EUROTARTUFO II, di Teodoro Klitsche de la Grange

Tra i tanti commenti, rivelazioni, dichiarazioni (e anche confessioni) in relazione al Qatargate, mi ha colpito l’intervista ad un giovane eurodeputato del PD. Ciò perché sosteneva che gli esponenti del PD  (“campo largo”, cioè anche i passati ad articolo 1) erano stati finanziati dal paese arabo, in quanto erano i più decisi difensori dei “diritti umani”. Dove la necessità, per gli emiri, che fossero tali paladini ad asseverare la maturità liberale del Qatar.

Il ragionamento che ha una qualche consistenza (chi chiederebbe a Cicciolina di certificare l’illibatezza della figlia da maritare?) ha però tanti altri punti deboli. Ci aiuta a capirli il personaggio di Fra Timoteo nella “Mandragola”. Machiavelli descrive alla perfezione il “tipo” dell’:a) ipocrita b) in vendita. In primo luogo il frate è scelto per convincere Lucrezia all’adulterio perché è il confessore della donna e della madre: le quali hanno pertanto fiducia nella di esso santità e dottrina. E in effetti il primo requisito per essere corrotti è proprio quello di ottenere fiducia: un sant’uomo (o che pare tale) è quindi il prescelto per… far peccare Lucrezia.

Il secondo è che Ligurio e Callimaco sanno che è un corrotto, disposto a sostenere qualsiasi tesi, purché a pagamento. Per cui santità e dottrina sono strumenti  dell’arricchimento del frate. Il quale tra se e se meditando sull’incarico – accettato – di persuadere Lucrezia, dice “Messer Nicia e Callimaco sono ricchi, e da ciascuno, per diversi rispetti, sono per trarre assai” e proseguendo “perché madonna Lucrezia è savia e buona: ma io la giugnerò (convincerò) in sulla bontà”. Abusare della fiducia e ingenuità dell’interlocutore è la risorsa di frate Timoteo. Nel caso del Qatargate, e del carattere pubblico delle attività  da ingannare e l’opinione pubblica, presentando come opere di bene quelle che sono opere di soldi. Va da se che in tempo di secolarizzazione si ridimensiona (ma non del tutto) la giustificazione di fra Timoteo di usare il compenso della corruzione per fare “limosine”. Giustificazione che ricorre in tanti altri casi (attuali). E non è escluso che parte di quei soldi vadano alle ong messe su dal (principale) accusato. Anzi dal Sudafrica sono in arrivo novità sul punto. Aspettiamo, fiduciosi nell’intuito di Machiavelli.

Teodoro Klitsche de la Grange

COLPA DI LETTA?_di Teodoro Klitsche de la Grange

COLPA DI LETTA?

È diventato un esercizio normale già da alcuni mesi prima delle elezioni politiche, prendersela con il segretario Letta, per il loro prevedibilissimo esito, disastroso per il PD, puntualmente verificatosi.

Intendiamoci: Letta ci ha messo del suo. Dalla proposta di aumento dell’imposta di successione per la “dote” ai giovani, al campo largo, che invece era, come prevedibile, stretto, ecc. ecc. Tuttavia farne carico al segretario appare viziato da un errore di valutazione sul quale è opportuno spendere qualche riga.

Partiamo da una considerazione: vi sono due modi estremi e opposti di valutare gli eventi storici: il primo è farne una conseguenza di fattori non individuali né dipendenti da scelte soggettive. Un esempio classico è la filosofia della Storia di Hegel per il quale questa è l’attuazione del piano della provvidenza. Lo spirito del mondo genera la storia; il ruolo dell’azione umana è così secondario, i protagonisti hanno successo in quanto attuano il piano della provvidenza. In questo senso il pensiero di Hegel è il tipo ideale della concezione “determinista”. L’altro è rapportare gli eventi a cause per lo più consistenti in attività (e passioni) umane. Così è stato interpretato come causa principale della caduta dell’Impero romano d’occidente il contrasto tra Ezio e Bonifacio e la conseguente perdita dell’Africa romana. In termini mediani, come nel pensiero di Machiavelli, si può pensare che se da una parte c’è l’influenza della fortuna, (quindi non riconducibile a una volontà di coloro che la subiscono) dall’altra c’è la virtù con la quale si limitano e s’indirizzano (almeno in parte) gli eventi causati dalla fortuna. E proprio quando la fortuna è avversa, occorre che i governanti siano più dotati di virtù.

A servirsi di tali strumenti interpretativi la tesi della scarsa fortuna del PD come dipendente dalla “colpa” di Letta non regge o regge come concausa limitata: un po’ perché tutti i suoi recenti predecessori quali Segretari hanno fatto altrettanti buchi nell’acqua; un po’ perché anche da questo, è confortata l’opinione opposta che sia la proposta politica del PD (ed i relativi mezzi) ad essere inadeguati e contrari alla “corrente” della storia contemporanea.

Come mi è capitato di scrivere più volte, con il crollo del comunismo è venuta meno la contrapposizione borghesia/proletariato con i relativi sentimenti politici.

La cui conseguenza è stata l’eclissarsi del senso politico (cioè dell’opposizione amico-nemico) e della funzione politica delle conseguenti istituzioni anche economiche e sociali. Come i partiti comunisti i quali o scompaiono e/o si mimetizzano o cambiano radicalmente (come quello cinese); od anche di istituzioni come la NATO e il Patto di Varsavia (logicamente sciolto) delle quali si capisce che ci stiano a fare: sicuramente a comunismo imploso non hanno la funzione di prima.

Tuttavia il sentimento politico cioè in primo luogo la percezione del nemico (anche come differenza etica) è elemento necessario non solo della guerra (Clausewitz) ma anche della politica (Schmitt). Senza di quello la politica (e il rapporto tra vertice e base) perde di tensione. Ed è progressivamente sostituito da un’altra contrapposizione amico-nemico: quella vecchia viene neutralizzata e ne diminuisce così la capacità di suscitare opposizioni decisive e primarie; tutt’al più conserva quella di suscitare conflitti relativi e secondari. E chi lo interpreta ne subisce la sorte: dal ruolo di protagonista decade a quello di comparsa.

La risposta del PD (e antecedenti) a questa cesura storica è stata quella di cambiare nome (anzi nomi): escamotage poco remunerativo perché da una parte i dirigenti erano gli stessi (quindi poco credibili) dall’altra elementi della vecchia opposizione erano conservati – soprattutto i più utili a tenersi il potere.

Dato però che un nemico era necessario e così delle idee da sventolare in sostituzione delle vecchie, o almeno di alcune (l’antifascismo ha resistito alla rottamazione) il nemico è diventato chi si oppone all’ideologia gender, alla famiglia nouvelle vague, chi è convinto delle radici giudaico-cristiane dell’Europa, ecc. ecc. Rispetto al vecchio nemico, cioè l’imperialismo capitalistico, il minimo che si possa dire è che è un po’ poco: più che mettere paura, spesso fa ridere. Ovvero, come l’antifascismo – e l’anticomunismo – è depotenziato in se.

Tale situazione dipende dalla storia e gli uomini, in particolare i dirigenti italiani di sinistra, l’hanno subita e non causata. In relazione alla quale poco si può fare. Anche se il PD fosse stato guidato non da Fassino, Letta o Bersani ma da Cavour o da Bismarck (o come scriveva Hegel da Cesare o da Napoleone) l’esito difficilmente sarebbe stato diverso. Perché, come sostiene il filosofo, carattere distintivo degli individui cosmico-storici è di attuare lo spirito del mondo: è questo a renderli differenti dagli altri e capaci di padroneggiare i cambiamenti.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

Stati Uniti, il dopo elezioni_Con Gianfranco Campa

Nella prima parte di questa conversazione abbiamo esaminato il voto, accennato ad una analisi sociologica, stigmatizzato le troppe manipolazioni che hanno alterato significativamente i risultati e contraddetto le previsioni. http://italiaeilmondo.com/2022/11/18/… E’ il momento di trarre alcune valutazioni sulle conseguenze di questo voto, partendo dalla incomparabile capacità organizzativa messa in campo dai democratici nel bene e, soprattutto, nel male per finire con le dinamiche che si innescheranno da questo esito. Mani sapienti agiscono intorno al bersaglio grosso da neutralizzare. Il bersaglio a sua volta non sembra attraversare un momento di particolare lucidità. Potrebbe costare caro ad un movimento molto più maturo e disincantato, altrimenti in grado di ostacolare l’avventurismo dell’attuale leadership statunitense. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v1vwu6k-stati-uniti-il-dopo-elezioni-con-gianfranco-campa.html

Elezioni politiche 2022! Una mappa, di Giuseppe Germinario

Partito Democratico

Cala ulteriormente nei consensi, scricchiola anche nelle sue roccaforti, ormai ridotte a due e ½. Non riesce a mantenere integralmente nemmeno il proprio elettorato europeista. Non potendo schierare i propri pezzi da novanta, vale a dire Blinken, von der Leyen, Borrell e Michel. ha dovuto accontentarsi di candidare loro ventriloqui, a partire dal perdente senza successo Enrico Letta. Tutto sommato per il momento ha limitato i danni, sperando in una riedizione di governo istituzionale nel caso Meloni non sia in grado di reggere il fardello. Il tempo, per il PD, è la determinante fondamentale. Per un po’, ma non troppo, potrà reggere l’astinenza. Nel frattempo dovrà risolvere il suo vero dilemma: legarsi mani e piedi, con la prossima nuova dirigenza, alla parodia della sinistra democratica statunitense, nella persona di Elly Schlein e decretare la propria marginalità oppure lasciare la gestione allo zoccolo duro ed arroccato degli amministratori e tentare di trattenere i radicali al proprio interno e tra i collaterali. In caso di fallimento ritornerebbe l’alternativa di Calenda e soci interni ed esterni con conseguente scissione. Il colpo più duro subito, è anche il meno visibile. Come si sa, gli ambienti del Vaticano hanno rinunciato da anni alla costruzione di un partito cattolico collaterale o d’ispirazione; hanno distribuito le attenzioni in più parti. Al momento, specie con la guerra in Ucraina in corso, il Partito Democratico non è più il principale interlocutore del Vaticano.

Assieme a Fratelli d’Italia è rimasto, comunque l’unico partito nazionale; il partito, cioè, che nel suo declino ha mantenuto la forbice più stretta di consensi tra le varie parti del paese

Movimento 5 Stelle

Le elezioni hanno consacrato la costituzione e l’affermazione del partito del progressismo compassionevole. Il de profundis dei partiti del lavoro di antica e gloriosa tradizione. Non è un processo compiuto, ma è sulla buona strada. Non potrà fare a meno di trattare di politica economica. Affronterà in modo pasticciato e disastroso il tema, così come incubato con il bonus 110% in edilizia, con la pletora di bonus estemporanei come durante la crisi pandemica e con la sindrome da catastrofismo ambientale e da conversione energetica affrettata e prematura. Una ottima base per alimentare l’assistenzialismo possibile entro il quadro del prossimo disastro economico a venire e per lasciare mani libere alla dirigenza in formazione, senza mettere in discussione i processi fondamentali. Gode del supporto e della ispirazione fondamentali di settori importanti del Vaticano e rappresenta l’unico spiraglio ad una posizione meno partigiana ed oltranzista nella crisi ucraina. La solidità del sodalizio dipenderà dalla sua capacità di strutturarsi e dalla continuità dell’attuale politica del Vaticano. Nel caso non mancheranno i punti di appoggio nelle varie lande del paese.

Lega

Un risultato disastroso per due motivi:

  • sbiadisce drammaticamente la già pallida prospettiva di costruzione di un partito nazionale

  • rimane, ma fortemente ridimensionato, lo zoccolo duro della Lega Nord e con esso l’ossatura di amministratori e quadri che hanno mantenuto in piedi il partito. La novità più allarmante è che questi ultimi hanno cominciato a guardare e in parte ad approdare verso nuovi lidi. Come numeri non è arrivata ancora alla dimensione della crisi terminale della gestione Bossi; nella progressione e profondità della crisi la situazione è ancora più perniciosa, essendo meno credibili svolte estemporanee alla Salvini. È sufficiente dare un’occhiata al programma elettorale specifico della Lega per comprenderne la gravità dei dilemmi e la scarsa credibilità del tentativo di far quadrare il cerchio. Ne parleremo meglio in seguito.

Fratelli d’Italia

Rappresenta la grande scommessa, per meglio dire l’azzardo, del quadro politico nazionale. Troppa frenesia nel farsi accogliere e legittimare dall’attuale leadership statunitense. La condizione del suo iniziale successo, visti i tempi ormai sempre più brevi delle parabole dei politici emergenti in questo ventennio, è la permanenza dell’attuale leadership statunitense oppure il successo nel movimento trumpiano di una nuova versione delle politiche neocon, specie in politica estera. Troppo euforico appiattimento alle politiche più oltranziste degli Stati Uniti che la avvicinano più al nazionalismo suicida e fantoccio di stampo polacco che alla disinvoltura politica di Orban, Un atteggiamento del quale già Salvini, a suo tempo, ha pagato un prezzo salato, anche se determinato da altri motivi e contingenze. La lezione non pare essere servita. I margini operativi della Meloni e la qualità della sua dirigenza sono stretti ed inversamente proporzionali alla sete di governo e di occupazione dei posti. Mario Draghi le ha già preparato la polpetta avvelenata dei “poteri speciali” e Berlusconi provvederà, a tempo debito, ad organizzare la giostra delle migrazioni parlamentari per condizionare le sue scelte ed eventualmente portare alla sua defenestrazione. L’interrogativo fondamentale è questo: sino a quando gli Stati Uniti riterranno di qualche importanza sostenere l’Unione Europea e che ruolo potrà giocare la Meloni in questa riconsiderazione? La figura antitetico-polare a Mario Draghi?

Le liste “antisistema”

Il flop dovrebbe parlare da solo e insinuare dei dubbi anche tra i più ferventi adepti. È la conferma di una concezione della battaglia politica maturata nel ‘68 e che viene riproposta in maniera imperterrita non ostante le sconfitte parodistiche in Italia e dalle conseguenze ben più drammatiche in altre aree del mondo, come l’America Latina.

Mancano troppi fattori e condizioni necessari a costruire un partito e un movimento politico serio; in nome dell’emergenza, rimandandole, non si fa niente per costruirle:

  • una base culturale solida inesistente e, quando abbozzata, sempre piegata alla comoda individuazione e riproposizione di un fattore unico determinante in ultima istanza le strutture e le dinamiche di potere, nella fattispecie il ruolo del capitale finanziario. Una base culturale che comporta la capacità di creazione e penetrazione di strutture appropriate e di finanziamenti sufficienti;

  • la necessità di acquisire referenti nei centri e nelle strutture di potere ed amministrative;

  • l’individuazione dei soggetti sociali portanti di un rivolgimento sociale e politico, i quali non possono essere di certo gli strati marginali e periferici di una formazione sociale.

Lenin, a suo tempo, imprigionato dallo schema teorico dell’utopia marxista, ma da grande stratega e tattico che era, aveva riservato sì alle casalinghe la funzione di governo, ma nella fase compiuta di realizzazione del comunismo. Ancora si fatica a cogliere questo particolare tutt’altro che insignificante.

Se ne parlerà più approfonditamente una volta smaltita la sbornia postelettorale, giusto per non entrare nel calderone delle polemiche sulla responsabilità di sconfitte preannunciate e cercate.

Mi scuso per l’omissione delle altre formazioni sul campo.

Il PD: un partito alieno, di Vincenzo Costa

Il PD: un partito alieno
Letta, dopo le prese di posizione di De Benedetti e il discorso moderato di Macron, ha cercato di aggiustare il tiro, e di modificare almeno l’immagine di partito con l’elmetto. Operazione difficile dopo la raffica di dichiarazioni esaltate da parte sua e di tanti altri esponenti di spicco del PD.
Ma il problema è più profondo. Queste giravolte, gli sbalzi umorali, anche certe farneticazioni mostrano almeno due problemi che non possono essere emendati facilmente:
1) il PD ha un deficit di cultura politica. Si nutre di una cultura che – attraverso trent’anni di dominio di case editrici, giornali, potere accademico – ha cercato di imporsi, e che oramai è evidente essere di una povertà analitica senza fine, poiché produce solo sciocchezze come “c’è un aggressore e un aggredito”, “la Russia mira a ricostituire l’impero zarista”, “Putin è matto o è animato da risentimento”. Un modo di interpretare la realtà che ormai conviene lasciarsi alle spalle con un sorriso, tanta è la pochezza intellettuale di questo approcci. In un bar di provincia si trovano analisi più serie e meno puerili.
Difficile che il PD possa scrollarsi di dosso questa cultura, anche se volesse.
2) l’intera dirigenza del PD, come mostrano i dati della foto sotto, è totalmente scollata dal paese reale, non ne intercetta ne’ gli umori ne’ i bisogni ne’ gli interessi. Come se l’intero PD fosse dentro un disturbo ossessivo o paranoico, non saprei, ma dato che hanno come terapeuta di riferimento Recalcati non vedo possibilità di guarigione.
Il risultato è che il PD è ormai un corpo estraneo non solo a sinistra (ed esiste una sinistra politica ampia, anche se priva di rappresentanza), ma all’interno del paese, una sorta di filiale di interessi estranei e spesso stranieri.
Per avere un senso dovrebbe azzerare cultura politica e classe dirigente. Dato il fallimento evidente e la totale perdita di egemonia nonostante l’impiego massiccio di una stampa simpatetica questo mutamento sarebbe naturale, accadrebbe in paesi come il Regno Unito.
Ma l’Italia è il paese di elites inamovibili che, per dirla con Pareto, si passano il cartellino di padre in figlio, e basta guardare la classe dirigente del PD per vedere verificata questa teoria. Un partito senza mobilità politica, in cui la classe dirigente ricicla se stessa, è destinato a perdere il senso del reale. E diventa politicamente inutile.
Il PD va allora da una parte, il paese da un’altra. Amen
NB_Tratto da Facebook

LA VERITA’ DI UN’EPOCA DALLA BOCCA DELLA SIGNORA PINA, di Roberto Buffagni

LA VERITA’ DI UN’EPOCA DALLA BOCCA DELLA SIGNORA PINA

 

Ieri è successa una cosa che mi ha colpito molto.

L’europarlamentare Francesca Donato interviene in aula e chiede un’inchiesta indipendente sulla strage di Bucha.

La vicepresidente dell’europarlamento Pina Picierno, una piddina che mai sinora richiamò la mia attenzione, la interrompe e la rimprovera battendo il pugno sul tavolo perché “quest’aula in nessun modo può divenire il megafono di posizioni che sono assolutamente non accettabili. […] Il massacro di Bucha è sotto gli occhi di tutti e non possiamo accettare che in quest’aula venga messo in discussione addirittura questo. […] quest’aula non è equidistante […] se ne faccia una ragione”.[1]

La signora Pina – una piddina di provincia dalla quale nessuno mai attese decisioni epocali – in un minuto e mezzo colpisce sotto la chiglia e affonda secoli di pluralismo politico, la democrazia parlamentare, il liberalismo, la Magna Charta, Westminster, forse anche le bianche scogliere di Dover.  Perché ovviamente – ma a quanto pare non così ovviamente – “quest’aula” parlamentare DEVE poter “divenire il megafono di posizioni” anche se sono “assolutamente non accettabili” e DEVE essere “equidistante”, altrimenti la possiamo anche chiudere e farci un parcheggio multipiano.

Quest’aula parlamentare infatti (come tutte le altre aule parlamentari), questo luogo in cui i deputati vanno per parlare, e per parlare liberamente, dicendo quel che ritengono opportuno dire, serve proprio a questo, da sempre: fino alla signora Pina.

Un altro parlamentare può certo contestare, anche con con asprezza, l’intervento del suo collega, e ribattergli, picchiando il pugno sul banco, che “quest’aula parlamentare non deve divenire il megafono di posizioni assolutamente non accettabili”: ma NON può farlo la vicepresidente del parlamento, che rappresenta l’istituzione parlamentare e sta alla presidenza proprio per garantire a TUTTI i parlamentari il pieno diritto di esprimere TUTTE le loro posizioni, anche quando lei personalmente le ritenga “assolutamente non accettabili”.

Il presupposto indispensabile del pluralismo politico, della democrazia parlamentare, del liberalismo, è questo: che l’istituzione parlamentare, e chi è delegato a rappresentarla, siano SEMPRE “equidistanti”, e garantiscano la piena libertà di espressione a tutti gli eletti: TUTTI, e SEMPRE, quali che siano le posizioni che assumono in aula.

Se in un suo intervento il parlamentare commettesse apologia di reato (non è il caso della Donato) la presidenza del parlamento potrà deferirlo alla magistratura, che richiesto e ottenuto dal parlamento il permesso di sospenderne le immunità e di inquisirlo, lo sottoporrà a procedimento penale.

Punto. Senza questi presupposti, in parlamento non si va per parlare ma per giocare col telefonino e combinare affarucci economici o di cuore.

Ma la signora Pina, come risulta inequivocabilmente dal video, non solo è pienamente convinta del suo diritto a dire quel che ha detto, ma è persuasa, intimamente, razionalmente persuasa di avere ragione, di essere nel giusto, di difendere valori non negoziabili, di assolvere pienamente il suo compito e il suo ruolo. È sicura di “fare la cosa giusta”, come dicono gli americani.

E qual è la cosa giusta? La cosa giusta è difendere la democrazia. E se vogliamo difendere la democrazia, nessuna democrazia per i nemici della democrazia.

Pas de liberté pour les ennemis de la liberté”. Saint-Just pronuncia queste parole alla Convenzione il 10 ottobre 1793, per giustificare la necessità di instaurare un governo rivoluzionario dittatoriale fino al ristabilimento della pace. Il Terrore è iniziato il 10 agosto precedente. Mentre Saint-Just tiene il suo discorso, in galleria ci sono i sanculotti armati, e fuori la ghigliottina. Chi dissentisse rischierebbe di essere fatto a pezzi all’uscita dall’aula, o di finire sul patibolo.

Ma che cos’è “la democrazia” in nome della quale la signora Pina affonda la democrazia parlamentare, il liberalismo, il pluralismo politico? Possiamo escludere che sia la democrazia parlamentare, il liberalismo, il pluralismo politico.

La “democrazia” della signora Pina siamo noi. Noi Occidente, noi che rappresentiamo e difendiamo i diritti umani, i principi universali, la libertà, l’umanità.

Per rappresentare e difendere i diritti umani, i principi universali, la libertà e l’umanità, noi:

  1. neghiamo il diritto di un parlamentare – che è un uomo anche lui – di esprimere in parlamento il suo pensiero
  2. violiamo il principio universale del diritto alla rappresentanza politica
  3. neghiamo la libertà di espressione del pensiero
  4. espelliamo dall’umanità chi non è come noi; per esempio i russi, che massacrano i civili e torturano i bambini. Che i russi massacrino e torturino lo diamo per scontato, tant’è vero che riteniamo superfluo e addirittura offensivo e inaccettabile anche solo menzionare l’opportunità di un’inchiesta indipendente sui loro massacri. Sono russi, dunque massacrano per natura: come gli orchi. Gli orchi sono orchi, cosa vuoi che facciano gli orchi? Massacrano e torturano, sono fatti così: non sono umani.

Curiosa, no, questa contraddizione? Per ottenere una cosa, fai il suo esatto contrario. Per essere umano, dichiari non-umana una porzione non trascurabile dell’umanità. Per essere democratico, distruggi la democrazia. Per difendere la libertà, applichi la coercizione in un luogo che è il tempio della libertà politica moderna, il parlamento. Per essere universale, sei particolaristico e identitario. Per difendere il mondo civile, distruggi la tua civiltà.

La logica aristotelica avrebbe qualcosa da ridire, ma che importa alla signora Pina? Aristotele non era democratico, era persino favorevole alla schiavitù; e poi la sua logica si chiama anche logica del terzo escluso, quindi non è inclusiva.

Forse è meglio rispolverare altri filosofi, per esempio la coppia Adorno-Horkheimer, molto cara alla generazione di piddini precedente quella della signora Pina; con il loro celebre libro “Dialettica dell’illuminismo”. In quel libro si dicono tante cose, condivisibili e non condivisibili, controverse o meno. Una però è di immediata attualità: che l’illuminismo parte con l’intenzione di realizzare tante belle cose, tipo il governo universale della ragione e della libertà, e non si sa bene come (Adorno-Horkheimer un’idea ce l’hanno, leggete il libro) finisce per realizzare l’esatto contrario, ossia un mondo dove abitano volentieri solo gli orchi, per esempio i personaggi delle opere di Sade, che torturano e massacrano gli inermi e, sì, anche i bambini.

Dalla bocca della signora Pina ascoltiamo, siderati, la verità di un’epoca: la nostra.

È un orco la signora Pina? No. La signora Pina è una brava persona, con i suoi pregi e i suoi difetti, che s’indigna di fronte alle cose cattive e desidera le cose buone. Non è un genio, ma chi è un genio? Molto pochi, quasi nessuno. Io certo no. È una piddina. Può risultare antipatico, ma c’è di peggio che essere piddini. Però la signora Pina, che pur vuole, vuole sinceramente tante cose belle e buone, finisce per fare tante cose brutte e cattive. Come mai?

Non avrei mai creduto che la signora Pina mi facesse pensare, e invece mi fa pensare molto. Mi interroga, mi lascia perplesso, turbato. La sento parlare in questo video, la guardo fare il viso dell’armi di una giusta collera, e mi chiedo: come siamo arrivati fin qui? Come siamo arrivati a questo capolinea? Nei suoi accenti sento risuonare la campanella di fine corsa, “si scende!” Ma dove si scende? Che cosa c’è in questo posto dove dobbiamo scendere? Che cos’è questo posto? È un posto? È un posto dove si può vivere? Un posto simile a quello dove stavamo quando salimmo alla nostra fermata? O è un posto assolutamente diverso, incomparabile, alieno? Lo sa la signora Pina? Ci abita già, lei, in questo capolinea? Forse sì, visto che pare trovarcisi così a suo agio.

Io no, io non mi ci trovo a mio agio. Non vedo niente di simile al posto dove sono salito, niente di familiare. Nebbia, vedo tanta nebbia; forse la nebbia della guerra? No, neanche, la guerra lo so cos’è. Non è questo.

Mi viene in mente un’analogia, ma è solo un’analogia. Avete visto le foto delle ombre sui muri di Hiroshima o Nagasaki? Quelle ombre che non sono ombre ma le impronte dei corpi umani nebulizzati dall’esplosione nucleare? Ecco. Questo capolinea dove ci fa scendere la signora Pina mi sembra l’impronta della civiltà europea impressa sul muro da un’esplosione atomica. I contorni sono identici, ma la sostanza, il corpo, l’essere un tempo vivo e senziente, non c’è più. Pùf!

 

 

 

[1] https://twitter.com/ladyonorato/status/1511659070914285571?s=20&t=cDE1_Dg2H1xe8uEimt1o4g&fbclid=IwAR2D0qMEQsklSIO-7A_0DXNAhASy-EBk1Ef4qQ4tu1vburqIEDI6dQyGp2k

I beati, i beoti e il loro Presidente_di Giuseppe Germinario

Se si dovesse esprimere un giudizio sintetico sull’epilogo della recente rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica e sul suo discorso di investitura al Parlamento in seduta plenaria, si potrebbe sintetizzare così: per riaffermare la propria trionfale ragione di “riesistere”, ha dovuto glissare sulle ombre del corretto assolvimento alle proprie prerogative per assumersene di altre e ulteriori, proprie di un organo politico esecutivo e deliberativo.

Aspetti, tutti e due presenti e ben rappresentati in quel consesso. Il tutto tra gli applausi scroscianti di beati e beoti, ormai sempre più accomunati e omologati.

Il discorso del Presidente, investito per altro nel suo ruolo di presidenza, tra l’altro, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio della Difesa, nella sua banalità si focalizza su quattro punti apparentemente anodini: il richiamo potente e retorico al rispetto e alla promozione della dignità in diciotto delle sue applicazioni; il rispetto delle prerogative del Parlamento; la riforma della giustizia; l’adesione incondizionata agli indirizzi della Unione Europea.

  • La retorica della dignità, nelle sue diciotto prerogative, con la quale ha impregnato la parte essenziale del discorso sottende in realtà un netto indirizzo politico, se non un vero e proprio programma di governo. Si può affermare tranquillamente che gli equilibri e la maschera istituzionale propri della prima repubblica siano definitivamente caduti nella sostanza, ma non purtroppo nella forma. Non si sa se gli applausi ostentati di Mario Draghi siano la manifestazione di un senso di liberazione da un fardello governativo anche per lui sempre più opprimente o di una presa d’atto a denti stretti della magra figura fatta nelle trattative in corso e del ridimensionamento delle proprie ambizioni.

  • Il richiamo scontato al rispetto delle prerogative del Parlamento è un motivo ricorrente di tutti i discorsi di insediamento presidenziale. Non di meno il paradosso di una presidenza che ha avallato in quantità industriale ogni decreto e mozione di fiducia riduce il richiamo in uno strepito.

  • Il paradosso si trasforma in sconcerto con il richiamo ad una riforma della istituzione e dell’ordinamento giudiziario in un contesto nel quale avrebbe dovuto usare le proprie prerogative per fissare punti fermi sullo scandalo Palamara piuttosto che glissare elegantemente.

  • Nulla di nuovo nell’ostentato lirismo europeista ed atlantista richiamato nel discorso. Sono il segno e il sollievo da un pericolo scampato, piuttosto che di una realtà politica ormai di nuovo supinamente allineata a quegli indirizzi. Un capo dello stato attento alle proprie prerogative, piuttosto che indugiare in un lirismo ormai fuori contesto, dovrebbe soffermarsi su una definizione dell’interesse nazionale che possa plasmare la coesione e la crescita di una formazione politico-sociale e sulla sua modalità di perseguimento in un agone dove i diversi stati nazionali non si fanno scrupolo di rappresentare e contrattare i propri. Quel lirismo serve sempre più a coprire la passività, l’arroccamento e la subordinazione di una intera classe dirigente.

  • L’aspetto più significativo e rumoroso è però rappresentato da un silenzio: l’abdicazione dal suo ruolo di figura rappresentativa della unione e coesione nazionale e di punto di equilibrio in un momento di emergenza protratta. La gestione catastrofica ed approssimativa della crisi pandemica, la criminalizzazione di ogni rilievo critico e perplessità della gestione, la strumentalizzazione crescente della lunga congiuntura hanno creato una situazione di divisione manichea della società ed una condizione tale da rendere praticamente impossibile una revisione delle politiche che non sconfessi platealmente e “cruentemente” i responsabili, incluso ormai il capo del governo. Su questo ha brillato la sua assenza, se non la connivenza della figura simbolicamente più importante delle istituzioni. A memoria non si ricorda un solo suo atto solenne e significativo teso a ricondurre il dibattito in termini razionali e civili tali da scoraggiare la demonizzazione e gli esorcismi. Una mancanza le cui ripercussioni si protrarranno nel tempo ed appariranno nella loro ampiezza in un prossimo futuro.

L’espressione e le manifestazioni fisiche e comportamentali del personaggio politico valgono più di tante parole.

L’ostentazione del trasloco in corso, la scenografia disegnata e la serafica e beata accettazione del reincarico valgono più delle parole, pur esse importanti.

Giorgio Napolitano, figlio almeno dell’eredità morale e dell’ipocrisia di una classe dirigente sorta dalle ceneri della guerra, ebbe l’ardire di rimbrottare duramente il ceto politico e i rappresentanti di un parlamento che lo avevano appena rieletto. Sergio Mattarella, espressione di un regime incompiuto e decadente già al suo sorgere, ha sorvolato sul problema come una nuvoletta leggera e fugace.

La dinamica che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella è il segno della miseria di un ceto politico; è il prodotto della sua espressione politica più compiuta, il PD, abbarbicato e capace di determinare le scelte a prescindere dagli esiti elettorali. Suo compito principale si concentrerà nel tentativo di essere il garante del procrastinamento di questa convenzione e di circoscrivere in questo quadro l’azione di Mario Draghi. Ha smascherato definitivamente il ruolo spregevole di personaggi come Berlusconi e la pochezza, non vale la pena di utilizzare altri termini, del personale politico ormai a corollario più o meno consapevole di questa trama.

Entro certi limiti, il confronto e lo scontro tra centri politici decisori prevede la complementarietà e la surroga di alcune istituzioni, più coese od efficaci e disponibili, rispetto alle prerogative e alle competenze di altre. Quando però questa dinamica si perpetua per troppo tempo e le fasi di transizione si impantanano, si trasformano in un disordine istituzionale e in un contrasto destabilizzante e dissolutorio.

La gestione della pandemia, colta inizialmente come una occasione e un campo di azione, sta diventando sempre più un mero pretesto per altri disegni tesi a procrastinare l’esistenza di questo ceto politico e la permanenza di una classe dirigente decadente ed arroccata, incapace di organizzazione, ma decisa a sopravvivere al proprio stesso paese. Il tripudio visto in Parlamento sono la manifestazione di questa dissociazione ormai patologica.

Il terreno favorevole ad una dinamica politica di fatti compiuti e colpi di mano a dispregio delle stesse forme e della necessaria autorevolezza è predisposto.

Molti vedono in questo l’inizio della fine e la possibilità di una rinascita radicale.

Non è assolutamente detto.

Potrebbe piuttosto essere la procrastinazione di una fase crepuscolare dove impera e prospera lo scetticismo passivo ed anarcoide, la mancanza di autorevolezza di una qualsiasi autorità in essere e in divenire, l’esistenza di una classe dirigente e dominante arroccata ed auto-eteroreferenziale; dove su una opposizione politica chiara e determinata prevale il tumulto indistinto, una fase tribunizia opportunista ed incapace sul quale poter continuare a galleggiare sia pure precariamente.

La facilità e la disponibilità alla cooptazione rivelata da questa classe dirigente è sorprendente, data la precarietà crescente di risorse ed assetti.

Rivela il timore del mix esplosivo di una riorganizzazione e di un regresso della condizione socio-economica che si sta realizzando.

Si parla spesso e ricorrentemente della costruzione di un soggetto politico in grado di offrire una alternativa seria e credibile. Qua e là sorgono iniziative improvvise, rivelatesi sempre meteore smarrite, impazzite o in rotta di collisione.

Non è questo, purtroppo, il tema all’ordine del giorno.

Il solipsismo che affligge la società, affligge purtroppo nella stessa misura l’area dalla quale potrebbe sorgere il soggetto politico necessario.

Il tema vero è come arrivare a costruirlo, con quale retroterra culturale e organizzativo, con quali referenti nei centri decisionali ed amministrativi che pur esistono.

Su questo manca ancora una minima, sufficiente consapevolezza e disponibilità al dialogo nell’ambito stesso di una possibile formazione di questa realtà politica.

In mancanza di esso il divario tra aspirazione, necessità e possibilità è destinato ad allargarsi drammaticamente.

Più la situazione si incancrenisce, più la fretta è cattiva consigliera.

‘A gatta pe’ jì ‘e pressa, facette ‘e figlie cecate

Stati Uniti, fuori il primo_con Gianfranco Campa

Sono cominciati i regolamenti di conti in casa democratica. Se non è la corruzione, è il sesso se non il comportamento allusivo la buccia di banana sulla quale fare scivolare le vittime predestinate. Si eliminano pericolosi concorrenti, si rimuovono personaggi scomodi sui quali addossare le responsabilità politiche di gestioni disastrose. A New York il problema è la gestione fallimentare della pandemia. In Italia sino ad ieri, stando ai nostri diffusori di veline, Cuomo è stato presentato come un esempio di gestione contrapposto al disastroso Trump. Da oggi la musica è cambiata. Un segnale che il destino di Cuomo è segnato; vedremo se riuscirà a trascinarsi dietro qualche altro nome illustre.
NB_per vari motivi la conversazione ha assunto un ritmo troppo lento e ha dovuto essere sospesa proprio sulla parte più interessante. Appena possibile riprenderemo il filo interrotto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vkx67u-stati-uniti-fuori-il-primo-con-gianfranco-campa.html

 

 

 

LA DIASPORA DEI COMPAGNUCCI DELLA PAROCCHIETTA, di Antonio de Martini

LA DIASPORA DEI COMPAGNUCCI DELLA PAROCCHIETTA
Lanciando l’idea di un candidato italiano competente e affidabile a segretario generale NATO per rafforzare l’immagine del patto Atlantico nell’immaginario collettivo, mi si é rivelato un mondo.
Dopo D’Alema che si è scoperto la vocazione del miliardario ritirandosi tra barca e vigneti, Minniti che si è sistemato a Leonardo, Martina a vicenonsocchè della FAO, la fuga degli esponenti PD dal partito che fu di Gramsci e Di Vittorio prosegue con Enrico Letta e la Mogherini che pare vogliano candidarsi a segretario Generale della NATO.
L’unico che non é riuscito a sistemarsi – per ora- é Rutelli cui é fallito il colpo – tentato con insistente approssimazione – di passare all’UNESCO.
Sistemazione precaria per Renzi che fa …conferenze da ottantamila a marchetta in paesi disagiati ma danarosi.
L’idea che il partito servisse a trovare una sistemazione a disoccupati era ampiamente nota, ma la credevo limitata agli uscieri.
Vedo invece che – prevedendo come donna Letizia Bonaparte – l’imminente crollo della congrega – gli uomini e donne di vertice stanno spendendo le ultime risorse per abbandonare il TITANIC e sistemare la famiglia.
Appartenere a un’area politica che abbia votato l’adesione al patto Atlantico e essere competenti nel campo per essere candidati, non serve: per posti da trecentomila dollari annui più immunità diplomatica, ci si toglie i guanti e si pretende in curriculum almeno sei mesi da segretario del PD.

INSEGNA CREONTE?, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

INSEGNA CREONTE?

Luciano Violante, Insegna Creonte, Il Mulino, Bologna 2021, pp. 158, € 12,00.

Nell’Antigone i due protagonisti Antigone e Creonte sono da millenni simboli di polarità contrapposte: tra diritto naturale e positivo; tra legge divina ed umana; tra principio femminile e maschile (Hegel); tra diritto tradizionale e diritto “moderno”, razionale-legale e statuito dall’autorità politica (Von Seydel). Nel secolo scorso era Antigone a suscitare più consenso ed interesse: Creonte era considerato l’archetipo del tiranno.

Nel XXI, almeno tra i giuristi italiani, è stato (in parte) rivalutato. Probabilmente ha contribuito a ciò quanto notato (nel XX) da Max von Seydel: che Creonte impersona il diritto (e lo Stato) moderno, weberianamente “razionale-legale”.

Violante che nel libro Giustizia e mito aveva notato la “modernità” di Creonte, in questo ne sottolinea gli errori (politici) che lo portano all’autodistruzione. In ogni capitolo il comportamento di Creonte è considerato esempio di quanto un leader non debba fare: essere arrogante, non saper gestire i conflitti, sopravvalutare se stessi. E porta esempi di errori (analoghi a quelli del Re di Tebe) fatti da uomini di Stato contemporanei: da De Gasperi a Renzi, da Craxi a Cossiga.

Ne consegue che già la tragedia greca indicava 25 secoli fa delle regolarità e delle regole della politica (e dell’esistenza umana) le quali anche a distanza di millenni sono confermate.

E quanto alle “costanti” è anche un terzo personaggio della tragedia, Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone ad esprimerne, e forse quella decisiva. Emone, parlando col padre, lo invita a tener conto dell’opinione del popolo che non considera meritevole Antigone della condanna; onde prega il padre di “non portare in te soltanto questa idea, che è giusto quello, che dici tu, e nient’altro… Non così dice concordemente il popolo, qui in Tebe… Non esiste la città di un solo uomo… Certo tu regneresti bene da solo su una terra deserta”. Ma Creonte non è scosso: convinto di essere dalla parte della ragione, non tiene conto della diffusa (e opposta) opinione del popolo. Non comprende che comanda con successo il governante che può contare sull’obbedienza dei governati. Per aversi la quale occorre che le opinioni di governanti e governati non siano in contrasto: anzi si fondino su un idem sentire de re publica. È (o è anche) il principio d’integrazione (del tipo “materiale”) che Smend pone a fondamento della costituzione “come principio del divenire dinamico dell’unità politica” (Schmitt). E il contrasto tra ritenere che il legislatore sia divino o umano è ovviamente tra i più acuti e non mediabili.

L’autore, come detto, ricorda fatti contemporanei di governanti che hanno ripetuto gli errori di Creonte: vuoi per arroganza, vuoi per disprezzo del popolo, vuoi per convinzioni radicate.

Viene così ridimensionato l’errore più diffuso nell’ultimo trentennio e in particolare (ma non solo) in Italia: la mancanza di sintonia con la volontà popolare, anche attraverso la prassi di scegliere governanti mai eletti neppure in un condominio, e la cui rispondenza alla scelta democratica è inesistente.

Giustificata con concezioni diverse (tecnocrazia, aristocrazia, moralbuonismo), ma aventi in comune il considerare i governanti capaci di giudizi migliori dei governati, e quindi in espresso contrasto con il principio democratico o con quello, più limitato, dell’idem sentire; lo stesso che porta il re di Tebe alla rovina.

Dato che tale errore è tra i più frequenti e ripetuti, in particolare dalla parte politica cui l’autore apparteneva, se ne consiglia (loro) la meditazione. E la lettura a tutti.

Teodoro Klitsche de la Grange

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