IL MORBO INFURIA IL CERVELLO MANCA, di Antonio de Martini

IL MORBO INFURIA IL CERVELLO MANCA
Di tutta la pubblicistica di guerra sull’Italia – e ne ho letta- la frase che mi è rimasta più impressa l’ha scritta il feldmaresciallo Kesserling comandante delle truppe tedesche impegnate in Italia.
La cosa che lo aveva meravigliato di più del nostro paese, era stato il fatto che l’Italia avesse affrontato e gestito il secondo conflitto mondiale senza aver promulgato leggi – nemmeno una- per aumentare la produzione bellica o comunque per ottimizzare l’impiego delle proprie risorse dato il radicale mutamento della situazione economica, militare, alimentare di sicurezza della popolazione.
Adesso si profila il bis di tanta scelleratezza.
Esistono ancora reperti idiotici della burocrazia come il “certificato antimafia” e quello di “ esistenza in vita” .
Sarebbe utile l’armonizzazione tra il “ confinement” e la pubblica illuminazione e/o garantire non solo la proprietà pubblica, ma la gratuità dell’acqua che si conferma motore della igienizzazione generale. Quasi un medicinale.
L’abolizione dei circenses comunali tipo l’estate romana nella mia città e la destinazione dei fondi ad altri impieghi.
La riorganizzazione – come un tempo – di corsi d’ istruzione pubblica da parte della RAI che continua a fare gare di qualità tra ristoranti chiusi e proposte di viaggi in Patria e fuori.
Non si pensa alla requisizione di alberghi per togliere dalle strade i senza fissa dimora che possono divenire innocenti veicoli del contagio.
Può in governo prescrivere come salvavita le abluzioni mentre migliaia di cittadini non dispongono dell’acqua ?
Manca la riorganizzazione della CRI ( croce rossa italiana ) che anche durante la guerra si distinse per l’abnegazione dei singoli e l’inettitudine della dirigenza ( in prigionia mio padre ricevette in tutto un solo pacco nominativo : dalla croce rossa tedesca. Da quella italiana ricevette, come ebbe a dirmi “ un amato cazzo”.)
Per adesso si fanno piccoli decreti come la riapertura delle librerie, senza linee guida per l’igienizzazione dei locali e dei libri, per l’assembramento delle persone nelle strettoie dei corridoi che inibiscono perlopiù il distanziamento tra individui ecc.
Si prevede l’azzeramento della nostra industria turistica per almeno un anno, ma non la cassa integrazione per gli addetti degli enti turistici locali e nazionali.
Non si rivedono le norme regolatrici dei servizi cemeteriali prima che si trovino ad affrontare le emergenze che già si profilano.
Manca ancora il riconoscimento della malattia – o decesso- per ragioni professionali di infermieri e medici per il COVID.
La revisione delle polizze assicurative per non lasciare i singoli in balia degli uffici legali di aziende prive di scrupoli.
Non si pensa a sfruttare l’eccezionalità del momento per lanciare un condono e riformare una fiscalità grottesca.
Se pensano di rastrellare nuovi fondi con inasprimenti di tasse provocheranno una rivolta cruenta.
Non si pensa a ridurre i prezzi dei farmaci riducendo l’aggio che i farmacisti hanno del 33% , percentuale unica al mondo.
Si pensa invece a litigare su chi ha firmato o meno un accordo di dieci anni fa e se il premier ha o meno diritto di criticare gli oppositori.
Il virus ha colpito anche il cervello ?

da Cthulhu morbus, il dio del terrore, della follia e del caos, su richiesta di Massimo Morigi

R’lyeh, 17 ottobre 2020

 

Sempre su cortese richiesta di Massimo Morigi, per i lettori de “L’Italia e il mondo”  da Cthulhu morbus, il dio del terrore, della follia e del caos:

https://www.avvocatoinfamiglia.com/mascherine-si-mascherine-no-riflessione-pacata-tra-magistrati-ed-avvocati/, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20201016122334/https://www.avvocatoinfamiglia.com/mascherine-si-mascherine-no-riflessione-pacata-tra-magistrati-ed-avvocati/                                                                      

https://www.laleggepertutti.it/425982_illegittimo-lobbligo-di-indossare-le-mascherine, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20201016122613/https://www.laleggepertutti.it/425982_illegittimo-lobbligo-di-indossare-le-mascherine                                                                                                                 

 https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-dell-emergenza-covid-19/1123-covid-e-mascherine, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20201016123040/https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-dell-emergenza-covid-19/1123-covid-e-mascherine  

 

  1. S. Cthulhu morbus manifestamente approva la teoria del povero mortale Morigi sul colpo di extrastato.
  2. I link di Wayback Machine potrebbero essere temporaneamente non disponibili

scontro tra immagini, scontro tra pezzi di mondo, di Pierluigi Fagan

Alcune interessanti e, come sempre, lucide considerazioni di Pierluigi Fagan; in primo luogo la constatazione che lo scontro tra immagini e visioni del mondo, elaborate dai mainstream, anticipano, preparano, forniscono motivazioni allo scontro tra “pezzi di mondo”. Alla presa d’atto dell’affermazione di una fase multipolare, se non proprio ancora multicentrica, delle dinamiche geopolitiche corrisponde nel dibattito e nelle analisi ancora una sorta di inerzia che vede negli Stati Uniti gli artefici degli eventi, dei complotti, delle cantonate e così via. Se multipolarismo deve essere, anche gli artefici, con i loro complotti, errori e strategie, sono molteplici. Le loro motivazioni sono mosse da altri impulsi che la bontà, l’amicizia e la dirittura morale. La vicenda della pandemia da coronavirus si inserisce in una dinamica nella quale le élites americane tendono ormai sempre più a individuare nella Cina l’avversario principale, con qualche incertezza sulla sorte da riservare alla Russia. Diventa quindi una ottima occasione di manipolazione in un senso o nell’altro. Nella fattispecie gli Stati Uniti, ma anche Australia e Gran Bretagna, hanno accolto già all’inizio dell’inverno alcuni ricercatori transfughi in grado di rivelare alcuni segreti delle attività di ricerca cinesi. E’ probabile, sicuro direi, che gli americani manipolino e dosino in futuro le informazioni sulla base delle convenienze politiche interne e geopolitiche. La virologa Li Meng Yan è probabile che assuma al momento la funzione di parafulmine a copertura di ciò che si muove dietro le quinte. Stando ai tempi l’offensiva americana anticinese ha preso grande forza dopo i maldestri tentativi cinesi di attribuire la responsabilità dell’origine e della diffusione del virus prima ad americani in terra cinese e poi via via ad altri, parlando e sussurrando di virus giapponese, tedesco, coreano e così via, di virus nazionali quindi. Probabilmente la verità non la sapremo mai. Ritengo poco realistico e ragionevole una diffusione volontaria e programmata di un virus creato artificialmente. Proprio per le implicazioni che comporta l’innesco di una guerra batteriologica, di per sé poco gestibile e controllabile, in una fase così prematura. Se pure tale o tal’altra verità dovesse emergere, affiorerà tra talmente tante versioni da renderla invisibile e simil-veritiera essa stessa. Quello che conta è la gestione e manipolazione di un fatto così destabilizzante che vede partecipi diversi primi attori e con ruoli da protagonisti ormai sempre più equivalenti_Giuseppe Germinario
LO SCONTRO TRA IMMAGINI DI MONDO, ANTICIPA SEMPRE LO SCONTRO TRA PEZZI DI MONDO.
Si acuisce la deriva continentale delle immagini di mondo riguardo l’interpretazione del fenomeno conosciuto col nome SARS-CoV-2.
Il nuovo catalizzatore è la pubblicazione su un archivio open access (dove cioè scienziati e ricercatori fanno upload per conto proprio dei propri studi) del supporto scientifico alle accuse che la virologa cinese Li Meng Yan, fa costantemente da luglio 2020, ovvero che il virus è stato ingegnerizzato volutamente dai cinesi per scopi militari, guerra batteriologica. L’accusa venne anticipata da Trump ai primi di marzo, lasciando intendere lavori di accertamento in corso da parte dell’intelligence, nell’ancora indecisa questione relativa al fatto se i cinesi avessero volutamente rilasciato il virus o gli fosse sfuggito nottetempo per dabbenaggine. Il direttore dei servizi di intelligence americani, dichiarava però di esser d’accordo con “l’ampio consenso scientifico” della comunità degli scienziati internazionale che negava questa origine artificiale.
Da marzo fino a ieri, non risulterebbe nessuno studio peer reviewed in tutto il mondo, che sostiene l’origine non naturale del virus o meglio risulterebbero solo studi che dopo analisi su questa ipotesi, la escludono. Per lo più a firma di scienziati americani o inglesi. Potrebbe esser un caso di conformismo scientifico o addirittura interesse venale che inquinerebbe l’oggettività della scienza virologica mondiale? La questione, si capirà, sprofonda in tecnicalità di biologia molecolare assolutamente incomprensibili per chiunque non sia non solo un virologo, ma un virologo specializzato in coronavirus. Il fatto che la base tecnica dell’accertamento della verità sia così microscopico ed inaccessibile, è l’ideale per farvi fiorire sopra opinioni in libera uscita.
Dopo l’ondata di Trump a marzo e quella minore creata dalla stessa Li Meng a luglio, oggi c’è la terza creata dalle dichiarazioni della stessa scienziata ad un talk show inglese, visto che ora la cinese si trova sotto protezione americana in occidente. I cinesi sostengono addirittura che la Li Meng non risulterebbe negli archivi ufficiali dell’università di Hong Kong di cui lei dichiarò di esser membro del corpo scientifico di primo livello. Ovvio che i cinesi neghino, però non risulta neanche nella analisi di Web Archive che registra tutte le versioni delle pagine web nel tempo. In più registriamo che l’hanno tranquillamente fatta uscire dal paese invece che trasformarla in un pilone di un grattacielo di una delle loro famose città fantasma. Ma gente che si fa sfuggire i virus, è facile anche si faccia sfuggire la pericolosa “whistleblower”.
L’uscita nel talk show è presto diventata una nuova onda alimentata da due tipologie di media: quelli della destra trumpiana, sia americana che gli affiliati europei e quelli che non si dichiarano tali in prima battuta pur condividendo tra loro e con alcune frange della destra trumpiana americana ed ormai occidentale, vari tipi di teorie definibili “conspiracy fantasies”. Nel frattempo, ad oggi, gli USA hanno toccato il poco invidiabile tetto dei 600 morti per milione di abitanti.
Quanto a agli americani, nella ripresa della notizia della virologa o studentessa cinese, si segnalano l’immancabile Fox di Murdoch ed il fogliaccio scandalistico di New York Post sempre del magnate australiano amico di Trump che raggiunge 4,7 miliardi di persone nel mondo col suo impero media di news, sport e spettacolo. Murdoch che possiede il Sun, il conservatore The Times ed il Wall Street Journal (nonché l’intero gruppo Dow Jones da cui l’indice della borsa di Wall Street) che giusto pochi giorni fa pare abbia “sdoganato” Salvini. Per trenta anni è stato anche il proprietario di Sky dominando la tv digitale e satellitare del mondo, poi l’ha venduta due anni fa. Stranamente, le nuove teorie sulla misteriosa élite che controllerebbe i destini del mondo, non prevedono questo signore che obiettivamente, accanto a Zuckerberg, è quantomeno fratello di sangue del supposto Grande Fratello. Anzi, sono spesso i suoi media a veicolare o bordeggiare questa fumosa teoria su i controllori cospirativi, lasciando intendere che siano ovviamente altri ad impersonarla.
Di contro, si dovrebbe ipotizzare che la Cina, con WHO (OMS), l’intera comunità scientifica dei virologi e di quelli specializzati in coronavirus ed i compiacenti governanti di mezzo mondo a parte Trump e pochi altri magari silenziosi ma che sanno della cospirazione internazionale ma non parlano mentre il loro Pil viene distrutto, naturalmente asserviti ai disegni maligni di Big Pharma e Bill Gates (ma forse c’è anche Rockefeller che vuole diminuire la popolazione mondiale in esubero a botte di un virus che ad oggi però avrebbe fatto fuori solo lo 0,01% della popolazione mondiale, per lo più occidentale ) o affiliati nel disegno di sfruttamento dell’influenza trasformata in “peste nera” dai compiacenti media (eccetto quelli di Murdoch?) per istruire una dittatura sanitaria preludio di una dittatura neoliberista panoptico-orwelliana che ha deciso di auto-distruggere il tessuto economico (una dittatura neo-liberista che vuole distruggere il tessuto economico pare strano, ma in tutti i fenomeni di fede popolare c’è la sospensione dell’incredulità), siano in combutta.
Banale, ricordare che i “poteri” se tali sono, gestiranno anche le disgrazie a loro vantaggio. Ma questo è un altro argomento.
Di contro al contro, l’accusa di aperta cospirazione cinese tramite bioterrorismo, costituisce accusa gravissima che, con le giuste vibrazioni di sdegno, odio e ribellismo costruite nel tempo, anche con l’apparente movimento “grassroots” i cui coltivatori vediamo anche qui su i social tutti i giorni alacremente all’opera in nome del diritto/dovere al pensiero critico, può esser base per un arco di eventi che vanno dalle semplici sanzioni ed ostracismo totale, alla guerra nucleare di legittima ritorsione. Il tutto su una base popolare sempre più unificata dall’indignazione sebbene poi le sue variegate parti coltivino ognuna una agenda eterogenea all’altra (dal movimento americano tradizionalista, ai comunisti non di sinistra, ai libertariani anarco-capitalisti, ai fascisti che però ridono se li definisci tali negando abbia senso la definizione retaggio di mentalità otto-novecentesche). Il che ricorda molto Weimar.
Viepiù visto che Trump, alienandosi da tutte le istituzioni multilaterali, ha creato i presupposti per le “mani libere”, autonominandosi giudice globale a suo personale ed insindacabile giudizio. Libero e con “arma fine di mondo” come ha carinamente pensato di farci sapere prima di far incetta di Nobel per la Pace per aver fatto fare outing alle già intense relazioni amorose tra gli amici petrolieri arabi sunniti e gli amici tritura-palestinesi israeliani tramite il fido genero.
La faccenda è molto più complicata di questa breve nota, ma invito tutti a fare molta attenzione allo sviluppo di questa storia perché sta diventando “la storia” alla base della torsione globale che il mondo sta avendo sotto la sempre più insostenibile pressione delle miriadi di contraddizioni e conflitti tra interessi (politici, geopolitici, economici, finanziari, sociali, militari, strategici e financo culturali) che anima lo scontro delle civiltà, delle classi sociali e delle mentalità in un pianeta di quasi 8, prossimi 10 miliardi di abitanti in cui farà sempre più caldo, in molti sensi. In particolare, anzi quasi esclusivamente, nel nostro versante occidentale, almeno per ora…

 

CRISI PANDEMICA, MODELLO SVEDESE e non solo. Una conversazione con Max Bonelli

Esiste un modello svedese, ancor più un modello scandinavo nell’affrontare la crisi epidemica del coronavirus? La rappresentazione che viene offerta in Italia dal sistema mediatico si avvicina alla realtà o è frutto soprattutto di pregiudizi e di manipolazione ad uso politico interno? Sono due quesiti ai quali cerca di rispondere in questa interessante intervista Max Bonelli, forte della sua esperienza professionale e della frequentazione sul campo di quei paesi. Scopriremo che in realtà le linee guida adottate dal governo svedese sono molto più articolate e denotano una conoscenza ed una autorevolezza di quella classe dirigente nonché una coesione di quella formazione sociale sconosciute nel nostro paese. In altre due interviste e in alcuni articoli precedenti Max Bonelli ci ha svelato in maniera inedita le crepe e i lati oscuri di quella società e della corrispondente classe dirigente. Con questa intervista ci offre un’altra preziosa pennellata. Ci offre inoltre due osservazioni valide per leggere le vicende dei vari paesi coinvolti nella crisi, in particolare quelli occidentali. La prima è che la crisi epidemica mette a nudo il valore, la capacità, l’autorevolezza e l’autonomia di ciascuna classe dirigente, proprio perché la diffusione dell’epidemia è in gran parte indipendente dalle gerarchie delle dinamiche geopolitiche e le classi dirigenti, comprese quelle abituate ad attendersi e obbedire ad imput esterni, sono costrette a misurarsi più autonomamente sul problema. La seconda è che nei sistemi politici occidentali a democrazia rappresentativa l’adozione di provvedimenti generalizzanti, nominalmente draconiani e indiscriminatamente restrittivi rivelano, più che una forza ed una volontà ed un consapevole disegno autoritari, una scarsa conoscenza del proprio paese e della propria popolazione, un deficit di autorevolezza che conducono ad una incapacità di articolare gli interventi sulla base delle differenze e delle esigenze specifiche dei vari settori ed ambiti della formazione sociale e ad una disabitudine a decisioni appropriate. In un contesto obbiettivamente ostico e inedito, la classe dirigente italiana, in particolare il suo ceto politico, dedito ormai da decenni alla contingenza quotidiana e all’attesa di lumi, ha rivelato tutti i suoi limiti e la sua pochezza. Non sono mancati, né mancheranno, esempi luminosi e gratificanti, vedi l’esempio del Veneto e della Campania, di un ceto politico dotato di fermezza e buon senso. Hanno rivelato in sovrappiù l’esistenza e l’utilità di professionisti preparati e competenti sui quali l’intero paese potrebbe contare. Altri, tra questi, continuano ad operare eroicamente nell’oscurità quotidiana in altre realtà territoriali meno fortunate. Entrambi stanno evidenziando paradossalmente le potenzialità grandissime del nostro popolo, ma anche le enormi disfunzioni istituzionali e la sistematica repressione delle energie positive che stanno affossando il paese. Una contraddizione già paralizzante nella fase relativamente semplice da affrontare quale quella del contenimento costrittivo della diffusione pandemica; figuriamoci quanto pietrificante nella fase prossima ventura della ricostruzione economica e sociale. Un dramma per un ceto politico perennemente in attesa di lumi e sostegni dall’esterno, tanto più se dai versanti sbagliati e più ostili.

Nell’ultima parte dell’intervista Max Bonelli indugia sulla possibile origine artificiale del virus, ipotizzando una responsabilità statunitense diretta nella accensione dei focolai in Cina. La guerra batteriologica in effetti non è una novità nella storia. Con mezzi e tecnologie diverse e più approssimative l’hanno già utilizzata gli americani stesi contro i nativi, i turchi contro i genovesi in Crimea agli albori della modernità e tanti altri nei vari contesti conflittuali nel mondo. Nell’attuale contesto di conflitto e confronto militare ancora latente tra superpotenze l’arma batteriologica assume più, a parere dello scrivente, un valore di deterrenza considerate anche le controindicazioni e la scarsa selettività e capacità di controllo dello strumento. Rimangono per altro le ipotesi di un’origine naturale delle mutazioni del virus, legate alle condizioni ambientali di quell’area come di una manipolazione sfuggita al controllo dei cinesi da quel laboratorio P4, frutto di una collaborazione sino-francese e sino-americana ma localizzata in un paese ansioso e frenetico nell’acquisire le capacità tecnologiche e scientifiche anche in quel campo. La verità, probabilmente non la conosceremo mai seno tra molti anni; se dovesse emergere ora, non fosse che per un ulteriore repentino inasprimento del conflitto geopolitico e soprattutto interno alla dirigenza americana, rimarrebbe sommersa nelle mille diverse versioni della propaganda propinata da tutti gli attori. Non è dopotutto un aspetto essenziale, se non per valutare il livello dello scontro. Molto più importante è prendere atto dell’esistenza della pandemia e dell’uso politico e geopolitico che si fa e sempre più si farà del virus e della pandemia. Contribuirà a ridefinire in geopolitica e in geoeconomia le gerarchie, a disegnare le sfere di influenza politiche e a conformare ad essa le future sfere di influenza economica. Diventerà l’arma per una guerra sui titoli di debito sovrani. Sarà il terreno di coltivazione di enormi interessi economici, di primato scientifico e tecnologico e di dissesti, disarticolazione e riarticolazione delle varie formazioni sociali. In Cina lo percepiremo con qualche ritardo, come pure in Russia dove il problema sta esplodendo con qualche settimana di ritardo e con qualche disfunzione di troppo successiva al primo impatto; negli Stati Uniti potrebbe diventare l’occasione e lo strumento definitivo di un regolamento di conti fra due ceti politici e decisionali ormai in contrasto mortale da anni. Il conflitto, inizialmente sordo ma ormai sempre più manifesto, tra il Presidente Trump e Fauci, il consulente scientifico dalle acclarate connessioni finanziarie e di indirizzo scientifico con il laboratorio cinese di Wuhan, potrebbero essere la miccia per la deflagrazione definitiva dello scontro politico negli Stati Uniti e per una definizione più lineare della politica estera in funzione più anticinese e meno antirussa. https://www.facebook.com/groups/ilgreg/permalink/863677510782498/Un conflitto che dietro le relazioni apparentemente lineari tra gli stati, nasconde un intreccio di conflitti e connivenze tra i vari centri strategici presenti in essi, Cina compresa. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

E’ MEGLIO NON SAPERE?, di Pierluigi Fagan

E’ MEGLIO NON SAPERE? Financial Times lancia il sasso: secondo una brutale comparazione tra la mortalità media 2015-2019 dei mesi di marzo ed aprile e quella 2020, ci sarebbero circa il 50% di morti in più in Europa occidentale. Speriamo i dati siano giusti.

A livello di fatto forse alcuni sono morti a casa di altre patologie su cui si è scelto di non intervenire per paura di andare negli ospedali infetti o forse gli stessi servizi sanitari alle prese con l’emergenza non hanno fornito la dovuta attenzione di cura. Di contro, ci dovrebbero anche esser in teoria meno morti per altri tipi di cause che la reclusione a casa ha evitato. Poco importa la precisione del dato, se sia del 40% o del 60%, la cosa va vista a gran grossa. Peggio sta andando fuori dell’Europa, viepiù si procede verso paesi meno organizzati o organizzati al punto da negare i dati. Sappiamo per certo che UK ha scelto di non contare i morti delle case per anziani e private (pare che l’unico paese al mondo che conta i morti in senso ampio sia il Belgio ed infatti ha la mortalità più alta del mondo), seguito da USA, Canada e probabilmente Olanda. Ai paesi anglosassoni questa cosa della morte e dei vecchi non piace.

Ma questa è solo la metà della metà dell’informazione mancante. In tanti in questi giorni si sono lanciati in comparazione dati strapazzando l’ISTAT per falsificare o validare l’entità dell’epidemia come se per misurarla si dovessero contare solo i morti. Certo i morti sono fatti clamorosi, sono l’antimateria per la nostra mente che si è evoluta per farci vivere il più a lungo ed al meglio possibile. Ma l’epidemia non si conta solo con i morti. Pur non avendo ancora dati affidabili a largo spettro e soprattutto essendo ancora a + due mesi dall’inizio del fenomeno che durerà forse un anno o poco più anche se a ritmi diversi, probabilmente la mortalità del Sars-CoV2 è relativamente bassa. Magari un po’ più alta nei paesi con molti vecchi e con strutture sanitarie approssimate o dove dinamiche che i più fanno fatica a comprendere per eccesso di variabili (metropoli, densità abitativa, stile di socialità, ritardo nell’individuazione dell’epidemia, presenza di più uno o più focolai di contagio) hanno creato situazioni sfortunate. Vedo insospettabili nei social che ancora pubblicano tabelle su paesi più bravi e meno bravi redatte prendendo appunto solo i morti e deducendo da questo totale la semplicità dell’equazione pregressa che invece non è semplice per nulla. Sono secoli che tribù africane vengono colpite da qualche patogeno proveniente dalla foresta, arriva, stermina uno o due villaggi, poi scompare. Se invece prende l’aereo e sbarca a New York, la cosa si fa più vistosa. Se correggessimo quella connessione mentale semplificata per la quale ogni volta che qualcuno convoca la demografia appare il fantasma del reverendo Malthus e coro greco che brontola giudizi censori con annessa recensione critica di Marx, e contassimo invece la dimensione relativa, assoluta, dinamica e di composizione dei gruppi umani, forse capiremmo qualcosa di più del mondo e delle nostre società, ma comprendo che per mentalità forgiate nel XIX secolo, la cosa sia difficile. Collegare poi demografia a sociologia è utopia, verificare le fonti dei dati per carità, metterci l’asse del tempo per capire se il dato di chi sta in epidemia da due mesi sia comparabile con quello di chi ci sta da un mese non se ne parla.

Comunque, l’altra metà della fotografia degli effetti dell’epidemia è socio-strutturale. Addirittura il sito dei debunkers è dovuto scendere in campo per correggere la bufala del primato europeo dei tamponi dei tedeschi. Anche se ci stanno antipatici, credere ai tedeschi fa parte della religione condivisa. Il primato europeo dei tamponi, tolti i paesi con poca popolazione, è italiano i tedeschi sono solo terzi dopo anche la Spagna. Ma qui sarebbe anche interessante notare l’incredibile inefficienza di francesi, britannici e svedesi. Poi ci sarebbe da verificare a posteriori lo stress test sulle strutture sanitarie e la differenza tra quelle centrali e diffusamente territoriali. Se la mortalità del Sars-CoV2 come tutti sanno è relativamente bassa anche dopo tutte le correzioni statistiche ex-post, la percentuale dei richiedenti cure di vario tipo (dai medicinali all’ossigeno all’intubazione) è invece molto alta. Molto più alta della capacità di gestire il fenomeno di quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale. That’s the point! Ma essendo un dato più complicato non piace, meglio i morti.

Ne sortirebbero infatti domande imbarazzanti sulle nostre credenze di economia politica, disciplina scotomizzata dalla confusa materia politica per distillare numeri che fanno dell’economia una “scienza”, non perché lo sia o possa esserlo ma perché è ideologicamente utile che si creda lo sia e possa esserlo. Poi ci sarebbe a verificare lo stress test sulla gestione degli anziani. Gli anziani sono problematici, abbondano sempre più in Europa, vivono sempre più a lungo, non servono a niente e costano un sacco di soldi. Meno male che quello che li si dà in pensione rientra nella spesa farmaceutica e sanitaria, altrimenti sarebbe da promuovere una eutanasia generalizzata come fanno i pragmatici olandesi. Pudicamente lo stesso FT tratta i dati di tredici paesi europei occidentali ma evita la Germania. Cosa sia davvero successo in Germania con l’epidemia è un mistero statistico, nessuno dotato di minimo comprendonio sa spiegarsi i dati tedeschi ovvero nessuno tra questi crede ai dati tedeschi. Ci sono tutti gli elementi per creder vero che efficienza, prontezza, posti letto, materiali e quant’altro hanno contenuto il fenomeno meglio che altrove, tuttavia il dato della mortalità tedesca non sembra credibile dal punto di vista della logica geo-demo-statistica.

Quindi, è meglio non sapere. La gente è turbata e vuole normalità e noi gliela diamo occultando dati, fatti e considerazioni critiche, anzi meglio si sfoghino criticamente aiutando la macchina della difesa psico-sociale arrivando a negare ci sia una epidemia o prendendosela col governo tiranno che non li fa uscire di casa o ipotizzando la macchinazione dei paladini del New World Disorder a trazione circo mediatico-farmaceutica-digitale-finanziaria panoptica post-biopolitica anche un po’ neo-liberale. Le auto-prodotte armi di distrazione di massa, vere e proprie valvole di sfogo dall’ansia della impotente pressa d’atto, spuntano tutti i giorni come i funghi su i social. Storici fieri avversari dello status quo si stanno riposizionando come inconsapevoli truppe speciali di complemento violando ogni principio di non contraddizione. Domandarsi perché nessuno ha fatto niente in previsione di cose stranote e strapreviste, no? Immagino il godimento delle élite nel vedere masse inferocite di persone che invocano il “torniamo a lavorare, a consumare, ad esibirci, a drogarci, a scopare” insomma il “pacchetto libertà” accluso al nostro sempre più sbilenco contratto sociale.

Dei tanti funerali che non si sono potuti celebrare di questi tempi, quello della nostra convinzione si viva in un mondo di liberi dati, informazioni, diritto di critica , numero-peso-misura a base del realismo scientifico, democrazia, comunità degli europei, rispetto delle persona, non si deve celebrare né ora, né mai. Ogni epoca ha la sua credenza centrale sulla cui fede si basa il gioco sociale. Nel medioevo era la provvidenza benevola di dio, nella modernità è la provvidenza benevola della libertà di produrre e comprare. Che quel re sia nudo è meglio non sapere, anche al punto da far finta di non sapere.

[Ai non credenti dell’esistenza di un “naturale” problema pandemia suggerisco di invalidare il post ipotizzando che della lobby “circo mediatico-farmaceutica-digitale-finanziaria panoptica post-biopolitica anche un po’ neo-liberale”, il Financial Times sia l’organo ufficiale ed è per questo che si è preso la briga di esagerarne le dimensioni. La fede ne sa sempre una più del diavolo, no? :-)]

https://www.ft.com/content/6bd88b7d-3386-4543-b2e9-0d5c6fac846c?fbclid=IwAR1k3DqvuRP4FlQOVKACfA8GNG1D697oE8fQMSZtdmiB4PQecMl1WGvvuDg

https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10220899916703267

le nuove strade aperte dal coronavirus, con Antonio de Martini

La conversazione è lunga; la segregazione in casa aiuterà certamente all’ascolto. Il titolo è un po’ paradossale. Il resto lo farà la pacatezza delle argomentazioni offerte da Antonio de Martini. E’ tempo di scelte. Dall’esterno le pressioni, le sollecitazioni a compierle si intensificano. Ad un quadro sempre più dinamico si contrappone una classe dirigente tremebonda ed arruffona, abbarbicata all’attesa e alla conferma di vecchi schemi e sistemi di relazione ormai deleteri. La crisi epidemica in corso si sta rivelando un vero e proprio acceleratore delle dinamiche in corso della geopolitica, quindi anche della geoeconomia. Una posizione di attesa o, nel peggiore dei casi, abbarbicata agli schemi classici della diplomazia e delle relazioni internazionali è il modo migliore per un paese di diventare oggetto piuttosto che protagonista. Rimane, purtroppo, la cieca propensione della nostra classe dirigente. Ne discutiamo con Antonio de Martini. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

Chi se ne sta andando!?, di Fulvio Marcellitti

Se ne vanno.
Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità. L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze

Due,tre cose che so sul coronavirus, di Max Bonelli

Due,tre cose che so sul coronavirus

 

Nell’ambiente dei patrioti sovranisti sono conosciuto per il mio impegno per la causa dei russi dell’est Ucraina,su cui ho scritto il libro Antimaidan , e per  vari articoli su quel mostro imperialista denominato Nato ma non sono uno scrittore di professione ne tanto meno un giornalista, vivo (per fortuna) di altro.

Ho alle spalle 30 anni di attività nel campo farmaceutico con svariati incarichi in diverse multinazionali del settore  in vari paesi europei (attualmente faccio consulenze in Scandinavia) e prima ancora quando ero ancora laureando in Farmacia ho prestato servizio come ufficiale nel 1 battaglione NBC Etruria come istruttore di difesa chimica e biologica. Fui mandato li perché avevo tanti esami in chimica, l’esercito cercava un laureato ma in mancanza si accontentarono di un laureando, il sottoscritto.

Mi diedero una settimana per prepararmi ed una serie di sinossi da digerire che divorai con facilità, niente di difficile per chi aveva superato chimica biologica, fisiologia etc.

Passai gli 11 mesi di servizio istruendo sottufficiali su come difendersi dagli attacchi chimici e biologici, come indossare le tute di difesa chimica e biologica, l’uso di autoclavi e l’immancabile maschera antigas.

 

Quando si seppe dei primi casi in Cina a Wuhan il germoglio della curiosità crebbe velocemente in me grazie ai miei trascorsi militari e professionali e trovai subito l’ottima pagina della università di Johns Hopkins che in tempo quasi reale aggiornava l’evoluzione del COVID-19.

https://coronavirus.jhu.edu/map.html

 

Capii subito già nella seconda metà di gennaio che il virus per le sue caratteristiche era inarrestabile nella diffusione e che l’unica forma di strategia di difesa era provare a limitare i danni ma seguendo questo invisibile parassita ho avuto delle interessanti ed istruttive lezioni di vita.

 

Primo:            Non farsi prendere dalla sindrome di Gesù

 

Seguendo l’evoluzione dell’invisibile nemico, incominciai  ben presto ad elaborare un piano di difesa biologica, ci pensavo continuamente me lo ripetevo nelle varie fasi mentre lavoravo, ne affinavo i particolari, poi mi feci coraggio e lo condivisi con persone che stimavo del partito sovranista in cui milito Vox Italia. Pensavo che me lo avrebbero buttato giù ed invece riscontrai entusiasmo ed incoraggiamento. Un ingegnere economico ed un medico collaborarono a strutturare un progetto articolato ed a sviluppare un calcolo degli oneri economici. Il risultato fu sorprendente con il mio piano che verteva sul principio di mettere gli anziani in strutture tenute asettiche od in alternativa di obbligarli ad una prolungata quarantena a casa supportati da personale che fornisse loro la logistica necessaria ad affrontare l’isolamento, si sarebbe continuato a tenere aperta l’azienda Italia, anche se con il freno a mano tirato in tanti settori. Il raffronto rispetto all’attuale sistema era di un risparmio di 170 miliardi di euro su un periodo di 3 mesi. Forte di tutto questo bussai alla protezione civile, alla sanità della regione Lazio. Risposte ? Nessuna, e nello stesso tempo giorno dopo giorno i morti aumentavano e  il paese era additato a “lebbrosario di Europa”. La cosa mi lasciava basito ancor più che gli unici due paesi che hanno adottato strategie simili alla mia proposta ottenevano dei risultati di letalità di molto migliori dell’Italia e mi riferisco a Russia ed Israele. La prima ha imposto agli anziani di rimanere in casa fino alla fine dell’emergenza insieme ad un moderata chiusura delle attività e la seconda ha scelto la via di focalizzare la protezione biologica sulle strutture che si prendono cura degli anziani più esposti. I risultati li lascio alla curiosità del lettore che può essere soddisfatta sul sito già messo in evidenza.

Avevo la conferma che il mio progetto stava in piedi ma non interessava a nessuno in Italia; parlai con un giornalista di Sputnik news ed ebbi da lui un intervista, articolo pubblicato fatto girare sui social; tanti like ma di concreto niente ed intanto il mio paese affondava.

Ad onor del vero anche nel Nord Europa  ho provato a proporre in ambiti delle grandi catene di distribuzione farmaceutiche micro progetti per salvaguardare dal contagio le “case per gli anziani” come le chiamano li. In teoria avevo il compito facilitato in quanto il virologo di riferimento locale, Anders Tegnall, aveva indicato che la priorità delle risorse e  delle attenzioni dovevano andare alla protezione biologica di queste strutture e nello stesso tempo si doveva evitare di fermare completamente l’economia. Tutto giusto solo che il governo svedese non ha avuto la forza di dare chiare direttive in tal senso, quindi trasformare la teoria in pratica. Risultato, tutto il mondo sanitario che gravitava intorno agli anziani si preoccupava più di perseguire il guadagno che di mettere in pratica costose ed onerose misure di prevenzione con il risultato che ai primi di aprile si contava 1 ospizio su 3 sotto contagio. In questo caso ho avuto la soddisfazione personale di vedermi scodinzolare intorno le stesse persone che 2 mesi prima mi avevano riso in faccia quando ai primi di febbraio dissi loro che il coronavirus si sarebbe diffuso anche in Svezia. All’epoca erano cosi fieri di avere solo casi isolati, perché stare a sentire un consulente italiano?

In sintesi puoi avere il piano migliore del mondo, la buona volontà ma di fronte all’inerzia dei comportamenti di gregge anche Gesù ebbe i suoi problemi ed io cosa pensavo di fare? Salvare il mondo?

 

Secondo:       Le persone molto intelligenti in situazione di stress perdono la loro qualità migliore

 

Basterebbe che i nostri governanti ma non solo loro, anche gran parte della classe politica mondiale si soffermasse ad osservare la cartina mondiale di diffusione del COVID-19.

Balzerebbe agli occhi che il nostro virus odia le alte temperature. Si diffonde con una velocità irrefrenabile nei climi temperati ma fatica nei climi equatoriali. Nei primi 13 posti per numero di contagiati ci sono 12 paesi con climi temperati ed 1 solo l’Iran con un clima parzialmente caldo. In realtà è stato colpito nella stagione “invernale” quando le temperature medie sono di 10-15 gradi; man mano che si riscaldava  il clima è stato superato in numero di contagi da paesi con sistemi sanitari migliori ma con un clima più

adatto al virus. L’OMS scrisse che la capacità di sopravvivenza su oggetti inanimati poteva essere intorno ai 3 giorni, una enormità di tempo se questo lasso scema notevolmente con il rialzo delle temperature ecco spiegato perché Malaysia, Filippine ed Indonesia sono sotto i 5 000 contagiati a testa in data 12 aprile o vogliamo pensare che il loro sistema sanitario sia migliore di quello dei paesi più avanzati?

Per finire vi invito a dare un’occhiata all’Australia: 6315 contagiati il 12 aprile del 2020, stesso sistema sanitario, stesse misure, quasi tutti i contagiati vivono nella parte temperata che guarda l’antartico, praticamente assenti nel nord caldo e secco.

 

In sintesi :il mondo è in mano a gente che non può essere stupida se ha fatto una carriera cosi brillante nella società ma non sono stati selezionati per fare analisi sotto stress e prendere decisioni coraggiose; la mancanza di questa dote, il coraggio sta diventando il maggior responsabile di una delle più grandi catastrofi economiche della storia dell’umanità.

 

 

Terzo: Il megafono di una stampa asservita al potere in crisi isterica

seppellisce definitivamente il senso critico del popolo sotto il

peso della paura.

 

La paura annebbia le menti ed il nostro virus è riuscito a risvegliare dei comportamenti seppelliti nel nostro DNA. La maggior parte di noi discende da chi è sopravvissuto alla peste del 1300. Pur con una letalità ufficiale intorno al 3,6% con punte nel bel paese che arrivano al 12% il coronavirus è ben lontano dalle letalità dei suoi parenti stretti SARS o MERS. Ha un’alta ospedalizzazione che mette in ginocchio i sistemi sanitari e che incide sul numero di morti ma siamo lontani dal 50% ed oltre della peste nera che colpì i nostri antenati per altro privi di un sistema sanitario in loro soccorso. I nostri media hanno fomentato con piacere l’asservimento delle menti impaurite, sentivano che con gli anni lo scetticismo della gente aumentava di giorno in giorno e non poteva che essere altrimenti di fronte a chi propugnava e propugna l”’accoglienza infinita in un mondo finito”. Questa pestilenza benigna gli ha ridato il potere che avevano perso; quello di poter ottenebrare le menti. Da qui una riflessione:

Solo il pensiero chiaro e limpido aiuta il raggiungimento della verità ed il valore degli uomini è dato da quanta verità riescono a tollerare

 

 

Max Bonelli

 

 

 

 

 

 

Quale futuro, dopo il Covid-19, di Angelo Perrone

 

Quale futuro, dopo il Covid-19

 

Nessun’altra epidemia ha mostrato le caratteristiche invasive e globali del Covid-19: abitudini stravolte, mente impaurita, smarrite antiche certezze. Una fase, pur gravissima, ma di passaggio, verso un futuro ancora da immaginare. Da dove ripartire? Là dove ci eravamo fermati: scuola e sanità, lavoro, infrastrutture, giustizia, istituzioni. Mettendo a frutto la lezione di umiltà e impegno civile che il presente suggerisce. Il cambiamento epocale non riguarderà i problemi da affrontare ma il modo di risolverli

 

di Angelo Perrone *

 

Non si parla che di coronavirus. E come fare diversamente?, verrebbe da domandarsi. C’è apprensione, sgomento, paura del futuro. Ci scambiamo telefonate e messaggi in cui ci chiediamo, a volte trattenendo il fiato: “come stai?, tutto bene?” Temiamo una risposta negativa, ma, poi, cerchiamo anche di darci così un po’ di conforto. Con stati d’animo alterni, apriamo il giornale, guardiamo la tv, vediamo dipanarsi giornate, che non sono più come prima.

 

Un susseguirsi di notizie, in Italia, Europa, nel mondo. Per lo più tragiche: i morti, i contagiati. Leggiamo che non c’è più posto nelle camere mortuarie, molti vengono caricati sui camion militari in cerca di un luogo dove essere cremati e trovare sepoltura. Senza parenti, perché non si può fare il funerale. Se ne vanno ad uno ad uno i ragazzini che erano su quell’altra trincea, nel ‘18. Ancora lenta la curva che indica la diminuzione dei contagi. Solo piccole incrinature nella lotta al virus: studi, sperimentazioni, prove sul campo, rese affannose dal tempo che manca.

 

Tabelle, diagrammi, e tante dissertazioni. Più o meno scientifiche, talvolta digressioni inutili, ripetizioni. L’insidia onnipresente della faciloneria in tante dichiarazioni. L’insopportabile uso delle polemiche per tornaconto politico. Come vanno realmente le cose e quando ne usciremo? Come sarà l’esistenza domani? Non riescono a dircelo né i decreti del governo né le statistiche degli scienziati. Nessuno lo sa, l’incertezza spaventa e allarma ancora di più, rendendo il futuro incerto.

 

Il sovvertimento delle abitudini ha già introdotto un cambiamento non solo negli stili di vita, ma nella mente. I riti di cui era fatta la giornata, non importa se piacevoli o stressanti, erano a modo loro tranquillizzanti. Creavano un routine, un ordine, uno spartito. Ci troviamo oggi spiazzati dalla mancanza di riferimenti. Dobbiamo costruircene di nuovi, in fretta. Ne siamo capaci?

 

Quello che abbiamo sotto gli occhi è che, in un tempo così breve, si è consumato un dramma: sono già migliaia i morti per il virus, la maggior parte tra i più deboli, anziani o gravemente malati. Se ne sta andando una generazione. 70 sono i medici, alcuni richiamati in servizio dalla pensione, che hanno già lasciato la pelle mentre provavano a salvare quella degli altri. Non è l’unico dato che tocchiamo con mano. Molte famiglie già non ce la fanno ad andare avanti. Sono milioni le domande di sussidio all’Inps. Nelle strade di alcune città sono apparse ceste ricolme di alimenti. “Chi ha bisogno prenda, chi può lasci”. Un soccorso spontaneo, alla buona.

 

Non c’è attività che non debba fare i conti con lui, il virus. Impossibile prescinderne. Che ne è del nostro lavoro, della scuola per i figli, oppure del divertimento o dello sport? Al tempo del coronavirus, nulla è più come prima, tutto è rimandato, perso, annullato, almeno modificato in peggio. Senza termini o scadenze prevedibili che indichino la via di uscita.

 

Proviamo a divagare quando ci sembra di soffocare, è naturale, ma si ritorna sempre lì. Molti musei o teatri, tanto per dire, sono accessibili gratuitamente da parte di chiunque, e così si possono vedere capolavori, ascoltare musiche, assistere a spettacoli senza spendere un cent. Una bella notizia in sé. Senonché, accade, bisogna dirlo?, perché questi luoghi sono chiusi al pubblico per il virus, e allora, al posto delle visite, sono stati creati tour virtuali. E così tante altre cose. Che il virus rende difficili o esclude. Come far prendere una boccata d’aria ai bambini chiusi in casa? Come curare malattie croniche o ottenere dei ricoveri, se gli ospedali sono impegnati con il virus? E se a prendere il Covid-19 sono donne in gravidanza?

 

Ci siamo dimenticati d’un botto quello che accadeva ieri? Ci siamo fatti trascinare altrove dalla musica assordante suonata sui balconi, dal silenzio fascinoso e stordente delle città vuote? Se fosse accaduto, saremmo entrati in una bolla d’aria. Lontani dalla realtà, non immersi in essa sino al collo come sta avvenendo. Impossibile trascurare tutto quello che prima animava le nostre discussioni. Sono problemi che pesano sempre sull’esistenza.

 

Alla svelta. L’Ilva: il dramma della salute in un’intera città, è sempre in stallo, come quello del futuro della siderurgia. Continua l’enorme spreco di denaro pubblico nelle casse di Alitalia, senza un piano industriale. La fuga all’estero dei giovani è ancora una perdita secca per il paese. La qualità della politica e il prestigio dei suoi rappresentati rimangono un problema irrisolto, dopo la crisi dei partiti, la svalutazione delle formazioni intermedie, il discredito della competenza e della professionalità.

 

Confrontarsi con il passato è utile, anzi necessario. A che punto eravamo quando è scoppiato tutto questo sconquasso? Cosa abbiamo lasciato in sospeso, o deve essere abbandonato? Proprio da lì si deve partire per capire cosa si deve cambiare oggi. Come eravamo e come saremo. Voltarsi indietro serve ad andare avanti.

 

Però, la bussola imprescindibile per orientarci è il presente, cioè l’esperienza che facciamo oggi di noi stessi, la valutazione dei problemi, la stima delle possibilità. E’ sempre problematico confrontare le epoche e le situazioni. Stabilire quale sia più gravida di conseguenze. Quali sfide siano complicate. Difficile equiparare il presente al passato. O indugiare a chiedersi, proprio ora, con il virus in casa, non sulla porta, perché non si parli d’altro. O se sia appropriato il linguaggio fatto di parole come guerra, battaglia, nemico, che evoca altri scenari. Non è il momento, non è il caso.

 

Ma poi è davvero così? Non si parla d’altro che di una malattia? Il Covid-19 ci ha messo a nudo nel profondo. Ha mostrato le nostre fragilità, la permeabilità dei confini da parte del male, la globalità mortale della sfida. Ma ha anche stimolato la nostra capacità di reazione. La necessità di solidarietà.  Un problema di tutti e per ciascuno. Questo virus ci fa da specchio, in pieno, rispetto alle scelte di vita, ai problemi da risolvere. All’esistenza intera in questo momento storico.

 

Il confronto con il passato nasconde l’insidia di una semplificazione involontaria e controproducente. Il nuovo è l’eterna ripetizione del già visto? Altri problemi, ma non più gravi di quelli del passato, rimasti irrisolti. Si rischia, mettendo il nuovo al posto del vecchio, di mistificare semplicemente la realtà? Come dire: mentre tutto cambia, tutto rimane com’era. Spostiamo l’attenzione altrove, ne rimaniamo invischiati, e cadiamo così in un inganno?

 

Il nuovo non ci proietta in una dimensione alienante se non lo vogliamo. La storia non si ripete uguale, e non è priva di senso: la precarietà della vita, l’insicurezza, la difficoltà di realizzazione personale attraversano tutte le epoche, ma in forme diverse. Necessariamente differenti sono e devono essere le risposte. Si rischia altrimenti di non apprezzare ciascun tempo in ciò che gli è proprio ed esclusivo. Di valutarne le esatte caratteristiche, difetti, ma anche aperture.

 

Non dobbiamo aver paura di fronte al nuovo che avanza e che, qualche volta, ci apporta anche del buono. Ci sono già abbastanza ragioni per essere perplessi. Chissà se riusciremo davvero a venirne fuori, a recuperare il tempo perso, a sanare tante falle: nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nel lavoro, nelle istituzioni. E chissà quando potremo uscirne con dei risultati. Tuttavia, non dobbiamo temere di immergerci nel presente, di comprenderlo, di analizzarne i caratteri. Anche per evidenziarne limiti e negatività. Pericoli. Potrebbe accaderci, se lo facciamo, di scoprire qualcosa di noi stessi, che ci possa tornare utile nel futuro. Come stiamo reagendo alle difficoltà, come stiamo giocando la nostra vita?

 

La disciplina, la solidarietà, la capacità di fare rinunce, la percezione del bene comune: forse sono tutte cose che potremmo mettere da parte, nel bagaglio individuale e collettivo, quando si tratterà di ricominciare, facendole fruttare domani. Perché allora non aggiungere un ultimo elemento, piccolo forse, ma non di poco conto? E’ il senso di commozione che ci accompagna in questi giorni di forzato isolamento e di brutte notizie, in cui cerchiamo di coltivare un po’ di speranza e fiducia. Abbiamo bisogno di tornare a emozionarci per una causa. Dietro la suggestione per le canzoni suonate sui balconi, lo sventolio di bandiere, le immagini dei luoghi famosi d’Italia avvolti dal silenzio e i camici bianchi negli ospedali, c’è solo questo: la sincerità, forse un po’ ingenua ma autentica, dei sentimenti, che chiedono di essere liberati.

 

* Giurista, si occupa di diritto penale, politica della giustizia e delle istituzioni. Dirige Pagine letterarie, rivista online di cultura, arte, fotografia.

 

Coronavirus_Qualche risposta ai tanti perché, a cura di Giuseppe Germinario

Proseguiamo con la nostra carrellata sui diversi approcci alla crisi pandemica adottati dai vari paesi e spesso dalle varie regioni all’interno di essi. All’articolo iniziale (iniziatico?) di Roberto Buffagni, al podcast di Gianfranco Campa, agli elzeviri di Massimo Morigi, ai contributi preziosissimi di Giuseppe Imbalzano, alle riflessioni di T.K. de la Grange, ai contributi esterni, tutti raccolti in un apposito dossier, segue questo articolo dedicato alla Germania. Una modalità di azione sottotraccia quella adottata dal ceto politico e dalla classe dirigente dominanti di quel paese. Una costante delle tattiche adottate a partire dalla disastrosa disfatta militare del ’45. A cominciare dalla manipolazione di dati poco realistici. Non si tratta solo della casuale disparità dei criteri di rilevazione frutto ed indice della eterogeneità insopprimibile della galassia europea ed europeista e delle sue esigenze politiche. E’ probabilmente un accorgimento, certamente meno guascone rispetto a quello adottato dai francesi, teso a contenere l’allarmismo e il rischio di destabilizzazione interna, a giustificare misure meno draconiane e meno selettive nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto economiche e a porre, quindi, il paese in una posizione migliore rispetto a quella di paesi dai comportamenti più schizofrenici e massivi nell’agone internazionale, in particolare geoeconomico. Pur tuttavia, non si tratta di un mero espediente. L’articolo qui in basso rivela chiaramente anche il substrato di una gestione della crisi pandemica decisamente più accorta e preveggente sia nelle modalità operative che nella tempistica adottate. Probabilmente queste misure, in aggiunta alla annunciata valanga di sovvenzioni e di protezioni del proprio apparato economico, non saranno sufficienti a parare i terribili colpi di là da venire. La Germania è un paese troppo controllato, subordinato politicamente e militarmente, con una area di influenza diretta in un Est Europeo legato di contro a doppio filo piuttosto agli statunitensi ed una economia dai volumi e da una organizzazione impressionante, ma tecnologicamente poco innovativa e troppo vulnerabile dal punto di vista finanziario, troppo legata ai settori più speculativi della finanza anglosassone, troppo esposta alle crescenti instabilità e chiusure del commercio internazionale. Se a questo si aggiunge la sua atavica propensione a confondere le mire egemoniche in Europa con la predazione e l’annichilimento puri e semplici dei propri “fratelli europei” specie latini, non ci vorrà molto a valutare la effettiva dimensione e le conseguenze del suo progressivo e fatale isolamento. Al suo cospetto rifulge ancora di più la drammatica e sconsolante condizione nella quale si sta progressivamente cacciando il nostro paese. Un paese ormai da trenta anni dilaniato da conflitti politici tanto più virulenti quanto più privi di strategie e tattiche in grado di offrire prospettive nazionali dignitose e autonome. Un salto di qualità mancato e un degrado già ben avviato negli anni ’80 ma che ha conosciuto la propria apoteosi con l’epurazione di Tangentopoli e il progressivo emergere di un ceto politico particolarmente abile nell’annichilire ed asservire gli apparati e le competenze pubblici alle proprie baruffe di fazione. Una sterilità ed una miseria che ha trovato una ulteriore occasione di prevaricazione con questa crisi pandemica. Uno scontro ormai sordo e feroce disposto a sacrificare e strumentalizzare la stessa dedizione ed il coraggio manifestati dalle categorie professionali chiamate ad affrontare i rischi della crisi sanitaria. Uno scontro asimmetrico nella posizione dei belligeranti che lascia presagire la prevalenza di una fazione, quella più compromessa politicamente ma meno esposta amministrativamente, piuttosto che la possibilità di una emersione di una nuova classe dirigente o quantomeno di una vecchia almeno rinsavita, più accorta e autorevole. Da una parte le forze della maggioranza governativa detengono il controllo e quindi la più grave responsabilità politica di una gestione a dir poco contraddittoria e intempestiva della crisi. Appunto una responsabilità politica che facilmente potrà sfuggire alle pendenze giudiziarie e ai desideri di rivalsa delle vittime della mala conduzione che già si manifestano numerosi. Una elusione delle responsabilità  culminata nella mancata avocazione di poteri speciali, nella assenza di direttive univoche e cogenti, nella sovrapposizione di incarichi esecutivi a persone chiaramente inadatte e spesso compromesse con il processo di debilitazione delle strutture pubbliche. Figure di secondo piano destinate a non oscurare il futuro politico dei protagonisti e una insipienza a suo modo funzionale a scaricare le responsabilità sui centri amministrativi più esposti. Un rituale del cerino acceso destinato a rimanere in mano ai responsabili regionali e amministrativi. Lo stesso gioco se si vuole che, a parti rovesciate, sta probabilmente giocando Trump con i suoi avversari democratici, impelagati nel focolaio epidemico di New York. Ma con una differenza sostanziale: gli Stati Uniti sono appunto una Federazione di Stati, non di regioni dalle competenze sovrapposte. Dall’altra una opposizione, in particolare la Lega, sua componente maggioritaria, reduce già da numerosi e clamorosi errori politici che ne hanno minato credibilità e sicumera e gestore a buon titolo di una regione, il Veneto, capace di affrontare decorosamente l’emergenza, ma anche della Lombardia, epicentro della epidemia e degli errori di gestione più marchiani e dolorosi. Nei tempi ravvicinati vincerà probabilmente chi detiene il pallino dei mezzi di comunicazione e chi potrà eludere l’agorà giudiziaria. Su questo il centrosinistra è chiaramente avvantaggiato di parecchie spanne. Bisogna dar atto della resistenza di Conte alle profferte capziose degli ologrammi di Bruxelles di utilizzo dei fondi del MES e di prestiti obbligazionari con garanzie dei singoli stati; come pure del tentativo di fronte comune dei paesi mediterranei. Tentativo per altro già messo in forse dal comportamento ambiguo e subdolo di Macron, quindi della Francia. La partita non è ancora chiusa; qualche incrinatura si intravede anche nella stessa Germania e Olanda. L’esempio preclaro della devastazione della Grecia e del vacuo successo del miracolo spagnolo sono un avvertimento, un incubo chiaro più alle popolazioni che alle élites dominanti. Lo scontro all’ultimo sangue tra reciproche debolezze, il nocciolo dell’acceso scontro politico in Italia, non lascia presagire molto di buono. I ricatti, le minacce e le ritorsioni possono essere il preludio ad un ennesimo e clamoroso cedimento, ad una definitiva capitolazione seguiti da proteste ed opposizioni di comodo. Vedremo cosa succederà domani, 7 aprile. Sorge a questo punto un interrogativo angosciante. Come possono forze politiche paralizzate da una crisi sanitaria tutto sommato circoscrivibile, se gestita a suo tempo con maggiore accortezza, contrattare al meglio la propria posizione in Europa o gestire il piano B della uscita dall’euro e dalla attuale Unione Europea senza cadere in una visione assistenzialistica e parassitaria, residuale apparentemente alternativa all’attuale? Già in almeno tre occasioni l’attuale ceto politico è mancato all’appuntamento, a volte persino offerto, negli ultimi tre anni. La stessa sottovalutazione delle implicazioni geopolitiche del comunque ben accetto sostegno umanitario lascia intravedere il pressapochismo dei passi intrapresi. Si blatera tanto di volerci liberare della signoria statunitense, ignorandone le pesanti implicazioni; in realtà si fa fatica a liberarsi persino dalle angherie e dalle grettezze del suo maggiordomo tedesco, non ostante le spinte e gli incoraggiamenti nemmeno troppo velati a saltare il fosso. Al peggio non si intravede la fine. Scusate lo sfogo. Non saremo profeti in patria, almeno in Russia hanno avuto modo di apprezzare e riconoscere la competenza professionale dell’esperto che su questo blog ci ha illuminato di cotanta sagacia e supponenza nazionali. Un sincero augurio per la nuova avventura. Giuseppe Germinario

Ecco perché in Germania si muore molto meno per coronavirus rispetto all’Italia

In Germania il tasso di letalità è 1,4%, in Italia 12,5%

In Germania la percentuale delle persone che muoiono per coronavirus è bassissima rispetto ai casi rilevati in confronto alle percentuali di letalità indicate dai dati ufficiali in Italia. In parte la differenza può essere provocata da dati ufficiali poco affidabili. Ma questa da sola non può essere una spiegazione sufficiente.

Una inchiesta del NYT di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci ci aiuta a capire perché. Ne emerge purtroppo un quadro impietoso per l’Italia

I “corona-taxi”

Heidelberg, Germania. Li chiamano “taxi corona”: medici equipaggiati con indumenti protettivi guidano per le strade deserte per controllare i pazienti che sono a casa. Prendono l’esame del sangue cercando segni che il paziente possa avere il covid19 e che le sue condizioni possano aggravarsi. Possono suggerire il ricovero in ospedale anche a un paziente che ha solo sintomi lievi: le possibilità di sopravvivere sono notevolmente più alte se si affronta il virus all’inizio.

I taxi corona di Heidelberg sono solo una delle iniziative. Ma illustrano un livello di impegno di risorse pubbliche nella lotta contro l’epidemia che aiuta a spiegare uno degli enigmi più intriganti della pandemia: perché il tasso di mortalità della Germania è così basso?

Un tasso di letalità inferiore di 9 volte a quello dell’Italia

Il virus e la malattia risultante, Covid-19, hanno colpito la Germania con forza: secondo la Johns Hopkins University il paese ha più di 90.000 infezioni confermate in laboratorio al 4 di aprile, più di qualsiasi altro paese tranne gli Stati Uniti, l’Italia e Spagna.

Ma con circa 1.300 morti, il tasso di letalità in Germania si attesta all’1,4 per cento, rispetto al 12,5 per cento in Italia, a circa il 10 per cento in Spagna, Francia e Gran Bretagna, al 4 per cento in Cina e al 2,5 per cento negli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud, un modello di riferimento internazionale per la lotta al covid19, ha un tasso di letalità più elevato, l’1,7 per cento.

“Si è parlato di un’anomalia tedesca”, ha detto Hendrik Streeck, direttore dell’Istituto di virologia presso l’ospedale universitario di Bonn. Il professor Streeck ha ricevuto chiamate di colleghi dagli Stati Uniti e altrove. “‘Che cosa stai facendo diversamente?” mi chiedono. “Perché il tuo tasso di letalità è così basso?”

Ci sono diverse risposte dicono gli esperti, differenze molto reali nel modo in cui il paese ha affrontato l’epidemia rispetto ad altri.

Molti più test = molti casi rilevati in tempo

Una delle spiegazioni per il basso tasso di letalità è che la Germania ha testato molte più persone rispetto alla maggior parte delle nazioni. Ciò significa che individua più persone con pochi o nessun sintomo, anche tra i più giovani, aumentando il numero di casi noti ma non il numero di vittime.

Una delle conseguenze del gran numero di test è che l’età media delle persone rilevate come infette è inferiore in Germania rispetto a molti altri paesi. Molti dei primi pazienti hanno preso il virus nelle stazioni sciistiche austriache e italiane ed erano relativamente giovani e sani, ha detto il professor Kräusslich. “È iniziato come un’epidemia di sciatori”, ha affermato.

Poi con il diffondersi delle infezioni, sono state colpite più persone anziane e anche il tasso di letalità, solo lo 0,2 per cento due settimane fa, è aumentato. Ma l’età media di chi si sa che contrae la malattia rimane relativamente bassa, 49 anni in Germania, mentre in Italia è 62 anni secondo i rapporti ufficiali.

La Germania sta conducendo circa 350.000 test di coronavirus a settimana, (oltre 3 volte di più che in Italia) e comunque molto più di qualsiasi altro paese europeo. Test precoci e diffusi hanno permesso alle autorità di rallentare la diffusione della pandemia isolando i casi infettivi. Ha inoltre consentito di somministrare il trattamento salvavita in modo più tempestivo.

Preparati in anticipo alla pandemia

A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi pensasse al virus, l’ospedale Charité di Berlino aveva già sviluppato un test e pubblicato la formula online.
Quando la Germania registrò il suo primo caso di Covid-19 a febbraio, i laboratori di tutto il paese avevano accumulato uno stock di kit di test.

Diagnosi precoci = meno morti

“Il motivo per cui in Germania abbiamo così poche morti al momento rispetto al numero di infetti può essere ampiamente spiegato dal fatto che stiamo facendo un numero estremamente elevato di diagnosi di laboratorio”, ha affermato il dott. Christian Drosten, capo virologo di Charité , il cui team ha sviluppato il primo test.

“Quando ho una diagnosi precoce e posso curare precocemente i pazienti (ad esempio collegarli a un ventilatore prima che le loro condizioni si deteriorino) – le possibilità di sopravvivenza sono molto più elevate”, ha affermato il professor Kräusslich.

Costanti test al personale medico

Il personale medico, particolarmente a rischio di contrarre e diffondere il virus, viene regolarmente testato. Per semplificare la procedura, alcuni ospedali hanno iniziato a eseguire test di blocco, utilizzando i tamponi di 10 dipendenti e dando seguito a test individuali solo se si riscontra un risultato positivo.

Da aprile test gratuiti su larga scala per trovare i possibili focolai

Alla fine di aprile, le autorità sanitarie hanno anche in programma di lanciare uno studio su larga scala, testando campioni casuali di 100.000 persone in Germania ogni settimana per valutare dove si sta accumulando immunità.

Una chiave per garantire test su larga scala è che i pazienti non pagano nulla per questo, ha affermato il professor Streeck. Questa, ha detto, è una notevole differenza con gli Stati Uniti nelle prime settimane dell’epidemia. “È improbabile che negli USA un giovane senza assicurazione sanitaria e prurito alla gola si rechi dal medico e quindi rischia di infettare più persone”, ha affermato.

Il caso della scuola di Bonn

Un venerdì di fine febbraio, il professor Streeck ha ricevuto la notizia che un paziente del suo ospedale di Bonn si era rivelato positivo per il coronavirus: un uomo di 22 anni che non aveva sintomi ma il cui datore di lavoro (una scuola) gli aveva chiesto di fare un test dopo aver saputo che aveva preso parte a un evento di carnevale in cui qualcun altro si era dimostrato positivo.

Nella maggior parte dei paesi, compresi Italia e Stati Uniti, i test sono in gran parte limitati ai pazienti più malati, quindi probabilmente all’uomo sarebbe stato rifiutato un test.

Non in Germania. Non appena i risultati del test sono arrivati, la scuola è stata chiusa e a tutti i bambini e il personale è stato ordinato di rimanere a casa con le loro famiglie per due settimane. Sono state testate circa 235 persone.

Test e monitoraggio sono la strategia che ha avuto successo in Corea del Sud e abbiamo cercato di imparare da ciò”, ha affermato il professor Streeck.

La Germania ha anche imparato a correggere i propri errori presto: la strategia di tracciamento dei contatti avrebbe dovuto essere utilizzata in modo ancora più aggressivo, ha affermato.

Tutti quelli che erano tornati in Germania da Ischgl, una stazione sciistica austriaca che aveva avuto un focolaio, per esempio, avrebbero dovuto essere rintracciati e testati, ha detto il professor Streeck e non lo abbiamo fatto ma poi abbiamo imparato.

Un robusto sistema di assistenza sanitaria pubblica

Prima della pandemia di coronavirus in tutta la Germania, l’ospedale universitario di Giessen aveva 173 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori. Nelle ultime settimane, l’ospedale ha cercato di creare altri 40 posti letto e ha aumentato il personale che era in standby per lavorare in terapia intensiva fino al 50%.

“Abbiamo così tanta capacità ora che stiamo accettando pazienti da Italia, Spagna e Francia”, ha dichiarato Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari che ha supervisionato la ristrutturazione. “Siamo molto forti nell’area della terapia intensiva.”

In tutta la Germania, gli ospedali hanno ampliato le loro capacità di terapia intensiva e sono partiti da un livello elevato. A gennaio la Germania aveva circa 28.000 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori, cioè 34 ogni 100.000 persone, quasi 3 volte di più che in Italia dove il rapporto è di 12 ogni 100.000 persone.

Ora ci sono 40.000 letti di terapia intensiva disponibili in Germania.

Fiducia nel governo

La cancelliera Angela Merkel ha comunicato in modo chiaro, calmo e regolare durante la crisi, imponendo misure di distanziamento sociale sempre più rigorose nel paese. Le restrizioni, che sono state cruciali per rallentare la diffusione della pandemia, hanno incontrato poca opposizione politica e sono ampiamente seguite.

Le valutazioni di approvazione verso la Merkel sono aumentate vertiginosamente.

“Forse la nostra più grande forza in Germania”, ha affermato il professor Kräusslich, “è il processo decisionale razionale ai massimi livelli di governo combinato con la fiducia di cui il governo gode nella popolazione”.

Una fiducia che riesce a guadagnarsi grazie ai fatti.

https://www.peopleforplanet.it/ecco-perche-in-germania-si-muore-molto-meno-per-coronavirus-rispetto-allitalia/?fbclid=IwAR3SKu4ZclYWLzpPQqWFMKFKTGKqxeDbBbyWO3JVAeyKN3w_0FLetvzKuuY

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