Italia e il mondo

L’Afghanistan, è un territorio fondamentale dell’Asia centrale per la costruzione dei grandi spazi delle potenze mondiali, a cura di Luigi Longo

L’Afghanistan, è un territorio fondamentale dell’Asia centrale per la costruzione dei grandi spazi delle potenze mondiali

a cura di Luigi Longo

Una piccola premessa con Manlio Dinucci “[…] WASHINGTON considerava la nascente alleanza tra Cina e Russia una minaccia agli interessi statunitensi in Asia, nel momento critico in cui gli Stati Uniti cercavano di occupare, prima di altri, il vuoto che la disgregazione dell’Unione Sovietica aveva lasciato in Asia Centrale. «Esiste la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse», avvertiva allora il Pentagono in un rapporto del 30 settembre 2001.

Quale fosse la reale posta in gioco lo dimostrava il fatto che, nell’agosto 2003, la Nato sotto comando Usa assumeva con un colpo di mano «il ruolo di leadership dell’Isaf», la «Forza internazionale di assistenza alla sicurezza» creata dalle Nazioni Unite nel dicembre 2001, senza che in quel momento avesse alcuna autorizzazione a farlo. Da quel momento oltre 50 paesi, membri e partner della Nato, partecipavano sotto comando Usa alla guerra in Afghanistan. […]” (Manlio Dinucci, Nessuna lezione dalla catastrofe afghana, www.ilmanifesto.it, del 20/8/2021).

In relazione a questa premessa propongo tre letture per una riflessione sulla situazione esplosa in Afghanistan da leggere all’interno del conflitto strategico tra le potenze mondiali: la prima di carattere storico, è uno scritto di Friedrich Engels del 1857, a cura di Eros Barone, pubblicato sul sito www.sinistrainrete.info del 17/8/2021; la seconda di carattere economico, è uno scritto di Marco Lupis apparso su www.huffingtonpost.it del 12/8/2021; la terza di carattere geopolitico, è una intervista ad Alberto Negri a cura di Ventuno news uscita su www.ariannaeditrice.it del 18/8/2021.

 

La prima lettura

LA TRAPPOLA DELL’AFGHANISTAN, 180 ANNI FA

Uno scritto di Friedrich Engels

a cura di Eros Barone

 «Non è affatto una bizzarria pubblicare questo testo di Friedrich Engels sull’Afghanistan, scritto nell’estate del 1857 per la New American Cyclopœdia.» Così Valentino Parlato presentava tale testo in un suo articolo di dieci anni fa. E proseguiva dichiarando di essere convinto che sull’Afghanistan dominasse ancora una clamorosa ignoranza della sua storia e della sua geografia. Giova allora ricordare che dopo il disastroso intervento militare sovietico nel paese, un prestigioso generale dell’Urss ebbe a dire: «Se avessimo letto Engels, mai e poi mai ci saremmo imbarcati in questa avventura».

Sarebbe stato opportuno consigliare la lettura di questo scritto del “Generale” a tutti quelli che, nel corso di questi ultimi 180 anni, hanno voluto intervenire in Afghanistan, ma è noto che la storia è una maestra severa quanto inascoltata. Del resto, in Afghanistan dai tempi di Engels a oggi assai poco è cambiato: l’unico cambiamento rilevante è la diffusione della coltura del papavero da oppio, di cui oggi l’Afghanistan è il maggior produttore mondiale, mentre i maggiori importatori sono i paesi dell’Occidente capitalistico, ‘in primis’ gli Stati Uniti. Sennonché la lettura dello scritto engelsiano sarebbe stata utile ed istruttiva, al netto del livello culturale ed intellettuale dell’attuale responsabile della Farnesina, anche per gli altri responsabili del governo italiano.

* * * *

Afghanistan: vasto paese dell’Asia, a nord-ovest dell’India. In una direzione si estende tra la Persia e le Indie, nell’altra tra l’Hindukush e l’Oceano Indiano. In passato comprendeva le province persiane del Khorasan e del Kohistan, oltre che le regioni di Herat, Belucistan, Kashmir, Sind e una considerevole porzione del Punjab.

All’interno dei suoi attuali confini probabilmente non vi sono più di 4 milioni di abitanti. La superficie dell’Afghanistan è molto irregolare – elevati altipiani, grandi montagne, profonde vallate e gole. Come tutti i paesi tropicali montagnosi, presenta ogni varietà di clima. Nell’Hindukush la neve copre le alte cime per tutto l’anno, mentre nelle vallate il termometro arriva fino a 130°F (54°C, ndt)… Sebbene la differenza tra temperature estive e invernali, e tra temperature diurne e notturne, sia alquanto pronunciata, il paese è generalmente salubre. Le principali malattie che si contraggono sono febbri, catarro e oftalmia. Occasionalmente si diffondono devastanti epidemie di vaiolo.

Il suolo manifesta una fertilità esuberante. Le palme da dattero crescono rigogliosamente nelle oasi dei deserti sabbiosi; la canna da zucchero e il cotone nelle calde vallate; le frutta e gli ortaggi europei prosperano lussureggianti sulle terrazze dei fianchi montani fino a un’altitudine di 6.000 o 7.000 piedi. Le montagne sono coperte di splendide foreste abitate da orsi, lupi e volpi, mentre il leone, il leopardo e la tigre si trovano nelle regioni più adatte alle loro caratteristiche. Né mancano gli animali utili per l’uomo. Si alleva una bella varietà di pecora di razza persiana, o con la coda lunga. I cavalli sono di buone dimensioni e razza. Come bestie da soma si usano il cammello e l’asino, e si trovano capre, cani e gatti in notevole quantità. Oltre all’Hindukush, che costituisce una prosecuzione dell’Himalaya, nella parte sud-occidentale si erge la catena dei Monti Sulaiman e, tra l’Afghanistan e Balkh, quella del Paropamiso (…). I fiumi scarseggiano: i più importanti sono l’Helmand e il Kabul, i quali nascono entrambi dall’Hindukush. Il Kabul scorre verso oriente e si immette nell’Indo nelle vicinanze di Attock; l’Helmand scorre verso occidente e, dopo aver attraversato il distretto di Sistan, sfocia nel lago di Zirrah. (…)

Le città principali dell’Afghanistan sono: Kabul, la capitale, Ghazni, Peshawar e Qandahar. Kabul è una bella città, situata a 340° di latitudine N e 60° 43° di longitudine E, sull’omonimo fiume. Gli edifici sono costruiti in legno, sono puliti e spaziosi, e la città, essendo circondata da bei parchi, ha un aspetto molto gradevole. Nei suoi dintorni sorgono diversi villaggi, nel mezzo di un’ampia pianura attorniata da basse colline. Il monumento principale è la tomba dell’imperatore Babur. Peshawar è una grande città, con una popolazione stimata intorno ai 100.000 abitanti. Ghazni, centro di antica fama, un tempo capitale del gran sultano Mahmud, ha subito un notevole declino ed è attualmente un povero villaggio. Nelle sue vicinanze è sepolto Mahmud. La fondazione di Qandahar è relativamente recente e risale al 1754. La città sorge sulle rovine di un antico insediamento e per qualche anno fu capitale; nel 1774 la sede del governo fu trasferita a Kabul. (…) Nei pressi si trova la tomba dello Shah Ahmed, fondatore della città, un luogo talmente sacro che neanche il re può ordinare la cattura di un criminale che si sia rifugiato tra le sue mura.

Rilevanza politica

La posizione geografica dell’Afghanistan e la particolare natura del suo popolo conferiscono al paese una rilevanza politica che, nell’ambito degli affari dell’Asia centrale, non sarà mai troppo sottolineata. La forma di governo è la monarchia, ma l’autorità di cui il sovrano gode sui suoi turbolenti e focosi sudditi è di tipo personale e molto indefinito. Il regno è diviso in province, ciascuna controllata da un rappresentante del sovrano, il quale raccoglie le tasse e le invia alla capitale. Gli afghani sono coraggiosi, intrepidi e indipendenti; si occupano esclusivamente di pastorizia e agricoltura, rifuggendo il commercio e gli scambi che sdegnosamente lasciano agli indù e ad altri abitanti delle città. Per loro la guerra è un’impresa eccitante e una distrazione dalla monotonia delle abituali attività. Gli afghani sono divisi in clan, sui quali i vari capi esercitano una sorta di supremazia feudale. Soltanto un odio irriducibile per l’autorità e l’amore per l’indipendenza individuale impediscono loro di diventare una nazione potente; ma questa stessa irregolarità e incertezza nell’azione li rende dei pericolosi vicini, capaci di essere sballottati dai venti più mutevoli o istigati da politici intriganti che eccitano astutamente le loro passioni.

Le due tribù principali sono i durrani e i ghilzai, sempre in lotta l’una con l’altra (entrambe di etnia pashtun). I durrani sono i più potenti e, in virtù di tale supremazia, il loro amir o khan si è proclamato re dell’Afghanistan. Il suo reddito è di circa 10 milioni di dollari. Gode di autorità suprema solo all’interno della sua tribù. I contingenti militari sono forniti principalmente dai durrani; il resto dell’esercito è composto da membri degli altri clan o da soldati di ventura che si uniscono alle truppe sperando nella paga o nel bottino. Nelle città la giustizia è amministrata dai cadì, ma gli afghani raramente ricorrono alla legge. Le sanzioni decretate dai khan si estendono fino al diritto di vita e di morte. La vendetta di sangue è un dovere familiare; tuttavia, si dice che gli afghani siano un popolo liberale e generoso quando non vengono provocati, e che i diritti di ospitalità siano a tal punto sacri che se un nemico mortale riesce, anche con uno stratagemma, a mangiare pane e sale del suo ospite, egli diventa inviolabile, e può perfino pretendere la protezione di quest’ultimo contro ogni altro pericolo. Di religione sono maomettani sunniti, ma non intolleranti, e le alleanze tra sciiti e sunniti non sono affatto infrequenti.

L’Afghanistan è stato soggetto alternativamente al dominio dei moghul e dei persiani. Prima che gli inglesi si insediassero sulle coste indiane tutte le invasioni straniere che spazzarono le pianure dell’Indostan provenivano immancabilmente dall’Afghanistan. Seguirono quella via il sultano Mahmud il Grande, Gengis Khan, Tamerlano e Nadir Shah. Nel 1747, dopo la morte di Nadir, Ahmed Shah, che aveva appreso l’arte della guerra al comando di quell’avventuriero, decise di liberarsi dal giogo persiano. Sotto il regno di Ahmed l’Afghanistan raggiunse l’apice della grandezza e della prosperità in tempi moderni. Ahmed apparteneva alla famiglia dei suddosi, e la sua prima azione fu quella di impadronirsi del bottino che il suo defunto capo aveva raccolto in India. Nel 1748 riuscì a cacciare il governatore moghul da Kabul e Peshawar e, dopo aver attraversato l’Indo, conquistò il Punjab. Il suo regno si estendeva dal Khorasan a Delhi, ed egli incrociò le armi anche con i potenti marathi. Tutte queste grandi imprese non gli impedirono tuttavia di coltivare alcune arti parifiche ed egli fu anche apprezzato poeta e storico. Morì nel 1772 e lasciò la corona al figlio Timur, che però non si dimostrò all’altezza del gravoso compito.

Questi abbandonò la città di Qandahar, che era stata fondata dal padre ed era diventata in pochi anni una città ricca e popolosa, e trasferì la sede del governo a Kabul. Durante il suo regno ripresero vigore i dissensi tra le tribù, in passato repressi dalla mano ferma di Ahmed Shah. Timur morì nel 1793 e gli successe Siman. Questo principe accarezzava l’idea di consolidare il potere maomettano in India e il suo progetto, che avrebbe potuto mettere in serio pericolo i possedimenti britannici, fu considerato così rilevante che Sir John Malcolm raggiunse la frontiera con il compito di tenere gli afghani sotto controllo nel caso in cui avessero effettuato qualche movimento; al tempo stesso vennero avviate trattative con la Persia in modo da stringere gli afghani tra due fuochi.

Queste precauzioni non furono comunque necessarie; Siman Shah era più che occupato dalle cospirazioni e dai disordini in patria, e i suoi grandi progetti furono stroncati sul nascere. Il fratello del re, Mohammed, si gettò su Herat con l’intenzione di costituire un principato indipendente, ma, fallendo nel suo tentativo, fuggì in Persia.

Siman Shah era salito al trono con l’aiuto della famiglia dei Barakzay, il cui capo era Sheir Afras Khan. La nomina di un visir impopolare da parte di Siman accese l’odio dei suoi vecchi sostenitori, i quali ordirono una congiura che fu scoperta e portò alla condanna a morte di Sheir Afras. I cospiratori richiamarono allora Mohammed, Siman fu fatto prigioniero e accecato. In opposizione a Mohammed, che era sostenuto dai durrani, i ghilzai avanzarono la candidatura di Sujah Shah, che fu re per qualche tempo ma fu infine sconfitto, principalmente a causa del tradimento dei suoi stessi fautori, e costretto a cercare rifugio presso i sikh.

Nel 1809 Napoleone aveva inviato in Persia il generale Gardanne, nella speranza di indurre lo scià a invadere l’India; il governo indiano da parte sua aveva inviato un rappresentante alla corte di Sujah Shah per creare un fronte di opposizione contro la Persia. Fu in quest’epoca che Ranjit Singh acquistò potere e fama. Era un capotribù sikh e, grazie al suo genio, guadagnò al suo paese l’indipendenza dagli afghani e fondò un regno nel Punjab, assumendo il titolo di maharaja e conquistandosi il rispetto del governo anglo-indiano. L’usurpatore Mohammed, tuttavia, non era destinato a godere a lungo della sua vittoria. Il vizir Futteh Khan, che, spinto dall’ambizione o da interessi contingenti, aveva oscillato continuamente tra Mohammed e Sujah Shah, fu catturato da Kamran, figlio del re, accecato e quindi crudelmente assassinato. La potente famiglia del vizir ucciso giurò di vendicare la sua morte.

Di nuovo fu avanzata la candidatura del fantoccio Sujah Shah e decretato l’esilio di Mohammed. Ma poiché Sujah Shah si rese responsabile di un’offesa, fu immediatamente deposto e al suo posto fu incoronato un fratello. Mohammed fuggì a Herat, di cui mantenne il possesso, e alla sua morte nel 1829 il figlio Kamran gli successe al governo di quel distretto. La famiglia dei Barakzay, conquistato il potere supremo, divise il territorio tra i propri membri i quali, secondo l’abitudine nazionale, continuarono a litigare tra di loro riunendosi soltanto di fronte a un nemico comune. Uno dei fratelli, Mohammed Khan, ricevette la città di Peshawar, per la quale pagava un tributo a Ranjit Singh; un altro ebbe Ghazni e un terzo Qandahar, mentre a Kabul dominava Dost Muhammad, il più potente della famiglia.

Come gli inglesi persero Kabul

Nel 1835 – in un periodo nel quale Russia e Inghilterra ordivano intrighi reciproci in Persia e in Asia centrale – presso Dost Muhammad, dominatore di Kabul, fu inviato come ambasciatore il capitano Alexander Burnes. Burnes presentò l’offerta di un’alleanza che Dost sarebbe stato lieto di accogliere, ma il governo angloindiano pretendeva tutto e non era disposto a dare niente in cambio.

Nel frattempo, sostenuti e consigliati dai russi, i persiani posero l’assedio a Herat, città chiave per l’Afghanistan e per l’India; giunsero a Kabul un agente persiano e uno russo, e Dost, constatato il continuo rifiuto da parte dei britannici di prendere impegni concreti, fu infine praticamente costretto ad accettare le proposte dell’altra parte. Burnes lasciò Kabul e Lord Auckland, allora governatore generale dell’India, influenzato dal proprio segretario W. Macnaghten, decise di punire Dost Muhammad per ciò che egli stesso lo aveva obbligato a fare. Stabilì di detronizzarlo e di sostituirlo con Sujah Shah, che ormai si trovava sul libro paga del governo indiano. Fu così concluso un trattato con Sujah Shah; questi cominciò a radunare un esercito, pagato e comandato dai britannici, e una forza anglo-indiana fu concentrata sul Sutlej. Macnaghten, con Burnes come suo vice, doveva accompagnare la spedizione in qualità di delegato per l’Afghanistan. Nel frattempo, però, i persiani avevano tolto l’assedio a Herat e così venne a mancare l’unica valida ragione per intervenire in Afghanistan; nel dicembre del 1838, l’esercito marciò quindi sul Sind, regione che fu costretta all’obbedienza e al pagamento di un tributo in favore dei sikh e di Sujah Shah.

L’esercito passa l’Indo

Il 20 febbraio 1839, l’esercito britannico passò l’Indo. Era composto di circa 12.000 soldati, con un seguito di oltre 40.000 persone, oltre alle nuove truppe di Sujah Shah. In marzo fu attraversato il passo di Bolan; iniziò ad avvertirsi la mancanza di provviste e foraggio: i cammelli cadevano a centinaia e gran parte del bagaglio andò perduta. Il 7 aprile l’esercito arrivò al passo di Kojuk, lo attraversò senza incontrare resistenza e il 25 aprile entrò a Qandahar, che i principi afghani fratelli di Dost Muhammad avevano abbandonato. Dopo una sosta di due mesi, il comandante Sir John Keane avanzò verso nord con il corpo principale dell’esercito, lasciando a Qandahar una brigata al comando di Nott. Ghazni, la roccaforte inespugnabile dell’Afghanistan, fu conquistata il 22 luglio, dopo che un disertore ebbe informato i britannici che la porta di Kabul era l’unica a non essere stata murata; di conseguenza la città fu presa d’assalto in quel punto. Dopo questa disfatta l’esercito raccolto da Dost Muhammad sbandò immediatamente, e il 6 agosto si aprirono anche le porte di Kabul. Sujah Shah fu insediato nella sua carica, ma la vera direzione del governo rimase nelle mani di Macnaghten, il quale pagava anche tutte le spese di Sujah Shah attingendo alle casse indiane.

La conquista dell’Afghanistan sembrava compiuta, e così gran parte delle truppe fu rispedita indietro. Ma gli afghani non erano affatto contenti di essere governati dai Feringhee Kaffirs (infedeli europei) e nel corso di tutto il 1840 e del 1841 le insurrezioni si susseguirono in ogni parte del paese. Le truppe anglo-indiane erano sempre all’erta. Tuttavia, Macnaghten dichiarò che per la società afghana si trattava di una situazione normale e inviò dispacci affermando che tutto procedeva bene e che il potere di Sujah Shah si stava consolidando. Fu vano ogni ammonimento dei militari e dei rappresentanti politici. Dost Muhammad, che si era arreso ai britannici nell’ottobre del 1840, fu tradotto in India; tutte le insurrezioni dell’estate del 1841 furono represse con successo e verso il mese di ottobre Macnaghten, nominato governatore di Bombay, si preparò a partire per l’India con un altro contingente militare. Fu allora che scoppiò la tempesta.

L’occupazione dell’Afghanistan costava alle casse indiane 1.250.000 sterline all’anno: si dovevano pagare 16.000 soldati, tra anglo-indiani e truppe di Sujah Shah, di stanza nel paese; poi c’erano altri 3.000 uomini nel Sind e al passo di Bolan; gli sfarzi regali di Sujah Shah, i salari dei suoi funzionari e tutte le spese della corte e del governo, erano coperti dal denaro indiano e, inoltre, da questa stessa fonte si sovvenzionavano, o meglio si corrompevano i capi afghani affinché si tenessero fuori dalla mischia. Essendo stato informato dell’impossibilità di proseguire su questi livelli di spesa, Macnaghten tentò di arginare le uscite, ma l’unico modo praticabile sarebbe stato quello di tagliare gli appannaggi dei capi locali. Il giorno stesso in cui il tentativo fu messo in atto i capi ordirono una congiura diretta allo sterminio dei britannici e, di conseguenza, fu proprio Macnaghten a causare la concentrazione delle forze insurrezionali che fino ad allora avevano lottato isolatamente, senza unità né accordo, contro gli invasori. Tuttavia, è anche certo che, a quel punto, tra gli afghani l’odio per la dominazione britannica aveva raggiunto il suo apice. A Kabul gli inglesi erano comandati da Elphinstone, un anziano generale gottoso, irresoluto e molto confuso, i cui ordini erano perennemente in contraddizione l’uno con l’altro. Le sue truppe occupavano una sorta di accampamento fortificato, talmente esteso che i soldati della guarnigione riuscivano a malapena a coprirne il perimetro, e men che meno avrebbero potuto distaccare qualche unità per il combattimento sul campo.

Assurdità militari

Come se non bastasse, l’accampamento si trovava praticamente a tiro di schioppo dalle alture circostanti e, per coronare l’assurdità di una simile disposizione, tutto il materiale di approvvigionamento e quello sanitario erano depositati in due forti distaccati, a una certa distanza dall’accampamento, al di là di giardini cinti di mura e di un altro fortino non occupato dagli inglesi. Baia Hissar, la cittadella di Kabul, avrebbe potuto offrire all’intero esercito un acquartieramento invernale splendido e sicuro, ma per compiacere Sujah Shah, gli inglesi non ne presero possesso. Il 2 novembre 1841 ebbe inizio l’insurrezione. L’abitazione di Alexander Burnes, nel centro della città, fu assaltata e lui stesso assassinato. Il generale britannico non si mosse e la rivolta crebbe vigorosa grazie all’impunità. Elphinstone, assolutamente incapace di reagire, e in balia dei consigli più contrastanti, fece ben presto precipitare la situazione in quello stato confusionale che Napoleone descriveva con tre parole: ordre, contreordre, désordre. Si continuò a non occupare Baia Hissar. Contro le migliaia di insorti furono mandate alcune compagnie che, naturalmente, furono battute; ciò rese gli afghani ancora più intraprendenti. Il 3 novembre essi occuparono i fortini nei pressi dell’accampamento. Il giorno 9 conquistarono il forte del commissariato, riducendo gli inglesi alla fame. Il 5 Elphinstone aveva già parlato di negoziare un pagamento per lasciare il paese. Verso la metà di novembre la sua indecisione e la sua incapacità avevano talmente demoralizzato le truppe che né i soldati europei né i sepoy (truppe mercenarie indiane comandate da inglesi, ndt) erano ormai in grado di affrontare gli afghani in campo aperto. Quindi iniziarono le trattative, durante le quali, nel corso di una riunione con i capi afghani, Macnaghten fu assassinato. La neve cominciò a cadere, le provviste scarseggiavano. Il 1° gennaio si giunse alla capitolazione. Tutto il denaro, 190.000 sterline, doveva essere consegnato agli afghani, oltre a 140.000 sterline in promesse sottoscritte di pagamento. L’artiglieria e le munizioni, a parte 6 pezzi da sei libbre e 3 cannoni da montagna, dovevano essere lasciate in loco. Tutto l’Afghanistan doveva essere evacuato. I capitribù, da parte loro, promisero un salvacondotto, rifornimenti e bestiame per il trasporto. Il 5 gennaio gli inglesi si misero in marcia con 4.500 soldati e un seguito di 12.000 persone; una marcia durante la quale sparirono anche gli ultimi residui di ordine, con militari e civili che si confondevano in maniera irreparabile rendendo impossibile qualsiasi tipo di resistenza. Il freddo e la neve, e la mancanza di cibo, agirono come durante la ritirata di Napoleone da Mosca. Ma invece che dai cosacchi che si mantenevano a debita distanza, gli inglesi furono incalzati dai furibondi tiratori scelti afghani piazzati su ogni altura e armati con fucili a miccia a lunga gittata. I capi che avevano firmato la capitolazione non potevano né volevano tenere sotto controllo le tribù montane. Il passo di Kurd-Kabul divenne così la tomba di quasi tutto l’esercito, e i pochi superstiti (tra cui meno di 200 europei) caddero all’ingresso del passo di Jugduluk. Un solo uomo, il dottor Brydon, riuscì a raggiungere Jalalabad e a raccontare ciò che era accaduto. Molti ufficiali, tuttavia, erano stati catturati dagli afghani e fatti prigionieri. Jalalabad era presidiata dalla brigata di Sale. Gli fu intimata la resa, ma egli rifiutò di abbandonare la città; lo stesso fece Nott a Qandahar. Ghazni era caduta; in città non c’era nessuno che s’intendesse di artiglieria, e i sepoy della guarnigione avevano ceduto a causa delle condizioni climatiche.

Nel frattempo, appena venute a conoscenza della disfatta di Kabul, le autorità britanniche di stanza lungo la frontiera avevano concentrato a Peshawar alcune truppe destinate a portare soccorso ai reggimenti in Afghanistan. Ma mancavano i mezzi di trasporto e i sepoy caddero ammalati in gran numero. In febbraio il comando fu assunto dal generale Pollock, il quale ricevette nuovi rinforzi alla fine di marzo del 1842. Egli quindi si aprì la strada attraverso il passo di Khaybar e puntò su Jalalabad per andare a soccorrere Sale.

Riguadagnare l’onore nazionale

Lord Ellenborough, nuovo governatore generale dell’India, ordinò l’immediato ritiro delle truppe, ma sia Nott sia Pollock addussero come scusa la mancanza di mezzi di trasporto. Infine, ai primi di luglio l’opinione pubblica in India costrinse Lord Ellenborough a prendere provvedimenti per riguadagnare l’onore nazionale e il prestigio dell’esercito britannico; egli quindi autorizzò l’avanzata su Kabul da Qandahar e da Jalalabad. Verso la metà di agosto Pollock e Nott si accordarono sui rispettivi movimenti e il giorno 20 Pollock mosse verso Kabul; raggiunse Gundamuk, sbaragliò un corpo di afghani il 23, superò il passo di Jugduluk l’8 settembre, sconfisse le truppe nemiche riunite a Tezin il 13 e si accampò il 15 sotto le mura di Kabul. Nott nel frattempo aveva lasciato Qandahar il 7 agosto, dirigendosi a Ghazni con tutti gli uomini a sua disposizione. Dopo alcuni scontri di minore entità, sgominò un notevole contingente di afghani il 30 agosto, prese possesso il 6 settembre di Ghazni, che era stata abbandonata dal nemico, distrusse le fortificazioni della città, sconfisse nuovamente gli afghani nella loro roccaforte di Alydan e il 17 settembre giunse nei pressi di Kabul, dove si mise in contatto con Pollock.

Sujah Shah era stato assassinato già da tempo da un capotribù e, da quel momento in poi, l’Afghanistan non aveva avuto alcun governo regolare, anche se nominalmente il re era Futteh Jung, il figlio di Sujah Shah. La distruzione del bazar di Kabul fu decisa come atto di ritorsione e in tale circostanza i soldati saccheggiarono parte della città e massacrarono numerosi civili. Il 12 ottobre i britannici lasciarono Kabul e marciarono, attraverso Jalalabad e Peshawar, in direzione dell’India. Futteh Jung, disperando per la sua sorte, si unì a loro. Dost Muhammad fu liberato e fece ritorno nel suo regno. Così si concluse il tentativo dei britannici di creare con le loro mani un sovrano per l’Afghanistan.

(Scritto nel mese di luglio e nella prima decade di agosto del 1857. Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. I, 1858)

La seconda lettura

AUTOSTRADE ED ENERGIA: COSÌ LA CINA SI COMPRA I TALEBANI

Il progetto di Pechino: allungare all’Afghanistan il corridoio Cina-Pakistan. Con tanti saluti agli Usa

di Marco Lupis

Nel novembre del 1982, l’allora presidente cinese Deng Xiaoping disse: “I problemi in Afghanistan sono di importanza strategica globale. Cina e Afghanistan hanno un confine comune. Pertanto, l’Afghanistan rappresenta una minaccia che potrebbe circondare, anche geograficamente, la Cina”.

Certamente, la situazione di entrambi i paesi – e soprattutto quella della nuova superpotenza cinese – è radicalmente cambiata dai tempi del grande riformista Deng, ma non l’interesse e l’estrema attenzione verso l’area afgana, e nei confronti di ciò che accade in quello che oggi è conosciuto come “Il Paese dei barbuti”: i Talebani. La massiccia offensiva delle ultime ore, che ha visto il gruppo estremista islamico riconquistare pezzo dopo pezzo, territorio dopo territorio, città dopo città, larghe parti dell’Afghanistan, ha riportato di estrema attualità il ruolo di Pechino negli equilibri geopolitici dell’Asia centrale, una parte di Mondo sulla quale la Cina ha sempre cercato di estendere il proprio controllo. E non ha mai nascosto le proprie ambizioni in tal senso.

In realtà, Il confine che la Cina divide con l’Afghanistan è il più breve tra i confini che il paese – ormai nuovamente in mano ai Talebani – spartisce con altri 5 suoi vicini: Iran, Pakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan. Tuttavia, questo breve confine di soli 90 chilometri (Wakhan Corridor), difficile da attraversare a causa delle condizioni del terreno, potrebbe essere la prima regione in cui si concretizzerà la nuova ondata di radicalizzazione. I talebani, che dopo il ritiro degli Usa controllavano circa due terzi del Paese, ormai hanno raggiunto il confine montuoso con la Cina, dominando la provincia di Badakhshan.

I colloqui tra il governo afghano e le squadre negoziali talebane, iniziati lo scorso settembre, hanno fatto scarsi progressi oltre a quello che i media hanno annunciato come una ” svolta ” nel dicembre 2020, che stabilisce regole e procedure. Da allora, mentre le parti si sono incontrate più volte, non è stata concordata un’agenda reciproca e i talebani hanno continuato ad accumulare successi militari. A fine luglio, i rappresentanti del governo afghano e dei talebani si sono incontrati di nuovo a Doha ma ancora una volta non sono riusciti a compiere progressi.

Ma il fallimento dei colloqui di Doha è passato in secondo piano rispetto alla frenetica attività del capo negoziatore dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, che di recente ha incontrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Tianjin. L’incontro di Baradar con Wang è arrivato solo due giorni dopo la visita nella stessa città del vicesegretario di Stato americano Wendy Sherman, per quelli che si sono rivelati ennesimi colloqui inconcludenti. E il ministero degli Esteri cinese ha subito dichiarato che “Il ritiro precipitoso delle truppe statunitensi e della NATO dall’Afghanistan segna in realtà il fallimento della politica statunitense nei confronti di quel Paese”. Il capo della diplomazia di Pechino, Wang, ha sottolineato che “i talebani afghani sono un’importante forza militare e politica in Afghanistan e si prevede che svolgano un ruolo importante nel processo di pace, riconciliazione e ricostruzione del Paese”. Mentre da parte sua, il mullah Baradar avrebbe assicurato alla Cina che i talebani afghani “non avrebbero mai permesso a nessuna forza di utilizzare il territorio afghano per compiere atti dannosi per la Cina”. Sembrerebbero tutti elementi per un nuovo “idillio” tra Pechino e i feroci estremisti Barbuti, ma è effettivamente così?

Di fatto la Cina sta cercando di trovare un modo per prevenire l’instabilità ambientale e la minaccia terroristica che potrebbe diffondersi nel suo territorio attraverso l’Afghanistan: un’aspirazione che hanno coltivato in molti, ma che sicuramente Pechino non vorrebbe attuare attraverso un’azione militare, ben consapevole che tutti gli attori che sono intervenuti militarmente fino ad oggi in Afghanistan hanno fallito, consentendo al Paese di guadagnarsi la reputazione di “cimitero degli imperi”.

L’amministrazione di Pechino desidera migliorare l’economia e la prosperità della regione sviluppando relazioni commerciali con il Paese dei Barbuti e avviando progetti infrastrutturali. In questo modo, pur aumentando la sua influenza, la Cina eviterà i rischi di un’operazione militare. L’interesse del Dragone infatti – come accadde ormai da tempo in qualsiasi contesto e scenario internazionale – è prettamente economico. Pechino vuole realizzare in Afghanistan qualcosa di simile al Corridoio Economico Cina-Pakistan, o quantomeno estendere questo corridoio fino a Kabul, così da garantire i propri rilevanti interessi nel Paese – in costante aumento attraverso lo sviluppo di importanti progetti – e garantire la sicurezza di una sperata “tappa afgana” dell’attraversamento est-ovest utile allo sviluppo del grande progetto della Nuova Via della Seta. Di conseguenza, la stabilità dell’Afghanistan agli occhi della Cina è la chiave principale per il successo dei progetti di infrastrutture energetiche e di trasporto nelle regioni economiche dell’Asia meridionale e centrale. Per questo motivo, di recente, i funzionari cinesi hanno rilasciato importanti dichiarazioni, che mostrano la loro volontà di estendere il corridoio economico Cina-Pakistan all’Afghanistan nell’ambito appunto della Belt and Road Initiative.

Pechino prevede di investire in Afghanistan in molti settori, soprattutto nelle risorse sotterranee e nel potenziale idroelettrico, e nelle sue dichiarazioni, il portavoce dei talebani Süheyl Şahin ha affermato senza mezzi termini che i talebani accoglierebbero con favore gli investimenti della Cina in Afghanistan, suggerendo così la concreta possibilità di un significativo riavvicinamento tra Cina e Talebani in quest’area.

Con la sua Belt and Road Initiative (BRI), quindi, la Cina è pronta a entrare in esclusiva nell’Afghanistan post-americano. Secondo i rapporti di intelligence più credibiili, le autorità di Kabul stanno intensificando il loro impegno con la Cina per l’estensione del Corridoio economico Cina-Pakistan da 62 miliardi di dollari (CPEC), il progetto di punta della BRI. Il progetto prevede la costruzione di autostrade, ferrovie e condutture energetiche tra il Pakistan e la Cina, fino all’Afghanistan. In particolare, sul tavolo ci sarebbe la costruzione di una strada principale sostenuta dalla Cina tra l’Afghanistan e la città nordoccidentale del Pakistan, Peshawar, che è già collegata alla rotta CPEC: Collegare Kabul a Peshawar su strada significherebbe infatti l’adesione formale dell’Afghanistan al CPEC.

La Cina intende collegare l’Asia con l’Africa e l’Europa tramite reti terrestri e marittime che coprono 60 paesi come parte della sua strategia BRI. La strategia non solo promuoverebbe la connettività interregionale, ma aumenterebbe anche l’influenza globale della Cina al costo stratosferico – ma perfettamente gestibile dalla gigantesca economia cinese – di 4 trilioni di dollari. Grazie alla sua posizione, l’Afghanistan può fornire alla Cina una base strategica per diffondere la sua influenza in tutto il mondo, situato com’è in una posizione ideale per fungere da hub commerciale che collega il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’Europa.

Appare chiaro che, per realizzare i suoi ambiziosi piani economici, Pechino ha bisogno di pace e stabilità nella Regione, e in particolare proprio in Afghanistan.

Con ogni evidenza, però, nella partita afgana Pechino ha anche un’altra ambizione, meno “materialistica”: vuole dimostrare che la sua ideologia e le sue politiche possono portare stabilità anche nelle geografie più impegnative del mondo, sviluppando economicamente e rendendo stabile l’Afghanistan, proprio laddove gli stati occidentali, in particolare gli Usa, hanno completamente fallito. Quello afgano, insomma, sarebbe un tassello di primaria importanza nella vasta strategia di Soft-power del Dragone.

Xi Jinping ha dichiarato questa strategia fin dal 2014 quando, partecipando alla “Conference on Cooperation and Confidence-Building Measures in Asia”, disse: “I problemi dell’Asia dovrebbero essere risolti dagli asiatici in ultima istanza e la sicurezza dell’Asia dovrebbe essere garantita da asiatici”.

E gli americani [gli Stati Uniti d’America, mia precisazione LL], staranno a guardare?

 

 

La terza lettura

AFGHANISTAN. FALLIMENTO POLITICO-MILITARE MA ANCHE IDEOLOGICO

di Alberto Negri

Il fallimento in Afghanistan? Politico-militare ma anche ideologico. Dopo i sovietici, i talebani hanno sconfitto anche gli occidentali, pur con importanti differenze. E ora costruiranno l’Emirato II, con nuovi partner e una nuova struttura statale. Per capirne qualcosa di più, Ventuno ne ha parlato con Alberto Negri, giornalista tra i massimi esperti di esteri, che conosce l’Afghanistan – dove è stato una dozzina di volte a partire dagli anni ’80 – come le sue tasche. Editorialista de Il Manifesto, quotidiano che ha compiuto 50 anni, Negri è stato a lungo inviato di guerra per Il Sole 24 Ore, seguendo in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, in Somalia, in Afghanistan e in Iraq.

Cosa sta succedendo in Afghanistan?

«Per dirlo in maniera dettagliata bisognerebbe essere sul posto. Abbiamo sempre un taglio della realtà afghana che proviene soprattutto da Kabul, la capitale. Sappiamo poco, però, di quello che accade nelle province. Questo è un limite dell’informazione attuale che ci dovrebbe far riflettere, perché la storia dell’Afghanistan non è solo quella di una guerra sbagliata, ma anche di una narrativa sbagliata. Per esempio si ignora che i talebani controllavano già il 40-50% del territorio quattro-cinque anni fa. Soprattutto nelle province. Questo spiega perché c’è stata una loro rapida avanzata, dovuta ovviamente alla dissoluzione dell’esercito nazionale afghano, ma anche al fatto che in questi anni i talebani hanno consolidato la loro presenza, stando molto più attenti che in passato ai rapporti con la popolazione civile».

Come?

«Il Mullah Baradar, che ha rappresentato i talebani nel negoziato di Doha e che gli americani conoscono benissimo – fu arrestato nel 2010, tenuto in prigione in Pakistan fino al 2018 e liberato su richiesta degli stessi americani – è autore di un codice di comportamento in cui si chiedeva ai combattenti di non fare attentati o azioni militari che mettessero troppo a rischio la popolazione civile innocente. Questo ha aiutato a consolidare il movimento talebano, che poi ha allargato le sue alleanze, anche superando in alcuni casi alcune barriere etniche settarie che hanno sempre contraddistinto l’Afghanistan. La sconfitta del 2001 è stata la sconfitta non solo dell’Emirato, ma anche dei pashtun, cioè dell’etnia maggioritaria (con il 40%) dell’intero Paese. Questa è un po’ la rivincita anche da quella disfatta di 20 anni fa».

Qual è la narrativa sbagliata?

«Avere scambiato Kabul, Herat o Mazar-i-Sharif per tutto l’Afghanistan. Molte donne afghane in questi vent’anni avevano potuto tornare a scuola o entrare in politica, ma molto spesso nelle province le donne afghane hanno continuato a vivere secondo regole tradizionali oscurantistiche che hanno dominato la vita dell’Afghanistan nei secoli. E non solo con i talebani. Inoltre, si è pensato alla modernizzazione del Paese ma rivolgendosi soprattutto a un’élite politico-economica che poi ha dato vita a governi altamente corrotti. Questo, uno degli aspetti più superficiali della politica americana e occidentale in Afghanistan, ha determinato il fatto che la stragrande maggioranza degli afghani rimanesse fuori dal circuito economico e dalle aspirazioni a una vita migliore di un popolo che vive con un dollaro e mezzo al giorno. Ecco perché non solo si è disgregato l’esercito nazionale, ma addirittura le nuove generazioni afghane – su cui gli occidentali pensavano di puntare – alla fine hanno invece appoggiato i talebani. E non hanno fatto alcuna resistenza alla loro avanzata. Quindi la sconfitta americana e occidentale in Afghanistan non è solo militare ma anche ideologica, perché il processo di modernizzazione è completamente fallito. E oggi i jihadisti possono vantare due vittorie in 40 anni contro due superpotenze: una contro i sovietici, cioè contro il comunismo con l’appoggio degli americani, l’altra contro il sistema liberal-capitalistico».

Questa è stata una guerra sbagliata, quindi?

«Sono sempre sbagliate tutte le guerre che non si possono vincere. E soprattutto sono sbagliate le guerre che nella propaganda occidentale mirano a esportare la democrazia, ma dove nella realtà dei fatti c’è ben altro».

Ecco. Cos’altro c’è, nella realtà dei fatti?

«La missione del 2001 avrebbe dovuto “vendicare” l’11 settembre. Se si fosse limitata a quello, puntando soprattutto su Al Qaeda, si sarebbero risparmiati molto tempo e molti morti. Invece si è pensato, abbattendo il regime dei talebani, di imporre un modello occidentale a un Paese che ha rifiutato questi modelli e li aveva già rifiutati nella storia. In realtà, gli americani avevano pensato di mettere una postazione strategica nel cuore dell’Asia, ai confini con l’Iran e con la Cina, nell’area di influenza della Russia e vicino al Pakistan, paese che ha creato i talebani – con il governo di Benazir Bhutto – come strumento di penetrazione in Asia centrale. Erano in Pakistan, non a caso, i generali che avevano i contatti con i talebani e con Osama Bin Laden: io ho intervistato capi talebani e jihadisti in clandestinità, nella lista nera degli Usa, alla periferia di Islamabad, non di Kabul. Quindi è stata un’operazione sbagliata anche da quel punto di vista!»

Che Afghanistan vedremo con questo Emirato II?

«Mentre il primo Emirato – che aveva la sua capitale a Kandahar – lo conoscevamo poco e male, questo secondo lo conosciamo perfettamente. Gli americani ci hanno combattuto per anni contro e poi ci hanno trattato a Doha. Oltretutto questo secondo Emirato ha una rete di relazioni internazionali molto più estesa del precedente. A trattare con i talebani in Qatar andavano turchi, iraniani, russi, cinesi… Non stupisce infatti che questi paesi abbiano ancora le ambasciate perfettamente funzionanti. Questo Emirato probabilmente sarà radicale nei metodi e nell’ideologia, come il precedente, ma più pragmatico nei rapporti internazionali».

Perché?

«Perché dovrà governare il Paese. Dovrà assicurare la stabilità e il controllo sul territorio, ma dovrà anche far funzionare la macchina statale. E per questo servono i soldi. Finora i soldi arrivavano da statunitensi ed europei».

E ora quali saranno i partner dei talebani?

«La Cina è uno dei partner più probabili dal punto di vista economico. Con la Via della Seta sta investendo dozzine di miliardi di dollari in Pakistan (il maggior alleato dei talebani) e in Iran, ha già investito nelle miniere in Afghanistan ed è politicamente interessata acché gli afghani non destabilizzino la popolazione musulmana degli uiguri nel confinante Xinjiang».

Quali altri?

«La Russia vorrà avere la sua influenza. Poi l’Iran, che ha incontrato e forse appoggiato più volte i talebani e che ora si aspetta un comportamento più corretto nei confronti della popolazione afghana sciita. Poi ci sono i paesi arabi del Golfo: prima di tutto gli Emirati Arabi Uniti (già oggi il maggior partner commerciale dell’Afghanistan), il Qatar e l’Arabia Saudita. Su di loro i talebani puntano per fare cassa».

Come potrà essere strutturato questo Emirato II?

«Il primo ruotava intorno alla figura carismatica del Mullah Omar. Questo è un po’ diverso, perché non c’è un leader carismatico. C’è un leader, l’emiro Akhundzada, che è capo politico-militare ma anche religioso. Poi c’è una parte più pragmatica, costituita da suoi vice: Baradar, la rete Haqqani, Yaqoob (il figlio del Mullah Omar) … Quindi si può delineare una struttura in due modi: un capo supremo e una struttura di governo che si occupa delle questioni politiche e di gestione del Paese, un po’ all’iraniana».

In questi giorni si parla molto della condizione delle donne e si vedono immagini dell’esperienza socialista afghana di alcuni decenni fa, con donne a viso completamente scoperto per esempio, che stridono con la situazione attuale…

«La presenza sovietica in Afghanistan è stata molto forte ed è durata a lungo, anche negli anni ’60-’70. Il partito comunista afghano (il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan) nel 1979 chiese aiuto all’Urss, che invase l’Afghanistan il 24 dicembre 1979 per sostenere la guerra contro i mujaheddin allora sostenuti dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita e dal Pakistan. C’erano già dei forti piani di modernizzazione all’epoca, prima dell’intervento dell’Urss: la riforma agraria e dell’istruzione per esempio. L’attuale università di Kabul è a forma di stella rossa! In quell’università era da vent’anni che andavano a studiare non solo gli uomini ma anche le donne, che giravano a capo scoperto e persino con la minigonna. Nel 1975 a Kabul ci fu il primo concerto rock dell’Asia centrale! Se è vero che i russi furono costretti a ritirarsi nel 1989, il governo afghano resistette per tre anni prima di cadere, fino al 1992. Poi le truppe dei mujaheddin entrarono a Kabul e impiccarono l’ex presidente Najibullah a un lampione».

Questo cosa ci dice di oggi?

«Allora, come in questi ultimi 20 anni, anche i russi puntarono a creare un’élite per tenere in piedi lo stato afghano. Ma quell’élite era molto più convinta, coesa e larga di quella creata dagli americani, altrimenti quel governo non sarebbe resistito da solo, senza l’aiuto di Mosca, per tre anni. Invece la modernizzazione applicata negli ultimi 20 anni si è sciolta come neve al sole, perché questa élite è subito scappata e non ha difeso le istituzioni impiantate dagli occidentali».

Ci sono coincidenze tra la fuga da Saigon, in Vietnam, nel 1975 e quella di questi giorni da Kabul?

«No. L’apparenza delle immagini ci fa sfuggire tantissime differenze. Innanzitutto quella guerra fu combattuta dagli Usa con un esercito di leva e ci morirono decine di migliaia di soldati americani. La guerra in Afghanistan invece non ha coinvolto gli americani emotivamente. Contro la guerra in Vietnam, poi, c’era un grande coinvolgimento nelle proteste, anche qui in Italia. Per l’Afghanistan quante manifestazioni si sono viste?»

Le colture di oppio erano state quasi azzerate prima dell’intervento degli Usa del 2001. Poi è andata diversamente…

«Oggi la produzione è 10-12 volte superiore a quella del primo Emirato talebano, con un’estensione quasi pari a quella della Lombardia. La produzione di oppio è una delle basi “economiche” del Paese, oltre all’estrazione mineraria. In Afghanistan ci sono diversi minerali che fanno gola alla Cina».

Si può dire, in definitiva, che la guerra in Afghanistan è il più grosso fallimento della Nato?

«L’Alleanza atlantica, a dispetto del nome, è andata a fare guerre ben lontane, ma gli errori non finiscono. Ora la missione Usa in Iraq sarà sostituita da una missione Nato, il cui prossimo comando sarà preso dall’Italia. Il fallimento Usa e Nato in Afghanistan dovrebbe far riflettere su come noi accettiamo supinamente missioni militari e guerre senza mai opporci».

Chi si opponeva era Gino Strada, morto pochi giorni fa.

«Gli ipocriti che hanno incensato Gino Strada in questi giorni sono gli stessi che sostennero gli interventi militari americani nel 2001 e soprattutto nel 2003, oltretutto sulla base della fake news più colossale della storia: le armi di distruzione di massa che non vennero mai trovate. Cosa andiamo a fare in queste guerre? A esportare la democrazia? I diritti umani? Questi argomenti sono ridicoli, servono a giustificare le cannonate su interi paesi che potremmo aiutare senza sparare un colpo».

Come?

«Per esempio con aiuti alla cooperazione, con aiuti sanitari o con aiuti nel campo dell’istruzione. In Afghanistan è difficile andare a scuola non solo per le ragazze ma anche per i ragazzi, perché il sistema scolastico statale è completamente crollato in questi 20 anni. E dove andavano a studiare i ragazzi? Nelle madrasse, le scuole islamiche. Ecco un altro motivo che ci spiega perché i talebani hanno fatto larga propaganda. L’Afghanistan è il motore concreto dei fallimenti successivi: in Iraq, in Libia, in Siria etc. Queste guerre mascherate da interventi umanitari hanno ridotto intere regioni nel caos. La “strategia del caos” l’ha teorizzata Hillary Clinton da Segretario di Stato Usa. E gli effetti di questi disastri li vediamo qui nel Mediterraneo».

 

L’Afghanistan irrompe all’interno della Casa Bianca; un resoconto_a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto un resoconto dettagliato dei momenti frenetici che hanno colto, per meglio dire travolto il Presidente Biden e lo staff della Casa Bianca al precipitare della crisi in Afghanistan. Si possono mettere certamente in conto le carenze delle modalità operative dei servizi di intelligence, ormai sempre più incentrate sugli strumenti digitali ed informatici e meno sull’uso degli strumenti classici di presenza, influenza e infiltrazione; si potrà parlare del distacco crescente dei più alti livelli decisionali dalla realtà concreta e delle modalità di selezione di questi; si potrà indugiare sullo spirito messianico che impregna l’azione politica americana, atteggiamento che collide spesso con il realismo nei comportamenti. Elementi però insufficienti a spiegare esaustivamente l’enormità di quanto successo a Kabul. La disfatta in Afghanistan sul terreno non è probabilmente così disastrosa ed irreversibile come potrebbe sembrare; rimane disastrosa per l’immagine e l’autorevolezza offerti con una buona dose di sprezzo del ridicolo dagli Stati Uniti agli avversari ed agli alleati, spingendo i primi probabilmente ad un maggiore dinamismo e i secondi ad una minore sicumera. Il rischi di passi più lunghi delle proprie gambe da parte dei vari attori si accentuano e con esso l’eventualità di un risveglio dal torpore del vecchio leone. E’ poco verosimile che settori e centri decisionali determinanti all’interno degli USA non fossero al corrente della reale situazione in Afghanistan, vista la presenza per altro di decine di migliaia di operatori ancora sul terreno. Forse la chiave di lettura principale va però ancora una volta individuata nella natura e nelle modalità dello scontro politico interno alla classe dirigente americana; conflitto che sta dividendo ed anche frammentando quella compagine sociale. E’ noto che lo scontro politico interno ad un paese egemone ha una grande influenza e condiziona pesantemente le dinamiche geopolitiche rispetto alle fibrillazioni fine a se stesse che travolgono la superficie politica di paesi ininfluenti come l’Italia.

Questa vicenda rappresenta visivamente qualcosa di molto più importante che già trapela da tempo nelle dinamiche politiche statunitensi e che questo sito sta costantemente rilevando ormai da anni. Lo scontro politico interno ha assunto livelli così distruttivi da arrivare a strumentalizzare e manipolare eventi rilevanti come quelli in Afghanistan, anche nelle sue pieghe negative, in funzione dell’ascesa e della caduta di uomini e settori politici. Quello odierno rappresenta probabilmente il punto di non ritorno del presidente americano in carica. Lo spirito umanitario, buonista e le feroci critiche sull’inettitudine operativa e previsionale che stanno pervadendo la campagna mediatica ai danni di Biden, promossa dai principali organi di informazione americani, in prima linea NYT, WP e CNN e portata avanti per riflesso condizionato dai corifei europei non deve ingannare. Contribuirà a far emergere definitivamente figure politiche, quali Kamala Harris, di fazioni opposte all’interno dello stesso gruppo dominante, ma talmente scialbe da essere del tutto inadeguate nella definizione ed attuazione delle scelte strategiche. Talmente insipide, appunto, che l’eventualità di un ritorno di vecchie, ma ancora potenti cariatidi è un’ipotesi niente affatto peregrina. Pare infatti che il Primo Ministro Canadese Justin Trudeau, in assenza di interlocutori affidabili, abbia avuto una lunga telefonata con Hillary Clinton, una ex con insopprimibili ambizioni di ritorno, ma ancora fuori dal giro degli incarichi ufficiali; il disastro della ritirata dall’Afghanistan metterà sicuramente in secondo piano il disastro dell’uccisione del console americano di Bengasi, la macchia che ha segnato le ambizioni politiche della Clinton. Occorreranno probabilmente eventi ancora più catastrofici per arrivare ad una condizione politica interna risolutiva e ad una definizione più coerente delle linee strategiche. Una situazione, quindi, al momento di probabile ulteriore progressiva decomposizione della quale continueremo a parlare appena possibile soprattutto con Gianfranco Campa. Nelle more più gli europei attenderanno, più precari saranno i relitti ai quali aggrapparsi al momento del naufragio_Buona lettura, Giuseppe Germinario

“Questo sta realmente accadendo”

Nei cinque giorni di affanno all’interno della squadra di Biden durante il crollo dell’Afghanistan.

President Joe Biden speaks at the White House. From left, Secretary of Defense Lloyd Austin, Vice President Kamala Harris, Biden, Secretary of State Antony Blinken and White House national security adviser Jake Sullivan.

Il presidente Joe Biden parla dell’evacuazione dei cittadini americani, dei richiedenti SIV e degli afghani vulnerabili nella Sala Est della Casa Bianca, venerdì 20 agosto 2021. Da sinistra, il segretario alla Difesa Lloyd Austin, il vicepresidente Kamala Harris, Biden, segretario dello Stato Antony Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan. | Manuel Balce Ceneta/AP Photo
Con l’aiuto di Oriana Pawlyk, Daniel Lippman e Lara Seligman

Benvenuti al National Security Daily , la newsletter di POLITICO sugli eventi globali che agitano Washington e tengono sveglia l’amministrazione di notte. Sono Alex Ward, la tua guida su ciò che sta accadendo all’interno del Pentagono, dell’NSC e della macchina della politica estera di Washington.

Il presidente Joe Biden e la sua cerchia ristretta erano di ottimo umore.

Era mercoledì mattina, 11 agosto, e si stavano crogiolando nel bagliore delle vittorie legislative consecutive. Il giorno prima, il Senato aveva approvato un disegno di legge bipartisan per le infrastrutture da 1,2 trilioni di dollari. E nelle prime ore di mercoledì mattina, hanno assistito all’avanzamento di un quadro da 3,5 trilioni di dollari per finanziare l’agenda sociale dei Democratici.

Guardando il conteggio dei voti del Senato davanti a uno schermo televisivo nella sala da pranzo privata del presidente , Biden e il vicepresidente Kamala Harris hanno alzato i pugni in segno di trionfo. Il fulcro della loro agenda interna aveva cominciato a prendere posto.

Biden non vedeva l’ora che le sue vacanze estive iniziassero tra pochi giorni, compresi alcuni periodi di inattività a Camp David e nella sua casa vicino alla spiaggia nel Delaware. Nel frattempo, anche molti membri dello staff senior e di medio livello dell’ala ovest si stavano preparando per un po’ di tempo libero, impostando le loro risposte via e-mail “fuori sede”. “È una città fantasma”, ha detto un funzionario della Casa Bianca, descrivendo la scena nell’ala ovest.

Ma mentre la Casa Bianca stava compiendo un gigantesco giro di vittoria sui suoi successi interni, un disastro incombeva dall’altra parte del mondo in Afghanistan.

Questo resoconto di cinque giorni caotici a metà agosto si basa su interviste con 33 funzionari e legislatori statunitensi, molti dei quali hanno parlato a condizione di anonimato per descrivere discussioni interne delicate.

Mercoledì mattina – crepuscolo in Asia centrale – il già fragile controllo del governo afghano sul paese devastato dalla guerra si stava rapidamente disfacendo di fronte a una rapida offensiva talebana in coincidenza con il ritiro quasi completo delle truppe statunitensi ordinato da Biden ad aprile.

Pochi giorni prima, il gruppo militante aveva occupato il capoluogo di provincia di Zaranj, il primo di molti a cadere in una guerra lampo che ha sbalordito i funzionari americani con la sua velocità e ferocia.

Molti dei migliori diplomatici e generali americani stavano ancora operando con il presupposto di avere tutto il tempo per prepararsi a un’acquisizione del paese da parte dei talebani: potrebbero passare anche un paio d’anni prima che il gruppo sia in grado di riconquistare il potere, molti pensavano. Sebbene alcuni funzionari militari e agenzie di intelligence avessero intensificato i loro avvertimenti sulla possibilità di un crollo del governo, i funzionari si sentivano fiduciosi nella strategia delle forze di sicurezza afghane di consolidarsi nelle città per difendere i centri abitati urbani.

E poche ore prima, Biden aveva espresso pubblicamente la speranza che i talebani sarebbero stati tenuti a bada dall’esercito afghano. “Penso che ci sia ancora una possibilità”, ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca martedì. (Un mese prima, Biden aveva affermato che un’acquisizione completa dei talebani era “altamente improbabile”.)

Poi, mercoledì, le forze di sicurezza afghane hanno in gran parte abbandonato le province di Badakhshan, Baghlan e Farah all’esercito guerrigliero dei talebani. Mentre altre aree del paese erano già cadute, era chiaro che il ritmo stava accelerando.

Il presidente e i suoi migliori collaboratori avevano ancora un’altra riunione in programma per mercoledì sera, una sessione pre-programmata su una questione di sicurezza nazionale classificata. Quando la notizia del deterioramento della situazione è giunta allo Studio Ovale quella mattina, Biden ha ordinato che l’incontro in prima serata si concentrasse sull’Afghanistan.

La squadra di sicurezza nazionale di Biden aveva già tenuto dozzine di incontri sull’Afghanistan. Ma questo incontro segreto, tenuto nella Situation Room della Casa Bianca, il centro operativo sicuro nel seminterrato dell’ala ovest, stava arrivando in un momento cruciale.

Seduti intorno al grande tavolo da conferenza c’erano Harris; il segretario alla Difesa Lloyd Austin; il presidente dei capi congiunti, il generale Mark Milley; Vicepresidente dei capi congiunti Gen. John Hyten; il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e il suo vice Jon Finer; Direttore dell’Intelligence Nazionale Avril Haines; capo del personale Ron Klain; il vicedirettore della CIA David Cohen; Liz Sherwood Randall, consigliere per la sicurezza interna del presidente; e altro personale della Casa Bianca e della sicurezza nazionale. Il segretario di Stato Antony Blinken ha partecipato per telefono.

L’atmosfera era drammaticamente diversa dallo spirito celebrativo mostrato poche ore prima nella sala da pranzo. “È stato un momento serio”, ha ricordato un alto funzionario.

Gli eventi stavano diventando così disastrosi che il presidente ordinò ad Austin e Milley di preparare un piano per schierare truppe aggiuntive nella regione, dove avrebbero rinforzato quelle messe in attesa mesi prima per evacuare il personale americano.

Austin era diventato così allarmato che aveva già convocato il primo di quelli che sarebbero diventati incontri due volte al giorno sull’Afghanistan nella sala di videoconferenza sicura al terzo piano del Pentagono, nota come “cavi” del segretario. Erano presenti i massimi dirigenti civili e militari del dipartimento; altri pezzi grossi, come il generale Frank McKenzie, il capo del comando centrale degli Stati Uniti, e il contrammiraglio Pete Vasely, il comandante delle forze sul campo in Afghanistan, hanno chiamato tramite video protetto.

Nella Situation Room, Biden ha anche ordinato al Dipartimento di Stato di espandere l’evacuazione degli alleati afgani – quelli che avevano lavorato con gli americani e ora erano in pericolo di morte – per includere l’uso di aerei militari, non solo aerei civili noleggiati. Il presidente era già stato oggetto di pesanti controlli al Congresso per la lentezza delle evacuazioni per gli afgani che hanno prestato servizio come interpreti e traduttori per le forze armate statunitensi durante i 20 anni di conflitto.

Biden ha anche chiesto ai suoi funzionari dell’intelligence di preparare una valutazione aggiornata sulla situazione in Afghanistan entro la mattina seguente.

Dopo lo scioglimento della riunione, è stata inviata un’e-mail riservata ai membri dello staff competenti per la convocazione alle 7:30 del giorno successivo. L’e-mail è stata inviata così tardi che anche il personale della Situation Room ha iniziato a chiamare quegli assistenti per assicurarsi che fossero puntuali giovedì mattina.

“Ricordo come sembravano tutti intontiti”, ha ricordato un funzionario mentre il gabinetto di sicurezza nazionale di Biden si è riunito giovedì mattina presto. Il sole era sorto solo un’ora prima, ma la Situation Room, il centro operativo senza finestre situato nelle profondità dell’ala ovest, era già brulicante di attività.

Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale, era lì con altro personale della Casa Bianca, mentre i membri del governo hanno partecipato tramite collegamenti sicuri.

La riunione dei dirigenti è iniziata con un briefing dell’intelligence concludendo che la situazione era così “fluida” che la sede del potere del governo afghano a Kabul potrebbe cadere “entro settimane o giorni”, ha osservato il funzionario.

Questo era molto diverso dalle valutazioni su cui si basavano i funzionari pochi giorni prima che stimavano che un’acquisizione talebana avrebbe richiesto mesi, o anche fino a due anni, dopo il ritiro delle truppe americane e della NATO. Di recente, l’8 agosto, McKenzie ha inviato ad Austin una nuova stima più pessimistica: che Kabul potrebbe essere isolata entro 30 giorni.

“È stato un incontro piuttosto deludente”, ha detto il funzionario. “Pensavamo di avere mesi davanti a noi per abbattere l’ambasciata e fare l’elaborazione e il trasferimento”.

Ma giovedì mattina a Washington, più centri abitati stavano cadendo in mano ai talebani di ora in ora, compresi i capoluoghi di provincia di Ghazni e Badghis.

Nella Situation Room, Austin stava ora raccomandando a Biden di inviare truppe per evacuare l’ambasciata e proteggere il principale aeroporto internazionale di Kabul. Sullivan ha chiesto a ciascun membro del gabinetto durante la riunione di intervenire. Hanno concordato all’unanimità.

Quello era il momento “oh, merda”, ha detto il funzionario americano. Ormai era ufficialmente una crisi.

Sullivan è entrato nello Studio Ovale poco prima delle 10 per fare rapporto al presidente. Biden prese il telefono e disse ad Austin di inviare le truppe preposizionate.

Anche in tutta Washington, il Congresso stava diventando sempre più allarmato dal deterioramento della situazione. In alcuni casi, i legislatori si sono presi la responsabilità di saperne di più su ciò che stava accadendo, in assenza di una guida da parte dell’amministrazione Biden.

Il giorno prima, mentre il Senato passava a una serie di voti della durata di un’ora e durante la notte su uno dei principali punti dell’agenda interna di Biden, i senatori che guidavano lo sforzo sono stati ritirati dalle riunioni e dall’aula del Senato dove sono stati informati sui rapporti inquietanti in arrivo fuori dall’Afghanistan. Alcune di quelle storie e immagini terrificanti hanno cominciato a emergere nelle prime ore di mercoledì mattina, quando i senatori sono rimasti a terra dopo le 4 del mattino.

Uno dei pochi legislatori che parlavano attivamente degli sviluppi in Afghanistan all’epoca era il senatore democratico Chris Murphy del Connecticut, un sostenitore di lunga data del ritiro delle truppe statunitensi. Martedì era andato in Senato per difendere preventivamente Biden e affermare che l’ondata dei talebani era in effetti un motivo per mantenere la rotta con il ritiro.

“Il completo, totale fallimento dell’esercito nazionale afghano, in assenza della nostra mano nella mano, per difendere il loro paese è un’accusa feroce di una strategia ventennale fallita basata sulla convinzione che miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi potrebbero creare una centrale efficace e democratica governo in una nazione che non ne ha mai avuto uno”, ha detto Murphy.

I legislatori hanno iniziato a discutere tra di loro delle conquiste dei talebani al Senato fino a mercoledì, ma nessuna delle parti ha permesso di mettere in ombra i loro sforzi di politica economica.

Il rappresentante Michael Waltz (R-Fla.), il primo berretto verde a servire al Congresso e una delle prime e più forti voci che spingono per l’evacuazione degli alleati afghani, era in costante comunicazione con i funzionari legati al presidente afghano Ashraf Ghani. Anche se mercoledì i talebani stavano conquistando vaste aree di territorio, Waltz ha affermato che le forze afgane credevano di “poter capovolgere la situazione” finché gli Stati Uniti avessero continuato a fornire supporto aereo.

Quel sostegno non è stato sufficiente quando l’esercito afghano ha deposto le armi in massa. In un’intervista, Waltz ha descritto il supporto aereo tiepido come “mettere un cerotto su una ferita al petto risucchiante”.

Più tardi giovedì, verso l’ora di pranzo, un funzionario della Casa Bianca ha chiamato il rappresentante Jason Crow (D-Colo.), un membro dei comitati dei servizi armati e dell’intelligence, per fornire un aggiornamento sul deterioramento della situazione.

Crow, un ex ranger dell’esercito che ha prestato servizio in Afghanistan, faceva parte di un gruppo bipartisan di legislatori che da mesi sollecitavano l’amministrazione Biden a muoversi più velocemente per evacuare gli afgani che hanno aiutato lo sforzo bellico degli Stati Uniti.

Sia Crow che Waltz credevano ormai che, in assenza di una drammatica accelerazione delle evacuazioni, era improbabile che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di portare in sicurezza tutti gli alleati americani e afghani fuori dal paese prima della scadenza del 31 agosto di Biden.

Giovedì sera, il Pentagono ha annunciato che altre 3.000 truppe sarebbero state portate d’urgenza per mettere in sicurezza l’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul e aiutare a far uscire in sicurezza dal paese i restanti americani, così come gli alleati afghani e della NATO.

“Kabul non è in questo momento in un ambiente di minaccia imminente, ma chiaramente … se guardi solo a ciò che i talebani hanno fatto, puoi vedere che stanno cercando di isolare”, ha detto ai giornalisti il ​​portavoce del Pentagono John Kirby.

Biden settimane prima aveva approvato tutte le raccomandazioni di Austin per posizionare risorse navali e migliaia di truppe nella regione in caso di evacuazione, inclusa la portaerei USS Ronald Reagan e tre battaglioni di fanteria.

Ma quasi subito, è diventato chiaro che non sarebbe bastato.

Brad Israel, un ex berretto verde che ha servito più tour in Afghanistan, giovedì sera ha ricevuto un’e-mail frenetica dal suo ex interprete afghano.

Il giorno prima, l’uomo è stato costretto a fuggire da Kandahar dopo che i talebani hanno bruciato la sua casa – inclusa la distruzione delle prove documentali della sua domanda di asilo negli Stati Uniti – e hanno giustiziato suo fratello.

Israele ha inviato un’e-mail all’indirizzo elencato sul sito Web del Dipartimento di Stato per scoprire come il suo amico potrebbe inviare nuovamente la sua domanda di visto, solo per il messaggio di rimbalzo: “La casella di posta del destinatario è piena e non può accettare messaggi ora”. Un portavoce del Dipartimento di Stato non ha risposto alla richiesta di spiegare il motivo.

Anche lo sforzo diplomatico degli Stati Uniti per gestire un ritiro ordinato dall’Afghanistan stava andando in pezzi.

I funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul avevano concluso venerdì che non avevano altra scelta che chiudere l’avamposto diplomatico americano. Hanno ordinato al personale di iniziare immediatamente la “distruzione di emergenza” di tutti i documenti e materiali sensibili.

Ciò includeva l’incenerimento di bandiere americane e altri loghi del governo degli Stati Uniti “che potrebbero essere utilizzati in modo improprio negli sforzi di propaganda”, secondo un promemoria rilasciato al personale dell’ambasciata. E, secondo il rappresentante Andy Kim (DN.J.), tra i documenti bruciati c’erano i passaporti dei cittadini afgani che avevano richiesto i visti americani, rendendo quasi impossibile identificarli mentre cercano di lasciare il paese nei prossimi giorni.

Tornato a Washington, Tracy Jacobson, capo della Task Force Afghanistan del Dipartimento di Stato, ha informato Crow per telefono sulla risposta pianificata dell’amministrazione.

Crow si diresse verso una struttura di informazioni compartimentata sensibile situata nel seminterrato del Campidoglio, dove rivedeva gli ultimi rapporti dell’intelligence segreta da Kabul.

Anche i leader del Congresso stavano tenendo sotto stretto controllo la situazione. Il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell (R-Ky.) ha detto al conduttore radiofonico Hugh Hewitt questa settimana che era in contatto con i leader militari che erano “accecati”.

Settimane prima, l’esercito americano aveva abbandonato la base aerea di Bagram, a lungo il cuore pulsante delle operazioni americane in Afghanistan. Con solo poche migliaia di soldati rimasti indietro, i funzionari del Pentagono hanno deciso che non potevano tenere al sicuro la struttura tentacolare mentre difendevano l’ambasciata e l’aeroporto di Kabul.

I piani prevedevano invece l’uso di elicotteri per trasportare gli americani dal complesso dell’ambasciata nel centro di Kabul all’aeroporto internazionale di Hamid Karzai, a poche miglia di distanza, piuttosto che rischiare di rimanere impantanati o tendere un’imboscata nel traffico intasato della capitale afgana. Significherebbe rischiare esattamente il tipo di scene caotiche che Biden aveva promesso che non sarebbe accaduto: immagini indelebili, in stile Saigon, dell’America in ritirata.

“Venerdì pomeriggio mi era chiaro che stavamo rapidamente perdendo il controllo della situazione nella capitale, nell’aeroporto, e che l’operazione di evacuazione era a rischio”, ha detto Crow.

Gli è stato anche detto che il Pentagono “avrebbe accelerato rapidamente l’evacuazione in termini di quantità di persone, ma anche di chi stavano cercando di evacuare”.

Ma questo significava decidere quali americani e alleati afgani rimasti bloccati a Kabul dovessero essere evacuati per primi.

Il Pentagono non aveva un elenco completo degli afgani che hanno lavorato a fianco degli Stati Uniti durante la guerra. I funzionari stavano ancora compilando una “lista di priorità” di interpreti da evacuare.

Ciò è avvenuto nonostante i ripetuti avvertimenti, incluso un appello bipartisan a Biden all’inizio di giugno che esprimeva crescente preoccupazione “che non hai ancora ordinato che il Dipartimento della Difesa sia mobilitato come parte di un piano di governo completo e attuabile per proteggere i nostri partner afghani. “

Nel frattempo, sul campo in Afghanistan, Vasely era in contatto diretto con Ghani o il suo staff quasi ogni giorno. Anche Austin e Blinken hanno parlato con Ghani, ma non ha dato alcuna indicazione che avrebbe lasciato bruscamente il paese.

“Si è presentato come disposto a rimanere e combattere”, ha detto un funzionario della difesa.

Quella promessa si è rivelata di breve durata.

Sabato, il National Military Command Center, il centro operativo globale altamente sicuro sotto il Pentagono, è stato bloccato dal traffico di messaggi.

L’ultimo domino caduto nelle mani dei talebani è stato il centro commerciale settentrionale di Mazar-e-Sharif. Stava diventando chiaro che Kabul sarebbe stata la prossima. Ufficiali militari esperti hanno espresso incredulità sul fatto che le forze afghane sembravano pronte a rinunciare alla loro capitale senza combattere.

“L’e-mail stava esplodendo a destra e a manca [con la gente che diceva] ‘Wow, sta succedendo proprio ora’”, ha detto un funzionario della difesa. “Questa cosa è appena andata in pezzi durante il fine settimana.”

I funzionari del Pentagono si sono resi conto troppo tardi che i talebani avevano condotto un’efficace campagna di influenza oltre a quella fisica, sfruttando le dinamiche tribali per costruire legami con gli anziani del villaggio e altri che hanno svolto ruoli chiave nella marcia per lo più incruenta del gruppo attraverso il paese.

Allo stesso tempo, l’esercito americano aveva meno di 2.500 soldati rimasti – non abbastanza per capire quanto velocemente il morale e la coesione dell’esercito nazionale afghano si stessero sgretolando.

“Nessuno è rimasto sorpreso dal fatto che si siano piegati come un mazzo di carte, ma solo per la velocità: è semplicemente evaporato”, ha detto il funzionario.

Un altro funzionario della difesa ha scritto in cima al suo taccuino per la giornata: “Caduta di Kabul”.

Alla luce del deterioramento della situazione, quella mattina Biden aveva approvato la raccomandazione di Austin di inviare altri 1.000 soldati dell’82a divisione aviotrasportata per aiutare a evacuare il personale da Kabul. Altri due battaglioni erano in viaggio verso la regione per schierarsi in Kuwait come riserva pronta.

Biden era ancora a Camp David, vestito con pantaloni color cachi e una polo e accompagnato solo da alcuni aiutanti più giovani. In una lunga dichiarazione, ha annunciato i movimenti delle truppe e altri passi che l’amministrazione si stava affrettando a compiere, quindi ha fatto perno su una strenua difesa della sua decisione di ritiro.

“Sono stato il quarto presidente a presiedere una presenza di truppe americane in Afghanistan: due repubblicani, due democratici”, ha detto. “Non vorrei, e non lo farò, passare questa guerra a un quinto.”

Entro domenica 15 agosto, Austin, Milley e il loro staff hanno tenuto telefonate frettolosamente organizzate con i legislatori per discutere della situazione.

Durante una di queste telefonate, i funzionari militari hanno riferito che un alleato chiave di Ghani, il vicepresidente del parlamento afghano, aveva disertato per diventare capo della polizia dei talebani a Kabul.

“È stato allora che abbiamo capito che era davvero FUBAR”, ha detto un anziano aiutante democratico , usando l’acronimo militare per “incasinato oltre ogni riconoscimento”.

Milley ha anche avvertito i legislatori che con l’ascesa dei talebani, c’era anche la minaccia che al Qaeda, lo Stato Islamico e altri gruppi terroristici che cercavano di attaccare gli Stati Uniti potessero essere ancora una volta in grado di complottare dal territorio afghano.

Nel frattempo, Austin aveva autorizzato altri due battaglioni dell’82a divisione aviotrasportata a dirigersi direttamente a Kabul invece di fare scalo in Kuwait, portando il totale ordinato di confluire nella capitale a circa 6.000 soldati.

Ma per molti versi era troppo tardi. I combattenti talebani avevano già preso la città orientale di Jalalabad senza combattere, circondando efficacemente Kabul, e stavano iniziando ad entrare nella capitale con poca resistenza.

In rapida successione domenica, Ghani è fuggito dal Paese, i talebani sono entrati nel palazzo presidenziale e hanno posato per dei selfie nel suo ufficio. L’aeroporto si stava rapidamente trasformando in un campo profughi, invaso da migliaia di frenetici afgani che chiedevano a gran voce di fuggire, alcuni addirittura disposti ad aggrapparsi agli aerei in rullaggio sulla pista. Le immagini satellitari hanno mostrato minuscoli punti raggruppati attorno all’asfalto, simboli viventi di disperazione e disperazione.

Alla fine della giornata, la bandiera americana non sventolava più sull’ambasciata degli Stati Uniti. Diplomatici stranieri hanno pubblicato selfie online dall’interno degli elicotteri Chinook, mentre i fotografi hanno catturato lo spettacolo da lontano. E le truppe americane fresche in viaggio verso Kabul avrebbero protetto un aeroporto nel caos.

I membri del gabinetto di Biden e i loro vice avevano tenuto circa tre dozzine di riunioni di “pianificazione dello scenario” dopo l’annuncio del presidente di aprile che le truppe statunitensi sarebbero state fuori dall’Afghanistan entro l’11 settembre.

Hanno trattato di tutto, da come proteggere l’ambasciata degli Stati Uniti e gestire i rifugiati afgani a come posizionare al meglio l’esercito americano nella regione nel caso in cui le cose andassero fuori controllo . Molte altre sessioni si sono tenute presso il Pentagono, il Comando Centrale degli Stati Uniti a Tampa, il Dipartimento di Stato e altre agenzie.

Ma non era ancora abbastanza per prepararsi al crollo totale, nel giro di pochi giorni, dello sforzo americano di due decenni, da 2 trilioni di dollari, progettato per sostenere il governo afghano. Biden aveva insistito che l’esercito afghano avrebbe combattuto; in gran parte no. Blinken aveva deriso l’idea che Kabul sarebbe caduta durante un fine settimana; eppure lo ha fatto. Il “momento Saigon” che Biden temeva fosse arrivato.

Anche se migliaia di truppe americane si affrettano a salvare il personale statunitense e gli afghani frenetici che temono per la propria vita, le domande su come il governo degli Stati Uniti sia stato colto così alla sprovvista stanno crescendo. Per anni, i rapporti delle autorità di vigilanza avevano avvertito che l’esercito afghano era pieno di corruzione, morale basso e cattiva leadership. Ma pochi hanno apprezzato quanto fosse grave.

Il Dipartimento della Difesa ha dichiarato di aver condotto un’esercitazione al Pentagono diverse settimane fa che includeva scenari di evacuazione dall’aeroporto di Kabul. Ancor prima, il 28 aprile, Austin convocò un’esercitazione nel centro di comando del Pentagono per provare le varie fasi del ritiro, inclusa la possibilità di evacuare i non combattenti. Ma i militari sono rimasti sorpresi dalla velocità con cui i talebani si sono impossessati della capitale.

“Non c’era niente che io o chiunque altro abbiamo visto che indicasse un crollo di questo esercito e di questo governo in 11 giorni”, ha detto Milley ai giornalisti mercoledì.

Il caos all’aeroporto di Kabul durante il fine settimana e all’inizio di questa settimana, con le operazioni di volo temporaneamente sospese dopo che i disperati afgani si sono precipitati sulla pista, ha sollevato dubbi sulla pianificazione dell’amministrazione Biden per il ritiro, incluso se sia stato un errore chiudere la base aerea di Bagram.

Milley ha difeso la decisione dell’esercito di chiudere Bagram, che ha due piste per l’aeroporto di Kabul, ma dista quasi 40 miglia dall’ambasciata. Con meno di 2.500 soldati rimasti a terra in quel momento, ha detto Milley, i funzionari hanno dovuto scegliere tra mettere in sicurezza Bagram e l’aeroporto commerciale.

“Abbiamo dovuto far crollare l’uno o l’altro, ed è stata presa una decisione”, ha detto Milley. Biden, in un suo discorso questa settimana, ha espresso una difesa a tutto tondo delle sue azioni, dicendo: “Sono fermamente dietro la mia decisione”.

“Dopo 20 anni”, ha aggiunto, “ho imparato a mie spese che non c’era mai un buon momento per ritirare le forze statunitensi”.

È in arrivo un resoconto completo di ciò che molti altri a Washington vedono come una debacle. Repubblicani e Democratici arrabbiati al Congresso hanno promesso di condurre una serie di udienze di supervisione, esaminando potenziali fallimenti dell’intelligence e precedenti valutazioni delle capacità dell’esercito afghano.

“Sembra che tutti [il Pentagono] e la comunità dell’intelligence siano stati colti alla sprovvista dalla velocità dell’avanzata dei talebani su Kabul”, ha detto il rappresentante Seth Moulton (D-Mass.), membro del Comitato dei servizi armati e un Veterano della guerra in Iraq. “Come è possibile? È stata una mancanza di risorse focalizzate sul problema? Fallimento della pianificazione di emergenza? Altro?”

“Avremmo dovuto essere preparati per questa contingenza e chiaramente non lo eravamo”, ha aggiunto Moulton. “Se facessi i semplici calcoli non potresti eseguire questa operazione nell’arco di pochi giorni, nemmeno di qualche settimana. E non ci sono scuse per questo”.

Commento di Massimo Morigi su “USA/AFPAK: Secondo Tempo”, di Antonio de Martini

Commento di Massimo Morigi su “USA/AFPAK: Secondo Tempo”, di Antonio de Martini, articolo pubblicato sul “Corriere della Collera” (URL https://corrieredellacollera.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo/#comment-69568, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210819153327/https://corrieredellacollera.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo/) e sull’ “Italia e il Mondo” (URL https://italiaeilmondo.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo-di-antonio-de-martini/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210819163424/https://italiaeilmondo.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo-di-antonio-de-martini/)

Qualche anno fa, sul “Corriere della Collera”, imperdibile ed unico blog nel desolante panorama dell’informazione italiana, a proposito dell’approccio geostrategico degli Stati Uniti, ebbi a scrivere “strategia del caos applicata caoticamente”. Purtroppo, dopo gli ultimi fatti afghani, sempre il sopraddetto sistema dell’informazione italiana ed anche internazionale, per sviare l’attenzione da questo permanente dato di fondo, comincia ora timidamente ad incolpare Biden del disastro afghano, la qual cosa altro non è che cominciare a propalare a mezza bocca una verità (Biden è tecnicamente e dal punto di vista sanitario un cerebroleso al quale un sistema politico sano, non importa se “democratico” o di altra natura, avrebbe dovuto impedire di esercitare la pur minima responsabilità politica) per nascondere, appunto, la più importante verità intorno alla persistente natura caotica della politica estera americana, che va ben oltre Biden e la sua sgangherata e truffaldina amministrazione (detto per inciso, Biden è stato eletto tramite elezioni truccate, e quello che sempre i sopraddetti organi di informazione se fossero degni di questo nome avrebbero dovuto fare, non doveva essere ridicolizzare come complottisti e QAnonisti coloro che, del resto senza nemmeno tante difficoltà, si erano resi conto di questa realtà, ma semmai, rendere edotto il povero popolo bue che a memoria d’uomo non c’è mai stata una singola elezione presidenziale americana che non sia stata profondamente truccata: sulla evidente truffa elettorale che ha permesso al cerebroleso Biden di divenire presidente degli Stati uniti, non si può che rinviare alle numerose formidabili videointerviste di Giuseppe Germinario a Gianfranco Campa pubblicate sull’ “Italia e il Mondo” a partire dall’autunno del 2020 e che, verosimilmente, saranno anche nei prossimi mesi da altre seguite). Termino il discorso, se non per ribadire per l’ennesima volta, l’assoluta necessità per l’Italia di svincolarsi da un padrone d’oltreoceano così erratico, imprevedibile e pericoloso. La qual cosa, è ovvio, sarà possibile solo attraverso la crescita (o sarebbe meglio dire, la nascita) di una diffusa e pervasiva cultura politica italiana che attraverso l’abbattimento degli idola politico-filosofici nati nel secondo dopoguerra possa portare all’annientamento politico e d’immagine con conseguente ridicolizzazione presso la più vasta massa dell’oggi popolo bue dei già citati prezzolati e sgangherati organi d’informazione. Ma anche questo è un mio (e, ovviamente, non solo mio, medesima impostazione seguita prima dal “Corriere della Collera” di Antonio De Martini e poi anche dall’ “Italia e il Mondo” di Giuseppe Germinario ) vecchio discorso e una delle cose positive della vittoria talebana in Afghanistan (bando ai piagnistei, i talebani che hanno vinto, oltre che il risultato della stupidaggine del c.d. Occidente, è anche il risultato del valore guerriero di costoro, e il non riconoscerlo da parte di tutti i “grandi” commentatori e canali di rimbambimento di massa dovrebbe insinuare anche nei più inebetiti il sospetto sulla natura manipolatoria di questa pseudoinformazione: non fosse che solo per questo, essi meritano il nostro più profondo rispetto e la loro reductio ad Hitlerum non è altro che il segno della vecchia mentalità coloniale che si serve dei soliti mezzucci per far prosperare le vecchie e nuove botteghe ideologiche, quelle nuove, per chi non l’avesse capito, sono quelle originariamente di sinistra, dirittoumanistiche, democraticistiche et similia – oggi addirittura condivise anche da una destra priva di identità e che ha abbandonato del tutto la grande tradizione del realismo politico), è che dovrebbe costituire una sorta di “segnalatore d’incendio” sul fatto che se continueremo ad adagiarci sui vecchi idola politico-filosofici la sopravvivenza dell’Italia sarà messa in gravissimo pericolo. Di tutto ciò non sarebbe male discuterne nei prossimi mesi, con l’obiettivo, ovviamente, di allargare con tutti i mezzi il nostro uditorio, perché la consapevolezza della gravità della situazione non è mai mancata in questi anni, mentre del tutto insufficiente (per usare un eufemismo) è stata la capacità di “sbovizzare” il sopraddetto popolo.

Massimo Morigi – 19 agosto 2021

 

Banalità e inerzie di un disastro politico, di Roberto Buffagni

In questo articolo Michael Anton, (nello staff del National Security Council dal 2001 al 2005) spiega molto bene la dinamica delle decisioni che condussero gli USA al ventennale impegno in Afghanistan. Riassumo, di tanto in tanto commentando:
1) All’indomani dell’attacco alle Twin Towers, gli USA dovevano rispondere per conservare il prestigio scosso dalla violazione del territorio nazionale (la prima dalla guerra con l’Impero britannico del 1812)
2) La prima opzione fu per una ritorsione-lampo. Punizione di Al Quaeda e dei Talebani per mezzo di un rapido e violento attacco, guidato da un piccolo contingente americano che avrebbe “moltiplicato le forze” di alleati indigeni. L’operazione fallì: Osama Bin Laden e il suo Stato Maggiore riuscirono prima a rifugiarsi nelle caverne di Tora Bora, e poi a sfuggire.
3) COMMENTO: l’operazione implicava un accerchiamento, e le FFAA USA non padroneggiano bene la guerra di manovra. Se i comandanti USA sul terreno hanno delegato l’esecuzione dell’accerchiamento agli “alleati” afghani, probabile che questi abbiano favorito l’esfiltrazione di Osama.
4) Fallita la ritorsione – lampo, si comincia a discutere. Siamo stati attaccati dal terrorismo islamista: come si fa a prevenire altri attacchi?
5) Prevale l’idea che è necessario un approccio radicale: i paesi da cui vengono gli attacchi vanno democratizzati. Chi sostiene questa posizione crede che sia possibile farlo senza eradicare l’Islam e senza secolarizzare e occidentalizzare a forza le popolazioni. Secondo loro, responsabile del terrorismo non è l’Islam in quanto tale, ma i sistemi politici “chiusi”: la democrazia è compatibile con l’Islam. Infatti, gli americani che hanno scritto le costituzioni di Iraq e Afghanistan vi hanno lasciato un posticino anche alla sharia. Questa posizione risponde anche a un’esigenza di giustificazione etica delle azioni belliche, ed è conforme alla persuasione radicatissima negli USA che la democrazia sia in assoluto il miglior regime politico possibile. Nel dibattito interno all’Amministrazione Bush II ha notevole influenza l’analogia (totalmente sballata) con la IIGM, e la democratizzazione di Giappone e Germania.
6) COMMENTO: Ovviamente su questa posizione si butta a pesce un attore di grande rilievo, il “complesso militare-industriale”, che da un progetto di nation-building di proporzioni ciclopiche ha da lucrare valanghe di soldi. Ci si buttano a pesce anche i servizi d’informazione, che dal traffico di droga scremano fondi neri giganteschi, e sanno bene che l’Afghanistan produce il 90% dell’oppio mondiale. Dalla convergenza tra ideologia dominante e interessi colossali consegue quel che è conseguito, 20 anni di guerra in Afghanistan + relativa sconfitta, prevedibile (e prevista) sin dal giorno 1.

USA/AFPAK: SECONDO TEMPO, di Antonio de Martini

USA/AFPAK: SECONDO TEMPO

CONTRATTACCO FINANZIARIO USA. PARTE IL SOFFOCAMENTO FINANZIARIO. PROVOCHERÀ RITORSIONI TERRORISTICHE?

L’ex capo della CIA Leon Panetta collega il Pakistan con i recenti avvenimenti ( ai suoi tempi crearono la soglia AFPAK per dire che i due paesi erano un tutt’uno, si profila una nuova fase della guerra in Asia.

li Stati Uniti hanno il controllo su tutte le riserve di cambio dei paesi più o meno satelliti e con l’Afganistan non hanno fatto eccezione: hanno appena bloccato nove miliardi di dollari – in contanti e buoni del tesoro USA – depositati a garanzia in banche americane.
Il pretesto adottato é che attualmente non esiste attualmente un governo riconosciuto dell’Afganistan.

Sono entrati venti anni fa infischiandosene della legalità internazionale e adesso escono facendo i legalitari ad oltranza.

Anche l’ FMI ha annunziato che lunedì non liquiderà un fondo speciale di prelievo già concesso senza garanzie all’Afganistan.
Queste notizie sono state date dal governatore della Banca centrale tempestivamente fuggito domenica sera.

Da notare e sottolineare il fatto che questo provvedimento iugulatorio, adottato anche contro il Venezuela, nel 2014, gli USA non lo presero a carico del DAESCH che si impossessò di circa un miliardo di dollari dei fondi del governo regionale curdo di Mossul e li spese per finanziare le sue attività.

Viene da chiedersi con chi stianno realmente questi indecifrabili bugiardi o se non sia meglio rimpatriare il nostro oro per metterlo in sicurezza.

Viene anche da chiedersi se non si rendano conto che il blocco finanziario potrebbe affrettare l’arrivo della influenza cinese. O lo hanno fatto perché preferiscono i cinesi ai russi. Non hanno ancora capito che ora si confrontano col blocco Russia-Cina?

Prevedo che i Talebani potrebbero reagire autonomamente a questa misura bloccando gli espatri da Kabul e collegando i visti di uscita ( anche di americani, o di occidentali) con lo sblocco dei loro fondi; oppure seguire l’esempio iraniano coi francesi, lanciando attacchi terroristici – ovviamente anonimi- a strutture governative o finanziarie americane ovunque si trovino. Ad esempio a Londra o Amsterdam.

https://corrieredellacollera.com/2021/08/19/usa-afpak-secondo-tempo/

IL DEMOCRATICO SORRIDENTE ( nella foto)
Il presidente afgano testé uscito, Ashraf Ghani, qui ritratto con al fianco la moglie libanese Rula, secondo fonti russe avrebbe lasciato il paese “ con un elicottero, giungendo in aeroporto con 4 autovetture contenenti 169 milioni di dollari.”
Sempre secondo gli stessi testimoni, non essendo riusciti a stipare tutto sull’aeromobile, una parte é stata abbandonata sulla pista.
Dopo una sosta in Tagikistan , e la notifica di “persona non grata” delle autorità di Dushanbé, é partito alla volta di Dubai dove gli é stato accordato l’asilo “per motivi umanitari”.
L’ex presidente era in carica dal 2014. Un settennio. Come Mattarella.

I TALEBANI: COME NACQUERO, COSA PENSANO E CHE FARANNO, di Antonio de Martini

I TALEBANI: COME NACQUERO, COSA PENSANO E CHE FARANNO

di Antoniodiceche

Il mio post facebook dello scorso sabato sul Mullah Omar ha avuto un record di preferenze, segno che le persone sono assetate di notizie sul personaggio,morto anni fa, e sui TALEBANI di cui non si sa nulla ( un pò come per Assad di Siria e gli Alauiti) per ignoranza e per la ferrea censura sostanziale esercitata dal monopolio informativo planetario esercitato dalle cinque agenzie di stampa ( AFP, REUTER,AP, BLOOMBERG…) che danno notizie ai media di tutto il mondo in armonia coi governi occidentali che contano.

Pochi sanno chi siano i TALEBANI , come e quando siano nati, cosa vogliano e a chi o cosa debbano la loro vittoria sugli Stati Uniti d’America.

Sono nati nel sud del paese attorno alla metà degli anni novanta come reazione alla situazione di caos creata dall’evaquazione dei sovietici e dal vuoto di potere che ne seguì.

La storia del Mullah Omar la sapete già, come sapete le fame di legge ed ordine che provocò la sua reazione e la crescita politica conseguente. Non si trattò di un uomo solo, ma di una parte di clero sunnita formatosi a metà del secolo precedente a DEOBAND ( India) che volle strumentalizzare la religione in funzione anticoloniale e antibritannica.

E’ un movimento culturale-religioso composto da giurisperiti ( dottori della legge “ Ulema”: colui che insegna) e si rivolge agli allievi ( talebani: domandatori; da taleb domanda) della scuola coranica ( madrasa).

Per mantenere l’ordine e far rispettare le leggi, gli allievi si armarono di Kalashnikov sovietici residuati e – agli ordini dei giudici-dottori della legge – iniziarono a imporne il rispetto, non di astruse pandette occidentali, ma della Sharia che tutto l’Islam conosce a memoria e che gli Ulema interpretano a richiesta.

Il passaggio al rigore islamico interpretato dai troppo giovani zeloti e il loro ostentato disinteresse per l’Economia, provocò una prima reazione popolare e la mancanza di contatti internazionali ed il loro provincialismo favorirono quanti invocarono il sacro dovere dell’ospitalità, specie se – come Ben Laden- accompagnato da munifica beneficenza.

Il loro ostentato disinteresse e assoluta ignoranza per le cose economiche e il desiderio di combattere la corruzione portata dagli stranieri ( prima russi, poi americani) provocò un ciclo economico depressivo che favorì la loro espulsione dal potere grazie all’arrivo degli americani e del fiume di dollari con cui si aprono la strada.

L’invasione americana creò grandi aspettative di democrazia e prosperità, molti mestieri non furono più vietati sulla base di dettami coranici anche mal interpretati, la proibizione delle esecuzioni pubbliche provocò ondate di sollievo, il minor rigore zelota nella applicazione delle leggi visto con gratitudine. Le elezioni del 2001 fecero nascere speranze e una nuova classe politica e sociale che giunse all’apice con le elezioni del 2004.

D’altro canto, un amico che mi legge ogni tanto mi ha scritto d’aver incontrato un ufficiale USA che durante il Ramadan gli chiese contro chi fosse rivolta quel corale sciopero della fame…

Cretini DOC furono importati dagli Stati Uniti e nominati ministri e presidenti, il flusso dei lavori e dei favori incentivò nuovamente la corruzione, il rilassamento dei costumi e la presenza di militari giovani stimolò ogni genere di deviazioni, la coltivazione e il traffico degli oppiaceo aumentò fino a tenta volte nella fase finale dell’esperienza; la spicciativa temerarietà culturale con cui furono risolte questioni di diritto civile creò malanimo. Le logiche tribali ripresero il sopravvento e si iniziò a rimpiangere la frusta casalinga dei talebani, giudici incorruttibili.

Trasformare un uomo di fede in un combattente non richiede sforzi: é già temprato, frugale e pronto al sacrificio. Era solo questione di tempo. Scrissi sul questo blog, il 4 maggio 2011,che ci potevano volere dieci anni e dieci anni ci sono voluti. ( cfr: https://corrieredellacollera.com/2011/05/04/gli-usa-vinceranno-in-pakistan-e-i-talebani-in-afganistan-di-antonio-de-martini/).

Cosa pensano? Sono nazionalisti, sovranisti, rigorosi difensori della legalità, moralisti come tutti gli uomini che vivono tra loro e molto affini alla mentalità e psicologia degli evangelisti americani, mutatis mutandis.

Cosa faranno? Governeranno esattamente come prima, ma senza esecuzioni pubbliche e con un occhio più attento alle reazioni e relazioni internazionali, ma senza dimenticare chi li ha aiutati e perché. Il Pakistan.

l’appartenenza all’Etna Pashtun li rende utili ai pachistani in funzione anti indiana e se dovessero gestire alcune attività terroristiche segrete, lo farebbero per cavare le castagne dal fuoco ai pakistani che devono dare prova di moderazione agli americani in cerca di capri espiatori. Potrebbero offrire kamikaze per operazioni in India, in Cachemir e in Inghilterra con cui il Pakistan ha conti in sospeso per via delle attività di intelligence che hanno avvelenato i rapporti con gli USA.

Attentati a noi non ne prevedo. Prevedo invece, grazie alla nostra irrilevanza politica che potremmo raccogliere contratti che, per ora , gli americani per ragioni di opportunità non possono sollecitare. Penso alla SNAM che potrebbe offrirsi per l’attività progettuale del grande pipeline Iran Cina dove saremmo in concorrenza con la Russia che ha un eccellente uomo di intelligence in grado di influire in Pakistan ad alti livelli, mentre noi potremmo farlo in Iran.

Gli USA nel 1975 assorbirono centomila vietnamiti nel loro paese, mentre noi mandammo a prendere, con Zamberletti ricordate ? con due navi da guerra, qualche centinaio di boat people. Oggi rischiamo che accada il contrario…

Per fortuna, tutti gli afgani che hanno ottenuto promozione e3conomica e sociale ( e di cui i talebani favoriranno l’esodo) hanno il mito degli USA e una gran voglia di investire i loro sudatissimi dollari.

A RITROSO

Il padre spirituale di questa vittoria dei pastori sulle supertecnologie, è il mullah OMAR .
Guercio, viveva all’ombra della sua moschea mentre l’Afganistan vegetava in un periodo di anarchia dovuta a liti tra partigiani di differenti ideologie occidentali.
Quattro soldati afgani violentarono una donna e ne chiesero la condanna con le solite abberranti motivazioni.
Lui condannò i quattro all’impiccagione.
Il paese intero approvò- si, il paese dei misogini – e lo innalzò alla magistratura suprema in cerca di legge e ordine.
Quando il governo USA chiese l’estradizione di Osama Ben Laden ( che come abbiamo poi saputo, non era in Afganistan) lui, magistrato inflessibile, chiese che avviassero una regolare pratica di estradizione.
Gli USA risposero con l’invasione e misero una taglia sulla sua testa.
È morto nel suo letto, guidando la Resistenza, senza che si trovasse un solo afgano disposto a tradire cedendo al fascino del dollaro.
Se non ricordo male, la taglia era di dieci milioni.
Avrebbero dovuto capire da questo fatto che non l’avrebbero spuntata.
Qualcuno, in un bagliore di lucidità, da “terrorists,”li promosse a “insugents”, ma poi affogò in una storiella pecoreccia e l’interesse alle forniture prevalse fino al naufragio finale.

Dieci anni di morti inutili prima di ricominciare_di Antonio de Martini e Giuseppe Germinario

Con l’evidenza di nuovi particolari che stanno emergendo nella dinamica della ”ripresa” di Kabul, cioè del loro paese, da parte dei talebani si può cominciare a mettere insieme alcune considerazioni. Continua a leggere

LE BOMBE SULL’AFGANISTAN HANNO FATTO UNA VITTIMA: BIDEN, di Antonio de Martini

LE BOMBE SULL’AFGANISTAN HANNO FATTO UNA VITTIMA: BIDEN
Zabibhullah Mujaid, portavoce dei Talebani ha dichiarato che il movimento degli “ Studenti in religione” é favorevole all’evacuazione degli americani.
Infatti, dalla dichiarazione di tregua in poi, gli americani non sono stati attaccati e questo ha reso disponibili concentramenti di più forze per attaccare i governativi.
L’intelligence USA ( e quella afgana) hanno realizzato gli ultimi, si spera, due buchi nell’acqua a dimostrazione – non solo della inefficienza- ma anche della mancanza di contatto con la realtà del paese e del loro stesso esercito.
1)Non si aspettavano il crollo psicologico dei militari afgani alla cessazione dell’appoggio aereo e logistico americano. Il che ha consentito ai talebani la presa di controllo di due terzi del paese in una settimana.
L’invasione d’Italia di Carlo VIII fu chiamata “la guerra dei gessi” dai segni che l’intendenza faceva sui punti di ristoro per le truppe. Fu l’impegno più gravoso data la mancanza di resistenza. E questa avanzata dei Talebani me la ricorda.
2)Prevedevano che l’attacco venisse dal sud del paese e sono stati sorpresi dall’attacco Nord-Sud. Credevano che il Nord fosse rimasto ai tempi di Massoud, il leone del Pamshir….
Su circa 140 distretti “conquistati” le truppe governative ne hanno riconquistati dieci.
Una campagna di omicidi mirati di piloti ha debilitato l’aeronautica afgana che sarebbe stato l’unico asso nella manica del presidente Ghani.
L’invio in urgenza di tremila uomini ( due battaglioni di Marines e uno di fanteria) in aggiunta ai seicento già a presidio dell’ambasciata USA e l’afflusso di militari inglesi a protezione di quella britannica, da la misura della della mancanza di cooperazione persino a livello di difesa ravvicinata sullo stesso percorso per l’aeroporto.
Ognuno per se.
La presenza di questa mezza brigata ( più i mercenari delle compagnie private ancora in loco) dovrebbe tenere i talebani lontani da Kabul per qualche tempo e permettere negoziati, ma l’afflusso dei profughi nella capitale ( ah se qualcuno avesse letto Machiavelli !) renderà la situazione alimentare e logistica presto insostenibile per gli assediati.
Uno dei giovani generali dell’esercito governativo – Koshal Sadat 35 anni- ha dichiarato : “tutto ciò di cui un soldato ha bisogno é di un vero leader” cioè che le truppe sono disposte a battersi e a cessare le diserzioni, se a capo si trovassero un vero comandante ( sottinteso, non un fessacchiotto come il presidente Ashraf Ghani).
Insomma si rivive la situazione tipica americana con un docile ometto gradito agli occidentali ma per le stesse ragioni non apprezzato dal popolo e dai suoi stessi soldati.
Il portavoce del Pentagono citato ieri sera dal corrispondente RAI Di Bella, ha detto “ il denaro non può ottenere la volontà politica.”
Una bella ammissione. Giunge con un ritardo di almeno mille miliardi di dollari ( di cui una ventina nostri).
COSA SUCCEDERÀ
Gli Stati Uniti vorranno isolare il paese sostenendo che viola i diritti umani e che potrebbe “ nuovamente ospitare terroristi” ignorando che chi ospitava Ben Laden era il Pakistan….
Oltre a ignorare la storia dell’Afganistan ignorano- evidentemente – anche la geografia: trascurano che l’Afganistan confina col Pakistan e con l’Iran due paesi che NON possono neppure volendo isolare il vicino; gran parte degli abitanti sono nomadi e vivono di pastorizia ( transumanza frontaliera) e che quindi i consigli di sanzioni sono illusori e inefficaci. Anche i vicini russi saranno lieti di riannodare i rapporti con paese che li scacciò, in nome della solidarietà tra sanzionati…
Ignorano – o fingono di ignorare- anche le cronache dei giornali.
La Turchia é in eccellenti rapporti coi paesi summenzionati e con i tre “ stan” ( Kirghizistan, Turkmenistan,Uzbechistan) e sta affacciandosi sul problema nell’ottica di “rendersi utile” e rifornire il Pakistan di equipaggiamenti militari in sostituzione di eventuali sanzioni USA.
L’Iran ha in progetto un gas-oleodotto verso la Cina ( via Pakistan e…Afganistan) e la situazione é diventata favorevole.
Il complesso militare Russo Cinese ha appena completato una manovra militare congiunta di 13.000 uomini in Cina. Tra gli obbiettivi della esercitazione, verificare la capacità dei soldati russi di utilizzare armamento cinese.
Questo significa decuplicare in poco tempo la capacità di equipaggiamento russa e la pericolosità navale della Cina.
Esistono anche altri paesi , come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che non isoleranno mai l’Afganistan e almeno questo avrebbero dovuto capirlo durante i lunghi, mesi di negoziati a Doha.
Era cominciata come una scampagnata di quei discoli della CIA a caccia di Ben Laden in Afganistan e rischia di concludersi come il più importante indebolimento strategico della storia degli Stati Uniti contro quasi l’Asia intera.
L’Organizzazione di Shangai , costituita da tutti i paesi confinanti citati, sarà lieta di accogliere il nuovo socio. By the Way, un altro sanzionato, la Bielorussia, é membro osservatore del gruppo, mentre gli USA si sono visti respingere la richiesta di adesione….
Al confronto, lo smacco siriano é una gaffe di poco conto e il problema palestinese una grana momentanea.

L’America si sta ritirando dall’Afghanistan, mentre lo scontro di civiltà infuria già in Europa, di Vincze Hajnalka

Il cerchio si chiude: la ventennale guerra americana in Afghanistan si conclude con una data di ritiro straziante e simbolica, l’11 settembre. Almeno ufficialmente, e se tutto va secondo i piani. Per quanto ci sia un piano per parlare di un fiasco così gigantesco. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale Herbert McMaster ha detto che gli Stati Uniti hanno trattato l’intervento afghano come “una guerra di un anno, venti volte di seguito”. La NATO è stata utile in questo, a volte stringendo un po ‘i denti. E ora tutti guardano con il fiato sospeso quello che stanno facendo i terroristi, che sono in buona forma rispetto alla loro “caccia” e sono nel frattempo avanzati per negoziare.

Missione fallimentare, calcolata in seguito

Diciotto anni fa, il 1 ° maggio 2003, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld annunciò a Kabul di aver compiuto “gravi atti di guerra” nella guerra in Afghanistan in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 (per sradicare il colpevole al-Qaeda e i talebani li nascondono) appena compiuti. Proprio il giorno in cui il presidente Bush ha elogiato il successo dell’invasione dell’Iraq sulla portaerei USS Abraham Lincoln, “missione compiuta”. In effetti, la zuppa nera su entrambi i campi di battaglia è arrivata solo dopo. In Afghanistan sono iniziate le montagne russe senza fine: di tanto in tanto gli Stati Uniti hanno lanciato il ritiro, elogiato i successi ottenuti, incoraggiato i membri della coalizione a “solo un po’ più” di sforzo e eroso impercettibilmente la presenza.

ALLA FINE DI QUESTA INSENSATA FRUSTRAZIONE, L’ANNUNCIO DI JOE BIDEN DEL 14 APRILE È GIUNTO AL TERMINE: GLI STATI UNITI RITIRERANNO INCONDIZIONATAMENTE I SUOI ULTIMI SOLDATI DAL PAESE ENTRO CINQUE MESI.

Questo, ovviamente, non suona molto bene. Soprattutto da quando il giorno prima è uscito il rapporto annuale delle organizzazioni di intelligence statunitensi che prevedono un’ulteriore escalation dei talebani, l’incapacità di resistenza del governo afghano in caso di partenza degli Stati Uniti. A febbraio, uno studio di ottanta pagine del “Gruppo di ricerca afghano” commissionato dal Congresso ha detto la stessa cosa, chiarendo in qualche modo che in caso di ritiro degli Stati Uniti senza un accordo di pace, i gruppi terroristici che operano in Afghanistan-Pakistan potrebbero in 18-36 mesi attaccare nuovamente negli Stati Uniti. Biden, invece, sovrascrivendo l’intelligence, il Pentagono e i soliti consiglieri, ha deciso che era sufficiente per porre fine alla guerra “infinita”.

In ciò è stato aiutato dalla decisione di Donald Trump che, sebbene a favore di un accordo di pace che aveva sperato, ha fissato la data del 1 ° maggio per il ritiro completo. Ulteriori munizioni sono state date a Biden dal fatto che il cosiddetto dossier post-afghano, due fatti imbarazzanti sulla guerra sono chiari a tutti. I documenti ufficiali dimostrano, da un lato, che chi ha familiarità con la situazione reale ha mentito e che i leader politico-militari hanno ondeggiato sui successi nella piena consapevolezza della situazione disperata. D’altra parte, il denaro buttato dalla finestra era per la maggior parte dovuto alle centinaia di miliardi di dollari spesi per la guerra. Non solo perché, dopo una persecuzione riuscita del terrorismo nei primi mesi, è entrato in un’attività destinata al fallimento per vent’anni, non solo perché hanno speso somme di denaro pari all’intero budget annuale della NASA, come le tende dei soldati con l’aria condizionata nel deserto. Ma semplicemente perché si stima che il 40 per cento del denaro che arriva nel Paese abbia messo piede nel labirinto della corruzione.

L’America cucina, la NATO lava i piatti

In un primo momento, la NATO sembrava essere esclusa da tutte le azioni afghane. Il Pentagono era già disgustato dall’idea di “giocare a commissione” durante la guerra, come aveva fatto durante l’intervento della NATO in Kosovo due anni prima. E in questo periodo, gli europei stavano cercando di impedire a Washington di mettere la NATO al servizio della sua “gendarmeria globale” al di fuori dell’Europa. Di conseguenza, dopo l’11 settembre 2001, la NATO ha promulgato l’articolo 5 della sua difesa collettiva, ma ha eseguito solo pochi gesti di solidarietà. Ha continuato la parte sostanziale, inseguendo terroristi di caverna in caverna in Afghanistan, in un’azione privata dell’America, avvolgendo attorno a sé alcuni dei suoi più stretti alleati.

MA NEL FRATTEMPO, IL COMPITO SI È TRASFORMATO IN UNA LUNGA E COSTOSA COSTRUZIONE DELLA DEMOCRAZIA.

Ciò è stato utile per gli alleati che si sono buttati a terra sulla scia dell’invasione americana dell’Iraq del 2003: il coinvolgimento istituzionale della NATO nella guerra americana in Afghanistan, guidata dalla forza di sicurezza internazionale su mandato dell’ONU, ISAF, ha offert una grande opportunità per forgiare nuovamente l’unità .

L’America ha deciso che in un modo o nell’altro, esercitava il pieno controllo su tutti i rami delle operazioni in Afghanistan, e gli europei si assicuravano, mediante “restrizioni” allo spiegamento delle loro truppe, che potevano operare solo in condizioni rigorosamente approvate dal proprio governo. Entrambi sono diventati fonte di serio risentimento. Gli americani si sono fatti beffe del fatto che ISAF sta per “I Saw Americans Fight”. Gli europei, invece, non avevano alcuna intenzione di lasciare il controllo ai propri soldati, mentre le decisioni più elementari, come aumentare l’intensità dello sforzo bellico o, al contrario, ridimensionarlo, sono state prese a Washington, spesso informandoli in seguito. Sul piano delle consultazioni, neanche l’amministrazione Biden è cambiata molto nella pratica, se non che ora, almeno qualche giorno prima dell’annuncio, ha almeno detto che si ritirerà definitivamente. Ci fu un po’ di brontolio nella NATO, soprattutto perché gli americani ora costituiscono solo un quarto delle truppe di stanza nel paese. Da questo, gli altri, come al solito, ne hanno fatto una buona foto e hanno adattato il loro programma di ritiro a quello americano.

E adesso i terroristi?

Come per qualsiasi altra cosa, l’America non si è consultata con i suoi alleati sul campo sui cambiamenti nell’obiettivo finale del conflitto. Spiegano, come sanno, a tutti secondo la loro opinione perché la caccia ai talebani di ritorsione è diventata una costruzione della democrazia in Afghanistan, e poi di nuovo solo per prevenire attacchi terroristici, ma alla fine un negoziato con i partner talebani. Perché i “ragazzi” che il direttore del Centro antiterrorismo della CIA aveva promesso a George W. Bush “cammineranno sui loro bulbi oculari” sono diventati negoziatori indispensabili dal 2010 , che sono stati in grado di perseguire con le scorte della NATO nel mezzo di continui combattimenti, colloqui di pace.

E HANNO ASPETTATO. PARTI CRESCENTI DELL’AFGHANISTAN SONO STATE ORA RIPORTATE SOTTO IL LORO CONTROLLO, FINCHÉ WASHINGTON NON HA FINALMENTE GETTATO DA PARTE TUTTE LE SUE PRECEDENTI CONDIZIONI SOLO PER RITIRARE LE SUE TRUPPE UNA VOLTA PER TUTTE.

L’unico aspetto che resta fermo da applicare è che l’Afghanistan non dovrebbe fornire una base di appoggio (nascondiglio, logistica, campo di addestramento) per attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. Dopo vent’anni di guerra, 2.300 soldati statunitensi caduti e più di duemila miliardi di dollari uccisi, sarebbe ancora il minimo. Il presidente Biden ha promesso che manterranno gli occhi sulla minaccia terroristica da lontano. Tuttavia, questo è facile da dire, più difficile da fare. I talebani fanno parte di un “ecosistema” terroristico afghano-pakistano: ventuno gruppi terroristici operano nella regione, alcuni competono o addirittura si combattono tra loro, ma la maggior parte condivide obiettivi simili, spesso condividendo risorse, persone, praticando insieme e persino i talebani e al-Qaeda, con matrimoni incrociati, anch’essi intrecciati in legami familiari.

La situazione è ulteriormente complicata dai giochi di potere regionali. Il più importante sostenitore (semi-ufficiale) dei talebani è il Pakistan, che altrimenti ha una bomba atomica, e gli sviluppi tra le dune di sabbia in Afghanistan sono di grande interesse per India, Iran, Russia e Cina per un motivo o per l’altro. Il generale David Petraeus, ex comandante delle truppe statunitensi e NATO in Afghanistan, ex direttore della CIA, afferma che l’America si pentirà della decisione tra due anni e il generale McMaster ha precedentemente avvertito che in caso di un ritiro rapido e completo, Washington pagherà un prezzo molto più alto – Dovrai tornare.

FORSE, MA ALLORA NON SOLO QUI. ANCHE SIRIA, YEMEN, SAHEL O SOMALIA SONO TERRENO FAVOREVOLE DAL PUNTO DI VISTA JIHADISTA. E SEMPRE PIÙ POSTI LO SARANNO SEMPRE DI PIÙ.

“Clash of Civilizations”, ora anche in Europa

Vale la pena ricordare che durante i dieci anni della guerra sovietico-afgana, l’Afghanistan, con un forte sostegno americano / CIA, ha funzionato come una sorta di addestratore jihadista internazionale. Dopo il ritiro sovietico nel 1989, combattenti islamici vittoriosi e armati ideologicamente dall’Algeria, dall’Egitto, dallo Yemen, dal Sudan, dall’Azerbaigian, verso l’India, hanno iniziato la loro lotta.

SECONDO SAMUEL HUNTINGTON, CHE PREFIGURA LO “SCONTRO DI CIVILTÀ”, QUELLA SOVIETICO-AFGHANA È STATA LA PRIMA GUERRA DI CIVILTÀ A CAUSA DELL’OFFESA JIHADISTA.

E un ufficiale dell’intelligence americana disse già nel 1994 che c’è una forte domanda di “laureati” in Afghanistan ovunque nel mondo islamico, dicendo che “una superpotenza è stata sconfitta, ora l’altra sta arrivando”. Zbigniew Brzezinski, il principale consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, non ha visto in retrospettiva cosa ci fosse di sbagliato nel sostegno alla jihad antisovietica. In un’intervista nel 1998, ha detto:

da una prospettiva storica, rispetto alla disintegrazione dell’impero sovietico, ci sono alcuni degli islamisti entusiasti?

Ma ci stava pensando in una cornice molto bloccata sul passato. E non solo perché il XXI. secolo iniziato con un attacco nel cuore dell’America da “un po’ di eccitazione”. Per ragioni geografiche e demografiche, gli Stati Uniti potrebbero essere colpiti dal terrorismo accusato dall’Islam fino a un scioccante assassinio alla volta, ma il suo nuovo grande avversario è la Cina. L’Europa, invece, è in prima linea. Per lei l’ideologia jihadista, sia ai margini che all’interno dei suoi confini, è una sfida decisiva per i decenni a venire. Il presidente turco Erdogan incoraggia le famiglie turche che vivono in Europa a fare “non tre ma cinque” bambini su base politica e minaccia un futuro in cui

 SE ALCUNI PAESI DELL’UE LO ATTRAVERSASSERO QUA O LÀ, “NEMMENO GLI EUROPEI SAREBBERO IN GRADO DI CAMMINARE PER LE STRADE IN SICUREZZA”.

Dal 2010, il coordinatore antiterrorismo dell’Unione ha messo in guardia su migliaia di europei che si recano su campi di battaglia esterni in forza al jihadismo; molti dei quali non smetteranno di combattere una volta tornati a casa. E ha già un “entroterra” in casa. Mentre i soldati europei si battono per i diritti delle donne afghane a molte migliaia di chilometri di distanza, a Parigi le donne sono sempre più impossibilitate a indossare minigonne ed entrare nei caffè.

https://www.portfolio.hu/global/20210501/amerika-kivonul-afganisztanbol-kozben-a-civilizacios-harc-ma-mar-europaban-is-dul-481154

Stati Uniti, enigmi strategici_conversazione con Gianfranco Campa

Biden ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan dopo vent’anni di ostilità. Trump cacciato dalla porta, ma che entra dalla finestra. Per un fronte che dovrebbe chiudersi, se ne riaprono almeno due ancora più pericolosi. Intanto opzioni che durante la guerra fredda erano un tabù, strumenti di deterrenza con un semplice tweet appaiono ora fruibili con agghiacciante indifferenza. Ma negli States chi detiene il controllo delle leve?Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vg2nxl-stati-uniti-enigmi-strategici-conversazione-con-gianfranco-campa.html

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