Il lasciapassare verde: tramonto o alba?_di Andrea Zhok

Il lasciapassare verde: tramonto o alba?

È noto come la Commissione Europea avesse progettato sin dal gennaio 2018 l’implementazione di un pass sanitario per i cittadini UE (vaccination passport for EU citizens). L’intento dichiarato concerneva la mobilità tra paesi dell’UE e la “road map” che era stata proposta aveva il 2022 come data di implementazione definitiva.

Il fatto che questo progetto fosse inteso soltanto come limitazione agli spostamenti tra paesi non deve trarre in inganno circa la radicalità del progetto. Infatti è da tempo che le normative europee non contemplano alcuna distinzione netta tra la mobilità interna a ciascuno stato dell’UE e la mobilità tra stati, e dunque un passaporto vaccinale che potesse porre limitazioni alla mobilità tra stati implica di principio una legittimazione generale a porre limitazioni ad ogni mobilità territoriale, a qualunque livello.

È anche interessante notare che la proposta del 2018, una volta resa pubblica e commentabile dalla cittadinanza venne subissata da una debordante quantità di critiche, al punto che i commenti pubblici sulla pagina dedicata nel sito della Commissione Europea vennero bloccati nel marzo 2018.

Dopo questa accoglienza il progetto sembrava sospeso.

Ora, assumiamo ragionevolmente che la Commissione Europea ignorasse l’emergere futuro della pandemia di Sars-Cov-2. La domanda interessante da porre sotto queste condizioni è: quale era la ratio originaria di tale passaporto vaccinale? Questa domanda si impone perché:

1) nella legislazione UE un blocco alla libera mobilità è una cosa assai seria, implicando di diritto un’esclusione generalizzata ad accedere a luoghi e possibilità di lavoro;

2) non c’erano state nella storia europea degli ultimi cento anni eventi epidemici di peso tale da lasciar prevedere serie necessità di contenimento.

Dunque, perché spingere tale proposta, al tempo stesso ricca di implicazioni e priva di forti motivazioni sanitarie?

Per tentare una risposta dobbiamo chiederci quali sono le caratteristiche intrinseche di un tale passaporto, a prescindere dalla specifica, eventuale, emergenza sanitaria.

Un passaporto sanitario così concepito ha caratteristiche specifiche, del tutto diverse da qualunque altra “licenza” ordinaria.

Se desidero guidare un’automobile, o portare una pistola, farò una domanda per ottenere una patente di guida o un porto d’armi. Guidare o portare un’arma sono “poteri ulteriori” che acquisisco rispetto alle persone che mi stanno attorno, e tali poteri possono mettermi nelle condizioni di esercitare una minaccia verso il prossimo. Le relative licenze vengono perciò erogate a seguito di una serie di esami volti ad assicurare l’idoneità, la capacità e l’equilibrio di chi potrà in seguito circolare su un’automobile o con una pistola. Se desidero ottenere una facoltà supplementare mi sottopongo ad un esame che rassicura la collettività intorno alla mia capacità di gestirla.

Un passaporto vaccinale invece opera in modo inverso: anche se io non chiedo né pretendo nulla, esso mi sottrae alcuni diritti primari di cittadinanza, come i diritti di movimento o accesso, fino a quando io non abbia dimostrato di meritarli. Questo è il primo punto che deve essere sottolineato: qui siamo in presenza di una sottrazione di diritti generali della cittadinanza, e non di una richiesta personale di accesso ad ulteriori facoltà (come per le “licenze” di cui sopra).

In stretta connessione col primo punto sta il secondo: il passaporto vaccinale crea un’inversione dell’onere della prova. La situazione è tale che io ho accesso ai miei diritti di cittadinanza solo se dimostro di esserne degno, mentre nelle condizioni antecedenti io avevo intatti i miei diritti fino a quando non fossi stato dimostrato indegno di essi. Quest’inversione dell’onere della prova rappresenta un cambiamento di paradigma gravido di implicazioni: ora sta a me dimostrare di essere normale e di poter vivere in modo normale; e se per qualche motivo non sono in grado di dimostrarlo (foss’anche per un malfunzionamento tecnico), immediatamente ciò mi mette in una condizione di grave deprivazione (spostamenti, istruzione, salario, lavoro).

C’è infine una terza caratteristica decisiva: un passaporto vaccinale è concepito come testimonianza di una condizione intesa come durevole. La condizione di normalità (la non patologicità) è ora qualcosa che deve essere provato da ciascun soggetto in pianta stabile, a tempo illimitato.

È importante notare come la condizione emergenziale (reale o presunta) è stata sì richiamata per introdurre questo lasciapassare, ma non è stata più richiamata per definirne i limiti. La sua introduzione non è stata accompagnata da alcuna definizione delle condizioni sotto cui esso sarebbe stato tolto.

Anzi, nonostante ripetute sollecitazioni i governi che hanno adottato questa soluzione si sono sistematicamente rifiutati di chiarire sotto quali condizioni il lasciapassare sarebbe venuto meno in quanto superfluo.

In questi giorni si parla di “durata illimitata” per chi ha fatto la terza dose, e il punto importante di questa proposta non sta naturalmente nel numero delle dosi ritenute imperscrutabilmente bastevoli dai nostri esperti da avanspettacolo, ma nell’idea che comunque il meccanismo implementato rimarrà in vigore senza limite temporale. Quand’anche le condizioni specifiche per il conferimento del lasciapassare verde venissero allentate, tale allentamento sarebbe sempre revocabile, proprio in quanto è l’istituzione del lasciapassare in quanto tale a rimanere in vigore.

Veniamo così alla questione finale, quella determinante.

Non sappiamo quali fossero le intenzioni originarie per l’introduzione di questo lasciapassare nella proposta del 2018, ma abbiamo tutti gli elementi per capire che, quali che siano state tali intenzioni, tale dispositivo consente di esercitare un nuovo radicale livello di controllo sulla popolazione.

Immaginiamo due scenari.

Nel primo scenario tutta la popolazione accoglie senza fare resistenza questo dispositivo.

Se questo accadesse chi governa avrebbe mano libera per effettuarne ulteriori “upgrade”, estendendo le funzioni di un sistema così ben accetto. A questo punto qualunque “virtù” che venisse efficacemente rappresentata come “di interesse pubblico” potrebbe divenire una nuova condizione da dover provare su base individuale per avere accesso alle condizioni di cittadinanza normale.

Nel secondo scenario una parte della popolazione fa resistenza a questo dispositivo. Ciò permette a chi governa di presentare i “resistenti” come problema fondamentale del paese, come origine e causa dei malfunzionamenti e delle inefficienze che lo assillano. Se solo questi nostri concitttadini fossero virtuosi e non renitenti, i problemi non sussisterebbero. Questa mossa sposta la responsabilità dalle spalle di chi governa a quelle di una sezione della società, concentrando l’attenzione pubblica su di un conflitto interno alla società.

Dal primo scenario si può passare al secondo quando gli “upgrade” del dispositivo diventano momentaneamente troppo esigenti, producendo una resistenza nella società.

Dal secondo scenario si può passare al primo, quando la popolazione stremata finisce per rassegnarsi alle nuove condizioni.

Ecco, io non so se qualcuno abbia escogitato questo dispositivo a tavolino, con tali finalità.

Se lo ha fatto possiamo complimentarci per l’ingegno, oltre che per il cinismo.

Oppure nessuno lo ha inteso, ma semplicemente esso emerge come punto di caduta casuale di altre dinamiche. Ma questo non ne sottrae affatto le caratteristiche esiziali e la possibilità di essere utilizzato esattamente in questo modo.

Di fatto un tale dispositivo può funzionare come un collare a strozzo per qualunque libertà e qualunque diritto, consegnando a tempo indeterminato un potere nuovo e radicale ai governi centrali sulla propria popolazione, accedendo ad un nuovo livello di controllo sociale e di compressione degli spazi di libertà.

Questo è il momento decisivo in cui si determinerà il sentiero che andremo a prendere.

In questo momento il lasciapassare verde, oltre ad essersi dimostrato un fallimento per ciò che prometteva di ottenere, risulta sempre più chiaramente sia inutile sul piano sanitario che dannoso su quello economico. Questo è il momento per cancellarlo.

Se si permette che esso sopravviva, magari in una forma ad apparente “basso voltaggio” per qualche mese, esso diventerà un tratto definitivo della nostra vita, portando a compimento un processo di degrado irrevocabile nelle forme della libera cittadinanza.

https://sfero.me/article/il-lasciapassare-verde-tramonto-o-alba

 

L’istinto del gregge

Sono settimane che si parla di allentamenti, si ammette – magari a mezza bocca – che non ci sono vere ragioni per mantenere le restrizioni demenziali cui siamo stati sottoposti per mesi.

Però la verità è che non è cambiato assolutamente nulla.

Tutti i decreti più pazzi del mondo sono in vigore.

Da oggi centinaia di migliaia di persone che non si sono sottoposte a un trattamento sanitario che, nelle condizioni attuali, risulta inutile e potenzialmente dannoso, vengono deprivate dei propri mezzi di sussistenza (dopo essere state deprivate di tutto il resto nei mesi scorsi).

Le motivazioni originarie di questa operazione coattiva (“mettere in sicurezza”, separare untori e sani) sono smentite da tempo in ogni forma; ma in effetti tutto ciò è irrilevante; le motivazioni sono cadute in dimenticanza per i più.

Restano meccanismi di ottemperanza, resta il potere del precedente, l’obbedienza alla regola, il timore della sanzione, il piacere di sentirsi dalla parte del giusto. Scomparsa l’immunità di gregge resta l’istinto del gregge.

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“Sembrava che ci fossero state anche manifestazioni per ringraziare il Grande Fratello di aver portato la razione di cioccolato a venti grammi a settimana.

E solo ieri – rifletté – era stato annunciato che la razione veniva RIDOTTA a venti grammi a settimana.

Era possibile che potessero mandar giù questo, dopo solo ventiquattro ore?

Sì, l’avevano fatto.”

(Orwell, 1984)

https://sfero.me/article/istinto-gregge

Leggi tutto! No. Evacuazione militare statunitense degli americani dall’Ucraina in caso di guerra!_di gilbert doctotow

Leggi tutto! No. Evacuazione militare statunitense degli americani dall’Ucraina in caso di guerra!

di gilbert doctorow

Nella sua prima intervista televisiva del 2022 rilasciata a NBC News il 10 febbraio, Joe Biden ha esortato tutti gli americani a lasciare l’Ucraina ora tramite voli commerciali perché le forze armate statunitensi non entreranno per evacuarli. Perchè no? Per evitare qualsiasi possibile impegno militare diretto con le previste forze di invasione russe:

“È una guerra mondiale quando gli americani e la Russia iniziano a spararsi l’un l’altro. Non è che abbiamo a che fare con un’organizzazione terroristica. Abbiamo a che fare con uno dei più grandi eserciti del mondo. È una situazione molto diversa e le cose potrebbero impazzire rapidamente”.

Questa dichiarazione apparentemente non eccezionale è sicuramente la dichiarazione più importante di Biden relativa alla crisi al confine tra Ucraina e Russia da quando ha affermato all’inizio di dicembre 2021 che gli Stati Uniti non invieranno un solo soldato ad assistere l’Ucraina nel caso in cui si trovassero in combattimento militare con la Russia.

In un mondo politico statunitense che molto tempo fa è andato oltre i fatti per crogiolarsi in qualche fantasia interiore, quello che abbiamo qui nell’ultima dichiarazione di Biden è l’inizio di una presa di coscienza dei fatti sul campo, vale a dire che la Russia non è “una stazione di servizio mascherata da un paese”, come ha detto il famoso senatore John McCain, visceralmente anti-russo, né è un paese con solo armi nucleari scadute nel suo arsenale, armi che per loro natura non possono essere usate senza portare il Giorno del Giudizio per tutti noi.

A questo proposito, sembra che la guerra psicologica condotta da Vladimir Putin contro gli Stati Uniti e la NATO stia cominciando a dare i suoi frutti. Ora c’è una consapevolezza del pericolo rappresentato dalle forze militari convenzionali russe, un pericolo abbastanza grande da giustificare la misura in più di cautela che vediamo nelle osservazioni di ieri del presidente Biden.

Naturalmente, l’analisi della crisi da parte dell’amministrazione americana rimane semplicistica, con i binari della diplomazia o della guerra, dell’invasione o della non invasione. Ora è più che probabile che il Cremlino non organizzerà un’invasione su vasta scala. In effetti, potrebbe non dover sparare un colpo. Il signor Putin è impegnato in una guerra psicologica e sta facendo progressi lenti ma costanti nell’applicare pressioni sempre maggiori sull’Ucraina e, attraverso l’Ucraina, sugli Stati Uniti e sui suoi alleati della NATO.

Abbiamo sentito parlare molto dei 100.000 soldati russi al confine russo con l’Ucraina, a nord-est di Kharkiv. Impariamo ogni giorno su unità specializzate per il trasporto di carburante, banche del sangue e altri distaccamenti che arrivano in questo territorio e consentono un’invasione nel caso si verificasse. Ora sentiamo anche parlare delle esercitazioni militari congiunte bielorusso-russe iniziate ieri appena a nord del confine bielorusso con l’Ucraina ea meno di 100 km dalla capitale ucraina, Kiev. Ciò include più di 30.000 soldati russi e una grande quantità di nuovo equipaggiamento militare che probabilmente rimarrà indietro dopo che le esercitazioni termineranno il 20 e le truppe russe torneranno alle loro posizioni di origine.

La novità di oggi è un resoconto dettagliato sui crescenti distaccamenti navali russi che arrivano per le proprie esercitazioni militari in mare appena al largo della costa ucraina. Sì, potrebbero facilitare lo sbarco di truppe e carri armati se la Russia desidera impadronirsi di Odessa o di altre città sulla costa con una grande popolazione etnica russa. Tuttavia, come spiega un articolo di Amy Mackinnon sulla rivista Foreign Policy datato 10 febbraio, le forze russe hanno ora proibito la navigazione, sia commerciale che militare, durante le proprie esercitazioni, stabilendo di fatto un blocco navale sull’Ucraina. Se tale blocco dovesse essere mantenuto dopo la data di chiusura delle esercitazioni, potrebbe effettivamente strangolare il commercio estero ucraino.

Nessuno sa se questa sia semplicemente una dimostrazione di forza ai fini di una discussione rafforzata in qualsiasi negoziato con Kiev sull’attuazione degli accordi di Minsk o se verrà utilizzata per danneggiare sufficientemente l’economia ucraina per portare a un cambio di regime a Kiev. In entrambi i casi, la Russia non infliggerebbe una sola vittima al suo avversario con tali PsyOps.

Fin qui tutto bene. Con un po’ di fortuna, sia gli americani che i russi continueranno a mostrare moderazione nell’uso della forza e ci risparmieranno una guerra cinetica che potrebbe sfuggire al controllo nel senso inteso ieri da Joe Biden.

©Gilbert Doctorow, 2022

La vera storia della crisi dei missili a Cuba, di Gianfranco la Grassa

1. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Urss emerse come una delle due vere vincitrici dello scontro bellico. Tuttavia, oggi si può ben dire che la maggiore potenza era rappresentata dagli Stati Uniti. Il periodo che seguì, detto della “guerra fredda”, sembrò veramente il confronto tra paesi di forza pressoché pari; soprattutto quando nel 1949 l’Urss lanciò la prima bomba atomica, realizzando poi con una certa rapidità un arsenale nucleare abbastanza confrontabile con quello degli avversari. E nel 1957 (4 ottobre) ci fu il lancio del primo sputnik, che sembrò sancire addirittura un vantaggio dell’Urss in termini di conquista dello spazio, non indifferente a fini bellici. Si caratterizzò quel periodo storico, durato poco meno di mezzo secolo, con la definizione di “equilibrio del terrore”. Unione Sovietica e Stati Uniti erano nemici – anche socialmente e ideologicamente, essendo la prima il campione e centro del campo detto socialista; e la seconda del campo capitalistico – ma non ci fu mai, malgrado il permanente spauracchio dello svoltare della guerra da fredda a calda, un vero pericolo del genere. Vi era in realtà non tanto la disparità di forze, quanto una rigidità della struttura sociale, assai misconosciuta per molto tempo, a sfavore del paese presunto socialista. L’apparente compattezza del potere politico, fortemente accentrato in Urss, non permise a lungo di constatare questo “difetto” nella sedicente “costruzione del socialismo” (oggi capiamo che non vi fu mai un simile processo; però lo capiamo in pochi, a “destra” come a “sinistra”).
In ogni caso, per alcuni anni dopo la guerra si diffuse, e non soltanto presso i comunisti (che stravedevano per l’Urss), la sensazione di un forte sviluppo delle forze produttive nel paese “socialista” (e negli altri paesi di quel campo), favorito appunto dall’aver spezzato l’involucro rappresentato dai rapporti sociali (di produzione) capitalistici, supposto ostacolo a detto sviluppo. Nella prima metà degli anni ’50, statistiche assai addomesticate pretendevano di dimostrare che, nel giro di vent’anni, l’Urss avrebbe superato come Pil gli Usa mentre la Cina (divenuta “socialista” nel ’49 con la presa del potere da parte del partito comunista guidato da Mao) avrebbe ottenuto lo stesso risultato nei confronti dell’Inghilterra, allora secondo paese del campo capitalistico. In realtà, già Stalin, un anno prima della morte (avvenuta il 5 marzo 1953), aveva scritto un breve saggio in cui cercava di capire una serie di difficoltà di sviluppo, cui stava andando incontro l’Urss. Tuttavia, la sua analisi non poteva liberarsi dell’impaccio di una teoria marxista (ormai largamente stravolta e fortemente ideologizzata senza la minima consapevolezza di ciò da parte dei comunisti). Alla sua morte, e nella seconda metà degli anni ’50, le difficoltà vennero sempre più in evidenza.
Nel febbraio del 1956 si ebbe il colpo di scena al XX Congresso del Pcus (partito comunista dell’Unione Sovietica) con il famoso rapporto Kruscev, che non fu concordato con i maggiori rappresentanti del partito a quell’epoca, anche se fu ingoiato e apparentemente sostenuto da tutti, salvo l’inizio di una lotta sotterranea sfociata in numerosi episodi lungo tutto il successivo arco di sussistenza dell’Urss. Ero divenuto comunista due anni e mezzo prima ed ero assai giovane, ma qualcosa di marxismo già sapevo. Fui inorridito da quel rapporto, tutto basato sugli errori personali di Stalin e sul culto della sua personalità. Il “socialismo” sarebbe stato in fondo sano, ma si erano verificati (chissà chi li aveva consentiti), e per un lunghissimo periodo di tempo, sbagli clamorosi, e addirittura crimini, attribuiti al brutto carattere di Stalin con il supporto da parte di un Beria, già accoppato (sembra addirittura in sede di Comitato Centrale e con l’accordo di tutti, anche di quelli che poi Kruscev buttò fuori) nel dicembre del ’53. Mi schierai immediatamente contro quel Congresso e quel rapporto, perché afferrai fin da subito che non vi era la più pallida ombra di un’analisi storica del periodo, indubbiamente non eroico né pieno di luci, in cui l’Urss fu guidata da Stalin. Si trattò, in questa svolta del XX Congresso, di regolamenti di conti con alla testa un mediocre e ottuso politicante (certo furbastro) come Kruscev, vero precursore di Gorbaciov.
Togliatti, uomo politico di tutto rilievo ma altrettanto “alto” opportunista, che aveva commemorato Stalin il 6 marzo ‘53 con parole perfino un po’ eccessive nella loro retorica, si schierò pressoché subito con Kruscev (forse solo un attimo di sbalordimento, anche perché era uomo di cultura, intelligente e certamente non poteva non capire la rozzezza delle accuse di Kruscev, basate sul “culto della personalità”, un insulto al marxismo e ad ogni analisi minimamente sensata degli eventi storici) e rilasciò una intervista a “Nuovi Argomenti” subito dopo il XX Congresso, una delle pagine più meschine di quest’uomo. All’VIII Congresso del PCI nel dicembre di quell’anno si ribadì il pieno appoggio del partito al “nuovo” Pcus. Uno dei pochi dissidenti, Concetto Marchesi, pronunciò un discorso molto critico, in cui pronunziò una frase che approvai pienamente: “Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Kruscev”. Togliatti andò a stringergli la mano (lascio stare ogni commento). Comunque sorvoliamo su questi “particolari”, non senza però ricordare che in quel congresso venne lanciata, nella sua forma più elaborata, la famosa “via italiana al socialismo”, inizio delle più bieche svolte opportunistiche del partito, finite poi nella “lunga marcia” (partita all’incirca alla fine degli anni ’60 e inizio ’70) verso il cambio di campo e il passaggio con gli Usa e gli “atlantici”.
2. Dopo il XX Congresso, sotterraneamente iniziò una lotta tra la vecchia guardia (e non solo) e i “krusceviani”. L’esito di tale confronto fu ritardato dai fatti d’Ungheria (ottobre del ’56), dove si notò all’inizio una qualche “incoerenza”. Ci fu un primo tentativo di repressione, che inasprì la situazione anche perché fu seguito da una mezza ritirata che dimostrò appunto una qualche divisione interna all’establishment sovietico. Poi ci fu comunque l’aperta e assai dura azione di schiacciamento della rivolta. Il confronto interno al Pcus – cioè al suo vertice poiché la “base”, nella quale è bene mettere anche la gran parte dei membri del CC, era solo al seguito di questo o quel dirigente e non credo per chiari motivi politici, tanto meno ideali – riprese e sfociò infine nello scontro aperto del giugno 1957. Malenkov, Molotov (quello del patto con Von Ribbentrop, uno dei più importanti Ministri degli Esteri sovietici e alto dirigente di partito nel periodo di Stalin), Kaganovic – con l’appoggio di Bulganin e di Shepilov, considerato fedele a Kruscev e in quel momento Ministro degli Esteri; forse per questo si convinse dell’ambigua politica internazionale di chi aveva fino allora seguito – tentarono di estromettere Kruscev dalla sua carica di massimo dirigente. In effetti, il risultato fu conseguito nel Presidium del partito, gruppo ristretto di comando.
Kruscev riuscì a convocare in extremis il CC e lì vinse (come spesso accade quando giungono i vari “baciapiedi”, solo interessati a vedere come “girerà” per loro con la vittoria di questo o di quello), facendo anche passare gli avversari quale “gruppo antipartito”. Essi furono espulsi dal gruppo dirigente, ma poi anche dal partito (almeno alcuni di loro, ad es. Malenkov nel 1961). Comunque, un capitolo era chiuso, ma se ne aprì subito un altro a livello del consesso dei partiti comunisti. Quello cinese manifestò subito, anche se all’inizio molto in sordina, il suo malumore. Non venne considerato minimamente serio il rapporto Kruscev tutto basato su accuse che facevano risalire solo al carattere personale di Stalin (e al suo “culto”) le difficoltà in cui invece continuava ad incorrere l’Urss. Proprio quel rapporto, credo, spinse Mao (appunto nel 1957) a pronunciare un rilevante discorso (febbraio 1957), poi pubblicato come “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”. L’analisi è più avanzata di quella di Stalin sopra citata (et pour cause). Tra queste contraddizioni viene inserita anche quella tra classe operaia e borghesia nazionale. Più tardi sappiamo che la contraddizione tra le due classi verrà vista come nettamente conflittuale (con ritardo nella “costruzione del socialismo”) e addirittura esistente all’interno del partito e del suo stesso organo dirigente supremo; da qui nacque nel ’66 la “rivoluzione culturale”, su cui sorvoliamo in questo contesto. Le contraddizioni tra Urss e Cina si aggravarono sempre più e passarono attraverso diverse tappe: la riunione degli 81 partiti comunisti del mondo a Mosca nel ’60, il durissimo scambio di lettere (proprio di carattere teorico e politico-ideologico) tra i CC dei due partiti nel ’63 e infine, appunto, la “rivoluzione culturale (1966-69), che sancì la definitiva inimicizia e avversità, continuata anche dopo la svolta, susseguente alla morte di Mao nel settembre del 1976, che di fatto riconsegnò il potere alla vecchia guardia rappresentata soprattutto da Deng Xiaoping (questi era già il più forte nel 1977 e consolidò definitivamente la sua guida nell’’80).
Torniamo però all’Urss ormai apparentemente dominata dal solo Kruscev. Era in realtà un’impressione, ma per alcuni anni sembrò veramente avere tutto il potere in mano; i nemici aspettavano i suoi errori. Egli tentò di rivitalizzare lo sviluppo economico sovietico, in netto calo malgrado tutte la “alterazioni” apportate ai dati della produzione e altro. E si rivolse in particolare all’economista Liberman. Questi tentò un certo mutamento della pianificazione centrale eccessivamente rigida. Le sue proposte non si possono paragonare a quelle più tarde di Deng in Cina passate sotto la definizione di “socialismo di mercato”. Tuttavia, sia lui che Ota Sik in Cecoslovacchia (in auge fino al governo Dubcek, poi represso nel ’68 dall’Urss) e Oskar Lange in Polonia (per un certo periodo vicepresidente del paese e morto nel 1965; amico del mio Maestro che mi mandò da lui per un lungo colloquio al Codevilla di Cortina nel 1963) avevano un’impostazione che non poteva definirsi marxista. Lange era anzi, a mio avviso, di chiara impronta neoclassica e nel suo manuale di Economia politica espone in modo piuttosto “elementare” (diciamo così) le leggi del materialismo storico; solo perché la sua posizione gli imponeva di essere almeno un po’ aderente a quella visione ideologica.
Le riforme che tentò di introdurre Liberman non ebbero grande successo; e certamente l’essersi rivolto a lui non giovò a Kruscev nella lotta sotterranea che continuava a svilupparsi nel Pcus (o per meglio dire, nel suo vertice). Soprattutto in campo agricolo (ma evidentemente non solo) non vi furono brillanti successi, tutt’altro. Tuttavia, non credo che tali insuccessi siano stati quelli più decisivi nel successivo maturare della sconfitta di colui che sembrava essere ormai il padrone assoluto dell’Unione Sovietica (divenne anche premier, oltre che già segretario del partito subito dopo la morte di Stalin, nel ’58 estromettendo Bulganin). Cercò in tutti i modi di rendersi simpatico non soltanto all’interno ma anche sul piano internazionale. Certi suoi gesti (come quello del battere con finta ira la sua scarpa sul tavolo mentre si era in seduta all’ONU nel 1960 e stava parlando il delegato filippino che rovesciava varie accuse sull’Urss) erano più che altro sceneggiate destinate a farlo passare per un bonario per quanto focoso capo di governo e di partito. Iniziò assai presto una politica di “appeasement” con gli Usa, dove si recò nel 1959 per due settimane, dopo aver ricevuto in Urss l’allora vicepresidente americano Nixon.
3. Nel 1958 vien nominato Papa il cardinale Roncalli (Giovanni XXIII, detto “affettuosamente” Giovanni schedina: due pareggi e tre vittorie in casa) e a fine 1960 viene eletto presidente degli Usa Kennedy, che s’insedia, come al solito, il 20 gennaio del ’61. Da quel momento, si parlò per ben più di un anno – scherzosamente ma significativamente – della S.S. Trinità; e tutti erano convinti che si andasse verso un mondo di pace. Tutti, salvo i veri dirigenti politici; in modo particolare americani e sovietici. Questa visione pacificata durò poco come del resto la suddetta “Trinità”. Nel giugno del ’63 muore il Papa, in novembre viene assassinato Kennedy, nell’ottobre del ’64 viene destituito Kruscev, che sarà buttato fuori anche dal CC del partito nel ’66. Tuttavia, le grandi speranze di pacificazione erano già finite con la “crisi dei missili a Cuba” nell’ottobre del ’62. Non è facile capire gli effettivi motivi dell’uccisione di Kennedy. Nessuna persona sensata ha mai creduto al gesto isolato di Oswald (assassinato subito dopo per evitare che rivelasse qualcosa); e nemmeno alla fola di un atto di vendetta compiuto da Allan Dulles (capo della Cia) per aver subito dei torti da Kennedy. Cerchiamo di considerare alcune “cosette”. Il 17 gennaio del ’61, Eisenhower, che di fatto non era più presidente (Kennedy s’insedierà dopo appena tre giorni), autorizza la Cia ad agire contro Cuba, soprattutto mettendo a disposizione (lui che era stato alto comandante dell’esercito e capo delle forze alleate in Europa nella seconda guerra mondiale) i necessari gruppi militari per invadere quel piccolo paese con lo sbarco alla Baia dei Porci.
Non è quindi la prima volta che un presidente, ormai di fatto non più tale, continua a tramare a pochi giorni dall’insediamento di quello che, di fatto, era un suo rivale (un po’ come Obama, non vi sembra? Per questo Trump è senz’altro avvertito dei pericoli che corre; anche se allora si trattava di un repubblicano contro un democratico, il “rovescio” rispetto ad oggi, ma conta questo negli Usa?). Il disastro di quell’operazione fu incredibile, oggi si scrive spesso che le operazioni condotte rasentarono la follia. Kennedy venne considerato connivente con la tentata operazione di rovesciare Castro. Fu veramente così? Non è che agì di soppiatto proprio per far fallire quella manovra, evento che avrebbe così gettato discredito sul suo predecessore (e il suo establishment)? Mentre se fosse riuscita sarebbe accaduto il contrario: Eisenhower sugli altari e lui (e i “suoi”) dimezzati nella popolarità come, probabilmente, nel potere (visto che anche la Cia stava con Eisenhower come recentemente con Obama). Se su quanto accadde veramente negli Usa abbiamo molte incertezze, queste diminuiscono abbastanza (non del tutto, è ovvio) per quanto invece andò verificandosi in Urss. In effetti, le sedicenti riforme non avevano gran successo, ma soprattutto andava sempre più accentuandosi il malcontento nella direzione del Pcus (e forse nacque persino qualche sospetto) per i rapporti troppo buoni tenuti dal segretario del partito con gli Usa; direi, in particolare, con Kennedy. Nel 1962, credo proprio che si andassero precisando pericoli di autentica opposizione.
Da politicante opportunista e senza principi qual era, Kruscev decise di fare la mossa, apparentemente forte, di mettere i missili a Cuba. E anche se ancora oggi ciò viene tenuto nascosto, avvertì Kennedy della mossa, gliene spiegò i motivi, pienamente accettati dal presidente americano che sapeva bene come fosse fondamentale la permanenza di un simile personaggio (ripeto, “pregorbacioviano”) alla direzione dell’Urss. Se la mossa fosse riuscita, forse alla fin fine sarebbe stato accelerato il declino dell’Urss, diretta appunto da un tipo come Krusciov ancora per anni. In ogni caso, tutto andò all’inizio per il meglio (per quanto riguarda l’accordo segreto fra i due “capi”) e, nel luglio del ’62, una sessantina di navi sovietiche si avviarono verso Cuba; alcune d’esse trasportavano i missili. McCone, direttore della Cia, avvertì il suo presidente del “pericolo” imminente (evidentemente non sapeva nulla degli accordi segretissimi intercorsi). Vi fu una riunione molto “riservata” a quattro: Kennedy, suo fratello Robert (Ministro della Giustizia), Rusk (Segretario di Stato) e McNamara (Segretario alla Difesa). Si decise che i russi non avrebbero mai avuto il coraggio di compiere una simile impresa. Mi sembra probabile, direi perfino evidente, che i quattro invece ben conoscessero quanto concordato tra il presidente e Kruscev e le sue effettive motivazioni. Difficile a questo punto capire bene il senz’altro turbinoso succedersi degli avvenimenti, pur se è facile intuire che il vicepresidente (Lyndon Johnson) non fosse molto d’accordo e fosse a conoscenza dei fatti o per informazione diretta oppure ottenuta ad insaputa del presidente.
Fatto sta che vi furono chiaramente opposizioni nette a correre quello che evidentemente alcuni ritenevano un rischio; o forse più semplicemente (perché non credo si avesse troppa paura dei missili sovietici a Cuba) non si voleva favorire l’azione krusceviana, si preferiva che venisse messo in difficoltà e si manifestassero crepe e dissidi al vertice dell’Urss. Chi lo sa; resta il fatto che a ottobre, la presenza dei missili venne rivelata con grande clamore – dal drone U2 che volò sopra Cuba e fece delle foto precise; e anche questo volo fu fatto all’insaputa di Kennedy, ma forse non di Johnson e della CIA – e, a questo punto, a Kennedy non restò altro che cadere dalle nuvole e ingiungere perentoriamente a Kruscev di ritirarli. Sia chiaro che solo più tardi si seppe che il direttore della Cia aveva avvertito il presidente già a luglio e che si era tenuta la riunione segretissima dei “quattro”, scartando la credibilità della mossa sovietica. Quindi, in ogni caso, Kennedy recitò la commedia fingendo a ottobre di essere sorpreso. Quanto a Kruscev, cosa poteva fare il poveretto? Rivelare che aveva avvertito Kennedy per poter far meglio fronte alle crescenti opposizioni interne? Dovette ingoiare il rospo (avrà magari fatto qualche telefonata indignata a chi l’aveva “tradito”) e ritirò i missili subendo una sconfitta decisiva. Non fu liquidato subito ma due anni dopo. Tuttavia, le accuse rivoltegli riguardano proprio la cattiva gestione dell’economia (e tuttavia Liberman resterà ancora in attività per qualche anno e ne era il principale responsabile), ma soprattutto la pessima gestione della crisi dei missili con figuraccia dell’Urss costretta a subire l’ingiunzione americana. E’ evidente che i dirigenti sovietici erano ormai a conoscenza di tutto l’inghippo svoltosi. Se Kruscev perse il posto, Kennedy ci rimise la vita; ma non credo proprio per quell’evento. Altri, e non chiari né ben noti tuttora (a noi almeno), furono i motivi salienti della sua eliminazione fisica.
Ancora oggi, grazie anche a storici contemporanei – in parte mediocri in parte veri falsificatori – si parla dell’ottobre 1962 come di un momento in cui si fu vicinissimi alla terza guerra mondiale. Solo il buon senso dei due “capi” – e l’intervento che fece il Papa “buono” in quell’ottobre, rivolgendosi come d’abitudine a tutti gli uomini di buona volontà – ci avrebbe salvato dall’olocausto nucleare. I miei compagnucci e amici e conoscenti erano scandalizzati perché ridevo e dicevo loro che nessun pericolo grave incombeva su di noi e sul mondo; e li prendevo in giro poiché poco capivano delle menzogne raccontate dai “potenti” per abbindolare i gonzi. E’ stata una delle mie “predizioni” più riuscite (non erano per la verità predizioni, ma cosette che sapevo nelle loro linee generali; ma soprassediamo). Dissi apertamente che non c’era alcuna crisi, che vi era stato accordo tra “i due”, andato però a male; affermai senza esitazioni che la crisi sarebbe finita in poche settimane e che Kruscev era ormai in “lista d’attesa” per essere licenziato. Non prevedevo l’assassinio di Kennedy, ma tutto non si può “indovinare”. E del resto conoscevo molto meglio ciò che accadeva nel mondo detto “comunista”; sia sul piano estero (Urss, Cina e altri paesi) sia su quello interno (i vari “intrighi” nel Pci e nei gruppuscoli filo-maoisti o quanto meno “antirevisionisti”, ecc.). Quanto si muoveva tra le fila dell’establishment statunitense mi era decisamente meno decifrabile.
Bene, con questo ho terminato la mia storiella. Vedremo se capita l’occasione di raccontarne altre (magari anche su questioni interne italiane; tipo “mani pulite” o il “rapimento Moro” con la presa in giro del “terrorismo rosso”) . Purtroppo, su alcune questioni non posso esprimermi con chiarezza perché, non potendo portare prove né testimonianze, sarei passibile di denuncia per diffamazione. Peccato, di “cosette simpatiche” ne so alcune; e anche di ghiotte. Le ho raccontate a voce ad amici, in modo che ne resti qualche traccia. Quanti “porcaccioni” ho incontrato in vita mia! Sia quando ero nell’azienda di mio padre e assieme a lui si andava per Ministeri (Agricoltura e Industria e Commercio); sia nella mia carriera universitaria; sia negli ambiti della politica, in particolare “a sinistra” perché lì erano le mie frequentazioni. Sia chiaro che ho conosciuto anche un discreto numero di persone (quasi tutte morte) di cui ho un ricordo riverente e commosso. Non esistono solo fetentoni. Tuttavia, sono quasi sempre questi a riscuotere il maggiore successo; sia fra i politicanti che fra gli intellettuali, tutti portati sugli scudi mentre sono dei miserabili da lasciare senza fiato. E oggi stiamo arrivando al capolinea.

 

I beati, i beoti e il loro Presidente_di Giuseppe Germinario

Se si dovesse esprimere un giudizio sintetico sull’epilogo della recente rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica e sul suo discorso di investitura al Parlamento in seduta plenaria, si potrebbe sintetizzare così: per riaffermare la propria trionfale ragione di “riesistere”, ha dovuto glissare sulle ombre del corretto assolvimento alle proprie prerogative per assumersene di altre e ulteriori, proprie di un organo politico esecutivo e deliberativo.

Aspetti, tutti e due presenti e ben rappresentati in quel consesso. Il tutto tra gli applausi scroscianti di beati e beoti, ormai sempre più accomunati e omologati.

Il discorso del Presidente, investito per altro nel suo ruolo di presidenza, tra l’altro, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio della Difesa, nella sua banalità si focalizza su quattro punti apparentemente anodini: il richiamo potente e retorico al rispetto e alla promozione della dignità in diciotto delle sue applicazioni; il rispetto delle prerogative del Parlamento; la riforma della giustizia; l’adesione incondizionata agli indirizzi della Unione Europea.

  • La retorica della dignità, nelle sue diciotto prerogative, con la quale ha impregnato la parte essenziale del discorso sottende in realtà un netto indirizzo politico, se non un vero e proprio programma di governo. Si può affermare tranquillamente che gli equilibri e la maschera istituzionale propri della prima repubblica siano definitivamente caduti nella sostanza, ma non purtroppo nella forma. Non si sa se gli applausi ostentati di Mario Draghi siano la manifestazione di un senso di liberazione da un fardello governativo anche per lui sempre più opprimente o di una presa d’atto a denti stretti della magra figura fatta nelle trattative in corso e del ridimensionamento delle proprie ambizioni.

  • Il richiamo scontato al rispetto delle prerogative del Parlamento è un motivo ricorrente di tutti i discorsi di insediamento presidenziale. Non di meno il paradosso di una presidenza che ha avallato in quantità industriale ogni decreto e mozione di fiducia riduce il richiamo in uno strepito.

  • Il paradosso si trasforma in sconcerto con il richiamo ad una riforma della istituzione e dell’ordinamento giudiziario in un contesto nel quale avrebbe dovuto usare le proprie prerogative per fissare punti fermi sullo scandalo Palamara piuttosto che glissare elegantemente.

  • Nulla di nuovo nell’ostentato lirismo europeista ed atlantista richiamato nel discorso. Sono il segno e il sollievo da un pericolo scampato, piuttosto che di una realtà politica ormai di nuovo supinamente allineata a quegli indirizzi. Un capo dello stato attento alle proprie prerogative, piuttosto che indugiare in un lirismo ormai fuori contesto, dovrebbe soffermarsi su una definizione dell’interesse nazionale che possa plasmare la coesione e la crescita di una formazione politico-sociale e sulla sua modalità di perseguimento in un agone dove i diversi stati nazionali non si fanno scrupolo di rappresentare e contrattare i propri. Quel lirismo serve sempre più a coprire la passività, l’arroccamento e la subordinazione di una intera classe dirigente.

  • L’aspetto più significativo e rumoroso è però rappresentato da un silenzio: l’abdicazione dal suo ruolo di figura rappresentativa della unione e coesione nazionale e di punto di equilibrio in un momento di emergenza protratta. La gestione catastrofica ed approssimativa della crisi pandemica, la criminalizzazione di ogni rilievo critico e perplessità della gestione, la strumentalizzazione crescente della lunga congiuntura hanno creato una situazione di divisione manichea della società ed una condizione tale da rendere praticamente impossibile una revisione delle politiche che non sconfessi platealmente e “cruentemente” i responsabili, incluso ormai il capo del governo. Su questo ha brillato la sua assenza, se non la connivenza della figura simbolicamente più importante delle istituzioni. A memoria non si ricorda un solo suo atto solenne e significativo teso a ricondurre il dibattito in termini razionali e civili tali da scoraggiare la demonizzazione e gli esorcismi. Una mancanza le cui ripercussioni si protrarranno nel tempo ed appariranno nella loro ampiezza in un prossimo futuro.

L’espressione e le manifestazioni fisiche e comportamentali del personaggio politico valgono più di tante parole.

L’ostentazione del trasloco in corso, la scenografia disegnata e la serafica e beata accettazione del reincarico valgono più delle parole, pur esse importanti.

Giorgio Napolitano, figlio almeno dell’eredità morale e dell’ipocrisia di una classe dirigente sorta dalle ceneri della guerra, ebbe l’ardire di rimbrottare duramente il ceto politico e i rappresentanti di un parlamento che lo avevano appena rieletto. Sergio Mattarella, espressione di un regime incompiuto e decadente già al suo sorgere, ha sorvolato sul problema come una nuvoletta leggera e fugace.

La dinamica che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella è il segno della miseria di un ceto politico; è il prodotto della sua espressione politica più compiuta, il PD, abbarbicato e capace di determinare le scelte a prescindere dagli esiti elettorali. Suo compito principale si concentrerà nel tentativo di essere il garante del procrastinamento di questa convenzione e di circoscrivere in questo quadro l’azione di Mario Draghi. Ha smascherato definitivamente il ruolo spregevole di personaggi come Berlusconi e la pochezza, non vale la pena di utilizzare altri termini, del personale politico ormai a corollario più o meno consapevole di questa trama.

Entro certi limiti, il confronto e lo scontro tra centri politici decisori prevede la complementarietà e la surroga di alcune istituzioni, più coese od efficaci e disponibili, rispetto alle prerogative e alle competenze di altre. Quando però questa dinamica si perpetua per troppo tempo e le fasi di transizione si impantanano, si trasformano in un disordine istituzionale e in un contrasto destabilizzante e dissolutorio.

La gestione della pandemia, colta inizialmente come una occasione e un campo di azione, sta diventando sempre più un mero pretesto per altri disegni tesi a procrastinare l’esistenza di questo ceto politico e la permanenza di una classe dirigente decadente ed arroccata, incapace di organizzazione, ma decisa a sopravvivere al proprio stesso paese. Il tripudio visto in Parlamento sono la manifestazione di questa dissociazione ormai patologica.

Il terreno favorevole ad una dinamica politica di fatti compiuti e colpi di mano a dispregio delle stesse forme e della necessaria autorevolezza è predisposto.

Molti vedono in questo l’inizio della fine e la possibilità di una rinascita radicale.

Non è assolutamente detto.

Potrebbe piuttosto essere la procrastinazione di una fase crepuscolare dove impera e prospera lo scetticismo passivo ed anarcoide, la mancanza di autorevolezza di una qualsiasi autorità in essere e in divenire, l’esistenza di una classe dirigente e dominante arroccata ed auto-eteroreferenziale; dove su una opposizione politica chiara e determinata prevale il tumulto indistinto, una fase tribunizia opportunista ed incapace sul quale poter continuare a galleggiare sia pure precariamente.

La facilità e la disponibilità alla cooptazione rivelata da questa classe dirigente è sorprendente, data la precarietà crescente di risorse ed assetti.

Rivela il timore del mix esplosivo di una riorganizzazione e di un regresso della condizione socio-economica che si sta realizzando.

Si parla spesso e ricorrentemente della costruzione di un soggetto politico in grado di offrire una alternativa seria e credibile. Qua e là sorgono iniziative improvvise, rivelatesi sempre meteore smarrite, impazzite o in rotta di collisione.

Non è questo, purtroppo, il tema all’ordine del giorno.

Il solipsismo che affligge la società, affligge purtroppo nella stessa misura l’area dalla quale potrebbe sorgere il soggetto politico necessario.

Il tema vero è come arrivare a costruirlo, con quale retroterra culturale e organizzativo, con quali referenti nei centri decisionali ed amministrativi che pur esistono.

Su questo manca ancora una minima, sufficiente consapevolezza e disponibilità al dialogo nell’ambito stesso di una possibile formazione di questa realtà politica.

In mancanza di esso il divario tra aspirazione, necessità e possibilità è destinato ad allargarsi drammaticamente.

Più la situazione si incancrenisce, più la fretta è cattiva consigliera.

‘A gatta pe’ jì ‘e pressa, facette ‘e figlie cecate

Pensando all’annientamento globale, Di: George Friedman

Siamo nel bel mezzo di un grande confronto tra USA e Russia. Ero lì quando il presidente Ronald Reagan ha bluffato i sovietici nel tentativo di tenere il passo con lo sviluppo di armi spaziali che gli Stati Uniti in realtà non avevano. Ero lì quando, mentre i sovietici minacciavano di inviare una forza aerea per intervenire nella guerra arabo-israeliana, gli Stati Uniti andarono a DEFCON 3. Uno dei miei primi ricordi da bambino cresciuto nel Bronx è stato l’intervento sovietico in Ungheria nel 1956, quando si dice che i carri armati russi abbiano raso al suolo il vecchio quartiere da cui provenivano i miei genitori e dove vivevano ancora i miei parenti.

Sono un conoscitore delle crisi globali, in particolare quelle tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Hanno la sottile patina della sottigliezza unita alla disonestà. Le crisi non sono l’unico dominio di Washington e Mosca, ma per i miei soldi, non c’è crisi come una crisi USA-Russia. Nemmeno l’Impero Romano poteva annientare il mondo.

Data la mia esperienza nelle crisi, sto prendendo in considerazione quella attuale mentre un sommelier beve un’annata che conoscono bene – in attesa, ma pronto a rimanere deluso. Finora la crisi ha tutte le caratteristiche dei classici. I russi hanno mobilitato tre gruppi di carri armati e affermano di non pianificare la guerra. Hanno avanzato richieste che non possono essere accettate e vengono insultate quando le richieste vengono respinte. Gli Stati Uniti hanno invocato l’ira della NATO, i cui membri si disperdono prontamente come un branco di gatti. La NATO in seguito accuserà gli Stati Uniti di aver abbandonato il proprio impegno nell’alleanza. Questa crisi alla fine si concluderà con un esito incoerente garantito per innescarne di più in futuro. E a tempo debito, arriverà un’orda di dissertazioni e memorie illeggibili della crisi, a mostrare come gli autori abbiano costretto da soli l’altra parte a capitolare.

Da crisi gli do un 86 su 100, bevibile ma manca male qualcosa. Il qualcosa è la minaccia di una guerra termonucleare. L’hardware che è stato mobilitato manca dell’energia di due potenze nucleari che spostano la loro posizione di difesa appena al di sotto della catastrofe globale, le riunioni tese nei bar di Vienna, Voronezh o Arlington, dove “quasi” alti funzionari pubblici parlano tra loro come se ne avessero possibilità di fare la crisi, trasformati in statisti alla tastiera. Infine, c’è un’intensa incertezza di una popolazione su un futuro già definito dalla realtà.

Il portabandiera di tali episodi è la crisi dei missili cubani, una bella miscela di pericolo e stronzate. Avevo 13 anni quando si è verificata la crisi. Vivevamo allora nel Queens, New York, vicino all’aeroporto di Idlewild, poi chiamato Aeroporto Internazionale John F. Kennedy. Sapevo che Idlewild poteva essere usato come aeroporto militare, ed era pieno di carburante, e quindi sapevo che nella guerra a venire i sovietici avrebbero piazzato due missili a circa tre miglia dal mio prezioso sedere. Sapevo che i russi erano armati quanto gli americani e sapevo che questo poteva finire solo con l’annientamento nucleare. Lo sapevo perché nel 1962 i ragazzini prendevano la guerra nucleare tanto seriamente quanto prendevano il baseball. E come per il baseball, non sapevano molto.

E in tutti i libri e film successivi, la paura della guerra incombeva su tutti. In effetti, l’episodio era il materiale su cui sono costruite le storie. Robert Kennedy ha incontrato Anatoly Dobrynin, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, in un ultimo disperato tentativo di scongiurare l’apocalisse. Si scopre che Kennedy ha registrato tutte le riunioni dell’ExComm, il comitato che gestisce la crisi, e che i fascicoli sovietici sono stati aperti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Entrambi questi documenti rivelano cose simili: ciascuna parte voleva rendere eccitante la crisi in modo che potessero apparire eroici e statisti, ma in realtà non era quello che sembrava essere.

In primo luogo, i sovietici avevano tra i due ei 15 missili in Russia che si diceva fossero in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti avevano quasi 200 missili affidabili, più otto sottomarini nucleari anch’essi armati di armi nucleari. Gli Stati Uniti avevano anche una grande flotta di bombardieri nucleari B-52 in allerta continua. I sovietici non avevano né una significativa forza di bombardieri a lungo raggio né una capacità nucleare operativa.

Quando John F. Kennedy si candidò alla presidenza, affermò che c’era un divario missilistico. Era una bugia, ma sapeva che Dwight Eisenhower e Richard Nixon non potevano rivelare la verità. Gli Stati Uniti avevano completamente sconfitto i sovietici, per non parlare degli obsoleti missili a corto raggio di stanza in Turchia.

Il motivo per cui il premier sovietico Nikita Khrushchev voleva Cuba è che, senza una capacità missilistica a lungo raggio, potrebbe usare Cuba come trampolino di lancio per attacchi nucleari che coinvolgono armi a corto raggio. Krusciov pensava che gli Stati Uniti non avrebbero colpito la Russia se la Russia avesse avuto la capacità di uccidere un milione circa di americani. Tutto dipendeva dal fatto che i sovietici rendessero operativi i missili prima che gli Stati Uniti lo scoprissero. Gli Stati Uniti lo scoprirono appena in tempo. Ma come abbiamo scoperto dopo la crisi, gli Stati Uniti non hanno attaccato la Russia anche quando i russi non avevano mezzi di rappresaglia.

Kennedy e Krusciov lo capirono entrambi. L’idea che la guerra termonucleare sia stata a malapena evitata non è del tutto corretta. Una cosa che gli americani non sapevano era che i sovietici avevano inviato a Cuba armi nucleari tattiche che l’esercito sovietico era libero di usare in un’invasione. Il loro uso potrebbe aver innescato un attacco degli Stati Uniti contro la Russia. La guerra nucleare sarebbe potuta accadere solo se gli Stati Uniti avessero colpito unilateralmente, cosa che non sarebbe accaduta. La leggenda secondo cui siamo stati occhio contro occhio e solo che la Russia sbattesse le palpebre per prima non ha senso.

Amo questa crisi per lo straordinario dramma del momento e per il modo in cui entrambi i leader hanno cercato di rendersi eroici. Adoro le memorie di aspiranti eroi. Adoro il modo in cui l’intera storia è uscita e che quello che sembrava essere armageddon si è trasformato in un bluff chiamato. Ecco come appare un grande conflitto USA-Russia: l’umanità sull’orlo dell’annientamento, che circonda un mucchio di letame di cavallo.

Sospetto fortemente che l’attuale crisi sia in effetti come la crisi dei missili cubani, come alcuni hanno affermato con profondo terrore. Io, per esempio, spero che lo sia.

 

FOCHERELLO, di Pierluigi Fagan

FOCHERELLO. È indetta per oggi una manifestazione nazionale degli studenti liceali. Presto per dire se sarà o meno un vero e proprio “movimento” a cui i giornali hanno dato già dato nome: la Lupa. I temi non mancano.
La scintilla è stato il ragazzo morto durante uno stage aziendale previsto dalle politiche di alternanza studio-lavoro inaugurato nel 2015 e proprio l’assetto studio-lavoro è finito sotto accusa come se destinazione strategica di fondo dell’istruzione fosse formare alla società di mercato e non alla società nel suo ben più ampio complesso. Viepiù oggi visto che la società che già di sua natura è un sistema complesso, si trova e sempre più si troverà a doversi adattare ad un inedito mondo complesso.
Producendo tra l’altro una precoce divisione classista tra licei professionali della periferia o dei piccoli centri ed i programmi più di cultura generale per i giovani dei quartieri del centro delle città medio-grandi. Ma l’argomento si amplia allo stato fatiscente di molti edifici scolastici, le politiche del trasporto, i bassi salari dei professori, il sovraffollamento, il modo di organizzare valutazioni ed esami, programmi sempre più orientati in favore di un certo modo di esser nel mondo, la destinazione dei fondi PNRR. Su tutte queste pregresse situazioni, si è abbattuta la pandemia e soprattutto i modi con i quali è stata gestita, tra DAD improvvisata e gestione confusa dei tracciamenti, esclusioni, quarantene e quant’altro. Su tutta questa somma dei fatti si sono infine abbattute le recenti manganellate della polizia.
Al consueto disagio ed incertezza giovanile della fase pre-adulta ed alla condizione sempre meno curata della scuola pubblica, negli ultimi anni si è abbattuta anche la consapevolezza che ormai non si sa più bene a cosa serva tutto ciò. Nel senso che, ne abbiano o meno fondata consapevolezza, i giovani avvertono che lo sbocco della vita non è pensato e debitamente organizzato. La disoccupazione giovanile in Italia, intorno al 30%, è il doppio della media europea sia versione euro, sia versione UE. Dovrebbe essere uno scandalo visto che sono i nostri figli, ma tale non è assunto nel dibattito pubblico.
Per altro, quelli che nelle statistiche compaiono tra gli occupati, hanno a che fare con precarietà endemica, salari letteralmente indecenti, rapporti e condizioni di lavoro obiettivamente insopportabili. E tali condizioni sono ormai endemiche, non si presentano solo di recente e per qualche anno iniziale del percorso di vita professionale, si protraggono a lungo ed in molti casi a lunghissimo. Con parimenti impossibilità di intraprendere percorsi adulti di vita autonoma, data l’endemica mancanza di alloggi a prezzi e condizioni praticabili. Ed è così da vari anni e pare vada sempre peggio mentre il mondo adulto parla di Next Generation, quasi che fare un titolo, magari in inglese, dia l’impressione di una cura ed attenzione che non c’è nel modo più assoluto.
Su tutto ciò, già grave di suo, va registrato il trauma pandemico, un trauma i cui risvolti psicologici e sociali sono ancora da indagare a fondo. Va ricordato a noi adulti, quali dovrebbero essere le condizioni di espressione della vita a quell’età. Espressioni che formano la socialità, la conoscenza, l’affettività, la personalità, il giudizio, la progettualità e la stessa energia vitale, l’identità e relativa intenzionalità.
L’altro giorno ho tenuto un intervento on line nell’ambito dei programmi di orientamento allo studio per classi dell’ultimo anno di liceo per un paio di cittadine delle Marche. La professoressa che organizzava gli incontri con le varie offerte formative universitarie mi dava un quadro piuttosto cupo della salute psichica dei ragazzi. Alcuni (e pare non pochi) vanno addirittura dallo psicologo come se ci fosse una “tecnica” per meglio adattarsi a questo contradditorio e desolante sfacelo, come se ci fosse una mancanza personale a sopportare queste pressioni che in primis uccidono il principio speranza. Gioventù senza speranza dovrebbe ritenersi un ossimoro in una cultura pubblica civile.
Altre generazioni hanno sofferto condizioni difficili, ma a differenza di queste che noi più anziani possiamo far risalire a racconti dei genitori sulla guerra o dopoguerra, quella dei giovani di oggi è una condizione silenziosa, non c’è rappresentazione pubblica, non c’è “mal comune mezzo gaudio”, come molte altre cose del nostro sbilenco modo di vivere anche il disagio è privatizzato. Sembra riguardi solo loro o meglio una parte di loro, coloro che non hanno famiglie ammanicate e capitalizzate e di tutto ciò non c’è visibilità e condivisione sociale. È un dramma silenzioso, una mancanza di speranza senza neanche il lamento. Non c’è neanche la minima attenzione politica e culturale visto che anche le scarse forze di opposizione sembrano magnetizzate da vaccini e permessi, distopie biopolitiche e le solite lagne sul neoliberismo ed il Grande Reset. Come se fossimo bravissimi a fare macro analisi di quadro e contesto sempre più mortificanti e paralizzanti ma si sia persa l’elementare scintilla alla ribellione, alla lotta, al darsi voce per pretendere attenzione e rimedio, a rendere il disagio pubblico e non privato.
Così volevo condividere la piccola luce di questo ancora incerto focherello, dargli almeno un po’ del mio fiato, sperando che altri venti a favore possano magari farlo diventare un piccolo punto di luce e calore in questo opprimente e grigio inverno del nostro scontento.
NB_Tratto da facebook

Presidenze d’Italia! Il tramonto interminabile di un ceto politico_con Antonio de Martini

Sei mesi di battage mediatico a coltivare aspettative di rinascita. Una rielezione di una figura dimessa tutta interna alla peggiore conservazione dell’esistente. La riconferma del Presidente della Repubblica in scadenza ha comunque dei meriti. Ha messo a nudo lo spessore di questa casta. Un vincitore apparente, il Partito Democratico. Ha cominciato la campagna a novembre con una proposta di legge che impedisse la rielezione del Presidente uscente; ha ottenuto la rielezione del suo Presidente opponendo semplicemente dinieghi alle varie rose di nomi proposte dallo schieramento di presunta maggioranza di centrodestra. Non ha dovuto faticare molto con un leader del centrodestra che aveva bisogno in primis di confermare a se stesso l’esistenza, ma che ha dimostrato ancora una volta di essere un pesce adescabile con qualsiasi esca. La figura chiave di questa farsa è stato Berlusconi, atteggiatosi a foglia di fico prima e cavalier servente dopo; disposto a liquidare anche la propria creatura. Sarebbe già sufficiente per chiudere il varco ad ogni speranza. C’è purtroppo di peggio. Ha rivelato non solo lo scarso acume delle nostre maggiori figure istituzionali, ma soprattutto la scarsa comprensione della postura e della funzione dei loro incarichi. Passi per la Casellati, visti i suoi antefatti; da Mario Draghi ci si sarebbe aspettati un aplomb più adatto alla veste. Figure le quali, evidentemente, lasciate sole a decidere, si rivelano pecorelle smarrite o elefanti nella cristalleria. Un bel problema da risolvere per chi è costretto ad allentare le briglie e volgere lo sguardo altrove. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vtn5yr-presidenze-ditalia-con-antonio-de-martini.html

 

Draghi sarà il Presidente della Repubblica? a cura di Luigi Longo

Draghi sarà il Presidente della Repubblica?

a cura di Luigi Longo

1.E’ opportuno, in occasione della elezione del Presidente della Repubblica, rileggere l’intervento di Mario Draghi fatto sullo yacht Britannia il 2 giugno 1992 sul progetto di privatizzazione iperliberista in Italia (l’intervento è ripreso dal sito www.ilfattoquotidiano.it del 22/1/2020 e la divisione in paragrafi è mia). Per inciso, fa ridere la boutade apparsa sui mass media che narra di Mario Draghi allievo del grande keinesiano Federico Caffè (della serie “la situazione è drammatica ma non è seria”!).

L’opportunità è data dal fatto che Mario Draghi rappresenterebbe per i pre-dominanti USA e i sub-dominanti europei il Presidente della Repubblica ideale per garantire non solo la totale servitù italiana verso le strategie statunitensi in Italia, in Europa, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente (così come è stato per tutti i precedenti presidenti), ma anche la garanzia del controllo dei Fondi Europei del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e del debito pubblico, che, per essere chiari, nulla hanno a che fare con lo sviluppo del Paese e per il benessere della maggioranza della popolazione [ si veda la proposta del duo Draghi-Macron di creare una Agenzia del debito dell’Eurozona cedendo i debiti al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) che imporrebbe una forte riduzione del debito pubblico con tagli drastici sulle spese sociali, per approfondimenti si rimanda a Fabio Bonciani, Il piano Draghi-Macron per cedere i debiti al MES: come trasformare dei numeri in debiti in www.comedonchisciotte.org del 17/1/2022].

Per una riflessione sul ruolo del Presidente della Repubblica ripropongo un mio scritto, apparso su www.Italiaeilmondo.com il 4/9/2018, con il titolo Le istituzioni e il conflitto che introduce una stimolante lettura di Marco Della Luna sulla costituzione del Quirinale.

2.Sono scettico sul fatto che Mario Draghi possa diventare il Presidente della Repubblica per le seguenti ragioni:

la prima: la sua elezione a Presidente comporterebbe, visto il ruolo di garante che dovrà svolgere e considerata la fase storica multicentrica, la formale transizione da una Repubblica democratica ad una Repubblica presidenziale, cioè, l’adeguamento, in pratica, della forma alla sostanza. Trovo arduo, se non impossibile, tale passaggio istituzionale, sia osservando il panorama politico, economico e sociale, sia considerando ed evidenziando che Mario Draghi è un agente strategico esecutore incapace di pensare, né tantomeno di gestire, strategie di sviluppo del Paese;

la seconda: il suo potere esecutivo (mostrato con la faccia gaberiana scolpita nella pietra che con grande autorevolezza spara cazzate) da Presidente del Consiglio, gli permette di eseguire meglio, attraverso lo strumento della pseudo pandemia da Covid-19 (sulla pseudo pandemia si veda Massimo Cascone, intervista a Stefano Dumontet, Morti, vaccini e speculazioni economiche, parte 1 e 2, www.comedonchisciotte.org, del 20/1/2022 e 21/1/2022), le strategie dei pre-dominanti USA (il dominio sull’Europa attraverso la Nato essendo il progetto statunitense dell’Unione Europea esaurito) e dei sub-dominanti europei che occupano spazi istituzionali di potere usando gli strumenti finanziari, monetari, economici, culturali, mediatici e giudiziari per gestire e appropriarsi della ricchezza prodotta dai popoli europei (gestione dei fondi europei, pagamento del debito pubblico, erosione del risparmio privato e delle riserve auree).

E’ sempre utile ricordare che l’Europa non è un soggetto politico e quindi non può esprimere un’idea di sviluppo autonomo in relazione all’Occidente e all’Oriente, avendo da tempo perso ogni identità e peculiarità travolta da un processo di americanizzazione dei territori giunto a saturazione come conseguenza di una grave crisi di civiltà occidentale.

3. Un uomo di potere come Francesco Cossiga, che si divertiva a fottere il potere sempre sotto l’ordine statunitense (Francesco Cossiga con Andrea Cangini, Fotti il potere. Gli arcana della politica e dell’umana natura, Aliberti editore, Roma, 2010), aveva avvisato che “Non si può nominare primo ministro [Mario Draghi, mia precisazione LL] chi è stato socio o lavora per la Goldman Sachs, grande banca di affari americana […] Un vile affarista. E’ il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, della svendita dell’industria pubblica italiana, quando era direttore generale del Tesoro. E immagina cosa farebbe se fosse eletto presidente del consiglio dei ministri. Svenderebbe tutto ciò che rimane ai suoi comparuzzi della Goldman Sachs”.

Il ruolo di Mario Draghi è quello di eseguire le strategie pre-dominanti statunitensi e sub-dominanti europee; per la sua storia, per le funzioni svolte a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, è illuminante, per questo è un pericolo per gli interessi nazionali e le sue articolazioni sociali

Nella corruzione di questo mondo, la mano dorata del delitto può scansare la giustizia, e si vede spesso la legge farsi accaparrare dalla sua preda […] La consuetudine, quel mostro che ogni sensibilità consuma, il demonio delle abitudini, è però anche angelo, quando con lo stesso viso veste di livrea le azioni buone e le malvage, vestito che s’indossa con facilità estrema […] L’abitudine può cambiare lo stampo della natura e domare il diavolo o cacciarlo del tutto, con forza meravigliosa (Shakespeare, Amleto, Mondadori, Milano, 1988, pp.177 e 193).

IL DISCORSO DI MARIO DRAGHI

Privatizzazioni inevitabili, ma da regolare con leggi ad hoc”: il discorso del 1992 (ma attualissimo) di Mario Draghi sul Britannia

Pubblichiamo il discorso di Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, alla Conferenza sulle Privatizzazioni tenutasi sullo yacht Britannia, del 2 giugno 1992: l’ex presidente della Bce parlò della vendita delle azioni pubbliche. Un processo con cui, 28 anni dopo, l’Italia fa i conti. Nelle sue parole i mercati come strada per la crescita, la fine del controllo politico, l’idea di public company, ma anche i tanti rischi: “Sarà più difficile gestire la disoccupazione. Non c’è una Thatcher – disse – servono strumenti per ridurre i senza lavoro e i divari regionali. Andranno tutelati gli azionisti di minoranza”. E ancora: “Questo processo lo richiede Maastricht, facciamolo prima noi. Ma va deciso da un esecutivo forte e stabile. Ridurremo il debito”.

La servitù del debito pubblico

Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico. Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana. Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco.

Non deve sorprendere, perché un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile.
Altri oratori parleranno dello stato dell’arte in quest’area: dove siamo ora da un punto di vista normativo, e quali possono essere i prossimi passaggi. Una breve panoramica della visione del Tesoro sui principali effetti delle privatizzazioni può aiutare a comunicare la nostra strategia nei prossimi mesi. Primo: privatizzazioni e bilancio. La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso, e l’abbiamo scritto nel nostro ultimo rapporto quadrimestrale, che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit.

I debiti da pagare

Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito. Quindi, la privatizzazione cambia il profilo temporale degli attivi e dei passivi, ma non può essere presentata come una riduzione del deficit, solo come il suo finanziamento. (Questo fatto, nella visione del Tesoro, ha alcune implicazioni che vedremo in un secondo momento). Le conseguenze politiche di questa visione sono due. Dal punto di vista della finanza pubblica, il consolidamento fiscale da mettere a bilancio per l’anno 1993 e i successivi non dovrebbe includere direttamente nessun ricavo dalle privatizzazioni. Nel contempo, dovremmo avviare un piano di riduzione del debito con gli incassi dalle privatizzazioni. Ciò implicherà più enfasi del Tesoro sulle implicazioni economiche complessive delle privatizzazioni e sull’obiettivo ultimo di ricostruire gli incentivi per il settore privato.

La centralizzazione della ricchezza finanziaria

Secondo: privatizzazioni e mercati finanziari. La privatizzazione implica un cambiamento nella composizione della ricchezza finanziaria privata dal debito pubblico alle azioni. L’effetto di riduzione del debito pubblico può implicare una discesa dei tassi di interesse. Ma l’impatto sui mercati finanziari può essere molto più importante, quando vediamo che la quantità di ricchezza privata in forma di azioni è piccola in relazione alla ricchezza privata totale e che con le privatizzazioni può aumentare in modo significativo. In altre parole, i mercati finanziari italiani sono piccoli perché sono istituzionalmente piccoli, ma anche perché – forse in modo connesso – gli investitori italiani vogliono che siano piccoli. Le privatizzazioni porteranno molte nuove azioni in questi mercati. L’implicazione politica è che dovremmo vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari.

La crescita selvaggia del mercato

Tre: privatizzazioni e crescita. (In molti casi) vediamo le privatizzazioni come uno strumento per aumentare la crescita. Nella maggior parte dei casi la privatizzazione porterà a un aumento della produttività, con una gestione migliore o più indipendente, e a una struttura più competitiva del mercato. La privatizzazione quindi potrebbe parzialmente compensare i possibili – ma non certi – effetti di breve termine di contrazione fiscale necessaria per un bilancio più equilibrato. In alcuni casi, per trarre beneficio dai vantaggi di un aumento della concorrenza derivante dalla privatizzazione, potrebbe essere necessaria un’ampia deregolamentazione. Questo processo, se da una parte diminuisce le inefficienze e le rendite delle imprese pubbliche, dall’altra parte indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale. Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada.

La mancanza di una strategia di sviluppo nazionale

Le implicazioni di policy sono che: a) un grande rilievo verrà dato all’analisi della struttura industriale che emergerà dopo le privatizzazioni, e soprattutto a capire se assicurino prezzi più bassi e una migliore qualità dei servizi prodotti; b) nei casi rilevanti la deregolamentazione dovrà accompagnare la decisione di privatizzare, e un’attenzione speciale sarà data ai requisiti delle norme comunitarie; c) dovranno essere trovati mezzi alternativi per perseguire obiettivi non di mercato, quando saranno considerati essenziali. Quarto: privatizzazioni e depoliticizzazione. Un ultimo aspetto attraente della privatizzazione è che è percepita come uno strumento per limitare l’interferenza politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche. Questo è certamente vero e sbarazzarsi di questo fenomeno è un obiettivo lodevole. Tuttavia, dobbiamo essere certi che dopo le privatizzazioni non affronteremo lo stesso problema, col proprietario privato che interferisce nella gestione ordinaria dell’impresa. Qui l’implicazione politica immediata è l’esigenza di accompagnare la privatizzazione con una legislazione in grado di proteggere gli azionisti di minoranza e di tracciare linee chiare di separazione tra gli azionisti di controllo e il management, tra decisioni societarie ordinarie e straordinarie.

La svendita totale del Paese

A cosa dobbiamo fare attenzione, per valutare la forza del mandato politico di un governo che voglia veramente privatizzare? Primo, occorre una chiara decisione politica su quello che deve essere considerato un settore strategico. Non importa quanto questo concetto possa essere sfuggente, è comunque il prerequisito per muoversi senza incertezze. Secondo, visto che non c’è una Thatcher alle viste in Italia, dobbiamo considerare un insieme di disposizioni sui possibili effetti delle privatizzazioni sulla disoccupazione (se essa dovesse aumentare come effetto della ricerca dell’efficienza), sulla possibile concentrazione di mercato, e sulla discriminazione dei prezzi (quest’ultima in particolare per la privatizzazione delle utility). Terzo, occorre superare i problemi normativi. Un esempio importante: le banche, che secondo la legislazione antitrust (l. 287/91) non possono essere acquisite da imprese industriali, ma solo da altre banche, da istituzioni finanziarie non bancarie (Sim, fondi pensione, fondi comuni di investimento, imprese finanziarie), da compagnie assicurative e da individui che non siano imprenditori professionisti. In pratica, siccome in Italia non ci sono virtualmente grandi banche private, gli unici possibili acquirenti tra gli investitori domestici sono le assicurazioni o i singoli individui. Una limitazione molto stringente.

La strategia del Trattato di Maastricht

In ordine logico, non necessariamente temporale, tutti questi passaggi dovrebbero avvenire prima del collocamento. In quel momento, affronteremo la sfida più importante: considerando che una vasta parte delle azioni sarà offerta, almeno inizialmente, agli investitori domestici, come facciamo spazio per questi asset nei loro portafogli? Qui giunge in tutta la sua importanza la necessità che le privatizzazioni siano a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico. Solo se abbiamo successo nel compito di ridurre “continuamente e sostanziosamente” il nostro rapporto tra debito e Pil, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori. Allo stesso tempo, l’assorbimento di queste nuove azioni può essere accelerato dall’aumento dell’efficienza del nostro mercato azionario e dall’allargamento dello spettro degli intermediari finanziari. Qui il pensiero va subito alla creazione di fondi pensione ma, di nuovo, i fondi pensione sono alimentati dal risparmio privato che da ultimo deve essere accompagnato dal sistema di sicurezza sociale nazionale verso i fondi pensione. Ma un ammanco dei contributi di sicurezza sociale allo schema nazionale implicherebbe di per sé un deficit più elevato. Questo ci porta a una conclusione di policy sui fondi pensione: possono essere creati su una base veramente ampia solo se il sistema nazionale di sicurezza sociale è riformato nella direzione di un sistema meglio finanziato o più equilibrato rispetto a quello odierno.

Il disegno complessivo del disastro

Questa presentazione non era fatta per rispondere alla domanda su quanto possa essere veloce il processo di privatizzazioni – non è il momento giusto per affrontare il tema. L’obiettivo era fornirvi una lista delle cose da considerare per valutare la solidità del processo. La conclusione generale è che la privatizzazione è una delle poche riforme nella vita di un paese che ha assolutamente bisogno del contesto macroeconomico giusto per avere successo. Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo.

La logica dei mercati

Lasciatemi concludere spiegando, nella visione del Tesoro, la principale ragione tecnica – possono esserci altre ragioni, legate alla visione personale dell’oratore, che vi risparmio – per cui questo processo decollerà. La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita. Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione. I benefici indiretti delle privatizzazioni, in termini di accresciuta credibilità delle nostre politiche, sono secondo noi così significativi da giocare un ruolo fondamentale nel ridurre in modo considerevole il costo dell’aggiustamento fiscale che ci attende nei prossimi cinque anni.

 

LE ISTITUZIONI E IL CONFLITTO

a cura di Luigi Longo

Suggerisco la lettura dell’articolo di Marco Della Luna, “Come prevenire un nuovo Euro-golpe” apparso sul sito www.marcodellaluna.info il 29 agosto 2018.

La sua lettura è stimolante perché evidenzia come le istituzioni sono luoghi di conflitto e di gestione del potere (degli agenti strategici sub-dominanti europei) e del dominio (degli agenti strategici pre-dominanti statunitensi).

Bisogna uscire dal campo delle istituzioni come luoghi di interesse generale, come luoghi neutrali dove si curano l’interesse della popolazione e di una nazione; occorre, invece, mettersi nel campo delle istituzioni come parti integranti del conflitto che attraversa la vita sociale di una nazione (con le sue forme di organizzazioni storicamente date) che è inserita nelle relazioni internazionali e nelle dinamiche di conflitto tra le nazioni-potenze che si configurano nelle diverse fasi storiche per il dominio mondiale.

COME PREVENIRE UN NUOVO EURO-GOLPE

di Marco Della Luna

Perché il Quirinale non può contenere il Presidente degli Italiani

Nell’estate del 2018 parecchi editorialisti stanno a congetturare sui possibili modi in cui, probabilmente, per abbattere il governo sovranista e rimetterne su uno europeista e immigrazionista, nel prossimo autunno, in tempo di legge di bilancio, verrà orchestrato un colpo di Stato dai soliti “mercati”, dal duo franco-tedesco, assieme alla BCE, ai “sorosiani”, ai magistrati “progressisti”.

Già i mass media pre-legittimano tale colpo di stato, come lo pre-legittimavano nel 2011, ripetendo a josa il concetto che il pericolo è il sovranismo e l’euroscetticismo, che lo scopo è come vincerli salvando l’integrazione europea, e tacendo completamente sui meccanismi e gli squilibri europei che danneggiano l’Italia a vantaggio di Germania e Francia soprattutto. Si comportano come sicuri che il golpe si farà.

Anche grazie a tali, ricorrenti campagne propagandistiche, l’idea del colpo di Stato degli interessi stranieri col tradimento del Quirinale in loro favore è oramai sentita come qualcosa di rientrante nell’ordine delle cose, di non sorprendente né, in fondo, scandaloso.

In particolare, è chiaro che il Quirinale (la cui cooperazione è indispensabile a un golpe politico, avendo esso la funzione di delegittimare il governo legittimo e legittimare quello illegittimo) è una sorta di rappresentante degli interessi e della volontà delle potenze straniere dominanti sull’Italia; e che la sua forza politica, la sua temibilità e la sua inattaccabilità derivano dal rappresentare esse, non certo dalle caratteristiche personali dei suoi inquilini. Il Quirinale è stato concepito e costruito, nella Costituzione italiana del 1948, al fine di far passare come alto giudizio e indirizzo della più alta Autorità nazionale quelle che invece sono imposizioni di interessi stranieri.

Dico “il Quirinale” e non “il Presidente della Repubblica” perché intendo proprio il Palazzo, come istituzione e ruolo nei rapporti gerarchici tra gli Stati, e non la persona fisica che lo occupa volta dopo volta. L’Italia è uscita dalla 2a Guerra Mondiale non solo sconfitta, ma con una resa incondizionata agli Alleati, e ha così accettato un ruolo subordinato agli interessi dei vincenti, incominciando dalla politica estera, per continuare con quella monetaria e bancaria. Il Quirinale è, costituzionalmente e storicamente, l’organo che ha assicurato la sua obbedienza e il suo allineamento nei molti cambiamenti di governi e maggioranze (corsivo mio, LL)

Certo, rispetto al golpe del 2011, la situazione oggi è diversa, per diverse ragioni:

-perché allora la maggioranza degli italiani voleva cacciare Berlusconi e credeva che cacciarlo avrebbe apportato legalità e progresso, mentre l’attuale governo gode del gradimento di un’ampia maggioranza della popolazione, sicché per rovesciarlo servirebbe molta più violenza di quella bastata nel 2011, oppure bisognerebbe dividere la maggioranza;

-perché da allora la gente ha capito qualcosa dall’esperienza dei governi napolitanici;

-perché Berlusconi non aveva gli appoggi di Washington e Mosca, né un piano B per il caso di rottura con l’UE;

-perché rispetto al 2011 l’eurocrazia ha perso credibilità e forza; perché essa teme le vicine elezioni europee e non può permettersi nuovi soprusi.

Come agire per prevenire un nuovo golpe, dopo tali premesse?

Suggerisco di spiegare alla popolazione il suddescritto ruolo storico e costituzionale del Quirinale, il suo ruolo di garante obbligato di interessi di potenze straniere vincitrici e sopraordinate, spesso in danno agli Italiani. Un ruolo non colpevole proprio perché obbligato, ma che in ogni caso priva il Quirinale della qualità di rappresentante degli Italiani e della autorevolezza, della quasi-sacralità che questa qualità gli conferirebbe. Il Quirinale è piuttosto una controparte dell’Italia.

Già il far entrare questa consapevolezza e questi concetti nella mente e nel dialogo dell’opinione pubblica può indebolire quel potere improprio e nocivo del Quirinale che gli consente di delegittimare i legittimi rappresentanti del popolo, sebbene esso non sia eletto dal popolo ma dalla partitocrazia, e di legittimare la loro illegittima sostituzione; quindi può aiutare la prevenzione di nuovi colpi di palazzo.

Nel tempo, si potrà pensare anche a una riforma nel senso del cancellierato, che dia più potere sul governo al premier, contenendo i poteri politici del Capo dello Stato e il fondo annuo di oltre un miliardo l’anno che egli gestisce – più della Regina Elisabetta; nonché a convertire il palazzo del Quirinale in un museo, trasferendo la sede della presidenza della Repubblica in un luogo dall’aria meno dominante e adatta alle nuove e ridotte competenze.

 

L’ULTIMO SPENGA LA LUCE, di Teodoro Klitsche de la Grange

L’ULTIMO SPENGA LA LUCE

Le recenti lezioni suppletive del seggio alla Camera lasciato libero dal neo eletto Sindaco di Roma on.le Gualtieri ha raggiunto un record di astensione elettorale: ha votato poco più di un decimo degli elettori (l’11% e frazioni). Dei votanti, un po’ meno del 60% ha plebiscitato (per così dire) la eletta on.le D’Elia (del PD). La quale ha occupato un seggio forte del consenso di poco più del 6% degli elettori.

Il tutto pone dei problemi che in una democrazia – anzi in ogni regime politico – sono considerati primari se non decisivi. Non ripetiamo i nomi di coloro che se ne sono occupati, ma solo i profili più importanti.

In primo luogo il rapporto tra potere (dei governanti) e consenso (dei governati): perché un regime politico sia vitale (nel senso anche della durata) occorre che potere e consenso convergano, di guisa che il comando della classe dirigente trovi la minore resistenza possibile: la quale è tale se i governati credono al diritto a governare nonché all’utilità del potere dei governanti. Se tale convinzione non c’è o è scarsa, il potere si esercita essenzialmente attraverso la coazione – esercitata dall’apparato (Donoso Cortès).

Ma un potere del genere è, di norma, transeunte (come, ad esempio, quello dell’occupazione militare) e di breve durata. Se riesce ad essere più duraturo è un potere dispotico, cioè fondato (in prevalenza) sulla paura (Montesquieu). Quando si leggono disposizioni accompagnate da sanzioni spropositate, si può star sicuri che, quanto è più eccessiva la sanzione irroganda tanto più è diffusa la disobbedienza al governo.

Resta il fatto che un regime basato in gran parte sulla coazione è, concettualmente l’inverso della funzione (e del pregio) della democrazia, quello di far “coincidere” comando e obbedienza, onde la volontà generale (cioè del tutto) sia “posta da tutti per applicarsi a tutti” (Rousseau).

In secondo luogo ogni regime politico si fonda sull’integrazione. Questo è il processo d’unificazione sociale che crea una polis armoniosa “basata su un ordine sentito come tale dai suoi membri” (Duverger). Per realizzarla occorre un’unione reale di volontà (Smend); a tale unione concorrono dei fattori d’integrazione (personale, funzionale o materiale). Non esiste un gruppo sociale che “non implichi partecipanti attivi, dirigenti e passivi”. In particolare l’integrazione funzionale si realizza in processi “il cui senso è una sintesi sociale” tra i quali “elezioni e votazioni… voto e principio di maggioranza sono forme d’integrazione più semplici ed originarie” (Smend), perché uno dei presupposti dell’effetto integrativo è “la partecipazione interna di tutti ad essa” (cioè alla vita istituzionale). In caso di elezioni, all’elettorato attivo il quale tra i fattori d’integrazione funzionale riveste un ruolo primario (anche se non esclusivo). Ma che succede se degli integrandi va a votare un’esigue minoranza?

Sono possibili due soluzioni.

Secondo la prima, condivisa attualmente dalla grande maggioranza della comunicazione mainstream, non succede nulla di rilevante.

Il rappresentante eletto, anche se alle elezioni hanno partecipato tre elettori ed abbia riportato due voti, è comunque legalmente abilitato a legiferare, e governare lato sensu. Tesi dovuta al combinarsi di due ragioni, concorrenti, ancorché in misura differente: la prima che l’elezione è avvenuta secondo le regole legali ed è quindi legale; la seconda che comunque, un governo è necessario e non ci si può “prendere una vacanza”. È inutile dire che la prima è quella preferita dalla maggioranza degli intellos di centrosinistra.

L’altra, realista, è che tutti i regimi politici conoscono una parabola, al termine della quale vengono sostituiti da un regime diverso. E tale sostituzione, quasi sempre non avviene rispettando le forme legali, stabilite dal regime senescente. Non è nelle possibilità umane creare una legalità eterna o comunque durevole per secoli e millenni, come dimostra la storia. Della quale qualche decennio fa era annunciata la fine, che la storia si è subito premurata di smentire.

Ancor più se tale legalità si basa su presupposti, attori, situazioni del tutto diverse da quelle del suo nascere. Non è l’illegalità – o la non legalità – che fa si che un regime sia vitale (e quindi efficace):è, come scriveva Smend, che, anche in uno Stato parlamentare, il popolo ha “una sua esistenza come popolo politico, come unione sovrana di volontà… in una sintesi politica in cui soltanto giunga sempre di nuovo ad esistere in generale come realtà statale”.

Esistenza, popolo, politico, sintesi, unione sovrana di volontà: già la terminologia usata dal giurista tedesco è idonea a suscitare la consueta raffica di anatemi ed esorcismi del pensiero mainstream.

Popolo? Sovrano? esistenza? Sintesi? È l’armamentario lessicale e concettuale dei sovranisti odierni da Orban a Salvini, passando per la Meloni; e quindi da esorcizzare. Inutilmente se non per taluni (molto pochi), perché le trasformazioni sociali avvengono con o senza legalità: è il fatto che crea il diritto. Per cui l’alternativa non è – sul piano fattuale – tra legalità e non legalità, ma tra cicli politici: prolungare il vecchio significa soltanto allungare la decadenza. E allontanare così l’aurora di un nuovo ciclo. Se in Italia assistiamo da circa 30 anni alla progressiva riduzione del numero dei votanti, la conseguenza non è di intonare peana se un deputato è eletto col 6% dei voti, ma solo sperare che l’ultimo degli eletti si premuri di spegnere la luce. In tempo di caro-bollette farebbe qualcosa di utile.

Teodoro Klitsche de la Grange

LO STATO LUNGO DI PUTIN, di GALIA ACKERMAN

Un altro importante documento utile a comprendere i fondamenti della politica estera ed interna russa. Surkov è stato licenziato da Putin nel 2020, probabilmente per ragioni di opportunità legate alle sanzioni occidentali delle quali è vittima l’autore.  I commenti del giornalista GALIA ACKERMAN meriterebbero considerazioni a parte, tempo permettendo. Buona lettura, Giuseppe Germinario

LO STATO LUNGO DI PUTIN

Per capire il putinismo, devi parlare la lingua putiniana. Analisi e commento delle parole del suo primo propagandista: Vladislav Surkov.

A volte è chiamato l’eminenza grigia del potere russo. Dopo il servizio militare negli spetsnaz (truppe di intervento speciale) e il lavoro ad alto livello nelle comunicazioni per gli oligarchi Mikhail Khodorkovsky e Mikhail Fridman, Vladislav Surkov è entrato al servizio del presidente Eltsin negli ultimi mesi del suo mandato. Uno dei creatori del partito Russia Unita, è stato, non appena Vladimir Putin è salito al potere, una figura di spicco che ha plasmato l’ideologia e la pratica del regime di Putin. Dopo aver occupato posizioni molto alte nella gerarchia politica, è diventato, nel settembre 2013, aiutante del presidente Putin, e in particolare ha gestito la pratica ucraina, compresi i contatti con le autoproclamate repubbliche del Donbass. Creativo, scrive anche romanzi di intrighi politici con lo pseudonimo di Natan Dubovitsky. Surkov è sotto sanzioni da Stati Uniti, Unione Europea, Svizzera, Australia e Ucraina.

Nel febbraio 2019, Vladislav Surkov ha pubblicato ”  Lo stato lungo di Putin ” sul  quotidiano Nezavisimaya Gazeta . Questo testo ha avuto un grande impatto in Russia ed è stato commentato da molti analisti occidentali. È necessario cercare i messaggi nascosti dietro la retorica roboante di Surkov. Surkov evoca “l’impronta sul potere” di Vladimir Putin e solleva così la questione della successione del presidente russo dopo il 2024, data di fine del mandato presidenziale. Inoltre, afferma in forma programmatica la superiorità del sistema politico putiniano sulle democrazie occidentali.

“Sembra che abbiamo una scelta”. Queste parole colpiscono per la loro profondità e audacia. Pronunciate quindici anni fa, oggi sono dimenticate e non vengono citate. Ma secondo le leggi della psicologia, ciò che dimentichiamo ci colpisce molto più di ciò che ricordiamo. E queste parole, che vanno ben oltre il contesto in cui risuonano, diventano così il primo assioma del nuovo Stato russo, su cui si basano tutte le teorie e le pratiche della politica attuale.

Surkov usa fuori contesto una parafrasi di quanto disse Putin il 4 settembre 2004, il giorno dopo l’assalto delle forze speciali russe a Beslan, nell’Ossezia del Nord, volto a liberare 1.128 ostaggi, la maggior parte dei quali bambini, detenuti da terroristi ceceni. Durante questo assalto, 314 persone tra cui 186 bambini sono state uccise e più di 800 ferite. Per giustificare il sanguinoso intervento, Putin ha spiegato che la Russia non aveva altra scelta che attaccare. L’alternativa sarebbe stata quella di sottomettersi alle richieste dei terroristi e alla fine perdere la sovranità russa sull’intero territorio del Paese.

L’illusione della scelta è la più importante delle illusioni, è il trucco principale dello stile di vita occidentale in generale e della democrazia occidentale in particolare, che è stata a lungo legata alle idee di Barnum piuttosto che a quelle di Clistene. Il rifiuto di questa illusione a favore del realismo della predestinazione ha portato la nostra società a riflettere, prima sulla propria versione sovrana dello sviluppo democratico, e poi a perdere completamente interesse nelle discussioni su cosa dovrebbe essere la democrazia e se debba esistere o meno .

Surkov fa riferimento alla frase di Putin per formulare la propria idea: se la scelta democratica è solo un’illusione, è molto più salutare rifiutarla a favore del ruolo storico che la Russia ha sempre assunto: quello di un impero autoritario. Secondo lui, non si tratta dell’imposizione di un modello autoritario dall’alto, ma della libera scelta della società russa. In realtà, questo modello si è imposto in seguito alla distruzione dei media liberi, all’espulsione dalla sfera politica di partiti a orientamento democratico come Yabloko, alla propaganda molto efficace, alla distruzione di un gran numero di ONG con il pretesto del loro legame con l’estero , ecc., il tutto combinato con l’aumento del prezzo degli idrocarburi che ha coinciso con l’arrivo al potere di Putin e quindi con l’aumento del tenore di vita di una parte significativa della società.

Ciò ha consentito la libera costruzione statale, non secondo un modello chimerico importato dall’estero, ma guidata dalla logica dei processi storici, da un’“arte del possibile”. Il movimento per la disgregazione della Russia, tutto sommato impossibile, contro natura e contro storia, è stato definitivamente bloccato, sia pure tardivamente. Dopo che la struttura sovietica è crollata e da essa è emersa la nuova Federazione Russa, la Russia ha smesso di crollare, gradualmente si è ripresa ed è tornata alla sua condizione naturale, unica possibile: quella di una grande comunità di popoli in espansione, che continua a raccogliere terra. Il ruolo poco discreto del nostro Paese nella storia del mondo non ci permette di rimanere fuori dalla scena mondiale o di tacere all’interno della comunità internazionale.

È così che resiste lo stato russo, ora come un nuovo tipo di stato che non è mai esistito qui prima. Ha preso forma principalmente a metà degli anni 2000 e, sebbene finora sia stato poco studiato, la sua unicità e fattibilità ora ci sembrano ovvie. Le difficoltà che ha subito e sta sopportando ancora oggi hanno dimostrato che questo modello specifico e organico di funzionamento politico è un mezzo efficace per la sopravvivenza e l’ascesa della nazione russa, non solo negli anni a venire, ma nei decenni, persino nel secolo a venire.

La storia della Russia è nota per i suoi quattro principali modelli di stato, ordinati in base ai loro creatori: lo Stato di Ivan III (Gran Principato/Zarato di Mosca e di tutta la Russia, XV -XVII secolo) lo Stato di Pietro il Grande ( Impero Russo, 18° – 19° secolo) lo Stato di Lenin (Unione Sovietica, 20° secolo) e lo Stato di Putin (Federazione Russa, 21° secolo) Create da persone che, per usare il termine di Lev Gumilev, avevano una “volontà a lungo termine”, queste macchine politiche su larga scala si succedono, si adattano alle circostanze e guidano adeguatamente l’inevitabile ascesa del mondo.

L’idea che la predestinazione della Russia sia quella di “raccogliere le terre russe” risale al XIII secolo, quando si trattava di “radunare” i principati russi attorno al Gran Principato di Mosca. Nel 1547 la Moscovia fu trasformata in un regno (lo Zar). Dall’inizio del XVI secolo, l’espansione russa ha sistematicamente superato i limiti dei territori popolati dall’etnia russa, senza fermarsi. Tuttavia, gli storici contemporanei, come in epoca zarista, ritengono che questo processo di allargamento non possa essere chiamato colonizzazione perché gli zar ottennero l’adesione delle élite locali grazie alla politica delle carote e dei bastoni. In questo passaggio, Surkov afferma che la Russia odierna deve seguire questo modello storico obsoleto, pur affermando che lo stato russo sotto Putin ha assunto una forma politica completamente nuova,

Il ritmo della grande macchina politica di Putin sta solo accelerando e si prepara a un lavoro lungo e difficile, ma interessante. La sua impronta al potere durerà ancora, tanto che tra molti anni la Russia sarà ancora lo stato di Putin, per lo stesso motivo per cui la Francia è ancora chiamata la Quinta Repubblica di De Gaulle, quella Turchia (nonostante gli antikemalisti siano oggi al potere ) si basa ancora sull’ideologia delle “Sei frecce” di Atatürk, o che gli Stati Uniti fanno ancora riferimento alle immagini e ai valori dei suoi mitici Padri Fondatori.

È necessario prendere coscienza, comprendere e descrivere il sistema di governo di Putin e, più in generale, il complesso insieme di idee e dimensioni del Putinismo, perché è un’ideologia del futuro. Riguarda in particolare il futuro, perché Putin di oggi è solo a malapena un putinista, così come Marx non era un marxista e non possiamo essere sicuri che non gli sarebbe mai stato chiesto se avesse saputo di cosa si trattasse. Ma questo va analizzato per tutti coloro che, non essendo Putin, vorrebbero essere come lui in futuro. In modo che i suoi metodi e approcci possano essere diffusi nei tempi a venire.

La rappresentazione del Putinismo non dovrebbe essere condotta alla maniera della propaganda contro altra propaganda, la nostra e la loro, ma in un linguaggio che sarebbe percepito come moderatamente eretico sia dai funzionari russi che da quelli anti-russi. Tale linguaggio potrebbe diventare accettabile per un pubblico abbastanza ampio, il che è indispensabile, perché il sistema politico di fabbricazione russa non è solo adatto all’uso domestico, ma ha anche un notevole potenziale di esportazione. Questa richiesta per il modello russo, così come i suoi componenti, esiste già. Sia i governanti che i gruppi di opposizione [all’estero] stanno studiando l’esperienza russa e ne stanno adottando elementi.

Surkov afferma la necessità di descrivere, in termini moderati, il sistema putiniano. Per lui è un modello per il futuro e per l’export. Tuttavia, non spiega ancora in cosa consista questo modello o in cosa consista la sua originalità.

Quindi i politici stranieri accusano la Russia di interferire nelle elezioni e nei referendum in tutto il mondo. Il problema in realtà è ancora più grave: la Russia interferisce nei loro cervelli e non sanno come contrastare l’alterazione della propria coscienza. Da quando il nostro Paese, dopo il fallimento degli anni ’90, ha abbandonato i prestiti ideologici, ha iniziato a produrre i propri concetti e ha lanciato un’offensiva contro le idee occidentali, esperti europei e americani hanno moltiplicato previsioni errate. Sono sorpresi e furiosi per le scelte “paranormali” dei loro elettori. Nella confusione, stanno suonando campanelli d’allarme su un’ondata di populismo. Che lo chiamino così, se sono a corto di parole.

Tuttavia, l’interesse all’estero per l’algoritmo politico russo è facile da capire: non c’è nessun profeta nei loro paesi, mentre la Russia ha già predetto, da molto tempo, cosa sta succedendo loro oggi.

Mentre tutti erano ancora estasiati dalla globalizzazione e da un mondo piatto senza confini, Mosca ci ricordava instancabilmente che la sovranità e gli interessi nazionali avevano un significato. A quel tempo, molte persone ci hanno dato un attaccamento “ingenuo” a queste cose vecchie, presumibilmente obsolete. Ci hanno detto che non c’era nulla da nascondere a questi valori del 19° secolo e che dovevamo fare questo passo coraggioso verso il 21° secolo, quando le nazioni sovrane e gli stati nazionali sarebbero scomparsi. Il XXIsecolo si sta svolgendo come avevamo previsto. Brexit, il “Great Again” americano o le misure protettive contro l’immigrazione in Europa sono solo le prime righe di una lunga lista di fenomeni di rifiuto della de-globalizzazione, del ritorno alla sovranità delle nazioni e del nazionalismo che vediamo emergere in tutto il mondo mondo.

Qui, l’autore confuta a priori l’ingerenza della Russia nei processi politici (elezioni e referendum), per quanto provata, e sostiene che il nazionalismo e il populismo, la cui rinascita più o meno simultanea che vediamo in diversi paesi del mondo, sono piuttosto il risultato dell’influenza dell’ideologia russa sul “cervello” di politici di ogni genere. La Russia è presentata come l’unica forza che si è sollevata molto presto, a partire dagli anni 2000, contro la globalizzazione, contro il “mondo piatto senza frontiere” (espressione di Thomas Friedman a proposito di Internet, che concepisce il mondo come una piattaforma per la libertà flusso di idee). Questa presuntuosa affermazione non corrisponde alla realtà.

In Francia, ad esempio, il Fronte Nazionale esiste da diversi decenni e non aveva bisogno di trarre le sue idee dalla Russia. Più in generale, l’ascesa del populismo ha origini diverse, in gran parte è il malcontento sociale degli strati impoveriti, vittime della globalizzazione, in diverse parti del mondo. D’altra parte, la Russia ha infatti sempre sostenuto attivamente tali movimenti, in particolare facendo campagne per indebolire l’alleanza euro-atlantica e “spezzare” l’Unione e concedendo il suo sostegno a tutte le forze centrifughe all’interno dell’Europa. Se non ci sarà più il sostegno degli Stati Uniti e se l’Unione, oggi la più grande economia del mondo, crolla, la Russia avrà vinto la sua battaglia: a parte, nessun Paese europeo potrà resisterle.

Quando Internet è stata propagandata ovunque come uno spazio inviolabile di libertà senza restrizioni, dove tutti avrebbero dovuto poter fare tutto alla pari, è proprio dalla Russia che è sorta la domanda che ha fatto impazzire questa umanità: “Chi siamo noi In rete? Ragni o mosche? Oggi, tutti si sono precipitati a slegare la Rete, comprese le burocrazie più amanti della libertà, e ad accusare Facebook di essere morbido nei confronti delle interferenze straniere. Questo spazio virtuale, una volta libero e presentato come il prototipo del paradiso a venire, è stato gradualmente colonizzato e delimitato da cyberpolizia, cybercriminali, cybersoldati e cyberspie, cyberterroristi e cybermoralisti.

Surkov è di parte: Internet è certamente monitorato, anche dai servizi segreti americani, per motivi di sicurezza, ma monitorare e proibire sono due cose diverse. La Russia è tra i paesi che bloccano l’accesso ai siti dell’opposizione e perseguono non solo i blogger, ma anche le persone che hanno semplicemente apprezzato o ripubblicato qualsiasi opinione contraria alla politica russa. Sappiamo anche che molti hacker, troll e bot russi operano sul Web per influenzare l’opinione pubblica in molti paesi del mondo.

Mentre un incontrastato “egemone” prendeva piede, mentre il grande sogno americano del dominio del mondo si avvicinava al suo traguardo e altrettanti prevedevano la fine della storia, con il corollario finale di “i popoli che tacciono”, il discorso di Monaco risuona improvvisamente nel silenzio. Quello che allora sembrava dissenso è ora ampiamente accettato: tutti, compresi gli stessi americani, sono scontenti dell’America.

Un’altra distorsione. La fine della storia, prevista da Francis Fukuyama nel 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, non ha nulla a che vedere con la dominazione americana. Ha parlato della vittoria ideologica della democrazia e del liberalismo, mentre oggi si arrendono qua e là all’assalto di populismi di ogni genere, come è avvenuto recentemente in Brasile. Per quanto riguarda il discorso di Monaco di Vladimir Putin, pronunciato nel 2007, il leader russo ha protestato contro il continuo allargamento della NATO ai paesi dell’Europa orientale e contro il piano di Washington di estendere la propria difesa missilistica a scudo all’Europa. Naturalmente, Putin ha dimenticato di dire che era l’Europa orientale a cercare l’adesione alla NATO, per paura della sua potente vicina Russia.

Di recente, un termine relativamente sconosciuto, derin devlet , tratto dal dizionario politico turco, è stato ripreso dai media americani. Tradotto in inglese da deep state, ha raggiunto i nostri media. È stato tradotto in russo come “Stato profondo” o “Stato abissale”. Il termine designa l’organizzazione in una rete rigida e assolutamente antidemocratica di potere reale in strutture politiche nascoste dietro uno schermo di istituzioni democratiche. Questo meccanismo, che in pratica esercita la sua autorità attraverso atti di violenza, corruzione e manipolazione, rimane profondamente nascosto sotto la superficie di una società civile che (ipocritamente o ingenuamente) condanna la manipolazione, la corruzione e la violenza.

Avendo scoperto uno spiacevole “stato profondo” nel loro paese, gli americani non furono però sorpresi, perché già ne intuivano l’esistenza. Se esiste un deep web e un dark web , allora perché non uno stato profondo o addirittura uno stato oscuro  ? I magnifici miraggi di una democrazia fabbricata per le masse emergono dalle profondità e dalle tenebre di questo potere non pubblico e occulto: illusione di scelta, sentimento di libertà, sentimento di superiorità, ecc.

Esistono diverse definizioni di deep state: in ogni caso non è la stessa cosa in Turchia e negli Stati Uniti. In Turchia sono strutture militari piuttosto vecchie, laiche, a contrastare il regime di Recep Erdogan (come dimostra il fallito golpe contro il suo potere islamico). Né questi circoli militari, ormai decimati, né il regime di Erdogan possono essere definiti democratici. Negli Stati Uniti esistono sicuramente strutture informali che esercitano la loro influenza sul mondo politico, come le multinazionali, ad esempio. Tuttavia, c’è anche una stampa libera e una società civile molto attiva che combatte contro varie lobby e influenze occulte. Si può affermare che le elezioni americane siano solo una “illusione di scelta”? Se Hillary Clinton fosse stata eletta,

La sfiducia e l’invidia, utilizzate dalla democrazia come fonti prioritarie di mobilitazione sociale, portano inevitabilmente all’assolutizzazione della critica e all’aggravamento dell’ansia generale. Gli odiatori , i troll e i robot malvagi che si unirono a loro formarono una maggioranza vocale che scacciò dalla sua posizione dominante un’onorevole classe media che un tempo dava un tono completamente diverso.

D’ora in poi nessuno crede alle buone intenzioni dei politici, sono gelosi e sono quindi considerati personalità depravate, ingannevoli, persino criminali. Famose serie TV politiche, sia “Boss” che “House of Cards”, presentano un quadro tristemente realistico della travagliata vita quotidiana di questo stabilimento .

Un mascalzone non dovrebbe andare troppo lontano solo perché è un mascalzone. Ma quando intorno a te ci sono solo mascalzoni, devi usare i mascalzoni per trattenere altri mascalzoni. Rimuovere un mascalzone per piazzarne un altro significa combattere il male con il male… Tuttavia, ci sono tanti mascalzoni quante sono le regole contorte, e sono tutte progettate per smorzare i conflitti e arrivare a un risultato zero. Nasce così un benefico sistema di controlli ed equilibri: un equilibrio di malvagità e avidità, un’armonia di inganno. Se uno di questi mascalzoni inizia a giocare secondo le proprie regole, tuttavia, e rompe l’armonia, il sempre vigile Deep State si precipita in soccorso e con una mano invisibile trascina il rinnegato nell’abisso.

Questo è il punto di vista della propaganda russa sulla società occidentale. La nozione di bene pubblico non esiste per Surkov e i suoi coetanei, i tristi eredi della società sovietica totalmente corrotta. Abbiamo una prospettiva molto diversa: sappiamo benissimo che tra i politici ci sono quelli assetati di potere e/o corrotti. Sappiamo quali danni ha causato all’Italia da Berlusconi o agli Stati Uniti da Trump. D’altra parte, la società civile ovunque in Europa e più in generale in Occidente sta diventando sempre più esigente e sempre meno tollerante di fronte a fatti di corruzione, comportamenti inadeguati, e anche per mancanza di moralità ed etica. In ogni caso, in Europa, si assiste a una moralizzazione della vita pubblica.

Non c’è nulla di particolarmente spaventoso nell’immagine proposta della democrazia occidentale. Basta cambiare un po’ la prospettiva e il terrore svanisce. Ma questa immagine lascia l’amaro in bocca ai cittadini occidentali, che poi iniziano a rivolgersi a modelli alternativi ea un nuovo modo di essere. E vede la Russia.

Il nostro sistema, come tutto ciò che viene da noi, non sembra più distinto. D’altra parte, è più onesto. E mentre “più onesto” non è sinonimo di “migliore” per tutti, l’onestà ha il suo fascino.

Il nostro Stato non è diviso in due parti, occulta e visibile; il suo insieme, le sue parti e le sue caratteristiche sono visibili all’esterno. Gli elementi più brutali della sua “struttura di forza” sono integrati nella facciata e non sono nascosti dietro alcun ornamento architettonico. La burocrazia, anche quando cerca di fare qualcosa di nascosto, non cerca di coprire le sue tracce, come supponendo che alla fine “hanno capito tutti”.

Chiaramente, Surkov afferma che lo stato russo non nasconde la sua natura di regime autoritario. Sprezzante dell’opinione pubblica, questo Stato non teme nemmeno accuse di corruzione ai massimi livelli. La fondazione per la lotta alla corruzione (l’acronimo FBK) dell’avversario Alexei Navalny ha pubblicato su YouTube decine di video che mostrano i palazzi, i vigneti, gli yacht dei più alti funzionari russi tra cui il primo ministro Medvedev. Un centesimo di tali accuse sarebbe costato a un alto funzionario francese la perdita delle sue funzioni e dei suoi procedimenti legali. In Russia, invece, sembra acquisito il diritto alla ricchezza per i pezzi grossi, che approfittano della loro situazione. Quanto all’affermazione di Surkov secondo cui non esiste uno stato profondo in Russia, è una bugia. Il vero centro del potere in Russia è l’amministrazione presidenziale, una gigantesca struttura totalmente opaca dove il nostro autore ha ricoperto posizioni chiave per diversi anni. E c’è un circolo decisionale molto ristretto attorno al presidente Putin la cui composizione esatta non è nota. A differenza degli Stati Uniti, in Russia non ci sono controlli ed equilibri per creare un equilibrio con questo centro di potere. Il Parlamento è solo una camera di registrazione, i media sono imbavagliati e la stragrande maggioranza delle ong mangia fuori dalle mani del potere, per mancanza di fonti alternative (altrimenti sono accusate di essere “agenti stranieri”). E c’è un circolo decisionale molto ristretto attorno al presidente Putin la cui composizione esatta non è nota. A differenza degli Stati Uniti, in Russia non ci sono controlli ed equilibri per creare un equilibrio con questo centro di potere. Il Parlamento è solo una camera di registrazione, i media sono imbavagliati e la stragrande maggioranza delle ong mangia fuori dalle mani del potere, per mancanza di fonti alternative (altrimenti sono accusate di essere “agenti stranieri”). E c’è un circolo decisionale molto ristretto attorno al presidente Putin la cui composizione esatta non è nota. A differenza degli Stati Uniti, in Russia non ci sono controlli ed equilibri per creare un equilibrio con questo centro di potere. Il Parlamento è solo una camera di registrazione, i media sono imbavagliati e la stragrande maggioranza delle ong mangia fuori dalle mani del potere, per mancanza di fonti alternative (altrimenti sono accusate di essere “agenti stranieri”).

La grande tensione interna causata dalla necessità di controllare spazi geografici immensi ed eterogenei, nonché dall’assidua partecipazione alle diverse lotte geopolitiche, resero le funzioni militari e di polizia dello Stato le più importanti e determinanti. Tradizionalmente, lo Stato non li nasconde, ma al contrario li rivendica; perché i mercanti, che considerano l’attività militare meno importante del commercio, non hanno mai governato la Russia (o quasi mai, ad eccezione di pochi mesi nel 1917 e qualche anno negli anni ’90), né i liberali (compagni commerciali dei mercanti ), i cui insegnamenti si basano sul rifiuto di tutto ciò che è più o meno “polizia”. Quindi non c’era nessuno a coprire la realtà con illusioni,

Un’altra tesi della propaganda ufficiale: è proprio l’immensità dell’Impero e il fatto che sia, secondo questa stessa propaganda, circondato da nemici che giustifica uno stato di polizia.

Non esiste uno stato profondo in Russia, tutto è esposto lì, ma c’è comunque un popolo profondo.

L’élite russa è brillante e occupa la scena nazionale. Secolo dopo secolo, ha coinvolto attivamente il popolo (dobbiamo dargli il dovuto!) nelle sue varie imprese: riunioni di partito, guerre, elezioni, esperimenti economici. Le persone prendono parte a queste manifestazioni, ma rimangono sullo sfondo e non salgono mai in superficie, conducendo una vita completamente diversa nelle sue profondità. Le due esistenze nazionali, una in superficie e l’altra in profondità, a volte divergono ea volte convergono verso lo stesso obiettivo, ma non si fondono mai.

Le persone profonde sono sempre il più sospettose possibile, inaccessibili alle indagini sociologiche, impenetrabili di fronte all’agitazione, alle minacce oa qualsiasi altra forma di influenza diretta. La comprensione di chi è, cosa pensa e cosa vuole spesso arriva troppo tardi e troppo all’improvviso, e questa conoscenza non viene mai data a coloro che potrebbero fare qualcosa al riguardo.

Raro è il sociologo che oserebbe definire se questo popolo profondo rappresenta l’intera popolazione o se ne costituisce solo una parte e, se sì, quale parte. A seconda dell’epoca, si diceva che fossero i contadini, il proletariato, i non partiti, gli hipster, funzionari governativi. Lo stavamo “cercando”, andavamo verso di lui. A volte erano chiamati il ​​popolo eletto di Dio, a volte il contrario. A volte è stato dichiarato fittizio e nullo e ha lanciato riforme galoppanti senza tenerne conto, ma queste riforme ci sono subito cadute e si è dovuto ammettere che “qualcosa esisteva davvero”. Più di una volta, questo popolo si è ritirato sotto la pressione dei conquistatori nazionali o stranieri, ma è sempre tornato. Forte della sua massa gigantesca, il popolo profondo crea una forza irresistibile di gravitazione culturale che unisce la Nazione. Attira e trattiene sulla terra (nella patria) l’élite, quando di tanto in tanto questa, cosmopolita, cerca di spiccare il volo.

Arriviamo finalmente alla tesi principale di questo testo: l’esistenza di un “popolo profondo”, insondabile, la cui natura è difficile da definire. È vero che nella Russia zarista, con la servitù, l’abisso tra il popolo, cioè una massa di servi oppressi e analfabeti, e la raffinata aristocrazia, fluente in francese, era insormontabile. L’intellighenzia comune della seconda metà del 19° secolo ha cercato di portare a questo popolo una conoscenza che lo avrebbe aiutato a liberarsi, ma questo movimento è stato un fallimento. Tuttavia, sia i bolscevichi che i socialisti-rivoluzionari (non marxisti) portarono avanti con successo la propaganda tra questo popolo, e così la Rivoluzione d’Ottobre riuscì a vincere. Dopo la rivoluzione, ea condizione di aderire alla politica del partito unico (i socialisti-rivoluzionari e gli altri partiti di sinistra furono rapidamente eliminati), questo popolo di contadini e di lavoratori ricevette possibilità di ascesa sociale senza precedenti. Parlare oggi di un “popolo profondo” e incompreso è puro anacronismo. È l’intellighenzia nazionalista al servizio del regime che sviluppa questi miti, sono loro che insorgono contro i cosiddetti cosmopoliti, cioè tutti coloro che difendono i valori democratici.

La vita nazionale ( narodnost ), qualunque sia il suo significato preciso, precede lo stato, ne predetermina la forma, limita le fantasie dei “teorici” e costringe i “praticanti” a compiere determinate azioni al suo interno. La vita nazionale in Russia è una potente attrazione verso la quale convergono tutti gli orientamenti politici. Ovunque inizi in Russia, che si tratti di conservatorismo, socialismo o liberalismo, trovi, alla fine del viaggio, più o meno la stessa cosa: ciò che esiste veramente.

La capacità di ascoltare e comprendere le persone, di leggerle apertamente, nei loro angoli più profondi e di agire di conseguenza: questa è la virtù principale e unica dello stato di Putin. Questo Stato è adattato alla sua gente e si muove nella stessa direzione, il che gli consente di evitare sovraccarichi distruttivi di fronte alle correnti inverse della storia. Questo è ciò che lo rende efficace e sostenibile Nel nuovo sistema, tutte le istituzioni svolgono questo compito principale: la comunicazione e l’interazione fiduciosa tra il sovrano supremo e i cittadini. Sul capo convergono i diversi rami del potere: questi hanno valore solo in quanto servono a garantire il legame con lui. Inoltre, i canali informali aggirano le strutture formali e le élite. Quando la stupidità

Surkov usa qui la parola narodnost , che è difficile da tradurre, perché in russo è polisema. Questo termine fa parte della famosa triade del conte Uvarov, ministro dell’Istruzione sotto Nicola I, l’imperatore preferito di Putin, ovvero “autocrazia, ortodossia, vita nazionale ( narodnost)”. Così Uvarov ha descritto le basi del regime zarista russo, in antitesi al motto della Rivoluzione francese, “libertà, uguaglianza, fraternità”. Per tutto il XIX e l’inizio del XX secolo, questo slogan è stato una sorta di vessillo per gli slavofili, che hanno proclamato l’originalità del modo russo. La scelta del termine non è casuale. Ciò che l’autore descrive è solo la classica definizione del ruolo del monarca nella tradizione russa a partire da Ivan il Terribile: lo zar, l’unto del Signore, compie la volontà divina; la sua persona è l’incarnazione di tutto il popolo; il popolo gli affida il proprio destino; c’è un misterioso legame tra lo Zar e il suo popolo. Senza formularlo esplicitamente, Surkov attribuisce a Putin la funzione monarchica. È questo uno dei possibili scenari per dopo il 2024?

Le istituzioni politiche che la Russia aveva copiato dall’Occidente sono talvolta percepite nel nostro Paese piuttosto come un rituale, stabilito per assomigliare a “tutti”, in modo che le particolarità della nostra cultura politica non attirino troppa attenzione dei nostri vicini, né irritarli né spaventarli. È come un costume della domenica, che indossiamo quando visitiamo gli altri, mentre a casa ognuno di noi si veste a proprio piacimento.

Sourkov a développé en 2005-2006 la conception de « démocratie souveraine », à savoir d’une démocratie qui ne se soumet pas aux influences étrangères et où les élections expriment non pas l’opposition des intérêts, mais l’unité du peuple et du potere. Qui riconosce apertamente che le istituzioni politiche in Russia, create sotto Eltsin, non sono altro che fittizie.

In sostanza, la società si fida solo del numero uno. Difficile dire se sia legato all’orgoglio di un popolo che nessuno è mai riuscito a superare, o alla volontà di portare la sua verità al livello più alto o ad altro, ma è un dato di fatto, e questo è non è un fatto nuovo. La novità è che lo Stato non è all’oscuro di questo fatto, ma ora ne tiene conto e lo utilizza come punto di partenza per i suoi impegni.

Sarebbe eccessivamente semplificativo ridurre questo tema, già ampiamente utilizzato, all’idea di “fede nel buon zar”. Le persone profonde non sono affatto ingenue e di certo non considerano l’indulgenza un tratto positivo in uno zar. Ciò che sarebbe più vero è che pensa a un buon leader nel modo in cui Einstein pensava a Dio: “sottile, ma non malizioso”. »

L’alfa e l’omega del modello di stato russo è la fiducia. Questa è la sua principale differenza con il modello occidentale, che coltiva sfiducia e critica. Questa è la sua forza.

Il nostro nuovo Stato avrà una storia lunga e gloriosa in questo nuovo secolo. Non si romperà. Agirà secondo i propri principi, conquistando il suo prestigio nelle lotte geopolitiche dei grandi di questo mondo. Prima o poi tutti dovranno rassegnarsi a questo, compresi coloro che ora chiedono alla Russia di “cambiare comportamento”. Alla fine, la scelta spetta solo a loro in apparenza.

La fine di questo manifesto-carta è edificante. Come può funzionare uno stato moderno se la popolazione si fida solo del numero uno? Infatti, una volta all’anno, Putin esercita la “linea diretta” con il popolo. Nel 2019 la “linea diretta” trasmessa dai principali canali televisivi è durata quattro ore e mezza. Putin ha risposto a 79 domande, mentre gli sono stati inviati più di due milioni e mezzo. Le domande riguardavano ogni tipo di situazione: chiusura di un centro medico in una piccola città, assenza di un asilo in un sobborgo di Mosca, aumento dei prezzi del diesel, ecc. Spetta davvero al capo dello Stato occuparsi di ogni problema locale? Non è questo un fallimento di questo modello di governance?

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