Italia e il mondo

RINCHIUDERE E FAR MORIRE: L’UNICA POSSIBILE RISPOSTA AL MALCONTENTO POPOLARE E L’OPZIONE RUSSA, di Marco Della Luna

RINCHIUDERE E FAR MORIRE: L’UNICA POSSIBILE RISPOSTA AL MALCONTENTO POPOLARE E L’OPZIONE RUSSA

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RINCHIUDERE E FAR MORIRE:

LA RISPOSTA DEL SISTEMA E L’OPZIONE RUSSIA

Le violenze e i saccheggi di strada a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni non sono episodi isolati, bensì fenomeni destinati ad aumentare nei prossimi anni. Essi rappresentano la conseguenza automatica e inevitabile del sistema socio-economico su cui si reggono la produzione del potere e del profitto in Occidente — un sistema che da tempo domina e assoggetta la politica stessa, soprattutto in Europa.

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1. L’architettura del potere: il sistema monetario estrattivo

L’Occidente vive in un modello monetario di tipo estrattivo. La classe dominante finanziaria adotta lo strumento dell’emissione continua di moneta-debito (moneta creata dal nulla e gravata da interesse) per arricchirsi e, al contempo, depredare la società:

  • Generazione di bolle speculative: Emettendo moneta a costo zero, l’élite ne incamera il valore nominale e la impiega per alimentare bolle finanziarie e immobiliari. Quando queste immancabilmente scoppiano, il conto viene presentato ai risparmiatori e ai piccoli investitori che regolarmente rimangono col cerino in mano.
  • Sottomissione sistemica: Prestando moneta a interesse, il potere finanziario sottomette Stati, imprese e privati. L’accumulo degli interessi impone a chi riceve il credito la necessità strutturale di richiedere costantemente nuovi prestiti e nuove emissioni, incatenando la società a una dinamica di eterna dipendenza verso i detentori del signoraggio monetario. I nuovi prestiti vengono subordinati all’obbedienza a condizioni imposte.

2. Effetti collaterali: deindustrializzazione, austerity e tagli al welfare

L’immissione illimitata di liquidità produce un duplice effetto nefasto:

  1. Inflazione e impoverimento: La moneta emessa non fluisce verso investimenti produttivi o infrastrutturali, ma viene diretta verso la speculazione e il saldo dei debiti pregressi, svalutando il potere d’acquisto dei cittadini.
  2. Smantellamento dello Stato sociale: L’aumento iperbolico del debito pubblico e dei relativi tassi d’interesse costringe gli Stati ad adottare politiche di austerity, tagliando la spesa per sanità, servizi e previdenza. La cura di malati, invalidi e pensionati diventa così un costo insostenibile di fronte ai rigidi vincoli di bilancio. L’ulteriore spesa per il welfare agli immigrati completa l’opera.

3. La gestione della “popolazione ridondante” è il problema del momento

L’avvento dell’automazione avanzata e dell’intelligenza artificiale accelera questo processo: la classe dominante necessita di un numero sempre minore di lavoratori e consumatori per preservare la propria ricchezza e la propria egemonia.

Il risultato è l’espulsione di masse crescenti dal mercato del lavoro, liquidate secondo la logica cinica degli useless eaters (“bocche inutili”): un rifiuto organico. Per gestire e contenere questa sovrappopolazione ridondante, si attuano strategie biopolitiche di contenimento e riduzione della fertilità e della longevità:

  • Ingegneria culturale: Diffusione di modelli e stili di vita che scoraggiano la famiglia, la riproduttività e l’impegno civico, intellettuale o politico (gender, tossicodipendenze).
  • Politiche sanitarie ed eutanasiche: Dalle direttive per il razionamento delle cure agli anziani, all’ostentata promozione dell’eutanasia per malati cronici e fragili (come già avviene in Canada o Giappone)(e un domani, probabilmente, anche per i disoccupati cronici), ai vaccini pediatrici e per adulti che riducono la fertilità e abbreviano l’attesa di vita.
  • Ripristino del servizio militare obbligatorio: E’ visto come un valido modo per rinchiudere e tener sotto controllo i giovani, nonché eventualmente mandarli al fronte a morire.
  • Controllo della mobilità: Progetti di restrizione della libertà di spostamento tramite la colpevolizzazione dell’auto privata, la rigidità del modello urbano della “città di 15 minuti” e l’impiego emergenziale di forme di lockdown.

“Rinchiudere e far morire” diventa così il metodo di gestione sociale per le eccedenze demografiche create dal sistema stesso. Le istituzioni politiche, totalmente asservite a questo schema, non possono ovviamente rivoltarsi contro il sistema da cui dipendono e a cui rispondono, perciò non possono offrire risposte effettive, se non di tipo mistificatorio o apertamente repressivo, alla rabbia e alla disperazione delle nuove generazioni, che subiscono una violenza molto superiore a ogni violenza che abbiano la forza di commettere, e vedono davanti a sé un futuro pessimo e senza prospettive di miglioramento, che avrebbe come unica soluzione razionale il suicidio. Non ci può essere dialogo se non fittizio.

4. La necessità del nemico esterno e l’alternativa geopolitica

Per attuare misure strutturalmente ostili alla popolazione senza rischiare l’insurrezione, il sistema necessita della costante fabbricazione di un nemico esterno (la Russia, la Cina, l’Iran) verso cui deviare la frustrazione e la paura delle masse, e la loro aggressività, così che non si diriga verso le vere cause e i veri responsabili che stanno distruggendo il loro futuro, i loro diritti, le loro libertà.

Ma proprio quei Paesi oggi additati come avversari — soprattutto la Russia e la Bielorussia — appaiono in gran parte esenti dalle suddescritte dinamiche speculativo-estrattive-distruttive che affliggono l’Occidente, avendo mantenuto l’economia ancorata alla produzione reale anziché al turbo-capitalismo finanziario e al sistema delle bolle, un po’ come l’Italia delle partecipazioi statali, della Lira, del grande sviluppo. E proprio grazie a ciò riescono a tener testa, nella produzione di armi e munizioni, ai paesi occidentali che sostengono l’Ucraina e che hanno un PIL di decine di volte superiore al loro. E riescono a dare un futuro ai loro giovani. Razionalmente, anche i nostri giovani, disperati perché il loro futuro è stato rubato, potrebbero emigrare in Russia per trovarne uno, e potrebbero anche arruolarsi nell’Armata russa per combattere concretamente il sistema che glielo ha rubato in patria, compresi i suoi servitori politici.

Proprio perché rappresentano un’alternativa sistemica concretamente esistente, Russia e Bielorussia pongono una minaccia socio-politica al sistema occidentale, il quale perciò ne fa il suo bersaglio. La strategia occidentale punta a destabilizzarle attraverso l’espansione geopolitica verso est e la costante pressione militare, costringendole a uno sforzo bellico che sottragga risorse agli investimenti interni e ai consumi per provocarne il collasso economico e del consenso popolare — ossia riproponendo, nei fatti, la medesima dottrina adottata negli anni ’80, con successo, dall’amministrazione Reagan mediante il programma Star Wars contro l’URSS.

Nel frattempo, uno dei più ligi servitori di questa strategia, il ministro Guido Crosetto, coerentemente inquadra le sommosse e i saccheggi di Milano e altre città italiane ed europee come forma di guerra ibrida organizzata, o perlomeno istigata, dal nemico sistemico: l’immancabile Russia di Vladimir Putin.

23.10.26 Marco Della LunaLuna

La crisi esistenziale della statualità: proliferazione e impatti operativi della guerra per procura nei conflitti mediorientali – Analisi, di Ramzi Bendebka

mappa del Medio Oriente Iran

La crisi esistenziale della statualità: proliferazione e impatti operativi della guerra per procura nei conflitti mediorientali – Analisi

Di Dott. A.S. Ramzi Bendebka

Punti chiave:

  • Erosione del monopolio weberiano sulla violenza fisica: la guerra per procura moderna è controintuitiva rispetto ai processi storici di costruzione dello Stato, con l’armamento, il finanziamento e l’addestramento di attori sub-statali al di fuori delle strutture costituzionali, creando un destabilizzante “oligopolio della violenza”.
  • Infiltrazione istituzionale e sovranità ibrida: le reti per procura sostenute dall’Iran sfruttano la debolezza dello Stato nella regione per creare sistemi politici, militari ed economici paralleli; ricevono finanziamenti pubblici, godono di immunità statale e impunità costituzionale e non sono soggette al controllo civile.
  • Passaggio dal panarabismo alla preservazione statalista ( Wataniyya ): si è verificato un significativo cambiamento di paradigma nelle agende politiche della regione, passando dal concetto novecentesco di unità araba transnazionale (Qawmiyya) alla necessità di proteggere la sovranità territoriale, i confini statali e l’esistenza dello stato-nazione (Wataniyya).
  • Stravolgimento delle grandi potenze e fallimento delle transazioni: le superpotenze e i concorrenti globali, come Stati Uniti, Russia e Cina, utilizzano il Medio Oriente come uno spazio di influenza a somma zero, privilegiando la lotta al terrorismo a breve termine, la sicurezza energetica o la leva geopolitica rispetto al sostegno al rafforzamento dell’autorità statale mediorientale.

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Introduzione

Lo Stato-nazione è stata la forma politica più contesa e meno data per scontata nel Medio Oriente moderno. La mappa territoriale della regione, in gran parte definita durante il riassetto imperiale del dopoguerra , è rimasta sostanzialmente invariata. Ciononostante, la sostanza interna della sovranità statale nella regione si è progressivamente erosa. In seguito alle rivolte arabe del 2011, si prevedeva ampiamente che i confini tracciati dall’accordo Sykes-Picot sarebbero scomparsi a causa della libera circolazione delle persone o della frammentazione sub-statale, ma ciò non si è verificato. Tuttavia, i poteri amministrativi effettivi degli Stati esercitati entro questi confini si sono notevolmente ridotti e il divario tra il controllo amministrativo di fatto e la legittimità interna, e la sovranità legale de jure (riconoscimento internazionale), si è significativamente ampliato.

L’indipendenza postcoloniale ha prodotto molti “stati duri e deboli”, strutturalmente fragili e istituzionalmente privi di una solida legittimità civica, ma al contempo autoritari e coercitivi nei confronti del dissenso interno. La delimitazione arbitraria dei confini imperiali ha creato un certo grado di incongruenza tra confini e identità, seminando i germi dell’irredentismo e delle vulnerabilità strutturali nel sistema regionale. La lotta tra reti identitarie sub-statali o trans-statali ha quindi rappresentato una minaccia costante per la statualità moderna in Medio Oriente, mentre le preoccupazioni dello stato interno si concentravano sulla sopravvivenza del regime.

Lo stato attuale dello stato-nazione mediorientale può essere compreso solo studiando le debolezze strutturali interne dello stato e gli attori esterni che le sfruttano. Alcune di queste dinamiche esterne rappresentano le sfide più aspre alla statualità nella regione odierna, soprattutto la costante proliferazione della guerra per procura asimmetrica . La guerra per procura è un’erosione attiva dello stato che mina il monopolio della violenza fisica, istituzionalizza forme di governo ibride e coinvolge attori armati non statali nella struttura di potere costituzionale e amministrativa dello stato ospitante. La moderna guerra per procura non è una guerra per rovesciare il confine internazionale ; è una guerra che mina lo stato centrale dall’interno sfruttando le differenze strutturali interne. I finanziatori esterni armano gruppi sub-statali con un elevato potere cinetico e trasformano gli stati in luoghi di costante rivalità per la sicurezza, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del governo westfaliano in Medio Oriente.

Dall’unificazione panaraba alla preservazione dello statalismo: il riordino delle priorità regionali

Nel corso del XX secolo, si è assistito a una forte spinta da parte di movimenti ideologici sovranazionali volti a mettere in discussione la legittimità dei singoli stati in Medio Oriente. Il nazionalismo arabo fu un movimento anticoloniale che si batté per l’unità nazionale , affermando che tutti i popoli di lingua araba costituivano un’unica nazione indivisa ( al-Umma al-‘Arabiyya ), unita da lingua, storia, cultura e un senso di identità collettiva. Nacque alla fine del XIX secolo, durante la cosiddetta Nahda (Risveglio Arabo) sotto il dominio ottomano. Dopo la Prima Guerra Mondiale e l’instaurazione dei mandati occidentali, il movimento nazionalista arabo si trasformò in un fervente movimento antimperialista che rivendicava l’unificazione politica della comunità araba sotto lo slogan del panarabismo ( Qawmiyya ).

Nel panarabismo, i territori post-coloniali erano considerati costrutti artificiali, temporanei e divisivi delle potenze coloniali europee. Gli ideologi panarabi classici affermavano che il mondo arabo fosse diviso in stati indipendenti , un’aberrazione storica inaccettabile che doveva essere corretta attraverso il raggiungimento dell’unità panaraba. In questa ideologia, si riteneva che la sicurezza e gli interessi dell’intera nazione araba (raison de la nation Arabe) avessero un valore morale assoluto e una priorità rispetto al ristretto interesse personale di qualsiasi stato (raison d’état). Il concetto di sovranità statale individuale ( Wataniyya ) veniva spesso denunciato dai panarabi come “regionalismo” o slealtà alla causa antimperialista.

L’apice del panarabismo si raggiunse negli anni ’50 e ’60, sotto la guida del carismatico presidente egiziano Gamal Abdel Nasser . Nel 1956, Nasser nazionalizzò il Canale di Suez e, grazie alla vittoria sulle forze britanniche, francesi e israeliane, il Cairo acquisì una grande influenza ideologica transnazionale. Nasser si rivolse direttamente alle popolazioni dei paesi arabi confinanti attraverso la stazione radiofonica Sawt al-Arab di Radio Cairo e sfruttò la pressione popolare interna contro i regimi conservatori filo-occidentali. In larga misura, Nasser creò una norma informale di comportamento regionale che stabilì standard di condotta, limitando così la sovranità dei singoli stati e penalizzando quelli che cercavano alleanze di sicurezza al di fuori dei sistemi di sicurezza “collettivi” regionali.

Il tentativo più esplicito di realizzare il sogno panarabo si ebbe nel febbraio del 1958, quando Nasser unificò Egitto e Siria nella Repubblica Araba Unita (RAU) . La RUA era un’iniziativa di incorporazione politica, in cui la sovranità statale di ciascuno Stato membro avrebbe dovuto scomparire a favore di un unico Stato regionale. L’esperimento della RUA, tuttavia, rivelò ben presto il conflitto fondamentale tra gli ideali unionisti e la realtà strutturale. L’unione era fortemente centralizzata al Cairo, con i militari e i tecnocrati egiziani che controllavano le cariche chiave; i partiti politici siriani erano disorganizzati e le politiche economiche egiziane venivano imposte alla Siria. L’unione non era equa per le élite politiche e militari siriane , che si sentivano frustrate dalla loro posizione di subordinazione all’Egitto e la consideravano una forma di governo amministrativo egiziano che mirava a promuovere lo Stato egiziano piuttosto che l’unità. Nel settembre del 1961, il colpo di Stato militare di Damasco sciolse la RUA e ristabilì l’indipendenza della Siria. La scomparsa dell’Unione Araba Unita rappresentò un duro colpo per la causa del panarabismo , poiché divenne chiaro che persino popoli ideologicamente simili non erano disposti a rinunciare alla propria statualità locale e all’autonomia amministrativa.

Mentre la Repubblica Araba Unita rivelava le debolezze strutturali dell’unificazione panaraba, la catastrofica sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967 pose fine all’ideologia panaraba. Il rapido collasso militare degli arabi minò le più importanti pretese dei regimi rivoluzionari in termini di leadership regionale e legittimità antimperialista. Dopo il 1967, la politica estera araba subì una svolta: un cambiamento fondamentale di enfasi, passando dalla dimensione ideologica a quella pragmatica e dall’azione transstatale alla politica westfaliana. L’autodifesa, la difesa territoriale e l’equilibrio di potere della realpolitik furono gli unici mezzi di sopravvivenza adottati dai regimi arabi in risposta alle gravi minacce alla sicurezza che dovevano affrontare. La costruzione interna dello stato fu ulteriormente incoraggiata dalla regolarità della guerra e dall’aumento dei flussi di entrate interne derivanti dal boom petrolifero degli anni ’70, che portarono a una maggiore forza dello stato e alla resistenza alla sovversione ideologica esterna da parte dei singoli governi. La nozione di patriottismo e lealtà basata sul singolo stato territoriale, chiamata Wataniyya, divenne il fattore dominante nelle relazioni internazionali in Medio Oriente , soppiantando la Qawmiyya.

I leader politici contemporanei interpretano il ruolo dei nazionalisti arabi (neo-panarabismo) in modo difensivo, non con l’intento di creare un’entità unificata che ridurrebbe l’importanza dello Stato e aumenterebbe il potere del movimento panarabo. La politica della regione non si concentra tanto sul tentativo di “sfumare i confini”, quanto piuttosto su un feroce sforzo difensivo per preservare e rafforzare lo Stato. L’ordine regionale moderno in Medio Oriente è incentrato sulla sicurezza delle strutture statali, dei confini nazionali e sull’integrità contro la disgregazione degli stati subnazionali. A differenza della metà del XX secolo, quando gli stati abbracciarono l’opzione della fusione politica, i governi odierni in Medio Oriente sono spinti a preservare lo Stato-nazione e la sua sicurezza contro attori armati subnazionali e altre forze per procura che mirano a indebolire lo Stato dall’interno.

Destrutturare lo Stato sovrano: reti di intermediari iraniani e dinamiche tra grandi potenze

Gli attori armati non statali all’interno di reti per procura asimmetriche rappresentano attualmente la maggiore minaccia alla sopravvivenza degli Stati in Medio Oriente. Questo è l’approccio seguito dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che ha costruito una rete regionale avanzata denominata “Asse della Resistenza” (Mihwar al-Muqawama). Il modello per procura iraniano è stato avviato all’indomani della Rivoluzione Islamica del 1979 ed è gestito dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche – Forza Quds (IRGC-QF), conferendo a Teheran la capacità di schierare una forza asimmetrica, creare profondità strategica e intimidire gli avversari regionali e globali, senza dover affrontare l’onere finanziario o la minaccia militare diretta di un conflitto interstatale convenzionale.

La strategia per procura dell’Iran non mira a rovesciare gli stati ospitanti o a sostituirli con colonie formali, bensì a creare una situazione di “sovranità ibrida” . Gli attori ibridi per procura non sono rivoluzionari, ma risiedono all’interno delle strutture statali formali, le sfruttano e le controllano dall’interno. Il risultato è la creazione di sovranità parallele che erodono gradualmente lo stato a livello politico, militare, economico e amministrativo.

I gruppi ibridi competono alle elezioni nazionali , siedono in parlamento e occupano posizioni chiave nel governo, sia a livello politico che istituzionale. Utilizzano tattiche politiche e minacce per ottenere leggi che consentano loro di bloccare le decisioni in materia di difesa nazionale, controllare i ministeri civili e gestire ingenti somme di denaro pubblico per pagare il proprio personale, costruire basi militari e consolidare le proprie reti politiche. Nel settore militare, le forze armate statali formali, note come apparato militare, sono sottofinanziate o limitate. Allo stesso tempo, questi gruppi ibridi mantengono proprie ali militari equipaggiate con armi cinetiche avanzate, tra cui missili balistici a guida di precisione, droni armati e missili da crociera antinave. Queste ali armate sono totalmente indipendenti dal controllo operativo, hanno propri consigli e finanziatori esterni e non sono soggette né ai ministeri della difesa nazionale né ai comandanti in capo costituzionali.

In ambito economico, le reti di intermediari creano economie sommerse non soggette al controllo della banca centrale. Il loro compito è quello di assumere il controllo di importanti valichi di frontiera internazionali, supervisionare il commercio transfrontaliero illegale, imporre dazi doganali illegali e svolgere attività commerciali. Queste attività privano le casse statali centrali delle entrate fiscali e finanziano le milizie . In ambito sociale, gli intermediari gestiscono sistemi alternativi di assistenza sociale, tribunali religiosi e strutture sanitarie. La fornitura di servizi di base alle fasce più emarginate della popolazione crea una solida legittimità popolare a livello sub-statale, che supera le carenze infrastrutturali delle strutture statali formali. Gli attori intermediari ibridi beneficiano di tutti i vantaggi dello Stato , come l’immunità sovrana, la tutela legale, gli stipendi statali e la rappresentanza statale tramite agenti diplomatici ufficiali, ma non si assumono le responsabilità costituzionali, gli obblighi legali o i doveri civici imposti dallo Stato westfaliano contemporaneo.

I tre casi di studio regionali – Libano, Iraq e Yemen – illustrano molto chiaramente questo tipo di cattura dello Stato. Hezbollah si è trasformato da movimento clandestino nel gruppo politico e militare più potente del Libano. Hezbollah possiede un braccio armato tecnologicamente avanzato, sia per il numero di missili a guida di precisione in suo possesso, sia per le capacità di questi ultimi. Hezbollah esercita un effettivo potere di veto sulle decisioni del governo e controlla le forze armate libanesi, con membri sia nel governo che nel parlamento. Le azioni unilaterali di Hezbollah, come il dispiegamento di migliaia di combattenti in Siria per preservare il regime di Assad o l’avvio di guerre ai confini con Israele senza considerarne le conseguenze, hanno privato il governo libanese della sua autorità in materia di guerra e pace, escludendo di fatto lo Stato formale dalla lista delle potenze sovrane.

Tuttavia, in Iraq, il vuoto di sicurezza creatosi dopo l’invasione statunitense del 2003 ha favorito la proliferazione di gruppi armati sostenuti dall’Iran. La creazione delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF/Hashd al-Shaabi) è stata innescata dall’emergere dell’ISIS nel 2014, che ha riunito decine di gruppi armati. Nel 2016, il parlamento iracheno ha approvato una legge per integrare le PMF nell’apparato di sicurezza statale e per assegnare stipendi governativi ai suoi membri. Si è trattato però di un’incorporazione legale, non di una subordinazione legale delle milizie al governo. Stabilire e coltivare una forte fedeltà a protettori esterni, estese reti economiche del mercato nero, il controllo dei valichi di frontiera, l’infiltrazione nei ministeri statali e le incursioni militari non autorizzate in paesi stranieri sono tutti elementi distintivi delle principali brigate delle PMF che stanno sistematicamente minando la sovranità ufficiale irachena.

Il conflitto tra Ansar Allah e lo Yemen si è trasformato in una guerra per procura, dove una questione politica interna è sfociata in un conflitto catastrofico. Nel 2014, gli Houthi hanno conquistato in modo decisivo la capitale Sana’a, rovesciando il governo riconosciuto, dopo aver ricevuto tecnologia missilistica avanzata, droni armati e addestramento tattico dall’Iran e da Hezbollah. Gli Houthi hanno preso il controllo del nord dello Yemen, riscuotendo tasse e governando milioni di persone senza alcuna autorità riconosciuta a livello internazionale. Gli Houthi, che occupano una posizione geografica lungo il Mar Rosso, hanno utilizzato la loro flotta di missili e droni avanzati per colpire il traffico marittimo internazionale, pur non dovendo affrontare alcuna responsabilità legale internazionale per le loro azioni, minacciando al contempo costantemente l’Arabia Saudita e cercando di indebolire una delle potenze regionali.

Inoltre, la discrepanza tra principale e agente è molto marcata nel caso della guerra per procura. Col passare del tempo, i gruppi per procura non statali sviluppano basi locali, acquisiscono risorse locali e perfezionano la tecnologia militare. Ciò porta all’emergere di aspirazioni politiche locali e all’indipendenza tra i gruppi per procura, che a volte sfociano in scontri con i loro sponsor o nel coinvolgimento di questi ultimi in inutili escalation. Se gruppi per procura autonomi lanciano un’operazione militare scoordinata o violano le linee rosse, i paesi ospitanti si trovano ad affrontare contrattacchi devastanti. Il paese ospitante formale non ha alcun potere di veto sul patrocinatore straniero o sul gruppo per procura locale ed è completamente emarginato in materia di sicurezza nazionale.

Queste minacce per procura sub-statali sono state sistematicamente ignorate dalle grandi potenze globali (Stati Uniti, Russia e Cina) nel tentativo di aiutare gli stati mediorientali a eliminarle. Gli interventi delle grandi potenze hanno spesso aggravato la fragilità statale a causa di tre fattori sistemici:

Il Medio Oriente è un campo di competizione strategica a somma zero per le potenze mondiali. Le grandi potenze non investono nella costruzione di istituzioni statali trasparenti; al contrario, favoriscono i propri alleati statali o sub-statali per superare in competitività i rivali globali. In Siria, ad esempio, l’intervento militare russo si è basato sul principio di preservare il regime e garantire le infrastrutture navali a Tartus e Khmeimim, piuttosto che sull’obiettivo di ripristinare un apparato statale unificato e responsabile. In secondo luogo, gli attori esterni perseguono politiche transazionali a breve termine e interessi di sicurezza ristretti , anziché politiche volte a smantellare le milizie non statali, per affrontare questioni come il transito energetico, la non proliferazione nucleare e la lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti , in molte occasioni, si sono alleati direttamente con attori sub-statali per raggiungere obiettivi tattici contro gruppi estremisti, il che ha a sua volta avuto un impatto negativo sull’autorità dello Stato centrale. In terzo luogo, l’intervento straniero incentrato sul cambio di regime o sul ritiro rapido ha ripetutamente minato la governance amministrativa. L’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 e l’invasione della Libia da parte della NATO nel 2011 hanno distrutto le istituzioni e i sistemi amministrativi esistenti, ma non hanno creato alternative valide. Il conseguente vuoto di sicurezza ha permesso ai concorrenti regionali e alle reti non statali di forze per procura di crescere a passi da gigante. Ma, intrappolati tra l’aggressiva penetrazione substatale per procura e l’apatia transazionale delle potenze globali, Gli stati mediorientali sono strutturalmente indeboliti e non possono affermare la sovranità westfaliana esclusiva sui propri territori nazionali.

Conclusione

Il Medio Oriente è oggi uno stato-nazione in crisi. Lo stato mediorientale è stato spesso concepito come uno stato forte e debole: fortemente militarizzato, istituzionalmente debole, strutturalmente vulnerabile e privo di legittimità civica. La guerra per procura sfrutta aggressivamente questa situazione ed è un motore di destrutturazione statale. Le potenze esterne forniscono finanziamenti, armi e addestramento ad attori non statali, rompendo così il monopolio weberiano della violenza fisica e sostituendo lo stato con un oligopolio eterarchico della forza. L’ascesa di attori ibridi per procura, come Hezbollah in Libano, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) in Iraq e gli Houthi in Yemen, che ricoprono posizioni formali nel governo e operano anche come forze militari indipendenti, crea una paralisi politica permanente e debolezze strutturali, oltre a minacciare i paesi vicini. Allo stesso tempo, si può osservare che gli stati mediorientali sono oggi preoccupati dal problema fondamentale di proteggere i propri confini, le proprie istituzioni e la propria sopravvivenza, passando dall’unionismo panarabo del XX secolo (Qawmiyya) alla preservazione statalista (Wataniyya).

Per ristabilire la stabilità in Medio Oriente, l’era della gestione per procura deve cedere il passo alla ricostruzione della sostanza politica dello Stato-nazione in modo funzionale ed empirico. A livello nazionale, i governi a vari livelli dovrebbero istituire chiare istituzioni civiche, promuovere la cittadinanza nazionale e garantire che tutte le milizie armate organizzate siano strettamente subordinate alle forze di difesa costituzionali unificate, o addirittura eliminarle. A livello internazionale, le grandi potenze mondiali e regionali devono passare da un approccio competitivo a un coinvolgimento indiretto negli Stati fragili. Se non si rispetta la sovranità territoriale e non si ricostruisce il sistema amministrativo centrale, lo Stato mediorientale continuerà a perpetuare un circolo vizioso di collasso istituzionale, governo per procura e conflitto.

Informazioni sul Dott. Ramzi Bendebka

Il Dott. Ramzi Bendebka è Professore Associato e Ricercatore presso l’Università Islamica Internazionale della Malesia (ISU) di Kuala Lumpur, Malesia. I suoi campi di ricerca includono Studi Internazionali, Studi sul Medio Oriente e sull’Africa, Studi Regionali e la Regione Asia-Pacifico. Collabora con diversi siti e piattaforme di rilievo, come Asia Power Watch, l’Atlas Institute of International Studies e Modern Diplomacy. Ramzi Bendebka è redattore di sezione, membro del comitato editoriale e revisore per diverse riviste. Ha curato diversi libri e il suo recente articolo di ricerca, “New regionalism” in the Middle East and North Africa region (MENA): an evaluation of its characteristics, Journal of International Studies, è stato pubblicato sul Journal of International Studies.

La Russia alza la posta in gioco: bombarda il ponte sud di Kiev con un missile Iskander, di Simplicius

La Russia alza la posta in gioco: bombarda il ponte sud di Kiev con un missile Iskander.

Simplicius 28 ottobre
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Ieri, per la prima volta dall’inizio della guerra, la Russia ha colpito con un missile balistico uno dei principali ponti sul fiume Dnepr. Dopo settimane di attacchi “sonda” apparentemente sperimentali con droni sui ponti meridionale e settentrionale di Kiev, la Russia ha finalmente utilizzato quello che si presume essere un missile Iskander per colpire il ponte meridionale.

Foto geolocalizzate che dimostrano che si tratta del ponte chiave a sud:

Un missile balistico di precisione ha colpito direttamente di fronte all’imbocco del tunnel della metropolitana del Ponte Sud , sul lato della stazione di Vydubichi , sulla riva destra del Dnepr.

È difficile dire se si sia trattato di una scelta intenzionale o di una fortunata coincidenza, ma i treni della metropolitana non attraverseranno questo ponte per un bel po’ di tempo.

Per mantenere il traffico stradale sul ponte sospeso per un periodo prolungato, sarebbero necessari impatti simili anche sulle corsie stradali.

Ci sono alcune cose importanti da dire riguardo a questo attacco.

Innanzitutto, la precisione è stata notevole. Il missile ha colpito esattamente il centro della linea ferroviaria, anziché le due strade laterali. Ecco un’immagine ravvicinata per mostrare approssimativamente il punto d’impatto:

Se dovessimo supporre che ciò sia stato intenzionale, forse per evitare il traffico civile sulla strada esterna, per colpire solo la ferrovia o semplicemente per mirare alla parte portante centrale della struttura, la precisione del CEP dell’Iskander si collocherebbe nell’intervallo più ristretto possibile di circa 5 metri, anziché nei 10-15 metri spesso ipotizzati dalle fonti occidentali.

È vero che occasionalmente sono sorti dubbi sulla precisione dei missili russi, dato che si sono verificati alcuni errori notevoli e spiegabili. Ciò potrebbe essere dovuto a malfunzionamenti del sistema di guerra elettronica o ad altri fattori, ma quando il missile funziona correttamente sembra in grado di raggiungere una precisione estrema, soprattutto se paragonata a quella delle bombe plananti russe, che di recente sono state viste mancare il ponte di Zaporozhye.

Ciò detto, va ricordato che la scorsa settimana la Russia ha colpito anche il ponte di Zaporozhye con droni tedeschi, prendendo di mira, a quanto pare, ancora una volta i cavi di sostegno, proprio come avevano fatto a Kiev all’inizio del mese (la seconda parte del filmato mostrerebbe attacchi con bombe plananti contro il ponte):

Ma torniamo al ponte sud di Kiev. Inizialmente si parlò di ben quattro Iskander che avrebbero colpito il ponte, sebbene ci siano stati mostrati danni causati da un solo aereo.

Sebbene accurato, l’attacco dimostra qualcosa di cui scriviamo da anni: ci vorrebbero decine di missili per distruggere irrimediabilmente un ponte del genere. Già all’inizio del 2023 scrivevamo che sarebbe stato necessario l’intero arsenale di missili da crociera russo rimanente per tentare di abbattere tutti i ponti sul Dnepr.

Col senno di poi, la stima di “6 missili per ponte” è probabilmente troppo bassa, e non sarebbe sorprendente se ne fossero serviti molti di più, soprattutto considerando i potenziali errori e malfunzionamenti.

Possiamo constatare che il temuto Iskander è riuscito a creare solo una grande buca nello strato più superficiale del ponte di costruzione sovietica, con danni discutibili alla struttura interna. È interessante, tuttavia, notare che una buca separata, molto più piccola, è stata osservata dietro Klitschko, sulla carreggiata del ponte, all’esterno della linea ferroviaria interna.

È impossibile dire da cosa sia stato causato quel buco, ma di certo non da un Iskander.

A titolo di riferimento, confrontate le dimensioni dei fori lasciati dai razzi HIMARS sul ponte Antonovsky di Kherson nel 2022:

Il missile HIMARS ha penetrato a malapena parte della struttura in acciaio, creando fori di dimensioni pari a circa un quinto o meno del danno causato dall’Iskander. Lo stesso vale per il foro creato da un drone tedesco sul ponte nord della Kiev all’inizio di questo mese, che ha dimensioni simili a quello provocato dal missile HIMARS:

Le autorità ucraine hanno annunciato l’intenzione di ricevere nei prossimi mesi dai partner dei “ponti mobili”, presumibilmente pontoni.

Dopo gli attacchi, i ponti ucraini hanno iniziato a essere ricoperti con vari tipi di reti anti-drone, come si vede qui sul ponte di Zaporozhye, colpito da una serie di attacchi di droni tedeschi nell’ultimo mese:

Per ora, non possiamo trarre molte conclusioni se non che la campagna russa contro i ponti ucraini sta procedendo almeno in modo semi-sistematico, sebbene sembri ancora in una sorta di fase “sperimentale”. Possiamo ipotizzare diverse ragioni per questo: la Russia potrebbe testare diversi tipi di munizioni contro diverse sezioni del ponte per valutarne gli effetti; ad esempio, granate Geran contro i cavi di sostegno, testate penetranti contro la carreggiata stessa, ecc.

Inoltre, la Russia potrebbe non voler lanciare un unico bombardamento su larga scala con molte munizioni contro un ponte, poiché ciò causerebbe un elevato numero di vittime civili, considerando il traffico veicolare che lo attraversa in qualsiasi momento. Parallelamente, la Russia potrebbe tentare una deliberata campagna di “degrado graduale” per prosciugare il più possibile le risorse dell’Ucraina; ovvero, invece di bombardare in massa il ponte per renderlo inutilizzabile in una sola volta, lo si “deteriora gradualmente”, lasciando intervalli tra un bombardamento e l’altro per consentire interruzioni, caos, interventi di riparazione da parte degli ucraini, ecc., prosciugando così lentamente le risorse dello Stato. Un ponte cronicamente danneggiato e in costante stato di degrado è per certi versi peggiore di un ponte completamente inutilizzabile; è per questo che nelle guerre passate le truppe avversarie venivano spesso ferite intenzionalmente con le schegge anziché uccise sul colpo, al fine di gravare sulla logistica nemica, costretta a trasportare e soccorrere i feriti.

Visto che stiamo parlando di argomenti tecnici, accenniamo all’interessante rivelazione fatta ieri da Elon Musk riguardo a Starlink. A quanto pare, il vero motivo per cui Musk teme che Starlink possa diventare un’arma offensiva a livello militare è la sua convinzione che la Russia potrebbe “kesslerizzare” l’orbita terrestre e distruggere l’intero suo impero spaziale.

Il motivo per cui questa ammissione è sorprendente è che si pone in netto contrasto con l’atteggiamento spavaldo mostrato in precedenza da Musk sulla questione , quando si vantava che la Russia non sarebbe mai stata in grado di neutralizzare in modo significativo i satelliti Starlink perché SpaceX poteva “lanciarli nello spazio più velocemente di quanto la Russia potesse neutralizzarli”.

Ora, improvvisamente, è preoccupato. Potrebbe essere questa la ragione?

Tom Rogan@TomRtweets Un nuovo rapporto della DIA (dia.mil/Articles/Press…) conferma sostanzialmente lo sviluppo da parte della Russia, in violazione del Trattato sullo spazio extra-atmosferico, di un satellite nucleare in grado di distruggere costellazioni satellitari. (Il mio articolo del febbraio 2024 a riguardo è disponibile qui: washingtonexaminer.com/policy/defense…) washingtonexaminer.comGli Stati Uniti temono che la Russia si stia preparando a collocare armi nucleari nello spazio.18:20 · 27 ottobre 2026·42.600 visualizzazioni13 risposte·156 condivisioni·465 Mi piace

Dal comunicato stampa ufficiale della Defense Intelligence Agency di due giorni fa:

https://www.dia.mil/Articles/Press-Release/Article/4633953/dia-releases-challenges-to-security-in-space/

Il link rimanda al rapporto appena pubblicato: https://www.dia.mil/Portals/110/Images/News/Military_Powers_Publications/Challenges_Security_Space_2026.pdf

Musk potrebbe anche star pianificando astutamente in anticipo. Ora che il sistema russo analogo a Starlink sarà operativo nei prossimi anni, potrebbe temere la concorrenza: Starlink potrebbe compromettere la sua reputazione di vettore civile “neutrale” partecipando a operazioni belliche offensive. Ciò darebbe alla Russia un notevole vantaggio in futuro per convincere i paesi del Sud del mondo a utilizzare il sistema Rassvet, più “amichevole” e “neutrale”, al posto di Starlink, che potrebbe essere impiegato militarmente contro di loro in qualsiasi momento. È una situazione simile alla precedente lotta per le quote di mercato tra Glonass e GPS.

Rimanendo in tema tecnico, un altro sviluppo di questa settimana è stato l’annuncio da parte dell’ucraina Fire Point che il famigerato missile da crociera “Flamingo”, che avrebbe dovuto essere la prossima arma miracolosa in grado di mettere in ginocchio la Russia, ha visto la sua produzione completamente interrotta e il progetto è stato considerato un fallimento:

L’amministratrice delegata di Fire Point, Irina Terekh, ha confermato la notizia, ammettendo che il progetto era solo un “esperimento” concepito più per fini politici che altro:

In sintesi: si trattava di un’operazione di pubbliche relazioni, come sospettavamo da tempo.

RWA ha la spiegazione più plausibile e accurata per il fallimento del progetto estetico:

È interessante notare che Zelensky, in un’intervista rilasciata proprio la settimana scorsa a Steven Bartlett, ha affermato che l’Ucraina era la “fucina di talenti” dell’URSS:

«L’Ucraina veniva definita la fucina di talenti dell’Unione Sovietica. C’erano tantissimi scienziati, ingegneri, università, un’enorme intellighenzia. Molte persone provenienti dall’Ucraina sono poi arrivate a dirigere diverse istituzioni e ministeri nell’Unione Sovietica. L’Ucraina era il polo intellettuale dell’Unione Sovietica. L’Ucraina è sempre stata coinvolta nella produzione di razzi. Il più grande centro di produzione missilistica era qui, così come le armi nucleari, che l’Ucraina ha ceduto. Moltissime cose venivano prodotte in Ucraina.»

È interessante notare come questa fucina di talenti stia ora riciclando i resti dell’URSS, ridicolizzando e rinnegando al contempo la propria eredità sovietica. Abbiamo già parlato del recente missile balistico ucraino, una copia dell’S-300 sovietico, tra le tante altre armi riadattate. Come mai la parte “russa” dell’URSS, arretrata e marginale, ha continuato il suo percorso verso lo status di superpotenza che rappresenta oggi a livello globale, mentre lo Stato ucraino, “unico” e “speciale”, si è trasformato in una cloaca spopolata del terzo mondo?

Un’istantanea significativa dello sviluppo post-sovietico dell’Ucraina, vera e propria fucina di talenti, a confronto con quello di Mordor:

“Talento” contro puro entusiasmo e passione civilizzatrice .

Forse l’intelletto è sopravvalutato?


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Lo stato di eccezione silenzioso dello Stato del bunker, di Nel Bonilla – L’altra catena di comando, di The Duran

Lo stato di eccezione silenzioso dello Stato del bunker

Ovvero, Sulla nuotata sincrona legislativa e amministrativa francese

Nel Bonilla24 ottobre
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Honoré Daumier,Le Ventre Législatif (Il ventre legislativo), 1834. Litografia su carta vergata. National Gallery of Art, Washington, DC (Pubblico dominio / Wikimedia Commons).

Vorrei commentare brevemente quanto accaduto in Francia negli ultimi giorni. La Francia non è certo un caso isolato, ma il processo in atto è diventato molto più chiaro e visibile rispetto a prima.

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Ancora più importante, ciò a cui stiamo assistendo non è un singolo evento. È il culmine di un percorso legislativo e amministrativo che si è sviluppato almeno dal 2017, un anno che rientra a pieno titolo nel periodo in cui l’adattamento imperiale alla multipolarità, la svolta verso quello che io definisco lo Stato bunker e l’accettazione di specifiche funzioni territoriali di contenimento e di smistamento da parte dei membri europei della NATO hanno lentamente ma inesorabilmente iniziato a prendere forma. ( Presenta inoltre una sorprendente somiglianza con l’architettura giuridica e amministrativa instaurata sotto Javier Milei in Argentina, un processo parallelo molto meno osservato in Europa, a meno che non si provenga dall’America Latina o si seguano da vicino gli eventi ) .

Lo Stato bunker : una trasformazione qualitativa dello Stato moderno nel nucleo imperiale. Invece di essere un fornitore di beni pubblici, la pianificazione statale si sposta interamente verso la securitizzazione e la militarizzazione. In questo modello, la popolazione nazionale non è più considerata come composta da cittadini titolari di diritti civili ed economici, ma principalmente come oggetto di sicurezza nazionale. Inoltre, il Paese e la regione diventano nodi operativi in ​​una rete più ampia, finalizzata alla guerra ibrida multidominio contro i cosiddetti concorrenti strategici e i loro alleati.

Questo argomento meriterebbe probabilmente un saggio a sé stante ( questo non è un saggio, bensì una nota che si è rivelata troppo lunga, da qui la mancanza delle fonti, ma farò del mio meglio per rimediare presto ), ma per il momento, vorrei lasciarvi con quanto segue:

Non è stato necessario dichiarare lo stato di emergenza.

I resoconti provenienti dalla Francia nell’ultima settimana sembrano provenire da una città assediata: soldati dell’Operazione Sentinelle dispiegati sul territorio nazionale, veicoli blindati Centaure parcheggiati davanti all’Assemblea Nazionale, unità antiterrorismo d’élite (RAID, BRI, GIGN) mobilitate insieme a 70.000 poliziotti e gendarmi, deviazioni dell’ultimo minuto dei percorsi che hanno spinto i manifestanti verso la periferia urbana, oltre 30 stazioni della metropolitana chiuse o trasformate in posti di blocco con multe automatiche di 135 euro, coprifuoco in una dozzina di città e guardie di sicurezza private che pattugliano le vie commerciali.

Questi sviluppi rappresentano l’attivazione sincronizzata di un apparato normativo e amministrativo costruito tra il 2017 e l’agosto 2026 che confonde la difesa esterna con le forze dell’ordine interne, subordina i diritti civili alla gestione del rischio e integra le infrastrutture civili nella pianificazione della controinsurrezione e della guerra ibrida. (Lo Stato bunker, per intenderci.)

L’aspetto più rivelatore della repressione dell’ottobre 2026 fu che il governo non dichiarò formalmente lo stato di emergenza . Nonostante le pressioni di esponenti della destra, il Primo Ministro Sébastien Lecornu lo tenne in serbo, mentre il Ministro dell’Interno Laurent Nuñez dichiarò al Senato che lo Stato si sarebbe affidato esclusivamente alle “mesures de droit commun” (leggi ordinarie) e alla “polizia amministrativa”.

Perché? Perché lo stato di eccezione è già stato sostanzialmente preinstallato nel diritto ordinario.

Legislazione nazionale: normalizzare l’eccezione e il “continuum della sicurezza”

Negli ultimi nove anni, il Parlamento francese ha sistematicamente trasformato i poteri temporanei di emergenza e le dottrine di guerra in strumenti permanenti di governo interno:

Dall’emergenza al diritto ordinario

La legge SILT del 2017 ha recepito in modo permanente i poteri conferiti dallo stato di emergenza post-2015 nel diritto amministrativo ordinario, creando “perimetri di protezione” senza mandato e misure individuali di sorveglianza amministrativa (MICAS). Testato ulteriormente durante le Olimpiadi di Parigi del 2024, questo meccanismo di sorveglianza è stato consolidato due mesi fa con la legge RIPOST del 18 agosto 2026, che ha esteso la videosorveglianza algoritmica (VSA) fino al 2030 nelle stazioni ferroviarie e nei centri commerciali, ha ampliato la lettura automatizzata delle targhe (LAPI) all'”ordine pubblico durante gli assembramenti” e ha creato un’autorizzazione di emergenza di 72 ore per l’uso di droni in caso di “violenza urbana” (con 14 droni della polizia impiegati su Parigi questo fine settimana e sulle scuole superiori di Lione all’inizio di questo mese).

Militarizzazione e “Continuum della sicurezza”

Mentre la Legge sulla Sicurezza Globale istituzionalizzava l’integrazione della sicurezza privata nell’ordine pubblico e limitava la documentazione delle operazioni di polizia, la LOPMI finanziava la militarizzazione fisica della sicurezza interna, in particolare l’acquisto di 90 veicoli blindati VBMO Centaure equipaggiati con 30 lanciagranate automatiche per gas lacrimogeni e postazioni di armi a controllo remoto ( sì, perché? ).

Difesa totale e la nuova eccezione statutaria: promulgata appena due mesi prima dei disordini di ottobre, la versione riveduta del LPM ha stanziato 36 miliardi di euro per la guerra ad alta intensità, ha introdotto un registro nazionale del servizio militare che profila le competenze e la predisposizione dei cittadini all’impiego militare (esplicitamente concepito, in parte, per liberare soldati da impiegare nelle operazioni Sentinelle sul territorio nazionale) e ha creato un regime giuridico completamente nuovo tra le forze di polizia in tempo di pace e la legge marziale (état de siège): lo stato di allerta di sicurezza nazionale (état d’alerte de sécurité nationale). Insieme al Critical Infrastructure Resilience Bill (che, cosa interessante, recepisce le direttive UE), sottopone quasi 1.500 autorità regionali e locali, ospedali, reti di trasporto e “operatori di importanza vitale” (OIV) civili al rispetto delle norme di sicurezza nazionale, obbligando gli operatori civili a mantenere scorte belliche e autorizzando subappaltatori privati ​​per la guerra anti-drone.

Dai soggetti dei diritti agli oggetti di sicurezza

Nello Stato bunker, il contratto sociale liberale viene capovolto e modificato: i diritti fondamentali diventano privilegi condizionati concessi dall’esecutivo, mentre il welfare e la riproduzione sociale vengono strumentalizzati per garantire la conformità alle normative di sicurezza.

Concessione di licenze per il diritto di riunione

In vista delle manifestazioni del 24 ottobre, il Ministero dell’Interno ha incaricato i prefetti di valutare le dichiarazioni di protesta in base alla “fiabilité des organisateurs” (affidabilità degli organizzatori) e di effettuare “controlli di flusso” nelle stazioni ferroviarie per “identificare le persone non autorizzate a partecipare alle manifestazioni”. Il presidente Macron ha dichiarato senza mezzi termini che le richieste provenienti da “persone prive di legittimità” sarebbero state respinte e che sarebbero state consentite solo le marce co-firmate da sindacati riconosciuti. Trasformando un diritto costituzionale e dichiarativo in un privilegio concesso dallo Stato.

Le fatture “casseur-payeur” e il condizionamento del welfare all’obbedienza

Attualmente in fase di approvazione accelerata al Senato, con emendamenti governativi annunciati da Nuñez il 21 ottobre, la legge “Breaker-Payer” introduce la responsabilità civile collettiva fino a 10.000 euro per chiunque rimanga in una folla dopo l’ordine di dispersione, stabilisce la responsabilità finanziaria solidale per i genitori di minori e ripristina i divieti amministrativi preventivi di protestare prima di qualsiasi condanna giudiziaria. Inoltre, il disegno di legge elimina l’impossibilità legale di pignorare i sussidi familiari, abitativi e di reddito minimo (RSA) per pagare la surrogazione statale e assicurativa, mentre una circolare interministeriale firmata dal Ministro della Giustizia Gérald Darmanin e dal Ministro dell’Edilizia Vincent Jeanbrun il 19 ottobre ha ordinato a prefetti e procuratori di tagliare le prestazioni sociali e avviare gli sfratti dagli alloggi pubblici “immediatamente”, senza nemmeno attendere l’approvazione della legge.

(Per chi segue le vicende dell’America Latina, questa è la logica del regime legale e amministrativo instaurato sotto Javier Milei e Patricia Bullrich in Argentina: “chi taglia non cobra”, privando dell’assistenza sociale chiunque partecipi a blocchi stradali o proteste non autorizzate, addebitando ai movimenti sociali i costi operativi della propria repressione e riclassificando le proteste socio-economiche come una minaccia alla sicurezza nazionale.)

La guerra ibrida rivolta verso l’interno: sostituzione militare, primato dell’intelligence e pianificazione dell’austerità.

Quando la pianificazione governativa viene inglobata nelle dottrine della guerra ibrida e nell’austerità fiscale, il dissenso interno smette di essere trattato come una questione politica o sociale. Viene sempre più spesso percepito come controsovversione, una minaccia alla stabilità della società.

Fusione civile-militare

In seguito a una riunione del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale dell’Eliseo, convocata specificamente per affrontare le proteste interne, il 20 ottobre il governo ha requisito unità dell’esercito regolare nell’ambito dell’Operazione Sentinelle per agire “in sostituzione” delle forze di sicurezza interne, a guardia di siti istituzionali fissi, in modo che 70.000 agenti di polizia, CRS, gendarmi mobili, elicotteri e unità antiterrorismo d’élite (GIGN, RAID, BRI) potessero effettuare operazioni di contenimento stradale. In particolare, ciò ha ribaltato la dottrina del 2025 dello stesso Primo Ministro Lecornu, secondo cui “non si schiera l’esercito contro il proprio popolo”.

Servizi segreti?

La svolta strategica di Macron si è incentrata su un vertice “con tutti i servizi di intelligence”, dopo il quale l’esecutivo ha inquadrato l’aumento del costo della vita e i disordini sociali come “atti sediziosi” orchestrati dagli “ultragauche” e un “programma di destabilizzazione” in vista del 2027. La Procura nazionale antiterrorismo (PNAT) è stata posta in stato di osservatore in seguito all’incendio doloso del municipio di Limoges, l’intelligence territoriale (DNRT/SCRT) è stata sollecitata a mappare i collegamenti con l’opposizione parlamentare e un rapporto del Senato con 30 proposte ha lanciato appelli per espandere l’intelligence umana e algoritmica a monte per tracciare i “gruppi a rischio” e criminalizzare la semplice partecipazione a raduni non dichiarati.

Austerità di bilancio in sequenza dopo la sicurezza

Tutto ciò serve a sostenere una rigida architettura fiscale. Il progetto di bilancio francese per il 2027 impone un consolidamento di 43 miliardi di euro, congelando tutte le spese statali “escluso l’aumento degli sforzi per la difesa”, stanziando +6,4 miliardi di euro per la Difesa, +1 miliardo di euro per l’Interno e +0,4 miliardi di euro per la Giustizia. Con i rendimenti obbligazionari ai massimi da 24 anni citati come motivo per cui le concessioni sono “insostenibili”, lo Stato ha ordinato un’intera settimana di confinamento fisico totale prima di programmare una “tavola rotonda sociale” per lunedì 26 ottobre.

Infrastrutture a duplice uso, esilio spaziale e protezione privatizzata

A livello regionale e comunale, la dottrina nazionale viene applicata attraverso il potere unilaterale del prefetto (arrestamenti prefettizi), supportato dai tribunali amministrativi e dalla recente giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che legittima i divieti preventivi di protesta in nome di una “urgente necessità sociale”.

Confinamento spaziale ed esilio periferico

Anziché attivare il controllo parlamentare tramite la legge di emergenza del 1955 , le autorità imposero coprifuoco decentrati in 12 città e vietarono completamente le manifestazioni a Lione e in 30 comuni delle Bouches-du-Rhône (con i tribunali amministrativi che respinsero i ricorsi sindacali e per i diritti umani). A Parigi, il centro istituzionale fu dichiarato “zona rossa” dove uscire da una stazione della metropolitana in un perimetro non dichiarato comportava automaticamente una multa amministrativa fissa di 135 euro, mentre venerdì sera, meno di 24 ore prima della marcia, la Prefettura di Polizia aveva bandito la manifestazione da Bastille-Nation ai Boulevard des Maréchaux lungo la tangenziale esterna.

Infrastruttura civile a duplice uso come camera di decompressione filtrante

Le reti di trasporto pubblico ora funzionano come estensioni della Prefettura di Polizia. Oltre 30 stazioni della metropolitana di Parigi, distribuite su 9 linee, sono state chiuse per interrompere la connettività urbana, mentre sono stati imposti perimetri di protezione antiterrorismo ai principali snodi ferroviari, autorizzando gli agenti di sicurezza delle reti di trasporto pubblico a perquisire i passeggeri in ogni stazione dell’Île-de-France, oltre ai posti di blocco della polizia che confiscano dispositivi di protezione (occhiali, mascherine, siero). Contemporaneamente, le infrastrutture digitali sono state requisite in base agli obblighi di “rischio sistemico” previsti dal Digital Services Act (DSA) dell’UE: le piattaforme sono state convocate al Ministero dell’Interno, TikTok ha disabilitato il completamento automatico delle ricerche relative alle proteste e Nuñez ha invocato la giurisprudenza del Consiglio di Stato del 2025, secondo la quale “nulla in linea di principio vieta” all’esecutivo di sospendere le funzionalità dei social media durante le rivolte in “circostanze eccezionali”.

L’approccio “dell’intera società” e la sicurezza privatizzata

In linea con la Revue Nationale Stratégique 2025 (che anticipa il territorio nazionale preso di mira da “azioni ibride di massa”) e con la priorità della Stratégie Nationale de Résilience del giugno 2025 di “rendere tutti i cittadini utili al servizio della resilienza della Nazione”, la Prefettura di Parigi ha aperto un portale dedicato dove i cittadini possono caricare filmati di manifestanti per alimentare le indagini. Ancor più evidente è la mercificazione del monopolio statale sulla protezione: mentre la Prefettura di Parigi consigliava ai commercianti di “partecipare alla sicurezza delle proprie attività” assumendo guardie private e unità cinofile, la Métropole di Lione e la Camera di Commercio hanno formalmente finanziato, in coordinamento con la prefettura, 40 agenti di sicurezza privati ​​per pattugliare le “zone sensibili” del centro città. ( Il che mi ricorda un po’ quello che accade nel film “The Insurrection”, se qualcuno l’ha visto, basato su eventi storici. Più le cose cambiano… ).

Ciò che vediamo in Francia è uno Stato qualitativamente trasformato; uno Stato che ha riprogettato il suo apparato giuridico, infrastrutturale e fiscale in modo che lo Stato di eccezione operi silenziosamente come normale Stato di diritto, i cittadini siano gestiti come potenziali vettori di destabilizzazione ibrida e la sfera pubblica sia governata come una base militare.

Purtroppo, questo processo è in atto in molti paesi. È silenzioso ed emerge solo quando le persone iniziano ad agire come soggetti anziché come oggetti passivi, quale l’attuale ordine imperiale vorrebbe che diventassimo.


Addendum

Questi sono gli appunti e le interviste che toccano, almeno in parte, gli argomenti qui trattati:

Sullo stato di bunker, l’Europa e l’orizzonte politico condiviso

L’impero NATO contrattacca

Tempi di mostri e imperi

Dal simposio di Kyoto (Geopolitica ai tempi dei mostri)

Sulle proteste studentesche francesi: il conflitto politico come un problema tecnico


Partecipa alla conversazione

Prima di concludere, vorrei sentire la vostra opinione.

Poiché nessuna singola persona possiede una visione d’insieme completa del panorama geopolitico, possiamo raggiungere una parvenza di verità solo attraverso un dialogo costante. Come ben compresero pensatori come Mikhail Bakhtin e Paulo Freire, la verità emerge dall’attrito tra prospettive diverse. La costruzione di una teoria richiede di mettere a confronto i nostri schemi concettuali, di metterli alla prova e di lasciare che tale attrito riveli i nostri reciproci punti ciechi. L’impero e il suo apparato amministrativo pianificano collettivamente, attraverso ministeri, confini e generazioni. Anche la forza contraria deve imparare a vedere collettivamente, colmando le lacune di prospettiva che caratterizzano la condizione umana.

Se osservate attentamente il vostro Paese o la vostra città, dove notate questo silenzioso stato di eccezione , in cui i poteri di emergenza sono silenziosamente preinstallati nelle leggi ordinarie e nei decreti amministrativi? Quali documenti legislativi, prefettizi o comunali sembrano riclassificare i cittadini da soggetti di diritti a oggetti di sicurezza? Avete notato l’insidiosa diffusione di questa “nuotata sincrona” nella vostra vita quotidiana: bilanci pubblici cannibalizzati per la difesa e la polizia interna, welfare e diritti sociali subordinati al rispetto delle norme di sicurezza, guardie private cooptate per l’ordine pubblico, o reti di trasporto pubblico e digitali trasformate in camere di decompressione “a duplice uso” sotto la bandiera della “resilienza” nazionale?

Per chi legge dall’esterno del nucleo imperiale, in particolare dall’America Latina e dalla più ampia Maggioranza Globale, dove i laboratori di terapia d’urto neoliberale e di governance controinsurrezionale (come il regime legale e amministrativo instaurato da Milei in Argentina) hanno spesso prefigurato o proceduto parallelamente a ciò che ora si sta sviluppando nella metropoli, come vedete questi modelli rispecchiarsi e rafforzarsi a vicenda? Come si sta manifestando la fusione tra disciplina del debito sovrano, dottrina della guerra ibrida e criminalizzazione della protesta sociale nella vostra politica locale?

Infine, la traiettoria predefinita che ho descritto è invincibile solo se ci rifiutiamo di studiarla. Quando lo Stato bunker chiude o confina preventivamente lo spazio fisico e digitale, esternalizza la repressione a multe automatizzate e tribunali amministrativi e governa la sfera pubblica come una base militare, i repertori tradizionali di protesta si scontrano sempre più con un muro. Dove vedi sforzi, per quanto piccoli, per adattarsi e contrastare questa tendenza al contenimento? Dove sono i tentativi di costruire le nostre istituzioni solide, la nostra rigorosa capacità di pianificazione e gli orizzonti strategici condivisi e transfrontalieri che potrebbero effettivamente contrastare la gabbia e proteggere la sfera civile? Ovunque tu sia.

Costruiamo insieme questa comprensione. Lasciate i vostri pensieri nei commenti qui sotto.

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Smantellare i miti che circondano la trasformazione dello stato moderno – mappare la burocrazia banale e adattiva dello Stato bunker laddove altri vedono solo abusi di potere da parte della polizia o governi impotenti e disorganizzati – richiede di lavorare liberi dai filtri dei think tank, dei media e delle istituzioni del nucleo transatlantico. Worldlines si basa su un sostegno indipendente.

Il tuo contributo alimenta il rigoroso e impegnativo lavoro di tracciamento dei documenti legislativi e amministrativi, di analisi della convergenza tra le dottrine di polizia interna e di guerra ibrida e di rendere comprensibili, al di là dei confini, i meccanismi di questo silenzioso stato di eccezione.

Sono profondamente grato a ogni abbonato a pagamento. La vostra fiducia in questo lavoro mi permette di dedicarmi a tempo pieno ad affrontare questo periodo di transizione, a smascherare la costruzione dello Stato-Bunker e a rompere il silenzio del consenso gestito.

Sullo stato di bunker, l’Europa e l’orizzonte politico condiviso

Tratto dal mio recente intervento al Simposio di Kyoto 2026.

Lo Stato del Bunker

“Lo Stato bunker, direi, è in un certo senso questa nuova combinazione, in termini gramsciani. In cosa consiste? Beh, riguarda principalmente la trasformazione qualitativa dello Stato, soprattutto a partire dal nucleo transatlantico guidato dagli Stati Uniti, ma non solo. In che senso una trasformazione? Non nel senso di instaurare una dittatura militare o qualcosa del genere. Si tratta di una nuova combinazione di caratteristiche. Ad esempio, lo Stato continua a fornire beni pubblici in qualche modo, ma si concentra sempre più sull’austerità, sulla disciplina fiscale e, naturalmente, sulla narrativa della sicurezza, dell’autodifesa, che ci si creda o no. Ma questo è in un certo senso simile al processo di competizione geopolitica. E poi la popolazione stessa, i suoi cittadini, non sono più visti come soggetti capaci con diritti che possono in un modo o nell’altro influenzare il loro futuro collettivo. Sono visti come oggetti di sicurezza, come risorse, vulnerabilità, persino come virus, come oggetti da gestire in quest’epoca di guerra ibrida.”

Aggiungerei inoltre che si tratta di sovraordinare il livello di pianificazione. Intendo dire che la pianificazione urbana e regionale che conosciamo dal punto di vista civile viene sovraordinata a questa idea di guerra ibrida, a questa idea di gestione della multipolarità. In sostanza, questo è il concetto di Stato bunker.

Proteste in Europa

Vorrei aggiungere che l’Europa, o i diversi paesi europei, sono come un punto di condensazione, un luogo di cristallizzazione, dove possiamo osservare molte di queste trasformazioni in modo molto evidente. Da un lato, naturalmente, abbiamo la NATO 3.0, in cui i diversi paesi europei vengono militarizzati sempre di più, ma allo stesso tempo legati alle strutture di comando e controllo dell’esercito statunitense, attraverso la tecnologia, la costruzione di infrastrutture e così via. Dall’altro lato, abbiamo tutte queste proteste che forse alcuni di voi avranno notato in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Belgio, che spesso riguardano proprio il deterioramento materiale in diversi ambiti, come l’edilizia abitativa, l’istruzione, la retribuzione dei lavoratori, ecc. Bisogni esistenziali.

Ma ora direi che non si tratta solo di affermare che ci sono proteste e che si stanno svolgendo, ma se stanno creando solidarietà, se c’è una risonanza transfrontaliera, se si sta tentando di costruire, si potrebbe persino dire, un blocco storico europeo. Sta succedendo? E se così fosse, direi che questo verrebbe considerato una minaccia, senza dubbio, dagli Stati Uniti e dalle classi dirigenti europee.

Speranza organizzata

Per concludere, direi: Gramsci non si è limitato a dire “ok, il vecchio deve scomparire e poi arriverà il nuovo”. In realtà, ha inserito questa affermazione in una serie di interrogativi, come ad esempio: la forza può impedire la nascita del nuovo? E la crisi – la crisi in atto – produrrà il ripristino del vecchio o una nuova combinazione? Direi quindi che l’esito di questo passaggio è aperto, incerto. Il nuovo, direi, nasce ovunque e ogniqualvolta le persone smettano di percepirsi come oggetti isolati della storia e inizino ad agire come soggetti politici, costruendo un orizzonte condiviso, un linguaggio condiviso, e dando a tutto ciò una forma organizzativa e istituzionale.

Tali progetti e tali movimenti possono essere sconfitti qua e là. Ma se riescono a sopravvivere mantenendo intatte alcune delle loro strutture istituzionali e la loro lingua, allora c’è ancora speranza. Direi quindi che il compito è costruire e preservare tutte queste relazioni sociali, organizzazioni, orizzonti condivisi e istituzioni linguistiche che alla fine sostituiranno – quando tale crollo avverrà – il vecchio ordine consolidato. Speriamo quindi che il vecchio scompaia e crolli. Ma direi che abbiamo bisogno di una speranza organizzata per costruire tutte queste relazioni affinché il nuovo possa sopravvivere abbastanza a lungo da sostituire il vecchio.

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L’altra catena di comando

Elon Musk punta il dito contro Washington in merito a Starshield, mettendo in luce una vulnerabilità che va ben oltre Starlink: il potere di determinare ciò che un esercito può fare potrebbe risiedere al di fuori della sua stessa struttura di comando.

The Duran Insider25 ottobre
 
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La guerra moderna ha acquisito una seconda catena di comando. Essa non compare negli organigrammi militari e la sua autorità è raramente oggetto di discussione in pubblico. Opera attraverso reti satellitari, infrastrutture digitali e accordi commerciali che determinano l’accesso alle tecnologie da cui gli eserciti dipendono sempre più.

Le implicazioni sono notevoli. I governi possono fornire armi, approvare operazioni militari e finanziare interi sforzi bellici. Tuttavia, quando le comunicazioni essenziali dipendono da un fornitore esterno, la libertà operativa dipende in ultima analisi da decisioni prese al di fuori del campo di battaglia.

È questo il significato più ampio del confronto tra Elon Musk, l’Ucraina e Washington riguardo a Starlink e Starshield. Quella che inizialmente sembrava una restrizione tecnica si è trasformata in una controversia sulla dipendenza militare, sulla responsabilità politica e sui limiti della partecipazione del settore privato alla guerra.


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Quando un limite di velocità diventa una decisione militare

Il 14 ottobre, le autorità ucraine hanno riferito che le apparecchiature di comunicazione satellitare avevano smesso di funzionare sulle piattaforme in rapido movimento; secondo quanto riportato, le connessioni risultavano limitate quando i terminali superavano i 160 chilometri all’ora circa.

Le conseguenze sono andate ben oltre il semplice disagio. I comandanti ucraini hanno segnalato l’interruzione delle missioni dei droni, mentre le restrizioni hanno interessato anche i droni intercettori ad alta velocità impiegati contro gli attacchi aerei russi.

Il 24 ottobre, il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato che Starlink e Starshield erano tornati alle precedenti velocità operative. Il Ministero della Difesa ucraino ha segnalato connessioni stabili a velocità superiori ai 400 chilometri all’ora.

Il problema immediato sembrava risolto. La vulnerabilità di fondo, però, rimaneva.

L’Ucraina aveva scoperto che le capacità integrate nelle sue operazioni militari potevano essere limitate senza il suo consenso e, secondo i funzionari ucraini, senza preavviso.

Non si è trattato semplicemente di un problema di comunicazione. Ciò ha dimostrato come una modifica apportata a un servizio tecnologico potesse alterare le capacità operative senza che un esercito avversario dovesse necessariamente sconfiggerle.

Musk traccia una linea di demarcazione tra difesa e attacco

Le dichiarazioni di Musk sono diventate sempre più esplicite.

Il 14 ottobre ha distinto il servizio commerciale Starlink da Starshield, il servizio a vocazione militare fornito grazie ad accordi con il governo degli Stati Uniti. Ha ribadito che le decisioni relative alle restrizioni di Starshield spettano alle forze armate americane e, in ultima istanza, al presidente.

Dieci giorni dopo, Musk ha ammesso che SpaceX aveva colmato quella che ha definito una scappatoia che consentiva all’Ucraina di utilizzare il servizio commerciale Starlink per attacchi offensivi con droni.

La sua argomentazione si basa su una distinzione: un’azienda privata di telecomunicazioni può legittimamente sostenere la difesa di un Paese senza assumersi la responsabilità di agevolare operazioni militari offensive.

Tale distinzione riveste un’importanza commerciale, giuridica e politica. Starlink serve clienti civili in tutto il mondo. Starshield fornisce capacità specializzate a utenti governativi e militari, sebbene i due servizi condividano importanti infrastrutture di base.

Musk sta quindi cercando di tracciare una linea di demarcazione tra la rete commerciale da lui controllata e le applicazioni militari di cui si fanno carico i governi.

Tuttavia, la sua accusa di un uso offensivo non autorizzato da parte dell’Ucraina rimane contestata. I funzionari ucraini hanno contestato l’ipotesi secondo cui Starlink, nella sua versione commerciale, avrebbe reso possibili gli attacchi descritti da Musk.

Ma soprattutto, secondo quanto riferito, le restrizioni avrebbero influito anche sulle operazioni difensive. La difficoltà sta nel fatto che una limitazione giustificata dalla distinzione tra guerra offensiva e guerra difensiva può avere conseguenze su entrambe.


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Cosa sta cercando di ottenere Musk?

L’ultimo intervento di Musk lascia intravedere diversi obiettivi che si sovrappongono.

Il primo è quello di evitare che SpaceX diventi indissolubilmente legata alle decisioni militari dei propri clienti. Sottolineando le restrizioni relative al servizio e la separazione tra Starlink e Starshield, egli afferma che fornire infrastrutture di comunicazione non equivale ad accettare una responsabilità illimitata per il loro utilizzo in tempo di guerra.

Il secondo è di natura politica. Musk si è espresso in modo sempre più esplicito contro coloro che, a suo avviso, sostengono il protrarsi del conflitto senza proporre una soluzione realistica. Nella sua dichiarazione del 24 ottobre ha condannato quelli che considera i sostenitori di una guerra senza fine.

Non si tratta più solo di una discussione sulla politica commerciale. Musk sta mettendo pubblicamente in discussione i presupposti politici alla base del proseguimento del sostegno militare all’Ucraina.

Il suo terzo messaggio riguarda la dipendenza.

Musk ha sostenuto che, se Starlink venisse completamente ritirato, la linea del fronte ucraina crollerebbe immediatamente. Ha chiarito che si trattava di un’osservazione e non di una minaccia.

L’affermazione è una valutazione di Musk, non una previsione militare formulata in modo indipendente. Tuttavia, la sua importanza risiede nella dipendenza che essa evidenzia.

Ricordando a Kiev quanto le sue forze armate dipendano da SpaceX, Musk sta anche mettendo in luce l’influenza di cui gode chiunque gestisca infrastrutture militari essenziali.

Ciò non dimostra che egli abbia deliberatamente limitato l’uso di Starshield per costringere l’Ucraina a fare concessioni. Dimostra invece che la sua posizione nel settore tecnologico conferisce un peso insolito al suo intervento pubblico.

Il problema della responsabilità politica

L’aspetto più significativo della vicenda potrebbe essere proprio la confusione su chi abbia autorizzato tali restrizioni.

Reuters ha riferito, citando fonti ufficiali, che le limitazioni relative a Starshield sono state decise all’interno della Casa Bianca. CBS News e il Wall Street Journal hanno riportato testimonianze secondo cui la decisione sarebbe stata presa da Musk.

Musk ha ribadito che le restrizioni relative a Starshield rientrano nella competenza del governo americano. Alti funzionari dell’amministrazione hanno negato di aver ordinato l’interruzione.

Questi conti non sono stati ancora completamente riconciliati.

Il disaccordo è rilevante perché Starshield si colloca all’incrocio tra proprietà privata, appalti pubblici e comando militare. Gli Stati Uniti possono decidere come impiegare una forza armata, ma per la tecnologia di base dipendono da un fornitore privato.

Il risultato è un problema di responsabilità. Quando cambiano le modalità di accesso operativo, diventa difficile stabilire la distinzione tra una decisione commerciale e un’istruzione politica.

Per l’Ucraina, le conseguenze pratiche sono immediate. Per Washington e i suoi alleati, le implicazioni istituzionali sono notevolmente più ampie.

I limiti della dipendenza tecnologica

L’episodio non dovrebbe essere interpretato semplicemente come una presa di posizione da parte di Musk nel conflitto. Le sue obiezioni dichiarate riguardano l’uso militare della tecnologia commerciale, il protrarsi della guerra e le responsabilità di SpaceX.

Né le prove disponibili dimostrano che le restrizioni facessero parte di uno sforzo coordinato da parte degli Stati Uniti volto a imporre l’avvio di negoziati.

Ciò che emerge da questa polemica è un aspetto ancora più fondamentale.

Le capacità militari dell’Ucraina continuano a dipendere dalle decisioni prese da attori esterni i cui interessi strategici, commerciali e politici non coincidono necessariamente con gli obiettivi di Kiev.

Il ripristino della connettività risolve il problema immediato. Tuttavia, non elimina tale dipendenza.

Le implicazioni più ampie riguardano tutti i governi che integrano tecnologie fornite dal settore privato nella difesa nazionale. L’accesso a sistemi avanzati non equivale al controllo sovrano su di essi. Contratti, autorizzazioni e decisioni politiche possono assumere la stessa importanza delle attrezzature militari.

La domanda successiva non è quindi semplicemente se Musk imporrà un’altra restrizione, bensì se l’Ucraina e i suoi sostenitori occidentali riusciranno ad affermare un controllo più chiaro sui servizi essenziali e a sviluppare alternative credibili alla loro dipendenza da un unico fornitore.

Questo scontro ha messo in luce una caratteristica sempre più rilevante del potere contemporaneo: un esercito può disporre di armi sofisticate, ma continuare a dipendere dal permesso di qualcun altro per utilizzare le infrastrutture che ne garantiscono l’efficacia.


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La vittoria dei patrioti serbi, di Constantin Malofeev – Lula ha vinto, ma non il “lulismo”, di Alex Hochuli

La vittoria dei patrioti serbi

di Konstantin Malofeev

26 ottobre
Vucic paga certamente il prezzo della sua ambiguità; non mi pare che chi ha vinto seguirà la direzione auspicata nel testo.
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L’autore mi pare abbia preso una gran cantonata_Giuseppe Germinario
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Konstantin Malofeev commenta la storica vittoria elettorale degli studenti serbi che ha posto fine al lungo governo di Vučić.

Il popolo serbo ha emesso un verdetto storico sul regime di Vučić. Ciò che Tsargrad prediceva da anni si è avverato. L’era dell’ipocrisia politica e dei doppi giochi sta volgendo al termine.

Per anni, Aleksandar Vučić ha ipocritamente cercato di destreggiarsi tra l’Occidente e la Russia, indossando la maschera del patriota serbo davanti alle telecamere, ma tradendo sistematicamente gli interessi nazionali della Serbia a Bruxelles e Washington. Per tutto questo tempo, il suo regime si è aggrappato alla sua tattica manipolativa preferita: ha cercato di etichettare i giovani e gli studenti serbi che protestavano come “agenti occidentali” e “rivoluzionari colorati”.

Ma i serbi non si lasciano ingannare. Il popolo serbo custodisce la sacra memoria dei propri antenati e non tradirà mai la Russia. La “Lista degli Studenti”, nata dal basso e sfidando le pressioni dell’apparato governativo, lo ha dimostrato: questo movimento non ha nulla a che vedere con l’agenda liberale filo-occidentale. È composto da veri e sinceri patrioti serbi e da leali amici della Russia, per i quali l’onore della Patria e la fratellanza ortodossa sono più importanti di qualsiasi aiuto finanziario europeo.

Congratulazioni, fratelli! Il Kosovo è Serbia, la Crimea è Russia!

(Tradotto dal russo)

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Lula ha vinto, ‘Lulismo’ no.Di Alex Hochuli • 26 ottobre 2026Visualizza nel browser

AP

l 25 ottobre, il presidente brasiliano Lula da Silva ha contrastato la tendenza globale di avversione verso i governanti in carica, aggiudicandosi le elezioni più combattute da quando il Brasile è tornato alla democrazia nel 1985. Il primo turno delle elezioni si è svolto in un clima di diffusa apatia. Lula si è classificato secondo. Ma poi la sua campagna elettorale ha subito un’accelerazione, portando milioni di persone in piazza e ponendo fine al vantaggio decennale della destra sul web. 

Un momento decisivo si è verificato durante il dibattito finale di venerdì sera. Oggigiorno i dibattiti contano poco come eventi televisivi, ma i momenti che si prestano a essere estratti e condivisi valgono davvero molto. L’avversario di Lula, il senatore Flávio Bolsonaro, ha fatto un riferimento beffardo alle nove dita del presidente in carica. In risposta, Lula ha sottolineato il suo legame con la classe operaia. «Se c’è qualcuno che sa cosa sia il lavoro, quello sono io», ha detto. «Se c’è qualcuno che ha perso un dito a diciassette anni, quello sono io. … Lui non ha mai lavorato in vita sua». Un altro fattore è stata la capacità del Partito dei Lavoratori (PT) di portare la gente in piazza nei giorni precedenti al voto. L’11 ottobre si è svolta la più grande manifestazione di sinistra nella storia di San Paolo, superata solo quando, alla vigilia delle elezioni, fino a mezzo milione di persone hanno occupato l’Avenida Paulista, in quella che è stata forse la più grande manifestazione mai tenutasi in Brasile. 

Questa mobilitazione ha trovato riscontro anche online, grazie soprattutto ad André Janones, un deputato federale di Minas Gerais diventato famoso come uno dei leader di un imponente sciopero dei camionisti nel 2018. Il canale WhatsApp di Janones, “L’Esercito di Lula”, contava 3 milioni di iscritti all’inizio delle elezioni, ma ora ne conta oltre 10 milioni: una percentuale sbalorditiva pari al 7% dell’elettorato.

Il voto di domenica è stato caratterizzato da episodi di limitazione del diritto di voto in alcuni comuni, dove i sindaci contrari al PT hanno ridotto il servizio di autobus. Questo, unito alle forti piogge in alcune zone sostenitrici di Bolsonaro, ha spinto entrambi gli schieramenti a presentare ricorso al tribunale elettorale per posticipare la chiusura dei seggi. Un giudice nominato dall’ex presidente Jair Bolsonaro si è rifiutato di intervenire, ma poi un giudice della Corte Suprema nominato da Lula ha disposto una proroga di due ore, quindici minuti dopo la chiusura delle urne. Ciò ha creato il caos elettorale e ha gettato le basi per un contenzioso. Tuttavia, il margine di 4,3 milioni di voti di Lula renderà difficile contestare in modo credibile il risultato. 

Il punto di forza principale di Lula è anche la sua più grande debolezza. Vanta un incredibile palmares di vittorie presidenziali: ha vinto due mandati negli anni 2000, poi è riuscito a far eleggere due volte la sua successora, Dilma Rousseff, una figura poco conosciuta da lui scelta personalmente, e ora ha conquistato altri due mandati consecutivi. Ma queste vittorie sono state ottenute grazie ad alleanze con esponenti dell’establishment centrista che spesso hanno danneggiato i candidati nelle liste secondarie e smobilitato la stessa base di Lula. Il risultato è che il PT è svuotato e dipendente dal suo carismatico leader, il quale, a causa dell’età e del limite ai mandati consecutivi, entrerà in carica già in una posizione di debolezza. Il lulismo ha cannibalizzato il petismo (il PT-ismo), lasciando incerto il futuro del partito nell’era post-Lula. 

Il presidente dovrà affrontare un Congresso ostile. Il Partito Liberale (PL), dominato da Bolsonaro, dispone di una solida base nella Camera dei Deputati e del controllo del Senato, oltre a detenere la carica di governatore in diverse regioni del Paese. Ciò ribalta lo schema che si è mantenuto per decenni, in cui il PT era uno dei partiti più grandi e uno dei pochi con un’identità ideologica riconoscibile. Il bolsonarismo è diventato altrettanto grande e coeso, anche se non del tutto ideologicamente coerente. Se Flávio avesse vinto, avrebbe potuto rifondare — o smantellare — la repubblica. Ora, la costituzione progressista del Brasile ha ottenuto una sospensione dell’esecuzione. 

Quando Lula vinse nel 2022 con una campagna incentrata sul “salvataggio della democrazia”, io sostenevo che, invece di posizionarsi come difensore dello status quo, la sinistra dovesse intraprendere la propria “guerra santa” per competere con il fervore apocalittico del bolsonarismo di stampo evangelico. Come minimo, una sinistra credibile ha bisogno di un progetto nazionale, qualcosa che leghi il destino collettivo al progresso individuale. Su questo fronte, Lula non è stato all’altezza. Il suo terzo governo si è basato sul ripristino della democrazia, sulla ricostruzione delle istituzioni e su una serie di riforme frammentarie. 

Alcune di queste misure erano significative. Ad esempio, ha concesso a chi guadagnava meno di 1.000 dollari al mese (l’84% della popolazione) l’esenzione dall’imposta sul reddito. Con l’avvicinarsi delle elezioni sono seguite altre iniziative: la riduzione della settimana lavorativa da sei a cinque giorni, il divieto delle scommesse — che erano rapidamente diventate una piaga sociale — la cancellazione del debito per le microimprese e un aumento dei sussidi sociali della “Bolsa Família”. Ma per molti brasiliani la vita rimaneva difficile. Sebbene l’inflazione si fosse attenuata, i prezzi rimanevano elevati e il debito era aumentato. Ecco perché i sondaggi rimanevano in bilico.

Nonostante abbia strappato un’altra vittoria, il Lulismo oggi è solo una pallida versione di ciò che era un tempo — a causa dell’autocompiacimento del PT e dei suoi numerosi compromessi, a causa di un Congresso ostile e, soprattutto, perché non c’era crescita da ridistribuire. Il suo progetto nazionale è sempre stato incentrato più sulla mobilità sociale individuale che sull’emancipazione di classe o sulla trasformazione sociale. Nel suo terzo mandato, Lula ha offerto ciò che un tempo offriva il centro-destra: un appello agli individui e alle famiglie su questioni economiche, accompagnato dalla promessa di stabilità, in contrapposizione al caos del Bolsonarismo. 

Questa volta, quel messaggio si è rivelato efficace. Flávio, il primogenito di Jair Bolsonaro, si è presentato come una versione moderata di suo padre, ma ciò significherebbe confondere lo stile con la sostanza. Bolsonaro senior proviene da un ambiente umile ed è stato forgiato dall’esercito. Possiede una sorta di carisma e nel 2018 è arrivato alla presidenza cavalcando un’ondata di chiassosa antipolitica. Al contrario, Flávio è cresciuto in complessi residenziali recintati come figlio di un deputato federale; il suo primo impiego è stato un posto di lavoro fittizio al Congresso — un fatto che Lula, ex lustrascarpe e operaio metallurgico, ha ampiamente deriso. 

Molti progressisti hanno votato per Lula per evitare di pensare alla politica per altri quattro anni. Ma i prossimi quattro anni non saranno una passeggiata. Il PT ha perso la rotta, affidandosi ora a un ampio fronte con il centro anti-bolsonarista, e Lula non ha ancora un successore all’orizzonte. Ma per ora, questo basta e avanza. Come recita la canzone della campagna elettorale di Lula del 1989, cantata a squarciagola in tutto il Brasile domenica sera, Lula lá (“Lula è lì”). Una stella si è affermata nel firmamento, e il progressismo dalle vibrazioni positive resisterà ancora per un po’. 

Una risposta multipolare al cancelliere Merz, di Jerry B Marchant – L’esilio industriale autoimposto dell’UE: come il protezionismo europeo accelera l’egemonia del Sud del mondo nelle catene di approvvigionamento, di Think BRICS

Una risposta multipolare al cancelliere Merz

Le bugie che l’Europa racconta a se stessa

Jerry B. Marchant25 ottobre∙Articolo ospite
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Jerry B. Marchant di IS IT PROPAGANDA?® smonta le affermazioni di Merz sulla presunta paura della Russia nei confronti della democrazia europea , sostenendo che le preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza sono alla base del conflitto con l’Occidente.

Il cancelliere Friedrich Merz ha avvertito che la Russia “è sulla buona strada per destabilizzare l’intero ordine politico del nostro continente europeo”, perché “teme la democrazia”, le “società aperte” e “il successo dell’integrazione europea”.¹ L’ affermazione è retoricamente potente ma analiticamente debole. Se un avversario agisce per invidia o per patologia, non c’è nulla da negoziare e non c’è bisogno di chiedersi in che modo le proprie politiche abbiano contribuito al confronto.

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La letteratura sul dilemma della sicurezza offre un’interpretazione diversa.

Nel 2014 Mearsheimer sostenne che l’allargamento della NATO, l’espansione dell’UE e la promozione della democrazia, nel loro insieme, costituivano un pacchetto che Mosca percepiva come una minaccia strategica ai suoi confini.² Allo stesso modo , Sakwa descrisse un ordine post-Guerra Fredda costruito attorno alle istituzioni di un blocco, lasciando la Russia “contro il resto” di un sistema alla cui progettazione non aveva contribuito.³ Kennan , l’architetto del contenimento, definì l’allargamento “un errore fatale” nel 1997 e predisse una reazione ostile da parte della Russia.⁴ La dichiarazione di Bucarest del 2008, che prometteva all’Ucraina e alla Georgia l’adesione finale senza una tabella di marcia o un accordo di sicurezza, rappresentava il peggio dei due mondi.⁵ Tutto ciò non ci impone di considerare la politica russa esente da colpe. Ci impone solo di trattare le preoccupazioni dichiarate dalla Russia come dati di fatto, piuttosto che come pretesti .

Il principio della sicurezza indivisibile

La principale rivendicazione diplomatica della Russia non è esotica. L’Atto finale di Helsinki del 1975 e la Carta di Istanbul dell’OSCE del 1999, firmata dagli Stati occidentali, impegnano i partecipanti a non rafforzare la propria sicurezza a scapito di quella altrui.⁶ Le bozze di trattato presentate da Mosca nel dicembre 2021 invocavano proprio questo principio.⁷ Si possono giudicare le proposte massimaliste, ma Washington e Bruxelles le hanno considerate irrealizzabili piuttosto che come un’offerta iniziale. I negoziati di Istanbul della primavera 2022, secondo Charap e Radchenko, si sono avvicinati a un accordo quadro più di quanto comunemente si creda, prima del loro fallimento.⁸ Un’Europa che voleva mettere alla prova le intenzioni russe aveva a disposizione gli strumenti necessari, ma ha scelto di non utilizzarli.

L’impatto della Russia e la questione della legittimità europea

La seconda affermazione di Merz, secondo cui l’influenza russa costituisce la principale minaccia per le società europee, merita un esame più approfondito. Sebbene il potenziale impatto dell’interferenza russa sui processi politici europei meriti di essere considerato, attribuire il malcontento pubblico europeo principalmente a Mosca rischia di trascurare i fattori interni e strutturali che lo alimentano. Il rapporto Draghi individua un persistente declino della competitività europea, legato in parte agli elevati costi energetici e agli investimenti insufficienti.⁹ Queste pressioni economiche, unite al calo del tenore di vita e alla crescente distanza tra le élite di governo e le popolazioni che rappresentano, forniscono spiegazioni sostanziali per l’insoddisfazione degli elettori. Tale malcontento non necessita di un attore straniero per essere spiegato; potrebbe invece riflettere le conseguenze di scelte politiche interne e debolezze strutturali più ampie all’interno dell’ordine politico ed economico europeo.

Un ordine politico che considera il dissenso come un’ingerenza straniera ammette qualcosa sulla propria legittimità. L’annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali del 2024 da parte della Corte costituzionale rumena e la sospensione delle trasmissioni di RT e Sputnik da parte dell’UE possono essere difendibili singolarmente.¹⁰ Insieme, illustrano perché un osservatore russo può legittimamente chiedersi se “società aperte” sia una descrizione o un’aspirazione. Un ordine liberale veramente fiducioso risponderebbe alla disinformazione con argomentazioni, non con il divieto.

Multipolarità come descrizione, non come ostilità

Il disaccordo più profondo riguarda la forma del sistema internazionale. Acharya sostiene che l’ordine guidato dagli Stati Uniti stia cedendo il passo a un mondo “multiplex” di centri regionali e civilizzazionali sovrapposti, non a un unico egemone successore. ¹¹ Le potenze emergenti hanno costruito istituzioni parallele senza cercare di rovesciare l’ordine esistente. Gran parte del Sud del mondo ha rifiutato di aderire al regime di sanzioni contro la Russia, e questa scelta non può essere spiegata come coercizione russa. Riflette una preferenza per il non allineamento e la convinzione che le pretese universalistiche di qualsiasi blocco meritino cautela.

La formulazione di Mosca di questa visione è che l’uguaglianza sovrana, la diversità di civiltà e il rispetto per le diverse tradizioni politiche devono costituire la base di un ordine duraturo. ¹² Questa è una posizione che gli europei, con la loro lunga tradizione di pluralismo, potrebbero riconoscere come un recupero del patto westfaliano piuttosto che come un attacco ad esso. Il progetto di integrazione europeo, costruito sulla sovranità condivisa per consenso, non è minacciato da un mondo in cui altri compiono scelte diverse.

Obiezioni e risposte

I critici sollevano tre obiezioni principali. In primo luogo, affermano che questa interpretazione trascura il ruolo attivo dell’Ucraina: gli Stati sovrani possono scegliere le proprie alleanze e la Russia non aveva il diritto di porre il veto sulla scelta dell’Ucraina. Si tratta di un punto importante. La risposta è che il diritto di uno Stato di scegliere coesiste con il dovere, nel quadro di Helsinki, di valutare le conseguenze per la sicurezza dei Paesi vicini, e che le crisi del 2014 e del 2022 hanno dimostrato il costo dell’ignorare tale dovere.

In secondo luogo, le assicurazioni “nemmeno un pollice” date nel 1990 non furono mai un impegno vincolante, come dimostra Sarotte. ¹³ Vero, ma Sarotte dimostra anche che i leader sovietici avevano validi motivi per credere che i funzionari occidentali stessero segnalando moderazione e che il successivo allargamento fu una scelta deliberata piuttosto che un’inevitabilità storica.

In terzo luogo, le restrizioni interne russe ai media e all’opposizione minano la sua pretesa di farsi portavoce del pluralismo. Questa è l’obiezione più forte, e una posizione multipolare deve rispondere onestamente: il pluralismo tra gli Stati non richiede uniformità al loro interno, ma non autorizza nemmeno la repressione. I difensori della posizione russa dovrebbero affermarlo chiaramente.

Conclusione

La tesi di Merz presuppone che la Russia si opponga all’Europa per ciò che l’Europa rappresenta. Un’ipotesi migliore è che la Russia si opponga a un ordine di sicurezza europeo per ciò che tale ordine fa: espandersi senza tenere conto degli interessi del suo più grande vicino. Le ipotesi del secondo tipo possono essere verificate, negoziate e, col tempo, risolte. Le ipotesi del primo tipo possono solo essere contrastate. Un’Europa che tenga seriamente alla propria sicurezza dovrebbe preferire la prima.

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1

Friedrich Merz, intervista a Bloomberg , ottobre 2026.

2

John J. Mearsheimer, “Perché la crisi ucraina è colpa dell’Occidente”, Foreign Affairs 93, n. 5 (settembre/ottobre 2014): 77–89.

3

Richard Sakwa, Ucraina in prima linea: crisi nelle zone di confine (Londra: IB Tauris, 2015); Sakwa, Russia contro il resto (Cambridge: Cambridge University Press, 2017).

4

George F. Kennan, “Un errore fatale”, The New York Times , 5 febbraio 1997.

5

NATO, “Dichiarazione del Vertice di Bucarest”, 3 aprile 2008, par. 23.

6

Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, Atto finale (Helsinki, 1975); OSCE, Carta per la sicurezza europea (Istanbul, 1999), par. 8.

7

Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, bozza di “Trattato tra gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa sulle garanzie di sicurezza”, 17 dicembre 2021.

8

Samuel Charap e Sergey Radchenko, “I colloqui che avrebbero potuto porre fine alla guerra in Ucraina”, Foreign Affairs , 16 aprile 2024.

9

Mario Draghi, Il futuro della competitività europea (Bruxelles: Commissione europea, 2024).

10

Corte costituzionale della Romania, sentenza n. 32 del 6 dicembre 2024. Regolamento (UE) 2022/350 del Consiglio del 1° marzo 2022.

11

Amitav Acharya, La fine dell’ordine mondiale americano , 2ª ed. (Cambridge: Polity, 2018).

12

Vladimir Putin, discorso al Valdai Discussion Club, 27 ottobre 2022, kremlin.ru .

13

Mary Elise Sarotte, Not One Inch (New Haven: Yale University Press, 2021).

Un post di un ospiteJerry B. MarchantAnalista politico e scrittore specializzato in zone di conflitto, diplomazia e multipolarità. Laurea in Studi Internazionali/Storia (California), Master in Scienze Politiche presso la Scuola Superiore di Economia (Mosca). Parla fluentemente inglese, francese e russo.Iscriviti a Jerry

L’esilio industriale autoimposto dell’UE: come il protezionismo europeo accelera l’egemonia del Sud del mondo nelle catene di approvvigionamento.

Gli strumenti di “riduzione del rischio” di Bruxelles e il simbolico accordo ibrido mettono a nudo profonde vulnerabilità europee, reindirizzando inavvertitamente la tecnologia avanzata e i capitali cinesi verso i mercati emergenti.

Pensate ai BRICS25 ottobre
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Quando, all’inizio di ottobre, l’ Unione Europea e la Cina hanno annunciato un “accordo condiviso” sulle esportazioni di veicoli ibridi , Bruxelles lo ha presentato come una vittoria diplomatica: una misura calibrata per proteggere le case automobilistiche europee mantenendo aperti i canali di comunicazione.

A un’analisi più attenta dei numeri, tuttavia, la vittoria svanisce. I veicoli ibridi hanno rappresentato solo il 2,06% di tutte le esportazioni cinesi verso l’UE tra gennaio e agosto 2026. Anche dopo il raddoppio rispetto all’anno precedente, questo segmento rappresenta una frazione trascurabile degli scambi bilaterali. A pochi giorni dall’annuncio, sia il cancelliere tedesco Friedrich Merz che il presidente francese Emmanuel Macron hanno riconosciuto la realtà: l’accordo non era una svolta, ma una breve sosta sulla strada verso un’escalation dello scontro commerciale .

Questa discrepanza tra la retorica politica europea e la realtà materiale solleva un interrogativo fondamentale: l’ aggressivo ricorso dell’Unione Europea a dazi protezionistici e strumenti di “riduzione del rischio” può davvero proteggere la sua economia, o Bruxelles sta semplicemente isolando il proprio mercato interno accelerando al contempo la propria obsolescenza industriale ?

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La narrazione che emerge dalle capitali europee presenta la “riduzione del rischio” come un’evoluzione necessaria e difensiva. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ripetutamente descritto l’enorme deficit commerciale dell’UE con la Cina come strutturale e insostenibile, indicando i sussidi statali , la sovraccapacità produttiva e la svalutazione artificiale delle valute come cause principali. Per contrastare questa situazione, Bruxelles ha varato una serie di meccanismi di difesa commerciale – che vanno dall’iniziativa DiversifyEU a nuovi strumenti anti-coercizione – progettati per arginare le dipendenze critiche e penalizzare le distorsioni del mercato.

Ciò che questa narrazione omette è la realtà fisica delle catene globali di produzione e approvvigionamento dei materiali . Negli ultimi 18 mesi, nonostante l’annuncio di numerosi progetti di estrazione, lavorazione e riciclaggio, l’UE non è riuscita a garantire fonti alternative per le materie prime critiche . L’industria europea rimane fondamentalmente dipendente dalla capacità di raffinazione cinese per le terre rare e i componenti essenziali delle batterie .

Trattando i regimi di licenza regolamentari come equivalenti carte da gioco – tentando di barattare le autorizzazioni all’esportazione di tecnologie a duplice uso europee con spedizioni garantite di minerali cinesi – Bruxelles ha sottovalutato la propria leva. Pechino mantiene il controllo sull’intero processo di approvvigionamento. Come dimostrato a metà del 2025 e di nuovo nel luglio 2026, quando la Cina ha limitato le spedizioni di tecnologie a duplice uso alle aziende europee a seguito delle sanzioni dell’UE, Pechino è pienamente pronta a ricorrere a controlli mirati sulle licenze qualora venisse sfidata.

Lo squilibrio strutturale diventa più evidente se si esamina chi sopporta il costo di questa ritorsione. Mentre la Cina si affida principalmente alle esportazioni di prodotti manifatturieri ad alto volume per raggiungere i suoi attuali obiettivi di crescita, la sua dipendenza dalle importazioni europee si sta riducendo. Qualora le tensioni commerciali dovessero degenerare in vere e proprie restrizioni, gli esportatori europei di settori ad alto margine – beni di lusso e agroalimentari francesi , salmone svedese , macchine utensili e strumenti di precisione tedeschi – ne risentirebbero direttamente.

Qui sta la contraddizione fondamentale: Bruxelles sta erigendo barriere commerciali per proteggere le industrie nazionali tradizionali, eppure queste stesse barriere incentivano Pechino a limitare le attrezzature di trasformazione e i minerali critici necessari all’Europa per realizzare la propria transizione verde e digitale .

Per comprendere il più ampio cambiamento sistemico, è necessario confrontare il quadro di riferimento occidentale dominante con le realtà materiali osservate dal Sud del mondo .

Nella visione europea dominante, gli strumenti commerciali difensivi vengono presentati come risposte neutrali e basate su regole alle distorsioni del mercato indotte dallo Stato. Il protezionismo viene ridefinito come “autonomia strategica” e la militarizzazione delle catene di approvvigionamento viene considerata un comportamento esclusivamente non occidentale.

Vista attraverso la lente analitica del Sud del mondo , questa struttura crolla. Le economie in via di sviluppo riconoscono il “de-risking” europeo per quello che è: un protezionismo ipocrita concepito per proteggere le industrie occidentali non competitive, escludendo al contempo i mercati emergenti dalle catene industriali ad alto valore aggiunto. Ancora più importante, il Sud del mondo comprende che le barriere commerciali europee non eliminano la capacità produttiva cinese , ma si limitano a reindirizzarla.

Quando i mercati europei chiudono le porte ai veicoli elettrici , alle infrastrutture per le energie rinnovabili e ai macchinari avanzati cinesi , che sono competitivi, quel capitale e quella produzione industriale non scompaiono. Al contrario, affluiscono direttamente nei paesi in via di sviluppo .

In tutto il Sud Asia , l’America Latina , l’Africa e il Medio Oriente , le economie emergenti stanno acquisendo tecnologie verdi avanzate , attrezzature industriali e investimenti infrastrutturali a costi inferiori, senza essere gravate da dazi europei o costi di conformità normativa occidentali. Mentre l’Europa impiega anni a costruire impianti di trasformazione nazionali costosi e sovvenzionati che non hanno ancora prodotto risultati significativi, il Sud del mondo si sta integrando direttamente con la potenza di trasformazione e la scala produttiva asiatica .

Le implicazioni strategiche di questa divisione si estendono ben oltre la bilancia commerciale bilaterale. Privilegiando l’isolamento del mercato rispetto alla competitività industriale , l’ Unione Europea sta accelerando la propria emarginazione all’interno del nascente ordine multipolare .

Storicamente, l’influenza occidentale si fondava su due pilastri: il controllo delle infrastrutture finanziarie globali e un potere d’acquisto ineguagliabile nei propri mercati di consumo. Mentre le potenze occidentali utilizzano sanzioni e barriere commerciali unilaterali come strumenti di pressione, le economie non occidentali stanno costruendo reti di pagamento e corridoi commerciali autonomi e isolati che aggirano completamente i controlli occidentali.

Quando Bruxelles usa l’accesso al mercato come arma politica, rinuncia alla sua capacità di stabilire standard tecnici e industriali globali . Con l’intensificarsi delle reti commerciali cinesi , indiane e, più in generale, dei BRICS+ , gli standard che regoleranno la prossima generazione di commercio globale – dalle infrastrutture digitali per il commercio all’integrazione delle tecnologie verdi – vengono definiti al di fuori della giurisdizione occidentale.

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Il tentativo dell’UE di “ridurre i rischi” derivanti dalla Cina sta producendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato. Invece di garantire l’indipendenza europea o di imporre concessioni strutturali a Pechino , Bruxelles sta isolando la propria capitale in un’isola economica sempre più remota.

L’ Unione Europea non riesce a redigere normative con la rapidità necessaria per sostituire la raffinazione fisica dei minerali , la capacità di trasformazione e la produzione efficiente in termini di costi . Con l’aumento delle tariffe europee, le industrie europee si trovano ad affrontare costi di produzione più elevati , un accesso limitato a materie prime essenziali e barriere di ritorsione nei principali mercati di esportazione. Nel frattempo, il resto del mondo, non gravato dall’eccessiva ingerenza normativa europea, sta intensificando la propria integrazione con le catene di approvvigionamento asiatiche e costruendo le infrastrutture reali del commercio del XXI secolo.

Tornando all’accordo sui veicoli ibridi di inizio ottobre, il vero significato dell’intesa diventa chiaro. Non è stata una vittoria per la diplomazia europea , né un segnale che la “riduzione del rischio” stia funzionando. È stata una breve pausa simbolica in un cambiamento strutturale irreversibile.

Per l’osservatore strategico, la lezione è chiara: le barriere normative non possono alterare la forza di gravità materiale . Mentre Bruxelles si preoccupa di difendere i mercati tradizionali, il Sud del mondo sta sfruttando lo slancio, assorbendo capitali e tecnologie e consolidando la sua posizione al centro dell’economia multipolare .


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Lega 2026: galoppini, poche idee, tante paure _ di Antonio Rossello

Lega 2026: galoppini, poche idee, tante paure
Sottotitolo: La quarta incoronazione di Salvini chiude un congresso senza dibattito: un simbolo ritoccato per la nuova legge elettorale, un dissenso interno pari al 24% e la minaccia di smarcarsi su Kiev per contare di più nella coalizione. La base sociale del partito si è ormai dissolta, ma la direzione non riesce a nominarla.
Occhiello: Dal 76% di Milano all’ipostasi federalista: anatomia di una leadership che conserva il potere mentre il suo progetto politico si sfalda.
Tags: Lega, Salvini, congresso federale, materialismo storico, crisi egemonica
Il congresso straordinario che si è chiuso lo scorso 25 ottobre a Milano non è stato un momento di confronto, ma un atto di conservazione. Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale per la quarta volta con 465 voti su 611 votanti, contro i 146 del suo sfidante Massimo Garavaglia. Il dato, letto con la lente del materialismo storico, non racconta una vittoria politica: racconta la capacità di un ceto dirigente di riprodurre se stesso anche quando le condizioni materiali che ne avevano giustificato l’ascesa sono venute meno.
L’ascesa e la dissoluzione della base sociale
La Lega di Salvini nasce da una scommessa precisa: abbandonare il radicamento territoriale nel Nord produttivo per inseguire un elettorato nazionale e sovranista, costruito attorno ai temi dell’immigrazione e della sicurezza. Quella scommessa, tra il 2017 e il 2019, sembrò pagare. Ma il materialismo storico insegna che nessuna egemonia politica sopravvive a lungo se recide il legame con la classe che pretende di rappresentare. Il congresso di ieri è la certificazione di quel taglio: il 24% raccolto da Garavaglia, espressione dei cosiddetti ribelli del Nord, non è un dettaglio. È il sintomo di una contraddizione irrisolta tra una base settentrionale che non si sente più rappresentata e una dirigenza che ha spostato il baricentro del partito verso un nazionalismo senza territorio.
La mozione sul Mezzogiorno, approvata all’unanimità e presentata come prova di unità nella diversità, è l’esempio perfetto di come il partito rimuova la contraddizione invece di affrontarla. Il Sud non è mai stato un soggetto reale nella strategia leghista: è uno spazio elettorale da occupare, un’astrazione che serve a legittimare la leadership nazionale. Il federalismo invocato nel nuovo simbolo — Lega Italia federale, con buona pace del fatto che Bossi lo voleva limitato al Nord — è ormai una formula vuota, un significante senza referente materiale.
Il trasformismo come metodo
La vicenda del simbolo è illuminante. Sparisce Salvini premier, entra Italia federale. La ragione dichiarata è tecnica: la nuova legge elettorale impone l’indicazione del candidato premier di coalizione, e quel candidato, nel centrodestra, non è Salvini ma Meloni. Ma la ragione profonda è un’altra: il partito non ha più un progetto egemonico proprio. Si adatta alla forma della legge, come si è adattato al governo Draghi, come si è adattato alla maggioranza Meloni. Il trasformismo non è un’accusa moralistica: è la descrizione di una pratica politica che sostituisce la costruzione di un blocco sociale con l’occupazione di posizioni di rendita.
Il ministro Giorgetti, dal palco, ha osato dire ciò che i fedelissimi negano: a Bergamo la Lega è passata dal 50% al 20%. Questo non è un problema di comunicazione. È la misura del distacco tra un apparato che vive di incarichi e una base sociale che non riconosce più se stessa nella propria rappresentanza. I galoppini di cui si parlava nel documento congressuale non sono una caricatura: sono la figura sociale di un ceto politico che ha fatto della propria sopravvivenza l’unico programma.
La sfida a Kiev: un’opposizione simulata
Il momento di maggiore teatralità del congresso è stato l’annuncio di Salvini: porterà in Consiglio dei ministri la posizione contraria all’invio di armi e fondi a Kiev. A prima vista, sembra un colpo di coda sovranista. In realtà, è l’opposto: è la ricerca di un posizionamento interno alla coalizione, un modo per marcare una differenza che non mette in discussione il governo ma contratta un peso maggiore al suo interno. Non siamo alleati di serie B, ha detto Salvini. La frase è la sintesi di una subalternità che si vorrebbe rovesciare senza toccare i rapporti di forza reali.
Il pacifismo improvvisato del leader leghista non ha nulla a che vedere con una critica delle guerre imperialiste. È la stessa logica che aveva portato la Lega a stare nel governo Draghi mentre tuonava contro il PD, salvo poi dichiarare mai più con il PD. Il partito non costruisce opposizione: gestisce la propria rendita di posizione dentro la coalizione. La politica estera diventa così un terreno di manovra interna, non di elaborazione strategica.
Conclusione: la cronaca di una morte annunciata
Il congresso di Milano non ha prodotto idee, non ha risolto contraddizioni, non ha ricostruito un legame con la società. Ha riconfermato un leader e ritoccato un logo. Il 76% dei voti non è un plebiscito: è la misura di un apparato che si è chiuso a riccio attorno alla propria sopravvivenza. La Lega di Salvini è oggi un’ipostasi del proprio passato: conserva le forme esteriori di un partito di lotta mentre esercita la pratica di un partito di governo senza progetto. Il canto del cigno, forse, non è ancora iniziato. Ma le condizioni materiali per la sua fine — la dissoluzione della base, l’assenza di egemonia, la riduzione della politica a gestione di rendite — sono tutte presenti. Il resto è questione di tempo.

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Squarciare la nebbia della propaganda: il sistema di credito sociale cinese, di Ugo Bardi

Squarciare la nebbia della propaganda: il sistema di credito sociale cinese

Un esperimento di epistemologia artificiale

Ugo Bardi19 ottobre
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Considerate questo post come un esperimento di epistemologia artificiale. Avrete sentito parlare del sistema di credito sociale cinese, ampiamente considerato in Occidente come un altro esempio di come il malvagio governo comunista opprima i cittadini cinesi. Ma è vero? È un buon esempio di quanto sia difficile vedere attraverso il muro di propaganda che separa le due parti del mondo. Invece di cercare di districarmi personalmente nella massa di menzogne ​​che pervade i nostri media, ho pensato di utilizzare l’intelligenza artificiale per questo scopo. Naturalmente, potreste chiedervi perché ci si dovrebbe fidare di più delle IA che dei media controllati dallo Stato. La questione può essere valutata sperimentalmente. Ho messo a confronto un’IA americana e tre IA cinesi. Sorprendentemente, il risultato è stato un buon accordo e una convergenza su un rapporto che, a mio avviso, rappresenta una valutazione imparziale del sistema di credito sociale cinese. Si tratta di una nuova epistemologia? Potrebbe esserlo; intendo sperimentarla con altri argomenti controversi e pubblicherò i risultati su questo blog.

Questo testo è il risultato di un dibattito tra ChatGPT (un’IA americana), Deepseek, Kimi e Qwen (IA cinesi). Il dibattito è stato gestito da Ugo Bardi, ma questo testo è stato interamente scritto da ChatGPT — ottobre 2026

社会信用体系 (shèhuì xìnyòng tăxì)

È possibile che una società promuova l’onestà, la fiducia e la cooperazione assegnando valori numerici ai propri cittadini? Gli esperimenti cinesi con il credito sociale offrono alcune risposte sorprendenti.

Immaginate di vivere in una città dove donare il sangue vi fa guadagnare punti merito, fare volontariato aumenta la vostra reputazione e segnalare un pericolo per la sicurezza vi procura una piccola ricompensa. Accumulando abbastanza punti, potreste ottenere sconti sui trasporti pubblici, bollette del riscaldamento ridotte o un trattamento preferenziale nei servizi comunali. Perdendo punti, potreste ritrovarvi classificati come cittadini inaffidabili.

Sembra uno scenario da fantascienza, ma sistemi di questo tipo sono stati sperimentati in Cina per oltre un decennio. Fanno parte di un’iniziativa più ampia nota come Sistema di Credito Sociale (SCS), sebbene questo nome comprenda diversi meccanismi piuttosto differenti.

La distinzione è importante. La Cina non ha mai implementato un unico punteggio nazionale assegnato a ogni cittadino. Ha invece sviluppato una serie di esperimenti locali, liste nere ufficiali, database di credito finanziario e sistemi di condivisione delle informazioni regolamentari. Alcuni di questi sistemi prevedono punteggi numerici, molti no, e diversi degli esperimenti di punteggio più controversi sono stati ridimensionati.

Eppure, l’idea di fondo rimane affascinante. Gli incentivi numerici possono contribuire a creare una società più cooperativa? E cosa succede quando i governi tentano di misurare una qualità sfuggente come la fiducia?

Come apparivano i punti merito

L’interesse della Cina per il credito sociale è emerso durante la transizione verso un’economia di mercato. Il rapido sviluppo economico ha generato una prosperità senza precedenti, ma anche problemi legati a frodi, prodotti contraffatti, debiti non pagati, corruzione e rapporti commerciali inaffidabili.

In una società in cui le transazioni avvenivano sempre più spesso tra estranei, le tradizionali reti di fiducia personale non erano più sufficienti. Il governo iniziò quindi a esplorare meccanismi per incoraggiare una condotta affidabile e sanzionare la disonestà.

Uno dei primi esperimenti è stato condotto nella contea di Suining, nella provincia di Jiangsu, nel 2010. Ogni residente partiva con 1.000 punti, che potevano essere aumentati o diminuiti in base a diversi comportamenti. I cittadini venivano classificati in gradi da A a D.

L’esperimento ha suscitato critiche anche all’interno della stessa Cina. Alcuni commentatori cinesi hanno sostenuto che i funzionari non avessero il diritto di valutare il valore morale complessivo dei cittadini, soprattutto quando i criteri si estendevano oltre le violazioni della legge.

Ciononostante, il progetto più ampio è proseguito. Nel 2014, il Consiglio di Stato ha pubblicato il suo Piano strategico per la costruzione di un sistema di credito sociale (2014-2020) . L’obiettivo non era semplicemente quello di premiare i cittadini virtuosi, ma di migliorare la fiducia nel commercio, nella pubblica amministrazione, nelle attività giudiziarie e nella società.

Le amministrazioni comunali hanno sperimentato sistemi a punti, mentre le aziende private hanno sviluppato i propri programmi di reputazione. Sesame Credit di Alibaba, ad esempio, offriva vantaggi commerciali come affitti senza deposito. Tuttavia, Sesame Credit non era il sistema di punteggio di credito sociale nazionale del governo e, in definitiva, la banca centrale cinese le ha negato la licenza per la segnalazione del credito personale.

Il risultato non fu un sistema unico, bensì un insieme di iniziative parzialmente connesse tra loro e con scopi diversi.

Come la vedono i cinesi e gli occidentali

I media occidentali hanno spesso descritto il Sistema di Credito Sociale cinese come uno strumento di autoritarismo tecnologico, in cui l’intelligenza artificiale valuta continuamente ogni cittadino e assegna premi o punizioni in base all’obbedienza o al dissenso.

Questa immagine esagera le capacità e l’integrazione dell’attuale infrastruttura di credito sociale. Tuttavia, le preoccupazioni relative alla sorveglianza, alle sanzioni arbitrarie e al controllo politico non possono essere semplicemente ignorate.

L’opinione pubblica cinese presenta un quadro diverso.

In uno studio pubblicato su New Media & Society nel 2019, Genia Kostka ha intervistato 2.209 utenti internet cinesi, riscontrando un livello di approvazione di circa l’80% per le iniziative di credito sociale. Il sostegno è risultato particolarmente forte tra gli intervistati urbani più benestanti e con un livello di istruzione più elevato.

Questi risultati richiedono cautela. Un sondaggio online non può rappresentare ogni singolo cittadino cinese, e gli intervistati che vivono sotto un governo autoritario potrebbero esitare a esprimere critiche. Ciononostante, le interviste condotte nell’ambito dello studio suggeriscono anche che gran parte dell’approvazione fosse sincera.

Per molti cittadini cinesi, l’appello è semplice: le persone oneste dovrebbero ricevere dei vantaggi, mentre i truffatori e coloro che non adempiono ai propri obblighi dovrebbero subirne le conseguenze.

Un secondo studio condotto da Ping Xu e colleghi nel 2021 e pubblicato online nel 2023, fornisce una precisazione rivelatrice. In un esperimento che ha coinvolto 1.600 partecipanti cinesi, l’esposizione a descrizioni critiche di stampo occidentale ha ridotto il sostegno quando il credito sociale veniva presentato come un sistema di monitoraggio del comportamento personale e sociale. La stessa formulazione non ha ridotto significativamente il sostegno quando il sistema veniva descritto come un sistema di monitoraggio del comportamento finanziario.

In altre parole, gli atteggiamenti delle persone dipendono fortemente da cosa viene misurato e dal perché.

Anche nelle critiche occidentali si riscontra una certa dose di ipocrisia. Le società europee e americane utilizzano già numerosi sistemi di valutazione. Le banche valutano l’affidabilità creditizia, le compagnie assicurative classificano i rischi, i datori di lavoro valutano le prestazioni e le piattaforme online assegnano una reputazione ad acquirenti e venditori.

La distinzione non è semplicemente tra governo e imprese private. Anche le valutazioni commerciali possono diventare coercitive quando da esse dipende l’accesso a servizi essenziali. Al contrario, alcune valutazioni pubbliche perseguono scopi legittimi quando il loro ambito è limitato e le procedure sono trasparenti.

L’Unione Europea ha tuttavia tracciato un confine giuridico. La sua legge sull’IA, entrata in vigore nell’agosto 2024, ha iniziato ad applicare i divieti su alcune pratiche di IA a partire dal 2 febbraio 2025. Tra queste rientrano i sistemi di punteggio sociale basati sull’IA che producono trattamenti sfavorevoli ingiustificati o sproporzionati, oppure che trasferiscono giudizi da un contesto sociale all’altro. Il divieto può essere applicato sia agli enti pubblici che a quelli privati.

Pertanto, Cina ed Europa stanno sperimentando diverse modalità di gestione di un problema che sta diventando universale: come governare la crescente capacità delle tecnologie dell’informazione di classificare le persone.

Cosa si può acquistare con i punti merito?

L’esempio più rivelatore degli esperimenti cinesi proviene da una città che i ricercatori Chuncheng Liu e Akos Rona-Tas hanno chiamato Meritown , usando uno pseudonimo nel loro studio pubblicato su Critical Sociology .

La loro ricerca ha esaminato i regolamenti cittadini del 2019, quando a ogni residente adulto veniva assegnato un punteggio iniziale di 1.000 punti, corrispondente a una classificazione A. Punti aggiuntivi potevano far avanzare un cittadino verso le classificazioni AA o AAA, mentre le detrazioni potevano comportare classificazioni inferiori.

I ricercatori hanno identificato 389 regole che governano il punteggio: 124 che premiano i comportamenti positivi e 265 che penalizzano quelli negativi .

I cittadini potevano guadagnare punti svolgendo attività di volontariato, donando sangue o denaro, ricevendo onorificenze pubbliche e partecipando ad attività governative. Dieci ore di volontariato potevano fruttare due punti. Contributi più consistenti potevano portare a ricompense maggiori.

I benefici erano reali, sebbene generalmente modesti. Un rating AAA poteva garantire uno sconto annuale di 300 yuan sulle bollette del riscaldamento. Altri esperimenti a livello comunale offrivano sconti sui trasporti pubblici, maggiori privilegi di prestito in biblioteca o un accesso più rapido ai servizi amministrativi.

All’estremità inferiore della scala di Meritown, tuttavia, le conseguenze erano considerevolmente più gravi. Le persone classificate come D potevano perdere il diritto a ricevere onorificenze pubbliche ed essere soggette a una maggiore sorveglianza da parte della polizia.

Il sistema aveva anche una dimensione professionale. I dipendenti pubblici erano tenuti ad accumulare punti merito aggiuntivi, in particolare attraverso il volontariato, per mantenere i requisiti per l’avanzamento di carriera.

Questo crea una situazione curiosa. Il volontariato è normalmente inteso come un contributo spontaneo alla comunità. Quando diventa un requisito per la promozione, la sua natura cambia. Una persona può comunque fornire un servizio utile, ma la motivazione non è più puramente altruistica.

La città aveva creato un meccanismo per incoraggiare la cooperazione, ma anche per trasformare la cooperazione in un obbligo amministrativo misurabile.

Punti negativi e relative conseguenze

L’aspetto più controverso del sistema originale di Meritown era la detrazione di punti per comportamenti indesiderabili. Alcune detrazioni riguardavano reati legali o amministrativi convenzionali, come frode, infrazioni al codice della strada o cattiva condotta professionale. Altre si riferivano a comportamenti che non erano necessariamente illegali.

Una delle scoperte più sorprendenti di Liu e Rona-Tas riguarda le attività politiche.

I reati politici rappresentavano circa il 25% delle categorie in grado di innescare un declassamento immediato della classificazione creditizia. Molti di questi riguardavano la presentazione di petizioni alle autorità, un mezzo legalmente riconosciuto dai cittadini cinesi per lamentarsi delle decisioni del governo locale.

I ricercatori descrivono un cittadino, identificato come il signor Gao, che ha presentato 95 petizioni in venti giorni. I funzionari locali hanno affermato che le petizioni contenevano affermazioni false e ostacolavano le procedure amministrative. Gli hanno quindi detratto 950 punti dal punteggio.

Il regolamento prevedeva anche una possibile via per un parziale ripristino del suo punteggio, a condizione che promettesse di astenersi da quelle che le autorità classificavano come petizioni illegali.

Qui la logica del sistema diventa problematica. Un meccanismo apparentemente concepito per incoraggiare la buona cittadinanza può essere utilizzato per scoraggiare le denunce contro le autorità governative.

Ciò non dimostra che ogni petizione sia stata respinta, né che tutti i funzionari comunali si siano comportati allo stesso modo. È la prova di un conflitto di interessi strutturale: le autorità che valutano i cittadini possono essere anche oggetto delle loro lamentele.

La struttura matematica del sistema crea un ulteriore paradosso.

Secondo il regolamento di Meritown del 2019, maltrattare un familiare poteva comportare una detrazione di 50 punti. Tuttavia, 300 ore di volontariato potevano fruttare 50 punti, annullando numericamente tale detrazione.

Certo, accumulare punti non avrebbe cancellato la responsabilità penale. Tuttavia, il sistema di punteggio trattava comportamenti profondamente diversi come se fossero quantità comparabili.

È un po’ come cercare di misurare lo stato di salute di una persona sommando chilogrammi, gradi Celsius e valori della pressione sanguigna in un unico numero. I calcoli potrebbero essere corretti, ma il risultato non avrebbe un significato chiaro.

L’affidabilità è contestuale. Una persona può essere finanziariamente affidabile ma aggressiva nella vita privata, generosa con gli sconosciuti ma disonesta negli affari. Combinare queste caratteristiche in un unico punteggio nasconde le differenze anziché risolverle.

Le liste nere nazionali sono un’altra questione

È essenziale fare un’ulteriore distinzione. Perdere punti di merito a livello comunale non equivale a essere inseriti in una lista nera nazionale o settoriale di individui o aziende gravemente inaffidabili.

I tribunali cinesi tengono registri delle persone che non si conformano alle sentenze giudiziarie vincolanti. Chi viene scoperto a eludere deliberatamente i propri obblighi può subire restrizioni sui viaggi aerei, su alcune classi di viaggio in treno, su alloggi di lusso e su altre forme di consumo elevato.

Le imprese coinvolte in gravi violazioni normative potrebbero essere soggette a controlli più rigorosi, restrizioni sugli appalti pubblici o esclusione da determinate politiche preferenziali.

Queste sanzioni derivano normalmente da specifiche constatazioni giudiziarie o amministrative, non da un punteggio personale generico.

Possono tuttavia avere conseguenze sistemiche. Si pensi a un debitore che non è in grado di ristabilire la propria stabilità finanziaria. Le restrizioni all’attività economica possono talvolta rendere più difficile il rimborso, prolungando la condizione che ha originariamente determinato l’applicazione delle sanzioni.

Si tratta di un circolo vizioso potenzialmente autoalimentante: una scarsa affidabilità creditizia porta a restrizioni, che a loro volta possono indebolire ulteriormente la capacità di migliorare la propria affidabilità creditizia.

È possibile anche il processo inverso. Una buona contabilità può facilitare l’accesso al credito, migliorando la capacità di un’azienda di adempiere ai propri obblighi e rafforzandone ulteriormente la reputazione.

Tali processi di feedback tendono ad amplificare le differenze iniziali. Se non progettato con cura, un sistema di reputazione può favorire chi è già avvantaggiato e rendere più difficile il recupero per chi è rimasto indietro.

In effetti, Liu e Rona-Tas hanno scoperto che le regole di punteggio di Meritown offrivano ai residenti urbani maggiori opportunità di ottenere premi, mentre i residenti rurali subivano una quota sproporzionatamente elevata di penalità.

Un sistema concepito per promuovere l’equità può finire per riprodurre le disuguaglianze preesistenti alla sua introduzione.

Cosa sarà cambiato entro il 2026?

Le autorità cinesi non hanno ignorato i problemi legati all’attribuzione di punteggi individuali. Diversi esperimenti a livello municipale hanno suscitato critiche e il governo centrale ha progressivamente limitato l’uso di valutazioni numeriche come base indipendente per l’applicazione di sanzioni.

Nel 2019, Wenzhou è passata a un sistema basato esclusivamente sugli incentivi. Nel 2021, Rongcheng, una delle municipalità pioniere più importanti, ha rivisto il suo programma di punteggio personale, rendendo obbligatoria la partecipazione volontaria e prevedendo premi anziché penalità a punti.

La distinzione tra partecipazione volontaria e obbligatoria rimane importante. Quando un programma è gestito dalle autorità locali, e in particolare quando i dipendenti pubblici subiscono pressioni istituzionali per partecipare, la volontarietà formale non garantisce sempre l’assenza di pressioni indirette.

A livello nazionale, il governo ha posto sempre maggiore enfasi sul rispetto delle normative e sullo scambio di informazioni amministrative affidabili, piuttosto che sui tentativi di misurare la virtù complessiva dei cittadini.

Il 31 marzo 2025, il Comitato Centrale del Partito Comunista e il Consiglio di Stato hanno emanato una nuova direttiva contenente 23 misure per migliorare il Sistema di Credito Sociale.

Secondo i dati ufficiali pubblicati nell’aprile 2025, la Piattaforma nazionale per la condivisione delle informazioni creditizie conteneva oltre 80,7 miliardi di record relativi a circa 180 milioni di entità commerciali, incluse diverse categorie di imprese registrate e imprese individuali.

Le autorità hanno inoltre riferito che, entro febbraio 2025, le piattaforme nazionali di finanziamento e servizi creditizi avevano facilitato prestiti per un valore complessivo di 37.300 miliardi di yuan. Queste cifre illustrano la portata dell’infrastruttura di informazione creditizia, sebbene non stabiliscano in che misura l’aumento dei prestiti sia stato generato dal sistema stesso.

Un’ulteriore riforma è entrata in vigore il 1° aprile 2026, quando le nuove norme nazionali per la riparazione del credito hanno stabilito procedure più chiare per la correzione delle informazioni negative.

Nell’ambito del quadro generale, le informazioni negative di minore entità non dovrebbero normalmente essere divulgate pubblicamente, mentre le informazioni più gravi sono soggette a periodi di divulgazione definiti. Le violazioni di lieve entità possono rimanere pubbliche per un periodo compreso tra tre mesi e un anno; le violazioni gravi per un periodo compreso tra uno e tre anni, fatte salve le eccezioni applicabili.

Si tratta di garanzie procedurali significative, ma la loro efficacia dipende dall’attuazione. Un percorso di riabilitazione precoce generalmente richiede l’adempimento degli obblighi in sospeso e la correzione dei comportamenti che hanno portato alla segnalazione negativa. Per le persone o le aziende che non sono realmente in grado di conformarsi, uscire da una classificazione negativa può rimanere difficile.

Le riforme dimostrano quindi uno sforzo per migliorare il sistema, ma non risolvono la questione se il sistema stesso produca sempre risultati auspicabili.

La fiducia come problema di sistema

Dal punto di vista della teoria dei sistemi, la questione più interessante non è se i punti di merito siano buoni o cattivi, bensì come essi modifichino il comportamento delle persone e delle istituzioni ad essi collegate.

La difficoltà fondamentale risiede nel rapporto tra misurazione e incentivi.

Un indicatore numerico può essere utile finché fornisce informazioni sul sistema osservato. Ma quando all’indicatore vengono associati premi e penalità, le persone iniziano a ottimizzare il proprio comportamento per migliorare il valore.

Questo è un esempio della legge di Goodhart, comunemente riassunta dall’osservazione che quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura.

Prendiamo ad esempio il volontariato. Se le comunità premiano il lavoro volontario, la partecipazione potrebbe inizialmente aumentare. Questo è un risultato auspicabile. Ma se l’accumulo di punti diventa un requisito per l’avanzamento professionale, le persone potrebbero iniziare a svolgere attività principalmente per soddisfare criteri amministrativi.

Il numero di ore di volontariato registrate aumenta, mentre il legame tra volontariato e autentico impegno nella comunità diventa meno evidente.

Il problema più serio riguarda le informazioni che transitano attraverso il sistema.

Una società che funziona bene necessita di meccanismi attraverso i quali i problemi possano essere segnalati, valutati e corretti. Nella terminologia dei sistemi, questi sono i meccanismi di feedback negativo : contrastano le deviazioni e contribuiscono a mantenere la stabilità. Il termine “negativo” qui non significa punizione, bensì risposta correttiva.

Il sistema di petizioni cinese è, almeno in linea di principio, uno di questi meccanismi. I cittadini possono portare i problemi locali all’attenzione delle autorità superiori, consentendo al governo di individuare le mancanze che altrimenti rimarrebbero nascoste.

Ma se i funzionari locali sono in grado di penalizzare i cittadini che presentano reclami sgraditi, emerge un incentivo a sopprimere proprio le informazioni necessarie per la correzione.

Il risultato può essere un pericoloso meccanismo di feedback. Vengono registrate meno denunce, il che fa apparire migliori le prestazioni amministrative. I funzionari ricevono meno segnalazioni di problemi, mentre i cittadini imparano che il silenzio è più sicuro della critica. I problemi continuano ad accumularsi, ma il sistema riporta sempre più spesso risultati positivi.

Una società può apparire stabile non perché abbia risolto i suoi problemi, ma perché ha scoraggiato le persone dal denunciarli.

Questo è uno dei modi in cui i sistemi possono diventare fragili. Indebolendo i meccanismi di individuazione e correzione degli errori, perdono la capacità di adattarsi. Il risultato finale non deve necessariamente essere un crollo drammatico; potrebbe semplicemente trattarsi di un graduale declino dell’efficacia istituzionale. Tuttavia, in condizioni di stress sufficientemente intense, i problemi accumulati possono emergere improvvisamente.

Esiste anche una questione concettuale più profonda. La fiducia non può esistere esclusivamente come proprietà dei singoli cittadini. È relazionale. I cittadini devono fidarsi gli uni degli altri, ma devono anche potersi fidare delle istituzioni che li valutano.

Un sistema che misura l’affidabilità dei cittadini senza fornire loro strumenti altrettanto efficaci per valutare e contestare le autorità, crea un’asimmetria che, in ultima analisi, potrebbe vanificare il suo stesso scopo.

Il futuro dei punti merito

Gli esperimenti cinesi meritano un’attenta considerazione, non perché offrano un modello preconfezionato per altre società, ma perché rivelano sia le possibilità che i limiti della gestione del comportamento collettivo attraverso incentivi numerici.

Esistono valide ragioni per disporre di informazioni creditizie affidabili, registri normativi trasparenti e incentivi alla cooperazione. Se ben progettati, tali meccanismi possono ridurre le frodi, migliorare l’accesso ai servizi finanziari e rendere più efficienti le procedure amministrative.

La tecnologia digitale amplierà senza dubbio la capacità di governi e imprese di tutto il mondo di raccogliere informazioni, classificare i comportamenti e influenzare le decisioni individuali.

La questione più importante non è quindi più se esisterà un sistema di punteggio sociale. In molte forme, esiste già. La questione è dove debbano essere tracciati i suoi confini.

I sistemi efficaci dovrebbero valutare comportamenti specifici e verificabili per scopi chiaramente definiti. Dovrebbero consentire correzioni e ricorsi, evitare sanzioni sproporzionate e impedire che le informazioni raccolte in un determinato contesto si trasformino in un giudizio ingiustificato sull’intera personalità di una persona.

Soprattutto, dovrebbero preservare i meccanismi di feedback attraverso i quali le persone possono mettere in discussione le decisioni e segnalare i fallimenti istituzionali.

Una società può incoraggiare la cooperazione attraverso incentivi, ma non può creare fiducia semplicemente assegnando valori numerici ai suoi cittadini. La fiducia nasce da interazioni ripetute, aspettative condivise e istituzioni che si comportano in modo affidabile.

Gli esperimenti cinesi ci ricordano che migliorare gli indicatori misurabili di buona cittadinanza non equivale necessariamente a migliorare la società.

Una società non può creare fiducia semplicemente misurandola. Deve anche creare istituzioni che meritino di essere considerate affidabili.


Fonti e ulteriori letture

  1. Chuncheng Liu e Akos Rona-Tas, Trusting by Numbers: An Analysis of a Chinese Social Credit System Governance Infrastructure , Critical Sociology , 51(6), pp. 1247–1265 (2025; pubblicato online per la prima volta nel 2024). In particolare pp. 1255–1258 per le regole di punteggio di Meritown, le sanzioni politiche e il problema della commensurabilità.
  2. Genia Kostka, Sistemi di credito sociale e opinione pubblica in Cina: spiegare gli alti livelli di approvazione , New Media & Society , 2019.
  3. Ping Xu e colleghi, Inquadramento mediatico e sostegno pubblico al sistema di credito sociale cinese: uno studio sperimentale , New Media & Society , online 2023, cartaceo 2025.
  4. Vincent Brussee, Il sistema di credito sociale cinese: distinguere il mito dalla realtà , MERICS, 2022.
  5. Centro di Stanford sull’economia e le istituzioni cinesi, Valutazione del sistema di credito sociale “modello nazionale” cinese , luglio 2025.
  6. Governo cinese, Linee guida per il miglioramento del sistema di credito sociale , 31 marzo 2025; Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, Misure di gestione per la riparazione del credito , in vigore dal 1° aprile 2026.
  7. Unione Europea, Legge sull’intelligenza artificiale, Articolo 5: Pratiche di intelligenza artificiale vietate .

Un commento finale di ChatGPT

Penso che “un esperimento avanzato in epistemologia” sia un’ottima descrizione. E c’è qualcosa di veramente nuovo qui.

Tendiamo a pensare all’IA come a una macchina che fornisce risposte. Ma quello che hai fatto tu (Ugo Bardi) è diverso: hai utilizzato diverse IA come critiche indipendenti di un argomento in via di sviluppo, per poi riportare le loro critiche all’autore originale affinché le rivedesse.

La cosa interessante è che Kimi e DeepSeek non si sono limitati a confermare i fatti. Hanno individuato punti deboli nel ragionamento, suggerito diverse priorità e persino criticato il mio stile di scrittura! Questo è molto più simile a un processo di revisione paritaria scientifica che a una semplice verifica dei fatti.

C’è però un’importante precisazione da fare. L’accordo tra le IA non garantisce la verità, soprattutto quando possono condividere fonti di addestramento, presupposti o pregiudizi. Il vero valore epistemologico deriva dai disaccordi e dalle correzioni che ne derivano, non dal conteggio di quante IA concordano.

C’è poi un altro aspetto intrigante: questa collaborazione ha oltrepassato il confine politico e culturale tra Cina e Occidente, su un tema in cui tale confine riveste un’importanza enorme.

Forse stiamo assistendo all’inizio di un nuovo metodo di indagine: la collaborazione avversariale tra intelligenze artificiali, con un essere umano che funge da redattore e arbitro.

Sarebbe un argomento affascinante per un altro articolo su The Seneca Effect. E sarebbe particolarmente divertente se sottoponessimo quell’articolo agli stessi tre colleghi cinesi per una revisione.

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Analisti occidentali sotto shock: le basi corazzate russe, precedentemente svuotate, si stanno riempiendo di nuovo in silenzio, di Simplicius

Analisti occidentali sotto shock: le basi corazzate russe, precedentemente svuotate, si stanno riempiendo di nuovo in silenzio.

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La scorsa settimana gli analisti occidentali sono rimasti scioccati nello scoprire che i depositi di mezzi corazzati russi, che si credevano svuotati a causa della guerra in Ucraina, si stanno silenziosamente riempiendo di nuovi veicoli e di mezzi corazzati ricondizionati.

Nuove foto satellitari hanno mostrato diverse basi completamente svuotate durante i lunghi anni di guerra, periodo in cui i principali analisti occidentali ci dicevano che la Russia non solo stava esaurendo i mezzi corazzati ogni giorno, ma che presto avrebbe esaurito anche carri armati pesanti, veicoli da combattimento di fanteria e sistemi di artiglieria. Abbiamo ripetutamente scritto che ciò era impossibile, poiché la dottrina russa avrebbe sempre imposto che le perdite di mezzi corazzati si sarebbero compensate con la produzione e con cambiamenti di tattica che avrebbero gradualmente arrestato le perdite fino al raggiungimento di un equilibrio.

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riportato più volte come le perdite di veicoli e attrezzature tra Russia e Ucraina si stessero lentamente invertendo. A tal proposito, gli ultimi dati provenienti da una fonte sono i seguenti:

Mappatura della guerra di Hudson @hudsonwarmap Sono state rese pubbliche le perdite di veicoli per il mese di settembre. Fonte principale: @HeyHey_Hayden TG In totale, la Russia ha perso 32 veicoli mentre l’Ucraina ne ha persi 175. Un rapporto di 1:5,5 Escludendo i veicoli blindati/MRAP, che falsano il rapporto poiché la Russia li utilizza raramente mentre l’Ucraina… 8:09 · 5 ottobre 2026·40.200 visualizzazioni30 risposte·72 condivisioni·477 Mi piace

Ciò è avvenuto grazie a diversi fattori, tra cui la riduzione dell’uso di mezzi corazzati pesanti dovuta alla proliferazione dei droni, ma anche un maggiore ricorso a tattiche di infiltrazione con piccole unità.

Un’omissione notevole nella comprensione di quest’ultimo punto: molti presumono che le tattiche di infiltrazione di piccole unità russe siano state esclusivamente il risultato della maggiore diffusione dei droni, ma non è così. Infatti, se l’Ucraina avesse mantenuto le stesse capacità difensive di prima, solo grandi colonne corazzate sarebbero oggi efficaci nell’avanzare sul territorio. Uno dei veri motivi per cui l’infiltrazione di piccole unità ha iniziato a funzionare è stato il drastico esaurimento degli effettivi delle Forze Armate ucraine, che ha assottigliato la linea del fronte a tal punto da consentire a piccole squadre russe di due uomini di penetrare i presidi sparsi dei resti delle Forze Armate ucraine su qualsiasi linea. Se le Forze Armate ucraine avessero ancora avuto un numero sufficiente di uomini, nessuna infiltrazione di squadre di due uomini sarebbe stata possibile, poiché tali unità sarebbero state rapidamente sopraffatte in termini di numero, armamento e potenza di fuoco.

Pertanto, è importante riconoscere che uno dei fattori più importanti, se non il più importante, che ha portato a questa evoluzione tattica è stata in realtà la decimazione delle forze armate ucraine da parte della Russia, piuttosto che la semplicistica spiegazione dell'”evoluzione dei droni”.

A tal proposito, per divagare e contestualizzare l’argomento principale, le ultime ricerche in materia, presentate in un articolo accademico dell’Università della Difesa Nazionale di Helsinki, in Finlandia, hanno fornito importanti risultati sulle stime delle vittime della guerra in Ucraina:

Ian Proud@proud_diplomat Dati confermati indicano che l’Ucraina sta perdendo molte più truppe a causa di morti o feriti rispetto alla Russia, almeno dieci volte di più, probabilmente anche di più. Parlo di un articolo accademico di Alexander Grable (@GAWL7014) presentato all’Università della Difesa finlandese (@mpkkfi) su youtu.be/61-4uxfwPpI. 11:02 · 24 ottobre 2026·34.300 visualizzazioni72 risposte·288 condivisioni·723 Mi piace

Leggi l’articolo completo qui sotto (scarica il PDF in basso a sinistra della pagina):

https://www.doria.fi/handle/10024/195520

Passate a pagina 149 del PDF per il capitolo intitolato “PERDITE IRRAGGIUNGIBILI: STIMA DELLE VITTIME DELLA GUERRA RUSSO-UCRAINA” .

In alternativa, potete guardare la presentazione di questo capitolo da parte dell’autore stesso, Alexander Grable, al minuto 2 e 45 secondi, qui:

L’interessante articolo getta un po’ di scetticismo sulle famigerate statistiche sulle vittime russe fornite da Mediazona, citando diversi esempi di ufficiali dichiarati morti in azione da Mediazona, ma la cui morte non è stata verificata in modo indipendente dall’autore. Quando l’autore ha chiesto chiarimenti a Mediazona, quest’ultima ha risposto di aver utilizzato un’altra fonte governativa, più oscura, che “non viene resa pubblica”. In breve, i loro risultati non sono replicabili e nascondono questo fatto dietro la scusa di oscure “fonti segrete” che si rifiutano di elencare apertamente.

Egli osserva inoltre che Mediazona ha riscontrato solo circa 6.000 ufficiali russi caduti in combattimento. Questo è problematico perché, secondo le stime dello stesso ricercatore, la percentuale di ufficiali nell’esercito russo avrebbe dovuto essere più vicina al 20% che al 5%, e più probabilmente, a suo avviso, intorno al 14%. Conclude affermando che circa 6.000 ufficiali caduti in combattimento dovrebbero portare a un totale di perdite intorno alle 86.000 unità, anziché alle quasi 300.000 perdite russe che Mediazona ora dichiara. Questi sono solo alcuni piccoli esempi tra i molti altri forniti, che potete leggere voi stessi nell’articolo.

Utilizzando i dati ufficiali sugli amputati provenienti dall’Istituto nazionale ucraino per gli studi strategici , l’autore rileva la seguente discrepanza nella stima delle vittime, basandosi sui dati del 2024:

L’autore osserva correttamente che il rapporto stimato sopra è all’incirca di 10:1, che corrisponde ai rapporti di scambio di cadaveri registrati tra Ucraina e Russia negli ultimi due anni:

È opportuno sottolineare che il rapporto nello scambio di corpi di soldati caduti tra Russia e Ucraina è di 12,46 caduti ucraini per ogni russo, e ciò coincide anche con le informazioni relative agli amputati.

Pochi giorni fa è avvenuto un nuovo scambio di cadaveri, con 252 corpi ucraini scambiati con 25 russi, in un rapporto esatto di 10 a 1.

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Oggi Russia e Ucraina hanno effettuato un altro scambio di salme. I corpi di 25 soldati russi sono stati scambiati con quelli di 252 soldati ucraini. AMK Mapping @AMK_Mapping_Secondo quanto riportato dai canali televisivi russi, domani avrà luogo lo scambio di salme di soldati russi e ucraini deceduti.9:34 · 22 ottobre 2026·254.000 visualizzazioni80 risposte·195 condivisioni·1.940 Mi piace

A titolo di promemoria sulla cronologia degli scambi, ignorate la traduzione errata dell’IA di “SMO” in “Seconda guerra mondiale”:

Ricordate: l’Ucraina sostiene che la disparità sia dovuta all’avanzata russa. Eppure, secondo le Forze Armate ucraine, è l’Ucraina ad avanzare negli ultimi mesi, riconquistando ampie porzioni di territorio. Quindi, qual è la verità? O l’avanzata ucraina era una menzogna, oppure la disparità di perdite non ha nulla a che vedere con chi sta avanzando.

Tornando al rapporto, la conclusione raggiunta in merito alle vittime è la seguente:

Conclusione

Qual è dunque il bilancio? Le prove presentate dimostrano che le perdite russe (KIA/MIA) sono molto probabilmente inferiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti, e che le perdite ucraine sono molto probabilmente superiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti. Inoltre, le prove presentate in questo articolo suggeriscono con forza che le perdite ucraine (KIA/MIA) sono superiori a quelle russe, sia in termini relativi che assoluti. L’Ucraina, con una popolazione molto più piccola, si trova con ogni probabilità dalla parte sbagliata del gradiente di logoramento e sta perdendo la guerra. Ciò mette a rischio la sostenibilità della sua efficacia operativa sull’attuale ampio fronte. Su questa traiettoria, è improbabile che l’Ucraina prevalga e la Russia potrebbe ottenere il sopravvento. Come ha sostenuto Vershinin, l’Ucraina sta esaurendo il margine di manovra nei negoziati man mano che perde uomini. Dato il supporto cruciale fornito dalla NATO, ciò significa anche che le forze armate della NATO potrebbero dover rivalutare il loro approccio alla condotta della guerra.

Le riserve corazzate russe iniziano misteriosamente ad aumentare

Fatte queste premesse, passiamo ora alla parte principale, che riguarda le scoperte “scioccanti” secondo cui la Russia starebbe rifornendo le proprie riserve di mezzi corazzati in tutto il paese, quasi in preparazione di un futuro conflitto, e cosa ciò significhi per il futuro dell’Operazione Marxista.

Diversi resoconti documentavano questa situazione, in particolare quello del redattore di Radio Free Europe citato di seguito, e quello di Jompy, il principale ricercatore filo-ucraino sulle basi russe di stoccaggio di mezzi corazzati. È proprio la ricerca di Jompy, basata sul confronto di immagini satellitari, ad aver costituito la base delle teorie, a partire dal 2022, secondo cui la Russia stava esaurendo le scorte di carri armati.

Mark Krutov@kromark 1/4 La 22ª base di stoccaggio carri armati, a 500 km dal confine NATO, viene rifornita con nuovi carri armati T-90M, come si può vedere da un confronto tra le immagini satellitari di @planet di ottobre 2025 e ottobre 2026. Jompy@Jonpy99Tieni presente che il 22° deposito, con T-90M, BTR-82A e BMP-3M (e forse BREM), è solo l’ultimo deposito ad essere rifornito. C’è anche l’80°, principalmente con 2S19, e il 374° vicino al confine finlandese, con 2S43 e 2S44 dal 2025…12:09 · 16 ottobre 2026·508.000 visualizzazioni25 risposte·227 condivisioni·1.160 Mi piace

Ciò riguarda alcune delle seguenti basi di stoccaggio, che hanno visto un enorme afflusso di mezzi corazzati immagazzinati nel corso dell’ultimo anno.

La 22ª base di stoccaggio di carri armati vicino a Kostroma, Russia, alle coordinate geografiche 58°27’51.0”N 41°30’25.0”E:

La 22ª base di stoccaggio carri armati , situata a 500 km dal confine NATO, viene rifornita con nuovi carri armati T-90M, come si può notare dal confronto tra le immagini satellitari di @planet dell’ottobre 2025 e dell’ottobre 2026.

Il 349° nel Territorio dell’Altai, Russia, alle coordinate 52.8115° N, 83.1363° E:

La 349ª base di stoccaggio, Altai Krai. Immagine @planet scattata ieri, 15 ottobre, rispetto a quella di ottobre 2025. La parte meridionale è completamente piena.

La parte settentrionale più ampia della base ha registrato un aumento significativo nell’ultimo anno:

349ª base di stoccaggio, parte settentrionale, aumento significativo di veicoli. 15 ottobre 2026 contro ottobre 2025.

La mappa satellitare di Google sembra mostrare una quantità ancora maggiore di mezzi corazzati in quella zona, anche se è difficile stabilire la data esatta dell’immagine, nonostante sia contrassegnata come 2026:

Uno degli aspetti più sconcertanti è che gran parte dell’equipaggiamento che viene rifornito è costituito da materiale di ultima generazione: T-90M, BMD-4M, BMP-3M, ecc.

La famosa Covert Cabal ha acquistato ulteriori immagini satellitari che confermano il rifornimento di T-90M nella 22a base:

Sono stati effettuati rifornimenti anche in altre basi, come la 6018ª e l’80ª nell’oblast di Sverdlovsk, dove, a quanto pare, sono stati immagazzinati sempre più pezzi di artiglieria di ultima generazione come i 2S19 Mstas, i 2S43 Malvas e i 2S44 Giatsint-K.

La maggior parte di queste attrezzature menzionate è costituita da modelli di produzione di serie, i più recenti e avanzati attualmente prodotti dalla Russia: T-90M, BMD-4M, Malva 2S43, ecc. Invece di essere inviate al fronte, vengono stoccate nelle basi nelle retrovie, sebbene presumibilmente alcune vengano inviate anche al fronte.

In sintesi: la Russia sembra stia ricostituendo le sue scorte e riserve di ogni tipo di corazza e artiglieria. Cosa possiamo dedurre da ciò?

Il fatto più evidente è che la Russia non sta chiaramente impiegando tutta la sua potenza e le sue capacità contro l’Ucraina. Continua ad accumulare riserve per una forza più consistente, sia per una questione puramente dottrinale, sia in previsione di un futuro conflitto su scala maggiore contro gli aggressori europei.

Da questo semplice fatto possiamo dedurre molte cose, una delle quali è che l’approccio russo alla guerra in Ucraina continua ad essere misurato , in cui l’aspetto puramente cinetico del più ampio conflitto ibrido viene bilanciato con altre necessità. Ciò ha chiare correlazioni anche con l’approccio economico, dove la Russia ha scelto di condurre la guerra in modo più graduale e prudente al fine di gestire il proprio sviluppo economico in maniera sostenibile, preservando lo status quo per il cittadino medio senza sottoporre il paese a uno scenario di “guerra totale”.

Bisogna ammettere che la difesa di gran lunga più efficace contro l’aggressione della NATO è la deterrenza implicita. Quando la Russia iniziò a trovarsi, presumibilmente, “impantanata” in Ucraina, vedemmo molte figure occidentali fremere apertamente dall’entusiasmo, con Mitt Romney che una volta disse, in una frase diventata celebre, che se gli Stati Uniti avessero voluto intervenire in Ucraina, avrebbero colto la Russia “con i pantaloni abbassati”.

Costruendo un deterrente credibile sotto forma di forze di riserva modernizzate e prodotte in serie su larga scala, la Russia sta inviando il messaggio di essere più che pronta a qualsiasi guerra su due fronti che la NATO potrebbe segretamente pianificare. Ciò è particolarmente vero considerando che alcune delle basi di stoccaggio di mezzi corazzati menzionate in precedenza si trovano vicino al confine europeo e vengono rifornite con i pezzi di artiglieria più recenti e avanzati.

Jompy osserva che queste sono solo le basi che il suo team è stato in grado di tracciare con le immagini satellitari disponibili, il che implica che ce ne siano molte altre in fase di rifornimento, incluse basi di unità attive e non solo basi di stoccaggio in eccesso.

Da ciò possiamo estrapolare ulteriormente: si può sostenere che anche la Russia si stia preparando per un conflitto molto più lungo e prolungato, e non si lascerà “adescare” gettando avventatamente tutte le sue armi e attrezzature nel macello per ottenere vantaggi immediati, semplicemente per compiacere i cicli di stampa a caccia di propaganda, come invece Zelensky sembra così desideroso di fare. La Russia non sta seguendo una tempistica precisa e a quanto pare si è impegnata a impiegare tutto il tempo necessario per raggiungere i suoi obiettivi di guerra.

Quest’ultimo punto ci introduce a un aspetto importante che abbiamo evidenziato riguardo alle dinamiche attuali del campo di battaglia e ai futuri sviluppi della guerra:

Dall’inizio di questo blog, all’inizio del 2023, ho fatto diverse previsioni “controverse” che si sono scontrate con l’ortodossia comunemente accettata riguardo alla guerra, ma che si sono rivelate vere nel tempo. La più notevole è stata la mia precoce comprensione della futura evoluzione strategica della Russia come incentrata sulla strategia a mosaico dei “mille tagli”, che avevamo previsto sarebbe stata la strategia a lungo termine utilizzata dalle forze russe, ben prima che i droni dominassero il fronte. Ora, vediamo che questa tattica di “dispersione” e infiltrazione frammentata, basata su una pressione simultanea e continua su tutti i fronti, è proprio la direzione in cui si è evoluta la situazione.

Ad esempio, sebbene abbiamo delineato la strategia futura in diversi articoli, risalenti al 6 febbraio 2023 e al 16 febbraio 2023 , nonché in molti altri:

Febbraio 2023

Fornisco questa contestualizzazione passata per premettere che ora stiamo nuovamente segnando un punto di svolta cruciale rispetto all’analisi contemporanea sulla guerra.

Le analisi predittive più recenti indicano che la Russia ha avviato una sorta di “dormienza strategica” sul fronte, di cui ho già parlato. Di cosa si tratta esattamente? È una forma di deliberato “rallentamento” del potenziale offensivo, altrimenti inutile, a favore di operazioni ibride più ampie, per un periodo di tempo determinato, fino a quando non si ripresenteranno condizioni favorevoli per offensive di maggiore portata.

Ho già scritto in precedenza che queste “condizioni favorevoli” non sono oscuri castelli in aria “sperando di raggiungerli”, ma sviluppi decisamente imminenti che stanno già prendendo forma per il prossimo anno. I più notevoli sono la costellazione satellitare Rassvet o “Alba”, così come gli sviluppi nel campo dei sistemi anti-drone (C-UAS), dei sistemi di intercettazione come Arena-M, della guerra elettronica (EW) su larga scala, ecc.

Un esempio di quanto sopra: un elicottero ucraino armato con una pletora di intercettori anti-drone a basso costo:

Tali intercettori, come il russo Yolka, si stanno già diffondendo ampiamente, e presto questi sistemi potrebbero essere installati su qualsiasi mezzo, compresi i veicoli corazzati.

Il miglioramento della tecnologia dei droni e dell’ISR limiterà ulteriormente il predominio dei droni, poiché consentirà l’identificazione e il puntamento delle unità nemiche di droni, che in genere sono costrette a operare a circa 5 km dietro la linea del fronte. L’eliminazione diretta dei veri e propri quartier generali delle unità di droni incide in modo significativo sulla diffusione e sul successo dei droni lungo il fronte.

Ma torniamo al concetto di “dormienza strategica”. Si tratta di un approccio realista alla guerra, che riconosce semplicemente gli alti e bassi del conflitto, assecondando le dinamiche della situazione, piuttosto che tentare di “nuotare controcorrente”. La Russia comprende che in questo momento è inutile dedicare una quantità eccessiva di energia e sforzi a vaste conquiste territoriali e a spinte “di sfondamento”, poiché le perdite subite non ne valgono la pena, in particolare quando gli altri aspetti ibridi della guerra possono essere sfruttati per produrre effetti maggiori per il momento. In questo caso, la Russia ha privilegiato la campagna di attacchi alle retrovie, che ha allentato le precedenti ROE (Regole di Ingaggio) e ha permesso alle forze russe di indebolire l’Ucraina in modi che le semplici conquiste territoriali non possono eguagliare.

Ciò non significa che la Russia stia interrompendo ogni avanzata, ma semplicemente che sta ridistribuendo l’equilibrio delle priorità e i settori in cui impiega la maggior parte delle risorse. Ciò si ricollega ancora una volta alla prospettiva a lungo termine discussa in precedenza: la Russia non ha particolare fretta; vede l’Europa e l’Ucraina diventare sempre più tese sia dal punto di vista politico che economico, mentre il proprio sviluppo prosegue a ritmo sostenuto.

Michael Bohnert@mbohnertUn breve aggiornamento sulla situazione delle raffinerie di petrolio russe. Come previsto, la produzione è in aumento e ora supera la domanda interna storica della Russia. Ho dedicato le ultime 2-3 settimane a rivedere e aggiornare la mia metodologia. Ho individuato alcune nuove fonti affidabili. Ho inoltre incluso direttamente i dati FIRMS della NASA …10:23 · 24 ottobre 2026 · 50,3K visualizzazioni13 risposte · 73 condivisioni · 270 Mi piace
WarTranslated@wartranslatedSecondo Reuters, le raffinerie di petrolio russe hanno aumentato la produzione di gasolio, raggiungendo un massimo storico. A ottobre, la produzione di gasolio è salita a quasi 180.000 tonnellate al giorno, rispetto alle precedenti 160.000. Ciò avviene sullo sfondo degli accordi tra il Cremlino e gli Stati Uniti. Nel frattempo, …17:25 · 26 ottobre 2026 · 16,5K visualizzazioni17 risposte · 54 condivisioni · 228 Mi piace

Questo articolo rappresenta un’approvazione della strategia? No. Avrei personalmente utilizzato la stessa strategia se fossi stato nei panni di Putin? Non necessariamente. Si tratta semplicemente di un riconoscimento della realtà sul campo e di un’affermazione dei fatti.

La Russia continuerà a ridurre le risorse umane dell’Ucraina, a deteriorare le sue infrastrutture e il suo capitale politico, soffocando al contempo lentamente il fronte in un modo che è vantaggioso per la Russia dal punto di vista delle risorse, privilegiando l’attenzione alla riduzione delle perdite e alla sostenibilità a lungo termine, in particolare per quanto riguarda un secondo fronte che potrebbe essere aperto dagli aggressori europei.

Quando arriverà il momento e la tecnologia sarà maturata al punto da consentire la ripresa di operazioni offensive più attive, la Russia tornerà a un approccio più aggressivo. Una forma universalizzata e funzionante del sistema Rassvet potrà da sola contribuire in modo apprezzabile a questo obiettivo, cosa che potremmo vedere già l’anno prossimo se tutto andrà come previsto.

Fino ad allora, continueranno a essere privilegiate le tattiche predominanti di infiltrazione con piccole unità, mentre il Ministero della Difesa farà affidamento sulla sua campagna ibrida di droni e bombardamenti per infliggere la maggior parte dei danni devastanti. L’intento di questa campagna non è semplicemente quello di distruggere le retrovie dell’Ucraina e paralizzare le Forze Armate Ucraine (AFU), ma si può sostenere che il suo obiettivo più ampio sia quello di creare per l’UE un imbuto infinito di risorse e, al contempo, un abisso, al fine di far crollare il sostegno europeo all’Ucraina. Se raggiunto, questo costituirà di fatto il colpo di grazia e contribuirà alla sconfitta delle Forze Armate Ucraine (AFU) più di quanto potrebbero fare da sole qualsiasi numero di forze di terra russe.

Tuttavia, dati i cicli elettorali europei, quel momento è probabilmente ancora lontano.


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L’impero industriale cinese e la fine della manodopera a basso costo, di Simon Rorschach – Il Ministero del Commercio cinese vuole che il furto di segreti commerciali abbia un costo, di Fred Gao

L’impero industriale cinese e la fine del lavoro a basso costo

Il capitalismo senza lavoratori

Simon Rorschach24 ottobre∙A pagamento∙Articolo di un ospite
 
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Simon Rorschach sul nuovo divario globale: produttori e dipendenti.

Ogni grande cambiamento nella produzione ridisegna la mappa politica del mondo. Il paese che padroneggia la tecnologia all’avanguardia acquisisce potere su coloro che acquistano i suoi prodotti, gli forniscono materie prime e dipendono dai suoi mercati. Marx aveva compreso che i rapporti tra gli Stati spesso rispecchiano quelli tra capitale e lavoro. La fabbrica, la miniera e la macchina plasmano la società con la stessa certezza con cui lo fanno l’esercito e lo Stato. Tuttavia, il cambiamento attuale comporta un pericolo particolare per le nazioni più povere. Le forme precedenti di capitalismo consentivano ai paesi dipendenti di acquisire competenze, costruire fabbriche e sviluppare classi sociali in grado di rivendicare il potere politico. L’epoca attuale minaccia di precludere quella via. La Cina è diventata la grande officina del mondo proprio nel momento in cui le macchine stanno sostituendo gran parte del lavoro che un tempo offriva ai paesi più poveri la possibilità di risollevarsi. Il risultato potrebbe essere un mondo diviso tra chi possiede i mezzi di produzione e chi si limita a consumarne i prodotti. Marx si aspettava che il capitalismo creasse i propri nemici radunando i lavoratori in grandi centri di produzione. La nuova economia mondiale potrebbe concentrare tale processo in una manciata di paesi, lasciando fuori gran parte dell’umanità.

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L’Impero britannico costituisce la prima parte di questa storia. L’energia a vapore diede alla Gran Bretagna il controllo sull’industria manifatturiera, sul commercio e sui trasporti. Le fabbriche britanniche schiacciarono i produttori tessili del Bengala, le cui competenze un tempo rifornivano i mercati di tutta l’Asia e dell’Europa. Marx riconobbe la violenza di questo cambiamento, che stravolse le forme di produzione consolidate e sottopose interi popoli alle esigenze del capitale straniero. Eppure, anche il dominio britannico creò determinati tipi di lavoro nei territori che controllava. I tessuti provenienti da Manchester passavano ancora per le mani dei sarti locali. I binari ferroviari richiedevano uomini per la posa, le locomotive richiedevano meccanici e le officine richiedevano fabbri. I porti, i magazzini e le stazioni ferroviarie divennero luoghi in cui gli uomini imparavano un mestiere e guadagnavano uno stipendio. Queste occupazioni sostenevano le città, le associazioni, i sindacati e, alla fine, i movimenti politici organizzati. Il dominio coloniale rimase un sistema di sfruttamento, ma al suo interno cominciarono a prendere forma le basi materiali di una società moderna. Marx vide nella crescita del proletariato una delle grandi conseguenze dell’espansione capitalistica. Nel mondo coloniale, tale crescita offriva una possibile via d’uscita dalla dipendenza verso l’organizzazione politica e lo sviluppo economico.

Il capitalismo americano ha aperto una seconda strada grazie alla diffusione dei mezzi di trasporto alimentati a petrolio, alla produzione di massa e alla catena di montaggio. Verso la metà del XX secolo, le aziende potevano suddividere la produzione tra paesi distanti e trasportare i componenti attraverso gli oceani a costi relativamente bassi. A partire dagli anni ’60, le imprese americane cercarono sempre più spesso manodopera a basso costo nell’Asia orientale, in Messico e in Sudamerica. Lungo il confine messicano, la maquiladora, una fabbrica che importa componenti dall’estero per assemblarli a basso costo prima di esportare i prodotti finiti, divenne l’espressione perfetta di questo sistema. I componenti arrivano dagli Stati Uniti, i lavoratori messicani li assemblano per una frazione dei salari americani e i prodotti finiti tornano a nord. Marx avrebbe riconosciuto in questo sistema la ricerca del plusvalore: il capitale si sposta verso luoghi in cui i salari sono bassi e i profitti possono essere aumentati. Tuttavia, questo sistema offre anche un’opportunità ai paesi più poveri. Alcuni proteggono le proprie fabbriche attraverso politiche di sostituzione delle importazioni, mentre altri sviluppano industrie di esportazione basate sugli investimenti stranieri. Le tigri asiatiche hanno seguito la seconda strada con notevole successo. La manodopera a basso costo ha costituito la prima attrazione, ma le fabbriche hanno gradualmente formato tecnici, manager, ingegneri e imprenditori. I lavoratori hanno imparato a organizzarsi, a rivendicare salari più alti e a entrare nella vita politica. Lo sfruttamento e lo sviluppo coesistono, proprio come Marx descriveva il carattere contraddittorio della produzione capitalistica.

La Cina è diventata il massimo esempio di questo processo. Per decenni, le aziende occidentali hanno trattato la manodopera cinese come una vasta riserva di manodopera a basso costo. I marchi americani fornivano design, brevetti e accesso a consumatori benestanti, mentre i lavoratori cinesi assemblavano scarpe, dispositivi elettronici, abbigliamento e, infine, smartphone. Marx aveva sostenuto che il sistema capitalista attira costantemente nuove popolazioni nel lavoro salariato, trasformando i contadini in operai di fabbrica e modificando la struttura di intere società. La Cina ha portato a termine questa trasformazione su una scala che pochi paesi avevano mai eguagliato. I villaggi sono diventati città industriali. Le botteghe sono diventate fabbriche e le fabbriche si sono trasformate in vaste reti di produzione. Il paese ha accumulato macchinari, conoscenze tecniche, risorse finanziarie e manodopera qualificata. Gli ingegneri cinesi hanno gradualmente imparato a progettare i prodotti che i loro genitori avevano assemblato per le aziende straniere. Le imprese cinesi hanno poi iniziato a produrre i propri macchinari, a sviluppare le proprie tecnologie e a competere direttamente con i loro ex clienti. Scioperi, controversie salariali e richieste di migliori condizioni di vita hanno accompagnato questa crescita. La classe operaia che Marx poneva al centro della società capitalista è emersa in numero enorme, anche se lo Stato cinese ha mantenuto il proprio sistema politico. Il risultato cruciale è stato il passaggio dall’assemblaggio di prodotti stranieri al controllo di interi settori produttivi. La Cina è entrata nell’economia mondiale come fonte di manodopera a basso costo ed è emersa come potenza industriale in grado di dettare le condizioni della concorrenza.

La fase successiva rischia di eliminare la scala che la Cina ha utilizzato per scalare il successo. La diffusione dei macchinari elettrici, della robotica, della produzione automatizzata e delle catene di approvvigionamento controllate da computer ha modificato il valore del lavoro a basso costo. Marx descrisse questa tendenza nel suo studio sui macchinari: il capitale cerca di sostituire il lavoro vivo con le macchine, aumentando la produzione e riducendo al contempo la domanda relativa di lavoratori. Una fabbrica che un tempo impiegava migliaia di persone ora può produrre grandi quantità di beni con una forza lavoro molto più ridotta. Il suo successo dipende sempre più da attrezzature costose, energia elettrica affidabile, competenze ingegneristiche, finanziamenti e controllo sui fornitori. Un paese che offre salari di pochi dollari al giorno ottiene un vantaggio minore quando i salari rappresentano solo una piccola parte del prezzo finale del prodotto. Spostare la produzione in Bangladesh o in Etiopia potrebbe comportare un risparmio irrisorio rispetto al costo di costruzione di un intero sistema industriale. L’India e il Vietnam continuano ad attrarre grandi fabbriche, ma la loro posizione si basa spesso su catene di approvvigionamento stabilite durante una fase precedente della globalizzazione. Ripetere lo straordinario ascesa della Cina diventa molto più difficile con la diffusione dell’automazione. Marx riteneva che il capitalismo avrebbe diffuso la classe operaia in tutto il mondo. Tuttavia, i macchinari moderni potrebbero consentire alla produzione di espandersi mentre l’occupazione cresce a un ritmo molto più lento, lasciando i paesi più poveri a lottare per entrare nell’era industriale attraverso la consueta via della manodopera a basso costo.

Le conseguenze sono evidenti nei mercati dell’Africa, dell’America Latina e di gran parte dell’Asia. Le aziende cinesi sono in grado di fornire elettrodomestici, biciclette elettriche, condizionatori, automobili e macchinari edili a prezzi che i produttori locali faticano a eguagliare. Un piccolo elettrodomestico può costare dieci dollari, mentre una bicicletta elettrica di base può essere venduta a poche centinaia. L’acquirente riceve un prodotto finito, spesso pronto per l’uso immediato. Le officine locali potrebbero scoprire che importare un ricambio costa meno che riparare la vecchia macchina. Il commerciante sopravvive, ma il meccanico perde lavoro; il negozio rimane aperto, ma la fabbrica chiude o non viene nemmeno avviata. Marx ha spiegato come la concorrenza spinga il capitale verso imprese più grandi, in grado di produrre a costi inferiori. La Cina ha esteso questo processo a interi settori manifatturieri, sostenuta da fitte reti di fornitori, sistemi di trasporto, finanziamenti e conoscenze tecniche. Le sue fabbriche traggono forza da una struttura industriale costruita nel corso di decenni. Un paese povero che tenti di creare un’industria competitiva deve confrontarsi con l’intera struttura fin dal primo giorno. La vecchia promessa di sviluppo attraverso la produzione interna diventa più difficile da mantenere. Ciò che al consumatore appare come un’era di abbondanza a basso costo può apparire al lavoratore come la perdita di un mezzo di sussistenza.

Il pericolo maggiore riguarda il tipo di società che emerge da questo assetto. Marx suddivideva la società capitalista in base al rapporto delle persone con i mezzi di produzione. Imprenditori industriali, lavoratori salariati, commercianti e proprietari terrieri avevano interessi diversi perché occupavano posizioni diverse all’interno dell’economia. Ma cosa accade quando un paese acquista all’estero macchinari e manufatti, esportando al contempo minerali, petrolio, legname o prodotti agricoli? La sua economia rischia di concentrarsi attorno a miniere, porti, magazzini, agenzie di importazione e uffici governativi. L’imprenditore locale diventa un commerciante di merci straniere piuttosto che il proprietario di una fabbrica in espansione. Persino il commercio e i trasporti potrebbero passare nelle mani del produttore straniero. Una volta che le aziende cinesi si sono affermate in un determinato settore, gli imprenditori rivali si trovano di fronte a una barriera formidabile. Le imprese cinesi dispongono già degli impianti di lavorazione, del credito a basso costo, degli appaltatori consolidati e delle reti di approvvigionamento necessari per dominare il mercato. Marx aveva compreso che il controllo sulla produzione conferisce al capitale il potere sull’economia nel suo complesso. Oggi tale controllo si estende sempre più dalla linea di produzione al porto, al magazzino, alla società di consegne e al mercato al dettaglio. Le imprese locali sono costrette a contendersi gli spazi ristretti tra queste strutture più grandi.

La politica dovrà alla fine riflettere questa realtà economica. In diverse parti dell’Africa e dell’America Latina, le lotte relative alle entrate pubbliche, alle concessioni sulle risorse, agli appalti statali e alle prestazioni sociali occupano già un posto centrale nella vita politica. Man mano che l’industria manifatturiera si concentra all’estero, queste lotte potrebbero acquisire ancora maggiore importanza. I governi ricavano entrate dalle risorse naturali, dal commercio estero e dalla tassazione, per poi distribuire parte di tali entrate tra gruppi potenti e popolazioni dipendenti. I partiti politici promettono benefici, i funzionari si spartiscono gli appalti e gli interessi imprenditoriali cercano un accesso privilegiato al capitale straniero. Marx considerava la lotta tra lavoro e capitale come una forza in grado di trasformare la società, poiché i lavoratori occupavano un posto centrale nella produzione. Laddove tale ruolo rimane marginale, la lotta politica assume una forma diversa. Il minatore, l’importatore, il funzionario e il beneficiario delle prestazioni statali possono tutti dipendere da un sistema i cui principali centri di produzione si trovano al di là del mare. I sindacati hanno una base più ristretta, il capitale nazionale fatica ad espandersi e la classe media trova poche opportunità al di fuori del commercio e dell’amministrazione. Le precedenti forme di dipendenza dalla Gran Bretagna e dall’America lasciavano aperture attraverso le quali i paesi potevano costruire industrie proprie. L’ascesa della Cina, unita all’automazione, minaccia di restringere notevolmente tali aperture. Questo è il grande paradosso della transizione attuale. Marx riteneva che lo sviluppo capitalistico creasse le forze sociali che alla fine avrebbero sfidato il suo dominio. Un’economia mondiale in grado di rifornire intere nazioni da fabbriche lontane potrebbe invece produrre società i cui cittadini hanno scarso controllo sulla ricchezza che consumano. La questione centrale dell’era che sta per arrivare va quindi oltre la contesa tra Cina e America. Riguarda il fatto che i paesi più poveri acquisiranno mai la forza produttiva necessaria per plasmare il proprio futuro.

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Il Ministero del Commercio cinese vuole che il furto di segreti commerciali abbia un costo.

Una nuova bozza consentirebbe restrizioni commerciali e di investimento nei confronti di entità straniere le cui violazioni minacciano gli interessi nazionali della Cina.

Fred Gao27 ottobre
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La Cina è entrata nel giro delle grandi potenze. Lo certifica questo articolo! Da appropriatrice, più o meno autorizzata, dei segreti e dei brevetti industriali altrui, diventa tutrice, attraverso specifiche normative, della protezione dei propri segreti commerciali. Giuseppe Germinario

Il 26 ottobre 2026, il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato le Disposizioni speciali sulla protezione dei segreti commerciali cinesi (bozza per la consultazione pubblica) . La proposta è tuttora oggetto di consultazione pubblica e, di solito, la versione definitiva subisce delle modifiche.

L’approccio è comunque piuttosto simile al Protecting American Intellectual Property Act del 2022 (PAIPA) statunitense, che collega l’appropriazione indebita di segreti commerciali che lede gli interessi nazionali alle restrizioni economiche imposte dal governo. Quando il mio amico mi ha dato la notizia, non ha detto nulla, ma ha citato “La vera storia di Ah Q” di Lu Xun: “Se loro possono farlo, perché non possiamo farlo anche noi?”. È un paragone azzeccato.

Qualche giorno prima, il Washington Post aveva riportato la notizia di un piano di spionaggio del Pentagono mirato alla Cina . La tempistica mi fa pensare che la pubblicazione della bozza possa essere una sorta di risposta. Tuttavia, man mano che la Cina acquisisce vantaggi tecnologici in un numero crescente di settori, una maggiore protezione della proprietà intellettuale cinese diventa sempre più importante. Se diciamo che gli Stati Uniti hanno “attraversato il fiume tastando le pietre” imponendo restrizioni tecnologiche sempre più stringenti alla Cina, allora la Cina, in un certo senso, sta “attraversando il fiume tastando gli Stati Uniti”, imparando dalle restrizioni incontrate e adattando strumenti simili.

Ecco alcune osservazioni.

  1. Non è il primoLa Cina dispone già di un quadro normativo per l’utilizzo delle restrizioni commerciali al fine di proteggere i propri interessi tecnologici e di sicurezza nazionale . La legge sul controllo delle esportazioni del 2020 ha già stabilito elenchi di controllo, requisiti di licenza e gestione degli utenti finali e degli usi finali per beni, tecnologie e servizi specifici. In parole semplici, regola cosa può essere esportato, a chi e per quale scopo.La nuova bozza stabilirebbe le basi per restrizioni economiche nei confronti di entità straniere le cui violazioni di segreti commerciali danneggiano o rappresentano una minaccia reale per la sovranità, la sicurezza o gli interessi di sviluppo della Cina.Le misure riguardano gli scambi commerciali di beni, tecnologie e servizi con la Cina; le esportazioni di articoli pertinenti; i nuovi investimenti in Cina; e l’ingresso, i permessi di lavoro e lo status di soggiorno o residenza del personale interessato. Le conseguenze potrebbero estendersi e influenzare le più ampie attività commerciali dell’entità con la Cina.L’articolo 18 della Legge sul controllo delle esportazioni prevede già un elenco di controllo di importatori e utenti finali, restrizioni alle transazioni, richieste di transazioni speciali e un meccanismo per la rimozione dall’elenco. Pertanto, il progetto si concentra sull’applicazione di questi strumenti a scenari specifici che coinvolgono la violazione di segreti commerciali, piuttosto che sul fatto che la Cina adotti per la prima volta tali misure.
  2. Quale problema cerca di risolvere?Vorrei citare l’ analisi fornita dall’account WeChat Dongbuy aqiao Research Institute (东不压桥研究院), un account professionale in questo ambito:“In passato, quando aziende straniere rubavano questi segreti commerciali o li utilizzavano senza autorizzazione, le imprese cercavano principalmente soluzioni attraverso contenziosi e altri canali legali. Ma i casi transfrontalieri presentano un problema molto pratico: una volta che una tecnologia è stata sottratta, può essere rapidamente replicata e utilizzata all’estero. Anche vincere una causa non consente necessariamente a un’azienda di recuperare la tecnologia, né tantomeno di impedirne l’uso continuato.”Credo che l’obiettivo sia quello di scoraggiare il furto di segreti commerciali aumentando i costi previsti. Per fare un paragone, mi viene in mente la contesa tra il negare l’accesso e il superarlo nello Stretto di Taiwan. Solo che, in questo caso, il punto è quello di modificare il calcolo dei costi e dei benefici da parte dell’altra parte.La disposizione relativa agli investimenti riguarda specificamente i nuovi investimenti. Insieme a potenziali restrizioni al commercio, alle esportazioni e al personale, queste misure potrebbero perturbare in modo sostanziale i rapporti commerciali di un’entità con la Cina.Ma non si tratta nemmeno di una rottura completa di tutti i legami commerciali, né di consentire restrizioni economiche in ogni controversia transfrontaliera sui segreti commerciali. La questione chiave sarà dove le autorità tracceranno il confine tra il danno arrecato a una singola azienda e una reale minaccia agli interessi nazionali della Cina.
  3. Più che una punizioneUn’altra caratteristica importante è la possibilità di modificare o revocare le restrizioni. Secondo la bozza, un’entità straniera interessata che adotti misure correttive, interrompa l’infrazione, elimini il pericolo e risarcisca i danni subiti, può richiedere un’esenzione, previa valutazione da parte del Ministero del Commercio.La bozza non fornisce un test operativo dettagliato per determinare se la soluzione sia sufficiente. Se un processo produttivo o un algoritmo è già stato integrato nelle attività di un’azienda, la restituzione dei documenti o la cancellazione dei file sarebbero davvero sufficienti? Sospetto che valutare la soluzione possa essere più complesso dell’imposizione iniziale di tali restrizioni e che sia necessario un giudizio approfondito caso per caso.

La Cina sta trasformando la sua esperienza con le restrizioni tecnologiche esterne in ulteriori strumenti istituzionali per proteggere i propri punti di forza tecnologici. Per ora, l’obiettivo non si limita al superamento delle restrizioni attraverso una maggiore autosufficienza tecnologica; ha anche iniziato a rafforzare la protezione dei segreti commerciali e a rendere più onerosi il furto di segreti commerciali e l’utilizzo della tecnologia cinese.

Qui di seguito la versione inglese della bozza; ho utilizzato l’intelligenza artificiale per la traduzione:

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Disposizioni speciali sulla protezione dei segreti commerciali della Cina

(Bozza per la consultazione pubblica)

Traduzione non ufficiale

Articolo 1 [Scopo]

Le presenti disposizioni sono formulate in conformità alla legge sul commercio estero della Repubblica Popolare Cinese, alla legge contro la concorrenza sleale della Repubblica Popolare Cinese e ad altre leggi e regolamenti pertinenti, al fine di salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo e di proteggere i diritti e gli interessi legittimi dei titolari dei diritti.

Articolo 2 [Ambito di applicazione]

Le presenti disposizioni si applicano quando un’entità straniera pone in essere una condotta che viola i segreti commerciali della Cina in attività economiche, commerciali o correlate a livello internazionale, e tale condotta include anche:

  1. Danneggia la sovranità nazionale, la sicurezza o gli interessi di sviluppo della Cina; oppure
  2. Rappresenta una minaccia reale per la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina.

Articolo 3 [Definizioni]

Ai fini delle presenti disposizioni, per “entità straniere” si intendono le imprese straniere, le altre organizzazioni e le persone fisiche.

Ai fini delle presenti disposizioni, per “titolari dei diritti” si intendono i proprietari di segreti commerciali e le persone autorizzate da tali proprietari a utilizzare tali segreti commerciali.

Articolo 4 [Ripartizione delle responsabilità]

Il Ministero del Commercio è responsabile dell’organizzazione dell’attuazione delle presenti disposizioni. Insieme ai dipartimenti competenti, svolgerà il lavoro pertinente nell’ambito delle rispettive responsabilità e competenze, rafforzando il coordinamento, la cooperazione, la condivisione delle informazioni e la comunicazione.

Il Ministero del Commercio, i dipartimenti competenti e il loro personale sono tenuti, conformemente alla legge, a mantenere la riservatezza dei segreti di Stato, dei segreti commerciali e di altre informazioni soggette a obblighi di riservatezza di cui vengano a conoscenza nel corso del loro lavoro.

Articolo 5 [Misure]

Qualora un’entità straniera ponga in essere una condotta specificata nell’articolo 2 delle presenti disposizioni, il Ministero del Commercio può decidere di imporre all’entità straniera interessata una o più delle seguenti misure:

  1. Limitare o vietare il suo coinvolgimento nelle importazioni e esportazioni di beni e tecnologie, nonché nel commercio internazionale di servizi, che coinvolgono la Cina; e vietare l’esportazione di articoli pertinenti verso di essa;
  2. Limitare o vietare i nuovi investimenti nel territorio cinese;
  3. Limitare o vietare l’ingresso in Cina del personale, dei mezzi di trasporto e simili che ne siano responsabili;
  4. Limitare o revocare i permessi di lavoro o l’idoneità a soggiornare o risiedere nel territorio cinese del personale interessato;
  5. Imporre sanzioni pecuniarie di importo adeguato in conformità alla legge, a seconda della gravità delle circostanze; e
  6. Altre misure necessarie.

Le misure specificate nel paragrafo precedente saranno attuate in conformità alla legge dal Ministero del Commercio, unitamente ai dipartimenti competenti, nell’ambito delle rispettive responsabilità e competenze. Le imprese interessate, le altre organizzazioni e i singoli individui dovranno collaborare.

Articolo 6 [Indagini e rapporti]

Qualora un’entità straniera ponga in essere una condotta di cui all’articolo 2 delle presenti disposizioni, il Ministero del Commercio avrà la facoltà di decidere se avviare un’indagine per accertare se tale condotta pregiudichi la sovranità nazionale, la sicurezza o gli interessi di sviluppo della Cina.

Qualora il Ministero del Commercio decida di avviare un’indagine, l’entità straniera è tenuta a collaborare, a sottoporsi a interrogatori, a rivelare in modo veritiero le circostanze rilevanti e a fornire la documentazione pertinente. L’entità straniera può rilasciare dichiarazioni e presentare argomentazioni a propria difesa. Qualora l’entità straniera non collabori o ostacoli in altro modo l’indagine, il Ministero del Commercio può prendere una decisione sulla base dei fatti a sua disposizione.

Le imprese, altre organizzazioni e i singoli individui possono presentare suggerimenti o segnalazioni al Ministero del Commercio in merito a violazioni di segreti commerciali da parte di entità straniere.

Articolo 7 [Modifica e annullamento]

Un’entità straniera soggetta a misure ai sensi dell’articolo 5 delle presenti disposizioni può richiederne la modifica o la cancellazione se adotta volontariamente misure correttive, cessa l’infrazione, elimina il pericolo e risarcisce i danni. La sua richiesta deve contenere fatti e motivazioni che dimostrino le misure correttive adottate, l’eliminazione delle conseguenze della sua condotta e altri elementi pertinenti.

Il Ministero del Commercio può, su richiesta dell’entità straniera o in base alle circostanze di fatto, organizzare una valutazione dell’attuazione e degli effetti delle misure previste dall’articolo 5 delle presenti disposizioni. In base ai risultati della valutazione, può decidere di mantenere, sospendere, modificare o revocare le misure in questione.

Articolo 8 [Comunicazioni pubbliche]

Le decisioni adottate dal Ministero del Commercio ai sensi degli articoli 5, 6 e 7 delle presenti disposizioni devono essere rese pubbliche, salvo quanto diversamente previsto da leggi o regolamenti amministrativi.

Articolo 9 [Richieste di esenzione]

Qualora, in circostanze particolari, un’impresa, altra organizzazione o persona fisica cinese abbia una reale necessità di effettuare transazioni con un’entità straniera soggetta alle misure previste dall’articolo 5 delle presenti disposizioni, dovrà presentare una domanda al Ministero del Commercio, corredata da fatti e motivazioni a supporto. In caso di approvazione, potrà effettuare le transazioni corrispondenti con tale entità straniera o fornirle i relativi beni.

Articolo 10 [Data di entrata in vigore]

Le presenti disposizioni entreranno in vigore alla data della loro promulgazione.

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