Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi
Sottotitolo: Dalle origini genovesi del 1905 al declino degli altiforni di Taranto, il racconto epico di una società che ha smarrito la propria ragione industriale per diventare ostaggio di interessi altri
Nel principio fu la fusione. Nel 1905, a Genova, un gruppo di capitalisti lungimiranti costituì la Società anonima Ilva con un obiettivo chiaro e circoscritto: costruire uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale alle porte di Napoli, a Bagnoli, per sfruttare il minerale di ferro dell’isola d’Elba. La ragione industriale era semplice e potente: produrre acciaio dal minerale, trasformare la materia grezza in infrastrutture, binari, navi, ponti, armi. Era l’industria pesante nella sua accezione più pura, quella che forgiava le nazioni. Nel 1911, con il Consorzio Ilva, la società assunse la gestione di un complesso di stabilimenti che comprendeva Elba, Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica. Era l’alba di un impero siderurgico.
Negli anni Trenta, la mano pubblica intervenne. L’IRI acquisì Ansaldo, Ilva e Terni, dando vita a un polo siderurgico a controllo statale che avrebbe segnato la storia economica italiana per mezzo secolo. Nel 1937 nacque la Finsider, una finanziaria creata per gestire il patrimonio economico e finanziario dell’Ilva e delle sue controllate. La dialettica tra pubblico e privato cominciava a delinearsi come il vero motore della vicenda siderurgica nazionale.
Il 1961 fu l’anno della svolta epocale. La fusione tra Ilva e Cornigliano diede vita all’Italsider, che divenne la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. Il progetto del IV Centro Siderurgico a Taranto, concepito nel 1961 e entrato in esercizio nel 1965, rappresentò l’apice di questa espansione. Taranto non era una scelta casuale: la città offriva un porto naturale, manodopera a basso costo e la promessa di un Mezzogiorno finalmente industrializzato. Il ciclo integrale — altiforni, acciaierie, laminatoi — faceva di Taranto il cuore pulsante dell’acciaio italiano. Negli anni Settanta, il centro siderurgico sfornava quasi la metà della produzione totale dell’Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 60 per cento. A Genova, Cornigliano brillava come polo laminatorio; a Novi Ligure sorgeva un complesso di laminazione a freddo; a Piombino, a Bagnoli, a Marghera, a Salerno, l’acciaio italiano si diffondeva come una religione industriale.
Ma la grandezza nascondeva crepe profonde. La crisi degli anni Settanta, lo shock petrolifero, la concorrenza internazionale e la rigidità del sistema pubblico cominciarono a erodere la competitività dell’Italsider. Bagnoli chiuse i battenti, Cornigliano fu ceduto, Piombino venduto al gruppo Lucchini. Nel 1988, Italsider e Finsider furono messi in liquidazione. La denominazione Ilva fu ripresa per designare ciò che restava: un nucleo di stabilimenti in cerca di un destino.
La privatizzazione arrivò nel 1995. L’IRI, nell’ambito della dismissione delle aziende metallurgiche di Stato, cedette l’Ilva Laminati Piani alla RILP, società del gruppo Riva, la famiglia bresciana che aveva costruito il proprio impero sull’acciaio. Emilio Riva, con un rilancio vincente, si aggiudicò il cuore dell’ex colosso pubblico. Era l’inizio di una nuova era, ma anche di una nuova illusione. Il gruppo Riva promise investimenti, ambientalizzazione, rilancio. Le promesse si scontrarono con la realtà di un impianto enorme, tecnologicamente avanzato ma ambientalmente insostenibile.
Nel 2012, l’inchiesta della magistratura di Taranto sulla diossina e sulle emissioni nocive portò al sequestro degli impianti e al commissariamento dell’azienda. Da quel momento, l’Ilva divenne un caso nazionale: un’azienda di interesse strategico nazionale, ma incapace di conciliare produzione e salute. Nel 2017, la cessione ad ArcelorMittal segnò un nuovo passaggio di mano, ma le difficoltà non si placarono. Gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal si affacciarono alla porta, senza successo. Nel 2023, il ritorno dello Stato con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria fu l’ultimo tentativo di salvare il salvabile.
Oggi, nell’ottobre del 2026, la vicenda giunge al suo epilogo tragico. La Corte d’Appello di Milano ha confermato il fermo dell’altoforno di Taranto, e la Cassazione deciderà il 20 ottobre il destino definitivo dell’area a caldo. I posti di lavoro a rischio sono 3.800 diretti e 4.200 nell’indotto. Il governo ha varato un decreto da 187 milioni per mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre, ma la protesta dei lavoratori non si ferma. Scioperi di 24 e 48 ore, presidi, fuochi accesi davanti ai cancelli: le tute blu chiedono garanzie reali, un piano industriale concreto, la nazionalizzazione come unica strada per guidare la transizione.
Qui si consuma il destino metaindustriale infranto. Che cosa significa, esattamente, metaindustriale in senso teleologico? Significa che gli scopi di un’impresa, originariamente circoscritti alla sua ragione industriale — produrre acciaio, generare valore, occupare manodopera — sono stati progressivamente sussunti da interessi più ampi e generali di natura individuale, politica, finanziaria, ambientale e sociale. L’impresa non è più un fine in sé, ma un mezzo per altri fini. La sua teleologia si è frantumata in una molteplicità di teleologie concorrenti, spesso incompatibili tra loro.
La ragione industriale originaria dell’Ilva era chiara: produrre acciaio a ciclo integrale per alimentare la crescita economica nazionale. Era un fine produttivo, concreto, misurabile. Ma nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la privatizzazione, questo fine è stato oscurato da altri scopi. Lo Stato voleva mantenere l’occupazione nel Mezzogiorno, anche a costo di sussidi e protezionismi. I privati volevano massimizzare il profitto, anche a costo di disinvestire e licenziare. I sindacati volevano difendere i posti di lavoro, anche a costo di ritardare la decarbonizzazione. Le comunità locali volevano salute e ambiente pulito, anche a costo di chiudere la fabbrica. L’Europa voleva concorrenza e rispetto delle regole, anche a costo di lasciare l’Italia senza acciaio primario.
In questa cacofonia di teleologie, l’impresa ha perso la sua anima industriale. È diventata un campo di battaglia per interessi altri, un oggetto conteso anziché un soggetto produttivo. La definizione di “metaindustriale” che qui si propone non è quella di una società post-industriale, ma di una società in cui l’industria è diventata metafisica: un’entità astratta, simbolica, politica, che ha smarrito il contatto con la sua materialità produttiva.
Questa concettualizzazione trova fondamenti in diverse tradizioni di pensiero. In economia, la teoria della crescita dell’impresa di Edith Penrose ci ricorda che le imprese crescono per sfruttare risorse interne, ma quando queste risorse vengono assorbite da interessi esterni, la crescita si arresta e la traiettoria si frantuma. In sociologia, la critica di Ariel Salleh al concetto di lavoro metaindustriale — inteso come lavoro riproduttivo, non remunerato, ai margini del sistema capitalistico — offre una chiave per leggere l’Ilva non come un’azienda che produce acciaio, ma come un sistema che produce consenso, conflitto, identità, e persino malattia. La società metaindustriale, come descritta da alcuni autori, è caratterizzata dalla centralità dell’immateriale, dei servizi, della conoscenza. Ma l’Ilva non è mai diventata immateriale: è rimasta materialissima, fatta di altiforni, cokerie, minerali, polveri, diossina. Eppure, la sua gestione è diventata immateriale, astratta, prigioniera di logiche finanziarie e politiche che nulla hanno a che vedere con la produzione dell’acciaio.
In storia economica, la vicenda dell’Ilva è un caso esemplare di ciò che alcuni studiosi chiamano “deindustrializzazione senza reindustrializzazione”: la perdita di capacità produttiva non è compensata dall’emergere di nuove attività manifatturiere, ma solo da servizi a basso valore aggiunto e da rendite finanziarie. In storia sociale, è la storia di una classe operaia che ha lottato per decenni per difendere il proprio lavoro, salvo scoprire che il lavoro stesso era diventato un oggetto di scambio politico, non più un diritto.
Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva è, in ultima analisi, il destino di un’intera nazione. L’Italia è un Paese industriale che non ama l’industria. Vuole i benefici dell’acciaio — auto, elettrodomestici, infrastrutture — ma non vuole gli altiforni che lo producono. Vuole la salute, ma non vuole il lavoro che la finanzia. Vuole la decarbonizzazione, ma non vuole pagarne il costo. In questa contraddizione, l’Ilva è il simbolo di un patto sociale infranto, di una promessa industriale tradita, di un futuro che non è mai arrivato.
Mentre gli altiforni di Taranto si spengono lentamente, mantenuti in un riscaldo che sa di agonia, resta la domanda: può un Paese industriale fare a meno della produzione di acciaio primario? La risposta corretta, ma politicamente scorretta, sarebbe no. Ma la verità è che l’Italia ha già scelto. Ha scelto di non scegliere, di rinviare, di demandare. Ha scelto il metaindustriale: un’industria senza industria, un acciaio senza fabbrica, un destino senza teleologia. E il prezzo di questa scelta lo pagano gli operai, le loro famiglie, le città che hanno creduto nell’acciaio. Lo pagano oggi, con la cassa integrazione, con lo sciopero, con la paura. Lo pagheranno domani, quando l’Italia scoprirà di aver bisogno di acciaio e di non averlo più.
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Il giorno dopo che Zelensky ha accusato gli Stati Uniti di aver tagliato il “supporto di intelligence” e di non aver fornito un preavviso sugli attacchi missilistici balistici russi contro Kiev, in Ucraina è scoppiato il caos.
Ora la leadership del Paese ha accusato gli Stati Uniti di aver interrotto anche il sostegno al programma Starlink.
Tutto è iniziato con un post di Serhii Sternenko, una figura di spicco ucraina, che ha descritto in dettaglio come i terminali Starlink in Ucraina subissero una limitazione di velocità al superamento di un determinato limite:
Come si può notare, accusa la SpaceX di Elon Musk di ingerenza, scatenando una tempesta di odio nei confronti di Musk da parte della frangia dei social media vicina all’Ucraina.
Musk ha immediatamente risposto con un chiarimento: la versione militare di Starlink è in realtà gestita dal Dipartimento della Difesa statunitense con il nome di Starshield e non è controllata da Musk o SpaceX. Potete vederlo rispondere direttamente all’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov in persona, il quale afferma che la connettività era già in fase di ripristino in quel momento.
All’inizio della guerra, Musk fu costretto a cedere questa divisione della sua azienda per continuare a presentare un’immagine “neutrale” della sua impresa ed evitare che venisse associata in modo ambiguo ad azioni militari offensive che, probabilmente, sapeva sarebbero finite in zone eticamente molto “grigie”, come colpire infrastrutture civili e a duplice uso russe.
Nonostante tutto ciò, dobbiamo ammettere che la tempistica è un po’ sospetta, visto che solo pochi giorni fa Musk aveva pubblicato dei post molto duri contro Zelensky:
Forse, dopotutto, c’è dell’altro?
Innanzitutto, va detto che, nonostante le affermazioni di Fedorov sul ripristino del servizio, vi erano altre voci che sostenevano che il suo annuncio fosse prematuro e che, in realtà, il servizio continuasse a essere ampiamente inefficiente.
Anche diverse brigate ucraine avevano pubblicato informazioni sui loro problemi. Ecco il 7° Corpo d’assalto aviotrasportato delle Forze Armate ucraine:
Il 7° Corpo di Reazione Rapida delle Forze di Assalto Aereo ucraine segnala che questa mattina si stanno verificando interruzioni del segnale Starlink nella zona di Hulyaipole/Orikhiv, nell’oblast’ di Zaporizhzhia.
Il cosiddetto pacchetto Starshield, che gestisce il trasferimento dati per i voli dei droni, ha ricevuto delle limitazioni alle velocità superiori a 110-120 km/h, oltre le quali la connessione può interrompersi per 10-20 secondi, rendendo difficile il controllo dei droni. Inoltre, il lancio di droni a medio raggio ad alta velocità è diventato pressoché impossibile.
Già da stamattina, alcune missioni del 7° Corpo d’armata hanno dovuto essere annullate a causa di queste restrizioni e problemi di comunicazione con Starlink.
Serhiy Flash, la figura più autorevole in Ucraina su questi temi, ha confermato che le restrizioni a Starlink sono entrate in vigore:
Sul suo canale TG ha fornito ulteriori dettagli:
Tutti scrivono di come le restrizioni del programma “Starlink” abbiano influito sulle missioni a lungo raggio e sulla logistica in prima linea, ma per noi c’è un altro problema importante.
Il sistema “Starlink” viene attualmente impiegato nella soluzione più efficace (intercettori) per proteggere il nostro spazio aereo dai droni “Shahed” a propulsione a reazione.
Di fatto, con le loro azioni, i nostri partner ci stanno privando di una delle poche possibilità che abbiamo di difendere il Paese da questi “Shahed” a bordo di aerei a reazione.
Egli sottolinea un aspetto importante e spesso sottovalutato della vicenda: Starlink non viene utilizzato solo in modo offensivo dai droni ucraini a lungo raggio, ma anche in modo difensivo dai velivoli intercettori che prendono di mira i sistemi d’attacco russi, i quali hanno colpito Kiev. Pertanto, i recenti e devastanti attacchi russi contro le infrastrutture di Kiev rischiano di peggiorare ulteriormente se queste interruzioni dovessero continuare.
Alla luce di quanto sopra, oggi il Washington Post ha sganciato la bomba secondo cui gli Stati Uniti avrebbero effettivamente minacciato figure chiave ucraine di interrompere le comunicazioni di intelligence qualora Zelensky avesse continuato a colpire i siti petroliferi russi:
Secondo una persona a conoscenza dei fatti, lunedì gli Stati Uniti hanno minacciato di non fornire informazioni di intelligence all’Ucraina.
Funzionari dell’intelligence statunitense hanno avvertito l’ambasciata ucraina a Washington che, in caso di ulteriori attacchi contro siti energetici russi, gli Stati Uniti avrebbero immediatamente interrotto ogni forma di condivisione di informazioni. L’interdizione all’intelligence statunitense non è stata completamente interrotta, almeno non del tutto, ma la minaccia rimane, ha affermato la fonte.
“Gli avvisi erano così diffusi che chiunque avesse un cognome dal suono ucraino riceveva una chiamata”, ha detto la fonte. Il tipo di missile che ha colpito Kiev era già sfuggito ai sistemi di allerta in passato, ma non di recente, ha aggiunto.
La citazione sopra riportata contiene diversi spunti interessanti.
In primo luogo, se gli Stati Uniti hanno davvero iniziato a minacciare di interrompere le attività di intelligence, possiamo tranquillamente presumere che l’allarme degli ultimi giorni fosse giustificato e che Trump stesse probabilmente testando un’interruzione temporanea per mandare un messaggio. La citazione precisa persino che l’intelligence statunitense non è stata ancora interrotta “completamente”.
L’altro aspetto interessante era l’ultima parte, che lasciava intendere che la Russia avesse utilizzato un “tipo di missile” che in precedenza era riuscito a eludere persino il sistema di allerta precoce degli Stati Uniti, ma “non di recente”. Possiamo solo supporre che si riferisca alle varianti balistiche S-400 di cui abbiamo parlato nell’ultimo aggiornamento.
Secondo quanto riferito a CBS News da diverse fonti a conoscenza dei fatti, gli Stati Uniti potrebbero aver intenzionalmente omesso di lanciare tempestivamente l’allarme questa settimana riguardo a possibili attacchi russi contro l’Ucraina.
Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha dichiarato che l’Ucraina “non ha ricevuto alcun preavviso dai nostri partner” quando la Russia ha lanciato un attacco missilistico balistico contro Kiev e altre località nelle prime ore di martedì.
L’articolo rivela un altro dettaglio interessante:
Secondo le fonti, gli Stati Uniti non erano riusciti a fornire informazioni di intelligence sui lanci di missili balistici russi in un’occasione precedente, all’inizio di quest’anno, adducendo la necessità di concentrare maggiori risorse sul Medio Oriente.
Ciò dimostra che gli Stati Uniti hanno dovuto destreggiarsi tra le loro limitate risorse spaziali, distribuendole tra i vari teatri di conflitto che hanno provocato e che stanno cercando di gestire simultaneamente.
Continuano a susseguirsi diverse affermazioni ucraine secondo cui Starlink non sarebbe stato completamente ripristinato, contrariamente a quanto sostenuto da Fedorov e altri:
Il deputato bulgaro Ivaylo Mirchev ha fornito i dettagli:
A prescindere da cosa sia realmente accaduto con il sistema di allerta precoce e il fiasco di Starlink, resta il fatto che gli Stati Uniti sembrano aver inviato all’Ucraina un ultimatum definitivo: se l’Ucraina continuerà a colpire le infrastrutture energetiche russe, le informazioni di intelligence verranno completamente interrotte, almeno stando alle prime indiscrezioni.
L’Ucraina ha già attaccato le infrastrutture energetiche russe dalla scorsa notte e promette di continuare su questa strada. Ciò significa che possiamo aspettarci un duro scontro tra i due ex “partner” nel prossimo futuro, anche se molti prevedono che Trump si tirerà indietro come al solito. In effetti, il ripristino del servizio Starlink può già essere considerato un passo indietro, ma vedremo come si evolverà la situazione.
Nel frattempo, la Russia sta devastando Kiev, e secondo alcune fonti è in programma un altro massiccio attacco nei prossimi giorni, o anche prima.
Ieri sera, un numero record di 6 siti legati alle infrastrutture energetiche sono stati colpiti tra Kiev e Charkiv:
Durante l’attacco missilistico su larga scala sferrato ieri sera dalla Russia contro l’Ucraina, almeno sei importanti infrastrutture energetiche sono state colpite da missili balistici e da crociera.
Questi includono:
– La centrale di cogenerazione CHP-5 nella zona meridionale di Kiev.
– La centrale di cogenerazione CHP-4 nella zona est di Kiev.
– La centrale termoelettrica Trypillya a Ukrainka, Oblast di Kiev.
– La centrale termoelettrica TEC-5 a Pisochyn, Oblast di Kharkiv.
– La centrale termoelettrica Zmiivska a Slobozhanske, Oblast di Kharkiv.
– La sottostazione elettrica da 750 kV “Kyivska” a Nalyvaikivka, Oblast di Kiev.
Sono proseguiti anche i principali attacchi contro le infrastrutture ferroviarie ucraine, come riportato dall’amministratore delegato di Ukrzaliznytsia, l’autorità ferroviaria statale ucraina:
Ora l’Ucraina sembra essere tra l’incudine e il martello: rispondere alla devastante campagna di attacchi russa nell’unico modo simmetricamente efficace, rischiando però di essere tagliata fuori dalla condivisione di informazioni; oppure cedere alle pressioni di Trump per sostenere l’economia alla vigilia delle elezioni di medio termine, diventando indifesa contro i crescenti attacchi russi proprio nel periodo in cui la Russia mira a massimizzare i danni alle infrastrutture ucraine.
A quanto pare, per l’Ucraina non si prospettano scelte facili. Tuttavia, è molto probabile che Trump, come al solito, faccia marcia indietro dopo le “urgenti richieste” provenienti sia da persone vicine all’Ucraina che dai suoi alleati. Nonostante i suoi numerosi gesti di facciata in senso contrario, Trump rimane estremamente influenzabile quando si tratta di dissuaderlo da iniziative che contrastano i piani del “deep state”.
Secondo te, quanto durerà quest’ultimo spettacolo?
Un’analisi approfondita di come l’amministrazione Trump probabilmente gestirà le imminenti conseguenze delle guerre in Ucraina e in Iran e del loro ruolo nell’impennata del prezzo del diesel.
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Originariamente pubblicato da The Duran il 27 settembre 2026.
Prima di iniziare questo articolo, voglio chiarire in modo inequivocabile che nulla di ciò che dirò è intrinsecamente a favore di Trump, contro Trump, a favore dell’America o contro l’America.
Pur essendo consapevole che sia gli Stati Uniti, soprattutto in termini di politica estera, sia l’attuale presidente, così come i presidenti precedenti, siano figure controverse, questo articolo non intende giudicare le loro azioni attraverso una lente partigiana. Sebbene, come ogni essere umano, io abbia le mie opinioni personali, la mia scrittura non si presta a strumentalizzazioni politiche binarie. Pertanto, desidero avvertire fin da subito tutti che, se siete il tipo di lettore che si irrita istintivamente di fronte agli errori di politica estera degli Stati Uniti, e in particolare a quelli che riguardano Donald Trump o Joe Biden, allora questo articolo potrebbe non fare al caso vostro.
Questo articolo si propone di fornire una comprensione di come funziona il gioco delle accuse presidenziali. Ciò avverrà analizzando lo svolgimento delle guerre in Ucraina e in Iran, compreso il loro ruolo nel prezzo record del diesel e come il presidente Trump e la sua amministrazione gestiranno le conseguenze.
Detto questo, entriamo nei dettagli.
Ucraina
Sebbene la guerra in Ucraina affondi le sue radici nel 2014 e persino prima, è diventata un obiettivo primario della politica estera statunitense nel 2022, sotto l’amministrazione Biden. Il presidente Biden ha fatto del sostegno all’Ucraina un punto centrale del suo mandato e, di conseguenza, porta gran parte della responsabilità del conflitto, soprattutto per quanto riguarda la sua continuazione e la sua escalation.
Detto questo, Biden non è più alla Casa Bianca e Donald Trump è l’attuale Presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale per un secondo mandato, Trump prometteva ripetutamente che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Ucraina in caso di elezione, arrivando persino a dire che avrebbe potuto porre fine alla guerra in 24 ore. Tuttavia, una volta insediatosi alla presidenza all’inizio del 2025, Trump non ha mantenuto quella promessa.
Il presidente Trump non solo non è riuscito a disimpegnarsi, ma ha continuato a fornire dati cruciali per l’individuazione degli obiettivi, a vendere armi e persino a mettere in discussione Zelensky per la sua mancata azione diretta contro la Russia. Inoltre, approvando nuove sanzioni contro la Russia, Trump ha di fatto adottato le politiche di Biden, trasformando così il conflitto in Ucraina nella sua guerra, anziché in qualcosa che aveva ereditato dalla precedente amministrazione.
Sebbene la stragrande maggioranza delle persone razionali e avvedute dal punto di vista geopolitico lo interpreterà in questo modo, l’America non sempre agisce in modo razionale, come vedrete.
Iran
In netto contrasto con il conflitto in Ucraina, che ebbe inizio sotto una precedente amministrazione, l’attuale guerra con l’Iran ricade interamente sulle spalle del presidente Trump.
• Fu il presidente Trump a consentire a Israele di colpire l’Iran durante i negoziati tecnici in corso nel giugno 2025.
• È stato Donald Trump a non dare ascolto agli avvertimenti sull’attacco all’Iran provenienti dai suoi stessi consiglieri dell’intelligence, scelti personalmente da lui, come Tulsi Gabbard e Joe Kent, nonché dal suo vicepresidente JD Vance.
• Furono il Dipartimento di Stato di Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio a essere praticamente assenti durante i negoziati con l’Iran nel febbraio 2026.
• Ed è stato il presidente Trump a essere ingannato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha indotto ad appoggiare il catastrofico attacco che ha ucciso la guida suprema dell’Iran e altri il 28 febbraio 2026, ed è direttamente responsabile del conflitto che rimane irrisolto ancora oggi.
Di conseguenza, non c’è nessuno da incolpare per la confusione diplomatica, le ripercussioni economiche, i problemi relativi allo Stretto di Hormuz e l’instabilità regionale persistente, se non il presidente Trump stesso.
Ora, si potrebbe pensare che per chiunque valuti la situazione attuale sia chiaro che la guerra in Iran e il protrarsi del conflitto in Ucraina siano responsabilità di Trump e quindi colpa sua. Dopotutto, il presidente Trump è il leader del mondo libero e queste sono decisioni che spettano a lui. Ma dal punto di vista della società statunitense, la questione non è così netta e questo offre a Trump l’opportunità di scaricare aggressivamente le colpe sugli altri per confondere le acque.
Il gioco delle colpe
Quando si tratta di come funziona il gioco delle accuse presidenziali in America, c’è una cosa che di solito determina la responsabilità al di sopra di ogni altra cosa.
Chi introduce la persona o la fonte del problema, di solito viene incolpato.
Questo è lo schema generale: sebbene spesso ingiusto, la società americana a volte accetta che la colpa venga scaricata dalle persone che la meritano e attribuita a coloro che, pur avendo tecnicamente un ruolo, potrebbero non essere i soggetti a cui spetta la piena responsabilità. Tale distinzione tra colpevolezza diretta e responsabilità per aver creato o reso possibile una relazione è essenziale per comprendere come funziona in pratica il gioco delle colpe.
Nessuno comprende le complessità del gioco delle colpe meglio di Donald Trump. Anzi, la sua capacità di attribuire la colpa con sicurezza è probabilmente uno dei motivi del suo successo. Che lo si ami o lo si odi, poche persone si riprendono dai fallimenti meglio di lui, come dimostra il modo in cui è passato da un imprenditore fallimentare all’altro senza batter ciglio.
Un esempio lampante: la squadra di football americano dei New Jersey Generals di Trump ha fallito. Poi è andato in fumo il Trump Shuttle. Successivamente, il Trump Taj Mahal ha chiuso i battenti, seguito dal Trump Plaza Casino e dai problemi con il Plaza Hotel di New York. Dopodiché, ha perso la Trump Hotels & Casino Resorts. Persino il suo slogan televisivo, ” Sei licenziato! “, si basa fondamentalmente sull’attribuire la colpa del fallimento di una squadra a qualcun altro.
In definitiva, Donald Trump ha accumulato una fortuna nonostante i suoi fallimenti perché è stato in grado di reinventarsi, il che ha comportato l’attribuzione della colpa agli altri.
Al di là di Trump stesso, la cerchia ristretta del Presidente è composta in larga misura da ricchi egocentrici che non si assumono responsabilità o colpe in base a ciò che è giusto. Non sto dicendo che ogni persona nell’amministrazione Trump giochi a questo gioco delle colpe. Sto dicendo che la lista di persone che agiscono in questo modo include Donald Trump, Scott Bessent, Marco Rubio, Howard Lutnick, Jared Kushner e Pete Hegseth. E, fatta eccezione per le cerchie ristrette di Obama e Biden, probabilmente non c’è mai stato un gruppo meno propenso ad assumersi la colpa di quello menzionato sopra.
Questa realtà e questa mentalità operativa devono essere comprese e applicate se si vuole prevedere con precisione come si evolveranno le questioni durante il resto della presidenza Trump.
La situazione attuale
Considerato il modo in cui di solito si cerca di scaricare le colpe, potrebbe non importare poi molto che il presidente Trump abbia permesso all’Ucraina di continuare a combattere la guerra contro la Russia. Le masse saranno pronte ad attribuire la responsabilità del ruolo degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina a Joe Biden, perché è stato lui a trascinare l’America in questo pasticcio, piuttosto che al presidente Trump, che ha gestito male la situazione.
Analogamente, se Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) dovesse in qualche modo vincere le elezioni presidenziali del 2028 e procedere con un attacco nucleare contro Teheran, Donald Trump verrebbe comunque incolpato per la questione iraniana, proprio come accadrà a Biden per l’Ucraina.
Il punto cruciale è che i leader successivi possono sempre attribuire la colpa a chi ha originato il problema. Sebbene in alcuni casi ciò sia intellettualmente disonesto, purtroppo è così che le cose finiscono più spesso.
Ed è così che Trump giocherà per il resto della sua presidenza.
Considerata la situazione attuale, le guerre in Ucraina e in Iran sono disastri irrisolti, e la carenza di gasolio negli Stati Uniti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Il motivo per cui è imperativo discuterne ora è che il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha recentemente rilasciato una dichiarazione che ha fatto scattare l’allarme geopolitico.
Il 2 settembre 2026, il Segretario del Tesoro Bessent attribuì tacitamente la responsabilità dello ” shock energetico ” globale alla guerra tra Russia e Ucraina, affermando: ” L’Ucraina ha deciso di voler distruggere le infrastrutture energetiche e i prodotti raffinati russi “.
E a suo avviso, questa era la causa della ” pressione al rialzo dei prezzi a livello globale “.
Non ci sono dubbi, il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, tramite Scott Bessent, hanno gettato le basi per attribuire la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia all’Ucraina e per i loro attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture russe, e questo è stato deliberato.
Il 13 settembre, il presidente Trump ha reso pubblico di aver parlato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in merito alla questione e di avergli ordinato di cessare tale pratica. Trump ha dichiarato: ” Il signor Zelensky deve fare una cosa. Deve smettere di interrompere le forniture di gasolio alla Russia… perché sta causando una carenza di gasolio ” .
Il giorno seguente, il 14 settembre, Trump ha ribadito la questione, stabilendo in modo concreto che la carenza di gasolio non era causata dal conflitto in Iran, bensì dagli attacchi dell’Ucraina contro la Russia.
Trump ha scritto: ” L’aumento mondiale del prezzo del diesel è dovuto principalmente alla guerra tra Russia e Ucraina, non all’Iran ” .
Ho sempre dato per scontato che il presidente Trump avrebbe optato per una strategia basata sullo scaricabarile dopo le elezioni di metà mandato. Ma l’impennata dei prezzi del diesel, unita ai continui scontri in Medio Oriente e ai progressi militari russi in Ucraina, ha reso questa tattica inevitabile in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Di seguito, analizzeremo perché la carenza mondiale di gasolio ha un impatto così significativo e approfondiremo il probabile ricorso del presidente Trump al gioco delle accuse.
Perché il diesel è importante
A differenza della benzina, utilizzata principalmente per automobili e altri macchinari di consumo, il gasolio è alla base dell’intera economia. Autotrasporti, agricoltura, locomotive merci, macchinari e attrezzature edili, navi, rimorchiatori, porti, attrezzature minerarie, trivellazioni petrolifere e di gas, scuolabus, ambulanze, autopompe e molto altro ancora dipendono dal gasolio per funzionare.
Fortunatamente per gli Stati Uniti, la produzione di diesel copre praticamente il 100% del fabbisogno interno, con scorte in eccesso disponibili per l’esportazione. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno prodotto 76,5 miliardi di galloni di diesel e ne hanno consumati internamente 59,9 miliardi. È interessante notare che gli Stati Uniti ne hanno esportati 19,2 miliardi, una quantità superiore a quella in eccesso, resa possibile dalle importazioni a basso costo che vengono poi rivendute con profitto.
Sebbene l’aumento dei prezzi della benzina colpisca immediatamente i consumatori, il problema economico più devastante si verifica quando aumentano i costi del diesel, poiché ciò colpisce le imprese e le catene di approvvigionamento, che a loro volta scaricano il costo sui consumatori. Quindi, anche se inizialmente il cittadino medio potrebbe non risentirne al momento del rifornimento, l’impatto finanziario su di lui è ben peggiore quando il prezzo del diesel aumenta.
A causa dei numerosi impieghi del diesel nell’economia, una questione urgente per il Presidente Trump è che ora dovrà ascoltare le lamentele di persone a lui vicine, ovvero la classe dei ricchi finanziatori e i dirigenti d’azienda. Di conseguenza, l’impennata dei prezzi del diesel che gli Stati Uniti stanno vivendo è del tutto inaccettabile e Trump non aveva previsto questo enorme problema.
Ancora più importante, il presidente Trump ora è consapevole che, se questo problema del diesel dovesse persistere, non ci sarebbe modo di impedire che si ripercuota seriamente sui consumatori.
Sebbene non ne abbia prove dirette, credo che il costo del diesel e le sue ripercussioni a lungo termine siano in parte responsabili dell’idea, avanzata dall’amministrazione Trump, di un “dividendo Trump” di 5000 dollari nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo sia della Camera che del Senato dopo le elezioni di novembre.
“Se vincono i repubblicani, vincete con noi e riceverete 5.000 dollari.” ~ Presidente Trump
Sospetto che, se i Repubblicani vinceranno, Trump manterrà quella promessa perché compenserà in modo sottile l’impatto a breve termine sui consumatori causato dall’aumento dei prezzi del diesel. E se i Repubblicani perderanno la Camera o il Senato, Trump si sarà procurato un meccanismo per incolpare i Democratici di non aver dato agli americani 5.000 dollari quando saranno colpiti dall’aumento dei costi.
Sebbene questo tipo di tangenti elettorali non siano del tutto rare da entrambe le parti dello schieramento politico, raramente si concretizzano a beneficio dei cittadini. Detto questo, considero questo caso particolare unico, in quanto probabilmente collegato alla vicenda del diesel.
In ogni caso, la realtà dell’impennata dei prezzi del diesel ha costretto Trump a prendere una decisione e ora si dedicherà completamente a scaricare le colpe sugli altri per il resto della sua presidenza.
Russia-Ucraina
Dal punto di vista della personalità, è evidente che Donald Trump vede la guerra in Ucraina in modo molto diverso dal conflitto in Iran. Mentre Trump ha una lunga storia di avversione per l’Iran, non sembra essere realmente interessato a perseguire un conflitto con la Russia. Anzi, Trump considera i combattimenti in Ucraina un ostacolo inutile che impedisce agli Stati Uniti di collaborare con i russi in progetti redditizi. Inoltre, Donald Trump ammira Putin, disprezza Zelensky e non gli importa nulla dell’UE.
Detto questo, il presidente Trump è davvero il peggior nemico di se stesso. È sconsiderato nella gestione del rischio, generalmente impulsivo, incline a schierarsi con i neoconservatori e incapace di fare qualsiasi cosa che possa essere anche solo vagamente interpretata come accettare una sconfitta.
La dura verità del secondo mandato di Trump è che si è dimostrato un presidente troppo debole e troppo incline a farsi ingannare dalle argomentazioni neoconservatrici per potersi disimpegnare concretamente dal conflitto in Ucraina. Al contrario, Trump ha scelto di vendere armi alla NATO e all’Europa, che a loro volta le avrebbero fornite all’Ucraina, perdendo tempo in negoziati diplomatici poco convinti, guidati da dilettanti come Jared Kushner. Incredibilmente, Trump giustifica poi la sua incapacità di disimpegno criticando Biden per aver semplicemente fornito armi a Zelensky, mentre lui sarebbe stato il più astuto, vendendole direttamente tramite un intermediario.
È difficile persino descrivere l’assurdità della scusa di Trump. Il fatto è che Trump aveva promesso agli elettori che si sarebbe ritirato dalla terribile guerra in Ucraina. Eppure, invece di porre fine al conflitto e fermare la morte e la distruzione, ha permesso che i combattimenti continuassero, proprio come aveva fatto Biden. Solo che questa volta la giustificazione è che il suo modo di agire è in qualche modo migliore perché fa guadagnare un sacco di soldi al complesso militare-industriale.
Ora, per tutti coloro che amano affermare che il Presidente Trump stia giocando a scacchi a 10 dimensioni, in questo caso, nella migliore delle ipotesi sta giocando a dama a otto bit negativi e, in tutta onestà, ne sta uscendo schiacciato.
Medio Oriente
Per quanto riguarda gli errori di valutazione del Presidente Trump sull’Iran, la sua amministrazione ha commesso numerosi sbagli. In primo luogo, né il Presidente né i suoi consiglieri favorevoli alla guerra hanno tenuto conto del fatto che l’Iran è una potenza militare rilevante. Non sono inoltre riusciti a calcolare la capacità militare e gli arsenali necessari per sconfiggere l’Iran e al contempo difendere i nostri alleati nella regione. Ciò indica anche che il Presidente Trump non ha compreso l’incapacità degli Stati Uniti di incrementare la produzione militare.
Non dovrebbe quindi sorprendere che, quando le scorte militari statunitensi ridotte da Biden per rifornire l’Ucraina si sono sommate alle ulteriori riduzioni operate dall’amministrazione Trump e alla vendita di armi da parte degli alleati statunitensi alla NATO, destinate poi a Zelensky, il presidente Trump si sia trovato impreparato ad affrontare Teheran, e che l’Iran abbia successivamente messo a nudo queste vulnerabilità sul campo di battaglia.
Oltre alle complicazioni relative alle capacità militari, la guerra con l’Iran ha comportato anche restrizioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Sebbene Trump potrebbe non aver previsto come si sarebbe evoluta la situazione dello Stretto di Hormuz, è ragionevole supporre che fosse consapevole che un attacco all’Iran avrebbe potuto interferire con le forniture di gas e petrolio provenienti dal Medio Oriente e causare un aumento dei prezzi. Detto questo, il presidente Trump era troppo sicuro di sé e non si era preparato al peggio. Questo perché Trump partiva dal presupposto errato di poter porre fine rapidamente alla guerra, se necessario, per mitigare le ripercussioni finanziarie.
Inoltre, l’attenzione di Trump era concentrata sui prezzi della benzina, trascurando apparentemente le possibili ripercussioni sul diesel. La sua strategia si basava sull’idea che, se i prezzi della benzina fossero aumentati a causa del conflitto, avrebbe potuto compensarli attingendo alle riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti. Sebbene ciò possa tecnicamente favorire la produzione di diesel, il sovrapprezzo necessario per raffinarlo mantiene il prezzo più alto rispetto a quello della benzina. Detto questo, quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo l’inizio del conflitto, l’amministrazione Trump ha adottato proprio questa strategia per tenere sotto controllo i costi per i consumatori.
A quanto pare, il presidente Trump non aveva previsto che la domanda estera di gasolio sarebbe diventata così intensa da far lievitare i prezzi interni negli Stati Uniti. Di conseguenza, il prezzo del gasolio è schizzato da circa 3,80 dollari al gallone prima del conflitto al prezzo record attuale di circa 6,50 dollari al gallone. Si tratta di un aumento di 2,70 dollari al gallone, ovvero di circa il 70%, rispetto alla fine di febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra non provocata contro l’Iran.
Mettere ogni cosa al suo posto
Allo stato attuale delle cose, l’aspetto più importante da comprendere è che i prezzi del diesel hanno raggiunto il punto di non ritorno e Donald Trump ora deve attribuire l’aumento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.
La verità è che l’impennata del prezzo del diesel deriva principalmente dalla carenza di approvvigionamento in Medio Oriente, che a sua volta è la diretta conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Iran. Inoltre, questo conflitto è ancora in corso e il presidente Trump non ha una soluzione realistica per porvi fine, almeno non a breve termine.
L’unica cosa che Donald Trump può fare è scaricare la colpa della carenza di gasolio dalla crisi mediorientale da lui stesso causata all’Ucraina, responsabilità che potrà poi attribuire alla precedente amministrazione. Questo è già in atto, con la diffusione della narrativa secondo cui gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe sarebbero la causa dell’aumento dei prezzi del gasolio.
Sebbene gli attacchi ucraini contro la Russia abbiano ridotto la quantità di gasolio sul mercato globale, non sono i veri responsabili dell’aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti, poiché la Russia non è un importante esportatore verso l’Europa, la regione del mondo che ha un disperato bisogno di carburante e che sta facendo lievitare i prezzi.
Il problema principale risiede nel fatto che l’Europa non acquisterà più il gasolio russo a basso costo come faceva prima dell’inizio della guerra in Ucraina. Ora, invece, dipende dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti per il suo approvvigionamento. Secondo dati recenti, il Medio Oriente produce circa il 40% delle importazioni europee di gasolio, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano il 50%. Tuttavia, a causa della guerra in Iran, le infrastrutture mediorientali sono state danneggiate e il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz si è notevolmente ridotto. Senza l’energia russa a basso costo come alternativa e con una produzione limitata in Medio Oriente, l’Europa ha esercitato una pressione enorme sulle scorte di gasolio statunitensi. Ciò, a sua volta, ha fatto aumentare i prezzi del gasolio negli Stati Uniti. E poiché Trump non possiede le capacità diplomatiche per porre fine immediatamente alle ostilità in Medio Oriente, la pressione sull’offerta continuerà a gonfiare il mercato del gasolio, almeno nel breve termine.
In definitiva, le ripercussioni economiche derivanti dai prezzi record del diesel ricadranno sui consumatori americani. Il presidente Trump lo sa bene e ora ha bisogno di tutelare i propri interessi. Di conseguenza, ricorrerà a ciò che gli riesce meglio, ovvero usare la retorica e la sua piattaforma per attribuire la colpa di questo fallimento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.
Entra in Ucraina…
Considerato che il presidente Trump aveva basato la sua campagna elettorale sul disimpegno dalla guerra in Ucraina, sarebbe stato facile scaricare l’intera responsabilità del conflitto sull’amministrazione Biden. Tuttavia, Trump è stato così ingenuo da permettere che i combattimenti in Ucraina continuassero, proprio come aveva fatto la precedente amministrazione, e ora si trova a dover coprire le proprie responsabilità anche per questo disastro. Ecco perché è fondamentale per Trump fare di Joe Biden il capro espiatorio pubblico per la questione ucraina. E sebbene questa narrazione non sia del tutto priva di fondamento, non rappresenta certo la storia completa. Verissimo o meno, Trump deve proteggersi per salvaguardare la sua eredità politica e, di conseguenza, i prezzi del diesel saranno collegati all’Ucraina e l’Ucraina dovrà essere associata a Biden.
Ma che dire dell’Iran?
Sebbene sia scoraggiante e irritante che i funzionari eletti dedichino molto tempo a sciocchezze come il gioco delle accuse, si tratta di un aspetto della politica americana di cui bisogna tenere conto. E, in linea con questa realtà, è abbastanza chiaro come Donald Trump userà il gioco delle accuse, almeno per quanto riguarda il collegamento tra gli alti prezzi del diesel e l’Ucraina, per poi attribuire la responsabilità dell’Ucraina a Biden. Ciò che non è altrettanto chiaro è come Trump intenda utilizzare la strategia del gioco delle accuse con l’Iran, quando è lui stesso la fonte originaria del problema.
Come abbiamo già discusso in precedenza, il politico o la persona che introduce il problema di solito si assume la maggior parte della colpa. Ciò significa che il presidente Trump non può in alcun modo sottrarsi completamente alla responsabilità per il suo ruolo nella guerra con l’Iran. Tuttavia, Trump può, e soprattutto lo farà, rendere intenzionalmente la situazione confusa attraverso un attacco retorico su più fronti, incentrato su almeno cinque elementi diversi che ho identificato e che analizzerò di seguito.
Innanzitutto, c’è la questione delle armi nucleari, uno di quei temi a cui gli americani cadono sempre nella trappola. I fatti dimostrano che l’Iran non rappresentava una minaccia nucleare per gli Stati Uniti. Ciononostante, gli americani credono che il rischio di un attacco nucleare iraniano contro gli Stati Uniti o Israele fosse reale. Per questo motivo, il presidente Trump può giustificare un attacco altrimenti ingiustificabile contro l’Iran affermando, come spesso fa, di non poter rimanere a guardare mentre l’Iran si dotava di armi nucleari. Questo collegamento con il nucleare fornirà sicuramente a Trump una certa giustificazione, nonostante si basi sull’idea che abbia cercato di risolvere un problema inesistente attaccando l’Iran.
Il secondo modo in cui il presidente Trump cercherà di eludere la responsabilità della catastrofica guerra con l’Iran sarà quello di attribuire i fallimenti militari a Biden, accusandolo di aver dirottato una quantità cruciale di armamenti e risorse statunitensi sull’Ucraina. A dire il vero, questo è in parte vero. Ma se il presidente Trump non avesse sferrato un attacco non provocato contro l’Iran, gli Stati Uniti non si troverebbero in questa situazione. Quindi, in definitiva, incolpare Biden servirà solo fino a un certo punto a distogliere Trump dalle sue responsabilità in relazione all’Iran.
La terza cosa che il presidente Trump additerà come responsabilità per l’esito della guerra in Iran è il mancato intervento degli alleati degli Stati Uniti. Che si tratti dei paesi della NATO, della Corea del Sud o di altri, Trump cercherà di scaricare la colpa sugli alleati, e c’è la possibilità che questo messaggio trovi riscontro in alcuni americani.
Un quarto modo in cui il presidente Trump potrebbe usare il gioco delle accuse è quello di promuovere la narrazione secondo cui l’America sta meglio con l’attuale leadership iraniana rispetto alla precedente. In realtà si tratta di un’affermazione assurda e priva di fondamento, ma gli americani non ne comprenderanno le dinamiche e quasi certamente ci crederanno.
Il quinto modo in cui Donald Trump cercherà di scaricare la colpa sull’Iran è affermando che la Cina ha aiutato l’Iran nella guerra. Sebbene Cina e Russia abbiano avuto un ruolo, la Russia ha fatto di più per aiutare l’Iran. Detto questo, poiché gli Stati Uniti hanno iniziato le ostilità con la Russia finanziando una guerra per procura contro di essa in Ucraina, non è plausibile condannare Mosca per aver fatto essenzialmente la stessa cosa agli Stati Uniti tramite l’Iran. Inoltre, incolpare la Russia non si adatta alla narrazione, mentre la Cina è il prossimo grande nemico dell’America e si inserisce perfettamente nella narrativa neoconservatrice dell’imperialismo americano. Pertanto, Trump cercherà di includere la Cina nel suo gioco di attribuzione delle colpe per la guerra con l’Iran.
In fin dei conti, nessuna abile manovra diversiva potrà mai proteggere completamente Donald Trump dal suo ruolo nella guerra con l’Iran. Trump porterà sempre una parte di responsabilità nel conflitto, ma la sua colpa potrebbe essere notevolmente attenuata dopo aver attribuito la responsabilità alla questione dell’Iran dotato di armi nucleari, alla carenza di armi legata a Biden e all’Ucraina, alla mancanza di sostegno da parte degli alleati, alla falsa narrazione secondo cui la nuova leadership iraniana sarebbe migliore per gli Stati Uniti rispetto alla precedente Guida Suprema, e alla scusa che la Cina avrebbe aiutato l’Iran contro i nostri interessi.
A mio avviso, è così che il presidente Trump userà il gioco delle accuse per minimizzare il suo ruolo nella disastrosa guerra con l’Iran, una volta che tutto sarà finito.
Conclusione
A prescindere da ciò che il presidente Trump ha fatto o non ha fatto finora nel suo secondo mandato, è improbabile che un presidente riesca a mantenere il controllo sia della Camera che del Senato in un’elezione di metà mandato. Che vinca o perda, Trump dovrà affrontare molteplici conflitti con questioni complesse e interconnesse. E sia chiaro, il tempo che gli resterà in carica e la sua eredità saranno determinati da come le risolverà. Nonostante le sue evidenti mancanze, Trump è oggettivamente un maestro della retorica e dell’incolpare gli altri. E poiché questa è la sua forza principale, Trump collegherà l’aumento dei prezzi del diesel alla guerra in Ucraina, scaricando poi tutta la responsabilità su Joe Biden. Detto questo, il compito più difficile sarà quello di proteggersi dalle conseguenze di una guerra non provocata con l’Iran, da lui stesso scatenata, che non può essere liquidata così facilmente con la colpa.
Quando si tratta di questioni geopolitiche di tale complessità, non mancano le opinioni su come si evolveranno gli eventi. E per quanto vorremmo avere una sfera di cristallo, non esiste un meccanismo garantito per prevedere cosa accadrà in ogni aspetto di queste situazioni estremamente difficili. Detto questo, l’unica cosa certa è che il Presidente Trump scaricherà la responsabilità per gli alti prezzi del diesel, la guerra in Ucraina e il conflitto in Iran da qui fino all’ultimo giorno del suo mandato e oltre. E il motivo per cui possiamo essere certi di questa inevitabilità è perché io, e ora anche voi, sappiamo ” Come funziona il gioco delle colpe presidenziali “.
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Quindici elezioni di metà mandato cruciali che offrono uno sguardo più approfondito sullo stato della politica americana, al di là di quale partito finirà per avere il controllo.
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Visto che si tratta del primo episodio di questa nuova rubrica, volevo prendermi un momento per spiegare di cosa si tratta e assicurarmi che tutti fossero a conoscenza del cambiamento. In futuro, probabilmente, gli articoli esclusivi mensili non includeranno più questo tipo di introduzione, ma ho pensato fosse importante fornire un po’ di contesto per il primo.
Soprattutto, grazie a tutti coloro che si iscrivono e si prendono il tempo di leggere i miei lavori. Apprezzo sinceramente la vostra continua fedeltà e il vostro sostegno.
La mia lista di monitoraggio
Quindici elezioni di metà mandato cruciali che offrono uno sguardo più approfondito sullo stato della politica americana, al di là di quale partito finirà per governare.
Tra meno di un mese si terranno le tanto attese elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Sebbene gli esperti descrivano ogni elezione di metà mandato come la più importante della vita di una persona, si potrebbe certamente affermare che anche questa rientri in questa categoria. Che ciò corrisponda o meno alla realtà è un argomento completamente diverso.
Detto questo, la verità è che, almeno nella storia recente, il partito che occupa il potere esecutivo tende a perdere seggi al Congresso durante le elezioni di metà mandato. Quindi, a prescindere da ciò che è accaduto durante il secondo mandato del presidente Trump, la realtà è che i repubblicani rischiano di perdere il controllo di una delle due camere del Congresso, che sia il Senato o la Camera dei Rappresentanti.
Tuttavia, i seggi che cambiano di mano e le persone che li vincono o li perdono non sono poi così importanti nel quadro generale. Questo non significa che il partito che rimane al potere, o quello che lo perde, non subisca o non tragga vantaggio dai risultati delle elezioni di metà mandato. Ma in definitiva, è il partito unico a decidere come vengono governate le cose in America, e a prescindere da ciò che accadrà il giorno delle elezioni quest’anno, la vita non cambierà drasticamente da un giorno all’altro, anche se il teatro politico vorrebbe far credere il contrario.
Per quanto riguarda i risultati elettorali, molti media amano fare analisi a posteriori e pontificare solo dopo che i risultati sono noti su come probabilmente si evolveranno le cose. Personalmente, però, credo che il modo migliore per analizzare la situazione, almeno nel panorama politico interno degli Stati Uniti, sia quello di concentrarsi sulle singole competizioni elettorali che si decideranno il 3 novembre.
Tenendo presente ciò, questo articolo analizzerà 15 elezioni per la Camera dei Rappresentanti, il Senato e la carica di governatore, ognuna delle quali è unica in quanto rivela qualcosa sullo stato attuale della situazione politica negli Stati Uniti.
Governatori
La prima serie di elezioni che esamineremo riguarda la carica di governatore, poiché questa posizione di grande potere rappresenta il ramo esecutivo di ciascuno dei 50 governi statali.
La prima competizione da tenere d’occhio è la corsa a governatore del Nevada tra il repubblicano uscente Joe Lombardo e lo sfidante democratico Aaron Ford. La gara è testa a testa, con Kalshi che attribuisce a Lombardo una probabilità del 47% e a Ford del 53%.
Inutile dirlo, la competizione è molto serrata e particolarmente interessante, dato che il Partito Repubblicano annovera tra le sue fila molti importanti imprenditori del Nevada che fanno affidamento sui loro legami politici con i Repubblicani. Sarà quindi interessante vedere se i poteri forti lasceranno che questa elezione, e la carica più alta dello stato, vadano al partito avversario.
La seconda corsa per la carica di governatore che sto seguendo con attenzione è in Georgia, dove il repubblicano Rick Jackson si scontra con la democratica Keisha Lance Bottoms. Similmente al Nevada, la corsa in Georgia è sostanzialmente in parità, con Kalshi che attribuisce a Jackson il 55% di probabilità di battere Bottoms. Detto questo, ingenti somme di denaro stanno affluendo in questa competizione, e sarebbe una grande delusione per i repubblicani se Jackson non riuscisse a conquistare la vittoria e a mantenere il controllo della Georgia sotto il controllo repubblicano.
La terza corsa elettorale di rilievo, sebbene il cui esito sia in qualche modo più certo, è quella per la carica di governatore della Florida. Il repubblicano Byron Donalds ha il 77% di probabilità di vittoria, contro il 23% del democratico David Jolly.
In Florida, il risultato in sé non è tanto importante quanto l’entità della probabile vittoria. Se Donalds dovesse ottenere una prestazione superiore alle aspettative e vincere in modo schiacciante, verrebbe proiettato ai vertici del Partito Repubblicano, aprendogli la strada a una futura candidatura alla vicepresidenza o persino alla presidenza.
Infine, c’è la corsa per la carica di governatore della California, che è altrettanto importante nonostante l’esito sembri piuttosto scontato. In questa competizione, al repubblicano Steve Hilton viene attribuita una misera probabilità di vittoria del 3%, mentre al democratico Xavier Becerra viene data una probabilità del 96%.
Detto questo, sarà interessante vedere se Hilton supererà quelle probabilità del 3% e, in tal caso, di quanto. In California si è verificato un sottilissimo spostamento a destra, e sarà illuminante vedere se questo spostamento sarà identificabile nei risultati di questa competizione.
Camera dei rappresentanti
La seconda categoria di elezioni si concentra sulla Camera dei Rappresentanti. Per cominciare, partiamo dal 17° distretto di New York, dove, secondo Kalshi, il deputato repubblicano uscente Mike Lawler ha il 38% di probabilità di mantenere il suo seggio contro Cait Conley.
Per inciso, sarei sorpreso se Mike Lawler non mantenesse questo seggio. Lawler è un politico attivo nel suo distretto, gode di sostegno trasversale, ha a disposizione ingenti finanziamenti per la campagna elettorale ed è un abile stratega. Altrettanto importante è il fatto che Lawler beneficia del supporto della comunità ebraica chassidica, che costituisce un blocco elettorale all’interno del distretto e che gli garantisce dai 30.000 ai 50.000 voti.
Insomma, alla fine dei conti, mi interessa vedere se Lawler, il candidato uscente che ha tutto a suo favore, è davvero in svantaggio, o se semplicemente c’è qualcosa che non va nei numeri, almeno per quanto riguarda Kalshi.
La seconda corsa alla Camera dei Rappresentanti di interesse è quella del 7° distretto del New Jersey, dove il repubblicano uscente Tom Kean Jr. si scontra con Rebecca Bennett. Secondo Kalshi, Kean Jr. ha solo l’11% di possibilità di vincere, mentre Bennett ha l’89% di probabilità.
Questa elezione è cruciale perché Tom Kean Jr. appartiene all’aristocrazia repubblicana e il Partito Repubblicano del New Jersey fa di tutto per garantirgli ogni possibile vantaggio. Kean Jr. non solo gode di ingenti finanziamenti, ma il distretto che rappresenta è stato letteralmente creato apposta per la sua vittoria. Se dovesse perdere, dimostrerebbe che far parte di una dinastia politica e avere il controllo del partito a livello statale non basta per vincere in New Jersey, nemmeno quando un distretto è stato creato su misura per te.
Un’altra corsa per la Camera dei Rappresentanti, sempre nel New Jersey, riguarda il 4° distretto, dove il repubblicano uscente Chris Smith ha il 96% di probabilità di sconfiggere la sfidante democratica Rachel Pierce, in un distretto a forte maggioranza repubblicana.
Detto questo, Chris Smith è un uomo di lungo corso, sostenuto dall’establishment, che non è legato a Trump così strettamente come potrebbero esserlo altri candidati repubblicani e che, a rigor di logica, dovrebbe vincere facilmente. Ciò che rende interessante questa corsa è quello che accade ai margini. Se Pierce dovesse ottenere un risultato nettamente superiore alle aspettative, indicherebbe che i Democratici stanno guadagnando terreno nelle aree a forte maggioranza repubblicana di uno stato costiero.
La prossima corsa alla Camera che analizzeremo è quella del 4° distretto del Colorado, dove la repubblicana Lauren Boebert, la deputata uscente, ha il 68% di probabilità di battere Eileen Laubacher, che ha circa il 31% di possibilità di vincere.
Il motivo per cui vale la pena seguire questa corsa elettorale è che Boebert ha dovuto affrontare praticamente ogni possibile critica negativa. Il suo matrimonio è naufragato, la sua vita privata è stata messa sotto esame, è stata accusata di aver avuto rapporti sessuali con membri del suo staff e i problemi legali di suo figlio l’hanno trascinata al centro di numerose controversie. Inoltre, Boebert è strettamente legata a Trump, è fortemente osteggiata dai Democratici e il Colorado, in generale, sta virando a sinistra.
Pertanto, se Lauren Boebert riuscirà a mantenere la sua posizione nonostante tutte queste difficoltà politiche, ciò dimostrerà che i distretti a maggioranza repubblicana in Colorado restano solidi e non sono così vulnerabili come alcuni hanno ipotizzato.
L’ultima corsa alla Camera dei Rappresentanti che sto monitorando è quella del 2° distretto dell’Arizona, dove il repubblicano uscente Eli Crane ha il 71% di probabilità di vincere contro il democratico Jonathan Nez.
Il motivo per cui questa corsa elettorale mi interessa è che Eli Crane è il candidato per eccellenza dell’America First. Con “America First” non mi riferisco semplicemente a qualcuno che sostiene MAGA ed è incondizionatamente fedele al presidente. Mi riferisco a un leader che è molto più in linea con l’ala populista del partito, sullo stile di Thomas Massie, e che si attiene a queste posizioni nel modo in cui vota e si comporta.
Eli Crane potrebbe non piacere a tutti, e sono sicuro che ci siano democratici a cui non piace, ma per quanto riguarda i candidati che incarnano autenticamente il principio “America First”, rappresenta uno degli esempi più puri di un leader che non si limiti a sostenere il movimento MAGA, ma che metta “America First” al primo posto. Ovviamente, Crane rimarrà politicamente legato a Trump, e questo è più che giusto. Sarà quindi interessante vedere se questo legame lo penalizzerà in una corsa elettorale che, altrimenti, dovrebbe essere relativamente agevole per lui.
Senato degli Stati Uniti
L’ultima serie di interessanti elezioni di metà mandato riguarda il Senato degli Stati Uniti. Iniziamo dallo stato dell’Iowa, dove la repubblicana Ashley Hinson punta a mantenere il seggio per il Partito Repubblicano e, secondo Kalshi, ha attualmente il 55% di probabilità di battere il democratico Josh Turek, che ha il 45% di probabilità.
Il motivo per cui vale la pena seguire questa elezione è che il seggio al Senato è attualmente occupato dai Repubblicani. Inoltre, l’Iowa è importante per l’establishment conservatore ed è fondamentale per il Partito Repubblicano mantenere il controllo del Senato. Sono quindi curioso di vedere se i Democratici riusciranno a realizzare una vittoria a sorpresa.
La seconda corsa al Senato degli Stati Uniti di rilievo si svolge nello stato del Maine, dove la senatrice repubblicana uscente Susan Collins è in svantaggio, con solo il 43% di probabilità di vittoria, rispetto a Troy Jackson, che ha il 57% di possibilità. Questa competizione è alquanto insolita per diversi motivi. Inizialmente, l’establishment democratico aveva proposto la governatrice Janet Mills per il seggio, ma quest’ultima ha perso alle primarie contro Graham Platner, sostenuto da Bernie Sanders. Tuttavia, Platner è stato poi costretto a ritirarsi dalla corsa dopo che le accuse di molestie sessuali a suo carico (che lui nega) si sono rivelate un elemento di distrazione. Di conseguenza, a luglio è stata convocata una convention d’emergenza e l’ex presidente del Senato statale Troy Jackson è stato scelto per rappresentare i Democratici contro Collins. Nonostante il Maine sia uno degli stati più abbordabili per i Democratici per conquistare un seggio al Senato, le divisioni interne al partito rimangono forti e potrebbero costare loro la vittoria. In definitiva, Collins detiene questo seggio dal 1997 e si è sempre trovata in situazioni in cui era data per perdente, riuscendo però a prevalere. Sarà affascinante vedere come si evolverà la situazione, soprattutto alla luce di queste circostanze davvero uniche.
La terza corsa al Senato degli Stati Uniti che sto monitorando è in Michigan, dove il repubblicano Mike Rogers ha il 28% di possibilità di battere il democratico Abdul El-Sayed, che ha il 72% di possibilità. Anche questa è una situazione un po’ insolita, per ragioni in qualche modo simili a quelle del Maine.
Il contesto è il seguente: i Democratici stanno cercando di difendere il seggio del senatore Gary Peters, che si ritira. I membri dell’establishment del DNC, come Chuck Schumer e Gretchen Whitmer, avrebbero voluto che la deputata Haley Stevens occupasse il seggio, ma il democratico progressista Abdul El-Sayed, sostenuto da AOC e Sanders, ha sconfitto Stevens alle primarie nonostante avesse speso nove volte meno di lei.
El-Sayed rifiuta i grandi finanziatori e le posizioni tradizionali dei Democratici su Israele, posizioni che, secondo gli analisti, gli impedirebbero di vincere in uno stato chiave. Eppure, i sondaggi attuali suggeriscono il contrario.
Se Rogers alla fine vince, è un risultato di enorme importanza per il Partito Repubblicano. Se vince El-Sayed, rafforza l’ala progressista del Partito Democratico e dimostra che un candidato non moderato può vincere in uno stato chiave in bilico.
La prossima importante elezione per il Senato degli Stati Uniti è quella in Ohio, dove il senatore repubblicano uscente Jon Husted ha solo il 37% di possibilità di battere Sherrod Brown, a cui viene attribuito il 63%. Negli ultimi anni, l’Ohio è stato uno stato roccaforte repubblicana e difendere questo seggio è una priorità assoluta per il Partito Repubblicano. Se i Democratici riuscissero a conquistarlo, sarebbe un risultato significativo, poiché permetterebbe ai Repubblicani di ribaltare un seggio al Senato di fondamentale importanza, di cui hanno, francamente, un disperato bisogno.
Un altro seggio al Senato degli Stati Uniti che mi interessa è quello della Carolina del Sud, dove Darline Graham, sorella del defunto Lindsey Graham, ha l’87% di probabilità di battere Annie Andrews.
Il motivo per cui sono incuriosito da questa competizione elettorale è che Darline Graham non è esattamente una cima e non ha alcuna esperienza politica o di altro tipo da cui trarre ispirazione. In sostanza, le è stata offerta questa opportunità perché suo fratello ha ricoperto la carica fino alla sua morte.
Se Darline Graham dovesse vincere agevolmente, si solleverebbe la questione se chiunque possa candidarsi a una carica pubblica in Carolina del Sud con la sola sigla “R” davanti al proprio nome e vincere. Sono quindi curioso di vedere se gli elettori della Carolina del Sud siano davvero così distaccati dai singoli candidati e se si preoccupino più del partito che della persona.
L’ultima corsa al Senato, e l’ultima in assoluto che prenderemo in esame, è l’importantissima sfida per il Senato degli Stati Uniti in Texas, dove l’attuale procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha solo il 37% di possibilità di battere il democratico trentasettenne James Talarico.
Paxton, un fervente sostenitore di Trump, ha sfidato alle primarie il senatore repubblicano in carica John Cornyn, vincendo. Eppure, nonostante Trump abbia vinto in Texas con 14 punti di vantaggio e appoggi fortemente Paxton, Talarico si trova in testa nei sondaggi.
Se Talarico dovesse vincere, diventerebbe il primo senatore democratico del Texas dal 1988. Sarebbe anche un clamoroso fallimento politico per il Partito Repubblicano del Texas e una grave battuta d’arresto per le sue possibilità di mantenere il controllo del Senato.
Conclusione
Come accennato all’inizio di questo articolo, le elezioni di metà mandato statunitensi, pur essendo importanti, non cambieranno radicalmente gli Stati Uniti in modo significativo. Nonostante l’ondata di teatrini politici suggerisca il contrario, la dura realtà è che, a prescindere da chi vinca, il governo è controllato da un unico partito. Questo controllo è stato mantenuto a lungo e ci sono pochi motivi per credere che la situazione cambierà in futuro.
Detto questo, le 15 elezioni analizzate sopra, che si tratti di quelle per la Camera, il Senato o la carica di governatore, offrono una prospettiva pragmatica per osservare e valutare come il panorama politico interno del Paese si stia evolvendo o, al contrario, rimanga invariato.
In definitiva, i risultati finali delle elezioni di metà mandato contano meno se considerati unicamente in termini di quale partito manterrà il controllo. Se, tuttavia, si valutano le competizioni evidenziate in questo articolo attraverso i vari fattori che abbiamo discusso, i risultati possono fornire una visione molto più ampia della situazione politica americana rispetto al semplice sapere quale partito controlla la Camera o il Senato, o chi occupa la carica di governatore di un determinato Stato. Ed è per questo che queste 15 elezioni costituiscono la mia “Lista di osservazione ” .
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Sinceramente,
Jon Kurpis
Informazioni su quote e spread di Kalshi
Le quote sopra riportate sono state rilevate da Kalshi il 6 ottobre 2026. È importante notare che su Kalshi e altri mercati di pronostici, le quote per determinate corse possono talvolta superare il 100%, a causa dello spread bid-ask. Bisogna ricordare che Kalshi visualizza i prezzi di mercato, non le probabilità normalizzate matematicamente, e di conseguenza possono verificarsi piccole incongruenze quando un mercato è poco liquido o i prezzi non sono calcolati in modo efficiente.
Detto questo, il vantaggio di confrontare le probabilità di Kalshi con i sondaggi tradizionali è evidente.
Kalshi misura quanto le persone sono disposte a rischiare i propri soldi, mentre i sondaggi tradizionali si basano su ciò che le persone dichiarano di voler fare. Poiché le persone prendono le decisioni che riguardano il proprio denaro molto più seriamente delle promesse fatte ai sondaggisti su chi sosterranno, i mercati di previsione offrono una forma di analisi diversa rispetto alla metodologia tradizionale dei sondaggi, i cui risultati si sono rivelati altamente inaccurati in numerose occasioni nell’ultimo decennio.
DISCLAIMER:
Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata.
Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.
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Il genere umano possiede una peculiare capacità di trasformare i propri ideali più elevati in qualcosa di molto simile ai loro opposti. Le varie tradizioni religiose del mondo hanno trasformato le loro credenze tipicamente messianiche e universalistiche in ambizioni particolaristiche e grandiosi, in contrapposizione al messaggio di amore universale che quelle religioni originariamente professavano e poi cercavano di diffondere. Il cristianesimo si è fuso con l’imperialismo, l’espansionismo e il colonialismo romani, e così il Vaticano ha sviluppato un vero e proprio apparato statale, una politica estera e obiettivi espansionistici. L’imperialismo islamico ha imitato la missione globale del cristianesimo e i suoi metodi militarizzati. La Chiesa cattolica ha perseguito crociate revansciste non solo per recuperare le terre cristiane dai musulmani, ma anche per espandere il cattolicesimo contro la Chiesa orientale separatista e i suoi successori ortodossi nell’Europa orientale, in particolare la Chiesa ortodossa russa. Questo perché i principi ammirevoli di queste fedi, nelle mani imperfette dell’umanità, si sono evoluti nel tempo in idee assolutistiche che non ammettevano alternative, le quali venivano considerate come il male supremo che doveva essere eliminato dall’esistenza umana affinché la promessa della religione X potesse essere mantenuta, come sosteneva il suo dio. L’assolutismo divenne il segno distintivo della fede stessa, non ammettendo alcuna variazione, deviazione o pluralità al suo interno. Inoltre, le variazioni, le deviazioni e la pluralità al di fuori della religione X vennero considerate una minaccia alla stessa e dovevano essere eliminate per salvare il piano, il messaggio e il compimento di Dio sulla Terra. La presenza dell’assolutismo doveva essere assoluta, onnipresente.
Questa degenerazione del pensiero virtuoso in un’assolutistica presunzione e in un antagonismo verso opinioni alternative è purtroppo fin troppo umana ed è il risultato del potere della tentazione assolutistica nell’arroganza e nella presunzione dell’umanità. Molti grandi pensatori hanno messo in guardia dai pericoli dell’assolutismo, dell’ideologia, del fanatismo ideologico e simili. Isaiah Berlin ha avvertito: “Trovare un modello unitario in cui l’intera esperienza, passata, presente e futura, reale, possibile e non realizzata, sia ordinata simmetricamente”, secondo Berlin, “è uno dei desideri più profondi dell’uomo”. [Isaiah Berlin, “Historical Inevitability”, in Isaiah Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays (Londra: Vintage Books, 2013), p. 180]. Questa passione per le spiegazioni monistiche, un “tutto trascendente”, è in parte guidata dal desiderio di liberarsi dal peso della responsabilità individuale in un mondo incomprensibile e caotico (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 154). Questa fuga dalla responsabilità, anzi dalla libertà, si realizza, secondo Berlin, affidandola a un “vasto insieme amorale, impersonale, monolitico – la natura, o la storia, o la classe, o la razza, o le ‘dure realtà del nostro tempo’, o l’irresistibile evoluzione della struttura sociale – che ci assorbe e ci integra nella sua illimitata, indifferente, neutrale, che è insensato valutare o criticare, e contro cui lottiamo verso il nostro destino certo» (Berlin, «Historical Inevitability», p. 189, vedi anche pp. 152-4). Berlin elencava occasionalmente i tipi di cause supreme attorno alle quali erano stati costruiti vari miti monisti e che, secondo lui, dovevano essere evitati. Tipico è il seguente elenco di “concetti” che avevano “svolto il loro ruolo nei sistemi teleologico-storici come protagonisti sul palcoscenico della storia”: “Razza, colore, Chiesa, nazione, classe, clima; irrigazione, tecnologia, situazione geopolitica; civiltà, struttura sociale, lo Spirito Umano, l’Inconscio Collettivo” (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 139). Stranamente, il sistema politico, il tipo di regime, la democrazia, il repubblicanesimo e simili sono costantemente assenti dagli elenchi di Berlin delle malattie assolutistiche (Berlin, “Historical Inevitability”, pp. 139 e 151-2).
Nella sua raffinata e stimolante recensione del libro di Gary Saul Morson Wonder Confronts Certainty: Russian Writers on the Timeless Questions and Why Their Answers Matter, Vladimir Goldstein scrive: «La certezza assume tuttavia forme diverse. Morson fornisce un esempio eloquente tratto da Anton Čechov, il cui racconto breve “Gooseberries” ha per protagonisti due fratelli. Uno di loro, Nikolai, trova la felicità nell’uva spina che coltiva nel proprio appezzamento di terra. L’altro fratello, Ivan, è disgustato dal felice Nikolai che mangia l’uva spina. Ivan inveisce contro le persone “felici”, egoiste nella loro gioia, che non mostrano alcuna empatia per il resto dell’umanità. Ma questa rabbiosa presunzione diventa a sua volta intollerabile. Morson scrive: “Ivan… è diventato ossessionato e ristretto quanto Nikolai, anche se in direzione opposta”. Un attacco frontale alla posizione di un’altra persona apre le porte a una visione del mondo monologica, piuttosto che dialogica. Il senso di meraviglia viene sostituito dalla certezza”. “Anche gli sforzi per smascherare bugie, esagerazioni o ipocrisia possono cadere vittime degli stessi difetti”. (https://claremontreviewofbooks.com/a-happy-guest-in-russias-pages/?fbclid=IwAR2pAeffiYWjtbMAa3z0OD9JpdbHReEoHQv8-JVgYkpuIRN2nkBxy5KShTU).
La tendenza all’assolutismo sulle ali della certezza è una seduzione alla quale spesso cedono Stati, nazioni, popoli, culture e individui. Questo tipo di cedimento è oggi dilagante, dalla politica interna americana agli affari internazionali. Nel nostro XXI secolo si registra un modello inquietante in cui vari attori chiave, soprattutto in politica, sono “ossessionati e ristretti” nella direzione opposta a quella in cui avevano inizialmente iniziato a immaginare e realizzare se stessi e ad agire. Di conseguenza, stanno replicando proprio quel male che un tempo si erano impegnati a combattere e, in alcuni casi, attraverso e contro il quale erano nati. Tornando a Berlino, egli osservò: “Nessun ambiente, gruppo o stile di vita è necessariamente superiore a un altro; ma è quello che è, e l’assimilazione a un unico modello universale, di leggi, lingua o struttura sociale, come sostenuto dai lumie`res francesi, distruggerebbe ciò che è più vivo e prezioso nella vita e nell’arte. … Ogni gruppo ha il diritto di essere felice a modo suo. È terribile arroganza affermare che, per essere felici, tutti dovrebbero diventare europei» (Isaiah Berlin, «Herder and the Enlightenment», in Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays, pp. 359-435, a p. 415). Da arroganza ad assolutismo il passo è breve. L’arroganza è un precursore o un sintomo della convinzione della propria superiorità, un breve percorso che porta alla convinzione che l’umanità debba adottare le proprie opinioni per il proprio bene e che noi, i superiori, mostreremo, guideremo e alla fine costringeremo gli altri, inferiori, a seguire la retta via.
La caduta della repubblica americana nell’egemonia globale e nell’autoritarismo soft è piena di ironia, di ipocrisia e di un senso di eccezionalità che porta al degrado dell’identità americana e dei valori pluralistici che hanno definito l’idea americana, nonché a una forma meschina di autoritarismo soft, il tutto radicato nell’idea assolutista della superiorità democratica dell’America. Dopo aver sconfitto il totalitarismo fallimentare dell’Unione Sovietica e aver continuato a posizionarsi come la “nazione indispensabile” della democrazia, anzi del mondo, in una ricerca eterna per costruire un ordine democratico mondiale, l’America è arrivata a considerarsi in una nuova lotta crepuscolare contro l’autoritarismo della Cina e della Russia. In realtà, è impantanata in conflitti evitabili di sua creazione e sta scivolando verso l’autoritarismo. L’America, “la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi”, è stata concepita in opposizione al colonialismo britannico. Gli americani hanno combattuto una guerra rivoluzionaria per liberarsi dal dominio autoritario britannico proveniente dall’altra parte dell’oceano. In seguito, l’America ha persino sostenuto occasionalmente le aspirazioni di indipendenza dei possedimenti coloniali europei. Tuttavia, la visione messianica dell’America della propria rivoluzione repubblicana ha generato un rivoluzionarismo americano messianico con pretese globali. La trappola dell’imperialismo e dell’assolutismo era pronta. La trappola si chiuse dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti furono coinvolti profondamente nei giochi geopolitici europei e in una contesa globale per l’egemonia tra il proprio modello capitalista e il modello socialista della nuova potenza sulla scena mondiale: l’Unione Sovietica, fortemente internazionalista. Le ambizioni dell’URSS di una rivoluzione comunista globale richiedevano una risposta capitalista globale, e quando l’URSS rivolse il suo sguardo rivoluzionario al Terzo Mondo, l’America fu coinvolta in una competizione globale per l’egemonia. Con il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, l’America trasformò la sua difesa globale contro l’espansionismo comunista in un’offensiva repubblicana globale per massimizzare il potere degli Stati Uniti su amici, nemici e tutti gli altri. La sua visione di una politica e di un’economia corrette, per quanto contestata e transitoria fosse in patria, doveva essere estesa a livello internazionale per stabilire la “pace democratica”. Ciò aveva inquietanti echi dell’ideologia comunista dei sovietici, secondo la quale la guerra, come ogni male umano, era un prodotto del capitalismo. La vittoria della rivoluzione socialista mondiale avrebbe portato a un’utopia sociale e internazionale: la pace proletaria.
In modo simile a quanto accaduto in Unione Sovietica, la ricerca dell’egemonia repubblicana da parte degli Stati Uniti ha portato alla guerra, alla creazione di una macchina bellica militare-industriale-congressuale e a un autoritarismo strisciante nel sistema politico statunitense. L’America aveva chiuso il cerchio, replicando sotto nuove vesti il colonialismo, l’imperialismo e l’assolutismo contro cui era stata fondata. La ciliegina sulla torta marcia è che gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, dopo aver sconfitto il totalitarismo sotto forma di fascismo tedesco nella seconda guerra mondiale e comunismo sovietico nella guerra fredda, stanno ora abbracciando un regime Maidan a Kiev che onora gli alleati fascisti ucraini dei nazisti tedeschi e talvolta lo stesso fascismo tedesco.
La trasformazione degli Stati Uniti riprende in qualche modo quella simile che il suo avversario comunista ha subito nel corso della sua storia, partendo da un movimento “democratico” e antimperialista. Molti dimenticano che, nonostante il suo assolutismo utopistico, il comunismo russo era concepito dai suoi adepti come un esercizio democratico dedicato alla distruzione dell’oppressione capitalista e delle quasi-repubbliche e autocrazie che si nascondevano dietro di essa. Le gerarchie dovevano essere distrutte a favore di un’uguaglianza universale (anzi uniforme), in cui i proletari avrebbero condiviso il potere e tutto il mondo sarebbe stato proletariato. La necessità di eliminare le classi, le nazioni e le loro culture per costruire questo “nuovo uomo sovietico” sulla via del raggiungimento di questo obiettivo in una nazione ha vanificato l’elemento democratico di questa idea mal concepita. Allo stesso tempo, l’elemento messianico di una “rivoluzione mondiale” da parte del “proletariato internazionale” conteneva il seme dell’imperialismo, proprio come i sogni di un mondo repubblicano e di una pace democratica contenevano il seme del messianismo americano, dell’universalismo e, in ultima analisi, dell’egemonia. Come tutte le iniziative messianiche egemoniche di questo tipo, sia la variante sovietica che quella americana hanno fallito.
La conseguenza interna di questa svolta verso l’imperialismo è una svolta verso l’autoritarismo politico e l’assolutismo ideologico. L’autoritario Patriot Act ha accelerato un modello di espansione della centralizzazione e di sviluppo in stile stato di polizia dopo la seconda guerra mondiale. L’amministrazione Obama ha raddoppiato la sorveglianza del pubblico, ha assassinato cittadini americani all’estero senza un processo e ha fatto affidamento su ordini esecutivi per aggirare il Congresso. Ha spiato la giornalista Sharyl Atkisson, intercettando i suoi dispositivi, hackerando i suoi computer e ricattandola mentre cercava di riottenere i suoi file. I giornalisti dell’AP sono stati citati in giudizio e il giornalista Barry Rosen è stato arrestato con accuse inventate. Trump ha fatto ben poco per impedire alla burocrazia professionale dominata dal Partito Democratico e ai governi locali di reprimere i cittadini statunitensi durante il COVID. Sotto l’amministrazione corrotta e cinica di Biden, il partito democratico ha intensificato massicciamente l’uso delle forze dell’ordine e dei servizi segreti come arma da parte di Obama, con la bufala dell’hacking russo alle elezioni e il complotto sotto falsa bandiera del 6 gennaio attribuito a Trump, ai repubblicani e in effetti a tutti i conservatori. Douglass Mackey è stato mandato in una prigione federale per aver pubblicato un meme anti-Hillary. I manifestanti del 6 gennaio sono stati demonizzati come terroristi interni e, per infrazioni minori, molti sono diventati prigionieri politici. Più recentemente, una nonna di settantadue anni, Rebecca Lavrenz, è stata condannata a un anno di prigione e a una multa di circa 250.000 dollari per essersi introdotta nel Campidoglio e aver parlato cordialmente con un agente di polizia per dieci minuti prima di andarsene. Ora il partito-Stato democratico ha architettato accuse falsificate contro il presidente Trump per impedirgli di candidarsi o almeno di vincere le elezioni presidenziali del 2024. Tutto questo non è che la punta dell’iceberg in termini di repressione delle libertà costituzionalmente garantite agli americani nel nuovo ordine “non repubblicano” degli Stati Uniti, un ordine che rischia di diventare uno Stato dominato da un unico partito, un regime non repubblicano e autoritario, se il Partito Democratico riuscirà a ottenere ciò che vuole.
Anche gli alleati degli Stati Uniti sono fortemente affascinati dalle idee assolutistiche, sebbene, come nel caso degli Stati Uniti, talvolta dietro l’adesione zelante a tali idee si nasconda un motivo strumentale. Gli alleati occidentali dell’America, in particolare, sono eccessivamente legati alla nuova dottrina neoliberista che impone particolari punti di vista e politiche sia sulle questioni interne che internazionali. La nuova religione laica impone ai popoli degli Stati occidentali punti di vista corretti su questioni che vanno dalla sessualità alla religione, dalla medicina alla politica e all’economia. Forse è nei suoi coinvolgimenti esteri che possiamo vedere meglio la strumentalizzazione dell’assolutismo americano.
L’Ucraina è uno strano mix di professioni strumentalizzate di “democrazia” e contro-assolutismo nazionalista sotto forma di ultranazionalismo e neofascismo. L’Ucraina, dopo aver apparentemente rifiutato il comunismo sovietico e l’autoritarismo russo, è caduta nelle grinfie del nazionalismo assolutista, dell’ultranazionalismo e del neofascismo, abbracciando l’autoritarismo e il neoimperialismo occidentale. Ciò è stato fatto per salvarsi dalla Russia, ritenuta molto più autoritaria, con la quale l’Occidente ha spinto Kiev alla guerra per continuare l’espansione della NATO e dell’UE in tutta l’Eurasia. Non è una coincidenza che, con il declino del repubblicanesimo statunitense, il neoimperialismo occidentale abbia alimentato l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini in nome della “democrazia”. La guerra tra la NATO e la Russia in Ucraina sta rafforzando ulteriormente l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini. È risaputo, anche se oggi se ne parla meno, che il regime di Maidan è infestato da ultranazionalisti e neofascisti provenienti dall’esercito, dalla sicurezza dello Stato, dai servizi segreti e dalla polizia (https://gordonhahn.com/2016/03/09/ the-real-snipers-massacre-ukraine-february-2014-updatedrevised-working-paper/; https://gordonhahn.com/2022/05/18/the-influence-of-neofascist-and-other-nationalist-groups-in-maidan-ukraine/; https://gordonhahn.com/2020/04/07/report-the-new-terrorist-threat-ukrainian-ultra-nationalist-and-neo-fascist-terrorism-at-home-and-abroad/; e https://gordonhahn.com/2015/07/13/saving-maidan-ukraine-from-itself-mukachevos-implications/). Non sono solo i russi etnici, i russofoni e gli ebrei a subire discriminazioni e violenze impunite sotto il regime di Maidan. Gli ungheresi e i rumeni sono repressi nelle loro lingue e culture, nonostante le proteste delle democrazie occidentali, dell’Ungheria e della Romania. (Nel frattempo, la prima chiede la pace con la Russia, la seconda sostiene gli sforzi bellici della NATO in Ucraina). Il nazionalismo ucraino sta addirittura prendendo spunto dal suo nemico comunista, attaccando la religione – o almeno una particolare organizzazione religiosa, la Chiesa ortodossa ucraina affiliata al Patriarcato di Mosca – e sottoponendo i suoi adepti a torture e prigionia. La repressione include: la confisca dei beni della Chiesa e l’arresto e il pestaggio del clero. Tra questi ultimi vi è il pestaggio del metropolita Longin del monastero della Santa Ascensione di Banchensky, nell’Ucraina occidentale
Il modello di repressione degli ultranazionalisti e dei neofascisti interni si è trasformato dall’inizio della guerra civile nel Donbass, iniziata nell’aprile 2014, in terrorismo internazionale, sostenuto dalla “comunità delle democrazie” attraverso i suoi servizi di intelligence e la sua ala militare: NATO (https://gordonhahn.com/2024/03/10/update-to-did-the-west-intentionally-incite-putin-to-war/). Così, come l’America, nata dalla culla del crollo del totalitarismo sovietico e dall’avvento del repubblicanesimo di mercato nell’ex Unione Sovietica, l’Ucraina è precipitata in qualcosa di più simile agli opposti del repubblicanesimo: autoritarismo, neofascismo crescente, guerra e terrore. L’Occidente e i suoi alleati ucraini e altri combattono un terrorismo russo piuttosto contenuto, che essi stessi hanno provocato, con un terrorismo non proprio repubblicano ma molto imperialista, il tutto in nome della “democrazia” e dei diritti umani. A differenza del caso dell’Ucraina, la religione non è sempre la vittima; a volte è la responsabile dell’autoritarismo, della violenza e del terrore.
Oggi assistiamo a una rinascita del colonialismo religioso, nazionalista, se non ultranazionalista, in Israele. Ciò ha portato all’uso di metodologie neofasciste di guerra e terrorismo di Stato, culminate finora in un genocidio razzista di stampo fascista in un Paese creato in risposta a tale anomalia. Nato nella violenza e nel brutale massacro e allontanamento dei palestinesi dalla terra in cui risiedevano, lo Stato di Israele era stato presto seminato con i semi per replicare qualcosa dell’orrore che gli ebrei europei erano riusciti a malapena a sopravvivere nell’Olocausto nazista; tutto generato da una passione per l’autodifesa riflessa nell’impegno: “Mai più”. Decenni di invasioni arabe, la crescente minaccia dell’assolutismo islamista e il terrorismo jihadista si sono combinati con il repubblicanesimo interno con effetti negativi: un indurimento del cuore israeliano nella ricerca della massima sicurezza. Ora, nel giro di pochi mesi, l’IDF ha massacrato più di 40.000 civili e ferito molti altri in un’azione di autodifesa autoproclamata. Sono stati documentati decine, se non centinaia, di crimini di guerra commessi dall’IDF. Ciò è stato fatto in risposta a un attacco orribile, anche se perpetrato da Hamas, che ha causato poco più di mille vittime, ma che Gerusalemme ha alimentato con le sue crudeli politiche coloniali nella Striscia di Gaza.
Anziché cercare di promuovere lo sviluppo di una società civile tra i palestinesi, gli israeliani hanno rafforzato i confini etnici e religiosi tra israeliani e palestinesi attraverso un sistema simile all’apartheid. Allo stesso tempo, lo Stato israeliano è stato sempre più infiltrato dall’ideologia sionista radicale, che ha diffuso l’idea di una Grande Israele voluta da Dio e atteggiamenti razzisti nei confronti dei palestinesi come nuovi untermenschen che, secondo alcuni leader israeliani, devono essere eliminati dall’organismo israeliano con quasi tutti i mezzi necessari. Questo orientamento ideologico è ora probabilmente quello dominante in Israele. Quando è stato messo in pratica a partire da ottobre, sembrava stranamente simile alla violenza nazista che attuava l’idea della Germania come razza superiore, il cui sangue doveva essere protetto e purificato da corpi stranieri contaminanti con ogni mezzo. Tutto questo è cementato da un’escatologia apocalittica che designa il popolo ebraico e lo Stato israeliano come strumenti messianici prescelti. Questi elementi israeliani assomigliano al fanatismo religioso che si può trovare tra i nemici di Israele – Hamas, per non parlare di Hezbollah, vari gruppi jihadisti sunniti, gli sciiti duodecimani iraniani e altre correnti sciite dell’islamismo radicale – contro cui lo Stato ebraico si oppone in un’altra lotta crepuscolare. Il crescente radicalismo israeliano è evidenziato dalla richiesta di alti funzionari di eliminare il popolo palestinese e dalla politica, strategia e tattica militare di Israele nella guerra di Gaza, che sembrano progettate per ottenere il genocidio e la nascita della Grande Israele. Gli ebrei israeliani, molti dei quali sono sconvolti da questa svolta estremista, sono fuggiti dall’Europa verso la loro patria ancestrale per sfuggire alla minaccia nazista, solo per scoprire che la loro terra promessa abbraccia una forma diluita e religiosa di neonazismo. Come in Ucraina, è improbabile che la guerra in Israele generi moderazione, ma piuttosto un ulteriore radicalismo dell’assolutismo sionista.
Tornando agli Stati Uniti, quando il primo presidente americano George Washington mise in guardia dai “coinvolgimenti stranieri” e il presidente Dwight Eisenhower mise in guardia dal complesso militare-industriale-congressuale, non avrebbero mai potuto immaginare che i leader della loro patria avrebbero salutato l’uccisione dei russi, per di più “a basso costo”, presumibilmente sacrificando vite umane “fino all’ultimo ucraino” per raggiungere questo obiettivo e citando i benefici dei profitti e la creazione di “buoni posti di lavoro” per gli americani. Né avrebbero potuto immaginare che la loro nazione avrebbe fornito armi per un quasi genocidio, mentre i suoi leader vantavano i loro sforzi per fornire assistenza medica alle decine di migliaia di vittime sopravvissute. Insieme avrebbero ragionato che i temuti “coinvolgimenti stranieri” del primo avevano portato direttamente al complesso militare-industriale-congressuale del secondo. Questi, avrebbero detto, non possono essere i frutti del vero repubblicanesimo.
Il degrado che porta ad agire come il proprio nemico non può essere compreso meglio che osservando i metodi terroristici utilizzati dai servizi segreti delle potenze occidentali in Medio Oriente e in Ucraina. Ad esempio, le armi, l’addestramento e l’intelligence della NATO sostengono i bombardamenti ucraini che prendono regolarmente di mira i civili, nonché gli omicidi nel Donbas (dal 2014) e nella Russia propriamente detta. Un po’ meno maligno è l’attacco frontale alla libertà di parola e di stampa condotto congiuntamente da occidentali e ucraini nell’Occidente stesso. Così, il sito web britannico MI-6 e quello ucraino SBU-affiliato “Molfar” cooperano per mettere a rischio di assassinio o altri crimini vari giornalisti e personaggi pubblici occidentali anti-NATO, tra cui l’ex giornalista della FOX Tucker Carlson, Simon Shuster della rivista Time, il professore della Columbia University Jeffrey Sacks, il membro del Congresso Thomas Massie, il presidente ungherese Victor Orban, il parlamentare britannico George Galloway ed Elon Musk (https://www.theinteldrop.org/2024/01/28/ license-to-kill-britains-mi-6-and-ukrainian-website-molfar-join-to-liquidate-critical-western-journalists-politicos-celebs/ e https://molfar.com/en/foreign-propagandists). Un altro esempio è la tendenza in paesi come Polonia, Ungheria e Romania a ripetere il presunto irredentismo del loro nemico russo. Pertanto, i partiti di destra di questi paesi chiedono la restituzione dei territori persi a favore dell’Ucraina sovietica alla fine della seconda guerra mondiale (vedi, ad esempio, https://t.me/stranaua/141492). In questi e altri modi, la guerra in Ucraina che ha fatto seguito allo scandalo COVID e l’ascesa delle tendenze autoritarie globaliste in tutto l’Occidente hanno gettato i semi per una possibile svolta verso proprio quel fascismo e quell’autoritarismo che affermiamo di combattere nella nostra civiltà.
Gli Stati, i popoli e le culture non occidentali non sono meno vulnerabili a questa svolta verso i metodi e i valori dei loro antipodi e nemici. La Russia deve essere particolarmente vigile per non cadere nella stessa trappola. È improbabile che la Russia adotti presto il repubblicanesimo del suo storico Altro, ma sembra vulnerabile all’adozione del suo antipodo dell’era comunista. La dinamica inversa di diventare la negazione di sé stessi descritta sopra suggerisce che la Russia post-comunista sarà essa stessa tentata dal peccato dell’assolutismo ultranazionalista e/o di derivazione religiosa. L’internazionalismo comunista rifiutava gli Stati, le nazioni, le culture nazionali e la religione come epifenomeni negativi ma temporanei della fase capitalista dello sviluppo umano. Con l’avvento del comunismo, tutti questi elementi sarebbero scomparsi. Nell’era post-sovietica, la Russia ha riabbracciato lo Stato, la nazione, la sua cultura e la religione. La guerra, sia nell’atto che nella reazione alle sue conseguenze (ad esempio, la Germania di Weimar), può essere un potente incubatore di militarismo, nazionalismo, revanscismo e assolutismo. Le continue guerre dell’America durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze hanno dato vita a un nazionalismo americano, in particolare tra le sue élite. Nel denunciare l’ipocrisia dell’Occidente odierno, la sua ideologia e la sua cultura in decadenza, la Russia potrebbe coltivare al suo interno una pericolosa presunzione, rendendosi così suscettibile a un nuovo assolutismo.
Il sistema politico dello Stato russo, già autoritario seppur moderato, potrebbe diventare più severo, orientandosi verso un’ideologia di Stato e rafforzando la propensione verso un nuovo messianismo politico russo che sostituisca il ruolo messianico del proletariato internazionale svolto dal suo predecessore sovietico. Il modello di universalismo nella cultura, nel pensiero e nella storia politica russa porta con sé il seme dell’imperialismo, di cui la Russia è spesso accusata, ma che è riuscita a contenere dalla fine della Guerra Fredda, nonostante tutte le provocazioni occidentali dalla Serbia alla Georgia all’Ucraina.
Per ora il presidente russo Vladimir Putin ha avuto cura di separare nazionalismo ed etnicità. Il nazionalismo russo odierno è un nazionalismo statale che teoricamente abbraccia tutte le nazionalità del Paese. Il presidente russo è stato estremamente scrupoloso nel sottolineare il carattere multinazionale e multiculturale della Russia come microcosmo della più ampia idea di civiltà russa/eurasiatica, oggi popolare nella cultura politica e strategica russa. Tuttavia, sotto la pressione della guerra, degli sforzi occidentali per “decolonizzare la Russia” incoraggiando il separatismo e della rinascita religiosa ortodossa, potrebbe emergere una strisciante etnicizzazione del nazionalismo statale russo.
Inoltre, in risposta al materialismo, al secolarismo, al transgenderismo e ad altri fenomeni sempre più antagonistici dell’Occidente, si assiste a una rischiosa politicizzazione dell’ortodossia russa, che comprende una commistione tra sentimenti militari-patriottici e ortodossia. I simboli militari e quelli religiosi vengono mescolati. La nuova Cattedrale principale delle Forze Armate russe ne è l’esempio più lampante. Essa comprende icone raffiguranti personaggi religiosi, militari e politici della storia russa e sovietica. Le unità militari russe in Ucraina spesso presentano simboli ortodossi. La guerra di Kiev contro il ramo ucraino della Chiesa ortodossa russa può intensificare la commistione tra nazionalismo, ortodossia e patriottismo militare nella cultura politica e strategica russa. Questa commistione potrebbe produrre un nuovo assolutismo basato sulla religione, nato dalle ceneri del totalitarismo comunista. Il senso di “ferita” tra i russi derivante dal XX secolo ricorda quello degli ebrei e di Israele e non è ancora stato pienamente compreso. Un altro parallelismo tra russi ed ebrei è l’esperienza delle loro antiche storie e culture con le credenze messianiche. Queste ultime guidano già gran parte della politica israeliana e potrebbero arrivare a farlo anche in Russia.
Un giovane aspirante presidente ucraino, Volodomyr Zelensky, una volta disse: «Vorrei davvero rivolgermi al signor Putin. Vladimir Vladimirovich (Putin), se vuole… Personalmente, le dirò onestamente: sono pronto, non so… se necessario, posso implorarla in ginocchio. Perché la Russia e l’Ucraina sono popoli veramente fratelli. Conosco milioni… Conosco migliaia di persone che vivono in Russia. Persone meravigliose. Abbiamo lo stesso colore della pelle. Abbiamo lo stesso sangue. Ci capiamo tutti, indipendentemente dalla lingua. Siamo un grande popolo. Voi siete un grande popolo. Siamo un unico Paese, assolutamente. Ci amiamo tutti follemente”
(Ora è a capo di un regime ultranazionalista infestato da neofascisti. Il suo esercito ha preso di mira i civili russi (e ucraini) nel Donbas prima della guerra e nella Russia propriamente detta dopo il febbraio 2022. Rifiuta con veemenza i colloqui di pace con la Russia.
Se gli individui possono cambiare radicalmente la loro visione del mondo, lo stesso vale per gli Stati, le nazioni e le culture. Stranamente, i “nemici” degli Stati Uniti di oggi, la Cina e la Russia insieme ai loro alleati all’estero, un tempo completamente affascinati dalle idee e dalle ideologie assolutistiche, oggi le rifiutano con forza. Certamente, l’aspirazione della cultura russa alla tselostnost’ o “totalità” — comunitaria, sociale, globale e cosmologica — la inclina verso l’assolutismo (vedi Gordon M. Hahn, Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Culture, Thought, History, and Politics (Londra: Europe Books, 2021)]. Tuttavia, questa aspirazione al comunitarismo, al solidarismo, all’universalismo e al monismo religioso raramente è diventata realtà nel corso della storia russa. Solo i sovietici russi hanno avuto successo nel comunitarismo e nel solidarismo e hanno ottenuto alcuni risultati per l’internazionalismo comunista. Per quanto riguarda la Cina, è evidente una tendenza simile all’unità, che si presta all’adozione di forme di assolutismo. Per ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti e i loro alleati ad agire in modo sempre più assolutistico sulla base di formule ideologiche. La ricerca sfrenata della “pace democratica” ha prodotto rivoluzioni e guerre all’estero e sempre più divisioni e caos all’interno. La comunità delle democrazie sta diventando sempre più autoritaria, pur professando di promuovere la “democrazia” all’estero. In questo modo, l’Occidente, in particolare l’America, sta diventando proprio il nemico che sostiene di essere destinato a sradicare. Forse ci riuscirà distruggendo se stesso?
Vale la pena notare che in ciascun caso, le parti sopra citate hanno adottato l’assolutismo ideologico dei loro nemici ideologici e assolutisti. Il pensiero assolutista genera pensiero assolutista in forma opposta. L’assolutismo ostacola in modo eminente la nascita del pluralismo, dei mercati liberi e del repubblicanesimo. Il XXI secolo lo sta dimostrando.
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Ieri sera la Russia ha colpito Kiev con una serie di quelli che si presume essere missili balistici. Per quanto possa sembrare un attacco di routine, ciò che non lo è stato è stata la presunta mancanza del consueto preavviso da parte degli alleati all’Ucraina.
Lo stesso Zelensky ha espresso delusione per la mancanza di informazioni di intelligence:
È ormai accertato che l’Ucraina riceve tutti gli avvisi di lancio missilistico dagli Stati Uniti, presumibilmente tramite i satelliti di allerta precoce del sistema a infrarossi spaziale (SBIRS), in grado di rilevare i lanci balistici da aree di lancio note, o tramite radar OTH a lungo raggio come l’AN/FPS-132 di Fylingdale, nel Regno Unito, sebbene quest’ultimo sia utilizzato principalmente per il tracciamento di un missile già in volo, piuttosto che per il rilevamento nella fase di lancio.
Ci sono alcuni punti da sottolineare a riguardo.
Innanzitutto, il ministro degli Esteri Sybiha ha confermato che gli alleati si starebbero ancora scambiando informazioni, ma è stato stranamente cauto nell’affermare che la ragione della mancata segnalazione di ieri sera risiedeva in un tipo di armamento “speciale” utilizzato dalla Russia:
Anche Trump sembra aver confermato che gli Stati Uniti continuano a fornire informazioni all’Ucraina:
Quindi, cosa intendeva Sybiha con “armi speciali”?
Alcune fonti hanno affermato che la Russia ha utilizzato lanciatori S-400 appositamente modificati nell’attacco, il che spiegherebbe il tipo di munizione più “speciale”. L’Ucraina ha recentemente dichiarato di aver distrutto un sistema S-400 appena oltre il confine, nella regione di Bryansk, in Russia, che veniva utilizzato come piattaforma di lancio balistico modificata.
Fire Point ha dichiarato che il lanciatore era stato modificato dalle forze russe per colpire obiettivi terrestri ed era stato precedentemente utilizzato contro Kiev. L’azienda ha affermato che l’attacco ha colpito il lanciatore vicino al villaggio di Poroshino, lungo l’autostrada 15K-303. Il gruppo di monitoraggio open-source CyberBoroshno ha dichiarato di aver geolocalizzato il veicolo distrutto a partire da foto del relitto, individuando il sito alle coordinate 53.134224, 33.944510.
Affrontiamo subito la questione più spinosa: molti ancora non credono che la Russia stia utilizzando gli S-400 in questo modo e che si tratti di falsa propaganda ucraina. Ma per la Russia convertire gli S-400 in eccesso in lanciatori balistici è perfettamente logico, il che dovrebbe far riflettere: significherebbe che la Russia possiede più lanciatori di quanti ne sappia gestire, il che contraddice le continue affermazioni ucraine secondo cui la Russia starebbe esaurendo le proprie difese aeree.
Tenete presente che, secondo molti esperti, il nuovo missile balistico ucraino FP-7 è essenzialmente un missile S-300 rielaborato in una variante balistica. Qui sotto potete vedere l’FP-7 all’estrema sinistra, con il 48N6 (molto simile al 5V55 e ad altre varianti) della famiglia S-300 a destra:
Nell’arte della guerra, la cosa più intelligente ed efficiente che un progettista di armi possa fare è creare armi a duplice uso , adattabili a molteplici scopi.
Ma è qui che le cose si fanno interessanti.
Che la Russia utilizzi o meno i sistemi S-400 o qualche altro “sistema speciale”, la mancanza di preavviso da parte dell’intelligence può significare solo una di queste tre cose, tutte disastrose per l’Ucraina:
1. Che i missili russi S-400 lanciati in modalità balistica non siano rilevabili dai più avanzati sistemi spaziali statunitensi, il che è esattamente ciò che Andriy Sybiha sembra insinuare nel video precedente.
2. Le installazioni Patriot statunitensi all’interno di Kiev non sono in grado di rilevare questi missili con i loro radar.
3. La Russia sta utilizzando una nuova arma che non è rilevabile da nessuno dei suddetti sistemi statunitensi.
Oppure, se Sybiha sta mentendo e gli Stati Uniti hanno effettivamente nascosto informazioni di intelligence, la questione rimarrebbe comunque intrigante, dato che sappiamo che i sistemi Patriot statunitensi proteggono Kiev. Chi gestisce questi Patriot, gli ucraini o gli americani? Se fossero gli americani, significherebbe che potrebbero aver rilevato oggetti diretti a Kiev, ma aver ricevuto l’ordine di non intervenire e di non fornire preavviso radar agli ucraini, ammesso che li abbiano rilevati. Se invece fossero gli ucraini, sicuramente non avrebbero rilevato i missili, il che significherebbe che il radar Patriot, pur essendo altamente “avanzato”, è incapace di rilevare qualsiasi cosa la Russia stia inviando.
Per ipotizzare la spiegazione più probabile e meno “esotica”, possiamo supporre che la Russia abbia utilizzato questi S-400 convertiti in varianti balistiche, semplicemente non rilevabili perché probabilmente non seguono una traiettoria balistica neanche lontanamente simile a quella di un Iskander. Molto probabilmente, utilizzano un arco di volo più basso che sfugge alla maggior parte della copertura radar, senza contare che i missili stessi sono più piccoli e sottili, il che li rende più difficili da individuare sui radar.
I sistemi a infrarossi spaziali potrebbero averli mancati anche perché la scia di lancio è troppo piccola rispetto alla balistica reale, oppure perché il sistema li ha scambiati per veri e propri sistemi di difesa aerea in azione difensiva contro bersagli in arrivo, anziché per missioni offensive. Questo potrebbe essere particolarmente vero se il sistema SBIRS utilizza l’intelligenza artificiale per catalogare automaticamente i bersagli: se l’IA è stata addestrata a individuare gli S-400 come lanciatori di difesa aerea, potrebbe averli ignorati nella loro configurazione offensiva, utilizzata più raramente.
“Gli americani hanno detto agli ucraini che non era stato emesso alcun preavviso a causa delle cattive condizioni meteorologiche, il che a Kiev non è considerato una ragione sufficiente. Pertanto, molti sono sempre più preoccupati che la verità possa essere stata diversa”, ha dichiarato a POLITICO un funzionario a conoscenza della questione, a condizione di anonimato.
Il sistema di allarme missilistico ha già avuto malfunzionamenti in passato. “A volte queste informazioni non arrivano a destinazione. Non è la prima volta… Se questa volta ci sono stati problemi tecnici specifici, credo che gli specialisti li risolveranno. E risolveranno questo problema insieme ai nostri partner”, ha dichiarato martedì il portavoce dell’aeronautica militare ucraina Yurii Ignat.
Proprio mentre scrivo, un altro “attacco fantasma” si è appena verificato a Kiev, e anche in questo caso le sirene d’allarme sarebbero suonate solo dopo che i missili avevano già colpito:
I nostri sistemi hanno rilevato questi missili solo quando erano già virtualmente in avvicinamento a Kiev. CHPP-4 è uno dei principali impianti energetici di Kiev.
Secondo le nostre informazioni, i russi si stanno preparando a lanciare altri missili balistici. I fatti dimostrano che i russi non si considerano vincolati da quanto affermato dal Presidente degli Stati Uniti. L’Ucraina ha appoggiato un cessate il fuoco nel settore energetico. La Russia sta prendendo di mira un’altra centrale elettrica e la vita del nostro popolo.
E questo è assolutamente ingiusto: stanno distruggendo le nostre infrastrutture energetiche e l’Ucraina non riceve nemmeno un preavviso sui lanci di missili balistici. È importante che il mondo non rimanga in silenzio. Ed è importante che gli Stati Uniti vedano davvero cosa sta succedendo e chi è responsabile del protrarsi di questa guerra.
Vi preghiamo di rimanere al sicuro stanotte e domani. Stiamo lavorando per rifornire le nostre difese aeree con missili antibalistici.
Allora, cosa ne pensate? Varianti balistiche difficili da individuare dei sistemi missilistici russi S-400, oppure Trump che chiude i rubinetti dell’intelligence, anche se solo temporaneamente, per insegnare all’indisciplinato Zelensky a obbedire?
Zelensky ci introduce all’argomento successivo menzionando il cosiddetto cessate il fuoco energetico che Trump aveva affermato essere entrato in vigore tra i due Paesi. Per chi non avesse assistito al solito circo, ecco un breve riassunto:
L’11 ottobre, Trump ha annunciato un cessate il fuoco energetico definitivo tra i due paesi in guerra:
Il problema era che né la parte russa né quella ucraina erano a conoscenza di questo cessate il fuoco, ed entrambe erano confuse quando venivano interrogate al riguardo:
Secondo quanto riportato da Axios, anche per Zelensky il cessate il fuoco era una “novità”, dato che non ne aveva mai sentito parlare:
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato ad Axios che l’annuncio “è stata una novità per me. Ma se i russi accetteranno un cessate il fuoco nel settore energetico, anche l’Ucraina accetterà”.
In breve, Trump si è inventato di sana pianta un cessate il fuoco, presumibilmente solo per placare le preoccupazioni economiche relative alla carenza di carburante: un gesto davvero sconcertante.
Interpellato in merito, ecco cosa ha risposto:
GIORNALISTA: “Lei ha detto che Russia e Ucraina hanno concordato un cessate il fuoco, ma entrambe le parti affermano di non averlo accettato…”
TRUMP: “Hanno accettato. Sapete perché? Perché ho detto: ‘Accettate’, ecco perché.Hanno accettato perché ho detto che accettavano, e questa questione deve essere risolta.”
Incredibili manie di grandezza. A quanto pare Trump ha detto a entrambe le parti che ci sarebbe stato un cessate il fuoco, e lo considerava un fatto compiuto semplicemente in virtù del potere del suo decreto.
Lavrov chiarisce che la Russia non cadrà in ulteriori truffe sul cessate il fuoco:
Dopo l’attacco di ieri, Kiev sarebbe stata completamente al buio:
Gli attacchi russi hanno distrutto anche un impianto di lubrificanti:
Ecco come si presenta, a quanto pare, la centrale termoelettrica Kiev TPP-5 di Trypilska dopo la precedente ondata di scioperi:
Ecco come si presenta oggi la centrale termoelettrica di Trypilska. Si trova nel villaggio di Ukrainka, nella regione di Kiev.
Infatti, Google ora indica la centrale elettrica come “chiusa definitivamente” sulle sue mappe ufficiali:
Ora anche la centrale termoelettrica di Kharkiv TPP-5 ha subito “danni critici”, secondo quanto dichiarato da un responsabile amministrativo:
La centrale termoelettrica n. 5 di Kharkiv ha subito danni critici a seguito di un attacco – Capo dell’amministrazione militare regionale
▪️Synegubov ha riferito che la centrale termoelettrica ha subito danni critici. ▪️In precedenza, Zelenskyy aveva confermato l’attacco a un impianto energetico a Kharkiv.
Ora però l’Ucraina ha colpito anche la raffineria russa di Novoshakhtinsk a Rostov, con immagini di serbatoi di petrolio in fiamme. Questo è un chiaro segnale di sfida a Trump, che presumibilmente non gradirà l’aperta insubordinazione di Zelensky. Allo stesso tempo, Ansar Allah avrebbe colpito un importante impianto della Saudi Aramco a Jubail, il che significa che possiamo aspettarci che la crisi energetica continui, con Trump sotto crescente pressione alla vigilia delle elezioni di medio termine, il che potrebbe costringerlo ad attaccare Zelensky in modo ancora più duro.
Ora il Washington Post riporta che un nuovo “accordo di pace” è in fase di preparazione da parte dell’incompetente duo Kushner e Witkoff, che non è altro che la ripetizione della stessa formula:
Secondo il funzionario statunitense, il pacchetto avrebbe quattro componenti fondamentali. Il messaggio a Putin sarebbe: non limitarti a porre fine alla guerra con l’Ucraina. Raggiungi un accordo economico e di sicurezza con l’Europa che ripristini la stabilità nella regione dopo una spirale di escalation.
La ricostruzione dell’Ucraina sarebbe il primo pilastro. La Banca Mondiale e la società di investimenti BlackRockvogliono creare un quadro di riferimento per soddisfare le molteplici esigenze finanziarie di Zelensky: ricostruire le aree devastate del Paese, fornire sussidi alle famiglie dei soldati morti e feriti e rilanciare un’economia in frantumi.
I restanti pilastri sono talmente ridicoli che l’autore stesso fa fatica a presentarli senza aggiungere commenti sarcastici: garanzie simili all’articolo 5 per l’Ucraina, “integrazione” economica di Russia e Ucraina nell’Europa e congelamento del conflitto allo stato attuale. Quest’ultima opzione è ovviamente inaccettabile sia per la Russia che per l’Ucraina.
Siamo onesti, l’unico motivo per cui vengono persino proposti questi assurdi piani di pace è che Trump finga di avere una parvenza di iniziativa, in modo da poter deviare le critiche quando gli viene chiesto perché non sia ancora riuscito a porre fine alla guerra o a far scendere i prezzi dell’energia. È il suo modo di provocare la stampa in modo asintotico, insieme a infinite promesse di pace che lasciano il cessate il fuoco perennemente a pochi giorni di distanza.
In breve: non è altro che un tentativo di nascondere la verità e una messa in scena politica, del tipo più imbarazzante in assoluto.
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Come sarebbe il mondo se le nazioni decidessero di permettere a tutti di prosperare in pacifica coesistenza? Perché questo non sembra funzionare? Quali elementi problematici dovrebbero essere neutralizzati?
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Un’immagine odiosa del nemico renderà possibile la guerra
I nostri lettori conoscono bene le argomentazioni addotte dall'”Occidente collettivo” per giustificare le guerre in corso – e probabilmente anche quelle future; sono ben note e non c’è bisogno di ripeterle fino alla nausea; sono vuote e del tutto ipocrite. Come conseguenza di queste “giustificazioni”, l’Occidente considera i russi come esseri subumani aggressivi che attaccheranno l’Occidente per raggiungere i propri obiettivi imperialisti – non per la prima volta, ma ripetutamente. Eppure, ogni volta, è stato l’Occidente ad attaccare e a portare morte e distruzione in Russia.
Gli israeliani non considerano nemmeno i palestinesi – e quindi tutti gli arabi – come esseri subumani, ma come animali. Vogliono sterminare i primi attraverso il genocidio e sottomettere e governare il resto sotto Israele (Grande Israele); il “Piano Generale per l’Est” ne è la conferma. Agli occhi dell’Occidente, gli iraniani sono terroristi e assassini di massa mossi da fanatismo religioso.
Questa è l’essenza delle argomentazioni avanzate dall’Occidente collettivo. Gli uomini e le donne che plasmano questa narrazione nella sfera pubblica e la ripetono come un rosario hanno modellato il loro approccio su quello del dottor Goebbels, a cui si attribuisce l’aforisma secondo cui una menzogna diventa verità se ripetuta abbastanza spesso. Gli israeliani e tutti i loro colleghi nell’Occidente collettivo applicano la stessa formula, con successo.
Il fatto che questo principio sia ancora valido dopo la Seconda Guerra Mondiale è un chiaro segno della completa degenerazione dello scetticismo, l’antidoto alla propaganda. Le conseguenze di questo fatto sono spaventose, perché ancora oggi ci sono molti – troppi – seguaci, spettatori silenziosi e persone che scelgono la via della minore resistenza tra la popolazione.
Nella Germania nazista, gli ebrei venivano assassinati in segreto. La maggior parte della popolazione non era pienamente consapevole di ciò che stava accadendo e, se ne veniva a conoscenza tramite voci di corridoio, le persone tacevano. La leadership nazista mantenne il silenzio su questo genocidio perché credeva che la popolazione non lo avrebbe approvato, e probabilmente aveva ragione. La situazione è ben diversa in Israele: la stragrande maggioranza della popolazione della “Terra Santa” appoggia il genocidio contro i palestinesi, come chiunque può constatare su internet.
Ecco un breve video che mostra la situazione di Gaza prima e dopo l’escalation della distruzione. Rispetto a Gaza, Dresda appariva decisamente meglio dopo i bombardamenti del 1945; a Dresda furono distrutti 25.000 appartamenti, mentre a Gaza ne furono distrutti circa 135.000!
Israele passerà alla storia come un agghiacciante monito, sostituendo la Germania nazista: una svolta storica che non potrebbe essere più cinica.
Nell’Europa occidentale, gli standard politici e sociali sono altrettanto disastrosi. Nel Regno Unito, si può essere arrestati per aver parlato contro il genocidio a Gaza; persino mostrare in silenzio un cartello con la scritta “Sono contro il genocidio. Sostengo Palestine Action” è considerato una violazione della Sezione 13 del Terrorism Act . È proprio questo che ha portato all’arresto di Graham Bash, un anziano ebreo , a Londra. Se ti opponi al genocidio e sei solidale con coloro che vengono uccisi, sei un terrorista.
Considero Gaza un immenso campo di concentramento e i prigionieri hanno il diritto di difendersi, con ogni mezzo necessario, come è successo nell’ottobre del 2023. Quando i prigionieri di Sobibor uccisero le guardie e fuggirono, fu considerato un atto eroico – si veda il film Fuga da Sobibor . Oggi, vieni etichettato come terrorista anche solo per aver mostrato solidarietà a queste povere anime, ad esempio sventolando un cartello.
La maggioranza è condannata al silenzio
Se si prendessero i media come metro di giudizio, allora tutti gli europei sarebbero russofobi. In senso assoluto, questo non corrisponde certo alla verità. Eppure la maggior parte di coloro che non sono russofobi rimane in silenzio. Alcuni per convenienza, altri probabilmente per paura di persecuzioni. Cosa dovrebbe proteggere il “cittadino medio” che non è riuscito a proteggere una figura di spicco come Jacques Baud ? Parlando con persone in Europa occidentale in un contesto molto privato, diventa chiaro che commenti positivi sulla Russia nella “neutrale” Svizzera non sono, per lo meno, vantaggiosi per la carriera. Personalmente, un banchiere svizzero di medio livello mi ha chiarito che considera inaccettabile e illegale il comportamento della Svizzera, in quanto stato neutrale, nei confronti della Russia, e il comportamento del suo datore di lavoro nei confronti dei clienti con legami con la Russia. Tuttavia, ha due figli e una casa con un mutuo, e quindi si sente impossibilitato a esprimere la sua opinione ai superiori.
Questo è un chiaro segnale che le opinioni personali non contano più e non hanno più alcun impatto. La paura di conseguenze negative è troppo forte. Di conseguenza, l’influenza che i pochi individui coraggiosi esercitano sull’opinione pubblica è trascurabile. Pertanto, chi è al potere ha già vinto.
La russofobia e gli atteggiamenti genocidi in Europa non solo sono socialmente accettabili, ma, attraverso la neutralizzazione delle opinioni dissenzienti descritta in precedenza, sono entrati a far parte dell’agenda politica e dei media. Quest’agenda è caratterizzata da una visione del mondo “monoteistica” che rende impossibile qualsiasi dialogo: esiste un solo Dio. E c’è solo “la nostra” opinione, “la nostra” verità. “La nostra democrazia”.
Il male ha trionfato? Le mie riflessioni a riguardo, espresse nell’articolo del novembre 2025 ” Il male trionferà ?”, sono ormai obsolete? Interi continenti sono avvelenati da falsità che sono diventate l’unica verità. Non c’è più bisogno di uccidere o far sparire gli oppositori di questa politica. La paura regna sovrana e fa svanire le opinioni dissenzienti: missione compiuta.
Come iniziare una guerra
La macchina dell’odio, costruita con grande precisione, funziona senza intoppi in tutti i vecchi partiti. Politica, industria e media sono – ancora una volta – diventati un tutt’uno: un chiaro segno di fascismo. Il meccanismo di controllo che mette a tacere gli “oppositori” si basa sulla paura istituzionalizzata e codificata per legge. Paura di perdere il lavoro, la posizione sociale e la reputazione. Il piccolo gruppo che si rifiuta di farsi intimidire è soggetto a sanzioni che portano all’espropriazione di tutte le risorse finanziarie e alla completa privazione dei diritti. Queste sanzioni minano la dignità umana e i diritti fondamentali che ne derivano. Un meccanismo politico e amministrativo che fa sembrare insignificante, al confronto, il divieto imperiale medievale . Se i diritti fondamentali vengono eliminati, si perde il fondamento su cui si basa ogni società. Mi riferisco alla mia conferenza del 3 settembre: “ La dignità umana è intangibile” – davvero? Basta guardare indietro di 90 anni per ritrovare questa stessa erosione della società.
La legge sui pieni poteri del 1933 nacque in seguito a un attentato sotto falsa bandiera (l’incendio del Reichstag) e alla mancanza di fermezza del Parlamento tedesco. I suoi membri non nazisti furono ingannati e/o minacciati. Ciò portò a una struttura di potere paragonabile a quella odierna. ” La legge è ciò che serve al popolo tedesco “, una battuta di Hans Frank al Congresso degli avvocati tedeschi nel 1933. È difficile individuare differenze sostanziali tra il 1933 e il 2026. Oggi, la politica dell’UE non solo viene applicata in Germania con tutto il potere delle autorità, ma si è radicata in tutta l’Unione. Al timone di questa struttura sovranazionale si trova Ursula von der Leyen, salita al potere senza un mandato democratico. Al contrario, il cancelliere di Adolf Hitler fu legittimato democraticamente.
A differenza del mandato di Ursula von der Leyen, la cancelleria di Adolf Hitler fu democraticamente legittima.
La guerra diretta in Europa tra NATO e Russia si sta quindi già consumando nell’immaginario collettivo. La polveriera è piena. Il banale attacco sotto falsa bandiera di Lipsia (si dice che la Russia abbia attaccato la Germania con un drone da 199 euro) non è stato ancora sufficiente a innescare la miccia; altre scintille verranno accese finché non sarà sufficiente.
Il concetto alternativo – il sogno – avrebbe un aspetto diverso e sarebbe una benedizione per tutta l’umanità.
Il concetto “I Have a Dream” è pericoloso per la vita
«Ho un sogno. Che un giorno questa nazione si sollevi e viva secondo il vero significato del suo credo. Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uomini siano creati uguali.»
Il dottor Martin Luther King Jr. durante la Marcia su Washington del 28 agosto 1963.
Il dottor Martin Luther King ha pagato con la vita il suo sogno. Se i governi del mondo seguissero l’esempio di Martin Luther King – e non ho mai sentito una sola voce autorevole opporsi al sogno di questo eroe – e se tutte le persone su questa terra fossero trattate allo stesso modo, allora le ragioni delle guerre attualmente in corso diventerebbero obsolete e vivremmo in pace.
I russi sarebbero esseri umani, non subumani imperialisti e brutali provenienti dall’Oriente. Gli iraniani non sarebbero terroristi religiosi musulmani, assetati di sangue e controllati dai “mullah”. I cinesi non sarebbero robot comunisti senz’anima intenti a soggiogare l’Occidente. I tedeschi non sarebbero nazisti con il cervello lavato, sedotti ancora una volta; gli americani non sarebbero degli ignoranti, primitivi e inaffidabili spacconi che ricattano il mondo; e infine, gli inglesi non sarebbero gli psicopatici provenienti dalle nebbie dell’Albione che ancora vogliono dominare il mondo.
Noi umani vivremmo semplicemente insieme, risolveremmo i nostri conflitti con mezzi pacifici e non penseremmo mai nemmeno di minacciare gli altri con la morte e la distruzione, figuriamoci di attaccarli o distruggerli.
Sono certo che, se si tenesse un referendum globale, questa semplice struttura del mondo troverebbe sicuramente il favore di circa il 99% della popolazione mondiale.
Il sogno sarebbe un paradiso
Sebbene al momento le possibilità di realizzare questo sogno siano scarse, descrivere questo sogno, questo obiettivo, è per me un piacere.
In tempo di guerra, i paesi aumentano le spese per la difesa a livelli astronomici. Siamo già in guerra e le spese per la difesa si sono già moltiplicate. Se questi costi venissero eliminati, i governi potrebbero concentrarsi su ciò per cui i cittadini li hanno effettivamente eletti: migliorare la vita della popolazione attraverso investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità e così via.
In questo mondo ideale non ci sarebbero sanzioni; il commercio di beni e la circolazione di denaro sarebbero liberi e senza ostacoli, e quindi enormemente più efficienti ed economici. Ogni singola persona al mondo ne trarrebbe beneficio.
Paesi come la Russia e l’Iran diventerebbero improvvisamente i più ricchi del pianeta – per citare solo due dei più grandi tra le parti attualmente in guerra. E questo, in definitiva, è uno dei motivi principali per cui questo sogno sta fallendo. Si chiama invidia – insieme all’avidità, è la forza più potente che alberga nell’animo umano. Molti pensano che l’invidia sia un problema delle classi inferiori, che bramano una vita migliore. Tuttavia, non è così. Ho conosciuto miliardari che avrebbero potuto soddisfare ogni desiderio materiale con un semplice cenno del capo. Eppure invidiavano chi era persino più ricco di loro. Perverso, ma vero. Questo vale anche per la super-élite, che non vediamo mai. Chi detiene il potere più grande desidera automaticamente essere anche il più ricco, perché teme di perderlo altrimenti.
Chi detiene il potere non aspira a un mondo di sogni.
Il mondo dei sogni dei potenti è ben diverso; e questo si riflette nella situazione attuale. Da un lato, guadagnano trilioni dalle spese militari, un business caratterizzato da commissioni e margini di profitto enormi. Un’oasi di benessere creata per imprenditori corrotti, politici, analisti politici, lobbisti e i media mainstream. Il mondo dei sogni che ho descritto segnerebbe la fine di questo business. Questo business è così redditizio perché una piccolissima parte della popolazione mondiale può spartirsi queste somme ingenti, lasciandone a sufficienza per corrompere i decisori politici, economici e mediatici.
Non basta ungere le mani di queste signore e signori per ottenere un contratto da un organo come il parlamento, perché ungere le mani è come affittare: bisogna continuare a pagare. Se si comprano le persone e le si integra nelle catene del valore, si risparmiano le spese di supporto, il tempo di gestione e, di conseguenza, il denaro. I giovani politici vengono sostenuti con borse di studio e lavori ben pagati e di scarso valore, con la promessa che, una volta adempiuto ai loro doveri politici, troveranno un altro lavoro che non sarebbero mai riusciti a ottenere senza aiuto. Più la persona è stupida, minori sono le spese.
Un esempio lampante: Annalena Baerbock. Nonostante la sua intelligenza limitata, ha “frequentato” Londra per alcuni mesi invece della London School of Economics (2004-2005), è diventata Ministro degli Esteri (2021-2025), poi Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2025-2026) e ora è Professoressa di Pratica Professionale alla Columbia University. Il suo stipendio si aggirerà tra i 250.000 e i 400.000 dollari. Lascio all’immaginazione del lettore il compito di capire come il rettore della Columbia University si sia lasciato convincere ad assumere come professoressa una creatura del genere, che non padroneggia nemmeno la propria lingua madre.
Non sono storie nuove. Joschka Fischer, che abbandonò gli studi superiori, finì per diventare professore ospite all’Università di Princeton dopo il suo mandato come ministro degli esteri e vicecancelliere tedesco (1998-2005), senza un diploma di scuola superiore e senza alcuna traccia di una formazione universitaria – licenza, dottorato o abilitazione – da nessuna parte. Bisognerebbe essere un po’ cinici per pensare che questo onore di essere nominato professore abbia qualcosa a che fare con i bombardamenti della Serbia.
Molte carriere seguono lo stesso schema: più deboli sono i candidati, più malleabili sono, e più economico è per i loro finanziatori raggiungere i propri obiettivi. Il presidente Macron non conosceva il termine EBITDA quando è entrato in Rothschild nel 2008; è come se un muratore non sapesse come impugnare una cazzuola. Sebbene sia stato promosso a socio dopo soli due anni, il suo ruolo nelle principali transazioni fino a quel momento era stato descritto come “junior”: si limitava a compilare fogli di calcolo Excel. In Rothschild, in genere occorrono dai 7 ai 12 anni per passare da una posizione entry-level a quella di socio. Il signor Macron, quindi, ha ricevuto riconoscimenti prima ancora di aver reso servizi speciali. Lo stesso valeva per il Cancelliere federale Merz in BlackRock.
È così che si costruiscono le carriere in Europa – e anche negli Stati Uniti – per insediare burattini malleabili e controllabili che obbediscono ai loro burattinai e non servono in alcun modo i desideri delle proprie popolazioni. Ecco perché è del tutto irrilevante che il 99% delle persone desideri pace e prosperità. Dove finiremmo se la plebe ottenesse ciò che vuole?
Come ci si libera dei distruttori di sogni?
Con le risorse adeguate e il team di scienziati giusto, sarebbe certamente possibile portare alla luce coloro che lavorano dietro le quinte, ma al momento, per pura istinto di autoconservazione, molti di coloro che possiedono le capacità intellettuali per farlo si trovano impossibilitati ad agire. Esistono numerose pubblicazioni su questo argomento, ma la maggior parte è scritta da autori sconosciuti e pertanto è facile preda di coloro che liquidano tali ricerche come teorie del complotto, inimicandosi così gli autori .
Qualche settimana fa, ho pranzato con un gruppo dei più eminenti e influenti analisti geopolitici occidentali. Durante il pranzo, ho chiesto loro se anche loro credessero che le teorie su certi gruppi (lo stato profondo , i Rothschild, ecc.) fossero accurate: la risposta è stata un sonoro sì, da parte di tutti. Il motivo per cui nessuna delle menti più brillanti – e questi partecipanti lo erano – sta indagando su questo argomento e portandolo all’attenzione del pubblico ha a che fare con l’autoconservazione. Non sembra ancora possibile risolvere il problema con i metodi scientifici e giornalistici convenzionali: la paura da una parte è troppo grande e il potere dall’altra è altrettanto formidabile. Tuttavia, il momento arriverà, poiché i burattinai continuano a commettere errori; si veda Epstein – “Concierge del Male” – Domande pericolose .
Il mio sogno è come il paradiso, ma la realtà è un incubo.
Conclusione
Ho questo sogno, quello di cui ho parlato più volte in questo articolo: il sogno della prosperità per tutti, il sogno della giustizia. E soprattutto, il sogno della pace. È stato questo sogno che, più e più volte, ha ispirato le persone a sollevarsi e a lottare, anche durante i periodi più bui e difficili della loro storia.
Non è certo se ciò sia possibile nelle circostanze che prevalgono almeno dalla Seconda Guerra Mondiale, con gruppi segreti non eletti, la cui esistenza si può al massimo ipotizzare, che controllano il destino del mondo. Chi ha la forza, il coraggio e i mezzi per trascinare questi mostri, che rifuggono la luce, sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale e consegnarli alla giustizia?
Il tempo stringe. Se, ad esempio, gli europei raggiungessero il loro obiettivo e scoppiasse una guerra con la Russia, si tratterebbe – secondo il ministro degli Esteri Lavrov – di un tipo di guerra completamente diverso, e di breve durata.
Mi appello a tutti i decisori politici occidentali affinché riconsiderino la loro ossessione bellica e frenino finalmente, prima che la strada si ghiacci, che si perda ogni potere frenante e che gli incoscienti al volante si rendano conto della loro stupidità solo nell’istante dell’impatto. L’umanità ne pagherà il prezzo.Tag dell’articolo:
Le proteste in Francia mettono in luce un divario sempre più ampio tra gli impegni assunti dallo Stato e la sua capacità di mantenerli: una debolezza che ha ripercussioni sulle finanze e sulle ambizioni strategiche dell’Europa.
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La forza economica di un governo non dipende solo dalla sua capacità di contrarre prestiti, ma anche dalla sua capacità di convincere i cittadini che gli oneri che impone perseguono uno scopo credibile. Quando tale consenso si indebolisce, le misure volte a ripristinare la stabilità finanziaria possono aggravare l’instabilità politica. Lo Stato conserva i propri poteri formali, ma perde l’autorità necessaria per esercitarli in modo efficace.
La Francia è un esempio sempre più evidente di questa situazione. Le proteste studentesche in quel Paese collegano il deterioramento dei servizi pubblici a una questione più ampia riguardante la distribuzione delle opportunità e dei sacrifici. La portata del fenomeno va ben oltre la sopravvivenza di un governo. Una delle principali potenze europee sta lottando per conciliare i propri obblighi interni con i propri limiti finanziari, indebolendo così le fondamenta su cui poggiano le sue ambizioni più ampie.
Quando il contratto sociale non mantiene più le promesse Le condizioni scolastiche hanno dato a questo conflitto un’espressione concreta. La carenza di insegnanti, le aule sovraffollate e il deterioramento degli edifici hanno scatenato manifestazioni che hanno coinvolto genitori, insegnanti e sindacati. L’istruzione è diventata un punto attorno al quale può concentrarsi un malcontento più ampio, poiché riguarda la promessa più importante dello Stato: che la prossima generazione avrà i mezzi per costruire un futuro migliore.
Per gli studenti, la distinzione tra una spesa pubblica consistente a livello nazionale e un’offerta formativa locale inadeguata offre ben poco conforto. Essi entrano in contatto con lo Stato attraverso la disponibilità di insegnanti, strutture funzionanti e l’accesso alle opportunità. Quando questi aspetti subiscono un deterioramento, il problema diventa non solo di finanziamento, ma anche di legittimità. Un governo non può difendere all’infinito l’entità della propria spesa ignorando al contempo l’insoddisfazione per i risultati ottenuti.
La controversia di fondo riguarda le priorità. Gli impegni già assunti assorbono le risorse prima ancora che i governi prendano in considerazione nuove richieste, mentre ai cittadini più giovani viene chiesto di accettare l’incertezza in materia di occupazione, istruzione e tenore di vita. La riforma diventa più difficile quando coloro che ne sostengono i costi immediati dubitano di poterne trarre i benefici futuri. Gli attori politici possono sfruttare tale frustrazione, ma non hanno bisogno di creare artificialmente le condizioni che la rendono convincente.
La sopravvivenza parlamentare sostituisce l’autorità di governo La scommessa parlamentare di Macron per il 2024 ha aggravato la situazione. Lo scioglimento ha portato a un’assemblea frammentata, lasciando l’esecutivo senza una maggioranza stabile a sostegno di un programma coerente. La cooperazione volta a impedire la vittoria del Rassemblement National non ha portato alla definizione di una posizione comune su come la Francia debba tassare, spendere o attuare riforme. La capacità di bloccare un avversario si è rivelata più forte della capacità di governare insieme.
Questa distinzione caratterizza ora la battaglia sul bilancio. I partiti dell’opposizione hanno tutto l’interesse a respingere misure dolorose, mentre il governo deve scambiare concessioni con il sostegno parlamentare. Ogni negoziazione può garantire una sopravvivenza temporanea senza risolvere le scelte economiche che ne stanno alla base. La responsabilità si disperde tra le diverse istituzioni, mentre la frustrazione dell’opinione pubblica si concentra sulla presidenza.
La risposta più conciliante del primo ministro Sébastien Lecornu alle proteste riconosce i limiti dello scontro. Tuttavia, le manifestazioni di comprensione non possono sostituire i miglioramenti che richiedono risorse finanziarie. Gli scontri con la polizia complicano ulteriormente il quadro, trasformando una controversia sull’istruzione in una disputa sul modo in cui il governo tratta i propri cittadini.
La conseguenza è un restringimento degli orizzonti. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2027, la gestione delle prossime elezioni parlamentari o delle manifestazioni potrebbe avere la precedenza sul ripristino della capacità produttiva. Un successore erediterebbe gli stessi vincoli. Un cambiamento elettorale può ridistribuire l’autorità, ma di per sé non è in grado di conciliare obblighi, risorse e aspettative.
Il ricorso al prestito rinvia l’adeguamento Alla fine di giugno, il debito pubblico francese ha raggiunto circa 3,6 trilioni di euro, pari al 119% del PIL. Tali cifre non indicano che sia imminente una crisi finanziaria. Dimostrano tuttavia quanto il ricorso al prestito abbia sostenuto lo Stato e quanto una strategia fiscale credibile dipenda ora dalla crescita economica e dalla cooperazione politica.
L’euro limita i meccanismi di aggiustamento a disposizione. La Francia non può svalutare autonomamente la propria moneta né fissare i tassi di interesse in funzione delle circostanze interne. Il miglioramento della competitività dipende quindi in misura maggiore dalla produttività, dagli investimenti e dalle variazioni relative a salari, fiscalità o spesa pubblica. Si tratta di processi che richiedono tempo e le cui conseguenze distributive necessitano di consenso.
L’adesione all’unione monetaria non spiega completamente le difficoltà della Francia. I governi continuano a stabilire le priorità di spesa e rimangono responsabili dell’efficienza amministrativa. Tuttavia, i vincoli monetari rendono ancora più importante fare le scelte giuste. Il ricorso al debito può attenuare l’impatto dell’aggiustamento, ma non può compensare in modo permanente una crescita debole o un’allocazione inefficace delle risorse.
Ciò crea un difficile equilibrio politico. Tagli indiscriminati possono indebolire l’istruzione e le infrastrutture necessarie per migliorare i risultati futuri. Il ricorso continuo all’indebitamento può preservare gli assetti esistenti senza renderli più sostenibili. La sfida principale consiste nel reindirizzare le risorse verso la capacità produttiva, mantenendo al contempo un sostegno pubblico sufficiente per portare a termine il programma.
La debolezza interna si trasforma in un rischio a livello europeo Le dimensioni della Francia fanno sì che questo problema non possa rimanere esclusivamente nazionale. Una pressione prolungata sul suo debito si ripercuoterebbe, attraverso le partecipazioni bancarie, i portafogli di investimento e le condizioni di finanziamento, su tutta l’eurozona. L’aumento dei costi di finanziamento potrebbe quindi aggravare il conflitto interno, assorbendo risorse che altrimenti sarebbero disponibili per i servizi pubblici.
Le istituzioni europee dispongono di strumenti per contenere le turbolenze sui mercati. Lo strumento di protezione della trasmissione della BCE consente l’acquisto di titoli obbligazionari senza un limite di volume prestabilito, previa valutazione di fattori quali la politica fiscale e la sostenibilità del debito. L’intervento è quindi tecnicamente possibile, ma la sua giustificazione e le relative condizioni diventerebbero politicamente controverse se la Francia non riuscisse a definire un percorso credibile per il futuro.
Lo scenario più probabile nel breve termine è un’altra tregua negoziata: concessioni, trattative sul bilancio e sforzi per rassicurare i creditori. Ciò potrebbe scongiurare lo scontro immediato senza però ripristinare l’autorità di governo. Nel frattempo, la fragilità interna limita la capacità della Francia di sostenere gli impegni in materia di difesa europea e di influenzare le decisioni economiche collettive.
Le ambizioni strategiche dell’Europa dipendono da Stati in grado di mobilitare risorse con il consenso dell’opinione pubblica. La crisi francese mette in luce quanto facilmente tale base possa indebolirsi. Un continente che aspiri a una maggiore autonomia sulla scena internazionale deve innanzitutto sostenere la capacità economica e la legittimità politica che rendono possibile tale autonomia.
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Ansar Allah sta devastando Riyadh con una serie di attacchi missilistici balistici, in un’escalation del conflitto regionale.
L’aeroporto internazionale Re Khalid di Riyadh è stato uno degli obiettivi colpiti ieri: sono state diffuse immagini di vittime e di distruzione su vasta scala, tra cui due terminal i cui tetti sono completamente “crollati”.
Secondo il WSJ, si tratta ormai ufficialmente dell’attacco più letale mai sferrato contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo nell’intero conflitto con l’Iran:
Sabato, almeno un missile degli Houthi ha colpito l’aeroporto internazionale della capitale saudita, uccidendo almeno 12 persone e ferendone centinaia, molte delle quali in modo grave. Si è trattato dell’attacco più letale mai sferrato contro gli Stati Uniti o i loro alleati del Golfo nei conflitti legati alla guerra con l’Iran. Un’assistente di volo egiziana di 28 anni è morta dissanguata dopo che le è stato strappato un braccio, una delle numerose vittime che hanno perso arti, secondo quanto riferito da funzionari informati sull’attacco.
Il WSJ scrive che l’Iran sta mettendo a rischio il futuro del principe ereditario:
DUBAI — Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha iniziato l’anno alla grande. Aveva appena fatto visita alla Casa Bianca, dove era stato accolto calorosamente dal presidente Trump. Anche dopo lo scoppio della guerra con l’Iran, l’Arabia Saudita sembrava trovarsi in una posizione relativamente favorevole. Poteva infatti esportare petrolio attraverso un oleodotto che aggirava lo Stretto di Ormuz, ormai bloccato.
Ma l’escalation del conflitto tra i sauditi e i militanti houthi sostenuti dall’Iran nel vicino Yemen pone ora nuove sfide alla sicurezza del regno e agli ambiziosi – ma già in difficoltà – piani del principe ereditario volti a trasformare l’economia del Paese, fortemente dipendente dal petrolio.
Il rapporto rivela che il principe è stato costretto a correre freneticamente, come un opossum, da un bunker all’altro nel tentativo di resistere agli incessanti attacchi yemeniti, che continuano anche mentre scriviamo:
Il principe ereditario, 41 anni, si sposta tra palazzi sorvegliati con estrema attenzione e dotati di bunker, ed è protetto da una squadra di sicurezza selezionata con cura, secondo quanto riferito da funzionari a conoscenza dei suoi spostamenti. La sua ultima apparizione pubblica risale a martedì, quando ha donato il sangue per sostenere una campagna nazionale di donazione.
Il problema per l’Arabia Saudita, come giustamente osserva il WSJ, è che il regno non ha alternative valide a disposizione. La lenta ascesa del movimento Ansar Allah verso un dominio asimmetrico è avvenuta con l’aiuto dell’Iran e, indirettamente, della Russia:
Ora gli Houthi sono in grado sia di fare a pezzi le forze saudite sul campo di battaglia, grazie ai droni e alle maggiori capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), sia di aggirare lo scudo di difesa aerea del Regno dell’Arabia Saudita con missili balistici a basso costo.
«Il leader saudita ha poche opzioni valide», ha affermato Kristian Coates Ulrichsen, esperto del Golfo Persico e ricercatore presso il Baker Institute della Rice University. «Qualsiasi risposta militare rischia di trascinare il Paese sempre più in profondità in un conflitto asimmetrico in cui gli Houthi hanno dimostrato di essere in grado di infliggere danni significativi e simbolici».
Nel caso sopra citato, l’Iran ha svolto un ruolo particolare riducendo le scorte di sistemi di difesa aerea di tutti gli alleati degli Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno. Anche la Russia ha agito in tal senso, costringendo l’Ucraina a consumare una quantità enorme degli stessi missili necessari. Ciò dimostra quanto sia diventata interconnessa la guerra globale in espansione e come i paesi dell’asse iraniano abbiano guadagnato terreno sfruttando vantaggi asimmetrici che ora stanno dando enormi risultati contro i loro avversari, tristemente impreparati.
Le forze di Ansar Allah stanno inoltre conquistando sempre più territorio alle forze governative del PLC; la città di Taiz, nel sud dello Yemen, è attualmente circondata e sottoposta a un assedio totale:
Taiz è la terza città più grande del Paese, dopo Sana’a e Aden, pertanto la sua conquista segnerà una tappa fondamentale nel conflitto in corso.
Allo stesso tempo, l’Iran ha ora nuovamente esteso il proprio blocco dello Stretto di Hormuz e ha iniziato a colpire un numero maggiore di navi al di fuori dello stretto stesso:
Gli attacchi alle petroliere che transitano nello Stretto di Ormuz hanno raggiunto la scorsa settimana il livello più alto mai registrato dall’inizio della guerra in Iran, secondo fonti specializzate in sicurezza marittima che monitorano gli incidenti, in un contesto caratterizzato da una maggiore spinta alle esportazioni da parte dei produttori del Golfo.
Gli attacchi, i tentativi di attacco e le attività di molestia — tra cui sorvoli con droni, sorveglianza e chiamate via radio VHF da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane — sono proseguiti nello stretto, ha affermato domenica in una nota il Joint Maritime Information Center (JMIC), guidato dalla Marina degli Stati Uniti.
Ricordiamo che nell’ultimo aggiornamento su Hormuz avevamo scritto che probabilmente esistono accordi segreti che hanno facilitato il transito del petrolio attraverso Hormuz, consentendo al contempo a Trump di rivendicare il dominio. In realtà, continuano ad emergere sempre più prove che indicano che l’unico motivo per cui il petrolio transitava era proprio grazie a questi accordi, e ora l’Iran ha iniziato a revocarli:
Michelle Brohard, responsabile delle politiche e dei rischi geopolitici presso Kpler, ha ipotizzato in una recente intervista con l’analista energetico Rory Johnston (@commoditycontext) che il motivo per cui sta transitando più greggio attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbe essere che alcuni paesi stanno pagando all’Iran un pedaggio, forse fino al 20% del valore di ogni carico.
Non posso verificare se ciò sia vero o meno, ma ho appreso direttamente dalla parte iraniana che alcuni paesi del CCG hanno stretto accordi con l’Iran per consentire l’esportazione del proprio petrolio, e che questa è la ragione principale dell’aumento del traffico, piuttosto che gli sforzi militari dell’amministrazione Trump. «Qualunque cosa transiti attraverso lo Stretto, è perché noi lo permettiamo», mi è stato detto.
Si potrebbe liquidare la versione iraniana come un tentativo disperato di rivendicare il controllo su una situazione che, in apparenza, sta andando contro gli interessi iraniani.
La situazione è peggiorata a tal punto che noleggiare una petroliera VLCC ora costa più che inviare un carico pesante nello spazio tramite un razzo SpaceX:
Per rendersi conto di quanto siano diventati straordinari i costi di trasporto del petrolio, si consideri quanto segue: Oggi è più costoso noleggiare una petroliera dagli Stati Uniti alla Cina che lanciare un razzo nello spazio.
Quel viaggio costa circa 80 milioni di dollari, rispetto ai 74 milioni di dollari necessari per un lancio standard del Falcon 9 di SpaceX, ha affermato questa settimana il broker marittimo Gibson. Con la stessa somma, all’inizio di quest’anno si sarebbe potuta acquistare a titolo definitivo una petroliera quasi identica.
Questi prezzi da capogiro sono il risultato di una carenza globale di petroliere che si aggrava con ogni barile di petrolio in più che attraversa lo Stretto di Hormuz.
Si afferma che le tariffe ora superano di gran lunga persino quelle delle «guerre delle petroliere» degli anni ’80 e sono le più alte nella storia delle superpetroliere che solcano gli oceani:
La società di intermediazione SSY afferma che, anche tenendo conto dell’inflazione, le tariffe sono ora le più alte da quando le prime superpetroliere solcarono gli oceani del mondo negli anni ’60 — superando quelle delle «guerre delle petroliere» degli anni ’80, quando l’Iran e l’Iraq attaccarono la navigazione commerciale nel Golfo Persico.
Nel frattempo, Trump ha continuato a sostenere che la guerra è vinta e che gli Stati Uniti controllano tutto, come al solito, solo perché ha affondato alcune navi iraniane ormeggiate in porto, il che non ha alcun effetto sulla capacità dell’Iran di affermare il proprio dominio sullo stretto tramite droni e missili:
Ma alcuni esperti ritengono che l’Occidente stia ora abbandonando l’Arabia Saudita, almeno in parte, perché nessuno vuole essere trascinato in un altro pantano simile a quello di Hormuz contro gli Houthi. Lo stesso Trump sembrava riluttante a partecipare a una campagna di attacchi guidata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen, con alcune notizie speculative che sostengono addirittura che gli Stati Uniti non stiano utilizzando le proprie installazioni di difesa aerea in Arabia Saudita per proteggere il Paese dagli ultimi attacchi degli Houthi:
ULTIME NOTIZIE: Il governo saudita è indignato dal fatto che l’esercito statunitense non stia utilizzando i propri sistemi di difesa aerea e i caccia di stanza in Arabia Saudita per proteggere il Paese, in particolare gli aeroporti di Riyadh e Dammam.
La batteria Patriot PAC-3 dell’Esercito degli Stati Uniti in Arabia Saudita protegge solo la base aerea Prince Sultan dalle minacce iraniane, non Riyadh né altre città saudite dagli attacchi degli Houthi.
A differenza degli anni precedenti, i caccia dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e della Guardia Nazionale Aerea di stanza presso la base aerea del Principe Sultan non effettuano più pattugliamenti aerei da combattimento per intercettare i droni e i missili da crociera degli Houthi sopra l’Arabia Saudita. Stanno invece pattugliando il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Mare di Oman.
Ciò ha suscitato l’ira dell’Arabia Saudita, che a sua volta non è in grado di utilizzare i propri sistemi di difesa aerea Patriot PAC-3 e THAAD per proteggere le proprie basi aeree.
È una speculazione, ma piuttosto compromettente. Se fosse vero, significherebbe che Trump o teme di oltrepassare il limite e di sostenere un altro conflitto regionale, oppure viene semplicemente spinto dai suoi generali, ormai disperati, a preservare le scorte di missili in esaurimento.
Ieri, tuttavia, Trump ha affermato che il Pentagono stava «valutando» una possibile partecipazione sulla scia dei nuovi attacchi devastanti contro Riyadh, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di parole di facciata per apparire «forte» agli occhi dei suoi alleati.
Trump non si rende minimamente conto di essere stato attirato in una campagna iraniana pianificata magistralmente per impantanare gli Stati Uniti su più fronti, sfruttandone le forze navali, le riserve di difesa aerea e il capitale politico in una guerra di logoramento in cui gli Stati Uniti hanno già sprecato ogni possibilità di vittoria.
In assenza dell’aiuto di Trump, tuttavia, sembra che Bibi possa essere disposto a venire in soccorso del suo confratello:
Ma secondo Haaretz il principe ereditario si è già opposto all’idea, temendo una reazione negativa dell’opinione pubblica di fronte a una partnership così diretta con Israele. In ogni caso, sappiamo tutti come finirebbe una simile aggressione israeliana: con un’altra pioggia di missili su una Tel Aviv indifesa.
Ora, mentre Trump, secondo quanto riferito, «sta valutando» l’entrata in guerra, un funzionario houthi ha già inviato una risposta decisa:
«Se gli Stati Uniti dovessero essere coinvolti nell’aggressione contro lo Yemen, non ci soffermeremo a riflettere sulla decisione di reagire; al contrario, ci sarà una risposta rapida e dolorosa che colpirà gli Stati Uniti e tutti i loro interessi nella regione», ha dichiarato all’AFP Mohammed Al Bukhaiti, membro dell’ufficio politico degli Houthi.
Bukhaiti ha inoltre avvertito i dipendenti degli impianti petroliferi e degli aeroporti sauditi di tenersi alla larga, affermando che tali siti erano diventati «obiettivi legittimi». ”
Ricordiamo che, dopo aver preso il controllo della zona confinante con lo Stretto di Bab al-Mandab, Ansar Allah ha dichiarato che solo alle navi saudite sarebbe stato vietato l’attraversamento. Trump probabilmente sa che, se dovesse partecipare agli attacchi, anche le navi statunitensi verrebbero prese di mira, mettendo a dura prova la sua marina e comportando costi economici ancora maggiori alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.
Di conseguenza, sia Trump che l’umiliato “Principe Clown” hanno le mani altrettanto legate e non sono in grado di fare praticamente nulla.
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Mi scuso per il secondo aggiornamento di oggi, non mi aspettavo che Cina e UE annunciassero questi accordi così presto. Le due parti hanno appena concluso il secondo incontro del Meccanismo di consultazione commerciale e per gli investimenti Cina-UE.
Dal punto di vista delle preoccupazioni della Cina, l’accordo per avviare un dialogo tecnico sul Regolamento UE sugli aiuti esteri (FSR) rappresenta uno sviluppo significativo. Al contrario, la questione degli inverter sembra non essere stata completamente risolta. Sebbene l’UE abbia chiarito la propria posizione, il riferimento a ulteriori consultazioni suggerisce che potrebbero persistere delle divergenze.
La proposta di continuare a valutare possibili riduzioni tariffarie su determinate merci è interessante e merita attenzione. Per ora, tuttavia, la formulazione rimane esplorativa; occorre più tempo per capire se porterà ad accordi concreti.
Per quanto riguarda i veicoli ibridi, la dicitura è la seguente:
Le due parti hanno raggiunto un’intesa sul commercio di veicoli ibridi in modo conforme alle norme dell’OMC.
Per quanto riguarda l’accesso al mercato, la Cina amplierà le importazioni di dispositivi medici provenienti dall’UE e organizzerà un evento di intermediazione per gli acquisti durante la China International Import Expo.
Di seguito è riportata la lettura in cinese.
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Le due parti continueranno a valutare la possibilità di ridurre le tariffe su determinate merci nel quadro delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
Le due parti continueranno a rafforzare la comunicazione e la cooperazione nell’ambito del meccanismo di monitoraggio degli scambi commerciali e a utilizzare attivamente i meccanismi di dialogo per migliorare la comprensione reciproca.
A seguito di intense consultazioni, le due parti hanno raggiunto un’intesa sul commercio di veicoli ibridi in modo conforme alle norme dell’OMC.
Le due parti hanno richiamato il documento guida sugli impegni relativi ai prezzi nell’ambito dell’indagine sui dazi compensativi per i veicoli elettrici e proseguiranno le procedure pertinenti riguardanti gli impegni sui prezzi specifici delle singole aziende e le relative revisioni in tale ambito.
Le due parti manterranno il dialogo sull’accesso al mercato per i dispositivi medici. La parte UE accoglie con favore le misure adottate dalla parte cinese per ampliare le importazioni di dispositivi medici provenienti dall’UE, tra cui l’organizzazione di un evento di matchmaking per gli acquisti durante la nona edizione della China International Import Expo.
Sulla base delle valutazioni del rischio, la parte cinese accelererà le procedure per il riconoscimento del principio di regionalizzazione negli Stati membri dell’UE ammissibili. Le due parti hanno concordato di scambiarsi informazioni su metodi e tecnologie per la prevenzione e il controllo delle malattie animali e di esplorare congiuntamente le modalità per eliminare le restrizioni alle esportazioni verso la Cina relative alla lingua blu dagli Stati membri interessati.
Le due parti hanno concordato di proseguire gli scambi tecnici sui sistemi di prenotazione informatizzati. Hanno inoltre convenuto di tenere ulteriori consultazioni sui rispettivi quadri normativi per i cosmetici e i prodotti farmaceutici al fine di affrontare ulteriormente le problematiche esistenti ed emergenti relative all’accesso al mercato.
Le due parti hanno concordato di avviare un dialogo tecnico sul Regolamento UE in materia di sovvenzioni estere (FSR).
La parte UE ha chiarito che le sue linee guida sul finanziamento dei progetti relativi agli inverter non si rivolgono a nessun Paese in particolare. Le due parti terranno ulteriori consultazioni su questo tema.
Le due parti hanno concordato di esplorare la cooperazione in materia di investimenti per promuovere il rispettivo sviluppo economico e di discutere di una cooperazione orientata al futuro.
Controlli sulle esportazioni
Le due parti hanno ribadito la necessità di rafforzare ulteriormente il dialogo tra Cina e UE sul controllo delle esportazioni e hanno accolto con favore un miglioramento della comunicazione e degli scambi sulle rispettive politiche in materia di controllo delle esportazioni, anche attraverso la pubblicazione di linee guida, l’organizzazione di scambi tra governo e imprese e la fornitura di formazione.
Le due parti hanno convenuto sull’importanza di rafforzare la prevedibilità e la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali. La Cina si è dichiarata disponibile a continuare a facilitare l’approvazione delle licenze di esportazione per terre rare e magneti permanenti destinati all’UE attraverso un meccanismo di “canale verde”. L’UE continuerà a collaborare con i propri Stati membri per agevolare la risoluzione dei casi individuali prioritari relativi al rilascio di licenze per l’esportazione di articoli a duplice uso verso la Cina.
Le due parti hanno ribadito il loro impegno ad affrontare le problematiche relative al controllo delle esportazioni e hanno discusso la possibilità di esplorare misure strutturali di agevolazione per il commercio conforme di beni a duplice uso tra la Cina e l’UE.
Le due parti hanno raggiunto un’intesa nell’ambito del meccanismo di dialogo sul controllo delle esportazioni per fornire una notifica preventiva prima di aggiungere articoli alle liste di controllo, migliorare la trasparenza delle procedure di inserimento e rimozione dalle liste e sostenere l’avvio delle procedure di rimozione dalle liste nei rispettivi quadri giuridici.
Proprietà intellettuale
La Cina e l’UE hanno iniziato ad affrontare le problematiche sistemiche relative alla proprietà intellettuale e hanno compiuto progressi. Le due parti hanno concordato di continuare a collaborare per risolvere le questioni rilevanti e per definire obiettivi intermedi, concentrandosi su una protezione e un’applicazione efficaci ed eque della proprietà intellettuale, nonché su una maggiore trasparenza e prevedibilità. Hanno inoltre concordato di monitorare i progressi attraverso il Gruppo di lavoro Cina-UE sulla proprietà intellettuale.
Riforma dell’OMC
Le due parti hanno convenuto di rafforzare ulteriormente la comunicazione e la cooperazione bilaterale sulla riforma dell’OMC in modo aperto e costruttivo. Si sono impegnate a partecipare alla riforma dell’OMC e hanno concordato di discutere tutte le questioni pertinenti al fine di conseguire progressi sostanziali.
L’8 ottobre, la Banca Popolare Cinese ha pubblicato la sua dichiarazione di politica monetaria sul renminbi. È interessante notare che oggi, Yuyuan Tantian (玉渊谭天), un account sui social media affiliato alla China Central Television (CCTV), ha pubblicato un articolo che spiega perché la Cina ha reso pubblica la dichiarazione proprio ora. La considererei una spiegazione ufficiale.
In sostanza, ha fornito quattro ragioni
Di recente, alcuni paesi hanno ripetutamente sostenuto che il renminbi sia sottovalutato, cercando di forzarne l’apprezzamento attraverso mezzi non di mercato. La pubblicazione di questo documento in questo momento intende chiarire che i tassi di cambio sono determinati da molteplici fattori, non da pressioni politiche esterne.
Alcuni paesi hanno citato selettivamente le stime di sottovalutazione contenute nel rapporto del FMI per fare pressione sulla Cina, ignorando il fatto che modelli diversi producono risultati diversi. La Cina spera di impedire che l’analisi tecnica venga trasformata in uno strumento politico.
Risponde alle direttive che guidano i forum multilaterali. Recentemente, al G20 e all’OCSE si sono registrate iniziative volte a collegare gli squilibri commerciali alle politiche cinesi. La pubblicazione di un documento ufficiale chiarisce la posizione della Cina in vista di successive discussioni e consultazioni internazionali, opponendosi al contempo ai tentativi di attribuire semplicemente alla Cina la responsabilità dei problemi globali.
Per spostare la discussione da “Il RMB dovrebbe apprezzarsi?” a “Come dovrebbe adeguarsi ciascun Paese?”, gli squilibri globali non possono essere risolti unicamente attraverso aggiustamenti al tasso di cambio cinese; i Paesi in deficit devono anche affrontare i propri problemi, tra cui bassi livelli di risparmio, consumi elevati, disavanzi di bilancio e insufficiente competitività industriale.
Le mie opinioni:
Al di là di queste spiegazioni ufficiali, è opportuno sottolineare che i negoziati tra Cina e UE si trovano ora in una fase critica. L’8 ottobre, il Commissario europeo per il Commercio ha guidato una delegazione in Cina per colloqui con il Ministro del Commercio cinese Wang Wentao. Dato che la posizione dell’Europa nei confronti della Cina si sta facendo più intransigente, è plausibile che i tassi di cambio siano stati oggetto di discussione durante i negoziati, nella speranza di modificare l’attuale situazione commerciale forzando l’apprezzamento del renminbi. Anche la pubblicazione di un documento programmatico da parte della banca centrale cinese in questa fase è intesa a rispondere a tale pressione.
Nel complesso, Pechino interpreta la rinnovata enfasi posta in Europa e negli Stati Uniti sulla “sottovalutazione del renminbi” come un tentativo di trasformare i tassi di cambio in un ulteriore strumento di pressione sulla Cina, proprio come accadde con la tutela ambientale dieci anni fa. Non credo che Pechino si lascerà ingannare. Secondo Pechino, a meno che l’Europa e gli Stati Uniti non affrontino i propri profondi problemi strutturali, anche un apprezzamento del renminbi non risolverebbe le loro difficoltà economiche. Al contrario, potrebbero semplicemente avanzare ulteriori richieste irragionevoli e continuare a esercitare pressioni sulla Cina.
Secondo Pechino, il tasso di cambio del renminbi è fondamentalmente determinato dal mercato, mentre i disavanzi delle partite correnti di Europa e Stati Uniti derivano dalle loro strutture economiche e dall’attuale sistema monetario internazionale. Di fatto, la Cina esorta Europa e Stati Uniti ad avviare riforme strutturali interne, proseguendo al contempo le riforme del sistema monetario internazionale, una posizione coerente con le argomentazioni di lunga data della Cina.
Il documento politico sottolinea specificamente la necessità di “premunirsi contro l’impatto di forti fluttuazioni dei tassi di cambio a breve termine, in particolare di bruschi deprezzamenti, sui mercati finanziari”. stabilità”. Ciò comporta anche un avvertimento implicito che la Cina non si opporrebbe all’apprezzamento del RMB guidato dal mercato, ma se l’Europa e gli Stati Uniti cercassero di forzarlo al rialzo, la banca centrale interverrebbe sicuramente in caso di overshooting a breve termine.
Credo che sarebbe una semplificazione eccessiva interpretare il documento programmatico come un approccio intransigente. In conclusione, la Cina appoggia la linea generale di trasformazione del modello di crescita economica, di espansione della domanda interna e di maggiore apertura all’economia globale. Sebbene il documento non lo affermi esplicitamente, tra le righe si intuisce l’aspettativa che anche l’Europa e gli Stati Uniti debbano elaborare propri piani politici a medio e lungo termine e impegnarsi fermamente nella loro attuazione. In altre parole, l’adeguamento non può essere un processo unidirezionale in cui gli altri avanzano richieste solo alla Cina. Anche loro devono portare avanti le proprie riforme, con entrambe le parti che si muovono verso un terreno comune.
Di seguito l’articolo di Yuyuan Tantian. Ho utilizzato l’intelligenza artificiale per la traduzione.
Nel pomeriggio dell’8 ottobre, la Banca Popolare Cinese ha pubblicato un comunicato sulla politica relativa al tasso di cambio del renminbi.
Il documento illustra in modo sistematico la posizione della banca centrale in materia di tassi di cambio. Il termine “posizione politica” si riferisce a un documento ufficiale emesso per conto dello Stato che ne rappresenta la posizione ufficiale nelle comunicazioni esterne.
Per comprendere appieno l’affermazione, è necessario considerarla nel suo contesto internazionale. Recentemente, alcuni paesi hanno sostenuto con forza che il renminbi è sottovalutato, cercando persino di forzarne l’apprezzamento attraverso meccanismi non di mercato.
La pubblicazione da parte della Cina della sua posizione politica in questa fase fornisce una base chiara per chiarire la questione.
In sostanza, la dichiarazione affronta tre questioni. Per comprenderle appieno, dobbiamo prima capire di cosa sta discutendo la comunità internazionale e cosa si cela dietro a tali discussioni.
La questione del tasso di cambio in sé
Come Tanzhu ha già spiegato in precedenza, le affermazioni secondo cui il renminbi è sottovalutato si basano spesso su due presupposti fondamentali: in primo luogo, che la Cina abbia “manipolato” il suo tasso di cambio; in secondo luogo, che spingere il renminbi ad apprezzarsi sia un mezzo per indebolire la competitività delle esportazioni cinesi.
La prima preoccupazione della Cina è questa: tutti i paesi dovrebbero rispettare il fatto che i tassi di cambio sono il risultato di molteplici fattori interagenti.
Il documento lo chiarisce fin da subito: la Cina adotta un sistema di cambio flessibile gestito, basato sulla domanda e sull’offerta di mercato, con aggiustamenti effettuati in riferimento a un paniere di valute, e rimane impegnata a lasciare che il mercato svolga il ruolo decisivo nella formazione dei tassi di cambio.
Un’espressione degna di nota è “tasso variabile gestito”. Questo “tasso variabile” è soggetto a determinate condizioni: nessun livello obiettivo predeterminato e nessun intervento sul trend di lungo periodo.
Il documento offre due punti di riferimento: la crisi finanziaria globale del 2008 e il luglio di quest’anno, quando lo yen è sceso brevemente al minimo degli ultimi quasi 40 anni rispetto al dollaro statunitense, provocando un intervento congiunto da parte dei paesi interessati. In parole semplici, la Cina gestisce il proprio tasso di cambio facendo riferimento alle norme e alle prassi internazionali.
Negli oltre vent’anni trascorsi dalla riforma del tasso di cambio cinese, il renminbi si è apprezzato complessivamente del 23% rispetto al dollaro statunitense. Dal 2010, ha attraversato tre cicli di apprezzamento e tre cicli di deprezzamento.
Xu Peng, vicedirettore della divisione di analisi economica presso l’Istituto di ricerche di mercato dell’Accademia cinese di ricerca macroeconomica, ha dichiarato a Tanzhu che le accuse di “manipolazione del tasso di cambio” sono del tutto infondate. Quest’anno, sia il renminbi onshore che quello offshore si sono rafforzati oltre quota 6,7 rispetto al dollaro. In un contesto di deprezzamento valutario nei paesi limitrofi, la Cina non ha fatto ricorso a politiche di “impoverimento del vicino” o a svalutazioni competitive, dimostrando la propria responsabilità come grande potenza economica.
Se, come suggeriscono gli Stati Uniti e altri paesi occidentali, la competitività delle esportazioni cinesi deriva da una “deliberata svalutazione del renminbi”, allora non comprendono la situazione attuale dell’industria cinese.
Guo Kai, presidente del China Finance 40 Institute, ha dichiarato a Tanzhu che forzare l’apprezzamento del renminbi significa mettere il carro davanti ai buoi e danneggerebbe altre economie in tutto il mondo.
Uno studio condotto a livello aziendale ha rilevato che un apprezzamento del 10% del renminbi ha comportato un calo inferiore allo 0,5% dei prezzi delle esportazioni denominati in renminbi.
L’idea che l’apprezzamento indebolisca necessariamente la competitività riflette una mentalità statica e a breve termine. In un processo dinamico di sviluppo a lungo termine, soprattutto nel caso della Cina, i vantaggi nella ricerca e sviluppo e nelle catene di approvvigionamento industriali consentono alle industrie di continuare a ridurre i costi e migliorare l’efficienza. Il renminbi può apprezzarsi anche se l’industria cinese diventa sempre più competitiva.
Lo sviluppo industriale della Cina e le fluttuazioni del tasso di cambio negli ultimi anni lo confermano.
Il problema dello squilibrio
Contesto: Nel luglio 2026, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha pubblicato il suo Rapporto sul Settore Esterno 2026 , valutando la posizione esterna della Cina nel 2025 come “più forte”. Il rapporto ha indicato il punto medio del divario stimato nel tasso di cambio effettivo reale del renminbi a -21,3%. È importante notare che i rapporti del FMI sono altamente tecnici e facilmente interpretabili in modo errato. Il FMI utilizza infatti diversi modelli, che producono risultati differenti.
Anche il FMI stesso afferma che questo calcolo è inteso come un punto di riferimento per la discussione, piuttosto che come una base definitiva per la valutazione.
Wang Qing, analista macroeconomico capo di Dongfang Jincheng, ha dichiarato a Tanzhu che, utilizzando l’approccio dell’indice del tasso di cambio effettivo reale del FMI, il tasso di cambio effettivo reale del renminbi risultava leggermente sopravvalutato, dello 0,5%, alla fine del 2025.
La seconda preoccupazione della Cina è quindi la seguente: accogliamo con favore la partecipazione delle organizzazioni internazionali alla discussione, a condizione che le loro valutazioni non vengano utilizzate in modo improprio. Questo è un prerequisito per garantire che la comunità internazionale possa istituire meccanismi efficaci per affrontare, attraverso la consultazione, le nuove problematiche e gli sviluppi dell’economia globale.
Come affermato nel documento, utilizzare i risultati della Valutazione del Saldo Esterno (EBA) del FMI come prova della sottovalutazione del renminbi costituisce un’interpretazione errata e un uso improprio di tali risultati.
Eppure alcuni paesi vedono solo la cifra che suggerisce una sottovalutazione.
Dietro questo ragionamento si cela il tentativo di reinterpretare il calo di competitività delle proprie industrie come un problema legato al tasso di cambio cinese. Ciò richiede ulteriori chiarimenti.
Negli ultimi anni, l’economia globale ha subito lo shock della pandemia, una crisi energetica, l’inflazione, il crescente protezionismo commerciale e la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento industriali. Oggi, Stati Uniti ed Europa si trovano ad affrontare un problema comune: l’insufficiente competitività della produzione manifatturiera interna e gli squilibri commerciali.
Ma gli “squilibri commerciali” sono un fenomeno di vecchia data. I principali paesi con surplus commerciale sono cambiati nel tempo, mentre i principali paesi con deficit commerciale sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Il problema risiede nelle loro stesse strutture economiche.
Pan Yuanyuan, esperto di investimenti internazionali presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, ha spiegato a Tanzhu che l’approccio di questi Paesi consiste nell’utilizzare le fluttuazioni dei mercati finanziari e dei tassi di cambio per influenzare i flussi transfrontalieri cinesi nell’economia reale e rallentare l’accumulo di attività all’estero. In parole semplici, ciò comprimerebbe i proventi delle esportazioni, introducendo potenzialmente incertezza nel valore delle attività già accumulate all’estero.
Alcuni dei paesi che chiedono l’apprezzamento del renminbi un tempo erano essi stessi importanti esportatori. Quando altri paesi chiedevano loro di ridurre le esportazioni, invocavano ripetutamente il rispetto dei principi economici e dello stato di diritto internazionale. Ora che le loro esportazioni sono diminuite, pretendono che le valute di altri paesi si apprezzino. Perché hanno smesso di parlare dei principi dell’economia di mercato? Questo è un doppio standard.
Utilizzano persino questa argomentazione per attribuire gli squilibri commerciali alla Cina. Questo non è un atteggiamento che contribuisce a risolvere i problemi.
La questione del surplus
Premessa: Nelle discussioni tecniche, il surplus delle partite correnti viene spesso utilizzato come base per valutare se una valuta è sottovalutata. Tale premessa è di per sé errata: non esiste una corrispondenza semplice tra un surplus o un deficit delle partite correnti e la forza o la debolezza di un tasso di cambio.
La terza preoccupazione della Cina è dunque la seguente: le discussioni sulle questioni valutarie devono affrontare le tensioni centrali dell’attuale sistema monetario globale, anziché concentrarsi esclusivamente su un singolo dato relativo alle partite correnti.
Il documento afferma che un’analisi delle fluttuazioni dei tassi di cambio deve considerare non solo gli scambi di beni, ma anche quelli di servizi; non solo le partite correnti, ma anche il conto finanziario; e non solo i fondamentali economici, ma anche fattori quali le aspettative.
La Cina, dal canto suo, si è sempre dimostrata disposta a contribuire positivamente a un equilibrio dinamico nell’economia globale. Dall’espansione dell’offerta globale dopo l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio al rilancio della domanda interna dopo la crisi finanziaria globale del 2008, la Cina è stata profondamente coinvolta in diverse importanti fasi di riequilibrio economico globale.
Allo stesso tempo, il problema delle eccedenze è fondamentalmente di natura strutturale.
Dal 2007, il surplus delle partite correnti della Cina in percentuale del PIL è gradualmente diminuito rispetto al picco del 9,9%. Nel frattempo, negli ultimi anni, il contributo della Cina alla crescita economica globale è rimasto stabile intorno al 30%. Ciò dimostra che la Cina è un “motore di crescita”, non una “fonte di squilibrio”.
Ciò che necessita realmente di un aggiustamento è la combinazione di bassi livelli di risparmio, elevati consumi e insufficiente competitività industriale nei paesi in deficit.
La Cina si è inoltre costantemente impegnata ad affrontare questo problema collettivamente attraverso la cooperazione internazionale.
In occasione del recente incontro dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20, la Cina ha proposto che i paesi in deficit riducano i propri disavanzi di bilancio e aumentino i tassi di risparmio interno, mentre i paesi in surplus incrementino moderatamente i consumi e gli investimenti. Tutti i paesi dovrebbero formulare piani politici a medio e lungo termine, assumere impegni chiari e attuarli con determinazione.
Eppure, alcune voci al di fuori della Cina continuano a ridurre la questione ai cosiddetti “sussidi industriali” e al “tasso di cambio del renminbi”, come se attaccare solo la Cina potesse risolvere i loro problemi.
Questo equivale a una diffamazione deliberata. Persone direttamente coinvolte nei negoziati hanno riferito a Tanzhu che, durante la riunione dei ministri del commercio del G20 della scorsa settimana, alcuni paesi hanno presentato proposte all’ordine del giorno fortemente discriminatorie e mirate a colpire la Cina. Tuttavia, poiché altri membri si sono opposti o avevano opinioni diverse, questi paesi non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi e non si è giunti a un consenso.
In precedenza, una riunione del Comitato per il Commercio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) aveva rilasciato una dichiarazione congiunta in merito alla “sovraccapacità in settori specifici”. Alcuni paesi, tuttavia, l’hanno interpretata come una continuazione delle discussioni tenutesi in occasione della riunione dei Ministri del Commercio del G20.
Di fronte a tali sviluppi, la comunità internazionale necessita di una consultazione efficace.
In definitiva, la risoluzione degli squilibri globali dipende da come i paesi si adeguano, quali impegni assumono e come collaborano per attuarli.
Questa dichiarazione programmatica si propone di chiarire tre punti:
Le questioni relative ai tassi di cambio non devono essere politicizzate, né tantomeno utilizzate per diffamare gli altri.
I rapporti pubblicati da alcune organizzazioni internazionali non sono approvati congiuntamente dagli Stati membri. In definitiva, rappresentano la valutazione di una singola istituzione, non un’autorità inoppugnabile, e non devono essere utilizzati in modo selettivo. I meccanismi multilaterali devono tornare a un processo basato sul consenso e sulla partecipazione paritaria.
Alcuni paesi non devono presentare i problemi da loro stessi creati come problemi causati da altri, per poi scaricare la colpa su altri. La responsabilità dei propri problemi economici deve essere assolutamente chiara.
La presentazione sistematica da parte della banca centrale della sua posizione politica sul tasso di cambio del renminbi costituisce di per sé una dichiarazione d’intenti.
In futuro, la Cina continuerà a riordinare i propri affari interni, rimanendo al contempo disposta a collaborare con tutte le parti per contribuire positivamente all’equilibrio dinamico e alla crescita sostenibile dell’economia globale.
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Ex vicesegretario generale del Consiglio di Stato cinese in materia di disoccupazione, reddito di base universale e condivisione dei benefici derivanti dal progresso tecnologico.
Buona festa nazionale! Per la puntata di oggi, vorrei condividere l’ultimo articolo di Jiang Xiaojuan (江小涓). Apporta una prospettiva unica, plasmata dalla sua esperienza sia come economista che come responsabile politica, combinando il rigore accademico con una comprensione pratica di come le politiche vengono elaborate e attuate.
Jiang ha ricoperto la carica di Vice Segretario Generale del Consiglio di Stato cinese tra il 2011 e il 2018, una delle posizioni più elevate nell’ambito della stesura delle politiche in Cina. In questo ruolo, ha maturato un’esperienza diretta nella formulazione e nell’attuazione di importanti politiche economiche. Prima di entrare a far parte del governo, si è affermata come una delle voci accademiche più autorevoli in materia di economia industriale e politica di sviluppo presso l’Accademia cinese delle scienze sociali.
Nel suo ultimo articolo, l’autrice suddivide le riforme cinesi dal 1978 in due fasi. Dal 1978 al 2012, l’enfasi è stata posta sulle “riforme orientate allo sviluppo”, che hanno introdotto meccanismi di mercato, aperto l’economia e, in sostanza, mirato a migliorare la produttività e a promuovere la crescita economica. Dal 2013, la crescita è rimasta una priorità, ma sono state introdotte anche le “riforme orientate alla governance”, volte ad affrontare la povertà, l’inquinamento ambientale e altre sfide socio-economiche accumulatesi durante la rapida crescita. L’autrice sostiene che la Cina debba ora concentrarsi maggiormente sulle “riforme inclusive”, che consentano a un maggior numero di persone di beneficiare della crescita, supportate da concreti assetti istituzionali per la protezione sociale e i servizi pubblici. Da un lato, ciò significa ridurre la protezione governativa per le imprese privilegiate, salvaguardando al contempo i diritti di proprietà delle imprese private e garantendo loro la parità di condizioni in termini di concorrenza. D’altro canto, significa rafforzare il sostegno alle fasce di popolazione a basso reddito, ridurre le disparità tra aree urbane e rurali nell’accesso ai servizi pubblici e aiutare i lavoratori ad affrontare la perdita del posto di lavoro causata dalla ristrutturazione industriale e dall’intelligenza artificiale.
Affronta inoltre il tema della sostituzione del lavoro con l’intelligenza artificiale, sostenendo che tale fenomeno potrebbe rappresentare una sfida importante per l’attuale sistema di sicurezza sociale. La disoccupazione futura potrebbe colpire interi settori o gruppi di lavoratori con competenze specifiche, il che significa che le opportunità di reinserimento lavorativo in tali settori potrebbero scomparire proprio nel momento in cui i lavoratori perdono il lavoro. Sostiene che i futuri sistemi di sicurezza sociale dovrebbero dare maggiore importanza ai meccanismi di condivisione dei rendimenti economici, come il reddito di base universale (UBI) e il credito di base universale (UBC). La sua proposta è di convogliare una maggiore quota dei rendimenti del capitale statale verso il benessere pubblico e di convertire i guadagni in conto capitale generati dal progresso tecnologico in beni condivisi da tutti i cittadini.
Lei ritiene che una riforma inclusiva non significhi abbandonare la crescita come priorità. Significa piuttosto mantenere lo sviluppo economico al centro delle politiche, rispondendo al contempo in modo più completo alle richieste pubbliche in materia di istruzione, assistenza sanitaria, tutela ambientale e una distribuzione più equa del reddito e della ricchezza.
A suo avviso, la chiave della riforma sta nel trovare un equilibrio tra tre insiemi di priorità contrapposte: garantire risorse sufficienti per lo sviluppo economico, lasciando al contempo spazio alla sicurezza sociale; incoraggiare gli enti locali a perseguire la crescita, prevenendo al contempo il protezionismo locale che mina il mercato nazionale unificato; e consentire agli innovatori di ottenere ricompense, utilizzando la tassazione e la redistribuzione per evitare che i benefici del progresso tecnologico si concentrino eccessivamente.
Prima di pubblicare la trascrizione in inglese, vorrei promuovere l’ultimo progetto del mio amico Robert Wu , il Baiguan China Tour. Gestiscono con successo una newsletter su Substack , Baiguan , che tratta di notizie economiche cinesi.
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Qui di seguito trovate la versione inglese dell’ultimo articolo di Jiang, tradotta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la versione cinese è stata pubblicata per la prima volta su Economists 50 Forum.
A cura di Jiang Xiaojuan, professoressa presso l’Università dell’Accademia cinese delle scienze sociali e presidente dell’Associazione cinese di economia industriale.
Introduzione
Il peculiare percorso di sviluppo della Cina ha dimostrato una forte vitalità e significativi vantaggi istituzionali, con le riforme e l’apertura che hanno rappresentato il motore principale del suo progresso costante e a lungo termine. Le riforme cinesi hanno costantemente mirato a promuovere lo sviluppo, mantenendo la continuità e adattandosi al mutare dei tempi. Guidate da esigenze pratiche e concentrate sulla risoluzione dei problemi, hanno individuato priorità diverse nelle diverse fasi.
Guardando al passato, la Cina ha portato avanti in successione due tipi di riforme – riforme orientate allo sviluppo e riforme orientate alla governance – che hanno fornito un forte impulso alla costruzione di una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti. Guardando al futuro, mentre la Cina intraprende un nuovo percorso verso la costruzione di un moderno paese socialista a tutto tondo, deve perseguire riforme inclusive in modo più approfondito, stabilendo solide basi istituzionali per coltivare ed espandere nuove forze produttive di qualità e garantire che tutti i cittadini partecipino ai frutti dello sviluppo.
I. Riforma orientata allo sviluppo e riforma orientata alla governance: successione e coesistenza
La terza sessione plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) ha adottato la Risoluzione del Comitato Centrale del PCC sull’ulteriore approfondimento complessivo delle riforme per promuovere la modernizzazione cinese (di seguito, la Risoluzione ), che definisce un programma sistematico per un’ulteriore riforma globale.
La risoluzione afferma: “La modernizzazione cinese è progredita costantemente attraverso le riforme e l’apertura, e certamente abbraccerà prospettive più ampie attraverso le riforme e l’apertura”.
Questa affermazione stabilisce il significato storico delle riforme: senza riforme e apertura, non ci sarebbero stati i grandi miracoli di sviluppo economico e stabilità sociale in Cina. Sottolinea inoltre l’importanza delle riforme per il futuro della Cina: la modernizzazione cinese non può essere raggiunta senza un continuo approfondimento delle riforme.
Prendendo il 2013 come anno di svolta, il percorso di riforme della Cina, durato 47 anni, può essere suddiviso in due fasi principali: una dominata da riforme orientate allo sviluppo e una che pone uguale enfasi sia sulle riforme orientate allo sviluppo sia su quelle orientate alla governance.
1. La fase orientata allo sviluppo: liberare e sviluppare le forze produttive come compito primario
La terza sessione plenaria dell’XI Comitato Centrale del PCC ha dato il via alla grande impresa di riforma, apertura e modernizzazione socialista. Deng Xiaoping ha dichiarato:
“Il compito fondamentale nella fase socialista è lo sviluppo delle forze produttive. In definitiva, la superiorità del socialismo deve essere dimostrata sviluppando le forze produttive più rapidamente e a un livello superiore rispetto al capitalismo, e migliorando continuamente, su tale base, le condizioni di vita materiali e culturali delle persone.”
Di conseguenza, l’obiettivo centrale della riforma è stato definito come liberare e sviluppare le forze produttive, promuovere lo sviluppo economico e migliorare la vita delle persone.
Il fulcro della riforma consisteva in una transizione graduale da un’economia pianificata a un’economia di mercato socialista. La Terza Sessione Plenaria del XII Comitato Centrale del PCC, tenutasi nel 1984, propose un’“economia pianificata basata sulle merci”, segnando l’avvio formale di questa fase di riforma. Successivamente, le Terze Sessioni Plenarie del XIV e XVI Comitato Centrale del PCC approfondirono progressivamente i requisiti per l’instaurazione di un’economia di mercato socialista. L’obiettivo era quello di attribuire al mercato un ruolo sempre più importante nell’allocazione delle risorse, migliorare l’efficienza dell’allocazione dei fattori produttivi, liberare e sviluppare le forze produttive e promuovere una crescita economica sostenuta e rapida.
Le riforme orientate allo sviluppo hanno conseguito risultati notevoli, determinando una straordinaria espansione delle forze produttive. L’economia cinese è cresciuta rapidamente in questo periodo, con incrementi sostanziali in diversi indicatori chiave.
Tra il 1979 e il 2012, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto a un tasso medio annuo del 9,8%, ben al di sopra del tasso di crescita medio annuo dell’economia mondiale, pari al 2,8% nello stesso periodo. Tra il 1978 e il 2012:
Il reddito disponibile annuo pro capite dei residenti urbani è aumentato da 343 yuan a 24.565 yuan, con un incremento di circa 70,6 volte rispetto al livello iniziale.
Il reddito netto annuo pro capite degli abitanti delle zone rurali è aumentato da 134 yuan a 7.917 yuan, con un incremento di circa 58,1 volte rispetto al livello iniziale.
Le importazioni e le esportazioni totali sono aumentate da 20,6 miliardi di dollari a 3.866,8 miliardi di dollari, con un incremento di circa 186,7 volte rispetto al livello iniziale.
Nel 2009, la Cina è diventata il più grande esportatore e il secondo importatore al mondo. La sua posizione a livello internazionale è cresciuta rapidamente: la sua economia è passata dall’undicesimo posto nel mondo nel 1978 al secondo nel 2010, diventando la seconda economia più grande al mondo dopo gli Stati Uniti.
In sintesi, durante la fase di riforme orientate allo sviluppo, la Cina ha compiuto enormi progressi in termini di dimensioni economiche, tenore di vita e apertura, dando vita a un “miracolo di crescita” riconosciuto a livello globale.
2. Pari enfasi sulle riforme orientate allo sviluppo e su quelle orientate alla governance: nuove circostanze e requisiti
La terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC, tenutasi nel 2013, ha adottato la Decisione del Comitato Centrale del PCC su alcune questioni principali riguardanti l’approfondimento complessivo della riforma . Tale decisione definiva l’obiettivo generale della riforma globale come il miglioramento e lo sviluppo del sistema socialista con caratteristiche cinesi e la modernizzazione del sistema e delle capacità di governo della Cina. La “governance” è quindi diventata un altro importante filone della riforma.
I requisiti stabiliti dal Comitato Centrale del PCC e gli obiettivi di sviluppo nazionale della Cina richiedevano non solo di continuare a liberare e sviluppare le forze produttive, ma anche una capacità di governance più efficace e più adatta a uno sviluppo di alta qualità. Da quel momento in poi, le riforme cinesi hanno seguito due direttrici di pari importanza: la riforma orientata allo sviluppo e la riforma orientata alla governance.
Una differenza importante tra le due è che la riforma orientata allo sviluppo pone maggiore enfasi sulla “rottura”, ovvero sulla rimozione dei vincoli dell’economia pianificata tradizionale per liberare la vitalità economica. La riforma orientata alla governance, invece, pone maggiore enfasi sulla “costruzione”, ovvero sulla creazione di un quadro sistematico per l’economia di mercato socialista, rendendo la riforma più sistematica, olistica e coordinata e promuovendo un progresso globale in diversi settori, pur continuando a sviluppare l’economia.
L’uguale enfasi posta su queste due tipologie di riforma riflette sia le circostanze pratiche sia i principi guida. Dopo oltre trent’anni, le riforme orientate allo sviluppo hanno favorito una rapida crescita economica, ma hanno anche permesso l’accumulo di alcuni problemi, tra cui una notevole disuguaglianza di reddito e il degrado ambientale.
Secondo i criteri rivisti per la definizione di povertà rurale, nel 2008 in Cina 40,07 milioni di residenti nelle zone rurali avevano diritto all’assistenza sociale. Il coefficiente di Gini del reddito nazionale ha raggiunto 0,491, indicando un livello di disuguaglianza relativamente elevato. I problemi relativi alla sicurezza alimentare, all’ambiente e ad altri ambiti si sono accentuati, creando significativi rischi sociali potenziali. Se non affrontati adeguatamente, questi problemi e rischi ostacolerebbero il raggiungimento tempestivo di una società moderatamente prospera sotto ogni aspetto e impedirebbero la costruzione di un moderno Paese socialista.
Le pratiche di sviluppo e di governance di questo periodo hanno richiesto il progresso coordinato di entrambi i tipi di riforma. Uno sviluppo di alta qualità richiede intrinsecamente la loro integrazione: la Cina deve continuare a liberare e sviluppare le forze produttive sociali e a rafforzare le basi dello sviluppo economico, rafforzando al contempo la tutela ambientale e compiendo progressi sostanziali verso la prosperità comune.
La nuova filosofia di sviluppo introdotta successivamente – innovazione, coordinamento, sviluppo verde, apertura e condivisione – richiede a sua volta che le riforme orientate allo sviluppo e quelle orientate alla governance lavorino insieme all’interno di un’agenda integrata.
II. Coordinamento tra sviluppo e governance: la questione centrale, gli attori del mercato e le istituzioni fondamentali
La Risoluzione auspica la costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello per fornire un supporto istituzionale alla modernizzazione cinese. La seguente analisi esamina tale obiettivo attraverso la questione centrale della riforma economica, i partecipanti al mercato in un’economia di mercato socialista e le sue istituzioni fondanti.
1. La questione centrale: il rapporto tra governo e mercato
1.1 La questione centrale e duratura della riforma
Il segretario generale Xi Jinping ha dichiarato:
“Nel perseguire la riforma dell’economia di mercato socialista, la questione centrale è gestire correttamente il rapporto tra governo e mercato, consentendo al mercato di svolgere un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse e al governo di adempiere al meglio al proprio ruolo.”
Nell’ambito del processo di riforma cinese, comprendere come è stato gestito il rapporto tra governo e mercato, in particolare nella definizione del ruolo del mercato nell’allocazione delle risorse, è essenziale per comprendere la natura fondamentale della riforma stessa.
La terza sessione plenaria del XIV Comitato Centrale del PCC ha proposto che il mercato svolga un ruolo fondamentale nell’allocazione delle risorse nell’ambito della regolamentazione macroeconomica statale. La terza sessione plenaria del XVI Comitato Centrale del PCC ha auspicato un’estensione maggiore di tale ruolo fondamentale. La terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC ha sostituito per la prima volta l’espressione “ruolo fondamentale” con “ruolo decisivo”.
La terza sessione plenaria del XX Comitato Centrale del PCC ha proposto di “concentrarsi sulla costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello, valorizzando appieno il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse e consentendo al governo di svolgere al meglio il proprio ruolo”.
Queste importanti formulazioni dimostrano chiaramente il ruolo centrale del rapporto tra governo e mercato nell’ambito dell’agenda complessiva delle riforme.
1.2 Perché questa questione è centrale
Nel contesto delle riforme cinesi, discutere del rapporto tra governo e mercato significa affrontare la questione cruciale di come vengono allocate le risorse.
Un’economia è composta da molti fattori di produzione diversi, distribuiti in luoghi differenti: terra, capitale, capitale umano, tecnologia e così via. Comprende anche un numero elevatissimo di consumatori alla ricerca di una vastissima gamma di prodotti. Chi utilizza questi fattori di produzione, quali prodotti produce e come questi prodotti vengono distribuiti ai consumatori sono questioni fondamentali di allocazione delle risorse.
Il rapporto tra governo e mercato consiste quindi nel chiarire se sia il governo o il mercato a svolgere il ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse.
Nell’economia pianificata, il governo interveniva direttamente nell’attività economica, allocando i fattori di produzione attraverso piani statali. Ciò creava due ostacoli all’efficienza che risultavano difficili da superare.
Il primo problema riguardava l’elaborazione delle informazioni. Gli enti di pianificazione centrale dovevano raccogliere ed elaborare enormi quantità di informazioni in continua evoluzione sull’intera economia. Anche solo determinare cosa ogni persona desiderasse acquistare e consumare, e a quale prezzo, rappresentava una sfida enorme. Gli enti di pianificazione non erano in grado di acquisire questa vasta mole di informazioni dettagliate, il che rendeva difficile allocare le risorse ai loro usi più appropriati: un problema noto come cattiva allocazione delle risorse.
Il secondo problema riguardava gli incentivi. I piani stabilivano cosa produrre, quanto produrre e a quale prezzo vendere. Determinavano anche i profitti che potevano essere distribuiti a ciascuna impresa e il reddito che ogni dipendente avrebbe ricevuto. Questo sistema era privo di incentivi intrinseci per aumentare la produzione, migliorare la qualità o innovare tecnologicamente, con conseguente bassa efficienza produttiva: un problema noto come incompatibilità degli incentivi.
In un’economia di mercato, le risorse produttive vengono allocate attraverso meccanismi di mercato.
Innanzitutto, i prezzi veicolano una vasta gamma di informazioni. I prezzi sono determinati dall’interazione tra domanda e offerta. Quando un prodotto scarseggia, il suo prezzo aumenta automaticamente, scoraggiando il consumo e stimolando la produzione; vale anche il contrario. Questa “mano invisibile” può indirizzare automaticamente e rapidamente le risorse verso le aree in cui sono più necessarie, contribuendo a far sì che prodotti e servizi soddisfino al meglio le esigenze individuali dei consumatori.
In secondo luogo, il processo decisionale decentralizzato si avvale delle conoscenze locali. Innumerevoli imprese e consumatori possono prendere decisioni appropriate utilizzando solo le informazioni a loro disposizione a livello locale.
In terzo luogo, gli incentivi incoraggiano la riduzione dei costi, il miglioramento della qualità e l’innovazione. Le imprese che mirano al profitto e gli individui che cercano un reddito hanno forti incentivi a ridurre i costi, migliorare la qualità e sviluppare nuove tecnologie e prodotti. Il meccanismo della concorrenza di mercato, che premia le imprese più performanti ed elimina quelle più deboli, spinge le imprese a innovare continuamente e a migliorare la propria competitività.
Dall’inizio delle riforme e dell’apertura, una corretta gestione del rapporto tra governo e mercato ha significato principalmente ridurre l’intervento statale nell’allocazione delle risorse, consentendo al mercato di svolgere un ruolo fondamentale – e successivamente decisivo – migliorando l’efficienza dell’allocazione delle risorse della società, accelerando lo sviluppo economico, innalzando il tenore di vita e rafforzando le capacità nazionali.
Il segretario generale Xi Jinping ha dichiarato:
“Il fatto che sia il mercato a determinare l’allocazione delle risorse è una legge generale dell’economia di mercato. Un’economia di mercato è, in sostanza, un’economia in cui è il mercato a determinare l’allocazione delle risorse.”
I risultati conseguiti negli ultimi 47 anni dimostrano che le riforme hanno mobilitato in modo significativo l’iniziativa di tutti i tipi di operatori di mercato e lavoratori, liberando appieno le forze produttive e generando una rapida crescita economica e un sostanziale miglioramento del tenore di vita.
1.3 Nuovi requisiti: promuovere insieme lo sviluppo e la governance
Nel motivare la risoluzione , il Segretario Generale Xi Jinping ha dichiarato:
“Concentrandosi sulla questione centrale della corretta gestione del rapporto tra governo e mercato, il progetto di risoluzione dà risalto alla costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello e definisce le disposizioni per le aree chiave e gli aspetti critici della riforma economica.”
Gestire adeguatamente questo rapporto rimane la questione centrale per la costruzione di un’economia di mercato di alto livello.
Nella sezione dedicata alla costruzione di un’economia di mercato socialista di alto livello, la Risoluzione afferma:
«Dobbiamo sfruttare al meglio il ruolo dei meccanismi di mercato, creare un contesto di mercato più equo e dinamico, ottimizzare l’efficienza dell’allocazione delle risorse e massimizzare i profitti, liberare la vitalità e al contempo garantire una regolamentazione efficace, mantenere meglio l’ordine di mercato e porre rimedio ai fallimenti del mercato, facilitare i flussi all’interno dell’economia nazionale e stimolare la spinta endogena e la vitalità innovativa della società.»
Perché il rapporto tra governo e mercato rimane centrale? Perché alcune riforme proposte molti anni fa sono ancora incompiute, mentre lo sviluppo economico e sociale ha generato nuove circostanze e problematiche che devono essere affrontate.
(1) Per realizzare appieno il ruolo decisivo del mercato è necessaria una riforma più profonda che abbracci più dimensioni
Dal punto di vista della teoria economica, “dare pieno spazio al ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse” presenta due dimensioni chiave.
La prima questione riguarda le regole di allocazione delle risorse: a chi spetta il ruolo principale, al mercato o al governo?
Il secondo quesito riguarda il comportamento dei partecipanti al mercato: le imprese si comportano più come imprese in un’economia pianificata o come imprese in un’economia di mercato?
In termini di regole di allocazione, una tipica economia pianificata pone sotto il controllo statale gli aspetti o le fasi principali di investimento, produzione, distribuzione, determinazione dei prezzi e forme di proprietà. In una tipica economia di mercato, questi aspetti sono regolati principalmente dai meccanismi di mercato.
La valutazione di queste regole richiede, come minimo, l’esame di cinque questioni:
I prezzi dei prodotti sono determinati dal mercato o dal governo?
I mercati dei prodotti hanno sviluppato un ambiente competitivo in cui l’offerta supera la domanda?
I mercati dei fattori produttivi sono competitivi e i prezzi dei fattori sono determinati dal mercato?
L’ingresso e l’uscita dal mercato sono determinati dalle forze di mercato?
I concorrenti ricevono un trattamento equo, indipendentemente dal tipo di proprietà o dalla provenienza geografica?
Dall’inizio delle riforme e dell’apertura, la Cina ha compiuto progressi significativi nella costruzione della sua economia di mercato, sebbene tali progressi siano stati considerevolmente variabili a seconda delle diverse dimensioni. Attualmente, l’offerta supera la domanda nei mercati dei prodotti della stragrande maggioranza dei settori, la concorrenza è relativamente elevata e i prezzi sono generalmente determinati dal mercato. Le riforme negli altri tre ambiti devono accelerare, in particolare per quanto riguarda l’allocazione dei fattori produttivi basata sul mercato e l’ingresso e l’uscita dal mercato stesso.
I mercati dei fattori produttivi sono alla base dell’intero sistema di mercato. Attualmente, il ruolo decisivo del mercato nell’allocazione delle risorse non è ancora stato pienamente realizzato. La Risoluzione sottolinea la necessità di:
“Migliorare le istituzioni e le regole del mercato dei fattori produttivi, agevolare la libera circolazione dei fattori di produzione, allocare le risorse in modo efficiente e liberare appieno il potenziale del mercato; istituire un mercato unificato urbano-rurale per i terreni edificabili; rafforzare le istituzioni fondamentali per il sano sviluppo dei mercati dei capitali; e sviluppare mercati integrati a livello nazionale per la tecnologia e i dati.”
In sintesi, i prezzi di tutti i fattori produttivi dovrebbero essere determinati dal mercato, la loro circolazione autonoma e ordinata, e la loro allocazione efficiente ed equa. In particolare, tutti i tipi di entità economiche dovrebbero ricevere un trattamento paritario. I mercati dovrebbero determinare come allocare le risorse sulla base di valutazioni di efficienza e rischio, consentendo ai partecipanti al mercato di prendere decisioni ragionevoli sull’utilizzo dei fattori.
Un accesso equo al mercato e un meccanismo di uscita che elimini le imprese meno performanti sono elementi fondamentali per l’allocazione dei fattori produttivi basata sul mercato. Essi consentono ai fattori di produzione di confluire verso le imprese più solide e migliorano l’efficienza dell’allocazione.
Attualmente, la frammentazione del mercato locale continua a ostacolare l’accesso al mercato, mentre i vari sussidi interferiscono con la concorrenza leale e l’eliminazione delle imprese meno performanti. È necessario rimuovere questi vincoli istituzionali profondamente radicati per liberare ulteriore potenziale di crescita e sviluppare forze produttive.
Migliorare i meccanismi di uscita delle imprese dal mercato è altrettanto urgente e importante. Si tratta di una riforma volta a consentire alle imprese meno performanti di abbandonare il mercato. Premiare le imprese più performanti ed eliminare quelle meno performanti è una funzione fondamentale di un’efficace allocazione del mercato. Tuttavia, la Cina ha a lungo sofferto della mancanza di efficaci assetti istituzionali per quest’ultimo aspetto.
Per preservare l’occupazione e la produzione nel breve termine, alcuni enti locali salvano imprese che altrimenti dovrebbero cessare l’attività, consentendo alle aziende inefficienti di rimanere sul mercato. Il rafforzamento dei meccanismi di fallimento aziendale e delle procedure fallimentari per le persone fisiche, nonché il miglioramento delle procedure di cessazione dell’attività, possono migliorare sostanzialmente la qualità dello sviluppo economico. Si tratta di riforme importanti che richiedono progressi urgenti.
In sintesi, il mercato deve svolgere un ruolo decisivo in ogni fase – ingresso, funzionamento ed uscita – se si vuole che la produttività totale dei fattori migliori in modo efficace.
(2) Una migliore prestazione del governo significa una governance più forte
In un’economia di mercato socialista, il governo deve svolgere un ruolo attivo. Sottolineare tale ruolo è un aspetto importante delle riforme in Cina.
La Risoluzione descrive questo ruolo in termini vividi: il governo deve sia “liberare la vitalità” sia “garantire una regolamentazione efficace”. Liberare la vitalità significa ridurre l’intervento in modo che il mercato possa svolgere un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse. Ma cosa dovrebbe prevedere una regolamentazione efficace?
Innanzitutto, dovrebbe porre rimedio ai fallimenti del mercato.
Tra i fallimenti del mercato rientrano l’incapacità dei meccanismi di mercato di affrontare le esternalità negative generate dai partecipanti al mercato e i monopoli che la concorrenza può produrre.
Un tipico esempio di esternalità negativa si verifica quando un’impresa trae profitto dalla produzione mentre la società sopporta i costi dell’inquinamento da essa causato. Poiché incentivi e vincoli non sono allineati, il mercato non è in grado di risolvere il problema autonomamente; è necessaria una regolamentazione governativa.
La concorrenza può anche dare origine a imprese monopolistiche. Tali imprese possono usare il loro potere di mercato per imporre prezzi elevati ai consumatori, danneggiare i loro interessi e minare la concorrenza attraverso pratiche irragionevoli. Il governo deve pertanto regolamentare i monopoli e la concorrenza sleale.
In secondo luogo, il governo dovrebbe tutelare l’equità e la giustizia sociale.
La Cina è un’economia di mercato socialista, in cui garantire che tutti i cittadini partecipino ai frutti dello sviluppo è un requisito imprescindibile. Il governo deve svolgere un ruolo attivo in tal senso.
L’allocazione di mercato può portare a una polarizzazione nella distribuzione della ricchezza sociale, rendendo necessarie politiche redistributive più incisive. Con il proseguire della crescita economica, la società esprime anche aspettative più diversificate ed esigenti in merito all’istruzione di base, all’assistenza sanitaria essenziale, alla tutela del salario minimo, alla sicurezza sociale e alla protezione del lavoro.
Un’economia di mercato socialista di alto livello deve conseguire un miglioramento sostanziale nella misura in cui i benefici dello sviluppo sono condivisi all’interno della società. Ciò rafforzerà il sostegno pubblico alla riforma e creerà la comprensione condivisa e lo slancio pratico necessari per approfondirla.
Ad esempio, con la crescente integrazione dei lavoratori migranti di seconda e terza generazione nella vita urbana, aumentano anche le loro richieste di pari opportunità e accesso alle prestazioni sociali. Ciò richiede riforme più rapide per garantire uno scambio equo e un flusso bidirezionale di fattori produttivi tra aree urbane e rurali, a sostegno della loro prosperità e del loro sviluppo condivisi.
2. Sviluppo congiunto di due tipologie di imprese compatibili con il mercato
Il passaggio da un’allocazione pianificata delle risorse a un sistema in cui il mercato svolge un ruolo decisivo richiede più che modifiche a leggi e regolamenti. Richiede anche cambiamenti nel comportamento degli operatori di mercato.
Il comportamento delle imprese concorrenti è fondamentale per la qualità della concorrenza di mercato. Un’economia di mercato sana richiede la rapida crescita di imprese la cui condotta sia coerente con i principi che ne regolano l’attività.
2.1 Imprese private: partecipanti naturali in un’economia di mercato
Le imprese private sono radicate nel contesto di mercato e sono partecipanti naturali di un’economia di mercato. Le loro scelte e i vincoli di bilancio sono determinati dai meccanismi di mercato.
Da un lato, perseguono come obiettivi principali il profitto e lo sviluppo sostenibile a lungo termine, tenendo conto anche di diverse responsabilità sociali. Dall’altro, devono affrontare vincoli di bilancio piuttosto rigidi e in genere non possono ottenere lo stesso sostegno governativo delle imprese statali.
Le imprese inefficienti e non competitive vengono estromesse dal mercato, consentendo alla concorrenza di premiare le più performanti ed eliminare le più deboli. Lo stato del settore privato determina quindi se i meccanismi di mercato possono funzionare efficacemente. Senza un settore privato ben sviluppato, l’economia di mercato socialista non può operare in modo efficace.
Nei primi anni delle riforme e dell’apertura economica, le imprese private erano prevalentemente di piccole e medie dimensioni. Le loro brevi catene decisionali, gli incentivi flessibili e la capacità di cambiare direzione rapidamente consentivano loro di rispondere con prontezza ai cambiamenti del mercato. Un gran numero di imprese si espanse rapidamente in settori come l’industria manifatturiera leggera e il tessile, dove l’offerta era limitata, la domanda pressante e le barriere tecnologiche relativamente basse.
Negli ultimi anni, il settore privato ha continuato ad espandersi, registrando notevoli miglioramenti in termini di solidità complessiva, capacità innovativa e competitività. Si è allontanato dal modello precedente, caratterizzato da numerose imprese generalmente piccole, tecnologicamente poco avanzate e di qualità complessiva relativamente bassa.
Le imprese private hanno migliorato rapidamente la loro tecnologia e la qualità dei loro prodotti, raggiungendo posizioni di leadership in alcuni settori. Alla fine di gennaio 2025, il numero di imprese private riconosciute come imprese nazionali ad alta tecnologia era passato da 28.000 nel 2012 a 420.000, mentre la loro quota sul totale era aumentata dal 62,4% a oltre il 92%. Le imprese private sono diventate una forza trainante nello sviluppo scientifico e nell’innovazione tecnologica.
I produttori di veicoli a energia pulita e di batterie, prevalentemente aziende private, hanno raggiunto livelli tecnologici all’avanguardia a livello nazionale e, in alcuni casi, anche internazionale. Anche la maggior parte delle aziende leader nell’economia delle piattaforme e nell’intelligenza artificiale sono di proprietà privata.
Il Comitato Centrale del PCC attribuisce grande importanza allo sviluppo del settore privato. Nel novembre 2002, il XVI Congresso Nazionale del PCC ha esplicitamente proposto i “due impegni irrinunciabili”: consolidare e sviluppare con fermezza il settore pubblico e incoraggiare, sostenere e guidare con altrettanta fermezza lo sviluppo del settore non pubblico. Il Comitato Centrale del PCC ha sempre mantenuto fede a questi impegni.
Dal XVIII Congresso Nazionale del PCC, il Comitato Centrale del PCC, con Xi Jinping al suo centro, ha continuato a perfezionare le teorie, i principi e le politiche a sostegno dello sviluppo del settore privato, istituendo un quadro istituzionale per incoraggiarlo, sostenerlo e guidarlo.
La terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC ha dichiarato:
“Sia il settore pubblico che quello privato sono componenti importanti dell’economia di mercato socialista e fondamenti essenziali per lo sviluppo economico e sociale della Cina.”
Ha inoltre chiarito che “i diritti di proprietà del settore pubblico sono inviolabili, così come quelli del settore non pubblico”.
Nel 2023, il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno pubblicato le Linee guida sulla promozione dello sviluppo e della crescita dell’economia privata . Il 17 febbraio 2025, il Segretario Generale Xi Jinping ha partecipato a un simposio sulle imprese private e ha pronunciato un importante discorso, rafforzando la fiducia e la motivazione delle imprese private.
Nel maggio 2025 è entrata in vigore la Legge sulla promozione del settore privato della Repubblica Popolare Cinese , che ha sancito per legge i “due impegni incrollabili” e ha fornito solide garanzie legali per lo sviluppo del settore privato.
In prospettiva, gli assetti istituzionali devono essere ulteriormente migliorati per creare un ambiente equo, imparziale e affidabile per il settore privato e per stabilizzare le aspettative delle imprese.
Nell’ambito dell’accesso al mercato, i settori relativi alla pianificazione e agli investimenti nazionali, compresi i segmenti competitivi delle infrastrutture, i principali programmi nazionali di ricerca tecnologica e gli investimenti nei settori del futuro, dovrebbero essere ugualmente aperti a tutti i tipi di imprese. Le imprese dovrebbero essere selezionate in base a criteri uniformi quali tecnologia, dimensioni e performance, piuttosto che in base alla proprietà.
In un contesto di concorrenza leale, nessuna impresa dovrebbe ricevere un accesso preferenziale ai fattori produttivi o alle opportunità di mercato. Nessuna impresa dovrebbe ottenere vantaggi speciali attraverso la protezione dalla concorrenza. Tutte dovrebbero affrontare i meccanismi di selezione del mercato su un piano di parità.
Nell’ambito della tutela giuridica, i diritti e gli interessi legittimi delle imprese, a prescindere dalla forma di proprietà, devono essere protetti in egual misura. La parità di trattamento è particolarmente importante in materia di antitrust e di applicazione amministrativa. Occorre porre particolare enfasi sulla prevenzione e sulla correzione dell’utilizzo di misure amministrative o penali per intervenire nelle controversie economiche. Le violazioni dei diritti di proprietà e degli interessi legittimi devono essere soggette alle stesse responsabilità, classificazioni penali e sanzioni, indipendentemente dalla forma di proprietà.
Promuovere uno sviluppo di alta qualità del settore privato richiede anche di evitare un circolo vizioso in cui politiche e leggi creano prima una concorrenza sleale e poi si introducono misure correttive per riparare i danni.
Alcuni problemi che affliggono il settore privato sono il risultato cumulativo di fattori istituzionali, operativi e politici di lunga data. Non è opportuno attendere che i problemi si accumulino per poi affidarsi a campagne di intervento mirate al fine di migliorare la situazione.
Le imprese private continuano a incontrare ostacoli espliciti e impliciti nell’accesso ai fattori produttivi. Si verificano ancora oggi tasse, multe e ispezioni arbitrarie, nonché sequestri illegittimi di beni. La tutela giudiziaria necessita inoltre di ulteriori miglioramenti quando le imprese private sono coinvolte in controversie economiche con enti governativi o imprese statali.
A meno che questi problemi istituzionali radicati e di lunga data, nonché gli usi irregolari del potere amministrativo, non vengano affrontati a livello istituzionale, le campagne temporanee per migliorare il contesto imprenditoriale avranno un effetto limitato e duraturo e potrebbero minare le aspettative e la fiducia delle imprese private.
Allo stesso tempo, anche il settore privato ha le proprie carenze da affrontare. Le imprese devono migliorare le strutture di governance e i sistemi di gestione, rafforzare la conformità e prevenire i rischi legati alla corruzione.
2.2 Valorizzare al meglio il ruolo fondamentale e insostituibile delle imprese statali.
Pur puntando a un forte sviluppo del settore privato, la Cina deve anche consolidare e potenziare il settore pubblico.
Dopo anni di riforme e innovazioni, l’economia statale si è adattata molto meglio all’economia di mercato socialista. In particolare, le recenti iniziative volte ad approfondire e rafforzare la riforma delle imprese statali hanno prodotto risultati sempre più concreti.
I meccanismi operativi orientati al mercato sono migliorati significativamente. I consigli di amministrazione sono stati istituiti praticamente ovunque fosse necessario, con una maggioranza di amministratori esterni. Per le imprese statali operanti in settori competitivi, il profitto e lo sviluppo a lungo termine sono diventati le motivazioni primarie e il loro comportamento assomiglia sempre più a quello delle moderne imprese in un’economia di mercato.
In quanto partecipanti al mercato in un’economia di mercato socialista, le imprese statali devono anche svolgere determinate funzioni speciali.
La risoluzione auspica che i capitali statali siano concentrati in aree e direzioni chiave: industrie importanti e settori critici legati alla sicurezza nazionale e alle infrastrutture vitali dell’economia; servizi pubblici, capacità di risposta alle emergenze e settori di interesse pubblico che incidono sull’economia e sul sostentamento delle persone; e industrie emergenti strategiche e lungimiranti.
Si tratta di settori in cui le imprese private mostrano una scarsa propensione a partecipare o non possiedono le capacità necessarie.
In primo luogo, nell’ambito dell’innovazione, le imprese statali dovrebbero assumersi le maggiori responsabilità e svolgere un ruolo guida, fungendo da fonti di tecnologie originali e da leader delle moderne filiere industriali.
Le loro capacità di innovazione tecnologica continuano a migliorare. Dal 2022 al 2024, le imprese statali a gestione centrale hanno speso più di 1.000 miliardi di yuan all’anno in ricerca e sviluppo per tre anni consecutivi. Nel 2024, l’intensità della loro attività di ricerca e sviluppo è salita al 2,8%.
Importanti innovazioni sono emerse nei settori dei voli spaziali con equipaggio, dell’esplorazione lunare e marziana, dell’esplorazione degli abissi marini e terrestri, della navigazione satellitare, dell’energia nucleare, delle nuove tecnologie energetiche e della produzione di grandi aeromobili. Le imprese statali hanno svolto un ruolo fondamentale in questi successi.
In secondo luogo, dovrebbero assumersi in modo proattivo compiti urgenti e difficili, svolgendo un ruolo cruciale nella risposta a rischi e sfide importanti come epidemie e disastri naturali, e nel supporto ai principali eventi nazionali.
È necessario istituire un sistema di valutazione per il raggiungimento delle loro missioni strategiche, al fine di guidare le imprese a gestione centrale nel coordinamento delle proprie responsabilità economiche, politiche e sociali e nella piena realizzazione del loro ruolo di supporto strategico.
In terzo luogo, le imprese statali dovrebbero continuare a rafforzare il loro ruolo nei settori e negli ambiti cruciali per la sicurezza nazionale e l’economia nazionale. Ciò include garantire l’approvvigionamento di energia e risorse essenziali, espandere l’esplorazione e lo sviluppo a livello nazionale, incrementare le riserve e la produzione e migliorare l’impiego del capitale statale nelle risorse energetiche estere e nei minerali strategici critici.
Dovrebbero inoltre svolgere un ruolo importante nello sviluppo di hub infrastrutturali chiave e di nuove forme di infrastrutture.
La fase successiva dovrebbe proseguire con l’approfondimento della riforma delle imprese statali, trasformando i vincoli di bilancio da “flessibili” a “rigidi” e garantendo la parità di partecipazione a una concorrenza di mercato equa. La riforma dovrebbe rafforzare le loro funzioni principali e la loro competitività.
Al contempo, è necessario ottimizzare la struttura e l’assetto dell’economia statale, consentendo alle imprese statali di svolgere il loro ruolo insostituibile e di dimostrare appieno le caratteristiche di capitale strategico, di sicurezza, fondamentale e di pazienza proprie del capitale statale e delle imprese statali.
3. Istituzioni fondamentali: dare uguale importanza allo sviluppo e alla governance, rafforzare la fiducia e stabilizzare le aspettative.
La risoluzione prevede disposizioni sistematiche per un’ulteriore riforma globale, comprese riforme di fondamentale importanza per l’intera economia.
Il segretario generale Xi Jinping ha sottolineato:
“Costruire un mercato nazionale unificato, approfondire la riforma dei fattori produttivi orientata al mercato e sviluppare un sistema di mercato di alto livello. Migliorare le istituzioni fondamentali dell’economia di mercato, tra cui la tutela dei diritti di proprietà, l’accesso al mercato, la concorrenza leale e il credito sociale.”
Queste istituzioni sono importanti perché forniscono le garanzie fondamentali per il funzionamento efficace di un’economia di mercato socialista. Sono prerequisiti necessari e requisiti intrinseci per consentire al mercato di svolgere il suo ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse e per permettere al governo di adempiere al meglio al proprio ruolo.
3.1 Tutela dei diritti di proprietà
Un’economia di mercato socialista di alto livello dovrebbe avere diritti di proprietà chiaramente definiti e fortemente tutelati.
La risoluzione chiede di “migliorare il sistema dei diritti di proprietà e di garantire una tutela giuridica equa e duratura per i diritti di proprietà di tutte le forme di titolarità”.
Rispetto alle formulazioni precedenti, l’aggiunta dell’aggettivo “duraturo” è significativa. È particolarmente importante per rafforzare la fiducia nello sviluppo a lungo termine del settore privato e per incoraggiare gli investimenti a lungo termine.
Gli studiosi in Cina e all’estero riconoscono generalmente una significativa correlazione positiva tra la tutela dei diritti di proprietà e gli investimenti a lungo termine.
Un’efficace tutela giuridica dei diritti di proprietà delle organizzazioni economiche, in tutte le loro forme, nonché di quelli dei singoli cittadini, può accrescere il senso di sicurezza degli investitori in merito ai loro beni e al loro patrimonio, stabilizzare le aspettative del mercato, rafforzare la fiducia della società nello sviluppo a lungo termine e stimolare l’imprenditorialità e l’innovazione.
Garantendo che la sicurezza della proprietà supporti aspettative stabili, tale protezione stabilisce una solida base istituzionale per uno sviluppo economico e sociale sano e duraturo e per una stabilità nazionale stabile.
Accelerare i miglioramenti nella tutela dei diritti di proprietà richiede un trattamento equo e la protezione di tutti i tipi di diritti di proprietà.
A questo punto, la Cina dovrebbe garantire una protezione legale equa e duratura per le proprietà non appartenenti al settore pubblico, abolire le disposizioni irragionevoli che le riguardano ed eliminare gli ostacoli occulti.
Occorre prestare particolare attenzione alla tutela attraverso le forze dell’ordine e il sistema giudiziario. Occorre migliorare i meccanismi di ricorso, revisione, riesame e altri rimedi nelle controversie patrimoniali in ambito commerciale. Occorre rendere più accessibili i canali per la risoluzione delle controversie patrimoniali che coinvolgono la pubblica amministrazione. Occorre prevenire e correggere l’utilizzo di misure amministrative o penali per intervenire nelle controversie economiche.
Le violazioni dei diritti di proprietà e degli interessi legittimi dovrebbero comportare le stesse responsabilità, classificazioni penali e sanzioni, a prescindere dalla proprietà. I meccanismi per l’individuazione e la correzione dei casi di illeciti aziendali dovrebbero essere rafforzati, così come i sistemi di risarcimento punitivo.
Nell’ambito del rafforzamento istituzionale, la Cina dovrebbe accelerare l’emanazione e la revisione di leggi e regolamenti riguardanti i diritti reali, i diritti dei creditori, le partecipazioni azionarie e altri diritti di proprietà. Dovrebbe chiarire la definizione di proprietà, migliorare l’insieme dei diritti connessi alla proprietà e tutelare legalmente i diversi diritti derivanti dalla proprietà stessa.
3.2 Accesso al mercato
L’ingresso nel mercato è un prerequisito per la partecipazione delle imprese all’attività economica e rappresenta la prima soglia da superare. Le modalità di definizione, gestione e aggiornamento dei requisiti di ingresso sono tutte questioni che devono essere affrontate.
Attualmente, il protezionismo locale è una delle principali cause della frammentazione del mercato.
Per promuovere l’occupazione e lo sviluppo locale, alcuni enti locali privilegiano le imprese locali nelle opportunità di mercato e di investimento attraverso barriere all’ingresso esplicite o implicite, politiche di concorrenza sleale e pratiche di appalto pubblico discriminatorie, svantaggiando al contempo le imprese provenienti da altre zone.
Tale condotta ostacola la libera circolazione e l’allocazione di beni e fattori produttivi su base di mercato in aree più vaste, mina la concorrenza leale e impedisce un’allocazione ottimale delle risorse.
Il 1° luglio 2025, in occasione della sesta riunione della Commissione centrale per gli affari finanziari ed economici, il Segretario generale Xi Jinping ha affermato che la promozione del mercato nazionale unificato richiede “cinque unificazioni e un’apertura”: istituzioni di mercato fondamentali unificate, infrastrutture di mercato unificate, standard unificati per la condotta del governo, regolamentazione e applicazione unificate del mercato, mercati unificati dei fattori produttivi e delle risorse, e una continua espansione dell’apertura sia interna che esterna.
Questi requisiti definiscono il quadro istituzionale di base per un mercato nazionale unificato. Essi individuano un percorso pratico per affrontare questioni complesse come il protezionismo locale, la frammentazione del mercato e la concorrenza sleale, eliminando al contempo le barriere istituzionali e operative profondamente radicate.
Nel 2024 sono state pubblicate le Linee guida per la creazione di un mercato nazionale unificato (in via sperimentale) , sono state avviate iniziative specifiche per standardizzare l’applicazione delle leggi in materia commerciale e la lista negativa per l’accesso al mercato è stata ulteriormente ridotta.
Attraverso la creazione di nuovi assetti e l’eliminazione di vecchie barriere, sta prendendo forma un mercato nazionale unificato più efficiente, ben regolamentato, equamente competitivo e pienamente aperto.
3.3 Concorrenza leale
La concorrenza leale è un requisito fondamentale di un’economia di mercato e le istituzioni che la tutelano sono essenziali per migliorare l’efficienza nell’allocazione delle risorse.
Solo una concorrenza leale può consentire alle imprese più forti di avere successo e a quelle più deboli di uscire dal mercato, ottimizzare l’allocazione delle risorse e incoraggiare l’innovazione e la competitività sostenibili.
Una concorrenza leale richiede mercati sufficientemente competitivi.
Innanzitutto, occorre definire e migliorare le politiche e i quadri giuridici in materia di concorrenza, nonché attuare efficacemente le norme antitrust e contro la concorrenza sleale.
In secondo luogo, la Cina dovrebbe creare un ambiente competitivo stabile, aperto, trasparente e prevedibile. I sistemi di divulgazione delle informazioni di mercato dovrebbero essere migliorati, le nuove norme provvisorie sulla divulgazione delle informazioni aziendali dovrebbero essere implementate e le pratiche di divulgazione aziendale standardizzate, consentendo a tutte le imprese di competere con informazioni adeguate e pari tutela legale.
In terzo luogo, le pressioni competitive associate all’economia delle piattaforme dovrebbero essere affrontate in modo esaustivo. Dovrebbe essere istituito e perfezionato un meccanismo di revisione antitrust categorizzato e a più livelli per le concentrazioni aziendali, insieme a norme che regolino la concorrenza leale nell’economia digitale. Dovrebbero essere esplorati sistemi di revisione e valutazione della concorrenza per le forme di mercato emergenti come le piattaforme internet, gli algoritmi e i modelli di intelligenza artificiale su larga scala.
La concorrenza leale richiede inoltre che il governo si astenga da interventi irragionevoli sul mercato.
Quando gli operatori di mercato allocano le risorse secondo le regole del mercato, la sovraccapacità industriale generalmente non raggiunge livelli estremi. Chi continua a investire ritiene di possedere una maggiore competitività e di poter utilizzare l’innovazione per combinare i fattori produttivi in modo più efficace, migliorare la qualità, ridurre i costi e aumentare l’efficienza.
Tale concorrenza consente alle imprese efficienti di soppiantare quelle inefficienti e ai prodotti di alta qualità di rimpiazzare quelli obsoleti, migliorando l’allocazione delle risorse in tutto il settore.
L’intervento governativo, tuttavia, può avvalersi di politiche preferenziali per sostenere le imprese che non possiedono una reale competitività, impedendo al mercato di premiare le aziende più performanti ed eliminare quelle più deboli.
In questo modo, possono coesistere imprese solide che si affidano alle proprie capacità e imprese deboli sostenute da aiuti governativi. Nuove imprese continuano a entrare nel mercato, mentre quelle esistenti non vengono efficacemente selezionate, aggravando inevitabilmente la sovraccapacità.
Per la maggior parte dei settori, lo scopo fondamentale delle politiche e delle leggi dovrebbe essere quello di garantire a tutte le imprese un equo accesso al mercato, pari opportunità competitive e pari tutela legale.
Il mantenimento dell’unità del mercato richiede innanzitutto coerenza negli accordi fiscali e tributari. Il governo centrale dovrebbe standardizzare le norme locali per l’attrazione degli investimenti e definire chiaramente e far rispettare rigorosamente i limiti ai sussidi fiscali, ai rimborsi d’imposta, alle agevolazioni sul trasferimento di terreni e ad altre politiche preferenziali.
I trattamenti preferenziali illegali o non autorizzati dovrebbero essere rigorosamente vietati. La promozione degli investimenti locali dovrebbe passare da una competizione basata sull’offerta delle concessioni più generose a una competizione basata sulla creazione del miglior ambiente imprenditoriale e sull’attuazione delle riforme più efficaci.
3.4 Credito sociale
Un’economia di mercato si fonda su un’ampia specializzazione e cooperazione. I partecipanti al mercato si impegnano frequentemente in transazioni, scambi e collaborazioni, il che rende l’adempimento dei contratti, l’onestà e l’affidabilità particolarmente importanti.
Questi fattori determinano i costi e l’efficacia delle interazioni socio-economiche e l’ordine dell’attività economica. La Cina deve pertanto accelerare lo sviluppo di un sistema di credito sociale profondamente integrato in ogni aspetto e fase dell’economia nazionale.
Occorre rafforzare un nuovo meccanismo di regolamentazione basato sul credito, con una supervisione creditizia che copra l’intera catena e l’intero ciclo di vita delle attività aziendali.
È necessario istituire e perfezionare un sistema di regolamentazione a più livelli e categorizzato: le imprese con un buon merito creditizio dovrebbero subire meno interferenze, mentre quelle con un merito creditizio scarso dovrebbero essere soggette a una supervisione più rigorosa. Premiare l’affidabilità e sanzionare le violazioni della fiducia può accrescere la consapevolezza delle imprese in materia di integrità e conformità.
Al contempo, è necessario migliorare i meccanismi di ripristino del credito per le imprese che si impegnano attivamente a risolvere i problemi e a implementare sistemi di conformità. Un approccio differenziato e a più livelli, con una rimozione graduale delle restrizioni, dovrebbe consentire e incoraggiare le imprese a ricostruire il proprio credito in modo agevole ed efficiente.
III. Riforma inclusiva: promuovere l’armonia sociale attraverso la costruzione delle istituzioni
Condividere i frutti dello sviluppo contribuisce a promuovere l’armonia sociale. La condivisione è un requisito essenziale del socialismo con caratteristiche cinesi.
La risoluzione sottolinea:
“Rimanere fedeli a un approccio incentrato sulle persone, rispettare il ruolo primario e lo spirito pionieristico del popolo, rispondere alle sue preoccupazioni attraverso le riforme e garantire che le riforme siano per il popolo, si basino sul popolo e producano benefici condivisi da tutti.”
Negli ultimi anni, gli sforzi volti a condividere i benefici dello sviluppo hanno prodotto alcuni risultati. L’esperienza dimostra, tuttavia, che gli adeguamenti politici non integrati in istituzioni solide hanno una portata e un’efficacia limitate e sono soggetti a fluttuazioni.
Nel lungo periodo, il raggiungimento e il mantenimento di un livello relativamente stabile di sviluppo condiviso richiedono riforme inclusive. Le istituzioni devono garantire che la collettività possa partecipare in modo equo e ragionevole ai benefici dello sviluppo economico e del progresso sociale, compresi i diritti, le opportunità, i processi e i risultati.
Il rapporto della Banca Mondiale del 2018, “Povertà e prosperità condivisa: ricomporne i pezzi del puzzle della povertà” , afferma che lo sviluppo inclusivo si concentra sulla lotta all’esclusione sociale attraverso politiche pubbliche istituzionalizzate, garantendo che tutti partecipino ai benefici dello sviluppo, eliminando le disuguaglianze di opportunità e impedendo che la stratificazione sociale si radichi. Un sistema di protezione sociale completo fornisce un’importante garanzia istituzionale.
Dalla crisi finanziaria del 2008, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha prestato sempre maggiore attenzione alle persistenti disuguaglianze nella crescita, nel reddito e nella distribuzione della ricchezza all’interno e tra i paesi membri. Ha incoraggiato un passaggio da un’enfasi esclusiva sulla crescita economica a una maggiore inclusività, garantendo che i benefici della crescita siano condivisi più ampiamente.
Un’ulteriore riforma globale della Cina dovrebbe rafforzare l’inclusività, smantellare le barriere istituzionali allo sviluppo inclusivo e istituire istituzioni di supporto che combinino la parità di opportunità con l’equità dei risultati.
1. Accelerare le riforme a sostegno della prosperità comune: promuovere l’armonia attraverso benefici condivisi
Dall’inizio delle riforme e dell’apertura, la forza economica della Cina è cresciuta rapidamente, il tenore di vita è migliorato costantemente, la lotta alla povertà ha ottenuto risultati straordinari e la protezione sociale urbana si è rafforzata in modo costante.
Nel complesso, tuttavia, la prosperità comune richiede un grado relativamente elevato di condivisione all’interno della società. Come minimo, ciò implica due condizioni fondamentali: divari di reddito relativamente ridotti tra individui e gruppi, e disparità relativamente ridotte nei servizi pubblici di base forniti dal governo.
I dati aggregati indicano che si tratta di un compito arduo. Misurato dal coefficiente di Gini, l’indicatore più comunemente utilizzato per la disuguaglianza di reddito, il divario di reddito in Cina si è ridotto costantemente dal 2008 al 2015, ma è rimasto relativamente ampio e stabile dal 2016. All’interno di questo quadro generale, il divario di reddito tra aree urbane e rurali si è leggermente ridotto, mentre la disuguaglianza di reddito tra i residenti urbani ha mostrato una certa tendenza ad ampliarsi.
Le ampie disparità di reddito non solo minano direttamente l’equità e la condivisione, ma limitano anche lo sviluppo. Attualmente, il principale ostacolo allo sviluppo economico della Cina si è spostato dal lato dell’offerta a quello della domanda. Gli ampi divari di reddito lasciano alcuni residenti privi di sufficiente potere d’acquisto.
Accelerare le riforme volte a migliorare la distribuzione del reddito può quindi promuovere sia la condivisione che lo sviluppo. Esistono due direzioni principali per una riforma inclusiva, entrambe le quali richiedono una ricerca più rapida e un’attuazione più incisiva.
La prima consiste in politiche volte a ridurre le disparità di reddito tra le persone.
La priorità è accelerare gli interventi istituzionali volti ad aumentare il reddito delle fasce di popolazione a basso reddito. Negli ultimi anni, uno dei punti focali della riforma fiscale a livello internazionale è stata la riduzione del carico fiscale sul reddito personale per i lavoratori e le famiglie a basso e medio reddito, al fine di rendere la tassazione più equa e inclusiva.
Considerate le caratteristiche dell’attuale sistema fiscale cinese, le detrazioni aggiuntive speciali per l’imposta sul reddito delle persone fisiche necessitano di ulteriori miglioramenti.
Le agevolazioni fiscali per i redditi elevati dovrebbero essere gradualmente eliminate. Gli enti locali non dovrebbero offrire agevolazioni fiscali, né palesi né occulte, con la motivazione che le imprese si trasferiscono, investono a livello locale, istituiscono fondi di venture capital o avviano nuove attività.
Le entrate derivanti dalla messa sul mercato di terreni edificabili commerciali di proprietà collettiva nelle zone rurali e dal riutilizzo di alloggi inutilizzati dovrebbero essere prioritariamente impiegate per migliorare la protezione sociale dei residenti rurali. Come i residenti urbani, anche loro non dovrebbero più dipendere dalla terra come rete di sicurezza sociale. Ciò fornirebbe alle fasce di popolazione a basso reddito una protezione più efficace e stabile.
Le politiche che privilegiano l’occupazione dovrebbero essere ulteriormente migliorate. Occorre particolare cautela nei confronti delle tecnologie che si limitano a sostituire il lavoro umano, e si dovrebbero valutare le relative politiche fiscali. Ad esempio, si potrebbero imporre tasse o imposte speciali su determinati robot e applicazioni di intelligenza artificiale con evidenti effetti di perdita di posti di lavoro, destinando il ricavato al sostegno dei lavoratori licenziati.
In sintesi, per compiere progressi significativi verso la prosperità comune è necessario ridurre il coefficiente di Gini al di sotto di 0,4 e portare il rapporto tra reddito urbano e rurale al di sotto di 2,0. Si tratta di un compito estremamente arduo, che richiede l’adozione di strutture istituzionali sufficientemente solide.
La seconda consiste in politiche volte a uniformare i servizi pubblici di base.
Nella fase di modernizzazione, il miglioramento della qualità della vita dipende sempre più da una maggiore offerta di beni pubblici di qualità superiore.
In Cina, aumentare in modo sostanziale i redditi delle fasce a basso reddito nel breve termine è difficile, il che rende particolarmente importante l’espansione dei beni pubblici di base ampiamente accessibili.
Innanzitutto, è necessario rafforzare la protezione sociale per i gruppi la cui copertura e i cui benefici sono relativamente limitati. Le pensioni dei residenti delle zone rurali, ad esempio, sono basse e devono essere urgentemente aumentate a un livello adeguato al livello di sviluppo della Cina e alle esigenze di prosperità comune.
In secondo luogo, occorre studiare e promuovere riforme per integrare pienamente i residenti urbani sprovvisti di registrazione anagrafica locale nei sistemi di servizi pubblici urbani. I residenti di lunga data provenienti da altre zone dovrebbero godere degli stessi diritti e dello stesso trattamento dei residenti con registrazione anagrafica locale.
La riforma degli alloggi sovvenzionati nelle aree urbane dovrebbe essere portata avanti per includere tutti i residenti permanenti.
Anche in presenza di redditi personali differenti, il livello di condivisione e armonia sociale migliorerà sostanzialmente se i cittadini potranno usufruire di servizi pubblici di base di alta qualità e in modo equo, ovunque vivano, senza grandi disparità nell’accesso a servizi per l’infanzia, istruzione, retribuzione del lavoro, assistenza sanitaria, assistenza agli anziani, alloggio e sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione.
2. Accelerare la riforma della protezione sociale per l’era dell’IA: promuovere l’armonia attraverso benefici tecnologici ampiamente condivisi.
L’intelligenza artificiale sta progredendo più velocemente del previsto, apportando cambiamenti radicali al rapporto tra innovazione e occupazione.
Gli effetti dirompenti e trasformativi dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro differiscono significativamente da quelli del progresso tecnologico degli ultimi secoli. Persino all’interno della continua evoluzione tecnologica, che va dalle reti alla digitalizzazione fino ai sistemi intelligenti, gli effetti sull’occupazione variano.
Il networking fornisce principalmente connessioni che rendono più efficiente la trasmissione delle informazioni. La digitalizzazione mappa il mondo fisico in quello digitale, fornendo una base per un processo decisionale basato su dati concreti. Entrambi, in primo luogo, danno potere alle persone.
I sistemi intelligenti sono diversi. Possiedono una certa capacità di percepire, ragionare, prendere decisioni e agire, il che consente loro di svolgere flussi di lavoro relativamente completi e compiti interi.
Per questo motivo, i sistemi intelligenti possono sostituire rapidamente il lavoro di alcune persone.
Uno studio statunitense indica che l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile durante l’era della connettività e della digitalizzazione. Tuttavia, dal 2022, sebbene la domanda di posizioni altamente qualificate e che richiedono conoscenze approfondite sia rimasta costante, il reclutamento per posizioni impiegatizie di livello base e intermedio ha subito un notevole rallentamento, arrivando persino a diminuire dopo l’agosto 2025. I laureati sono stati i più colpiti da questo fenomeno.
Attualmente, i lavori con maggiori probabilità di essere sostituiti sono quelli standardizzati e ripetitivi, incentrati sull’elaborazione di testi, dati e informazioni. Le posizioni rilevanti nei servizi internet, nello sviluppo software e nei call center, ad esempio, sono particolarmente a rischio.
L’intelligenza artificiale, ovviamente, sta anche creando nuovi posti di lavoro. Nel complesso, tuttavia, ne crea più di quanti ne sostituisca.
Se la perdita di posti di lavoro causata dall’intelligenza artificiale dovesse continuare, potrebbe rappresentare una sfida importante per i sistemi di protezione sociale esistenti.
In passato, i sistemi di protezione sociale hanno subito una transizione da un modello “residuo” a un modello “istituzionale”. La protezione residuale assisteva principalmente i gruppi vulnerabili. Durante l’industrializzazione, tuttavia, la protezione sociale si è istituzionalizzata.
La mobilità della società industriale, il lavoro salariato e la separazione dai beni produttivi permanenti come la terra implicavano che i cittadini, in qualche fase della loro vita, avessero generalmente bisogno di protezione sociale. Pertanto, i paesi hanno ampiamente istituito cinque principali forme di assicurazione sociale: pensioni, assistenza sanitaria, disoccupazione, infortuni sul lavoro e maternità.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, le persone potrebbero trovarsi spesso a passare da un periodo di occupazione a uno di disoccupazione. La disoccupazione può colpire interi settori o categorie professionali, lasciando senza lavoro contemporaneamente un gran numero di persone con lo stesso background professionale o tecnico. Allo stesso tempo, anche le opportunità di reinserimento lavorativo potrebbero svanire.
Se questa tendenza dovesse continuare, il progresso tecnologico potrebbe generare un problema sociale sistemico.
I sistemi di protezione sociale dovrebbero, per quanto possibile, evitare di incoraggiare la dipendenza o la riluttanza al lavoro. Nell’era dell’intelligenza artificiale, tuttavia, né i singoli individui né la società nel suo complesso possono facilmente stabilire quali competenze o sforzi siano sufficienti a prevenire la disoccupazione. L’impegno e la formazione continua potrebbero non essere sufficienti.
La protezione sociale dovrebbe pertanto diventare più universale.
Due idee ampiamente dibattute meritano di essere studiate: il reddito di base universale (UBI) e il capitale di base universale (UBC).
Le proposte di reddito di base universale (UBI) prevedono la fornitura a tutti i cittadini di un pagamento fisso in denaro incondizionato, senza verifiche dei mezzi di sussistenza o requisiti lavorativi.
Le proposte dell’UBC sostengono l’assegnazione a ciascun cittadino di una quota di capitale pubblico, in modo che tutti possano partecipare ai rendimenti generati dal progresso tecnologico.
La loro logica di fondo è che l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire su larga scala i lavori di routine, riducendo continuamente la quota di reddito nazionale destinata alla remunerazione del lavoro e rendendo inefficaci i tradizionali sistemi di assistenza sociale, che intervengono a posteriori, nel compensare la disoccupazione tecnologica.
Il reddito di base universale (UBI) stabilisce un reddito minimo garantito per soddisfare i bisogni primari delle persone senza lavoro. Il reddito di base universale (UBC) conferisce alle persone il diritto ai profitti derivanti dalle industrie dell’intelligenza artificiale, consentendo a tutti di partecipare a una parte del dividendo tecnologico.
Diversi paesi e alcune organizzazioni internazionali stanno attivamente discutendo e studiando questi due modelli di protezione sociale inclusiva come possibili risposte all’impatto dell’IA sul mercato del lavoro. Finora, tuttavia, nessun paese ha avviato un’implementazione su vasta scala. Un numero crescente di governi riconosce che il reddito minimo universale previsto dal reddito di base universale (UBI) e il meccanismo di condivisione dei rendimenti del reddito di base universale (UBC) meritano attenzione.
La Cina possiede ingenti capitali statali, oltre a start-up che continuano a raccogliere grandi somme sui mercati finanziari.
Utilizzare una quota maggiore dei rendimenti del capitale statale per migliorare le condizioni di vita delle persone e convertire una parte ragionevole dei guadagni in conto capitale generati dal progresso tecnologico in beni condivisi da tutti, contribuirebbe ad affrontare le sfide occupazionali nell’era dell’IA e a rafforzare l’accettazione e il sostegno pubblico allo sviluppo e all’applicazione dell’IA.
3. Accelerare le riforme che bilanciano interessi diversi: promuovere l’armonia costruendo il consenso
Una caratteristica importante della fase di modernizzazione è che le aspirazioni delle persone a una vita migliore diventano più diversificate, così come le loro aspettative riguardo a come dovrebbero essere allocate le risorse della società.
In questa fase, diventa ancora più importante bilanciare interessi diversi, costruire un consenso e promuovere l’armonia sociale. Tre relazioni richiedono particolare attenzione.
Innanzitutto, la Cina deve gestire adeguatamente il rapporto tra il mantenimento dello sviluppo economico al centro e la promozione del lavoro in altri settori.
Durante la costruzione di una società moderatamente prospera, lo sviluppo economico rappresentava un’aspirazione pubblica impellente e un argomento di ampio consenso.
Durante la modernizzazione socialista, le esigenze della popolazione si diversificano. Le risorse materiali e l’attenzione del governo devono inevitabilmente essere distribuite su una gamma più ampia di settori, tra cui l’istruzione, la sanità e l’ambiente.
Tuttavia, ogni risorsa è limitata. La società dovrebbe quindi essere guidata verso una comprensione condivisa dell’importanza del lavoro economico, garantendo che risorse consistenti rimangano destinate allo sviluppo economico.
Allo stesso tempo, anche altri settori necessitano di progressi e dovrebbero ricevere risorse e opportunità di sviluppo in base alle preferenze del pubblico e alle proprie esigenze specifiche.
In secondo luogo, la Cina deve gestire adeguatamente il rapporto tra la motivazione dei governi locali e la costruzione di un mercato nazionale unificato.
Il contesto politico ed economico, sia nazionale che internazionale, è complesso e impegnativo. Per diverso tempo a venire, le economie locali continueranno a dover affrontare molteplici pressioni, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo trainato dall’innovazione, la circolazione tra produzione e consumo e le operazioni fiscali e tributarie.
Le amministrazioni locali devono pertanto essere pienamente motivate a promuovere lo sviluppo e incoraggiate a gestire l’attività economica in modo creativo, adattandola alle condizioni locali.
Al contempo, gli sforzi locali per stimolare la crescita possono produrre politiche che minano il mercato nazionale unificato.
Tra gli esempi si possono citare la limitazione della possibilità per le imprese di trasferirsi altrove; l’utilizzo di requisiti di qualificazione e altre barriere all’ingresso, esplicite o implicite, per bloccare l’importazione di prodotti provenienti da altre regioni; la concessione di sussidi fiscali, rimborsi d’imposta e agevolazioni fondiarie non autorizzati per attrarre investimenti; e l’abuso del potere amministrativo per escludere o limitare la concorrenza.
Un mercato nazionale unificato è essenziale per sfruttare appieno le vaste dimensioni del mercato cinese e migliorare l’efficienza nell’allocazione delle risorse. Le pratiche locali che favoriscono un’area a scapito di altre indeboliscono il potenziale di sviluppo complessivo del Paese.
La Cina deve pertanto incoraggiare l’iniziativa locale, prevenendo al contempo comportamenti che compromettano l’integrazione del mercato. Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una leadership competente e istituzioni ben strutturate.
In terzo luogo, la Cina deve gestire adeguatamente il rapporto tra l’incentivazione dell’innovazione e la salvaguardia dell’equità sociale.
L’innovazione è una delle principali fonti di crescita e gli imprenditori del settore tecnologico ne rappresentano la forza trainante più importante. Essi possono ottenere profitti considerevoli dall’innovazione e diventare una parte significativa della popolazione ad alto reddito.
Tuttavia, l’innovazione assume sempre più spesso la forma di applicazioni altamente intelligenti che impiegano un numero relativamente limitato di persone. In altre parole, può generare un piccolo numero di percettori di redditi eccezionalmente elevati, a vantaggio solo di un numero ristretto di lavoratori ordinari. Una maggiore innovazione potrebbe quindi essere accompagnata da una maggiore polarizzazione dei redditi.
La prosperità comune è un aspetto fondamentale della modernizzazione cinese, e istituzioni e politiche adeguate devono salvaguardarne il raggiungimento.
Si tratta di una questione complessa su cui non è facile raggiungere un consenso.
Ad esempio, ridurre le disparità di reddito richiederebbe in genere una tassazione più progressiva, con i redditi più alti che pagano di più. In pratica, tuttavia, le amministrazioni locali che cercano investimenti e crescita economica spesso concedono agevolazioni fiscali a investitori, detentori di brevetti tecnologici e dirigenti di grandi aziende.
Tali pratiche hanno una logica dal punto di vista dell’attrazione di risorse e della promozione della crescita locale, ma agiscono in direzione opposta rispetto alla prosperità comune.
Il rapporto tra questi obiettivi deve quindi essere gestito con attenzione, evitando di perseguirne uno a scapito dell’altro.
4. Accelerare le riforme per l’apertura istituzionale: promuovere l’armonia attraverso il mutuo vantaggio
Nei primi anni di riforme e apertura, la competitività industriale complessiva della Cina era relativamente debole. Nell’ambito della divisione internazionale del lavoro, si è sviluppato un rapporto tipicamente verticale con le economie avanzate.
I paesi sviluppati hanno sfruttato i loro vantaggi in termini di capitale, tecnologia, branding e gestione per occupare i settori di fascia medio-alta e le attività ad alto valore aggiunto. La Cina, invece, ha fatto affidamento su costi del lavoro inferiori e si è dedicata principalmente ad attività a basso valore aggiunto come la trasformazione e l’assemblaggio.
Oggi, la Cina e i paesi sviluppati hanno instaurato una divisione orizzontale del lavoro in alcuni settori. Cooperano e si specializzano all’interno degli stessi settori e categorie di prodotti, con tecnologie e standard di prodotto ampiamente comparabili.
Competizione non significa necessariamente scontro. Le industrie dei paesi sviluppati sono in competizione tra loro, eppure i loro paesi possono comunque cooperare.
In quanto fornitore di primaria importanza con una forte competitività in un’ampia gamma di prodotti, la Cina ha enormi potenzialità sia di competizione che di cooperazione con altri Paesi.
Durante il periodo di specializzazione verticale, la relativa debolezza della competitività industriale cinese ha portato il Paese a fare ampio ricorso a politiche preferenziali di esportazione, conferendo alla sua apertura un carattere dettato dalle politiche stesse.
In futuro, la Cina dovrebbe impegnarsi a passare da un’apertura basata sulle politiche a un’apertura istituzionale.
La risoluzione recita:
“Allinearsi proattivamente alle più rigorose norme economiche e commerciali internazionali, rendere compatibili norme, regolamenti, pratiche gestionali e standard in settori quali la tutela dei diritti di proprietà, i sussidi industriali, gli standard ambientali, la tutela del lavoro, gli appalti pubblici, il commercio elettronico e la finanza, e creare un contesto istituzionale trasparente, stabile e prevedibile.”
Questi sette ambiti sono fondamentali per il rispetto di norme economiche e commerciali internazionali di alto livello. Sono anche ambiti chiave in cui la Cina non riesce ad allinearsi agli standard internazionali.
Ad esempio, la tutela dei diritti di proprietà è fondamentale per costruire un paese innovativo.
Per lungo tempo, la Cina ha migliorato la sua tecnologia industriale e la sua competitività complessiva principalmente introducendo tecnologie straniere. Oggi, si sta avvicinando sempre di più alla frontiera tecnologica globale.
Le risorse per l’innovazione circolano ormai oltre i confini nazionali in un contesto altamente globalizzato. Il capitale di rischio, i talenti scientifici e tecnologici e i mercati dell’innovazione sono profondamente integrati nei sistemi globali.
Le risorse per l’innovazione tendono a concentrarsi laddove il contesto istituzionale per gli investimenti di capitale di rischio e l’imprenditorialità è più favorevole. Una debole tutela della proprietà intellettuale, o sanzioni insufficienti per violazione, contraffazione, falsificazione e frode, scoraggeranno gli innovatori dall’investire e avviare attività in Cina.
Analogamente, in materia di sussidi industriali, la Cina ha adeguato proattivamente le politiche di rimborso delle imposte sulle esportazioni per alcuni settori competitivi, in risposta ai cambiamenti nella forza industriale interna e nel panorama competitivo internazionale.
Il significato positivo dell’apertura istituzionale risiede nella creazione di un ambiente più trasparente e imparziale, che consente alle industrie cinesi di competere con quelle di altri Paesi in base a regole più eque.
Per molti anni, ad esempio, la Cina ha offerto politiche di esportazione preferenziali perché i suoi prodotti erano relativamente poco competitivi a livello internazionale.
Negli ultimi anni, la Cina ha registrato ingenti surplus commerciali. Sebbene questi riflettano principalmente la competitività intrinseca delle sue industrie, il loro protrarsi nel tempo potrebbe ostacolare lo sviluppo di relazioni economiche e commerciali internazionali reciprocamente vantaggiose. È pertanto necessario ridurre i sussidi ai prodotti di esportazione.
L’essenza dell’apertura istituzionale consiste nel dare ai mercati un ruolo maggiore nei flussi transfrontalieri di risorse.
Le politiche non dovrebbero più favorire una direzione di attività rispetto a un’altra. Al contrario, dovrebbero trattare in modo equo i flussi transfrontalieri bidirezionali di beni e fattori produttivi, garantendo parità di trattamento tra esportazioni e importazioni, investimenti esteri in entrata e in uscita, e imprese nazionali e a partecipazione estera.
In conclusione, un’ulteriore riforma globale dovrebbe partire dall’obiettivo di costruire un moderno paese socialista. Non dovrebbe sottrarsi alle esigenze di riforma importanti e difficili. Al contrario, la Cina dovrebbe individuare i compiti principali di una riforma orientata allo sviluppo, alla governance e all’inclusione in modo realistico, al passo con le circostanze in continua evoluzione, fornendo solide basi istituzionali per promuovere la modernizzazione cinese.
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Questa è la trascrizione della “Tavola rotonda IV: Riequilibrio nazionale e globale” tenutasi in occasione del Forum dei capi economisti della Tsinghua PBCSF del 2026.
I partecipanti erano
Huang Yiping , professore emerito Boya e preside della Scuola nazionale di sviluppo presso l’Università di Pechino;
Zhang Xiaojing , ricercatrice presso l’Istituto di Finanza e Banche dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e direttrice dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo;
Wu Ge , capo economista e assistente del presidente di Changjiang Securities;
Shi Kang, professore ordinario presso la Facoltà di Finanza dell’Università Tsinghua e direttore del suo Centro per la Politica Macroeconomica Internazionale.
Huang Yiping ha esortato il governo centrale ad assumersi maggiori debiti per risanare i bilanci degli enti locali e delle famiglie. Ha inoltre sostenuto che le politiche di stimolo economico devono essere più innovative. Nonostante i successivi cicli di nuove politiche negli ultimi tre o quattro anni, la pressione al ribasso sull’economia è persistita. A questo punto, ha suggerito, è necessario uno stimolo più incisivo per spezzare questo circolo vizioso. (Il mio primo pensiero è andato a un altro pacchetto di misure della stessa portata di quelle annunciate nella conferenza stampa congiunta da diverse importanti agenzie governative il 24 settembre 2024).
Zhang Xiaojing ha sottolineato che le politiche fiscali e monetarie dovrebbero essere integrate da “politiche patrimoniali”: destinare i beni pubblici a un utilizzo più produttivo, migliorarne i rendimenti e sostenere le famiglie attraverso agevolazioni sui mutui, una maggiore protezione sociale e migliori servizi pubblici. Ha inoltre evidenziato la tensione tra “investire nelle persone” e i rapporti tra governo centrale e governi locali, in particolare per quanto riguarda la responsabilità dei governi in merito ai risultati ottenuti. I governi locali possono investire nelle persone, ma queste persone possono trasferirsi altrove. I benefici sono quindi difficili da quantificare negli indicatori di performance dei funzionari locali, mentre la spesa rimane chiaramente visibile. Ciò indebolisce gli incentivi dei governi locali a realizzare investimenti significativi nelle persone. Per affrontare questo problema, Zhang ha sostenuto che il governo centrale dovrebbe assumere un ruolo guida, valutando le prestazioni su un orizzonte temporale più lungo.
Wu Ge , un veterano della politica monetaria cinese che ha trascorso molti anni nel dipartimento di politica monetaria della Banca Popolare Cinese, ha ribadito che la debolezza economica non può essere attribuita interamente a fattori strutturali come l’invecchiamento della popolazione. Le politiche anticicliche hanno ancora un ruolo da svolgere. Le politiche fiscali, monetarie e di altro tipo dovrebbero agire in sinergia e la transizione dai vecchi ai nuovi motori di crescita dovrebbe seguire il principio di “stabilire il nuovo prima di smantellare il vecchio”, piuttosto che permettere alle politiche di compensarsi a vicenda. Ha inoltre esortato i responsabili politici a fare di più per guidare le aspettative del mercato. La politica monetaria e fiscale dovrebbe avere una chiara “funzione di reazione”: un’inflazione eccessivamente bassa o una crescita nominale debole dovrebbero innescare automaticamente tagli dei tassi di interesse, espansione fiscale e misure per stabilizzare il mercato immobiliare. Se i responsabili politici non intervengono nemmeno quando gli indicatori nominali si deteriorano bruscamente, i mercati inizieranno inevitabilmente a mettere in discussione la loro determinazione.
Anche Shi Kang ha sostenuto un maggiore ricorso all’indebitamento da parte del governo centrale per alleviare la pressione sugli enti locali. La sua particolare preoccupazione riguardava la distribuzione: con il passaggio dell’industria da una produzione ad alta intensità di lavoro a una ad alta intensità di capitale, i benefici derivanti dalle esportazioni e dal progresso tecnologico potrebbero non affluire più automaticamente alle famiglie comuni. Sono quindi necessarie politiche più incisive per migliorare la distribuzione del reddito e garantire che le famiglie partecipino in modo più equo ai vantaggi della crescita.
Qui sotto trovate la versione integrale in inglese della trascrizione che ho realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Potete trovare la versione cinese sul blog WeChat di New Economist 新经济学家智库
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Shi Kang: Passiamo ora alla discussione. Anziché introdurre un’altra domanda, chiediamo innanzitutto al professor Huang di concludere il quarto punto che stava illustrando.
Huang Yiping: Sarei molto felice di continuare. Stiamo certamente affrontando nuove problematiche, ma gli squilibri non sono necessariamente tutti negativi. Anche il mio pensiero si sta evolvendo. In passato abbiamo avuto squilibri globali, e ora stiamo assistendo a nuovi sviluppi e ad alcuni fattori insoliti.
Se l’intelligenza artificiale si svilupperà nella direzione che prevedo, lo squilibrio tra domanda aggregata e offerta aggregata potrebbe non scomparire presto. Potrebbe persistere per un certo periodo.
All’inizio, Wu Ge chiese: qual è il problema che l’economia cerca effettivamente di risolvere? Il nostro presupposto è che le risorse siano scarse. L’economia studia come utilizzare le risorse limitate per produrre di più e soddisfare i bisogni delle persone, affrontando al contempo la relazione tra efficienza ed equità.
La mia valutazione preliminare è che la discrepanza tra domanda aggregata e offerta aggregata potrebbe persistere e che questo squilibrio persistente sarebbe dannoso per una crescita economica sostenibile. In passato, la Cina era ancora un’economia relativamente piccola e i mercati esteri erano più ricettivi alla sua produzione. Ora che la Cina è diventata una grande economia, una maggiore resistenza nei mercati internazionali renderebbe più accentuate le pressioni sulla capacità produttiva interna. Andando oltre, se l’intelligenza artificiale influenzasse l’offerta e la domanda in modo asimmetrico tra le economie nazionali, i problemi che la Cina affronta oggi potrebbero diventare problemi globali in futuro.
Ciò ha un’importante implicazione politica: per un certo periodo di tempo, potremmo aver bisogno di un sostegno politico costante alla domanda aggregata, piuttosto che di un singolo stimolo anticiclico una tantum quando l’economia è temporaneamente debole.
Possiamo già osservare due fenomeni. In primo luogo, l’economia subisce ogni anno una certa pressione al ribasso. Le politiche di sostegno la stabilizzano per un certo periodo, ma la pressione al ribasso di fondo non scompare. In secondo luogo, gli squilibri internazionali sembrano ampliarsi.
Forse è proprio questo che Wu Ge intendeva dire prima. Sebbene non condivida appieno le sue proposte specifiche, ne condivido l’orientamento generale: potremmo dover prendere in considerazione misure più incisive per incrementare la domanda aggregata. Si tratta di una questione estremamente urgente, che non possiamo risolvere oggi con un singolo intervento.
Più nello specifico, dividerei la questione in due grandi aree. La prima riguarda le misure strutturali, principalmente volte a rispondere alla domanda interna. Fondamentalmente, l’insufficiente domanda interna in Cina è principalmente un problema di consumi insufficienti. Anche gli investimenti contano marginalmente nel breve termine, ma osservando la struttura complessiva dell’economia, lo squilibrio tra un’offerta forte e una domanda debole è piuttosto evidente.
Non possiamo fare affidamento indefinitamente sul credito al consumo o sui programmi di permuta per incrementare i consumi. Queste misure possono fornire una spinta a breve termine, ma non possono sostenere un aumento duraturo della spesa. In definitiva, tutto si riduce al reddito e alla fiducia.
Anche le questioni strutturali sono connesse all’ammodernamento industriale. Dobbiamo riflettere ulteriormente su quali meccanismi di mercato facilitino un’allocazione efficiente delle risorse. Le imprese e le capacità produttive che intendono uscire dal mercato devono poterlo fare. Dobbiamo inoltre discutere quali politiche industriali possano promuovere l’ammodernamento senza creare una pressione eccessiva dovuta alla sovraccapacità produttiva.
Credo sia importante portare avanti le riforme orientate al mercato. Da un lato, dovremmo permettere al mercato di svolgere un ruolo maggiore nell’allocazione delle risorse. Dall’altro, dovremmo lasciare al mercato una maggiore autonomia sia nell’allocazione delle risorse che nella distribuzione del reddito. Ciò contribuirebbe ad aumentare la quota di reddito destinata alle famiglie, a vantaggio sia dei consumi che dello sviluppo di nuove forze produttive di qualità.
La terza questione strutturale riguarda la cooperazione internazionale. Concordo in linea di massima con quanto affermato da Shi Kang in merito alle pressioni che si avvertono all’estero. La Cina produce bene e gli altri Paesi traggono vantaggio dall’acquisto di prodotti cinesi. Tuttavia, la Cina è ormai una grande economia, ben diversa da una piccola economia.
Singapore, ad esempio, ha un surplus delle partite correnti molto elevato rispetto alla sua economia, ma il suo impatto globale è limitato. Quando la Cina esporta un po’ di più o un po’ di meno, ciò influenza le strutture economiche, lo sviluppo industriale, l’occupazione e la distribuzione del reddito di altri paesi.
Dobbiamo quindi costruire un nuovo quadro per la cooperazione economica internazionale. Mentre perseguiamo il nostro sviluppo, dobbiamo anche valutare se altri Paesi possano trarne beneficio. Ad esempio, potremmo intensificare la cooperazione in materia di investimenti e di industria. Quando le aziende producono all’estero, non si limitano a esportare tecnologia e prodotti: possono anche creare posti di lavoro, reddito, gettito fiscale e PIL a livello locale, contribuendo alla prosperità condivisa. Credo che, a lungo termine, questa sia la direzione da seguire.
La sfida immediata, tuttavia, è che ci troviamo già ad affrontare questa situazione. Disponiamo già di un quadro politico e sono stati introdotti numerosi schemi e misure per promuovere i consumi. In merito alle riforme orientate al mercato, anche la Terza Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC ha auspicato che il mercato svolga un ruolo attivo nell’allocazione delle risorse.
Anche se queste misure si rivelassero efficaci, potrebbero richiedere tempo. Non è detto che producano risultati immediati. Nel frattempo, abbiamo bisogno di politiche anticicliche – o, potremmo dire, di politiche di stimolo della domanda aggregata – per rilanciare la domanda complessiva?
Ho ascoltato molte delle sue analisi sulla politica fiscale e monetaria: qual è la migliore, la politica fiscale o quella monetaria? Non ho una preferenza particolarmente netta. Ma quando si scelgono le politiche – ad esempio, se sia più importante stimolare gli investimenti o i consumi – la questione non è se per caso preferiamo gli investimenti o i consumi.
Piuttosto, se abbiamo già un’offerta elevata e una domanda debole, gli investimenti effettuati oggi attenueranno questo squilibrio domani o lo peggioreranno? Questo è un aspetto che dobbiamo considerare.
Sia la politica fiscale che quella monetaria possono essere molto efficaci. Oggi non discuterò se la politica fiscale sia più diretta di quella monetaria. Continuo a pensare che gli investimenti siano importanti e che stimolare i consumi non sia così semplice. Per questo motivo concordo in particolare con quanto affermato da Zhang Xiaojing.
Se la debolezza economica a breve termine e il crescente squilibrio esterno di cui abbiamo parlato in precedenza sono legati a una contrazione relativa degli investimenti, come possiamo invertire questa tendenza? Se a questo fenomeno sono connessi diversi problemi – debito degli enti locali, mercato immobiliare, eccesso di capacità produttiva nei settori tradizionali – allora una possibile soluzione, a mio avviso, è la ristrutturazione del bilancio.
Il mio suggerimento è di utilizzare una maggiore leva a livello di governo centrale per risanare o migliorare i bilanci degli enti locali, delle istituzioni finanziarie, delle imprese e delle famiglie.
In sostanza, questo è ciò che gli Stati Uniti hanno fatto durante la crisi dei mutui subprime: il governo ha aumentato il proprio indebitamento mentre imprese, istituzioni e famiglie hanno ridotto il proprio debito. Alla fine della crisi, l’economia si è ripresa con forza.
Se i bilanci di questi singoli operatori economici non vengono risanati, le politiche di stimolo risulteranno in definitiva molto meno efficaci, poiché tali operatori non avranno la capacità di intraprendere nuove attività.
Non entrerò nei dettagli tecnici. Dobbiamo riflettere su ciò che Wu Ge ha affermato e trovare nuovi approcci, ovvero “pensare fuori dagli schemi”.
Da tre o quattro anni a questa parte utilizziamo queste politiche tradizionali. Ogni anno forniamo degli stimoli, l’economia si stabilizza per un po’, ma la pressione al ribasso rimane. Se adottassimo misure un po’ più aggressive, forse avremmo la possibilità di uscire da questo circolo vizioso.
Shi Kang: Professor Huang, è stata un’ottima osservazione, che ci riporta al punto sollevato dal professor Zhang. La posizione del professor Huang, in sostanza, sostiene un maggiore potere decisionale del governo centrale.
Chi di voi era presente stamattina ricorderà che anche il professor Ju ha sollevato questo argomento. La sua presentazione verteva sull’internazionalizzazione del renminbi e sulle tre dimensioni del riequilibrio dell’economia cinese. Le sue tre dimensioni differivano in parte dalle vostre: le sue erano di natura più macroeconomica, mentre le vostre si concentrano maggiormente sul livello microeconomico.
Il professor Justin Yifu Lin non era d’accordo con la sua proposta, ma credo che la direzione generale sia giusta. Trovare il modo per il governo centrale di aumentare la propria influenza, e quindi alleviare la pressione sugli enti locali, è una direzione importante.
Il professor Huang ha inoltre sollevato un punto eccellente riguardo alla necessità di superare il quadro tradizionale e trovare nuovi approcci. Non possiamo continuare a concentrarci solo sui programmi di permuta o a discutere di trasferimenti monetari, sebbene questi ultimi rimangano una cosa positiva.
Le proposte e le opinioni di Xiaojing sono relativamente nuove per la maggior parte delle persone. Potresti approfondirle?
Zhang Xiaojing: Vorrei aggiungere qualche altra riflessione, anche in merito al suggerimento del professor Huang di modificare il quadro di riferimento.
In passato ci siamo affidati alla politica fiscale e monetaria. Wu Ge ci ha anche ricordato di non trascurare la politica monetaria. Tutti parlano continuamente di politica fiscale. Credo che entrambe siano importanti, ma nessuna delle due è sufficiente. Il keynesismo non basta.
Vorrei aggiungere un’altra categoria. Ho già pubblicato un articolo su questo argomento – credo fosse nell’ottavo numero – in cui sostengo che abbiamo bisogno di una “politica patrimoniale”.
Può sembrare una novità, ma pensate alla proposta presentata alla Terza Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC di esaminare la gestione del bilancio macroeconomico nazionale. In sostanza, è questo il significato.
Dobbiamo riconoscere che, oltre ai tre pilastri principali della politica macroeconomica di cui solitamente parliamo – pianificazione, politica fiscale e politica monetaria – dovremmo aggiungerne uno nuovo: la politica di bilancio. Per semplicità, la chiamerò politica patrimoniale.
Che cosa significa? Il suo elemento più importante è il punto che abbiamo appena discusso: un moderato riequilibrio e una redistribuzione della ricchezza tra il settore pubblico e quello delle famiglie.
Come dovremmo procedere?
Innanzitutto, come abbiamo già detto, la Cina possiede ingenti patrimoni netti nel settore pubblico. I confronti internazionali dimostrano che i nostri patrimoni netti sono di gran lunga superiori a quelli delle economie avanzate. Ma tutti i paesi hanno patrimoni nel settore pubblico: gli Stati Uniti li hanno, e anche la Svezia.
Ciò ha portato a un nuovo filone di pensiero sulla ricchezza pubblica e sulla ricchezza delle nazioni, che pone l’accento su come la ricchezza del settore pubblico possa essere accumulata e come i suoi rendimenti possano essere migliorati.
La mia prima proposta in materia di politica patrimoniale è quindi quella di utilizzare in modo produttivo i numerosi beni di proprietà del settore pubblico e di aumentarne i rendimenti.
Un aumento di un punto percentuale del rendimento degli asset del settore pubblico a livello mondiale sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno globale di infrastrutture pubbliche. Basterebbe un solo punto percentuale.
Immaginate cosa significherebbe se aumentassimo di un punto percentuale il rendimento dei nostri asset del settore pubblico. Non entrerò nei dettagli delle cifre, ma sarebbe un risultato di enorme importanza.
Non dobbiamo lasciare che questa ricchezza rimanga lettera morta. È fondamentale, soprattutto: dobbiamo metterla a frutto. Sbloccare il valore del patrimonio esistente è diventato ormai uno dei compiti più importanti per gli enti locali.
Il secondo punto riguarda i trasferimenti. Non dovremmo esaminare tutte queste risorse e concludere che dobbiamo continuare ad espandere la produzione. In molti settori, un’ulteriore espansione non è necessaria.
Penso che dovremmo effettuare i trasferimenti appropriati. Ci sono molti modi per farlo, compresi i metodi fiscali e finanziari menzionati in precedenza. Anche i mutui ipotecari residenziali sono rilevanti.
Ho sentito un’argomentazione che ha molto senso, e l’ho sollevata io stesso in diverse occasioni: i mutui ipotecari sulle case sono una delle fonti di sostegno più importanti per le nostre banche, perché i loro tassi di interesse sono piuttosto elevati.
Perché così tante banche vedono nei prestiti al consumo una potenziale nuova opportunità? Perché anche i tassi di interesse sui prestiti al consumo sono relativamente alti. Tuttavia, la portata dei prestiti al consumo è di gran lunga inferiore a quella dei mutui ipotecari.
Se, in un certo senso, le famiglie hanno sovvenzionato il settore finanziario – e persino quello statale – attraverso i loro mutui, ora dobbiamo trovare il modo di ridurre tale sovvenzione e, al contrario, fornire sostegno alle famiglie.
Come possiamo farlo? Ridurre i tassi di interesse sembra difficile; non ne parleremo oggi. Ma anche senza ridurre i tassi, possiamo sovvenzionare il pagamento degli interessi. Abbiamo avuto numerose discussioni in merito con il Ministero delle Finanze.
Credo che sarà estremamente importante ricorrere a misure fiscali e finanziarie per ridurre questo onere a carico delle famiglie. Ridurlo, di per sé, rappresenta una forma di riequilibrio della ricchezza.
Poi, naturalmente, ci sono le pensioni, l’assistenza sanitaria, la previdenza sociale e i relativi servizi pubblici. Dobbiamo assolutamente rafforzarli.
La dirigenza centrale ha auspicato un “investimento nelle persone”. In passato, non avevamo un’idea chiara di cosa significasse. Oggi, credo che adottare un approccio basato sul bilancio rappresenti un cambiamento radicale nel modo in cui concepiamo sia l’investimento nelle persone sia il rischio di indebitamento.
In numerose discussioni passate, ho sottolineato che, in oltre 40 anni, le attività e le passività della Cina sono cresciute e si sono espanse di pari passo. Abbiamo contratto passività, ma in cambio sono state create attività.
Sia attraverso l’industrializzazione che l’urbanizzazione, potevamo vedere edifici, infrastrutture, fabbriche, macchinari e attrezzature. I beni materiali erano lì, a portata di mano. Debito da una parte, attività dall’altra: sembravano ben bilanciati, senza rischi.
Ma se oggi investiamo nelle persone, avremo investimenti e debiti, senza però una visibile formazione di patrimonio, perché il capitale umano è in gran parte assente dal nostro bilancio nazionale. Si tratta di un’omissione nell’ambito del Sistema dei Conti Nazionali (SCN).
Investire nelle persone sarà una strategia nazionale per molto tempo a venire. Se ci indebitiamo per investire nelle persone ma non possiamo vedere i risultati concreti, i due aspetti appariranno squilibrati. A meno che non troviamo una soluzione a questo problema, i governi non saranno in grado di impegnarsi pienamente a investire nelle persone. Semplicemente non accadrà.
Molti enti locali si stanno già lamentando: “Ci chiedete di investire, ma una volta fatto ciò, non si crea nulla di tangibile. Saremo chiamati a risponderne e le valutazioni dimostreranno che i rischi sono molto elevati”.
E questo prima ancora di considerare un altro problema: cosa succede se un ente locale investe in qualcuno e poi quella persona se ne va? Le esternalità sono considerevoli.
Ho quindi due considerazioni da fare riguardo a questo cambiamento. Investire nelle persone è di per sé una forma di riequilibrio del bilancio.
Innanzitutto, il governo centrale dovrebbe assumersi la responsabilità di questa situazione. Ciò risolverebbe il problema delle esternalità.
In secondo luogo, e questo è molto importante, le nostre future valutazioni del saldo fiscale e del rischio di debito devono adottare una prospettiva intertemporale.
Non possiamo dire: “Oggi abbiamo investito in qualcuno. Ha partecipato a un corso di formazione, ha assistito a un concerto, è andato a uno spettacolo dal vivo e ha migliorato le sue competenze in vari modi. Domani dovremmo vedere un aumento del capitale umano in bilancio, insieme a brevetti e innovazioni”.
È impossibile. L’orizzonte di valutazione deve essere esteso. Dobbiamo guardare al passato.
Come dovremmo misurare le prestazioni – gli indicatori chiave di prestazione (KPI) – degli investimenti nelle persone? Questa è una sfida per i paesi di tutto il mondo. Alcuni hanno istituito conti satellite per il capitale umano. La Danimarca e molti altri paesi lo stanno facendo, e dovremmo farlo anche noi.
La mia terza proposta si ricollega al punto sollevato dal professor Huang riguardo all’impatto dell’intelligenza artificiale.
Gli effetti dell’intelligenza artificiale sono talmente rilevanti che le politiche di gestione patrimoniale devono tenerne conto. Il suo impatto si estende all’intera economia. Non si tratta semplicemente di un settore industriale che improvvisamente si trova in difficoltà, seguito da interventi mirati del governo centrale. Abbiamo fondi sufficienti per sostenere un processo di cosiddetta distruzione creativa di questa portata?
Un aspetto molto importante da considerare è che le amministrazioni locali, così come il governo centrale (che ha istituito un fondo per orientare gli investimenti nell’innovazione), stanno investendo in numerose aziende che operano nel settore dell’intelligenza artificiale.
Gran parte di questi investimenti assume la forma di partecipazioni azionarie, poiché molte di queste aziende sono a capitale privato. Grazie ai rendimenti generati dall’innovazione, compresa l’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale, i governi acquisiranno nuove e consistenti risorse e ricchezze.
La mia proposta è che, poiché l’impatto dell’IA è ampio e sistemico, la ricchezza derivante da questi rendimenti dell’innovazione dovrebbe essere destinata specificamente alle persone colpite negativamente dall’IA.
Questa è la mia terza proposta di politica patrimoniale: i governi dovrebbero accumulare nuove tipologie di risorse legate all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, e utilizzare tali risorse per sostenere le persone danneggiate dalla distruzione creativa.
Credo che, attraverso questi approcci, possiamo gradualmente stabilire un quadro di riferimento per le politiche patrimoniali che vada oltre la tradizionale combinazione di politiche fiscali, monetarie e di pianificazione. Ciò ci consentirebbe di impiegare concretamente la nostra ricchezza accumulata – e ne possediamo una quantità considerevole.
Se non riusciamo a far fruttare questa ricchezza, allora possederla non serve a molto. Grazie.
Shi Kang: Il professor Zhang ha ulteriormente spiegato come potremmo migliorare o riformare il modo in cui compiliamo, valutiamo e persino misuriamo i bilanci. Trovo questo particolarmente stimolante nell’era dell’intelligenza artificiale.
Intorno al 2000, si verificarono squilibri globali. La Cina registrò ingenti surplus tra il 2000 e il 2007. A quel tempo, l’economia cinese era ad alta intensità di lavoro.
Che cosa significava? Significava che quando la Cina registrava un surplus delle esportazioni, ne beneficiavano gli esportatori di tutte le dimensioni. Ne beneficiavano anche i lavoratori e le loro famiglie. Si trattava di un surplus i cui benefici venivano ampiamente condivisi.
Oggi, quando conduciamo ricerche sul campo, scopriamo che molte aziende – nei settori dei semiconduttori, dei circuiti integrati o dei veicoli a energia alternativa – sono ad alta intensità di capitale.
Ciò solleva un problema nel contesto dell’IA: con la divergenza dei settori, i vantaggi derivanti dalla domanda esterna, o i benefici associati a questi squilibri, non sono più ampiamente condivisi.
Abbiamo quindi bisogno di una serie di politiche distributive, e credo che questa necessità sia urgente.
Ora, invitiamo Wu Ge a proseguire la discussione sulla politica monetaria. Ho una domanda molto specifica e mi chiedo se lei sia d’accordo.
L’attuale orientamento politico è essenzialmente descritto come una politica monetaria “moderatamente accomodante”, unitamente a una politica fiscale proattiva. Sarebbe favorevole a rimuovere la parola “moderatamente”? Oppure aggiungerebbe un altro qualificatore per descrivere la politica monetaria di cui abbiamo bisogno ora? Questa è la mia domanda.
Wu Ge: La lingua cinese è ricca e piena di sfumature, quindi puoi scegliere la formulazione che preferisci. Ma ciò che interessa di più alle persone è se ne traggono un beneficio finanziario tangibile.
A proposito di vantaggi finanziari concreti, posso rivolgere una domanda a coloro che sono rimasti fino alla fine? La dirigenza centrale attribuisce grande importanza al vostro reddito e alle vostre aspettative di reddito. Quindi, permettetemi di chiedere: come dimostrate di avere un reddito elevato o di disporre di denaro?
Potrebbe sembrare una domanda inutile: “So benissimo se ho soldi”. Ma da una prospettiva macroeconomica, o da quella del denaro e del sistema bancario, cosa significa avere soldi? Dove sono i soldi? Dove sono finiti? Come aumenta la quantità di denaro? Come fa la società nel suo complesso ad accumulare più denaro? Cosa viene prima: la gallina o l’uovo?
Dal punto di vista monetario e bancario, la risposta è in realtà piuttosto semplice. Tutto il nostro reddito, compresi i profitti aziendali e persino le entrate pubbliche, esiste sotto forma di depositi all’interno della rete di pagamenti del sistema bancario.
Pochissime persone sono in grado di operare al di fuori di un sistema di pagamento o di conti corrente dominato dalle banche commerciali.
Non so se tutti siano d’accordo con questo principio, ma è un principio fondamentale del denaro e del sistema bancario: il nostro denaro non può sfuggire al controllo del sistema di pagamento bancario commerciale. Questo è il primo punto.
Se tutto il nostro denaro, o la stragrande maggioranza di esso, si trova nel sistema bancario, cosa intendiamo per denaro posseduto dalle persone? Quanti soldi hanno in tasca? A livello macroeconomico, questo valore viene definito M2.
Cos’è M2? Sono i depositi delle persone; corrispondono alla quantità di denaro che possiedono.
Dove compare questa voce nel bilancio di una banca, o del sistema bancario commerciale nel suo complesso? Sul lato delle passività.
Tutto il nostro denaro si trova nel sistema bancario. Le banche hanno attività e passività, e le loro passività sono costituite principalmente da M2, ovvero dai depositi dei clienti.
E dall’altro lato del bilancio? Le banche possono utilizzare i fondi per concedere prestiti, acquistare obbligazioni, svolgere altre attività o persino acquistare valuta estera. Tutte queste operazioni possono generare denaro.
Quindi, da una prospettiva macroeconomica, immaginiamo di trattare l’intera società come un unico grande sistema. Mettiamo insieme tutto il denaro che le persone detengono presso le banche commerciali e accorpiamo tutte le banche commerciali in un’unica banca.
Quindi chiedetevi: se le persone devono avere più soldi e sentirsi più ricche, se l’aggregato monetario M2 deve aumentare, cosa deve succedere?
Il lato degli asset deve espandersi.
Questo è ciò che la macroeconomia e la teoria monetaria e bancaria intendono quando affermano che i prestiti creano depositi, o che il credito crea depositi.
Da dove provengono i soldi? Vengono generati attraverso l’espansione del credito.
Pertanto, se vogliamo soddisfare le aspettative e le aspirazioni di reddito delle persone, da una prospettiva monetaria e bancaria abbiamo bisogno di un meccanismo per la creazione di credito. E tale meccanismo richiede un’espansione sul lato degli attivi: prestiti e acquisti di obbligazioni.
In tal senso, parlare di reddito in modo isolato non ha molto senso. Alla sua origine, il reddito – o i depositi – è strettamente legato al credito.
Cosa può dunque favorire un’espansione costante del credito, anziché il rallentamento della crescita annua del credito in essere che abbiamo osservato?
Alcuni potrebbero obiettare: “No, è semplicemente ciò che accade quando una società invecchia. I desideri delle persone diminuiscono.”
Ma questo è oggetto di dibattito. Il premio Nobel Modigliani sosteneva proprio che una società che invecchia può stimolare la domanda di consumo. La persona anziana più razionale spenderebbe il suo ultimo dollaro proprio nel momento in cui lascia questo mondo.
Quindi la vecchiaia, soprattutto la fase finale della vita, dovrebbe essere un periodo di consumi consistenti, non di contrazione. Naturalmente, questo è discutibile.
Esistono anche molti paesi la cui popolazione è molto più anziana della nostra e i cui problemi di basso tasso di natalità sono molto più gravi. Eppure, di recente abbiamo assistito a molti cambiamenti positivi anche in questi paesi.
I fattori strutturali, i fattori di lungo periodo e la crescita potenziale influenzano certamente la traiettoria della creazione di credito, le opportunità che ne derivano e le aspettative di reddito. Ma non ne determinano il destino.
Alcuni paesi hanno una popolazione più anziana della Cina, eppure, quando attuano politiche anticicliche efficaci, si può osservare un aumento dell’occupazione e, in alcuni casi, persino dei tassi di natalità.
In questo senso, i problemi ciclici e quelli strutturali non sono opposti. Gestire bene i problemi ciclici può contribuire ad attenuare quelli strutturali, e affrontare bene i problemi strutturali può contribuire ad attenuare quelli ciclici.
La Cina si trova ad affrontare molteplici sfide e cerca di raggiungere molteplici obiettivi. Secondo la teoria economica, compresi modelli come quello di Mundell-Fleming e la regola di Tinbergen, il raggiungimento di molteplici obiettivi richiede molteplici strumenti politici.
Ciò di cui abbiamo bisogno, quindi, è un pacchetto di misure politiche con almeno tre frecce al loro arco. Cercare di progredire con un solo strumento non funzionerà. Questo è il mio primo punto.
In secondo luogo, il pensiero cinese, e la filosofia orientale più in generale, tende a enfatizzare l’equilibrio e la moderazione.
In questo processo, dobbiamo assolutamente seguire il principio della leadership centrale di “instaurare il nuovo prima di smantellare il vecchio”.
Prendiamo ad esempio le finanze degli enti locali. Se l’attività fiscale locale si contrae, qualche altra fonte di sostegno deve compensare la perdita. Se tale fonte sostitutiva non è ancora sufficientemente consistente, la contrazione dovrebbe essere minore.
Lo stesso vale per la transizione dai vecchi ai nuovi fattori di crescita e dai settori tradizionali a quelli nuovi.
La dirigenza centrale sostiene che dovremmo prima costruire il nuovo e poi smantellare il vecchio. Siamo molto entusiasti delle novità, ma il fatto di apprezzare il nuovo significa forse che dovremmo rifiutare il vecchio?
Come possiamo trovare un equilibrio tra i due?
Se si muovono a velocità diverse – se i nuovi settori crescono rapidamente mentre quelli tradizionali sono in forte declino, ma questi ultimi rappresentano ancora una quota molto ampia dell’economia – dovremmo riconsiderare l’equilibrio del sostegno tra di essi?
A questo proposito, la dirigenza centrale ha posto notevole enfasi negli ultimi anni sulla valutazione della coerenza delle politiche: quali politiche favoriscono l’espansione del credito e quali ne causano la contrazione?
Se ricordo bene, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma aveva un dipartimento dedicato a valutare se le diverse politiche stessero perseguendo obiettivi contrastanti e se fossero coerenti tra loro.
Questo è di fondamentale importanza. Come spesso diciamo, la macroeconomia contiene molte fallacie di composizione: ciò che è razionale per un singolo attore non è necessariamente razionale per il sistema nel suo complesso.
A quanto ho capito, dobbiamo guardarci proprio da questo errore.
Negli ultimi anni, la pressione sulle finanze locali ha spinto molti enti locali a cercare di aumentare le entrate fiscali attraverso pratiche che, a mio avviso, la leadership centrale si oppone fermamente.
In realtà, però, le amministrazioni locali continuano a ricorrervi per diverse ragioni. Credo che si tratti di metodi miopi che esauriscono le fonti stesse di entrate future.
Hanno un impatto considerevole sulle aspettative e sulla fiducia delle persone, soprattutto sulla fiducia degli imprenditori privati. Questo merita particolare attenzione.
Il mio ultimo punto è che la politica ha bisogno di regole, soprattutto la politica anticiclica.
L’elaborazione di politiche anticicliche è più un’arte che una scienza. Ma, che si tratti di politica fiscale o monetaria, credo che abbiamo bisogno di regole e parametri di riferimento.
Non sto dicendo che dobbiamo adottare meccanicamente una regola usata in un altro paese, come la regola di Taylor. Possiamo essere più flessibili. Ma abbiamo comunque bisogno di obiettivi.
Ad esempio, la politica macroeconomica dovrebbe tenere conto sia del PIL reale che delle variabili nominali. Quando le variabili nominali diminuiscono in modo molto brusco, la politica dovrebbe reagire in modo anticiclico.
Le regole sono fondamentali perché regole credibili possono influenzare le aspettative delle persone senza che ogni politica richieda necessariamente spese immediate e concrete.
Per usare una metafora della strategia della fortezza vuota di Zhuge Liang: puoi dimostrare il tuo dominio sulle mura della città senza muovere un solo soldato, e la gente ti crederà comunque.
Ma tale credibilità dipende dal fatto che tu abbia effettivamente portato a termine gli obiettivi che ti eri prefissato in passato, ovvero se le tue azioni corrispondano alle tue parole.
Ad esempio, se diciamo di voler promuovere una ripresa moderata dei prezzi, dobbiamo impegnarci concretamente per raggiungerla. Se diciamo di voler arrestare il declino del mercato immobiliare e stabilizzarlo, dobbiamo effettivamente farlo.
Credo che in tal caso il mercato collaborerebbe con il governo centrale per orientare l’economia verso un equilibrio migliore e di qualità superiore. Grazie.
Shi Kang: Wu Ge ha offerto spunti di riflessione eccellenti. Vorrei porre un’altra domanda, magari una che mi interessa particolarmente a livello personale.
Ho letto di recente un tuo articolo sulle fluttuazioni dei tassi di cambio in seguito agli aumenti dei tassi da parte della Federal Reserve.
Questo è un aspetto che preoccupa molte persone in questo momento. Forse la Fed alzerà nuovamente i tassi di interesse, o addirittura avvierà un nuovo ciclo di inasprimento. Che impatto avrebbe ciò sugli squilibri di cui stiamo parlando?
Dopo la crisi finanziaria, questi squilibri si sono nettamente ridotti. Ma quali potrebbero essere le conseguenze questa volta?
Wu Ge: Questa domanda andrebbe rivolta al professor Ju, esperto di questioni internazionali. Permettetemi però di offrire una breve risposta.
In primo luogo, l’opinione generale del mercato è che questo aumento dei tassi non segnerebbe necessariamente l’inizio di un vero e proprio ciclo di inasprimento monetario.
Come tutti sanno, l’economia statunitense ha i suoi problemi. Un fattore importante che ha contribuito a questa ondata di aumenti dei prezzi è la situazione nello Stretto di Hormuz e, di conseguenza, negli stretti intorno al Mar Rosso. In seguito alla chiusura di entrambi i passaggi, il prezzo del petrolio greggio è aumentato di 100 dollari.
In tale contesto, quando la politica potrebbe altrimenti orientarsi verso posizioni restrittive o accomodanti, uno shock di costi così forte richiede una risposta. Potrebbe non trattarsi di una ripetizione dell’era Volcker, ma credo che una risposta politica sia comprensibile.
Eppure non è questo ciò che preoccupa maggiormente i mercati, o almeno non è la loro principale preoccupazione.
Negli ultimi due anni, negli Stati Uniti abbiamo assistito a un fenomeno davvero insolito: i tassi di interesse, in particolare quelli di mercato, hanno continuato ad aumentare.
In linea di principio, quando i tassi di interesse del mercato statunitense aumentano, il dollaro dovrebbe apprezzarsi. Tuttavia, negli ultimi due anni, abbiamo assistito a un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e di altri titoli di Stato statunitensi, mentre il dollaro si è deprezzato. Più i tassi aumentano, più il dollaro si indebolisce.
Perché?
Perché la valutazione dell’economia statunitense da parte degli utenti non si basa più solo sulla regola di Taylor (crescita e inflazione) o sulla possibilità di un singolo aumento dei tassi d’interesse. Naturalmente, anche queste considerazioni rimangono importanti.
Ma da quando l’amministrazione Trump si è insediata, è emersa una domanda ancora più importante: gli Stati Uniti sono ancora un punto di riferimento per gli investitori? Molti hanno iniziato a dubitarne.
Negli ultimi due anni, pertanto, gli investitori esteri hanno ridotto la quota destinata ai titoli del Tesoro statunitensi e ad altri investimenti negli Stati Uniti.
La vendita di titoli del Tesoro statunitensi o di attività denominate in dollari è ciò che permette il verificarsi simultaneo di questi due fenomeni: un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e un deprezzamento del dollaro.
Certo, gli Stati Uniti hanno ancora il loro settore tecnologico e la loro industria dell’intelligenza artificiale. Ma, oggettivamente parlando, la tecnologia e l’intelligenza artificiale stesse sono in fase di adattamento.
Come il professor Huang, credo che l’intelligenza artificiale offra enormi potenzialità per il futuro. Ma dal punto di vista di un investitore, che tipo di business rappresenta esattamente l’IA?
Attualmente, si tratta di un settore caratterizzato da costi elevati, indebitamento pesante e costi marginali in aumento, ma anche da grandi promesse.
Dal punto di vista commerciale o degli investimenti, ciò non lo rende particolarmente adatto a una frenetica corsa agli investimenti a breve termine.
In questo senso, forse assomiglia alle ferrovie durante la Rivoluzione Industriale. Le ferrovie potevano portarci verso orizzonti lontani e un futuro migliore, ma ben pochi investitori sarebbero stati in grado di guadagnarci effettivamente nel breve termine.
Nel loro insieme, questi fattori implicano che i mercati reagiranno certamente agli aumenti o ai tagli dei tassi da parte della Fed, ma gli investitori sono più preoccupati, soprattutto da quando Trump si è insediato, per la sostenibilità delle finanze pubbliche statunitensi, la solidità dell’indipendenza delle banche centrali e persino per il riassetto dell’ordine politico internazionale.
Stamattina è uscita una notizia secondo cui Trump avrebbe rinnovato il suo interesse per la Groenlandia.
Credo che tutte queste questioni influenzino la percezione che gli investitori hanno degli Stati Uniti. Le loro preoccupazioni vanno ben oltre la semplice questione se il prossimo rialzo dei tassi a breve termine sarà di 25 o 50 punti base.
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La natura del mercato del lavoro americano negli anni a venire si comprende meglio ragionando a ritroso partendo dal ruolo finale dell’intelligenza artificiale: servirà a potenziare i lavoratori umani o a sostituirli del tutto? La natura degli interventi che i responsabili politici dovranno scegliere per impedire la perdita di potere dei lavoratori americani si comprende meglio, quindi, immaginando in che modo questi lavoratori potrebbero essere messi da parte.
Immaginiamo un momento nel futuro, diciamo verso la fine del 2029, in cui sembra che abbiamo risolto nel modo giusto la questione dell’intelligenza artificiale e del mercato del lavoro. A seguito degli avvertimenti sempre più allarmistici provenienti sia dal settore industriale che dai responsabili politici, abbiamo trascorso gran parte del 2027 a tormentarci sul modo giusto di affrontare quella che sembrava proprio un’imminente scomparsa dei lavori impiegatizi di livello junior. 1 Per proteggere questi lavoratori junior, abbiamo seguito i consigli dei populisti economici di entrambe le fazioni: abbiamo introdotto frizioni, rallentato il ritmo del progresso tecnico e della sua adozione e mantenuto gli esseri umani “nel giro”. Una vittoria, a quanto pare, per il lavoratore americano.
È solo allora che arriva il vero shock. Le frizioni, a quanto pare, hanno semplicemente ritardato il cambiamento dirompente. Anziché integrare l’IA nelle aziende e nei datori di lavoro tradizionali americani, sono state create dall’esterno aziende basate esclusivamente sull’IA. Sono emerse aziende di servizi integrate verticalmente — nei settori della consulenza, bancario o del marketing — con solo uno o due dipendenti e uno sciame di agenti basati sull’IA al loro fianco; i concorrenti internazionali in India o nelle Filippine, che hanno adottato l’IA in modo molto più audace rispetto all’America, hanno preso il sopravvento. Di fronte a tale pressione competitiva, le aziende americane non sono più in grado di competere, ridimensionandosi o cessando l’attività poiché i loro costi salariali in aumento non riescono a tenere il passo con la spesa sempre più efficiente in token di IA dei loro concorrenti. E così, dopo solo pochi anni trascorsi al riparo di normative rassicuranti e protettive, i lavoratori americani finiscono per trovarsi altrettanto emarginati e in difficoltà. Ma il nuovo status quo li lascia privi di potere, con molte meno possibilità di ricorso politico rispetto ad oggi e ben poche alternative all’interno di un’economia ormai guidata dall’IA.
Se quel futuro dovesse realizzarsi, sarà perché non ci siamo resi conto di essere in una corsa: tra il potenziamento dei lavoratori umani attraverso l’adozione rapida e diffusa di sistemi di IA che operano in tandem con loro, e l’automazione del lavoro attraverso lo sviluppo di sistemi che sostituiscono invece gli esseri umani in blocco. Quale delle due parti vincerà questa corsa tra potenziamento e automazione non è qualcosa che scopriremo semplicemente. È la conseguenza delle scelte tecniche che compiamo nella progettazione dei nostri sistemi di IA e delle scelte politiche che adottiamo oggi nella definizione dei nostri mercati del lavoro. Queste scelte si sommano nel tempo: con ogni decisione che privilegia il potenziamento rispetto all’automazione, aumentiamo il potere contrattuale e la posizione dei lavoratori e, di conseguenza, la loro capacità di ottenere condizioni più favorevoli man mano che la tecnologia progredisce.
Per proteggere i lavoratori dagli effetti più gravi dei cambiamenti che questa tecnologia comporterà e per preservare l’economia da un ennesimo processo di svuotamento causato dall’avvento delle nuove tecnologie a livello internazionale, dobbiamo compiere scelte difficili nel breve termine. E per compiere queste scelte nel modo giusto, dobbiamo farle in modo che l’“aumento” vinca la corsa.
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La nebbia di guerra
Gli effetti concreti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro sembrano ancora avvolti da una profonda incertezza. Per quanto riguarda le previsioni sugli impatti a breve termine, si delineano due correnti di pensiero. Un nutrito gruppo di economisti del lavoro affermati e rinomati continua a prevedere effetti di entità “modesta”, almeno rispetto alle previsioni drastiche comuni a San Francisco.2 Prevedono sì sconvolgimenti a livello locale, ma ritengono che questi saranno compensati da aumenti generalizzati della produttività e dalla crescita dell’occupazione in altri settori. Proprio come Arvind Narayanan e Sayash Kapoor hanno aperto la strada al concetto di “IA come tecnologia normale”, si potrebbe dire che molti economisti sostengano l’idea di “IA come economia del lavoro normale”: in sostanza, la rivoluzione dell’IA si svolgerà in modo molto simile alle rivoluzioni tecnologiche del passato, il che significa che potrebbe causare perturbazioni temporanee e locali, ma alla fine porterà a un equilibrio globale stabile e forse migliore.3
Eppure, in gran parte della Silicon Valley, prevale una visione diversa. I creatori di questa tecnologia, in particolare il CEO di Anthropic, Dario Amodei, prevedono una sostituzione diffusa della manodopera e un alto tasso di disoccupazione. Se ci sarà un reinserimento di chi perderà il posto, sarà in lavori peggiori che potrebbero non durare a lungo. 4 Secondo questa visione, l’IA è decisamente anomala: mentre le tecnologie del passato hanno integrato contributi tipicamente umani, come l’intelligenza o la creatività, l’IA è sufficientemente ampia e generica da farci prevedere che superi e soppianti questi contributi umani all’economia, rendendo i lavoratori umani in gran parte obsoleti.
Si è scritto molto sulla questione di quale sia la visione corretta. Ma a scarsi risultati: di fronte a una tecnologia innovativa, siamo ancora lontani da conclusioni concrete. Uno dei tanti modi per riflettere sulle dinamiche sottostanti è il concetto di «frontiera frastagliata» dell’informatico Ethan Mollick: i sistemi di IA stanno migliorando, ma risulta che siano nettamente più efficaci in alcuni tipi di competenze (come la scrittura di codice informatico) rispetto ad altre (come conquistare un cliente).5 Allo stato attuale, la frontiera frastagliata consente una cooperazione sinergica tra esseri umani e sistemi di IA: la nostra offerta limitata di “token di IA” viene utilizzata al meglio laddove l’IA eccelle —i picchi—lasciando agli esseri umani un profilo di compiti economicamente prezioso nelle zone di lacuna. Finché le capacità dell’IA manterranno questa configurazione, la partecipazione umana al mercato del lavoro rimarrà relativamente vantaggiosa e saremo risparmiati dagli scenari peggiori: gli esseri umani non sarebbero né relegati esclusivamente a occupazioni relazionali come l’assistenza sanitaria o la produzione artigianale, né verrebbero completamente sostituiti. Pertanto, ogni settore con una frontiera frastagliata è un settore che favorisce l’occupazione umana e offre rifugio a chi ha perso il posto di lavoro.
La forma futura di questa frontiera frastagliata, quindi, è ciò che sta alla base della corsa all’aumento e all’automazione: se la frontiera rimane frastagliata, allora permangono le nicchie lungo tale frontiera. Rimarrebbe economicamente efficiente impiegare gli esseri umani nei compiti in cui eccellono, e il futuro dell’azienda sarebbe caratterizzato dalla collaborazione tra IA e esseri umani. Sarà ancora così? Forse. L’argomento a favore è quello del vantaggio comparativo: gestire i sistemi di IA e renderli efficaci in compiti nuovi richiede competenze di ricerca e potenza di calcolo scarse, e gli impieghi più efficienti saranno quelli che mantengono i modelli impegnati in ciò in cui eccellono. L’argomento contrario è il seguente: prima o poi, il passo successivo più efficace nello sviluppo dell’IA sarà quello di colmare le nicchie della frontiera frastagliata in cui si trova il lavoro umano comparativamente vantaggioso, sia perché diventerà improvvisamente molto facile colmare queste nicchie man mano che i sistemi diventeranno più capaci, sia perché datori di lavoro e sviluppatori saranno disposti a pagare un sovrapprezzo per sbarazzarsi di dipendenti onerosi e dei costi che comportano. In tal caso, ci troveremmo di fronte a quella che l’economista Erik Brynjolfsson definisce la «trappola di Turing»: creeremmo un mercato del lavoro composto da macchine proprio come noi, il che significa un’economia di macchine in cui non avremmo quasi alcuna utilità.6
Due percorsi, non un’unica verità
Anziché discutere gli aspetti economici della questione e dichiarare corretta l’una o l’altra teoria, ritengo che i responsabili politici dovrebbero trarre una conclusione ben diversa: dovrebbero partire dal presupposto che entrambe le ipotesi siano tecnicamente valide. Dopodiché, dovrebbero conciliarle interpretandole come possibili scenari futuri, dipendenti dalle scelte politiche. Se rendiamo sinergico ed efficiente il potenziamento lungo la frontiera frastagliata, il vantaggio comparativo rimane valido e gli anni a venire si presenteranno come suggerisce la prima visione. Se invece l’integrazione tra lavoro umano e intelligenza artificiale risulta onerosa, ricca di attriti e difficile, le aziende si sentiranno frustrate e alla fine troveranno più conveniente aggirare completamente gli esseri umani, e la seconda visione sarà la migliore previsione del nostro futuro a medio termine.
Alcune regioni d’Europa hanno reso un servizio alle democrazie di tutto il mondo conducendo questo esperimento prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. In quelle aree, le tutele sul lavoro rendono il licenziamento di un dipendente molto più costoso rispetto agli Stati Uniti, e una lunga serie di studi nella tradizione della “distruzione creativa”, in particolare quelli dell’economista Philippe Aghion, dimostra che tali tutele frenano l’innovazione, l’ingresso di nuove imprese sul mercato e la riallocazione tra i settori.7 Il meccanismo, in breve, è innanzitutto e semplicemente che le imprese assumono meno lavoratori al margine quando il licenziamento è costoso. Ma al di là di ciò, le rigide norme sul lavoro cristallizzano la struttura dello status quo dell’azienda stessa, rendendo quasi proibitivamente costosa proprio quella riorganizzazione radicale che le tecnologie generiche richiedono. Di conseguenza, gli analisti hanno osservato che le imprese europee sembrano perfezionare molto bene i settori consolidati, ma riorganizzarsi molto male di fronte alle nuove realtà tecnologiche. In un mercato del lavoro che evolve lentamente, tale approccio sembra invidiabile: i lavoratori sono tutelati, i costi sociali sono elevati ma sostenibili poiché i disoccupati rientrano nel mondo del lavoro abbastanza rapidamente. Finché le cose rimangono statiche — i grandi datori di lavoro restano grandi, i settori principali rimangono settori principali — il sistema è stabile.
Una volta che il ritmo del progresso tecnologico e della trasformazione economica accelera, tuttavia, la dinamica cambia radicalmente. Poiché la sicurezza del posto di lavoro dipende dalla sostenibilità dei principali datori di lavoro e dall’utilità economica di profili professionali specifici e acquisiti con una lunga formazione, tale protezione crolla non appena uno dei due elementi viene meno. Il progresso tecnologico tende a provocare proprio questo: le nuove imprese in rapida crescita assumono un peso sempre maggiore nel mercato del lavoro, mentre i profili professionali vengono resi superflui dall’avvento della tecnologia. Ciò significa che un alto livello di occupazione può essere mantenuto solo grazie all’ingresso di nuove imprese, alla rapida riassegnazione dei lavoratori a nuovi profili professionali, alla capacità di alcune aziende di assumere rapidamente e in modo speculativo, e alla capacità di altre di rimanere in attività licenziando metà della forza lavoro invece di fallire e, in ultima analisi, perderla tutta. Nel lungo periodo, per quanto protettive possano essere le politiche, nuove imprese entreranno nel mercato. Ma se si troveranno di fronte al dilemma se assumere esseri umani o impiegare sistemi di IA, saranno più propense a scegliere i sistemi di IA se l’assunzione di esseri umani risulta costosa, burocratica e competitiva in un mercato del lavoro altamente restrittivo. In tal caso, i settori dell’economia in più rapida crescita potrebbero o meno continuare a figurare nel PIL complessivo, ma non si rifletteranno nel mercato del lavoro. Questa è la lezione da trarre dal ritardo europeo: se il mercato del lavoro non lascia spazio alle aziende in rapida ascesa per attrarre manodopera, il mercato del lavoro perde i benefici effetti occupazionali della crescita e dell’innovazione.8
Le tendenze nella tecnologia dell’IA aggravano questo effetto perché l’IA è di per sé una tecnologia in rapida evoluzione che accelera anche il progresso tecnologico in altri settori. Già oggi l’IA è tra le tecnologie adottate più rapidamente nella storia, si è fatta strada nella maggior parte delle aziende e ha rivoluzionato il modo in cui i lavoratori svolgono il proprio lavoro. Se i responsabili politici rispondessero alla minaccia a breve termine rappresentata dall’IA aumentando gli ostacoli, rallenterebbero i propri mercati del lavoro proprio nei modi che negli ultimi anni hanno già esposto eccessivamente l’Europa alle perturbazioni tecnologiche.
Possiamo ricavare un principio di progettazione delle politiche dalla tensione tra l’istinto protezionista e la minaccia di una disruption radicale: dobbiamo creare le condizioni affinché i team composti da esseri umani e IA rimangano all’avanguardia della produttività man mano che aumentano le capacità autonome. Queste condizioni potrebbero essere di per sé dirompenti nel breve termine: un’adozione aggressiva genera guadagni di efficienza che possono causare, e causeranno, licenziamenti e ristrutturazioni a livello locale. Tuttavia, se si prendono sul serio le implicazioni di questa corsa, l’unica via d’uscita dalla minaccia di sostituzione dei posti di lavoro da parte dell’IA passa attraverso una rivoluzione intermedia.
Questo principio politico farà rabbrividire a prima vista le voci a favore dei lavoratori, e a ragione: la vaga promessa di resilienza a lungo termine sembra una motivazione insufficiente per consentire sconvolgimenti a breve termine, specialmente quando le raccomandazioni che seguono sono in linea con un’agenda politica in materia di tecnologia che spesso non sembra avere a cuore il benessere dei lavoratori. Ma la ragione alla base di questa dinamica di «strani alleati» è che, se ben attuato, l’aumento delle capacità umane non è semplicemente una tappa intermedia su un percorso accelerato verso la piena automazione che, secondo molti sostenitori dei lavoratori, gli sviluppatori di IA intendono perseguire. Se le voci a favore dei lavoratori riusciranno a mantenere l’aumento delle capacità come paradigma economicamente ottimale, non avranno bisogno di combattere fin da subito una battaglia ostile contro l’IA come tecnologia, né di opporsi a un potenziamento dei data center fondamentale per il mercato azionario o a centinaia di milioni in donazioni politiche. Un mondo in cui i lavoratori americani siano potenziati dai sistemi di IA americani, poiché abbiamo contemporaneamente incoraggiato l’adozione e scoraggiato la sostituzione totale, presenta comunque un mercato dinamico ricco di domanda di token e sistemi di IA su misura, ben diverso dal mondo pieno di attriti che i consigli alternativi a favore dei lavoratori potrebbero suggerire. Da quella posizione, lo spazio politico finale per affrontare la prospettiva dell’obsolescenza dovuta all’automazione sarà molto più ampio.
Ma la creazione di questo mercato reciprocamente vantaggioso dipende dalle scelte che facciamo oggi, poiché la traiettoria della tecnologia è dipendente dal percorso intrapreso: una forza lavoro e una classe politica che richiedono chiaramente una tecnologia orientata all’aumento delle capacità determinano ciò che gli sviluppatori progettano e implementano. La domanda spinge la tecnologia verso quella forma che mantiene praticabile l’aumentazione. E un’economia che ha scommesso sull’aumentazione, attraverso la politica industriale o in altro modo, acquisisce un proprio incentivo a difendere quell’equilibrio. Può farlo attraverso i propri investimenti e, soprattutto, attraverso le sue risorse più scarse: i dati proprietari e la conoscenza dei processi che gli sviluppatori orientati all’automazione non possono generare da soli. Le aziende che detengono queste risorse possono utilizzarle per plasmare la tecnologia a favore dell’aumentazione—oppure tenerle da parte finché la vendita all’automazione non diventerà troppo allettante. Una scommessa decisa sull’aumentazione come principio guida del mercato del lavoro americano nel campo dell’IA crea i presupposti affinché l’aumentazione rimanga il paradigma dominante per molto più tempo.
L’era dei Centauri continua
Al di là di ogni dato empirico, il vincolo più pressante è di natura politica. Qualunque sia la conclusione a cui giungano i responsabili politici riguardo alla corsa tra potenziamento e automazione, l’economia politica delle ripercussioni del lavoro nell’ambito dell’IA li spinge in un’unica, chiara direzione: verso risposte pesanti e misure repressive nei confronti dell’uso dell’IA, anche e soprattutto laddove tale uso sia finalizzato al potenziamento.
Il problema di fondo è questo: le tendenze a lungo termine continueranno a spingere verso l’automazione. Man mano che i sistemi di intelligenza artificiale diventeranno più efficienti ed efficaci, che i dati perderanno rilevanza e che la potenza di calcolo diventerà più abbondante, sarà più facile costruire macchine in grado di fare tutto ciò che possono fare gli esseri umani. La rapida diffusione dell’automazione che tale tendenza comporterebbe è sfavorevole ai lavoratori: al momento, c’è scarsa rilevanza politica e scarso interesse nell’affrontare il futuro caratterizzato da una forte automazione previsto da alcuni dirigenti del settore dell’IA; i lavoratori non sono organizzati e gli elettori non sono ancora coinvolti, e le soluzioni politiche che vorrebbero richiedere non esistono ancora. Forse potremo evitare del tutto quel futuro, se la politica continuerà a essere modellata in base agli interessi dei lavoratori che cercano di mantenere un ruolo economico.
Ma al momento, la maggior parte degli impieghi dell’IA è di fatto di tipo potenziativo: ci troviamo in un’“era dei centauri”, caratterizzata dalla collaborazione tra esseri umani e IA nell’ambito di profili di attività misti che compongono lavori complessi. I dati, finora, mostrano una sostituzione diretta dei posti di lavoro molto limitata.9 Mostrano invece un cambiamento nel contenuto dei profili delle mansioni: gli ingegneri del software dedicano meno tempo a scrivere codice a mano, gli avvocati dedicano meno tempo alla ricerca e più tempo all’interazione con i clienti e i tribunali. 10 È molto raro che agenti di IA vengano impiegati su larga scala per sostituire completamente i ruoli dei lavoratori così come esistono attualmente; i pochi casi di alto profilo di licenziamenti causati dall’IA sono stati spesso collegati a piani di licenziamento di lunga data non correlati al progresso tecnologico. In questo momento, quando le aziende utilizzano l’IA — man mano che l’IA diventa più diffusa, più facile da usare e più presente sul luogo di lavoro — la nostra economia sta conducendo un milione di piccoli esperimenti su come far funzionare il potenziamento. Qualsiasi accelerazione in questo momento contribuisce più a questa sperimentazione che al processo di automazione totale, con quest’ultimo molto più ostacolato dai progressi nelle capacità dei modelli, determinati dagli sviluppi a San Francisco, piuttosto che dall’implementazione nel resto del Paese. I sistemi di cui disponiamo oggi sono concepiti per integrarsi in una frontiera frastagliata, non per tentare di appianarla. Migliore sarà la nostra capacità di esplorare i limiti e i vantaggi di questo paradigma potenziato, maggiore sarà la competitività di tale paradigma una volta che la Silicon Valley riuscirà a costruire sistemi integrati in grado di competere alla pari con i lavoratori di oggi.
Ma anche se prima o poi sarà necessario affrontare un dibattito di ampio respiro su un nuovo contratto sociale, non dovrebbe avvenire oggi: i lavoratori ne uscirebbero probabilmente sconfitti. Al contrario, in questo momento dovremmo cercare di mantenere un’ampia distribuzione del potere economico, del reddito e dei posti di lavoro — perché da essi deriva il peso democratico. Senza un contributo economico da apportare, i cittadini perdono il loro valore immediato nei confronti dei datori di lavoro e dei governi, nonché ogni possibilità di ricorso nei loro confronti.11 Più rimangono essenziali per l’economia, più è probabile che entrino nelle trattative da una posizione di forza; più è facile sostituire lavoratori scomodi con macchine obbedienti, più sarà difficile ottenere un accordo equo. Per migliorare l’approccio politico a lungo termine alla potenziale obsolescenza economica degli esseri umani, dovremmo privilegiare il potenziamento rispetto all’automazione nel breve termine e prolungare l’era dei Centauri.
Eppure, la politica tende ad alimentare le tensioni anche in questa fase attuale, caratterizzata da tendenze di adozione fondamentalmente favorevoli ai lavoratori. Sono due asimmetrie, in particolare, a generare tale tendenza.
Il primo è un’asimmetria di visibilità. I costi dell’adozione immediata dell’IA sono spesso localizzati, concentrati e facilmente individuabili. Una serie di licenziamenti presso un importante datore di lavoro viene attribuita all’IA dall’amministratore delegato, riportata dai principali media e amplificata da ogni politico tecnoscettico. 12 I benefici sono invece relativamente diffusi e poco accattivanti: l’adozione comporta pochi punti base di crescita della produttività, un vantaggio marginale in termini di competitività internazionale e benefici invisibili per la sicurezza nazionale. Questa dinamica generale, che contrappone costi concentrati a benefici diffusi, è ben nota, ma risulta aggravata nel caso dell’IA, che verrà incolpata di molte future perturbazioni localizzate, indipendentemente dal fatto che abbiano effettivamente qualcosa a che fare con l’IA. Per il prossimo decennio, ogni ristrutturazione aziendale, ogni blocco delle assunzioni, ogni mercato del lavoro debole per i neolaureati potrebbe plausibilmente essere interpretato come una questione legata all’IA; alcune di queste interpretazioni saranno corrette, molte non lo saranno, e l’effetto politico sarà lo stesso in entrambi i casi.13
Il secondo è un’asimmetria di trazione. La visione dell’economista moderato consiglia pazienza, moderazione e un intervento modesto. Ma quella posizione è per lo più retoricamente inerte: non si vincono le primarie sostenendo che le prove rimangono inconcludenti, e non esiste una buona difesa da usare in un dibattito contro l’accusa di aver svenduto i lavoratori ai feudatari tecnologici delle coste. In linea molto generale, la visione pessimistica fornisce alcuni dei temi politici più esplosivi: parla in termini di una «classe sociale permanentemente emarginata» o della «fine del lavoro», creando l’immagine di una generazione esclusa non solo dalle professioni che i propri genitori davano per scontate, ma anche dal principale veicolo per scalare la scala sociale e realizzare il sogno americano. I politici di entrambi gli schieramenti possono costruire, e costruiranno, programmi elettorali e carriere su quella retorica. Qual è l’incentivo per lo scettico a opporsi a tutto ciò invece di eludere la questione e combattere un’altra battaglia, specialmente quando le convinzioni preesistenti dell’opinione pubblica vanno nella stessa direzione? A questo proposito, i sondaggi si sono dimostrati notevolmente stabili: le persone sono profondamente preoccupate per l’automazione, sia per se stesse che per il Paese.14 Di conseguenza, cercano misure che proteggano la loro capacità di lavorare per guadagnarsi da vivere.15 Un elettorato in questo stato d’animo, alimentato da politici di questa indole, cercherà facili vittorie di tipo interventista.
Il risultato è un mercato politico che tende all’attrito. Tutte le soluzioni politiche facili che riducono l’automazione nell’immediato finiscono per andare contro questo potenziamento iniziale necessario per vincere la corsa: sebbene non esistano ancora agenti su larga scala in grado di sostituire intere aziende, gran parte dell’attuale adozione dell’IA è di tipo potenziativo. Che si tratti di restrizioni all’implementazione dell’IA, dell’obbligo di coinvolgimento umano nel processo o di livelli procedurali intorno all’automazione: tutto ciò soddisfa la richiesta di protezione visibile mentre, di fatto, blocca il potenziamento immediato.
Perdite dovute all’attrito
Le politiche più adatte a rispondere a questo momento politico sono le meno adatte a vincere la corsa all’aumento dell’automazione. Quasi ogni intervento che si possa immaginare oggi per ridurre in modo miope l’impatto dell’IA sulla forza lavoro ostacola l’adozione a breve termine. L’aggiunta di requisiti onerosi—come l’idea ormai logora dell’ultimo decennio di mantenere gli esseri umani nel ciclo decisionale,16 o le ormai popolari “tasse simboliche”, 17 o il rallentamento della costruzione di data center, o la limitazione dei dati di addestramento — rende la forza lavoro americana meno potenziata dall’IA, rendendola in definitiva più vulnerabile alle perturbazioni provenienti dall’esterno. Nelle rare occasioni in cui l’indurre attriti ha funzionato per preservare i posti di lavoro a un certo costo economico, come nel caso del sindacato dei lavoratori portuali che ha impedito l’automazione dei porti,18 ciò ha funzionato perché i settori in questione erano geograficamente vincolati. Se i porti non vengono automatizzati, non esiste comunque un modo migliore per spedire merci in America. Lo stesso non vale affatto per i posti di lavoro su cui l’IA potrebbe avere un impatto più dirompente: i lavori nel settore dei servizi che possono essere svolti da qualsiasi luogo tramite Internet e che sono quindi delocalizzabili verso chiunque utilizzi al meglio l’IA.19
Le perturbazioni che deriverebbero da un programma a breve termine, fonte di attriti, si manifestano attraverso due canali. Il primo è interno. La maggior parte delle misure protezionistiche tutela i posti di lavoro all’interno dei modelli di business tradizionali: rendono costoso per le aziende esistenti sostituire il personale umano con agenti di IA. Ma tali attriti hanno ben poca rilevanza per i nuovi operatori che, in primo luogo, non intendono assumere un numero così elevato di dipendenti umani. Le aziende integrate verticalmente—la società di consulenza composta da due persone con uno sciame di agenti, gli studi legali basati esclusivamente sull’IA—nascono al di fuori dell’infrastruttura economica che tali attriti dovrebbero difendere. Si consideri l’analogia con le neobanche dell’ultimo decennio: a differenza delle banche ad alta intensità di personale, con sportelli, filiali e burocrazie tentacolari, le start-up di tecnologia finanziaria hanno sfruttato ogni scorciatoia disponibile e ora forniscono efficaci soluzioni bancarie digitali a una frazione del costo del personale. Potremmo assistere agli stessi effetti di compressione causati da nuove aziende nativamente basate sull’IA che entrano in settori consolidati nella maggior parte dei campi del lavoro impiegatizio. Persone ragionevoli potrebbero non essere d’accordo sul fatto che tali aziende siano un elemento auspicabile di una nuova economia, ma dovrebbero almeno concordare sul fatto che tali aziende debbano competere a condizioni di mercato eque. Se dovessero semplicemente prevalere perché gli operatori storici fossero ostacolati da norme che incidono in modo asimmetrico sull’adozione dell’IA in contesti con lavoratori, si tratterebbe di un fallimento politico: avremmo consegnato interi settori a chiunque si fosse mosso rapidamente dall’esterno, invece di consentire agli operatori storici, sì, di ridurre in qualche misura la forza lavoro, ma di difendere il concetto fondamentale di un’azienda con dipendenti.
La versione internazionale di questo fenomeno è ben nota: attraverso lo “shock cinese”, che ha eroso la capacità produttiva e svuotato le infrastrutture economiche, abbiamo compreso i rischi derivanti dall’esporre una forza lavoro meno agile a un concorrente dotato di un vantaggio decisivo in termini di costi.20 Il deficit di competitività industriale di fronte alle pratiche commerciali cinesi è stato il motore sottostante di questo shock. Per quanto valida potesse essere la politica sociale post-shock, non avrebbe mai potuto compensare tutto ciò che era andato perduto: nemmeno la più generosa assicurazione salariale sarebbe stata in grado di ripristinare il valore di una professione e di una carriera; nemmeno il sussidio più consistente sarebbe stato in grado di mantenere la produzione manifatturiera su larga scala. Una soluzione globale avrebbe dovuto affrontare di petto il divario di competitività che si stava delineando.
Oggi, l’unico modo concreto per farlo è accelerare l’adozione, ridurre gli attriti e garantire che i lavoratori americani abbiano una possibilità di competere utilizzando i migliori sistemi di IA al mondo. Altrimenti, se la forza lavoro in India o nelle Filippine adotti al massimo l’IA — e i loro governi hanno tutti i motivi per lasciar loro fare — le loro aziende sottocoteranno quelle americane in ogni settore dei servizi competitivo a livello internazionale: prima i lavoratori potenziati, poi l’automazione su larga scala. Un secondo «shock cinese» per i colletti bianchi sarebbe, in tal senso, in parte autoinflitto, non come risultato della manodopera più economica di un rivale, ma come conseguenza di regole da noi stessi concepite che hanno impedito ai lavoratori americani di avvalersi dei migliori strumenti a loro disposizione. In questo contesto, la situazione di partenza favorisce notevolmente l’America: è qui che vengono sviluppati i migliori modelli di IA e dove si trova la maggior parte delle infrastrutture necessarie per implementarli. L’accesso preferenziale a questa tecnologia potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo di cui i lavoratori americani hanno un disperato bisogno, dato che la concorrenza per i posti di lavoro nel settore dei servizi sta diventando globale.
Vincere la gara
Cosa dovrebbero dedurne i responsabili politici? L’imperativo politico è quasi ovvio. Se la vera minaccia è una disruption decisiva nel lungo periodo, l’agenda a breve termine deve consentire una disruption a breve termine. Il controesempio paradigmatico a questa linea di ragionamento è forse la “tassa simbolica”, basata sull’idea diffusa che dovrebbero esserci tasse sull’IA basate sull’utilizzo, che di fatto impongono un onere maggiore a chi adotta l’IA più rapidamente o cresce più velocemente grazie al suo impiego. Il problema della tassa simbolica non è la tassazione in sé, ma la sua simmetria: grava allo stesso modo sull’azienda che potenzia i propri lavoratori e su quella che li sostituisce. I responsabili politici dovrebbero invece garantire che le imposte favoriscano un uso diffuso dell’IA sul posto di lavoro, laddove tale uso non vada direttamente a discapito dell’occupazione—assicurando che i lavoratori americani siano i più potenziati al mondo. Dovrebbero inoltre consentire l’utilizzo dei dati in modo che le competenze americane accumulate confluiscano effettivamente nei sistemi su cui faranno affidamento i lavoratori americani. Ciascuna di queste misure causerà più difficoltà a livello locale rispetto al non fare nulla o al massimizzare gli attriti, ma ognuna di esse rappresenta un serio tentativo di prevalere nella corsa che conta davvero.
Molte delle misure politiche necessarie si riducono alla simmetria: nulla nel codice fiscale o nella struttura normativa dovrebbe rendere più conveniente sostituire un lavoratore piuttosto che assumerne uno in più. Oggi, spesso l’ago della bilancia pende nella direzione completamente sbagliata: le imposte sui salari comportano costi generali elevati, mentre gli investimenti di capitale nell’IA sono incentivati.21 E sarebbe un’amara ironia se gli esseri umani si rivelassero competitivi rispetto ai sistemi di IA in base al merito, ma gli oscuri incentivi fiscali di un’era pre-IA li mettessero comunque fuori gioco. Spostare parte dell’onere dalle imposte sui salari agli investimenti in capitale specifici per l’IA è la correzione più pulita che potremmo immaginare: il suo effetto sarebbe sostanzialmente neutro per l’azienda che impiega molti lavoratori e li potenzia con l’IA, mentre risulterebbe oneroso solo per la decisione di bypassare gli esseri umani in blocco. A differenza delle imposte simboliche, questo strumento non punisce l’adozione, ma la sostituzione totale.
La stessa logica si estende ai dati. Liberalizzare l’uso dei dati è una richiesta poco onerosa che di solito rappresenta soprattutto un regalo per gli sviluppatori. Una versione orientata all’aumento delle capacità è più circoscritta. L’input più scarso per un’IA orientata all’aumento delle capacità non è il web aperto, ma i dati e la conoscenza dei processi racchiusi all’interno delle aziende americane: tutto, dai movimenti fisici dei lavoratori ai processi del reparto sinistri. Le politiche dovrebbero rendere facile e vantaggioso trasformare tale risorsa in potenziamento: dovrebbero esserci regole chiare che consentano alle aziende di addestrare i sistemi sui propri dati operativi senza ambiguità giuridiche, nonché consorzi di dati attraverso i quali le medie imprese possano mettere in comune le conoscenze sui processi per sviluppare strumenti di potenziamento su misura, anziché vendere ciascuna di esse a un acquirente alla ricerca di automazione come ultima risorsa. In ogni mercato, ci saranno aziende che propenderanno per un approccio incentrato sui lavoratori umani e orientato al potenziamento, e aziende che cercheranno invece di trovare scorciatoie attraverso un’automazione più massiccia; che si tratti di piccole start-up agili, di aziende Big Tech che tentano di integrarsi verticalmente o di aziende tradizionali determinate a sostituire la propria forza lavoro. A margine, la politica sui dati dovrebbe favorire le aziende che compiono un tentativo onesto di potenziamento.
D’altro canto, i responsabili politici potrebbero prendere in considerazione l’idea di intervenire nei tentativi di collettivizzare la proprietà dei dati dei lavoratori al di fuori del loro controllo, nella consapevolezza che, per quanto ben remunerato possa essere questo trasferimento di proprietà, esso rischia di far perdere ai lavoratori l’unico bene duraturo di cui dispongono per consentire un potenziamento delle capacità che superi l’automazione. 22 In questo modo, la politica sui dati non rappresenta un favore nei confronti dei laboratori, ma un modo per mantenere la risorsa chiave a duplice uso della nostra specie dalla parte dei lavoratori.
Tutto ciò potrebbe sembrare a molti lettori una difesa di un accelerazionismo che andrà sicuramente a vantaggio dei produttori di tecnologia di intelligenza artificiale—e forse aiuterà i lavoratori in un secondo momento. Non dovremmo intraprendere questo percorso basandoci solo sulla fede; in ogni fase del percorso, dobbiamo mettere in atto misure per verificare se sta funzionando. Dobbiamo accertarci che i nostri tentativi di incoraggiare l’aumento della produttività stiano consentendo ai lavoratori americani, e non solo alle aziende americane, di superare i nuovi concorrenti e quelli internazionali che li minacciano. È diventato quasi un cliché trito e ritrito, ma non per questo meno vero, sottolineare che per fare bene tutto questo occorre una maggiore capacità dello Stato. Il governo federale si trova attualmente dalla parte svantaggiata di una netta asimmetria informativa: i laboratori all’avanguardia monitorano in tempo reale i modelli di utilizzo in tutti i settori e la spesa simbolica in tutti i ambiti, mentre il Bureau of Labor Statistics è bloccato su approcci basati su indagini risalenti a decenni fa. 23 Gli sviluppatori, di per sé, non sono narratori affidabili in questo contesto—del tutto: una parte troppo consistente dei loro ricavi dipende dal raccontare una storia molto specifica sull’adozione, da parte dei colletti bianchi, dei loro sistemi agentici. I responsabili politici dovrebbero incoraggiare e obbligare questi sviluppatori a condividere i propri dati economici di utilizzo con le agenzie statistiche: una strategia di potenziamento non può essere attuata, e le sue vittime non possono essere né identificate né risarcite, senza dati sufficienti.
La sfida politica insita in tale strategia è molto più difficile da affrontare. Il programma sopra descritto chiede ai rappresentanti eletti di consentire e persino di accogliere con favore perdite di posti di lavoro visibili, attribuibili e a breve termine, al fine di scongiurare una catastrofe diffusa e differita. Si tratta di una proposta politica molto difficile da far accettare. Per renderla anche solo vagamente presentabile a un committente occorrono un messaggio chiaro e un modo per affrontare le ripercussioni economiche immediate prima che queste creino un’opposizione.
Il messaggio deve mettere in primo piano una spiegazione di questa corsa all’aumento e all’automazione. I lavoratori americani sono in una posizione ottimale per battere il resto del mondo sfruttando la migliore IA al mondo: proteggerli da questo strumento significa ostacolarli. La protezione nel breve termine, al contrario, significa perdere lentamente contro concorrenti meno titubanti riguardo alla transizione. Se comunicata nel modo giusto, questa può essere inquadrata come una storia di lungimiranza e forza piuttosto che di resa. Ma, come sempre, deve essere raccontata, sviluppata e testata con largo anticipo. Più l’argomentazione politica è controintuitiva, più tempo è necessario affinché diventi popolare tra l’elettorato. Entro le prossime primarie presidenziali, le risposte facili saranno già pronte: affrettarsi a opporsi a esse sulla base della narrativa dell’aumento delle capacità sarà troppo tardi, quindi i responsabili politici interessati a proteggere i lavoratori nel lungo termine devono costruire la loro agenda fin da ora.
Tutto ciò richiede garanzie, e in gioco ci sono coloro che risulteranno perdenti nella transizione, principalmente i lavoratori che perderanno il posto a causa della rapida adozione promossa dall’agenda. Essi devono essere risarciti non solo in modo adeguato o accettabile, ma in modo generoso. Dovrebbero ricevere un’ampia assicurazione salariale, un sostegno allo sviluppo della forza lavoro finanziato ben oltre il livello di sicurezza, e trasferimenti diretti laddove la portata di altri strumenti sia in dubbio. I responsabili politici non devono badare a spese in questo ambito, e potranno permettersi di essere generosi perché, se l’operazione avrà successo, il numero totale di coloro che riceveranno un risarcimento sarà molto inferiore rispetto a quello che si avrebbe in un futuro dominato dall’automazione. Se non riusciremo a garantire un’adeguata compensazione, le persone colpite si trasformeranno in un elettorato anti-potenziamento—e quell’elettorato esigerà, e in una democrazia otterrà, gli attriti che faranno perdere la corsa al potenziamento e all’automazione. Pagare ora è un imperativo politico: il solo ottimismo è una risposta del tutto insufficiente per comprendere le circostanze di questa corsa.
Nessuna di queste è una piattaforma politicamente comoda. Il programma promette turbolenze iniziali e una rivincita molto ritardata solo in un secondo momento, scommettendo sulla forza di un meccanismo di cui la maggior parte degli elettori non ha mai sentito parlare. Ma l’alternativa è lo scenario della fine del 2029 abbozzato all’inizio di questo saggio, non per malizia o stupidità, ma attraverso una serie di scelte protettive ragionevoli intraprese da politici ben intenzionati e a favore dei lavoratori; lo shock colpisce tutto in una volta, con poco margine di manovra per reagire. La corsa all’aumento delle capacità e all’automazione è ancora vincibile. Ma per vincerla occorre ammetterne l’esistenza e spiegarne l’importanza.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 150–63.
Note
1 Jim VandeHei e Mike Allen, “Behind the Curtain: A White-Collar Bloodbath”, Axios, 28 maggio 2025.
2 Daron Acemoglu, “The Simple Macroeconomics of AI”, documento di lavoro NBER n. 32487 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, maggio 2024).
3 Arvind Narayanan e Sayash Kapoor, “AI as Normal Technology”, Knight First Amendment Institute, 15 aprile 2025.
4 Dario Amodei, “L’adolescenza della tecnologia”, DarioAmodei.com, gennaio 2026.
5 Ethan Mollick, “Centauri e cyborg sulla frontiera frastagliata”, One Useful Thing, 16 settembre 2023; Fabrizio Dell’Acqua et al., “Navigating the Jagged Technological Frontier: Field Experimental Evidence of the Effects of Artificial Intelligence on Knowledge Worker Productivity and Quality,” Organization Science 37, n. 2 (marzo–aprile 2026): 403–23.
6 Erik Brynjolfsson, “La trappola di Turing: le promesse e i pericoli dell’intelligenza artificiale simile a quella umana”, Dædalus 151, n. 2 (primavera 2022): 272–87.
7 Philippe Aghion, Antonin Bergeaud e John Van Reenen, “The Impact of Regulation on Innovation”, American Economic Review 113, n. 11 (2023).
8 Pieter Garicano, “Perché l’Europa non ha una Tesla”, Works in Progress, febbraio 2026.
9 Ryan Nunn, “Probabilmente l’intelligenza artificiale non è ancora la causa dell’indebolimento del mercato del lavoro”, Yale Budget Lab, 7 maggio 2026.
10 “Economic Primitives”, Anthropic Economic Research, 15 gennaio 2026.
11 Luke Drago e Rudolf Laine, “The Intelligence Curse”, Intelligence-Curse.ai, aprile 2025.
12 Emma Burleigh, “Il CEO di Salesforce conferma 4.000 licenziamenti ‘perché ho bisogno di meno personale’ grazie all’IA”, CNBC, 2 settembre 2025.
13 Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, “Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence”, Stanford Digital Economy Lab, 13 novembre 2025.
14 Luona Lin e Kim Parker, “I lavoratori statunitensi sono più preoccupati che ottimisti riguardo al futuro utilizzo dell’intelligenza artificiale sul posto di lavoro”, Pew Research Center, 25 febbraio 2025; “La maggior parte degli americani sarebbe favorevole a politiche volte a limitare la perdita di posti di lavoro e di salari causata dall’automazione”, Pew Research Center, 9 ottobre 2017.
15 Hannah Gilberstadt, “Gli americani contrari all’idea che il governo eroghi un reddito di base universale a tutti i cittadini adulti sono più numerosi di quelli favorevoli”, Pew Research Center, 19 agosto 2020.
16 “Tecnologia per il processo decisionale automatizzato”, Assemblea Generale del Colorado, consultato nel luglio 2026.
17 “Garanzia di posti di lavoro per l’era dell’intelligenza artificiale”, Tom Steyer candidato alla carica di governatore, consultato nel luglio 2026; “Il dividendo dell’intelligenza artificiale”, Alex Bores candidato al Congresso, consultato nel luglio 2026.
18 Dennis Daggett, “La lotta dell’ILA contro l’automazione”, Ilaunion.org, dicembre 2024.
19 Alan Blinder, “Quanti posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero essere delocalizzati?”, Documento di lavoro CEPS n. 142, marzo 2007.
20 David H. Autor, David Dorn e Gordon H. Hanson, “The China Shock: Learning from Labor-Market Adjustment to Large Changes in Trade”, Annual Review of Economics 8 (ottobre 2016): 205–40.
21 Daron Acemoglu, Andrea Manera e Pascual Restrepo, “Does the U.S. Tax Code Favor Automation?”, Brookings Papers on Economic Activity 2020, n. 1 (primavera 2020).
22 Luke Drago e Rudolf Laine, “Breaking the Intelligence Curse”, Intelligence-Curse.ai, 2025.
23 “Indice economico di Anthropic: comprendere gli effetti dell’IA sull’economia”, Anthropic, 26 giugno 2026; “Il quadro di riferimento per la transizione occupazionale nell’era dell’IA”, OpenAI, aprile 2026; Ufficio per la ricerca sui metodi di indagine, “Tassi di risposta alle indagini sulle famiglie e sulle imprese”, Ufficio statistico del lavoro degli Stati Uniti, 20 maggio 2026.
Informazioni sull’autore
Anton Leicht è ricercatore presso il Programma per la tecnologia e gli affari internazionali del Carnegie Endowment for International Peace e autore di Threading the Needle, una pubblicazione su Substack.