POPOLO VS. DEMOCRAZIA, di Teodoro Klitsche de la Grange

POPOLO VS. DEMOCRAZIA

L’“insorgenza” del 6 gennaio a Washington ripropone una questione sui poteri del popolo in una democrazia.

Problema antico. Già Tucidide nel riportare il celebre discorso di Pericle per i caduti della guerra del Peloponneso, narra che il demagogo fa un elenco di diritti, doveri, funzioni e sul modo in cui il “popolo” ateniese le esercita, per connotare il concetto di democrazia dell’Atene di (circa) duemilacinquecento anni fa: la democrazia ha tale nome – diceva Pericle “perché la città è affidata non a una oligarchia, ma a una più vasta cerchia di cittadini; le leggi sono uguali per tutti (isonomia); tutti hanno diritto di esercitare le cariche pubbliche (accesso); la povertà non è un limite a ciò”. La difesa di tutti (la guerra) è dovere di ogni cittadino; morire in guerra rivela il valore dell’uomo1.

Così Polibio, evidenziando l’elemento democratico della Costituzione romana (repubblicana) ne elencava i poteri esercitati dal popolo2.

Cosa succede quando è introdotto il concetto di sovrano? Bodin riferendosi al sovrano (per un francese del ‘500, il re), ne delinea due connotati decisivi: che il sovrano è tale perché la sua volontà non dipende da altri e perché è sopra il diritto, almeno nel caso d’eccezione. Nella situazione eccezionale il sovrano decide se e come infrangere il diritto, vigente in quella normale. Poi elenca i poteri che competono al sovrano per essere tale anche nei frangenti normali. Il giurista francese li denomina “les vraies marques de la souvreraineté” (nominare le alte cariche, decidere la pace e la guerra, dare la grazia e così via)3; e ritiene essere i connotati che servono ad identificare, tra gli organi pubblici, quello sovrano4.

Gli elementi decisivi (indipendenza da altri e potere non limitato dal diritto) indicati da Bodin successivamente erano spesso ripetuti. Anche Thomas Hobbes, dopo aver argomentato sulla istituzione del corpo politico – e così del Sovrano – enumerava i poteri che allo stesso competono per esercitare la funzione (di protezione), in modo simile a quanto scriveva Bodin5.

Carré de Malberg scriveva che la nozione della sovranità non ha che un significato negativo: e questa negatività è soprattutto data dalla possibilità per il sovrano di non essere obbligato a dover riconoscere volontà allo stesso superiori né limiti inderogabili6.

Max von Seydel sottolinea in particolar modo che per il concetto di Stato uno dei requisiti essenziali è d’esser “dominato da un supremo volere… lo Stato non è affatto il volere sovrano, né possiede il volere sovrano, anzi, è diverso da esso. Il volere sovrano è sopra lo Stato, e la soggezione ad esso dà al territorio e al popolo la qualità di Stato7. Onde è un errore logico confondere dominatore e dominato, concepirlo come da von Stein quale “tutto unico, come risultante dell’oggetto del dominio (Stato) e dell’investito del dominio. Quest’ultimo concetto si trova del resto già in Grozio: Imperium, quod in rege ut in capite, in populo manet ut in toto, cuius pars est caput. E questo è erroneo per ciò, che il sovrano essendo quello che effettua l’unità, non può esso stesso insieme con lo Stato formare l’unità”. Ne consegue che “Il volere sovrano è quindi sempre un volere sopra lo Stato, non un volere dello Stato, e nel disconoscimento di questo rapporto sta l’errore di rappresentare lo Stato come personalità”. D’altra parte nella rivoluzione francese Sieyès aveva già collegato il sovrano alla volontà assoluta, creatrice di forme politiche: il pouvoir constituant, dove il rapporto tra volontà nazionale e diritto costituito corrisponde a quello che avrebbe, circa un secolo dopo (della sovranità), scritto von Seydel «“La nazione – scrive infatti Sieyès – è preesistente a tutto, è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alla legge, è la legge stessa. Prima e sopra di essa non c’è che il diritto naturale”. Poco più avanti prosegue: “Sarebbe ridicolo supporre la nazione vincolata anch’essa dalle modalità e dalla Costituzione cui ha assoggettato i propri mandatari. Se per diventare una nazione le fosse stata necessaria una forma positiva essa non sarebbe diritto naturale […]. La nazione è tutto ciò che è in grado di essere per il solo fatto di esistere. Non dipende dalla sua volontà attribuirsi più diritti di quanti ne abbia […]. Alla volontà nazionale basta (invece) soltanto la propria realtà per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità8.

Con questo, l’abate confermava e sviluppava quanto scriveva Rousseau che “Il Sovrano, per il solo fatto di essere, è sempre tutto ciò che deve essere9

Tuttavia, quale conseguenza del dominio sullo Stato, il Sovrano esercita un’attività nello Stato: legislazione, amministrazione, giurisdizione sono le branche (i poteri costituiti) in cui si articola (e si esercita) la sovranità attraverso decisioni e nomine.

Anche Carl Schmitt distingue il popolo “davanti” e “al di sopra” della Costituzione e il popolo “entro” la Costituzione nell’esercizio dei poteri regolati con leggi costituzionali10.

Senza voler ripetere quel che è affermato da tanti, è necessario ricordare che, se pure il concetto di sovrano è stato per così dire spersonalizzato, in particolare nella formula della sovranità dello Stato, è sempre esistita l’opinione che il popolo abbia, quanto meno laddove eserciti il pouvoir constituant, il potere di fare tutto, perché è “ciò che deve essere per il solo fatto di esistere”: e ciò anche per creare, modificare, trasformare la forma politica (Sieyès). Accanto al popolo che elegge, vota ai referendum, esercita l’iniziativa legislativa popolare, esiste un popolo sovrano perché sovrasta l’ordinamento. Ossia che è potere costituente, e non solo partecipazione/esercizio a e di poteri costituiti.

Il problema è come il popolo possa agire se non è potere costituito “in forma”. Scrive Matteucci a tale proposito che “il potere costituente del popolo conosce ormai consolidate procedure (assemblee ad hoc, ratifiche attraverso un referendum), capaci di garantire che il nuovo ordine corrisponda alla volontà popolare…il potere costituente del popolo è una sintesi di potere e diritto, di essere e dover essere, di azione e consenso, perché basa la creazione della nuova società sul iuris consensu11. Al contrario di tanti, lo studioso scomparso non vede nel potere costituente del popolo una negazione della democrazia ma, a determinate condizioni, la sua espressione culminante. Va da se che la contraria opinione non spiega la trasformazione (di fatto) dell’ordinamento e, al limite, finisce anche per contestarne il carattere democratico, pur se rispettoso delle procedure sì straordinarie (extra legem) ma rispettose della volontà popolare.

Accanto a queste c’è anche il carattere pubblico, sempre connesso al popolo12, e che ne fa, se riunito, una “grandezza politica”13; ma la cui disamina eccede i limiti di questo breve scritto14.

4. Limitandoci quindi al popolo dentro” la Costituzione, occorre concludere valutando quale sia la pratica “democratica” di coloro che sostengono il popolo solo come agente “in forma”, titolare della sovranità ma che la deve esercitare “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Quanto all’essere il popolo “al di sopra” della costituzione nelle dichiarazioni di esponenti politici e culturali dell’establishment non se ne parla se non per lanciare anatemi; sulla base (prevalente) che tale concezione è contraria alla democrazia liberale. I media mainstream, disciplinati e allineati (come l’intendenza) seguono.

Resterebbe al popolo, per essere considerato (rispettosamente) costituzionale, legalitario e disciplinato, almeno di agire “dentro” la Costituzione ad esercitare quei poteri, e determinare così coerenti comportamenti degli organi pubblici, che la Costituzione gli attribuisce.

Ma anche questo pare, ai “democratici” (anti-populisti) eccessivo e inopportuno.

Alcuni (tra i tanti esempi che si potrebbero fare) lo provano.

Quando il popolo inglese stava per votare nel referendum consultivo sulla Brexit, i commenti dei demo-globalisti erano prossimi al razzismo bio-etico: il popolo è inferiore, culturalmente, intellettualmente e moralmente e quindi non deve votare su argomenti che solo i “tecnici” (leggi le èlite) possono capire e valutare.

Il sen. Monti si distinse (pochi giorni prima che gli inglesi dessero la (decisa) delusione ai globalisti), sia per aver rimproverato duramente Cameron per aver indetto il referendum, sia per essersi rallegrato che la costituzione italiana sottraesse alla decisione popolare la materia dei trattati internazionali. Bisogna dar atto al sen. Monti di essere coerente nella vita e nelle idee: in effetti non risulta sia stato mai eletto dal popolo (quindi dal basso) né in Parlamento né altrove; ogni incarico l’ha ottenuto per nomina (dall’alto). Per cui si capisce il motivo della considerazione che nutre dei cittadini elettori.

Del pari non fu chiesto affatto agli elettori italiani nel 2011 se gradivano che il governo Berlusconi, il quale aveva ottenuto nel 2008 la maggioranza degli eletti in Parlamento, dovesse essere sostituito, come fu, dal Governo Monti, così nuovo Premier, sponsorizzato (anche) da leaders stranieri, e mai eletto, forse neppure in un condominio. Si disse (e poi si ripeté) che la fiducia “la davano i mercati”. Ma in una democrazia consenso e fiducia (non tanto in senso tecnico-parlamentare, quanto d’integrazione, consonanza, corrispondenza tra governanti e governati) devono esistere tra popolo e governo indipendentemente dai mercati. E non solo formalmente: perché formalmente il Governo Monti ebbe la fiducia del Parlamento: ma il seguito con i “flop” elettorali di qualsiasi cosa (coalizione, partito, lista) richiamasse Monti e il suo governo, ne ha sempre confermato i livelli modestissimi di gradimento.

Anche i governi successivi a quello di Monti (tranne – in parte – il Conte 1) non hanno rispettato il nesso, anche indiretto, tra decisione dei cittadini e formazione del governo. All’alba della seconda repubblica si sosteneva che la legge elettorale maggioritaria a quello (soprattutto) serviva. Il seguito della storia dimostra che non era(è) sufficiente. Comunque nessun Presidente del consiglio, da Monti in poi, è quello plebiscitato (e quindi gradito) dagli elettori. Quello che non doveva essere, o al massimo essere eccezione, è diventata la regola, una “convenzione costituzionale”. Neppure la conformità all’orientamento dell’opinione pubblica, che è, in qualche misura (anche se modesta) il surrogato dell’Agorà è stata osservata. Ad esempio il Governo Conte-bis, nato dal patto tra due partiti aventi la maggioranza parlamentare, e teoricamente la maggiormente dei suffragi dei votanti alle elezioni politiche del 2018 (circa il 20% il PD e oltre il 30% il M5S), l’aveva persa, già prima di nascere (v. elezioni europee 2019). Più che i numeri dei sondaggi (comunque registranti un consenso ai partiti di governo intorno al 40%, mentre l’opposizione di centrodestra è di circa 8-10 punti superiore) contano gli esiti delle elezioni regionali, per lo più perse dai partiti di governo, Ma la nuova situazione non ha cambiato alcunché: con la votazione di fiducia al Senato del 19 gennaio 2021 l’ultima delle preoccupazioni dell’establishment è stata lo iato tra volontà popolare da un lato e maggioranza parlamentare e governo, dall’altro. Quanto al rispetto della volontà popolare nei referendum, c’è una letteratura sulla di essa “elusione” con la legislazione sostitutiva di quella abrogata.

L’idem sentire de re publica, il consenso, la legittimità, l’integrazione sono necessari per produrre e mantenere l’unità e la capacità di agire e durare di qualsiasi regime politico. Come scriveva Smend, a proposito della costituzione “La costituzione non è semplicemente uno statuto organizzativo… Essa è nello stesso tempo un ordine vitale che comprende anche il processo di vita politico fondamentale dello Stato, in cui esso diviene reale attraverso l’inclusione continua e dinamica del singolo”; che si realizza anche attraverso diversi “processi della vita costituzionale” il cui senso è anche “stimolare il processo di vita politico, la formazione di opinioni, partiti e maggioranze, la coscienza politica complessiva, l’opinione pubblica, la realtà politica attiva della comunità in generale”15.

Smend vede una “crisi di realtà” dove venga meno l’adesione dei governati e la loro partecipazione al “gioco politico costituzionale”; questo in qualsiasi regime politico. A ratione majus in una democrazia, dove la sovranità del popolo è già nel nome (potere del popolo). Se poi nei fatti questo non c’è, non significa che perciò il popolo è governato da sofarchi, santi, angeli, oggi da tecnici, ma solo che non lo è – o non lo è abbastanza – dalla volontà popolare. Non vuol dire che c’è qualità, cultura, intelligenza al governo, ma solo che c’è maggiore ipocrisia. A decretare che un governo è capace sono i risultati non i titoli (o presunti tali). Purtroppo i risultati, ancorché mediaticamente manipolati anch’essi, hanno comunque l’handicap di poter essere giudicati solo a posteriori.

Come il suddetto governo tecnico italiano, che nato manifestando l’intenzione di ridurre il debito, è stato quello che più l’ha aumentato. Con la logica conclusione che il popolo italiano ne ha tratto in termini di consenso (a posteriori). Non avendo interpellato il popolo prima di fare il governo, questo ne ha almeno tenuto conto dopo.

In conclusione – e in termini di realismo politico, il popolo può sbagliare, come possono sbagliare i governi: l’infallibilità è un attributo del Papa (e solo se parla ex cathedra). Così come scritto nel Federalista, nei governati sono angeli, né lo sono i governanti. Quel che tuttavia è sicuro è che per aversi un governo in grado di governare, e al minor costo possibile16 è necessario che abbia (quanto più possibile) consenso e fiducia dei governati.

Cosa quanto mai difficile se i comportamenti dei governanti non sono conformi alle opinioni dei governati.

Se invece, questo non c’è, l’èlite di governo diventa un’ “isola” socio-politica17, con un solco orizzontale che la divide dal resto della comunità, rendendo difficile, un rapporto che non sia quello di mero comando/obbedienza.

Quello di cui scriveva il citato R. Smend e tanti altri. Ma un governo che si regge solo sul comando e sulla legalità delle procedure è un governo che cammina su una gamba sola: è un governo debole. Alla prima seria crisi rischia di andare all’aria. Ancor più e come gli italiani hanno potuto constatare soprattutto negli ultimi decenni, ma poche possibilità di far valere la propria volontà, ma tante di dover subire quella degli altri, poteri forti o Stati che siano. Ai quali perciò i governi deboli sono i più graditi.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 Oltre a molte altre consuetudini, di carattere sociale più che politico v. La guerra nel Peloponneso, II 35-46.

2 V. Le storie, Lib. VI, cap. 14, anche se l’elenco dello storico non è esauriente.

3 v. Six livres de la Rèpublique, I, cap. X.

4 Op. cit., trad. it, di M. Isnardi Parenti, Torino rist. 1988, p. 480.

5 v. Elements of law natural and politics, trad. it. di A. Pacchi, Firenze 1968, pp. 169 ss.; De cive trad. it. di T. Magri, Roma 1981, pp 132 ss.

6 v. R. Carré de Malberg Contribution à la théorie général de l’État, Paris 1920, Tome 1, p. 70 ss.

7 E prosegue: “Essi si chiamano Stato soltanto se sono dominati, analogamente come si chiama proprietà la cosa solo quando ha un padrone. È quindi un modo di esprimersi affatto riprovevole scientificamente quello che pone alla pari lo Stato e il volere sovrano, e attribuisce allo Stato un volere. Stato e sovrano sono diversi, così come proprietà e proprietario…”

8 I corsivi sono miei.

9 v. Du contrat social, Lib. I, cap. 7 (il corsivo è mio).

10 v. «Il popolo è, nella democrazia, soggetto del potere costituente. Secondo la concezione democratica ogni costituzione, anche nel suo elemento proprio dello Stato di diritto, si basa sulla concreta decisione politica del popolo capace di agire politicamente. Ogni costituzione democratica presuppone un simile popolo capace di agire» e subito dopo «Il popolo “entro” la costituzione nell’esercizio dei poteri regolati con legge costituzionale. Nel quadro e sulla base di una costituzione il popolo come elettorato o cittadinanza con diritto di voto può esercitare determinate competenze disciplinate con legge costituzionale» Verfassungslehre, trad. it. di A. Caracciolo, Milano 1984, p. 313.

11 Dizionario di politica voce Sovranità.

12 “Questa grandezza determinata negativamente, il popolo è nonostante la negatività della sua determinazione, non meno significativa per la vita pubblica. Popolo è un concetto che diventa esistente solo nella sfera della pubblicità. Il popolo appare solo nella pubblicità, esso produce anzi la pubblicità. Popolo e pubblicità coesistono; nessun popolo senza pubblicità e nessuna pubblicità senza popolo”, v. C. Schmitt, op. cit., p. 319.

13 “Appena il popolo è effettivamente riunito, non importa a quale scopo, purché non appaia come gruppo di interessi organizzati, press’a poco come nelle dimostrazioni di strada, nelle feste pubbliche, nei teatri, all’ippodromo o allo stadio, questo popolo acclamante è presente ed è almeno potenzialmente una grandezza politica”, C. Schmitt, op. cit., p. 320.

14 Una delle espressioni più chiare e decise della concezione “immanente” del popolo (e anche la prima, che mi risulti) è quella espressa da Thomas Müntzer nella “Confutazione ben fondata” (delle tesi di Martin Lutero). Scrive Müntzer, parlando dell’amministrazione della giustizia (sempre “in cima” alle preoccupazioni dei teorici politici, almeno fino a metà del XVI secolo): “l’intero popolo deve avere il potere della spada, il potere di legare e di sciogliere, come dice il testo di…; i principi non sono i signori ma i servitori della spada; essi non devono fare ciò che gli aggrada… ma ciò che è giusto. Perciò bisogna, secondo l’antica e buona consuetudine, che il popolo sia presente quando si giudica secondo la legge di Dio… E perché? Qualora le autorità intendessero pervertire il giudizio, allora i cristiani che le stanno intorno devono impedirlo e non tollerarlo, poiché si dovrà rendere conto a Dio del sangue innocente” v. Scritti politici pp. 192-193, Torino 1978 (il corsivo è mio) il popolo quindi controlla ed esegue. Poche righe dopo il capo della rivolta dei contadini prosegue adducendo anche un’altra ragione “i signori e i principi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra… E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: «Non rubare». Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente”. Così Müntzer esprime in modo estremista la diffidenza verso chi esercita il potere politico, tipica del pensiero politico borghese. Questo troverà una formulazione altrettanto estremista nel progetto di Costituzione giacobina (poi non approvato). Tuttavia anche il testo approvato dalla Convenzione con l’atto costituzionale del 24/06/1793 (notoriamente la Costituzione “dell’anno I” non è mai andato in vigore a causa dello stato di guerra) è pieno di affermazioni riconducibili, in diversa misura, a una concezione “estremista” delle funzioni del popolo in una democrazia. Ad esempio l’art. 26 (volontà del popolo riunito); l’art. 27 (pena di morte per gli individui usurpatori); art. 31 (delitti dei “governanti”); artt. 33-34 (diritto di resistenza); art. 35 (diritto d’insurrezione del popolo).

15 v. voce Integrazione in Costituzione e diritto Costituzionale, Milano 1988, p. 285; in effetti continua ricordando, ciò che è concezione ricorrente nella distinzione tra tipi di istituzioni: mentre molte “dispongono tuttavia di garanzie di stabilità del tutto differenti da quelle statali. Quelle comunità e associazioni vengono garantite dalla dissoluzione interna per lo più mediante poteri esterni” lo Stato, sovrano, per definizione non vi può ricorrere (altrimenti non è sovrano, ma tutt’al più un protettorato) “esso riposa in ultima istanza non sul suo diritto o sul suo potere di fatto, ma sulla sempre nuova e volontaria adesione dei suoi appartenenti; e cade nella più profonda crisi di realtà se questi cessano di sorreggerlo” (il corsivo è mio) op. cit., p. 286.

16 Intendendo costo come comprendente tutti i vari costi: politico, sociale, economico, presente, futuro.

17 Ci si riferisce alla terminologia di Christopher Lasch nel suo ben noto saggio “La ribellione delle masse”; trad. it. II ed. Milano 2009.

Epigenetica e fantasmagorie transumaniste, 3a parte, di Massimo Morigi

Massimo Morigi

NB_La terza parte segue la presentazione già ripetuta nelle precedenti

Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico

                                            (III parte di 5)

 

 Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali

 

A Lustig von Dom e alla sua madre in dialettica Frau Stockmann, Friederun von Miran-Stockmann

 

 

Questo documento, che ora viene presentato in anteprima sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”, inteso a raccogliere e a dare un primo approccio alle valenze teoriche che per il Repubblicanesimo Geopolitico possono rivestire le ultime acquisizioni della biologia molecolare e dell’epigenetica e costituito dal presente commento su questo argomento più una  rassegna di URL attraverso i quali i lettori possono prendere visione di importanti documenti afferenti a queste branche della biologia, che erano già presenti sul Web ma che noi, vista la loro importanza sia scientifica  che per la teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, abbiamo provveduto a caricare su Internet Archive (e nella rassegna bibliografica finale verranno debitamente indicati gli URL da cui originariamente sono stati scaricati i documenti  – URL e documenti relativi che, quando tecnicamente possibile,  sono stati da noi anche “congelati” tramite  la Wayback Machine – accanto agli URL creati ex novo attraverso i nostri caricamenti su Internet Archive), sviluppa la sua critica a queste nuove acquisizioni delle scienze biologiche nell’ambito dello studio e dell’elaborazione   del  paradigma olistisco-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico – teoria-paradigma dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico   ultima sintesi e sistemazione della filosofia della prassi i cui maggiori esponenti sono stati nel Novecento Antonio Gramsci, Giovanni Gentile e Karl Korsch – e azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che, in primo luogo, dalla profonda   dialetticità del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin (per quanto ancora  il Dialectical Biologist non sia riuscito del tutto a liberarsi dello pseudodialettico  engelsismo1 della Dialettica della natura e dell’ Anti-Dühring),  dall’epigenetica (principale esponente Eva Jablonka), dalla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis e quindi da un aggiornato lamarckismo riceve potenti stimoli dialettici ed euristici. (Oltre che ottenere una riabilitazione, se non in sede di histoire événementielle, cioè in sede di una impossibile riabilitazione dello stalinismo, ma sì dal punto di vista di una nuova teoresi olistico-dialettica-gnoseologica-epistemologica-politica – cioè dal punto di vista di una rinnovata filosofia della prassi di cui si è appena detto – cui il Repubblicanesimo Geopolitico cerca di dar vita, del tanto ideologicamente diffamato Trofim Denisovič Lysenko, la cui genetica non può essere sbrigativamente liquidata come una infelice pseudoscienza frutto della pseudodialettica dell’autoritario e veteroengelsiano Diamat staliniano, quanto fu piuttosto una forma di lamarckismo ancora all’oscuro dei meccanismi    che    indirizzano   l’evoluzione  degli  organismi2, meccanismi  che cominciano solo ora ad essere compresi dall’epigenetica e, più in generale, da tutti quegli approcci di ricerca biologica e genetica che intendono costruire una Extended  Evolutionary Synthesis  –  Sintesi evoluzionistica estesa, per la  quale anche il dato culturale acquisito,  costruito ed introiettato  dall’organismo stesso in una sorta di autopoiesi genotipico-fentotipica per poi riverberarsi, questa autopoiesi culturale-genetipica-fenotipica, al livello dello stesso ambiente che ne rimane influenzato perché, evolutosi in seguito a questa modificazione dell’organismo, modifica a sua volta dialetticamente l’organismo stesso, è una decisiva componente dell’evoluzione3 – non contrapposta alla Modern Evolutionary Synthesis (Sintesi evoluzionistica moderna, detta anche neodarwinismo – responsabile di aver esasperato in senso meccanicistico le felici intuizioni darwiniane, e costituendo quindi la Sintesi Evoluzionistica Estesa non tanto una fuoruscita dal canone evoluzionista darwiniano ma bensì, attraverso la consapevole introduzione nel campo  teorico esplicativo dell’evoluzione di una Gestalt storicistico-dialettica, non una contrapposizione all’idea darwiniana di evoluzione, modello darwiniano di evoluzione  nel quale erano tenuti in precario equilibro valenze meccanicistiche e valenze storicistiche, ma semmai una sua pur profonda e radicale integrazione alla luce di un rinnovato lamarckismo che solo ora con le nuove tecniche di investigazione scientifica comincia a sviluppare tutte le sue potenzialità) ma al più o meno rozzo meccanicismo che precedentemente aveva afflitto la Modern Evolutionary Syntesis che ha portato alle più estreme ed infauste conseguenze i nodi irrisolti  presenti nel modello  darwiniano4. Si noti bene:  Darwin  era  ben  consapevole dei notevoli problemi che il suo schema di evoluzione delle specie animali e vegetali che vedeva questi organismi come soggetti passivi rispetto all’ambiente si portava con sé e, piuttosto che per il meccanicismo del suo schema evolutivo, l’immortale importanza del suo lascito scientifico consiste nel fatto che egli, a differenza di Lamarck, collegò la variabilità degli organismi all’interno di una specie con la comparsa di nuove specie che non sarebbero mai comparse se questa variabilità individuale non si fosse manifestata, mentre Lamarck, pur avendo correttamente individuato un meccanismo evolutivo dove l’organismo non giocava solo un ruolo passivo – classico l’esempio della giraffa che si allunga il collo per mangiare le foglie degli alberi e riesce poi a trasmettere direttamente alla prole questa sua caratteristica somatica – confinò questo meccanismo evolutivo all’interno di ogni singola specie, cosicché, per farla semplice, le giraffe potevano sì allungare il loro collo a seconda delle necessità ambientali ma dalle giraffe potevano evolversi solo delle giraffe e mai, mettiamo, una nuova specie di erbivori distinta dalle giraffe. Era un’idea di evoluzione un po’ modello arca di Noè, dove le specie del Creato sono sempre state le stesse ab initio temporum – nell’arca gli animali entrano a coppie  e, a parte la facile ironia che viene dalla domanda su come faranno i milioni di specie di viventi, anche se presenti solo a livello di una coppia composta da un maschio e una femmina, a stare dentro un così ridotto vascello, c’è una visione del mondo che sta dietro a questo singolare mito biblico, e cioè l’eterna fissità delle specie viventi che, dai tempi antidiluviani, quindi sin dall’inizio del mondo, sono sempre le stesse.  L’immortale lascito di Darwin non è, quindi, quello di avere recisamente rifiutato e sovvertito in direzione meccanicista il modello lamarckiano di un processo di attiva autopoiesi genotipico-fentotipica dell’organismo e di trasmissione di queste nuove caratteristiche così attivamente acquisite anche alle successive generazioni ma il fatto di aver compreso che la variabilità degli individui all’interno di una popolazione può generare nuove specie. Per rimanere all’esempio della giraffa. Secondo lo schema darwiniano, se particolari condizioni ambientali non costringono più le giraffe ad allungare il collo – o per attenerci ad una formulazione di ancor più stretta osservanza darwiniana, se particolari condizioni ambientali non favoriscono la selezione di giraffe dal collo sempre più lungo –, questo mutamento ambientale può selezionare   –  perché un collo troppo lungo che non risponda più a necessità alimentari è uno svantaggio in quanto una eccessiva massa dell’animale consuma troppe calorie – non solo giraffe dal collo più corto ma una nuova specie animale che non riesce più a riprodursi con le giraffe a collo lungo. Una eccezionale intuizione che, per la prima volta, riusciva a spiegare la presenza delle varie specie presenti sulla Terra partendo da una stessa famiglia di organismi. Insomma prima di Darwin sarebbe stato assolutamente impossibile concepire  LUCA (Last Universal Common Ancestor), e in mancanza di questo ‘ultimo antenato comune universale’ – o almeno in mancanza nella teoria evoluzionistica di un originario antenato iniziatore della vita, sia stato questo antenato un singolo organismo o un gruppo di (proto)organismi e/o molecole organiche (oppure vari e distinti gruppi di molecole organiche e/o (proto)organismi)  che siano divenuti una comunità di organismi  (o più comunità di organismi come nel secondo caso dei gruppi distinti) tramite il trasferimento di geni orizzontale ed evolutesi e differenziatesi in seguito in molteplici e diversificate altre comunità di organismi, cioè nelle varie specie biologiche presenti sul nostro pianeta – gli attuali  paradigmi evoluzionistici sulla varietà e differenziazione delle  specie dei viventi presenti sulla Terra, Sintesi evoluzionista moderna e Sintesi evoluzionistica estesa indifferentemente,  sarebbero gravemente mùtili  della loro  forza  euristica ed analogica nell’opposizione a qualsiasi Weltanshauung imperniata su una divinità personalistica e creazionistica ex nihilo ed ex suo5 – opposizione che è consustanziale alla filosofia della prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico –, una ingenua rappresentazione della religiosità popolare sull’origine del mondo  che iconicamente  trova oggigiorno la sua più limpida manifestazione nelle immagini devozionali di proselitismo religioso dei Testimoni di Geova rappresentanti il Paradiso Terrestre, dove leoni, giraffe e gazzelle ed altre specie selvagge vivono felici e rispettandosi a vicenda – povero leone costretto ad una dieta vegetariana, da costituirsi immediatamente un’associazione animalista contro i maltrattamenti alimentari che il leone subisce in questo paradiso terrestre, e alle fiamme il dipinto Paradiso di Jan Brueghel il Giovane, forse la più diretta fonte iconografica di queste immagini devozionali!6 –, e, a parte la bizzarria del leone vegetariano, recanti queste immagini un’altra informazione al devoto, e cioè che queste specie ora pacificate nel Paradiso sono state create tali e quali  ab initio temporum. Insomma, siamo sempre dalle parti dell’arca di Noè e delle mitologie veteroneotestamentarie e derivati7. Darwin  ha iniziato  a  liberarci  da  questa   mitica arca8. La Sintesi evoluzionistica estesa riesce, a sua volta, a liberarsi – e a liberarci –  nel campo della biologia e degli studi sull’evoluzione degli organismi dell’ideologia meccanicistica di stampo cartesiano-galileano – che nell’ Ottocento e  nel Novevento trovò la sua più tetra e ridicola interpretazione nel positivismo e nel neopositivismo – in cui finora era stata costretta questa liberazione e in cui era rimasto impastoiato, pur fra profondi dubbi, anche Darwin. E ovviamente il Repubblicanesimo Geopolitico non può che cogliere con profonda soddisfazione questo ulteriore avanzamento dialettico delle scienze biologiche e genetiche.).  Un’ultima notazione. Pur prendendo spunti ed analogie dalle nuove frontiere aperte dall’epigenetica, dalla sintesi evoluzionistica estesa  e dalla teoria endosimbiotica, ideata quest’ultima  da Lynn Margulis, il Repubblicanesimo Geopolitico si pone decisamente agli antipodi da tutte le ridicole e cupe impostazioni transumaniste, siano queste anche in forma più o meno attenuata come, per esempio, in Donna Haraway. Questo perché – sempre rimanendo al transumanismo harawayno, che attualmente  ne è la forma più attenuata, ed anzi la Haraway espressamente nega di condividerne i fini, anche se, in pratica, deve a buon diritto essere inserita in questa disumanizzante impostazione antropologica – pur riconoscendo volentieri e come segno indubbiamente positivo le potenzialità dialettiche e/o contro la vecchia suddivisione natura/cultura che promanano da tutto il lavoro della Haraway (dal Cyborg Manifesto per finire col Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene9),  si   deve   sottolineare  il fatto che 1) questa dialettica è espressa per lo più attraverso immagini simboliche (il cyborg del Cyborg Manifesto, l’endosimbionte del Stayng with the Trouble – quest’ultimo, comunque effettivamente esistente nella realtà mentre il primo, almeno per ora, è solo il frutto di una fantasmagoria fantascientifica), che per quanto immagini inconsce ed oniriche della dialettica si fermano sempre ad un passo da una piena consapevolezza della stessa e che 2) il progetto transumanista che traspare da tutto il lavoro della Haraway (per quanto il transumanismo venga formalmente respinto dalla Haraway) altro non si risolve alla fine, anche se abbandonando l’iniziale fantasmagoria fantascientifica del Cyborg perché evidentemente percepita dalla Haraway troppo disumanizzante, che in una fuoruscita dall’umano  non più in via bioingegneristica  come nel Cyborg Manifesto ma in via ingegneristico-genetica (cfr. in Staying with the Trouble il racconto fantascientifico The Camille Stories: Children of Compost10), ma fuoruscita storica dalle attuali contraddizioni storiche dell’umano –  e non dall’umano stesso inteso come dispositivo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale come invece propone il transumanismo che lo vorrebbe sostituire con un più perfezionato prodotto da laboratorio ma dal quale, ahinoi, scompare la dimensione storico-dialettica della sua evoluzione – che solo può compiere una soddisfacente Aufhebung attraverso una rinnovata e potenziata filosofia della prassi, insomma quella filosofia della prassi, erede dell’idealismo storicista italiano e tedesco e delle migliori espressioni del marxismo occidentale direttamente influenzate da questo idealismo,  che nel XXI secolo solo il Repubblicanesimo Geopolitico ha assunto su di sé il compito del suo sviluppo e potenziamento teorico-pratico. E, infatti, l’incapacità della Haraway a formulare coerentemente un suo autonomo ed originale pensiero dialettico e addirittura il tentativo di fare dell’endosimbionte il simbolo di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura  e con la società – suggerendo quindi che l’endosimbionte è, in un certo senso, il  culmine della scala biologica e l’obiettivo cui deve tendere una rinnovata ingegneria sociale poggiata su un’ideologia ecologista e realizzata attraverso le sempre più penetranti tecnologie genetiche utilizzate per modificare il genoma umano: cfr. oltre al summenzionato apologo fantascientifico ancora, passim, Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene e, in particolare, alle pp. 61-62, 64 la trattazione sul simbionte   Mixotricha paradoxa11– sfocia  alla  fine,  sempre   in  Staying   with  the Trouble, certamente risultato non voluto dalla Haraway, nel progetto di una sorta di uomo nuovo, conseguito non attraverso una selezione e/o eliminazione di pool genetici e culturali umani come nel nazismo12 ma attraverso l’assorbimento nel stesso patrimonio genetico dell’homo sapiens, ad opera dell’ingegneria genetica,  del patrimonio genetico di altre specie animali e vegetali (questo processo di trasferimento di DNA e RNA non finalizzato a finalità riproduttiva all’interno di una specie ma fra membri appartenenti a specie diverse e quindi svincolato da qualsiasi teleologia riproduttiva – che, alla luce delle attuali acquisizioni nell’ambito del paradigma della sintesi evoluzionistica estesa, tutto si può dire di questo fenomeno tranne che si tratti di un ‘epifenomeno’ di trascurabile importanza, mentre è assai più verosimile pensare che si tratti di un passaggio decisivo dell’evoluzione degli organismi e dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitica ne è evidente la grande valenza euristica in quanto si pone agli antipodi di qualsiasi visione “fissista”  del mondo biologico e,  con profonda analogia,  della realtà tutta,  fisica, biologica, culturale e storica, proiettandoci quindi in uno schema olistico della realtà informato alla creazione autopoietica della stessa attraverso il  paradigma   dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – non è una fantasmagoria fantascientifica ma avviene in natura, e avviene anche per quanto riguarda l’uomo nel cui materiale genetico sono state rinvenute tracce più o meno consistenti di materiale genetico di altre specie animali, un trasporto probabilmente avvenuto attraverso virus vettori). Questo ‘trasferimento genico orizzontale’ svincolato dalla riproduzione  (acronimo TGO,  o ‘trasferimento di geni laterale’, acronimo TGL, in inglese ‘Horizontal gene transfer’, acronimo HGT) che avviene, ovviamente, anche dall’uomo verso gli animali, mentre potrebbe costituire una potentissima metafora dell’intima dialetticità non solo del mondo biologico ma, nell’ambito di una visione olistica della realtà tutta, non solo del mondo della φύσις globalmene intesa ma anche della realtà culturale e storica dell’uomo, viene  quindi suggerito dalla Haraway in Staying with the Trouble  – con grande sfacciataggine ed ingenuità materialistica, ma mai come nel caso della Haraway questo materialismo non è altro che il volto deturpato e degradato di un non ben superato spiritualismo, e infatti la Haraway non ha mai fatto mistero della suo background cattolico e della centralità nello sviluppo del suo   Bildungsroman del mistero della transustanziazione13– come  una  sorta  di processo da intensificare ulteriormente attraverso una sempre più scaltrita ingegneria genetica, venendo così a delineare, sempre involontariamente per carità, una sorta di eugenetica non di marca nazista ma di tipo ecologista, ignorando, come del resto avviene sempre nel nazismo e nelle altre forme di totalitarismo, che se mai si può parlare di uomo nuovo, questo uomo nuovo – se vogliamo mantenere per comodità espositiva questa espressione, sideralmente lontana dalla Weltanschauung olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale (e storicista) del Repubblicanesimo Geopolitico – non può che avere la sua reale epifania attraverso il potenziamento del Logos (Logos che non è una peculiarità dell’uomo ma che nell’uomo, a differenza degli altri animali ed anche vegetali, è la principale forza di indirizzo e di sviluppo della sua evoluzione), potenziamento del Logos che trova la sua massima espressione – attraverso il manifesto e pubblico compimento nella società, di una cultura informata al modello dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale – nell’ Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico;  ed Epifania strategica che, per concludere,  può trarre, come effettivamente già trae attraverso la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, potenti spunti euristici e dialettici dall’epigenetica e, più in generale, dall’ Extended evolutionary synthesis che finalmente si è lasciata definitivamente alle spalle il mito di un’evoluzione biologica guidata meccanicamente da forze esterne all’organismo e verso le quali l’organismo non possa dialetticamente interagire (quindi si può dire che l’ Extended Evolutionary Synthesis è una sorta di filosofia della prassi  per quanto riguarda gli studi biologici e di storia naturale); ma Epifania strategica che è l’esatto contrario della fuga in utopie comunistiche, comunitaristiche o eugenetiche di destra o sinistra che esse siano ma è,  una sorta di obiettivo limite;  o, se vogliamo una sorta di mito, ma un mito che affonda le sue radici nella reale natura dell’uomo14, natura dell’uomo, che similmente al resto del mondo animato ed inanimato ma con maggior evidenza di questi due ambiti  – che, allo stesso titolo  dell’uomo, appartengono alla stessa totalità dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, e qui torniamo all’artificiosità della separazione fra mondo naturale biologico o fisico che esso sia e il mondo culturale, sociale e storico fino a poco tempo fa ritenuto di esclusiva costruzione umana, artificiosità nella separazione di questi due mondi che, alla luce di un vigoroso anche se non impeccabile sforzo dialettico perché impacciato da  un sentimento di reverentia ac metus verso la figura di Friedrich Engels, nessuno meglio del Dialectical Biologist è riuscito ad esprimere, cfr. del Dialectical Biologist pp. 277-288, sulle quali ritorneremo anche in future altre discussioni15 –,  è il Logos concreto ed immanente dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale; un Logos (o Epifania strategica) che anche dalle scienze biologiche di cui si è appena detto (nonché,  –  vedi Teoria della Distruzione del Valore   e Dialecticvs Nvncivs – dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione  di modelli matematici non lineari, cioè dallo studio della  Teoria del caos  e dei Complex Adaptive Systems – antesignano di questo approccio non lineare nello studio della guerra e della società Carl von Clausewitz col suo Vom Kriege –,  approcci anche questi, analogamente a quelli introdotti dalla nuove scienze biologiche e genetiche appena illustrate, di grande valore dialettico  per lo  studio della società e dell’uomo perché ci liberano dai vecchi meccanicismi e determinismi cartesiani e galileiani che hanno afflitto gli ultimi cinque secoli di studi  “umanistici” e che fra Ottocento e Novecento hanno visto il loro triste trionfo nel positivismo, nel neopositivismo per finire col Diamat staliniano), trae potentissimi spunti dialettici ed operativi16  

 

Note

 

 [Nota 1 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

 

[Nota 2 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

 

3  [Nota 3 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

 

4   [Nota 4 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

5 [Nota 5 omessa perchè già riportata nella seconda parte del presente saggio]

 

6 [Nota 6 omessa perchè già riportata nella seconda parte del presente saggio]

 

[Nota 7 omessa perchè già riportata nella seconda parte del presente saggio]

 

[Nota 8 omessa perchè già riportata nella seconda parte del presente saggio]

 

[Nota 9 omessa perchè già riportata nella seconda parte del presente saggio]

 

10 «A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano.  È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a sé stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio, quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta con i piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare. Dunque, il carattere mistico della merce non sorge dal suo valore d’uso. E nemmeno sorge dal contenuto delle determinazioni di valore. Poiché in primo luogo, per quanto differenti possano essere i lavori utili o le operosità produttive, è verità fisiologica che essi sono funzioni dell’organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani. In secondo luogo, per quel che sta alla base della determinazione della grandezza di valore, cioè la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro. Infine, appena gli uomini lavorano in una qualsiasi maniera l’uno per l’altro, il loro lavoro riceve anche una forma sociale. Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? […] L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili cioè cose sociali. […] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci. Tale carattere feticistico del mondo delle merci sorge dal carattere sociale peculiare del lavoro che produce merci. Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono soltanto all’interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati effettuano di fatto la loro qualità di articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra le cose. Solo all’interno dello scambio reciproco i prodotti di lavoro ricevono un’oggettività di valore socialmente eguale, separata dalla loro oggettività d’uso, materialmente differente.  Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore si effettua praticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione e importanza sufficienti affinché cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinché nella loro stessa produzione venga tenuto conto del carattere di valore delle cose. Da questo momento in poi i lavori privati dei produttori ricevono di fatto un duplice carattere sociale. Da un lato, come lavori utili determinati, debbono soddisfare un determinato bisogno sociale, e far buona prova di sé come articolazioni del lavoro complessivo, del sistema naturale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall’altro lato, essi soddisfano soltanto i molteplici bisogni dei loro produttori, in quanto ogni lavoro privato, utile e particolare è scambiabile con ogni altro genere utile di lavoro privato, e quindi gli è equiparato.[…] Gli uomini dunque riferiscono l’uno all’altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno. Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l’arcano del loro proprio prodotto sociale, poiché la determinazione degli oggetti d’uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio.»: Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Prima sezione, Cap. I, D 4, Roma, Editori Riuniti, 1964, testo ed indicazione bibliografica scaricabili all’URL https://www.doppiozero.com/materiali/marxiana/la-merce, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20181003112909/http://www.doppiozero.com/materiali/marxiana/la-merce. Pur nella nostra pretesa di aver superato tramite il nostro paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale l’ingenuo economicismo marxiano che informa tutto il Capitale ed anche il passo appena riportato, pensiamo che nulla meglio del noto passaggio del Capitale sul carattere di feticcio della merce  possa illustrare la dialettica soffocata e totalmente irrisolta del pensiero harawayano, dove il cyborg è sempre in un precario equilibrio fra figura mitologica e concreta proposta transumanista per una palingenetica renovatio ab imis dell’umanità e il tutto espresso con un fantasmagorico linguaggio parareligioso che è il sintomo dell’incapacità della Haraway ad elaborare un autentico pensiero dialettico: «This list suggests several interesting things. First, the objects on the right-hand side cannot be coded as “natural”, a realization that subverts naturalistic coding for the left-hand side as well. We cannot go back ideologically or materially. It’s not just that “god” is dead; so is the “goddess.” In relation to objects like biotic components, one must think not in terms of essential properties, but in terms of strategies of design, boundary constraints, rates of flows, systems logics, costs of lowering constraints. Sexual reproduction is one kind of reproductive strategy among many, with costs and benefits as a function of the system environment. Ideologies of sexual reproduction can no longer reasonably call on the notions of sex and sex role as organic aspects in natural objects like organisms and families. Such reasoning will be unmasked as irrational, and ironically corporate executives reading Playboy and anti-porn radical feminists will make strange bedfellows in jointly unmasking the irrationalism.[…] The privileged pathology affecting all kinds of components in this universe is stress-communications breakdown. The cyborg is not subject to Foucault’s biopolitics; the cyborg simulates politics, a much more potent field of operations.  This kind of analysis of scientific and cultural objects of knowledge which have appeared historically since World War II prepares us to notice some important inadequacies in feminist analysis which has proceeded as if the organic, hierarchical dualisms ordering discourse in “the West” since Aristotle still ruled. They have been cannibalized, or as Zoe Sofia (Sofoulis) might put it, they have been “techno-digested.” The dichotomies between mind and body, animal and human, organism and machine, public and private, nature and culture, men and women, primitive and civilized are all in question ideologically. The actual situation of women is their integration/exploitation into a world system of production/reproduction and communication called the informatics of domination. The home, workplace, market, public arena, the body itself – all can be dispersed and interfaced in nearly infinite, polymorphous ways, with large consequences for women and others – consequences that themselves are very different for different people and which make potent oppositional international movements difficult to imagine and essential for survival. One important route for reconstructing socialist-feminist politics is through theory and practice addressed to the social relations of science and technology, including crucially the systems of myth and meanings structuring our imaginations. The cyborg is a kind of disassembled and reassembled, post-modern collective and personal self. This is the self feminists must code.[…] But these excursions into communications sciences and biology have been at a rarefied level; there is a mundane, largely economic reality to support my claim that these sciences and technologies indicate fundamental transformations in the structure of the world for us. Communications technologies depend on electronics. Modern states, multinational corporations, military power, welfare-state apparatuses, satellite systems, political processes, fabrication of our imaginations, labor-control systems, medical constructions of our bodies, commercial pornography, the international division of labor, and religious evangelism depend intimately upon electronics. Microelectronics is the technical basis of simulacra, i.e., of copies without originals. Microelectronics mediates the translations of labor into robotics and word processing; sex into genetic engineering and reproductive technologies; and mind into artificial intelligence and decision procedures. The new biotechnologies concern more than human reproduction. Biology as a powerful engineering science for redesigning materials and processes has revolutionary implications for industry, perhaps most obvious today in areas of fermentation, agriculture, and energy. Communications sciences and biology are constructions of natural-technical objects of knowledge in which the difference between machine and organism is thoroughly blurred; mind, body, and tool are on very intimate terms. The “multinational” material organization of the production and reproduction of daily life and the symbolic organization of the production and reproduction of culture and imagination seem equally implicated. The boundary-maintaining images of base and superstructure, public and private, or material and ideal never seemed more feeble. I have used Rachel Grossman’s image of women in the integrated circuit to name the situation of women in a world so intimately restructured through the social relations of science and technology.  I use the odd circumlocution, “the social relations of science and technology,” to indicate that we are not dealing with a technological determinism, but with a historical system depending upon structured relations among people. But the phrase should also indicate that science and technology provide fresh sources of power, that we need fresh sources of analysis and political action.  Some of the rearrangements of race, sex, and class rooted in high-tech-facilitated social relations can make socialist feminism more relevant to effective progressive politics.[…] There are grounds for hope in the emerging bases for new kinds of unity across race, gender, and class, as these elementary units of socialist-feminist analysis themselves suffer protean transformations. Intensifications of hardship experienced worldwide in connection with the social relations of science and technology are severe. But what people are experiencing is not transparently clear, and we lack sufficiently subtle connections for collectively building effective theories of experience. Present efforts – Marxist, psychoanalytic, feminist, anthropological – to clarify even “our” experience are rudimentary. I am conscious of the odd perspective provided by my historical position – a Ph.D. in biology for an Irish Catholic girl was made possible by Sputnik’s impact on U.S. national science-education policy. I have a body and mind as much constructed by the post-World War II arms race and Cold War as by the women’s movements. There are more grounds for hope by focusing on the contradictory effects of politics designed to produce loyal American technocrats, which as well produced large numbers of dissidents, rather than by focusing on the present defeats. The permanent partiality of feminist points of view has consequences for our expectations of forms of political organization and participation. We do not need a totality in order to work well. The feminist dream of a common language, like all dreams for a perfectly true language, of perfectly faithful naming of experience, is a totalizing and imperialist one. In that sense, dialectics too is a dream language, longing to resolve contradiction. Perhaps, ironically, we can learn from our fusions with animals and machines how not to be Man, the embodiment of Western logos. From the point of view of pleasure in these potent and taboo fusions, made inevitable by the social relations of science and technology, there might indeed be a feminist science.[…] Writing is pre-eminently the technology of cyborgs, etched surfaces of the late twentieth century. Cyborg politics is the struggle for language and the struggle against perfect communication, against the one code that translates all meaning perfectly, the central dogma of phallogocentrism. That is why cyborg politics insist on noise and advocate pollution, rejoicing in the illegitimate fusions of animal and machine. These are the couplings which make Man and Woman so problematic, subverting the structure of desire, the force imagined to generate language and gender, and so subverting the structure and modes of reproduction of “Western” identity, of nature and culture, of mirror and eye, slave and master, body and mind. “We” did not originally choose to be cyborgs, but choice grounds a liberal politics and epistemology that imagines the reproduction of individuals before the wider replications of “texts.” From the perspective of cyborgs, freed of the need to ground politics in “our” privileged position of the oppression that incorporates all other dominations, the innocence of the merely violated, the ground of those closer to nature, we can see powerful possibilities. Feminisms and Marxisms have run aground on Western epistemological imperatives to construct a revolutionary subject from the perspective of a hierarchy of oppressions and/or a latent position of moral superiority, innocence, and greater closeness to nature. With no available original dream of a common language or original symbiosis promising protection from hostile “masculine” separation, but written into the play of a text that has no finally privileged reading or salvation history, to recognize “oneself” as fully implicated in the world, frees us of the need to root politics in identification, vanguard parties, purity, and mothering. Stripped of identity, the bastard race teaches about the power of the margins and the importance of a mother like Malinche. Women of color have transformed her from the evil mother of masculinist fear into the originally literate mother who teaches survival. […] These real-life cyborgs, e.g., the Southeast Asian village women workers in Japanese and U.S. electronics firms described by Aiwa Ong, are actively rewriting the texts of their bodies and societies. Survival is the stakes in this play of readings.» (Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, London, Routledge, 2004, pp. 21-35, qui di seguito, come già segnalato supra alla nota precedente, gli URL presso i quali prendere visione e scaricare l’ Haraway Reader. Gli URL presso i quali noi abbiamo riscontrato il saggio risalgono alle piattaforme di preservazione digitale Internet Archive e SCRIBD e sono per quanto riguarda Internet Archive: https://archive.org/details/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/mode/2up              e 

https://ia800107.us.archive.org/35/items/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/162697775-Donna-Haraway-the-Haraway-Reader.pdf, e per quanto riguarda SCRIBD: https://it.scribd.com/document/373082337/Haraway-2016-Manifestly-Haraway). Fatta eccezione per il radicale – ma anche confuso – rifiuto della attuale società post-capitalista del Cyborg Manifesto, non è difficile immaginare la critica che il Marx del Capitale potrebbe avanzare al passo appena citato, e che si riassumerebbe nella stigmatizzazione di una pseudodialettica storica in cui le fantasmagoriche immagini criptoparareligiose coprono la natura feticistica delle rappresentazioni dei rapporti di classe, rapporti di classe che, nonostante tutte le evoluzioni tecno-biologico-genetico-informatiche che  erano  addirittura al di là dell’immaginazione ai tempi della scrittura del Capitale, non hanno natura sostanzialmente diversa, in ultima istanza,  a quelli già a suo tempo individuati da Marx avendo come riferimento la  prima rivoluzione industriale. Siccome non è mai stata nostra intenzione smentire in sede storico-teorica il pensiero marxiano, anzi, le nostre intenzioni sono sempre state il contrario, e cioè cogliere il nucleo vivo e tuttora proficuo del pensiero marxiano, dove dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico e della sua filosofia della prassi il rapporto conflittuale di classe proletariato-classe capitalista individuato da Marx come unico motore della fisiologia ed evoluzione della società capitalistica è sì un punto di vista parziale ma parziale perché  dialetticamente compreso ed inserito  nella ben più vasta e totalizzante natura dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della società attraverso la quale l’uomo si rapporta con sé stesso e con la società tutta olisticamente intesa, in un rapporto dialettico generativo ex nihilo ed ex suo il quale non è solo originatore dell’uomo,  della società e della realtà culturale – ovviamente cultura e società riconducibili non solo all’uomo ma anche a tutti gli altri viventi! – ma anche di tutto il resto della realtà naturale, fisica e biologica entro la quale è parimenti ancora generativo ex nihilo ed ex suo il suddetto paradigma olistico-dialettico-espressivo-conflittuale-strategico, noi ci permettiamo di concordare col nostro ipotetico Marx redivivus in merito alla natura feticistica  delle fantasmagoriche immagini tecno-biologico-genetico-informatiche, criptoparareligiose nella loro essenza,  che ruotano attorno al cyborg harawayano, e che, a sua volta, costituisce il delirante riassunto espressivo di tutte queste fantasmagorie. Ma spiritualmente confortati dal nostro Marx redivivus che dal suo altissimo trono in regnum coeli benevolmente ci osserva ed assiste e concretamente hic et nunc  su questa terra direttamente ammaestrati dal nostro paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, vediamo di ragionare  ulteriormente sulla  fantasmagoria harawayana connotata dalla  mancanza di una prospettiva storica dialettica nella rappresentazione realistica della conflittualità sociale, e dal nostro punto di vista i crampi del pensiero dialettico del passo appena citato, sintomatici anche  di tutta la successiva produzione dell’Haraway, possono essere riassunti in A) a p. 21  impiego della categoria ‘strategia’ che però è più un fatto puramente lessicale piuttosto che una vera consapevolezza dialettica; in B) alle pp. 22-23 utilizzo della figura del cyborg sia per esorcizzare il problema teorico-pratico della conflittualità politica e per dissolvere la concezione classica dell’identità psichica dell’uomo – quest’ultimo tentativo non cosa sbagliata in sé ma mancante l’Haraway di una concreta e dialettica filosofia della prassi, sfociante in una sorta di nichilismo bio-tecnologico; in C) alle pp. 24-25, dove il cyborg sembra la metafora di una sorta di dialettica adattiva dello scontro sociale sulla falsariga dell’hegeliana dialettica signore-servo, impostazione in sé non da rigettare in toto ma veramente una peso immane da caricare sulle povere e gracili spalle del mito tecno-biologico del cyborg; in D) alle pp. 30-31 dove continua l’impostazione adattiva dello scontro sociale in chiave tecno-biologica;  infine in  E) alle pp. 34-35, dove il cyborg viene indicato come una sorta di classe sostitutiva della classe operaia, a noi veramente apparendo in queste ultime pagine il cyborg come una sorta  di stralunato  calco – espresso con terminologia mitologico-religiosa-parascientifica – dell’Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico (per non dire che costituisce un’ulteriore feticizzazione della già soteriologica classe operaia marxiana); non a caso il capitolo da cui abbiamo citato è intitolato “Cyborgs: a Myth of Political  Identiy” ma mentre l’Epifania  strategica del Repubblicanesimo Geopolico significa, in pratica, l’autocoscienza di massa  della comune natura dialettico-espressiva-strategica-conflittuale dell’uomo, della società ed anche della natura,  qui,  con una Weltanschauung che risente molto della formazione cattolica dell’autrice,  abbiamo un cyborg-mito che diventa una vera e propria figura soteriologica non perché portatore e/o simbolo di istanze dialettico-strategiche,  ma unicamente in ragione della sua concreta e materiale e al tempo stesso numinosa (e feticistico-fantasmagorica) manifestazione nella realtà, in una figura soteriologica, quindi,  che anziché in un Dio incarnato in un uomo si manifesta attraverso un cyborg che si è incarnato nell’uomo e nella società tramite le biotecnologie ma, ahinoi, senza che questa parusia  tecnologica porti ad un avanzamento dialettico della consapevolezza strategica – come invece avviene, anche se in forme che filosoficamente pagano un profondo tributo al mito,  nella parusia  cristiana –, ma, siccome il nostro scopo è la costruzione di una concreta strategia dialettica rinvenendo i segni di questa dialettica dove questi anche confusi si manifestano (e tenendo sempre presente che, dal nostro punto di vista, l’importanza di un prodotto culturale, come lo sono le nuove frontiere delle scienze biologiche definite dalle intrinsecamente dialettiche epigenetica, teoria endosimbiotica e sintesi evoluzionistica estesa ma anche le loro elaborazioni letterario-filosofiche anche se manifestate in forme dialetticamente insoddisfacenti come nella Haraway sono sì importanti per le conoscenze che espressamente affermano ma anche, se non più, per la loro collocazione storico-dialettica nell’ambito del progressivo sviluppo di un completo paradigma olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale), come abbiamo  fatto  sempre in primo luogo per Marx  ma anche  per tutti quegli autori che, pur fra mille contraddizioni,  hanno saputo esprimere un momento strategico, continuiamo ora  a cogliere anche nella Haraway, sempre attraverso il Cyborg Manifesto,  quei segni utili per lo sviluppo  in sede teorica e storica della dialettica olistico-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico. «It has become difficult to name one’s feminism by a single adjective or even to insist in every circumstance upon the noun. Consciousness of exclusion through naming is acute. Identities seem contradictory, partial, and strategic. With the hard-won recognition of their social and historical constitution, gender, race, and class cannot provide the basis for belief in “essential” unity. There is nothing about being “female” that naturally binds women. There is not even such a state as “being” female, itself a highly complex category constructed in contested sexual scientific discourses and other social practices. Gender, race, or class consciousness is an achievement forced on us by the terrible historical experience of the contradictory social realities of patriarchy, colonialism, and capitalism. And who counts as “us” in my own rhetoric? Which identities are available to ground such a potent political myth called “us:” and what could motivate enlistment in this collectivity? Painful fragmentation among feminists (not to mention among women) along every possible fault line has made the concept of woman elusive, an excuse for the matrix of women’s dominations of each other. For me – and for many who share a similar historical location in white, professional middle class, female, radical, North American, mid-adult bodies – the sources of a crisis in political identity are legion.» (Ivi, pp. 13-14) (…)  «MacKinnon’s radical theory of experience is totalizing in the extreme; it does not so much marginalize as obliterate the authority of any other women’s political speech and action. It is a totalization producing what Western patriarchy itself never succeeded in doing-feminists’ consciousness of the non-existence of women, except as products of men’s desire. I think MacKinnon correctly argues that no Marxian version of identity can firmly ground women’s unity. But in  solving  the  problem of the contradictions of any Western revolutionary subject for feminist purposes, she develops an even more authoritarian doctrine of experience. If my complaint about socialist/Marxian standpoints is their unintended erasure of polyvocal, unassimilable, radical difference made visible in anti-colonial discourse and practice, MacKinnon’s intentional era sure of all difference through the device of the “essential” non-existence of women is not reassuring. In my taxonomy, which like any other taxonomy is a reinscription of history, radical feminism can accommodate all the activities of women named by socialist feminists as forms of labor only if the activity can somehow be sexualized. Reproduction had different tones of meanings for the two tendencies, one rooted in labor, one in sex, both calling the consequences of domination and ignorance of social and personal reality “false consciousness.” Beyond either the difficulties or the contributions in the argument of any one author, neither Marxist nor radical feminist points of view have tended to embrace the status of a partial explanation; both were regularly constituted as totalities. Western explanation has demanded as much; how else could the “Western” author incorporate its others? Each tried to annex other forms of domination by expanding its basic categories through analogy, simple listing, or addition. Embarrassed silence about race among white radical and socialist feminists was one major, devastating political consequence. History and polyvocality disappear into political taxonomies that try to establish genealogies. There was no structural room for race (or for much else) in theory claiming to reveal the construction of the category woman and social group women as a unified or totalizable whole.» (Ivi, pp. 18-19) (…) «In this attempt at an epistemological and political position, I would like to sketch a picture of possible unity, a picture indebted to socialist and feminist principles of design. The frame for my sketch is set by the extent and importance of rearrangements in worldwide social relations tied to science and technology. I argue for a politics rooted in claims about fundamental changes in the nature of class, race, and gender in an emerging system of world order analogous in its novelty and scope to that created by industrial capitalism; we are living through a movement from an organic, industrial society to a polymorphous, information system from all work to all play, a deadly game. Simultaneously material and ideological, the dichotomies may be expressed in the following chart of transitions from the comfortable old hierarchical dominations to the scary new networks I have called the informatics of domination: Representation – Simulation; Bourgeois novel, realism – Science fiction, post-modernism; Organism – Biotic component; Depth, integrity –  Surface, boundary; Heat – Noise; Biology as clinical practice –  Biology as inscription; Physiology – Communications engineering; Small group -Subsystem; Perfection – Optimization; Eugenics – Population control; Decadence, Magic Mountain –  Obsolescence, Future shock; Hygiene – Stress management; Microbiology, tuberculosis –  Immunology, AIDS; Organic division of labor -Ergonomics/cybernetics of labor; Functional specialization -Modular construction; Reproduction – Replication; Organic sex role specialization – Optimal genetic strategies; Biological determinism – Evolutionary inertia, constraints; Community ecology – Ecosystem; Racial chain of being – Neo-imperialism, United Nations humanism; Scientific management in home/factory – Global factory/Electronic cottage; Family/Market/Factory – Women in the Integrated Circuit; Public/Private – Cyborg Citezenship; Nature/Culture – Fields of difference; Cooperation – Communications enhancement; Freud – Lacan; Sex – Genetic engineering; Labor – Robotics; Mind – Artificial Intelligence; World War II – Star Wars; White Capitalist Patriarchy – Informatics of Domination. This list suggests several interesting things.» (Ivi, pp. 20-21). Vediamo quindi di enucleare gli spunti interessanti dei tre passi tratti dal Cyborg Manifesto. Nella citazione che corre a cavallo fra le pp. 18-19, si può rilevare che, anche se la Haraway è assolutamente impermeabile ad un discorso schmittiano sulla sovranità né tantomeno viene sfiorata dall’idea post-schmittiana del Repubblicanesimo Geopolitico che questa sovranità è l’ ipostasi storicamente di volta in volta differentemente modulata del diuturno e transepocale conflitto olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, essa si interroga potentemente su un problema fondamentale nella costruzione della Gestalt  della sovranità politica, e cioè il problema dell’identità, anche se quest’identità, a dire il vero, viene dalla Haraway costruita lungo la linea di sviluppo  evoluzionistico-biologico-di genere con tutto il buono e il cattivo che comporta questa scelta. Il buono è che si abbandona lo stretto schema classista marxiano, il cattivo che, come si è visto, questo abbandono non implica uno sviluppo della dialettica ma il ricadere in schemi incarnazionistici religioso-parareligiosi soteriologici di stampo cristiano dove a prendere il posto della mitica classe operaia-classe Cristo del marxismo salvatrice dell’umanità tutta, stanno corpi biologici in incessante evoluzione ed annichilenti in questa evoluzione sia le soluzioni di continuità date dall’individuazione sessuale che quelle date dai limiti biologico-temporali  dei corpi viventi (mito del cyborg, mito cioè di un corpo che tramite innesti meccanici e/o biotecnologici può vivere all’infinito). Tuttavia, nonostante tutti questi enormi crampi dialettici, vediamo che, sul piano pratico – cioè sul piano della storia delle idee anche se non su quello dello sviluppo di una autentica dialettica gnoseologico-espistemologica basata sulla più o meno consapevole adozione del paradigma dell’ azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – questa ridefinizione di identità portata avanti solamente sul piano mitologico-biologico-evoluzionistico comporta, assieme a terribili arretramenti, anche  molto interessanti avanzamenti rispetto al vecchio conflittualismo marxiano-marxista. Come infatti vediamo  alle pp. 18-19, dove A) molto opportunamente si cerca di riscrivere gli schemi conflittualistici marxiani adottando schemi che introducono anche il conflitto nella definizione del vivente e nel concetto e nella pratica della sessualità.  Certamente rispetto al semplice schema marxiano un avanzamento in senso realistico, peccato solo che questi nuovi soggetti vengano connotati solo come viventi (anche se non in senso classico: ora fra i viventi abbiamo anche i cyborg) e dotati, tuttalpiù, solo di contraddizioni di ordine sessuale e nuotino quindi, astraendo da tutto il resto della storicità umana e naturale,  in un quasi totale  vuoto dialettico ontologico-epistemologico di riferimento;  dove B) la definizione di queste nuove identità sessuo-cyborghiane passa attraverso l’annichilimento del concetto di naturalità per essere sostituito con uno di storicità. E questo annichilimento della naturalità avrebbe potenzialmente portata veramente rivoluzionaria perché adottando questo schema sarebbe impossibile a questo punto parlare di un mondo naturale contrapposto ad un mondo storico-culturale. Come nel repubblicanesimo Geopolitico, anche la Haraway è perfettamente convinta dell’inanità di questa suddivisione  ma dove C) e qui veniamo alle dolenti note, questa consapevolezza dell’artificiosità di questa suddivisione, siccome la Haraway è sprovvista di un coerente schema storico-culturale-dialettico non dà nessun reale contributo in merito alla critica della società occidentale e dello stesso marxismo ma si ripiega su sé stessa nella solita fantasmagorica affabulazione soteriologica mitico-biologico-tecnologico-evoluzionistica. E, infatti, alle pp. 20-21 assistiamo, tramite la mappa-lista delle nuove linee di faglia-conflitto della nostra nuova epoca confrontate con quelle della seconda e terza rivoluzione industriale ad una piena resa della dialettica. Al di là della giustezza storica nella proposta di sostituzione di alcune vecchie coppie dicotomiche con altre indicate come nuove, veramente sintomatica di tutta la difficoltà  gnoseologico-epistemologica della lista proposta dalla Haraway e di tutto il suo discorso nel suo complesso è la proposta di adozione, accanto alla vecchia dicotomia natura/cultura da abbandonare, della nuova categoria ‘campi delle differenze’,  il che non significa assolutamente nulla e caccia dalla porta ma fa rientrare dalla finestra la dicotoma natura/cultura – inevitabilmente rientrante anch’essa nel campo delle differenze, magari uno dei tanti ma non per questo destinata alla nostra condanna definitiva –, con la inconsapevole  ma non per questo non meno chiara conseguenza, in ultima istanza,  che si è mancato  l’appuntamento con  qualsiasi discorso storico-dialettico basato sul’annullamento  della falsa polarità natura/cultura, o se proprio non lo si è mancato, continuando a riformularlo nei soteriologici, feticistici e fantasmagorici termini biologistico-tecnologici-evoluzionistici tanto cari alla mitologica e non dialettica narrazione della Haraway, o, come nel caso specifico della proposta di sostituzione della dicotomia natura/cultura con ‘campi delle differenze’, se non fantasmagorici con assoluta vuotaggine semantica (assenza di significato finale che, sempre e non solo nella Haraway, è l’altra faccia della medaglia di qualsiasi Weltanschauung basata solo sull’immaginifico e sull’utopia, ultraterrena o secolarizzata che sia, e non saldamente storicamente e dialetticamente fondata).

Certamente la fase più estrema ed ultima delle feticistiche fantasmagorie harawayne è il racconto fantascientifico The Camille Stories. Children of Compost, capitolo ottavo di Staying with the Trouble del 2016 ma prima di compiere un nostro veloce esame di questo apologo fantascientifico e allo scopo di mettere ulteriormente a fuoco le feticistiche fantasmagorie harawayne che mancano, pur nella contestazione del monocorde e rigido conflittualismo marxiano classe operaia vs classe capitalista, di stigmatizzare efficacemente in Marx uno dei suoi più importanti punctum dolens, cioè l’avere accettato la suddivisione natura/cultura (se per efficacia non intendiamo, ovviamente, l’uso del solito linguaggio fiammeggiante feticistico-fantasmagorico: «Hilary Klein has argued that both Marxism and psychoanalysis, in their concepts of labor and of individuation and gender formation, depend on the plot of original unity out of which difference must be produced and enlisted in a drama of escalating domination of woman/nature. The cyborg skips the step of original unity, of identification with nature in the Western sense. This is its illegitimate promise that might lead to subversion of its teleology as star wars. The cyborg is resolutely committed to partiality, irony, intimacy, and perversity. It is oppositional, utopian, and completely without innocence. No longer structured by the polarity of public and private, the cyborg defines a technological polis based partly on a revolution of social relations in the oikos, the household. Nature and culture are reworked; the one can no longer be the resource for appropriation or incorporation by the other. The relationships for forming wholes from parts, including those of polarity and hierarchical domination, are at issue in the cyborg world.»: Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, cit., p. 9, e stigmatizzazione mancata perche l’Haraway è sostanzialmente tutta tesa alla ricerca-sostituzione di un nuovo soggetto rivoluzionario rispetto alla mitica marxiana classe operaia, ma compiendo questo tentativo prima col cyborg del Cyborg Manifesto e poi, come fra poco vedremo, col nuovo  simbionte del Staying with the Trouble, mezzo uomo e mezzo animale e in assenza di un qualsiasi schema storicistico olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale), invitiamo a confrontare sul tema natura/cultura e di come questa falsa dicotomia venga (malamente) affrontata anche in Marx  i nostri seminali  Massimo Morigi, Breve nota all’intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi) , pubblicato in data 21 settembre 1916 sul blog di geopolitica marxista “Conflitti e Strategie”    (all’URL di “Conflitti e Strategie” http://www.conflittiestrategie.it/breve-nota-allintervista-del-csepi-a-la-grassa-di-massimo-morigi; Webcite:  https://www.webcitation.org/6khrAAyet; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20161211122021/http://www.conflittiestrategie.it/breve-nota-allintervista-del-csepi-a-la-grassa-di-massimo-morigi; e pubblicato poi anche autonomamente in data 29 ottobre 2016 su Internet Archive in un breve raccolta di altri scritti di Massimo Morigi recante il titolo Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Dialogo sulla moralità del Repubblicanesimo Geopolitico più breve nota all’intervista del  CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi)   presso gli URL     https://archive.org/details/MARXISMO_345/mode/2up   e https://ia801909.us.archive.org/4/items/MARXISMO_345/MARXISMO.pdf) e Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’Aufhebung della gramsciana  e   lukacsiana   Filosofia   della  Praxis, dicembre 2016 (immesso autonomamente in Rete, in data 24 gennaio 2017, agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/DialecticvsNvncivs_201701/mode/2up e https://ia601904.us.archive.org/6/items/DialecticvsNvncivs_201701/Dialecticvs%20Nvncivs.pdf; WebCite:  http://www.webcitation.org/6o8wW4znJ e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801509.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FDialecticvsNvncivs_201701%2FDialecticvs%2520Nvncivs.pdf&date=2017-02-09

e poi anche su ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313278043_Dialecticvs_Nvncivs_Il_punto_di_vista_del_Repubblicanesimo_Geopolitico_attraverso_i_Quaderni_del_Carcere_e_Storia_e_Coscienza_di_Classe_per_il_rovesciamento_della_gerarchia_della_spiegazione_meccanici, https://doi.org/10.13140/RG.2.2.29749.47842; ma prima ancora, in data 13 dicembre 2016, sul blog  “L’Italia e il Mondo”,  agli URL   http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/ e http://italiaeilmondo.com/category/agora/; WebCite: rispettivamente http://www.webcitation.org/6oBwn5kXP e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2016%2F12%2F13%2Fdialecticus-nuncius-di-massimo-morigi%2F&date=2017-02-11 e http://www.webcitation.org/6oBx5xZNt e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fagora%2F&date=2017-02-11; Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20200304070934/http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/ e     https://web.archive.org/web/20200304071007/http://italiaeilmondo.com/category/agora/) con i seguenti passi del Cyborg Manifesto, tutti cristallini atti di fede sull’inanità della suddivisione natura/cultura ma parimenti segno del profondo “casinismo” mental-sessual-tecno-biologico-genetistico che è il marchio di fabbrica feticistico-fantasmagorico di tutta la produzione della Haraway e che potrebbe essere definito una sorta di incubo della dialettica: «Movements for animal rights are not irrational denials of human uniqueness; they are a clear-sighted recognition of connection across the discredited breach of nature and culture. Biology and evolutionary theory over the past two centuries have simultaneously produced modern organisms as objects of knowledge and reduced the line between humans and animals to a faint trace re-etched in ideological struggle or professional disputes between life and social science. Within this framework, teaching modern Christian creationism should be fought as a form of child abuse. Biological-determinist ideology is only one position opened up in scientific culture for arguing the meanings of human animality. There is much room for radical political people to contest the meanings of the breached boundary. The cyborg appears in myth precisely where the boundary between human and animal is transgressed. Far from signaling a walling off of people from other living beings, cyborgs signal disturbingly and pleasurably tight coupling. Bestiality has a new status in this cycle of marriage exchange. The second leaky distinction is between animal-human (organism) and machine. Pre-cybernetic machines could be haunted; there was always the specter of the ghost in the machine. This dualism structured the dialogue between materialism and idealism that was settled by a dialectical progeny, called spirit or history, according to taste. But basically machines were not self-moving, self-designing, autonomous. They could not achieve man’s dream, only mock it. They were not man, an author to himself, but only a caricature of that masculinist reproductive dream. To think they were otherwise was paranoid. Now we are not so sure. Late twentieth-century machines have made thoroughly ambiguous the difference between natural and artificial, mind and body, self-developing and externally designed, and many other distinctions that used to apply to organisms and machines. Our machines are disturbingly lively, and we ourselves frighteningly inert.» (Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, cit., pp. 10-11); (…) «So my cyborg myth is about transgressed boundaries, potent fusions, and dangerous possibilities, which progressive people might explore as one part of needed political work. One of my premises is that most American socialists and feminists  see deepened dualisms of mind and body, animal and machine, idealism and materialism in the social practices, symbolic formulations, and physical artifacts associated with “high technology” and scientific culture. From One-Dimensional  Man (Marcuse 1964) to The Death of Nature (Merchant 1980), the analytic resources developed by progressives have insisted on the necessary domination of technics and recalled us to an imagined organic body to integrate our resistance. Another of my premises is that the need for unity of people trying to resist worldwide intensification of domination has never been more acute. But a slightly perverse shift of perspective might better enable us to contest for meanings, as well as for other forms of power and pleasure in technologically mediated societies.» (Ivi, pp-14-15); (…) «This kind of analysis of scientific and cultural objects of knowledge that have appeared historically since the Second World War prepares us to notice some important inadequacies in feminist analysis that has proceeded as if the organic, hierarchical dualisms ordering discourse in “the West” since Aristotle still ruled. They have been cannibalized, or as Zoe Sofia (1984) might put it, they have been “techno-digested.” The dichotomies between mind and body, animal and human, organism and machine, public and private, nature and culture, men and women, primitive and civilized are all in question ideologically. The actual situation of women is their integration/exploitation into a world system of production/reproduction and communication called the informatics of domination. The home, workplace, market, public arena, the body itself  – all can be dispersed and interfaced in nearly infinite, polymorphous ways, with large consequences for women and others – consequences that themselves are very different for different people and that make potent oppositional international movements difficult to imagine and essential for survival. One important route for reconstructing socialist-feminist politics is through theory and practice addressed to the social relations of science and technology, including crucially the systems of myth and meanings structuring our imaginations. The cyborg is a kind of disassembled and reassembled, postmodern collective and personal self. This is the self feminists must code.» (Ivi, pp. 32-33); (…) «Writing is preeminently the technology of cyborgs, etched surfaces of the late twentieth century. Cyborg politics are the struggle for language and the struggle against perfect communication, against the one code that translates all meaning perfectly, the central dogma of phallogocentrism. That is why cyborg politics insist on noise and advocate pollution, rejoicing in the illegitimate fusions of animal and machine. These are the couplings that make Man and Woman so problematic, subverting the structure of desire, the force imagined to generate language and gender, and so subverting the structure and modes of reproduction of “Western” identity, of nature and culture, of mirror and eye, slave and master, body and mind. “We” did not originally choose to be cyborgs, but choice grounds a liberal politics and epistemology that imagine the reproduction of individuals before the wider replications of “texts.” From the perspective of cyborgs, freed of the need to ground politics in “our” privileged position of the oppression that incorporates all other dominations, the innocence of the merely violated, the ground of those closer to nature, we can see powerful possibilities. Feminisms and Marxisms have run aground on Western epistemological imperatives to construct a revolutionary subject from the perspective of a hierarchy of oppressions and/or a latent position of moral superiority, innocence, and greater closeness to nature. With no available original dream of a common language or original symbiosis promising protection from hostile “masculine” separation, but written into the play of a text that has no finally privileged reading or salvation history, to recognize “oneself” as fully implicated in the world, frees us of the need to root politics in identification, vanguard parties, purity, and mothering. Stripped of identity, the “bastard” race teaches about the power of the margins and the importance of a mother like Malinche. Women of color have transformed her from the evil mother of masculinist fear into the originally literate mother who teaches survival. This is not just literary deconstruction, but liminal transformation. Every story that begins with original innocence and privileges the return to wholeness imagines the drama of life to be individuation, separation, the birth of the self, the tragedy of autonomy, the fall into writing, alienation – that is, war, tempered by imaginary respite in the bosom of the Other. These plots are ruled by a reproductive politics – rebirth without flaw, perfection, abstraction. In this plot women are imagined either better or worse off, but all agree they have less selfhood, weaker individuation, more fusion to the oral, to Mother, less at stake in masculine autonomy. But there is another route to having less at stake in masculine autonomy, a route that does not pass through Woman, Primitive, Zero, the Mirror Stage and its imaginary. It passes through women and other present-tense, illegitimate cyborgs, not of Woman born, who refuse the ideological resources of victimization so as to have a real life. These cyborgs are the people who refuse to disappear on cue, no matter how many times a “Western” commentator remarks on the sad passing of another primitive, another organic group done in by “Western” technology, by writing. These real-life cyborgs (for example, the Southeast Asian village women workers in Japanese and U.S. electronics firms described by Aihwa Ong) are actively rewriting the texts of their bodies and societies. Survival is at stake in this play of readings. To recapitulate, certain dualisms have been persistent in Western traditions; they have all been systemic to the logics and practices of domination of women, people of color, nature, workers, animals – in short, domination of all constituted as others, whose task is to mirror the self. Chief among these troubling dualisms are self/other, mind/body, culture/nature, male/female, civilized/primitive, reality/appearance, whole/part, agent/resource, maker/made, active/passive, right/wrong, truth/illusion, total/partial, God/man. The self is the One who is not dominated, who knows that by the service of the other, the other is the one who holds the future, who knows that by the experience of domination, which gives the lie to the autonomy of the self. To be One is to be autonomous, to be powerful, to be God; but to be One is to be an illusion, and so to be involved in a dialectic of apocalypse with the other. Yet to be other is to be multiple, without clear boundary, frayed, insubstantial. One is too few, but two are too many. High-tech culture challenges these dualisms in intriguing ways. It is not clear who makes and who is made in the relation between human and machine. It is not clear what is mind and what is body in machines that resolve into coding practices. Insofar as we know ourselves in both formal discourse (for example, biology) and in daily practice (for example, the homework economy in the integrated circuit), we find ourselves to be cyborgs, hybrids, mosaics, chimeras. Biological organisms have become biotic systems, communications devices like others. There is no fundamental, ontological separation in our formal knowledge of machine and organism, of technical and organic. The replicant Rachel in the Ridley Scott film Blade Runner stands as the image of a cyborg culture’s fear, love, and confusion. One consequence is that our sense of connection to our tools is heightened. The trance state experienced by many computer users has become a staple of science-fiction film and cultural jokes. Perhaps paraplegics and other severely handicapped people can (and sometimes do) have the most intense experiences of complex hybridization with other communications devices. Anne McCaffrey’s prefeminist The Ship Who Sang (1969) explored the consciousness of a cyborg, hybrid of girl’s brain and complex machinery, formed after the birth of a severely handicapped child. Gender, sexuality, embodiment, skill: all were reconstituted in the story. Why should our bodies end at the skin, or include at best other beings encapsulated by skin? From the seventeenth century till now, machines could be Animated – given ghostly souls to make them speak or move or to account for their orderly development and mental capacities. Or organisms could be mechanized – reduced to body understood as resource of mind. These machine/organism relationships are obsolete, unnecessary. For us, in imagination and in other practice, machines can be prosthetic devices, intimate components, friendly selves. We don’t need organic holism to give impermeable wholeness, the total woman and her feminist variants (mutants?). Let me conclude this point by a very partial reading of the logic of the cyborg monsters of my second group of texts, feminist science fiction. The cyborgs populating feminist science fiction make very problematic the statuses of man or woman, human, artifact, member of a race, individual entity, or body. Katie King clarifies how pleasure in reading these fictions is not largely based on identification. Students facing Joanna Russ for the first time, students who have learned to take modernist writers like James Joyce or Virginia Woolf without flinching, do not know what to make of The Adventures of Alyx or The Female Man, where characters refuse the reader’s search for innocent wholeness while granting the wish for heroic quests, exuberant eroticism, and serious politics. The Female Man is the story of four versions of one genotype, all of whom meet, but even taken together do not make a whole, resolve the dilemmas of violent moral action, or remove the growing scandal of gender. The feminist science fiction of Samuel R. Delany, especially Tales of Nevèrÿon, mocks stories of origin by redoing the neolithic revolution, replaying the founding moves of Western civilization to subvert their plausibility. James Tiptree Jr., an author whose fiction was regarded as particularly manly until her “true” gender was revealed, tells tales of reproduction based on nonmammalian technologies like alternation of generations of male brood pouches and male nurturing. John Varley constructs a supreme cyborg in his arch-feminist exploration of Gaea, a mad goddessplanet-trickster-old woman-technological-device on whose surface an extraordinary array of post-cyborg symbioses are spawned. Octavia Butler writes of an African sorceress pitting her powers of transformation against the genetic manipulations of her rival (Wild Seed), of time warps that bring a modern U.S. black woman into slavery where her actions in relation to her white master–ancestor determine the possibility of her own birth (Kindred), and of the illegitimate insights into identity and community of an adopted cross-species child who came to know the enemy as self (Survivor). In Dawn (1987), the first installment of a series called Xenogenesis, Butler tells the story of Lilith Iyapo, whose personal name recalls Adam’s first and repudiated wife and whose family name marks her status as the widow of the son of Nigerian immigrants to the United States. A black woman and a mother whose child is dead, Lilith mediates the transformation of humanity through genetic exchange with extraterrestrial lovers/rescuers/destroyers/genetic engineers, who re-form Earth’s habitats after the nuclear holocaust and coerce surviving humans into intimate fusion with them. It is a novel that interrogates reproductive, linguistic, and nuclear politics in a mythic field structured by late-twentieth-century race and gender. Because it is particularly rich in boundary transgressions, Vonda McIntyre’s Superluminal can close this truncated catalogue of promising and dangerous monsters who help redefine the pleasures and politics of embodiment and feminist writing. In a fiction where no character is “simply” human, human status is highly problematic. Orca, a genetically altered diver, can speak with killer whales and survive deep ocean conditions, but she longs to explore space as a pilot, necessitating bionic implants jeopardizing her kinship with the divers and cetaceans. Transformations are effected by virus vectors carrying a new developmental code, by transplant surgery, by implants of microelectronic devices, by analogue doubles, and other means. Laenea becomes a pilot by accepting a heart implant and a host of other alterations allowing survival in transit at speeds exceeding that of light. Radu Dracul survives a virus-caused plague in his outerworld planet to find himself with a time sense that changes the boundaries of spatial perception for the whole species. All the characters explore the limits of language; the dream of communicating experience; and the necessity of limitation, partiality, and intimacy even in this world of protean transformation and connection. Superluminal stands also for the defining contradictions of a cyborg world in another sense; it embodies textually the intersection of feminist theory and colonial discourse in the science fiction I have alluded to in this essay. This is a conjunction with a long history that many “First World” feminists have tried to repress, including myself in my readings of Superluminal before being called to account by Zoe Sofoulis (n.d.), whose different location in the world system’s informatics of domination made her acutely alert to the imperialist moment of all science fiction cultures, including women’s science fiction. From an Australian feminist sensitivity, Sofoulis remembered more readily McIntyre’s role as writer of the adventures of Captain Kirk and Spock in TV’s Star Trek series than her rewriting the romance in Superluminal. Monsters have always defined the limits of community in Western imaginations. The Centaurs and Amazons of ancient Greece established the limits of the centered polis of the Greek male human by their disruption of marriage and boundary pollutions of the warrior with animality and woman. Unseparated twins and hermaphrodites were the confused human material in early modern France who grounded discourse on the natural and supernatural, medical and legal, portents and diseases – all crucial to establishing modern identity. In the evolutionary and behavioral sciences, monkeys and apes have marked the multiple boundaries of late-twentieth-century industrial identities. Cyborg monsters in feminist science fiction define quite different political possibilities and limits from those proposed by the mundane fiction of Man and Woman.» (Ivi, pp. 57-65); e tutti segno, nella loro  feticistica fantasmagoria biotecnologico-genetistica-fantascientifica, oltre che di un concretamente possibile futuro della nostra specie da evitare a tutti i costi –  e che invece la Haraway, proprio per il suo deficit dialettico ritiene auspicabile: una cosa è dire, mettiamo, che con l’ingegneria genetica le future generazioni non saranno più angustiate dalla carie dentale, un’altra è risolvere questo problema dotando la futura umanità di un becco d’anatra al posto della tradizionale dentatura!, una modifica radicale del nostro fenotipo e genotipo che, come vedremo fra breve in questa stessa nota, la Haraway porta alle sue estreme conseguenze nel suo più recente lavoro, Stayng with the Trouble – del fatto che l’Haraway nel delineare la sua fantastica trasformistica umanità prossima ventura si dimostra del tutto conforme ed espressione di quella cultura occidentale, il cui grandissimo errore non è stato, come crede la Haraway, di essere una cultura maschilista, aristocratica, fallocentrica e tutte le altre grandi nequizie lessicali che si possono trarre dal suo dizionario più o meno femminista ma, molto più semplicemente, di non aver saputo sviluppare il grande spunto aristotelico dello zoòn lògon èchon, dell’uomo che proprio per essere  un “animale politico” (zoòn politikòn o ζῷον πολιτικόν) è anche l’unico “animale che possiede il linguaggio” (zoòn lògon èchon o ζῷον  λόγον  ἔχων) (Aristotele, Politica, 1253a 9-10, da noi consultato nella versione in inglese con testo originale a fianco Aristotle, Politics, London, William Heinemann LTD, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1959, presso gli URL di Internet Archive  https://archive.org/details/politicsrackh00arisuoft e https://ia800904.us.archive.org/6/items/politicsrackh00arisuoft/politicsrackh00arisuoft.pdf) e nel caso della Haraway, dominata dalla sua stessa fantasmagoria feticistica lessicale, verrebbe quasi voglia di sposare in toto il pensiero di Heidegger quando il filosofo afferma che «La parola che ci parla dell’essenza di una cosa ci viene dal linguaggio, perché noi sappiamo fare attenzione all’essenza propria di questo.[…] L’uomo si comporta come se fosse lui il creatore e il padrone del linguaggio, mentre è questo, invece, che rimane signore dell’uomo. Questo rovesciamento di rapporto è uno dei motivi dell’estraniazione (Unheimische) dell’uomo. Il linguaggio è l’appello supremo che viene rivolto all’uomo» (Martin Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1976, p. 97,  da noi citato dall’URL https://www.opuslibros.org/Index_libros/Recensiones_1/heidegge_dis.htm, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191122073121/https://www.opuslibros.org/Index_libros/Recensiones_1/heidegge_dis.htm), mentre in realtà, al netto della filosofia di Heidegger che, dal nostro punto di vista, può a buon diritto essere definito il pensatore più antistrategico, più antiprassistico e meno dialettico mai comparso sulla faccia della Terra, quello che il filosofo di Meßkirch ci segnala – anche se involontariamente e probabilmente anche con un inconscio riferimento a sé stesso  – è che l’uomo è quasi sempre dimentico di essere il creatore strategico del linguaggio e quindi, anziché essere un “animale che possiede il linguaggio”, il più delle volte è “un animale posseduto dal linguaggio” e questo essere dimentico della vera, autentica ed unica  natura dell’uomo già individuata da Aristotele nella sua Politica – e che nell’ambito dell’ulteriormente raffinato paradigma olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico è natura umana linguistico-politica in una dinamica prassistica dove l’uomo e il suo linguaggio sono dialetticamente interconnessi in un continuo rapporto di creazione del soggetto e dell’oggetto dove il soggetto uomo è contemporaneamente creato dalla sua creazione-oggetto linguaggio, che in questo modo diventa soggetto che crea il suo oggetto, che crea cioè l’uomo stesso – è il vero tratto distintivo della Haraway, la quale nonostante (anzi proprio per queste) fantasmagorie linguistiche non si distacca assolutamente da tutta la grande rimozione del pensiero occidentale sulla natura linguistico-politica dell’uomo già intravista da Aristotele, una rimozione che nel Novecento ha avuto in Heidegger il suo più grande interprete ma che in finale di XX secolo e nell’inizio del nostro successivo, vede schierata fra i suoi protagonisti anche la Haraway, in uno però strano pasticcio mitologico-linguistico dove, con intenzioni del tutto antitetiche a quelle di Heidegger, non si  vuole la soppressione della dialettica ma se ne è alla continua ricerca,  ricerca però del tutto frustrata  da questo   suo  fiammeggiante e soteriologico  feticistico-fantasmagorico-mitologico linguaggio (che dà espressione nel caso del Cyborg Manifesto al mito del  cyborg), del tutto inadeguato a raggiungere una minimamente accettabile dimensione dialettica. «“The Camille Stories: Children of Compost” closes this book. This invitation to a collective speculative fabulation follows five generations of a symbiogenetic join of a human child and monarch butterflies along the many lines and nodes of these insects’ migrations between Mexico and the United States and Canada. These lines trace socialities and materialities crucial to living and dying with critters on the edge of disappearance so that they might go on. Committed to nurturing capacities to respond, cultivating ways to render each other capable, the Communities of Compost appeared all over the world in the early twenty-first century on ruined lands and waters. These communities committed to help radically reduce human numbers over a few hundred years while developing practices of multispecies environmental justice of myriad kinds. Every new child had at least three human parents; and the pregnant parent exercised reproductive freedom in the choice of an animal symbiont for the child, a choice that ramified across the generations of all the species. The relations of symbiogenetic people and unjoined humans brought many surprises, some of them deadly, but perhaps the deepest surprises emerged from the relations of the living and the dead, in symanimagenic complexity, across the holobiomes of earth. Lots of trouble, lots of kin to be going on with.» (introduzione a Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, p. 8, notazione bibliografica già  supra alla precedente nota n° 9, come sempre supra in questa nota URL presso il quale il documento può essere scaricato:  https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, nostro congelamento Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, e URL del nostro caricamento del documento su Internet Archive: https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up                                                                                                                                e https://ia803104.us.archive.org/4/items/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/Donna%20J.%20Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf. N.B. Successivamente,  questo caricamento su Internet Archive reso non disponibile dalla piattaforma per presunta  violazione delle clausole  sul copyright; rimane disponibile il congelamento Wayback Machine) (…) «And then Camille came into our lives, rendering present the cross-stitched generations of the not-yet-born and not-yet-hatched of vulnerable, coevolving species. Proposing a relay into uncertain futures, I end Staying with the Trouble with a story, a speculative fabulation, which starts from a writing workshop at Cerisy in summer 2013, part of Isabelle Stengers’s colloquium on gestes speculatifs. Gestated in SF writing practices, Camille is a keeper of memories in the flesh of worlds that may become habitable again. Camille is one of the children of compost who ripen in the earth to say no to the posthuman of every time. I signed up for the afternoon workshop at Cerisy called Narration Speculative. The first day the organizers broke us down into writing groups of two or three participants and gave us a task. We were asked to fabulate a baby, and somehow to bring the infant through five human generations. In our times of surplus death of both individuals and of kinds, a mere five human generations can seem impossibly long to imagine flourishing with and for a renewed multispecies world. Over the week, the groups wrote many kinds of possible futures in a rambunctious play of literary forms. Versions abounded. Besides myself, the members of my group were the filmmaker Fabrizio Terranova and psychologist, philosopher, and ethologist Vinciane Despret. The version I tell here is itself a speculative gesture, both a memory and a lure for a “we” that came into being by fabulating a story together one summer in Normandy. I cannot tell exactly the same story that my cowriters would propose or remember. My story here is an ongoing speculative fabulation, not a conference report for the archives. We started writing together, and we have since written Camille stories individually, sometimes passing them back to the original writers for elaboration, sometimes not; and we have encountered Camille and the Children of Compost in other writing collaborations too. All the versions are necessary to Camille. My memoir for that workshop is an active casting of threads from and for ongoing, shared stories. Camille, Donna, Vinciane, and Fabrizio brought each other into copresence; we render each other capable. The Children of Compost insist that we need to write stories and live lives for flourishing and for abundance, especially in the teeth of rampaging destruction and impoverization. Anna Tsing urges us to cobble together the “arts of living on a damaged planet”; and among those arts are cultivating the capacity to reimagine wealth, learn practical healing rather than wholeness, and stitch together improbable collaborations without worrying overmuch about conventional ontological kinds. The Camille Stories are invitations to participate in a kind of genre fiction committed to strengthening ways to propose near futures, possible futures, and implausible but real nows. Every Camille Story that I write will make terrible political and ecological mistakes; and every story asks readers to practice generous suspicion by joining in the fray of inventing a bumptious crop of Children of Compost. Readers of science fiction are accustomed to the lively and irreverent arts of fan fiction. Story arcs and worlds are fodder for mutant transformations or for loving but perverse extensions. The Children of Compost invite not so much fan fiction as sym fiction, the genre of sympoiesis and symchthonia – the coming together of earthly ones. The Children of Compost want the Camille Stories to be a pilot project, a model, a work and play object, for composing collective projects, not just in the imagination but also in actual story writing. And on and under the ground. Vinciane, Fabrizio, and I felt a vital pressure to provide our baby with a name and a pathway into what was not yet but might be. We also felt a vital pressure to ask our baby to be part of learning, over five generations, to radically reduce the pressure of human numbers on earth, currently set on a course to climb to more than 11 billion by the end of the twenty-first century CE. We could hardly approach the five generations through a story of heteronormative reproduction (to use the ugly but apt American feminist idiom)! More than a year later, I realized that Camille taught me how to say, “Make Kin Not Babies.” Immediately, however, as soon as we proposed the name of Camille to each other, we realized that we were now holding a squirming child who had no truck with conventional genders or with human exceptionalism. This was a child born for sympoiesis – for becoming-with and makingwith a motley clutch of earth others. // IMAGINING THE WORLD OF THE CAMILLES // Luckily, Camille came into being at a moment of an unexpected but powerful, interlaced, planetwide eruption of numerous communities of a few hundred people each, who felt moved to migrate to ruined places and work with human and nonhuman partners to heal these places, building networks, pathways, nodes, and webs of and for a newly habitable world. Only a portion of the earthwide, astonishing, and infectious action for well-being came from intentional, migratory communities like Camille’s. Drawing from long histories of creative resistance and generative living in even the worst circumstances, people everywhere found themselves profoundly tired of waiting for external, never materializing solutions to local and systemic problems. Both large and small individuals, organizations, and communities joined with each other, and with migrant communities like Camille’s, to reshape terran life for an epoch that could follow the deadly discontinuities of the Anthropocene, Capitalocene, and Plantationocene. In system-changing simultaneous waves and pulses, diverse indigenous peoples and all sorts of other laboring women, men, and children – who had been long subjected to devastating conditions of extraction and production in their lands, waters, homes, and travels – innovated and strengthened coalitions to recraft conditions of living and dying to enable flourishing in the present and in times to come. These eruptions of healing energy and activism were ignited by love of earth and its human and nonhuman beings and by rage at the rate and scope of extinctions, exterminations, genocides, and immiserations in enforced patterns of multispecies living and dying that threatened ongoingness for everybody. Love and rage contained the germs of partial healing even in the face of onrushing destruction. None of the Communities of Compost could imagine that they inhabited or moved to “empty land.” Such still powerful, destructive fictions of settler colonialism and religious revivalism, secular or not, were fiercely resisted. The Communities of Compost worked and played hard to understand how to inherit the layers upon layers of living and dying that infuse every place and every corridor. Unlike inhabitants in many other utopian movements, stories, or literatures in the history of the earth, the Children of Compost knew they could not deceive themselves that they could start from scratch. Precisely the opposite insight moved them; they asked and responded to the question of how to live in the ruins that were still inhabited, with ghosts and with the living too. Coming from every economic class, color, caste, religion, secularism, and region, members of the emerging diverse settlements around the earth lived by a few simple but transformative practices, which in turn lured – became vitally infectious for – many other peoples and communities, both migratory and stable. The communities diverged in their development with sympoietic creativity, but they remained tied together by sticky threads.The linking practices grew from the sense that healing and ongoingness in ruined places requires making kin in innovative ways. In the infectious new settlements, every new child must have at least three parents, who may or may not practice new or old genders. Corporeal differences, along with their fraught histories, are cherished. New children must be rare and precious, and they must have the robust company of other young and old ones of many kinds. Kin relations can be formed at any time in life, and so parents and other sorts of relatives can be added or invented at significant points of transition. Such relationships enact strong lifelong commitments and obligations of diverse kinds. Kin making as a means of reducing human numbers and demands on the earth, while simultaneously increasing human and other critters’ flourishing, engaged intense energies and passions in the dispersed emerging worlds. But kin making and rebalancing human numbers had to happen in risky embodied connections to places, corridors, histories, and ongoing decolonial and postcolonial struggles, and not in the abstract and not by external fiat. Many failed models of population control provided strong cautionary tales. Thus the work of these communities was and is intentional kin making across deep damage and significant difference. By the early twenty-first century, historical social action and cultural and scientific knowledges – much of it activated by anticolonial, antiracist, proqueer feminist movement – had seriously unraveled the once-imagined natural bonds of sex and gender and race and nation, but undoing the widespread destructive commitment to the still-conceived natural necessity of the tie between kin making and a treelike biogenetic reproductive genealogy became a key task for the Children of Compost. The decision to bring a new human infant into being is strongly structured to be a collective one for the emerging communities. Further, no one can be coerced to bear a child or punished for birthing one outside community auspices. The Children of Compost nurture the born ones every way they can, even as they work and play to mutate the apparatuses of kin making and to reduce radically the burdens of human numbers across the earth. Although discouraged in the form of individual decisions to make a new baby, reproductive freedom of the person is actively cherished. This freedom’s most treasured power is the right and obligation of the human person, of whatever gender, who is carrying a pregnancy to choose an animal symbiont for the new child. All new human members of the group who are born in the context of community decision making come into being as symbionts with critters of actively threatened     species, and therefore with the whole patterned fabric of living and dying of those particular beings and all their associates, for whom the possibility of a future is very fragile. Human babies born through individual reproductive choice do not become biological symbionts, but they do live in many other kinds of sympoiesis with human and nonhuman critters. Over the generations, the Communities of Compost experienced complex difficulties with hierarchical caste formations and sometimes violent clashes between children born as symbionts and those born as more conventional human individuals. Syms and non-syms, sometimes literally, did not see eye to eye easily. The animal symbionts are generally members of migratory species, which critically shapes the lines of visiting, working, and playing for all the partners of the symbiosis. The members of the symbioses of the Children of Compost, human and nonhuman, travel or depend on associates that travel; corridors are essential to their being. The restoration and care of corridors, of connection, is a central task of the communities; it is how they imagine and practice repair of ruined lands and waters and their critters, human and not. The Children of Compost came to see their shared kind as humus, rather than as human or nonhuman. The core of each new child’s education is learning how to live in symbiosis so as to nurture the animal symbiont, and all the other beings the symbiont requires, into ongoingness for at least five human generations. Nurturing the animal symbiont also means being nurtured in turn, as well as inventing practices of care of the ramifying symbiotic selves. The human and animal symbionts keep the relays of mortal life going, both inheriting and inventing practices of recuperation, survival, and flourishing. Because the animal partners in the symbiosis are migratory, each human child learns and lives in nodes and pathways, with other people and their symbionts, in the alliances and collaborations needed to make ongoingness possible. Literally and figurally, training the mind to go visiting is a lifelong pedagogical practice in these communities. Together and separately, the sciences and arts are passionately practiced and enlarged as means to attune rapidly evolving ecological naturalcultural communities, including people, to live and die well throughout the dangerous centuries of irreversible climate change and continuing high rates of extinction and other troubles. A treasured power of individual freedom for the new child is to choose a gender – or not – when and if the patterns of living and dying evoke that desire. Bodily modifications are normal among Camille’s people; and at birth a few genes and a few microorganisms from the animal symbiont are added to the symchild’s bodily heritage, so that sensitivity and response to the world as experienced by the animal critter can be more vivid and precise for the human member of the team. The animal partners are not modified in these ways, although the ongoing relationships with lands, waters, people and peoples, critters, and apparatuses render them newly capable in surprising ways too, including ongoing EcoEvoDevo biological changes. Throughout life, the human person may adopt further bodily modifications for pleasure and aesthetics or for work, as long as the modifications tend to both symbionts’ wellbeing in the humus of sympoiesis. Camille’s people moved to southern West Virginia in the Appalachian Mountains on a site along the Kanawha River near Gauley Mountain, which had been devastated by mountaintop removal coal mining. The river and tributary creeks were toxic, the valleys filled with mine debris, the people used and abandoned by the coal companies. Camille’s people allied themselves with struggling multispecies communities in the rugged mountains and valleys, both the local people and the other critters. Most of the Communities of Compost that became most closely linked to Camille’s gathering lived in places ravaged by fossil fuel extraction or by mining of gold, uranium, or other metals. Places eviscerated by deforestation or agriculture practiced as water and nutrient mining and monocropping also figured large in Camille’s extended world. Monarch butterflies frequent Camille’s West Virginia community in the summers, and they undertake a many-thousand-mile migration south to overwinter in a few specific forests of pine and oyamel fir in central Mexico, along the border of the states of Michoacan and Mexico. In the twentieth century, the monarch was declared the state insect of West Virginia; and the Sanctuario de la Biosfera Mariposa Monarca (Monarch Butterfly Biosphere Reserve), a UNESCO World Heritage Site after 2008, was established in the ecoregion along the Trans-Mexican Volcanic Belt of surviving woodlands. Throughout their complex migrations, the monarchs must eat, breed, and rest in cities, ejidos, indigenous lands, farms, forests, and grasslands of a vast and damaged landscape, populated by people and peoples living and dying in many sorts of contested ecologies and economies. The larvae of the leap-frogging spring eastern monarch migrations from south to north face the consequences of genetic and chemical technologies of mass industrial agriculture that make their indispensable food  – the leaves of native, local milkweeds – unavailable along most of the routes. Not just the presence of any milkweed, but the seasonal appearance of local milkweed varieties from Mexico to Canada, is syncopated in the flesh of monarch caterpillars. Some milkweed species flourish in disturbed land; they are good pioneer plants. The common milkweed of central and eastern North America, Asclepias syriaca, is such an early successional plant. Milkweeds thrive on roadsides and between crop furrows, and these are the milkweeds that are especially susceptible to herbicides like Monsanto’s glyphosphate-containing herbicide, Roundup. Another milkweed is also important to the eastern migration of monarchs, namely the climax prairie species native to grasslands in later successional stages. With the nearly complete destruction of climax prairies across North America, this milkweed, Asclepias meadii, is fiercely endangered. Throughout the spring, summer, and fall, a large variety of early, midseason, and late flowering plants, including milkweed blossoms, produce the nectar sucked greedily by monarch adults. On the southern journey to Mexico, the future of the North American eastern migration is threatened by loss of the habitats of nectar-producing plants to feed the nonbreeding adults flying to overwinter in their favorite roosting trees in mountain woodlands. These woodlands in turn face naturalcultural degradation in complex histories of ongoing state, class, and ethnic oppression of campesinos and indigenous peoples in the region, for example, the Mazahuas and Otomi. Unhinged in space and time and stripped of food in both directions, larvae starve and hungry adults grow sluggish and fail to reach their winter homes. Migrations fail across the Americas. The trees in central Mexico mourn the loss of their winter shimmying clusters, and the meadows, farms, and town gardens of the United States and southern Canada are desolate in summer without the flitting shimmer of orange and black. For the child’s symbionts, Camille 1’s birthing parent chose monarch butterflies of North America, in two magnificent but severely damaged streams, from Canada to Mexico, and from the state of Washington, along California, and across the Rocky Mountains. Camille’s gestational parent exercised reproductive freedom with wild hope, choosing to bond the soon-to-be-born fetus with both the western and eastern currents of this braid of butterfly motion. That meant that Camille of the first generation, and further Camilles for four more human generations at least, would grow in knowledge and know-how committed to the ongoingness of these gorgeous and threatened insects and their human and nonhuman communities all along the pathways and nodes of their migrations and residencies in these places and corridors, not all the time everywhere. Camille’s community understood that monarchs as a widespread global species are not threatened; but two grand currents of a continental migration, a vast connected sweep of myriad critters living and dying together, were on the brink of perishing. The child-bearing parent who chose the monarch butterfly as Camille’s symbiont   was   a   single     person   with the response-ability to exercise potent, noninnocent, generative freedom that was pregnant with consequences for ramifying worlds across five generations. That irreducible singularity, that particular exercise of reproductive choice, set in train a severalhundred-year effort, involving many actors, to keep alive practices of migration across and along continents for all the migrations’ critters. The Communities of Compost did not align their children to “endangered species” as that term had been developed in conservation organizations in the twentieth century. Rather, the Communities of Compost understood their task to be to cultivate and invent the arts of living with and for damaged worlds in place, not as an abstraction or a type, but as and for those living and dying in ruined places. All the Camilles grew rich in worldly communities throughout life, as work and play with and for the butterflies made for intense residencies and active migrations with a host of people and other critters. As one Camille approached death, a new Camille would be born to the community in time so that the elder, as mentor in symbiosis, could teach the younger to be ready. The Camilles knew the work could fail at any time. The dangers remained intense. As a legacy of centuries of economic, cultural, and ecological exploitation both of people and other beings, excess extinctions and exterminations continued to stalk the earth. Still, successfully holding open space for other critters and their committed people also flourished, and multispecies partnerships of many kinds contributed to building a habitable earth in sustained troubled times. //THE CAMILLE STORIES// The story I tell below tracks the five Camilles along only a few threads and knots of their lifeways, between the birth of Camille 1 in 2025 and the death of Camille 5 in 2425. The story I tell here cries out for collaborative and divergent story-making practices, in narrative, audio, and visual performances and texts in materialities from digital to sculptural to everything practicable. My stories are suggestive string figures at best; they long for a fuller weave that still keeps the patterns open, with ramifying attachment sites for storytellers yet to come. I hope readers change parts of the story and take them elsewhere, enlarge, object, flesh out, and reimagine the lifeways of the Camilles. The Camille Stories reach only to five generations, not yet able to fulfill the obligations that the Haudenosaunee Confederacy imposed on themselves and so on anyone who has been touched by the account, even in acts of unacknowledged appropriation, namely, to act so as to be response-able to and for those in the seventh generation to come. The Children of Compost beyond the reach of the Camille Stories might become capable of that kind of worlding, which somehow once seemed possible, before the Great Acceleration of the Capitalocene and the Great Dithering. Over the five generations of the Camilles, the total number of human beings on earth, including persons in symbiosis with vulnerable animals chosen by their birth parent (syms) and those not in such symbioses (non-syms), declined from the high point of 10 billion in 2100 to a stable level of 3 billion by 2400. If the Communities of Compost had not proved from their earliest years so successful and so infectious among other human people and peoples, the earth’s population would have reached more than 11 billion by 2100. The breathing room provided by that difference of a billion human people opened up possibilities for ongoingness for many threatened ways of living and dying for both human and nonhuman beings. [corsivo nell’originale]» (Ivi., pp. 134-144, dal capitolo 8 The Camille Stories. Children of Compost, pp. 134-168). Scenari postapocalittici, comunità umane e umani vaganti in cerca di una nuova utopia, o meglio di nuove utopie, e utopie più o meno diverse e più o meno realizzate in cui i tratti che le accomunano sono A) realizzare una decrescita demografica per raggiungere un migliore equilibrio ecologico (e se fosse solo questo, saremmo “solo” dalle parti delle decrescite più o meno felici tanto in voga in questi antistrategici tempi) e B) una inarrestabile tendenza in tutte queste comunità utopiche a modificare il patrimonio genetico umano sia  per combattere la tendenza dell’uomo a generare figli attraverso i quali possa rispecchiarsi, pulsione che, generando tendenzialmente un aumento del numero degli umani, implica una inevitabile aggressività della costituenda famiglia verso le altre famiglie e verso l’ambiente sociale ed ecologico perché ogni famiglia vede progressivamente ridotto lo spazio della propria nicchia ecologica di sopravvivenza (nella vecchia geopolitica ed anche nel Repubblicanesimo Geopolitico invece che ‘nicchia ecologica’ si impiega il termine  di  ‘Lebensraum’, ma mentre per il Repubblicanesimo Geopolitico il Lebensraum va inteso dialetticamente, qui anche  la Haraway, anche se si guarda bene di impiegare e il termine Lebensraum ed anche di esprimere chiaramente il suo concetto, è protesa verso la Gestalt di questo concetto, solo che, disgraziatamente, si tratta di uno spazio vitale inteso nella maniera meno dialettica possibile, insomma di un Lebensraum in versione nazista, il quale, per i suoi scopi politici imperialisti e per fare, quindi, del Lebensraum un concetto di pronto e facile uso per giustificare la conquista e la colonizzazione tedesca dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica, aveva accuratamente epurato gli elementi dialettici che pur esistevano nell’originario concetto: la differenza della Haraway con il nazismo è che il suo spazio vitale è uno spazio che anziché allargarsi deve restringersi favorendo l’allargarsi dello spazio vitale di altre specie, ma nel nazismo come nella Haraway il “gioco” dello spazio vitale è sempre a somma zero, insomma un Lebensraum totalmente antidialettico e a questo punto poco importano le intenzioni “politicamente corrette” espresse dall’autrice; e facciamo anche notare che, come il nazismo, anche l’Haraway è fautrice dell’eugenetica. Certo non per selezionare una razza umana superiore ma per realizzarne una non più umana, frutto della ricombinazione genetica con altre specie – per realizzare, cioè, il primo simbionte mezzo uomo e mezzo altra specie – allo scopo di raggiungere un miglior equilibrio ecologico sulla Terra: certamente un sorprendente riapparire di vecchie, deliranti e catastrofiche idee e senza ulteriori commenti: «le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni » e di inediti – e perniciosi – ritorni…) ed anche perché – e questo l’autrice non lo dice espressamente ma lo si legge fra le righe – il generare figli a propria immagine e somiglianza è un sentimento egoistico che già di per sé è antitetico con il telos di queste comunità di entrare in rapporto simbiotico con tutte le altre specie viventi, un rapporto simbiotico che concretamente si realizza con l’assunzione da parte di ogni nuovo nascituro di parte del materiale genetico di una particolare specie non umana a rischio più o meno di estinzione, in una abdicazione, quindi, delle caratteristiche genotipico-fenotipiche della specie umana che confligge sia con l’istinto espresso dal biblico “crescete e moltiplicatevi” sia con l’egoistica pulsione a vedersi rispecchiati nei propri figli («make kin not babies», cioè non fate figli ma diventate parenti con altre specie, è la frase mantra che percorre tutto il Staying with the Trouble e The Camille Stories ne è la sintesi perfetta  che esprime questa esortazione in forma di racconto fantascientifico. Per il Repubblicanesimo Geopoliltico, invece, la procreazione è sì un atto di strategia biologica – quindi, se vogliamo, anche “egoistico” –  ma è anche un decisivo passaggio perché la natura  linguistico-politica dell’uomo possa concretamente continuare e generare  nel tempo la sua dialettica prassistica. Pensiamo sia inutile aggiungere altre nostre osservazioni in merito a questa esortazione della Haraway). Per riassumere e concludere. Nel racconto fantascientico The Camille Stories: Children of Compost (significativo, fra l’altro, di una fortissima tendenza antistrategica e quindi antiumanista il sottotitolo del racconto, Children of Compost, bimbi, cioè, del fertilizzante naturale e la Haraway gioca evidentemente con l’ambivalenza semantica del termine che può essere inteso anche come ‘letame’), le cinque Camille che si succedono in un arco plurisecolare assumono progressivamente generazione dopo generazione sempre più le sembianze morfologiche della farfalla monarca con cui devono entrare in stretta simbiosi: in estrema sintesi questa è la trama del  racconto fantascientifico delle storie delle varie cinque Camille ma sarebbe veramente ingenuo liquidare il tutto come un semplice esercizio di narrativa fantascientifica, in cui le immaginifiche suggestioni di un’umanità geneticamente modificata non è altro che un espediente per  rinnovare dal punto di vista meramente letterario il genere fantascientifico  rimpiazzando  le vecchie fantasmagorie fantascientifiche modello Asimov dove è l’automa, il robot, ad essere il protagonista del racconto e il generatore delle fantasmagorie, sostituito ora in questo ruolo dal simbionte mezzo uomo e mezzo altra specie. In realtà, come la stessa Haraway espressamente ci dice, il racconto è un racconto utopico, il racconto indica cioè il desiderio di uno stato futuro dell’umanità dove magari i dettagli del racconto sono sì frutto di fantasia ma il telos dello stesso indica la direzione che l’umanità deve intraprendere per il suo bene e per il bene di tutti i viventi (e cioè, per essere chiari: decrescita demografica, modificazioni genetiche per porre riparo alla eccessiva aggressività della specie umana al suo interno e  verso le altre specie animali e vegetali, diminuzione dell’aggressività umana da raggiungersi anche attraverso l’annullamento delle differenze di genere), il tutto, per concludere, espresso in un fiammeggiante stile  fantasmagorico che ci fa affermare con Gestalt marxiana e contenuto dialettico da Repubblicanesimo Geopolitico che nella ultima Haraway il feticcio di un corpo umano in cui tutte le magìe sono possibili (ricordate il tavolo di Marx  che  «si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta con i piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare.») altro non è che il segno del nascondimento ed occultamento dei rapporti dialettico-espressivi-strategici-conflittuali che  creano, animano e generano ex nihilo ed ex suo la società (che generano, cioè, in un prassistico vicendevole rapporto dialettico sia l’uomo che la società in cui questo si trova ad agire). In ultima analisi, anche se la prima Haraway aveva assunto come utopico modello il cyborg mezzo uomo e mezza macchina e ora invece il modello da imitare è l’uomo che rinuncia ai suoi tratti evolutivi caratterizzanti ma si fa simbionte con specie che hanno avuto una distinta evoluzione e si riduce quindi a mezzo uomo e mezzo animale (o mezzo vegetale, se si preferisce tutelare tramite simbiosi queste forme di viventi), siamo sempre in presenza di un messaggio feticcio che espelle e nullifica i pur interessanti vagiti  dialettici presenti nell’autrice, ma  spunti dialettici soffocati   nell’Haraway –  come, del resto, in tutta la tradizione filosofica occidentale, e in questo soffocamento, certamente subìto ma nondimeno attuato, l’Haraway non è rivoluzionaria come pretenderebbe, anzi è perfettamente conformista – che     solo sviluppando la teoria dello zoòn politikòn e dello zoòn lògon èchon possono dare attuazione e sviluppo ad una compiuta ed adeguata prassi dialettica espressiva-strategica-conflittuale. Noi chiamiamo questa attuazione  ‘Epifania strategica’, che è sì anch’essa un’utopia ma un’utopia non basata su una feticistica e fantasmagorica rimozione sulla natura linguistico-politica dell’uomo ma sul tentativo di un suo prassistico e dialettico pubblico inveramento. E, da questo punto di vista, anche i mostri cyborghiani e/o i similumani simbionti della Haraway che proprio attraverso le loro fantasmagoriche e feticistiche rappresentazioni sono i segnalatori di una mal repressa e dolente dialettica non solo ci indicano, per una sorta di effetto perverso certamente non voluto dall’autrice, una via che l’umanità non deve seguire (per essere chiari: una antiprassistica eugenetica di marca nazista, con la differenza che nell’eugenetica nazista si vuole realizzare il superuomo ariano alto, biondo e dolicocefalo mentre l’Haraway vuole realizzare il supersimbionte mezzo uomo e mezzo animale o vegetale con caratteristiche genotipico-fenotipiche prese a prestito dalla specie con cui il futuro nascituro dovrà stabilire uno strettissimo legame empatico e simbiotico, vedi ancora il racconto delle cinque Camille, con le Camille che generazione dopo generazione assumono in misura sempre crescente caratteristiche fisiche ed apparati della farfalla Monarca, la specie con cui all’inizio di questa particolare stirpe simbiotica è stato deciso che le varie Camille devono entrare in rapporto simbiotico) ma anche – e qui ritorniamo all’avvertenza da noi più volta espressa in questo lavoro – che il Repubblicanesimo Geopolitico rispetto agli avanzamenti tecnologici della genetica e della biologia e, più in generale, di tutte le scienze, deve attenersi alla massima ‘amicus Plato sed magis amica veritas’, il che tradotto nella  nostra Weltanschauung gnoseologico-epistemologica significa che il Repubblicanesimo Geopolitico accoglie con favore tutte le conoscenze e possibilità offertaci dalle scienze induttive o deduttive che siano ma non sposa di queste alcun esito in particolare – sia questo di natura prettamente tecnica o di più vasta portata culturale –limitandosi ad utilizzarlo nell’ambito del suo schema storicistico olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale. La Haraway ha fatto esattamente il contrario facendo divenire valore tutte le possibilità che ci offrono le scienze biologiche e genetiche e non curandosi affatto quando queste vanno in senso umanamente antiprassistico e realizzando questa sua mancata dialettizzazione di queste scienze attraverso il velo dei suoi feticistici e fantasmagorici simboli, il cyborg ed il simbionte. Ed è proprio per questo suo chiaro errore, una sorta di rimozione freudiana della vera dialettica dove il tavolo cyborg e simbionte «si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare», che l’Haraway ci indica attraverso la sua negazione la strada da seguire e dobbiamo quindi esserle grati.

 

11 «Mixotricha paradoxa is everyone’s favorite critter for explaining complex “individuality,” symbiogenesis, and symbiosis. Margulis described this critter that is/are made up of at least five different taxonomic kinds of cells with their genomes this way: «Under low magnification, M. paradoxa looks like a single-celled swimming ciliate. With the electron microscope, however, it is seen to consist of five distinct kinds of creatures. Externally, it is most obviously the kind of one-celled organism that is classified as a protist. But in side each nucleated cell, where one would expect to find mitochondria, are many spherical bacteria. On the surface, where cilia should be, are some 250,000 hairlike Treponema spirochetes (resembling the type that causes syphilis), as well as a contingent of large rod bacteria that is also 250,000 strong. In addition, we have redescribed 200 spirochetes of a larger type and named them Canaleparolina darwiniensis.8 [esponente di nota 8 a p. 62 di  Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble, cit., testo della nota p. 190: «Margulis and Sagan, “The Beast with Five Genomes.”». Notazione bibliografica incompleta. Completa: Lynn Margulis, Dorion Sagan,  The beast with five genomes, in “Natural History Magazine”,  giugno 2001, pp. 38-41. Abbiamo recuperato l’articolo presso http://www.naturalhistorymag.com/htmlsite/master.html?http://www.naturalhistorymag.com/htmlsite/0601/0601_feature.html  e vista l’impossibilità della Wayback Machine di congelare l’URL, dopo download dall’URL stesso abbiamo caricato il testo dell’articolo presso Internet  Archive agli URL  https://archive.org/details/lynnmargulisdorionsaganthebeastwithfivegenomes/mode/2up  e https://ia902800.us.archive.org/34/items/lynnmargulisdorionsaganthebeastwithfivegenomes/Lynn%20Margulis%2C%20Dorion%20Sagan%2C%20%20The%20beast%20with%20five%20genomes.pdf, vedi  infra rassegna bibliografica internettiana finale] Leaving out viruses, each M. paradoxa is not one, not five, not several hundred thousand, but a poster critter for holobionts. This holobiont lives in the gut of an Australian termite, Mastotermes darwiniensis, which has its own sf stories to tell about ones and manys, or holoents. Termite symbioses, including their doings with people, not to mention mushrooms, are the stuff of legends – and cuisine. Check out the holobiomes of Macrotermes natalensis and its cultivated fungus Termitomyces, recently in the science news.9» [esponente di nota 9 p. 62, testo della nota p. 190: «Poulsen et al., “Complementary Symbiont Contributions to Plant Decomposition in a Fungus Farming Termite.” On these termite-bacterial-fungal symbioses, see the superb science writer Yong, “The Guts That Scrape the Skies.”»] M. paradoxa and their ilk have been my companions in writing and thinking for decades. Since Darwin’s On the Origin of Species in 1859, biological evolutionary theory has become more and more essential to our ability to think, feel, and act well; and the interlinked Darwinian sciences that came together roughly between the 1930s and 1950s into “the Modern Synthesis” or “New Synthesis” remain astonishing. How could one be a serious person and not honor such works as Theodosius Dobzhansky’s Genetics and the Origin of Species (1937), Ernst Mayr’s Systematics and the Origin of Species (1942), George Gaylord Simpson’s Tempo and Mode in Evolution (1944), and even Richard Dawkins’s later sociobiological formulations within the Modern Synthesis, The Selfish Gene (1976)? However, bounded units (code fragments, genes, cells, organisms, populations, species, ecosystems) and relations described mathematically in competition equations are virtually the only actors and story formats of the Modern Synthesis. Evolutionary momentum, always verging on modernist notions of progress, is a constant theme, although teleology in the strict sense is not. Even as these sciences lay the groundwork for scientific conceptualization of the Anthropocene, they are undone in the very thinking of Anthropocene systems that require enfolded autopoietic and sympoietic analysis. Rooted in units and relations, especially competitive relations, the sciences of the Modern Synthesis, for example, population genetics, have a hard time with four key biological domains: embryology and development, symbiosis and collaborative entanglements of holobionts and holobiomes, the vast worldings of microbes, and exuberant critter biobehavioral inter- and intra-actions.10 [esponente di nota 10 p. 63, testo della nota p. 190: «For a closely argued analysis of the dead ends of competition/cooperation binaries and the relentless assumption that explanation in the last instance in biology must be competitive and individualistic, as well as for a fleshed-out description of more adequate explanatory practices, which are more and more in play among venturesome evolutionary, ecological, and behavioral biologists, see van Dooren and Despret, “Evolution.”»] Approaches tuned to “multispecies becoming-with” better sustain us in staying with the trouble on terra. An emerging “New New Synthesis” – an extended synthesis – in transdisciplinary biologies and arts proposes string figures tying together human and nonhuman ecologies, evolution, development, history, affects, performances, technologies, and more. Indebted first to Margulis, I can only sketch a few aspects of the “Extended Evolutionary Synthesis” unfolding in the early twenty-first century.11 [esponente di nota 11  p. 63, testo della nota p. 190: «Gilbert and Epel (Ecological Developmental Biology) document the evidence for what the authors call an “extended evolutionary synthesis,” encompassing the modern synthesis, eco-devo, and eco-evo-devo.»] Forming part of her cosmopolitan heritage, formulations of symbiogenesis predate Margulis in the early twentieth-century work of the Russian Konstantin Mereschkowsky and others.12 [esponente di nota 12 p. 63, testo della nota p. 190: «Mereschkowsky, “Theorie der zwei Plasmaarten als Grundlage der Symbiogenesis.”See also Anonymous, “History.”»] However, Margulis, her successors, and her colleagues bring together symbiogenetic imaginations and materialities with all of the powerful cyborg tools of the late twentieth-century molecular and ultrastructural biological revolutions, including electron microscopes, nucleic acid sequencers, immunoassay techniques, immense and comparative genomic and proteomic databases, and more. The strength of the Extended Synthesis is precisely in the intellectual, cultural, and technical convergence that makes it possible to develop new model systems, concrete experimental practices, research collaborations, and both verbal and mathematical explanatory instruments. Such a convergence was materially impossible before the 1970s and after. A model is a work object; a model is not the same kind of thing as a metaphor or analogy. A model is worked, and it does work. A model is like a miniature cosmos, in which a biologically curious Alice in Wonderland can have tea with the Red Queen and ask how this world works, even as she is worked by the complex-enough, simple-enough world. Models in biological research are stabilized systems that can be shared among colleagues to investigate questions experimentally and theoretically. Traditionally, biology has had a small set of hard-working living models, each shaped in knots and layers of practice to be apt for some kinds of questions and not others. Listing seven basic model systems of developmental biology (namely, fruit flies Drosophila melanogaster; a nematode, Caenorhabditis elegans; the mouse Musmusculis; a frog, Xenopus laevis; the zebrafish Danio rerio; the chicken Gallus gallus; and the mustard Arabidopsis thaliana), Scott Gilbert wrote: «The recognition that one’s organism is a model system provides a platform upon which one can apply for funds, and it assures one of a community of like-minded researchers who have identified problems that the community thinks are important. There has been much lobbying for the status of a model system and the fear is that if your organism is not a recognized model, you will be relegated to the backwaters of research. Thus, “model organisms” have become the center for both scientific and political discussions in contemporary developmental biology.13» [esponente di nota 13 p. 64, testo della nota p. 190: «Gilbert, “The Adequacy of Model Systems for Evo-Devo,” 57. See Black, Models and Metaphors; Frigg and Hartman, “Models in Science”; Haraway, Crystals, Fabrics, and Fields.»] Excellent for studying how parts (genes, cells, tissues, etc.) of well-defined entities fit together into cooperating and/or competing units, all seven of these individuated systems fail the researcher studying webbed inter- and intra-actions of symbiosis and sympoiesis, in heterogeneous temporalities and spatialities. Holobionts require models tuned to an expandable number of quasi-collective/quasi-individual partners in constitutive relatings; these relationalities are the objects of study. The partners do not precede the relatings. Such models are emerging for the transformative processes of EcologicalEvolutionaryDevelopmental biology. Margulis gave us dynamic multipartnered entities like Mixotricha paradoxa to study the evolutionary invention of complex cells from the intra- and interactions of bacteria and archaea. I will briefly introduce two more models, each proposed and elaborated in the laboratory to study a transformation of organizational patterning in the living world: (1) a choanoflagellate-bacteria model for the invention of animal multicellularity, and (2) a squid-bacteria model for the elaboration of developmental symbioses between and among critters necessary to each other’s becoming. A third symbiogenetic model for the formation of complex ecosystems immediately suggests itself in the holobiomes of coral reefs, and I will approach this model through science art worldings rather than the experimental laboratory. Although multicellular plants appeared on earth half a million years earlier, because of its robustness and sympoietic richness, I focus on a proposed model system for the emergence of animal multicellularity. Every living thing has emerged and persevered (or not) bathed and swaddled in bacteria and archaea. Truly nothing is sterile; and that reality is a terrific danger, basic fact of life, and critter-making opportunity. Using molecular and comparative genomic approaches and proposing infectious – symbiogenetic – processes, Nicole King’s laboratory at the University of California, Berkeley, works to reconstruct possible origins and development of animal multicellularity.14 [esponente di nota 14  p. 65, testo della nota p. 190: «“King Lab: Choanoflagellates and the Origin of Animals.”»] These scientists show that interspecies – really, interkingdom – meetings and enfoldings can produce entities that hold together, develop, communicate, and form layered tissues like animals do. As Alegado and King put it: «Comparisons among modern animals and their closest living relatives, the choanoflagellates, suggest that the first animals used flagellated collar cells to capture bacterial prey. The cell biology of prey capture, such as cell adhesion between predator and prey, involves mechanisms that may have been co-opted to mediate intercellular interactions during the evolution of animal multicellularity. Moreover, a history of bacterivory may have influenced the evolution of animal genomes by driving the evolution of genetic pathways for immunity and facilitating lateral gene transfer. Understanding the interactions between bacteria and the progenitors of animals may help to explain the myriad ways in which bacteria shape the biology of modern animals, including ourselves.15»  [esponente di nota 15 p. 65, testo della nota p. 190: «Alegado and King, “Bacterial Influences on Animal Origins.”»] In Marilyn Strathern’s sense, partial connections abound. Getting hungry, eating, and partially digesting, partially assimilating, and partially transforming: these are the actions of companion species. King’s ambitious program is crafting a stabilized and genomically well-characterized model system of cultures of choanoflagellates (Salpingoeca rosetta) and bacteria from the genus Algoriphagus to investigate critical aspects of the formation of multicellular animals. Choanoflagellates can live as either single cells or multicellular colonies; what determines the transitions? The close evolutionary relationship between choanoflagellates and animals lends strength to the model.16 [esponente di  nota 16 p. 65, testo della nota p. 190: «Choanoflagellates and their bacterial associates make an attractive model partly because sponges, long held to be the “most primitive” critters most closely related to animals, have choanoflagellate-like cells in their bodies that do things like capture their prey (bacteria and detritus). However, recent work argues that ctenophores (comb jellies) are genetically more closely related to animals than sponges are. Halanych, “The Ctenophore Lineage Is Older Than Sponges?” See Ed Yong’s beautifully written science news story “Consider the Sponge.” I do not know of any work exploring ctenophore-bacteria interactions, although, managing infections and responding to biofilm formations, ctenophores are tuned to bacteria and archaea, as are we all. In any case, phylogenetic relationships are not the only criteria of a good model. Up to 60 percent of the biomass of sponges is microbes. See Hill, Lopez, and Harriott, “Sponge-Specific Bacterial Symbionts in the Caribbean Sponge.” What a gold mine for the study of holobionts! No wonder Nicole King started looking into all those attachment sites and signaling activities that might tie choanoflagellate-like cells in sponges to her free-living choanoflagellates, their eating, their infections, and their rosette clumping habits. If anything is, eating – not fundamentalist neo-Darwinian selfishness – is “evolutionary explanation in the last instance”; and eating is definitely both infectious and social! Biologically, eating trumps sex for innovative power; and eating is what made sex possible in the first place.»] The symbiogenetic theory of origins of multicellularity is contested; there are attractive alternate explanations. What distinguishes King’s lab is its production of a model system that is experimentally tractable, transferable in principle to other sites, and generative of testable questions at the heart of being animal. To be animal is to become-with bacteria (and, no doubt, viruses and many other sorts of critters; a basic aspect of sympoiesis is its expandable set of players). No wonder the best science writers bring Nicole King’s lab into my dinner conversations on a regular basis.17 [esponente di nota 17 p. 65, testo della nota p. 190: «McGowan, “Where Animals Come From”; Yong, “Bacteria Transform the Closest Living Relatives of Animals from Single Cells into Colonies.”»]»: Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble, cit., pp. 61-65. Iniziamo la nostra glossa a questo passo dell’Haraway  con una semplice precisazione bibliografica.  Nel testo rinviato  dall’esponente di nota 8 di pagina 62 di Staying with the Trouble si legge «Margulis and Sagan, “The Beast with Five Genomes”». Come è di tutta evidenza, si tratta di una citazione bibliografica incompleta che noi abbiamo voluto integrare nel testo harawayno rinviato dall’esponente di nota 8  con la notazione bibliografica completa e non contenti di questo abbiamo pure scovato nella Rete l’articolo e così abbiamo pure intrapreso, come si vede accanto alla notazione completa della Beast with Five Genomes, il solito compito di “congelamento” internettiano del documento. Tutto questo non è dettato dalla volontà, come speriamo ci concedano i lettori, di mettere in atto un eccessivamente acribico e pedante “fare le pulci” alla scarsa precisione bibliografica della Haraway – abbiamo già illustrato i suoi meriti e i suoi demeriti e qualora fosse stata questa la nostra intenzione al lettore verrebbe veramente  la tentazione di non concederci più alcun credito e di trasformare ipso facto i suoi demeriti in meriti o, ancor peggio, di mettere nello stesso sacco, una volta trotzkianamente si sarebbe detto nella pattumiera della storia, i suoi fantasmagorici e feticistici demeriti con i così ritrovati demeriti della dialettica, della filosofia della prassi e dello zoòn lògon èchon – ma ciò è stato fatto per due motivi. Il primo è perché se The Beast with Five Genomes di Margulis e Sagan non fu il primo articolo scientifico a parlare del Mixotricha paradoxa, fu il primo articolo ad affrontare il problema di questo protozoo – organismo veramente singolare perché al suo interno vi sono, come sottolinea il titolo dell’articolo, ben cinque distinti genomi – nell’ambito della teoria dell’olobionte, nell’ambito cioè della teoria elaborata da Margulis che gli organismi pluricellulari, uomo compreso, hanno avuto origine dalla costituzione di colonie di diversi e separati organismi, un unirsi che prima ha generato, appunto, colonie di organismi in rapporto inizialmente solo simbiotico  e poi  ha costituito veri e propri organismi unitari ma che, nella loro pluricellularità, ricordano il loro iniziale costituirsi in colonie di organismi originariamente distinti. E, dal nostro punto di vista, sebbene sempre sensibili al monito di amicus Plato sed magis amica veritas,  quanto la teoria endosimbiotica e la teoria olobiontica (teoria che prese lo spunto dalla teoria endosimbiontica elaborata agli inizi degli anni Sessanta sempre dalla Margulis e che ipotizza che  che il genoma degli attuali organismi, uomo compreso, si sia costituito anche  attraverso lo scambio di pezzi di genoma reso possibile dai rapporti simbiotici che questi organismi hanno stabilito con organismi passati e anche con quelli che attualmente vivono accanto a loro o all’interno del loro stesso organismo: per tutto questo cfr. rassegna bibliografica internettiana del presente documento), siano importanti, come pars destruens,  per picconare una mentalità creazionistica ex nihilo e, come pars construens, per accompagnarci verso una Weltanschauung dialettico-espressiva-strategica-conflittuale non ci soffermeremo oltre avendo fin qui abbondantemente argomentato su questo punto. Il secondo motivo per cui abbiamo voluto mostrare la notazione bibliografica completa dell’articolo di Sagan  e Margulis sulla Beast with five Genomes (cioè sul Mixotricha paradoxa, che è un protozoo che vive all’interno dell’intestino della termite australiana Mastotermes darwiniensis e che è costituito dall’unione di cinque differenti organismi e che, quindi, contiene ben cinque genomi), ma, soprattutto,  dare la possibilità, tramite il rimando all’URL attraverso il quale abbiamo preso visione del testo dell’articolo e poi attraverso il “congelamento” su Internet Archive del documento stesso, è stato quello di invitare i nostri lettori ad un confronto stilistico fra Harway e Margulis, dove la prima si avventura nell’inferno fantasmagorico-feticistico di una mancata dialettica mentre la seconda, pur nell’estrema eterodossia delle sue tesi (eterodossia ai tempi che furono formulate, perché oggi vengono riconosciute come capisaldi teorici della biologia e della genetica), si mantiene sempre lungo una linea argomentativa strettamente legata allo schema induzione-ipotesi e  possibilità di verifica empirica dell’ipotesi stessa. (l’ipotesi Gaia è l’ulteriore prova che Margulis sempre evitò fantasmagorie  à la Haraway e, piuttosto, il suo percorso scientifico fu sempre all’insegna di una forte connotazione dialettica. Questa ipotesi, formulata inizialmente da James Lovelock, sostiene, per farla breve, che la Terra non è il contenitore della vita ma un macrorganismo, cioè che non solo le sue condizioni fisico-chimiche permettono l’esistenza della vita ma che il pianeta stesso è un organismo vivente. Margulis collaborò inizialmente con lo stesso Lovelock nel  dare una base  scientifico-induttiva a questa ipotesi e poi, proprio per questo suo approccio, gradualmente si allontanò da questa originaria versione “dura” dell’ipotesi Gaia per elaborarne una in cui veniva posto l’accento  sulla coevoluzione ed interazione dinamica  fra i processi biologici e quelli più propriamente geologici del pianeta Terra. Ovviamente, per tutto quanto detto finora, mentre rifiutiamo  la fantasmagoria della  “dura” Gaia, sempre con l’avvertenza amicus Plato sed magis amica veritas,  troviamo molta buona dialettica nella versione à la Margulis di Gaia e per chi voglia approfondire l’ipotesi Gaia rimandiamo per un primo approccio alla questione  a https://courses.seas.harvard.edu/climate/eli/Courses/EPS281r/Sources/Gaia/Gaia-hypothesis-wikipedia.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200311082455/https://courses.seas.harvard.edu/climate/eli/Courses/EPS281r/Sources/Gaia/Gaia-hypothesis-wikipedia.pdf). Al nostro paragone fra Margulis ed Haraway si potrebbe replicare che il mestiere  che faceva la Margulis (è venuta a mancare il 22 novembre 2011) e quello che tuttora svolge la Haraway non è lo stesso, una era infatti una biologa genetista mentre la seconda è una sorta di divulgatrice scientifica con pretese di rendere filosofica  questa sua divulgazione, ma il punto non è questo e questo punto ci consente, per l’ennesima volta, di sottolineare la differenza fra la vera dialettica, che è necessariamente deduttiva,  e un approccio, come quello della Haraway, che pur non riuscendo a procedere per via induttiva, non può certo dirsi deduttivo ma semplicemente feticistico-fantasmagorico (o se vogliamo, sintomo di una dialettica catastroficamente  abortita, allo stesso modo, con analogia ai nostri occhi veramente significativa, del discorso religioso nella sua concreta attuazione dogmatico-cultuale, dietro il quale, è di tutta evidenza, si cela una mal espressa Weltanschauung riferentesi ad una totalità espressiva, ma dove, nel concreto, questa totalità espressiva viene attuata e creduta non attraverso un approccio dialettico ma attraverso ingenue e mitologiche forme antropomorfe divinizzate). Ora, se la dialettica non può che riferirsi ad una totalità espressiva che, appunto, attraverso vari e differenziati passaggi dialettici si autogenera ex nihilo ed ex suo, questi momenti dialettici non sono, dal punto di vista della filosofia della prassi, individuabili tramite feticistici e fantasmagorici voli pindarici ma, principalmente, devono essere previamente empiricamente ed induttivamente individuati. E ciò è tanto più vero per il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, che è paradigma prassistico-conoscitivo-deduttivo che si poggia ed agisce su una storicità prevalentemente conosciuta in prima battuta induttivamente e  che poi su questa compie quindi una selezione  a priori dei fatti ritenuti significativi per la sua teoria e per la sua prassi ma che su questi momenti deduttivamente discriminati e poi ricombinati dialetticamente in più vasti ambiti prassistico-conoscitivi non compie assolutamente alcuna azione feticistico-fantasmagorica di invenzione-affabulazione come invece compie la Haraway ma, con spirito si spera di grande umiltà e produttività, compie una prima cernita  alla luce della sua impostazione dialettico-deduttiva per poi cercare di connetterli sempre attraverso il suo approccio deduttivo informato alla superiore totalità esprimentesi e autogeneratasi ex nihilo ed ex suo secondo la modalità olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale. (Ma bisogna sottolineare che la nostra deduzione  non solo compie una cernita sui dati raccolti induttivamente ed  anche li fonde facendone nascere così alcuni  inediti ma, infine, ne crea anche altri ex nihilo ed ex suo, senza cioè passare attraverso la previa fase di cernita e/o di ricombinazione dei dati affiorati dal momento induttivo: l’importante che cernita, ricombinazione od anche creazione ex nihilo ed ex suo che sia rimanga, in ultima istanza, non solo sempre all’interno di un realistico paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale ma anche costituisca un momento dialettico per la sua autogenerazione ex nihilo ed ex suo e quindi perchè, proprio sulla base di questo immanentistico realismo empirico ma non empiricistico in quanto  deduttitivamente basato sulla sua Weltanschauung dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, non si perda in vuote fantasmagorie: insomma, per essere chiari, la “scienza” deduttiva del Repubblicanesimo Geopolitico pur non pretendendo di dettare la linea  sulle direttrici di ricerca e/o sui risultati da conseguire dalle scienze induttivo-empiriche ed anzi avvalendosi dei risultati da queste ottenuti, si assume la prerogativa di fornire un giudizio sul significato  dialettico di  queste e dei loro risultati e facciamo per ultimo notare che è solo attraverso l’impiego di questa “scienza” – sia questo impiego pienamente dispiegato come nel Repubblicanesimo Geopolitico o meno consapevole come nelle impostazioni di pensiero realista e prassistico che l’hanno preceduto e da cui prende lo spunto  – che può essere messo in luce ciò che è autenticamente e genuinamente induttivo nelle scienze empiriche da ciò che deriva da una mal espressa, dolente e malata dialettica e/o da una ideologica negazione della stessa: il primo caso quello della Haraway, il secondo, per es., quello del positivismo, del neopositivismo, e, in campo politico, quello delle concrete pratiche cultuali-teologiche e di tutte le ideologie totalitarie, liberalismo compreso, tutti fenomeni, comunque,  teologico-politici accomunati, non a caso, da feticistiche e fantasmagoriche narrazioni.). Insomma, a proposito dell’Haraway, siamo sempre dalle parti del “cattivo infinito” denunciato da Hegel dove i vari snodi significativi concepiti dall’autrice (a volte empiricamente veramente interessanti, altre volte veri e propri miraggi Fata Morgana, dove l’immagine è data dalla composizione di elementi realistici ma il cui accostamento non rappresenta la realtà empiricamente ed induttivamente accertabile e nemmeno la possibilità di un suo futuro sviluppo in via autonomamente dialettica) non riescono mai a restituirci né una immagine della totalità cui questi fenomeni si riferiscono né un loro verosimile movimento dialettico che possa generare questa totalità ma sono incessantemente e caoticamente sovrapposti all’infinito al solo scopo di suggerirci che, in virtù dei progressi della cibernetica, delle scienze naturali e/o dell’ingegneria genetica, tutti i nostri desideri non solo sono possibili ma anche, solo per il fatto che questa possibilità ci è ormai data, anche desiderabili. Ma così facendo, avendo cioè un’idea dell’infinito solamente additiva e non produttiva, questi desideri risultano, alla fine, assolutamente non fondati e privi di qualsiasi dinamica dialettica, sono cioè, anche espressione di una dialettica che vorrebbe superare l’esistente ma un esistente che, alla fine, risulterà sempre vincente sull’espressione del desiderio perché questi sono momenti senza nessun reale legame organico con l’infinito, cioè con la totalità espressa dialetticamente, col risultato finale, quindi, di una produzione di fantasmagoriche e feticistiche  immagini o, se vogliamo, di una dialettica abortita prima ancora di nascere. Del resto, oltre alle a volte anche interessanti “Fate Morgane” sparse a piene mani nel passo appena citato della Haraway e veramente rappresentative di tutte le “Fate Morgane” di tutta la produzione dell’Haraway (a p. 63 considerazioni non banali su «An emerging “New New Synthesis” – an extended synthesis – in transdisciplinary biologies and arts proposes string figures tying together human and nonhuman ecologies, evolution, development, history, affects, performances, technologies, and more.» che possono essere propedeutiche ad abbattere la falsa barriera ontologica che la nostra cultura occidentale ha eretto fra uomo e mondo vivente non umano – e, quindi, di riflesso, fra mondo naturale e mondo umano culturale-storico – ma senza, però, che l’autrice riesca ad approdare ad un sia pur minimo schema dialettico; a p. 65 la visione-proposta di un’evoluzione degli organismi attraverso endosimbiosi e/o meccanismi olobiontici ma, dal nostro punto di vista, sempre con la medesima inanità dialettica e stessi rilievi alle pp. 61-62, 64 riguardo il Mixotricha paradoxa; ma a p. 63 rispunta il  cyborg: «symbiogenetic imaginations and materialities with all of the powerful cyborg tools of the late twentieth-century molecular and ultrastructural», con, come si vede, tutto il corredo delle sue fantasmagorie feticistiche), che esista un autentico conto mai regolato con la dialettica ne abbiamo la più patente dimostrazione a p. 62 dove viene nominato – non in termini puramente negativi, fra l’altro – il sociobiologo  Richard Dawkins, che può essere considerato uno dei più fieri avversari ad una qualsiasi visione dialettica della realtà e, in particolare, della biologia, e al cospetto del quale non faccia da contraltare  in tutto il Staying with the Trouble alcuna menzione del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin. Siamo però forse in presenza di una sorta di svista oppure, sempre sul solco di un giudizio assolutorio, si è trattato di una non menzione per non incorrere in una banalità, simile a quella, mettiamo, di un moderno saggio storico che trattando della crisi della Roma repubblicana non si perita di non citare le fonti che ci parlano della nascita di Giulio Cesare perché ciò è un fatto accertato al di là di ogni dubbio e dove  rispetto all’argomento trattato, la crisi della Roma repubblicana appunto,  citare le fonti di primo  o secondo grado sulla nascita di Cesare non sarebbe altro che un appesantimento erudito? No, non è assolutamente così e non lo è perché se andiamo ad esaminare tutta la produzione della Haraway che ad oggi copre più di un trentennio, il Dialectical Biologist non viene citato nemmeno una volta. Non viene citato nel Cyborg Manifesto dell’ ’85 ma qui si potrebbe ben dire che visto lo stesso anno di pubblicazione, anche la prima edizione del Dialectical Biologist è dell’ ’85, la Haraway non ne fosse venuta a conoscenza, ma non cita il Dialectcal Biologist nemmeno nelle successive edizioni del Cyborg Manifesto, quando il Dialectical Biologist era divenuto universalmente noto e nemmeno in tutti gli altri lavori che si sono succeduti dall’ ’85 in poi, omissione mantenuta fino a giungere allo Staying with the Trouble del 2016. (Ma si può anche aggiungere che fra le altre già rilevate criticità, il Cyborg Manifesto, purtroppo, stenta moltissimo ad affrancarsi dall’influsso della sociobiologia: «Biological-determinist ideology is only one position opened up in scientific culture for arguing the meanings of human animality. There is much room for radical political people to contest for the meanings of the breached boundary.1 The cyborg appears in myth precisely where the boundary between human and animal is transgressed. Far from signaling a walling off of people from other living beings, cyborgs signal disturbingly and pleasurably tight coupling. Bestiality has a new status in this cycle of marriage exchange. [esponente di nota  1 a  p. 10 di Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs, cit., (in The Haraway Reader, cit.)., testo della nota 1 a p. 40: «Useful references to left and/or feminist radical science movements and theory and to biological/biotechnological issues include: Ruth Bleier, Science and Gender: A Critique of Biology and Its Themes on Women (New York: Pergamon, 1984); Elizabeth Fee, “Critiques of Modern Science: The Relationship of Feminist and Other Radical Epistemologies,” and Evelyn Hammonds, “Women of Color, Feminism and Science,” papers for Symposium on Feminist Perspectives on Science, University of Wisconsin, 11-12 April, 1985, in Ruth Bleier, ed., Feminist Approaches to Science (New York: Pergamon, 1986); Stephen J. Gould, Mismeasure of Man (New York: Norton, 1981 ); Ruth Hubbard, Mary Sue Henifin, Barbara Fried, eds., Biological Woman, the Convenient Myth (Cambridge, Mass.: Schenkman, 1982); Evelyn Fox Keller, Reflections on Gender and Science (New Haven: Yale University Press, 1985): R. C. Lewontin, Steve Rose, and Leon Kamin, Not in Our Genes (New York: Pantheon, 1984): Radical Science journal, 26 Freegrove Road, London N7 9RQ; Science for the People, 897 Main St., Cambridge, MA 02139. »]»: e da questa nota bibliografica dell’Haraway, oltre ad essere ben più che evidente che più che una ricerca dialettica l’interesse verte sui temi femministi e di genere, notiamo che,  in chiusura di nota, viene citato almeno un precursore dialettico del Dialectical Biologist,  in diretta  polemica con la sociobiologia e avente un autore dello stesso Dialectical Biologist: R. C. Lewontin, Steven  Rose, and Leon Kamin, Not in Our Genes, New York, Pantheon, 1984, del quale noi, vista la sua importanza di precursore dialettico del Dialectical Biologist forniamo prima l’URL da dove può essere scaricato: https://it.scribd.com/document/383665958/Not-in-Our-Genes-Richard-Lewontin-Steven-Rose-Leon-Kamin, e poi anche gli URL del nostro ricaricamento su Internet Archive: https://archive.org/details/r.c.lewontinstevenroseleonkaminnotinourgenesmassimomorigirepubblicanesimogeopolitico/mode/2up                                                                                         e https://ia903102.us.archive.org/21/items/r.c.lewontinstevenroseleonkaminnotinourgenesmassimomorigirepubblicanesimogeopolitico/R.%20C.%20Lewontin%2C%20Steven%20%20Rose%2C%20Leon%20Kamin%2C%20Not%20in%20Our%20Genes%20%2C%20Massimo%20Morigi%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf). Questa assordante assenza sul Dialectcal Biologist sarebbe del tutto sorprendente in un autore che, dopotutto, è in diretta contestazione della sintesi evoluzionistica moderna e che, nonostante che agli esordi, come abbiamo visto, stenti ad affrancarsi completamente dalla sociobiologia, nel progredire del sua produzione esprime sempre più una Weltanschauung comunque in antitesi a qualsiasi “gene egoista”. Ma fatte salve questioni personali con gli autori del Dialectical Biologist od anche questioni con quest’ultimi attinenti ad una lotta nel mercato accademico e pubblicistico degli autori con posizioni  alternative alla sintesi evoluzionistica moderna, questioni di cui, lo confessiamo candidamente, non sappiamo dire assolutamente alcunché di veramente significativo per il semplice fatto che, oltre a non esservi letteratura scientifica al riguardo, chi scrive non ha alcuna esperienza diretta dall’ambiente  socio-culturale di riferimento né dell’Haraway né di Levins e Lewontin, basta leggere la fantasmagorica prosa feticistica della produzione della Haraway ed anche alcuni suoi specifici riferimenti sparsi nei suoi testi per capire qual è l’area di riferimento culturale dell’Haraway e si tratta, per farla breve, del poststrutturalismo, cioè di quella corrente di pensiero di area francese, poi emigrata con grande fortuna presso il mondo accademico degli Stati uniti, erede di Heidegger e che, da vera e propria erede di Heidegger del filosofo di  Meßkirch ha colto, anche se volgarizzandola, l’essenza, cioè la natura antistrategica del suo pensiero, natura antistrategica ed antidialettica che si è innestata con tutti gli onori nella Weltanschauung del poststrutturalismo ed anche in quella  di coloro, che pur potenzialmente volendo sviluppare un pensiero strategico e dialettico autonomo, hanno dovuto soccombere alle malie heideggeriano-poststrutturaliste. Per il poststrutturalismo c’è solo il testo (il n’y a pas de hors-texte) per la Haraway, alla fine, c’era solo il cyborg e poi, ora, l’ olobionte e/o il simbionte, che proprio per la loro natura fantasmagoricamente e feticisticamente proteiforme possono sembrare l’incarnazione all’interno dello stesso vivente del derridiano il n’y a pas de hors-texte, ma il cui esito finale, come in Derrida e come in tutti i poststruturalisti,  non è altro che una fuga verso un cattivo infinito. Un cattivo infinito realizzato, piuttosto che attraverso metafisici testi collocati nella religione poststrutturalista nel regno dei cieli, attraverso cyborg, simbionti ed olobionti nella Haraway. Ma siamo sempre dalle parti dei feticistici e fantasmagorici tavoli già descritti da Marx.

[Le successive 5 note e la sezione bibliografica verrano pubblicate nelle prossime 2 tranche del presente saggio.]

Epigenetica e fantasmagorie transumaniste_ 2a parte, di Massimo Morigi

Massimo Morigi

 

 

 

Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico

                                              (II parte di 5)

 

 Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali

 

A Lustig von Dom e alla sua madre in dialettica Frau Stockmann, Friederun von Miran-Stockmann

 

 

 

Questo documento, che ora viene presentato in anteprima sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”, inteso a raccogliere e a dare un primo approccio alle valenze teoriche che per il Repubblicanesimo Geopolitico possono rivestire le ultime acquisizioni della biologia molecolare e dell’epigenetica e costituito dal presente commento su questo argomento più una  rassegna di URL attraverso i quali i lettori possono prendere visione di importanti documenti afferenti a queste branche della biologia, che erano già presenti sul Web ma che noi, vista la loro importanza sia scientifica  che per la teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, abbiamo provveduto a caricare su Internet Archive (e nella rassegna bibliografica finale verranno debitamente indicati gli URL da cui originariamente sono stati scaricati i documenti  – URL e documenti relativi che, quando tecnicamente possibile,  sono stati da noi anche “congelati” tramite  la Wayback Machine – accanto agli URL creati ex novo attraverso i nostri caricamenti su Internet Archive), sviluppa la sua critica a queste nuove acquisizioni delle scienze biologiche nell’ambito dello studio e dell’elaborazione   del  paradigma olistisco-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico – teoria-paradigma dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico   ultima sintesi e sistemazione della filosofia della prassi i cui maggiori esponenti sono stati nel Novecento Antonio Gramsci, Giovanni Gentile e Karl Korsch – e azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che, in primo luogo, dalla profonda   dialetticità del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin (per quanto ancora  il Dialectical Biologist non sia riuscito del tutto a liberarsi dello pseudodialettico  engelsismo1 della Dialettica della natura e dell’ Anti-Dühring),  dall’epigenetica (principale esponente Eva Jablonka), dalla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis e quindi da un aggiornato lamarckismo riceve potenti stimoli dialettici ed euristici. (Oltre che ottenere una riabilitazione, se non in sede di histoire événementielle, cioè in sede di una impossibile riabilitazione dello stalinismo, ma sì dal punto di vista di una nuova teoresi olistico-dialettica-gnoseologica-epistemologica-politica – cioè dal punto di vista di una rinnovata filosofia della prassi di cui si è appena detto – cui il Repubblicanesimo Geopolitico cerca di dar vita, del tanto ideologicamente diffamato Trofim Denisovič Lysenko, la cui genetica non può essere sbrigativamente liquidata come una infelice pseudoscienza frutto della pseudodialettica dell’autoritario e veteroengelsiano Diamat staliniano, quanto fu piuttosto una forma di lamarckismo ancora all’oscuro dei meccanismi    che    indirizzano   l’evoluzione  degli  organismi2, meccanismi  che cominciano solo ora ad essere compresi dall’epigenetica e, più in generale, da tutti quegli approcci di ricerca biologica e genetica che intendono costruire una Extended  Evolutionary Synthesis  –  Sintesi evoluzionistica estesa, per la  quale anche il dato culturale acquisito,  costruito ed introiettato  dall’organismo stesso in una sorta di autopoiesi genotipico-fentotipica per poi riverberarsi, questa autopoiesi culturale-genetipica-fenotipica, al livello dello stesso ambiente che ne rimane influenzato perché, evolutosi in seguito a questa modificazione dell’organismo, modifica a sua volta dialetticamente l’organismo stesso, è una decisiva componente dell’evoluzione3 – non contrapposta alla Modern Evolutionary Synthesis (Sintesi evoluzionistica moderna, detta anche neodarwinismo – responsabile di aver esasperato in senso meccanicistico le felici intuizioni darwiniane, e costituendo quindi la Sintesi Evoluzionistica Estesa non tanto una fuoruscita dal canone evoluzionista darwiniano ma bensì, attraverso la consapevole introduzione nel campo  teorico esplicativo dell’evoluzione di una Gestalt storicistico-dialettica, non una contrapposizione all’idea darwiniana di evoluzione, modello darwiniano di evoluzione  nel quale erano tenuti in precario equilibro valenze meccanicistiche e valenze storicistiche, ma semmai una sua pur profonda e radicale integrazione alla luce di un rinnovato lamarckismo che solo ora con le nuove tecniche di investigazione scientifica comincia a sviluppare tutte le sue potenzialità) ma al più o meno rozzo meccanicismo che precedentemente aveva afflitto la Modern Evolutionary Syntesis che ha portato alle più estreme ed infauste conseguenze i nodi irrisolti  presenti nel modello  darwiniano4. Si noti bene:  Darwin  era  ben  consapevole dei notevoli problemi che il suo schema di evoluzione delle specie animali e vegetali che vedeva questi organismi come soggetti passivi rispetto all’ambiente si portava con sé e, piuttosto che per il meccanicismo del suo schema evolutivo, l’immortale importanza del suo lascito scientifico consiste nel fatto che egli, a differenza di Lamarck, collegò la variabilità degli organismi all’interno di una specie con la comparsa di nuove specie che non sarebbero mai comparse se questa variabilità individuale non si fosse manifestata, mentre Lamarck, pur avendo correttamente individuato un meccanismo evolutivo dove l’organismo non giocava solo un ruolo passivo – classico l’esempio della giraffa che si allunga il collo per mangiare le foglie degli alberi e riesce poi a trasmettere direttamente alla prole questa sua caratteristica somatica – confinò questo meccanismo evolutivo all’interno di ogni singola specie, cosicché, per farla semplice, le giraffe potevano sì allungare il loro collo a seconda delle necessità ambientali ma dalle giraffe potevano evolversi solo delle giraffe e mai, mettiamo, una nuova specie di erbivori distinta dalle giraffe. Era un’idea di evoluzione un po’ modello arca di Noè, dove le specie del Creato sono sempre state le stesse ab initio temporum – nell’arca gli animali entrano a coppie  e, a parte la facile ironia che viene dalla domanda su come faranno i milioni di specie di viventi, anche se presenti solo a livello di una coppia composta da un maschio e una femmina, a stare dentro un così ridotto vascello, c’è una visione del mondo che sta dietro a questo singolare mito biblico, e cioè l’eterna fissità delle specie viventi che, dai tempi antidiluviani, quindi sin dall’inizio del mondo, sono sempre le stesse.  L’immortale lascito di Darwin non è, quindi, quello di avere recisamente rifiutato e sovvertito in direzione meccanicista il modello lamarckiano di un processo di attiva autopoiesi genotipico-fentotipica dell’organismo e di trasmissione di queste nuove caratteristiche così attivamente acquisite anche alle successive generazioni ma il fatto di aver compreso che la variabilità degli individui all’interno di una popolazione può generare nuove specie. Per rimanere all’esempio della giraffa. Secondo lo schema darwiniano, se particolari condizioni ambientali non costringono più le giraffe ad allungare il collo – o per attenerci ad una formulazione di ancor più stretta osservanza darwiniana, se particolari condizioni ambientali non favoriscono la selezione di giraffe dal collo sempre più lungo –, questo mutamento ambientale può selezionare   –  perché un collo troppo lungo che non risponda più a necessità alimentari è uno svantaggio in quanto una eccessiva massa dell’animale consuma troppe calorie – non solo giraffe dal collo più corto ma una nuova specie animale che non riesce più a riprodursi con le giraffe a collo lungo. Una eccezionale intuizione che, per la prima volta, riusciva a spiegare la presenza delle varie specie presenti sulla Terra partendo da una stessa famiglia di organismi. Insomma prima di Darwin sarebbe stato assolutamente impossibile concepire  LUCA (Last Universal Common Ancestor), e in mancanza di questo ‘ultimo antenato comune universale’ – o almeno in mancanza nella teoria evoluzionistica di un originario antenato iniziatore della vita, sia stato questo antenato un singolo organismo o un gruppo di (proto)organismi e/o molecole organiche (oppure vari e distinti gruppi di molecole organiche e/o (proto)organismi)  che siano divenuti una comunità di organismi  (o più comunità di organismi come nel secondo caso dei gruppi distinti) tramite il trasferimento di geni orizzontale ed evolutesi e differenziatesi in seguito in molteplici e diversificate altre comunità di organismi, cioè nelle varie specie biologiche presenti sul nostro pianeta – gli attuali  paradigmi evoluzionistici sulla varietà e differenziazione delle  specie dei viventi presenti sulla Terra, Sintesi evoluzionista moderna e Sintesi evoluzionistica estesa indifferentemente,  sarebbero gravemente mùtili  della loro  forza  euristica ed analogica nell’opposizione a qualsiasi Weltanshauung imperniata su una divinità personalistica e creazionistica ex nihilo ed ex suo5 – opposizione che è consustanziale alla filosofia della prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico –, una ingenua rappresentazione della religiosità popolare sull’origine del mondo  che iconicamente  trova oggigiorno la sua più limpida manifestazione nelle immagini devozionali di proselitismo religioso dei Testimoni di Geova rappresentanti il Paradiso Terrestre, dove leoni, giraffe e gazzelle ed altre specie selvagge vivono felici e rispettandosi a vicenda – povero leone costretto ad una dieta vegetariana, da costituirsi immediatamente un’associazione animalista contro i maltrattamenti alimentari che il leone subisce in questo paradiso terrestre, e alle fiamme il dipinto Paradiso di Jan Brueghel il Giovane, forse la più diretta fonte iconografica di queste immagini devozionali!6 –, e, a parte la bizzarria del leone vegetariano, recanti queste immagini un’altra informazione al devoto, e cioè che queste specie ora pacificate nel Paradiso sono state create tali e quali  ab initio temporum. Insomma, siamo sempre dalle parti dell’arca di Noè e delle mitologie veteroneotestamentarie e derivati7. Darwin  ha iniziato  a  liberarci  da  questa   mitica arca8. La Sintesi evoluzionistica estesa riesce, a sua volta, a liberarsi – e a liberarci –  nel campo della biologia e degli studi sull’evoluzione degli organismi dell’ideologia meccanicistica di stampo cartesiano-galileano – che nell’ Ottocento e  nel Novevento trovò la sua più tetra e ridicola interpretazione nel positivismo e nel neopositivismo – in cui finora era stata costretta questa liberazione e in cui era rimasto impastoiato, pur fra profondi dubbi, anche Darwin. E ovviamente il Repubblicanesimo Geopolitico non può che cogliere con profonda soddisfazione questo ulteriore avanzamento dialettico delle scienze biologiche e genetiche.).  Un’ultima notazione. Pur prendendo spunti ed analogie dalle nuove frontiere aperte dall’epigenetica, dalla sintesi evoluzionistica estesa  e dalla teoria endosimbiotica, ideata quest’ultima  da Lynn Margulis, il Repubblicanesimo Geopolitico si pone decisamente agli antipodi da tutte le ridicole e cupe impostazioni transumaniste, siano queste anche in forma più o meno attenuata come, per esempio, in Donna Haraway. Questo perché – sempre rimanendo al transumanismo harawayno, che attualmente  ne è la forma più attenuata, ed anzi la Haraway espressamente nega di condividerne i fini, anche se, in pratica, deve a buon diritto essere inserita in questa disumanizzante impostazione antropologica – pur riconoscendo volentieri e come segno indubbiamente positivo le potenzialità dialettiche e/o contro la vecchia suddivisione natura/cultura che promanano da tutto il lavoro della Haraway (dal Cyborg Manifesto per finire col Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene9),  si   deve   sottolineare  il fatto che 1) questa dialettica è espressa per lo più attraverso immagini simboliche (il cyborg del Cyborg Manifesto, l’endosimbionte del Stayng with the Trouble – quest’ultimo, comunque effettivamente esistente nella realtà mentre il primo, almeno per ora, è solo il frutto di una fantasmagoria fantascientifica), che per quanto immagini inconsce ed oniriche della dialettica si fermano sempre ad un passo da una piena consapevolezza della stessa e che 2) il progetto transumanista che traspare da tutto il lavoro della Haraway (per quanto il transumanismo venga formalmente respinto dalla Haraway) altro non si risolve alla fine, anche se abbandonando l’iniziale fantasmagoria fantascientifica del Cyborg perché evidentemente percepita dalla Haraway troppo disumanizzante, che in una fuoruscita dall’umano  non più in via bioingegneristica  come nel Cyborg Manifesto ma in via ingegneristico-genetica (cfr. in Staying with the Trouble il racconto fantascientifico The Camille Stories: Children of Compost10), ma fuoruscita storica dalle attuali contraddizioni storiche dell’umano –  e non dall’umano stesso inteso come dispositivo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale come invece propone il transumanismo che lo vorrebbe sostituire con un più perfezionato prodotto da laboratorio ma dal quale, ahinoi, scompare la dimensione storico-dialettica della sua evoluzione – che solo può compiere una soddisfacente Aufhebung attraverso una rinnovata e potenziata filosofia della prassi, insomma quella filosofia della prassi, erede dell’idealismo storicista italiano e tedesco e delle migliori espressioni del marxismo occidentale direttamente influenzate da questo idealismo,  che nel XXI secolo solo il Repubblicanesimo Geopolitico ha assunto su di sé il compito del suo sviluppo e potenziamento teorico-pratico. E, infatti, l’incapacità della Haraway a formulare coerentemente un suo autonomo ed originale pensiero dialettico e addirittura il tentativo di fare dell’endosimbionte il simbolo di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura  e con la società – suggerendo quindi che l’endosimbionte è, in un certo senso, il  culmine della scala biologica e l’obiettivo cui deve tendere una rinnovata ingegneria sociale poggiata su un’ideologia ecologista e realizzata attraverso le sempre più penetranti tecnologie genetiche utilizzate per modificare il genoma umano: cfr. oltre al summenzionato apologo fantascientifico ancora, passim, Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene e, in particolare, alle pp. 61-62, 64 la trattazione sul simbionte   Mixotricha paradoxa11– sfocia  alla  fine,  sempre   in  Staying   with  the Trouble, certamente risultato non voluto dalla Haraway, nel progetto di una sorta di uomo nuovo, conseguito non attraverso una selezione e/o eliminazione di pool genetici e culturali umani come nel nazismo12 ma attraverso l’assorbimento nel stesso patrimonio genetico dell’homo sapiens, ad opera dell’ingegneria genetica,  del patrimonio genetico di altre specie animali e vegetali (questo processo di trasferimento di DNA e RNA non finalizzato a finalità riproduttiva all’interno di una specie ma fra membri appartenenti a specie diverse e quindi svincolato da qualsiasi teleologia riproduttiva – che, alla luce delle attuali acquisizioni nell’ambito del paradigma della sintesi evoluzionistica estesa, tutto si può dire di questo fenomeno tranne che si tratti di un ‘epifenomeno’ di trascurabile importanza, mentre è assai più verosimile pensare che si tratti di un passaggio decisivo dell’evoluzione degli organismi e dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitica ne è evidente la grande valenza euristica in quanto si pone agli antipodi di qualsiasi visione “fissista”  del mondo biologico e,  con profonda analogia,  della realtà tutta,  fisica, biologica, culturale e storica, proiettandoci quindi in uno schema olistico della realtà informato alla creazione autopoietica della stessa attraverso il  paradigma   dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – non è una fantasmagoria fantascientifica ma avviene in natura, e avviene anche per quanto riguarda l’uomo nel cui materiale genetico sono state rinvenute tracce più o meno consistenti di materiale genetico di altre specie animali, un trasporto probabilmente avvenuto attraverso virus vettori). Questo ‘trasferimento genico orizzontale’ svincolato dalla riproduzione  (acronimo TGO,  o ‘trasferimento di geni laterale’, acronimo TGL, in inglese ‘Horizontal gene transfer’, acronimo HGT) che avviene, ovviamente, anche dall’uomo verso gli animali, mentre potrebbe costituire una potentissima metafora dell’intima dialetticità non solo del mondo biologico ma, nell’ambito di una visione olistica della realtà tutta, non solo del mondo della φύσις globalmene intesa ma anche della realtà culturale e storica dell’uomo, viene  quindi suggerito dalla Haraway in Staying with the Trouble  – con grande sfacciataggine ed ingenuità materialistica, ma mai come nel caso della Haraway questo materialismo non è altro che il volto deturpato e degradato di un non ben superato spiritualismo, e infatti la Haraway non ha mai fatto mistero della suo background cattolico e della centralità nello sviluppo del suo   Bildungsroman del mistero della transustanziazione13– come  una  sorta  di processo da intensificare ulteriormente attraverso una sempre più scaltrita ingegneria genetica, venendo così a delineare, sempre involontariamente per carità, una sorta di eugenetica non di marca nazista ma di tipo ecologista, ignorando, come del resto avviene sempre nel nazismo e nelle altre forme di totalitarismo, che se mai si può parlare di uomo nuovo, questo uomo nuovo – se vogliamo mantenere per comodità espositiva questa espressione, sideralmente lontana dalla Weltanschauung olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale (e storicista) del Repubblicanesimo Geopolitico – non può che avere la sua reale epifania attraverso il potenziamento del Logos (Logos che non è una peculiarità dell’uomo ma che nell’uomo, a differenza degli altri animali ed anche vegetali, è la principale forza di indirizzo e di sviluppo della sua evoluzione), potenziamento del Logos che trova la sua massima espressione – attraverso il manifesto e pubblico compimento nella società, di una cultura informata al modello dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale – nell’ Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico;  ed Epifania strategica che, per concludere,  può trarre, come effettivamente già trae attraverso la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, potenti spunti euristici e dialettici dall’epigenetica e, più in generale, dall’ Extended evolutionary synthesis che finalmente si è lasciata definitivamente alle spalle il mito di un’evoluzione biologica guidata meccanicamente da forze esterne all’organismo e verso le quali l’organismo non possa dialetticamente interagire (quindi si può dire che l’ Extended Evolutionary Synthesis è una sorta di filosofia della prassi  per quanto riguarda gli studi biologici e di storia naturale); ma Epifania strategica che è l’esatto contrario della fuga in utopie comunistiche, comunitaristiche o eugenetiche di destra o sinistra che esse siano ma è,  una sorta di obiettivo limite;  o, se vogliamo una sorta di mito, ma un mito che affonda le sue radici nella reale natura dell’uomo14, natura dell’uomo, che similmente al resto del mondo animato ed inanimato ma con maggior evidenza di questi due ambiti  – che, allo stesso titolo  dell’uomo, appartengono alla stessa totalità dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, e qui torniamo all’artificiosità della separazione fra mondo naturale biologico o fisico che esso sia e il mondo culturale, sociale e storico fino a poco tempo fa ritenuto di esclusiva costruzione umana, artificiosità nella separazione di questi due mondi che, alla luce di un vigoroso anche se non impeccabile sforzo dialettico perché impacciato da  un sentimento di reverentia ac metus verso la figura di Friedrich Engels, nessuno meglio del Dialectical Biologist è riuscito ad esprimere, cfr. del Dialectical Biologist pp. 277-288, sulle quali ritorneremo anche in future altre discussioni15 –,  è il Logos concreto ed immanente dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale; un Logos (o Epifania strategica) che anche dalle scienze biologiche di cui si è appena detto (nonché,  –  vedi Teoria della Distruzione del Valore   e Dialecticvs Nvncivs – dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione  di modelli matematici non lineari, cioè dallo studio della  Teoria del caos  e dei Complex Adaptive Systems – antesignano di questo approccio non lineare nello studio della guerra e della società Carl von Clausewitz col suo Vom Kriege –,  approcci anche questi, analogamente a quelli introdotti dalla nuove scienze biologiche e genetiche appena illustrate, di grande valore dialettico  per lo  studio della società e dell’uomo perché ci liberano dai vecchi meccanicismi e determinismi cartesiani e galileiani che hanno afflitto gli ultimi cinque secoli di studi  “umanistici” e che fra Ottocento e Novecento hanno visto il loro triste trionfo nel positivismo, nel neopositivismo per finire col Diamat staliniano), trae potentissimi spunti dialettici ed operativi16  

 

Note

 

1   [Nota 1 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

2  [Nota 2 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

3  [Nota 3 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

4   [Nota 4 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

 

5  Dal De rerum natura di Lucrezio: «Principium cuius hinc nobis exordia sumet, nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam.» :Titus Lucretius Carus,  De rerum natura I, 149-150. In buona sostanza, dal punto di vista della dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico assai poco importa che LUCA sia stato effettivamente l’ultimo comune antenato di tutta la vita sulla Terra o che si debba parzialmente detronizzare LUCA attraverso LACA, cioè il Last Archea Common Ancestor, o LECA, cioè il Last Eukaryotic Common Ancestor, o addirittura attraverso una combinazione di questi ultimi due: primato cronologico incerto ed eventuali ricombinazioni e che, dal punto di vista della ricostruzione della genealogia della vita hanno, fra l’altro, il divertente risultato che al posto di un primo progenitore si deve anche ammettere, in linea di principio, che questo iniziale progenitore comune non fosse più uno ma forse anche molteplici ed  anche senza nulla in comune fra di loro, fatta eccezione, in tutti, lo sforzo di mantenere strategicamente la propria neghentropia interna davanti agli stress ambientali esterni  e/o di altri organismi, ma se si ammettono meccanismi endosimbiotici secondo uno schema à la Margulis questo non  dovrebbe scandalizzare più di tanto. Nelle more del dibattito scientifico riguardo a chi si debba assegnare la palma di nostro primo progenitore, c’è anche chi ha pensato, stiamo qui parlando di un dettaglio lessicale ma un dettaglio che forse è anche un sintomo del feticismo con cui gli scienziati rendono pubbliche le loro pur importanti acquisizioni, che è incongruo definire tutti questi nostri simpatici pretendenti al momento alfa del nostro albero genealogico come ‘ultimi’ perché essi in realtà sarebbero i primi, e quindi ha proposto che invece  di LUCA, LECA e LACA di impiegare FUCA, FECA e FACA, certamente espressioni  più corrette dal punto di vista del reale significato che dovrebbero  esprimere gli acronimi in questione, cioè qualcosa che viene prima di tutti gli altri, più corrette ma che temiamo non siano state adottate dalla maggioranza della comunità dei biologi e genetisti per l’assonanza che un LUCA modificato con la consonante ‘F’ al posto della ‘L’ ha con una nota parola del turpiloquio inglese – il nostro non essere di madrelingua inglese non ci fa pronunciare su FECA e FACA, ma per chi parla italiano anche FECA e FACA possono suscitare risate da Bagaglino – e se si trattasse  di questa pruderie ciò denoterebbe, assieme ad una mancanza di spirito da parte di queste comunità di scienziati, anche l’inconscia pulsione da parte di costoro di dotare LUCA –  e poi di riflesso anche LECA e LACA che se anche nella nuova veste magari in inglese non dicono niente ma  farebbero comunque parte dell’illustre ed imbarazzante famiglia di FUCA – di una sorta di sacralità dove viene bandito qualsiasi riferimento a come avviene  la riproduzione negli organismi superiori e, soprattutto, nell’uomo. Ad ogni modo, per un primo approccio a questo forse non secondario aspetto della psicologia degli scienziati, una psicologia – e quindi anche un modus exprimendi che, visto il loro lavoro, alla fine diventa anche un modus operandi – che anche da questo piccolo dettaglio ben si vede potentemente influenzata da poco dialettici pregiudizi culturali, più o meno consci che siano, cfr.  Sylvie Coyaud, Leca discende da Laca o da Luca? E vice versa, “OCASAPIENS Dblog la Repubblica”, 20 febbraio 2019, URL http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2019/02/20/leca-discende-da-laca-o-da-luca-e-vice-versa/, Wayback Machine: https://web.archive.org/save/http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2019/02/20/leca-discende-da-laca-o-da-luca-e-vice-versa/. Insomma siamo sempre dalle parti di amicus Plato, sed magis amica veritas perché quello che dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico  va bene di LUCA  e di tutto il resto della sua litigiosa e divertente famiglia e ce li rende simpatici non è tanto il fatto che si debba credere  come atto di fede che proprio uno o tutti i componenti di questa famiglia costituiscano  il termine ultimo cronologico (o primo se li chiamiamo FUCA, FECA e FACA) nella conoscenza dell’origine della vita ma il fatto che essi costituiscono una sorta di metafora della dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale creatore ex nihilo – o ancor meglio ex suo – di ogni aspetto della totalità  espressiva, la quale ottiene metaforicamente una sua, anche se ipotetica, biologica e genetica traduzione attraverso queste tre ipotesi in merito all’origine della vita; una vita che, comunque si considerino queste tre ipotesi, nulla deve ad un intervento esterno spirituale (ma anche materiale, simmetricamente errando si potrebbe dire) ma che, dal punto di vista della storia naturale, tutte deve alla traduzione biologica e/o genetica del suddetto paradigma. Come si vede, stiamo ancora ragionando sul nostro radicale rifiuto, sul piano ontologico ed epistemologico, del puerile principio suddividente le  estrinsecazioni fenomenologiche del mondo nelle due distinte e non comunicanti  fattispecie del  mondo della natura (fisica o biologica che sia) e mondo della cultura, del rifiuto quindi, sul piano ontologico ed epistemologico di qualsiasi dualismo dove uno di questi due termini – materia o spirito, non importa – sia prevalente sull’altro perché l’uno l’unico ed indiscusso creatore ex nihilo dell’altro, e siamo invece sul piano di un integrale monismo dialettico dove non si tratta più di individuare l’essenza di un qualche ente spirituale o materiale che sia ma dove, se vogliamo continuare ad usare questo termine, l’essenza della totalità espressiva è olisticamente da ricercarsi nelle varie ed infinite relazioni fenomeniche che in un paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale  si generano all’interno di questa totalità, relazioni fenomeniche che nella loro dialettica di cui sopra sono  ontogenetiche e creatrici ex nihilo-ex suo di esse stesse come della totalità che le comprende e che, a sua volta, le genera. (Tanto per essere chiari: esaltiamo la realtà  concreta ed empirica del fenomeno, non per niente il Repubblicanesimo Geopolitico è l’erede diretto  di Machiavelli e della sua realtà effettuale e, soprattutto, del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che è il vero ramo d’oro  di tutto il suo rivoluzionario modo di interpretare la politica e che noi estendiamo, al di là del versante culturale-politico-storico, anche al mondo naturale fisico-biologico,  ma rigettiamo come mera superstizione il noumeno kantiano: il vero noumeno kantiano non sta dietro il fenomeno ma sta nella relazione dialettica che il fenomeno condivide con altri fenomeni e con l’olistica totalità che genera tutti questi fenomeni ma che, a sua volta, è da essi generata: in questo, la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico è immensamente debitrice ad Hegel e all’idealismo tedesco ma, consentiteci di dirlo, provvisto di una dialettica che non si presta ai facili ed ingenui schematismi dialettici che pretendevano di tracciare nel dettaglio la linea che la ricerca scientifica doveva intraprendere – Hegel arrivò a dire per illustrare il movimento a spirale dello spirito assoluto dove non si ritorna al punto di partenza ma lo si recupera ad un livello superiore: «Se il seme rimanesse tale, non si realizzerebbe. Il seme si realizza nella pianta, ma nella pianta il seme non è annientato, è semplicemente superato. Anche la pianta non si realizza in se stessa, ma tutto continua ad evolversi in un ciclo infinito» (Hegel. Metafora del seme e della pianta: scheda compendiosa della dialettica hegeliana, p. 2,  documento scaricato  dall’URL  https://digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/hegel.doc#, Wayback Machine:

https://web.archive.org/web/20200924065542/https:/digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/hegel.doc; ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/hegel-metafora-del-seme-e-della-pianta-dialettica/mode/2up e https://ia801405.us.archive.org/27/items/hegel-metafora-del-seme-e-della-pianta-dialettica/Hegel%2C%20%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20dialettica.pdf – altro caricamento su Internet Archive con documento leggermente manipolato con l’aggiunta della numerazione delle pagine agli URL  https://archive.org/details/georg-wilhelm-friedrich-hegel-dialettica-metafora-del-seme-e-della-pianta-metafohttps://ia601401.us.archive.org/12/items/georg-wilhelm-friedrich-hegel-dialettica-metafora-del-seme-e-della-pianta-metafo/Georg%20Wilhelm%20Friedrich%20Hegel%2C%20dialettica%2C%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf), che è una ottima illustrazione dell’ Aufhebung ma che ha il non piccolo difetto di voler rendere evidente questo principio non prendendo il processo di morte e sviluppo del seme  come una  euristica metafora ma come la prova provata della realtà della sua dialettica – ma prova provata  che si risolve  però solo  in una petitio principii –, e qualora quindi il procedere scientifico induttivo  avesse contraddetto la filosofia hegeliana – ma questo vale anche per Fitche e per Schelling; quest’ultimo, comunque, erede moderno del pensiero naturale magico rinascimentale affermò con vigore l’inesistenza di una linea di divisione fra mondo dello spirito e mondo della natura, consapevolezza molto affine a quella del Repubblicanesimo Geopolitico, peccato solo che Schelling non abbia mai elaborato un suo pensiero dialettico; e per quanto riguarda Fitche, è evidente il filo rosso che lega la sua filosofia della prassi con quella di Gentile, Gramsci e poi, infine, con la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico –, quello da buttare a mare senza se e senza ma era il risultato di questa ricerca induttiva senza nemmeno cercare una qualche forma di mediazione col suo pensiero dialettico. È qui evidente l’errore della logica dialettica hegeliana in cui A implica non A (A↔non A) e dove, al contrario che nella dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico dove A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A↔… ∞↔∞≠∞ (principio di non identità, già illustrato supra alla nota n°4), essendo A una realtà determinata e quindi né dinamica né dialettica, questo non A non è ontogenetico e creatore ex nihilo-ex suo  ma il cui senso e le sue potenzialità, ivi compreso la sua negazione, trovano risoluzione solo nella totalità – il che in linea di principio è assolutamente corretto – ma una totalità che non riesce mai ad entrare in contatto con un A che ab origine nasce già non dialettico e statico – correttamente, invece, Fitche dà inizio al suo movimento dialettico dall’Io infinito,  solo che ahinoi quest’Io parte con il piede sbagliato in quanto come primo passo pone sé stesso e poi, come secondo passo, pone o crea un non Io divisibile. Ed è qui di solare evidenza che non si capisce come un Io così concepito possa porre un non Io se già non lo comprende ab origine nelle sue potenzialità per poi crearlo misteriosamente  in seguito, come è di altrettanto solare evidenza che quella di Fitche non è che la riscrittura in termini filosofici del creazionismo personalistico di origine biblica. Questo fatale errore hegeliano sul piano ontologico che le manifestazioni fenomeniche di questa totalità e la loro dialettica trovano una risoluzione solo nella totalità che le sovrasta e non, piuttosto, nelle loro dialettiche interconnessioni che creano questa totalità e che, a loro volta, sono create da questa totalità in un processo dove non sussiste una ripartizione gerarchica d’importanza generativa fra totalità e manifestazioni fenomeniche ma un processo dialetticamente circolare e bidirezionale che si svolge lungo il già menzionato paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, come invece cristallinamente individuato per la prima volta nella storia della filosofia  nella dialettica storicistica della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, anche sul piano epistemologico è gravidissimo di conseguenze per il  fatto che, vedi esempio dell’albero, la dinamica  empirica delle manifestazioni fenomeniche che sono subordinate a questa totalità vengono colte – proprio perché svalutate e considerate non importanti sul piano ontologico e quindi, in ultima analisi, non degne nemmeno di un’approfondita indagine sul piano empirico-sperimentale-induttivo – nella loro dimensione più banale ed estrinseca, vedi l’esempio del seme e dell’albero appena riportato, non errato dal punto di vista più bassamente empirico, ma che non fa progredire di un millimetro la nostra conoscenza dello sviluppo da seme ad albero. Anziché cercare la dimostrazione in specifiche e talvolta assai banali e poco profonde osservazioni –  scientifiche od anche derivanti dal buon senso comune – del mondo fenomenico, la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico in quanto approccio deduttivo alla realtà e per questo abbarbicata all’intelletto hegeliano molto meglio di quanto non fosse riuscito lo stesso Hegel, intende piuttosto indicare la direzione che le scienze induttive devono intraprendere nel loro percorso di verità ma di  questi risultati, anche se conseguiti attraverso una esplicita od implicita mentalità dialettica e quindi  segnalati, dal nostro punto di vista,  come la giusta direzione in prospettiva storica data al conoscere e all’agire umani e per questo da noi giudicati con una sorta di pregiudizievole simpatia, non intende farsi portavoce né pretende di assumerli come prova provata del suo metodo e della sua Weltanschauung. E questa è l’impostazione che abbiamo seguito in questa comunicazione dove la nostra simpatia verso le nuove frontiere dell’epigenetica, della teoria endosimbiotica e della Sintesi evoluzionistica estesa non ci faranno mai dire «ecco, alla luce dei più recenti avanzamenti di queste scienze è dimostrata la verità della nostra dialettica», quanto piuttosto affermare «queste scienze contengono in sé il germe del nostro approccio dialettico e, da un punto di vista storico, costituiscono un oggettivo avanzamento nella comprensione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della realtà»; il quale approccio dialettico, come già detto, può essere mostrato ma non dimostrato – ma, in ultima istanza, non esiste nulla che possa essere veramente dimostrato  e, alla stretta del chiodo, anche dopo  numerose prove e controprove su qualsiasi aspetto conoscitivo e/o del nostro umano agire, la certezza assoluta non può mai essere raggiunta e ci si deve fermare per affidarsi al nostro intuito che ci dice che abbiamo raggiunto un risultato che, se non la verità di ragione e/o prassistica in assoluto è, perlomeno, soddisfacente: fermare, ovviamente, perché limitati dalle specifiche contingenze storiche in cui ci troviamo ad operare e pensare e non perché si giudichi la nostra situazione hic et nuc portatrice di una dialettica storica valida per l’eternità, anzi il contrario: altrimenti degraderemmo il nostro intelletto ad un atto di fede, verso il quale, lo diciamo con profondo rispetto ma rimarcando anche la profonda distanza che ci separa da esso, non nutriamo particolare fiducia in merito alle sue potenzialità nell’avanzamento della umana conoscenza e/o azione: a meno che questo atto di fede sappia distaccarsi dalla mitologia personalistica e creazionistica ex nihilo e stringere, invece, una solida alleanza con l’intelletto hegeliano (si consideri dalla I tesi di Tesi di  filosofia della storia di Walter Benjamin la metafora del nano gobbo, che rappresenta la teologia, che nascosto sotto la scacchiera manovra un fantoccio inamimato, cioè il materialismo storico, che apparentemente è l’autore imbattibile delle mosse del gioco). E, oltre alla differenza fra intelletto e ragione, così ritorniamo, vedi supra, alla nota n° 4, dove si è anche detto che, sulla scorta del teorema di incompletezza di Gödel, un computer può rispondere con successo ad un quesito solo  laddove ci sia da risolvere un problema per via algoritmica, quindi un problema che comporti un numero delimitato di passaggi (sulle problematiche filosofiche dal punto di vista della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico suscitate dai computer, in particolare dai computer quantistici, cfr. infra la nota n° 16 della presente comunicazione). Ma come dice il teorema di incompletezza di Gödel, non può esistere alcun sistema logico in cui tutti gli elementi di questo sistema trovino la loro dimostrazione all’interno di questo sistema. Stiamo sempre parlando della differenza fra intelletto e ragione, dove è la ragione che, alla fine, deve subordinare l’intelletto. Amicus Plato, sed magis amica veritas… . Se invece, si rimanesse abbarbicati come atto di fede alla realtà empirica, ancora tutta da dimostrare, di LUCA, LECA o LACA, si compirebbe un’ operazione gnoseologico-epistemologica analoga  a quella che, in ultima istanza, prese forma agli inizi dell’embriologia con la teoria del preformismo dell’homunculus, che affermava che nella cellula germinale umana non stavano le forze e i principi che avrebbero generato l’uomo ma bensì una sorta di homunculus, il piccolo uomo che avrebbe generato poi il più grande uomo, o a quella, agli inizi dell’atomismo greco,   di considerare l’atomo l’ultima particella della materia che non può essere ulteriormente suddivisa e poi definitivamente accantonata dal modello atomico planetario di Rutherford. Oggi vediamo, sbagliando, questo homunculus come una sorta di ridicolaggine ma, a ben guardare, fu un’idea tutt’altro che ridicola, solo che, al netto del tentativo di autonomizzare l’aspetto generativo-riproduttivo degli organismi svincolandolo, almeno in linea di principio, dalla Weltanschauung creazionististca, dal nostro punto di vista ha il non piccolo difetto di renderlo assolutamente antidialiettico e con profonde analogie, nel potere generativo come  nella forma stessa dell’homunculus, con l’aspetto antropomorfo del Dio creatore – e personalistico – della tradizione giudaico-cristiana, rappresentato con caratteristiche fisiche,  psichiche e di dinamico intervento sulla realtà esterna, anche se infinitamente e numinosamente potenziate, analoghe a quelle dell’uomo (e dell’atomo di Rutherford,  con il nucleo composto da protoni e neutroni e con gli elettroni che ruotano attorno a questo nucleo in ordinate orbite planetarie, oggi rimane solo una credenza in chi non abbia un minimo approfondito la fisica moderna, e a cristallizzare iconicamente questa ora ingenua ma ancor molto condivisa  credenza, ma ai suoi tempi importante  cesura compiuta sul   più grezzo atomismo greco che, comunque, era stato esso stesso un passo importante alle origini della filosofia per svincolare  la c.d. natura dal c.d. spirito, si può ancor  oggi visitare l’Atomium, il gigantesco  monumento all’atomo e all’energia atomica che si trova nel parco Heysel di Bruxelles): tutte ipotesi scientifiche di una scienza che, volendo giustamente distaccarsi da un soffocante spiritualismo, attraverso un ingenuo monismo materialista cercava di trovare  l’essenza ultima e non più scomponibile della realtà. LUCA, LECA o LACA (con o senza la maliziosa consonante iniziale ‘F’…) a noi servono per aprire le porte ad una dialettica  più avanzata a quella dei  micro-omuncoli in biologia, delle palline dure ed indivisibili del primo atomismo greco di Leucippo e Democrito ma anche a quello dell’atomo di Rutherford che nell’ordinata traiettoria planetaria dei suoi elettroni (per non dire per l’avere imputato l’indivisibilità della materia ai neutroni e ai protoni – ma oggi questa superstizione sull’ultima particella della materia non è ancora morta e i fisici hanno degradato i protoni e i neutroni per sostituirli con nuove particelle subatomiche che di questi neutroni e protoni sono subcomponenti, la cui unica vera ragione per definirle ultime sarebbe che, al di là delle simpatiche e parareligiose elucubrazioni di questi fisici,  sono le ultime arrivate in questa ricerca  scompositiva che, tutto lascia ritenere, può essere protratta all’infinito) parimenti trasmetteva un’idea del mondo “naturale” antidialettica e governata da implacabili leggi meccaniche. Tutte queste teorie scientifiche qui velocemente descritte, anche solo considerando la prospettiva storico-filosofica, un grandioso progresso rispetto a quelle che le avevano precedute ed anche dialetticamente importanti, come s’e visto, rispetto alle precedenti visioni spiritualistiche (fossero esse imperniate su un Dio personale creatore o, platonicamente, su un mondo iperuranio che costituirebbe la verità vera delle forme rispetto alle forme concretizzatesi  nel mondo materiale) ma, tutte quante, anche una sorta di diabolica vendetta  dove le mort saisit le vif, dove cioè questa tentata immanentizzazione assumeva i peggiori caratteri antidialettici delle visioni trascendenti, senza, per’altro, saper sviluppare quello che di buono ha ogni visione trascendente, cioè il suo riferirsi –  anche se in termini ingenuamente antropomorfi e/o spiritualistici e/o creazionistici ex nihilo attraverso un atto puramente volitivo di un Dio personale – ad una totalità  dialetticamente espressiva di ogni aspetto della realtà. Quindi, per concludere, quello che noi apprezziamo di LUCA, LECA e LACA (con o senza la ‘F’ iniziale) è sì la loro importanza conoscitiva  nello sviluppo  della scienze biologiche e genetiche e nell’approssimazione di un modello verosimile intorno all’origine della vita ma, soprattutto, la loro capacità in sede storica e filosofica di designare uno schema ontologico-espistelomologico con forti analogie a quello olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico. Se le considerassimo diversamente, cioè come la prova provata della bontà del nostro paradigma, cadremmo in una sorta di feticismo scientifico, di cui si vedono in giro fin troppi rappresentanti e ancora una volta ci si allontanerebbe dalla profonda dialettica  del De Rerum natura di Lucrezio dove «Il suo fondamento prenderà per noi l’inizio da questo: che nulla mai si genera dal nulla per volere divino.»).

 

6 Da “Biblioteca Online Watchtower” citando  Isaia 11.6-11  (URL: https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1983761#h=25 – Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191021075528/https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1983761 –, con link  che rimanda direttamente a Isaia 11.6-11  e all’URL sempre della “Biblioteca Online Watchtower” https://wol.jw.org/it/wol/b/r6/lp-i/nwtsty/I/2019/23/11#study=discover&v=23:11:6-23:11:9; Wayback Machine https://web.archive.org/web/20191021080344/https://wol.jw.org/it/wol/b/r6/lp-i/nwtsty/I/2019/23/11): «In effetti il lupo risiederà temporaneamente con l’agnello, e il leopardo stesso giacerà col capretto, e il vitello e il giovane leone fornito di criniera e l’animale ingrassato tutti insieme; e un semplice ragazzino li condurrà. E la vacca e l’orso stessi pasceranno; i loro piccoli giaceranno insieme. E pure il leone mangerà paglia proprio come il toro. E il piccino lattante per certo giocherà sulla buca del cobra; e un bambino svezzato effettivamente metterà la sua propria mano sull’apertura per la luce di una serpe velenosa. Non faranno nessun danno né causeranno alcuna rovina su tutto il mio monte santo; perché la terra sarà per certo piena della conoscenza di Geova come le acque coprono il medesimo mare.». Si tratta di un testo che, comunque losi giudichi, presenta una certa oscurità, specialmente quando parla del bimbo che mette la mano «sull’apertura per la luce di una serpe velenosa» Curiosamente, al secondo URL qui sopra menzionato della “Biblioteca Online Watchtower”, Isaia 11.6-11 viene citato diversamente in una lezione molto più chiara: «Il lupo starà con l’agnello,/ il leopardo si sdraierà accanto al capretto,/e il vitello, il leone e l’animale ingrassato staranno tutti insieme;/e li guiderà un bambino.//La mucca pascolerà con l’orsa/ e i loro piccoli si sdraieranno l’uno accanto all’altro./ Il leone mangerà paglia come il toro.// Il lattante giocherà sulla tana del cobra,/e un bambino svezzato metterà la mano nel nido di un serpente velenoso.//Non causeranno né danno né rovina/in tutto il mio monte santo,/ perché la terra sarà piena della conoscenza di Geova come le acque ricoprono il mare.». Non si tratta qui di fare della facile ironia, nel caso specifico sui Testimoni di Geova, non fosse altro per le persecuzioni che hanno dovuto subire ad opera del nazismo, qui si tratta solo di segnalare una particolare fenomenologia dei testi religiosi afferenti al Vecchio e Nuovo Testamento, i quali, monito anche per i testi non religiosi, sono soggetti, ma in maniera perversa, al c.d. circolo ermeneutico, dove il pregiudizio dell’esegeta sovente non è un positivo momento dialettico per una infinita e sempre più ricca interpretazione del testo ma sovente non è altro che una colposa-dolosa ignoranza sulle più elementari  avvertenze che si debbono mettere in atto quando si affronta un testo che è il frutto, inevitabilmente, di rimaneggiamenti, passaggi di mano, di traduzioni di traduzioni e di interpretazioni su interpretazioni che, sprovviste di qualsiasi sensibilità filologica, arrivano ad impattare sul testo stesso (purtroppo Lorenzo Valla è un illustre sconosciuto per la gran massa dei nostri ingenui fedeli che pur  possono disporre della più piena libertà di interrogare le Sacre Scritture ed anche di quel minimo d’istruzione di base che, se coltivata, consentirebbe di sviluppare un approccio maggiormente dialettico-strategico in merito non solo alla vicende strettamente ermeneutiche testuali ma anche a quelle che riguardano l’esperienza quotidiana – discorso che vale anche per i cattolici ed i fedeli delle chiese riformate – ed è un personaggio dolosamente rimosso da parte degli esperti ermeneuti religiosi, i quali hanno tutto l’interesse professionale a che il sopraddetto atteggiamento dialettico-strategico non si diffonda presso la gran massa dei fedeli: ovviamente questa ostilità verso una ermeneutica dialettica  vale per tutte le   tutte le religioni, nessuna esclusa). Al di là quindi delle insindacabili scelte valoriali che guidano ognuno di noi – e al di là delle nostre battute sulle costituende associazioni in difesa dei leoni carnivori da non convertire in caproni con affilati artigli – quello che qui si vuole sottolineare è che basare la propria vita sulla lettura – o, ancor più spesso, su una non lettura sostituita dalla lezione di “esperti” incaricati allo scopo – di questi testi è l’atteggiamento più antidialettico ed antistrategico che l’uomo abbia mai concepito. Con però una postilla finale di non lieve rilievo. Il senso del religioso non è assolutamente un atteggiamento antistrategico, anzi è il primo passo per giungere alla consapevolezza di una totalità espressiva che dialetticamente implica e genera  ex nihilo-ex suo  le manifestazioni fenomeniche del mondo che, a loro volta, implicano  e generano dialetticamente questa totalità. E, inoltre, lo studio della fenomenologia religiosa può e deve metterci in guardia, proprio nelle sue manifestazioni meno “strategiche”,  sul fatto che i circoli ermeneutici “perversi” non sono riservati solo alle religioni in senso stretto ma investono – oggigiorno come in passato, nella sua fenomenologia fideistica la moderna cultura di massa non ha nulla da invidiare alla peggiori manifestazioni fideistiche di quelle che un tempo venivano definiti i “secoli bui” – la cultura, la politica, e l’economia. Tralasciando i vari esempi a riguardo che potrebbero riguardare i vari tipi di totalitarismo, compreso quello liberale che non si avvale di istituzioni formalmente autoritarie e/o dittatoriali, ma di varie forme di propaganda il cui vero tratto comune è il fallace, menzoniero e totalitario individualismo metodologico, per rimanere su un piano più strettamente filosofico – ma che ha dirette ricadute sul piano culturale, politico ed economico nelle modalità negative appena indicate – intendiamo qui accennare ai vari materialismi filosofici, che pur partendo dalla necessità di avviare un del tutto legittimo e benvenuto  processo di immanentizzazione, hanno tramutato il pur fecondo riferimento della religione ad una totalità espressiva in una totalità, la materia, che ha però perso qualsiasi espressività dialettica ma assume una rigida legalità meccanica, perdendo quindi della religiosità giudaico-cristiana la volontaristica dialetticità contenuta nell’idea di un Dio sì personale e creatore ex nihilo ma creatore per un atto di espressiva volontà e quindi in rapporto dialettico col Creato e mantenendo di questa religiosità il lato autoritaristico-meccanico-meccanicistico, solo che nel caso del materialismo (poco importa se  un materialismo di stampo illuministico-vetero-holbachiano o un materialismo “dialettico”, il che è una contraddizione in termini, vedi le ridicolaggini pseudodialettiche e cripto-positiviste delle engelsiane Dialettica della natura e  Anti-Dühring) la meccanicità della legge non sta più in comandamenti divini da non trasgredire ma si inserisce direttamente nella costituzione stessa della totalità, senza nemmeno la dialettica e prassistica possibilità, anche se negativa, di peccare data dalle odierne e moderne versioni della religione giudaico-cristiana (in passato la libertà di peccare e di formulare, anche se solo istintivamente, una propria autonoma filosofia della prassi era pagata col rogo). E traducendo politicamente la Weltanschauung materialista, il totalitarismo che non ammette trasgressioni più o meno dialettiche (quindi, più o meno umane) ne è la logica conseguenza. Ma sui crampi del pensiero del materialismo torneremo fra breve a parlare.

 

7 Per continuare a parlare di religione e dintorni: qui non si intende negare, lo ripetiamo, il valore del momento religioso (certo le sue pretese creazionistiche – ci riferiamo qui, ovviamente, alle varie tradizioni religiose che partono dal Vecchio Testamento –   da parte di una divinità personale non possono essere che giudicate “al di là del bene e del male”),  si vuole solo sottolineare che,  globalmente intesi, molti aspetti della  tradizione giudaico-cristiana, appartenenti ancor più alla religiosità popolare e/o al sentimento popolare suscitato da una non approfondita – od addirittura assente, nella maggior parte dei casi – lettura delle Sacre Scritture rispetto ad  una  maggiormente scaltrita dottrina teologica, mal o per niente si accordano con la teoria olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi  sviluppata dal Repubblicanesimo Geopolitico. Discorso diverso, invece, si deve svolgere non riguardo la teoria della filosofia della prassi ma riguardo una concreta pratica storica di tale paradigma, in quanto  dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico che pone al centro del suo discorso filosofico-politico l’elaborazione di una monistica teoria del potere –  potere che, per farla breve, non è il nemico della libertà ma la sua originaria espressione, cfr. infra  su questa fondamentale  e rivoluzionaria rifocalizzazione del concetto di libertà operata dal Repubblicanesimo Geopolitico  infra alla nota n° 15 della presente comunicazione  i riferimenti internettiani dei nostri scritti teorici iniziali apparsi sul blog “Il Corriere della Collera” –, in quanto la tradizione giudaico-cristiana, in tutte le sue varie denominazioni e specialmente in quella cattolico-romana, è stata una gigantesca sprigionatrice ed organizzatrice di potere attraverso l’entusiasmo che ha saputo suscitare e attraverso l’opera di organizzazione e gerarchizzazione della società ed anche attraverso l’ispirazione di una fenomenale produzione artistica (cfr. Carl Schmitt, Römischer Katholizismus und politische Form, Hellerau, Jacob Hegner, 1923; su Internet Archive è possibile consultare  una edizione in lingua spagnola di questo saggio schmittiano sulla forma cultural-politica del cattolicesimo  agli URL  https://archive.org/details/schmittcarl.catolicismoromanoyformapolitica2011/mode/2up         e                                                                             

https://ia801003.us.archive.org/1/items/schmittcarl.catolicismoromanoyformapolitica2011/Schmitt%2C%20Carl.%20-%20Catolicismo%20Romano%20y%20Forma%20Politica%20%5B2011%5D.pdf, mentre la sua traduzione italiana in nessuna delle sue edizioni è disponibile  liberamente sul Web). Tutto ciò dal punto di vista della dialettica politica della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, la quale  si contraddistingue nel mettere l’accento sulla espressività del soggetto nel rapportarsi, attraverso l’esercizio del suo potere, con l’oggetto – oggetto che in questo rapporto espressivo di potere diviene così esso stesso attivo soggetto sprigionatore a sua volta di potere perché si relaziona dialetticamente col soggetto iniziale da cui era iniziata l’originaria promanazione del potere: esemplare, a questo proposito, la dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello spirito – dando così origine ad un’autentica libertà che non sia quella dell’individualismo metodologico del liberalismo –  basato su una falsa mitologia dei diritti umani, universalmente garantiti, chissà perché e in virtù di non si sa che cosa,  perché non si capisce come possa essere possibile un simile “prodigio” se non ricorrendo alla iniziale  divinità personalistica ed onnipossente prima garante del paradiso celeste ma, ora più modestamente, nella debole theologia abscondita  della delirante teoria dei diritti umani, solo uno terrestre realizzato tramite l’universale-universalistica applicazione di questi diritti,  e su una delirante visione della società dove l’individuo è una sorta di monade che nulla deve all’evoluzione culturale, storica e sociale dalla quale proviene e che, soprattutto,  deve essere astoricamente totalmente dimentico della dialettica servo-padrone –, è certamente un merito non da poco. (Solo che nel caso del potere espresso dalle denominazioni religiose, “piccolo dettaglio”, il soggetto in questione è un soggetto, l’organizzazione clericale, che pretende di affermarsi su altri soggetti che devono rimanere ad esso sottoposti e considerati come passivi oggetti di esercizio del suo potere mentre il Repubblicanesimo Geopolitico, sulla falsariga del realismo politico machiavelliano olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale e della hegeliana Dialektik von Herrschaft und Knechtschaft e sviluppando compiutamente questi due momenti nella sua filosofia della prassi, trova fondamento nell’obiettivo limite dell’ Epifania strategica e non in uno stato finale paradisiaco – paradiso celeste seguendo la vecchia teologia, ma anche paradiso terrestre della nuova e debole theologia abscondita dei diritti umani  propalata  non dal vecchio clero sacerdotale ma da quella disinformatia di massa messa in atto tramite quegli strumenti non a caso definiti, infatti, mass-media e gestita  da quel nuovo clero sostitutivo delle moderne società di massa  che sono oggi gli “intellettuali”: giornalisti nella maggior parte dei casi ma anche menti più raffinate che volontariamente abdicano alla loro tradizione storica nata dall’Illuminismo e che nella onesta convinzione, da parte di chi sapeva, di poter e dover indirizzare la pubblica opinione anziché ripetere i luoghi comuni della mitologia  del trono e dell’altare costituisce la parte più viva e attuale di quel movimento, peraltro viziato da meccanico materialismo e/o da una depotenziata religiosità, il deismo e il teismo ed anche il materialismo –, trova cioè fondamento assiologico in uno stato della società dove tutti i suoi membri condividano una quota dinamicamente uguale di potere-libertà e questo potere-libertà fa sì che non ci siano soggetti ed oggetti passivi ma   soggetti  dialetticamente attivi in cui il loro vicendevole relazionarsi porti ad un arricchimento di tutti  i  soggetti, ma ci fu qualcuno che un tempo parlò di “astuzia della ragione”…). Piccola digressione di politique d’abord ma che, visto che queste note sono incentrate sulle valenze metaforico-dialettiche che per il Repubblicanesimo Geopolitico hanno le nuove frontiere delle scienze biologiche e genetiche, potrebbe essere definito un appunto riguardante l’ecosistema politico-culturale  di quella civiltà che negli ultimi duemila anni è partita dall’Europa per poi diffondersi, anche per “merito” del colonialismo ma anche per una sua forza propulsiva interna data dalla concreta  filosofia della prassi del paradigma culturale cristiano, sul resto del Mondo. Chi in Europa è a favore di un multiculturalismo religioso di massa derivante da gruppi di immigrati non europei e di tradizione non cristiana (cioè, per essere ancor più chiari e non lasciare adito ad alcun equivoco: di tradizione islamica, perché solo una mente ottenebrata dal “politicamente corretto” può mettere sullo stesso piano “buonista” i gruppi allogeni di musulmani trapiantati in terre cristiane con, mettiamo, comunità induiste o buddiste presenti nell’Occidente cristiano, le quali, se hanno dato problemi, sono essenzialmente problemi legati al loro sradicamento dalle terre d’origine e non suscitati dalla volontà di fare dell’Occidente una terra conforme al loro credo religioso, come invece vorrebbero molti bravi islamici insediatisi in Occidente), non scaturente, cioè,  come è verificato storicamente, dallo scontro-incontro fra le varie denominazioni cultuali cristiano-europee, non pone le basi per lo sviluppo della tradizione europea in fatto di tolleranza ma pone le condizioni per la distruzione di questo ecosistema culturale nato e svilluppatosi nell’alveo del mondo classico greco-romano e che avuto  la sua piena maturazione dopo la  fine della guerra dei Trent’anni, pone  cioè le condizioni, per parlare chiaro, per la messa in atto di un vero e proprio genocidio culturale e il cui primo risultato sarà proprio la fine di quel costume di tolleranza sempre a vanvera invocato da coloro che, senza fare alcuna distinzione in merito alla provenienza, appoggiano incondizionatamente tutti i flussi migratori verso il Vecchio continente e l’Occidente cristiano più in generale. (Ulteriore velocissimo  approfondimento  per tutti coloro che pensano che la tolleranza sia un frutto della “pappa del cuore”, anziché il risultato di un lungo e tormentato processo storico sovente più l’effetto perverso finale  della violenza più o meno istituzionalizzata piuttosto che  il risultato angelico dell’incontro degli uomini di buona volontà. Ora, a parte l’importante influsso delle sette ereticali protestanti italiane nell’elaborazione del moderno concetto di tolleranza – vedi a questo proposito gli importantissimi studi di Delio Cantimori e in particolare Id., Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze, 1939 (1° edizione) su un’interpretazione dell’evoluzione del concetto e della pratica della tolleranza che abbandonando il paradigma liberale basato su Locke e sull’evoluzione del sistema politico-culturale inglese dominato dalla Chiesa anglicana ne elabora uno alternativo privilegiante gli  anabattisti e sociniani italiani che proprio perché perseguitati avrebbero, di fatto, elaborato una Weltanschauung animata da tolleranza, quella tolleranza che a loro era stata negata nell’interpretazione delle Sacre Scritture –, bisogna sottolineare che la tolleranza fu in Europa molto più il frutto di una violenza istituzionalizzata che non riusciva a trovare né vincitori né vinti, fu il frutto cioè della guerra dei Trent’anni e della Pace di Westfalia del 1648,  perché da questa pace, dando definitiva sanzione al  principio del cuius regio, eius religio  che poneva fine alla guerra,  hanno avuto  inizio gli stati nazionali all’interno dei quali veniva garantita, anche se sovente con difficoltà e spesso in maniera del tutto insoddisfacente, la tolleranza religiosa fra le varie denominazioni cristiane – preso alla lettera, infatti, cuius regio, eius religio significa solo che i sudditi devono seguire la religione del loro principe, ma l’importante era stabilire che i governanti appartenenti a diverse confessioni per questo motivo non si dovevano scannare; anche se  ai nostri occhi in maniera del tutto inadeguata, vedi per esempio il caso della revoca dell’editto di Nantes tramite l’emissione il 18 ottobre 1685 dell’editto di Fontainebleau da parte di Luigi XIV che comportò la cacciata degli Ugonotti dalla Francia, la tolleranza religiosa si affermò così gradualmente sul Vecchio continente ed un altro effetto, forse esteticamente non altrettanto attrattivo come la tolleranza ma ugualmente importante scaturente dalla Pace di Westfalia e dal conseguente formarsi di stati nazionali che non si dovevano prendere  alla gola per ragioni religiose, non fu, ovviamente, l’eliminazione della guerra in quanto tale, ma la nascita della guerre en forme, guerre en forme che significa che il nemico non è più l’antagonista da distruggere con tutti i mezzi a disposizione, ad ogni costo  e da considerare come mera cosa fungibile e privo d’umanità  ma un justus hostis verso il quale devono non essere adottate  condotte annichilatorie ma gli deve essere riconosciuto uno statuto, appunto, di legittimo nemico, un nemico quindi che, se sconfitto,  deve esserne assolutamente interdetta l’eliminazione dalla faccia della Terra. Sulla problematica della guerre en forme, cfr. ovviamente, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum di Carl Schmitt; nella  edizione in lingua italiana da noi consultata, Id., Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello «Jus Publicum Europaeum», Milano, Adelphi, 1991, p.199). Purtroppo l’attuale Chiesa cattolica – principalmente, ma non solo, attraverso le sue errate e scriteriate prese di posizione in merito alle politiche di accoglienza, perché questo è solo uno dei tanti segnali della attuale grandissima difficoltà teologica, pastorale ed organizzativa della Chiesa cattolica – sembra proprio aver perso quella concreta pratica politica della filosofia della prassi – per non dire quella sapiente diffidenza soprattutto verso quelle “pappe del cuore” della religiosità popolare che da essa venivano sapientemente sopite e/o strumentalizzate ma che oggi sono soprattutto appannaggio dei “democratici” poteri secolarizzati e verso i quali la Chiesa cattolica si dimostra sempre più culturalmente sottomessa ed indifesa, evidenziando, così, di non possedere più tutta quella sua peculiare pratica filosofia della prassi ed abilità politica che però poteva solo scaturire dalla convinzione di possedere il ‘deposito della fede’, convinzione che a partire dal Concilio Vaticano II si è fatta sempre più debole –, che nei secoli ne aveva fatto una grandissima istituzione costruttrice di civiltà, forse la più grande mai  apparsa nella storia umana (sull’argomento confronta ancora Carl Schmitt, Römischer Katholizismus und politische Form, cit.). Certamente è nostra opinione che se si vuole rinvenire all’interno della fenomenologia religiosa elementi interessanti per quanto riguarda non solo la pratica politica della filosofia della prassi ma anche dal punto di vista della sua teoria non è alla tradizione giudaico-cristiana che ci si deve in prima battuta rivolgere (per esempio interessantissimi spunti da questo punto di vista possono essere tratti dal Mahābhārata e dalla storia  dei 47 Ronin – quest’ultima non allegoria  religiosa in senso stretto ma racconto di un fatto effettivamente avvenuto nel Giappone di inizio XVIII secolo ma nella vicenda in sé e nell’elaborazione successiva nell’immaginario collettivo della popolazione del Sol Levante frutto culturale di un Giappone formato dall’incontro del buddismo con il Shintoismo –,  storia  dei 47 Ronin, la storia cioè di 47 samurai  che per escogitare uno stratagemma per vendicare la morte del loro signore Asano decidono di perdere  la loro dignità di samurai, divenendo così Ronin, cioè senza signore,  e di fingersi depravati e viziosi, tutti mutamenti nel loro status intesi a trasmettere un falso senso di sicurezza verso chi, alla fine, avrebbe dovuto subire la loro vendetta, che è la più grandiosa traduzione in una  toccante epopea  dell’hegeliano concetto di Aufhebung, cioè del concetto di superamento/conservazione tanto caro al Repubblicanesimo Geopolitico; mentre riguardo una pietra miliare del pensiero teorico filosofico-politico che noi chiamiamo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, se la pietra miliare in epoca moderna dell’area culturale cristiano-occidentale è il Principe di Niccolò Machiavelli, in area asiatica come non citare Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi del 1642?; per non parlare, infine dei c.d. diritti dell’uomo, per i quali seppur giustamente vengono sottolineati i profondi influssi del cristianesimo, ciò non significa che il cristianesimo sia stato il solo movimento cultural-religioso ad aver dato forma, seppur dopo immani convulsioni storiche, a questa Weltanschauung antropologica, perché ben prima della sua comparsa, il 250 a.C. ca., gli editti di Ashoka, direttamente ispirati dal buddismo, espressamente contemplavano il diritto alla libertà religiosa con un afflato filosofico-religioso-espressivo che molto difficilmente potremmo rinvenire nel cuis regio, eius religio della Pace di Westfalia che poneva fine alla guerra di religione dei Trent’anni: «Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo»: citazione da Libertà religiosa: diritto della persona umana, all’URL http://amico.rivistamissioniconsolata.it/2014/10/13/libert-religiosa-diritto-della-persona-umana/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200925070203/http://amico.rivistamissioniconsolata.it/2014/10/13/libert-religiosa-diritto-della-persona-umana/), ma questo non significa che la tradizione giudaico-cristiana debba subire una sorta di genocidio culturale di massa ad opera di esotiche masse di immigrati, portatori di istanze cultural-religiose della massima dignità in sé ma antagoniste di quelle storicamente sviluppatesi nel Vecchio continente, a costo, anche, di immani lutti e scontri che non è proprio il caso di ripetere in omaggio a tutte le  più varie e scriteriate “pappe del cuore”. (L’ultimo dei quali, se ragioniamo in termini storici, anche molto recente: dice niente all’addormentata alta gerarchia cattolica l’assedio di Vienna del 1683 da parte  dell’esercito degli ottomani  condotti dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha e  la relativa battaglia di Vienna che li sbaragliò dell’ 11-12 settembre che ebbe come eroe della giornata il re polacco Giovanni III Sobieski e la travolgente carica di cavalleria dei suoi arcangeli?). Anzi, se si vuole che il Vecchio continente possa esprimere una sua Epifania strategica, è necessario agire proprio in senso contrario. Ma l’attuale Chiesa cattolica sembra aver dimenticato che, dal punto di vista politico, la sua grande missione storica è stata quella, attraverso l’esercizio del suo potere secolare e del suo magistero spirituale, di aver dato politicamente, culturalmente, spiritualmente ed artisticamente forma (fino a giungere alle più basilari forme di mentalità e comportamenti popolari), alla attuale – anche se ora profondamente in crisi –  civiltà del Vecchio continente, ora minacciata  –  anche se non solo – dall’arrivo delle esotiche masse di immigrati. Attuale crisi della Chiesa cattolica non certo perché abbia ceduto ad esotici pathos guerrieri come quelli del Mahābhārata o dei  47 Ronin o del Libro dei cinque anelli oppure abbia in qualche modo metabolizzato e fatto suo il grande pathos culturale, religioso e politico che potrebbe venire da altre grandi tradizioni religiose, vedi caso degli editti di Ashoka, uno dei più importanti precursori storici del concetto di  tolleranza religiosa e dei diritti dell’uomo, ma che non ci risulta abbiano avuto un qualche influsso nell’elaborazione nella Chiesa del concetto di tolleranza, più frutto di una progressiva e faticosa elaborazione storica da parte di essa che di una approfondita riflessione sulle fonti delle altre tradizioni religiose e sulle proprie (le quali se correttamente intese nel loro messaggio di fratellanza universale fra tutti gli uomini contengono anch’esse in nuce il concetto di tolleranza ma per acquisire questo tesoro la Chiesa – non solo quella cattolica ma discorso che vale anche per lo Scisma d’Oriente e per tutte le altre chiese che discendono dalla riforma luterana!, e quindi considerazioni qui svolte facilmente estendibili, mutatis mutandis, anche ad esse – ha  impiegato secoli e secoli di genocidi di popolazioni pagane, di  guerre, di lotte e sofferenze e roghi di eretici o semplicemente dissenzienti su marginali aspetti della fede) ma perché ha ora  frainteso l’ Aufhebung,  – il momento del superamento/conservazione che, oltre ad un concetto legato alla filosofia hegeliana, è pure una potente metafora di qualsiasi dialettica evolutiva non solo in  campo biologico ma anche in quello spirituale, e la storia della Chiesa cattolica, quando è di successo,  ne è una grandiosa dimostrazione – con un molto più modesto ed anzi antitetico superamento ma senza conservazione, una sorta di  adattamento al ribasso tipico di quando le popolazioni di organismi qualora sottoposti a stress invece di evolvere in nuovi gruppi e/o individui della stessa in grado di sopportare meglio questo stress semplicemente riducono il numero dei componenti e, talvolta, anzi molto spesso, scompaiono. «51 Et ecce unus ex his, qui erant cum Iesu, extendens manum exemit gladium suum et percutiens servum principis sacerdotum amputavit auriculam eius. 52 Tunc ait illi Iesus: “Converte gladium tuum in locum suum. Omnes enim, qui acceperint gladium, gladio peribunt. 53 An putas quia non possum rogare Patrem meum, et exhibebit mihi modo plus quam duodecim legiones angelorum? 54 Quomodo ergo implebuntur Scripturae quia sic oportet fieri?”»: Evangeliun Secundum Matthaeum, citato da http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190819183119/http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html. ‘Chi di spada ferisce, di spada perisce’ è il celebre adagio tratto da Matteo 26:52 nel quale Gesù redarguisce il discepolo che, con la spada di cui era armato, nel tentativo di impedire la cattura del Maestro taglia l’orecchio ad uno dei convenuti lì recatisi per catturarlo e nella mentalità religiosa popolare il detto viene ripetuto sia per significare che la Chiesa è contro qualsiasi forma di violenza e che i suoi fedeli si devono attenere a questa norma di comportamento, e in una interpretazione più banalmente spogliata di qualsiasi significato religioso, che è meglio, comunque, non reagire mai alla violenza perché le conseguenze sono sovente peggio del torto al quale si è inteso reagire. Tralasciando di commentare ulteriormente quest’ultima forma di “profonda” saggezza popolare derivante dalla traduzione in buon senso popolare del significato religioso delle sopraddette parole di Gesù durante la sua cattura ed anche dalla concreta esperienza di vita degli agenti omega-strategici nel rapportarsi con gli agenti alfa-strategici (per la dialettica fra questi due agenti rinviamo alla nostra Teoria della Distruzione del Valore, e quindi traduzione popolaresca non proprio “tradimento” del senso delle parole di Gesù, anzi!), ci limitiamo a sottolineare che da Matteo 26:51 ben si capisce che il discepolo è armato con una  spada che porta con sé e da sguainare alla bisogna e che in Matteo 26:53 Gesù dice chiaramente che una spada è ben poca cosa di fronte alle dodici legioni di Angeli del Padre suo. Infine, in Matteo 26:54 Gesù dice che non si deve impedire la sua  cattura perché si debbono adempiere le Scritture. Ancor più sorprendente dal punto di vista dell’idea di un Gesù predicatore disarmato, Luca 22:49-54, dove si capisce molto bene che il Figlio di Dio è scortato manu militari da un gruppo di seguaci che prima chiedono al Maestro se debbono reagire e ottenuto probabilmente un suo consenso più o meno esplicito in proposito o una sorta di silenzio-assenso,  rinunciano contro la loro volontà ad impedire l’arresto dopo che, avvenuto il ferimento di una delle guardie che dovevano arrestarlo, Gesù, verosimilmente in seguito a questa iniziale resistenza che minaccia di svilupparsi in senso sfavorevole ai resistenti, dà un preciso ordine a non protrarla e, compiendo il miracolo della guarigione della guardia ferita, molto probabilmente fa la mossa decisiva per riportare la situazione alla calma anche se ciò significa che egli si deve consegnare: «[49] Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. [50] E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. [51] Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì. [52] Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [53] Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”. [54] Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano.»: (Bibbia CEI, Vangelo secondo Luca, 22, presso l’URL  http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVI.HTM, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191111174203/http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVI.HTM); mentre in Giovanni 18:10-11 viene nuovamente indicato un solo personaggio che porta la spada – e viene pure nominato, Simon Pietro – e la usa per ferire una delle guardie che vogliono arrestare Gesù e il Figlio di Dio, come già descritto da Matteo, non oppone resistenza all’arresto perché le scritture si devono compiere. Dal complesso del resoconto  dei tre succitati evangelisti in merito all’arresto di Gesù (in Marco 14:47 colui che reagisce violentemente all’arresto di Gesù viene più banalmente indicato come uno dei presenti al fatto), solarmente emerge il quadro   di una concreta situazione storica in cui l’eroe culturale del cristianesimo si trovò e volle attivamente agire non solo tramite il Logos da Dio ispirato e i miracoli che solo Lui poteva compiere perché Figlio di Dio e Dio lui stesso, ma, evidentemente, anche attraverso una precisa organizzazione politico-militare (ulteriori indizi di questa organizzazione politico-militare in 1) Luca 10:1-20 dove viene detto che Gesù incarica ben 72 discepoli per diffondere il suo insegnamento: si apre così un quadro assolutamente diverso, fatto di meticolosa organizzazione e della precisa volontà di aprire agli uomini non solo il Regno dei Cieli ma anche di mutare gli equilibri politici in Giudea, rispetto a quello tramandatoci dalla ingenua tradizione religiosa popolare che ci rappresenta un Gesù predicatore del Verbo di Dio presso le folle, in questo apostolato assolutamente non violento e accompagnato in questa missione solo dai 12 apostoli; in 2) nella cacciata dei profanatori dal Tempio  riferita in Marco 11:15-18 – dove Gesù rovescia i banchi dei mercanti e gli scribi cercano di ucciderlo perché impauriti dalla popolarità che questo gesto suscita presso il popolo –, in Matteo 21:12-17 – dove sempre per azione diretta di Gesù  avviene l’azione violenta contro i mercanti e i sacerdoti sono sdegnati da questa condotta ma non viene riferito alcun intento omicida da parte di costoro –, in Luca 19:45-48 – dove ancora  con un  Gesù protagonista dell’azione in prima persona,  avviene la cacciata dei mercanti dal Tempio e gli scribi vorrebbero  ucciderlo perché il gesto riscuote l’approvazione del popolo –, e in Giovanni 2:13-21, dove Gesù compie analoga azione a quella descritta dai precedenti evangelisti ma a differenza dei precedenti resoconti vengono espressamente citati i discepoli, i quali però si limitano a commentare l’azione mentre chi non è d’accordo si limita a manifestare la sua disapprovazione ma non cerca di uccidere Gesù: dal complesso di questi resoconti emergente quindi un quadro dove Gesù compie una clamorosa azione dimostrativa, la cacciata dei mercanti dal Tempio, per suscitare una sommossa popolare, in ciò supportato e protetto dai discepoli che, anche se non agiscono direttamente nel cacciare questi mercanti profanatori, costituiscono una sorta di guardia del corpo di Gesù pronti ad intervenire nel caso si verificassero resistenze all’ “energica” azione purificatrice all’interno  del Tempio che vede Gesù impegnato in prima persona e 3) da una lettura dei quattro Vangeli condotta attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, dove, se analizzati sotto questo punta di vista, questi testi sacri sono attraversati da una malcelata tensione fra dimensione politica e dimensione ultraterrena, dove l’espressamente e sinceramente proclamata dimensione spirituale funge anche da velo ad un telos politico che al momento non può essere pubblicamente rivelato perché questo disvelamento porterebbe al fallimento, visto al momento lo sfavorevole rapporto di forze politico-militari in campo, del disegno politico-religioso di Gesù, e cioè, ancor prima della cacciata dei romani dalla Giudea, il rinnovamento della religione ebraica attraverso la riduzione-eliminazione del potere sacerdotale ebraico) ed anche di un cristianesimo concretamente storico sviluppatosi dopo la morte di Gesù – ma in perfetta continuità soprattutto  con il versante politico della predicazione  del Figlio di Dio – fatto anche di sottintesi e non esplicitati messaggi che ai tempi della stesura dei Vangeli canonici (Marco: 65-80 d.C., Matteo: 70-90 d.C., Luca: 80-90 d.C., Giovanni: 95-100 d.C.) non dovevano  sfuggire nemmeno  ai più semplici dei fedeli, insomma messaggi che possono essere riassunti in «non rispondete alla violenza con la violenza perché il rapporto di forze è a nostro svantaggio» (la storia della Chiesa con le persecuzioni che dovette subire fino alla sua definitiva vittoria sul paganesimo è dimostrazione della profonda saggezza di questo comportamento), un quadro ante e post predicazione di Gesù  la cui Weltanschauung è nettamente diversa da quella delle piatte interpretazioni che solitamente vengono attribuite ad «Omnes enim, qui acceperint gladium, gladio peribunt»; ma anche una Weltanschauung che, nella sua dialettica storico-filosofica, non ha nulla da invidiare alla filosofia della prassi del Mahābhārata e a quella della storia dei 47 Ronin. Pur essendo definitivamente tramontato il suo diretto potere temporale, anche se solo come arcana imperii per la gestione dell’unico potere che le è rimasto, quello simbolico-spirituale, ma gestione che poi, se saggiamente condotta, si converte in forza politica e, quindi, di riflesso, di nuovo in potere spirituale per la realizzazione dei suoi obiettivi ultraterreni, la Chiesa deve solo riscoprire questa antica saggezza da lei per molto tempo praticata anche eccedendo nella sua applicazione e ora, solo momentaneamente si spera, completamente dimenticata. Ultima osservazione e, forse, nota di speranza. Quando in sede storica e sociologica trattiamo di soggetti collettivi ne parliamo come se si trattasse di persone fisiche dotate di una loro reale psichicità biologica e  personalità definite che non ammettono né sfaccettature né interne contraddizioni. Ora, a parte il fatto che l’attribuzione alla psichicità biologica una inevitabile relativa  personalità monolitica e non contraddittoria è un gravissimo errore anche quando si parla di singole e viventi persone fisiche, gravissimo errore che non solo il magistero freudiano e della psicologia che si sviluppata a partire dalla fine dell’Ottocento dovrebbe metterci in guardia ma che, sulla scorta del costruttivismo wendtiano ma in totale autonomia da esso,  buon ultimo il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, senza nemmeno ricorrere a particolarmente approfondite scepsi ispirate alle moderne scienze psicologiche, ha posto definitivamente fine attraverso la sua articolata filosofia della prassi che mette direttamente in relazione dialettica,  ontogenetica e creatrice ex nihilo ed ex suo il rapporto fra soggetto ed oggetto, ciò vale a maggior ragione per i soggetti collettivi, come in questo caso la Chiesa cattolica, in cui l’attribuirne una personalità può essere operazione sterile ed irrealistica se condotta in termini ingenuamente antropomorfi oppure feconda se lungo il tracciato dialettico appena delineato e che costituisce la Weltanschauung di tutta la presente comunicazione.  E per quanto quindi riguarda la Chiesa cattolica forse all’interno della sua contraddittoria personalità – contraddittoria,  diciamo,  speriamo che in questo caso lo si sia compreso, non come stigmatizzazione finale ma come dato di fatto di qualsiasi entità storicamente costituitasi; in ultima analisi, per essere chiari, di tutta la totalità espressivamente dialettica di cui l’uomo è sia parte che costruttore, in virtù del suo rapporto olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale con essa, della realtà tutta – vi sono ancora momenti teologico-liturgici che fanno sperare in un rimemoramento della sua antica saggezza sia politica che dottrinale. Pur confessando di non possedere specifiche sensibilità al riguardo, intendiamo qui riferirci, per esempio, a quei gruppi di cattolici che continuano a celebrare la Santa Messa in latino secondo il rituale tridentino. Certamente questi gruppi che continuano a praticare il Vetus Ordus Missae sono fondamentali per mantenere acceso il versante espressivo-culturale di tutta la complessa dialettica storica, spirituale e politica del cattolicesimo. Che poi le loro pratiche cultuali possano non solo mantenere viva la speranza di ridar vita al cattolicesimo ma anche effettivamente operarne una sorta di profonda e vigorosa Epifania strategica, è tutt’altro che scontato ma è un esito che, proprio per le cose che ci siamo appena dette, non possiamo che augurarci.                                             

 

 

8 Il pensiero evoluzionista ha una storia che come terminus a quo risale ben addietro a Charles Darwin e parte, per quanto riguarda l’Occidente, dai filosofi presocratrici, percorre come pensiero minoritario ma non sotterraneo tutta la Tarda antichità e il Medioevo (e.g. Sant’Agostino d’Ippona  e San Tommaso d’Aquino: Sant’Agostino non prendeva la Genesi alla lettera ed accettava anche una generazione di alcuni  organismi  dovuta a cause naturali; San Tommaso addirittura sostenne che la Genesi non era la fonte privilegiata per quanto riguarda l’origine di tutti gli organismi, e che qualora il testo sacro fosse stato in contraddizione con quanto sostenevano i filosofi naturali – oggi diremmo gli scienziati –, il testo sacro perdeva il privilegio di essere l’ultima parola dovendosi preferire l’opinione di questi studiosi) e, infine, ha la sua definitiva fioritura nel XVIII secolo con, citando solo i rappresentanti più importanti di questa Weltanschauung, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, Diderot, James Burnett, Lord di Monboddo, che sosteneva che l’uomo deriva dalla scimmia, Lamarck, fino ad arrivare al nonno di Charles Darwin, Erasmus Darwin per il quale gli animali a sangue caldo avevano un’origine in comune. Senza dimenticare, ovviamente, nel campo della geologia, Charles Lyell il quale, partendo dall’uniformitarismo elaborato inizialmente  da James Hutton (l’uniformitarismo sostiene che in processi naturali  sono rimasti inalterati di epoca in epoca),  pose le basi per l’attuale teoria della tettonica a zolle e della deriva dei continenti; e fuori del perimetro dell’Occidente cristiano, il pensiero islamico medievale (risale alla seconda metà del XIV secolo il  Muqaddima  di Ibn Khaldun dove vi si sostiene che l’uomo deriva dalla scimmia), per non parlare del Taoismo cinese, in un certo senso una filosofia intrinsecamente evoluzionista, perché fatto salvo l’indefinibile e monistico principio del Tao (o Dao), tutte le manifestazioni fenomeniche di questo principio sono soggette a continuo mutamento, comprese, ovviamente, tutte le specie dei viventi. Se scendiamo nei dettagli, le teorie evoluzionistiche qui sommariamente descritte –  ed anche quelle che non abbiano nominato – presentano notevoli differenze, e, a parte il banale dato di fatto che quelle a noi più vicine, cioè quelle dei nostri giorni che vanno sotto il nome di epigenetica, teoria endosimbiotica e, in generale, tutte quei nuovi approcci e conoscenze sull’evoluzione che vanno sotto il nome di Sintesi evoluzionistica estesa risultano più convincenti anche per la semplice ragione che, se non altro, evitano le contraddizioni di quelle che le hanno precedute, nessuna di queste, dal punto di vista della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, gode di una posizione di primato per il semplice fatto di arrivare per ultima avendo così la  possibilità di “mettere nel sacco” quelle che le hanno precedute. Dal punto di Vista del Repubblicanesimo Geopolitico sono storicamente ed anche filosoficamente tutte ugualmente importanti perché, in maniera più o meno evidente – certamente più evidente nell’epigenetica,  nella teoria endosimbiotica e nella Sintesi evoluzionistica estesa – tutte queste rappresentano una embrionale prefigurazione a livello ontologico-epistemologico del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, e questo vale anche per la Sintesi evoluzionistica moderna tarata sì da un profondo meccanicismo ed anche da  una non espressa accettazione della Weltanschauung che pone un rigido spartiacque fra natura e cultura ma anche, oggettivamente,  penultimo grandioso e fecondo  membro, anche per le sue contraddizioni che aprono le porte alla successiva Sintesi evoluzionistica estesa,  della grande famiglia delle teorie evoluzionistiche che sostengono l’importanza del fattore storico per comprendere i fenomeni della natura e tutte percorse da un telos ontologico-espistemologico che, più o meno consciamente a seconda degli autori e delle varie teorie, contesta qualsiasi creazione ex nihilo da parte di una divinità personalistica. E una volta introdotto il fattore storia nella spiegazione dei fenomeni, è molto difficile che le contraddizioni nascenti dalla artificiosa suddivisione natura-leggi di natura meccanico-meccanicistiche e deterministiche vs mondo della cultura dove non si sa quale  legalità applicare (secondo il positivismo e il neopositivismo una legalità meccanico-meccanicistica ma con esiti conoscitivi ridicoli, secondo lo storicismo di matrice positivistica, kantiana ed antidialettica, leggi non meccaniche ma leggi storiche sempre da definire e mai definite, con esiti conoscitivi altrettanto ridicoli e, per di più, implicando così una separazione fra mondo della natura e mondo della storia, spezzando il monismo ontologico-epistemologico del positivismo-neopositivismo, che era l’unico frutto non tossico di questa meccanicistica corrente di pensiero) non vengano alla luce e portino ad un’evoluzione nella spiegazione dei fenomeni storici ma anche di quelli naturali dove, alla fine,  in entrambi gli ambiti il paradigma ontologico-epistemologico olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale debella totalmente nella comprensione della totalità e di ogni singolo suo aspetto  quello meccanico-meccanicistico. E da questo punto di vista, cioè dal punto di vista di una feconda contraddizione interna che attraverso un’Aufhebung conoscitiva   genera più convincenti esiti dialettici sia dal punto di vista storico-filosofico che della puntuale conoscenza dei meccanismi biologico-genetici-molecolari-evolutivi (stiamo parlando del passaggio dalla  Sintesi evoluzionistica moderna alla  Sintesi evoluzionistica estesa, con gli annessi e connessi di epigenetica e teoria endosimibiotica ma questo vale anche per le scienze fisiche in senso stretto, col passaggio dalla meccanica galileano-newtoniana alla meccanica quantistica ma sulla fisica quantistica e la sua importanza per la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico vedi in particolare, infra, note n°15 e n°16 della presente comunicazione), tutte le teorie evoluzionistiche condividono la medesima dignità e fecondità dialettica, e l’esprimere questo punto di vista è lo scopo del presente scritto. 

 

9 Il saggio che ha acceso i fari della notorietà su Donna Haraway è Donna Jeanne Haraway, Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, “Socialist Review”, n. 80, 1985, pp. 65-108 (una versione in italiano in Rete è consultabile all’URL https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190924210523/https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf/). È stato poi ripubblicato nel 1990 –  Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s,  in L. Nicholson (a cura di) Feminism/Postmodernism, New York, Routledge, 1990, pp. 190-233 ma non avendo rinvenuto alcuno di questi due documenti in Rete nella loro completezza ma solo come indicazione bibliografica,  per prendere visone del Cyborg Manifesto, si può benissimo ripiegare, con titolo leggermente cambiato,  su Id.,  A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth, in Id., Simians, Cyborgs, and Women. The Reinvention of Nature, New York, Routledge, 1991, pp. 149-181, scaricabile all’URL https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf   – Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20191115081308/https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf; dopo nostro scaricamento del documento dall’ ultimo iniziale, successivo caricamento su Internet Archive generando gli URL

https://archive.org/details/harawaydonnajsimianscyborgsandwomenthereinventionofnature/page/n1/mode/2up                                                                                                                  e 

https://ia903101.us.archive.org/34/items/harawaydonnajsimianscyborgsandwomenthereinventionofnature/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf – oppure sull’ Haraway Reader del 2004, che contiene diversi brevi saggi della Haraway fra cui anche il Cyborg Manifesto (qui di seguito tutti i saggi, più un’intervista all’autrice,  presenti nell’Haraway Reader e gli URL di Internet Archive presso cui si può prendere visione e scaricare il volume:  Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, London, Routledge, 2004, pp. 7-45;  Ecce Homo, Ain’t (Ar’n’t) I a Woman, and Inappropriate/d Others: The Human in a Post-humanist Landscape, in ivi, pp. 46-61; The Promises of Monsters: a Regenerative Politics for Inapproriate/d Others, in ivi, pp. 63-124; Otherworldly Conversations; Terran Topics; Local Terms, in ivi, pp. 125-150; Teddy Bear Patriarchy: Taxidermy in the Garden of Eden, New York City, 1908-1936, in ivi, pp. 151-197; Morphing in the Order: Flexible Strategies, Feminist Science Studies, and Primate Revisions, in ivi, pp. 198-222;  Modest_Witness@Second­_Millenium, in ivi, pp. 223-250 (si tratta del cap. 1 della parte II di Donna Jeanne Haraway,  Modest_Witness @Second Millennium. FemaleMan© Meets OncoMouseTM: Feminism and Technoscience, New York, Routledge, 1997b, saggio scaricabile presso l’URL 

https://monoskop.org/images/6/65/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf; nostro congelamento Wayback Machine : http://web.archive.org/web/20191115153036/https://monoskop.org/images/6/65/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf; e nostro caricamento del documento  su Internet Archive generando gli URL:

https://archive.org/details/harawaydonnajmodestwitnesssecondmillennium1997/mode/2up     e                                            

https://ia803102.us.archive.org/18/items/harawaydonnajmodestwitnesssecondmillennium1997/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf); Race: Universal Donors in a Vampire Culture. It’s all in the Family: Biological Kinship Categories in the Twentieth-Century United States, in ivi, pp. 251-293; Cyborgs to Companion Species: Reconfiguring Kinship in Technoscience, in ivi, pp. 295-320; Cyborgs, Coyotes, and Dogs: a Kinship of Feminist Figuration and There Are Always More Things Going On than You Thought! Methodologies as Thinking Technologies. An interview with Donna Haraway Conducted in two parts by Nina Lykke, Randi Markussen, and Finn Olesen, in ivi, pp. 321-342; gli URL di Internet Archive presso i quali è possibile scaricare l’Haraway Reader sono: https://archive.org/details/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/mode/2up     e 

https://ia800107.us.archive.org/35/items/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/162697775-Donna-Haraway-the-Haraway-Reader.pdf). Od anche visitando l’URL di SCRIBD https://it.scribd.com/document/373082337/Haraway-2016-Manifestly-Haraway (nostro download e ricaricamento del documento su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/manifestlyharawaythecyborgmanifestothecompanionspeciesmanifestorepubblicanesimogeopolitico/mode/2up                                                                            e https://ia803104.us.archive.org/7/items/manifestlyharawaythecyborgmanifestothecompanionspeciesmanifestorepubblicanesimogeopolitico/MANIFESTLY%20HARAWAY%2C%20THE%20CYBORG%20MANIFESTO%2C%20THE%20COMPANION%20SPECIES%20MANIFESTO%2C%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO.pdf), dove  si può ugualmente prendere visione del Cyborg Manifesto, inserito nel volume  Donna Jeanne Haraway, Manifestly Haraway, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2016, anche questo  una raccolta di lavori dell’Haraway,  che sono: A Cyborg Manifesto. Science, Technology, and Socialist-Feminism in The Late Twentieth Century, in ivi, pp. 5-90; The Companion Species Manifesto. Dogs, People and Significant Otherness, in ivi, pp. 93-198; Companion in Conversation, in ivi, pp. 201-296. Il Companion Species Manifesto,  già citato nella precedente raccolta, può essere incontrato  in Rete anche come documento singolo nella copia in formato PDF, anche se parzialmente mutila, della sua prima edizione,  Donna Jeanne Haraway, The Companion Species Manifesto: Dogs, People, and Significant Otherness, Chicago, Prickly Paradigm Press, 2003 – presso http://xenopraxis.net/readings/haraway_companion.pdf. Nostro congelamento URL e testo del documento tramite Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20190928141609/http://xenopraxis.net/readings/haraway_companion.pdf  e dopo download anche salvataggio del testo del documento presso Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/thecompanionspeciesmanifestodogspeopleandsignificantothernessdonnaharaway/mode/2up                                                                                                          e https://ia801002.us.archive.org/3/items/thecompanionspeciesmanifestodogspeopleandsignificantothernessdonnaharaway/The%20Companion%20Species%20Manifesto%20%20Dogs%2C%20People%2C%20and%20Significant%20Otherness%20%20Donna%20Haraway.pdf. Presso https://warwick.ac.uk/fac/arts/english/currentstudents/undergraduate/modules/fictionnownarrativemediaandtheoryinthe21stcentury/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf incontriamo uno stralcio della precedente raccolta che contiene solo il Cyborg Manifesto di Manifestly Haraway. È quindi possibile prendere pure qui  del Cyborg Manifesto in edizione e.book: Donna Jeanne Haraway, A Cyborg Manifesto. Science, Technology, and Socialist-Feminism in The Late Twentieth Century, University of Minnesota Press, 2016. Ad ogni buon conto, abbiamo provveduto a congelare URL e testo del documento tramite Wayback Machine e si è così generato il nuovo URL https://web.archive.org/web/20191231192653/https://warwick.ac.uk/fac/arts/english/currentstudents/undergraduate/modules/fictionnownarrativemediaandtheoryinthe21stcentury/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf. Inoltre abbiamo anche provveduto a scaricare il file e poi lo abbiamo caricato su Internet Archive. Questi gli URL generati da questa nostra  ulteriore azione: https://archive.org/details/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_…/mode/2up                                                                   e  https://ia803102.us.archive.org/24/items/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_…/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf. Alla fine di questo percorso bibliografico harawayno, non potevamo mancare di segnalare  Donna Jeanne

Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, che segna il definitivo passaggio di questa interessante autrice dal mito del Cyborg (anche se da costei inteso solo metaforicamente) al mito dell’endosimbionte (inteso sempre solo metaforicamente). Per le valenze dialettiche di questo passaggio ed anche per le sue contraddizioni, che si basano essenzialmente nel fatto che l’Haraway rimane anche in quest’ultimo lavoro saldamente – e disgraziatamente – legata ad una totalmente antidialettica teologia materialista che ha contraddistinto tutti i suoi lavori a partire dal Cyborg Manifesto (cfr. infra, note n°10, n°11 e n°13), indichiamo, per chi voglia affrontare anche questo importante ed irrisolto testo l’ URL  presso il quale è possibile prenderne visione e scaricarlo : https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, il nostro congelamento con la Wayback Machine del testo e dell’URL: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf  e, infine, gli URL del  nostro caricamento su Internet Archive del documento in questione: https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up                                                                                                                                e

https://ia803104.us.archive.org/4/items/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/Donna%20J.%20Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf.

 

[Le successive 7 note e la sezione bibliografica verrano pubblicate nelle prossime 3 tranche del presente saggio.]

 

 

 

 

CENNI SU CAPITALISMO E POLITICA, di Teodoro Klitsche de la Grange

CENNI SU CAPITALISMO E POLITICA

Paolo Becchi in un articolo su “Libero” rileva l’enorme aumento di ricchezza che la pandemia ha portato a qualche (gigantesca) azienda – e il sicuro impoverimento di tanti altri imprenditori e lavoratori autonomi – e ripropone la questione – talvolta e senza entusiasmo né enfasi particolare affrontata nei media mainstream – dell’aumento del divario tra ricchi e poveri nell’ultimo trentennio: i primi sempre più ricchi e i secondi in grande aumento. Marx sottolineava come questa fosse la logica del capitalismo. Scriveva che il tutto più che all’avidità del capitalista era dovuto alla logica del sistema. Nel capitolo (libro I, VII Sezione, cap. XXII) lo argomenta1 e lo ribadisce altrove.

Per cui che la tendenza del capitale sia quella dell’ “impulso assoluto verso l’arricchimento”, è stato affermato da (quasi) due secoli. Che comunque vi fossero altri riflessi e conseguenze (correttive) in questa logica, già lo aveva sostenuto Bernstein oltre un secolo orsono. Ma non è questo l’argomento che intendo cennare; piuttosto come tale tendenza all’accumulazione incida sul rapporto tra politica ed economia; o meglio tra politico ed economico.

L’anno che nasceva Marx, de Bonald scriveva un saggio, in forma di lunga recensione all’opera allora appena uscita (postuma) di M.me de Stael Observations sul l’ouvrage de M.me la baronee de Stael ayant pour titre “Considerations sur les principauz evenementes de la révolution française”.

Il saggio è una delle prime valutazioni del liberalismo sotto l’aspetto del realismo politico, in particolare sotto il profilo costituzionale. La polemica di De Bonald contro il liberalismo della de Stael si basava sulla incongruità di questo rispetto ai presupposti necessari dell’azione (e del pensiero) politico.

Particolarmente interessante ai fini della questione esaminata è che l’effetto del costituzionalismo liberale è, secondo de Bonald, la promozione di una classe essenzialmente dedita ad attività economiche, a patriziato politico. Con due conseguenze: la prima che si finisse così col confondere istituzionalmente l’interesse pubblico con quello privato. E così pubblico e privato. La seconda, che anticipa in una certa misura la considerazione di Marx (v. sopra nota 1) che così si crea una “classe” dal potere enorme. Diversamente dall’aristocrazia d’ancien régime il cui potere era economicamente fondato essenzialmente sulla proprietà fondiaria – per sua natura limitata – quella del patriziato del capitale era, trattandosi di ricchezza mobiliare, sempre per natura illimitata: “una contraddizione di cui è toccato a noi dare l’esempio, veder gli stessi uomini che chiedono a gran voce lo spezzettamento illimitato della proprietà immobiliare, favorire con tutti i mezzi la concentrazione senza freni della proprietà mobiliare o dei capitali. L’appropriazione di terre ha per forza termine. Quella del capitale immobiliare non ce l’ha, e lo stesso affarista può far commercio di tutto il mondo” (i corsivi sono miei); la conseguenza di questa concentrazione di potere economico e della commistione con quello politico era che “questa è una delle ragioni del rialzo dei prezzi delle derrate in Inghilterra, nei Paesi Bassi e anche in Francia, e dovunque il commercio non ha altro fine che il commercio e dove milioni chiamano e producono altri milioni.

I grandi patrimoni immobiliari fanno inclinare lo Stato verso l’aristocrazia, ma le grandi ricchezze mobiliari lo portano alla democrazia; e gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè2. De Bonald aveva visto giusto: “far commercio di tutto il mondo” è ancora quanto con più sintesi ed efficacia descrive l’ethos del capitalismo attuale, finanziarizzato, informatizzato e meno vincolato del “vecchio”, da mezzi “solidi” (la fabbrica, la macchina, il negozio).

Così come il controrivoluzionario aveva previsto la crescita d’influenza che la ricchezza globale avrebbe avuto sui regimi democratico-parlamentari (la plutocrazia), e quindi sul potere politico.

Secondo Wittfogel, l’opposizione tra classi (o ceti) esercenti il potere politico e quello economico è antica. Peculiare è, del suo pensiero sottolineare come (i vari tipi di) dispotismo idraulico avevano regolato la proprietà (e l’accesso alla stessa), anche senza arrivare – come quasi sempre non erano arrivati – a sopprimere la proprietà dei mezzi di produzione e l’iniziativa economica privata “Le leggi idrauliche di successione determinano la frammentazione della terra di proprietà privata”; al contrario la “proprietà” feudale, caratterizzata da succcessione limitata o dal maggiorascato e dall’indivisibilità del feudo favoriva la perpetuazione (e l’instaurazione) di (un altro) potere politico “Invece, la terra della classe possidente feudale (occidentale) implicava la perpetuazione del potere politico organizzato, indipendente dal (e talvolta in aperto conflitto col) potere statale. Diversamente dalla proprietà idraulica (burocratica e non-burocratica), la proprietà feudale, oltre ad essere fonte di reddito, era, in maniera rilevante ed evidente, anche fonte di potere”.

Il regime proprietario dei dispotismi idraulici favorisce una proprietà di reddito “essa non consente ai suoi detentori di controllare il potere statale attraverso l’azione e l’organizzazione fondata sulla proprietà. In ogni caso, essa non è proprietà di potere, ma proprietà di reddito”.

Nelle società idrauliche (id est di dispotismo orientale) la disciplina della proprietà e dell’appropriazione è rivolta così al duplice scopo sia di evitare concentrazioni di ricchezza tali da poter insidiare il potere politico sia di favorire la frammentazione della ricchezza (della proprietà). L’esistenza di divieti d’appropriazione, di restrizioni alla circolazione dei beni, di vaste proprietà demaniali e di servizio, come la regolazione della proprietà privata trovano in quel fine la loro (principale) ragione. Così la classe politica impediva la crescita di un’opposizione evitando la concentrazione di potere economico; da cui sarebbe probabilmente derivata una nuova (totalmente o parzialmente) élite dirigente.

Secondo Marx ed Engels la tendenza della borghesia è di assicurarsi (anche) il potere politico; come è scritto nel Manifesto la borghesia si serve dei governi; lo Stato è “una giunta amministrativa degli affari comuni di tutta la classe borghese”3. Lenin sostiene ripetutamente “La salvezza sta nei monopoli – dicevano i capitalisti – e formavano cartelli, sindacati e trusts; la salvezza sta nei monopoli, tenevano bordone i capi politici della borghesia, e si affrettavano ad arraffare le parti del mondo non ancora divise”.

Fino agli anni ’80 era – com’è noto – opinione condivisa almeno nella sinistra comunista e “gruppettara” che lo Stato fosse lo strumento con cui la borghesia capitalista esercitava il proprio potere. Dopo il crollo del comunismo (com’è altrettanto noto) la rappresentazione dello Stato e del Capitale come compagni necessari di strada si è ribaltata: il politico non è più la sovrastruttura della struttura del capitale, ma il limite, l’impedimento, l’ostacolo alla governance tecno-capitalista.

Politica ed economia hanno divorziato (così sembra); o meglio il politico è un limite, tollerabile in quanto non ostacola, o meglio collabora al dispiegarsi del potere economico globalizzato e globalizzante. Tutti gli attributi e le istituzioni politiche hanno subito la stessa sorte. Lo Stato è tollerato come gendarme notturno, in particolare se (molto) miope nel percepire le attività capitaliste; la democrazia perde i caratteri tradizionali (politici) e diventa la palestra della discussione pubblica (sulla tutela dei diritti dell’uomo, più che del cittadino); il bene comune, l’interesse generale non sono più riferiti alla comunità, come in altri campi, ma a tutto concedere all’umanità. Non senza qualche ragione, se è vero come è vero che la stagnazione che colpisce i paesi più sviluppati (Italia in primo luogo) ne ha ridotto la crescita, ma nel contempo è aumentata quella dei paesi in via di sviluppo (Cina, in primis, e tanti altri a seguito)4. Quindi se il bene comune è quello dell’umanità, l’obiettivo è stato centrato. Peraltro a crescere sono stati i paesi più poveri: anche quello della giustizia pare raggiunto. I dati sulla crescita del capitale delle grandi imprese, pure. Resta da vedere quanto tali successi possano rallegrare i popoli più sviluppati e in particolare i di essi “ceti medi”.

Dato che, a prescindere da altre cause concorrenti, ciò che ha determinato (principalmente) questi risultati è stato che le grandi imprese producono dove i costi (specie la manodopera) sono più bassi, vendono dove la domanda è più ricca (i paesi sviluppati) e pagano le imposte dove si pagano meno (i paradisi fiscali),la globalizzazione (contemporanea) è probabilmente la più fedele rappresentazione di quanto si legge nel Manifesto del partito comunista: sul carattere cosmopolitico e dirompente in termini sociali e politici, dell’accumulazione del capitale. Dato però che il risultato è che “Quelle che furono fino ad ora le piccole classi medie dei piccoli industriali, negozianti e rentiers, degli artigiani e dei contadini proprietarii, finiscono per discendere al livello del proletariato”5 ha generato la propria opposizione. Se questa ha le ragioni (anche) culturali e politiche trova in quella la causa economica.

Insieme allo Stato deperisce (nei paesi sviluppati) lo “Stato sociale” data la riduzione – in Italia – delle prestazioni che colpiscono ceti medi e ceti popolari – e l’aumento delle imposte (come quelle sulle proprietà immobiliari e sui consumi), che colpiscono gli stessi gruppi a causa della minor ricchezza prodotta e dalla necessità (conseguente) di sostentare l’apparato pubblico (in certa misura peraltro parassitario) cui le grandi imprese contribuiscono sempre meno. Così ha creato la propria alternativa, il nuovo “contenuto” del criterio del politico.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 “Il capitalista non è rispettabile che come personificazione del capitale. Come tale condivide con il tesaurizzatore l’impulso assoluto verso l’arricchimento: Ma quanto nel tesaurizzatore appare come mania individuale, nel capitalista è effetto del meccanismo sociale, in seno al quale egli è solo una ruota dell’ingranaggio. D’altro lato lo sviluppo della produzione capitalistica comporta di necessità un costante aumento del capitale investito in una impresa industriale, e la concorrenza impone a ogni singolo capitalista come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico. Lo obbliga ad allargare continuamente il suo capitale per conservarlo, e lo può allargare solo tramite un’accumulazione progressiva”

2 Op. cit., trad it. La Costituzione come esistenza, Settimo Sigillo, Roma 1985, pp. 43-44 (il corsivo è mio).

3 E notavano anche che “il progresso dell’industria precipita nel proletariato intere sezioni della classe dominante o per lo meno, ne minaccia le condizioni di esistenza per cui “gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire della scomparsa la propria esistenza come ordini medi”. Dopo Marx, con l’avvio della fase imperialistica, è ripetutamente sostenuto che questo può realizzarsi (principalmente) per l’influenza della borghesia sul potere politico e quindi il procedere d’intesa tra Stato e capitalismo. Hobson scrive “La finanza manipola le forze patriottiche di politici, soldati, filantropi e agenti di commercio” le forze che sostengono l’imperialismo “sono essenzialmente parassiti del patriottismo e trovano protezione dietro la sua bandiera. In bocca ai loro rappresentanti vi sono nobili frasi, che esprimono il desiderio di estendere l’area della civiltà, stabilire il buon governo, convertire alla cristianità… Uno statista ambizioso, un soldato di frontiera… possono collaborare per istruire l’opinione pubblica patriottica sull’urgente bisogno di un nuovo avanzamento; ma la decisione finale rimane al potere finanziario… Mentre i giornali finanziari specializzati impongono fatti e opinioni alla comunità degli affari, la maggior parte della stampa passa sempre di più sotto il dominio consapevole o inconsapevole dei finanzieri” (v. Imperialism a study, trad. it. di L. Meldolesi e N. Stame, Milano 1974, pp. 54-55).

4 Negli anni dal 1999 al 2019 il PIL mondiale è cresciuto di circa un 3% per anno; i due paesi più popolosi del Mondo, Cina ed India, di percentuale tra il 5% e il 10% (abbondante) annuo; inutile ricordare i tassi modesti dei paesi sviluppati a quelli da prefisso telefonico – spesso negativo – del Bel Paese (fonte Indexmundis).

5 v. Manifesto

Epigenetica e fantasmagorie transumaniste_1a parte, di Massimo Morigi

 

                      Massimo Morigi

Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico

                                              (I parte di 5)

 

                                    Presentazione

 Il saggio di Massimo Morigi Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico può senza dubbio essere considerato come il primo vero tentativo, dopo lo spegnimento e rimozione compiuti a partire dalla seconda metà del Novecento della scuola dialettica italiana di Gentile e Croce, di far rivivere in maniera sistematica ed omogenea una Weltanschauung integralmente dialettica  e storicista ed integralmente unificatrice dei fenomeni sociali, culturali e storici  e di quelli naturali, siano questi di tipo biologico  che  attinenti al mondo fisico che prima  dell’inizio del Novecento venivano interpretati unicamente sulla scorta del meccanicismo galileiano, oppure, per quanto riguarda i fenomeni biologici, in goffa fuoruscita da questo meccanicismo in chiave spiritualista e vitalista (meccanicismo galileano che agli inizi del Novecento verrà messo definitivamente in crisi della meccanica quantistica, e infatti il saggio in questione risulta essere esplicitamente  influenzato da questa rivoluzione nella fisica, tanto che l’autore  definisce la fisica quantistica come una sorta di fisica della praxis, idealmente unita con duplice filo rosso alla filosofia della prassi degli autori che più gli sono cari: Antonio Gramsci e Giovanni Gentile). Non si vuole qui anticipare (e per certi versi è pure impossibile, perché solo immergendosi nella dialettica del saggio in questione è possibile) come il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale proposto dall’autore riesca a sostituire il canone galileiano-posititivistico dell’interpretazione della realtà che nell’odierno pensiero mainstream non vale solo per la c.d. realtà fisica e/o biologica ma sia, vero e proprio infarto del pensiero e del buon senso, per quella  culturale, sociale e storica ma basti sottolineare che gli “eroi” dell’ autore non sono i “liberali” Hobbes, Locke o Kant ma lungo il predetto paradigma di impianto storicistico-dialettico Aristotele, Machiavelli, Hegel, Gentile, Gramsci e Lukács, una genealogia di padri nobili che è quindi già tutto un programma rispetto alle fuorvianti narrazioni liberal-liberiste che sono l’attuale oppio ideologico delle odierne c.d. democrazie rappresentative. Vista la lunghezza del saggio, “L’Italia e il Mondo” ha deciso di pubblicarlo in cinque parti, in ognuna delle quali ogni volta per comodità di lettura verrà riproposto il testo principale che sorregge il corposissimo  apparato di note, non moltissime per la verità, sedici in tutto, ma di una estensione, complessità interna e vicendevole interconnessione che fanno sì che queste note costituiscano il vero e proprio nucleo dialettico del saggio, una sorta di motore dialettico che non sarebbe stato possibile concepire attraverso una stesura di tipo classico dove il “messaggio” viene trasmesso dal testo principale e le note sono, appunto, solo note (a meno di non ricorrere, ovviamente, a forme compositive dialettiche di marca benjaminiana, dove è il testo principale a trasmettere il messaggio ma dove questa trasmissione, per quanto in forme suggestive e poetiche, risulta essere quasi del tutto indecifrabile, vedi, per esempio, il Dramma barocco tedesco, saggio in cui la vertigine dei riferimenti immessi direttamene nel testo principale genera una sorta di indecifrabile – anche se assolutamente affascinante – esplosione dialettica, l’esatto contrario del testo che ora proponiamo dove, nonostante la vastità e complessità dei riferimenti trattati nelle note, assistiamo ad una sorta di condensazione dialettica proprio perché queste note trattano autonomamente, ma tutte dal punto di vista unificante olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, i vari argomenti dai quali prendono lo spunto). Nella quinta ed ultima parte (vista la sua lunghezza ed anche la necessità di affrontarlo con debite pause di riflessione, pubblichiamo infatti questo saggio in 5 parti), segue alla nota 16 una lunghissima sezione bibliografica, la quale a differenza delle bibliografie classiche non solo  è unicamente basata su fonti reperibili in Rete ma dove queste fonti sono salvate für ewig  e sottratte al solito destino del  rapidissimo decadimento e della scomparsa dei documenti presenti sul Web tramite le odierne piattaforme di preservazione digitale che rispondono al nome di Internet Archive e Wayback Machine (quest’ultima una derivazione di Internet Archive). Una parola anche sulla natura di queste fonti. Si tratta per la maggior parte di articoli scientifici sugli argomenti indicati nel titolo del saggio (quindi si tratta di pubblicazioni sull’epigenetica e l’evoluzione, ci si scusi del gioco di parole, della teoria evoluzionistica darwiniana), ma una parte assai significativa, anche se in sottordine nel senso dello spazio che occupa, è dedicata alla preservazione digitale dei principali capisaldi del pensiero politico realistico-dialettico-strategico, documenti quest’ultimi  altrimenti disponibili indubbiamente anche su supporto cartaceo ma che, inseriti nel contesto della Weltanschauung di questo testo – che, come già detto, attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale intende riunificare i fenomemi storico-culturali con quelli c.d. naturali – ed anche nel contesto bibliografico sempre di questo testo assumono una sorta di nuova ed iridescente – anche se completamente conforme rispetto alla loro tradizione di realismo politico  – prospettiva. Per tutti questi motivi, che rendono il saggio in questione un profondo ragionamento filosofico ma di una filosofia integralmente immanentista  e realista con dirette conseguenze e sviluppi anche per i temi politici e geopolitici tanto cari all’ “Italia e il Mondo”, ne consigliamo un attento studio, propedeutico, ci si augura, a quei cambi di paradigmi politico-mentali liberal-liberisti che, veri e propri “crampi del pensiero” in Italia come nel resto delle c.d. democrazie industriali, assieme al tragico spegnimento delle spinte rivoluzionarie del Novecento, stanno causando, oltre ad un apparentemente inarrestabile degrado politico, anche un altro apparentemente inarrestabile degrado antropologico-culturale.

Buona lettura

Giuseppe Germinario

 

Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali

 

A Lustig von Dom e alla sua madre in dialettica Frau Stockmann, Friederun von Miran-Stockmann

 

Questo documento, che ora viene presentato in anteprima sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”, inteso a raccogliere e a dare un primo approccio alle valenze teoriche che per il Repubblicanesimo Geopolitico possono rivestire le ultime acquisizioni della biologia molecolare e dell’epigenetica e costituito dal presente commento su questo argomento più una  rassegna di URL attraverso i quali i lettori possono prendere visione di importanti documenti afferenti a queste branche della biologia, che erano già presenti sul Web ma che noi, vista la loro importanza sia scientifica  che per la teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, abbiamo provveduto a caricare su Internet Archive (e nella rassegna bibliografica finale verranno debitamente indicati gli URL da cui originariamente sono stati scaricati i documenti  – URL e documenti relativi che, quando tecnicamente possibile,  sono stati da noi anche “congelati” tramite  la Wayback Machine – accanto agli URL creati ex novo attraverso i nostri caricamenti su Internet Archive), sviluppa la sua critica a queste nuove acquisizioni delle scienze biologiche nell’ambito dello studio e dell’elaborazione   del  paradigma olistisco-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico – teoria-paradigma dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico   ultima sintesi e sistemazione della filosofia della prassi i cui maggiori esponenti sono stati nel Novecento Antonio Gramsci, Giovanni Gentile e Karl Korsch – e azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che, in primo luogo, dalla profonda   dialetticità del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin (per quanto ancora  il Dialectical Biologist non sia riuscito del tutto a liberarsi dello pseudodialettico  engelsismo1 della Dialettica della natura e dell’ Anti-Dühring),  dall’epigenetica (principale esponente Eva Jablonka), dalla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis e quindi da un aggiornato lamarckismo riceve potenti stimoli dialettici ed euristici. (Oltre che ottenere una riabilitazione, se non in sede di histoire événementielle, cioè in sede di una impossibile riabilitazione dello stalinismo, ma sì dal punto di vista di una nuova teoresi olistico-dialettica-gnoseologica-epistemologica-politica – cioè dal punto di vista di una rinnovata filosofia della prassi di cui si è appena detto – cui il Repubblicanesimo Geopolitico cerca di dar vita, del tanto ideologicamente diffamato Trofim Denisovič Lysenko, la cui genetica non può essere sbrigativamente liquidata come una infelice pseudoscienza frutto della pseudodialettica dell’autoritario e veteroengelsiano Diamat staliniano, quanto fu piuttosto una forma di lamarckismo ancora all’oscuro dei meccanismi    che    indirizzano   l’evoluzione  degli  organismi2, meccanismi  che cominciano solo ora ad essere compresi dall’epigenetica e, più in generale, da tutti quegli approcci di ricerca biologica e genetica che intendono costruire una Extended  Evolutionary Synthesis  –  Sintesi evoluzionistica estesa, per la  quale anche il dato culturale acquisito,  costruito ed introiettato  dall’organismo stesso in una sorta di autopoiesi genotipico-fentotipica per poi riverberarsi, questa autopoiesi culturale-genetipica-fenotipica, al livello dello stesso ambiente che ne rimane influenzato perché, evolutosi in seguito a questa modificazione dell’organismo, modifica a sua volta dialetticamente l’organismo stesso, è una decisiva componente dell’evoluzione3 – non contrapposta alla Modern Evolutionary Synthesis (Sintesi evoluzionistica moderna, detta anche neodarwinismo – responsabile di aver esasperato in senso meccanicistico le felici intuizioni darwiniane, e costituendo quindi la Sintesi Evoluzionistica Estesa non tanto una fuoruscita dal canone evoluzionista darwiniano ma bensì, attraverso la consapevole introduzione nel campo  teorico esplicativo dell’evoluzione di una Gestalt storicistico-dialettica, non una contrapposizione all’idea darwiniana di evoluzione, modello darwiniano di evoluzione  nel quale erano tenuti in precario equilibro valenze meccanicistiche e valenze storicistiche, ma semmai una sua pur profonda e radicale integrazione alla luce di un rinnovato lamarckismo che solo ora con le nuove tecniche di investigazione scientifica comincia a sviluppare tutte le sue potenzialità) ma al più o meno rozzo meccanicismo che precedentemente aveva afflitto la Modern Evolutionary Syntesis che ha portato alle più estreme ed infauste conseguenze i nodi irrisolti  presenti nel modello  darwiniano4. Si noti bene:  Darwin  era  ben  consapevole dei notevoli problemi che il suo schema di evoluzione delle specie animali e vegetali che vedeva questi organismi come soggetti passivi rispetto all’ambiente si portava con sé e, piuttosto che per il meccanicismo del suo schema evolutivo, l’immortale importanza del suo lascito scientifico consiste nel fatto che egli, a differenza di Lamarck, collegò la variabilità degli organismi all’interno di una specie con la comparsa di nuove specie che non sarebbero mai comparse se questa variabilità individuale non si fosse manifestata, mentre Lamarck, pur avendo correttamente individuato un meccanismo evolutivo dove l’organismo non giocava solo un ruolo passivo – classico l’esempio della giraffa che si allunga il collo per mangiare le foglie degli alberi e riesce poi a trasmettere direttamente alla prole questa sua caratteristica somatica – confinò questo meccanismo evolutivo all’interno di ogni singola specie, cosicché, per farla semplice, le giraffe potevano sì allungare il loro collo a seconda delle necessità ambientali ma dalle giraffe potevano evolversi solo delle giraffe e mai, mettiamo, una nuova specie di erbivori distinta dalle giraffe. Era un’idea di evoluzione un po’ modello arca di Noè, dove le specie del Creato sono sempre state le stesse ab initio temporum – nell’arca gli animali entrano a coppie  e, a parte la facile ironia che viene dalla domanda su come faranno i milioni di specie di viventi, anche se presenti solo a livello di una coppia composta da un maschio e una femmina, a stare dentro un così ridotto vascello, c’è una visione del mondo che sta dietro a questo singolare mito biblico, e cioè l’eterna fissità delle specie viventi che, dai tempi antidiluviani, quindi sin dall’inizio del mondo, sono sempre le stesse.  L’immortale lascito di Darwin non è, quindi, quello di avere recisamente rifiutato e sovvertito in direzione meccanicista il modello lamarckiano di un processo di attiva autopoiesi genotipico-fentotipica dell’organismo e di trasmissione di queste nuove caratteristiche così attivamente acquisite anche alle successive generazioni ma il fatto di aver compreso che la variabilità degli individui all’interno di una popolazione può generare nuove specie. Per rimanere all’esempio della giraffa. Secondo lo schema darwiniano, se particolari condizioni ambientali non costringono più le giraffe ad allungare il collo – o per attenerci ad una formulazione di ancor più stretta osservanza darwiniana, se particolari condizioni ambientali non favoriscono la selezione di giraffe dal collo sempre più lungo –, questo mutamento ambientale può selezionare   –  perché un collo troppo lungo che non risponda più a necessità alimentari è uno svantaggio in quanto una eccessiva massa dell’animale consuma troppe calorie – non solo giraffe dal collo più corto ma una nuova specie animale che non riesce più a riprodursi con le giraffe a collo lungo. Una eccezionale intuizione che, per la prima volta, riusciva a spiegare la presenza delle varie specie presenti sulla Terra partendo da una stessa famiglia di organismi. Insomma prima di Darwin sarebbe stato assolutamente impossibile concepire  LUCA (Last Universal Common Ancestor), e in mancanza di questo ‘ultimo antenato comune universale’ – o almeno in mancanza nella teoria evoluzionistica di un originario antenato iniziatore della vita, sia stato questo antenato un singolo organismo o un gruppo di (proto)organismi e/o molecole organiche (oppure vari e distinti gruppi di molecole organiche e/o (proto)organismi)  che siano divenuti una comunità di organismi  (o più comunità di organismi come nel secondo caso dei gruppi distinti) tramite il trasferimento di geni orizzontale ed evolutesi e differenziatesi in seguito in molteplici e diversificate altre comunità di organismi, cioè nelle varie specie biologiche presenti sul nostro pianeta – gli attuali  paradigmi evoluzionistici sulla varietà e differenziazione delle  specie dei viventi presenti sulla Terra, Sintesi evoluzionista moderna e Sintesi evoluzionistica estesa indifferentemente,  sarebbero gravemente mùtili  della loro  forza  euristica ed analogica nell’opposizione a qualsiasi Weltanshauung imperniata su una divinità personalistica e creazionistica ex nihilo ed ex suo5 – opposizione che è consustanziale alla filosofia della prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico –, una ingenua rappresentazione della religiosità popolare sull’origine del mondo  che iconicamente  trova oggigiorno la sua più limpida manifestazione nelle immagini devozionali di proselitismo religioso dei Testimoni di Geova rappresentanti il Paradiso Terrestre, dove leoni, giraffe e gazzelle ed altre specie selvagge vivono felici e rispettandosi a vicenda – povero leone costretto ad una dieta vegetariana, da costituirsi immediatamente un’associazione animalista contro i maltrattamenti alimentari che il leone subisce in questo paradiso terrestre, e alle fiamme il dipinto Paradiso di Jan Brueghel il Giovane, forse la più diretta fonte iconografica di queste immagini devozionali!6 –, e, a parte la bizzarria del leone vegetariano, recanti queste immagini un’altra informazione al devoto, e cioè che queste specie ora pacificate nel Paradiso sono state create tali e quali  ab initio temporum. Insomma, siamo sempre dalle parti dell’arca di Noè e delle mitologie veteroneotestamentarie e derivati7. Darwin  ha iniziato  a  liberarci  da  questa   mitica arca8. La Sintesi evoluzionistica estesa riesce, a sua volta, a liberarsi – e a liberarci –  nel campo della biologia e degli studi sull’evoluzione degli organismi dell’ideologia meccanicistica di stampo cartesiano-galileano – che nell’ Ottocento e  nel Novevento trovò la sua più tetra e ridicola interpretazione nel positivismo e nel neopositivismo – in cui finora era stata costretta questa liberazione e in cui era rimasto impastoiato, pur fra profondi dubbi, anche Darwin. E ovviamente il Repubblicanesimo Geopolitico non può che cogliere con profonda soddisfazione questo ulteriore avanzamento dialettico delle scienze biologiche e genetiche.).  Un’ultima notazione. Pur prendendo spunti ed analogie dalle nuove frontiere aperte dall’epigenetica, dalla sintesi evoluzionistica estesa  e dalla teoria endosimbiotica, ideata quest’ultima  da Lynn Margulis, il Repubblicanesimo Geopolitico si pone decisamente agli antipodi da tutte le ridicole e cupe impostazioni transumaniste, siano queste anche in forma più o meno attenuata come, per esempio, in Donna Haraway. Questo perché – sempre rimanendo al transumanismo harawayno, che attualmente  ne è la forma più attenuata, ed anzi la Haraway espressamente nega di condividerne i fini, anche se, in pratica, deve a buon diritto essere inserita in questa disumanizzante impostazione antropologica – pur riconoscendo volentieri e come segno indubbiamente positivo le potenzialità dialettiche e/o contro la vecchia suddivisione natura/cultura che promanano da tutto il lavoro della Haraway (dal Cyborg Manifesto per finire col Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene9),  si   deve   sottolineare  il fatto che 1) questa dialettica è espressa per lo più attraverso immagini simboliche (il cyborg del Cyborg Manifesto, l’endosimbionte del Stayng with the Trouble – quest’ultimo, comunque effettivamente esistente nella realtà mentre il primo, almeno per ora, è solo il frutto di una fantasmagoria fantascientifica), che per quanto immagini inconsce ed oniriche della dialettica si fermano sempre ad un passo da una piena consapevolezza della stessa e che 2) il progetto transumanista che traspare da tutto il lavoro della Haraway (per quanto il transumanismo venga formalmente respinto dalla Haraway) altro non si risolve alla fine, anche se abbandonando l’iniziale fantasmagoria fantascientifica del Cyborg perché evidentemente percepita dalla Haraway troppo disumanizzante, che in una fuoruscita dall’umano  non più in via bioingegneristica  come nel Cyborg Manifesto ma in via ingegneristico-genetica (cfr. in Staying with the Trouble il racconto fantascientifico The Camille Stories: Children of Compost10), ma fuoruscita storica dalle attuali contraddizioni storiche dell’umano –  e non dall’umano stesso inteso come dispositivo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale come invece propone il transumanismo che lo vorrebbe sostituire con un più perfezionato prodotto da laboratorio ma dal quale, ahinoi, scompare la dimensione storico-dialettica della sua evoluzione – che solo può compiere una soddisfacente Aufhebung attraverso una rinnovata e potenziata filosofia della prassi, insomma quella filosofia della prassi, erede dell’idealismo storicista italiano e tedesco e delle migliori espressioni del marxismo occidentale direttamente influenzate da questo idealismo,  che nel XXI secolo solo il Repubblicanesimo Geopolitico ha assunto su di sé il compito del suo sviluppo e potenziamento teorico-pratico. E, infatti, l’incapacità della Haraway a formulare coerentemente un suo autonomo ed originale pensiero dialettico e addirittura il tentativo di fare dell’endosimbionte il simbolo di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura  e con la società – suggerendo quindi che l’endosimbionte è, in un certo senso, il  culmine della scala biologica e l’obiettivo cui deve tendere una rinnovata ingegneria sociale poggiata su un’ideologia ecologista e realizzata attraverso le sempre più penetranti tecnologie genetiche utilizzate per modificare il genoma umano: cfr. oltre al summenzionato apologo fantascientifico ancora, passim, Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene e, in particolare, alle pp. 61-62, 64 la trattazione sul simbionte   Mixotricha paradoxa11– sfocia  alla  fine,  sempre   in  Staying   with  the Trouble, certamente risultato non voluto dalla Haraway, nel progetto di una sorta di uomo nuovo, conseguito non attraverso una selezione e/o eliminazione di pool genetici e culturali umani come nel nazismo12 ma attraverso l’assorbimento nel stesso patrimonio genetico dell’homo sapiens, ad opera dell’ingegneria genetica,  del patrimonio genetico di altre specie animali e vegetali (questo processo di trasferimento di DNA e RNA non finalizzato a finalità riproduttiva all’interno di una specie ma fra membri appartenenti a specie diverse e quindi svincolato da qualsiasi teleologia riproduttiva – che, alla luce delle attuali acquisizioni nell’ambito del paradigma della sintesi evoluzionistica estesa, tutto si può dire di questo fenomeno tranne che si tratti di un ‘epifenomeno’ di trascurabile importanza, mentre è assai più verosimile pensare che si tratti di un passaggio decisivo dell’evoluzione degli organismi e dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitica ne è evidente la grande valenza euristica in quanto si pone agli antipodi di qualsiasi visione “fissista”  del mondo biologico e,  con profonda analogia,  della realtà tutta,  fisica, biologica, culturale e storica, proiettandoci quindi in uno schema olistico della realtà informato alla creazione autopoietica della stessa attraverso il  paradigma   dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – non è una fantasmagoria fantascientifica ma avviene in natura, e avviene anche per quanto riguarda l’uomo nel cui materiale genetico sono state rinvenute tracce più o meno consistenti di materiale genetico di altre specie animali, un trasporto probabilmente avvenuto attraverso virus vettori). Questo ‘trasferimento genico orizzontale’ svincolato dalla riproduzione  (acronimo TGO,  o ‘trasferimento di geni laterale’, acronimo TGL, in inglese ‘Horizontal gene transfer’, acronimo HGT) che avviene, ovviamente, anche dall’uomo verso gli animali, mentre potrebbe costituire una potentissima metafora dell’intima dialetticità non solo del mondo biologico ma, nell’ambito di una visione olistica della realtà tutta, non solo del mondo della φύσις globalmene intesa ma anche della realtà culturale e storica dell’uomo, viene  quindi suggerito dalla Haraway in Staying with the Trouble  – con grande sfacciataggine ed ingenuità materialistica, ma mai come nel caso della Haraway questo materialismo non è altro che il volto deturpato e degradato di un non ben superato spiritualismo, e infatti la Haraway non ha mai fatto mistero della suo background cattolico e della centralità nello sviluppo del suo   Bildungsroman del mistero della transustanziazione13– come  una  sorta  di processo da intensificare ulteriormente attraverso una sempre più scaltrita ingegneria genetica, venendo così a delineare, sempre involontariamente per carità, una sorta di eugenetica non di marca nazista ma di tipo ecologista, ignorando, come del resto avviene sempre nel nazismo e nelle altre forme di totalitarismo, che se mai si può parlare di uomo nuovo, questo uomo nuovo – se vogliamo mantenere per comodità espositiva questa espressione, sideralmente lontana dalla Weltanschauung olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale (e storicista) del Repubblicanesimo Geopolitico – non può che avere la sua reale epifania attraverso il potenziamento del Logos (Logos che non è una peculiarità dell’uomo ma che nell’uomo, a differenza degli altri animali ed anche vegetali, è la principale forza di indirizzo e di sviluppo della sua evoluzione), potenziamento del Logos che trova la sua massima espressione – attraverso il manifesto e pubblico compimento nella società, di una cultura informata al modello dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale – nell’ Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico;  ed Epifania strategica che, per concludere,  può trarre, come effettivamente già trae attraverso la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, potenti spunti euristici e dialettici dall’epigenetica e, più in generale, dall’ Extended evolutionary synthesis che finalmente si è lasciata definitivamente alle spalle il mito di un’evoluzione biologica guidata meccanicamente da forze esterne all’organismo e verso le quali l’organismo non possa dialetticamente interagire (quindi si può dire che l’ Extended Evolutionary Synthesis è una sorta di filosofia della prassi  per quanto riguarda gli studi biologici e di storia naturale); ma Epifania strategica che è l’esatto contrario della fuga in utopie comunistiche, comunitaristiche o eugenetiche di destra o sinistra che esse siano ma è,  una sorta di obiettivo limite;  o, se vogliamo una sorta di mito, ma un mito che affonda le sue radici nella reale natura dell’uomo14, natura dell’uomo, che similmente al resto del mondo animato ed inanimato ma con maggior evidenza di questi due ambiti  – che, allo stesso titolo  dell’uomo, appartengono alla stessa totalità dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, e qui torniamo all’artificiosità della separazione fra mondo naturale biologico o fisico che esso sia e il mondo culturale, sociale e storico fino a poco tempo fa ritenuto di esclusiva costruzione umana, artificiosità nella separazione di questi due mondi che, alla luce di un vigoroso anche se non impeccabile sforzo dialettico perché impacciato da  un sentimento di reverentia ac metus verso la figura di Friedrich Engels, nessuno meglio del Dialectical Biologist è riuscito ad esprimere, cfr. del Dialectical Biologist pp. 277-288, sulle quali ritorneremo anche in future altre discussioni15 –,  è il Logos concreto ed immanente dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale; un Logos (o Epifania strategica) che anche dalle scienze biologiche di cui si è appena detto (nonché,  –  vedi Teoria della Distruzione del Valore   e Dialecticvs Nvncivs – dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione  di modelli matematici non lineari, cioè dallo studio della  Teoria del caos  e dei Complex Adaptive Systems – antesignano di questo approccio non lineare nello studio della guerra e della società Carl von Clausewitz col suo Vom Kriege –,  approcci anche questi, analogamente a quelli introdotti dalla nuove scienze biologiche e genetiche appena illustrate, di grande valore dialettico  per lo  studio della società e dell’uomo perché ci liberano dai vecchi meccanicismi e determinismi cartesiani e galileiani che hanno afflitto gli ultimi cinque secoli di studi  “umanistici” e che fra Ottocento e Novecento hanno visto il loro triste trionfo nel positivismo, nel neopositivismo per finire col Diamat staliniano), trae potentissimi spunti dialettici ed operativi16  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

 

1 Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985 (Delhi, Aakar Books for South Asia, 2009), documento da noi scaricato presso https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf. Nostro congelamento WebCite (quando ancora questa piattaforma accettava congelamenti diretti di URL e relativi documenti):  http://www.webcitation.org/75i27bpR1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fathens.indymedia.org%2Fmedia%2Fupload%2F2016%2F09%2F02%2FLEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf&date=2019-01-26. Successivo “congelamento” anche sulla Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190618163839/https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf.  Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/TheDialecticalBiologist/mode/2up   e

https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf. Vista l’importanza del documento, ulteriore congelamento WebCite del documento da noi caricato su Internet Archive:    http://www.webcitation.org/75i3BdM3Q e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801507.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FTheDialecticalBiologist%2FLewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf&date=2019-01-26 ed ora, alla luce del  funzionamento non soddisfacente di WebCite, congelamento tramite Wayback Machine di Internet Archive del documento già caricato direttamente su Internet Archive, generando l’URL  http://web.archive.org/web/20190618164825/https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf. Non è nostra intenzione elencare dettagliatamente in questo lavoro tutte le varie ingenuità veteromarxistiche e/o veteroengelsiane del Dialectical Biologist, lasciando al lettore, attraverso la possibilità di andare direttamente alla fonte tramite il Web e attraverso la nostra operazione di congelamento digitale di questa e delle altre fonti rilevanti per la presente discussione – vedi rassegna bibliografica internettiana finale –, la istruttiva e formativa fatica (e, comunque, dedicheremo una nostra successiva riflessione a separare analiticamente il grano dal loglio di questo fondamentale testo).  Per quanto riguarda questa  nota, ci limitiamo a citare  l’epigrafe nella pagina che segue il frontespizio: «To Frederick Engels, who got it wrong a lot of the time but who got it right where it counted». Come vedremo in questa comunicazione, per fortuna del Dialectical Biologist (e soprattutto, per nostra fortuna) questo libro ha saputo andare ben oltre queste ingenuità – anche se, come pure verrà evidenziato  nella presente riflessione,  sempre unendo folgoranti intuizioni con una difesa più o meno d’ufficio di Friedrich Engels  e della sua pseudodialettica  –, costituendo una pietra miliare per una rinnovata dialettica della filosofia della prassi, talché parafrasando abbiamo scritto in epigrafe al nostro lavoro queste parole: «Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali».

 

 

 

 

2 «The Lysenkoist  movement, which agitated Soviet biology and agriculture for more than twenty years and which remains attractive to segments of the left outside the Soviet Union today, was a phenomenon of vastly greater complexity than has been ordinarily perceived. Lysenkoism cannot be understood simply as the result of the machinations of an opportunist-careerist operating in an authoritarian and capricious political system, a view held not only by Western commentators but by liberal reformers within the Soviet Union. It was not just an “affair”, nor the “rise and fall” of a single individual’s influence, as might be supposed from the titles of the books by Joraysky (1970) and Medvedev (1969). Nor, on the other hand, can the Lysenko movement be regarded, as it is by some ultraleft Maoists, as a triumph of the application of dialectical method to a scientific problem, an intellectual triumph that is being suppressed by the bourgeois West and by Soviet revisionism. None of these views corresponds to a valid theory of historical causation. None recognizes that Lysenkoism, like all nontrivial historical phenomena, results from a conjunction of ideological, material, and political circumstances and is at the same time the cause of important changes in those circumstances.»: Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, cit., p. 163. Abbiamo appena affermato che non citeremo in dettaglio le varie debolezze del Dialectical Biologist ma in questo caso abbiamo fatto un’eccezione. Ovviamente è del tutto apprezzabile la difesa che nel passo riportato viene fatta di Lysenko ma pur non essendo questa una difesa d’ufficio non si può non rimarcare il grosso problema  che riguarda, complessivamente,  non solo il brano appena citato e tutta  la trattazione che nel Dialectical Biologist viene svolta del “caso Lysenko” (il capitolo “The Problem of Lysenkoism” del Dialectical Biologist da p. 163 a p. 196) ma, globalmente, tutto il Dialectical Biologist. Precisiamo. Il problema nella debolezza della difesa di Lysenko non può, in verità, essere attribuito ad una sorta di timidezza scientifica del Dialectical Biologist nei confronti della meccanicistica Sintesi evoluzionista moderna per il semplice fatto che le acquisizioni scientifiche nel campo dell’epigenetica e la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis che mettono direttamente in crisi questo paradigma e vanno a costituire una rinnovato interesse verso Lamarck nell’ambito di una nuova Sintesi evoluzionistica estesa erano ai tempi del Dialectical Biologist o  ancora tutte da venire o, se già formulate, ancora con scarsissimo seguito presso la comunità scientifica internazionale  (Lynn Sagan – dopo aver divorziato dall’astronomo Carl Sagan e sposato Thomas Margulis, Lynn Margulis –, On the Origin of Mitosing Cells, in “Journal of Theoretical Biology, Vol. 14(3), 1967, pp. 225-274 (per consultare e scaricare  articolo  sul Web, vedi rassegna bibliografica internettiana finale), il primo articolo su una rivista scientifica dove Lynn Margulis avanza la sua teoria endosimbiotica – indicazioni bibliografiche internettiane in calce alla presente comunicazione –, fu pubblicato nel ’67 dal “Journal of Theoretical Biologydopo essere stato rifiutato da altre riviste scientifiche e ci vollero più di due decenni prima che la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis fosse riconosciuta come una pietra miliare della biologia e della genetica; Eva Jablonka comincerà a pubblicare verso la fine degli anni Ottanta) e, quindi, non si può che apprezzare il coraggio  mostrato da questo testo  nel  cercare di porre una resistenza al pensiero mainstream in campo genetico – ma anche nel campo dell’ideologia anticomunista – che vedeva Lysenko come una sorta di teppista pseudoscientifico che si sarebbe fatto largo nel mondo accademico   sovietico solo in ragione del fatto che vi imperava lo stalinismo – la cui volontà di costruire l’uomo nuovo del socialismo ben si accordava con la strumentalizzazione del lamarckismo insito nella  biologia lisenkiana –  e la sua scimmia ideologica  che va  sotto il nome di Diamat  che in pratica del lisenkismo – al netto del suo meccanicismo engelsiano travestito da dialettica, meccanicismo diamattino  e suo maggiore compare politico stalinista che in linea di principio avrebbero dovuto confliggere con qualsiasi deriva lamarckiana nel campo della biologia che, a rigore, non avrebbe dovuto che enfatizzare un ruolo attivo dell’organismo nel foggiare il proprio genotipo-fenotipo, ma qui si trattava di giustificare col lamarckismo lisenkiano un ruolo attivo della volontà dello Stato a foggiare una nuova comunità e non un ruolo attivo dell’individuo ad autoeducarsi in senso socialista  – seppe cogliere le sue potenzialità di utilizzarlo come instumentum regni per propagandare la possibilità di edificare l’uomo nuovo sovietico in brevissimo tempo. (Utilizzazione ideologica sempre avvenuta, del resto, in ogni settore della ricerca scientifica e non certo inaugurata dallo stalinismo. Oltre al meccanicismo cartesiano-galileano giustificatore dell’individualismo metodologico di cui abbiamo già in altre sedi più volte discusso e di cui stiamo discutendo anche qui in quanto di questo meccanicismo si sta criticando la sua versione nelle scienze biologiche e genetiche, per quanto riguarda la teoria evoluzionistica in senso stretto, non si può fare a meno di ricordare che, oltre che uno stretto darwinismo meccanicistico è da sempre addotto come giustificazione  dell’individualismo metodologico della società liberale – e la versione più moderna di questo utilizzo ideologico è la sociobiologia, cfr., a questo proposito  Richard Dawkins, The Selfish Gene, New York, Oxford University Press, 1976, per indicazione internettiana  con relativi congelamenti dell’URL e del documento tramite le piattaforme di preservazione digitale, vedi infra nota n° 4 e rassegna bibliografica internettiana finale –,  il c.d. darwinismo sociale è stato anche la vera colonna portante dell’ideologia razziale nazista, nazismo che, al netto di tutte le sue fumisterie esoteriche, era proprio sostenuto dall’idea di un individualismo metodologico, dove però al posto del singolo individuo trionfatore ed eliminatore – in buona sostanza – degli altri individui nella lotta per la sopravvivenza nella libera e concorrenziale società di mercato, veniva esaltato una singolo gruppo di umani, la c.d. razza ariana, l’unica che aveva il diritto di dominare e persino eliminare gli altri ceppi umani presenti nel libero, perché per definizione anarchico, contesto geopolitico internazionale. Dominazione ed eliminazione, lo ricordiamo per ultimo, che il nazismo voleva compiere nel Vecchio continente e nelle adiacenti propagini asiatiche della Russia ma pratiche di dominio politico fino a giungere al consapevole vero e proprio genocidio che le potenze coloniali, specialmente il Belgio e la Germania guglielmina ma nessuna potenza europea in questa disgustosa vicenda può chiamarsi fuori,  avevano compiuto pochi decenni di anni prima in Africa. Su questo non si può non rinviare all’immortale Heart of Darkness di Joseph Conrad e a Hannah Arendt e sul suo The Origins of Totalitarianism). Seguendo infatti  uno schema darwiniano di stretta osservanza, e quindi operando meccanicamente attraverso una  selezione di nuovi ceppi umani che avrebbe dovuto agire su più generazioni,  sarebbe stato impossibile con la sola propaganda costruire l’uomo nuovo sovietico, mentre indubbiamente uno schema lamarckiano-lysenkiano  ingenuamente interpretato – in buona o cattive fede non importa – avrebbe potuto raggiungere questo risultato velocemente operando attraverso la propaganda e l’entusiasmo che fra le masse queste propaganda avrebbe dovuto suscitare – che poi questa entusiastica partecipazione fosse del tutto eterodiretta e quindi passiva e che quindi  l’attiva partecipazione dell’organismo uomo fosse di natura diametralmente opposta a quella dell’organismo giraffa che attivamente si sforza di allungare il collo, questo fu un dettaglio “secondario” che probabilmente mai sfiorò la mente dei burocrati sovietici, i quali, oltre ad essere giustamente preoccupati per le conseguenze personali cui si poteva andare incontro opponendosi al Diamat e alle relative strumentalizzazioni della ricerca scientifica, non potevano non riconoscere la validità operativa, al fine di costruire uno stato totalitario. di una strumentalizzazione di una dottrina scientifica che, in quella data situazione storica, ben si prestava a giustificare l’apparato propagandistico ed autoritario del costruendo stato sovietico (stricto sensu, gli studi di Lysenko riguardavano la vernalizzazione del grano, riguardavano cioè la possibilità che l’esposizione del grano alle avverse condizioni climatiche invernali ne facesse crescere la produzione e/o la resistenza a queste intemperie della stagione fredda e questo senza passare attraverso una previa selezione, come si sarebbe dovuto fare seguendo uno schema darwiniano, di linee di grano più resistenti al freddo. Ad oggi è difficile giudicare se si fosse trattato di una buona o cattiva idea. Quello che è certo è che la produzione granaria crollò verticalmente ma di mezzo ci fu la collettivizzazione delle campagne e quindi il lysenkismo è oggi ricordato solo come una dannosa pseudoscienza, stampella di un regime totalitario, corresponsabile della carestia che afflisse l’allora nascente regime sovietico e direttamente responsabile, negli anni che seguirono, dell’arretratezza della biologia e genetica sovietica. Ma dei fallimenti e problemi irrisolti della Sintesi evoluzionista moderna solo oggi si comincia a parlare…). Grosso modo questa è la ricostruzione storica che anche il Dialectical Biologist fa del “caso Lysenko” affermando che il lysenkismo non fu una sorta di pseudoscienza  che poteva solo sorgere in un sistema totalitario ma che, bensì, per farla breve, fu una legittima direzione della ricerca biologica e genetica che, per ragioni storiche contingenti, fu ridotta alla caricatura di sé stessa. Su questo, quindi, nemmeno noi abbiamo nulla da eccepire ma, però, il problema di una piena riabilitazione sussiste, perché per la difesa di una teoria scientifica non ci si può limitare a dire che era sorta con le migliori intenzioni, rovinate in seguito dai cattivi politici, se queste intenzioni, alla stretta del chiodo, saranno state magari sì buone ma anche sostanzialmente sbagliate. E su quest’ultimo problema il Dialectical Biologist non prende posizione, tentenna e tutto il suo discorso critico ruota attorno ad un meccanicismo veteromarxista e veteroengelsiano sostenendo che ogni teoria scientifica è, in ultima analisi, frutto della società dove questa nasce e quindi che il lysenkismo sarebbe stato il frutto di una società e/o del suo apparato politico totalitario  che voleva costruire il socialismo mentre la stretta osservanza darwiniana sarebbe il frutto di una società capitalista tutta tesa a santificare e a magnificare l’ineluttabilità del libero mercato e la ricerca del successo individuale, dove è chiara l’analogia di questo individualismo metodologico con lo schema darwiniano dove meccanicamente l’ambiente seleziona l’individuo migliore che poi, attraverso l’atto riproduttivo, consegnerà alle future generazioni queste sue caratteristiche che hanno avuto il successo di superare il vaglio posto dall’ambiente. Tutto questo incontra la nostra piena approvazione e anzi ne abbiamo appena discusso ma è ancora troppo generico, perché il problema che non affronta il Dialectical Biologist è analizzare, su un piano storico più generale, il significato gnoseologico-epistemologico che hanno la tradizione lamarckiana e la tradizione darwiniana; si tratta cioè del problema della dialettica e della natura che abbia questa dialettica e su questo punto il Dialectical Biologist, pur fornendo, come vedremo, spunti del più grande interesse, non osa pronunciarsi, anzi in più luoghi espressamente ammette di non sapere dare una definizione della dialettica pur sottolineando che, nonostante questo, la dialettica sia indispensabile per spiegare i fenomeni biologici (e su questo siamo pienamente d’accordo, come pure del tutto positivamente apprezziamo del Dialectical Biologist l’essere riuscito a fornire esempi concreti di dialettica operativa in campo biologico, specialmente quando vengono descritti gli ecosistemi e i vicendevoli  rapporti di feedback fra organismo e/o gruppi di organismi e il loro ambiente). Il punctum dolens e quindi quello della natura della dialettica e riandando   alla citazione che ha dato vita a questa nota possiamo tornare a leggere: «Nor, on the other hand, can the Lysenko movement be regarded, as it is by some ultraleft Maoists, as a triumph of the application of dialectical method to a scientific problem, an intellectual triumph that is being suppressed by the bourgeois West and by Soviet revisionism. None of these views corresponds to a valid theory of historical causation.» Il punctum dolens non è tanto se l’ultrasinistra maoista del tempo fosse o no nel torto a ritenere il lisenkismo il trionfo  della dialettica (in molti altri luoghi della presente comunicazione, verrà sottolineato il motto  latino amicus Plato, sed magis amica veritas, volendo con ciò significare che per un corretto procedere dialettico non si deve giudicare positivamente una teoria scientifica solo perché rifiuta una schema meccanicistico e deterministico e, quindi, unicamente  per questa sua intrinseca voluntas dialectica,  illusoriamente più nel vero di una corrispettiva teoria che su questo meccanicismo e determinismo si basa  – anche se ci sono, ovviamente  teorie scientifiche che si possono prestare più di altre, per una sorta di loro intima Weltanschauung dialettica, a  sviluppare efficaci ragionamenti dialettici, e questa comunicazione, come altre che l’hanno preceduta,  è pure basata su questo assunto), il punto è che bisogna individuare la vera Gestalt di questa dialettica e, nelle parole del Dialectical Biologist appena lette si parla di «una valida teoria per la causazione storica», con ciò – oltre a sottintendere una separazione fra causazione del mondo storico  e quello del mondo fisico-biologico, determinazione della illusorietà della separazione fra mondo storico-culturale e quello fisico-biologico che è il cardine del Repubblicanesimo Geopolitico ma che, in altri luoghi del Dialectical Biologist è pure, anche se maniera non esemplarmente cristallina, rifiutata – rivelando in pieno i debiti ancora pesanti che il Dialectical Biologist deve alla pseudodialettica engelsiana, la quale, in realtà, non è altro che un positivismo a malapena travestito e dove le tre leggi aristoteliche della logica (Il principio di identità, il principio di non-contraddizione e   il principio del terzo escluso) vengono sostituite goffamente dalle tre nuove ridicole leggi della dialettica   (la legge della conversione della quantità in qualità (e viceversa), la legge della compenetrazione degli opposti e la legge della negazione della negazione: per la definizione della Gestalt della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico, in particolare vedi infra nota n° 4 ma, nella sua totalità, tutta la presente comunicazione è volta alla sua costruzione), ridicole sì ma che hanno l’assai poco ridicolo e molto triste risultato di rendere la dialettica altrettanto meccanica nella sua natura ed azione alle deterministiche leggi sociali che il positivismo riteneva di dover e poter individuare, perché dal positivismo pensate in perfetta analogia a quelle dei sistemi fisici – o meglio di come  ai tempi del positivismo si pensava operassero i sistemi fisici – e agenti entro un rigido schema di causa ed effetto con conseguente sicura ed infallibile prevedibilità dei fenomeni. Per fortuna, come mostreremo, il Dialectical biologist saprà anche lasciarsi alle spalle il sogno di ogni «valid theory of historical causation», intrinsecamente legata al meccanicismo, per approdare ad uno schema storicistico molto vicino al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

3 Questo processo di feedback evolutivo ha profonde analogie col processo interpretativo detto circolo ermeneutico. Purtroppo l’attuale ermeneutica, pur giustamente affermando l’esigenza di un infinito moto circolare del sapere dal soggetto studiante all’oggetto studiato con costante modifica in questo processo sia del soggetto che dell’oggetto, ha tralasciato nella sua teoria una approfondita riflessione sulla forma della  dialettica e ha limitato il suo campo di studio solo alla linguistica e agli studi filologici. (Gadamer parla del processo messo in atto dal circolo ermeneutico come una ‘fusione di orizzonti’ e dell’atteggiamento che deve assumere l’ermeneuta la cui  attività  deve essere improntata alla phrónesis  altrimenti detta ‘saggezza’ o ‘prudenza’, in ragione del fatto che l’ermeneuta deve essere consapevole che la sua attività interpretativa è sempre carica di pregiudizi, pregiudizi che se  è intellettualmente onesto non solo egli deve giudicare ineliminabili  ma anche pensare come  una parte positiva nel dare inizio al circolo ermeneutico stesso. Ora a parte il fatto che riconosciamo una notevole bellezza poetica all’immagine della fusione degli orizzonti e che ben volentieri possiamo concordare con Gadamer sulla necessità di procedere prudenti non solo nelle vicende interpretative ma, aggiungiamo noi, anche nelle vicende della vita di quotidiana – e anche, a maggior ragione, di quella pubblica e filosofica: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.» (Matteo 10,16-18), come vediamo nell’appello alla prudenza Santa Madre Chiesa ha anticipato di molti anni l’ermeneutica –, liquidare il processo dialettico interpretativo con una  bella metafora ma  che però non ha più valore gnoseologico ed epistemologico di una suggestiva  immagine modello cartolina postale del sole che tramonta dietro l’orizzonte marino – magari tenendo teneramente per mano la propria amata mentre si assiste sulla battigia ed udendo il mantrico sciabordio delle onde che fa da colonna sonora al sublime spettacolo dell’astro morente; non ce ne vogliano gli ermeneuti di ogni ordine e grado, a noi personalmente la ‘fusione di orizzonti’ richiama alla mente quel quadro dell’artista russo appartenente alla Sots-art Erik Bulatov, Red Horizon,  che ci fa vedere un piccolo gruppo di uomini e donne  che  passeggiano in spiaggia, rappresentati di spalle    e stranamente vestiti, visto l’ambiente, con abiti formali  più consoni ad un contesto urbano mentre osservano un amplissimo e rettangolare arrossamento del cielo lungo la linea d’orizzonte del mare  attraversato da più strette linee rettangolari gialle. Red Horizon, quindi, rappresentazione surreale dell’osservazione da parte di queste persone di un tramonto dietro il mare e probabilmente queste persone formalmente vestite sono la metafora della  declinante nomenclatura sovietica: Red Horizon fu dipinto nel 1972 quando erano già evidenti gli inevitabili segnali d’involuzione che avrebbero portato al collasso della società sovietica poco meno di due decenni dopo. Ecco a noi la gademeriana ‘fusione d’orizzonti’ richiama la stessa Stimmung di Red Horizon… – e liquidare l’aristotelica phrónesis come semplice prudenza, mentre in Aristotele è l’unione di intelletto e desiderio al fine di elaborare una corretta linea d’azione – e questa unione di intelletto e desiderio, mutatis mutandis, con profonda analogia con l’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi del  Repubblicanesimo Geopolitico – non può che lasciare perplessi in merito all’ermeneutica gadameriana e  di tutti quegli studi ermeneutici che da Gadamer prendono lo spunto, e per essere perplessi non è nemmeno necessario fare propria una particolare visione dialettica ma essere animati da semplice buon senso filosofico.). Il Repubblicanesimo geopolitico genera invece la sua particolare ermeneutica non accettando la suddivisione fra mondo culturale dell’uomo e mondo fisico-biologico, suddivisione che è un presupposto più o meno esplicito di tutte le attuali correnti ermeneutiche, e assegna anche una natura specifica a questa  sua peculiare ermeneutica che, attraverso la sua azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale non genera solo un feedback a livello linguistico, ma  investe olisticamente, invece, tutta la totalità espressiva (che non viene solo interpretata alla luce di questo paradigma ma ne viene, soprattuttto,  anche autopoieticamente generata), cioè il mondo culturale dell’uomo e mondo fisico-biologico, non più tenuti astrattamente distinti ma finalmente riunificati a livello ontologico ed epistemologico nello schema autopoietico della  teoria  della filosofia della  prassi dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale. Che questo riorientamento del circolo ermeneutico – riorientamento che, come si sarà capito, non riguarda solo la corrente filosofica detta ‘ermeneutica’ ma tutta la filosofia e la cultura occidentali moderne nate dal trionfo del meccanicismo cartesiano e galileiano –  sia una mossa decisiva per una rinascita non solo degli studi dialettici e degli studi sociali ma anche per un riorientamento olistico degli studi che riguardano le c.d. scienze dure (riorientamento olistico che – pur con tutte le avvertenze fin qui già espresse in merito al fatto che la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico non sposa alcuna teoria scientifica in particolare perché giudicata più dialettica di un’altra ma la osserva, la giudica e la utilizza essenzialmente  nell’ambito delle sua valenza dialettica riferita al più generale contesto olistico generato dall’ autopoiesi dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale e valenza dialettica di una teoria scientifica, quindi, che non è mai una volta per sempre ma può e deve mutare a seconda del momento storico  in cui si colloca il giudizio, perché a mutamento della situazione storica corrisponde un mutamento sia a livello ontologico che epistemologico del vettore di direzione dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, ma vettore di direzione che, lo ripetiamo ad nauseam, proprio per la sua natura dialettico-espressiva-conflittuale-strategica che attraversa un sempre mutevole medium storico, e sempre mutevole proprio per responsabilità diretta della sua azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, è assolutamente quindi  incompatibile con la Gestalt di  una legge generale meccanicistica modello fisica galileano-newtoniana con conseguente deterministica previsione della sua forza ed orientamento ma che può essere compreso, e spesso solo ex post, inserendolo nel contesto della particolare ed unica situazione storica entro la quale non solo si trova ad agire cercando di modificarla a suo vantaggio ma della quale, ad ulteriore aggravio delle possibilità di determinarne ex ante la direzione, è pure dinamicamente ed espressivamente parte – è  un portato già oggi  non più ignorabile dei modelli matematici non lineari e della meccanica quantistica, ma sull’importanza euristica per la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico di questi modelli e della fisica quantistica ci siamo  già più volte altrove espressi e ritorneremo anche nel corso di questa comunicazione) non può essere certo dimostrato, come del resto nessuna delle cose veramente importanti per l’uomo possono essere decise attraverso un procedimento induttivo: fondamentale a questo punto ritornare alla distinzione che Hegel faceva fra intelletto e ragione, fra Verstand  e Vernunft. Può, però, essere mostrato nei suoi effetti e nella sua concreta azione dialettico-espressiva-strategico-conflittuale e quindi, da questo punto di vista, giudicato. E questa comunicazione non è che un passo verso questa concreta strategia ermeneutica basata, appunto, sulla hegeliana ragione.

 

4 A parte il vecchio darwinismo storico-sociale che nelle società liberal-capitalistiche ha giustificato il colonialismo e all’interno delle singole nazioni un “libero”mercato dove l’economicamente più debole era “libero” di morire di fame e, sempre a livello interno e poi  fuori dai confini nella Germania nazionalsocialista,  l’eugenetica e lo sterminio degli ebrei  e di altre etnie e gruppi umani ritenuti inferiori – oltre a deturpare criminalmente il concetto Lebensraum privandolo qualsiasi valenza dialettica che pur possedeva in origine per fargli giustificare l’aggressione  contro i paesi dell’Europa orientale e l’Unione Sovietica esplicitamente giustificata per compiere lo sterminio di gran parte delle popolazioni slave per sostituirle con popolazioni germaniche – senza nemmeno l’orrida razionalità economica che presiedeva il succitato progettato insediamento all’Est di popolazioni tedesche (una razionalità economica, comunque, del tutto irrazionale, perché i territori dell’Est Europa senza slavi sarebbero stati del tutto ingestibili, e infatti già nel corso della guerra i progetti tedeschi di sterminio di queste popolazioni slave avevano subito un drastico ridimensionamento, mentre, purtroppo, non si fece altrettanto per gli ebrei e gli zingari), qui, in particolare, intendiamo riferirci, alle  più rozze conseguenze ideologiche e meccanicistiche della Modern Evolutionary Syntesis, cioè alla sociobiologia che, in pratica, altre non è il vecchio darwinismo storico-sociale ma non più mosca cocchiera delle società imperialiste e colonialiste liberalcapitaliste ottonovecentesche o della feroce società nazionalsocialista ma che ha svolto e svolge tuttora – nonostante la sua palese infondatezza scientifico-sperimentale – un ruolo ideologico di giustificazione pseudoscientifica delle attuali società nate nel Secondo dopoguerra ed impostate sul consumismo e sulla “libera” concorrenza darwinista fra membri della società per consumare la maggior quantità di questi beni (impostate, cioè, sulla del tutto illusoria ed ideologica nozione che questo modello, pur diversamente benefico a seconda delle capacità produttivo-economiche del singolo consumatore, sia una volta per sempre e non sia più possibile tornare indietro a modelli produttivo-distributivi che non garantiscano questo infinito aumento dei consumi, pur se diversamente distribuiti a seconda delle varie e variabili capacità individuali di procacciarseli agendo egoisticamente sul “libero” mercato delle merci e del lavoro contemporaneamente attraverso i “liberi” prestatori d’opera – talvolta i “liberi” imprenditori – e i “liberi” consumatori). Il Selfish Gene di Richard Dawkins è stato il saggio che, in ragione del suo indubbiamente accattivante modo di presentare le sue tesi e quindi del suo larghissimo successo anche presso il più vasto pubblico dei non addetti ai lavori, maggiormente ha contribuito in questi ultimi decenni a diffondere e a rendere popolari la meccanicistiche ed antidialettiche tesi della sociobiologia. Vale quindi la pena di guardare un po’ più a fondo questo suo seminale saggio dell’odierna (e popolare) filosofia meccanicistica moderna (e di riflesso, quindi, dell’odierno individualismo metodologico liberale divenuto popolare anche grazie a libri come il Selfish Gene): «The next important link in the argument, one that Darwin himself laid stress on (although he was talking about animals and plants, not molecules) is competition. The primeval soup was not capable of supporting an infinite number of replicator molecules. For one thing, the earth’s size is finite, but other limiting factors must also have been important. In our picture of the replicator acting as a template or mould, we supposed it to be bathed in a soup rich in the small building block molecules necessary to make copies. But when the replicators became numerous, building blocks must have been used up at such a rate that they became a scarce and precious resource. Different varieties or strains of replicator must have competed for them. We have considered the factors that would have increased the numbers of favoured kinds of replicator. We can now see that less-favoured varieties must actually have become less numerous because of competition, and ultimately many of their lines must have gone extinct. There was a struggle for existence among replicator varieties. They did not know they were struggling, or worry about it; the struggle was conducted without any hard feelings, indeed without feelings of any kind. But they were struggling, in the sense that any mis-copying that resulted in a new higher level of stability, or a new way of reducing the stability of rivals, was automatically preserved and multiplied. The process of improvement was cumulative. Ways of increasing stability and of decreasing rivals’ stability became more elaborate and more efficient. Some of them may even have ‘discovered’ how to break up molecules of rival varieties chemically, and to use the building blocks so released for making their own copies. These proto-carnivores simultaneously obtained food and removed competing rivals. Other replicators perhaps discovered how to protect themselves, either chemically, or by building a physical wall of protein around themselves. This may have been how the first living cells appeared. Replicators began not merely to exist, but to construct for themselves containers, vehicles for their continued existence. The replicators that survived were the ones that built survival machines for themselves to live in. The first survival machines probably consisted of nothing more than a protective coat. But making a living got steadily harder as new rivals arose with better and more effective survival machines. Survival machines got bigger and more elaborate, and the process was cumulative and progressive. Was there to be any end to the gradual improvement in the techniques and artifices used by the replicators to ensure their own continuation in the world? There would be plenty of time for improvement. What weird engines of self-preservation would the millennia bring forth? Four thousand million years on, what was to be the fate of the ancient replicators? They did not die out, for they are past masters of the survival arts. But do not look for them floating loose in the sea; they gave up that cavalier freedom long ago. Now they swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots,* sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control. They are in you and in me; they created us, body and mind; and their preservation is the ultimate rationale for our existence. They have come a long way, those replicators. Now they go by the name of genes, and we are their survival machines.»: Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit.,  pp. 18-20 Testo da noi scaricato all’URL  https://pdfs.semanticscholar.org/206e/a4e48d95acd10fb9c2bdc291811cd341c04a.pdf?_ga=2.110581445.1974409258.1572036165-369721173.1568987673; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191025204931/https://pdfs.semanticscholar.org/206e/a4e48d95acd10fb9c2bdc291811cd341c04a.pdf?_ga=2.110581445.1974409258.1572036165-369721173.1568987673Nostro successivo upload del file su  Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/richarddawkinstheselfishgene30thanniversaryeditionwithanewintroductionbytheauthor/mode/2up e https://ia803102.us.archive.org/4/items/richarddawkinstheselfishgene30thanniversaryeditionwithanewintroductionbytheauthor/RICHARD%20DAWKINS%20THE%20SELFISH%20GENE%20%2030TH%20ANNIVERSARY%20EDITION%20WITH%20A%20NEW%20INTRODUCTION%20BY%20THE%20AUTHOR.pdf. Presso Internet Archive  è pure presente un’altra copia del Selfish Gene, URL https://archive.org/details/selfishgene00dawkrich, ma essendo il documento vincolato ad un regime di prestito online,  si è  preferito evitare a noi e ai nostri lettori questa procedura e rendere disponibile il documento senza restrizioni di sorta. In apparenza qui viene descritto un classico meccanismo di selezione darwiniano ma nelle ultime battute appare il telos del brano citato e di tutto il Selfish Gene. Non solo i geni egoistici sono i campioni, i numeri uno, i terribili e coriacissimi guerrieri  dell’ individualismo metodologico, i «replicators that survived were the ones that built survival machines for themselves to live in» ma, al di là di questa altissima esemplarità ideologica per tutti coloro che a questo individualismo si ispirano sono, ancor di più, gli autentici e materiali  animatori e ispiratori  di questa Weltanschauung, perché essi ora «swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots,*  sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control.». Traducendo ma contemporaneamente spiegando anche qui il non esplicitamente detto: ora i geni egoistici prosperano e sciamano in gigantesche colonie e al sicuro e protetti dalle aggressioni dell’ambiente esterno perché ospitati all’interno del corpo di giganteschi e legnosi robot. Come questi geni, così sigillati entro i corpo di questi robot riescano a rapportarsi con l’ambiente più che un problema scientifico è, evidentemente, un mistero di natura teologica, come ben si evince dalla  fraseologia impiegata per descrivere questo inesplicabile rapportarsi («sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control») ma ancor più di questo crampo del pensiero, ci preme qui sottolineare un fatto fondamentale, e cioè che questi «lumbering robots» siamo noi, quasi che l’onere della denotazione della meccanicità nel processo della selezione naturale si fosse spostato dal gene, il quale anche se opera in maniera teologicamente misteriosa ha comunque una relazione dialettica con l’ambiente, all’uomo, il quale viene ridotto ad una sorta di robot da vignetta o da film fantascientifico di serie B, che si muove appunto come un automa e che, ridotto a dover servire gli algoritmi  forniti dal gene, non può che agire servilmente e meccanicamente (o meccanicisticamente se si preferisce). Subito dopo il passaggio dove i geni «swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots» compare, come si è visto, un asterisco. Torneremo fra poco sul significato di questo asterisco ma per ora continuiamo  a focalizzarci sull’ardita immagine dell’uomo robot. In fondo, si potrebbe dire che questa è un’interpretazione azzardata del testo perché forse quello che l’autore del Selfish Gene ci voleva comunicare è che i geni si erano insediati dentro il corpo umano che ora li protegge come se fosse un legnoso ma anche duro e potente robot, e qualsiasi altra analogia fra il meccanico robot  e la nostra dimensione umana è frutto della nostra immaginazione e non è nelle intenzioni dell’autore. Ma vediamo come nel Selfish Gene non si rinuncia volentieri alla metafora: «The individual organism is something whose existence most biologists take for granted, probably because its parts do pull together in such a united and integrated way. Questions about life are conventionally questions about organisms. Biologists ask why organisms do this, why organisms do that. They frequently ask why organisms group themselves into societies. They don’t ask – though they should – why living matter groups itself into organisms in the first place. Why isn’t the sea still a primordial battleground of free and independent replicators? Why did the ancient replicators club together to make, and reside in, lumbering robots, and why are those robots – individual bodies, you and me – so large and so complicated?» (Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., p. 237), e i lumbering robots, siamo proprio noi, con tutte le caratteristiche e le legnose e meccanico-meccanicistiche peculiarità dei robot da fumetto; lumbering robots le cui caratteristiche meccanico-meccanicistiche  evidentemente non solo sono il tratto qualificante del genere umano  ma di tutti gli organismi  mono e pluricellulari (almeno questa condivisione col resto dei viventi viene concessa ad una povera umanità così bistrattata e mal compresa) e quindi tutti i viventi sono una sorta di macchina, ma una insensibilità meccanica, la quale, chissà perché non coinvolge il gene: forse perché  esso è l’incarnazione e il simbolo col suo egoismo dell’individualismo metodologico della società liberal-capitalistica, e quindi, in questo suo ruolo di nuova divinità non può agire come una sorta di impersonale Dio spinoziano ma deve possedere la capacità di agire teleologicamente, magari al solo scopo di creare i lumbering robots, come una sorta di nuovo Dio personale?: «This brings us to the second of my three questions. Why did cells gang together; why the lumbering robots? This is another question about cooperation. But the domain has shifted from the world of molecules to a larger scale. Many-celled bodies outgrow the microscope. They can even become elephants or whales. Being big is not necessarily a good thing: most organisms are bacteria and very few are elephants. But when the ways of making a living that are open to small organisms have all been tilled, there are still prosperous livings to be made by larger organisms. Large organisms can eat smaller ones, for instance, and can avoid being eaten by them.» (Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., p. 258.). Ma ora torniamo alla questione dell’asterisco, al quale, molto stranamente, alla pagina 19 dove compare il segno non segue a piè di pagina alcuna spiegazione. Ma la spiegazione appare nella sezione finale del libro intitolata “Endnotes” (che sotto questa definizione delle pagine che seguono reca la spiegazione: «The following notes refer to the original eleven chapters only. Although the text of these chapters is almost identical to the first edition, the page numbers are different as the type has been completely reset. Each note is referenced by an asterisk in the main text.»), la quale informandoci delle polemiche suscitate dal succitato passaggio già apparso nella prima edizione (noi stiamo citando dalla terza edizione), goffamente cerca di giustificare ed attenuare la polemica sui lumbering robots: «p. 19  Now they swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robotsThis purple passage (a rare – well, fairly rare – indulgence) has been quoted and requoted in gleeful evidence of my rabid ‘genetic determinism’. Part of the problem lies with the popular, but erroneous, associations of the word ‘robot’. We are in the golden age of electronics, and robots are no longer rigidly inflexible morons but are capable of learning, intelligence, and creativity. Ironically, even as long ago as 1920 when Karel Capek coined the word, ‘robots’ were mechanical beings that ended up with human feelings, like falling in love. People who think that robots are by definition more ‘deterministic’ than human beings are muddled (unless they are religious, in which case they might consistently hold that humans have some divine gift of free will denied to mere machines). If, like most of the critics of my ‘lumbering robot’ passage, you are not religious, then face up to the following question. What on earth do you think you are, if not a robot, albeit a very complicated one? I have discussed all this in The Extended Phenotype, pp. 15-17. The error has been compounded by yet another telling ‘mutation’. Just as it seemed theologically necessary that Jesus should have been born of a virgin, so it seems demonologically necessary that any ‘genetic determinist’ worth his salt must believe that genes ‘control’ every aspect of our behaviour. I wrote of the genetic replicators: ‘they created us, body and mind’ (p. 20). This has been duly misquoted (e.g. in Not in Our Genes by Rose, Kamin, and Lewontin (p. 287), and previously in a scholarly paper by Lewontin) as ‘[they] control us, body and mind’ (emphasis mine). In the context of my chapter, I think it is obvious what I meant by ‘created’, and it is very different from ‘control’. Anybody can see that, as a matter of fact, genes do not control their creations in the strong sense criticized as ‘determinism’. We effortlessly (well, fairly effortlessly) defy them every time we use contraception.»: Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., pp.  270-271). Ora a parte il fatto che proprio non si capisce la ragione per cui si debba tirare in ballo Gesù, la sua nascita da una vergine per dire che se questa nascita è teologicamente necessaria, deve essere ugualmente inevitabile che un genetista affermi che il gene controlli ogni aspetto del nostro comportamento (complimenti, un gran bell’argomento e non andiamo oltre), il ridicolo di tutto questo almanaccare appena esposto è l’affermazione che il robot in questione è un po’ meno roboticamente meccanico e stupido di quel che comunemente si crede perché 1) all’origine della  figura letteraria del robot, quello di Karel Čapek, il robot riesce a concepire anche sentimenti umani (fra l’altro, aggiungiamo noi, il robot di Čapek non è un dispositivo meccanico ma è stato costruito montando varie parti di corpi umani e quindi concepisce anche umani sentimenti, insomma siamo più in presenza di un essere modello il mostro del Frankenstein di Mary Shelley che alla creatura meccanica similumana dei film di fantascienza ma questo è un dettaglio che non sfiora Dawkins) e 2) gli attuali robot, quelli realmente esistenti, sono sì robot ma sempre più capaci di azioni autonome e creative proprio come gli uomini. Ma lasciando perdere nel commentare questa penosa palinodia di soffermarci ulteriormente sul tentativo di Dawkins di  buttarla in letteratura (nella quale l’autore del Selfish Gene dimostra, tra l’altro, di non essere nemmeno molto ferrato), concentriamoci un attimo sugli attuali robot e sull’intelligenza artificiale. Certamente è vero che gli attuali robot sono anche in grado di autoprogrammarsi e quindi, almeno apparentemente, di assumere verso l’ambiente un atteggiamento non meccanico-meccanicistico, è però altrettanto vero che la capacità di questi robot a rapportarsi dinamicamente con un ambiente mutevole riguarda sempre e solamente il particolare compito cui è stato assegnato il robot. Tanto per fare un esempio. È già da ora possibile che se a un robot viene fornito un algoritmo che inizialmente non gli permette di superare uno specifico compito, mettiamo vincere a scacchi, il robot sappia far evolvere questo particolare algoritmo per ottenere il risultato (ma le proprietà evolutive di questo algoritmo sono fornite ab initio dal programmatore e non sono farina del sacco del computer; oppure è possibile immaginare anche un algoritmo che pur non possedendo in sé alcuna possibilità evolutiva, venga fatto evolvere tramite il  computer, ma ciò può essere reso possibile fornendo, sempre per iniziativa del programmatore umano, un   secondo algoritmo che permetta alla macchina di intervenire sul primo  e quindi siamo punto a capo)  ma finora non è stato ancora costruito un robot che se perde a scacchi, invece di elaborare una nuova strategia, si arrabbi –  o se riteniamo quest’ultimo stato emotivo troppo legato ad un concetto eccessivamente  intimo e lirico dell’agire – rovesci il tavolo (a meno che, ovviamente, non venga dotato dal suo programmatore di  un algoritmo che gli dica di comportarsi in questo modo in caso di sconfitta, bisogna però, come da tradizione dei film di serie B, farlo diventare un vero e proprio robot umanoide, con un bel paio di braccine e piedini meccanici, piccoli ed esili in questo caso visto che l’azione fisica da eseguire non è gravosa…). In altre parole, un robot può agire solamente nell’ambito della teleologia che gli è stata assegnata dal programmatore: nel metterla in pratica può essere sovente molto più abile dell’uomo ma nell’elaborazione di una autonoma e non eterodiretta teleologia alternativa questo “cervello elettronico” rimane totalmente muto ed inetto (detto ancor meglio: non si pone nemmeno il problema di darsi uno scopo diverso da quello fornitogli dal programmatore). Facciamo un altro esempio. Un robot, come del resto un uomo, può combattere e perdere una battaglia campale (meglio, però, se questa battaglia è virtuale, finora i computer hanno solo fornito potenza di calcolo alle battaglie reali dove scorre sangue reale).  Ma mentre tutto quello che può fare un robot riguardo a questa battaglia è cercare di vincerla o perderla ed anche di elaborare nuove strategie per ottenere il positivo risultato (impiegare, cioè, algoritmi genetici e/o evolutivi che simulando, tramite la veloce computazione della macchina, una evoluzione darwiniana dei parametri costituenti l’algoritmo, questi vengono progressivamente sostituiti da altri più adeguati ad ottenere il risultato desiderato, ma, lo ripetiamo, l’algoritmo genetico o evolutivo che dir si voglia capace di evolversi   tramite la potenza computazionale della  della macchina deve essere originariamente  fornito dal programmatore), l’uomo dopo aver vinto o perso la battaglia è costretto ad andare avanti e a non riposarsi. La vittoria gli apre diversi scenari umani, politici, culturali ed economici verso i quali la macchina robot-computer non solo è assolutamente incapace ad elaborare una adeguata strategia ma, ancor peggio, è del tutto non interessata a prenderli in considerazione ignorandone l’esistenza (a meno che, lo ripetiamo ad nauseam, non venga programmata per affrontare anche queste nuove situazioni: in questa incapacità, lo ammettiamo,  molto simile a molti uomini la cui cecità meccanica-meccanicistica ad affrontare scenari diversi da quelli imposti dall’abitudine quotidiana, dalla tradizione culturale e/o dall’autorità politica non è molto diversa a quella fin qui dimostrata dai computer nell’autoassegnarsi compiti non previsti dal programmatore: epifania strategica un obiettivo-mito modello spiritus durissima coquit per la presente e futura intelligenza artificiale ma anche per molti presenti – e futuri – rappresentanti di quel singolare animale chiamato homo sapiens,  che nelle sue soventi reazioni meno creative e più stereotipate – in questi casi non assolutamente all’altezza del nome assegnatogli dagli zoologi – potrebbe benissimo essere definito homo mechanicus, con tante nostre scuse, per via di questi  numerosi casi, a Cartesio e al suo tanto beffeggiato animal machine, e ancor più associando alle nostre doverose  scuse Julien Offray de La Mettrie e il suo altrettanto dileggiato homme machine). Parimenti la sconfitta, a meno che non abbia avuto come esito la sua uccisione o la sua autoeliminazione per la vergogna (suicidio), apre  altri e del tutto inediti scenari. Per esempio, il guerriero sconfitto può abbandonare le armi e darsi, tramite opere filosofiche, letterarie e poetiche a più o meno profonde riflessioni  sulla vanità delle cose umane (ci può anche essere uno scenario alternativo dal punto di vista letterario ed esistenziale: se la sconfitta non è stata troppo pesante e il nostro guerriero è riuscito  a salvare, oltre alla pelle, anche un po’  di soldi e di salute, può pure abbandonare le pose guerriere  e melanconiche da filosofo ipocondriaco dedito a coltivare la contemptio vitae da novello esegeta dell’Ecclesiaste e, anziché declamare il lamentoso vanitas vanitatum et omnia vanitas, dedicarsi alla produzione di letteratura erotica ed alla sua concreta applicazione nella vita di ogni giorno ma questo è un altro discorso – no, anzi lo stesso… –; tutto questo per mostrare – non dimostrare! – l’amplissima gamma del paradigma comportamentale olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che può generarsi dal vario rapportarsi dell’uomo con l’ambiente fisico-culturale, e come sia difficile – anzi impossibile – tagliare col coltello i vari aspetti della suddetto). L’uomo cioè, a differenza degli attuali computer e anche di quelli prossimi venturi, computer quantistici compresi, che dai computer realizzati non tenendo conto della fisica quantistica si differenziano per la mostruosa capacità computazionale ma sono assolutamente identici ai computer classici per quanto riguarda una autonoma attività creativa (su cui, fra l’altro, ritorneremo nel prosieguo della presente comunicazione) ha sempre storicamente mostrato di potersi comportare dialetticamente e con estrema libertà creativa rispetto alle sfide ambientali e le ultime acquisizioni  della Sintesi evoluzionistica estesa, dell’ epigenetica e della  teoria endosimbiotica  suggeriscono che anche nell’evoluzione degli organismi e delle loro relative popolazioni le cose siano andate analogamente a come l’uomo si comporta davanti alla sfide storiche, culturali e  naturali  che gli si parano di fronte. Così come nell’uomo, anche nel resto del mondo vivente l’unico schema che agisce è il paradigma dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale (e anche del non vivente aggiungiamo: come già affermato nella presente comunicazione), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico la legge fisica di natura non è altro che la provvisoria ed illusoria cristallizzazione di una vicenda storico-naturale dove il vero ed unico agente è il paradigma ontogenetico e creatore ex nihilo dell’azione dialettico-espressiva-conflittuale strategica) che, come abbiamo già qui affermato, si muove in una sempre cangiante e totalizzante dimensione storica e che quindi, oltre che per la sua natura espressiva che lo pone all’antitesi di qualsiasi schema meccanico, fosse solo per questa dimensione storica originante una linea di azione assolutamente imprevedibile e assolutamente non meccanica (dimensione storica in sé antimeccanica perché impossibile distinguervi causa ed effetto per il semplice fatto che 1) l’effetto, cioè uno stato originato da un certo stato  precedente, la causa,  modifica a sua volta la causa stessa – schema di azione e reazione che apparentemente potrebbe  essere risolto col termine di feedback se non fosse che, e ciò è evidente in biologia ma accade anche nella meccanica quantistica dove spesso, l’effetto previene la causa ancor prima che questa si manifesti, vedi esperimento della doppia fenditura dove le particelle, in seguito alla loro emissione, si dispongono impattando su uno schermo con uno schema ondulatorio se non osservate ma se, osservate successivamente alla loro emissione, lo schema di impatto sullo schermo è corpuscolare e caotico, con tanti saluti al meccanico paradigma temporale del post hoc ergo propter hoc ed introducendoci nell’ambito di una teleologica dialettizzante causalità (in particolare, sull’inversione dello schema causa → effetto vedi infra nota n° 16); ma ancor più importante che 2) la c.d. causa storica, è in realtà veramente una causa sui generis perché è di tutta evidenza che la sua individuazione e definizione è frutto della del tutto umana ipostatizzazione legata al post hoc ergo propter hoc, perché, in realtà, il suo manifestarsi  all’umana sensibilità dipende  della totalità storica e come la cultura dell’uomo e/o dello storico si pone – sovente errando – rispetto a questa totalità , totalità storica dove, al di là dello schema dialettico espressivo-strategico-conflittuale da noi proposto, risulta particolarmente inane lo schema di causalità legato al  post hoc ergo propter hoc. Sul fatto poi che tutte le cause, anche quelle delle scienze fisico-biologiche, rispondano ad una legalità dialettica e non meccanica, abbiamo appena già detto ma vedi anche infra nota n° 15). E detto ciò potremmo per il momento riporre il gene egoista. Se non fosse che non possiamo mancare di dare un’occhiata, anche se solo di sfuggita, al Teorema di incompletezza di Gödel (formulato da Kurt Friedrich Gödel nel 1931), il quale teorema afferma che non esiste alcun sistema formale in cui tutte le proposizioni di questo sistema possano essere dimostrate all’interno del sistema stesso. Con questo teorema veniva così rasa al suolo la speranza del matematico David Hilbert «che nel 1928, in un congresso internazionale di matematica a Bologna, aveva lanciato una sfida alla comunità dei matematici: escogitare una macchina logica che potesse dimostrare tutte le verità matematiche e, nello stesso tempo, dimostrare che il ragionamento matematico è affidabile. L’autocoerenza del sistema è fondamentale: se il sistema è incoerente, allora è possibile dimostrare sia la verità sia la falsità della stessa proposizione.» (Brunella Schettino, Avete mai sentito parlare di Kurt Gödel? (Genio sull’orlo di un abisso), Corso SICA 2006/2007, p. 11, URL presso il quale è stata presa visione del documento  http://people.na.infn.it/~murano/Abilitanti/Brunella%20Schettino%20-%20Godel.pdf, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20191103082203/http://people.na.infn.it/~murano/Abilitanti/Brunella%20Schettino%20-%20Godel.pdf). Infine, nel 1935 Alan Turing sulla scorta del Teorema di Gödel confermerà l’impossibilità di costruire una macchina computazionale che possa decidere sulla verità o falsità di tutti i problemi matematici, per il semplice fatto che vi sono problemi matematici non risolvibili entro un numero finito di passaggi, cioè entro un algoritmo, e dato che le macchine computazionali, cioè quelle macchine che oggi chiamiamo computer, operano solo su algoritmi, questi problemi sono assolutamente impermeabili alla pur grandissima (ma non  infinita) potenza di calcolo del computer. Sulla scorta dei risultati di Gödel e del padre dei moderni computer Alan Touring, ci si potrebbe allora  limitare a dire che la mente umana è superiore al computer perché a differenza di questo possiede  una capacità intuitiva del tutto estranea al computer che procede solo attraverso  finiti algoritmi. Vero ma troppo poco. A meno che non si voglia far ricadere tutto i nostri ragionamenti in schemi vitalistici alla Bergson, dove l’uomo possederebbe, parafrasando l’ élan vital che rese celebre la dottrina del filosofo francese, una sorta di élan intellectuel irraggiungibile da tutti gli altri viventi e tantomeno dalle macchine computazionali o in schemi spiritualistico-evoluzionistici alla Teilhard de Chardin, dove l’uomo con le sue uniche capacità formatesi nel corso dell’evoluzione è il passaggio ineludibile per giungere al momento ultimo e più alto dell’evoluzione del Cosmo, per giungere cioè a quello che Teilhard chiama Punto Omega, che però, sempre per Teilhard non è un’astratta situazione  del nostro Universo, magari dove prevale lo spirito, ma si realizza attraverso la concreta figura di Cristo che richiama entro sé tutto il Cosmo (insomma Punto Omega che si risolve nella fine del Mondo, non proprio l’Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico…), né tantomeno degradare lo schema dialettico del Repubblicanesimo Geopolitico in una sorta di rozzo e risibile pragmatismo dove, in buona sostanza,  si afferma che – sulla scorta di un semplificato paradigma strategico-conflittuale, e quindi lasciando perdere il versante dialettico-espressivo del paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico – l’uomo, pur più debole dal punto di vista computazionale alla macchina, è comunque a questa superiore perché l’uomo, nel caso intuisca una minaccia proveniente dalla macchina, può d’emblée e senza tanti ragionamenti o soppesando vari e complessi algoritmi spegnerla con successo mentre il contrario non è possibile (bella scoperta!, ma le scoperte del pragmatismo, tutte basate sulla divinizzazione del concetto di successo, ignorando il rapporto dialettico fra soggetto e oggetto sono tutte di questo tenore), bisogna allora  semanticamente ‘despiritualizzare’ (ed anche ‘dematerializzare’, ovviamente) il termine  ‘intuito’ ed inserirlo in un solido e realistico quadro di riferimento ontologico-epistemologico. E seguendo questa traccia possiamo così rimettere con i piedi per terra l’area filosofico-semantica del termine   ‘intuito’ affermando che con esso  non  si deve definire  altro che  l’estrinsecazione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale dell’aspetto mentale  (sebbene molto spesso ingenuamente appesantita attraverso errate Weltanschauung materialistiche e spiritualistiche  di  valenze psicologico-psicologistiche e/o spiritualistico-spirituali o animistiche tout court: materialismo e spiritualismo: due facce della stessa medaglia antidialettica) di tutte le infinite espressioni della totalità nel loro rispecchiamento dialettico, ontogenetico, attivo e creativo, con tutte le altre manifestazioni di questa totalità e con la totalità espressiva stessa (non stiamo parlando delle passive monadi leibniziane né del rispecchiamento di leniniana memoria, entrambi caratterizzati da profonda ed antidialettica passività nel rapporto fra soggetto ed oggetto; meno il rispecchiamento leniniano di Materialismo ed empiriocriticismo per la verità, il cui telos era colpire l’ancor più antidialettico machismo ma purtroppo lo fece sulla scorta degli engelsiani  Dialettica della natura ed Anti-Dühring), un attivo rispecchiamento creatore ex nihilo, ontogenetico, ontologico ed  epistemologico che si svolge attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale di cui abbiamo già detto ma di cui   anche l’etimo di intuire, il latino intuère, che significa guardare dentro, guardare con attenzione, ci aiuta nella  presente sottolineatura della valenza attiva del suo significato  a ripristinare o a formulare ex novo le potenzialità filosofiche e dialetticamente attive del temine stesso, come nel caso della nostra discussione sulle  macchine computazionali di intuito  appunto totalmente sfornite. Non è affatto detto che in futuro un dispositivo costruito dall’uomo non  possa attivamente incorporare dentro di sé la dialettica storicità che connota  tutti i viventi. Al momento né è solo il risultato passivo, alla stessa stregua di un martello o di un orologio, oggetti  sì immersi e frutto  della storicità ma che sono in grado di dare contributi all’olistica storicità solo attraverso una parte di questa storicità che, invece, riesce a sua volta ad incarnarla ed esprimerla dialetticamente ed attivamente, cioè l’uomo. E a questo punto siamo anche in grado di accettare intuitivamente anche il gene “egoista” di Dawkins, perché intuiamo che il termine ‘egoismo’ – misto di rappresentazione ideologica ma anche realtà nell’umana esperienza di tutti i giorni – rientra senza difficoltà in un paradigma dialettico-storico espressivo-strategico-conflittuale e accomiatandoci definitivamente dal Selfish Gene di Dawkins esponiamo l’unico ed esclusivo principio logico della  dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolico: dove il primo principio della logica aristotelica, il principio di identità, afferma che A=A il principio di non identità ontogenetico  e creatore ex nihiloma sarebbe ancora meglio dire ex suo – del Repubblicanesimo Geopolitico afferma che A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A↔… ∞↔∞≠∞. Un tipico caso di problema irrisolvibile per un computer, ma forse di non impossibile comprensione per quegli esseri egoistici – anzi molto egoistici ma anche molto dialettici ed intuitivi solo che ci si impegni un po’ – che siamo noi.  

 

[Le successive 12 note e la sezione bibliografica verrano pubblicate nelle prossime quattro tranche del presente saggio.]

 

Lorenzo Castellani, L’ingranaggio del potere, _ a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Lorenzo Castellani, L’ingranaggio del potere, Liberilibri Macerata, pp. 240, € 17,00.

L’amministrazione, scriveva Weber, è quel “potere quotidiano” il quale, anche se quasi sempre non provvede con atti normativi primari, condiziona di più l’esistenza individuale (e collettiva). Ciò non è per lo più compreso dall’opinione pubblica – e dai soggetti che la guidano o almeno la condizionano come i media – i quali focalizzano l’attenzione sugli atti degli altri poteri (intesi à la Montesquieu): sul decreto-legge, sul D.P.C.M. (atto governativo) o sul mandato di cattura per il Sindaco o il Ministro.

Ne consegue che non è percepito come l’assetto del potere amministrativo – teoricamente servente di quelli governativo e, mediatamente, legislativo – condiziona la forma politica cioè l’assetto costituzionale. Questo libro parte da una considerazione diversa: che “Il principio di competenza ha eroso gli spazi e le responsabilità recati dal principio democratico; la tecnica e la politica si sono progressivamente sovrapposte; le comunità sono state spodestate da istituzioni lontane e burocratiche”; e prosegue “Come scrisse Carl Schmitt in Dialogo sul potere «anche il principe più assoluto deve fare affidamento su resoconti e informazioni ed è dipendente dai suoi consiglieri […] Davanti a ogni camera del potere diretto si forma un’anticamera di influssi e poteri indiretti, un accesso all’orecchio del potente, un corridoio verso la sua anima. Non c’è potere umano che non abbia questa anticamera e questo corridoio». Un’anticamera che, nel regime demo-burocratico moderno, la tecno-democrazia, è popolata da tecnici che talvolta eseguono meramente e talaltra desiderano oppure esercitano direttamente il potere”.

La tecnocrazia sia nella sua “branca” pubblica (la P.A.) sia in quella privata (che accede o influenza le funzioni pubbliche) fonda il proprio ruolo e potere sul “sapere specializzato” ossia sulla competenza “tecnica”; così la democrazia, fondandosi anche sulla competenza specialistica degli “esecutori-consiglieri” si trasforma in una tecno-democrazia, la quale da un lato si basa sulla legittimità del principio democratico, dall’altro sul possesso del sapere, cioè su un’aristocrazia non di spada, ma di penna. “La tesi di questo libro è, dunque, semplice: nelle società avanzate il principio aristocratico ha, nell’organizzazione del potere politico della società, un peso superiore rispetto a quanto comunemente si è portati a credere o ad ammettere… Questo principio aristocratico-gerarchico convive con il principio democratico-rappresentativo di cui, negli ultimi decenni, ha progressivamente eroso significativi spazi. Di conseguenza i poteri non elettivi, a carattere tecnico, oggi condizionano la vita dei cittadini e le scelte politiche allo stesso modo, se non fosse ancor di più, di quelli elettivi e rappresentativi”. Pertanto “lo sviluppo di questo potere parallelo, tuttavia, può essere compreso solo tenendo insieme i due demoni della vita politica moderna: lo Stato e il capitalismo”. Così “lo Stato-Leviatano e il capitalismo-Behemoth si corrompono a vicenda, ed in questo legame di reciproco clientelismo mirano a edificare uno stabile apparato di potere, un sistema di élites, che proprio per mantenere la sua stabilità tende a limitare la libertà di individui e comunità” e “l’osmosi tra burocrazia pubblica e grande capitalismo produce tecnocrazia, che non a caso sul piano storico si è sviluppata pienamente con l’avvento della società industriale, ma affonda le sue radici nello Stato moderno”.

Il saggio prosegue poi analizzando i vari aspetti del problema del nichilismo politico, la mentalità tecnocratica, la razionalità, spirito della politica e della burocrazia, le prospettive future. Tutti aspetti considerati con attenzione dall’autore ma non esaminati perché esulano dalla dimensione di una recensione. Ma su due punti è il caso di intervenire. Il primo è che tra le leggi (la regolarità della politica) c’è quella della classe politica (dell’aiutantato come scriveva Miglio), per cui non c’è governo senza “classe” politica. Talvolta non professionale, in altre si. Spesso riservata per nascita (in un ceto privilegiato); in altri casi dalla considerazione sociale (come per le democrazie classiche) e dall’elezione; in altri, come in molte “società idrauliche” favorita dalle mutilazioni sessuali (gli eunuchi in Cina, e nel tardo impero romano). Ma accanto a quella c’è il rapporto tra vertice e base, tra capo/i e governati, anch’esso necessario. Il problema, uno dei principali che si presentano all’uomo politico è come tener in equilibrio questi due “circuiti”. Perché a squilibrarli il rischio è che si mandi in rovina l’istituzione politica (e, spesso, la stessa comunità): come avvenne nel tardo impero romano d’occidente, la cui caduta fu co-determinata, o grandemente favorita dallo squilibrio a favore della “classe” burocratica. Dall’altro che la democrazia moderna è uno status mixtus: Schmitt la considerava tale sia per la compresenza di organi risalenti a principi politici diversi: democratico (per la nomina/elezione dei componenti dei maggiori organi di direzione politica); aristocratico (per il carattere del parlamento); monarchico (per il ruolo del capo dello Stato). E inoltre per l’equilibrio tra principi di forma politica e principi dello Stato borghese. Nell’analisi di Castellani si aggiunge la compresenza di elementi democratici e tecnocratici: un’altra antitesi da sussumere nella concezione dello Status mixtus, e da addizionare alle altre. Spesso identificata come opposizione tra politica ed economia (ma non è solo questo), specie in momenti d’emergenza come l’attuale. Resta comunque il fatto che negli stati di crisi il problema si presenta nella risposta al quis judicabit: cioè chi decide come superare la crisi?

E chi ha la forza di rispondere efficacemente è il (reale) sovrano. Che diventi poi legittimo è, come scrivevano Hauriou e Santi Romano, solo la durata a poterlo dire.

Teodoro Klitsche de la Grange

La svolta realistica dell’ecologia politica, di Pierre Charbonnier

Proseguiamo con la pubblicazione di questo terzo articolo, il primo e il secondo hanno trattato delle posizioni politiche di Trump e Biden, il dibattito sui nuovi temi e sui nuovi oggetti di scontro nel confronto geopolitico. Il tema dell’ambientalismo è e sarà sempre più uno dei fili di conduzione che disegneranno gli scenari prossimi venturi. Già il Forum Economico Mondiale di tre anni fa e quello del 2019 hanno iniziato a porre ed imporre il tema. Abbiamo visto la loro versione dozzinale, popolare e manipolatoria nel fenomeno Greta Turnberg e quella culturale divulgativa, ma di basso livello espressa da autori, tali Hariri e Schwab. Il Forum e la musa ispiratrice di questo lancio, tale George Soros, non sono però che due degli attori e agenti di influenza e nemmeno i più importanti. L’articolo qui sotto lo dice chiaramente: l’ambientalismo è diventato un tema, uno strumento e una linea di ispirazione di centri decisionali strategici e di stati nazionali. L’impostazione offerta però da Charbonnier pecca, a mio avviso, su diversi punti. Il confronto geopolitico non può essere ridotto ad uno scontro tra capitalismo fossile, rappresentato dagli Stati Uniti e centro decisionale politico-statale rappresentato dalla Cina. Primo perché la forma capitalistica americana non ha più prevalentemente questo aspetto e ne sta pagando pesantemente le conseguenze in termini di coesione sociale della propria formazione sociale e di vulnerabilità geopolitica, semplicemente perché Ha trasferito all’estero, soprattutto beffardamente in Cina queste attività; né la Cina potrà facilmente sganciarsi dal sistema di predazione ed estrazione intensiva di materie prime e minerali che sostengono la sua economia, parte integrante queste ultime dei problemi ecologico-ambientali. Del resto la questione è mal posta se i contendenti da una parte risultano essere un centro politico-statuale, la Cina e dall’altro un centro di potere capitalistico, gli Stati Uniti. Questo solo perché si tende a rimuovere, si fatica a riconoscere nella Cina l’esistenza di un modo di produzione prettamente capitalistico, anche se dalle caratteristiche diverse plasmate dal regime politico, dalla particolare formazione sociale e dal passato sociopolitico dalle cui ceneri è sorto. Ma anche perché si tende troppo ad assimilare ed indentificare pedissequamente l’appartenenza e la condotta dei centri decisionali strategici politici statunitensi con il business se non addirittura con la sola finanza; questi ultimi in realtà sono solo parte dei primi e non è detto che siano il più delle volte componente determinante. Secondo perché è ancora tutta da dimostrare l’incapacità del rapporto sociale di produzione capitalistico di adattarsi agli imput ambientali, se non addirittura l’improbabilità a farne occasione di business sistematico attraverso anche lo sviluppo tecnologico. Del resto l’umanità ha vissuto altre fasi di crisi ambientale e la fase capitalistica ne ha vissute già almeno tre nella sua breve vita. Chi si ricorda della letteratura legata al famoso “fumo di Londra”? Sono temi che ci troveremo ad affrontare ed imposti nel prossimo futuro. Una dinamica che ci dice che la forma capitalistica è tutt’altro che morta, che i centri decisionali strategici si sono già posti il problema di assumere una postura positiva e creativa nel proporre ed imporre i propri punti di vista e su questi ci si dovrà confrontare in futuro. Giusto l’appello dell’autore, quindi, a superare l’atteggiamento ecumenico ed accomodante del movimento ambientalista sinistrorso. Non vedo proprio come nelle attuali condizioni possa assumere una postura alternativa e, forse nelle aspirazioni dell’autore, antisistemica; tanto più che il livello di confronto e scontro tra movimenti è diverso da quello tra stati e centri decisionali strategici. La netta impressione è che, volenti o nolenti, i primi siano al momento parte integrante ed integrata delle dinamiche tra i secondi. Non solo! Allo stato rischiano di cadere nell’infatuazione globalista funzionale alla creazione di un nuovo mondo unipolare o più realisticamente ad egemonia prevalente, magari con cambio della guardia annesso. Si tratta comunque di una dinamica di confronto da osservare con estrema attenzione; una dinamica che non a caso sta interessando oltre alla Cina, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania e la Gran Bretagna dando ad essa un titolo ben più impegnativo: il Grande Reset_Buona lettura, Giuseppe Germinario

La svolta realistica dell’ecologia politica

Perché gli ambientalisti devono imparare a parlare la lingua della geopolitica.

Il 22 settembre, il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha annunciato un piano per ridurre le emissioni di gas a effetto serra mirato a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060. Questo paese a volte è considerato il “camino del mondo”, il primo emettitore di CO 2 , la prima potenza industriale planetaria, sembra dunque intraprendere un percorso di sviluppo fino ad ora sconosciuto. Perché è davvero una scelta di sviluppo, e in nessun caso di rinuncia; e anche se si tratta davvero di attuare gli impegni presi nell’Accordo di Parigi del 2015, essi assumono un significato politico inaspettato nel contesto attuale.

In un testo pubblicato pochi giorni dopo, lo storico Adam Tooze ha spiegato i diversi significati geopolitici di questo annuncio, che considera un punto di svolta importante nell’ordine internazionale. Il peso economico, ecologico e strategico di questo Paese è infatti sufficiente a fare di questo annuncio – anche indipendentemente dalla sua successiva attuazione – una leva archimedea che dovrebbe provocare un profondo riallineamento delle politiche industriali e commerciali contemporanee.

In Europa, e ancor di più in Francia, questi annunci sono stati accolti con la massima cautela, anche in un certo silenzio. Solo il tempo dirà se si tratta davvero di un clima di Pearl Harbor o di un annuncio incompiuto, ma quando si parla di Cina e clima, ci buttiamo subito nelle questioni. di gigantesca grandezza, che sarebbe sbagliato ignorare. Vorrei qui cercare di andare oltre la riluttanza a vedere tutta la portata di questi annunci, per considerare come possono trasformare il rapporto tra ecologia e potere, così come è stato concepito finora nelle nostre province occidentali. .

Solo il tempo dirà se si tratta davvero di un clima di Pearl Harbor o di un annuncio incompiuto, ma quando si parla di Cina e clima, ci buttiamo subito nelle questioni. di gigantesca grandezza, che sarebbe sbagliato ignorare.

PIETRA DI CARBONE

Il primo punto che va sottolineato, e che è solo implicitamente esposto da Adam Tooze, è il monumentale paradosso storico che consiste nel portare avanti nel 2020 una dimostrazione di potere politico intraprendendo un programma di disarmo fossile. Dall’avvento delle società industriali, e ancor più dall’era post-seconda guerra mondiale, la capacità di mobilitare risorse , e ancor più risorse energetiche, è stata identificata quasi perfettamente con l’influenza sulla scena politica globale. Carbone e petrolio non sono solo i primi motori di una capacità produttiva che deve generare alti livelli di consumo e una relativa pacificazione dei rapporti di classe, ma anche le sfide delle proiezioni transfrontaliere di potenza destinate a garantire una fornitura continua a prezzi bassi. L’ordine politico derivante dalla seconda guerra mondiale, totalmente ossessionato dalla ricerca di stabilità (in assenza di vera pace) dopo l’episodio del fascismo, ha trovato nello schieramento delle forze produttive uno strumento di ineguagliabile potere che consente sia di calmare le tensioni interne nelle società industriali, sia di mantenere lo status quo tra queste nazioni e i nuovi attori derivanti dalla decolonizzazione.

È questa dinamica storica che spiega la riluttanza a seguire il percorso di una rivoluzione ecologica. Se l’imperativo climatico è stato esposto in dettaglio dalle scienze del sistema Terra, l’inerzia del paradigma evoluzionista e il suo effetto macchia sulle relazioni internazionali così come sulle relazioni di classe hanno a lungo paralizzato la biforcazione verde. Ci si chiede come si possa salvaguardare il “modello sociale”, francese o no, se ci si priva di un motore essenziale di crescita, e dall’altra parte del mondo ci si chiede come potranno essere capaci le richieste di sviluppo di accontentarsi di un pianeta che mostra i suoi limiti.

Di fronte alla stagnazione degli Stati Uniti in una crisi democratica, davanti alle ambiguità del piano europeo di ripresa ecologica, la Cina prende l’iniziativa e apre una breccia segnalando che ora è possibile, anzi necessario, perseguire una politica di potere senza il supporto di combustibili fossili.

PIETRA DI CARBONE

L’annuncio del presidente cinese rompe questa logica, ed è per questo che riveste un’importanza storica: di fronte alla stagnazione degli Stati Uniti in una crisi democratica, di fronte alle ambiguità del piano di ripresa ecologica europea, la Cina prende l’iniziativa e apre una breccia segnalando che ora è possibile, anzi necessario, perseguire una politica energetica senza il supporto dei combustibili fossili. In questo contesto ovviamente il piano per finanziare un’infrastruttura produttiva a basse emissioni di carbonio non significa che la Cina stia abbandonando il suo sogno di sviluppo e influenza geostrategica. Sta semplicemente annunciando che ora baserà il suo potere – sia il suo motore economico che la sua base strategica – su altre possibilità materiali. Questi sono ancora poco conosciuti e ovviamente lasceranno gran parte al nucleare1, ma contengono i semi di un cambiamento nelle relazioni di potere tra la Cina e il mondo.

La Cina sta così facendo un doppio colpo. Risponde prima alla scienza e immagina un futuro in cui il riscaldamento globale è limitato, e allo stesso tempo consolida la sua legittimità interna ed esterna apparendo come un attore responsabile, in linea con gli obiettivi annunciati durante l’Accordo di Parigi. . Adam Tooze, storico delle economie di guerra, ha perfettamente gettato luce sul carattere sia realistico che morale di questo annuncio: non possiamo accontentarci di un dibattito che si opponga a intenzioni egoistiche orientate al guadagno di potere e altro puro, finalizzato a un bene comune globale. Entrambe le dimensioni sono presenti nell’annuncio della Cina e dobbiamo prepararci affinché siano costantemente intrecciate l’una con l’altra negli anni a venire.

Ma ha anche senso in termini di filosofia politica, ed è senza dubbio quello che ci è mancato in Europa. Se, come ho suggerito in Abbondanza e libertà, la composizione degli interessi umani nella sfera politica è sempre sostenuta da possibilità materiali, allora dobbiamo ammettere che stiamo attraversando un cambiamento fondamentale in questi assemblaggi geo-ecologici. Mentre da tempo ci siamo posti la questione della perpetuazione di un potere politico legittimo, vale a dire di una democratizzazione del capitalismo, nel contesto di un cambiamento energetico ed ecologico percepito come necessario senza sapere esattamente come attuarlo, dobbiamo ora accettare l’idea che questi cambiamenti alimenteranno piuttosto processi di relegittimazione e consolidamento del potere. Questo rovesciamento assolutamente cruciale della materialità delle politiche moderne si sta verificando davanti ai nostri occhi: dare forma a politiche post-carbonio non è un approdo pacifico nel mondo degli interessi condivisi., ma uno spazio di rivalità organizzato attorno a nuove infrastrutture, nuovi assemblaggi tra potere politico e mobilitazione della Terra. Se l’escalation delle politiche di produttività basate sui combustibili fossili, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, potesse essere paragonata a una guerra latente, anche il processo di disarmo e smantellamento di questa infrastruttura sarà profondamente conflittuale.

La formazione di politiche post-carbonio non è un approdo pacifico nel mondo di interessi condivisi, ma uno spazio di rivalità organizzato attorno a nuove infrastrutture, nuovi assemblaggi tra potere politico e mobilitazione della Terra.

PIERRE CHARBONNIER

Il secondo punto da sottolineare riguarda più direttamente il movimento per il clima e l’ecologia, l’universo rosso-verde o rosa-verde, così come esiste in Europa e negli Stati Uniti. Negli ultimi anni si è assistito al riavvicinamento tra l’immaginario politico della sinistra sociale classica, erede del movimento operaio, e quello dell’ecologia politica, spinto dal potere crescente dell’imperativo climatico. Se il compromesso intellettuale tra questi due mondi rimane piuttosto fragile, visto che si può discutere l’allineamento tra lo sfruttamento dell’uomo e la natura, sta prendendo forma un patto strategico attorno alla riattivazione dell’interventismo economico, in una serie di riferimenti al dopoguerra. Il Green New Deal, nelle sue versioni americana ed europea, è oggetto di significative variazioni, terreno comune delle sinistre occidentali.

Ma la forza del Green New Deal è anche la sua debolezza. Questo piano di ricostruzione economica e sociale intende superare l’ostacolo che la questione occupazionale costituiva subordinando la transizione energetica a un’esigenza di ridistribuzione, controllo dei canali di investimento e perfino garanzia di occupazione. Così definito, questo progetto corre il rischio di perpetuare le disuguaglianze strutturali tra Nord e Sud, poiché i paesi cosiddetti “in via di sviluppo” saranno probabilmente privati ​​dei mezzi per finanziare tali piani, quando i loro partner del Nord potranno reinvestire il loro capitale tecnologico e scientifico in una ristrutturazione che aumenterà il loro “vantaggio” e la loro sicurezza. Questo è un paradosso, peraltro, sottolineato di recente da Tooze,

Almeno dagli anni ’90, l’ambientalismo occidentale è stato oggetto di aspre critiche, in particolare dall’India. Ramachandra Guha, ad esempio, ha svelato le radici razziste e coloniali dell’immaginazione Wilderness ., che ha permesso ai nordamericani di lavare via la loro cattiva coscienza urbana e industriale nei parchi naturali creati dallo sgombero delle comunità indigene. Questo tumulto coloniale, che accompagna le politiche ambientali dei ricchi, continua in un modo con il paradosso del Green New Deal. Per molto tempo c’è stata una falsità tra il discorso morale e universalista dell’ecologia, anche quando è associato alla questione sociale, e la realtà più oscura delle disuguaglianze materiali strutturali che si sforza di superare e compensare. Sappiamo quindi che la superiorità morale dell’ecologia dipende da poco e che è da costruire piuttosto che da postulare, perché molto spesso si tratta di idee pacifiche forgiate in un mondo violento.

Per molto tempo c’è stata una falsità tra il discorso morale e universalista dell’ecologia, anche quando è associato alla questione sociale, e la realtà più oscura delle disuguaglianze materiali strutturali che si sforza di superare. compensare.

PIERRE CHARBONNIER

E anche qui la decisione cinese capovolge il gioco. Infatti, il piano di uscita dai combustibili fossili annunciato da Xi Jinping non si basa su un argomento morale riguardante i depredamenti ambientali causati dal regime estrattivo e industriale, né una risposta alle manifestazioni della società civile o il desiderio di inquadrare o abolire il regime di sfruttamento del capitalismo. Cerca solo di modificare la base materiale, in una prospettiva che si potrebbe dire eco-modernista, non contraddittoria con il mantenimento delle ambizioni di potere. Risulta, a causa del peso dell’economia cinese su scala globale, che questo piano deciso verticalmente avrebbe conseguenze benefiche per il clima globale, e quindi per tutta l’umanità (questo è ciò che la differenzia da un piano simile che verrebbe deciso, ad esempio, in Francia), ma è una conseguenza laterale delle decisioni prese a Pechino con cui il presidente e i cinesi possono giocare. È solo per il suo peso materiale che la Cina tiene voce a ciò che si potrebbe dire universale – più universale della superiorità morale dell’ambientalismo euro-americano. In altre parole, mentre la Cina è desiderosa di presentarsi nelle arene internazionali nel campo dei paesi “in via di sviluppo”, e quindi legittimata a rivendicare un recupero economico rispetto al Nord, è davvero in una posizione di leader mondiale quale è quando assume posture attraverso questi annunci; in realtà è una conseguenza laterale delle decisioni prese a Pechino con le quali il presidente cinese sa giocare. È solo per il suo peso materiale che la Cina tiene voce a ciò che si potrebbe dire universale, più universale della superiorità morale dell’ambientalismo euroamericano.

La svolta realistica nell'ecologia politica Charbonnier manifesta le dottrine geopolitiche Xi Jinping Cina cambiamento climatico energia elettricità petrolio piano di ripresa europeo

In Europa siamo abituati a pensare, ed è così anche per me, che la questione ecologica stia subentrando a un movimento di emancipazione senza fiato. In altre parole, ritradurrebbe le richieste sociali di uguaglianza e libertà inserendole in un nuovo sistema di produzione e consumo che offrirebbe minori opportunità di sfruttamento economico e anomia individualista. Si tratta, insomma, di favorire l’emergere di una nuova tipologia sociale, rompendo con quella che ha accompagnato il periodo di rapida crescita, e affidandosi ad essa per riattivare un processo di democratizzazione e inclusione sociale ormai impantanato. Questo progetto può essere utilizzato per squalificare gli annunci cinesi, sostenendo che non sono all’altezza del lavoro, o che risolvono il problema con mezzi autoritari. Forse. Ma adottando questa strategia (e credo che sia la mentalità dominante in questi ambiti), rischiamo di non comprendere appieno in quali acque geopolitiche e ideologiche stiamo navigando, che lo vogliamo o no, e quindi non riescono a cogliere il significato storico del nostro progetto.

Sarebbe infatti riduttivo immaginare che il conflitto in cui siamo presi si opponga da un lato a un capitalismo sfruttatore, alienante ed estrattivo, e dall’altro a un’ecologia politica di riconciliazione tra umani e tra umani e non umani. . Questa sarebbe la conseguenza della fusione del lessico controculturale dell’ambientalismo e del lessico della critica sociale nell’universo rosso-verde: un’alternativa semplicistica tra ecologia e barbarie. Piuttosto, ora ci troviamo in una situazione in cui coesiste un capitalismo fossile che invecchia, impigliato nelle sue contraddizioni sociali e materiali, un capitalismo di stato nel processo di decarbonizzazione accelerata e, forse, un percorso più impegnativo e radicale, che sarebbe la reinvenzione del senso di progresso e del valore sociale della produzione. Se accettiamo di descrivere la situazione in questi termini, ovviamente ancora molto rudimentali, la sinistra rossoverde europea assume un altro significato. Perché non è più intrappolato in un confronto binario con il capitalismo (reputato immancabilmente fossile), un confronto all’interno del quale incarnerebbe il fronte del progresso, investito di una missione universale. Il modello cinese in fase di sviluppo costituisce un terzo termine, un terzo modello di sviluppo, entrambi compatibili con gli obiettivi climatici globali definiti nel 2015 a Parigi e quindi con l’interesse universale dell’umanità, ma un modello che è anche in tensione con l’ideale di democrazia verde difeso dal movimento socio-ecologico.

L’ecologia politica perde il proprio statuto di contro-modello unico; perde la capacità di imporsi nel dibattito come forma politica antiegemonica. Le conseguenze sono di due ordini. Perché non è più preso in un confronto binario con il capitalismo (reputato immancabilmente fossile), un confronto in cui incarnerebbe il fronte del progresso, investito di una missione universale. Il modello cinese in fase di sviluppo costituisce un terzo termine, un terzo modello di sviluppo, entrambi compatibili con gli obiettivi climatici globali definiti nel 2015 a Parigi e quindi con l’interesse universale dell’umanità, ma un modello che è anche in tensione con l’ideale di democrazia verde difeso dal movimento socio-ecologico, investito di una missione universale.

L’ecologia politica perde il suo status di contro-modello unico: perde la capacità di imporsi nei dibattiti come forma politica antiegemonica.

PIERRE CHARBONNIER

In altre parole, l’ecologia politica perde il suo status di contro-modello unico: perde la capacità di imporsi nei dibattiti come forma politica antiegemonica. E le conseguenze sono duplici. Innanzitutto, che tipo di alleanza stringerà con il modello cinese per salvaguardare almeno l’essenziale sul rigoroso livello climatico – a rischio di non avere più “mani pulite”? E simmetricamente, come farà sentire la sua specificità rispetto a questo nuovo paradigma?

Per la sinistra socio-ecologica europea la posta in gioco è sapere se gli annunci cinesi hanno in qualche modo “rubato la scena”, incarnando ormai la via centrale per uscire dalla situazione di stallo climatico, o se per gioco a tre bande più complesse e che impegna anche il rapporto di Trump con gli Stati Uniti, aprono una breccia in cui bisogna precipitarsi senza indugio. Questa rottura è semplicemente il definitivo indebolimento sulla scena economica e politica globale del capitalismo fossile, dello stile di vita americano, che risulta essere l’attore più fragile tra i tre sopra descritti, e quindi l’apertura di un dibattito più diretto tra Cina e noi. Per dirla più semplicemente: quali forme politiche sostenere contro la biforcazione ecologica? Perché se teniamo presente il carattere autoritario e verticale del percorso di decarbonizzazione cinese, dunque che il suo focus per il momento esclusivamente sulla dimensione climatica dei temi a scapito delle altre dimensioni dell’imperativo ecologico globale (biodiversità, salute, inquinamento dell’acqua e del suolo), resta aperto un ampio spazio politico. L’integrazione delle rivendicazioni democratiche nella biforcazione ecologica e la volontà di imporre una frenata d’emergenza sull’illimitatezza economica possono essere i due supporti di un’escalation che lungi dall’essere moralizzante, sarà pienamente politica.

L’ecologia europea deve fare la sua svolta realistica. Deve abbandonare l’abitudine dannosa di esprimersi in termini consensuali e pacificatori, per accettare di giocare su una scena politica complessa.

PIERRE CHARBONNIER

L’ecologia europea deve quindi fare la sua svolta realistica. Ciò non significa che debba entrare in un dibattito aggressivo e marziale con altri attori geopolitici, ma che debba abbandonare l’abitudine dannosa di esprimersi in termini consensuali e pacificatori, per accettare di giocare su un scena politica complessa.

Dopo tutto, questa dimensione è sempre esistita nella storia della questione sociale. Anche se queste sono cose che non sempre ci piace ricordare, la costruzione di sistemi di protezione è iniziata in Prussia – e in un certo senso Xi Jinping è una sorta di Bismarck dell’ecologia: non non era così ansioso di ascoltare e sostenere le richieste di giustizia ambientale per metterle a tacere. Dopo la guerra, i progressi del diritto sociale in Europa sono incomprensibili se non parte del gioco geopolitico che combina lo spettro del fascismo, la guerra da estinguere, la possibilità bolscevica e l’influenza americana. Come disse un rappresentante laburista britannico nel 1952, il servizio sanitario nazionale è un sottoprodotto del Blitz2. Insomma, l’emancipazione non si conquista sempre, e nemmeno principalmente, con espressioni di generosità morale: è anche questione di potere. La figura di Lenin sembra in questi anni essere oggetto di un ritorno nel pensiero critico, forse proprio perché l’ecologia non ha ancora trovato il suo Lenin.

In un certo senso Xi Jinping è un po ‘il Bismarck dell’ecologia: non desiderava tanto ascoltare le richieste di giustizia ambientale, perché le mettesse a tacere.

PIERRE CHARBONNIER

L’ecologia può quindi accettare abbastanza di parlare di strategia, conflitto, sicurezza, può presentarsi come una dinamica di costruzione di una forma politica che assume l’idea di potere, senza ricadere sulle sue esigenze democratiche e sociali e senza perdere di vista il suo ideale di limitazione della sfera economica – al di là dello stretto problema delle emissioni di gas serra. Al contrario: è probabile che queste richieste vengano realizzate solo se investite in riflessioni e pratiche specificamente politiche. Ma affinché ciò sia possibile, dobbiamo lasciarci alle spalle la tendenza a invocare valori più elevati, perché non abbiamo il monopolio sulla critica del paradigma dello sviluppo fossile, né abbiamo la massa economica critica che ci consente di affermarci come attori di portata universale. Si sta formando una nuova arena in cui non abbiamo altra scelta che entrare.

COMPITI PER IL PENSIERO, di Pierluigi Fagan

COMPITI PER IL PENSIERO. (Lungo, ma l’argomento è vasto e complicato). Da un paio di giorni, nei titoli dei giornali, gira l’annuncio che -causa COVID-, la Cina dovrebbe raggiungere il vertice della classifica mondiale dei Pil assoluti con cinque anni di anticipo, dal precedentemente previsto 2033 all’attualizzato 2028 (fonte: Centre for Economics and Business Research nel Rapporto rilasciato lo scorso 26.12).
La “Cina” è un vero e proprio caso cruciale della distorsione della nostra immagine di mondo. La Cina non gioca secondo le regole, la Cina performa meglio perché ha un governo autoritario, no performa meglio perché è “socialista”, la Cina non è una democrazia, forse addirittura ha lei diffuso il coronavirus apposta per mettere in difficoltà i suoi principali competitors. Tutti questi giudizi possono esser dati ed argomentati, ma non si capisce cosa c’entrino a commento del fatto in questione.
Il fatto in questione, che la Cina si avvia in tempi storici brevi a diventare la prima potenza economica del mondo (se tra otto o dodici anni mi pare l’ultimo dei problemi), è noto da anni solo che non è preso in consapevolezza obiettiva dalla nostra immagine di mondo. Due e molto semplici le ragioni: la prima è che sono 1,4 miliardi di persone, la seconda è che dagli anni ’80 hanno abbracciato i principi dell’economia moderna iniziando così una traiettoria che porta dal sottosviluppo all’ipersviluppo, come è accaduto a noi in tre secoli. Applichi la formula del successo moderno ad 1,4 mld di persone, ne viene fuori una ipergigante rossa, l’oggetto stellare di maggior massa dell’Universo (dopo le stelle a neutroni).
Tali ragioni obiettive e per altro abbastanza semplici da comprendere, portano due angosce a noi occidentali. La prima è che il mondo si va ad equalizzare per dimensioni, paesi più grandi –a parità (circa) di modo economico-, avranno volume economico più grande. Qui l’angoscia è soprattutto europea poiché l’Europa eredita una forma stato-nazionale che origina dal ‘500, quando per gli europei, il “mondo” era appunto il loro subcontinente. Quindi, il fenomeno storico stato-nazionale che comincia dalla Francia del ‘400, aveva a contesto i rapporti con l’Inghilterra e viceversa, la Spagna aveva a contesto di riferimento ciò che avveniva in Francia ed il Portogallo ciò che avveniva in Spagna. Così, il fenomeno stato-nazionale è andato avanti sino alla seconda metà del XIX secolo, quando sono arrivati gli ultimi Stato-nazione, l’Italia e la Germania. S’intenda, le forze che portarono allo Stato-nazione non riguardavano solo l’esterno ma come per tutti gli enti, la relazione tra le loro condizioni di possibilità interne (territorio e confini “naturali” che nel tempo hanno sedimentato lingue ed habitus più o meno comuni in una dato “popolo”, tipo lingua, tradizioni religiose, cultura materiale etc.) ed appunto l’esterno ovvero pari dinamiche per l’ente o gli enti vicini in competizione per risorse e territori. Infatti, la nascita dei primi Stato-nazione (F-I-S-P) fu -più o meno- sincronica in termini di tempo storico.
Così, nel 2035 rispetto anche al solo 2005, tra le prime dieci economie del mondo, irrompono i cinesi (1,4 miliardi), gli indiani (1,3 mld), l’Indonesia (0.270-0.300 mld), il Brasile (0.210-0.240 mld) e financo la Russia (0.150 mld) mentre Italia, Canada e Spagna escono dalla top ten ed USA, Giappone, Germania, UK e Francia scalano di qualche posizione. Ovviamente non è una legge meccanica (cioè “precisa” e quando le “leggi” non sono precise si chiamano “regole”), UK, Francia ed Italia non hanno popolazioni molto diverse per volume, ma performance economiche sì. Questo nuova regola del volume è inquietante per gli occidentali poiché -in prospettiva- dopo gli USA che hanno comunque la terza popolazione mondiale per volume, i campioni occidentali Germania-UK-Francia, sono solo al 19°-20°-21° posto per popolazione, ed in prospettiva perderanno posizioni per ragioni di curva demografica. In più è inquietante perché introduce un elemento di materialismo volgare che limita la nostra innata foga idealistica concettuale quasi che i concetti che riflettono il mondo, non debbano fare i conti con la sottostante consistenza di “numero-peso-misura”.
La seconda ragione obiettiva dice che i pesi delle potenze del mondo vanno a modificarsi in ragione del fatto che il modo economico moderno (che tu ti ostini a chiamare “capitalismo” infilandoti in una foreste di inestricabili aporie concettuali di cui “ma la Cina è capitalista o no?” è il più frequentato luogo comune del dibattito colto) ormai è applicato ovunque, una specialità che ha segnato la potenza occidentale degli ultimi tre-quattro secoli non è più una differenza. Per “modo economico moderno” intendiamo la formula: IDEE (scienza e tecnica) + ENERGIA e MATERIA + CAPITALI + ATTIVITA’ ECONOMIA (produzione e commercio) + MERCATO, con alcune varianti di interpretazione e peso, ma nella sostanza con partitura sostanzialmente simile. Poi c’è il rapporto tra economia e politica ma questo è un altro tema. Se quindi, non c’è più una vantaggio comparato di modo, allora il peso volumetrico del Paese-economia, farà la differenza.
Ma poi l’angoscia aumenta perché si va scoprendo anche un’altra legge naturale assai semplice e volgare ovvero che essere all’inizio o alla fine del ciclo di sviluppo, fa la differenza. All’inizio è tutto molto semplice, serve tutto, c’è domanda potenziale che traina senza problemi. Alla fine, non sai più cosa inventarti per trainare il fatto economico. Hai già fatto la rivoluzione energetica, meccanica, elettrica, chimica, dopo la guerra euro-mondiale dei trenta anni hai ricostruito quello che ti eri buttato giù da solo, hai inventato il consumismo, ma negli ultimi decenni hai inventato solo il digitale e cominciato ad applicare la tecno-scienza al biologico. Per carità, strade interessanti ma non del volume ed intensità economica della quadruplice rivoluzione a cavallo tra XIX-XX secolo o della ripresa post bellica. Pensi di tenere in piedi la tua complessa società del “benessere per il maggior numero” con le app? Auguri!
Ecco dunque che improvvisamente (“improvvisamente” perché la tua idm era impostata per leggere altre cose del mondo ed i segnali obiettivi, del tutto concreti e palesi, non sei stato in grado di leggerli per tempo) scopri che sei diventato un peso medio in un mondo di pesi massimi, che tali pesi massimi diventeranno demograficamente sempre più voluminosi e tu sempre meno, che non ti protegge più alcuna specialità competitiva, che sei alla fine del ciclo di sviluppo ed arranchi ad inventarti cose che ti ridiano la potenza della giovinezza mentre la megafauna demografica ha davanti a sé decenni di case, auto, strade, porti, aeroporti, televisioni, telefoni e computer da poter produrre per saziare la fame di benessere delle loro giovani e voluminose popolazioni.
In termini di geoeconomia poi, ti accorgi che 7+1 delle prime dieci posizioni del 2005 erano occidentali mentre nel 2035 saranno solo 4 ed il Giappone che prima potevi contare come del tutto “occidentale”, ora rischia di dover esser contato come asiatico. Su le prime 11 posizioni, 5 saranno asiatiche sempre che tu non voglia contare anche la Russia che stai ostracizzando e spingendo in tutti i modi lì dove non sembra ti convenga poi così tanto, così saranno 6, saranno un “sistema”, un sistema basato su un contesto che conterà il 60% della popolazione mondiale, che con un 20% di Africa farà l’80% del mondo. Quel mondo di cui solo un secolo fa eri un terzo. E che tu potrai continuare a contare USA-UK-Germania e Francia come appartenenti ad un unico sistema è anche molto dubbio. Poiché dalla geoeconomia alla geopolitica il passo è breve, ne dovresti dedurre la auto-evidenza del nuovo formato multipolare ed il problema del “con”-“dominio” sul mondo, ma l’argomento non ti piace e quindi fai finta di niente. Oppure sbraiti contro il Nuovo Ordine Mondiale perché hai letto o fai finta di aver letto qualche romanzo distopico che ti ha turbato.
Tutto questo dice già abbastanza cose da meritare una riflessione ponderata. Devi solo aggiungere altre tre cose. La prima è il tempo estremamente breve in cui questi potenti fenomeni si sono prodotti. Forse meno brevi di quanto tu ti sia accorto visto che non vedevi certe cose perché la polarizzazione dei tuoi occhiali non permetteva ai fotoni di quei fenomeni in atto di raggiungere la tua cornea e poi la tua corteccia prefrontale (La regione implicata nella interpretazione del mondo attorno, nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nell’espressione della personalità, nella presa delle decisioni e nella condotta sociale). Inoltre, chi domina il tuo mondo, s’è votato al “buying time” (guadagnar tempo) perché non trovava soluzioni secondo lui “idonee” a risolvere la brutta equazione e quindi ha evitato si tematizzasse il tema. La seconda cosa è che è molto dubbio che il modo economico moderno nato in Europa da quattro secoli fa quando sul pianeta si era 650 milioni in tutto, possa funzionare in un mondo di 8-9 e passa miliardi di persone. A cominciare dal punto di vista ambientale. La terza è riflettere sul perché tu ti ostini a parlare soprattutto di economia, ma anche di società, politica e geopolitica con categorie e giudizi forgiati almeno due secoli fa, il pensiero riflette il suo tempo, cambia il tempo dovresti cambiare anche le forme del pensiero, o no?
Non ti sembra quindi opportuno e prioritario cominciar dal fare una riflessione su come rifletti? Se perdi la facoltà di comprendere il mondo, come potrai darti un futuro?

NOTA SULLA “TENTAZIONE” NAZIONAL-POPULISTA …, di FF

NOTA SULLA “TENTAZIONE” NAZIONAL-POPULISTA ALLA LUCE DELLA QUESTIONE (NEO)FASCISTA E DELLA TRASFORMAZIONE IN SENSO ANTISOCIALISTA DELLA SINISTRA EUROPEO-OCCIDENTALE

Non è facile trattare in una semplice nota un argomento come quello che concerne il problema del fascismo e del neofascismo nell’attuale fase storica, contraddistinta da una crisi che non è solo economica ma concerne i fondamenti stessi della civiltà europeo-occidentale. Mi limito quindi ad alcune “sintetiche” (forse, secondo alcuni, anche troppo “sintetiche”) considerazioni di carattere generale. Ritengo comunque necessario, per evitare “spiacevoli equivoci”, precisare che si deve sempre distinguere tra le persone che si definiscono o vengono definite fasciste e neofasciste e, rispettivamente, il fascismo e il neofascismo (e lo stesso vale naturalmente per i nazional-populisti rispetto al nazional-populismo, per i “liberal” rispetto alla sinistra neoliberale, ecc.).

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Il fascismo nella sua fase iniziale (il “sansepolcrismo”, per capirsi) si presentò come una mescolanza, peraltro assai confusa, di elementi social-rivoluzionari e nazionalismo, in un contesto storico sociale completamente diverso da quello che c’era prima della Grande Guerra. Infatti, l’Italia, benché fosse tra i Paesi vincitori, era uscita dalla guerra con le “ossa rotte” sotto il profilo economico, ma al tempo stesso nutriva ambizioni di grande potenza (la “vittoria mutilata”, ecc.). Inoltre, la rivoluzione russa aveva cambiato l’intero quadro geopolitico e ideologico, diffondendo la paura del “pericolo rosso” tra le file della borghesia europea.

Tuttavia, nelle elezioni politiche del 1919 a Milano il fascismo cosiddetto “rivoluzionario” venne nettamente sconfitto e la stessa “impresa di Fiume”, contraddistinta anch’essa da aspetti social-rivoluzionari e sciovinisti, terminò con un sanguinoso fallimento nel dicembre 1920. Il fascismo comunque riuscì a sopravvivere e a rafforzarsi, grazie soprattutto al sostegno da parte del capitalismo agrario (e poi pure del capitale industriale), ossia diventando il “manganello” della borghesia contro i socialisti e i comunisti.

Nel 1921 entrò quindi a far parte dei Blocchi nazionali (una coalizione di destra) conquistando comunque solo 35 seggi (i Bocchi nazionali ne conquistarono in tutto 105, mentre i socialisti ne conquistarono 123 e i comunisti 15). Nondimeno, nel 1921-22 si moltiplicarono le violenze dello squadrismo fascista, appoggiato anche dagli apparati di coercizione dello Stato, contro i quali, come dimostrarono i fatti di Sarzana del luglio 1921, ben poco poteva fare lo squadrismo fascista. La stessa marcia di Roma, difatti, sarebbe miseramente fallita se l’esercito avesse avuto ordine di impedirla (anche se non è assolutamente certo che l’esercito avrebbe obbedito ciecamente a quest’odine; ma i carabinieri avrebbero certo obbedito, e per sconfiggere lo squadrismo fascista i carabinieri sarebbero stati più che sufficienti, se – s’intende – l’esercito non si fosse schierato con i fascisti).

Il fascismo quindi non conquistò il potere ma si alleò con il potere (a differenza del nazismo, anche se lo stesso nazismo, ispirandosi al fascismo, sfruttò le “debolezze” della repubblica di Weimar, inclusa la mancanza di un forte apparato di coercizione statale, a causa delle limitazioni imposte alla Germania dal trattato di Versailles; ma se durante il regime fascista le camicie nere giuravano fedeltà al re, durante il regime nazista le SS e la Wehrmacht non giuravano fedeltà al Kaiser ma solo ad Hitler).

Il regime fascista comunque non fu certo un regime social-rivoluzionario (lo stesso Stato corporativo fu nella sostanza un fallimento, tranne per il grande capitale), nonostante il “dirigismo” (una scelta giusta e, in un certo senso anche inevitabile) degli anni Trenta (una politica economica che avrebbe però dato i suoi migliori frutti nel dopoguerra). Difatti, nonostante la relativa modernizzazione attuata negli Trenta (sia pure in un quadro di “irreggimentazione” delle masse), il regime fascista non ebbe nemmeno il totale controllo degli apparati dello Stato – tranne una fascistizzazione superficiale, che in pratica era frutto del “matrimonio di convenienza” del fascismo con la monarchia e il grande capitale – come avrebbero dimostrato la disastrosa impreparazione bellica e la ancora più disastrosa e perfino criminale impreparazione (geo)politica e strategica che portarono il Paese sull’orlo della catastrofe già nella primavera del 1941(evitata solo per l’intervento in Africa Settentrionale dei tedeschi) e poi al totale sfacelo all’inizio del 1943.

“Scaricato” dalla monarchia e dal grande capitale (che però pensavano a salvare sé stessi più che a salvare il Paese mettendo fine ad una ignominiosa alleanza che aveva ridotto il nostro Paese a semplice strumento della politica di potenza nazista), il fascismo si dissolse di colpo nell’estate del 1943, e solo per l’incredibile viltà e/o irresponsabile negligenza dei vertici politici e militari – che non diressero, com’era loro preciso dovere, la battaglia di Roma contro i tedeschi, ma lasciarono senza ordini l’esercito, tradendo così l’intero Paese non certo la Germania nazista – si crearono le condizioni per una guerra civile, in cui “riemersero” pure alcuni aspetti del cosiddetto “fascismo movimento” ma in un contesto “segnato” irrimediabilmente dalla alleanza con i tedeschi  e dalle stragi nazi-fasciste, nonché dai fallimenti del “fascismo regime”, di modo che, al di là delle intenzioni di alcuni fascisti, la repubblica sociale tutto poteva essere fuorché una repubblica socialista.

Il vero patriottismo fu dunque quello della Resistenza (scelte diverse si possono comprendere tenendo conto solo del contesto storico, dacché non sono giustificabili sotto il profilo politico), che seppe scrivere delle pagine di storia di alto valore politico e morale, anche se non riuscì ad evitare che il nostro Paese venisse trattato come un Paese sconfitto (un “trattamento” che ha “pesato” non poco nella storia della I Repubblica e di cui ancora oggi l’Italia paga le conseguenze).

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In sostanza, il fascismo “morì” nell’estate del 1943, e la repubblica sociale fu solo, per così dire, una “appendice storica” di un movimento e di un regime politicamente e storicamente “defunti”.

Lo stesso neofascismo quindi è un fenomeno nettamente distinto dal fascismo e comprende aspetti così diversi – una caratteristica comunque dello stesso fascismo – che lo fanno apparire come un fenomeno storico e politico tutt’altro che “unitario”. Comprende “nostalgici” ma pure filonazisti, antisemiti e filo-sionisti, atlantisti e anti-atlantisti, e via dicendo. Peraltro, si dovrebbe pure distinguere tra “semplici nostalgici” e la cosiddetta “destra sociale” più attenta a “valorizzare” gli elementi social-rivoluzionari (ma sempre “in chiave” antisocialista) presenti nel “fascismo movimento” che non la politica del regime fascista. (Un discorso diverso vale per coloro che identificano nel nichilismo il nemico da combattere, e, quindi – basandosi soprattutto sulla storia comparata delle religioni, le opere di Jünger, ecc. – privilegiano un approccio di tipo esistenziale al Politico. Ma in questo caso non si tratta di neofascismo, bensì di una forma di “anarchismo di destra” – inteso come una  sorta di “via esistenziale” anti-nichilista, contrassegnata da una particolare concezione della “trascendenza” – sempre che non si “intrecci” – e non mancano numerosi esempi di tali “intrecci” – con posizioni neofasciste o addirittura esplicitamente filo-naziste).

Ma, oltre al fatto di “richiamarsi” a questo o quell’aspetto del regime fascista o nazista, ciò che accomuna le diverse forme di neofascismo è l’odio per il socialismo e il comunismo nonché l’esaltazione di qualità cosiddette “virili” (compresa la concezione secondo cui l’uso della forza è “positivo” in quanto tale), che si accompagna non raramente ad un disprezzo per la “ragione” (nel senso di “logon didonai”) che può giungere a negare l’identità sostanziale del genere umano.

Di conseguenza anche il volontarismo e l’irrazionalismo sono tratti costitutivi delle varie formazioni neofasciste, benché si debba tener presente che c’è pure un neofascismo più “moderato” (perlopiù atlantista e filosionista), che non è ostile alla democrazia liberale nella misura in cui sia radicalmente antisocialista e anticomunista. Insomma, l’anticomunismo (incluso, al di là di certi “equivoci lessicali”, l’antisocialismo) sembra essere il tratto distintivo delle varie forme di neofascismo e questo “minimo comune denominatore” ((si badi, necessario ma non sufficiente per definire il neofascismo) ha reso (e rende) possibile pure l’alleanza tra il neofascismo e il liberalismo più marcatamente anticomunista e antisocialista.

Ovviamente, si deve sempre tener conto dei diversi contesti storici. Si pensi ad esempio all’America Latina ovverosia al cosiddetto “fascismo di mercato”, agli “squadroni parafascisti”, ecc. In Europa e soprattutto in Italia, “patria del fascismo”, il neofascismo si è manifestato e non poteva che manifestarsi in forma diversa. In particolare in Italia, oltre ai “nostalgici” (presenti una volta soprattutto nel Movimento sociale italiano) c’è stato un neofascismo ben più “aggressivo”, che si ispirava più al nazismo che al fascismo, e che oltre a scontrarsi nelle piazze e nelle scuole con le varie formazioni comuniste negli anni di piombo, è stato “usato” in chiave anticomunista da centri di potere atlantisti per attuare la “strategia della tensione”, compiere atti terroristici, ecc. (una strumentalizzazione indubbiamente favorita dalle caratteristiche del neofascismo, ossia dal culto della forza e dall’odio per il comunismo oltre, che, almeno in certi casi, da una forma di nazionalismo estremista).

D’altra parte, pure il neofascismo ha “mutato pelle” per così dire, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, la fine della I Repubblica e la nascita del “berlusconismo”. Da un lato il neofascismo “moderato” si è riciclato in forma nazional-liberale mirando a rappresentare i “valori” della cosiddetta “maggioranza silenziosa” (media e piccola borghesia) secondo gli schemi concettuali “semplicistici” del berlusconismo. Dall’altro, terminato lo scontro con il comunismo a livello mondiale, i vari gruppetti neofascisti sono diventati sempre più “marginali” e politicamente “insignificanti”.

Del resto, il neofascismo, in tutte le sue forme, in Italia (ma pure in Europa) non può che essere “politicamente parassitario”, non avendo un progetto politico che possa essere condiviso dalla maggioranza degli italiani (e degli europei). Deve quindi necessariamente “appoggiarsi” a qualche formazione liberal-democratica o indossare le “vesti liberal-democratiche” per potere contare sul piano politico.

La crisi del sistema neoliberale, soprattutto a partire dal 2007-08, ha però nuovamente cambiato il quadro politico non solo in Europa ma pure in America, facendo crescere su entrambe le sponde dell’Atlantico una forma particolarmente “aggressiva” di populismo di destra, che, per semplicità, si può definire nazional-populismo. Si è cioè venuta a formare una situazione che offre anche ai gruppetti neofascisti l’opportunità di stabilire nuove alleanze con formazioni politiche nazional-populiste (in cui sono presenti ancora dei “semplici nostalgici”), giacché il nazional-populismo si configura come un estremismo di centro, contraddistinto da un radicale antistatalismo, da anti-intellettualismo e da antisocialismo, nonché, perlomeno in alcuni casi, da una certa xenofobia.

Peraltro, il nazional-populismo trae vantaggio pure dalla progressiva “involuzione” politico-culturale della sinistra, che in buona misura si è trasformata nella “guardia bianca” del grande capitale, rinunciando a rappresentare non solo gli interessi dei ceti sociali subalterni ma pure della piccola e di parte della media borghesia, ossia di ceti sociali penalizzati da una globalizzazione che favorisce soprattutto il grande capitale “transnazionale” o “cosmopolita”.

In questo senso l’accusa generica di fascismo nei confronti dei nazional-populisti può favorire paradossalmente solo i neofascisti e lo stesso nazional-populismo. L’ideologia “politicamente corretta” della sinistra neoliberale porta difatti a formulare dei paragoni e dei giudizi privi di ogni fondamento, che non solo non spiegano le ragioni della nascita e della diffusione del nazional-populismo, ossia del malcontento popolare a causa dei danni causati dall’attuale sistema neoliberista, ma al tempo stesso spingono la piccola borghesia e perfino buona parte dei ceti sociali subalterni ancor più verso le posizioni del nazional-populisti in quanto, in pratica, il nazional-populismo è rimasto l’unico soggetto politico a rappresentare gli interessi di questi ceti sociali.

Il fatto che il nazional-populismo proponga una “terapia” che è se non peggio altrettanto perniciosa del male che dovrebbe curare, dovrebbe invece far comprendere che solo non ignorando le ragioni del malcontento popolare e rappresentando gli interessi dei ceti sociali medio-bassi e subalterni secondo una prospettiva che riconosca il primato della funzione pubblica, e di conseguenza riconosca allo Stato il ruolo di mettere il mercato al servizio della collettività, è possibile sconfiggere il nazional-populismo e al tempo stesso relegare in un ruolo” marginale” e politicamente “insignificante” lo stesso neofascismo.

Cercare quindi di combattere il nazional-populismo senza “accorgersi” del pericolo che rappresenta la sinistra neoliberale equivale a farsi soffocare dal “boa neoliberale” per sfuggire alla “tigre” o, se si preferisce, al “gatto selvatico” nazional-populista. Del resto, se si dovesse usare il termine fascista allo stesso modo dei “liberal”, non sarebbe difficile definire pure questi ultimi “liberal-fascisti”, dato che controllano quasi tutti i gangli vitali dello Stato e della società civile (industria culturale, media, sistema educativo, ecc.), di modo da reprimere ogni forma di “dissenso”. Il neocapitalismo “a guida culturale gauchista” è una realtà che non lascia ormai spazio (politico-culturale) a nessun’altra “voce”. Certo vi è pur sempre la “rete”, ma com’è noto, “in rete” vi è tutto e il contrario di tutto, di modo che è sempre più difficile distinguere tra (la poca) informazione e (la molta) disinformazione.

Di fatto, la sinistra neoliberale (ma anche in questo caso si deve ricordare che non tutte le persone che si definiscono ancora di sinistra si identificano con le posizioni della sinistra neoliberale) non è l’erede della sinistra storica né, a maggior ragione, della Resistenza. Anch’essa ha “mutato pelle” con la fine della I Repubblica (e invero il mutamento era già cominciato alla fine degli anni Settanta) e ormai, dopo tre decenni (un periodo quindi più lungo dello stesso ventennio fascista), può non vedere che il “re è nudo” solo chi non vuole vederlo.

D’altronde, se l’irrazionalismo è tratto distintivo del nazional-populismo, la razionalità meramente strumentale che caratterizza la sinistra neoliberale è anch’essa “negazione” di quella idea di “polis” come spazio sociale e politico della ragione che la civiltà europea ha ereditato dalla cultura greca. Una razionalità al servizio del grande capitale, e che si configura quindi come strumento di dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura (c’è differenza tra dominio e controllo), è una razionalità “dimidiata” che alimenta essa stessa le peggiori forme di irrazionalismo e di alienazione (la sinistra europea, difatti, tranne alcune importanti eccezioni, cerca, tutt’al più, di porre la tecnologia sociale e lo stesso “agire comunicativo” al servizio dei cosiddetti “diritti individuali” – che concernono soprattutto determinati gruppi di pressione -, a scapito dei diritti sociali ed economici, nonché del benessere morale e materiale dell’intera collettività).

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Non è quindi questione di scelta tra nazional-populismo e sinistra neoliberale. Entrambi sono parte dello stesso sistema neoliberale, anche se la sinistra neoliberale occupa i “piani alti”, e l’alternativa non può certo essere quella di “invertire le posizioni” o addirittura di cercare riparo nei “bassifondi” del sistema neoliberale. Occorre piuttosto avere il coraggio civile e intellettuale di “staccare la spina”, ossia di compiere una sorta di “delinking, in un’ottica che sappia ridefinire la concezione socialista tenendo conto del quadro geopolitico mondiale.

La lotta per l’egemonia a livello mondiale, infatti, nella misura in cui si configura come uno scontro tra la potenza (ancora) egemone (ovvero gli Stati Uniti) e un centro di potenza anti-egemonico (la Cina) caratterizzato da una società “con” mercato anziché “di” mercato (e che ripropone quindi la questione della pianificazione, sia pure in un’ottica diversa da quella che contraddistinse il “socialismo reale”), acquista un significato politico che non si può ignorare, nemmeno alla luce della sconfitta del “socialismo reale” e della stessa fine della socialdemocrazia. In questo senso, “staccare la spina” non equivale a muoversi nel “vuoto”, ma piuttosto significa che si deve agire in una fase storica che proprio perché è estremamente “fluida” lascia ancora spazio per costruire una valida e realistica alternativa all’attuale società di mercato neoliberale.

https://fabiofalchicultura.blogspot.com/2020/11/nota-sulla-tentazione-nazional.html

MEGLIO DENG, di Teodoro Klitsche de la Grange

MEGLIO DENG

Diceva Deng Tsiao Ping, con un’espressione rimasta famosa, che l’importante non è il colore del gatto, ma che acchiappi i topi. Con ciò il grande statista, padre dell’attuale potenza (e “sistema) cinese, cui è riuscita la conversione di un immenso paese da una economia agraria (e povera) a una post-industriale, intendeva che, nella scelta e selezione delle classi dirigenti, la capacità di raggiungere gli obiettivi fissati e/o voluti (dall’agente) debba prevalere su quello della conformità ad imperativi – nella specie politico-ideologici – ma potrebbero essere anche a fondamento religioso, estetico o della corrispondenza ad una “causa” (e ai relativi “precetti”) – intesi come superiori e determinanti.

Quando, da tanto tempo, e se in particolare con la pandemia del Covid, si ammira (anche) la capacità della Cina di affrontare con efficacia le conseguenze del virus, le spiegazioni (prevalenti) hanno carattere ideologico: la possibilità di un regime autoritario che comanda senza o pochi limiti – naturali a quelli di sistemi più rispettosi dei diritti individuali. Salvo poi a mettere in guardia contro il consenso all’autoritarismo che ne può derivare. Giustificazione (e preoccupazione) declinata in diverse forme, non esclusa – anzi forse la più ricorrente – del comunismo che, per le proprie istituzioni-tipo (centralismo, gerarchia, assenza di opposizione politica) è ancora (in parte) vivo nel sistema cinese.

Non si può escludere del tutto l’incidenza di tale fattore: anzi occorre concordare che è una componente importante del successo. Tuttavia si pensi a cosa sarebbe successo in Cina se il grande paese fosse stato fermo al comunismo agrario di Mao-Dse-Dong: il Covid avrebbe fatto un’ecatombe o comunque causato una mortalità assai superiore, un po’ come capitato all’India – paese per dimensioni demografiche paragonabili – la cui percentuale di decessi (e contagiati) da Covid è assai peggiore di quella cinese: per cui anche lo sviluppo economico (e di condizioni di vita) dovuto all’abbandono del modello comunista e l’adozione di un “socialismo di mercato” ha avuto conseguenze positive nel contenimento della pandemia.

Senza insistere nell’elencare cause concorrenti (probabili o possibili), occorre considerare quanto può aver inciso la massima – pragmatica e laica di Deng sul modello di sviluppo.

E qua occorre rifarsi a Max Weber. Scriveva il grande sociologo che “come ogni azione anche l’agire sociale può essere determinato” in modo “razionale rispetto allo scopo” ossia da aspettative sul successo rispetto al fine voluto e considerato razionalmente; ovvero “in modo razionale rispetto al valore – dalla credenza consapevole nell’incondizionato valore in sé – etico, estetico, religioso, o altrimenti interpretabile – di un determinato comportamento in quanto tale, prescindendo dalle sue conseguenze”; e poi affettivamente (da affetti e da stati attuali del sentire); o tradizionalmente (da un’abitudine acquisita). Pur non potendosi escludere contaminazioni tra i diversi tipi (per cui spesso l’agire è determinato in base sia a valori quanto allo scopo, ovvero razionale rispetto ai valori, ma allo scopo (scelto) per i mezzi da impiegare1.

Tuttavia, sostiene Weber “Dal punto di vista della razionalità rispetto allo scopo, però, la razionalità rispetto al valore è sempre irrazionale – e lo è quanto più eleva a valore assoluto il valore in vista del quale è orientato l’agire; e ciò poiché essa tiene tanto minor conto delle conseguenze dell’agire, quanto più assume come incondizionato il suo valore” (il corsivo è mio); il quale di solito è “la pura intenzione, la bellezza, il bene assoluto, l’assoluta conformità al dovere”.

Proprio l’attenzione dell’agire razionale rispetto allo scopo ai (probabili) risultati e la valutazione decisiva (per confermarne la congruità) delle conseguenze rende, a un tempo, tale agire più “utile” e più verificabile. Se per giudicare una razionalità rispetto al valore è sufficiente confrontare valori e (intenzioni) dell’agire, nel primo caso sono le conseguenze, il risultato/i concreto/i a misurarne la validità – e quindi l’effettiva razionalità. Per cui una comunità che tenga nella maggiore considerazione – ed orienti le scelte dei dirigenti – in base alla massima di Deng ha una superiore capacità di affrontare la realtà e conseguentemente l’emergenza (cioè la fortuna machiavellica), predisponendo argini, terrapieni e canali per contenerne l’effetto distruttivo.

Dai risultati economici (e non solo) della Cina negli ultimi quarant’anni (dopo la “sterzata” di Deng) risulta che il “criterio del gatto”, evidentemente applicato, ha contribuito all’eccellenza cinese. Dato che a partire dagli anni ’90 è cominciata la stagnazione-recessione dell’Italia, occorre vedere quale dei tipi weberiani dell’agire sociale sia stato qui più praticato (e predicato). Scriveva Weber che “Per agire «sociale» si deve però intendere un agire che sia riferito – secondo il suo senso, intenzionato dall’agente o dagli agenti – all’atteggiamento di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questo”; per chiarire quale sia il criterio (prevalente) applicato può dare un notevole aiuto l’immagine e i messaggi comunicati dalla classe politica (più che dalla classe dirigente). I quali prevalentemente sono riconducibili alla “razionalità” rispetto al “valore”. È chiaro che i valori sono, in parte, col tempo cambiati. Un tempo prevalevano bontà, rivoluzione, socialismo, comunismo, resistenza, nazione, potere, cristianesimo, libertà, costituzione (e così via), dopo il crollo del comunismo, buona parte dei “vecchi” sono stati sostituiti dal mercato, dai diritti dell’uomo, dall’ambiente.

È interessante notare come, con qualche eccezione, pur cambiando i valori di riferimento (in particolare a sinistra, più colpita dal crollo del comunismo) l’attitudine (e perfino l’apparenza) a propagandarli sia cambiata – o sia mutata di poco. Tra le rarità (parzialmente) contrarie rispetto alla regola Berlusconi, il quale rivendica per se d’essere l’ “uomo del fare” (anche se, spesso, quel fare era il minimo sindacale).

Tutti (quasi) gli altri, ancor più quelli dell’area sinistra appaiono nel linguaggio, nella mimica e nell’immagine dei predicatori2.

Tali prediche, come scriveva Hobbes sono il mezzo di comunicazione dei sacerdoti i quali hanno il compito di persuadere ed insegnare (la parola di Cristo) ma cui Dio non ha mai dato il potere di costringere, concesso al potere temporale. Questo così ha la responsabilità: a predicare fa bene ma dimezza (almeno) la propria funzione: che è quella di proteggere, anche con la forza.

Diversamente dalla razionalità rispetto allo scopo, quella ai valori si misura sulla conformità della condotta ai valori (indipendentemente dalle conseguenze) e sull’intenzione dell’agente, ossia sulla “purezza di cuore”. È chiaro che con un criterio del genere, ogni profeta disarmato (scriveva Machiavelli), ogni predicatore di successo diventa un buon governante.

Certo si potrebbe notare che spesso su quelle buone intenzioni si sono costruite fortune (economiche), come recita un detto americano sul bene perseguito dai quaccheri. Ma questo è un altro – anche se assai spesso ricorrente – discorso.

Resta il fatto che conformare la propria condotta non al perseguimento degli interessi concreti della comunità, ma ai valori esternati è una buona strada per “trovare la ruina più tanto che la preservazione sua”, predicando una condotta sostanzialmente indifferente al concreto risultato – il bene comune – (concreto) degli individui e dell’insieme sociale. Per cui portarlo a modello diventa la via maestra per la decadenza della comunità: come applicare il detto di Deng inverso.

Il solo predicarlo (prevalentemente) è già un errore, perché induce il pensiero che per ben governare occorre essere buoni (predicatori): a comportarsi di conseguenza si agevola l’emergere di una classe dirigente composta di simil-preti, buoni ma poco utili, con parecchi ipocriti che vi si nascondono. Proprio la categoria che assicura quanto capitato all’Italia, che da trent’anni ristagna. Meglio meno buone intenzioni e prediche, ma più risultati.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 Ovvero, come scrive Weber: “individuo che agisce può – prescindendo da qualsiasi orientamento razionale rispetto al valore, in vista di «imperativi» e di «esigenze» – disporre gli scopi concorrenti e contrastanti, considerati” per cui “di conseguenza può orientare il suo agire in maniera che essi siano soddisfatti, se possibile, in tale successione principio dell’«unità marginale»” Wirtschaft und Gesellshaft trad. it. Economia e società, vol. I, Milano 1980, p. 23.

2 D’altra parte già un secolo orsono il Presidente Wilson, con la sua insistenza sui principi da applicare nella pace di Versailles appariva a un acuto economista come J. M. Keynes un “predicatore presbiteriano”; quando Keynes descrive Wilson è palese – riportandolo alla pagina di Weber sui “tipi ideali” dell’agire – che non aveva coordinato scopo e mezzi. Perché sostiene Keynes “non aveva nessun piano, nessun progetto, non idee costruttive di sorta per rivestire di carne viva i comandamenti che aveva tuonato dalla Casa Bianca. Avrebbe potuto fare un sermone su ognuno di essi o rivolgere all’Onnipotente una solenne preghiera per il loro adempimento; ma non era in grado di formulare la loro concreta applicazione allo stato effettivo dell’Europa”, v. ora trad. it. in J. M. Keynes Sono un liberale?, Milano 2010, p. 43.

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