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STORIA – DOSSIER «LA FINE DI UN IMPERO» (7/8) – URSS, 1991: Come una superpotenza può scomparire senza perdere una guerra mondiale _ di Le Diplomate

STORIA – DOSSIER «LA FINE DI UN IMPERO» (7/8) – URSS, 1991: Come una superpotenza può scomparire senza perdere una guerra mondiale

Di Le Diplomate / 16.09.2026

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HISTOIRE – DOSSIER « FINS D’EMPIRE » (7/8) – URSS, 1991 : Comment une superpuissance peut disparaître sans perdre une guerre mondiale

A cura della redazione

Settima puntata del nostro speciale dedicato alla “Fine dell’Impero”. Dopo Roma, Bizanzio, la Spagna degli Asburgo, il “sussulto napoleonico” » e le due catastrofi tedesche del 1914-1945  e l’Impero britannico , che a Suez scoprì di non essere più padrone del gioco, ecco forse il caso più affascinante di tutti: quello di una superpotenza che scompare senza essere stata conquistata. Nel dicembre 1991, nessun carro armato americano entrò a Mosca, nessun esercito straniero occupò il Cremlino, non fu firmata alcuna capitolazione militare. Eppure, nel giro di pochi mesi, l’Unione Sovietica si disgrega, quindici repubbliche diventano indipendenti e il gigantesco insieme che aveva sconfitto Hitler, mandato il primo uomo nello spazio e conteso agli Stati Uniti la leadership mondiale per quasi mezzo secolo cessa giuridicamente di esistere. Per Roland Lombardi, storico, geopolitologo e direttore di Diplomate média, questa scomparsa ricorda una regola fondamentale della fine degli imperi: «Le grandi potenze muoiono raramente per una sola ferita. Muoiono quando le loro debolezze economiche, le loro fratture interne e i loro errori politici finiscono per convergere nel momento preciso in cui i loro avversari sanno come sfruttarli. » Il paradosso russo è tuttavia ancora più straordinario: l’URSS è scomparsa, ma la Russia, erede di una struttura imperiale secolare, rimane nel 2026 lo Stato più vasto del mondo e una delle principali potenze nucleari. Per comprendere il 1991, occorre quindi risalire ben prima del 1917, fino alle origini di una civiltà che ha quasi sempre concepito la propria sicurezza su scala continentale.

Prima dell’URSS, la Russia: una civiltà nata tra l’Europa e l’Eurasia

È difficile comprendere appieno il crollo dell’Unione Sovietica se si parte dall’ottobre 1917. L’URSS fu certamente una costruzione ideologica rivoluzionaria, ma si sovrappose in larga misura a uno spazio politico plasmato nel corso dei secoli dalla Russia. Questo è del resto uno dei grandi insegnamenti dell’opera di Hélène Carrère d’Encausse, da *L’Empire éclaté* del 1978 a *La Gloire des nations*, *La Russie inachevée*, *L’Empire d’Eurasie* e *Six années qui ont changé le monde, 1985-1991*. Ben prima della fine dell’Unione Sovietica, aveva compreso che dietro l’apparente unità comunista sussistevano le nazioni, le memorie, le religioni e le identità che il marxismo-leninismo non era mai riuscito a dissolvere completamente. Il suo *L’Empire éclaté* analizzava proprio la contraddizione tra l’universalismo sovietico e la persistenza delle nazionalità in uno Stato in cui i russi occupavano di fatto una posizione centrale.

Le stesse origini russe riflettono questa posizione intermedia tra Europa e Asia. Sarebbe storicamente troppo semplicistico definire i russi come un semplice «miscuglio di slavi, vichinghi e mongoli». Il nucleo demografico e linguistico è essenzialmente slavo orientale, ma lo spazio russo si è costituito attraverso il contatto e la progressiva integrazione di elementi finno-ugrici, scandinavi, turcofoni e, più tardi, di popolazioni molto diverse provenienti dall’immenso spazio eurasiatico. I Varanghi, popoli scandinavi che percorrevano le rotte commerciali che collegavano il Baltico a Bisanzio, contribuirono nel IX secolo alla formazione della Rus’ di Kiev attorno alla dinastia dei Rurikidi.

Ma l’identità politica russa si è forgiata anche nel confronto con due esperienze storiche di grande rilievo: la dominazione mongola e, più in generale, il contatto costante con le potenze musulmane delle steppe, del Volga, del Caucaso e del Mar Nero. L’invasione mongola del XIII secolo distrusse diversi centri della Rus’ e pose gran parte dei principati russi sotto la sovranità dell’Orda d’Oro. Per quasi due secoli, Mosca imparò così a sopravvivere, a negoziare, a pagare tributi e ad accumulare progressivamente potere sufficiente per emanciparsi. La battaglia di Kulikovo del 1380 acquisisce retrospettivamente un immenso valore simbolico, anche se il dominio dell’Orda non scompare immediatamente, e l’affermazione dell’indipendenza moscovita alla fine del XV secolo contribuisce fortemente alla costruzione della narrativa nazionale russa.

Questo scontro, tuttavia, non è mai stato una semplice opposizione tra una Russia cristiana e un blocco musulmano omogeneo. La storia è più complessa. Gli eredi dell’Orda d’Oro formarono diversi khanati musulmani, in particolare Kazan, Astrakhan e la Crimea, ma le interazioni tra loro furono un intreccio di guerre, alleanze, commercio e integrazione. I tartari musulmani prestarono servizio presso i sovrani moscoviti e, già prima delle conquiste di Kazan e Astrakhan nel XVI secolo, popolazioni musulmane vivevano all’interno della Moscovia. Gli studi della *Cambridge History of Inner Asia* dimostrano che, dopo l’annessione di Kazan e Astrakhan negli anni 1550, importanti popolazioni turche, musulmane e non slave furono incorporate nello Stato russo senza essere necessariamente russificate.

In altre parole, l’identità russa non si è costruita solo in opposizione ai mondi mongolo e musulmano; si è costruita anche a contatto con essi e integrandone una parte, come ricorda Roland Lombardi nel suo Putin d’Arabia, 2020, VA Éditions. Questo è uno dei motivi per cui l’Impero russo diventerà ben presto un impero ortodosso, ma profondamente multiconfessionale e multietnico. Questa dualità è fondamentale: l’ortodossia costituisce il nucleo civilizzativo, ma l’Impero assorbe tatari, baschiri, popoli caucasici, musulmani dell’Asia centrale, buddisti e popolazioni siberiane. Questo modello imperiale non si basa quindi su un’omogeneità etnica inesistente, ma sulla capacità di un centro politico russo di tenere insieme popolazioni straordinariamente diverse.

La conversione di Vladimir di Kiev al cristianesimo bizantino nel 988 fu fondamentale a questo proposito. Essa legò in modo duraturo il mondo russo all’ortodossia e all’eredità di Costantinopoli. Dopo la caduta di quest’ultima nel 1453, e poi con l’ascesa di Mosca, si sviluppò progressivamente l’idea di Mosca come «Terza Roma». All’inizio del XVI secolo, il monaco Filoteo di Pskov formulò questa concezione secondo cui, dopo Roma e Costantinopoli, Mosca avrebbe dovuto diventare l’ultimo grande centro della cristianità ortodossa. Questa idea, inizialmente di natura religiosa ed escatologica più che un programma imperiale nel senso moderno del termine, verrà tuttavia reinterpretata in chiave politica e contribuirà ad alimentare la rappresentazione di una missione storica particolare della Russia. Jean-François Colosimo ha magistralmente esplorato questa articolazione tra Bisanzio, ortodossia, autocrazia, rivoluzione e identità russa in *L’Apocalisse russa*.

Questa persistenza del fattore religioso e civile al di là della parentesi sovietica si ricollega anche agli studi della storica e geopolitologa Ana Pouvreau, specialista del mondo russo, che ha studiato in particolare i movimenti cristiani nella società russa contemporanea e, più in generale, la ricerca da parte della Russia post-sovietica di una propria via tra eredità storica, identità nazionale e rapporto complesso con l’Occidente.

Ivan, Pietro, Caterina: costruire l’Impero attraverso la profondità

Sotto Ivan IV, detto Ivan il Terribile, primo sovrano moscovita incoronato zar nel 1547, la Russia intraprese una formidabile espansione verso est con la conquista dei khanati di Kazan nel 1552 e, pochi anni dopo, di Astrakhan. Si trattò di conquiste di grande importanza poiché posero progressivamente fine a una parte dell’eredità politica dell’Orda d’Oro, conferirono a Mosca il controllo di gran parte del bacino del Volga e aprirono ulteriormente la via verso sud e verso est. Astrakhan era un khanato musulmano sunnita e la sua conquista rappresentò una tappa decisiva nell’espansione russa verso il Mar Caspio e il Caucaso.

Ma questa espansione non dà vita a uno spazio uniformemente ortodosso. È proprio questa una delle peculiarità dell’Impero russo: man mano che avanza contro le potenze politiche musulmane, incorpora milioni di sudditi musulmani che diventano a loro volta attori dell’Impero. Ricerche recenti, in particolare quelle di Danielle Ross sui tatari di Kazan, dimostrano addirittura che le reti intellettuali, religiose e commerciali musulmane contribuirono a loro modo all’espansione russa verso gli Urali, la Siberia occidentale e le steppe kazake.

Contemporaneamente si apre la via della Siberia. Sotto i Romanov, questa avanzata assume ritmi vertiginosi: esploratori, cosacchi, mercanti e soldati attraversano la Siberia fino al Pacifico. Nel XVII secolo, la Russia raggiunge l’oceano quasi un secolo prima che gli Stati Uniti indipendenti inizino davvero la loro grande marcia verso Ovest.

Questa espansione verso est non si ferma, del resto, al Pacifico. Nel XVIII e XIX secolo, l’Impero russo attraversa lo stretto di Bering, colonizza una parte dell’Alaska e sviluppa quella che verrà chiamata l’America russa. Al suo apice, questa presenza non si limitava all’Alaska: i russi fondarono anche avamposti molto più a sud, sulla costa pacifica del Nord America. Il più famoso è Fort Ross, fondato nel 1812 in California, a nord di San Francisco, dalla Compagnia Russo-Americana. Il suo scopo principale era quello di rifornire di prodotti agricoli gli insediamenti russi in Alaska. La presenza russa in California rimase limitata e Fort Ross fu venduto nel 1841, mentre l’Alaska fu infine ceduta agli Stati Uniti nel 1867 per 7,2 milioni di dollari. Ma questo episodio ricorda fino a che punto si era spinta l’espansione di un Impero russo che, in un momento della sua storia, aveva letteralmente messo piede sul continente americano ed esteso il proprio spazio strategico dal Baltico al Pacifico settentrionale.

Vale la pena ricordare questa simultaneità storica. Come sottolinea Roland Lombardi, «si dimentica che mentre gli europei costruivano i loro imperi coloniali d’oltremare e i futuri Stati Uniti, poi gli americani, compivano la loro conquista del West, i russi portavano avanti la propria conquista dell’Est». I francesi e i britannici costruirono principalmente imperi marittimi; i russi costruirono un impero continentale. Questa differenza geografica avrebbe avuto conseguenze immense: i possedimenti britannici, francesi o spagnoli potevano diventare indipendenti senza intaccare direttamente il territorio metropolitano storico, mentre l’Impero russo si era costituito per continuità territoriale. Colonie, marche militari, popoli conquistati, popolazioni integrate e antiche province finirono per formare uno spazio senza confini evidenti tra «metropoli» e «impero».

Pietro il Grande trasformò poi la Russia in una potenza europea. La sua vittoria contro la Svezia di Carlo XII durante la Grande Guerra del Nord aprì l’accesso al Mar Baltico, San Pietroburgo divenne una «finestra sull’Europa» e la Russia entrò definitivamente nel concerto delle grandi potenze. Caterina II proseguì questa espansione verso il Mar Nero, annesse la Crimea nel 1783 e consolidò l’avanzata russa verso sud. Si delinea così una delle costanti più famose della geopolitica russa: la ricerca dell’accesso ai mari caldi, verso il Mar Nero e gli stretti ottomani, verso il Caucaso e, indirettamente, verso il Mediterraneo, mentre l’espansione asiatica progredisce fino al Pacifico e all’Asia centrale.

Anche il lungo confronto con l’Impero ottomano, i khanati musulmani e le potenze caucasiche contribuisce a plasmare la concezione russa dei propri confini. Ancora una volta, questa storia non va ridotta a una guerra religiosa permanente: San Pietroburgo poteva combattere Istanbul pur governando popolazioni musulmane e avvalendosi di élite tartare o caucasiche. Ma l’esperienza ripetuta delle incursioni, delle guerre russo-turche, dei conflitti per la Crimea, il Caucaso e gli stretti contribuisce in modo determinante ad alimentare questa ossessione russa per la profondità territoriale, i confini sicuri e l’accesso a mari liberi dai ghiacci.

La geografia impone infatti alla Russia un’ossessione quasi permanente per la profondità strategica. Immensa ma a lungo priva di confini naturali protettivi sul suo versante occidentale, ha subito le invasioni polacche, svedesi, napoleoniche e tedesche. Lo spazio diventa quindi al tempo stesso vulnerabilità e difesa: più l’Impero si espande, più i suoi confini diventano difficili da proteggere; ma più dispone anche di profondità per assorbire le invasioni.

Da qui la formula di Roland Lombardi: la Russia ha costruito «uno dei più antichi grandi imperi continentali ancora parzialmente conservati sotto forma di Stato, oggi il più vasto del pianeta con circa 17 milioni di chilometri quadrati». L’espressione va intesa in senso storico e non giuridico: la Federazione Russa contemporanea non è ovviamente l’Impero russo, ma rimane l’erede territoriale di una parte eccezionale di questa espansione plurisecolare.

1905: il primo segnale di allarme proveniente dall’Asia

Ma anche questa gigantesca espansione finì per incontrare i propri limiti. All’inizio del XX secolo, la Russia voleva consolidare la propria presenza in Estremo Oriente, in particolare in Manciuria e in Corea, dove entrò in diretta concorrenza con un Giappone modernizzato a partire dall’era Meiji. La guerra russo-giapponese del 1904-1905 costituì quindi un duro colpo. L’esercito russo subì pesanti sconfitte a Port Arthur e poi a Mukden, mentre la flotta del Baltico, inviata dall’altra parte del mondo dopo un viaggio di diversi mesi, fu praticamente annientata dall’ammiraglio Tōgō durante la battaglia di Tsushima, nel maggio 1905. Il trattato di Portsmouth, negoziato sotto l’egida del presidente americano Theodore Roosevelt, sancisce la vittoria giapponese e obbliga la Russia a riconoscere la supremazia di Tokyo in Corea, a cedere la metà meridionale di Sakhalin e ad abbandonare parte delle sue posizioni in Manciuria. Per la prima volta nell’era moderna, una grande potenza europea viene così sconfitta da una potenza asiatica modernizzata. L’effetto psicologico è immenso, sia in Russia che nel resto del mondo.

Questa sconfitta, di per sé, non provoca il crollo dell’Impero, ma ne mette brutalmente a nudo le debolezze militari, amministrative e sociali. Contribuisce direttamente alla rivoluzione del 1905, costringe Nicola II a concedere l’istituzione della Duma e costituisce, col senno di poi, uno dei segnali di allarme più gravi che preannunciavano la catastrofe del 1917.

1917: la rivoluzione che avrebbe dovuto distruggere l’Impero

La prima guerra mondiale sembra tuttavia destinata a porre fine a questa costruzione. Nel 1917, l’Impero russo crolla sotto l’effetto combinato delle sconfitte militari, delle carenze di generi di prima necessità, dell’esaurimento sociale e della crisi politica. Nicola II abdica. Pochi mesi dopo, i bolscevichi prendono il potere.

La Germania imperiale ha svolto un ruolo ampiamente documentato nel ritorno di Lenin in Russia. Nell’aprile 1917, le autorità tedesche permisero a Lenin e ad altri rivoluzionari di attraversare il proprio territorio a bordo del famoso «treno sigillato». Berlino aveva un obiettivo strategico evidente: aggravare la decomposizione della Russia e ottenere l’uscita della Russia dalla guerra. La manovra ebbe successo. Il trattato di Brest-Litovsk del marzo 1918 permise alla Germania di alleggerire momentaneamente il proprio fronte orientale al costo, per la Russia, di notevoli perdite territoriali.

Ma quella che avrebbe potuto essere l’equivalente russo della Rivoluzione francese, nella sua dimensione di rottura imperiale, alla fine non porta alla scomparsa definitiva dello spazio russo. Una terribile guerra civile oppone i Rossi alle armate bianche, mentre inglesi, francesi, americani, giapponesi e altre potenze intervengono in vari modi nell’ex Impero. La Finlandia diventa indipendente, gli Stati baltici si emancipano, la Polonia rinasce, ma i bolscevichi riconquistano gran parte dell’ex spazio zarista.

Il paradosso è enorme: i rivoluzionari internazionalisti che avevano denunciato «la prigione dei popoli» zarista finiscono per ricostruire gran parte dell’Impero sotto un altro nome. Hélène Carrère d’Encausse aveva proprio dimostrato come l’URSS, ufficialmente una federazione egualitaria di popoli socialisti, rimanesse di fatto organizzata attorno al peso demografico, politico, culturale e militare della Russia.

Stalin: il terribile “balzo in avanti” sovietico

È con Stalin che questa continuità imperiale raggiunge la sua forma più brutale. Ovviamente non si tratta qui di dimenticare i crimini del regime: la collettivizzazione forzata, le carestie, il Grande Terrore, le deportazioni di intere popolazioni, il Gulag e la repressione politica di massa costituiscono elementi inscindibili dello stalinismo. Ma l’analisi geopolitica impone al contempo di constatare che, al termine del suo regno, l’Unione Sovietica era diventata una delle due principali potenze mondiali.

La Seconda Guerra Mondiale rappresenta il punto di svolta. L’invasione tedesca del giugno 1941 pone l’URSS di fronte a un pericolo esistenziale. Il costo umano per i sovietici è spaventoso, stimato generalmente intorno ai 27 milioni di morti, tra civili e militari. Stalingrado, Kursk, l’operazione Bagration e poi l’avanzata dell’Armata Rossa fino a Berlino distruggono gran parte della potenza terrestre del Terzo Reich.

Questa trasformazione militare costituisce inoltre un elemento essenziale per comprendere il passaggio della Russia sovietica dal disastro del 1941 allo status di superpotenza del 1945. I lavori dello storico militare Laurent Henninger, in particolare quelli dedicati ai grandi comandanti militari sovietici, ci ricordano che questa vittoria non può essere ricondotta esclusivamente al peso demografico dell’URSS: anche l’Armata Rossa imparò dalle sue catastrofi iniziali, trasformò i propri metodi operativi e finì per sviluppare una formidabile padronanza della guerra meccanizzata su vastissima scala.

Senza sminuire il ruolo decisivo degli Stati Uniti, del Regno Unito, degli altri Alleati e degli aiuti americani nell’ambito del Lend-Lease, è impossibile comprendere la sconfitta di Hitler senza riconoscere il peso colossale del fronte orientale.

Per Roland Lombardi, Stalin rappresenta quindi, in una categoria ovviamente particolare data la natura criminale del suo regime, una sorta di «sussulto di fine Impero» paragonabile strutturalmente — e solo strutturalmente — a Napoleone: «La rivoluzione avrebbe potuto smantellare definitivamente l’antico Impero russo, così come la Rivoluzione francese aveva frantumato parte del potere accumulato dalla monarchia francese. Stalin, al prezzo di una violenza mostruosa, conserva l’essenziale dello spazio sovietico, industrializza massicciamente il Paese, vince la guerra contro la Germania nazista e trasforma l’URSS in una superpotenza mondiale». Il paragone non riguarda quindi né i regimi né gli uomini; riguarda piuttosto questa eccezionale capacità di trasformare una crisi potenzialmente terminale in una spettacolare ripresa di potere.

Nel 1945, Mosca controllava direttamente l’URSS e, indirettamente, un’immensa profondità strategica nell’Europa centrale e orientale. Nel giro di pochi anni, si dotò della bomba atomica, sviluppò missili balistici ed entrò nell’era spaziale. Nel 1957, lo Sputnik sbalordisce l’Occidente; nel 1961, Yuri Gagarin diventa il primo uomo nello spazio. L’ex impero agricolo che Hitler pensava di schiacciare in pochi mesi è diventato il grande rivale degli Stati Uniti.

Guerra fredda: due ideologie, ma anche due imperi

La Guerra Fredda fu ovviamente un confronto ideologico. Da un lato, gli Stati Uniti e le democrazie liberali occidentali, anche se Washington non esitò mai a sostenere regimi autoritari quando i propri interessi lo richiedevano; dall’altro, l’Unione Sovietica e le democrazie popolari organizzate attorno al partito unico, all’economia pianificata e al marxismo-leninismo. Il capitalismo e il comunismo pretendevano entrambi di incarnare un modello universale.

Ma ridurre la Guerra Fredda a una questione ideologica sarebbe un errore. Dietro al conflitto tra sistemi si nasconde anche una classica lotta geopolitica per il controllo dell’Eurasia.

La vittoria comunista di Mao in Cina nel 1949 dà per un attimo l’impressione che un gigantesco blocco comunista continentale si estenda da Berlino a Pechino. Per Roland Lombardi, «dopo i tentativi napoleonici e poi hitleriani di dominare il continente, l’URSS sembrava allora essere riuscita, sotto una forma ideologica diversa, a costituire il nucleo di una formidabile potenza continentale eurasiatica e sovietica che si estendeva dall’Europa orientale alla Cina di Mao; i piani del famoso Istituto Frunze prevedevano anche l’invasione dell’Europa occidentale in caso di terza guerra mondiale…». Si tratta proprio dell’incubo geopolitico descritto in precedenza, in forme diverse, da Halford Mackinder e soprattutto da Nicholas Spykman: la comparsa di una potenza o di una coalizione in grado di controllare risorse sufficienti del continente eurasiatico per contestare la supremazia della potenza marittima.

La rottura sino-sovietica finirà tuttavia per lacerare quel blocco. Le divergenze ideologiche e nazionali tra Mosca e Pechino si trasformano progressivamente in aperta ostilità, fino agli scontri di confine del 1969 sul fiume Ussuri. Ed è proprio in quel momento che due americani comprendono, meglio di quasi tutti i loro contemporanei, l’occasione storica che si presenta loro.

Nixon e Kissinger: il colpo di genio cinese

Richard Nixon e Henry Kissinger realizzano uno dei capolavori diplomatici del XX secolo. Anziché combattere contemporaneamente le due grandi potenze comuniste, Washington decide di sfruttare la loro rivalità. Kissinger si reca segretamente a Pechino nel 1971; Nixon incontra Mao nel febbraio 1972. La completa normalizzazione diplomatica avverrà solo nel 1979 sotto Carter, ma la svolta strategica è già un dato di fatto: gli Stati Uniti dispongono ormai di una leva cinese contro l’Unione Sovietica.

Roland Lombardi ha approfondito ampiamente questa interpretazione nel suo editoriale dedicato a Richard Nixon e nel suo ritratto di Henry Kissinger, definendo questa apertura un «colpo di genio geopolitico»: l’America, indebolita dal Vietnam, riesce a infliggere un colpo decisivo al mondo comunista e trasforma un confronto bipolare in un gioco triangolare tra Washington, Mosca e Pechino.

Questa mossa avrà conseguenze di grande portata. Kissinger capirà del resto, molto tempo dopo, che l’ascesa della Cina aveva finito per ribaltare l’equazione e che d’ora in poi bisognava evitare un’alleanza duratura tra Pechino e Mosca. È proprio questa la logica della diplomazia triangolare: la prima potenza mondiale deve impedire alla seconda e alla terza potenza di unire le forze contro di essa.

Gli anni ’70: quando l’URSS sembrava ancora in vantaggio

La caduta dell’Unione Sovietica appare tanto più spettacolare in quanto, quindici anni prima, Mosca sembrava ancora in ascesa. Dopo il trauma americano del Vietnam, i movimenti e i regimi vicini all’URSS guadagnano terreno in diverse regioni del mondo. Angola, Mozambico, Etiopia, Nicaragua, Afghanistan: l’influenza sovietica sembra espandersi mentre gli Stati Uniti attraversano il Watergate, la crisi petrolifera, le conseguenze del Vietnam e poi la crisi iraniana.

Roland Lombardi ha sviluppato, nella sua analisi particolarmente critica di Jimmy Carter, l’idea che l’idealismo e le esitazioni della sua amministrazione abbiano contribuito a un periodo di arretramento strategico degli Stati Uniti, anche se questa interpretazione va sfumata alla luce degli accordi di Camp David e di diverse importanti iniziative diplomatiche del presidente democratico. L’invasione sovietica dell’Afghanistan nel dicembre 1979 e la rivoluzione iraniana conferiscono tuttavia agli Stati Uniti l’immagine di una potenza sulla difensiva.

Ma dietro la facciata geopolitica sovietica, il motore economico sta già iniziando a incepparsi pericolosamente.

Il colosso scientifico dai piedi d’argilla in campo economico

Sarebbe ridicolo presentare l’URSS come una società totalmente arretrata. Aveva costruito un sistema educativo di massa straordinario, formato eccellenti matematici, fisici, ingegneri e medici, sviluppato un’industria pesante gigantesca e raggiunto livelli di eccellenza nel settore nucleare, nell’aeronautica, nell’armamento e nello spazio. Il suo apparato di intelligence, in particolare il KGB, figurava tra i più efficienti al mondo. Una potenza incapace di innovare non avrebbe mandato Gagarin nello spazio trentacinque anni dopo essere uscita devastata da una guerra civile.

Il problema sovietico risiedeva altrove: l’eccellenza settoriale coesisteva con un’inefficienza sistemica. L’economia pianificata sapeva concentrare risorse immense su una priorità stabilita dallo Stato, che si trattasse di un missile, di una centrale nucleare o di un programma spaziale; era invece molto meno efficiente nell’organizzare i milioni di decisioni quotidiane necessarie a un’economia moderna di consumo. Prezzi controllati, assenza di concorrenza, scarsi incentivi alla produttività, carenze croniche, cattiva allocazione del capitale, un’agricoltura costantemente carente nonostante l’immensità dei terreni disponibili e una burocratizzazione paralizzante minarono progressivamente il sistema.

L’economista Alec Nove, uno dei maggiori esperti occidentali di economia sovietica, ha sottolineato queste inefficienze strutturali della pianificazione centralizzata, alle quali si aggiungeranno, sotto Gorbaciov, riforme incoerenti: si allentano alcuni meccanismi amministrativi senza aver ancora creato le istituzioni necessarie al funzionamento di un vero mercato. Il risultato sarà talvolta il peggiore dei due sistemi: meno controllo senza un vero mercato.

Le catastrofi umane dello stalinismo, in particolare le grandi carestie legate alla collettivizzazione, appartengono a un periodo precedente, ma avevano già messo in luce il prezzo mostruoso di certe politiche economiche. Chernobyl, nell’aprile 1986, rivela qualcos’altro: l’opacità burocratica, la cultura del segreto, le mancanze in materia di responsabilità e l’incapacità iniziale del sistema di riconoscere pubblicamente una catastrofe. L’incidente, ovviamente, non provoca da solo il crollo dell’URSS, ma diventa il simbolo delle sue patologie.

Giovanni Paolo II: minare l’Impero attraverso la nazione e la fede

Un altro elemento sfugge in gran parte alle equazioni economiche: il ritorno del religioso e del nazionale. L’elezione nel 1978 del cardinale polacco Karol Wojtyła, diventato Giovanni Paolo II, ha una portata geopolitica considerevole. Il suo trionfale viaggio in Polonia nel 1979 ricorda che quarant’anni di comunismo non hanno distrutto né il cattolicesimo polacco né il sentimento nazionale. L’anno successivo nasce Solidarność attorno a Lech Wałęsa.

Ovviamente il Vaticano non “distrugge” da solo l’URSS, ma Giovanni Paolo II contribuisce in modo determinante a delegittimare il sistema comunista nell’Europa orientale. Dimostra che dietro l’Homo sovieticus immaginato dal regime si nascondono il polacco cattolico, il lituano, l’ucraino, il georgiano, l’armeno e tutte quelle identità che l’ideologia aveva preteso di superare.

È proprio questo il problema individuato, prima di molti altri, da Hélène Carrère d’Encausse. Il comunismo aveva creduto di risolvere la questione nazionale; in realtà l’aveva soprattutto congelata. Quando il ghiaccio ideologico si scioglie, le nazioni riaffiorano.

Reagan: accelerare l’esaurimento dell’Unione Sovietica

« L’arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca nel gennaio 1981 cambiò radicalmente il rapporto psicologico e strategico. Eppure fu proprio lui, colui che all’epoca veniva considerato un buffone, un po’ come Trump oggi, a segnare la fine dell’URSS. Laddove la distensione aveva cercato di stabilizzare la competizione, Reagan scelse di sfruttare le debolezze sovietiche. Aumentò notevolmente lo sforzo militare americano e nel marzo 1983 annunciò l’Iniziativa di difesa strategica, presto soprannominata «Guerra delle stelle». Il programma era tecnologicamente molto ambizioso e parte delle sue promesse rientrava allora più nella sfera delle proiezioni che in una capacità operativa immediata. Ma proprio per questo: Mosca non poteva essere certa che si trattasse di un bluff.

«L’effetto psicologico conta quasi quanto quello militare. I dirigenti sovietici sanno che la loro economia è molto più piccola e meno dinamica di quella degli Stati Uniti e temono il vantaggio tecnologico americano. Diverse analisi sulla caduta dell’Unione Sovietica sottolineano che la nuova corsa tecnologica e agli armamenti imposta da Reagan aumentava ulteriormente la pressione su risorse già insufficienti» (Roland Lombardi).

A ciò si aggiunge il contraccolpo petrolifero del 1985-1986. I prezzi del greggio crollano quando l’Arabia Saudita abbandona la sua politica di limitazione della produzione e aumenta notevolmente i volumi per riconquistare le proprie quote di mercato. Per l’URSS, grande esportatore di idrocarburi e fortemente dipendente dai propri proventi in valuta estera, lo shock è grave.

Roland Lombardi sottolinea giustamente l’importanza, spesso sottovalutata, di questo fattore energetico nell’indebolimento dell’Unione Sovietica. Occorre tuttavia distinguere in questa sede il fatto accertato dall’interpretazione geopolitica: l’idea secondo cui Reagan avrebbe personalmente ordinato ai sauditi di inondare il mercato con l’obiettivo esplicito di provocare il crollo dell’URSS rimane oggetto di dibattito tra gli storici e non è dimostrata in modo sufficientemente solido da poter essere presentata come un dato di fatto. Ciò che è invece indiscutibile è la concomitanza: il crollo del prezzo del petrolio privò Mosca di una parte essenziale delle sue entrate estere proprio nel momento in cui le spese militari, le difficoltà economiche e le esigenze di importazione gravavano pesantemente sul sistema.

Forse è proprio questo il più grande successo strategico di Reagan: non tanto “abbattere” direttamente l’URSS, quanto costringerla a sostenere una competizione il cui costo stava diventando sproporzionato rispetto alle prestazioni della sua economia. L’America aveva agito in modo simile, in un altro ambito e senza provocare un crollo politico, di fronte alla sfida economica giapponese degli anni ’80: sfruttare i vantaggi strutturali del sistema americano e spostare la competizione su terreni in cui l’avversario è meno in grado di tenere il passo.

Afghanistan: una sconfitta, ma non quel “Vietnam sovietico” semplicistico di cui si parla

L’intervento sovietico in Afghanistan tra il 1979 e il 1989 viene spesso descritto come il colpo di grazia inferto all’URSS. Fu indubbiamente molto costoso in termini umani, finanziari e politici. Gli Stati Uniti, il Pakistan e l’Arabia Saudita fornirono un aiuto considerevole ai mujaheddin; i missili antiaerei Stinger divennero uno dei simboli di questa guerra per procura.

Ma il confronto meccanico con la guerra del Vietnam merita di essere seriamente sfumato, come ricorda Roland Lombardi basandosi in particolare sulle analisi militari di Mériadec Raffray, soprattutto nel suo: Afghanistan: Le vittorie dimenticate dell’Armata Rossa. Dopo un inizio difficile di fronte a una guerra asimmetrica per la quale l’esercito convenzionale sovietico era mal preparato, la 40ª Armata adegua progressivamente i propri metodi.

Questa capacità di adattamento militare non era del resto del tutto nuova nella storia sovietica: come ricorda più ampiamente la storia operativa dell’Armata Rossa studiata in particolare da Laurent Henninger, l’apparato militare sovietico poteva dimostrarsi straordinariamente rigido nelle sue fasi iniziali prima di imparare, a volte in modo brusco, dai propri fallimenti.

In ogni caso, i sovietici ovviamente non “vincono” la guerra dal punto di vista politico, ma ottengono diversi importanti successi tattici e operativi, tra cui l’operazione Magistral nel 1987-1988.

Soprattutto, il loro ritiro del febbraio 1989 fu pianificato ed eseguito in modo ordinato. Gli archivi del Politburo, studiati da allora, hanno portato diversi ricercatori a mettere in discussione l’immagine di un esercito sovietico in fuga dal campo di battaglia dopo un crollo militare. Il governo di Mohammad Najibullah, sostenuto da Mosca, sopravvisse per quasi tre anni alla partenza delle truppe sovietiche e cadde solo nel 1992, dopo la scomparsa dell’URSS e l’interruzione del sostegno che lo accompagnava. Gli studi accademici sul ritiro sovietico parlano esplicitamente di una strategia di uscita coerente che, per un certo periodo, ha raggiunto i suoi obiettivi limitati.

Il confronto con il ritiro americano dell’agosto 2021 è quindi crudele: il governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti crollò prima ancora che il ritiro occidentale fosse completamente concluso e Kabul cadde nelle mani dei talebani in scene di caos trasmesse in tutto il mondo. Najibullah, invece, aveva resistito fino al 1992. Ciò ovviamente non trasforma l’intervento sovietico in una vittoria; ci impone semplicemente di distinguere tra un fallimento strategico a lungo termine e una disfatta militare immediata.

Questa distinzione si ricollega alle riflessioni sviluppate nel nostro recente ritratto del generale Giáp sulle guerre asimmetriche: una guerriglia non trionfa mai grazie a una sorta di magia del «debole contro il forte»; il risultato dipende dalla durata, dal rifugio esterno, dai sostegni stranieri, dalla volontà politica e dalla capacità del potere locale di sopravvivere dopo la partenza della grande potenza.

Gorbaciov: l’uomo celebrato in Occidente, molto meno in Russia…

Quando Mikhail Gorbaciov sale al potere nel 1985, comprende chiaramente una cosa fondamentale: il sistema sovietico non può continuare così. Ma comprendere la necessità della riforma non significa saperla condurre. La perestrojka mira a ristrutturare l’economia; la glasnost libera progressivamente la libertà di parola; la politica estera sovietica diventa meno conflittuale. Gorbaciov accetta la riunificazione tedesca, rinuncia a intervenire militarmente per salvare i regimi comunisti dell’Europa orientale e contribuisce direttamente a porre fine pacificamente alla Guerra Fredda.

Ecco perché il suo prestigio rimane notevole in Occidente. Ma lo sguardo russo è molto più severo. La liberalizzazione politica sta progressivamente distruggendo i meccanismi di autorità che sostenevano l’Unione, mentre le riforme economiche non riescono a costruire un sistema sostenibile. Si aggravano la carenza di beni, il deficit di bilancio, la disorganizzazione dei circuiti produttivi e la crisi monetaria. Come ha dimostrato Alec Nove, le riforme accumulano incoerenze ed errori proprio nel momento in cui l’ascesa dei nazionalismi e la perdita di legittimità del Partito creano un vero e proprio vuoto di potere.

Occorre tuttavia evitare un anacronismo frequente: il crollo catastrofico del tenore di vita russo, la grande ondata di oligarchi, le privatizzazioni predatorie e l’esplosione delle disuguaglianze risalgono soprattutto agli anni di Eltsin successivi alla scomparsa dell’URSS, anche se il deterioramento era iniziato già prima.

Eltsin: la libertà, il caos e il crollo della potenza russa

Boris Eltsin rappresenta a questo proposito una figura assolutamente imprescindibile e profondamente ambivalente. Ha svolto un ruolo determinante nella distruzione del sistema sovietico e nella nascita dell’attuale Federazione Russa. Nell’agosto 1991, in piedi su un carro armato davanti alla Casa Bianca di Mosca, è diventato il simbolo della resistenza al colpo di Stato conservatore. Pochi mesi dopo, fu anche uno dei tre leader che, insieme a Leonid Kravchuk per l’Ucraina e Stanislav Shushkevich per la Bielorussia, firmarono gli accordi di Belovej, con cui si constatava che l’URSS «non esisteva più».

Sarebbe troppo semplicistico ridurre Eltsin al ruolo di un becchino irresponsabile. Egli contribuisce effettivamente allo smantellamento del sistema del partito unico, garantisce una libertà politica e mediatica sconosciuta sotto il regime sovietico e avvia la Russia verso l’economia di mercato. Tuttavia, il modo in cui viene condotta questa transizione provoca contemporaneamente una catastrofe economica e una disorganizzazione dello Stato, dalla quale la Russia impiegherà più di un decennio per riprendersi.

La “terapia d’urto” avviata nel 1992 liberalizza bruscamente i prezzi in un’economia in cui le strutture di mercato sono ancora in fase embrionale. L’inflazione distrugge gran parte dei risparmi accumulati dalle famiglie sovietiche, la produzione crolla e milioni di persone vedono peggiorare il proprio tenore di vita. Le massicce privatizzazioni del 1992-1994 trasferiscono una parte immensa dell’ex apparato produttivo sovietico al settore privato in condizioni spesso poco trasparenti. Il FMI ricorda che alla fine del 1994 erano state privatizzate o affittate con opzione di acquisto circa 130.000 imprese, ovvero più della metà delle imprese pubbliche e comunali esistenti all’inizio della transizione.

Il sistema dei “loans for shares” del 1995 accelera ulteriormente la concentrazione della ricchezza nelle mani di una manciata di uomini d’affari che diventeranno i famosi oligarchi. Lo stesso FMI ha descritto come questi ultimi abbiano rafforzato in modo massiccio il proprio potere economico e politico, finanziato la rielezione di Eltsin nel 1996, influenzato le leggi, i ministeri e la fiscalità, contribuendo così a indebolire ulteriormente uno Stato già estremamente fragile.

Anche la crisi politica del 1993, quando il conflitto tra Eltsin e il Parlamento sfociò nell’assalto militare alla Casa Bianca, mise in luce i limiti della narrativa di una transizione democratica pacifica. Il presidente vinse la prova di forza e la Costituzione del dicembre 1993 istituì un regime presidenziale particolarmente forte. Allo stesso tempo, la prima guerra in Cecenia, iniziata nel 1994, rivela in modo umiliante lo stato di degrado delle forze armate russe. Grozny diventa il simbolo di quella Russia che possiede ancora migliaia di armi nucleari ma fatica a ristabilire la propria autorità su una piccola repubblica del Caucaso.

Per milioni di russi, gli anni di Eltsin sono quindi associati a un doloroso paradosso: maggiori libertà individuali e politiche, ma anche il crollo sociale, il mancato pagamento di stipendi e pensioni, l’esplosione della criminalità organizzata, la nascita di ingenti fortune oligarchiche e uno spettacolare declino sul piano internazionale. È questa esperienza, più ancora della nostalgia ideologica per il comunismo, a spiegare perché il decennio degli anni ’90 sia diventato, nella memoria politica russa, il contrappunto su cui Vladimir Putin costruirà una parte essenziale della sua legittimità.

Questa ambivalenza del periodo Eltsin è stata studiata, in particolare, da Jean-Robert Raviot, specialista della Russia post-sovietica, che ha dedicato diversi studi all’eredità politica del primo presidente della Federazione Russa. Il decennio degli anni ’90 appare così meno come una semplice transizione lineare dal comunismo alla democrazia e più come una ricomposizione caotica del potere russo, delle sue élite, delle sue istituzioni e dei rapporti tra il centro e le regioni.

Eppure, proprio all’interno di questa Russia indebolita sta gradualmente emergendo una reazione strategica. Essa porta in particolare il nome di un personaggio troppo spesso dimenticato nell’Europa occidentale: Evgenij Primakov.

Evgenij Primakov: quando la Russia ricomincia a dire “no”

Primakov è una delle figure chiave della Russia post-sovietica. Orientalista, esperto del mondo arabo, ex corrispondente della Pravda e poi capo dei servizi segreti esteri russi dopo lo scioglimento del KGB, è diventato ministro degli Affari esteri nel gennaio 1996, prima di essere nominato primo ministro nel settembre 1998, all’indomani della grande crisi finanziaria russa.

Il suo arrivo al Ministero degli Affari Esteri segna una svolta significativa. Dal 1991, la diplomazia di Andrej Kozyrev aveva perseguito una stretta integrazione della Russia nell’ordine occidentale dominato dagli Stati Uniti. Primakov non sostiene tuttavia una rottura con l’Occidente. Le testimonianze e le analisi dell’epoca mostrano invece un uomo pragmatico, capace di compromessi, anche con la NATO. Egli ritiene tuttavia che la Russia non possa accettare a lungo termine lo status di potenza sconfitta o secondaria e che l’ordine internazionale emerso dalla Guerra Fredda non possa rimanere per sempre unipolare. La stessa NATO ha in seguito descritto Primakov come un uomo pragmatico, nonostante la sua opposizione all’allargamento dell’Alleanza.

Quella che diventerà la «dottrina Primakov» si fonda su un’idea centrale: il mondo deve evolversi verso la multipolarità e la Russia deve conservare una capacità decisionale indipendente, sviluppando al contempo le proprie relazioni con l’Europa, la Cina, l’India, il Medio Oriente e le ex repubbliche sovietiche. Non si tratta quindi più di tentare di ricostituire l’URSS, ma di impedire che la fine dell’era sovietica trasformi la Russia in una semplice periferia del sistema americano. Primakov intuisce già che Mosca può compensare in parte il proprio indebolimento economico facendo leva sulla geografia, sulla diplomazia e sull’equilibrio tra diversi poli.

L’episodio ormai leggendario del «Primakov Loop» sintetizza questa volontà di autonomia. Nel marzo 1999, mentre si recava ufficialmente negli Stati Uniti in qualità di primo ministro, Primakov venne a sapere, mentre sorvolava l’Atlantico, che la NATO stava iniziando i bombardamenti contro la Jugoslavia senza un mandato del Consiglio di sicurezza. Ordinò al suo aereo di invertire la rotta e tornò a Mosca. Il gesto è simbolico ma significativo: la Russia degli anni ’90, impoverita, militarmente indebolita e finanziariamente dipendente dall’Occidente, fa comunque capire di non volersi più allineare automaticamente a Washington.

Primakov non rimase al potere abbastanza a lungo da trasformare completamente il sistema russo. Ma il suo pensiero prefigura in larga misura ciò che sarebbe accaduto in seguito. L’idea di un mondo multipolare, l’importanza attribuita alla Cina e all’India, il rifiuto di un’egemonia americana senza contrappesi e la volontà di ripristinare l’autonomia strategica russa sarebbero diventati, pochi anni dopo, i pilastri della politica estera di Vladimir Putin.

Per questo motivo sarebbe storicamente errato far risalire l’inizio del «ritorno della Russia» solo al 2000. Putin ripristinerà i mezzi del potere; Primakov aveva già iniziato a ne ripristinare la dottrina.

1991: quando le nazioni fanno crollare l’Impero

Nel frattempo, l’edificio sovietico inizia a incrinarsi. Gli Stati baltici rivendicano la propria indipendenza. Il Caucaso è in fermento. I nazionalismi si risvegliano in Ucraina, in Georgia, in Armenia e altrove. Lo stesso potere russo, guidato da Boris Eltsin, entra in competizione con il potere sovietico di Gorbaciov.

Il colpo di Stato conservatore dell’agosto 1991 accelera proprio ciò che avrebbe voluto impedire. I cospiratori falliscono; Gorbaciov torna a Mosca politicamente distrutto; Eltsin emerge come vincitore. L’8 dicembre, i leader russi, ucraini e bielorussi firmano gli accordi di Belovej, che sanciscono la fine dell’URSS e istituiscono la Comunità degli Stati Indipendenti. Il 25 dicembre 1991, Gorbaciov si dimette. La bandiera rossa viene ammainata dal Cremlino.

La superpotenza che disponeva di diversi milioni di soldati, migliaia di armi nucleari, sottomarini strategici, una flotta oceanica, un programma spaziale e uno dei più potenti apparati di intelligence della storia scompare praticamente senza combattere.

Hélène Carrère d’Encausse aveva avuto ragione sui punti essenziali prima di quasi tutti: l’Impero sovietico era meno omogeneo di quanto sembrasse e la questione nazionale costituiva una frattura fondamentale. I meccanismi precisi del crollo differivano da alcune previsioni demografiche contenute in *L’Empire éclaté*, ma l’intuizione centrale era notevole.

L’URSS non è stata quindi «sconfitta»: si è resa incapace di andare avanti

Forse è questa la grande lezione del 1991. Cercare una causa unica significa ricostruire ideologicamente la storia. Reagan, da solo, non ha «distrutto» l’URSS. Né lo ha fatto Giovanni Paolo II. Né l’Afghanistan. Né il petrolio. Né Gorbaciov.

Ma alla fine tutto si è sommato.

La stagnazione della produttività, le rigidità della pianificazione, il peso sproporzionato del complesso militare-industriale, la dipendenza dalle esportazioni energetiche, il ritardo in alcune tecnologie civili, la crisi di legittimità ideologica, la corruzione burocratica, Cernobyl, l’Afghanistan, la pressione strategica statunitense, il crollo del settore petrolifero, l’ascesa dei nazionalismi, l’emancipazione dell’Europa orientale e, infine, le riforme mal gestite di Gorbaciov hanno finito per rafforzarsi a vicenda.

Storici e politologi come Stephen Kotkin, in particolare in *Armageddon Averted*, Vladislav Zubok in *Collapse: The Fall of the Soviet Union*, Archie Brown in *The Gorbachev Factor* e *The Rise and Fall of Communism*, o ancora Serhii Plokhy in *The Last Empire* hanno sottolineato, con approcci diversi, questa interazione tra strutture economiche, decisioni politiche, nazionalità, ideologia e contingenza. Il crollo non fu né un miracolo americano né una fatalità scritta nel destino fin dal 1917.

Ci fu una convergenza.

Putin: la «rinascita» russa dopo il crollo

Quando Vladimir Putin sale al vertice dello Stato a cavallo tra il 1999 e il 2000, la Russia sta uscendo da un decennio traumatico. Il suo progetto si fonda in gran parte sull’esperienza degli anni ’90: risanare lo Stato, ripristinare gli stipendi dei funzionari pubblici, rimettere in riga gli oligarchi che pretendono di dettare legge al Cremlino, riprendere il controllo dei settori strategici e ristabilire l’autorità federale.

Ma Putin non si trova in un vuoto strategico totale. Eredita anche la linea intellettuale e diplomatica avviata da Primakov a partire dalla metà degli anni ’90. L’ex primo ministro aveva ridato coerenza a una politica estera che non voleva più limitarsi a essere semplicemente occidentalizzata; Putin le fornirà progressivamente ulteriori mezzi economici, militari e istituzionali. La continuità tra Primakov e Putin è quindi reale, anche se i metodi, i contesti e la concentrazione del potere differiscono profondamente.

La seconda guerra in Cecenia diventa l’atto fondante di questo ritorno dello Stato. Seguono poi la ripresa economica degli anni 2000, favorita in modo decisivo dall’aumento dei prezzi degli idrocarburi, la guerra in Georgia del 2008, l’annessione della Crimea nel 2014, l’intervento in Siria a partire dal 2015 e il ritorno di Mosca al centro della scena mediorientale. Dopo l’umiliazione degli anni di Eltsin, la Russia torna ad essere una potenza con cui gli altri attori devono fare i conti.

Nella nostra panoramica sui «sussulti di fine Impero», Putin rappresenta quindi un caso particolarmente interessante. Ovviamente non ha ricostituito l’Unione Sovietica, e tutto indica che sia consapevole dell’impossibilità di una sua completa restaurazione. La sua formula, spesso citata, è del resto più sottile della caricatura che se ne fa: «Chi non rimpiange la scomparsa dell’Unione Sovietica non ha cuore; chi vuole restaurarla nella sua forma precedente non ha cervello».

Putin cerca piuttosto di ricreare attorno alla Russia uno spazio di sicurezza e di influenza compatibile con la sua storia imperiale e con la sua concezione di potere. È proprio questo progetto che entra in conflitto con l’allargamento della NATO e, in ultima analisi, con la questione ucraina.

Questa crescente incomprensione tra Mosca e le capitali occidentali non risale, del resto, alla guerra in Ucraina. Già negli anni ’90, Ana Pouvreau, in particolare nel libro I russi e la sicurezza europea, si era interessata al modo in cui i russi percepivano il proprio contesto strategico e il proprio ruolo nell’architettura di sicurezza del continente europeo.

Ucraina: questa ripresa può trasformarsi in esaurimento?

La guerra iniziata nel febbraio 2022 è entrata nel 2026 nel suo quinto anno e rappresenta ormai la prova più dura per il sistema putiniano. Contrariamente alle previsioni iniziali di un rapido crollo a causa delle sanzioni occidentali, la Russia ha dimostrato una notevole capacità di adattamento economico, industriale e militare. Dispone ancora di risorse naturali enormi, di una potente industria degli armamenti, di un territorio di eccezionale estensione e di partner in grado di attenuare in parte il suo isolamento dall’Occidente.

Ma nessuna guerra di lunga durata è a costo zero. Le perdite umane, le spese militari, la mobilitazione di una quota crescente dell’economia, le sanzioni, le difficoltà tecnologiche e gli attacchi alle infrastrutture energetiche comportano un costo reale.

Per Roland Lombardi, questa situazione va inquadrata in una prospettiva molto più ampia: «La Russia si sta in parte logorando in Ucraina sotto la pressione e con il sostegno militare della NATO; anche l’Europa si sta logorando economicamente e politicamente in questo scontro; e gli Stati Uniti di Trump sono ormai impegnati in un costoso scontro con l’Iran. Se sei uno stratega a Pechino, non puoi che osservare con soddisfazione i tuoi principali concorrenti dedicare contemporaneamente una quota crescente delle loro risorse a conflitti periferici, mentre la Cina ragiona in una prospettiva a lungo termine.»

Ecco forse uno dei grandi capovolgimenti della nostra epoca: dopo essere stata oggetto della diplomazia triangolare di Nixon e Kissinger, la Cina può ora trarre vantaggio dallo scontro tra gli altri poli del sistema.

Russia-Cina: un’alleanza necessaria, una preoccupazione silenziosa

Il spettacolare riavvicinamento tra Mosca e Pechino non deve quindi essere confuso con un’alleanza naturale ed eterna, come ha ricordato Roland Lombardi in uno dei suoi editoriali. Lo ha già sottolineato su *Le Diplomate*: il riorientamento della Russia verso la Cina è in gran parte il risultato della rottura con l’Occidente. Le sanzioni europee e americane hanno accelerato un riorientamento commerciale e strategico della Russia verso l’Asia che, altrimenti, sarebbe stato molto più graduale.

Ma l’asimmetria si accentua. La Cina possiede ormai un’economia di gran lunga superiore a quella della Russia, una popolazione quasi dieci volte più numerosa e una potenza industriale che nemmeno l’Unione Sovietica ha mai posseduto su questa scala relativa. Mosca apporta energia, materie prime, una formidabile potenza militare e nucleare, profondità strategica e un’esperienza diplomatica a livello mondiale; Pechino possiede la massa economica.

Anche la storia ha il suo peso. Gli scontri sino-sovietici del 1969 non appartengono a un passato così lontano, e l’ascesa della Cina in Asia centrale riguarda una regione a lungo considerata il cortile di casa strategico della Russia. De Gaulle aveva del resto intuito molto presto questa contraddizione geopolitica. Già durante la conferenza stampa del 10 novembre 1959, egli sottolineava che, nonostante l’ideologia comunista condivisa, la Russia rimaneva una potenza europea e asiatica alle prese con l’immensa massa cinese in piena ascesa.

L’errore strategico occidentale degli ultimi decenni potrebbe quindi essere stato quello di trasformare una potenziale diffidenza tra Mosca e Pechino in un’alleanza di necessità. Si tratta esattamente dell’opposto della logica di Nixon-Kissinger — e, sotto molti aspetti, dell’intuizione che Primakov aveva sviluppato già negli anni ’90, cercando egli stesso di utilizzare i rapporti con Pechino e Nuova Delhi per restituire alla Russia margini di manovra nei confronti di Washington.

Da un mondo bipolare a un mondo multipolare

La scomparsa dell’URSS era sembrata aprire una parentesi storica eccezionale. Gli Stati Uniti si ritrovavano senza rivali a livello globale. Francis Fukuyama poteva diffondere l’idea di una «fine della Storia» e l’Occidente poteva credere che la democrazia liberale, l’economia di mercato e la globalizzazione avrebbero progressivamente costituito l’orizzonte politico universale.

Trentacinque anni dopo, questa certezza sembra appartenere a un altro mondo.

La Cina è diventata il principale rivale economico e strategico degli Stati Uniti. L’India afferma i propri interessi. Le potenze del Golfo si rifiutano sempre più spesso di schierarsi sistematicamente da una parte o dall’altra. I BRICS si sono ampliati. Il «Sud globale», concetto certamente impreciso, esprime tuttavia una realtà politica: una parte crescente del mondo non occidentale intende intrattenere contemporaneamente relazioni con Washington, Pechino, Mosca e altri poli piuttosto che allinearsi automaticamente.

Questa evoluzione si ricollega alla riflessione sviluppata su *Le Diplomate* riguardo a Henry Kissinger e all’equilibrio westfaliano: un ordine duraturo non si basa necessariamente sull’universalizzazione del sistema del vincitore, ma sul riconoscimento degli interessi, delle culture politiche e dei rapporti di potere dei diversi attori.

Inoltre, attribuisce retrospettivamente un’importanza considerevole a Primakov. A metà degli anni ’90, quando l’unipolarità americana sembrava trionfante, egli affermava già che tale configurazione sarebbe stata temporanea e che un mondo multipolare sarebbe inevitabilmente riemerso. Che si condivida o meno la visione russa di tale ordine, bisogna riconoscere che l’evoluzione del sistema internazionale dall’inizio del XXI secolo ha reso questa intuizione molto meno marginale di quanto sembrasse allora.

La Russia post-sovietica ha cercato proprio di ritagliarsi un posto in questo mondo multipolare. Non possiede più la potenza economica dell’URSS rispetto al resto del mondo, ma dispone di risorse sufficienti per rimanere un attore imprescindibile: territorio, risorse naturali, energia nucleare, armamenti, seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, spazio, Artico, agricoltura, diplomazia e posizione geografica tra Europa e Asia.

La vera sfida della Russia: preservare lo spazio

È proprio qui, in definitiva, che il 1991 si unisce a Ivan il Terribile, Pietro il Grande, Caterina II, Stalin, Eltsin, Primakov e Putin. Da secoli, il problema fondamentale della Russia non è tanto quello di conquistare quanto quello di tenere insieme un territorio gigantesco.

Hélène Carrère d’Encausse aveva compreso che gli imperi multinazionali non sono mai definitivamente consolidati. L’URSS aveva tentato di risolvere il problema attraverso un’ideologia sovranazionale, un’organizzazione federale teorica e un potere centrale estremamente potente. Quando l’ideologia e il centro crollarono contemporaneamente, i confini amministrativi delle repubbliche sovietiche divennero, nel giro di pochi mesi, confini internazionali.

Questa persistenza invita a considerare la dimensione imperiale russa in modo diverso dalla semplice nostalgia per l’URSS. In Il software imperiale russo, Jean-Robert Raviot analizza proprio la persistenza, attraverso i cambiamenti di regime, delle rappresentazioni del potere, dello spazio e della sovranità ereditate dalla lunga storia russa. L’Impero degli zar, l’Unione Sovietica e la Federazione Russa non sono ovviamente regimi intercambiabili, ma alcune concezioni della profondità strategica, del ruolo del centro e dello status di grande potenza attraversano le loro discontinuità politiche.

La Federazione Russa contemporanea rimane a sua volta multinazionale, multiconfessionale e immensa. Russi etnici, tartari, baschiri, ceceni, popoli del Caucaso e della Siberia appartengono a uno Stato che si estende su undici fusi orari. Questa diversità non è un caso fortuito: è il risultato di diversi secoli di espansione, scontri, conquiste, ma anche di progressiva integrazione di popolazioni finno-ugriche, turche, mongole, caucasiche, musulmane e buddiste.

Il suo problema storico rimane quindi esattamente lo stesso che avevano affrontato gli zar e poi i leader sovietici: come mantenere la coesione di uno spazio così immenso senza che la diversità delle regioni periferiche si trasformi in una forza centrifuga?

La demografia, lo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente, l’equilibrio tra Mosca e le regioni, l’integrazione delle popolazioni musulmane, i rapporti con il Caucaso e, soprattutto, la capacità di mantenere uno Stato sufficientemente potente senza soffocare la società avranno probabilmente un peso maggiore per il futuro della Russia rispetto ai chilometri quadrati conquistati o persi su questo o quel fronte.

«La Russia assorbirà il comunismo come la carta assorbente assorbe l’inchiostro»

Charles de Gaulle aveva forse espresso meglio di chiunque altro questa straordinaria costanza storica. A lui si attribuisce la frase secondo cui «la Russia assorbirà il comunismo come la carta assorbente assorbe l’inchiostro», un’affermazione il cui significato è ben documentato nelle testimonianze sulla sua visione dell’URSS. Per de Gaulle, dietro al comunismo c’era la Russia.

Questa intuizione spiega forse meglio di molte teorie la differenza tra la caduta dell’Unione Sovietica e quella dell’Impero romano o bizantino.

Il regime è crollato; la civiltà è rimasta.

L’Unione Sovietica era durata solo sessantanove anni. La Russia, nelle sue successive forme politiche, aveva alle spalle diversi secoli di storia statale. Il marxismo-leninismo poteva scomparire; Mosca rimaneva Mosca. L’aquila bicipite poteva sostituire la falce e il martello. L’ortodossia poteva riapparire là dove il regime aveva distrutto o chiuso migliaia di chiese. I colori imperiali, i Romanov, la memoria della Grande Guerra Patriottica e persino alcuni simboli sovietici potevano, paradossalmente, coesistere in una nuova sintesi nazionale.

È proprio questo che Jean-François Colosimo analizza quando ricolloca il comunismo nel lunghissimo periodo storico religioso e politico russo: il 1917 non ha mai cancellato del tutto Bisanzio, la «Terza Roma», Pietro il Grande o la Russia ortodossa. E questa permanenza è tanto più notevole in quanto la Russia non si è mai costituita come una nazione etnicamente omogenea: è nata slava e ortodossa, è stata plasmata dal dominio mongolo, si è affermata di fronte ai khanati musulmani e poi all’Impero ottomano e ha finito per integrare nel proprio sistema politico una moltitudine di popoli provenienti proprio da quei mondi. Anche questo è parte della singolarità russa: l’avversario di ieri diventa spesso una componente dell’Impero di domani.

1991: la più strana delle fine di un impero

L’URSS costituisce quindi un caso quasi unico nel nostro contesto. Roma fu progressivamente sopraffatta e disgregata. Costantinopoli fu conquistata. La Spagna perse la propria egemonia in una serie di guerre e di esaurimenti. La Francia napoleonica fu sconfitta a Waterloo. La Germania fu schiacciata militarmente nel 1918 e poi completamente distrutta nel 1945. La Gran Bretagna scoprì a Suez di non poter più condurre una guerra contro la volontà americana.

L’Unione Sovietica, dal canto suo, disponeva ancora, il giorno della sua scomparsa, di mezzi militari sufficienti a distruggere il pianeta più volte.

Ecco il paradosso.

Non ha perso nessuna guerra mondiale. Non è stata invasa. Il suo esercito non si è arreso. I suoi missili erano ancora nei silos. I suoi sottomarini continuavano a pattugliare. Il suo KGB era ancora operativo. Eppure lo Stato è scomparso.

La Russia degli anni di Eltsin dimostra del resto che la fine giuridica dell’Impero non costituisce necessariamente la fine del declino. Dopo il 1991 si verifica una seconda crisi, quella dello stesso Stato russo, della sua economia, della sua società e del suo ruolo internazionale. È proprio per questo che Primakov e poi Putin possono essere intesi come due fasi successive di un unico movimento di reazione: il primo cerca di ripristinare un pensiero strategico autonomo nel momento in cui la Russia non dispone praticamente più dei mezzi necessari per realizzare le proprie ambizioni; il secondo ripristina progressivamente una parte di tali mezzi.

Perché l’URSS è scomparsa?

Perché la potenza militare non è mai che uno degli elementi della potenza. Quando un’economia non è più in grado di sostenere a lungo termine le ambizioni dello Stato, quando l’ideologia non convince più coloro che dovrebbero difenderla, quando i popoli periferici smettono di credere nel centro, quando le stesse élite dubitano del sistema, quando le riforme distruggono i vecchi meccanismi prima che quelli nuovi siano operativi e quando un avversario esterno sufficientemente intelligente aumenta contemporaneamente il costo della competizione, nemmeno migliaia di testate nucleari possono impedire a un impero di sgretolarsi dall’interno.

È proprio per questo che il 1991 rappresenta forse l’avvertimento più importante di tutta la nostra serie.

Da Washington a Pechino: la lezione sovietica per gli imperi di oggi

Gli Stati Uniti farebbero male a interpretare il crollo dell’Unione Sovietica esclusivamente come una prova della loro eterna superiorità. L’URSS non è morta perché l’America possedeva un maggior numero di portaerei; è morta perché non riusciva più a conciliare in modo duraturo le sue ambizioni estere, le sue risorse economiche, il suo sistema politico e la coesione del suo spazio interno.

Tutte le grandi potenze sono soggette a questa equazione.

La stessa Russia di Putin deve oggi tenerne conto. Dal 2000 ha dimostrato una capacità di ripresa che pochi osservatori occidentali avrebbero immaginato nel 1991. Ma la sua “rinascita” potrà essere duratura solo se preserverà le basi demografiche, tecnologiche, economiche e politiche della potenza russa. Una guerra prolungata può consolidare momentaneamente uno Stato, ma può anche esaurirlo. La storia russa conosce entrambi gli scenari.

Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un’altra versione dello stesso problema: un debito colossale, impegni militari su scala globale, polarizzazione interna e competizione simultanea con diverse potenze. L’Europa, dal canto suo, possiede una formidabile ricchezza economica ma fatica a trasformarla in una volontà strategica autonoma. E nel frattempo, la Cina osserva, investe, produce, sviluppa le proprie forze armate e cerca proprio di evitare gli errori commessi dagli imperi che l’hanno preceduta.

Per Roland Lombardi, è forse proprio qui che risiede la vera ironia geopolitica del 2026: «Gli americani si stanno logorando in Medio Oriente, i russi in Ucraina, gli europei in uno scontro con Mosca di cui sostengono una parte crescente dei costi, mentre la Cina può osservare i suoi principali concorrenti consumarsi a vicenda le risorse. Se per un istante ci poniamo non a Parigi, Washington o Mosca, ma a Pechino, lo spettacolo è inevitabilmente istruttivo, se non addirittura piacevole…»

Ciò non significa affatto che la Cina abbia già vinto il XXI secolo. Anch’essa presenta le proprie fragilità demografiche, finanziarie, sociali e territoriali. Ma ha studiato con attenzione quasi ossessiva la scomparsa dell’Unione Sovietica. Per il Partito Comunista Cinese, il 1991 rappresenta non tanto un episodio storico estraneo, quanto piuttosto un manuale di ciò che non bisogna assolutamente lasciare che accada.

Forse è questa l’ironia suprema: la grande potenza che ha tratto gli insegnamenti più profondi dalla caduta dell’URSS è oggi l’ultima grande potenza governata da un partito comunista.

La Russia dopo il comunismo: la civiltà dura più a lungo dell’ideologia

Rimane infine un’ultima lezione, probabilmente la più profonda. Le ideologie possono essere estremamente potenti, ma le grandi civiltà hanno spesso una durata infinitamente superiore.

Il comunismo sovietico pretendeva di creare un uomo nuovo e di superare i confini nazionali. Sessantanove anni dopo, il sistema scomparve e le nazioni riapparvero quasi istantaneamente. Ma al centro dell’ex blocco sovietico, la Russia rimase.

Era sopravvissuta ai mongoli, alle guerre contro i khanati dell’Orda, agli scontri secolari con l’Impero ottomano, alle guerre civili, a Napoleone, a Hitler, alle purghe, alle carestie, alla rivoluzione e al comunismo. Soprattutto, aveva progressivamente incorporato una parte dei mondi che un tempo aveva combattuto, fino a diventare quella potenza ortodossa ma multietnica e multiconfessionale la cui diversità costituisce al tempo stesso una ricchezza e una difficoltà permanente di governo. Aveva perso l’URSS senza scomparire essa stessa.

Ecco perché la frase attribuita a de Gaulle ha una forza così grande: la Russia ha effettivamente assorbito il comunismo più di quanto il comunismo sia riuscito ad assorbire definitivamente la Russia.

L’URSS è cessata di esistere il 26 dicembre 1991.

La Russia, invece, aveva iniziato ben prima di lei.

Eltsin incarna uno dei periodi più caotici della sua reinvenzione, Primakov il ritorno a un pensiero strategico autonomo, e Putin il tentativo di restituire allo Stato gli strumenti materiali di un potere perduto. Questa successione non significa affatto che conduca meccanicamente a una nuova grandezza. Mostra solo qualcosa di profondamente russo: dietro i cambiamenti di regime permane una sorprendente continuità della questione centrale, quella del potere del centro, della coesione dello spazio e del posto della Russia tra Europa e Asia.

Ed è probabilmente per questo che è sopravvissuta all’Unione Sovietica.

La sfida di Mosca nel XXI secolo sarà capire se questa straordinaria capacità storica di sopravvivere a regimi, catastrofi e invasioni sarà ancora sufficiente in un mondo in cui il potere si misura meno che in passato solo in base all’estensione territoriale e sempre più in base alla demografia, alla tecnologia, all’industria, ai dati, all’intelligenza artificiale e alla capacità di innovazione.

Perché la storia della fine degli imperi ci insegna ormai qualcosa di fondamentale: le civiltà possono sopravvivere ai propri imperi, ma solo se sanno reinventarsi dopo la loro caduta.

Ed è proprio su questa questione che si aprirà l’ultima parte del nostro dossier: quella dell’Impero che domina ancora il sistema mondiale ma che vede emergere, per la prima volta dal 1945, un concorrente in grado di contendergli in modo duraturo il primo posto.

Da seguire: STORIA – DOSSIER «LA FINE DELL’IMPERO» (8/8) – Stati Uniti: stiamo assistendo all’ultimo sussulto dell’Impero americano?

Riferimenti storiografici

Per approfondire questa storia, l’opera di Hélène Carrère d’Encausse costituisce naturalmente uno dei fili conduttori più preziosi, a partire da *L’Empire éclaté*. Da *La rivolta delle nazioni nell’URSS* (1978), che fin da subito aveva posto la questione nazionale al centro delle fragilità sovietiche, fino a *La gloria delle nazioni*, *L’Impero dell’Eurasia* e soprattutto *Sei anni che hanno cambiato il mondo, 1985-1991*. Il suo lavoro permette di comprendere l’URSS non come una parentesi totalmente distaccata dalla storia russa, ma come una costruzione politica inserita nella lunga durata di uno spazio imperiale e multinazionale.

A questa lettura vanno aggiunti Jean-François Colosimo, in particolare con *L’Apocalypse russe*, per la profondità religiosa e bizantina della storia russa; Stephen Kotkin, con *Armageddon Averted: The Soviet Collapse, 1970-2000*; Vladislav Zubok, autore di *Collapse: The Fall of the Soviet Union*; Serhii Plokhy, con *The Last Empire*; Archie Brown, in particolare con *The Gorbachev Factor* e *The Rise and Fall of Communism*; Alec Nove, imprescindibile per comprendere le contraddizioni economiche della pianificazione sovietica; senza dimenticare Moshe Lewin, Martin Malia, Richard Pipes e Orlando Figes, le cui interpretazioni, talvolta molto divergenti, consentono proprio di misurare quanto la scomparsa dell’Unione Sovietica rimanga un tema storiografico controverso.

Per quanto riguarda il lungo periodo dell’Impero russo e in particolare i rapporti tra la Moscovia, il mondo tartaro e l’Islam russo, i lavori raccolti in *The Cambridge History of Inner Asia* e quelli di Danielle Ross sui tartari di Kazan consentono utilmente di superare una lettura troppo semplicistica che contrappone continuamente russi ortodossi e musulmani: l’Impero si è costruito attraverso scontri, conquiste, compromessi e successive integrazioni. Infine, lo studio della Russia post-sovietica non può fermarsi a Gorbaciov: Eltsin, con la liberalizzazione e il crollo istituzionale degli anni ’90, e poi Evgenij Primakov, vero e proprio padre dottrinale del ritorno della Russia alla multipolarità, costituiscono due anelli indispensabili per comprendere perché il sistema putiniano abbia poi potuto presentarsi sia come una restaurazione dello Stato sia come una rottura con il decennio precedente.

A questi riferimenti vanno aggiunti diversi autori francesi contemporanei, i cui lavori consentono di far luce su diverse dimensioni di questa lunga storia russa. Ana Pouvreau, specialista dei contesti russo e turco, ha pubblicato in particolare Une Troisième Voie pour la Russie (L’Harmattan, 1996) e Les Russes et la sécurité européenne (L’Harmattan, 1998), due opere particolarmente interessanti per comprendere le questioni identitarie e strategiche della Russia all’indomani della fine dell’Unione Sovietica. Laurent Henninger, storico militare e specialista in questioni strategiche, ha curato in particolare un’edizione riveduta e ampliata di *I marescialli sovietici parlano* (Perrin, 2013), utile per ricollocare l’esperienza militare sovietica e i suoi grandi comandanti nella storia della potenza russa. Infine, Jean-Robert Raviot, uno dei migliori esperti francesi della Russia post-sovietica, è autore, tra l’altro, di *Democrazia alla russa. Potere e contro-potere in Russia* (Ellipses, 2008), *Chi governa la Russia?* (Lignes de repères, 2007), *Dall’URSS alla Russia: la civiltà sovietica* con Taline Ter Minassian (Ellipses, 2006), *Il software imperiale russo* (L’Artilleur, 2024) e *Vladimir Putin e la Russia* (2024-2025). Nel 2026 ha inoltre curato insieme ad altri *La potenza russa nel XXI secolo*, un’opera collettiva di grande attualità sulle dinamiche e i limiti della potenza russa contemporanea.

Sono proprio questa pluralità di cause e questa eccezionale continuità della civiltà russa a rendere il 1991 una fine dell’Impero diversa da tutte le altre: la più grande sconfitta geopolitica della storia sovietica è stata subita senza una battaglia decisiva, ma non ha segnato la fine della Russia.


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Il diplomatico

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14 MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE E A POCHI SECONDI DALL’APOCALISSE, LA STORIA DI UN EROE DIMENTICATO, di Gianfranco Campa

14 MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE E A POCHI SECONDI DALL’APOCALISSE, LA STORIA DI UN EROE DIMENTICATO.

Purtroppo gli eventi attuali ci portano a rivisitare un periodo buio della storia moderna recente che si pensava di aver messo per sempre da parte.

Molti credono che il momento più pericoloso nella prima guerra fredda, del secolo passato, sia stata la crisi dei missili sovietici a Cuba. In realtà, il momento più critico, che portò il mondo vicinissimo ad una apocalisse nucleare è avvenuto nel settembre del 1983.

La crisi del 1983, a differenza del 1962, si è svolta a porte chiuse, in una connubio tra spie e segreti.

Che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, nel 1962, fossero sull’orlo di una guerra mondiale, quando John Kennedy e Nikita Khrushchev si “confrontarono” sui missili a Cuba, è risaputo. Gli eventi del 1962 si svolsero, per la maggior parte, alla luce del sole. La crisi del 1983 si è svolta invece in un contesto, nel suo senso letterale, sotterraneo. Nel 1983, il mondo andava avanti con le sue solite routine ed affari per lo più ignaro dei mortali ed apocalittici pericoli cui andava incontro.

Molti della mia generazione, nel 1983 erano ventenni, probabilmente ricorderanno quell’anno più per motivi mondani-sociali e meno per le tensioni e i pericoli insiti nei giochi geopolitici. D’altronde il 1983 è stato un anno particolare: parte la rivoluzione High Tech; vengono messi in vendita i primi orologi Swatch ed entra in commercio il primo cellulare. Con ARPANET nasce di fatto l’era di Internet. Nintendo lancia la console NES. Il primo personal computer viene annunciato da Apple Computer. Microsoft rilascia la prima versione di Word. Si scopre il primo virus informatico.

Il 1983 verrà anche ricordato per altri eventi; come la vendita della prima FIAT Uno, e mentre nelle sale cinematografiche esce il leggendario Scarface, al cinema statuto di Torino, un incendio uccide 64 persone.

Sarà anche l’anno della scomparsa di Emanuela Orlandi e dell’arresto del povero Enzo Tortora. Mentre nell’ombra il mostro di Firenze commette il sesto duplice omicidio, in Brasile viene arrestato Tommaso Buscetta.

In termini di politica interna, Bettino Craxi forma il nuovo governo, legislatura che entrerà nella storia della politica italiana come la più longeva della prima repubblica.

Quell’anno, Margaret Thatcher aveva conseguito un secondo mandato come Primo Ministro inglese, ma il suo erede, Cecil Parkinson, aveva dovuto dimettersi dopo aver ammesso di essere il padre del frutto di una relazione con la sua segretaria. Due giovani socialisti, Tony Blair e Gordon Brown, erano stati eletti, per la prima volta, parlamentari. Lo stesso Tony Blair che ha servito da spalla alle avventure belliche di molte amministrazioni americane, quel Tony Blair che qualche giorno fa ha dichiarato possibile uno scenario da guerra nucleare come risultato del conflitto in Ucraina.

Detto ciò, fu nell’ambito geopolitico che in quel ormai lontano 1983 si verificheranno eventi che avrebbero portato il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare e dell’abisso dell’estinzione. I sovietici avevano testato i missili SS-20 su piattaforme di lancio mobili, facili da nascondere e quasi impossibili da rilevare. Nello stesso tempo, gli americani nell’Europa occidentale, avevano dispiegato i missili balistici Pershing II, come contromisura a una “possibile” invasione dell’Europa Occidentale da parte degli eserciti del Patto di Varsavia.

Nel marzo di quell’anno il presidente americano Ronald Reagan annuncia, definendo l’Unione Sovietica “l’Impero del Male”, l’iniziativa di difesa strategica, meglio conosciuta con il nome di Scudo Spaziale, alzando, alla massima esponenza, la tensione fra le due superpotenze; una tensione palpabile che sarebbe sfociata in una serie di “incidenti” che porteranno l’umanità al limite del precipizio.

Il 1º settembre 1983, l’aviazione sovietica abbatté un aereo passeggeri sudcoreano, il volo Korean Air Lines 007, che aveva sconfinato nello spazio aereo sovietico; sono 269 le vittime a bordo dell’aereo, tra i quali Larry McDonald, membro del Congresso degli Stati Uniti. La pressione è alle stelle, il mondo una polveriera pronta ad esplodere.

Gli eventi del 1983 arrivano sulla coda degli anni ’70 che avevano visto un periodo di distensione tra le due superpotenze, simboleggiato dalla firma degli accordi di Helsinki del 1975, suggellati poi dall’incontro nello spazio delle navicelle Apollo e Soyuz. Dopo decenni di reciproco sospetto, sembrava che le due superpotenze potessero, dopotutto, godere di una pacifica convivenza. L’iniziativa dello Scudo Spaziale annunciato da Reagan viene visto a Mosca come un gesto altamente aggressivo, poiché minava il principio della “distruzione reciprocamente assicurata”, il concetto essenziale, non scritto, che teneva sotto scacco, da ambedue le parti, la tentazione di usare le armi nucleari.

 

***

 

 

L’orologio segna 14 minuti dopo la mezzanotte, ora di Mosca, del 26 Settembre 1983; in America, a causa delle differenze di fuso orario, e` ancora il 25 settembre di una qualsiasi domenica pomeriggio. Stanislav Petrov, un tenente colonnello nella sezione dell’intelligence militare dei servizi segreti dell’Unione Sovietica, si è accomodato, senza troppo entusiasmo, nella sedia di comandante nel bunker sotterraneo di pre-allerta, il cosiddetto Oko System, bunker collocato a sud della capitale sovietica, Mosca. Avrebbe dovuto essere la sua serata libera, ma un altro ufficiale si era ammalato e Petrov era stato convocato all’ultimo minuto per rimpiazzarlo.

La notte, nonostante sia ancora il 26 di Settembre, è già molto fredda; davanti a Petrov e i suoi uomini, ci sono gli schermi che mostrano la locazione di silos missilistici sotterranei nelle praterie del Midwest americano, foto frutto dei satelliti spia. Era dovere del tenente colonnello Stanislav Petrov, usando computer e satelliti, avvertire l’Unione Sovietica se ci fosse stato un attacco missilistico nucleare da parte degli Stati Uniti. In caso di un attacco simile, la strategia dell’Unione Sovietica prevedeva di lanciare un immediato contrattacco con tutte le armi nucleari a disposizione contro gli Stati Uniti stessi e i suoi alleati.

Petrov e i suoi uomini, presenti nel bunker, osservano e ascoltano in cuffia qualsiasi segno di movimento, qualsiasi cosa di insolito che potesse suggerire un attacco nucleare. Il tempo di volo di un missile balistico intercontinentale, dagli USA all’URSS e viceversa, era all’epoca di circa 12 minuti. Se la Guerra Fredda dovesse diventare “calda”, i secondi potrebbero fare la differenza.

 

 

Tutto fa credere che questa notte sarà una notte come tante altre, noiosa, di routine, in cui non succede mai niente. Improvvisamente però si accendono le spie e suonano gli allarmi del computer, avvertendo la presenza di un missile americano che si starebbe dirigendo verso l’Unione Sovietica. Una spia si illumina, a caratteri cubitali digitali, con lettere rosse su sfondo bianco, annunciano la decisione da prendere: “LANCIARE”. Il suono delle sirene avvolgono il bunker, gli allarmi, le luci, le scritte e il computer fanno credere che gli Stati Uniti hanno appena lanciato i loro missili, dando via alla terza e ultima guerra mondiale, la guerra nucleare, “the war to end all wars…” A Petrov spetta la decisione finale: alzare la cornetta del telefono rosso, per lanciare i missili, oppure no.

Petrov, mantiene la calma, quella calma che avvolge gli esseri umani veri quando vengono confrontati da situazioni difficili e mortali. Petrov, ragionando con freddezza, crede che si sia verificato un errore del computer anche perché,  pensando tra sé e sé, ritiene che gli Stati Uniti non avrebbero lanciato un solo missile se avessero davvero deciso di attaccare l’Unione Sovietica; ne avrebbero invece lanciato un numero molto più alto, per colpire più obiettivi, neutralizzando una possibile risposta di Mosca. Sa, inoltre, che in passato si erano presentati dubbi sull’affidabilità del sistema satellitare utilizzato. Petrov deduce, con logica lucidità, in un momento di forte stress, che si tratta quindi di un falso allarme, concludendo che nessun missile era stato realmente lanciato dagli Stati Uniti.

Giusto il tempo per ponderare la sua scelta che la situazione precipita ulteriormente, diventando drammatica. Il sistema informatico indica che un secondo missile è stato lanciato dagli Stati Uniti  in direzione dell’Unione Sovietica. L’allarme continua a suonare mostrando ora un terzo missile, seguito da un quarto e poi un quinto missile. Il suono degli allarmi si fa assordante. Mentre gli occhi degli uomini presenti nel bunker si concentrano su Petrov, lui continua a fissare la scritta lampeggiante “lanciare”, il segnale che indica a Petrov di iniziare la procedura per il lancio dei missili nucleari.

Nonostante ciò, Petrov, sotto tremenda pressione, continua a credere che si tratti di un falso allarme. La sua scelta si basa solo sul suo intuito; intuito che gli fa credere che il sistema informatico sia in qualche modo compromesso. In altre parole Petrov crede che sia un problema tecnico, ma non aveva comunque modo di saperlo con certezza. Non c’erano altri parametri sui quali basarsi. In caso di errore i missili avrebbero presto iniziato a piovere sull’Unione Sovietica.

Passano prima i secondi poi i minuti, ma tutto rimane tranquillo: non ci sono missili e non c’è nessuna distruzione. Il Tenente Colonnello Stanislav Petrov aveva preso la decisione giusta, scongiurando di fatto una guerra nucleare. Il resto dei colleghi, nel Bunker, tirano con Petrov un sospiro di sollievo, qualcuno si congratula con il suo superiore per aver preso, d’istinto, la decisione giusta, salvando il mondo dalla catastrofe. Se l’attacco fosse stato reale, anche un solo missile avrebbe causato una esplosione 50 volte maggiore a quella di Hiroshima; le sirene invece  smettono di suonare e le spie si spengono.

Il dramma intorno agli eventi di quel 26 settembre 1983 era reale, ma gli allarmi fasulli. Successivamente, si scoprì che ciò che i sensori del satellite avevano captato e interpretato come missili in volo non erano altro che nuvole d’alta quota. Un glitch nel sistema che sarebbe potuto costare molto caro.

 

***

 

La coraggiosa decisione di Petrov violava però  la procedura militare che fino a quel momento obbligava l’ufficiale di turno al comando di Oko, di assecondare gli avvertimenti del computer, lasciando di fatto la decisione del lancio ai terminali stessi, marginalizzando il fattore umano. Petrov, dopo l’incidente, fu posto sotto interrogatorio dai vertici militari, per mettere in chiaro le sue decisioni e azioni. Petrov aveva scongiurato una guerra nucleare, ma così facendo aveva anche smascherato le inadeguatezze del tanto decantato sistema di allerta impiegato da Mosca.

La scelta del comando militare sovietico si orientò verso l’atteggiamento pilatesco: da un lato Petrov fu criticato per aver violato le procedure e venne di conseguenza ritenuto un ufficiale non più affidabile. Non fu quindi né premiato né onorato per le sue decisioni, ma non fu neanche punito. La sua carriera militare, un tempo promettente, era giunta al termine. Fu riassegnato in una posizione meno importante. Nel 1984 Petrov lasciò l’esercito e ottenne un lavoro presso l’istituto di ricerca che aveva sviluppato il sistema di allerta dell’Unione Sovietica, quello stesso sistema che in quella notte settembrina, nel bunker, aveva tradito Petrov e i suoi uomini. In seguito Petrov si ritirò per poter prendersi cura di sua moglie dopo che le fu diagnosticato un cancro che la portò via nel 1997 . Ha continuato a vivere la sua vita, in Russia, da pensionato, soffrendo di depressione e morendo di polmonite, il 17 Maggio del 2017.

 

 

Stanislav Petrov, quel giorno del 1983, salvò la Terra dal disastro, salvando l’umanità da una tragedia immane. Petrov ha sempre sostenuto che non si considerava un eroe per quello che aveva fatto quel giorno. Ma in termini di numero incalcolabile di vite salvate e di danni risparmiati al pianeta Terra, Petrov è innegabilmente uno dei più grandi eroi di tutti i tempi. Certamente se c’era un personaggio che meritava il premio nobel per la pace, questo era Petrov; ma si sa i finti scienziati climatici e i finti pacifisti hanno la precedenza…

C’è ancora qualcos’altro di inquietante in questo incidente. Stanislav Petrov non era originariamente l’ufficiale in servizio quella notte. Se non fosse stato presente nel bunker, è possibile che un altro comandante più solerte non avrebbe dubitato degli allarmi dei computer, ponendo di fatto tragicamente fine all’umanità. Il debito dovuto a Petrov da parte del mondo è incommensurabile; non saremo mai in grado di ripagarlo.

Quarant’anni dopo gli eventi racchiusi in quel bunker, siamo di nuovo qui a confrontarci con la prospettiva di una guerra nucleare. Ormai si parla apertamente e disinvoltamente di rischio nucleare, “armi tattiche nucleari“, “missili nucleari“, come se fossero noccioline, con i meschini mass media più che entusiasti di rilanciare la propaganda alzando il livello della tensione e alimentando così il pericolo nucleare. Neppure una pausa nel ponderare la pazzia di una tale dialettica. Poche sono le voci che si alzano di condanna o di critica costruttiva a questa situazione. Pubblichiamo il titolo di un articolo pubblicato nel 2011 dell’Huffpost sulle tematiche ambientali, che ci serva da avvertimento a non sottovalutare il delirio di questa gente cui abbiamo affidato il nostro destino :

“POTREBBE UNA PICCOLA GUERRA NUCLEARE CAPOVOLGERE IL SURRISCALDAMENTO DELLA TERRA?”

Durante un viaggio negli Stati Uniti, per un discorso all’ONU, Petrov disse: ‘Non sono un eroe, ero solo nel posto giusto al momento giusto” Alla domanda posta da Kevin Costner se un giorno si sarebbero usate le armi nucleari Petrov rispose che “era una certezza”.

Oggi purtroppo siamo in mano a maniaci; si confida nell’avvento di uno, dieci, cento, mille Stanislav Petrov, l’eroe oscuro e umile che salvò il mondo.

 

P.S. Consiglio la visione del documentario: The Man Who Saved the World

 

Mikhail Gorbachev e la perestrojka, di Jean-Robert Raviot

Mikhail Gorbachev è nato il 2 marzo 1931 in una famiglia di contadini nel territorio di Stavropol (Russia meridionale). Nel 1950 ha superato l’esame di ammissione alla facoltà di giurisprudenza della prestigiosa Università statale di Mosca. Membro della Gioventù Comunista (Komsomol), fu ammesso nel 1952 nelle fila del Partito Comunista.

Mikhail Gorbachev

Nel 1953 sposò una studentessa della Facoltà di Filosofia, Raïssa Titarenko (1932-1999), che trent’anni dopo divenne una delle mogli dei più famosi leader politici del pianeta. Nel 1955, dopo la laurea, il giovane Gorbaciov entrò nella Prokuratura (ufficio del procuratore generale) dell’URSS. Fu quasi immediatamente rimosso da esso in virtù di un decreto segreto adottato da Krusciov che vietava ai giovani avvocati appena usciti dalla facoltà di esercitare le funzioni di pubblico ministero, sulla base del fatto che la massiccia promozione di giovani pubblici ministeri aveva facilitato, negli anni ’30, il organizzazione di epurazioni massicce che professionisti più esperti avrebbero senza dubbio rifiutato di approvare.

Gorbaciov torna quindi a Stavropole scalò i ranghi della gerarchia regionale del Komsomol, poi del partito. Nel 1971 è stato nominato primo segretario del comitato del partito di Stavropol e membro del comitato centrale. 40 anni, è il membro più giovane di questo corpo, dove rappresenta una regione agricola e, come tale, è stato promosso a segretario del comitato centrale responsabile dell’agricoltura nel 1978. Protetto dal capo del KGB, Yuri Andropov (generale segretario del PCUS dal novembre 1982 al febbraio 1984), nel 1981 è entrato nell’ufficio politico, “sancta sanctorum” del potere sovietico, di cui è diventato il più giovane. La sua rapida promozione deve molto alla posizione geografica della regione di Stavropol, ai piedi del Caucaso. Lì si trovano tutte le terme dove riposano per una parte dell’estate la suprema élite.

Così, dal 1971, Gorbaciov si è preso cura personalmente delle ferie di tutti i membri dell’ufficio politico e di molti ministri, ambasciatori, alti funzionari dell’esercito e dei servizi di sicurezza, capi di ministeri economici o grandi aziende. Alla morte di Konstantin Tchernenko nel 1985, è stato eletto segretario generale del PCUS , con un voto. Lancia la perestrojka e presiede al processo di disarmo e distensione con l’Occidente che porta al disimpegno unilaterale e totale dell’URSS nell’Europa orientale, alla caduta del muro di Berlino e alla riunificazione della Germania. (1990).

The Malta Sоmmet, dicembre 1989

Quando ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace (1990), una campagna pubblicitaria internazionale a suo favore, senza precedenti nella storia della creazione di immagini dei capi di stato: la gorbymania – è orchestrata nei paesi occidentali. L’eleganza e il gusto per la vita sociale della coppia Gorbaciov fanno il resto: Gorbaciov diventa il beniamino dei media occidentali che lo rendono il simbolo di una “nuova URSS”. Questa popolarità contrasta nettamente con la sua forte impopolarità in Russia e, più in generale, nei paesi derivanti dall’URSS dove è visto come il becchino del potere sovietico umiliato e perduto. Le sue riforme economiche, che fin dall’inizio si sono scontrate con la riluttanza dell’apparato partitico ad applicarle, si sono concluse con un evidente fallimento e sono rimaste iscritte nella coscienza collettiva, associate alle enormi carenze e all’inflazione galoppante che hanno causato. Per quanto riguarda le sue riforme politiche, favorevolmente percepite come liberali nei paesi occidentali,

Da leggere anche:  Libro – Il vero romanzo di Gorbaciov, Vladimir Fédorovski

Dopo le sue dimissioni nel dicembre 1991 dal suo ultimo mandato ufficiale come presidente dell’URSS che ha cessato di esistere, ha intrapreso la carriera di un ex presidente, tenendo conferenze in tutto il mondo. Ha creato la “Fondazione Gorbachev”, un istituto di ricerca in scienze politiche e scienze sociali con sede a Mosca. Inoltre, presiede l ‘“International Green Cross”, una ONG internazionale per la difesa dell’ambiente. Cinque anni dopo la sua cacciata dal vertice dello stato, la sua impopolarità era ancora al culmine in Russia. Candidato alla presidenza della Russia nel 1996, ha ottenuto a malapena più dell’1,1% dei voti. La traiettoria politica di Mikhail Gorbachev fornisce una perfetta illustrazione della famosa massima “nessuno è un profeta nel suo paese” …

I Gorbaciov a Norilsk, 1988

Perestrojka, glasnost ‘, democratizzazione e caduta dell’URSS

Quando lanciò la perestrojka (letteralmente: “ristrutturazione”), Mikhaïl Gorbachev a quarantasette anni incarnava la speranza di tutti coloro che, all’interno dell’apparato di potere sovietico, avevano acquisito la convinzione che l’URSS stesse affrontando una crisi strutturale in tutte le aree. Questo slogan designa le riforme che il nuovo Segretario generale ha deciso di intraprendere per riformare il sistema sovietico. Fin dal suo inizio, la perestrojka è stata un’operazione di comunicazione politica su larga scala intesa a restituire l’immagine dell’URSS all’opinione pubblica occidentale al fine di ripristinare il suo credito presso le élite occidentali e i responsabili delle decisioni. Nel 1986 Gorbaciov ha pubblicato un libro, Perestrojka, tradotto in 32 lingue e distribuito in tutto il mondo. A riprova dell’efficacia di questa strategia di seduzione, il termine entrerà presto nel lessico politico delle lingue occidentali.

Prima fase della perestrojka, la cosiddetta politica di accelerazione ( ouskorenie) mira a reintrodurre gradualmente i meccanismi di mercato nell’URSS e ad ampliare il margine di autonomia delle imprese. Comprende riforme che danno il posto d’onore alla tecnocrazia industriale e incontrano l’opposizione dei primi segretari regionali del partito, che la vedono come una minaccia al potere di controllo che esercitano a livello locale sull’economia. Gorbaciov opera dunque nelle file dell’apparato di partito la più importante epurazione dagli anni Trenta: quasi la metà dei membri del Comitato centrale del PCUS si rinnova in diciotto mesi (1986-1988). Rendendosi conto subito che i nuovi segretari regionali sono riluttanti a riformare quanto i vecchi, il segretario generale del PCUS decide di utilizzare l’arma della glasnost per stimolarli.‘. Questo termine, entrato anche nel vocabolario politico occidentale, è stato tradotto come “trasparenza”. Il glasnost ‘ indica la seconda fase della perestrojka. Questo termine dovrebbe essere tradotto più precisamente come “pubblicità”, nel senso giuridico di “pubblicità dei procedimenti”.

Leggi anche:  Libro – Guerra Fredda. Minaccia, paranoia e manipolazione della cortina di ferro alla caduta del comunismo

Per costringere l’apparato del partito a seguirlo nella sua impresa di riforma, Gorbaciov impose un’apertura dello spazio pubblico fino ad allora senza precedenti. Nella più pura tradizione leninista, glasnost ‘ è un’arma di potere contro coloro che sono recalcitranti alle riforme, denunciati come tanti elementi “conservatori” di cui si cerca di erodere posizioni e dogmi. Uno dopo l’altro, i tabù della storia vengono infranti e le disfunzioni del sistema sovietico vengono denunciate con crescente vigore. Lo spazio pubblico è aperto a nuovi attori che finora non hanno avuto voce in capitolo e, abbastanza rapidamente, l’impresa di liberalizzazione scivola dal potere. La legittimità del partito è gravemente scossa.

La strategia di Gorbaciov consiste in una vasta operazione di disinformazione che consiste nel far credere al mondo intero l’esistenza di un’opposizione irriducibile tra i “riformatori” e i “conservatori”, mentre questa presentazione non corrisponde alle vere divisioni che separano le alte sfere dei il partito in più clan e gruppi di interesse. Gorbaciov suggerisce che i “riformatori” sono in costante pericolo, che i “conservatori” sono ancora in maggioranza all’interno dell’apparato del partito e che si oppongono sistematicamente alla sua politica di disarmo e disimpegno militare … In effetti, i “conservatori”, che non lo sono contava solo nelle file dell’apparato di partito, ma anche nelle file della tecnocrazia dei direttori di fabbrica, esprimono soprattutto il timore di vedere crollare l’intero sistema sovietico sotto l’effetto di riforme spesso attuate in modo vago e spericolato. La strategia diglasnost ‘ apparve in modo emblematico nel gennaio 1987, quando fu presa la decisione di trasmettere in diretta televisiva la sessione plenaria del Comitato centrale del PCUS. Gorbaciov sembra dover giustificare ciascuna delle sue riforme di fronte a un apparato aggressivo, fossilizzato e incompetente.

È nell’estensione della glasnost ‘che viene lanciata la democratizzazione, la terza fase della perestrojka. Il XIX ° congresso del PCUS (giugno-luglio 1988) è stato il culmine della glasnost ‘ . Tutti i dibattiti vengono trasmessi in televisione. Ma la glasnost ‘ , tattica di emarginazione della partitocrazia, finisce per rivoltarsi contro i suoi promotori. ”  La marea è cambiata  “, dichiarava Boris Eltsin nel 1989, proseguendo: ”  il processo di democratizzazione è irreversibile e deve essere portato a termine. “. Nel 1988 il segretario generale del PCUS aveva imposto a tutti i primi segretari regionali del partito – per sbarazzarsi dell’ultimo refrattario alla perestrojka – di essere eletti a capo dei comitati esecutivi dei Soviet per restare a capo dei comitati di partito. Gorbaciov giustifica questa misura con la necessità di rafforzare le istituzioni democratizzandole. Gorbaciov provoca così il trasferimento del potere reale dalle autorità del partito allo Stato. L’elezione del nuovo Congresso dei deputati del popolo nel marzo 1989 completa il discredito di un partito diviso, indebolito e profondamente destabilizzato. Il nuovo parlamento sovietico, dove per la prima volta nella storia dell’URSS, alcuni deputati sono stati eletti a scrutinio pluralista, diventa l’epicentro della vita politica.

Per Mikhail Gorbachev, il Congresso dei deputati del popolo diventa la principale fonte di legittimità politica. Nel febbraio 1990, questa istituzione ha votato per creare un posto di presidente dell’URSS per consentire a Mikhail Gorbachev di occupare l’ufficio supremo. Il segretario generale del partito fu eletto presidente nel marzo 1990, lo stesso giorno in cui il partito, con un voto della stessa istituzione, fu privato del suo ruolo guida … Nell’agosto 1991, il golpe dei “conservatori”, che dichiararono che volevano escludere temporaneamente Gorbaciov dal potere per salvare l’URSS dalla disintegrazione stabilendo lo stato di emergenza, arriva al momento giusto per confermare la griglia di lettura del presidente dell’URSS, secondo cui è l’unico garante della continuazione delle riforme … La sconfitta dei golpisti da parte del presidente della Russia, Boris Eltsin, suonò la campana a morto per la lotta tra “riformatori” e “conservatori”, pose fine alla perestrojka e, così facendo, diede all’URSS il colpo di grazia. La storia della perestrojka contiene molte zone d’ombra, ma non è certo discutibile che questa impresa di riforme abbia portato alla caduta del sistema sovietico che intendeva modernizzare.

https://www.revueconflits.com/jean-robert-raviot-mikhail-gorbatchev-et-la-perestroika/

Il 1989 Visto da Mosca: declino o rinascita?, traduzione di Giuseppe Germinario

L’Europa tre decenni dopo l’apertura della cortina di ferro

Il 1989 Visto da Mosca: declino o rinascita?

Di  Cyrille BRET , 22 settembre 2019  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Cyrille Bret è un alto funzionario e geopolitico. Ispettore dell’amministrazione, ha lavorato nelle industrie aeronautiche, digitali e ora è di stanza in un gruppo di difesa pubblica. Dopo la formazione all’Ecole Normale Supérieure, alla Sciences Po e all’Ecole Nationale d’Administration, è stato revisore contabile presso l’Istituto di studi di difesa nazionale superiore (IHEDN).

C. Bret ci offre una magistrale dimostrazione delle rotture e inversioni degli ultimi tre decenni in Russia. Diamo un’occhiata a Mosca per capire meglio l’Europa geografica – cioè la Russia inclusa, almeno fino agli Urali – da non confondere con l’Unione Europea, che è comunque vicina ad essa.

1989, un evento per la Russia?

Visto da Mosca l’anno 1989 è molto diverso da quello celebrato a Berlino e Parigi. Considerato dalla capitale dell’URSS e poi dalla Russia, il 1989 è una delle tappe che guidano lo stato sovietico dall’apice del suo potere alla sua dissoluzione, nell’arco di un decennio. Dal 1979, anno dell’intervento sovietico in Afghanistan nel 1991, che consacrò lo scioglimento dell’Unione, fino al 1985, data dell’adesione di Mikhail Gorbachev alla carica di segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche si stava avviando da potenza mondiale a perdente geostrategico e al disastro economico. Tuttavia, visto da Mosca, l’anno 1989 segna anche un nuovo inizio: è l’anno delle prime elezioni libere dalla rivoluzione del 1917.

È da molto tempo che dobbiamo cogliere la giusta posizione di quest’anno nel passato della Russia– e nel suo immediato futuro. A livello regionale, il 1989 segna il fallimento della strategia europea che l’URSS ha messo in atto dopo la seconda guerra mondiale: il 1989 è la replica inversa della vittoria del 1945 (I) anno in cui l’URSS è presente ovunque nell’Europa orientale e in Germania. Sul fronte interno, questo è il punto in cui le riforme di Mikhail Gorbachev segnano il tempo e annunciano la fine del regime comunista: il 1989 sta preparando il 1991 (II). Infine, nelle rappresentazioni collettive, è l’anno che inaugura l’indebolimento degli anni ’90 e prepara la rinascita del potere russo: il 1989 annuncia il 1999, data di ascesa al potere di Vladimir Putin. Se il 1989 è un momento chiave nella storia dell’Europa, è anche una data importante per la Russia (III).

Vista di Mosca del 1989: declino o rinascita?
Cyrille Bret
Cyrille Bret è un alto funzionario e geopolitico

I. Dal 1945 al 1989: la fine dell’egemonia sovietica nell’Europa orientale

Il 1989 è un evento europeo prima di essere un evento intrinsecamente russo. È a Berlino, Bucarest, Budapest, Vienna o Vilnius che si svolgono i principali eventi dell’anno. Per la Russia , questo è il momento in cui l’Europa centrale e orientale esce dalla sua alleanza militare, politica, economica e culturale. Inizia quindi un movimento di “de-radicalizzazione del fianco orientale dell’Europa” che porterà all’estensione della NATO e all’ampliamento dell’UE in questa zona di influenza russa.

La rapida democratizzazione dell’Europa orientale

Numerosi eventi nel 1989 segnano la fine del potere mondiale per l’Unione Sovietica. Prima in Asia centrale: il 15 febbraio 1989, le autorità sovietiche annunciarono il ritiro definitivo delle loro truppe dall’Afghanistan. È la fine di un’operazione militare lunga un decennio e un’ammissione di fallimento. Questa campagna sovietica in Afghanistan (1979-1989) è soprannominata “Vietnam dell’URSS”. In effetti, una superpotenza militare e nucleare non è riuscita a sostenere un regime comunista in questo paese al confine con l’URSS. Questa confessione di impotenza geopolitica porta a una serie di eventi che portano alla disintegrazione, in un anno, dell’egemonia sovietica su quello che fu chiamato il blocco orientale. La caduta – o apertura – del muro di Berlino , 9 novembre 1989, è il punto più alto di questo vasto riflusso. Già in primavera, il 2 maggio 1989, l’Ungheria comunista ha aperto i suoi confini all’Austria, avamposto dell’Occidente, ha riabilitato Imre Nagy, una figura di resistenza all’URSS nel 1956, e ha posto fine al regime comunista il 23 Ottobre 1989 proclamando la Repubblica. Nell’agosto 1989 la Polonia non ha più un primo ministro comunista: Tadeusz Mazowiecki, membro di Solidarnosc, accede alla premierato. E l’effetto “palla di neve” è impressionante: i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) stanno fuggendo dal regime comunista da Ungheria e Austria. In questo contesto di rapido ritiro sovietico, Mikhail Gorbachev, che è venuto a Berlino Est per celebrare il 40 ° anniversario della DDR, annuncia che nessun intervento armato frenerà il movimento al di fuori del comunismo. Ciò ha provocato la caduta del muro di Berlino, la fine della DDR e, successivamente, la riunificazione tedesca. Di fronte a questa passività esplicita e volontaria, le domande sono molte: è un trucco per riprendere in seguito il controllo dell’area? O un’ammissione di debolezza? o una strategia per superare la temporanea debolezza dell’URSS?

La guerra fredda è stata esplicitamente chiusa dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbachev il 2 dicembre 1989 al vertice di Malta. Con la “rivoluzione rumena”, si conclude – tra il 16 e il 25 dicembre – l’anno 1989 smantellando un regime comunista alleato dell’URSS sul versante sud-orientale dell’Europa. Il suo sviluppo è sintomatico della fuga storica del 1989: di fronte ai movimenti di protesta a Timisoara nell’ovest del paese, la dittatura Ceausescu cerca di resistere organizzando, il 21 dicembre 1989, una manifestazione a sostegno del regime. Si ribella ai suoi organizzatori, costringendo il dittatore a fuggire, per essere perseguito e poi giustiziato, con sua moglie, Elena Petrescu, il 25 dicembre 1989.

Per l’URSS, il 1989 è un anno di inversione: quando inizia l’anno, il blocco orientale viene sfidato ma rimane al suo posto. Alla fine dell’anno, questo blocco è in declino.

Il fallimento della strategia stalinista della protezione occidentale

Per Mosca, gli eventi del 1989 hanno posto fine alla strategia europea ideata e messa in atto da J. Stalin sulla scia della seconda guerra mondiale. Il suo scopo era in effetti quello di costituire una fortezza comunista avanzata nell’Europa centrale e orientale. Con la presenza delle sue truppe sul suolo di questi stati, l’URSS aveva organizzato l’istituzione di “democrazie popolari”, ovvero regimi comunisti non democratici in Polonia (1944-1947), Romania (1947) Cecoslovacchia (Coup de Praga nel febbraio 1948), Ungheria (1949), ecc. La “liberazione” di questi paesi da parte delle truppe sovietiche contro la Germania nazista aveva permesso all’URSS di esercitare una vera amministrazione fiduciaria su quegli stati ridotti al ruolo di satelliti. Questa è la strategia della “cortina europea” per l’URSS,

Sul fronte economico, l’URSS aveva imposto la creazione del Comecon o Council for Mutual Economic Assistance (CMEA) per contrastare il Piano Marshall del 1947. Questa organizzazione internazionale stabilì una divisione del lavoro e una divisione dei ruoli tra i diversi Stati comunisti della regione. La sua missione era soprattutto quella di diffondere gli strumenti dell’economia pianificata sovietica, di organizzare il commercio tra questi Stati e l’URSS. A causa del ruolo centrale della valuta sovietica, del rublo e della dipendenza tecnologica dall’URSS, il Comecon permise all’URSS di assumere il ruolo di leader economico nell’Europa orientale. Se il CMEA non scompare ufficialmente fino al 1991, il 1989 segna la sua vera fine a causa della scomparsa dei regimi comunisti nelle principali economie della regione.

Sul versante militare, il Patto di Varsavia era lo strumento dell’egemonia sovietica nell’Europa centrale e orientale. Basato su un trattato multilaterale di amicizia e assistenza tra gli alleati dell’URSS, il Patto riunì, sotto la guida dell’Armata Rossa, le varie forze armate delle democrazie popolari. Nel 1989, è ancora in vigore ed è stato rinnovato per vent’anni nel 1985. Sebbene il Patto sia stato ufficialmente sciolto il 1 ° luglio 1991, è gradualmente scomparso nel 1989. In effetti, queste trasformazioni politiche hanno segnato il fine della cosiddetta dottrina della “sovranità limitata”, la cui paternità spetta a L. Breznev. L’evoluzione di un regime comunista verso un regime liberale è considerata a Mosca come una questione di interesse comune per tutti i regimi comunisti.

In breve, nel 1989 la rapida democratizzazione dell’Europa centrale e orientale segnò la fine di un progetto geopolitico di istituzione di un blocco e una zona cuscinetto tra la Russia e il resto dell’Europa. Si apre la strada a una “occidentalizzazione” di questa parte del continente. Si svolgerà già negli anni ’90.

II. Dal 1985 al 1991 fino al 1989: tentativi di riforme interne allo scioglimento dell’URSS

Per la politica interna sovietica e russa, il 1989 si avvicina secondo una sequenza più ampia che inizia con l’avvento di Mikhail Gorbachev al potere l’11 marzo 1985 e termina alla fine di dicembre 1991 con lo scioglimento ufficiale da parte di quest’ultima dell’URSS . Il 1989 replica quindi alla Rivoluzione del 1917.

Il regime comunista può riformarsi?

Consapevole delle debolezze economiche dell’URSS e della sua incapacità finanziaria di sostenere il costo della corsa agli armamenti con gli Stati Uniti, Mikhail Gorbachev è diventato Segretario Generale del Partito Comunista nel 1985. Ha lanciato un’ondata di riforme interne in URSS con l’obiettivo di consolidare il regime comunista e promuoverlo in Occidente. Sulla scena internazionale, dà priorità al disarmo simmetrico con gli Stati Uniti al fine di alleviare la pressione di bilancio che i programmi di armamento esercitano sulle finanze pubbliche sovietiche. Ma a livello nazionale, il 1986 segna l’inizio dei programmi di liberalizzazione politica ed economica. Il programma di “Trasparenza” (”  glasnost”)porta a misure ad alto contenuto simbolico: revoca dei divieti su molte produzioni culturali tra cui ”  Doctor Jivago  ” di Boris Pasternak; fine dell’esilio interno del fisico dissidente Andrei Sakharov a Gorkij.

Nel campo strettamente politico, la composizione del Partito Comunista viene rinnovata per portare i “riformatori” nei ruoli principali. In termini economici, la “ristrutturazione” o “ricostruzione” (”  perestrojka  “) impegna un nuovo NEP: i prezzi sono parzialmente liberalizzati, le società private sono autorizzate e emerge un intero settore informale. Questo movimento accelera nel 1989: per eleggere i due terzi dei deputati al Congresso dei deputati dell’Unione Sovietica, i cittadini dell’URSS possono scegliere tra diverse liste e vedere garantita la segretezza del voto. Questo è uno sviluppo decisivo per il Paese.

Il primo periodo delle riforme di Gorbachev assume un tono euforico … soprattutto all’estero: la ”  Gorbymania  ” in effetti ammalia gli Stati Uniti e in particolare l’Europa occidentale nel 1987. Tuttavia, la popolarità interna del leader sovietico è ben minore, a causa dei limiti delle sue riforme  [ 1 ] .

I limiti delle riforme e la fine dell’impero sovietico

Tuttavia, a partire dal 1989, iniziano a comparire i limiti delle riforme avviate. Sul fronte economico, le disuguaglianze si stanno allargando e l’inflazione sta aumentando, mettendo in discussione il patto sociale sovietico con i quali sono stati garantiti l’occupazione per tutta la vita, l’accesso a servizi pubblici a basso costo e l’uguaglianza sociale (relativa) in cambio di obbedienza politica. A livello rigorosamente politico i movimenti di scissione e secessione si moltiplicano. Sebbene Mikhail Gorbachev sia stato eletto presidente dell’URSS nel 1990, in parlamento i suoi sostenitori sono stati sopraffatti dai nazionalisti e dai liberali che preferivano la terapia d’urto. Così, già nel 1990, la Repubblica socialista federale russa della Russia è guidata da Boris Eltsin, la cui autorità è in aperta competizione con quella del leader sovietico. La tensione tra i riformatori liberali guidati da Eltsin e i conservatori sovietici sostenuti dall’esercito viene gradualmente esacerbata sulla scena politica. Culmina a terra e con le armi in mano nel tentativo di colpo di stato militare del 20 agosto 1991. Sostenuto dal presidente degli Stati Uniti, il presidente russo Eltsin si impone, eclissando il riformatore comunista e sospendendo il Partito comunista nel novembre 1991. La scacchiera politica russa, il movimento di decomunistizzazione iniziato timidamente nel 1989 termina, pochi mesi dopo, alla fine dell’URSS.

Nelle Repubbliche Federate, il 1989 vede le forze centrifughe risvegliate dal  glasnost  . Le aspirazioni all’indipendenza si manifestano in una forma che segna l’Europa. Negli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), le manifestazioni iniziate nel 1987 hanno avviato il processo di decomunistizzazione e di indipendenza nazionale. Questi movimenti pacifisti culminarono il 23 agosto 1989 formando una vasta catena umana, la Via Baltica, che univa le tre capitali (Tallin, Riga, Vilnius)oltre 500 chilometri. Questo è l’atto fondante di un processo di indipendenza per la Lituania (11 marzo 1990), l’Estonia (30 marzo 1990) e la Lettonia (4 maggio 1990). Durante il periodo dal 1989 al 1991, in questa parte dell’URSS, gli scontri armati sono strettamente evitati, ma le tensioni economiche e politiche sono più alte, specialmente in Lituania dove il blocco economico sovietico è rigoroso.

Il movimento di secessione degli Stati baltici lancia una spirale centrifuga che culmina con lo scioglimento dell’Unione Sovietica l’8 dicembre 1991. Nel Caucaso, l’Armenia diventa indipendente (23 agosto 1990), come la Georgia (9 aprile 1991) e Azerbaigian (18 ottobre 1991). L’Ucraina e le repubbliche dell’Asia centrale lasciano l’Unione tra il 1990 e il 1991. Che si tratti della strategia risoluta della Russia contro i costi dell’eccessiva estensione imperiale o dell’abbandono forzato, la Russia si sta liberando da queste periferie imperiali e sta permettendo a questi stati di allontanarsi dalla sua sovranità secolare. La fine dell’URSS, avviata dai movimenti del Baltico nel 1989, fu consacrata dalle dimissioni di Mikhail Gorbachev dalla sua posizione di Presidente dell’Unione Sovietica il 25 dicembre 1991 … che non esiste da due settimane (8 Dicembre 1991). È il Commonwealth of Independent States (CIS) che sostituisce l’Unione con una confederazione con legami istituzionali piuttosto ampi. La Repubblica, poi Federazione Russa, perde il posto centrale che occupava nel sistema istituzionale dell’URSS.

In sintesi, come visto da Mosca, in termini di politica interna, il 1989 è l’anno cardine di una rivoluzione al tempo stesso politica, territoriale ed economica. Lungi dal salvare il regime comunista adattandolo, il ”  glasnost” e l’introduzione di una dose di democrazia nelle istituzioni sovietiche hanno accelerato la caduta del PCUS. Allo stesso modo, la rinuncia alla violenza armata contro i movimenti centrifughi nel 1989 ha accelerato il processo di decomposizione.

III. Dal 1989 al 1999: dal declino al revanchismo russo

Se si considera l’immediato futuro della Russia, il 1989 apre un doloroso decennio che termina nel 1999 con l’ascesa di Vladimir Putin alla carica di presidente ad interim, eletto poi l’anno successivo.

Sul fronte economico, il fallimento delle “riforme” del periodo 1987-1989 porta a un’era di brutale liberalizzazione chiamata “terapia d’urto” in cui l’inflazione arriva fino al 1000% all’anno, dove esplode la disoccupazione e dove molte industrie statali scompaiono. Le disuguaglianze esplodono e lo stato sociale viene smantellato privando gran parte della popolazione russa dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alle pensioni o all’energia. D’altra parte, alcune considerevoli fortune private sono costituite in pochi mesi dagli oligarchi che acquistano a prezzi economici i fiori all’occhiello dell’economia diretta nella metallurgia, negli idrocarburi e persino negli armamenti. Il crollo economico e il saccheggio delle risorse culminarono nel 1998 quando la Russia fu colpita da una violenta crisi economica.

Nella sfera domestica, la contrazione del PIL e il crollo delle finanze pubbliche russe stanno danneggiando le forze armate: le basi militari sono chiuse a decine e gli ordini industriali cessano. Unito all’ondata di indipendenza nazionale, l’indebolimento delle forze armate apre la strada a movimenti separatisti all’interno della stessa Federazione Russa. Pertanto, la prima guerra cecena, dal 1993 al 1996, ha visto la Nuova Russia reprimere in un bagno di sangue i movimenti di indipendenza spesso supportati da reti islamiste. Ciò che è in gioco allora è, per la Russia, la capacità di fermare il suo decadimento territoriale. La Russia degli anni ’90, nata dagli shock del 1998, coltiva la scomparsa politica.

In termini di geopolitica regionale, il 1989 si sta preparando per la perdita del vicino straniero. L’estensione della NATO alle porte della Federazione Russa è possibile solo perché la rete di alleanze sovietiche è stata rovinata nel 1989. In effetti, per la più giovane Federazione Russa nata nel 1991, il decennio 1989-1999 è il declino. Il 1999 ha segnato un grave rovesciamento militare nel continente: la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria hanno aderito all’Alleanza atlantica, seguite nel 2004 da molti altri stati precedentemente parte del Patto di Varsavia, tra cui tre ex Repubbliche socialiste sovietiche (Estonia, Lettonia, Lituania). Visto da Mosca, questo movimento è una battuta d’arresto strategica di significato storico. In effetti, l’Occidente è ai confini dello spazio russo. È in questo decennio e grazie alle rivoluzioni colorate in Georgia (rivoluzione delle rose nel 2003) in Ucraina (rivoluzione arancione nel 2004), che la Russia riattiva la diffidenza verso i propri interlocutori.

Ma il 1989 finì davvero nel 1999, quando Vladimir Putin mise gradualmente in atto sia il suo regime che gli elementi di un relativo rinascimento per la Russia. Il decennio 1989-1999 è il periodo fondativo per comprendere la Russia di oggi. Per concedere agibilità agli oligarchi, li subordina come clienti o li fa condannare, come nel caso di Khodorkovsky. Per porre rimedio all’espansione della NATO, sta lottando contro l’adesione di Ucraina e Georgia e contro lo spiegamento di batterie antimissile sul suolo europeo. Ultimo ma non meno importante, per alleviare la debolezza militare della Russia, nel 2009 ha lanciato un vasto piano di modernizzazione, crescita e riforma delle forze armate. La forza politica e geopolitica della Russia nel 2019 è direttamente radicata nel lungo trauma del decennio 1989-1999. In breve, Vladimir Putin si pone come uno che rimedia agli anni fatali 1989-1991.

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1989, anno fondamentale per la Russia (anche)

Per la comunità europea, il 1989 è un anno altamente simbolico con una connotazione positiva. Questa data è sinonimo di margini di rilascio a Budapest, Varsavia o Bucarest . Le sovranità nazionali, indebolite dal XIX e XX secolo, sono state recuperate. A Parigi e Bonn, poi a Berlino, nel 1989 inizia l’incontro dell’Europa attorno al progetto portato avanti dalla Comunità e poi dall’Unione Europea . Dopo i conflitti dell’inizio del secolo e la divisione della guerra fredda, il 1989 annuncia la speranza di un periodo di convergenza e pace.

Vista di Mosca, 1989 ha uno status più ambiguo. L’anno ha una chiara carica negativa, soprattutto nelle attuali rappresentazioni collettive: all’esterno, segna il fallimento della strategia sovietica di barriere difensive in ​​Europa; all’interno, fa precipitare la fine del regime comunista e prepara il caos politico ed economico degli anni 1990. Ecco perché il 1989, associato al 1991, è, nel discorso del presidente Putin, un annus horibilis per la Russia. Tuttavia, il 1989 apre un decennio decisivo per la Russia contemporanea. Fu dal 1989 che la Russia di Putin iniziò a mettere radici: la creazione di un’oligarchia mafiosa, i fallimenti contro gli Stati Uniti, ecc. tutti questi fattori contribuiscono all’avvento di un regime centralizzato, forte e seduto su una potenza militare. Così, la Russia di oggi ha le sue origini nel 1989 e nel 1991 quanto nel 1999, l’anno del l’ascesa al potere dell’attuale presidente russo .

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Anniversari. Hitler a Stalingrado,l’Italia di oggi dove?, di Antonio de Martini

75 ANNI DALLA RESA DI STALINGRADDO

75 anni fa, il due febbraio, la sesta armata tedesca, dopo sei mesi di massacro diuturno, si arrendeva alle truppe sovietiche, decidendo le sorti della guerra sul fronte est.

Il generale Paulus veniva promosso feldmaresciallo, inaugurando così la tradizione di promuovere sul campo i generali sconfitti di cui approfitterà anche il nostro generale Messe che comandò l’ARMIR ( armata italiana in Russia, 60.000 uomini mandati allo sbaraglio per compiacere l’alleato)..

Anche in questo caso il disastro fu dovuto a sclerosi mentale, vanità, visione ideologica delle cose e servilismo carrierista.

Hitler invece di puntare con tutte le sue forze al Caucaso petrolifero abitato da numerosi nuclei di origine tedesca, volle concentrarsi sulla città che portava il nome del suo nemico ideologico prima, e si rifiutò di abbandonarla mentre era ancora a tempo, poi.

Goering, vanitoso, ambizioso e avido di attenzione, alla domanda se l’aeronautica sarebbe stata in grado di rifornire per via aerea trecentomila uomini con l’inverno alle porte, rispose positivamente senza nemmeno interpellare il suo Stato Maggiore. Non ci riuscì.

Paulus, che finirà come candidato dei sovietici a primo ministro di una Germania in condominio che non si realizzò perché la divisero, obbedì alle minute istruzioni quotidiane di Hitler come un caporale di giornata, fregandosene degli uomini di cui era responsabile e del proprio onore.

Sono gli stessi difetti, individuali e di gruppo, che stanno portando questo regime alla tomba.
Con due differenze: non si spara e dura da troppi, troppi anni.

Renzi ci ha spiegato , senza contraddittorio, che il lavoro precario deve essere più costoso di quello a tempo indeterminato.

Logica bacata da ideologia sdrucita. Se una impresa deve, mettiamo, fare un lavoro che non dura dovrà pagarlo più di un lavoro durevole indispensabile e permanente, generatore di lavori a tempo.
Ecco la mentalità di Hitler: rigida, irrealistica e priva di confronti.

Il pallido Padoan è Paulus, zelante esecutore incapace di autonomia intellettuale, sempre devotamente in linea con il pensiero altrui.

Le numerose caratteristiche di Goering possiamo ripartirle tra Alfano e il ministro dello sviluppo economico di cui al momento mi sfugge il nome.

Nessuno, invece, che possa rappresentare il maresciallo Von Manstein, fautore inascoltato della Difesa flessibile che propose insistentemente di far ritirare l’Armata prima che venisse accerchiata e destinarla a impossessarsi delle zone petrolifere, approfittando della maggiore mobilità ed esperienza delle truppe tedesche,accorciando il fronte ed evitando di perdere trecentomila uomini e con essi l’intera campagna.

Hitler, esasperato dalle puntuali critiche militari e dal rifiuto a infierire sui civili di Manstein, nel 1944 lo esonerò mandandolo a casa.
Si salvò così da altre epurazioni sanguinose, a Norimberga gli diedero quattro anni di prigione che non gli fecero nemmeno scontare e, più tardi, scrisse le sue memorie che titolò ” Vittorie Perdute”.

La Stalingrado di questo regime sarà l’economia.