Paradigmi perduti, di Aurèlien
Paradigmi perduti.
In attesa del boato delle bombe.
| Aurelien4 novembre |
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Quando ci si trova coinvolti per la prima volta nella vita reale in crisi politiche internazionali, anziché limitarsi a leggerne, ciò che di solito colpisce di più è la loro complessità quasi infinita. Parte di questa complessità è ovviamente insita nella situazione di crisi stessa, poiché anche una crisi “semplice”, le cui origini sono ragionevolmente ben comprese, presenta spesso molteplici sfaccettature, livelli e sfumature.
Ma al di là di ciò, sono proprio i diversi attori, le diverse relazioni tra loro e il rapporto di ciascuno con le (diverse) questioni a costituire l’origine della maggior parte della complessità. Infatti, in una crisi politica, la complessità può essere vista come una proprietà emergente di sistemi semplici sottoposti a sollecitazioni, man mano che il numero degli attori supera una certa soglia. Come regola generale, la complessità di una situazione di crisi aumenta geometricamente all’aumentare aritmetico del numero di attori. E questa complessità emergente sembra riflettere qualcosa di intrinseco al comportamento umano in condizioni di stress. Nel corso dei decenni ho condotto numerose esercitazioni di simulazione di crisi con giochi di ruolo in diversi paesi, e ciò che è interessante è che scenari iniziali piuttosto semplici sfociano in sviluppi altamente complessi man mano che i partecipanti interagiscono tra loro, e l’esito finale non è mai lo stesso, anche a parità di punti di partenza.
La realtà è peggiore, come al solito. Alla complessità intrinseca della situazione stessa, bisogna aggiungere le fazioni e le sottofazioni direttamente coinvolte, gli altri attori e gli interessi direttamente colpiti dalla crisi, gli Stati interessati a trarne profitto, gli Stati preoccupati dalle potenziali conseguenze, quelli che ritengono che i propri interessi siano in gioco, quelli che temono che altri Stati intervengano contro i propri interessi, quelli che vogliono, o non vogliono, il coinvolgimento di Stati esterni, e gli Stati Uniti, che sembrano incapaci di restare fuori da qualsiasi cosa. Ci sono anche istituzioni regionali e internazionali, insieme all’UE, all’ONU e, in effetti, all’intera “zuppa di lettere”. Poi, naturalmente, ci sono i legami tra questa particolare crisi e tutte le altre questioni che tutti gli altri Stati hanno tra loro, a livello bilaterale e multilaterale. A ciò si aggiungono i media, il Parlamento e i gruppi di pressione. E questa crisi, ovviamente, sarà solo uno dei tanti argomenti che i vari governi devono affrontare ogni giorno, individualmente e collettivamente. Ecco perché descrivo spesso la maggior parte dei tentativi di affrontare le crisi al giorno d’oggi come poco più che gestione delle politiche, vale a dire che si dedica così tanto tempo a gestire tutte queste relazioni che rimane poco tempo per cercare effettivamente di affrontare direttamente il problema in sé, cosa che comunque non si può fare da soli.
Qualsiasi tentativo di affrontare concretamente la portata completa (e spesso mutevole) di questa complessità è comunque impossibile, ed è una perdita di tempo provarci. Il meglio che i governi e i loro attori possano fare è cercare di mantenere l’attenzione sul piano strategico e, anche se non sono sicuri di quale sia la direzione giusta, almeno essere coerenti con la direzione che stanno seguendo. La grande tentazione, d’altra parte, è quella di concentrarsi invece su ciò che si riesce a comprendere, a scapito di ciò che va fatto e persino compreso. È straordinario, guardando alle crisi del passato, quanto sforzo sia stato sprecato su questioni secondarie, semplicemente perché erano abbastanza semplici da comprendere e tutti potevano avere un’opinione al riguardo. Dobbiamo quindi affrontare tutta questa complessità, inevitabilmente, attraverso processi di astrazione; ed è proprio di questo che voglio parlare oggi.
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Il primo è l’uso dei paradigmi. Ora, sebbene questo termine sia stato “rapito” da Thomas Kuhn per il suo studio sui cambiamenti nei sistemi di pensiero scientifico, più in generale, fin dai tempi dei Greci, ha significato semplicemente “modello” o “schema”. Qui la uso in senso colloquiale moderno: un insieme di presupposti e concetti che pretendono di spiegare il mondo e forniscono linee guida per l’azione e una certa sicurezza riguardo alle sue conseguenze. Permettetemi di approfondire un po’ questo concetto. Un paradigma non è, ovviamente, la realtà. Né è una descrizione completa della realtà, altrimenti sarebbe come la famosa mappa di Borges che era grande quanto il territorio stesso. È un’astrazione, un insieme preesistente di idee sul mondo che ti permette di comprendere e interpretare, almeno in teoria, ciò che vedi accadere. Fondamentalmente, identifica il tipo di problema con cui hai a che fare e, di conseguenza, lo colloca nel contesto delle tue aspettative normative e dei tuoi modi abituali di procedere. Suggerisce inoltre le linee d’azione che si possono intraprendere e, almeno in teoria, idee su ciò che funzionerà e ciò che non funzionerà. Così, per una generazione dopo la Guerra Fredda, è esistito un paradigma per affrontare i conflitti in Africa, che partiva da una serie di presupposti generici sulle cause e sulle soluzioni dei conflitti. Prevedeva una forza militare dell’ONU, una missione civile dell’ONU, la presenza di attori esterni come l’UE e la Banca Mondiale, programmi di smobilitazione, disarmo e reinserimento, riforma giudiziaria, educazione di genere, la formazione di un nuovo esercito nazionale, commissioni per la verità, processi per crimini di guerra e molte altre cose. Il paradigma è stato applicato essenzialmente anche all’Afghanistan (seppur sovrapposto a una guerra in corso) ed è diventato progressivamente sempre più complesso col passare del tempo, senza mai ottenere risultati concreti. Ma almeno era un paradigma.
I paradigmi sono essenziali anche se gli Stati vogliono dialogare tra loro. Una conversazione produttiva di cinque minuti nei corridoi dell’ONU tra due ministri degli Esteri è possibile solo se esiste un paradigma condiviso, o in gran parte condiviso: altrimenti parlano senza capirsi. Infatti, una delle tante ragioni per cui i negoziati falliscono o non iniziano nemmeno è che le due parti hanno paradigmi diversi e quindi parlano di cose diverse. Ci sono periodi, come vedremo, in cui i paradigmi possono essere ampiamente condivisi, sebbene raramente siano universali. Ma ci sono anche periodi – e noi ci troviamo proprio in uno di questi – in cui circolano frammenti sconnessi di paradigmi, e politici ed esperti vi si aggrappano disperatamente, perché in realtà non c’è nient’altro, e comunque è semplicemente impensabile per un governo ammettere di non avere alcuna base intellettuale per cercare di comprendere ciò che sta accadendo.
I paradigmi tendono a generare euristiche, che potrebbero essere descritte come scorciatoie, basate forse sulla nostra esperienza, ma anche su ciò che ci è stato detto, su ciò che abbiamo letto e su ciò che tutti intorno a noi danno per scontato. Le euristiche non sono necessariamente sbagliate, ma il punto fondamentale è che non si basano su prove concrete né sono il risultato di un’analisi razionale in un dato momento. Si fondano su una sensazione soggettiva riguardo alla linea di condotta giusta, o alla corretta interpretazione di una situazione, a cui si giunge molto rapidamente. Lo si vede, ad esempio, nelle notizie dei media che suggeriscono immediatamente che il paese X fosse dietro all’incidente Y avvenuto cinque minuti fa, perché in passato ci sono state così tante accuse simili che questa è la prima cosa che viene in mente.
I paradigmi rappresentano il modo fondamentale in cui tutti noi, nel governo o altrove, dobbiamo affrontare il mondo in primo luogo. Chi di noi si ritiene più consapevole può cercare di andare oltre i semplici paradigmi e cercare di garantire che gli schemi mentali che siamo costretti a utilizzare siano il più possibile privi di pregiudizi, ma dobbiamo comunque partire da qualche parte. Li incontriamo anche nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti con gli altri. Tutti abbiamo incontrato, e probabilmente ci siamo sentiti infastiditi da, quella persona con il paradigma della «visione d’insieme», che ha un’opinione su ogni questione internazionale, solitamente priva di sfumature e talvolta intellettualmente rozza. «Capisco cosa sta succedendo», afferma questa persona. Come al solito: «È tutta una questione di…». Segue poi una spiegazione banalmente riduttiva sul petrolio, sulla rivalità tra superpotenze o su qualsiasi altra cosa. Un approccio del genere non richiede una comprensione approfondita di nulla: le statistiche e le prove visive non hanno alcuna importanza perché possono essere falsificate, e chiunque sia morto di recente è stato ovviamente assassinato da X o Y per garantire l’insabbiamento. Questo paradigma non riguarda le teorie del complotto, sebbene i due aspetti si sovrappongano: è essenzialmente il prodotto dell’impulso umano a trovare risposte semplici a domande complesse, sebbene serva anche allo scopo più banale di garantire che chiunque, dall’esperto da bar al commentatore ostinato su Internet, abbia sempre qualcosa da dire su qualsiasi nuovo evento. Se il tuo livello di spiegazione è sufficientemente generico, allora non potrai mai essere smentito. («Ah, ma tu non ti rendi conto del quadro più ampio di manipolazione che c’è dietro…») E questa specie si trova anche su Internet, nell’insopportabile “esperto di geopolitica” che sa tutto di tutto, tranne che non capisce nulla di nulla. Ma non si lasciano fermare da questo: il loro modello di business dipende proprio da questo.
Le culture hanno dei paradigmi reciproci. Quando andai in Giappone per la prima volta, quasi cinquant’anni fa, rimasi molto colpito dall’immagine culturale condivisa della Gran Bretagna, fortemente antiquata e idealizzata, che la maggior parte dei giapponesi aveva. (Era un po’ meno evidente nelle grandi città che in campagna, dove pochi giapponesi avevano mai visto uno straniero.) Era come se all’arrivo in aeroporto mi avessero dato un abito e una maschera da indossare, e non aveva senso protestare. La cultura popolare giapponese, infatti, enfatizzava tutti questi cliché, importando proprio quegli elementi della cultura britannica che sembravano confermarli. (Ad esempio, nel 1981 impazzirono per il matrimonio di Carlo e Diana.) E questa percezione veniva di fatto rafforzata quando i turisti giapponesi si recavano nel Regno Unito, poiché venivano portati a visitare proprio quelle parti del Paese e quei luoghi che desideravano vedere, perché, a loro volta, li “conoscevano” già. (Lo stesso vale, tra l’altro, ancora di più per la Francia: l’immagine popolare di Parigi in Giappone è una parodia romantica della realtà.)
Spesso, come in questo caso, questi paradigmi sono sostanzialmente innocui. Ma a volte possono minare in modo fatale la visione del mondo di una cultura. Le culture post-imperiali ne risentono più di altre, e quelle post-ottomane più di tutte. Ho già citato in precedenza il lamento del grande scrittore egiziano-libanese Amin Malouf riguardo all’effetto che il secolare senso storico di lontananza da Istanbul, e l’impotenza della popolazione locale di fronte ai misteriosi meccanismi dell’Impero, hanno avuto sulla cultura politica del Levante contemporaneo. Se avete trascorso molto tempo lì, apprezzerete il commento stanco di Sabyl Ghoussoub secondo cui un gran numero dei suoi connazionali libanesi si considera «esperto di geopolitica, con una specializzazione in teorie del complotto». È innegabilmente vero, e mi sono state impartite numerose e dotate di grande visione d’insieme lezioni da libanesi di ogni tipo su «Come funziona davvero il mondo», con un grado di sicurezza che io, armato solo di conoscenza ed esperienza, non potrei mai sperare di eguagliare. Se si considera che questa è la cultura condivisa dalla maggior parte dei politici, sia all’interno che all’esterno del governo nella regione, si comincia a capire perché la vita politica possa essere un po’ difficile lì, di tanto in tanto.
Un altro paradigma estremamente pericoloso è quello derivato dalle teorie realiste e neorealiste della politica internazionale, che vedono tutto in termini di rapporti di potere, competizione, dominio e sottomissione. Quando vengono messi alle strette – e sempre più spesso negli ultimi decenni – coloro che vengono accusati di eccessiva semplificazione borbottano che, sì, forse è tutto un po’ più complicato di così, ma anche un modello semplificato può essere utile… non è vero? Ma il grande fascino di tali teorie rimane: pretendono di spiegare tutto facendo riferimento al PIL relativo, alla geografia, alla popolazione, alle dimensioni delle forze armate ecc. e, in linea di principio, questo metodo di analisi può essere applicato a qualsiasi crisi senza bisogno di conoscenze specialistiche e con mezz’ora di ricerca, se non meno. Quindi, ecco due paesi delle stesse dimensioni, sono ovviamente concorrenti; ecco un paese grande, quindi ovviamente domina i suoi vicini; ecco due paesi con interessi economici opposti, ovviamente finiranno per combattere l’uno contro l’altro. Non era quindi necessario sapere nulla della situazione in Iran, dei problemi legati allo schieramento delle forze o dello stato della tecnologia militare iraniana. Ovviamente, gli Stati Uniti avrebbero vinto. L’euristica «i paesi grandi sconfiggono sempre quelli piccoli» poteva essere applicata con grande sicurezza. (Vale la pena aggiungere che anche la tradizione sovietica, fortemente materialista, cadde in questa trappola, e non sono sicuro che i russi ne siano usciti del tutto.)
Una conseguenza necessaria di questo paradigma è che le nazioni sono entità unitarie, che agiscono come attori singoli. È quindi possibile parlare di “obiettivi cinesi” e di “interessi francesi”. Spesso, l’euristica secondo cui il governo riconosciuto a livello internazionale (il che rappresenta un giudizio pragmatico, non morale) è l’attore principale, è corretta. Ma ciò è ben lungi dall’essere sempre vero e, in molti casi, attori esterni al governo, o addirittura al di fuori del paese, possono rivestire un’importanza estrema. La complessità stessa delle influenze esterne sulla politica del Libano e delle loro interrelazioni, ad esempio, che non si limitano affatto a Hezbollah, lascia gli esperti a piangere nel loro bicchiere di arak in preda alla disperazione. Trovo esilarante, in modo quasi sarcastico, che questa idea di un interesse statale unitario sia così popolare negli Stati Uniti, quando il governo di quel paese è spesso irrimediabilmente diviso su tutte le questioni importanti e ogni attore di primo piano sembra avere una propria politica estera.
Ho fatto risalire le origini di questo tipo di ragionamento all’influenza dell’economia di mercato e della teoria dei giochi negli Stati Uniti degli anni ’50, e non ripeterò tutto ciò in questa sede. Il punto è che tale modo di pensare, con i suoi rozzi stereotipi, permette a chi non possiede alcuna conoscenza specialistica di pontificare praticamente su qualsiasi questione internazionale dopo pochi minuti di ricerca. Ciò vale all’interno del governo, vale anche nel mondo accademico, ma soprattutto vale nei media, compresi i media alternativi. Ad esempio, il rapporto tra Stati grandi e piccoli viene sempre dato per scontato come un rapporto di dominio e sottomissione, motivo per cui la «punditocrazia» si ritira sconcertata di fronte ai tentativi di spiegare il rapporto tra Israele e gli Stati Uniti. Pertanto, quando gli Stati Uniti avanzano una proposta e uno dei loro alleati la accetta, si presume implicitamente che gli interessi di questi due paesi dovessero essere originariamente diversi, e che quindi gli Stati Uniti stiano costringendo un altro paese a fare qualcosa. Agli opinionisti non viene mai in mente di considerare che l’altro paese possa essere d’accordo o che l’altro paese possa ritenere che i propri interessi siano così tutelati, o che l’altro paese possa avere motivi indipendenti per accettare, o addirittura che l’altro paese possa aver avuto lui stesso l’idea. In pratica, questo genere di cose accade continuamente, ma è molto difficile per gli opinionisti comprenderle appieno, tanto è lontana la realtà da quel gigantesco club sadomasochista aperto 24 ore su 24 che costituisce il modello teorico di gran parte del loro modo di pensare al mondo.
Questo spiega in gran parte lo shock causato dal patto tripartito tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, l’Alleanza di Difesa della Mecca, firmato ad agosto. Com’è possibile? Gli Stati Uniti non sono stati invitati. Anzi, non è stato invitato nessun Stato occidentale. Ma l’Arabia Saudita e il Pakistan non sono forse semplicemente burattini degli Stati Uniti? Come potrebbero agire indipendentemente dai desideri del loro padrone? Ora è importante comprendere che, non solo molti di questi esperti ignorano fatti fondamentali (esistono stretti legami in materia di sicurezza tra Riyadh e Islamabad da molti decenni, senza che nessuno abbia chiesto il parere degli americani), ma, inoltre, sono prigionieri del paradigma irrealistico di dominio e subordinazione menzionato sopra. L’idea che tali paesi possano avere politiche estere che vadano oltre la sottomissione agli interessi statunitensi (e possano persino agire di tanto in tanto contro gli interessi degli Stati Uniti) non può essere contenuta entro i confini di quel paradigma, per cui tale possibilità deve essere scartata.
Allo stesso modo, l’incontro di questi tre Stati con gli iraniani a Teheran il 26 ottobre non si inserisce facilmente in alcun paradigma dominante. Di certo, i nemici degli Stati Uniti e i loro alleati non dovrebbero incontrarsi? O almeno, questa divisione tra sunniti e sciiti di cui abbiamo sentito parlare non avrebbe dovuto impedirlo? E l’Iran e l’Arabia Saudita non sono in qualche modo in guerra tra loro? Non c’è da stupirsi (applicando le normali euristiche) che siano circolate speculazioni secondo cui i tre Stati della Mecca sarebbero stati «inviati» dagli Stati Uniti per negoziare con gli iraniani. È l’unica interpretazione che il paradigma possa accogliere. Eppure questa è probabilmente una di quelle situazioni in cui gran parte dello scopo dell’incontro è proprio il fatto di incontrarsi. Se si fosse limitato a discussioni di terze parti sulla guerra tra Stati Uniti e Iran, il tutto sarebbe stato molto più discreto, o addirittura non annunciato. Ciò che l’incontro e la relativa pubblicità iraniana suggeriscono in realtà è che gli iraniani stanno iniziando a rafforzare la loro posizione nel Golfo e nella regione, e questa è una piccola dimostrazione dell’influenza politica e militare che ritengono di avere ora. Cooperare mentre si combatte, o sostenere parti o fazioni diverse, è qualcosa che tutti, tranne l’Occidente, comprendono: è normale nella maggior parte del mondo. I nostri paradigmi esistenti non possono tenerne conto, quindi alla fine ne avremo bisogno di nuovi. D’altra parte, non possiamo limitarci a prendere un paradigma esistente e cambiarne i nomi. Non credo che l’Iran nutra aspirazioni al tipo di egemonia regionale che gli Stati Uniti amavano pensare che avesse. Cercherà di esercitare influenza piuttosto che potere palese, come ha fatto in Iraq, in Libano e in Siria.
In effetti, la visione occidentale dell’Arabia Saudita è un buon esempio di un paradigma che non tiene conto della realtà. Fin dagli anni ’70, si è diffusa una supposizione superficiale, condivisa da tutte le parti, secondo cui i sauditi pagherebbero gli Stati Uniti sotto forma di vendite di armi e gli Stati Uniti li proteggerebbero, e ora tutto questo sarebbe andato a rotoli. Probabilmente a Washington ci sono persone che ci credono davvero, anche se immagino che a Riyadh siano pochissime. La verità è evidentemente molto più complessa, ma la volgarizzazione razzista, specialmente nei media alternativi che amano parlare di «vassalli decapitatori», semplicemente non riesce a interiorizzare l’idea che i non bianchi e i non occidentali abbiano effettivamente una propria autonomia d’azione e possano giocare abili partite diplomatiche. Eppure la fine imminente della Casa dei Saud viene proclamata da sempre, per quanto mi ricordi – sicuramente fin dai primi anni ’80 – e, l’ultima volta che ho controllato, era ancora lì.
In realtà, la strategia saudita è stata molto più sottile. Gli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere l’unico fornitore di armi — sono coinvolti almeno una dozzina di paesi — e questa è una politica deliberata volta a coinvolgere il maggior numero possibile di paesi nella sicurezza della stessa Arabia Saudita. Le attrezzature e le forze armate sono supportate da un numero molto elevato di personale britannico, francese, italiano, svedese, coreano, cinese e di ogni altra nazionalità presente nel paese, che, insieme agli americani, sono di fatto ostaggi. Il principio dell’accordo era abbastanza semplice: i sauditi avrebbero acquistato equipaggiamenti che non avrebbero mai utilizzato, ma che avrebbero coinvolto molti altri paesi e il loro personale nella propria sicurezza. Ciò avrebbe agito da disincentivo e deterrente per qualsiasi paese che volesse attaccarli, poiché si sarebbe implicitamente messo contro alcune delle nazioni più grandi e potenti del mondo. Ciò avrebbe inoltre contribuito a garantire il sostegno occidentale (e non solo) contro i militanti islamici nel proprio Paese e, di fatto, nelle crisi regionali, come quella dello Yemen. Questo modello è ormai crollato, anche se non sono sicuro che tutti se ne rendano conto. Ha cominciato a mostrare segni di instabilità con il coinvolgimento saudita nello Yemen, che ha rappresentato la prima volta in assoluto in cui le forze saudite sono state impiegate in azioni che andavano oltre il livello simbolico. Ma naturalmente nessuno, fino alla piccola avventura del signor Trump, aveva mai immaginato un attacco occidentale all’Iran, che ha completamente stravolto tutti i calcoli strategici di decenni.
Avremo bisogno di un nuovo paradigma, se vogliamo riuscire ad avere anche solo una comprensione intellettuale minima e semplificata di ciò che sta accadendo. Dobbiamo accettare che i nostri paradigmi esistenti non solo non spiegano ciò che sta accadendo in questo momento, ma non ci avrebbero nemmeno permesso di anticiparlo. L’Ego collettivo dell’Occidente, dai governi ai media alternativi, farà molta fatica ad accettare che le persone non bianche possano agire in nostra assenza, e persino senza chiederci il permesso. Ciò che è accaduto negli ultimi anni — più o meno a partire dall’invasione dell’Ucraina — è un esempio di come un paradigma, consolidato da tempo e ampiamente accettato, si scontri con l’ostacolo della realtà, e di come le euristiche che ne derivano non siano più applicabili. Dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti avevano promosso il paradigma di sé stessi come egemone globale, e di altri paesi classificati in modo ordinato come clienti o nemici. Sebbene la realtà fosse quasi sempre molto più complessa e sottile di così, in assenza di una guerra con un concorrente alla pari non c’era alcun modo reale per confutare la validità di tale paradigma, ed esso veniva accettato con almeno lo stesso entusiasmo sia dai critici degli Stati Uniti che dai suoi sostenitori.
La realtà, che in passato ho paragonato al processo di determinazione dei prezzi, è stata chiara. Gli Stati Uniti sono potenti, ma non onnipotenti. La loro influenza militare diretta in Europa è molto ridotta e il loro potenziale contributo a una futura guerra europea è molto limitato. Il loro equipaggiamento è discreto ma non eccezionale, e gran parte di esso è obsoleto e necessita di sostituzione. Mancano di alcune tecnologie chiave, in particolare la difesa contro i missili ad altissima velocità, e dispongono essi stessi di pochi missili di quel tipo. La guerra contro l’Iran ha dimostrato che la loro capacità di proiettare potenza marittima e aerea a distanza è molto più limitata di quanto si pensasse, e che non possono sperare di affrontare un nemico dotato di missili con la speranza di ottenere successo mantenendo un livello accettabile di perdite.
Se è chiaro che il paradigma dell’egemonia non corrisponde alla realtà (e in effetti non l’ha mai fatto veramente), è molto meno chiaro quale paradigma, se mai ce ne sia uno, possa sostituirlo in modo utile. Come ho sottolineato più volte, limitarsi a sostituire “Stati Uniti” con “Cina” non ci porta da nessuna parte. Ma a ben vedere, forse non si tratta di un problema del tutto nuovo. Ai tempi della Guerra Fredda, l’Occidente aveva un paradigma piuttosto semplice che rifletteva in larga misura gli elementi di cui ho parlato sopra. Il mondo era essenzialmente bipolare (la Cina era una complicazione che poteva essere ignorata fino al 1989) e le due superpotenze erano di gran lunga gli attori principali, dissuase dal «bilanciamento del terrore» dal conflitto diretto, ma alla ricerca di influenza ovunque a spese l’una dell’altra, e impegnate a reclutare o sottomettere Stati alla propria causa in tutto il mondo. Il teatro più probabile per una guerra vera e propria era l’Europa centrale, dove le due parti schieravano milioni di soldati. Attraverso l’addestramento, le forniture di armi e le pressioni politiche, ciascuna cercava di espandere la propria influenza a spese dell’altra. Le nazioni di tutto il mondo potevano essere vagamente raggruppate in «filoccidentali» e «filosovietiche», e questo era praticamente tutto ciò che occorreva sapere. E poi tutto finì quando la tenacia occidentale portò infine al crollo dell’Unione Sovietica. L’euristica fondamentale in Occidente era che qualsiasi evento negativo che accadesse nel mondo fosse responsabilità di Mosca.
Tutto ciò non era del tutto sbagliato e, del resto, i paradigmi sovietici non erano necessariamente più affidabili. (Parte del paradigma di ciascuna delle due parti consisteva nel ritenere di comprendere l’altra.) Tuttavia, sebbene ciò fornisse una serie di principi euristici per comprendere rapidamente il mondo e portasse a reazioni istintive per cui, se una “parte” era sostenuta dall’Occidente, l’Unione Sovietica avrebbe sostenuto l’altra, e viceversa, si trattava comunque di un modo piuttosto superficiale di guardare alle cose, che portò non solo a disastri individuali, ma anche a una banalizzazione pervasiva e a una pericolosa semplificazione eccessiva, in cui gli scogli che erano sempre stati lì vennero alla luce quando la marea della Guerra Fredda si ritirò. All’improvviso emerse allora che i termini «filoccidentale» e «filosovietico» non erano mai stati realmente utili se non come semplici etichette e che, in molti casi, erano i paesi e i movimenti a sfruttare le superpotenze, piuttosto che il contrario.
Il Sudafrica è un buon esempio, di cui so qualcosa. Da un lato, era vero che l’African National Congress fosse sostenuto dall’Unione Sovietica, ma si trattava soprattutto di sostegno militare e di intelligence. (La Svezia sosteneva l’attività politica dell’ANC, e la sede del Movimento Anti-Apartheid era a Londra.) Era anche vero che la maggior parte dei membri di spicco dell’ANC fossero anche membri del Partito, compreso Nelson Mandela. Inoltre, i campi di addestramento dell’ANC si trovavano in Angola, dove i loro militanti combattevano a fianco dei cubani contro i sudafricani e venivano addestrati da istruttori cubani e della Germania dell’Est. Pertanto, per molti in Occidente, la situazione appariva piuttosto semplice: si trattava di una cospirazione sovietica volta a prendere il controllo del Paese e a impadronirsi della base navale di Simon’s Town. Le opinioni effettive dei non afrikaner non avevano molta importanza.
Senza dubbio Mosca avrebbe accolto con grande soddisfazione quel risultato. Ma non erano stati loro a darne l’impulso. Per decenni, il SACP era stato l’unico partito politico che si fosse opposto direttamente all’apartheid, e coloro che in altri paesi si sarebbero uniti al Partito Laburista o ai Democratici gravitavano attorno ad esso. Il primo addestramento militare dell’ala armata dell’ANC, umKhonto weSizwe, fu in realtà fornito da veterani comunisti bianchi della Seconda guerra mondiale che avevano combattuto contro i tedeschi in Nord Africa e in Italia come volontari. Ma in mancanza di alternative, l’organizzazione nascente si rivolse al Blocco dell’Est in cerca di un supporto più strutturato. Eppure, come disse in seguito lo stesso Mandela, loro stavano usando l’Unione Sovietica almeno quanto, se non più, di quanto Mosca usasse loro, ed era sorprendente quanto rapidamente l’influenza sovietica svanì dopo la fine della Guerra Fredda. Ho incontrato molte persone che erano state addestrate a Mosca, e alcune di loro continuavano ancora a chiamarsi d’istinto “compagni”, ma ben presto emerse una cultura molto più anglosassone (e in effetti africana). Fu allora che i governi occidentali si resero improvvisamente conto che, ancora prigionieri del paradigma della Guerra Fredda, in realtà non capivano affatto il funzionamento del nuovo governo. C’erano divisioni tra la componente politica e quella militare, tra la resistenza interna e gli esiliati, tra i sindacalisti e gli attivisti della società civile, tra coloro che erano stati a Robben Island con Mandela e coloro che non c’erano stati… proprio come ci si sarebbe potuto aspettare in qualsiasi organizzazione di resistenza di grandi dimensioni e eterogenea.46>
Alla fine della Guerra Fredda ci fu un periodo di incoerenza e confusione che vide i fantasmi dei paradigmi e i morti viventi delle euristiche disgregarsi lentamente. No, la nuova Russia non era l’Unione Sovietica sotto altre spoglie; no, c’erano in realtà problemi concreti tra gli ex Stati del Patto di Varsavia di cui ci eravamo quasi dimenticati; no, le origini dei problemi nel resto del mondo si rivelarono, in definitiva, avere ben poco a che fare con la rivalità tra grandi potenze. Dal punto di vista economico, invece, il paradigma economico neoliberista stava proprio allora affermandosi e, sebbene ora si stia dimenando in preda agli spasimi dell’agonia, ha infettato le menti dei decisori occidentali al punto che non riescono a pensare in nessun altro modo. Nessuno di loro è in grado di spiegare logicamente perché tagliare il potere d’acquisto dei pensionati, riducendo così il gettito fiscale e aumentando i costi della disoccupazione, dovrebbe essere positivo per l’economia; e se ci provassero, probabilmente il loro cervello esploderebbe.
Ma questo ci mette in guardia da un pericolo fondamentale legato ai paradigmi: essi non devono necessariamente corrispondere alla realtà, purché siano sufficientemente accettati. Poiché i paradigmi generano euristiche, e i decisori e i loro consulenti hanno bisogno di euristiche per formulare giudizi e prendere decisioni, essi possono causare gravi danni nel mondo reale fintanto che i decisori continuano ad applicarli ciecamente. Non basta che esistano paradigmi concorrenti in ambiti trascurati della teoria economica, ad esempio, anche se tali paradigmi spiegano la realtà in modo molto più accurato. Né si tratta semplicemente del rozzo paradigma secondo cui il potere produce la verità. Uno dei principali problemi dell’attuale paradigma di politica economica, nonostante tutta la sua assurdità, è che sembra ragionevole, poiché appare conforme a semplici euristiche e all’esperienza quotidiana. Non si può spendere più denaro di quanto se ne abbia, vero? (Beh, sì, cosa pensate che siano i mutui, e da dove prendono le aziende il denaro per gli investimenti? Ah, ma quello è diverso. Perché? Ci torneremo più avanti.)
Si trattava sostanzialmente dello stesso paradigma macroeconomico che aveva dominato negli anni ’30, e i paesi occidentali ne furono strappati solo dalla guerra e dalla necessità della ricostruzione postbellica. Persino il Tesoro britannico riconobbe che l’invasione e l’occupazione da parte della Germania rappresentavano un prezzo eccessivo da pagare solo per mantenere l’ortodossia finanziaria del taglio della spesa pubblica durante una recessione. Abbiamo già assistito all’atteggiamento schizofrenico dei governi occidentali, disposti a spendere somme incalcolabili per gli aiuti anti-Covid e per l’Ucraina, due situazioni che sembrano svolgersi in una realtà economica parallela. È probabile, infatti, che la fine del neoliberismo nella pratica avverrà mentre la teoria sarà ancora politicamente influente. In realtà, ad esempio, l’aumento dei costi del carburante renderà il commercio globalizzato molto più difficile e, in alcuni casi, antieconomico se non fisicamente impossibile. Tra le altre cose, ciò renderà meno competitivi frutta e verdura coltivate in paesi in cui si ricorre a manodopera a basso costo proveniente da immigrati clandestini. A un certo punto, con ogni probabilità, i principali paesi europei diranno alla Commissione di andare al diavolo, dopodiché il gioco sarà di fatto finito. L’ortodossia di Bruxelles non ha alcun potere effettivo: funziona solo finché i paesi credono che funzioni e si attengono alle direttive della BCE. Una nuova generazione di politici che non trova allettante la prospettiva di essere linciata potrebbe trovarsi a spingere contro una porta aperta. E in effetti l’intero paradigma potrebbe cambiare domani stesso, se i ricchi e i potenti decidessero che è l’unico modo per salvarsi dall’essere impiccati ai lampioni. Dopotutto, lo svuotamento degli Stati europei è tale che ora essi hanno poco o nessun potere coercitivo sulla massa dei propri cittadini.
Il paradigma della guerra e del conflitto dei “morti viventi” che ho descritto in precedenza sembra ancora esistere, anche se al momento non viene effettivamente applicato da nessuna parte. L’Ucraina e l’Iran hanno dimostrato che i suoi presupposti fondamentali non sono tanto sbagliati quanto irrilevanti. A quanto pare, in Africa e in Medio Oriente sono ancora in corso vari programmi su «pace e sicurezza», «accesso alla giustizia», «governance» e «società civile», ma in gran parte per inerzia: i bilanci sono stati approvati, i consulenti sono al loro posto e, in ogni caso, cos’altro potremmo fare? Ma la situazione è cambiata, anche se i paradigmi e gli approcci euristici non sono stati formalmente abbandonati.
Non disponiamo di alcun paradigma che ci aiuti a comprendere, e tanto meno ad anticipare, ciò che accadrà in futuro. I paesi che abbiamo attaccato e ai cui nemici abbiamo fornito armi dispongono ora della tecnologia per attaccarci direttamente: non “noi” in quanto nazioni, ma “noi” in quanto individui, in quanto semplici cittadini, e faremmo bene a riflettere su come adattare la nostra visione del mondo e il nostro comportamento – vale a dire i nostri paradigmi e le nostre euristiche – per tenerne conto. Non vi è alcun segno che i politici e gli opinionisti abbiano compreso nemmeno la necessità di iniziare a farlo.
Ironia della sorte, potrebbe esserci un precedente storico: il periodo precedente al 1939, quando tra la popolazione circolavano vaghi timori riguardo a una nuova guerra, ma non esisteva un paradigma per comprenderla. Di ritorno dai combattimenti in Spagna nel 1937, dopo essere sfuggito per un soffio all’arresto come «fascista trotskista», George Orwell rifletteva sul paese tranquillo e pacifico in cui era tornato, «che dormiva il sonno profondo, profondissimo dell’Inghilterra, dal quale a volte temo che non ci sveglieremo mai, finché non ne saremo strappati dal rombo delle bombe». Ma almeno allora circolavano frammenti di modelli interpretativi: della Prima guerra mondiale, della paura dei bombardamenti aerei, e proprio della stessa guerra in Spagna. Oggi non abbiamo nulla se non film hollywoodiani e video confusi provenienti dall’Ucraina e dall’Iran, e dormiamo tutti profondamente, nessuno più profondamente dei nostri leader.
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Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a chi, instancabilmente, fornisce le traduzioni nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, mentre «Italia e il Mondo» le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché si citi la fonte originale e me lo si comunichi.




























