LA RIVINCITA _ EN MARCHE, di Giuseppe Germinario

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Il colpo clamorosamente fallito sette mesi fa a Washington, negli Stati Uniti, è perfettamente riuscito questa volta, il 7 maggio, a Parigi. Almeno per adesso.

Gli artefici dei due eventi appartengono, fatte salve le dovute gerarchie, allo stesso establishment. La compattezza del sodalizio è apparsa lampante al momento della sconfitta della Clinton; così pure la complicità e la simbiosi inestricabile di quel groviglio di affinità ed interessi svelate dai ripetuti attacchi del tutto inusitati nella loro forma e natura e dal muro eretto dalle due sponde dell’Atlantico contro il neopresidente americano.

Nessuna giustificazione a posteriori delle repentine ed improvvide giravolte di Trump; piuttosto una semplice constatazione.

A novembre l’inaspettata vittoria di “the Donald” aveva potuto contare sulla supponenza di una classe dirigente sicura del proprio totale controllo dei media tradizionali e sull’accondiscendenza e la complicità delle gerarchie addomesticate dalle epurazioni perpetrate negli ultimi venti anni tra gli alti gradi militari, negli apparati amministrativi e nell’intelligence e culminate nell’apoteosi degli ultimi sei di amministrazione Obama; tanto supponente da riproporre imperterrita una vecchia guardia ormai logorata. Una élite talmente tronfia da tollerare l’ascesa di un outsider alle primarie repubblicane nella convinzione che fosse il miglior nemico da battere alle presidenziali; vittima sacrificale più o meno inconsapevole sull’altare della sacra alleanza tra esportatori di diritti umani e interventisti militari fautrice dei numerosi focolai di guerra sempre più pericolosamente prossimi al nemico dichiarato: la Russia di Vladimir Putin. Una sicumera che ha accecato la loro mente e reso invisibile sino ad un paio di settimane dalla scadenza elettorale l’azione coordinata di un manipolo di “carbonari cospiratori”. Tanto limitato nel numero quanto compatto e sagace nello sfruttare ogni interstizio ed ogni crepa di quel moloch per scovare una improbabile candidatura, nello stringere i giusti contatti tra le pieghe degli apparati insofferenti ed esasperati da quella strategia, nel canalizzare con nuovi strumenti il consenso a un nuovo corso sino al successo finale di Trump.

Quanto quel successo si sia rivelato al momento e per il prossimo futuro effimero e foriero di un trasformismo che sta riconducendo rapidamente lo scontro politico nell’alveo e nelle ambizioni tradizionali della politica americana, pare ormai probabile; non basta però a ridimensionare la rilevanza di quell’impresa. Lo testimonia l’acutezza dello scontro ancora in atto dal giorno del suffragio e la inusitata trasparenza di un conflitto che in altri frangenti si ha solitamente cura di condurre dietro le quinte. Segno che i giochi non sono ancora conclusi, né tanto meno il risultato consolidato. Qualche avvisaglia di un ritorno alle intenzioni originarie infatti lo si coglie nella rimozione del capo del FBI, nella decisione di armare i curdi, nella gestione dell’esito elettorale in Corea del Sud favorevole ad una maggiore apertura a Cina e NordCorea. Staremo a vedere.

Con Macron, invece, è filato tutto meravigliosamente liscio.

La Francia di Le Pen e forse di Fillon avrebbe potuto diventare quella sponda necessaria a recuperare almeno alcuni aspetti delle originarie intenzioni in politica estera dichiarate a piena voce da Trump; a costruire un ponte stavolta più discreto verso la Russia di Putin, ad isolare quella classe dirigente tedesca così implicata e imbrigliata nelle strategie demo-neocon americane. Una evenienza da scongiurare assolutamente, secondo i canoni del politicamente corretto.

Da qui la selezione di un candidato, fresco di età e di esperienza sulla scena politica, ma già navigato nella tessitura di relazioni; da qui il suo repentino distacco dalla gestione presidenziale di Hollande, l’apparente ripudio della tradizione politica della sinistra socialista e della destra repubblicana conservatrice e la fondazione di un movimento di rinascita nazionale basato sull’iperattivismo e l’esasperazione delle attuali politiche di declino piuttosto che su un reale programma di rifondazione del paese e della nazione.

Agli evidenti impacci di gioventù del neofita ha sopperito per il resto l’incensamento mediatico orchestrato dai gruppi editoriali, tutti, ancor più che nella precedente avventura americana, direttamente implicati nella campagna elettorale e impegnati nella costruzione del personaggio come nel censurare apertamente sin dalla fonte le informazioni controproducenti. Ad essi si è aggiunta una sottile campagna giudiziaria tesa a eliminare l’avversario più pericoloso, Fillon, per quanto scialbo e improvvido, e a insinuare il discredito verso Marine Le Pen, la candidata vincente al ballottaggio, ma con ancora sulla fronte il marchio pur sbiadito dei collaborazionisti, dei traditori della Resistenza e della Repubblica e del razzismo da additare agli indignati o sedicenti tali.

Il successo di Macron è incontrovertibile, ma non così schiacciante e solido come la percentuale dei voti e il battage mediatico lascerebbero intendere. Non va sottovalutata la capacità di aggregazione e di ricomposizione degli interessi, ma nemmeno la loro fragilità e scarsa pervasività.

Ci sarebbero i milioni di schede bianche e nulle a certificare che il muro non è più così granitico e che tra i due schieramenti esiste ormai una zona grigia contendibile o quanto meno neutrale.

Buona parte dei voti presi, a dispetto dell’ostentata positività di Macron, sono voti contro l’avversario piuttosto che a lui favorevoli; disponibili probabilmente a rientrare in qualche misura nell’alveo classico dei vecchi partiti e ad alimentare una frammentazione politica propedeutica alla paralisi e allo stallo.

Il sostegno proviene da un movimento, “en marche”, dalle scarse probabilità di diventare una forza strutturata, mosso da motivazioni generiche; l’humus destinato a alimentare uno scontro di oligarchie tanto agguerrite quanto ristrette, rissose e instabili perché svincolate dalla ricerca di consensi organizzati estesi. Una dinamica che porta a sconvolgere le modalità di cooperazione e conflitto tra centri di potere così come regolate.

La grande stampa ha già iniziato ad evidenziare il gaullismo di Macron dimenticando che l’ascesa di De Gaulle coincise con il suo isolamento politico nell’Europa comunitaria dei Sei giustapposto ad un recupero dei legami con l’Unione Sovietica e con il mondo arabo; in particolare con un progetto di comunità europea antitetico a quello di Macron. Il richiamo al gaullismo appare credibile solo perché quel movimento è ormai frammentato e disperso in gran parte tra chi per recuperare parte degli antichi fasti perduti ha spinto verso la sudditanza atlantista e chi sogna un recupero della “grandeur” della Francia anacronistica e velleitaria dovesse prescindere da una politica di alleanze tra i più grandi paesi europei che si affranchi dalla sudditanza scaturita nel secondo dopoguerra. Non è casuale il silenzio di Macron sulla crisi che sta investendo l’organizzazione dell’ossatura economica delle passate ambizioni gaulliste: l’industria nucleare, quella del complesso militare e la meccanica pesante. La rivendicazione di una Unione Europea riformata rischia ancora una volta  di risolversi nella versione francese della battaglia renziana sui decimali di deficit da conquistare, su un efficientismo apparentemente fine a se stesso e su una precarizzazione dell’economia.

Il suo reale programma si può arguire dalla statura dei sostenitori indigeni e stranieri, a cominciare da Obama, già attivamente impegnato due anni fa nella ricerca di un candidato alle elezioni presidenziali francesi. Sta di fatto che, fondata sulla disgregazione dei due partiti tradizionali, in particolare il Partito Socialista, piuttosto che sulla loro trasformazione, Macron è riuscito al momento laddove in Italia Renzi ha subito un drastico rallentamento.

LIMITI DEL MINORITARISMO

La forza e la persistenza di Macron non rifulge però solo di luce propria; deriva soprattutto dalla incertezza, dalla approssimazione e dalle ambiguità delle due forze contrapposte, opposizioni nell’indole e nell’anima; quella di sinistra di Melenchon e quella del Front National di Marine Le Pen.

Opposizioni per l’appunto, non forze alternative di governo.

Sino a quando la sinistra continuerà a fondare la propria azione sugli esclusi, sugli “indisciplinati”, sugli “insoumis” (ribelli, non sottomessi) per esistere avrà sempre bisogno di oppressori; sarà sempre destinata ad essere forza di mera redistribuzione, di rimessa rispetto ad altri decisori, di sostanziale collateralismo. Negli ultimi tempi lo si è visto con “Podemos” in Spagna e con Syriza in Grecia. Melenchon sembra destinato a seguire quella traiettoria solo con qualche convulsione e conflitto più radicale e con qualche attenzione in più alla condizione dello Stato, come da tradizione francese.

L’ultimo  confronto preelettorale tra Le Pen e Macron ha rivelato come questa impronta non sia una prerogativa della sola sinistra, ma continua a pregiudicare l’aspirazione del Fronte Nazionale a costruire una linea coerente di ricostruzione nazionale e un indirizzo di politica estera tesa a fondare un’alleanza dei principali paesi europei in grado di sostenere il confronto soprattutto con gli Stati Uniti libero da rapporti di sudditanza.

Non è l’unico indizio rivelatore di tale incapacità.

Quattro anni fa ci fu un primo avvicinamento tra alcune componenti gaulliste meno attratte dalla svolta atlantista degli ultimi dieci anni e il FN. Avrebbe potuto fornire l’embrione di una nuova classe dirigente in grado di consentire il controllo degli apparati statali e l’attuazione concreta delle linee operative. Un avvicinamento durato appena due anni e in gran parte malamente rifluito. Non è un caso che il sostegno garantito da Dupont-Aignan non sia riuscito nemmeno a convogliare la totalità dei propri voti su Le Pen. La stessa campagna elettorale non solo ha conosciuto oscillazioni repentine e contraddittorie delle parole d’ordine e una debolezza di argomentazioni specie sul futuro dell’Unione Europea; ha rivelato un comportamento schizofrenico con linee e comportamenti antitetici degli esponenti tra un distretto elettorale e l’altro. La stessa performance protestataria poco presidenziale tenuta nell’ultimo confronto, più che a un errore o a un cattivo consiglio potrebbe essere, al netto di eventuali trappole ben congegnate del contendente, il risultato dell’impulso di contenere innanzi tutto il dissenso della componente identitaria del partito reso alla fine pubblico con la rinuncia della nipote Marion Le Pen a candidarsi alle elezioni parlamentari di giugno.

Sta di fatto che un pur rispettabile incremento di consensi, inferiore per altro alle aspettative, rischia di risolversi in uno stallo che impedirà l’assunzione della leadership e la definitiva maturazione di una forza nazionale scevra da grandi lacerazioni e fratture traumatiche.

A differenza della leadership americana, in Italia ed in Francia il tentativo in atto nasce da una rimozione improbabile di retaggi politici originari di queste formazioni, assolutamente incompatibili con il nuovo corso auspicabile.

Se, inoltre, in qualche maniera negli Stati Uniti si è trattato di uno scontro politico sostanzialmente impermeabile ad influenze esterne, vista la posizione dominante di quel paese, in Francia tali influssi risultano determinanti anche se non dalla direzione denunciata dalla stampa, quella russa. Si può affermare, al contrario, che l’interesse di quest’ultima sia scemato man mano che risaltavano le contraddizioni del movimento.

La recente tornata elettorale in Austria, Olanda, Stati Uniti e Francia ha rivelato ciò che la scuola del realismo politico ha sempre evidenziato. Le elezioni politiche “democratiche” non sono il momento fondamentale e decisivo del confronto politico.

Intanto i centri decisivi di potere, luoghi di confronto e conflitto di gruppi decisionali, coincidono solo marginalmente con le sedi di governo, in particolare quelli su base elettiva. Il controllo o la destrutturazione di quei centri è decisivo per l’affermazione o meno delle strategie politiche. Ogni forma di confronto e conflitto politico, anche quello più partecipato, si sviluppa tramite l’azione di gruppi dirigenti e con la manipolazione delle leve di potere e degli strumenti di formazione ed informazione secondo i punti di vista di gruppi dirigenti più o meno emergenti. La formazione di blocchi di consenso sono, quindi, sempre il frutto di azione politica. La detenzione delle leve di governo non comporta necessariamente la detenzione delle leve di potere. Una formazione politica tesa al cambiamento ma tutta concentrata nella competizione elettorale è destinata per tanto a vivere cocenti delusioni se non pesanti trasformismi dettati dalla realtà dello scontro politico.

PRIGIONIERI DEI PROPRI SLOGAN 

Anche se essenziale, il limite decisivo che impedisce il salto di qualità alle forze cosiddette sovraniste non è questo.

Il dibattito e lo scontro politico di questi ultimi anni si è sviluppato secondo dicotomie semplificatrici: sovranismo/globalismo, stato/sovrastatalismo, nazionalismo/mondialismo, pubblico/privato, protezionismo/liberismo, tecnocrazia/popolo, mercato/comunità, élite/popolo e così via.

Una dinamica comprensibile e inevitabile in una fase di stridenti contraddizioni, di contrapposizione aperta ad una ideologia sino a poco tempo fa ormai sulla soglia dell’affermazione del pensiero unico.

In effetti è servita a riproporre il ruolo e la funzione dello Stato e delle comunità nazionali, quello delle strategie e della decisione politica nei vari ambiti dell’agire umano, compreso quello economico, nonché il problema della costruzione di formazioni sociali e comunità nazionali più coese ed inclusive, fondate su valori condivisi piuttosto che sul mero scambio di valori economici.

Una rappresentazione antitetica elementare, necessaria a fondare un punto di vista e a motivare e compattare schieramenti politici, nel tempo può diventare fuorviante se non addirittura un ostacolo all’affermazione in mancanza di una analisi concreta e di una tattica efficace di una leadership politica.

L’assolutizzazione dei poli della coppia protezionismo/liberismo rimuove il fatto che il mercato, anche il più liberista, è comunque un luogo normato  attraverso il quale si afferma il predominio di una formazione sociale sull’altra; un luogo dove le tariffe doganali assumono un’importanza sempre minore e dove divengono predominanti la definizione delle caratteristiche dei prodotti, le modalità di formazione ed espansione delle imprese, la regolazione del commercio estero, il controllo dei flussi finanziari, l’orientamento del mercato interno, la detenzione delle tecnologie, ect. Lo scontro politico va condotto sulla definizione di queste norme e gli esempi storici, oggetto di analisi e studio, di formazione di sistemi economici sono innumerevoli.

L’analoga assolutizzazione dei poli pubblico/privato tende ad identificare il pubblico come bene esclusivo della collettività contrapposto all’interesse privato nell’economia. Riduce ad un aspetto morale una necessità storica, ignora che la funzione pubblica, con modalità diverse, è altrettanto importante anche nelle gestioni più privatistiche come quella americana, glissa sul fatto che anche il pubblico è gestito da élites e centri di potere in competizione.

Quella tra sovranismo e globalismo tende a mettere in relazione un concetto di potere con un flusso di relazioni molecolari, quando in realtà anche i più accesi globalisti, almeno quelli non accecati dalla taumaturgia delle parole, comprendono e utilizzano benissimo il ruolo fondamentale degli stati di appartenenza a scapito degli altri.

Lo stesso vale per le altre dicotomie, sulle quali si dovrebbe riflettere piuttosto che ridurre a slogan.

Più che per il valore intrinseco, i poli delle dicotomie andrebbero valorizzati in relazione agli obbiettivi politici di un gruppo dirigente. Il rischio, altrimenti, è di ricadere in una ottica reazionaria che cambi semplicemente le modalità di degrado delle formazioni sociali e in operazioni trasformistiche dal respiro corto.

Il recupero, la ridefinizione ed il rafforzamento delle prerogative degli stati nazionali devono essere, quindi, lo strumento e la modalità attraverso le quali ridefinire le relazioni internazionali, così come si sono delineate ad esempio nell’Unione Europea, sia nella definizione di una politica estera autonoma, sia nella regolamentazione ad esempio di un mercato che consenta la formazione di imprese adeguate nelle dimensioni e nelle capacità tecnologiche e impedisca la distruzione delle capacità produttive e manageriali di interi settori e paesi, sia nella composizione di formazioni sociali più coese e dinamiche dove possano trovare posto anche gli attuali “esclusi”.

La perdurante, anche se ormai logorata, superiorità   del vecchio establishment deriva soprattutto dalla paralisi di una nuova classe dirigente ancora prigioniera dei propri slogan.

In Francia il Fronte Nazionale si sta avvicinando rapidamente ad una cruenta resa dei conti interni con un successo elettorale insufficiente a garantire il netto predominio dell’attuale gruppo dirigente e a favorire il processo di affrancamento da un atteggiamento minoritario. L’ambizione, quindi, di guidare un fronte gaullista/sovranista appare al momento frustrata; sarebbe già significativo riuscire a svolgere e mantenere un ruolo da comprimario.

In Italia la situazione appare ancora più disgregata, proprio perché gli attuali maggiori aspiranti a dirigere un tale movimento non provengono nemmeno da forze di impronta nazionale e devono, quindi, liberarsi di retaggi ancora più vincolanti per assumere una linea sufficientemente coerente e realistica.

 

3 commenti

  • Massimo Morigi

    14 maggio 1017 – Con “La rivincita- En Marche” Giuseppe Germinario mette a fuoco i due problemi fondamentali che nel perimetro geopolitico uscito (per ora) vittorioso dalla guerra fredda si devono porre le forze che aspirano al rivoluzionamento degli attuali rapporti all’ interno di questa stessa area. Primo. L’attuale sinistra così come è ora strutturata ideologicamente, cioè il suo essere il paladino degli esclusi della società capitalista, si risolve, in ultima analisi, nell’essere la forza di maggiore conservazione degli attuali rapporti di forza all’interno del sistema. Da questo punto di vista, riveste molta meno importanza rispetto a quella cui comunemente si attribuisce, il fatto che nelle forme “renzistiche” o “macronistiche” della sinistra le retoriche strappacuore vengano annacquate da un finto efficientismo e dall’ideologia della fine delle ideologie. Il popolo che vota queste forze ed altre simili rimane convinto che la fine delle vecchie retoriche di sinistra non sia altro che una concessione allo spirito del tempo, mentre in realtà queste nuove modalità comunicative non sono altro che il disvelamento della concezione puramente elitaria che la sinistra mainstream ha sempre avuto al di là di tutte le sue frammentazioni. 2) Le attuali forze sovraniste che si oppongono a questa sinistra dal punto di vista culturale non si sono lasciate alle spalle gli stilemi ideologici della guerra fredda con tutte le sue stantie dicotomie. In questa arretratezza del tutto analoghe alla sinistra ma rispetto alle sinistre “renzistiche” e “macronistiche” con un handicap ben maggiore, perché è di tutta evidenza che se si vuole mantenere le cose come stanno non ci vuole troppa fantasia e in fondo è sufficiente essere paraculi (politiche elitistiche da vecchia e palese ideologia destra ma lasciando intendere che si è costretti a fare così), mentre per un “rivoluzionamento” autentico che vada al di là della (peraltro) per ora quasi impossibile vittoria elettorale, è assolutamente indispensabile passare prima anche per il “rivoluzionamento” delle vecchie categorie politico-ideologiche che permettono il permanere degli attuali rapporti di forza. E le dicotomie da vecchia guerra fredda in cui rimane ancora impelagata la vecchia destra o i nuovi sovranisti (prima fra tutte la contrapposizione mercato stato), dicotomie che fra l’altro sono assunte pienamente anche dall’attuale sinistra, non sono altro che il segno che le vecchie destre e i nuovi sovranisti non hanno assolutamente compreso che la società umane, per non dire quelle capitaliste, non si muovono lungo cleavage economici ma lungo linee di scontro conflittual-strategici di cui l’economia non è che un aspetto. Insomma si vogliano considerare di destra e chiamarsi per necessità di maquillage ‘sovranisti’ o ci si consideri, – in virtù di una onorata (anche se quasi sempre assai poco consapevole) tradizione – di sinistra il punto fondamentale che deve accomunare coloro che non accettano l’attuale “stato delle cose” politico e sociale deve essere, accanto al ripudio della “pappa del cuore” – e questo vale soprattutto per la sinistra – che porta ad essere semplicemente il sindacato dei ceti più disperati, la consapevolezza culturale e rivoluzionaria che è il conflitto strategico a costituire e ad animare la società e che altre “complicazioni” estranee a questo quadro epistemologico, valoriale e politico altro non è che il ricadere nei summenzionati vecchi idola fori della guerra fredda che rendono impossibile il rovesciamento degli attuali rapporti di forza politico-sociali. In apparenza quello di mettere il conflitto strategico come momento pantocratore della società e dell’uomo stesso, sembrerebbe un compito disperato e disperante sia perché dal punto di vista politico si tratta di unire tradizioni politiche sempre contrapposte (destra e sinistra) e dal punto di vista teorico un’impresa di cui finora storicamente non si sarebbe visto alcunché di comparabile. Non voglio anticipare argomentazioni che verranno pubblicate fra non molto ma, anche se solo a livello impressionistico, intendo qui fare alcuni accostamenti che potrebbero sembrare singolari sia dal punto puramente politico sia dal punto di vista filosofico: Clausewitz, Lenin, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, e di costoro mi limito in questa sede ad affermare che in tutti questi autori centrale è una mentalità da conflitto strategico. Insomma, se è sicuro che la rivoluzione più o meno prossima e più meno ventura prenderà forme totalmente inedite rispetto a quelle che storicamente l’hanno preceduta, è altrettanto sicuro che l’abbattimento delle truffe renzistiche e macronistiche partirà da progenitori e situazioni che le forze conservatrici vorrebbero continuare a tenere rigorosamente separati … Massimo Morigi

    • roberto buffagni

      Condivido l’articolo e il commento, e ne ringrazio gli autori. Aggiungo una noterella. Superare l’economicismo, acquisire un approccio strategico e multicausale, è un compito essenziale per tutte le forze avverse alla UE e al mondialismo, per tre ordini di ragioni: 1) l’economicismo (ritenere che l’economico sia l’ordinatore di ultima istanza di tutti i fenomeni culturali, sociali e politici) non solo non basta a leggere correttamente la realtà, ma acceca 2) l’economicismo è il terreno e il linguaggio del nemico, e accettarlo implica subalternità anzitutto culturale 3) l’economicismo implica, terra terra, che il programma economico sia il discrimine principale tra le forze politiche, e dunque a) divide inesorabilmente le forze antimondialiste provenienti da destra e da sinistra (in quelle provenienti da sinistra accoppiandosi con la pregiudiziale “antifascista”, si veda ad es. le recenti elaborazioni ideologiche che tacciano di “fascismo” le politiche deflattive liberali di ieri e di oggi, intendendo il fascismo come un caso particolare del liberalismo antikeynesiano) b) impedisce dunque una ricomposizione delle forze politiche avverse alla UE e al mondialismo confinandole in due estreme che si marginalizzano e annullano reciprocamente 3) è incompatibile con la battaglia, strategicamente essenziale, per conquistare l’egemonia culturale e ideologica, anzitutto nei ceti dirigenti e poi nell’insieme delle popolazione.

      Si aggiunga che, fallito il tentativo di ricomposizione “a sinistra”, sul piano sociale, delle forze antimondialiste, si assisterà molto probabilmente a un tentativo di ricomposizione “a destra”, in forma “antitetico-polare”; cioè a un tentativo di ricomporre le forze antimondialiste con il collante identitario, assumendo come tema principale l’immigrazione. Questo è un tema più che legittimo e importante, ma di una pericolosità senza pari, perchè rischia di consegnare l’egemonia delle forze antimondialiste a razzismi veri e propri, che oggi sono marginali e inefficaci ma domani forse no; e questa sarebbe una catastrofe di prima grandezza, dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente nefaste.
      Invece di parlare a vanvera di fascismo, sarebbe bene riandare con la memoria all’esperienza fascista reale, nella quale si possono trovare lezioni utilissime per l’oggi. Molto in breve: il compito delle forze antomondialiste è lo stesso compito che si propose il fascismo al suo sorgere, quello di diventare “la Chiesa di tutte le eresie”; e il dilemma di fronte al quale si trovò fu lo stesso di oggi: che, nato da una costola del socialismo per rispondere alle aporie del liberalismo e del comunismo (e all’incapacità del socialismo di scegliere tra intervento e non intervento in guerra), il fascismo tentò anzitutto di rivolgersi “a sinistra”, e, respinto per ragioni abbastanza simili alle odierne, dovette rivolgersi “a destra”, trovando poi nel compromesso con la monarchia e lo Stato liberale la sua vittoria. Grandi, grandissime le differenze (anzitutto, l’indipendenza dello Stato italiano, poi l’opposta valutazione del pluralismo politico e della democrazia rappresentativa) ma non molto dissimile la difficile equazione politica da risolvere.

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