ALEA IACTA EST!, di Fabio Falchi

ALEA IACTA EST!

Ormai non resta che attendere che l’accordo tra il PD e il M5S conduca alla formazione di un governo giallo-rosa, salvo improbabili colpi di scena all’ultimo momento.
Vale tuttavia la pena rammentare quel che si rischia per la mancanza in Italia di una forza politica con una visione (geo)politica organica e capace di rappresentare una seria alternativa alla politica dei giallo-rosa.
Difatti, la struttura della Lega è in pratica ancora quella della Lega Nord, presente sì in diversi enti locali, ma non “radicata” nelle istituzioni che davvero contano, sia nazionali che europee, priva del sostegno dei media e connotata da scarsissima cultura (geo)politica. Si tratta di lacune che la leadership della Lega e in particolare il suo “Capitano” cercano di colmare con l’attiva presenza sui social, avvalendosi della collaborazione di “pubblicitari”, ossia mediante degli slogan particolarmente “efficaci” e un linguaggio diretto e semplicistico.
In sostanza, la Lega punta pressoché tutte le proprie carte sulla lotta contro l’immigrazione clandestina e la (micro)criminalità, ovverosia su “law and order”, e sullo scontro con l’UE, secondo una prospettiva geopolitica che si suole definire “trumpista” e che consiste nello schiacciarsi “acriticamente” sulle posizioni della Casa Bianca, anche a costo di sacrificare cospicui interessi economici del nostro Paese (basti pensare all’Iran o alla Cina) e secondo una prospettiva economicistica che mira a ridurre il carico fiscale, in specie ai ceti più abbienti, per far crescere l’economia. Peraltro, gli economisti più noti della Lega sono “no euro”, di modo che, una volta che si sono resi conto della enorme difficoltà di uscire da Eurolandia senza un accordo con la Germania e la Francia, non sono stati in grado di elaborare una strategia economica alternativa al “no euro”, tranne la flat tax, ritenuta dai leghisti una specie di “bacchetta magica”.
D’altronde, la “strategia”, se così si può definire, che aveva adottato la Lega per raggiungere i suoi obiettivi è nota: costringere alla resa l’UE sia con le elezioni europee del maggio scorso che con l’appoggio incondizionato della Casa Bianca.
Le elezioni europee, com’era del resto prevedibile, hanno visto crescere enormemente la Lega sotto il profilo elettorale in Italia, ma hanno anche confermato che, il “peso politico” della Lega nell’UE a trazione franco-tedesca è insignificante (come ha chiaramente dimostrato la stessa elezione della von del Leyen al posto di Juncker).
I leghisti hanno però puntato pure sull’appoggio incondizionato della Casa Bianca, che nessuno comunque sa bene in che cosa precisamente dovrebbe consistere, mentre, anche senza considerare il tweet di Trump (che secondo alcuni pare avere messo addirittura la corona di ferro sulla testa di Conte), vi è casomai il rischio di farsi utilizzare dalla Casa Bianca o da alcuni suoi “agenti” come uno strumento esclusivamente in funzione degli interessi americani, diversi da quelli del nostro Paese (si pensi ancora, ad esempio, all’Iran e alla Cina).
Di fatto la Lega ha dimostrato di non possedere l’organizzazione e la capacità (e probabilmente nemmeno la determinazione) necessarie per condurre con successo la lotta politica all’interno delle istituzioni (premessa necessaria pure per potere organizzare una mobilitazione popolare capace di incidere significativamente sugli equilibri politici del nostro Paese).
Per di più, la Lega rimane tagliata fuori dai giochi nazionali ed europei proprio quando il vento in Europa sta cambiando. Non vi è solo, infatti, da prendere in esame la spinosa questione della Brexit ma quella ancora più spinosa della crisi economica che penalizza la stessa Germania, tanto che probabilmente nei prossimi mesi sarà sempre meno difficile difendere l’austerity, e il governo giallo-rosa potrebbe quindi giocare con discreto successo questa carta per ottenere qualche vantaggio per il nostro Paese.
Certo, dal PD, ossia da un partito che ha sempre difeso, sia pure con coerenza, gli interessi della UE a scapito di quelli dell’Italia e per il quale gli unici diritti da tutelare sono quelli LGBTQ e dei cosiddetti “migranti”, si sa quel che ci si può aspettare. E il discorso vale ormai pure per il M5S nonostante che, a differenza del PD, abbia mutato rotta di 180 gradi solo per “rimanere in sella”.
Si deve comunque riconoscere che, anche se si tratta di un mutamento di rotta analogo a quello che avrebbe compiuto la Lega se (di punto in bianco) avesse difeso l’austerity e l’immigrazione clandestina, la svolta del M5S non si può definire “sorprendente”, sia perché (anche grazie alla “mediazione” di Conte, rivelatosi, forse per mera ambizione personale, una pedina della UE) da tempo dei 5S erano “in contatto” con il PD e con i vertici della UE, sia per la totale mancanza di cultura (geo)politica dei 5S – che li porta a privilegiare categorie affatto “impolitiche” e a difendere misure per lo più meramente assistenziali e demagogiche -, sia per le molteplici anime di questo “movimento”, che ormai appare del tutto screditato agli occhi della maggioranza degli italiani. In effetti, l’ignominiosa (come altrimenti definirla?) alleanza con il suo acerrimo nemico, ossia il PD, scredita del tutto il M5S agli occhi di molti italiani e lo priva di ogni seria ragione di esistere.
Tuttavia, non si deve neppure trascurare che il PD, sebbene sia lacerato da conflitti interni e lotte intestine, gode di appoggi e sostegni sufficienti per opporsi alla Lega, di modo che anche un governo giallo-rosa potrà contare su questi appoggi e sostegni, tanto più che presto si dovranno nominare i nuovi comandanti delle forze dell’ordine nonché i vertici di ENI, ENEL, Leonardo, Poste, MPS e altre aziende strategiche (per un totale di circa quaranta consigli di amministrazione da rinnovare), e nel 2022 si dovrà eleggere anche il nuovo Presidente della Repubblica. Viceversa la Lega sembra ignorare che perfino una vittoria elettorale segna non la fine ma l’inizio della lotta politica.
In definitiva, la Lega, per le sue diverse e gravi lacune di carattere metapolitico e culturale (che peraltro non si possono colmare nel giro di pochi mesi, dacché per poterle colmare ci vorrebbe un lungo, intenso e rigoroso lavoro di preparazione e formazione politico-culturale, mentre la Lega, proprio come il M5S, non si pone neppure questo problema), si è dimostrata incapace di trasformare il consenso in autentica “potenza politica” e di conseguenza di combattere quelle forme di guerra ibrida che caratterizzano sempre più la lotta per l’egemonia, sia sotto il profilo geopolitico che sotto il profilo politico-economico e sociale.
Certo, che la nave giallo-verde, in specie dopo le recenti elezioni europee, navigasse in cattive acque si sapeva, ma comunque navigava. Perché allora far cadere il governo giallo-verde proprio ora? Vi è chi ritiene che la Lega desse per scontato il “ribaltone” e abbia voluto anticipare “i tempi”, forse anche per produrre una “frattura” nel M5S e in qualche modo costringerlo ad appoggiare una manovra economica imperniata sulla flat tax oppure ad accettare di andare alle elezioni politiche il prossimo ottobre. Ma se davvero il M5S aveva già deciso di fare ad ogni costo il “ribaltone” quest’estate, quale occasione migliore per farlo del voto sul TAV (peraltro nemmeno elencato nei cosiddetti “dieci punti” di Di Maio) o sul decreto sicurezza bis? Inoltre, i 5S potevano sì ostacolare la Lega in mille modi, ma difficilmente potevano prendere l’iniziativa di “staccare la spina” al governo giallo-verde per fare il “ribaltone”, che invece la decisione di Salvini ha reso possibile e consente pure al M5S di giustificarlo accusando la Lega di avere “silurato” il governo di Conte .
D’altronde, la nave giallo-verde adesso avrebbe potuto pure sfruttare il nuovo vento che soffia in Europa. Si sarebbe dovuto soffrire, litigare e lottare ma nelle istituzioni. Rinunciando invece all’iniziativa strategica, la Lega ha solo ceduto il comando della nave Italia ai propri avversari e nessun frutto ha dato l’offerta della Lega di rinnovare la disponibilità ad aprire un confronto con i 5S per salvare il governo giallo-verde e arrivare a un “accordo di legislatura”.
Ovviamente, nessuno può negare che il governo giallo-rosa ben difficilmente sarà un governo stabile e che quindi già nella prossima primavera vi potrebbero essere nuove elezioni politiche, e allora la Lega avrebbe buone probabilità di infliggere un colpo letale al M5S e pure al PD. Ma è indubbio che le sorti della Lega ormai dipendano soprattutto dagli errori del PD e del M5S, né si può escludere a priori che il governo giallo-rosa possa durare per l’intera legislatura (chiaramente l’obiettivo del PD e degli “eurocrati” è impedire alla Lega di nominare i vertici delle aziende strategiche e adoperarsi perché il governo giallo-rosa duri perlomeno fino alla elezione del nuovo presidente della Repubblica).
Comunque sia, la sorte della Lega deve essere nettamente distinta da quella dell’Italia, perché se non si vuole che la nave Italia affondi si deve tener conto non solo della questione che concerne il “capitano” della nave, ma pure di quella dell’equipaggio e della stessa nave, in una fase storica contrassegnata da una crisi della civiltà europeo-occidentale e dal multipolarismo sul piano geopolitico (il che è tanto più rilevante se si tiene presente che gli equilibri politici italiani dipendono anche da attori geopolitici stranieri)
Basarsi dunque solo sulle lacerazioni e sulle lotte intestine presenti nel PD o nel M5S e sugli errori che questi due partiti possono commettere, non può risolvere i problemi di fondo della politica italiana, ma tutt’al più può permettere di tornare ai “nastri di partenza”. Si sa che per molti italiani questa sarebbe la soluzione migliore. Ciononostante, si dovrebbe essere consapevoli che non sarebbe sufficiente ad eliminare il rischio che l’Italia scompaia dalle mappe geopolitiche del nostro pianeta o perlomeno da quelle che contano veramente.

GUERRA IBRIDA

In pratica questo governo (giallo-marrone o giallo-rosa o giallo fucsia) nasce con la benedizione di tutti o quasi tutti: di Ursula von der Leyen, degli “eurocrati”, di Macron, della Germania über Alles, di Trump, del Vaticano, dei media mainstream (nazionali e internazionali), delle ONG, dello “Stato profondo” italiano, di Magistratura Democratica, dei rappresentanti della Industria Decotta e della Grande Finanza, dei sindacati, delle “star” di Hollywood e di quelle made in Italy, degli “arcobalenati” LGBTQ, dei travet e dei loro dirigenti, degli assistenti sociali, dei ruffiani, delle puttane e dei loro clienti, ma pure di quella degli stessi “strateghi” leghisti (perché “era ora che venisse a galla questa schifezza giallo-marrone!”), degli zombi rossi e neri (“tanto peggio, tanto meglio!”), degli “eurasiatici per Macron” , degli islamisti, sunniti e sciiti, e secondo alcuni si sarebbe fatto festa perfino nella lontana Pechino!
Insomma, tranne la maggioranza degli italiani e pochi altri, sarebbero contenti tutti. Un consenso pressoché universale! Com’è possibile questo? Leggere la stampa internazionale può aiutare a capirlo. L’immagine di un governo fascista o addirittura nazista, che sterminava i migranti e odiava i musulmani, pronto ad usare il manganello per reprimere il dissenso e minacciava di scatenare una guerra in Europa è quella che è prevalsa pure all’estero e quindi l’infezione andava eliminata al più presto.
Già, la guerra ibrida, questa sconosciuta!

RIPENSAMENTI

“Interessanti” i dubbi che Di Maio ha espresso a Conte. Dubbi probabilmente causati dalla pressione sui vertici del M5S da una parte della “base” del M5S (che non può facilmente ingoiare un simile rospo), dal rischio che i pentastellati vengano più o meno lentamente fagocitati dal PD o che il M5S sia un mero strumento degli eurocrati.

Fine del (primo?) Governo Conte_con Augusto Sinagra

Il (primo?) Governo Conte pare proprio essere giunto all’epilogo. Paradossalmente il più determinato a trarre le estreme conseguenze del gesto di Salvini appare proprio il Presidente del Consiglio. Una situazione che nel male che pare profilarsi costringerà quantomeno ad una demarcazione netta degli schieramenti tra i partiti prima e all’interno di essi dopo sulla base di orientamenti ed opzioni più nette e chiare. Potrebbe essere il prodromo al nascere di nuove formazioni dai programmi e dai proclami più corrispondenti al proprio orientamento di fondo. Buon ascolto _Giuseppe Germinario

IL FIGLIO DI BERNARDO MATTARELLA, di Augusto Sinagra
Il responsabile dell’attuale caos politico e istituzionale è solo lui, sempre lui: il figlio di Bernardo Mattarella il cui fragoroso silenzio si fa sentire in ogni circostanza. È lui che in tutti i modi cerca di deviare l’azione del governo dalla cura degli interessi nazionali alla difesa parossistica degli interessi delle oligarchie monetarie, del pareggio di bilancio, della finanza senza volto, dell’euro e di questa Unione europea.
Egli agisce attraverso i Ministri che lui ha imposto. Agisce attraverso inedite iniziative in alcun modo costituzionalmente compatibili come le aberranti interpretazioni che lui indica al governo a proposito dei provvedimenti del Ministero dell’Interno. Lui che è il Capo del CSM in questo modo ipoteca l’interpretazione da parte dei giudici, interpretazione da lui voluta di provvedimenti legislativi.
Io non ho capito se viviamo in un momento di crisi governativa, anche se ancora non parlamentarizzata, o meno. Quel che è certo è che l’azione del governo, indipendentemente dai giudizi che se ne danno, non potrà svolgersi compiutamente in conformità alla volontà popolare, se non verranno allontanati soggetti come Moavero Milanesi, Tria (Ministro perché amico del figlio del figlio di Bernardo Mattarella) e della Trenta che, in modo eccentrico, ha rifiutato la firma per il nuovo decreto di ingresso della Open Arms nelle acque territoriali italiane, e pare che abbia mandato navi militari italiane a scortarla con il suo carico di “naufraghi paganti” cioè di clandestini.
Non si capisce cosa sia capace di coordinare il giovanotto pugliese Giuseppe Conte.
La crisi è cominciata non l’altro giorno per volontà del Ministro Matteo Salvini, ma nel momento stesso in cui è nato questo governo.
I tempi prossimi saranno tempi duri: l’immigrazione clandestina continuerà sempre più massiccia. L’Italia sarà sempre più sbeffeggiata nel mondo.
Bisogna tenere i nervi saldi. Prima o poi si tornerà a votare e allora ci sarà la resa dei conti e sperabilmente il nuovo Presidente della Repubblica sarà espressione di una diversa maggioranza parlamentare.
Il peggio deve ancora venire ma, come diceva Eduardo De Filippo: “ha da passà ‘a nuttata”.
Perché una cosa è certa: l’Italia è immortale nonostante i piccoli e squalificati personaggi, falsari e traditori, che affollano la attualità.
Nonostante tutto, auguro un sereno ferragosto a tutti.

34°podcast_Un epilogo inglorioso, di Gianfranco Campa

Per anni abbiamo assistito ad una campagna martellante che avrebbe dovuto condurre inesorabilmente e repentinamente alla defenestrazione, se non peggio, di Donald Trump dalla Presidenza Americana. L’inchiesta ha rispettato esattamente le attese più volte espresse da questo sito sin dall’inizio. Si è rivelata un castello di carte, anzi una vera coltre di vapori mefitici che hanno appestato il clima politico negli Stati Uniti e nei paesi occidentali. Una campagna che ha resistito per due anni solo ed esclusivamente per la potenza e la pervasività dei centri di potere protagonisti della macchinazione. Ha creato guasti e conseguenze enormi i cui effetti sono ancora ben lungi da essere integralmente dispiegati: ha compromesso le relazioni tra USA e Russia con quest’ultima sempre più indotta a rafforzare le relazioni cooperative con la Cina; ha compromesso la credibilità delle istituzioni e dell’intero sistema mediatico americani. Ben presto, se il mandato presidenziale di Trump dovesse essere confermato, salteranno fuori le connivenze internazionali, comprese quelle riguardanti il ceto politico ed i servizi di intelligence italiani, nell’organizzare la macchinazione. Quel che è certo è la impressionante pochezza di alcuni dei protagonisti del proscenio, nella fattispecie Mueller; come pure che lo scontro continuerà con modalità ancora più virulente ma sotto mutate spoglie. I due recenti attentati stragistici negli Stati Uniti ne sono l’annuncio. Il podcast di Gianfranco Campa mi pare un grande contributo alla comprensione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Le elezioni e gli Eletti, di Roberto Buffagni

 

 

Che cosa ci insegnano, o almeno suggeriscono, le elezioni europee testé concluse?

Anzitutto, direi che ci confermano un fatto noto ma sempre rilevante: le elezioni europee non cambiano l’Unione Europea, che conforme la sua natura e l’intenzione profonda – anche filosofica e spirituale – che la costituisce è (quasi) impermeabile al voto popolare, diciamo almost ballotsproof, salvo un vero e proprio diluvio o maremoto di voti ad essa contrari o favorevoli che non si verificherà, molto probabilmente, mai. L’Unione Europea sta o cade per l’azione degli Stati-nazione che la compongono, e/o per un evento esogeno o endogeno che ne faccia precipitare le gravi disfunzionalità.

Le elezioni europee e il voto popolare cambiano invece gli equilibri politici nazionali, come d’altronde è naturale, visto che l’unico contesto in cui la democrazia rappresentativa sia possibile e vitale è – oggi come ieri – la nazione. Cambiano gli equilibri politici nazionali, anche se le elezioni europee vanno per così dire “fuori tema”, visto che il voto europeo non muta gli equilibri parlamentari nazionali; ma il sistema elettorale proporzionalistico che adottano, e l’emergere sempre più chiaro del consenso/dissenso rispetto alla UE come clivage politico principale, le trasformano in un fattore politico e simbolico di prima grandezza.

Le elezioni europee testé concluse infatti ci insegnano, o almeno ci suggeriscono, che il consenso/dissenso riguardo la UE e alle sue logiche premesse, implicazioni e conseguenze – il mondialismo, l’individualismo, il progressismo, il costruttivismo sociale, l’universalismo politico  – emerge con sempre maggiore chiarezza come il principale clivage politico, non solo in Europa ma in tutto l’Occidente.

Chi non si schiera di qua o di là, chi esita, chi tiene il piede in due staffe, chi azzarda dei “sì, ma” o dei “ni” è perduto. Il più antico partito d’Europa, il partito conservatore britannico, ha patito la più cocente disfatta di sempre per le sue esitazioni, compromessi e retropensieri in merito alla Brexit; il suo storico rivale, il Labour, ha subito una punizione elettorale meno siderante ma pur sempre grave; e molto probabilmente il suo leader, Jeremy Corbyn, tra breve sarà costretto a prendere posizione per il Remain, come il prossimo leader Tory sarà senz’altro costretto a schierarsi per il Leave, e a consegnare la Brexit. In Italia, nonostante limiti e incertezze del governo gialloverde e suoi propri, la Lega ha raddoppiato i voti guadagnati alle politiche 2018 in virtù della sua recisa posizione contraria all’immigrazione di massa, l’aspetto simbolicamente e politicamente più manifesto della UE; come per le ragioni opposte e complementari è stato severamente punito dagli elettori il Movimento 5*. Ha tenuto invece il PD, e proprio perché si è schierato senza esitazioni nel campo favorevole alla UE, così rastrellando quasi tutti i voti della ex sinistra massimalista e di alcuni transfughi verso i Cinque Stelle.

Di questo colossale, inaggirabile iceberg – lo schieramento in merito alla UE come clivage politico principale – emerge, sinora, soltanto la proverbiale cima. Per ragioni d’ordine tattico, ma più ancora per ragioni d’ordine culturale profondo, nessuna tra le forze rilevanti situate nel campo avverso alla UE ne propone tout court l’abbattimento, come nessuna tra le forze rilevanti situate nel campo ad essa favorevole ne celebra tout court la compiuta perfezione, “attimo fermati, sei bello!”. In entrambi i campi, se ne dà per scontata la permanenza, la si accetta come contesto culturale e politico, e si propongono vari e più o meno credibili progetti di riforma del Mostro Buono, come definì la UE l’intelligente crudeltà di H.M. Enzensberger. Ma la UE, e soprattutto la cultura dominante in Occidente che l’ha prodotta e la sorregge – mondialismo, individualismo, progressismo, costruttivismo sociale, universalismo politico – restano per tutti l’orizzonte visibile in cui pensare e operare: per tutti, comprese le forze politiche avverse alla UE.

Esse, infatti, alla UE ed alla sua cultura cominciano, balbettando, a muovere critiche, anche forti e precise, ma senza saper  passare dalla critica alla proposta credibile e praticabile; così che l’alterità da esse espressa oscilla tra la repulsione emotiva, la nostalgia per un passato idealizzato, la giusta ma limitata rivendicazione politica di interessi, e il bricolage culturale che vi corrisponde; e si cristallizza in un possente, ma ancor cieco, bisogno “di fare una vita normale”: sapere chi si è, imparare un mestiere, trovare un lavoro e procurarsi un reddito decente, farsi una famiglia e una casa, veder  crescere i figli, essere ricordati da una lapide sulla tomba. Un obiettivo minimo, a prima vista, ma contro il quale paiono congiurare – ed effettivamente congiurano – forze esteriori ed interiori incontrollabili, che è molto difficile identificare e nominare: figuriamoci combatterle.

Intanto, sotto la superficie del pensiero, sotto la lettera delle dichiarazioni e dei propositi, in quello che in un dramma si chiamerebbe “sottotesto”, dove agiscono le intenzioni profonde – consapevoli, semiconsapevoli, inconsapevoli – dei personaggi, si precisa e progredisce lentamente ma inesorabilmente la polarizzazione politica e culturale, o meglio: politica perché culturale.

Per farla breve e chiara: contro la UE ci sono solo le destre europee, a favore solo le sinistre, e in mezzo non ci sono ponti o sentieri praticabili: c’è solo il deserto politico. Chi provenga da una cultura politica di destra (ad esempio, i liberal-conservatori) e si schieri a favore dell’Unione Europea è costretto ad allearsi politicamente con la sinistra. Chi provenga da una cultura politica di sinistra (ad esempio, una parte dei comunisti marxisti) e si schieri contro la UE è costretto ad allearsi politicamente con la destra. La stessa identica polarizzazione è in corso nelle Chiese cristiane, manifestandosi come scisma virtuale nella Chiesa cattolica.

La dinamica irresistibile di questa progressiva polarizzazione dipende, a mio avviso, da una logica anzitutto culturale, tutta interna al più profondo conflitto interiore alla civiltà europea, e dunque anche al cristianesimo e ai suoi avatar politico-culturali; conflitto che si è manifestato prima con le guerre di religione del XVI e XVII secolo, e poi con le Rivoluzioni francese e russa.

Per farla di nuovo breve e chiara: è il conflitto in merito all’universalismo, nella sua duplice accezione di universalismo spirituale e valoriale, e di universalismo politico.

L’Unione Europea, che è un progetto massonico cioè liberale e umanistico al 100%, è stata creata, e dopo la caduta del Muro di Berlino potenziata, dalle classi dirigenti europee e statunitensi: liberals wilsoniani, cattolici e protestanti europei democristiani, socialdemocratici; gli eredi legittimi delle classi dirigenti antifasciste che hanno vinto, sul campo di battaglia o nelle urne elettorali, la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra. Dalla grande alleanza antifascista mancano solo i comunisti sovietici, ma sono rappresentati dai loro eredi: eredi legittimi anche loro, anche se dopo l’estinzione del ramo principale è un ramo cadetto (i maligni dicono, un ramo bastardo) a portare il titolo. Dopo la grande vittoria comune di settant’anni fa, queste grandi forze politiche si sono aspramente combattute per decenni. Oggi governano insieme l’Unione Europea. Come hanno fatto ad accordarsi? Per il potere, si dirà. Certo, per il potere: ma questa risposta, che è sempre vera, non spiega tutto, e anzi forse non spiega niente. Qual è il minimo comun denominatore che ha consentito a queste grandi forze e culture politiche, un tempo in lotta per il potere, di trovare un durevole accordo?

Il minimo comun denominatore delle grandi Casate americane ed europee che sostengono l’Unione Europea è l’universalismo politico.

L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità (nella cristianità europea, l’istituzione delegata a incarnarlo era la Chiesa, il primo “sole” del De Monarchia dantesco). Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale.

Volendo, chiunque se ne senta all’altezza può parlare in nome dell’universale umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’universale umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario.

Senza conflitto, senza nemico/avversario non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista. A questa contraddizione insolubile si può (credere di) sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: “Su, lottiamo! l’ideale/ nostro alfine sarà/l’internazionale/ futura umanità!” (il “governo mondiale” è un surrogato o avatar della “futura umanità” dell’inno comunista).

Lenin, e in generale il movimento comunista (o anarchico) rivoluzionario, vuole risolvere la contraddizione con la forza. Nella classificazione machiavelliana, Lenin è un “leone”.

L’universalismo politico delle grandi forze politiche nordamericane ed europee che sostengono l’UE non è meno radicato di quello leniniano, perché discende dalla stessa radice illuminista. Esse però vogliono/devono risolvere la contraddizione con l’astuzia; Machiavelli le definirebbe “volpi”. Scrivo “devono”, perché a prescindere dalle intenzioni soggettive, esse non potrebbero essere altro che “volpi”: entrambi i “federatori a metà” della UE, USA e Germania, non possono portare a compimento con la forza la loro opera.

Come l’URSS comunista, anche l’UE postula l’accordo universale, se non presente almeno futuro: accordo anzitutto in merito a se medesima, e in secondo luogo in merito al governo mondiale legittimato dall’umanità universale, che ne costituisce lo sviluppo logico, e giustifica eticamente sin d’ora l’obbligo di accogliere un numero indeterminato di stranieri, da dovunque provenienti, sul suolo europeo. Per questa ragione è impossibile definire una volta per tutte i confini territoriali dell’Unione Europea, che al tempo degli entusiasmi europeisti qualcuno pretendeva di estendere alla Turchia, e persino a Israele: perché ha diritto di far parte dell’UE chi ne condivide i valori universali (cioè virtualmente tutti, dal Samoiedo al Gurkha al Masai), non chi ne condivide i confini storici e geografici.

Il passaggio tra il momento t1 in cui l’accordo universale è soltanto virtuale, e il momento t2 in cui l’accordo universale sarà effettuale, non avviene con il ferro e il fuoco della “volontà rivoluzionaria”. Le volpi oligarchiche UE introducono invece nel corpo degli Stati europei, il più possibile surrettiziamente, dispositivi economici e amministrativi – anzitutto la moneta unica – che funzionano, secondo la celebre definizione di Mario Draghi, come “piloti automatici”. Questi piloti automatici provocano crisi politiche e sociali, previste e premeditate, all’interno degli Stati e delle nazioni, ai quali impongono o di insorgere in aperto conflitto contro la UE, o di addivenire a un accordo universale in merito al “sogno europeo”: per il bene degli europei e dell’umanità, naturalmente, come per il bene dei russi e dell’umanità Lenin ricorreva al terrore di Stato, alle condanne degli oppositori per via amministrativa, etc.

A quest’opera va associata, inevitabilmente, una manipolazione pedagogica minuziosa e su vasta scala, in altri termini una lunghissima campagna di guerra psicologica. La dirigenza UE conduce questa campagna di guerra psicologica da una posizione di ipocrisia strutturale formalmente identica a quella della dirigenza sovietica, perché non è bene e vero quel che è bene e vero, è bene e vero quel che serve alla UE o alla rivoluzione comunista: in quanto Bene e Verità = accordo dell’intera umanità, fine dei conflitti, pace e concordia universali. Le élites, necessariamente ristrette, di “pneumatici” e di “psichici” che conoscono questo arcano della Storia, hanno il diritto e anzi il dovere morale di ingannare e manipolare, per il loro bene, le masse di “ilici” che invece lo ignorano.

Il leone Lenin accetta solo provvisoriamente il conflitto politico, e anzi lo spinge a terrificanti estremi di violenza, in vista dell’accordo universale futuro: dopo la “fine della preistoria”, quando diventerà reale il “sogno di una cosa” comunista e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in URSS poi nel mondo intero. Le volpi UE celano l’esistenza effettuale del conflitto (in linguaggio lacaniano lo forcludono), e da parte loro lo conducono, solo provvisoriamente, con mezzi il più possibile clandestini, in vista dell’accordo universale futuro, quando diventerà reale il “sogno europeo” e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in Europa poi nel mondo intero.

In questo grande affresco romantico proposto alla nostra ammirazione con la colonna sonora dell’Inno alla Gioia (forse non è un caso che il Beethoven delle grandi sinfonie fosse anche il compositore preferito di Lenin) c’è solo una scrostatura: che nella realtà, l’accordo universale di tutta l’umanità non si dà effettualmente mai. Ripeto e sottolineo due volte: mai, never, jamais, niemals, jamàs, etc.

* * *

Ecco. Le recenti elezioni europee hanno certificato questa semplice, persino banale verità: che molti, troppi europei non sono d’accordo. Non sono d’accordo per un’infinità di ragioni, buone e meno buone, nobili e ignobili, serie e frivole, meditate o istintive: ma fatto sta che non sono d’accordo. Questo fatterello elementare, che bastava il buonsenso per prevedere, diventa una pietra d’inciampo grande come l’Himalaya per una cultura politica e filosofica come quella che informa la UE, che del buonsenso non è per nulla amica. Perché il buonsenso, che certo non può dire l’ultima parola sul mondo, né lo pretende, presuppone però che il mondo, e l’azione politica in esso, siano governati dal limite: infatti, uno dei suoi detti preferiti è “c’è un limite a tutto”; mentre l’universalismo politico, il progressismo, l’individualismo, il costruttivismo sociale vedono i limiti solo come sfida a superarli.

Proprio ieri ho letto una conversazione tra due persone intelligenti e preparate, i docenti di filosofia Andrea Zhok e Roberta de Monticelli[1], che mi è parsa esemplare. La professoressa de Monticelli ha pubblicato su “Il Manifesto” un articolo intitolato Stati uniti d’Europa, un edificio politico architettato dalla filosofia, al centro del quale troviamo due argomenti di fondo: che la UE sia  “il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica” e che “Cosmopolitica è (…) la forma di una civiltà fondata nella ragione (…). La domanda di ragione e giustificazione è quanto di più universale ci sia. (…) Esser nato in un deserto, o in una contrada afflitta da massacri e guerra, è un accidente: l’accidente della nascita. (…) Ogni ingiustizia si lega all’accidente della nascita.”

Il professor Zhok critica “l’equivalenza tra universalismo e cosmopolitismo”, perché “una volta che la si guardi da vicino” essa “risulta subito destituita di ogni fondamento”, e richiama l’attenzione della de Monticelli sul fatto empiricamente verissimo che “il ‘cosmopolita’, il ‘cittadino del mondo’ di cui qui si parla, è semplicemente un membro di quei ceti economicamente, socialmente, e talvolta anche culturalmente privilegiati, che scelgono di passare periodi della propria vita, per lavoro o per diletto, in più o meno prestigiose sedi estere.” Egli poi passa alla critica filosofica della posizione della de Monticelli, così riformulandola: “Io, che sono un soggetto razionale come te, sono però consegnato alla contingenza di una nascita localmente determinata, che limita la mia aspirazione all’universalità. – Tale contingenza contrasta con la mia natura di soggetto razionale ed è razionalmente ingiustificabile; essa perciò, a causa della sua natura ingiustificata, arbitraria, va corretta.” Le segnala poi l’errore teorico ivi contenuto: “Nella proposizione di cui sopra troviamo presentato come ovvio un contrasto tra universalità e contingenza. Lungi dall’essere un’ovvietà condivisa, l’idea di ‘ragione’ o di ‘universalità’ presupposta da questo ragionamento è assai discutibile. Si tratta infatti di una visione dove la ragione e la sua universalità per essere tali devono appartenere ad una sfera astorica e smaterializzata.” E prosegue citando autori, cari a entrambi gli interlocutori, come Wittgenstein e Husserl, che “hanno attraversato nel corso della loro vita l’intero percorso da una iniziale concezione di razionalità astorica e svincolata dalla materialità, dalle prassi, dalla corporeità, ad una matura concezione in cui la razionalità trovava una sua necessaria collocazione proprio nella sfera della storia, della materia, delle prassi e del corpo vivente.

L’intelligente e interessante conversazione, che invito il lettore a leggere per intero, prosegue poi con una replica della de Monticelli, e una controreplica di Zhok.

Ma quel che più mi sembra interessante e rivelatore, nel dialogo filosofico-politico tra Zhok e la de Monticelli, è che entrambi per così dire “passano a lato” del punto centrale, invero sbalorditivo, del programma filosofico-politico enunciato dalla de Monticelli: “correggere le ingiustizie legate all’accidente della nascita.”

Intesa come programma politico – e così la de Monticelli lo intende, addirittura chiamando in causa l’art. 3 della Costituzione italiana che a suo dire lo implica –  la “correzione delle ingiustizie legate all’accidente della nascita” supera e si lascia indietro di parecchi anni luce tutte le utopie a me note, tutti i programmi politici più massimalisti dell’anarchismo e del comunismo, quello implementato da Pol Pot in Cambogia non escluso; e che a propugnarlo sia una persona di grande intelligenza e cultura, animata dalle migliori intenzioni e certo aliena dalla violenza, fa una notevole impressione.

La professoressa de Monticelli, infatti, proponendo all’Unione Europea l’obiettivo strategico di correggere le ingiustizie legate alla nascita, non si limita ad assumere “il punto di vista di Dio sul mondo”, come le ribatte Zhok. Ella si propone, o meglio propone alla UE, l’ istituzione politica a cui dà il suo sostegno, di prendere il posto di Dio nel mondo, e di agirvi come supplente di una Provvidenza divina assente o difettosa: né più, né meno. (Curioso che la de Monticelli sia curatrice di una bella edizione delle Confessioni di Sant’Agostino, tra i Padri della Chiesa il più attento al tema del peccato originale, che come ognun sa fu occasionato dalla tentazione diabolica ad essere sicut dii, scientes bonum et malum).

Perché è chiaro a tutti che “dall’accidente della nascita” nascono, oltre che tutti gli esseri umani, anche infinite diseguaglianze e ingiustizie. Non è altrettanto chiaro, però, come sia possibile correggerle, fino a qual punto, a quale prezzo, e ad opera di chi. Chi nasce ricco e chi povero, chi bello e chi brutto, chi uomo e chi donna, chi sano e chi malato, chi intelligente e chi stupido, chi africano e chi europeo, chi amato e chi disamato, chi desiderato e chi no, chi destinato a lunga vita, chi a brevissima, eccetera. Che ciò costituisca un enigma, lungamente interrogato dagli uomini nel corso della storia e probabilmente anche prima, non c’è dubbio. A me però pare un enigma anche più grande che qualcuno seriamente programmi di affidare a un’ istituzione politica il compito di correggerlo. Il modesto buonsenso suggerirebbe immediatamente la domanda: “E come si fa?”, ma la maestosa follia universalista, il kantismo turbocompresso della professoressa de Monticelli la scarta con una scrollata di spalle, si rimbocca le maniche e si mette all’opera.

Mettersi politicamente all’opera con questo obiettivo  significa mettersi all’opera nella realtà effettuale, e dunque, tanto per cominciare dal più facile e immediato, spalancare le frontiere all’immigrazione: perché l’accidente della nascita ghanese o afghana non deve privare ingiustamente nessuno dell’opportunità di accedere al tenore di vita, materiale e culturale, dei paesi europei. A chi poi nascesse (o diventasse, ancora non è chiaro) omosessuale, transessuale, *sessuale e in ogni caso non potesse avere figli come gli eterosessuali, privilegiati dall’accidente della nascita, dovrebbe essere garantita (gratis) la possibilità di ricorrere alla maternità surrogata. A chi nascesse stupido, e/o magari, sempre a causa dell’accidente della nascita, appartenesse a un gruppo sociale svantaggiato, dovrebbe essere garantito l’accesso facilitato agli studi, e il loro fruttuoso completamento. A chi nascesse brutto e indesiderabile dovrebbe essere garantito, se non il desiderio altrui (almeno per ora: in seguito, grazie alle psicotecniche, chissà…), il divieto legale di definirlo tale, con relative sanzioni per chi lo violasse. A chi nascesse donna e liberamente decidesse di esercitare una professione tradizionalmente maschile quale, ad esempio, il servizio nei reparti militari d’élite, dovrebbe essere garantita una selezione facilitata, anche se poi sul campo il reparto così selezionato fa fiasco. A chi fosse sul punto di subire “l’accidente della nascita” senza che le condizioni emotive, psicologiche e sociali della madre fossero le ideali per accoglierlo, dovrebbe essere garantito, fino all’ultimo istante, il diritto di non nascere affatto, così risparmiandosi infiniti fastidi, dolori, diseguaglianze e ingiustizie. Per chi nasce povero, poi, le correzioni possibili sono due: o farlo diventare almeno benestante dopo la nascita, mediante provvidenze statali, oppure non farlo nascere affatto (v. punto precedente); come d’altronde proponeva un’altra degnissima e benintenzionata persona, John Maynard Keynes, direttore della Eugenics Society dal 1937 al 1944. Superfluo poi segnalare che il primissimo bersaglio della correzione dell’accidente della nascita dovrà essere la famiglia, nel cui contesto il suddetto sciagurato accidente si verifica con frequenza allarmante, e alla quale dunque sarà opportuno sostituire apposite istituzioni scientificamente validate, che garantiscano risultati statisticamente più omogenei sotto il profilo genetico e sociale.

E chi si incaricherebbe dell’opera di “correzione dell’accidente della nascita”? Be’, naturalmente gli Eletti, i Correttori al timone dell’Unione Europea e dei suoi successivi, logici sviluppi sino al coronamento del progetto di Correzione: il Governo Mondiale.

Che il precedente elenco di maestose follie metafisiche degli Eletti Correttori coincida con posizioni culturali, pratiche sociali e programmi politici attualmente in corso nella realtà effettuale dell’Occidente contemporaneo – posizioni, pratiche e programmi che vanno sotto il nome collettivo di “politically correct” – non è un caso. Non è un caso perché l’Unione Europea, il progressismo, il mondialismo, l’individualismo, etc., condividono lo stesso “accidente della nascita”: è più che vero infatti che, come dice la professoressa de Monticelli, gli Stati Uniti d’Europa sono un edificio politico architettato dalla filosofia.

Peccato che questa filosofia, se politicamente implementata, conduca per direttissima a un dispotismo politico, culturale, psicologico e spirituale senza precedenti nella storia umana; e che se adesso non fa direttamente e intenzionalmente versare un mare di sangue,  probabilmente in futuro ne farà versare un oceano indirettamente e involontariamente, perché sta assiduamente costruendo le condizioni per più guerre civili su base etnico/religiosa, a temperature variabili dal freddo all’incandescente, in tutto l’Occidente.

Secondo Julien Freund, “compito della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Sociologie du conflit, 1983). Secondo gli Eletti Correttori, compito della politica è produrre una versione riveduta, corretta e migliorata del mondo: fiat iustitia, si correggano gli accidenti della nascita, ed entrino in scena il Mondo e l’Uomo Nuovo.

Ecco perché la polarizzazione in corso non si arresterà, ed ecco perché sono gli antichi involucri delle culture politiche di destra e di sinistra, che si contrapponevano, sino a ieri, intorno a un diverso clivage politico principale, ad accogliere oggi le forze politiche e culturali che si schierano pro o contro l’Unione Europea. A schierarsi contro l’Unione Europea sono tutte le forze che, per motivi anche diversissimi e inconciliabili, rifiutano l’universalismo politico: sia le puramente identitarie e tribali, sia le nazionalistiche, sia quelle che, riferendosi alla “corrente ateniese” del cristianesimo, continuino a distinguere tra universalismo dei valori e universalismo politico, tra spirituale e temporale. A schierarsi a favore dell’Unione Europea, sono tutte le forze che accettano l’universalismo politico: sia le liberali pure, sia le progressiste, sia quelle che, riferendosi alla “corrente ierosolimitana” del cristianesimo, ne mutuano il messianismo e cortocircuitano dimensione escatologica e storicità immanente.

Terreno comune culturale e politico tra le due posizioni ce ne sarà sempre meno; a meno che non nasca una terza forza, una riedizione del partito dei “politiques” che uscì vincitore e conciliatore dalle guerre di religione in terra di Francia, cinque secoli fa. Sarebbe una gran bella cosa, e una riedizione del Trattato di Westfalia il migliore degli esiti e dei compromessi desiderabili. Difficile? Difficile. Chissà.

[1] http://antropologiafilosofica.altervista.org/cosmopolitismo-universalismo-e-lunione-europea-una-risposta-a-roberta-de-monticelli/?doing_wp_cron=1559203478.2017359733581542968750

Tulsi Gabbard, di Giuseppe Germinario

Qui sotto il video di Tulsi Gabbard, membro del Congresso Americano e candidata alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2020. In calce la traduzione in italiano del suo appello. Segue qualche considerazione.

“Ho rivendicato con forza che si consentisse a Muller di completare l’ indagine sulle accuse al Presidente Trump di aver tramato con la Russia per influenzare le elezioni del 2016. Mi fa molto piacere che Muller abbia potuto concludere le sue indagini, e presentarne le risultanze. Il popolo americano deve poter accedere al rapporto di Muller. Ma ora che Muller ha dichiarato che dalle indagini non risulta alcuna cospirazione, dobbiamo tutti mettere in secondo piano i nostri interessi di parte e riconoscere che è bene per il nostro Paese che il Presidente degli Stati Uniti non abbia cospirato con la Russia per manipolare le elezioni, perché se il Presidente fosse stato posto in stato d’accusa per aver cospirato con la Russia allo scopo di manipolare le elezioni e influenzarne l’esito, il nostro Paese sarebbe precipitato in una crisi terribile, che avrebbe potuto sfociare nella guerra civile. Dunque, dovrebbe essere un sollievo per tutti che il Presidente Trump non sia stato trovato colpevole di collusione con i russi. Ora dobbiamo superare questo tema divisivo, e agire per proteggere il corretto svolgimento delle nostre elezioni, proteggere il corretto svolgimento delle elezioni del 2020, e approvare la mia proposta di legge, il Securing the American Elections Act, che consentirebbe a tutti gli Stati di usare schede elettorali cartacee verificate da scrutatori, e renderebbe impossibile per la Russia, qualunque altro paese straniero o gruppo criminale di manipolare o cambiare il risultato delle nostre elezioni. E’ essenziale che mettiamo in secondo piano gli interessi di parte, lavoriamo insieme per unire il nostro Paese, per affrontare i seri compiti che ci attendono, come ricostruire le nostre infrastrutture in pessime condizioni, porre fine alle guerre combattute per impiantare regimi democratici, proteggere l’ambiente, assicurare a tutti l’assistenza sanitaria, implementare una riforma complessiva dell’immigrazione, e tanto altro.”

Tulsi Gabbard sembra avere i requisiti necessari all’investitura di candidata alle elezioni presidenziali. Di origine multietnica, postura solenne, sguardo solare ma determinato, aspetto attraente ma non vistoso, eloquio chiaro e diretto, ma anche determinato, atteggiamento autorevole ma non autoritario.

 

I suoi trascorsi di militare e di sportiva ne hanno forgiato il carattere; gli studi le hanno dato gli strumenti culturali necessari a sostenere il confronto politico; la gavetta e gli antefatti paterni in politica le hanno garantito, pur alla sua relativamente giovane età (38 anni), una sufficiente esperienza.”

Tulsi Gabbard sembra possedere i crismi necessari all’investitura a candidata democratica alle elezioni presidenziali del 2020.

 

 

Fedele al partito sin dagli albori del suo impegno politico; sostenitrice, ma senza eccessi, come deve esserlo un potenziale uomo di stato, dell’affermazione di tutto il catalogo dei diritti umani proprio di quel partito, a cominciare dall’aborto in stato avanzato di gravidanza per finire  con il matrimonio tra omosessuali e con le rivendicazioni LGBT.

Eppure Tulsi Gabbard certamente non gode del sostegno dello stato maggiore democratico; la stessa componente radicale di quel partito non sembra particolarmente convinta delle sue potenzialità. L’onnipresente George Soros, proprio lui, le ha messo alle calcagna, nel suo stesso collegio elettorale delle Hawaii, un avversario apparentemente ben più radicale nelle posizioni politiche, ma soprattutto dotato di un sostanzioso corredo di svariati milioni di dollari. Un impegno spropositato, non per le tasche del noto filantropo, certamente per il peso politico di quel collegio nell’agone statunitense.

Quali possono essere i motivi di tanta attenzione e di altrettanta avversione?

Come qualsiasi persona, in particolare personaggio politico, anche Tulsi sembra nascondere qualche ombra agli occhi di costoro.

La sua conversione alla causa dei diritti civili è un po’ tardiva e stride leggermente con precedenti prese di posizione; qualche sospetto sulla effettiva genuinità delle posizioni può insinuarsi. Non si sa se sia stato il suo fermo proposito di maggior impegno nel Partito Democratico a determinare la conversione o se sia stata quest’ultima a spingerla ad un maggiore impegno politico. Sia Soros che la dirigenza democratica hanno accettato e sostenuto per altro operazioni trasformistiche ben più stridenti e clamorose senza batter ciglio e garantendo il necessario conforto, anche il più prosaico. Non pare quindi un motivo sufficiente di ostracismo.

Con coerenza Tulsi si è sempre schierata apertamente contro gli interventi militari americani a sostegno dei cambiamenti di regime, in particolare in Iraq, in Libia e in Siria. Una posizione che certamente può destare qualche inquietudine in quegli ambienti. I suoi trascorsi recenti da militare impegnato in alcune di quelle campagne le danno più autorevolezza e potrebbero offrirle qualche antidoto e qualche resistenza in più a possibili ripensamenti più o meno indotti. Ma i circoli sorosiani e i centri dello stato profondo sono riusciti facilmente a travisare gli impegni più solenni; è ancora vivo il ricordo dell’impegno solenne di Obama, il primo premio Nobel per la pace preventivo, ad uscire dalle guerre di Bush e la sua repentina conversione a paladino della destabilizzazione e della sovversione caotica nel Nord-Africa, nel vicino e medio oriente e nell’est europeo. In tempi più incerti, ma per loro orribili ed ostici, sono riusciti comunque a neutralizzare i propositi di Trump favorevoli ad una distensione con la Russia. Non hanno ragione quindi di temere particolarmente i propositi di una ragazza proveniente dalla periferia politica e ancora ancorata a quella terra.

Con vigore, ma senza eccessi agonistici, la Gabbard ha sempre sostenuto diritti e stato sociali, dal salario minimo alla assistenza sanitaria generalizzata al diritto universale allo studio. Argomenti che la collocano e la rendono popolare negli ambienti più radicali interni e ai margini del Partito Democratico sula scia del successo di Bernie Sanders. Ambienti attualmente in auge in quell’area politica; non si sa, però, quanto stabilmente.  Personaggi navigati come Soros e come quelli presenti nei centri decisionali strategici sanno benissimo che spesso è necessario cedere, nei momenti più critici e almeno temporaneamente, sulle rivendicazioni economiche e sociali pur di mantenere le prerogative di potere e di controllo politico. Nemmeno questo, appare quindi un motivo dirimente per tanta avversione e circospezione verso la Gabbard.

Non rimangono da esaminare che due altre posizioni della neofita tra quelle che possono aver scatenato tante attenzioni.

  • Il primo è rappresentato dall’appello alla riconciliazione nazionale a seguito dell’esito del Russiagate e dall’evidente compiacimento riguardo all’assoluzione di Trump. Una sconfessione pacata ed impietosa della partigianeria e della faziosità che ha informato l’azione politica democratica e dei neocon. Soprattutto, il campanello di allarme su di una possibile futura saldatura di fatto, se non proprio dichiarata, tra la componente trumpiana dello schieramento conservatore ormai prevalente nel Partito Repubblicano e quella radicale di sinistra, su alcune tematiche fondamentali di politica estera e politica economica. Una prospettiva fantasmagorica sino ad un paio di anni fa, ma che deve aver cominciato a rovinare i sonni di più di qualche stratega politico dell’ “ancien regime”. Personaggi scafati come Soros e come gli alti strateghi hanno comunque la possibilità di tentare appelli retorici alla riconciliazione, per quanto compromessi siano dai comportamenti recenti particolarmente faziosi
  • George Soros per altro ci ha rivelato da sempre la sua particolare sagacia e attenzione ai problemi di indirizzo e di strategie politiche confortata da altrettanto dispendio di risorse finanziarie per altro ben remunerate. Il suo inedito attivismo mediatico negli ultimi due anni ci ha svelato un aspetto inedito del suo impegno politico: la certosina attenzione agli aspetti pratici della azione politica sino ai particolari più minuti. Nell’ “annus horribilis” a cavallo dell’elezione di Trump George Soros ha infatti confessato apertamente alcuni propri fallimenti sia nella selezione delle classi dirigenti, sia nella inaspettata sconfitta nelle elezioni dei procuratori in diverse contee americane. Una notazione apparentemente astrusa e di tono minore. Tulsi Gabbard d’altro canto è stata componente del DNC (comitato di controllo) del Partito Democratico sino alle sue dimissioni per protesta, avvenute una volta emersa la truffa ai danni di Bernie Sanders ad opera del clan dei Clinton. La stessa Gabbard ha sottolineato più volte, anche in questa breve registrazione, la necessità di tornare al voto abolendo il sistema elettronico di votazione e introducendo un sistema certo di registrazione degli aventi diritto al voto. Il motivo conclamato è quello di limitare le influenze esterne, comprese quelle russe, sugli esiti elettorali. Il motivo reale è quello di mettere fine al sistema truffaldino di manipolazione delle espressioni di voto, particolarmente facilitato dalle modalità elettroniche di esercizio del diritto nelle elezioni americane. Un sistema che avvicina l’attendibilità del voto americano a quello delle primarie del PD italiano e delle consultazioni on line pentastellate. Una mossa tanto abile nella modalità di presentazione, tesa a neutralizzare la componente russofoba sul suo stesso terreno, quanto dirompente nella ordinaria gestione interna del consenso elettorale. Tanto più che la raccolta e la gestione elettronica dei dati elettorali è da tempo in mano ad una società di George Soros, il noto filantropo, così impegnato nelle sue opere di bene anche a favore dei più riottosi a riceverle da chiudere spesso gli occhi sui mezzi per rifilarle.

Sarà, ma probabilmente è proprio questa la soglia banalmente prosaica che Tulsi non avrebbe dovuto oltrepassare per evitare attenzioni così malevoli. La “Pianta” (il significato di tulsi) però sembra avere radici più forti addirittura del corpo emerso. Che a Trump si aggiunga una Trumpina con l’asinello? Il confronto è assolutamente impari. Lo era anche quello tra Clinton e Trump

La trentottenne Tulsi Gabbard, o chi per lei, tanto ingenua probabilmente non è. George Soros, da uomo di mondo quale è, & C qualche ragione profonda a temerla e soprattutto a prevenirla devono averla. Buona fortuna, Tulsi. Di tanto in tanto guardati alle spalle.

I REDUCI DEL SECOLO BREVE, di Teodoro Klitsche de la Grange

I REDUCI DEL SECOLO BREVE

Non è ben chiaro dove Zingaretti porterà il PD: a quanto sembra il richiamo al “vecchio” rispetto alla rottamazione renziana non è da sottovalutare. L’elezione di Landini e la manifestazione di Sala a Milano possono (forse) rafforzare l’intenzione di percorrere questa strada. L’apertura a Calenda (immediatamente rispedita al mittente) meno. Tuttavia la capacità di tenere insieme diverse declinazioni di una concezione politica (e non solo) è, in politica, una risorsa, ossia virtù, scriverebbe Machiavelli; onde non è escluso che il nuovo segretario del PD ambisca a realizzarla. Anche se operazioni del genere comportano il rischio dell’instabilità: lo sa bene – da ultimo – Prodi che costruendo una coalizione ampia ma eterogenea si trovò sfrattato più volte; addirittura in un’occasione da Turigliatto.

E la situazione odierna del PD è assai meno propizia di quella del ventennio (e oltre) della seconda repubblica. Non solo perché la base di partenza, cioè l’elettorato del PD è inferiore al 20%, assai meno di quello che era il “tesoretto” di Prodi (comunque intorno al 30%) ma perché la vecchia talpa ha scavato assai di più. Mentre infatti l’Ulivo, l’Unione e le coalizioni di centrosinistra presupponevano di essere uno dei poli della contrapposizione politica dominante (o ritenuta tale), cioè quella tra sinistra e destra, ma in effetti tra borghesia e proletariato, oggigiorno la consunzione di quella si è quasi totalmente compiuta: è stata neutralizzata. La capacità coagulante del nemico (avversario, oppositore) borghese o proletario, democratico-liberale o socialista è venuta meno, ed un’altra del tutto nuova si è manifestata, quella tra identità (dei popoli) e globalizzazione. Stiamo andando ad elezioni europee dove l’avversario da battere è per i vecchi partiti il sovranismo (e i sovranisti).

Per i partiti popul-sovran-identitari) le forze politiche che si richiamano alla vecchia scriminante politica, complici, quando non autori della globalizzazione e delle istituzioni in cui è “ordinata”. Ma non vorrei annoiare i lettori con tesi che da anni – ovviamente non da solo – mi capita di scrivere.

Passando al PD, in larga parte ancora costituito da quadri già PCI (molti) PDS-DS (ancora di più), occorre ricordare le differenze dal vecchio PCI rispetto ad oggi. In primo luogo la base sociale: un tempo era proletario, la base sociale del PD essendolo per oltre tre quarti: operai, braccianti, mezzadri. Ciò almeno fino agli anni ’70, in cui gli occupati del settore industriale erano oltre il 40% della forza lavoro; oggi, sono poco più del 20%. Anche se vi fosse ancora il nemico borghese, la truppa proletaria interessata a combatterlo si è ridotta a poco più della metà.

La seconda: il partito di massa. Il PCI era un partito di massa, un partito organizzato centralisticamente; il partito diceva Stalin, parlando del PCUS, è come l’ordine dei portaspada. Gli iscritti superavano i due milioni. Pare che gli iscritti odierni non passino i 500.000; anche se, con il meccanismo delle primarie, gli  interessati risultano molti di più. Ma comunque altro è recarsi ogni tanto a votare a un seggio, altro è fare, se non il “rivoluzionario di professione”, almeno il militante. Il quale fa parte del “seguito” dei politicamente attivi: l’elettore alle primarie no, come non ne fa parte né il votante alle politiche e neanche la nuova incarnazione della figura del “decidente inattivo”: l’iscritto alla piattaforma Rousseau. Tutte figure accomunate da un’attività episodica e rigidamente individuale anche nel modo dell’espressione della volontà: da soli, in una cabina o davanti a un computer. Il carattere pubblico della decisione collettiva nelle assemblee e nei comizi o nelle piazze è lì del tutto estraneo. E con esso il coinvolgimento politico.

Quanto ai valori di riferimento: quelli del vecchio PCI erano di un partito marxista-leninista; e gli interessi protetti, quelli del proletariato (pur articolati). Dopo essere passati in una fase in cui ai primi si andava (progressivamente) aggiungendo la “diversità” intesa come “questione morale”, i valori e gli interessi proletari oggi sono stati totalmente sostituiti dalla protezione dei “diritti umani”, di quelli delle minoranze, dalla libertà sessuale (ecc.) di guisa che il partito un tempo definito “partito burocratico di massa” è divenuto assai più simile al “partito radicale di massa” profetizzato da Augusto Del Noce come esito finale del comunismo italiano. Lo stesso che sembra avvenuto a gran parte dei partiti della sinistra europea (per lo più social-democratici), i quali appaiono assai meno solleciti degli interessi (e valori) del proletariato di quanto facessero mezzo secolo fa. Non meraviglia che in Europa stiano perdendo seguito in misura macroscopica, semmai desta stupore che contravvengano a quelle tendenze dei partiti (ancora più manifeste in quelli socialisti) all’accrescimento numerico e alla rappresentanza di tutti (proletariato come “classe liberatrice”) sottolineate da Michels. In conseguenza dell’abbandono delle quali stanno riducendosi fino all’estinzione, possibile e per taluni non molto lontana.

Oltretutto vi sono movimenti di “sinistra” che già appaiono in via di trasferimento/collocazione nel nuovo assetto bipolare: un sovranismo “di sinistra” cui neppure si può far carico di aver dirazzato, giacchè democrazia, indipendenza, sovranità sono stati spesso idee condivise anche lì, e anzi, spesso è merito di partiti proletari, aver difeso l’indipendenza e la sovranità dei popoli. Nulla può impedire tuttavia a chi pur essendo di sinistra intende collocarsi in nome dell’internazionalismo dell’umanità dei diritti umani (e così via) nell’altro polo, anche se, francamente appare meno in linea con la (loro) tradizione.

In questo quadro ci si può chiedere se, piuttosto che imbarcarsi in un amarcord politico, il PD non preferisca essere l’asse di un nuovo partito globalista, “Italia in marcia”, provando a ripetere quanto riuscito a Macron due anni fa. Il che presupporrebbe tuttavia l’accordo con l’arcinemico (che tal non è e neppure era) Berlusconi; e, con ciò, implica l’abbandono definitivo della “vecchia” identità. O, in alternativa, rassegnarsi ad un deperimento lento.

Teodoro Klitsche de la Grange

30° podcast_Primarie elezioni americane 2020_Il partito repubblicano, di Gianfranco Campa

Nel podcast precedente Gianfranco Campa ha prospettato la situazione nel Partito Democratico in vista delle elezioni presidenziali del 2020. In questo podcast ci offre qualche aggiornamento su una situazione già così fluida per poi passare a qualche rapido cenno sulle dinamiche nel versante politico opposto, il Partito Repubblicano. Non c’è ancora molto da dire. Tutto dipende dall’eventuale ricandidatura di Donald Trump. Nel caso dovesse farlo, eventuali candidature alternative serviranno probabilmente a comprendere la forza della fronda al Presidente interna a quel partito. I guai verranno fuori prepotentemente in caso di rinuncia di Donald Trump. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-30

29° podcast_Stati Uniti 2020; il prossimo firmamento democratico, di Gianfranco Campa

I prossimi due anni si prospettano incerti ed avvincenti, decisivi. Sia nello scenario geopolitico mondiale che nell’agone interno agli Stati Uniti. A prescindere dall’esito delle elezioni presidenziali americane del 2020, ogni velleità meramente restauratrice dello status quo ante è destinata a rivelarsi una pura suggestione. Peggio! Se dovesse avere successo non farebbe che accelerare il processo di decomposizione e frammentazione sociale e politica di quel paese sino a trascinarlo inesorabilmente verso un distruttivo ed imprevedibile conflitto interno o ad una implosione. Trump è il rappresentante di una versione originale di una componente “isolazionista” da sempre presente negli Stati Uniti, molto militante, ma costantemente minoritaria. Lo è ancora adesso; nel suo momento di massimo fulgore, l’attuale, non riesce a superare un 20/25% dell’elettorato; uno zoccolo duro autenticamente sostenitore del Presidente ma scarsamente radicato negli apparati di potere. Da qui la tattica di infiltrazione all’interno del Partito Repubblicano e i continui compromessi al ribasso di Trump, sino al sacrificio dei suoi uomini migliori e più fedeli. L’indole e la propensione di “the Donald” è rimasta e riaffiora comunque, estemporanea, come un sussulto, ogni qualvolta appare un qualche margine di autonomia nelle proprie scelte. Più o meno consapevolmente Trump con la sua azione ha comunque eroso ogni residuo spazio effettivo di conduzione unipolare del gioco geopolitico e sancito l’esistenza politica di forze avverse e concorrenti pur con le sue azioni più dure e apparentemente discriminatorie. Ha determinato la crisi e lo stallo delle élite politiche europee globaliste ed europeiste, ha ridicolizzato e privato di autorevolezza la quasi totalità del ceto politico americano a lui avverso o apparentemente amico. Le primarie del Partito Democratico annunciano un rinnovamento radicale della leadership e il tramonto definitivo, con l’eccezione di Obama, dei vecchi santoni. Molto più precaria e incerta la situazione nel Partito Repubblicano. Una fase di transizione che sembra offrire margini di azioni a personalità più o meno “indipendenti” esterni agli schieramenti classici. Gianfranco Campa, da par suo, ci offrirà un affresco esauriente e documentato di queste dinamiche così influenti anche in casa nostra. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-29

 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?, di Gianfranco Campa

Passate le elezioni americane di medio termine, mancano poche settimane all’avvio dell’estenuante campagna per le prossime elezioni presidenziali del 2020. Probabilmente una delle più importanti nella storia degli Stati Uniti. Come per il passato Italia e il Mondo seguirà la campagna con la dovuta attenzione e originalità_Giuseppe Germinario

 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?

Il partito democratico, dopo la mezza, direi deludente rispetto al dispiegamento di mezzi, timida vittoria alle elezioni di medio termine è alla ricerca di una strategia vincente da attuare in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Il tempo stringe, le primarie incombono, sono virtualmente già dietro l’angolo e cominciano ad affiorare i primi nomi dei potenziali candidati democratici alla corsa presidenziale. L’obiettivo è chiaro: spodestare l’usurpatore arancione, riconsegnare al vecchio establishment l’Impero e reinsediare l’imperatore legittimo , restituire alla natura l’armonia delle cose.

Tanti sono i nomi che veleggiano nell’immaginario della gente, che sbucano dal cilindro delle speranze democratiche. Alcuni sono nomi validi, altri sono chimere fantasiose pescate direttamente da un libro di fantascienza di Isaac Asimov. Nel reame dei candidati seri appaiono i nomi di Michelle Obama, Gary Booker, Kamala Harris, Sherrod Brown, Chris Murphy, Terry McAuliffe, Kirsten Gillibrand, Elizabeth Warren, Michael Bloomberg e il nostro vecchio caro Joe Biden. Bernie Sanders rappresenta invece l’incognita poiché non è più iscritto al partito Democratico visto che ora si professa indipendente. Poi ci sono nomi inverosimili come Oprah Winfrey, LeBron James e la nostro amata, mai dimenticata, Hillary Clinton. Ogni tanto rialza la testa, dispensa perle di saggezza e altezzosità politica, fra un lancio di anatemi contro Donald Trump e altri contro il sistema malvagio che gli ha pregiudicato l’ascesa al trono presidenziale cui teneva come a un diritto acquisito.

Hillary Clinton, non direttamente, ma attraverso i “suoi” canali mediatici più fedeli ha annunciato che correrà di nuovo alle elezioni del 2020,; parteciperà quindi alle primarie Democratiche. Inutile dire che la reazione è stata visceralmente negativa, non da parte dei Repubblicani badate bene, bensì da una larga fetta dello stesso elettorato democratico. Se l’accenno della Clinton a ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali è stato fatto per sondare, testare il terreno politico, vista la reazione negativa, la Clinton dovra` quindi arrivare alle dovute conclusioni; non la vuole virtualmente più nessuno. Ho messo la signora Clinton nell’elenco dei candidati fantastici proprio perché il suo desiderio di ricandidarsi rimarrà nel mondo delle fantascienza e nella sua testa da megalomane cui nessuno, a parte pochi nel partito democratico, vuole più sentire, vedere o dar credito.

Adesso il problema serio, il dilemma sempiterno che si pone nel partito democratico è quello di spiegare, convincere la Clinton che l’elettorato Democratico stesso ha ormai voltato pagina e che pochissimi sono disposti ad accettare una sua qualche ingerenza nella futura costruzione del partito democratico. La Clinton rappresenta il passato; lo sanno tutti, meno che lei. Lo stesso povero Bill Clinton, negli ultimi mesi si è defilato dal palcoscenico pubblico, mostrando più buon senso della moglie la quale si ostina o forse fa finta di credere che la sua figura politica sia ancora rilevante.

Fatto sta che nessuno dei candidati Democratici alle ultime elezioni di Medio Termine appena concluse, sia al Senato che alla Camera, ha chiesto il suo sostegno, il suo aiuto. Tutt’altro; hanno accuratamente evitato anche solo di menzionare in pubblico il nome della Clinton, preferendo invece invitare ai loro comizi personaggi politici del calibro di Joe Biden, Barack Obama e Bernie Sanders.

Allora si torna al questione che ho posto sopra. Chi avrà l’ardire di annunciare la cattiva novella alla Clinton? Ci saranno dei volontari disposti a subire la sua furia? Dovranno probabilmente essere precettati controvoglia e farsi  immortalare, sacrificandosi sull’altare della causa Democratica. Dovranno andare da Hillary Clinton e spiegarle che il suo regno dittatoriale è finito, la sua carriera politica sepolta e il suo delirio di potenza completamente fuori luogo.

In attesa di assistere ai fuochi pirotecnici, ci godiamo lo spettacolo offerto fin qui dalla signora Clinton. La settimana scorsa Hillary in un’intervista al theguardian, esaminando l’ascesa del cosiddetto populismo, ha dichiarato che l’Europa ha bisogno di leggi migratorie molto più severe per tenere lontano i fantasmi dei risorgenti nazionalismi. L’Europa dovrebbe chiudersi a riccio, perchè l’immigrazione di massa sta riaccendendo pericolosamente le torce dei movimenti nazionalisti.

La Clinton afferma che: “l’Europa ha fatto la sua parte e deve ora mandare un messaggio chiaro:  ‘non siamo più in grado di offrire rifugio e supporto a tutte queste persone’ questo perché se non si affronta il problema dell’immigrazione, le conseguenze saranno catastrofiche per la politica tradizionale.”  La Clinton ha poi proceduto a condannare Trump e la sua retorica incendiaria nel contesto dela tematica dell’immigrazione.

Prima di Trump però c’è stato un altro presidente che ha usato sul tema parole altrettando “incendiarie”. Quel presidente non era altro che il consorte di Hillary Rodham: Bill Clinton. Qui sotto un video del 1995 quando Clinton si riferiva al problema immigrazione usando le stesse parole di Trump oggi:

Detto questo, le dichiarazioni di Clinton contengono una parte di verità. Ma in queste dichiarazioni ha dimenticato, naturalmente, di prendersi le proprie responsabilità omettendo la parte in cui dovrebbe dichiarare che i motivi dei risorgenti nazionalismi sono figli delle decisioni disastrose prese,in termini geopolitici, dalla stessa Clinton nella sua opera di destabilizzazione di molte aree geografiche vicino all’Europa; tra le tante la Siria e la Libia.  Le politiche europee dell’austerità economica, imposte con le buone o con le cattive dalla dittatura UE, hanno anche contribuito al riaffacciarsi di questo populismo tanto odiato dalle élite politiche e finanziarie.

Le reazioni alle sue parole di condanna delle politiche migratorie europee sono state dure da parte dell’ala più  progressista del partito Democratico, incolpando la Clinton di ipocrisia e di paranoie razziste.  Tanto è bastato che la Clinton, il giorno dopo, su twitter, facesse un passo indietro specificando cosa intendeva nelle dichiarazioni fatti al theguardian: “ In una recente intervista, ho parlato di come l’Europa deve respingere il nazionalismo di destra e l’autoritarismo, anche affrontando il problema migrazione con coraggio e compassione. Su questo argomento ho anche tenuto un discorso completo il mese scorso.” “Su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo bisogno di riforme. Non frontiere aperte, bensì leggi sull’immigrazione applicate con equità e rispetto dei diritti umani. Non possiamo lasciare che la paura o il pregiudizio ci costringano a rinunciare ai valori che hanno reso le nostre democrazie sia grandi che buone.”

La precisazione alle sue dichiarazioni non ha calmato i bollenti spiriti negli ambienti della sinistra americana che vuole la Clinton consegnata per sempre agli annali della storia; non ha impressionato la destra che considera le dichiarazioni di Clinton semplicemente un atteggiamento da pre-candidata, in linea con la sua tipica ipocrisia.  La sua dichiarazione anti-immigratoria va ricercata nella necessità di Clinton di rimanere rilevante nel gioco politico.  Possiamo dire che Hillary doppia il Trumpismo, testando il terreno, nella speranza che possa aiutarla eventualmente nella sua potenziale corsa presidenziale per il 2020. Alla fine con le sue dichiarazioni non ha fatto felice nessuno.

Rimane un’ultima considerazione da fare: Può essere che la Hillary Clinton non abbia nessuna intenzione di ricandidarsi, ma abbia semplicemente lanciato un messaggio alle élite del globalismo e della Unione Europea; prevenire l’avvento di regimi populisti è ancora più importante della acquisizione di manodopera a basso costo…

https://www.theguardian.com/world/2018/nov/22/hillary-clinton-europe-must-curb-immigration-stop-populists-trump-brexit

carte buone e carte false del Governo Conte, di Giuseppe Germinario

L’avvento del Governo Conte ha provocato una reazione pressoché immediata generalmente diffidente se non negativa, tranne poche eccezioni, negli ambienti intellettuali e nei centri decisionali del paese. Una diffidenza ed una negatività amplificata in modo abnorme dalla partigianeria e dalla faziosità della quasi totalità del sistema mediatico.

Sul conservatorismo, sulla sciatteria, sulla autoreferenzialità di gran parte dei centri intellettuali, tutti ben posizionati nel sistema, tanto sensibili alle sirene d’oltralpe quanto avulse dalla situazione del paese, il blog si è espresso più volte e continuerà ad esprimersi; in particolare sull’inadeguatezza e il carattere reazionario delle chiavi di interpretazione che continuano ad offrire.

L’oggetto dell’articolo non è questo, bensì gli argomenti e il contesto offerti dalle opposizioni esterne e ormai anche interne al Governo nella loro opera costante di denigrazione.

LO SCENARIO INTERNAZIONALE

L’azione avventurista più eclatante è stata il varo del documento programmatico per il 2019. Una sfida aperta alle regole e soprattutto alle ipocrisie della condotta dell’Unione Europea. Una violazione ostentata degli accordi e dell’itinerario di rientro dal deficit e dal debito che scatenerà contro una nazione fragile ed esposta i Moloch più terribili.

Il Moloch dei mercati, in particolare quello finanziario, sempre pronti a sanzionare con gli interessi i trasgressori del rigore fiscale e a negare il credito ai potenziali insolventi. La spada di Damocle del ’92 e del 2011 è lì che incombe angosciante. Il dio mercato però questa volta appare incerto, anzi diviso; la sentenza appare di conseguenza contraddittoria. Lo spread sale, a volte scende; tarda a decollare. C’è chi vende, chi svende ma anche chi compra in quantità massicce. Il manipolo onnipotente della finanza, attribuito del potere di decisione dei destini del mondo appare percorso da strategie diverse; strategie che sembrano sempre più ricalcare le divisioni e le aggregazioni nel contesto internazionale e le fibrillazioni nell’agone politico americano. La certezza di una mitologia e di una rappresentazione del dominio e delle contrapposizioni globaliste che finalmente si incrina.

Il Moloch della BCE, pronta a inondare o a lesinare di valuta e di acquisti il mercato dei titoli secondo i propri voleri e i dettami del duo franco-tedesco; a premiare o punire quindi i più indisciplinati e riottosi, i reprobi; la Grecia prima e l’Italia dopo in particolare. Peccato che, a dispetto delle dichiarazioni e dei rimbrotti unidirezionali di Mario Draghi, a chiedere la protrazione del “quantitative easing” siano di fatto non soltanto il reprobo italico additato al pubblico ludibrio, ma la gran parte delle banche centrali degli stati europei in una fase di debiti e deficit galoppanti e di stagnazione se non proprio di recessione incipienti.

Il Moloch della Commissione Europea. Gli antichi splendori della Commissione sono ormai un ricordo sempre più lontano. La condizione di relativo equilibrio tra le potenze europee fondatrici, l’allargamento repentino ai paesi dell’Europa Orientale, concomitante a quello della NATO, la supervisione attenta della leadership americana ne garantivano una relativa autonomia operativa nel ruolo di mediatrice. L’ascesa della Germania, la creazione di una sua sfera diretta di influenza in Europa Orientale parallela e sovrapposta a quella strategica degli Stati Uniti, l’assunzione del ruolo di intermediario e gabelliere tra la potenza egemone e il pulviscolo degli stati almeno per le competenze proprie dell’Unione ne hanno sminuito progressivamente il ruolo sino alla parodia della gestione Junker. La conseguente ascesa del Consiglio Europeo e della diarchia Franco-Tedesca hanno reso sempre meno credibile la funzione di arbitro secondo regole per altro affatto squilibrate.

È una questione di tempo!

La Commissione dovrà essere intransigente verso il capro espiatorio che ha ostentato la trasgressione degli accordi capestro e transigere ancora verso le violazioni surrettizie dei sodali del patto. Non dovesse riuscire più in questa schizofrenia con qualche gioco di prestigio o con il sacrificio del governo italiano perderà definitivamente l’autorevolezza residua o il residuo sostegno del sodalizio politico. Il muro frapposto al documento italiano non è il bastione insormontabile, ma l’ultimo argine di una probabile deriva. Lo hanno affermato i leader stessi dei paesi minori più esposti nella intransigenza: se si cede, la volontà di costruzione europea cadrà nei singoli paesi, compresi i più autorevoli. Una dichiarazione di forza che è una prova di debolezza. Una intransigenza manifestata per conto terzi da quei piccoli paesi, tra questi Olanda, Austria e Irlanda, i quali hanno più praticato il dumping fiscale.

La reazione e la replica al documento del Ministro Savona, pervenuto a fatica e solo dietro sollecitazione dell’estensore negli uffici della Commissione Europea, sono state al riguardo eloquenti: il silenzio. Quel documento evidenziava il carattere nefasto delle politiche di austerità, stigmatizzava la scelta improvvida di fondazione della moneta unica precedente una politica di riequilibrio delle economie nazionali, auspicava una politica comunitaria espansiva con un accentramento conseguente di competenze, specie negli investimenti e nella gestione del bilancio; ne riconosceva però nell’immediato del contesto politico europeo l’irrealizzabilità. Rivendicava quindi, conseguentemente, una omogeneizzazione dei regimi fiscali nazionali e un ritorno delle “politiche di fiscalità nazionali”; nella fattispecie politiche di investimenti pubblici anche in deficit. Un europeista come Savona aveva mostrato finalmente il Re Europa nudo con tutti i suoi difetti e le sue storpiature, così come Salvini ha rapidamente messo a nudo quel re sul tema dell’immigrazione.

Una partita, quindi, dall’esito molto più aperto di quanto sia prospettato e auspicato dalla grande informazione. Non si tratta di un duello tra due contendenti; piuttosto di una zuffa con molti attori, pronti a cambiare schieramento e celare gli obbiettivi reali e con molti altri ingombranti osservatori interessati, alcuni in prima linea altri nella penombra; tutti impegnati ad influenzare l’esito del confronto.

IL FRONTE INTERNO

Il fronte interno si sta muovendo secondo dinamiche analoghe. Le apparenze ci mostrano un governo arroccato nella propria cittadella e assediato, asfissiato da forze soverchianti ben attrezzate, ben radicate nei vari apparati statali e nei centri decisionali e di formazione dell’opinione pubblica.

Sono tutti lì a denunciare la scarsità di investimenti rispetto all’entità delle spese assistenziali; a stigmatizzare l’errore cosciente sulla stima di sviluppo al 1,5% quasi a sottendere la responsabilità governativa della prossima probabile recessione, in realtà dalle dinamiche internazionali che vanno al di là degli ambiti domestici; a confidare parossisticamente nelle divisioni insanabili della maggioranza e nella incompetenza e inesperienza della classe dirigente in via di formazione.

Tutti, però, evitano accuratamente di rispondere alla domanda fondamentale che li qualificherebbe o meno come forze, politiche ed istituzionali, nazionali credibili: sono disponibili e sino a che punto a sostenere un confronto e uno scontro serrato almeno nell’agone europeo e nel Mediterraneo?

Eludere questa risposta connota queste forze come assedianti temibili ma privi del sostegno morale e logistico in loco; costrette, al pari delle forze imperiali, nel migliore dei casi a sostenersi grazie a lunghe e precarie catene di rifornimento. Una condizione da truppe di occupazione piuttosto che da forze liberatorie. Una condizione propedeutica ad ulteriori frammentazioni e divisioni.

È la condizione perfetta che potrebbe consentire ancora per qualche tempo alle forze politiche al governo di gestire le proprie evidenti divisioni in modo da raccogliere contemporaneamente le istanze di governo e di opposizione.

La schizofrenia, caratteristica comune anche ai governi immediatamente precedenti, è una peculiarità di questo governo.  Argomento già trattato ampiamente in altri articoli.

Il campo di applicazione è vasto: si passa dalla politica delle grandi infrastrutture, al ruolo della magistratura, alle questioni ambientali.

Il reddito di cittadinanza probabilmente ne è l’emblema. Il provvedimento poggia su due assunti fasulli: che la disoccupazione sia soprattutto un problema di formazione; che la disoccupazione abbia le stesse caratteristiche e le stesse ragioni nella variegata geografia del paese. Sino a quando si continuerà a parlare di disoccupazione e non di “disoccupazioni” la retorica vincerà sul pragmatismo, favorendo la fuga verso l’assistenzialismo e l’incomprensione, tra i tanti, del fenomeno di quella parte consistente di personale qualificato, compreso quello immigrato, che preferisce migrare all’estero. Una retorica nella quale si sono rifugiate tutte le forze politiche; tutte! Un tema, altrimenti, che sarebbe dirimente; che implicherebbe tutta una serie di politiche e di volontà, compresa la creazione di nuove imprese e formazione di imprenditori. Un tema che, trattato con coerenza, rischierebbe di mandare in fibrillazione irreversibile le politiche comunitarie di stampo liberista e il reticolo di norme europee che regolano le attività e gli investimenti.

Il termine schizofrenia sottende la convivenza di propositi opposti e difficilmente conciliabili; di propositi, quindi, anche accettabili e significativi. A spulciare documenti e provvedimenti quesi ultimi non mancano; e l’opera certosina e discreta di settori della pubblica amministrazione sta cercando di dare loro corpo.

Si legge il proposito di difesa delle imprese impegnate nel complesso militare e nell’industria strategica residua, anche se i tagli successivi sembrano poi contraddire in parte le intenzioni. Si inizia a ricostruire un sistema di agenzie e di centri nazionali in grado di fungere da supporto tecnico e indirizzo nell’attuazione dei programmi di investimento specie delle amministrazioni periferiche e locali. Un tentativo molto più strategico di quanto possa apparire. Un modo per indebolire quel legame diretto tra amministrazioni locali e strutture e agenzie comunitarie che contribuisce a logorare la funzione di indirizzo e controllo dello Stato Centrale. Si sta operando per riprendere almeno il controllo pubblico delle reti, in particolare le telecomunicazioni, dopo le sciagurate privatizzazioni. Si sta cercando di riprendere il controllo dell’esposizione del debito pubblico con l’emissione di titoli collocati direttamente tra i risparmiatori al dettaglio.

Sono indirizzi ancora estemporanei, portati avanti sottotraccia e ancora privi di un disegno organico. Un disegno che implicherebbe la ripresa di temi strategici come la ridefinizione delle competenze tra stato centrale e amministrazioni locali; la gestione del rilevante risparmio nazionale; la riconduzione nei ranghi dell’azione giudiziaria. Tutti temi che stridono ancora con le suggestioni della democrazia dal basso del M5S e le concezioni originarie del federalismo della Lega ancora ben presenti nelle due formazioni e connaturate nel M5S.

Limiti che rivelano la durezza di un confronto più interno alle forze di governo che tra queste e le opposizioni. Una ruvidezza cui non corrisponde una chiarezza sufficiente di obbiettivi e di strategie; un sordo contrasto che potrà risolversi probabilmente solo con il completamento della trasformazione surrettizia della Lega in partito nazionale e con la spaccatura di un M5S logorato dove sta però prendendo piede una componente più realista. Vedremo cosa comporterà il prossimo ritorno del Messia pentastellato, di Di Battista anche se le frecce in faretra si stanno rivelando sempre più spuntate. Qualcuno si deciderà finalmente a chiedergli conto delle sue frequentazioni americane, specie in California e dei suoi stage di apprendimento.

IL PARADOSSO INTERNAZIONALE

Paradossalmente gli impulsi migliori e più promettenti sembrano provenire dal contesto internazionale. Questo Governo viene continuamente tacciato di un avventurismo che lo sta sospingendo nell’isolamento più totale. In realtà l’isolamento e l’inconsistenza del peso geopolitico del paese si è compiuto silenziosamente a partire dalla guerra civile nella ex-Jugoslavia e dalla riunificazione tedesca. L’Italia ha perso quasi ogni influenza in Europa Orientale, compresi i Balcani e ha incrinato la sua credibilità e il suo prestigio nel Mediterraneo in questi ultimi trenta anni. Una chiusura a Nord-Est che la sta sospingendo volente o nolente verso il Mediterraneo e il Nord-Africa. La chiusura del cerchio avrebbe potuto completarsi con la guerra e la defenestrazione di Gheddafi in Libia. Da lì, invece, è iniziato fortunatamente il declino di Obama e l’emersione della vanagloria francese. Oggi l’America di Trump, per relegare almeno momentaneamente il multilateralismo, destrutturare il sistema di relazioni fondato su organismi sovranazionali e rifondare un sistema di alleanze più agile ed efficace e soprattutto più sostenibile, ha bisogno di ripristinare i rapporti tra stati nazionali e ridimensionare le potenze regionali che hanno lucrato all’interno della propria sfera di influenza. In Libia, per altro, si è creato una terra di nessuno dove le malefatte clintoniane hanno offerto le possibilità di accordo tra Trump e Putin a scapito di Francia e Turchia. Il terreno ideale per offrire all’Italia la possibilità di ritorno e di azione. Un invito colto con una certa sapienza dal Governo Conte con la gestione della recente conferenza. Più discreto, ma altrettanto efficace, almeno per il momento, la copertura nel contenzioso europeo. Come pure le boccate di ossigeno offerte dal complesso angloamericano a Finmeccanica e Fincantieri. In politica, più che in altri ambiti però, ogni sostegno e ogni collaborazione non sono disinteressati e nemmeno garantiti e stabili nel tempo. Il confine tra la capacità di cogliere le opportunità offerte e la condanna a cadere sotto nuove forme di servitù e subordinazione, simili alle precedenti, è sempre labile e poco definito. Un dilemma che le classi dirigenti nazionali hanno dovuto affrontare più volte a partire dal conseguimento dell’unità. Qualche volta con esito soddisfacente, altre incorrendo in un destino drammatico o poco lusinghiero. L’armistizio estivo tra l’Amministrazione di Trump e la Commissione Europea deve fungere da campanello di allarme. Il rinvio dell’innalzamento delle barriere doganali ai danni della Germania è costata qualche concessione ai tedeschi e il sacrificio molto più significativo su importazioni di prodotti agricoli a scapito dell’Italia.

L’ipotesi di puntare rapidamente ad una condizione di neutralità vigile può essere prematura; richiede ben altre condizioni e una classe dirigente in grado di sostenere un confronto così duro. Tentare almeno un patto con il diavolo che consenta di recuperare il controllo almeno del sistema finanziario, con la riacquisizione di Generali e UNICREDIT e magari la gestione della rete commerciale che apra uno sbocco più garantito dei prodotti agricoli nel mercato nazionale, ambiti economici attualmente in mano ai francesi e in parte ai tedeschi, potrebbe essere un obbiettivo già alla portata dell’attuale Governo, così come quello in atto sulla TIM nel settore delle telecomunicazioni. L’importante è riuscire a resistere alle pressioni di una armata probabilmente più sgangherata di quanto possa apparire ma sempre pronta a trovare nuovi corifei e nuovi tromboni. Il Corriere della Sera, ancora una volta, si è offerto diligentemente nella funzione di benpensanti servili. Giornalisti come Federico Fubini, da capostipiti, hanno decisamente scelto la loro missione: quella di ventriloqui del magnate filantropo Soros. (vedere per credere:  https://2018.festivaleconomia.eu/-/di-quale-europa-abbiamo-bisogn-1  ). La loro credibilità, però, sta crollando fortunatamente assieme alle vendite dei loro fogli. Uno spazio in più del quale approfittare

 

 

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