Il declino come destino, di Alexander Raynor
Il declino come destino
29 settembre 2026

Guillaume Faye (1949–2019) fu, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, uno dei teorici più brillanti e combattivi del GRECE — insieme ad Alain de Benoist, la voce intellettuale dominante dell’“età d’oro” della Nouvelle Droite. Ruppe con Alain de Benoist e il GRECE intorno al 1986–87, si ritirò dall’attività militante per circa un decennio e tornò alla ribalta alla fine degli anni ’90 con un corpus di opere nettamente più radicale — L’archeofuturismo(1998), La colonizzazione dell’Europa(2000). Il presente testo è opera del primo Faye: il teorico del GRECE dei primi anni ’80.
L’argomentazione di Faye ruota attorno a un’unica distinzione, volutamente provocatoria. L’«Occidente» non è in declino — si sta espandendo — ma è il declino stesso: una civiltà universalista, egualitaria e tecnicista la cui essenza è l’entropia, l’omogeneizzazione di tutte le forme di vita, rappresentata come una proliferazione cancerosa. L’«Europa», al contrario, non è un principio ma un popolo e una civiltà viva; è quindi semplicemente in decadenza, una malattia dalla quale può guarire attraverso l’autometamorfosi. Faye individua i semi della rigenerazione nell’«ignoranza colta» di una giovane generazione «neo-europea» immunizzata contro la vulgata occidentale, in un atteggiamento «anarchico» di stampo dionisiaco/jüngeriano e nel progetto di «zone autocentrate» distaccate dal mercato planetario.
Questo brano è tratto dal suo libro del 1985 L’Occidente come declino (1985). Moira, con l’aiuto di Stefano Vaj, ha tradotto questo libro in inglese, ed è disponibile come Il declino dell’Occidente, o l’Occidente come declino?: A difesa delle identità dei popoli.
Tradotto da Alexander Raynor (Questa traduzione è opera mia.)
A prima vista, l’errore di Oswald Spengler fu immenso: egli annunciò per il XX secolo il declino dell’Occidente, mentre stiamo assistendo, al contrario, all’affermazione della civiltà occidentale, all’occidentalizzazione della Terra, alla generalizzazione di questo “Occidente” auto-istituito come cultura della specie umana — di cui, per supremo paradosso, le nazioni neo-industriali dell’Oriente costituiranno forse presto l’avanguardia. A prima vista, tuttavia, è al declino dell’Europa che siamo chiamati ad assistere. L’ascesa al potere dell’Occidente e la perdita di sostanza dell’Europa: i due fenomeni sono indubbiamente collegati, l’uno comporta l’altro. Tutto avviene come se, dopo aver dato vita all’Occidente — oggi diffuso su tutto il pianeta —, un’Europa esausta stesse entrando in una nuova era buia.
La tesi qui presentata sarà semplice: l’Occidente non è in declino — è, al contrario, in espansione — ma è il declino stesso. Ed è così sin dalle sue fondamenta, sin dal suo decollo ideologico nel XVIII secolo. L’Europa, dal canto suo, è semplicemente in decadenza. Già l’etimologia lo dice: l’«Occidente» è il luogo dove il sole tramonta. E, nella sua essenza, la civiltà occidentale — un apparente movimento ascendente — si fonde in realtà con una metafisica del declino, un appassimento del principio solare che, superficialmente, sembra fondarla. Questo declino intrinseco, che è la legge dell’Occidente, non è tuttavia facile da discernere, tanto è intriso di paradossi.
• Primo paradosso: mentre l’ideologia occidentale entra in una fase di declino — declino delle teorie progressiste, rivoluzionarie, democratiste, ecc. — la civiltà occidentale registra, anche sul piano politico, un’espansione inarrestabile dei propri regimi economici e politici, siano essi socialisti o capitalisti, a scapito delle tradizioni locali di sovranità e cultura.
• Secondo paradosso: mentre l’Europa sembra — ahimè — iniziare a deperire, nel suo insieme continentale, in un numero impressionante di ambiti, l’Occidente — che costituisce, per Abellio come per Heidegger, il figlio metafisico e geopolitico di questa Europa — esplode su scala planetaria.
• Terzo paradosso: mentre nel cuore stesso della nostra cultura assistiamo all’implosione del significato, al declino dei grandi valori costitutivi, al crollo delle molle spirituali, vediamo al contempo l’ascesa al potere della componente materiale della nostra cultura, della sua “forma” — vale a dire delle sue manifestazioni tecnologiche e scientifiche, che stanno per assumere il dominio assoluto sulla Terra. La civiltà tecnica ed economica che, partita dall’Europa e dal Nord America, sta conquistando l’intero pianeta, non può essere seriamente confusa con un fenomeno di «decadenza». Gli storici ci hanno dimostrato, ad esempio, che la famosa «decadenza dell’Impero Romano» — troppo spesso e erroneamente paragonata alla nostra situazione — fu accompagnata da una regressione delle «forme» della civiltà: tecniche, istituzioni, città, infrastrutture, scambi, ecc. Sempre più strade, fabbriche, aerei, scuole, ospedali, libri, inquinamento ed esseri umani. Più la «struttura» esplode, meno le sue fondamenta ideologiche e morali sembrano solide. Assistiamo parallelamente a un’esplosione delle forme di civiltà e a un’implosione dei valori, delle ideologie e, soprattutto, di tutte le fondamenta morali e spirituali che conferiscono un «senso» globale alle società.
• Quarto paradosso: se ci si limita a considerare il settore dell’economia pura, si osserva una crisi dei meccanismi mondiali di libero scambio commerciale e monetario, ma al tempo stesso un progresso inarrestabile delle tecnologie e dell’organizzazione commerciale e scientifica dell’umanità.
• Quinto paradosso: mentre il crollo dei tassi di fertilità in tutto il mondo (iniziato in Francia nel XVIII secolo e nel Terzo Mondo negli ultimi anni) ha finora determinato uno spopolamento solo nei paesi industrializzati, la popolazione mondiale, in virtù di una semplice legge aritmetica, continua a crescere a un ritmo esponenziale.1
Questi cinque paradossi sono inquietanti. Anziché attraversare declini globali e lineari come le altre civiltà che ci hanno preceduto, viviamo quello che si potrebbe definire un «declino annidato in un’espansione». Come se la civiltà occidentale fosse una macchina impazzita, il cui centro implode mentre la periferia esplode. L’Europa regredisce, l’Occidente si espande. Il significato scompare, le forme crescono. Il «sangue» evapora, ma le vene si ramificano in reti sempre più vuote. Sempre meno cervello, ma sempre più corpo e muscoli. Sempre meno umanità, ma sempre più uomini. Sempre meno culture, ma sempre più civiltà. Tutto ciò assomiglia stranamente a una proliferazione cancerosa. Un cancro, infatti, è il declino della differenziazione qualitativa delle cellule a vantaggio del trionfo della riproduzione quantitativa.
La logica profonda dell’Occidente — attraverso l’egualitarismo sociale, la conversione di tutte le culture agli stessi modelli politici ed economici, attraverso la razionalizzazione dell’esistenza che nemmeno i regimi che la combattono nelle loro dottrine possono evitare — è, fin dalle sue fondamenta, la riduzione dell’organico al meccanico. Il paradosso supremo dell’Occidente è che il suo presupposto è, sotto l’apparenza di crescita e giovinezza, un’entropia, vale a dire una crescente omogeneizzazione delle forme di vita e di civiltà. Ora, l’unica vera forma di declino, come ci insegnano l’astrofisica e la biologia, è proprio l’entropia: la crescita cancerosa di cellule indifferenziate o, secondo il secondo principio della termodinamica, la perdita di energia attraverso l’omogeneizzazione. Da questo punto di vista, l’essenza dell’Occidente è il declino, poiché la sua ragion d’essere è l’uniformazione delle forme di vita umane. E l’essenza del «progresso» è l’entropia. La moltiplicazione esplosiva delle tecnologie serve a mascherare questo declino agli occhi dei suoi stessi protagonisti, esattamente come, nel tragico processo di remissione del cancro, la proliferazione di cellule indifferenziate dà, per un certo tempo, l’illusione della salute e della crescita organica. L’Occidente è un vecchio che si crede un adolescente.
Ma nella misura in cui questa civiltà occidentale entra nella sua “terza età”, vivendo al tempo stesso il trionfo delle sue forme, delle sue quantità, della sua espansione statistica e geografica, e tuttavia l’esaurimento del suo significato, della sua ideologia, dei suoi valori, ci si può chiedere se non sia proprio sull’orlo della risoluzione di quel declino che porta in sé. Ipotesi: sarebbe allora l’intera Terra ad entrare nel periodo del declino, poiché, per la prima volta, un’intera civiltà la unifica — una civiltà minata dall’interno. La civiltà occidentale assomiglia agli alberi di Parigi: continuano a crescere anche mentre vengono rosicchiati.
Si potrebbe ritenere che l’uniformazione dell’intera Terra sotto la legge di un’unica civiltà — politica, economica e culturale — sia un processo bio-cibernetico, poiché si tratta, come hanno dimostrato Lupasco e Nicolescu, di un’omogeneizzazione delle energie. Per il momento questa entropia è “espansiva”; un giorno, come ogni entropia nella sua fase n. 2, diventerà implosiva. E non crediamo, come immagina Lévi-Strauss, che possano sorgere «nuove differenze» e nuove eterogeneità all’interno di una civiltà mondiale ormai occidentalizzata.2Si tratterebbe solo di specificità superficiali, elementi folcloristici o “varianti”.
E nella misura in cui questa adesione storica dell’umanità a un’unica e stessa civiltà occidentale — democratica, prospera, individualista ed egualitaria — costituisce da oltre un secolo il progetto delle ideologie del Progresso, siano esse socialiste o liberali, non ci si deve forse chiedere se l’idea stessa di Progresso non sia la figura centrale del Declino? La materia e l’essenza del Progresso sono l’adesione di tutti gli uomini alla stessa condizione e alla stessa morale sociale, ritenuta universale. In questo senso, le dottrine progressiste, secolarizzando le religioni monoteiste della verità rivelata, hanno messo in moto un processo di fine della storia, di fine delle storie di ciascun popolo. Oggi intravediamo questa fine della storia: uno status quo planetario attraverso la minaccia termonucleare, un condominio sovietico-americano sul mondo che congela le indipendenze nazionali, una «gestione» tecno-economica e finanziaria di un’economia mondiale che uniformizza i modi di produzione e di consumo, ecc. Si ripete all’infinito, sulla scia di Alvin Toffler, che stiamo entrando nella «terza rivoluzione industriale»; questo è vero, ma non perdiamo comunque di vista questo sorprendente paradosso: al fantastico sconvolgimento delle forme socio-economiche corrisponde la glaciazione delle forme politiche e «storiche». Viviamo una «mutazione immobile». Tutto vibra (tecnologie, relazioni sociali ed economiche) ma nulla «si muove» (geopolitica); o meglio, nulla si muove ancora. E, come la coscienza storica, anche le idee e i valori si stanno congelando.
Dietro al suo trionfo, la civiltà occidentale vede oggi spezzata la sua molla motrice: i suoi miti fondanti e le sue ideologie appassiscono e si sclerotizzano. Il progressismo, l’egualitarismo, lo scientismo, il socialismo hanno disincantato i propri sostenitori e non riescono più a mobilitare energie. I modelli politici di una civiltà quantitativa, interamente fondata sull’economia, hanno prodotto in Oriente un totalitarismo tirannico, in Occidente il totalitarismo morbido e dispotico della società dei consumi previsto da Tocqueville, e nel Terzo Mondo l’etnocidio e il pauperismo di massa — quest’ultimo mascherato dalla triste mistica dello «sviluppo».
Assumendo un carattere antirivoluzionario, le ideologie occidentali, a immagine della civiltà neoprimitiva che rappresentano, convergono oggi in un social-liberalismo tiepido, cinico, privo di progetti, manageriale e irrilevante, incentrato sulla vulgata accademica dei “Diritti dell’Uomo”, di cui Claude Polin ha ben dimostrato l’insensatezza e l’inefficacia.3Priva di ogni trascendenza, organizzata nel suo principio attorno al rifiuto di qualsiasi riferimento allo spirituale, la civiltà occidentale è l’organizzazione tecnico-razionale dell’ateismo. Ora, mutilata dei suoi dei, qualunque essi siano, una cultura umana si condanna a lungo termine, anche se altrove risplende lo splendore di Mammona, anche se l’accumulo tecnologico, la progressione nominale dei redditi o il «progresso della giustizia sociale» danno l’illusione di vitalità.
Ma questa ascesa dell’economia e della tecnica — in nome di cosa si dovrebbe considerarla un miglioramento? È facile dimostrare, ad esempio, che i processi mentali della società dei consumi — anche dal punto di vista dell’intelligenza gnoso-pratica e tecnica — non sono necessariamente più elaborati di quelli delle società tradizionali. La società tecnica vede, concretamente, il declino dell’«spirituale» (Evola) o dell’«essere» (Heidegger), e forse anche dell’intelligenza nelle sue forme di vita.4E, paradossalmente, poiché il mondo — contrariamente alle concezioni cristiane — non è dualista ma associa, in un’apparente contraddizione, ciò che è più immateriale e ciò che è più biologico nella stessa unità organica e vitalista, non sorprende che al declino spirituale corrisponda anche il declino dello spirito di stirpe, il declino demografico. La coscienza biologica e la coscienza spirituale sono legate. La separazione operata dal dualismo cristiano tra Dio e il mondo ha profondamente segnato la civiltà occidentale, rompendo con l’unità del trascendente e dell’immanente propria della tradizione ellenica. Penetrando nell’inconscio collettivo e nelle forme della civiltà, questo dualismo ha progressivamente dato origine a un disincanto e a una desacralizzazione del mondo, a una civiltà schizofrenica: da qui le separazioni mutilanti tra lo Stato-Padre-e-Giudice e la società, tra la Legge e il popolo, tra le razionalità del liberalismo e del socialismo e lo slancio vitale «cieco» (ma per questo chiaroveggente perché «oscuro») delle civiltà, tra l’individuo elevato a monade e le sue comunità, tra l’apparente legittimità dell’Occidente — vale a dire questa «democrazia» di cui tutti (tiranni compresi) sostengono di far parte senza percepirne il significato — e le reali aspirazioni delle popolazioni, tra la Tecnica, figura dominante dell’epoca, e l’ideologia.
Questi ultimi due punti meritano una precisazione. Il divario tra la Tecnica — oggi prosaica e disincantata — e l’ideologia è stato spesso frainteso, in particolare da Spengler e Jünger. A nostro avviso, non è la Tecnica a costituire la causa del materialismo, dell’uniformismo e della destinalizzazione dell’Occidente; è piuttosto l’ideologia occidentale stessa ad aver fatto di questa Tecnica il motore della sua logica mortifera. La tecnica è disincantata, ma non è il disincanto nella sua essenza. La ragione di ciò sta nel divorzio tra l’essenza della Tecnica — che è, come intuì Heidegger, poetica, lirica, faustiana, quindi spirituale e «artistica» — e le ideologie dominanti in Occidente, che attribuiscono a questa Tecnica solo il prosaismo meccanico dell’addomesticamento attraverso il benessere e la riducono a una «tecnologia della felicità individuale». Se il razzo Ariane non fa sognare quando dovrebbe, quando dovrebbe rappresentare per il nostro immaginario la «trasfigurazione degli dei», è perché la sua finalità è la ritrasmissione di programmi televisivi, vale a dire l’espressione della più piatta «banalità».
E quando Gilbert Durand invoca la rinascita delle ombre dell’immaginario, forse le uniche in grado di contrastare il disincanto della società tecno-consumistica, non è nel consumo del passato, nei musei, negli studi, nelle nostalgie, nei miti archiviati su schede informatiche, che esse potranno essere ritrovate. È, paradossalmente, nella contemplazione pura dei computer stessi, nei razzi e nelle centrali elettriche — in breve, in una Tecnica che porta in sé il più grande potenziale di sogno che l’umanità sia mai riuscita a trovare, e che oggi è neutralizzata, scollegata, da ideologie e modelli sociali interamente dominati dalla meschinità domestica e dalla fredda logica contabile delle burocrazie.
La seconda grave conseguenza del dualismo occidentale riguarda il divario tra il regime politico ufficiale (la famosa “democrazia”) e il modo in cui tale regime viene concretamente percepito, e socialmente vissuto, dai cosiddetti “cittadini”. Possiamo qui solo elencare, senza approfondirli, gli effetti di questa separazione: la radicale non rappresentatività della classe politica, l’onnipotenza delle feudalità minoritarie (organizzazioni sindacali, media, reti bancarie, organismi tecnocratici), il simulacro della partecipazione elettorale dei cittadini al potere attraverso il carattere irrilevante della posta in gioco nelle votazioni, la costante volontà dei partiti politici di distorcere a proprio vantaggio la reale opinione del popolo, ecc. Più che mai, l’opposizione tra il paese reale [pays réel] e il paese legale [pays légal] rimane la regola.
Fondato sulla sovranità del popolo, l’Occidente la attua ancora meno delle società tradizionali tanto denigrate come tiranniche. A questo proposito, la cosa più grave non è l’assenza di “democrazia” (sarebbe meglio, tutto sommato, avere un potere che riconosca ufficialmente l’impossibilità della democrazia e che fondasse la sovranità su — ad esempio — un’autocrazia sacralizzata), ma la schizofrenia endemica, la menzogna permanente di un sistema di potere che, in Oriente come in Occidente, trae la propria legittimità da un principio (il Popolo sovrano) che non solo non viene applicato, ma la cui applicazione le classi dominanti si preoccupano principalmente di impedire. Infatti, cosa temono e combattono maggiormente i partiti, i sindacati, i grandi organismi, i media progressisti (e, nell’URSS, il PCUS), se non la democrazia diretta, se non il cesarismo referendario in cui l’opinione brutale del popolo si esprime senza giri di parole? E perché temono così tanto questo popolo? Perché sanno bene che nelle sue profondità l’umanesimo, l’egualitarismo illuminato, il cosmopolitismo sradicato non trovano spazio. Sanno che all’interno del popolo «ignorante», lasciato a se stesso senza la supervisione delle «élite» sindacali, partitocratiche e giornalistiche, vivono ancora valori e aspirazioni che non corrispondono a ciò che si aspettano gli scribi, i tecnocrati, i politici e i sacerdoti.
Questi, che ricoprono il ruolo di “élite europee” ma non ne hanno la statura, preda del vuoto intellettuale e ideologico, si aggrappano alla vulgata occidentale come a un salvagente. La “destra” e la “sinistra” politiche fanno convergere i loro discorsi impoveriti nello stesso atlantismo social-liberale. Con sfacciataggine, la sinistra francese, dopo il prevedibile fallimento del proprio «socialismo», ne celebra il funerale discreto e si autoproclama portavoce del capitalismo e dell’individualismo, abbandonando definitivamente ogni discorso rivoluzionario. Nasce così, sul piano ideologico come sul terreno politico, una «sinistra-destra», il nuovo partito unico delle democrazie occidentali, che si riconosce nell’atlantismo, nella difesa dell’Occidente (tema un tempo proprio dei criptofascisti), nel reaganismo, nella filosofia sommaria dei diritti dell’uomo e nel conservatorismo.
Questo “asse sinistra-destra” ideologico e politico è caratterizzato non solo dal suo occidentalismo, ma anche dalla sua deriva antieuropea, mascherata da un antisovietismo di primo piano e da un discorso apparentemente filoeuropeo. L’obiettivo è negare all’Europa ogni specificità e ogni indipendenza, definendola una mera zona (e uno scudo) dell’Occidente atlantico.5
Ora accade che, senza dubbio per la prima volta nella sua storia, l’Europa non condivida più gli interessi dell’Occidente (culturali, geopolitici ed economici), e che sia diventato necessario un distacco tra l’Europa e l’Occidente di impronta americana. È proprio perché fa parte esclusivamente della civiltà occidentale — che un tempo era europea ma ora non lo è più — che l’Europa è entrata in decadenza. Le figure della decadenza europea sono note. Ricordiamole per la cronaca: questa civiltà, che è ancora praticamente la più densa e potente della Terra, giace, come un Gulliver incatenato, smembrata dal condominio sovietico-americano. Privata dell’indipendenza politica, futuro campo chiuso di uno scontro tra i due Super-Grandi, l’Europa vive con la prospettiva del proprio genocidio nucleare. Il «giorno dopo» non preoccupa, in realtà, i nostri due protettori. Vittima di una guerra economica che la deindustrializza, preda al centro della colonizzazione e dell’occupazione e, a ovest, della deculturazione e dello sfruttamento, l’Europa è anche in caduta libera demografica. In ogni ambito, dopo essere esplosa, l’Europa, come un buco nero, implode. Entra, come dopo la caduta di Roma, in una nuova era buia.
Ma la decadenza europea è meno grave e non sembra della stessa natura del “declino esplosivo” che affligge l’Occidente. Quest’ultimo, ripetiamolo, è il declino; porta in sé il deperimento di tutte le cose. Il declino di un organismo è senza rimedio, perché ne tocca le fondamenta e il principio. L’Occidente ha un principio, astratto: è l’ideologia (l’americanismo o il sovietismo, entrambe secolarizzazioni del cristianesimo). Ora, l’Europa non è un principio, ma un popolo, una civiltà, una storia, di natura viva e organica e non meccanica. In questo senso l’Europa è semplicemente in decadenza. Sta attraversando un’epoca buia dalla quale può riprendersi. È malata e può guarire attraverso l’autometamorfosi, mentre l’Occidente è incurabile perché non può metamorfizzarsi, poiché obbedisce a una logica lineare, ignara di ogni polimorfismo.
Come afferma lo storico Robert Steuckers, l’Occidente americano è l’alleanza tra l’Ingegnere e il Predicatore; l’Occidente sovietico è l’alleanza tra l’Ingegnere e l’Ideologo. Ora l’Ideologo e il Predicatore stanno perdendo, proprio in questo momento, la loro legittimità, il loro fascino, il loro incanto. L’opera dell’Ingegnere, che si fondava esclusivamente sull’equilibrio precario dei propri discorsi e che continua, ancora per un po’, per effetto di inerzia, il proprio percorso, è destinata a fallire nel lungo periodo perché non è più alimentata. L’Europa, d’altra parte, è l’alleanza tra l’Ingegnere e lo Storico. Il discorso di quest’ultimo — irrazionale, fondato sulle profondità dell’immaginario — può senza dubbio entrare in crisi come oggi, ma è inesauribile perché può rigenerarsi secondo il principio dionisiaco della perpetua efflorescenza. L’Europa è legata al discorso occidentale solo in via provvisoria. I suoi «principi di vita» sono molteplici: un popolo non deve la propria esistenza, a differenza dell’Occidente americano o sovietico, a un meccanismo ideologico, a una legittimità «politica» che deve essere incessantemente giustificata, o, peggio ancora, alla logica quantitativa dell’economia. Per sopravvivere, un vero popolo — come nel caso dell’Europa e di molte civiltà del «Terzo Mondo» — non ha nulla «da dimostrare». L’Occidente, dal canto suo, deve incessantemente «dimostrare»; ora, questo è proprio ciò che non è più in grado di fare…
La decadenza europea è legata agli effetti della civiltà occidentale, che si tratti di americanismo o di sovietismo. Ma, paradossalmente, il declino già iniziato di questa civiltà, anche se a prima vista sembra essere la causa della decadenza europea, costituirà, in una seconda fase, la condizione per una rigenerazione della cultura europea. La condizione per una rinascita europea va ricercata in un’autometamorfosi, come la nostra storia ne ha conosciute diverse: l’abbandono delle ideologie occidentali e la nascita di nuovi fondamenti che ancora non conosciamo, che non potranno che essere irrazionali e spirituali e che, a loro volta, dureranno solo per un certo tempo. Ma la civiltà normalizzata, avendo trasformato i propri principi spirituali fondanti in una moralità prosaica e normativa, non lascia più spazio alla creazione di valori mobilitanti. Il narcisismo diventa il destino degli individui che si isolano nel presentismo, di fronte a una società ormai autonoma, le cui norme non hanno altri fini se non se stesse. In queste condizioni, si possono considerare come un «ritorno del senso», come una risposta spontanea della società alle strutture normalizzanti, le molteplici manifestazioni contemporanee che, nelle loro «esplosioni», sembrano sconfiggere la trasparenza razionale dei discorsi e la freddezza dei meccanismi tecno-economici?
I recenti fenomeni di liberalizzazione dei costumi, la creatività dei gruppi che si presentano in “ritardo” rispetto a quanto la sociologia ritiene di scoprire in termini di nuovi tipi di relazioni umane, il diffuso movimento di ri-radicamento culturale che sembra preannunciare un risveglio delle culture popolari contro la cultura di massa mercantile, ecc. — tutto ciò fa presagire un rinnovamento di un “paganesimo sociale” contro la normalizzazione degli Stati del benessere? Oppure non stiamo assistendo alla nascita di «valvole di sfogo», come porosità nel corpo della norma attraverso le quali sfuggirebbero, in quantità programmate, energie potenzialmente pericolose che verrebbero recuperate e neutralizzate, trasformate in «distrazioni», riprodotte come «tempo libero»? È difficile rispondere.
Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la nostra epoca vede coesistere due fenomeni opposti: da un lato il rafforzamento delle norme tecno-economiche, dall’altro la liberazione delle moralità private. L’eteronomia sociale risponde all’autonomizzazione delle regole non economiche dell’esistenza. Questo parallelismo, che non è necessariamente frutto del caso, ci spinge a considerare con grande attenzione la funzione dei movimenti di liberazione e di innovazione dei costumi, senza tuttavia trascurare le speranze che essi possono anche suscitare. In ogni caso, per rispondere a questo desiderio di normalità — diventato effettiva normalizzazione — in cui l’ideologia occidentale ci rinchiude, sono incline a riporre maggiore speranza nei popoli piuttosto che nelle società: quei popoli messi in moto non dalle «vibrazioni» dei costumi, ma dai movimenti della storia. Ora, l’Europa, prima di essere una società, non è forse innanzitutto un popolo? Paradossalmente, la possibilità dell’Europa risiede forse nella sua vecchiaia, che può trasformarsi in giovinezza: l’Europa, toccata per prima dalla civiltà occidentale, sarà forse la prima a reagire contro di essa. In tal caso, la decadenza sarebbe un fattore di anti-declino, e la senescenza un fattore di esperienza e ringiovanimento: disillusi, tornati da ogni cosa, i neo-europei delle giovani generazioni che, nella loro «ignoranza colta», non vogliono nemmeno più sapere cosa significhino politica, democrazia, uguaglianza, diritti dell’uomo, sviluppo, ecc. , che non credono più nel volgare prometeismo delle mistiche socialiste o capitaliste, tornano, grazie a questa apparente depoliticizzazione, alle cose essenziali: «non vogliamo morire, insieme al nostro popolo, schiacciati da una guerra atomica in Europa la cui posta in gioco non è la nostra; non vogliamo “impegnarci” a destra o a sinistra, in un occidentalismo o in un sovietismo che sono solo le facce falsamente antagoniste dello stesso totalitarismo». Questo discorso è frequente tra i giovani. Tanto meglio; è quello dell’«Anarch» di Ernst Jünger. È un discorso rivoluzionario e impegnato sotto le apparenze del disimpegno e dell’incivismo. È l’atteggiamento dei neutralisti tedeschi, che non esprimono affatto una rassegnazione, ma una prodigiosa energia, l’eterna astuzia del popolo che sa che ci si può riprendere da un «regime politico» ma non da un olocausto.
La rinascita arborescente — astuta o inconsapevole — delle vitalità popolari di ogni genere contro il freddo ordine dei pianificatori o dei liberali, dei centralizzatori o dei decentralizzatori, dei politici, degli “umanisti”, dei sacerdoti, dei professori, dei socialismi, dei liberalismi, dei fascismi — e persino degli “anarchismi”… — contro i regolamenti, le reti, i programmi e i circuiti, contro l’uguaglianza e la disuguaglianza, la giustizia e la tirannia, la libertà e l’oppressione, la democrazia e il dispotismo, la società permissiva o il totalitarismo — in breve, contro tutti questi falsi opposti, queste false finestre delle ideologie occidentali il cui disegno comune è, come quello di Mosè nell’antichità, quello di imporre la propria Legge contro la vita e il reale — questa rinascita, dunque, costituisce oggi, in particolare nelle giovani generazioni, la principale forza di anti-declino. Al di fuori degli Stati e delle istituzioni ufficiali dei paesi occidentali, che oggi sono diventate forze di appassimento, si deve parlare di una resistenza popolare. Resistenza alle decadenze, allo statalismo sociale, ai piatti preconfezionati dell’angelismo umanitario e delle credenze progressiste, resistenza della saggezza dionisiaca di fronte alla follia prometeica dei livellatori — una resistenza multiforme di cui la crescente indifferenza verso la politica è solo un aspetto.
Questo vitalismo sociale non è un disimpegno, ma un impegno. In un mondo in cui tutto ciò che si vuole legittimo e istituzionalizzato fa appello al narcisismo di massa, al lavoro alienato, al presentismo, al macchinismo, allo sradicamento, nuove energie emergono spontaneamente e, nonostante le pressioni dei poteri e delle pedagogie, osano «fare musica senza solfeggio». Figli della decadenza, i neo-europei, nuovi barbari, non conoscono nemmeno più la vulgata del moralismo umanitario occidentale. Questo è l’effetto perverso — e dal nostro punto di vista quello positivo — del declino dell’educazione culturale in Europa: con il pretesto dell’uguaglianza e dell’universalismo, l’ideologia dominante ha trascurato l’insegnamento della cultura d’élite. Ma ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. Le giovani generazioni si ritrovano forse deculturate, private della memoria — che era l’obiettivo perseguito dai professori dello sradicamento — ma anche (il che è senza dubbio un evento considerevole) liberate dagli scolastici e dai tabù delle ideologie mortifere dell’Occidente. I grandi concetti sacri (Uguaglianza, Democrazia, Politica, Libertà, Economia, Sviluppo, ecc.), responsabili del declino, galleggiano ormai come cadaveri nel pantheon mentale delle giovani generazioni.
Allora si verificherà una delle due cose: o questa fine radicale della “cultura classica” (alla quale, nonostante tutto, appartengono tutte le attuali categorie politiche e tutta la mistica egualitaria dell’Occidente) darà origine solo al vuoto e all’immersione nel neoprimitivismo, oppure farà emergere la profondità purificata della psiche europea, quella profondità che scaturisce dal nostro “istinto greco”. Alla diagnosi apparentemente pessimistica della «fine della storia» che sembra toccare gli europei, si può senza dubbio obiettare che, a livello del quotidiano, dell’intensità della vita delle società, le «storie» continuano a dispiegare le loro strategie, e che non bisogna fare la Cassandra. Ma, private della dimensione «storica» (e non di quella «politica», poiché «politica», «individualismo» e «fine della storia» vanno di pari passo) della loro esistenza, spogliate di una prospettiva sovrana, le società europee potrebbero ancora conoscere, nelle loro dinamiche private e quotidiane, nell’energia segreta del popolo, «storie», avventure, impulsi creativi?
Nessuno può rispondere. Due indicatori positivi, due potenti fattori di rigenerazione, possono tuttavia essere individuati all’interno della decadenza stessa. Primo indicatore: la proliferazione dionisiaca di nuovi comportamenti sociali paralleli, secessionisti e sensuali, legati a una rinascita contemporanea dell’estetica europea, che aggirano le istituzioni, le conoscenze istituzionalizzate, le reti tecnocratiche, e che la sociologia di Maffesoli porta alla luce — costituiscono al tempo stesso il segno che la moralità regolamentata, che il borghismo tecnomorfo della civiltà occidentale (vale a dire del declino) si scontra con l’inerzia del popolo, ma anche che stiamo assistendo a una rinascita dell’immaginario, dell’irrazionale, delle forze quotidiane inconsapevoli del proprio potere. Queste forze sono quelle che danno alle nazioni i loro grandi artisti, i loro grandi imprenditori. Come il seme durante l’inverno, dobbiamo a tutti i costi sperare che le energie della società civile germoglino. Domani potrebbero essere fecondate da una sovranità a venire, se il Destino — che non rimane mai a lungo in silenzio — così decidesse.
Secondo indicatore. A questo fattore di rigenerazione interna si aggiunge un possibile motivo di rigenerazione esterna. Si tratta, paradossalmente, del grande “rischio” di vedere la civiltà progressista e globale dell’Occidente naufragare in una crisi gigantesca. Il declino latente diventerebbe, nel senso inteso da Thom, una catastrofe. Infatti, all’attuale periodo di auto-risoluzione delle crisi attraverso una fuga in avanti tecnologica, alla macro-stabilità del sistema occidentale, potrebbe benissimo succedere una destabilizzazione piuttosto brutale. Ci stiamo infatti dirigendo verso una fine di secolo in cui convergeranno evoluzioni il cui parallelismo è per il momento un fattore di «crescita» (canceroso), ma il cui incontro e fusione rischiano di essere la causa di un gigantesco squilibrio planetario. Queste «linee evolutive» sono: i crescenti squilibri economici provocati dallo «sviluppo» neocoloniale del Terzo Mondo; gli effetti cumulativi del congelamento geostrategico (status quo) imposto dalle superpotenze, combinati con la sofisticazione e la densificazione degli armamenti iperdistruttivi; il proseguimento del declino della democrazia sia in Occidente che in Oriente; l’ampliamento del divario demografico Nord-Sud; il divario tra popolazione e risorse nei paesi poveri; l’ascesa delle forze di autoaffermazione nazionale e religiosa nel Terzo Mondo, parallelamente al rafforzamento di una tecnostruttura mondiale; e così via.
La nostra epoca è dominata dalla minaccia di un “punto di rottura” che si profila all’orizzonte della fine del XX secolo, dove un’umanità sovraffollata si scontrerà con sfide convergenti di natura alimentare, ecologica, geopolitica e così via. Ormai, nessuna società tradizionale è in grado di risolverle. Il ritorno a un modello di civiltà “olistico” e antitecnologico è impossibile. Siamo condannati alla normalità occidentale? L’ambiguità della modernità è riconoscibile nel fatto che essa si afferma come unico rimedio ai mali che essa stessa ha provocato. Eppure — per citare solo l’esempio dell’economia — sarebbe interessante prestare ascolto alle nuove dottrine che tentano di risolvere questa contraddizione; esse ci sembrano di gran lunga più originali dell’impostura intellettuale del ritorno di Adam Smith sotto la maschera pubblicitaria dei «nuovi economisti».
Queste nuove dottrine a cui alludo, difese in Francia da François Perroux, André Grjebine, François Partant e altri, sostengono l’abbandono, non dell’industria e della tecnologia, ma della norma universale di un mercato planetario e di un sistema di scambio e produzione. Si pronunciano a favore della costruzione progressiva di zone «autocentrate», in cui le unità culturali, politiche, economiche e geopolitiche si sovrapporrebbero, dove il produttivismo mercantile, il contenuto dei «bisogni» umani e il ruolo dell’economia nella società verrebbero ripensati da cima a fondo. Il punto è, in un certo senso, concepire una modernità che non sia più globalmente normativa.
Brutale o progressista che sia, la vera crisi è davanti a noi. O porterà a un declino definitivo, al bacio dei megatoni, al grande sole nucleare che potrebbe benissimo illuminare la fine di questo secolo con il fuoco dell’olocausto dei vertebrati superiori; oppure, al di fuori di questa prospettiva al tempo stesso terrificante e altamente estetica, la civiltà occidentale, scontrandosi con questa «convergenza delle evoluzioni», non sarà più fisicamente in grado di continuare a funzionare. Non essendo riusciti a prevederla con serenità, saremmo allora costretti a organizzare, sull’orlo della tomba, l’autarchia economica, la post-democrazia — in breve, nuovi principi politici di vita in società. Questi principi non sarebbero certamente più quelli del progressismo occidentale. Ogni regione del mondo improvviserebbe la propria soluzione…
Allora, per evitare una simile improvvisazione, spetta forse agli intellettuali illuminati — coloro che oggi sfuggono ai grandi dogmi raggrinziti dell’umanesimo, del liberalismo, del socialismo, ecc. — riflettere su questi nuovi principi, sui valori postmoderni in grado di prendere il posto di questa lunga processione di illusioni che oggi si confondono con il declino e che ancora costituiscono, ahimè, il corpo di quella vulgata occidentale che funge da sapere per le élite europee.
Cfr., a questo proposito, Alain Girard, L’uomo e il numero degli uomini(L’uomo e il numero degli uomini), PUF, 1984.
Claude Lévi-Strauss, Testi forniti(Parole date), Calmann-Lévy, 1984.
Claude Polin, Lo spirito totalitario(Lo spirito totalitario), Sirey.
Julius Evola, Gli uomini tra le rovine(Uomini tra le rovine), Trédaniel, 1984.
Cfr. a questo proposito, Laurent Joffrin, La sinistra in via di estinzione(La sinistra in via di scomparsa), Seuil, 1984.

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