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L’Afghanistan irrompe all’interno della Casa Bianca; un resoconto_a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto un resoconto dettagliato dei momenti frenetici che hanno colto, per meglio dire travolto il Presidente Biden e lo staff della Casa Bianca al precipitare della crisi in Afghanistan. Si possono mettere certamente in conto le carenze delle modalità operative dei servizi di intelligence, ormai sempre più incentrate sugli strumenti digitali ed informatici e meno sull’uso degli strumenti classici di presenza, influenza e infiltrazione; si potrà parlare del distacco crescente dei più alti livelli decisionali dalla realtà concreta e delle modalità di selezione di questi; si potrà indugiare sullo spirito messianico che impregna l’azione politica americana, atteggiamento che collide spesso con il realismo nei comportamenti. Elementi però insufficienti a spiegare esaustivamente l’enormità di quanto successo a Kabul. La disfatta in Afghanistan sul terreno non è probabilmente così disastrosa ed irreversibile come potrebbe sembrare; rimane disastrosa per l’immagine e l’autorevolezza offerti con una buona dose di sprezzo del ridicolo dagli Stati Uniti agli avversari ed agli alleati, spingendo i primi probabilmente ad un maggiore dinamismo e i secondi ad una minore sicumera. Il rischi di passi più lunghi delle proprie gambe da parte dei vari attori si accentuano e con esso l’eventualità di un risveglio dal torpore del vecchio leone. E’ poco verosimile che settori e centri decisionali determinanti all’interno degli USA non fossero al corrente della reale situazione in Afghanistan, vista la presenza per altro di decine di migliaia di operatori ancora sul terreno. Forse la chiave di lettura principale va però ancora una volta individuata nella natura e nelle modalità dello scontro politico interno alla classe dirigente americana; conflitto che sta dividendo ed anche frammentando quella compagine sociale. E’ noto che lo scontro politico interno ad un paese egemone ha una grande influenza e condiziona pesantemente le dinamiche geopolitiche rispetto alle fibrillazioni fine a se stesse che travolgono la superficie politica di paesi ininfluenti come l’Italia.

Questa vicenda rappresenta visivamente qualcosa di molto più importante che già trapela da tempo nelle dinamiche politiche statunitensi e che questo sito sta costantemente rilevando ormai da anni. Lo scontro politico interno ha assunto livelli così distruttivi da arrivare a strumentalizzare e manipolare eventi rilevanti come quelli in Afghanistan, anche nelle sue pieghe negative, in funzione dell’ascesa e della caduta di uomini e settori politici. Quello odierno rappresenta probabilmente il punto di non ritorno del presidente americano in carica. Lo spirito umanitario, buonista e le feroci critiche sull’inettitudine operativa e previsionale che stanno pervadendo la campagna mediatica ai danni di Biden, promossa dai principali organi di informazione americani, in prima linea NYT, WP e CNN e portata avanti per riflesso condizionato dai corifei europei non deve ingannare. Contribuirà a far emergere definitivamente figure politiche, quali Kamala Harris, di fazioni opposte all’interno dello stesso gruppo dominante, ma talmente scialbe da essere del tutto inadeguate nella definizione ed attuazione delle scelte strategiche. Talmente insipide, appunto, che l’eventualità di un ritorno di vecchie, ma ancora potenti cariatidi è un’ipotesi niente affatto peregrina. Pare infatti che il Primo Ministro Canadese Justin Trudeau, in assenza di interlocutori affidabili, abbia avuto una lunga telefonata con Hillary Clinton, una ex con insopprimibili ambizioni di ritorno, ma ancora fuori dal giro degli incarichi ufficiali; il disastro della ritirata dall’Afghanistan metterà sicuramente in secondo piano il disastro dell’uccisione del console americano di Bengasi, la macchia che ha segnato le ambizioni politiche della Clinton. Occorreranno probabilmente eventi ancora più catastrofici per arrivare ad una condizione politica interna risolutiva e ad una definizione più coerente delle linee strategiche. Una situazione, quindi, al momento di probabile ulteriore progressiva decomposizione della quale continueremo a parlare appena possibile soprattutto con Gianfranco Campa. Nelle more più gli europei attenderanno, più precari saranno i relitti ai quali aggrapparsi al momento del naufragio_Buona lettura, Giuseppe Germinario

“Questo sta realmente accadendo”

Nei cinque giorni di affanno all’interno della squadra di Biden durante il crollo dell’Afghanistan.

President Joe Biden speaks at the White House. From left, Secretary of Defense Lloyd Austin, Vice President Kamala Harris, Biden, Secretary of State Antony Blinken and White House national security adviser Jake Sullivan.

Il presidente Joe Biden parla dell’evacuazione dei cittadini americani, dei richiedenti SIV e degli afghani vulnerabili nella Sala Est della Casa Bianca, venerdì 20 agosto 2021. Da sinistra, il segretario alla Difesa Lloyd Austin, il vicepresidente Kamala Harris, Biden, segretario dello Stato Antony Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan. | Manuel Balce Ceneta/AP Photo
Con l’aiuto di Oriana Pawlyk, Daniel Lippman e Lara Seligman

Benvenuti al National Security Daily , la newsletter di POLITICO sugli eventi globali che agitano Washington e tengono sveglia l’amministrazione di notte. Sono Alex Ward, la tua guida su ciò che sta accadendo all’interno del Pentagono, dell’NSC e della macchina della politica estera di Washington.

Il presidente Joe Biden e la sua cerchia ristretta erano di ottimo umore.

Era mercoledì mattina, 11 agosto, e si stavano crogiolando nel bagliore delle vittorie legislative consecutive. Il giorno prima, il Senato aveva approvato un disegno di legge bipartisan per le infrastrutture da 1,2 trilioni di dollari. E nelle prime ore di mercoledì mattina, hanno assistito all’avanzamento di un quadro da 3,5 trilioni di dollari per finanziare l’agenda sociale dei Democratici.

Guardando il conteggio dei voti del Senato davanti a uno schermo televisivo nella sala da pranzo privata del presidente , Biden e il vicepresidente Kamala Harris hanno alzato i pugni in segno di trionfo. Il fulcro della loro agenda interna aveva cominciato a prendere posto.

Biden non vedeva l’ora che le sue vacanze estive iniziassero tra pochi giorni, compresi alcuni periodi di inattività a Camp David e nella sua casa vicino alla spiaggia nel Delaware. Nel frattempo, anche molti membri dello staff senior e di medio livello dell’ala ovest si stavano preparando per un po’ di tempo libero, impostando le loro risposte via e-mail “fuori sede”. “È una città fantasma”, ha detto un funzionario della Casa Bianca, descrivendo la scena nell’ala ovest.

Ma mentre la Casa Bianca stava compiendo un gigantesco giro di vittoria sui suoi successi interni, un disastro incombeva dall’altra parte del mondo in Afghanistan.

Questo resoconto di cinque giorni caotici a metà agosto si basa su interviste con 33 funzionari e legislatori statunitensi, molti dei quali hanno parlato a condizione di anonimato per descrivere discussioni interne delicate.

Mercoledì mattina – crepuscolo in Asia centrale – il già fragile controllo del governo afghano sul paese devastato dalla guerra si stava rapidamente disfacendo di fronte a una rapida offensiva talebana in coincidenza con il ritiro quasi completo delle truppe statunitensi ordinato da Biden ad aprile.

Pochi giorni prima, il gruppo militante aveva occupato il capoluogo di provincia di Zaranj, il primo di molti a cadere in una guerra lampo che ha sbalordito i funzionari americani con la sua velocità e ferocia.

Molti dei migliori diplomatici e generali americani stavano ancora operando con il presupposto di avere tutto il tempo per prepararsi a un’acquisizione del paese da parte dei talebani: potrebbero passare anche un paio d’anni prima che il gruppo sia in grado di riconquistare il potere, molti pensavano. Sebbene alcuni funzionari militari e agenzie di intelligence avessero intensificato i loro avvertimenti sulla possibilità di un crollo del governo, i funzionari si sentivano fiduciosi nella strategia delle forze di sicurezza afghane di consolidarsi nelle città per difendere i centri abitati urbani.

E poche ore prima, Biden aveva espresso pubblicamente la speranza che i talebani sarebbero stati tenuti a bada dall’esercito afghano. “Penso che ci sia ancora una possibilità”, ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca martedì. (Un mese prima, Biden aveva affermato che un’acquisizione completa dei talebani era “altamente improbabile”.)

Poi, mercoledì, le forze di sicurezza afghane hanno in gran parte abbandonato le province di Badakhshan, Baghlan e Farah all’esercito guerrigliero dei talebani. Mentre altre aree del paese erano già cadute, era chiaro che il ritmo stava accelerando.

Il presidente e i suoi migliori collaboratori avevano ancora un’altra riunione in programma per mercoledì sera, una sessione pre-programmata su una questione di sicurezza nazionale classificata. Quando la notizia del deterioramento della situazione è giunta allo Studio Ovale quella mattina, Biden ha ordinato che l’incontro in prima serata si concentrasse sull’Afghanistan.

La squadra di sicurezza nazionale di Biden aveva già tenuto dozzine di incontri sull’Afghanistan. Ma questo incontro segreto, tenuto nella Situation Room della Casa Bianca, il centro operativo sicuro nel seminterrato dell’ala ovest, stava arrivando in un momento cruciale.

Seduti intorno al grande tavolo da conferenza c’erano Harris; il segretario alla Difesa Lloyd Austin; il presidente dei capi congiunti, il generale Mark Milley; Vicepresidente dei capi congiunti Gen. John Hyten; il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e il suo vice Jon Finer; Direttore dell’Intelligence Nazionale Avril Haines; capo del personale Ron Klain; il vicedirettore della CIA David Cohen; Liz Sherwood Randall, consigliere per la sicurezza interna del presidente; e altro personale della Casa Bianca e della sicurezza nazionale. Il segretario di Stato Antony Blinken ha partecipato per telefono.

L’atmosfera era drammaticamente diversa dallo spirito celebrativo mostrato poche ore prima nella sala da pranzo. “È stato un momento serio”, ha ricordato un alto funzionario.

Gli eventi stavano diventando così disastrosi che il presidente ordinò ad Austin e Milley di preparare un piano per schierare truppe aggiuntive nella regione, dove avrebbero rinforzato quelle messe in attesa mesi prima per evacuare il personale americano.

Austin era diventato così allarmato che aveva già convocato il primo di quelli che sarebbero diventati incontri due volte al giorno sull’Afghanistan nella sala di videoconferenza sicura al terzo piano del Pentagono, nota come “cavi” del segretario. Erano presenti i massimi dirigenti civili e militari del dipartimento; altri pezzi grossi, come il generale Frank McKenzie, il capo del comando centrale degli Stati Uniti, e il contrammiraglio Pete Vasely, il comandante delle forze sul campo in Afghanistan, hanno chiamato tramite video protetto.

Nella Situation Room, Biden ha anche ordinato al Dipartimento di Stato di espandere l’evacuazione degli alleati afgani – quelli che avevano lavorato con gli americani e ora erano in pericolo di morte – per includere l’uso di aerei militari, non solo aerei civili noleggiati. Il presidente era già stato oggetto di pesanti controlli al Congresso per la lentezza delle evacuazioni per gli afgani che hanno prestato servizio come interpreti e traduttori per le forze armate statunitensi durante i 20 anni di conflitto.

Biden ha anche chiesto ai suoi funzionari dell’intelligence di preparare una valutazione aggiornata sulla situazione in Afghanistan entro la mattina seguente.

Dopo lo scioglimento della riunione, è stata inviata un’e-mail riservata ai membri dello staff competenti per la convocazione alle 7:30 del giorno successivo. L’e-mail è stata inviata così tardi che anche il personale della Situation Room ha iniziato a chiamare quegli assistenti per assicurarsi che fossero puntuali giovedì mattina.

“Ricordo come sembravano tutti intontiti”, ha ricordato un funzionario mentre il gabinetto di sicurezza nazionale di Biden si è riunito giovedì mattina presto. Il sole era sorto solo un’ora prima, ma la Situation Room, il centro operativo senza finestre situato nelle profondità dell’ala ovest, era già brulicante di attività.

Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale, era lì con altro personale della Casa Bianca, mentre i membri del governo hanno partecipato tramite collegamenti sicuri.

La riunione dei dirigenti è iniziata con un briefing dell’intelligence concludendo che la situazione era così “fluida” che la sede del potere del governo afghano a Kabul potrebbe cadere “entro settimane o giorni”, ha osservato il funzionario.

Questo era molto diverso dalle valutazioni su cui si basavano i funzionari pochi giorni prima che stimavano che un’acquisizione talebana avrebbe richiesto mesi, o anche fino a due anni, dopo il ritiro delle truppe americane e della NATO. Di recente, l’8 agosto, McKenzie ha inviato ad Austin una nuova stima più pessimistica: che Kabul potrebbe essere isolata entro 30 giorni.

“È stato un incontro piuttosto deludente”, ha detto il funzionario. “Pensavamo di avere mesi davanti a noi per abbattere l’ambasciata e fare l’elaborazione e il trasferimento”.

Ma giovedì mattina a Washington, più centri abitati stavano cadendo in mano ai talebani di ora in ora, compresi i capoluoghi di provincia di Ghazni e Badghis.

Nella Situation Room, Austin stava ora raccomandando a Biden di inviare truppe per evacuare l’ambasciata e proteggere il principale aeroporto internazionale di Kabul. Sullivan ha chiesto a ciascun membro del gabinetto durante la riunione di intervenire. Hanno concordato all’unanimità.

Quello era il momento “oh, merda”, ha detto il funzionario americano. Ormai era ufficialmente una crisi.

Sullivan è entrato nello Studio Ovale poco prima delle 10 per fare rapporto al presidente. Biden prese il telefono e disse ad Austin di inviare le truppe preposizionate.

Anche in tutta Washington, il Congresso stava diventando sempre più allarmato dal deterioramento della situazione. In alcuni casi, i legislatori si sono presi la responsabilità di saperne di più su ciò che stava accadendo, in assenza di una guida da parte dell’amministrazione Biden.

Il giorno prima, mentre il Senato passava a una serie di voti della durata di un’ora e durante la notte su uno dei principali punti dell’agenda interna di Biden, i senatori che guidavano lo sforzo sono stati ritirati dalle riunioni e dall’aula del Senato dove sono stati informati sui rapporti inquietanti in arrivo fuori dall’Afghanistan. Alcune di quelle storie e immagini terrificanti hanno cominciato a emergere nelle prime ore di mercoledì mattina, quando i senatori sono rimasti a terra dopo le 4 del mattino.

Uno dei pochi legislatori che parlavano attivamente degli sviluppi in Afghanistan all’epoca era il senatore democratico Chris Murphy del Connecticut, un sostenitore di lunga data del ritiro delle truppe statunitensi. Martedì era andato in Senato per difendere preventivamente Biden e affermare che l’ondata dei talebani era in effetti un motivo per mantenere la rotta con il ritiro.

“Il completo, totale fallimento dell’esercito nazionale afghano, in assenza della nostra mano nella mano, per difendere il loro paese è un’accusa feroce di una strategia ventennale fallita basata sulla convinzione che miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi potrebbero creare una centrale efficace e democratica governo in una nazione che non ne ha mai avuto uno”, ha detto Murphy.

I legislatori hanno iniziato a discutere tra di loro delle conquiste dei talebani al Senato fino a mercoledì, ma nessuna delle parti ha permesso di mettere in ombra i loro sforzi di politica economica.

Il rappresentante Michael Waltz (R-Fla.), il primo berretto verde a servire al Congresso e una delle prime e più forti voci che spingono per l’evacuazione degli alleati afghani, era in costante comunicazione con i funzionari legati al presidente afghano Ashraf Ghani. Anche se mercoledì i talebani stavano conquistando vaste aree di territorio, Waltz ha affermato che le forze afgane credevano di “poter capovolgere la situazione” finché gli Stati Uniti avessero continuato a fornire supporto aereo.

Quel sostegno non è stato sufficiente quando l’esercito afghano ha deposto le armi in massa. In un’intervista, Waltz ha descritto il supporto aereo tiepido come “mettere un cerotto su una ferita al petto risucchiante”.

Più tardi giovedì, verso l’ora di pranzo, un funzionario della Casa Bianca ha chiamato il rappresentante Jason Crow (D-Colo.), un membro dei comitati dei servizi armati e dell’intelligence, per fornire un aggiornamento sul deterioramento della situazione.

Crow, un ex ranger dell’esercito che ha prestato servizio in Afghanistan, faceva parte di un gruppo bipartisan di legislatori che da mesi sollecitavano l’amministrazione Biden a muoversi più velocemente per evacuare gli afgani che hanno aiutato lo sforzo bellico degli Stati Uniti.

Sia Crow che Waltz credevano ormai che, in assenza di una drammatica accelerazione delle evacuazioni, era improbabile che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di portare in sicurezza tutti gli alleati americani e afghani fuori dal paese prima della scadenza del 31 agosto di Biden.

Giovedì sera, il Pentagono ha annunciato che altre 3.000 truppe sarebbero state portate d’urgenza per mettere in sicurezza l’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul e aiutare a far uscire in sicurezza dal paese i restanti americani, così come gli alleati afghani e della NATO.

“Kabul non è in questo momento in un ambiente di minaccia imminente, ma chiaramente … se guardi solo a ciò che i talebani hanno fatto, puoi vedere che stanno cercando di isolare”, ha detto ai giornalisti il ​​portavoce del Pentagono John Kirby.

Biden settimane prima aveva approvato tutte le raccomandazioni di Austin per posizionare risorse navali e migliaia di truppe nella regione in caso di evacuazione, inclusa la portaerei USS Ronald Reagan e tre battaglioni di fanteria.

Ma quasi subito, è diventato chiaro che non sarebbe bastato.

Brad Israel, un ex berretto verde che ha servito più tour in Afghanistan, giovedì sera ha ricevuto un’e-mail frenetica dal suo ex interprete afghano.

Il giorno prima, l’uomo è stato costretto a fuggire da Kandahar dopo che i talebani hanno bruciato la sua casa – inclusa la distruzione delle prove documentali della sua domanda di asilo negli Stati Uniti – e hanno giustiziato suo fratello.

Israele ha inviato un’e-mail all’indirizzo elencato sul sito Web del Dipartimento di Stato per scoprire come il suo amico potrebbe inviare nuovamente la sua domanda di visto, solo per il messaggio di rimbalzo: “La casella di posta del destinatario è piena e non può accettare messaggi ora”. Un portavoce del Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di spiegare il motivo.

Anche lo sforzo diplomatico degli Stati Uniti per gestire un ritiro ordinato dall’Afghanistan stava andando in pezzi.

I funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul avevano concluso venerdì che non avevano altra scelta che chiudere l’avamposto diplomatico americano. Hanno ordinato al personale di iniziare immediatamente la “distruzione di emergenza” di tutti i documenti e materiali sensibili.

Ciò includeva l’incenerimento di bandiere americane e altri loghi del governo degli Stati Uniti “che potrebbero essere utilizzati in modo improprio negli sforzi di propaganda”, secondo un promemoria rilasciato al personale dell’ambasciata. E, secondo il rappresentante Andy Kim (DN.J.), tra i documenti bruciati c’erano i passaporti dei cittadini afgani che avevano richiesto i visti americani, rendendo quasi impossibile identificarli mentre cercano di lasciare il paese nei prossimi giorni.

Tornato a Washington, Tracy Jacobson, capo della Task Force Afghanistan del Dipartimento di Stato, ha informato Crow per telefono sulla risposta pianificata dell’amministrazione.

Crow si diresse verso una struttura di informazioni compartimentata sensibile situata nel seminterrato del Campidoglio, dove rivedeva gli ultimi rapporti dell’intelligence segreta da Kabul.

Anche i leader del Congresso stavano tenendo sotto stretto controllo la situazione. Il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell (R-Ky.) ha detto al conduttore radiofonico Hugh Hewitt questa settimana che era in contatto con i leader militari che erano “accecati”.

Settimane prima, l’esercito americano aveva abbandonato la base aerea di Bagram, a lungo il cuore pulsante delle operazioni americane in Afghanistan. Con solo poche migliaia di soldati rimasti indietro, i funzionari del Pentagono hanno deciso che non potevano tenere al sicuro la struttura tentacolare mentre difendevano l’ambasciata e l’aeroporto di Kabul.

I piani prevedevano invece l’uso di elicotteri per trasportare gli americani dal complesso dell’ambasciata nel centro di Kabul all’aeroporto internazionale di Hamid Karzai, a poche miglia di distanza, piuttosto che rischiare di rimanere impantanati o tendere un’imboscata nel traffico intasato della capitale afgana. Significherebbe rischiare esattamente il tipo di scene caotiche che Biden aveva promesso che non sarebbe accaduto: immagini indelebili, in stile Saigon, dell’America in ritirata.

“Venerdì pomeriggio mi era chiaro che stavamo rapidamente perdendo il controllo della situazione nella capitale, nell’aeroporto, e che l’operazione di evacuazione era a rischio”, ha detto Crow.

Gli è stato anche detto che il Pentagono “avrebbe accelerato rapidamente l’evacuazione in termini di quantità di persone, ma anche di chi stavano cercando di evacuare”.

Ma questo significava decidere quali americani e alleati afgani rimasti bloccati a Kabul dovessero essere evacuati per primi.

Il Pentagono non aveva un elenco completo degli afgani che hanno lavorato a fianco degli Stati Uniti durante la guerra. I funzionari stavano ancora compilando una “lista di priorità” di interpreti da evacuare.

Ciò è avvenuto nonostante i ripetuti avvertimenti, incluso un appello bipartisan a Biden all’inizio di giugno che esprimeva crescente preoccupazione “che non hai ancora ordinato che il Dipartimento della Difesa sia mobilitato come parte di un piano di governo completo e attuabile per proteggere i nostri partner afghani. “

Nel frattempo, sul campo in Afghanistan, Vasely era in contatto diretto con Ghani o il suo staff quasi ogni giorno. Anche Austin e Blinken hanno parlato con Ghani, ma non ha dato alcuna indicazione che avrebbe lasciato bruscamente il paese.

“Si è presentato come disposto a rimanere e combattere”, ha detto un funzionario della difesa.

Quella promessa si è rivelata di breve durata.

Sabato, il National Military Command Center, il centro operativo globale altamente sicuro sotto il Pentagono, è stato bloccato dal traffico di messaggi.

L’ultimo domino caduto nelle mani dei talebani è stato il centro commerciale settentrionale di Mazar-e-Sharif. Stava diventando chiaro che Kabul sarebbe stata la prossima. Ufficiali militari esperti hanno espresso incredulità sul fatto che le forze afghane sembravano pronte a rinunciare alla loro capitale senza combattere.

“L’e-mail stava esplodendo a destra e a manca [con la gente che diceva] ‘Wow, sta succedendo proprio ora’”, ha detto un funzionario della difesa. “Questa cosa è appena andata in pezzi durante il fine settimana.”

I funzionari del Pentagono si sono resi conto troppo tardi che i talebani avevano condotto un’efficace campagna di influenza oltre a quella fisica, sfruttando le dinamiche tribali per costruire legami con gli anziani del villaggio e altri che hanno svolto ruoli chiave nella marcia per lo più incruenta del gruppo attraverso il paese.

Allo stesso tempo, l’esercito americano aveva meno di 2.500 soldati rimasti – non abbastanza per capire quanto velocemente il morale e la coesione dell’esercito nazionale afghano si stessero sgretolando.

“Nessuno è rimasto sorpreso dal fatto che si siano piegati come un mazzo di carte, ma solo per la velocità: è semplicemente evaporato”, ha detto il funzionario.

Un altro funzionario della difesa ha scritto in cima al suo taccuino per la giornata: “Caduta di Kabul”.

Alla luce del deterioramento della situazione, quella mattina Biden aveva approvato la raccomandazione di Austin di inviare altri 1.000 soldati dell’82a divisione aviotrasportata per aiutare a evacuare il personale da Kabul. Altri due battaglioni erano in viaggio verso la regione per schierarsi in Kuwait come riserva pronta.

Biden era ancora a Camp David, vestito con pantaloni color cachi e una polo e accompagnato solo da alcuni aiutanti più giovani. In una lunga dichiarazione, ha annunciato i movimenti delle truppe e altri passi che l’amministrazione si stava affrettando a compiere, quindi ha fatto perno su una strenua difesa della sua decisione di ritiro.

“Sono stato il quarto presidente a presiedere una presenza di truppe americane in Afghanistan: due repubblicani, due democratici”, ha detto. “Non vorrei, e non lo farò, passare questa guerra a un quinto.”

Entro domenica 15 agosto, Austin, Milley e il loro staff hanno tenuto telefonate frettolosamente organizzate con i legislatori per discutere della situazione.

Durante una di queste telefonate, i funzionari militari hanno riferito che un alleato chiave di Ghani, il vicepresidente del parlamento afghano, aveva disertato per diventare capo della polizia dei talebani a Kabul.

“È stato allora che abbiamo capito che era davvero FUBAR”, ha detto un anziano aiutante democratico , usando l’acronimo militare per “incasinato oltre ogni riconoscimento”.

Milley ha anche avvertito i legislatori che con l’ascesa dei talebani, c’era anche la minaccia che al Qaeda, lo Stato Islamico e altri gruppi terroristici che cercavano di attaccare gli Stati Uniti potessero essere ancora una volta in grado di complottare dal territorio afghano.

Nel frattempo, Austin aveva autorizzato altri due battaglioni dell’82a divisione aviotrasportata a dirigersi direttamente a Kabul invece di fare scalo in Kuwait, portando il totale ordinato di confluire nella capitale a circa 6.000 soldati.

Ma per molti versi era troppo tardi. I combattenti talebani avevano già preso la città orientale di Jalalabad senza combattere, circondando efficacemente Kabul, e stavano iniziando ad entrare nella capitale con poca resistenza.

In rapida successione domenica, Ghani è fuggito dal Paese, i talebani sono entrati nel palazzo presidenziale e hanno posato per dei selfie nel suo ufficio. L’aeroporto si stava rapidamente trasformando in un campo profughi, invaso da migliaia di frenetici afgani che chiedevano a gran voce di fuggire, alcuni addirittura disposti ad aggrapparsi agli aerei in rullaggio sulla pista. Le immagini satellitari hanno mostrato minuscoli punti raggruppati attorno all’asfalto, simboli viventi di disperazione e disperazione.

Alla fine della giornata, la bandiera americana non sventolava più sull’ambasciata degli Stati Uniti. Diplomatici stranieri hanno pubblicato selfie online dall’interno degli elicotteri Chinook, mentre i fotografi hanno catturato lo spettacolo da lontano. E le truppe americane fresche in viaggio verso Kabul avrebbero protetto un aeroporto nel caos.

I membri del gabinetto di Biden e i loro vice avevano tenuto circa tre dozzine di riunioni di “pianificazione dello scenario” dopo l’annuncio del presidente di aprile che le truppe statunitensi sarebbero state fuori dall’Afghanistan entro l’11 settembre.

Hanno trattato di tutto, da come proteggere l’ambasciata degli Stati Uniti e gestire i rifugiati afgani a come posizionare al meglio l’esercito americano nella regione nel caso in cui le cose andassero fuori controllo Molte altre sessioni si sono tenute presso il Pentagono, il Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, il Dipartimento di Stato e altre agenzie.

Ma non era ancora abbastanza per prepararsi al crollo totale, nel giro di pochi giorni, dello sforzo americano di due decenni, da 2 trilioni di dollari, progettato per sostenere il governo afghano. Biden aveva insistito che l’esercito afghano avrebbe combattuto; in gran parte no. Blinken aveva deriso l’idea che Kabul sarebbe caduta durante un fine settimana; eppure lo ha fatto. Il “momento Saigon” che Biden temeva fosse arrivato.

Anche se migliaia di truppe americane si affrettano a salvare il personale statunitense e gli afghani frenetici che temono per la propria vita, le domande su come il governo degli Stati Uniti sia stato colto così alla sprovvista stanno crescendo. Per anni, i rapporti delle autorità di vigilanza avevano avvertito che l’esercito afghano era pieno di corruzione, morale basso e cattiva leadership. Ma pochi hanno apprezzato quanto fosse grave.

Il Dipartimento della Difesa ha dichiarato di aver condotto un’esercitazione al Pentagono diverse settimane fa che includeva scenari di evacuazione dall’aeroporto di Kabul. Ancor prima, il 28 aprile, Austin convocò un’esercitazione nel centro di comando del Pentagono per provare le varie fasi del ritiro, inclusa la possibilità di evacuare i non combattenti. Ma i militari sono rimasti sorpresi dalla velocità con cui i talebani si sono impossessati della capitale.

“Non c’era niente che io o chiunque altro abbiamo visto che indicasse un crollo di questo esercito e di questo governo in 11 giorni”, ha detto Milley ai giornalisti mercoledì.

Il caos all’aeroporto di Kabul durante il fine settimana e all’inizio di questa settimana, con le operazioni di volo temporaneamente sospese dopo che i disperati afgani si sono precipitati sulla pista, ha sollevato dubbi sulla pianificazione dell’amministrazione Biden per il ritiro, incluso se sia stato un errore chiudere la base aerea di Bagram.

Milley ha difeso la decisione dell’esercito di chiudere Bagram, che ha due piste per l’aeroporto di Kabul, ma dista quasi 40 miglia dall’ambasciata. Con meno di 2.500 soldati rimasti a terra in quel momento, ha detto Milley, i funzionari hanno dovuto scegliere tra mettere in sicurezza Bagram e l’aeroporto commerciale.

“Abbiamo dovuto far crollare l’uno o l’altro, ed è stata presa una decisione”, ha detto Milley. Biden, in un suo discorso questa settimana, ha espresso una difesa a tutto tondo delle sue azioni, dicendo: “Sono fermamente dietro la mia decisione”.

“Dopo 20 anni”, ha aggiunto, “ho imparato a mie spese che non c’era mai un buon momento per ritirare le forze statunitensi”.

È in arrivo un resoconto completo di ciò che molti altri a Washington vedono come una debacle. Repubblicani e Democratici arrabbiati al Congresso hanno promesso di condurre una serie di udienze di supervisione, esaminando potenziali fallimenti dell’intelligence e precedenti valutazioni delle capacità dell’esercito afghano.

“Sembra che tutti [il Pentagono] e la comunità dell’intelligence siano stati colti alla sprovvista dalla velocità dell’avanzata dei talebani su Kabul”, ha detto il rappresentante Seth Moulton (D-Mass.), membro del Comitato dei servizi armati e un Veterano della guerra in Iraq. “Come è possibile? È stata una mancanza di risorse focalizzate sul problema? Fallimento della pianificazione di emergenza? Altro?”

“Avremmo dovuto essere preparati per questa contingenza e chiaramente non lo eravamo”, ha aggiunto Moulton. “Se facessi i semplici calcoli non potresti eseguire questa operazione nell’arco di pochi giorni, nemmeno di qualche settimana. E non ci sono scuse per questo”.

Commento di Massimo Morigi su “USA/AFPAK: Secondo Tempo”, di Antonio de Martini

Commento di Massimo Morigi su “USA/AFPAK: Secondo Tempo”, di Antonio de Martini, articolo pubblicato sul “Corriere della Collera” (URL https://corrieredellacollera.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo/#comment-69568, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210819153327/https://corrieredellacollera.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo/) e sull’ “Italia e il Mondo” (URL https://italiaeilmondo.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo-di-antonio-de-martini/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210819163424/https://italiaeilmondo.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo-di-antonio-de-martini/)

Qualche anno fa, sul “Corriere della Collera”, imperdibile ed unico blog nel desolante panorama dell’informazione italiana, a proposito dell’approccio geostrategico degli Stati Uniti, ebbi a scrivere “strategia del caos applicata caoticamente”. Purtroppo, dopo gli ultimi fatti afghani, sempre il sopraddetto sistema dell’informazione italiana ed anche internazionale, per sviare l’attenzione da questo permanente dato di fondo, comincia ora timidamente ad incolpare Biden del disastro afghano, la qual cosa altro non è che cominciare a propalare a mezza bocca una verità (Biden è tecnicamente e dal punto di vista sanitario un cerebroleso al quale un sistema politico sano, non importa se “democratico” o di altra natura, avrebbe dovuto impedire di esercitare la pur minima responsabilità politica) per nascondere, appunto, la più importante verità intorno alla persistente natura caotica della politica estera americana, che va ben oltre Biden e la sua sgangherata e truffaldina amministrazione (detto per inciso, Biden è stato eletto tramite elezioni truccate, e quello che sempre i sopraddetti organi di informazione se fossero degni di questo nome avrebbero dovuto fare, non doveva essere ridicolizzare come complottisti e QAnonisti coloro che, del resto senza nemmeno tante difficoltà, si erano resi conto di questa realtà, ma semmai, rendere edotto il povero popolo bue che a memoria d’uomo non c’è mai stata una singola elezione presidenziale americana che non sia stata profondamente truccata: sulla evidente truffa elettorale che ha permesso al cerebroleso Biden di divenire presidente degli Stati uniti, non si può che rinviare alle numerose formidabili videointerviste di Giuseppe Germinario a Gianfranco Campa pubblicate sull’ “Italia e il Mondo” a partire dall’autunno del 2020 e che, verosimilmente, saranno anche nei prossimi mesi da altre seguite). Termino il discorso, se non per ribadire per l’ennesima volta, l’assoluta necessità per l’Italia di svincolarsi da un padrone d’oltreoceano così erratico, imprevedibile e pericoloso. La qual cosa, è ovvio, sarà possibile solo attraverso la crescita (o sarebbe meglio dire, la nascita) di una diffusa e pervasiva cultura politica italiana che attraverso l’abbattimento degli idola politico-filosofici nati nel secondo dopoguerra possa portare all’annientamento politico e d’immagine con conseguente ridicolizzazione presso la più vasta massa dell’oggi popolo bue dei già citati prezzolati e sgangherati organi d’informazione. Ma anche questo è un mio (e, ovviamente, non solo mio, medesima impostazione seguita prima dal “Corriere della Collera” di Antonio De Martini e poi anche dall’ “Italia e il Mondo” di Giuseppe Germinario ) vecchio discorso e una delle cose positive della vittoria talebana in Afghanistan (bando ai piagnistei, i talebani che hanno vinto, oltre che il risultato della stupidaggine del c.d. Occidente, è anche il risultato del valore guerriero di costoro, e il non riconoscerlo da parte di tutti i “grandi” commentatori e canali di rimbambimento di massa dovrebbe insinuare anche nei più inebetiti il sospetto sulla natura manipolatoria di questa pseudoinformazione: non fosse che solo per questo, essi meritano il nostro più profondo rispetto e la loro reductio ad Hitlerum non è altro che il segno della vecchia mentalità coloniale che si serve dei soliti mezzucci per far prosperare le vecchie e nuove botteghe ideologiche, quelle nuove, per chi non l’avesse capito, sono quelle originariamente di sinistra, dirittoumanistiche, democraticistiche et similia – oggi addirittura condivise anche da una destra priva di identità e che ha abbandonato del tutto la grande tradizione del realismo politico), è che dovrebbe costituire una sorta di “segnalatore d’incendio” sul fatto che se continueremo ad adagiarci sui vecchi idola politico-filosofici la sopravvivenza dell’Italia sarà messa in gravissimo pericolo. Di tutto ciò non sarebbe male discuterne nei prossimi mesi, con l’obiettivo, ovviamente, di allargare con tutti i mezzi il nostro uditorio, perché la consapevolezza della gravità della situazione non è mai mancata in questi anni, mentre del tutto insufficiente (per usare un eufemismo) è stata la capacità di “sbovizzare” il sopraddetto popolo.

Massimo Morigi – 19 agosto 2021

 

Banalità e inerzie di un disastro politico, di Roberto Buffagni

In questo articolo Michael Anton, (nello staff del National Security Council dal 2001 al 2005) spiega molto bene la dinamica delle decisioni che condussero gli USA al ventennale impegno in Afghanistan. Riassumo, di tanto in tanto commentando:
1) All’indomani dell’attacco alle Twin Towers, gli USA dovevano rispondere per conservare il prestigio scosso dalla violazione del territorio nazionale (la prima dalla guerra con l’Impero britannico del 1812)
2) La prima opzione fu per una ritorsione-lampo. Punizione di Al Quaeda e dei Talebani per mezzo di un rapido e violento attacco, guidato da un piccolo contingente americano che avrebbe “moltiplicato le forze” di alleati indigeni. L’operazione fallì: Osama Bin Laden e il suo Stato Maggiore riuscirono prima a rifugiarsi nelle caverne di Tora Bora, e poi a sfuggire.
3) COMMENTO: l’operazione implicava un accerchiamento, e le FFAA USA non padroneggiano bene la guerra di manovra. Se i comandanti USA sul terreno hanno delegato l’esecuzione dell’accerchiamento agli “alleati” afghani, probabile che questi abbiano favorito l’esfiltrazione di Osama.
4) Fallita la ritorsione – lampo, si comincia a discutere. Siamo stati attaccati dal terrorismo islamista: come si fa a prevenire altri attacchi?
5) Prevale l’idea che è necessario un approccio radicale: i paesi da cui vengono gli attacchi vanno democratizzati. Chi sostiene questa posizione crede che sia possibile farlo senza eradicare l’Islam e senza secolarizzare e occidentalizzare a forza le popolazioni. Secondo loro, responsabile del terrorismo non è l’Islam in quanto tale, ma i sistemi politici “chiusi”: la democrazia è compatibile con l’Islam. Infatti, gli americani che hanno scritto le costituzioni di Iraq e Afghanistan vi hanno lasciato un posticino anche alla sharia. Questa posizione risponde anche a un’esigenza di giustificazione etica delle azioni belliche, ed è conforme alla persuasione radicatissima negli USA che la democrazia sia in assoluto il miglior regime politico possibile. Nel dibattito interno all’Amministrazione Bush II ha notevole influenza l’analogia (totalmente sballata) con la IIGM, e la democratizzazione di Giappone e Germania.
6) COMMENTO: Ovviamente su questa posizione si butta a pesce un attore di grande rilievo, il “complesso militare-industriale”, che da un progetto di nation-building di proporzioni ciclopiche ha da lucrare valanghe di soldi. Ci si buttano a pesce anche i servizi d’informazione, che dal traffico di droga scremano fondi neri giganteschi, e sanno bene che l’Afghanistan produce il 90% dell’oppio mondiale. Dalla convergenza tra ideologia dominante e interessi colossali consegue quel che è conseguito, 20 anni di guerra in Afghanistan + relativa sconfitta, prevedibile (e prevista) sin dal giorno 1.

USA/AFPAK: SECONDO TEMPO, di Antonio de Martini

USA/AFPAK: SECONDO TEMPO

CONTRATTACCO FINANZIARIO USA. PARTE IL SOFFOCAMENTO FINANZIARIO. PROVOCHERÀ RITORSIONI TERRORISTICHE?

L’ex capo della CIA Leon Panetta collega il Pakistan con i recenti avvenimenti ( ai suoi tempi crearono la soglia AFPAK per dire che i due paesi erano un tutt’uno, si profila una nuova fase della guerra in Asia.

li Stati Uniti hanno il controllo su tutte le riserve di cambio dei paesi più o meno satelliti e con l’Afganistan non hanno fatto eccezione: hanno appena bloccato nove miliardi di dollari – in contanti e buoni del tesoro USA – depositati a garanzia in banche americane.
Il pretesto adottato é che attualmente non esiste attualmente un governo riconosciuto dell’Afganistan.

Sono entrati venti anni fa infischiandosene della legalità internazionale e adesso escono facendo i legalitari ad oltranza.

Anche l’ FMI ha annunziato che lunedì non liquiderà un fondo speciale di prelievo già concesso senza garanzie all’Afganistan.
Queste notizie sono state date dal governatore della Banca centrale tempestivamente fuggito domenica sera.

Da notare e sottolineare il fatto che questo provvedimento iugulatorio, adottato anche contro il Venezuela, nel 2014, gli USA non lo presero a carico del DAESCH che si impossessò di circa un miliardo di dollari dei fondi del governo regionale curdo di Mossul e li spese per finanziare le sue attività.

Viene da chiedersi con chi stianno realmente questi indecifrabili bugiardi o se non sia meglio rimpatriare il nostro oro per metterlo in sicurezza.

Viene anche da chiedersi se non si rendano conto che il blocco finanziario potrebbe affrettare l’arrivo della influenza cinese. O lo hanno fatto perché preferiscono i cinesi ai russi. Non hanno ancora capito che ora si confrontano col blocco Russia-Cina?

Prevedo che i Talebani potrebbero reagire autonomamente a questa misura bloccando gli espatri da Kabul e collegando i visti di uscita ( anche di americani, o di occidentali) con lo sblocco dei loro fondi; oppure seguire l’esempio iraniano coi francesi, lanciando attacchi terroristici – ovviamente anonimi- a strutture governative o finanziarie americane ovunque si trovino. Ad esempio a Londra o Amsterdam.

https://corrieredellacollera.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo/

IL DEMOCRATICO SORRIDENTE ( nella foto)
Il presidente afgano testé uscito, Ashraf Ghani, qui ritratto con al fianco la moglie libanese Rula, secondo fonti russe avrebbe lasciato il paese “ con un elicottero, giungendo in aeroporto con 4 autovetture contenenti 169 milioni di dollari.”
Sempre secondo gli stessi testimoni, non essendo riusciti a stipare tutto sull’aeromobile, una parte é stata abbandonata sulla pista.
Dopo una sosta in Tagikistan , e la notifica di “persona non grata” delle autorità di Dushanbé, é partito alla volta di Dubai dove gli é stato accordato l’asilo “per motivi umanitari”.
L’ex presidente era in carica dal 2014. Un settennio. Come Mattarella.

I TALEBANI: COME NACQUERO, COSA PENSANO E CHE FARANNO, di Antonio de Martini

I TALEBANI: COME NACQUERO, COSA PENSANO E CHE FARANNO

di Antoniodiceche

Il mio post facebook dello scorso sabato sul Mullah Omar ha avuto un record di preferenze, segno che le persone sono assetate di notizie sul personaggio,morto anni fa, e sui TALEBANI di cui non si sa nulla ( un pò come per Assad di Siria e gli Alauiti) per ignoranza e per la ferrea censura sostanziale esercitata dal monopolio informativo planetario esercitato dalle cinque agenzie di stampa ( AFP, REUTER,AP, BLOOMBERG…) che danno notizie ai media di tutto il mondo in armonia coi governi occidentali che contano.

Pochi sanno chi siano i TALEBANI , come e quando siano nati, cosa vogliano e a chi o cosa debbano la loro vittoria sugli Stati Uniti d’America.

Sono nati nel sud del paese attorno alla metà degli anni novanta come reazione alla situazione di caos creata dall’evaquazione dei sovietici e dal vuoto di potere che ne seguì.

La storia del Mullah Omar la sapete già, come sapete le fame di legge ed ordine che provocò la sua reazione e la crescita politica conseguente. Non si trattò di un uomo solo, ma di una parte di clero sunnita formatosi a metà del secolo precedente a DEOBAND ( India) che volle strumentalizzare la religione in funzione anticoloniale e antibritannica.

E’ un movimento culturale-religioso composto da giurisperiti ( dottori della legge “ Ulema”: colui che insegna) e si rivolge agli allievi ( talebani: domandatori; da taleb domanda) della scuola coranica ( madrasa).

Per mantenere l’ordine e far rispettare le leggi, gli allievi si armarono di Kalashnikov sovietici residuati e – agli ordini dei giudici-dottori della legge – iniziarono a imporne il rispetto, non di astruse pandette occidentali, ma della Sharia che tutto l’Islam conosce a memoria e che gli Ulema interpretano a richiesta.

Il passaggio al rigore islamico interpretato dai troppo giovani zeloti e il loro ostentato disinteresse per l’Economia, provocò una prima reazione popolare e la mancanza di contatti internazionali ed il loro provincialismo favorirono quanti invocarono il sacro dovere dell’ospitalità, specie se – come Ben Laden- accompagnato da munifica beneficenza.

Il loro ostentato disinteresse e assoluta ignoranza per le cose economiche e il desiderio di combattere la corruzione portata dagli stranieri ( prima russi, poi americani) provocò un ciclo economico depressivo che favorì la loro espulsione dal potere grazie all’arrivo degli americani e del fiume di dollari con cui si aprono la strada.

L’invasione americana creò grandi aspettative di democrazia e prosperità, molti mestieri non furono più vietati sulla base di dettami coranici anche mal interpretati, la proibizione delle esecuzioni pubbliche provocò ondate di sollievo, il minor rigore zelota nella applicazione delle leggi visto con gratitudine. Le elezioni del 2001 fecero nascere speranze e una nuova classe politica e sociale che giunse all’apice con le elezioni del 2004.

D’altro canto, un amico che mi legge ogni tanto mi ha scritto d’aver incontrato un ufficiale USA che durante il Ramadan gli chiese contro chi fosse rivolta quel corale sciopero della fame…

Cretini DOC furono importati dagli Stati Uniti e nominati ministri e presidenti, il flusso dei lavori e dei favori incentivò nuovamente la corruzione, il rilassamento dei costumi e la presenza di militari giovani stimolò ogni genere di deviazioni, la coltivazione e il traffico degli oppiaceo aumentò fino a tenta volte nella fase finale dell’esperienza; la spicciativa temerarietà culturale con cui furono risolte questioni di diritto civile creò malanimo. Le logiche tribali ripresero il sopravvento e si iniziò a rimpiangere la frusta casalinga dei talebani, giudici incorruttibili.

Trasformare un uomo di fede in un combattente non richiede sforzi: é già temprato, frugale e pronto al sacrificio. Era solo questione di tempo. Scrissi sul questo blog, il 4 maggio 2011,che ci potevano volere dieci anni e dieci anni ci sono voluti. ( cfr: https://corrieredellacollera.com/2011/05/04/gli-usa-vinceranno-in-pakistan-e-i-talebani-in-afganistan-di-antonio-de-martini/).

Cosa pensano? Sono nazionalisti, sovranisti, rigorosi difensori della legalità, moralisti come tutti gli uomini che vivono tra loro e molto affini alla mentalità e psicologia degli evangelisti americani, mutatis mutandis.

Cosa faranno? Governeranno esattamente come prima, ma senza esecuzioni pubbliche e con un occhio più attento alle reazioni e relazioni internazionali, ma senza dimenticare chi li ha aiutati e perché. Il Pakistan.

l’appartenenza all’Etna Pashtun li rende utili ai pachistani in funzione anti indiana e se dovessero gestire alcune attività terroristiche segrete, lo farebbero per cavare le castagne dal fuoco ai pakistani che devono dare prova di moderazione agli americani in cerca di capri espiatori. Potrebbero offrire kamikaze per operazioni in India, in Cachemir e in Inghilterra con cui il Pakistan ha conti in sospeso per via delle attività di intelligence che hanno avvelenato i rapporti con gli USA.

Attentati a noi non ne prevedo. Prevedo invece, grazie alla nostra irrilevanza politica che potremmo raccogliere contratti che, per ora , gli americani per ragioni di opportunità non possono sollecitare. Penso alla SNAM che potrebbe offrirsi per l’attività progettuale del grande pipeline Iran Cina dove saremmo in concorrenza con la Russia che ha un eccellente uomo di intelligence in grado di influire in Pakistan ad alti livelli, mentre noi potremmo farlo in Iran.

Gli USA nel 1975 assorbirono centomila vietnamiti nel loro paese, mentre noi mandammo a prendere, con Zamberletti ricordate ? con due navi da guerra, qualche centinaio di boat people. Oggi rischiamo che accada il contrario…

Per fortuna, tutti gli afgani che hanno ottenuto promozione e3conomica e sociale ( e di cui i talebani favoriranno l’esodo) hanno il mito degli USA e una gran voglia di investire i loro sudatissimi dollari.

A RITROSO

Il padre spirituale di questa vittoria dei pastori sulle supertecnologie, è il mullah OMAR .
Guercio, viveva all’ombra della sua moschea mentre l’Afganistan vegetava in un periodo di anarchia dovuta a liti tra partigiani di differenti ideologie occidentali.
Quattro soldati afgani violentarono una donna e ne chiesero la condanna con le solite abberranti motivazioni.
Lui condannò i quattro all’impiccagione.
Il paese intero approvò- si, il paese dei misogini – e lo innalzò alla magistratura suprema in cerca di legge e ordine.
Quando il governo USA chiese l’estradizione di Osama Ben Laden ( che come abbiamo poi saputo, non era in Afganistan) lui, magistrato inflessibile, chiese che avviassero una regolare pratica di estradizione.
Gli USA risposero con l’invasione e misero una taglia sulla sua testa.
È morto nel suo letto, guidando la Resistenza, senza che si trovasse un solo afgano disposto a tradire cedendo al fascino del dollaro.
Se non ricordo male, la taglia era di dieci milioni.
Avrebbero dovuto capire da questo fatto che non l’avrebbero spuntata.
Qualcuno, in un bagliore di lucidità, da “terrorists,”li promosse a “insugents”, ma poi affogò in una storiella pecoreccia e l’interesse alle forniture prevalse fino al naufragio finale.

Dieci anni di morti inutili prima di ricominciare_di Antonio de Martini e Giuseppe Germinario

Con l’evidenza di nuovi particolari che stanno emergendo nella dinamica della ”ripresa” di Kabul, cioè del loro paese, da parte dei talebani si può cominciare a mettere insieme alcune considerazioni. Continua a leggere

LE BOMBE SULL’AFGANISTAN HANNO FATTO UNA VITTIMA: BIDEN, di Antonio de Martini

LE BOMBE SULL’AFGANISTAN HANNO FATTO UNA VITTIMA: BIDEN
Zabibhullah Mujaid, portavoce dei Talebani ha dichiarato che il movimento degli “ Studenti in religione” é favorevole all’evacuazione degli americani.
Infatti, dalla dichiarazione di tregua in poi, gli americani non sono stati attaccati e questo ha reso disponibili concentramenti di più forze per attaccare i governativi.
L’intelligence USA ( e quella afgana) hanno realizzato gli ultimi, si spera, due buchi nell’acqua a dimostrazione – non solo della inefficienza- ma anche della mancanza di contatto con la realtà del paese e del loro stesso esercito.
1)Non si aspettavano il crollo psicologico dei militari afgani alla cessazione dell’appoggio aereo e logistico americano. Il che ha consentito ai talebani la presa di controllo di due terzi del paese in una settimana.
L’invasione d’Italia di Carlo VIII fu chiamata “la guerra dei gessi” dai segni che l’intendenza faceva sui punti di ristoro per le truppe. Fu l’impegno più gravoso data la mancanza di resistenza. E questa avanzata dei Talebani me la ricorda.
2)Prevedevano che l’attacco venisse dal sud del paese e sono stati sorpresi dall’attacco Nord-Sud. Credevano che il Nord fosse rimasto ai tempi di Massoud, il leone del Pamshir….
Su circa 140 distretti “conquistati” le truppe governative ne hanno riconquistati dieci.
Una campagna di omicidi mirati di piloti ha debilitato l’aeronautica afgana che sarebbe stato l’unico asso nella manica del presidente Ghani.
L’invio in urgenza di tremila uomini ( due battaglioni di Marines e uno di fanteria) in aggiunta ai seicento già a presidio dell’ambasciata USA e l’afflusso di militari inglesi a protezione di quella britannica, da la misura della della mancanza di cooperazione persino a livello di difesa ravvicinata sullo stesso percorso per l’aeroporto.
Ognuno per se.
La presenza di questa mezza brigata ( più i mercenari delle compagnie private ancora in loco) dovrebbe tenere i talebani lontani da Kabul per qualche tempo e permettere negoziati, ma l’afflusso dei profughi nella capitale ( ah se qualcuno avesse letto Machiavelli !) renderà la situazione alimentare e logistica presto insostenibile per gli assediati.
Uno dei giovani generali dell’esercito governativo – Koshal Sadat 35 anni- ha dichiarato : “tutto ciò di cui un soldato ha bisogno é di un vero leader” cioè che le truppe sono disposte a battersi e a cessare le diserzioni, se a capo si trovassero un vero comandante ( sottinteso, non un fessacchiotto come il presidente Ashraf Ghani).
Insomma si rivive la situazione tipica americana con un docile ometto gradito agli occidentali ma per le stesse ragioni non apprezzato dal popolo e dai suoi stessi soldati.
Il portavoce del Pentagono citato ieri sera dal corrispondente RAI Di Bella, ha detto “ il denaro non può ottenere la volontà politica.”
Una bella ammissione. Giunge con un ritardo di almeno mille miliardi di dollari ( di cui una ventina nostri).
COSA SUCCEDERÀ
Gli Stati Uniti vorranno isolare il paese sostenendo che viola i diritti umani e che potrebbe “ nuovamente ospitare terroristi” ignorando che chi ospitava Ben Laden era il Pakistan….
Oltre a ignorare la storia dell’Afganistan ignorano- evidentemente – anche la geografia: trascurano che l’Afganistan confina col Pakistan e con l’Iran due paesi che NON possono neppure volendo isolare il vicino; gran parte degli abitanti sono nomadi e vivono di pastorizia ( transumanza frontaliera) e che quindi i consigli di sanzioni sono illusori e inefficaci. Anche i vicini russi saranno lieti di riannodare i rapporti con paese che li scacciò, in nome della solidarietà tra sanzionati…
Ignorano – o fingono di ignorare- anche le cronache dei giornali.
La Turchia é in eccellenti rapporti coi paesi summenzionati e con i tre “ stan” ( Kirghizistan, Turkmenistan,Uzbechistan) e sta affacciandosi sul problema nell’ottica di “rendersi utile” e rifornire il Pakistan di equipaggiamenti militari in sostituzione di eventuali sanzioni USA.
L’Iran ha in progetto un gas-oleodotto verso la Cina ( via Pakistan e…Afganistan) e la situazione é diventata favorevole.
Il complesso militare Russo Cinese ha appena completato una manovra militare congiunta di 13.000 uomini in Cina. Tra gli obbiettivi della esercitazione, verificare la capacità dei soldati russi di utilizzare armamento cinese.
Questo significa decuplicare in poco tempo la capacità di equipaggiamento russa e la pericolosità navale della Cina.
Esistono anche altri paesi , come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che non isoleranno mai l’Afganistan e almeno questo avrebbero dovuto capirlo durante i lunghi, mesi di negoziati a Doha.
Era cominciata come una scampagnata di quei discoli della CIA a caccia di Ben Laden in Afganistan e rischia di concludersi come il più importante indebolimento strategico della storia degli Stati Uniti contro quasi l’Asia intera.
L’Organizzazione di Shangai , costituita da tutti i paesi confinanti citati, sarà lieta di accogliere il nuovo socio. By the Way, un altro sanzionato, la Bielorussia, é membro osservatore del gruppo, mentre gli USA si sono visti respingere la richiesta di adesione….
Al confronto, lo smacco siriano é una gaffe di poco conto e il problema palestinese una grana momentanea.

L’America si sta ritirando dall’Afghanistan, mentre lo scontro di civiltà infuria già in Europa, di Vincze Hajnalka

Il cerchio si chiude: la ventennale guerra americana in Afghanistan si conclude con una data di ritiro straziante e simbolica, l’11 settembre. Almeno ufficialmente, e se tutto va secondo i piani. Per quanto ci sia un piano per parlare di un fiasco così gigantesco. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Herbert McMaster ha detto che gli Stati Uniti hanno trattato l’intervento afghano come “una guerra di un anno, venti volte di seguito”. La NATO è stata utile in questo, a volte stringendo un po ‘i denti. E ora tutti guardano con il fiato sospeso quello che stanno facendo i terroristi, che sono in buona forma rispetto alla loro “caccia” e sono nel frattempo avanzati per negoziare.

Missione fallimentare, calcolata in seguito

Diciotto anni fa, il 1 ° maggio 2003, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld annunciò a Kabul di aver compiuto “gravi atti di guerra” nella guerra in Afghanistan in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 (per sradicare il colpevole al-Qaeda e i talebani li nascondono) appena compiuti. Proprio il giorno in cui il presidente Bush ha elogiato il successo dell’invasione dell’Iraq sulla portaerei USS Abraham Lincoln, “missione compiuta”. In effetti, la zuppa nera su entrambi i campi di battaglia è arrivata solo dopo. In Afghanistan sono iniziate le montagne russe senza fine: di tanto in tanto gli Stati Uniti hanno lanciato il ritiro, elogiato i successi ottenuti, incoraggiato i membri della coalizione a “solo un po’ più” di sforzo e eroso impercettibilmente la presenza.

ALLA FINE DI QUESTA INSENSATA FRUSTRAZIONE, L’ANNUNCIO DI JOE BIDEN DEL 14 APRILE È GIUNTO AL TERMINE: GLI STATI UNITI RITIRERANNO INCONDIZIONATAMENTE I SUOI ULTIMI SOLDATI DAL PAESE ENTRO CINQUE MESI.

Questo, ovviamente, non suona molto bene. Soprattutto da quando il giorno prima è uscito il rapporto annuale delle organizzazioni di intelligence statunitensi che prevedono un’ulteriore escalation dei talebani, l’incapacità di resistenza del governo afghano in caso di partenza degli Stati Uniti. A febbraio, uno studio di ottanta pagine del “Gruppo di ricerca afghano” commissionato dal Congresso ha detto la stessa cosa, chiarendo in qualche modo che in caso di ritiro degli Stati Uniti senza un accordo di pace, i gruppi terroristici che operano in Afghanistan-Pakistan potrebbero in 18-36 mesi attaccare nuovamente negli Stati Uniti. Biden, invece, sovrascrivendo l’intelligence, il Pentagono e i soliti consiglieri, ha deciso che era sufficiente per porre fine alla guerra “infinita”.

In ciò è stato aiutato dalla decisione di Donald Trump che, sebbene a favore di un accordo di pace che aveva sperato, ha fissato la data del 1 ° maggio per il ritiro completo. Ulteriori munizioni sono state date a Biden dal fatto che il cosiddetto dossier post-afghano, due fatti imbarazzanti sulla guerra sono chiari a tutti. I documenti ufficiali dimostrano, da un lato, che chi ha familiarità con la situazione reale ha mentito e che i leader politico-militari hanno ondeggiato sui successi nella piena consapevolezza della situazione disperata. D’altra parte, il denaro buttato dalla finestra era per la maggior parte dovuto alle centinaia di miliardi di dollari spesi per la guerra. Non solo perché, dopo una persecuzione riuscita del terrorismo nei primi mesi, è entrato in un’attività destinata al fallimento per vent’anni, non solo perché hanno speso somme di denaro pari all’intero budget annuale della NASA, come le tende dei soldati con l’aria condizionata nel deserto. Ma semplicemente perché si stima che il 40 per cento del denaro che arriva nel Paese abbia messo piede nel labirinto della corruzione.

L’America cucina, la NATO lava i piatti

In un primo momento, la NATO sembrava essere esclusa da tutte le azioni afghane. Il Pentagono era già disgustato dall’idea di “giocare a commissione” durante la guerra, come aveva fatto durante l’intervento della NATO in Kosovo due anni prima. E in questo periodo, gli europei stavano cercando di impedire a Washington di mettere la NATO al servizio della sua “gendarmeria globale” al di fuori dell’Europa. Di conseguenza, dopo l’11 settembre 2001, la NATO ha promulgato l’articolo 5 della sua difesa collettiva, ma ha eseguito solo pochi gesti di solidarietà. Ha continuato la parte sostanziale, inseguendo terroristi di caverna in caverna in Afghanistan, in un’azione privata dell’America, avvolgendo attorno a sé alcuni dei suoi più stretti alleati.

MA NEL FRATTEMPO, IL COMPITO SI È TRASFORMATO IN UNA LUNGA E COSTOSA COSTRUZIONE DELLA DEMOCRAZIA.

Ciò è stato utile per gli alleati che si sono buttati a terra sulla scia dell’invasione americana dell’Iraq del 2003: il coinvolgimento istituzionale della NATO nella guerra americana in Afghanistan, guidata dalla forza di sicurezza internazionale su mandato dell’ONU, ISAF, ha offert una grande opportunità per forgiare nuovamente l’unità .

L’America ha deciso che in un modo o nell’altro, esercitava il pieno controllo su tutti i rami delle operazioni in Afghanistan, e gli europei si assicuravano, mediante “restrizioni” allo spiegamento delle loro truppe, che potevano operare solo in condizioni rigorosamente approvate dal proprio governo. Entrambi sono diventati fonte di serio risentimento. Gli americani si sono fatti beffe del fatto che ISAF sta per “I Saw Americans Fight”. Gli europei, invece, non avevano alcuna intenzione di lasciare il controllo ai propri soldati, mentre le decisioni più elementari, come aumentare l’intensità dello sforzo bellico o, al contrario, ridimensionarlo, sono state prese a Washington, spesso informandoli in seguito. Sul piano delle consultazioni, neanche l’amministrazione Biden è cambiata molto nella pratica, se non che ora, almeno qualche giorno prima dell’annuncio, ha almeno detto che si ritirerà definitivamente. Ci fu un po’ di brontolio nella NATO, soprattutto perché gli americani ora costituiscono solo un quarto delle truppe di stanza nel paese. Da questo, gli altri, come al solito, ne hanno fatto una buona foto e hanno adattato il loro programma di ritiro a quello americano.

E adesso i terroristi?

Come per qualsiasi altra cosa, l’America non si è consultata con i suoi alleati sul campo sui cambiamenti nell’obiettivo finale del conflitto. Spiegano, come sanno, a tutti secondo la loro opinione perché la caccia ai talebani di ritorsione è diventata una costruzione della democrazia in Afghanistan, e poi di nuovo solo per prevenire attacchi terroristici, ma alla fine un negoziato con i partner talebani. Perché i “ragazzi” che il direttore del Centro antiterrorismo della CIA aveva promesso a George W. Bush “cammineranno sui loro bulbi oculari” sono diventati negoziatori indispensabili dal 2010 , che sono stati in grado di perseguire con le scorte della NATO nel mezzo di continui combattimenti, colloqui di pace.

E HANNO ASPETTATO. PARTI CRESCENTI DELL’AFGHANISTAN SONO STATE ORA RIPORTATE SOTTO IL LORO CONTROLLO, FINCHÉ WASHINGTON NON HA FINALMENTE GETTATO DA PARTE TUTTE LE SUE PRECEDENTI CONDIZIONI SOLO PER RITIRARE LE SUE TRUPPE UNA VOLTA PER TUTTE.

L’unico aspetto che resta fermo da applicare è che l’Afghanistan non dovrebbe fornire una base di appoggio (nascondiglio, logistica, campo di addestramento) per attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Dopo vent’anni di guerra, 2.300 soldati statunitensi caduti e più di duemila miliardi di dollari uccisi, sarebbe ancora il minimo. Il presidente Biden ha promesso che manterranno gli occhi sulla minaccia terroristica da lontano. Tuttavia, questo è facile da dire, più difficile da fare. I talebani fanno parte di un “ecosistema” terroristico afghano-pakistano: ventuno gruppi terroristici operano nella regione, alcuni competono o addirittura si combattono tra loro, ma la maggior parte condivide obiettivi simili, spesso condividendo risorse, persone, praticando insieme e persino i talebani e al-Qaeda, con matrimoni incrociati, anch’essi intrecciati in legami familiari.

La situazione è ulteriormente complicata dai giochi di potere regionali. Il più importante sostenitore (semi-ufficiale) dei talebani è il Pakistan, che altrimenti ha una bomba atomica, e gli sviluppi tra le dune di sabbia in Afghanistan sono di grande interesse per India, Iran, Russia e Cina per un motivo o per l’altro. Il generale David Petraeus, ex comandante delle truppe statunitensi e NATO in Afghanistan, ex direttore della CIA, afferma che l’America si pentirà della decisione tra due anni e il generale McMaster ha precedentemente avvertito che in caso di un ritiro rapido e completo, Washington pagherà un prezzo molto più alto – Dovrai tornare.

FORSE, MA ALLORA NON SOLO QUI. ANCHE SIRIA, YEMEN, SAHEL O SOMALIA SONO TERRENO FAVOREVOLE DAL PUNTO DI VISTA JIHADISTA. E SEMPRE PIÙ POSTI LO SARANNO SEMPRE DI PIÙ.

“Clash of Civilizations”, ora anche in Europa

Vale la pena ricordare che durante i dieci anni della guerra sovietico-afgana, l’Afghanistan, con un forte sostegno americano / CIA, ha funzionato come una sorta di addestratore jihadista internazionale. Dopo il ritiro sovietico nel 1989, combattenti islamici vittoriosi e armati ideologicamente dall’Algeria, dall’Egitto, dallo Yemen, dal Sudan, dall’Azerbaigian, verso l’India, hanno iniziato la loro lotta.

SECONDO SAMUEL HUNTINGTON, CHE PREFIGURA LO “SCONTRO DI CIVILTÀ”, QUELLA SOVIETICO-AFGHANA È STATA LA PRIMA GUERRA DI CIVILTÀ A CAUSA DELL’OFFESA JIHADISTA.

E un ufficiale dell’intelligence americana disse già nel 1994 che c’è una forte domanda di “laureati” in Afghanistan ovunque nel mondo islamico, dicendo che “una superpotenza è stata sconfitta, ora l’altra sta arrivando”. Zbigniew Brzezinski, il principale consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, non ha visto in retrospettiva cosa ci fosse di sbagliato nel sostegno alla jihad antisovietica. In un’intervista nel 1998, ha detto:

da una prospettiva storica, rispetto alla disintegrazione dell’impero sovietico, ci sono alcuni degli islamisti entusiasti?

Ma ci stava pensando in una cornice molto bloccata sul passato. E non solo perché il XXI. secolo iniziato con un attacco nel cuore dell’America da “un po’ di eccitazione”. Per ragioni geografiche e demografiche, gli Stati Uniti potrebbero essere colpiti dal terrorismo accusato dall’Islam fino a un scioccante assassinio alla volta, ma il suo nuovo grande avversario è la Cina. L’Europa, invece, è in prima linea. Per lei l’ideologia jihadista, sia ai margini che all’interno dei suoi confini, è una sfida decisiva per i decenni a venire. Il presidente turco Erdogan incoraggia le famiglie turche che vivono in Europa a fare “non tre ma cinque” bambini su base politica e minaccia un futuro in cui

 SE ALCUNI PAESI DELL’UE LO ATTRAVERSASSERO QUA O LÀ, “NEMMENO GLI EUROPEI SAREBBERO IN GRADO DI CAMMINARE PER LE STRADE IN SICUREZZA”.

Dal 2010, il coordinatore antiterrorismo dell’Unione ha messo in guardia su migliaia di europei che si recano su campi di battaglia esterni in forza al jihadismo; molti dei quali non smetteranno di combattere una volta tornati a casa. E ha già un “entroterra” in casa. Mentre i soldati europei si battono per i diritti delle donne afghane a molte migliaia di chilometri di distanza, a Parigi le donne sono sempre più impossibilitate a indossare minigonne ed entrare nei caffè.

https://www.portfolio.hu/global/20210501/amerika-kivonul-afganisztanbol-kozben-a-civilizacios-harc-ma-mar-europaban-is-dul-481154

Stati Uniti, enigmi strategici_conversazione con Gianfranco Campa

Biden ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan dopo vent’anni di ostilità. Trump cacciato dalla porta, ma che entra dalla finestra. Per un fronte che dovrebbe chiudersi, se ne riaprono almeno due ancora più pericolosi. Intanto opzioni che durante la guerra fredda erano un tabù, strumenti di deterrenza con un semplice tweet appaiono ora fruibili con agghiacciante indifferenza. Ma negli States chi detiene il controllo delle leve?Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vg2nxl-stati-uniti-enigmi-strategici-conversazione-con-gianfranco-campa.html

Migranti e portatori di pace, a cura di Giuseppe Germinario

 

MIGRANTI

qui sotto un testo tradotto dell’analista africanista Bernard Lugan. Coglie un aspetto importante dei processi migratori. Ve ne sono ormai aggiunti altri. A migrare non è nemmeno la componente più povera di quel continente; questa non se lo può permettere. E’ presente inoltre una componente sempre più importante legata all’esportazione e al radicamento di organizzazioni mafiose in particolare dell’Africa del Nord-Ovest. Numerose inchieste in varie città italiane, riportate sui giornali locali, molto meno su quelli nazionali, stanno iniziando ad offrire barlumi di verità_Giuseppe Germinario

Nel 2017 (i dati completi per 2018 non sono noti), il jihadismo, nella sua accezione più ampia ha causato 10.376 morti in Africa (Fonte:Centro di studi strategici per l’Africa). Per quanto drammatiche siano, queste cifre non giustificano che centinaia di milioni di africani debbano essere ospitati. Siamo infatti non in presenza di una vera e propria condizione di pericolo di persone tale da giustificare l’applicazione di un “diritto d’asilo”, diventato la filiera ufficiale dell’immigrazione. Non è infatti il jihadismo a spingere i “migranti” africani a forzare le porte di un’Europa paralizzata dalla tunica di Nessus etno-masochista, ma la miseria. I migranti economici, quindi non hanno diritto di restare nei paesi europei. Non se ne dispiacciano contrabbandieri ideologici e papa.

Per avere una chiara idea del vero tributo umano del jihadismo africano, passeremo in rassegna le sue aree di attività, vale a dire la Somalia, Egitto, Libia, Nigeria e la regione del Sahel-Sahara.

1) Somalia: delle 10376 morti causate dal jihadismo africano nell’accezione più ampia, 4557 – ovvero il 44% del totale – sono stati uccisi dal Shabaab della Somalia, anche se non sappiamo se si tratta di puro jihadismo , guerra civile o entrambi.

2) l’Egitto e il Sinai: 391 morti nel 2017 (contro 223 nel 2016) causate dallo Stato islamico e da Al Mourabitun.

3) Libia: 239 morti, la maggior parte delle quali membri dello Stato Islamico uccisi dalle milizie che lo combattono.

4) Nigeria (Boko Haram): dopo il picco di 11 519 morti nel 2015, nel 2017, il numero totale di morti è raggiunto la cifra di 3329.

5) La regione del Sahel sahariana (Mali, Niger, Burkina Faso): Il bilancio delle vittime è purtroppo quasi raddoppiato in un anno, da 223 nel 2016-391 nel 2017. Dei 391 morti, 253 sono attribuibili al gruppo Jama ‘ ha Nusrat al-Islam wal Muslimeen.

 

Se togliamo dalle 10.376 vittime del jihadismo globale i 4557 decessi somali, nel 2017, per il resto della loro azione terra africana, i jihadisti hanno provocato 5819 morti. Alla scala delle vaste zone colpite, e in relazione a una popolazione di circa 400 milioni di persone che vivono lì, non siamo ovviamente in presenza di popolazioni in pericolo tale da provocare un esodo che giustifichi la domanda di asilo.

Tuttavia, in passato, l’Africa ha sperimentato uccisioni di massa veri, in particolare tra il 1991 e il 2002, quando la guerra civile algerina ha causato la morte di più di 60 000 persone (e anche più di 100 000 secondo alcune ONG), circa 6000 l’anno. Allo stesso modo, nel decennio 1980-1990 la guerra civile in Liberia ha provocato più di 150.000 morti, pari a circa 15 000 l’anno; o tra il 1991 e il 2002 quella della Sierra Leone ha causato più di 120 000 morti, circa 12 000 l’anno. Per non parlare delle guerre di Ituri e Kasai ecc

 

Ma in quei momenti non abbiamo conosciuto un’ondata di “rifugiati” a immagine di ciò che l’Europa sta soffrendo attualmente.

Questa non è la guerra dalla quale fuggono questi “migranti” africani forzando le porte dell’Europa, con l’aiuto dei contrabbandieri professionali o ideologici. In Africa, il jihadismo in realtà provoca tre volte meno vittime dei morsi di serpente. Mamba, vipere di sabbia e altri naja  nel 2017, ucciso tra i 25.000 e i 30.000 poveri e reso molte vite storpie (Slate fonte Africa).

Queste persone non sono “rifugiati” che temono per la loro vita e ai quali noi “dovremmo” dare il benvenuto e proteggere mentre cercano di entrare nel “Eldorado” europeo; sono clandestini. Attratti dal nostro “benessere” e dalle nostre leggi sociali generose, questi squatters (occupanti abusivi) si introducono per effrazione in un’Europa a lasciarli entrare, come diceva Chesterton; l’attuale Papa lo rovela nel suo discorso in nome di “antiche virtù cristiane impazzite.”

Bernard Lugan

2019/01/27

 

 

PORTATORI DI PACE

La maggioranza del Congresso Americano, democratici e buona parte dei repubblicani, ha bocciato la decisione di Trump del ritiro delle forze militari americane da Siria ed Afghanistan. Il Presidente Trump sarà pure paralizzato nella sua azione politica; sta di fatto che la sua pura e semplice esistenza sta costringendo le forze politiche a mettere da parte ogni ipocrisia e a manifestarsi apertamente. Sarà sempre più difficile una operazione di mera restaurazione e di recupero in tempi rapidi di credibilità ed autorevolezza; come pura di una riproposizione dello schema classico destra/sinistra-democratici/conservatori.

qui sotto il link e la traduzione di una nota

In this Jan. 29, 2019, photo, Senate Majority Leader Mitch McConnell, R-Ky., speaks to reporters at the Capitol in Washington. In a rebuke to President Donald Trump, the Senate has voted 68-23 to advance an amendment that would oppose withdrawal of U.S. troops from Syria and Afghanistan. The amendment from McConnell says Islamic State and al-Qaida militants still pose a serious threat to the United States and warns that “a precipitous withdrawal” of U.S. forces from Syria and Afghanistan could allow the groups to regroup and destabilize the countries.
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