Italia e il mondo

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:

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Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.

Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.

La parola manipolata – Philippe Breton

La parola manipolata – Philippe BretonSintesi e podcast del libro

In La parola manipolata (1997), Philippe Breton illustra le diverse tecniche di manipolazione attraverso le quali un individuo può essere indotto ad accettare un’affermazione contro la propria volontà. Sottolinea l’attualità di questa minaccia, anche nelle democrazie, e il modo in cui essa sfrutta le nuove opportunità offerte dalla società contemporanea.

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Biblioteca Democrazia

pubblicato il 11/09/2026 Di Élucid

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Punti chiave

Per diversi decenni dopo la fine della Guerra Fredda, la manipolazione sembrava aver cessato di essere un importante oggetto di studio, come se avesse perso la sua rilevanza con la vittoria delle democrazie contemporanee. Eppure, la manipolazione è altrettanto diffusa nelle democrazie quanto nei regimi totalitari; anzi, è proprio in questi ultimi che è stata sistematizzata per la prima volta, sotto forma di propaganda.

L’autore esplora le diverse tecniche di manipolazione sviluppate nel corso del tempo, ripercorrendone le origini e il funzionamento. Sottolinea inoltre l’importanza dell’avvento delle comunicazioni, in particolare di Internet, che, pur senza alterare radicalmente il modo in cui la manipolazione influenza le menti, ha offerto nuove prospettive su scala colossale.

Poiché mina il valore e la ricezione della parola, elemento cruciale per la coesione sociale degli esseri umani, la manipolazione è intrinsecamente dannosa, anche quando viene individuata e contrastata. Questa natura nociva è tanto più accentuata dal fatto che la società contemporanea è impreparata ad affrontare la propaganda e ne è particolarmente vulnerabile. L’autore incoraggia a contrastare l’erosione del valore della parola stabilendo nuove norme per ridurre la diffusione della manipolazione, promuovendo l’educazione alla retorica e proclamando l’esistenza di una “libertà di ricezione”, necessaria controparte della libertà di espressione, di cui la manipolazione abusa.

Biografia dell’autore

Philippe Breton (1951-) è uno psicoanalista, antropologo e politologo francese, nonché professore all’Università di Strasburgo. Ha scritto numerose opere di carattere sociologico, in particolare su temi legati alla comunicazione e alle reti. È attivo anche in ambito umanitario, avendo diretto la Croce Rossa francese dal 2017 al 2023, e lavora come osservatore e commentatore politico, soprattutto nella sua regione di residenza, l’Alsazia.

Avertissement :Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; ha lo scopo di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Schema dell’opera

I. Carattere permanente della manipolazione
II. L’importanza della parola
III. La tecnicizzazione del linguaggio
IV. La manipolazione delle emozioni
V. La manipolazione cognitiva
VI. Il ruolo di Internet e dei social network
VII. I due effetti della manipolazione
VIII. Una resistenza debole
IX. Le regole del discorso

Sintesi del libro

I. Carattere permanente della manipolazione

L’autore osserva che, un tempo, dopo la pubblicazione di opere come Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Tchakhotine e di altri libri simili, l’individuo tendeva a essere consapevole del potere delle tecniche di manipolazione e della loro natura insidiosa. Tuttavia, dalla fine degli anni ’80, lo studio della propaganda sembra essere stato trascurato, come se il concetto fosse improvvisamente diventato meno rilevante, se non per gli storici. L’autore mette in guardia contro questa politica dello struzzo, proprio mentre la metà degli anni 2010 vede il ritorno in forze delle tecniche di manipolazione politica, con l’irruzione del populismo sulla scena politica occidentale.

La fine della Guerra Fredda e il « trionfo » delle democrazie occidentali non significano che la manipolazione sia un fenomeno ormai superato. Essa non è appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Oltre alla pubblicità, che rivendica apertamente l’uso di tecniche di manipolazione, numerosi movimenti dipendono in parte dalla manipolazione per garantire la propria sopravvivenza e prosperità proprio all’interno delle democrazie contemporanee. L’esempio più lampante è senza dubbio quello del liberalismo economico, che ha a lungo coltivato l’idea che non esistano alternative e che pretende di rappresentare una sorta di « evidenza razionale », mentre anch’esso non è altro che l’ennesima causa che cerca di difendersi ricorrendo alle tecniche di manipolazione.

Il discorso liberale, in particolare, è un esempio di una tendenza particolarmente perniciosa, secondo cui, poiché le democrazie sono per loro natura « buone », in quanto portatrici di valori considerati « buoni », non potrebbero mai ricorrere alla manipolazione, che è « cattiva ». È necessario distinguere rigorosamente tra i valori promossi da una causa e il modo in cui vengono promossi: è perfettamente possibile promuovere valori « buoni » ricorrendo a tecniche manipolatorie. Forse ancora più pericolosa è l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’uomo contemporaneo sia «immunizzato» alla propaganda, poiché è lucido sulla questione, e che le tecniche di manipolazione impiegate siano «delicate». Oltre al fatto che ogni manipolazione è necessariamente una forma di violenza, questo modo di pensare – molto allettante, poiché di gran lunga preferibile all’ammettere che si possa essere manipolati – convince l’individuo di essere libero nel proprio pensiero, il che è proprio l’obiettivo della manipolazione, che mira a far passare inosservati i propri effetti.

Non è facile distinguere ciò che costituisce una manipolazione da ciò che rappresenta un tentativo legittimo e non violento di convincere. Alcuni indizi possono tuttavia aiutare a definirne il concetto. In primo luogo, come abbiamo appena visto, la manipolazione agisce in modo occulto: se il suo tentativo di limitare la libertà del pubblico di opporsi all’affermazione che gli viene proposta viene smascherato, essa perde ogni efficacia. In secondo luogo, il messaggio utilizzato è mendace, in quanto mira a ingannare il proprio pubblico sottoponendogli un’affermazione che si discosta dalla verità e dalla ragione. È inoltre opportuno distinguere tra la fede dell’oratore nella convinzione che intende diffondere e la veridicità dell’argomento che utilizza. Un razzista può credere sinceramente che il razzismo sia preferibile alla tolleranza razziale, ma in assenza di un consenso scientifico sulla disuguaglianza delle razze, è costretto a ricorrere ad argomenti intellettualmente disonesti per influenzare il proprio pubblico. In terzo luogo, la manipolazione presuppone l’esistenza di una forma di resistenza iniziale nei confronti dell’affermazione che si vuole far accettare; in caso contrario, non ci sarebbe bisogno di compiere alcuno sforzo per convincere. Il suo obiettivo è superare tale resistenza senza essere scoperta.

II. L’importanza della parola

Il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, legata alla sua natura gregaria. Ha origine dalle interazioni tra gli esseri umani, ed è proprio dal linguaggio stesso che è emerso il concetto di politica. La parola umana si articola in tre registri: l’espressione – che ha in comune con l’animale –, l’informazione – che ha in comune non solo con l’animale, ma anche con la macchina – e infine la convinzione, che le è propria e che interessa particolarmente l’autore in vista delle sue relazioni con la manipolazione.

Il sistema politico democratico trae la sua specificità dal ruolo che attribuisce alla parola: essa costituisce un’alternativa alla violenza fisica come modalità di risoluzione dei conflitti, violenza fisica che viene delegittimata rispetto ai sistemi precedenti. Tale ruolo rimane tuttavia fragile, da un lato perché la sua istituzionalizzazione può nascondere una disuguaglianza concreta nello spazio concesso alla parola a seconda dell’interlocutore considerato, e dall’altro perché la centralità della parola la rende vulnerabile alle tecniche di manipolazione.

L’esistenza della democrazia ha portato alla formidabile battaglia di idee che ha caratterizzato il XXe secolo : diverse ideologie hanno messo in campo un vero e proprio tesoro di convinzione e manipolazione per conquistare l’adesione delle masse. La caduta dell’URSS, contrariamente a quanto si potesse pensare, non segna la fine di questo fenomeno: il liberalismo ha visto emergere nuovi avversari contro i quali deve mobilitare la propria retorica. Si può naturalmente citare la rinascita di ogni sorta di fondamentalismo religioso e settario, i movimenti identitari o populisti in senso più ampio; ma anche il messianismo tecnologico, sostenuto dai miliardari del settore tecnologico, che annunciano l’avvento di un mondo migliore attraverso un’interconnessione universale e permanente.

Per difendersi, il liberalismo può contare sulla pubblicità, una vera e propria macchina di persuasione, sapientemente sviluppata nel corso dei decenni, la cui stessa esistenza implica necessariamente una società sprofondata nel consumo di massa e nell’economia liberista. È proprio la pubblicità, del resto, a innovare maggiormente nell’elaborazione di nuove tecniche di manipolazione, concepite per essere efficaci e riproducibili; dall’arte della retorica si passa a una tecnicizzazione del discorso, a procedimenti concepiti per convincere.

III. La tecnicizzazione del linguaggio

L’arte della retorica è nata in Grecia, nell’antichità, e non è apparsa lì per caso; la sua stessa esistenza è una conseguenza di un’innovazione storica: la comparsa delle prime assemblee di cittadini, delle prime giurie popolari. Questa novità rese indispensabile, per la prima volta, il fatto di convincere gli altri delle proprie opinioni – e non solo un singolo individuo detentore del potere, ma un’intera assemblea – se si sperava di vederle prevalere. Ben presto emerge una sistematizzazione delle tecniche a disposizione dell’oratore, che distingue il logos (il discorso razionale), l’ethos (il discorso relativo al carattere dell’oratore) e il pathos (il discorso volto a suscitare un’emozione nel pubblico). Molto rapidamente, tuttavia, si impone una gerarchia: il logos si afferma come la modalità « normale » di persuasione, da privilegiare, in quanto rispetta la libertà del pubblico, mentre le altre modalità, che cercano di aggirarla, sono percepite come inferiori.

Già in quell’epoca esisteva, parallelamente a queste tre modalità, una tecnica spesso utilizzata in ambito militare, ma non solo: la disinformazione. Si tratta della più antica delle tecniche di manipolazione: mira a diffondere notizie false presentarle come vere, in modo da indurre in errore il pubblico. Prospera ancora oggi, nell’era delle «fake news». L’utilità di tale tecnica in ambito militare è evidente; ma trova applicazione anche in contesti politici e commerciali.

Il passaggio dalla retorica e dalla pratica occasionale della disinformazione alla vera e propria propaganda, ovvero all’esistenza di veri e propri sistemi concepiti per conquistare le masse, avviene curiosamente nelle democrazie occidentali durante la Prima guerra mondiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il termine non era allora percepito in senso peggiorativo, e lo diventerà solo in un secondo momento, durante la Guerra Fredda: la propaganda, in questo senso iniziale, si prefiggeva l’obiettivo di sostenere il morale della nazione e di minare quello dell’avversario, e si concepiva quindi come un mezzo di lotta come un altro, rivendicandosi puramente tecnica e apolitica. Sono proprio questi primi metodi di propaganda, ripresi dai nazisti negli anni ’30 e poi diffusi in tutto il mondo, a costituire la base delle tecniche di manipolazione contemporanee.

IV. La manipolazione delle emozioni

Eredi del registro del pathos identificato dai Greci, le tecniche di manipolazione che influenzano le emozioni del pubblico costituiscono una delle categorie più ricche del repertorio del propagandista. L’appello diretto ai sentimenti ne è una forma semplice, di cui una variante molto diffusa è la seduzione demagogica. Quest’ultima fa leva su alcune qualità personali dell’oratore per affascinare il proprio pubblico, creando una simpatia di cui beneficia, di riflesso, il messaggio che l’oratore veicola. Questa variante è molto diffusa soprattutto tra i politici. Una tecnica simile, meno dipendente dalla personalità dell’oratore, consiste nel «avvolgere» il messaggio da trasmettere in un involucro esteticamente gradevole per il pubblico, conferendogli una forma seducente che ne facilita l’accettazione.

Al contrario, ricorrere alla paura costituisce un’altra tecnica semplice: suscitando la paura nel pubblico, lo si rende più incline ad accettare le soluzioni presentate come le uniche in grado di salvarlo. Si può anche pensare al ricorso all’autorità, che può essere legittimo quando lascia al pubblico la scelta di accettare o meno l’argomento d’autorità, ma che non lo è quando il prestigio personale o la posizione dell’oratore – o dell’autorità a cui fa riferimento – viene utilizzato per imporre un’idea senza dibattito. Tale metodo è molto efficace anche sui bambini, poiché essi non distinguono bene tra ciò che è autorevole e ciò che non lo è; la pubblicità sfrutta questo fenomeno per utilizzare i bambini al fine di convincere i loro genitori a consumare.

La pubblicità ricorre ampiamente a un’altra tattica, l’associazione emotiva, che non è di sua esclusiva competenza e che si rivela incredibilmente efficace: associando il messaggio che si vuole far accettare – molto spesso un prodotto, nel contesto pubblicitario – a un altro elemento, del tutto estraneo al messaggio, ma che si sa suscitare una reazione emotiva forte e/o positiva, si crea un collegamento artificiale tra i due nella mente del pubblico. L’esempio tipico è ovviamente quello dell’associazione tra un prodotto e una donna giovane e bella, spesso poco vestita. Il tatto produce sul pubblico un’influenza simile, il che lascia supporre che le immagini di carattere erotico o sessuale non costituiscano che un’estensione di questa influenza emotiva tattile.

Un’altra tecnica pubblicitaria è quella dello slogan, o più in generale della ripetizione incessante del messaggio, che si ricollega a discipline come l’ipnosi: alla fine, il contenuto del messaggio non ha più alcuna importanza, finisce per penetrare nella mente del pubblico, poiché questo vi è costantemente esposto. La programmazione neurolinguistica, o PNL, è una disciplina che parte da questa semplice constatazione per sviluppare altre tecniche di «sincronizzazione» tra il messaggio e il pubblico, con l’obiettivo di far accettare al pubblico qualsiasi cosa a sua insaputa. Le sette sono molto spesso il luogo in cui la sperimentazione di queste diverse tecniche, derivate dall’ipnosi o dalla manipolazione psicologica, raggiunge il suo apice.

V. La manipolazione cognitiva

Ciò che l’autore definisce «manipolazione cognitiva» si riferisce più specificamente al modo in cui si presenta il messaggio che si cerca di imporre al pubblico e a come se ne articolano le componenti. Una delle tecniche di manipolazione cognitiva che egli individua per introdurre il concetto è quella del “riformulazione manipolativa” del messaggio. In tal caso, il messaggio, sebbene di per sé falso, viene ricollocato all’interno di un quadro interpretativo che ha lo scopo di renderlo verosimile. Tale cornice può consistere in una distorsione della realtà, tramite modifica o omissione, nella sostituzione del contesto iniziale del messaggio con un altro, oppure nella presentazione al pubblico di una cornice descritta come priva di alternative, o comprendente solo alcune alternative controllate dal manipolatore. La pubblicità ricorre ampiamente a quest’ultimo caso, in particolare nella falsa dicotomia tra un marchio e un altro.

Esiste anche l’amalgama cognitivo, simile all’amalgama affettivo. Come quest’ultimo, mira a stabilire un’analogia, o addirittura una falsa relazione di identità o di causa-effetto tra il messaggio da trasmettere e un altro elemento, senza che vi sia necessariamente un legame affettivo, ma piuttosto in modo tale che l’instancabile ripetizione dell’associazione renda il messaggio indissociabile dalle qualità a cui viene accostato. Infine, una forma « speculare » dell’argomento d’autorità è quella che l’autore definisce « reductio ad Hitlerum », una tecnica ben nota che consiste nel screditare a priori un’opinione mettendo in evidenza un legame tra questa e un’ideologia, un sistema di valori ampiamente percepito come ripugnante, come il nazismo. Si tratta di un mezzo molto efficace per affossare un argomento, indipendentemente dalla sua pertinenza, senza nemmeno doverlo affrontare.

VI. Il ruolo di Internet e dei social network

Sebbene l’avvento di Internet e la sua democratizzazione abbiano certamente avuto un impatto significativo sulla portata e sul pubblico dei tentativi di manipolazione, sarebbe errato pensare che questa innovazione abbia modificato la natura stessa della manipolazione. Le tecniche utilizzate sono sempre le stesse, le fake news non sono affatto un fenomeno nuovo ; si diffondono semplicemente più velocemente, più lontano e più facilmente che mai, non solo a causa della struttura stessa di Internet, ma anche perché l’interconnessione garantita da Internet ha fortemente indebolito i meccanismi e le autorità che in precedenza permettevano di assicurare, almeno in una certa misura, la veridicità di un’affermazione. Questo indebolimento garantisce inoltre la sopravvivenza delle fake news nel lungo periodo, poiché confutarle in modo definitivo diventa molto difficile: i social network esistono in una sorta di «presente permanente», in cui vecchie forme di disinformazione possono riemergere in qualsiasi momento.

Altri meccanismi, in particolare l’onnipresenza del supporto visivo – che si tratti di immagini o video – contribuiscono alla potenza delle fake news, poiché il supporto visivo è un modo molto efficace per dare l’illusione della realtà, indipendentemente dal fatto che riproduca fedelmente la realtà o meno. Da qui deriva il carattere particolarmente devastante delle immagini o dei video manipolati o artificiali, che conferiscono un’enorme credibilità aggiuntiva all’affermazione che sostengono, soprattutto quando le piattaforme che li ospitano non si preoccupano di individuarli ed eliminarli. Infine, al di là dei contenuti ingannevoli pubblicati dagli utenti, si pone anche il problema della manipolazione da parte delle piattaforme stesse, in particolare per quanto riguarda la creazione di una dipendenza dal loro utilizzo.

VII. I due effetti della manipolazione

Il titolo di questo capitolo fa riferimento al fatto che, anche quando una manipolazione fallisce, non è priva di conseguenze. I «due effetti» a cui si riferisce sono rispettivamente l’effetto di una manipolazione quando raggiunge il suo obiettivo e l’effetto quando non riesce a raggiungerlo, perché è stata smascherata; il secondo è del resto potenzialmente più preoccupante del primo. Non che gli effetti di una manipolazione riuscita siano da sottovalutare. Ad esempio, la nocività del tabacco e dello zucchero per la salute umana è stata dimostrata molto presto, già prima degli anni ’50; tuttavia, enormi campagne pubblicitarie, basate soprattutto su tecniche di confusione, hanno sostenuto il consumo di queste sostanze, il cui abuso causa ancora oggi decine di migliaia di vittime ogni anno. Al di fuori del mondo pubblicitario, le conseguenze della manipolazione possono essere ancora più radicali: ad esempio, per citare un caso politico, la campagna di disinformazione contro il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, negli anni ’90, che lo assimilava a Hitler, ha portato al suo assassinio.

Ma quando il tentativo di manipolazione viene smascherato e non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, produce comunque effetti deleteri. Infatti, quando il pubblico si rende conto di essere vittima di un tentativo di manipolazione, si rifugia in un atteggiamento difensivo estremista: consapevole che qualsiasi discorso gli venga presentato è potenzialmente sospetto, ogni parola diventa un pericolo, e il pubblico si disconnette progressivamente, rendendosi volontariamente inaccessibile a qualsiasi discorso. Questo fenomeno è uno dei terreni fertili dell’individualismo estremo che si osserva nelle società contemporanee, causa della distruzione del legame sociale. Per ironia della sorte, questa perdita dei punti di riferimento comuni agli individui, legata alla percezione di scarsa affidabilità della parola, rende il pubblico ancora più vulnerabile ad altre tecniche di manipolazione, che fanno leva sulla crescente richiesta di legami più « fusionali » tra gli individui, che cercano di mettersi al riparo da ogni tradimento.

VIII. Una resistenza debole

Sebbene l’individuazione di un tentativo di manipolazione provochi una reazione da parte del pubblico che ne è vittima, resta comunque il fatto che, a livello sociale, la resistenza alla manipolazione è notevolmente debole. Una delle cause principali di questa vulnerabilità è la scomparsa dell’insegnamento della retorica, che è stata la norma per tutte le classi colte dall’antichità fino all’inizio del XXe secolo. Da quel momento in poi, l’individuo semplicemente non dispone più delle armi necessarie per sapere come convincere e per capire quando lasciarsi convincere – e quando invece non farlo. E anche quando ne dispone, generalmente ne fa uso inconsapevolmente, in modo sperimentale e non sistematico, il che difficilmente può proteggerlo con successo da un tentativo di manipolazione.

Un’altra causa va ricercata nel comportamentismo e negli studi scientifici che pretendono di controllare il comportamento umano, riducendolo a un insieme di riflessi innati e condizionati – e quindi condizionabili. Queste teorie hanno come obiettivo dichiarato quello di scoprire metodi volti a « modellare » le menti. Ampiamente utilizzate a fini manipolatori, conferiscono alla manipolazione una parvenza di legittimità scientifica, se non addirittura terapeutica, che costituisce un’ulteriore via d’accesso nella società per i discorsi manipolatori.

Infine, un’ultima causa è da ricondurre alla deresponsabilizzazione dell’uso della parola negli ambienti professionali. La gestione della parola è radicalmente separata tra gli specialisti della comunicazione, che si considerano semplici tecnici che mettono strumenti a disposizione dei propri superiori, e i decisori stessi, che utilizzano questi strumenti senza padroneggiarne i meccanismi. Il tecnico si protegge così da ogni responsabilità puntando il dito contro il decisore, e il decisore fa lo stesso puntando il dito contro il tecnico. Ne risulta un uso della manipolazione privo di qualsiasi complesso etico, in cui proprio coloro che la utilizzano la considerano perfettamente normale. Un fenomeno simile è da attribuire ai media, che pretendono di essere neutrali mentre molto spesso, a loro insaputa, contribuiscono ad amplificare discorsi a scopo manipolatorio che non hanno creato, ma che si limitano a ritrasmettere a scopo informativo.

IX. Le norme del linguaggio

Dopo aver analizzato i meccanismi e la natura insidiosa della manipolazione nelle nostre società contemporanee, l’autore si propone di delineare un’etica della parola, volta a promuovere la resistenza di fronte alla manipolazione, la cui nocività è stata ampiamente dimostrata nelle argomentazioni precedenti, sia a livello individuale che a livello della società nel suo complesso.

L’autore respinge inoltre le argomentazioni volte a dimostrare che esistano circostanze in cui la manipolazione possa essere giustificabile: rifiuta il presupposto naturalistico secondo cui gli uomini siano naturalmente in competizione tra loro e utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione; respingono inoltre l’idea che la manipolazione sia solo uno strumento, neutro per sua natura, la cui finalità dipende dall’utilizzatore, ritenendo che i processi di manipolazione siano concepiti per manipolare e, quindi, per esercitare una violenza sul pubblico; infine, scarta l’idea secondo cui la manipolazione sia un’arma « del debole contro il forte », sottolineando al contrario che essa viene utilizzata soprattutto per sostenere i discorsi dominanti.

L’autore sottolinea il valore di ciò che definisce « libertà di ricezione », che concepisce come controparte della libertà di espressione. Quest’ultima non è generalmente oggetto di dibattito nelle nostre democrazie contemporanee, ma l’autore ritiene che sia insufficiente senza una libertà equivalente, di cui dovrebbe disporre il pubblico: la libertà di non vedersi opporre discorsi che esercitino una violenza nei confronti della propria capacità di giudizio. Egli ritiene che tale diritto a non essere manipolati, un diritto al mantenimento della qualità del discorso in circolazione, dovrebbe avere un valore equivalente al diritto di esprimersi come si desidera, in quanto preserva sia la libertà individuale sia il corretto funzionamento della società.

Sebbene sia opportuno diffidare della censura, l’assenza di norme relative all’uso della parola, legata alla visione estrema della libertà di espressione veicolata dal liberalismo contemporaneo, non rappresenta necessariamente una situazione salutare per la società. Per questo motivo, l’autore prende in considerazione la promozione di norme che regolino l’uso della parola, puntando più alla loro adozione attraverso l’educazione progressiva della società, e quindi alla loro interiorizzazione, piuttosto che a un’imposizione dall’esterno; propone così di rivalutare l’apprendimento della retorica, assimilando i limiti che essa incontra in funzione del rispetto dell’integrità del pubblico.

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è  di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un  Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i  governanti tengano conto.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero _ a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero, Liberilibri 2026, pp.  12, € 15,00.

Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere  originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.

Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.

Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità – di comandare e dirigere le masse (gli psichici) – che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.

Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha  progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non  più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini che in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).

Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore  il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare  Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.

Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».

Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.

Teodoro Klitsche de la Grange

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I segni non sono miracoli, di Aurèlien

I segni non sono miracoli.

E le macchine non sono più sagge di noi.

Aurelien9 settembre
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Sono nato in un’epoca di miracoli e meraviglie, o almeno così sembrava.

Le automobili erano ancora piuttosto rare, soprattutto nei quartieri operai, ma i televisori si stavano lentamente diffondendo, con la loro affascinante, seppur sconcertante, capacità di proiettare immagini del mondo esterno su un piccolo schermo all’interno di un gigantesco mobile. I giornali pubblicavano articoli su aerei a reazione che trasportavano personaggi famosi in luoghi altrettanto famosi, sebbene il numero di questi velivoli che si potevano effettivamente vedere in volo fosse minuscolo rispetto agli standard odierni. E naturalmente i ragazzini di quell’epoca seguivano con il fiato sospeso i voli dei cosmonauti e degli astronauti, culminati nella celebrazione religiosa mondiale del volo dell’Apollo 11. Per i più appassionati di tecnologia, c’erano i radiotelescopi, l’energia nucleare, i nuovi antibiotici, il DNA e il Big Bang, tra le altre cose.

Le notizie scientifiche erano ovunque, anche sul nuovo mezzo di comunicazione televisivo, e il presupposto universale, seppur tacito, era che con lo sviluppo della tecnologia la vita quotidiana sarebbe diventata più facile e sicura per le persone comuni. Questo perché gran parte della ricerca scientifica era svolta dai governi e gran parte del resto da aziende a partecipazione statale. La figura dell’imprenditore tecnologico come un imbroglione interessato solo a fare soldi il più velocemente possibile era ancora lontana.

Ma a sovrastare tutte queste tecnologie, remota e inspiegabile, materia di sogni, fantasie e incubi, c’era la tecnologia di cui oggi voglio parlare per il suo significato culturale: il computer. Di tutte le entusiasmanti tecnologie del dopoguerra, i computer erano i più misteriosi, perché la maggior parte delle persone non aveva la minima idea di come funzionassero o di cosa facessero realmente. Per molto tempo, i computer sono stati una soluzione in cerca di un problema e, in un certo senso culturale, come vedremo, lo sono ancora. Dopotutto, gli aerei volavano; l’energia nucleare era un modo per produrre calore, gli antibiotici facevano guarire. Ma fin dall’inizio, i computer sono rimasti intrappolati in una nebbia concettuale, e ciò che veniva loro attribuito allora (come lo è ancora oggi) era sempre proiettato in un futuro lontano e sempre presentato in termini estremamente generici. Coloro che prevedevano grandi cose per loro spesso non erano molto esperti di tecnologia, e non era sempre chiaro come si sarebbero concretizzati i meravigliosi benefici promessi.

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Eppure, fin dall’inizio, era chiaro che l’immaginario collettivo desiderava e al tempo stesso temeva qualcosa di completamente diverso dalle enormi e ingombranti macchine per l’elaborazione dati che esistevano realmente negli anni ’60 e ’70. Molti tecnologi e giornalisti, peraltro molto autorevoli, credevano che, qualunque cosa fosse, il suo arrivo fosse solo questione di tempo. Immaginavano macchine dotate di coscienza, che possedevano quella che oggi definiremmo, in modo fuorviante, “intelligenza artificiale”. E queste macchine avrebbero compiuto grandi e meravigliose imprese, poiché sarebbero state più intelligenti di noi, ma anche – sebbene raramente si dicesse esplicitamente – più sagge di noi. E il desiderio di credere in macchine in grado di risolvere tutti i nostri problemi, e le fantastiche promesse che ne derivarono, non sono poi cambiate molto negli ultimi cinquanta o sessanta anni.

Non so se a quei tempi abbiate mai visto un computer. Quando ero uno studente di dottorato, il College ne aveva uno, che occupava diverse stanze, dove docenti e studenti potevano “noleggiare tempo di utilizzo del computer”, ad esempio se dovevano modificare un testo. Non l’ho mai usato, ma so che c’era un rito di iniziazione simile a quello dei Rosacroce. Nel frattempo, chi studiava materie tecniche si aggirava con pile di carta verde e bianca e ti mostrava come, dopo molte e attente manovre, le enormi e rumorose stampanti a matrice di punti dell’epoca potessero produrre qualcosa che assomigliava vagamente all’immagine di una figura umana. Eppure, a quanto pare, queste macchine, non domani, ma dopodomani o dopodomani ancora, avrebbero dovuto gestire le nostre società.

Parte della discrepanza era di natura verbale. “Computer” è una parola inglese, un sostantivo derivato da “compute”, che significa eseguire calcoli. Questo è ciò che facevano i primi modelli: gli inglesi usarono il primo vero computer operativo al mondo, il Colossus, per decifrare il codice Enigma tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la guerra, gli inglesi, pragmatici e orientati al business, utilizzarono la tecnologia in rapida evoluzione non solo per continuare a decifrare codici e per la ricerca scientifica, ma anche per la gestione delle scorte, la logistica e la contabilità. Ancora lontani dal conquistare il mondo, certo, ma si trattava di una tecnologia che si stava espandendo in un vuoto nell’immaginario collettivo che doveva essere colmato da qualcosa .

Stranamente, la relazione è più chiara in francese, dove il termine equivalente è ” Ordinateur “, coniato per la prima volta negli anni ’50. Il significato letterale è qualcosa come “organizzatore” o “colui che porta ordine”, e la parola ha affinità in inglese con “order” e, soprattutto, “ordain”, come nel caso di un vescovo. In francese, la parola conserva il raro significato di qualcuno che esercita la disciplina all’interno della Chiesa. (Ah, forse ora iniziamo a capire qualcosa). È successo, e con una tempistica assolutamente perfetta, che il concetto di supercomputer, piuttosto che la realtà, sia arrivato proprio nel momento in cui la fede religiosa stava entrando in un rapido declino e dove, in particolare, l’autorità della Chiesa e degli interpreti della Bibbia veniva messa in discussione. (Questa relazione era più evidente nella disciplinata Francia cattolica che nell’anarchica Inghilterra protestante.) Di fatto, gli enormi computer dell’epoca erano chiese, i manuali operativi erano la Bibbia e le opere sacre, e il gran numero di dipendenti, dai programmatori più brillanti agli umili operatori, rappresentava la gerarchia del clero: un’idea che si ritrovava nei cliché della cultura popolare dell’epoca. Inutile dire che i mortali non potevano rivolgersi a queste macchine con un linguaggio che assomigliasse a quello di tutti i giorni, né comprenderne l’output senza qualcuno che lo interpretasse per loro.

Così, oltre all’effetto di spinta tecnologica dovuto al progresso tecnologico, vi fu un effetto di attrazione culturale, ovvero la richiesta di qualcosa che colmasse un vuoto intellettuale, ma anche spirituale ed etico. Questo vuoto era in parte legato al declino della religione, ma in realtà va oltre, riflettendo, riprendendo la discussione della scorsa settimana sul paganesimo, il bisogno di accedere a qualcosa di più saggio e potente di noi, in un mondo disincantato. Fin dall’inizio, quindi, c’è stato inevitabilmente un divario gigantesco tra ciò che si desidera e ciò che i computer sono effettivamente in grado di fare: un divario sfruttato fin da subito dagli appassionati di tecnologia e, più recentemente, anche dai truffatori. E con l’aumento delle reali capacità dei computer, sono cresciute ancora più rapidamente le fantasie su ciò che avrebbero potuto realizzare.

Le due grandi influenze sul modo in cui i computer venivano percepiti dal grande pubblico, e in una certa misura lo sono ancora, sono state la fantascienza e le pubblicazioni di divulgazione scientifica. (La seconda era spesso ispirata dalla prima, piuttosto che il contrario). La fantascienza, come sostengo da tempo, è la mitologia dell’era tecnologica. In alcuni casi i parallelismi sono espliciti (in ” 2001 : Odissea nello spazio”, ad esempio, o in alcune opere di C.S. Lewis, Roger Zelazny o Gene Wolfe) o indiretti (i racconti apocalittici di J.G. Ballard e altri) o semplicemente pervasivi, come nel caso di elementi mitici quali poteri magici, fulmini e la capacità di volare. Nelle mani di maestri come Ballard, elementi allora moderni come i radiotelescopi che ricevevano misteriosi messaggi dalle stelle assumevano una vita mitica inquietante e indipendente, completamente slegata dalla monotona realtà quotidiana del lavoro scientifico.

Tra tutti i temi tradizionali della mitologia, e quindi della fantascienza, nessuno è più potente della ricerca della saggezza e della conoscenza del futuro, soprattutto del proprio destino. Questo può significare oracoli, divinazione (l’ I Ching è stato paragonato a un semplice computer binario), libri profetici o profeti ispirati, ma anche, e più pertinentemente, statue parlanti, jinn, angeli e demoni, revenant e animali parlanti. Gran parte di tutto ciò, naturalmente, è stato assimilato nella letteratura mondiale, da Omero alla leggenda di Faust, ma ha trovato spazio anche nella fantascienza moderna, che ha utilizzato l'”Intelligenza Artificiale” come espediente narrativo ben prima che nascessero gli aspiranti geni dell'”IA” di oggi. Quasi fin dagli inizi, gli scrittori di fantascienza (molti dei quali scienziati) hanno semplicemente dato per scontato che, man mano che i computer di ogni tipo diventavano più complessi, si sarebbero automaticamente evoluti verso la coscienza: l’idea di base non è cambiata da allora. E, logicamente, man mano che queste macchine diventavano più grandi e complesse, si pensava che sarebbero diventate rapidamente più intelligenti degli esseri umani. Ma useranno questa conoscenza per il bene o per il male? Saranno più saggi di noi?

La letteratura sui computer come esseri dotati di proprietà o effetti divini richiederebbe un saggio a parte, ma a volte produce riflessioni ironiche, quasi borgesiane, sulla nostra tendenza a scaricare questioni morali ed etiche su qualsiasi contenitore comodo. L’esempio più famoso è probabilmente il racconto di Frederick Brown del 1954, ” La risposta” , in cui gli scienziati collegano tutti i computer dell’Universo per porre la domanda “Esiste Dio?”. “Ora sì”, risponde bruscamente il sistema, fondendo i circuiti in modo da non poter essere mai spento. (Il racconto viene ovviamente parodiato nella ” Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams , dove gli scienziati costruiscono un computer chiamato Deep Thought che fornirà loro la risposta a “La vita, l’universo e tutto il resto”. La risposta si rivela essere “quarantadue”, il che è un peccato perché si erano dimenticati di specificare quale fosse la domanda).

Che siano prese sul serio o scherzose, tutte queste storie incorporano una domanda essenziale, presente nelle culture monoteistiche fin dalle origini: la conoscenza è sempre un bene? La storia del Giardino dell’Eden e del consumo del frutto proibito è stata interpretata in modi molto diversi, e suppongo che la nostra società moderna, liberale e basata sui diritti, si schiererebbe dalla parte di Adamo ed Eva, e di conseguenza si opporrebbe al divieto di mangiare il frutto dell’albero della vita e quindi di acquisire la conoscenza del Bene e del Male. Eppure, qui si è sempre presentato un problema concettuale, poiché il Bene e il Male sono in definitiva giudizi di valore, per quanto ben fondati possiamo ritenerli in un dato caso, e non qualcosa che si possa ridurre a semplice “conoscenza” empirica. In effetti, la storia può essere vista come un’allegoria dei tentativi umani di arrogarsi il diritto di formulare giudizi morali assoluti indipendentemente da un potere trascendente. (Cambiare l’argomentazione limitandosi ad affermare che esiste una differenza non semplifica di molto la questione.) L’esperienza suggerisce che, nella migliore delle ipotesi, i giudizi umani sul Bene e sul Male sono complessi, ma una volta che la fede in un creatore divino scompare, non c’è altra opzione. In altre parole, siamo tutti discendenti di Adamo ed Eva ed eredi della loro scelta di formulare giudizi puramente umani sul Bene e sul Male. Sfortunatamente, la storia suggerisce che non siamo molto bravi in ​​questo, e quindi cerchiamo dei sostituti di Dio che lo facciano per noi.

Oggi abbiamo qualche difficoltà ad accettare il concetto stesso di conoscenza proibita, e anzi lo consideriamo un affronto al nostro ego e un perverso incentivo a scoprire ciò che non dovremmo sapere. Di tanto in tanto, solitamente verso la metà di agosto di ogni anno, qualcuno si chiede ad alta voce se non sarebbe stato meglio se la fisica atomica non fosse mai stata sviluppata come campo di studio. Ed è comune lamentarsi degli effetti negativi delle scoperte tecnologiche, dalla plastica ai chip di silicio. Ma, con pochissime eccezioni (la ricerca sul guadagno di funzione dei virus, ad esempio), è insolito sostenere che la ricerca della conoscenza debba essere controllata o che certi tipi di ricerca debbano essere attivamente vietati. (Non mi riferisco, ovviamente, alla ricerca che potrebbe produrre conclusioni politicamente impopolari).

È quindi significativo che l’unico ambito in cui un gran numero di esperti e non esperti abbia suggerito di rallentare, o addirittura interrompere, la ricerca sia proprio quello noto con stancante prevedibilità come “Intelligenza Artificiale”. E anche qui, ancora una volta, ciò che spaventa le persone non sono tanto le effettive capacità dei sistemi informatici odierni, quanto piuttosto il modo in cui potrebbero potenzialmente evolversi in futuro, qualora le previsioni fatte negli ultimi settantacinque anni si avverassero. Di fatto, e per la prima volta da molto tempo, si comincia a temere che la ricerca della conoscenza infinita non comporti alcuni piccoli potenziali svantaggi. (Ricorderete forse che nel “Dottor Faustus” di Marlowe , le ultime parole del protagonista mentre viene trascinato all’inferno sono “Brucerò i miei libri!”). Se i governi e le aziende private debbano essere autorizzati a possedere una conoscenza infinita sui cittadini è di per sé un argomento di acceso dibattito.

Certo, alcuni di questi problemi esistono già da tempo. Molti derivano dall’erronea convinzione che l’“Intelligenza Artificiale” sia già una realtà, e dalla conseguente tendenza ad antropomorfizzare il comportamento dei programmi per computer, argomento su cui tornerò tra un attimo. Me ne accorsi per la prima volta circa quarant’anni fa, lavorando con la prima generazione di computer installati negli uffici governativi in ​​Gran Bretagna. Per darvi un’idea del contesto, basti dire che il sistema operativo era più difficile da usare di CP/M, e che il computer stesso, con il suo enorme disco rigido da 20 MB e la stampante che faceva un rumore simile a quello di un trapano pneumatico, doveva essere tenuto in una stanza separata. La macchina era un dio capriccioso, che ti puniva arbitrariamente per un minuscolo errore di sintassi e, occasionalmente, si rifiutava di comunicare per ore, semplicemente perché ne aveva voglia. Quando il sistema smetteva di funzionare, le persone si radunavano intorno al terminale da cui proveniva il problema, grattandosi il mento e dicendo cose come “hai provato…?” Non c’era stata alcuna formazione, perché a quei tempi non esistevano istruttori, e nient’altro che un opuscolo del produttore, che ometteva tutto ciò che si sarebbe potuto effettivamente voler sapere. (Suppongo che da qui derivi la vecchia battuta: se tutto il resto fallisce, leggi il manuale).

Ma in uno di quei giorni in cui la macchina sembrava finalmente collaborare, e io ero tranquillamente impegnato a lavorare su un foglio di calcolo, un dirigente di altissimo livello per cui lavoravamo entrò in ufficio e sbirciò oltre la mia spalla. “Ah-ha”, disse scherzosamente, “quindi la tua macchina mi dirà come gestire il bilancio?”. Ma non potevo biasimarlo. Tutta la cultura popolare fino a quel momento – 2001 : Odissea nello spazio , Star Trek, Doctor Who e molti altri – aveva incoraggiato questa visione, proprio perché c’era un enorme vuoto intellettuale da colmare; quindi l’idea di un computer in grado di gestire autonomamente i bilanci governativi era sufficientemente attraente da assumere, col tempo, una vita simbolica e mitica propria. Questo accadeva anche all’inizio del periodo in cui i computer venivano ampiamente diffusi sulle scrivanie individuali, spesso senza una chiara idea di come sarebbero stati utilizzati, anticipando con precisione l’ottimismo fatufo e la visione a breve termine degli odierni sostenitori dell'”intelligenza artificiale”. Era un’epoca in cui si potevano ancora usare frasi come “gli studi sui computer dimostrano che…”. con un’espressione impassibile.

Il Tesoro britannico, ovviamente (il cui motto non ufficiale era “un soldo risparmiato è un fine in sé”), colse immediatamente l’opportunità di risparmiare anche i più piccoli. Decine di migliaia di posti di lavoro qualificati potevano essere “salvati” (ovvero persi), si illudevano, e ora tutti potevano scrivere al computer. I risultati furono prevedibili: invece di impiegare cinque minuti per dettare una lettera, persone di alto livello ne impiegavano un’ora a digitarla faticosamente, cercando di formattarla, scoprendo che il testo traboccava sulla pagina successiva di una sola riga, dimenticandosi poi di salvarla o salvandola nel posto sbagliato e non riuscendo più a trovarla. Dato che avevo la reputazione di essere un po’ meno analfabeta informatico della media, la gente mi si avvicinava, con la faccia pallida, dicendo: “Credo di aver perso il documento di tre pagine su cui stavo lavorando. È sparito dallo schermo”. Non proprio un risultato impressionante per una tecnologia che avrebbe dovuto conquistare il mondo, e in effetti non sorprende che gli studi sulle prove di un aumento della produttività grazie alle tecnologie informatiche non siano generalmente riusciti a trovarne alcuna. Questo era un problema che si sarebbe dovuto risolvere da solo nel corso delle generazioni, ma di fatto non è successo, soprattutto perché i produttori di software e computer hanno continuato ad aggiungere funzionalità e caratteristiche una sull’altra per giustificare nuove versioni e nuovi prezzi. (Per motivi professionali, un paio d’anni fa sono stato costretto a scaricare l’ultima versione di Microsoft Office, che ero riuscito a evitare di usare per un po’ di tempo, e ho passato diversi minuti a guardare l’interfaccia di Word, sopraffatto da una sorta di orrore paralizzante). Tutto lascia pensare che la stessa cosa accada con l'”intelligenza artificiale”.

Ammetto di essermi già macchiato di antropomorfismo, cosa praticamente impossibile da evitare quando si ha a che fare con una tecnologia che attraversa processi visibili e produce in output parole e numeri. Ma se a quei tempi dovevi lottare con quei dannati computer, almeno capivi che non c’era davvero un omino lì dentro a fare tutto. Oggi, nonostante la maggior parte delle persone appartenga teoricamente alla “generazione informatica”, l’antropomorfismo inconscio è ancora più forte, a causa dei tentativi di rendere i computer più “amichevoli”, con un’interfaccia teoricamente comprensibile e persino con invadenti menu “Aiuto”, che sostituiscono il micidiale prompt “C:\>” su uno schermo vuoto di trent’anni fa. (Ai tempi, ogni tanto entravo nei negozi di computer e, per puro divertimento, digitavo “qual è il senso della vita?” al prompt. Non sorprende che il computer rispondesse “errore di sintassi”).

Sono assolutamente a favore delle interfacce intuitive e della facilità d’uso (sono un utente Mac entusiasta praticamente dagli albori di OS X), ma il problema è che, man mano che i computer sono diventati in grado di fare sempre più cose, le persone hanno iniziato a credere sempre di più di poter fare qualsiasi cosa, e meglio di noi. Da qui il panico attuale sull'”IA fuori controllo” e sull'”apocalisse dell’IA”, entrambi frutto di marketing e diretti eredi della letteratura sui pericoli dell’eccessiva ricerca della conoscenza, che risale a migliaia di anni fa. La differenza è che, mentre i jinn e le teste parlanti erano pura magia e basta, i moderni oracoli dell'”IA” dovrebbero funzionare secondo leggi scientifiche. Ma questo non impedisce alle persone di attribuire loro qualità umane inesistenti, o di trattare i loro risultati come intelligenti, tanto sono disperate alla ricerca della verità sulla Vita, l’Universo e Tutto quanto.

Ora, io non sono un informatico, ma Cal Newport lo è, e ha spiegato in sostanza cosa sta succedendo. I modelli linguistici di grandi dimensioni (perché di questo si tratta), inclusi i programmi che forniscono istruzioni ad altri programmi per agire, sono limitati a descrivere le proprie azioni e a fornire istruzioni basate su formule verbali su cui sono stati addestrati. Se il materiale di addestramento include molta fantascienza, comprese storie di computer che conquistano il mondo, allora i risultati non sono difficili da intuire. Se i dati di addestramento fossero limitati, ad esempio, alle opere di Platone e dei suoi seguaci, si otterrebbe un output di tipo diverso.

Nessuna di queste ipotesi risolve realmente la questione fondamentale : vogliamo davvero che qualcosa o qualche macchina possieda una conoscenza infinita? In effetti, probabilmente la questione non può essere risolta in modo soddisfacente, perché le nostre sensazioni al riguardo dipenderanno quasi interamente dal contesto in cui si pone. Se in una determinata area si verificasse un omicidio, e tutti i telefoni cellulari presenti venissero registrati, e i loro proprietari confrontati con le identificazioni dei passanti tramite software di riconoscimento facciale e con i dati dei servizi di intelligence criminale, e se questo producesse una breve lista di cinque persone, una delle quali risultasse essere l’assassino, beh, crimine risolto. Ottima idea. Ma supponiamo che tu ti trovassi in quella zona e che il tuo telefono fosse tra quelli rilevati, ma che tu venissi controllato automaticamente e scartato senza alcun intervento umano. Potresti affermare che i tuoi diritti siano stati violati da un codice informatico quando né tu né la persona che ha effettuato la ricerca eravate a conoscenza della tua presenza nella lista?

Non lo so, ma mi preoccupano le tentazioni faustiane a cui l’intelligenza artificiale (IA) darà origine, soprattutto quando persone influenti ma disinformate si convinceranno che l’IA possa fare un lavoro migliore e più accurato degli esseri umani. Questo non è generalmente vero, ovviamente, al di fuori di settori specialistici, a meno che non si definisca “migliore” come “più veloce e quindi più conveniente”. Ma l’IA conosce solo ciò che le è stato detto ed è per definizione in grado di produrre solo risultati probabilistici. Ecco perché il suo apparente utilizzo per la definizione degli obiettivi nei conflitti armati è così preoccupante: anche il processo decisionale umano non è perfetto, ma richiede un vero e proprio pensiero e un processo decisionale esplicito. Dopotutto, uno dei problemi dell’IA e dei suoi predecessori è sempre stata la precisione spuria e ingannevole dei suoi risultati, in alcuni casi fino alla cifra decimale. Ricorderete forse i tentativi di modellare al computer la guerra del Vietnam, che produssero risultati spazzatura estremamente dettagliati e convincenti, frutto ovviamente di input spazzatura.

Si può avere troppa informazione o troppa conoscenza? Ci sono domande che non andrebbero poste? L’era dell'”IA” ha improvvisamente reso queste domande tradizionali profondamente attuali e, naturalmente, non possediamo più il quadro intellettuale per affrontarle adeguatamente, motivo per cui il “dibattito” pubblico oscilla tra entusiasmo, compiacimento e panico senza una logica precisa. Faustus, ricorderete, voleva sapere tutto , e non è fantasioso supporre che i governi moderni, per quanto malconci e impopolari, si addentreranno sempre più nella raccolta di massa di dati e in ciò che considerano “IA”, nel tentativo di compensare il profondo senso di insicurezza che sicuramente provano. Storicamente, come un tossicodipendente che aumenta la dose, i governi hanno teso a credere di poter compensare la propria inettitudine acquisendo sempre più informazioni, fino a esserne sommersi. Avevano dimenticato, ovviamente, che l’informazione di per sé non significa nulla, che ciò che serve perché sia ​​utile è l’analisi e l’organizzazione. Ecco che entra in gioco l’intelligenza artificiale, che fa la promessa entusiasmante ma illusoria di estrarre rapidamente il segnale dal rumore, ma che in realtà non è in grado di farlo con sufficiente affidabilità, nemmeno in linea di principio. Ma in ambito governativo, uno strumento che affronta un problema, o almeno dà l’impressione che un problema venga affrontato, è una risorsa troppo preziosa per rinunciarvi con leggerezza.

Se l’informazione sia sinonimo di conoscenza o se necessariamente conduca ad essa, se più informazioni siano sempre meglio, se esistano davvero cose che non dovremmo sapere e che sarebbe pericoloso scoprire, sono tutte domande da affrontare in un altro momento. Qui, vorrei solo ricordare che, in termini pratici, sia nella vita quotidiana che in questioni più complesse, a volte ci rendiamo conto che, dopotutto, ci sono cose che vorremmo non aver mai imparato. “Dopo una tale conoscenza”, si chiedeva T.S. Eliot un secolo fa in Gerontion , “quale perdono?” (Lo scrittore di fantascienza americano James Blish ha scritto una tetralogia su questo tema, intitolata After Such Knowledge (1958-71), e C.S. Lewis ha riproposto la storia del Giardino dell’Eden in Perelandra (1943)). In questo contesto, è curioso che Eliot, in Gerontion , suggerisca che “I segni vengono scambiati per prodigi”. Quale epitaffio migliore si potrebbe dare all'”intelligenza artificiale”?

Ripeto, le fantasie che creiamo attorno all'”IA” non sono generate dalle virtù reali o ragionevolmente prevedibili della tecnologia in sé, ma da vuoti esistenziali nella nostra cultura che rimangono dolorosamente incolmati. Uno di questi, il desiderio di conoscenza o almeno di informazione, l’ho già trattato a sufficienza. Ma c’è anche l’idea correlata ma distinta di Saggezza. Le due, sebbene entrambe molto antiche, si riferiscono a cose sottilmente diverse. “Conoscenza” ha sempre avuto il significato più tecnico di “consapevolezza delle cose”, mentre “saggezza” ha sempre avuto un elemento normativo, di giusto giudizio in una data situazione o su un argomento specifico. Quindi parliamo di “un pezzo di conoscenza” come qualcosa di essenzialmente contingente e temporaneo, mentre “un pezzo di saggezza” è qualcosa da ricordare per il futuro. (Sarebbe bello se l’una portasse necessariamente all’altra, ma non è necessariamente così.) Parliamo della Saggezza di Salomone, non solo della Conoscenza di Salomone, sebbene egli possedesse chiaramente entrambe. Così, nella famosa storia biblica del Giudizio di Salomone, narrata nel Primo Libro dei Re, Salomone affida la custodia di un bambino conteso, rivendicato come proprio da due madri rivali, alla donna disposta a rinunciare al bambino piuttosto che vederlo diviso a metà, perché presumibilmente è lei ad amarlo. Questa storia, che trae origine dalla mitologia e dai racconti popolari di tutta la regione e compare in tutte le religioni monoteiste, narra essenzialmente di Salomone come abile conoscitore dell’animo umano e della sua saggia decisione. Dopotutto, non c’era modo di sapere con certezza quale delle due donne fosse la madre.

Questa è saggezza, ed è qualcosa di cui la nostra società ha disperatamente bisogno. Non si tratta solo di conoscenza, vera o falsa, non si tratta solo di “fatti”, giusti o sbagliati, o di “competenza”, qualunque cosa essa sia esattamente. È qualcosa di difficile da acquisire senza esperienza ed età, cosa che oggigiorno è difficile da ammettere, e dipende da relazioni gerarchiche e dalla volontà di imparare, elementi che non fanno parte della nostra cultura attuale. Ma questo non significa che respingiamo la saggezza: tutt’altro. Possiamo voltare le spalle ai genitori, agli anziani, alle scuole, alle istituzioni e simili, ma istintivamente cerchiamo comunque figure autorevoli che sappiano, o almeno sembrino sapere, come fare le cose e cosa fare. A volte questo ha un senso logico. Su YouTube, ad esempio (e tralasciando tutti i siti politici polemici e marginali), ci sono innumerevoli siti pragmaticamente utili gestiti da persone con molta esperienza pratica e un talento per la comunicazione, per quei momenti in cui le istruzioni fornite con i mobili da montare che abbiamo ordinato sono incomprensibili in qualsiasi lingua. Potreste dire che si tratta di nozioni banali, ma esistono anche siti che insegnano, ad esempio, ciò che vostro nonno ha insegnato a vostro padre sulla lavorazione del legno, sulla gestione del denaro o su come rapportarsi con l’autorità, ma che voi non avete mai imparato perché i vostri genitori si sono separati quando eravate piccoli e non andavate d’accordo con nessuno dei vostri patrigni.

Questo, ma in versione potenziata e in tutti i campi, è ciò che vogliamo dall'”IA”, e alcune persone sono così ingenue da credere di poterlo ottenere. In un mondo di gerarchie abbandonate e autorità decostruita, desideriamo qualcosa che funga da guida e interlocutore affidabile per aiutarci a risolvere i nostri problemi personali e professionali, senza la sensazione di sacrificare nulla del nostro Ego nel processo. La tecnologia dell'”IA” è tale che qualsiasi risposta a qualsiasi domanda su qualsiasi argomento ha lo stesso livello di verosimiglianza apparente, ma in realtà ha livelli di accuratezza e utilità del tutto imprevedibili e inconoscibili. Tra tutti i guru su Internet che ti dicono come vivere la tua vita (e ce ne sono alcuni validi, ammettiamolo) presto ci saranno molte figure generate dall'”IA” di utilità più o meno elevata, programmate con qualsiasi cosa, dalle opere complete del Buddha o di Tommaso d’Aquino fino, beh, al Mein Kampf. Non so se esistano già psicologi e psicoterapeuti “IA” interattivi online (anche se i bot esistono di certo), ma se non esistono ancora, esisteranno presto e sarà impossibile controllarne l’utilizzo.

Fin dagli albori dell’era informatica, gli esseri umani hanno fantasticato su macchine infinitamente più intelligenti di loro, e quindi più sagge e capaci di guidare e persino dirigere la vita umana. In termini di cultura popolare, l’esempio classico è la serie di romanzi “Culture” di Iain M. Banks, purtroppo scomparso alcuni anni fa. I romanzi narrano le vicende di una specie umanoide spaziale la cui esistenza dipende interamente da Menti benevole, incredibilmente complesse e potenti, che si assumono la responsabilità di praticamente tutto ciò che ha una certa importanza, lasciando ai cittadini della Cultura ben poco da fare se non godersi la vita. (In effetti, trovare qualcosa di interessante da far fare agli umani nei libri rappresentava una sfida continua per Banks nello sviluppo delle sue trame: da qui la creazione di una serie di specie aliene sgradevoli e pericolose con cui fare i conti).

Per quanto mi siano piaciuti i libri della serie “Culture”, l’aspetto che emerge con maggiore chiarezza (come ho già fatto notare qualche anno fa) è che i personaggi sono fondamentalmente tutti bambini, i cui desideri vengono appagati all’istante. Non c’è quindi da stupirsi che la noia sia uno dei principali problemi della Cultura, e che i suoi cittadini più riflessivi si dedichino alle Buone Opere su altri pianeti, cercando di guidarli verso la civiltà. Ma Banks iniziò a scrivere i libri della Cultura ai tempi di MS-DOS (ora sciacquatevi la bocca), quando l’idea di un’intelligenza artificiale in grado di fare tutto per noi era essenzialmente pura fantasia. Ora, se crediamo agli entusiasti, è proprio dietro l’angolo. Ci troveremo in un mondo in cui tutto ciò che è difficile verrà fatto per noi da altri. Torneremo allo stadio di bambini preadolescenti, per i quali i genitori sono esseri onnipotenti che fanno tutto per loro e risolvono tutti i loro problemi. Si dice spesso che l’intelligenza artificiale ci “permetterà di fare” questo o quello. Nella migliore delle ipotesi, è una semplificazione eccessiva. In generale, permetterà alle macchine di svolgere determinate attività al posto nostro , anziché costringerci a imparare a farle da soli.

In questo senso, non sorprende affatto che i primi usi dell'”IA” siano stati per imbrogliare e ingannare. Chi non avrebbe voluto che qualcuno facesse i compiti al posto nostro? Chi non avrebbe voluto che qualcuno scrivesse per noi una candidatura di lavoro impeccabile? Ad alcuni, almeno, non sarebbe piaciuto conseguire un dottorato senza dover lavorare? Ad altri non sarebbe piaciuto un romanzo o una composizione musicale da poter spacciare per propri, guadagnandoci sopra? Tutto questo senza fare alcun lavoro effettivo, secondo i migliori principi neoliberisti. Il risultato più ovvio dell’uso diffuso dell'”IA”, anche nel suo attuale stato deplorevole, sarà quindi un massiccio dequalificamento della popolazione, a favore di tecnologie e processi che “fanno il lavoro” per noi, ma che non sono comunque abbastanza precisi e aggiornati da rendere realmente utili le produzioni di quel mondo dequalificato. Avrò avuto dieci anni quando un insegnante delle elementari disse che insegnare matematica aveva sempre meno senso, perché presto avremmo usato tutti le calcolatrici tascabili. Beh, in parte era vero, ma si è scoperto che, con l’uso su larga scala di tali dispositivi, le competenze matematiche a livelli avanzati sono diminuite drasticamente negli ultimi decenni. Questo è probabilmente un presagio per il futuro.

Le menti nei romanzi di Banks sono funzionalmente indistinguibili dal tipo di divinità di cui ho scritto la settimana scorsa, e naturalmente il rischio maggiore, ma in gran parte non discusso, è che alla fine trasformeremo l’intelligenza artificiale in un Dio Creatore sostitutivo, del tipo che abbiamo formalmente bandito nel mondo occidentale. Come ha fatto notare Alasdair McIntyre, guarda caso proprio all’inizio dell’era della fantasia dell’IA, gli esseri umani si sono dimostrati incapaci di elaborare schemi etici generali che possano sostituire Dio. Non è poi così strano, se ci pensiamo: possiamo immaginare che il gruppo sia collettivamente più sapiente del singolo, ma è molto più difficile immaginare che il gruppo sia in qualche modo eticamente superiore. Eppure, come ha descritto con eloquenza David Bentley Hart , una spiegazione puramente materialistica della Vita, dell’Universo e di Tutto si disintegra necessariamente non appena viene tentata. Suppongo che si potrebbe altrettanto bene aspettarsi che un gruppo di pulci sul panciotto di Mozart discuta in modo intelligente della struttura tonale del Flauto Magico .

L’idea che esistano aspetti dell’universo, e persino del suo perché, che gli esseri umani non potranno mai conoscere, si scontra con l’etica egoistica del liberalismo. L’idea che da qualche parte, qualche Essere, possa conoscere cose che noi non potremo mai conoscere è psicologicamente inaccettabile, e questo probabilmente spiega il declino delle religioni organizzate più di qualsiasi altro fattore. Ed è difficile immaginare come gli esseri umani possano costruire un sistema di pensiero, per non parlare di una semplice macchina, in grado di comprendere veramente cose di cui loro stessi sono incapaci. Ed ecco che entra in gioco, per l’ultima volta, la magia dell'”IA”, che può fornire l’illusione di questa comprensione e, inoltre, ci consolerà dandoci tutte le risposte che desideriamo, senza alcuno sforzo intellettuale o morale da parte nostra. Senza dubbio esistono già culti religiosi basati sull'”IA”; possiamo presumere che ce ne saranno molti altri, e tutto ciò che dovremo fare sarà adorare e obbedire.

Forse i figli dei nostri figli non cresceranno mai.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

Contro ogni totalitarismo, di Michael Walker

Contro ogni totalitarismo

di Michael Walker

29 agosto
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Il fuggitivo di A. Paul Weber

Michael Walker sostiene che il liberalismo, lungi dall’essere l’antitesi del totalitarismo, è esso stesso un sistema totalitario: eleva il “diritto di scelta” dell’individuo al di sopra del diritto collettivo dei popoli di determinare il proprio destino, imponendo un’unica visione del mondo in nome della “libertà”.

Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta su The Scorpion , numero 10, autunno 1986.

Spesso sentiamo condannare il totalitarismo. Persino coloro che appartengono all'”estrema sinistra” o all'”estrema destra”, i cui programmi sono totalitari nel senso comunemente accettato del termine, fanno di tutto per negare l’accusa. Essere “totalitari” in politica significa essere antidemocratici, assetati di potere, disumani, essere il male incarnato; ma rischiamo di cadere in un sillogismo futile quando parliamo di totalitarismo. Questo sillogismo è il seguente: “tutti i sistemi e le ideologie totalitarie sono malvagi; tutto ciò che è malvagio in politica deriva dal totalitarismo; quindi totalitarismo è il termine usato per indicare tutte le manifestazioni del male in politica”. Un simile ragionamento non aiuta nessuno a comprendere il totalitarismo. Il termine perde di significato, diventando un utile strumento di insulto contro coloro che cercano di organizzare un’opposizione “rivoluzionaria” a un determinato sistema filosofico, scientifico, economico o politico.

Per quanto riguarda il totalitarismo, è importante identificare il fenomeno in modo oggettivo, secondo criteri precisi, se vogliamo essere in grado di riconoscerlo. Si tratta di una “forma di governo” (OED) che non ammette opposizione, che cerca di occupare la totalità della vita di tutti, dalla culla alla tomba. Per raggiungere questa totalità , cerca di ridurre ogni aspetto della vita e ogni variazione in essa a un unico fenomeno, un’unica verità assoluta, immutabile e indiscutibile. È naturalmente più facile identificare i sistemi totalitari a partire dal pensiero totalitario. Un pensatore propone e, così facendo, si pone in opposizione ad altri pensieri. Per il lettore o l’ascoltatore esterno, è facile vedere due argomentazioni o proposizioni come semplici alternative che possono essere valutate in un modo che, per definizione, esclude una prospettiva totalitaria. I sistemi, ovvero l’attuazione di proposte, sono più facilmente identificabili come entità che mirano a diventare totalmente potenti e che non ammettono opposizione. Il potere di un sistema permette la realizzazione del totalitarismo. Laddove il potere è palesemente oppressivo in senso fisico diretto, rafforzato da polizia segreta, squadre della morte, esecuzioni senza processo, torture, campi di concentramento, controllo politico della magistratura e persino della professione medica, allora la natura “totalitaria” del regime diventa evidente. L’intimidazione fisica da parte dello Stato, un senso di insicurezza fisica, induce la grande maggioranza ad accettare la “verità” imposta dal governo. La logica alla base di tutto ciò è la soppressione del dissenso.

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I propagandisti di sistemi che corrispondono a questo tipo di ideologia totalitaria sono ansiosi di mascherare il loro “lato oscuro”, pur essendo sempre pronti a smascherare il lato oscuro dei loro avversari ideologici. Sia l’Unione Sovietica che la Germania nazionalsocialista furono fortemente influenzate dalle loro origini, nate da un risentimento nazionale per la sconfitta (“tradimento militare”). Una componente militare sostanziale sia nella rivoluzione nazionalsocialista che in quella bolscevica, unita alla natura religiosa dei due movimenti, garantì che fossero spietati e brutali una volta conquistato il potere assoluto. Per la stessa ragione, tuttavia, furono terreno fertile sia per le qualità umane che per i difetti. Per citare Michael Power, il regime nazionalsocialista fu responsabile di molti successi straordinari, ma anche di molte cose imperdonabili. È la prova della mancanza di spirito di indagine nel consenso liberale dell’epoca il fatto che vengano riconosciuti solo gli aspetti negativi del nazionalsocialismo. Come il marxismo e il nazionalsocialismo, ma con meno onestà di entrambi, anche il liberalismo ha i suoi miti e i suoi dogmi irrazionali. Anche questo approccio cerca di ridurre la storia del mondo a un unico punto: in questo caso, la lotta dell’individuo per esprimersi nel modo più libero possibile.

Questo era il Sud America di Elk Eber. Tutti i totalitarismi sono intolleranti verso i dogmi diversi dal proprio e sono spietati nell’esporre le loro iniquità e mancanze. Il liberalismo totalitario non fa eccezione. Ignora l’eroismo e la nobiltà d’animo evocati da credenze non liberali, in particolare quando sono “reazionarie” o “razziste”; ma tutte le ideologie creano eroi così come cattivi: una verità umana che nessuna prospettiva totalitaria ammetterà mai.

Caratteristica di tutti i sistemi totalitari o di tendenza totalitaria è il contrasto tra gli eroi della lotta che precede il potere e la meschinità e la distruttività che ne caratterizzano il dopo. Poiché le ideologie totalitarie contengono un impulso religioso, ispirano eroismo, integrità e sacrificio, così come crudeltà e ipocrisia; ma liberalismo, marxismo e nazionalsocialismo sono sempre stati restii ad ammettere coraggio o virtù nei sostenitori di ideologie opposte, preferendo etichettarli come agenti di un nemico e non come esseri umani. I liberali che condannano ciò che deridono con ipocrisia come “estremismo di destra e di sinistra” non sono diversi sotto questo aspetto. I sostenitori di ciascuna ideologia sono inoltre inclini a considerare tutti i sistemi opposti come essenzialmente affini. La teoria marxista, ad esempio, interpreta tutte le manifestazioni del fascismo come “capitalismo con le spalle al muro”. Secondo i liberali, l’estrema destra e l’estrema sinistra sono essenzialmente la stessa cosa, mentre i nazionalsocialisti e i fascisti affermano che il liberalismo è la madre del comunismo. Vista attraverso la lente ideologica necessaria, ciascuna di queste affermazioni è essenzialmente vera, poiché la mente totalitaria conosce un solo mondo, quello della mia verità e quello della loro ignoranza, di questo bene e di quel male.

Secondo i dogmi del mondo occidentale, il totalitarismo è caratterizzato dal disprezzo per i diritti umani individuali (il diritto alla sicurezza e alla felicità), ma un disprezzo così massiccio per tali diritti è una caratteristica solo di certi tipi di sistemi totalitari e non ciò che li definisce come tali. Il sistema totalitario è quello che riconosce un solo dio, un’unica verità, un unico stile di vita, un’unica manifestazione del bene e del male. Una religione non totalitaria riconosce molteplici divinità e una politica non totalitaria riconosce il diritto degli altri popoli di essere diversi, di altri sistemi di esistere e di essere validi a modo loro.

L’interpretazione liberale del totalitarismo deve quindi essere trattata con cautela. È vero che le ideologie che il liberalismo accusa di essere “estremiste” e “totalitarie” sono notoriamente intolleranti verso i dissidenti e notoriamente pronte a impiegare terrore e brutalità, inganno e coercizione di ogni genere per raggiungere il loro “sacro” fine. Questo non è in discussione. Ciò che dovrebbe essere messo in discussione è se il liberalismo stesso sia intrinsecamente non totalitario solo perché non impiega (di norma) i metodi delle ideologie e dei sistemi che identifica come totalitari. In sostanza, il totalitarismo non ha nulla a che vedere con il metodo: è un sistema che cerca di abbracciare la totalità dell’esistenza. In termini politici, il credo totalitario cerca di ridurre tutti i fenomeni politici a manifestazioni della veridicità del credo stesso. Per dirla in termini religiosi, l’ideologia politica interpreta tutti gli eventi politici come rivelazioni politiche. L’ideologia è religione secolare e usiamo il termine “totalitario” per descrivere le religioni e le religioni secolari che plasmano l’intera storia secondo il loro modo di pensare, bramano ogni cosa su questa terra e vogliono “sondare tutte le sue sabbie mobili”.

Il marxismo è una religione. Il nazionalsocialismo è una religione. Nell’Europa del ventesimo secolo, dove il cristianesimo è declinato con una rapidità che pochi pensatori (con la notevole eccezione di Nietzsche) avevano previsto, queste due dottrine del destino e della rivelazione erano fatte su misura per popoli che bramavano un nuovo impulso religioso. Gli echi cristiani in entrambe le dottrine sono sorprendenti. Entrambe credono nel destino di un popolo eletto (la “razza bianca”, il “proletariato”) di stabilire il paradiso in terra. Dio non è in cielo, né il paradiso è nei cieli. Dio e la terra possono essere plasmati attraverso il trionfo delle forze del bene (la “razza bianca”, il “proletariato”) contro le forze del male (“gli ebrei”, le “classi dominanti”). Per estirpare il nostro “peccato originale” (“mescolanza razziale”, “divisione del lavoro”) siamo obbligati a passare attraverso un “purgatorio” per raggiungere il paradiso (“guerra totale”, “dittatura del proletariato”). Entrambe le dottrine hanno profeti (Darwin, Marx) e i loro messia (Hitler, Lenin), i loro eretici (Strasser, Trotsky) e la loro “terra eletta” (Germania, Russia). Dalla venerazione del Führer alle folle quotidiane che si mettono in coda al mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, le due grandi ideologie del ventesimo secolo si sono rivelate religioni secolari, che esigono una fede al di là della ragione, una fede ardente fino alla morte, il rifiuto del benessere materiale in nome dello spirito e della verità, l’ottimismo ardente che un giorno l’Unica Verità trionferà e i nemici della Giustizia periranno completamente. Guai a coloro che osano contraddire le dottrine della Chiesa trasformatasi in Stato. Guai a coloro che cercano di interpretare le Scritture in modo indipendente. Strasser era uno “strumento dell’ebraismo”, Trotsky un “agente della CIA”, proprio come Lutero era stato un tempo il “discepolo del diavolo”.

La sconfitta totale del nazionalsocialismo nel 1945 ha lasciato il liberalismo come unica ideologia politica coerente al mondo in opposizione al marxismo. Tradizionalmente, il liberalismo è sempre stato ostile alle religioni consolidate. Il suo odio per il nazionalsocialismo e il marxismo è la continuazione della sua ragion d’essere antireligiosa . Per molti commentatori liberali, “totalitario” e “religioso” hanno un significato pressoché identico in ambito politico. Il credo liberale predica l’autonomia dell’individuo ed è quindi intrinsecamente ostile ai sistemi religiosi, sia religiosi che laici. In nome dell’individuo, cercherà di distruggere qualsiasi sistema di questo tipo. La religione più disprezzata dal liberale è sempre il nazionalsocialismo e non il comunismo, perché mentre il comunismo, almeno in linea di principio, afferma di operare per l’emancipazione dell’individuo, il nazionalsocialista non ammette un futuro in cui l’individuo possa mai essere emancipato dalle dottrine degli imperativi razziali. Da questi fatti consegue che il liberale difende le “intenzioni” comuniste ma condanna i “metodi”, mentre il nazionalsocialismo e il fascismo (visto come suo collaboratore ultraconservatore) vengono condannati senza appello.

Il marxismo è una religione laica. Impone delle esigenze ai suoi seguaci ed è organizzato secondo una storia e una concezione del mondo simili a quelle di una religione monoteista. Molti commentatori hanno osservato che Lenin ha assunto nell’Unione Sovietica un ruolo analogo a quello di Cristo nella Russia zarista.

Vi sono motivi per credere che uno stato mondiale basato sui principi del liberalismo democratico possa un giorno riuscire a raggiungere il potere globale supremo. Razionalmente, il liberalismo come credo è spinto a sviluppare sempre più la propria forza politica ed economica, eliminando tutti i sistemi e le religioni (laiche o meno) che si frappongono al suo cammino. Nel frattempo, lo stile di vita che pone l’individuo al di sopra di tutto viene esaltato come forza antitotalitaria, la forza che combatte i nuovi “mali” della “povertà e dell’ignoranza”. Il liberalismo non crede nei messia e ognuno può interpretare gli eventi a suo piacimento (siamo tutti liberi), eppure il sistema rimane essenzialmente lo stesso. L’emancipazione dell’individuo dal male e dalla lotta, dal bisogno e dall’angoscia, costituisce la fine della storia , e tutti gli eventi del mondo politico sono la rivelazione politica della lotta tra l’individuo che anela alla libertà e alla serenità e gli ignoranti, gli ambiziosi e gli avidi. In linea di principio, marxisti, liberali, tutti i totalitari, aspirano un giorno (un giorno imprecisato e sempre più lontano nel futuro) ad abolire la politica. La politica è vista come un’attività tipica dell’infanzia umana. Sia per i marxisti che per i liberali, l’economia è più adatta a emancipare l’individuo. La lotta politica è la deplorevole conseguenza del nostro stato decaduto. Qui è opportuno fare una distinzione con il nazionalsocialismo, che condivide con le religioni teistiche (in contrapposizione a quelle secolari) la credenza nell’essenza spirituale della lotta. Questo punto, tuttavia, può essere esagerato, poiché la forte corrente di determinismo biologico nel pensiero nazionalsocialista lo avvicina al materialismo del comunismo e del liberalismo più di quanto a volte si ammetta.

Il riduzionismo razziale riduce tutti i fattori della storia umana alla “chiave” della razza. I membri più ottusi, viziosi o ignoranti di una determinata razza vengono giudicati “intrinsecamente superiori” a tutti i membri delle altre razze, un’affermazione che richiede, per usare un eufemismo, una “volontaria sospensione dell’incredulità”.

Bisogna indubbiamente usare cautela nell’impiego del termine liberalismo. In primo luogo, negli Stati Uniti viene comunemente utilizzato per indicare tutte le dottrine e i credo che nutrono sospetti nei confronti dell’autoritarismo o anche solo del contenuto religioso dei valori americani. Quando un americano usa il termine “liberale”, può riferirsi a qualsiasi tipo di libero pensatore, esponente della sinistra o persino a un non reazionario. In Francia, il termine si riferisce spesso ai sostenitori dell’economia di libero mercato, e secondo questa definizione Margaret Thatcher è una delle principali paladine del liberalismo, più di qualsiasi socialdemocratico. Quando usiamo il termine liberalismo in senso dispregiativo, ci riferiamo a una tipologia specifica: l’anti-credo del mondo moderno. Christopher Lasch, in ” La cultura del narcisismo” , sostiene che la società americana contemporanea, e per estensione il mondo occidentale, ha creato quella che lui definisce una “sensibilità narcisistica”. È questa sensibilità che cerca di imporsi sul mondo intero, e che sta effettivamente riuscendo nel suo intento. Esiste, in altre parole, un liberalismo totalitario . Se questa espressione appare un ossimoro, ciò dimostra quanto siamo stati addestrati a dissociare il liberalismo da qualsiasi accenno di totalitarismo. I nostri criteri per giudicare cosa sia totalitario (idee estremiste, campi di concentramento, polizia segreta, culto della mascolinità, venerazione dello Stato) sono, quasi per caso, gli stessi criteri che escludono categoricamente tutti i probabili metodi liberali di esercizio del potere.

Christopher Lasch negli Stati Uniti e Claude Alzon in Francia hanno entrambi scritto libri in cui deplorano il declino degli standard educativi nei rispettivi paesi. Individuano in vari metodi educativi progressisti la fonte del problema, ma a differenza dei commentatori conservatori non puntano il dito contro un pregiudizio di sinistra o addirittura liberale. Per Lasch e Alzon, la società dei consumi richiede in realtà uno standard di istruzione generale inferiore rispetto al passato. Se, come scrisse Ellen Wood in ” La mente e la politica” , “una concezione conscia o inconscia della natura umana è alla base di ogni scelta di valori sociali o politici”, allora la concezione dell’individuo autoespressivo, libero da qualsiasi responsabilità collettiva, è alla base del permissivismo in ambito educativo. Secondo Lasch, la moderna società americana ha bisogno di un gran numero di consumatori formati solo in un campo specialistico. Una solida formazione generale è un ostacolo, non un aiuto. Il sistema organizza un metodo educativo che induce quello che Lasch definisce un “eclettismo senza senso”, adattato a una società capitalista mobile, senza radici e alienante. L’analisi di Lasch è applicabile, in misura maggiore o minore, all’intero mondo occidentale. L’estremismo, ci viene detto, è tenuto fuori dalle nostre aule, o almeno dovrebbe esserlo. Persino la politica dovrebbe essere tenuta fuori dalle aule. L’alunno viene così preparato per la sua assimilazione nella società di massa. Estremamente noiosa, l’istruzione moderna prepara i suoi soggetti a una vita di noia in cui né l’impegno né la resistenza possono essere concetti rilevanti. Dove non si propone nulla, non si può opporsi a nulla. La caratteristica del metodo moderno è l’imprecisione, e i risultati sono evidenti. Se il marxismo e il nazionalsocialismo distorcono il significato delle parole, il totalitarismo liberale lo oscura. Peggio ancora, la conoscenza è ridotta a una quantità di beni scollegati. Concentrazione, resistenza, tenacia, affidabilità vengono estirpate da un sistema che si basa sul nostro essere in perpetuo movimento, dove né il paesaggio né le persone possono stare fermi, dove nulla di ciò che sappiamo è autorizzato a durare per timore che ci si affezioni . La scuola va sopportata così come si sopporterà la vita, senza entusiasmo né ostilità, come un pasto insapore.

Il consenso democratico del nostro tempo si dichiara “non totalitario”, ma i processi politici del fascismo e della “democrazia” moderna sono ugualmente fittizi; le masse si comportano con un’acquiescenza simile in entrambi i sistemi.

L’essenza del sistema moderno, e il suo netto contrasto con i sistemi religiosi o laici, risiede nell’esclusione dell’individuo dalla partecipazione comunitaria, dal coinvolgimento attivo in più di una parte del funzionamento della società. Come sosteneva Friedrich Jünger ne ” Il fallimento della tecnologia” , i diritti dell’individuo nella società moderna sono diventati i diritti dell’individuo tecnicamente organizzato. L’università si trasforma in un centro di formazione tecnica per il maggior numero possibile di persone. Tutti hanno il “diritto” all’istruzione e al lavoro, ma non il diritto di appartenere a un movimento di idee, di essere integrati in una comunità efficace. La società moderna enfatizza l’importanza del consumo a scapito della partecipazione. Il dilettante è visto con sospetto. Le attività della comunità sono sempre più appannaggio esclusivo degli esperti: dallo sport alla politica, dal teatro al mondo degli affari, l’ attivista indipendente viene guardato con sospetto e ostacolato da restrizioni, mentre il consumatore indipendente viene assecondato e adulato.

I totalitarismi cercano di limitare ogni espressione all’espressione di un’unica verità: la consapevolezza razziale, la solidarietà di classe, l’autoespressione individuale. L’autoespressione individuale significa, ovviamente, espressione di massa, le espressioni create per le masse dai media, le espressioni che riducono tutta la politica a uno “spettacolo”, uno spettacolo professionale, in cui gli spettatori sono le masse e gli interpreti sono i sacerdoti eletti del sistema. Il tennis a Wimbledon, Mastermind, Trivial Pursuit (nome azzeccato), il Guinness dei Primati , esempi di perfezione tecnica, autorealizzazione senza scopo, senza valore al di là di se stessa. Persino le freccette diventano un grande business e un’altra attrazione mediatica, un altro modo per creare una massa a spese della comunità. Il nostro desiderio è tutto. La nostra volontà non è niente. Questo è il sistema “non totalitario”. Questa è la legge di Narciso.

Gli oppositori del culto di Narciso non vengono né repressi né censurati. Non ne hanno bisogno. Diventano anch’essi parte dello spettacolo, ridotti a un fenomeno sociale ben definito. Come potrebbero avere successo se non attraverso quella critica autoindulgente che è il segno distintivo del sistema a cui affermano di opporsi? Coloro che adottano una o l’altra delle ideologie prevalenti della prima metà del secolo diventano pagliacci da strada, dove le strade sono frequentate solo da quei settori della società di massa meno capaci di apprezzare un messaggio rivoluzionario. Le dottrine populiste che si affermano a livello di politica di strada, per loro stessa natura, appariranno ridicole sotto i riflettori. Abbandonate la politica di strada e il non conformista diventa ipso facto membro del sistema costituito, lavorando all’interno di un gruppo per far pubblicare il suo libro, il suo articolo, cosa impossibile per le case editrici affermate, per un uomo che non ha ancora costruito la sua carriera, che non è già diventato un individuo in lotta per il riconoscimento nel suo campo specialistico . La burocrazia trasforma le rimostranze collettive in problemi personali suscettibili di intervento terapeutico. L’opposizione diventa un problema tecnico, un fallimento della comunicazione. Progresso tecnologico e massificazione vanno di pari passo, in tutto il mondo. Questo ramo del sistema internazionale è intollerante verso gli stili di vita e le collettività che non riesce ad assorbire.

La società di massa moderna non è manifestamente oppressiva come le dittature, ma induce a sua volta un conformismo crudele, basato sugli stessi principi di “livellamento”.

L’individuo, per la cui causa si dovrebbe realizzare la liberazione dall’autorità, non diventa più libero nel vero senso della parola perché la sua emancipazione si compie in un mondo in cui le sue opportunità sono sempre più circoscritte. Come ha osservato Guillaume Faye nella sua recensione dell’opera di Lasch: “privato della capacità di esercitare l’autodisciplina, l’individuo si scontra con i divieti socio-economici che scopre una volta raggiunta l’età adulta: la regimentazione burocratica, il potere delle banche, i vincoli commerciali… cos’altro gli resta da fare, quando nulla lo accomuna agli altri, se non quello di rimanere intrappolato in se stesso?”.

L’attuale denuncia del “totalitarismo” e lo slogan “società libera” vanno visti nel contesto degli interessi del sistema che produce tali slogan. Per “totalitarismo” si intendono specificamente i sistemi totalitari religiosi o politici, ovvero quelli che funzionano attraverso la coercizione fisica. La società libera è quella che meglio tutela il sistema dell’individuo autonomo. Gli interessi dell’individuo autonomo sono nelle mani dei dirigenti e dei rappresentanti che cercano di garantire che il progresso e lo sviluppo funzionino in modo equo. La forza di questo sistema sta nel fatto che funziona ovunque e da nessuna parte. Gli individui, limitati alla loro funzione e in lotta per avere più tempo libero e un miglior “rapporto qualità-prezzo” da ciò che consumano, possono esercitare il potere solo entro i limiti imposti dalla loro particolare specializzazione. Con una logica impeccabile, l’industria del tempo libero in espansione riduce il mondo a un complesso di centri ricreativi. Tutti i popoli e le nazioni del mondo sono soggetti allo stesso ritmo di crescita. Crescita e sviluppo sono le parole chiave del “miglioramento” nel senso liberale del termine. L’individuo umano viene trasformato in un’ameba, un’unità che consuma.

Questo sistema è totalitario. Rappresenta un totalitarismo economico, che nega alle comunità e persino alle nazioni la possibilità di diventare autosufficienti. I deficit di bilancio vengono colmati dal turismo di massa, che accelera il processo di degrado ambientale e sociale, nell’irrisolvibile pretesto di “migliorare il tenore di vita”. La qualità della vita è intesa unicamente in termini di quantità di beni posseduti, ma la felicità è più sfuggente che mai. L’era postbellica è caratterizzata da un senso di ansia pervasivo : ansia per la bomba atomica, per l’ambiente, per la fame nel mondo: viviamo in un sistema che segue le vicissitudini di un grafico e il nostro destino non è determinato dalle stagioni né dal ritmo naturale della vita, ma dal denaro e dalla movimentazione dei beni, dall’equilibrio tra onestà e disonestà, tra investimenti redditizi e meno redditizi. Incapace di trarre ispirazione dal passato, l’uomo occidentale non è ambizioso per il futuro. I suoi progetti per il futuro assumono la forma di una disperata ricerca di sicurezza. È debitore al sistema. Vive al di sopra delle sue possibilità e paga i suoi debiti, il mutuo, le carte di credito, gli interessi sui prestiti, per la maggior parte della sua vita, a meno che non sia uno dei fortunati che riesce a “fare il salto” e a entrare nella fascia di reddito più alta, dove ha abbastanza denaro per assicurarsi una completa sicurezza finanziaria, perché in fondo oggigiorno non c’è molto che il denaro possa comprare oltre al comfort e alla sicurezza assoluti. Noi altri viviamo “al di sopra delle nostre possibilità” godendo dei vantaggi e dei benefit che il nostro lavoro specializzato ci offre. Le pie esclamazioni di orrore con cui i portavoce accolgono gli alti dati sulla disoccupazione sono l’orrore di vedere un certo numero di persone private persino dell’illusione di essere membri utili della società, di godere dei vantaggi e dei benefit che accompagnano i lavori esistenti.

Nonostante i suoi molteplici e manifesti difetti, lo stile di vita occidentale insisterà sempre sulla sua intrinseca superiorità. A coloro che ne “godono” viene ripetuto quanto siano fortunati e si fa costantemente appello al loro senso di responsabilità verso i due terzi del mondo che, ci viene sempre detto, muoiono di fame perché noi occidentali ci godiamo troppo la vita. Lo scopo di questa propaganda non è tanto quello di indurre un senso di colpa, quanto di persuadere noi “ricchi fortunati” che il nostro sistema sia supremamente desiderabile e che lamentarsi sia una sgarbatezza. La nostra felicità è dimostrata dalle statistiche. I problemi del Terzo Mondo vengono sempre presentati come “economici e politici”, intendendo con ciò che la politica è un’intrusa indesiderata e che economicamente il Terzo Mondo non si è ancora pienamente integrato nel sistema occidentale.

Il sistema occidentale tollera molte manifestazioni di libertà di espressione che nei sistemi “totalitari” non sarebbero tollerate (abbigliamento eccentrico, critiche feroci al governo e ai suoi leader, manifestazioni, scioperi e sit-in) perché tale libertà di espressione è l’essenza stessa della società dei consumi occidentale. Queste libertà, tuttavia, fanno parte dello spettacolo mediatico occidentale. Il vero potere risiede altrove: sempre meno nelle mani di individui potenti e sempre più nelle mani di corporazioni e istituzioni. In un sistema in cui la volontà delle masse determina il tipo di società in cui viviamo, il potere risiede nelle forze in grado di manipolare le masse. Gli autori liberali “antitotalitari” sostengono che lo stato a partito unico, a parte la coercizione fisica, si differenzia da una “società libera” in quanto nega all’individuo un ruolo indipendente dallo stato, ma nel sistema occidentale lo stato è sostituito dalla società, dalla società di massa. Nella società di massa, inoltre, non c’è spazio per la diversità. Le informazioni al di fuori del pensiero dominante non vengono censurate. Le è consentito di inserirsi in aperta competizione con la voce dell’establishment: i mass media, essendo creati per e dalla società di massa, inevitabilmente supereranno ciò che interessa all’élite. Solo all’élite degli specialisti è permesso di trovare una nicchia. Il mondo occidentale è una società di massa gestita da tecnocrati. L’opposizione non viene soppressa: viene resa non praticabile, irrilevante, inoperante.

La nostra società di massa non è quindi così distante da quella della Germania di Hitler o della Russia di Stalin come vorrebbe far credere. Anzi, le supera entrambe in ipocrisia. Stalin creò un indice di libri proibiti nell’Unione Sovietica. Goebbels organizzò un rogo pubblico di materiale pornografico e “letteratura sovversiva”. In Occidente, la stessa nozione di sovversione o di disapprovazione da parte del governo viene trasformata in un ulteriore incentivo all’acquisto, inglobata nel sistema, privata del suo potere di cambiamento, strumentalizzata a fini commerciali. Laddove la soppressione delle idee si rende necessaria, e raramente lo è, uno scritto o una pubblicazione diventano commercialmente non redditizi o rischiano di rappresentare una minaccia per la sicurezza di una parte della popolazione, o di fomentare l’odio, e per questo motivo possono essere rimossi silenziosamente senza clamore. I libri proibiti raramente vengono ufficialmente banditi in Occidente: vengono semplicemente privati ​​del loro impatto o “non generalmente disponibili”. Idee alternative possono essere presentate a qualsiasi progetto o schema, ma nulla può arrestare l’impeto del mondo occidentale stesso.

I paladini della libertà di scelta stanno distruggendo la libertà di scelta. Il diritto individuale di scegliere viene usato per minare il diritto di scelta dei popoli. La libertà di scelta opera laddove esistono sistemi e stili di vita diversi nel mondo. Il senso della storia e del destino non è mai lontano dalla coscienza collettiva di un popolo. Il senso di essere diversi e il rispetto per la diversità altrui sono il segno distintivo di un autentico liberalismo non totalitario. L’apprezzamento della varietà del mondo da parte di coloro che desiderano cambiarlo richiede la coltivazione dell’intelligenza e di ciò che è così difficile da mantenere nel mondo moderno: la tenacia. L’aspettativa di ottenere “risultati rapidi” e la percezione che “il tempo stia per scadere” da parte di coloro che cercano di riaffermare l’identità del proprio popolo sono, ironicamente, caratteristiche psicologiche tipiche dello stile di vita occidentale. L’inaffidabilità personale è altrettanto caratteristica di quasi tutti noi, cresciuti in una condizione di dipendenza. L’adesione a uno stile di vita non occidentale è caratterizzata dalla volontà di impegnarsi attivamente, sia in politica che nelle relazioni personali, nel lavoro o nella vita pubblica, senza mai accettare la “minima resistenza”. Accettare il fatto compiuto dell’organizzazione sociale o del processo decisionale imposto dall’alto significa accettare quello stato di passività e conformismo tipico dell’individuo nella società di massa. La tentazione totalitaria è sempre la stessa: la via più facile. L’uomo libero è un combattente.

Recensione del libro: La fabbrica di sottaceti _ a cura di Tree of Woe

Twilight Patriot prosegue la sua nobile iniziativa di dare visibilità agli autori di destra. Non avevo mai sentito parlare di The Pickle Factory prima di leggere la sua recensione, il che dimostra quanto sia facile perdersi ottimi libri anche quando ci si impegna personalmente a trovarli e promuoverli!

Recensione del libro: La fabbrica di sottaceti

Vi presentiamo il brillante romanzo comico di Sam R. Oyken sulla CIA.

Twilight Patriot29 agosto
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La recensione di oggi riguarda il romanzo di Sam R. Oyken, The Pickle Factory , una commedia nera sulla CIA e (allargando la prospettiva) sul lavoro governativo in generale. (Se siete nuovi su Twilight Patriot , potete leggere le mie altre recensioni qui , qui , qui , qui e qui ). Ora, qualsiasi satira su spie e agenzie di intelligence deve per forza affrontare le teorie del complotto. Almeno, lo farà se è una buona satira, e dato che l’opera di Oyken è una satira esilarante, lo fa, e anche parecchio.

A titolo di chiarimento, premetto che non sono mai stato un grande sostenitore delle teorie del complotto . Non che io non creda che le persone potenti possano compiere azioni malvagie; certamente possono. È solo che, quando si parla di “teoria del complotto”, di solito ci si riferisce a una serie di eventi immaginari, in cui persone che (pubblicamente) sono nemiche o rivali, si impegnano in elaborate e coordinate manovre dietro le quinte per raggiungere un obiettivo da cui la maggior parte di loro non trarrà alcun beneficio.

Consideriamo le convinzioni degli antivaccinisti più estremisti all’inizio di questo decennio: coloro che non si limitavano ad affermare che i vaccini contro il Covid difficilmente avrebbero funzionato come previsto (un’opinione ragionevole, peraltro), ma sostenevano che tutte le figure di spicco coinvolte nella loro promozione sapessero in realtà, nel profondo, che fossero dannosi e che le statistiche sulla mortalità in diversi paesi fossero falsificate per nascondere questo fatto alla gente comune. In sostanza, persone provenienti da tutto il mondo con convinzioni politiche radicalmente diverse (come Joe Biden, Boris Johnson, Xi Jinping, Narendra Modi, Vladimir Putin e persino Donald Trump) avrebbero dovuto accantonare i propri conflitti geostrategici (e, nel caso di Putin, una guerra vera e propria) per collaborare e avvelenare il proprio popolo. Da qui la mia conclusione che gran parte del movimento antivaccinista fosse pura e semplice teoria del complotto.

Per molto tempo, anch’io ho liquidato con scetticismo le varie teorie del complotto sull’assassinio di John F. Kennedy. E credo ancora che la maggior parte di queste teorie siano popolari solo perché la seconda metà non realizzata della presidenza Kennedy rappresenta una tabula rasa su cui persone di ogni opinione possono proiettare le proprie fantasie personali su come l’America avrebbe potuto essere migliore. (Kennedy fu ucciso dalla CIA perché voleva porre fine alla Guerra Fredda! ¹ No, fu ucciso dai Rothschild perché voleva abolire la Federal Reserve! E così via.)

Ma nel caso di Kennedy, i teorici della cospirazione hanno qualcosa dalla loro parte: l’enorme numero di omissioni nei rapporti ufficiali e le migliaia di documenti della Commissione Warren che rimangono segreti a quasi 63 anni di distanza. “Dove c’è un insabbiamento”, dice il proverbio, “c’è un crimine”.

Poi, qualche anno fa, mi sono imbattuto in una teoria sull’assassinio di Kennedy che ho trovato credibile. In questa versione dei fatti, la Central Intelligence Agency (CIA) avrebbe prestato denaro a Lee Harvey Oswald poco prima che acquistasse quel fucile italiano , e lo avrebbe fatto uscire di prigione quando le forze dell’ordine locali si opposero al suo attivismo filo-comunista. Ma questo non perché Oswald lavorasse per la CIA. No: Oswald era un “infiltrato” – nel gergo dell’intelligence, qualcuno che un’agenzia di intelligence sa lavorare per il nemico (in questo caso, Fidel Castro e il KGB) ma a cui è permesso di continuare a farlo, e a cui forse vengono persino forniti aiuti finanziari e/o informazioni riservate, nella speranza che, tenendolo sotto stretto controllo, i suoi superiori possano catturare altre spie.

Oswald si rivelò di grande utilità come pedina? Probabilmente no. Era un giovane instabile che aveva faticato a mantenere un lavoro dopo aver lasciato i Marines, e la sua frustrazione per la propria vita (e la sua indecisione sul fatto che il comunismo sovietico o quello cubano fossero il vero comunismo) derivavano principalmente dal fatto che il KGB non gli affidava missioni importanti. Ma per la CIA, averlo come pedina era allettante. Creava molto più lavoro per gli agenti della CIA rispetto al semplice arresto, e sembrava probabile che offrisse ai suoi referenti l’opportunità di darsi importanza, dando ai loro superiori un’impressione esagerata dell’utilità del loro piccolo progetto.

E poi (secondo questa teoria) tutto è esploso in faccia a tutti quando il nuovo, brillante agente della CIA ha assassinato il presidente. Naturalmente, tutti i coinvolti hanno dovuto coprirgli le spalle, il che spiega perché Lee Harvey Oswald stesso sia stato ucciso due giorni dopo da un uomo che probabilmente lavorava per la mafia. E spiega anche l’enorme numero di ritardi e censure ogni volta che vengono pubblicati nuovi documenti delle indagini. (Nel caso foste curiosi, ecco tre siti web ( uno , due , tre ) che sostengono la tesi che “Oswald fosse solo una pedina”).

Non sto dicendo di essere certo che sia andata così. Spiega alcuni aspetti bizzarri della versione ufficiale, ma non è supportata da prove che reggerebbero in un tribunale. Allo stesso tempo, è credibile in un modo che la maggior parte delle teorie del complotto non sono, poiché non richiede che i cattivi siano dotati di intelligenza o competenza sovrumane. E non richiede che persone di estrazione sociale molto diversa collaborino per compiere azioni malvagie semplicemente perché provano piacere nel farlo. Piuttosto, richiede solo la convinzione che le persone potenti siano capaci di lavorare in modo approssimativo, esagerare la propria importanza e poi fare di tutto per evitare di assumersi la responsabilità delle conseguenze.

E quindi, nel mondo reale, ci troviamo di fronte a un caso aperto. È una questione che, come quella se un laboratorio cinese abbia accidentalmente creato il Covid con finanziamenti americani e poi abbia insabbiato la vicenda, difficilmente troverà mai una soluzione definitiva.

Ma per il narratore del romanzo umoristico di Sam R. Oyken, The Pickle Factory: A Tall Tale of the CIA , la domanda su cosa accadde a Dallas il 22 novembre 1963 ha una risposta ben precisa.

Contrariamente a quanto si crede comunemente, e fino a nuovo avviso, la CIA non ha ucciso JFK, tecnicamente parlando. Ne parleremo più avanti. L’Agenzia, tuttavia, ha ucciso Lee Harvey Oswald (accidentalmente), Jack Ruby (intenzionalmente), il deputato Sonny Bono (intenzionalmente) e un poveretto che tutti conoscevano solo come “Lucky” (accidentalmente). Oswald, che per pura coincidenza aveva lavorato come operatore radio junior in una base U-2 a Kadena, in Giappone, e aveva chiacchierato con Francis Gary Powers in un bar del posto una sera, fu ucciso per errore. La CIA aveva ingaggiato Jack Ruby per svolgere un lavoro sporco il giorno in cui Oswald fu ucciso, ma Oswald non era il bersaglio…

“The Pickle Factory” è un po’ diverso da tutti gli altri libri che ho recensito finora su Twilight Patriot , perché è una commedia. E la linfa vitale della grande commedia, fin dai tempi di Aristofane, è sempre stata l’esagerazione. Una battuta funziona quando implica una catena di eventi assurdi… che peraltro coincidono esattamente con le cose che le persone di cui ti prendi gioco farebbero davvero, se potessero farla franca.

Il romanzo di spionaggio che ho recensito l’anno scorso, ” Cause perdute” , esagerava la capacità del suo protagonista di sopravvivere a situazioni di pericolo di vita. Il romanzo di spionaggio che recensisco oggi esagera la capacità dei vertici della CIA di creare tali situazioni, con la differenza che quest’ultima esagerazione è decisamente minore.

La biografia di Oyken, così come riportata sul sito web di Ark Press, è la seguente:

Dopo una carriera decennale nel settore privato, Sam R. OYKEN ha lavorato per oltre 13 anni con il governo degli Stati Uniti [REDATTO]. Questo lavoro ha incluso anni all’estero [REDATTO], [REDATTO], un periodo come istruttore [REDATTO] [REDATTO] e [REDATTO]. OYKEN, [REDATTO], ha vissuto e lavorato in 44 paesi e attualmente trascorre del tempo tra gli Stati Uniti e l’Europa centrale. The Pickle Factory è il primo libro di OYKEN pubblicato con questo pseudonimo.

Il comitato di revisione delle pubblicazioni della CIA ha esaminato, censurato e approvato questa biografia dell’autore.

“The Pickle Factory” racconta la storia di Andre B. Kray, un uomo comune con capacità apparentemente nella media e un passato banale. Dopo alcuni anni trascorsi a lavorare per i servizi segreti all’estero, viene richiamato a Langley e gli viene affidata una missione apparentemente insignificante, in un capitolo intitolato “In cui Kray pronuncia quelle due semplici parole: ‘Sì, signore'”.

Il problema (di cui la fidanzata di KRAY, la collega agente della CIA Candie X. KANDINSKY, cerca di metterlo in guardia) è che è un po’ troppo sincero per questo lavoro. Quando a KRAY viene chiesto di iniziare un compito, dà per scontato che ci si aspetti anche che lo porti a termine. Quando gli viene posta una domanda, presume che l’interlocutore voglia sentire la verità. Quando commette un errore, cerca di tornare indietro e correggerlo. E per molti dei responsabili della CIA, queste abitudini sono strane e fastidiose.

Il perno che dà il via all’azione nel libro di Oyken è il Progetto GOOWIKI, il “Programma di Trasformazione Globale delle Risorse Umane”. Ufficialmente, si tratta di un programma per creare una nuova generazione di “infiltrati non ufficiali” – agenti all’estero con il difficile compito di spiare, pur svolgendo una professione apparentemente normale, lontano da qualsiasi supporto militare o diplomatico. In realtà, sotto la supervisione del capo divisione P. Richard Wacker, sempre intento a ingozzarsi di torte, il GOOWIKI si è trasformato in un programma per “spendere ogni centesimo in consulenti e ciambelle, ammassare manager su manager e promuovere incompetenti”.

Quando KRAY viene assegnato per la prima volta a GOOWIKI, è di pessimo umore. Sette agenti della CIA sono appena morti in un attentato suicida in Medio Oriente, tra cui un caro amico di KANDINSKY. La sicurezza nelle basi straniere è diventata negligente e KRAY (e qualche altra figura di spicco) spera che il suo viaggio intorno al mondo porti delle risposte. Il problema è che la maggior parte dei dipendenti della CIA non vuole risposte, nemmeno alla domanda fondamentale se GOOWIKI abbia effettivamente infiltrato delle spie. Vogliono solo essere lasciati in pace, così da potersi concentrare sui loro snack in ufficio, o sui corsi di formazione per le risorse umane, o sulla revisione dei loro sistemi informatici ogni due o tre anni, o sulle lotte di potere tra le varie “mafie” che compongono la CIA, come la Mafia dei Marine, la Mafia dei Mormoni, la Mafia della Virginia Occidentale, la Mafia dei Neri al Governo, la Mafia delle Taglie Forti, la Mafia dei Cattolici Irlandesi e la Mafia degli Omosessuali Repressi, per citarne alcune.

Uno dei motivi per cui questo libro è così divertente è che il narratore non riesce a rimanere in tema. Si allontana continuamente dal dramma, una tempesta in un bicchiere d’acqua, della missione di KRAY (scoprire se GOOWIKI abbia effettivamente ingaggiato degli agenti all’estero), per raccontare lunghe e surreali storie su qualsiasi cosa catturi il suo interesse in quel momento.

Potrebbe essere un aneddoto divertente su come la CIA aiutò Jackson Pollock a inventare l’Espressionismo astratto. Oppure potrebbe essere una lunga biografia di un agente dei gloriosi giorni passati della CIA, quando i suoi agenti segreti erano uomini con grandi ed entusiasmanti carriere esterne – uomini come Jim Thompson (che costruì gran parte dell’industria della seta malese prima di scomparire misteriosamente nel 1967) e Owsley Stanley (l’ingegnere del suono e chimico dell’LSD che contribuì al lancio dei Grateful Dead). Oppure potrebbe essere una digressione sull’origine dei “nomi divertenti” degli agenti, o un catalogo parzialmente censurato dei ristoranti nel seminterrato del quartier generale della CIA. Oppure potrebbe essere una nuova interpretazione di una vecchia teoria del complotto, cioè

Tutte quelle folli storie sugli extraterrestri riguardanti Roswell, nel Nuovo Messico, e l’Area ██ sono un mucchio di fesserie. Le undici autopsie aliene della CIA, tutte quante, si sono svolte nell’Area 57, che si trova proprio accanto al David Taylor Research Center della Marina a Carderock, nel Maryland, ed è accessibile solo attraverso il cancello principale del Centro. Nel caso non lo sappiate, l’Area 57 ospita un autentico modulo di comando alieno a velocità luce, intatto e funzionante, completo di tutti e sette i cunei per le ruote, il soffitto a specchio, il letto ad acqua e tutti tranne uno dei tredici nastri triangolari viola con la scritta “Rimuovere prima del volo” in lingua aliena. Purtroppo, l’orinatoio alieno non è più funzionante, essendo stato scambiato per una fontanella da uno sfortunato addetto del David Taylor Research Center.

Questi lunghi intermezzi comici, che spaziano dall’ironia al surreale, dalla satira delicata a quella pungente, vengono occasionalmente interrotti dalla trama. Non rivelerò troppi dettagli della trama; basti dire che KRAY alla fine impara (con l’aiuto di alcuni uomini più anziani e saggi, come Howard W. BUTTONFLY, il “Fantasma del passato della CIA”) cosa succede quando un’agenzia di intelligence si divide in due tipi di persone: quelle capaci e disposte ad andare all’estero e lavorare come spie, e quelle adatte solo al lavoro d’ufficio… e che quindi finiscono nei ruoli dirigenziali, a dire a tutti gli altri cosa fare.

Oyken ci regala numerosi personaggi memorabili e scene esilaranti, ben oltre ciò che posso elencare qui. Dopotutto, una delle caratteristiche di una buona commedia è che non si può riassumere in poche parole. Posso solo dire che, per quanto mi riguarda, le battute hanno fatto centro.

Non è necessario avere una conoscenza diretta dei servizi segreti nazionali per capire l’umorismo di Oyken. Basta rendersi conto che il punto principale che cerca di sottolineare è che la CIA è una burocrazia. Se avete mai lavorato per un’istituzione che (1) ha migliaia di dipendenti, (2) ha migliaia di pagine di regolamenti e (3) non ha bisogno di generare profitti per continuare a funzionare, allora probabilmente conoscete lo schema. E non vi sorprenderà vedere come, anno dopo anno, la missione originaria diventi una parte sempre più marginale delle attività dell’istituzione.

Ad esempio, so cosa significa lavorare per un’agenzia in cui centinaia di dipendenti, me compreso, ricevono uno stipendio fisso mensile, ma dove dobbiamo fingere di essere pagati a ore e lasciare una falsa traccia elettronica di timbrature di entrata e uscita. C’è persino qualcuno in ogni reparto incaricato di modificare tali registrazioni ogni volta che un dipendente commette un errore e le ore non tornano, perché questo è ciò che accade quando nessuno ha il potere di modificare le regole di un’agenzia per farle corrispondere a ciò che fa realmente.² E so anche cosa significa lavorare in un posto dove tutti passano un mese o due a svolgere il proprio lavoro più lentamente del solito, perché si stanno adattando a un nuovo portale web aziendale che è peggiore di quello che ha sostituito. E così via. Moltiplicate tutto questo per mille, mettete in gioco delle vite umane e aggiungete dei criminali come il corpulento Dick Wacker, che mostra molte emozioni quando sente che qualcuno sta invadendo il suo territorio (ma nessuna emozione in qualsiasi altra circostanza), e inizierete ad avere un’idea di come probabilmente sia lavorare per la CIA.

A questo punto potresti pensare che io odi la CIA, zio, ma se lo pensassi ti sbaglieresti. Non odio la CIA, per niente. Amo la CIA, davvero. Odio solo ciò che l’Agenzia si è lasciata diventare.

Se non capite di cosa sto parlando, tornate alla pagina 1 di questa lamentela americana e ricominciate da capo. Prendetevi il vostro tempo, vi aspetto qui.

Ehi, scherzo. Non devi farlo. Probabilmente ti sei distratto o qualcosa del genere, tutto qui. Capita.

Comunque, come ho detto, adoro la CIA. Ma detesto ciò che l’Agenzia è diventata. E il motivo per cui detesto ciò che l’Agenzia è diventata è perché amo gli Stati Uniti d’America.

Non lo facciamo tutti?

Non rivelerò il finale di The Pickle Factory , se non per dire che, innanzitutto, sebbene sia una questione di un soffio, il buono alla fine viene riabilitato e se ne va felice – dopotutto, è una commedia. E in secondo luogo, Sam R. Oyken sembra avere una visione molto moldbuggiana³ di ciò che si dovrebbe fare con le istituzioni di governo alla fine del loro ciclo di vita.

Per riassumere: Sam R. Oyken è un patriota che sa come funziona il sistema di governo e non lo sopporta. È anche uno scrittore divertente che ha intessuto una trama comica avvincente, e sono orgoglioso di poter indicare ” The Pickle Factory” come il primo romanzo comico recensito su Twilight Patriot . Se non l’avete ancora letto, potete acquistare la versione cartacea o l’ebook da Ark Press. E se avete avuto la pazienza di leggere fino alla fine di questa recensione, è probabile che troverete il libro altrettanto divertente quanto l’ho trovato io.

1

È vero che i gesti di distensione di Kennedy irritavano molti falchi anti-russi, ma praticamente ogni presidente della Guerra Fredda ha fatto almeno una cosa importante che gli è valsa l’accusa di essere filo-comunista. Truman si rifiutò di bombardare entrambe le sponde del fiume Yalu, Eisenhower abbandonò la Gran Bretagna durante la crisi di Suez, Nixon andò in Cina… avete capito. Ma nessuno di questi presidenti è stato assassinato.

2

Questo potrebbe dipendere dal fatto che parte dei nostri finanziamenti proviene da una sovvenzione che autorizza l’assunzione di dipendenti a ore ma non di dipendenti a stipendio fisso. Oppure potrebbe essere un tentativo di eludere l’obbligo di assicurazione sanitaria previsto dall’Affordable Care Act, facendoci dichiarare di aver lavorato esattamente 28 ore a settimana (quando in realtà ne lavoriamo 40-50), dato che l’obbligo scatta a partire dalle 29 ore. Stranamente, il mio datore di lavoro paga già la mia assicurazione sanitaria, ma a quanto pare l’adesione al programma ACA aggiunge un ulteriore livello di costi di conformità che nessuno vuole sostenere se può evitarli. Sembra che la soluzione più efficiente sia quella di assumere uno o due impiegati in più nell’ufficio paghe per aiutare tutti a falsificare le proprie ore lavorative.

3

Mencius Moldbug, alias Curtis Yarvin, ha molte cose utili da dire sulla storia e la politica degli Stati Uniti, così come funzionano nel mondo reale. Ma Yarvin è un autore di nicchia perché, come Oyken, ama ricoprire le sue intuizioni con un denso strato di iperbole e umorismo surreale.

La strada che non ho preso _ di Aurèlien

La strada che non ho preso.

E qualche sacrificio lungo il percorso.

Aurelien2 settembre
 
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Ho iniziato a scrivere questi saggi circa quattro anni fa, perché ritenevo che su Internet ci fossero troppe polemiche e troppo malumore, e non abbastanza analisi informate. Non avevo alcuna voglia di sbattere un piatto da elemosina sotto il naso di persone che pensavano già di sapere cosa pensavano e che volevano solo qualcuno che confermasse i loro pregiudizi con una prosa grammaticalmente corretta, preferibilmente condita con qualche volgarità e oscenità e con auguri di sventura per le persone che non gradivano. Continuo a lasciare tali ardui compiti ad altri.

Ma sebbene cerchi di evitare la polemica e il proselitismo — e, ad essere sincero, non sono molto portato per nessuna delle due cose — riconosco che non è possibile separare completamente questi due aspetti dall’analisi. Nonostante il titolo di questo sito e gli sforzi che faccio per limitare la mia analisi a questioni più tecniche, ci sono aspetti evidenti – la scelta degli esempi, l’atteggiamento nei confronti di personaggi storici – in cui è inutile fingere che le mie opinioni personali e le mie esperienze (soprattutto queste ultime) non abbiano alcun ruolo. Quindi, se dopo aver letto alcuni dei miei saggi decidete che sono un socialista radicale all’antica, disgustato da ciò che è diventata la cosiddetta Sinistra a partire dagli anni ’90, beh, allora non vi darò torto. Se volete aggiungere che seguo la visione tradizionale della Sinistra secondo cui gli individui possono realizzarsi solo in una collettività sana, e che di conseguenza disapprovo l’individualismo psicotico che ha sempre più preso il sopravvento nei sistemi politici occidentali a scapito dell’interesse collettivo, ammetterei che potrebbe benissimo essere così. E se infine suggerisci che le mie opinioni siano state fortemente influenzate dall’aver girato qua e là e fatto questo e quello nel corso di molti anni, beh, sarebbe un’osservazione giusta.

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Ma vorrei comunque sottolineare che non c’è nulla di particolarmente nuovo o sorprendente in queste mie opinioni, che nella mia giovinezza erano condivise da moltissime persone, alcune delle quali ricoprivano persino cariche governative. Tutto ciò che posso affermare riguardo al modo in cui le esprimo oggi è che cerco di essere coerente nella mia esposizione, e di conseguenza finisco per infastidire parecchie persone. (La coerenza in politica e nell’ideologia oggi è vista come una minaccia, e spiegherò perché tra un attimo.) Notate ora che non mi aspetto qui grandi e elaborati schemi filosofici, ma solo che i discorsi di un politico o gli scritti di un opinionista siano almeno minimamente coerenti con le loro altre produzioni, e non, come spesso accade, in completo contrasto con ciò che hanno detto su un altro argomento la settimana scorsa. È una richiesta modesta, ma ovviamente estremamente difficile da soddisfare, a giudicare da quanto poco venga effettivamente messa in pratica. Leggete ciò che una di queste persone scrive, ad esempio, sull’Iran, sull’Ucraina, sul caso di Jason Arday o su un’altra questione di attualità scottante, e vi colpirà quanto siano incoerenti le loro argomentazioni, persino all’interno dello stesso articolo, figuriamoci nel corso di giorni o settimane, man mano che gli eventi si evolvono e emergono nuovi fatti. Ma a nessuno sembra importare. Anzi, siamo proprio noi che cerchiamo di produrre analisi coerenti basate su principi costanti a essere bersagliati da critiche da tutte le parti, perché si finisce sempre per dare fastidio a qualcuno.

Ho detto che la coerenza rappresenta una minaccia, e questo perché, come mi piace spiegare agli studenti, il problema nel costruire un ragionamento coerente e razionale è che non si può sapere in anticipo dove si finirà; e questo spaventa e mette in imbarazzo alcune persone, nel caso in cui giungano inavvertitamente a una conclusione inaccettabile. L’approccio migliore è partire da una conclusione che si sa già essere accettabile, e poi elaborare un ragionamento che suoni logico e che conduca a essa. Il tuo prossimo ragionamento potrebbe dover puntare a una conclusione del tutto opposta, ma ugualmente accettabile, in un contesto diverso, e in quel caso richiederà lo stesso approccio apparentemente logico, anche se i due ragionamenti si contraddicono a vicenda. Ma poi ho sentito sostenere che il pensiero razionale sia comunque un modo di procedere patriarcale, occidentale e bianco, e che in ogni caso ciò che conta è «ciò in cui credo».

Ora, sebbene la confusione, la contraddizione, l’incoerenza e simili siano state abbastanza comuni nel corso della storia, la nostra è l’unica società che mi venga in mente in cui esse siano accettate come normali e banali, e nessuno subisca effettivamente conseguenze per essersi ripetutamente contraddetto. Fino a tempi relativamente recenti, la società occidentale era in gran parte strutturata da insiemi organizzati di idee, alcune religiose e altre laiche, alle quali politici ed esperti si sentivano in dovere di fare riferimento nei propri discorsi. (In effetti, era generalmente necessario almeno riassumere le opinioni di un avversario prima di contestarle.) Questi sistemi potevano includere le religioni monoteistiche (spiegherò tra poco perché il monoteismo è importante in questo contesto), varie forme di socialismo marxista e non marxista, il liberalismo classico e persino diverse forme di nazionalismo. Naturalmente, non tutti erano onesti, le idee venivano distorte ecc. ecc., ma resta vero che sostenere un punto di vista o una politica fino a, diciamo, cinquant’anni fa, avrebbe comportato fare almeno un accenno a un sistema di pensiero strutturato di qualche tipo. Oggi ciò accade raramente: quando la signora von der Leyen fa riferimento ai «valori europei», sappiamo benissimo che si tratta solo di parole vuote e che dietro le sue affermazioni non c’è alcun reale contenuto morale o intellettuale.

Eccoci di nuovo, quindi, di fronte al vuoto morale e intellettuale causato dall’ascesa della insipida e managerialista Casta Professionale e Manageriale (PMC). È normale (e l’ho fatto anch’io) parlare di una “ideologia” della PMC, ma a ben vedere temo che così facendo le stiamo rendendo più di quanto le spetti. Un’ideologia è proprio quel modello strutturato di pensiero e credenze che la PMC non possiede e, se dovesse rendersi conto di non averlo, ne andrebbe in realtà piuttosto fiera. Le convinzioni del PMC (chiamiamole così) sono un miscuglio incoerente di superstizioni comprese solo a metà, in alcuni punti contraddittorie tra loro e incapaci di essere modellate in uno schema coerente. Le convinzioni vengono espresse, e le ingiunzioni che ne derivano vengono obbedite, essenzialmente per il desiderio di conformismo e per la paura della punizione. Questo vi ricorda per caso qualcosa?

Ebbene, ho accennato al monoteismo poco fa. Il cristianesimo, l’ebraismo e l’islam sono stati i primi – e finora unici – tentativi di costruire credenze religiose completamente coerenti, costituite da testi e dottrine approvati, tutte basate sull’idea di un unico Dio Creatore, anche se i testi più antichi delle varie religioni non sostenevano necessariamente tale unicità senza ricorrere a una buona dose di interpretazione creativa. Il declino del credo religioso organizzato in Occidente, e le sue conseguenze, sono stati ben descritti altrove, e ne ho già parlato in precedenza. In questa sede, voglio invece soffermarmi su ciò che le ha sostituite: essenzialmente un miscuglio guidato dal mercato di idee vagamente pagane e superstizioni. (Sì, esistono gruppi spirituali ed esoterici pagani e non cristiani organizzati, ma non è di questo che mi occupo qui.)

Il risultato, in linea di massima, è un ritorno a un antico modo di pensare altamente localizzato e specializzato, che non vede alcuna necessità di essere coerente nel suo insieme. In Grecia e a Roma esistevano numerose scuole filosofiche, ma nulla che potremmo considerare un corpus organizzato e coerente di dogmi religiosi. La religione riguardava essenzialmente ciò che si diceva e si faceva, non ciò in cui si credeva, e in nessuna società precedente esisteva semplicemente un equivalente della Bibbia o del Corano. I cristiani entrarono in conflitto con l’Impero Romano non tanto per le loro credenze, quanto per la loro fastidiosa riluttanza a venerare altri dei oltre al proprio; così, pensava l’Impero, rischiando il disappunto degli dei, noti per punire lo scarso entusiasmo nei confronti dei sacrifici e dei rituali. Gli esperti tendono a ritenere che, piuttosto che la “fede” come la intendiamo oggi, l’atteggiamento della gente comune nei confronti dei propri dei nell’era pre-monoteista fosse di paura e rispetto, in un mondo in cui gran parte di ciò che accadeva quotidianamente era altrimenti inspiegabile, dove l’esistenza di forze soprannaturali era quindi data per scontata, e la verità e la realtà erano esse stesse necessariamente costruite.

Quindi la struttura di credenze del PMC (chiamiamola così), con le sue orgogliose affermazioni anti-ideologiche su “ciò che funziona” e “al di là della destra e della sinistra”, rappresenta paradossalmente un ritorno a un’epoca di superstizione piuttosto che di ragione, di rituali performativi piuttosto che di azione mirata, di forma piuttosto che di contenuto. È una struttura di credenze fondata sulla paura e sulla coercizione sociale, che esige un’obbedienza rituale, anche se tale azione non ha alcun senso logico. La legge, le istituzioni o la buona condotta passata non ci proteggeranno, non più di quanto ci fosse protezione contro i fulmini di Zeus. Oggi propiziamo la Dea Femminismo dicendo o facendo questo o quello, affinché lei non intervenga a distruggere le nostre carriere. Ieri abbiamo conferito un dottorato al signor Arday, l’incarnazione stessa dell’eroe classico, per ingraziarci gli dei dell’antirazzismo, affinché la nostra università potesse prosperare. (In effetti, la suscettibilità di gran parte del PMC e dei suoi media riguardo ad Arday si spiega al meglio con il timore di scontentare contemporaneamente così tanti dei criticandolo: non solo quelli dell’antirazzismo e dell’antiabilismo, ma anche una mezza dozzina di altri. Oh, e naturalmente la stessa Maratona si trovava nell’antica Grecia.) E ogni Dio dell’Identità ha i propri adoratori, che pubblicano i loro venti post al giorno su Internet.

La differenza sta nel fatto che, duemila anni fa, le varie divinità non erano in seria competizione tra loro, e se eri un greco potevi recarti in pellegrinaggio al tempio di Marte a Roma, perché in fin dei conti si riteneva che Marte e Ares fossero essenzialmente la stessa entità. Persino il dio greco Ermes e il dio egizio Thot erano considerati sostanzialmente equivalenti durante il periodo ellenistico in Egitto. E si potevano persino creare degli dei: Tolomeo I, il primo vero sovrano greco d’Egitto, decretò l’esistenza del dio Serapide come divinità protettrice della neonata Alessandria. Si trattava di un’attenta fusione degli dei egizi Osiride e Apis con varie figure del pantheon greco. Il punto, tuttavia, era che si poteva adorare chi si voleva, entro limiti ragionevoli e dove si voleva, e nessuno degli dei rivendicava l’esclusività o il monopolio.

Ma mentre un tempo lo Stato presiedeva e in alcuni casi regolamentava tali culti, oggi questi ultimi fanno parte di una competizione di tipo mercantile a somma zero per il potere politico, volta a imporre dottrine e azioni allo Stato e alla popolazione, e in particolare al PMC. Ecco perché la loro «ideologia» (e forse dovremmo smettere del tutto di usare quella parola) è un groviglio così incoerente, poiché nella sua totalità non è altro che un equilibrio temporaneo di forze tra acerrimi avversari in un dato momento. (Al momento il nuovo dio, il Transessualismo, esige adorazione e obbedienza accompagnate da minacce.) Eppure c’è forse un punto di “fede” in comune: un individualismo rabbioso sia in ambito economico che sociale, in cui tutti i beni e i benefici spettano all’individuo, a prescindere dal benessere della società, e in cui gli individui si associano semplicemente in modo temporaneo quando hanno un interesse comune per il potere o il denaro. Non si tratta di preferire il bene individuale al bene comune: quest’ultimo semplicemente non è un fattore rilevante. (Inutile dire che, poiché la “società” con il suo bene comune non esiste in realtà come astrazione separata ma solo come insieme di individui, in pratica ciò significa una costante guerra sociale ed economica di tutti contro tutti.)

Allora, come abbiamo fatto a cadere così in basso così in fretta? Innanzitutto, dobbiamo riconoscere e comprendere come si svolgono tipicamente gli eventi nella storia. Nulla è più fuorviante e pericoloso dell’idea dell’inevitabilità storica, e nessuna argomentazione è più insidiosa e mendace quando viene utilizzata dai politici. Insisto sempre sulla natura profondamente contingente della storia, e se si considerano i dettagli di qualsiasi evento storico di rilievo – per non parlare poi di chi vi abbia preso parte in prima persona – e se si ignorano le interpretazioni successive, accuratamente elaborate, allora la testa gira al pensiero del numero di possibilità che non si sono concretizzate e delle strade che non sono state intraprese. Così è per la palese menzogna del «non c’è alternativa», che pretende di caratterizzare e giustificare il processo che ormai da oltre quarant’anni deturpa vite e società.

Sì, è assolutamente vero che le idee neoliberiste circolavano già da decenni e avevano influenzato alcune figure di rilievo. Ma, con tutto il rispetto per Hegel, le idee non hanno un potere intrinseco: infatti esercitano influenza solo se vengono fatte proprie da coloro che dispongono di potere effettivo, e se le circostanze ne consentono l’attuazione. Spesso è una questione di caso e di fortuna. La crisi petrolifera del 1973 fu uno di questi episodi. Essa generò un mix di inflazione e depressione fino ad allora sconosciuto. Com’era logico aspettarsi, il prezzo di tutto ciò che era legato o dipendeva dal petrolio aumentò, ma in più c’era meno denaro da spendere per i prodotti non petroliferi, quindi la domanda nell’economia calò complessivamente e la disoccupazione aumentò. Nel Regno Unito, un debole governo laburista, messo a dura prova da crisi finanziarie (che oggi non sarebbero considerate tali), si lasciò intimidire al punto da abbandonare la gestione della domanda come via d’uscita dalla crisi. Quando nel 1976 sentii Jim Callaghan affermare che «non si può uscire dai guai spendendo», capii che era la fine della gestione pragmatica dell’economia e l’inizio del dominio dettato dagli editti degli dei della finanza. Anche allora, con l’economia in ripresa, il Partito Laburista avrebbe potuto benissimo vincere le elezioni del 1978, data l’impopolarità della signora Thatcher. Ma Callaghan resistette per tutto un inverno di scioperi, disordini e condizioni meteorologiche estreme, e perse un’elezione a cui era stato costretto a presentarsi. Nulla era però predeterminato, e il gongolare beffardo e trionfante dei media di destra si basava solo su menzogne riguardo a cambiamenti politici fondamentali e al presunto «fallimento» del consenso del dopoguerra.

Una sinistra intelligente non avrebbe fatto nulla e avrebbe lasciato che i conservatori si autodistruggessero, cosa che normalmente avrebbero fatto al più tardi entro il 1984, vista la loro disastrosa gestione dell’economia. Ma poiché la sinistra ama lacerarsi, il Partito Laburista non ha saputo resistere alla tentazione di dividersi in due partiti che hanno trascorso un decennio a combattersi l’un l’altro, mentre uno dei due si è lasciato infiltrare da entristi trotskisti. Nel 1983, il presunto momento dell’apoteosi elettorale del thatcherismo, i partiti di sinistra in senso lato ottennero il 53% dei voti popolari, contro un partito conservatore in declino, proprio mentre le idee di sinistra cominciavano ad apparire sempre più attraenti agli occhi di un elettorato disilluso.

Ma la sinistra aveva lasciato altrove la propria intelligenza. In Gran Bretagna, come nel resto del mondo, stava per essere conquistata dalla generazione del dopoguerra, che molto spesso proveniva da famiglie benestanti e da buone università. Quando erano studenti negli anni ’70, li vedevi discutere animatamente, non sulla condizione della classe operaia (tranne forse in Vietnam) ma su cosa Marx avesse davvero inteso in quel passaggio dell’Ideologia tedesca. Circa un decennio dopo, dai loro incarichi universitari, dai loro studi legali, dalle loro società di consulenza nel settore dei media, facendo i pendolari dalle loro case a Islington e dai loro appartamenti nel 6° arrondissement di Parigi, abbandonarono silenziosamente la precedente forma esteriore della loro sottomissione — come gli ebrei o i cristiani in Palestina che si convertono all’Islam per ragioni finanziarie — pur conservando la loro dinamica interna di faziosità e competizione brutale, nonché il loro disprezzo per la gente comune. Cercando gruppi sfruttati ed emarginati per cui «lottare», dopo che il Vietnam, Cuba e la Cambogia non erano più di moda, finirono per scegliere se stessi. Tutti, a quanto pare, facevano parte di qualche gruppo oppresso a cui la società doveva qualcosa, e tutti si misero a rivendicarlo, in feroce competizione gli uni con gli altri.

In Gran Bretagna, il senso di disperazione e di resa della sinistra negli anni ’80 era assolutamente straordinario. Esso trovava la sua sintesi migliore, per quanto improbabile, nella popolarità e nell’influenza di Marxism Today e del suo direttore, Martin Jacques. La tesi era semplice: la sinistra tradizionale era morta, d’ora in poi la gente avrebbe votato in modo schiacciante per i Tories, il thatcherismo aveva trionfato intellettualmente e politicamente, e tutto ciò che il Partito Laburista poteva fare per sopravvivere era voltare le spalle all’interesse collettivo e al popolo, trasformandosi in un partito di nicchia composto da intellettuali urbani. E naturalmente è proprio ciò che è accaduto, non solo in Gran Bretagna ma anche in altre parti del mondo. Se il Partito Laburista guidato da Neil Kinnock avesse vinto le elezioni del 1992, cosa che per poco non avvenne, il peggio avrebbe potuto essere scongiurato. Ma nel 1997, quando la sinistra era finalmente ragionevolmente unita e riuscì così a ottenere la schiacciante vittoria che avrebbe dovuto ottenere un decennio prima, era ormai troppo tardi, e l’etica tradizionale comunitarista, collettivista e populista della sinistra era stata abbandonata a favore di ciò che si potrebbe descrivere, con grande benevolenza, come un thatcherismo dal volto meno disumano.

Il Paese era governato, di fatto, dalla magia. Sedicenti esperti di economia scrutavano le interiora degli animali e scrutavano i cieli alla ricerca di sottili indicazioni sui pensieri degli dei, che venivano poi placati con il sacrificio rituale di interi settori industriali e comunità, e successivamente persino dell’apparato statale stesso da cui dipendeva la popolazione. Man mano che sempre più «Dei dell’Identità» esigevano adorazione e ossequio, le università, gran parte del settore pubblico e persino la polizia e l’esercito venivano sacrificati a turno, per evitare di attirare la loro ira. Per la gente comune, il risultato era comprensibilmente incomprensibile. Qualunque fosse il partito al potere, i suoi leader sembravano non avere alcuna visione, se non quella presentata nei loro Rituali di Powerpoint Maggiori e Minori, mentre i dirigenti e i responsabili delle organizzazioni sembravano passare il tempo a esigere obbedienza a sacramenti privi di significato, espressi in un linguaggio che avrebbe potuto benissimo essere l’enochiano di John Dee. La differenza era che, nel mondo antico, se un dio non rispondeva ai tuoi rituali e alle tue preghiere, potevi scegliere un altro dio. Al giorno d’oggi, sarebbe colpa tua e perderesti il lavoro.

L’alienazione dell’elettorato occidentale oggi deriva quindi, in modo schiacciante, da questa flagrante assenza di principi o idee coerenti a cui i politici possano fare appello, per quanto cinicamente. Tutto ciò che i politici possono promettere al giorno d’oggi sono benefici sociali o finanziari a gruppi ristretti, e le loro uniche argomentazioni sono rivolte contro il male dei loro avversari, che adorano dei diversi e che, di conseguenza, devono essere distrutti. Per la maggior parte, sono incapaci di argomentare razionalmente. (Dopotutto, difficilmente si sarebbe potuto intervistare Zeus sulle presunte incoerenze nel suo comportamento.) Si tratta di una politica «à la carte»: il tentativo disperato di mettere insieme coalizioni che consentano di superare di poco i rivali e quindi di arrivare al potere a qualsiasi costo, senza preoccuparsi della coerenza interna. Nel frattempo, ampi segmenti della popolazione vengono semplicemente liquidati come privi di interesse: oggi i politici non ascoltano la voce del popolo, ma le voci del vento e delle acque, e prestano attenzione ai segni che vedono nel cielo. Le Furie sono state sostituite dai Mercati, che nessuno ha mai visto né è in grado di descrivere, ma che si ritiene puniscano chi disobbedisce alla volontà degli Dei dell’Economia. Pertanto, l’argomento decisivo contro l’energia nucleare dovrebbe essere che essa è «antieconomica»: in altre parole, si può anche congelare, purché si placino gli Dei della Contabilità.

Capirete forse perché qualsiasi tipo di pensiero razionale e di argomentazione, o qualsiasi insieme di principi etici o politici coerenti, sia pericoloso e, anzi, haram nel contesto attuale. I leader politici non sanno più veramente cosa stanno facendo e perché e, quando non sono in grado di giustificare il proprio comportamento se non attraverso generalizzazioni aggressive e vacue, si accaniscono semplicemente contro i propri avversari e cercano di distruggerli. Per fare un esempio semplice, per secoli — probabilmente a partire dalla Riforma — la politica estera britannica si è basata sul tentativo di impedire l’ascesa di un’unica potenza dominante in Europa in grado di minacciare potenzialmente la Gran Bretagna. Ciò ha contrapposto la Gran Bretagna prima alla Spagna, poi alla Francia e infine alla Germania; ha spiegato l’entrata in guerra della Gran Bretagna nella Prima guerra mondiale e persino il sostegno alla NATO. Ai tempi in cui la politica era più ragionevole, questo era uno dei principali argomenti britannici a favore del mantenimento della NATO. Eppure, anche questa argomentazione semplice e diretta, che avrebbe potuto servire a giustificare il sostegno all’Ucraina come contrappeso alla crescente potenza russa in termini tradizionali e poco drammatici di politica di potere, è stata sommersa da un mare di isteria anti-russa e da accuse secondo cui chiunque ritenesse che armare l’Ucraina fosse una cattiva idea fosse un fantoccio di Mosca.

Ciò che distingue i leader di oggi da quelli delle antiche società politeiste è che anche questi ultimi avevano sistemi di credenze e obiettivi a lungo termine. Potevano compiere sacrifici agli dei per assicurarsi un esito positivo in una battaglia o in una campagna militare, prestavano attenzione agli auspici e ai presagi, ma non ne erano meccanicamente governati. I Tolomei, ad esempio, avevano un piano che si estendeva su diverse generazioni non solo per mettere al sicuro l’Egitto e l’area circostante, ma anche per accrescere l’influenza greca sul paese e affermare Alessandria come principale centro commerciale e intellettuale del Mediterraneo orientale. Quando non erano impegnati a uccidersi a vicenda, dedicavano molto tempo all’attuazione di questi principi. I leader di oggi hanno presagi (sotto forma di sondaggi d’opinione) e direttive dagli «Dei dell’Identità», e in qualche modo devono destreggiarsi goffamente tra i due.

Ne consegue che se si espone un’argomentazione coerente — ad esempio una critica alla perdita di interesse per la società e la comunità, alla promozione di un individualismo sfrenato e alle conseguenze pratiche di entrambi — le persone reagiranno in modo quasi casuale, caso per caso, a seconda degli dei ai quali hanno giurato fedeltà. In questo caso, sono totalmente a favore dei diritti individuali, perché mi conviene personalmente, mentre in quel caso penso che dovremmo tenere conto degli interessi più ampi della società, perché ne risentirei personalmente. E mi viene il mal di testa nel cercare di conciliare le due cose, perché in realtà mi mette a disagio avere opinioni che sono essenzialmente determinate a caso. Tuttavia, se qualcuno dice “prima di concordare qualcosa di importante, come regola generale dovremmo almeno chiederci quali siano le conseguenze per la gente comune e per la società nel suo insieme”, mi sento a disagio, perché una volta che si inizia a ragionare in quel modo non si può essere sicuri di dove si finirà.

Questo potrebbe ricordarvi un’altra opera di Charles Taylor, sulla formazione dell’identità moderna, in cui egli sostiene che nella nostra società moderna atomizzata i valori sono solo preferenze private, anche se presentate in termini pubblici, e il significato e il processo decisionale razionale non sono più caratteristiche o attività del mondo oggettivo, ma di una mente isolata, libera da qualsiasi contesto sociale. Taylor lo affermò quasi quarant’anni fa, ed è difficile dire che avesse torto già allora: oggi, ha indubbiamente ragione.

Prendiamo quindi i due esempi più diversi che mi vengono in mente. La svendita dei beni pubblici al settore privato non era una politica annunciata dal Partito Conservatore prima del 1979: era una risposta dettata dal panico a una catastrofe economica. Ma c’era un settore che era stato pianificato in anticipo: l’edilizia popolare. A partire dal periodo tra le due guerre, i governi avevano sostituito le baraccopoli con case e appartamenti moderni e ben costruiti, dotati di servizi igienici interni, bagni e giardini. (Io sono nato in una di queste.) Ai thatcheriani venne in mente che se si fosse riusciti a convincere gli inquilini a diventare proprietari di casa, vendendo loro le abitazioni a prezzi stracciati, questi si sarebbero trasformati in elettori conservatori. La premessa era semplice: votate per noi, costringeremo il vostro Comune a vendervi la vostra casa, riceverete sgravi fiscali sugli interessi e col tempo diventerete ricchi. E vi sono prove che la vittoria elettorale del 1979 sia stata in parte dovuta a questo approccio, nonché alla conseguente promozione diffusa ed entusiasta della proprietà immobiliare, anche tra coloro che non potevano permettersela. Altri paesi seguirono rapidamente l’esempio e, in alcuni di essi, le autorità locali furono obbligate per legge a disfarsi del proprio patrimonio di alloggi sociali, senza poter utilizzare i proventi per costruirne di nuovi.

Non si è mai fatto il finto che si trattasse di qualcosa di più di un appello alla cupidigia personale e al desiderio di raggiungere lo status sociale di “proprietario”. È stato efficace nel breve termine, ma, per quanto mi ricordi, non si è semplicemente pensato alle più ampie ripercussioni sociali ed economiche. Forse non ce ne sarebbero stati. Il risultato, ovviamente, fu una massiccia riduzione delle dimensioni del mercato degli affitti, un aumento vertiginoso dei canoni di locazione e un’impennata dei senzatetto, con i Comuni costretti ad alloggiare i senzatetto in alberghi economici. (Questo avveniva prima dell’immigrazione di massa). La promozione sfrenata della proprietà immobiliare a tutti i costi ha lacerato famiglie e comunità, ha costretto le persone a vivere sempre più lontano dal proprio posto di lavoro e ha trasformato una casa da un focolare familiare in un bene su cui speculare. Le organizzazioni cooperative di risparmio che da tempo concedevano prestiti ai futuri proprietari di casa si sono trasformate in banche moderne e alla moda che speculano sui derivati. Oggi in Gran Bretagna non è raro che i figli ereditino dai genitori una casa che “vale” tra mezzo milione e un milione di sterline, ma che nessuno che voglia vivere in quella zona può permettersi di acquistare, per cui rimane invenduta. Nessuno ci ha pensato, perché nessuno ha considerato affatto le implicazioni più ampie.

Quindi, sì, ridurre tutto alle scelte personali di Taylor è una pessima idea e dovremmo sempre tenere conto del quadro più ampio. Beh, tranne quando non vogliamo farlo. È difficile pensare a un esempio più diverso delle iniziative volte a legalizzare il matrimonio omosessuale negli ultimi 10-15 anni, eppure valgono essenzialmente le stesse argomentazioni. Anche le origini dell’idea erano politiche: in questo caso per soddisfare una lobby piccola ma potente, con un notevole sostegno da parte dei media, senza alcun costo finanziario reale, e per placare gli dei della Tolleranza. In Francia, la logica era palesemente finanziaria: la nuova legge consentiva alle coppie omosessuali di lasciarsi reciprocamente i propri beni nei testamenti, mentre in base alla legge vigente questi sarebbero andati alle rispettive famiglie. (Non sorprende che le coppie di vedovi eterosessuali si siano presto rese conto di poter ricorrere alla stessa manovra.) Ma qualunque sia la vostra opinione al riguardo – e personalmente non ho pareri forti né in un senso né nell’altro – è innegabile non solo che le implicazioni più ampie e a lungo termine siano state ignorate, ma anche che siano stati compiuti seri tentativi per impedire che venissero persino prese in considerazione. A chi si interrogava su tali conseguenze è stato detto che era fascista anche solo per aver sollevato la questione (dopotutto, Hitler odiava gli omosessuali!). Contano solo le scelte private.

In realtà, all’epoca c’era una grande questione filosofica ed etica che fu semplicemente ignorata. Le nuove leggi hanno distrutto quello che era stato un principio normativo e rigido della società occidentale moderna, sostenuto dalla legge: ovvero che il matrimonio legale fosse tra due adulti di sesso diverso. Questo principio normativo significava, ad esempio, che non si discuteva della legalizzazione del matrimonio infantile o della poligamia. Ora, le argomentazioni contro ciascuna di queste pratiche non sono più argomentazioni di principio, ma di conseguenza («Penso che sia una cattiva idea perché…» «Ma d’altra parte…»). E la storia suggerisce che le discussioni basate sulle conseguenze vengono generalmente vinte dalla parte che dimostra maggiore impegno e maggiore capacità di creare problemi. Nelle comunità di immigrati in alcune parti d’Europa, la poligamia è già tacitamente accettata su piccola scala, per evitare di irritare gli dei dell’antirazzismo. Anche il matrimonio di ragazze di appena dodici anni è stato una tradizione in alcune di queste società e, come ho detto, non è più possibile opporsi alla sua legalizzazione in Occidente sulla base di principi, ma solo per ragioni di opportunità. E a un certo punto, in futuro, qualcuno dirà: «Considerato tutto il clamore che sta suscitando e i problemi politici che ne derivano, non dovremmo essere realistici e semplicemente modificare la legge?».

Come ho detto, si tratta di esempi estremi, e se si è a favore dell’uno probabilmente si è contro l’altro. Ma entrambi sono casi classici di sostituzione totale delle scelte pubbliche con quelle private, e della fine persino della finzione di tenere conto di questioni più ampie e a più lungo termine. Eppure è ovvio che qualsiasi politica coerente volta a considerare questioni di questo tipo, più ampie e a lungo termine, non sia comunque più possibile, perché la coerenza richiede proprio quel tipo di quadro di riferimento generale e globale che abbiamo perso. Se si volesse davvero esaminare le implicazioni più ampie di questioni importanti, come si potrebbe mai trovare una base condivisa da cui partire? È proprio questo che può rendere così difficile la vita di chiunque invochi la coerenza. Non si tratta solo di ipocrisia o di «e tu allora?», sebbene questi fenomeni esistano certamente, ma anche del fatto che la nostra società attuale ha perso l’abitudine di considerare le questioni importanti come qualcosa di più di una serie di scelte private non correlate e spesso contrastanti, sulle quali intervengono i giudici quando non riusciamo a trovare un accordo.

Non è questo il tipo di società in cui mi piace vivere, e per questo motivo parlo spesso di declino, e a volte vengo etichettato come un nostalgico. A questo rispondo in due modi. Il primo è che la critica alla nostalgia presuppone che il Progresso sia la tendenza naturale dello sviluppo umano, e che le cose siano sempre andate migliorando e continueranno a farlo, in ogni ambito. C’è qualcuno che ci crede davvero? Chi criticherebbe un socialista tedesco che nel 1935 provava nostalgia per la Repubblica di Weimar di un decennio prima? Del resto, chi criticherebbe Stephan Zweig, tornato nel 1919 in un’Austria sconfitta, con la gente che mendicava e moriva di fame per le strade, e che provava nostalgia per la sua infanzia sicura e ordinata?

In effetti, l’idea di “Progresso” ha cominciato ad essere abbandonata piuttosto rapidamente tra gli sbarchi lunari del programma Apollo e la crisi petrolifera del 1973, e non si è mai veramente ripresa. Non mi riferisco a futilità come le auto volanti e le vacanze su Marte, ma ad aspirazioni concrete relative alla salute, all’aspettativa di vita, all’istruzione, alle condizioni di lavoro, all’alloggio, all’occupazione e alle opportunità nella vita. Intorno al 1970, era possibile immaginare che entro il 2020 questi aspetti della vita quotidiana avrebbero registrato progressi pari a quelli avvenuti, ad esempio, tra il 1920 e il 1970, e che il mondo sarebbe stato di conseguenza un luogo più felice, più sano e più sicuro. Quanto sembra assurdo tutto ciò oggi, vivendo in un mondo che solo lo scrittore di fantascienza distopica più cupo del 1970 avrebbe osato immaginare.

L’altra risposta è che, come ho indicato all’inizio, non doveva per forza andare così. Non c’era nulla di inevitabile nella sostituzione delle scelte pubbliche con quelle private, nel sacrificio di interi settori industriali e comunità, nel culto degli «dei dell’identità» piuttosto che nella ricerca del bene comune. Non vi è comunque alcuna indicazione che queste idee eretiche abbiano compiuto progressi significativi al di fuori dello stesso PMC, e in tutto il mondo occidentale gli elettori continuano ostinatamente a votare per diverse incarnazioni di partiti politici che difendono gli interessi della comunità e della collettività, come un tempo faceva la Sinistra. Non c’era alcun motivo, se non l’opportunismo politico, per cui le linee generali dell’assetto postbellico non potessero essere portate avanti e sviluppate, includendo alcuni dei progressi della società odierna. Se le industrie chiave fossero rimaste sotto il controllo pubblico, ad esempio, i posti di lavoro non sarebbero stati esportati e le comunità non sarebbero state distrutte.

Solo un idiota sosterrebbe che la vita di cinquant’anni fa fosse perfetta e che dovremmo tornare a quella realtà senza averla mai abbandonata. Ma, allo stesso modo, da tempo si assiste a un tentativo, in stile orwelliano, di riscrivere la storia della generazione del dopoguerra, e in particolare degli anni ’70, quasi a voler giustificare in qualche modo le barbarie di oggi. (“Oh, erano tutti scioperi, crisi finanziarie e declino.” «C’eri?» «No, ma una volta ho visto un documentario.» Oppure: «Oh, c’era tutto quel sessismo, razzismo, abilismo e così via.» «L’hai vissuto in prima persona?» «No, ma l’ho letto in un libro.»)

Ci sono persone che, per motivi professionali, sono costrette a sostenere che la maggior parte delle cose, almeno, “andavano peggio allora”. È istruttivo — per sottolineare ancora una volta l’importanza della coerenza — chiedere loro di elencare, in anticipo, i criteri oggettivi che, secondo loro, renderebbero un’epoca migliore o peggiore di un’altra. Vediamo: disoccupazione, povertà infantile, persone senza fissa dimora, sicurezza alimentare, livelli di alfabetizzazione e di conoscenza della matematica… Sospetto che non sarebbe una conversazione molto lunga e che finirebbe con insulti urlati e porte sbattute. Queste persone sono schiave degli «dei dell’identità»: rappresentano gruppi di elettori che sono riusciti a sottrarre qualcosa dalle macerie, e il resto di noi può andare al diavolo.

La strada intrapresa avrebbe potuto essere diversa, e più a lungo si protrae l’attuale deviazione, più violenta sarà la reazione finale. È vero, naturalmente, che non esiste tattica politica più potente della promozione di un senso di disperazione, della convinzione che nulla possa cambiare e che i poteri costituiti siano troppo forti. Considerata però la rapidità e la radicalità con cui, nel corso della storia documentata, sono caduti innumerevoli regimi e imperi apparentemente forti, è chiaro che si tratta di una tattica che non può funzionare per sempre. Il problema è quello che ho accennato all’inizio: la mancanza di un insieme di principi generali, anche contrastanti, su cui poter ricostruire qualcosa. Dopo il PMC, il diluvio. Ok, dopo il diluvio, cosa?

********************************

Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a chi si dedica instancabilmente a fornire traduzioni nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, mentre Italia e il Mondo le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché si citi la fonte originale e me lo si comunichi.

Breve introduzione a Goethe, di Spenglarian Perspective

Breve introduzione a Goethe

L’ispirazione per l’uomo faustiano di Spengler

spenglarian perspective19 agosto
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Goethe - Estado da Arte

Johann Wolfgang von Goethe fu un intellettuale tedesco oppositore dell’Illuminismo, vissuto all’incirca nello stesso periodo di figure come Kant, Robespierre e Napoleone: in altre parole, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Goethe fu una fonte di enorme ispirazione per Spengler, quindi ritengo opportuno documentare le sue idee per comprendere l’origine di concetti come quello faustiano e la morfologia. La comprensione delle influenze su Spengler, così come delle critiche a lui rivolte, dovrebbe, si spera, ampliare il campo di idee che si possono associare al suo pensiero.

Gli interessi di Goethe erano filosofici, ma non ha mai prodotto una filosofia in senso stretto. Se esisteva un sistema di credenze in lui, esso era celato all’interno di una vasta gamma di romanzi, opere teatrali, poesie e trattati scientifici che ha prodotto nel corso della sua vita. In questo articolo esploreremo quindi alcune di queste idee così come si manifestano nella sua letteratura, e speriamo che voi, lettori, possiate scorgere in lui il germe di Spengler.

La volontà faustiana

Faust (Film) - TV Tropes

Non c’è punto di partenza migliore della sua idea di volontà faustiana, così come presentata nella sua opera Faust . La premessa è che la vita non è fatta per essere, né è mai stata, un diventare qualcosa e poi smettere, permettendoti di sederti soddisfatto in uno stato di riposo finale. La vita è fatta per scalare vette sempre più alte, attivamente, e per non accontentarsi mai di ciò che si ha.

In una delle prime scene del Faust, vediamo il protagonista disperato perché, nonostante abbia padroneggiato tutte le vie intellettuali a sua disposizione all’epoca – filosofia, diritto, medicina, teologia, ecc. – non è ancora più vicino al contatto totale con la realtà vivente che si cela dietro tutte le parole e le formule. Egli articola il problema in questo modo:

Due anime, ahimè! Residuo nel mio petto,

E ciascuno si ritira e respinge il suo fratello

Delle due anime, una si aggrappa alla terra, l’altra si sforza di elevarsi al regno degli spiriti ancestrali superiori. Goethe risolve la scissione non facendo mai scegliere a Faust da che parte stare. La tensione stessa è il punto: se la tensione si placa, allora ciò segna il ritorno alla morte e al non-essere. Questo tormenta Faust, che desidera essere liberato dalla perfezione. Allo stesso tempo maledice la sua facoltà di aspirazione come un tormento (“Maledetta sia subito l’alta ambizione / Con cui la mente stessa inganna!”) pur essendo abbastanza fiducioso nelle sue aspirazioni da dare inizio al dramma principale attraverso il suo patto con Mefistofele, il diavolo, che sfida a soddisfarlo a rischio della propria anima. Alla fine ottiene quella soddisfazione, e nello stesso istante perde e muore. Gli angeli portano la sua anima verso l’alto cantando:

Chiunque aspira instancabilmente

Non è irrecuperabile.

Non appena Faust smise di lottare, perse. Per Goethe, non è per un fine superiore, come la saggezza o la felicità, che ci si sforza, bensì per il senso della vita. In questo risiede anche il seme del mondo di Schopenhauer, inteso come Volontà.

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Prometeo: Decidere il proprio destino

Prometheus The Creation of Man and a History of Enlightenment

Durante gli anni dello Sturm und Drang di Goethe, un movimento poetico proto-romantico, la sua ode Prometeo raffigurava il Titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo all’uomo come un ribelle che rinunciava completamente alla dipendenza dagli dei, dichiarando che il significato e il valore della vita devono essere costruiti dall’uomo solo con il proprio lavoro e la propria sofferenza, piuttosto che essere concessi dall’alto. Dalla fine del Prometeo:

Qui siedo io, formando i mortali

Dopo la mia immagine;

Una razza che mi somiglia,

Soffrire, piangere,

Per godere, per essere felici,

E tu al disprezzo,

Come me!

La poesia fu scandalosa all’epoca. Il movimento Sturm und Drang in Germania era già una critica all’Illuminismo e ai suoi vincoli sull’individuo. Goethe lo sostenne e dichiarò che la dignità umana non poteva derivare da formule recepite passivamente da un rigido ordine cosmico; piuttosto, essa scaturiva da atti creativi e da un’attività mirata – la volontà faustiana! Ognuno doveva plasmare la propria vita, scrivere la propria storia, dipingere il proprio mondo, attraverso un lavoro instancabile, anziché per eredità di qualsiasi tipo.

Bildung ed esperienza di vita

Karl Pavlovic‏ Briullov | A scene from Goethe's Wilhelm Meister's  Apprenticeship | MutualArt

Mentre Faust e Prometeo drammatizzano la lotta della volontà umana con se stessa e con il cosmo, L’apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe fonda la stessa idea sul progetto più ordinario di un uomo che cerca di completare se stesso. Il romanzo ha creato il genere “Bildungsroman” o “romanzo di formazione” e gli ha dato il nome del concetto di Bildung. Non è una parola facile da tradurre, ma ciò che generalmente indica è una fusione di autorealizzazione, formazione o educazione. Spengler usa il termine ne Il tramonto dell’Occidente [1] per descrivere il processo di creazione dello Stato sacerdotale attraverso l’educazione alle dottrine rituali. Ma nel caso di Spengler, egli ne inverte il significato. La sua Bildung è un’attualizzazione intellettuale, mentre per Goethe è solo metà dell’equazione.

Il compito più elevato dell’essere umano è la coltivazione di tutte le sue facoltà attraverso l’interazione con il mondo, in contrapposizione alle ristrette discipline mentali che lo tengono rinchiuso nella propria testa. In sostanza, si tratta di un’educazione attraverso l’esperienza di vita. Wilhelm offre una frase che riassume il suo libro:

Il completamento non è una preoccupazione dello studioso: è sufficiente che si perfezioni con la pratica.

La perfezione è impossibile e, come già detto, indesiderabile. La perfezione in un singolo ambito a scapito di tutti gli altri aspetti di sé stessi genera anche uno squilibrio nel lavoro. Per questo motivo, Goethe si oppose alla specializzazione per tutta la vita. Insistette nel voler essere contemporaneamente naturalista, amministratore pubblico, poeta e romanziere, anche a costo di una minore produttività. Per essere un uomo rinascimentale, bisogna fare dei sacrifici, ma alla lunga questi ripagano con un bagaglio di competenze diversificato, e uno squilibrio di priorità era un fallimento, a prescindere dai potenziali vantaggi della specializzazione.

La natura come organismo vivente

Night: Faust and the Spirit - Mr. Brown

Oltre a essere uno scrittore di narrativa, Goethe si dedicò anche alla scienza, elaborando le proprie teorie. Trascorse decenni a studiare il colore, l’ottica e la biologia, giungendo alla conclusione che la natura non fosse un insieme inerte di leggi e relazioni causali, come l’avevano definita i matematici e i razionalisti dell’epoca; al contrario, avrebbe dovuto essere considerata come un tutt’uno vivente, da scoprire gradualmente attraverso un’osservazione paziente.

C’è un seme di questo nel Faust. C’è un seme di questo nel Faust. All’inizio dell’opera, Faust cerca di evocare lo Spirito della Terra, la metafora di Goethe per quella natura vera e vivente, e lo spirito si presenta a lui:

Nelle maree della vita, nella tempesta dell’azione,

Un’onda fluttuante,

Una navetta gratuita,

Nascita e tomba,

Un mare eterno,

Un intreccio, un flusso

Vivi, tutto splendente,

Così al ronzio del telaio del Tempo è la mia mano che prepara

L’abito della Vita che la Divinità indossa!

L’immagine di ciò sopraffà Faust, e in risposta lo spirito lo avverte: ” Tu sei come lo Spirito che comprendi, / Non me! “; viene avvertito che si può conoscere solo ciò di cui si è pari, e quindi conoscere la natura così com’è veramente sarebbe impossibile conoscendola direttamente come una formula.

Un altro romanzo in cui Goethe dimostra questa idea è Affinità elettive (1809). Il titolo è tratto dal concetto chimico settecentesco secondo cui le sostanze hanno una preferenza a combinarsi con alcune sostanze rispetto ad altre, e Goethe lo usa come metafora per la sua storia in cui due coniugi vengono separati dall’arrivo di nuove persone nelle loro vite, di cui si innamorano. L’obiettivo era dimostrare che la vita emotiva umana non è un fenomeno separato dal mondo fisico naturale, ma che entrambi fanno parte dello stesso tutto, nonostante le divisioni artificialmente create.

Ma i suoi scritti scientifici sono più espliciti su questo argomento. La sua introduzione alla Teoria dei colori delinea un approccio allo studio della natura basato sull’osservazione e sull’esperienza lenta e diretta, piuttosto che su deduzioni matematiche astratte come fece Newton.

Ogni atto di osservazione conduce alla considerazione, la considerazione alla riflessione, la riflessione alla combinazione, e si può quindi affermare che in ogni sguardo attento alla natura stiamo già teorizzando.

Ciò che intende sottolineare è la necessità della statistica nello studio della vita, così come la politica e l’economia ne hanno bisogno. Studiare una singola pianta non fornirà un quadro matematico completo di tutte le piante simili. È necessario studiare migliaia di piante di un certo tipo, man mano che crescono e maturano, per analizzarne differenze e somiglianze, prima di poterle elaborare in numeri ed estendere il risultato all’intera categoria con una stima ragionevole. Sul tema scientifico in senso stretto, la storia ha premiato Newton e l’ottica moderna si basa sulla sua descrizione matematica della luce e non su quella di Goethe, ma la critica secondo cui ridurre un fenomeno a leggi e formule può andare a scapito della comprensione di come esso viene percepito non è stata dimenticata. È sopravvissuta alla specifica disputa del suo tempo ed è diventata un’influenza duratura per chiunque volesse considerare la realtà come qualcosa di più di un insieme di costruzioni mentali. A questo si collega la teoria delle polarità di Goethe, l’idea che i fenomeni naturali si sviluppino attraverso la tensione produttiva tra due forze opposte. Questo diventa quindi il modello per comprendere il colore, la crescita delle piante e anche altri aspetti della vita, come il testamento faustiano, le sue due anime in lotta nel suo petto.

Vi è ulteriore prova di questa totalità della natura nella raccolta di aforismi in Massime e riflessioni :

L’errore è legato alla verità come il sonno alla veglia. Ho osservato che, al risveglio dall’errore, l’uomo ritorna alla verità con rinnovato vigore.

Nella formazione delle specie, la Natura si trova, per così dire, in un vicolo cieco; non riesce a trovare una via d’uscita ed è restia a tornare indietro.

Entrambe le correnti trattano la natura come qualcosa di dinamico, adattivo e vitale, piuttosto che come qualcosa di statico e comprensibile attraverso parole e simboli interconnessi.

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La conoscenza si acquisisce attraverso l’azione, non solo attraverso il pensiero.

Un tema ricorrente nella sua opera è la diffidenza verso il pensiero astratto quando separato dall’azione. Il Faust ne è l’esempio migliore, con il suo risentimento per la sua padronanza degli studi teorici, e la Bildung spiega il potenziale dell’apprendimento esperienziale. La soluzione di Goethe a questa trappola è documentata in Massime e riflessioni .

Mai pensando, ma facendo. Cerca di fare il tuo dovere e scoprirai subito quanto vali.

Non c’è spettacolo più terribile dell’ignoranza in azione.

La tesi qui sostenuta è che il pensiero astratto, non messo alla prova dalla realtà, ristagna a causa dell’illusione o dell’autocompiacimento. Allo stesso tempo, l’azione senza riflessione può essere sconsiderata e pericolosa quanto la paralisi mentale. L’ideale è che pensiero e azione si completino a vicenda, correggendo i difetti e le mancanze dell’altro. Un’altra polarità, pensiero e azione, sono due opposizioni che producono qualcosa quando sono mantenute in una tensione vitale, non quando una prevale sull’altra.

Sentire come forma di Conoscenza

The Sorrows of Young Werther: Passages that inspired suicide | Books on  Trial

Uno dei momenti più trasformativi nella vita di Goethe fu la pubblicazione, nei suoi primi anni di vita, de I dolori del giovane Werther (1774). Il romanzo è narrato interamente attraverso le lettere di un uomo instabile che si innamora di una donna già promessa sposa. Il risultato è che si toglie la vita. Werther è, tra le altre cose, una tesi sostenuta secondo cui l’esperienza emotiva e immaginativa costituisce una verità in sé, inaccessibile alla ragione.

Quando le tenebre mi avvolgono gli occhi, e il cielo e la terra sembrano dimorare nella mia anima e assorbirne il potere, come la forma di un’amata…

– Lettera del 10 maggio

Esamino il mio stesso essere e vi trovo un mondo, ma un mondo fatto più di immaginazione e vaghi desideri che di concretezza e vitalità.

– Lettera del 22 maggio

L’opera rese Goethe famoso da un giorno all’altro in tutta Europa e contribuì a lanciare il movimento Sturm und Drang. Questa fama si trasformò però in infamia quando la popolarità del romanzo provocò un’ondata di suicidi imitativi, fenomeno noto come “effetto Werther”. Goethe dovette aggiungere una prefazione di avvertimento a un’edizione successiva, per ammonire i lettori a trarre forza dalla storia anziché lasciarsi travolgere dalle emozioni di Werther. Grazie a questo errore, Goethe divenne più cauto riguardo a questa convinzione e la elaborò in modo più chiaro nelle sue opere successive. Ciononostante, ciò che Werther fa è sfidare silenziosamente l’arroganza della fede illuminista secondo cui la ragione può descrivere tutta la realtà. La proposta, invece, è che l’immaginazione e il sentimento siano altrettanto centrali nel modo in cui una persona interagisce con il mondo, una posizione che avrebbe poi ispirato le successive ondate del romanticismo europeo.

Conclusione

La filosofia di Goethe può essere considerata una filosofia dell’esperienza, dove l’esperienza rappresenta l’antitesi di ciò che i filosofi illuministi avevano indicato come l’unica via per comprendere la natura. Mentre Newton si affannava a dominare la natura attraverso leggi matematiche, Goethe ci mostra che la conoscenza priva di applicazione pratica può ingannare la mente, o meglio, che la conoscenza non fondata sui fatti della realtà può dissolversi nell’assurdo.

Per questo motivo, egli auspica un equilibrio tra i due aspetti. Forse può sembrare banale e ovvio; la maggior parte delle scienze esatte viene comunicata in termini di funzioni affinché possano essere utilizzate, ma nella cultura politica odierna, ad esempio, ci sono molte lotte ideologiche e discorsi complottisti che spingono persone altrimenti brillanti verso vicoli ciechi o addirittura verso la follia. Se un’idea apporta un miglioramento, dovrebbe essere utilizzata per migliorare, ma se non lo fa, o se esiste solo con il potenziale per migliorare ma non viene messa in pratica, allora intasa la mente quando altre realtà dovrebbero avere la precedenza.

Quando altre realtà non possono avere la precedenza, si crea uno squilibrio mentale. Per questo Goethe sottolinea la necessità di mantenere le proprie facoltà in perfetto equilibrio, affinché si possa raggiungere la piena realizzazione personale. Ad esempio, si pensi a un avvocato ossessionato dall’agricoltura. Non avrebbe potuto investire quello spazio mentale altrove, per migliorarsi? Non avrebbe potuto studiare le specializzazioni che gli permettono di guadagnare e di provvedere al proprio sostentamento? Quanta sofferenza si è procurato ossessionandosi con l’agricoltura a scapito di altre parti del suo essere?

Mantenere in equilibrio pensiero e azione offre all’uomo il miglior accesso al significato della vita, che per Goethe è l’eterno cammino verso l’alto, sforzandosi di realizzarsi e poi, sempre insoddisfatto, continuando la sua esplorazione. Fare troppo senza pensare lo porta a guardare le stelle con rabbia; pensare troppo senza fare lo porta a guardare le stelle con nostalgia. Ma dedicare equamente le proprie energie a entrambi gli aspetti mantiene la tensione che lo condurrebbe sulla luna.


[1] Tradotto come Modellatura in inglese.

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Come gli animati mi hanno fatto conoscere Heidegger

Da Evangelion a Dasein

Michael Kumpmann27 agosto∙Articolo ospite
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Michael Kumpmann racconta come gli animati filosofici degli anni ’80 e ’90 lo abbiano condotto a Heidegger e abbiano plasmato il mondo della paura, del terrore e dell’alienazione nel suo romanzo di fantascienza La profezia dimensionale di Zohar .

Kyoto Novalis, in un momento imprecisato del futuro. Sono trascorsi diversi anni da quando gli alieni Caine hanno compiuto un attacco terroristico contro la colonia marziana di Grover’s Mill. Gli alieni sono apparsi senza preavviso e hanno attaccato l’edificio governativo della colonia. Stranamente, le indagini successive hanno indicato che questi alieni erano apparentemente anch’essi una forma di umanità. L’attacco si è trasformato in una crisi terroristica durata decenni. Gli alieni apparivano improvvisamente nelle città umane, lanciavano un attacco, uccidevano un gran numero di persone e scomparivano immediatamente. Nessun luogo era al sicuro da loro. Potevano colpire e seminare il terrore ovunque. Persino l’intensificazione della sorveglianza e le misure estreme non sono riuscite a fermarli.

Un giorno, il matematico Riemann e i suoi assistenti, Szabi e Rosenberg, scoprirono un algoritmo matematico in grado di prevedere con precisione quando sarebbe apparso Caine. L’umanità aveva finalmente la possibilità di reagire contro i terroristi. A Kyoto Novalis venne fondato un istituto per applicare e perfezionare l’algoritmo. L’umanità poteva ora prevenire gli attacchi e salvare vite umane. Finalmente, la situazione sembrava migliorare.

Poi, improvvisamente, l’algoritmo iniziò a produrre un gran numero di previsioni errate. Si scoprì che presentava problemi di precisione della macchina e di errore relativo e che pertanto doveva essere rivisto. Anche l’Istituto Carl Friedrich Gauss ricevette l’incarico di migliorare l’efficienza e la precisione dell’algoritmo.

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Karala Yagiyu, la giovane figlia di due scienziati dell’istituto, sta per essere reclutata come specialista. Arriva a Kyoto Novalis in treno. Allo stesso tempo, però, iniziano a comparire i corpi di persone che sono state evidentemente assassinate dagli alieni Caine. Gli incidenti si moltiplicano e i Caine arrivano persino a far impazzire alcune persone. La situazione diventa una vera e propria crisi perché il governo vede un solo modo per fermarli:

Se necessario, distruggere completamente la città con bombe all’idrogeno e seppellirla sotto uno strato di cemento.

È ancora possibile scongiurare la catastrofe, o è tutto perduto?

Questa è la trama del mio romanzo di fantascienza ” La profezia dimensionale di Zohar” , disponibile su Amazon da diversi mesi e già recensito più volte qui su Multipolar Press .

È facile intuire che la paura sia il tema centrale della storia e, come hanno dimostrato gli ultimi trailer , il romanzo è fortemente ispirato all’opera di Heidegger. Ma come è nata questa influenza e come si manifesta? Potrebbe sembrare paradossale a molti, ma le sue origini non risiedono nella filosofia, bensì nella cultura popolare, più precisamente negli anime degli anni ’80 e ’90.

Molti animati di quel periodo contenevano sfumature filosofiche. Un esempio ben noto è il film Ghost in the Shell di Mamoru Oshii , che in seguito divenne una delle principali fonti di ispirazione per i film di Matrix . Dopotutto, Matrix è “l’adattamento cinematografico più famoso dell’opera di Platone”. Megazone 23 è un altro famoso anime gnostico e platonico degli anni ’80. In esso, le macchine imprigionano l’umanità in una realtà simulata in cui gli anni ’80 si ripetono in un ciclo infinito da secoli. Anche A Wind Named Amnesia è un’opera fortemente platonica, basata su un romanzo di fantascienza giapponese, in cui gli alieni prendono il controllo del mondo e periodicamente cancellano la memoria dell’umanità. Il protagonista è un vagabondo che ama una donna aliena di nome Sophia e cerca persone disposte a rischiare per intraprendere un percorso di studi e recuperare i propri ricordi. Notate il nome: il protagonista ama Sophia. Amare “Sophia”, ovvero la saggezza, è il vero significato della parola filosofia .

Gunbuster utilizza il tempo e il suo scorrere come elemento centrale della trama. Esamina cosa accade quando la dilatazione temporale fa sì che tu invecchi così lentamente che il mondo continua a svilupparsi senza di te, mentre tu sembri rimanere immobile.

L’animato “filosofico” più conosciuto è probabilmente Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno , con i suoi riferimenti a Freud, Lacan, Wilhelm Reich, la Cabala e citazioni dirette di Schopenhauer e Søren Kierkegaard. La serie Revolutionary Girl Utena di Kunihiko Ikuhara nacque come proposta rifiutata per un film di Sailor Moon su Haruka e Michiru, che lo studio trasformò poi in una complessa allegoria massonica e rosacrociana. La serie anime filosofica più estrema è probabilmente Serial Experiments Lain , di cui quasi il 99% è costituito da intricate discussioni filosofiche sulla causalità, gli effetti dei media, l’esistenza, internet, la tecnologia informatica, il tempo e altri argomenti. Angel’s Egg di Mamoru Oshii è anche un famoso cortometraggio che tratta il concetto nietzschiano della “morte di Dio”.

Questi temi erano così ampiamente rappresentati negli anime perché l’economia giapponese era in piena espansione negli anni ’80, mentre l’invenzione della videocassetta VHS innescò un’esplosione del cinema indipendente. Era l’unico periodo in cui un gruppo di appassionati di fantascienza poteva rivolgersi agli investitori e ottenere un budget di un milione di dollari per produrre un anime di fantascienza. Ciò portò alla creazione di numerose opere concepite secondo la formula: “Uniamo filosofia, Philip K. Dick, Robert Heinlein, Isaac Asimov e l’estetica di Metal Heavy Metal , Alien e Blade Runner in un nuovo anime”.

Un video che spiega cosa rende gli anime di questo periodo e la loro estetica così particolari:

Un montaggio di scene tratte da anime di questo periodo:

Megazone 23 , la cui affinità visiva con il fumetto francese Métal Hurlant è particolarmente evidente:

Wicked City , un anime horror dallo stile neo-noir particolarmente elegante:

Il cinema non è stato l’unico mezzo di espressione influenzato da queste tendenze. Si sono estese anche ai videogiochi. Non è un caso che uno dei dirigenti della Shinra in Final Fantasy VII si chiami Heidegger, mentre il celebre Professor Gast del gioco è quasi una copia esatta di Hermann Wirth. Xenogears , chiaramente influenzato da Evangelion , contiene riferimenti a Nietzsche, allo gnosticismo, alla psicoanalisi e altro ancora. E poi c’è la famosa serie Metal Gear , nota a molti giocatori proprio per il suo approccio a tali tematiche.

Questo periodo degli anime e le opere che ha prodotto sono stati chiaramente tra le principali influenze su Dimensional Prophecy of Zohar . Anche la parola “Dimensional” nel titolo deriva da questa tradizione. Mi sono basato sulle convenzioni di denominazione di Super Dimension Fortress Macross , Super Dimension Cavalry Southern Cross e Super Dimension Century Orguss .

Questi animati sono stati anche ciò che inizialmente mi ha avvicinato alla filosofia. Certo, alla fine degli anni ’90, quando ero un super-nerd autistico, la maggior parte dei riferimenti mi sfuggivano completamente. Li guardavo principalmente per l’azione. Ma quando ho iniziato a seguire corsi di filosofia al liceo e ho rivisto Neon Genesis Evangelion , finalmente qualcosa è scattato.

In realtà è successo in modo un po’ indiretto. Dopo aver visto Neon Genesis Evangelion , ho letto del gioco Xenogears in un vecchio numero di AnimaniA (ho ancora quelle riviste patinate degli anni ’90) e l’articolo diceva che era simile a Evangelion . Volevo disperatamente giocarci. Dopo una LUNGHISSIMA campagna di persuasione, ho convinto mio padre a ordinarmi un modchip per la PlayStation e una copia importata di Xenogears . Avevo anche sentito dire che erano in produzione dei successori non ufficiali di Xenogears : Xenosaga Episode I: Der Wille zur Macht ( La volontà di potenza ), Xenosaga Episode II: Jenseits von Gut und Böse ( Al di là del bene e del male ) e Xenosaga Episode III: Also sprach Zarathustra ( Così parlò Zarathustra ). Volevo anche quelli.

Quei titoli mi lasciavano perplesso. Suonavano estremamente strani e volevo sapere cosa significassero quei nomi particolari. Così li cercai online, e quel singolo passo cambiò radicalmente la mia vita. Nel tempo libero, iniziai a leggere costantemente Nietzsche, Kant, Heidegger, Kierkegaard e molti altri. I miei voti in filosofia passarono da un 4 al massimo dei voti in ogni esame. Il mio professore di filosofia mi implorò persino di studiare filosofia invece di informatica. Ironia della sorte, alla fine il suo desiderio fu esaudito, perché in seguito divenni davvero un filosofo.

Sono rimasto completamente folgorato da questi vecchi anime e volevo creare qualcosa di simile. Grazie alla vaporwave e, soprattutto, all’intelligenza artificiale, molte persone stanno ora cercando di far rivivere l'”estetica degli anime degli anni ’80 e ’90”, ma io ho iniziato a farlo intorno al 2004. Lol. Ho studiato con entusiasmo non solo le opere dei filosofi, ma anche le influenze fantascientifiche che hanno ispirato questo stile, tra cui Blade Runner , 2001: Odissea nello spazio , Starship Troopers , Alien , H.R. Giger, Stanisław Lem e altri.

Il mio progetto “La profezia dimensionale dello Zohar” è iniziato durante le vacanze estive, quando avevo circa diciassette anni. L’idea mi è venuta da un’intervista di AnimaniA a un regista di anime che diceva di voler realizzare un film sull’Essere. Non ricordo chi fosse. Per coincidenza, avevo comprato lo stesso libro di testo di filosofia che usava il nostro professore, e conteneva un capitolo enorme proprio su quell’argomento. Ho pensato: “Va bene, scriverò una storia anche su quello”. Ho studiato il capitolo, insieme a brani di Nietzsche, Sartre, Heidegger, Hegel, Freud e Marx, e ho iniziato lentamente a pianificare la storia. Sì, dico sul serio. Gli altri diciassettenni leggevano Playboy di nascosto sotto le coperte a mezzanotte. Io, invece, leggevo Heidegger di nascosto.

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La mia premessa di base era di mettere in primo piano questo tema e rappresentare un’umanità futura sotto attacco da parte di bizzarri alieni lovecraftiani che, per qualche ragione, erano anche umani. Una delle domande centrali dei protagonisti sarebbe stata perché queste creature dovessero essere considerate umane. Nella prima bozza, assomigliavano agli insetti di Starship Troopers perché non avevo ancora imparato a riprodurre correttamente lo stile lovecraftiano. Ma man mano che la mia comprensione di Lovecraft cresceva e che leggevo altri libri come Solaris , gli alieni si sono evoluti sempre più in “abominazioni lovecraftiane” incomprensibili alla mente umana.

La primissima bozza, che ho pubblicato su siti web tedeschi di fanfiction, era ancora estremamente grezza e presentava problemi di coesione della trama.

Anni dopo, mentre studiavo informatica, iniziai la mia prima revisione sostanziale della storia. L’ispirazione mi venne da una semplice paura personale: ero terrorizzato all’idea di non superare un esame imminente. Volevo trovare un modo per parlare delle mie paure. Riscrissi quindi la storia in modo che l’umanità avesse inventato un algoritmo – un programma per computer – per difendersi dagli alieni. Per “coincidenza”, però, il programma presentava proprio i problemi trattati in quell’esame e quindi doveva essere corretto. La trama si allontanò anche dall’ambito militare e bellico per concentrarsi sulla ricerca e l’analisi, con una generosa dose di indagini e cospirazioni in stile X-Files .

Ho poi scoperto un altro anime, Gasaraki , che ha influenzato il mio lavoro. I creatori di Gasaraki credevano che Hideaki Anno si fosse spinto troppo oltre con l’esoterismo e il misticismo di Neon Genesis Evangelion . Volevano invece presentare una “visione credibile di un possibile futuro”. Caro lettore, ti renderai subito conto di quanto spaventosamente credibile fosse la premessa della serie. Prodotta nel 2000, racconta la seguente storia: in un futuro prossimo, gli Stati Uniti accusano il dittatore di un paese mediorientale – che somiglia in modo impressionante a Saddam Hussein – di possedere armi di distruzione di massa e lanciano una guerra impopolare per un cambio di regime. Man mano che la guerra incontra difficoltà, i droni da combattimento senza pilota vengono utilizzati con sempre maggiore frequenza.

E così si concludeva la “visione credibile di un possibile futuro”. Quasi esattamente quello che era accaduto un anno dopo. La serie mi ha dato un’altra idea: il governo avrebbe considerato gli alieni attaccanti come terroristi e avrebbe limitato le libertà civili, ampliato la sorveglianza e introdotto misure simili nel tentativo di fermarli.

L’evento decisivo successivo fu il disastro di Fukushima. Qui in Germania, la gente precipitò praticamente in una psicosi di massa. Tra le altre cose, questo portò alcuni tedeschi ad avvelenarsi accidentalmente con farmaci antiradiazioni e spinse la Germania ad attuare la sua insensata dismissione del nucleare, la graduale chiusura di tutte le centrali nucleari del paese, che è una delle cause della sua attuale crisi energetica. In seguito, la Germania abbandonò anche il gas russo a basso costo e lo sostituì con il gas naturale liquefatto (GNL). La Germania si rifornisce di GNL dal Qatar e il suo trasporto nel paese dipende dalla navigabilità dello Stretto di Hormuz. Se non fossi tedesco, quasi mi verrebbe da ridere.

Questo mi ha chiarito una cosa: dovevo cambiare radicalmente la mia storia e la sua filosofia. Fino ad allora, Heidegger era apparso solo in una sottotrama minore che coinvolgeva il personaggio di Madoka Michael e la sua psiche. Ma il tema heideggeriano dell’angoscia esistenziale doveva diventare IL tema centrale della storia, in parte perché ciò avrebbe rispecchiato la realtà. La crisi di Fukushima aveva dimostrato chiaramente che gli esseri umani non sono, come molti all’interno del Partito Liberale Democratico (FDP) tedesco e altrove sostenevano, “creature razionali e logiche”. No. L’emozione umana fondamentale è la paura. La paura viene prima; solo dopo ci chiediamo di cosa abbiamo paura. Il sentimento fondamentale che ci accompagna dalla nascita alla morte, controllando tutte le nostre azioni e il nostro intero modo di vivere, è la paura.

Ho anche capito che questo tema si applicava non solo a Madoka, ma a tutti i personaggi e al contesto stesso della storia. Karala inizialmente scappa dopo aver incontrato i mostri alieni, ma in seguito se ne pente. Ancora una volta, la paura è chiaramente il tema centrale. La premessa di base, ovvero destinare tutte le risorse statali al completamento di un programma informatico in grado di prevedere gli attacchi alieni, è anch’essa un esempio di paura e di come le persone cerchino di affrontarla. È anche un esempio di ciò che Heidegger chiamava Gestell , ovvero inquadramento, come ho poi compreso.

Questo mi ha portato alla mia ultima e importante revisione del racconto, in cui ho portato in primo piano i temi della paura e della filosofia di Heidegger. Ciò ha dato alla storia il suo tocco finale. Di conseguenza, gli alieni sono diventati letteralmente radioattivi ed emettevano radiazioni. In seguito, ho incluso anche allusioni ad “altre paure”. Gli alieni, ad esempio, causano coprifuoco e obblighi di indossare la mascherina. Erano intesi a diventare la somma di tutte le paure contemporanee.

Accanto ai temi politici e filosofici, l’opera è diventata anche un mezzo di autoanalisi, seguendo l’esempio di Hideaki Anno con Evangelion . Le mie ansie sociali, le difficoltà che incontravo nel relazionarmi con gli altri a causa del mio autismo e molte altre esperienze personali sono confluite nell’opera.

Per inciso, il mio crescente interesse per Heidegger ebbe in seguito un’altra conseguenza. Nel 2015, un amico libertario di Facebook di nome Manuel Peters mi parlò di un filosofo russo chiamato Alexander Dugin, che a quanto pare era uno dei più grandi heideggeriani viventi. Quella scoperta mi ha letteralmente indirizzato sul percorso che sto seguendo oggi.

(Tradotto dal tedesco)

Ordine dimensionale Profezia dello Zohar Qui .

La grande strategia della Nuova Destra dopo Trump, di Leonard A. Schuette

La grande strategia della Nuova Destra dopo Trump

In che modo il “civilizationismo” stravolgerebbe il ruolo degli Stati Uniti nel mondo

Leonard A. Schuette

25 agosto 2026

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su uno schermo video durante un comizio, Washington, D.C., luglio 2026Cheney Orr / Reuters

LEONARD A. SCHUETTE è ricercatore presso il Programma Europa del Carnegie Endowment for International Peace. Dal 2025 al 2026 è stato ricercatore presso il Programma di Sicurezza Internazionale del Belfer Center della Harvard Kennedy School.

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Il dibattito sulla grande strategia americana è stato a lungo influenzato da scuole di pensiero ben note: moderazione, internazionalismo liberale e primato. Ma il movimento intellettuale che ha fornito il carburante ideologico all’ascesa al potere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la Nuova Destra, sta forgiando un nuovo concorrente: chiamiamolo “civilazionismo”. I riferimenti alla civiltà occidentale permeano i documenti strategici e i discorsi dei membri chiave dell’amministrazione. Il vicepresidente JD Vance ha dato il tono nel suo discorso del febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sottolineando la «minaccia dall’interno» ai valori fondamentali che caratterizzano la «nostra civiltà condivisa». La Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump ha messo in guardia dalla «cancellazione della civiltà». Lo scorso gennaio, a Davos, Trump ha sottolineato «i legami che condividiamo con l’Europa come civiltà»; il mese successivo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato i partner transatlantici degli Stati Uniti a «rinnovare la più grande civiltà della storia dell’umanità».

L’idea che esista una civiltà occidentale e che questa sia superiore non è, ovviamente, nuova. Ma il concetto di Occidente sostenuto dalla Nuova Destra — e il modo in cui tale concetto dovrebbe guidare la grande strategia degli Stati Uniti — è fondamentalmente diverso da come la maggior parte delle persone lo aveva inteso in precedenza. Non si basa su una concezione dottrinale dell’identità occidentale radicata in un insieme condiviso di principi che chiunque, indipendentemente dalla propria origine, possa fare proprio, come la democrazia costituzionale, la libertà e l’uguaglianza. Al contrario, per i pensatori della Nuova Destra, l’Occidente è definito da un territorio geografico specifico, da un’ascendenza comune e dal cristianesimo.

Estesa al campo della politica estera, questa rivisitazione dei fondamenti della civiltà occidentale richiede una nuova e ben definita grande strategia. Il “civilazionismo” è ancora in fase di sviluppo. Gli scritti sulla politica estera dei pensatori della Nuova Destra sono limitati e la corrente è divisa al suo interno. Tuttavia, esaminando quei testi e seguendo le idee interne al movimento fino alla loro conclusione logica, è possibile individuare una visione del mondo ben definita. I civilizazionisti mirerebbero a strutturare il mondo secondo spazi civilizzazionali delimitati, ciascuno dominato da un’egemone. Ritengono che gli Stati Uniti siano di diritto l’egemone dell’Occidente, dediti a difendere i confini della civiltà, a esortare l’Europa a sostenere i presunti valori occidentali e a perseguire la coesistenza con altre civiltà, come quella cinese, piuttosto che aspirare alla leadership globale. Essi rifiutano le ambizioni universali di primato e i vincoli imposti alla sovranità statunitense dall’internazionalismo liberale. Il “civilizationismo” si discosta anche dalla politica di contenimento, richiedendo il dominio sull’emisfero occidentale, se necessario anche mediante l’intervento militare. E a differenza delle visioni realiste che giustificano il controllo di una grande potenza sul proprio “cortile di casa” facendo riferimento ai suoi legittimi interessi di sicurezza, il “civilizationismo” offre una giustificazione ideologica per le sfere d’influenza e i loro confini.

Nonostante l’adesione dell’amministrazione Trump alla retorica civilizzazionista, nella pratica la sua politica estera si discosta da quanto il civilizzazionismo suggerirebbe e da quanto molti degli stessi sostenitori di Trump speravano che egli perseguisse. Anche se i repubblicani dovessero riconquistare la Casa Bianca nel 2028, ciò non significherebbe che il civilizzazionismo diventerebbe la grande strategia degli Stati Uniti; la Nuova Destra dovrebbe anche prevalere sulla fazione dell’establishment del partito. Ma almeno due fattori sembrano favorire la Nuova Destra nella battaglia interna al partito. Uno è di natura demografica: la maggior parte dei sondaggi mostra un divario generazionale tra i repubblicani, con gli elettori più giovani più favorevoli a posizioni quali la riduzione del ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e l’abbandono della visione della Cina come una minaccia principale. L’altro è la guerra di Trump contro l’Iran. Man mano che le conseguenze di questa campagna strategicamente catastrofica diventano sempre più evidenti, l’influenza della Nuova Destra è destinata a crescere, avendo contrastato la guerra sin dall’inizio.

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UN NUOVO BLOB IN CITTÀ

Per decenni, l’establishment della politica estera di Washington ha sostenuto diverse forme di egemonia liberale. Anche durante il primo mandato di Trump, le élite tradizionali della politica estera hanno esercitato una grande influenza e hanno mantenuto una relativa continuità politica all’estero. Ma il secondo mandato di Trump ha sconvolto radicalmente il consenso intellettuale che da tempo regolava i dibattiti di politica estera, portando la Nuova Destra al centro delle discussioni che definiscono la strategia statunitense. Questo movimento è composto da varie fazioni, come ha sintetizzato Laura Field nella sua autorevole opera Furious Minds. I post-liberali vogliono imporre una concezione cattolica del bene comune e della moralità. Idolatrando la fondazione americana, i Claremonters propongono un’azione radicale e controrivoluzionaria per ripristinare il governo basato sul consenso, smantellare lo Stato amministrativo e coltivare la virtù civica. I conservatori nazionali abbracciano il nazionalismo cristiano e cercano di proteggere lo Stato-nazione omogeneo dalle minacce del liberalismo.

Ciò che accomuna questi schieramenti eterogenei è il rifiuto dei principi fondamentali del conservatorismo tradizionale, quali il governo limitato, l’economia neoliberista e la politica estera aggressiva, nonché una comune opposizione al concetto dottrinale di identità americana. La Nuova Destra, invece, concepisce l’identità americana in termini etnoreligiosi e collettivi e considera gli Stati Uniti un paese fondamentalmente bianco, cristiano e omogeneo, le cui origini affondano nella civiltà europea. I suoi aderenti ritengono che l’incessante ricerca della massimizzazione della libertà e dei diritti individuali sia avvenuta a scapito della comunità, della religione e delle norme tradizionali. In altre parole, il movimento vede il liberalismo non come il fondamento, ma come il cancro della civiltà occidentale.

La Nuova Destra si è ora avvicinata al potere come mai prima d’ora, avendo percepito l’ascesa di un presidente che si autodefinisce “rivoluzionario” — Trump — come un’opportunità irripetibile e avendola colta al volo. In Vance, il movimento ha una figura di spicco e influente, affiancata da leader quali il governatore della Florida Ron DeSantis, il senatore del Missouri Josh Hawley e il personaggio mediatico Tucker Carlson. Sta istituzionalizzando la propria influenza nell’ecosistema intellettuale conservatore. Istituzioni un tempo marginali come il Claremont Institute; la Heritage Foundation, un tempo parte dell’establishment e ora trumpista; e nuovi arrivati come l’America First Policy Institute, il Center for Renewing America e l’American Moment guidano attualmente i dibattiti della destra su questioni tanto diverse quanto il commercio e la politica estera. Queste organizzazioni hanno formato una schiera di funzionari politici nominati da Trump: secondo una stima, almeno 70 ex borsisti del Claremont Institute, tra cui il direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca e il vice consigliere per la sicurezza nazionale, ricoprono incarichi nell’attuale amministrazione.

LE CULLE DEL CIVILIZZAZIONE

La visione degli Stati Uniti da parte della Nuova Destra si traduce in una politica estera distintiva che mira a rafforzare le fondamenta illiberali della società americana e a proteggere la propria versione del patrimonio della civiltà occidentale. Le civiltà, almeno secondo la concezione approssimativa resa popolare dal defunto politologo Samuel Huntington, sono entità culturali omogenee definite da tratti ereditari quali la religione, la storia e la lingua. Huntington sosteneva che le distinzioni tra civiltà fossero più fondamentali e immutabili delle semplici differenze nelle ideologie politiche: erano «il prodotto di secoli». Egli prevedeva che, con la dispersione del potere tra le civiltà, le loro differenze culturali sarebbero diventate irrisolvibili e avrebbero generato conflitti, soprattutto man mano che il dominio dell’Occidente e le sue ambizioni universalistiche fossero diventati sempre più contestati.

La logica “civilazionista” della Nuova Destra, tuttavia, è più schmittiana che huntingtoniana. Carl Schmitt, il giurista nazista noto per i suoi studi sulla distinzione tra amico e nemico, è ampiamente letto tra i pensatori della Nuova Destra; egli sviluppò anche una teoria su come strutturare l’ordine internazionale. Schmitt sosteneva che il mondo sarebbe stato correttamente organizzato in blocchi spaziali, o Grossräume, dominati da egemoni regionali. Schmitt riteneva che i rispettivi egemoni dei Grossräume dovessero esercitare il proprio dominio con la forza, se necessario. Ma prevedeva anche che un ordine del genere sarebbe stato stabile perché, a differenza delle ideologie universaliste, accettava la coesistenza di sistemi politici diversi.

L’attenzione schmittiana alla stabilità e alla coesistenza trova eco nell’opposizione della Nuova Destra alle guerre infinite e nel rifiuto dei progetti universalistici. La relativa moderazione del “civilizationismo” distingue inoltre la Nuova Destra sia dal neoconservatorismo crociato — che spesso invocava la difesa della civiltà occidentale per giustificare gli interventi militari — sia dalla previsione huntingtoniana secondo cui le civiltà sono destinate a scontrarsi. Il «civilizationismo» può quindi essere definito al meglio come una grande strategia gerarchica e antiuniversalista che considera l’imperialismo regionale come il modo più legittimo e promettente per ordinare il mondo. In pratica, la strategia sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di ottenere il dominio sull’emisfero occidentale, interferire negli affari europei per sostenere le forze di estrema destra che condividono una visione del mondo civilizationista, e al contempo disimpegnarsi dalle sfere d’influenza delle altre civiltà, pur rispettandole.

Il “civilizationismo” si differenzia nettamente dall’approccio di Trump al mondo. Sebbene l’amministrazione Trump utilizzi spesso il linguaggio del “civilizationismo”, il comportamento di Trump è motivato principalmente da rancori personali, impulsi transazionali e da un interesse privato nel massimizzare la ricchezza dei suoi parenti e della sua cerchia ristretta. La rottura più profonda tra la politica estera dell’amministrazione e il “civilizationismo” risiede nella politica mediorientale. Contrariamente alle promesse fatte in campagna elettorale, Trump non ha ridotto la presenza nella regione, ma ha invece avviato quella che inizialmente aveva definito una guerra per il cambio di regime contro l’Iran. Il suo atteggiamento nei confronti di Israele – che tratta per lo più come un alleato privilegiato – ricorda quello dei falchi neoconservatori come il defunto senatore statunitense Lindsey Graham.

Il “civilizationismo” sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero interferire negli affari europei.

La Nuova Destra americana è molto meno interessata a difendere Israele. La diffusione di una forma cospirazionista di antisemitismo nelle file della destra è uno dei fattori determinanti, così come lo è la crescente impopolarità, tra i conservatori americani, di un sionismo cristiano che vede Israele come l’adempimento delle profezie bibliche e, quindi, come l’alleato fondamentale della civiltà. Ma un’altra spiegazione è di natura strategica: molti esponenti della Nuova Destra ritengono che l’alleanza degli Stati Uniti con Israele intrappoli Washington in una regione dove ha combattuto guerre inutili e dal costo colossale. Anche la portata della violenza inflitta dalla campagna israeliana a Gaza ha contribuito a un allontanamento dal sostegno, specialmente tra i conservatori più giovani.

Il “civilizationismo” prescrive inoltre un approccio alla Cina diverso da quello adottato da Trump. La seconda amministrazione Trump ha oscillato in modo ambivalente tra il trattare la Cina in modo bellicoso come un rivale pericoloso e il ritirarsi dall’Asia orientale. I sostenitori dell’amministrazione vedono questo andirivieni come uno stratagemma astuto per guadagnare tempo affinché gli Stati Uniti possano posizionarsi in modo più vantaggioso in vista di uno scontro. Per altri, invece, la «svolta verso l’Asia» è di fatto morta. In entrambi i casi, il civilazionismo prescriverebbe una strategia più coerente di ritiro militare dalla regione, una linea di condotta che equivale a tollerare l’egemonia cinese nella sua sfera d’influenza. In un saggio pubblicato nel 2022 sul New York Times e scritto a più mani, i prominenti commentatori della Nuova Destra Sohrab Ahmari, Patrick Deneen e Gladden Pappin, ad esempio, hanno descritto la Cina come un «pari dal punto di vista civilizzazionale» e hanno invocato una cooperazione pragmatica piuttosto che un «irrazionale falconismo nei confronti della Cina». Il principale pensatore di politica estera della Nuova Destra, Michael Anton, ha dichiarato esplicitamente che non vale la pena combattere per Taiwan.

Il “civilizationismo” ha già esercitato una forte influenza sulla politica estera di Trump nei confronti dell’Emisfero Occidentale e dell’Europa. Secondo una visione civilizationista, un egemone regionale dovrebbe affermare il proprio dominio sul proprio “cortile di casa” per garantire l’ordine ed escludere le potenze esterne. Il controllo dell’Emisfero Occidentale rappresenta una preoccupazione particolarmente acuta per la Nuova Destra, poiché l’immigrazione da culture ritenute estranee e l’afflusso di droga minano l’omogeneità e la stabilità sociali auspicate. I civilizzazioneisti vedono l’Europa sia come la culla storica della civiltà occidentale sia come la fonte principale della sua più grande minaccia: il liberalismo. Un’ingerenza aggressiva negli affari europei per impedire ciò che Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, ha definito «suicidio civilizzazionale» è quindi giustificata quasi come una forma di politica interna. Il «civilazionismo», tuttavia, intensificherebbe l’approccio spesso casuale e simbolico dell’amministrazione Trump volto a minare i governi liberali dell’UE e, in ultima analisi, a rendere l’Europa culturalmente vassalla.

Una grande strategia civilizzatrice non considererebbe la Russia una minaccia e, di conseguenza, non sosterrebbe l’impegno degli Stati Uniti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa. Alcuni esponenti della Nuova Destra sottolineano le affinità civilizzatrici con la Russia e sostengono la necessità di approfondire le relazioni bilaterali, dato che il Paese è anti-woke — o, secondo Carlson, un «Paese cristiano» con cui gli Stati Uniti hanno «molto in comune». Altri sostengono un compromesso pragmatico con Mosca che le concederebbe una sfera d’influenza sull’Europa orientale.

NUOVA DESTRA, NUOVO MONDO

Se Washington dovesse adottare una grande strategia civilizzatrice coerente, ciò stravolgerebbe completamente la politica estera degli Stati Uniti. Consentirebbe concessioni, prima impensabili, ai rivali geopolitici degli Stati Uniti. Il «civilizationismo» rappresenterebbe una sfida storica per le già malconce relazioni transatlantiche, concedendo alla Russia il controllo de facto sull’Europa orientale o trattando Mosca come parte di una civiltà occidentale comune e agitando più apertamente contro i governi in carica in Europa. Anche altre alleanze storiche degli Stati Uniti ne risentirebbero. Tollerare l’egemonia regionale cinese significherebbe sacrificare gli alleati dell’Asia orientale, mentre un disimpegno dal Medio Oriente lascerebbe Israele a cavarsela da solo.

Ma il “civilizationismo” è pieno di contraddizioni che diventerebbero subito evidenti se mai dovesse diventare la linea politica guida di Washington. Come ha scritto lo studioso Amitav Acharya, le civiltà sono “miti in senso analitico”. Nel corso del tempo, nessuna civiltà esistente è rimasta etnicamente o culturalmente pura né è rimasta confinata entro gli stessi confini. In effetti, le civiltà non sono così facili da delineare: dove finirebbe una civiltà russa? Dovrebbe includere la Georgia, gli Stati baltici o la Finlandia? Fino a che punto si estende la sfera di influenza degli Stati Uniti in America Latina?

È inoltre improbabile che un ordine civilizzazionale possa essere pacifico. Le rivendicazioni delle civiltà potrebbero sovrapporsi e diventare fonte di guerre regionali. Definendo le altre civiltà come culture aliene, una grande strategia civilizzazionalista potrebbe alimentare l’antagonismo anziché tollerare le differenze. Persino i partiti di estrema destra europei sembrano sempre meno interessati a essere sostenuti in modo così palese dalle loro controparti statunitensi. E anche se si potesse evitare un conflitto tra grandi potenze, la violenza intracivilizzazionale sarebbe dilagante. È improbabile che Giappone, Pakistan e Polonia accettino l’egemonia regionale rispettivamente della Cina, dell’India o della Russia.

Anche la Nuova Destra non è un fronte unitario. I conservatori nazionali, ad esempio, si oppongono all’allentamento dei legami degli Stati Uniti con Israele e alla tolleranza nei confronti dell’imperialismo cinese e russo. Altri sono ancora favorevoli a una crociata contro i nemici della civiltà: la Cina e l’Iran. Inoltre, l’attenzione principale della Nuova Destra è rimasta concentrata sulla politica interna, mentre quella estera è spesso considerata secondaria.

Ma il futuro ideologico della destra americana, così come quello della grande strategia degli Stati Uniti, è ancora tutto da definire. L’amministrazione Trump ha rotto con il consenso bipartisan del dopoguerra fredda sull’egemonia liberale, ma non è riuscita a proporre un’alternativa coerente. Nella prossima contesa per definire la politica estera di Washington, il “civilizationismo” si profila come uno dei principali contendenti.

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