dialoghi europei, a cura di alessandro visalli

Dialoghi europei

Una conversazione a margine di un post su Facebook a volte può avere interesse se la distanza tra i suoi protagonisti è appropriata e si muove in un quadro di rispetto. In queste circostanze l’interazione produce arricchimento reciproco. In questo caso i protagonisti del dialogo sono tre e l’innesco, rapidamente superato è la questione dell’immigrazione. Il post iniziale aveva acceso un ramo di discussione nel quale, ad un certo punto, un interlocutore ha richiamato lo slogan dominante nell’area culturale della sinistra liberale: “solidarietà, accoglienza, integrazione”, da tradurre nella politica di aprire i confini senza se e senza ma (ovvero senza badare alle conseguenze). Il ‘padrone di casa’ a questa dichiarazione ha opposto che occorre, invece, “frenare i flussi, e combattere lo sfruttamento degli immigrati che sono già in Italia”, ciò “sia per ragioni di giustizia che di difesa degli stessi lavoratori italiani”.

Il movimento del dialogo inizia da qui, e da una mia replica a questa opposizione tra aprire senza limiti e frenare. Precisamente in risposta alla dichiarazione del globalista che combattere lo sfruttamento significa aprire i confini:

Visalli. “E’ l’esatto contrario, l’immigrazione (economica, ovvero il 90 %) è un fenomeno in buona parte autoalimentato. Il flusso dell’immigrazione dipende dal divario di reddito percepito tra il paese ricevente e quello di partenza e in modo decisivo dallo stock di migranti precedente che non si è integrato. In particolare la dimensione dello stock non integrato (ovvero della ‘diaspora’, che non si distribuisce molecolarmente ma si concentra in specifici luoghi e si densifica per omogeneità a causa di meccanismi sociali di reciproco sostegno) dipende dalla trasmissione interpersonale della cultura e degli obblighi. Se il gruppo è coeso ed impermeabile cultura ed obblighi si rafforzano e restano diversi da quelli della società intorno, man mano che perde coesione gli individui tendono ad assorbire la cultura del paese di destinazione ed i relativi obblighi, allora abbandonano progressivamente la diaspora e spesso si spostano, cioè si ‘integrano’. Chiaramente quindi il perimetro delle diaspore è fluido e continuamente attraversato da persone che arrivano e da persone che, integrandosi, ne escono.

Ci sono tre semplici conclusioni:

  • La migrazione dipende dalle dimensioni della diaspora (che, in sostanza, la attrae),
  • La migrazione alimenta la diaspora, mentre l’integrazione la diminuisce,
  • L’indice di integrazione (percentuale di chi esce dalla diaspora ogni anno) dipende dalla dimensione, quanto più grande è la diaspora quanto più piccolo è l’indice.

Ovvero, l’integrazione è ostacolata dalla dimensione del flusso di immigrazione e a sua volta lo ostacola. Quanto più grande è il flusso di immigrazione (persone per tempo) quanto meno integrazione ci sarà, perché le diaspore si consolidano e diventano impermeabili. Quanto più piccolo e diluito nel tempo è quanto più è facile l’integrazione.

Dobbiamo volere il controllo dei flussi per avere l’integrazione, e dobbiamo volere l’integrazione per avere il controllo dei flussi”.

A questa posizione risponde in prima battuta Roberto Buffagni con la seguente dichiarazione:

Buffagni. “L’analisi mi sembra inoppugnabile. L’integrazione sociale, però, è solo un aspetto del problema, per quanto importante. E’ solo un aspetto del problema perché gli esseri umani non si differenziano solo in base all’ISEE, anche se lo crede il dr. Boeri. Quando si formano comunità permanenti, sottolineo permanenti, di stranieri all’interno di una comunità politica, sorge il problemino: che farne? Che rapporto esse stabiliranno con le altre comunità di stranieri e con la comunità degli autoctoni? Quando sono tanti – e in Italia sono già tanti, 6/7 MLN di immigrati – la soluzione ‘assimilazione’ (che è assimilazione culturale, e che viene dopo, SE VIENE, l’integrazione sociale) non è praticabile per tutti, ma solo per una piccola minoranza. Il problema è molto serio, e non può, ripeto non può essere affrontato con gli strumenti della cultura liberale e all’interno di un regime democratico a suffragio universale.

La cultura liberale prevede la sola esistenza degli individui, e non rileva l’esistenza delle comunità. La comunità, per essa, è un’esternalità. Tutto bene finché la comunità esiste per conto suo ed è omogenea, tutto male quando le comunità sono plurali e omogenee non lo sono affatto. La soluzione ‘multiculturale’ è in realtà la soluzione più funzionale, per la coesistenza più o meno pacifica di comunità anche molto diverse; però la soluzione multiculturale è una soluzione imperiale, e l’impero dove sta? Se si vuole fare una società multiculturale, multietnica, multireligiosa, ci vuole un Impero, cioè a dire una forma di civiltà dove a) le addizioni al nucleo originario vengono fatte, sempre o quasi, per conquista b) il centro imperiale è dominato, di fatto e di diritto, da una etnia e da una religione gerarchicamente superiori alle altre c) il sistema politico NON è una democrazia a suffragio universale d) il centro imperiale coopta progressivamente le classi dirigenti dei paesi conquistati, concede gradualmente alle altre etnie e alle altre religioni, in misura variabile, libertà (nel senso antico di franchigie), mai immediatamente eguaglianza di diritti politici con l’etnia e la religione centrale d) il centro imperiale divide per imperare, cioè gioca l’una contro l’altra le etnie e religioni subalterne per impedire che l’una o l’altra prenda il sopravvento o addirittura scalzi i dominanti. Solo dopo qualche secolo, in caso di effettiva assimilazione dei fondamentali culturali, il centro imperiale concede a tutti indistintamente i sudditi la cittadinanza politica piena (ma comunque NON introduce MAI la democrazia a suffragio universale).

Così sì che funziona, una società multitutto, e in effetti così hanno funzionato l’Impero romano, l’austriaco (poi austro-ungarico), l’ottomano, il cinese, il britannico, lo zarista, etc. Non che sia una cosetta facile farli funzionare, ci vuole una classe dirigente coi controfiocchi. Attualmente, c’è in corso d’opera l’edificazione o riedificazione dell’impero russo, che cerca di ricostruirsi by stealth pur in presenza di un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale, ma corretta dalla presenza di fatto dell’impianto base imperiale: etnia dominante (russa) e religione dominante (cristiana ortodossa)+ solida primazia dei ministeri della forza nel governo (le FFAA intervengono con durezza in caso di sollevazioni centrifughe i etnie e/o religioni subalterne, v. le due guerre di Cecenia). Nella celebrazione per l’anniversario 2015 della Grande Guerra Patriottica, il ministro della difesa Shoigu è entrato sulla piazza Rossa del Cremlino per passare in rivista le truppe, e mentre passava, in piedi sull’auto di servizio, sotto la porta sovrastata dalla grande icona del Cristo Salvatore, si è scoperto il capo e si è fatto il segno della croce. N.B.: Shoigu è buddhista, ad attenderlo c’erano anche reparti mussulmani. Il significato del gesto mi pare chiaro.

NON funziona, invece, una società multitutto che sia uno Stato nazionale basato su un regime politico democratico a suffragio universale, 1 testa = 1 voto. NON funziona perché gli Stati nazionali democratici, per funzionare, devono basarsi su quel che gli studiosi chiamano l’ “idem sentire” dei cittadini: “sentire”, non lavorare o andare al cine o pagare le tasse. Cioè a dire, che tutti i cittadini devono condividere sentimenti ed emozioni simili in merito all’oggetto cui va la loro lealtà primaria. Se va alla nazione, allo Stato che la rappresenta e la guida, alla patria che le dà vita storica, tutto ok. Se invece una parte cospicua della cittadinanza dà la sua lealtà primaria alla sua razza, alla sua religione, alla sua tribù, etc., avviene quanto segue: che il conflitto politico ed elettorale si disegnerà anzitutto lungo le linee di frattura più profonde, le differenze incomponibili e non mutabili a piacere in seguito a sola decisione razionale quali razza, religione, tribù, clan, etc. Rimarranno anche gli altri conflitti, ricchi/poveri, città/campagna, centro/periferia, etc.: ma mentre è relativamente facile mediare questi ultimi, se tutti i cittadini condividono un “idem sentire” nazionale, è molto difficile mediare conflitti come il razziale (ognuno porta la sua bandiera sulla pelle, e non può cambiarla) o il religioso (ognuno porta la sua bandiera nei costumi e nella sensibilità, ed è molto difficile fargliela cambiare).

Il multiculturalismo funziona in ambito imperiale. Nell’impero britannico, ha funzionato in modo particolarmente furbo (gli inglesi sono molto furbi) grazie all’Indirect Rule. Ha smesso di funzionare quando le comunità straniere se le sono trovate sul suolo della madrepatria”.

A questa lunga posizione di Buffagni ha replicato Francesco Somaini, il terzo attore del dialogo, entrando direttamente nel tema “Europa”, che da ora interessa la conversazione:

Somaini. “L’affermazione di Roberto Buffagni sul fatto che gli «imperi» (cioé società multietniche e plurali) non siano compatibili con la democrazia ed il suffragio universale mi pare fondata su esempi troppo limitati per poter essere assunta a regola generale. Oltre tutto il suffragio universale é «un’invenzione» talmente recente sul piano storico che mi sembrerebbe del tutto improprio sostenere la sua impraticabilitá ricorrendo ad esempi come quelli dell’Impero romano o di quello ottomano (in cui il problema non fu nemmeno mai posto). Giá il caso austro-ungarico, in cui esisteva un parlamento, seppure con poteri ancora molto limitati, dimostra che la regola non puó essere data per scontata. E non parlo nemmeno degli USA, che, pur avendo conosciuto in passato anche dei veri e propri casi di pulizia etnica (gli indiani o meglio i nativi americani), penso possano oggi essere definiti, a loro modo, come un impero, che, pur con tutta una serie di problemi, é comunque arrivato ad essere un «melting pot» democratico (ricordo ad esempio che prima di questo bulletto attuale c’è stato un presidente nero). Piuttosto, a me pare che fenomeni come quello migratorio (anche accogliendo il persuasivo discorso di Collier e Visalli sulla dicotomia diaspora/integrazione) non possano trovare una vera soluzione nella dimensione troppo angusta dello stato nazionale. Per questo occorre a mio avviso tenere assolutamente ferma l’idea di Europa (sbarazzandosi semmai dei trattati attuali) senza farsi tentare dalle chimere pericolose del sovranismo (e dei nazionalismi che ne potrebbero derivare). L’Europa puó del resto essere vista come una forma politica relativamente simile ad un moderno impero, e non é affatto detto che essa debba essere per forza incompatibile con democrazia e suffragio universale. Certo é una partita tutta da giocare”.

A questa posizione, la mia replica:

Visalli. “Se passi per ‘sbarazzarsi dei trattati attuali’ siamo perfettamente d’accordo. Se avessimo una macchina del tempo potremmo andare a rinegoziare Maastricht. Non avendola il problema è un tantino più difficile.

Dopo di che, certamente non è in linea di principio incompatibile con il suffragio universale, ma bisogna bilanciare i compromessi di potenza che dentro i singoli stati nazionali hanno assetti complessi e derivanti dal percorso storico. Questi non sono uguali nei diversi paesi e soprattutto non tutti gli attori a valenza costituzionale in essi sono egualmente rappresentati nel luogo decisionale. Le commissioni negoziali erano infatti espressione di un sistema di attori molto più limitato e gli effetti si sono visti”.

E quella di Buffagni:

Buffagni. “Le società multiculturali non sono compatibili con la democrazia a suffragio universale per una ragione molto semplice: che con la democrazia rappresentativa a suffragio universale + molte etnie e religioni il conflitto politico principale tende a diventare etnico e religioso. Questa è la tendenza ineludibile, ineludibile perché sono le differenze più profonde e meno componibili di tutte. Poi ci sono dei correttivi possibili, per esempio, in Russia il patriottismo e la supremazia storica dell’etnia grande-russa fondatrice della Russia, negli USA l’espansione imperiale e il ‘sogno americano’, che è appunto la declinazione privata dell’espansione. Fino a poco fa c’era la supremazia storica dell’etnia WASP. Cessata quella, rallentata l’espansione imperiale, i conflitti etnico-politici tornano in primo piano (le ultime elezioni presidenziali lo illustrano con chiarezza, i bianchi hanno votato ‘il bulletto’ e le minoranze razziali la Clinton, perché i Democrats hanno costruito la loro strategia, da parecchi anni, sulla ‘identity politics’: Trump è il backlash, perchè la identity politics possono farla tutti, esattamente come tutti possono essere razzisti. La dinamica pura di ‘società multietnica + democrazia a suffragio universale’ si vede in condizioni di laboratorio in Africa, nelle infinite e sanguinose guerre civili in cui l’etnia che vince le elezioni si impadronisce dello Stato, che è una macchina da guerra, e lo usa per fare fuori un’altra etnia. O nel caso odierno del Sudafrica, dove è appena stata votata una legge che espropria le terre dei bianchi senza indennizzo. Non ho capito l’affermazione che la UE somiglierebbe a un impero, francamente mi sembra la cosa meno somigliante a un impero che sia esistita nella storia.”

Somaini risponde alla mia obiezione chiarendo il suo punto:

Somaini. “esistono secondo me delle vie per far «saltare» di fatto i trattati, aggirandoli con delle scelte politiche che, senza violarne formalmente la lettera, ne smontino in realtà la portata perversa, rendendoli sostanzialmente inefficaci (e quindi innescando anche il processo per il loro superamento). I sostenitori delle cosiddette «monete fiscali» ipotizzano ad esempio proprio questa via. Queste monete (che potrebbero anche configurarsi piú propriamente come dei certificati di credito fiscale) non sono formalmente vietate dai trattati, che semplicemente non le hanno previste. Epperó consentirebbero proprio quelle politiche economiche che i trattati di fatto impediscono. L’Europa di Maastricht potrebbe cosí «saltare», senza dover per questo formalmente ricorrere alle pericolose strategie sovraniste…”

E a Buffagni:

Somaini. “non nego certo che far convivere pacificamente (o addirittura armonicamente) etnie e culture diverse sia facile. Trovo peró troppo dogmatica e asseverativa la tesi secondo cui la cosa sarebbe semplicemente impossibile. Quanto all’Europa penso che potrebbe essere pensata come un Impero nel senso di intendere questa nozione come quella di una forma politica «costituita» – cito banalmente da Wilipedia – «da un esteso insieme di territori e popoli, a volte anche molto diversi e lontani, sottoposti ad un’unica autorità». Certo, sarebbe un impero non imperialista (e anche per questo compatibile con la democrazia e con ordinamenti di tipo democratico). Un traguardo certo non facile da raggiungere. Ma non concettualmente impossibile.”

Al quale questi risponde:

Buffagni. “Poche cose sono veramente impossibili, ne convengo. La definizione di Wikipedia non è affatto male, ma la chiusa ‘sotto un’unica autorità’ mi pare dare ragione a me  Il difetto intrinseco della Unione Europea è la mancanza di legittimità; e se c’è una cosa di cui un impero ha bisogno per esistere è proprio quella. La dimensione sacrale dell’autorità è indispensabile all’esistenza e alla funzionalità di un impero. Non è detto che la sacralità debba essere esplicitamente religiosa, ma certo ci deve essere, per esempio nella forma di una teologia civile come l’americana: appunto perchè si deve ricondurre a unità una molteplicità conflittuale, e per farlo la forza non basta mai, come non bastano il diritto e l’economia.”

e

“Guardi però che non sono gli Stati nazionali a produrre i conflitti, i conflitti si producono con qualsiasi forma di organizzazione politica. L’unica pace possibile è appunto la pace imperiale, cioè l’egemonia incontestata di un impero in un settore di mondo (e la guerra aperta si fa altrove)”.

Quindi Somaini risponde ad un’obiezione che per inciso avevo avanzato (che quella delle monete fiscali sarebbe comunque una strategia sovranista), dicendo che:

Somaini. “quello delle monete fiscali sarebbe tutt’al più un sovranismo moderato e costruttivo. A me poi non disturba affatto la sovranitá democratica. Al contrario! Mi disturba l’enfasi dei sovranisti sul ritorno alla forma dello stato nazionale: forma a mio avviso inadeguata ai problemi che si trovano sul tappeto e di cui abbiamo giá visto a sufficienza gli effetti tremendi cui puó condurre. Come direbbe mia figlia: «Ma anche no»”.

Ed a Buffagni, sulla stessa linea:

Somaini. “i conflitti ci sono certamente comunque, ma diciamo che la storia del Novecento (e non solo) ha mostrato a mio parere a sufficienza che gli stati nazionali tendono ad alimentare facilmente i nazionalismi, i quali sono benzina sul fuoco di tutti i potenziali conflitti. La vicenda jugoslava, pur con tutte le sue specificitá prettamente balcaniche, mostra bene cosa potrebbe succedere con il ritorno forte dei sovranismi nazionali”.

Una obiezione alla quale ho risposto:

Visalli. “Non credo che qualcuno, salvo pochi non consapevoli dei problemi, intenda il ritorno alla forma dello stato nazionale nella forma ottocentesca. Ma come dice Roberto la vecchia retorica (portata dai circoli liberali intorno agli anni dieci e venti in contrasto con l’insorgere del welfare) della nazione= guerra è semplificatoria, ed era connessa con la transizione imperiale ormai definita. La guerra la fanno tutti e non la fa necessariamente nessuno. Ciò che è inadeguato ai problemi che abbiamo sul tappeto è decidere in pochi ed al chiuso delle stanze (o nelle colazioni di lavoro la mattina di decisioni cruciali). Dunque noi abbiamo bisogno di sovranità popolare e democratica, e questa si articola in un complesso insieme di istituzioni, regole, tradizioni e luoghi che non si riproduce in vitro per decisione. Sovranità popolare che, al contrario di quella ‘dei mercati’, richiede anche una relazione affettiva e quindi un certo grado di coesione e capitale sociale. Per ora ciò accade nelle vecchie nazioni. Poi sulla jugoslavia ci sarebbe da parlare….

Non so se hai letto il libbricino di Kayek del 1939, ma il ragionamento che fa è piuttosto illuminante, anche nel suo schematismo.

Tra l’altro in base a questa logica: stato=guerra, non dovresti volere neppure lo stato europeo, dato che è abbastanza evidentemente un’arma rivolta contro la Cina e forse la Russia. Se il nazionalismo incorpora una contrapposizione, e questa può scivolare nella guerra, il nazionalismo europeo (ben rappresentato da alcune esternazioni di Prodi, ad esempio) non farebbe eccezione. Servirebbe per costituire un polo di potenza in chiave del confronto con il potere emergente orientale, al fine di contenerlo ed alla fine sconfiggerlo”.

Somaini replica in questo modo:

Somaini. “Torno brevemente su un’osservazione di ieri di Roberto Buffagni sul fatto che all’Europa manca una legittimazione che si fondi su un elemento di tipo ‘sacrale’ (anche laicamente inteso). E’ vero. Le costruzioni politiche, e a maggior questa sorta di nuovo Impero che potrebbe essere l’Europa, hanno bisogno di questa legittimazione. Hanno necessità di riconoscersi in una visione o un’ideologia che ne giustifichi e ne legittimi l’esistenza. Questa Europa di burocrati e di tecnocrazie è invece diventata arida: non suscita speranze, non scalda i cuori di nessuno. Peggio: accentua diseguaglianze, alimenta risentimenti e rancori. L’Europa non può esistere senza l’Europeismo, cioè senza una visione di pace, di democrazia e di solidarietà, che diventi l’anima ideologica dell’idea europea, e che conferisca forza, vigore, e perfino, in un certo qual modo, sacralità al progetto dell’Unione. L’Europa che si è costruita dopo Maastricht ha finito, a mio vedere, per tradire se stessa, cessando di essere europeista, e perdendo con ciò il suo ‘ubi consistam’ ideale (e il senso della propria missione storica). Ma la soluzione a questa ‘impasse’ non può essere quella del ritorno agli ‘Stati nazionali’ ed alle ideologie sovraniste. Quella infatti è a mio vedere una risposta profondamente sbagliata e pericolosa, che ripropone recinti identitari che potrebbero facilmente diventare dei nuovi inquietanti nazionalismi (e già se ne vedono i segni). La risposta dovrebbe invece essere quella di riproporre il senso e le ragioni di un vero europeismo democratico e socialista, come fondamento del progetto europeo. Certo: c’è la gabbia infernale degli attuali europei: trattati che oggi sono il vero nemico del progetto europeista. E’ chiaro che quella gabbia costituisce un problema. Ma esistono, come cercavo di argomentare ieri, anche delle vie per cercare di farla saltare.”

Al quale Buffagni ha ulteriormente replicato:

Buffagni. “Le guerre balcaniche sono state provocate da una serie di fattori: fine di Yalta + incoraggiamento alla secessione della Jugoslavia da parte di Germania e Vaticano prima, USA poi, che si sono inseriti nella dinamica secessionista per impiantarsi solidamente nei Balcani, creando lo stato del Kosovo e costruendovi la base di Camp Bondsteel. La dinamica delle guerre balcaniche non dimostra affatto la pericolosità dello stato nazione in quanto tale, dimostra semmai un’altra cosa: che è molto difficile tenere insieme uno stato multiculturale. Dopo tre generazioni di convivenza pacifica garantita dall’egemonia della Serbia e dal comando del Maresciallo Tito, popolazioni a cui le istanze autorevoli insegnavano da sempre la fraternità socialista, l’arretratezza oscurantista delle religioni, etc., si sono divise lungo le linee etniche e religiose, massacrandosi in modo atroce. In questo massacro, l’unica colpa che ha lo Stato nazionale jugoslavo è quella di non aver retto all’urto esterno di chi, per interessi suoi, ne ha promosso la frammentazione. Con quanto precede non intendo dire che lo stato nazionale sia carino e coccoloso. Lo Stato, per sua natura e funzione primaria, è una macchina da guerra. Fa eccezione la UE, perchè la UE NON è uno Stato, nè mai, a mio avviso, lo diventerà”.

E Somaini:

Somaini. “l’affermazione per cui gli Stati (tutti gli Stati) sarebbero per loro natura e definizione delle macchine da guerra mi pare apodittica e troppo asseverativa. È un’affermazione di tipo teorico astratto, mentre esistono diversi esempi storicamente concreti che potrebbero dimostrare il contrario. Si possono perfino trovare casi di stati multiculturali, che hanno retto assai bene alla prova del tempo (e anche all’avvento di forme di governo di tipo democratico e a suffragio universale, che secondo lei sarebbero invece incompatibili con il multiculturalismo). Non c’è nemmeno da andare molto lontano per trovare degli esempi: basta pensare alla Svizzera (in cui hanno trovato modo di convivere lingue diverse e religioni diverse). Quanto all’esempio jugoslavo, avevo chiarito anch’io, nel mio post in cui lo evocavo, che esso aveva delle sue peculiaritá balcaniche. Quindi so bene che quella é stata una vicenda molto particolare. Resta il fatto che la scelta sovranista delle repubbliche jugoslave (quali ne fossero le ragioni e le forze interne ed esterne che la determinarono) non mandó semplicemente in fumo un progetto di stato multietnico che pure aveva una sua lunga storia ideale, ma non tardó poi a scatenare anche delle spinte nazionalistiche irrazionali, furibonde ed incontrollabili, con esiti, come sappiamo, devastanti. L’eventuale dissoluzione dell’Unione europea (che potrebbe non dispiacere ad altre grandi potenze) potrebbe conoscere analoghe torsioni degenerative. Il progetto europeo del resto é nato a suo tempo con l’idea di creare uno spazio continentale di pace e di solidarietá (l’Europa socialista di cui parlava Willy Brandt, e di cui si ragionava nel manifesto di Ventotene). Oggi quel progetto é certamente messo in crisi (soprattutto sul versante della solidarietá) dall’Europa dei tecnocrsti uscita dai tratti di Maastricht e Lisbona (e pure di Dublino). Ma nulla ci assicura che il ritorno a stati nazionali pienamente sovrani ci preservi da esiti di tipo jugoslavo, che potrebbero finire per mettere in crisi il progetto europeista anche sul versante della pace. Esistono altre vie, a mio vedere, per cambiare l’Europa”.

Su questo snodo si spende l’ultima parte della conversazione:

Buffagni. “Grazie della replica articolata. La mia affermazione che gli Stati sono macchine da guerra è, più che teorica, principiale, nel senso che la funzione principiale dello Stato è la difesa (e dunque anche l’offesa). Poi si possono verificare situazioni nelle quali, grazie a Dio o di solito grazie alla costellazione storica presente, dello Stato come macchina da guerra non c’è bisogno, se non nel suo aspetto di detentore del monopolio della forza al proprio interno. Uno Stato privo dei mezzi di difesa e offesa sufficienti viene difeso da un altro Stato, vale a dire che gli è subordinato, perchè chi ti protegge ti è sovraordinato; come in effetti è accaduto all’intero continente europeo dopo la IIGM: la pace europea del dopoguerra è stata garantita dall’equilibrio tra USA e URSS, e punto. La creazione di uno spazio continentale di pace e solidarietà è un bel programma al quale tutti aderiremmo volentieri, ma nella realtà effettuale non vedo come realizzarlo, se non recidendo alla radice il conflitto in quanto tale, cosa che non ritengo possibile. Personalmente credo che gli Stati nazionali europei non abbiano le dimensioni sufficienti per diventare ‘uno spazio di pace’, perché non sono in grado di assicurare la propria difesa. La creazione di spazi maggiori è pertanto la benvenuta, a patto che questi spazi maggiori siano vitali. Perchè lo siano ci vogliono tante condizioni, ma la prima condizione necessaria è l’omogeneità culturale; e in Europa ci sono almeno tre Europe. L’integrazione dell’intero continente europeo in uno Stato federale vero e proprio sarebbe astrattamente auspicabile, ma nella realtà non la vedo realizzabile. Mancano, sul piano della legittimità, gli elementi base. Oggi, l’unica forma di legittimità universalmente accettata in Europa è la legittimazione democratica, che implicherebbe la rappresentazione di interessi e culture così diverse, in Europa, da trasformare il processo decisionale in una interminabile e paralizzante riunione di condominio. Sul piano dell’effettualità, non c’è la motivazione essenziale della creazione di una unità politica, che è il nemico comune. Chi è il nemico comune d’Europa?”


Al consenso di Somaini all’ultima affermazione di Buffagni segue questo mio intervento:

Visalli. “Il like di Francesco Somaini alla spiegazione ‘realista’ di Roberto Buffagni (dove all’opposto si sarebbe entro un quadro idealista) sembra prefigurare un qualche piano di intesa sul quale iniziare a capirsi. Il progetto europeo a lungo un nemico lo ha avuto, ed era un nemico insieme esterno ed interno, sia il primo sia il secondo poco dichiarati per ragioni di opportunità (l’Urss e i movimenti comunisti). Parte non trascurabile dell’iniziale opposizione dei movimenti comunista e socialista ai primi passi del progetto europeo erano definiti in questo quadro oppositivo. Ma dal ’89 (con un percorso che avvia qualche anno prima e vede uno snodo nel tentativo del compromesso storico, seguito anche allo choc cileno) il nemico comune diventa meno chiaro mentre, al contempo, il dominio Usa si rafforza. Agli americani, apparentemente senza alcuna alternativa, che annunciano la fine della storia viene demandato il monopolio della forza mentre gli europei, renitenti ad essa (anche economicamente), si concentrano sul nemico interno (mai dimenticato) che si può finalmente liquidare in via definitiva e su quella che Kagan chiama la ‘strategia dei deboli’: dire che la forza è superata e si deve governare il mondo attraverso leggi e regole. Attraverso queste si intravede il nuovo nemico comune esterno, ed è proprio l’egemone. Il progetto europeo post Maastricht, se ha un senso geopolitico, trova chiarezza nella speranza di inibire la forza militare, che non si ha, attraverso un cambio di gioco e per questa via ricostruire la vecchia grandezza. La Unione Europea sarebbe allora (Huntington) una reazione contro l’egemonia americana, paradossalmente facendo a meno della geopolitica e sottraendogli la legittimazione. Se chi possiede un martello vede solo chiodi, chi ha solo cacciaviti vede solo quelle. Questa interpretazione getta anche una luce diversa e meno accidentale sullo scontro per le bilance commerciali, e sulla estroflessione europea che è una forma di guerra con altri mezzi ed effettivamente scava dentro la potenza americana, riducendone la sostenibilità.”

E quindi la formazione di una piccola area di consenso nella discussione, da parte di Somaini:

Somaini. “ci sono molti spunti condivisibili in questo ragionamento. E i problemi sono certamente ben chiari. Ma personalmente non vedo alternative auspicabili all’ipotesi di lavorare per un’Europa democratica e solidale (cioè per quello che potremmo anche chiamare come una sorta di sovranismo di tipo europeo). La prospettiva di un ritorno agli stati nazionali non mi pare infatti convincente: sia perchè il mondo contemporaneo pone problemi la cui soluzione travalica decisamente la piccola dimensione dello stato-nazione, sia perchè un’Europa di stati nazionali potenzialmente rivali (e contesi tra gli interessi di grandi potenze rivali) mi pare potrebbe innescare scenari inquietanti (oltre che suscitare derive nazionalistiche pericolose). In realtà io continuo a pensare che quella degli stati nazionali europei (che per vero dire non hanno dato in passato grande prova di sé) sia una forma politica ormai inadeguata: un po’, sarei tentato di dire, come lo furono la gran parte delle piccole signorie castrensi tra XII e XIII secolo; o gli stati cittadini italiani e fiamminghi del XIV, o molti stati regionali dell’Occidente tra XV e XVI. Per costruire un’Europa credibile servono però dei veri partiti europei; e poi occorre andare al di là della gabbia degli attuali trattati (che stanno spegnendo l’Unione e facendo morire l’Europeismo). La qual cosa può forse avvenire anche con qualche piccolo escamotage (come ad esempio le monete fiscali).”

Al quale a margine rispondo, rischiando temerariamente il confronto con uno specialista (Somaini è uno storico del periodo tra medioevo e rinascimento):

Visalli. “che una forma storica sia ‘inadeguata’ all’assetto di potenza del tempo (di questo parliamo con i tuoi esempi, no?) lo si può dire solo con il senno di poi. Le battaglie devono prima essere combattute e vinte (o perse). Altra ipotesi porta ad un determinismo storico di sapore ottocentesco nel quale non credo oggi possiamo credere.”

E Buffagni, che concorda:

Buffagni. “Come espone Alessandro Visalli, col quale concordo, e come d’altronde sostenevano gli europeisti della ‘Europa-potenza’ più coerenti benchè un po’ pazzoidi, il nemico principale dell’Europa-Potenza è, oggettivamente, gli USA, e su questo fatto proprio non ci piove, perché la IIGM ha segnato la definitiva sconfitta di tutte le potenze europee, pure le vincitrici quali Gran Bretagna e Francia. Questo è il fatto nudo e crudo, un fatto nudo e crudo identico al fatto nudo e crudo che il nemico dell’unificazione italiana fu l’Impero austriaco. Non per caso, infatti, alcuni intelligenti europeisti fautori a tutti i costi dell’Europa-Potenza sono comunque e in ogni caso favorevoli a euro e UE, pur condividendo le critiche ad essi e pur scontandone gli enormi limiti, perché li ritengono un possibile nocciolo di una futura Festung Europa. Tra costoro, ad esempio, il cofondatore di Terza Posizione Gabriele Adinolfi, guardia d’onore Benito Mussolini. Mi intenda bene: con questo non voglio dare del fascista o del nazista a lei o a nessuno, segnalo una interessante coincidenza di posizioni. Se vuole la mia posizione personale, è la seguente. La UE, nonostante i suoi fondatori europei (non quelli americani) la intendessero come lievito per una ripresa di autonomia dell’Europa, ha invece obbedito alla sua logica, divenendo il principale fattore di paralisi e neutralizzazione politica dell’intero continente europeo. Quindi prima sgretolare la UE, con una inevitabile ripresa di autonomia degli Stati nazionali, e sfruttando la finestra di opportunità che ci presentano gli USA di Trump; poi si apre la stagione della grande politica, nella quale, se ci si riesce, nuove alleanze europee possono nascere, anche con la creazione di nuovi Stati confederali e federali.”

Somaini sul mio intervento:

Somaini. “non è solo una questione di assetti di potenza o di rapporti di forza geo-strategici o geo-militari (che pure ovviamente contano). E’ anche questione di adeguatezza delle diverse forme politiche alle sfide poste da un determinato contesto storico. Le piccole signorie di castello erano inadeguate perché implicavano costi di transazione troppo elevati. Lo stesso valeva per gli stati cittadini (che oltre tutto – basta rileggersi Dante – erano spesso incapaci di garantire dei livelli accettabili di pacifica convivenza interna). Gli stati regionali coprivano a loro volta mercati troppo angusti, ed erano a loro incapaci di convivere pacificamente (nonostante tentativi di leghe o politiche dell’equilibrio) … Oggi gli stati nazionali europei non paiono adeguati per fronteggiare in maniera efficace problemi come le sfide climatiche e ambientali, i fenomeni migratori (la cosa mi pare sotto gli occhi di tutti), o anche la necessità di rispondere in modo fattivo ai grandi potentati economico-finanziari … Tutto questo non mi pare determinismo storico. E’ valutare con realismo le situazioni. Del resto non è nemmeno è detto (a dimostrazione che non stiamo proprio ragionando in termini di determinismo) che il progetto europeo sia destinato ad affermarsi. Tutt’altro. Ma il punto è proprio questo: la battaglia politica che merita a mio avviso di essere combattuta è proprio quella di rilanciare l’idea di Europa (oggi messi in crisi dagli stessi trattati). Non quella di mandare tutto quanto a monte.”

Posizione alla quale oppongo:

Visalli. “…Sempre che non sia proprio il progetto europeo, per come si è costruito in risposta alle sfide che aveva davanti ed al clima storico-ideologico nel quale ha trovato forma, ad essere di ostacolo alla soluzione dei problemi con radice esterna ed impatti interni. Premesso che l’argomento verso l’inadeguatezza è tutto senno di poi (se le leghe non tennero era perché non potevano farlo o è solo andata così?), quel che al momento appare sicuramente inadeguato è proprio il superstato europeo, che sta divaricando ed esasperando i conflitti e neutralizzando la capacità di coordinamento.”

Questa lunga discussione, sviluppata su più giorni determina alla fine un punto di addensamento del consenso:

Buffagni:

Buffagni. “Faccio una proposta ecumenica: possiamo accordarci sul fatto che la UE è un errore, e aprire dibattito e dissensi sul come rimediarlo?”

Somaini:

Somaini. “Concordo sulla proposta ecumenica. Del resto io non dico affatto che l’Europa così com’è mi sta bene. Il punto però è poi decidere da che parte vogliamo andare”.

Buffagni:

Buffagni. “Mi fa piacere, l’ecumenismo non è il mio forte ma in questo caso mi sembra molto utile. Perchè invece mi sembra dannoso il discorso sull’ Altra Europa modello Varoufakis & C. Se concordiamo sul minimo comun denominatore UE/errore, si può discutere meglio sul punto davvero importante, che è come uscirne.

E soprattutto la smettiamo di perseverare.

Il passo seguente sarebbe individuare la radice dell’errore. Io nel mio piccolissimo un’idea ce l’ho, questa.

La mia risposta è:

Visalli. “Penso che l’organismo geopolitico Unione Europea, costituito dal Trattato di Maastricht, sia considerato un errore storico da tutti noi. Rimediare ad un simile ‘errore’ è davvero difficile, farlo senza vederlo come tale ancora di più. Temo che la proposta di Francesco sia insufficiente e comunque non potrà passare senza una ridefinizione della mission. Se questa è l’attuale inibizione della democrazia interna e la spinta strategica alla espansione imperiale del capitale europeo (riassumo in questo modo lo sforzo di rendere dominante la finanzia europea -velleitario dopo la brexit- e la grande industria da esportazione) ci sono pochissimi spazi per un’azione orientata nel nostro senso. Se si costruisce un’altra mission (e non si può passare se non da una rimessa in questione del dominio del discorso neoliberale e dei suoi effetti), si può cercare di creare uno schema diverso. Poi il tempo dirà (e le lotte)”.

La chiusa, per ora, a Buffagni:

Buffagni. “No, ma dicono che la UE è ‘un compagno che sbaglia’. Non sono d’accordo. La UE è, a mio avviso, un organismo altamente disfunzionale, e per gli Stati mediterranei un vero e proprio avversario politico, il principale, perché sopravvive succhiando risorse dai deboli per darle non ai forti, ma ai meno deboli. Chiarisco: se gli Stati europei meno deboli fossero forti, se cioè fossero in grado di portare effettivamente a termine l’unificazione politica d’Europa, il gioco potrebbe valere la candela come valse la candela l’unificazione italiana (a lungo termine) anche per gli Stati meridionali”.

Se valse la candela, e quanto questa è costata, sarebbe un altro discorso, ma certamente per valerla è stato necessario, sia in Italia, come in Germania e negli USA che il vincitore (rispettivamente Piemonte, Prussia e Stati del Nord) assumesse la responsabilità di ribilanciare l’estrazione di risorse (economiche ed umane) che l’unificazione provocava. Farlo con politiche automatiche (ad esempio la previdenza pagata in comune, o la stessa macchina federale) sia con politiche discrezionali (infrastrutturazione, opere pubbliche, politiche industriali).

Se oggi il Nord Europa vuole botte piena e moglie ubriaca dovrà accettare la crescita del dissenso, con tutto quel che seguirà.

Manca ormai poco tempo.

Putin mette a nudo la distopia americana, di Paul Craig Roberts

Putin mette a nudo la distopia americana

Paul Craig Roberts

Dobbiamo concederlo a Putin. Lui è il migliore che ci sia. Notare la facilità con cui ha regolato il confronto con quell’idiota di Chris Wallace. https://www.rt.com/usa/433447-putin-interview-fox-wallace/

Cosa c’è che non va nel sistema dei media statunitensi il quale non riesce a produrre un secondo giornalista competente che faccia compagnia a Tucker Carlson? Perché i restanti giornalisti americani, come Chris Hedges, ora sono nei media alternativi?

Tutto quello che posso dire, e Putin probabilmente lo sa già, è che c’è qualcosa di più importante in corso di presstitute che tiene in ostaggio la relazione tra la Russia e gli Stati Uniti rispetto alla lotta politica interna tra il Partito Democratico e il Presidente Trump. Non è solo che i media corrotti degli Stati Uniti servono come propagandisti per il Partito Democratico contro il Presidente Trump. Gli uffici stampa stanno servendo l’interesse del complesso militare / di sicurezza, che ha interessi di proprietà nei media statunitensi altamente concentrati, per mantenere la Russia posizionata come il nemico che giustifica l’enorme budget di $ 1.000 miliardi del complesso militare / di sicurezza. Senza il “nemico russo”, qual è la giustificazione di uno spreco di denaro quando così tanti bisogni reali sono sottofinanziati e non finanziati?

In altre parole, i media americani non sono solo stupidi, sono corrotti oltre ogni misura.

Oggi alle 12:40, ora di New York, la NPR aveva una raccolta di trump-basher che facevano del loro meglio per impedire all’appuntamento di Trump / Putin di produrre una normalizzazione delle relazioni tra i due governi. Ad esempio, come sa ogni persona informata, la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti non ha certamente concluso che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali. Questa conclusione è stata raggiunta da alcuni membri selezionati di 3 delle 16 agenzie di intelligence ed è stata espressa non come un fatto provato ma come “altamente probabile”. In altre parole, non era altro che un parere orchestrato dato da agenti cooperativi i quali senza dubbio si aspettano delle promozioni in cambio.

Nonostante questo fatto noto, la squadra di propaganda dell’NPR ha detto che Trump aveva creduto a Putin piuttosto che a un rapporto unanime di intelligence dei fatti degli Stati Uniti che provava le interferenze della Russia. I denigratori di Trump-basher hanno detto che aveva creduto al “teppista Putin” e non ai suoi stessi esperti americani. I sostenitori NPR di Trump hanno continuato a confrontare il “raccordo con Putin” con l’opinione di Trump che la violenza di Charlottesville fosse stata alimentata da entrambe le parti. I criticoni di NPR hanno equiparato la dichiarazione fattuale di Trump sulla violenza da entrambe le parti con lo “schierarsi con i neonazisti” a Charlottesville.

Il punto di NPR è che Trump si schiera con nazisti e teppisti russi ed è contro gli americani.

Quello che Trump disse in effetti riguardo alle presunte interferenze elettorali era che se c’era o non c’era interferenza elettorale, essa non aveva alcun effetto come hanno ammesso Comey e Rosenstein, e non assume la stessa importanza della possibilità che due potenze nucleari vadano d’accordo ed evitino le tensioni in grado di provocare una guerra nucleare. Si potrebbe pensare che persino un idiota NPR possa capirlo.

Il trionfo su NPR è andato avanti per tutto il giorno mescolato a un occasionale attacco della Russia per aver ucciso civili siriani in attacchi aerei contro i jihadisti supportati da Washington che, secondo le istruzioni di Washington, cercano di aggrapparsi a un po ‘di Siria in modo che Washington e Israele possono ricominciare la guerra. Ci si meraviglia della stupidità di coloro che danno soldi all’NPR in modo che l’NPR possa mentirgli tutto il giorno. Come George Orwell aveva previsto, le persone sono più a loro agio con le bugie del Grande Fratello che con la verità.

Una volta la NPR era una voce alternativa, ma è stata rotta dal regime di George W. Bush ed è diventata completamente corrotta. NPR continua a fingere di essere “ascoltatore supportato”, ma in realtà ora è una stazione commerciale proprio come ogni altra stazione commerciale. NPR cerca di mascherare questo fatto usando “con il supporto di” per introdurre gli annunci a pagamento dalle aziende.

“Con il sostegno di” è come NPR ha tradizionalmente riconosciuto i suoi donatori filantropici. La vera domanda è: come fa NPR a mantenere il suo status di esenzione fiscale 501c3 quando vende pubblicità commerciale? Non c’è bisogno che NPR si preoccupi. Finché l’entità presstitute serve l’élite dominante a spese della verità, manterrà il suo stato di esenzione fiscale illegale.

È ovvio che le incriminazioni dei 12 ufficiali dei servizi segreti russi immediatamente precedenti alla riunione di Trump / Putin avevano lo scopo di minare l’incontro e di offrire ai giornalisti maggiori opportunità per i colpi più disonesti ai danni del presidente Trump. Ai miei tempi, i giornalisti sarebbero stati abbastanza intelligenti e avrebbero avuto abbastanza integrità per capirlo. Ma i comunicati stampa occidentali non hanno né intelligenza né integrità.

Quante prove vuoi? Ecco la stampa di Michelle Goldberg che scrive sul New York Times che “Trump mostra al mondo che è il lacchè di Putin.” La giornalista dice di essere “sconcertata dalla prestazione servile e schifosa del presidente americano.” Apparentemente Goldberg pensa che Trump avrebbe dovuto picchiare Putin.

Il Washington Post, in passato un giornale, ora uno scherzo malato, sosteneva che “Trump si era appena colluso con la Russia. Apertamente.”

Non sono solo i presstitutes. Sono i cosiddetti esperti, come Richard Haass, presidente del Consiglio per le relazioni estere, un gruppo auto-importante, finanziato dal complesso militare / di sicurezza, che presiede la politica estera americana. Haass, aderendo alla linea ufficiale di sicurezza / sicurezza, ha dichiarato erroneamente: “L’ordine internazionale per 4 secoli si è basato sulla non interferenza negli affari interni degli altri e sul rispetto della sovranità. La Russia ha violato questa norma sequestrando la Crimea e interferendo con le elezioni americane del 2016. Dobbiamo affrontare la Russia di Putin come lo stato canaglia che è “.

Di cosa sta parlando Haass? Quale rispetto per la sovranità ha Washington? Sicuramente Haass ha familiarità con la dottrina neoconservatrice dominante dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Sicuramente Haass sa che i problemi orchestrati con Iraq, Libia, Siria, Corea del Nord, Russia e Cina sono dovuti al risentimento di Washington per la loro sovranità. Qual è l’unilateralismo di Washington sul fatto che Washington rispetti la sovranità dei paesi? Perché Washington vuole un mondo unipolare se Washington rispetta la sovranità di altri paesi? È precisamente l’insistenza della Russia su un mondo multipolare che la pone nel mirino della propaganda. Se Washington rispetta la sovranità, perché Washington rovescia i paesi che ce l’hanno? Quando Washington accusa la Russia di essere una minaccia per l’ordine mondiale, significa che la Russia è una minaccia per l’ordine mondiale di Washington. Haass sta dimostrando la sua idiozia o la sua corruzione?

Come i media americani hanno definitivamente dimostrato non hanno indipendenza ma sono un portavoce dei democratici e degli interessi delle multinazionali; dovrebbero essere nazionalizzati. I media americani sono così compromessi che la nazionalizzazione sarebbe un miglioramento.

Anche l’industria degli armamenti dovrebbe essere nazionalizzata. Non solo è un potere più grande del governo eletto, ma è anche molto inefficiente. L’industria degli armamenti russi con una minima frazione del budget militare statunitense produce armi di gran lunga superiori. Come ha detto il presidente Eisenhower, un generale a cinque stelle, il complesso militare-industriale è una minaccia per la democrazia americana. Perché la feccia dei media è così preoccupata per l’inesistente interferenza russa quando il complesso militare / di sicurezza è così potente da poter realmente sostituirsi al governo eletto?

Ci fu un tempo in cui il Partito Repubblicano rappresentava gli interessi degli affari, e il Partito Democratico rappresentava gli interessi della classe operaia. Ciò ha tenuto l’America in equilibrio. Oggi non c’è equilibrio. Dal momento che con il regime di Clinton, l’uno per cento ricco è diventato molto più ricco, e il 99 per cento è diventato sempre più povero. La classe media è in serio declino.

I democratici hanno abbandonato la classe operaia, che i democratici ora liquidano come “Trump deplorables” e sostengono invece la divisione e l’odio di IdentityPolitics. In un momento in cui il popolo americano ha bisogno di unità per resistere a mire guerrafondaie e avidità, non c’è unità. Alle razze e ai sessi viene insegnato a odiarsi l’un l’altro. È ovunque tu guardi.

Rispetto all’America in cui sono nato, l’America di oggi è fragile e debole. L’unico sforzo per l’unità è creare unità che la Russia sia il nemico. È proprio come nel 1984 di George Orwell. In altri aspetti l’attuale distopia americana è peggiore di quella descritta da Orwell.

Cerca di trovare un’istituzione pubblica o privata americana che sia degna di rispetto, che sia onorevole, che rispetti la verità, che sia compassionevole e che cerchi la giustizia. Quello che trovi al posto della compassione e della richiesta di giustizia sono leggi che puniscono se critichi il genocidio israeliano dei palestinesi o perdi informazioni che mostrano i crimini commessi dal governo degli Stati Uniti. Con tutte le loro istituzioni corrotte, anche il popolo americano viene corrotto. La corruzione è ciò in cui i giovani sono nati. Non sanno niente di diverso. Che futuro si riserva per l’America?

Come possono la Russia, la Cina, l’Iran, la Corea del Nord raggiungere un compromesso con un governo che non conosce il significato della parola, un governo che richiede la sottomissione e quando la sottomissione non viene segue la distruzione come abbiamo imparato in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen.

Chi sarebbe così sciocco da fidarsi di un accordo con Washington?

Invece di perseguire un accordo con Trump, che si sta preparando ad essere rimosso, Putin dovrebbe preparare la Russia alla guerra.

La guerra sta sicuramente arrivando.

Subordinazione alla francese, a cura di Giuseppe Germinario

Pubblichiamo qui sotto il testo tradotto di una intervista di Leslie Varenne riguardante le ragioni dello spezzettamento e della cessione a General Electric dell’intero comparto energetico. Nell’affrontare il tema dell’elezione di Macron abbiamo già sottolineato alcuni aspetti della politica estera ed economica francese. http://italiaeilmondo.com/2018/01/06/macron-micron_-3a-parte-di-giuseppe-germinario/ Dietro i toni e la retorica nazionalista, ben inserita nel contesto europeista, si celava una condizione di subalternità deprimente, del tutto paragonabile a quella italiana. Questa intervista chiarisce nei dettagli alcuni aspetti importanti di queste dinamiche. Rivela positivamente, ancora una volta, la presenza strutturata anche se minoritaria di forze sovraniste ben radicate in alcuni centri di potere e decisionali. Soprattutto, svela come la competizione economica sia parte integrante della competizione politica e geopolitica. Uno dei meriti dell’elezione di Trump è di aver messo a nudo una verità a lungo nascosta dalle ideologie globaliste. Buona lettura_Giuseppe Germinario

10.July.2018 // The Crises

Le vere ragioni del taglio di Alstom, di Leslie Varenne

Alstom-Siemens

 

Fonte: IVERIS, Leslie Varenne , 10-10-2017

Durante una conferenza, Christian Harbulot, capo della Scuola di Guerra Economica, ha parlato del caso Alstom e dell’acquisto del suo ramo energetico da parte della General Electric, come parte della dura guerra economica tra Stati Uniti e Cina (1). Infatti, prima che il caso scoppiasse, Alstom e Shanghai Electric si stavano preparando a sottoscrivere una joint venture nel mercato delle caldaie per le centrali elettriche. Questa partnership avrebbe permesso loro di diventare il leader mondiale in questo settore. Nel luglio 2013, Alstom ha firmato un accordo di partnership con il gruppo cinese Dongfang per progetti di reattori nucleari. Per comprendere le vere cause dello smantellamento di quello che era un fiore all’occhiello dell’industria strategica francese, l’IVERIS offre un’intervista a Loïk il Floch-Prigent.

Pensi che i progetti di fusione e partnership di Alstom con i gruppi cinesi siano stati determinanti nell’acquisizione americana del business dell’energia di Alstom, e in che modo queste due attività erano strategiche?

Cos’è la globalizzazione oggi? Sostanzialmente la coesistenza di due sistemi antagonisti, gli Stati Uniti d’America con una potenza economica e militare senza precedenti e una popolazione media, e la Cina, che si è svegliata con una popolazione tre volte più alta e un’innegabile forza di volontà. È il Regno di mezzo che ha davanti a sé il futuro, il tempo, e che avanza silenziosamente sulle sue pedine sulla scacchiera mondiale. L’Europa è troppo divisa per pesare in questa avventura, e la Russia è ancora indebolita dopo settant’anni di oscurantismo sovietico. È chiaro che durante la Guerra Fredda la nostra industria era sotto una lente d’ingrandimento in modo che non venisse in aiuto all’impero sovietico. Ora è la Cina il problema numero uno negli Stati Uniti. Non vederlo, ignoralo, ignoralo,

Alstom ha avuto due specialità dopo che la Compagnie Générale d’Electricité (CGE) è stata smantellata da ideologi mediocri: il trasporto ferroviario e l’energia. La ferrovia non è un problema centrale per gli Stati Uniti, ma l’energia è una risorsa importante nella loro spinta verso il potere. Hanno dominato il petrolio sin dal suo inizio e vogliono mantenere questo fondamentale vantaggio. Negli ultimi anni, l’aumento dei prezzi del petrolio ha portato gli Stati Uniti a rendere economiche le loro riserve di petrolio non convenzionale (shale oil) e sono diventati autosufficienti almeno per i prossimi 150 anni, il che ha giustificato il loro relativo disimpegno Politica del Medio Oriente; non hanno più bisogno dell’Arabia Saudita per funzionare!

Quello che è stato ascoltato nel 2012-2013 da Alstom, una delle principali società di trasformazione dell’energia (carbone, gas, energia idroelettrica, nucleare)! Stava per trovare un partner russo in orbita per il suo dipartimento ferroviario, e lei si sarebbe concentrata sulle soluzioni energetiche, grazie ad un accordo con Shanghai Electric per le centrali a carbone e un altro con Dongfang per il nucleare! È questa roadmap che viene presentata alla stampa e ai sindacati dal capo del gruppo che segnala in questa occasione che, di fronte al potere della singola compagnia ferroviaria cinese, Alstom-transport non può vivere da solo poiché il mercato futuro è principalmente asiatico, ed è urgente trovare un partner in questo settore per avere la libertà di rimanere nel cuore industriale di Alstom,

Poche settimane dopo, un dirigente di Alstom domiciliato in Asia viene arrestato durante uno dei suoi viaggi negli Stati Uniti, e l’amministratore delegato del gruppo annuncia il trasferimento del dipartimento energia al conglomerato americano General Electric, che dovrebbe consentire di effettuare il trasporto ferroviario Alstom una pepita globale!

Una piccola prospettiva, una buona conoscenza della geopolitica mondiale, e abbiamo capito … ” fai le tue sciocchezze nel trasporto, non ci riguarda ma l’energia siamo noi e serviamo le tue conoscenze ai cinesi, non le domande“! Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti ci avvertono che sono i padroni del mondo nella politica energetica, possiamo fingere di ignorarlo, combattere contro i mulini a vento con tremoli nella voce, s ‘ all’indignazione, sarebbe comunque necessario fornire i mezzi, e il gruppo Siemens con il quale si sarebbe potuto discutere era appena uscito indebolito in modo duraturo da un caso analogo in cui aveva dovuto separarsi da tutto il suo gruppo dirigente per le stesse ragioni che Alstom: corruzione di stati esteri con dollari, e quindi punita dall’emittente della valuta, gli Stati Uniti.

Questa è la storia che abbiamo vissuto. Non volevamo guardare in faccia, volevamo credere alla terribile corruzione del nostro campione nazionale, ma in questo settore tutti hanno agito nello stesso modo. Ciò che era insopportabile è che Alstom si impegna in una politica di alleanza con la Cina senza l’esplicita autorizzazione del padrone di energia del paese, gli Stati Uniti.

Dovremmo vedere un legame con la severa condanna negli Stati Uniti di Frederick Pierucci ai sensi della legge anti-corruzione poiché era il vicepresidente della divisione mondiale delle caldaie e che avrebbe dovuto prendere l’iniziativa? joint venture?

È chiaro che l’immediata detenzione di Frédéric Pierucci, la costituzione della joint venture con Shanghai Electric nel carbone, ma anche il centro delle trattative con la Cina, è stata chiarissima perché c’era un grande numero di altri dirigenti Alstom che hanno partecipato agli atti illeciti, in particolare l’amministratore delegato. La detenzione di Frédéric Pierucci era sia un avvertimento che un ricatto contro il management team del gruppo, che era già stato raggiunto con Siemens qualche anno prima. Sappiamo anche che i politici europei sono cauti non appena compare la parola ” giustizia “. Possiamo dire che gli americani hanno giocato molto bene!

Il processo a Frederic Pierucci si è svolto il 25 settembre e il verdetto è sconcertante: trenta mesi di carcere mentre eseguiva solo gli ordini dei suoi superiori e non beneficiava di un arricchimento personale. Ottiene la stessa punizione del CEO di Halliburton, mentre quest’ultimo ha ricevuto una tangente da $ 10 milioni. Questo dirigente di Alstom è chiaramente un ostaggio economico, non è anche lui una vittima della guerra USA / Cina?

Certo, ma è stato anche abbandonato dalla compagnia che gestiva, e questo è semplicemente sconcertante.

Quindi l’FCPA (American Corruption Act (2)) è anche un’arma della guerra economica condotta da questi due stati per il dominio economico mondiale? Airbus, che è attualmente sottoposto a una procedura negli Stati Uniti, si assume dei rischi quando firma un contratto di 20 miliardi di euro sull’A330 con la Cina?

L’FCPA, ovvero la capacità di agire in tutto il mondo per la giustizia degli Stati Uniti non appena un dollaro ha cambiato le sue mani, è un’arma formidabile con cui i politici europei hanno familiarità. Non vogliono andare in prima linea, e capiamo, ma quando lasciano i leader industriali da soli nel caos, possiamo chiederci a cosa giocano. Nessun commentatore si preoccupa. Abbiamo sperimentato questo tipo di rassegnazione collettiva e cecità nel nostro paese in altri momenti della sua storia. L’FCPA è un problema fondamentale per la sopravvivenza della grande industria del nostro continente. Vedremo come si sistemeranno gli affari di Airbus!

Nell’affare ” Alstom “, che è davvero uno scandalo di stato, c’era un rapporto, un libro, un documentario, le audizioni all’Assemblea nazionale. I ministri hanno parlato sull’argomento, eppure nessuno ha visto che Alstom era il bersaglio degli americani a causa dei suoi progetti con gruppi cinesi. Perché? Non è questo il segno del fallimento del pensiero strategico francese? Non siamo tutti collettivamente responsabili della situazione di Alstom oggi?

Non possiamo scacciare il nostro sguardo sull’ombelico, è una malattia che abbiamo visto la devastazione con la COP 21 e la recente necessità di dare ” l’esempioProibendo l’esplorazione e la produzione di idrocarburi in Francia! Pensiamo che sogniamo! La nostra produzione nazionale annua rappresenta metà della produzione giornaliera del mondo! Quale esempio, quale impatto, su chi? Il mondo continuerà la sua esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi perché gli Stati Uniti e la Cina non fermeranno la loro crescita per soddisfare sia il loro desiderio di potere che la loro popolazione. La nostra possibilità, con Alstom, era quella di essere in prima linea per un uso più pulito del carbone, che rimane il più grande produttore di elettricità del mondo, per essere all’avanguardia dell’idroelettrico, che è la grande opportunità del continente. raddoppierà la sua popolazione in 25 anni, sulla punta dei turbo-alternatori « Arabelle Che equipaggia oltre la metà delle centrali nucleari del mondo. Dovevamo dimostrare la nostra determinazione a mantenere il controllo del nostro destino ed evitare di prestarci alle critiche volendo combinare con la Cina (3)! Non lo abbiamo ancora capito e il nostro paese, i nostri team, i nostri ingegneri stanno pagando il prezzo oggi senza capire veramente cosa sia successo. Alcuni stanno ancora soffrendo, altri godono di giorni felici, ma il nostro Paese soffre di non vedere e non capire che una politica energetica è necessaria, e che passa attraverso una revisione senza concessioni della nostra realtà. In noi ‘ spargimento“Alstom abbiamo perso il controllo della nostra industria nucleare già minata da molta incompetenza. Abbiamo anche perso il controllo sulla nostra idraulica e non rappresentiamo nulla in quelle che chiamiamo ” nuove energie “, cioè energia solare ed eolica. La nostra politica energetica è una politica di scarabocchi, che può solo rallegrare gli Stati Uniti e la Cina. Ci rifiutiamo di vederlo. Abbiamo avuto molti altri errori in passato e i risultati sono stati piuttosto scoraggianti.

Nel mondo in cui viviamo, stiamo sistematicamente fallendo. Le continue informazioni, i dibattiti concordati tra i cosiddetti esperti su tutti i temi attuali ci impediscono di prendere un po ‘di altezza. Reagiamo nell’immediatezza mentre i commentatori e gli attori politici praticano in larga misura la negazione della realtà.

Patrick Kron, l’ex amministratore delegato di Alstom, ha negoziato con gruppi cinesi per il settore dell’energia e con i russi per il settore dei trasporti. Questa strategia non era rischiosa? Ha ignorato così tanto le relazioni di potere? Cosa avrebbe dovuto fare per evitare di cadere nelle trappole e di essere in grado di proteggere il suo gruppo ei suoi dipendenti?

Patrick Kron non ha avuto la strategia vincente per Alstom, è un fatto acquisito ora. Lascio ad altri di analizzare le singole azioni. Ho detto quello che pensavo della nostra cecità collettiva, è molto più serio.

(1) Questa conferenza è stata dedicata all’ultimo libro di Christian Harbulot, intitolato ” American Economic Nationalism “, pubblicato da VA nella raccolta ” War of Information “.

(2) https://www.iveris.eu/list/compterendus_devenements/114-apres_alstom_a_which_the_tour__

(3) https://www.iveris.eu/list/tribunes_libres/61-the_turbine_arabelle_or_the_independence_technology_francaise

Fonte: IVERIS, Leslie Varenne , 10-10-2017

 

LA FINANZA, UNO STRUMENTO DI LOTTA TRA LE NAZIONI EUROPEE SOTTOPOSTE ALLE STRATEGIE USA 4a parte (a cura di) Luigi Longo

LA FINANZA, UNO STRUMENTO DI LOTTA TRA LE NAZIONI EUROPEE SOTTOPOSTE ALLE STRATEGIE USA

(a cura di) Luigi Longo

 

 

Propongo la lettura di quattro scritti di cui il primo sull’euro, sullo spread e sul rapporto tra l’Italia e la Germania; il secondo sul non rispetto delle regole europee da parte della Bundesbank nell’emissione dei titoli del debito pubblico; il terzo sul debito pubblico; il quarto sulla necessità di un principe che con dura energia sappia rialzare la Nazione da uno stato di degrado economico, politico e sociale.

I due scritti di Domenico de Simone, un economista “radical”, sono apparsi sul sito www.domenicods.wordpress.com, rispettivamente in data 27/5/2018 e 18/2/2014, con i seguenti titoli: 1) italiani scrocconi e fannulloni? tedeschi truffatori e falsari!; 2) Con la scusa del debito.

Lo scritto di Domenico De Leo, economista, è apparso sul sito www.economiaepolitica.it in data 7/12/2011, con il seguente titolo: L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato.

Per ultimo propongo lo stralcio dello scritto di G.W.F. Hegel dal titolo: Il “Principe” di Macchiavelli e l’Italia che è stato pubblicato in Niccolò Macchiavelli, Il Principe, a cura di Ugo Dotti, Feltrinelli, Milano, 2011, pp. 246-248.

L’idea di questa proposta è scaturita seguendo con grande fatica la crisi politica e istituzionale che si è innescata a partire dalle elezioni politiche del 4 marzo scorso: è irritante fare analisi politiche di grandi questioni (sic) a partire dalle elezioni politiche che sono teatrini indecenti con maschere penose e tristi, così come tristi sono le relazioni di potere!

Si parla in questi giorni di questioni come la difesa dell’euro, il debito pubblico, il pareggio di bilancio, lo spread, l’Unione Europea, la Costituzione violata, eccetera, velando i veri problemi che sono quelli dati dalla mancanza di sovranità nazionale (indipendenza, autonomia e autodeterminazione) e da una Europa che non esiste come soggetto politico (non è mai esistita storicamente): questa Unione europea, economica e finanziaria è figlia delle strategie egemoniche mondiali statunitensi.

L’Europa è una espressione geografica storicamente data a servizio degli Stati Uniti dove i sub-dominanti vogliono tutelare i propri interessi nazionali, svolgere le proprie funzioni per accrescere il loro potere sotto l’ala protettiva e allo stesso tempo minacciosa degli Stati Uniti (egemonia nelle istituzioni internazionali e nella Nato) a scapito degli interessi della maggioranza delle popolazioni nazionali ed europee (gli scritti di Domenico de Simone e di Domenico De Leo chiariscono molto bene il ruolo di potere degli agenti strategici che usano gli strumenti della finanza nel conflitto per la difesa del posto di vassallo europeo da parte tedesca).

La crisi dell’Italia (crisi di una idea di sviluppo e di una comunità nazionale inserite in una crisi d’epoca mondiale) va vista nel ruolo che l’Italia svolge nelle strategie statunitensi: sul territorio italiano ci sono fondamentali infrastrutture (immobili e mobili) militari a servizio degli Usa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in Oriente. Gli Usa-Nato stanno cambiando le città e i territori, stanno distruggendo le industrie di base, stanno rimodellando le economie dei territori; il Pentagono decide gli investimenti e le infrastrutture necessari; in definitiva hanno compromesso le basi per lo sviluppo di una discreta potenza del Paese: ci restano solo il cosiddetto made in Italy e il piccolo, medio è bello (sic). Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, facendo gli auguri al popolo italiano per la festa della Repubblica, ha detto che “La nostra continua cooperazione economica, politica e sulla sicurezza è vitale (corsivo mio) per affrontare le sfide comuni, tra cui il rafforzamento della sicurezza transatlantica e la lotta al terrorismo in tutto il mondo”.

Lo sbandamento dei sub-decisori italiani non è dovuto alla ricerca di un percorso di sovranità nazionale, da cercare con altre nazioni europee, per ripensare un’Europa come soggetto politico autonomo ( le cui forme istituzionali sono da inventare); ma esso è dovuto al conflitto interno agli USA dove si scontrano le visioni diverse dell’utilizzo dello spazio Europa in funzione delle proprie strategie egemoniche mondiali: 1) una Europa sotto il coordinamento del vassallo tedesco e del valvassore francese con la costruzione di uno Stato europeo?; 2) una Europa delle Nazioni singole?; 3) una Europa ridisegnata con la creazione di regioni?; 4) una Europa riorganizzata in aree << secondo le linee che marcano lo sviluppo storico>>?

La nuova sintesi dei dominanti statunitensi basata su un’idea di sviluppo con una diversa organizzazione sociale ( se mai ci sarà, considerato l’atroce conflitto in atto che indica l’inizio del declino dell’impero) dirà quale Europa sarà funzionale al rilancio egemonico mondiale.

E’ bastato che alcune forze politiche sistemiche proponessero ( non a livello di azione, che presuppone ben altre analisi e ben altri processi) aggiustamenti tecnici, maggiore equità, una ri-sistemazione sistemica delle gerarchie consolidate, una maggiore difesa dei propri interessi nazionali in funzione di una migliore Europa atlantica, che la reazione del potere sub-dominante europeo (soprattutto tedesco) fosse violenta, scomposta e rozza.

Il ruolo di garante di questa Europa legata ai dominanti statunitensi, che si configurano nel blocco democratico – neocon – repubblicano ( di questo blocco sono da capire meglio gli intrecci dei decisori della sfera politica), che vogliono una Europa coordinata dal vassallo tedesco, è rappresentato, in Italia, dal Presidente della Repubblica (oggi Sergio Mattarella, ieri Giorgio Napolitano). Il gioco istituzionale di Sergio Mattarella è da inquadrare in questa logica, altrimenti non si capiscono bene le contraddizioni, i paradossi, le sbandate e le ipocrisie di tutta la sfera politica. Attardarsi sul rispetto della Costituzione da parte del Presidente della Repubblica è un non sense perché la Costituzione è una espressione dei decisori e non del popolo. Le regole, le norme, i principi che regolano i rapporti sociali di una Comunità nazionale sono in mano a pochi e non a molti. Come insegna la cultura antica, soprattutto greca, quando le regole del legame sociale non sono decise dalla maggioranza non c’è nè democrazia nè libertà.

Occorre riflettere sulla tragica situazione in cui si trova l’Italia in particolare, e più in generale l’Europa, per trovare una strada che non sia solo elettorale, che non sia solo tecnica-finanziaria, che non veda la finanza come un dominio ma come uno strumento di potere in mano agli agenti strategici sub-dominanti europei e pre-dominati statunitensi. << Oggi si parla tanto della finanziarizzazione del capitale e del suo strapotere. Magari vedendo in questo processo l’avvicinarsi di una crisi catastrofica. Ma la finanza è solo un fattore fra altri, non isolabile, dello scontro per la supremazia fra i gruppi dominanti. Il capitale finanziario insomma rappresenta i conflitti in atto tra diverse forze e strategie politiche, combattuti con l’arma del denaro. Se vogliamo allora comprendere gli squilibri e le crisi che caratterizzano il capitalismo contemporaneo dovremmo addentrarci in un complesso intreccio tra funzioni finanziarie e politiche e nelle contraddizioni tra la razionalità strategica che prefigura assetti di potere e la razionalità strumentale che mira ai vantaggi immediati dell’economia. Al fondo vi è sempre lo scontro tra gruppi dominanti.>> (Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008).

Per questo il rito delle elezioni è diventato sempre più inutile (l’esempio greco, e non solo, è significativo!) e mano a mano che si entrerà sempre di più nella fase multicentrica si renderà sempre più palese l’ideologia della partecipazione popolare alle decisioni del Paese tramite il voto elettorale, alla faccia della Costituzione!

La fase multicentrica impone una ri-considerazione sul ruolo della sovranità nazionale per ri-costruire una Europa delle nazioni sovrane che chiarisca il suo rapporto con gli USA e guardi ad Oriente.

 

Per comodità di lettura gli scritti proposti sono stati divisi e pubblicati in quattro parti, ciascuna preceduta dalla mia introduzione.

 

 

QUARTA PARTE

 

 

Il “Principe” di Macchiavelli e l’Italia*

di G.W.F. Hegel

 

 

[…] Non passò molto tempo da quando le singole parti d’Italia ebbero dissolto lo stato prima esistente e furono ascese all’indipendenza, che esse stimolarono l’avidità di conquista delle potenze più grandi e diventarono il teatro delle guerre delle potenze straniere. I piccoli stati che si contrapposero, sul piano della potenza, ad una potenza mille e più volte maggiore, ebbero a subire il loro necessario destino, la rovina: e accanto al rimpianto si prova il sentimento della necessità e della colpa imputabile a pigmei che, ponendosi accanto a colossi, ne vengono calpestati. Anche l’esistenza dei maggiori stati italiani, che si erano formati assorbendo una quantità di stati minori, continuò a vegetare senza forza e senza vera indipendenza, come una pedina nei piani delle potenze straniere; si conservarono un po’ più a lungo per la loro abilità  nell’umiliarsi avvedutamente al momento giusto, e di tener lontano, con continue mezze sottomissioni, quell’assoggettamento totale che da ultimo non poté mancare. […] In questo periodo di sventura, quando l’Italia correva incontro alla sua miseria ed era il campo di battaglia delle guerre che i principi stranieri conducevano per impadronirsi dei suoi territori, ed essa forniva i mezzi per le guerre e ne era il prezzo; quando essa affidava la propria difesa all’assassinio, al veleno, al tradimento, o a schiere di gentaglia forestiera sempre costose e rovinose per chi le assoldava, e più spesso anche temibili e pericolose – alcuni dei capi di essi ascesero al rango principesco -; quando tedeschi, spagnoli, francesi e svizzeri la mettevano a sacco ed erano i gabinetti stranieri a decidere la sorte della nazione, ci fu un uomo di stato italiano che, nel pieno sentimento di questa condizione di miseria universale, di odio, di dissoluzione e di cecità, concepì, con freddo giudizio, la necessaria idea che per salvare l’Italia bisognasse unificarla in uno stato. Con rigorosa consequenzialità egli tracciò la via che era necessaria, sia in vista della salvezza sia tenendo conto della corruttela  e del cieco delirio del suo tempo, ed invitò il suo principe a prendere per sé il nobile compito di salvare l’Italia, e la gloria di porre fine alla sua sventura […]

E’ facile rendersi conto che un uomo il quale parla con un tono di verità che scaturisce dalla sua serietà non poteva avere bassezza nel cuore, né capricci nella mente. A proposito della bassezza, nella opinione comune già il nome di Macchiavelli è segnato dalla riprovazione: princìpi machiavellici e princìpi riprovevoli sono, per lei, la stessa cosa. Il cieco vociare di una cosiddetta libertà ha tanto soffocato l’idea di uno stato che un popolo si impegni a costituire, che forse non bastano né tutta la miseria abbattutasi sulla Germania nella Guerra dei sette anni, e in quest’ultima guerra contro la Francia, né tutti i progressi della ragione e l’esperienza delle convulsioni della libertà francese per innalzare a fede dei popoli o a principio della scienza politica questa verità: che la libertà è possibile solo là dove un popolo si è unito, sotto l’egida delle leggi, in uno stato.

Già il fine che Macchiavelli si prefisse, di innalzare l’Italia ad uno stato, viene frainteso dalla cecità, la quale vede nell’opera di Macchiavelli nient’altro che una fondazione di tirannia, uno specchio dorato presentato ad un ambizioso oppressore. Ma se anche si riconosce quel fine, i mezzi – si dice – sono ripugnanti: e qui la morte ha tutto l’agio di mettere in mostra le sue trivialità, che il fine non giustifica i mezzi, ecc. Ma qui non ha senso discutere sulla scelta dei mezzi, le membra cancrenose non possono essere curate con l’acqua di lavanda. Una condizione nella quale veleno ed assassinio sono diventate armi abituali non ammette interventi correttivi troppo delicati. Una vita prossima alla putrefazione può essere riorganizzata solo con la più dura energia.

 

 

*Lo scritto di Hegel sulla situazione italiana e Macchiavelli, che qui presentiamo (il titolo è redazionale), è tratto dal nono capitolo della Costituzione della Germania ( La formazione degli stati nel resto d’Europa). E’ dato nella traduzione italiana di C. Cesa, in G.W.F. Hegel, Scritti politici, Torino, Einaudi, 1972, pp. 101-108. Si ringraziano traduttore ed editore per la gentile concessione.

 

 

INTRODUZIONE ALLA “POLITICA COME DESTINO”_2A PARTE, di Teodoro Klitsche de la Grange

http://italiaeilmondo.com/2018/07/02/introduzione-alla-politica-come-destino_1a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/

Qui sotto la seconda parte del saggio di TKdlG. Continuiamo per tanto con la pubblicazione di testi alquanto interessanti riguardanti l’approccio al “politico” del pensiero liberale “forte” in contrapposizione e critica al pensiero liberale “debole” ancora nettamente predominante, se pure in crisi nella sua capacità persuasiva. Il discrimine tra le due varianti riguarda appunto l’atteggiamento verso e l’analisi della funzione del politico, inteso nella sua essenza e nella sua relazione con i diversi ambiti dell’agire umano. Il peso ancora minoritario della componente realista di questa corrente di pensiero è evidenziato dal misconoscimento dell’importanza, in particolare in Italia, di pensatori come Julien Freund e dalla demonizzazione e travisamento di altri come Carl Schmitt. Essa, la sua componente “realista” appunto, al contrario rientra a pieno titolo nell’alveo del dibattito sul conflitto strategico tra centri decisionali ripreso ed elaborato ultimamente in Italia da Gianfranco La  Grassa. E’ il nuovo punto di incontro e di confronto decisivo di varie correnti del pensiero politico cresciuto ed affermatosi nel ‘800 e nel ‘900 e ormai giunto ad una drammatica crisi delle proprie chiavi di interpretazione. Teodoro Klitsche de la Grange continua ad offrire da par suo il proprio contributo e ad alimentare il dibattito intrapreso pure da questa redazione, in particolare da Massimo Morigi e Luigi Longo. Buona lettura_Germinario Giuseppe

Sotto un altro profilo la concezione di Schmitt, corroborata dalle regolamentazioni normative che cita[1], è in linea con il “fattuale”. La regolamentazione/previsione dei poteri eccezionali è aderente alla realtà e alla necessità: se le costituzioni possono scegliere, disporre e regolare o meno i poteri eccezionali (cioè abolirli o non istituirli) non possono abolire le situazioni eccezionali. Solo l’Onnipotente può evitare guerre, calamità naturali, crisi economiche. Così un liberalismo realistico non può non prescrivere la normativa necessaria in siffatte emergenze; ed in effetti in quasi tutte le costituzioni lo dispone. Dove non è prescritta vale la regola di Jhering, e più ancora di Santi Romano: che “la necessità fa legge” ossia che è sicuro che nella situazione d’emergenza la costituzione sarà violata. E, se non violata, probabilmente sarà distrutta l’istituzione politica. Cosa che il liberalismo “ideale” – o almeno parte di esso – non considera, contrariamente a Schmitt, la cui critica è quindi confortata dalla storia.

  1. Sempre il liberalismo esangue (e post-moderno, ma non solo) ha, se non abolito, messo tra parentesi il nemico (e la guerra); senza considerare sia la possibilità concreta che l’ostilità degeneri in guerra, sia soprattutto che gli interessi contrapposti, non possano essere conciliati con procedure giuridiche (trattati, mediazioni, Tribunali internazionali). Già da prima Constant e Spencer ritenevano le società orientate ad attività economiche tendenzialmente pacifiche; e Schmitt critica Constant perché considerava le società orientata al commercio (e al benessere economico) meno guerrafondaie delle comunità tradizionali.

Il tempo si è incaricato se non di contraddire, almeno di ridimensionare questa concezione. La diffusione nel periodo dell’imperialismo (classico) e cioè nel XIX secolo (ed oltre) di guerre dettate da motivi economici, d’altra parte tutt’altro che sconosciute prima (e dopo), ne è la prova[2].

Nella successiva “fase” tardo-moderna (e post-moderna) si è creduto di trasferire dall’economico e addossare al diritto il fardello di poter eliminare e/o ridurre (e decidere) i conflitti non solo all’interno – che è più naturale – ma anche all’esterno della sintesi politica. Ma se all’interno c’è comunque il soccorso della sintesi politica “totale e decisiva” col monopolio della violenza legittima e della decisione in ultima istanza, cioè sovrana e (spesso apparentemente) “neutra”, all’esterno mancano l’uno e l’altra.

Il che ha condotto a derogare, nel corso del XX secolo al principio internazionalistico che “par in parem non habet jurisdictionem”, attivando istituzioni e Tribunali internazionali, sia per la soluzione di controversie con (e tra) Stati e tra privati e Stati, sia per giudicare, specialmente dopo le guerre, i vinti da parte dei vincitori[3]. Il tutto in nome di un “diritto” universale che, al di là delle buone intenzioni, ha perso di vista come il diritto abbia anche, necessariamente, un momento (e apparati) d’applicazione. La fase successiva è stata di promuovere guerre – non denominate tali – in nome dei “diritti umani” che per lo più, al di là delle buone intenzioni – sempre presenti – hanno dimostrato che è solo la proporzione delle forze a determinare se, in quei Tribunali si è giudicati (e prima ancora, se il “reo” è debellabile senza (o con pochi rischi); onde, successivamente, i capi dell’unità politica “pacificata”, sono giudicati dalle apposite Corti (internazionali o meno). Perché un’operazione di peacekeeping contro una potenza, anche media, ancorché notoriamente vi si pratichi la violazione dei diritti umani, non si è finora vista. Spedizioni punitive del genere (e successivi giudizi dinanzi a Corti internazionali) sono state promosse in conflitti (prevalentemente) etnici, relativamente a entità statali minori e gruppi politici non consolidati, privi di strumenti militari decisivi, ed hanno visto sfilare come imputati generali e politici balcanici o dell’Africa nera.

Nessuno dei quali aveva il potere d’opporsi realmente all’operazione benintenzionata come avrebbero potuto fare tanti altri, perciò al riparo da interventi umanitari. Il che conferma il detto di Hegel che non c’è Pretore tra gli Stati[4]; perché fondandosi ciò su volontà particolari sovrane, avrebbe carattere “accidentale”. Più che altro mentre a fondamento della giustizia statale c’è un istituzione, di per sé generale, superiore, decisiva e durevole, a base di quella internazionale vi sono soltanto uffici (chiamarli organi è forse eccessivo), la cui esistenza è frutto di accordi e trattati particolari e pertanto carente (del carattere) di “istituzionalizzazione”, politica in specie.

Anche in tal caso la critica di Schmitt coglie nel segno: non appare realistico né confermato dalla storia che possano eliminarsi o ridursi drasticamente i conflitti e quindi l’inimicizia politica che ne deriva, né per l’orientamento sociale all’attività ed al benessere economico, né per decisione dei Tribunali[5].

Come la costituzione è l’assetto e l’organizzazione della comunità politica, in base all’insopprimibile (Freund) presupposto del politico  del comando/obbedienza; così non è possibile eliminare dal mondo la lotta e il nemico, altro presupposto del politico.

A base di tali illusioni c’è la credenza che sia possibile trovare, tra esseri razionali, un punto d’incontro, malgrado diverse visioni del mondo. Max Weber assicurava che si arriva comunque a valori non negoziabili e non vi è modo di conciliarli[6]. Un acuto studioso argentino come Bandieri, ha qualificato una delle correnti riconducibili a un (vago) liberalismo esangue, e cioè il c.d. “neocostituzionalismo”, come positivismo di valori, che distingue da quello di Kelsen (ed epigoni) che è positivismo di norme.

Nei casi estremi (quelli che più contano), tra comunità riconoscentesi in “tavole di valori” inconciliabili una decisione giuridificata o meglio (e soprattutto) giurisdizionalizzata, è pertanto impossibile.

Valitutti sostiene che “secondo Schmitt, l’unità politica è sempre unità decisiva, sovrana e totale. Egli scrive, e noi lo abbiamo già riferito, che è totale perché l’uomo viene afferrato tutto alle radici stesse del suo essere dalla partecipazione politica alla quale egli si da. Aggiunge incisivamente che la politica è destino… Il destino è il fatum in senso greco-latino, cioè una necessità superiore e ineluttabile. Per Schmitt il totalitarismo politico è il destino in questo significato”.

Conseguenza di ciò è che “il nostro è un tempo nel quale la distinzione schmittiana tra amicus e hostis, come distinzione totale e totalizzante, fornisce il criterio interpretativo di porzioni e manifestazioni cospicue della nostra realtà politica e sociale”[7]. Secondo il liberale italiano questo iperpoliticismo è viziato: “Il vizio, se così possiamo chiamarlo, attraverso il quale passa nella realtà effettuale il totalitarismo politico, è quello stesso attraverso il quale passa l’unilateralità dell’apoliticismo, cioè la reductio ad unum della multiforme vita spirituale dell’uomo”. L’apoliticismo è frutto non tanto del primato del Bourgeois sul citoyen ma dell’essere in corso “una grande rivoluzione utilitaristico-edonistica, che ha le sue armi nella scienza e nella tecnica e che è liberatrice di ingenti forze già compresse, ma che intanto produce uno squilibrio della vita spirituale”[8]. Nella vita spirituale del (tardo) XX secolo (ma anche oggi) è sovrana la praxis[9]. Così si crea uno squilibrio, riduttivo della comune umanità[10].

Il tutto presuppone, scrive Valitutti, la priorità della figura dell’hostis anche su quella dell’amicus[11].

  1. A considerare la critica di Valitutti a Schmitt, ancorché le censure del primo al secondo siano centrate, occorre valutarle nel contesto del pensiero di Schmitt, oggigiorno maggiormente noto al lettore italiano per la traduzione quasi integrale dell’opera del giurista di Pletteberg e per i contributi che ha suscitato.

Valitutti rimprovera a Schmitt l’ “iperpoliticismo” e, ad esso strettamente collegata, una concezione per così dire “settoriale” dell’uomo. Tuttavia l’intero pensiero di Schmitt è orientato allo stato d’eccezione. Come scrive nella Politische theologie nella situazione d’emergenza “L’esistenza dello Stato dimostra qui un’indubbia superiorità sulla validità della norma giuridica”[12]. Quindi l’eccezione, e la guerra, che dello stato d’eccezione è l’aspetto più rilevante, non nega la normalità, ma ne ridimensiona l’importanza e la stessa capacità di comprendere interamente il diritto, pubblico in particolare. Il diritto è norma ed eccezione: è ordinamento della vita della comunità e questa è fatta sia di situazioni normali che di eccezionali.

La critica al costituzionalismo liberale esangue consiste così proprio nel fatto che non considera l’unità e la completezza dell’ordinamento e che questa ricomprende sia norme che ordinamento, sia comando che obbedienza, legittimità oltre che legalità, forza e norma, principi di forma politica e principi dello Stato borghese. E dimentica che in tante occasioni, come nella seconda guerra mondiale, l’esistenza politica delle democrazie liberali è stata difesa anche con bombardamenti indiscriminati (atomici e non), non proprio da considerare mezzi umanitari. Alla fine le teorie da Schmitt criticate sono più che errate, parziali: coperte strette che non coprono e non spiegano l’intero e tantomeno come, proprio nello stato d’eccezione, la parte “politica” prevalga su quella “normativa”. Così avviene anche per gli altri aspetti.

Come l’antropologia di Schmitt: se è vero, come scrive Valitutti, che Schmitt non considera l’uomo “tutto intero” ma enfatizzandone l’aspetto politico, è pure vero che, nel caso di guerra il cittadino (il componente della comunità) ha il dovere di difendere la comunità e così il rischio di morire. Cosa che generalmente non succede nel discutere una teoria scientifica o filosofica.

Quindi è nell’emergenza (e in vista di quella) che lo “squilibrio”  notato da Valitutti, si realizza a causa del montare di quello che Clausewitz chiamava il “sentimento politico”, elemento fondamentale – ancorché non esclusivo – del triedro della guerra[13].

Anche in questo caso il prevalere della politica è ridimensionato proprio dallo (e in vista) dello stato d’eccezione, d’altronde, come scrive Agamben, istituto tipico degli ordinamenti costituzionali moderni.

Piuttosto quanto sostiene Valitutti è spiegabile con il periodo in cui è scritto: in pieno sessantottismo e post-sessantottismo dove  si consumavano le ultime battute del comunismo (prossimo all’implosione), con slogans che ne enfatizzavano il potenziale liberatorio e di conformazione di una nuova società umana, per realizzare la quale nessuno sforzo (e mezzo) doveva essere risparmiato (terrorismo compreso). In quel contesto il personale (era) politico: espressione che coniuga iperpoliticismo con un sotteso edonismo (cioè con la maior pars dell’a-politicismo).

Valitutti fa carico a Schmitt di sottovalutare l’attività spirituale e teorica dell’uomo. Anche qui pare piuttosto che Schmitt segua quanto scrive de Maistre “L’uomo, per il fatto di essere contemporaneamente morale e corrotto, giusto nell’intelligenza e perverso nella volontà, deve necessariamente essere governato”[14]. E, in connessione con la sua antropologia, la perversità della volontà umana, è indipendente dalla (razionalità) e giustizia della sua intelligenza (e, spesso su quest’ultima prevalente).

Va da se che in tale contesto realistico è una nobile quanto illusoria aspirazione pensare che una decisione si possa raggiungere attraverso l’accordo tra uomini razionali, ispirati da imperativi categorici[15].

Quando poi Valitutti stigmatizza come “fantoccio polemico” il liberalismo criticato da Schmitt, la censura è largamente condivisibile. A un liberale italiano, peraltro di formazione  idealistica come Valitutti, non possono che apparire (almeno) parziali e riduttivi gli appunti, pur spesso centrati, di Schmitt al “liberalismo”. Per un liberale italiano il liberalismo è soprattutto “religione della libertà” e, scriveva Croce, come tutte le religioni, crea guerre di religione. Così furono in Italia le guerre civili del 1799 e del 1860 (senza aggiungere quella del 1806) in particolare nel Mezzogiorno. Lo Stato nazionale non fu costruito da congressi, accordi, trattati, sentenze ma da tre guerre interstatali e da una guerra civile (il c.d. brigantaggio). Altro che agreements tra esseri razionali. E di ciò è consapevole ogni liberale che abbia senso storico-politico. Diceva V.E. Orlando che “nulla per noi è più intollerabile della contrapposizione; Libertà e Patria”.

Lo Stato nazionale fu costituito – diversamente che in altri paesi europei – non dalle monarchie assolute, ma dalla collaborazione tra monarchia sabauda e movimento nazionale, di cui i liberali erano  la maior pars e cui era evidente che lo Stato era “nel fatto sorto da un procedimento rivoluzionario”[16].

Il principio politico (la monarchia mista con elementi di democrazia) era coniugato ai principi del Bürgerliche Rechtstaat in uno Stato “rappresentativo”. Il che vaccinava (per lo più) i liberali italiani da certe concezioni riduttive del liberalismo, come quelle criticate dal giurista renano. Lo stesso termine con cui giuristi e scienziati politici del periodo liberale dello Stato nazionale lo qualificavano prevalentemente come rappresentativo[17] è indice sia della consapevolezza del processo di costruzione nazionale (e radicamento) che dell’unione dei principi di forma politica con quelli dello Stato borghese.

C’è un altro aspetto, meno “esclusivo”, ma comunque importante, nel pensiero liberale italiano[18]: è la concezione realistica dell’uomo, l’antropologia (moderatamente) negativa. Questa, tuttavia, è comune a ogni pensiero liberale “forte”.

Già gli autori del Federalista fondavano su quella sia la necessità dello Stato sia quella del costituzionalismo (liberale)[19]. La stessa antropologia realistica è presupposta nelle concezioni di Croce, di Fortunato, Einaudi, Puviani e tanti altri. Soprattutto nel pensiero di Mosca e Pareto l’uomo non è considerato  (solo) essere razionale e soprattutto capace di seguire una condotta  razionale, ma anche dotato di volontà, istinti, pregiudizi in grado di determinare le azioni assai più della razionalità.

Proprio Pareto con la sua teoria dei  residui  (non razionali, corrispondenti ad interessi e istinti  ) e delle derivazioni (apparentemente razionali) ne ha fatto una trattazione analitica “preceduta” dall’ancora più rilevante tra azioni logiche  e azione non logiche: le une e le altre soprattutto in relazione allo                      iato tra scopo perseguito e risultato conseguito.

Anche Mosca giudicava che la grande maggioranza degli esseri umani non agisce in base a convinzioni razionali (scientifiche) ma a illusioni diffuse[20].

Ciò non era carattere “proprio” ed esclusivo del pensiero italiano: ma è, in questo, almeno nel periodo suddetto, particolarmente sviluppato (ed autorevole).

  1. In particolare il fantoccio polemico, che Valitutti critica in Schmitt è ciò che il giurista tedesco vede nei pensatori dallo stesso criticati, ma che non è né il liberalismo storico “classico” – in particolare italiano – né quello che emerge da un’analisi fattuale ma anche giuridico-normativa, sia dei comportamenti che degli ordinamenti dello Stato borghese. È piuttosto quel che risulta da condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt).

In questo senso l’analisi di Valitutti fatta all’inizio della “rinascita” in Italia dell’interesse per il pensiero del giurista renano[21] e in tempi in cui era demonizzato (e misconosciuto) molto più di oggi, è espressione di un coraggio intellettuale e di una pregevole indipendenza e chiarezza di giudizio.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] V. Verfassungslehere, trad. it. cit. p. 154 ss, v. anche pp. 46,56, 236.

[2] D’altra parte Schmitt ha avanzato anche la spiegazione, assai interessante, che ciò dipendeva dalla centralità nello spirito europeo del XIX secolo dell’economia e del conseguente criterio del raggruppamento (principale) di amicus/hostis. Per cui il raggruppamento decisivo è quello borghese/proletario, come evidente in particolare nei bolscevichi e nel concetto di guerra civile mondiale. V. ne Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 167 ss.

[3] Anche se la normativa internazionale più recente ha evitato (almeno) che nel ruolo dei giudici vi fossero i vincitori e in quella dei giudicati, i vinti, precostituendo dei giudici non coinvolti.

[4] Hegel spiegava che la rappresentazione kantiana di una pace perpetua, presuppone la concordia tra gli Stati. Considera che questa si baserebbe su fondamentali morali, religiosi ed altri; ma avrebbe “pur sempre per base delle volontà sovrane particolari”, e perciò rimarrebbe affetta da accidentalità. Grundlinien des Philosophie des Recht, trad. it. di V. Cicero, Milano 1995, §333 p. 555

[5] Anzi è l’esistenza e lo svilupparsi del conflitto che rende necessario (per arrivare ad una soluzione dello stesso) ad “internazionalizzare” il diritto derogando a quello normale “interno”, come scriveva Santi Romano, nel caso delle guerre civili (amnistie, scambi di prigionieri, accordi), v. Corso di diritto internazionale, Padova, p. 73. Il processo di cui scrive il giurista è proprio l’inverso di quello criticato e la cui ratio è di applicare per risolverlo istituti di diritto interno. Infatti come nota Santi Romano “Così, in caso d’insurrezione o di guerra civile, le norme di diritto internazionale, specialmente attinenti alla guerra e alla neutralità, vengono spesso riferite agli insorti … Ciò può accadere per diverse ragioni, che però si riducono ad una sola: l’impotenza dello Stato nel quale scoppia l’insurrezione a dominare col suo ordinamento gli autori di essa, per cui lo stesso Stato sente il bisogno, per mitigare la lotta, di condurla secondo le norme internazionali, purchè anche gli insorti adottino uguale comportamento” (il corsivo è mio).

[6] “Tra i valori, cioè, si tratta in ultima analisi, ovunque e sempre, non già di semplici alternative, ma di una lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra «dio» e il «demonio». Tra di loro non è possibile nessuna relativizzazione e nessun compromesso. V. ora trad. it.. di P. Rossi ne Il metodo delle scienze storico-sociali, Milano 1980, p. 332. Tuttavia prosegue: “Beninteso, non è possibile secondo il loro senso. Poiché, come ognuno ha provato nella vita, ve ne sono sempre di fatto, e quindi secondo l’apparenza esterna, ad ogni passo”. Il che significa che il compromesso è spesso praticabile ma non sempre e non in tutti i casi.

[7] Ed aggiunge “Oggi si sta moltiplicando il purus politicus, l’uomo per cui non esiste che la politica. Poiché la politica è lotta, il purus politicus è un uomo lottante … non poche antitesi si trasformano e si esasperano in antitesi politiche nel senso chiarito da Schmitt, cioè in antitesi tra amici e hostes.

[8] E prosegue “perciò si arrugginiscono, quando non si atrofizzano, quelle altre attitudini che permettono all’uomo di abbracciare tutta la realtà e di nutrirsene, e in particolare le attitudini conoscitive”

[9] “La scienza e la tecnica sono baconianamente ricercate e utilizzate per il cangiamento e il miglioramento delle condizioni di vita. La praxis è sovrana e assorbente e distoglie dalla teoria. È l’impeto della vitalità che ostruisce ad un tempo quelle che il filosofo ha chiamato le fonti della cratività morale e le vie della ricerca della verità”.

[10] Scrive Valitutti che ciò comincia da Marx e dalla celebre 11ª postilla a Feuerbach, per cui compete ai filosofi (futuri) cambiare il mondo più che interpretarlo “Oggi si tende a possedere la realtà solo praticamente e perciò solo utilitaristicamente”. La ragione è “neutralizzata; perde il rapporto con il contenuto oggettivo perché è usato per soli fini utilitari, e non per conoscere la verità”. Da un lato c’è l’apoliticismo la cui conseguenza è che “scarseggiano i fattori unificanti e aumentano quelli dirompenti. Gli uomini si accomunano e concentrano nel godimento del benessere che è intrinsecamente isolante”. E l’altra faccia di questo Giano è il “raggrupparsi politico, in cui il cemento è l’ostilità contro l’hostis, cioè contro il raggruppamento nemico. Tra apoliticismo e panpoliticismo c’è passaggio pur se il secondo si manifesta talvolta con il volto tragico del vendicatore che vuole colpire la tirannia dell’edonismo”

[11] “Concezione che ritiene erronea e “cattiva”; ma cattive teorie possono originare cattive coscienze: “come la cattiva coscienza si insinua nella cattiva teoria e le fornisce impulsi e stimoli, così la cattiva teoria fornisce un sostegno alla cattiva coscienza”.

[12] V. trad. it. di P. Schiera ne “Le categorie del politico” Bologna 1972 p. 39, e aggiunge “Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue nella norma giuridica e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto. Per la dottrina dello Stato di diritto di Locke e per il razionalistico XVIII secolo, lo stato d’eccezione era qualcosa di incommensurabile. La diffusa consapevolezza del significato del caso d’eccezione che domina il diritto naturale del XVII secolo, va presto perduta nel corso del secolo seguente, allorché viene instaurato un ordine relativamente durevole … Solo una filosofia della vita concreta non può ritrarsi davanti  all’eccezione e al caso estremo, anzi deve interessarsi ad esso al più alto grado. Per essa l’eccezione può essere più importante della regola, e non in base ad una ironia romantica per il paradosso, ma con tutta la serietà di un punto di vista che va più a fondo delle palesi generalizzazioni di ciò che comunemente si ripete. L’eccezione è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione. Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione” e conclude il passo “Abitualmente non ci si accorge della difficoltà poiché si pensa al generale non con passione ma con tranquilla superficialità. L’eccezione al contrario pensa il generale con energica passionalità”

[13] Si noti che il generale prussiano il quale distingue, tra l’altro, guerra assoluta e guerra “normale”, anche nella concezione generale del fenomeno bellico ritiene che “la guerra si presenta inoltre nel suo aspetto generale, sotto il rapporto delle tendenze che regnano in essa, come uno strano triedro composto:

  1. della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;
  2. il giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima;
  3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione.

La prima di queste tre facce corrisponde più specialmente al popolo, la seconda al condottiero ed al suo esercito, la terza al governo” Vom Kriege trad. it. Milano 1970, vol. I, p. 40. Quindi anche nella guerra sono presenti elementi razionali, che contribuiscono a ridimensionarla ed umanizzarla.

[14] V. Du Pape, trad. it. Milano 1995, p. 155.

[15] Che è poi uno dei presupposti di un liberalismo esangue, ispirato al pensiero di Kant (ma sottovalutando il “legno storto”). Ma che tale condivisibile aspirazione possa costituire una base – sempre e ovunque valida – non è credibile, per cui si trasforma in una sicura illusione, che seleziona della natura umana il connotato più gestibile: la ragione. E, al tempo, sminuisce quello che lo è meno, la volontà (istinti, interessi, pregiudizi e così via).

[16] V. V.E. Orlando Principii di diritto costituzionale p. 51.

[17] Ricordiamo tra gli altri: G. Mosca, Appunti di diritto costituzionale, Milano 1912 (il quale scrive anche di governo rappresentativo, di regime rappresentativo).

[18] D’altra parte condiviso anche con gran parte dai pensatori liberali non italiani.

[19] “Ma cos’è il governo se non la poderosa analisi dell’umana natura? Se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo.

Ma nell’organizzare un governo di uomini che dovranno reggere altri uomini, qui sorge la grande difficoltà: prima si dovrà mettere il governo in grado di controllare i propri governanti, e quindi abituarsi ad autocontrollarsi”. V. Il federalista, trad. it. di Bianca M. Tedeschini Lalli, Bologna 1980, p. 396. (Il corsivo è mio).

[20] “La scienza e tutti quei brani di verità… sono sempre stati l’opera di un numero molto scarso d’individui… Le masse finora non hanno mai vissuto della scienza e per la scienza, ma di grandi illusioni collettive, che trovano la loro base non nel raziocinio, ma nel sentimento umano” v. Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare, Bari 1949, p. 85 (il corsivo è mio).. D’altra parte considerazioni simili si trovano in altre opere di Mosca.

[21] Che ha preceduto la “rinascita” dell’interesse in altri paesi. Günther Maschke, in un  saggio dedicato all’impatto del pensiero di Schmitt (scritto poco dopo la morte del giurista) giudicava che l’Italia di quella rinascita costituiva la parte più cospicua, v. trad. francese (col titolo Carl Schmitt «Fossoyeur de la République» «Kronjurist» ou «Dernier classique»? in Nouvelle École n. 44, 1987, p. 53 ss.

SCHEDA DEL LIBRO OGGETTO DI CRITICA

SCHEDA de “LA POLITICA COME DESTINO”

Originariamente pubblicato nella rivista “Nuovi studi politici” nel 1976 e quindi in un volume contenente anche uno scritto di Karl Lowith nel 1978, La politica come destino di Salvatore Valitutti torna oggi nuovamente nelle librerie italiane per i tipi della Liberilibri.

Valitutti, pur da liberale e con atteggiamento critico, accanto alle ragioni di dissenso riuscì ad intuire l’incisività e la validità di alcune intuizioni di Carl Schmitt.

Pubblichiamo pertanto per la gentile concessione della Società Liberilibri e dell’autore, il saggio introduttivo di Teodoro Klitsche de la Grange al libro di Salvatore Valitutti.

la geopolitica dell’acqua- intervista ad antonio de martini 2a parte

qui sotto la seconda parte dell’intervista registrata integralmente il 22 aprile scorso con la prima parte già apparsa sul sito al seguente link

http://italiaeilmondo.com/2018/06/13/la-geopolitica-dellacqua-intervista-ad-antonio-de-martini-1a-parte/

L’intervista si conclude con una nota di speranza inusuale di questi tempi. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

25° PODCAST_NEL TEMPO E NELLO SPAZIO, di Gianfranco Campa

L’inchiesta sul Russiagate, con i suoi corollari, procede ormai stancamente e a tentoni. Rappresenta l’emblema dei pesanti e sistematici interventi in grado di condizionare pesantemente la condotta del Presidente Trump e di snaturare le finalità politiche originarie specie nell’agone geopolitico. Lo hanno spinto e costretto a stringere e saldare alleanze, specie in Medio Oriente, con modalità talmente ostentate da pregiudicare quasi irreparabilmente il ruolo di arbitro, sia pure di arbitro-giocatore, già compromesso con le politiche destabilizzatrici dei precedenti Presidenti Bush e Obama; ma non lo hanno atterrato e neutralizzato definitivamente. L’inerzia dello scontro, piuttosto, sta mettendo a nudo progressivamente la vana e sterile potenza del vecchio establishment. Uno ad uno i pilastri sui quali ha poggiato il proprio predominio trentennale cominciano a mostrare l’usura e crepe preoccupanti. Dal multipolarismo all’ambientalismo catastrofista, dall’interventismo esibito e giustificato dal vessillo dei cosiddetti diritti umani al globalismo fondato sullo scambio perverso tra estorsione finanziaria e deindustrializzazione di importanti aree e settori della formazione dominante, dalla cosiddetta libertà delle reti alla cosiddetta libertà di migrare, uno ad uno tutti i tabù cominciano ad essere contestati e la fede euforica in quei principi si trasforma sempre più apertamente in dubbio e in contestazione sempre più aperta.

Non solo! Lo stallo nello scontro e la perdita duratura di controllo di alcune leve fondamentali di potere e di trasmissione delle direttive stanno compromettendo la già scarsa coerenza delle condotte politiche e paralizzando la fiducia e l’efficacia dell’azione delle seconde linee sparse per il mondo. La crisi della Unione Europea, la situazione traballante di dirigenti politici sino a pochi mesi fa indiscussi, come Merkel e Macron, sono gli indizi della crisi di una intera classe dirigente e di un intero sistema di relazioni, ormai aggrappato all’esito delle prossime elezioni di medio termine negli USA, nel frattempo vagante come pecorelle smarrite. Fosse anche largamente positivo per il vecchio schieramento neocon e democratico, nulla però potrà ormai tornare come prima. La coperta americana si sta rivelando sempre più stretta per coprire l’intero planisfero. La stessa Europa è sempre meno un campo unitario di azione. Ossessionata dalla capacità di resistenza della Russia, vede con difficoltà l’emergere di altre forze concorrenti.

Sarebbe ormai più interesse del vecchio establishment americano, costretto sempre più a mettere a repentaglio la credibilità di intere istituzioni e dei personaggi chiave ad esse connessi, che del nuovo establishment in via di formazione cercare di chiudere la messinscena. La dinamica della rappresentazione ha però assunto una propria inerzia difficile da governare sino a coinvolgere autorità sino ad ora indiscusse e indiscutibili come Obama. Se vittoria potrà essere, rischia di rivelarsi una vittoria di Pirro. La vecchia talpa ha già scavato abbastanza. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

LA FINANZA, UNO STRUMENTO DI LOTTA TRA LE NAZIONI EUROPEE SOTTOPOSTE ALLE STRATEGIE USA, 3a parte (a cura di) Luigi Longo

LA FINANZA, UNO STRUMENTO DI LOTTA TRA LE NAZIONI EUROPEE SOTTOPOSTE ALLE STRATEGIE USA

(a cura di) Luigi Longo

 

 

Propongo la lettura di quattro scritti di cui il primo sull’euro, sullo spread e sul rapporto tra l’Italia e la Germania; il secondo sul non rispetto delle regole europee da parte della Bundesbank nell’emissione dei titoli del debito pubblico; il terzo sul debito pubblico; il quarto sulla necessità di un principe che con dura energia sappia rialzare la Nazione da uno stato di degrado economico, politico e sociale.

I due scritti di Domenico de Simone, un economista “radical”, sono apparsi sul sito www.domenicods.wordpress.com, rispettivamente in data 27/5/2018 e 18/2/2014, con i seguenti titoli: 1) italiani scrocconi e fannulloni? tedeschi truffatori e falsari!; 2) Con la scusa del debito.

Lo scritto di Domenico De Leo, economista, è apparso sul sito www.economiaepolitica.it in data 7/12/2011, con il seguente titolo: L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato.

Per ultimo propongo lo stralcio dello scritto di G.W.F. Hegel dal titolo: Il “Principe” di Macchiavelli e l’Italia che è stato pubblicato in Niccolò Macchiavelli, Il Principe, a cura di Ugo Dotti, Feltrinelli, Milano, 2011, pp. 246-248.

L’idea di questa proposta è scaturita seguendo con grande fatica la crisi politica e istituzionale che si è innescata a partire dalle elezioni politiche del 4 marzo scorso: è irritante fare analisi politiche di grandi questioni (sic) a partire dalle elezioni politiche che sono teatrini indecenti con maschere penose e tristi, così come tristi sono le relazioni di potere!

Si parla in questi giorni di questioni come la difesa dell’euro, il debito pubblico, il pareggio di bilancio, lo spread, l’Unione Europea, la Costituzione violata, eccetera, velando i veri problemi che sono quelli dati dalla mancanza di sovranità nazionale (indipendenza, autonomia e autodeterminazione) e da una Europa che non esiste come soggetto politico (non è mai esistita storicamente): questa Unione europea, economica e finanziaria è figlia delle strategie egemoniche mondiali statunitensi.

L’Europa è una espressione geografica storicamente data a servizio degli Stati Uniti dove i sub-dominanti vogliono tutelare i propri interessi nazionali, svolgere le proprie funzioni per accrescere il loro potere sotto l’ala protettiva e allo stesso tempo minacciosa degli Stati Uniti (egemonia nelle istituzioni internazionali e nella Nato) a scapito degli interessi della maggioranza delle popolazioni nazionali ed europee (gli scritti di Domenico de Simone e di Domenico De Leo chiariscono molto bene il ruolo di potere degli agenti strategici che usano gli strumenti della finanza nel conflitto per la difesa del posto di vassallo europeo da parte tedesca).

La crisi dell’Italia (crisi di una idea di sviluppo e di una comunità nazionale inserite in una crisi d’epoca mondiale) va vista nel ruolo che l’Italia svolge nelle strategie statunitensi: sul territorio italiano ci sono fondamentali infrastrutture (immobili e mobili) militari a servizio degli Usa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in Oriente. Gli Usa-Nato stanno cambiando le città e i territori, stanno distruggendo le industrie di base, stanno rimodellando le economie dei territori; il Pentagono decide gli investimenti e le infrastrutture necessari; in definitiva hanno compromesso le basi per lo sviluppo di una discreta potenza del Paese: ci restano solo il cosiddetto made in Italy e il piccolo, medio è bello (sic). Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, facendo gli auguri al popolo italiano per la festa della Repubblica, ha detto che “La nostra continua cooperazione economica, politica e sulla sicurezza è vitale (corsivo mio) per affrontare le sfide comuni, tra cui il rafforzamento della sicurezza transatlantica e la lotta al terrorismo in tutto il mondo”.

Lo sbandamento dei sub-decisori italiani non è dovuto alla ricerca di un percorso di sovranità nazionale, da cercare con altre nazioni europee, per ripensare un’Europa come soggetto politico autonomo ( le cui forme istituzionali sono da inventare); ma esso è dovuto al conflitto interno agli USA dove si scontrano le visioni diverse dell’utilizzo dello spazio Europa in funzione delle proprie strategie egemoniche mondiali: 1) una Europa sotto il coordinamento del vassallo tedesco e del valvassore francese con la costruzione di uno Stato europeo?; 2) una Europa delle Nazioni singole?; 3) una Europa ridisegnata con la creazione di regioni?; 4) una Europa riorganizzata in aree << secondo le linee che marcano lo sviluppo storico>>?

La nuova sintesi dei dominanti statunitensi basata su un’idea di sviluppo con una diversa organizzazione sociale ( se mai ci sarà, considerato l’atroce conflitto in atto che indica l’inizio del declino dell’impero) dirà quale Europa sarà funzionale al rilancio egemonico mondiale.

E’ bastato che alcune forze politiche sistemiche proponessero ( non a livello di azione, che presuppone ben altre analisi e ben altri processi) aggiustamenti tecnici, maggiore equità, una ri-sistemazione sistemica delle gerarchie consolidate, una maggiore difesa dei propri interessi nazionali in funzione di una migliore Europa atlantica, che la reazione del potere sub-dominante europeo (soprattutto tedesco) fosse violenta, scomposta e rozza.

Il ruolo di garante di questa Europa legata ai dominanti statunitensi, che si configurano nel blocco democratico – neocon – repubblicano ( di questo blocco sono da capire meglio gli intrecci dei decisori della sfera politica), che vogliono una Europa coordinata dal vassallo tedesco, è rappresentato, in Italia, dal Presidente della Repubblica (oggi Sergio Mattarella, ieri Giorgio Napolitano). Il gioco istituzionale di Sergio Mattarella è da inquadrare in questa logica, altrimenti non si capiscono bene le contraddizioni, i paradossi, le sbandate e le ipocrisie di tutta la sfera politica. Attardarsi sul rispetto della Costituzione da parte del Presidente della Repubblica è un non sense perché la Costituzione è una espressione dei decisori e non del popolo. Le regole, le norme, i principi che regolano i rapporti sociali di una Comunità nazionale sono in mano a pochi e non a molti. Come insegna la cultura antica, soprattutto greca, quando le regole del legame sociale non sono decise dalla maggioranza non c’è nè democrazia nè libertà.

Occorre riflettere sulla tragica situazione in cui si trova l’Italia in particolare, e più in generale l’Europa, per trovare una strada che non sia solo elettorale, che non sia solo tecnica-finanziaria, che non veda la finanza come un dominio ma come uno strumento di potere in mano agli agenti strategici sub-dominanti europei e pre-dominati statunitensi. << Oggi si parla tanto della finanziarizzazione del capitale e del suo strapotere. Magari vedendo in questo processo l’avvicinarsi di una crisi catastrofica. Ma la finanza è solo un fattore fra altri, non isolabile, dello scontro per la supremazia fra i gruppi dominanti. Il capitale finanziario insomma rappresenta i conflitti in atto tra diverse forze e strategie politiche, combattuti con l’arma del denaro. Se vogliamo allora comprendere gli squilibri e le crisi che caratterizzano il capitalismo contemporaneo dovremmo addentrarci in un complesso intreccio tra funzioni finanziarie e politiche e nelle contraddizioni tra la razionalità strategica che prefigura assetti di potere e la razionalità strumentale che mira ai vantaggi immediati dell’economia. Al fondo vi è sempre lo scontro tra gruppi dominanti.>> (Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008).

Per questo il rito delle elezioni è diventato sempre più inutile (l’esempio greco, e non solo, è significativo!) e mano a mano che si entrerà sempre di più nella fase multicentrica si renderà sempre più palese l’ideologia della partecipazione popolare alle decisioni del Paese tramite il voto elettorale, alla faccia della Costituzione!

La fase multicentrica impone una ri-considerazione sul ruolo della sovranità nazionale per ri-costruire una Europa delle nazioni sovrane che chiarisca il suo rapporto con gli USA e guardi ad Oriente.

 

Per comodità di lettura gli scritti proposti sono stati divisi e pubblicati in quattro parti, ciascuna preceduta dalla mia introduzione.

 

 

TERZA PARTE

 

 

CON LA SCUSA DEL DEBITo

di Domenico de Simone

 

 

Un paio di anni fa, un serissimo Istituto di studi economici tedesco, la Fondazione Stiftung Marktwirtschaftche significa Economia di Mercato, condotto dall’economista Bernd Raffelhüschen, molto stimato in Germania e all’estero, ha pubblicato un report a dir poco sconcertante, nel quale si dimostra che l’Italia è sì inguaiata dai debiti, ma in realtà in proiezione futura sta molto meglio di tutti gli altri paesi europei Germana compresa. La sua ricerca è stata ripresa qualche tempo fa dal Neue Zürcher Zeitung (Nzz), il più prestigioso giornale della Svizzera tedesca che nella sua edizione tematica, l’ha ampliata aggiungendo anche la Svizzera all’elenco dei paesi esaminati nella ricerca di Raffelhüschen.

Non molto stranamente, mentre in Germania e in Svizzera la ricerca ha aperto un grande dibattito ed ha avuto l’eco mediatica che meritava, in Italia ne hanno parlato in pochissimi, e nessuno dei grandi giornali che si occupano di economia, o fanno finta di occuparsene. Questo è il link ad un articolo apparso su uno dei pochi periodici on line che hanno commentato la ricerca e questo un altro.

Non è strano affatto se si pensa ai contenuti del report. Nella ricerca si distingue, infatti, tra debito “esplicito” ovvero il debito esistente e conclamato dai titoli di stato in circolazione, e quello “implicito” ovvero il debito che non appare direttamente dai conti, ma che apparirà nel tempo a causa delle politiche economiche e degli oneri effettivi assunti dagli Stati relativamente alla loro spesa pubblica. Se si sommano le due componenti, ci si accorge che l’Italia è il paese in Europa che sta meglio di tutti, poiché ha almeno in chiaro gli oneri che si sommeranno nel prossimo futuro al debito attuale. La somma delle due componenti, infatti, porta il debito complessivo dello Stato al 146% del PIL attuale, mentre per la Germania la somma risulta essere il 192,6% del PIL, poco meno della virtuosa Finlandia che raggiunge il 195,2%. Stanno molto peggio sia la Francia con il 337,5% che l’opulenta Olanda, con il 494,6% , per non parlare della Spagna, con il 548,5% e la Grecia che raggiunge il 1.016,9% del PIL attuale. Gli altri paese europei li vedete nella scheda di questo articolo. Per la cronaca, la Svizzera è buona terza nella classifica in questione, e per la loro ricerca i conti dell’Italia stanno addirittura sotto lo zero, nel senso che a lungo termine il debito italiano sarà assorbito poiché gli impegni presi sono minori delle entrate previste.

Insomma, dire che stiamo bene è tutto relativo, poiché è chiaro che anche noi stiamo messi malissimo, ma gli altri paesi d’Europa stanno messi peggio di noi, molto peggio. Allora, per quale ragione i “mercati” attaccano tanto i bond italiani, anche quelli a medio e lungo termine, mentre considerano così appetibili i titoli di stato tedeschi, francesi e olandesi? Perché i nostri BOT e CCT sono considerati alla stregua dei titoli spazzatura, mentre i bond tedeschi vanno a ruba? Con la conseguenza che noi dobbiamo onerarci di interessi molto alti per piazzare i nostri titoli di Stato mentre la Germani non paga nulla o quasi? Senza considerare che americani, inglesi e giapponesi stanno messi molto peggio di noi e della Germania, eppure i loro titoli, con tutto il QE elargito a piene mani negli ultimi anni, pagano interessi bassissimi.

Orbene la risposta è semplice. Vi farò una domanda: c’è ancora qualcuno che dubita del fatto che le scelte di acquisto degli operatori finanziari si basano su considerazioni politiche piuttosto che finanziarie? Le aste dei titoli di stato sono gestite da un numero molto ristretto di banche: nel mercato primario sono in tutto venti, e in quello secondario sono 120, di cui solo alcune sono autorizzate a fare il prezzo (market makers). C’è ancora qualcuno che ha la faccia tosta di chiamare questo schifo di potere e questa banda di rapinatori “mercato”? E quale prova più evidente di questa del servilismo e della subordinazione dei nostri politici, per non parlare dei principali media del nostro sventurato paese, ai poteri forti della finanza mondiale, e della Germania in Europa? Ancora dubbi su questo?

 

 

la geopolitica dell’acqua. Intervista ad Antonio de Martini 1a parte

qui sotto la prima parte dell’intervista ad Antonio de Martini. L’acqua viene visto come un bene disponibile quotidianamente che richiede al più una corretta gestione e una equa distribuzione. Da sempre, invece, è stata una risorsa ambita, un oggetto di contenzioso e uno strumento formidabile di manipolazione nel sistema di relazioni internazionali. De Martini apre squarci illuminanti che aiutano a comprendere meglio le dinamiche geopolitiche in alcune aree cruciali, in particolare la guerra civile in Siria. Buon ascolto- Giuseppe Germinario

https://www.youtube.com/watch?v=SjMlSZHnJ68

qui sotto la seconda parte

http://italiaeilmondo.com/2018/06/24/la-geopolitica-dellacqua-intervista-ad-antonio-de-martini-2a-parte/

CRONACHE DELLA TRANSIZIONE, AQUARIUS di Pierluigi Fagan

CRONACHE DELLA TRANSIZIONE. Trump sta modificando velocemente i rapporti di forza all’interno del’Occidente. Tratto da facebook

https://pierluigifagan.wordpress.com/cronache-dellera-complessa-2/

Il Giappone sta già andando per conto suo (nuovo TPP) dovendosi anche ricentrare sul suo quadrante geo-naturale che è l’Asia, non l’occidente (ah, la geografia …).

L’Italia, nella nuova configurazione di governo, si presta a ruolo di quinta colonna che vorrebbe usare la spinta americana, per modificare i rapporti di forza interni all’Europa.

La Gran Bretagna è al momento silente e paralitica poiché a sua volta in transizione non avendo ancora mani completamente libere data la procedura in corso di divorzio con l’UE.

Il Canada è sotto bombardamento dazi-NAFTA e comunque, con tutta la simpatia per quel bel Paese, conta quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Rimangono così Francia e Germania.

Sulla Germania già sappiamo molte cose. Accusata di eccesso mercantilista, di far la vergine delle rocce con la Russia con cui continua a fare affari e soprattutto condotte di gas, reticente a finanziarie la NATO da par suo, altrettanto avviluppata in amorosi sensi con la Cina, attaccata con violenza su Deutsche Bank, acciao e suoi derivati manifatturieri, adesso si beccherà le fatidiche barriere sulle auto, core business della sua industria metallica ovvero core economy. Altresì, la Germania è il perno sia del’euro che della UE che sono intesi come suoi sistemi di egemonia.

L’euro occupa il 30% delle riserve mondiali, percentuale sottratta soprattutto al dollaro e visto che volenti o nolenti, si dovrà far spazio allo yuan (che tanto concesso o conquistato, il suo spazio naturale se lo prenderà per semplici ragioni di volumi), converrebbe a gli americani distruggerlo perché vaso di coccio tra vasi di ferro. Moneta epifenomeno di un mercato che non ha dietro una “potenza”.

Già da tempo gli americani flirtano apertamente con la nuova fascia Visegrad-Intermarium-Trimarium, che ha nella Polonia il suo centro di gravità. Ora ci si mette pure l’Italia schiacciata da una egemonia tedesca molto ottusa e poco flessibile, peccati di mentalità atavica dei germani, peccato gravi in tempi complessi che richiedono adattamento veloce e flessibile, grande tattica e solida strategia.

Ora Trump cala l’ennesimo asso: non volete i dazi? Bene, facciamo libero mercato, totalmente però, voglio vedere come la mettete con la mie auto a -10% ed i pick up a -25% ed i prodotti agricoli e molto altro. Togli le barriere su i prodotti agricoli e Macron si trova Parigi sommersa di letame. Nel mentre Macron ha passato le ultime settimane ad allenarsi con la pinza rinforzante la stretta di mano per “lasciare il segno” al vertice appena concluso, chissà se la sua fedeltà liberale rimarrà altrettanto ferrea.

E’ noto che i circoli liberal americani hanno chiesto a francesi e tedeschi di resistere strenuamente, ancora fino a novembre, poi con le elezioni di mid-term il bestione pazzo sarebbe stato ingabbiato e derubricato ad anatra zoppa. Epperò i nuovi sondaggi danno Trump vincente e questo va come un treno, il mondo cambia velocemente, i “populisti” crescono come lumache dopo le prime piogge settembrine, serpeggia il dubbio che quella stagione sia finita, finita per sempre. Guarda la May che figuraccia planetaria ha fatto con la storia di Skripal. Era solo tre mesi fa che Londra costringeva tutti i partner occidentali ad allinearsi al “espelli anche tu il diplomatico russo” sognando il boicottaggio dei mondiali, ed oggi Trump e gli italiani vogliono portarlo al tavolo del salotto buono a discutere dei destini del mondo.

L’Internazionale liberale è in via di scioglimento. Dà sempre più deboli segni di vita in America dove i democratici stanno accarezzando l’idea di far proprio leader il proprietario di Starbucks (complimenti vivissimi, questo sì che si chiama intelligenza adattiva!), spianati in Gran Bretagna dove ormai solo Soros crede possibile ripetere il referendum sull’exit (ma nel frattempo che prova a metterlo in piedi sarà proprio l’UE a non esserci più o almeno non così), finanzia il tour dell’avvenir a Renzi ma forse si sta rendendo conto che non lì non c’è nessun avvenir. Quando è finita, è finita.

Sono tutte cose che sappiamo e sapevamo. Un oscuro pensatore indipendente (il sottoscritto) ha scritto tutto ciò già un anno e mezzo fa nel suo libro. Bastava leggersi le interviste elettorali di Trump, i deliri di Bannon, guardare i numeri, avere due nozioni in croce di storia e geografia, osservare le carte in mano ai giocatori ed i soldi sul tavolo verde, capire che si andava al prepotente ritorno dei principi realisti dopo la stucchevole sbornia di idealismi a copertura di una visione del mondo anni ’90, l’epoca in cui massimi intellettuali occidentali profetavano la “fine della storia”. Forse della loro.

Così siamo qui, in mezzo alla transizione, quando il vecchio muore ed il nuovo non si sa se sta nascendo promettente o come “fenomeno morboso”. Se non si hanno le idee chiare su di noi, chi siamo, cosa vogliamo ma soprattutto cosa è possibile (l’ostinato ritorno del principio di realtà), se non si sa del mondo e come funziona e funzionerà il gioco, faremo la fine che tocca a tutte le civiltà che hanno resistito al cambiamento dei tempi. Anche se alcuni di noi si sentono assolti, siamo lo stesso tutti coinvolti: che facciamo?

[Grazie a Claudio Di Mella per avermi ricordato la nota sulla lotta tra valute int’li]

AQUARIUS

ITALIA: 12% POPOLAZIONE UE, HA RICEVUTO IL 70% DEI MIGRANTI -VIA MARE- 2017 VERSO L’EUROPA. (Dati Organizzazione Internazionale per le migrazioni di Ginevra, 165 paesi aderenti, Italia co-fondatrice).

Dopo questo dato viene tutto il resto. Viene Salvini che non ci piace, viene la tabella che molti postano che mostra che l’Italia è ultima in Europa per accoglienza (ma si riferisce ai rifugiati, non ai migranti e forse quel dato basso è spiegato da questo molto alto sebbene non altrettanto diffuso), viene il sì però non rimangono tutti qui (si però arrivano tutti qui), viene il giusto cruccio etico e morale per l’altrui disgrazia, la destra e la sinistra, la manipolazione politica, viene la Chiesa cattolica, vengono le ipotesi sulle ONG o su Soros, vengono i maestri di pietà e quelli di giustizia, viene Saviano, viene il Vangelo, e tutto il resto che postate comunicando la vostra identità ed opinione spesso vibrante ed appassionata se non indignata magari per opposte ragioni. Buoni e cattivi.

In Africa e non con intenti umanitari, sono presenti con interessi economici forti e con pratiche spesso oltre la legalità: Belgio, Gran Bretagna, Francia e molti altri. Noi forniamo soprattutto preti per le missioni cattoliche che scavano pozzi ed aprono scuole. Ma abbiamo anche imprese dedite al “land grabbing” sebbene in questo caso l’unione degli europei funzioni alla grande visto che ci sono anche UK-FRA-FIN-SPA-POR-OLA e pure il Lussemburgo. Buoni e cattivi.

L’Africa è in credito col resto del mondo per 43,1 miliardi di US$, nello sbilancio tra aiuti e rapine di multinazionali che poi portano i profitti nei paradisi fiscali (Rapporto Honest Account 2017 – Global Justice Now). Nel 2015, le Nazioni Unite avevano avviato una procedura di ristrutturazione del debito africano votato con 135 sì e 5 no. Cinque no? E chi mai saranno questi cinque disgraziati che volevano mantenere il laccio al collo del disgraziato continente? Stati Uniti d’America (Obama), Gran Bretagna (Cameron), Germania (Merkel), Israele (Nethayahu) Giappone (Shinzo Abe) e l’inaspettato Canada. Già, buoni e cattivi.

L’oggetto di tanta indignazione è la nave Aquarius, e l’acquario è la giusta metafora. Sembra trasparente ma distorce quello che c’è dietro.

1 2 3 8