Le sette armi inarrestabili che permettono agli Stati Uniti di dominare il mondo, traduzione e commento di Giuseppe Germinario

Le sette armi inarrestabili che permettono agli Stati Uniti di dominare il mondo

Fonte: The Tribune, Michel Cabirol , 

L’articolo riportato tradotto qui sotto riveste un grande interesse. Svela una parte importante dei numerosi strumenti a disposizione della classe dirigente statunitense nell’ambito delle relazioni economiche e del controllo e gestione dei dati in grado di condizionare ed influenzare pesantemente le politiche degli altri stati e degli altri attori geopolitici, compresi quelli economici. Mette a nudo anche un’altra verità: i paladini e garanti della libertà del mercato in realtà non hanno fatto altro che dosare nel tempo e secondo le contingenze misure di protezionismo, di liberismo e di regolamentazione in modo tale da affermare e consolidare la propria posizione di influenza e di controllo predicando il disarmo altrui. Trump, affermando le prerogative degli stati nazionali, non ha fatto altro che svelare consapevolmente questi meccanismi da sempre operanti anche sotto le mentite spoglie di una globalizzazione mitizzata come una era di libertà ed emancipazione assoluta degli individui e delle formazioni politiche. Di fatto e tra mille contraddizioni in divenire cerca di perimetrare meglio e più stabilmente l’area di influenza americana rispetto alle velleità di realizzazione del dominio unipolare degli ultimi tre decenni che tanti squilibri pressoché ingovernabili ha creato nel contesto geopolitico e nella stessa formazione sociale statunitense. Un riconoscimento nella sostanza di un contesto geopolitico multipolare e multicentrico incipiente dove più che di dominio degli Stati Uniti si può parlare di sua prevalenza, pur se ancora netta. Una delle carenze di valutazione che inficia la validità generale dell’articolo. Alcune altre sono presto dette. Si tende ad attribuire alla amministrazione di Trump una bellicosità e una distruttività di gran lunga maggiore delle precedenti omettendo la cruda e caotica sostanza celata nella politica di ingerenza dirittoumanitarista incarnata dai Clinton, Bush e soprattutto Obama. Tende, ancora una volta, a surdeterminare la funzione dell’azione politica nell’economico rispetto agli altri ambiti di azione, compreso quello militare pur apprezzando il ruolo riconosciuto all’azione politica in essa piuttosto che la concessione unilaterale, prevalente in altre analisi, alle intrinseche leggi inesorabili dell’economico. Omette l’azione “positiva” non solo ostativa di tutto il vario e vasto armamentario disponibile nell’arsenale americano comprese le leve finanziarie. Omette le implicazioni tattiche e strategiche del riconoscimento del ruolo e delle prerogative degli stati nazionali ad opera della dottrina di Trump in via di formazione. Tutti elementi che impediscono una emersione adeguata del complesso di azioni e reazioni che stanno preparando un diverso e intricato scenario geopolitico dai molti attori e dalle molte variabili tendenzialmente sempre meno padroneggiabili da un unico soggetto rispetto alla condizione di fine secolo e lungi, quindi, da una condizione di dominio assoluto e da un ruolo di “poliziotto del mondo”. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Il protezionismo e una politica extraterritoriale aggressiva consentono agli Stati Uniti di Trump di dominare il resto del mondo. E il presidente degli Stati Uniti ha appena rafforzato le misure per controllare meglio gli investimenti stranieri negli Stati Uniti. In Francia, il Senato sostiene la creazione di piattaforme finanziarie specifiche e un ruolo maggiore dell’euro al fine di contrastare le sanzioni extraterritoriali statunitensi.

Gli Stati Uniti, l’iperpotenza alla quale nulla può resistere o quasi nulla. Con Donald Trump, Washington assume oggi completamente questo ruolo di poliziotto del mondo. L’attuale presidente americano non ha fatto altro che uso di un arsenale giuridico messo all’opera per un lungo periodo di tempo dai suoi predecessori come la legge Helms-Burton e d’Amato adottate nel 1996. Essi penalizzano le transazioni commerciali, rispettivamente con Cuba, la Libia e Iran. I precedenti presidenti degli Stati Uniti non hanno mai esitato a usare questo arsenale.

Di conseguenza, tra il 2009 e il 2016, le banche europee hanno per esempio pagato alle autorità degli Stati Uniti circa 16 miliardi di sanzioni previste per le violazioni alle sanzioni internazionali degli Stati Uniti  e / o alle norme anti-riciclaggio di denaro , tra cui 8,97 miliardi per BNP Paribas . Queste sanzioni inducono “anche, inevitabilmente, le domande su un possibile targeting delle imprese europee e la lealtà di certe pratiche di governo degli Stati Uniti” come hanno anche stimato a febbraio 2016 in un report gli autori commentando sulla extraterritorialità della legge Americana, Pierre Lellouche e Karine Berger.

Sovranità, Donald Trump risveglia una piccola Europa

Tuttavia, Donald Trump fa un passo avanti senza complessi. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti l’8 maggio scorso dall’accordo nucleare con l’Iran ratificato nel 2015 e la concomitante reintroduzione delle sanzioni americane si è indebolita, ha addirittura annientato l’attuazione di un accordo politico, tuttavia considerato capitale nella lotta contro la proliferazione nucleare e la stabilità regionale. Questa decisione porta a un massiccio ritiro di società europee dal commercio con l’Iran per timore di sanzioni extraterritoriali da parte degli Stati Uniti. Washington ha anche intensificato le sanzioni contro la Russia di Putin e ha anche lanciato una guerra commerciale contro la Cina. È molto Tanto che gli Stati Uniti praticano una politica estera giuridica senza complessi …

Al di là delle sanzioni economiche e finanziarie che gli Stati Uniti impongono a società non americane, Washington mette a repentaglio la qualità delle relazioni transatlantiche e colpisce principalmente l’autonomia delle decisioni economiche degli altri paesi e la loro sovranità diplomatica. Inoltre, vediamo la nascita di alleanze inimmaginabili solo poco tempo fa: l’Unione europea è alleata con la Cina e la Russia per contrastare gli Stati Uniti sul primato iraniano. In Francia, il Senato sostiene la creazione di piattaforme finanziarie specifiche e un ruolo maggiore dell’euro al fine di contrastare le sanzioni extraterritoriali statunitensi. In tal modo,

“Questa non è una banca, ma un dispositivo su cui registrare il + e -,” ha detto il senatore Philippe Bonnecarrere Mercoledì, salutando il suo lato sia “rustica e robusta”. “Quando l’Iran vende petrolio alla Cina o in India, il + sarebbe in linea con questa piattaforma in proporzione al fatturato,” ha detto il senatore centrista del Tarn (centrista Union), autore di un rapporto della Commissione Affari europei del Senato, dal titolo “L’extraterritorialità delle sanzioni statunitensi: quali risposte dall’Unione europea?”.

1 / L’arma di extraterritorialità

Il predominio degli Stati Uniti sul mondo poggia su alcune leggi degli Stati Uniti le quali si applicano alle persone fisiche o giuridiche nei paesi terzi a causa dei legami a volte tenui con gli Stati Uniti (un pagamento in dollari, per esempio). È l’arma inarrestabile degli Stati Uniti per punire persone e società non americane. Le leggi si applicano in particolare a tutte le società che operano su mercati finanziari statunitensi regolamentati. Queste leggi riguardano essenzialmente tre aree: le sanzioni internazionali imposte, anche unilateralmente, dagli Stati Uniti; corruzione di funzionari pubblici all’estero; e, infine, l’applicazione della tassazione personale degli Stati Uniti ai cittadini statunitensi non residenti. Per Donald Trump l’applicazione della dottrina di extraterritorialità è una costante

2 / L’arma delle sanzioni economiche

Ieri, Cuba, Libia, Sudan, oggi, ancora Iran, Russia. Gli Stati Uniti attuano le sanzioni economiche e gli embarghi caso per caso. Ad esempio, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la CAATSA (Controversia degli americani attraverso il Sanctions Act), per punire la Russia per “contrastare i nemici degli Stati Uniti attraverso le sanzioni”. Questa legge impone sanzioni economiche contro qualsiasi entità o paese che concluda contratti di armi con società russe. Gli Stati Uniti hanno anche ripristinato un embargo contro l’Iran a maggio e hanno esortato il resto del mondo a rispettarlo, oppure imporre sanzioni finanziarie a società americane e straniere che lo violerebbero. Donald Trump ha chiamato alla fine di settembre tutti i paesi del pianeta per isolare il regime iraniano, denunciando la “Dittatura corrotta” al potere secondo lui a Teheran.

E attenti a coloro che vogliono scivolare nelle fessure. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC), un dipartimento del Tesoro che applica le sanzioni finanziarie internazionali statunitensi, impiega circa 200 persone e ha un budget di oltre $ 30 milioni. In particolare, l’UFAC monitora le transazioni finanziarie globali per rilevare movimenti sospetti. Tutte le transazioni effettuate dai canali ufficiali sono registrate e quindi controllabili quando vi sono mezzi di elaborazione di massa. Questo è ovviamente il caso degli Stati Uniti.

Nel 2014, BNP Paribas ha ricevuto una multa stratosferica di quasi $ 9 miliardi per aver violato le sanzioni internazionali statunitensi. In questo caso, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sottolineato la dimensione della sicurezza nazionale, che è una delle giustificazioni tradizionali per l’extraterritorialità. All’inizio di settembre, Société Générale ha valutato le multe che dovrà pagare dopo aver effettuato transazioni in dollari coinvolgendo paesi soggetti a sanzioni statunitensi, tra cui l’Iran, a quasi 1,2 miliardi di euro.

Attualmente, Danske Bank, la più grande banca danese, ha annunciato all’inizio di ottobre di essere indagata dalle autorità statunitensi. La sua filiale estone, che è al centro dello scandalo, ha visto circa 200 miliardi di euro passare attraverso i conti di 15.000 clienti stranieri non residenti in Estonia tra il 2007 e il 2015. Le transazioni sono state fatte in dollari ed euro. Una gran parte di questi fondi è stata ritenuta sospetta, il che potrebbe portare l’ammontare di denaro sporco a diverse decine di miliardi di euro, principalmente dalla Russia.

3 / L’arma anticorruzione

Nessuna questione di giocare con la corruzione. Gli Stati Uniti stanno guardando. Ad esempio, la legge statunitense punisce la corruzione di funzionari pubblici all’estero. Questa lotta è incarnata nel 1977 dal Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) e gli Stati Uniti hanno messo i mezzi in atto. Come tali, sono stati tra i principali sostenitori della Convenzione sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle transazioni commerciali internazionali, adottata nel quadro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 1997. Inoltre, la lotta alla corruzione è chiaramente considerata la seconda priorità dell’FBI, subito dopo l’antiterrorismo.

Il mancato rispetto di questa legislazione ha comportato sanzioni molto gravi per le società europee. È il caso di Alstom, che nel 2014 ha ricevuto una multa di 772 milioni di dollari per aver violato la legislazione anti-corruzione degli Stati Uniti. Siemens, che ha acquistato l’attività di trasporto di Alstom, è stata anche raggiunta nel 2008 dal sistema di giustizia americano (800 milioni), proprio come Total (398 milioni), Alcatel (137 milioni) e molti altri … Airbus è altrove nel crocevia della giustizia americana, che controlla le indagini del Serious Fraud Office britannico e l’ufficio del procuratore nazionale francese lanciato contro il produttore europeo.

4 / L’arma del protezionismo commerciale

Questo è uno dei maggiori rischi per il commercio globale, l’aumento delle misure protezionistiche. Nel 2017, il 20% di questi sono state emanate dagli Stati Uniti, che aumenta notevolmente il loro impatto sull’economia globale, AON ha affermato nella sua 21 ° edizione della mappatura internazionale dei rischi politici, il terrorismo e la violenza politica. “L’impatto di includere la decisione di Donald Trump è significativa in metallurgia e aerospaziale e potrebbe portare a misure di ritorsione, soprattutto dalla Cina , aveva stimato in aprile Jean-Baptiste Ory, Responsabile Rischi politici Polo Aon Francia.

Non si sbagliava. Dopo l’imposizione di reciproche tariffe punitive del 25% su 50 miliardi di merci quest’estate, Donald Trump ha imposto tariffe punitive sui beni cinesi per un valore di 250 miliardi di dollari all’anno all’inizio di settembre. Inoltre minaccia di incassare 267 miliardi di dollari in importazioni aggiuntive, quasi tutte le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Pechino aveva promesso di contrattaccare con l’imposizione di tariffe del 5 o del 10% su prodotti statunitensi del valore di $ 60 miliardi di importazioni annuali.

5 / L’arma CFIUS

Gli Stati Uniti erano già uno dei paesi in cui gli acquirenti stranieri dovevano mostrare le loro parti riservate per acquisire una società americana con tecnologie sensibili. Non era abbastanza per Donald Trump. Mercoledì l’amministrazione statunitense ha deciso di adottare ulteriori misure per bloccare l’industria degli investimenti stranieri. Le nuove regole, relative alla riforma della commissione per gli investimenti esteri (CFIUS) adottata quest’estate, richiederanno agli investitori stranieri di presentare alle autorità qualsiasi acquisizione – non solo acquisizione di imprese – in una società statunitense appartenente ad uno dei 27 settori chiave designati, tra cui aeronautica, telecomunicazioni, industria informatica, semiconduttori e batterie. Questa riforma è il primo aggiornamento delle regole CFIUS da oltre 10 anni. Tuttavia, l’amministrazione Trump preparerebbe altri regolamenti per i campi dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture.

Queste nuove regole entreranno in vigore il 10 novembre prima della realizzazione finale in 15 mesi. Ora si aspettano che qualsiasi investimento straniero in una delle industrie chiave venga rivisto e alla fine bloccato se rappresenti “una minaccia di erosione della superiorità tecnologica” , secondo un alto funzionario del Tesoro. Tre criteri motivano l’ispezione del CFIUS: se c’è partecipazione straniera, da qualunque parte provenga, anche di minoranza; se esiste un’assegnazione straniera di un seggio nel consiglio di amministrazione della società americana in questione e se l’investitore straniero può influenzare il processo decisionale all’interno di tale società tecnologica.

Nessun paese straniero è stato preso di mira in modo specifico, ma in passato il CFIUS, un organismo intergovernativo la cui amministrazione fiduciaria è il Tesoro, ha bloccato le acquisizioni da parte degli investitori cinesi. Huawei ha già dovuto abbandonare l’acquisizione di aziende di computer statunitensi 3 Leaf nel 2012 e 3 Com nel 2008. Nel 2016, secondo le ultime cifre, il CFIUS aveva esaminato 172 transazioni, che erano al momento dell’acquisizione, e ha avviato 79 indagini con un’unica decisione negativa.

6 / L’arma ITAR

Quattro lettere preoccupano l’industria della difesa: ITAR (International Traffic in Arms Rules). Perché? Se un sistema di armamenti contiene almeno una componente statunitense ai sensi delle normative ITAR statunitensi, gli Stati Uniti hanno il potere di vietare la loro vendita all’esportazione in un paese terzo. Tuttavia, molte società francesi ed europee integrano componenti americane tra cui elettronica, in molti materiali, in particolare nei settori dell’aeronautica e dello spazio. “La nostra dipendenza da componenti soggetti alle regole ITAR è un punto critico” , aveva riconosciuto nel maggio 2011 all’Assemblea nazionale il CEO di MBDA, Antoine Bouvier.

Recentemente, Washington ha posto il veto sull’industria degli armamenti francesi, vietando l’esportazione del missile da crociera Scalp della MBDA in Egitto e Qatar. Di conseguenza, questa decisione impedisce la vendita di ulteriori Rafale al Cairo. Questo è chiaramente un attacco alla sovranità della Francia. Questa non è la prima volta che gli Stati Uniti giocano con i nervi della Francia. Quindi, hanno esitato a lungo per utilizzare i regolamenti ITAR su un file francese in India. Alla fine non lo fecero. Nel 2013, avevano già rifiutato una richiesta di riesportazione negli Emirati Arabi Uniti di componenti “made in USA” necessario per la fabbricazione di due satelliti spia francesi (Airbus e Thales). La visita di François Hollande negli Stati Uniti nel febbraio 2014 ha risolto positivamente questo problema.

7 / L’arma del Cloud Act

Ora la legge Cloud (Overseas Chiarire Legale L’uso della legge sui dati) si applica a tutte le società sotto la giurisdizione degli Stati membri e che i dati di controllo, indipendentemente dal luogo in cui sono memorizzati, secondo l’avvocato Yann Padova . I principali cloud player statunitensi e le loro affiliate dovranno conformarsi. Proprio come faranno le altre compagnie del settore, anche europee, che operano sul territorio americano. Chiaramente, i dati memorizzati al di fuori degli Stati Uniti ma su server di proprietà di società statunitensi non possono più essere considerati sicuri. The Cloud Act offre agli Stati Uniti l’opportunità di accedere ai dati quando è ospitato dai fornitori di servizi cloud statunitensi, senza che gli utenti siano informati,

Fonte: The Tribune, Michel Cabirol , 

Ilva, la solitudine operaia _ a cura di Luigi Longo

Ilva, la solitudine operaia

a cura di Luigi Longo

 

 

Malarazza                                                               Cattiva razza

 

[…]                                                                            […]

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?                               Tu ti lamenti, ma che ti lamenti

Pigghja nu bastuni e tira fori li denti.                        Prendi un bastone e tira fuori i denti.

Un servo, tempu fa, dintra a na                                 Un servo, tempo fa, in una piazza,

piazza, prigava Cristu in cruci e ci ricia:                   pregava Cristo in croce e gli diceva:

«Cristu, lu me padruni mi trapazza,                          <<Cristo, il mio padrone mi strapazza,

mi tratta comu n’ cani pi la via.                                 Mi tratta come un cane per la via.

Si pigghja tuttu cu la sua manazza,                           Si prende tutto con la sua manaccia,

mancu la vita mia dici ch’è mia.                               Nemmeno la mia vita, dice che è mia.

Distruggila, Gesù, sta malarazza!                              Distruggila, Gesù, ‘sta cattiva razza!

Distruggila, Gesù, fallu pi mia! Fallu pi                   Distruggila, Gesù, fallo per me! Fallo

mia!»                                                                          per me!>>

[…]                                                                            […]

E Cristu m’arrispunni dalla cruci:                             E Cristo mi risponde dalla croce:

‹Picchì, si so spizzati li to vrazza?                            <<Perché, ti si sono spezzate le bracce?

Chi vuoli la giustizia, si la fazza.                              Chi vuole la giustizia, se la faccia.

Nisciuno ormai chiù la farà pi tia.                             Nessuno ormai la farà più per te.

Si tu si n’omu e nun si testa pazza,                           Se tu sei un uomo e non sei una testa pazza

ascolta beni sta sintenzia mia,                                   ascolta bene questa mia sentenza,

ca iu ’nchiudatu in cruci nun saria                            chè io non sarei inchiodato in croce

s’avissi fattu ciò ca dicu a tia,                                   se avessi fatto ciò che dico a te,

ca iu ’nchiudatu in cruci nun saria.›                          chè io non sarei inchiodato in croce>>

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?                               Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?

Pigghja nu bastuni e tira fori li denti.                        Prendi un bastone e tira fuori i denti.

[…]                                                                            […]

Domenico Modugno*

 

 

Propongo la lettura dell’intervista dell’operaio Massimo Solito dell’Ilva di Taranto rilasciata a Lucia Portolano ed apparsa su la Repubblica del 12 ottobre scorso.

Io ho già scritto sull’Ilva e l’ho fatto andando oltre il rapporto capitale-lavoro, capitale-ambiente, capitale-salute, proponendo una lettura basata sul lagrassiano conflitto strategico (supportato dal sapere geopolitico) che mi ha fatto ipotizzare la chiusura dell’Ilva perché incompatibile con la base Nato e con le strategie mondiali degli Usa.

Tutto questo a prescindere sia dall’esito del conflitto interno tra gli agenti strategici statunitensi, sia dal ruolo di Arcelor Mittal.

Qui mi interessa sottolineare lo stato di degrado nazionale e di incapacità dei decisori nostrani (la svendita di una industria strategica come l’Ilva è indicatore della mancanza di una idea di sviluppo del Paese) di contrastare la perdita di sovranità, di autonomia, di autodeterminazione in tutti i campi del legame sociale della Nazione.

L’ideologia della globalizzazione (nell’accezione negativa del termine) ha condizionato le nazioni, subordinate alle strategie delle potenze mondiali storicamente determinate, costringendole a svendere le loro peculiari qualità sociali, economiche, territoriali e facendo rientrare nella normalità la perdita della storia di un popolo, di un territorio. In nome delle costruzioni di reti e nodi globali del capitale (qui inteso come cosa e come rapporto sociale) le potenze mondiali tessono le trame di potere e di dominio costruendo l’ideologia della fine delle nazioni (sic); così facendo viene occultata l’incidenza della squilibrante dinamica mondiale dello sviluppo capitalistico e delle relazioni tra potenze mondiali, potenze regionali e nazioni. Con questo non voglio negare la necessità di una ri-organizzazione spaziale delle nazioni per contare nel conflitto mondiale soprattutto nella fase multicentrica e, ahinoi, nella fase policentrica. Però un conto è costruire una nuova area, regione con un patto, un accordo, una unione tra nazioni, valorizzando la loro peculiare storia nel reciproco rispetto; altro è, invece, annullare la propria storia in nome di una ideologia basata solo sulla circolazione del capitale come se i capitali non avessero storia, nazioni, rapporti sociali (si veda l’esempio eclatante dell’Unione Europea come creazione del progetto Usa per l’egemonia mondiale a partire dalla seconda guerra mondiale).

L’intervista dell’operaio Massimo Solito oltre a denunciare la reale drammatica situazione dell’Ilva e della città di Taranto (basta saper leggere oltre le righe della denuncia), evidenzia la solitudine e lo sbandamento degli operai nonché la rinuncia dei decisori a pensare una strategia di sviluppo del Paese sacrificandola alle esigenze dei pre-dominanti Usa e sub-dominanti europei. Svendere una industria strategica del peso dell’Ilva ad una multinazionale come Arcelor Mittal significa rinunciare a rilanciare lo sviluppo del Paese e forse, considerato le modalità di esecuzione complessiva del passaggio di proprietà ancora non ultimato, significa una ulteriore fase di gestione della chiusura dell’Ilva: non è facile liquidare una massa di lavoratori e lavoratrici (oltre 24 mila tra diretti e indiretti) senza una idea di sviluppo dell’area che dovrà fare i conti sia con le strategie dei pre-dominanti Usa nella regione Puglia, sia con i programmi neoliberisti dei sub-dominanti europei [si può parlare della lucacciana solidarietà antitetico-polare, in opposizione e sostegno reciproco, tra il (neo) liberismo e il (neo) keynesismo che vengono usati nelle diverse fasi della storia mondiale del capitalismo: monocentrica, multicentrica e policentrica].

La solitudine e lo sbandamento operaio è il risultato storico della incapacità intermodale, cioè del passaggio-cambiamento dalla società a modo di produzione capitalistico alla società senza classi, della fu classe operaia (non marxianamente intesa).

E’ merito di Gianfranco La Grassa e di Costanzo Preve l’aver evidenziato questo limite storico.

I lavoratori e le lavoratrici, però (che non esprimono nessuna soggettività di classe), possono organizzarsi per la difesa legittima del posto di lavoro, della tutela della salute sui luoghi di lavoro, della salvaguardia dell’ambiente, della qualità della città e del territorio, cioè per un vivere dignitoso all’interno del sistema dato (una sorta di rivoluzione dentro il capitale), smettendo di lamentarsi, prendendo un bastone e tirando fuori i denti.

Può essere l’inizio di un percorso di cambiamento perché come ci ricorda Karl Marx << l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà essa è l’insieme dei rapporti sociali >>.

 

 

* Il brano è tratto da un sonetto di un poeta siciliano anonimo,  pubblicato nel 1857 dal poeta di Acireale Lionardo Vigo Calanna, nella prima edizione della sua Raccolta amplissima di canti popolari siciliani, con il titolo Lamento di un servo ad un Santo crocifisso. Negli anni ’70 del Novecento la versione originale del Lamento fu riscoperta da Dario Fo che l’aveva inserita nello spettacolo Ci ragiono e canto del 1973. Domenico Modugno ne trasse la sua versione nel 1977. Dario Fo citò il cantautore per plagio presso il Tribunale di Milano per aver utilizzato nella canzone “Malarazza” il testo da lui precedentemente rielaborato. Riportato in www.wikipedia.org/wiki/Malarazza

 

 

“Meglio l’incentivo che rischiare la vita nell’acciaieria” di Lucia Portolano*

 

Sono circa 500 al momento i dipendenti che hanno deciso di andare via dall’Ilva di Taranto in cambio di un incentivo. In questi giorni sono state attivate le procedure per gli esodi agevolati e anticipati previsti nell’accordo firmato al Mise il 6 settembre scorso fra sindacati, Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal. L’accordo prevede un incentivo di 100 mila euro lorde e il pagamento dello stipendio per due anni, per un ammontare di circa 1.200 euro per primi tre mesi e decurtazioni nei periodi successivi. Fra questi lavoratori c’è Massimo Solito, operaio tarantino di 45 anni, 17 dei quali trascorsi nell’acciaieria. È arrivato nel siderurgico nel 2001 e da allora fa il turnista.

 

Perché ha deciso di lasciare il suo lavoro a 45 anni?

 

«Dal 2012, l’anno del sequestro e degli arresti, la situazione all’Ilva è precipitata. Da quel momento in poi ho avuto un totale rifiuto ad andare al lavoro. Io ero a contatto diretto con i fumi giallastri, quelli che la gente vede nei servizi televisivi. Ogni mese c’era qualche collega che moriva. Ogni mese una colletta da fare per qualche amico o un giovane operaio che non ce l’aveva fatta. E ancora, tanti dipendenti giovanissimi che si ammalano di tumore. Tutto questo mi ha fatto trovare il coraggio per dire basta. Io non ce la faccio più a lavorare in queste condizioni: gli impianti sono allo sfascio e senza manutenzione da anni, ogni giorno si rischia la vita.

Come delegato sindacale Uilm ho cercato di fare qualcosa, ma le cose restano sempre uguali».

 

L’accordo è conveniente?

 

«Prima la cassa integrazione e poi il disastro del 2012: è dal 2009 che all’Ilva i lavoratori non trovano pace. Da allora lavoriamo a singhiozzo, a volte ci chiamano per due mesi e altre volte per 20 giorni. La mia decisione arriva dopo una lunga odissea. In questi ultimi anni c’è stata soltanto tanta precarietà. Con una parte dell’incentivo che prenderò dovrò prima pagare i debiti accumulati in questi anni per portare avanti la mia famiglia. Poi potrò realizzare qualcosa».

 

A parte pagare i debiti, cosa farà con questi soldi?

 

«Si parla di 100 mila euro lordi, netti saranno all’incirca 70 mila.

Vorrei aprire un’attività. Sto cercando un locale, ma è ancora tutto campato in aria. Questi soldi non mi basteranno, chiederò aiuto ai miei suoceri. Lunedì i rappresentanti aziendali incontreranno il primo gruppo di lavoratori che si è prenotato per accettare la proposta, martedì invece sarà il mio turno. Qualcuno dice che Ilva alzerà l’offerta per mandare casa più persone possibile, ma io non intendo tornare indietro. Ormai ho preso la mia decisione: non voglio più tornare lì».

 

Come immagina il suo futuro?

 

«Devo ricominciare da zero, ho una moglie e un figlio di 17 anni.

Vivo tra l’angoscia di cosa farò domani e la gioia di sapere che non entrerò più lì dentro. Sono tra due fuochi. Non faccio controlli medici da anni perché ho paura di scoprire qualcosa di brutto. È questa è la paura che soffoca chi lavora all’Ilva».

 

 

* Le domande evidenziate in corsivo e il neretto nel testo sono miei.

decolli e naufragi, di Antonio de Martini

IN UN ORGIA DI LIQUIDITA’ L’AFRICA DECOLLA SOTTO IL NOSTRO NASO.

Il Senato degli Stati Uniti ha adottato il 3 di ottobre, un provvedimento ” storico” di cui nessuno ha parlato nei media italiani.

Gli USA hanno creato lo strumento per controbattere la penetrazione cinese in Africa:: l’USIDFC, una nuova istituzione finanziaria per lo sviluppo. ( United States Development Finance Corporation).

Si tratta della risposta americana al progetto ” ONE BELT, ONE ROAD” col quale la Cina si propone di ricreare una nuova ” via della seta” e sulla quale Xi JINPING, il presidente cinese, ha stanziato – lo scorso settembre – in occasione del ” FORUM PER LA COOPERAZIONE CINA-AFRICA tenutasi a Pechino- 60 miliardi di dollari di cui 15 da erogare parte come Doni e parte senza interessi.

Trump, un mese dopo, ha stanziato lo stesso ammontare e il Senato americano dilaniato da lotte mortali, in un eccezionale momento di coesione nazionale, ha votato il provvedimento a 93 contro 6, questo BUILD ACT, una legge per ottimizzare gli investimenti in Africa.

Il BUILD ACT ha ordinato la fusione di alcune agenzie americane L’Overseas Private Investment Corporation ( OPIC) e l’ United States Agency for International Development ( USAID).

Ai trenta miliardi di dotazione dell’ OPIC, il governo, oggi, ne ha aggiunti altri trenta e ha tolto il veto a investire direttamente nelle imprese finanziate e in Africa. Il modulo prescelto è la collaborazione pubblico/privato.

Si tratta di una opportunità storica per l’Africa ( 120 miliardi di dollari in totale) che contribuiranno al decollo del Continente a noi più vicino e che sancirà la nostra irrilevanza – anche in quanto europei- perché siamo incastrati in beghe di cortile e guidati , a livello europeo, da Agenti di potenze imperiali vecchie e nuove che sviano l’attenzione del mondo dal business del secolo.

Basterebbero le briciole di questo progetto per trasformare l’Italia nel trampolino del super sviluppo data la nostra vicinanza logistica, le nostre tecnologie e la nostra mancanza di un passato coloniale imbarazzante.

Vedrete che perderemo anche questo treno.

la sovranità non è sostituzione di servitù, a cura di Luigi Longo

LA SOVRANITA’ NON E’ SOSTITUZIONE DI SERVITU’

a cura di Luigi Longo

 

 

Suggerisco, ad integrazione dell’interessante scritto di Pino Germinario su Sovranità, sovranismo e sovranismi http://italiaeilmondo.com/2018/09/23/sovranita-sovranismo-e-sovranismi-di-giuseppe-germinario/ apparso su questo blog in data 23 settembre 2018, la lettura dell’articolo di Manlio Dinucci su La strategia di demonizzazione della Russia pubblicato sul sito www.voltairenet.org il 25 settembre 2018.

Qui mi interessa evidenziare che il concetto di sovranità, di autonomia, di autodeterminazione, insomma la libertà di scegliere un modello sociale espressione della storia di un determinato popolo, per l’Italia sta nel proporre un progetto di sviluppo capace di fare uscire il Paese dalla servitù volontaria verso gli Stati Uniti che è la potenza mondiale in relativo declino che, incapace di rilanciare una nuova idea di sviluppo e di società egemonica a livello mondiale, si affida alla violenza con la forza delle armi, alla egemonia coercitiva nelle istituzioni internazionali e soprattutto al comando della NATO (uno strumento fondamentale del conflitto strategico).

Il problema, quindi, per l’Italia non è quello di sostituire la servitù politica (ad Obama) alla servitù (a Trump) più funzionale alle nuove contraddittorie (per il conflitto violento tra gli agenti strategici incapaci di una nuova sintesi nazionale sintomo ulteriore di declino) strategie dei predominanti statunitensi, quanto piuttosto quello di avere un ruolo autonomo per aiutare, in questa fase storica, l’avanzamento del multicentrismo e di allearsi con quelle potenze mondiali (per ora Russia e Cina) che mettono in discussione il dominio unipolare USA.

Una piccola digressione: il garante della servitù volontaria italiana è la Presidenza della repubblica italiana. Per dirla con Marco Della Luna, << […] La funzione reale del presidente, nell’ordinamento costituzionale e internazionale reale – ripeto: reale –, è quella di assicurare alle potenze dominanti sull’Italia, paese sconfitto e sottomesso, l’obbedienza del governo e delle istituzioni elettive. Affinché possa svolgere cotale ruolo, il presidente, nella struttura costituzionale, è posto al riparo della realtà e delle responsabilità politiche, analogamente a come, nelle monarchie, il re è protetto da esse, perché egli è la fonte ultima di legittimazione del potere costituito e degli interessi che esso serve. Solo che nelle vere monarchie il re era protetto nell’interesse del suo paese, mentre nel protettorato Italia il presidente è protetto nell’interesse del sovrano straniero […] >> (Il sovrano e il presidente in www.marcodellaluna.info, 13/5/2018).

E’ evidente che l’Italia, una nazione in crisi profonda a cui hanno tolto anche i settori economici del cosiddetto made in Italy (per non parlare delle industrie strategiche), deve eliminare la sua servitù volontaria verso gli Stati Uniti (occorrono ben altri decisori) costruendo alleanze con altre nazioni che mettano in discussione questa Europa espressione dell’egemonia statunitense e guardino ad Oriente per agevolare lo sviluppo della fase multicentrica, scongiurando la fase policentrica che avrebbe come esito inevitabile la guerra (forse l’ultima).

Occorrono un’Italia e un’Europa libere da servitù volontarie statunitensi (chiudendo le basi militari USA e USA-NATO ponendo all’ordine del giorno l’uscita dalla NATO) e un’Europa ri-costruita come soggetto politico (una federazione – o altra forma – espressione di nazioni autonome) per svolgere un ruolo di confronto e di scambio, rispettosi e democratici, tra Occidente e Oriente.

Per fare questo manca un Principe che si aggiri come uno spettro per l’Europa a turbare i sonni di questi sub-dominanti europei e predominanti statunitensi reazionari, manca lo spettro del cambiamento e della sovranità dei popoli.

LA STRATEGIA DI DEMONIZZAZIONE DELLA RUSSIA

di Manlio Dinucci

 

 

Il contratto di governo, stipulato lo scorso maggio dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, ribadisce che l’Italia considera gli Stati uniti suo «alleato privilegiato». Legame rafforzato dal premier Conte che, nell’incontro col presidente Trump in luglio, ha stabilito con gli Usa «una cooperazione strategica, quasi un gemellaggio, in virtù del quale l’Italia diventa interlocutore privilegiato degli Stati uniti per le principali sfide da affrontare». Allo stesso tempo però il nuovo governo si è impegnato nel contratto a «una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico» e addirittura quale «potenziale partner per la Nato».

È come conciliare il diavolo con l’acqua santa. Viene infatti ignorata, sia dal governo che dall’opposizione, la strategia Usa di demonizzazione della Russia, mirante a creare l’immagine del minaccioso nemico contro cui dobbiamo prepararci a combattere. Tale strategia è stata esposta, in una audizione al Senato, da Wess Mitchell, vice-segretario del Dipartimento di stato per gli Affari europei e eurasiatici: «Per fronteggiare la minaccia proveniente dalla Russia, la diplomazia Usa deve essere sostenuta da una potenza militare che non sia seconda a nessuna e pienamente integrata con i nostri alleati e tutti i nostri strumenti di potenza» [1].

Accrescendo il bilancio militare, gli Stati uniti hanno cominciato a «ricapitalizzare l’arsenale nucleare», comprese le nuove bombe nucleari B61-12 che dal 2020 verranno schierate contro la Russia in Italia e altri paesi europei. Gli Stati uniti – specifica il vice-segretario – hanno speso dal 2015 11 miliardi di dollari (che saliranno a oltre 16 nel 2019) per la «Iniziativa di deterrenza europea», ossia per potenziare la loro presenza militare in Europa contro la Russia. All’interno della Nato, sono riusciti a far aumentare di oltre 40 miliardi di dollari la spesa militare degli alleati europei e a stabilire due nuovi comandi, di cui quello per l’Atlantico contro «la minaccia dei sottomarini russi» situato negli Usa.

In Europa, gli Stati uniti sostengono in particolare «gli Stati sulla linea del fronte», come la Polonia e i paesi baltici, e hanno tolto le restrizioni per fornire armi a Georgia e Ucraina (ossia agli Stati che, con l’aggressione all’Ossezia del Sud e il putsch di Piazza Maidan, hanno innescato la escalation Usa/Nato contro la Russia). L’esponente del Dipartimento di stato accusa la Russia non solo di aggressione militare, ma di attuare negli Stati uniti e negli Stati europei «campagne psicologiche di massa contro la popolazione per destabilizzare la società e il governo». Per condurre tali operazioni, che rientrano nel «continuo sforzo del sistema putiniano per il dominio internazionale», il Cremlino usa «l’armamentario di politiche sovversive impiegato in passato dai Bolscevichi e dallo Stato sovietico, aggiornato all’era digitale».

Wess Mitchell accusa la Russia di ciò in cui gli Usa sono maestri: hanno 17 agenzie federali di spionaggio e sovversione, tra cui quella del Dipartimento di stato. Lo stesso che ha appena creato una nuova figura: «il Consigliere senior per le attività maligne della Russia», incaricato di sviluppare strategie inter-regionali.

Su tale base, tutte le 49 missioni diplomatiche Usa in Europa e Eurasia devono mettere in atto, nei rispettivi paesi, specifici piani d’azione contro l’influenza russa. Non sappiamo qual è il piano d’azione dell’ambasciata Usa in Italia. Lo saprà però, quale «interlocutore privilegiato degli Stati uniti», il premier Conte. Lo comunichi al parlamento e al paese, prima che le «attività maligne» della Russia destabilizzino l’Italia.

 

 

sovranità, sovranismo e sovranismi, di Giuseppe Germinario

L’esito clamoroso delle elezioni politiche dello scorso marzo e l’avvento repentino ed inatteso del Governo Conte hanno contribuito a rinnovare il vocabolario politico ormai stantìo come lo erano del resto i portatori  della cultura politica corrispondente ad esso. Uno dei termini assurti ad improvvisa notorietà è “sovranismo”. Un termine che in Italia ha fatto capolino da meno di un decennio, ma che in paesi come gli Stati Uniti e la Francia è utilizzato senza scandalo da lungo tempo.

Ad ascoltare le vecchie trombe, sempre onnipresenti sui giornali e nei rotocalchi, nelle rubriche e nei servizi di cosiddetta informazione televisiva non ostante il netto ridimensionamento e la sonora sconfitta, si tratterebbe di un mero insulto associabile tranquillamente a quelli da sempre in auge di fascismo, di nazionalismo, di populismo e via dicendo. Un repertorio ultradecennale di etichette ormai ritrito e dal significato sempre più vacuo riproposto da personaggi sempre meno credibili; una rimozione di concetti che impedisce ogni parvenza di confronto.

Non c’è da attendersi, per altro, da una vecchia classe dirigente decadente e smarrita, addomesticata da decenni a delegare a terzi le scelte fondamentali, ormai nessuno sforzo di comprensione della nuova fase di competizione e conflitto nell’agone internazionale.

Eppure la radice e l’etimologia e il significato del termine originario, sovranità, dovrebbe indurre a maggior curiosità e rispetto proprio perché sottende uno dei principi fondanti dell’impegno politico; di qualsiasi impegno politico di qualsivoglia orientamento.

LA SOVRANITA’

Il concetto di sovranità sottende senz’altro la decisione sulla base di propri orientamenti generali, senza la quale ogni attività politica sarebbe priva di senso; sottende quindi un discrimine. La decisione, a sua volta, per avere senso deve quantomeno cercare di essere messa all’opera e in qualche maniera essere riconosciuta anche dagli oppositori, se presenti in maniera significativa. La normazione e l’istituzionalizzazione forniscono le modalità e i luoghi operativi del complesso delle decisioni e diventano quindi l’oggetto, i regolatori e i condizionatori del conflitto politico tra centri tra loro cooperanti e/o conflittuali, almeno sino a quando quelle modalità sono accettate dalla comunità in maniera prevalente. Il presupposto basico di questa abilità operativa è la disponibilità di forza e la capacità di potenza. Lo stato nazionale è la forma istituzionale che a partire dall’età moderna regola e conduce in maniera sempre più diffusa e pervasiva le dinamiche politiche all’interno e tra le varie formazioni sociali nel mondo nei vari ambiti dell’attività umana.

IL SOVRANISMO

Il termine sovranismo viene coniato e utilizzato, più nella polemica politica che, purtroppo, nel confronto teorico, per affermare la necessità di salvaguardare e potenziare appunto le prerogative dello stato.

Rispetto, però, a chi e cosa?

Pare poco contestabile che esso assuma la maggiore nitidezza e potenza di significato nel confronto e nella contrapposizione con il processo di globalizzazione. Una dinamica quest’ultima di uniformizzazione e di progressivo abbattimento di frontiere per certuni innescata e gestita da un ristretto cartello di potentati organizzato in gruppi elitari (Bilderberg, ect) ed espressione diretta dell’alta finanza. In esso lo Stato viene visto come mero strumento a condizione che sia ridotto di dimensione e svuotato di funzioni oppure come una entità destinata a liquefarsi a vantaggio di organismi sovranazionali sempre più determinanti sotto il ferreo controllo del cartello. Per altri il processo di globalizzazione viene visto come un processo naturale che porterebbe alla costruzione di un governo unico mondiale, fondato per lo più su principi morali minimi e sul diritto universale. In esso gli attuali stati verrebbero a fondersi in unità continentali e quindi a sciogliersi o subordinarsi sotto una unica entità. La conduzione delle società al di là di quei principi minimi comuni sarebbe affidata a comunità particolari autogovernate o attraverso una regolazione spontanea tra individui.

È un successo e nitore di significato poggiati su basi fragili e su una rappresentazione inadeguata delle dinamiche politiche. Il nemico è tanto rappresentato nitidamente quanto inafferrabile e sfuggente all’atto pratico.

La finanza è nient’affatto un cartello unico, tantomeno la detentrice del potere assoluto mondiale e il burattinaio delle infinite trame nello scacchiere geopolitico; nemmeno l’artefice unico delle disuguaglianze tra un pugno di satrapi ed una massa di diseredati così come rappresentate con pressapochismo preoccupante.

Naufragata miseramente l’illusione della contrapposizione tra masse peripatetiche all’inseguimento dei notabili riuniti periodicamente nelle località più amene e il POTENTATO le cui prerogative sono realizzate soprattutto attraverso gli organismi sovranazionali (FMI, BM, WTO, ect), rimarrebbe quindi la contrapposizione tra gli stati e il cartello suddetto. Da qui la rivendicazione delle prerogative sovrane dello Stato ai danni di questo e degli organismi sovranazionali usurpatori.

I LIMITI POLITICI DI CERTO SOVRANISMO

Una chiave di lettura che induce a indirizzi e obbiettivi politici sterili se non controproducenti

I potenti della finanza, in realtà, non costituiscono un cartello compatto, tantomeno sono i decisori ultimi dei destini del mondo. Sono parte integrante dei vari centri strategici decisionali in cooperazione e conflitto tra loro i quali devono disporre e far parte in via prioritaria delle leve istituzionali, quindi degli apparati statali, per il perseguimento delle loro strategie in conflitto. Non si tratta di un uso meramente strumentale. Sono centri che hanno bisogno di leve e di radicamento, quindi di istituzioni, di un territorio dei quali fanno parte; sono espressione e guida di una comunità e di una formazione sociale originaria. In questa dinamica i decisori della finanza sono quindi condizionabili al pari di altri.

Quella rappresentazione infatti induce ad una contrapposizione sterile e meramente declamatoria nei riguardi di figure praticamente inafferrabili.

La contrapposizione Stati/cartello della finanza spinge alla proposta e creazione di un cartello degli stati, pressoché tutti indistintamente sminuiti e svuotati dall’avversario ed interessati, in alcuni casi con il necessario ricambio di classe dirigente, quindi alla Santa Alleanza. Nell’attuale e futuro contesto geopolitico verrebbero a formarsi alleanze politiche paradossali ed improbabili del tutto irrealistiche, le quali riproporrebbero sotto mentite spoglie il consueto conflitto tra centri decisionali e tra stati nazionali, con le loro gerarchie, le loro subordinazioni e i loro dualismi.

Agli organismi sovranazionali si tende ad attribuire una potestà propria che non hanno oppure possiedono di riflesso per conto di questi centri e degli stati nazionali dominanti. Sono il frutto di trattati e il luogo entro i quali e attraverso i quali si esercita l’egemonia e nei momenti transitori la rivalità dei centri e degli stati dominanti. La loro giurisdizione, nei pochi casi di affermazione, non è equiparabile a quella esercitata dagli stati nazionali al proprio interno ed è nel migliore dei casi di tipo riflesso; devono appoggiarsi, quindi, alla forza degli stati. Quelli che sono dei semplici strumenti e servitori assumono, secondo la chiave offerta dal dualismo sovranismo/globalismo, il ruolo di attori dominanti con tutte le incongruenze del caso. In alcuni casi tendono a conquistarsi alcuni margini di autonomia operativa come succede ad esempio in alcune fasi alla Commissione Europea. Tali margini sono però il frutto della prevalenza dello spirito comunitaristico che tende ad attribuire pari peso a tutti i numerosi paesi della Unione Europea, un filo conduttore tipico, ad esempio, della diplomazia comunitaria italiana notoriamente pesantemente subordinata ad indirizzi esterni; soprattutto, tali margini sono possibili grazie alla subordinazione diretta, in una fase di frammentazione politica, e non mediata al deus ex machina dell’Unione Europea, gli Stati Uniti.

Il dualismo sucitato nasconde inoltre un altro grande dilemma irrisovibile secondo lo schema proposto.

Il dualismo sovranismo/cartello finanziario vorrebbe rappresentare efficacemente una dinamica universale alla quale vengono sussunti i vari eventi politici. Il duro confronto con la realtà geopolitica spinge però a ridurre surrettiziamente il dominio del cartello in realtà al solo mondo occidentale. Diventa difficile, allora, spiegare e collocare correttamente il ruolo degli agenti finanziari operanti nei paesi emergenti e rivali del polo statunitense ancora prevalente. Un dominio universale diventerebbe, quindi, relativo e soprattutto localizzato. Gli avversari di questo presunto dominio tendono ad assumere l’aura dei paladini dell’emancipazione e dei fautori di un nuovo ordine sociale più giusto ed egualitario perché capaci di riaffermare “la priorità del politico sull’economico” e di regolare meglio il potere degli agenti finanziari. Si tende quindi a nascondere il fatto che anche gli avversari del polo occidentale, per altro tutto da ricostruire, sono altrettanti agenti di influenza tesi a creare proprie aree geopolitiche di controllo e di dominio di dimensione regionale o globale a seconda delle capacità delle rispettive classi dirigenti. Fautori di nuove formazioni sociali dove comunque si esercita il dominio di élites e centri decisionali con le proprie gerarchie di comando, i propri conflitti, le proprie modalità di sopraffazione e di costruzione delle gerarchie sociali, pur rappresentando alternative positive rispetto ad una prospettiva di dominio unipolare, vengono esibiti come paladini di un modello e di un riscatto sociale a dir poco mitizzato.

In realtà quella rappresentazione attribuisce all’economico, addirittura ad un particolare aspetto di esso, la finanza, una funzione malposta e sopravvalutata. Non è l’economico che predomina; prevale in alcuni contesti e in alcune fasi l’esercizio delle strategie politiche nell’economico rispetto agli altri ambiti. Strategie che hanno comunque bisogno del supporto della forza e normativo proprio degli Stati. Prevale in particolare nei momenti di predominio unipolare quando l’uso della forza e dell’influenza politica diretta può essere più discreto e velato. Assume una appariscenza abbagliante per il carattere ancora particolarmente sofisticato del sistema di dominio ed influenza dell’area occidentale rispetto a quello dei poli emergenti alternativi e sempre più contrapposti, siano essi regionali che globali. L’apparenza del dominio della finanza, così come la rappresentazione liberista dei legami economici, del tutto misitficante rispetto alla realtà delle barriere e dei vincoli che la stessa potenza prevalente, analogamente ai competitori tende a frapporre, tende a nascondere l’ambizione di dominio unipolare di una potenza, dei suoi centri decisionali dominanti, del suo Stato rispetto ai concorrenti. La stessa finanza, i suoi agenti, sono compartecipi di queste dinamiche ed oltre ad assumere la veste scontata di predatori sono i coartefici di un traghettamento di risorse economiche teso a garantire la coesione minima delle formazioni sociali e le risorse che consentano l’esercizio e la realizzazione delle strategie politiche.

I SOVRANISMI

La dura realtà delle dinamiche geopolitiche e delle trasformazioni sociali sempre più convulse sta facendo scivolare di fatto la rappresentazione sempre più inadeguata del dualismo sovranismo(Stato)/cartello della finanza verso un confronto tra “sovranismi”. Tra centri decisionali i quali, attraverso l’affermazione delle prerogative dello Stato, riescono a prevalere e predominare ed altri che tendono prevalentemente a subire da alcuni e influenzare in maniera subordinata altri di rango inferiore. In questo contesto il termine “sovranismo” è destinato ad affermarsi, ma a sfumare di significato e valenza simbolica, giacché tende a rappresentare sia gli aspetti di emancipazione che quelli di predominio dell’esercizio delle prerogative statuali. In ogni caso l’azione politica e la strategia politica, nei suoi vari ambiti di azione, è destinata a riprendersi il suo ruolo nel dibattito teorico e nella rappresentazione degli eventi. Con essa tornerà ad assumere una più corretta collocazione il ruolo della forza, della potenza, dell’egemonia e più prosaicamente il ruolo e la funzione dello Stato e delle sue istituzioni sia nel sistema di relazioni internazionali, sia nelle dinamiche interne proprie di funzionamento attraverso il confronto tra centri decisionali, sia nella funzione di plasmare le formazioni sociali.

Alcuni studiosi più avveduti hanno stigmatizzano l’uso del termine da parte di forze politiche approssimative le quali ipotizzano la necessità di un’azione solitaria, solipsistica, atomistica degli stati nazionali, in particolare dell’Italia, nel contesto geopolitico. Una condizione irrealistica anche rispetto a quelle di alleanze instabili e mutevoli tipiche di paesi in grado di esercitare una significativa sovranità e propria di fasi politiche di transizione. Non si tratta solo di primitivismo; spesso si tratta di una particolare forma di sovranismo che tende ad attribuire ancora una volta alle relazioni economiche la prevalenza se non l’esclusività. Una posizione, ad esempio, espressa sino a poco tempo fa da un personaggio politico lucido come Claudio Borghi nella Lega. Una espressione tipica, ad esempio, di ceti imprenditoriali medi e piccoli i quali vedono in uno stato nazionale del tutto sganciato da alleanze e vincoli la possibilità di costruire relazioni economiche ed affari con qualsivoglia soggetto. Ancora una volta un modo di riproporre l’irrealistica superiorità e l’universalismo mitizzato dell’economico rispetto alla limitatezza dell’azione politica. Certamente la dura realtà sta costringendo Borghi a modificare nei fatti tali convinzioni. La mancata razionalizzazione di tali cambiamenti può però spingere a situazioni nefaste ed imprevedibili, almeno rispetto alle intenzioni dell’attuale nuova classe dirigente in via di formazione.

IL FUTURO DEL SOVRANISMO

Tutto ciò sembra spingere i più accorti ad accantonare il termine, piuttosto che salvaguardarlo e potenziarlo di significato rispetto a queste rappresentazioni riduttive. Una rinuncia che somiglia ad un rinvio e ad una resa in una fase di battaglia politica aperta da risolvere sul campo del confronto teorico e dell’analisi politica. Così come appare pericoloso il tentativo di attribuire un attributo, sia esso popolare, costituzionale o altro, al termine sovranità in modo tale da contrapporre in termini antagonistici, nel classico schema destra-sinistra, i vari sovranismi, patriottismi e nazionalismi che dir si voglia in una fase in cui gli antagonisti da sconfiggere sarebbero altri. Una tentazione ricorrente che sente il bisogno di associare il termine sovranità ad entità astratte o reali, come quella di popolo, le quali non esercitano per costituzione o fattualmente il loro potere decisionale se non attraverso l’influenza e la azione di élites e centri decisionali. Un discorso che meriterebbe e meriterà attente considerazioni a parte.

Sono limiti ed incomprensioni che non riguardano fortunatamente solo questo campo politico.

LE FAGLIE

George Soros, presentato come l’essenza del protagonismo e l’onnipotenza del predominio globalista, lo ha implicitamente disvelato nella insolita sequela di interventi ed interviste di questo, in particolare nel suo intervento, ben coadiuvato dai suoi adepti e serventi ossequiosi, al festival dell’economia di Trento.

Ha semplicitamente incluso in un “annus horribilis”, giustificato da imprecisati errori la sequela di sconfitte politiche iniziate con l’elezione di Trump e proseguite con l’affermazione di Orban in Ungheria, Kurtz in Austria, la triade Conte-Salvini-Di Maio in Italia e la mancata elezione di procuratori legali di fiducia (avete letto bene) negli Stati Uniti; ha risolto il dilemma politico, confortato dalla sola elezione di Macron in Francia, rivelatasi progressivamente effimera, suggerendo semplicemente pragmatismo.

Soros, non ostante la vulgata, non è il deus ex machina della globalizzazione. È una pedina importante ed influente di un centro strategico e finanziario colossale, i Rotschild, a loro volta parti di centri decisionali ben più importanti e dal raggio di azione ben più ampio dell’ambito finanziario.

Dispongono di un armamentario ideologico, di apparati e di forza ancora impressionanti, superiori ma non più esclusivi; non dispongono di una strategia vincente e soprattutto ancora in grado di prendere atto della incipiente formazione di nuovi poli di potenza autonomi.

Un logoramento evidente, reso con ogni evidenza trasparente negli Stati Uniti, laddove nuove élites stanno riuscendo a cristallizzare in centri di potere e negli apparati le loro azioni politiche e le loro strategie sia pure al prezzo di pesanti compromessi. Meno determinante in Europa laddove la loro crisi si manifesta in una condizione di stasi nei paesi egemoni (Francia e Germania) e nella prevalenza di forze “sovraniste” in Europa Orientale imbrigliate dalla russofobia e suscettibili quindi di prestarsi a nuove e più stringenti subordinazioni di stampo atlantista. Nel mezzo la situazione italiana ormai oscillante verso questa seconda opzione.

Come chiarito da Piero Visani nella recente intervista su questo blog, si tratta di una di quelle rare faglie che periodicamente si aprono nel contesto geopolitico e nella coesione delle formazioni sociali le quali, però, non durano indefinitamente. Il miracolo raro nelle contingenze politiche deve essere la concomitanza tra contingenza politica favorevole e la formazione di un ceto politico adeguato a coglierla. I tempi di formazione dell’una il più delle volte non coincidono con quelli dell’altra.

Esiste una prima traccia della formazione di due internazionali. Quella globalista, consolidata e strutturata, forte della sapienza maturata negli ultimi quaranta anni, prosegue pervicacemente anche se annaspa nella visione generale. Quella cosiddetta “sovranista”, rappresentata dall’avvento in Europa di Bannon, un personaggio politico come minimo ormai ai margini della battaglia politica negli USA, portatore della ipotesi sovranista criticata da questo articolo. Potrebbe essere, purtroppo, il prodromo di una deriva di questi movimenti ancora nascenti. Il fatto che le redini siano in mano a due esponenti politici militanti americani dovrebbe indurre a qualche cautela maggiore nelle scelte. Altra cosa è il dibattito politico e teorico sul quale gli studiosi e strateghi americani sono più avanti di parecchie spanne. Su questo il confronto dovrebbe essere molto più serrato.

 

L’ULTIMA FRONTIERA, di Gianfranco Campa

L’ULTIMA FRONTIERA

La prima volta che attraversai il confine fra gli Stati Uniti e il Messico era l’ormai lontano Giugno 1993. All’epoca viaggiavo su una Oldsmobile Cutlass Cruiser, versione familiare, con motore, se la memoria non mi inganna, di 3300 cc di cilindrata. Una di quelle macchine che per ogni miglio di strada si beveva il carburante di un’intera stazione di servizio. Ma all’epoca questo poco contava; in California un gallone di benzina costava intorno a un dollaro. In altre parole, 3,8 litri di benzina mi costavano intorno agli 80 centesimi di Euro.

Un anno strano il 1993; l’anno prima era stato eletto alla presidenza un certo Bill Clinton che aveva sconfitto alle elezioni presidenziali George Bush (padre) con l’aiuto di un miliardario Texano di nome Ross Perot. La ancora relativamente sconosciuta first lady, Hillary Clinton, aveva viaggiato in gioventù con la versione berlina della Oldsmobile con cui mi apprestavo ad attraversare il confine messicano.

L’avvento di Perot aveva dirottato verso il magnate, dall’accento provinciale, tipicamente Texano, una larga fetta di voti che in teoria sarebbero dovuti andare a Bush, aprendo quindi la strada alla vittoria di  Bill Clinton. Una vittoria fra amici di merende poiché la differenza fra Clinton e Bush si rivelò alquanto minima per quello che riguardava la politica e geopolitica americana. Perot al contrario è stato invece, in un certo senso, un apripista di Trump, un precursore, anche se Perot sbagliò tattica opponendosi al sistema bipartitico americano, invece che infiltrarsi e addomesticarlo dall’interno. Fatto sta che fino a questo momento Perot rimane nella storia moderna Americana come l’unico tentativo serio di rompere il regime tradizionale politico a stelle e strisce. Perot fu colui che in tempi remoti si è confrontato con l’establishment dell’epoca, opponendosi anche alla prima Guerra del Golfo e all’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio, meglio conosciuto come NAFTA. Tra l’altro Ross Perot rimarrà famoso anche per la sua frase “pittoresca” con cui defini NAFTA come il “suono di un succhiatore gigante.” Succhiatore di posti manifatturieri (complice insieme ad altri accordi mondiali globali), svuotatore e trasformatore di intere aree industriali in zone fantasma, solo parzialmente rimpiazzate dal settore ad alta tecnologia e dal terziario. Succhiatore anche di speranze latine, speranze che in quel tardo Giugno del 1993 erano ancora palpabili per le strade della città messicana.

L’accordo NAFTA sarebbe entrato in vigore nel Gennaio del 1994, ma nonostante la povertà da terzo mondo, la città di Tijuana appariva relativamente ordinata, sicura e vivace in quell’estate del 1993. Parlando con la gente per la strada, tra un venditore di deliziosi Churros e uno di gustosi Tacos, traspariva l’ottimismo che la vicinanza ai gringos li avrebbe favoriti in questa visione globale del futuro prossimo.

Di quelle speranze rimarrà, a 25 anni di distanza, poco o niente. Nonostante quello che sostengono Wikipedia, gli economisti e i mass media, l’area metropolitana di Tijuana è stata sì parziale beneficiaria di alcuni investimenti nei settori dell’High Tech e manifatturiero, ma nonostante i proclami entusiastici riguardanti le potenzialità di quella città, la realtà si è rivelata col tempo ben diversa. Tijuana è anche una delle tante vittime di quella che possiamo definire la sindrome anti-trumpiana che pervade i mass-media e la politica Californiana. Le élites, abbagliate dall’odio viscerale per Trump, confidano in Tijuana come in uno strumento da rispolverare e mettere in mostra per avallare la teoria che la globalizzazione ha funzionato nonostante l’avvento di Trump. Trump come forza demoniaca distruttrice del sogno globalista e del libero scambio Nordamericano. Nel loro immaginario Tijuana oggi come oggi celebra le potenzialità come hub dal futuro economico roseo, dove invece di costruire muri si auspicano ponti di fratellanza e collaborazione. Ma tutto ciò rimane solo sulla carta e nel pio desiderio di chi la realtà si rifiuta di analizzarla e riconoscerla.

La frontiera messicana dal centro di San Diego dista solo venti minuti di macchina; all’entrata in Messico l’attesa e il controllo sono insistenti, diversamente dal ritorno, dove il controllo alla frontiera Statunitense, quella cosiddetta di San Ysidro, ti sottopone a ore di tediosa attesa, a volte sotto un solo cocente. Questo di per sé testimonia il fallimento della rappresentazione del Nord America formato da nazioni senza frontiere: Canada-USA-Messico. Infatti alla NAFTA avrebbe dovuto far seguito un trattato stile Schengen mai materializzatosi.

Dopo il 1994, con NAFTA a pieno regime, Tijuana si evolse da centro turistico a centro produttivo. Aziende del calibro di Panasonic, Samsung aprirono grandi impianti di assemblaggio.

Strano destino quello di Tijuana! La benedizione della vicinanza al confine avrebbe dovuto essere la sua salvezza, ma il sogno americano si e` infranto contro il muro della realta`.

Dopo un iniziale boom, Tijuana (e il Messico) sono entrati in un periodo di declino economico. La speranza era che NAFTA riducesse le disparità di reddito tra Stati Uniti e Messico; a 25 anni dall’accordo, il divario è continuato a crescere.

Nel 2014, a vent’anni dalla firma del NAFTA, anche  la disparità di reddito all’interno del Messico fra la classe ricca e quella povera è aumentata a dismisura. La quota del reddito nazionale dalla classe più ricca del paese è aumentata oscillando dal 24% fino al 58% lasciando al palo il resto della popolazione Messicana. A Tijuana, dal 2000 in poi sono stati persi 33.000 posti di lavoro.  Secondo Garrett Brown, ex-capo della rete per la salute e la sicurezza dei Maquiladora (Maquiladora è il termine usato per descrivere una fabbrica in Messico gestita da una società straniera e che esporta i suoi prodotti nel paese di tale società), il salario medio messicano nel 1975 era pari al 23% del salario di produzione degli Stati Uniti. Nel 2002 era meno di un ottavo. Secondo Brown, dopo il NAFTA, i salari reali messicani sono calati del 22%, mentre la produttività dei lavoratori è aumentata del 45% .  Alle società statunitensi è stato concesso di possedere terreni e fabbriche, ovunque in Messico, non solo a Tijuana. Per esempio la compagnia ferroviaria Union Pacific, con sede negli Stati Uniti, in collaborazione con la famiglia oligarca messicana dei Larrea, una delle più ricche del Messico è diventata proprietaria della principale linea ferroviaria nord-sud del paese e ha soppresso l’intero servizio passeggeri a scapito di quello merci. L’occupazione nel settore ferroviario messicano, in questi anni è crollata da 90.000 a 36.000 impiegati. I sindacati delle ferrovie hanno lanciato scioperi a catena nella speranza di salvare i loro posti di lavoro, ma alla fine hanno perso la loro battaglia e il loro attuale sindacato è diventato una pallida memoria del suo passato

I bassi salari sono la calamita utilizzata per attrarre gli investitori statunitensi e altri investitori stranieri.  La Ford, uno dei maggiori datori di lavoro del Messico, ha investito 9 miliardi di dollari nella costruzione di nuove fabbriche, ma nel frattempo Ford ha chiuso 14 stabilimenti statunitensi, eliminando il lavoro di decine di migliaia di lavoratori statunitensi. Entrambe le mosse erano parte del piano strategico dell’azienda per ridurre i costi di manodopera e spostare la produzione. Quando nel 2008  la General Motors è stata salvata dal governo degli Stati Uniti (Obama), chiuse una dozzina di stabilimenti statunitensi, mentre ha prosequito con  la costruzione di nuovi impianti sul territorio Messicano.

Nel 2010, secondo il Monterrey Institute of Technology, 53 milioni di messicani vivevano in condizioni di povertà, circa la metà della popolazione del paese. La crescita della povertà, a sua volta, ha alimentato la migrazione. Nel 1990, 4,5 milioni di persone di origine messicana vivevano negli Stati Uniti. Un decennio più tardi, quella popolazione è più che raddoppiata a 9,75 milioni, e nel 2008 ha raggiunto il picco di 12,67 milioni.

Tra il  2001 e il 2015, 267 aziende manifatturiere sono scomparse dalla città di Tijuana. Molto della produzione manifatturiera che ha lasciato gli Stati Uniti si è indirizzata verso l’area Asiatica (Cina in primis), lasciando Tijuana e il Messico al palo. In altre parole si sentono forti i suoni del succhiatore gigante….

(Carovana di un cartello mafioso della droga)

Altre componenti hanno contribuito alla crisi di Tijuana e a rendere monco il NAFTA: l’attacco dell’undici di Settembre, la crisi finanziaria del 2008,  l’emergenza del virus H1N1, ma soprattutto la violenza dei cartelli della droga.  Di conseguenza molti dei turisti americani hanno smesso di visitare la regione e le attività turistiche sono crollate. Resiste ancora il turismo del sesso, visto la larga presenza di prostitute e quella dell’alcol, soprattutto da parte di studenti americani che nel fine settimana si recano al di là del confine per delle facili sbronzate.

Tijuana così rimane per il momento nel limbo, un progetto iniziato e rimasto in sospeso con la città che potrebbe essere in teoria il ponte della California verso l’America Latina, con un potenziale vantaggio economico per entrambe le parti. La  California è la sesta economia al mondo, pari al 13% del PIL USA. Un bacino Tijuana-San Diego offre un potenziale di forza lavoro di oltre 3 milioni di persone.

(Sparatoria tra Forze dell’Ordine e componenti del pericolossissimo cartello Los Zetas.)

Nell’attesa che finalmente le fortune di Tijuana si invertano, in questi anni  si sono arricchiti solo gli oligarchi messicani e i cartelli della droga (sovvenzionati dall’Appetito degli Americani per le droghe). Il livello di violenza è allarmante, con cifre che riflettono quelle di una vera e propria guerra civile. A Tijuana dal Febbraio scorso ci sono stati in media 8 omicidi al giorno. Nel solo mese di Luglio si sono registrati 242 omicidi. Tijuana è considerata la quarta città più violenta del mondo; in altri termini gareggia di pari passo con città situate in piene zone di guerra. La violenza ha mietuto vittime non solo fra criminali dei cartelli della droga ma anche fra civili innocenti, incluso molte figure politiche e giornalistiche. In Tijuana l’ultima agenzia di Stampa ancora aperta è guardata a vista dai militari messicani 24/7. Insomma siamo in una situazione che ricorda molto più la Siria piuttosto che un paese Nord Americano.

In Mexico, rails are risky crossing for a new wave of Central American migrants - The Washington ...

C’è un altro aspetto inquietante che contribuisce ai problemi di Tijuana. La vicinanza col confine Californiano l’ha resa meta del pellegrinaggio migratorio. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, disperati di ogni tipo da ogni parte del globo, si ritrovano alla fine del loro viaggio travagliato a Tijuana. Tijuana rappresenta il capolinea del viaggio e l’inizio di quella che dovrebbe essere la speranza di una vita nuova nell’America dei sogni, la realizzazione del sogno americano. Ma i sogni finiscono a Tijuana; lì si trasformano in incubi e le vite di milioni di disperati si intrecciano con i problemi di un tessuto sociale ormai al collasso. Prima ancora dell’avvento di Trump il confine a Tijuana era sommerso da immigrati clandestini convergenti da tutto il mondo bloccati dalle sempre più imponenti misure di controllo doganale. Da quando Trump è entrato alla Casa Bianca la situazione è solo peggiorata. I più fortunati pagano i cosiddetti coyotes ( trafficanti di esseri umani) fino a 20.000 dollari  per farsi trasportare oltre il confine, a piedi nel deserto, per finire il più delle volte intercettati dalla polizia di frontiera (Border Patrol). I meno fortunati (la maggioranza) rimangono bloccati al confine.

Secondo le statistiche del governo americano: Nel 2016 un totale di 409.000 immigrati clandestini sono stati catturati mentre tentavano di attraversare illegalmente il confine sudoccidentale con gli Stati Uniti. Un aumento del 23% rispetto all’anno precedente. Inutile dire che la tendenza è in deciso aumento. Arrivano da tutte le parti gli immigrati a Tijuana; Dal Centro e Sud America, Zone Caraibiche, Zone Asiatiche, Africane, e Mediorientali. Non sono solo i Messicani a voler attraversare il confine.

Immigrant family separation: Why do they flee their home countries?

Se tutto ciò non bastasse si aggiunge un altro problema per la città e il governo messicano. Mentre Tijuana si gonfia di immigrati bloccati al confine americano, si aggregano ogni giorno a questi anche quelli privi di documenti che vengono deportati, rimpatriati dagli Stati Uniti. Tijuana è al collasso, sopraffatta da un marea di persone senza casa e senza futuro. I centri di accoglienza sono colmi e traboccano di gente. In Italia e in Europa i centri di accoglienza sono delle regge reali paragonate a quelle Messicane dove mancano anche delle forme più elementari di assistenza. Lo stato Messicano non ha le risorse per poter seguire tutti questi disperati che gonfiano la frontiera Messico-USA

Tijuana rappresenta l’ultima frontiera dove  vanno a naufragare i sogni di milioni di persone. Sogni alimentati dalle false promesse dei trattati internazionali mirati solamente ed esclusivamente ad arricchire le multinazionali a spese di lavoratori e immigrati. NAFTA è ora morta, soppressa da Trump cecchino della globalizzazione sfrenata. In molti non ne sentiranno la mancanza, altri continueranno a far finta che Tijuana abbia un grande potenziale e che i trattati internazionali sono la panacea che cura tutti i dolori sociali.

Tijuana rappresenta la visione di un futuro non troppo lontano per l’Italia stessa. Italia paese di frontiera svuotato di contenuti e idee. Impoverito da anni di abusi sovranazionali travestiti da trattati internazionali spacciati come rimedi a tutti i nostri problemi. Immigrati e rifugiati che arrivano dai posti più disparati e disperati con la speranza di superare il confine con la Francia, Svizzera, Austria etc.

Tijuana città fallita, di un bellissimo paese come il Messico ricco di storia e bellezze naturali. Anche l’Italia un paese fallito? Si sente nel sottofondo  il suono di un succhiatore gigante…

 

 

http://zetatijuana.com/2018/08/tijuana-estado-fallido/

 

https://www.politicalresearch.org/2014/10/11/globalization-and-nafta-caused-migration-from-mexico/

 

https://www.sandiegoreader.com/news/2018/aug/08/stringers-tijuanas-most-violent-month-all-history/

 

https://www.nytimes.com/2017/01/27/world/americas/mexico-border-tijuana-migrants-haitians-trump-wall.html

LA GUERRA, UN EVENTO TANTO PRESENTE QUANTO RIMOSSO; ALMENO IN EUROPA_CONVERSAZIONE CON PIERO VISANI

Qui sotto una interessante intervista a Piero Visani; analizza la situazione politica in Europa e in Italia partendo, soprattutto dai limiti di formazione delle classi dirigenti europee. La rimozione di un concetto e di un evento presente nella storia dell’umanità, la guerra, ha contribuito pesantemente a procrastinare la condizione di subordinazione delle classi dirigenti nazionali europee, in particolare dell’Italia. Piero Visani, tra gli altri, è autore del libro “Storia della Guerra”, edito da DAKS.

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

Genova: il senso di una tragedia, di Gennaro Scala

Tratto da facebook https://www.facebook.com/gennaro.scala/posts/10215642869896194

Quanto accaduto a Genova non è una tragedia dovuta al Fato, ma non è soltanto un disastro collettivo dovuto a colpevole incuria di imprese dedite esclusivamente al profitto, anzi a superprofitti dell’ordine di miliardi di euro annui, grazie all’appropriazione indebita delle autostrade costruite con i soldi della collettività. Il disastro di Genova è una vicenda esemplare del principale conflitto in corso nelle società occidentali. Innanzitutto bisognerebbe chiedersi cosa centrano i Benetton con le autostrade. Essi sono noti come venditori di indumenti ben acchittati, ma spesso scadenti, che vendono (o meglio vendevano, perché sono in crisi da anni) in tutto il mondo. Ma le magliette, i maglioni o i giubbotti, sono solo un complemento della merce principale venduta dai Benetton, che potremmo definire una ideologia-merce, gli United Colors of Benetton, attraverso cui i “giovani di tutto il mondo” si ritroverebbero accomunati nel vacuo culto dell’apparenza. Soffermiamoci un attimo su questa ideologia: al di là dell’apparente opposizione di immagine rispetto alla Hitlerjugend composta da schiere di giovani repliche di un medesimo prototipo biondo, con gli occhi azzurri e i capelli a spazzola, qui abbiamo giovani di tutti i colori, ma al di là della apparente opposizione abbiamo la medesima violenza esercitata sull’essere umano con cui viene separata identità e differenza, il cui libero gioco da vita alle società umane. Se la Hitlerjugend era una separazione tra dell’identità dalla differenza che trasforma la prima in sameness (medesimità), la gioventù benettoniana, o come la vorrebbe il potere globalista, è una separazione della differenza dall’identità, che svalorizza la differenza, nei ben noti manifesti pubblicitari della Benetton, questo ha la pelle chiara, quella scura, quell’altro olivastra, quello ha il ciuffo, quella ha i capelli ricci, quell’altro ha i capelli lisci, hanno magliette di tanti differenti colori , ma sono tutte differenze apparenti che nascondono la mancanza di differenze effettive.
E’ questa funzione ideologica svolta nel potere globalista occidentale che ha conferito ai Benetton gli agganci che hanno permesso loro di appropriarsi delle autostrade (e degli aereoporti). Potere globalista che si sta rivelando fallimentare, causando una continua perdita di posizione nell’arena globale delle società occidentali, tanto sul piano politico che economico, a cui si presenta come sola alternativa un pericolosissimo avventurismo militare. Il potere globalista devasta le società occidentali, ne accresce il disordine, accellerandone il declino: ne è un esempio il trasferimento di risorse attraverso il controllo delle autostrade i cui profitti invece di essere utilizzati per la manutenzione o per gli investimenti vengono dirottati in direzione del rafforzamento del potere globalista. Il globalismo è una degenerazione che andrebbe combattuta a fondo tanto dalle classi dominanti che non si rassegnano al costante declino occidentale, tanto dalle classi non dominanti che non si rassegnano alle devastazione delle condizioni di vita causate da questo potere.

Benetton

Qualcuno si è chiesto che fine fanno i superprofitti che Autostrade per l’Italia realizza in regime di monopolio assoluto sfruttando il controllo delle autostrade italiane costruite con i soldi pubblici (e che utilizza minimamente per la manutenzione, v. precedente articolo da me postate dell’Intellettuale dissidente). Non è un caso che è uno dei principali azionisti sia la famiglia Benetton, una azienda che ha fatto del globalismo una bandiera. Certo non siamo in grado di seguire il circuito che percorrono questi capitali, ma è certo che vanno a rafforzare, anzi sono parte, di quella “finanza globale” che non è solo controllo dei capitali, ma controllo attraverso i capitali di industrie e asset strategici. Quella finanza che sta devastando le società costruite nel dopoguerra e a cui sarebbe ora di porre un freno prima che le distruggano del tutto. Per cui sono molto apprezzabili le parole del ministro Toninelli e speriamo che tenga fede alla parola data di revoca delle concessioni per grave inadempienza degli obblighi di manutenzione

dialoghi europei, a cura di alessandro visalli

Dialoghi europei

Una conversazione a margine di un post su Facebook a volte può avere interesse se la distanza tra i suoi protagonisti è appropriata e si muove in un quadro di rispetto. In queste circostanze l’interazione produce arricchimento reciproco. In questo caso i protagonisti del dialogo sono tre e l’innesco, rapidamente superato è la questione dell’immigrazione. Il post iniziale aveva acceso un ramo di discussione nel quale, ad un certo punto, un interlocutore ha richiamato lo slogan dominante nell’area culturale della sinistra liberale: “solidarietà, accoglienza, integrazione”, da tradurre nella politica di aprire i confini senza se e senza ma (ovvero senza badare alle conseguenze). Il ‘padrone di casa’ a questa dichiarazione ha opposto che occorre, invece, “frenare i flussi, e combattere lo sfruttamento degli immigrati che sono già in Italia”, ciò “sia per ragioni di giustizia che di difesa degli stessi lavoratori italiani”.

Il movimento del dialogo inizia da qui, e da una mia replica a questa opposizione tra aprire senza limiti e frenare. Precisamente in risposta alla dichiarazione del globalista che combattere lo sfruttamento significa aprire i confini:

Visalli. “E’ l’esatto contrario, l’immigrazione (economica, ovvero il 90 %) è un fenomeno in buona parte autoalimentato. Il flusso dell’immigrazione dipende dal divario di reddito percepito tra il paese ricevente e quello di partenza e in modo decisivo dallo stock di migranti precedente che non si è integrato. In particolare la dimensione dello stock non integrato (ovvero della ‘diaspora’, che non si distribuisce molecolarmente ma si concentra in specifici luoghi e si densifica per omogeneità a causa di meccanismi sociali di reciproco sostegno) dipende dalla trasmissione interpersonale della cultura e degli obblighi. Se il gruppo è coeso ed impermeabile cultura ed obblighi si rafforzano e restano diversi da quelli della società intorno, man mano che perde coesione gli individui tendono ad assorbire la cultura del paese di destinazione ed i relativi obblighi, allora abbandonano progressivamente la diaspora e spesso si spostano, cioè si ‘integrano’. Chiaramente quindi il perimetro delle diaspore è fluido e continuamente attraversato da persone che arrivano e da persone che, integrandosi, ne escono.

Ci sono tre semplici conclusioni:

  • La migrazione dipende dalle dimensioni della diaspora (che, in sostanza, la attrae),
  • La migrazione alimenta la diaspora, mentre l’integrazione la diminuisce,
  • L’indice di integrazione (percentuale di chi esce dalla diaspora ogni anno) dipende dalla dimensione, quanto più grande è la diaspora quanto più piccolo è l’indice.

Ovvero, l’integrazione è ostacolata dalla dimensione del flusso di immigrazione e a sua volta lo ostacola. Quanto più grande è il flusso di immigrazione (persone per tempo) quanto meno integrazione ci sarà, perché le diaspore si consolidano e diventano impermeabili. Quanto più piccolo e diluito nel tempo è quanto più è facile l’integrazione.

Dobbiamo volere il controllo dei flussi per avere l’integrazione, e dobbiamo volere l’integrazione per avere il controllo dei flussi”.

A questa posizione risponde in prima battuta Roberto Buffagni con la seguente dichiarazione:

Buffagni. “L’analisi mi sembra inoppugnabile. L’integrazione sociale, però, è solo un aspetto del problema, per quanto importante. E’ solo un aspetto del problema perché gli esseri umani non si differenziano solo in base all’ISEE, anche se lo crede il dr. Boeri. Quando si formano comunità permanenti, sottolineo permanenti, di stranieri all’interno di una comunità politica, sorge il problemino: che farne? Che rapporto esse stabiliranno con le altre comunità di stranieri e con la comunità degli autoctoni? Quando sono tanti – e in Italia sono già tanti, 6/7 MLN di immigrati – la soluzione ‘assimilazione’ (che è assimilazione culturale, e che viene dopo, SE VIENE, l’integrazione sociale) non è praticabile per tutti, ma solo per una piccola minoranza. Il problema è molto serio, e non può, ripeto non può essere affrontato con gli strumenti della cultura liberale e all’interno di un regime democratico a suffragio universale.

La cultura liberale prevede la sola esistenza degli individui, e non rileva l’esistenza delle comunità. La comunità, per essa, è un’esternalità. Tutto bene finché la comunità esiste per conto suo ed è omogenea, tutto male quando le comunità sono plurali e omogenee non lo sono affatto. La soluzione ‘multiculturale’ è in realtà la soluzione più funzionale, per la coesistenza più o meno pacifica di comunità anche molto diverse; però la soluzione multiculturale è una soluzione imperiale, e l’impero dove sta? Se si vuole fare una società multiculturale, multietnica, multireligiosa, ci vuole un Impero, cioè a dire una forma di civiltà dove a) le addizioni al nucleo originario vengono fatte, sempre o quasi, per conquista b) il centro imperiale è dominato, di fatto e di diritto, da una etnia e da una religione gerarchicamente superiori alle altre c) il sistema politico NON è una democrazia a suffragio universale d) il centro imperiale coopta progressivamente le classi dirigenti dei paesi conquistati, concede gradualmente alle altre etnie e alle altre religioni, in misura variabile, libertà (nel senso antico di franchigie), mai immediatamente eguaglianza di diritti politici con l’etnia e la religione centrale d) il centro imperiale divide per imperare, cioè gioca l’una contro l’altra le etnie e religioni subalterne per impedire che l’una o l’altra prenda il sopravvento o addirittura scalzi i dominanti. Solo dopo qualche secolo, in caso di effettiva assimilazione dei fondamentali culturali, il centro imperiale concede a tutti indistintamente i sudditi la cittadinanza politica piena (ma comunque NON introduce MAI la democrazia a suffragio universale).

Così sì che funziona, una società multitutto, e in effetti così hanno funzionato l’Impero romano, l’austriaco (poi austro-ungarico), l’ottomano, il cinese, il britannico, lo zarista, etc. Non che sia una cosetta facile farli funzionare, ci vuole una classe dirigente coi controfiocchi. Attualmente, c’è in corso d’opera l’edificazione o riedificazione dell’impero russo, che cerca di ricostruirsi by stealth pur in presenza di un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale, ma corretta dalla presenza di fatto dell’impianto base imperiale: etnia dominante (russa) e religione dominante (cristiana ortodossa)+ solida primazia dei ministeri della forza nel governo (le FFAA intervengono con durezza in caso di sollevazioni centrifughe i etnie e/o religioni subalterne, v. le due guerre di Cecenia). Nella celebrazione per l’anniversario 2015 della Grande Guerra Patriottica, il ministro della difesa Shoigu è entrato sulla piazza Rossa del Cremlino per passare in rivista le truppe, e mentre passava, in piedi sull’auto di servizio, sotto la porta sovrastata dalla grande icona del Cristo Salvatore, si è scoperto il capo e si è fatto il segno della croce. N.B.: Shoigu è buddhista, ad attenderlo c’erano anche reparti mussulmani. Il significato del gesto mi pare chiaro.

NON funziona, invece, una società multitutto che sia uno Stato nazionale basato su un regime politico democratico a suffragio universale, 1 testa = 1 voto. NON funziona perché gli Stati nazionali democratici, per funzionare, devono basarsi su quel che gli studiosi chiamano l’ “idem sentire” dei cittadini: “sentire”, non lavorare o andare al cine o pagare le tasse. Cioè a dire, che tutti i cittadini devono condividere sentimenti ed emozioni simili in merito all’oggetto cui va la loro lealtà primaria. Se va alla nazione, allo Stato che la rappresenta e la guida, alla patria che le dà vita storica, tutto ok. Se invece una parte cospicua della cittadinanza dà la sua lealtà primaria alla sua razza, alla sua religione, alla sua tribù, etc., avviene quanto segue: che il conflitto politico ed elettorale si disegnerà anzitutto lungo le linee di frattura più profonde, le differenze incomponibili e non mutabili a piacere in seguito a sola decisione razionale quali razza, religione, tribù, clan, etc. Rimarranno anche gli altri conflitti, ricchi/poveri, città/campagna, centro/periferia, etc.: ma mentre è relativamente facile mediare questi ultimi, se tutti i cittadini condividono un “idem sentire” nazionale, è molto difficile mediare conflitti come il razziale (ognuno porta la sua bandiera sulla pelle, e non può cambiarla) o il religioso (ognuno porta la sua bandiera nei costumi e nella sensibilità, ed è molto difficile fargliela cambiare).

Il multiculturalismo funziona in ambito imperiale. Nell’impero britannico, ha funzionato in modo particolarmente furbo (gli inglesi sono molto furbi) grazie all’Indirect Rule. Ha smesso di funzionare quando le comunità straniere se le sono trovate sul suolo della madrepatria”.

A questa lunga posizione di Buffagni ha replicato Francesco Somaini, il terzo attore del dialogo, entrando direttamente nel tema “Europa”, che da ora interessa la conversazione:

Somaini. “L’affermazione di Roberto Buffagni sul fatto che gli «imperi» (cioé società multietniche e plurali) non siano compatibili con la democrazia ed il suffragio universale mi pare fondata su esempi troppo limitati per poter essere assunta a regola generale. Oltre tutto il suffragio universale é «un’invenzione» talmente recente sul piano storico che mi sembrerebbe del tutto improprio sostenere la sua impraticabilitá ricorrendo ad esempi come quelli dell’Impero romano o di quello ottomano (in cui il problema non fu nemmeno mai posto). Giá il caso austro-ungarico, in cui esisteva un parlamento, seppure con poteri ancora molto limitati, dimostra che la regola non puó essere data per scontata. E non parlo nemmeno degli USA, che, pur avendo conosciuto in passato anche dei veri e propri casi di pulizia etnica (gli indiani o meglio i nativi americani), penso possano oggi essere definiti, a loro modo, come un impero, che, pur con tutta una serie di problemi, é comunque arrivato ad essere un «melting pot» democratico (ricordo ad esempio che prima di questo bulletto attuale c’è stato un presidente nero). Piuttosto, a me pare che fenomeni come quello migratorio (anche accogliendo il persuasivo discorso di Collier e Visalli sulla dicotomia diaspora/integrazione) non possano trovare una vera soluzione nella dimensione troppo angusta dello stato nazionale. Per questo occorre a mio avviso tenere assolutamente ferma l’idea di Europa (sbarazzandosi semmai dei trattati attuali) senza farsi tentare dalle chimere pericolose del sovranismo (e dei nazionalismi che ne potrebbero derivare). L’Europa puó del resto essere vista come una forma politica relativamente simile ad un moderno impero, e non é affatto detto che essa debba essere per forza incompatibile con democrazia e suffragio universale. Certo é una partita tutta da giocare”.

A questa posizione, la mia replica:

Visalli. “Se passi per ‘sbarazzarsi dei trattati attuali’ siamo perfettamente d’accordo. Se avessimo una macchina del tempo potremmo andare a rinegoziare Maastricht. Non avendola il problema è un tantino più difficile.

Dopo di che, certamente non è in linea di principio incompatibile con il suffragio universale, ma bisogna bilanciare i compromessi di potenza che dentro i singoli stati nazionali hanno assetti complessi e derivanti dal percorso storico. Questi non sono uguali nei diversi paesi e soprattutto non tutti gli attori a valenza costituzionale in essi sono egualmente rappresentati nel luogo decisionale. Le commissioni negoziali erano infatti espressione di un sistema di attori molto più limitato e gli effetti si sono visti”.

E quella di Buffagni:

Buffagni. “Le società multiculturali non sono compatibili con la democrazia a suffragio universale per una ragione molto semplice: che con la democrazia rappresentativa a suffragio universale + molte etnie e religioni il conflitto politico principale tende a diventare etnico e religioso. Questa è la tendenza ineludibile, ineludibile perché sono le differenze più profonde e meno componibili di tutte. Poi ci sono dei correttivi possibili, per esempio, in Russia il patriottismo e la supremazia storica dell’etnia grande-russa fondatrice della Russia, negli USA l’espansione imperiale e il ‘sogno americano’, che è appunto la declinazione privata dell’espansione. Fino a poco fa c’era la supremazia storica dell’etnia WASP. Cessata quella, rallentata l’espansione imperiale, i conflitti etnico-politici tornano in primo piano (le ultime elezioni presidenziali lo illustrano con chiarezza, i bianchi hanno votato ‘il bulletto’ e le minoranze razziali la Clinton, perché i Democrats hanno costruito la loro strategia, da parecchi anni, sulla ‘identity politics’: Trump è il backlash, perchè la identity politics possono farla tutti, esattamente come tutti possono essere razzisti. La dinamica pura di ‘società multietnica + democrazia a suffragio universale’ si vede in condizioni di laboratorio in Africa, nelle infinite e sanguinose guerre civili in cui l’etnia che vince le elezioni si impadronisce dello Stato, che è una macchina da guerra, e lo usa per fare fuori un’altra etnia. O nel caso odierno del Sudafrica, dove è appena stata votata una legge che espropria le terre dei bianchi senza indennizzo. Non ho capito l’affermazione che la UE somiglierebbe a un impero, francamente mi sembra la cosa meno somigliante a un impero che sia esistita nella storia.”

Somaini risponde alla mia obiezione chiarendo il suo punto:

Somaini. “esistono secondo me delle vie per far «saltare» di fatto i trattati, aggirandoli con delle scelte politiche che, senza violarne formalmente la lettera, ne smontino in realtà la portata perversa, rendendoli sostanzialmente inefficaci (e quindi innescando anche il processo per il loro superamento). I sostenitori delle cosiddette «monete fiscali» ipotizzano ad esempio proprio questa via. Queste monete (che potrebbero anche configurarsi piú propriamente come dei certificati di credito fiscale) non sono formalmente vietate dai trattati, che semplicemente non le hanno previste. Epperó consentirebbero proprio quelle politiche economiche che i trattati di fatto impediscono. L’Europa di Maastricht potrebbe cosí «saltare», senza dover per questo formalmente ricorrere alle pericolose strategie sovraniste…”

E a Buffagni:

Somaini. “non nego certo che far convivere pacificamente (o addirittura armonicamente) etnie e culture diverse sia facile. Trovo peró troppo dogmatica e asseverativa la tesi secondo cui la cosa sarebbe semplicemente impossibile. Quanto all’Europa penso che potrebbe essere pensata come un Impero nel senso di intendere questa nozione come quella di una forma politica «costituita» – cito banalmente da Wilipedia – «da un esteso insieme di territori e popoli, a volte anche molto diversi e lontani, sottoposti ad un’unica autorità». Certo, sarebbe un impero non imperialista (e anche per questo compatibile con la democrazia e con ordinamenti di tipo democratico). Un traguardo certo non facile da raggiungere. Ma non concettualmente impossibile.”

Al quale questi risponde:

Buffagni. “Poche cose sono veramente impossibili, ne convengo. La definizione di Wikipedia non è affatto male, ma la chiusa ‘sotto un’unica autorità’ mi pare dare ragione a me  Il difetto intrinseco della Unione Europea è la mancanza di legittimità; e se c’è una cosa di cui un impero ha bisogno per esistere è proprio quella. La dimensione sacrale dell’autorità è indispensabile all’esistenza e alla funzionalità di un impero. Non è detto che la sacralità debba essere esplicitamente religiosa, ma certo ci deve essere, per esempio nella forma di una teologia civile come l’americana: appunto perchè si deve ricondurre a unità una molteplicità conflittuale, e per farlo la forza non basta mai, come non bastano il diritto e l’economia.”

e

“Guardi però che non sono gli Stati nazionali a produrre i conflitti, i conflitti si producono con qualsiasi forma di organizzazione politica. L’unica pace possibile è appunto la pace imperiale, cioè l’egemonia incontestata di un impero in un settore di mondo (e la guerra aperta si fa altrove)”.

Quindi Somaini risponde ad un’obiezione che per inciso avevo avanzato (che quella delle monete fiscali sarebbe comunque una strategia sovranista), dicendo che:

Somaini. “quello delle monete fiscali sarebbe tutt’al più un sovranismo moderato e costruttivo. A me poi non disturba affatto la sovranitá democratica. Al contrario! Mi disturba l’enfasi dei sovranisti sul ritorno alla forma dello stato nazionale: forma a mio avviso inadeguata ai problemi che si trovano sul tappeto e di cui abbiamo giá visto a sufficienza gli effetti tremendi cui puó condurre. Come direbbe mia figlia: «Ma anche no»”.

Ed a Buffagni, sulla stessa linea:

Somaini. “i conflitti ci sono certamente comunque, ma diciamo che la storia del Novecento (e non solo) ha mostrato a mio parere a sufficienza che gli stati nazionali tendono ad alimentare facilmente i nazionalismi, i quali sono benzina sul fuoco di tutti i potenziali conflitti. La vicenda jugoslava, pur con tutte le sue specificitá prettamente balcaniche, mostra bene cosa potrebbe succedere con il ritorno forte dei sovranismi nazionali”.

Una obiezione alla quale ho risposto:

Visalli. “Non credo che qualcuno, salvo pochi non consapevoli dei problemi, intenda il ritorno alla forma dello stato nazionale nella forma ottocentesca. Ma come dice Roberto la vecchia retorica (portata dai circoli liberali intorno agli anni dieci e venti in contrasto con l’insorgere del welfare) della nazione= guerra è semplificatoria, ed era connessa con la transizione imperiale ormai definita. La guerra la fanno tutti e non la fa necessariamente nessuno. Ciò che è inadeguato ai problemi che abbiamo sul tappeto è decidere in pochi ed al chiuso delle stanze (o nelle colazioni di lavoro la mattina di decisioni cruciali). Dunque noi abbiamo bisogno di sovranità popolare e democratica, e questa si articola in un complesso insieme di istituzioni, regole, tradizioni e luoghi che non si riproduce in vitro per decisione. Sovranità popolare che, al contrario di quella ‘dei mercati’, richiede anche una relazione affettiva e quindi un certo grado di coesione e capitale sociale. Per ora ciò accade nelle vecchie nazioni. Poi sulla jugoslavia ci sarebbe da parlare….

Non so se hai letto il libbricino di Kayek del 1939, ma il ragionamento che fa è piuttosto illuminante, anche nel suo schematismo.

Tra l’altro in base a questa logica: stato=guerra, non dovresti volere neppure lo stato europeo, dato che è abbastanza evidentemente un’arma rivolta contro la Cina e forse la Russia. Se il nazionalismo incorpora una contrapposizione, e questa può scivolare nella guerra, il nazionalismo europeo (ben rappresentato da alcune esternazioni di Prodi, ad esempio) non farebbe eccezione. Servirebbe per costituire un polo di potenza in chiave del confronto con il potere emergente orientale, al fine di contenerlo ed alla fine sconfiggerlo”.

Somaini replica in questo modo:

Somaini. “Torno brevemente su un’osservazione di ieri di Roberto Buffagni sul fatto che all’Europa manca una legittimazione che si fondi su un elemento di tipo ‘sacrale’ (anche laicamente inteso). E’ vero. Le costruzioni politiche, e a maggior questa sorta di nuovo Impero che potrebbe essere l’Europa, hanno bisogno di questa legittimazione. Hanno necessità di riconoscersi in una visione o un’ideologia che ne giustifichi e ne legittimi l’esistenza. Questa Europa di burocrati e di tecnocrazie è invece diventata arida: non suscita speranze, non scalda i cuori di nessuno. Peggio: accentua diseguaglianze, alimenta risentimenti e rancori. L’Europa non può esistere senza l’Europeismo, cioè senza una visione di pace, di democrazia e di solidarietà, che diventi l’anima ideologica dell’idea europea, e che conferisca forza, vigore, e perfino, in un certo qual modo, sacralità al progetto dell’Unione. L’Europa che si è costruita dopo Maastricht ha finito, a mio vedere, per tradire se stessa, cessando di essere europeista, e perdendo con ciò il suo ‘ubi consistam’ ideale (e il senso della propria missione storica). Ma la soluzione a questa ‘impasse’ non può essere quella del ritorno agli ‘Stati nazionali’ ed alle ideologie sovraniste. Quella infatti è a mio vedere una risposta profondamente sbagliata e pericolosa, che ripropone recinti identitari che potrebbero facilmente diventare dei nuovi inquietanti nazionalismi (e già se ne vedono i segni). La risposta dovrebbe invece essere quella di riproporre il senso e le ragioni di un vero europeismo democratico e socialista, come fondamento del progetto europeo. Certo: c’è la gabbia infernale degli attuali europei: trattati che oggi sono il vero nemico del progetto europeista. E’ chiaro che quella gabbia costituisce un problema. Ma esistono, come cercavo di argomentare ieri, anche delle vie per cercare di farla saltare.”

Al quale Buffagni ha ulteriormente replicato:

Buffagni. “Le guerre balcaniche sono state provocate da una serie di fattori: fine di Yalta + incoraggiamento alla secessione della Jugoslavia da parte di Germania e Vaticano prima, USA poi, che si sono inseriti nella dinamica secessionista per impiantarsi solidamente nei Balcani, creando lo stato del Kosovo e costruendovi la base di Camp Bondsteel. La dinamica delle guerre balcaniche non dimostra affatto la pericolosità dello stato nazione in quanto tale, dimostra semmai un’altra cosa: che è molto difficile tenere insieme uno stato multiculturale. Dopo tre generazioni di convivenza pacifica garantita dall’egemonia della Serbia e dal comando del Maresciallo Tito, popolazioni a cui le istanze autorevoli insegnavano da sempre la fraternità socialista, l’arretratezza oscurantista delle religioni, etc., si sono divise lungo le linee etniche e religiose, massacrandosi in modo atroce. In questo massacro, l’unica colpa che ha lo Stato nazionale jugoslavo è quella di non aver retto all’urto esterno di chi, per interessi suoi, ne ha promosso la frammentazione. Con quanto precede non intendo dire che lo stato nazionale sia carino e coccoloso. Lo Stato, per sua natura e funzione primaria, è una macchina da guerra. Fa eccezione la UE, perchè la UE NON è uno Stato, nè mai, a mio avviso, lo diventerà”.

E Somaini:

Somaini. “l’affermazione per cui gli Stati (tutti gli Stati) sarebbero per loro natura e definizione delle macchine da guerra mi pare apodittica e troppo asseverativa. È un’affermazione di tipo teorico astratto, mentre esistono diversi esempi storicamente concreti che potrebbero dimostrare il contrario. Si possono perfino trovare casi di stati multiculturali, che hanno retto assai bene alla prova del tempo (e anche all’avvento di forme di governo di tipo democratico e a suffragio universale, che secondo lei sarebbero invece incompatibili con il multiculturalismo). Non c’è nemmeno da andare molto lontano per trovare degli esempi: basta pensare alla Svizzera (in cui hanno trovato modo di convivere lingue diverse e religioni diverse). Quanto all’esempio jugoslavo, avevo chiarito anch’io, nel mio post in cui lo evocavo, che esso aveva delle sue peculiaritá balcaniche. Quindi so bene che quella é stata una vicenda molto particolare. Resta il fatto che la scelta sovranista delle repubbliche jugoslave (quali ne fossero le ragioni e le forze interne ed esterne che la determinarono) non mandó semplicemente in fumo un progetto di stato multietnico che pure aveva una sua lunga storia ideale, ma non tardó poi a scatenare anche delle spinte nazionalistiche irrazionali, furibonde ed incontrollabili, con esiti, come sappiamo, devastanti. L’eventuale dissoluzione dell’Unione europea (che potrebbe non dispiacere ad altre grandi potenze) potrebbe conoscere analoghe torsioni degenerative. Il progetto europeo del resto é nato a suo tempo con l’idea di creare uno spazio continentale di pace e di solidarietá (l’Europa socialista di cui parlava Willy Brandt, e di cui si ragionava nel manifesto di Ventotene). Oggi quel progetto é certamente messo in crisi (soprattutto sul versante della solidarietá) dall’Europa dei tecnocrsti uscita dai tratti di Maastricht e Lisbona (e pure di Dublino). Ma nulla ci assicura che il ritorno a stati nazionali pienamente sovrani ci preservi da esiti di tipo jugoslavo, che potrebbero finire per mettere in crisi il progetto europeista anche sul versante della pace. Esistono altre vie, a mio vedere, per cambiare l’Europa”.

Su questo snodo si spende l’ultima parte della conversazione:

Buffagni. “Grazie della replica articolata. La mia affermazione che gli Stati sono macchine da guerra è, più che teorica, principiale, nel senso che la funzione principiale dello Stato è la difesa (e dunque anche l’offesa). Poi si possono verificare situazioni nelle quali, grazie a Dio o di solito grazie alla costellazione storica presente, dello Stato come macchina da guerra non c’è bisogno, se non nel suo aspetto di detentore del monopolio della forza al proprio interno. Uno Stato privo dei mezzi di difesa e offesa sufficienti viene difeso da un altro Stato, vale a dire che gli è subordinato, perchè chi ti protegge ti è sovraordinato; come in effetti è accaduto all’intero continente europeo dopo la IIGM: la pace europea del dopoguerra è stata garantita dall’equilibrio tra USA e URSS, e punto. La creazione di uno spazio continentale di pace e solidarietà è un bel programma al quale tutti aderiremmo volentieri, ma nella realtà effettuale non vedo come realizzarlo, se non recidendo alla radice il conflitto in quanto tale, cosa che non ritengo possibile. Personalmente credo che gli Stati nazionali europei non abbiano le dimensioni sufficienti per diventare ‘uno spazio di pace’, perché non sono in grado di assicurare la propria difesa. La creazione di spazi maggiori è pertanto la benvenuta, a patto che questi spazi maggiori siano vitali. Perchè lo siano ci vogliono tante condizioni, ma la prima condizione necessaria è l’omogeneità culturale; e in Europa ci sono almeno tre Europe. L’integrazione dell’intero continente europeo in uno Stato federale vero e proprio sarebbe astrattamente auspicabile, ma nella realtà non la vedo realizzabile. Mancano, sul piano della legittimità, gli elementi base. Oggi, l’unica forma di legittimità universalmente accettata in Europa è la legittimazione democratica, che implicherebbe la rappresentazione di interessi e culture così diverse, in Europa, da trasformare il processo decisionale in una interminabile e paralizzante riunione di condominio. Sul piano dell’effettualità, non c’è la motivazione essenziale della creazione di una unità politica, che è il nemico comune. Chi è il nemico comune d’Europa?”


Al consenso di Somaini all’ultima affermazione di Buffagni segue questo mio intervento:

Visalli. “Il like di Francesco Somaini alla spiegazione ‘realista’ di Roberto Buffagni (dove all’opposto si sarebbe entro un quadro idealista) sembra prefigurare un qualche piano di intesa sul quale iniziare a capirsi. Il progetto europeo a lungo un nemico lo ha avuto, ed era un nemico insieme esterno ed interno, sia il primo sia il secondo poco dichiarati per ragioni di opportunità (l’Urss e i movimenti comunisti). Parte non trascurabile dell’iniziale opposizione dei movimenti comunista e socialista ai primi passi del progetto europeo erano definiti in questo quadro oppositivo. Ma dal ’89 (con un percorso che avvia qualche anno prima e vede uno snodo nel tentativo del compromesso storico, seguito anche allo choc cileno) il nemico comune diventa meno chiaro mentre, al contempo, il dominio Usa si rafforza. Agli americani, apparentemente senza alcuna alternativa, che annunciano la fine della storia viene demandato il monopolio della forza mentre gli europei, renitenti ad essa (anche economicamente), si concentrano sul nemico interno (mai dimenticato) che si può finalmente liquidare in via definitiva e su quella che Kagan chiama la ‘strategia dei deboli’: dire che la forza è superata e si deve governare il mondo attraverso leggi e regole. Attraverso queste si intravede il nuovo nemico comune esterno, ed è proprio l’egemone. Il progetto europeo post Maastricht, se ha un senso geopolitico, trova chiarezza nella speranza di inibire la forza militare, che non si ha, attraverso un cambio di gioco e per questa via ricostruire la vecchia grandezza. La Unione Europea sarebbe allora (Huntington) una reazione contro l’egemonia americana, paradossalmente facendo a meno della geopolitica e sottraendogli la legittimazione. Se chi possiede un martello vede solo chiodi, chi ha solo cacciaviti vede solo quelle. Questa interpretazione getta anche una luce diversa e meno accidentale sullo scontro per le bilance commerciali, e sulla estroflessione europea che è una forma di guerra con altri mezzi ed effettivamente scava dentro la potenza americana, riducendone la sostenibilità.”

E quindi la formazione di una piccola area di consenso nella discussione, da parte di Somaini:

Somaini. “ci sono molti spunti condivisibili in questo ragionamento. E i problemi sono certamente ben chiari. Ma personalmente non vedo alternative auspicabili all’ipotesi di lavorare per un’Europa democratica e solidale (cioè per quello che potremmo anche chiamare come una sorta di sovranismo di tipo europeo). La prospettiva di un ritorno agli stati nazionali non mi pare infatti convincente: sia perchè il mondo contemporaneo pone problemi la cui soluzione travalica decisamente la piccola dimensione dello stato-nazione, sia perchè un’Europa di stati nazionali potenzialmente rivali (e contesi tra gli interessi di grandi potenze rivali) mi pare potrebbe innescare scenari inquietanti (oltre che suscitare derive nazionalistiche pericolose). In realtà io continuo a pensare che quella degli stati nazionali europei (che per vero dire non hanno dato in passato grande prova di sé) sia una forma politica ormai inadeguata: un po’, sarei tentato di dire, come lo furono la gran parte delle piccole signorie castrensi tra XII e XIII secolo; o gli stati cittadini italiani e fiamminghi del XIV, o molti stati regionali dell’Occidente tra XV e XVI. Per costruire un’Europa credibile servono però dei veri partiti europei; e poi occorre andare al di là della gabbia degli attuali trattati (che stanno spegnendo l’Unione e facendo morire l’Europeismo). La qual cosa può forse avvenire anche con qualche piccolo escamotage (come ad esempio le monete fiscali).”

Al quale a margine rispondo, rischiando temerariamente il confronto con uno specialista (Somaini è uno storico del periodo tra medioevo e rinascimento):

Visalli. “che una forma storica sia ‘inadeguata’ all’assetto di potenza del tempo (di questo parliamo con i tuoi esempi, no?) lo si può dire solo con il senno di poi. Le battaglie devono prima essere combattute e vinte (o perse). Altra ipotesi porta ad un determinismo storico di sapore ottocentesco nel quale non credo oggi possiamo credere.”

E Buffagni, che concorda:

Buffagni. “Come espone Alessandro Visalli, col quale concordo, e come d’altronde sostenevano gli europeisti della ‘Europa-potenza’ più coerenti benchè un po’ pazzoidi, il nemico principale dell’Europa-Potenza è, oggettivamente, gli USA, e su questo fatto proprio non ci piove, perché la IIGM ha segnato la definitiva sconfitta di tutte le potenze europee, pure le vincitrici quali Gran Bretagna e Francia. Questo è il fatto nudo e crudo, un fatto nudo e crudo identico al fatto nudo e crudo che il nemico dell’unificazione italiana fu l’Impero austriaco. Non per caso, infatti, alcuni intelligenti europeisti fautori a tutti i costi dell’Europa-Potenza sono comunque e in ogni caso favorevoli a euro e UE, pur condividendo le critiche ad essi e pur scontandone gli enormi limiti, perché li ritengono un possibile nocciolo di una futura Festung Europa. Tra costoro, ad esempio, il cofondatore di Terza Posizione Gabriele Adinolfi, guardia d’onore Benito Mussolini. Mi intenda bene: con questo non voglio dare del fascista o del nazista a lei o a nessuno, segnalo una interessante coincidenza di posizioni. Se vuole la mia posizione personale, è la seguente. La UE, nonostante i suoi fondatori europei (non quelli americani) la intendessero come lievito per una ripresa di autonomia dell’Europa, ha invece obbedito alla sua logica, divenendo il principale fattore di paralisi e neutralizzazione politica dell’intero continente europeo. Quindi prima sgretolare la UE, con una inevitabile ripresa di autonomia degli Stati nazionali, e sfruttando la finestra di opportunità che ci presentano gli USA di Trump; poi si apre la stagione della grande politica, nella quale, se ci si riesce, nuove alleanze europee possono nascere, anche con la creazione di nuovi Stati confederali e federali.”

Somaini sul mio intervento:

Somaini. “non è solo una questione di assetti di potenza o di rapporti di forza geo-strategici o geo-militari (che pure ovviamente contano). E’ anche questione di adeguatezza delle diverse forme politiche alle sfide poste da un determinato contesto storico. Le piccole signorie di castello erano inadeguate perché implicavano costi di transazione troppo elevati. Lo stesso valeva per gli stati cittadini (che oltre tutto – basta rileggersi Dante – erano spesso incapaci di garantire dei livelli accettabili di pacifica convivenza interna). Gli stati regionali coprivano a loro volta mercati troppo angusti, ed erano a loro incapaci di convivere pacificamente (nonostante tentativi di leghe o politiche dell’equilibrio) … Oggi gli stati nazionali europei non paiono adeguati per fronteggiare in maniera efficace problemi come le sfide climatiche e ambientali, i fenomeni migratori (la cosa mi pare sotto gli occhi di tutti), o anche la necessità di rispondere in modo fattivo ai grandi potentati economico-finanziari … Tutto questo non mi pare determinismo storico. E’ valutare con realismo le situazioni. Del resto non è nemmeno è detto (a dimostrazione che non stiamo proprio ragionando in termini di determinismo) che il progetto europeo sia destinato ad affermarsi. Tutt’altro. Ma il punto è proprio questo: la battaglia politica che merita a mio avviso di essere combattuta è proprio quella di rilanciare l’idea di Europa (oggi messi in crisi dagli stessi trattati). Non quella di mandare tutto quanto a monte.”

Posizione alla quale oppongo:

Visalli. “…Sempre che non sia proprio il progetto europeo, per come si è costruito in risposta alle sfide che aveva davanti ed al clima storico-ideologico nel quale ha trovato forma, ad essere di ostacolo alla soluzione dei problemi con radice esterna ed impatti interni. Premesso che l’argomento verso l’inadeguatezza è tutto senno di poi (se le leghe non tennero era perché non potevano farlo o è solo andata così?), quel che al momento appare sicuramente inadeguato è proprio il superstato europeo, che sta divaricando ed esasperando i conflitti e neutralizzando la capacità di coordinamento.”

Questa lunga discussione, sviluppata su più giorni determina alla fine un punto di addensamento del consenso:

Buffagni:

Buffagni. “Faccio una proposta ecumenica: possiamo accordarci sul fatto che la UE è un errore, e aprire dibattito e dissensi sul come rimediarlo?”

Somaini:

Somaini. “Concordo sulla proposta ecumenica. Del resto io non dico affatto che l’Europa così com’è mi sta bene. Il punto però è poi decidere da che parte vogliamo andare”.

Buffagni:

Buffagni. “Mi fa piacere, l’ecumenismo non è il mio forte ma in questo caso mi sembra molto utile. Perchè invece mi sembra dannoso il discorso sull’ Altra Europa modello Varoufakis & C. Se concordiamo sul minimo comun denominatore UE/errore, si può discutere meglio sul punto davvero importante, che è come uscirne.

E soprattutto la smettiamo di perseverare.

Il passo seguente sarebbe individuare la radice dell’errore. Io nel mio piccolissimo un’idea ce l’ho, questa.

La mia risposta è:

Visalli. “Penso che l’organismo geopolitico Unione Europea, costituito dal Trattato di Maastricht, sia considerato un errore storico da tutti noi. Rimediare ad un simile ‘errore’ è davvero difficile, farlo senza vederlo come tale ancora di più. Temo che la proposta di Francesco sia insufficiente e comunque non potrà passare senza una ridefinizione della mission. Se questa è l’attuale inibizione della democrazia interna e la spinta strategica alla espansione imperiale del capitale europeo (riassumo in questo modo lo sforzo di rendere dominante la finanzia europea -velleitario dopo la brexit- e la grande industria da esportazione) ci sono pochissimi spazi per un’azione orientata nel nostro senso. Se si costruisce un’altra mission (e non si può passare se non da una rimessa in questione del dominio del discorso neoliberale e dei suoi effetti), si può cercare di creare uno schema diverso. Poi il tempo dirà (e le lotte)”.

La chiusa, per ora, a Buffagni:

Buffagni. “No, ma dicono che la UE è ‘un compagno che sbaglia’. Non sono d’accordo. La UE è, a mio avviso, un organismo altamente disfunzionale, e per gli Stati mediterranei un vero e proprio avversario politico, il principale, perché sopravvive succhiando risorse dai deboli per darle non ai forti, ma ai meno deboli. Chiarisco: se gli Stati europei meno deboli fossero forti, se cioè fossero in grado di portare effettivamente a termine l’unificazione politica d’Europa, il gioco potrebbe valere la candela come valse la candela l’unificazione italiana (a lungo termine) anche per gli Stati meridionali”.

Se valse la candela, e quanto questa è costata, sarebbe un altro discorso, ma certamente per valerla è stato necessario, sia in Italia, come in Germania e negli USA che il vincitore (rispettivamente Piemonte, Prussia e Stati del Nord) assumesse la responsabilità di ribilanciare l’estrazione di risorse (economiche ed umane) che l’unificazione provocava. Farlo con politiche automatiche (ad esempio la previdenza pagata in comune, o la stessa macchina federale) sia con politiche discrezionali (infrastrutturazione, opere pubbliche, politiche industriali).

Se oggi il Nord Europa vuole botte piena e moglie ubriaca dovrà accettare la crescita del dissenso, con tutto quel che seguirà.

Manca ormai poco tempo.

Putin mette a nudo la distopia americana, di Paul Craig Roberts

Putin mette a nudo la distopia americana

Paul Craig Roberts

Dobbiamo concederlo a Putin. Lui è il migliore che ci sia. Notare la facilità con cui ha regolato il confronto con quell’idiota di Chris Wallace. https://www.rt.com/usa/433447-putin-interview-fox-wallace/

Cosa c’è che non va nel sistema dei media statunitensi il quale non riesce a produrre un secondo giornalista competente che faccia compagnia a Tucker Carlson? Perché i restanti giornalisti americani, come Chris Hedges, ora sono nei media alternativi?

Tutto quello che posso dire, e Putin probabilmente lo sa già, è che c’è qualcosa di più importante in corso di presstitute che tiene in ostaggio la relazione tra la Russia e gli Stati Uniti rispetto alla lotta politica interna tra il Partito Democratico e il Presidente Trump. Non è solo che i media corrotti degli Stati Uniti servono come propagandisti per il Partito Democratico contro il Presidente Trump. Gli uffici stampa stanno servendo l’interesse del complesso militare / di sicurezza, che ha interessi di proprietà nei media statunitensi altamente concentrati, per mantenere la Russia posizionata come il nemico che giustifica l’enorme budget di $ 1.000 miliardi del complesso militare / di sicurezza. Senza il “nemico russo”, qual è la giustificazione di uno spreco di denaro quando così tanti bisogni reali sono sottofinanziati e non finanziati?

In altre parole, i media americani non sono solo stupidi, sono corrotti oltre ogni misura.

Oggi alle 12:40, ora di New York, la NPR aveva una raccolta di trump-basher che facevano del loro meglio per impedire all’appuntamento di Trump / Putin di produrre una normalizzazione delle relazioni tra i due governi. Ad esempio, come sa ogni persona informata, la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti non ha certamente concluso che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali. Questa conclusione è stata raggiunta da alcuni membri selezionati di 3 delle 16 agenzie di intelligence ed è stata espressa non come un fatto provato ma come “altamente probabile”. In altre parole, non era altro che un parere orchestrato dato da agenti cooperativi i quali senza dubbio si aspettano delle promozioni in cambio.

Nonostante questo fatto noto, la squadra di propaganda dell’NPR ha detto che Trump aveva creduto a Putin piuttosto che a un rapporto unanime di intelligence dei fatti degli Stati Uniti che provava le interferenze della Russia. I denigratori di Trump-basher hanno detto che aveva creduto al “teppista Putin” e non ai suoi stessi esperti americani. I sostenitori NPR di Trump hanno continuato a confrontare il “raccordo con Putin” con l’opinione di Trump che la violenza di Charlottesville fosse stata alimentata da entrambe le parti. I criticoni di NPR hanno equiparato la dichiarazione fattuale di Trump sulla violenza da entrambe le parti con lo “schierarsi con i neonazisti” a Charlottesville.

Il punto di NPR è che Trump si schiera con nazisti e teppisti russi ed è contro gli americani.

Quello che Trump disse in effetti riguardo alle presunte interferenze elettorali era che se c’era o non c’era interferenza elettorale, essa non aveva alcun effetto come hanno ammesso Comey e Rosenstein, e non assume la stessa importanza della possibilità che due potenze nucleari vadano d’accordo ed evitino le tensioni in grado di provocare una guerra nucleare. Si potrebbe pensare che persino un idiota NPR possa capirlo.

Il trionfo su NPR è andato avanti per tutto il giorno mescolato a un occasionale attacco della Russia per aver ucciso civili siriani in attacchi aerei contro i jihadisti supportati da Washington che, secondo le istruzioni di Washington, cercano di aggrapparsi a un po ‘di Siria in modo che Washington e Israele possono ricominciare la guerra. Ci si meraviglia della stupidità di coloro che danno soldi all’NPR in modo che l’NPR possa mentirgli tutto il giorno. Come George Orwell aveva previsto, le persone sono più a loro agio con le bugie del Grande Fratello che con la verità.

Una volta la NPR era una voce alternativa, ma è stata rotta dal regime di George W. Bush ed è diventata completamente corrotta. NPR continua a fingere di essere “ascoltatore supportato”, ma in realtà ora è una stazione commerciale proprio come ogni altra stazione commerciale. NPR cerca di mascherare questo fatto usando “con il supporto di” per introdurre gli annunci a pagamento dalle aziende.

“Con il sostegno di” è come NPR ha tradizionalmente riconosciuto i suoi donatori filantropici. La vera domanda è: come fa NPR a mantenere il suo status di esenzione fiscale 501c3 quando vende pubblicità commerciale? Non c’è bisogno che NPR si preoccupi. Finché l’entità presstitute serve l’élite dominante a spese della verità, manterrà il suo stato di esenzione fiscale illegale.

È ovvio che le incriminazioni dei 12 ufficiali dei servizi segreti russi immediatamente precedenti alla riunione di Trump / Putin avevano lo scopo di minare l’incontro e di offrire ai giornalisti maggiori opportunità per i colpi più disonesti ai danni del presidente Trump. Ai miei tempi, i giornalisti sarebbero stati abbastanza intelligenti e avrebbero avuto abbastanza integrità per capirlo. Ma i comunicati stampa occidentali non hanno né intelligenza né integrità.

Quante prove vuoi? Ecco la stampa di Michelle Goldberg che scrive sul New York Times che “Trump mostra al mondo che è il lacchè di Putin.” La giornalista dice di essere “sconcertata dalla prestazione servile e schifosa del presidente americano.” Apparentemente Goldberg pensa che Trump avrebbe dovuto picchiare Putin.

Il Washington Post, in passato un giornale, ora uno scherzo malato, sosteneva che “Trump si era appena colluso con la Russia. Apertamente.”

Non sono solo i presstitutes. Sono i cosiddetti esperti, come Richard Haass, presidente del Consiglio per le relazioni estere, un gruppo auto-importante, finanziato dal complesso militare / di sicurezza, che presiede la politica estera americana. Haass, aderendo alla linea ufficiale di sicurezza / sicurezza, ha dichiarato erroneamente: “L’ordine internazionale per 4 secoli si è basato sulla non interferenza negli affari interni degli altri e sul rispetto della sovranità. La Russia ha violato questa norma sequestrando la Crimea e interferendo con le elezioni americane del 2016. Dobbiamo affrontare la Russia di Putin come lo stato canaglia che è “.

Di cosa sta parlando Haass? Quale rispetto per la sovranità ha Washington? Sicuramente Haass ha familiarità con la dottrina neoconservatrice dominante dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Sicuramente Haass sa che i problemi orchestrati con Iraq, Libia, Siria, Corea del Nord, Russia e Cina sono dovuti al risentimento di Washington per la loro sovranità. Qual è l’unilateralismo di Washington sul fatto che Washington rispetti la sovranità dei paesi? Perché Washington vuole un mondo unipolare se Washington rispetta la sovranità di altri paesi? È precisamente l’insistenza della Russia su un mondo multipolare che la pone nel mirino della propaganda. Se Washington rispetta la sovranità, perché Washington rovescia i paesi che ce l’hanno? Quando Washington accusa la Russia di essere una minaccia per l’ordine mondiale, significa che la Russia è una minaccia per l’ordine mondiale di Washington. Haass sta dimostrando la sua idiozia o la sua corruzione?

Come i media americani hanno definitivamente dimostrato non hanno indipendenza ma sono un portavoce dei democratici e degli interessi delle multinazionali; dovrebbero essere nazionalizzati. I media americani sono così compromessi che la nazionalizzazione sarebbe un miglioramento.

Anche l’industria degli armamenti dovrebbe essere nazionalizzata. Non solo è un potere più grande del governo eletto, ma è anche molto inefficiente. L’industria degli armamenti russi con una minima frazione del budget militare statunitense produce armi di gran lunga superiori. Come ha detto il presidente Eisenhower, un generale a cinque stelle, il complesso militare-industriale è una minaccia per la democrazia americana. Perché la feccia dei media è così preoccupata per l’inesistente interferenza russa quando il complesso militare / di sicurezza è così potente da poter realmente sostituirsi al governo eletto?

Ci fu un tempo in cui il Partito Repubblicano rappresentava gli interessi degli affari, e il Partito Democratico rappresentava gli interessi della classe operaia. Ciò ha tenuto l’America in equilibrio. Oggi non c’è equilibrio. Dal momento che con il regime di Clinton, l’uno per cento ricco è diventato molto più ricco, e il 99 per cento è diventato sempre più povero. La classe media è in serio declino.

I democratici hanno abbandonato la classe operaia, che i democratici ora liquidano come “Trump deplorables” e sostengono invece la divisione e l’odio di IdentityPolitics. In un momento in cui il popolo americano ha bisogno di unità per resistere a mire guerrafondaie e avidità, non c’è unità. Alle razze e ai sessi viene insegnato a odiarsi l’un l’altro. È ovunque tu guardi.

Rispetto all’America in cui sono nato, l’America di oggi è fragile e debole. L’unico sforzo per l’unità è creare unità che la Russia sia il nemico. È proprio come nel 1984 di George Orwell. In altri aspetti l’attuale distopia americana è peggiore di quella descritta da Orwell.

Cerca di trovare un’istituzione pubblica o privata americana che sia degna di rispetto, che sia onorevole, che rispetti la verità, che sia compassionevole e che cerchi la giustizia. Quello che trovi al posto della compassione e della richiesta di giustizia sono leggi che puniscono se critichi il genocidio israeliano dei palestinesi o perdi informazioni che mostrano i crimini commessi dal governo degli Stati Uniti. Con tutte le loro istituzioni corrotte, anche il popolo americano viene corrotto. La corruzione è ciò in cui i giovani sono nati. Non sanno niente di diverso. Che futuro si riserva per l’America?

Come possono la Russia, la Cina, l’Iran, la Corea del Nord raggiungere un compromesso con un governo che non conosce il significato della parola, un governo che richiede la sottomissione e quando la sottomissione non viene segue la distruzione come abbiamo imparato in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen.

Chi sarebbe così sciocco da fidarsi di un accordo con Washington?

Invece di perseguire un accordo con Trump, che si sta preparando ad essere rimosso, Putin dovrebbe preparare la Russia alla guerra.

La guerra sta sicuramente arrivando.

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