Italia e il mondo

Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale, di Franco Faggiano

Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale

Tommaso Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura sociologica della dinontorganica nei contributi di Antonio Rossello: saggio di approfondimento in filosofia sociale, spiritualità cristiana e progettazione sociale


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Abstract

Il saggio esamina le possibili relazioni tra il pensiero di Tommaso Demaria (1908-1996), fondatore del realismo dinamico e della prospettiva dinontorganica, e L’Imitazione di Cristo, opera fondamentale della spiritualità cristiana medievale tradizionalmente attribuita a Tommaso da Kempis. Il confronto viene sviluppato anche alla luce dei contributi contemporanei di Antonio Rossello, con particolare riferimento a Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica e Acta non verba: l’eredità di Tommaso Demaria e la sorpresa della Dinontorganica. L’ipotesi interpretativa è che le due tradizioni possano concorrere, pur nella loro irriducibile diversità, alla costruzione di un approccio integrato alla progettazione sociale. L’Imitazione di Cristo offre una prospettiva di formazione interiore, responsabilità morale e trasformazione delle relazioni; Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, mentre Rossello ne sviluppa una rilettura orientata alla sociologia costruttiva, all’innovazione sociale e alla progettazione di organizzazioni e comunità. Il lavoro individua le convergenze antropologiche ed etiche, le differenze epistemologiche e teologiche e le condizioni metodologiche necessarie per tradurre tali riferimenti in interventi sociali verificabili. Particolare attenzione viene dedicata al rapporto tra persona e organizzazione, alla partecipazione comunitaria, alla valutazione dell’impatto sociale e alla necessità di evitare tanto il riduzionismo individualistico quanto la subordinazione della persona a una presunta unità del sistema.

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1. Introduzione: due tradizioni, una questione fondamentale

Come può la trasformazione dell’essere umano contribuire alla trasformazione della società? E, reciprocamente, in quale misura le strutture sociali possono favorire o ostacolare la maturazione personale, la solidarietà e la realizzazione del bene comune? Queste domande costituiscono il punto di partenza del presente confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo. Il loro interesse non consiste nell’individuare una coincidenza dottrinale tra opere appartenenti a epoche diverse, ma nel verificare la possibilità di un dialogo tra una prospettiva spirituale centrata sulla conversione personale e una concezione filosofico-sociale che interpreta la realtà storica come processo dinamico di costruzione. L’Imitazione di Cristo, composta da quattro libri, appartiene alla tradizione della devotio moderna, movimento spirituale della tarda età medievale caratterizzato dalla centralità dell’interiorità, dalla disciplina morale e dalla conformazione della vita a Cristo. La sua impostazione è prevalentemente ascetica e spirituale: la persona è chiamata a verificare le proprie intenzioni, a ridimensionare l’orgoglio e l’attaccamento al prestigio e a tradurre la fede in una condotta coerente. Tommaso Demaria, sacerdote salesiano e filosofo, sviluppa invece una riflessione che comprende la metafisica della realtà storica, la concezione dell’ente dinamico e l’interpretazione della società come realtà organica in divenire. La sua elaborazione non si limita alla formazione morale del singolo, ma investe le istituzioni, le organizzazioni e i processi attraverso cui la convivenza umana prende forma. Il confronto acquista una nuova dimensione attraverso gli studi contemporanei di Antonio Rossello,

i quali non tengono ancora conto degli affinamenti della sua visione frutto di ulteriore percorso di ricerca, che presenta il realismo dinamico come possibile fondamento di una sociologia costruttiva e come riferimento per una progettazione sociale capace di passare dalla diagnosi dei problemi alla costruzione di nuove realtà organizzative e comunitarie. Nel contributo pubblicato su Sociologia On Web nel giugno 2026, Rossello individua nel pensiero demariano una prospettiva che può essere tradotta in strumenti per la progettazione sociale, per l’innovazione organizzativa e per la rigenerazione territoriale. Il suo articolo affronta inoltre alcune questioni aperte, fra cui la misurazione dell’altruismo, il dialogo con le teorie sociologiche contemporanee e la gestione del conflitto nelle società pluralistiche. La tesi qui sostenuta è che la spiritualità dell’Imitazione di Cristo, la metafisica sociale di Demaria e la rilettura progettuale di Rossello possano essere messe in relazione come tre livelli distinti e complementari: la formazione della persona, la comprensione della realtà sociale e la costruzione metodica di interventi trasformativi. Tale complementarità è una proposta interpretativa. Non implica che l’opera medievale contenga una teoria sociologica della progettazione sociale, né che Demaria abbia necessariamente derivato la propria filosofia dall’Imitazione di Cristo.

2. Tommaso Demaria: il realismo dinamico e la realtà storica

2.1. L’ente dinamico e la realtà come processo

Il realismo dinamico costituisce il nucleo della riflessione metafisica di Demaria. La sua impostazione si fonda sulla distinzione tra l’ente statico, caratterizzato da un’essenza già costituita, e l’ente dinamico, la cui realtà si sviluppa attraverso l’attività nello spazio e nel tempo. L’espressione ens cuius essentia fit, utilizzata per caratterizzare l’ente dinamico, richiama l’idea di una realtà che si realizza progressivamente attraverso l’agire. Questa concezione non deve essere confusa con un generico elogio del cambiamento. Il movimento, nella prospettiva demariana, non costituisce un valore in sé: occorre comprendere la realtà che cambia, i processi che ne determinano l’evoluzione e l’orientamento complessivo della trasformazione. Il problema metafisico diventa quindi anche un problema storico e pratico. Se la realtà sociale viene continuamente costruita attraverso le attività umane, la sua comprensione richiede di considerare non soltanto gli individui, ma anche le relazioni, le istituzioni e le forme organizzative attraverso cui essi agiscono. La bibliografia di Demaria comprende, a questo proposito, i tre volumi della Trilogia del Realismo Dinamico, pubblicati nel 1975: Ontologia realistico-dinamica, Metafisica della realtà storica e La realtà storica come Superorganismo Dinamico. A questi si affiancano L’ideologia cristiana e Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Queste opere rappresentano i riferimenti primari per una ricostruzione sistematica della sua teoria.

2.2. La dinontorganica: dinamismo, conoscenza e organizzazione

Il termine dinontorganica richiama tre dimensioni che, nella prospettiva demariana, non devono essere separate.

  • Dinamica: la realtà storica si sviluppa attraverso processi e attività che ne modificano continuamente la configurazione.
  • Ontologica: l’azione deve essere preceduta da una conoscenza adeguata della realtà sulla quale intende intervenire.
  • Organica: le componenti della realtà sociale sono interdipendenti e non possono essere comprese adeguatamente come elementi completamente isolati.

La dimensione dinamica invita a considerare il cambiamento; quella ontologica richiede di comprendere la natura e le relazioni del fenomeno; quella organica sollecita a valutare le conseguenze delle singole azioni sull’insieme. Nel suo articolo Acta non verba, Rossello interpreta questa triade come una chiave per superare sia l’individualismo, che tende a isolare gli interessi dei singoli, sia una concezione meccanica del collettivo, nella quale le persone rischiano di essere trattate come semplici ingranaggi. L’autore sottolinea inoltre il rapporto tra pensiero e azione, richiamando il metodo della radice e l’esigenza che la riflessione produca effetti concreti nella realtà storica. Per la progettazione sociale, questa impostazione presenta una conseguenza importante: un intervento non può essere valutato esclusivamente in base alla qualità della sua formulazione teorica o alla correttezza formale delle procedure. Occorre verificare se le attività realizzate contribuiscano effettivamente a trasformare le condizioni che hanno generato il problema.

2.3. La realtà sociale come organismo dinamico

Demaria interpreta la realtà storica attraverso la categoria del superorganismo dinamico. La società non è considerata una semplice somma di individui, ma una realtà che assume consistenza attraverso l’interazione di persone, istituzioni, attività e processi. La prospettiva organica invita a considerare il rapporto tra le parti e il tutto, evitando di ridurre la società alla sola dimensione economica o alla mera aggregazione di interessi individuali.

Questo approccio si presta a interrogare fenomeni quali:

  • la qualità delle relazioni all’interno delle organizzazioni;
  • il rapporto tra imprese e territori;
  • la cooperazione tra istituzioni pubbliche, associazioni e cittadini;
  • la capacità delle comunità di affrontare bisogni condivisi;
  • la coerenza tra finalità dichiarate e conseguenze effettive delle attività.

Occorre, tuttavia, una precisazione critica. La metafora dell’organismo non deve diventare una giustificazione della subordinazione dell’individuo al sistema. Un’organizzazione è socialmente costruttiva soltanto se la sua capacità di perseguire obiettivi collettivi rimane compatibile con la dignità, la libertà e i diritti delle persone che ne fanno parte. La dinontorganica può pertanto essere impiegata nella progettazione sociale come criterio per studiare le interdipendenze, senza trasformare l’unità del sistema in un valore assoluto che annulli il pluralismo.

2.4. L’ideoprassi: dalla teoria alla costruzione

Un elemento centrale del pensiero demariano è il rapporto tra elaborazione teorica e prassi. L’idea di ideoprassi esprime la necessità che la conoscenza della realtà diventi orientamento dell’azione. Una teoria che non incide sulle pratiche rimane separata dalla trasformazione storica; un’attività priva di una comprensione adeguata della realtà rischia, invece, di produrre risultati frammentari o contraddittori. Questa impostazione è particolarmente rilevante per la progettazione sociale contemporanea, che spesso deve confrontarsi con interventi frammentati, finanziamenti a breve termine e procedure amministrative non sempre coordinate con i bisogni effettivi delle comunità. Il problema non consiste nel rinunciare alla pianificazione tecnica o agli strumenti di project management. Consiste nell’inserirli in una visione più ampia, capace di collegare l’analisi dei bisogni, le finalità del progetto, le risorse, le relazioni e gli effetti attesi. Il progetto sociale può così essere interpretato come un processo di costruzione di una nuova realtà relazionale e organizzativa, non soltanto come un insieme temporaneo di attività.

3. Antonio Rossello: la sociologia costruttiva come sviluppo applicativo

3.1. Dalla ricostruzione teorica alla progettazione

Nei contributi individuati, Rossello propone una rilettura del realismo dinamico che ne mette in evidenza le potenzialità applicative per le scienze sociali. In Verso una Sociologia Costruttiva, il passaggio fondamentale consiste nel considerare la teoria demariana non soltanto come un sistema filosofico da ricostruire, ma come una possibile cornice per interpretare e trasformare i fenomeni sociali. La sociologia costruttiva viene presentata come un approccio che non si limita a descrivere i problemi, misurare le disuguaglianze o formulare critiche. Essa dovrebbe contribuire anche alla costruzione di configurazioni organizzative alternative, capaci di produrre risultati socialmente desiderabili. In questa prospettiva, il professionista della progettazione sociale non è soltanto un tecnico che individua un bando, raccoglie risorse e organizza attività. È chiamato a comprendere il sistema di relazioni entro il quale il progetto deve operare e a costruire una coerenza tra bisogni, persone, finalità e strutture. Il contributo di Rossello è rilevante soprattutto perché esplicita il problema della traduzione metodologica: concetti come altruismo, sintesi organica e costruttività devono poter essere tradotti in criteri osservabili e, dove possibile, in indicatori verificabili.

3.2. I cinque trascendentali dinamici

Nella presentazione della teoria demariana proposta da Rossello vengono richiamati cinque trascendentali dinamici:

  1. Religiosità: apertura al senso complessivo della realtà e al suo orientamento ultimo.
  2. Educatività: capacità di formare le persone e trasformare le competenze e i processi.
  3. Moralità: orientamento dell’agire secondo criteri etici.
  4. Missionarietà: diffusione e consolidamento delle modalità costruttive di azione.
  5. Socialità: inclusione delle componenti della realtà sociale e riconoscimento delle loro interdipendenze.

Queste categorie devono essere comprese nel loro contesto teorico e non semplicemente trasformate in una lista di valori organizzativi. Per un’applicazione sociologica contemporanea è tuttavia possibile elaborare una traduzione operativa, distinguendo il significato originario dei concetti dagli indicatori utilizzati per osservarne alcune manifestazioni. La religiosità, ad esempio, non può essere ridotta a un indicatore amministrativo; la moralità non coincide con la conformità normativa; la socialità non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei partecipanti a un progetto. È invece possibile studiare alcune dimensioni empiricamente osservabili: la coerenza tra valori dichiarati e decisioni, la qualità dei percorsi formativi, l’accessibilità dei servizi, la partecipazione ai processi decisionali e la continuità delle relazioni di cooperazione. Questa distinzione consente di conservare la profondità filosofica del modello, evitando di presentare gli indicatori quantitativi come una misurazione esaustiva della realtà umana.

3.3. Il principio altruico e il bene comune

Un altro elemento centrale della lettura di Rossello è il principio altruico organico, secondo il quale la persona contribuisce alla vita dell’insieme sociale e, reciprocamente, l’insieme deve creare condizioni che consentano alla persona di svilupparsi. Tale principio può essere interpretato, sul piano progettuale, come un criterio di reciprocità tra sviluppo individuale e sviluppo collettivo. Un progetto è tanto più coerente con questa prospettiva quanto più evita di trattare le persone esclusivamente come beneficiari passivi, risorse da utilizzare o destinatari di prestazioni. Le persone coinvolte devono poter contribuire alla definizione dei problemi, alla scelta delle priorità, alla realizzazione degli interventi e alla valutazione dei risultati. Il principio altruico, tuttavia, non va confuso con una disponibilità illimitata al sacrificio individuale. La reciprocità richiede che anche le organizzazioni e le istituzioni assumano responsabilità verso le persone, garantendo diritti, risorse, condizioni di partecipazione e possibilità di dissenso. Una comunità non è costruttiva se richiede ai suoi membri di contribuire senza offrire loro condizioni adeguate di sviluppo.

3.4. L’impresa e la dimensione Social dell’ESG

Rossello estende la prospettiva dinontorganica anche all’impresa, proponendo di superare una concezione nella quale il profitto costituisce l’unico criterio sostanziale di valutazione dell’attività economica. Nella sua interpretazione, l’impresa dovrebbe essere considerata una realtà relazionale che contribuisce alla costruzione della società. La redditività rimane una condizione importante della sostenibilità economica, ma non esaurisce il significato dell’attività aziendale. Questa riflessione incontra un problema concreto della progettazione sociale applicata alla dimensione Social dell’ESG: come distinguere le iniziative che producono un cambiamento reale da quelle che si limitano a soddisfare requisiti formali o a comunicare un’immagine positiva dell’organizzazione? La proposta di una valutazione più sostanziale, richiamata da Rossello, suggerisce di interrogarsi non soltanto sui rischi mitigati, ma anche sul valore sociale effettivamente prodotto. Sul piano metodologico, questa prospettiva può essere sviluppata attraverso l’analisi del benessere organizzativo, della partecipazione dei lavoratori, delle opportunità di formazione, della qualità delle relazioni industriali, dell’accessibilità e dei rapporti tra impresa e comunità territoriale. Si tratta, però, di una possibile applicazione della prospettiva dinontorganica, non di uno standard ESG già riconosciuto o di un sistema di rating validato scientificamente. Per diventare uno strumento affidabile, una simile impostazione richiede definizioni operative, indicatori trasparenti, verifiche indipendenti e confronto con i criteri di rendicontazione già esistenti.

4. L’Imitazione di Cristo: formazione interiore e responsabilità morale

4.1. La conversione come processo di trasformazione

L’Imitazione di Cristo affronta la trasformazione umana attraverso la disciplina spirituale, la conoscenza di sé e la conformazione della propria vita all’insegnamento di Cristo. L’opera invita a interrogare le motivazioni che guidano le azioni, a riconoscere i limiti personali e a ridimensionare l’attaccamento al prestigio, al possesso e all’affermazione individuale. La conoscenza del bene, da sola, non è sufficiente. Occorre che essa si traduca in una condotta coerente, attraverso l’esercizio delle virtù e la revisione delle abitudini. Questa impostazione presenta una rilevanza anche per la riflessione sociale. I comportamenti organizzativi non sono determinati soltanto dalle regole formali, ma anche dalle motivazioni, dalle aspettative e dalle disposizioni delle persone che partecipano alla vita collettiva. L’opera medievale non formula una teoria sociologica di questi fenomeni. Offre tuttavia un riferimento etico per interrogare il rapporto tra intenzioni, condotte e responsabilità.

4.2. Umiltà e critica dell’autoreferenzialità

L’umiltà, nell’Imitazione di Cristo, non consiste semplicemente nel rinunciare alle proprie capacità o nel sottovalutare il proprio contributo. Essa implica una revisione del rapporto con il potere, la reputazione e il riconoscimento sociale. Trasposta con cautela sul piano organizzativo, questa prospettiva permette di interrogare alcune dinamiche frequenti nelle istituzioni e nei progetti: la ricerca del consenso personale, la competizione per il controllo delle risorse, l’appropriazione dei risultati collettivi e la difficoltà ad accettare le osservazioni critiche. Un’organizzazione può dichiarare di perseguire l’inclusione e, al tempo stesso, essere attraversata da pratiche autoreferenziali che concentrano le decisioni in poche mani. La riflessione spirituale può contribuire a rendere visibili tali contraddizioni, purché non venga utilizzata per sostituire l’analisi delle responsabilità, dei rapporti di potere e delle procedure decisionali. L’umiltà individuale non elimina automaticamente le disuguaglianze organizzative. Può però favorire atteggiamenti di ascolto, autocritica e disponibilità alla revisione delle proprie decisioni.

4.3. Carità e qualità delle relazioni

La carità costituisce uno dei riferimenti fondamentali dell’etica cristiana e attraversa l’intera tradizione dell’Imitazione di Cristo. Nell’opera, l’amore verso gli altri si esprime attraverso la pazienza, il perdono, la disponibilità al servizio e il superamento dell’orgoglio. La sua radice è teologica: la carità trova il proprio significato nella relazione con Dio e nella conformazione a Cristo. Per la progettazione sociale, la carità può essere assunta come fonte di ispirazione per un orientamento alla dignità umana, all’attenzione verso le persone vulnerabili e alla responsabilità relazionale. Non sarebbe corretto, tuttavia, identificare direttamente la carità cristiana con il capitale sociale, la cooperazione o l’altruismo sociologico. Queste categorie appartengono a contesti teorici differenti. È invece possibile costruire un dialogo tra esse, verificando in che modo atteggiamenti di attenzione, reciprocità e responsabilità si traducano in pratiche capaci di migliorare la vita delle persone.

4.4. La comunità e il limite della prospettiva ascetica

L’Imitazione di Cristo non sviluppa una teoria sistematica delle istituzioni, dell’impresa o delle politiche sociali. Il suo contributo alla vita collettiva è soprattutto indiretto: riguarda la formazione morale delle persone e il modo in cui esse si relazionano agli altri. Questa caratteristica rappresenta insieme un punto di forza e un limite. È un punto di forza perché ricorda che nessun sistema organizzativo può sostituire interamente la responsabilità morale degli individui. È un limite quando si tenta di utilizzare il testo come se offrisse già una metodologia di progettazione sociale. La carità non definisce automaticamente le priorità di un intervento, non stabilisce come distribuire le risorse e non garantisce che una politica produca risultati efficaci. Per tali compiti sono necessari strumenti sociologici, analisi dei bisogni, partecipazione degli interessati e valutazione degli esiti. L’Imitazione di Cristo può dunque orientare le finalità etiche dell’intervento, ma non sostituire le conoscenze e le competenze necessarie alla sua progettazione.

5. Punti di contatto e differenze tra Demaria e l’Imitazione di Cristo

5.1. La trasformazione personale

La prima convergenza riguarda l’idea che la vita umana non sia comprensibile soltanto attraverso ciò che una persona possiede o la posizione che occupa. Nell’Imitazione, la trasformazione si manifesta nella conversione interiore e nella conformazione a Cristo. In Demaria, il dinamismo assume una dimensione ontologica e storica: la persona partecipa alla costruzione della realtà attraverso le proprie attività e relazioni. Il punto di contatto è l’attenzione al processo attraverso cui l’esistenza prende forma. La differenza riguarda il significato ultimo attribuito a tale processo.

5.2. Il superamento dell’egoismo

Entrambe le prospettive consentono di criticare una concezione dell’esistenza centrata esclusivamente sull’interesse individuale. L’Imitazione affronta il problema attraverso l’umiltà, la carità e il distacco dal prestigio. Demaria lo affronta anche sul piano della struttura sociale, attraverso una concezione organica della realtà e il principio altruico. Ne deriva una distinzione fondamentale: la conversione personale può favorire relazioni più responsabili, ma non garantisce da sola la costruzione di istituzioni giuste. Analogamente, un’organizzazione ben progettata non assicura automaticamente la maturazione morale dei suoi membri.

5.3. La coerenza tra valori e azioni

L’Imitazione insiste sulla necessità che la conoscenza spirituale diventi condotta. Demaria sottolinea il rapporto tra conoscenza della realtà e azione costruttiva. Rossello sviluppa questa convergenza attraverso il richiamo alla sociologia costruttiva e al principio acta non verba, inteso come esigenza di verificare la capacità dell’azione di produrre effetti concreti. Il dialogo fra le tre prospettive permette di formulare un criterio utile alla progettazione sociale: i valori dichiarati devono tradursi in decisioni, comportamenti e risultati verificabili.

5.4. Le differenze fondamentali

DimensioneL’Imitazione di CristoDemaria e la dinontorganica
Finalità principaleConversione e conformazione a CristoComprensione e costruzione della realtà storica
Dimensione privilegiataInteriorità e vita spiritualeRelazioni, strutture e processi storico-sociali
Criterio di riferimentoVangelo, Cristo, vita sacramentaleRealismo dinamico e concezione organica della realtà
Rapporto con la societàPrevalentemente etico e relazionaleEsplicitamente sociale, organizzativo e progettuale
MetodoMeditazione, esame di sé, esercizio delle virtùAnalisi della realtà, sintesi e orientamento della prassi
Possibile applicazione socialeFormazione etica e responsabilità relazionaleProgettazione, organizzazione e trasformazione dei sistemi sociali

Le due prospettive sono quindi complementari soltanto in senso interpretativo. Non costituiscono un unico sistema teorico e non devono essere assimilate forzatamente.

6. Come utilizzare sociologicamente entrambe le prospettive nella progettazione sociale

Il passaggio più rilevante consiste nel comprendere come i riferimenti teorici possano diventare strumenti di lavoro per l’Esperto di Progettazione Sociale. L’integrazione proposta non consiste nell’applicare letteralmente l’Imitazione di Cristo a un progetto né nel trattare la dinontorganica come una procedura già completamente standardizzata. Si tratta, piuttosto, di costruire un metodo nel quale la prospettiva spirituale contribuisca a interrogare le finalità etiche dell’intervento e quella dinontorganica aiuti a comprendere le relazioni, le strutture e i processi attraverso cui tali finalità possono essere perseguite.

6.1. Primo passaggio: conoscere la realtà prima di intervenire

Un progetto sociale dovrebbe iniziare con un’analisi del contesto che non si limiti alla raccolta dei bisogni immediatamente visibili.

Occorre ricostruire:

  • le caratteristiche della comunità interessata;
  • le relazioni tra persone, famiglie, associazioni e istituzioni;
  • le risorse disponibili e quelle non ancora valorizzate;
  • le cause strutturali dei problemi;
  • le forme di esclusione e le disuguaglianze di accesso;
  • i conflitti, le aspettative e le differenti interpretazioni dei bisogni.

La prospettiva dinontorganica invita a considerare queste componenti nella loro interdipendenza, evitando di affrontare ogni problema come se fosse indipendente dagli altri. L’Imitazione di Cristo introduce, su un piano differente, un’esigenza di umiltà conoscitiva: non presumere di conoscere già completamente le persone e non sostituire il proprio giudizio alla loro esperienza. Sul piano metodologico, questa disposizione può tradursi nell’ascolto attivo, nella ricerca qualitativa, nelle interviste, nei focus group e nell’analisi partecipata dei bisogni. L’umiltà non sostituisce la competenza tecnica, ma può contribuire a orientarla verso un atteggiamento meno autoreferenziale.

6.2. Secondo passaggio: definire una finalità condivisa

Una volta analizzato il contesto, occorre definire quale cambiamento il progetto intenda produrre. La prospettiva dinontorganica invita a considerare il progetto come un processo unitario, nel quale attività, risorse, relazioni e risultati devono essere coerenti con la finalità complessiva. La prospettiva cristiana aggiunge una domanda etica: il cambiamento perseguito favorisce realmente la dignità delle persone, oppure rischia di utilizzare alcuni soggetti come strumenti per obiettivi decisi da altri? Per evitare che la finalità venga stabilita esclusivamente dai progettisti, è necessario coinvolgere gli attori interessati nella definizione delle priorità. La partecipazione non significa che ogni decisione debba essere unanime. Significa che le persone devono avere opportunità effettive di esprimersi, conoscere le alternative, contestare le scelte e contribuire alla definizione degli obiettivi.

6.3. Terzo passaggio: costruire relazioni e strutture coerenti

Una finalità condivisa deve essere tradotta in un’organizzazione concreta. Ciò richiede la definizione di ruoli, responsabilità, risorse, procedure decisionali e modalità di collaborazione. La prospettiva dinontorganica invita a verificare che le componenti del progetto funzionino in modo coerente con l’obiettivo complessivo. L’etica dell’Imitazione di Cristo può invece contribuire a interrogare il modo in cui vengono esercitate le responsabilità: ascolto, rispetto, disponibilità alla collaborazione e capacità di riconoscere gli errori. In questa fase è particolarmente importante evitare due rischi. Il primo è la frammentazione: attività formalmente corrette, ma incapaci di produrre un cambiamento unitario. Il secondo è la concentrazione del potere: un progetto presentato come comunitario, ma gestito in modo da escludere i destinatari dalle decisioni fondamentali. Un’organizzazione costruttiva deve quindi essere contemporaneamente funzionale, partecipativa e rispettosa dei diritti delle persone.

6.4. Quarto passaggio: verificare i risultati

La valutazione rappresenta il momento in cui il progetto deve confrontarsi con gli effetti prodotti. In coerenza con il principio acta non verba, richiamato da Rossello, la bontà delle intenzioni non può essere assunta come prova dell’efficacia dell’intervento. Occorre verificare se le attività abbiano effettivamente contribuito al cambiamento desiderato, quali risultati siano stati raggiunti e quali conseguenze inattese siano emerse.

La valutazione deve comprendere almeno tre dimensioni:

  1. Efficacia: gli obiettivi sono stati raggiunti?
  2. Qualità relazionale: il progetto ha favorito partecipazione, fiducia, cooperazione e inclusione?
  3. Sostenibilità: i risultati possono essere mantenuti nel tempo attraverso risorse e relazioni adeguate?

La prospettiva etica richiede inoltre di considerare chi beneficia dei risultati, chi ne sostiene i costi e chi rischia di rimanere escluso. Un intervento non può essere considerato socialmente riuscito soltanto perché ha rispettato il budget o completato le attività previste. Deve essere valutato anche in rapporto alla qualità del cambiamento prodotto nella vita delle persone.

7. Una proposta metodologica integrata per l’Esperto di Progettazione Sociale

Sulla base del confronto sviluppato, è possibile proporre un modello operativo in sei fasi. Questo schema costituisce una proposta metodologica originale elaborata a partire dai riferimenti esaminati. Non va presentato come una procedura ufficiale già formalizzata da Demaria, da Rossello o dall’autore dell’Imitazione di Cristo.

Fase 1. Analisi della realtà

Riferimento prevalente: realismo dinamico.

Si analizzano il contesto, le relazioni, i bisogni, le risorse, gli attori e i vincoli che condizionano il fenomeno.

Strumenti: ricerca documentale, interviste, osservazione, dati territoriali, mappatura degli stakeholder e analisi delle reti.

Risultato atteso: una rappresentazione condivisa del problema e delle sue cause.

Fase 2. Orientamento etico

Riferimento prevalente: Imitazione di Cristo.

Si interrogano le finalità del progetto, il trattamento riservato alle persone, i possibili conflitti di interesse e la coerenza tra valori dichiarati e comportamenti.

Strumenti: analisi degli stakeholder vulnerabili, confronto etico, codici di condotta, procedure di ascolto e tutela.

Risultato atteso: criteri espliciti per orientare le decisioni.

Fase 3. Sintesi progettuale

Riferimento prevalente: dinontorganica.

Si definisce il cambiamento da realizzare e si collegano obiettivi, attività, risorse e relazioni in una struttura coerente.

Strumenti: teoria del cambiamento, quadro logico, mappa degli attori e pianificazione delle attività.

Risultato atteso: un progetto unitario, non una semplice somma di interventi separati.

Fase 4. Costruzione partecipata

Riferimento integrato: socialità dinontorganica e responsabilità relazionale cristiana.

Si coinvolgono gli attori interessati nella progettazione e nella realizzazione, garantendo modalità accessibili di partecipazione e possibilità di dissenso.

Strumenti: tavoli territoriali, laboratori comunitari, coprogettazione, partenariati e accordi di collaborazione.

Risultato atteso: una struttura di cooperazione capace di sostenere l’intervento.

Fase 5. Realizzazione e apprendimento

Riferimento integrato: ideoprassi e coerenza tra intenzioni e comportamenti.

Il progetto viene realizzato attraverso attività monitorate, momenti di confronto e possibilità di correggere le scelte.

Strumenti: cronoprogramma, indicatori di processo, riunioni di verifica, registri delle decisioni e gestione dei rischi.

Risultato atteso: un intervento capace di adattarsi alle condizioni reali senza perdere la propria finalità.

Fase 6. Valutazione e consolidamento

Riferimento prevalente: sociologia costruttiva.

Si verifica il cambiamento prodotto e si stabilisce se le relazioni, le competenze e le strutture attivate possano continuare a generare risultati.

Strumenti: indicatori di risultato, valutazione partecipata, analisi qualitativa degli esiti e misurazione dell’impatto.

Risultato atteso: un cambiamento verificabile e, quando possibile, sostenibile nel tempo.

Schema di sintesi

FaseDomanda fondamentaleProdotto operativo
AnalisiQuale realtà dobbiamo comprendere?Diagnosi sociale
Orientamento eticoQuale cambiamento è giusto perseguire?Criteri etici
SintesiQuale realtà vogliamo costruire?Disegno progettuale
PartecipazioneChi deve contribuire e decidere?Rete di cooperazione
RealizzazioneCome trasformiamo il progetto in pratica?Intervento monitorato
ValutazioneQuali cambiamenti abbiamo prodotto?Valutazione e piano di continuità

La forza del modello risiede nel collegare la conoscenza del contesto, la responsabilità morale, la costruzione organizzativa e la verifica dei risultati. Il suo limite, allo stato attuale, è che si tratta di uno schema teorico da sperimentare e validare attraverso applicazioni concrete. Per dimostrarne l’efficacia sarebbero necessari casi di studio, confronti con altri modelli progettuali e verifiche empiriche.

8. Indicatori sociologici: come rendere osservabile la costruttività

Uno dei problemi metodologici più importanti riguarda la misurazione della qualità sociale degli interventi. Rossello segnala esplicitamente la necessità di tradurre concetti come sintesi organica e altruismo in indicatori affidabili. La questione è decisiva: senza un lavoro di operazionalizzazione, il rischio è che la dinontorganica rimanga una prospettiva filosofica interessante, ma difficilmente verificabile sul piano applicativo. Una possibile soluzione consiste nel distinguere tra concetti teorici e dimensioni empiriche osservabili.

DimensionePossibili indicatoriMetodo di rilevazione
PartecipazionePresenza dei destinatari nelle decisioni; distribuzione delle opportunità di parolaVerbali, questionari, osservazione
InclusioneAccessibilità dei servizi; partecipazione dei gruppi meno rappresentatiDati disaggregati, interviste
EducativitàCompetenze acquisite; continuità della formazioneValutazioni pre/post, osservazione
Qualità relazionaleFiducia, collaborazione, gestione dei conflittiQuestionari, interviste, analisi delle reti
Coerenza eticaCorrispondenza tra principi dichiarati e decisioni effettiveAudit, analisi documentale, casi critici
SostenibilitàContinuità delle attività; disponibilità di risorse e responsabilitàBilanci, piani di continuità, follow-up
Costruttività socialeCambiamenti osservabili nelle condizioni di vita e nelle relazioniValutazione degli esiti e dell’impatto

Questi indicatori non costituiscono una scala scientificamente validata della dinontorganica. Sono ipotesi operative da adattare al contesto e da sottoporre a verifica. È inoltre necessario distinguere tra risultati immediati, effetti di medio periodo e impatti di lungo periodo. Un aumento della partecipazione, per esempio, non dimostra automaticamente un miglioramento della coesione sociale; occorre verificare se la partecipazione abbia prodotto relazioni più stabili, decisioni più inclusive o un accesso più equo alle opportunità. Anche l’altruismo richiede particolare cautela. Non può essere misurato semplicemente attraverso dichiarazioni di disponibilità al servizio. È più utile studiare comportamenti osservabili, come la condivisione delle risorse, la reciprocità, la capacità di includere soggetti svantaggiati e la distribuzione dei benefici. La valutazione, infine, deve prevedere la possibilità di risultati negativi. Se un progetto produce esclusione, dipendenza o concentrazione del potere, tali effetti devono essere riconosciuti e corretti, anche quando le intenzioni originarie erano positive.

9. Applicazioni possibili nei territori, nelle organizzazioni e nelle imprese

Il dialogo tra Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura progettuale di Rossello può essere applicato a diversi ambiti.

9.1. Comunità territoriali e welfare partecipato

Un progetto di welfare territoriale può partire dall’analisi dei bisogni di anziani, famiglie, giovani e persone in condizioni di vulnerabilità. La prospettiva dinontorganica invita a non considerare separatamente i servizi sociali, le reti familiari, le associazioni, i trasporti e le istituzioni. Occorre comprendere come queste componenti interagiscano e quali ostacoli impediscano alle persone di accedere alle risorse. L’Imitazione di Cristo può offrire un orientamento etico centrato sulla dignità, sulla prossimità e sulla responsabilità verso chi si trova in difficoltà. La traduzione progettuale può consistere nella creazione di tavoli permanenti di comunità, reti di prossimità, servizi integrati e percorsi di partecipazione dei destinatari. Il successo non dovrebbe essere misurato soltanto dal numero delle prestazioni erogate, ma anche dalla capacità del sistema territoriale di ridurre l’isolamento, migliorare l’accessibilità e rafforzare le relazioni di sostegno.

9.2. Impresa e benessere organizzativo

In ambito aziendale, il confronto permette di superare una concezione del lavoratore come semplice risorsa produttiva. La dinontorganica invita a considerare l’impresa come realtà relazionale inserita in un sistema sociale più ampio. L’Imitazione di Cristo, letta come riferimento etico e non come manuale manageriale, sollecita a interrogare le pratiche di potere, la qualità delle relazioni e la coerenza tra principi dichiarati e comportamenti. Le applicazioni possono riguardare il benessere organizzativo, la formazione, la prevenzione delle discriminazioni, la partecipazione dei lavoratori, il rapporto tra impresa e territorio e la responsabilità sociale. In questo ambito, la progettazione sociale può contribuire a definire obiettivi misurabili, indicatori di processo e strumenti di valutazione, evitando che l’impegno etico si esaurisca in iniziative comunicative.

9.3. Educazione e formazione

La dimensione educativa costituisce un terreno particolarmente interessante. L’Imitazione di Cristo attribuisce importanza alla formazione delle disposizioni interiori; Demaria considera l’educatività una dimensione della realtà dinamica; Rossello richiama la necessità di trasformare i concetti teorici in pratiche costruttive. Un progetto educativo ispirato a questo dialogo potrebbe sviluppare competenze di cooperazione, responsabilità, ascolto, gestione dei conflitti e partecipazione. L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una visione religiosa a contesti pluralistici, ma promuovere comportamenti rispettosi della dignità umana e capaci di contribuire al bene comune. La valutazione potrebbe riguardare non soltanto le conoscenze acquisite, ma anche i cambiamenti osservabili nelle pratiche collaborative, nella partecipazione e nella capacità di affrontare problemi condivisi.

9.4. Innovazione sociale e laboratori territoriali

Un ulteriore ambito è rappresentato dai laboratori territoriali permanenti, nei quali cittadini, istituzioni, imprese e associazioni collaborano per affrontare problemi comuni. Nel contributo dedicato alla sociologia costruttiva, Rossello richiama proprio la possibilità di sviluppare architetture sociali alternative e strutture territoriali capaci di sostenere processi di rigenerazione. Un laboratorio di questo tipo dovrebbe disporre di una diagnosi condivisa, obiettivi verificabili, ruoli definiti, strumenti di monitoraggio e meccanismi di revisione. Il riferimento spirituale potrebbe contribuire alla riflessione sulle finalità etiche, mentre il realismo dinamico offrirebbe una cornice interpretativa per comprendere le interdipendenze del sistema. L’elemento decisivo sarebbe la capacità di mantenere nel tempo le relazioni e le competenze generate dal progetto, evitando che ogni iniziativa si esaurisca con la conclusione del finanziamento.

10. Limiti epistemologici e condizioni di validità

Un confronto rigoroso deve riconoscere che le prospettive esaminate non sono esenti da difficoltà.

10.1. Il rischio di strumentalizzare la spiritualità

La carità cristiana non può essere ridotta a una tecnica per migliorare la produttività o la coesione di un’organizzazione. La sua finalità teologica eccede qualsiasi obiettivo gestionale. Un’applicazione sociale è legittima quando riconosce questa differenza e utilizza il riferimento spirituale come orientamento etico, senza pretendere di esaurirne il significato.

10.2. Il rischio di una concezione totalizzante dell’organismo

La prospettiva organica può favorire una comprensione integrata della società, ma deve confrontarsi con il pluralismo, il conflitto e l’autonomia delle persone. Una comunità non è sana perché tutti condividono la stessa interpretazione della realtà. Può essere sana anche quando ospita dissenso, purché disponga di procedure e relazioni che permettano di affrontarlo senza esclusione o coercizione. Questo problema è particolarmente rilevante nella progettazione sociale, dove le priorità possono essere interpretate diversamente dai cittadini, dalle amministrazioni, dalle imprese e dalle associazioni.

10.3. Il rischio di confondere principi e prove

Una teoria filosofica può orientare la ricerca, ma non dimostra automaticamente l’efficacia di un intervento. La validità applicativa della progettazione dinontorganica deve essere verificata attraverso casi di studio, indicatori, confronti e valutazioni empiriche. La stessa cautela vale per i percorsi ispirati all’etica cristiana: buone intenzioni e finalità generose non costituiscono, da sole, una prova di efficacia.

10.4. Il problema della misurazione

Concetti come carità, altruismo, unità organica e costruttività possiedono significati complessi che non possono essere esauriti da un singolo indicatore. È quindi necessario combinare metodi quantitativi e qualitativi, distinguere tra processi ed esiti e riconoscere i limiti delle misurazioni. La ricerca dovrebbe inoltre confrontare la proposta dinontorganica con altre prospettive sociologiche, evitando di considerarla valida soltanto sulla base della sua coerenza interna.

Conclusioni

Il confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo, approfondito attraverso i contributi di Antonio Rossello, permette di individuare una prospettiva di lavoro che collega formazione personale, comprensione della realtà sociale e progettazione del cambiamento. L’Imitazione di Cristo offre una riflessione sulla conversione, sulla carità, sull’umiltà e sulla coerenza morale. Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, nella quale le relazioni e le strutture sociali assumono un ruolo fondamentale. Rossello sviluppa una rilettura contemporanea di questo patrimonio, sottolineando la possibilità di tradurlo in una sociologia orientata alla costruzione di realtà sociali concrete. Il contributo più interessante del confronto consiste nel superamento di due riduzioni. La prima è quella che considera il cambiamento sociale esclusivamente come una questione di strutture, procedure e risorse, trascurando la responsabilità delle persone. La seconda è quella che affida la trasformazione della società alla sola maturazione morale degli individui, senza interrogare le istituzioni, i rapporti di potere e le condizioni materiali che influenzano i comportamenti. Una progettazione sociale consapevole deve invece tenere insieme queste dimensioni, pur distinguendole sul piano metodologico. La formazione personale può favorire atteggiamenti di responsabilità e cooperazione; la progettazione organizzativa può creare condizioni che sostengano tali comportamenti; la valutazione può verificare se il cambiamento desiderato sia stato effettivamente prodotto. In questo quadro, la prospettiva dinontorganica non dovrebbe essere presentata come una formula capace di risolvere automaticamente i problemi sociali, ma come un paradigma da approfondire e sottoporre a verifica empirica. Allo stesso modo, l’Imitazione di Cristo non deve essere trasformata in un manuale di progettazione, ma può offrire una fonte di orientamento etico per interrogare le finalità e la qualità morale dell’azione.

La sintesi proposta può essere espressa attraverso tre domande:

  • Domanda spirituale: quale trasformazione della persona è necessaria perché l’agire sia coerente con i valori professati?
  • Domanda ontologico-sociale: quale realtà stiamo costruendo attraverso le relazioni, le istituzioni e le attività quotidiane?
  • Domanda progettuale: quali interventi possono produrre un cambiamento verificabile, inclusivo e sostenibile?

Il dialogo tra queste domande non elimina le differenze tra le opere esaminate. Le rende, piuttosto, reciprocamente feconde. La carità può orientare l’attenzione verso le persone; il realismo dinamico può contribuire a comprendere le interdipendenze della realtà; la progettazione sociale può tradurre tali orientamenti in processi, responsabilità e risultati verificabili. La conclusione non è che una società giusta derivi automaticamente da persone virtuose o da organizzazioni ben progettate. È, più prudentemente, che la qualità del cambiamento sociale dipende anche dalla capacità di connettere responsabilità personale, strutture organizzative e verifica degli effetti prodotti.

In questa prospettiva, progettare socialmente significa non soltanto rispondere a un bisogno, ma contribuire alla costruzione di una realtà nella quale le persone possano partecipare, sviluppare le proprie capacità e concorrere al bene comune.

Franco Faggiano, Esperto di Progettazione Sociale, socio ASI | Blog: franco-faggiano.blogspot.com

Bibliografia

1. Fonti primarie: Tommaso Demaria

Demaria, T. (1958). Sintesi sociale cristiana. Metafisica della realtà sociale. Torino: Quaderni di Cultura e Formazione Sociale.

Demaria, T. (1964). Per la rieducazione all’amore cristiano tra le aziende. Atti dei convegni di Rapallo. Velate di Varese: Edizioni FAC.

Demaria, T. (1967). Visioni chiave di questo nostro mondo dinamico. Atti dei convegni di Rapallo. Velate di Varese: Edizioni FAC.

Demaria, T. (1970). Il mondo di oggi come questione sociale. Atti dei convegni di Rapallo. Velate di Varese: Edizioni FAC.

Demaria, T. (1975). Ontologia realistico-dinamica. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). Metafisica della realtà storica. La realtà storica come ente dinamico. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). La realtà storica come Superorganismo Dinamico. Dinontorganismo e Dinontorganicismo. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). L’ideologia cristiana. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1975). Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.

Demaria, T. (1980). Ideologia come prassi razionalizzata. Verona: Il Segno-NPC.

Demaria, T. (1982). La società alternativa. Verona: NPC.

Demaria, T. (2008). Riflessioni spirituali. Vicenza: Tipografia Unione.

Demaria, T. (2017). Scritti teologici inediti. A cura di M. Mantovani e R. Roggero. Roma: LAS.

Demaria, T. (2020). Scritti filosofici e pedagogici inediti. A cura di M. Mantovani. Roma: LAS.

2. Fonte primaria: L’Imitazione di Cristo

Tommaso da Kempis (attrib.). De imitatione Christi. Quattro libri.

3. Contributi di Antonio Rossello

Rossello, A. (2026a, 12 giugno). Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica. Sociologia On Web.
https://www.sociologiaonweb.it/verso-una-sociologia-costruttiva-il-realismo-dinamico-e-la-progettazione-sociale-dinontorganica/

Rossello, A. (2026b, 15 giugno). Acta non verba: l’eredità di Tommaso Demaria e la sorpresa della Dinontorganica. Pagina Tre.
https://paginatre.it/acta-non-verba-leredita-di-tommaso-demaria-e-la-sorpresa-della-dinontorganica/

Rossello, A. (2026c). Il progetto Elsewhere come realizzazione operativa della Dinontorganica. Sociologia On Web.
https://www.sociologiaonweb.it/il-progetto-elsewhere-come-realizzazione-operativa-della-dinontorganica/

4. Studi sul pensiero demariano e riferimenti sociologici

Mantovani, M. (2002). Sulle vie del tempo. Un confronto filosofico sulla storia e sulla libertà. Roma: LAS. Comprende il contributo Tommaso Demaria. Storia e libertà nel realismo organico-dinamico.

Mantovani, M., Pessa, A., & Riggi, O. (2011). Oltre la crisi. Prospettive per un nuovo modello di sviluppo. Il contributo del pensiero organico-dinamico di Tommaso Demaria. Roma: LAS.

Tacconi, G. (1996). La persona e oltre. Roma: LAS.

Bourdieu, P. (1986). The Forms of Capital. In J. G. Richardson (Ed.), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education (pp. 241–258). New York: Greenwood Press.

Coleman, J. S. (1988). Social Capital in the Creation of Human Capital. American Journal of Sociology, 94, S95–S120.

Donati, P. (1991). Teoria relazionale della società. Milano: Franco Angeli.

Freeman, R. E. (1984). Strategic Management: A Stakeholder Approach. Boston: Pitman.

Putnam, R. D. (1993). Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy. Princeton: Princeton University Press.

Weber, M. (1922). Wirtschaft und Gesellschaft. Tübingen: Mohr.



TAG: Tommaso Demaria; realismo dinamico; dinontorganica; Antonio Rossello; Imitazione di Cristo; sociologia costruttiva; progettazione sociale; carità; altruismo; comunità; impatto sociale.

DEBITI, SENTENZE E COMMISSARI, di Teodoro Klitsche de la Grange

DEBITI, SENTENZE E COMMISSARI

Hanno ragione le associazioni di magistrati a sostenere che le sentenze (esecutive) devono essere eseguite; ma ancor più di quanto hanno detto basta ricordare ciò che già riteneva Socrate nel Critone: che non eseguirle  è intaccare uno dei fondamenti degli Stati antichi e, ancor più, moderni.

Senonché come pensava un acuto giurista come Maurice Hauriou, in ogni istituzione statale convivono due diritti e, di conseguenza, due giustizie. Una paritaria (cioè tra parti uguali) che chiamava Dike, l’altra non paritaria, denominata Temi (tra contendenti disuguali). L’una e l’altra sono insopprimibili, ma i confini tra loro sono  diversi. Vanno da ordinamenti assai inclini a Temi (come quello sovietico o nazista, scriveva Calamandrei) a quelli maggiormente riconducibili a Dike (come in genere quelli degli Stati liberal-democratici). Non a caso durante la Seconda Repubblica, il confine si è allargato a favore di Temi, agendo prevalentemente sull’esecuzione delle sentenze di condanna dell’apparato pubblico. Resa più difficile, a tempi dilazionati, soggetta a limiti e sospensioni. Tutte a favore della parte pubblica e a carico di quella privata, malgrado la novella di modifica dell’art. 111 della Costituzione, che andava in direzione opposta, forse allo scopo di coprire la contraria prassi legislativa. Avendo scritto un saggio su questo, vi rimando i lettori che volessero approfondire quanto sopra sintetizzato[1].

Malgrado il governo Meloni non sia stato particolarmente attivo in questo andazzo, non risulta l’eliminazione di norme antiparitarie, e si trovano norme in linea con l’abitudine precedente come l’art. 5 sexies comma 12 bis della legge n. 89/01, come modificato dall’art. 1 comma 817, della legge di bilancio 2025. Taòe norma aveva disposto che “decorsi venti giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, per i successivi due anni, i creditori di cui al comma 1 non possono iniziare azioni esecutive o giudizi di ottemperanza e le azioni esecutive e i giudizi di ottemperanza in corso sono sospesi”. La norma è poi stata sostituita dall’art. 9, comma 1, lett. b), n. 5), d.l. 8 agosto 2025, n. 117, onde i processi esecutivi sono sospesi fino al 21 gennaio 2027.

Per cui il “diritto vivente” (cioè quello che risulta effettivamente applicato) negli ultimi trent’anni non è che le sentenze devono essere eseguite, ma come, quando e quante eseguirle è (per lo più) una prerogativa dell’Amministrazione. Con la quale è coerente la decisione della Meloni, indipendentemente dalla circostanza, se i magistrati avessero torto o ragione nel merito. Tenuto conto, al riguardo, che nella vicenda il TAR aveva considerato legittimo il decreto impugnato del 06/08/2021 (Presidente Draghi) e che la normativa de qua risale al secolo scorso.

A favore e contro la decisione della Meloni occorre aggiungere due considerazioni.

La prima che nel caso, data la situazione internazionale (guerre in corso, Ormuz, ecc. ecc.) e interna, nonché il notevole importo del debito, una decisione di rimodulazione del debito spalmandone nel tempo  gli effetti, sarebbe coerente col principio della “razionalità rispetto allo scopo” di conservare i conti in ordine, pur contemperando le esigenze fattuali e quelle della legalità.

La seconda (e più in generale): la prassi della seconda Repubblica di occultare i debiti procrastinandone il rimborso ha concorso a creare il colossale debito, e a nasconderne una parte sotto il tappeto. Lo conferma anche questa vicenda, dato che, da quanto si legge, il  miliardo da sborsare si è accumulato in quasi un decennio. Se lo Stato avesse pagato nei tempi dovuti, non si sarebbe trovato con un carico così pesante. Certi espedienti finiscono per pagarsi da tutti, tranne quelli che li hanno ideati, tra i quali, visti date, norme e decreti, non c’è la Meloni.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1]v. Teodoro Klitsche de la Grange, La lotta contro il diritto, Oaks Editrice, email: info@oakseditrice.it.,

Il declino come destino, di Alexander Raynor

Il declino come destino

Alexander Raynor

29 settembre 2026

Guillaume Faye (1949–2019) fu, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, uno dei teorici più brillanti e combattivi del GRECE — insieme ad Alain de Benoist, la voce intellettuale dominante dell’“età d’oro” della Nouvelle Droite. Ruppe con Alain de Benoist e il GRECE intorno al 1986–87, si ritirò dall’attività militante per circa un decennio e tornò alla ribalta alla fine degli anni ’90 con un corpus di opere nettamente più radicale — L’archeofuturismo(1998), La colonizzazione dell’Europa(2000). Il presente testo è opera del primo Faye: il teorico del GRECE dei primi anni ’80.

L’argomentazione di Faye ruota attorno a un’unica distinzione, volutamente provocatoria. L’«Occidente» non è in declino — si sta espandendo — ma è il declino stesso: una civiltà universalista, egualitaria e tecnicista la cui essenza è l’entropia, l’omogeneizzazione di tutte le forme di vita, rappresentata come una proliferazione cancerosa. L’«Europa», al contrario, non è un principio ma un popolo e una civiltà viva; è quindi semplicemente in decadenza, una malattia dalla quale può guarire attraverso l’autometamorfosi. Faye individua i semi della rigenerazione nell’«ignoranza colta» di una giovane generazione «neo-europea» immunizzata contro la vulgata occidentale, in un atteggiamento «anarchico» di stampo dionisiaco/jüngeriano e nel progetto di «zone autocentrate» distaccate dal mercato planetario.

Questo brano è tratto dal suo libro del 1985 L’Occidente come declino (1985). Moira, con l’aiuto di Stefano Vaj, ha tradotto questo libro in inglese, ed è disponibile come Il declino dell’Occidente, o l’Occidente come declino?: A difesa delle identità dei popoli.

Tradotto da Alexander Raynor (Questa traduzione è opera mia.)


A prima vista, l’errore di Oswald Spengler fu immenso: egli annunciò per il XX secolo il declino dell’Occidente, mentre stiamo assistendo, al contrario, all’affermazione della civiltà occidentale, all’occidentalizzazione della Terra, alla generalizzazione di questo “Occidente” auto-istituito come cultura della specie umana — di cui, per supremo paradosso, le nazioni neo-industriali dell’Oriente costituiranno forse presto l’avanguardia. A prima vista, tuttavia, è al declino dell’Europa che siamo chiamati ad assistere. L’ascesa al potere dell’Occidente e la perdita di sostanza dell’Europa: i due fenomeni sono indubbiamente collegati, l’uno comporta l’altro. Tutto avviene come se, dopo aver dato vita all’Occidente — oggi diffuso su tutto il pianeta —, un’Europa esausta stesse entrando in una nuova era buia.

La tesi qui presentata sarà semplice: l’Occidente non è in declino — è, al contrario, in espansione — ma è il declino stesso. Ed è così sin dalle sue fondamenta, sin dal suo decollo ideologico nel XVIII secolo. L’Europa, dal canto suo, è semplicemente in decadenza. Già l’etimologia lo dice: l’«Occidente» è il luogo dove il sole tramonta. E, nella sua essenza, la civiltà occidentale — un apparente movimento ascendente — si fonde in realtà con una metafisica del declino, un appassimento del principio solare che, superficialmente, sembra fondarla. Questo declino intrinseco, che è la legge dell’Occidente, non è tuttavia facile da discernere, tanto è intriso di paradossi.

• Primo paradosso: mentre l’ideologia occidentale entra in una fase di declino — declino delle teorie progressiste, rivoluzionarie, democratiste, ecc. — la civiltà occidentale registra, anche sul piano politico, un’espansione inarrestabile dei propri regimi economici e politici, siano essi socialisti o capitalisti, a scapito delle tradizioni locali di sovranità e cultura.

• Secondo paradosso: mentre l’Europa sembra — ahimè — iniziare a deperire, nel suo insieme continentale, in un numero impressionante di ambiti, l’Occidente — che costituisce, per Abellio come per Heidegger, il figlio metafisico e geopolitico di questa Europa — esplode su scala planetaria.

• Terzo paradosso: mentre nel cuore stesso della nostra cultura assistiamo all’implosione del significato, al declino dei grandi valori costitutivi, al crollo delle molle spirituali, vediamo al contempo l’ascesa al potere della componente materiale della nostra cultura, della sua “forma” — vale a dire delle sue manifestazioni tecnologiche e scientifiche, che stanno per assumere il dominio assoluto sulla Terra. La civiltà tecnica ed economica che, partita dall’Europa e dal Nord America, sta conquistando l’intero pianeta, non può essere seriamente confusa con un fenomeno di «decadenza». Gli storici ci hanno dimostrato, ad esempio, che la famosa «decadenza dell’Impero Romano» — troppo spesso e erroneamente paragonata alla nostra situazione — fu accompagnata da una regressione delle «forme» della civiltà: tecniche, istituzioni, città, infrastrutture, scambi, ecc. Sempre più strade, fabbriche, aerei, scuole, ospedali, libri, inquinamento ed esseri umani. Più la «struttura» esplode, meno le sue fondamenta ideologiche e morali sembrano solide. Assistiamo parallelamente a un’esplosione delle forme di civiltà e a un’implosione dei valori, delle ideologie e, soprattutto, di tutte le fondamenta morali e spirituali che conferiscono un «senso» globale alle società.

• Quarto paradosso: se ci si limita a considerare il settore dell’economia pura, si osserva una crisi dei meccanismi mondiali di libero scambio commerciale e monetario, ma al tempo stesso un progresso inarrestabile delle tecnologie e dell’organizzazione commerciale e scientifica dell’umanità.

• Quinto paradosso: mentre il crollo dei tassi di fertilità in tutto il mondo (iniziato in Francia nel XVIII secolo e nel Terzo Mondo negli ultimi anni) ha finora determinato uno spopolamento solo nei paesi industrializzati, la popolazione mondiale, in virtù di una semplice legge aritmetica, continua a crescere a un ritmo esponenziale.1

Questi cinque paradossi sono inquietanti. Anziché attraversare declini globali e lineari come le altre civiltà che ci hanno preceduto, viviamo quello che si potrebbe definire un «declino annidato in un’espansione». Come se la civiltà occidentale fosse una macchina impazzita, il cui centro implode mentre la periferia esplode. L’Europa regredisce, l’Occidente si espande. Il significato scompare, le forme crescono. Il «sangue» evapora, ma le vene si ramificano in reti sempre più vuote. Sempre meno cervello, ma sempre più corpo e muscoli. Sempre meno umanità, ma sempre più uomini. Sempre meno culture, ma sempre più civiltà. Tutto ciò assomiglia stranamente a una proliferazione cancerosa. Un cancro, infatti, è il declino della differenziazione qualitativa delle cellule a vantaggio del trionfo della riproduzione quantitativa.

La logica profonda dell’Occidente — attraverso l’egualitarismo sociale, la conversione di tutte le culture agli stessi modelli politici ed economici, attraverso la razionalizzazione dell’esistenza che nemmeno i regimi che la combattono nelle loro dottrine possono evitare — è, fin dalle sue fondamenta, la riduzione dell’organico al meccanico. Il paradosso supremo dell’Occidente è che il suo presupposto è, sotto l’apparenza di crescita e giovinezza, un’entropia, vale a dire una crescente omogeneizzazione delle forme di vita e di civiltà. Ora, l’unica vera forma di declino, come ci insegnano l’astrofisica e la biologia, è proprio l’entropia: la crescita cancerosa di cellule indifferenziate o, secondo il secondo principio della termodinamica, la perdita di energia attraverso l’omogeneizzazione. Da questo punto di vista, l’essenza dell’Occidente è il declino, poiché la sua ragion d’essere è l’uniformazione delle forme di vita umane. E l’essenza del «progresso» è l’entropia. La moltiplicazione esplosiva delle tecnologie serve a mascherare questo declino agli occhi dei suoi stessi protagonisti, esattamente come, nel tragico processo di remissione del cancro, la proliferazione di cellule indifferenziate dà, per un certo tempo, l’illusione della salute e della crescita organica. L’Occidente è un vecchio che si crede un adolescente.

Ma nella misura in cui questa civiltà occidentale entra nella sua “terza età”, vivendo al tempo stesso il trionfo delle sue forme, delle sue quantità, della sua espansione statistica e geografica, e tuttavia l’esaurimento del suo significato, della sua ideologia, dei suoi valori, ci si può chiedere se non sia proprio sull’orlo della risoluzione di quel declino che porta in sé. Ipotesi: sarebbe allora l’intera Terra ad entrare nel periodo del declino, poiché, per la prima volta, un’intera civiltà la unifica — una civiltà minata dall’interno. La civiltà occidentale assomiglia agli alberi di Parigi: continuano a crescere anche mentre vengono rosicchiati.

Si potrebbe ritenere che l’uniformazione dell’intera Terra sotto la legge di un’unica civiltà — politica, economica e culturale — sia un processo bio-cibernetico, poiché si tratta, come hanno dimostrato Lupasco e Nicolescu, di un’omogeneizzazione delle energie. Per il momento questa entropia è “espansiva”; un giorno, come ogni entropia nella sua fase n. 2, diventerà implosiva. E non crediamo, come immagina Lévi-Strauss, che possano sorgere «nuove differenze» e nuove eterogeneità all’interno di una civiltà mondiale ormai occidentalizzata.2Si tratterebbe solo di specificità superficiali, elementi folcloristici o “varianti”.

E nella misura in cui questa adesione storica dell’umanità a un’unica e stessa civiltà occidentale — democratica, prospera, individualista ed egualitaria — costituisce da oltre un secolo il progetto delle ideologie del Progresso, siano esse socialiste o liberali, non ci si deve forse chiedere se l’idea stessa di Progresso non sia la figura centrale del Declino? La materia e l’essenza del Progresso sono l’adesione di tutti gli uomini alla stessa condizione e alla stessa morale sociale, ritenuta universale. In questo senso, le dottrine progressiste, secolarizzando le religioni monoteiste della verità rivelata, hanno messo in moto un processo di fine della storia, di fine delle storie di ciascun popolo. Oggi intravediamo questa fine della storia: uno status quo planetario attraverso la minaccia termonucleare, un condominio sovietico-americano sul mondo che congela le indipendenze nazionali, una «gestione» tecno-economica e finanziaria di un’economia mondiale che uniformizza i modi di produzione e di consumo, ecc. Si ripete all’infinito, sulla scia di Alvin Toffler, che stiamo entrando nella «terza rivoluzione industriale»; questo è vero, ma non perdiamo comunque di vista questo sorprendente paradosso: al fantastico sconvolgimento delle forme socio-economiche corrisponde la glaciazione delle forme politiche e «storiche». Viviamo una «mutazione immobile». Tutto vibra (tecnologie, relazioni sociali ed economiche) ma nulla «si muove» (geopolitica); o meglio, nulla si muove ancora. E, come la coscienza storica, anche le idee e i valori si stanno congelando.

Dietro al suo trionfo, la civiltà occidentale vede oggi spezzata la sua molla motrice: i suoi miti fondanti e le sue ideologie appassiscono e si sclerotizzano. Il progressismo, l’egualitarismo, lo scientismo, il socialismo hanno disincantato i propri sostenitori e non riescono più a mobilitare energie. I modelli politici di una civiltà quantitativa, interamente fondata sull’economia, hanno prodotto in Oriente un totalitarismo tirannico, in Occidente il totalitarismo morbido e dispotico della società dei consumi previsto da Tocqueville, e nel Terzo Mondo l’etnocidio e il pauperismo di massa — quest’ultimo mascherato dalla triste mistica dello «sviluppo».

Assumendo un carattere antirivoluzionario, le ideologie occidentali, a immagine della civiltà neoprimitiva che rappresentano, convergono oggi in un social-liberalismo tiepido, cinico, privo di progetti, manageriale e irrilevante, incentrato sulla vulgata accademica dei “Diritti dell’Uomo”, di cui Claude Polin ha ben dimostrato l’insensatezza e l’inefficacia.3Priva di ogni trascendenza, organizzata nel suo principio attorno al rifiuto di qualsiasi riferimento allo spirituale, la civiltà occidentale è l’organizzazione tecnico-razionale dell’ateismo. Ora, mutilata dei suoi dei, qualunque essi siano, una cultura umana si condanna a lungo termine, anche se altrove risplende lo splendore di Mammona, anche se l’accumulo tecnologico, la progressione nominale dei redditi o il «progresso della giustizia sociale» danno l’illusione di vitalità.

Ma questa ascesa dell’economia e della tecnica — in nome di cosa si dovrebbe considerarla un miglioramento? È facile dimostrare, ad esempio, che i processi mentali della società dei consumi — anche dal punto di vista dell’intelligenza gnoso-pratica e tecnica — non sono necessariamente più elaborati di quelli delle società tradizionali. La società tecnica vede, concretamente, il declino dell’«spirituale» (Evola) o dell’«essere» (Heidegger), e forse anche dell’intelligenza nelle sue forme di vita.4E, paradossalmente, poiché il mondo — contrariamente alle concezioni cristiane — non è dualista ma associa, in un’apparente contraddizione, ciò che è più immateriale e ciò che è più biologico nella stessa unità organica e vitalista, non sorprende che al declino spirituale corrisponda anche il declino dello spirito di stirpe, il declino demografico. La coscienza biologica e la coscienza spirituale sono legate. La separazione operata dal dualismo cristiano tra Dio e il mondo ha profondamente segnato la civiltà occidentale, rompendo con l’unità del trascendente e dell’immanente propria della tradizione ellenica. Penetrando nell’inconscio collettivo e nelle forme della civiltà, questo dualismo ha progressivamente dato origine a un disincanto e a una desacralizzazione del mondo, a una civiltà schizofrenica: da qui le separazioni mutilanti tra lo Stato-Padre-e-Giudice e la società, tra la Legge e il popolo, tra le razionalità del liberalismo e del socialismo e lo slancio vitale «cieco» (ma per questo chiaroveggente perché «oscuro») delle civiltà, tra l’individuo elevato a monade e le sue comunità, tra l’apparente legittimità dell’Occidente — vale a dire questa «democrazia» di cui tutti (tiranni compresi) sostengono di far parte senza percepirne il significato — e le reali aspirazioni delle popolazioni, tra la Tecnica, figura dominante dell’epoca, e l’ideologia.

Questi ultimi due punti meritano una precisazione. Il divario tra la Tecnica — oggi prosaica e disincantata — e l’ideologia è stato spesso frainteso, in particolare da Spengler e Jünger. A nostro avviso, non è la Tecnica a costituire la causa del materialismo, dell’uniformismo e della destinalizzazione dell’Occidente; è piuttosto l’ideologia occidentale stessa ad aver fatto di questa Tecnica il motore della sua logica mortifera. La tecnica è disincantata, ma non è il disincanto nella sua essenza. La ragione di ciò sta nel divorzio tra l’essenza della Tecnica — che è, come intuì Heidegger, poetica, lirica, faustiana, quindi spirituale e «artistica» — e le ideologie dominanti in Occidente, che attribuiscono a questa Tecnica solo il prosaismo meccanico dell’addomesticamento attraverso il benessere e la riducono a una «tecnologia della felicità individuale». Se il razzo Ariane non fa sognare quando dovrebbe, quando dovrebbe rappresentare per il nostro immaginario la «trasfigurazione degli dei», è perché la sua finalità è la ritrasmissione di programmi televisivi, vale a dire l’espressione della più piatta «banalità».

E quando Gilbert Durand invoca la rinascita delle ombre dell’immaginario, forse le uniche in grado di contrastare il disincanto della società tecno-consumistica, non è nel consumo del passato, nei musei, negli studi, nelle nostalgie, nei miti archiviati su schede informatiche, che esse potranno essere ritrovate. È, paradossalmente, nella contemplazione pura dei computer stessi, nei razzi e nelle centrali elettriche — in breve, in una Tecnica che porta in sé il più grande potenziale di sogno che l’umanità sia mai riuscita a trovare, e che oggi è neutralizzata, scollegata, da ideologie e modelli sociali interamente dominati dalla meschinità domestica e dalla fredda logica contabile delle burocrazie.

La seconda grave conseguenza del dualismo occidentale riguarda il divario tra il regime politico ufficiale (la famosa “democrazia”) e il modo in cui tale regime viene concretamente percepito, e socialmente vissuto, dai cosiddetti “cittadini”. Possiamo qui solo elencare, senza approfondirli, gli effetti di questa separazione: la radicale non rappresentatività della classe politica, l’onnipotenza delle feudalità minoritarie (organizzazioni sindacali, media, reti bancarie, organismi tecnocratici), il simulacro della partecipazione elettorale dei cittadini al potere attraverso il carattere irrilevante della posta in gioco nelle votazioni, la costante volontà dei partiti politici di distorcere a proprio vantaggio la reale opinione del popolo, ecc. Più che mai, l’opposizione tra il paese reale [pays réel] e il paese legale [pays légal] rimane la regola.

Fondato sulla sovranità del popolo, l’Occidente la attua ancora meno delle società tradizionali tanto denigrate come tiranniche. A questo proposito, la cosa più grave non è l’assenza di “democrazia” (sarebbe meglio, tutto sommato, avere un potere che riconosca ufficialmente l’impossibilità della democrazia e che fondasse la sovranità su — ad esempio — un’autocrazia sacralizzata), ma la schizofrenia endemica, la menzogna permanente di un sistema di potere che, in Oriente come in Occidente, trae la propria legittimità da un principio (il Popolo sovrano) che non solo non viene applicato, ma la cui applicazione le classi dominanti si preoccupano principalmente di impedire. Infatti, cosa temono e combattono maggiormente i partiti, i sindacati, i grandi organismi, i media progressisti (e, nell’URSS, il PCUS), se non la democrazia diretta, se non il cesarismo referendario in cui l’opinione brutale del popolo si esprime senza giri di parole? E perché temono così tanto questo popolo? Perché sanno bene che nelle sue profondità l’umanesimo, l’egualitarismo illuminato, il cosmopolitismo sradicato non trovano spazio. Sanno che all’interno del popolo «ignorante», lasciato a se stesso senza la supervisione delle «élite» sindacali, partitocratiche e giornalistiche, vivono ancora valori e aspirazioni che non corrispondono a ciò che si aspettano gli scribi, i tecnocrati, i politici e i sacerdoti.

Questi, che ricoprono il ruolo di “élite europee” ma non ne hanno la statura, preda del vuoto intellettuale e ideologico, si aggrappano alla vulgata occidentale come a un salvagente. La “destra” e la “sinistra” politiche fanno convergere i loro discorsi impoveriti nello stesso atlantismo social-liberale. Con sfacciataggine, la sinistra francese, dopo il prevedibile fallimento del proprio «socialismo», ne celebra il funerale discreto e si autoproclama portavoce del capitalismo e dell’individualismo, abbandonando definitivamente ogni discorso rivoluzionario. Nasce così, sul piano ideologico come sul terreno politico, una «sinistra-destra», il nuovo partito unico delle democrazie occidentali, che si riconosce nell’atlantismo, nella difesa dell’Occidente (tema un tempo proprio dei criptofascisti), nel reaganismo, nella filosofia sommaria dei diritti dell’uomo e nel conservatorismo.

Questo “asse sinistra-destra” ideologico e politico è caratterizzato non solo dal suo occidentalismo, ma anche dalla sua deriva antieuropea, mascherata da un antisovietismo di primo piano e da un discorso apparentemente filoeuropeo. L’obiettivo è negare all’Europa ogni specificità e ogni indipendenza, definendola una mera zona (e uno scudo) dell’Occidente atlantico.5

Ora accade che, senza dubbio per la prima volta nella sua storia, l’Europa non condivida più gli interessi dell’Occidente (culturali, geopolitici ed economici), e che sia diventato necessario un distacco tra l’Europa e l’Occidente di impronta americana. È proprio perché fa parte esclusivamente della civiltà occidentale — che un tempo era europea ma ora non lo è più — che l’Europa è entrata in decadenza. Le figure della decadenza europea sono note. Ricordiamole per la cronaca: questa civiltà, che è ancora praticamente la più densa e potente della Terra, giace, come un Gulliver incatenato, smembrata dal condominio sovietico-americano. Privata dell’indipendenza politica, futuro campo chiuso di uno scontro tra i due Super-Grandi, l’Europa vive con la prospettiva del proprio genocidio nucleare. Il «giorno dopo» non preoccupa, in realtà, i nostri due protettori. Vittima di una guerra economica che la deindustrializza, preda al centro della colonizzazione e dell’occupazione e, a ovest, della deculturazione e dello sfruttamento, l’Europa è anche in caduta libera demografica. In ogni ambito, dopo essere esplosa, l’Europa, come un buco nero, implode. Entra, come dopo la caduta di Roma, in una nuova era buia.

Ma la decadenza europea è meno grave e non sembra della stessa natura del “declino esplosivo” che affligge l’Occidente. Quest’ultimo, ripetiamolo, è il declino; porta in sé il deperimento di tutte le cose. Il declino di un organismo è senza rimedio, perché ne tocca le fondamenta e il principio. L’Occidente ha un principio, astratto: è l’ideologia (l’americanismo o il sovietismo, entrambe secolarizzazioni del cristianesimo). Ora, l’Europa non è un principio, ma un popolo, una civiltà, una storia, di natura viva e organica e non meccanica. In questo senso l’Europa è semplicemente in decadenza. Sta attraversando un’epoca buia dalla quale può riprendersi. È malata e può guarire attraverso l’autometamorfosi, mentre l’Occidente è incurabile perché non può metamorfizzarsi, poiché obbedisce a una logica lineare, ignara di ogni polimorfismo.

Come afferma lo storico Robert Steuckers, l’Occidente americano è l’alleanza tra l’Ingegnere e il Predicatore; l’Occidente sovietico è l’alleanza tra l’Ingegnere e l’Ideologo. Ora l’Ideologo e il Predicatore stanno perdendo, proprio in questo momento, la loro legittimità, il loro fascino, il loro incanto. L’opera dell’Ingegnere, che si fondava esclusivamente sull’equilibrio precario dei propri discorsi e che continua, ancora per un po’, per effetto di inerzia, il proprio percorso, è destinata a fallire nel lungo periodo perché non è più alimentata. L’Europa, d’altra parte, è l’alleanza tra l’Ingegnere e lo Storico. Il discorso di quest’ultimo — irrazionale, fondato sulle profondità dell’immaginario — può senza dubbio entrare in crisi come oggi, ma è inesauribile perché può rigenerarsi secondo il principio dionisiaco della perpetua efflorescenza. L’Europa è legata al discorso occidentale solo in via provvisoria. I suoi «principi di vita» sono molteplici: un popolo non deve la propria esistenza, a differenza dell’Occidente americano o sovietico, a un meccanismo ideologico, a una legittimità «politica» che deve essere incessantemente giustificata, o, peggio ancora, alla logica quantitativa dell’economia. Per sopravvivere, un vero popolo — come nel caso dell’Europa e di molte civiltà del «Terzo Mondo» — non ha nulla «da dimostrare». L’Occidente, dal canto suo, deve incessantemente «dimostrare»; ora, questo è proprio ciò che non è più in grado di fare…

La decadenza europea è legata agli effetti della civiltà occidentale, che si tratti di americanismo o di sovietismo. Ma, paradossalmente, il declino già iniziato di questa civiltà, anche se a prima vista sembra essere la causa della decadenza europea, costituirà, in una seconda fase, la condizione per una rigenerazione della cultura europea. La condizione per una rinascita europea va ricercata in un’autometamorfosi, come la nostra storia ne ha conosciute diverse: l’abbandono delle ideologie occidentali e la nascita di nuovi fondamenti che ancora non conosciamo, che non potranno che essere irrazionali e spirituali e che, a loro volta, dureranno solo per un certo tempo. Ma la civiltà normalizzata, avendo trasformato i propri principi spirituali fondanti in una moralità prosaica e normativa, non lascia più spazio alla creazione di valori mobilitanti. Il narcisismo diventa il destino degli individui che si isolano nel presentismo, di fronte a una società ormai autonoma, le cui norme non hanno altri fini se non se stesse. In queste condizioni, si possono considerare come un «ritorno del senso», come una risposta spontanea della società alle strutture normalizzanti, le molteplici manifestazioni contemporanee che, nelle loro «esplosioni», sembrano sconfiggere la trasparenza razionale dei discorsi e la freddezza dei meccanismi tecno-economici?

I recenti fenomeni di liberalizzazione dei costumi, la creatività dei gruppi che si presentano in “ritardo” rispetto a quanto la sociologia ritiene di scoprire in termini di nuovi tipi di relazioni umane, il diffuso movimento di ri-radicamento culturale che sembra preannunciare un risveglio delle culture popolari contro la cultura di massa mercantile, ecc. — tutto ciò fa presagire un rinnovamento di un “paganesimo sociale” contro la normalizzazione degli Stati del benessere? Oppure non stiamo assistendo alla nascita di «valvole di sfogo», come porosità nel corpo della norma attraverso le quali sfuggirebbero, in quantità programmate, energie potenzialmente pericolose che verrebbero recuperate e neutralizzate, trasformate in «distrazioni», riprodotte come «tempo libero»? È difficile rispondere.

Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la nostra epoca vede coesistere due fenomeni opposti: da un lato il rafforzamento delle norme tecno-economiche, dall’altro la liberazione delle moralità private. L’eteronomia sociale risponde all’autonomizzazione delle regole non economiche dell’esistenza. Questo parallelismo, che non è necessariamente frutto del caso, ci spinge a considerare con grande attenzione la funzione dei movimenti di liberazione e di innovazione dei costumi, senza tuttavia trascurare le speranze che essi possono anche suscitare. In ogni caso, per rispondere a questo desiderio di normalità — diventato effettiva normalizzazione — in cui l’ideologia occidentale ci rinchiude, sono incline a riporre maggiore speranza nei popoli piuttosto che nelle società: quei popoli messi in moto non dalle «vibrazioni» dei costumi, ma dai movimenti della storia. Ora, l’Europa, prima di essere una società, non è forse innanzitutto un popolo? Paradossalmente, la possibilità dell’Europa risiede forse nella sua vecchiaia, che può trasformarsi in giovinezza: l’Europa, toccata per prima dalla civiltà occidentale, sarà forse la prima a reagire contro di essa. In tal caso, la decadenza sarebbe un fattore di anti-declino, e la senescenza un fattore di esperienza e ringiovanimento: disillusi, tornati da ogni cosa, i neo-europei delle giovani generazioni che, nella loro «ignoranza colta», non vogliono nemmeno più sapere cosa significhino politica, democrazia, uguaglianza, diritti dell’uomo, sviluppo, ecc. , che non credono più nel volgare prometeismo delle mistiche socialiste o capitaliste, tornano, grazie a questa apparente depoliticizzazione, alle cose essenziali: «non vogliamo morire, insieme al nostro popolo, schiacciati da una guerra atomica in Europa la cui posta in gioco non è la nostra; non vogliamo “impegnarci” a destra o a sinistra, in un occidentalismo o in un sovietismo che sono solo le facce falsamente antagoniste dello stesso totalitarismo». Questo discorso è frequente tra i giovani. Tanto meglio; è quello dell’«Anarch» di Ernst Jünger. È un discorso rivoluzionario e impegnato sotto le apparenze del disimpegno e dell’incivismo. È l’atteggiamento dei neutralisti tedeschi, che non esprimono affatto una rassegnazione, ma una prodigiosa energia, l’eterna astuzia del popolo che sa che ci si può riprendere da un «regime politico» ma non da un olocausto.

La rinascita arborescente — astuta o inconsapevole — delle vitalità popolari di ogni genere contro il freddo ordine dei pianificatori o dei liberali, dei centralizzatori o dei decentralizzatori, dei politici, degli “umanisti”, dei sacerdoti, dei professori, dei socialismi, dei liberalismi, dei fascismi — e persino degli “anarchismi”… — contro i regolamenti, le reti, i programmi e i circuiti, contro l’uguaglianza e la disuguaglianza, la giustizia e la tirannia, la libertà e l’oppressione, la democrazia e il dispotismo, la società permissiva o il totalitarismo — in breve, contro tutti questi falsi opposti, queste false finestre delle ideologie occidentali il cui disegno comune è, come quello di Mosè nell’antichità, quello di imporre la propria Legge contro la vita e il reale — questa rinascita, dunque, costituisce oggi, in particolare nelle giovani generazioni, la principale forza di anti-declino. Al di fuori degli Stati e delle istituzioni ufficiali dei paesi occidentali, che oggi sono diventate forze di appassimento, si deve parlare di una resistenza popolare. Resistenza alle decadenze, allo statalismo sociale, ai piatti preconfezionati dell’angelismo umanitario e delle credenze progressiste, resistenza della saggezza dionisiaca di fronte alla follia prometeica dei livellatori — una resistenza multiforme di cui la crescente indifferenza verso la politica è solo un aspetto.

Questo vitalismo sociale non è un disimpegno, ma un impegno. In un mondo in cui tutto ciò che si vuole legittimo e istituzionalizzato fa appello al narcisismo di massa, al lavoro alienato, al presentismo, al macchinismo, allo sradicamento, nuove energie emergono spontaneamente e, nonostante le pressioni dei poteri e delle pedagogie, osano «fare musica senza solfeggio». Figli della decadenza, i neo-europei, nuovi barbari, non conoscono nemmeno più la vulgata del moralismo umanitario occidentale. Questo è l’effetto perverso — e dal nostro punto di vista quello positivo — del declino dell’educazione culturale in Europa: con il pretesto dell’uguaglianza e dell’universalismo, l’ideologia dominante ha trascurato l’insegnamento della cultura d’élite. Ma ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. Le giovani generazioni si ritrovano forse deculturate, private della memoria — che era l’obiettivo perseguito dai professori dello sradicamento — ma anche (il che è senza dubbio un evento considerevole) liberate dagli scolastici e dai tabù delle ideologie mortifere dell’Occidente. I grandi concetti sacri (Uguaglianza, Democrazia, Politica, Libertà, Economia, Sviluppo, ecc.), responsabili del declino, galleggiano ormai come cadaveri nel pantheon mentale delle giovani generazioni.

Allora si verificherà una delle due cose: o questa fine radicale della “cultura classica” (alla quale, nonostante tutto, appartengono tutte le attuali categorie politiche e tutta la mistica egualitaria dell’Occidente) darà origine solo al vuoto e all’immersione nel neoprimitivismo, oppure farà emergere la profondità purificata della psiche europea, quella profondità che scaturisce dal nostro “istinto greco”. Alla diagnosi apparentemente pessimistica della «fine della storia» che sembra toccare gli europei, si può senza dubbio obiettare che, a livello del quotidiano, dell’intensità della vita delle società, le «storie» continuano a dispiegare le loro strategie, e che non bisogna fare la Cassandra. Ma, private della dimensione «storica» (e non di quella «politica», poiché «politica», «individualismo» e «fine della storia» vanno di pari passo) della loro esistenza, spogliate di una prospettiva sovrana, le società europee potrebbero ancora conoscere, nelle loro dinamiche private e quotidiane, nell’energia segreta del popolo, «storie», avventure, impulsi creativi?

Nessuno può rispondere. Due indicatori positivi, due potenti fattori di rigenerazione, possono tuttavia essere individuati all’interno della decadenza stessa. Primo indicatore: la proliferazione dionisiaca di nuovi comportamenti sociali paralleli, secessionisti e sensuali, legati a una rinascita contemporanea dell’estetica europea, che aggirano le istituzioni, le conoscenze istituzionalizzate, le reti tecnocratiche, e che la sociologia di Maffesoli porta alla luce — costituiscono al tempo stesso il segno che la moralità regolamentata, che il borghismo tecnomorfo della civiltà occidentale (vale a dire del declino) si scontra con l’inerzia del popolo, ma anche che stiamo assistendo a una rinascita dell’immaginario, dell’irrazionale, delle forze quotidiane inconsapevoli del proprio potere. Queste forze sono quelle che danno alle nazioni i loro grandi artisti, i loro grandi imprenditori. Come il seme durante l’inverno, dobbiamo a tutti i costi sperare che le energie della società civile germoglino. Domani potrebbero essere fecondate da una sovranità a venire, se il Destino — che non rimane mai a lungo in silenzio — così decidesse.

Secondo indicatore. A questo fattore di rigenerazione interna si aggiunge un possibile motivo di rigenerazione esterna. Si tratta, paradossalmente, del grande “rischio” di vedere la civiltà progressista e globale dell’Occidente naufragare in una crisi gigantesca. Il declino latente diventerebbe, nel senso inteso da Thom, una catastrofe. Infatti, all’attuale periodo di auto-risoluzione delle crisi attraverso una fuga in avanti tecnologica, alla macro-stabilità del sistema occidentale, potrebbe benissimo succedere una destabilizzazione piuttosto brutale. Ci stiamo infatti dirigendo verso una fine di secolo in cui convergeranno evoluzioni il cui parallelismo è per il momento un fattore di «crescita» (canceroso), ma il cui incontro e fusione rischiano di essere la causa di un gigantesco squilibrio planetario. Queste «linee evolutive» sono: i crescenti squilibri economici provocati dallo «sviluppo» neocoloniale del Terzo Mondo; gli effetti cumulativi del congelamento geostrategico (status quo) imposto dalle superpotenze, combinati con la sofisticazione e la densificazione degli armamenti iperdistruttivi; il proseguimento del declino della democrazia sia in Occidente che in Oriente; l’ampliamento del divario demografico Nord-Sud; il divario tra popolazione e risorse nei paesi poveri; l’ascesa delle forze di autoaffermazione nazionale e religiosa nel Terzo Mondo, parallelamente al rafforzamento di una tecnostruttura mondiale; e così via.

La nostra epoca è dominata dalla minaccia di un “punto di rottura” che si profila all’orizzonte della fine del XX secolo, dove un’umanità sovraffollata si scontrerà con sfide convergenti di natura alimentare, ecologica, geopolitica e così via. Ormai, nessuna società tradizionale è in grado di risolverle. Il ritorno a un modello di civiltà “olistico” e antitecnologico è impossibile. Siamo condannati alla normalità occidentale? L’ambiguità della modernità è riconoscibile nel fatto che essa si afferma come unico rimedio ai mali che essa stessa ha provocato. Eppure — per citare solo l’esempio dell’economia — sarebbe interessante prestare ascolto alle nuove dottrine che tentano di risolvere questa contraddizione; esse ci sembrano di gran lunga più originali dell’impostura intellettuale del ritorno di Adam Smith sotto la maschera pubblicitaria dei «nuovi economisti».

Queste nuove dottrine a cui alludo, difese in Francia da François Perroux, André Grjebine, François Partant e altri, sostengono l’abbandono, non dell’industria e della tecnologia, ma della norma universale di un mercato planetario e di un sistema di scambio e produzione. Si pronunciano a favore della costruzione progressiva di zone «autocentrate», in cui le unità culturali, politiche, economiche e geopolitiche si sovrapporrebbero, dove il produttivismo mercantile, il contenuto dei «bisogni» umani e il ruolo dell’economia nella società verrebbero ripensati da cima a fondo. Il punto è, in un certo senso, concepire una modernità che non sia più globalmente normativa.

Brutale o progressista che sia, la vera crisi è davanti a noi. O porterà a un declino definitivo, al bacio dei megatoni, al grande sole nucleare che potrebbe benissimo illuminare la fine di questo secolo con il fuoco dell’olocausto dei vertebrati superiori; oppure, al di fuori di questa prospettiva al tempo stesso terrificante e altamente estetica, la civiltà occidentale, scontrandosi con questa «convergenza delle evoluzioni», non sarà più fisicamente in grado di continuare a funzionare. Non essendo riusciti a prevederla con serenità, saremmo allora costretti a organizzare, sull’orlo della tomba, l’autarchia economica, la post-democrazia — in breve, nuovi principi politici di vita in società. Questi principi non sarebbero certamente più quelli del progressismo occidentale. Ogni regione del mondo improvviserebbe la propria soluzione…

Allora, per evitare una simile improvvisazione, spetta forse agli intellettuali illuminati — coloro che oggi sfuggono ai grandi dogmi raggrinziti dell’umanesimo, del liberalismo, del socialismo, ecc. — riflettere su questi nuovi principi, sui valori postmoderni in grado di prendere il posto di questa lunga processione di illusioni che oggi si confondono con il declino e che ancora costituiscono, ahimè, il corpo di quella vulgata occidentale che funge da sapere per le élite europee.

1

Cfr., a questo proposito, Alain Girard, L’uomo e il numero degli uomini(L’uomo e il numero degli uomini), PUF, 1984.

2

Claude Lévi-Strauss, Testi forniti(Parole date), Calmann-Lévy, 1984.

3

Claude Polin, Lo spirito totalitario(Lo spirito totalitario), Sirey.

4

Julius Evola, Gli uomini tra le rovine(Uomini tra le rovine), Trédaniel, 1984.

5

Cfr. a questo proposito, Laurent Joffrin, La sinistra in via di estinzione(La sinistra in via di scomparsa), Seuil, 1984.

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Riserva di carica, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Lorenzo Castellani, Riserva di carica, Liberilibri, 2026, pp. 246, € 18,00.

Dato che la Storia s’incaponisce a non finire, l’ordine post-Yalta e post-1989 a organizzare il pianeta, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse a ritirarsi in pensione, tornano all’attenzione anche gli strumenti con i quali il potere politico aveva governato e assicurato l’esistenza delle comunità umane: per prima la ragion di Stato. Lorenzo Castellani che ha già pubblicato dal 2020 saggi originali sulle istituzioni e sul potere contemporaneo, in questo continua nell’analisi. Affermando che l’ordine post-comunista rivela ormai la propria fragilità. Non solo perché crisi e guerre sono sotto gli occhi di tutti: ma ancor prima a livello culturale. E ne ha fatto le spese la ragion di Stato, che è poi la risorsa in mano al potere per superare le emergenze, quella che (almeno) – nelle categorie su cui si è sviluppato il pensiero politico e giuridico, da Machiavelli in poi, è la risorsa decisiva.

Castellani sostiene che in ogni ordinamento politico c’è una “riserva di carica” ovvero una  forza che ha la stessa funzione che hanno le riserve nella strategia: entrano in campo quindi la prima linea non riesce a fronteggiare la situazione creatasi. Se M. Hauriou paragonava l’istituzione statale a un esercito in  marcia (agmen), la ragion di Stato ha la stessa funzione di superare le situazioni di crisi. La sua necessità per un ordinamento è già sostenuta da Machiavelli nei Discorsi (riguardo la dittatura romana); ma se si immagina, invece, che le crisi non si possono verificare, la ragion di Stato è altrettanto inutile degli eserciti (e non solo).

Dato che crisi, conflitti, inimicizie non mancano, a dispetto di chi crede (o fa credere) che esiste la formula magica in possesso dei Dulcamara buonisti per eliminarli. Il pensiero sulla ragion di Stato è coevo alla nascita dello Stato moderno . Scrive Castellani «la grammatica profonda con cui gli Stati reagiscono non è poi così lontana da quella che animava i dibattiti sulla ragion di Stato tra Cinquecento e Seicento. Cambiano gli attori, mutano le ideologie, si trasforma il lessico, evolve il contesto tecnologico; ma resta inscalfibile la struttura del problema: quando l’ordine politico appare minacciato, chi decide cosa è necessario?» e prosegue «La vecchia tensione tra forza e diritto non scompare; viene riscritta come tensione tra società e comunità, tra esigenze di libertà e pretese di protezione, tra regole condivise e decisioni imperative, tra ricerca di ordine razionale e volontà di potenza” per cui “ricostruire lo sviluppo della ragione di Stato significa comprendere come, fin dall’inizio, la politica moderna si sia pensata come attività distinta dal diritto e dalla morale, rivendicando per sé una razionalità specifica». Che è poi essenzialmente connotata dall’essere razionale rispetto allo scopo e d’essere un’etica delle responsabilità.

Nel XX secolo è avvenuta una trasformazione «con il consolidarsi dello Stato costituzionale. E’ in questa fase che la vecchia dottrina, concepita come riserva extra-giuridica del potere, viene dapprima contestata, poi reinterpretata, infine riassorbita in una dimensione nuova: quella che possiamo chiamare “ragion di Stato costituzionale”» e «Quando i diritti diventano parametro giurisdizionale e le corti costituzionali assumono un ruolo centrale, la questione non è più se il potere politico possa violare la legge in nome della sopravvivenza dello Stato, ma se e come possa piegare, sospendere, reinterpretare la legge attraverso la legge».

Ma sostiene Castellani «L’operazione che queste pagine tentano è diversa: seguire passo passo la trasformazione di una dottrina dell’eccezione in una ragione strutturale dello Stato costituzionale, mostrando come la funzione originaria della ragion di Stato… sia stata progressivamente incorporata nelle procedure, nei testi e nelle prassi di governi che si definiscono, e spesso sono, democratici». Per cui la “riserva di potere” esiste sempre. Scrive Castellani «Il percorso seguito ha mostrato come tale riserva di carica attraversi l’intera modernità: dalla prima dottrina della ragion di Stato del XVI secolo allo Stato costituzionale contemporaneo. Non è la storia di un superamento, ma di una metamorfosi. Ciò che nasce come arte della sopravvivenza del sovrano diventa principio di elasticità dell’ordine, tecnica di continuità sotto la superficie delle norme». Essa s’inserisce nel “diritto politico”, cioè «l’insieme dei principi e delle leggi fondamentali che danno forma e legittimità al dominio politico, esprimendo il nesso strutturale tra giuridico e politico». Con buona pace dei costruttori d’illusioni.

Teodoro Klitsche de la Grange

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda (a cura di Alberto Mingardi), 2026, Ed. Settecolori, pp. 198, € 18.00.

Nel 1918 Pareto osservava la guerra mondiale, giunta alla sua fase conclusiva e ne fece un diario, pubblicato solo quarant’anni dopo.

Ottima l’idea di ripubblicarlo oggi, in un periodo in cui guerra e ostilità hanno ripreso  il ruolo e il vigore che la “fine della storia” negava.

Il solitario di Céligny considera la guerra sotto il profilo delle derivazioni generate dalle élite belligeranti e dei governati cui sono destinate.

Ne sottolinea l’irrazionalità e l’irrealtà, spesso demolendole con l’ironia.

Così nota che la guerra ha come scopo di imporre la propria volontà al nemico onde “può terminare con la vittoria di uno degli avversari, e la resa totale dell’altro. In tal caso, uno di loro impone la propria volontà… Ma la guerra può anche terminare in altro  modo, cioè con un compromesso fra la volontà di uno degli avversari e quella dell’altro”, ossia con accordi diplomatici. Per consolidare la propria pretesa ciascun belligerante fa uno smodato uso di derivazioni. Scrive Pareto, ad esempio, per le annessioni: “Niente conquiste territoriali? Certo: su quel punto, siamo tutti d’accordo. Ci riserviamo soltanto di procedere alla retrocessione delle annessioni, e inoltre a rettifiche di frontiera. Sei un cattolico osservante, e tuttavia ti piacerebbe mangiar pollo di venerdì? Semplicissimo: basta ribattezzare il pollo, e chiamarlo carpa”.

Esempio tipico, l’Alsazia-Lorena. E prosegue:  “Visto dalla parte degli Imperi centrali: se conserviamo l’Alsazia-Lorena, non c’è annessione, ma disannessione, perché è la Francia che se l’era annessa. Visto dalla parte dell’Intesa: reclamando l’Alsazia-Lorena, non propugniamo una annessione ma una disannessione, perché è stata la Germania ad annettersela. Sia l’uno che l’altro ragionamento può valere, secondo che si vada più o meno indietro nel tempo per stabilire qual è stata l’annessione…” (e nel tempo, Pareto risale ironicamente all’Impero romano).

Oppure nel confronto tra egemonie che si considerano diverse, ma sono simili. Così nella distruzione della flotta danese da parte della Gran Bretagna nel 1807 o nell’occupazione del Belgio durante la guerra mondiale; del tutto simili, onde giudica Pareto  “poiché le medesime cause producono effetti medesimi, che non ci sia affatto da stupirsi, in quanto il forte fa uso della propria forza e si vale sempre delle stesse ragioni per giustificarsi; infatti i sentimenti cui si richiama restano sempre più o meno gli stessi”.

E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenza dello scritto è che le élite dirigenti, ossia la plutocrazia demagogica dell’intesa e il militarismo plutocratico degli Imperi centrali erano del tutto simili nello sfruttare sentimenti, pregiudizi, ignoranza ed ingenuità dei governati per proseguire una guerra dei costi economici, sociali, umani del tutto sproporzionati rispetto a quanto possibile con mezzi più ragionevoli. A conferma della prevalenza delle azioni non logiche.

E’ quindi opportuno ripubblicare questo diario quando le recenti guerre, soprattutto quella russo-ucraina, vedono un ricorso agli stessi espedienti per motivare comportamenti analoghi a quelli osservati da Pareto, anzi aggiungendone altri. Come, per esempio, la malattia (mentale e/o fisica) di Putin, il quale non fa altro che proseguire la politica (e gli obiettivi) dei governanti russi degli ultimi tre secoli (la Russia è sempre stata governata da matti? Compresi Pietro e Caterina?); o il costo economico, sociale e umano, sopravvalutato per la Russia e dimenticato o giustificato per l’Europa, all’uopo allegando una ingigantita volontà dello Zar di aggredire l’Europa.

Nel complesso un libro che, dato lo stile di Pareto è di piena e piacevole lettura. Ma, soprattutto, utile.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00.

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale,  dalla proprietà come presidio della libertà.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

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La parola manipolata – Philippe Breton

La parola manipolata – Philippe BretonSintesi e podcast del libro

In La parola manipolata (1997), Philippe Breton illustra le diverse tecniche di manipolazione attraverso le quali un individuo può essere indotto ad accettare un’affermazione contro la propria volontà. Sottolinea l’attualità di questa minaccia, anche nelle democrazie, e il modo in cui essa sfrutta le nuove opportunità offerte dalla società contemporanea.

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pubblicato il 11/09/2026 Di Élucid

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Per diversi decenni dopo la fine della Guerra Fredda, la manipolazione sembrava aver cessato di essere un importante oggetto di studio, come se avesse perso la sua rilevanza con la vittoria delle democrazie contemporanee. Eppure, la manipolazione è altrettanto diffusa nelle democrazie quanto nei regimi totalitari; anzi, è proprio in questi ultimi che è stata sistematizzata per la prima volta, sotto forma di propaganda.

L’autore esplora le diverse tecniche di manipolazione sviluppate nel corso del tempo, ripercorrendone le origini e il funzionamento. Sottolinea inoltre l’importanza dell’avvento delle comunicazioni, in particolare di Internet, che, pur senza alterare radicalmente il modo in cui la manipolazione influenza le menti, ha offerto nuove prospettive su scala colossale.

Poiché mina il valore e la ricezione della parola, elemento cruciale per la coesione sociale degli esseri umani, la manipolazione è intrinsecamente dannosa, anche quando viene individuata e contrastata. Questa natura nociva è tanto più accentuata dal fatto che la società contemporanea è impreparata ad affrontare la propaganda e ne è particolarmente vulnerabile. L’autore incoraggia a contrastare l’erosione del valore della parola stabilendo nuove norme per ridurre la diffusione della manipolazione, promuovendo l’educazione alla retorica e proclamando l’esistenza di una “libertà di ricezione”, necessaria controparte della libertà di espressione, di cui la manipolazione abusa.

Biografia dell’autore

Philippe Breton (1951-) è uno psicoanalista, antropologo e politologo francese, nonché professore all’Università di Strasburgo. Ha scritto numerose opere di carattere sociologico, in particolare su temi legati alla comunicazione e alle reti. È attivo anche in ambito umanitario, avendo diretto la Croce Rossa francese dal 2017 al 2023, e lavora come osservatore e commentatore politico, soprattutto nella sua regione di residenza, l’Alsazia.

Avertissement :Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; ha lo scopo di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Schema dell’opera

I. Carattere permanente della manipolazione
II. L’importanza della parola
III. La tecnicizzazione del linguaggio
IV. La manipolazione delle emozioni
V. La manipolazione cognitiva
VI. Il ruolo di Internet e dei social network
VII. I due effetti della manipolazione
VIII. Una resistenza debole
IX. Le regole del discorso

Sintesi del libro

I. Carattere permanente della manipolazione

L’autore osserva che, un tempo, dopo la pubblicazione di opere come Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Tchakhotine e di altri libri simili, l’individuo tendeva a essere consapevole del potere delle tecniche di manipolazione e della loro natura insidiosa. Tuttavia, dalla fine degli anni ’80, lo studio della propaganda sembra essere stato trascurato, come se il concetto fosse improvvisamente diventato meno rilevante, se non per gli storici. L’autore mette in guardia contro questa politica dello struzzo, proprio mentre la metà degli anni 2010 vede il ritorno in forze delle tecniche di manipolazione politica, con l’irruzione del populismo sulla scena politica occidentale.

La fine della Guerra Fredda e il « trionfo » delle democrazie occidentali non significano che la manipolazione sia un fenomeno ormai superato. Essa non è appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Oltre alla pubblicità, che rivendica apertamente l’uso di tecniche di manipolazione, numerosi movimenti dipendono in parte dalla manipolazione per garantire la propria sopravvivenza e prosperità proprio all’interno delle democrazie contemporanee. L’esempio più lampante è senza dubbio quello del liberalismo economico, che ha a lungo coltivato l’idea che non esistano alternative e che pretende di rappresentare una sorta di « evidenza razionale », mentre anch’esso non è altro che l’ennesima causa che cerca di difendersi ricorrendo alle tecniche di manipolazione.

Il discorso liberale, in particolare, è un esempio di una tendenza particolarmente perniciosa, secondo cui, poiché le democrazie sono per loro natura « buone », in quanto portatrici di valori considerati « buoni », non potrebbero mai ricorrere alla manipolazione, che è « cattiva ». È necessario distinguere rigorosamente tra i valori promossi da una causa e il modo in cui vengono promossi: è perfettamente possibile promuovere valori « buoni » ricorrendo a tecniche manipolatorie. Forse ancora più pericolosa è l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’uomo contemporaneo sia «immunizzato» alla propaganda, poiché è lucido sulla questione, e che le tecniche di manipolazione impiegate siano «delicate». Oltre al fatto che ogni manipolazione è necessariamente una forma di violenza, questo modo di pensare – molto allettante, poiché di gran lunga preferibile all’ammettere che si possa essere manipolati – convince l’individuo di essere libero nel proprio pensiero, il che è proprio l’obiettivo della manipolazione, che mira a far passare inosservati i propri effetti.

Non è facile distinguere ciò che costituisce una manipolazione da ciò che rappresenta un tentativo legittimo e non violento di convincere. Alcuni indizi possono tuttavia aiutare a definirne il concetto. In primo luogo, come abbiamo appena visto, la manipolazione agisce in modo occulto: se il suo tentativo di limitare la libertà del pubblico di opporsi all’affermazione che gli viene proposta viene smascherato, essa perde ogni efficacia. In secondo luogo, il messaggio utilizzato è mendace, in quanto mira a ingannare il proprio pubblico sottoponendogli un’affermazione che si discosta dalla verità e dalla ragione. È inoltre opportuno distinguere tra la fede dell’oratore nella convinzione che intende diffondere e la veridicità dell’argomento che utilizza. Un razzista può credere sinceramente che il razzismo sia preferibile alla tolleranza razziale, ma in assenza di un consenso scientifico sulla disuguaglianza delle razze, è costretto a ricorrere ad argomenti intellettualmente disonesti per influenzare il proprio pubblico. In terzo luogo, la manipolazione presuppone l’esistenza di una forma di resistenza iniziale nei confronti dell’affermazione che si vuole far accettare; in caso contrario, non ci sarebbe bisogno di compiere alcuno sforzo per convincere. Il suo obiettivo è superare tale resistenza senza essere scoperta.

II. L’importanza della parola

Il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, legata alla sua natura gregaria. Ha origine dalle interazioni tra gli esseri umani, ed è proprio dal linguaggio stesso che è emerso il concetto di politica. La parola umana si articola in tre registri: l’espressione – che ha in comune con l’animale –, l’informazione – che ha in comune non solo con l’animale, ma anche con la macchina – e infine la convinzione, che le è propria e che interessa particolarmente l’autore in vista delle sue relazioni con la manipolazione.

Il sistema politico democratico trae la sua specificità dal ruolo che attribuisce alla parola: essa costituisce un’alternativa alla violenza fisica come modalità di risoluzione dei conflitti, violenza fisica che viene delegittimata rispetto ai sistemi precedenti. Tale ruolo rimane tuttavia fragile, da un lato perché la sua istituzionalizzazione può nascondere una disuguaglianza concreta nello spazio concesso alla parola a seconda dell’interlocutore considerato, e dall’altro perché la centralità della parola la rende vulnerabile alle tecniche di manipolazione.

L’esistenza della democrazia ha portato alla formidabile battaglia di idee che ha caratterizzato il XXe secolo : diverse ideologie hanno messo in campo un vero e proprio tesoro di convinzione e manipolazione per conquistare l’adesione delle masse. La caduta dell’URSS, contrariamente a quanto si potesse pensare, non segna la fine di questo fenomeno: il liberalismo ha visto emergere nuovi avversari contro i quali deve mobilitare la propria retorica. Si può naturalmente citare la rinascita di ogni sorta di fondamentalismo religioso e settario, i movimenti identitari o populisti in senso più ampio; ma anche il messianismo tecnologico, sostenuto dai miliardari del settore tecnologico, che annunciano l’avvento di un mondo migliore attraverso un’interconnessione universale e permanente.

Per difendersi, il liberalismo può contare sulla pubblicità, una vera e propria macchina di persuasione, sapientemente sviluppata nel corso dei decenni, la cui stessa esistenza implica necessariamente una società sprofondata nel consumo di massa e nell’economia liberista. È proprio la pubblicità, del resto, a innovare maggiormente nell’elaborazione di nuove tecniche di manipolazione, concepite per essere efficaci e riproducibili; dall’arte della retorica si passa a una tecnicizzazione del discorso, a procedimenti concepiti per convincere.

III. La tecnicizzazione del linguaggio

L’arte della retorica è nata in Grecia, nell’antichità, e non è apparsa lì per caso; la sua stessa esistenza è una conseguenza di un’innovazione storica: la comparsa delle prime assemblee di cittadini, delle prime giurie popolari. Questa novità rese indispensabile, per la prima volta, il fatto di convincere gli altri delle proprie opinioni – e non solo un singolo individuo detentore del potere, ma un’intera assemblea – se si sperava di vederle prevalere. Ben presto emerge una sistematizzazione delle tecniche a disposizione dell’oratore, che distingue il logos (il discorso razionale), l’ethos (il discorso relativo al carattere dell’oratore) e il pathos (il discorso volto a suscitare un’emozione nel pubblico). Molto rapidamente, tuttavia, si impone una gerarchia: il logos si afferma come la modalità « normale » di persuasione, da privilegiare, in quanto rispetta la libertà del pubblico, mentre le altre modalità, che cercano di aggirarla, sono percepite come inferiori.

Già in quell’epoca esisteva, parallelamente a queste tre modalità, una tecnica spesso utilizzata in ambito militare, ma non solo: la disinformazione. Si tratta della più antica delle tecniche di manipolazione: mira a diffondere notizie false presentarle come vere, in modo da indurre in errore il pubblico. Prospera ancora oggi, nell’era delle «fake news». L’utilità di tale tecnica in ambito militare è evidente; ma trova applicazione anche in contesti politici e commerciali.

Il passaggio dalla retorica e dalla pratica occasionale della disinformazione alla vera e propria propaganda, ovvero all’esistenza di veri e propri sistemi concepiti per conquistare le masse, avviene curiosamente nelle democrazie occidentali durante la Prima guerra mondiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il termine non era allora percepito in senso peggiorativo, e lo diventerà solo in un secondo momento, durante la Guerra Fredda: la propaganda, in questo senso iniziale, si prefiggeva l’obiettivo di sostenere il morale della nazione e di minare quello dell’avversario, e si concepiva quindi come un mezzo di lotta come un altro, rivendicandosi puramente tecnica e apolitica. Sono proprio questi primi metodi di propaganda, ripresi dai nazisti negli anni ’30 e poi diffusi in tutto il mondo, a costituire la base delle tecniche di manipolazione contemporanee.

IV. La manipolazione delle emozioni

Eredi del registro del pathos identificato dai Greci, le tecniche di manipolazione che influenzano le emozioni del pubblico costituiscono una delle categorie più ricche del repertorio del propagandista. L’appello diretto ai sentimenti ne è una forma semplice, di cui una variante molto diffusa è la seduzione demagogica. Quest’ultima fa leva su alcune qualità personali dell’oratore per affascinare il proprio pubblico, creando una simpatia di cui beneficia, di riflesso, il messaggio che l’oratore veicola. Questa variante è molto diffusa soprattutto tra i politici. Una tecnica simile, meno dipendente dalla personalità dell’oratore, consiste nel «avvolgere» il messaggio da trasmettere in un involucro esteticamente gradevole per il pubblico, conferendogli una forma seducente che ne facilita l’accettazione.

Al contrario, ricorrere alla paura costituisce un’altra tecnica semplice: suscitando la paura nel pubblico, lo si rende più incline ad accettare le soluzioni presentate come le uniche in grado di salvarlo. Si può anche pensare al ricorso all’autorità, che può essere legittimo quando lascia al pubblico la scelta di accettare o meno l’argomento d’autorità, ma che non lo è quando il prestigio personale o la posizione dell’oratore – o dell’autorità a cui fa riferimento – viene utilizzato per imporre un’idea senza dibattito. Tale metodo è molto efficace anche sui bambini, poiché essi non distinguono bene tra ciò che è autorevole e ciò che non lo è; la pubblicità sfrutta questo fenomeno per utilizzare i bambini al fine di convincere i loro genitori a consumare.

La pubblicità ricorre ampiamente a un’altra tattica, l’associazione emotiva, che non è di sua esclusiva competenza e che si rivela incredibilmente efficace: associando il messaggio che si vuole far accettare – molto spesso un prodotto, nel contesto pubblicitario – a un altro elemento, del tutto estraneo al messaggio, ma che si sa suscitare una reazione emotiva forte e/o positiva, si crea un collegamento artificiale tra i due nella mente del pubblico. L’esempio tipico è ovviamente quello dell’associazione tra un prodotto e una donna giovane e bella, spesso poco vestita. Il tatto produce sul pubblico un’influenza simile, il che lascia supporre che le immagini di carattere erotico o sessuale non costituiscano che un’estensione di questa influenza emotiva tattile.

Un’altra tecnica pubblicitaria è quella dello slogan, o più in generale della ripetizione incessante del messaggio, che si ricollega a discipline come l’ipnosi: alla fine, il contenuto del messaggio non ha più alcuna importanza, finisce per penetrare nella mente del pubblico, poiché questo vi è costantemente esposto. La programmazione neurolinguistica, o PNL, è una disciplina che parte da questa semplice constatazione per sviluppare altre tecniche di «sincronizzazione» tra il messaggio e il pubblico, con l’obiettivo di far accettare al pubblico qualsiasi cosa a sua insaputa. Le sette sono molto spesso il luogo in cui la sperimentazione di queste diverse tecniche, derivate dall’ipnosi o dalla manipolazione psicologica, raggiunge il suo apice.

V. La manipolazione cognitiva

Ciò che l’autore definisce «manipolazione cognitiva» si riferisce più specificamente al modo in cui si presenta il messaggio che si cerca di imporre al pubblico e a come se ne articolano le componenti. Una delle tecniche di manipolazione cognitiva che egli individua per introdurre il concetto è quella del “riformulazione manipolativa” del messaggio. In tal caso, il messaggio, sebbene di per sé falso, viene ricollocato all’interno di un quadro interpretativo che ha lo scopo di renderlo verosimile. Tale cornice può consistere in una distorsione della realtà, tramite modifica o omissione, nella sostituzione del contesto iniziale del messaggio con un altro, oppure nella presentazione al pubblico di una cornice descritta come priva di alternative, o comprendente solo alcune alternative controllate dal manipolatore. La pubblicità ricorre ampiamente a quest’ultimo caso, in particolare nella falsa dicotomia tra un marchio e un altro.

Esiste anche l’amalgama cognitivo, simile all’amalgama affettivo. Come quest’ultimo, mira a stabilire un’analogia, o addirittura una falsa relazione di identità o di causa-effetto tra il messaggio da trasmettere e un altro elemento, senza che vi sia necessariamente un legame affettivo, ma piuttosto in modo tale che l’instancabile ripetizione dell’associazione renda il messaggio indissociabile dalle qualità a cui viene accostato. Infine, una forma « speculare » dell’argomento d’autorità è quella che l’autore definisce « reductio ad Hitlerum », una tecnica ben nota che consiste nel screditare a priori un’opinione mettendo in evidenza un legame tra questa e un’ideologia, un sistema di valori ampiamente percepito come ripugnante, come il nazismo. Si tratta di un mezzo molto efficace per affossare un argomento, indipendentemente dalla sua pertinenza, senza nemmeno doverlo affrontare.

VI. Il ruolo di Internet e dei social network

Sebbene l’avvento di Internet e la sua democratizzazione abbiano certamente avuto un impatto significativo sulla portata e sul pubblico dei tentativi di manipolazione, sarebbe errato pensare che questa innovazione abbia modificato la natura stessa della manipolazione. Le tecniche utilizzate sono sempre le stesse, le fake news non sono affatto un fenomeno nuovo ; si diffondono semplicemente più velocemente, più lontano e più facilmente che mai, non solo a causa della struttura stessa di Internet, ma anche perché l’interconnessione garantita da Internet ha fortemente indebolito i meccanismi e le autorità che in precedenza permettevano di assicurare, almeno in una certa misura, la veridicità di un’affermazione. Questo indebolimento garantisce inoltre la sopravvivenza delle fake news nel lungo periodo, poiché confutarle in modo definitivo diventa molto difficile: i social network esistono in una sorta di «presente permanente», in cui vecchie forme di disinformazione possono riemergere in qualsiasi momento.

Altri meccanismi, in particolare l’onnipresenza del supporto visivo – che si tratti di immagini o video – contribuiscono alla potenza delle fake news, poiché il supporto visivo è un modo molto efficace per dare l’illusione della realtà, indipendentemente dal fatto che riproduca fedelmente la realtà o meno. Da qui deriva il carattere particolarmente devastante delle immagini o dei video manipolati o artificiali, che conferiscono un’enorme credibilità aggiuntiva all’affermazione che sostengono, soprattutto quando le piattaforme che li ospitano non si preoccupano di individuarli ed eliminarli. Infine, al di là dei contenuti ingannevoli pubblicati dagli utenti, si pone anche il problema della manipolazione da parte delle piattaforme stesse, in particolare per quanto riguarda la creazione di una dipendenza dal loro utilizzo.

VII. I due effetti della manipolazione

Il titolo di questo capitolo fa riferimento al fatto che, anche quando una manipolazione fallisce, non è priva di conseguenze. I «due effetti» a cui si riferisce sono rispettivamente l’effetto di una manipolazione quando raggiunge il suo obiettivo e l’effetto quando non riesce a raggiungerlo, perché è stata smascherata; il secondo è del resto potenzialmente più preoccupante del primo. Non che gli effetti di una manipolazione riuscita siano da sottovalutare. Ad esempio, la nocività del tabacco e dello zucchero per la salute umana è stata dimostrata molto presto, già prima degli anni ’50; tuttavia, enormi campagne pubblicitarie, basate soprattutto su tecniche di confusione, hanno sostenuto il consumo di queste sostanze, il cui abuso causa ancora oggi decine di migliaia di vittime ogni anno. Al di fuori del mondo pubblicitario, le conseguenze della manipolazione possono essere ancora più radicali: ad esempio, per citare un caso politico, la campagna di disinformazione contro il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, negli anni ’90, che lo assimilava a Hitler, ha portato al suo assassinio.

Ma quando il tentativo di manipolazione viene smascherato e non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, produce comunque effetti deleteri. Infatti, quando il pubblico si rende conto di essere vittima di un tentativo di manipolazione, si rifugia in un atteggiamento difensivo estremista: consapevole che qualsiasi discorso gli venga presentato è potenzialmente sospetto, ogni parola diventa un pericolo, e il pubblico si disconnette progressivamente, rendendosi volontariamente inaccessibile a qualsiasi discorso. Questo fenomeno è uno dei terreni fertili dell’individualismo estremo che si osserva nelle società contemporanee, causa della distruzione del legame sociale. Per ironia della sorte, questa perdita dei punti di riferimento comuni agli individui, legata alla percezione di scarsa affidabilità della parola, rende il pubblico ancora più vulnerabile ad altre tecniche di manipolazione, che fanno leva sulla crescente richiesta di legami più « fusionali » tra gli individui, che cercano di mettersi al riparo da ogni tradimento.

VIII. Una resistenza debole

Sebbene l’individuazione di un tentativo di manipolazione provochi una reazione da parte del pubblico che ne è vittima, resta comunque il fatto che, a livello sociale, la resistenza alla manipolazione è notevolmente debole. Una delle cause principali di questa vulnerabilità è la scomparsa dell’insegnamento della retorica, che è stata la norma per tutte le classi colte dall’antichità fino all’inizio del XXe secolo. Da quel momento in poi, l’individuo semplicemente non dispone più delle armi necessarie per sapere come convincere e per capire quando lasciarsi convincere – e quando invece non farlo. E anche quando ne dispone, generalmente ne fa uso inconsapevolmente, in modo sperimentale e non sistematico, il che difficilmente può proteggerlo con successo da un tentativo di manipolazione.

Un’altra causa va ricercata nel comportamentismo e negli studi scientifici che pretendono di controllare il comportamento umano, riducendolo a un insieme di riflessi innati e condizionati – e quindi condizionabili. Queste teorie hanno come obiettivo dichiarato quello di scoprire metodi volti a « modellare » le menti. Ampiamente utilizzate a fini manipolatori, conferiscono alla manipolazione una parvenza di legittimità scientifica, se non addirittura terapeutica, che costituisce un’ulteriore via d’accesso nella società per i discorsi manipolatori.

Infine, un’ultima causa è da ricondurre alla deresponsabilizzazione dell’uso della parola negli ambienti professionali. La gestione della parola è radicalmente separata tra gli specialisti della comunicazione, che si considerano semplici tecnici che mettono strumenti a disposizione dei propri superiori, e i decisori stessi, che utilizzano questi strumenti senza padroneggiarne i meccanismi. Il tecnico si protegge così da ogni responsabilità puntando il dito contro il decisore, e il decisore fa lo stesso puntando il dito contro il tecnico. Ne risulta un uso della manipolazione privo di qualsiasi complesso etico, in cui proprio coloro che la utilizzano la considerano perfettamente normale. Un fenomeno simile è da attribuire ai media, che pretendono di essere neutrali mentre molto spesso, a loro insaputa, contribuiscono ad amplificare discorsi a scopo manipolatorio che non hanno creato, ma che si limitano a ritrasmettere a scopo informativo.

IX. Le norme del linguaggio

Dopo aver analizzato i meccanismi e la natura insidiosa della manipolazione nelle nostre società contemporanee, l’autore si propone di delineare un’etica della parola, volta a promuovere la resistenza di fronte alla manipolazione, la cui nocività è stata ampiamente dimostrata nelle argomentazioni precedenti, sia a livello individuale che a livello della società nel suo complesso.

L’autore respinge inoltre le argomentazioni volte a dimostrare che esistano circostanze in cui la manipolazione possa essere giustificabile: rifiuta il presupposto naturalistico secondo cui gli uomini siano naturalmente in competizione tra loro e utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione; respingono inoltre l’idea che la manipolazione sia solo uno strumento, neutro per sua natura, la cui finalità dipende dall’utilizzatore, ritenendo che i processi di manipolazione siano concepiti per manipolare e, quindi, per esercitare una violenza sul pubblico; infine, scarta l’idea secondo cui la manipolazione sia un’arma « del debole contro il forte », sottolineando al contrario che essa viene utilizzata soprattutto per sostenere i discorsi dominanti.

L’autore sottolinea il valore di ciò che definisce « libertà di ricezione », che concepisce come controparte della libertà di espressione. Quest’ultima non è generalmente oggetto di dibattito nelle nostre democrazie contemporanee, ma l’autore ritiene che sia insufficiente senza una libertà equivalente, di cui dovrebbe disporre il pubblico: la libertà di non vedersi opporre discorsi che esercitino una violenza nei confronti della propria capacità di giudizio. Egli ritiene che tale diritto a non essere manipolati, un diritto al mantenimento della qualità del discorso in circolazione, dovrebbe avere un valore equivalente al diritto di esprimersi come si desidera, in quanto preserva sia la libertà individuale sia il corretto funzionamento della società.

Sebbene sia opportuno diffidare della censura, l’assenza di norme relative all’uso della parola, legata alla visione estrema della libertà di espressione veicolata dal liberalismo contemporaneo, non rappresenta necessariamente una situazione salutare per la società. Per questo motivo, l’autore prende in considerazione la promozione di norme che regolino l’uso della parola, puntando più alla loro adozione attraverso l’educazione progressiva della società, e quindi alla loro interiorizzazione, piuttosto che a un’imposizione dall’esterno; propone così di rivalutare l’apprendimento della retorica, assimilando i limiti che essa incontra in funzione del rispetto dell’integrità del pubblico.

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è  di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un  Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i  governanti tengano conto.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero _ a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero, Liberilibri 2026, pp.  12, € 15,00.

Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere  originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.

Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.

Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità – di comandare e dirigere le masse (gli psichici) – che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.

Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha  progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non  più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini che in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).

Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore  il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare  Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.

Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».

Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.

Teodoro Klitsche de la Grange

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