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L’Iran di fronte all’Occidente: Una potenza militare costretta ad armarsi per la propria sopravvivenza _ di Stéphane Bonard (Géopolitique Profonde)

L’Iran di fronte all’Occidente: Una potenza militare costretta ad armarsi per la propria sopravvivenza

 Stéphane Bonard è un esperto di geopolitica e specialista in materia di armamenti. Ex membro del SGDN (Segretariato generale della difesa nazionale), gestisce il canale YouTube «Réinformation sur le Monde» e interviene regolarmente sui media per analizzare le dinamiche internazionali, in particolare riguardo all’Ucraina e ai conflitti armati.

  La Repubblica Islamica dell’Iran occupa una posizione paradossale nel panorama geopolitico contemporaneo: potenza regionale innegabile, dotata di un esercito considerevole e di un’impressionante capacità di proiezione militare interna, rimane tuttavia cronicamente sottovalutata dagli osservatori occidentali. Questo paradosso non è frutto del caso, ma piuttosto la conseguenza logica di una strategia iraniana di difesa in profondità, elaborata di fronte a minacce esistenziali perpetue.

   Tra deterrenza legittima, accerchiamento strategico e nemici mortali Dalla rivoluzione islamica del 1979, l’Iran ha dovuto affrontare un’ostilità quasi permanente  : da parte del mondo occidentale, guidato dagli Stati Uniti ; da parte di Israele, potenza nucleare regionale ; e da parte di alcuni Stati arabi del Golfo, sostenuti da Washington. Di fronte a questo contesto di accerchiamento, di atti terroristici (talvolta di grande portata) e di massicce sanzioni economiche, l’Iran ha sviluppato una dottrina militare unica, basata su tre pilastri : la dissuasione convenzionale, la guerra asimmetrica per mezzi interposti e l’acquisizione progressiva di capacità di difesa contro gli attacchi aerei e navali. Questa strategia, lungi dall’essere una posizione aggressiva, costituisce una reazione difensiva razionale di fronte a decenni di ingerenza straniera, rovesciamenti di governo, omicidi e attacchi sistematici alle sue capacità scientifiche e tecnologiche. L’Iran non vuole né conquistare né dominare; questo paese desidera semplicemente sopravvivere e preservare la propria sovranità di fronte a potenze che hanno già dimostrato più volte la loro volontà di intervenire militarmente o di destabilizzare il suo regime politico. Ma i suoi due archi nemici gli stanno di fronte, vale a dire gli Stati Uniti e Israele, e questi sono spietati. L’arsenale militare iraniano: una potenza convenzionale considerevole Innanzitutto, parliamo della potenza militare dell’Iran e di ciò che ha di più temibile contro un nemico esterno, ovvero i suoi missili.

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  Missili balistici e da crociera : la punta di diamante della deterrenza iraniana L’Iran dispone del più vasto arsenale di missili balistici del Medio Oriente, stimato in oltre 3.000 missili, di cui circa 1.500 a medio raggio (da 1.000 a 2.500 km). Lo stesso vale per i droni. Questo massiccio accumulo di vettori balistici non è il risultato di una logica di aggressione, ma piuttosto di una strategia di compensazione di fronte alla cronica inferiorità aerea rispetto ad avversari meglio equipaggiati. Esempi di missili degni di nota dell’Iran.

 \ Il Fateh-110 (e la sua variante  Fateh-313) : missile balistico a corto raggio (200-300 km), progettato per le operazioni regionali. Dotato di grande precisione e capacità di manovra, rappresenta un’arma affidabile e temibile contro le installazioni fisse e le infrastrutture strategiche.

 \ Il Qiam: missile balistico a medio raggio (1 250 km), in grado di raggiungere l’intero territorio di Israele e le basi statunitensi nella regione. Il Qiam simboleggia la crescente potenza tecnologica iraniana, in particolare per quanto riguarda la guida e la precisione.

 \ Il Khorramshahr: missile balistico con un’autonomia di 2 000 o 3.000 km di gittata presentato nel 2017, in grado di trasportare fino a 80 piccole bombe, nella sua versione «a submunizioni», e nella versione «missile singolo», trasporta una testata esplosiva da 1,5 a 1,8 tonnellate. Questo sistema rappresenta un salto di qualità nelle ambizioni di Teheran. 

\ Il Qasem Basir: missile presentato di recente (2025), dotato di una gittata minima di 1.200 km e progettato per eludere i sistemi di difesa aerea occidentali come il Patriot. Secondo le dichiarazioni iraniane, presenta una maggiore resistenza alle contromisure elettroniche e ai decoy.

 \ Il Soumar : un missile da crociera in grado di eludere le difese aeree e di colpire bersagli situati a una distanza di 2.000 km. Questo sistema riflette il crescente interesse dell’Iran per le armi in grado di eludere le difese, difficilmente intercettabili.

 \ Il Fattah-1 e il Fattah-2 : missili ipersonici con una gittata minima di 1.200 km. Per quanto riguarda il Fattah-1, ne è stata dimostrata l’efficacia durante un attacco contro Israele.  

  Uno dei progressi tecnologici più notevoli compiuti dall’Iran nell’ultimo decennio riguarda il massiccio sviluppo di droni militari. Nel gennaio 2025, il regime iraniano ha presentato una flotta di 1.000 nuovi droni strategici in grado, secondo quanto affermato dal governo, di raggiungere Israele e le basi statunitensi sparse nella regione. Esempi di droni degni di nota:

\ Lo Shahed-136 (Geran-2 in Russia): drone suicida a medio raggio (circa 2.000 km), diventato un’arma asimmetrica temibile. Sono ora in circolazione varianti più avanzate dello Shahed, che aumentano le capacità distruttive di Teheran.

 \ Lo Shahed-139: drone da ricognizione e da attacco. \ Lo Shahed-147: grande drone da sorveglianza HALE (alta quota e lunga autonomia), alimentato da un motore turboelica. 

Il Gaza-149: un drone da combattimento di grandi dimensioni di classe MALE (Media Altitudine, Lunga Autonomia) iraniano.

 \ Il Mohajer-6: grande drone da sorveglianza e attacco, portamissili, in grado di svolgere missioni di lunga durata. 

Essendo una piattaforma versatile, incarna i progressi dell’Iran nel campo della robotica militare. Questi droni costituiscono un elemento chiave della strategia iraniana: economici da produrre in serie su larga scala, difficili da intercettare in gran numero, offrono a Teheran una capacità di proiezione di forza sproporzionata. La produzione in grandi quantità di questi sistemi rappresenta, per l’Iran, una risposta asimmetrica alla schiacciante superiorità aerea degli Stati Uniti e di Israele. \ L’aeronautica militare : i limiti di una modernizzazione ostacolata A differenza dei missili e dei droni, la forza aerea iraniana rimane tecnologicamente arretrata. L’Iran dispone di circa 209 aerei da combattimento in servizio, ma la maggior parte di essi risale al periodo pre-rivoluzionario o agli anni 1980-1990. 

La flotta comprende in particolare:

   F-4 Phantom (vecchi aerei statunitensi catturati durante la rivoluzione), \ Mirage F1 (caccia franco-iraniani), 

\ dei MiG-29 (caccia russi di qualità media). 

A partire dal 2023-2024, la Russia ha iniziato a consegnare alcuni aerei da addestramento e combattimento Yak-130, e sono stati firmati contratti per gli Su-35, ma le consegne rimangono molto limitate. Da alcune fughe di notizie relative alla corrispondenza industriale russa emerge che almeno 16 Su-35 destinati all’ Iran sono in produzione, con un calendario di consegna che va dal 2025 al 2027, finanziato da diverse rate di pagamento iraniane nel 2024. Questa debolezza costituisce un importante punto di vulnerabilità per la difesa aerea iraniana di fronte alla potenza aerea israelo-americana.

   Complessi sotterranei e difese costiere : la strategia del «denial of access» 

Per compensare la debolezza della propria aviazione, l’Iran ha investito massicciamente in una dottrina di negazione dell’accesso, basata su:

 \ Basi sotterranee rinforzate : i Guardiani della Rivoluzione hanno costruito un’imponente infrastruttura di basi «bunkerizzate», in particolare intorno al Golfo Persico, nelle quali ospitano soprattutto lanciatori di missili, missili, droni e persino aerei da combattimento. Nel febbraio 2021, una nuova base di lancio missilistica sotterranea è stata presentata pubblicamente, a simboleggiare l’impegno iraniano nella dispersione e nella protezione dei propri vettori offensivi.

 \ Sistemi di difesa aerea multistrato  : il Bavar-373, un sistema terra-aria di fabbricazione iraniana, integra i radar russi S-300 e altre difese acquistate all’estero. Sebbene tecnicamente inferiore ai sistemi occidentali ultramoderni, questo complesso crea un ambiente ostile per gli aerei aggressori.

 \ Mine marine costiere : l’Iran controlla gli stretti del Golfo Persico in prossimità delle proprie coste e dispone della capacità di dispiegare in modo massiccio mine antinave. Questi campi minati rappresentano una minaccia permanente per la navigazione commerciale e militare.  

  \ Motoscafi veloci e guerriglia navale : la marina iraniana si concentra sulle operazioni costiere e sulla guerriglia navale piuttosto che sui combattimenti in alto mare. L’Iran dispone di una flotta di motoscafi armati (in inglese: speedboats), dotati di missili antinave e in grado di ostacolare navi commerciali o militari. Queste piccole imbarcazioni veloci, difficilmente rilevabili e con una firma radar minima, costituiscono un’arma di negazione tattica temibile nelle acque del Golfo Persico.

 \ Sottomarini, certamente obsoleti, ma in grado di seminare mine marine o sferrare attacchi di bassa intensità grazie ai siluri. L’impiego di numerosi «mini-sottomarini» rende ancora più temibile la flotta sottomarina iraniana, poiché questi sottomarini di piccolissime dimensioni hanno il vantaggio del numero e di essere difficilmente rilevabili, proprio per le loro dimensioni ridotte. Infine, questa presenza sottomarina diffusa e consistente costringe le marine nemiche ad adottare tattiche difensive.  

   Classifiche e confronto tra le forze armate mondiali

 Secondo le stime più attendibili pubblicate nel 2025, l’Iran occupa una posizione di rilievo nella top 20 mondiale in termini di potenza militare complessiva :

 \ Classifica Military Power Rankings (MPR): l’Iran si colloca all’11° posto a livello mondiale.

 \ Classifica Global FirePower (GFP): l’Iran è al 16° posto a livello mondiale. 

Queste classifiche collocano l’Iran al di sopra di potenze come il Giappone, la Corea del Sud e diverse nazioni europee. Tuttavia, queste cifre nascondono una realtà più sfumata: sebbene superi alcune potenze in termini di effettivi e armamenti, rimane tecnologicamente indietro rispetto alle forze armate occidentali ultramoderne. Nella regione del Medio Oriente, l’Iran rappresenta una superiorità numerica indiscussa. Il paese dispone della più grande forza armata regionale in termini di effettivi: circa 610.000 militari secondo il Military Balance 2025. Questa superiorità numerica è temperata dall’armamento israeliano, tecnicamente superiore, e dal vantaggio aereo degli Stati Uniti.   

Il potenziale nucleare: capacità attuali e tempi di realizzazione

 Situazione attuale del programma nucleare  L’Iran dispone attualmente di uranio arricchito al 60%, il che pone tecnicamente Teheran a un passo dalla soglia del 90% necessaria per produrre combustibile per armi nucleari. Secondo la troika europea (Francia, Germania, Regno Unito), l’Iran possiede una quantità di materiale fissile sufficiente per fabbricare potenzialmente più di nove testate nucleari. Tempo necessario per l’acquisizione secondo le stime più affidabili  Le stime relative al tempo che impiegherebbe l’Iran per fabbricare un’arma nucleare operativa variano, ma convergono globalmente su un intervallo compreso tra alcuni mesi e un anno. Jeffrey Lewis, direttore del programma di non proliferazione presso il Middlebury Institute, stima che tale tempo sia di «un anno o pochi mesi» prima dei bombardamenti israeliani del giugno 2025. Tuttavia, va notato che queste stime devono essere ricollocate nel contesto delle restrizioni imposte dai bombardamenti israeliani del giugno 2025, dell’eventuale distruzione di diversi impianti chiave e della potenziale morte di scienziati di alto rango. Il tempo reale rimane quindi profondamente incerto, ma potrebbe essere prolungato da diversi mesi a un anno, o anche di più a causa dei danni. L’arma nucleare come deterrente estremo  L’accesso dell’Iran all’arma nucleare modificherebbe radicalmente l’equilibrio regionale. Non in una logica di aggressione, ma di deterrente estremo, paragonabile a quella della Corea del Nord. Una volta dotato dell’arma nucleare, il paese acquisirebbe una capacità di rappresaglia senza precedenti che renderebbe qualsiasi attacco preventivo straordinariamente costoso, anche per una potenza come gli Stati Uniti. 

  Gli alleati militari dell’ Iran : 

una rete regionale indebolita L’Iran ha storicamente fatto affidamento su una fitta rete di milizie, movimenti armati e vari gruppi militari per proiettare la propria influenza oltre i propri confini: milizie irachene, Hezbollah, Hamas e Houthi. Questa rete costituisce un elemento chiave della dottrina iraniana di dissuasione regionale. Tuttavia, gli eventi recenti rivelano un rapido indebolimento di questa struttura. Hezbollah ha visto la sua leadership decimata, il che l’ha indebolito, ma questa è già stata sostituita. Hezbollah libanese rappresentava da quattro decenni il più potente alleato iraniano. Fondato dall’Iran nel 1985 con l’appoggio russo, questo movimento ha fatto da braccio armato di Teheran nel Levante, garantendo una capacità di dissuasione diretta contro Israele e di proiezione regionale. Tuttavia, la situazione è cambiata drasticamente a partire da settembre 2024. L’assassinio di Hassan Nasrallah, leader carismatico dell’organizzazione dal 1992, rappresenta per essa un duro colpo psicologico e operativo. Ritrovato sotto tonnellate di macerie in seguito agli attacchi israeliani, la sua morte simboleggia l’aumento della vulnerabilità di Hezbollah di fronte alla superiorità tecnologica di Israele, e soprattutto di fronte a un avversario implacabile. Secondo fonti occidentali, questi massicci attacchi condotti tra ottobre 2023 e settembre 2024 hanno notevolmente indebolito le capacità di Hezbollah, distrutto gran parte del suo arsenale di razzi e frammentato il suo comando. Inoltre, la perdita delle linee di rifornimento che passano per la Siria (un tempo asse logistico cruciale dal 1982) complica drammaticamente il rifornimento del movimento. Il governo libanese, incoraggiato dalla debolezza di Hezbollah, ha persino iniziato a ostacolare i tentativi di trasporto di armi. Hezbollah, un tempo strumento di prim’ordine della potenza regionale iraniana e ora indebolito, rimane un attore militare significativo. Hamas, diventato una forza di disturbo, è stato molto indebolito, molto più di Hezbollah.

  Hamas, movimento palestinese fondato nel 1987, ha costituito un elemento importante della rete regionale iraniana. Dopo lo scoppio della guerra nell’ottobre 2023, l’organizzazione ha sferrato un attacco su larga scala contro Israele. Tuttavia, questa decisione ha provocato una risposta schiacciante. Due anni di conflitto hanno reso Hamas incapace di dissuadere o minacciare Israele in modo significativo. Il gruppo, decimato militarmente e frammentato politicamente, è oggi un attore militare minore rispetto al suo ruolo precedente. L’Iran ha investito massicciamente nel suo armamento, in particolare in missili e droni, ma questa strategia non ha prodotto i risultati sperati. Il movimento è attualmente ridotto a una capacità di disturbo tattico limitata. Per quanto riguarda le milizie sciite irachene, hanno subito una crescente frammentazione. L’Iraq, Stato debole e frammentato, ha visto proliferare centinaia di milizie sciite armate; molte di esse sono finanziate ed equipaggiate dall’Iran. Questi gruppi hanno svolto un ruolo centrale nella lotta contro lo Stato Islamico e costituiscono ora una forza di fatto in Iraq. Tuttavia, dopo l’ottobre 2023, molte di queste milizie hanno manifestato una crescente riluttanza a seguire le direttive di Teheran per attaccare le basi americane o altre posizioni nemiche. Questa relativa insubordinazione rivela i limiti del controllo iraniano sui suoi alleati iracheni, particolarmente motivati dalle questioni locali piuttosto che dall’agenda strategica di Teheran. Infine, per quanto riguarda gli Houthi dello Yemen, questi rappresentano una forza che ha acquisito una crescente autonomia strategica rispetto all’Iran. Movimento zaidita originario del nord del paese, gli Houthi costituiscono dal 2014 un elemento chiave della strategia regionale iraniana. Armati e addestrati dall’Iran, questi combattenti hanno condotto attacchi regolari contro le navi commerciali nel Mar Rosso e minacciato le coste dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, dal 2025, i rapporti indicano che l’Iran avrebbe in gran parte perso il controllo sugli Houthi, secondo diversi funzionari iraniani citati dal Telegraph. Essi non rispondono più alle direttive dirette di Teheran e operano in modo autonomo.

   Questa autonomia strategica ha avuto inizio dopo il rifiuto dell’Iran di reagire ai massicci attacchi aerei statunitensi sferrati nell’aprile 2025 contro le postazioni houthi. Da allora, l’organizzazione ha consolidato la propria presenza territoriale nello Yemen (controllando le regioni più popolate e la capitale Sana’a), rafforzato le proprie capacità balistiche e diversificato le proprie fonti di reddito (contrabbando di armi, traffico di droga, tassazione forzata). Gli Houthi agiscono ora secondo una logica propria, dettata dalla loro visione del conflitto regionale e dalle loro priorità interne, piuttosto che dallo schema iraniano. Questa perdita di controllo sugli Houthi rappresenta un grave indebolimento strategico per l’Iran, che aveva puntato su questa milizia come pilastro principale del suo «Asse della resistenza» dopo l’indebolimento di Hezbollah e di Hamas. Tuttavia, l’odio degli Houthi verso gli Stati Uniti rimane una risorsa importante per Teheran, ed è certo che difenderanno l’Iran a qualunque costo.

 Il sostegno internazionale all’Iran 

Di fronte all’accerchiamento occidentale e alla persistente ostilità di Washington e Tel Aviv, l’Iran si è progressivamente rivolto a potenze alternative: Russia, Cina, Turchia e Pakistan. Queste relazioni offrono a Teheran un sostegno fondamentale, sebbene di natura e intensità variabili. Vediamo qual è la situazione per quanto riguarda la Russia e la Cina. La Russia rappresenta il sostegno esterno più attivo e diretto all’Iran in ambito militare e tecnologico. 

Cooperazione attuale (non la cronologia completa degli aiuti erogati) :

 \ Scambio di droni : l’Iran fornisce alla Russia droni  Shahed-136 da impiegare in Ucraina, consentendo a Mosca di disporre di un’arma asimmetrica a basso costo. In cambio, la Russia fornisce tecnologia e competenze per potenziare le capacità di Teheran.

 \ Consegne di aerei da combattimento : Mosca ha iniziato a consegnare gli Yak-130 e ha firmato contratti per gli Su-35, anche se le consegne rimangono lente e limitate.

 \ Assistenza tecnologica nel settore missilistico : gli esperti e le tecnologie russe aiutano l’Iran a migliorare i propri missili balistici, in particolare per quanto riguarda la precisione e la gittata. 

  \ Difese informatiche : la Russia è una potenza nel «cyberspazio» e aiuta l’Iran a rafforzare le proprie difese contro gli attacchi informatici provenienti dagli Stati Uniti e da Israele.

 \ Difese elettroniche  : potenti dispositivi di disturbo elettronici russi, che rendono difficile l’uso dei droni, o, come si è visto di recente, l’uso di Starlink.

 \ Aiuti satellitari discreti, ma ben reali, così come per quanto riguarda l’intelligence in generale. 

Tuttavia, la Cina non è da meno, avendo recentemente introdotto le seguenti misure di sostegno:

 \ Radar di sorveglianza a lungo raggio YLC-8B (uno dei più potenti al mondo): non si tratta solo di un gesto «cosmetico», ma piuttosto di una minaccia fondamentale per le dottrine tattiche occidentali e israeliane. Questo sistema opera sulla frequenza UHF e utilizza principi fisici per rendere obsolete le capacità stealth degli aerei di quinta generazione (come l’F-35 Lightning II). Questa fornitura cinese è un passo significativo per la cooperazione militare tra Iran e Cina. 

\ Sistemi di difesa terra-aria a lungo raggio HQ-9B: l’ HQ-9B si colloca ai vertici della classifica dei sistemi terra-aria a lungo raggio. Ad oggi, non ha ancora dimostrato la propria efficacia. Non è dato sapere se l’Iran sia stato in grado di schierarlo o se lo tenga in riserva per un impiego futuro. 

\ Informazioni di intelligence satellitare rese pubbliche dalla Cina (immagini di basi statunitensi con aerei statunitensi chiaramente visibili) per dimostrare al mondo il proprio sostegno in materia di intelligence militare. 

Se la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele dovesse protrarsi per un periodo relativamente lungo (cosa del tutto possibile al momento in cui si scrive questo testo, visto che proprio di recente, il 5 marzo, il Pentagono ha lasciato trapelare l’ipotesi di una guerra che potrebbe durare 100 giorni), la Russia e la Cina potrebbero tecnicamente intervenire, ma diversi fattori limitano questa probabilità. Innanzitutto, per quanto riguarda la Russia, essa deve condurre la propria guerra in Ucraina ed esiterebbe a impegnarsi in un nuovo conflitto di grande portata. Inoltre, un intervento diretto della Russia comporterebbe il rischio di una grave escalation con gli Stati Uniti, anche se non si capisce benissimo cosa potrebbero fare gli Stati Uniti sul piano militare, tanto più se la Russia difende l’Iran dopo diverse settimane di combattimenti, e quindi di fronte a un’ America molto indebolita.

  Da un altro punto di vista, che nessuno sembra prendere in considerazione, la Russia potrebbe semplicemente e candidamente affermare di stare solo fermando uno Stato canaglia/terrorista, che vuole semplicemente distruggere un paese perché non gli piace il governo iraniano (cosa che gli Stati Uniti hanno fatto impunemente dal 1945 un po’ ovunque nel mondo). Insomma, la Russia potrebbe vantarsi di difendere un paese vittima di un’aggressione militare illegale e spudorata, e quindi di difendere la morale, la giustizia e le leggi internazionali. Del resto, non farebbe altro che copiare ciò che gli Stati Uniti fanno da sempre, e potrebbe aggiungere: «Perché voi potete farlo, per di più in modo sistematicamente illegale e molto sanguinario, e io non potrei, per di più in un caso evidente di ristabilimento di una giustizia calpestata?»

Una posizione intermedia, molto più realistica: la Russia potrebbe aumentare in modo significativo le sue forniture di armamenti, rafforzare le difese aeree iraniane con esperti o sistemi militari, potenziare l’assistenza in termini di intelligence, potenziare i sistemi di jamming elettronico e potenzialmente dispiegare capacità “cyber-offensive” contro gli Stati Uniti. 

La Russia rappresenta quindi un valido sostegno, ma non una garanzia di protezione militare diretta, nemmeno nel lungo periodo. 

Per quanto riguarda la Cina, essa rappresenta un partner economico di primo piano e un sostegno «moderato», ma in costante crescita. Dal punto di vista militare, il suo sostegno all’Iran in caso di attacco è quasi paragonabile a quello russo. La Cina costituisce il principale sostegno economico dell’Iran, in particolare aggirando le sanzioni occidentali e garantendo le esportazioni di petrolio iraniano. Attualmente, vi è un importante scambio commerciale. Infatti, la Cina rimane il principale acquirente di petrolio iraniano, mantenendo a galla l’economia di Teheran nonostante le sanzioni. Inoltre, Pechino avrebbe fornito all’Iran batterie di difesa aerea per sostituire quelle distrutte durante i bombardamenti israeliani del giugno 2025. Infine, la Cina fornisce componenti e materie prime militari: navi che trasportavano gli ingredienti necessari alla fabbricazione del propellente – prodotto di propulsione utilizzato nei missili – hanno navigato dalla Cina verso l’Iran nel gennaio 2025.

   Per quanto riguarda il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, la Cina potrebbe, proprio come la Russia, aumentare le proprie forniture di armamenti e l’assistenza tecnologica, ma un intervento militare diretto in caso di attacco contro l’Iran è molto improbabile. Se, «miracolosamente», la Cina intervenisse per aiutare l’Iran (e avrebbe ragioni ben più solide della Russia per farlo, poiché dipende in parte dal petrolio iraniano), potrebbe invocare le stesse ragioni menzionate in precedenza per la Russia. Detto questo, Pechino preferisce sempre un approccio strategico ponderato (troppo ponderato?) a lungo termine piuttosto che impegni militari immediati, come si vede con Taiwan. La Cina potrebbe quindi accelerare le forniture di sistemi di difesa aerea e missili, rafforzare il suo sostegno economico di stabilizzazione all’Iran, e naturalmente sostenerlo diplomaticamente alle Nazioni Unite (proprio come farebbe naturalmente la Russia). In breve, la Cina offre un sostegno economico cruciale, ma l’aiuto militare diretto in piena guerra, al di là dell’intelligence, sarà probabilmente limitato, se non addirittura nullo. 

\ Il vero motivo della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran: il petrolio?

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iran il 28 febbraio 2026, in coordinamento con Israele, sotto l’egida del presidente Donald Trump. Questo intervento, che mira ufficialmente a distruggere le capacità militari iraniane e a impedire l’acquisizione di armi nucleari (una versione dei fatti che è cambiata, poiché inizialmente era per proteggere i manifestanti antigovernativi, e non per neutralizzare la minaccia nucleare), rivela motivazioni più prosaiche, come ha recentemente ammesso Jarrod Agen, alto funzionario della Casa Bianca. Non solo Israele ha spinto Washington ad agire, ma il controllo delle vaste riserve petrolifere iraniane emerge come un obiettivo strategico chiave. 

Il 6-7 marzo, Jarrod Agen, vice assistente del Presidente e direttore esecutivo del National Energy Dominance Council (istituito nel 2025 per «liberare l’energia statunitense»), rivelò la verità su Fox Business: «È una partita a lungo termine: vogliamo sottrarre queste enormi riserve petrolifere iraniane dalle mani dei terroristi. […] Prenderemo tutto il petrolio dalle mani dei terroristi.»

  Ex addetto alle relazioni pubbliche di Trump e della Lockheed Martin, Agen giustifica le turbolenze a breve termine (aumento del Brent a oltre 100 $/barile) con un vantaggio strategico: garantire la sicurezza dello Stretto di Ormuz e delle riserve iraniane (quarte al mondo, circa 157 miliardi di barili). L’Iran esporta massicciamente verso la Cina; gli Stati Uniti mirano a «neutralizzarle» per dominare l’energia globale e, allo stesso tempo, indebolire la Cina dal punto di vista energetico. Questa ammissione, diffusa a livello mondiale, non è una novità (l’interesse degli Stati Uniti per il petrolio iraniano è noto da decenni), ma ufficializza il movente economico legato al petrolio. \ 

L’enorme potere di disturbo dell’Iran

Sebbene militarmente inferiore agli Stati Uniti in termini di tecnologia e proiezioni globali, l’Iran dispone di una temibile capacità di destabilizzazione a livello regionale. Naturalmente, c’è la chiusura dello Stretto di Ormuz: un sconvolgimento energetico globale. Questo stretto, un corridoio che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman, costituisce un punto di passaggio imprescindibile per circa il 20 -30% del commercio marittimo mondiale di petrolio. L’Iran ne controlla la metà meridionale e dispone di capacità significative per bloccarlo temporaneamente. Capacità di blocco

 \ Mine marine : l’Iran dispone di un’ impressionante flotta di mine antinave, in grado di seminare il caos nelle strette vie di navigazione dello stretto. 

\ Missili costieri: batterie costiere dispiegate in basi sotterranee fortificate potrebbero prendere di mira le navi che attraversano lo stretto. 

\ Motoscafi veloci e guerriglia navale: centinaia di motoscafi veloci armati possono sferrare attacchi suicidi o di disturbo contro navi mercantili e militari.

  Impatto strategico  

Un blocco parziale o totale dello Stretto di Ormuz provocherebbe una crisi energetica mondiale catastrofica. I prezzi del petrolio salirebbero alle stelle e l’economia mondiale subirebbe uno shock petrolifero paragonabile a quello del 1973. Le industrie che dipendono dall’energia crollerebbero e i trasporti sarebbero parzialmente paralizzati.  

  Durata del blocco  

Pochi analisti ritengono che l’Iran possa mantenere un blocco totale per più di qualche settimana o qualche mese. Gli Stati Uniti interverrebbero con una forza militare incaricata dello sminamento e della scorta. Lo stesso Iran subirebbe perdite ingenti in termini di navi, strutture costiere e personale.

Inoltre, un blocco prolungato paralizzerebbe anche le sue stesse esportazioni di petrolio, mettendo a dura prova l’economia iraniana, già fragile. L’Iran dispone anche di missili balistici e droni contro le basi statunitensi nella regione, oltre ad altri obiettivi di grande valore (radar, lanciatori di missili, quartier generali, navi da guerra, ecc.).

Teheran è in grado di sferrare un attacco massiccio con missili balistici e droni contro le basi militari statunitensi sparse in Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Iraq, Siria).

\ Attacco missilistico balistico: l’Iran potrebbe lanciare centinaia di missili contro basi statunitensi, quali i modelli Qiam, Fateh e Khorramshahr. Nonostante alcuni potrebbero essere intercettati, il numero elevato di vettori renderebbe praticamente impossibile una difesa totale. Danni ingenti alle infrastrutture e al personale statunitense sarebbero inevitabili.

 \ Sciami di droni : i 1.000 nuovi droni svelati nel gennaio 2025, insieme alle migliaia di Shahed-136 già esistenti, potrebbero creare un vero e proprio muro di proiettili asimmetrici. Una tale valanga renderebbe la difesa aerea estremamente difficile. 

Non dimentichiamo poi Hezbollah e gli attacchi contro Israele.  

  Sebbene indebolito, Hezbollah rimane in grado di lanciare diverse centinaia di razzi contro Israele in breve tempo. Una simile raffica causerebbe ingenti perdite tra la popolazione civile, paralizzerebbe l’economia israeliana e provocherebbe un caos interno. Hezbollah dispone ovviamente di missili e droni, sebbene in numero molto limitato. 

Tra gli ultimi alleati di rilievo, vanno menzionati gli Houthi e la possibile attività di pirateria nel Mar Rosso. 

Gli Houthi controllano ormai in modo autonomo lo Yemen settentrionale. Potrebbero intensificare in modo significativo i loro attacchi contro le navi mercantili nel Mar Rosso, facendo aumentare i premi delle assicurazioni marittime, dirottando il traffico commerciale verso altre rotte e paralizzando il Canale di Suez. Ma non bisogna dimenticare altre possibilità di danni ingenti. 

Nel cuore del calderone geopolitico del Medio Oriente, una minaccia insidiosa incombe sulle nazioni del Golfo: gli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. Israele e i paesi arabi del Golfo, accomunati da un’estrema vulnerabilità idrica, dipendono in modo massiccio da questi colossi tecnologici per sopravvivere in deserti spietati. L’Iran, in una drammatica escalation, brandisce esplicitamente quest’arma asimmetrica, promettendo attacchi che potrebbero far sprofondare milioni di persone in una sete mortale; le conseguenze sarebbero vertiginose. 

Israele, pioniere della desalinizzazione tramite osmosi inversa, ricava già il 75% del proprio consumo idrico domestico da questi impianti nel 2024, una percentuale che salirà al 90% già nel 2026 per l’acqua potabile. Nei paesi arabi vicini, la dipendenza è simile: 70% in Arabia Saudita, 42% negli Emirati Arabi Uniti (EAU), 90% in Kuwait e 86% in Oman. Costruire un impianto del genere è un pozzo senza fondo, a causa dei costi di costruzione, ovviamente, ma genera anche enormi costi di manutenzione. Ad esempio, il mega-impianto di Sorek 2 in Israele costa più di 5 miliardi di shekel (circa 1,2 miliardi di euro), mentre progetti simili in Marocco o negli E.A.U. richiedono centinaia di milioni di euro per ogni unità di grande capacità.  

  Un attacco iraniano mirato, con missili balistici o droni, distruggerebbe queste infrastrutture. 

Un’interruzione improvvisa comporterebbe carenze immediate: in Israele, 900 milioni di m³ in meno all’anno, mettendo a rischio città e agricoltura; nel Golfo, megalopoli come Riyadh o Dubai vedrebbero evaporare i loro 11 milioni di m³ al giorno, provocando carestie, rivolte e il collasso del sistema sanitario. Il ripristino? Anni e miliardi, in un deserto dove l’acqua dolce è rara. 

L’ombra iraniana si estende anche alle piattaforme petrolifere, gioielli economici delle stesse nazioni vulnerabili. L’Arabia Saudita, con i suoi impianti offshore come quelli del Golfo Persico, produce milioni di barili al giorno tramite Aramco; gli Emirati Arabi Uniti seguono con i loro giacimenti giganteschi. Israele, sebbene di minore importanza, espone le sue piattaforme nascenti in questa zona esplosiva. Teheran minaccia apertamente questi obiettivi, come durante i recenti attacchi contro siti sauditi, in risposta agli attacchi alleati. 

Una raffica di missili su Abqaiq o Kharg (come nel 2019, quando la produzione saudita si dimezzò, facendo balzare i prezzi del Brent del 14,6% in un solo giorno) paralizzerebbe da 5 a 10 milioni di barili al giorno nel Golfo, pari al 10-20 % dell’offerta mondiale. 

Conseguenze per i paesi colpiti: crollo immediato delle finanze pubbliche, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che perdono il 70-90% delle loro entrate petrolifere, instabilità sociale esplosiva. Per il mondo: shock petrolifero planetario, inflazione galoppante, petrolio a 150 dollari al barile (o anche più), recessione globale e tensioni energetiche che devastano l’Europa, assetata di importazioni.

 Non bisogna dimenticare, ovviamente, gli oleodotti, che rappresentano una via di fuga per i paesi del Golfo in caso di chiusura dello Stretto di Ormuz. Il Qatar e l’Oman non dispongono di oleodotti. Gli oleodotti più critici per i paesi del Golfo in caso di chiusura dello stretto sono quelli che consentono di aggirare questa via marittima, attraverso la quale transita circa il 20% del petrolio mondiale. Tra questi, l’oleodotto est-ovest saudita (Petroline) e l’oleodotto Habshan-Fujairah degli Emirati Arabi Uniti si distinguono per la loro capacità di mantenere esportazioni vitali, evitando un collasso immediato del settore petrolifero per questi due paesi. La loro distruzione aggraverebbe in modo catastrofico la crisi per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, con ripercussioni globali di grande portata.  

  Cominciamo con l’oleodotto est-ovest (Arabia Saudita).

L’oleodotto est-ovest, noto come Petroline, collega i giacimenti petroliferi di Abqaiq, vicino al Golfo Persico, al porto di Yanbu sul Mar Rosso, per una lunghezza di 1.200 km. Messo in servizio durante la guerra Iran-Iraq per aggirare Ormuz in caso di problemi con quest’ultimo, ha una capacità di 5 milioni di barili al giorno (bpd), estendibile temporaneamente a 7 milioni in caso di emergenza. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale con circa 7 milioni di bpd, dipenderebbe interamente da questa infrastruttura per reindirizzare i propri flussi verso l’Europa e l’Asia attraverso Suez o Bab el-Mandeb. 

La sua perdita comporterebbe un crollo drastico delle entrate petrolifere saudite, che finanziano il 60-70% del bilancio nazionale, provocando un rapido collasso economico con deficit di bilancio alle stelle e instabilità sociale. Senza alternative valide, gli altri paesi del Golfo, come il Kuwait, il Qatar o il Bahrein, privi di oleodotti di bypass, vedrebbero le loro esportazioni interrompersi bruscamente. Poi abbiamo l’oleodotto Habshan-Fujairah (EAU) di 360 km, inaugurato nel 2012, che trasporta il petrolio da Abu Dhabi (Habshan) verso il terminale di Fujairah, nel Golfo di Oman, evitando Ormuz. Con un diametro di 48 pollici, ha una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno, coprendo una quota significativa dei 3-4 milioni di barili al giorno prodotti dagli Emirati Arabi Uniti. Alimenta anche una raffineria locale e si rivolge all’Asia, principale mercato degli Emirati. La sua distruzione farebbe precipitare gli Emirati Arabi Uniti in una crisi finanziaria, poiché esportano ancora prevalentemente attraverso lo stretto di Ormuz; i proventi petroliferi, pilastri dell’economia diversificata, crollerebbero, minacciando l’economia del paese. Altri oleodotti minori Esistono altri oleodotti, ma sono limitati o inoperativi: l’Iraq-Siria-Libano (700.000 barili al giorno, chiuso), l’Iraq-Turchia (300.000 barili al giorno, instabile) o l’iraniano Goreh-Jask (300.000 barili al giorno, sottoutilizzato). Nessuno di essi assorbe i volumi del Golfo. Per il Kuwait (3 milioni di barili al giorno) o l’Iraq (4-5 milioni di barili al giorno), la chiusura di Ormuz senza alternative significa la paralisi totale delle esportazioni.  

  Tutto ciò, quindi, avrebbe conseguenze catastrofiche. 

Per i paesi del Golfo, la perdita di questi due oleodotti provocerebbe un «fallimento petrolifero»: crollo delle entrate (200-300 miliardi di dollari all’anno per la sola Arabia Saudita ), iperinflazione, disoccupazione di massa e rischi geopolitici (disordini interni, tensioni estreme con l’Iran, ovviamente). Nel complesso, con 20 milioni di barili al giorno bloccati (il 31 % del commercio marittimo di petrolio), i prezzi del greggio potrebbero salire tra i 120 e i 200 $ al barile, superando la crisi del 1973. L’Asia (Cina, India, Giappone: 70% delle importazioni) vedrebbe carenze, inflazione energetica e rallentamento economico; l’Europa e gli Stati Uniti subirebbero aumenti dei prezzi dei carburanti e una recessione. Il GNL del Qatar (20% mondiale) amplificherebbe la crisi del gas invernale. Tuttavia, se dovesse verificarsi una vera e propria crisi catastrofica, è possibile che l’UE, disperata, si rivolga alla Russia; e lo stesso farebbero molti altri paesi, come l’India e la Cina, solo per citare i più importanti. In questo scenario, la Russia diventerebbe la potenza dominante. Queste infrastrutture, sebbene vulnerabili agli attacchi (droni nel 2019 su Petroline), rimangono l’unico baluardo contro il caos di una chiusura di Ormuz. 

Infine, la grande catastrofe finale, se la situazione dovesse degenerare, mi riferisco al gioiello maledetto di Israele: il centro nucleare di Dimona, cuore del programma israeliano, un reattore vulnerabile ai missili iraniani. Un attacco riuscito, che frantumasse la cupola di contenimento, libererebbe un cocktail radioattivo formando una devastante «bomba sporca». I venti potrebbero spostare il pennacchio verso la Cisgiordania o in Giordania: centinaia, se non migliaia di casi di cancro in più, evacuazioni di massa, contaminazione del suolo e delle acque su migliaia di km². Israele, già sotto pressione, dovrebbe affrontare il caos sanitario, il panico e un esodo, il che genererebbe un profondo trauma psicologico, paragonabile a una Chernobyl in miniatura; ma in pieno conflitto! Il mondo tremerebbe: potenziale escalation nucleare, ricadute radioattive che irradiano alleati e avversari e frammentano il precario equilibrio mondiale.  

  Queste minacce iraniane non sono fantasie; sono come spade di Damocle pronte a calare in qualsiasi momento, qualora Teheran si sentisse con le spalle al muro e agisse in modo disperato. Il Golfo e Israele, uniti nella fragilità, trattengono il respiro di fronte all’eventuale ira persiana quasi apocalittica. L’insieme di queste capacità di nuocere significa che l’attacco americano contro l’Iran comporta una grave perturbazione del commercio energetico mondiale, un’impennata dell’inflazione energetica e impatti economici considerevoli per l’Occidente e i suoi alleati. È questa realtà che, per Teheran, costituisce il fondamento della sua strategia di dissuasione e che le permette di resistere attualmente a questa guerra, riguardo alla quale, tuttavia, i media ci dicevano che l’Iran sarebbe stato schiacciato dall’ onnipotenza americana unita alla potenza israeliana. 

\ L’isola di Kharg: la colonna portante dell’economia petrolifera iraniana

L’isola di Kharg, situata nel Golfo Persico in prossimità delle coste iraniane, rappresenta ben più di un semplice terminale di esportazione petrolifera. Costituisce il cuore nevralgico della strategia energetica della Repubblica Islamica dell’Iran, generando entrate annuali considerevoli e fungendo da punto di partenza per quasi il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Tuttavia, nonostante la sua grande importanza e la sua apparente vulnerabilità, nessun presidente americano ha mai osato sferrare un attacco diretto contro questa infrastruttura. Allo stesso modo, le recenti campagne aeree di Israele contro le posizioni iraniane non hanno mai preso di mira Kharg. Questo apparente limite strategico non è una manifestazione di clemenza, ma piuttosto il riflesso di complessi calcoli geopolitici e dei rischi di una grave escalation che gli attori occidentali preferiscono evitare. 

Kharg è un vero e proprio simbolo, una roccaforte dell’energia regionale. Il complesso di estrazione, stoccaggio ed esportazione di petrolio greggio che vi si concentra tratta ogni giorno diversi milioni di barili. L’infrastruttura comprende serbatoi giganteschi, terminali di carico, oleodotti che collegano i giacimenti petroliferi continentali e impianti di lavorazione sofisticati sviluppati nel corso di diversi decenni.  

Per l’Iran, Kharg rappresenta l’accesso diretto ai mercati energetici mondiali. Senza quest’isola, la Repubblica Islamica sarebbe costretta a vendere il petrolio attraverso vie terrestri molto meno efficienti, compromettendo radicalmente la sua capacità di esportare rapidamente e su larga scala: una prospettiva impensabile per l’Iran. Dal punto di vista economico, le entrate generate dalle esportazioni attraverso Kharg costituiscono una parte più che sostanziale del bilancio governativo iraniano, in condizioni particolarmente critiche in un contesto di sanzioni internazionali restrittive. 

La domanda è: perché nessun presidente americano ha mai osato attaccare quest’isola? Eh sì, perché gli Stati Uniti, prima potenza militare mondiale con una presenza navale permanente nel Golfo Persico e la capacità di proiettare una forza aerea di precisione, non hanno mai preso di mira Kharg direttamente?

 La risposta si basa su un’equazione di rischi potenzialmente inaccettabili. Un attacco convenzionale contro Kharg finalizzato alla sua distruzione scatenerebbe immediatamente una crisi energetica globale. I flussi petroliferi già fragili del Golfo Persico subirebbero un grave sconvolgimento. Non solo l’Iran perderebbe il suo principale vettore di esportazione, ma la produzione mondiale soffrirebbe di un’improvvisa carenza, causando un’impennata dei prezzi del petrolio che colpirebbe l’economia mondiale. Gli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia non tollererebbero una tale decisione unilaterale dalle gravi conseguenze per la coesione atlantica, a meno di non scoprire un’insospettabile servilità nei confronti del «Padrone», il che metterebbe a nudo un’indegnità senza limiti da parte di questi paesi sottomessi. 

   Ma il vero fattore dissuasivo è la reazione iraniana che ne deriverebbe. Un attacco a Kharg costituirebbe un atto di guerra dichiarato contro l’Iran, giustificando una risposta multidimensionale nella regione. 

L’Iran dispone di una capacità di risposta che estenderebbe il conflitto ben oltre i propri confini. La minaccia più temuta da Washington e dai suoi alleati è la distruzione coordinata delle infrastrutture petrolifere delle monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar). 

L’Iran potrebbe mobilitare i propri alleati regionali e le proprie capacità missilistiche balistiche per colpire le piattaforme di produzione offshore, gli oleodotti strategici e le raffinerie. La sola distruzione simultanea degli impianti sauditi di Safaniyah basterebbe a paralizzare i mercati energetici mondiali.

 Una simile escalation non provocherebbe semplicemente una carenza in Iran, ma un caos energetico globale. I prezzi del petrolio salirebbero a livelli economicamente devastanti. Le ripercussioni si estenderebbero ben oltre il Medio Oriente: inflazione generalizzata, crisi bancaria, recessione mondiale. Nessun governo americano, consapevole di queste implicazioni elettorali ed economiche, oserebbe provocare un simile scenario. Ecco perché Kharg rimane di fatto una zona di esclusione tacita. Allo stesso modo, Israele, che ha condotto diverse campagne aeree contro le postazioni iraniane in Siria e contro le installazioni militari iraniane, non ha mai toccato Kharg. Eppure, l’isola sarebbe stata un obiettivo strategico logico per uno Stato che cerca di indebolire il proprio avversario principale. Questa moderazione rivela un coordinamento implicito con Washington. Israele comprende che oltrepassare questa linea rossa innescherebbe la stessa cascata catastrofica: escalation regionale iraniana, crisi energetica mondiale e destabilizzazione dell’ordine regionale che nemmeno un alleato degli americani privilegiato come lo Stato ebraico può rischiare da solo. La sopravvivenza economica di Israele dipende anche dalla stabilità energetica regionale e dai prezzi del petrolio. Esiste anche, a mio avviso, uno scenario mai menzionato, ma che mi sembra plausibile: l’occupazione e il controllo di questa isola straordinaria.

  Alcuni circoli strategici statunitensi (i neoconservatori, immagino) potrebbero ipotizzare uno scenario in cui, dopo un conflitto di entità variabile, Kharg finirebbe sotto il controllo degli Stati Uniti. 

In questo scenario, gli Stati Uniti avrebbero a disposizione un’importante opportunità strategica: l’accesso diretto, e soprattutto rapido, agli impianti di estrazione ed esportazione già costruiti, eliminando i costi di ricostruzione post-conflitto. Washington potrebbe quindi sfruttare Kharg per i propri interessi energetici, vendendo il petrolio iraniano sui mercati mondiali a proprio vantaggio, senza sostenere le spese colossali di una ricostruzione completa dell’infrastruttura iraniana. 

Si tratta di una variante del vecchio adagio strategico: perché ricostruire quando si può semplicemente conquistare e riutilizzare? Tuttavia, questo scenario rimane altamente speculativo e dipenderebbe da una convergenza strategica poco probabile nel breve termine. In realtà, a mio avviso, il fattore determinante che protegge Kharg non è né la diplomazia né i trattati internazionali, ma il semplice calcolo costi-benefici militare ed economico. La vera minaccia non è solo la reazione diretta dell’Iran, ma quella degli alleati regionali di Washington. 

Un’escalation a Kharg rischierebbe di trasformare le monarchie del Golfo in bersagli legittimi, minacciando le infrastrutture dell’Arabia Saudita, degli Emirati, del Kuwait e del Qatar. Questi paesi, pur mantenendo rapporti strategici con Washington, non potrebbero accettare passivamente la distruzione delle loro infrastrutture energetiche. Una simile escalation frammenterebbe le alleanze regionali che gli Stati Uniti hanno accuratamente costruito. In breve, l’isola di Kharg rimane intoccabile, non per debolezza dell’Occidente, ma per la chiara consapevolezza che la sua eliminazione innescherebbe una reazione a catena economica e militare incontrollabile. Essa simboleggia i limiti reali del potere militare assoluto di fronte alle interdipendenze energetiche mondiali. Finché il Golfo Persico rimarrà la principale fonte di petrolio mondiale, e finché i prezzi dell’energia influenzeranno le elezioni e le economie occidentali, Kharg manterrà un’immunità tacita, non per accordo formale, ma per il rispetto delle leggi della geopolitica energetica moderna.  

 Conclusione 

L’Iran è fortemente indebolito per molteplici ragioni: la distruzione di una parte del governo, la morte del suo ayatollah (al suo posto ne è subentrato uno nuovo, il figlio del precedente: Mojtaba Khamenei), un’economia in gravi difficoltà, un paese sempre più devastato, gli Stati Uniti e Israele in guerra totale contro di esso.

Ma l’Iran si erge come un baluardo, indomabile di fronte all’assalto congiunto di Stati Uniti e Israele. Sottoposto a bombardamenti di una violenza inaudita, questo vasto impero di 90 milioni di abitanti, dotato di un arsenale considerevole di missili balistici (i principali: Fateh, Qiam, Khorramshahr, Fattah ipersonico) e di droni (i principali: Shahed e Mohajer), resiste con feroce determinazione, grazie ai suoi sistemi antiaerei residui, al suo imponente esercito di 610.000 uomini e ai suoi complessi sotterranei. Forte del sostegno concreto di Russia e Cina, che forniscono armi, intelligence e dispositivi di disturbo elettronico, Teheran resiste, per ora. Eppure l’Iran non è affatto all’origine delle sue disgrazie, poiché incarna non la sete di conquista né il bellicismo, ma la legittima aspirazione alla sopravvivenza, forgiata nelle prove di una brutale persecuzione da parte degli Stati Uniti e di Israele. Questo paese martoriato ha subito terribili persecuzioni: sanzioni economiche, omicidi di alte personalità di Stato e di ingegneri nucleari, numerose vittime civili («danni collaterali»), tradimenti americani durante i negoziati, bombardamenti…

Ma ciò non bastava alle due potenze bellicose e assetate di potere che sono gli Stati Uniti e Israele. Questi due Stati, così intrecciati e uniti nel dominio sui paesi del Golfo, hanno scatenato una guerra di cui nessuno può prevedere le reali conseguenze, poiché ciò dipende dall’intensità degli scambi di attacchi e dalla durata del conflitto. 

Se questa guerra, iniziata alla fine di febbraio del 2026 con massicci attacchi statunitensi e israeliani, dovesse protrarsi per interminabili settimane, il blocco dello Stretto di Ormuz, arteria vitale attraverso la quale transitano oltre il 20% % del petrolio mondiale e del GNL del Golfo, scatenerà un cataclisma economico senza precedenti, per non parlare solo del lato economico! Mine marine, motoscafi veloci, sottomarini e missili costieri iraniani paralizzeranno i flussi energetici, spingendo i prezzi del barile a livelli vertiginosi, soffocando le economie assetate di idrocarburi dall’Europa ai confini dell’Asia e seminando il caos nelle catene di approvvigionamento    globali. Le nazioni del Golfo, con l’Arabia Saudita in testa, vedranno le loro arterie petrolifere bloccate, mentre l’Occidente, dipendente in parte dal petrolio e dal gas del Golfo, soccomberà all’inflazione galoppante e alla recessione. 

Nel cuore di questa tempesta, Donald Trump, rieletto sotto l’egida di un giuramento di pace, agisce sin dalla sua elezione da vero traditore: tradimento delle sue promesse elettorali, nei confronti dei suoi elettori amanti dell’isolazionismo, e tradimento della stessa America. Lui che giurava di non impegnare le forze yankee in conflitti lontani, lo sta facendo, e senza vergogna; ecco che sta sperperando centinaia di miliardi in una crociata che non è quella di Washington, ma il sogno egemonico di Israele per un «Grande Israele». Con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine del novembre 2026, il suo schieramento trema già di fronte a un futuro ben cupo: perdite umane (soldati americani), esaurimento delle scorte di missili antiaerei e terra-aria, portaerei costrette a ritirarsi per mancanza di missili, ecc.

L’Impero si sta indebolendo sul piano militare, economico e, in generale, anche a livello della società americana, compromettendo la sua statura già fortemente screditata sulla scena mondiale. Trump, che era il sostenitore dell’isolazionismo, l’apostolo della pace, avrà così condotto gli Stati Uniti e il loro alleato Israele sull’orlo del baratro, incidendo negli annali una reputazione di aggressori spietati con metodi degni di una vera e propria mafia, detestati principalmente dai popoli del «Sud del mondo», ma anche segretamente dall’UE e persino dall’Inghilterra. 

L’Iran si trova così a vestire i panni di Davide contro Golia, ma l’ esito è ancora incerto. La sua semplice sopravvivenza, il non perdere, dopo settimane di guerra, sarebbe già una vittoria schiacciante: un’impresa contro due colossi tecnologici, di cui una «superpotenza», e un’umiliazione bruciante per gli invasori, ai quali non resterebbe altro che disonore, indegnità e una reputazione esecrabile. E chi oserebbe scommettere contro l’improbabile, ma tutt’altro che impossibile? Infatti, un’America esangue, con i suoi arsenali quasi svuotati, le sue alleanze incrinate, tutto questo potrebbe ben tentare la Russia e la Cina.

  Mosca, per la quale in Ucraina tutto sta andando per il meglio (e che vede la vittoria inevitabile avvicinarsi a grandi passi), potrebbe optare per un massiccio afflusso di armamenti, mentre Pechino, affamata di petrolio persiano, potrebbe decidere di fornire un aiuto logistico decisivo, accompagnato da un’impressionante flotta navale (se non altro per aggiungere un effetto dissuasivo). In questo scenario incredibile (e molto improbabile), l’asse sino-russo-iraniano potrebbe sferrare il colpo di grazia, con la Cina che approfitterebbe del caos per impadronirsi di Taiwan, ridisegnando i contorni di un mondo multipolare in cui la Persia trionfante incarnerebbe la resilienza degli oppressi. Questa sarebbe la lezione di tale conflitto se dovesse diventare realtà: l’Iran ne uscirebbe indubbiamente vincitore, e avrebbe resistito non grazie alla potenza militare, ma grazie a un’incrollabile volontà di sopravvivenza… se chiedesse l’aiuto dei suoi due grandi alleati.

Eh sì, il problema dell’Iran è sempre stato questo: l’orgoglio. Nessuno parla di questo argomento, eppure così cruciale. Per ragioni religiose, Teheran ha sempre rifiutato l’arma nucleare che avrebbe potuto ottenere già da molto tempo se lo avesse voluto: il caso emblematico è la Corea del Nord, che è riuscita in questa impresa pur trovandosi in una situazione ben peggiore di quella dell’Iran, con una popolazione infinitamente inferiore e senza le risorse petrolifere e di gas… Tuttavia, i precetti religiosi, se non mi sbaglio, prevedono che l’Iran possa dotarsi dell’arma nucleare solo se è in gioco la sopravvivenza del Paese; il che significa che gli ayatollah non hanno mai ritenuto che la sopravvivenza del Paese fosse in gioco, o almeno non abbastanza. Mentre un governo pragmatico e sano di mente, non guidato dalla religione, avrebbe immediatamente voluto l’arma atomica per proteggere il proprio paese, così gravemente indebolito e umiliato dagli Stati Uniti e da Israele da decenni, i quali sono totalmente e inequivocabilmente il giocattolo delle loro ambizioni e del loro desiderio di distruggere l’Iran, o per lo meno, di mettere l’Iran in ginocchio e alla loro mercé. Orgoglio religioso, quindi. 

Per anni, Vladimir Putin ha, in rare occasioni, proposto all’Iran un partenariato militare, che avrebbe potuto portare a quello già siglato tra la Russia e la Corea del Nord, ovvero un partenariato solido; anche se tale alleanza fosse stata inferiore a quella stipulata con la Corea del Nord, non importa, sarebbe già stato un passo avanti considerevole nella protezione dell’Iran. Insomma, ciò avrebbe garantito una protezione supplementare e potente a questo povero Paese estremamente maltrattato. E quest’ultimo ha categoricamente rifiutato tali aiuti. Orgoglio.  

  Successivamente, la Cina ha proposto di finanziare l’Iran (a quanto mi risulta senza alcuna contropartita), per risollevare la valuta iraniana che era (ed è tuttora) ai minimi storici, e che è stata all’origine delle proteste iraniane, nelle quali si sono poi riversati «i manifestanti influenzati dall’esterno» dalle immancabili entità di influenza abituali nel Paese: la CIA e il Mossad. Non dimentichiamo che è lì che tutto è iniziato; l’origine di questa guerra. Da quanto ho sentito dal famoso geopolitico inglese Alexander Mercouris, due miliardi di dollari donati dalla Cina sarebbero stati sufficienti a stabilizzare la valuta. L’Iran ha rifiutato questo aiuto. Ancora orgoglio. 

Infine, ufficialmente, l’Iran continua a rifiutare qualsiasi aiuto esterno. Ufficiosamente, dubito che questo orgoglio possa resistere ancora a lungo: le sfide che il Paese deve affrontare sono, a mio avviso, impossibili da superare da solo. L’Iran riceve un aiuto concreto, se non altro in termini di intelligence, abbondante e di qualità, accompagnato da forniture molto discrete di armamenti vari.

 È così che la vedo con i miei occhi da osservatore esterno e in base a ciò che so; forse mi sfuggono alcuni elementi che spiegherebbero logicamente tutti questi rifiuti di sostegno che avrebbero potuto cambiare tutto per l’Iran, ma non ci credo.

 In ogni caso, le cose stanno così, e con grande sfortuna dell’Iran. Il suo futuro rimane molto incerto, e a meno di un appello ufficiale e deciso alla Russia e alla Cina, o addirittura di un aiuto (militare in un primo momento, finanziario in seguito) proveniente da questi paesi senza nemmeno una richiesta da parte dell’Iran, non vedo come Teheran possa cavarsela nel lungo periodo. 

Solo, a mio avviso, una pesante sconfitta militare inflitta da questi tre paesi potrebbe placare in modo duraturo Israele e gli Stati Uniti, che comprendono solo il rapporto di forza militare come linguaggio diplomatico. Esiste un’altra possibilità che non è militare, ma a mio avviso ancora più potente: un blocco totale (temporaneo) della vendita di tutte le materie prime, di tutte le terre rare e di tutti i componenti elettronici commercializzati da Russia e Cina (che si sarebbero fermamente accordate su questo piano draconiano e oh quanto efficace) agli Stati Uniti e a Israele. A mio avviso, il solo fatto di enunciare questa minaccia di concerto calmerebbe molto (definitivamente?) le due entità belliciste…  

  Infine, nella migliore delle ipotesi, se l’Iran non dovesse perdere la guerra grazie a risorse insospettabili, riuscisse a sopravvivere in modo ragionevolmente soddisfacente e, di fatto, vincesse la guerra (come nel caso del Vietnam dopo il conflitto con gli Stati Uniti, per esempio), allora l’Iran avrebbe, a mio avviso, quattro possibili destini. 

La prima è che gli Stati Uniti e Israele, dopo una sconfitta che vedono profilarsi all’orizzonte, nutrono un rancore terribile a causa di una umiliazione terribile, e guadagnano tempo per curare le loro ferite e il loro orgoglio, minacciando tutti i loro alleati affinché questi di dare tutto ciò che hanno di utile per la guerra, e riempiano nuovamente le loro scorte di missili di ogni tipo per riprendere la guerra con rinnovato vigore: una fuga in avanti completamente folle, ma per nulla sorprendente dato il contesto. 

La seconda sarebbe tornare alla situazione precedente «Ad statum antea reverti», ovvero una situazione neutra in cui non accade nulla di rilevante: gli Stati Uniti e Israele smettono di agire per mancanza di mezzi militari ed economici, e si torna alla situazione prebellica, con ogni umiliazione ormai digerita. Trump si comporta da grande signore e crea una propaganda secondo cui è comunque il vincitore, poiché ha ucciso la Guida Suprema e gran parte del governo. 

La terza è la vittoria di Stati Uniti e Israele; l’Iran è finito. Bombardato senza pietà, decine di migliaia di civili morti, invio di numerosi gruppi di commando per scovare e decapitare ogni unità militare iraniana di rilievo, strangolamento economico totale, insomma, lo scenario iracheno. Aggiungete a ciò una Russia e una Cina che assistono allo spettacolo senza muoversi davvero (il che sarebbe purtroppo molto probabile), lamentandosi in coro, come al solito, dell’illegalità di tutte queste azioni infamanti dinanzi all’ONU. Il che mi porta a pensare che l’aura di invincibilità degli Stati Uniti sia decisamente ben radicata nelle loro menti, poiché questa paura atavica sembra paralizzarli, al punto che la Russia e la Cina (e perché no l’India) apparentemente non hanno mai pensato che se si alleassero militarmente, anche solo in modo puntuale, sarebbero letteralmente i re del mondo, potrebbero riparare a terribili torti (ad esempio, inflitti a Cuba, al Venezuela, alla Corea del Nord e, naturalmente, all’Iran, chiedendo la cessazione immediata di tutte le sanzioni e la fine di ogni futura minaccia militare o economica; senza dimenticare se stessi: Cina e Russia sono sotto sanzioni), e effettivamente invincibili… Ah! È sorprendente come il rispetto delle leggi internazionali e la moderazione possano inibire ogni velleità interventista…

  La quarta: gli Stati Uniti e Israele perdono la guerra, mettono da parte il risentimento e l’orgoglio, accettano la sconfitta e alla fine scelgono la via della saggezza, tentando l’incredibile percorso diplomatico a loro del tutto estraneo, ovvero fare pace (quella vera) con l’Iran (che non chiede altro da sempre), e rispettano l’Iran (e senza tradimenti futuri!), per infine fare affari con questo paese martoriato a beneficio di tutti, soprattutto dal punto di vista energetico. Si può sempre sognare, no? Ci sono forse altri destini, ma questi mi vengono naturalmente in mente. 

Insomma, staremo a vedere.  

 Lo «Zugzwang» dell’esercito russo_di Sylvain Ferreira

Lo «Zugzwang» (costrizione a muovere) dell’esercito russo

 Sylvain Ferreira è uno storico militare (MA) e giornalista. Collabora con diverse riviste di storia militare (Batailles & Blindés, Ligne de Front, LOS! e Vae Victis) ed è anche ideatore di giochi di strategia (Denain, Leuthen, Croix de Guerre). È inoltre conduttore del canale Veille Stratégique TV, specializzato nell’analisi dell’attualità geopolitica mondiale.

  La mattina dell’11 agosto 2025, tutti i canali di informazione occidentali danno notizia di un potente attacco russo a nord di Pokrovsk-Mirnograd. L’asse di attacco sembra indicare che la città di Dobropilia sia il primo obiettivo di questa sorprendente offensiva che sta rapidamente guadagnando terreno. Al di là dell’analisi di questa operazione, vi proponiamo di scoprirne le implicazioni operative su tutto il fronte: la creazione di uno «Zugzwang» da parte dell’esercito russo.  

   Zugzwang ? Ha detto Zugzwang ? Avendo familiarizzato con questo termine alcuni mesi fa grazie al mio amico Olivier Battistini, quando ho scritto la prefazione al suo ultimo libro1 , merita di essere spiegato per comprendere appieno l’idea che sta alla base dell’operazione russa. Questa parola tedesca che significa letteralmente « obbligo di giocare » o « costrizione alla mossa », è un termine tecnico degli scacchi che indica una posizione critica in cui il giocatore a cui spetta la mossa è costretto a effettuare una mossa che aggrava inevitabilmente la sua situazione. I russi, lanciando la loro offensiva, hanno quindi voluto costringere gli ucraini a reagire a questa operazione in modo che, inevitabilmente, peggiorassero la loro situazione strategica generale senza mai poter fare marcia indietro. Va sottolineato che il termine sarà ufficialmente ripreso da Dimitri Medvedev in persona per qualificare questa fase della guerra2. \ L’assenza di riserve strategiche Per comprendere il piano russo e la sua potenziale efficacia, occorre innanzitutto ricordare la situazione generale delle operazioni a metà dell’estate del 2025. Se da diversi mesi la battaglia per il controllo di Pokrovsk-Mirnograd sembra arenarsi, l’anno è tuttavia iniziato con la riconquista totale del territorio russo dell’oblast di Kursk intorno alla città di Sudzha. I combattimenti per riprendere questo settore sono iniziati alla fine dell’estate del 2024 e sono durati fino a metà marzo del 2025. In vista dei negoziati di pace sotto l’egida di Donald Trump, ansioso di porre fine alla guerra in Ucraina, Kiev ha schierato le sue migliori unità – alcune delle quali equipaggiate con carri armati Abrams americani3 – sia nella conquista, sia nella difesa accanita di questo saliente, nella speranza di poterlo utilizzare come merce di scambio contro i territori ucraini occupati dall’esercito russo. A metà marzo 2025, per l’esercito ucraino, il bilancio umano e materiale è terribile4 . Dal 6 agosto 2024, avrebbe subito oltre 27.000 morti e 32.000 feriti, 382 carri armati, 2.606 veicoli blindati, 2.298 veicoli e 612 pezzi di artiglieria, senza essere mai riuscita a influire sui negoziati5. Questa battuta d’arresto strategica porta alla scomparsa di ogni riserva strategica di qualità in grado di affrontare un’offensiva russa, anche limitata. Forte di questo vantaggio, l’esercito russo sa di disporre ormai di un vantaggio determinante.

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    \ Cosa fare ? In questo contesto favorevole, resta da definire il punto del fronte su cui colpire per costringere gli ucraini a impiegare mezzi prelevati da altre zone del fronte o da unità in fase di addestramento, al fine di indebolire l’intero fronte. Innanzitutto, i russi dovevano completare la conquista definitiva di Toretsk e Chasov Yar. All’inizio di agosto 2025, l’obiettivo è stato raggiunto dopo mesi di combattimenti accaniti. Un altro elemento è che il settore preso di mira deve essere «simbolicamente» forte affinché gli ucraini non abbiano altra scelta che difenderlo, come per l’esercito francese durante la battaglia di Verdun nel 1916 o l’esercito britannico nelle battaglie di Ypres dal 1915 al 1917. È inoltre necessario che l’attacco si svolga in un settore in cui i russi concentrano già mezzi significativi, per non dover effettuare preventivamente vasti ridispiegamenti di grandi unità che verrebbero rilevati dai mezzi di osservazione che la NATO mette a disposizione dell’esercito ucraino. Occorre quindi scegliere di attaccare nel settore di principale impegno delle forze armate russe, ovvero tra Konstantinivka e Novopavlivka. La zona di Pokrovsk-Mirnograd corrisponde quasi perfettamente a tutti questi criteri. Gli ucraini la difendono infatti con notevole tenacia da molti mesi ed è evidente che qualsiasi nuova offensiva russa che indebolisse la zona sarebbe soggetta a una controffensiva. Infine, l’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin ad Anchorage, il 15 agosto 2025, fa pensare che i russi potrebbero dare il via alla loro offensiva alcuni giorni prima, al fine di dimostrare di essere ancora in grado di sorprendere l’esercito ucraino. \ L’offensiva russa L’11 agosto, le unità della 58ª Armata combinata della Guardia lanciano quindi un grande assalto dal saliente a nord-est di Rodynske e Pokrovsk in direzione di Dobropillia6 . La breccia iniziale viene aperta da piccole unità di soldati russi, provenienti dal settore di Selydove. Queste si infiltrano nelle difese ucraine dopo circa due settimane di marcia prima di raggrupparsi in un’unità più consistente di 200-300 soldati oltre la linea del fronte7. Questa tattica è già stata utilizzata in precedenza durante l’offensiva russa intorno a Pokrovsk. All’inizio è difficile stabilire se questi gruppi siano in grado di consolidare le loro posizioni o se il loro obiettivo consista esclusivamente nell’indebolire le difese ucraine grazie alla loro infiltrazione dietro le prime linee. Unità russe operano apparentemente a Kucheriv Yar, a Vesele e nei dintorni di Zolotyi Kolodiaz8 . Squadre d’assalto avanzano anche in prossimità dell’autostrada Dobropillia–Kramatorsk9. Nonostante queste segnalazioni, il raggruppamento ucraino «Dnipro», che coordina il settore, afferma che queste infiltrazioni «non stanno prendendo il controllo del territorio»10. La mappa OSINT di DeepStateMap. Live mostra tuttavia che una fascia di terra profonda 15 km e larga circa 6 km è effettivamente sotto il controllo delle forze russe. Tuttavia, fedele alla sua tradizione di occultare le battute d’arresto subite, l’esercito ucraino continua a smentire le notizie di una penetrazione a nord di Pokrovsk e in direzione di Dobropillia11. Il giorno successivo, viene confermato che le forze russe sono riuscite a sfondare la principale linea di difesa ucraina e hanno avanzato di almeno 10 km in direzione di Dobropillia. Nel corso di questa avanzata, i gruppi d’assalto russi entrano in almeno nove località. Gli analisti sottolineano che si tratta della più grande avanzata russa in un solo giorno dal maggio 202412. Un comandante ucraino locale dichiara alla CNN che piccole unità si stanno infiltrando nella linea di difesa ucraina alla ricerca di punti deboli, imitando così i loro predecessori durante l’offensiva di Brusilov nel giugno 1916. Aggiunge che alcune posizioni ucraine sono presidiate solo da due uomini, che dipendono esclusivamente dal rifornimento tramite droni13. Il comandante in capo ucraino, Oleksandr Syrskyi, riferisce che risorse e personale supplementari vengono inviati nella zona per contrastare l’offensiva14. Inoltre, il 1° Corpo Azov viene schierato in direzione dell’autostrada Dobropillia-Kramatorsk, per dare sollievo al Gruppo tattico « Pokrovsk », completamente sopraffatto in questa parte del fronte. Si tratta della più grande unità di cui dispongono ancora gli ucraini per tentare di arginare la penetrazione tattica russa. È sotto il suo comando che si organizzerà il contrattacco ucraino. Di fronte alla rapida avanzata dei russi, molti residenti rimasti a Dobropillia iniziano a fuggire dalla città. Le autorità ucraine annunciano un’ evacuazione obbligatoria delle famiglie con bambini nella comunità di Bilozerske il 13 agosto. Lo stesso giorno, il Ministero della Difesa russo annuncia che le forze ucraine controllano i villaggi di Nykanorivka e Zatyshok, entrambi situati a sud-est di Dobropillia15. In serata, l’Institute for Study of War (ISW) ritiene che le forze russe continuino a operare in una dozzina di località a est e a nord-est di Dobropillia. Tuttavia, sempre pronti a minimizzare la portata dei successi dell’ esercito russo, gli « analisti » dell’ISW si affrettano a sottolineare che la presenza russa nella zona non significa un controllo totale del territorio16.

  \ Controffensiva ucraina Lo Stato Maggiore Generale ucraino dichiara il 14 agosto che l’avanzata russa verso la città di Dobropillia è stata fermata17. Nel corso delle operazioni di contrattacco, il 1° Corpo Azov afferma di aver ucciso 151 soldati russi nei due giorni precedenti. Il governatore dell’oblast di Donetsk, Vadym Filashkin, dichiara che la situazione nei pressi di Dobropillia si sta stabilizzando. Annuncia tuttavia l’evacuazione obbligatoria delle famiglie dalla città di Droujkivka. A seguito dello schieramento nel settore di importanti rinforzi prelevati da tutto il fronte, l’esercito ucraino riesce ad arginare ulteriori avanzate russe18. Inoltre, le forze ucraine lanciano un contrattacco contro lo sporgente russo a est di Dobropillia e ripristinano il controllo sulle località lungo l’autostrada Dobropillia-Kramatorsk, nonché sui villaggi di Hruzke, Rubizhne, Vesele e Zolotyi Kolodiaz. Il 18 agosto, immagini geolocalizzate mostrano unità russe che avanzano a nord-est di Kucheriv Yar, il che conferma che i russi controllano il villaggio19. Nel corso della seconda settimana dell’offensiva, le forze russe iniziano ad avanzare da Poltavka verso nord-ovest per aggirare Shakhove e Volodymyrivka da est. Il 20 agosto, l’esercito russo dichiara di aver conquistato Pankivka a sud-ovest di Shakhove20. Allo stesso tempo, l’esercito ucraino sostiene di aver circondato un’unità russa vicino a Dobropillia, ma senza poterlo confermare con video. All’inizio di settembre, le forze russe avanzano a sud di Volodymyrivka. L’8 settembre, le truppe ucraine riescono a respingere i russi fuori dalla località21. La settimana successiva, riconquistano il villaggio di Pankivka e continuano a mettere sotto pressione il saliente russo a est di Dobropillia fino alla fine di settembre. Secondo il comandante in capo ucraino Syrskyi, le forze ucraine riconquistano 175 chilometri quadrati durante le loro operazioni di controffensiva. Egli riferisce inoltre che diverse unità russe sono state circondate22, ma in ogni occasione non vi sono prove video a conferma delle sue affermazioni. All’inizio di ottobre, l’esercito russo rinnova i suoi assalti verso Shakhove e penetra nuovamente a Pankivka e nelle zone meridionali di Volodymyrivka23. Una settimana più tardi, le forze ucraine riescono a respingere un assalto meccanizzato di una compagnia russa diretto verso Shakhove e distruggono una colonna di veicoli blindati24. L’ISW osserva che la Russia sta conducendo sempre più assalti meccanizzati in questo settore. Il 22 ottobre, più a nord-ovest, elementi del 132° battaglione di ricognizione indipendente ucraino riconquistano  il villaggio di Kucheriv Yar. Più di 50 soldati russi vengono catturati nel corso dell’operazione25. Pochi giorni dopo, il 25 ottobre, l’82ª brigata d’assalto aereo indipendente ucraina riconquista il villaggio di Sukhetske, situato a nord di Rodynske. Il giorno successivo, DeepStateMap.Live aggiorna la sua mappa e stima che le ultime forze russe a Kucheriv Yar, Sukhetske e Zatyshok siano state eliminate e i villaggi riconquistati26. Il 29 novembre 2025, il comandante delle Forze d’Assalto Aereo delle Forze Armate dell’Ucraina, il tenente generale Oleh Apostol, annuncia ufficialmente in televisione la fine della controffensiva ucraina e dichiara inoltre che gli obiettivi dell’Ucraina per porre fine all’offensiva di Dobropillia sono stati raggiunti27. \ La trappola si chiude Mentre tutti i canali OSINT filo-ucraini gridano alla vittoria, qualsiasi osservatore dell’intero fronte non può che constatare che la trappola russa funziona poiché, contemporaneamente, ovunque altrove, dall’oblast di Sumy passando per il Donbass fino alle ex rive del bacino idrico del Dnepr nell’oblast di Zaporizhia, le forze russe approfittano del distacco di unità ucraine per condurre il contrattacco nel settore di Dobropillia e sferrare un attacco. Ancor prima dell’inizio dell’ offensiva russa, a Kupiansk, la 68ª divisione di fucilieri motorizzati russa avvia un’operazione volta a circondare la città da nord e nord-ovest a partire dalla testa di ponte stabilita pazientemente a ovest dell’Oskol28. Per tutto il mese di agosto, gli ucraini segnalano che gruppi di ricognizione russi in profondità si infiltrano nelle posizioni ucraine29. Il 24 agosto, i russi prendono piede nei quartieri settentrionali di Kupiansk. Già dal 12 agosto, nel settore di Lyman, le unità delle 20ª e 25ª armate combinate avviano a loro volta una serie di attacchi per avvicinarsi gradualmente alla città, in particolare lanciandosi all’assalto del barramento difensivo di Torske30. Il fronte di Seversk, congelato dall’inizio di settembre e bloccato dal novembre 2022, si anima. I russi compiono con successo un primo balzo in avanti di 5 km. Infine, a partire dal 13 agosto, anche il settore tra Novopavlivka e l’ex bacino idrico del Dniepr a sud di Zaporizhzhia si « risveglia ». I russi lanciano una serie di attacchi su un fronte che va da Ivanika a Malynivka (a est di Gouliaipole)31. 

    Grazie a questa serie di operazioni avviate contemporaneamente all’offensiva su Dobropillia, tra la metà di agosto del 2025 e la fine di gennaio del 2026, i russi riusciranno così a conquistare Koupiansk il 20 novembre del 32, Vovchansk e Pokrovsk il 1° dicembre; la città fortezza di Seversk il 12 dicembre33, di Ouspenivka il 7 novembre34, di Stepnogorsk il 3 dicembre35, di Mirnograd l’11 dicembre36, di Guliaipole il 27 dicembre37 e di Prymorske il 12 gennaio38. Parallelamente alla caduta di queste località, si registrano diverse incursioni in altri settori di confine, in particolare nell’oblast di Sumy e di Kharkiv. Insomma, la costosa vittoria tattica ucraina contro il saliente di Dobropillia si è, come previsto, trasformata in una grave sconfitta operativa. \ Kupiansk: un piccolo «Zugzwang» Tra la lunga lista di città conquistate al termine di questa fase offensiva generalizzata, la città di Kupiansk sta diventando un «piccolo Zugzwang» all’interno dello «Zugzwang» avviato dai russi l’11 agosto. Infatti, come per Pokrovsk, tutti i media occidentali che fanno da portavoce alla propaganda ucraina si sforzeranno di farci credere che l’annuncio della conquista della città sia del tutto infondato e che una parte della città sia ancora nelle mani delle truppe ucraine. Per avvalorare questa tesi, all’inizio di dicembre l’esercito ucraino organizzerà in fretta una serie di contrattacchi per tentare di riprendere piede nella località in un primo momento. In un secondo tempo, una volta riconquistati alcuni isolati, il 12 dicembre, Zelensky si sarebbe recato davanti all’ingresso della città per filmarsi mentre annunciava con orgoglio la sua riconquista39. Tuttavia, in meno di 24 ore, una smentita schiacciante è stata fornita da due donne dell’esercito ucraino che si sono recate nel luogo in cui appare nel suo video per dimostrare che si tratta di un montaggio. Al momento in cui scriviamo queste righe, i russi hanno certamente perso il controllo di diversi quartieri della città attorno alla quale si svolgono violenti combattimenti, in particolare sulla riva orientale dell’Oskol, ma i vari contrattacchi ucraini non hanno permesso di riprendere l’intera città come affermava Zelensky.

  \ Un primo bilancio In questo inizio del 2026, la situazione generale dell’ esercito ucraino continua a deteriorarsi sul fronte ma anche nelle retrovie. Infatti, la distruzione del sistema elettrico dell’Ucraina ostacola gravemente i movimenti ferroviari essenziali per il trasporto di uomini, materiale e logistica, ma a questo rischio già identificato da tempo si aggiungono ora le difficoltà di produzione per l’industria degli armamenti ucraina, e in particolare la produzione decentralizzata dei droni. Senza elettricità, le centinaia di officine di produzione sparse in tutto il paese rischiano di non poter più soddisfare le esigenze vitali del fronte. I droni rappresentano oggi la principale arma di supporto dei fanti ucraini – come del resto anche di quelli russi – e permettono loro, in particolare, di fermare gli assalti corazzati meccanizzati che talvolta tentano ancora di sfondare localmente il fronte. Senza questi preziosi sostegni, come abbiamo visto in particolare nel settore di Guliaipole, gli ucraini non sono riusciti a fermare l’offensiva russa che ha avanzato di oltre 15 km tra Ouspenivka e Guliaipole in pochi giorni soltanto. Dato lo stato di sovraccarico della rete elettrica, oggi sembra che la sua stessa sostenibilità sia messa in discussione dagli esperti40. Pertanto, una volta esaurite le riserve di droni in un lasso di tempo difficile da definire con precisione, ma che si può stimare in 6 mesi al massimo, l’esercito ucraino non avrà più i mezzi per fermare le offensive russe, il che, sul modello del 1918, porterebbe a una ripresa della guerra di movimento. Questo problema, sommato a quello delle crescenti diserzioni41 e alla progressiva cessazione delle forniture di equipaggiamenti pesanti da parte dell’Occidente42, permette di ipotizzare la fine della guerra con il ritorno dell’estate. Il valzer diplomatico del 2025 ha permesso di comprendere che la Russia otterrà ciò che rivendica dal novembre 2024 con le armi, nonostante le gesticolazioni della coalizione dei volontari e lo spettacolo permanente di Trump. Bibliografia 

1 Battistini, Olivier, La guerra: un maestro di violenza, Perspectives Libres, 2025. 2  Fred Turner, « Medvedev sostiene che Zelensky sia intrappolato in uno zugzwang politico », Military Affairs, febbraio 2025. 3  Il team Razbor di Meduza, « L’errore di calcolo di Kiev a Kursk: uno sguardo retrospettivo su un’audace ma fallita incursione in Russia e su quanto è costata all’Ucraina », Meduza, agosto 2025. 4  Jonathan Beale e Anastasiia Levchenko, «“È tutto finito”: le truppe ucraine rivivono la ritirata da Kursk», BBC, marzo 2028. 5 Sylvain Ferreira, «UCRAINA: bilancio di una settimana di offensiva russa nel saliente di Soudja», X, marzo 2025. 6  Kateryna Hodunova, « Le forze russe sfondano la difesa ucraina nell’oblast di Donetsk, aggirando le fortificazioni, secondo un gruppo di monitoraggio », The Kyiv Independent, agosto 2025. 7  Stefan Korshak, « Le riserve ucraine contengono la penetrazione russa che minaccia il settore critico di Pokrovsk», Kyiv Post, agosto 2025. 8 Oleh Velhan, « DeepState riferisce di una penetrazione russa vicino a Dobropillia, l’esercito ucraino chiarisce la situazione reale », RBC-UKRAINE, agosto 2025. 9 Kateryna Hodunova, « Le forze russe sfondano le difese ucraine nell’oblast di Donetsk , aggirando le fortificazioni, secondo un gruppo di monitoraggio», The Kyiv Independent, agosto 2025.   10 Veronika Marchenko, « Continuano i combattimenti più intensi nelle direzioni di Pokrovsk e Dobropillia: la situazione sul fronte orientale», UNN, agosto 2025. 11 Yuri Zoria, « DeepState: i russi sfondano vicino a Pokrovsk, tagliano l’autostrada verso Dobropillia nell’Oblast di Donetsk », Euromaidan Press, agosto 2025. 12 « La Russia compie la più grande avanzata in 24 ore nell’Ucraina orientale in vista del vertice in Alaska », AFP e AP via France 24, agosto 2025. 13 Daria Tarasova-Markina , Christian Edwards, Nick Paton Walsh, Victoria Butenko, « Le truppe russe sfondano le difese frammentarie dell’Ucraina a Donetsk, pochi giorni prima del vertice Trump-Putin », CNN, agosto 2025. 14 Valentyna Romanenko, « Lo Stato Maggiore ucraino riferisce sulle misure adottate per fermare l’avanzata russa sui fronti di Dobropillia e Pokrovsk », Ukrainska Pravda, agosto 2025. 15 AFP, « L’esercito russo afferma di aver conquistato 2 villaggi vicino a Dobropillia nell’Ucraina orientale », The Moscow Times, agosto 2025. 16 « Valutazione della campagna offensiva russa, 13 agosto 2025 », Institute For The Study Of War, agosto 2025. 17 « Le forze ucraine fermano l’avanzata russa vicino a Dobropillia », The New Voice Of Ukraine, agosto 2025. 18 Stefan Korshak, « Le riserve ucraine contengono la penetrazione russa che minaccia il settore critico di Pokrovsk », Kyiv Post, agosto 2025. 19 « Valutazione della campagna offensiva russa, 18 agosto 2025 », Institute For The Study Of War, agosto 2025. 20 Anastasia Teterevleva, « La Russia afferma che le sue forze avanzano nella regione ucraina di Dnipropetrovsk », Reuters, agosto 2025. 21 Olha Hlushchenko, « DeepState indica gli insediamenti dell’oblast di Donetsk dove i difensori ucraini hanno respinto i russi », Ukrainska Pravda, settembre 2025. 22 Kateryna Hodunova, « Alcune unità russe accerchiate vicino a Dobropillia nell’ oblast di Donetsk, afferma Syrskyi », The Kyiv Independent, settembre 2025. 23 « Valutazione della campagna offensiva russa, 1 ottobre 2025 », Institute For The Study Of War, ottobre 2025. 24 Daryna Vialko, « La brigata Azov diffonde un filmato dello schiacciamento dell’assalto meccanizzato russo vicino alla città ucraina di Dobropillia », RBC-UKRAINE, ottobre 2025. 25 Valentyna Romanenko, « I paracadutisti ucraini liberano Kucheriv Yar sul fronte di Dobropillia, catturano più di 50 russi – video », Ukrainska Pravda, ottobre 2025. 26 Ekaterina Ludvik, « Le forze di difesa hanno liberato Kucheriv Yar, Sukhetske e Zatyshok e respinto il nemico nel distretto di Pokrovsk. Gli occupanti hanno avanzato nelle regioni di Donetsk e Kharkiv – DeepState. MAP », Censor.net, ottobre 2025. 27 Tenente generale Oleh Apostol, « L’operazione sull’asse di Dobropillia è terminata, Pokrovsk resiste ancora, afferma il comandante ucraino », Ukrinform, novembre 2025. 28 « Valutazione della campagna offensiva russa, 28 luglio 2025 », Institute For The Studio della Guerra, luglio 2025. 29 « Valutazione della campagna offensiva russa, 6 agosto 2025 », Institute For The Study Of War, agosto 2025. 30 Poulet volant, « Guerra in Ucraina | 11/08/25 », X, agosto 2025. 31 Poulet volant, « 1/3 Guerra in Ucraina | 13/08/25 », X, agosto 2025. 32 « Valutazione della campagna offensiva russa, 21 novembre 2025 », Institute per lo studio della guerra, novembre 2025. 33 « Sconfitta devastante per l’Ucraina a Siversk (ma la loro difesa è stata leggendaria) », HistoryLegends, Youtube, 25 gennaio 2026. 34 « La caduta di Uspenivka: l’Ucraina perde una roccaforte chiave sul fiume Yonchur », South Front, novembre 2025. 35 « Le forze russe conquistano Stephnohirsk e Dopropillya | La parte orientale di Kostyantynivka è caduta », Weeb Union, Youtube, dicembre 2025. 36 « Crollo delle ultime posizioni ucraine a Myrnohrad | Fase finale a Siversk », Weeb Union, Youtube, dicembre 2025. 37 « Conflitto in Ucraina 30/12/25 : le forze russe hanno preso d’assalto Houliaïpole, che è caduta », Les Conflits en Cartes, Youtube, dicembre 2025. 38 « Il 108° reggimento aviotrasportato russo conquista la città di Prymorske | Si stringe l’accerchiamento di Lyman », Weeb Union, Youtube, gennaio 2026. 39 « Zelensky a Koupiansk per smentire la presa della città da parte dei russi », Euronews (in francese), Youtube, dicembre 2025. 40 Delwin Strategy, « Anatomia dell’offensiva russa contro il sistema elettrico ucraino (Delwin) », La Vigie, gennaio 2026. 41 Asami Terajima, « Inside Ukraine’s AWOL and military desertion crisis », The Kyiv Independent, gennaio 2026. 42 Marc De Vore, « L’Ucraina sta guidando una rivoluzione militare ma ha bisogno di maggiore sostegno occidentale », Atlantic Council, febbraio 2