelle catene di approvvigionamento    globali. Le nazioni del Golfo, con l’Arabia Saudita in testa, vedranno le loro arterie petrolifere bloccate, mentre l’Occidente, dipendente in parte dal petrolio e dal gas del Golfo, soccomberà all’inflazione galoppante e alla recessione. 

Nel cuore di questa tempesta, Donald Trump, rieletto sotto l’egida di un giuramento di pace, agisce sin dalla sua elezione da vero traditore: tradimento delle sue promesse elettorali, nei confronti dei suoi elettori amanti dell’isolazionismo, e tradimento della stessa America. Lui che giurava di non impegnare le forze yankee in conflitti lontani, lo sta facendo, e senza vergogna; ecco che sta sperperando centinaia di miliardi in una crociata che non è quella di Washington, ma il sogno egemonico di Israele per un «Grande Israele». Con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine del novembre 2026, il suo schieramento trema già di fronte a un futuro ben cupo: perdite umane (soldati americani), esaurimento delle scorte di missili antiaerei e terra-aria, portaerei costrette a ritirarsi per mancanza di missili, ecc.

L’Impero si sta indebolendo sul piano militare, economico e, in generale, anche a livello della società americana, compromettendo la sua statura già fortemente screditata sulla scena mondiale. Trump, che era il sostenitore dell’isolazionismo, l’apostolo della pace, avrà così condotto gli Stati Uniti e il loro alleato Israele sull’orlo del baratro, incidendo negli annali una reputazione di aggressori spietati con metodi degni di una vera e propria mafia, detestati principalmente dai popoli del «Sud del mondo», ma anche segretamente dall’UE e persino dall’Inghilterra. 

L’Iran si trova così a vestire i panni di Davide contro Golia, ma l’ esito è ancora incerto. La sua semplice sopravvivenza, il non perdere, dopo settimane di guerra, sarebbe già una vittoria schiacciante: un’impresa contro due colossi tecnologici, di cui una «superpotenza», e un’umiliazione bruciante per gli invasori, ai quali non resterebbe altro che disonore, indegnità e una reputazione esecrabile. E chi oserebbe scommettere contro l’improbabile, ma tutt’altro che impossibile? Infatti, un’America esangue, con i suoi arsenali quasi svuotati, le sue alleanze incrinate, tutto questo potrebbe ben tentare la Russia e la Cina.

  Mosca, per la quale in Ucraina tutto sta andando per il meglio (e che vede la vittoria inevitabile avvicinarsi a grandi passi), potrebbe optare per un massiccio afflusso di armamenti, mentre Pechino, affamata di petrolio persiano, potrebbe decidere di fornire un aiuto logistico decisivo, accompagnato da un’impressionante flotta navale (se non altro per aggiungere un effetto dissuasivo). In questo scenario incredibile (e molto improbabile), l’asse sino-russo-iraniano potrebbe sferrare il colpo di grazia, con la Cina che approfitterebbe del caos per impadronirsi di Taiwan, ridisegnando i contorni di un mondo multipolare in cui la Persia trionfante incarnerebbe la resilienza degli oppressi. Questa sarebbe la lezione di tale conflitto se dovesse diventare realtà: l’Iran ne uscirebbe indubbiamente vincitore, e avrebbe resistito non grazie alla potenza militare, ma grazie a un’incrollabile volontà di sopravvivenza… se chiedesse l’aiuto dei suoi due grandi alleati.

Eh sì, il problema dell’Iran è sempre stato questo: l’orgoglio. Nessuno parla di questo argomento, eppure così cruciale. Per ragioni religiose, Teheran ha sempre rifiutato l’arma nucleare che avrebbe potuto ottenere già da molto tempo se lo avesse voluto: il caso emblematico è la Corea del Nord, che è riuscita in questa impresa pur trovandosi in una situazione ben peggiore di quella dell’Iran, con una popolazione infinitamente inferiore e senza le risorse petrolifere e di gas… Tuttavia, i precetti religiosi, se non mi sbaglio, prevedono che l’Iran possa dotarsi dell’arma nucleare solo se è in gioco la sopravvivenza del Paese; il che significa che gli ayatollah non hanno mai ritenuto che la sopravvivenza del Paese fosse in gioco, o almeno non abbastanza. Mentre un governo pragmatico e sano di mente, non guidato dalla religione, avrebbe immediatamente voluto l’arma atomica per proteggere il proprio paese, così gravemente indebolito e umiliato dagli Stati Uniti e da Israele da decenni, i quali sono totalmente e inequivocabilmente il giocattolo delle loro ambizioni e del loro desiderio di distruggere l’Iran, o per lo meno, di mettere l’Iran in ginocchio e alla loro mercé. Orgoglio religioso, quindi. 

Per anni, Vladimir Putin ha, in rare occasioni, proposto all’Iran un partenariato militare, che avrebbe potuto portare a quello già siglato tra la Russia e la Corea del Nord, ovvero un partenariato solido; anche se tale alleanza fosse stata inferiore a quella stipulata con la Corea del Nord, non importa, sarebbe già stato un passo avanti considerevole nella protezione dell’Iran. Insomma, ciò avrebbe garantito una protezione supplementare e potente a questo povero Paese estremamente maltrattato. E quest’ultimo ha categoricamente rifiutato tali aiuti. Orgoglio.  

  Successivamente, la Cina ha proposto di finanziare l’Iran (a quanto mi risulta senza alcuna contropartita), per risollevare la valuta iraniana che era (ed è tuttora) ai minimi storici, e che è stata all’origine delle proteste iraniane, nelle quali si sono poi riversati «i manifestanti influenzati dall’esterno» dalle immancabili entità di influenza abituali nel Paese: la CIA e il Mossad. Non dimentichiamo che è lì che tutto è iniziato; l’origine di questa guerra. Da quanto ho sentito dal famoso geopolitico inglese Alexander Mercouris, due miliardi di dollari donati dalla Cina sarebbero stati sufficienti a stabilizzare la valuta. L’Iran ha rifiutato questo aiuto. Ancora orgoglio. 

Infine, ufficialmente, l’Iran continua a rifiutare qualsiasi aiuto esterno. Ufficiosamente, dubito che questo orgoglio possa resistere ancora a lungo: le sfide che il Paese deve affrontare sono, a mio avviso, impossibili da superare da solo. L’Iran riceve un aiuto concreto, se non altro in termini di intelligence, abbondante e di qualità, accompagnato da forniture molto discrete di armamenti vari.

 È così che la vedo con i miei occhi da osservatore esterno e in base a ciò che so; forse mi sfuggono alcuni elementi che spiegherebbero logicamente tutti questi rifiuti di sostegno che avrebbero potuto cambiare tutto per l’Iran, ma non ci credo.

 In ogni caso, le cose stanno così, e con grande sfortuna dell’Iran. Il suo futuro rimane molto incerto, e a meno di un appello ufficiale e deciso alla Russia e alla Cina, o addirittura di un aiuto (militare in un primo momento, finanziario in seguito) proveniente da questi paesi senza nemmeno una richiesta da parte dell’Iran, non vedo come Teheran possa cavarsela nel lungo periodo. 

Solo, a mio avviso, una pesante sconfitta militare inflitta da questi tre paesi potrebbe placare in modo duraturo Israele e gli Stati Uniti, che comprendono solo il rapporto di forza militare come linguaggio diplomatico. Esiste un’altra possibilità che non è militare, ma a mio avviso ancora più potente: un blocco totale (temporaneo) della vendita di tutte le materie prime, di tutte le terre rare e di tutti i componenti elettronici commercializzati da Russia e Cina (che si sarebbero fermamente accordate su questo piano draconiano e oh quanto efficace) agli Stati Uniti e a Israele. A mio avviso, il solo fatto di enunciare questa minaccia di concerto calmerebbe molto (definitivamente?) le due entità belliciste…  

  Infine, nella migliore delle ipotesi, se l’Iran non dovesse perdere la guerra grazie a risorse insospettabili, riuscisse a sopravvivere in modo ragionevolmente soddisfacente e, di fatto, vincesse la guerra (come nel caso del Vietnam dopo il conflitto con gli Stati Uniti, per esempio), allora l’Iran avrebbe, a mio avviso, quattro possibili destini. 

La prima è che gli Stati Uniti e Israele, dopo una sconfitta che vedono profilarsi all’orizzonte, nutrono un rancore terribile a causa di una umiliazione terribile, e guadagnano tempo per curare le loro ferite e il loro orgoglio, minacciando tutti i loro alleati affinché questi di dare tutto ciò che hanno di utile per la guerra, e riempiano nuovamente le loro scorte di missili di ogni tipo per riprendere la guerra con rinnovato vigore: una fuga in avanti completamente folle, ma per nulla sorprendente dato il contesto. 

La seconda sarebbe tornare alla situazione precedente «Ad statum antea reverti», ovvero una situazione neutra in cui non accade nulla di rilevante: gli Stati Uniti e Israele smettono di agire per mancanza di mezzi militari ed economici, e si torna alla situazione prebellica, con ogni umiliazione ormai digerita. Trump si comporta da grande signore e crea una propaganda secondo cui è comunque il vincitore, poiché ha ucciso la Guida Suprema e gran parte del governo. 

La terza è la vittoria di Stati Uniti e Israele; l’Iran è finito. Bombardato senza pietà, decine di migliaia di civili morti, invio di numerosi gruppi di commando per scovare e decapitare ogni unità militare iraniana di rilievo, strangolamento economico totale, insomma, lo scenario iracheno. Aggiungete a ciò una Russia e una Cina che assistono allo spettacolo senza muoversi davvero (il che sarebbe purtroppo molto probabile), lamentandosi in coro, come al solito, dell’illegalità di tutte queste azioni infamanti dinanzi all’ONU. Il che mi porta a pensare che l’aura di invincibilità degli Stati Uniti sia decisamente ben radicata nelle loro menti, poiché questa paura atavica sembra paralizzarli, al punto che la Russia e la Cina (e perché no l’India) apparentemente non hanno mai pensato che se si alleassero militarmente, anche solo in modo puntuale, sarebbero letteralmente i re del mondo, potrebbero riparare a terribili torti (ad esempio, inflitti a Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord e, naturalmente, all’Iran, chiedendo la cessazione immediata di tutte le sanzioni e la fine di ogni futura minaccia militare o economica; senza dimenticare se stessi: Cina e Russia sono sotto sanzioni), e effettivamente invincibili… Ah! È sorprendente come il rispetto delle leggi internazionali e la moderazione possano inibire ogni velleità interventista…

  La quarta: gli Stati Uniti e Israele perdono la guerra, mettono da parte il risentimento e l’orgoglio, accettano la sconfitta e alla fine scelgono la via della saggezza, tentando l’incredibile percorso diplomatico a loro del tutto estraneo, ovvero fare pace (quella vera) con l’Iran (che non chiede altro da sempre), e rispettano l’Iran (e senza tradimenti futuri!), per infine fare affari con questo paese martoriato a beneficio di tutti, soprattutto dal punto di vista energetico. Si può sempre sognare, no? Ci sono forse altri destini, ma questi mi vengono naturalmente in mente. 

Insomma, staremo a vedere.  

 Lo «Zugzwang» dell’esercito russo_di Sylvain Ferreira

Lo «Zugzwang» (costrizione a muovere) dell’esercito russo

 Sylvain Ferreira è uno storico militare (MA) e giornalista. Collabora con diverse riviste di storia militare (Batailles & Blindés, Ligne de Front, LOS! e Vae Victis) ed è anche ideatore di giochi di strategia (Denain, Leuthen, Croix de Guerre). È inoltre conduttore del canale Veille Stratégique TV, specializzato nell’analisi dell’attualità geopolitica mondiale.

  La mattina dell’11 agosto 2025, tutti i canali di informazione occidentali danno notizia di un potente attacco russo a nord di Pokrovsk-Mirnograd. L’asse di attacco sembra indicare che la città di Dobropilia sia il primo obiettivo di questa sorprendente offensiva che sta rapidamente guadagnando terreno. Al di là dell’analisi di questa operazione, vi proponiamo di scoprirne le implicazioni operative su tutto il fronte: la creazione di uno «Zugzwang» da parte dell’esercito russo.  

   Zugzwang ? Ha detto Zugzwang ? Avendo familiarizzato con questo termine alcuni mesi fa grazie al mio amico Olivier Battistini, quando ho scritto la prefazione al suo ultimo libro1 , merita di essere spiegato per comprendere appieno l’idea che sta alla base dell’operazione russa. Questa parola tedesca che significa letteralmente « obbligo di giocare » o « costrizione alla mossa », è un termine tecnico degli scacchi che indica una posizione critica in cui il giocatore a cui spetta la mossa è costretto a effettuare una mossa che aggrava inevitabilmente la sua situazione. I russi, lanciando la loro offensiva, hanno quindi voluto costringere gli ucraini a reagire a questa operazione in modo che, inevitabilmente, peggiorassero la loro situazione strategica generale senza mai poter fare marcia indietro. Va sottolineato che il termine sarà ufficialmente ripreso da Dimitri Medvedev in persona per qualificare questa fase della guerra2. \ L’assenza di riserve strategiche Per comprendere il piano russo e la sua potenziale efficacia, occorre innanzitutto ricordare la situazione generale delle operazioni a metà dell’estate del 2025. Se da diversi mesi la battaglia per il controllo di Pokrovsk-Mirnograd sembra arenarsi, l’anno è tuttavia iniziato con la riconquista totale del territorio russo dell’oblast di Kursk intorno alla città di Sudzha. I combattimenti per riprendere questo settore sono iniziati alla fine dell’estate del 2024 e sono durati fino a metà marzo del 2025. In vista dei negoziati di pace sotto l’egida di Donald Trump, ansioso di porre fine alla guerra in Ucraina, Kiev ha schierato le sue migliori unità – alcune delle quali equipaggiate con carri armati Abrams americani3 – sia nella conquista, sia nella difesa accanita di questo saliente, nella speranza di poterlo utilizzare come merce di scambio contro i territori ucraini occupati dall’esercito russo. A metà marzo 2025, per l’esercito ucraino, il bilancio umano e materiale è terribile4 . Dal 6 agosto 2024, avrebbe subito oltre 27.000 morti e 32.000 feriti, 382 carri armati, 2.606 veicoli blindati, 2.298 veicoli e 612 pezzi di artiglieria, senza essere mai riuscita a influire sui negoziati5. Questa battuta d’arresto strategica porta alla scomparsa di ogni riserva strategica di qualità in grado di affrontare un’offensiva russa, anche limitata. Forte di questo vantaggio, l’esercito russo sa di disporre ormai di un vantaggio determinante.

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    \ Cosa fare ? In questo contesto favorevole, resta da definire il punto del fronte su cui colpire per costringere gli ucraini a impiegare mezzi prelevati da altre zone del fronte o da unità in fase di addestramento, al fine di indebolire l’intero fronte. Innanzitutto, i russi dovevano completare la conquista definitiva di Toretsk e Chasov Yar. All’inizio di agosto 2025, l’obiettivo è stato raggiunto dopo mesi di combattimenti accaniti. Un altro elemento è che il settore preso di mira deve essere «simbolicamente» forte affinché gli ucraini non abbiano altra scelta che difenderlo, come per l’esercito francese durante la battaglia di Verdun nel 1916 o l’esercito britannico nelle battaglie di Ypres dal 1915 al 1917. È inoltre necessario che l’attacco si svolga in un settore in cui i russi concentrano già mezzi significativi, per non dover effettuare preventivamente vasti ridispiegamenti di grandi unità che verrebbero rilevati dai mezzi di osservazione che la NATO mette a disposizione dell’esercito ucraino. Occorre quindi scegliere di attaccare nel settore di principale impegno delle forze armate russe, ovvero tra Konstantinivka e Novopavlivka. La zona di Pokrovsk-Mirnograd corrisponde quasi perfettamente a tutti questi criteri. Gli ucraini la difendono infatti con notevole tenacia da molti mesi ed è evidente che qualsiasi nuova offensiva russa che indebolisse la zona sarebbe soggetta a una controffensiva. Infine, l’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin ad Anchorage, il 15 agosto 2025, fa pensare che i russi potrebbero dare il via alla loro offensiva alcuni giorni prima, al fine di dimostrare di essere ancora in grado di sorprendere l’esercito ucraino. \ L’offensiva russa L’11 agosto, le unità della 58ª Armata combinata della Guardia lanciano quindi un grande assalto dal saliente a nord-est di Rodynske e Pokrovsk in direzione di Dobropillia6 . La breccia iniziale viene aperta da piccole unità di soldati russi, provenienti dal settore di Selydove. Queste si infiltrano nelle difese ucraine dopo circa due settimane di marcia prima di raggrupparsi in un’unità più consistente di 200-300 soldati oltre la linea del fronte7. Questa tattica è già stata utilizzata in precedenza durante l’offensiva russa intorno a Pokrovsk. All’inizio è difficile stabilire se questi gruppi siano in grado di consolidare le loro posizioni o se il loro obiettivo consista esclusivamente nell’indebolire le difese ucraine grazie alla loro infiltrazione dietro le prime linee. Unità russe operano apparentemente a Kucheriv Yar, a Vesele e nei dintorni di Zolotyi Kolodiaz8 . Squadre d’assalto avanzano anche in prossimità dell’autostrada Dobropillia–Kramatorsk9. Nonostante queste segnalazioni, il raggruppamento ucraino «Dnipro», che coordina il settore, afferma che queste infiltrazioni «non stanno prendendo il controllo del territorio»10. La mappa OSINT di DeepStateMap. Live mostra tuttavia che una fascia di terra profonda 15 km e larga circa 6 km è effettivamente sotto il controllo delle forze russe. Tuttavia, fedele alla sua tradizione di occultare le battute d’arresto subite, l’esercito ucraino continua a smentire le notizie di una penetrazione a nord di Pokrovsk e in direzione di Dobropillia11. Il giorno successivo, viene confermato che le forze russe sono riuscite a sfondare la principale linea di difesa ucraina e hanno avanzato di almeno 10 km in direzione di Dobropillia. Nel corso di questa avanzata, i gruppi d’assalto russi entrano in almeno nove località. Gli analisti sottolineano che si tratta della più grande avanzata russa in un solo giorno dal maggio 202412. Un comandante ucraino locale dichiara alla CNN che piccole unità si stanno infiltrando nella linea di difesa ucraina alla ricerca di punti deboli, imitando così i loro predecessori durante l’offensiva di Brusilov nel giugno 1916. Aggiunge che alcune posizioni ucraine sono presidiate solo da due uomini, che dipendono esclusivamente dal rifornimento tramite droni13. Il comandante in capo ucraino, Oleksandr Syrskyi, riferisce che risorse e personale supplementari vengono inviati nella zona per contrastare l’offensiva14. Inoltre, il 1° Corpo Azov viene schierato in direzione dell’autostrada Dobropillia-Kramatorsk, per dare sollievo al Gruppo tattico « Pokrovsk », completamente sopraffatto in questa parte del fronte. Si tratta della più grande unità di cui dispongono ancora gli ucraini per tentare di arginare la penetrazione tattica russa. È sotto il suo comando che si organizzerà il contrattacco ucraino. Di fronte alla rapida avanzata dei russi, molti residenti rimasti a Dobropillia iniziano a fuggire dalla città. Le autorità ucraine annunciano un’ evacuazione obbligatoria delle famiglie con bambini nella comunità di Bilozerske il 13 agosto. Lo stesso giorno, il Ministero della Difesa russo annuncia che le forze ucraine controllano i villaggi di Nykanorivka e Zatyshok, entrambi situati a sud-est di Dobropillia15. In serata, l’Institute for Study of War (ISW) ritiene che le forze russe continuino a operare in una dozzina di località a est e a nord-est di Dobropillia. Tuttavia, sempre pronti a minimizzare la portata dei successi dell’ esercito russo, gli « analisti » dell’ISW si affrettano a sottolineare che la presenza russa nella zona non significa un controllo totale del territorio16.

  \ Controffensiva ucraina Lo Stato Maggiore Generale ucraino dichiara il 14 agosto che l’avanzata russa verso la città di Dobropillia è stata fermata17. Nel corso delle operazioni di contrattacco, il 1° Corpo Azov afferma di aver ucciso 151 soldati russi nei due giorni precedenti. Il governatore dell’oblast di Donetsk, Vadym Filashkin, dichiara che la situazione nei pressi di Dobropillia si sta stabilizzando. Annuncia tuttavia l’evacuazione obbligatoria delle famiglie dalla città di Droujkivka. A seguito dello schieramento nel settore di importanti rinforzi prelevati da tutto il fronte, l’esercito ucraino riesce ad arginare ulteriori avanzate russe18. Inoltre, le forze ucraine lanciano un contrattacco contro lo sporgente russo a est di Dobropillia e ripristinano il controllo sulle località lungo l’autostrada Dobropillia-Kramatorsk, nonché sui villaggi di Hruzke, Rubizhne, Vesele e Zolotyi Kolodiaz. Il 18 agosto, immagini geolocalizzate mostrano unità russe che avanzano a nord-est di Kucheriv Yar, il che conferma che i russi controllano il villaggio19. Nel corso della seconda settimana dell’offensiva, le forze russe iniziano ad avanzare da Poltavka verso nord-ovest per aggirare Shakhove e Volodymyrivka da est. Il 20 agosto, l’esercito russo dichiara di aver conquistato Pankivka a sud-ovest di Shakhove20. Allo stesso tempo, l’esercito ucraino sostiene di aver circondato un’unità russa vicino a Dobropillia, ma senza poterlo confermare con video. All’inizio di settembre, le forze russe avanzano a sud di Volodymyrivka. L’8 settembre, le truppe ucraine riescono a respingere i russi fuori dalla località21. La settimana successiva, riconquistano il villaggio di Pankivka e continuano a mettere sotto pressione il saliente russo a est di Dobropillia fino alla fine di settembre. Secondo il comandante in capo ucraino Syrskyi, le forze ucraine riconquistano 175 chilometri quadrati durante le loro operazioni di controffensiva. Egli riferisce inoltre che diverse unità russe sono state circondate22, ma in ogni occasione non vi sono prove video a conferma delle sue affermazioni. All’inizio di ottobre, l’esercito russo rinnova i suoi assalti verso Shakhove e penetra nuovamente a Pankivka e nelle zone meridionali di Volodymyrivka23. Una settimana più tardi, le forze ucraine riescono a respingere un assalto meccanizzato di una compagnia russa diretto verso Shakhove e distruggono una colonna di veicoli blindati24. L’ISW osserva che la Russia sta conducendo sempre più assalti meccanizzati in questo settore. Il 22 ottobre, più a nord-ovest, elementi del 132° battaglione di ricognizione indipendente ucraino riconquistano  il villaggio di Kucheriv Yar. Più di 50 soldati russi vengono catturati nel corso dell’operazione25. Pochi giorni dopo, il 25 ottobre, l’82ª brigata d’assalto aereo indipendente ucraina riconquista il villaggio di Sukhetske, situato a nord di Rodynske. Il giorno successivo, DeepStateMap.Live aggiorna la sua mappa e stima che le ultime forze russe a Kucheriv Yar, Sukhetske e Zatyshok siano state eliminate e i villaggi riconquistati26. Il 29 novembre 2025, il comandante delle Forze d’Assalto Aereo delle Forze Armate dell’Ucraina, il tenente generale Oleh Apostol, annuncia ufficialmente in televisione la fine della controffensiva ucraina e dichiara inoltre che gli obiettivi dell’Ucraina per porre fine all’offensiva di Dobropillia sono stati raggiunti27. \ La trappola si chiude Mentre tutti i canali OSINT filo-ucraini gridano alla vittoria, qualsiasi osservatore dell’intero fronte non può che constatare che la trappola russa funziona poiché, contemporaneamente, ovunque altrove, dall’oblast di Sumy passando per il Donbass fino alle ex rive del bacino idrico del Dnepr nell’oblast di Zaporizhia, le forze russe approfittano del distacco di unità ucraine per condurre il contrattacco nel settore di Dobropillia e sferrare un attacco. Ancor prima dell’inizio dell’ offensiva russa, a Kupiansk, la 68ª divisione di fucilieri motorizzati russa avvia un’operazione volta a circondare la città da nord e nord-ovest a partire dalla testa di ponte stabilita pazientemente a ovest dell’Oskol28. Per tutto il mese di agosto, gli ucraini segnalano che gruppi di ricognizione russi in profondità si infiltrano nelle posizioni ucraine29. Il 24 agosto, i russi prendono piede nei quartieri settentrionali di Kupiansk. Già dal 12 agosto, nel settore di Lyman, le unità delle 20ª e 25ª armate combinate avviano a loro volta una serie di attacchi per avvicinarsi gradualmente alla città, in particolare lanciandosi all’assalto del barramento difensivo di Torske30. Il fronte di Seversk, congelato dall’inizio di settembre e bloccato dal novembre 2022, si anima. I russi compiono con successo un primo balzo in avanti di 5 km. Infine, a partire dal 13 agosto, anche il settore tra Novopavlivka e l’ex bacino idrico del Dniepr a sud di Zaporizhzhia si « risveglia ». I russi lanciano una serie di attacchi su un fronte che va da Ivanika a Malynivka (a est di Gouliaipole)31. 

    Grazie a questa serie di operazioni avviate contemporaneamente all’offensiva su Dobropillia, tra la metà di agosto del 2025 e la fine di gennaio del 2026, i russi riusciranno così a conquistare Koupiansk il 20 novembre del 32, Vovchansk e Pokrovsk il 1° dicembre; la città fortezza di Seversk il 12 dicembre33, di Ouspenivka il 7 novembre34, di Stepnogorsk il 3 dicembre35, di Mirnograd l’11 dicembre36, di Guliaipole il 27 dicembre37 e di Prymorske il 12 gennaio38. Parallelamente alla caduta di queste località, si registrano diverse incursioni in altri settori di confine, in particolare nell’oblast di Sumy e di Kharkiv. Insomma, la costosa vittoria tattica ucraina contro il saliente di Dobropillia si è, come previsto, trasformata in una grave sconfitta operativa. \ Kupiansk: un piccolo «Zugzwang» Tra la lunga lista di città conquistate al termine di questa fase offensiva generalizzata, la città di Kupiansk sta diventando un «piccolo Zugzwang» all’interno dello «Zugzwang» avviato dai russi l’11 agosto. Infatti, come per Pokrovsk, tutti i media occidentali che fanno da portavoce alla propaganda ucraina si sforzeranno di farci credere che l’annuncio della conquista della città sia del tutto infondato e che una parte della città sia ancora nelle mani delle truppe ucraine. Per avvalorare questa tesi, all’inizio di dicembre l’esercito ucraino organizzerà in fretta una serie di contrattacchi per tentare di riprendere piede nella località in un primo momento. In un secondo tempo, una volta riconquistati alcuni isolati, il 12 dicembre, Zelensky si sarebbe recato davanti all’ingresso della città per filmarsi mentre annunciava con orgoglio la sua riconquista39. Tuttavia, in meno di 24 ore, una smentita schiacciante è stata fornita da due donne dell’esercito ucraino che si sono recate nel luogo in cui appare nel suo video per dimostrare che si tratta di un montaggio. Al momento in cui scriviamo queste righe, i russi hanno certamente perso il controllo di diversi quartieri della città attorno alla quale si svolgono violenti combattimenti, in particolare sulla riva orientale dell’Oskol, ma i vari contrattacchi ucraini non hanno permesso di riprendere l’intera città come affermava Zelensky.

  \ Un primo bilancio In questo inizio del 2026, la situazione generale dell’ esercito ucraino continua a deteriorarsi sul fronte ma anche nelle retrovie. Infatti, la distruzione del sistema elettrico dell’Ucraina ostacola gravemente i movimenti ferroviari essenziali per il trasporto di uomini, materiale e logistica, ma a questo rischio già identificato da tempo si aggiungono ora le difficoltà di produzione per l’industria degli armamenti ucraina, e in particolare la produzione decentralizzata dei droni. Senza elettricità, le centinaia di officine di produzione sparse in tutto il paese rischiano di non poter più soddisfare le esigenze vitali del fronte. I droni rappresentano oggi la principale arma di supporto dei fanti ucraini – come del resto anche di quelli russi – e permettono loro, in particolare, di fermare gli assalti corazzati meccanizzati che talvolta tentano ancora di sfondare localmente il fronte. Senza questi preziosi sostegni, come abbiamo visto in particolare nel settore di Guliaipole, gli ucraini non sono riusciti a fermare l’offensiva russa che ha avanzato di oltre 15 km tra Ouspenivka e Guliaipole in pochi giorni soltanto. Dato lo stato di sovraccarico della rete elettrica, oggi sembra che la sua stessa sostenibilità sia messa in discussione dagli esperti40. Pertanto, una volta esaurite le riserve di droni in un lasso di tempo difficile da definire con precisione, ma che si può stimare in 6 mesi al massimo, l’esercito ucraino non avrà più i mezzi per fermare le offensive russe, il che, sul modello del 1918, porterebbe a una ripresa della guerra di movimento. Questo problema, sommato a quello delle crescenti diserzioni41 e alla progressiva cessazione delle forniture di equipaggiamenti pesanti da parte dell’Occidente42, permette di ipotizzare la fine della guerra con il ritorno dell’estate. Il valzer diplomatico del 2025 ha permesso di comprendere che la Russia otterrà ciò che rivendica dal novembre 2024 con le armi, nonostante le gesticolazioni della coalizione dei volontari e lo spettacolo permanente di Trump. Bibliografia 

1 Battistini, Olivier, La guerra: un maestro di violenza, Perspectives Libres, 2025. 2  Fred Turner, « Medvedev sostiene che Zelensky sia intrappolato in uno zugzwang politico », Military Affairs, febbraio 2025. 3  Il team Razbor di Meduza, « L’errore di calcolo di Kiev a Kursk: uno sguardo retrospettivo su un’audace ma fallita incursione in Russia e su quanto è costata all’Ucraina », Meduza, agosto 2025. 4  Jonathan Beale e Anastasiia Levchenko, «“È tutto finito”: le truppe ucraine rivivono la ritirata da Kursk», BBC, marzo 2028. 5 Sylvain Ferreira, «UCRAINA: bilancio di una settimana di offensiva russa nel saliente di Soudja», X, marzo 2025. 6  Kateryna Hodunova, « Le forze russe sfondano la difesa ucraina nell’oblast di Donetsk, aggirando le fortificazioni, secondo un gruppo di monitoraggio », The Kyiv Independent, agosto 2025. 7  Stefan Korshak, « Le riserve ucraine contengono la penetrazione russa che minaccia il settore critico di Pokrovsk», Kyiv Post, agosto 2025. 8 Oleh Velhan, « DeepState riferisce di una penetrazione russa vicino a Dobropillia, l’esercito ucraino chiarisce la situazione reale », RBC-UKRAINE, agosto 2025. 9 Kateryna Hodunova, « Le forze russe sfondano le difese ucraine nell’oblast di Donetsk , aggirando le fortificazioni, secondo un gruppo di monitoraggio», The Kyiv Independent, agosto 2025.   10 Veronika Marchenko, « Continuano i combattimenti più intensi nelle direzioni di Pokrovsk e Dobropillia: la situazione sul fronte orientale», UNN, agosto 2025. 11 Yuri Zoria, « DeepState: i russi sfondano vicino a Pokrovsk, tagliano l’autostrada verso Dobropillia nell’Oblast di Donetsk », Euromaidan Press, agosto 2025. 12 « La Russia compie la più grande avanzata in 24 ore nell’Ucraina orientale in vista del vertice in Alaska », AFP e AP via France 24, agosto 2025. 13 Daria Tarasova-Markina , Christian Edwards, Nick Paton Walsh, Victoria Butenko, « Le truppe russe sfondano le difese frammentarie dell’Ucraina a Donetsk, pochi giorni prima del vertice Trump-Putin », CNN, agosto 2025. 14 Valentyna Romanenko, « Lo Stato Maggiore ucraino riferisce sulle misure adottate per fermare l’avanzata russa sui fronti di Dobropillia e Pokrovsk », Ukrainska Pravda, agosto 2025. 15 AFP, « L’esercito russo afferma di aver conquistato 2 villaggi vicino a Dobropillia nell’Ucraina orientale », The Moscow Times, agosto 2025. 16 « Valutazione della campagna offensiva russa, 13 agosto 2025 », Institute For The Study Of War, agosto 2025. 17 « Le forze ucraine fermano l’avanzata russa vicino a Dobropillia », The New Voice Of Ukraine, agosto 2025. 18 Stefan Korshak, « Le riserve ucraine contengono la penetrazione russa che minaccia il settore critico di Pokrovsk », Kyiv Post, agosto 2025. 19 « Valutazione della campagna offensiva russa, 18 agosto 2025 », Institute For The Study Of War, agosto 2025. 20 Anastasia Teterevleva, « La Russia afferma che le sue forze avanzano nella regione ucraina di Dnipropetrovsk », Reuters, agosto 2025. 21 Olha Hlushchenko, « DeepState indica gli insediamenti dell’oblast di Donetsk dove i difensori ucraini hanno respinto i russi », Ukrainska Pravda, settembre 2025. 22 Kateryna Hodunova, « Alcune unità russe accerchiate vicino a Dobropillia nell’ oblast di Donetsk, afferma Syrskyi », The Kyiv Independent, settembre 2025. 23 « Valutazione della campagna offensiva russa, 1 ottobre 2025 », Institute For The Study Of War, ottobre 2025. 24 Daryna Vialko, « La brigata Azov diffonde un filmato dello schiacciamento dell’assalto meccanizzato russo vicino alla città ucraina di Dobropillia », RBC-UKRAINE, ottobre 2025. 25 Valentyna Romanenko, « I paracadutisti ucraini liberano Kucheriv Yar sul fronte di Dobropillia, catturano più di 50 russi – video », Ukrainska Pravda, ottobre 2025. 26 Ekaterina Ludvik, « Le forze di difesa hanno liberato Kucheriv Yar, Sukhetske e Zatyshok e respinto il nemico nel distretto di Pokrovsk. Gli occupanti hanno avanzato nelle regioni di Donetsk e Kharkiv – DeepState. MAP », Censor.net, ottobre 2025. 27 Tenente generale Oleh Apostol, « L’operazione sull’asse di Dobropillia è terminata, Pokrovsk resiste ancora, afferma il comandante ucraino », Ukrinform, novembre 2025. 28 « Valutazione della campagna offensiva russa, 28 luglio 2025 », Institute For The Studio della Guerra, luglio 2025. 29 « Valutazione della campagna offensiva russa, 6 agosto 2025 », Institute For The Study Of War, agosto 2025. 30 Poulet volant, « Guerra in Ucraina | 11/08/25 », X, agosto 2025. 31 Poulet volant, « 1/3 Guerra in Ucraina | 13/08/25 », X, agosto 2025. 32 « Valutazione della campagna offensiva russa, 21 novembre 2025 », Institute per lo studio della guerra, novembre 2025. 33 « Sconfitta devastante per l’Ucraina a Siversk (ma la loro difesa è stata leggendaria) », HistoryLegends, Youtube, 25 gennaio 2026. 34 « La caduta di Uspenivka: l’Ucraina perde una roccaforte chiave sul fiume Yonchur », South Front, novembre 2025. 35 « Le forze russe conquistano Stephnohirsk e Dopropillya | La parte orientale di Kostyantynivka è caduta », Weeb Union, Youtube, dicembre 2025. 36 « Crollo delle ultime posizioni ucraine a Myrnohrad | Fase finale a Siversk », Weeb Union, Youtube, dicembre 2025. 37 « Conflitto in Ucraina 30/12/25 : le forze russe hanno preso d’assalto Houliaïpole, che è caduta », Les Conflits en Cartes, Youtube, dicembre 2025. 38 « Il 108° reggimento aviotrasportato russo conquista la città di Prymorske | Si stringe l’accerchiamento di Lyman », Weeb Union, Youtube, gennaio 2026. 39 « Zelensky a Koupiansk per smentire la presa della città da parte dei russi », Euronews (in francese), Youtube, dicembre 2025. 40 Delwin Strategy, « Anatomia dell’offensiva russa contro il sistema elettrico ucraino (Delwin) », La Vigie, gennaio 2026. 41 Asami Terajima, « Inside Ukraine’s AWOL and military desertion crisis », The Kyiv Independent, gennaio 2026. 42 Marc De Vore, « L’Ucraina sta guidando una rivoluzione militare ma ha bisogno di maggiore sostegno occidentale », Atlantic Council, febbraio 2