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Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Remigration : le mythe mobilisateur qui rallume la volonté européenne

Idee / Dibattiti

Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Lo sciopero generale, la rivoluzione proletaria, la restaurazione monarchica, il Frexit, Gaza… ogni corrente politica ha il proprio mito che mobilita i propri militanti e sostenitori. Questo obiettivo finale, la cui futura realizzazione potrebbe segnare l’avvento della vittoria, permette di trascinare le masse al proprio seguito. La nostra epoca individualista, restia alle grandi narrazioni mobilitanti, sembra esserne priva. Eppure, per la gioventù europea radicata, questo mito è quello della rimigrazione.

Avere ragione non basta: ogni movimento ha bisogno di un mito. Da Georges Sorel a José Carlos Mariátegui, diversi pensatori socialisti hanno approfondito il concetto di mito politico mobilitante: un’immagine forte di un futuro potenziale che esprima le aspirazioni di una collettività e susciti passione e azione. Il mito soreliano non vale per la sua veridicità, ma per la sua efficacia: crea una dinamica. È una proiezione che ha l’obiettivo di mettere in moto le energie, un’immagine che permette di far convergere gli animi verso un obiettivo comune che funge da prospettiva.

Ogni mito è radicato in un determinato periodo storico. Lo sciopero generale era il mito mobilitante di Sorel (si articolava attorno a un potente movimento sindacalista). Nel XXe secolo, i regimi totalitari si sono basati in larga misura su narrazioni mobilitanti. Queste costruzioni simboliche, indipendentemente dal loro rapporto con la verità, hanno strutturato potenti immaginari collettivi. Hanno dimostrato che un mito non ha bisogno di essere esatto per essere efficace: basta che sia condiviso. Nel 1947, Thomas Mann descriveva in un’analisi critica1 questa capacità delle società di massa di strutturarsi attorno a narrazioni semplificate, emotive, talvolta scollegate dalla realtà. Il mito politico, scriveva in sostanza, agisce come una « fede che forma comunità », una forza che va oltre la semplice argomentazione razionale.

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«Un mito politico non si decreta. Spetta invece a noi identificarlo e strumentalizzarlo», scriveva François Bousquet2. Esso emerge, si cristallizza, si impone. Non si riduce a un programma politico dettagliato o a una politica pubblica immediatamente applicabile. Funziona piuttosto come una rappresentazione globale, un’immagine semplice e radicale di un futuro possibile. La sua forza risiede proprio in questa semplicità: propone una soluzione netta a una situazione percepita come complessa o fonte di ansia. Offre un orizzonte, una direzione, una narrazione. In quanto tale, svolge diverse funzioni: dare senso, unire, strutturare un immaginario comune e, soprattutto, suscitare l’impegno.

Il mito non va valutato solo in termini di fattibilità o razionalità. Appartiene a un ambito diverso: quello della proiezione, dell’affetto, dell’identificazione. Delinea un panorama mentale in cui l’azione appare non solo possibile, ma necessaria.

La storia come terreno di possibilità

Una delle caratteristiche distintive dei miti politici è quella di lasciare aperta la questione del futuro. Essi rifiutano il fatalismo e contestano l’idea di un’evoluzione irreversibile. A prescindere dalle analisi sul declino o sulla trasformazione delle società, essi affermano che la storia deve ancora essere scritta. Questa visione si fonda sull’idea che i percorsi storici possano essere modificati dalla volontà collettiva. In questo contesto, il mito svolge un ruolo di acceleratore: cerca di produrre il futuro. Agisce come una leva, un catalizzatore di energia militante. Non dice ciò che sarà, ma ciò che potrebbe accadere se una massa critica di individui se ne facesse carico.

Lungi dall’essere scomparsi, i miti politici possono ancora oggi dare forma a impegni e visioni del mondo. Essi testimoniano un bisogno persistente di narrazioni globali, capaci di dare una direzione all’azione collettiva. Che li si analizzi come un progetto, uno slogan o una costruzione simbolica, essi illustrano soprattutto la permanenza del fatto mitico in politica. Perché, in definitiva, una società non si muove solo per programmi o statistiche, ma anche per rappresentazioni. E finché sussisterà questo bisogno di senso e di proiezione, ci saranno miti ad alimentarlo.

Il ritorno in patria: una necessità per gli europei

La rimpatrio si inserisce in questa logica e appare come il mito più unificante per il campo dei difensori della civiltà europea. Inutile spiegare qui perché la rimpatrio sia più che mai necessaria e vitale per la sopravvivenza del nostro popolo. La demografia fa la storia e le cifre – o il semplice fatto di prendere i mezzi pubblici in qualsiasi città della Francia – confermano la Grande Sostituzione e l’assoluta necessità della rimpatrio.

Ciononostante, il termine «remigrazione» è difficile da far entrare nel linguaggio comune, poiché rimane carico di forti connotazioni politiche e ideologiche, spesso percepite come radicali o addirittura estremiste. Questa connotazione conflittuale e negativa ne frena la diffusione tra il grande pubblico, dove suscita più rifiuto o polemiche che consenso.

È proprio nell’immagine della rimpatrio, tuttavia, che si potrebbe trovare quel mito in grado di unire le volontà. Affinché il rimpatrio diventi un’immagine mobilitante, è necessario che il dibattito politico si concentri sull’immigrazione. Ma la politica elettorale è solo una parte della lotta politica.

La continuità del pensiero della Nuova Destra

Il ritorno nel proprio paese d’origine della maggioranza degli immigrati extraeuropei presenti sul nostro territorio costituisce il coronamento politico del pensiero della Nuova Destra. Fin dagli anni ’70-’80, l’etno-differenzialismo e il concetto di identità sono stati al centro della lotta ideologica condotta dai pensatori della ND. «Il desiderio di uguaglianza, succeduto al desiderio di libertà, è stato la grande passione dei tempi moderni. Quella dei tempi postmoderni sarà il desiderio di identità», analizzava Alain de Benoist nel 20024.

In questa linea, i movimenti intellettuali o militanti francesi (dall’Institut Iliade a Génération identitaire) ed europei (i Vertici della rimpatrio) si impegnano a promuovere il rimpatrio basandosi sulla difesa di un’identità europea radicata in una storia di lunga data, di una trasmissione diretta dagli Indoeuropei, primo popolo portatore di un modello di organizzazione sociale, di riferimenti culturali e di narrazioni fondanti che costituiscono la memoria più antica della civiltà europea.

L’influenza di questa corrente, sebbene numericamente esigua (intellettuali, think tank, gruppi militanti, influencer), si fa sempre più percepibile nel dibattito pubblico e lo spazio del dicibile si apre a queste tematiche, soprattutto tra le giovani generazioni. Influenzare il vocabolario per orientare le rappresentazioni: questa è la logica metapolitica all’opera. «  La semplice parola “identitario”, ignorata prima degli anni 2000 al di fuori dell’estrema destra, è ormai entrata nell’uso comune, al termine di un’evoluzione che gli attivisti del “gramscismo di destra” considerano una vittoria nella guerra delle parole che hanno intrapreso », conferma il politologo Jean-Yves Camus5.

L’idea della rimigrazione, a lungo confinata ai margini della destra radicale, si sta ormai insinuando nel dibattito politico europeo. Organizzazione di incontri, pubblicazione di testi, il termine viene ripreso in tutta Europa da attivisti e intellettuali (Jean-Yves Le Gallou naturalmente6, l’austriaco Martin Sellner, il tedesco Benedikt Kaiser, il portoghese Afonso Gonçalves, l’olandese Eva Vlaardingerbroek, il britannico Tommy Robinson) e da partiti politici (l’FPÖ austriaco, Reconquête! in Francia).

Unire le forze di destra europee

La rimigrazione rappresenta un’immagine sufficientemente forte da unire la « destra europea », oggi frammentata. L’obiettivo è quello di riunire tutte le persone che hanno ancora a cuore il futuro della nostra civiltà, di raccoglierle su una base comune, al di là delle divisioni partitiche e al di fuori delle differenze che devono essere messe da parte. «Dobbiamo formare un’ampia coalizione attorno alla questione più importante: la nostra esistenza e la nostra continuità etnoculturale. Se siete d’accordo con questo, siete dei nostri», ricorda Martin Sellner7.

È attraverso il mito politico e l’azione che si potrà forgiare in gran parte dei giovani la volontà di ritrovare il nostro retaggio. È nella lotta e nelle situazioni concrete che le persone danno prova di sé. Oggi, quali sono le cause a cui dedicarsi? Non esiste un mito mobilitante per l’avvento della «startup nation» o della società liquida. Il nostro compito è risvegliare le coscienze e dimostrare che esiste una causa per cui mobilitarsi.

La civiltà europea, forte di tre millenni di storia, sopravviverà solo se i popoli avranno il coraggio di difendere ciò che sono. Potrà ritrovare la sua grandezza solo a una condizione: riconoscere pienamente ciò che è, assumersi ciò che ne costituisce l’identità. Non mollare mai, né arrendersi. Più che mai, la storia è aperta.

© Foto: Jérémy-Günther-Heinz Jähnick. Manifestazione a favore della rimpatrio organizzata dal movimento PEGIDA nel 2015 a Calais, in Francia.

1. Thomas Mann, Il dottor Faustus, 1947.

2. François Bousquet, Dominique Venner. La fiamma non si spegne, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2023.

3. Concetto centrale della strategia e del programma politico di La France insoumise.

4. Alain de Benoist, prefazione all’edizione del 2001 di Vu de droite, Edizioni Labyrinthe.

5. Jean-Yves Camus, Il movimento identitario o la costruzione di un mito delle origini europee, Fondazione Jean-Jaurès, 2018.

6. Jean-Yves Le Gallou, Remigrazione. Per l’Europa dei nostri figli, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2026.

7. Martin Sellner, post pubblicato su X, 16/04/2026.

Que pensez-vous de la « remigration » ?

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Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (3)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi, la risposta del filosofo e saggista Alain de Benoist.

La rimpatrio è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non in astratto), non ne parliamo più. È auspicabile? Tutto dipende da cosa si intende con questo termine.

     È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che si è trasformata in un fenomeno di insediamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, debba essere frenata con ogni mezzo possibile. Tutti i sondaggi lo confermano: le popolazioni autoctone non ne vogliono più sapere e non ne possono più. È per questo motivo che un certo numero di gruppi e partiti politici (a volte di governo) sono oggi favorevoli alla « rimigrazione ». Il problema, a ben vedere, è che non sempre ne danno la stessa definizione. La maggior parte di loro, ad esempio, attribuisce grande importanza alla volontarietà (che può certamente essere incoraggiata), cosa che non è necessariamente vera per gli altri.

     La rimigrazione è stata presentata come un « mito mobilitante ». Ci si chiede come si possa tradurre questo mito in un progetto che non sia, come tanti altri, di pura e semplice apoliticità.

     Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati solo perché sono immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e per volontaria ignoranza della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano a incoraggiarla, sia per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, sia per ingenuo idealismo umanitario o universalismo morale, sia con la perversa intenzione di cambiare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

     È certamente possibile arrestare i flussi di immigrazione, almeno in una certa misura (e tralasciando il potere di nuocere esercitato dai giudici allineati all’ideologia dominante). Il « ritorno al paese d’origine » non ha senso, invece, quando ne esistono diversi per una stessa famiglia, quando i paesi d’origine si rifiutano di riprendere i propri cittadini, e nel caso di coppie e famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare. Dagli espulsioni ci si aspetta una diminuzione dei volumi delle scorte (in contrapposizione ai volumi dei flussi). Ciò vale per i clandestini, per i delinquenti stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti solo per beneficiare di un sistema di assistenza sociale – il tutto non rappresentando la maggioranza degli immigrati. Dopodiché si entra in un terreno instabile, dove i motivi di espulsione scompaiono poco a poco. Non vedo come andare oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, in ogni caso, non potrà essere messa in atto. Come valutare il numero di coloro che sono un po’, molto, per niente integrati ? Di coloro che amano un po’, molto o per niente il paese in cui vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate in base a ciò che fanno, non a ciò che sono (e non bisogna credere che facciano ciò che sono, è il contrario: sono ciò che fanno).

     I sostenitori della rimigrazione (che in passato parlavano di « reconquista ») sono in fin dei conti dei grandi ottimisti. Credono che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io, invece, penso che la catastrofe sia già avvenuta. Quando una biglia, che rappresenta un determinato processo, scende su un piano inclinato cosparso di chiodi, si può tentare di modificarne la traiettoria o di indirizzarla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione è solo una questione di realismo.

     Aggiungo che, per prendere posizione su questo problema, non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto diverso: la presenza di minoranze etniche all’interno della società avrebbe tutto l’interesse ad essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato-nazione. Preciso che non credo nemmeno nell’assimilazione, che ai miei occhi non è né possibile né auspicabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in materia, la storia ha già dato).

Que pensez-vous de la « remigration » ?

Idee / Dibattiti

Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (2)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi diamo la parola a Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere, e a Yann Vallerie, animatore del sito di controinformazione Breizh Info.

Yann Vallerie, responsabile del sito di controinformazione Breizh Info 

La questione della rimpatrio è oggi all’ordine del giorno. Non è più, come vent’anni fa, relegata ai margini di un dibattito tabù: si fa strada sulle pagine dei principali quotidiani, nei programmi politici, nelle conversazioni familiari. Questo è di per sé un segnale: quello di una lucidità collettiva che sta lentamente tornando, dopo quattro decenni in cui qualsiasi interrogativo sui flussi migratori o sulla composizione demografica dei paesi europei comportava l’immediata scomunica. Resta da formulare correttamente la domanda e da rispondervi senza demagogia, né minimizzando né esagerando.

La rimigrazione, così come la intendo io, consiste nell’organizzazione di un ritorno volontario e incentivato delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa verso i loro paesi d’origine e la terra dei loro antenati. È anche — e sarebbe disonesto dimenticarlo — il ritorno delle popolazioni europee espatriate verso le loro terre d’origine. Il movimento non è a senso unico. Si tratta di restituire a ogni civiltà lo spazio geografico in cui si è storicamente sviluppata e in cui le sue istituzioni, i suoi costumi, i suoi punti di riferimento, il suo rapporto con il tempo e con il sacro hanno un senso. Auspicabile? Sì, profondamente. Realizzabile? Non allo stato attuale delle cose. Ed è proprio questa tensione che bisogna guardare in faccia.

Perché è auspicabile: la questione riguarda la civiltà, non la sicurezza

Un’osservazione preliminare, poiché condiziona tutto il resto: la giustificazione della rimpatrio non è né di natura securitaria né religiosa. È un punto su cui molti, anche nel mio stesso schieramento, si sbagliano — per pigrizia retorica o per calcolo elettorale. La stragrande maggioranza delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa non è criminale. La criminalità, anche se sovrarappresentata in alcune categorie, rimane un fenomeno minoritario che non può da solo giustificare una politica di questa portata. Lo stesso vale per la religione: in Francia si contano centinaia di migliaia di cattolici extraeuropei, profondamente legati al Paese, alle sue istituzioni e al suo retaggio cristiano. Ridurre la questione all’Islam significa mancare l’obiettivo.

La vera ragione sta altrove, ed è più profonda. Nessuna società, in nessuna regione del mondo, è mai riuscita a integrare in modo duraturo e armonioso più di una certa percentuale di contributi provenienti da civiltà radicalmente diverse dalla propria. Tale soglia, empiricamente, sembra aggirarsi intorno al cinque per cento. Al di sotto di essa, il tessuto sociale assorbe, trasforma, assimila. Oltre tale soglia, i gruppi costituiti smettono di diluirsi; mantengono i propri punti di riferimento, le proprie reti, i propri stili di vita; e ciò che doveva essere un mosaico diventa una giustapposizione. A lungo termine, uno scontro. È vero in Europa. È vero ovunque. Dovrebbe essere la regola generale in ogni paese del mondo — africano, asiatico, americano, europeo.

Quando civiltà diverse, talvolta in contrasto tra loro nella visione del mondo, nel rapporto con le donne, con la libertà individuale, con la religione, con lo Stato e con la giustizia, convivono in gran numero su uno stesso territorio, la storia insegna che finiscono per scontrarsi. I Balcani, il Libano, l’India, la Siria, il Caucaso, l’Irlanda del Nord ne sono la prova — ciascuno a modo suo. L’idea che l’Europa occidentale sfuggisse, per chissà quale grazia particolare, a questa legge antropologica, è frutto di una credenza, non di un’analisi.

È fattibile? Non allo stato attuale delle cose

Siamo realistici: la rimpatrio, inteso come partenza forzata, massiccia e immediata, è oggi una fantasia. Nessun governo europeo, anche se guidato dalle figure più determinate del momento, prenderebbe una decisione del genere. Gli ostacoli giuridici, diplomatici, economici e umani sarebbero insormontabili, e la destabilizzazione provocata da una tale politica supererebbe senza dubbio il male che pretende di curare. Bisogna dirlo chiaramente, anche a coloro che sognano una soluzione radicale: questo scenario non si verificherà.

A ciò si aggiunge un fatto di cui occorre prendere atto: una parte delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa da due, tre o quattro generazioni si considera legittimamente a casa propria. Nati qui, istruiti qui, che parlano la lingua e crescono qui i propri figli, non si considerano più ospiti — e questo sentimento, che lo si condivida o meno, è ormai una realtà. La polveriera demografica è pronta. Non si disinnescherà con un decreto.

La strada percorribile: incentivi, pressioni sui paesi d’origine, un processo a lungo termine

Rimane una via realistica, che richiede sia ambizione che pazienza. Primo punto: l’espulsione immediata, senza esitazioni, di ogni straniero in situazione irregolare, di ogni straniero condannato per un reato o un crimine, di ogni straniero che abbia manifestato ostilità nei confronti del paese ospitante o delle sue leggi. Si tratta di una condizione minima di sovranità, oggi ampiamente ostacolata dalle giurisdizioni europee e francesi. Ciò presuppone una profonda revisione degli impegni sovranazionali e una volontà politica che manca da quarant’anni.

Seconda parte: incentivi al rimpatrio per chi lo desidera. Aiuti sostanziali al rimpatrio, sostegno alla creazione di attività economiche nel paese d’origine, avvio di percorsi formativi, garanzie di reinserimento. Non si tratta di un’umiliazione, ma di un’opportunità per chi, in fin dei conti, non si sente pienamente a casa in Europa o desidera contribuire allo sviluppo del proprio paese d’origine.

Terzo aspetto, il più decisivo e il più trascurato nel dibattito attuale: la pressione diplomatica, economica e persino militare sui paesi di origine. Una rimpatrio sostenibile presuppone che i paesi di emigrazione smettano di inviare la propria popolazione verso l’Europa e che accettino — o addirittura organizzino — il ritorno dei propri cittadini stabilitisi all’estero. Ciò richiede una politica estera risoluta: subordinare gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione in materia di migrazione, abolire i visti per i paesi recalcitranti, bloccare i trasferimenti finanziari, applicare dazi doganali differenziati. E, sul piano interno, l’attuazione da parte di questi Stati di programmi di reinserimento, leggi che facilitino il ritorno delle loro diaspore, progetti economici mobilitanti che si estendano su più generazioni. Nessuno tornerà in un paese rovinato dalla corruzione e dal nepotismo. Bisogna quindi esigere anche una profonda trasformazione di questi Stati — il che implica, di conseguenza, smettere di saccheggiarli tramite le multinazionali europee complici delle loro élite predatrici.

L’alternativa: la guerra civile

Una cosa è certa: se la questione della convivenza separata all’interno dello stesso territorio non viene risolta — che sia attraverso un graduale ritorno in patria o qualsiasi altra soluzione intelligente —, l’Europa va incontro a un conflitto interno. I segnali sono già visibili: rivolte urbane ricorrenti, secessione culturale di interi quartieri, rifiuto del modello comune, aumento dei separatismi comunitari, crescente sfiducia reciproca. Nessuno, tra gli attuali responsabili politici, ha il coraggio di formulare la diagnosi — ma la diagnosi si imporrà da sé.

Il dibattito sulla rimpatrio non è quindi, a mio avviso, un dibattito estremista o marginale. È, al contrario, il dibattito sulla responsabilità. La responsabilità di evitare il peggio organizzandolo con calma, nel lungo periodo, con rispetto ma con fermezza, piuttosto che lasciare che la realtà si imponga con la violenza. I popoli hanno diritto alla continuità storica. Tutti i popoli — europei ed extraeuropei. Ciò presuppone che ciascuno, alla fine, ritrovi, se lo desidera, la terra dei propri padri. È una visione lucida. Non è odiosa. È semplicemente civile.

Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere 

È una domanda complessa, ed è probabile che qualche anno fa non avrei dato la stessa risposta, se non altro perché parte della mia formazione politica è di stampo maurrassiano e la formula di Bainville («Il popolo francese è un insieme. È meglio di una razza. È una nazione») mi è ben nota.

Tuttavia, le opinioni non si formano solo attraverso le letture, ma anche grazie alle esperienze vissute. Sono piuttosto riservato su questo argomento e non mi piace mettere in mostra la mia vita privata sui social network, che riservo alla promozione delle mie attività editoriali.

È di moda, soprattutto a sinistra, inventarsi un’infanzia nei «quartieri». Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di inventarmi nulla. Ho trascorso la mia prima infanzia in un complesso di edilizia popolare, nel quartiere di Bellecroix, oggi quartiere prioritario della politica urbana, a Metz. Poi, dall’età di 6 o 7 anni fino all’età adulta, in un altro quartiere prioritario della politica urbana, quello di Grésilles, a Digione, dove del resto vive ancora mia madre.

Se racconto tutto questo, non è per suscitare una compassione di dubbia genuinità (ho avuto un’infanzia molto felice) né per rivendicare chissà cosa. Ricordo semplicemente che quei quartieri erano all’epoca, negli anni ’60, ’70 e in parte anche ’80, autenticamente « popolari ». Cioè abitati da operai, impiegati, pensionati con scarse risorse, classi medie modeste. Gli edifici non erano fatiscenti, le rare famiglie che possedevano un’auto potevano lasciarla parcheggiata senza timori, i bambini giocavano sui marciapiedi, non si davano fuoco ai cassonetti. All’epoca non si parlava di ghetti, anche se i collegamenti erano sicuramente peggiori di adesso e l’offerta socio-culturale associativa e sovvenzionata era quasi inesistente.

Non sto, come fanno alcuni politici di destra, a glorificare una Francia prospera e felice di un tempo, con l’uomo in giacca e cravatta e la donna casalinga, che in realtà non è mai esistita. Nella Francia operaia e contadina, sia gli uomini che le donne sono sempre stati costretti a lavorare sodo per sopravvivere. No, sto solo sottolineando un’evidenza: questi quartieri, pur non essendo ben serviti dai mezzi pubblici, pur non ricevendo miliardi di denaro pubblico, pur non beneficiando di una miriade di animatori socio-culturali e mentre solo una famiglia su tre poteva andare in vacanza, ospitavano una popolazione laboriosa e tranquilla che lavorava per tirare avanti e garantire la migliore istruzione possibile ai propri figli.

I due alunni più «esotici» della mia classe di scuola materna, in questo futuro «quartiere prioritario della politica urbana», erano un bambino portoghese e una bambina della Martinica.

Naturalmente, ci veniva già ripetuto a oltranza il discorso, storicamente distorto, sulla «Francia, terra di accoglienza», dimenticando semplicemente di precisare che quell’immigrazione tanto celebrata risaliva, in quella forma, solo alla seconda metà del XIX secolo, e che bisognava relativizzarne l’importanza. Integrare in una classe un portoghese e una martinicana, o la loro famiglia in un complesso di case popolari abitato da una ventina di famiglie franco-francesi provenienti dalla Borgogna, dal Poitou o dall’Alvernia, non doveva essere molto complicato.

Probabilmente è così che interpreta l’osservazione di Bainville. Come avrebbero potuto lui o Maurras, che avevano sotto gli occhi solo le immigrazioni di lavoratori italiani e portoghesi nell’edilizia, o di robusti polacchi nelle miniere e nelle industrie, tutti di tradizione cattolica, anticipare l’ondata demografica che si è abbattuta sulla Francia a partire dagli anni ’70? Anche in questo caso, non cado in un ingenuo idealismo. Ci sono state reazioni, a volte violente, all’arrivo di questa o quella colonia di Rital, Polak o Russkof, qua e là, ma, superata la prima generazione, a parte il cognome e qualche ricetta di famiglia, nulla distingueva più i francesi «autoctoni». Tutto sommato, la caricatura dell’italiano o del polacco andava ad aggiungersi a quella del bretone testardo, del chti alcolizzato, dell’auvergnate tirchio, del parigino arrogante o del provenzale spaccone e pigro in un grande Pantheon nazionale dell’autoironia.

L’invenzione di un senso di colpa europeo, per non dire «bianco», in quasi tutti i campi – dalla schiavitù al riscaldamento globale, passando per l’inquinamento del Golfo di Guinea, i problemi sessuali dei panda o la scomparsa della Lepidiota caudata cornuta – ha modificato questa situazione più di quanto si possa immaginare.

Ripetendo incessantemente a una parte della popolazione che era colpevole di tutti i mali, e martellando a un’altra che era vittima di tutto, e in particolare della prima, abbiamo instillato nelle nostre società un veleno mentale che potrebbe benissimo ucciderle. Non sto esagerando. Ricordate il movimento « non toccare il mio amico » con tutte le sue ingiunzioni pedagogiche e morali a dimostrare, con l’ausilio di un piccolo distintivo visibile, che si era dalla parte del Bene e del pentimento di un antirazzismo inquisitorio. Chi, come me, è stato militante in quegli anni, ricorda sicuramente la forza di carattere necessaria per sopportare, ad esempio al liceo, gli sguardi furiosi dell’insegnante sul suo podio e dei circa trenta compagni di classe, tutti portatori della piccola mano liberatrice, davanti al nostro bottone disperatamente vuoto (o portatore di distintivi odiati).

Insomma, mentre da un lato si smarmava mentalmente il piccolo francese attribuendogli tutta la colpa del mondo, dall’altro si armava invece Mohammed o Fofana spiegando loro che la loro storia era pura e immacolata, che erano solo vittime, figli e nipoti di vittime.

Insomma, il modello integrativo, per quel che valeva, è stato distrutto e, allo stesso tempo, si è generato un discorso «disintegrativo» nei confronti delle popolazioni interessate. Il fatto che una ragazzina indossi il velo oggi è meno il segno di una sottomissione a Dio e al Corano che di un rifiuto visibile e rivendicato di appartenere a una nazione i cui unici modelli si riducono a celebrare la Differenza a colpi di strisce pedonali arcobaleno e di promozione del rugby femminile.

Qualche giorno fa, una mattina, mi sono fermato a osservare l’inizio dell’anno scolastico in una scuola di quartiere. Intendo dire una scuola qualsiasi. Né l’Ecole alsacienne né l’asilo nido di una zona ZEP. Una scuola «normale», standard. Ho contato meno di due alunni su dieci che avevano un aspetto europeo. Al di là della facile accusa di razzismo che mi si potrebbe rinfacciare, ci rendiamo davvero conto di cosa significhi? Quando ci si lamenta, gli insegnanti per primi, del crollo del livello degli alunni, come potrebbe essere altrimenti quando quasi l’80% degli alunni di alcune scuole non parla francese a casa? Si sono distrutte le esigenze pedagogiche così come si sono distrutte le esigenze di integrazione, il tutto in piena ondata migratoria.

Quindi sì, pur senza definirmi «identitario», penso che da un lato occorra bloccare completamente l’immigrazione, ma anche prendere in considerazione una «rimigrazione». Ovviamente, questa sarà dolorosa. Ma non più, se ben gestita, del rimpatrio dei francesi dall’Algeria o degli spostamenti massicci di popolazione che si sono verificati in Europa dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale (e prima) con l’obiettivo chiaramente dichiarato di preservare una pace futura. Dove sono le anime gentili traumatizzate dalla minima applicazione di un OQTF quando si parla di Pieds-Noirs o Sudeti? Quindi sì, di fronte a un’ondata migratoria di popoli con i quali, a parte la condizione umana, non condividiamo assolutamente nulla, bisogna prendere in considerazione questa soluzione estrema.

Ma essa stessa ha senso solo se, per i « autoctoni », è accompagnata da un profondo riarmo morale. Infatti, limitarsi a rimandare Fatima in terra d’Islam senza porre fine alle manifestazioni delle idiote dai capelli blu e di altri uomini soia non fermerà il crollo. L’identitarismo senza un progetto politico rivoluzionario non ha senso. Uso volutamente la parola «rivoluzionario», in un momento in cui molti dei nostri amici si definiscono «conservatori». Ma cosa vogliono conservare? La nostra democrazia bloccata? La nostra repubblica arrugginita? La nostra società dello spettacolo?

«Quando l’ordine non è più nell’ordine, è nella rivoluzione», diceva Gramsci. Molti gramscisti di destra, più o meno autoproclamati, farebbero bene a ricordarlo.

© Fotomontaggio: Yann Vallerie e Sylvain Roussillon

Intervista a cura di Xavier Eman

Luca Marsella, président du comité « Remigration et Reconquête »

Idee / Dibattiti

La rimigrazione vista dall’Italia: intervista a Luca Marsella, presidente del comitato «Rimigrazione e Riconquista»

Per proseguire e approfondire il dibattito sulla «remigrazione» avviato nel nostro numero 220, attualmente in edicola, la nostra corrispondente da Roma, Chiara Del Fiacco, ha intervistato su questo tema Luca Marsella, dirigente di CasaPound Italia, ex consigliere comunale di Ostia e presidente del comitato «Remigrazione e Riconquista». Questo comitato è nato da un’iniziativa congiunta di quattro organizzazioni fondatrici – CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani – accomunate dalla volontà di attuare concretamente un programma di rimpatrio, in particolare presentando un disegno di legge in Parlamento.

ELEMENTI. Come è nata questa proposta di legge sulla rimpatrio volontario? Potrà diventare una legge a tutti gli effetti? E come è stata accolta al momento della sua presentazione in Parlamento?

LUCA MARSELLA. Questa proposta di legge di iniziativa popolare nasce da una necessità che non può più essere rimandata: dare una risposta concreta e radicale al totale fallimento delle politiche migratorie e multiculturaliste in Italia. Non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza; occorre un cambiamento di rotta storico per riportare al centro la nostra sovranità, la nostra identità e la sicurezza degli italiani.

Per diventare una legge a tutti gli effetti, stiamo seguendo la procedura costituzionale prevista per i progetti di legge di iniziativa popolare. La legge richiede un minimo di 50.000 firme autenticate affinché il progetto venga esaminato in Parlamento, ma il nostro obiettivo è quello di raccogliere un sostegno così massiccio da costringere politicamente le istituzioni a non ignorarci.

Per quanto riguarda la presentazione alla Camera dei Deputati, abbiamo assistito a uno scandalo istituzionale senza precedenti. La conferenza stampa è stata semplicemente annullata dai parlamentari del PD, di AVS e del Movimento 5 Stelle, che hanno fisicamente occupato la sala stampa di Montecitorio per impedirci di parlare. Hanno messo in scena la loro solita farsa, cantando «Bella Ciao» e sventolando la Costituzione, dimostrando così che per loro la democrazia vale solo quando fa comodo. Il fatto di voler censurare, con metodi arroganti, il diritto di presentare una proposta di legge popolare dimostra solo una cosa: la sinistra ha paura del dibattito e delle idee che piacciono agli italiani.

ELEMENTI. Qual è stata la reazione dei cittadini, soprattutto alla luce dello scandalo dell’occupazione dell’aula da parte dei parlamentari del PD e del «clamore» mediatico che ne è seguito?

LUCA MARSELLA. La risposta dei cittadini è stata straordinaria e, sotto molti aspetti, un clamoroso «autogol» per la sinistra. Mentre i parlamentari del PD, di AVS e del M5S si davano alla pazza gioia con il loro «carnevale antifascista», la gente comune si è indignata per il loro atteggiamento da censori. Come reazione immediata, abbiamo raccolto 60.000 firme in un solo giorno. In sole ventiquattro ore, il popolo italiano ha polverizzato il minimo richiesto dalla legge, dando uno schiaffo morale clamoroso ai censori di palazzo. La reazione popolare è chiara: ne abbiamo abbastanza delle parate della sinistra che difende i confini degli altri mentre spalanca le porte di casa nostra. Questo «clamore» mediatico non ha fatto altro che spingere migliaia di italiani a sostenerci in massa. Più urlano nei palazzi, bloccano le sale, organizzano contro-manifestazioni e tentano di ostacolarci, più il popolo italiano risponde presente.

ELEMENTI. Come si sta svolgendo la raccolta delle firme e la sua promozione, che si può definire massiccia, in tutta Italia?

LUCA MARSELLA. La raccolta delle firme procede a un ritmo sostenuto, superando addirittura le nostre aspettative: ad oggi abbiamo già raggiunto la straordinaria cifra di 150.000 firme in tutta Italia. Non si tratta solo di un successo numerico eccezionale, che triplica la soglia minima richiesta dalla legge, ma di un vero e proprio risveglio popolare. Siamo presenti nelle piazze con i nostri attivisti, da nord a sud, e la risposta è trasversale. Organizziamo conferenze, manifestazioni e stand ovunque, in tutte le regioni. Il senso di insicurezza e la volontà di difendere la propria identità sono ormai presenti ovunque, non solo nelle grandi metropoli ma anche nelle province. Gli italiani si avvicinano ai nostri stand con determinazione, e queste 150.000 firme dimostrano che il nostro popolo vuole riprendere in mano il proprio futuro.

ELEMENTI. Alla luce dei recenti avvenimenti di Modena — una prima assoluta in Italia, che non aveva ancora conosciuto questo tipo di attentati contro la popolazione italiana come purtroppo accade da decenni nel resto d’Europa —, cosa risponde alla sinistra che, come al solito, minimizza i fatti e invoca sistematicamente l’irresponsabilità per cause di disturbo mentale?

LUCA MARSELLA. A questa sinistra angelica e complice rispondiamo che la nostra pazienza è esaurita. Ogni volta che un immigrato commette un atto di violenza o un vero e proprio attentato contro i nostri connazionali, scatta immediatamente il riflesso pavloviano del «povero pazzo isolato» o del «problema psichiatrico». È una narrazione offensiva per l’intelligenza degli italiani e per il dolore delle vittime. I fatti di Modena dimostrano che il modello europeo delle periferie e del terrorismo strisciante è purtroppo arrivato anche da noi. Non si tratta di disturbi mentali, ma di una totale incompatibilità culturale e di un’ostilità dichiarata verso il nostro popolo, alimentata da anni di impunità. Chi non ha il diritto di stare qui deve essere rimpatriato immediatamente. Il rimpatrio non è una provocazione, è l’unica vera misura di legittima difesa nazionale.

ELEMENTI. Qual è il prossimo appuntamento nazionale della vostra campagna?

LUCA MARSELLA. Il prossimo appuntamento nazionale è già fissato: ci ritroveremo a Roma il 13 giugno per una grande manifestazione. Sarà un’importante mobilitazione di piazza durante la quale porteremo fisicamente la voce, l’orgoglio e la forza delle nostre 150.000 firme. Subito dopo la manifestazione a Roma, le consegneremo ufficialmente. A quel punto, la palla passerà al campo politico: speriamo che il governo discuta e approvi questa legge senza snaturarla e, soprattutto, senza esitazioni. Non si può più scendere a compromessi sulla pelle degli italiani. La rimpatrio deve diventare la priorità assoluta e immediata dell’agenda politica nazionale.

Intervista a cura di Chiara Del Fiacco

© Foto: Shutterstock – Luca Marsella, presidente del comitato « Rimigrazione e Riconquista ».

Racisme antiblanc : François Bousquet refuse le silence et fait parler les victimes

Interviste

Razzismo contro i bianchi: François Bousquet rifiuta il silenzio e dà voce alle vittime

A un anno da «Il razzismo anti-bianchi, l’inchiesta proibita», François Bousquet torna alla ribalta con «Sale Blanc. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). Un affresco sociale più che un semplice seguito, costruito attorno a un centinaio di testimonianze crude: una madre coraggiosa, un giustiziere nell’ombra, una ragazza a cui è stata rubata la verginità, un giovane a cui è stata rubata l’adolescenza, un espatriato che ora chiede asilo politico fuori dalla Francia. Il direttore editoriale di «Éléments» vi analizza senza mezzi termini i meccanismi di un razzismo ben reale, metodicamente negato dalle istituzioni, e dispiega per l’occasione una formidabile chiave di lettura: la famosa «legge delle tre D» – negazione, delitto, delirio – che da sola riassume l’arsenale del gauchismo istituzionale contemporaneo. Riprendendo la metafora ornitologica del cuculo – quell’uccello che depone il suo uovo nel nido di un altro e il cui piccolo finisce per espellere gli uccellini legittimi –, Bousquet offre un quadro sconfortante di una generazione sacrificata.

BREIZH-INFO: Già alcuni anni fa aveva pubblicato *Le Racisme antiblanc, l’enquête interdite*. Perché riprendere oggi questo progetto con *Sale Blanc*? Cosa è cambiato – nei fatti, nelle coscienze o nel suo modo di vedere le cose – per giustificare questo nuovo lavoro che lei presenta come un libro «a sé stante» e non come un seguito?

FRANÇOIS BOUSQUET. Non ho voluto scrivere un semplice seguito, ma un libro a sé stante. Se il primo volume era un’indagine cruda, il secondo è più un affresco sociale sulla Francia contemporanea. I due libri formano un dittico: il primo rivelava un punto cieco, il secondo ne illumina il contesto. Non volevo solo raccogliere testimonianze, ma metterle in scena nel loro contesto sociale, scolastico, religioso, etnico, culturale. C’è una tale galleria di personaggi che è difficile fingere che non esistano. Si va dalla Madre Coraggio al giustiziere nell’ombra, dallo skinhead che mette in ordine le auto al geek militante, dalla ragazza a cui è stata rubata la verginità al giovane a cui è stata rubata la giovinezza, dal resistente dall’interno all’espatriato che chiede altrove l’asilo politico che non trova più a casa sua. Tutto questo era solo accennato nella prima parte. Qui, le sagome prendono corpo. La materia è così abbondante, così poco esplorata, che ci volevano almeno due libri per renderne conto. Quando si inizia a tirare il filo del razzismo anti-bianchi, non c’è fine, proprio mentre le vittime si nascondono, provano vergogna o hanno paura di essere etichettate come di estrema destra.

La questione non riguarda solo gli insulti e le violenze, ma le strutture profonde delle società, poiché il razzismo anti-bianchi comporta visioni del mondo antagoniste, rapporti di genere diversi, concezioni contrastanti dell’onore, della mescolanza, della seduzione, della festa, ecc. Ecco perché affronto in modo più diretto le violenze contro le donne, che mettono in gioco logiche di dominio e di contaminazione profondamente radicate.

Dedico inoltre un capitolo a quelli che gli americani chiamano i «bianchi adiacenti», tra cui gli asiatici, che si presume godano degli stessi presunti privilegi dei bianchi, a patto che lavorino, si integrino e rispettino le norme della maggioranza, senza mai ricorrere alla retorica vittimistica.

BREIZH-INFO: Fin dall’introduzione ci propone una metafora ornitologica di grande impatto, quella del cuculo che depone il proprio uovo nel nido di un altro uccello e il cui piccolo finisce per cacciare via gli uccellini legittimi. Perché ha scelto questa immagine piuttosto che un’analisi più classica? Non teme che le venga rimproverato un paragone ritenuto brutale, se non addirittura disumanizzante?

FRANÇOIS BOUSQUET. Sono piuttosto le vittime del razzismo anti-bianchi ad essere disumanizzate. Perché il cuculo e la sua strategia? Diciamo che un buon disegno vale più di un lungo discorso. Ciò che vale per i disegni vale anche per le metafore e le parabole: sono in grado di raggiungere un pubblico più ampio. Attraverso il cuculo, non cerco di essenzializzare una popolazione, ma di descrivere un processo: il destino riservato ai piccoli bianchi di cui ho raccolto le testimonianze. La strategia del cuculo è l’immagine che, a mio avviso, descrive meglio il sentimento di sostituzione provato dai miei testimoni: un’inversione delle legittimità. Ciò che mi ha colpito, nel corso delle testimonianze raccolte, è proprio questo: francesi di origini spesso modeste, che hanno avuto la sensazione di essere stati espulsi dal nido legittimo, soprattutto durante la loro giovinezza. Come eredi disconosciuti, intimati a cedere il posto senza sollevare la minima protesta. La brutalità, se di brutalità si tratta, non sta nella metafora, ma nella realtà che essa descrive. Da Esopo e La Fontaine, l’Europa si racconta attraverso animali – la volpe, il lupo, l’asino o il corvo – che non hanno mai scandalizzato nessuno. Perché vietarsi il cuculo?

Aggiungiamo che Florence Bergeaud-Blackler parla anche della «strategia del cuculo» per descrivere la strategia indiretta del «frérisme» musulmano: avanzare sotto mentite spoglie, infiltrandosi in strutture esistenti come LFI o i sindacati per deporvi le proprie uova ideologiche e lasciare che l’incubazione faccia il resto.

BREIZH-INFO: Avete raccolto quasi un centinaio di testimonianze. Qual è il filo conduttore che accomuna questi racconti, al di là della diversità dei profili e delle provenienze geografiche? C’è una testimonianza in particolare che ha dato una svolta alla vostra indagine, o che ancora oggi vi tormenta?

FRANÇOIS BOUSQUET. Le due costanti che attraversano il libro sono, da un lato, per quanto riguarda le vittime: l’apprendimento precoce della vergogna di essere francesi e di essere bianchi…

Intervista a cura di Yann Vallerie

François Bousquet publie un ouvrage qui brosse le tableau d’une jeune génération sacrifiée : « Sale Blanc.

Azienda

Razzismo anti-bianchi: come la strategia del cuculo sta uccidendo i nostri figli!

Dopo un libro dedicato a un tema tabù, «Il razzismo anti-bianchi. L’inchiesta proibita», François Bousquet pubblica un’opera che traccia il ritratto di una giovane generazione sacrificata: «Sporco bianco. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). «Ho scritto queste due raccolte per rendere giustizia ai miei testimoni. Il mio obiettivo principale – e ultimo – è proprio questo», precisa l’autore. Grazie a Jean-Yves le Gallou per averci autorizzato a riprodurre questo articolo, originariamente pubblicato su «Polémia» a firma di Johan Hardoy.

«Non esiste una convivenza pacifica con il cuculo.» Questo uccello non costruisce un nido, ma depone il proprio uovo in quello di un altro uccello affinché quest’ultimo lo covi al posto suo e poi nutra la sua prole, che finirà per espellere i piccoli legittimi. I genitori adottivi allevano così l’intruso a scapito della propria prole. Se per caso l’ospite si difende respingendo l’uovo, il cuculo ritorna per distruggere il nido e annientare la covata.

François Bousquet vede in questa «strategia del cuculo» una metafora «crudelmente eloquente del razzismo anti-bianchi e dell’immigrazione di insediamento che subiamo». Con il pretesto della carità, «il bambino bianco diventa l’uovo che si può spingere fuori dal nido senza rischi. E l’istituzione — scuola, personale di riferimento, discorso ufficiale — interpreta il ruolo dei genitori adottivi deviati».

Non si tratta di animalizzare le nostre società, ma di « ricordare che le logiche di dominio sociale obbediscono a leggi ferree : occupazione dello spazio, eliminazione dei concorrenti più deboli, appropriazione delle risorse, neutralizzazione delle resistenze attraverso il senso di colpa ».

Giovani bianchi che provano vergogna di sé stessi

«La vergogna di essere francesi», è ciò che raccontano i testimoni intervistati. In mancanza di una solidarietà protettiva, tutti si sono, almeno temporaneamente, «inventati delle origini alternative» per sopravvivere in quanto minoranze.

«Nel migliore dei casi, la famiglia francese vittima dell’aggressione è una famiglia nucleare. Cosa può fare contro delle tribù — fratelli, sorelle, le tre mogli di un uomo, cugini, amici di amici — in grado di radunare rapidamente dalle quindici alle venti persone?»

In questi ambienti giovanili, «la cultura cede il passo alla “razza”», che è diventata «il denominatore comune — e il fattore scatenante — di queste differenze culturali».

« È questa l’eredità del multiculturalismo : voler abolire i confini, compresi quelli etnici, e reinventare la guerra tra tribù. »

Costretti ad affrontare fin da giovanissimi molestie e violenze, alcuni assumono una « dhimmitudine consenziente », definita dall’autore « sindrome di Stoccolma »: « Si modellano la propria visione e il proprio comportamento su quelli del dominante. »

Altri rifiutano «un destino alla Franck Ribéry» — «finire con un tappeto da preghiera rivolto verso La Mecca» — e diventano degli «angry white men».

Nel frattempo, gli insegnanti sono rimasti inerti, limitandosi a fare la predica. Marc, cresciuto nel «Nord rosso», ne è profondamente indignato: «Ma chi subiva il razzismo? Noi. Ciò che mi feriva di più era la totale mancanza di empatia. Perché nessuno ci difendeva ? »

«Diversi casi sono finiti in tribunale, ma già all’epoca imperversavano i giudici di sinistra, tutte donne. Gli stranieri venivano continuamente assolti o, peggio ancora, salvati dalla prescrizione, conseguenza dell’estrema lentezza della giustizia», afferma da parte sua Jean-Emmanuel.

Il risentimento, « triste passione delle società multiculturali »

«La questione che rimane aperta e che attraversa questo libro come un filo conduttore è quella dell’origine di questa violenza anti-francese e anti-bianchi».

L’autore, che fa riferimento a Nietzsche e a Dostoevskij, vede in quest’ultima l’espressione di un risentimento da cui derivano rancore e ostilità nei confronti di ciò che è considerato la causa di una frustrazione.

Secondo il teologo protestante Reinhold Niebuhr, il risentimento lusinga l’ego ferito, offre un nemico a buon mercato e esonera dallo sforzo di lucidità.

«Lungi dall’essere quella fortuna provvidenziale promessa alla Francia e all’Europa, l’immigrazione appare piuttosto come una sventura, non solo per noi, ma anche per gli immigrati, forse meno per i nuovi arrivati stessi che per i loro figli e ancor più per i loro nipoti. […] Tutto sommato, l’immigrazione è destinata a produrre una serie infinita di anime consumate dal risentimento.»

Il rapporto con le donne

François Bousquet osserva, tra i giovani Identitari, che «se in alcuni di loro esiste una fissazione per la biologia, tipica delle società multiculturali, dove l’identità si riduce a segni distintivi della pelle, è perché, fin dalla più tenera età, sono stati ricondotti alla biologia attraverso gli insulti anti-bianchi che venivano loro lanciati in faccia. È a questo che la loro esperienza di minoranza, a scuola e per strada, li aveva esposti. Tutti avevano carattere e una personalità sufficientemente solida per non cedere alle facilità dell’assimilazione al contrario. Dei self-made men e ancor più delle self-made women. È di loro che voglio parlare ».

Alice Cordier è la presidente del Collectif Némésis, che si rifà alla « generazione Colonia », in riferimento agli stupri e alle aggressioni sessuali di massa commessi in quella città il 31 dicembre 2015 da bande di individui descritti come «nordafricani» e «fortemente ubriachi», seguiti dal silenzio «politicamente corretto» delle autorità tedesche. La giovane donna confida all’autore: «Un giorno, mia sorella — aveva dodici anni — è tornata da scuola in lacrime: un uomo di origine straniera le si era strusciato contro sul tram. […] In quel momento ho sentito davvero una rabbia crescere dentro di me. Non si è mai spenta. È stata proprio quella rabbia, credo, a dare origine, anni dopo, a Némésis

Eventi del genere sono inevitabili, ci dice François Bousquet, tanto più « che l’immigrazione extraeuropea è in stragrande maggioranza maschile » : « Nei loro paesi d’origine, questi uomini non hanno quasi mai conosciuto la convivenza tra i sessi ; la loro socializzazione è avvenuta nella vergogna del desiderio e nel sospetto nei confronti del femminile. La donna occidentale appariva loro al tempo stesso come un essere affascinante e offensivo, cresciuta nella libertà del corpo e della parola. Una volta qui, questa tentazione si è tradotta meccanicamente in comportamenti di appropriazione. […] L’errore tragico dell’Europa è quello di credere che queste due antropologie possano coesistere senza conflitti. »

Il suo libro raccoglie così numerose testimonianze toccanti, tra cui una delle meno strazianti è quella di Aline, assunta in un negozio di bigiotteria a Cergy-Pontoise. Il primo giorno, quando la direttrice, di origini algerine, la accoglie, le dice: « Avevo detto niente bianche! », prima di precisare « Non è contro di te, è solo che quando le nostre commesse sono bianche, subiamo più furti. Nessuno vi rispetta. » In effetti, questa osservazione è purtroppo giustificata perché i furti « esplodono » durante la sua settimana di lavoro…

Anche gli asiatici!

Loreine, che sul suo account X si definisce una «asiatica di destra», denuncia un razzismo proveniente da membri delle comunità magrebine e nere, nonostante l’assenza di un passato coloniale che possa fungere da pretesto per tale ostilità…

Aggiunge che «gli asiatici hanno dimostrato di non rappresentare alcun pericolo per la popolazione ospitante. Da quel momento, gli occidentali hanno abbassato la guardia. È inevitabile che all’inizio ci siano pregiudizi e una certa forma di rifiuto. Quindi ci si fa da parte, si mantiene un profilo basso, non si impone nulla, non si dà fastidio».

«A Roma, comportati come un romano», ripete. Di conseguenza, viene regolarmente definita «straccio» dai progressisti: «  Per una francese di origini coreane, rispettare il popolo francese che ha accolto la mia famiglia da generazioni, la sua cultura, le sue tradizioni e la sua identità prevalentemente bianca, equivale [secondo loro] a sminuirmi e a sottomettermi.»

***

Negli ultimi giorni, François Bousquet è stato oggetto di una campagna diffamatoria da parte dei media dopo aver presentato il suo libro su CNews.

In quell’occasione ha dichiarato, tra l’altro: «Vado agli Inrockuptibles nell’edificio di Matthieu Pigasse, nel XVIII arrondissement; è un edificio enorme dove ci sono solo bianchi. Ma quando ci vai, devi scendere a Clignancourt, e Clignancourt è sbalorditivo: cammini per 500 metri e non c’è un solo bianco ».

L’autore illustrava così ciò che denuncia nel suo saggio, ovvero «il bobolchevismo: l’amore per il popolo, ma visto da una torre di guardia climatizzata».

Nel programma di infotainment Quotidien, Matthieu Pigasse, presentato come «un banchiere di sinistra che conduce una battaglia culturale contro l’estrema destra», ha risposto a questa critica con ironico disprezzo, senza entrare nel merito della questione. Il conduttore ha invece ritenuto che «molti telespettatori fossero rimasti scioccati nel sentire ciò», sottolineando al contempo il «passato controverso» di François Bousquet. Nel 2018, una collaboratrice di questo programma, recatasi nella sua libreria (ora chiusa), aveva così scoperto che questa proponeva al pubblico opere di Dominique Venner, Marc Augier alias Saint-Loup, François Duprat e Henry Coston.

Su X, François Bousquet, che ha deplorato l’impossibilità di far valere il proprio diritto di replica, ha scritto: «Vi definiscono “razzisti”, ma, nel frattempo, mai bugiardi.»

Johan Hardoy

Stati Uniti! Alla ricerca dello scontro interno Con Marcello Foa, Cesare Semovigo, Gianfranco Campa

Gli avvenimenti di Minneapolis sembrano rientrare nel solito canovaccio offerto dal sistema di informazione istituzionale e dagli ambienti alternativi: un classico scontro tra il potere nella sua forma più spietata e aggressiva e la base popolare contestatrice. Non è così! Rappresenta un ulteriore salto nel confronto tra leadership politiche e nello scollamento, destinato ad assumere le caratteristiche di contrapposizione, tra istituzioni e organi statali. Dinamiche nelle quali i gruppi militanti contestatori assumono il ruolo di meri strumenti; l’ennesima rivoluzione colorata, questa volta interna al paese egemone. Una nuova classe dirigente, una nuova leadership in ascesa che promette di soppiantare, tra mille contraddizioni, quella uscente ormai sclerotizzata. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Una serata fuori a Newcastle_di Morgoth

Una serata fuori a Newcastle

Ho fatto un viaggio festivo nella vita notturna di Newcastle dopo anni e anni di assenza

Morgoth5 gennaio
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Questo Natale, dopo anni di pressioni, ho finalmente ceduto e ho accettato di uscire per una serata a bere qualcosa a Newcastle con un vecchio amico, Alex. Ho concordato di stare lontani dal Bigg Market e di soffermarci nei dintorni di Haymarket, più adatto alla nostra età, e l’accordo è stato fatto.

Con l’avvicinarsi del giorno, ho iniziato a riflettere sulle possibilità di diventare un video virale su X in cui un immigrato mi accoltella a morte. Questa è una sorta di meta-visione morbosamente morbosa delle dinamiche e della viralità dei social media, in cui ci aspettano un iPhone, filmati di videosorveglianza, clickbait e 12 ore di rabbia.

Tuttavia, per quanto possa sembrare esagerato immaginare la propria morte prematura per mano di un immigrato e il conseguente diventare un contenuto virale, questo testimonia l’aura generale che aleggia sulla percezione delle città inglesi. Una percezione che certamente non esisteva ai tempi d’oro di The Toon.

Ho preso l’autobus da Blyth a Newcastle verso le 17:00, giusto in tempo per l’ora di punta della sera. Gli autobus esemplificano l’estetica iperregolata diffusa nei third space odierni, che ha eliminato ogni frivolezza e umanità, lasciando solo un veicolo puramente funzionale. Ormai sono lontani i motivi tartan di lana sui sedili, spesso con un posacenere sul retro.

Al suo posto, abbiamo una pesante sostanza di gomma grigia, presumibilmente conforme a qualche diktat di salute e sicurezza. Gli spazi riservati ai disabili sembrano occupare metà dei posti a sedere dell’autobus, e l’arredamento è una serie di pubblicità aziendali woke e una miriade di maniglie e corrimano, anch’essi grigi, per garantire che scivolare o cadere sia impossibile.

A metà strada per Newcastle, a Benton, l’autobus inizia a riempirsi di indiani, presumibilmente al lavoro nel “Business Park” di recente costruzione nelle vicinanze. Una forza lavoro utilitaristica sale a bordo dei mezzi pubblici, mentre fuori, nella penombra, i lampioni a LED creano un paesaggio liminale permanente.

Indipendentemente dall’etnia dei passeggeri, tutti fissano i loro dispositivi finché non arriviamo a Newcastle.

La stazione degli autobus di Haymarket sembra più fredda e squallida di quanto ricordassi. Ci sono più volti stranieri e un solo senzatetto è bianco. Gli stranieri aspettano gli autobus che li porteranno in angoli relativamente nascosti del Nord-Est come Dinnington e Seaton Burn, cosa che mi sorprende ancora dopo tutti questi anni.

Attraverso la strada per Percy Street e mi dirigo verso Three Bulls Heads, dove incontrerò Alex.

Lungo la strada c’è un grande ristorante cinese, apparentemente lussuoso e alla moda, e, stranamente, un grande barbiere somalo. Me lo segno mentalmente per una conversazione più tardi la sera. Percy Street è una zona residenziale di prima qualità a Newcastle. Trovo ridicola l’idea che un immigrato somalo possa aprire un’attività di parrucchiere tra punti di riferimento locali come Three Bulls Heads e Hotspur. Inoltre, tutti sono sospettosi di tutti questi barbieri che spuntano come funghi ovunque.

Non è cambiato molto al Three Bulls; l’arredamento è un po’ più luminoso di una volta e la selezione di birre è stata (per fortuna) ampliata. Lancio un’occhiata all’angolo a destra, accanto ai bagni per disabili. Era lì, alla fine degli anni ’90, che ci riunivamo in 8 o 10 ogni sabato pomeriggio. Era lì che guardavo il telegiornale a tutto volume sulla morte di Diana, principessa del Galles, e le sue conseguenze. Ricordo i volti presenti, i pacchetti di sigarette Lambert & Butler sul tavolo, le battute orribilmente volgari che sembravano divertenti, le discussioni e i pettegolezzi, la vitalità. Tutto in quell’angolo.

Il mio amico Alex arriva poco dopo e gli indico l’angolo. Anche lui se lo ricorda e scherza sui maltrattamenti che subivano i bagni per disabili. Eppure, dove prima eravamo in dieci, ora siamo solo in due.

Nonostante i miei ricordi personali, né Newcastle né i suoi pub sono semplici reliquie polverose di tempi passati; la sera in questione, c’è confusione e c’è una partita di calcio in programma, Newcastle-Aston Villa. Non mi interessa il calcio, e non l’ho mai fatto, e anche questo viene tirato in ballo nella conversazione.

Al piano di sopra, al Three Bulls, noto un’attraente barista che incarna perfettamente l’archetipo della barista di Geordie. Lunghi capelli castani, raccolti in una coda di cavallo, vestito tutto di nero, un atteggiamento da maestra di scuola, un tentativo di minimizzare l’accento, che non funziona del tutto, i tratti dell’attrice Anna Friel. Anche in questo caso, le cose possono cambiare, ma altre rimangono le stesse.

Ci sediamo per bere un giro di IPA chiamata “Neck oil”, un po’ troppo fruttata ma che va giù bene.

Non sorprende che la conversazione si sposti sulla politica, in particolare sull’immigrazione. Alex ha due figlie piccole e l’incessante flusso di crimini sessuali commessi da migranti contro donne inglesi gli sta facendo diventare grigi i capelli e lo tiene sveglio la notte. Questo sentimento è ovunque, come ho notato in altri scritti e trasmissioni. Tutta la mia famiglia lo condivide, e tutti quelli con cui parlano. Dove sta andando tutto questo? Come sarà quando X diventerà adolescente? Il governo è impazzito?

Quali sono, ad esempio, i processi che hanno portato un autobus a Benton a riempirsi di indiani? O, se è per questo, la capacità di un somalo di aprire un barbiere in Percy Street, proprio accanto ad alcuni dei pub più iconici di Newcastle? Come funziona tutto questo?

Dieci anni fa ero considerata isterica e le mie invettive venivano accolte con occhi al cielo e sbadigli sarcastici, ma ora non più. Ora mi ritrovo a essere una centrista, una persona con la testa più fredda.

La struttura di queste discussioni è di per sé interessante perché familiari e amici ammetteranno che “Newcastle non è ancora così male come…”, ma implicitamente in tale affermazione c’è che l’immigrazione di massa è intrinsecamente dannosa.

Nel corso del periodo natalizio, mio ​​padre aveva inveito contro i tifosi di calcio inglesi, sostenendo che si sarebbero scatenati violentemente gli uni contro gli altri per uno sport stupido, ma che apparentemente erano ciechi a cose come le bande di adescatori. È una critica comune agli inglesi, e guardandosi intorno al bar e sentendo le urla e le imprecazioni contro il pallone, è difficile confutarla o non prenderla sul serio.

Ci avventuriamo nel bar successivo, ex Goose & Garden, ora chiamato The Magpie. È uno spazio ampio come un fienile, e uomini tra i 40 e i 50 anni urlano e scherniscono i numerosi schermi piatti che trasmettono la partita. Curiosamente, c’è una generazione più giovane nel mix che non presta attenzione al calcio perché è assorta nei propri schermi. Nemmeno gli Zoomers indossano i simboli del Newcastle FC; indossano invece la divisa larga e androgina che sembrano indossare sempre.

Osservando la scarsa presenza di persone sotto i 25 anni e la massiccia presenza (letteralmente) di uomini tra i 40 e i 50 anni, mi rendo conto che le stesse persone che sostengono la scena dei pub di Newcastle negli anni 2020 lo facevano nel 1997, ovvero la mia generazione.

Dopo sei pinte, torniamo indietro verso Haymarket ed entriamo al Percy Arms. Chiamato colloquialmente “The Percy”, il vecchio pub è molto più piccolo e intimo di quelli che abbiamo visto finora. Lunghi divani lungo le pareti, gente seduta al bancone e gruppi di persone, tutti a portata d’orecchio, si accalcano in quello che è un eccellente esempio di pub inglese vecchio stile.

Newcastle ha sempre avuto una serie di pub nascosti e appartati, frequentati dalla classe operaia proveniente dal West End e da zone come Cowgate. Avevo erroneamente pensato che questi pub, e i loro clienti, non sarebbero mai sopravvissuti ai cambiamenti dei decenni precedenti, eppure prosperavano al Percy, come se fossero stati conservati in una cassa d’ambra nel 1999.

Se dovessi ricominciare la serata, l’avrei passata tutta al Percy, ma dopo 7-8 pinte, stavo iniziando a raggiungere i miei limiti, così abbiamo deciso di prendere una pizza unta in memoria dei vecchi tempi.

Mentre camminavo ancora una volta verso la stazione degli autobus di Haymarket, ho notato che il numero di senzatetto che si preparavano a trascorrere la notte a temperature quasi gelide era ora salito a quattro.

Erano tutti nativi britannici bianchi.

Pertanto, è impossibile ignorare la triste realtà e le contorte giustapposizioni insite nella vita britannica. Puoi provare a scacciarle dalla mente quanto vuoi, ma quel campanellino continua a suonare, chiedendoti di menzionare qualcosa sugli hotel per migranti e sulle HMO (Case a Occupazione Multipla). Sono in atto gli stessi processi che hanno portato un somalo ad aprire un barbiere in Percy Street? O gli indiani a salire sull’autobus a Benton?

Certo, posso parlare, e spesso lo faccio, a lungo di managerialismo, dell’anti-bianchezza istituzionalizzata, delle strutture di incentivi decadenti e delle tendenze generali all’interno della cultura e della politica che creano tali risultati. Ma il punto è che questa è la normalità, questa siamo io e tutti nel mondo reale che ne siamo testimoni con i nostri occhi. Non c’è bisogno di essere istruiti nelle arti oscure della letteratura online sulla destra per comprendere l’ingiustizia e la pura brutalità del sistema attuale.

La pizzeria era di proprietà di una certa etnia di europei provenienti dal sud-est, come bulgari o macedoni, o forse turchi o curdi; è difficile dirlo. Il locale era dominato da un patriarca dal viso coriaceo che assomigliava a un Leonard Cohen anziano, e il cibo era una poltiglia insipida ma speziata. L’esterno era un’appariscente esposizione di luci al neon gialle, e un continuo fermento di attività si snodava intorno al locale: taxi, stranieri che vagavano gridando qualcosa, poi se ne andavano, e autisti di cibo da asporto che ritiravano le ordinazioni.

Era una specie di rete le cui reali attività potevo solo immaginare, anche se, a dire il vero, non ho avuto la peggiore sensazione istintiva che abbia mai avuto. Eppure, la nostra gente dormiva al freddo in una stazione degli autobus mentre loro prosperavano.

Dopo aver lasciato la pizzeria, Alex si è diretto all’autobus e io avevo venti minuti da perdere, così sono andato a bere un’ultima pinta in tutta tranquillità in un bar all’angolo di Haymarket chiamato The Junction, anche se un tempo si chiamava Old Orleans. Insolitamente per me, per la prima volta sono stato travolto da un’autentica ondata di nostalgia. Ci sono venuto molti anni fa per un appuntamento; una barista che avevo tormentato per settimane alla fine cedette e decidemmo di incontrarci all’Old Orleans. Si presentò con dei pantaloni di pizzo trasparenti e un po’ sfacciati. Anche lei era l’archetipo della barista di Geordie.

Sentendomi stanco, ubriaco e leggermente nauseato dalla pizza, rimuginavo sulla mia serata a Newcastle. Almeno, non ero stato accoltellato. In realtà, non sembrava un posto molto pericoloso o addirittura molto movimentato. Era allo stesso tempo rassicurantemente familiare e stranamente freddo, stranamente svuotato o esausto, in un modo intangibile. Non nel modo drastico e sconvolgente in cui altre parti del paese hanno cambiato identità.

Quando sono andata all’appuntamento nella Vecchia Orleans, mi è sembrata una casa riccamente arredata e di alto livello; era certamente costosa. Eppure ora sembrava logora e trasandata, non sapevo se fosse solo colpa mia o della città vecchia.

In verità, penso che probabilmente siano entrambe le cose.

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Il falò dell’autenticità in Gran Bretagna, di Morgoth

Il falò dell’autenticità in Gran Bretagna

Sui leoni, gli agnelli e i perduti nell’attuale Gran Bretagna

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Una curiosità della Gran Bretagna del 2020 è che tutti sanno nel midollo delle loro ossa che le cose vanno male, pur essendo consapevoli che lo stato attuale delle cose non ha alcuna espressione formale in forma artistica o satirica. La Gran Bretagna è ora sinonimo di parole come “orwelliano” e “distopico”, a loro volta legate a concetti come grooming gang, immigrazione, rifugiati negli alberghi, discorsi d’odio, liste d’attesa del servizio sanitario nazionale e varianti di persone arrestate per i post sui social media. La Gran Bretagna è la terra dei vape shop, delle buche, degli stranieri ovunque che hanno perso da tempo il loro fattore di novità, dei barbieri turchi, dei centri commerciali chiusi, dei dissuasori della diversità nei mercatini di Natale e, come una ciliegina demenziale sulla torta, delle pubblicità di pubbliche relazioni ben prodotte ovunque che ci implorano di normalizzare tutto questo internamente.

Naturalmente, una moltitudine di fattori ci ha portato al momento attuale, ma nel suo insieme porta a un particolare zeitgeist di degrado e demoralizzazione. Eppure, ancora una volta, questo sentimento non ha alcuna espressione artistica o culturale, e nessuna indagine o contemplazione di esso avviene all’interno del mainstream. Viviamo in un’epoca che implora di essere satireggiata, derisa e denunciata da comici e intellettuali, ma il conformismo insito in tutte le istituzioni mette in ginocchio qualsiasi tentativo di dare voce a ciò che John Bull, l’uomo qualunque, sta pensando e sentendo.

Di recente ho twittato un post scherzoso e iperbolico per riassumere la situazione.

Naturalmente, questo sentimento travalica i confini di argomenti delicati come il politicamente corretto, il pregiudizio anti-bianco, l’immigrazione e il relativo stato di sorveglianza, nonché la logica ridicola del sistema giudiziario. Il sentimento espresso è, credo, comunemente condiviso, ma le frecciate sono troppo taglienti per essere elaborate dall’establishment. Così, rimane alla periferia, insieme a tutto ciò che tenta di esprimere autenticità.

Essere bambini negli anni Ottanta significava vivere la propria giovinezza in una conversazione culturale inondata di diatribe e presentazioni drammatiche sul Thatcherismo. Channel Four era composto principalmente dal comico ebreo Ben Elton, che ogni settimana criticava ogni politica e dichiarazione di Margaret Thatcher. L’intellighenzia liberale britannica disprezzava assolutamente Margaret Thatcher e le sue politiche, e non si stancava mai di farvelo sapere. Per cominciare, all’inizio degli anni ’80, il Thatcherismo si esprimeva esteticamente con la povertà, gli stenti e l’incapacità della classe operaia di sopravvivere in un mondo costantemente terraformato dalla terapia d’urto neoliberista. Molto prima di Lord of the Rings, l’ultimo grande Bernard Hill era Yosser Hughes, il duro scozzese che lottava per sfamare i figli e passava le giornate a vagare per le terre desolate dicendo “Gizza job!” in Boys from the Black Stuff. Hughes era l’emblema della disperazione e dello squallore portati dalla Thatcher, e il fatiscente degrado urbano delle case popolari rifletteva l’anima del Paese.

Legend Bernard Hill through the years as Boys from the Blackstuff star dies age 79 - Liverpool Echo

Più vicino a casa mia è stato Auf Wiedersehen, Pet, in cui i muratori della Georgia cercavano di sfuggire alla povertà e alla disoccupazione lavorando nella Germania Ovest. Il collegamento con il Nord Est era azzeccato, perché anche gli scioperi dei minatori e l’impoverimento dei villaggi delle miniere contribuivano a creare un senso di decadenza e disperazione.

Questa cupa materia prima veniva poi alimentata nel mulino comico di Spitting Image che poteva (non senza ragione) dipingere la Thatcher e il Partito Conservatore come avvoltoi senza cuore. La devozione quasi religiosa della Thatcher per il libero mercato e la visione del popolo come un gruppo di avventurieri che esiste solo nel contesto del mercato avrebbero iniziato a dare i loro frutti nella seconda metà degli anni Ottanta. La Thatcher era ancora una ladra di latte, ma la classe operaia godeva della possibilità di acquistare le proprie case popolari e la mobilità verso l’alto divenne più comune.

Dopo essersi precedentemente dilettata a sparare cannonate contro il Thatcherismo sulla base del fatto che la classe operaia veniva ridotta in polvere, l’intellighenzia liberale eseguì una piroetta nella seconda metà del decennio e spostò la sua critica sui mantra “l’avidità è buona” e sull’individualismo dilagante della visione del mondo di Maggie. Il problema non era più che Yosser Hughes non riusciva a trovare un modo per sfamare la sua famiglia, ma che ora era un idraulico indipendente con un furgone bianco che metteva rivestimenti sgargianti alla sua casa e andava in vacanza in Spagna. La cosa peggiore è che la nuova classe operaia potrebbe benissimo trasformarsi in ardenti elettori dei Tory.

Nel suo romanzo del 1984 Money: Una nota suicida, il protagonista di Martin Amis si lamenta:

Non voglio più provare e riprovare. Voglio solo uscirne. Non ne posso più. Sono così stanca. Ho ventotto anni. Ci sto provando da dodici anni. Sono esausto. Non vedi l’ora di ripetere la stessa cosa? Voglio solo uscire. Ma c’è di più. E non solo un altro, o altri due, o cinque – dove tracceresti il limite?

E:

Al denaro non importa se diciamo che è malvagio, va di bene in meglio. È una finzione, una dipendenza e una tacita cospirazione.

Harry Enfield non si inserisce facilmente nella più ampia mentalità liberale politically-correct, ma è comunque significativo che il suo personaggio più famoso dell’epoca sia stato il becero e cerebroleso “Loadsamoney”, che rappresenta la nuova classe operaia ricca e socialmente inetta.

Why the Harry Enfield character Loadsamoney is so profound

Il Thatcherismo aveva distrutto la vecchia sinistra, nel bene e nel male, e l’intellighenzia doveva documentare cosa significasse per la nazione. In effetti, non si può fare a meno di speculare sulle conversazioni che si tenevano alle cene della sinistra liberale a Islington quando si parlava della perdita di un gruppo di clienti e di cosa si potesse fare per trovare una nuova causa.

Lo stato d’animo culturale e politico della nazione trovava un’espressione e una contemplazione intellettuale che nella nostra epoca attuale manca del tutto.

La Gran Bretagna, o l’You-Kay, è diventata una nazione meme, sinonimo di un pozzo nero tirannico e moralmente fallito, caratterizzato da una soffocante tracotanza istituzionale e da un pregiudizio anti-bianco, il tutto avvolto nel giornale unto di patatine fritte della penuria economica e della più sconcertante incompetenza. Eppure, la vita intellettuale e culturale della nazione rimane ostinatamente congelata nell’ambra del 2003. Dal punto di vista della critica culturale, la Gran Bretagna del 2025 è un ambiente incredibilmente ricco di bersagli, ma pochi osano sparare .

Inoltre, le osservazioni più serie vengono lasciate non scritte e non commentate perché farlo potrebbe comportare dei problemi.

La Quangocrazia che crea consenso ha formulato un commentario culturale che non rappresenta in alcun modo la realtà vissuta della Gran Bretagna del 2020. Prendiamo, ad esempio, un noto inno degli anni ’90 dei Pulp, Common People.

Oh, affitta un appartamento sopra un negozio
e tagliati i capelli e trovati un lavoro
fuma qualche sigaretta e gioca a biliardo
fingi di non essere mai andato a scuola
ma non riuscirai mai a fare la cosa giusta
perché quando ti metti a letto la sera
sono sicuro di non aver fatto la cosa giusta. comunque non ci riuscirai mai
Perché quando sei a letto la notte
a guardare gli scarafaggi che si arrampicano sul muro
Se chiamassi tuo padre potrebbe fermare tutto

Da giovane, ricordo come le descrizioni poetiche di Jarvis Cocker della vita umile della classe operaia di Sheffield risuonassero con le mie esperienze. La birra piatta nei pub scadenti, gli escrementi di cane sui marciapiedi e le case popolari erano all’ordine del giorno. L’equivalente di oggi sarebbe sicuramente costituito da negozi di vape, barbieri turchi e dallo status “privilegiato” accordato a milioni di stranieri. Sarebbe la realtà di non potersi mai permettere una casa, lo stato decrepito del servizio sanitario nazionale e un sentimento generale di alienazione e impotenza politica. Se espresso onestamente, sarebbe un senso di declino culturale molto più cupo e tragico.

Un’espressione sincera del nostro momento culturale dovrebbe, per forza di cose, affrontare il fenomeno delle persone che si sussurrano frasi politicamente scorrette in pubblico e il timore di incappare nella tirannica ala delle Risorse Umane delle aziende che sembrano governare. Ma non si scrivono canzoni pop, non si fanno film o fiction che lo descrivono e non si fanno programmi pretenziosi a tarda notte sulla BBC2 che lo contemplano. L’industria dell’intrattenimento non fornirà alcuna catarsi narrativa per i bianchi che sanno che l’unica minoranza sul posto di lavoro sarà innalzata al di sopra di loro per poter spuntare le caselle giuste. Lo Yosser Hughes del 2020 è l’ultimo uomo bianco della sua strada, alle prese con la de-territorializzazione della sua famiglia, ma non ci saranno drammi pluripremiati su Channel Four a raccontarlo.

Un’eccezione estrema, che sarei negligente a non nominare, è naturalmente Morrissey. L’album di Morrissey Bonfire of the Teenagers, che allude all’attentato alla Manchester Arena del 2017, è stato completato alla fine del 2021. Tuttavia, a causa della sua “natura controversa”, nessuna casa discografica lo ha pubblicato. In una performance dal vivo su YouTube, Morrissey riconosce che la gente nella “vecchia e allegra Inghilterra” non ne parlerà, ma lui sì.

Fuoco di adolescenti
Che è così alto nel cielo di maggio del nord-ovest
Oh, avreste dovuto vederla partire per l’arena
Per strada, si è girata e ha salutato e sorriso: “Goodbye”
Goodbye
E la gente sciocca canta: “Don’t Look Back in Anger”
E gli imbecilli cantano e ondeggiano: “Don’t Look Back in Anger”
Vi posso assicurare che guarderò indietro con rabbia fino al giorno della mia morte.

Fuoco di adolescenti
Che è così alto nel cielo di maggio del nord-ovest
Oh, avresti dovuto vederla partire per l’arena
Solo per essere vaporizzata
Vaporizzata
E la gente sciocca canta: “Don’t Look Back in Anger”
E gli idioti oscillano e dicono: “Non guardare indietro con rabbia”
Vi posso assicurare che guarderò indietro con rabbia fino al giorno della mia morte.

Vacci piano con l’assassino
Vacci piano con l’assassino
Vacci piano con l’assassino
Vacci piano con l’assassino…

La canzone di Morrissey penetra e fa scoppiare il sacco putrido dell’arroganza dell’establishment, ed è per questo che, come ha detto, è stato imbavagliato. Bonfire of the Teenagers personalizza una vittima; possiamo facilmente immaginarla come una tipica adolescente inglese che esce da una casa a schiera e prende un autobus nel nord dell’Inghilterra. Non è un mazzo di fiori o una candela su Facebook. E poi c’è il sogghigno di disprezzo per gli “imbecilli” e le “persone stupide” che si lasciano abbindolare dalla psy-op di de-escalation dell’unità Nudge. Per essere schietti, la canzone di Morrissey racchiude lo stato d’animo e il sentimento dell’uomo comune e la natura ripugnante dell’establishment britannico.

Al contrario, Ian Hislop, il satirico autorizzato dal regime, famoso per Private Eye e Spitting Image, ha recentemente risposto all’indignazione per le “bande di adescamento” attaccando Elon Musk per averne dato risalto. Laddove Morrissey tocca un nervo scoperto, la codarda fuga di Hislop serve ad anestetizzarlo. L’autentico viene relegato nel deserto culturale, mentre l’inautentico viene portato alla ribalta e spacciato come critica legittima. Hislop fornisce un’inquadratura disonesta per i liberali dell’Inghilterra centrale, colti alla sprovvista dalle conclusioni barbariche del loro codice morale. Molti, però, rimangono con la sensazione di essere stati ingannati da un abile imbroglione, ed è proprio quello che è successo. Il nervosismo si manifesta in alcune gag su come l’uomo più ricco del mondo abbia i suoi problemi con le donne, prima della fredda e inquietante consapevolezza che migliaia e migliaia di ragazze inglesi sono state violentate e che forse non è il caso di andare avanti con la conversazione.

Il risultato di questo gioco di prestigio culturale e narrativo è una popolazione confusa e disorientata che si aggira per le strade e i luoghi di lavoro dello You-Kay. Le persone percepiscono che qualcosa non va bene, ma non riescono a esprimerlo o a farlo convalidare dall’autorità.

Il problema principale è che le istituzioni manageriali erano responsabili di esprimere l’umore e la sensibilità estetica delle masse, tanto per cominciare. Il malessere e il disorientamento attuali non dipendono solo dal fatto che le menzogne e le vendette delle istituzioni sono diventate più distanti dalla realtà vissuta, ma anche dal fatto che è cambiato il modo in cui le persone consumano le informazioni. Questo non vuol dire che la soluzione sia leggere più Substacks o guardare più contenuti su YouTube, ma essere consapevoli che, nel mondo reale, diventa più facile riconnettersi con le persone rispetto a prima, perché la maggior parte delle persone lo sente.

Un esempio dalla mia vita è una donna liberale del Sud che vive in fondo alla strada. Il giorno della Brexit era fuori a piangere, lamentandosi di quanto fosse razzista l’Inghilterra e dicendomi che si vergognava profondamente di tutti gli stupidi bigotti che avevano votato per il leave. Le ho fatto notare che la gente era stanca di essere sfruttata dagli stranieri e che “anche tutte quelle bande di stupratori musulmani nello Yorkshire non hanno aiutato”. Mi ha risposto chiedendomi se anch’io fossi razzista. Di recente, come se quella conversazione non fosse mai avvenuta, ha iniziato a urlare di rabbia per il fatto che l’establishment aveva coperto proprio quelle bande di stupratori e che era nauseante il modo in cui la correttezza politica aveva messo a tacere tutti.

Molti anni fa, giocavo a una prima incarnazione della serie di videogiochi Warcraft, che era ancora un gioco di strategia in tempo reale. Una mappa aveva il nome memorabile di Of Lions, Lambs and the Lost. La sfida strategica che il giocatore doveva affrontare consisteva nel fatto che, mentre si disponeva di una roccaforte e di soldati, la propria gente era sparsa per tutta la mappa e veniva massacrata. Il compito era quello di inviare le proprie forze e riportarle a casa con il minor danno possibile. Forse è nostro compito, in quest’epoca di alienazione cronica, atomizzazione e confusione, agire meno come ideologi politici e più come pastori paternalisti, anche se per ora solo nelle nostre vite reali, nel mondo reale.

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JUS SCHOLAE, BASTA?_di Teodoro Klitsche de la Grange

JUS SCHOLAE, BASTA?

Da qualche secolo il pensiero politico e giurispubblicistico europeo si è chiesto perché lo “stato di diritto” (o meglio la democrazia liberale): a) sia nato in Europa e non in Cina o in Egitto b) e le ragioni perché ciò è avvenuto. Il primo dato è evidente; quanto al secondo la spiegazione principale e ricorrente è che ciò era effetto del cristianesimo (meglio se occidentale). E questo per due ragioni corrispondenti a due passi del Nuovo testamento: la risposta di Cristo ai farisei rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio e l’istituzione divina di ogni autorità nella Lettera ai Romani di S. Paolo. Per cui, come scrive G. Mosca “Il primo elemento, e diremo anzi il più essenziale, perché un organismo politico possa progredire nel senso di ottenere una difesa giuridica sempre migliore, è la separazione del potere laico dall’ecclesiastico; o, per dire meglio, bisogna che il principio a nome del quale si esercita l’autorità temporale non abbia nulla di sacro e di immutabile” e ricordava come per musulmani, buddisti e cristiani ortodossi non c’è separazione ma  commistione tra Stato e religione, così che “Un organismo politico la cui popolazione è seguace di una delle religioni universali accennate, o anche divisa fra diversi riti di una di queste religioni, deve avere una base propria giuridica e morale sulla quale poggi la sua classe politica”. La tesi era condivisa da tanti. L’influenza della religione sulle istituzioni e sull’economia è stata sostenuta, tra gli altri, da Max Weber, da Maurice Hauriou, da Bryce. Ancora oggi, e probabilmente senza consapevolezza, ne vediamo il segno nella nuovissima contrapposizione tra democrazie (del mondo occidentale) e autocrazie (di Putin, di Xi, di Modi di Maduro ecc. ecc.) per qualificare e giustificare ideologicamente l’aiuto della NATO all’Ucraina. Ci sarebbe da chiedersi se sia un caso che tutte le democrazie nella parte del mondo sono riconducibili all’area del cristianesimo occidentale, e tutte le autocrazie (o piuttosto democrazie imperfette) siano nel resto del mondo. Inoltre la Gran Bretagna, ha gestito per oltre due secoli un impero sterminato, composto da colonie abitate da europei emigrati (Canada, Australia, Nuova Zelanda e, in parte, Sudafrica) e colonie abitate da autoctoni (in Africa e in India). Mentre quelle “europee” si reggono in democrazie liberali “piene”, le altre lasciano un po’ a desiderare. Anche se hanno istituzioni plasmate sui principi e gli ordinamenti dello “stato di diritto”; spesso derogano in settori, norme e istituzioni di particolare importanza – decisive per la popolazione (e per il controllo della stessa).

E ancor più è stato notato, a partire da Montesquieu, che le istituzioni sono modellate sullo Stato “fattuale” del paese: clima, situazione geopolitica, usi e costumi.

Si scrive questo perché la proposta dello jus scholae come mezzo d’integrazione degli immigrati (questo dovrebbe essere lo scopo) è un po’ pretenziosa e di conseguenza poco credibile. Pensare che un immigrato per essere andato a scuola (dieci anni? O di più?) sia diventato un cittadino buono e consapevole, e che superi i condizionamenti derivanti dal di esso ambiente e relative tradizioni è poco probabile. Nel senso che per taluni può avvenire ma per altri, presumibilmente la maggioranza, non capita.

L’integrazione tra comunità diverse avviene, ma ha bisogno di secoli più che di aule, voti ed esami. Va per la maggiore ricordare – a disdoro della Meloni e di Salvini – l’editto di Caracalla, ma hi lo ricorda omette di ricordare che l’impero romano esisteva, ai tempi di Caracalla da circa due secoli e mezzo, e che i popoli su cui dominava avevano già dato dei grandi contributi alla civiltà greco-romana, al punto che buona parte degli scrittori latini e greci della prima età imperiale non erano nati né in Italia né in Grecia.

Seneca, Lucano, Tacito (forse) erano ispanici, Luciano di Samosata ed Erone di Alessandria erano siriaci. Da secoli circa metà dell’esercito (gli Auxilia) era reclutato tra i non cittadini, i quali ottenevano la cittadinanza al congedo. Metodo sicuramente più pericoloso, coinvolgente ma sicuro per valutare l’amor patriae di un esame.

Dalla prassi d’integrazione romana arriva un esempio assai diverso da quella che ci vorrebbero far credere. E dati i risultati (straordinari) di quello sarebbe il caso di meditarci sopra.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Il passato è un altro paese, di AURELIEN

Il passato è un altro paese.

Una recensione di un libro dal futuro.

17 LUGLIO

Ho viaggiato molto nell’ultima settimana e ho avuto pochissimo tempo per scrivere. (È stato veramente detto che l’uomo nasce libero, ma è ovunque sugli aerei.) E la grande novità di questa settimana è stata l’attentato a Donald Trump sul quale, francamente, non ho nulla di originale da fornire.

Quindi stavo per scusarmi brevemente per non aver scritto un saggio questa settimana quando, inaspettatamente, ho ricevuto un messaggio (come occasionalmente accade) da un mio lontano discendente, in allegato una copia di una breve recensione di un libro di un secolo a venire. In mancanza di altro lo riporto qui. Non sono sicuro di aver compreso tutti i riferimenti, e alcuni dei giudizi nella recensione (ed evidentemente nel libro) sono forse diversi da quelli che daremmo oggi. Ma poi i tempi e gli atteggiamenti cambiano. Vedi cosa ne pensi.

******

I nuovi secoli bui?: Cecità morale e caduta dell’Occidente globale, 1990-2040.

Bartolomeo Chen, Nuova Harvard University Press, 2124.

Poche questioni sono dibattute più appassionatamente tra gli storici oggigiorno che se esistano standard morali assoluti che possiamo applicare uniformemente a ogni attore in ogni periodo storico, o se uno storico debba cercare di presentare gli eventi del tempo come avrebbero potuto essere visti allora. e gli attori dell’epoca come rappresentanti della loro epoca. Fino al XVIII secolo, naturalmente, in Occidente si dava per scontato che gli standard morali e le grandi figure del passato fossero lì per istruire ed emulare le generazioni successive. È stato solo molto più recentemente che gli storici hanno iniziato a guardare indietro ai loro predecessori da una posizione di superiorità morale e a provare piacere nel sottolineare quelli che erano, secondo i loro standard, fallimenti morali e comportamenti inaccettabili.

Da un secolo o più, la resistenza al “presentismo” – l’idea che il presente abbia il diritto morale di giudicare il passato – è stata in gran parte infruttuosa, e molti sostengono che di conseguenza l’insegnamento della storia sia degenerato nel nulla. ma una serie di sermoni morali. E poche epoche sono oggi più moralmente diffamate del mezzo secolo circa tra la fine della Guerra Fredda nel 1989-91 e la caduta dell’Occidente globale, solitamente datata tra il 2040 e il 2045.

Tuttavia, come chiarisce Bartholomew Chen, professore di storia occidentale moderna alla New Harvard University, nell’introduzione al suo recente libro, la sua intenzione non è quella di lodare o condannare gli eventi e le personalità di quell’epoca in tutta la loro varietà, o “sedersi in giudizio su coloro che giudicavano” ma per descrivere l’epoca oggettivamente, in tutta la sua varietà e confusione. Il titolo porta con sé un significativo punto interrogativo, e Chen ritorna spesso sulla questione (senza dare un’opinione definitiva) se quel periodo fosse effettivamente “oscuro” come oggi tendiamo a pensare che fosse.

Detto questo, Chen non è un radicale. Proviene da una lunga stirpe di illustri membri della classe dirigente asiatico-americana. Suo padre, anche lui accademico, ricoprì diversi incarichi importanti nel governo sotto l’amministrazione Patel, suo zio era un senatore e sua zia un illustre politologo. Inoltre, come spiega nella sua Introduzione, la sua famiglia ha sofferto personalmente durante la Grande Paura degli anni 2020: un lontano parente, un professore di biologia, ha usato in una conferenza un termine tecnico che uno dei suoi studenti ha scambiato per un insulto. Fu licenziato dal lavoro, condannato a un anno di rieducazione obbligatoria e alla fine si tolse la vita. “Non penso che una società del genere possa essere difesa”, dice con lodevole moderazione, “ma penso che debba essere spiegata, piuttosto che semplicemente condannata”.

Il libro è deliberatamente concepito e valutato per essere popolare e accessibile. Esiste una costosa versione elettronica, ma anche versioni fisiche per chi è esterno alle università e alle grandi organizzazioni che non possono permettersi il lusso di Internet. Di conseguenza, Chen affronta rapidamente, forse troppo rapidamente, alcune delle controversie più dettagliate e complesse dell’epoca. Ma come introduzione popolare che cerca di essere scrupolosamente giusta, a mio avviso, ha avuto successo, anche se il libro ha attirato per lo più recensioni ostili, che hanno criticato l’autore per “revisionismo” e “difesa dell’indifendibile”.

Il libro è organizzato in tre parti principali, ciascuna con una domanda come titolo. Il primo, L’era della paura? è ispirato a The New Inquisition (2098) di Philip Anandi che ha dato il tono a un’intera generazione di interpretazioni negative e di condanna degli anni 2010 e 2020. Il bisnonno di Anandi era uno dei circa cinquecento canadesi condannati da tre a cinque anni di reclusione per presunte osservazioni sessiste o razziste riportate dai loro vicini o registrate da trasmissioni casuali dai rilevatori di sensibilità che molte organizzazioni richiedevano ai loro dipendenti senior di installare. nelle loro case fino alla fine degli anni ’30. (Tali controlli e punizioni, sebbene insolitamente estremi in Canada, venivano usati anche altrove.) Qui, penso, Chen è forse troppo indulgente. Se è vero che il periodo peggiore della repressione è durato solo un decennio e che solo poche migliaia di suicidi sono stati direttamente collegati ad essa, tuttavia la vita di decine di milioni di persone in Occidente è stata palpabilmente colpita dal clima generale di repressione. e la paura, sempre più evidente dall’inizio del nuovo millennio, che soffocava sempre più il pensiero e il giudizio indipendenti, oltre ad avere un effetto apocalittico sui rapporti personali. (Le terrificanti statistiche sulla salute mentale del periodo 2015-2035 riprodotte come appendice al libro di Anandi non sono contestate da Chen.) E come ammette Chen, questa epidemia di devianza mentale di massa non è stata imposta dall’esterno: è stata generata all’interno delle istituzioni da coloro che cercavano potere e adottato volontariamente da coloro che ritenevano impossibile far fronte alla libertà. Nella famosa sentenza di Sayigh, “in tre generazioni, gli occidentali sono passati dal chiedere la libertà senza assumersi la responsabilità, al rifiutare la libertà per paura di essere ritenuti responsabili”.

La seconda parte, intitolata The Age of Extremes? è il più interessante e sarà il più controverso. Come sostiene Chen, è importante mantenere il senso delle proporzioni. Anche se all’epoca furono perpetrate molte sciocchezze, in gran parte ridicole, altre veramente spaventose, spesso avevano una portata marginale e un’applicazione limitata. Ad esempio, la dottrina delle relazioni personali culturalmente sensibili (che legalizzò la poligamia e ridusse l’età del consenso a undici anni) fu introdotta in diversi paesi, ma c’è dubbio reale su quanto ampiamente sia stata effettivamente messa in pratica. Allo stesso modo, mentre il concetto di potere sulle Entità Vissute Diversamente (cioè i bambini che non erano ancora in grado di sopravvivere senza l’attenzione dei genitori) è stato stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo come logica estensione del diritto della madre di interrompere la gravidanza in qualsiasi momento Nel tempo, l’opposizione popolare e il rifiuto di molti medici di partecipare hanno fatto sì che si verificassero poche aborti di bambini piccoli.

Prendendo le distanze dalle trattazioni spesso volgari e sensazionalistiche del periodo, Chen sostiene, a mio parere in modo convincente, che ciò che accadde fu una conseguenza naturale della frammentazione della politica iniziata negli anni ’90. I partiti politici tradizionali, suggerisce, perseguivano un insieme variegato di politiche, a seconda della loro ideologia e del loro giudizio su ciò che sarebbe stato popolare. Questi partiti ad ampio spettro furono sempre più sostituiti da coalizioni sciolte e frammentarie di gruppi con interessi particolari, che spesso perseguivano obiettivi di livello micro e competevano per l’attenzione e il potere. Nessun gruppo di interesse particolare potrebbe quindi dichiarare vittoria e chiudere, poiché ciò significherebbe la fine della carriera dei responsabili. Di conseguenza c’è stata una corsa infinita e forzata ad adottare richieste sempre più estreme: “una scala mobile da cui nessuno potesse scendere” nella formulazione di Chen.

La terza parte, intitolata L’età della schiavitù? è forse il meno controverso, ma anche il più approfondito e interessante. È ormai accettato da tempo che la schiavitù non è tanto lavoro non retribuito , quanto lavoro imposto , in cui la vittima non ha scelta se e come lavorare. Pertanto, la schiavitù durò più a lungo in luoghi come l’Africa occidentale e l’Impero Ottomano rispetto, ad esempio, al Nord America, perché c’erano ostacoli sociali e politici allo sviluppo di un’economia basata sui salari con la sua conseguente mobilità. Il ritorno della schiavitù alla fine del XX secolo fu per molti versi il logico culmine del pensiero neoliberista, che considerava i lavoratori semplicemente come materia prima usa e getta. La differenza, ovviamente, era che, mentre tradizionalmente gli schiavi venivano commerciati all’interno di una regione o esportati con la forza da imprenditori locali, gli schiavi del secolo scorso “si offrivano volontari per ottenere lo status e pagavano per il proprio traffico” nella ben nota formulazione di Yusuf Iqbal, il grande storico della schiavitù dell’inizio del XXI secolo. (I suoi libri, per inciso, sono pieni di storie strazianti di intere famiglie che vendono tutti i loro averi e prendono in prestito denaro per raggiungere un’utopia promessa, solo per ritrovarsi alla deriva su barche che fanno acqua, per essere salvati se fortunati, e lasciati a trovare il modo più disponibilità di lavoro degradante e mal pagato).

Ma come nota Chen, i difensori della schiavitù sostenevano essenzialmente le stesse argomentazioni dei loro predecessori nel diciottesimo secolo: che gli schiavi facevano lavori che i bianchi non avrebbero fatto, e che in ogni caso la schiavitù era essenziale per le economie dell’Occidente. dovevano rimanere competitivi e avere un’offerta sufficiente di persone in età lavorativa (anche se la carenza di manodopera, di per sé, non è mai stata un vero problema). Naturalmente, una politica di traffico di migranti sempre più disperati in condizioni di schiavitù sempre peggiori e di gettare metterli da parte quando fosse arrivato il successivo lotto più disperato avrebbe funzionato solo finché non avesse funzionato. (A ciò si aggiungevano, ovviamente, le condizioni di sorveglianza e controllo simili a quelle degli schiavi in ​​cui ci si aspettava che lavorassero anche le persone ben pagate e istruite.) E ciò che accadde allora è l’argomento del capitolo conclusivo di Chen.

La storia della reazione e delle sue conseguenze è stata raccontata abbastanza spesso e Chen non aggiunge molto di nuovo. Ma ha ragione, credo, a opporsi a parole come “reazionario” o “nostalgia del passato”, o termini sprezzanti simili usati nelle ultime fasi disperate della resistenza all’inevitabile. Secondo lui, lasciate a se stesse, le persone comuni non avrebbero scelto liberamente i cambiamenti sociali ed economici che sono stati loro imposti dopo gli anni ’90 e, quando alla fine si è presentata loro la possibilità di respingerli, lo hanno fatto debitamente. Ma ovviamente ormai era troppo tardi: il danno era irreparabile. Ci vuole molto più tempo per ricostruire una società che per distruggerla, e allora non era nemmeno chiaro se la ricostruzione fosse possibile. Le università avevano in gran parte smesso di funzionare, le famiglie monoparentali che vivevano in povertà erano la norma nelle classi sociali medie e inferiori, l’analfabetismo degli adulti era pari a circa il 30% nella maggior parte dei paesi occidentali, le grandi città erano sempre più gestite da bande dedite al traffico di droga e di droga, gli ospedali erano in disuso. ai ricchi e ad ogni tipo di funzione statale non venivano più fornite. La maggior parte della cultura prodotta prima del 2000 era stata soppressa e non veniva più insegnata o rappresentata perché era impossibile farlo senza offendere qualcuno. Ma a quel punto la cura, se ce ne fosse stata una, molto probabilmente sarebbe stata peggiore della malattia.

La “caduta dell’Occidente” è un termine improprio. Sarebbe più vero definirla la fine della dominazione indigena occidentale delle rispettive società storiche. Con la distruzione delle comunità e delle famiglie, di ogni cultura o storia condivisa, e quindi di ogni base per l’organizzazione collettiva, la tradizionale popolazione occidentale ha progressivamente perso influenza a favore dei gruppi asiatici e africani che avevano in gran parte conservato la loro cultura, la loro coesione sociale e il loro attaccamento storico. all’istruzione, e avevano ormai creato strutture parallele a quelle che stavano crollando intorno a loro. Progressivamente, nel corso di diversi decenni, sono arrivati ​​ai vertici della politica, dell’economia e dei media. Come ha affermato il sociologo Jun Hashimoto: “una società che sa ciò che vuole e si organizza per ottenerlo farà sempre meglio di una società che non lo sa”. Ad essere onesti, alcuni degli sforzi volti ad innalzare gli standard educativi tra i bianchi hanno avuto un effetto, ma era troppo poco e troppo tardi. La conseguenza logica fu l’espatrio delle istituzioni occidentali verso ambienti più sicuri, come il trasferimento dell’Università di Harvard a Shanghai.

Di fronte alla disintegrazione della propria cultura, gli occidentali e coloro che erano stati immigrati di lungo periodo si sono rivolti altrove in cerca di ispirazione. Le chiese tradizionali erano state così pienamente complici dell’agenda sociale di quei cinquant’anni da essere messe da parte a favore di altre credenze. L’Islam divenne una fede importante e una forza politica importante: nel 2045, un buon quarto della popolazione di Francia e Belgio si identificava come musulmana praticante, e già veniva introdotta l’istruzione separata per ragazzi e ragazze, e la vendita di alcolici vietata il venerdì. Come ha detto Abubakir Coulibaly, il primo ministro francese dell’Istruzione musulmano, “se la cosa non ti piace, affrontala con Dio”. E c’è stato un movimento simile, anche se molto più piccolo, verso le dottrine della Chiesa ortodossa orientale e i resti della Chiesa pre-Vaticano II con la sua Messa in latino. Ma era troppo tardi.

Alle domande Come hanno potuto farlo? e come avrebbero potuto pensare cose del genere? , non esiste una vera risposta tranne la famosa affermazione del romanziere del ventesimo secolo LP Hartley: Il passato è un altro paese. Là fanno le cose diversamente . Sebbene il lavoro di Chen non fornisca un resoconto completo (gran parte della teoria economica neoliberista è tralasciata: come dice lui, è stata ben trattata altrove), è un solido tentativo di raccontare una storia complessa a cui oggi facciamo fatica a credere. , non importa quanto spesso visitiamo le rovine di quello che una volta era l’Occidente.

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LAMPEDUSA : « L’ÉLITE » EUROPEA PUNISCE MELONI (Pierre Duriot)

È una grande storia a Lampedusa, ed è assolutamente impossibile che questo afflusso di 11.000 migranti in meno di una settimana sia frutto del caso. Si dice che queste traversate, di solito molto costose e orchestrate – non è un segreto – da scafisti sotto la copertura di organizzazioni non governative con finanziamenti opachi e strutture organizzative tentacolari, siano attualmente gratuite per gli aspiranti esuli. L’obiettivo è senza dubbio quello di punire la Meloni per le sue cattive compagnie, visto che la settimana scorsa è andata a trovare il cattivissimo Viktor Orban, che sta bloccando l’accordo europeo sulla distribuzione dei migranti. Poiché la questione non è se accogliere o meno i migranti, ma come distribuirli. La questione dell’accoglienza dei migranti non è una questione umanitaria, ma un dogma sovranazionale che viene imposto ai cittadini. “Giorgia Meloni è vittima del suo nazionalismo e della sua propaganda”, afferma l’eurodeputato italiano Sandro Gozi, che non nasconde nemmeno di essere stato “punito”.

Tutto ciò è confermato dal profilo dei migranti, tutti maschi, di età compresa tra i 16 e i 35 anni, vigorosi e in forma, per i quali non valgono le restrizioni sanitarie imposte a noi. Nessun controllo, nessun obbligo di identità, fanno quello che vogliono e dicono quello che vogliono. I tedeschi non si lasciano ingannare e non vogliono questi migranti punitivi. I francesi hanno il culo tra due sedie e Macron fa il gran signore con i nostri soldi, parlando di umanità e rigore. Quale umanità? Queste persone non correvano alcun pericolo nel loro Paese, altrimenti sarebbero fuggite con mogli, figli e antenati. In realtà, la maggior parte di loro sono musulmani francofoni che non nascondono nemmeno di essere venuti in Francia per ottenere benefici sociali. Contraddicendo il Presidente, Darmanin ha annunciato che alle frontiere saranno dislocati più doganieri, senza dubbio per placare l’estrema destra, che sbraita e sbraita ma non fa nulla di concreto, come al solito, si potrebbe dire. E questa punizione per l’Italia sarà anche una punizione per la Francia.

La popolazione è esasperata, perché al di là del dogma dell’accoglienza obbligatoria, l’altro dogma è quello dell’immigrazione come fonte di ricchezza per la Francia, che lascia comodamente che l’immigrazione arabo-afro-musulmana sia soffocata da altre immigrazioni, che sono appunto una fonte di ricchezza. Se l’immigrazione arabo-afro-musulmana fosse stata una fonte di ricchezza per tutto il tempo in cui l’abbiamo accolta in massa, il PIL pro capite della Francia non sarebbe crollato, il debito non sarebbe abissale e i posti di lavoro sarebbero occupati. Per non parlare dei quotidiani e sempre più squallidi atti di delinquenza. Ciò che stupisce è che, nonostante tutte le prove del contrario, i politici cerchino di mantenere questo dogma della ricca immigrazione, anche se ci sta rovinando.

Tutto questo, l’improvvisa corsa a Lampedusa, il profilo dei migranti, lascia pochi dubbi sul fatto che un organismo sovranazionale stia agendo per punire i Paesi che pensano male. Allo stesso tempo, si tratta di una manovra sempre più rozza da parte di un’élite globalizzata che percepisce il crescente malcontento globale dei popoli europei e non si preoccupa nemmeno più di garantire la discrezione delle sue azioni deleterie. E Paesi come l’Italia e la Francia, che avrebbero tutti i mezzi per respingere questa invasione con la forza, non lo fanno. Nel frattempo, i Paesi del Golfo difendono le loro frontiere con munizioni vere, e nessuno ha nulla da ridire, visto che l’obbligo di accogliere gli immigrati è curiosamente imposto solo agli europei. Quindi nulla è fatto a caso, qualcuno sta pianificando la caduta di Roma e, per inciso, la nostra.

Pierre Duriot

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RIVOLTE FRANCESI, UNA ANALOGIA STORICA ILLUMINANTE: GUERRA D’ALGERIA, di Roberto Buffagni

RIVOLTE FRANCESI, UNA ANALOGIA STORICA ILLUMINANTE: GUERRA D’ALGERIA.
Guardando “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo si capisce subito qual è il problema: risolvibile sul piano militare, insolubile sul piano politico. In Francia si sono formati diversi ghetti, cittadelle dell’immigrazione dove la polizia non entra, che sono di fatto sottratte alla sovranità dello Stato. Prima erano soprattutto le banlieues parigine e marsigliesi, poi lo Stato francese ha cominciato a distribuire gli immigrati in tutta la nazione, appunto per mitigare questo problema, ma lo ha solo esteso. Infatti le rivolte scoppiano dappertutto, anche nelle città medie e piccole, perché lo stesso fenomeno si riproduce dovunque ci sia un numero sufficiente di immigrati che formano un ghetto a scopo difensivo e di reciproca solidarietà culturale ed etnica, espellendone i francais de souche che scappano via perché non gli va di abitare a Casablanca 2 senza la polizia marocchina che garantisce l’ordine.
In questi ghetti, ci sono due fonti di autorità e di potere: gli imam, e i trafficanti di droga. Gli imam hanno l’autorità morale (e spesso sono estremisti perché i sauditi hanno largamente finanziato l’estremismo wahabita in Europa) i trafficanti di droga hanno i soldi, le armi, il monopolio della violenza e il prestigio che il successo sociale esercita sui giovani.
Come si fa, tecnicamente, per ripristinare la legge francese e l’autorità dello Stato in questi ghetti? Il modo c’è, ed è esattamente quello rappresentato, con grande fedeltà storica, ne “La battaglia di Algeri”, bellissimo film che si guarda in tutte le Accademie militari del mondo. Lo si vede verso la metà del film, quando viene descritto come i reparti di paracadutisti rastrellano la Casbah.
Lì lo fanno per sconfiggere lo FLN (e ci riescono), ora andrebbe fatto per sconfiggere i trafficanti di droga e gli imam, e riportare la legge e l’ordine nelle banlieues.
E’ una cosa tecnicamente fattibilissima, politicamente impossibile. Un’altra somiglianza delle rivolte odierne con la vicenda algerina è proprio questa: fattibilità tecnico-militare, impossibilità politica. Quando è stato richiamato de Gaulle al governo, egli ha fatto la seguente considerazione. Se teniamo l’Algeria, dobbiamo concedere la cittadinanza francese agli algerini, non è più culturalmente possibile una apartheid imperiale con gli algerini cittadini di serie B (N.B: stessa identica situazione di Israele). Questo implica che milioni di algerini mussulmani possono entrare liberamente in Francia, e vi entreranno perché verranno chiamati come forza lavoro a basso costo, e vi potranno insediare le loro famiglie. Inaccettabile perché olio e aceto non si mescolano, perché “non voglio che Colombey-les-Deux-Eglises (dove abitava de Gaulle) diventi Colombey-les Deux Mosquèes”, perchè così creiamo le condizioni per una guerra civile su base etnica.
A questo punto de Gaulle ha bruscamente concesso l’indipendenza all’Algeria. Chi vuole tenersela dà vita all’OAS (Organisation de l’Armée Secrète, i golpisti ripresero il nome resistenziale, e molti di essi, tra i quali quasi tutti gli ufficiali che sconfissero lo FLN ad Algeri, avevano in effetti combattuto nella resistenza francese). Si noti bene che l’OAS voleva concedere la piena cittadinanza francese a tutti gli algerini. Quando de Gaulle concede, bruscamente e di sorpresa, l’indipendenza all’Algeria, l’OAS (diversi reparti dell’esercito francese con alla testa ufficiali superiori + i pied noirs + varie formazioni politiche di destra) tenta il colpo di Stato contro di lui. Fu una cosa molto seria, in confronto Prigozhin fa ridere; cerca anche di farlo fuori (attentato fallito del ten.col. Bastien-Thiry, poi fucilato. De Gaulle rifiuta la grazia perché Bastien-Thiry gli ha sparato mentre in macchina c’era anche sua moglie, Tante Yvonne: attentato non cavalleresco, vai al muro Jean-Marie, e ringrazia che ti fucilo in quanto militare e non ti ghigliottino come un criminale qualsiasi. 🙂
Per ora la rivolta francese è disorganica perché non ha (ancora) un obiettivo politico chiaro, mentre la rivolta FLN ce l’aveva eccome (indipendenza dell’Algeria).
Ma a) l’obiettivo politico chiaro potrebbe darselo, per esempio la partizione del territorio francese (Hollande ha detto, dopo la sua presidenza, “andrà a finire con una partizione” e in effetti è logico b) anche senza un obiettivo politico queste rivolte destabilizzano lo Stato e la società francesi, guerra civile a bassa intensità, porzioni di territorio sottratte alla legge.
Aggiungi le diverse dinamiche demografiche tra immigrazione e francais de souche, e vedi dove si va a finire (un brutto posto). Sintesi gli immigrati SONO TROPPI.

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Come si è radicalizzata una frangia della comunità turca in Francia di Giuseppe Gagliano

Le strutture della comunità turca in Francia, controllate direttamente o direttamente da Ankara, si sono schierate a favore del loro paese di origine e manifestano una ideologia incompatibile con i valori della Repubblica. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Recentemente il Centro di intelligence di Parigi diretto da Eric Denece ha pubblicato in formato pdf un ampio e dettagliato report sul nazionalismo turco e sulla capillare penetrazione in Europa sia attraverso organizzazioni estremistiche come i Lupi Grigi sia soprattutto attraverso la diaspora turca. Il report è stato redatto da Tigrane Yegavian, ricercatore del Centro di Parigi, diplomato all’Institut des langues et civilisations orientales e presso l’Institut d’études politiques di Parigi.

Partiamo, allo scopo di illustrare la pericolosità e la pervasività del nazionalismo turco in Francia, da alcuni recenti fatti di cronaca.

I FATTI

Il 25 luglio 2020, a Décines, una città nell’area metropolitana di Lione — 28.000 abitanti, di cui mille francesi di origine armena — gli attivisti ultranazionalisti turchi hanno diffuso il panico in una manifestazione filo-armena. Il leader si chiama Ahmet Cetin, 23 anni, nato a Oyonnax. È un presunto membro di un gruppo di fatto composto da ultranazionalisti turchi noti come “Lupi grigi” (in turco Bozkurtlar). A novembre sarà condannato a quattro mesi di carcere con sospensione della pena per “incitamento alla violenza o all’odio razziale”. Il giovane aveva detto in un video su Instagram che il governo turco gli dava 2.000 euro e una pistola. Ahmet Cetin si è anche candidato alle elezioni legislative francesi nel 2017 nella lista dell’Equal Justice Party (PEJ) dopo essere stato un delegato della sezione giovanile del Consiglio per la giustizia, l’uguaglianza e la pace (COJEP), due organizzazioni considerate un pag argento dell’Akp — il partito islamo-conservatore di Erdoğan al potere ad Ankara — che infatti condividono lo stesso indirizzo, rue du Chemin-de-fer, a Strasburgo.

Il 27 settembre 2020, l’esercito azero, sostenuto da forze speciali turche e mercenari jihadisti, ha lanciato una guerra a tutto campo per riprendere il controllo del Nagorno-Karabakh, popolato per il 94% da armeni. Immediatamente, centinaia di uomini hanno marciato, per le strade delle città francesi. Queste folle gridano Allah Akbar durante il loro passaggio. Nelle processioni, alcuni brandiscono la bandiera turca, gridano “Stiamo per uccidere gli armeni!”.

Il 28 ottobre a Vienne, nell’Isère, e tra il 29 e il 30 ottobre a Digione, sono state commesse nuove azioni violente nei confronti dei membri della comunità di origine armena. Durante questi eventi, le forze di sicurezza sono state particolarmente prese di mira da colpi di mortaio che hanno causato diversi feriti.

Questi atti di violenza sono espressamente rivendicati dai membri dei Lupi Grigi sui social network. A seguito dei fatti di Vienne, la procura di Lione ha aperto un’indagine per “partecipazione a un raggruppamento finalizzato a commettere violenza o degrado”.

Il 1 ° novembre, a Décines, l’Armenian Genocide Memorial e il National Armenian Memorial Center sono state sporcare da scritte con le lettere “RTE” — le iniziali del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan — e da messaggi come “Nique l’Arménie” o “Loup Grigio”. Nuove etichette pro-turche sono state notate il giorno successivo nella vicina città di Meyzieu, sui muri del centro commerciale Plantées. Pochi giorni dopo, nello stesso quartiere, la polizia ha arrestato due dei presunti autori di questi atti, membri della comunità turca rispettivamente di 24 e 25 anni.

Il 4 novembre 2020, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin ha reso pubblica, tramite il suo account Twitter, la decisione presa dal Consiglio dei Ministri di bandire i Lupi Grigi, per “incitamento alla discriminazione e all’odio” e per il loro “coinvolgimento in azioni violente”. Lo stesso giorno, un decreto di immediata applicazione ha disposto lo scioglimento del piccolo gruppo in territorio francese. Tuttavia, sono seguiti atti di vandalismo contro associazioni locali o luoghi di memoria della comunità armena a Décines, Meyzieu o Vaulx in Veline.

Questi attacchi senza precedenti hanno causato una legittima preoccupazione all’interno della pacifica comunità armena, discendente dai sopravvissuti al genocidio del 1915 e stabilitasi in questa regione per quasi un secolo. Soprattutto, consentono di prendere coscienza della crescente radicalizzazione di una frangia della comunità turca in Francia, caratterizzata dal nazionalismo e che, sebbene eterogenea, è sempre più vicina al regime di Erdoğan.

IL PAN-TURKISMO

Ankara agisce infatti attraverso numerose strutture che beneficiano di risorse considerevoli che utilizzano la religione e l’istruzione come mezzi per rafforzare la sua influenza sulle comunità turche stabilite all’estero al fine di mobilitarle al servizio degli interessi della sua politica interna e internazionale. Lo si può vedere alla luce delle recenti tensioni tra Parigi e Ankara in Libia, nel Mediterraneo orientale e in occasione della legge sul separatismo.

Fungendo da leva di potere per il progetto politico dell’Akp, le strutture della comunità turca in Francia, controllate direttamente o direttamente da Ankara, si sono schierate a favore del loro paese di origine e manifestano una ideologia incompatibile con i valori della Repubblica.

Questa ideologia è il pan-turkismo che promuove l’unità delle varie nazioni di lingua turca nel mondo. Le due principali figure a cui si riferiscono i nazionalisti turchi sono: la sociologa e scrittrice Zia Gökalp (1876-1924), di origine curda; e Nihal Atsiz, scrittore, poeta e storico (1905-1975). Spinto dal desiderio di riunire sotto la stessa bandiera tutti i turchi di Anatolia, Asia centrale e Siberia, questo ideologo elaborò la sua riflessione negli anni 1930-19401. Atsiz ha scritto in particolare un famoso romanzo storico in Turchia, “La morte dei lupi grigi”, in cui espone la sua teoria basata sull’ossessione per l’unicità di una razza turca che si estende dai Balcani fino ai confini della Siberia. Per Atsiz, la nazione turca e la razza turca sono una cosa sola. Stabilitisi in Anatolia, le tribù nomadi di turca basavano la loro cultura sulla trinità sacra sangue/razza/guerra. Da qui l’esacerbazione del militarismo e il culto di una razza immaginaria le cui radici possono essere fatte risalire alle grandi steppe dell’Asia settentrionale. Quindi, un vero turco ha come suo ideale la sua fede nella razza turca e nel militarismo.

Il pan-Turkismo fu messo in pratica dai leader del regime genocida Jeune-Turc uniti sotto la bandiera dell’Unione e del Comitato per il progresso (Cup), al potere dal 1909 al 1918. In particolare da Enver Pasha (1881-1922), ex ministro della guerra, che dopo la sconfitta ottomana del 1918, ha intrapreso una “crociata pan-turca” nell’attuale Azerbaigian e Armenia, con la formazione dell’esercito caucasico islamico. L’obiettivo: cacciare da Baku i bolscevichi russi e armeni, impadronirsi dei giacimenti petroliferi del Mar Caspio e realizzare l’incrocio tra l’Anatolia e l’Asia centrale di lingua turca. Il progetto pan-turco mirava quindi a ristabilire un nuovo impero al di fuori della zona di espansione ottomana.

Poi, quando la nuova repubblica turca, sorta sotto la guida di Mustafa Kemal Atatürk stabilì uno stretto controllo statale sull’Islam, voltando le spalle ai sogni imperiali, Nihal Atsız — simpatizzante della dottrina razzista nazista — afferma che gli ebrei non si integrano nella cultura turca e che monopolizzano determinati servizi. Tuttavia, il suo discorso antisemita e razzista non ha impedito agli ebrei ottomani di abbracciare la causa del pan-Turkismo e del nazionalismo turco, come Moise Kohen — noto come Tekin Alp — (1883-1961). Questo ebreo ottomano di Salonicco, formato nell’alleanza israelita e destinato al rabbinato, divenne un appassionato ideologo del pan-Turkismo e poi del kemalismo. Era particolarmente favorevole alla turchificazione forzata delle minoranze non musulmane nella nuova repubblica turca, come attestano i suoi scritti nel suo opuscolo Türkleştirme (1928). Nel 1934, con Hanri Soriano e Marsel Franko — della comunità ebraica in Turchia — fondò l’Associazione di Cultura Turca (Türk Kültür Cemiyeti) per la promozione della lingua turca. Lo stesso Tekin Alp presenterà i principi del kemalismo in un libro pubblicato a Istanbul nel 1936, poi li aggiornerà e pubblicherà una traduzione francese a Parigi, un anno dopo, con una prefazione di Édouard Herriot (Le Kémalisme, Félix Alcan , 1937).

IL PAN-TURKISMO E LA GUERRA NEL NAGORNO-KARABAKH

Co-presidente del gruppo di Minsk, la Francia è stato il primo paese a farsi avanti a favore dell’Armenia in questo conflitto attraverso la voce del presidente Macron. Ha denunciato l’invio di jihadisti siriani in Azerbaigian, cosa che i suoi partner della Nato non hanno fatto. Ha cercato di ottenere un cessate il fuoco allineando le sue opinioni con quelle della Federazione Russa, quindi ha offerto aiuti umanitari ai belligeranti.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh, in cui la Turchia è apertamente impegnata, ha una mobilitazione relativamente scarsa nella società turca, a parte i partiti nazionalisti. Più preoccupati per il deterioramento del loro tenore di vita, i turchi hanno difficoltà a localizzare questa regione sulla mappa e inoltre tendono a confondere il Nagorno-Karabakh con il Montenegro. Questa relativa indifferenza, tuttavia, non ha impedito a una frangia radicalizzata dei turchi in Francia di mobilitarsi a fianco dell’Azerbaigian, anche di attaccare direttamente obiettivi armeni.

Le azioni “a pugni” degli ultimi mesi si inseriscono quindi in un clima di tensioni diplomatiche tra Francia e Turchia. Testimoniano la crescente influenza che Ankara ha su una parte dei suoi 700.000 cittadini e sui loro figli che vivono in Francia. I 65 partecipanti multati — per mancato rispetto del coprifuoco — durante le scaramucce del 28 ottobre 2020 a Décines hanno tutti passaporto francese.

Secondo il quotidiano online Médiacité, questa serie di atti intimidatori segna una rottura con la discrezione che fino ad allora prevaleva tra i franco-turchi nell’area metropolitana. La precedente dimostrazione di forza di questi nazionalisti risale a quindici anni, quando nel 2006 una manifestazione contro la costruzione di un memoriale del genocidio armeno, Place Antonin-Poncet a Lione, ha riunito 3.000 partecipanti.

https://www.startmag.it/mondo/come-e-radicalizzata-una-frangia-della-comunita-turca-in-francia/

i successi di Giuseppi, il loro lato oscuro commentati dal professor Augusto Sinagra

Giuseppe Conte non fa che declamare i propri successi. In uno stato di stallo continua comunque a protrarre il proprio insediamento. L’orizzonte pare incerto quanto fosco_Giuseppe Germinario

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