Italia e il mondo

L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava _ di Vladislav Sotirovic

L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava

Uno dei mantra e dei luoghi comuni titoisti più duraturi nella storiografia riguardante i popoli e le nazionalità della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale è il presunto «decreto» emanato dal re Pietro II Karađorđević il 12 settembre 1944 — una narrazione che persiste ancora oggi nei mass media e nella letteratura accademica. Tale ordine avrebbe presumibilmente esortato tutti i serbi, i croati e gli sloveni (i tre «popoli» ufficialmente riconosciuti della Jugoslavia) a unirsi e ad aderire al cosiddetto Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ) – ovvero i partigiani comunisti – sotto il comando di Josip Broz Tito, e a proseguire la lotta contro gli occupanti tedeschi sotto la sua bandiera.

In particolare, tra le altre cose, l’appello — che fu trasmesso da Radio Londra — recita:

«Tutti coloro che si affidano al nemico contro il proprio popolo e il proprio futuro, e che non danno ascolto a questo appello, non potranno sfuggire allo stigma del tradimento — né agli occhi del popolo né davanti alla storia. Con questo messaggio, condanno fermamente l’uso improprio del nome del Re e dell’autorità della Corona — un uso improprio impiegato per giustificare la collaborazione con il nemico e per seminare discordia tra un popolo attualmente impegnato nella lotta nel momento più grave della propria storia — servendo così esclusivamente gli interessi del nemico». [tratto da: Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione digitale, 19 settembre 2022 (Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione elettronica, 19 settembre 2022)]

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Il punto più importante da sottolineare in questa fase è che, anche a otto decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, quella stessa guerra — in un contesto globale — continua a essere combattuta in Serbia e tra i serbi. Tuttavia, anziché ricorrere alle armi da fuoco, il conflitto viene ora portato avanti attraverso la propaganda e mezzi politici (compresa la falsificazione delle fonti storiche), principalmente tramite i media pubblici — in particolare le piattaforme online ed elettroniche. Ciò è stato portato nuovamente alla nostra attenzione — come avviene ormai da molti anni — dai commenti apparsi sulla nostra stampa, che continuano a guardare alla nostra storia bellica e postbellica attraverso una lente comunista, caratterizzata da un immenso ottimismo retrospettivo. Ad esempio, in un commento al suddetto testo di Miomir Garašanin, abbiamo potuto leggere ancora una volta che i membri dell’Esercito jugoslavo in Patria (JVuO) — ovvero «ex cetnici di Draža Mihailović»—furono trasferiti all’Esercito jugoslavo di Tito (JA, ovvero l’esercito partigiano) in seguito al cosiddetto «Ordine» che si sostiene sia stato emanato dal re Pietro II Karađorđević di Jugoslavia il 12 settembre 1944. Poco è stato scritto su questo episodio ancora inesplorato della fine della guerra; di conseguenza, molti aspetti rimangono irrisolti — e, in effetti, sembrano quasi incredibili.

Tuttavia, finché gli storici jugoslavi — con cui intendiamo coloro nati dopo il 1935, e quindi non coloro che furono partecipanti attivi alla guerra e che, per questo motivo, non possono possedere la credibilità necessaria per l’obiettività storica — non faranno luce su questo periodo significativo della storia moderna serba e jugoslava —un periodo che avrebbe plasmato il carattere della società serba ed ex-jugoslava per i successivi decenni (e probabilmente per un intero secolo)—riteniamo che sia giunto il momento che alcuni fatti rilevanti, o almeno alcune indicazioni sugli effettivi avvenimenti storici, vengano presentati al grande pubblico dei lettori.

Cominciamo con il già citato e famigerato cosiddetto «Decreto» emanato dal re Pietro II — il quale si trovava in esilio a Londra in seguito all’occupazione del Regno di Jugoslavia nell’aprile del 1941 e il quale, di fatto, non governò mai realmente la Jugoslavia. Soprattutto, appare altamente improbabile che il sovrano nominale dello Stato — il quale, in tale veste, ricopriva anche la carica di Comandante Supremo della JVuO (le sue legittime forze armate all’interno del Paese di cui rimaneva il sovrano legittimo) — potesse emanare un ordine del genere. I membri della JVuO — primo fra tutti il generale Dragoljub «Draža» Mihailović, che lo stesso re aveva nominato Capo del Comando Supremo della JVuO — percepirono giustamente ciò come una pugnalata alle spalle o, in altre parole, un atto di alto tradimento. Ciò, tuttavia, solleva una questione cruciale: quale fosse la vera natura di questo cosiddetto «Ordine»? Fino a quando non verranno alla luce documenti storici — e non mi riferisco a quelli provenienti dagli archivi titoisti — i cittadini comuni dell’ex Jugoslavia non potranno fare altro che affidarsi principalmente a varie congetture, alcune più plausibili di altre.

In questo contesto, per il momento abbiamo a disposizione due opzioni:

1. Il primo ministro britannico Winston Churchill esercitò pressioni sul re jugoslavo Pietro II (serbo) — direttamente o tramite il governo di Ivan Šubašić (croato) — affinché destituisse il generale Dragoljub Mihailović (serbo). Ciò avvenne su esplicita richiesta del serbofobo Josip Broz Tito (le cui origini risalgono a Odessa o ai Balcani). Quest’ultimo — il quale, per inciso, si era autoproclamato «maresciallo» nel novembre 1943 — esigeva inoltre che la JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse sciolta come formazione militare e che i suoi membri (che l’agitprop titoista aveva fino ad allora etichettato come «traditori interni», «collaboratori con gli occupanti», «criminali», ecc.) si unissero al cosiddetto NOV (Esercito di Liberazione Popolare) di Tito. Churchill aveva già abbandonato il JVuO a favore dei partigiani e di Josip Broz, per ragioni tanto logiche quanto spietate. Ne citeremo qui solo due:

A) L’esistenza di due movimenti rivali e antagonisti (i partigiani comunisti e i patrioti monarchici) comportava che, invece di combattere le forze di occupazione, essi si impegnassero in conflitti e distruzioni reciproci. Era necessario scegliere al più presto una di queste due forze opposte e sostenerla a scapito dell’altra — che sarebbe stata così sacrificata per il bene degli obiettivi strategici degli Alleati, sia durante che dopo la guerra. Josip Broz Tito (le cui origini sono estremamente oscure) riuscì a convincere gli Alleati — soprattutto Churchill (che potrebbe persino essere stato il suo padre biologico) — che egli era il rivale di gran lunga più forte e che il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse più debole dei suoi partigiani, oltre a collaborare, secondo quanto affermato, con gli occupanti (ironicamente, questo era proprio ciò che fecero i partigiani di Tito per tutta la durata della guerra: collaborarono innanzitutto con gli ustascia nazisti croato-musulmani e, successivamente, con gli italiani e i tedeschi, sia direttamente che indirettamente). Esiste un’ampia documentazione al riguardo, ben nota agli storici, pertanto non ci soffermeremo su questo punto (va osservato che, nel corso della sua intera carriera politica e militare, Tito era noto — sia in Oriente che in Occidente — come abile bugiardo, attore e truffatore; di conseguenza, gli storici odierni sono ben consapevoli che egli attribuì sfacciatamente ai propri partigiani gli atti di sabotaggio, le operazioni diversive e altre azioni militari dei cetnici contro le potenze dell’Asse).

Citiamo solo uno dei motivi chiave alla base della decisione di Churchill — Churchill, il quale, per inciso, detestava apertamente il comunismo in quanto tale. Gli era chiaro che Tito e i suoi partigiani combattevano principalmente per il potere e che le forze di occupazione costituivano semplicemente un ostacolo al suo raggiungimento. Per Tito, aggirare gli occupanti – o addirittura collaborare direttamente con essi – costituiva una strategia militare-politica deliberata piuttosto che una mera necessità; ciò rimase vero per tutta la durata della guerra. Il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) combatteva per preservare il vecchio (seppur riformato) ordine, senza alcuna intenzione di assumere esso stesso le redini del Paese dopo la vittoria, né di partecipare alla ripartizione del potere. Questa differenza di motivazione determinò il livello di agilità dimostrato da entrambi i movimenti: nel caso dei partigiani, tale agilità rasentava il fanatismo. Churchill era ben consapevole di ciò che sarebbe accaduto una volta che i comunisti avessero preso il potere in Jugoslavia; tuttavia, come osservò cinicamente ad Anthony Eden (il suo ministro degli Esteri): « «Intende vivere lì?» — era chiaro dove risiedessero le sue priorità. Il pragmatismo politico-militare prevalse sull’onore — con l’aggiunta che Churchill nutriva piani postbellici di vasta portata che coinvolgevano Tito, poiché la Jugoslavia comunista di Broz era destinata a svolgere il ruolo chiave di «cavallo di Troia» all’interno del campo di Stalin. Stalin (Dzhugashvili) se ne rese conto relativamente in fretta e, di conseguenza, espulse Tito e il suo partito dall’Informbiro (ex Cominform) già nel giugno 1948. (In quell’occasione, fu Stalin a dire «No» a Tito — non il contrario!)

Va qui osservato che la Wehrmacht tedesca, comprensibilmente, seguiva una logica opposta. La sua strategia consisteva nel mantenere un equilibrio massimo tra le forze armate nazionali, affinché si annientassero a vicenda, alleviando così la pressione sulle forze di occupazione (come nel caso della cosiddetta «Battaglia della Neretva» del 1943). In Bosnia-Erzegovina, ciò significava operazioni belliche che non andassero a discapito della JVuO, dato che Josip Broz operava effettivamente per conto della Wehrmacht con armi tedesche e ustashe; tuttavia, in Serbia fino alla metà del 1944 (dove praticamente non esistevano forze partigiane) la Wehrmacht condusse una lotta senza compromessi contro le forze di Draža Mihailović (operazione «Mihailović», operazione «Forstrat», operazione «Kopaonik», operazione «Heinrich», operazione «Rudnik», operazione «Haika», operazione «Frilling»…) poiché non poteva fare affidamento sulle formazioni di J. B. Tito, considerando che erano praticamente inesistenti.

B) Garantire la partecipazione continuativa dell’Armata Rossa alle operazioni militari in Europa era fondamentale, poiché era chiaro che Josip Broz Tito fosse il rappresentante di Stalin — e Stalin (Dzhugashvili) esigeva esplicitamente che gli Alleati occidentali fornissero aiuti esclusivamente a Tito. Per tutta la durata della guerra, gli Alleati occidentali temettero il ripetersi dello scenario della Prima guerra mondiale — il Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) — in cui la Russia sovietica di Lenin si ritirò unilateralmente dal conflitto. Questo era, infatti, il piano tedesco; fu proprio a tal fine che Lenin (che non era di origine etnica russa) era stato inviato dalla Svizzera in Russia su un treno sigillato nel 1917. Di fronte alla scelta tra Scilla e Cariddi — una pace separata o il «Terrore Rosso» di una guerra civile post-rivoluzionaria — Churchill scelse di sostenere l’agente di Stalin in Jugoslavia.

Una delle decisioni chiave prese durante la — sorprendentemente — indisturbata (!) «Seconda Sessione» dell’AVNOJ di Tito (il Consiglio Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia) nella città bosniaca di Jajce — tenutasi nella notte tra il 28 e il 29 novembre 1943, all’interno del territorio controllato dagli ustascia (a seguito dei vergognosi «Negoziati di marzo» e degli accordi firmati con i tedeschi dai partigiani di Tito proprio in quello stesso anno, il 1943, riguardo a una lotta congiunta contro la JVuO) — fu il «divieto» di ritorno nel Paese del re Pietro II e della dinastia reale jugoslava. Tale «divieto» era, ovviamente, giuridicamente nullo; si trattava semplicemente di uno dei tanti bluff che caratterizzarono la carriera di Josip Broz Tito fino alla sua morte (ufficiale) nel 1980. Quella morte — insieme al suo funerale grandioso — fu essa stessa un grande bluff, proprio come la decisione di conferirgli il grado di «maresciallo» (un titolo concesso a un uomo che durante la Prima guerra mondiale era stato un semplice caporale nell’esercito austro-ungarico). In realtà, egli utilizzava già da mesi il grado militare di «Maresciallo» prima della Seconda Sessione dell’AVNOJ — un evento che fu, in sostanza, un colpo di Stato perpetrato nella città bosniaca di Jajce.

2. A questo punto sorge la domanda principale: se il re jugoslavo avesse davvero emanato il suddetto cosiddetto «Ordine» — ovvero una decisione volta a cedere di fatto il proprio esercito e le forze armate dello Stato (di cui era il comandante in capo) proprio all’uomo che gli aveva «vietato» l’ingresso nel proprio Paese (in occasione della seconda sessione dell’AVNOJ a Jajce nel novembre 1943) — un Paese in cui egli stesso era nato (a differenza di Tito, che molto probabilmente era nato a Vienna o a Odessa), e in uno Stato creato — direttamente o indirettamente — dal suo stesso antenato; e considerando che suo nonno, il re Pietro II («zio Pera»), era il sovrano più amato del suo tempo — come, allora, fu «persuaso», o piuttosto «costretto», a compiere questo atto, che era, in sostanza, un atto di alto tradimento? Si trattò di un atto che i membri della JVuO (Esercito jugoslavo in patria) percepirono, a ragione, come una «pugnalata alle spalle» — rivolta contro di loro e contro la nazione — sferrata proprio dal sovrano al quale avevano prestato giuramento di fedeltà («Al Re e alla Patria»). Eppure, in virtù di questo cosiddetto «Ordine», l’autorità fu di fatto trasferita a un uomo che aveva attivamente smantellato e lacerato proprio quel Paese — sia durante la Prima guerra mondiale, mentre indossava l’uniforme delle truppe austro-ungariche (ammesso che ci si riferisca a Broz, originario di Kumrovec in Croazia), sia nel periodo tra le due guerre in qualità di alto funzionario del Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ), e persino durante la mobilitazione generale di tutti i cittadini idonei al servizio militare nell’aprile 1941, quando i comunisti stavano sabotando su vasta scala la difesa del Paese, in conformità con il Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 (riguardo all’accordo di cooperazione contro lo Stato jugoslavo firmato tra gli ustascia croati e i comunisti jugoslavi nel 1932 è già stato scritto ampiamente, sia dall’autore del presente testo che da altri).

Affrontiamo inoltre questa questione con due osservazioni ipotetiche, dato che, ad oggi, nessuno ha mai prodotto prove d’archivio documentate del fatto che il Re stesso abbia effettivamente pronunciato questo cosiddetto «Ordine». Ricordiamo inoltre che questo stesso re, Pietro II Karađorđević, fu strumentalizzato con evidente intento malevolo dai golpisti sostenuti dagli inglesi — guidati dal generale jugoslavo Dušan Simović (serbo) — il 27 marzo 1941, quando alla radio fu trasmessa una «Proclamazione» audio a sostegno del colpo di Stato, sebbene il re non avesse mai effettivamente pronunciato quelle parole. Di conseguenza, gli stessi ambienti diplomatici che sfruttarono in modo così palese il re nella primavera del 1941 avrebbero potuto facilmente sfruttarlo nuovamente nell’autunno del 1944 con il cosiddetto «Ordine»:

A) È difficile credere che vi fosse coercizione — sia essa fisica o politica —, soprattutto considerando che la cerchia di consiglieri del re comprendeva figure quali il titano intellettuale e patriota dell’Università di Belgrado, il professor Slobodan Jovanović. L’unica possibilità che viene in mente è quella di false promesse — in altre parole, l’inganno. Non è inverosimile che al re sia stato offerto un «patto»: sciogliete il vostro esercito e vi sarà permesso di tornare nel Paese e di «continuare il vostro regno». Per un uomo d’onore, uno scenario del genere è difficile da credere; tuttavia, occorre prendere in considerazione ogni possibilità — in particolare se si tiene conto del fatto che si tratta della diplomazia britannica (che è, invariabilmente ed esclusivamente, egoista e perversa).

B) Una seconda possibilità — e a mio avviso altamente probabile — è la partecipazione forzata e fittizia del sovrano nominale. Ricordiamo come, durante il colpo di Stato militare a Belgrado del 27 marzo 1941 — un evento disastroso per i serbi, ma eseguito con notevole abilità dagli inglesi e dai croati — il principe ereditario, ancora minorenne, fosse stato bruscamente dichiarato maggiorenne e proclamato re; egli avrebbe letto un comunicato alla Radio di Belgrado in cui esprimeva il proprio sostegno al colpo di Stato e ai golpisti. In seguito emerse che il principe ereditario minorenne non aveva nulla a che fare con tutto ciò e che la proclamazione era stata letta da qualcun altro — qualcuno presentato come il re, dotato di una voce straordinariamente simile alla sua. Potrebbe essere accaduto qualcosa di simile il 12 settembre 1944?

La reazione dei membri della JVuO a questa manovra diplomatico-politica orchestrata è illustrata al meglio da un verso popolare spontaneo:

«Zio Draža, vi giuriamo,

che non ci allontaneremo dal vostro cammino»

(„Чика Дражо ми ти се кунемо,

да са твога пута не скрећемо“)

È un’ironia della storia che proprio quegli stessi versi — mutatis mutandis — siano stati intonati dai sostenitori di Broz in seguito alla risoluzione dell’Informbiro del 28 giugno 1948 (nel giorno di San Vito):

«Compagno Tito, vi giuriamo

che non ci allontaneremo dalla vostra via»

(«Друже Тито, ми ти се кунемо,

да са твога пута не скренемо»)

(dal punto di vista del diritto d’autore, un puro plagio [comunista]).

La domanda successiva è: quale parte della JVuO obbedì effettivamente al cosiddetto «ordine» del Re — il loro Comandante Supremo — di arrendersi ai partigiani di Tito; ovvero, di accettare un ex caporale austro-ungarico della Prima guerra mondiale (proprio come Adolf Hitler) come loro nuovo Comandante Supremo? Per ora non ne sappiamo nulla e possiamo solo formulare ipotesi. Inoltre, se ciò avesse coinvolto un numero significativo di truppe, che ne è stato di loro alla fine della guerra?

Uno scenario possibile può essere dedotto da alcuni episodi secondari verificatisi verso la fine della guerra nel 1945. Nello specifico, quando Tito partì per recarsi a Mosca — in seguito alla formazione del «Fronte dello Srem», un’impresa che si rivelò sfortunata e tragica per i serbi — era preoccupato per le divisioni provenienti dalla Serbia che stavano avanzando verso Zagabria. (A quel tempo, Tito emanò un ordine ai suoi partigiani affinché non distruggessero le chiese cattoliche in Slavonia; tuttavia, non emanò mai una direttiva analoga a quelle stesse unità affinché si astenessero dal distruggere i luoghi di culto ortodossi in Kosovo e Metohija o nella Serbia centrale). Dichiarò esplicitamente al Capo di Stato Maggiore, il generale Velimir Terzić, che il «Fronte di Srem» era, di fatto, il fronte del re Pietro II — e…

«Quando tornerò, non voglio più vederlo» [citato da: Милорад Екмечић, Од клања до орања. История сербов в Новом веке (1492−1992) (Milorad Ekmečić, Dal massacro all’aratura: Storia dei serbi nell’era moderna (1492–1992), terza edizione integrata, Београд, 2010, 494)].

Come va interpretato questo ordine di Broz? Oltre ai giovani imberbi della Serbia — che furono inviati al «Fronte dello Srem» di Tito, letteralmente come «carne da cannone» per garantire al caporale Broz la definitiva presa del potere su tutta la Jugoslavia — anche gli ex membri dell’Esercito jugoslavo nella Patria furono sicuramente «onorati» di tale ruolo. Ed ecco come si presentava la situazione, secondo la testimonianza del generale di Tito, Đoka Jovanić:

«La divisione comprendeva un reggimento di artiglieria russo e un battaglione di Katyusha.

Il comandante del reggimento di artiglieria russo venne da me e disse:

«Compagno Generale, ho osservato come conduce i Suoi attacchi: sta subendo pesanti perdite. Non è così che si dovrebbe fare. Deve effettuare una preparazione di artiglieria, far intervenire i carri armati e solo allora…» «Come dovremmo far intervenire carri armati e artiglieria se non ne abbiamo affatto?» «Dovrebbe attendere che il comando glieli fornisca, e solo allora sferrare il suo attacco.»

Risposi: «La ringrazio moltissimo; cercheremo di assicurarci di subire meno perdite d’ora in poi.»» [fonte: Milan Šarac, Confessione del generale Đoka Jovanović].

Non vi è alcun dubbio che gli ex membri della JVuO («Soldati del re Pietro») — coloro che si erano uniti ai partigiani — fossero «sacrificati» in battaglie come queste. I comandanti di Tito li mandarono — insieme a tutti gli altri serbi sul «Fronte dello Srem» — a una morte certa, proseguendo di fatto la politica croata di sterminio dei serbi nel campo di sterminio di Jasenovac, sebbene ora sulla riva destra del fiume Drina. Per inciso, il «fronte dello Srem» era presidiato non solo dalla Wehrmacht, ma anche dagli ustascia croati, i quali colsero questa occasione come un’opportunità perfetta per attuare la loro politica di «soluzione finale della questione serba» anche nei confronti dei serbi provenienti dalla Serbia propriamente detta. Caddero più di 30.000 combattenti da ciascuna parte. Il fronte fu, di fatto, sfondato dalle unità dell’Armata Rossa — proprio come avevano precedentemente conquistato Belgrado (solo per consegnarla al serbofobo Broz, consentendogli di fare ciò che meglio credeva con la popolazione locale lì e in tutto il resto della Serbia). In questo modo, l’accordo del 1932 tra i comunisti e gli ustascia in materia di cooperazione bilaterale giunse finalmente a conclusione. Il prezzo pagato fu il popolo serbo e il re Pietro II Karađorđević.

Infine, è necessario sottolineare quella che potrebbe benissimo essere la ragione fondamentale per cui, nel settembre 1944, Churchill optò in definitiva per sostenere i partigiani di Broz a scapito delle forze del re a Ravna Gora (i cetnici, JVuO). A giudizio di Churchill, non si poteva permettere che i serbi uscissero vittoriosi alla fine della guerra; al contrario, dovevano prevalere i croati. Egli era ben consapevole che il crollo della Germania nazista avrebbe significato anche la fine del movimento ustascia e del suo Stato Indipendente di Croazia (NDH); di conseguenza, i partigiani di Broz fungevano da piano di riserva per la realizzazione degli obiettivi nazionali croati. Pertanto, Broz e Churchill si trovarono allineati in uno sforzo comune, stringendo un patto anti-serbo durante il loro incontro bilaterale a Napoli — avvenuto in seguito all’operazione militare tedesca in Bosnia nota come «Raid su Drvar» del 25 maggio 1944 (un’operazione volta principalmente alla cattura del figlio di Churchill, Randolph — che all’epoca si trovava presso il quartier generale di Broz — piuttosto che di Tito stesso). Il cosiddetto «Decreto» del re del 12 settembre 1944 servì semplicemente da epilogo a questa politica; i danni collaterali colpirono sia le forze del generale Mihailović a Ravna Gora sia la Serbia nel suo complesso — una nazione che ancora oggi non si è ripresa da quella devastazione.

P.S.

Il testo del discorso del re Pietro II Karađorđević (rivolto contro se stesso), pronunciato il 12 settembre 1944, fu pubblicato nella Службене новин Краљевине Југославије (Gazzetta Ufficiale del Regno di Jugoslavia), n. 20, datata 25 ottobre 1944. 1.

Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

The King’s “Order” of September 12, 1944, and the  Yugoslav Civil War 

One of the most enduring Titoist mantras and clichés in the historiography concerning the peoples and nationalities of Yugoslavia during World War II is the alleged “Order” issued by King Peter II Karađorđević on September 12, 1944—a narrative that persists in mass media and scholarly literature to this day. This order supposedly called upon all Serbs, Croats, and Slovenes (the three officially recognised „peoples“ of Yugoslavia) to unite and join the so-called National Liberation Army of Yugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ)—that is, the communist Partisans—under the command of Josip Broz Tito, and to continue the fight against the German occupiers under his banner.

Specifically, among other things, the call—which was read out over Radio London—states:

“All those who rely on the enemy against their own people and their future, and who fail to heed this call, will not be able to escape the stigma of treason—neither in the eyes of the people nor before history. With this message, I firmly condemn the misuse of the King’s name and the authority of the Crown—a misuse employed to justify collaboration with the enemy and to sow discord among a people currently engaged in struggle during the gravest hour of their history—thereby serving only the interests of the enemy.” [cited from: Миомир Гарашанин, „Зашто се Краљ Петар Други Карађорђевић одрекао Драже и ЈВуО“, Политика, Београд, рубрика Писма читалаца, електронско издање, 19. 09. 2022. г. (Miomir Garašanin, “Why King Peter II Karađorđević Renounced Draža and the JVUO,” Politika, Belgrade, “Letters to the Editor” section, electronic edition, September 19, 2022)]

The most important point to highlight at this juncture is that, even eight decades after the end of the Second World War, that same war—in a global context—is still being waged in Serbia and among Serbs. However, instead of using firearms, the conflict is now pursued through propaganda and political means (including the falsification of historical sources), primarily via public media—most notably, online and electronic platforms. This has been brought to our attention once again—as it has been for many years—by commentaries in our press that continue to view our wartime and post-war history through a communist lens, characterised by an immense, retrospective optimism. For instance, in a commentary on the aforementioned text by Miomir Garašanin, we could read once again that members of the Yugoslav Army in the Fatherland (JVuO)—that is, “former Chetniks of Draža Mihailović”—were transferred to Tito’s Yugoslav Army (JA, or the Partisan army) following the so-called “Order” allegedly issued by King Peter II Karađorđević of Yugoslavia on September 12, 1944. Little has been written about this still-unexplored episode from the end of the war; consequently, many aspects remain unaddressed—and, indeed, seem almost unbelievable.

However, until Yugoslav historians—by which we mean those born after 1935, and thus not those who were active participants in the war and who, for that reason, cannot possess the necessary credibility for historical objectivity—shed light on this significant period of modern Serbian and Yugoslav history—a period that would shape the character of Serbian and ex-Yugoslav society for the next several decades (and likely an entire century)—we believe it is high time that certain relevant facts, or at least some indications of the actual historical events, be presented to the broader reading public.

Let us begin with the aforementioned, notorious so-called “Order” issued by King Peter II—who was in exile in London following the occupation of the Kingdom of Yugoslavia in April 1941, and who, in fact, never actually ruled Yugoslavia. Above all, it seems highly implausible that the nominal sovereign of the state—who, in that capacity, also served as the Supreme Commander of the JVuO (his own legitimate armed forces within the country of which he remained the lawful sovereign)—would issue such an order. Members of the JVuO—foremost among them General Dragoljub “Draža” Mihailović, whom the King himself had appointed Chief of the Supreme Command of the JVuO—rightfully perceived this as a stab in the back, or, in other words, an act of high treason. This, however, raises a crucial question: what was the true nature of this so-called “Order”? Until historical documents are brought to light—and I do not mean those from Titoist archives—ordinary citizens of the former Yugoslavia are left to rely primarily on various conjectures, some more plausible than others.

In this context, two options are, for the time being, available to us:

1. British Prime Minister Winston Churchill exerted pressure on the Yugoslav King Peter II (a Serb)—either directly or through the government of Ivan Šubašić (a Croat)—to dismiss General Dragoljub Mihailović (a Serb). This was done at the explicit demand of the Serbophobe Josip Broz Tito (whose origins trace back either to Odessa or the Balkans). The latter—who, incidentally, had proclaimed himself a “Marshal” in November 1943—also demanded that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) be disbanded as a military formation and that its members (whom Titoist Agitprop had until then labelled “domestic traitors,” “collaborators with the occupiers,” “criminals,” etc.) join Tito’s so-called NOV (People’s Liberation Army). Churchill had already abandoned the JVuO in favour of the Partisans and Josip Broz, for reasons that were as logical as they were ruthless. We shall mention just two of these reasons here:

  1. The existence of two rival, antagonistic movements (Communist Partisans and Royalist patriots) meant that, instead of fighting the occupying forces, they engaged in mutual conflict and destruction. It was necessary to choose one of these two opposing forces as soon as possible and support it at the expense of the other—which would thus be sacrificed for the sake of the Allies’ strategic objectives, both during and after the war. Josip Broz Tito (whose origins are extremely obscure) managed to convince the Allies—above all Churchill (who may even have been his biological father)—that he was the significantly stronger rival, and that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) was weaker than his Partisans, while also allegedly collaborating with the occupiers (ironically, this was precisely what Tito’s Partisans did throughout the entire war: collaborating first and foremost with the Croat-Muslim Nazi Ustashi, and subsequently with the Italians and Germans, either directly or indirectly). There is extensive documentation on this, well-known to historians, so we shall not dwell on it here (it should be noted that throughout his entire political and military career, Tito was known—both in the East and the West—as an accomplished liar, actor, and swindler; consequently, historians today are well aware that he brazenly attributed Chetnik acts of sabotage, diversionary operations, and other military actions against the Axis Powers to his own Partisans).

Let us mention just one of the key motives behind Churchill’s decision—Churchill, who, incidentally, openly loathed communism as such. It was clear to him that Tito and his Partisans were fighting primarily for power, and that the occupying forces were merely an obstacle to attaining it. For Tito, bypassing the occupiers—or even collaborating directly with them—was a deliberate military-political strategy rather than a mere necessity; this remained the case throughout the entire war. The JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) fought to preserve the old (though reformed) order, with no intention of taking the helm of the country themselves after victory, nor of participating in the distribution of power. This difference in motivation shaped the level of agility displayed by both movements—in the case of the Partisans, this agility bordered on fanaticism. Churchill was well aware of what would happen once the Communists seized power in Yugoslavia; yet, as he cynically remarked to Anthony Eden (his Foreign Secretary)—“Do you intend to live there?”—it was clear where his priorities lay. Military-political pragmatism prevailed over honour—with the added note that Churchill had far-reaching post-war plans involving Tito, as Broz’s communist Yugoslavia was intended to play the key role of a “Trojan horse” within Stalin’s camp. Stalin (Dzhugashvili) realised this relatively quickly, and consequently expelled Tito and his party from the Informbiro (former Cominform) as early as June 1948. (In that instance, it was Stalin who said “No” to Tito—not the other way around!)

It should be noted here that the German Wehrmacht, understandably, had the opposite logic. Its strategy was to maintain a maximally balanced rivalry between the domestic armed forces, in order to destroy each other and thus release the pressure on the occupying forces (the case of the so-called “Battle of the Neretva” in 1943). In Bosnia and Herzegovina, this meant war operations that were not to the detriment of the JVuO, given that Josip Broz did work for the Wehrmacht with German and Ustashi weapons, but in Serbia until the middle of 1944 (where there were practically no partisan forces) the Wehrmacht waged an uncompromising fight against the forces of Draža Mihailović (“Mihailović” operation, “Forstrat” ​​operation, “Kopaonik” operation, “Heinrich” operation, “Rudnik” operation, “Haika” operation, “Frilling” operation…) because it could not rely on J. B. Tito’s formation, considering that there were almost none.

  • Ensuring the continued participation of the Red Army in military operations in Europe was crucial, as it was clear that Josip Broz Tito was Stalin’s proxy—and Stalin (Dzhugashvili) explicitly demanded that the Western Allies provide aid exclusively to Tito. Throughout the war, the Western Allies feared a repeat of the scenario from the First World War—the Treaty of Brest-Litovsk (March 3, 1918)—in which Lenin’s Soviet Russia unilaterally withdrew from the conflict. This had, in fact, been the German plan; it was for this purpose that Lenin (who was not of ethnic Russian origin) had been sent from Switzerland to Russia in a sealed train in 1917. Faced with a choice between Scylla and Charybdis—a separate peace or the “Red Terror” of a post-revolutionary civil war—Churchill opted to support Stalin’s agent in Yugoslavia.

One of the key decisions made during the—remarkably—unhindered (!) “Second Session” of Tito’s AVNOJ (the Anti-Fascist Council for the National Liberation of Yugoslavia) in the Bosnian town of Jajce—held on the night of November 28–29, 1943, within territory controlled by the Ustashi (following the shameful “March Negotiations” and the agreements signed with the Germans by Tito’s Partisans in that same year, 1943 regarding a joint struggle against the JVuO)—was the “prohibition” of the return of King Peter II and the Yugoslav royal dynasty to the country. This “prohibition” was, of course, legally void; it was merely one of the many bluffs that characterised the career of Josip Broz Tito right up until his (official) death in 1980. That death—along with his grandiose funeral—was itself a grand bluff, much like the decision to bestow upon him the rank of “Marshal” (a title granted to a man who had been a mere corporal in the Austro-Hungarian army during the First World War). In fact, he had been using the military rank of “Marshal” for months before the Second Session of AVNOJ—an event that was, in essence, a coup d’état carried out in the Bosnian town of Jajce.

2. Now, the main question arises: If the Yugoslav King truly issued the aforementioned so-called “Order”—that is, a decision to effectively hand over his own army and the state’s military (of which he was the Commander-in-Chief) to the very man who had “forbidden” his entry into his own country (at the Second Session of AVNOJ in Jajce in November 1943)—a country where he himself was born (unlike Tito, who was most likely born in Vienna or Odessa), and a state created—directly or indirectly—by his own ancestor; and considering that his grandfather, King Peter II (“Uncle Pera”), was the most beloved ruler of his time—how, then, was he “persuaded,” or rather “coerced,” into this act, which was, in essence, an act of high treason? It was an act that members of the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) quite rightly perceived as a “stab in the back”—to them and to the nation—delivered by the very sovereign to whom they had sworn an oath of allegiance (“To the King and the Fatherland”). Yet, under this so-called “Order,” authority was effectively handed over to a man who had been actively dismantling and tearing apart that very same country—whether during the First World War, while wearing the uniform of the Austro-Hungarian soldiery (assuming this refers to Broz from Croatian Kumrovec), or during the interwar period as a high-ranking official of the Communist Party of Yugoslavia (CPY), and even during the general mobilisation of all military able citizens in April 1941 when the Communists were sabotaging the country’s defense on a mass scale, in accordance with the Ribbentrop-Molotov Pact of August 23, 1939 (about the cooperation agreement against the state of Yugoslavia signed between Croatian Ustashi and the Yugoslav Communists in 1932 has already been written about extensively, both by the author of this text and by others).

Let us also address this question with two hypothetical observations, given that, to date, no one has ever produced archival, documented proof of the King himself actually uttering this so-called “Order.” Furthermore, let us recall that this same King, Peter II Karađorđević, was exploited with clear malicious intent by the British-backed putschists—led by Yugoslav General Dušan Simović (Serb)—on March 27, 1941, when an audio “Proclamation” in support of the coup was broadcast on the radio, even though the King had never actually spoken those words. Consequently, the same diplomatic circles that so blatantly exploited the King in the spring of 1941 could just as easily have exploited him again in the autumn of 1944 with so-called „Order“:

  1. It is difficult to believe that coercion—whether physical or political—was involved, especially given that the King’s advisory circle included figures such as the intellectual and patriotic titan at Belgrade University, Professor Slobodan Jovanović. The only possibility that comes to mind is the making of false promises—in other words, deception. It is not implausible that the King was offered a “deal”: disband your army, and you will be permitted to return to the country and “continue your reign.” For an honourable man, such a scenario is hard to credit; yet, every possibility must be considered—particularly when one takes into account that this concerns British diplomacy (which is, invariably and exclusively, self-serving and perverse).
  • A second possibility—and one that, in my view, is highly probable—is the forced, fictitious participation of the nominal sovereign. We recall how, during the military coup in Belgrade of March 27, 1941—an event disastrous for the Serbs, yet executed with remarkable skill by the British and the Croats—the underage Crown Prince was abruptly declared of age and proclaimed King; he supposedly read a statement over Radio Belgrade expressing his support for the coup and the putschists. It later emerged that the underage Crown Prince had nothing to do with it, and that the proclamation had been read by someone else—someone presented as the King, possessing a voice remarkably similar to his. Could something similar have occurred on September 12, 1944?

The reaction of the members of the JVuO to this orchestrated diplomatic-political ploy is best illustrated by a spontaneous folk verse:

“Uncle Draža, we swear to you,

that we shall not stray from your path”

(„Чика Дражо ми ти се кунемо,

да са твога пута не скрећемо“)

It is an irony of history that those very same verses—mutatis mutandis—were sung by Broz’s supporters following the Informbiro resolution of June 28, 1948 (on St. Vytus Day):

“Comrade Tito, we swear to you,

that we shall not stray from your path”

(„Друже Тито, ми ти се кунемо,

да са твога пута не скренемо“)

(from the standpoint of copyright, pure [communist] plagiarism).

The next question is: what portion of the JVuO actually obeyed the so-called “order” from the King—their Supreme Commander—to surrender to Tito’s Partisans; that is, to accept a former Austro-Hungarian corporal from the First World War (much like Adolf Hitler) as their new Supreme Commander? For now, we know nothing about this and can only speculate. Furthermore, if this involved any significant number of troops, what became of them by the end of the war?

One possible scenario can be inferred from certain incidental episodes toward the end of the war in 1945. Specifically, when Tito set off to visit Moscow—following the formation of the “Srem Front,” an endeavour that proved unfortunate and tragic for the Serbs—he was apprehensive about the divisions from Serbia that were advancing toward Zagreb. (At that time, Tito issued an order to his Partisans not to destroy Catholic churches in Slavonia; yet, he never issued a similar directive to those same units to refrain from destroying Orthodox places of worship in Kosovo and Metohija or in central Serbia). He explicitly stated to the Chief of the General Staff, General Velimir Terzić, that the „Srem Front“ was, in fact, the front of King Peter II—and…

“When I return, I don’t want to see him anymore” [cited from: Милорад Екмечић, Од клања до орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992) (Milorad Ekmečić, From Slaughter to Plowing: A History of the Serbs in the Modern Era (1492–1992), third, supplemented edition, Београд, 2010, 494)].

How should this order from Broz be interpreted? In addition to the beardless youth of Serbia—who were sent to Tito’s „Srem Front”, quite literally as “cannon fodder” to ensure corporal Broz’s definitive seizure of power over all of Yugoslavia—former members of the Yugoslav Army in the Fatherland were surely also “honoured” with such a role. And here is what that looked like, according to the testimony of Tito’s General, Đoka Jovanić:

“The division included a Russian artillery regiment and a Katyusha battalion.

The commander of the Russian artillery regiment came to me and said:

‘Comrade General, I’ve been watching how you conduct your attacks—you are suffering heavy losses. That’s not how it should be done. You need to carry out an artillery preparation, bring in tanks, and only then…’ ‘How are we supposed to bring in tanks and artillery when we don’t have any at all?’ ‘You should wait for the leadership to provide them, and only then launch your attack.’

I replied: ‘Thank you very much; we will try to ensure we have fewer losses from now on.'”  [source: Милан Шарац,  Исповест генерала Ђока Јованића].

There is no doubt that former members of the JVuO (“King Peter’s soldiers”)—those who had joined the Partisans—were “expended” in battles such as these. Tito’s commanders sent them—along with all other Serbs on the „Srem Front“—to certain death, effectively continuing the Croatian policy of killing Serbs in the death camp of Jasenovac, albeit now on the right bank of the Drina River. Incidentally, the „Srem Front“ was held not only by the Wehrmacht but also by the Croatian Ustashi, who seized this as a perfect opportunity to implement their policy of a “Final Solution to the Serbian Question” against Serbs from Serbia proper as well. More than 30,000 fighters fell on each side. The front was, in fact, breached by Red Army units—just as they had previously captured Belgrade (only to hand it over to the Serbophobe Broz, allowing him to do whatever he pleased with the local population there and throughout the rest of Serbia). In this way, the 1932 agreement between the Communists and the Ustashi regarding bilateral cooperation finally reached its conclusion. The price paid consisted of the Serbian people and King Peter II Karađorđević.

Finally, it is necessary to highlight what may well be the fundamental reason why, in September 1944, Churchill ultimately opted to support Broz’s Partisans at the expense of the King’s Ravna Gora forces (the Chetniks, JVuO). In Churchill’s view, the Serbs could not be allowed to emerge victorious at the end of the war; rather, the Croats had to prevail. He was well aware that the collapse of Nazi Germany would also mean the demise of the Ustashi movement and its Independent State of Croatia (NDH); consequently, Broz’s Partisans served as a fallback mechanism for the realisation of Croatian national objectives. Thus, Broz and Churchill found themselves aligned in a common endeavour, forging an anti-Serbian pact during their bilateral meeting in Naples—which took place following the German military operation in Bosnia known as the “Raid on Drvar” on May 25, 1944 (an operation primarily aimed at capturing Churchill’s son, Randolph—who was then present at Broz’s headquarters—rather than Tito himself). The King’s so-called “Order” of September 12, 1944, served merely as the epilogue to this policy; the collateral damage included both General Mihailović’s Ravna Gora forces and Serbia as a whole—a nation that has yet to recover from that devastation to this day.

P.S.

The text of the speech by King Peter II Karađorđević (directed against himself), delivered on September 12, 1944, was published in the Службене новин Краљевине Југославије (Official Gazette of the Kingdom of Yugoslavia), No. 20, dated October 25, 1944. 1.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026

Il mistero di Starlink in Ucraina è stato finalmente risolto grazie alle rivelazioni di Musk, di Simplicius

Il mistero di Starlink in Ucraina è stato finalmente risolto grazie alle rivelazioni di Musk

Simplicius 24 ottobre
 
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Dopo una lunga, interminabile saga di accuse reciproche tra il triangolo amoroso costituito da Ucraina, Trump e Musk, abbiamo finalmente scoperto la spiegazione decisiva alla base dell’intero scandalo. (O forse no.)

Innanzitutto, un breve contesto: due giorni fa diversi ricercatori hanno pubblicato la seguente spiegazione di ciò che probabilmente effettivamente è accaduto e che ha causato il rallentamento del servizio Starlink in Ucraina.

Il primo è tratto dal seguente resoconto:

Denis Karablev@tvguidemskCosa è successo davvero con lo scandalo Starlink in Ucraina? Analisi delle modifiche tecniche, delle schede hacker, delle restrizioni imposte da Elon Musk e del motivo per cui, alla fine del 2026, i droni hanno iniziato a cadere e Zelenskyy ha inscenato uno scandalo pre-elettorale alla Trump. Lungo thread 1/1521:03 · 22 ottobre 2026 · 329.000 visualizzazioni54 risposte · 185 condivisioni · 629 Mi piace

È dettagliato ed esaustivo, ma vale la pena leggerlo:

Cosa è successo davvero nello scandalo Starlink in Ucraina? Un’analisi dettagliata delle modifiche tecniche, delle piattaforme degli hacker, delle restrizioni imposte da Elon Musk e del motivo per cui, alla fine del 2026, i droni hanno iniziato a cadere e Zelenskyy ha inscenato uno scandalo pre-elettorale alla Trump.

Cominciamo dai piani tariffari. All’interno del Paese ha sempre funzionato solo il servizio civile Starlink: il piano base (100 $), quello commerciale in movimento (400 $) e quello prioritario per le sedi centrali (2-4k $). I piani per il settore aeronautico costano fino a 1.000, 20.000 o oltre 100.000 dollari, ma nel Paese non sono disponibili.

A causa dell’elevato carico, la rete stava andando in sovraccarico. SpaceX ha dovuto mantenere prezzi elevati per le forze armate al fine di costruire stazioni terrestri in eccesso intorno all’Ucraina per ridurre al minimo la latenza del segnale. A proposito, questi siti dotati di cupole per antenne hanno recentemente iniziato a essere incendiati su ordine della darknet.

Il problema principale in prima linea è la guerra elettronica (EW). A causa della soppressione del segnale GPS, i chip Starlink civili si bloccavano e, a causa dei dati di localizzazione errati, il terminale si bloccava. La soluzione è stata una scheda di hacking del GPS. Gli ingegneri l’hanno saldata all’interno per impostare manualmente le coordinate richieste.

Le piattaforme di hacking consentivano di aggirare persino le zone geografiche stabilite da Musk. Per molto tempo, Starlink non ha funzionato nella zona grigia sotto il controllo della Russia. Ma se si inserivano le coordinate di una regione ucraina confinante, la connessione si attivava. Anche i russi ne hanno approfittato, finché Kiev non ha ricevuto le liste bianche esclusive.

Entro il 2025, Musk iniziò a stringere le maglie e a ridurre i limiti di velocità per i piani commerciali. Ma gli ingegneri militari trovarono una scappatoia: tecnicamente, la sessione di comunicazione tra satellite e terminale non era rigidamente legata al GPS. La protezione riguardava solo il modulo terminale stesso.

Se il terminale, tramite la scheda di hacking, ritenesse di essere fermo, invierebbe una richiesta radio direttamente al satellite e riceverebbe i dati necessari per la sessione. Esistono già circa 10.000 satelliti e il segnale è stato captato anche con una dispersione di oltre 150 km. Il drone stava volando, ma il server Starlink lo considerava fermo.

Era un segreto di Pulcinella. Prima di inviare le nuove unità Starlink in prima linea, venivano aperte in massa per saldare un dispositivo di manipolazione del GPS e installare connettori resistenti all’acqua. In questo modo, il piano standard consentiva ai droni di volare ad alta velocità.

All’inizio del 2026, Musk ha ridotto la velocità del piano commerciale a 160 km/h su tutto il pianeta. Si tratta di una velocità inferiore a quella di molti UAV comuni con vento in coda. Tuttavia, a causa dell’uso diffuso di piattaforme di hacking in Ucraina, nessuno se ne è accorto. I terminali segnalavano che, apparentemente, erano fermi.

Alla fine del 2026, SpaceX ha reagito con durezza. È stata introdotta una verifica lato server: se il terminale GPS è fermo ma passa da un satellite all’altro troppo rapidamente (il che rivela una velocità effettiva superiore a 160 km/h), il server interrompe immediatamente la sessione.

In questo contesto, Zelensky sta cercando di ottenere l’accesso illimitato a StarShield (lo Starlink militare statunitense) per poter sorvolare la Federazione Russa. Ma Trump, Musk e il Pentagono glielo stanno negando. Gli ucraini descrivono queste restrizioni come un blocco politico, sorvolando sul fatto che il limite di velocità di Starlink è in vigore già da un anno.

In questo momento è in corso un botta e risposta dietro le quinte: Musk sostiene di non aver modificato nulla negli ultimi giorni, mentre Rubio afferma che StarShield non è disponibile per l’Ucraina. In sintesi: Starlink viene gradualmente confinato all’ambito di utilizzo nei veicoli e nelle installazioni fisse. Aggirare il sistema non è più possibile.

Non è chiaro se abbiano disattivato i controlli di velocità o concesso l’accesso a piani di volo speciali. Il malfunzionamento ha interessato una ristretta fascia di droni. In ogni caso, la comunicazione satellitare sui droni ad altissima velocità rappresentava già un compromesso a causa dei ritardi di segnale di 1000 km tra la Terra e l’orbita e viceversa.

Gli esperti russi di droni non hanno fretta di rallegrarsi. La facilità d’uso di Starlink stava ostacolando lo sviluppo di altre tecnologie in Ucraina. Ora Kiev può, in via prioritaria e in caso di emergenza, perfezionare sistemi più complessi e autonomi basati su rete mesh e intelligenza artificiale, in grado di volare in profondità nel territorio della Federazione Russa. Fine del thread.

Scritto sulla base di articoli di giornale dell’anno scorso, molto probabilmente non è vero ed è una totale assurdità. Su Internet nessuno e niente è attendibile. L’autore è un noioso studente della Georgia.

In breve, sembra che l’Ucraina possa aver abusato delle funzionalità di Starlink aggirando regole consolidate da tempo, hackerando i terminali Starlink per far loro credere di essere fermi quando in realtà erano in movimento. Sembra che ciò sia stato tacitamente tollerato per molto tempo.

Il fantasma di Chamberlain@RSA_Observer Beh, questa sì che è una notizia! Questo thread tecnico suggerisce (spiega) che l’intero problema del rallentamento di Starlink/Shield non sia una conseguenza di una decisione politica presa negli Stati Uniti o da Musk, ma il risultato di un attacco hacker sferrato da ingegneri ucraini al sistema per aggirarne i controlli e…Denis Karablev@tvguidemskCosa è successo davvero con lo scandalo Starlink in Ucraina? Analisi delle modifiche tecniche, delle schede hacker, delle restrizioni imposte da Elon Musk e del motivo per cui, alla fine del 2026, i droni hanno iniziato a cadere e Zelenskyy ha inscenato uno scandalo pre-elettorale alla Trump. Lungo thread 1/1510:28 · 23 ottobre 2026 · 347.000 visualizzazioni171 risposte · 1,06K condivisioni · 3,42K Mi piace

Ricordiamo che la settimana scorsa Pete Hegseth ha insinuato che l’Ucraina stesse violando i “termini di servizio” di Starlink quando ha sminuito il ruolo del Pentagono nei cosiddetti rallentamenti. A quanto pare, non stava affatto scherzando.

Oggi abbiamo ricevuto la conferma definitiva dallo stesso Musk:

Elon Musk@elonmuskEsatto. L’uso di Starlink, un servizio commerciale civile, per attacchi offensivi con droni volti a uccidere persone non è mai stato consentito, né dovrebbe esserlo. Starshield, un sistema diverso, è controllato dal governo degli Stati Uniti. Quello che decidono di fare dipende da loro. L’esercito ucraino ha violato…varifrank@varifrankSTARLINK FUNZIONA COME HA SEMPRE FUNZIONATO. NON È UN SISTEMA D’ARMA, PER QUANTO L’UCRAINA VOGLIA CHE LO SIA.18:38 · 24 ottobre 2026 · 1,03 milioni di visualizzazioni1,91K risposte · 4,19K condivisioni · 24,7K Mi piace

Musk conclude il tweet con uno sfogo piuttosto insolito, dettato dalla crescente rabbia per la guerra:

SpaceX ha fatto di gran lunga più di qualsiasi altra azienda privata al mondo per difendere l’Ucraina.

Detto questo, non provo altro che TOTALE DISPREZZO per quei malvagi guerrafondai ipocriti che spingono verso un massacro senza fine e non offrono alcuna soluzione realistica al conflitto. Che bruciate all’inferno.

Fine della storia.

Tuttavia, la situazione si complica.

Un ex consulente del Ministero della Difesa ucraino ha smentito le affermazioni di Musk, ribattendo che quanto descritto da Musk non sarebbe stato possibile:

Link

A dire il vero, è difficile stabilire con esattezza chi abbia ragione, perché il momento in cui Musk ha improvvisamente sollevato la questione è certamente sospetto, soprattutto perché è avvenuto proprio quando Musk si era stancato della guerra e aveva iniziato a criticare aspramente Zelensky. È del tutto possibile che Musk abbia semplicemente inventato questa accusa per iniziare a porre fine all’avventura militare dell’Ucraina, spinto da una sorta di nuova coscienza.

Allo stesso tempo, è anche piuttosto probabile che gli uomini di Zelensky stessero aggirando le regole, cosa di cui Musk potrebbe essere stato a conoscenza da tempo e su cui ha chiuso un occhio perché si riteneva dalla parte dei vincitori e pensava che l’Ucraina avrebbe probabilmente sconfitto la Russia grazie all’assistenza aggiuntiva fornita dai terminali Starlink sfruttati e manipolati. Ma non appena quest’anno ha cominciato a rendersi conto della realtà sul campo, quando la distruzione da parte della Russia delle retrovie e delle infrastrutture ucraine è diventata davvero evidente, il responsabile di Starlink potrebbe aver gettato la spugna e aver capito che era meglio limitare i danni rivelando il «segreto sporco» che da tempo stava coprendo.

Probabilmente la vera ragione risiede in una combinazione di diversi fattori. Trump era disposto a tutto pur di tenere a bada uno Zelensky insubordinato, e Musk — come riportato da diverse testate — probabilmente si è presentato da lui con un piano per limitare Starlink basato su un notovulnerabilità che l’Ucraina sfruttava da tempo e su cui Musk chiudeva un occhio. I due si sono accordati per ragioni personali e il piano è stato elaborato in modo da consentire una negabilità plausibile, sfruttando l’oscura responsabilità insita nella dualità Starlink-Starshield.

Secondo te quale sarà?

SONDAGGIOCosa è successo davvero allo “Starlink” ucraino?Musk è venuto a conoscenza delle imprese dell’UcrainaMusk si è reso conto di trovarsi dalla parte dei perdentiTrump ha fatto pressione su Musk affinché punisse Z.Un altro insabbiamento ancora più grave

A complicare ulteriormente la questione, sia Zelensky che il Ministero della Difesa ucraino hanno annunciato ufficialmente che le velocità sono state ripristinate ai livelli precedenti:

Difesa dell’Ucraina@DefenceUI terminali Starlink/Starshield funzionano nuovamente su piattaforme in rapido movimento. I sistemi di monitoraggio del Ministero della Difesa confermano una connettività stabile a velocità superiori ai 400 km/h, dopo le limitazioni registrate in precedenza. Il ministro della Difesa Evgeniy Khmara: «Questo risultato è importante, …14:25 · 24 ottobre 2026 · 31,9K visualizzazioni37 risposte · 269 condivisioni · 1,56K Mi piace

Quindi, se l’Ucraina avesse violato i Termini di Servizio utilizzando delle vulnerabilità, come sostiene Musk, perché ora le velocità sarebbero state ripristinate? Una possibile ipotesi è che Trump abbia finalmente concesso l’autorizzazione a utilizzare le reti militari Starshield, anziché il sistema “civile” Starlink. Sembra infatti che i terminali civili Starlink possano accedere alle reti Starshield purché ne abbiano l’autorizzazione.

Il furioso capo dell’Azov interviene:

Bohdan Krotevych@BohdanKrotevychImmaginate di acquistare un dispositivo da un’azienda, di pagare un canone mensile e poi di sentirvi chiedere dal capo di quell’azienda, oltre a tutto ciò, di essergli grati, minacciando addirittura di disattivare il dispositivo. Quando verrà finalmente ritenuto penalmente responsabile questo tizio?Elon Musk@elonmuskEsatto. L’uso di Starlink, un servizio commerciale civile, per attacchi offensivi con droni volti a uccidere persone non è mai stato consentito, né dovrebbe esserlo. Starshield, un sistema diverso, è controllato dal governo degli Stati Uniti. Ciò che decidono di fare dipende da loro. L’esercito ucraino ha violato19:12 · 24 ottobre 2026 · 35,2K visualizzazioni330 risposte · 265 condivisioni · 1,55K Mi piace

L’unica conclusione che possiamo trarre da questo sconcertante groviglio è che, da qualche parte nel profondo dietro le quinte, gli attori di spicco – che si tratti di esponenti del governo statunitense o di persone legate a Musk – stiano perdendo coraggio e cerchino sempre più di staccare la spina all’Ucraina. Data la recente urgenza dimostrata sia da Zelensky che dai suoi «partner europei» nel porre fine al conflitto, non possiamo che concludere che ciò sia strettamente legato al fatto che tutti stanno comprendendo che l’Ucraina viene smantellata pezzo per pezzo e non ha più alcuna speranza di contrastare una Russia che ha assunto il primato tecnologico.

Questi attori d’élite non sono così stupidi come sembrano — almeno non sotto tutti gli aspetti — e probabilmente sono in grado di estrapolare gli attuali progressi tecnologici della Russia in vista del prossimo anno e oltre, e hanno dedotto che l’Ucraina si troverà presto di fronte a un punto di non ritorno per il quale l’intero Occidente pagherà con arroganza e umiliazione. Potrebbero ritenere che sia meglio chiudere la questione adesso e consentire alla Russia di accettare un accordo sul Donbass, piuttosto che aspettare che la Russia riesca a far crollare l’intera Ucraina e a impossessarsi di tutto.

Ma è anche chiaro che questi sentimenti hanno causato forti divisioni interne, se dobbiamo credere che la velocità di Starlink sia stata ripristinata. Sebbene stiano cominciando a esitare, sembra che le élite non abbiano ancora gettato del tutto la spugna; e così la guerra riprende come prima, almeno per ora.


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Carlo di Borgogna e il suo progetto temerario, di WS

Nella precedente divagazione abbiamo lasciato la Lotaringia interamente all’ interno de Sacro Romano Impero Germanico principalmente riorganizzata in due regni , separati dalle Alpi, che rispondevano entrambi a l’ imperatore Sassone: il Regno di Italia ( l’ ex Longobardia ) , e il regno di Burgundia ( o Borgogna) dal nome del popolo germanico che si era installato nella valle della Saona prima della loro sottomissione ai Franchi.

Questo regno di Borgogna subì da subito la pressione francese e già da l’ anno mille con la crisi imperiale della “guerra delle investiture” solo l’ alta valle del Rodano rimase all’ impero come “franca contea” insieme al territorio originario dei Franchi della valle del Reno spezzettato però in una miriade di principati e città-stato secondo la stessa traiettoria in cui si era frantumato anche il Regno d’ Italia.

In Francia del defunto Regno di Borgogna sopravvisse di nome solo il ducato di Borgogna, feudo di confine affidato sempre ad un ramo cadetto della dinastia francese.

Uno di questi però , Filippo l ‘Ardito, nel 1300 colse l’ occasione di rendere indipendenti ed ereditarii i propri dominii.

E qui bisogna fare la piccola digressione che al contrario del l’impero tedesco il regno francese rimase sempre molto più compatto e centralizzato .

Non ci furono mai in Francia “lotte per le investiture” e le ambizioni della aristocrazia francese furono sempre dirottate “all’ esterno”; dalla conquista normanna de l’ Inghilterra prima e de l’italia meridionale poi , alle crociate , e alla conquista angioina del regno di Napoli e perfino al lontanissimo Regno di Ungheria.

In Francia i diritti feudali non solo erano revocabili , ma in base alla legge salica rientravano prima o poi tutti nella piena disponibilità del re.

Ma quando il Re di Francia provò a revocare i diritti feudali francesi del Re “normanno” d’ Inghilterra questi aveva abbastanza forza per resistergli ed addirittura invadergli il Regno , e fu in quella fase che il suo parente e vassallo duca di Borgogna ribellò al Re di Francia conquistando così l’ indipendenza di fatto dei propri possessi.

E questi Valois di Borgogna traendo spinta dalla ricchezza dei propri possessi con abili strategie anche matrimoniali si erano poi estesi anche su gran parte delle limitrofe regioni imperiali tantè che il duca di Borgogna era contemporaneamente nobile francese e feudatario tedesco .

I “Borgognoni” , appunto, inizialmente nelle guerra dei cento anni aiutarono gli inglesi ma poi ricevuto dal re di Francia il riconoscimento della propria piena autonomia alla fine aiutarono la Francia ad espellere gli inglesi rimanendo legati al regno di Francia solo da un formale vassallaggio dei propri possessi francesi , e il loro informale “regno” su terre francesi e tedesche prosperò.

“ I Grandi Signori de l’ Occidente” come furono allora chiamati perché potenti più di un re ma senza averne alcun titolo formale.

E non è un caso che la fioritura della Signoria borgognona corrispondesse a quella delle Signorie italiane , ma la sua potenza era su scala maggiore, ben più del nostro più potente Ducato , quello di Milano, al massimo della sua estensione (1402)

Ma il problema geopolitico dei “ Grandi Signori del’ Occidente “ era “francese”. Infatti cacciati gli inglesi la monarchia francese aveva rapidamente recuperato forza e cercava ogni pretesto per espandersi sottomettendo quei ricchi “ex-vassalli” , e non solo sulle terre che ancora gli appartenevano “legalmente” , ma anche su quelle tedesche sucui l’ Imperatore non aveva la forza per sostenere i propri diritti anche se formalmente li rivendicava in toto.

Quando Carlo poi detto “il Temerario” ( ma più correttamente “l’ Ardito” come il suo antenato Filippo ) successe al padre la pressione francese era diventata insostenibile perché i domini di Carlo per quanto ricchi ed estesi erano strategicamente fragili ( vedi la mappa qui sotto).

Carlo doveva costruire uno stato più compatto e la sua idea era quella di ricostituire il regno di Burgundia all’ interno del Sacro Romano Impero inteso come esso si era poi evoluto : una confederazione di stati “regionali” indipendenti al proprio interno ma soggetti ad una autorità politica comune, decisa in una “dieta” ed espressa da un imperatore eletto, così come quella religiosa era espressa da un papa anchesso elettivo.

L’ interessante novità nel progetto di Carlo era che il suo Impero, riportandovi all’ interno la Lotaringia, non era più specificatamente “ germanico”, e che da quel punto di vista lui “ francese” e signore su terre tedesche avrebbe avuto anche la giustificazione per ricreare un impero “ sovranazionale” risolvendo così la frantumazione politica della Cattolicità.

A questo scopo Carlo agì inizialmente diplomaticamente per trovare alleati in Italia tra i due ducati “imperiali” interessati perché per vari pretesti entrambi sottoposti ugualmente alla pressione francese : il ducato di Savoia e il ducato di Milano e finanche nel Regno di Napoli che “imperiale” non era mai stato ma che anchesso coi francesi aveva dei problemi perché anche li il re francese accampava dei diritti .

Tentò inizialmente anche un approccio inglese stabilendo con loro una onerosa alleanza antifrancese, ma senza successo perché il suo nemico Luigi XI non dormiva, e usando notevoli somme aizzò conflitti interni alla casa reale inglese di modo che gli inglesi presero soldi da entrambi senza far nulla .

Ma soprattutto il re francese, fece una cosa che poi risultò decisiva: deviò l’ espansionismo svizzero nella alta valle del Rodano dopo avergli appianato con ingenti somme il loro secolare conflitto con la contea del Tirolo.

Carlo incontrò l’ insuccesso anche nella sua richiesta di farsi nominare Re di Burgundia da l’imperatore Federico III di Asburgo il quale era “imperatore” , in quanto signore della derelitta marca d’ Austria, ma eletto tale solo perché abbastanza debole ed esterno alle cose di Germania da non essere una minaccia per tutti gli altri potentati tedeschi.

Federico non era uno stupido, anzi aveva anche lui grandi ambizioni certificate dalla accurata educazione imposta a suo figlio Massimiliano ( il prossimo protagonista di questa storia ), e temeva che un ricco e potente Re di Burgundia potesse poi sfilare il titolo di imperatore alla sua famiglia che questo titolo se lo era aggiudicato al contrario proprio per la propria debolezza dovuta soprattutto alla cronica carenza di danaro, che era il motivo per cui Carlo sperava di comprarsi da Federico il titolo di “Re”.

Inutilmente però, perché probabilmente fu anche per il denaro francese ricevuto che Federico rifiutò .

Ma Federico vedeva anche i limiti della propria impotenza imperiale. Da sempre infatti l’ Austria aveva problemi con il suo vicino Regno d’ Ungheria che ormai la circondava da 3 lati .

Un vicino invero ora distrarro dalla crescente minaccia turca, ma cosa sarebbe successo a l’ Austria e alla cristianità di cui lui si sentiva, seppur solo formalmente, imperatore , alla fine di quel “ confronto” ?

Così in risposta contropropose a Carlo una alleanza da siglare con il matrimonio del figlio di Federico , Massimiliano , con l’ unica figlia di Carlo, Maria.

In questo modo Federico , cioè Massimiliano, con il danaro dei borgognoni avrebbe avuto i mezzi per assoldare le milizie con cui diventare veramente un Imperatore sia verso i riottosi vassalli interni che verso i nemici esterni, francesi , ungheresi o turchi che fossero.

Questo non era proprio quello che Carlo voleva ma comprese subito che il progetto di Federico collimava col suo e che proprio il legame di sangue tra le due casate lo avrebbe reso vincente .

Anche i due giovani si incontrarono e si piacquero e così il fidanzamento fu ufficializzato.

Ma Carlo, uomo di impulso poco incline ad usare la diplomazia, poggiando sulla già acquisita seppur implicita alleanza con Federico, passò subito a l’ azione per stabilizzare i propri possessi lungo tutta la riva sinistra del Reno sottomettendovi tutte le città e i potentati tedeschi .

Ora Carlo aveva finalmente un “ regno” e non un “patchwork” di possessi familiari!

Luigi XI, vedeva il disegno e le mosse di Carlo ma non osava entrare in guerra diretta con lui . Però usava l’ arte de l’ intrigo per sollevare ribellioni interne al ducato e il proprio danaro per alimentare una alleanza antiborgognona di tutti quei potentati tedeschi , sia di quelli già spotestati che di quelli che ancora restavano sulla “via verso l’ Italia”: l’ obbiettivo che la propaganda francese diceva essere il progetto espansionistica di Carlo.

. Tra questi “ potentati” , tutti formalmente soggetti a l’ Impero, particolarmente allarmati e bellicosi erano gli Svizzeri ,praticamente imbattibili e specialmente sulle loro montagne.

Preminenti tra loro erano i Bernesi che da soli non osavano entrare nelle terre borgognone ma erano interessati , anche perché spinti da l’oro francese , ad attaccare il ben più debole ducato di Savoia , alleato di Carlo, per sottrargli il Vaud.

Cosa che fecero. E l’ impulsivo Carlo , uomo del medioevo, epoca in cui l’ onore contava più della convenienza, divise le sue forze e partì in soccorso del duca di Savoia andando a sbattere contro l ‘intera fanteria svizzera al completo a Morat e perdipiù in un terreno montano sfavorevole alla sua cavalleria.

Il duca , pesantemente battuto, con le sue residue forze ripiegò nelle sue terre per raccogliervi le altre truppe che aveva lasciato indietro, ma si trovò la strada sbarrata da l’ ex duca di Lorena che egli aveva cacciato e che, con soldi francesi, era rientrato nel suo ducato .

Carlo invece di aggiraralo lo assaltò , lo insegui e lo assediò in Nancy. Ma mentre lo assediava, vi fu raggiunto e ucciso dalle ingenti forze svizzere che, ingaggiate dai francesi, lo avevano anchesse inseguito.

La morte del duca provocò il collasso del suo stato che i francesi cominciarono ad occupare perché tutte le città e i principati che Carlo aveva sottomesso non avevano più protezione e sia la ricca borghesia che nobiltà borgognona non sentivano nessuna identità nazionale da difendere.

Non solo il progetto di Carlo era fallito , ma l’ intera Signoria era persa. Il re di Francia aveva trionfato senza direttamente combattere e si prendeva tutto, in quanto gli svizzeri che avevano fatto il lavoro per lui tornavano nelle loro valli carichi di oro trattenendosi solo alcune valli alpine di quello che era stato il più ricco potentato europeo .

L’orfana Maria abbandonata dalla nobiltà e dalle città borgognone non aveva alcuna protezione se non quella dei suoi sudditi fiamminghi presso cui si era rifugiata , e un povero e lontano “promesso” dall’ altra parte del continente.

Ed è qui che costui entra in scena, come un cavaliere medioevale a difesa della sua “promessa”, per riprendere, con un imprevedibile successo, il progetto che un futuro suocero nemmeno veramente conosciuto aveva così clamorosamente fallito.

Ma questa è un ‘altra storia per un’ altra digressione.

Noi qui però ci dovremmo chiedere che cosa voleva Carlo ? Poteva Carlo convivere col Re di Francia fortemente intenzionato a riprendersi la “sua” Borgogna ? Certamente no e quindi doveva agire nella direzione intrapresa. Il suo “regno multinazionale” infatti poteva sopravvire solo all’interno di un Impero “multinazionale” e solo in alleanza di quei potentati italiani ugualmente interessati a difendersi da l’ espansionismo francese e a mantenersi autonomi dentro la struttura “ federale” di un Impero multinazionale.

.

Voleva forse così Carlo ricreare la Lotaringia ? Probabilmente no ma volente o nolente doveva comunque aprirsi quella “ strada per l’ Italia” sebbene per farlo avrebbe dovuto usare un approccio più prudente .

L’ ultimo “ Grande Signore de l’ Occidente” era un uomo del passato che pur disponendo di molto danaro non ne aveva capito la profonda corruttela morale e civile che esso comporta.

E comunque le città e i nobili del suo informale “regno” che gli si ribellarono in nome del loro danaro non hanno poi mai più conosciuto lo splendore che fu di quel “ regno”.

Ed è divertente e istruttivo notare che il “regno di Burgundia” abbia avuto nella stesse fasi storiche la stessa dinamica del suo “fratellastro del sud” , non a caso poi unificato dagli “ alleati” savoiardi di Carlo.

Ma solo le diverse circostanze geografiche ( la geografia è sempre geopolitica) hanno fatto si che oggi esista uno stato chiamato “Italia” mentre i residui del “regno di Burgundia” ,volendoli oggi anche mettere insieme, al massimo si chiamano “ Benelux”

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La crisi europea è più grave di quella francese, di the Duran – Cosa pensare delle proteste in Europa, di Antonia Colibasanu


 Cosa pensare delle proteste in Europa

La crisi europea è più grave di quella francese.

Mentre la Francia è scossa dalle proteste, la questione più profonda è se il sistema politico europeo sia ancora in grado di rispondere alle esigenze del popolo che governa.

The Duran Insider22 ottobre
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La Francia è sprofondata nella spirale di disordini, diventando la manifestazione più evidente di una crisi politica che si estende ben oltre i suoi confini. Ciò che è iniziato come una protesta per il deterioramento delle condizioni scolastiche si è trasformato in un confronto più ampio sul tenore di vita, sull’autorità del governo e sulla direzione intrapresa dal Paese. Il presidente Emmanuel Macron si trova ad affrontare una crescente ostilità pubblica, eppure le istituzioni e le politiche contro cui è diretta gran parte di questa rabbia rimangono sostanzialmente invariate.

Gli eventi del 17 ottobre, quando le manifestazioni in tutta la Francia sono degenerate in alcuni casi in disordini, saccheggi e attacchi a edifici pubblici, hanno messo a nudo la portata del crollo. Macron ha condannato la violenza e ha promesso di ristabilire l’ordine, mentre il suo governo ha introdotto ulteriori misure di sicurezza. Ma la risposta ha fatto ben poco per risolvere le cause profonde del malcontento. Sono previste ulteriori manifestazioni e i sindacati stanno preparando una nuova mobilitazione per novembre.

Il significato di questi sviluppi non risiede semplicemente nell’indebolimento di un altro governo europeo. La Francia si trova ad affrontare una contraddizione che caratterizza sempre più la politica europea: gli elettori nazionali si aspettano che i loro governi risolvano i problemi interni, mentre molte delle decisioni strategiche ed economiche che determinano tali problemi sono vincolate da impegni assunti al di fuori della sfera politica nazionale.

Ciò non significa che Bruxelles sia responsabile di ogni difficoltà francese. I problemi fiscali, le inefficienze amministrative e le divisioni politiche della Francia hanno in gran parte origini interne. Tuttavia, la crescente distanza tra le aspettative elettorali e la capacità dei governi di attuare cambiamenti significativi sta diventando impossibile da ignorare.

La Francia diventa l’epicentro
La Francia ha ripetutamente svolto il ruolo di barometro politico delle tensioni europee più ampie. La sua tradizione rivoluzionaria, le sue potenti istituzioni statali e il rapporto insolitamente conflittuale tra governo e società l’hanno resa particolarmente vulnerabile a periodi di intensa instabilità politica.

L’attuale crisi ha diverse cause immediate. Un prolungato deterioramento della fiducia pubblica è stato aggravato dalla pressione sui redditi delle famiglie, dall’aumento dei costi energetici, dalla carenza di servizi pubblici e da un governo che fatica a conciliare la disciplina fiscale con le crescenti richieste di spesa.

Le ultime proteste sono iniziate con gli studenti che lamentavano strutture scolastiche inadeguate e carenza di insegnanti. Le loro rimostranze hanno poi trovato il sostegno dei sindacati e di gruppi preoccupati per il costo della vita, trasformando una disputa sull’istruzione in una sfida più ampia all’autorità del governo.

La distruzione di edifici pubblici, compresi i gravi danni causati dall’incendio al municipio storico di Limoges, illustra i pericoli derivanti dal permettere che la rabbia politica si trasformi in violenza incontrollata. Tale distruzione danneggia proprio le comunità le cui rimostranze sono apparentemente alla base delle proteste. Offre inoltre ai governi l’opportunità di spostare il dibattito politico dalle mancanze che hanno generato i disordini alle questioni di sicurezza e ordine pubblico.

La risposta di Macron riflette questo dilemma. La sua enfasi sul ripristino dell’ordine risponde a una legittima responsabilità del governo, ma l’azione di polizia non può sostituirsi a una soluzione politica. La decisione di delegare gran parte della gestione della crisi al Primo Ministro Sébastien Lecornu ha rafforzato l’impressione di una presidenza sempre più distaccata dai problemi interni che affliggono i comuni cittadini francesi.

Questa percezione è particolarmente dannosa in vista delle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027. Il sistema politico sta entrando in una fase in cui l’autorità del presidente in carica si sta affievolendo, l’opposizione rimane frammentata e il prossimo governo erediterà molti degli stessi vincoli strutturali.

Il problema europeo: elezioni senza cambiamenti
La questione più profonda sollevata dalle proteste in Francia riguarda il rapporto tra democrazia e autorità politica all’interno dell’Unione europea.

L’UE è stata costruita attraverso una serie di trattati che hanno trasferito o messo in comune poteri precedentemente esercitati esclusivamente dai governi nazionali. La politica monetaria per i membri dell’eurozona, la politica commerciale, le norme sulla concorrenza e aspetti significativi della regolamentazione economica sono ora determinati a livello europeo. L’immigrazione e diverse altre importanti aree politiche implicano competenze condivise, mentre i governi nazionali mantengono poteri sostanziali in materia di tassazione, servizi pubblici, difesa e altre responsabilità interne.

Questa distribuzione di autorità non è intrinsecamente antidemocratica. Le istituzioni europee derivano i propri poteri dai trattati stipulati dagli Stati membri, e sia i governi nazionali che il Parlamento europeo, eletto direttamente, partecipano alle decisioni più importanti. Tuttavia, tale assetto crea un serio problema di responsabilità politica quando i governi nazionali promettono cambiamenti che non sono in grado di attuare autonomamente.

Un elettore può sostituire un governo francese, tedesco o italiano senza necessariamente modificare gli impegni europei che ne influenzano sostanzialmente le politiche. Il risultato è uno schema ricorrente in cui le elezioni producono una nuova leadership politica, ma modifiche relativamente limitate all’orientamento economico e strategico di fondo.

Questo contribuisce a spiegare il crescente fascino dei movimenti politici che sfidano l’establishment europeo. I loro sostenitori spesso non cercano semplicemente un governo diverso, ma un rapporto diverso tra sovranità nazionale e istituzioni europee.

Tuttavia, anche i partiti di opposizione si trovano ad affrontare gli stessi vincoli istituzionali ed economici una volta giunti al potere. Uscire dall’euro, rivedere radicalmente le normative migratorie o rifiutare le politiche consolidate dell’UE comporta costi potenzialmente ingenti. Di conseguenza, i movimenti che promettono cambiamenti fondamentali spesso moderano le proprie posizioni man mano che diventano candidati credibili al governo.

La distinzione tra vittoria elettorale e controllo politico effettivo è quindi diventata sempre più importante. I cittadini europei possono cambiare i propri rappresentanti, ma modificare le politiche che contano di più potrebbe richiedere cambiamenti istituzionali più ampi, sui quali c’è scarso consenso.

È questo senso di immobilità politica, piuttosto che una singola politica europea, a rappresentare la sfida più seria a lungo termine per la legittimità dell’Unione.

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L’Ucraina e la questione delle priorità europee
La guerra in Ucraina ha messo in luce queste tensioni in modo più acuto, poiché costringe i governi europei a compiere scelte sempre più difficili in merito a risorse, sicurezza e priorità economiche.

I leader europei considerano il continuo sostegno a Kiev essenziale per la sicurezza europea. La loro argomentazione è che permettere alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi attraverso la forza militare creerebbe maggiore instabilità e potrebbe imporre costi molto più elevati al continente in futuro.

Tale argomentazione merita di essere compresa nei suoi presupposti. Tuttavia, non elimina le conseguenze politiche ed economiche degli impegni assunti, né esonera i governi dall’obbligo di spiegare tali impegni ai propri elettori.

L’entità della spesa europea è considerevole. Secondo la Commissione europea, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di 227,4 miliardi di euro dal 2022. L’ultimo prestito di sostegno di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 destina, a titolo indicativo, 60 miliardi di euro alla difesa e 30 miliardi di euro all’assistenza al bilancio. Il 14 ottobre, la Commissione ha annunciato un ulteriore stanziamento di 2,86 miliardi di euro per le esigenze militari ucraine.

Il problema non è solo la somma spesa, ma l’assenza di un obiettivo politico chiaramente definito.

I governi europei si sono impegnati a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina, espandendo la produzione militare e aumentando le spese per la difesa, pur faticando a dimostrare come queste politiche possano portare a una soluzione negoziata accettabile per le parti principali.

Nel frattempo, le loro economie interne si trovano ad affrontare costi energetici più elevati, difficoltà industriali e crescenti pressioni fiscali. I governi che chiedono moderazione nella spesa pubblica sono al contempo chiamati a sostenere ingenti impegni all’estero.

Ciò crea una vulnerabilità politica che i leader europei non hanno affrontato in modo adeguato. I cittadini che si trovano ad affrontare servizi in deterioramento e un potere d’acquisto in calo hanno il diritto di chiedere quali priorità determinino l’allocazione delle risorse nazionali e per quanto tempo continueranno gli impegni straordinari.

La scelta non è necessariamente tra sostenere l’Ucraina e preservare la prosperità interna. Ma le risorse sono limitate e i governi che si rifiutano di riconoscere esigenze contrastanti rischiano di presentare i propri impegni di politica estera come obblighi che sfuggono al controllo democratico.

Il pericolo per Bruxelles è che l’Ucraina diventi qualcosa di più di una semplice questione di politica strategica. Rischia di trasformarsi in un indicatore di conformismo politico all’interno dell’establishment europeo, dove mettere in discussione la portata, la durata o l’efficacia degli aiuti viene considerato un segno di slealtà anziché un legittimo disaccordo sulla strategia.

Una politica che non può essere sottoposta a un dibattito politico significativo diventa col tempo più difficile da difendere, anche quando i suoi obiettivi di fondo continuano a godere di un notevole sostegno.

La debolezza economica dell’Europa si sta trasformando in debolezza politica.
La situazione finanziaria della Francia illustra con quanta rapidità il disordine politico possa trasformarsi in un problema economico.

Il 21 ottobre, il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha raggiunto il 5%, il livello più alto dal 2002. Lo spread rispetto al debito tedesco equivalente si è avvicinato ai livelli registrati nei precedenti periodi di instabilità finanziaria dell’eurozona. Gli investitori sono sempre più preoccupati per la capacità del governo di stabilizzare le finanze pubbliche in un contesto di scontro politico e deboli prospettive economiche.

L’aumento dei costi di indebitamento riduce il margine di manovra del governo proprio nel momento in cui le richieste di aumento della spesa si fanno più urgenti. I tentativi di ripristinare la credibilità fiscale attraverso tagli alla spesa o un aumento delle tasse potrebbero acuire il malcontento pubblico, mentre l’abbandono del risanamento fiscale potrebbe minare ulteriormente la fiducia degli investitori.

La Francia si trova quindi ad affrontare una difficile interazione tra fragilità economica e instabilità politica, in cui l’una rafforza l’altra.

I problemi non si limitano alla Francia. Il modello industriale tedesco è sotto pressione a causa dell’aumento dei costi energetici, dei cambiamenti nei mercati di esportazione e dell’intensificarsi della concorrenza internazionale. L’Italia continua a essere penalizzata dal debito e da debolezze economiche strutturali, mentre diversi paesi europei si trovano ad affrontare rinnovate tensioni industriali e sociali.

Le proteste segnalate a Milano, Bruxelles e Tirana hanno cause locali diverse e non dovrebbero essere considerate come un unico movimento politico coordinato. Tuttavia, la loro comparsa in concomitanza con la crisi francese indica un contesto continentale più ampio in cui la frustrazione economica sta diventando sempre più difficile da contenere per i governi.

Per decenni, l’integrazione europea è stata sostenuta da un tacito accordo economico: un maggiore coordinamento e la condivisione della sovranità avrebbero contribuito a garantire prosperità, stabilità e influenza.

Questo compromesso diventa più difficile da mantenere quando le prestazioni economiche peggiorano e i governi nazionali sembrano incapaci di invertire la tendenza.

L’Unione Europea era stata concepita per accrescere il peso economico e politico collettivo dei suoi membri. Tuttavia, il continente si trova ora di fronte alla possibilità che si stia verificando una maggiore centralizzazione, parallelamente a un indebolimento della sua competitività industriale e della sua influenza internazionale.

La centralizzazione non può compensare indefinitamente il declino economico. Anzi, senza una strategia credibile per il ripristino della capacità produttiva, rischia semplicemente di concentrare la responsabilità di fallimenti che nessuna istituzione è in grado di risolvere.

L’Europa può cambiare direzione?
L’ipotesi convenzionale è che la crescente insoddisfazione pubblica finirà per costringere le istituzioni europee a cambiare. I partiti politici contrari a una maggiore integrazione guadagneranno consensi, i governi saranno sostituiti e Bruxelles sarà costretta ad accogliere le richieste di maggiore autonomia nazionale.

L’esperienza suggerisce che il processo potrebbe essere considerevolmente più complicato.

L’Ungheria offre un esempio istruttivo. Viktor Orbán ha trascorso anni a contestare le politiche dell’UE in materia di migrazione, relazioni con la Russia e ripartizione delle competenze tra Bruxelles e gli Stati membri. La sua sconfitta contro Péter Magyar ha portato al potere un governo più collaborativo, ma non ha comportato un completo ribaltamento delle posizioni ungheresi. Magyar ha mantenuto politiche migratorie restrittive, pur cercando di migliorare le relazioni con le istituzioni europee e con l’Ucraina.

L’esperienza rivela i limiti di una visione della politica europea come un semplice scontro tra sovranità nazionale e autorità sovranazionale. I governi possono opporsi a Bruxelles in un ambito, pur cercando una maggiore cooperazione in un altro. Il cambiamento politico non segue necessariamente un’unica direzione ideologica.

La Germania rappresenta una prova di maggiore rilevanza. Qualsiasi riorganizzazione sostanziale del sistema europeo richiederebbe quasi certamente la partecipazione tedesca, data la rilevanza economica del paese e la sua posizione centrale all’interno dell’eurozona.

Eppure, anche i movimenti che auspicano una maggiore autonomia nazionale si trovano ad affrontare questioni spinose in merito alla valuta, agli accordi commerciali, alle responsabilità fiscali e al futuro del mercato unico europeo. I loro disaccordi interni suggeriscono che l’insoddisfazione per il sistema esistente non equivale a un accordo su un’alternativa praticabile.

La Gran Bretagna offre una lezione diversa. La Brexit ha dimostrato che l’uscita dall’Unione Europea è possibile, ma ha anche messo in luce le notevoli difficoltà economiche e amministrative che si incontrano quando si separa un’economia da accordi europei consolidati.

L’ostacolo principale alla riforma non è quindi semplicemente la resistenza di Bruxelles. È l’assenza di un’alternativa politica ed economica sufficientemente coerente tra i governi e i movimenti che mettono in discussione l’attuale ordine europeo.

Il progetto europeo potrebbe sopravvivere a una prolungata insoddisfazione pubblica non perché le sue istituzioni abbiano risolto i problemi di fondo, ma perché le forze politiche che lo contestano rimangono incapaci di concordare su cosa dovrebbe sostituire gli assetti esistenti.

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Il pericolo di un centro più forte e di stati più deboli
L’ipotesi che una crisi europea debba necessariamente indebolire Bruxelles merita un esame più approfondito.

L’instabilità politica ed economica può produrre esattamente l’esito opposto. Quando i governi nazionali si trovano in difficoltà, possono cercare accordi di finanziamento più comuni, un maggiore coordinamento europeo e maggiori poteri istituzionali per gestire problemi che vanno oltre le loro capacità individuali.

La guerra in Ucraina ha già accelerato la cooperazione europea in materia di appalti per la difesa, finanziamenti militari e politica estera. L’instabilità economica potrebbe incoraggiare iniziative simili in altri settori.

Tali misure vengono spesso presentate come risposte necessarie a circostanze immediate, e alcune possono essere giustificate dai vantaggi pratici dell’azione collettiva. La difficoltà sorge quando risposte successive alle emergenze producono trasferimenti di autorità duraturi senza un altrettanto sostanziale sviluppo della responsabilità politica.

La struttura che ne risulta può diventare sempre più centralizzata, mentre la legittimità dei governi che vi partecipano continua a deteriorarsi.

Questa è la contraddizione centrale che l’Europa si trova ad affrontare oggi. L’integrazione potrebbe estendersi ulteriormente, anche se la fiducia economica e politica che un tempo la sosteneva si indebolisce.

L’Unione Europea potrebbe quindi emergere da crisi successive con una maggiore autorità istituzionale ma un consenso popolare ridotto. I suoi Stati membri, nel frattempo, potrebbero trovarsi sempre più responsabili dell’attuazione di politiche sulle quali i loro elettori esercitano solo un’influenza indiretta.

Un simile esito non porterebbe necessariamente al collasso immediato né dell’UE né dei suoi Stati membri. Potrebbe invece produrre un periodo prolungato di stabilità istituzionale accompagnato da stagnazione politica, ricorrenti disordini e calo di fiducia nella partecipazione democratica.

Tale possibilità potrebbe rivelarsi considerevolmente più dannosa di un improvviso scontro costituzionale, poiché non offre un momento di risoluzione evidente.

Una crisi senza una via d’uscita evidente
È improbabile che la Francia risolva la sua attuale crisi con un cambio di personale o con una risposta di sicurezza più dura. Macron potrà contenere i disordini immediati, ma le rimostranze economiche, le debolezze istituzionali e le divisioni politiche che ne sono alla base rimarranno per il suo successore.

Il quadro generale europeo è altrettanto difficile. Il continente si trova ad affrontare crescenti pressioni finanziarie e industriali, pur assumendo ingenti impegni militari e cercando di assumere un ruolo geopolitico più rilevante. I suoi governi non hanno ancora dimostrato come conciliare questi obiettivi contrastanti senza imporre ulteriori costi a popolazioni già insoddisfatte della propria situazione economica.

Tre sviluppi saranno particolarmente importanti: se la Francia riuscirà a ristabilire la stabilità politica senza peggiorare la propria situazione fiscale; se la Germania riuscirà a recuperare una forza economica sufficiente per assumere un ruolo di leadership all’interno dell’Unione; e se i governi europei saranno in grado di elaborare una strategia diplomatica credibile per l’Ucraina che colleghi la spesa militare a obiettivi politici raggiungibili.

Il fallimento in questi ambiti non farebbe altro che rafforzare un modello sempre più distruttivo. Una scarsa performance interna eroderebbe l’autorità dei governi nazionali, i quali reagirebbero cercando un maggiore coordinamento europeo, mentre un’ulteriore centralizzazione potrebbe intensificare la frustrazione pubblica per la perdita di controllo politico.

Secondo la valutazione di Duran, il pericolo più immediato per l’Europa non è la disgregazione dell’Unione Europea, bensì il progressivo indebolimento dei suoi Stati membri all’interno di un sistema istituzionale che continua ad espandere la propria autorità.

La crisi francese non è quindi solo un monito per gli ultimi mesi della presidenza Macron. Solleva un interrogativo ben più ampio sul futuro politico dell’Europa.

Un continente non può preservare indefinitamente l’apparenza di una scelta democratica, limitando al contempo la capacità dei suoi governi eletti di realizzare cambiamenti significativi. Né può sostenere ambizioni geopolitiche che superano sempre più le sue risorse economiche.

A meno che i leader europei non affrontino questa contraddizione, gli attuali disordini potrebbero rivelarsi una manifestazione precoce di un periodo ben più lungo di instabilità politica e declino economico.

Le istituzioni dell’integrazione europea potrebbero anche rimanere in piedi. La questione più preoccupante è quanta forza economica, coesione nazionale e fiducia democratica resteranno salde al di sotto di esse.


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Cosa pensare delle proteste in Europa

22 ottobre 2026

Le manifestazioni (che dimostrano l’unità europea) giungono in un momento caratterizzato da un maggiore impegno militare.

Di: Antonia Colibasanu

Nell’ultima settimana sono scoppiate proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania, mentre mobilitazioni di minore entità si sono verificate anche in Belgio e Germania. Sebbene le proteste differissero per portata e intensità, la loro concomitanza e le cause immediate rivelano un aspetto significativo delle pressioni socioeconomiche e politiche che si stanno accumulando in tutta Europa.

Ciò che rende particolarmente significativa l’attuale ondata di proteste è la tempistica, le rivendicazioni comuni e la metodologia. Certamente, ogni paese europeo ha le proprie tradizioni politiche, strutture economiche e sfide istituzionali. La crisi politica della Francia non è quella dell’Italia. La crisi immobiliare della Spagna ha origini diverse da quella del Portogallo. Tuttavia, si delinea un modello sempre più riconoscibile: insoddisfazione nei confronti dei servizi pubblici, aumento del costo della vita, opportunità economiche insufficienti e, forse soprattutto, la crescente difficoltà che i giovani incontrano nel diventare adulti economicamente indipendenti.

Le somiglianze sono evidenti anche nel modo in cui queste proteste sono state organizzate e presentate. Le piattaforme dei social media, in particolare TikTok, Instagram e Facebook, hanno facilitato la rapida diffusione di appelli alla protesta, immagini e slogan in tutti i paesi. In Italia e in Francia, secondo quanto riferito, i gruppi su WhatsApp, Snapchat e Telegram hanno costituito un secondo canale di diffusione. In Francia, gli appelli alle manifestazioni del 17 ottobre hanno circolato ampiamente online, contribuendo a riunire studenti, sindacati, ex attivisti dei Gilet Gialli e cittadini insoddisfatti della situazione economica. Le manifestazioni hanno combinato forme più tradizionali di azione collettiva, tra cui scioperi e marce organizzate, con mobilitazioni decentralizzate, blocchi scolastici e occupazioni di spazi pubblici.

A complicare le cose è il fatto che alcune proteste si sono sviluppate in modo autonomo, mentre altre sono state direttamente ispirate da eventi verificatisi altrove. Le manifestazioni in Belgio, in particolare a Bruxelles e Liegi, e le proteste di solidarietà su scala minore a Berlino sono state influenzate dal movimento studentesco nella vicina Francia. Gli studenti belgi nutrivano le proprie rivendicazioni riguardo ai costi dell’istruzione e alle riforme, mentre la mobilitazione di Berlino era esplicitamente incentrata sulla solidarietà con gli studenti francesi e sulle richieste di un’istruzione migliore.

Al contrario, le grandi proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania si sono sviluppate attraverso processi e manifestazioni nazionali distinti, già prima del 17 ottobre. Le motivazioni dei manifestanti erano specifiche, ma riflettevano comunque le frustrazioni che si erano già accumulate nelle varie società europee. Le rivendicazioni ruotavano sempre più attorno alle stesse priorità: istruzione, occupazione, alloggi a prezzi accessibili, investimenti pubblici e un futuro credibile.

Profili di protesta

Francia

In Francia, le proteste sono iniziate a metà settembre, inizialmente tra gli studenti delle scuole superiori della periferia di Parigi, per poi estendersi ad altre grandi città, tra cui Marsiglia, Lione, Bordeaux, Lille, Nantes e Rennes. Gli studenti hanno denunciato il deterioramento delle infrastrutture scolastiche, le aule sovraffollate, l’insufficienza del personale docente e le disuguaglianze che ostacolano l’accesso a un’istruzione di qualità.

Nelle settimane successive, le loro rivendicazioni si sono inserite in un movimento più ampio contro l’aumento del costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di manifestanti avevano aderito alle proteste in tutto il Paese, con la partecipazione di organizzazioni studentesche, sindacati, movimenti politici di sinistra e attivisti dei Gilet Gialli. Sebbene la maggior parte delle manifestazioni fosse pacifica, episodi di violenza, saccheggi e attacchi a edifici pubblici in diverse città trasformarono le proteste in una grave sfida politica e di sicurezza per il governo in vista delle elezioni del 2027.

Le frustrazioni legate all’istruzione rivelano un problema strutturale più profondo. In Francia, dove il sistema educativo è stato tradizionalmente motivo di orgoglio nazionale per il suo impegno a favore delle pari opportunità e dell’accesso universale, l’istruzione rimane una condizione essenziale per assicurarsi un buon lavoro e un futuro economico stabile. Tuttavia, l’accesso a un’istruzione di qualità è sempre più costoso. Questo divario crescente tra la promessa di uguaglianza educativa e la realtà delle disuguaglianze socioeconomiche è, chiaramente, fonte di rabbia. Le questioni relative alla spesa pubblica per l’istruzione sono quindi diventate indissolubilmente legate alle preoccupazioni sulla mobilità sociale, sulle opportunità economiche e sul futuro delle giovani generazioni francesi.

Inoltre, il problema va oltre l’istruzione e riguarda il passaggio sempre più difficile all’età adulta. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo in Francia si attestava all’8,2%, contro il 20,6% tra i giovani sotto i 25 anni. A causa degli elevati costi degli alloggi e delle difficoltà nel trovare un impiego stabile, l’indipendenza finanziaria dipende sempre più dal patrimonio familiare, una realtà che rafforza le disuguaglianze socioeconomiche e compromette le prospettive di mobilità sociale ascendente.


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Queste frustrazioni sono indissolubilmente legate alla più ampia crisi politica e fiscale che sta attraversando la Francia. I dibattiti sul bilancio 2027 hanno trasformato le rivendicazioni degli studenti in una protesta più ampia contro la disuguaglianza economica, il calo del potere d’acquisto e le priorità di spesa del governo, proprio mentre si prevede un aumento dell’inflazione quest’inverno.

Tuttavia, sebbene queste rivendicazioni interne possano sembrare spiegare le proteste, durante le manifestazioni sono state esposte in modo ben visibile anche bandiere palestinesi. Il movimento ha assunto una dimensione di politica estera strettamente legata al dibattito sul bilancio. Oltre a esprimere solidarietà a Gaza e opposizione alla guerra, i manifestanti hanno chiesto con crescente insistenza che vengano bloccati gli aumenti previsti per la spesa della difesa, contestando direttamente gli impegni assunti dalla Francia in seno alla NATO di aumentare le spese militari.

Italia

Analogamente, a Roma alcuni manifestanti hanno bruciato bandiere statunitensi e israeliane, mentre a Milano e a Firenze sono comparsi simboli filopalestinesi. Come in Francia, la critica più esplicita in materia di politica estera tra i gruppi studenteschi riguarda il presunto compromesso tra spesa per la difesa e investimenti sociali. Gli studenti sostengono che il governo stia destinando risorse alle priorità militari, mentre le scuole necessitano di lavori di ristrutturazione, strutture migliori e ulteriori risorse didattiche.

L’insoddisfazione degli studenti non è una novità in Italia; il malcontento andava montando già da settimane. Ma la mobilitazione del 16 ottobre, organizzata sotto lo slogan “No Meloni Day”, ha portato gli studenti nelle strade di diverse città ed è proseguita nel fine settimana, quando a Milano, Bologna e altrove si sono svolte proteste più ampie contro l’aumento del costo della vita. Anche il sindacato CGIL ha organizzato una grande manifestazione a Roma.

Nel frattempo, la più ampia mobilitazione “Italia in Piazza”, svoltasi nel fine settimana nelle principali città al di fuori della capitale, ha riunito le rivendicazioni relative a salari, occupazione, alloggi, assistenza sanitaria e aumento del costo della vita. Queste rivendicazioni hanno assunto particolare rilevanza alla luce dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti, che ha esercitato una maggiore pressione sulle famiglie e sulle imprese.

Come in Francia, le difficoltà socioeconomiche che affliggono le giovani generazioni contribuiscono a spiegare il fascino esercitato dalle proteste italiane. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo in Italia si attestava al 6,2%, contro il 20,3% tra i giovani. Oltre alla disoccupazione, i giovani italiani devono fare i conti con stipendi iniziali bassi, precarietà lavorativa, disparità economiche regionali e costi elevati degli alloggi. Anche con un titolo di studio e un lavoro, raggiungere l’indipendenza finanziaria è sempre più difficile.


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Pertanto, il problema di fondo è che il passaggio all’età adulta è diventato sempre più difficile e incerto. L’insicurezza economica spesso ritarda l’uscita di casa, la ricerca di un alloggio stabile e la creazione di una famiglia. L’istruzione non garantisce più una carriera stabile né il tenore di vita di cui godevano le generazioni precedenti. Questo spiega perché le proteste studentesche possano facilmente fondersi con manifestazioni più ampie sui salari, gli alloggi e la politica economica.

Spagna

In Spagna, le proteste contro la precarietà abitativa hanno preso slancio tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, in seguito allo sgombero di una donna di 87 anni, il cui caso è diventato un simbolo della crisi abitativa sempre più grave che affligge il Paese. I manifestanti hanno allestito un accampamento a Madrid, in Puerta del Sol, mentre mobilitazioni simili si sono sviluppate a Barcellona e in altre città spagnole. Le proteste si sono intensificate dopo che il Parlamento spagnolo ha respinto le misure governative volte a proteggere gli inquilini vulnerabili, limitare gli sfratti e rafforzare le tutele sugli affitti. Il conseguente scontro politico ha contribuito alla decisione del primo ministro Pedro Sánchez di indire elezioni generali anticipate per novembre 2026.

Sebbene il fattore scatenante immediato sia stato legato alla legislazione in materia di alloggi, il problema di fondo è di natura strutturale: l’aumento dei prezzi degli immobili, l’insufficiente offerta abitativa, l’aumento degli affitti e l’espansione degli affitti a breve termine hanno ridotto in modo sostanziale l’accessibilità degli alloggi, in particolare per i giovani. La Spagna presenta inoltre uno dei mercati del lavoro giovanili più difficili dell’Unione Europea. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo era del 10%, mentre la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni si attestava al 22,7%.


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La combinazione di un tasso di disoccupazione giovanile relativamente elevato e di un mercato immobiliare eccezionalmente costoso costituisce una forte fonte di malcontento. I giovani spagnoli rischiano di rimanere economicamente dipendenti dalle loro famiglie per periodi prolungati, anche dopo aver completato gli studi o aver trovato un impiego.

Nel fine settimana del 17 ottobre, le proteste relative alla questione abitativa si sono intrecciate con le rivendicazioni riguardanti l’istruzione pubblica. Alcuni giorni prima, il 14 ottobre, gli insegnanti di Madrid avevano dato il via a uno sciopero a tempo indeterminato per chiedere salari più alti, una riduzione dell’orario di insegnamento, classi meno numerose, migliori infrastrutture scolastiche e personale aggiuntivo. Lo sciopero era stato annunciato a giugno.

Gli attivisti per il diritto alla casa e gli insegnanti si sono mobilitati per diverse questioni urgenti, ma entrambi i movimenti hanno messo in discussione l’adeguatezza delle politiche pubbliche nel sostenere le basi sociali ed economiche della vita quotidiana. (Anche le preoccupazioni relative all’immigrazione erano presenti durante le proteste.)

Durante le manifestazioni sono state avvistate anche bandiere palestinesi. I manifestanti hanno avanzato richieste esplicite riguardo alla guerra a Gaza e alle relazioni della Spagna con Israele. Le richieste si estendono alla politica estera degli Stati Uniti, con alcune organizzazioni partecipanti che chiedono la chiusura delle basi militari statunitensi in Spagna e condannano il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente. Alcuni gruppi di attivisti hanno inoltre espresso opposizione alla NATO e al suo ruolo militare nei conflitti internazionali, sebbene questa non sia una richiesta condivisa dall’intero movimento di protesta. Le rivendicazioni socioeconomiche interne si sono concentrate sulla necessità di ridefinire le priorità: la spesa per l’istruzione e il miglioramento della sicurezza abitativa dovrebbero essere in cima all’agenda, mentre il governo dovrebbe tagliare la spesa in altri settori, come la difesa.

Portogallo

Le proteste in Portogallo hanno seguito un andamento particolarmente simile a quello spagnolo. Nella prima metà di ottobre, gli attivisti per il diritto alla casa e le organizzazioni sindacali si sono mobilitati contro l’aumento del costo della vita, i salari insufficienti e le condizioni sempre più difficili nei mercati immobiliari urbani portoghesi. Le manifestazioni sono proseguite nelle principali città durante il fine settimana del 17 ottobre.

Il Portogallo ha registrato uno degli aumenti più marcati in Europa per quanto riguarda i costi abitativi. I prezzi degli immobili sono più che raddoppiati dal 2017, mentre gli affitti dei nuovi contratti sono aumentati in modo vertiginoso. Il turismo, la domanda immobiliare proveniente dall’estero, gli affitti a breve termine e l’afflusso dei nomadi digitali hanno contribuito ad aumentare la pressione sui mercati immobiliari urbani.

Come in Spagna, la questione socioeconomica centrale è la disparità di ricchezza, soprattutto tra i giovani. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo del Portogallo era del 5,7%, mentre la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 19,8%. Sebbene il tasso di disoccupazione nazionale sia relativamente basso, le difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e adeguatamente retribuita sono notevoli per i lavoratori più giovani. Una persona può avere un lavoro e tuttavia non essere in grado di permettersi un alloggio, accumulare risparmi o pianificare il proprio futuro.


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Anche in Portogallo l’istruzione ha avuto un ruolo nelle proteste, sebbene in misura minore rispetto ad altri paesi. Il 14 ottobre, circa 200 studenti hanno manifestato a Porto contro una proposta del governo volta a sbloccare le rette universitarie nel bilancio del 2027. Hanno inoltre chiesto maggiori aiuti finanziari e alloggi per studenti a prezzi accessibili. La principale federazione degli insegnanti del Paese, la FENPROF, ha chiesto maggiori investimenti nell’istruzione pubblica, migliori stipendi e condizioni di lavoro, nonché misure per far fronte alla carenza di docenti. Insegnanti e studenti si sono poi uniti alle proteste del 17 ottobre. Le loro preoccupazioni sono state rafforzate dalle critiche al bilancio 2027 proposto dal governo, che secondo i sindacati non aumenterebbe la spesa per l’istruzione in misura sufficiente a compensare l’inflazione.

Non sorprende che le bandiere palestinesi fossero visibili anche durante le manifestazioni di ottobre, in particolare alle manifestazioni di solidarietà a Lisbona e Porto, che hanno coinciso con proteste più ampie sui temi dell’alloggio, dei salari e del costo della vita. I manifestanti hanno chiesto la fine delle operazioni militari israeliane a Gaza, dell’occupazione dei territori palestinesi e della cooperazione portoghese con le politiche militari israeliane. L’opposizione alla politica estera statunitense è stata particolarmente marcata tra le organizzazioni legate al Partito Comunista Portoghese, il cui programma politico ufficiale sostiene esplicitamente lo scioglimento della NATO e il ritiro del Portogallo dalle sue strutture. Il partito detiene attualmente solo tre seggi nel parlamento portoghese, composto da 230 membri, quindi non può fare molto in termini di legislazione, ma la sua importanza risiede maggiormente nella sua storica forza organizzativa, in particolare nei suoi legami con la confederazione sindacale CGTP-IN, che ha svolto un ruolo importante nella mobilitazione dei lavoratori.

Albania

Le proteste in Albania hanno origini diverse. Un movimento noto come “Rivoluzione dei fenicotteri” è iniziato a maggio e si è protratto per tutta l’estate. Inizialmente, le proteste erano incentrate sull’opposizione a un grande progetto di turismo di lusso legato a Jared Kushner e Ivanka Trump. Il progetto, del valore di diversi miliardi di euro, prevede interventi turistici sull’isola di Sazan e nella zona costiera di Zvernec, area ecologicamente sensibile che comprende importanti habitat per i fenicotteri e altre specie di uccelli.

Il movimento ha adottato il fenicottero come simbolo, mentre lo slogan “L’Albania non è in vendita” esprimeva preoccupazioni riguardo alla sovranità nazionale, allo sviluppo economico e al rapporto tra potere politico e investimenti stranieri. Per diversi mesi le manifestazioni sono rimaste per lo più pacifiche. Tuttavia, si sono gradualmente trasformate in un movimento più ampio contro la corruzione, la mancanza di trasparenza e l’insoddisfazione nei confronti del governo del primo ministro Edi Rama.

La svolta decisiva è avvenuta a metà ottobre, quando studenti universitari e delle scuole superiori si sono uniti in gran numero alle proteste. A partire dal 13 ottobre, le manifestazioni a Tirana hanno iniziato a concentrarsi sull’aumento dei costi dell’istruzione, sulle condizioni precarie delle università, sulle limitate opportunità di lavoro e sulla mancanza di sostegno finanziario a disposizione dei giovani. Le proteste si sono poi trasformate in gravi scontri con la polizia, mentre i manifestanti chiedevano le dimissioni di Rama.

Nonostante lo sviluppo economico dell’Albania, i giovani continuano a trovarsi di fronte a opportunità di lavoro relativamente limitate, salari bassi, disuguaglianze regionali e forti incentivi all’emigrazione. Secondo l’istituto di statistica albanese, l’INSTAT, il tasso di disoccupazione complessivo si è attestato all’8,3% nel secondo trimestre del 2026, mentre la disoccupazione tra le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni era pari a circa il 17,7%. Si tratta di una categoria demografica leggermente diversa rispetto ai dati di Eurostat relativi agli under 25, ma ciò dimostra comunque le difficoltà comuni che i giovani albanesi devono affrontare sul mercato del lavoro.


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Le bandiere palestinesi sono state visibili sin dalle prime fasi della “Rivoluzione dei Fenicotteri”. La bandiera non va vista solo come un simbolo di resistenza al governo di Rama, ma anche come una confutazione dell’approccio alla politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e, per estensione, di una strategia statunitense percepita dai manifestanti come volta a privilegiare gli interessi commerciali e l’influenza politica rispetto alla sovranità locale. I manifestanti hanno tracciato un parallelo tra lo sviluppo del litorale albanese e le proposte di Trump per Gaza, collegando l’opposizione all’espropriazione dei terreni alla resistenza all’influenza statunitense. Man mano che le manifestazioni sono diventate sempre più violente nel mese di ottobre, estendendosi dalle rivendicazioni ambientali alle richieste di un’istruzione migliore, di opportunità economiche e delle dimissioni di Rama, le bandiere nazionali albanesi hanno assunto un ruolo sempre più prominente nelle strade.

Il legame con la NATO

Le richieste in materia di politica estera sono particolarmente significative se si considera il ruolo strategico che questi paesi rivestono all’interno della NATO. Le critiche alla politica estera degli Stati Uniti, alla guerra a Gaza e, in alcuni casi, alla stessa NATO stanno emergendo in un momento in cui Washington chiede una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa per la sicurezza dell’alleanza e la guerra in Ucraina sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di sostenere i propri impegni in materia di difesa, mettendo in luce una crescente tensione tra imperativi strategici e priorità politiche interne.

Ciò che rende questo fenomeno particolarmente significativo è il fatto che i paesi europei teatro di grandi proteste sono anche attori di primo piano nell’attuale processo di ristrutturazione della posizione difensiva della NATO. Ciascuno di essi svolge un ruolo specifico nel rafforzamento del pilastro europeo dell’alleanza, in particolare in ambito marittimo, dove gli investimenti in capacità militari, infrastrutture critiche, sorveglianza e connettività logistica stanno assumendo un’importanza sempre maggiore. In altre parole, le proteste si inseriscono in un più ampio processo di trasformazione strategica che richiede ai governi europei di destinare ulteriori risorse alla difesa e alla sicurezza.

La Francia è l’unica potenza della NATO dell’Europa continentale dotata di armi nucleari e rimane uno dei pochi paesi europei in grado di proiettare la propria potenza militare a livello globale. È inoltre una potenza atlantica, mediterranea e dell’Europa continentale, il che le conferisce un ruolo centrale nell’architettura di difesa della NATO, ed è tra i più convinti sostenitori dello sviluppo delle capacità militari proprie dell’Europa.

L’Italia ha recentemente aumentato la propria spesa per la difesa dichiarata, portandola al di sopra del 2% del prodotto interno lordo fissato dalla NATO come parametro di riferimento, in parte grazie a modifiche nelle pratiche contabili. Oltre alle sue notevoli capacità navali e aeree, l’Italia riveste un ruolo fondamentale per la sicurezza nel Mediterraneo e contribuisce in modo significativo alla cooperazione industriale europea nel settore della difesa. La sua posizione geografica e le sue infrastrutture militari collegano i teatri operativi meridionali e orientali della NATO, e la sua industria della difesa è in grado di trarre vantaggio dai rinnovati investimenti europei nelle capacità militari.

Il Portogallo svolge un ruolo diverso ma importante: la sua posizione strategica sull’Atlantico lo rende un importante snodo nelle comunicazioni sottomarine transatlantiche, e sta potenziando le proprie capacità in materia di sorveglianza subacquea, sistemi marittimi autonomi e innovazione tecnologica contro le minacce ibride.


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La Spagna, dal canto suo, mette a disposizione capacità navali e competenze in materia di comando marittimo. Le sue operazioni di monitoraggio nei pressi di Gibilterra e delle Isole Canarie sono particolarmente importanti per seguire i movimenti della marina russa e del traffico commerciale. All’inizio di quest’anno, la Spagna ha assunto il comando della task force atlantica della NATO, continuando al contempo a sviluppare capacità specializzate di intervento e sorveglianza subacquea. Il Paese svolge un ruolo significativo nel garantire la sicurezza delle comunicazioni marittime, nel monitorare attività potenzialmente ostili e nel proteggere le infrastrutture che collegano l’Europa all’Atlantico.

Infine, l’Albania sta emergendo come un nodo di collegamento strategicamente importante nell’Adriatico. Si prevede che nel 2026 la spesa per la difesa di Tirana supererà il 2% del PIL. La sua importanza risiede meno nelle dimensioni delle sue forze armate che nello sviluppo delle infrastrutture navali e logistiche, in particolare intorno a Porto Romano e al Corridoio VIII. Questo corridoio potrebbe fornire una rotta alternativa per il trasporto di equipaggiamenti militari e rinforzi tra il Mare Adriatico e il Mar Nero, sostenendo quella che sta diventando sempre più la nuova linea di contenimento e deterrenza della NATO lungo la frontiera orientale dell’Europa.

Questi sviluppi mettono in luce una tensione fondamentale nella trasformazione dell’Europa. Il rafforzamento del pilastro europeo della NATO richiede ben più di un aumento della spesa militare; esige investimenti nella sicurezza marittima, nelle infrastrutture critiche, nei corridoi logistici e nelle capacità tecnologiche. Tuttavia, i paesi che stanno assumendo ruoli sempre più importanti in questa ristrutturazione stanno anche vivendo un crescente malcontento sociale. Le proteste rivelano inoltre quanto siano diventate integrate le società europee, in particolare tra le giovani generazioni che utilizzano le stesse piattaforme di social media, affrontano problemi simili e condividono sempre più le proprie frustrazioni oltre i confini nazionali. Questa interconnessione rappresenta sia una sfida che una responsabilità per i governi europei. In definitiva, rafforzare la sicurezza dell’Europa significa trovare un equilibrio tra i crescenti impegni in materia di difesa e le richieste dell’opinione pubblica di migliori tenori di vita e stabilità economica, riconoscendo al contempo che la coesione sociale è essa stessa una componente essenziale della sicurezza.


 
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