GLI STATI GENERALI, LO STATO DELLA POCHETTE, di Giuseppe Germinario

Capita raramente di assistere ad un assoluto “non sense” delle dimensioni degli Stati Generali convocati a giugno scorso da Giuseppe Conte. Il nostro Presidente del Consiglio è riuscito in questa impresa del nulla costruendo la parodia grottesca di un consesso che ha assunto ubiquamente la veste di un convegno declamato da interventi dal contenuto letteralmente inaccessibile e di un seminario dagli interventi dovuti e scontati. Ha finito ovviamente per non essere né l’uno, né l’altro, non avendo lanciato nessuna incisiva indicazione necessaria a motivare, né avendo tracciato almeno le linee base che consentissero di canalizzare analisi e proposte; ha finito quindi per spegnersi quindi nelle sue conclusioni senza avere brillato di una qualche fiammella. Più che un buco nero inquietante per la sua potenza attrattiva, una nebulosa impercettibile. L’unico ad apparire con certosina costanza è solo Lui, Giuseppe Conte, ma nelle esclusive vesti di dimesso cerimoniere di una seduta spiritica tutta particolare. La riuscita anodina dell’iniziativa sarà stata pure la conseguenza delle pressioni del PD tese a smorzare gli ardori del premier per una iniziativa propagandistica raffazzonata che rischiava di rivelare il vuoto pneumatico più che “le magnifiche sorti e progressive”. Un barlume di superstite buon senso piddino, frutto di antiche reminiscenze non del tutto sopite. Il vuoto in politica però non esiste; la sua apparenza assume comunque il significato e il peso di movimenti carsici per quanto inconsapevole possa essere. Non sarà certo un caso che gli unici ad essere evocati e ad apparire legittimamente, sia pure nella forma di ologrammi, in quella seduta per proferire il verbo siano stati Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, Paolo Gentiloni, commissario europeo, Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo. Il messaggio è chiaro: gli indirizzi e i vincoli proverranno da quella sede e in quella sede si dovrà trattare, in realtà attendere a regime di cottura lenta. http://www.governo.it/it/progettiamoilrilancio

Qualcun altro si è visto riconoscere tutt’al più un posto in seconda fila: il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il Segretario Generale dell’OCSE, Ángel Gurría, la Direttrice Operativa del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva ma solo per il tramite, in gentile concessione, della pubblicazione della rispettiva trascrizione degli interventi. Un chiaro indice delle graduatorie di credito ed autorevolezza riconosciute dal nostro Giuseppi. Per il resto un asfittico elenco degli invitati, privo di ogni merito dei vari contenuti. Lo stesso Colao, pur a capo della nutrita e roboante squadra di esperti di quistioni socio-economiche messa in piedi dallo stesso Conte, ha paradossalmente vissuto l’onta censoria dell’anonimato senza alcun apparente motivo; una sorta di silenzioso ripudio. Alcuni visibilmente non hanno gradito il trattamento e hanno reagito sgomitando, sfruttando però i propri spazi in mancanza di quelli pubblici del Governo. Lo hanno fatto i leader di alcuni sindacati autonomi e di base; lo ha fatto soprattutto e con veemenza il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi , di fresca nomina.

https://www.confindustria.it/notizie/dettaglio-notizie/confindustria-agli-stati-generali-economia-intervento-presidente-bonomi . Tutti gli altri, a cominciare dai Segretari dei tre Sindacati Confederali per passare alle varie associazioni professionali e umanitarie, hanno accettato senza colpo ferire e senza il minimo amor proprio il bavaglio imposto.

Si direbbe una pesante e inopinata caduta di stile dell’apprezzato maestro di buone maniere insediato a Palazzo Chigi.

L’affettata e curiale furbizia del nostro lascia sospettare che non si tratti di una semplice distrazione da parvenu.

Sarà per il suo irrefrenabile narcisismo, sarà per la sua propensione a rifulgere spegnendo la luce di possibili pericolosi comprimari, sarà che la sua caratura non gli consente un ruolo più significativo di quello del cerimoniere, sta di fatto che il nostro è riuscito pienamente nell’impresa.

Quello che sorprende è la pressoché generale accondiscendenza di gran parte dei convitati al proprio ruolo di muti etcoplasmi. Un po’ perché i più avveduti hanno compreso la vacuità dell’evento e l’opportunità di non contrariare il possibile elargitore delle future prebende e di non compromettere la partecipazione ad un futuro banchetto pur privo al momento del necessario menu; un po’ per la cautela di dover dissimulare, come nel caso dei tre segretari confederali, il proprio vergognoso e imbarazzante sostegno politico ad un Governo in gran parte responsabile del pesante fardello autunnale e del tutto incapace di offrire una qualche prospettiva realistica e politicamente autonoma, sta di fatto che la quasi totalità dei convitati ha accettato l’invito dalla porta di servizio in cambio di qualche convenevole. Come già sottolineato solo gli esponenti di alcuni sindacati di base hanno ardito contestare, ma solo da un punto di vista rivendicativo e senza alcuna prospettiva di difesa dell’interesse nazionale. Qualche sorpresa l’ha destata invece la veemenza delle critiche del Presidente di Confindustria. Le ragioni contingenti di tanta animosità ci sono tutte: dalle anticipazioni di cassa integrazione ancora lungi dall’essere compensate da INPS e Governo alla esiguità di agevolazioni e contributi rispetto alla miriade di bonus e biscottini che Presidente e Ministri, colti da indomito furore, stanno elargendo a piene mani, quasi fosse il presagio dell’Ultima Cena. Qualche perplessità e sorpresa suscita il fervore della critica alle strategie di politica economica del povero Conte. Non dovrebbe rientrare alcun caso di risentimento personale. L’imprenditore Carlo Bonomi appare già molto ben inserito in cariche ed incarichi pubblici di gestione. A ben vedere le sue critiche hanno il sapore e la bonomia dei realisti più realisti del re. La sua massima preoccupazione è che la pubblica amministrazione acquisisca gli standard di qualità operativa e di progettazione richiesti dall’utilizzo dei fondi strutturali europei. Dal punto di vista funzionale una sacrosanta rivendicazione viste la di gran lunga migliore efficienza e trasparenza di quei criteri rispetto alla farraginosa amministrazione italica. Il nostro ovviamente non si pone, o finge di non conoscere il motivo di tanta degenerazione della macchina amministrativa, non a caso proceduta paradossalmente a passi più spediti a partire dagli anni ‘90. Quel che gli preme, a nome della categoria, è di poter attingere all’integralità dei futuri fondi europei, sia quelli a fondo perduto (perduto a beneficio dei fruitori privati, non delle casse statali e della collettività) che quelli a credito. Bonomi, a nome di Confindustria, confessa con la compulsione di questo atteggiamento due orientamenti chiarissimi: la bontà e l’utilità dei prossimi finanziamenti europei nonché la loro scontata deliberazione nella loro modalità a fondo perduto; l’adesione acritica e fideistica, oltranzista al disegno corrente di integrazione europea. Sulla loro bontà e utilità tutto dipende dal punto di vista e di partenza da cui si parte (tra i tanti testi http://italiaeilmondo.com/2020/06/02/attenti-a-quei-due-di-giuseppe-germinario/ ); sull’esito scontato della trattativa in corso, Carlo Bonomi, pur in buona compagnia, sembra dotato di capacità predittive sconosciute a gran parte degli osservatori ma tali da consentirgli di vendere la pelle dell’orso prima dell’abbattimento. Quanto alla adesione fideistica, sino alla declamazione della propria totale assonanza con le associazioni europee sorelle, al disegno europeista non c’è da meravigliarsi più di tanto. Confindustria costitutivamente non può assolvere, proprio per i suoi assetti di potere e per la composizione prevalente degli associati, ad un ruolo di difesa dell’interesse nazionale, ad una funzione di trasformazione dell’economia industriale verso la produzione di prodotti finiti piuttosto che di componentistica e verso attività più strategiche. Costitutivamente deve trattare di criteri, di condizioni e di regole generali di conduzione delle aziende. Non è in grado quindi di partecipare fattivamente alle trattative, ai maneggi e alle azioni lobbistiche tese alla fusione in grandi gruppi e all’avvio di attività strategiche. Tutt’al più può servire da trampolino surrettizio e per vie traverse di singoli gruppi e personaggi. La storia stessa di Confindustria è tutta lì a recitare della sua ostilità al processo di costruzione dell’industria pesante di base nel dopoguerra, a personaggi della statura di Mattei e Olivetti e della sua connivenza ai processi di trasformazione di buona parte degli imprenditori e dei manager italiani in appendici e portavoce di gruppi esteri e in percettori di rendite da concessioni anche a costo di sacrificare e cedere le proprie attività originarie ben avviate. Del resto è lo stesso Colao a confermare indirettamente questa prevalente tendenza conservatrice e a volte liquidatoria. Tra il centinaio di schede elaborate buone a tanti usi ve ne sono alcune particolarmente significative. In una propone di superare le difficoltà di accesso a finanziamenti e crediti delle aziende italiane mediamente troppo piccole assegnando alle aziende leader della catena di valore il ruolo di garanti ed eventualmente di redistributori del credito. Con una struttura produttiva sempre più vocata alla componentistica piuttosto che al prodotto finito e con aziende leader sempre più situate all’estero non si farebbe che accentuare ulteriormente la dipendenza della nostra economia dalle scelte di prodotto e dagli indirizzi politico-economici di altri paesi. Lo stesso dicasi riguardo allo snellimento delle procedure di fallimento e liquidazione delle aziende proposto dall’ex manager di Vodafone. Tutto sembra congiurare quindi perché la terribile mistura di attendismo fideistico di un intervento europeo risolutivo, di fiducia cieca nelle virtù e nella prospettiva europeista, nel mantenimento conservativo di un apparato industriale magari appena ammodernato, di galleggiamento ed immobilismo governativo aggrappato alle momentanee prebende assistenzialistiche trascini ormai irreversibilmente il paese verso il declino e la polverizzazione, sempre più alla mercè non solo della grande potenza ma anche delle insolenze di forze minori. Giusto per completare la disposizione dei tasselli che hanno composto la kermesse giuseppina non si riesce a comprendere il motivo della fredda e sorda ostilità intercorsa tra Colao e Conte. Nelle schede prodotte dal manager c’è un perfetto equilibrio, in sintonia con il sentimento europeista e politicamente corretto prevalente nel Governo. L’emancipazione femminile, il peso della Cultura e del turismo, la svolta ecologica e la digitalizzazione; un pot pourri informe buono per tutti i palati e adatto alle varie circostanze. A ciascuno degli spettatori è riservato un coniglio; l’impegno di spesa corrisponde, guarda caso, al contributo europeo evidentemente dato per certo. Gli stessi imprenditori vengono lasciati nel loro cortile allettati al massimo da incentivi fiscali. Per il resto devono essere loro a districarsi e decidere la collocazione geoeconomica del paese. A dire il vero ci sarebbero un paio di cosette che potrebbero aver turbato gli animi nella compagine governativa: la proposta di accentrare e riorganizzare le centrali di acquisto dei beni necessari alle amministrazioni e il cambiamento dei criteri di selezione dei quadri dirigenziali intermedi. Due ambiti nevralgici che hanno contribuito alla ripartizione dei centri di potere, alla creazione di sistemi di consenso e di drenaggio di risorse, alla definizione del rapporto delicato e cruciale tra ceto politico-amministrativo e macchina operativa dello Stato centrale e periferico. Due nervi scoperti, sufficienti a mettere in discussione le dinamiche profonde di potere e la potenziale armonia tra i due.

Tutta l’operazione in realtà affoga in questa sommatoria di pie intenzioni e di attese ingiustificate i nodi essenziali da sciogliere: la necessità in tempi rapidi di un piano B nel caso più che probabile di fallimento o di condizioni sfavorevoli di accordo in sede europea; le modalità con le quali l’imprenditoria nostrana, al di là della retorica del libero mercato, deve trovare una diversa collocazione e partecipare ai processi di concentrazione, di fusione e di sviluppo di nuovi settori, la capacità di leadership dell’imprenditoria privata nazionale, tenuto conto che nei momenti cruciali di svolta questa si è rivelata un fattore frenante piuttosto che propulsivo. Per non parlare degli appuntamenti mancati nelle dinamiche e nei conflitti geopolitici, così determinanti ormai nel favorire ed indirizzare le scelte economiche. Le velleità geopolitiche di autonomia della Germania, poste alla sua maniera, rientrano a pieno titolo nella gamma di interrogativi fondamentali a cui rispondere. Ma è veramente chiedere troppo a questo ceto politico.

Una cosa è certa. Una svolta positiva nel paese non può passare attraverso il rapporto istituzionale con le associazioni e i rituali stantii che ne conseguono. Un ceto politico ambizioso e capace deve riuscire ad individuare singole figure e precisi settori suscettibili di aggregarsi e di fungere da traino. Altre vie per formare una classe dirigente all’altezza della situazione non se ne vedono. Persino Conte deve averlo subodorato, se durante la kermesse aveva previsto una giornata di incontri con singole personalità rappresentative della loro attività. È riuscito malauguratamente a trasformare anche questa fugace occasione in una innocua e frivola passerella. Una leggerezza dell’essere ormai insostenibile per il paese. Intanto aspettiamo di conoscere il   frutto documentale degli stati generali. Che siano resi pubblici almeno questi.

Vittorie perdute, di Roberto Buffagni

Vittorie perdute[1]

 

Cari Amici vicini & lontani,

proviamo a fare il punto della situazione dopo le elezioni regionali del 26 gennaio. Vi propongo una ipotesi di lavoro, questa.

Per uscire dall’angolo morto in cui si è ridotta provocando, in agosto, la crisi del governo gialloverde, la Nuova Lega nazionale di Matteo Salvini ha trasformato le elezioni regionali in Emilia Romagna in un referendum sul proprio progetto, sul governo giallorosa, e sulla persona, o meglio sul personaggio del “Capitano”.

Obiettivo politico, il medesimo perseguito e fallito con l’apertura agostana della crisi: delegittimando il governo in carica e disgregandone la coesione, costringere il Presidente della Repubblica a indire le elezioni politiche,  per trasformare i vasti consensi a proprio favore in voti politicamente efficaci e conquistare maggioranza relativa parlamentare e governo della nazione.

Nonostante un successo elettorale ragguardevolissimo in territorio tradizionalmente sfavorevole al centrodestra, per la seconda volta la Nuova Lega ha fallito l’obiettivo politico che s’era proposto, e ha probabilmente raggiunto il punto culminante della vittoria: il momento in cui l’attaccante, procedendo nell’avanzata, “si trova ad aver perso la propria superiorità iniziale, stabilendosi un equilibrio tra le sue capacità offensive e quelle difensive del difensore. Oltre il punto culminante della vittoria, i rapporti di forza divengono favorevoli al difensore[2] e quest’ultimo acquista una capacità offensiva sufficiente ad annientare l’attaccante.[3]

E’ un’ipotesi di lavoro che mi pare valga la pena di esser presa in considerazione, se si pensa che:

  1. Con il successo difensivo in Emilia Romagna, il PD e il “partito delle istituzioni” hanno guadagnato tempo preziosissimo (almeno un anno) per riconfigurare le proprie forze, migliorarne la coesione, logorare l’avversario Salvini, dividere la coalizione di centrodestra; e soprattutto, si sono garantiti la possibilità di decidere le nomine delle partecipate ed eleggere il regista della politica italiana, il Presidente della Repubblica: vale a dire, la possibilità di determinare l’orientamento di fondo della politica italiana nei prossimi anni, persino nel caso di una vittoria del centrodestra alle prossime elezioni politiche.
  2. Per la seconda volta consecutiva nel giro di pochi mesi Salvini ha perseguito lo stesso obiettivo con gli stessi metodi, l’ accumulazione del consenso per mezzo di una instancabile attività di propaganda, e per la seconda volta consecutiva ha fallito; mentre il suo avversario principale (PD + “partito delle istituzioni”) ha dato prova di un’apprezzabile capacità di imparare dai propri errori, adattare e rinnovare le proprie tattiche, cercare nuove alleanze, profittare degli errori dell’avversario.

Salvini, insomma, ha per due volte ceduto l’iniziativa all’avversario: la prima volta, in agosto, facendogliene un vero e proprio insperato regalo quando esso era debole, diviso, disorientato, scosso da una seria crisi intestina; la seconda volta, in gennaio, provocandolo a battaglia campale anche simbolicamente decisiva sul terreno a lui più favorevole, e perdendola dopo aver condotto molto male le operazioni.

Perché Salvini ha condotto molto male le operazioni nella battaglia per l’Emilia Romagna? Qui elenco solo alcuni tra i più vistosi errori tattici del “Capitano”.

  1. Delegittimare la candidata Lucia Borgonzoni accompagnandola ovunque come il papà accompagna una bambina timida e ansiosa il primo giorno di scuola elementare (errore direttamente conseguente alla scelta di trasformare le elezioni emiliano-romagnole in un referendum Salvini Sì/Salvini No, nel quale i candidati leghisti, Borgonzoni in testa, erano solo comparse)
  2. Annunciare a gran voce che il Capitano veniva da via Bellerio, Milano, “a liberare” l’Emilia Romagna dall’oppressione della sinistra e/o, a seconda delle versioni, “dei comunisti”, programma senz’altro gradito ai molti elettori ex-comunisti che già avevano votato Lega, o che ci stavano facendo un pensierino; e che si parva licet, ha incontrato lo stesso successo dell’esportazione della libertà e della democrazia in Iraq o in Afghanistan da parte degli USA.
  3. Espiantare dalla propaganda ogni parvenza di argomentazione razionale e progettazione politica, locale e nazionale, sostituendovi mozioni dei sentimenti, buoni e cattivi, e bagni di folla corredati di digressioni foto-gastronomiche (errore direttamente conseguente alla rinuncia ad affrontare seriamente il tema dei rapporti con la UE, cioè la fondazione razionale della protesta che ha valso a Salvini la moltiplicazione dei consensi)
  4. Millantare un atteggiamento di aggressività popolaresco-squadrista: capolavoro, la citofonata minacciosa in favore di telecamere al presunto spacciatore tunisino del quartiere Pilastro, a Bologna; quando (per fortuna) la Lega non ha né la voglia, né la capacità di fare sul serio dello squadrismo o del vigilantismo.
  5. Far candidamente annunciare alla candidata Borgonzoni la privatizzazione del 50% della sanità pubblica emiliano-romagnola, una delle migliori se non la migliore d’Italia; un annuncio senz’altro gradito dai ceti sociali a basso reddito, gli “esclusi dalla globalizzazione” che sono i principali sostenitori della protesta leghista.
  6. Costellare la campagna regionale con esternazioni a margine quali “Gerusalemme capitale d’Israele”; “Soleimani terrorista, giusto ucciderlo”; “chi odia Israele è un criminale che va prima curato poi messo in galera”; perle di saggezza da grande statista, consapevole di quali siano gli interessi vitali d’Italia nel Mediterraneo, che gli hanno certamente conquistato le più vive simpatie degli elettori emiliano-romagnoli cresciuti nelle culture politiche del PCI, del PSI e della DC.
  7. Insomma, aver provocato a battaglia decisiva l’avversario sul terreno a lui più favorevole senza darsi la pena di studiare né l’avversario, né il terreno. Per riassumere, non aver capito che in Emilia-Romagna c’è un solido sistema di potere sorretto da una metapolitica ben strutturata, e che se non si capisce e non si sa contrastare efficacemente la metapolitica, il sistema di potere non si abbatte neanche vincendo le elezioni: al massimo, vi si può ritagliare un posticino anche per sé.

A quanto fanno prevedere le dichiarazioni a caldo di Salvini – “Dovrete aspettare vent’anni perché mi stanchi”, “Rifarei tutto daccapo citofonata compresa”, “Le elezioni politiche? sono nelle mani del buon Dio” – la Nuova Lega e il suo Capitano continueranno a battere la stessa via, un’elezione locale dopo l’altra, e probabilmente con il medesimo successo, nella speranza che “il buon Dio”, che sarebbe poi il Presidente Mattarella, indica le elezioni politiche, e l’elettorato italiano continui a premiare il Capitano.

Non è detto che ciò accada, perché il tempo, che è “il santo protettore della difesa[4] logora la speranza; e nella sua infaticabile, efficacissima azione di propaganda, che ha fatto passare la Lega dal 3% al 30% e oltre dei consensi, il Capitano da tre anni vende speranza al popolo italiano. Speranza di protezione, speranza di una via d’uscita praticabile dalla crisi sociale, morale, politica in cui versiamo; speranza di riconoscimento per chi si sente escluso e scoraggiato. Il Capitano vende speranza, ma per ora – un “per ora” che comincia a farsi lungo – non riesce a consegnare la merce sperata; e “più la vittoria si fa attendere e più le armi si arrugginiscono[5].

Andrebbe qui affrontato anche il tema più importante e più serio, vale a dire: che cos’è “la merce sperata”, in concreto? Ottenuta la vittoria elettorale politica, che cosa dovrebbe e potrebbe fare, in concreto, un governo guidato dal Capitano? Quali sarebbero, gli obiettivi raggiunti i quali si potrebbe dichiarare “vittoria”? E con quali mezzi, provvedimenti, alleati raggiungerla?

Per ora, mi limito a osservare che alla Nuova Lega e il suo Capitano Matteo Salvini va riconosciuto il merito insigne d’ aver suscitato un vasto movimento popolare di protesta; constatando però che purtroppo, non sembra sapere come e dove guidarlo.

That’s all, folks.

 

 

 

[1] Riprendo il titolo, Verlorene Siege, di un bel libro uscito nel 1955 del Feldmaresciallo von Manstein, il miglior generale della Wehrmacht nella IIGM.

[2] Perché difendersi è molto più facile che attaccare, tant’è vero che nei manuali di tattica abitualmente si dice che l’attaccante, per avere buone probabilità di successo, deve garantirsi un rapporto di forze di almeno 3:1 sul difensore (nel punto dell’attacco, ovviamente).

[3] Gen. Carlo Jean, Manuale di studi strategici, Roma, Franco Angeli ed., 2004, p. 153. In questo passo e nei successivi Jean illustra il concetto clausewitziano di “punto culminante della vittoria”, al quale il grande teorico prussiano dedica il cap. XXII del libro VII nella sua opera maggiore, Della guerra. Il concetto di “punto culminante della vittoria” è il precipitato teorico dell’esperienza vissuta da Clausewitz nelle guerre napoleoniche, che combatté nell’esercito russo e studiò brillantemente nel suo Der Feldzug von 1812 in Rußland (La campagna del 1812 in Russia, non tradotto in italiano). Il “punto culminante della vittoria”, per Napoleone, fu la battaglia di Borodino, come la chiamarono i russi e, grazie alla celeberrima descrizione di Tolstoj in Guerra e pace, la chiamiamo anche noi; o la battaglia della Moskova, come la chiamarono i francesi. Borodino/Moskova, “la più terribile delle mie battaglie” nelle parole di Napoleone, fu uno spaventoso macello (250.000 soldati in campo, 35.000 perdite francesi, 44.000 perdite russe). Alla fine della giornata i francesi avevano conquistato le posizioni nemiche, e il gen. Kutuzov, comandante in capo delle armate russe, aveva ordinato la ritirata: ma le truppe russe, nonostante le terribili perdite subite, rimanevano in campo e non mostravano segni di collasso. L’obiettivo strategico di Napoleone (fiaccare la volontà di combattere del nemico, far sì che i suoi dirigenti politici si riconoscessero sconfitti, aprire una trattativa in posizione di forza) non era stato raggiunto. Da quel momento in poi, nell’interpretazione degli eventi bellici di Clausewitz (e di Tolstoj) inizia la sconfitta della Grande Armée napoleonica.

[4] Clausewitz.

[5] Sun Tzu.

Chi vince, chi perde, chi aspetta. di Giuseppe Germinario

Il responso delle elezioni regionali in Emilia/Romagna e in Calabria più che una sentenza rappresenta una sospensione di giudizio, tranne che per uno dei protagonisti

CHI HA VINTO

Ha vinto il PD, ma solo perché ha guadagnato tempo; non è comunque poco. Ha mantenuto sostanzialmente le posizioni delle elezioni europee non ostante le due mini scissioni di Calenda e Renzi; la presa sul sistema di potere ed amministrativo della regione emiliano-romagnola, il vero zoccolo duro del partito, presenta ormai delle crepe ormai durature e definitive. Per resistere ha dovuto addirittura fingere di negare se stesso. Le sue speranze di ripresa o quantomeno di galleggiamento sono riposte nel recupero del voto grillino avvenuto, al momento, solo in piccola parte non ostante i proclami della stampa; il fìo da pagare in termini di statura politica e autorevolezza di governo sarà pesante con i suoi legami con i corpi intermedi e i ceti produttivi, la vera ossatura del fu PCI, sempre più allentati. Riproporrà con un po’ più di coraggio una politica redistributiva ad uso elettorale, ma perderà sempre più la pur scarsa capacità di indirizzare i settori sempre più risicati legati agli interessi nazionali e con essa la velleità, anch’essa già scarsa di suo, di contrattazione in sede europea. Il suo modello è Corbyn, nel momento tardivo della amara sconfitta.

Ha perso Matteo Salvini, soprattutto nell’immediato perché ha puntato alla luna, al naufragio di Giuseppi, usando per sgabello le elezioni regionali; i precedenti infausti delle cadute di precedenti illustri leader politici, perché aggrappati a boe di salvataggio improprie non sono stati di monito; ha perso, soprattutto nel lungo termine, perché si è dimostrato solo un tribuno che crede a quello che fa e che dice; gli manca l’autorevolezza e l’intelligenza dello statista e del leader autorevole. Ha rivelato una propensione spiccata, specie in politica internazionale, ad un servilismo gratuito e compiacente, meno discreta ma del tutto speculare alla classe dirigente piddina e del tutto inutile, se non controproducente, ad ottenere la considerazione benevolente del potente della fazione avversa.

Galleggia la Lega. Ha il privilegio e la fortuna di essere, non ostante il recente congresso semiclandestino, ubiqua ed ambigua. E’ Lega Nazionale di nome, ma conserva saldamente gran parte dell’anima della Lega Nord. Non cresce, ma consolida i risultati eccezionali di questi ultimi due anni. Qualche scricchiolìo si intravede, specie nei nuovi terreni elettorali di caccia. Riesce a mantenere il consenso solido, anche nella composizione sociale del voto, nel Nord-Italia, consolida i varchi aperti nel Centro-Italia, annaspa nel Centro-Sud. Ha raccolto il massimo del voto di protesta e delle vittime della globalizzazione e dei ceti intermedi in crisi; di più non potrà se non arriva a formare una nuova classe dirigente e nuovi leader politici. Impresa improba ed improbabile. Dovrebbe avere chiara la propria idea di interesse nazionale, a cominciare dalla collocazione nella Unione Europea e nello schieramento atlantico e definire una tattica di apertura di contraddizioni e di rottura di questo cappio di relazioni. Piuttosto che verbosità roboanti che celano accettazioni e subordinazioni supine o obtorto collo, tattiche più discrete ma determinate. Su queste basi riuscire a convogliare gli interessi “forti” suscettibili di essere catturati, senza i quali difficilmente si potrà passare da un atteggiamento protestatario alla costruzione di un blocco di potere e sociale alternativi e patriottici. Il rischio permanente rimane un ritorno sotto mutate spoglie alle origini.

Vincono le sardine. Non sono una pura emanazione del PD. Sono qualcosa di molto più complesso e sofisticato, ispirate e mosse da centri ben più accorti. Sono nate con l’obbiettivo di delegittimare e ridicolizzare il loro avversario, Salvini; di proporre una visione tecnocratica ed aristocratica, sinonimo nella fattispecie di spocchiosa, di formazione e conferma di una classe dirigente; di riportare nell’alveo progressista quell’area movimentista e parolaia che ricondurrà all’ovile parte di quel bacino elettorale, ma che segnerà definitivamente le sorti e le caratteristiche del Partito Democratico. Una negazione e un negativismo caratteristico delle “open society” di matrice sorosiana, a prescindere dalla loro espressione diretta. Se e quando scompariranno non sarà una loro sconfitta; semplicemente il compimento di un servizio. Un ulteriore veleno instillato per garantire qualche tempo di sopravvivenza ad una classe dirigente marcia e decadente in un paese già in tragico ritardo rispetto alla complessità e drammaticità degli eventi. Un gioco al quale Salvini si è prestato involontariamente. Le Sardine hanno indotto Salvini ad esagerare; non gli ci è voluto molto.

Cresce, ma rimane nella nicchia, sia pure appena più larga, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’ambizione di essere un partito nazionale è grande, la vocazione di riportare il tutto nell’ambito del centrodestra prevale, i retaggi del passato e il peso dei resti berlusconiani al suo interno fanno il resto; sono la zavorra che impediscono di spiccare il volo.

Naufraga senza scampo il M5S. Alle europee ha conosciuto un esodo parziale verso Salvini ed un congelamento nell’astensione di una buona metà dell’elettorato. Con le lezioni regionali è iniziato un parziale travaso del voto restante nell’area progressista e una attesa generale del grosso dei votanti residui. Un gruppo dirigente allo sbando e un ceto di eletti destinati in gran parte all’anonimato. Una miscela esplosiva produttrice del peggior opportunismo e trasformismo. Prima si consumeranno, meglio sarà.

Intanto si attendono le prossime elezioni regionali.

Che ne sarà nel frattempo?

Il re è nudo, ma…, di Giuseppe Germinario

Il re è nudo, ma non tutti ancora lo vedono. Qui sotto la conferenza stampa tenuta due giorni fa da Matteo Salvini, presente lo stato maggiore della Lega, a proposito dell’adesione dell’Italia al MES. Una esposizione di insolita chiarezza nel panorama politico italiano. Gli autori del sito hanno più volte espresso valutazioni severe e critiche sull’operato del precedente Governo Conte e sull’apertura e gestione della crisi di governo. L’insieme delle politiche di quel Governo, a cominciare dalla politica estera per finire con la politica economica e con la gestione delle politiche industriali, sono state segnate dal trasformismo e da una concezione dell’azione politica meramente elettoralistica, inadeguata rispetto al contesto geopolitico. La crisi dell’ILVA è uno degli esempi di tale condotta. Come si fa ad affidare un settore strategico ad una multinazionale franco-indiana, parte integrante di strategie geopolitiche e geoeconomiche opposte e ostili all’interesse nazionale? La vicenda del MES svela un altro aspetto particolarmente amaro: la collocazione geopolitica e la condotta sugli aspetti fondamentali e portanti di questa collocazione tende ad andare al di là delle intenzioni delle forze politiche; muove forze, punti di vista ed interessi annidati in prassi, routine e strutture dei centri decisionali ed istituzionali difficili da fronteggiare. Pare evidente che una parte della classe dirigente si stia allarmando e svegliando pur tardivamente e in maniera goffa. La conferenza stampa e gli allegati inseriti aprono squarci alla consapevolezza inusuali_Giuseppe Germinario

https://www.esm.europa.eu/legal-documents

 

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE

Non c’è giorno in cui i media simpatizzanti per il governo Conte-bis, e i loro beniamini a Palazzo non ripetano slogan, idola, topoi ben noti perché – per lo più – ripetuti perfino da oltre quarant’anni. È stato riciclato anche quello famigerato sulle tasse “paghiamole tutti, paghiamone meno” ossia il ritornello che ha accompagnato tutti gli aumenti fiscali dagli anni ’70 in poi, quanto mai sgradito ai contribuenti che le pagano, perché volto ad ammorbidire la resistenza a pagarne di più: ma non a farle pagare agli evasori/elusori dato la ben nota scarsa efficienza del fisco italiano a perseguirli. I quali tranquillamente preferiscono pagarne poche in Olanda o Lussemburgo se vogliono restare in Europa, altrove se vogliono uscirne.

Non ne manca nessuno: dalla “Green Economy” (con la quale si volge in propaganda un problema serio) al lamento sull’accoglienza e così via. Tutti al fine di “riempire” di contenuti un patto di governo la cui ragion d’essere è: a) tirare a campare; b) evitare il probabile successo di Salvini.

Tuttavia, più per il PD e connessi che per il M5S c’è un problema di credibilità: come si fa a dare credito ad un partito, “polo” sinistro della “Seconda Repubblica”, regime la cui classe dirigente ha registrato i peggiori risultati nel tempo o nello spazio dall’unità d’Italia ad oggi? Più di un anno fa scrivevo su questo sito (“La peggiore di tutte”) che la classe dirigente della seconda repubblica – usando come riferimento l’incremento dal prodotto individuale lordo (indice estremamente importante) anche se non esaustivo – aveva fatto i peggiori risultati (1994-2018) della zona euro e della UE; lo stesso a paragonarla con le altre classi dirigenti dall’Unità d’Italia in poi. Pretendere, di fronte a tale disastro che gli italiani prendano per buone le solite ricette ma anche le nuove propinate dagli stessi medici, è un desiderio di difficile attuazione.

Il perché ce lo spiegava Croce in un passo tanto spesso citato, su morale e politica, dove il filosofo, tra l’altro, criticava “nessuno, quando si tratta di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purchè abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura” ma  laddove, aderendo al richiamo dell’onestà e/o della competenza l’elettorato “ha messo a capo degli Stati uomini da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”. Croce così rilevava come il popolo giudicasse i governanti in base ai risultati più che alle intenzioni e alla (di essi) dottrina; con riguardo all’onestà politica la definiva “non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”.

Il guaio o meglio la tara (ma non solo del PD) è di essere lo stesso partito, e in buona parte lo stesso personale dirigente che ha co-gestito la fallimentare “Seconda Repubblica”: per cui la credibilità a risolvere problemi – col loro armamentario            ideale e materiale – è radicalmente compromessa. Aggravato il tutto poi se le soluzioni proposte somigliano in gran parte a quelle già praticate. Buone forse a confortare qualche militante, ma poco idonee a incrementare il numero (insufficiente) di quelli che non credono né votano PD. Agli altri ha lo stesso effetto di chi volesse ripetere lo stesso sketch, come quello sul Sarchiapone di Walter Chiari o barzellette risapute: un dejà vu, per lo più accompagnato da indifferenza e (spesso) tanti sbadigli.

Teodoro Klitsche de la Grange

Strategie e capisaldi, di Fabio Falchi

Condivido molto ma non ritengo che la Lega dando vita ad un governo giallo-verde abbia commesso un errore strategico. L’errore della Lega, a mio giudizio, è stato un altro, ossia ritenere che l’alleanza giallo-verde fosse una alleanza strategica anziché tattica.

Mi spiego meglio: La Lega doveva necessariamente risolvere due problemi prima di sfidare l’UE (sfida peraltro difficilissima e che non si può vincere con un “sovranismo” e un anti-europeismo da fiera paesana): strutturarsi come autentico partito nazionale (ossia non più “(macro)regionale”) e conquistare il maggior numero possibile delle casematte dell’apparato dello Stato italiano, quasi tutte controllate dal PD. Quindi era necessario fare una alleanza con “il nemico del suo nemico”, sapendo però che la natura “impolitica” del M5S (che pure , almeno in teoria , l’esperienza di governo poteva trasformare in una forza politica non più “impolitica”) poteva giocare dei brutti scherzi, e che il nemico da sconfiggere non era in primo luogo il più pericoloso (ossia il partito del PdR legato a doppio filo con l’UE) ma il più debole anche se ancora assai pericoloso per la Lega, ossia il PD (che la stessa UE non considerava più come il proprio “agente italiano”, per la sua debolezza e le sue divisioni interne, ).

Per la Lega quindi il conflitto , più che probabile, all’interno del governo giallo-verde (composto da tre attori politici: partito del PdR – che potendo contare pure su Conte si andava sempre più rafforzando, attirando di conseguenza pericolosamente dalla propria parte pure il M5S proprio per la sua “natura impolitica” -, M5S e Lega) andava combattuto cercando di non arrivare alla “rottura” prima di avere almeno nominato il Commissario europeo, i vertici delle aziende strategiche italiane nonché delle forze armate, di quelle dell’ordine e via dicendo, e al tempo stesso adoperandosi seriamente per trasformare la vecchia struttura della Lega Nord in una struttura adeguata ad un partito nazionale di massa.

Di fatto la Lega non solo non è riuscita a risolvere né l’uno né l’altro di questi problemi, ma volendo prima combattere il “padrone” anziché il suo “malconcio” maggiordomo le ha prese dall’uno e dall’altro e ora si trova a dover ricominciare tutto da capo, da una posizione che non si può certo definire una posizione vantaggiosa. In pratica, la Lega ha messo il carro (l’economia) davanti ai buoi (la strategia politica).

In questo contesto, per i leghisti è assai più facile regredire che progredire, pensando che con un grande successo elettorale (peraltro non affatto scontato) possa risolvere qualsiasi problema.

Comunque sia, l’analisi di Roberto merita davvero di essere letta perché impiega categorie strategico-politiche anziché categorie ideologiche e/o retoriche fuorvianti e incapacitanti.

 

Sinistri, destri, pentastellati e il declino del nostro Paese

Fabio Falchi

Che la sinistra sia parte costitutiva dei gruppi dominanti globalisti è un dato acquisito, così come ormai è un dato acquisito che pure il M5S sia finito nella cloaca globalista. Tuttavia, la questione politica del nostro Paese non è solo questa, che riguarda, sia pure in forma e misura diverse, tutti i Paesi occidentali.

Invero, anche la crisi del governo giallo-verde ha confermato che il problema dei destri è altrettanto grave di quello dei sinistri.

Ammettiamo pure che la premessa da cui partono i destri sia corretta, giacché è innegabile che la Lega, ostacolata com’era dalla UE e dal partito del PdR (in particolare da Conte e Tria che ormai potevano contare sull’appoggio del M5S), avesse scarsi margini riguardo alla manovra in deficit che voleva fare.

Basta però questo per affermare che il “Capitano” sarebbe stato vittima di un complotto o comunque sarebbe stato obbligato (da chi? e qui i complottisti si scatenano) ad aprire la crisi? Ovvero basta per affermare che il “Capitano” non avrebbe alcuna responsabilità riguardo alla caduta del governo giallo-verde o sostenerlo sarebbe come affermare che dato che l’Italia confina anche con la Francia, l’Austria e la Slovenia, non confina con la Svizzera?

Per i destri comunque il “Capitano” avrebbe fatto bene a chiedere elezioni anticipate (costringendo il M5S a scegliere tra una disfatta certa o ad allearsi con il PD per cercare di sopravvivere) e, non essendo riuscito ad ottenerle, avrebbe fatto bene ad andare all’opposizione (ma se davvero il M5S voleva mettere fine al governo giallo-verde entro quest’anno, vi era forse occasione migliore del voto sul decreto sicurezza bis o sul TAV per farlo?).

Comunque sia, anche se il “Capitano” avesse fatto bene a mollare tutto (dando così la possibilità al PD di condurre di nuovo la politica italiana e di nominare i vertici delle partecipate, vera locomotiva strategica della economia italiana – altro che PMI e flat tax!) e ad aspettare di prendersi una netta rivincita nelle urne (ma la pelle dell’orso non si vende prima di averlo ucciso) la questione da porsi è un’altra.

Difatti, non si deve ignorare che la manovra espansiva difesa dalla Lega in pratica consiste nel tagliare le tasse, in specie ai ricchi e alle PMI, senza considerare che i ceti più abbienti in questi anni hanno accumulato un enorme risparmio (e con “affari” peraltro in buona parte tutt’altro che “puliti” oltre che grazie ad un lavoro sottopagato) che alimenta i flussi finanziari e la rendita, non certo i settori produttivi, ma che i destri vogliono difendere a qualunque costo.

Del resto, è noto che le PMI non sono in grado di investire i miliardi di euro necessari per competere con i colossi internazionali (e senza la locomotiva strategica le PMI possono rivelarsi perfino una palla al piede!). Ciononostante, i destri ritengono che l’Italia da sola possa cavarsela nell’epoca dei grandi spazi e della sfida tra potenze continentali con un “sovranismo d’accatto” (che non si deve confondere con una equilibrata e necessaria difesa della sovranità nazionale) , come se il nostro Paese non fosse caratterizzato da un apparato statale obsoleto, da una burocrazia tra le più inefficienti del mondo, dallo sfascio del settore educativo, dal degrado del territorio, da disservizi di varia natura, da gravi ritardi tecnologici e via dicendo.

Punti deboli che i potentati stranieri com’è ovvio sfruttano a loro vantaggio, ma di cui chiaramente non sono i maggiori responsabili. Le “colpe” però per i destri sarebbero sempre solo degli “altri” e bisognerebbe quindi lasciare che il “genio italico” potesse esprimersi per risolverli (di conseguenza per la maggior parte dei destri preparazione, ordine mentale e studio sarebbero solo una perdita di tempo!).

Come se non bastasse, i destri oscillano tra un americanismo grottesco e un antiamericanismo da baraccone, l’uno e l’altro resi ancor più dannosi da una mancanza di un’autentica cultura (geo)politica che induce i destri a leggere la realtà geopolitica con lenti deformanti e ad accusare i sinistri di essere “comunisti” e “statalisti” e il governo Conte bis di essere giallo-rosso! (Non a caso, non pochi destri attribuiscono ai badogliani – oggi identificati soprattutto con i pentastellati – la responsabilità di tutti i disastri dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, dimenticandosi che era stato il regime fascista a portare il nostro Paese allo sfacelo e che l’8 settembre 1943 fu solo il frutto amaro, anzi amarissimo di quello sfacelo. E fu tale non perché i badogliani tradirono i tedeschi, ma perché tradirono il loro Paese, vale a dire perché, anziché difendere Roma com’era loro preciso dovere, preferirono svignarsela lasciando il Paese e l’esercito senza ordini).

In definitiva, è inutile prendersela solo con i pentastellati e i sinistri (che sono criminali in giacca e cravatta ma coerenti e capaci di guadagnarsi il concreto sostegno di potentati stranieri e ora pure di incassare qualche sì dalla UE preoccupata per la crisi della Germania e disposta a dare una mano al “Conte bis” pur di indebolire i populisti), perché la destra italiana è in buona misura una destra di buffoni, ciarlatani e complottisti come anche questa vicenda tragicomica di fine estate ha dimostrato.

Si obietterà che i sinistri e i pentastellati sono peggiori. Sì lo sono, ma né loro né i potentati stranieri, europei o americani, sono gli unici responsabili del declino del nostro Paese.

Lezioni di umiltà, di Roberto Buffagni

Lezioni di umiltà

 

Cari amici vicini e lontani,

proviamo ad analizzare la situazione dopo l’insediamento del nuovo governo giallorosa. Cercherò di fare un’analisi strategica, e dunque di semplificare al massimo per andare all’essenziale (=  a quello che mi sembra l’essenziale, non sono infallibile).

Sarò molto pessimista perché “scopo della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Julien Freund, Sociologie du conflit).

Siccome la botta è ancora molto calda e vivacissime le reazioni emotive nel campo “sovranista” (metto tra virgolette la parola “sovranismo” perché a mio avviso surroga a fini cosmetico-edulcoranti la corretta definizione di “nazionalismo”), premetto un riassuntino  o abstract della tesi di fondo che argomenterò: così, chi non la gradisse può risparmiarsi l’irritante lettura di questo articolo.

Riassuntino

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore, nel quale confluiscono e si palesano errori precedenti altrettanto gravi, come importanti limiti e lacune della Lega in particolare, e del “sovranismo” italiano in generale. Senza una seria e approfondita autocritica dei suddetti errori, e una riconfigurazione ideologica e organizzativa, il campo “sovranista” rischia l’implosione, mentre la “Nuova Lega” nazionalista rischia di diventare la Vecchia Lega 2.0, cioè un partito strutturalmente subalterno al proprio avversario (ieri “Roma ladrona”, oggi “Bruxelles ladrona”).

E ora, vediamo di spiegarci un po’ meglio.

 

Rottura dell’alleanza di governo

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore perché ha regalato l’iniziativa all’avversario, che pur frammentato e confuso è riuscito a sfruttarla, e a insediare il governo giallorosa. Le due più articolate giustificazioni della rottura di cui io sia a conoscenza si devono ad Alberto Bagnai[1]. La seconda e più recente, Cronaca di una crisi annunciata, racconta dettagliatamente ma non spiega. Spiega invece la prima, QED fuoriserie,  e individua la principale ragione della rottura nel crescente ostruzionismo, e, peggio, nell’attivo sabotaggio da parte dell’alleato di governo, certificato dal voto 5* per Ursula von der Leyden; sabotaggio che, conducendo al varo di una legge finanziaria inaccettabile, inevitabilmente avrebbe causato la sconfitta politica della Lega, del suo leader e dell’intero campo “sovranista”: “Fatto sta che Ursula è passata, e lì si è capito chi era vassallo e chi no. Se Salveenee phasheesta era nel mirino prima, figuriamoci dopo questa prova di coerenza! Quindi abbatterlo diventava una priorità. E come fare per scalzarlo? Semplice! Andargli contro sull’agenda economica, con la copertura politica dei 5 Stelle.” (sottolineature nel testo).

Volendo fare dell’umorismo, si potrebbe commentare che Salvini, “scalzandosi” da solo, ha sventato la minaccia.

In sintesi: Salvini (piano A)  ha scommesso sull’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare sufficiente a insediare un nuovo governo, e sul susseguente plebiscito elettorale a suo favore che gli promettevano i sondaggi d’opinione. Il piano B era invece – nell’analisi di Bagnai e Borghi, prevalente a quanto mi risulta nel campo leghista – il seguente: se anche si perdesse la scommessa e non si andasse subito ad elezioni, prima o poi ci si dovrà andare, e allora vinceremo, anzi: trionferemo. Dopo il rovesciamento delle alleanze dei grillini, el pueblo avrà compreso la natura serpentesca del M5* e la supina subalternità alla UE del “partito delle istituzioni”, e premierà la Lega con un diluvio di voti. Finalmente insignita dei “pieni poteri”, la Nuova Lega entrerà nella “stanza dei bottoni” di antica memoria[2] e riuscirà a realizzare, almeno in larga misura, il suo programma. Insomma: una strategia win-win, come s’usa dire oggi: o vinci subito, o vinci dopo un po’.

Mentre scrivo (8 settembre 2019, ricorrenza proverbiale) è evidente che il piano A è fallito. Può riuscire il piano B? Chissà. Qui entriamo nel campo delle previsioni future, dove tutto è, per forza di cose, opinabile.

Iniziamo dunque l’analisi dal passato, che è meno opinabile del futuro.

 

Formazione del governo gialloverde 1

La situazione strategica nella quale Salvini si è trovato nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si era trovato (in cui aveva liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

La natura dell’alleato di governo, il Movimento 5*, era certamente ben nota, da anni, almeno a un esponente di rilievo della Lega, il sen. Alberto Bagnai[3]. (Non posso naturalmente sapere se questa analisi del M5* fosse nota e condivisa anche dai massimi dirigenti della Lega, Salvini anzitutto). Semplificando[4]: il M5* è una forza politica che non designa un avversario o un nemico politico, e vi sostituisce categorie prepolitiche quali “la corruzione”. Da ciò consegue che a) il M5* può rastrellare consensi sia tra chi appartenga a una cultura politica di sinistra, sia tra chi appartenga a una cultura politica di destra, sia tra chi di cultura politica sia privo, “i qualunquisti”: è il segreto del suo successo b) ma soprattutto, può allearsi con tutti o con nessuno, e così neutralizzare  o influenzare la dialettica politica italiana: e questa invece è la mission per cui ha ricevuto l’impulso iniziale, in conformità alle specifiche elaborate dal dr. Gene Sharp e dai suoi collaboratori e continuatori[5]. Naturalmente, fatta salva la buonafede dei suoi elettori, e della maggioranza dei suoi attivisti e dirigenti: una buonafede essenziale per l’adempimento della mission (dell’operazione di influenza), perché non è possibile arruolare milioni di agenti.

Il “partito delle istituzioni”, invece, è il partito delle istituzioni e degli apparati dello Stato italiani, i quali entrambi sono embricati con le istituzioni e gli apparati UE. “Embricati” vuol dire che personale dirigente, mentalità, procedure, leggi, regolamenti, direttive, catene di comando e controllo di tutte, tutte le istituzioni e gli apparati statali italiani non possono prescindere dal rapporto con la UE, esattamente come le FFAA italiane sono integrate nella NATO. A solo titolo di esempio: un’ eventuale uscita dalla NATO  implicherebbe certo la decisione politica “usciamo”, ma chi si illudesse che la decisione basterebbe sarebbe diciamo ingenuo: le FFAA smetterebbero di funzionare l’istante successivo alla decisione, e dal giorno dopo ci potrebbero invadere con successo anche le Isole Tonga. Il che implica naturalmente che, in questo esempio, l’istituzione-FFAA resisterebbe con tutti i mezzi (per tacere delle reazioni dell’alleato statunitense).

Che il “partito delle istituzioni” italiano fosse nemico (non “avversario”, nemico) di una forza politica come la nuova Lega “sovranista”, che si contrapponeva frontalmente alla UE,  non era dunque difficile da immaginare; e per chi difettasse d’ immaginazione, dovevano bastare le forzature di Mattarella nella fase di formazione del governo: rifiuto di incaricare il leader della Lega di un mandato esplorativo per la formazione del governo, rifiuto di incaricarne il pericoloso sovversivo prof. Giulio Sapelli, rifiuto di accettare come Ministro dell’Economia l’altro pericoloso sovversivo prof. Paolo Savona. Forzature che erano anche gravi errori politici, perché ostendevano urbi et orbi la natura ibrida ed eterodiretta delle istituzioni italiane, e manifestavano l’incapacità del “partito delle istituzioni” di garantire un governo che godesse sia della legittimazione elettorale, sia della conformità al quadro sistemico UE.

Digressione: com’è fatta la UE

La UE è un potere di fatto, essenzialmente privo di legittimazione. Esso è privo di legittimazione perché

  1. l’unica fonte di legittimazione generalmente accettata in tutta Europa e in Occidente è “la volontà del popolo”, e la forma in cui questa legittimazione si esprime è la democrazia parlamentare a suffragio universale. In Europa i popoli sono molti, con diversi interessi e culture. Nessuno tra essi è in grado di federare gli altri[6] e trasformare la UE in un vero e proprio Stato
  2. la UE è di fatto uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Lo Stato più forte e coeso, la Germania, con lungimiranza ha provveduto, con una decisione della Corte Costituzionale, a sovraordinare la propria legislazione a quella UE, così garantendosi la possibilità di decidere in ultima istanza qualora si apra uno stato d’eccezione
  3. ne consegue che la UE è una entità politica insieme molto fragile e molto rigida, esposta in via permanente a una latente crisi di legittimità
  4. per sopravvivere, la UE dunque deve progressivamente ibridare o “contaminare” clandestinamente, come una malattia autoimmune, istituzioni e apparati degli Stati che la compongono, e che sono gli unici ad avere ereditato (dal passato regime) la legittimità
  5. questa ibridazione e “contaminazione” non può perfezionarsi fino a trasformare gli Stati che compongono la UE in Länder di un vero e proprio Stato Europeo Federale o confederale, per la ragione esposta al punto 1
  6. dunque, qualunque forza politica rilevante (= in grado di andare al governo) contesti la UE in nome della “volontà del popolo” si autodesigna come nemico, ripeto nemico, non “avversario”, della UE, e deve attendersene una reazione proporzionata al rischio esistenziale che le fa correre
  7. la reazione della UE si dispiegherà anzitutto sul piano delle istituzioni e degli apparati dello Stato che essa ha ibridato e “contaminato”, che sono il suo punto di forza e che diventano così il principale terreno di scontro tra forze favorevoli e avverse alla UE.
  8. La forza politica che in nome della “volontà del popolo” si oppone alla UE è costretta a combattere la sua battaglia sul terreno di scontro scelto dal nemico (istituzioni, apparati dello Stato) perché la “volontà del popolo” non può direttamente affermarsi sul terreno extra-istituzionale, per esempio con le barricate, lo scontro militare, lo sciopero generale, etc.[7] Per affermarsi, la “volontà del popolo” deve anzitutto passare attraverso la vittoria elettorale: e qui la UE cercherà di contrastarla mediante leggi elettorali a sé favorevoli, campagne mediatiche, attacchi giudiziari ai leader, eventualmente brogli, etc. Una volta tradotta in voto politico maggioritario la “volontà del popolo”, essa dovrà trasformare il consenso formalizzato dal voto in potenza politica, cioè in capacità di implementare nella realtà effettuale le proprie decisioni politiche.
  9. Per trasformare il consenso in potenza, è necessario impiegare le istituzioni e gli apparati dello Stato, gli strumenti operativi senza i quali nessuna decisione politica è concretamente realizzabile. Dunque l’ eventuale vittoria elettorale di una forza politica anti UE non è la fine, ma l’inizio dello scontro. L’insediamento al governo di una forza politica che in nome della “volontà del popolo” sfidi la UE segna soltanto lo schieramento in campo delle forze contrapposte, non la vittoria. Con la vittoria elettorale la battaglia non finisce: comincia.

 

 

Formazione del governo gialloverde, 2

La situazione strategica nella quale Salvini e la Lega si sono trovati nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si erano trovati (in cui avevano liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

Formare il governo gialloverde è stata un’abile mossa tattica, e un grave errore strategico[8].

Abile mossa tattica, perché a) si andava al governo b) l’alleato era inesperto e privo di una linea politica persuasiva, lo si poteva egemonizzare e strappargli consensi nell’elettorato c) il moltiplicatore di potenza della posizione istituzionale favoriva vittorie della Lega nelle elezioni regionali e locali.

Grave errore strategico, perché i rapporti di forza nelle istituzioni tra Lega, M5* e “partito delle istituzioni” sarebbero rimasti gli stessi, a meno di una nuova tornata elettorale politica in cui la Lega potesse capitalizzare il consenso conquistato nel paese.  Ora, non era difficile prevedere che quanto maggiore il consenso acquisito dalla Lega nel corso dell’esperienza di governo gialloverde, tanto più violenta la resistenza sia dell’alleato di governo, sia del “partito delle istituzioni” a regalare alla Lega l’opportunità di farsi plebiscitare. A prescindere dalla sua natura e delle eterodirezioni a cui è soggetto, Il M5*, e in particolare il suo ceto dirigente, si sarebbe opposto con tutti i mezzi a una prova elettorale che gli avrebbe inflitto un colpo devastante, forse mortale; e da che parte stesse il “partito delle istituzioni” lo si era visto con tutta chiarezza fin da subito.

(“Preferivi Cottarelli?” Sì, preferivo Cottarelli, perché un governo Cottarelli sarebbe stato un governo di minoranza, screditato nel paese, insediato dal solo “partito delle istituzioni” subito dopo una serie di gravi errori politici, e  che il parlamento avrebbe potuto incapacitare[9]. Nel frattempo, in attesa di nuove elezioni, sarebbero stati liberi tutti i partiti, di maggioranza e minoranza, di ridiscutere programmi e alleanze.)

Per rimediare in tutto o in parte all’errore strategico dell’ingresso nel governo gialloverde, e uscire dall’angolo morto in cui si era ficcata, la Lega avrebbe dovuto

  1. Piano A (molto difficile): assicurarsi che in Parlamento non potesse formarsi una maggioranza diversa dalla gialloverde, cioè spaccare il M5* e letteralmente portargli via un numero consistente di parlamentari, una manovra molto difficile, specie se non si dispone di larghi fondi e non si possono promettere sinecure e prebende. Escludere a priori un rovesciamento delle alleanze come quello che si è compiuto in questi giorni era impossibile; e infatti, esso si è realizzato.
  2. Piano B (un po’ meno difficile) restare nel governo, contendere il terreno palmo su palmo, dividere l’elettorato 5*, costringere eventualmente il M5* a prendere l’iniziativa della rottura, su un tema di grande rilievo e facile comprensibilità per tutti, in modo da rendere più difficile (comunque non impossibile) al “partito delle istituzioni” la ricerca di una nuova maggioranza e il diniego di nuove elezioni.

 

Sintesi 1: prima di “staccare la spina” bisogna assicurarsi di non restare fulminati.

Sintesi 2: siccome la strategia è sovraordinata alla tattica, una mossa tattica ha effetto a breve, una mossa strategica a lungo termine. La mossa dell’ingresso nel governo gialloverde era tatticamente corretta, e ha pagato subito. Però era strategicamente sbagliata, e ha riscosso il suo prezzo dopo un anno.

 

Perché gli errori

Ometto valutazioni sulla personalità del leader della Lega, Matteo Salvini. Mi limito ad osservare, con le parole dell’amico Fabio Falchi, che “non si trova facilmente un Alessandro Magno ed è per questo che ci sono le accademie, le scuole di guerra e gli Stati Maggiori (che sono il surrogato del genio).
Evidentemente però, anche grazie agli esperti di marketing e ai pubblicitari, è più facile prendere voti che impegnarsi seriamente a creare una organizzazione che sappia combattere quel tipo di conflitto che non è altro che la prosecuzione della guerra con altri mezzi
.”

Mi risulta invece (non ho informazioni privilegiate, e sarò lieto di essere smentito) che sia la decisione di entrare nel governo, sia la decisione di uscirne, sono state prese informalmente, tra pochissime persone vicine al leader, perché la Lega non dispone di una struttura di comando analoga a uno Stato Maggiore, nella quale si eseguano analisi e si formulino piani, si presentino al decisore in modo coerente opzioni diverse e anche opposte, si progettino modifiche all’organizzazione delle forze disponibili, si segua l’esecuzione degli ordini fino a loro effettiva implementazione.

Mi risulta anche che nella Lega non viene incoraggiata l’iniziativa e l’indipendenza di pensiero, ma semmai l’obbedir tacendo alle decisioni dei cari leader. La disciplina va benissimo. La mancanza d’iniziativa e d’indipendenza invece, specie tra i quadri, va malissimo. L’esercito prussiano divenne il migliore del mondo anzitutto grazie alla Auftragstaktik (tattica di missione): nella formulazione di von Moltke senior, “più alta l’autorità, più corti e generali gli ordini”. Agli ufficiali subalterni era garantito un notevole margine di manovra per raggiungere gli obiettivi, e nella loro formazione era incoraggiato lo spirito d’iniziativa. Con esecutori anzitutto preoccupati di non sgarrare e di coprirsi le spalle non si va da nessuna parte, tranne a Pontida.

 

Che succede adesso

Le linee di tendenza prevedibili sono le seguenti.

  1. L’obiettivo strategico del “partito delle istituzioni” italiano e della UE è: ripristinare la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, comunque composti, che siano entrambi sistemici, cioè che accettino senza retropensieri, una volta per tutte, il contesto UE (che lo legittimino nell’unico modo in cui è possibile legittimarlo, vale a dire omettendo di contestarlo)[10]
  2. Non è un obiettivo facile. Per raggiungerlo, è necessaria la riconfigurazione del centrosinistra e del centrodestra + un grado accettabile di controllo della grave contrapposizione paese legale/paese reale.
  3. Centrosinistra: dopo il rovesciamento delle alleanze, l’indebolito M5* sarà incoraggiato a prendere il posto della vecchia sinistra massimalista ormai logora, svolgendone la consueta funzione (intercettare il dissenso + al momento buono votare per il partitone). Mi pare già prepararsi, tra le file di Nuova Direzione, Senso Comune, Patria e Costituzione e altre formazioni analoghe, un nuovo ceto dirigente del M5*, che andrà a integrare e sostituire parzialmente il vecchio, già screditato. Non sono in grado di prevedere le evoluzioni interne al PD, con le relative lotte fra correnti e leader. Possibile che dal PD si distacchino formazioni più centriste e apertamente liberali, come ad esempio quella auspicata da Calenda.
  4. Il centrodestra è l’obiettivo principale dell’operazione, perché nel centrodestra c’è la Lega e il bacino elettorale più pericoloso per il partito delle istituzioni e per la UE. Si farà certamente leva sulla base sociale della Lega (PMI, lavoratori autonomi) e sulla sua base di potenza territoriale (Lombardo-Veneto), come dimostrano i recenti interventi pubblici di Luca Zaja e Roberto Maroni[11]. Attraverso questi ultimi, si incoraggerà la riconversione della Lega secondo le tradizionali specifiche del prodotto, vale a dire: a) Salvini surroga Bossi come leader carismatico (= che prende tanti voti) e come Bossi propagandava senza crederci la cantafavola della secessione grazie ai duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna, così Salvini propaganderà senza crederci la cantafavola del sovranismo, con il “prima gli italiani” e il “basta immigrati”. Dovranno però gradualmente sparire le allusioni all’uscita dall’euro e/o dalla UE b) intanto si tratta con il “partito delle istituzioni” italiano e con la UE per ottenere la forma di autonomia regionale il più possibile ampia, e nel conflitto tra potenze interno alla UE ci si lega alla Germania per difendersi dalla Francia (sulla quale si orienta invece il PD). A garanzia dell’accettazione del quadro sistemico UE, si incoraggerà l’alleanza tra Lega e Forza Italia o suoi eventuali avatar quali la nuova formazione di Urbano Cairo. Punto delicato dell’operazione, Fratelli d’Italia, che sulla linea “sovranista” ha moltiplicato i suoi voti, che ha il nazionalismo nel DNA, e nel quale potrebbero confluire i “sovranisti” delusi dalla Lega . E’ dunque prevedibile che nel prossimo futuro, proprio su Fratelli d’Italia convergeranno attacchi e manovre tese a normalizzarlo.
  5. Al fine di controllare il pericoloso scollamento tra paese legale e paese reale, si incoraggeranno a) cambiamenti ad hoc della legge elettorale b) controllo e censura dei social media c) secca repressione delle manifestazioni di dissenso d) provvedimenti assistenziali sul modello degli 80 euro renziani e) “nuova narrazione” di un’Italia protagonista nel dialogo intereuropeo f) character assassination + persecuzione giudiziaria di Salvini (che non ha più la copertura parlamentare dagli attacchi giudiziari) e altri leader “sovranisti”, es. Giorgia Meloni, al fine di demoralizzare l’opposizione “sovranista” e di dimostrarle che mettersi contro la UE è troppo difficile.

Ed effettivamente, mettersi contro la UE senza essere adeguatamente preparati è troppo difficile: se qualcosa ha dimostrato quest’anno di governo gialloverde, è proprio questo.

Dunque hanno ragione Maroni e Zaja? Bisogna accettare il quadro UE e al suo interno contrattare al meglio i propri interessi?

No, non hanno ragione Maroni e Zaja. Hanno torto, e non solo perché non è patriottico, generoso e carino fregarsene del Meridione e pensare solo al Nord. Maroni e Zaja hanno torto anche dal limitato punto di vista degli interessi del Nord Italia, perché:

  1. La secessione del Nord è impossibile. La UE esiste perché la fanno esistere gli Stati, e non può permettere che essi si disgreghino. Se servisse un esempio, basti riandare con la memoria all’avventura indipendentista della Catalogna.
  2. L’autonomia regionale così come la vogliono i lombardi e in particolare i veneti scasserebbe ulteriormente le istituzioni italiane, accrescendovi la frammentazione dei centri decisionali e la confusione dei livelli istituzionali. La si potrebbe realizzare efficacemente solo nel quadro di una completa riforma istituzionale dello Stato italiano, che lo trasformasse in una Repubblica presidenziale federale. Francamente non ne vedo le condizioni di possibilità.
  3. La tattica autonomista può pagare, in termini economici, vista l’interdipendenza tra manifatturiero italiano e tedesco. Ma siccome non esiste solo l’economia, che non decide tutto, e la suddetta interdipendenza non è un dato permanente come la collocazione geografica, gli interessi di Germania e Nord Italia possono divergere, ad esempio perché entrano in campo più rilevanti interessi franco-tedeschi. Inoltre, oggi il tacito patto tra Germania e USA è messo in forse, e la crescente rivalità tra Germania e Stati Uniti già ora espone il Nord Italia a seri contraccolpi, anche economici. Come descritto brevemente più sopra, la UE è uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Che peso avrebbero le regioni del Nord, nel recinto decisionale della UE? A occhio e croce, un peso minore del Lombardo-Veneto all’interno dell’Impero austro-ungarico, perché almeno l’Impero era uno Stato vero e proprio, e il Lombardo-Veneto ne faceva parte (per questo Carlo Cattaneo caldeggiava una linea federalista). Sintesi: indebolendo lo Stato italiano con un autonomismo massimalista, il Nord indebolisce l’unica entità politica che può difenderlo e rappresentarlo all’interno della UE. Anche la scelta autonomista-massimalista di Maroni e Zaja, dunque, è un’abile mossa tattica e un grave errore strategico.

Che fare ora?

Anzitutto, riconoscere i propri errori e analizzarli: per approfittare della lezione che impartiscono le sconfitte, bisogna ammettere che non sono né vittorie né pareggi. Dopo, solo dopo si può cominciare a ragionare su come prepararsi meglio per riprendere a combattere; ad esempio, su come prepararsi per condurre la battaglia all’interno delle istituzioni e degli apparati dello Stato, che sono – non mi stanco di ripeterlo – il terreno principale e decisivo dello scontro.

Non è facile: ci vuole umiltà.  Ma “Gloriam praecedit humilitas. Humilitas alta petit”,  “L’umiltà precede la gloria. L’umiltà sprona alla grandezza.” E’ anche il motto di un’antica casata lombarda. Forse la Lega, che proprio da quelle parti ebbe umili natali, se ne ricorderà.

[1] http://goofynomics.blogspot.com/2019/08/qed-fuoriserie.html

http://goofynomics.blogspot.com/2019/09/cronaca-di-una-crisi-annunciata.html

Ci sono naturalmente altre analisi, tra le quali segnalo questa, recentissima, di Carlo Galli: https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/09/04/che-cose-questa-crisi/

Personalmente, concordo nell’insieme con le analisi di Fabio Falchi e Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/08/31/alea-iacta-est-di-fabio-falchi/ ; http://italiaeilmondo.com/2019/08/23/il-conte-dimezzato-la-crisi-di-governo-sul-proscenio-e-dietro-le-quinte_-con-piero-visani/ (intervista video); http://italiaeilmondo.com/2019/09/02/crisi-politica-e-guerre-sordide-a-cura-di-giuseppe-masala-e-piero-visani/

http://www.destra.it/errare-humanum-est-perseverare-diabolicum/

 

[2] Per i più piccini: ne favoleggiava Pietro Nenni nel corso del dibattito interno al PSI sul progetto di primo governo di centrosinistra.

[3] V. ad es. http://goofynomics.blogspot.com/2014/10/agli-ortotteri.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/09/ortotteri-e-suini.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/07/ortotteri-e-anatroccoli.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2017/03/cinque-stelle-due-logiche-una-risposta.html

[4] Qui invece, analiticamente, quel che penso del M5* e del suo rapporto con la UE: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[5] E’ il gruppo di lavoro che ha gettato le basi teoriche e operative per l’implementazione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, se ne vedano qui i manuali gratuitamente scaricabili https://www.aeinstein.org/, https://canvasopedia.org/.  Ne raccomando caldamente la lettura, perché vi si apprendono i metodi impiegati nelle “guerre ibride”, o “guerre di quinta generazione”. Non tutti, naturalmente: per esempio, nei manuali qui disponibili non si suggerisce l’impiego di cecchini bipartisan che sparano sulla folla dei manifestanti e sulle forze di polizia che la fronteggiano allo scopo di destabilizzare un governo, com’è avvenuto in Ucraina o in Egitto; né si specifica l’importanza di disporre di agenti all’interno del sindacato, della magistratura e degli apparati di coercizione dello Stato-bersaglio, né i metodi per assicurarseli (che vanno dalla simpatia ideologica, alla corruzione, al ricatto). Questo tipo di metodi si insegnano e apprendono in altre sedi. Sia i metodi “aperti” sia i metodi “coperti” convergono verso uno stesso scopo, che può essere la destabilizzazione di un governo, la distruzione di una forza politica sgradita e/o del suo leader, etc., senza impiegare la forza militare tradizionale, e con il minimo impiego della violenza possibile, perché la violenza ha un alto costo politico. “L’ arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo” (https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR)

[6] Per una analisi di questo punto, v. http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[7] Se qualcosa hanno insegnato le esperienze rivoluzionarie del Novecento, ad es. l’affermazione dei fascismi, è che anche forze politiche dotate di milizie armate non riescono a rovesciare le istituzioni con lo scontro militare diretto. E’ indispensabile guadagnarsi la complicità delle istituzioni e degli apparati dello Stato.

[8] E’ odioso dire “ve l’avevo detto”. Mi autocito solo per mostrare che non era difficile accorgersene, se me ne sono subito accorto io che non sono Clausewitz. http://italiaeilmondo.com/2018/05/24/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-lega-5-eccetera-che-accadra-di-roberto-buffagni/

[9] Per esempio così: http://italiaeilmondo.com/2018/05/29/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-ombra-di-roberto-buffagni/

[10] Ne anticipavo qualcosa qui: http://italiaeilmondo.com/2019/08/13/navigazione-a-vista-di-roberto-buffagni/

[11] https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13499741/matteo-salvini-roberto-maroni-progetto-fallito-due-italia-crisi-m5s-governo-imprenditori.html ; https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13492326/matteo-salvini-luca-zaia-insulti-accuse-video-facebook-diretta-sospetto-rivolta-veneto-.html

UN GOVERNO DURATURO?, di Teodoro Klitsche de la Grange

UN GOVERNO DURATURO?

Da quando ha cominciato a profilarsi il governo Conte-bis, frutto dell’accordo tra PD e M5S la domanda più frequente è: durerà? Le risposte sono diverse; tuttavia non mancano, anche nei media sostenitori della nuova maggioranza, dubbi espressi e questo significa già, per certa stampa, molto.

Infatti, a prescindere da altro, la coalizione parte, nel paese (dati delle elezioni europee di maggio) con un gradimento dei partiti che la compongono pari a circa il 40%. Di fronte ha un’opposizione (Lga, FdI, FI) la quale, in base agli stessi dati, ha circa il 50%. Per rimontare tale divario occorre un miracolo o giù di li; i tempi della seconda repubblica, quando, il divario tra centrosinistra e centrodestra si misurava spesso nei decimi di punto più che con punti completi, appaiono lontani.

Fatta tale premessa, occorre ricordare in primo luogo, come mi capitò di scrivere subito dopo le elezioni di marzo 2018 su questo sito “Nei paesi in cui il sistema elettorale non consente di esprimere un governo direttamente investito dal corpo elettorale, come l’Italia …  è doveroso, per non perdere ogni contatto con i principi elementari della democrazia politica, che, anche se non designato previamente un leader e una squadra di governo precostituita, quanto meno il governo – necessariamente di coalizione – debba costituirsi interpretando l’orientamento espresso dal corpo elettorale nelle votazioni,  come da prassi”. Questa è la prima tara del nuovo governo: infatti a distanza di tre mesi dalle elezioni europee caratterizzate da due risultati principali: a) che il governo Conte 1 era cresciuto nel consenso (malgrado il contrasto dei poteri forti) di due punti percentuali; e ancor più i populisti, tenuto conto anche di Fratelli d’Italia, avevano accresciuto i suffragi al 60% circa dei votanti; b) che le proporzioni tra i due “contraenti di governo” Lega e M5S, si erano invertite, con la prima in grande crescita e il secondo in caduta libera, il quadro politico è ribaltato

Infatti non si comprende come, con un “indirizzo politico” fresco fresco espresso dall’elettorato da tre mesi si possa costituire un governo che: 1) è di minoranza nel paese; 2) esclude il partito più votato dagli italiani, in crescita spettacolare (raddoppiato in meno di un anno). Si ha un bel chiacchierare di legalità, centralità parlamentare e altro. Sarebbe, tanto per ricordare la prassi della Prima Repubblica, quando le elezioni del 1976 vedevano il PCI arrivare al (proprio) massimo storico dei suffragi con il 34,5%, come se la DC avesse deciso di fare il governo con Almirante. Coerentemente all’indirizzo espresso dal popolo (quando se ne parlava di meno lo si rispettava di più) il PCI allora entrava nella maggioranza di governo; al contrario della Lega che, per “eccesso di bulimia elettorale” lo deve lasciare.

All’epoca prevaleva una concezione della democrazia realistica e responsabile onde il governo “di solidarietà nazionale” che ne uscì era corrispondente all’indirizzo dato dagli elettori; ai giorni nostri si ha la percezione, probabilmente maggioritaria nel paese, che la soluzione è dovuta al cul-de-sac in cui si è cacciato il M5S, che secondo molti, spererebbe di evitare un ulteriore deperimento e forse anche di riavviare la crescita, cacciando dal governo Salvini. Ma non si capisce la logica che sostiene un tale pensiero, sia per il motivo sopra esposto, sia perché, a tacer d’altro, Salvini ha dimostrato di saper fare l’opposizione non meno bene di quanto abbia fatto il ministro.

In secondo luogo, e come mi è capitato di ripetere, in specie per la situazione italiana ed euro-occidentale negli ultimi decenni, in politica per capire la situazione occorre rifarsi a due criteri essenziali (che spesso si sovrappongono): la costante del potere e quella del nemico.

Quanto alla prima, il collante della nuova coalizione è la conservazione del potere più che l’acquisto: schivando le elezioni o un governo a prevalente trazione leghista PD e M5S hanno evitato, i primi una conferma del ruolo d’opposizione, i secondi di seguire il PD in quel ruolo (meno probabile); ovvero (più probabile) di divenire lo junior partner della coalizione populista, peraltro con una Lega in grado di attingere al “secondo forno” (onde il potere di Salvini sarebbe enormemente accresciuto).

Relativamente al secondo le forze politiche “le quali si distribuiscono lungo l’asse (e il discrimine) del vecchio assetto politico (borghese/proletario) sono passate in minoranza rispetto a quelle sovran–popul-identitarie, distribuite secondo il discrimine identità/globalizzazione (ossia potere decisivo alle istituzioni nazionali o a quelle non-nazionali) … Di conseguenza: a) i primi sono legittimati – anzi hanno il dovere – di costituire il governo; b) anche il governo futuro dovrà realizzare politiche radicalmente diverse da quelle seguite fin adesso” (come scrivevo tempo fa). Il governo Conte bis costituisce un ibrido, giacchè formato da un partito del vecchio “asse” e da uno del nuovo.

Ma quando si va alle decisioni che più interessano l’opinione pubblica l’individuazione del nemico, o meglio dell’avversario, è decisiva. Il nemico reale degli italiani è stato individuato dai populisti negli “euroinomani”, negli “gnomi di Zurigo” (nella finanza), nell’immigrazione incontrollata e in chi la sollecita ed organizza; dai globalisti nei populisti, nei tradizionalisti cattolici, nei tax-payers (anche se per questa meno vistosamente) perché colpevoli di non farsi spennare in silenzio. Sarà chiaro nei prossimi mesi se il governo Conte somiglia di più a quello Monti (et similia) prosternati a Bruxelles, tutti contenti di prendere i quattrini degli italiani e spenderli a favore di finanza, clientele, migranti. Naturalmente con il permesso di Bruxelles di dilatare il deficit (tanto interessi e capitale li paghiamo noi). Solo che si tratta di un copione già recitato e con troppe repliche, onde gli italiani lo conoscono bene. E da come hanno votato negli ultimi anni pare difficile che lo dimentichino e ci ricaschino.

Teodoro Klitsche de la Grange

LA PAZZA CRISI DI FERRAGOSTO, di Giuseppe Angiuli

LA PAZZA CRISI DI FERRAGOSTO

 La clamorosa crisi di Governo innescata dalla inattesa decisione di Matteo Salvini, assunta alla vigilia di ferragosto, di staccare la spina al Governo giallo-verde dopo appena 14 mesi di vita è stata espressione, prima di ogni altra cosa, della atavica situazione di instabilità politica che contraddistingue il Belpaese.

La strutturale sudditanza dell’Italia a centri decisionali stranieri, l’erosione irreversibile dei suoi spazi di sovranità, la carenza di una classe dirigente autonomamente dotata di una propria visione strategica di medio-lungo periodo sono tutti fattori che rendono il nostro contesto nazionale perennemente esposto a scosse telluriche innescate da costanti fenomeni di condizionamento e di ingerenza (più o meno diretta) di forze esterne in tutti i passaggi più delicati della nostra vita politica.

Che il Governo giallo-verde si reggesse su delle fondamenta alquanto fragili lo avevamo compreso in tanti e già da tempo: i toni bellicosi sfoderati dai Cinque Stelle contro l’alleato leghista nel corso della campagna elettorale per le europee ci avevano lasciato presagire una non più lunga durata per l’esecutivo guidato dall’avvocato civilista foggiano distintosi più per le sue pochettes che per le sue idee politiche piuttosto labili e indefinite.

Anche l’elezione della nuova Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Layen – nella cui circostanza i voti dei parlamentari europei del M5S erano risultati decisivi per salvare i fragili equilibri politici della più importante istituzione comunitaria – ci aveva fatto intendere che fra il PD e i pentastellati erano già in corso da tempo delle trattative politiche ad uno stadio molto avanzato, tese a disarticolare la maggioranza giallo-verde e “normalizzare” finalmente la situazione politica del Paese, ingabbiando ancora una volta l’Italia imponendole l’ennesimo Governo di marca tecnocratica, un tipo di Governo (come quelli a guida Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) senz’altro gradito più a Bruxelles che al popolo italiano.

Eppure, nonostante tali evidenze, la decisione del “Capitano” leghista di staccare la spina al Governo l’8 di agosto è apparsa sorprendente, intempestiva e per certi versi poco comprensibile anche a molti degli addetti ai lavori solitamente abituati a dare sempre una spiegazione logica e coerente a tutti gli intrighi che ruotano attorno al Potere.

A tal riguardo, non v’è dubbio che a rendere non del tutto intelligibile la improvvida decisione agostana di Salvini deve esservi senz’altro qualche retroscena che è inevitabilmente sfuggito alla vista di molti di noi comuni mortali spettatori.

Salvini avrà forse temuto di essere cotto a bagnomaria con il prossimo e probabile arrivo delle puntate successive del Russia Gate all’italiana?

Salvini non avrà sopportato l’idea di dovere votare a favore di una legge di bilancio il cui impianto rigorista e austeritario era già stato garantito da Conte e Tria con la nota lettera di impegni alla Commissione Europea del 2 luglio scorso?

Salvini avrà ricevuto da Zingaretti la garanzia fallace sul fatto che il PD mai e poi mai avrebbe cercato l’accordo parlamentare per un nuovo Governo coi Cinque Stelle?

Probabilmente in ciascuna di queste ipotesi vi è un fondo di verità oggettiva ma ciò non muta la sostanza dei fatti: l’esperimento italiano di un Governo “populista” concepito soprattutto al fine di innescare una crisi strutturale nella U.E. (ormai una entità vista quasi come nemica strategica dagli anglo-americani) pare cedere il passo ad una riproposizione del consueto schema di un Governo del tutto prono ai desiderata dell’euroburocrazia brussellese oltre che dei suoi principali azionisti di maggioranza, ossia le cancellerie di Berlino e Parigi.

Premesso che l’avvento dell’€uro è stata senza dubbio una sciagura per l’economia italiana, i bene informati sanno che nessun Governo – finanche quello più marcatamente patriottico – avrebbe oggi la forza politica per farci uscire dall’€uro dalla sera alla mattina, magari per decreto-legge ovvero promuovendo un referendum popolare (come incautamente proposto da Beppe Grillo negli anni scorsi, in realtà con il surrettizio intento di incastrarci ancora di più nelle gabbie dell’eurozona).

L’Italia non avrebbe infatti la forza per attuare un’uscita unilaterale ed improvvisa dalla moneta unica, in quanto ciò ci esporrebbe a forti attacchi speculativi e a fughe di capitali che ci metterebbero in seria difficoltà.

L’unica modalità realistica di provocare l’implosione dell’€urozona (con l’indispensabile sostegno politico dell’amministrazione Trump e, magari, del nuovo governo inglese) sarebbe stata quella di iniziare a violare unilateralmente le sue assurde regole di austerità (come erano ben determinati a fare i sagaci economisti della Lega, fra tutti Borghi e Bagnai) così innescando un processo di progressiva ed irreversibile messa in crisi dei santuari della U.E., a cominciare dalla Commissione Europea: una eventuale paralisi politica dei famigerati organismi di Strasburgo che da anni ci propinano sempre le solite demenziali ricette economiche tutte lacrime, sangue e austerità avrebbe verosimilmente potuto condurre, nel breve o medio periodo, ad un agognato collassamento generalizzato della U.E., consentendo finalmente al nostro Paese di tornare almeno a somigliare a quella locomotiva industriale qual era 30 anni fa, ai tempi dei tanto vituperati (non certo dal sottoscritto) Craxi e Andreotti.

Sta di fatto che, accordandosi a Strasburgo con la “kapò” tedesca Ursula Von der Leyen (da me ribattezzata Von der Lakrimen) – cioè una tecnocrate che nel 2015 si era spinta addirittura fino a proporre di pignorare le isole greche nella fase del decisivo assedio economico-finanziario ai nostri poveri cugini ellenici – a cui hanno fornito i loro voti decisivi, collocandola alla Presidenza della Commissione Europea, Giuseppe Conte e  il Movimento 5 Stelle hanno gettato la maschera, mostrando a noi tutti di volere agire per puntellare le traballanti istituzioni comunitarie, anzichè per assestare il colpo decisivo a farle crollare, come sarebbe stato certamente nell’interesse del popolo italiano.

Con il voto decisivo alla Von der Leyen, dunque, il Movimento Cinque Stelle aveva di fatto già sancito anzitempo la fine della maggioranza governativa giallo-verde.

Soltanto gli ingenui possono sorprendersi della clamorosa propensione al trasformismo dimostrata in questo frangente da Giuseppe Conte e dal partito (o psicosetta) orwelliano fondato dal sedicente comico Beppe Grillo.

Quanto al giurista devoto di Padre Pio, in questi ultimi tempi – come svelato dal quotidiano “La Verità” nell’edizione del 31 agosto 2019 – si è appreso di suoi vecchi rapporti piuttosto stretti e cordiali con Renzi e con il PD, instaurati proprio quando questi compievano i più grandi disastri economici e sociali sulla pelle degli italiani, con i Governi guidati dal “bullo” fiorentino a partire dal 2014.

Prendendo spunto dai suoi rapporti altrettanto stretti con Angela Merkel e con Ursula Von der Leyen, di recente Maurizio Belpietro ha definito Giuseppe Conte come “il nuovo Badoglio” che consegnerà l’Italia ai tedeschi[1].

L’evocazione di Federico II di Svevia all’interno del discorso di Conte pronunciato in Senato il giorno della parlamentarizzazione della crisi unitamente all’utilizzo di veicoli Volkswagen nel corso dei suoi frequenti spostamenti fra Palazzo Chigi e il Quirinale costituiscono a nostro avviso degli evidenti messaggi esoterici che svelano la subordinazione politica dello stesso Conte agli attuali interessi neo-imperiali tedeschi.

Quanto al partito pentastellato, non essendoci qui lo spazio per approfondirne compiutamente la natura di vero e proprio maxi-esperimento di manipolazione delle coscienze e di democrazia totalitaria in salsa orwelliana, basti ricordarne – per fermarci sul terreno più squisitamente politico – gli storici legami di organicità ai Democrats americani.

La fazione lib/dem americana ha sempre orientato fin dalle origini tutte le principali decisioni politiche del partito di Grillo e Casaleggio e ciò avvenuto – ancorchè a qualcuno possa apparire strano – anche quando i grillini venivano spinti a contrapporsi istericamente al PD renziano: infatti, una delle più antiche tecniche a cui ricorrono da sempre i cosiddetti “poteri forti” è quella di agire su una stessa scacchiera muovendo più pedine apparentemente contrapposte tra loro, con il fine di inscenare uno scontro fittizio da dare in pasto alle masse e così assicurandosi il controllo dell’intera scacchiera.

Per inquadrare la natura ab origine perversa del Movimento 5 Stelle, forse la riflessione più calzante ce l’ha regalata il prof. Alberto Bagnai sul suo blog Goofynomics, allorquando ha rammentato di averci detto già in tempi non sospetti “che i 5 Stelle fossero la continuazione del PD con altri mezzi. La loro impostazione secondo cui la crisi dipende dal debbitopubblico che dipende da lacoruzzzzione si basava su due passaggi falsi (la crisi non è stata scatenata dal debito pubblico e questo non dipende dalla corruzione), ma facilmente comunicabili, sostanzialmente volti a delegittimare la politica e l’azione dello Stato nell’economia, e quindi, in definitiva, a sostenere quel progetto ultraliberale, hayekiano, di società, tutto web e distintivo, che poi è oggi sostenuto anche dagli ex “comunisti”. Le affinità ideologiche ci sono[2].

Di sicuro, un’attenta osservazione delle vicende di questi ultimi mesi ci ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio che i Cinque Stelle, oltre ad essere stati da sempre funzionali alla visione globalista dei Democrats americani, si sono dimostrati altresì molto sensibili ai richiami di Berlino (con la spudorata operazione Ursula Von der Leyen) e di Pechino (vista la grande disponibilità offerta al Presidente cinese Xi Jinping, giunto qualche mese fa apposta in Italia per siglare l’intesa sulla nuova Via della Seta).

E’ lecito dunque arguirne che se e quando vedrà effettivamente la luce, il nuovo Governo Conte bis, visti i presupposti da cui potrebbe nascere, non potrà che adottare un’agenda politico-economica sostanzialmente incline ad una contrazione degli investimenti produttivi (in modo tale da non irritare Germania e Francia, che sono già alle prese con una seria recessione) e ad una deregulation dei mercati (in modo tale da compiacere Pechino e gli investitori finanziari più globalizzati).

D’altro canto, secondo la visione dell’ottimo prof. Giulio Sapelli, alla luce della palese sudditanza a Parigi di buona parte dello stato maggiore dei piddini (sopratutto Gentiloni e Letta), “a insediarsi a Palazzo Chigi non sarà tanto un Conte bis quanto piuttosto un governo Macron“.

L’obiettivo finale – osserva Sapelli – è quello di trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per l’entrata della Francia in Africa e la svendita di ciò che resta del nostro apparato industriale a Francia, Germania e Cina“.

Alla luce dell’attuale fase geopolitica disordinata e convulsa, non siamo in grado di prevedere quale durata potrà eventualmente avere un prossimo Governo PD-Movimento 5 Stelle e se e quanto esso si dimostrerà effettivamente in grado di servire gli interessi dei suoi ispiratori: quel che è certo è che ci attendono anni difficili contraddistinti da un generale riposizionamento di tutti i principali centri strategici, cosa che verosimilmente produrrà di per sé un lungo periodo di generale instabilità a tutti i livelli, con conseguenze in termini di caos sociale di cui per ora possiamo soltanto intravedere i contorni.

 

 

Giuseppe Angiuli

 

[1] Cfr. l’editoriale sul quotidiano “La Verità”, edizione del 31 agosto 2019.

[2] https://goofynomics.blogspot.com/2019/08/qed-fuoriserie.html?fbclid=IwAR1ZDDbrZt78zFHXGj0CYwTZBHpP-OdOHmwDf5rSrmXEJ4S1hk7CwGtqV_A

ALEA IACTA EST!, di Fabio Falchi

ALEA IACTA EST!

Ormai non resta che attendere che l’accordo tra il PD e il M5S conduca alla formazione di un governo giallo-rosa, salvo improbabili colpi di scena all’ultimo momento.
Vale tuttavia la pena rammentare quel che si rischia per la mancanza in Italia di una forza politica con una visione (geo)politica organica e capace di rappresentare una seria alternativa alla politica dei giallo-rosa.
Difatti, la struttura della Lega è in pratica ancora quella della Lega Nord, presente sì in diversi enti locali, ma non “radicata” nelle istituzioni che davvero contano, sia nazionali che europee, priva del sostegno dei media e connotata da scarsissima cultura (geo)politica. Si tratta di lacune che la leadership della Lega e in particolare il suo “Capitano” cercano di colmare con l’attiva presenza sui social, avvalendosi della collaborazione di “pubblicitari”, ossia mediante degli slogan particolarmente “efficaci” e un linguaggio diretto e semplicistico.
In sostanza, la Lega punta pressoché tutte le proprie carte sulla lotta contro l’immigrazione clandestina e la (micro)criminalità, ovverosia su “law and order”, e sullo scontro con l’UE, secondo una prospettiva geopolitica che si suole definire “trumpista” e che consiste nello schiacciarsi “acriticamente” sulle posizioni della Casa Bianca, anche a costo di sacrificare cospicui interessi economici del nostro Paese (basti pensare all’Iran o alla Cina) e secondo una prospettiva economicistica che mira a ridurre il carico fiscale, in specie ai ceti più abbienti, per far crescere l’economia. Peraltro, gli economisti più noti della Lega sono “no euro”, di modo che, una volta che si sono resi conto della enorme difficoltà di uscire da Eurolandia senza un accordo con la Germania e la Francia, non sono stati in grado di elaborare una strategia economica alternativa al “no euro”, tranne la flat tax, ritenuta dai leghisti una specie di “bacchetta magica”.
D’altronde, la “strategia”, se così si può definire, che aveva adottato la Lega per raggiungere i suoi obiettivi è nota: costringere alla resa l’UE sia con le elezioni europee del maggio scorso che con l’appoggio incondizionato della Casa Bianca.
Le elezioni europee, com’era del resto prevedibile, hanno visto crescere enormemente la Lega sotto il profilo elettorale in Italia, ma hanno anche confermato che, il “peso politico” della Lega nell’UE a trazione franco-tedesca è insignificante (come ha chiaramente dimostrato la stessa elezione della von del Leyen al posto di Juncker).
I leghisti hanno però puntato pure sull’appoggio incondizionato della Casa Bianca, che nessuno comunque sa bene in che cosa precisamente dovrebbe consistere, mentre, anche senza considerare il tweet di Trump (che secondo alcuni pare avere messo addirittura la corona di ferro sulla testa di Conte), vi è casomai il rischio di farsi utilizzare dalla Casa Bianca o da alcuni suoi “agenti” come uno strumento esclusivamente in funzione degli interessi americani, diversi da quelli del nostro Paese (si pensi ancora, ad esempio, all’Iran e alla Cina).
Di fatto la Lega ha dimostrato di non possedere l’organizzazione e la capacità (e probabilmente nemmeno la determinazione) necessarie per condurre con successo la lotta politica all’interno delle istituzioni (premessa necessaria pure per potere organizzare una mobilitazione popolare capace di incidere significativamente sugli equilibri politici del nostro Paese).
Per di più, la Lega rimane tagliata fuori dai giochi nazionali ed europei proprio quando il vento in Europa sta cambiando. Non vi è solo, infatti, da prendere in esame la spinosa questione della Brexit ma quella ancora più spinosa della crisi economica che penalizza la stessa Germania, tanto che probabilmente nei prossimi mesi sarà sempre meno difficile difendere l’austerity, e il governo giallo-rosa potrebbe quindi giocare con discreto successo questa carta per ottenere qualche vantaggio per il nostro Paese.
Certo, dal PD, ossia da un partito che ha sempre difeso, sia pure con coerenza, gli interessi della UE a scapito di quelli dell’Italia e per il quale gli unici diritti da tutelare sono quelli LGBTQ e dei cosiddetti “migranti”, si sa quel che ci si può aspettare. E il discorso vale ormai pure per il M5S nonostante che, a differenza del PD, abbia mutato rotta di 180 gradi solo per “rimanere in sella”.
Si deve comunque riconoscere che, anche se si tratta di un mutamento di rotta analogo a quello che avrebbe compiuto la Lega se (di punto in bianco) avesse difeso l’austerity e l’immigrazione clandestina, la svolta del M5S non si può definire “sorprendente”, sia perché (anche grazie alla “mediazione” di Conte, rivelatosi, forse per mera ambizione personale, una pedina della UE) da tempo dei 5S erano “in contatto” con il PD e con i vertici della UE, sia per la totale mancanza di cultura (geo)politica dei 5S – che li porta a privilegiare categorie affatto “impolitiche” e a difendere misure per lo più meramente assistenziali e demagogiche -, sia per le molteplici anime di questo “movimento”, che ormai appare del tutto screditato agli occhi della maggioranza degli italiani. In effetti, l’ignominiosa (come altrimenti definirla?) alleanza con il suo acerrimo nemico, ossia il PD, scredita del tutto il M5S agli occhi di molti italiani e lo priva di ogni seria ragione di esistere.
Tuttavia, non si deve neppure trascurare che il PD, sebbene sia lacerato da conflitti interni e lotte intestine, gode di appoggi e sostegni sufficienti per opporsi alla Lega, di modo che anche un governo giallo-rosa potrà contare su questi appoggi e sostegni, tanto più che presto si dovranno nominare i nuovi comandanti delle forze dell’ordine nonché i vertici di ENI, ENEL, Leonardo, Poste, MPS e altre aziende strategiche (per un totale di circa quaranta consigli di amministrazione da rinnovare), e nel 2022 si dovrà eleggere anche il nuovo Presidente della Repubblica. Viceversa la Lega sembra ignorare che perfino una vittoria elettorale segna non la fine ma l’inizio della lotta politica.
In definitiva, la Lega, per le sue diverse e gravi lacune di carattere metapolitico e culturale (che peraltro non si possono colmare nel giro di pochi mesi, dacché per poterle colmare ci vorrebbe un lungo, intenso e rigoroso lavoro di preparazione e formazione politico-culturale, mentre la Lega, proprio come il M5S, non si pone neppure questo problema), si è dimostrata incapace di trasformare il consenso in autentica “potenza politica” e di conseguenza di combattere quelle forme di guerra ibrida che caratterizzano sempre più la lotta per l’egemonia, sia sotto il profilo geopolitico che sotto il profilo politico-economico e sociale.
Certo, che la nave giallo-verde, in specie dopo le recenti elezioni europee, navigasse in cattive acque si sapeva, ma comunque navigava. Perché allora far cadere il governo giallo-verde proprio ora? Vi è chi ritiene che la Lega desse per scontato il “ribaltone” e abbia voluto anticipare “i tempi”, forse anche per produrre una “frattura” nel M5S e in qualche modo costringerlo ad appoggiare una manovra economica imperniata sulla flat tax oppure ad accettare di andare alle elezioni politiche il prossimo ottobre. Ma se davvero il M5S aveva già deciso di fare ad ogni costo il “ribaltone” quest’estate, quale occasione migliore per farlo del voto sul TAV (peraltro nemmeno elencato nei cosiddetti “dieci punti” di Di Maio) o sul decreto sicurezza bis? Inoltre, i 5S potevano sì ostacolare la Lega in mille modi, ma difficilmente potevano prendere l’iniziativa di “staccare la spina” al governo giallo-verde per fare il “ribaltone”, che invece la decisione di Salvini ha reso possibile e consente pure al M5S di giustificarlo accusando la Lega di avere “silurato” il governo di Conte .
D’altronde, la nave giallo-verde adesso avrebbe potuto pure sfruttare il nuovo vento che soffia in Europa. Si sarebbe dovuto soffrire, litigare e lottare ma nelle istituzioni. Rinunciando invece all’iniziativa strategica, la Lega ha solo ceduto il comando della nave Italia ai propri avversari e nessun frutto ha dato l’offerta della Lega di rinnovare la disponibilità ad aprire un confronto con i 5S per salvare il governo giallo-verde e arrivare a un “accordo di legislatura”.
Ovviamente, nessuno può negare che il governo giallo-rosa ben difficilmente sarà un governo stabile e che quindi già nella prossima primavera vi potrebbero essere nuove elezioni politiche, e allora la Lega avrebbe buone probabilità di infliggere un colpo letale al M5S e pure al PD. Ma è indubbio che le sorti della Lega ormai dipendano soprattutto dagli errori del PD e del M5S, né si può escludere a priori che il governo giallo-rosa possa durare per l’intera legislatura (chiaramente l’obiettivo del PD e degli “eurocrati” è impedire alla Lega di nominare i vertici delle aziende strategiche e adoperarsi perché il governo giallo-rosa duri perlomeno fino alla elezione del nuovo presidente della Repubblica).
Comunque sia, la sorte della Lega deve essere nettamente distinta da quella dell’Italia, perché se non si vuole che la nave Italia affondi si deve tener conto non solo della questione che concerne il “capitano” della nave, ma pure di quella dell’equipaggio e della stessa nave, in una fase storica contrassegnata da una crisi della civiltà europeo-occidentale e dal multipolarismo sul piano geopolitico (il che è tanto più rilevante se si tiene presente che gli equilibri politici italiani dipendono anche da attori geopolitici stranieri)
Basarsi dunque solo sulle lacerazioni e sulle lotte intestine presenti nel PD o nel M5S e sugli errori che questi due partiti possono commettere, non può risolvere i problemi di fondo della politica italiana, ma tutt’al più può permettere di tornare ai “nastri di partenza”. Si sa che per molti italiani questa sarebbe la soluzione migliore. Ciononostante, si dovrebbe essere consapevoli che non sarebbe sufficiente ad eliminare il rischio che l’Italia scompaia dalle mappe geopolitiche del nostro pianeta o perlomeno da quelle che contano veramente.

GUERRA IBRIDA

In pratica questo governo (giallo-marrone o giallo-rosa o giallo fucsia) nasce con la benedizione di tutti o quasi tutti: di Ursula von der Leyen, degli “eurocrati”, di Macron, della Germania über Alles, di Trump, del Vaticano, dei media mainstream (nazionali e internazionali), delle ONG, dello “Stato profondo” italiano, di Magistratura Democratica, dei rappresentanti della Industria Decotta e della Grande Finanza, dei sindacati, delle “star” di Hollywood e di quelle made in Italy, degli “arcobalenati” LGBTQ, dei travet e dei loro dirigenti, degli assistenti sociali, dei ruffiani, delle puttane e dei loro clienti, ma pure di quella degli stessi “strateghi” leghisti (perché “era ora che venisse a galla questa schifezza giallo-marrone!”), degli zombi rossi e neri (“tanto peggio, tanto meglio!”), degli “eurasiatici per Macron” , degli islamisti, sunniti e sciiti, e secondo alcuni si sarebbe fatto festa perfino nella lontana Pechino!
Insomma, tranne la maggioranza degli italiani e pochi altri, sarebbero contenti tutti. Un consenso pressoché universale! Com’è possibile questo? Leggere la stampa internazionale può aiutare a capirlo. L’immagine di un governo fascista o addirittura nazista, che sterminava i migranti e odiava i musulmani, pronto ad usare il manganello per reprimere il dissenso e minacciava di scatenare una guerra in Europa è quella che è prevalsa pure all’estero e quindi l’infezione andava eliminata al più presto.
Già, la guerra ibrida, questa sconosciuta!

RIPENSAMENTI

“Interessanti” i dubbi che Di Maio ha espresso a Conte. Dubbi probabilmente causati dalla pressione sui vertici del M5S da una parte della “base” del M5S (che non può facilmente ingoiare un simile rospo), dal rischio che i pentastellati vengano più o meno lentamente fagocitati dal PD o che il M5S sia un mero strumento degli eurocrati.

1 2 3 8