Cos’è la filosofia russa e perché è ancora importante? Una conversazione con la rivista russa Kultura, di Paul Grenier

Questa conversazione tra il quotidiano russo Kultura e Paul Grenier è stata originariamente pubblicata, in russo, con il titolo “La Russia non dovrebbe perdere tempo a bussare a una porta chiusa” ( Kultura , 28 aprile 2022, 8-9). La conversazione è stata condotta dall’editore e corrispondente di Kultura , Tikhon Sysoev.

 

 

 

Kultura:  La filosofia russa è regolarmente accusata di essere “derivata”. I filosofi russi, si dice, hanno preso in prestito il loro apparato concettuale dall’Occidente e si sono poi serviti di quell’apparato per trattare i problemi del giorno. In che misura ritiene giustificata una simile opinione? 

GRENIER:   Ho sentito molte volte questa accusa contro la filosofia russa, fin dai tempi della mia università e della mia scuola di specializzazione. Gli slavofili, presumibilmente, stavano semplicemente attingendo da Schelling e da altri idealisti tedeschi. La filosofia di Vladimir Solovyov si basa su Kant e Hegel e, naturalmente, su Platone. Nessuno negherebbe che tali influenze ci fossero e che fossero grandi. Indubbiamente Pisarev, Chernyvshevski, Dobroliubov e i marxisti durante tutto il periodo sovietico, hanno preso in prestito da fonti occidentali, spesso illuministiche, dal pensiero utilitaristico e materialista occidentale, per non parlare dell’importante influenza di Feuerbach.

C’è comunque qualcosa di strano per me in questo complesso di inferiorità tipicamente russo nella sua tradizione, una tradizione che è così ovviamente, per me, qualcosa  sui generis.  Tutta  la filosofia è una conversazione con il suo passato: per chi, e per quale paese, questa generalizzazione  non è  vera? Quando ho letto John Locke, che ha preceduto Kant, sono ancora sorpreso di quanto una tale lettura riveli quanto molte delle idee di Kant fossero davvero poco originali. Sono già lì nella noiosa epistemologia di Locke.

Sembra chiaro che anche tra pensatori russi secondari come Pisarev e Chernyshevsky, nonostante il loro orientamento occidentale per molti aspetti, siano ancora chiaramente russi. Non è vero che si preoccupavano solo di fornire buoni stivali ai contadini scalzi e se ne fregavano di Puskin [il grande poeta russo Alexander]. Hanno rifiutato di lasciare l’estetica a un piano astratto e “ideale” separato nelle nuvole dal mondo materiale. VV Zenkovsky ha affermato che, almeno a questo riguardo, condividevano qualcosa con Vladimir Solovyov, la cui teoria estetica insisteva sulla bellezza come compenetrazione del materiale e dello spirituale. Quello che vediamo qui, quindi, in tutti questi pensatori è l’interesse tipicamente russo per l’unità o, nei termini di Solovyov, “tutto-unità”. [1]

Per me personalmente, l’apice del pensiero filosofico russo si trova in primo luogo in Dostoevskij, ma anche in Solovyov, p. S. Bulgakov, e, in generale, in tutta quella scuola teologico-filosofica, di cui ci sono molti rappresentanti.

Kultura:  Perché questa scuola di pensiero russo in particolare? Cosa ti sembra più prezioso degli altri?

GRENIER: La mia risposta può essere solo molto parziale, ma prima di tutto perché, a differenza di quasi tutto il pensiero occidentale dai tempi di Rousseau, ciò che troviamo nel caso di tutti questi pensatori è in realtà ancora  la filosofia in una vita modulo. Il massimo interprete oggi della modernità liberale, Pierre Manent, ha notato che la tradizione liberale occidentale ha reso la filosofia in quanto tale non più possibile. La tradizione liberale ha consegnato al passato l’idea che lo studio dell’uomo sia da un lato lo studio di un mistero, e tuttavia sia anche, dall’altro, lo studio di qualcosa di dato. Per la tradizione, l’uomo ha una data natura, un determinato orientamento. Una volta che tutto ciò è stato consegnato al passato, alla “premodernità”, allora, secondo Manent – e qui sono pienamente d’accordo con lui – non c’è più un argomento per la filosofia. Nel pensiero russo di questa tradizione, la filosofia, al contrario, è ancora viva, è ancora  possibile .

Kultura:  Perché, a differenza dell’Occidente, ci sono stati così pochi filosofi accademici (“scientifici”) in Russia? La filosofia russa ha spesso una qualità giornalistica o letteraria. Perché pensi che i filosofi russi siano così spesso attratti da generi meno “scientifici” come questi?

GRENIER:   Devo dire che la mia opera preferita della filosofia russa è Tre conversazioni di Solovyov: la guerra, il progresso e la fine della storia . La qualità letteraria delle conversazioni è molto alta, ed è semplicemente un piacere leggerle sotto ogni aspetto. Quando ero alla scuola di specializzazione alla Columbia, un gruppo di amici si è riunito per leggerlo ad alta voce, ognuno di noi ha preso parte – solo per divertimento, nel nostro tempo libero. Era ovviamente intenzione di Solovyov, scrivendo in questo stile, rendere le sue idee accessibili e lette da un circolo che va oltre i circoli accademici. Naturalmente lo stesso si può dire per i dialoghi di Platone…

Kultura:  Ma questa stessa accessibilità non rivela qualcosa di ‘difettoso’ e secondario in tali opere? Sto parlando qui, ovviamente, non di Platone, le cui opere sono state prodotte per un pubblico diverso e in condizioni completamente diverse.

GRENIER: Qualcuno una volta ha detto che la  Repubblica di Platone , se scritta per la prima volta oggi come dottorato di ricerca. tesi in qualsiasi dipartimento di filosofia americano, che sarebbe stato immediatamente respinto come speculativo e del tutto non scientifico. (Presumibilmente, oggi, lo studente sarebbe anche inserito nella lista nera ed espulso dal dipartimento per aver sostenuto tali opinioni “di destra”.)

Mi sembra che le possibilità stilistiche aperte a chi tenta di descrivere ciò che è riconosciuto come un mistero debbano necessariamente differire dalle possibilità stilistiche aperte alla descrizione di un meccanismo pienamente conoscibile. Il pensiero che prima riduce le cose a ciò che è semplice, può poi descrivere con esattezza (‘scientificamente’) questa riduzione. Il pensiero che non si impegna in questa riduzione iniziale, ma resta aperto al tutto, deve trovare qualche altra metodologia con cui procedere.

Mi ritrovo a tornare al concetto di totalità (integrità, totalità). Se è corretto affermare che la ragione filosofica tenta di capire cosa sia una  cosa o  un  essere   – e di comprenderlo in un modo che abbracci il fenomeno nel suo insieme – allora la metodologia letteraria è, almeno in alcuni casi, chiaramente più adeguato a tale compito rispetto all’alternativa. Kant ci dice che non dobbiamo trattare una persona semplicemente come un oggetto. Questo è eccellente, ed è anche “vero”, fino a un certo punto, ma la  forma  del concetto così espresso è inadeguata alla sua sostanza.

I Demoni di Dostoevskij   ci dicono, per così dire, la stessa cosa, ma in una forma che raggiunge il tutto: il nostro intelletto, le nostre emozioni, la nostra anima e il nostro corpo, e in un modo che lascia qualcosa impresso nella nostra memoria per tutto il tempo in cui viviamo .

Kultura:    Molti hanno sottolineato l’enorme, forse anche eccessiva attenzione che il pensiero filosofico russo accorda ai problemi religiosi. Un’attenzione equivalente a tali questioni non è stata caratteristica del pensiero occidentale. Perché, dal tuo punto di vista, il pensiero russo si è concentrato a tal punto su queste questioni apparentemente non strettamente filosofiche? Perché i pensatori russi erano così disinteressati, ad esempio, alle questioni della teoria della conoscenza (epistemologia), un argomento che è stato centrale nella tradizione occidentale?

GRENIER:   Per me, tutto ciò che è più tipicamente russo nel pensiero russo, così come ciò che è più prezioso, è anche pensiero religioso. Un altro modo per dire la stessa cosa è che il pensiero russo non è riducibile al liberalismo, o al tipo di protestantesimo che pensa che il mondo, la ragione e la natura siano cose del tutto autonome – autonome nel senso di essere intelligibili senza alcun riferimento all’Essere o, se si preferisce, a un divenire orientato verticalmente (in opposizione a un divenire meramente storico o biologico).

Per quanto riguarda l’epistemologia, è vero che non si tratta di un argomento che ha attirato molta attenzione tra i migliori filosofi russi. Tra i pensatori che personalmente trovo interessanti, Nicholas Lossky ha dedicato molta attenzione all’argomento, ma è passato troppo tempo dall’ultima volta che l’ho letto per dire qualcosa di utile, tranne per aggiungere che penso che Lossky sia ingiustamente trascurato. È un pensatore originale e coraggioso; è umano; e, nonostante ciò che affermavano i suoi critici, era anche un filosofo cristiano , per quanto non ortodosso.

Allo stesso tempo, almeno per quanto riguarda la tradizione del pensiero occidentale che va da Bacon a Locke a Kant, lo stile epistemologico occidentale è orientato a non capire cosa sia, è orientato ad acquisire potere sulle cose. La filosofa francese Simone Weil lo vide con grande chiarezza e il suo amore per il pensiero e la cultura della Grecia antica derivava in gran parte dalla sua percezione che per loro la contemplazione fosse prima di tutto una sorta di attenzione orante. Vedo una linea diretta, rispetto alla logica interna dei loro approcci, tra Weil e il pensiero sophianico di Solovyov e Sergei Bulgakov. È un’area che sto ancora esplorando e imparando, non sono affatto un esperto di tutto ciò, ma intuitivamente penso che qui sia il punto di partenza più promettente per una rinascita della filosofia per domani.

I filosofi (dipinto di M. Nesterov raffigurante Pavel Florensky e Sergei Bulgakov)

Kultura:    Abbiamo già parlato di alcuni concetti e metodi specifici del pensiero filosofico russo. E il campo problematico? Lei ha menzionato più volte il concetto di ‘tutto-unità’ (vse-edinstvo). In che modo questo concetto ha influenzato lo sviluppo di problemi legati alla struttura sociale o politica, all’estetica e all’etica nella filosofia russa? Perché qualcosa come l’unità totale non è diventata una forma pensiero ideale in Occidente ? 

GRENIER:   Probabilmente non posso rendere giustizia a tutte le parti di questa interessante domanda, data la sua ampiezza. Cercherò, invece, di affrontare la questione dell'”unità totale” in relazione alla questione politica. La crisi della politica moderna è legata in primo luogo a una crisi di  autorità . Già Hannah Arendt aveva notato questa crisi nel suo saggio “Cos’è l’autorità”, scritto nel 1958. Inutile dire, suppongo, che l’indebolimento e, infine, il crollo dell’autorità sono inseparabili dalla critica mossa da Nietzsche contro Platonismo, e, allo stesso modo, contro la tradizione platonica cristiana.

Solovyov – che è, naturalmente, molto più un pensatore platonico di quanto non fosse un qualsiasi liberale – aveva solo una familiarità parziale con Nietzsche; e tuttavia la stessa Giustificazione del bene di Solovyov   è diretta, anche esplicitamente, contro e in risposta a Nietzsche, così come contro la civiltà occidentale secolarizzata in tutte le sue forme, compreso in particolare l’utilitarismo liberale di John Stuart Mill. Il ‘bene’, per Solovyov, è ciò che è  autorevole ; e il potere politico, per essere  potere politico legittimo  , non può fondare la sua autorità in altro che nel servizio al Bene in quanto tale; e il Bene è da Dio. L’ordine politico, per Solovyov, è “libera teocrazia”.

Questo stesso tema della  teokratia  è ripreso da p. Sergei Bulgakov dopo la rivoluzione del 1917. Un mio caro amico sta scrivendo un libro proprio su questo argomento, e sto attingendo direttamente dal suo lavoro quando noto che, per Bulgakov, il tipo di regime ideale era quello le cui caratteristiche formali dipendono da uno standard di verità ( logos) che è esterno a se stesso (cioè esterno al regime). L’autorità, in un ordine politico di questo tipo, deve essere vista come risiedere in qualche persona la cui autorità “personale” è, per definizione, vista come derivata da ciò che è al di sopra di quella figura politica: la sua autorità deriva da “ciò che è al di sopra di questo mondo.’ Tale figura, per la Russia, era lo zar. Allo stesso tempo, all’indomani della rivoluzione russa, Bulgakov si rese conto che la storia non sarebbe tornata indietro, quindi la possibilità di un tale accordo era passata. Questo passaggio del più antico ordine (zarista) aveva per Bulgakov, quindi, un significato tragico, perché la sua morte rappresentava la morte del sacro in quanto tale – e non solo per la Russia, ma per l’Europa e l’Occidente nel suo insieme. Rappresentava la morte del sacro come qualcosa che è integrato nella vita del mondo , almeno nella misura in cui il sacro è connesso a Cristo e al cristianesimo.

In un certo senso, ciò che vediamo in Bulgakov è un’anticipazione di Heidegger e un’eco del “Dio è morto –  e noi lo abbiamo ucciso ” di Nietzsche. Non c’è ritorno all’autorità politica finché continuiamo a uccidere il sacro, o a considerarlo una questione meramente privata (così che ognuno ha il proprio   “assoluto” privato che ha “valore assoluto” – ma solo per me, in quanto Un individuo!).

L’unità totale si esprime qui nella forma di una relazione interiore tra il regno del politico e il regno del sacro. È un tema che è stato il  leitmotiv  di gran parte della filosofia e del pensiero russi.

Kultura:  Sei stato uno studente del pensiero filosofico russo per molti anni, anche se il russo, per quanto ho capito, non è la tua lingua madre. Quale ti è sembrato il più difficile della filosofia russa? 

GENIER:  Quando ho iniziato, in giovane età, a leggere Dostoevskij, è stato strano, nel senso che il suo mondo non aveva nulla in comune con il mondo che mi circondava nella periferia della California; ma comunque mi sono sentito a casa. Anni dopo, quando, da giovane, ho iniziato a sedermi ai tavoli di cucina con gli amici russi, in quella che allora era ancora Leningrado, fino alle 2 o alle 3 del mattino, qualcosa che era ancora possibile sotto il comunismo in un modo che ha avuto la tendenza a scomparire sotto il capitalismo — e sperimentare quel senso caratteristico di essere parte del ‘collettivo’ (nel senso russo colloquiale, non burocratico), cioè di appartenere a questo piccolo gruppo di amici per cui il tutto era primario, e le parti secondario, non mi sembrava estraneo; sembrava qualcosa che avrebbe dovuto già essere sempre lì. Fu l’individualismo occidentale che cominciò a sembrarmi strano. Mi resi conto per la prima volta che, negli Stati Uniti, andavamo in giro come dentro dei gusci duri. Le persone in Occidente, ho capito improvvisamente, sono sole a livello ontologico.

Un concetto con cui, a dire il vero, ho un po’ combattuto, è quello associato agli studi di Dostoevskij: vale a dire, il concetto di незавершимость, o ‘non finalizzabilità’. In altre parole, l’idea che una persona non possa mai essere considerata completamente conosciuta, non può essere ridotta a un giudizio finale – per esempio, “noi [pensiamo di] sapere così e così è un singhiozzo, e lo sarà sempre .’ La difficoltà qui non è intellettuale, ma spirituale.

Kultura: In  che modo l’eredità filosofica russa potrebbe essere utile per il mondo occidentale moderno, visti i problemi e le crisi che deve affrontare?

GRENIER:   È improbabile che l’Occidente, in qualsiasi senso istituzionale, sia in grado di imparare qualcosa da una civiltà che gira su principi diversi dai suoi. La Russia non dovrebbe quindi perdere tempo a pensare a cosa può portare in Occidente, oa bussare a una porta chiusa. A livello di conversazioni tra le persone, ovviamente, è una questione completamente diversa. Spero che tali conversazioni possano essere mantenute e persino ampliate. Ma le idee, lasciate solo sulla carta, o nei libri e negli articoli, di certo non cambieranno nulla, né in Occidente, né altrove.

Allo stesso tempo, se i russi prendessero più sul serio la propria eredità filosofico-teologica, c’è ogni possibilità per la Russia di diventare un esempio positivo di un modo di essere umano e non tecnocratico nel mondo. Sarei felicissimo di vederlo accadere un giorno. L’alternativa sembra essere una tecnocrazia globale post-umana, da cui nessuno di noi potrà sfuggire.

APPUNTI

[1] Per un’eccellente, sebbene non ancora terminata, monografia sul concetto di ‘unità’ (tselostnost’) nel pensiero russo, si veda Gordon Hahn, Tselostnost’ In Russian Thought, Culture, and Politics.  Gordon ha senza dubbio ragione quando scrive che la parola russa tselostnost” connota qualcosa di più di “unità”. Include anche concetti come integrità, integralità, monismo e termini simili. Il manoscritto di Hahn arricchisce le varie manifestazioni di questo concetto attraverso un’ampia gamma di fenomeni culturali e politici. Indica, nella sua introduzione, l’idea di simfonianei rapporti Chiesa-Stato, l’universalismo russo di Dostoevskij, l’“anima del mondo” di Nikolai Berdyaev e l’“unità totale” di Solovyov o il vseedinstvo della creazione. Nella versione russa di questa intervista, stampata da Kultura , ho erroneamente tradotto tselostnost’ come ‘tutto-unità’. La traduzione russa corretta del termine ‘tutta unità’, che è di Solovyov, è ovviamente vse-edinstvo.  L’errore è stato mio.

https://simoneweilcenter.org/publications/2022/5/10/what-is-russian-philosophy-and-why-is-it-still-importantnbsp-a-conversation-with-russias-kultura-magazine

GIUSTIZIA TRIBUTARIA E (CONTRO)RIFORMA, di Teodoro Klitsche de la Grange

GIUSTIZIA TRIBUTARIA E (CONTRO)RIFORMA

Da quanto riporta la stampa mainstream (giuliva come al solito) la riforma della giustizia tributaria sarebbe ai nastri di partenza e dovrebbe principalmente:

– ridurre il contenzioso e la durata del processi

– garantire i diritti del contribuente

Tra i mezzi indicati agli scopi suddetti (oltre a quelli già esistenti nell’ordinamento, onde non si capisce cosa ci sia d’innovativo), ci sarebbero il Giudice monocratico per le liti “bagatellari”, cioè inferiori a € 3.000,00, la riduzione delle possibilità di appello, l’ammissione – almeno in parte – delle prove testimoniali.

Mentre per quest’ultima proposta non si può che concordare, quanto al Giudice monocratico e soprattutto alla riduzione del controllo (di merito) attraverso l’eliminazione – per le “piccole liti” – dell’appello, c’è da obiettare.

È vero che il giudice monocratico è più spiccio e più economico, perché fa da solo quello che fanno in tre; e che già per molti tipi di controversie il giudice è monocratico, senza apprezzabili differenze. Resta il fatto che prescrivere come limite della competenza il valore ha il sapore di una minore attenzione ai contribuenti con liti modeste, i quali sono, presumibilmente, i meno abbienti. Ma che, soprattutto sono, per il numero, quelli che sopportano oneri complessivamente – in linea sempre presuntiva – maggiori. Sembra un accorgimento – indirizzato a garantire il gettito delle imposte più che diritti dei contribuenti. Anche se, comunque, nel sistema italiano c’è di molto peggio.

Dove tale tendenza è manifesta e prevalente è nella riduzione della possibilità d’appello. Qui il contrasto tra i fini di garantire il gettito o i diritti del contribuente è ben più vistoso che per il giudice monocratico. Il doppio grado di giudizio è la garanzia di un doppio esame completo della controversia. Altri mezzi d’impugnazione, come quelli più praticati, cassazione e revocazione, non comportano alcun riesame completo della lite, ma solo – per essere attivati – che la sentenza impugnata sia affetta da tassative tipologie di errori/violazioni (art. 360 e 395 c.,p.c.). Oltretutto una riforma di una decina di anni fa ha ridotto la possibilità di controllo della Cassazione sulla motivazione della sentenza; mentre la revocazione ha l’inconveniente che a giudicare sono giudici dello stesso ufficio di quelli che hanno deciso la sentenza gravata. Manca a tali mezzi l’ampiezza di esame garantita dall’appello.

In conclusione, e salvo ritornare sul tema, l’impressione indotta dalle principali innovazioni che si vorrebbero apportare all’esistente è quella cui ci hanno abituato tutte le “riforme” degli ultimi decenni sul rapporto tra cittadini e P.A.: che si voglia cambiare qualcosa, si, ma riducendo diritti e garanzie delle parti private, addossandone poi la responsabilità – in gran parte – alle istituzioni europee. Tipico espediente di classi dirigenti in decadenza: si tira il sasso, ma si nasconde la mano. Stavolta sarebbe il PNRR a imporre tali innovazioni.

Ma non è così: a leggere le sentenze della Corte europea sulla giustizia italiana, la Carta di Nizza, le stesse reprimende ripetute da politici e commentatori esteri (ad esempio sulla responsabilità dei giudici) l’alternativa tra gettito e garanzie non ha il carattere decisivo, attribuitogli dai centri di potere nazionali.

Piuttosto è confermata la tendenza interna che le riforme della giustizia sono orientate più in funzione del portafoglio pubblico che delle garanzie private. Sono innovazioni ispirate ad una visione ragionieristica più che giuridica. Decidere meno controversie, con costi minori e gettito fiscale maggiore è l’obiettivo reale e perseguito; come se la decisione delle vertenze ne cives ad arma ruant, con prontezza e senso della giustizia, fosse un optional, uno scopo minore rispetto al primo. Il senso dello Stato è costruito sulla partita doppia e non in vista della pace (sociale e politica).  L’intendenza non segue più, come diceva De Gaulle, ma conduce le danze. Illusione, alle lunghe, quanto mai pericolosa.

Teodoro Klitsche de la Grange

CRISI RUSSO-UCRAINA: TRA I 27 DELLA UE, OGGI IL VERO STATISTA È ORBAN_di Marco Giuliani

CRISI RUSSO-UCRAINA: TRA I 27 DELLA UE, OGGI IL VERO STATISTA È ORBAN

 

Da più di due mesi a questa parte stiamo prendendo atto, a margine della tragedia in corso tra Russia e Ucraina, che quelle poche voci dissenzienti circa l’utilità di peggiorare un’escalation pericolosissima, non fanno parte dell’universo riformista o liberaldemocratico, titoli platonici di cui si sono fregiati molti leaders europei. Senza scomodare il farneticante Johnson, al quale la risposta l’hanno già data gli elettori inglesi alle amministrative del 5 maggio (una delle sue ultime uscite è stata quella di «armare l’Ucraina per poter colpire Mosca entro il suo territorio»), si rende necessario discernere su ciò che sta emergendo, sul piano politico, in merito al conflitto in atto nell’Est europeo.

La UE ha dato l’ennesima prova della sua debolezza e della grave carenza di iniziativa diplomatica per porre un argine al disastro (non solo materiale, ma anche umanitario, energetico ed economico)) che sta coinvolgendo in primis la stessa Ucraina. Non sono bastati due anni di pandemia e le enormi difficoltà accusate per rinsavire i cosiddetti “traini” dell’unione, i quali, anzi, sembrano depauperati da qualsivoglia intervento migliorativo e appaiono quindi molto logori, specie sotto l’aspetto politico. I vari Macron, Sholtz e Borrell, solo per citarne alcuni, eccetto timidissimi segnali di perplessità rispetto all’ipotesi di un ulteriore accerchiamento di Putin, hanno mostrato la totale subalternità alle pretese degli Usa, e di conseguenza della Nato. La Casa Bianca, come sappiamo, sta facendo di tutto per creare uno scontro frontale con il Cremlino, il quale provocherebbe senza dubbio una drammatica condizione di non ritorno. Il problema vero (e grave) è che questo processo lo si sta perpetrando proprio ai danni dell’Europa in quanto istituzione, ovvero un soggetto giuridico di una diversità abissale dagli interessi finanziari e guerrafondai dell’ormai anziano e claudicante Biden.

C’è tuttavia chi si è fermamente sottratto a questo gioco pericoloso – vedi Victor Orban – mostrando di curare gli interessi della propria nazione, di chi lo ha votato e anche dell’Europa stessa, dichiarandosi incondizionatamente favorevole alla pace e contrario al fitto smercio di armi che transitano verso Kiev. Lo sappiamo, non si tratta di un fautore del sinistrismo idiomatico che si professa a favore di riforme pseudo-moderniste spesso formali e poco sostanziali, ma di un conservatore puro. Ciò non toglie che sul piatto della bilancia, nel momento in cui l’unione sembra essere giunta a un bivio epocale, le carte migliori in politica interna vengono poggiate proprio dal premier ungherese. Essere statisti significa non solo assolvere il mandato secondo l’impegno preso con la propria gente e nel rispetto del proprio elettorato, bensì anche (e soprattutto) ispirarsi a una profonda condanna per ogni soluzione non pacifica delle contese internazionali, opponendosi a qualsiasi modello di propaganda bellicista a protezione dei propri (e altrui) interessi. Essere statisti significa rifiutarsi di seguire la linea piatta delle sanzioni – o meglio dell’embargo – da e verso Mosca, che sta mettendo in ginocchio l’economia europea; significa non seguire il livellamento verso il basso di Draghi (volutamente non menzionato tra i “traini dell’unione” poiché l’Italia è oggi uno dei paesi a non aver alcun peso in relazione alla ipotetica soluzione della crisi), che da due mesi non risponde neanche al Parlamento. Ripudiare l’idea di una guerra a tutti i costi significa dissociarsi da Von der Leyen e Stoltemberg, che appaiono chiusi a qualsiasi forma di dialogo e anzi, forse per sincera incapacità o per secondi fini, stanno inibendo le residue chances di stemperare la tensione.

Per fortuna si è manifestato, nel nostro paese, quel fenomeno positivo che la scienza pedagogica definisce “vicarianza”, ovvero il ricorso, qualora un meccanismo funzioni male, a un mezzo ausiliario che svolga le stesse funzioni e sopperisca alle carenze evidenziate. Detto fenomeno è riferito al paese reale, ovvero a quella maggioranza degli italiani che si sta rifiutando di seguire il Presidente del Consiglio nel suo atono percorso di fedeltà a Washington. Una maggioranza che, come molti sondaggi hanno certificato, ha espresso un netto rifiuto nei confronti dell’invio di armi a Zelensky e della recrudescenza della guerra. Orban, che poche settimane fa ha stravinto le nuove elezioni nazionali, è stato tacciato, ma solo dalla stampa più asservita, di essere un ostruzionista; è un aggettivo inappropriato, se si è in buona fede. Domanda: essere ostruzionisti significa opporsi al colossale passaggio di armi (per un valore di decine di miliardi di euro) sul proprio territorio e dichiararsi contrario all’embargo del petrolio russo quando l’Ungheria dipende per gran parte dalle forniture di Mosca? Altra domanda: ostruzionismo significa dissociarsi da una malaugurata espansione della guerra?

Budapest ha mostrato, negli anni, una maggiore attenzione per i suoi cittadini e di essere in grado di dare luogo a un robusto rilancio delle sue attività produttive. Si è trattato di un cambiamento iniziato a partire dagli anni immediatamente successivi al clima di guerra fredda, durante i quali le società dell’Europa orientale uscite dall’esperienza sovietica dovettero attuare quei cambiamenti adatti a raggiungere un’economia di mercato che potesse sviluppare benessere. Le difficoltà affrontate nel nuovo percorso, oltre a provocare una frammentazione politica molto accentuata, comportarono il varo di numerose riforme inerenti a diverse liberalizzazioni di mercato, compresa l’adesione, nel marzo 1999, alla Nato. Orban, già leader del partito Fidesz, , divenne Primo ministro dal 1998 al 2002, e fu da subito al centro dell’attenzione internazionale per via della sua politica conservatrice; il suo governo impose infatti una serie di restrizioni le quali scoraggiarono, in parte, maggiori investimenti di capitali esteri. In ogni modo, se da un lato la leadership ungherese ha applicato alcuni divieti di carattere religioso ed etico, dall’altro, nello stabilire il tetto massimo del debito pubblico e nel deliberare norme contenitive in materia di immigrazione, ha di fatto inibito un’eccedenza delle uscite e posto uno stop all’incontrollato traffico di esseri umani che interessa l’Europa da almeno un trentennio.

All’insegna del cuius regio eius religio, nonostante l’applicazione all’Ungheria dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona che sanziona i casi di violazione dello stato di diritto, il premier magiaro è andato avanti per la sua strada eludendo i contraccolpi delle misure a suo danno (per inciso: la UE sembra ormai diventata più una fucina di punizioni disciplinari che un soggetto giuridico rappresentativo) con un ulteriore accentramento dei poteri. Oltre al progressivo abbandono delle politiche liberiste e il ricorso al rafforzamento strutturale del settore pubblico, sono stati nazionalizzati i fondi d’investimento restituendo una parte dei proventi ai creditori ungheresi. La tassazione diretta sui profitti privati e l’introduzione della fiscalità sui redditi bancari e sulle telecomunicazioni hanno fatto il resto. D’altronde, restando ininterrottamente al governo dal 2010 con un netto scarto sulle opposizioni (alle politiche dell’aprile 2022 Orban ha ottenuto il 54% dei consensi), Fidesz ha continuato a dare un’immagine di compattezza. Ciò sta succedendo anche nel momento più difficile, cioè da quando la guerra si è affacciata alle porte dell’Europa e ne ha fiaccato l’economia comunitaria, creando dissidi tra i membri e gravi contrasti di ordine ideologico che rischiano di lacerarne la ormai ultrasessantenne identità. L’Ungheria, per ora, si tiene fuori dalla mischia.

 

                       MG

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

G.Giardina – G. Sabbatucci – V. Vidotto, L’età contemporanea, Roma/Bari, Laterza, 2000 –

ISPI, sondaggi del 6 aprile 2022 reperibili su www.ispionline.it, sezione Guerra in Ucraina: cosa pensano gli italiani?

Enciclopedia Treccani, biografia di Victor Orban reperibile su www.treccani.it al link https://www.treccani.it/enciclopedia/viktor-orban/

  1. Hosbawn, Il secolo breve 1914-1991, Milano, Bur, 2000 –

Wall Street Italia, sondaggio del 28 marzo 2022 reperibile su www.wallstreetitalia.com, sezione Sondaggio Mikaline: italiani contrari (57%) all’invio di armi in Ucraina –

 

Il PD: un partito alieno, di Vincenzo Costa

Il PD: un partito alieno
Letta, dopo le prese di posizione di De Benedetti e il discorso moderato di Macron, ha cercato di aggiustare il tiro, e di modificare almeno l’immagine di partito con l’elmetto. Operazione difficile dopo la raffica di dichiarazioni esaltate da parte sua e di tanti altri esponenti di spicco del PD.
Ma il problema è più profondo. Queste giravolte, gli sbalzi umorali, anche certe farneticazioni mostrano almeno due problemi che non possono essere emendati facilmente:
1) il PD ha un deficit di cultura politica. Si nutre di una cultura che – attraverso trent’anni di dominio di case editrici, giornali, potere accademico – ha cercato di imporsi, e che oramai è evidente essere di una povertà analitica senza fine, poiché produce solo sciocchezze come “c’è un aggressore e un aggredito”, “la Russia mira a ricostituire l’impero zarista”, “Putin è matto o è animato da risentimento”. Un modo di interpretare la realtà che ormai conviene lasciarsi alle spalle con un sorriso, tanta è la pochezza intellettuale di questo approcci. In un bar di provincia si trovano analisi più serie e meno puerili.
Difficile che il PD possa scrollarsi di dosso questa cultura, anche se volesse.
2) l’intera dirigenza del PD, come mostrano i dati della foto sotto, è totalmente scollata dal paese reale, non ne intercetta ne’ gli umori ne’ i bisogni ne’ gli interessi. Come se l’intero PD fosse dentro un disturbo ossessivo o paranoico, non saprei, ma dato che hanno come terapeuta di riferimento Recalcati non vedo possibilità di guarigione.
Il risultato è che il PD è ormai un corpo estraneo non solo a sinistra (ed esiste una sinistra politica ampia, anche se priva di rappresentanza), ma all’interno del paese, una sorta di filiale di interessi estranei e spesso stranieri.
Per avere un senso dovrebbe azzerare cultura politica e classe dirigente. Dato il fallimento evidente e la totale perdita di egemonia nonostante l’impiego massiccio di una stampa simpatetica questo mutamento sarebbe naturale, accadrebbe in paesi come il Regno Unito.
Ma l’Italia è il paese di elites inamovibili che, per dirla con Pareto, si passano il cartellino di padre in figlio, e basta guardare la classe dirigente del PD per vedere verificata questa teoria. Un partito senza mobilità politica, in cui la classe dirigente ricicla se stessa, è destinato a perdere il senso del reale. E diventa politicamente inutile.
Il PD va allora da una parte, il paese da un’altra. Amen
NB_Tratto da Facebook

Il paradosso della democrazia. Troppa democrazia ci rende schiavi? di Davide Gionco

Riceviamo e pubblichiamo.

Il testo offre una buona analisi dei meccanismi di condizionamento del sistema informativo e dell’esercizio democratico. Quanto alla soluzione offerta, pare opportuno porre alcune domande:

  • è così dirimente il rapporto tra libera circolazione dei capitali ed esercizio della libera informazione?
  • lo è altrettanto il livello di concentrazione dei capitali?
  • la stessa concentrazione di capitali non è comunque necessaria a garantire dimensione delle imprese, sviluppo tecnologico ed altri aspetti fondamentali della formazione sociale?
  • non si rischia di identificare troppo e ridurre l’esercizio del potere con il solo potere economico?
  • non si rischia di fossilizzarsi su una visione irenica del bene comune e del concetto di democrazia, rischiando per altro di associarla, secondo la teoria classica, all’esistenza di piccoli produttori?

Ritengo quesiti utili a favorire il dibattito.

Buona lettura, Giuseppe Germinario

Il paradosso della democrazia. Troppa democrazia ci rende schiavi?
di Davide Gionco
02.05.2022

Il paradosso della tolleranza di Popper
Il filosofo Karl Popper (1902-1994) propose nel 1945 all’attenzione dei suoi lettori (libro “La società aperta e i suoi nemici“) il paradosso della tolleranza. Secondo Popper una società tollerante, che accetta la diversità e la libertà di opinione, non può essere eccessivamente tollerante verso le opinioni che propongono di non accettare la libertà di opinione.
Cita il caso di Hitler, che non sarebbe salito al potere, mettendo a tacere ogni opposizione, se gli fosse stato impedito di esprimere pubblicamente ai tedeschi la sua dottrina politica antidemocratica e totalitaria, in nome del diritto democratico della libertà di opinione.

Conosciamo tutti la famosa affermazione attribuita a Voltaire “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo“, frase che in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall, per illustrare il pensiero di Voltaire.
Il paradosso posto da Popper si pone effettivamente come l’unica eccezione ammessa al principio fondamentale della libertà di parola, in quanto qualsiasi opinione “sbagliata” potrà sempre essere corretta quando i fatti lo dimostrino, esistendo la libertà di esprimere opinioni critiche per rendersene conto e di esprimere opinioni alternative per cambiare le decisioni. Se, invece, viene data attuazione all’opinione che prevede l’intolleranza verso opinioni dissenzienti, si perderà la possibilità di ascoltare giudizi critici e opinioni alternative, in quanto i detentori dell’unico punto di vista autorizzato sentiranno il diritto-dovere di mettere a tacere qualsiasi opinione che prospetti critiche e cambiamenti.

Questo è quanto sosteneva argutamente Karl Popper, ma a mio avviso oggi ci ritroviamo di fronte ad un altro paradosso, per il quale un eccesso di democrazia in molti casi ci porta ad altre forme di condizionamento dell’opinione pubblica, che limitano il pensiero critico e l’espressione di opinioni alternative.

Le democrazie occidentali e la “censura statistica”
Quando dei poteri forti intendono imporre il loro punto di vista in paesi in cui vige formalmente una democrazia, non hanno bisogno di esercitare una censura ferrea come avviene nei paesi in cui vige la dittatura. Nei paesi democratici l’obiettivo viene raggiunto attuando una forma mascherata di censura, che potremmo definire “censura statistica”.
Il metodo consiste nel condizionare i mezzi di informazione, fornendo una narrativa alterata della realtà dei fatti, affinché la maggior parte dei cittadini non abbia gli strumenti sufficienti ad esprimere un giudizio critico e fondato sui fatti reali in merito alle decisioni del potere politico.
Nel contempo le opinioni critiche vengono rese difficilmente accessibili o presentate come poco credibili.
Questo metodo prevede anche, naturalmente, una parallela azione di condizionamento del potere politico, fatta con i metodi “tradizionali” della corruzione o dell’infiltrazione delle istituzioni con uomini o donne fedeli al potere forte.

Se avvenisse una censura assoluta, come avviene nelle normali dittature, a tutti risulterebbe evidente che ci si trova in una dittatura. Se invece si concede formalmente il diritto di parola a chi ha opinioni diverse, si presenta l’immagine di una apparente democrazia, per cui nei cittadini non suona il campanello d’allarme dell’arrivo della dittatura.
Il meccanismo di “censura statistica” si basa sul fatto che, per garantire il controllo del potere politico, è sufficiente che non si arrivi ad avere una maggioranza di cittadini in grado di votare per un effettivo cambio del potere politico, cosa che dovrebbe normalmente avvenire se i cittadini fossero informati correttamente sulle decisioni prese negli interessi dei poteri forti e ai danni del popolo.

Quindi per loro non è un problema se il 10%, il 20% o addirittura il 30% di cittadini si rende conto che chi governa sta compiendo scelte profondamente sbagliate. L’importante è che non se ne renda conto la maggioranza assoluta dei cittadini che vanno a votare.
Il polso della situazione viene continuamente monitorato tramite sondaggi sull’andamento dell’opinione pubblica, in modo che chi decide quale tipo di informazione deve essere data aggiusta il tiro, se il caso suggerendo al potere politico di non esagerare con le scelte che si presentano impopolari, se la narrativa dei mezzi di informazione non è stata in grado di renderli sufficientemente accettabili.
In questo senso possiamo parlare di “censura statistica”, definendola come un insieme di azioni di condizionamento dei mezzi di informazione finalizzate a garantire il mantenimento di un consenso maggioritario intorno alle decisioni politiche imposte dai poteri forti.

La finta opposizione politica
La prima azione da compiere è la creazione ed il mantenimento di una finta opposizione politica.
Si deve dare l’impressione dell’esistenza di un’alternativa politica, come si addice formalmente ad ogni democrazia. Per questo si creano molti spazi informativi in cui ci sono dei personaggi politici che giocano il ruolo della maggioranza e dell’opposizione, dicendosene di tutti i colori, mostrando di avere una visione politica apparentemente opposta.
Ma questo avviene solo su questioni marginali.
Ad esempio si lanciano infiniti dibattiti sulle questioni dei diritti civili, mentre sulla questioni economiche importanti, come quelle che ad esempio riguardano la lotta alla povertà o i fallimenti delle nostre piccole e medie imprese, non esistono sostanziali differenze. Su questi argomenti gli schieramenti opposti sono normalmente accumunati, a seconda dei casi, dall’accettazione rassegnata di conseguenze inevitabili o dal silenzio sulla questione, perché non hanno nulla da dire.

Eventuali forze politiche realmente alternative, che contestato il potere politico esistente, difficilmente trovano spazio sui mezzi di informazione principali. O, se lo trovano, vengono relegati a spazi “di serie B”, in modo che la maggior parte della popolazione non sia informata delle loro opinioni.

Una volta creata la figura della finta opposizione, non resta che influenzare la narrativa di lettura dei fatti politici per impedire che la maggioranza della popolazione contesti la credibilità delle principali forza politiche presenti sui mass media.
Le questioni devono essere presentate come non dipendenti dal potere politico o come ineluttabili. Come diceva Margareth Thatcher “There is no alternative“.
Ad esempio: aumenta la povertà, ma dipende dalla globalizzazione, non ci possiamo fare niente.
In alternativa si racconta che la soluzione si avrà votando la finta opposizione. Ad esempio: per diminuire le tasse, votiamo a destra. Oppure: per tutelare i diritti dei lavoratori dipendenti, votiamo a sinistra. Quando questo avviene, ovviamente, non cambia nulla.
La narrativa della censura statistica non permette di uscire da questi schematismi semplificati e che, in realtà, servono solo a mascherare l’assenza di una reale democrazia.

I finanziamenti dell’informazione
Per condizionare la narrativa dei mezzi di informazione esistono principalmente 3 meccanismi dei quali si servono i poteri forti, certamente anche nazionali, ma oggi soprattutto operanti a livello internazionale.

Se il potere politico è già stato acquisito, tale potere può stabilire l’erogazione di finanziamenti ai mezzi di informazione, anche molto cospicui, in cambio del loro allineamento alla linea politica richiesta. Se dai un certo tipo di informazione sei finanziato, se non lo fai resti senza finanziamenti.
A quel punto, prima di tutto per garantire la redditività dell’azienda e per i suoi dirigenti, gli editori, pubblici o privati che siano, troveranno il modo di motivare i giornalisti a conformarsi a quanto richiesto.

La grande disponibilità di finanziamenti consentirà a questi mezzi di informazione di disporre, a pagamento, della presenza di personaggi famosi (attori, calciatori, artisti, ecc.) e di disporre delle competenze dei migliori professionisti per realizzare dei contenuti che attirino il grande pubblico, al quale verrà poi rifilata la narrativa decisa dal potere politico.

Restano pertanto privi di finanziamenti i mezzi di informazione che, pur svolgendo un servizio pubblico, non si vogliono allineare al pensiero “governativo”. Pochi finanziamenti significa informare poche persone, il che significa evitare che la maggioranza della popèolazione rischi di cambiare opinione.

Un modo tutto sommato molto simile al precedente è il finanziamento dei mezzi di informazione tramite la raccolta pubblicitaria. Gran parte degli inserzionisti pubblicitari dei principali mass media sono tutti o grandi aziende nazionali o delle multinazionali, i cui dirigenti sono espressione o sono in strette relazioni con i poteri forti che hanno interesse a manipolare i mezzi di informazione per perseguire i propri interessi economici.
Chiunque voglia fare informazione ad un certo livello avrà bisogno dei finanziamenti degli inserzionisti e dovrà, quindi, adeguarsi alla linea informativa da loro richiesta. Pena il taglio delle inserzioni pubblicitarie ed il fallimento dell’editore.
Chi non si adegua perde i grandi finanziamenti e può al massimo accontentarsi della piccola pubblicità di imprese locali. Ancora una volta, pochi finanziamenti significa raggiungere poco pubblico ed essere irrilevanti per la censura statistica.

Vi è infine un terzo modo attraverso il quale i poteri forti riescono a manipolare i mezzi di informazione, persino nei casi in cui i finanziamenti pubblici siano distribuiti correttamente e in cui non sia necessario  finanziare l’informazione con le inserzioni pubblicitarie.
Tale modo, ovviamente, può convivere anche con i due sopra descritti.
Si tratta della corruzione mirata dei giornalisti e degli “opinion makers“, i quali vengono pagati per sostenere la narrativa desiderata da chi detiene il potere.
Chi sono gli “opinion makers“? Sono coloro che, in televisione, in radio, sui giornali e su internet si presentano con un’autorevolezza sufficiente ad essere creduti per quello che dicono, influenzando l’opinione dei cittadini.
Possono essere giornalisti, dei tecnici (economisti, medici, ecc.), dei personaggi dello sport o dello spettacolo. L’importante è che si sappiano presentare in modo credibile agli occhi della maggioranza dei cittadini, per condizionarli.

Senza voler accusare specificamente nessuno degli opinion makers attualmente operanti in Italia, possiamo citare il famoso caso tedesco di Udo Ulfkotte, famosissimo giornalista che faceva opinione sulle principali televisioni in Germania, autore di libri di gran successo.

Poco prima di morire nel 2017, per cause mai ben chiarite, Udo Ulfkotte rivelò: «Faccio il giornalista da 25 anni e sono stato educato a mentire, a tradire e a non rivelare la verità al pubblico…»
«con lo scopo di «portare ad una guerra contro la Russia, di manipolare l’opinione pubblica ed è quello che hanno fatto e fanno tuttora anche i miei colleghi, non solo in Germania, ma praticamente in tutta Europa».

Nel famoso “Piano di rinascita democratica” della Loggia massonica P2, ritrovato nella valigia della figlia di Licio Gelli, prevedeva al punto 1b):
«Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l’impiego degli strumenti finanziari non può, in questa fase, essere previsto nominatim. Occorrerà redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro. L’azione dovrà essere condotta a macchia d’olio, o, meglio, a catena, da non più di 3 o 4 elementi che conoscono l’ambiente.. »

Ritornando un po’ più indietro, è solo il caso di ricordare come un tal giovane giornalista chiamato Benito Mussolini, che nel 1914 era direttore dell’Avanti! (quotidiano socialista, partito che era contro l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra), ricevette cospicui finanziamenti dai servizi segreti francesi ed inglesi per caldeggiare l’ingresso in guerra dell’Italia. Abbastanza soldi per fondare dal nulla il nuovo giornale Popolo d’Italia, attraverso il quale fu perseguito l’obiettivo richiesto dai poteri forti del caso, quello di trascinare l’Italia in guerra, con un certo consenso popolare e parlamentare.
E’ solo il caso di ricordare che questa intromissione costò al nostro paese il prezzo di 1’240’000 morti-

Il metodo della preponderanza
Nei casi sopra citati non si è mai avuta la censura totale tipica delle dittatura, ma è stato adottato il metodo della preponderanza, che ha consentito ad un certo tipo di narrativa, quella conferma ai voleri dei poteri forti, di prevalere su visioni alternative e persino sulla narrazione oggettiva dei fatti, in modo da condizionare l’opinione della maggioranza statistica della popolazione.

La preponderanza consente di far prevalere una narrativa sulle altre non in virtù della sua fondatezza, ma in funzione di altri criteri artificiali.
Il primo meccanismo è quello della “quantità” o della “frequenza“. Se una certa narrativa dei fatti viene presentata nel 90% del tempo, attribuendo alle visioni alternative solo il 10% del tempo, il risultato sarà l’adesione di almeno il 60-70% della popolazione alla prima versione, nonostante la maggiore credibilità dell’opinione alternativa.
Una variante di questo criterio è dedicare gli spazi informativi con molto pubblico (ad esempio in prima serata) alla narrazione che deve prevalere, relegando alle ore con poco pubblico le narrazioni alternative. Stesso tempo messo a disposizione (l’apparenza democratica è salvata), ma numero di destinatari molto diverso.

Il secondo meccanismo è presentare insieme in un confronto le diverse narrative, ad esempio nei talk show, ma creando delle situazioni nelle quali la narrazione dei poteri forti ha il sostegno di 4-5 persone presentate come autorevoli, contro una sola che la pensa diversamente. Il messaggio di fondo che passerà è che l’opinione della sola persone è minoritaria, per cui la maggioranza dei cittadini dovrà ritenere ragionevole schierarsi con la maggioranza degli opinionisti rappresentata in quel talk show.

Il terzo meccanismo è quello di presentare come iperqualificati gli opinionisti favorevoli alla narrativa da imporre, presentando nel contempo persone oggettivamente poco qualificate e non credibili a sostegno della visione alternativa.

Democrazia o dittatura?
In tutti questi casi non si può tecnicamente parlare di censura, come ai tempi del fascismo, per cui nessuno potrà contestare a quegli editori e a quei giornalisti di operare al di fuori della democrazia.
Se vogliamo, dal punto di vista formale non vi è alcuna violazione dell’art. 21 della Costituzione, che cita “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…

Nello stesso tempo non possiamo dire di trovarci in una democrazia compiuta, perché al di là dell’apparente assenza di censure, il sistema di informazione è chiaramente pilotato artificialmente non per informare il popolo (demos), affinché possa conoscere la realtà e prendere adeguate decisioni di auto-governo (demo-crazia), ma per nascondere al popolo la realtà, affinché non possa prendere a ragion veduta le necessarie decisioni di auto-governo. Tali decisioni, come è ovvio, vengono invece prese da coloro che hanno investito sulle azioni di controllo dei mezzi di informazione, per trarne certamente un maggior profitto. A spese del popolo inconsapevole, naturalmente.

La situazione paradossale è che le democrazie sembrano essere indifese nei confronti di questi meccanismi di condizionamento dell’opinione pubblica.
Viceversa nei sistemi a governo autoritario l’esistenza di controllo politico sui mezzi di informazione riesce generalmente ad impedire che altri poteri forti esercitino la loro influenza nei mezzi di informazione.
Chi legge penserà: cosa ci abbiamo guadagnato? In un caso l’informazione viene condizionata dai poteri forti esterni, mentre nell’altro caso dal potere dittatoriale. Dovendo scegliere, ci teniamo la democrazia ad informazione limitata, che ci evita almeno di subire i soprusi e le violenze tipici di una dittatura.

Ovviamente si tratterebbe della scelta giusta, se ci trovassimo di fronte ad una dittatura feroce e che impoverisce economicamente il paese. Pensiamo, ad esempio, alle classiche dittature africane, in cui il dittatore arricchisce se stesso e la propria famiglia, lasciando che i poteri forti esterni facciano man bassa delle ricchezze del paese.
Ma se la scelta fosse fra un regime democratico-autoritario, ma non eccessivamente violento e che tutela gli interessi economici del paese  (come poteva essere quello di Gheddafi in Libia) ed una democrazia debole (ad esempio molti stati dell’America centrale), in cui le decisioni politiche ed i mezzi di informazione sono asserviti gli interessi di poteri forti esterni?
In questo caso quale sarebbe la scelta migliore?
La vera domanda da porci è: come possiamo difendere i mezzi di informazione delle democrazie dai condizionamenti dei poteri forti?

La questione chiave: l’eccessiva liberalizzazione dei capitali
Alla base dei meccanismi di condizionamento, siano essi volti al condizionamento dei decisori (i politici), o volti all’attuazione dei metodi della censura statistica per condizionare l’opinione pubblica, sta sempre la disponibilità di grandi capitali, che i poteri forti possono investire per poi trarne un maggior profitto.
Se gli investimenti economici vanno ad influenzare le decisioni politiche di interesse nazionale e se vanno ad alterare la narrazione dei mezzi di informazione, per impedire al popolo di esercitare il proprio diritto democratico di giudizio dei governanti, le democrazie vengono svuotate nel loro fondamento.

Per questa ragione sarebbe molto opportuno evitare che si verifichino eccessive concentrazioni di ricchezza nelle mani di pochi, non perché si debba necessariamente perseguire l’uguaglianza sociale per odio contro i ricchi, ma perché certi tipi di corruzione “su scala nazionale” sono possibili solo a chi disponga di grandi capitali da investire in tal senso.

Quindi il modo migliore per evitare che la narrativa dei mezzi di informazione sia subordinata ad interessi economici è prima di tutto necessario evitare che vi sia una concentrazione di ricchezza economica tale da essere in grado di incidere pesantemente sui bilanci della maggior parte dei mezzi di informazione o da essere in grado di corrompere decine e decine di giornalisti o i governanti e i funzionari di un paese.
Per evitare questi rischi, a livello nazionale potrebbe essere sufficiente contrastare fiscalmente l’eccessivo accumulo di ricchezza da parte di persone o di società. Nulla a che vedere con la classica “patrimoniale” che colpisce le prime e le seconde case. Il problema non è se una persona guadagna 200 mila euro l’anno o ha 2 o 3 ville al mare o se un imprenditore possiede stabilimenti industriali per 10 milioni di euro per potere produrre. Il problema è che dobbiamo evitare di avere soggetti, come ad esempio intendeva fare la loggia massonica P2, in grado di condizionare i mezzi di informazione grazie alle ingenti disponibilità di capitali.

Per quanto riguarda il rischio, forse ancora più grave, di condizionamenti provenienti da poteri forti che operano a livello internazionale, l’unico modo per limitarli è porre dei ferrei controlli ai flussi di capitali provenienti dall’estero.
Stando agli attuali trattati dell’Unione Europea e di adesione al WTO (l’organizzazione del libero commercio mondiale), la libera circolazione dei capitali è uno dei requisiti fondamentali che si richiedono ad uno stato democratico. Se uno stato non liberalizza la circolazione dei capitali, non è considerato democratico dalla comunità internazionale degli stati democratici.

In realtà è proprio questo “eccesso di democrazia” nel campo finanziario a rendere le democrazie indifese di fronte ai condizionamenti dei poteri forti sui mezzi di informazione. Se vogliamo davvero avere una democrazia effettiva, in cui il popolo è correttamente informato per giudicare le decisioni che vengono prese dal potere politico, dobbiamo avere il coraggio di sottrarci ai vincoli dei trattati internazionali che ci impediscono di controllare e limitare i flussi di capitali dall’estero.
Dopo di che dobbiamo avere il coraggio di introdurre una forte tassazione che impedisca gli eccessivi accumuli di ricchezza in Italia, per evitare che rappresentino un rischio per la nostra democrazia.

Per difendere ulteriormente la libertà di informazione è anche necessario non considerare le imprese che operano nel settore dell’informazione come delle normali imprese. E’ fondamentale garantire, con specifiche leggi anti-trust, che si realizzino delle concentrazioni di proprietà nel settore, sia in campo editoriale, sia in campo della raccolta pubblicitaria.
Una volta fatto questo, potremo anche studiare degli organismi di garanzia del pluralismo dell’informazione, i quali potranno funzionare solo se cesseranno le pressioni di ordine economico sui mezzi di informazione.

In realtà non è la troppa democrazia a fare male alla libertà d’informazione, ma è l’attuazione di un modello di democrazia sbagliato, che antepone gli interessi economici (la circolazione di capitali) alla salvaguardia della democrazia stessa.

FENOMENOLOGIA DELL’ ALESSANDRO   ORSINI, di Massimo Morigi

                      FENOMENOLOGIA DELL’ ALESSANDRO   ORSINI

 

E per la chiarezza concettuale e terminologica e per  iniziare l’indispensabile  percorso già indicato ai lettori in “Regnum Cliens”, (all’ URL  de “L’Italia  e il mondo” https://italiaeilmondo.com/2022/04/24/regnum-cliens-di-massimo-morigi/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20220424164612/https://italiaeilmondo.com/2022/04/24/regnum-cliens-di-massimo-morigi/; screenshot:  https://web.archive.org/web/20220424164625/http://web.archive.org/screenshot/https://italiaeilmondo.com/2022/04/24/regnum-cliens-di-massimo-morigi/, ed anche su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/regnum-cliens-repubblicanesimo-geopolitico-massimo-morigi-italia e  https://ia801505.us.archive.org/10/items/regnum-cliens-repubblicanesimo-geopolitico-massimo-morigi-italia/REGNUM%20CLIENS%2C%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO%2C%20MASSIMO%20MORIGI%2C%20ITALIA.pdf )  è ora necessario fare un esempio concreto per instradarci verso una nuova pedagogia nazionale che si contrapponga alle vecchie e divisive narrazioni, iniziando innanzitutto da coloro che possono sembrare affini ma, in realtà, ammettendo pure la loro  buona fede, non fanno altro che seminare confusione nel campo di coloro che si stanno rendendo conto che l’Italia non è nient’altro che un “regnum cliens” degli Stati Uniti. Ci riferiamo al prof. Alessandro Orsini, del quale qui di seguito si indica per punti la complessa e contraddittoria fenomenologia di questo comunque interessante personaggio pubblico. Punto primo della fenomenologia di Orsini. Il professore accusato  –  vigliaccamente e distorcendo le sue parole bisogna sottolineare – di essere  fascista,  anziché rimarcare il ruolo paralizzante del mito della resistenza e dell’antifascismo, denuncia anche giustamente di essere stato volutamente frainteso per le posizioni assunte sulla guerra russo-ucraina e per queste sue  posizioni che si sta operando sulla sua persona una sorta di ridicola e deformante “reductio ad fascem” ma facendo ciò ribadisce la sua fedeltà ai valori paralizzanti di cui sopra e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello (l’abbiamo già detto,  gli si concede la buona fede) che per l’Italia è fondamentale il passaggio ad una nuova pedagogia nazionale che si lasci completamente dietro di sé, appunto, il miti confusionari, divisivi e sommamente paralizzanti  dell’antifascismo e della resistenza e che risultano essere un fenomenale compattatore delle classi dirigenti e parassitarie italiane e, in prospettiva storica, nient’altro che una mitologia costruita ad hoc da un’Italia che aveva perso il secondo conflitto mondiale e che necessitava di questa mitologia per accreditarsi pubblicamente presso i vincitori come una nazione rinnovata ed affidabile (nella realtà inconfessabile, certamente affidabile perché col mito dell’antifascismo e della resistenza si rinunciava alla propria sovranità persa con la guerra ma rinnovata proprio no, anzi il mito copriva il fatto che le strutture dello stato erano sempre quelle fasciste – e quali avrebbero potuto essere ? – e gli italiani non erano per natura antifascisti ma, per la maggior parte, fascisti che avevano perso la guerra cui faceva gioco raccontare all’estero ed anche al loro foro interiore che erano sempre stati antifascisti). Punto secondo della fenomenologia di Alessandro Orsini. Non c’è praticamente alcuna pubblica dichiarazione del professore dove egli non si professi ammiratore della democrazia degli Stati Uniti (???) e nel contempo non affermi che l’Italia deve rendersi più autonoma da questi e cercando di fare i propri interessi, imitando, per giunta, proprio gli Stati Uniti dal professore ritenuti maestri nel perseguire il proprio interesse nazionale. Si tratta, come è di tutta evidenza, di una posizione in sé fortemente contraddittoria (perché allora rendersi autonomi da una potenza che promana tanta civiltà democratica?) ed anche antistorica, perché se è vero che gli Stati Uniti sanno fare i loro interessi (e anche questo è tutto da dimostrare, meglio dire che gli Stati Uniti  hanno di volta in volta grande capacità di imporre agli alleati e agli stati clienti – per l’Italia abbiamo già detto che questa è la definizione che meglio si attaglia riguardo al suo rapporto con gli Stati Uniti – la loro politica del momento), bisogna vedere cosa significhi, a livello di politica interna degli Stati Uniti, fare i propri interessi, che negli ultima trent’anni – se facciamo eccezione dell’amministrazione Trump – non è mai stato l’interesse di quella che più o meno si può definire una classe media (cosa che si intuisce importa molto al prof. Orsini) ma solo quello delle grandi corporation. Quindi, per farla breve e per essere benevoli, Orsini fortemente succube del mito americano e non andiamo oltre. Punto terzo. Orsini si definisce grande europeista e, purtroppo, c’è da credere alla sua sincerità, ma si tratta di una sincerità che confligge – e anche su ciò diamo credito ad Orsini sulla sua sincerità e quindi sul suo accecamento – con la sua volontà di voler rendere l’Italia più assertiva ed efficace in politica  estera. L’Unione Europea è nata per la volontà degli Stati Uniti di controllare il Vecchio continente uscito con le ossa rotte dal Secondo conflitto mondiale e, come si vede nella vicenda della guerra russo-ucraina, svolge egregiamente questo ruolo e non c’è molto altro da dire se non riflettere sull’ingenuità del prof. Orsini, ed anche, se proprio si vuole aggiungere una postilla, concordare  con il ragionamento di Orsini in merito al fatto che per la Francia l’Unione Europea è un moltiplicatore di potenza, ma anche sottolineare che, a differenza dell’opinione di Orsini, è assolutamente velleitario pensare che questo moltiplicatore di potenza possa valere anche per l’Italia, per il semplice fatto che per moltiplicare potenza, potenza bisogna avere e siccome la potenza internazione dell’Italia è uguale a zero, hai voglia a moltiplicare… . Quarto e ultimo punto. Orsini sostiene che l’Italia è un satellite degli Stati Uniti. Errore, grosso errore, errore da sottolineare con la matita blu. L’Italia non è un satellite degli Stati Uniti, perché com’è noto in astronomia, un satellite esercita una sua forza di gravità sul corpo celeste maggiore che va sotto il nome di pianeta, e usando quindi nella relazione di potenza fra Stati Uniti ed Italia la metafora del satellite, ciò vorrebbe dire che l’Italia esercita una pur minima influenza sugli Stati Uniti, ma questo è empiricamente smentito dai fatti, ricevendo l’Italia passivamente e servilmente i desiderata degli Stati Uniti senza portar un pur minimo contributo autonomo agli stessi (vedi sempre guerra russo-ucraina con la ridicolaggine che l’Italia è letteralmente indemoniata nel dire che bisogna fare a meno del gas russo, dimenticando il piccolo dettaglio che essa è la nazione occidentale che più dipende dallo stesso. In realtà l’Italia non è uno stato satellite degli Stati uniti come possono esserlo la Francia, la Germania o la Gran Bretagna, l’Italia è uno stato cliente degli Stati Uniti, dove, come nell’antica Roma, noi attribuiamo a questo termine il significato di uno stato che ha formale personalità giuridica internazionale e formale libertà di scegliersi al suo interno i propri governanti, ma che non solo in materia di difesa militare ma anche in quella delle scelte economiche vitali per il benessere della sua popolazione non può e non deve avere alcuna parola se non quella che direttamente le viene trasmessa dalla nazione con la quale è formalmente alleata ma, nella realtà, completamente sottomessa militarmente ed economicamente (rinuncia al gas russo per ordine degli Stati Uniti anche se questo può uccidere la nostra economia; aumento, sempre su direttiva degli Stati Uniti, delle spese militari per l’Italia anche se questo rischia di far schizzare la già nostra disastrata spesa pubblica, sempre su ordine diretto degli Stati Uniti, invio di armi all’Ucraina, anche se questo ci espone al rischio di essere la prima vittima sacrificale di una ritorsione nucleare da parte della Russia. I Romani con i regni clientes si comportavano esattamente come gli Stati Uniti con noi italiani: prelevavano soldati per le legioni, depredavano i territori dei regni clientes delle risorse minerarie, agricole ed umane, cioè, oltre ai soldati, imponevano de facto  presso costoro anche la fornitura di schiavi oltre quelli che già si procacciavano con la diretta brutale violenza dagli stati debellati tout court dalla loro forza militare). L’interesse della fenomenologia testé tratteggiata  è data dal fatto che col prof. Orsini ci troviamo di fronte ad uno studioso  –  contrariamente alla stragrande maggioranza  degli esponenti del circo intellettual-mediatico mainstream palesemente in malafede e/o talmente istupidito dal crollo delle ideologie novecentesche che “tout va très bien madame la marquise” –   che pur possedendo realmente una competenza geopolitica e pur volendo sinceramente far valere questa competenza a beneficio della nazione cui appartiene, non è riuscito ad acquisire quella necessaria souplesse che gli consenta di sbarazzarsi con decisione di tutti quegli idola fori  del c.d. Occidente che permettono ai gruppi alfastrategici di questo fantomatico e fantasmagorico Occidente di prevalere senza alcuno sforzo sui gruppi omegastrategici che vengono letteralmente privati della loro capacità critica e di autoconservazione vitale tramite l’uso   parareligioso della mitologia dei diritti dell’uomo e della c.d. democrazia rappresentativa (in Italia, sottomiti e diretta gemmazione del mito principale, mito dell’antifascismo presente anche all’estero ma mito dei vincitori per imporre la loro volontà di potenza agli sconfitti mentre in Italia è il mito degli sconfitti e per imporre la volontà di potenza delle classi egemoni sulle classi subalterne e mito della resistenza, anche questo presente all’estero ma in Italia particolarmente farlocco ed arma di “distrazione di massa” a totale detrimento, come nel primo caso, dei gruppi omegastrategici), democrazia e diritti dell’uomo che, secondo questo racconto mitologico, non solo dovrebbero essere imposti sui popoli che non ne vogliono sentire parlare ma, addirittura, dovrebbero essere la chiave di spiegazione universale per interpretare e giudicare le vicende storiche, culturali ed esistenziali dell’Umanità (e se l’imposizione è segno di mentalità imperialista mai morta, e questo passi,  scagli la prima pietra di chi non è mai stato imperialista magari solo sul piano personale, la spiegazione dell’avventura umana lungo le rotaie dei diritti umani e della democrazia quando non di malafede, è veramente segno di profonda ingenuità). In conclusione. Speriamo che la fenomenologia del prof. Orsini, pur segno a nostro giudizio, di buona volontà e anche di buone conoscenze in fatto di geopolitica, possa subire una sua evoluzione verso posizioni più mature ed adulte, speriamo cioè che il segno molto evidente della “fatica del concetto” rappresentato da questo studioso possa portare ad una Epifania Strategica non solo riservata a gruppi ristretti di intellettuali che pur onesti, si lasciano ancora abbindolare dagli idola fori liberaldemocraticistici lasciatici in eredità dal secondo dopoguerra ma anche ad un aumento dell’intelligenza collettiva che, per quanto non nutrita da approfondite conoscenze nelle masse, avverta  e sappia finalmente riconoscere quando i gruppi alfastrategici  tirano fuori le loro  supercazzole ideologiche per fregare gli omegastrategici nel sempiterno conflitto strategico fra gruppi con diverso livello di potere, una fregatura che oggi potrebbe avere come posta in gioco la distruzione dei gruppi omegastrategici stessi attraverso le prime fasi di un conflitto nucleare, prime fasi verso le quali i gruppi dirigenti avrebbero, c’è da scommetterlo, l’intelligenza e le risorse per mettersi al riparo in tempo mentre per i gruppi omegastrategici non ci sarebbe alcuno scampo se non raccomandare l’anima all’Altissimo (su questo punto Orsini è molto lucido: in polemica con Cacciari, per lui la guerra nucleare non significa distruzione di tutta l’Umanità ma, almeno all’inizio, distruzione delle classi più basse e subalterne della società: opinione banale, se vogliamo, ma di una banalità che è segno anche di anticonformismo e profondo realismo politico e sociale). Intanto, per quanto ci riguarda, teniamoci ben stretto, come il nostro (ed altrui, ce lo auguriamo) bene più prezioso la chiarezza terminologica e concettuale riguardo la condizione dell’Italia: l’Italia è stato cliente degli Stati Uniti e, come precedentemente detto, lungo questa consapevolezza si accettano suggerimenti, e perché no? anche dal nostro simpatico seppur non sempre del tutto conseguente prof. Orsini, al quale, comunque, va tutta la nostra solidarietà per i vili e stupidi attacchi ai quali è stato oggetto che testimoniano della sua libertà di studioso e che, ci auguriamo, porti ad una positiva evoluzione del suo pensiero. 

Stati Uniti! Turbolenze interne e avventure esterne_con Gianfranco Campa

Una amministrazione e una compagine politica in crescente difficoltà. Il tentativo di recuperare una narrazione che riesca ad attirare almeno in parte i consensi nel ceto medio professionale americano migrato ormai nell’area repubblicana. L’impossibilità di far corrispondere alle parole i fatti. La percezione che gli equilibri interni e il dominio degli attuali centri decisori siano ormai scossi definitivamente dal consolidamento della fase multpolare. Un mix esplosivo che sta spingendo i centri decisori verso scelte di vero e proprio avventurismo militare e di pura provocazione. La guerra in Ucraina è solo un momento di uno stillicidio sempre più frenetico. Il viaggio della famiglia reale di Giordania e di Mario Draghi negli Stati Uniti, l’opzione di ulteriore riarmo del Kossovo offrono qualche indizio sulle pedine più solerti e disponibili ad essere utilizzate in questa strategia della tensione continua e sulla geografia di questi futuri esercizi temerari. Le élites stanno cogliendo il punto di svolta e cominciano ad adeguarsi alla nuova realtà e ad approfittare delle nuove opportunità. E’ tempo di sollevare gli sguardi e uscire dall’apatia. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v12rb5q-turbolenze-ed-avventurismo-negli-usa-con-gianfranco-campa.html

Dal Grande Gioco triangolare alla polarizzazione_di Alessandro Visalli

Dal Grande Gioco triangolare alla polarizzazione. Circa la posizione diplomatica e strategica cinese: Qin Gang e Yongnian Zheng

 

Sulla rivista cinese Guancha è presente[1] la notizia che il 18 aprile 2022 l’ambasciata cinese a Washington ha pubblicato sulla rivista “The National Interest” un articolo[2] a firma dell’ambasciatore Qin Gang. Nell’articolo l’ambasciatore definisce la posizione del paese.

 

La crisi e le sue ragioni

In primo luogo, la Cina afferma di amare la pace e opporsi alla guerra in ogni possibile circostanza, quindi di sostenere il rispetto del diritto internazionale e le norme che proteggono sovranità ed integrità territoriale di tutti i paesi, incluso l’Ucraina. La posizione cinese è dunque “westfaliana”, incardinata sul principio di sovranità (mentre quella Usa è, almeno dal tempo della crisi Jugoslava, ovvero dalla fine della Guerra Fredda “non vestfaliana”[3] ed imperniata sull’affermazione di una guida unica del mondo). Questa è la principale linea di divergenza che la nota, scritta in un misurato linguaggio diplomatico, esprime. Come risulta anche da precedenti esternazioni dell’ambasciatore si intravede l’interesse della Cina per la prosecuzione di un Grande Gioco triangolare, tra Russia, Usa e Cina ed il forte disappunto per il tentativo americano di semplificare il quadro polarizzandolo in uno ‘scontro di civiltà’ con fortissime connotazioni ideologiche.

Il secondo capoverso entra nella questione centrale delle lezioni che dalla crisi devono essere apprese. Riferendosi non per caso al “sistema internazionale del dopoguerra” (imperniato sull’Onu e quindi sul principio vestfaliano di autodeterminazione dei popoli e sovranità delle nazioni) l’ambasciatore denuncia come si trovi ora a dover fronteggiare la pressione più pesante dal tempo della Guerra Fredda (ovvero dal 1991). In rapida successione si è avuta, infatti, una pandemia, la crisi Ucraina e le relative sanzioni senza precedenti, quindi la spirale dell’inflazione riattivata e la recessione incombente. La ‘caldaia’ del sistema internazionale è perciò sotto pressione critica, bisogna ridurre la pressione.

Qin Guang

Il centro della crisi è in Europa, per la quale è necessario sia cessare la guerra sia progettare un sistema equilibrato, stabile e sostenibile di sicurezza comune. L’esempio da seguire è illuminato dalla diversa reazione che l’Occidente e i paesi orientali ebbero alla fine della Guerra Fredda ed al cambio di regime con crollo del Urss e del relativo impero. Mentre la Nato si estendeva verso oriente, ricercando una sicurezza a scapito di quella russa, la Cina, la stessa Russia ed i paesi dell’Asia centrale hanno promosso il meccanismo “Shangai Five”. Nel 1996, proprio mentre il Presidente Clinton annunciava l’estensione ad Est della Nato, la Cina, la Russia, il Kazakistan il Kirghizistan e il Tagikistan hanno firmato un Trattato sulle regioni di confine. In esso, poi sviluppato come “Organizzazione per la Cooperazione di Shangai”, i principi ordinatori sono stati la fiducia reciproca, il vantaggio reciproco, l’uguaglianza, la consultazione, il rispetto della diversità culturale e il perseguimento dello sviluppo comune. Come conclude dunque l’ambasciatore, se si sceglie la sicurezza a danno degli altri questa diversa scelta porterà frutti cattivi.

Questa crisi sembra porre fine anche al principio stabilito nelle visite del Presidente Eltsin in Usa ed in Cina nel 1992: quello di non considerarsi avversari. Sulla base di tale criterio le relazioni tra Cina e Russia in trenta anni si sono attenute al triplice principio di non confrontarsi, non prendere di mira terzi paesi, non allearsi ma restare indipendenti. Quindi “la Cina è stata e rimarrà un Paese indipendente che decide la propria posizione in base ai meriti di ogni questione, immune da pressioni o interferenze esterne”. Tuttavia, le relazioni tra Usa e Russia stanno scivolando verso una nuova guerra fredda che non è nell’interesse né della Cina, né della Russia e neppure degli Usa. Una relazione peggiore tra Russia e Usa non porterà, avverte, ad una migliore relazione tra Cina e Usa. Ma, d’altra parte, anche se la relazione tra Cina e Russia peggiorasse ciò non porterebbe a migliorare quella degli Usa con la Russia stessa, o viceversa (in altre parole, il messaggio agli Usa è <non ci separerete per combatterci uno alla volta>). L’articolo prosegue negando che le buone relazioni tra Cina e Russia implichino un “Asse Pechino-Mosca” nel rifiuto delle sanzioni. E avvertendo che trascinare verso il basso le relazioni tra Cina e Usa (ad esempio, coinvolgendo Taiwan) non farebbe bene a nessuno ed alle future generazioni.

 

Una proposta di cooperazione per il disegno del Nuovo Ordine

Venendo al centro del testo, per l’ambasciatore i destini attuali dell’Ucraina sono legati nuovamente a quelli di tutto il mondo (nella Seconda guerra mondiale il paese è stato sede di alcune delle battaglie più decisive del conflitto). Ricordando l’orrore della guerra ed i quattro decenni di pace, bisogna aver perciò chiaro che in nessun modo “qualsiasi paese o blocco di paesi” può avere la “sicurezza assoluta” ignorando quella degli altri, o, per dirlo meglio, a danno degli altri. Come dice “senza rispetto, fiducia, accomodamento reciproco e cooperazione il mondo non sarà mai pacifico”. Quindi la Cina e gli Stati Uniti devono collaborare sia a combattere il riscaldamento globale come il raffreddamento del clima politico internazionale, superando ogni diversa percezione della crisi ed esercitando sforzi congiunti nella prospettiva di lungo termine. Affrontare insieme le altre aree di crisi, prevenire gli impatti sull’economia ed il commercio globale, la finanza, l’energia, il cibo e le filiere industriali e di approvvigionamento.

Cina e Stati Uniti, come grandi paesi, hanno questa responsabilità storica: impegnarsi per una pace duratura, la sicurezza universale e la prosperità comune per i 7,8 miliardi di abitanti del mondo.

 

La lettera dell’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica Popolare Cinese negli Stati Uniti si conclude quindi con una precisa offerta: la Cina offre la cogestione e propone il ridisegno delle Istituzioni internazionali su una rinnovata base ‘vestfaliana’, fondata sul riconoscimento della pluralità dei valori ed il rispetto reciproco. Propone di creare un nuovo Ordine mondiale sulla base del multilateralismo e di diplomazie variabili che incontrino gli interessi di tutti.

 

Il liberalismo non-vestfaliano degli Usa

Chiaramente questa offerta non è ricevibile dagli Stati Uniti, perché contrasta con il preteso carattere di “paese indispensabile” e “forza del bene” (Bush), il paese che “sta dalla parte della civiltà” e “fa ciò che è giusto” (George Bush). Quella forza che lavora per valori universali e ad affermare ovunque nel mondo valori considerati propri, come la “democrazia, sicurezza e benessere”. Gli Stati Uniti non hanno rispetto per chi non si conforma ai loro valori, che ritengono doversi affermare ovunque, ovvero per chi è fuori del loro canone. Questa impostazione “non vestfaliana” è in contrasto con l’art 1 dello Statuto dell’Onu (che riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, un principio in strutturale tensione con l’interpretazione individualistica dei diritti umani proposta dagli Usa), con i Trattati in sede Onu del 1966 e con l’Atto Finale di Helsinki del 1975 (in particolare Principio VII e VIII). Infatti, in base ai Patti del 1966, tutti i popoli sono liberi “di determinare, senza intervento dall’esterno, il proprio status politico e seguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale”. In base alla dichiarazione dell’Assemblea generale del 24 ottobre 1970, inoltre, l’attuazione del principio dell’autodeterminazione si esplica nella fondazione di uno Stato sovrano ed indipendente, nella sua libera unione con altri e nella sua libertà di cambiare status politico. Entrambe le dichiarazioni, del 1966 e del 1970, avvengono non per caso in una fase di liberazione dei paesi del Sud dai legami che si erano istituiti nella fase coloniale con le ‘potenze bianche’ del Nord. Il principio di autodeterminazione, così definito, si classifica nella tassonomia Onu come ius cogens, diritto inderogabile a tutela di valori fondamentali. Si tratta di un diritto di libertà dal dominio concreto di un popolo su un altro.

 

Al contrario, la pretesa propria della cultura liberale, tecnicamente totalitaria (ovvero che si pensa come espressione della totalità del Giusto e del Bene), ed etnograficamente connotata[4], sottordina gerarchicamente il principio di autodeterminazione al principio di universale affermazione della ‘democrazia liberale’, a sua volta collassata sulla libertà dell’individuo (ma interpretato, anche senza esserne del tutto cosciente, nel quadro della società dei proprietari[5]). È peraltro dalla fine della Guerra Fredda che nelle élite politiche statunitense, sia democratiche come repubblicane, è emersa la convinzione che la politica internazionale debba conformarsi ad un Ordine Post-nazionale e quindi “non vestfaliano”. Alla fine, lo scopo è rendere tutto il mondo simile agli Usa e promuovere una forma di interdipendenza ancorata ai principi liberali. In questa accezione la stessa dizione non-liberale (o illiberale) è diventata un giudizio di valore inappellabile e non più una semplice descrizione di differenza legittima[6].

 

Contesto, interregno e tensioni di trasformazione

Per approfondire questa posizione, che ha i crismi dell’ufficialità (anche se veicolata attraverso l’indiretta forma di un articolo di giornale, al quale non è obbligatorio rispondere), proviamo a confrontarla con la posizione che emerge dal discorso programmatico[7] tenuto il 7 aprile dal prof. Yongnian Zheng al Ciclo di Conferenze “Situazione politica” presso l’Università cinese di Hong Kong.

Quel che si vede, anche nell’articolo dell’ambasciatore, è l’avvio di una fase di ricostruzione dell’ordine mondiale che vedrà le Grandi Potenze, e le potenze intermedie, impegnate probabilmente per decenni, fino a che l’interregno sarà concluso. Gli interregni tra diversi Ordini mondiali sono il tempo più pericoloso nel quale vivere, individualmente e come paesi.

Questo interregno, anticipato dalla ‘scuola dei sistemi-mondo’ già sul finire degli anni Ottanta[8], è determinato dall’esaurimento delle risposte per acquistare tempo che l’Occidente ha messo in essere dalla crisi dell’Ordine Americano degli anni Settanta. Oggi l’assetto individuato da finanziarizzazione e globalizzazione a guida anglosassone (la prima in cogestione con la piattaforma londinese e la seconda dominata dalle grandi aziende statunitensi) che era già giunto a crisi terminale con il crac del 2007-8 (termine allontanato con sempre più disperate mosse di finanza pubblica non convenzionale le quali aggravano costantemente la situazione), viene condotto a termine dall’insorgenza di quattro fattori:

  • L’impatto dell’epidemia alla scala mondiale, che fa da preludio alla guerra come quasi sempre è avvenuto nella storia (i quattro cavalieri della fame, peste, guerra e conquista). Impatto che si è rivelato diverso in relazione ai sistemi sociali e politici, ed in linea generale ha colpito in modo più severo i paesi in cui le relazioni tra la popolazione ed il governo sono fondate su un individualismo più pronunciato. Queste tensioni hanno anche esacerbato le disuguaglianze, senza riuscire a ripartire i costi in modo equo, e favorito nazionalismo e risposte politiche estreme,
  • La guerra russo-ucraina, la tensione da lungo tempo accumulata in seguito al crollo dell’Urss, all’avanzamento progressivo ed inarrestabile della Nato, alle crisi economiche nei paesi ex satelliti (o nelle Repubbliche Socialiste), sono alla fine sfociate nel progetto di parte della società e della élite Ucraina di disaccoppiare i propri destini da quelli russi e aderire alle offerte apparentemente generose avanzate dalla Ue e dalla Nato. La crisi economica devastante che ha portato uno dei più poveri paesi europei a rimuovere, su spinta organizzativa interessata degli Stati Uniti, il legittimo governo filorusso in favore di un nuovo governo spiccatamente nazionalista, ha anche condotto al progetto (esplicito in una intervista[9] del 2019 del consigliere del Presidente ucraino Arestovich) di risolvere i problemi del paese attraverso una guerra maggiore con il vicino russo. Questo progetto, che arriva tre anni prima ad identificare con incredibile precisione le direttrici di attacco, le modalità e persino le date possibili, ha almeno due distinte ragioni: la costruzione della nazione dal fuoco della guerra (espellendo in tal modo la componente russa dal cuore e dalla mente del popolo, se del caso anche dal corpo); la soluzione del problema del sottosviluppo economico[10], trovando un ruolo geopolitico indispensabile che giustifichi l’erogazione di aiuti a tempo indeterminato dall’Occidente. Ruolo, cioè, che può forzare politicamente il braccio di ferro in corso da decenni tra il FMI (che ha un programma di aiuto vitale per l’economia da 15 anni e sempre sospeso) e gli oligarchi che controllano governo, banche, grandi industrie. Con l’organizzazione internazionale che continuava a chiedere riforme strutturali che il sistema politico locale non poteva concedere e la necessità impellente dei soldi internazionali per restare solvibile, la guerra sarà apparsa ad un certo punto come unica credibile strada per non essere alla fine costretti a tornare a Mosca ed ai suoi aiuti[11]. Questa è la ‘causa interna’ della guerra in corso.

In questo contesto, con sanzioni senza precedenti a danno della Russia, la speranza di una totale sconfitta del gigante geopolitico euro-asiatico è però molto bassa. Il paese ha una lunghissima storia di resistenza e capacità di soffrire senza cedere, risultando come tomba di alcuni dei più grandi eserciti della storia umana. Tra l’altro non è illimitata la disponibilità di armi che l’Occidente può mandare a distruggersi nel calderone ucraino. Secondo una interessante analisi di parte cinese[12] lo svuotamento in corso degli arsenali sovietici, da parte dei paesi dell’ex Patto di Varsavia potrebbe essere giunto al suo limite, e la dotazione di armi occidentali è tutt’altro che infinita. Ormai tra i due terzi e la metà della dotazione di “Javelin”, “Stinger”, NLAW, etc. dei magazzini Nato e Usa è stata consumata, la produzione annuale della Lockheed è di 6.000 “Javelin”, che bastano appena per due settimane di guerra. La scorsa settimana le aziende che producono armi sono state convocate alla Casa Bianca per programmare un ampliamento, ma non è così facile e gli Usa non sono gli stessi della II WW (basti dire che i motori dei razzi li comprano in Russia e moltissimi componenti in Cina). Per potenziare le forze sul campo (almeno 2 brigate Usa e 1 Nato, più la difesa aerea nei paesi baltici e Polonia) sarebbero necessari almeno 27 miliardi una tantum e 11 all’anno in seguito. Al contrario, la Russia ha enormi depositi di armi sovietiche e la sua industria militare riesce senza sforzo a sostituire i materiali usurati. Tuttavia anche la possibilità che la Russia vinca in modo completo, raggiungendo i suoi obiettivi, è altrettanto piccola.

La più probabile conseguenza della guerra, per l’analista cinese, è in mezzo tra questi due estremi: una possibile piattaforma potrebbe vedere, da una parte, l’allontanarsi dell’adesione alla Nato, e, dall’altra, un piano di sostegno e ricostruzione dell’economia ucraina sostenuto in modo condiviso da Fmi, Ue, Cina e altri (Arabia Saudita, Turchia, Usa?). Chiaramente l’accordo non dipende solo dall’Ucraina e dalla Russia, dato che la posta in gioco riguarda i rapporti internazionali tra le Grandi Potenze (di qui l’articolo dell’ambasciatore, che si occupa della ‘causa esterna’), ed un correlato di questo accordo di vitale importanza per l’Ucraina passa per la risoluzione delle sue esigenze finanziarie impellenti. Per cui qualcuno dovrà decidere di farsi carico della ricostruzione integrale dell’economia per togliere la ‘causa interna’ della guerra.

Al momento la guerra segnala la disintegrazione del sistema mondiale imperniato sulle Nazioni Unite. E mostra alcuni risultati come la creazione di unità nei paesi europei ed allineamento di questi con gli Usa (tagliando i ponti che alcuni, come la Germania, stavano tendendo da decenni con la Russia e la stessa Cina), ma, al converso, anche l’avvicinamento della Russia stessa alla Cina.

L’osservatore cinese dubita che la Ue resterà di questa posizione, ciò perché i danni per le economie e la società europee saranno molto ingenti, e la capacità di resistenza di queste è giudicata molto inferiore a quella della popolazione russa. Inoltre, la ri-militarizzazione della Germania dovrebbe provocare nel medio termine reazioni di preoccupazione ed allarme nelle controparti francesi.

  • La competizione per il Nuovo Ordine vedrà all’opera su un lungo arco temporale alcune Grandi Potenze come gli Usa, la Cina e la stessa Russia, ma anche la Turchia (paese che ha grande importanza ed influenza per la Cina, in corso di de-secolarizzazione e molto implicato in regioni delicate come lo Xinijang), l’India che è tirata da tutte le parti per scegliere un campo di gioco, il Giappone che è decisivo per la questione di Taiwan e l’Indonesia. Ovviamente dal lato dell’emisfero occidentale andrebbero nominati anche il Brasile, il Messico, alcuni grandi paesi africani come la Nigeria, l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Egitto, l’Australia e forse il Canada.
  • Le relazioni bilaterali tra Cina e Usa, nella Guerra Fredda si instituì una sorta di triangolo Cina-Usa-Unione Sovietica nel quale in effetti i primi due, pur non essendo alleati, contenevano insieme l’ultima; ma dopo la fine di questa gli Usa cominciarono a concentrarsi sulla Cina, vista come un potenziale concorrente a lungo termine. L’11 settembre 2001, spostò l’attenzione, creando una sorta di decennio franco che terminò con Obama. Questi spostò nuovamente l’attenzione strategica sulla Cina con il “Pivot to Asia”. L’allentamento dell’attenzione all’Europa, il ritiro dall’Afghanistan e il minor protagonismo nel Mediterraneo dell’epoca Trump sono motivati con questo riorientarsi ad Est (inizialmente accompagnato da tentativi di ricucire con la Russia, poi fermati dalle forze interne antirusse). Mentre per un certo periodo era sembrato che il triangolo si stesse riformando, ma a parti invertite (per cui, senza essere alleati, più o meno tacitamente Russia e Cina bilanciavano il potere statunitense) ora gli Usa puntano ad una semplificazione del quadro e stanno cercando di formare una Nato orientale contro la Cina. Fa parte di questa strategia di polarizzazione l’enfasi di Biden per l’alternativa secca tra “democrazia americana” e “autocrazia cinese (o russa)” come lotta di sistema.

 

 

Rispondere alle sfide

La risposta a queste quattro sfide proposta dal politologo parte da due percezioni del sistema politico e sociale cinese:

  • se la guerra è qualcosa al quale bisogna opporsi, nello stesso tempo bisogna farlo alla sua causa, che è l’allargamento della Nato;
  • la guerra è usata dagli Stati Uniti per fare pressione sulla Cina e polarizzare l’ordine mondiale in due soli blocchi, operazione che è contro gli interessi cinesi.

 

Ma questo non deve significare che gli Stati Uniti in quanto tali siano gli avversari. Occorre essere razionali e individuare la struttura profonda della situazione che si è creata, opponendosi in modo determinato a quanto in essa provoca questi esiti. Concretamente quindi, negli Stati Uniti sono presenti diversi gruppi di interesse, tra i quali il potente network di Wall Street (che vorrebbe casomai più apertura e investimenti reciproci), le forze connesse con il sistema militare-industriale (che spingono per il confronto che, male che vada, farà crescere enormemente il loro business), le industrie civili e i loro lobbisti (che hanno grandissimi interessi impegnati e non vogliono lo scontro). Alcuni sono fieramente anti-Russi, altri anti-Cinesi, o entrambi, altri sono orientati a compromessi o agli scambi finanziari e commerciali. Questi ultimi hanno a lungo prevalso, ora non più, ma serbano una loro influenza.

Caso a parte è quello dell’Europa, con la quale non ci sono mai state dispute geopolitiche, ma solo interessi commerciali. Ora è allineata, “rapita”, dagli Stati Uniti, ma questo potrebbe non durare sempre.

 

Le relazioni sino-americane sono per concludere da considerare molteplici; in alcune aree sono di cooperazione, in altre di competizione ed in altre di conflitto o di possibile guerra.

  • Le aree di cooperazione sono relative al clima, la salute mondiale e la proliferazione nucleare (ovvero la limitazione dell’accesso alle armi nucleari da parte delle potenze minori, cosa che sarà crescentemente difficile dopo questa guerra). La cooperazione presuppone la reciproca forza, e quindi si espanderà via via ad altri settori, come l’esplorazione spaziale.
  • Le aree di competizione sono soprattutto relative all’economico.
  • Le aree di conflitto si possono dividere in confronti a bassa intensità, come per le questioni dei diritti umani nello Xinjiang, nel Tibet ed a Hong Kong, tutto sommato controllabili, e i potenziali conflitti armati, come nel Mar cinese meridionale ed a Taiwan. In quest’ultimo caso la posizione cinese è univocamente determinata: non c’è spazio per concessioni.

 

Che genere di Ordine Mondiale emergerà da questa fare caotica dipenderà anche da quale area prevarrà dentro i diversi paesi, ed in particolare in quelli ‘sistemici’ (il paese più grande del mondo e con la maggiore quantità di materie prime strategiche, quello dotato della maggiore popolazione ed industria, il paese con il maggiore esercito).

 

Abbiamo bisogno della pace, per trovare il tempo di risolvere questi problemi, a vantaggio di tutti i popoli del mondo.

[1] – Qin Gang “Se c’è un conflitto simile tra Russia e Ucraina in altri luoghi, la Cina prenderà la stessa posizione”, Guancha, 18 aprile 2022.

[2] – Qin Gang, “The ukraine crisisi and its aftermath”, The National Interest, 18 aprile 2022

[3] – Come sostenuto in un’ampia letteratura internazionale la fine della Guerra Fredda ha visto gli Usa passare ad una posizione che prevede l’estensione di una politica “fondata sui valori”, in vece di una “fondata sulla sovranità” (e l’autodeterminazione dei popoli). In sostanza gli Stati Uniti si sentono in diritto di intervenire ogni qual volta i valori di libertà individuale e di espressione sono violati, ritenendoli universalmente validi.

[4] – Ovvero disegnata secondo il modello storicamente situato (nella forma di vita occidentale e nella versione illuminista di questa) che è abbastanza obiettivamente una potentissima arma ideologica. Una cosa che inizia a prendere forma durante la guerra fredda come arma contro un altro consenso (tramite la sistematica denuncia della violazione dei “diritti umani” da parte degli Stati Uniti a sostegno etico e legittimazione delle proprie iniziative sia contro l’Unione Sovietica e contro la Repubblica Popolare Cinese ed i loro alleati) e da allora viene usata, senza soluzione di continuità, contro chiunque si elevi ad ostacolare il dominio imperiale statunitense. In effetti, già l’idea in sé dei “diritti umani” può essere accusata di individualismo metodologico il quale è, esso stesso, alla base della microfondazione della teoria economica. I diritti sono immaginati come inerenti all’individuo naturale, cioè a un individuo astratto astorico, aculturale e dunque sono utilizzabili come marcatore e punto di riferimento del giudizio sulle azioni e sulle dinamiche collettive. Il dispositivo dei “diritti umani” crea, cioè, un decisivo passaggio teorico in cui richieste individuali che non fanno per sé stesse riferimento a nessun organismo sociale dato (o contesto culturale noto) e che finora nessuno ha riconosciuto possono essere poste come eticamente fondanti ed esistenti in natura e restare lì, in attesa che qualcuno ad un certo punto se ne faccia carico. Magari in appoggio alle sue istanze politico-strategiche.

[5] – Questa formula è proposta da Thomas Piketty nel suo “Capitale e ideologia”, (2020), p.125 e seg. Designa in questo modo la trasformazione che, a partire dal XVIII secolo, in Europa e nelle colonie europee, con ritmi e modalità differenti, ha portato le società tradizionali a trasformarsi in società nelle quali la libertà è rappresentata concretamente dal possesso di beni, in vece, dei “privilegi” politici. La sacralizzazione della proprietà, dalla quale emerge quella forma sociale particolare che chiamiamo ‘capitalismo’, ovvero il rispetto assoluto dei diritti di proprietà che è il nucleo stesso della individualità dei diritti, è la risposta al vuoto lasciato dalla religione nel generare coesione sociale ed attese di comportamento stabili. Si genera una nuova forma di ‘trascendenza’ che evita la propagazione del caos (ivi, p. 152).

[6] – Si veda anche il post “Politica estera basata sui valori o sull’autodeterminazione. Note sulla svolta di Biden”, Tempofertile, 5 aprile 2022.

[7] – Yongnian Zheng, “Il gioco dei grandi poteri e la ricostruzione dell’ordine mondiale”, Guancha, 18 aprile 2022

[8] – Ne parlo diffusamente in Alessandro Visalli, “Dipendenza”, Meltemi 2020.

[9] – Oleksiy Arestovych è Consigliere del capo dell’ufficio del presidente dell’Ucraina per le comunicazioni strategiche nel campo della sicurezza e della difesa nazionale. Intervista del 2019.

[10] – Il paese, come racconta Limes in tempi non sospetti il 9 luglio 2021, dal 1991 non ha fatto altro che ridurre il proprio benessere economico rispetto ai vicini. Dal 2014 si è trovato a dipendere crescentemente da aiuti economici e militari occidentali, del Fmi e della Ue, oltre che degli Usa. Come scrive la rivista “L’Ucraina post-sovietica si è trovata di fronte al difficile problema di costruire uno Stato e una nazione in assenza di una solida legitimizzazione storica basata su tradizioni istituzionali, confini chiari e stabili e una cultura nazionale”. Un programma di sostegno del FMI, erogato come accade con il contagocce e tra molte condizionalità, ha tenuto costantemente il paese sull’orlo del collasso, senza farlo precipitare né sollevare. In questa condizione di oggettiva precarietà, per non dire ricatto, il Covid ha portato ad un crollo del 7% dell’economia (seguita ad uno del 15% del 2009 e del 10% del 2015) ed un impatto devastante sulla popolazione ed il consenso. Con un paese che è abituato a rivolgersi a vicini potenti è chiaro che il rischio per il governo Zelensky si era fatto esistenziale.

[11] – Si veda ad esempio, “FMI: l’Ucraina ne ha bisogno ‘come sangue nelle vene”, Osservatorio Balcani e Caucaso, 26 febbraio 2021; Stefano Grazioli, “L’Ucraina di Zelensky tra crisi economica e riforme necessarie”, Ispi, 3 giugno 2020; Gian Paolo Caselli, “Il trentennio perduto dell’Ucraina”, Limes, 9 luglio 2021,

[12] – Chen Feng, “L’esercito ucraino ha iniziato a crollare? Dove andrà la guerra russo-ucraina?”, Guancha, 18 aprile 0222.

https://tempofertile.blogspot.com/2022/04/dal-grande-gioco-triangolare-alla.html?fbclid=IwAR2Fka0Ck5Jm0tN1qscHx4bxm4k7rxy478xJMNl3tAXnQFcCjyDJlDSOklc

– SONDERWEG – Alle radici del cosmo russo : cicli della storia. FINE [cap.4]_di Daniele Lanza

COSA è la Russia ? Cosa NON è ?
Quello che chiamiamo “Russia” e che identifichiamo con i confini politico amministrativi tratteggiati sulle carte non è quanto pensiamo o meglio, lo è solo in parte. La Russia – l’entità unitaria panrussa emersa nella prima età moderna, sopravvissuta sino ad oggi traverso innumerevoli mutazioni – sebbene ovviamente detenga lo status legale di stato, non lo è nella stessa accezione in cui lo sono i suoi analoghi europei ad occidente e questo per ragioni di fondo che a loro volta sollevano quesiti ultimi, come la natura e il significato dello stato stesso – in generale – e il suo rapporto con la società.
Per rimarcare la distanza tra il modello russo e gli stati europei si cita normalmente la dimensione geografica non comparabile naturalmente (che la Russia non sia uno stato nazionale in senso europeo è lapalissiano), ma nel fare questo si sorvola un elemento che ha più a che fare con la metafisica che con il materiale : l’analisi filosofica ha suggerito che altro non si tratti che di Costantinopoli, metafisicamente eiettata dal Bosforo e riemersa oltre 1000 km a nord nel cuore della pianura slavo orientale, entro i piccoli confini di un principato russo : a quest’ultimo, inizialmente minuscolo depositario simbolico della tradizione greca, le circostanze storiche permettono però di ingigantirsi all’inverosimile riproponendo l’impero bizantino (o quello ellenistico di Alessandro addirittura, per essere visionari all’iperbole) idealmente traslato su differenti coordinate geografiche.
Benchè le circostanze e quindi le strutture materiali mutino con l’andare del tempo, il substrato concettuale “universale” (che è il proprio SONDERWEG e al tempo stesso eccezionalità) tende a persistere, ridipingendosi di era in era a seconda del caso (con le tendenze o ideologie del momento) : l’andamento imponderabile degli eventi porta lo stato russo ad allontanarsi e scollarsi talvolta dalla propria “unicità” o “eccezionalità” per poi tornarvi inevitabilmente come per una legge della fisica, allorchè questa distanza dal sonderweg diventi intollerabile. Abbiamo dunque a che fare con un fenomeno analizzabile col metro della storia di lunghissimo corso : l’andamento ciclico di una civilizzazione. L’andamento ciclico della storia russa si percepisce alla luce dei passaggi che si sono visti nei capitoli precedenti : la Terza Roma si affievolisce si secolarizza (non riesce a far fronte alla secolarizzazione che investe tutto l’emisfero europeo) lasciando sul terreno un già grande aggregato territoriale che però è troppo fragile per affrontare le sfide dell’era nuova. Serve pertanto un nuovo “credo secolare” che Pietro il grande fornisce al paese trasformando il vecchio zarato in IMPERO RUSSO : Pietro Romanov che probabilmente realizzava la vulnerabilità del vecchio stato, bene memore del quasi annullamento agli inizi del secolo stesso per opera dei polacchi, decide dunque per un ritorno al concetto di “eccezionale” che si stava perdendo, tramite la sua idea di stato. Recuperare l’eccezionalità è una zona di passaggio TRAUMATICA, dal momento che per alterare l’andamento storico in corso occorrono misure radicali : così come quasi due secoli avanti Ivan il terribile carica con ideali messianici il proprio giovane zarato lanciandolo in imprese per l’epoca titaniche, Pietro il grande a sua volta sfigura il volto della società russa del suo tempo, ne attua una metamorfosi di prima grandezza consegnandola temporaneamente all’occidente.
Quando l’impero è oramai decadente e non può più servire allo scopo di difendere la sacralità dello spazio russo da interferenze esterne (ma anzi si va verso il collasso e lo smembramento territoriale) allora tutto si rimette in moto : in questo frangente una forza si interpone per impedirne la fine e questa è rappresentata dai bolscevichi stessi che invertono dalle fondamenta il moto di decomposizione dello stato russo (bramato dai suoi rivali). Nel riportare la capitale da San Pietroburgo a MOSCA, simbolicamente pongono fine non solo alla parentesi imperiale, ma anche alla parentesi OCCIDENTALE del paese, recuperando in un solo colpo non soltanto un’ideale universale (nell’ideologia socialista) , ma anche recuperando il destino distaccato dall’occidente della civilizzazione russa : il sonderweg, il cammino separato (in questo caso nei confronti dell’occidente) è recuperato nella cortina di ferro che cala attorno al primo stato socialista al mondo (perlomeno in prospettiva nazionalista e “autoctonista” si può interpretare così la dinamica).
Il processo rivoluzionario con quanto consegue, è il cataclisma che si abbatte sulla società russa della prima metà del 900, eppure anche questo in un’ottica patriottica è un male necessario : polverizzare i muri del presente, tramite una purificazione militare – per quanto traumatico – onde evitare che la sua decadenza trascini nel baratro finale (pathos dell’avvicendarsi di crepuscolo e rinascita).
Questo cammino ci porta i nostri giorni : l’era sovietica che per buona parte del secolo puntella il paese, si dissolve aprendo la strada allo spettro della disintegrazione territoriale impedita 70 anni prima. Non solo è in gioco la Russia “estesa” ovvero il suo hinterland di repubbliche post-sovietiche, ma ora lo stesso HEARTLAND è a rischio : a rischio di smarrire sé stesso, come ebbro di idee estranee alla propria tradizione ancestrale nell’era della comunicazione di massa, della globalizzazione, che agiscono come veicoli formidabili della dominanza occidentale sulla cultura planetaria con tempistiche di rapidità sconosciuta al passato.
Ancora una volta la storia si ripete dunque ! Come al tempo di Ivan IV, come al tempo di Pietro il Grande, come al tempo della rivoluzione d’ottobre, assistiamo ad un momento di grave crisi non solo dello stato russo, ma della stessa IDEA RUSSA ovvero in quanto civilizzazione a sé stante. La tragedia del decennio Ieltsiniano seguita da un “salvatore” nel ventennio a seguire non è dunque strana, ma al contrario segue perfettamente la logica di riassestamento del “destino” : varcata la soglia critica……si mette in moto qualcosa che si muove in direzione opposta per salvaguardare il “nucleo” della civiltà.
Vladimir Putin risulta quindi essere una di quelle enigmatiche (o tragiche) figure, quali statisti o sovrani che loro malgrado si trovano in fasi di passaggio : di coloro che trovano dietro sé macerie e dinnanzi a sé l’ignoto, dovendo farvi fronte con i mezzi che hanno. Se una spiegazione (non giustificazione) si può trovare per l’attuale presidente di Russia si potrebbe dire che è una persona ordinaria in circostanze (per il proprio paese) NON ordinarie : e disgraziatamente non si può far fronte a circostanze straordinarie con mezzi ordinari. In ottica russa nazionalista e considerato il contesto altro non sarebbe che uno strumento della storia, cui è affidato l’arduo compito di restaurare il giusto sentiero per la propria civiltà rimettendone in sesto la struttura materiale che si chiama stato.
La “creatura” in questione – al di là della formalità giuridica – NON è uno stato nazionale e nemmeno uno stato multietnico (come si vantano d’essere i più moderni stati d’occidente) : è uno stato sovranazionale ovvero sé stesso ed al tempo medesimo più di questo, definendosi proprio in quella che per noi è una contraddizione in termini (ma la stessa tradizione cristiana non vede forse tre entità in una sola ??). Si può evitare di sprofondare nella trappola semantica semplicemente superandola ed arrivando alla comprensione che quella russa è una forma di civilizzazione indipendente, a sé stante. Quella cui abbiamo assistito in questo ultimo mese tra Russia e Ucraina NON è una guerra tra due stati, ma una guerra CIVILE (interna alla “sovranazionalità” russa) e l’attrito trasformatosi in seconda guerra fredda tra paesi dell’occidente e Mosca NON è un conflitto tra stati (come la storia della diplomazia ci direbbe) bensì un confronto di civiltà : quella occidentale di stampo latino e germanico – immensa e frammentata in una moltitudine di stati e lingue diverse , mentre dall’altro quella russa di stampo bizantino, entità più limitata demograficamente ed economicamente, ma altrettanto grande geograficamente, unificata politicamente e linguisticamente e non priva di risorse naturali ed alleati (soprattutto). Questo il corretto modo – benchè troppo astratto per molti – di leggere le cose.
Il presidente legale (Vladimir Putin) dello spazio territoriale coincidente con tale civilizzazione ha come deciso – consapevolmente o meno – di assumersi un complesso ruolo storico che lo inserisce nel solco dei predecessori in quell’andamento ciclico che abbiamo tentato di descrivere. Una sfida molto ambiziosa considerato il grado di permeabilità del mondo odierno rispetto a secoli ed anche solo generazioni passate : COME ritornare al proprio sonderweg nel 21° secolo ? L’unica cosa certa, osservando l’andamento ciclico è che produrre il riavvicinamento comporta fiumi di sangue o in ogni caso un sacrificio collettivo di entità non calcolabile.
Il Sonderweg è in buona parte idea : reggerà la società russa al prezzo richiesto per tornare all’”idea” rinunciando al bene materiale che la generazione di apertura al mondo esterno ha portato? Non occorre perdersi in una diatriba “idea-materia” degna di Platone e Aristotele per carità (!), basti riflettere più concretamente sulla determinazione che caratterizza ogni suo passo a partire dall’inizio del conflitto : l’indifferenza riguardo lo scollegamento della Russia da molti benefit offerti dalla civiltà del consumo e della rete internet (dai fast food ai social network) è prova lampante di un atteggiamento particolare….non si odia l’occidente, ma se ne può fare a meno. Forse si invita a farne a meno : non si negano le comodità occidentali al proprio popolo, ma si ottiene che sia l’occidente a toglierle ottenendo così un doppio vantaggio : l’influenza materiale occidentale si attenua e non si potrà incolpare (direttamente) lo stato russo per questo (dall’esterno si dirà che è la Russia ad aver iniziato il conflitto, meritandosi la risposta, ma da una prospettiva interna non è così : la popolazione , che in generale supporta il proprio stato, se non il governo, attribuirà la colpa alla negatività occidentale contro i russi. Si incolperà il mondo esterno e non la Russia in sé). In sintesi efficace e dura come la pietra : nemmeno la minaccia di uno scollegamento totale dall’internet globale pare aver sortito un effetto significativo, nei giorni peggiori.
Concludiamo.
Riguardo il presidente concluderemmo che oramai – prossimo alla pensione – si è addossato un ruolo che va ben oltre la vita mortale di alcuno, fuori misura. Ha rinunciato ad un comune successore preferendo invece prendere una decisione storica che avrà obbligatoriamente riflessi su qualsiasi successore avrà mai : ha rimesso in moto la catena degli eventi, ha prodotto un’alterazione nello scorrimento temporale (per parlare come in fantascienza) della storia per il secolo in questione………questa la sua eredità a prescindere da come vada.
Vladimir Putin è un uomo profondamente solo, non compreso né dai nemici e nemmeno dagli amici, da coloro che ne sostengono le cause per pura fedeltà, dalla folla urlante che pure lo applaude per fisiologico trasporto patriottico, ma senza capire l’essenza intima delle sue ragioni. Un uomo che lascia ai suoi successori un enigmatico vuoto : COME farà la Russia a difendere il proprio nucleo vitale e il binario prestabilito (sonderweg) nel contesto globalizzato del 21° secolo ? Quale energia si utilizzerà per rendere coesa la società ? Ideologia ? Fede dinastica ? Fede religiosa ? Tutte sono esaurite storicamente e nulla di nuovo è stato proposto : il VUOTO è il peggiore nemico della Russia (non gli USA o la Nato), la più macroscopica lacuna che nemmeno l’uomo “del destino” ha potuto per ora modificare : l’assenza di un verbo materiale traverso il quale l’idea russa possa reincarnarsi come nei secoli passati, di volta in volta. Nessun nuovo anello dell’andamento ciclico è stato forgiato per questa fase di passaggio : possiamo quindi concludere che Putin nel scegliere uno “stato di cose” (o ritorno al sonderweg) anziché un successore in carne ed ossa ha optato per una variante grandiosa nell’uscire di scena…solo che al momento è monca. Come un regista che ha una grande sceneggiatura, ma di fatto scarso budget per realizzarlo sullo schermo (per metterla così).
I cicli passati sono analizzabili, ma quelli futuri sono imponderabili. Il 21° secolo vedrà.

 

LA VERITA’ DI UN’EPOCA DALLA BOCCA DELLA SIGNORA PINA, di Roberto Buffagni

LA VERITA’ DI UN’EPOCA DALLA BOCCA DELLA SIGNORA PINA

 

Ieri è successa una cosa che mi ha colpito molto.

L’europarlamentare Francesca Donato interviene in aula e chiede un’inchiesta indipendente sulla strage di Bucha.

La vicepresidente dell’europarlamento Pina Picierno, una piddina che mai sinora richiamò la mia attenzione, la interrompe e la rimprovera battendo il pugno sul tavolo perché “quest’aula in nessun modo può divenire il megafono di posizioni che sono assolutamente non accettabili. […] Il massacro di Bucha è sotto gli occhi di tutti e non possiamo accettare che in quest’aula venga messo in discussione addirittura questo. […] quest’aula non è equidistante […] se ne faccia una ragione”.[1]

La signora Pina – una piddina di provincia dalla quale nessuno mai attese decisioni epocali – in un minuto e mezzo colpisce sotto la chiglia e affonda secoli di pluralismo politico, la democrazia parlamentare, il liberalismo, la Magna Charta, Westminster, forse anche le bianche scogliere di Dover.  Perché ovviamente – ma a quanto pare non così ovviamente – “quest’aula” parlamentare DEVE poter “divenire il megafono di posizioni” anche se sono “assolutamente non accettabili” e DEVE essere “equidistante”, altrimenti la possiamo anche chiudere e farci un parcheggio multipiano.

Quest’aula parlamentare infatti (come tutte le altre aule parlamentari), questo luogo in cui i deputati vanno per parlare, e per parlare liberamente, dicendo quel che ritengono opportuno dire, serve proprio a questo, da sempre: fino alla signora Pina.

Un altro parlamentare può certo contestare, anche con con asprezza, l’intervento del suo collega, e ribattergli, picchiando il pugno sul banco, che “quest’aula parlamentare non deve divenire il megafono di posizioni assolutamente non accettabili”: ma NON può farlo la vicepresidente del parlamento, che rappresenta l’istituzione parlamentare e sta alla presidenza proprio per garantire a TUTTI i parlamentari il pieno diritto di esprimere TUTTE le loro posizioni, anche quando lei personalmente le ritenga “assolutamente non accettabili”.

Il presupposto indispensabile del pluralismo politico, della democrazia parlamentare, del liberalismo, è questo: che l’istituzione parlamentare, e chi è delegato a rappresentarla, siano SEMPRE “equidistanti”, e garantiscano la piena libertà di espressione a tutti gli eletti: TUTTI, e SEMPRE, quali che siano le posizioni che assumono in aula.

Se in un suo intervento il parlamentare commettesse apologia di reato (non è il caso della Donato) la presidenza del parlamento potrà deferirlo alla magistratura, che richiesto e ottenuto dal parlamento il permesso di sospenderne le immunità e di inquisirlo, lo sottoporrà a procedimento penale.

Punto. Senza questi presupposti, in parlamento non si va per parlare ma per giocare col telefonino e combinare affarucci economici o di cuore.

Ma la signora Pina, come risulta inequivocabilmente dal video, non solo è pienamente convinta del suo diritto a dire quel che ha detto, ma è persuasa, intimamente, razionalmente persuasa di avere ragione, di essere nel giusto, di difendere valori non negoziabili, di assolvere pienamente il suo compito e il suo ruolo. È sicura di “fare la cosa giusta”, come dicono gli americani.

E qual è la cosa giusta? La cosa giusta è difendere la democrazia. E se vogliamo difendere la democrazia, nessuna democrazia per i nemici della democrazia.

Pas de liberté pour les ennemis de la liberté”. Saint-Just pronuncia queste parole alla Convenzione il 10 ottobre 1793, per giustificare la necessità di instaurare un governo rivoluzionario dittatoriale fino al ristabilimento della pace. Il Terrore è iniziato il 10 agosto precedente. Mentre Saint-Just tiene il suo discorso, in galleria ci sono i sanculotti armati, e fuori la ghigliottina. Chi dissentisse rischierebbe di essere fatto a pezzi all’uscita dall’aula, o di finire sul patibolo.

Ma che cos’è “la democrazia” in nome della quale la signora Pina affonda la democrazia parlamentare, il liberalismo, il pluralismo politico? Possiamo escludere che sia la democrazia parlamentare, il liberalismo, il pluralismo politico.

La “democrazia” della signora Pina siamo noi. Noi Occidente, noi che rappresentiamo e difendiamo i diritti umani, i principi universali, la libertà, l’umanità.

Per rappresentare e difendere i diritti umani, i principi universali, la libertà e l’umanità, noi:

  1. neghiamo il diritto di un parlamentare – che è un uomo anche lui – di esprimere in parlamento il suo pensiero
  2. violiamo il principio universale del diritto alla rappresentanza politica
  3. neghiamo la libertà di espressione del pensiero
  4. espelliamo dall’umanità chi non è come noi; per esempio i russi, che massacrano i civili e torturano i bambini. Che i russi massacrino e torturino lo diamo per scontato, tant’è vero che riteniamo superfluo e addirittura offensivo e inaccettabile anche solo menzionare l’opportunità di un’inchiesta indipendente sui loro massacri. Sono russi, dunque massacrano per natura: come gli orchi. Gli orchi sono orchi, cosa vuoi che facciano gli orchi? Massacrano e torturano, sono fatti così: non sono umani.

Curiosa, no, questa contraddizione? Per ottenere una cosa, fai il suo esatto contrario. Per essere umano, dichiari non-umana una porzione non trascurabile dell’umanità. Per essere democratico, distruggi la democrazia. Per difendere la libertà, applichi la coercizione in un luogo che è il tempio della libertà politica moderna, il parlamento. Per essere universale, sei particolaristico e identitario. Per difendere il mondo civile, distruggi la tua civiltà.

La logica aristotelica avrebbe qualcosa da ridire, ma che importa alla signora Pina? Aristotele non era democratico, era persino favorevole alla schiavitù; e poi la sua logica si chiama anche logica del terzo escluso, quindi non è inclusiva.

Forse è meglio rispolverare altri filosofi, per esempio la coppia Adorno-Horkheimer, molto cara alla generazione di piddini precedente quella della signora Pina; con il loro celebre libro “Dialettica dell’illuminismo”. In quel libro si dicono tante cose, condivisibili e non condivisibili, controverse o meno. Una però è di immediata attualità: che l’illuminismo parte con l’intenzione di realizzare tante belle cose, tipo il governo universale della ragione e della libertà, e non si sa bene come (Adorno-Horkheimer un’idea ce l’hanno, leggete il libro) finisce per realizzare l’esatto contrario, ossia un mondo dove abitano volentieri solo gli orchi, per esempio i personaggi delle opere di Sade, che torturano e massacrano gli inermi e, sì, anche i bambini.

Dalla bocca della signora Pina ascoltiamo, siderati, la verità di un’epoca: la nostra.

È un orco la signora Pina? No. La signora Pina è una brava persona, con i suoi pregi e i suoi difetti, che s’indigna di fronte alle cose cattive e desidera le cose buone. Non è un genio, ma chi è un genio? Molto pochi, quasi nessuno. Io certo no. È una piddina. Può risultare antipatico, ma c’è di peggio che essere piddini. Però la signora Pina, che pur vuole, vuole sinceramente tante cose belle e buone, finisce per fare tante cose brutte e cattive. Come mai?

Non avrei mai creduto che la signora Pina mi facesse pensare, e invece mi fa pensare molto. Mi interroga, mi lascia perplesso, turbato. La sento parlare in questo video, la guardo fare il viso dell’armi di una giusta collera, e mi chiedo: come siamo arrivati fin qui? Come siamo arrivati a questo capolinea? Nei suoi accenti sento risuonare la campanella di fine corsa, “si scende!” Ma dove si scende? Che cosa c’è in questo posto dove dobbiamo scendere? Che cos’è questo posto? È un posto? È un posto dove si può vivere? Un posto simile a quello dove stavamo quando salimmo alla nostra fermata? O è un posto assolutamente diverso, incomparabile, alieno? Lo sa la signora Pina? Ci abita già, lei, in questo capolinea? Forse sì, visto che pare trovarcisi così a suo agio.

Io no, io non mi ci trovo a mio agio. Non vedo niente di simile al posto dove sono salito, niente di familiare. Nebbia, vedo tanta nebbia; forse la nebbia della guerra? No, neanche, la guerra lo so cos’è. Non è questo.

Mi viene in mente un’analogia, ma è solo un’analogia. Avete visto le foto delle ombre sui muri di Hiroshima o Nagasaki? Quelle ombre che non sono ombre ma le impronte dei corpi umani nebulizzati dall’esplosione nucleare? Ecco. Questo capolinea dove ci fa scendere la signora Pina mi sembra l’impronta della civiltà europea impressa sul muro da un’esplosione atomica. I contorni sono identici, ma la sostanza, il corpo, l’essere un tempo vivo e senziente, non c’è più. Pùf!

 

 

 

[1] https://twitter.com/ladyonorato/status/1511659070914285571?s=20&t=cDE1_Dg2H1xe8uEimt1o4g&fbclid=IwAR2D0qMEQsklSIO-7A_0DXNAhASy-EBk1Ef4qQ4tu1vburqIEDI6dQyGp2k

1 2 3 48