La questione energetica e la sostenibilità territoriale, di Luigi Longo

La questione energetica e la sostenibilità territoriale

di Luigi Longo

 

 

  1. Le riflessioni

 

Il presente scritto è la rielaborazione parziale de L’imbroglio delle fonti energetiche rinnovabili pubblicato nel 2011. La rielaborazione è stata pensata in occasione del mio intervento al seminario su Le fonti di energia rinnovabile e lo sviluppo locale territoriale, organizzato dal Comitato No Eolico Selvaggio e dai Verdi Ambiente Società, tenutosi a Foggia il 25 ottobre 2018, che ha visto la partecipazione di diverse università [Università degli Studi di Foggia, Politecnico di Bari, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università di Leeds (Regno Unito)], degli enti intermedi (Consorzio per la bonifica della Capitanata e Acquedotto pugliese) e dei comitati di lotta territoriali (Foggia, Avellino, Benevento…) contro l’uso insostenibile delle fonti di energia rinnovabile.

Vengono riproposte, perché attuali, le seguenti riflessioni di fondo della questione energetica che nulla hanno a che fare con l’ideologia del Green Deal dell’Unione Europea né con i processi di una generica decarbonizzazione dei processi produttivi e dei processi di produzione e consumo di energia (1).

La prima riflessione, che si serve del sapere della geopolitica, riguarda il conflitto mondiale tra le potenze nazionali per l’appropriazione delle fonti energetiche non rinnovabili e rinnovabili che segue la logica dello sviluppo ineguale, soprattutto nelle fasi multicentrica e multipolare. Una appropriazione che interessa la conquista e l’allargamento delle aree di influenza, la guerra economica, la instabilità di vaste aree mondiali ad opera delle potenze che si contendono l’egemonia mondiale (sia dominante, gli USA, sia in ascesa, la Cina e la Russia).

La seconda concerne la mancanza di una politica energetica autonoma sia a livello nazionale sia a livello di Unione Europea che, non essendo un soggetto politico, non può avere una strategia energetica innervata ad una idea di sviluppo coordinato in quanto in essa vige la logica dei rapporti di forza tra le nazioni. Pertanto lo spazio del continente Europa, con i suoi differenti sistemi di valore territoriali (2), è scollegato e non coordinato!

La terza afferma che le fonti di energia tradizionali esauribili saranno ancora, per un lungo periodo, importanti per accendere in modo appropriato (energia in forma concentrata ed in gran quantità) lo sviluppo che la società a modo di produzione capitalistico si è dato in termini politici, economici, sociali, culturali e territoriali.

La quarta tratta l’importanza di una politica economica autonoma e autodeterminata cioè di una economia politica capace di relazioni positive e rispettose con i paesi produttori di fonti fossili (Oriente e Africa settentrionale).

La quinta ribadisce che le Fer, oltre ad essere marginali, non competitive e produttive di energia in forma meno concentrata rispetto alle fonti fossili, non hanno niente a che fare con la sostenibilità territoriale e seguono la logica sistemica della produzione di merci.

La sesta guarda alle Fer non come la semplice sostituzione di fonti di energia, ma come un passaggio d’epoca che coinvolge, nelle fasi multipolare e policentrica, tutti gli aspetti della società cosiddetta capitalistica in generale (economici, politici, sociali, istituzionali, culturali, ideologici) e in particolare, secondo la loro peculiarità storica, territoriale e sociale, le singole formazioni economiche e sociali (nazioni).

 

 

2.La questione energetica nel mondo

 

Il problema dell’energia è sempre stato fondamentale nella storia del genere umano sessuato per accendere il motore dello sviluppo attraverso i suoi modi di produzione e riproduzione della vita sociale e individuale storicamente data. Si è passato dalla fase dell’Homo sapiens, in cui venivano usati i convertitori biologici di energia come gli animali e i vegetali, alla fase attuale della società capitalistica in cui vengono usati convertitori inanimati di energia da fonti fossili ( petrolio, carbone, gas naturale, altro) e da fonti rinnovabili ( sole, vento, acqua, altro) passando per la rivoluzione agricola e la rivoluzione industriale: << Se la Rivoluzione Agricola è il processo mediante il quale l’uomo pervenne a controllare e ad aumentare la disponibilità di convertitori biologici ( piante ed animali), la Rivoluzione Industriale può essere considerata come il processo che permise di intraprendere lo sfruttamento su vasta scala di nuove fonti di energia per mezzo di convertitori inanimati >> (3).

Oggi viviamo in una società in cui lo sviluppo è acceso da una energia prodotta da fonti inanimate esauribili e da fonti inanimate inesauribili fino a quando il sole avrà vita (i lunghi << tempi biologici >>): nel 2009 il consumo mondiale di energia prodotta da fonti fossili è pari al 80% contro il 20% prodotta da fonti energetiche rinnovabili (FER) (soprattutto idrica), nucleare e altre fonti (4). << La parte del leone nella fornitura di energia nel mondo spetta alle sorgenti fossili, in particolare agli idrocarburi in virtù della disponibilità di infrastrutture in grado di estrarre, raffinare 1.000 barili al secondo di grezzo e di distribuire convenienti vettori energetici, che hanno reso disponibile l’energia in ogni luogo, in qualunque momento e alla potenza desiderata (corsivo mio) >> (5).

Quindi l’energia prodotta da fonti fossili esauribili è un elemento fondamentale dello sviluppo della società capitalistica e diventa indispensabile l’appropriazione e la disponibilità delle risorse energetiche da fonti fossili che non sono sparse in maniera omogenea sulla terra ma sono concentrate in alcune aree [ per esempio, la maggior parte delle riserve di petrolio si trovano in Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait;( in una ristretta zona del Medio Oriente chiamata << ellissi strategica >>); la maggior parte delle riserve di gas naturale in Russia, Iran, Qatar; la maggior parte delle riserve di carbone in Stati Uniti, Russia, Cina ] (6). La loro appropriazione segue la logica dello sviluppo ineguale e del conflitto tra potenze nazionali per l’egemonia mondiale (7).

L’uso dell’energia, sia da fonti rinnovabili sia da fonti esauribili, è determinato storicamente dal modo di produzione e riproduzione della società. Per esempio, l’uso del cavallo come mezzo di mobilità corrispondeva ad un determinato modo di produzione e riproduzione della società e del territorio (società tradizionale); l’uso della macchina come mezzo di mobilità implica un diverso determinato modo di produzione e riproduzione della società e del territorio (società capitalistica) (8).

Il passaggio da risorse energetiche con fonti esauribili (preponderanti) a quello d’uso di fonti energetiche “inesauribili” (marginali) è subordinato ad una diversa produzione e riproduzione della società e del territorio. Passaggio che avrà i suoi tempi storici e le sue modalità di attuazione. E’ una vera trasformazione sociale che porterebbe ad una diversa configurazione della società (una rivoluzione dentro o fuori il capitale inteso come rapporto sociale) in generale, e ad una specificità propria delle formazioni economiche e sociali particolari che si conterranno l’egemonia mondiale (9).

Quindi la sostituzione di sorgenti inesauribili di energia inanimata con le sorgenti attualmente insostituibili rappresenta uno fra i principali problemi della società a modo di produzione capitalistico generale e particolare (le varie formazioni sociali) che coinvolge, attraverso il suo legame sociale, l’insieme conflittuale della società (politica, economica, sociale, culturale) e del suo rapporto con le leggi della natura. Non è la semplice sostituzione di fonti di energia, ma è un passaggio d’epoca, attraverso la fase multipolare e la fase policentrica (10), che coinvolge tutti gli aspetti della società capitalistica (economici, politici, sociali, istituzionali, culturali, ideologici) in generale e, in particolare, secondo la loro peculiarità storica, territoriale e sociale, le singole formazioni economiche e sociali (nazioni).

 

 

3.La questione energetica in Italia

 

L’Italia da oltre due decenni non ha un piano energetico nazionale, cioè non ha un quadro di riferimento strategico di approvvigionamento e di produzione di energia sia da fonti fossili sia da fonti rinnovabili (11). Ha un “Piano di Azione Nazionale per le energie rinnovabili ( direttiva 2009/28/CE)” del 2010, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, che riguarda gli aspetti dei consumi finali lordi di energia e gli strumenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili [ misure di sostegno: finanziamenti pubblici diretti e indiretti con incentivazioni all’interno del Programma Operativo Interregionale (POIN) Energia 2007/2013 a valere sui fondi strutturali comunitari e del Fondo di Rotazione per Kyoto, procedure amministrative, specifiche tecniche, eccetera ], visti soprattutto in funzione degli obiettivi fissati in sede di Unione Europea, che non è un soggetto politico e non ha una politica energetica europea, da raggiungere nel 2020 che sono a) la copertura del 17% dei consumi finali lordi; b) la copertura dei consumi nel settore dei trasporti pari al 10% (12).

Quindi la disponibilità di una consistente fetta di denaro pubblico per la produzione di energia da FER non ha nulla a che fare con lo sviluppo energetico, con lo sviluppo produttivo e riproduttivo, con l’autonomia energetica, con l’ecologia e con la difesa del territorio del nostro Paese.

Riporto un passo di Giorgio Nebbia nel quale si dice: << Le leggi che hanno consentito la crescita delle fonti energetiche rinnovabili erano motivate dalla buona intenzione di diffondere il solare e l’eolico per motivi ecologici, ma hanno ben presto dato vita ad un ingegnoso sistema di produzione di soldi a mezzo di energia (corsivo mio). Gli incentivi, alcuni miliardi di euro ogni anno (13) ( si stimano 170 miliardi di euro nei prossimi venti anni, precisazione mia), sono pagati dai cittadini sia sotto forma di imposte, sia sotto forma di aumento del prezzo dell’elettricità che figura, nelle bollette elettriche, nella voce tariffaria A3 ( il prelievo tariffario obbligatorio presente sulla bolletta di ogni utenza elettrica pesa per il 4% in quelle domestiche e per il 6% in quelle industriali, precisazione mia), per cui ciascuno di noi regala soldi a chi vende, installa e gestisce motori eolici e pannelli fotovoltaici solari, tanto che molti terreni agricoli sono coperti di pannelli solari perché si guadagna di più in questo modo che coltivando carciofi o uva. Che la situazione sia drogata dimostra lo spavento che sta colpendo tutti gli interessati davanti alla prospettiva di una diminuzione degli incentivi che cominciano ad apparire esagerati. Purtroppo si ha l’impressione che le leggi energetiche siano scritte più da gruppi di interessi economici che da una nuova politica nazionale energetica (corsivo mio), coraggiosa e lungimirante diretta ad aumentare l’uso delle fonti rinnovabili senza speculazioni, a far diminuire il costo dell’elettricità per le famiglie e le attività economiche, a far diminuire l’inquinamento e le alterazioni ambientali, a una produzione nazionale di dispositivi solari ed eolici adatti alle caratteristiche del nostro territorio. L’attuale politica che ha portato alle speculazioni finanziarie sulle fonti rinnovabili sta gettando il discredito su tali fonti, di cui avremo invece bisogno sempre di più in futuro, e sta facendo il gioco di chi vuol far credere che l’unica salvezza va cercata nel nucleare, il che non è certo vero. >> (14).

L’autosufficienza energetica complessiva in Italia è molto modesta, il 16.5%. L’83,5% di energia importata (UE-27, circa il 53%) è soprattutto petrolio e gas naturale che raggiungono rispettivamente il 41% e 36%.
Nel 2009, in Italia, la composizione percentuale delle fonti energetiche impiegate per la copertura della domanda è stata determinata con il 77% di produzione da combustibili fossili [ petrolio (41%) e gas naturale (36%) ], il 19,3% da fonti rinnovabili (energia eolica, idroelettrica, solare e geotermica), il 13,3% da fonti solidi e il rimanente 5% di energia elettrica (Rapporto Enea, 2010).

La produzione italiana di energia elettrica nel 2010 da fonti non rinnovabili è stata pari al 63,8% della produzione nazionale totale, con utilizzo di gas pari al 44.9%, di carbone pari al 10,8%, di altri combustibili pari al 7,1% e di idraulica da pompaggio pari all’1%.

Nel 2010 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è stata invece pari, nel suo complesso, al 22,8% della produzione nazionale, ma non bisogna dimenticare che in questa percentuale vengono computate anche le quote da combustione rifiuti, annoverate tra le rinnovabili e incentivate dai Cip6, ma a tutti gli effetti da non considerarsi come tali. A tale risultato hanno contribuito per il 15,3% l’energia idroelettrica, per il 2,7% le bioenergie (biomasse, biogas, bioliquidi), per l’1,5% l’energia geotermica, per il 2,7% l’energia eolica e per lo 0,6% l’energia solare e fotovoltaica.

Il saldo estero per la produzione di energia elettrica è stato invece pari al 13,4%.

In sintesi la produzione netta, espressa sia in valori assoluti, TWh (l’unità di misura pari a mille miliardi di watt), sia in valori percentuali, del bilancio elettrico nazionale per l’anno 2010 è la seguente: da fonti non rinnovabili 210.9 (63,8%); da fonti rinnovabili 75,4 (22,8%); saldo estero 44,2 (13,4%). Mentre i consumi, espressi in TWh e in percentuale, al netto delle perdite di rete (20,6 TWh), sono: agricoli 5,6 (1,8%); industriale 138,4 (44,7%); terziario 96,3 (31%); domestici 69,6 (22,5%).

E’ importante aggiungere (tralasciando l’ importanza che la mobilità rappresenta nell’organizzazione e nella trasformazione del territorio) che il settore dei trasporti in Italia, come in tutti i paesi sviluppati, riguarda una fetta rilevante dei consumi energetici: << Gli impieghi finali di energia per i trasporti, inclusi quelli delle famiglie che si stima incidano per circa il 40 per cento, rappresentano il 30 per cento del totale e sono cresciuti dal 1990 a un tasso medio annuo dell’1,5 per cento. Per quasi il 90 per cento sono legati al trasporto su strada di persone e merci >> (Banca d’Italia, Relazione Annuale 2010, pp.125-126).

La soluzione da agrocarburanti (di prima e seconda generazione) per la sostituzione di fonti fossili (petrolio) nella mobilità è lontana e poco credibile tant’è che le nuove ricerche suggeriscono che se vogliamo convertire le biomasse in energia, la cosa migliore è trasformarle in elettricità.

L’Italia per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nell’Europa-15 è tra i maggiori produttori con le seguenti posizioni: 3° posto per il solare, 4° posto per le bioenergie e quinto posto per l’eolico (15).

Gli impianti installati in Italia hanno una capacità di produzione potenziale di oltre 106 gigawatt (l´unità di misura pari a un miliardo di watt): contro una richiesta che ha toccato il picco storico di 56,8 GW nell´estate 2007 e una potenza media disponibile stimata in 67 GW. Per di più, negli ultimi due anni, la crisi economica ha ridotto ulteriormente la domanda (51,8 GW nel 2009). In altre parole la potenza di cui disponiamo corrisponde al doppio di quella che occorre.

In sintesi siamo un Paese che:

  1. è dipendente dall’estero per l’83,5% di energia da fonti fossili;
  2. non ha un piano energetico nazionale strategico;
  3. ha un piano di azione nazionale per le FER finalizzato alla distribuzione dei finanziamenti pubblici e comunitari a favore di imprese e banche di investimenti soprattutto degli USA (16);
  4. ha un livello limitato di investimenti in ricerca, in conoscenza e in brevetti in generale, e, in particolare, sulle FER;
  5. ha una produzione di energia elettrica potenziale pari ad oltre il doppio di quella occorrente.

E’ un Paese dove i decisori/blocchi di potere della Grande Finanza parassitaria (GF) e della Industria Decotta (ID) delle passate ondate della rivoluzione industriale (17) non hanno una politica energetica autonoma nazionale. Non tutelano le poche imprese internazionali strategiche nel settore dell’approvvigionamento (e non solo) dell’energia da fonti fossili. Non creano alleanze strategiche con i nostri maggiori fornitori (Russia, Medio Oriente, Africa ), anzi, hanno aggredito, bombardato e distrutto popolazioni e territori della Libia, una delle nazioni da cui importavamo gas naturale e petrolio di ottima qualità (rispettivamente il 13.2% e 23% del fabbisogno nazionale), seguendo le nuove strategie mediterranee degli agenti dominanti USA in funzione anti Russia e Cina <<… entrambe hanno subito una battuta d’arresto e un significativo danno economico…30.000 operai cinesi evacuati dalla Libia, vaste forniture militari e sfruttamento di giacimenti gas/petroliferi annullati alla Russia, ecc…>>(18).

L’egemonia mondiale degli USA (anche se incomincia ad essere messa in discussione) non passa solo attraverso il controllo e l’appropriazione delle risorse naturali di energia fossile (19), ma passa attraverso il dominio, hard o soft, del proprio modello di sviluppo e della propria concezione della vita materiale e del mondo che è un continuo ri-modellare, è un continuo ri-creare l’insieme della propria nazione da esportare egemonicamente nelle formazioni economiche e sociali particolari (le nazioni) che formano la società capitalistica mondiale storicamente data. Per dirla con Raimondo Luraghi << Gli Stati Uniti appaiono, nel mondo di oggi, una realtà onnipresente: non solo essi sono una delle superpotenze da cui dipende l’avvenire dell’umanità (e, invero, data la terrificante capacità distruttiva delle armi moderne, la sua stessa esistenza): ma le teorie scientifiche, i processi tecnologici, i condizionamenti culturali, i modelli di comportamento americani penetrano, per il bene come per il male, tutta la nostra vita, influenzandola assai più di quanto comunemente non appaia >> (20).

 

 

4.La questione energetica in Puglia

 

La Puglia si caratterizza come regione nella quale si concentra la produzione di energia per autoconsumo oltre a esportare energia (più dell’80%) verso altre Regioni confinanti: infatti, la Puglia presenta un surplus di produzione di energia elettrica, ossia produce più elettricità (soprattutto mediante combustione di carbone) di quella richiesta dai carichi in essa localizzati (PEAR, 2007).

La regione Puglia è la prima regione d’Italia nel settore fotovoltaico e la seconda nel settore eolico sia in termini di produzione sia in termini di potenza installata (fonte: GSE, 2010). Nella divisione del lavoro territoriale energetico della Regione si ha che lo sviluppo dell’eolico è prevalente nella Capitanata (o provincia di Foggia) e lo sviluppo del fotovoltaico è prevalente nel Salento (province di Lecce, la parte centro meridionale di Brindisi e la parte orientale di Taranto). I settori delle FER da sviluppare strategicamente sono: eolico, solare, biocarburanti, biomasse (agroenergie)(21).

La Regione ha prodotto una serie di strumenti (linee guida, regolamenti regionali, pianificazione energetica, distretto delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, eccetera) finalizzati allo sviluppo delle FER, nella logica della propaganda che rovescia la realtà innanzi esposta, senza nessuna interconnessione, verifica e coordinamento con gli strumenti della pianificazione territoriale, economica ed ambientale. Ha sacrificato e distrutto il territorio, l’ambiente e il paesaggio per sovrapprodurre energia elettrica senza ricaduta in termini di costruzione completa della filiera FER (ricerca, investimenti, produzione, occupazione, ecc.). Le tecnologie per le fonti rinnovabili e/o tecnologie efficienti sono in genere prodotti all’estero: i pannelli (l’80% dei componenti sono importati dai paesi asiatici) e le pale eoliche; in Puglia (e in Italia) queste tecnologie assicurano occupazione soltanto per le opere di installazione e di manutenzione.

In Puglia la sovrapproduzione di energia elettrica, pari a 18.158 GWh differenza tra produzione 34.585,5 GWh e consumo 16.427,5 GWh, non è sufficiente a programmare la chiusura con riconversione delle centrali a carbone di Brindisi ( le più inquinanti d’Italia con 14,8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno ); evidentemente la logica del minimo costo e del massimo profitto (una delle ragioni fondamentali della produzione capitalistica) e il blocco di potere dei rapporti sociali territoriale e nazionale ( politici, economici, istituzionali) hanno la forza di contrastare nei fatti il protocollo di Kyoto e il pacchetto energia e clima (il cosiddetto 20-20-20), che, a mio avviso, si rivelano quali strumenti ideologici negativi degli agenti strategici mondiali del sistema capitalistico. Voglio dire che le cause vanno inquadrate nella logica del capitale, inteso come rapporto sociale, che ha nell’accumulazione infinita a mezzo di produzione di merci la sua ragione di essere. La merce energia deve essere prodotta in modo da ridurre i costi e incentivare maggiormente i consumi (quello che gli economisti chiamano l’effetto rebound) e l’acquisto di altri beni di consumo il cui bilancio (in termini di impiego di energie fossili) sarà probabilmente ancora più negativo per l’ambiente. Così mi spiego la continuazione della produzione di energia elettrica da parte della centrale Enel di Brindisi Sud-Cerano e della centrale Edipower di Brindisi Nord con il carbone (22).

Il territorio agricolo si avvia verso una trasformazione della sua produzione con gravi conseguenze economiche e sociali essendo l’agricoltura un settore fondamentale per la maggior parte del territorio pugliese. Un esempio per rendersi conto della gravità della situazione e dell’orientamento nefasto dell’UE sia con la nuova PAC (politica agricola comunitaria) sia con l’obiettivo di coprire i consumi del settore dei trasporti con una produzione di biocarburanti pari al 10%, arriva direttamente dagli agricoltori del tavoliere foggiano e della Lomellina padana (23).

L’agricoltore del Tavoliere foggiano:<< …la disperazione favorisce il fotovoltaico. Prezzi bassi e costi elevati, speculazione sui prodotti agricoli, pagamenti in ritardo, le associazioni di categoria che invitano a non investire per ridurre alcune produzioni (per es. il pomodoro), aumento di fertilizzanti, fitofarmaci, diserbi, semi, eccetera portano alla necessità per sopravvivere di dare spazio al fotovoltaico.>> (24).

L’agricoltore della Lomellina padana:<< Faccio l’esempio che ho sotto gli occhi della Lomellina, territorio vocato alla coltivazione del riso. Quest’ultima è una coltura che proprio per il particolare valore assegnato al prodotto riceveva dall’Europa incentivi pari all’incirca a mille euro l’ettaro. Con la nuova Pac il contributo scenderà a duecento euro. Questo significa che molti imprenditori saranno spinti a seminare non più riso ma ad esempio mais per produrre biogas, che a quel punto sarà molto più redditizio. Ecco perché la nuova Pac potrebbe cambiare addirittura il paesaggio di territori come la Lombardia o il Piemonte» (25).

Sintetizza così Carlo Petrini:<< Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandi e costosi (anche 4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c´erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130. E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest´energia “pulita”, ma l´emergenza è di altro tipo: così si minacciano l´ambiente e l´agricoltura stessa. Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate >> (26).

La regione Puglia non si chiede concretamente se questa produzione di energia, soprattutto elettrica, conduce a uno sviluppo ecologico e territoriale sostenibile per usare termini retorici che riempiono piani territoriali, piani strategici, studi e ricerche. Non ha delegato nessuna provincia in termini di decisione finale sugli investimenti, ad eccezioni di strumenti tecnici vuoti, non incisivi, come la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Nè le Province hanno chiesto e posto il problema dell’autodeterminazione territoriale sui progetti e gli investimenti FER visto che producono pianificazione strategica e pianificazione territoriale: strumenti vuoti di relazioni sociali e di rapporti sociali, strumenti vuoti di strategie, strumenti costruiti senza nessuna idea di progetto di territorio, senza nessuna tensione ideologica positiva per raggiungere obiettivi di sviluppo.

En passant, la Provincia è un ente intermedio importante e non va eliminata ma va ripensata e rifondata tenendo conto che << poiché il comune è la base dell’edificio dello Stato, una razionale definizione territoriale del comune consentirà un disegno più ordinato delle province ed una nuova funzionale strutturazione territoriale delle regioni >> (27).

Il paradosso si ha con la provincia di Foggia, la prima provincia d’Italia per potenza e produzione eolica ( fonte: GSE, 2010; Piano Energetico Ambientale della Provincia di Foggia, 2011), che produce e approva il Piano Energetico Ambientale dopo che l’eolico è stata realizzato abbondantemente (oltre 1500 pali eolici senza considerare quelli in progetto in attesa di tempi migliori) prendendo letteralmente d’assalto il territorio (la stessa cosa si sta ripetendo con il fotovoltaico e le biomasse) e la cui linea di fondo della politica energetica è quella che è il libero mercato (sic) che stabilisce il livello della produzione e le modalità delle trasformazioni territoriali (28).

La Capitanata sta diventando un territorio dell’eolico e del fotovoltaico, FER che distruggono risorse, territorio, paesaggio, ambiente e settori economici importanti come l’agricoltura, senza sviluppo locale e tutela del paesaggio, cioè, non sono in relazione con il territorio e le sue configurazioni spaziali (borgate, centri rurali, insediamenti sparsi) (29). Ha blocchi di potere dediti solo a sfruttare i residui delle risorse finanziarie nazionali e comunitarie (così è stato con i finanziamenti del Grande Giubileo 2000, con il Contratto d’Area di Manfredonia, ed ora con le FER giusto per rimanere alla storia locale recente).

E’ facile ipotizzare che la provincia di Foggia da territorio granaio d’Italia (che ha/aveva alle spalle una struttura economica e sociale storicamente consolidata) diventerà territorio eolico d’Italia (che avrà solo l’amara illusione di uno sviluppo economico e sociale ecosostenibile fondato sulle energie rinnovabili).

La regione Puglia e le sue sei Province sono luoghi dove si creano blocchi di potere, a servizio di agenti strategici di imprese internazionali, che, in maniera servile, sfruttano le ingenti risorse finanziarie che ruotano intorno alle FER per l’accrescimento del proprio potere politico (consensi, occupazione di luoghi istituzionali, gestione di imprese pubbliche locali, di agenzie energetiche , di distretti produttivi energetici), economico (piccole imprese locali) e sociale (filiera della produzione di nuove professioni “qualificate”nei vari comparti delle FER che passa attraverso le istituzioni, le università, le imprese sociali no profit di formazione che intrattengono i giovani con lunghi corsi di formazione con la prospettiva illusoria di un futuro occupazionale!).

La conseguenza di quanto detto è la distribuzione a livello territoriale di risorse finanziarie che sono appannaggio di decisori (già consistenti nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura) che investono al puro scopo di sfruttare le briciole dei finanziamenti pubblici senza ricaduta alcuna sullo sviluppo del territorio e su quello di settori strategici capaci di valorizzare l’economia peculiare del territorio.

Sono risorse finanziarie che vengono distribuite a dominanti locali che rafforzano il sistema egemonico di agenti strategici nazionali servili alla potenza egemone USA che considera il territorio italiano strategico per le sue politiche di dominio nel Mediterraneo e nel Medio Oriente (la guerra in Libia ha chiaramente illuminato il blocco di potere nazionale servile e l’uso del territorio italiano come base di teatri di guerra futuri) in funzione dell’egemonia mondiale.

I decisori locali sono succubi delle grandi imprese internazionali, dei fondi di investimento, delle banche di investimenti che investono nel territorio pugliese stravolgendolo e distruggendolo (altro che identità e peculiarità territoriali da tutelare!) con impianti che non sfruttano la potenza installata per le carenze innanzi dette, ma sfruttano le ingenti risorse finanziarie degli italiani.

 

 

5.La questione energetica: che fare

 

In Italia, oggi, vogliono far credere che l’energia elettrica prodotta con le FER sia l’energia per lo sviluppo del paese. Ma le FER non sono competitive, in termini di costi, con le energie prodotte da fonti fossili, se non con forti sovvenzioni pubbliche che sono a forte appannaggio degli agenti strategici delle imprese estere e le poche imprese italiane stanno investendo all’estero nella classica ottica liberista di vedere il commercio, anziché la produzione, come cuore pulsante dello sviluppo.

Oggi, parlare di sviluppo basato sulle FER è una narrativa ideologica perché:

  1. a) le fonti di energia tradizionali esauribili saranno ancora, per un lungo periodo (30), importanti per accendere in modo appropriato (energia in forma concentrata ed in gran quantità) lo sviluppo che la società capitalistica si è dato in termini politici, economici, sociali, culturali e territoriali;
  2. b) lo sviluppo delle FER (probabilmente energia in forma meno concentrata e un minore consumo) presuppone una diversa organizzazione produttiva e riproduttiva della società << Ogni “rivoluzione” ebbe le sue radici nel passato, ma ogni “rivoluzione” creò anche una profonda frattura con quello stesso passato. La prima “rivoluzione” trasformò cacciatori e raccoglitori in pastori e agricoltori; la seconda mutò agricoltori e pastori in operatori di “schiavi meccanici” alimentati da energia inanimata >> (31);
  3. c) la ricerca e la tecnologia non sono ancora mature e lunga è la fase per arrivare all’innovazione reale, cioè alla svolta epocale << Va considerato che, per avere dati certi sui contributi delle energie alternative, occorrerebbero ricerche di enti che impieghino un gran numero di ricercatori. È fuori dalla portata di un singolo (o anche di più singoli), al di fuori da centri di ricerca organizzati e da finanziamenti appositi, riuscire nell’impresa. Ci sono troppi parametri in gioco, e molte intelligenze e competenze occorrerebbero per tali studi. E certamente i tagli brutali alla ricerca approntati dal centrodestra [e dal centro sinistra, per chi crede, oggi, ancora a queste apparenti divisioni, precisazione mia] ci rendono ultimi nell’ambito dei Paesi che si pretendono avanzati >> (32);
  4. d) la produzione attuale di energia (da FER) ha bisogno di ingenti finanziamenti pubblici per essere competitiva << […] gli incentivi italiani dedicati allo sviluppo delle fonti rinnovabili ai fini della generazione elettrica sono tra i più alti del mondo. >>(33);
  5. e) la carenza e l’insufficienza delle infrastrutture di rete per il trasporto e la distribuzione di energia che impediscono la massima valorizzazione degli impianti delle fer << …lo Strategic Energy Technology Plan presentato dalla Commissione Europea nel 2007 comprende, fra le azioni prioritarie per i prossimi 10 anni, lo sviluppo delle reti intelligenti, mentre assume come obiettivo per il 2050 l’elaborazione di strategie per la transizione verso reti energetiche integrate a livello europeo. Attraverso lo sviluppo delle Smart Grids la Comunità definisce un percorso di progressiva migrazione delle reti di trasmissione verso un modello di rete decentrata, che integri quote crescenti di produzione da fonti rinnovabili e la generazione distribuita di energia elettrica >>(34).

C’è bisogno, invece, di una politica energetica autonoma creando relazioni con i nostri principali fornitori di risorse energetiche da fonti fossili che saranno ancora per un lungo periodo le fonti energetiche del modo di produzione e riproduzione delle società capitalistiche. Occorre quindi uscire dal giogo della potenza mondiale USA: l’ultima miserevole partecipazione alla guerra di aggressione alla Libia insegna questo! Occorre farlo con decisione e attenzione perché la storia energetica del nostro Paese è sempre stata ostacolata con forme di potere forte (la morte di Enrico Mattei) e forme di potere morbido (il blocco della ricerca e la distruzione del patrimonio di esperienza costruito attorno a Felice Ippolito).

Le FER hanno bisogno di forti finanziamenti per la ricerca scientifica, siamo l’ultimo paese cosiddetto sviluppato in termini di investimenti nella ricerca, nella conoscenza e nei brevetti. Bisogna spostare gli ingenti finanziamenti dal commercio alla produzione delle FER intesa come costruzione della filiera che va dalla ricerca applicata alla produzione reale e competitiva nella economia del Paese. Per questa ragione bisogna difendere la nostra autonomia con forme di protezionismo che è una condizione imprescindibile nella ricerca di autonomia così come fanno tutte le nazioni sviluppate e soprattutto le potenze mondiali (USA, Russia, Cina). Protezionismo come forma di autonomia nazionale per le relazioni mondiali, che si realizza con una strategia che passa anche attraverso la formazione di un Piano Energetico Nazionale. Cerchiamo di andare oltre l’attuale maschera del libero scambio: viviamo in una società capitalistica universale e in specifici capitalismi nazionali in lotta perenne per il potere e l’egemonia mondiale non in una fantastica società alternativa di sviluppo eco-sostenibile.

Chi deve farsi carico di un processo-progetto di autonomia nazionale in un paese privato di sovranità politica e geopolitica << Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi >>? (35).

 

 

 

 

 

 

NOTE

 

  1. Si veda sia il Green Deal europeo https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it, sia la comunicazione su Una tabella di marcia verso una economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050 della Commissione Europea, documento 52011 DC0885, eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:52011DC0885&print=true.
  2. Sui sistemi di valori territoriali si rimanda a D.Harvey, Marx e la follia del capitale, Feltrinelli, Milano, 2018, pp. 131-172.
  3. M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, Feltrinelli, Milano, 1989, pp. 27-28. Sulle diverse fasi della rivoluzione industriale si rimanda a D.S. Landes, Prometeo liberato, Einaudi, Torino, 1978.
  4. Enea, Rapporto energia e ambiente. Analisi e scenari 2009, novembre 2010, in enea.it. << Oggi i consumi mondiali vedono al primo posto il petrolio con circa 4200 milioni di tonnellate all’anno, seguito dal carbone con circa 5000 milioni di tonnellate all’anno (ma con un contenuto di energia equivalente a quello di appena 3500 milioni di tonnellate di petrolio), e al terzo posto il gas naturale con circa 3000 miliardi di metri cubi all’anno (con un contenuto di energia equivalente a quello di appena 2500 milioni di tonnellate di petrolio). I bilanci energetici si fanno con una unità di energia che si chiama tep (tonnellate equivalenti di petrolio)… Circa un terzo del petrolio consumato nel mondo va nei trasporti terrestri, aerei, navali; i principali mezzi di trasporto terrestre sono, da decenni, gli autoveicoli azionati da motori a scoppio a ciclo Otto; la rotazione delle ruote è assicurata dall’energia liberata dalla combustione di un carburante liquido, la benzina o il gasolio, entrambi derivati dalla raffinazione del petrolio >> in G. Nebbia, Se un giorno il petrolio scomparisse in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 15/5/2011.
  5. Carrà, Energia e tecnologia in “ Energia” n.1/2001. Si vedano anche le visioni e le raccomandazioni sull’evoluzione della domanda di energia a livello italiano dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IAE), Politiche energetiche dei paesi membri dell’AIE, 2009, in www.iea.org/books e gli scenari a livello mondiale ed europeo sull’evoluzione della domanda di energia dell’Enea, Rapporto energia e ambiente. Analisi e scenari 2009, novembre 2010, in www.enea.it; J. Giliberto, Lo stop di solare ed eolico dopo 10 anni di crescita in www.ilsole24ore.com, 13/4/2019; la prima edizione del Rapporto annuale sul settore dell’energia in Italia e nel Mediterraneo Med & Italian Energy Report in www.sr-m.it/events/napoli-3-aprile-2019-med-italian-energy-report/?lang=en, 2019.
  6. Per ulteriori dettagli e statistiche si rimanda a N. Armaroli e V. Balzani, Energia per l’astronave Terra, Zanichelli, Bologna, 2008; per un quadro informativo aggiornato sullo stato di fatto della questione FER, delle fonti di energie fossili e sulla transizione dalle energie da fonti fossili a quelle da fonti rinnovabili si rinvia alla lettura critica del libro di V. Termini, Il mondo rinnovabile. Come l’energia pulita può cambiare l’economia, la politica e la società, Luiss University Press, Roma, 2018.
  7. La Grassa, Gli strateghi del capitale, Manifestolibri, Roma, 2005; G. La Grassa, Oltre l’orizzonte, Besa, Lecce, 2011; P. Visani, Storia della guerra dall’antichità al Novecento, Oaks editrice, Milano, 2018; F. Pieraccini, Russia e Cina devono arginare gli Stati Uniti per trasformare pacificamente l’ordine mondiale in multipolare in www.lantidiplomatico.it, 20/2/2019.
  8. <<Le società tradizionali (le società basate esclusivamente sullo sfruttamento dell’energia solare) potevano permettersi solo un numero limitato di grandi città perché le elevate densità di potenza energetica rese necessarie dal fabbisogno alimentare e dai consumi di combustibile erano garantite solo dalla raccolta delle risorse di energia organica situate nelle zone immediatamente circostanti gli insediamenti urbani. I consumi alimentari e il fabbisogno di combustibile complessivi di una grande città pre-industriale richiedevano la presenza di un’area di campi e boschi quaranta volte più estesa della superficie del territorio urbano. Inoltre, l’indisponibilità di motori primi efficienti e potenti limitava in modo molto evidente le possibilità di trasporto di alimenti e materie prime nelle città, la distribuzione delle risorse idriche e lo smaltimento dei rifiuti urbani. Nelle società tradizionali, le città dovevano contare sulla concentrazione di flussi di energia diffusa; le società moderne, al contrario, sfruttano la diffusione di energia concentrata (corsivo mio)…>> in V. Smil, Storia dell’energia, il Mulino, Bologna, 1994, p. 292.
  9. Per analogia, da prendere con cautela, si pensi a ciò che avvenne con la prima fase della rivoluzione scientifica (e della relazione tra scienza e tecnica) durante lo sviluppo industriale della società capitalistica, si veda C. M. Cipolla, Le tre rivoluzioni, il Mulino, Bologna, 1989; Idem, Le macchine del tempo, il Mulino, Bologna, 1996; C. Merchant, La morte della natura, Garzanti, Milano, 1988.
  10. La Grassa, Tutto torna ma diverso. Capitalismo o capitalismi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2009; G. La Grassa, In cammino verso una nuova epoca, Mimesis, Milano, 2018; G. La Grassa, Crisi economiche e mutamenti (geo)politici, Mimesis, Milano, 2019.
  11. Tra gli obiettivi di fondo del PEN, oltre alla riduzione della dipendenza dall’estero, ci sono lo sviluppo dell’industria del settore energetico, lo sviluppo dell’occupazione, le possibilità di esportazione, l’orientamento dei consumi, l’efficienza energetica, il risparmio dell’energia, ecc. Persino l’Agenzia Internazione dell’Energia (IAE) raccomanda all’Italia di << Creare una strategia globale di lungo termine per lo sviluppo del settore energetico nazionale…>> in IEA, Politiche…, op.cit., p.6.
  12. Il “Piano di Azione Nazionale per le energie rinnovabili (direttiva 2009/28/CE)” del 2010, elaborato dal Ministero dello Sviluppo Economico, è scaricabile dal sito internet governo.it/Governoinforma/dossier . La logica non è cambiata con la Strategia Energetica Nazionale (SEN). Una strana strategia in assenza di un Piano Energetico Nazionale, tant’è che la SEN si riduce di fatto ad una strategia elettrica nazionale come mettono in evidenza le Associazioni ambientaliste rilevando le criticità evidenziate nella SEN in La Strategia Energetica Nazionale deve comprendere anche la salvaguardia del territorio in www.salviamoilpaesaggio.it, 26/6/2018.

 

  1. << Uno studio di AT Kearney per “il Sole24Ore” (3 maggio 2011 ) ha stimato il valore del mercato delle rinnovabili in Italia nel 2010 in circa 21 miliardi di euro, di cui 7,2 per elettricità e incentivi… e 13,7 miliardi di investimenti in nuovi impianti. Prevale tra i diversi comparti il fotovoltaico con circa 11,5 miliardi, grazie alla realizzazione di oltre 3.000 MW nel 2010. Seguono l’idroelettrico con 4,5 miliardi, l’eolico con 2,6 (in calo di circa il 15% rispetto al 2009), le biomasse con 1,8 miliardi e infine il geotermico con 500 milioni >> in Svimez, Rapporto Svimez 2011 sull’economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2011, pag.726.
  2. Nebbia, Una situazione drogata in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 21/1/2011; sull’intreccio di interessi tra grandi imprese (grossi impianti), piccole imprese (piccoli impianti), politica e criminalità organizzata si veda l’esempio dell’eolico (la rinnovabile più competitiva) in C. Bertani, Abitudine consolidata in www.carlobertani.blogspot.com, 20/4/2019.
  3. Per il bilancio elettrico nazionale si rimanda a GSE (Gestore Servizio Elettrico), Rapporto statistico 2010. Impianti a fonti rinnovabili, in gse.it . La produzione di energia elettrica può essere ottenuta da numerose fonti energetiche. Attualmente, a livello mondiale, rimangono ancora i carburanti fossili con il 64% (40% carbone, 17% gas, 7% petrolio) la principale fonte di produzione di energia elettrica. Seguono le rinnovabili con circa il 18,5%, di cui il 17% è rappresentato dall’energia idrica e solo l’1,5% dalle altre (eolico 1,3%, fotovoltaico 0,1%). La restante parte è coperta per il 14% dal nucleare e per circa 3,5% da altre fonti. Per quanto riguarda l’Europa, il peso dei combustibili fossili scende al 55% (30% carbone, 21% gas, 4% petrolio), mentre quello del nucleare sale al 30% e quello delle rinnovabili si ferma intorno al 13%, di cui il 9% è costituito dall’energia idrica e il 4% circa dalle altre rinnovabili (4% eolico e 0,1% fotovoltaico). Il restante 2% è prodotto con altre fonti (dati Terna, WEO, Enerdata dai rispettivi siti internet: www.terna.it, www.iea.org , www.enerdata.net .).
  4. Nell’ultimo rapporto della Bank of America Merryl Linch si prevedono entro il 2030 investimenti pari a 20 mila miliardi di dollari nel settore delle FER. Sulle società di venture capital come strumento importante per promuovere lo sviluppo delle FER ( strumento usato maggiormente dagli USA), soprattutto nei tre settori che sembrano destinati ad una crescita marcata: solare ( fotovoltaico e termico), eolico e biomasse, e sulle tendenze in atto in materia di finanziamento delle FER a livello mondiale, europeo e italiano si veda Enea, Finanza, venture capital e tendenze globali dell’investimento in energia sostenibile: quali sviluppi per l’Italia?, dossier, 2008, in old.enea.it/produzione_scientifica/dossier/D015_Finanza.
  5. Su questi temi rinvio a G. La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008, soprattutto la prima parte pp. 7-102.
  6. << Tutto sembra sia stato scatenato dall’accordo tra ENI, governo italiano e libico: l’Eni accettava di vedersi ridurre le percentuali di pagamento del petrolio e gas estratti, percentuali che scendevano al 12,5 % invece delle precedenti 30-40%; in cambio l’Italia avrebbe avuto congrui appalti per infrastrutture. Questo accordo suscitò la violenta reazione delle compagnie petrolifere francesi (Total), inglesi (BP) e americane (Chevron, Exxon) che temevano veder applicato anche a loro la riduzione al 12.5 % sui barili estratti. Vedremo i nuovi accordi col governo fantoccio. Gli appalti per la costruzione di infrastrutture e per lo sfruttamento di nuovi giacimenti erano stati affidati dal governo libico di Gheddafi a italiani russi cinesi (in piccola parte anche ai tedeschi), tagliando fuori le potenze atlantiche: già ora il governo del CNT li sta consegnando alla Francia, che ha già presentato il conto, e che sta avocando a se la ricostruzione delle infrastrutture e le forniture militari (precedentemente russe e italiane). Per le ingenti risorse idriche sotto il Sahara che il Governo libico di Gheddafi aveva fatto incanalare nella più grande infrastruttura idrica mai costruita dall’uomo, ancora la Francia sta manifestando interesse. >> in L. Ambrosi, 10 osservazioni geopolitiche sull’occupazione della Libia, 2011, in comedonchisciotte.org ; si veda anche G. Gaiani, Parigi presenta il conto a Tripoli. Pressioni sulla Libia dopo il forte calo delle commesse militari in “Il Sole 24 ore” del 20 ottobre 2011; B. Lugan, Il rebus turco in Libia, www.italiaeilmondo.com, 7/1/2020. Si pensi alla situazione dell’Algeria in piena crisi economica e sociale da cui l’Italia importa soprattutto gas naturale: è il secondo fornitore dopo la Russia e importiamo attraverso le pipeline del Transmed quasi il 30% dei consumi in B. Lugan, Algeria: dietro le enormi manifestazioni di rigetto della candidatura di Abdelaziz Bouteflika a un quinto mandato, il salto verso l’ignoto è assicurato in www.italiaeilmondo.com, 27/2/2019 e A. Negri, Non solo gas e incubo terrorismo: ecco perché ci deve interessare la nuova battaglia di Algeri in www.tiscali.it, 2/3/2019; A. Negri, Il patto diabolico di Bouteflika sulla pelle degli algerini in www.ilmanifesto.it, 5/3/2019; J. Perier, Le proteste algerine sono una rivoluzione colorata? in www.comedonchisciotte.org, 16/3/2019. Si osservi l’azione degli USA finalizzata ad azzerare l’export di petrolio iraniano in A. Negri, Sanzioni all’Iran: ecco come l’Italia (e l’Eni) cede a Usa ed Israele in www.ariannaeditrice.it, 18/4/2019 e si veda il progetto dei Tre Mari (Baltico, Nero e Adriatico) degli USA per creare una cintura di isolamento della Russia dall’Europa dell’Est attraverso il conflitto sulle risorse energetiche (riduzione delle esportazioni energetiche in Europa) in Lorenzo Vita, Tre Mari, quel piano USA per l’Europa che mette in pericolo l’Italia in www.insideover.com, 10/6/2019.
  7. << […] Alle spinte della lobby della deflazione, corrispondono analoghe spinte di parte statunitense per un aumento stabile dei prezzi del petrolio, in modo da favorire la produzione americana di petrolio di scisto. Questo petrolio è talmente costoso da risultare competitivo solo se i prezzi del petrolio superano i settanta dollari al barile. Da questa esigenza di creare condizioni di mercato per il petrolio di scisto, derivano i tentativi americani di mettere fuori mercato per i prossimi anni il petrolio del Venezuela, dell’Iran e della Russia. Un aumento del presso del petrolio in presenza di una generale stagnazione economica potrebbe innescare effetti recessivi devastanti, di una portata difficile da prevedere […] >> in Comidad, Le specificità della menzogna europea in comidad.org, 14/2/2019 e Comidad, La Libia ancora nella morsa del petrolio di scisto, www.comidad.org, 2/1/2010. Per la mancanza di una effettiva politica energetica dell’Unione Europea che si troverà sempre più dipendente dalle strategie energetiche USA per limitare le aree di influenza della Russia e della Cina si veda P. Rosso, North Stream 2: il conflitto si sposta all’UE in www.conflittiestrategie.it, 23/2/2019.
  8. Luraghi, Gli Stati Uniti, Utet, Nuova storia universale dei popoli e delle civiltà, volume sedicesimo, Torino, 1974, pag. XXI.
  9. Si veda Agenzia Regionale per la Tecnologia e l’Innovazione (ARTI), L’innovazione nelle energie rinnovabili: possibili progetti prioritari per la Puglia, quaderno n.14/2008 in arti.puglia.it; Idem, Le energie rinnovabili in Puglia. Strategie, competenze, progetti, quaderno n.5/2008 in www.arti.puglia.it.
  10. L’<< effetto rebound >> in energia si ha quando si riduce l’impiego di energia di un servizio, il suo costo si abbassa; quindi, il risparmio realizzato permette un consumo maggiore dello stesso servizio in C. Gossart, Quando le tecnologie “verdi” in << Le Monde Diplomatique >> del 20 luglio 2010 (versione italiana).
  11. Per una interpretazione delle Fer appiattita sulle politiche deleterie della UE che non ha nessuna politica energetica, intesa come processo unitario delle Nazioni che la compongono, si rimanda a M. Reho, a cura di, Fonti energetiche rinnovabili, ambiente e paesaggio rurale, Franco Angeli, Milano, 2009.
  12. Lettera di un agricoltore in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19/4/2011.
  13. Del Frate, La riforma degli aiuti? Cambierà il paesaggio nelle nostre campagne, intervista a Federico Radice Fossati in “Corriere della Sera” del 14 ottobre 2011.
  14. Petrini, Il boom delle energie rinnovabili spinge molti agricoltori a cambiare mestiere. E i campi diventano centrali per fotovoltaico e biogas in “La Repubblica” del 28 luglio 2011. Sulle gravi conseguenze degli agro combustibili sull’alimentazione, sulle risorse e sull’ambiente a livello mondiale si veda M. Grunwald, I sette falsi miti sulle energie rinnovabili in “il Sole 24 ore” del 6 settembre 2009; F. Houtart, Lo scandalo degli agrocombustibili nei paesi del Sud, 2009, in www.puntorosso.it.; Idem, Agroenergia. Soluzione per il clima o uscita per il capitale dalla crisi? Edizioni Punto Rosso, Milano, 2009; E.Holtz-Gimenez, I cinque miti della transizione verso gli agro carburanti in “Le Monde Diplomatique, giugno 2007 (versione italiana).
  15. Gambi, L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative in L. Gambi, F. Merloni, a cura di, Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, il Mulino, Bologna, 1995.
  16. Maddalena, a cura di, Lo sviluppo delle energie alternative: il caso Puglia, Franco Angeli, Milano, 2012; sull’attivazione della politica popolare sui problemi ormai superati, una sorta di lotta per chiudere le porte della stalla dopo che i buoi sono stati rubati, si rimanda a M. Della Luna, Lotta politica e ingegneria sociale in www.marcodellaluna.info, 2/3/2019.
  17. Si veda sul rapporto tra produzione di energia e città diffusa B. Secchi, Il futuro si costruisce giorno per giorno. Riflessioni su spazio, società e progetto, a cura di G. Fini, Donzelli editore, Roma, 2015, pp.99-118.
  18. Per un’analisi prevalentemente tecnica e neutrale sulle previsioni della produzione e del consumo energetico per grandi aree, si veda G. Zanetti, Energia: proiezioni di domanda e offerta in scenari a elevata complessità in S. Carrà, a cura di, Le fonti di energia, il Mulino, Bologna, 2008.
  19. M.Cipolla, Uomini…, op.cit., pag.52.
  20. Renzetti, Dal petrolio al nucleare: diversa la fonte, analoga la dipendenza in “Indipendenza” n.24/2008. Per un approfondimento sul misero livello in Italia degli investimenti in ricerca, in conoscenza e in brevetti si rimanda a R. Renzetti, a cura di, Ricerca & sviluppo: dati recenti (2005) sul caso italiano in www.fisicamente.net; per un aggiornamento sull’andamento della ricerca e sviluppo in Italia e nei principali paesi OCSE in www.progetti.airi.it, oltre ovviamente al sito dell’OCSE ( www.oecd.org).
  21. Annoni, Spillo/Eni e il boomerang delle rinnovabili per l’Italia, www.sussidiario.net, 2/1/2020; G. Montanino ed altri, Lo sviluppo delle rinnovabili nel settore elettrico verso il traguardo del 2020 in “Economia delle fonti di energia e dell’ambiente” n.1/2010, pag. 32. Sul peso dell’elevato costo degli incentivi pubblici al fotovoltaico sopportato dagli italiani (un debito di quasi 90 miliardi, il 5% di tutto il debito pubblico) si legga G. Ragazzi, Ma quelle fonti di energia hanno costi esorbitanti (31/8/2010) e Idem, Le follie del fotovoltaico (6/5/2011) in www.lavoce.info. Sulle difficoltà che incontrano gli USA sullo sviluppo delle FER (necessità di continui sussidi governativi e impossibilità di avvantaggiarsi di economie di scala) si veda H. W. Parker, Le fonti rinnovabili beneficiano di economie di scala? In “Energia” n.3/2009.
  22. R. Vittadini, Come ti gestisco la trasmissione elettrica in “QualEnergia” nn. settembre /ottobre e novembre/dicembre 2008. Si veda anche G. Selmi, A.Sileo, L’intelligenza elettrica che trasforma la rete: le smart grid in www.nelMerito.com (16/9/2011); sulla criticità delle rete di trasmissione nazionale si rimanda a Terna, Piano di sviluppo 2011 in www.terna.it . L’International Energy Agency (IEA, Agenzia Internazionale dell’Energia) sostiene che in Italia << Dall’analisi dei vari settori emerge un elemento comune a tutti gli operatori che realizzano infrastrutture energetiche: la difficoltà di far avanzare i progetti dalla fase di pianificazione iniziale alla fase di completamento. Nonostante numerose iniziative prese a livello dell’amministrazione pubblica centrale in questi ultimi anni, rimangono ancora problemi essenziali da risolvere come testimoniano i ritardi nella costruzione di nuove strutture destinate al GNL ( Gas Naturale Liquefatto, precisazione mia) e alla fase di produzione upstream (la catena produttiva che include: l’esplorazione, la perforazione, l’ingegneria e la produzione e infine la coltivazione dei giacimenti, precisazione mia) di petrolio e gas, di nuove infrastrutture per la trasmissione di energia elettrica e di nuovi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili >> in IEA, Politiche energetiche dei paesi membri dell’AIE, 2009, p.5, in www.iea.org/books .
  23. Anders, L’uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag.1.

Soleimani e il futuro del nostro paese, di Massimo Morigi

L’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani orgogliosamente rivendicata dal presidente degli Stati uniti Donald Trump è l’atto storico che pone, anche agli occhi dei più stolti, fine all’Alleanza atlantica intesa come organizzazione di difesa collettiva, collocandola definitivamente nel novero della strutture politico-militari più pericolose e foriere di guerre e terrorismo per gli anni a venire. In questo procurato pericolo da parte dell’Alleanza atlantica, l’Italia è il paese, per ovvie ragioni che non è necessario qui ricapitolare, che rischia maggiormente la sua stessa sopravvivenza non solo come entità politica ma anche sotto l’aspetto della vita dei suoi cittadini. In questi ultimi anni si è parlato, spesso a sproposito, di sovranismo e delle c.d. forze politiche che a quest’idea si ispirerebbero. Dalle prime reazioni di queste forze, è di tutta evidenza che esse hanno strumentalizzato la legittima pulsione degli italiani  non solo ad una maggiore dignità internazionale ma, ancor più importante, alla prospettiva dell’esistenza nei prossimi decenni di una entità politica nazionale e al conseguente diritto degli italiani di non essere biologicamente annientati in future guerre di cui tutto si può dire tranne che verranno combattute per difendere i loro interessi politico-biologici. Concludendo: l’assassinio  del generale iraniano Qasem Soleimani ad opera degli Stati uniti, proprio per la sua natura puramente terroristica e del tutto indifferente ai legittimi interessi dei paesi che un tempo facevano parte del blocco occidentale, è storicamente un atto altamente positivo perché mette tutti di fronte alle proprie responsabilità. A quanto pare in Italia nessuna forza politica organizzata vuole affrontarle cominciando ad impostare un discorso pubblico improntato ad una progressiva neutralità del nostro Paese. Saremmo però molto contenti di essere smentiti e, a questo scopo, è necessario andare a stanare coloro che nel c.d. campo sovranista pur non pronunciandosi con la chiarezza necessaria, non hanno nemmeno abbracciato toto corde la deriva suicida che parte dall’assassinio di Qasem Soleimani. E sul giudizio su questo assassinio e sulla auspicabile, perché da questa decisione dipende la vita della nostra nazione come dei suoi cittadini, progressiva neutralità dell’Italia, invitiamo tutti coloro che hanno dato il loro consenso e voto alle c.d. forze sovraniste ad esprimersi pubblicamente e a porre a queste forze gli stessi ragionamenti ed ammonimenti che, se fatti propri da queste forze, consentirebbero veramente di dire che in Italia il sovranismo non solo è qualcosa di serio ma, ancor più importante, l’unica prospettiva di vita collettiva ed individuale per gli italiani

PS

Quello che mai ci saremmo mai  immaginati, nemmeno nel più sgangherato ed antiamericano racconto di fantapolitica,  è avvenuto: Donald Trump minaccia di bombardare siti culturali iraniani. Si tratta della minaccia di un crimine di guerra che  nemmeno i nazisti osarono mai pronunciare pubblicamente. Il tweet della minaccia del presidente degli Stati uniti è all’URL  https://twitter.com/realDonaldTrump/status/1213593975732527112 e, vista l’importanza della storica dichiarazione che degrada il presidente statunitense al livello di un al Baghdadi fra i cui divertimenti, oltre agli eccidi di massa, era, appunto, ordinare la distruzione di monumenti, abbiamo congelato l’URL di questa lugubre uscita tramite Wayback Machine e abbiamo così generato l’URL https://web.archive.org/web/20200105185413/https:/twitter.com/realDonaldTrump/status/1213593975732527112. Non ci sarebbe altro da aggiungere, ma per amore del nostro paese (che, fra l’altro, ha in sorte di essere la prima potenza mondiale per quanto riguarda i beni culturali che ci ha lasciato in eredità la nostra multimillenaria storia), ribadiamo ancora una volta l’imperativo che deve animare tutti coloro che mantengono un briciolo d’amore per questa terra e per i suoi abitanti: graduale ma anche  senza indugi fuoruscita dall’Alleanza atlantica nel quadro di una vigilante neutralità che, non facendo sconti a nessun vecchio idola fori ereditato dal secondo dopoguerra ed animata da un sodo realismo politico, guardi solo ed unicamente all’interesse nazionale. A meno che non si voglia essere schiavi (e future vittime) di questo od altro  novello al Baghdadi in  barbarica versione militar-tecno-atlantica. Massimo Morigi – 5 gennaio 2019

https://twitter.com/realDonaldTrump/status/1213593975732527112

Wayback machine: https://web.archive.org/web/20200105185413/https:/twitter.com/realDonaldTrump/status/1213593975732527112

UN CRESCENTE MALESSERE FRANCESE NEI CONFRONTI DELL’ALLEANZA, di Hajnalka Vincze

Qui sotto ancora un articolo particolarmente interessante di Hajnalka Vincze sul dibattito e le divergenze, forse il conflitto, che si sta insinuando tra i paesi della NATO. A parere dello scrivente pecca però di un certo ottimismo riguardo l’anelito autonomista di Macron. Le sue parole e i suoi propositi dichiarati stridono con i suoi atti concreti, in primo luogo con la salvaguardia strenua del complesso militare industriale francese. Macron è l’artefice, ma sul solco almeno delle due precedenti presidenze, degli atti più compromettenti riguardanti l’esposizione di AIRBUS alle mire dell’industria aeronautica americana, la liquidazione, dietro pesanti ricatti e pressioni di ogni tipo, di Alstom energia, in particolare la produzione di turbine a General Electric, la cessione ai fondi americani del settore della trasmissione e componentistica interna dell’aereonautica. I risultati cominciano a vedersi rapidamente, a cominciare dalla perdita di controllo del settore della manutenzione delle turbine dei sommergibili e delle centrali nucleari e dallo svuotamento e trasferimento negli States del grande centro ricerche di Parigi. Per non parlare della pesante esposizione militare in Africa, legata malinconicamente alla condiscendenza americana. Una classe dirigente che non vuole e non sa difendere i propri settori strategici, tanto più se legati alla difesa, non può ambire credibilmente ad assumere  la direzione di una linea europea di politica estera e di difesa realmente autonoma dagli Stati Uniti; tanto più che ad essa si accompagna una politica predatoria particolarmente gretta, subalterna alla Germania, ai danni di potenziali ed imprescindibili sostenitori, in primo luogo l’Italia, di questa presunta ambizione. Una politica tesa piuttosto a spingere le vittime verso lidi più scontati e ad acuire i conflitti intraeuropei. Conoscendo la provenienza e il retroterra culturale, il brodo di coltura del personaggio, la sua vanagloria e prosopopea nascondono o conducono ad altri propositi se non suoi, “pauvre homme”, certamente dei suoi mentori. Paragonarlo a de Gaulle mi pare quindi un po’ troppo generoso. Buona lettura_Giuseppe Germinario

OLTRE LE CRITICHE DI MACRON ALLA NATO: UN CRESCENTE MALESSERE FRANCESE NEI CONFRONTI DELL’ALLEANZA

Istituto di ricerca sulla politica estera – Nota del 26 novembre 2019

Parlando, in un’intervista a The Economist , della “morte cerebrale” dell’Alleanza atlantica, il presidente Macron poteva sicuramente essere certo di provocare l’ira dei suoi omologhi europei. Se ha scelto di imbarcarsi in questo, è perché lo vede come una necessità urgente. A un anno dalle prossime elezioni americane e con l’affondamento della Brexit, si sta chiudendo una finestra di opportunità senza precedenti. Questo allineamento unico dei pianeti, che secondo la visione francese avrebbe dovuto finalmente portare i partner dell’UE sulla strada dell’autonomia strategica, non ha davvero dato i suoi frutti.

Peggio ancora, la maggior parte dei governi europei, confrontati senza mezzi termini alla realtà della loro dipendenza dagli Stati Uniti, sembrano preferire gesti di fedeltà discreta ma concreta nei confronti dell’America. Agli occhi di Parigi, è tutt’altro che logico. Ma, come giustamente ha detto l’ex consigliere di Tony Blair, Robert Cooper, a proposito di Europa e di autonomia: “il mondo non segue la logica, procede per scelte politiche” . Il presidente francese ha quindi deciso di esporre la scelta che attende gli europei secondo lui – per quanto “drastica” .

La minaccia che la Francia percepisce

Agli occhi di Parigi, anche se la possibilità di un disimpegno americano menzionata più volte dal presidente Trump avrebbe dovuto provocare uno slancio “autonomista”, la maggior parte dei partner europei preferisce piuttosto una tensione atlantista. L’alternativa era già stata esposta in un acceso scambio di opinioni presso il Centro europeo per le relazioni estere nel 2011, tra il britannico Nick Witney (ex direttore dell’Agenzia europea per la difesa) per il quale vige l’alternativa di avere una difesa europea autonoma oppure “vivere in un mondo guidato da altri “ e dal tedesco Jan Techau (direttore degli affari europei alla Carnegie Endowment), che vede nell’autonomia europea un ” villaggio Potemkin “che dovrebbe essere rimosso a favore di “un’intensa preoccupazione per il legame transatlantico” . Se la retorica europea nell’era di Trump a volte prende in prestito le arie della prima visione, le azioni, d’altra parte, vanno nella seconda direzione. Sulla NATO, in particolare, per placare il presidente Trump, gli europei sono pronti a far evolvere l’organizzazione in una direzione che, per loro, significa più abbandono e confinamento nella dipendenza.

(Credito fotografico: CNN)

Questa inclinazione è stata evidenziata in un esercizio di simulazione di alto livello, le cui conclusioni sono state pubblicate alla fine di settembre. L’ultimo Körber Policy Game , organizzato congiuntamente da un think-tank tedesco (lo stesso in cui il Segretario Generale della NATO ha pronunciato il suo discorso quando è stata pubblicata sulla stampa l’intervista al presidente francese) e il prestigioso IISS ( International Institute for Strategic studi) Britannici, in un consesso di esperti e funzionari di Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Stati Uniti. Divisi in squadre nazionali, si trovarono di fronte a uno scenario fittizio in cui l’America si ritira dalla NATO e alla sua partenza seguono molteplici crisi scoppiate nell’Europa orientale e meridionale. I risultati sono illuminanti. È emerso, tra le altre cose, che invece di raccogliere la sfida della propria sicurezza, “la maggior parte delle squadre” ha cercato piuttosto, inizialmente, di convincere gli Stati Uniti a tornare alla NATO, a spese di essa cedere a “concessioni prima inimmaginabili” . Ciò lascia pochi partner propensi alla visione “autonomista” sostenuta dalla Francia.

L’urgenza che prova Parigi

La scelta del momento non è banale. L’intervista a The Economist ha avuto luogo tre giorni dopo la conferenza stampa in cui Macron ha dichiarato di essere indignato per il modo in cui ha appreso, tramite tweet, del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, seguito dall’incursione turca nel Paese: “mette in discussione anche il funzionamento della NATO. Mi dispiace dirlo, ma non si può fingere ”. In realtà, per quanto spettacolare possa essere l’episodio siriano, è solo l’ultimo di una serie di atti, composta da sanzioni extraterritoriali, abbandono del trattato sul controllo degli armamenti, pressioni commerciali e altre decisioni unilaterali percepiti come umilianti dagli altri membri dell’Alleanza – tranne per il fatto che quest’ultimo incidente è avvenuto a malapena un mese prima della prossima riunione dei leader della NATO. Il timore di Parigi è che per convincere il presidente Trump, gli europei cederanno troppo su temi come la designazione della Cina come nuovo nemico comune , l’inclusione dello spazio tra i teatri delle operazioni della NATO o ancora l’accesso degli Stati Uniti ai programmi di armamento finanziati dall’UE con il denaro dei contribuenti europei.

In effetti, la Francia continua a sostenere una “rifocalizzazione” della NATO, in contrapposizione alla sua crescente pressione ai confini dell’UE. sforzi degli Stati Uniti dalla fine della guerra fredda hanno portato a “globalizzare” la NATO , in modo che il maggior numero di settori sono trattati nel quadro della NATO, che, come ha detto Joachim Bitterlich, ex consigliere del cancelliere Kohl: “gli americani si trovano in una situazione conveniente perché hanno l’ultima parola e tutto dipende da loro”. Precisamente, Parigi è preoccupata che su un numero crescente di dossier (oltre la Cina, lo spazio e gli armamenti, si tratta anche di cyber, energia, intelligenza), gli alleati europei – presi dal panico dalle ricorrenti minacce del presidente Trump di “moderare il suo impegno” – acconsentano al trasferimento di competenze nazionali e / o europee alla NATO. E lasciarsi bloccare ancora di più in una situazione di dipendenza.

Il bersaglio scelto da Macron

Non è un caso che al centro delle domande di Macron sull’Alleanza vi sia l’articolo 5 – quello che incarna la difesa collettiva, in altre parole il fatto che un attacco contro un alleato è considerato un attacco contro tutti gli stati membri. Tradizionalmente, è per non compromettere questa garanzia di protezione degli Stati Uniti che gli alleati europei fanno concessioni e testimoniano, come osserva Jeremy Shapiro, ex pianificatore e consigliere del Dipartimento di Stato americano, “di un patologico compiacimento e eccessiva deferenza “ verso gli Stati Uniti. Il paradosso, sotto il presidente Trump, è che evidenzia in maniera cruda e pubblica questa logica transazionale dell’Alleanza, mentre mette in dubbio ,ancora e sempre , le sue fondamenta. Per la Francia, è un vantaggio. Come lo ha dichiarato il ministro degli affari europei Nathalie Loiseau nel 2017: “Mentre le parole del presidente americano potrebbero aver creato una certa confusione riguardo al suo attaccamento all’Alleanza atlantica, l’interesse ad un’autonomia strategica dell’Unione. Europea è apparsa molto più chiaramente di prima a molti dei nostri partner europei. Ne eravamo convinti; altri lo sono molto di più oggi rispetto a ieri . 

Solo che gli atti non seguono. Emmanuel Macron ha quindi deciso di insistere sul fatto che “il garante di ultima istanza non ha più le stesse relazioni con l’Europa. Ecco perché la nostra difesa, la nostra sicurezza, gli elementi della nostra sovranità, devono essere pensati a pieno titolo ” . E il Presidente ha continuato: la NATO “funziona solo se il garante dell’ultima risorsa lavora come tale. Direi che dobbiamo rivalutare la realtà di cosa sia la NATO in termini di impegno degli Stati Uniti d’America ” . Alla domanda se “l’articolo 5 funziona” o no, ha risposto “Non lo so, ma che cosa sarà l’articolo 5 domani?” “ . Fare attenzione a specificarlo“Non è solo l’amministrazione Trump. Devi guardare cosa sta succedendo molto profondamente dalla parte americana . ” In realtà, ciò che dice non è né nuovo né eccezionale. La British Trident Commission , ad esempio, è giunta praticamente alle stesse conclusioni nel 2014. Composta, tra l’altro, da ex ministri della difesa, affari esteri e ex capo dello staff della difesa, fu incaricato di rivedere i meriti del rinnovo dell’arsenale nucleare del Regno Unito. Arrivarono alla spinosa domanda: “Possiamo contare sugli Stati Uniti per avere la capacità e la volontà di fornire  [protezione] indefinitamente, almeno entro la metà del 21 ° secolo?” “ E ha risposto che“Alla fine, è impossibile rispondere” . La differenza con Macron è che gli inglesi si preoccupavano principalmente di “non inviare un messaggio sbagliato sulla credibilità” della protezione americana, mentre il presidente francese desidera, al contrario, avvisare e provocare un soprassalto tra i suoi Partner europei.

La rinnovata visione francese

Nonostante le reazioni indignate di esperti e funzionari , le osservazioni del presidente francese erano tutt’altro che “bizzarre”. Al contrario, sono in linea con la tradizione gaullista-mitterandiana che Macron ha deciso di esporre già, davanti agli ambasciatori, nel suo ultimo discorso annuale . La chiave di volta di questa visione è sempre stata la nozione di sovranità – un termine che Macron pronuncia venti volte in The Economist. Questo ritorno alle basi richiede tre osservazioni. Primo: l’imperativo dell’autonomia non è mai stato diretto contro gli Stati Uniti. Nel pensiero francese, o manteniamo la nostra sovranità su qualsiasi paese terzo, oppure no. Se gli europei decidono di farne a meno in un caso, in particolare nei confronti dell’America, le matrici di soggiogazione che ciò implica (la perdita delle proprie capacità materiali e la mancanza di potere psicologico) le metteranno in balia di qualsiasi altro potere in futuro. In altre parole, non assumendo la sua piena autonomia, l’Europa diventerà, domani, una facile preda per chiunque. Come spiega Macron: “L’Europa, se non si considera una potenza, scomparirà” .

(Credito fotografico: Financial Times)

Secondo: nella visione francese, la sovranità, oltre ad essere un imperativo strategico, è anche una condizione sine qua non della democrazia. Senza indipendenza dalle pressioni esterne, ha poco senso votare per i cittadini. Macron ha chiaramente messo in luce questo legame intrinseco alla vigilia delle ultime elezioni europee: “Se accettiamo che altre grandi potenze, compresi gli alleati, compresi gli amici, si mettano in condizione di decidere per noi, la nostra diplomazia, la nostra sicurezza, allora non siamo più sovrani e non possiamo più guardare in modo credibile alle nostre opinioni pubbliche, ai nostri popoli dicendo loro: decideremo per voi, venite, votate, venite e scegliete. “ È la stessa idea che ha sostenuto davanti agli ambasciatori, ricordando loro: “È un’aporia democratica che consiste nel fatto che il popolo può scegliere sovranamente leader che non avrebbero più il controllo su nulla. E così, la responsabilità dei leader di oggi è di darsi anche le condizioni per avere il controllo sul loro destino . 

Infine: oltre questo ritorno all’essenza stessa del gollismo, l’intervista di Macron a The Economist segna anche il desiderio di riconnettersi con un atteggiamento, con un modo specificamente francese di fare diplomazia. Infatti, dal suo fragoroso rifiuto della guerra in Iraq, la Francia si è comportata come spaventata dalla sua audacia: aveva in parte abbandonato la sua posizione di “cavaliere solitario”, a favore della ricerca di compromessi e del cosiddetto pragmatismo . Senza molto successo. Il punto di forza della diplomazia francese è sempre stata la sua capacità di assumere una posizione chiara, affermare principi ovvi e tradurli in termini pratici con logica implacabile – al punto che i suoi interlocutori si sono trovati esposti, di fronte alle loro incoerenze. . Questo è esattamente ciò che Macron sta cercando di fare ora riguardo alla NATO. Di fronte alla palese umiliazione da parte dell’amministrazione Trump, deplorare pubblicamente la loro situazione di dipendenza. Il presidente francese li chiama quindi, semplicemente, a “trarne le conseguenze” .

Il testo è la versione originale dell’articolo originale: Hajnalka Vincze, Beyond Macron’s Sovversive NATO Commenti: France’s Growing Unease with the Alliance , Foreign Policy Research Institute ( FPRI ), 26 novembre 2019.

La constatazione del multipolarismo, con Piero Visani

La gran parte dei paesi emergenti e degli stati egemoni stanno constatando l’affermazione del multipolarismo. Alcuni, in primo luogo gli Stati Uniti, sembrano ancora incerti se prenderne atto o tentare il ripristino di una condizione unipolare. Parlare di incertezza è però un eufemismo. Da quelle parti lo scontro politico sta assumendo toni sempre più feroci, destinati ad assumere forme drammatiche in caso di vittoria di Trump. Una vittoria della componente conservatrice, per meglio dire demo-conservatrice, rischia di ricacciare la politica estera americana nell’avventurismo più bieco. Altri paesi al contrario sono fautori sempre più convinti della condizione multipolare. Nel mezzo alcune potenze regionali cercano di approfittare con spregiudicatezza degli spazi offerti dalla competizione sempre più accesa. Solo l’Europa, in essa in particolare la Germania e soprattutto l’Italia, appare riottosa a prendere atto della svolta. I paesi europei, dibattuti tra velleità di potenza e remissività supina, sempre però all’ombra dell’egemone d’oltreatlantico, sembrano vivere in un limbo di nostalgia destinato ad essere loro fatale. I tempi stringono. Qui sotto le considerazioni amare e realistiche di Piero Visani, uno studioso e un commis che come pochi conosce molto bene limiti, tanti e virtù, poche, della nostra classe dirigente. Buon Anno e buon ascolto_Giuseppe Germinario 

Il recupero dello spirito dei Tory, di Grey Connolly

Qui sotto un articolo molto significativo che offre una chiave interpretativa originale dell’esito delle elezioni britanniche e della scelta dirimente, oggetto centrale del contenzioso politico, della Brexit- Il testo offre spunti particolarmente interessanti per spingere anche in Italia ad una analisi della trasformazione delle correnti politiche che rifugga dall’ostinata collocazione della totalità di esse nei vecchi parametri di destra/sinistra degli ultimi tre decenni. Una dinamica particolarmente difficile da decifrare per le grette ambiguità e la scarsa consapevolezza di classi dirigenti italiche così timorose e inette nell’affrontare gli scenari geopolitici e i problemi interni al paese da nascondere i termini sostanziali del contenzioso sul tappeto. Un atteggiamento che impedisce di cogliere le possibilità di costruzione di un blocco sociale e politico alternativo sufficientemente ampio e maggioritario e di comprendere la natura del dibattito sia pure sotto traccia in corso in particolare nelle formazioni politiche riemerse o emerse negli ultimi tempi come la Lega e il M5S. Una scarsa lungimiranza che sta portando alla crisi e relegando alla insignificanza le nasciture formazioni che continuano a fibrillare nel cosiddetto bacino sovranista_Giuseppe Germinario

Il recupero dei Tory

Grey Connolly

“Signori, il partito Tory, a meno che non sia un partito nazionale, non è niente.” —Benjamin Disraeli

Nella sua ultima campagna nel 1951, il Primo Ministro laburista, Clemente Attlee, concluse il suo discorso alla conferenza laburista citando il Gerusalemme del poeta William Blake:

Non smetterò di combattere mentalmente,
Né la mia spada dormirà nella mia mano:
Finché non abbiamo costruito Gerusalemme,
Nella terra verde e piacevole dell’Inghilterra.

Mentre Attlee si accingeva a perdere l’incarico a favore di Winston Churchill nel 1951 – il Labour sarebbe rimasto senza potere per 13 anni – è stato il Labour di Attlee che ha costruito gran parte dello stato britannico su quello che il governo di Churchill in tempo di guerra (in cui Attlee aveva servito come ministro) aveva creato durante la seconda guerra mondiale.

Clemente Attlee e il suo governo laburista avevano arruolato la Gran Bretagna nella NATO, costruito un’arma atomica britannica, sostenuto le cause del mondo libero in Grecia e Corea del Sud e costruito gran parte dell’establishment della sicurezza e dell’intelligence alleata che, fino ad oggi, attraversa il globo. Anche il peggior critico riconoscerebbe il ruolo svolto nella creazione della Gran Bretagna moderna da Clement Attlee e, anche, dal suo segretario agli esteri, l’ex leader sindacale Ernest Bevin, che Churchill considerava il miglior laburista conosciuto nella sua vita. Come Margaret Thatcher direbbe di Attlee, ‘Ero un suo ammiratore. Era un uomo serio e un patriota. Era tutto sostanza e niente spettacolo. ‘ L’altra creazione di Attlee – che, va notato, era sostenuta sia dai conservatori che dai liberali (il progenitore del SSN, Sir William Beveridge, era lui stesso un liberale) – era il National Health Service, che nessun politico britannico attenta se non al rischio della propria carriera politica.

Se Churchill e lo spirito di sfida a Dunkerque e alla Guerra Lampo si aggirano sempre dal lato conservatore della politica, mettendo in ombra lo stigma dell’appagamento di Chamberlain, così lo spirito pervade il governo di Major Attlee, timido avvocato e coraggioso e dignitoso veterano di Gallipoli e del fronte occidentale, che guidò una Gran Bretagna formalmente vittoriosa attraverso la sostanza di un austero dopoguerra.

Cito Attlee e Churchill, ma dovrei anche menzionare l’ex primo ministro Harold Macmillan, uno degli ultimi grandi del partito Tory. A modo loro, tutti e tre gli uomini sono stati gli ultimi veramente britannici tra i recenti primi ministri: tutti avevano condiviso le esperienze formative delle trincee della Grande Guerra, tutti erano rimasti inorriditi dalle conseguenze di quella guerra e quindi dagli effetti della depressione sulla società britannica, ciascuno aveva ricoperto i ruoli più critici nel secondo sforzo di guerra della Gran Bretagna, e tutti furono, fondamentalmente per il nostro tempo, o profondamente contrari alla Gran Bretagna che si impigliava nel progetto europeo o, nel caso di Macmillan, fingevano semplicemente di essere entusiasta.

Nel mentre, in questo 2019, questi uomini potrebbero apparire come fantasmi di un passato lontano, la verità è che questi tre uomini e le loro eredità non sono mai stati così rilevanti negli ultimi tre anni dal referendum sulla Brexit, in particolare in questi ultimi giorni, dal terremoto elettorale del 12 dicembre. Prendendo in prestito da Sir Isaac Newton, se Boris Johnson ha visto più avanti di qualsiasi altro nel futuro elettorale, è perché Johnson era disposto a guardarsi indietro e quindi poggiarsi sulle spalle di giganti come questi tre uomini.

Bisogna dirlo, gli inglesi sono sempre stati i più strani e diffidenti riguardo il progetto europeo. Gli inglesi avevano combattuto Napoleone, il Kaiser e i nazisti, in lunghe guerre, e avevano mantenuto un impero globale sul quale, si diceva, il sole non tramontava mai. L’Unione europea era, al contrario, una confederazione formata dai francesi e dai tedeschi – i vecchi nemici – e, con loro, da quelle “nazioni” che erano state le loro conquiste storiche. Gli inglesi non si erano mai arresi a Parigi e a Berlino e, nel corso dei secoli, avevano sempre combattuto contro di loro, con le parole di Churchill, “se necessario, da soli”. La consapevolezza britannica di se stessa fu forgiata nella dura sfida con i nemici continentali e con i loro sconvolgimenti: un duro Tommy agita perpetuamente il pugno, con aria di sfida, contro il nemico storico. Quindi, in termini storici, la questione elettorale, specialmente dopo il congedo del 2016, riguardava sempre la nazione britannica, questi “isolani offshore”, la loro storia e il loro futuro.

Le elezioni generali del 2019 sono state, quindi, più rilevanti della fortuna di qualsiasi singolo politico, e certamente non sono state decise dalla biografia di una sola persona, nemmeno da una figura controversa come il leader laburista, Jeremy Corbyn. La sua biografia colorata o sovversiva, a seconda del punto di vista, era ben nota nel 2017, quando Corbyn ha fatto molto bene alle elezioni britanniche in cui, secondo la saggezza convenzionale, non era selezionabile. Tutti sapevano tutto di Corbyn il radicale nel 2017 eppure milioni avrebbero votato ancora per Corbyn e il suo partito. Non c’era nulla che impedisse a Corbyn di fare altrettanto bene nelle elezioni generali del 2019.

No, ciò che è cambiato negli ultimi due anni è stato il cambiamento sia dei conservatori che dei partiti laburisti. I Tories sono tornati alle loro posizioni storiche di sostegno alla società del dovere e all’opposizione a un progetto europeo “straniero”, mentre il Labour ha cessato di puntare ai voti della sua gente, come Corbyn sembrava aver promesso nel 2017, e invece ha puntato al “New Labour “per strattonare indietro il partito e guidarlo verso la destinazione preferita della” terza via “blairiana: la Gran Bretagna come solo un’altra stella sulla bandiera europea. In qualche modo il partito che Corbyn ha conquistato nel 2015 ha voltato le spalle, ancora una volta, non solo alla fiera tradizione orgogliosa e elettoralmente proficua di Attle, ma, sulla questione stessa dell’Europa, allo stesso Corbyn, per tornare invece, ancora una volta, per ragioni che nessuna persona ragionevole può articolare, al partito londinese di Tony Blair.

Dal 2017 in poi, con, prima, Theresa May e poi Boris Johnson, i conservatori, infine, hanno voltato le spalle agli eccessi di Thatcherismo degli zombi e alle infiltrazioni liberali degli anni ’80, per riportare i Tories dove un tempo si trovavano come un partito naturale di governo per la maggior parte dei britannici. Sia May che Johnson sono animali politici – sono ex studenti politici e non veri credenti – e non sono altri Churchill. Ma erano entrambi abbastanza esperti da sapere che la vecchia filosofia Tory – l’etica di Pitt e Wilberforce, che avevano resistito a Napoleone e abolito la tratta degli schiavi, e il Torismo di ” una unica nazione ” di Disraeli, che aveva dato il voto al lavoratore —È stato quello con il più ampio richiamo storico e che, una volta fatto la campagna, aveva, prima di Heath, Thatcher ed Europa, assicurato un’egemonia conservatrice sui banchi della Camera dei Comuni. Con il Whiggismo di Thatcher e John Major esorcizzato, si potrebbe vedere il rilancio dell’ideale di “Red Tory”, in particolare nella frase di maggio, “Riusciamo o falliamo insieme”.

Allo stesso tempo, anche il partito Labour parlamentare britannico era cambiato e divenne un partito del “remain”. Il Labour che diventava un partito del “remain” era, semplicemente, un disastro moralmente, oltre che un disastro a livello elettorale. I minatori di Durham, per tutta la loro storia e fatica, non potevano mai, secondo la stima del New Labour, importare tanto quanto le classi generose della City, un calcolo che, se fatto in tutto il Regno Unito, avrebbe portato alla rovina nelle urne .

Guardando alla storia del Labour, anche il peggior critico di Jeremy Corbyn ammetterebbe che i suoi vecchi predecessori della sinistra, come Hugh Gaitskell e Tony Benn, qualunque cosa avessero sbagliato, avevano ragione di opporsi all’entrata britannica e quindi all’adesione all’Unione Europea, la Comunità e Unione Europea. Gaitskell riconobbe, giustamente, che l’adesione al progetto europeo sarebbe stata la fine della sostanza di uno stato-nazione britannico, mentre Benn, più chiaramente, vide l’ovvio problema posto dalla Gran Bretagna che si univa a qualsiasi istituzione in cui il popolo britannico non poteva liberarsi dei loro presunti governatori. Che gli ultimi tre anni di ostruzionismo di Bruxelles e dei rimanenti abbia visto adempiere le loro profezie è semplicemente la più amara delle ironie.

Quindi, al momento del circo di Westminster fatto di ostruzione e contenzioso sulla Brexit nel 2019, quello che si vedeva era un partito Tory che cresceva solo nel suo appello alla centralità della Gran Bretagna, mentre il Labour si era progressivamente incastrato nel vicolo cieco del Remainerismo. Forse non sorprende che Corbyn non potesse vedere la trappola che aveva consentito al suo partito di organizzare per sé, pensando che l’approvazione sui social media del “Westminster Village” avrebbe superato l’ovvia richiesta, specialmente nelle aree di dissenso del Labour, per la partenza britannica dall’Unione Europea. Le vittorie del partito Brexit di Nigel Farage alle elezioni europee di maggio sono state un messaggio che il nuovo partito laburista riteneva di poter ignorare. Quel Farage stava ottenendo il sostegno nelle stesse aree della Gran Bretagna in cui l’eredità di Attlee era ed è più apprezzata; un evidente presagio del destino elettorale volutamente ignorato da un media privo di cognizione.

Il risultato della ribellione elettorale del 12 dicembre è che i Tories hanno infranto il “Muro rosso” settentrionale e conquistato seggi nel nord del Galles e di Inghilterra che, finora, non sono mai stati o quasi mai rappresentati se non dai laburisti. Non si trattava solo di un’elezione, ma di una ribellione contro un’istituzione politica che aveva trascorso più di tre anni nel tentativo di negare la Brexit che 17,4 milioni di britannici (di ogni classe e provenienza) avevano sostenuto con i loro voti.

I conservatori di Boris Johnson hanno ora una schiacciante maggioranza parlamentare e un mandato rinnovato – il terzo dopo il referendum del 2016 e i Tories vincitori delle elezioni generali del 2017 su una piattaforma di congedo – per portare la Gran Bretagna, finalmente, fuori dall’Unione Europea. Ciò che della sovranità britannica è stata persa in quasi 50 anni fa sarà ora recuperata. Resta la sfida dei conservatori di riunire il Regno Unito, di ricucire le ferite dell’Unione britannica e, inoltre, di garantire che la frangia celtica britannica, così alienata da un’élite londinese e da un’economia finanziaria, ritenga che le loro legittime lamentele vengano affrontate all’interno dell’Unione britannica. Come Disraeli, il fondatore del moderno partito Tory, ha giustamente osservato: “Non c’è nulla di meschino, gretto o esclusivo nel vero carattere del Toryismo. Dipende necessariamente da simpatie allargate e aspirazioni nobili, perché è essenzialmente nazionale “.

Considerando più a lungo, tuttavia, il futuro dei Tories come movimento politico, è il caso che, almeno dalla Rivoluzione francese, la ragion d’essere del conservatorismo in tutto il mondo di lingua inglese era e rimane l’utilizzo della legge e del potere dello stato per aiutare a conservare e tenere insieme la società costituente. Non si tratta solo di rendere giustizia, ma di riconoscere la realtà che le ingiustizie irrisolte e i sistemi truccati seminano semplicemente i semi del disordine futuro.

A tal fine, è giunto il momento che Tories (non solo nel Regno Unito, ma in tutto il mondo di lingua inglese) deplori, ancora una volta, la distruzione spesso sfrenata delle comunità ad opera del capitalismo e, nelle parole di una generazione Tory più anziana, ripudiare gli aspetti spiacevoli e inaccettabili del capitalismo. In breve, è passato molto tempo per scacciare i Whigs e le loro repellenti perversioni ed egoismi dai ranghi della Destra. La missione di Tory è, ancora una volta, far rispettare lo stato di diritto, garantire la sicurezza e la solvibilità dello stato-nazione e, ancora una volta, inclinare la cultura e i suoi costumi a favore di ciò che rende una vita fiorente e virtuosa, come soprattutto a migliorare la vita delle classi lavoratrici, medie e, soprattutto, regionali e rurali. È tempo che un toryismo di ” noi” sostituisca l’insidioso Whiggism di ” me” .

A distanza di un secolo, possiamo vedere che il socialismo è stato provato e ha fallito, e dovremmo anche ammettere, con la fine della “post guerra-fredda”, che anche il liberalismo è stato provato e ha fallito. Tra i popoli di lingua inglese, in particolare, il socialismo e il liberalismo, nella loro avarizia e laicità, sono credenze estranee. Entrambi erano credi di minoranze rumorose ma piccole, che cercavano di usare la legge e lo stato per attuare il loro utopismo – sia di guerra di classe che di indulgenza individuale – ai danni di famiglie e comunità che desideravano controllare i propri destini e vivere la propria vita.

Insomma, la lezione delle convulsioni elettorali degli ultimi anni non riporta a Destra o Sinistra, o semplicemente insider contro outsider, ma, più semplicemente, che la nazione conta più delle astrazioni liberali. E quindi che l’abbraccio bipartisan del liberalismo – da Thatcher a Major a Blair a Brown a Cameron – aveva portato a società grossolane, e in una frase, perennemente in pericolo di “disgregazione”. Il problema non è risolto da più statalismo ma da un senso di solidarietà comunitaria: l’idea biblica che abbiamo doveri, diritti, obblighi e libertà, che siamo concittadini della res publica insieme, che siamo, infatti, custodi di nostra sorella e nostro fratello.

È opportuno, quindi, finire, come ho iniziato, con la citazione di Gerusalemme di Attlee. Sarebbe difficile immaginare un leader laburista, in particolare di stampo Blairista del brutto “terzo wayism”, sapendo chi era William Blake o quali domande Blake poneva nella sua poesia, figuriamoci seguendo l’esempio di Attlee. Le domande dei liberali moderni sono molto più “razionali”: che cos’è ” moderno “? Cosa è ” progressivo “? Cosa penseranno gli altri di noi? La protesta di Blake di due secoli fa contro la distruzione della Gran Bretagna tradizionale da parte della rivoluzione industriale sembra quasi singolare per il liberale moderno, sempre desideroso di seguire il “progresso” ovunque il suo zeitgeist porti, qualunque sia il costo.

Eppure la poesia di Blake sarebbe diventata, nel secolo scorso, l’inno nazionale cantato da così tanti perché è stato reso popolare e messo in musica da Sir Hubert Parry nel 1916 durante il momento più critico del trauma della Grande Guerra. Le parole di Blake, scartate ai suoi tempi, sarebbero diventate l’inno nazionale britannico, cantato in chiese, scuole, campi da calcio e in lontani teatri di guerra. La popolarità e la longevità dell’inno di Blake e la sua determinazione a recuperare ciò che era stato perso, parla di un antico desiderio britannico di ” casa “.

Quando questa storia recente e queste elezioni sismiche, a un secolo dalla Grande Guerra, guardando al futuro, le vecchie domande si erano sempre presentate al popolo britannico: quali saranno le relazioni britanniche con l’Europa? E come preservare il meglio e riformare il peggio di “casa” propria? Dopotutto, esiste una società contraria al Thatcherismo, e ci sarà ancora uno stato-nazione indipendente contro la Terza Via?

Per il prossimo futuro, la prima domanda è stata risolta dagli elettori, mentre la seconda è nelle mani del nuovo parlamento a maggioranza conservatrice.

L’ultima domanda – che dire di noi? – rimane la più interessante su cui riflettere. I proclami mentali di cui parla Blake saranno traditi per compromessi rassicuranti? Le spade dormiranno in mani troppo timide per combattere buoni combattimenti? Gerusalemme sarà costruita in terre verdi e piacevoli? Tutte queste domande eterne attendono ancora le loro risposte.

Grey Connolly è avvocato e scrittore di Sydney.

https://meanjin.com.au/blog/the-tory-restoration/?fbclid=IwAR1LHNri9iEApLZIZsDeGNtk7ePI9y_zlSJpWTc7LZVLTCMj9SM1py_I54A

ARIANE 6: L’INIZIO DELLA FINE PER L’INDUSTRIA SPAZIALE EUROPEA?, di Hajnalka Vincze

ARIANE 6: L’INIZIO DELLA FINE PER L’INDUSTRIA SPAZIALE EUROPEA?

Nota IVERIS – 01 gennaio 2016
Studio e analisi

Hajnalka Vincze

Una risorsa strategica per eccellenza, il lanciatore Ariane è il simbolo stesso dello spazio Europa. Fatto piuttosto raro, è un successo politico, tecnologico e commerciale. Tuttavia, oggi rischia di essere svilito, a seguito di un trasferimento senza precedenti di controllo e poteri dallo Stato ai produttori privati.

 

Il progetto del nuovo lanciatore, successore dell’attuale Ariane 5, è stato approvato nel dicembre 2014 dai ministri europei. Per affrontare la concorrenza internazionale, in particolare l’American SpaceX e i suoi lanci a basso costo, hanno accettato, dalla A alla Z, un progetto proposto dagli industriali. Piuttosto che favorire l’innovazione tecnologica, questo progetto si basa sul controllo di questi ultimi su tutto il settore. Prevede una riorganizzazione-privatizzazione dall’alto verso il basso per avvicinarsi a un modello, presumibilmente più competitivo, importato dagli Stati Uniti; ma senza la garanzia di impegni statali che, in realtà, lo fanno vivere dall’altra parte dell’Atlantico.

In tal modo, i governi europei, principalmente la Francia, stanno assumendo seri rischi. Oltre agli aspetti finanziari (che fanno apparire lo spettro di un’immensa cattiva gestione), è soprattutto la modifica dell’equilibrio di potere tra industriali e autorità pubbliche che si prospetta molto problematica. Fornire le chiavi di questo programma altamente strategico agli industriali come Airbus, con scopi dubbi e fedeltà malleabile, mostra, da parte dello Stato, un atteggiamento quanto meno irresponsabile.

Presupposti sbagliati

Innanzitutto si deve notare che il razzo, così come la società che lo gestisce e lo commercializza, Arianespace, è un successo indiscusso e indiscutibile. Nelle parole di Stéphane Israël, CEO di Arianespace, recentemente ascoltato al Senato, Ariane è “sul punto di battere un doppio record operativo e commerciale”, pur essendo un orgoglio europeo e nazionale, avendo come compito principale ” garantire un accesso europeo indipendente allo spazio ”. Sorprendentemente, in questi giorni, il signor Israël non dimentica di ricordare lo sforzo collettivo dietro questi straordinari risultati. Alcuni mesi prima, davanti ai deputati, aveva sottolineato che “i sistemi di lancio che la società gestisce, in particolare Ariane, non esisterebbero senza la volontà e gli investimenti pubblici. Quindi questo razzo è anche un po’ tuo. ”

Tuttavia, è chiaro che la decisione dei governi europei riguardo al proseguimento dell’avventura solleva più domande di quante ne risolva. La causa è semplice: partono da ipotesi ideologiche piuttosto che attenersi ai fatti e preferiscono guadagni commerciali immediati (altrimenti incerti) alla strategia e alla visione politica a lungo termine. Le due fonti d’ispirazione alla base di questa scelta, approvata nel dicembre 2014 dai ministri dell’Agenzia spaziale europea, erano la Germania e i produttori stessi. Come ha spiegato all’epoca il ministro Fioraso, fu Berlino a sostenere “una maggiore integrazione industriale, una maggiore assunzione di rischi da parte dell’industria”, sostenendo che “se l’industria correre più rischi, è normale che essa partecipi alla concezione e alle strategie

 

Gli industriali lo stavano aspettando. Avevano persino sopravanzato i governi e le agenzie spaziali. Airbus, l’appaltatore principale, e Safran, il produttore di motori, avevano lavorato nel massimo segreto, per mettere le autorità pubbliche davanti al fatto compiuto, presentando il loro progetto nel giugno 2014. Oltre al design del razzo, hanno annunciato la loro intenzione di unire le loro rispettive risorse, creando una joint venture. Tutto ciò accompagnato da una condizione considerevole: la vendita delle azioni del governo francese in Arianespace. Due settimane dopo, lo stesso François Hollande dà il via libera, durante una colazione che riunisce tutti i principali attori al palazzo presidenziale.

La joint venture Airbus Safran Launchers (ASL) d’ora in poi avrà autorità sui lanciatori in tutti i segmenti. Oltre allo sviluppo attuale, questo include quindi il design (finora la prerogativa delle agenzie, ora ridotta alla definizione delle linee principali), nonché il marketing. Ecco che a giugno 2015 il governo francese, infatti, ha ratificato la vendita del 34% di Arianespace detenuta da CNES ad ASL, quest’ultima diventando così il maggiore azionista con il 74% del capitale. Ricordiamo ancora una volta che sullo sfondo di questa ristrutturazione-privatizzazione senza precedenti ci sarebbe la volontà di “ottimizzare” il settore al fine di ridurre i costi, per affrontare la sfida della concorrenza internazionale.

Paradossalmente, i punti interrogativi sul futuro di Ariane sono meno legati alla concorrenza globale che alle scelte fatte presumibilmente dai governi europei per farvi fronte. A un esame più attento, il tanto temuto American SpaceX non sembra di per sé causare un pericolo esistenziale per Ariane. Pur riconoscendo i talenti del suo creatore Elon Musk (gli dobbiamo anche il servizio di pagamento online PayPal e le auto elettriche Tesla), va sottolineato, come ha fatto l’amministratore delegato di Arianespace, che le principali attività di SpaceX vivono del pubblico, nella misura in cui il sostegno indiretto da parte del governo federale è molto vantaggioso, sia in termini di mercato vincolato (garanzie per lanci nazionali) sia in termini di prezzo.

In effetti, per citare l’ex segretario di Stato responsabile del fascicolo, “le autorità pubbliche americane sono molto coinvolte”. E Geneviève Fioraso ha dichiarato che “la NASA sta acquistando a $ 130 milioni da SpaceX ciascun volo che la compagnia venderà per $ 60 milioni nelle esportazioni. Puoi chiamarlo supporto ma è dumping! Curiosamente, il capo di Airbus Group, ignora completamente questo aspetto quando dice che vuole prendere ispirazione da SpaceX, lodando in particolare il loro “dinamismo”. Fedele al suo dogma liberal-atlantista, Tom Enders ha utilizzato SpaceX per chiedere una completa ristrutturazione del settore con, di conseguenza, più potere per gli industriali e la riduzione del campo di controllo delle autorità pubbliche.

Incertezze persistenti

La riorganizzazione in corso non è senza difficoltà e comporta serie incertezze per Ariane. Tanto per cominciare, l’annuncio fragoroso del lancio del nuovo programma e il conseguente contratto quasi oscurava il fatto che i tedeschi avevano ottenuto un momento di riflessione (va / no, in altre parole semaforo verde). o stop), a metà 2016. Tuttavia, se Berlino è stata la grande sostenitrice dell’opzione “industriale” scelta per Ariane 6 (ristrutturazione-privatizzazione piuttosto che innovazione tecnologica), è soprattutto perché considera il progetto da un punto di vista mercantile. È probabile che il suo supporto evapori se, invece della prevista riduzione dei costi del progetto, l’operazione termina, il che è molto probabile, aumentando i costi.

Oltre alla proliferazione di fatture impreviste presentate dai produttori, l’altro punto interrogativo a livello finanziario riguarda le possibili riserve di clienti attuali e potenziali. In effetti, i produttori di satelliti rivali di Airbus (uno dei rami di attività della società) potrebbero non apprezzare troppo questa nuova disposizione. Il Gruppo Airbus vuole essere rassicurante: per loro “il nostro obiettivo è vendere il maggior numero possibile di lanciatori, incluso il lancio dei satelliti dei nostri concorrenti. Niente giustifica la minima preoccupazione al riguardo ”. Finché i clienti condividono questo sentimento. Perché anche se promettiamo loro una divisione impenetrabile tra satelliti e razzi fatti in casa, è difficile impedire che una volta o l’altra sorgano dubbi.

Per finire, oltre alla commercializzazione dei razzi, Arianespace svolge anche una funzione di competenza che gli consente di accedere a informazioni tecniche riservate dei produttori di satelliti rivali di Airbus. Prima del lancio, la procedura “prepara analisi di missione, che mirano in particolare a garantire che il lanciatore sia compatibile con il satellite che dovrà mettere in orbita”. Ciò richiede una conoscenza esatta dei dati tecnici dei satelliti. Per l’amministratore delegato di Arianespace, una divisione tra le due funzioni (commerciale e di competenza) sarebbe inconcepibile, dal momento che i due insieme rendono il successo dell’azienda, posizionando Arianespace come garante della massima affidabilità del razzo. Resta da vedere come la nuova joint venture si destreggerà tra questi diversi aspetti.

A queste domande di natura finanziaria e commerciale si aggiungono questioni politiche. Non sorprende che il primo riguardi l’annosa questione della preferenza europea. In altre parole, se i governi del vecchio continente sarebbero finalmente pronti a impegnarsi a favorire i propri prodotti, come fanno e giustamente gli Stati Uniti. Per Ariane 6, saranno garantiti solo cinque lanci istituzionali, secondo il ministro. Certo, ci sono gli stessi numeri di oggi, ma “questo significa tacitamente che ogni paese membro accetta il principio della preferenza europea. Non puoi scrivere l’obbligo, a causa delle regole europee ”.

L’amministratore delegato di Arianespace ha voluto vedere lì, a maggio, “una sorta di” Buy European Act “, sapendo che il nostro concorrente americano beneficia già, nel frattempo, di un mercato garantito negli Stati Uniti: la legge americana richiede che I satelliti americani vengono messi in orbita da un lanciatore costruito principalmente negli Stati Uniti. “Cinque mesi dopo, ha dovuto affrontare i fatti:” Oggi, il “Buy European Act” non esiste. È vero che gli stati europei possono scegliere un lanciatore diverso da quelli di Arianespace ”. Quello che fanno, infatti, senza remore. Come la Germania, che non ha esitato ad affidare a SpaceX il lancio di alcuni dei suoi satelliti.

Tuttavia, avverte il ministro francese: “Se non saremo la riserva dell’Europa, ci indeboliremo e, alla fine, perderemo il settore dei lanciatori europei. E oltre a ciò, stiamo perdendo il nostro vantaggio competitivo nelle telecomunicazioni, in termini di accesso a dati scientifici, ambientali, climatici e di sicurezza e difesa. Ma come ci si può aspettare che i governi giochino la carta dell’Europa in termini di lancio se anche Airbus non lo fa? Il gruppo, che ora avrà il controllo sull’intero settore e quindi rivendica la garanzia di cinque lanci istituzionali, ha voluto affidare al suo concorrente americano il lancio di un satellite per telecomunicazioni all’avanguardia dell’Agenzia spaziale europea (ESA), semplicemente per renderla più conveniente …

Abbandoni colpevoli

Inizialmente, l’attuale riorganizzazione è stata presentata come conforme a due criteri di base. Da un lato, la necessità di ridurre i costi, attraverso una maggiore responsabilità da parte dei produttori, dall’altro il mantenimento, comunque, della posizione degli Stati. Su quest’ultimo punto il Ministro Fioraso è stato molto chiaro: “Lo Stato rimarrà presente nella governance e controllerà”. Solo che il perimetro di questa presenza si ritrae come una pelle di zigrino, portando sulla sua scia il potere del controllo. Per il CEO di Arianespace, “i giocatori di minoranza che rappresentano un legame con i governi (…) devono ricevere garanzie”. In altre parole, questo non è immediatamente il caso.

Anche la questione dei costi rimane opaca. Se gli industriali affermano di correre più rischi, questo è lungi dall’essere ovvio. Per cominciare, non sappiamo ancora chi sarà responsabile di eventuali guasti. Tuttavia, secondo Stéphane Israël, “nulla costa più di un fallimento ed è importante specificare gli impegni reciproci”, ma “ad oggi, nulla è congelato come evidenziato dalle discussioni in corso tra l’Agenzia spaziale europea e Airbus Safran Launcher ”. Inoltre, i produttori continuano a rosicare il lato finanziario dell’accordo. Come sottolinea Michel Cabirol de La Tribune, a volte chiedono un’estensione di un miliardo, a volte si rifiutano di contribuire al mantenimento in condizioni operative della piattaforma di lancio in Guyana, a volte chiedono per loro la totale gratuità dell’uso del Centro spaziale.

È chiaro che in quest’area altamente strategica, rischiamo di trovarci di fronte a uno schema stranamente simile a quello degli Stati Uniti. Un modello caratterizzato da grandi aziende private, supportato da immensi sprechi di fondi pubblici. Con la differenza che, a differenza del caso americano, le autorità pubbliche in Europa non possono nemmeno essere sicure, a lungo termine, della lealtà delle aziende che sostengono – in assenza di un gigantesco mercato pubblico che garantirebbe un lealtà di interesse e in assenza di norme europee vincolanti in grado di imporre, come dall’altra parte dell’Atlantico, lealtà giuridico-istituzionale.

A proposito di Ariane, va tenuto presente che il lanciatore condiziona la sostenibilità, la credibilità, la redditività / competitività e l’autonomia dell’intero settore spaziale. Ricordiamo le origini stesse della creazione di Ariane: nel 1973, non avendo a disposizione un lanciatore europeo, i francesi e i tedeschi dovettero chiedere l’elemosina agli americani per poter mettere in orbita il loro satellite per le telecomunicazioni. “Gli americani”, ricorda Frédéric d’Allest, ex direttore generale del National Center for Space Studies (CNES), ha dichiarato di voler lanciare Symphonie ma a condizione che si limitasse a funzioni sperimentali “. Approfittando del loro monopolio, gli americani hanno quindi vietato qualsiasi uso a fini commerciali.

Una vera umiliazione, secondo i testimoni dell’epoca; il diktat americano ha finalmente permesso di rimuovere gli ostacoli politici, tra gli europei, alla costruzione di questo formidabile strumento di sovranità che è il lanciatore di Ariane. In effetti, la lezione è stata chiara: senza un accesso indipendente allo spazio, semplicemente non esiste una politica spaziale. Oggi giocare all’apprendista stregone, effettuando una ristrutturazione in condizioni e con impegni opachi, a rischio di indebolimento della posizione dello Stato e a beneficio di industriali il cui passato, bilancio e profilo sono lungi dall’essere irreprensibili – ciò che merita almeno un dibattito …

https://hajnalka-vincze.com/list/etudes_et_analyses/365-ariane_6__le_debut_de_la_fin_pour_lindustrie_spatiale_europeenne_

patologie degli ..ismi, di Andrea Zhok

Dopo essere stata presa in giro sui social per mesi la definizione di “sovranismo psichico” ha l’onore di essere ospitata come voce dalla Treccani online.

Forse è il caso di smettere di ridere e di chiederci se ci siano ancora limiti che i poteri mediaticamente ed economicamente più influenti (l’establishment) considerano non sorpassabili, o se oramai siamo arrivati al punto in cui si ritiene che valga tutto, assolutamente tutto, pur di abbattere l’avversario.

Già, perché ospitare come voce accreditata una formula che è dimostrabilmente un’idiozia con finalità di lotta politica spicciola ricalca esattamente una delle dinamiche descritte da George Orwell, di confisca concettuale e assoggettamento culturale.
Da un lato le istanze del ‘politicamente corretto’ mettono fuori legge tutte le espressioni che suonano come critiche dell’opinionismo mainstream, e dall’altro vengono accreditate unità concettuali farlocche e strumentali come se fossero descrittori di natura scientifica.

Non basta dunque aver distorto pervicacemente la nozione di ‘sovranismo’, applicata originariamente in contesto francofono per le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.), trasformandola in un sinonimo di ‘nazifascismo’.

Ora si passa alla fase della patologizzazione del dissenso, che viene ridotto a categoria psichiatrica, a deviazione mentale.

Esaminiamo innanzitutto la definizione che ne viene data:
“Atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale.”

La prima cosa da osservare è che se togliamo l’aggettivo ‘presunto’, che insinua la natura illusoria, erronea del giudizio (per il loro ‘presunto’ punto di vista obiettivo), il resto della definizione rappresenta una descrizione che si attaglia a tutte le specie viventi, a tutte le unità culturali, istituzionali e statali di cui abbiamo contezza. Infatti la “difesa identitaria del proprio spazio vitale” è qualcosa che può valere per l’identità di un organismo rispetto a fattori esogeni che ne destabilizzano l’identità, così come per ogni unità politica nota. Anche la multiculturale e multinazionale Svizzera opera in forme che tendono a preservare la difesa identitaria del proprio spazio vitale: ha una Costituzione, dei confini, leggi comuni, regole che ne definiscono l’indipendenza da altre unità politiche entro uno spazio in cui vivono i suoi cittadini.

Salvo che per colonie, protettorati o entità politiche fittizie (come alcuni paradisi fiscali), nel mondo non esistono che unità politiche per cui è ovvio che la propria identità entro uno spazio vitale vada difeso.

Tutto il peso dello stigma nella definizione sta nel carattere di illusorietà (‘presunto’), che farebbe dell’ “atteggiamento mentale” una forma di delirio, di allucinazione malata.

Le citazioni che forniscono la campionatura d’uso dell’espressione sono in questo senso eloquenti.
La prima fa riferimento ad un atteggiamento ‘paranoico’, cioè appunto ad una categoria delirante; niente viene aggiunto al quadro, salvo il giudizio insindacabile del giudicante: si tratta di patologia mentale.
La seconda addirittura, secondo il canone retorico dello ‘strawman’, inventa di sana pianta una tesi che nessuno, neanche qualche ultras neonazi etilista, ha mai sostenuto (“vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi?”), per poter procedere alla liquidazione forfettaria di ogni richiesta di sovranità.

Ora, ciò che è particolarmente preoccupante in questo episodio di malcostume culturale è vedere l’abisso di malafede, arroganza e ignoranza in cui sguazzano soddisfatti precisamente quelli che sparacchiano accuse ad alzo zero di malafede, arroganza e ignoranza sui dissenzienti.
Siamo di fronte ad operazioni spudorate, prive di scrupoli, in cui vengono avvelenati i pozzi del dibattito pubblico da coloro i quali sono stati posti a guardia degli stessi.

E’ qualcosa che eravamo abituati a leggere nelle descrizioni sull’atmosfera di falsificazione culturale nella Controriforma tridentina o nella Restaurazione napoleonica, pensando che eravamo fortunati a vivere in un’epoca che li aveva superati. E ci ritroviamo oggi con i sedicenti portatori sani di ‘illuminismo’ a fare le stesse cose, ma con meno scuse.

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replica:

Treccani Buongiorno Thomas, innanzitutto ci teniamo a specificare che non tutti i fenomeni psichici sono fenomeni patologici (basti pensare ai sogni), quindi nell’espressione “sovranismo psichico” non ci sembra contenuta alcuna medicalizzazione del dissenso. Ma il punto più importante, quello che ci riguarda direttamente (perché l’espressione non l’abbiamo inventata noi, né la registrazione da parte nostra indica supporto a chi la utilizza), è un altro: nella schermata che riporti purtroppo non è possibile leggere l’intestazione, dalla quale sarebbe chiaramente leggibile la sezione del sito da cui è tratta, quella dei Neologismi.
Come ricorderanno in tanti, “Sovranismo psichico” era un’espressione contenuta in un rapporto Censis del dicembre 2018, che tanto rapidamente quanto brevemente si era diffusa nell’uso giornalistico. Parte del nostro lavoro è quello di tenere aperto un osservatorio sulla lingua italiana e sulla sua evoluzione, anche in quanto erratica e segnata da “mode”, come tutti i fenomeni umani.
Per intenderci, “sovranismo psichico” non è una voce enciclopedica né è un lemma entrato nel Vocabolario della lingua italiana. Citare come esempi d’uso il «Manifesto» o «Repubblica» non significa glorificarli, ma rilevare che hanno utilizzato il neologismo nell’accezione indicata dalla definizione.
Perché conservare in rete un’espressione che forse ha già esaurito la sua spinta? Intanto per agevolare chi la lingua la studia; e poi perché, a distanza di quasi un anno dall’introduzione di “sovranismo psichico” nel rapporto Censis, qualcuno potrebbe ancora utilizzarla e un lettore potrebbe domandarsi cosa significhi; troverebbe così una spiegazione sul nostro sito, senza dover rileggere tutti gli articoli dell’epoca.

Speriamo di aver chiarito l’equivoco e restiamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.

LA NATO STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ INCLUSIVA, di Hajnalka Vincze

Un bell’articolo dell’analista Hajnalka Vincze con il solo limite di enfatizzare un po’ troppo il ruolo autonomo, sia pure di retroguardia, della Francia quando appare evidente il tentativo, soprattutto a partire dalla Presidenza Sarkozy, di assumere la leadership europea di una organizzazione a trazione statunitense. E’ il segno, comunque che almeno in Francia esistono ancora forze strutturate che aspirano al recupero della autonomia politica_Giuseppe Germinario

https://hajnalka-vincze.com/list/notes_dactualite/573-une_otan_de_plus_en_plus_englobante/

LA NATO STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ INCLUSIVA

IVERIS – Nota del 18 ottobre 2019

Per più di venti anni, gli Stati Uniti hanno spinto a “globalizzare” l’Alleanza, sulla base del fatto che deve adattarsi a nuovi rischi e minacce se vuole, presumibilmente, “rimanere rilevante” (in altri parole: dimostrare la sua utilità per gli interessi americani e garantire, in cambio, il mantenimento dell’impegno americano nel vecchio continente). Dopo tutto, il ragionamento è logico. Solo che per gli europei porterebbe meccanicamente ad abbandonare tutte le loro politiche. La sfida è impedire, per quanto possibile, che la portata della giurisdizione dell’organizzazione si estenda ad altre aree (non militari) e altre aree geografiche (oltre l’area dell’euro -Atlantique).

L’esperienza dimostra che ciò sta esercitando un’enorme pressione sugli alleati affinché accettino le priorità degli Stati Uniti, ribadendo le loro argomentazioni, il loro approccio, i loro standard e, infine, abbandonando le proprie analisi e il proprio pensiero. Per gli europei, il proseguimento dell’estensione della competenza funzionale e geografica della NATO rischia di mettere definitivamente le loro politiche in settori come il cyber, l’energia, lo spazio e i poteri come la Russia, la Cina o il Medio Oriente su una traiettoria stabilita dagli Stati Uniti. Il loro spazio di manovra si restringerebbe singolarmente, con ripercussioni disastrose sia in materia diplomatica che economica.

La Francia ha avvertito il pericolo molto presto. Di fronte alla tentazione di espandere le competenze della NATO all’infinito (e di mordicchiare di conseguenza quelle dell’UE di conseguenza), continua a sostenere la “rifocalizzazione” dell’Alleanza. All’inizio del 2007 il Ministero della Difesa ha spiegato che la NATO fa cenno ai settori civili, o ai paesi partner in Asia e Oceania, e di sostenere quindi “un cambiamento nella natura dell’Alleanza” e  “obiettivo, sotto la guida degli Stati Uniti, per trasformare la NATO in un’organizzazione di sicurezza globale, sia geograficamente che funzionalmente “ . Ma per la Francia  “la NATO non dovrebbe diventare un’organizzazione che comprenda competenze disparate che non avrebbero alcun legame con il suo core business”[1] Allo stesso modo, il ministro Le Drian, parlando nel 2014 in un seminario della NATO, ha chiesto di  “focalizzare l’Alleanza sulla sua area di eccellenza” . [2]

Estensione geografica: moltiplicazione di partner e obiettivi

Di fronte agli incessanti sforzi della burocrazia della NATO di conformarsi il più strettamente possibile alle ingiunzioni statunitensi (con la discreta acquiescenza della maggior parte dei partner), la posizione dei francesi assume l’aspetto di una battaglia di retroguardia. La perdita della focalizzazione euro-atlantica, vale a dire il fatto che l’istituzione di partenariati e la designazione di avversari sta avvenendo su scala globale, fa parte della grande trasformazione postbellica. Come ha riassunto l’eccellente Jolyon Howorth  “di un’organizzazione il cui obiettivo iniziale era quello di garantire un impegno degli Stati Uniti per la sicurezza europea, [la NATO] è stata trasformata, quasi impercettibilmente, in un altro, il cui nuovo obiettivo è garantire un impegno europeo al servizio della strategia globale degli Stati Uniti “.[3]

Per gli europei, questa evoluzione amplifica due tipi di rischi: militare e diplomatico. Il generale de Gaulle aveva già messo in guardia dal pericolo di essere trascinato nelle avventure militari degli Stati Uniti. “In primo luogo, abbiamo visto che le possibilità di conflitto, e di conseguenza delle operazioni militari, si estendevano ben oltre l’Europa, e che c’erano tra i loro principali partecipanti all’Alleanza atlantica differenze politiche che potrebbero, se necessario, trasformarsi in divergenze strategiche .  [4] “I conflitti in cui l’America si impegna in altre parti del mondo, in virtù della famosa escalation, potrebbero essere così estesi che potrebbe emergere una conflagrazione generale. In questo caso, l’Europa, la cui strategia è, nella NATO, quella americana, sarebbe automaticamente coinvolta nella lotta anche se contraria alla sua volontà “ . [5]

Con la fine della guerra fredda, le divergenze politiche su entrambe le sponde dell’Atlantico si moltiplicano e si manifestano sempre più apertamente, prima sul fronte diplomatico. Questo è il famoso  “gap politico”  : gli interessi di europei e americani non coincidono, lungi da ciò, su molte questioni, che si tratti di Russia, Siria, Iran, Vicino Oriente, Artico, Cina o Africa. Accettare di formulare queste politiche all’interno della NATO, quindi sotto la tutela dell’America, significa accettare di bloccare le relazioni dell’Europa con altre potenze e altre regioni del mondo in una posizione di follow-up e allineamento sugli Stati Uniti. Come diceva con straordinario eufemismo, il ministro della difesa francese nel 1999: “È innegabile che l’Alleanza non è necessariamente la migliore entità per garantire all’Europa una voce più forte negli affari mondiali” [6]

(Credito fotografico: NATO)

In termini di propensione della NATO per i partenariati a tutto campo, il concetto sembra innocente a prima vista – ma ci sono alcuni seri pericoli. La diplomazia francese è sempre stata riservata in relazione ai progetti di “partenariato globale” che è, di fatto, l’associazione al lavoro della NATO di paesi geograficamente distanti dall’area euro-atlantica, ma contraddistinti dalla loro lealtà verso gli Stati Uniti. Oggi ci sono 42 paesi, tra cui Giappone e Australia, 5 con accesso a informazioni riservate dell’Alleanza (tra cui Giordania e Georgia). La riluttanza tradizionale della Francia può essere spiegata innanzitutto dal rifiuto di istituire una sorta di grande “alleanza di democrazie”. Che avrebbe, da un lato, la vocazione appena nascosta di sostituire le Nazioni Unite, e ciò stabilirebbe, d’altra parte, una logica da blocco a blocco tra l’Occidente e il resto del mondo. All’epoca il ministro Michèle Alliot-Marie ha denunciato il rischio “Per affrontare un brutto messaggio politico: quello di una campagna su iniziativa degli occidentali contro coloro che non condividono le nostre opinioni .  [7]

In effetti, la continua espansione della rete di partenariati fa parte di una logica di estensione degli avversari e dei teatri di potenziali operazioni. Non è un caso che firmando un accordo di partenariato rafforzato con l’Australia, il Segretario Generale dell’Alleanza abbia chiarito che l’obiettivo è gestire / contrastare l’ascesa della Cina [8]. Lo scorso gennaio, Foreign Policy ha pubblicato un articolo di Stephen M. Walt, uno dei teorici più rispettati delle relazioni internazionali, in cui ha scritto neo su bianco che per salvare la NATO  “gli europei devono diventare il nemico della Cina “[9] O chiunque sia indicato dagli Stati Uniti come principale oppositore del momento. Perché è sempre la stessa logica: per garantire le buone grazie di Washington e con il pretesto di “salvare” l’Alleanza, agli europei viene chiesto di allineare le loro politiche a quelle degli Stati Uniti. Va da sé che la NATO è il forum all-inclusive per svolgere questo lavoro di “coordinamento” tra gli alleati.

Estensione funzionale: dalla politica interna allo spazio

Su base regolare, i funzionari statunitensi lanciano anche “sfide” tematiche alla NATO per dimostrarne l’utilità e la pertinenza. Come il presidente Trump che lo ha definito “obsoleto” a meno che non diventi più attivo nella lotta al terrorismo. Con lo stesso spirito, dall’inizio degli anni 2000, abbiamo assistito a un’estensione totale delle aree di competenza dell’Alleanza. L’attenzione si è concentrata su energia e cyber, ma l’elenco delle possibili aree è praticamente infinito – come affermava Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale dell’Alleanza nel 2006:  “Praticamente tutti i problemi della società possono rapidamente trasformarsi in una sfida di sicurezza »[10] E questo è positivo, dal momento che, per Washington, è particolarmente importante ridurre al minimo il numero di argomenti su cui gli europei si consultano (all’interno dell’UE), senza il suo diretto controllo. Uno dei grandi vantaggi per gli Stati Uniti dell’ampliamento dell’ambito di competenza della NATO è il blocco / recupero delle iniziative dell’UE nelle aree di loro interesse.

Lo scenario è sempre lo stesso. Un soggetto viene proiettato, su iniziativa degli Stati Uniti, sullo schermo radar dell’Alleanza. Gli europei, i francesi in testa, sostengono che la NATO dovrebbe concentrarsi sul proprio core business e non avventurarsi nell’UE. Tuttavia, poiché è già all’ordine del giorno, gli alleati procedono a consultazioni. Arriveranno ad accettare l’inclusione del nuovo soggetto come una delle competenze dell’Alleanza, inizialmente in un modo attentamente circoscritto. La nuova competenza si limita principalmente alla protezione delle capacità proprie della NATO (infrastrutture, forze operative). Quindi, con il pretesto del “valore aggiunto” dell’Alleanza, l’Alleanza propone di sostenere un determinato Stato membro. L’argomento finirà per insinuarsi nella pianificazione della difesa, dove la definizione di “approccio coordinato” si baserà, ovviamente, sulle priorità degli Stati Uniti. La ciliegina sulla torta, le voci si alzeranno per inserire il nuovo campo tra quelle coperte dall’articolo 5. Così, il segretario generale Stoltenberg è stato in grado di dichiarare, lo scorso agosto, che un attacco informatico contro i computer del sistema sanitario britannico potrebbe innescare la difesa collettiva. [11]

(Credito fotografico: NATO)

La sicurezza energetica è un altro caso di studio. Nel 2006, al vertice di Riga, il presidente Chirac ha sottolineato chiaramente che  “la sicurezza energetica non era all’ordine del giorno e non doveva essere all’ordine del giorno della NATO. Quindi non ne abbiamo parlato .  [12] Tuttavia, in seguito al vertice, sono state avviate” consultazioni “. La Divisione Sfide per la sicurezza emergente ha una sezione dedicata alla sicurezza energetica già dal 2010 e due anni dopo è stato istituito un Centro di eccellenza per la sicurezza energetica della NATO. [13] Al vertice di Bruxelles del luglio 2018, i leader alleati, ansiosi di placare il presidente Trump, dichiararono che “Gli sviluppi energetici possono avere implicazioni politiche e di sicurezza significative per gli alleati”  e per questo motivo  “Riteniamo che sia essenziale garantire che l’Alleanza non sia vulnerabile alla manipolazione delle risorse energetiche a fini politici o di coercizione, cosa che rappresenta una potenziale minaccia. Gli alleati continueranno quindi a cercare di diversificare le loro forniture di energia. “ [14]Sarà solo una felice coincidenza che, per molti, ciò equivale ad acquistare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. [15]

Lo spazio è il prossimo nella lista. L’argomento è affrontato due anni fa in un rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO:  “Qualsiasi attacco ai beni spaziali di un alleato avrebbe un impatto sulla sicurezza di tutti gli altri. Deve quindi avere un approccio globale che gli consenta di proteggere i suoi interessi nello spazio. È anche indispensabile, dal punto di vista operativo, integrare lo spazio nelle strutture di pianificazione e comando della NATO. Infine, le esercitazioni della NATO dovrebbero includere scenari di guerra spaziale che comportano il divieto temporaneo o la disattivazione di risorse spaziali alleate.[16] Una delle decisioni attese al vertice di Londra del prossimo dicembre è proprio il riconoscimento ufficiale dello spazio come area di competenza e intervento per la NATO. [17] Se è concepito come “un dono a Trump” (ancora una volta, il famoso appeasement), è comunque gravido di conseguenze. La Francia, in particolare, vuole garanzie di comando (le sue capacità spaziali saranno poste sotto il comando NATO / USA in una situazione di crisi) e articolazione con l’articolo 5 (un attacco al satellite di uno dei paesi membri sarebbe in grado di attivare la difesa collettiva)? Ma, ancora una volta, va oltre l’essenziale: non appena lo spazio sarà riconosciuto come dominio della NATO, sarà un intero ingranaggio che verrà messo in atto.

A medio e lungo termine, l’Alleanza atlantica potrebbe essere tentata di avventurarsi ulteriormente nel campo del commercio e dell’economia (il segretario generale della NATO non ha menzionato forse il TTIP come “una NATO economica, sottolineando che queste sono le due parti della  ” comunità transatlantica integrata ”  da costruire?) e persino quella della politica interna dei suoi stessi Stati membri (tranne la più grande, in modo del tutto naturale) [18-19] . Uno dei migliori specialisti statunitensi nella NATO, Stanley R. Sloan ha dedicato il suo ultimo libro quasi interamente alla sfida posta dall’interrogativo sulla democrazia liberale negli Stati membri. Egli spiega che, fin dall’inizio,  “la NATO non era solo militare, ma anche politica ed economica” , con la vocazione “a difendere i sistemi politicamente democratici ed economicamente liberali dei suoi stati membri” [20] Tuttavia, continua, la domanda è come può resistere oggi la NATO, quando questi stessi valori sono minacciati all’interno dell’Alleanza atlantica.

Un recente rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO, firmato dal parlamentare Gerald Connolly, presidente della delegazione americana, esamina lo stesso argomento. Osserva:  “Le minacce ai valori della NATO non provengono solo dai suoi avversari. I movimenti politici che mancano di rispetto alle istituzioni democratiche o allo stato di diritto stanno guadagnando slancio in molti paesi membri dell’Alleanza. Questi movimenti sostengono la preferenza nazionale per la cooperazione internazionale. Le democrazie liberali sono minacciate da movimenti politici e personalità ostili all’ordine stabilito che sono di destra e di sinistra nello spettro politico “ . Suggerisce quindi che “La NATO deve dotarsi dei mezzi necessari per rafforzare i valori in questione nei paesi membri” istituendo  “un centro per il coordinamento della resilienza democratica” . [21] Sarebbe un errore pensare che queste proposte siano motivate unicamente dalle battaglie politiche negli Stati Uniti. L’idea di “supervisione democratica”, pervasiva durante la guerra fredda, è stata ripresa all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, in un documento confidenziale del Pentagono le cui fughe avevano provocato una protesta pubblica all’epoca: La NATO è descritta come  “il canale dell’influenza degli Stati Uniti” , e gli obiettivi statunitensi includono iniziative “Per scoraggiare, nei paesi sviluppati, qualsiasi tentativo di rovesciare l’ordine politico ed economico” . [22]

(Hajnalka Vincze, Una NATO sempre più onnicomprensiva , Nota IVERIS, 18 ottobre 2019)

***

 

[1] Risposta del Ministero della difesa a un’interrogazione scritta all’Assemblea nazionale (Risposta pubblicata nella GU il 13 novembre 2007, pag. 7061)
[2] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian, Ministro della difesa, sulle sfide e le priorità della NATO, apertura del seminario ACT a Parigi, 8 aprile 2014.
[3] Jolyon Howorth, Transatlantic Perspectives on European Security in the Coming Decade, Yale Journal of International Affairs, Summer-Fall 2005, p .9.
[4] Conferenza stampa del generale de Gaulle, 5 settembre 1960.
[5] Conferenza stampa del generale de Gaulle, 21 febbraio 1966.
[6] Dichiarazione di Alain Richard, ministro della Difesa, sulle prospettive futuro dell’Alleanza atlantica dopo cinquant’anni di esistenza, Parigi, 4 maggio 1999.
[7] “La NATO deve rimanere un’organizzazione euro-atlantica”, Tribune della signora Michèle Alliot-Marie, ministro della Difesa, Le Figaro, 30 ottobre 2006.
[8] La NATO deve affrontare l’ascesa della Cina, afferma Stoltenberg, Reuters, 7 agosto 2019.
[9] Stephen M. Walt, Il futuro dell’Europa è come nemico cinese, politica estera, 22 gennaio 2019.
[10] Discorso del segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, Riga, 28 novembre 2006.
[11] L’attacco informatico al SSN darebbe il via alla piena risposta della NATO, afferma il segretario generale dell’alleanza, The Telegraph, il 27 agosto 2019.
[12] Conferenza stampa di Jacques Chirac, Presidente della Repubblica, a Riga il 29 novembre 2006 .
[13] La NATO Energy Security Center of Excellence (NATO Ensec WCC).
[14] Dichiarazione del vertice di Bruxelles, pubblicata dai capi di Stato e di governo che partecipano alla riunione del Consiglio del Nord Atlantico tenutasi a Bruxelles l’11 e 12 luglio 2018.
[15] Vendite di gas statunitensi al L’Europa procede rapidamente, Le Figaro, 2 maggio 2019.
[16] Madeleine Moon, Space and Allied Defense, Rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO, 162 DSCFC 17 settembre 2017.
[17] Robin Emmott, La NATO mira a creare una nuova frontiera della difesa, Reuters Exclusive, 21 giugno 2019.
[18] Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).
[19] Discorso del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen alla conferenza “Una nuova era per il commercio UE-USA”, Copenaghen, 7 ottobre 2013
[20] Stanley R. Sloan, Transatlantic Traumas, Manchester University Press, 2018, p.5.
[21] 70 anni della NATO: perché l’Alleanza rimane indispensabile?, Gerald E. Connolly (Stati Uniti), Rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO, settembre 2019.
[22] Difesa Guida alla pianificazione, estratti narrati sul New York Times, 8 marzo 1992.

RendiConte e resa (si spera) dei Conte, di Alberto Bagnai_ titolo a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto due post dell’onorevole Alberto Bagnai particolarmente interessanti in quanto illustrano le modalità ed i vincoli che il Presidente Conte avrebbe dovuto osservare durante la fase di trattativa riguardante il MES. Siamo ad un punto cruciale nel quale il re appare nudo. Vedremo se ci sarà qualche bambino in grado di dirlo ed una reazione sufficiente a delegittimare l’impostura e farlo decadere con ignominia.

Una piccola chiosa: non avrebbe potuto essere questo uno dei momenti più opportuni per aprire le ostilità ed eventualmente far cadere il primo Governo Conte?_Giuseppe Germinario

https://goofynomics.blogspot.com/

Ratifica

Avrei preferito andare un’oretta in palestra, anziché dedicarla a insultare la vostra intelligenza. Tuttavia, l’ameno dibbbattito su Twitter mi lascia intendere che c’è del vero nelle querimonie piddine sull’analfabetismo funzionale. Evidentemente, il vostro non sapere come funziona è talmente pervasivo che contamina di sé anche il lessico, sovvertendo il senso delle parole, che, di per sé, basterebbero a descrivere, e rendervi quindi pienamente intelligibile, la realtà dei fatti. Potevo aspettarmelo? Sì. Siete decine di migliaia, e conosco personalmente svariate centinaia di voi. Non ne ho trovato uno che abbia chiaro che cosa sia la bilancia dei pagamenti (ogni riferimento a Nat è puramente intenzionale), nonostante gli sforzi qui profusi per spiegarvene sia il meccanismo che la rilevanza (la crisi dell’Eurozona è una crisi di debito estero, cioè di bilancia dei pagamenti, e il dibattito di questi giorni, quello sul MES, ne è in qualche modo la conferma definitiva…). Eppure la bilancia dei pagamenti è una cosa semplice: se entrano soldi nel Paese, il segno è positivo, se escono dal Paese è negativo. Ma… ggnente!

Certe volte mi chiedo perché siate così tanti a seguirmi e così pochi a capirmi. La risposta che mi do è che probabilmente intuite, dietro al mio sforzo (vano) di farmi capire una virtù un po’ démodé: l’amore per il prossimo (anche per chi non capisce la bilancia dei pagamenti: so di non capire tante cose anch’io), e quello per il Paese, condite con una sorta di illuministica fiducia nelle virtù della ragione e della ragionevolezza umana, e quindi della democrazia. Per motivi che non riesco a capire, sapere che qualcuno ancora ci crede vi rassicura e vi appaga.

Male!

Non dovrebbe appagarvi: dovreste anche studiare (almeno, Gramsci la pensava così).

E allora, provo a spiegarvi una cosa che evidentemente, a giudicare dal dibbbattito, sfugge: stranamente, i trattati intergovernativi vengono negoziati dai governi.

So che può sembrare paradossale, misterioso, so che questo concetto rinvierà nelle menti di molti di voi a oscuri complotti, a Bilderberg, o ai rettiliani (ma anche a Nibiru). Invece è solo etimologia: “inter” non è una squadra di calcio (la squadra è l’Inter, con la maiuscola), ma una preposizione latina che significa “tra”. I Trattati intergovernativi quindi sono trattati tra governi, il che significa che chi li negozia sono i… rettiliani? Bilderberg? La Trilaterale? La Spectre? No: i governi.

Ci siamo fino a qui?

Bene.

Rinuncio a spiegarvi cosa sia un Governo (appellandomi alla prima legge della termodidattica: “Ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate”).

Facciamo un passettino avanti, volete?

Perché mai ai Governi viene in mente di fare un negoziato? Chi li legittima a farlo?

Mettetevi nella testa di un grillino, per dire. Diventi ministro, accedi al potere: il tuo primo pensiero ovviamente è godere dei privilegi della casta, e abbandonarti insieme alla cricca alle mollezze della corruzione. Questa è la loro visione della politica: una visione che li qualifica (pensa male chi l’ha nel cuore) e che però non quadra col fatto di svegliarsi alle cinque di mattina per prendere un aereo e andare a Bruxelles dove i fratelli europei ti chiudono in una stanza e ti ci tengono finché non gli dici di sì, alle cinque della mattina dopo! I Governi non negoziano Trattati per sport o per prescrizione del medico (che probabilmente consiglierebbe attività meno malsane), ma in virtù di un mandato conferito loro direttamente o indirettamente dal Parlamento, che a sua volta è eletto dal popolo, che sareste (molto evidentemente a vostra insaputa) voi.

Certo, una volta i negoziati erano più diretti: se un popolo voleva qualcosa da un altro, andava in massa a chiederglielo. Sono quelle che i libri di storia una volta chiamavano invasioni barbariche, e che ora nei libri di testo degli accoglioni si chiamano migrazioni (Enea era un migrante, quindi anche Attila…). Viceversa, non credo che sia mai successo che un intero parlamento si sia spostato per negoziare qualcosa! Evidentemente, però, su Twitter c’è qualcuno che pensa che le cose funzionino così (sono tutti quelli che con accorati accenti ci chiedono di fare “qualcosa”, o di fare “di più”). Tanto per esser chiari: a noi è sempre apparso evidente che il precedente Governo non ne volesse sapere mezza di essere fedele al mandato conferitogli (come ha detto Molinari in aula: loro sapevano di essere un governo espresso da una maggioranza “sovranista”, ma ovviamente facevano finta di non saperlo), tant’è vero che prima di sfiduciarlo ci siamo anche posti il problema se fosse tecnicamente possibile affiancare le delegazioni italiane con esponenti della maggioranza parlamentare. Non è tecnicamente possibile: a negoziare ci va il Governo.

Riassumo: i trattati fra Governi li fanno i Governi.

Mi fate una cortesia? Tornate su di un rigo e rileggete tre o quattro volte, poi andiamo avanti.

Ora, siccome anche in un sistema che, a differenza di quello europeo, non abbia fatto del waterboarding il suo principale strumento di mediazione politica, i Governi, nel negoziare un Trattato, possono avere mille e un motivo, lecito o illecito, per deviare dal mandato che il Parlamento gli ha direttamente o indirettamente conferito, in pressoché tutti gli ordinamenti è previsto l’istituto della ratifica parlamentare (vi esorterei a leggere il significato sul vocabolario).

Quindi, ricapitolando. Voi eleggete il Parlamento, che dà la fiducia al Governo, e che poi gli conferisce un mandato a negoziare (tecnicamente, un simile mandato viene conferito con un atto di indirizzo definito risoluzione). Il Governo negozia, poi firma il trattato, poi torna a casa e lo presenta al Parlamento, che a quel punto, se lo trova conforme all’interesse del Paese, lo ratifica.

Ci siamo? Tutto chiaro?

Bene.

Per maggiore chiarezza, vi esorterei, anzi, vi scongiurerei di leggere gli articoli dal 4 al 7 della Legge 234 del 2012 (legge Moavero).

Leggeteli ora, se li avete già letti rileggeteli, se non li avete letti non venite a seccarmi con astruse teorie: a ogni giorno basta la sua pena e chi non si documenta non è previsto nel menù.

La legge Moavero venne concepita dopo l’approvazione di MES e Fiscal compact (avvenuta a luglio 2012), proprio come reazione a un certo scontento che perfino lo stesso PD provava per la porcata fatta (ci sono tante brave persone anche là dentro). L’articolo 5, che prevede un obbligo di informativa rafforzata in caso di trattati in ambito monetario e finanziario, è una chiara conseguenza di questo disagio. Leggendolo vedi in filigrana la sigla MES.

Questo è come funzionano le cose in teoria: la dinamica mandato parlamentare-negoziato intergovernativo-ratifica in Italia è normata, per quanto attiene alle sedi europee (ma in caso di trattati monetari o finanziari anche al di fuori da queste sedi) da una specifica legge.

E ora veniamo alla pratica.

In pratica, l’unico dispositivo di questa legge applicato coerentemente è il primo periodo del primo comma dell’art. 4: “Prima dello svolgimento delle riunioni del Consiglio europeo, il Governo illustra alle Camere la posizione che  intende  assumere,  la quale tiene conto degli eventuali indirizzi dalle  stesse  formulati.” Mi riferisco alla mesta liturgia delle comunicazioni del premier al Parlamento prima del Consiglio Europeo (quello dei capi di Stato e di Governo), liturgia che si svolgerà la prossima volta l’11 dicembre in vista del Consiglio del 12. Trattandosi di comunicazioni, e non di informativa, è previsto che dopo il discorsetto del premier (dimo, famo, faremo, ecc.) ci sia, oltre a una discussione generale, anche il voto di una risoluzione (che non ci sarebbe nel caso di informativa). Il secondo periodo del primo comma (“su loro richiesta,  esso  riferisce  altresì  ai  competenti  organi parlamentari prima delle riunioni del Consiglio dell’Unione  europea”) non era mai stato applicato prima che arrivassi io (a testimonianza del grande interesse dei piddini per l’Europa), e il terzo periodo (“Il Governo informa i competenti organi parlamentari sulle  risultanze delle riunioni del Consiglio  europeo  e  del  Consiglio  dell’Unione europea, entro quindici giorni dallo svolgimento delle stesse”) non è altresì mai stato applicato, perché è sì vero che sono riuscito, dopo estenuanti negoziati, ad avere un paio di volte Tria in Commissione dopo l’Ecofin, ma è anche vero che non sarei stato io a doverlo chiamare, ma lui a venire: “il Governo informa”, dice la legge, non “il presidente dell’organo parlamentare competente, facendo ricorso a una enorme dose di pazienza e profondendosi in lusinghe, supplica il Governo di concedergli l’insigne e immeritato favore di informarlo su quali impegni vada prendendo alle spalle degli italiani in giro per l’Europa”.

Chiaro?

Questo è il primo punto: intanto, se ora c’è un dibattito su questa roba qui è perché qualcuno si è impuntato a seguire le regole. Apro e chiudo una parentesi: e io che ne sapevo, di queste regole? Niente, ovviamente, non essendo un esperto di diritto parlamentare. E allora? E allora sono degli europeisti convinti che hanno attirato la mia attenzione su di esse. Bisogna parlare con tutti, ed esistono anche europeisti in buona fede (probabilmente esistono anche degli oceanisti, o degli antartidisti, in buona fede, ma ancora non ne ho incontrati).

Secondo punto: per un parlamentare è tecnicamente impossibile sapere quale sia l’iter di una trattativa in Europa. Tanto per essere chiari, noi presidenti di Commissione non riceviamo le relazioni e le note informative predisposte dalla Rappresentanza e menzionate al comma 3 dell’articolo 4 (più precisamente: questi documenti in qualche caso arrivano in Parlamento e giungono – credo – alla mia Commissione, ma sotto vincoli di riservatezza strettissimi che, a quanto capisco, comportano l’obbligo di consultarli solo presso la Presidenza di Commissione, e non possono essere citati nei resoconti di seduta). Inoltre, delle riunioni svolte nelle sedi europee, e in particolare dell’Eurogruppo, non esistono verbali: non si può sapere, se non de relato dalla Rappresentanza nel caso in cui un’anima buona ti mandi le note informative, quali siano le posizioni espresse dal nostro Governo, non ci sono votazioni formali, non ci sono né resoconti sommari né tanto meno stenografici.

Quindi, in sintesi: delle riunioni dell’Eurogruppo, dove si decide, non si sa nulla. Delle riunioni dell’Euro working group, che è in qualche modo il preconsiglio, quello dove si fissano i dettagli tecnici delle decisioni da prendere, si sa meno di nulla. Delle riunioni dell’Ecofin, che viene a valle dell’Eurogruppo, ed è quello dove ci si fa la foto di gruppo, si sanno le scemenze dette in europeese nei comunicati stampa: “la sfida ambiziosa, i significativi progressi, ecc.”, senza che sia mai ben chiaro quando si è firmato cosa o comunque chi abbia preso quale impegno.

Questa mancanza di trasparenza non è lamentata solo da Bagnai: se vi andate a vedere i lavori delle conferenze interparlamentari, vedrete che tutti lamentano la mancanza di trasparenza dell’Eurogruppo.

Terzo punto: in tutta evidenza il Governo precedente ha disatteso completamente la Legge Moavero. Il considerando 5A della bozza di revisione del Trattato chiarisce che in Europa se ne è cominciato a parlare all’Eurogruppo di dicembre 2018. Secondo la legge Moavero, qualcuno sarebbe dovuto venire in aula a spiegarci che cosa si stesse per fare. Se lo ha fatto, nessuno se ne è accorto. Non mi ricordo se a quell’epoca conoscessi già la legge Moavero. Quello che so è che stavo lottando contro il muro di gomma dei soliti noti per difendere le banche di credito cooperativo da un destino evitabile, riuscendoci solo in parte (ma una parte significativa): purtroppo, noi siamo pochi e loro sono molti. Dietro a tutto non si può stare.

E veniamo al punto in cui siamo ora. A quanto pare di capire, la riforma del MES non è stata ancora siglata. Non è invece chiaro se il governo si sia attenuto all’impegno preso il 19 giugno 2019 (quindi non “tempestivamente”, come vorrebbe la legge) a:

“non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a promuovere, in sede europea, una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell’Unione economica e monetaria – la riforma del trattato del Meccanismo europeo di stabilità (MES), dello Schema europeo di garanzia sui depositi (EDIS), e del budget dell’area euro -, riservandosi di esprimere la valutazione finale solo all’esito della dettagliata definizione di tutte le varie componenti del pacchetto, favorendo il cosiddetto “package approach”, che possa consentire una condivisione politica di tutte le misure interessate, secondo una logica di equilibrio complessivo; a rendere note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato.”

Ci sono due passaggi parlamentari prima della riunione in cui la riforma dovrebbe essere approvata da Conte in sede europea: uno è l’affare assegnato in merito all’A.S. 322 (proposta di modifica del MES), che prevede, in fase istruttoria, l’audizione del ministro Gualtieri mercoledì prossimo, prima dell’Eurogruppo del 4 dicembre (dove si prendono le decisioni). Poi ci sono le già citate comunicazioni del premier Conte l’11 dicembre prima del Consiglio Europeo del 12 (dove si firmano le decisioni).

A quanto pare di capire, a quel punto saremmo arrivati alla fase “il Governo firma il Trattato” (avendo sostanzialmente eluso, o comunque non attivato tempestivamente, la fase “il Parlamento conferisce un mandato”).

Ad oggi non sappiamo se il Governo firmerà, perché la sua maggioranza è divisa su questo, essendo composta da un partito che il MES voleva liquidarlo, e da un partito che il MES lo ha invece fortemente voluto.

Poi, certo, resterà la fase “il Parlamento ratifica”.

Se state seguendo il ragionamento, dovreste capire quali siano le criticità di arrivare alla fase “ratifica”.

Intanto, una mancata ratifica è equivalente, in termini politici (non in termini procedurali) a un voto di sfiducia. Il Governo, certo, non è obbligato a dimettersi, ma se su un Trattato così importante viene sconfessato dal Parlamento, è chiaro che per non prenderne atto occorre portare la faccia di bronzo a un livello ancora superiore rispetto a quello dimostrato finora (a partire da quando il partito di maggioranza relativa abbandonò l’aula in occasione delle comunicazioni sulla TAV).

Poi, si crea un problema a livello internazionale, perché giustamente i partner europei (quelli del waterboarding) potrebbero legittimamente porsi delle domande sull’attendibilità di un Paese che manda un Governo a dire una cosa quando evidentemente il Parlamento ne pensa un’altra. Non sono un grande fan dell’argomento “in Europa dobbiamo essere credibbbili” (a renderci tali basta un qualsiasi museo diocesano), ma è indubbio che, mettendosi nei panni della controparte, avere una posizione e mantenerla (o modificarla per chiari e giustificati motivi) è essenziale perché negoziare abbia un senso. Un Governo che venisse sconfessato dal proprio Parlamento in Europa non verrebbe guardato con gli stessi occhi. Va anche detto che se la sarebbe cercata! Dopo aver visto come vengono trattati i Parlamenti (con la tecnica del mushroom management), le lamentele dei diversi funzionari che ho incontrato circa il fatto che “eh, noi abbiamo fatto il possibile, ma da Roma non ci arrivavano segnali chiari…” mi sembrano molto meno credibili: è un dato di fatto che alcuni di quelli che mi hanno fatto questo discorso sono poi gli stessi che mi hanno impedito di leggere un testo che, peraltro, avevo già letto per altre vie, impedendomi cioè di acquisire gli elementi necessari per fornire loro quei segnali della cui mancanza si lamentavano!

La sede per fare un sano gioco delle parti fra Parlamento e Governo quindi non è la ratifica, ma il negoziato, cioè l’Eurogruppo. In quella sede i paesi civili mandano ministri in grado di dire ai loro pari: “cari amici, quello che mi proponete è tanto bello, vi sono sinceramente grato dell’aiuto che volete dare alle vostre nostre banche, ma purtroppissimo il Parlamento da noi è sovrano come da voi, e io non ho mandato a concludere prima di ulteriori approfondimenti sul pacchetto che forse è un pacco”.

La Germania lo fa sistematicamente: perché noi no?

Mistero.

Sono quasi nove anni che ci poniamo questa domanda: non siamo riusciti a trovare la risposta, e forse non la troveremo mai. Intanto, ripetete con me: gli elettori eleggono il Parlamento, che dà un mandato negoziale al Governo, che conclude un Trattato, che il Parlamento è chiamato a ratificare.

E ora ripetetelo senza di me, e cercate di ricordarvi a che punto di questa storia siamo. Io vado ad occuparmene.

domenica 24 novembre 2019

Per farvi capire come funziona…

Come sapete, al termine di una lunga e faticosa trattativa con il dottor Conte, prima che questi si trasformasse nel signor Giuseppi, ero riuscito, col sostegno di autorevoli esponenti del Movimento 5 Stelle, a fargli prendere l’impegno di trasmettere alle Camere la proposta di modifica del Trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità. Di questa riforma, come già del Trattato, nulla si doveva sapere, e coerentemente, come vedete, i giornali fanno il possibile per ignorare la notizia. Tuttavia, visto che ora purtroppo in applicazione della Legge Moavero, che qualcuno ha testardamente cercato di riportare in vita, se ne dovrà parlare, sul sito del Senato finalmente trovate i testi in questa pagina.

Giusto così, per farvi capire come funziona: se cliccate sul primo link ottenete un documento in italiano che reca le sole proposte emendative, cioè le modifiche apportate alle singole parti del trattato originale, esposte con la tecnica del rinvio. Naturalmente, lette così, senza coordinarle col testo originale, molte modifiche non sono di immediata comprensione. Se invece cliccate sul secondo link ottenete un documento in inglese, inizialmente rubricato come A.S. 322, ora A.S. 322-bis, che reca il testo del Trattato come modificato dagli emendamenti proposti (o approvati? Questo non è chiaro). Insomma: quello che in italiano si chiamerebbe un “testo coordinato”. Naturalmente, se non si conosce a memoria il trattato, risulta difficile individuare nel testo coordinato quali siano le innovazioni.

Affrettandomi a dire che in questo i funzionari della mia Commissione non c’entrano nulla (il testo in inglese fu trasmesso dal ministro Tria mentre scoppiava la crisi di governo, cioè quando lui pensava che ormai nessuno potesse metterci la testa, quello in italiano inviato pochi giorni fa dal ministro Gualtieri), si potrebbe maliziosamente pensare che qualcuno stia facendo di tutto per impedire una lettura agevole del Trattato di cui non si deve parlare! Si potrebbe anche ironizzare sulle due strategie seguite per confondere le idee nella testa dei parlamentari, che di tempo per lo studio ne hanno poco, purtroppo: al Nord, dare un testo che fila, nella cui scorrevolezza le più insidiose fra le modifiche rischiano di passare inosservate; al Sud, dare i soli emendamenti, destinati a restare criptici se avulsi dal contesto.

In termini sostanziali, poco male. Chi segue il dibattito non ha certo bisogno di leggere i testi per sapere di che cosa si tratta: la sostanza era già nell’editto di Meseberg! E poi, volendo, il Senato ha ottimi uffici studi dove si lavora a predisporre testi a fronte.

Tuttavia, in Parlamento anche la forma è sostanza.

Supponiamo che qualcuno voglia discutere formalmente il testo ed evidenziare quali siano le sue novità, per poi discuterle. Bene, una di queste, come sapete, è la possibilità di usare il MES come common backstop (dispositivo di sostegno comune) al Fondo di risoluzione unico (chi non sa che cosa sia, trova qui una spiegazione). Proprio per questo, cioè perché entra in materia di salvataggi bancari, mi è stato possibile chiedere l’assegnazione del documento alla mia Commissione. Senza entrare nei dettagli, vi faccio osservare una cosa. Nel testo coordinato inglese, questa innovazione è introdotta nel comma 2 dell’art. 12. Negli emendamenti (in italiano) la stessa modifica è rubricata come comma 1-bis. Diverse tecniche legislative, o forse, chi sa, magari anche un diverso testo, perché nonostante il dottor Conte avesse promesso di aspettare che il Parlamento si esprimesse, il signor Giuseppi certamente ha lasciato che le cose andassero avanti: tanto poi arriva dicembre, la finanziaria, le vacanze di Natale, il Trattato passa e buonanotte! Certo, in altri Parlamenti sarebbe andata a finire così, non lo metto in dubbio. Ora le cose sono un po’ cambiate. Mi dispiace…

Tuttavia, al di là dell’attenzione che cerchiamo di mettere in quanto succede, il punto è che se un parlamentare italiano volesse dire che questa cosa gli sta, o non gli sta, bene, allo stato dell’arte, cioè data la disinvoltura con cui i Governi trattano il Parlamento, gli sarebbe materialmente impossibile farlo in modo preciso. Cosa mettiamo a verbale? Il dissenso (o consenso) con il comma 2 o con il comma 1.bis?

Bene. Credo che abbiate capito come funziona. Tatticucce, mezzucci… Provano a prenderti per sfinimento, asserragliati come sono nella prima classe del Titanic, dove, a giudicare da certe dichiarazioni, mi sembra che si cominci a sentire un po’ di umidità (l’accordatura dell’orchestrina ne risente). Ma mentre è indubbiamente possibile fermare un transatlantico con un iceberg (abbiamo esempi), ritengo altamente improbabile fermare la Storia con le mani: non possono riuscirci loro, e, naturalmente, non possiamo riuscirci nemmeno noi.

Mantenete la calma e state saldi.

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