LA PARITÁ DELLE ARMI, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA PARITÁ DELLE ARMI

Comincia male l’annunciata riforma della giustizia tributaria. C’informa il comunicato congiunto dei Ministeri interessati che, in Cassazione “il contenzioso tributario rappresenta una delle componenti principali dell’arretrato accumulato (50.000 i ricorsi pendenti stimati a fine 2020, con una percentuale di riforma delle decisioni di appello del 45%)”, per concludere che la riforma della giustizia tributaria è “coerente con le indicazioni dell’Unione Europea”, la quale notoriamente non ha un’opinione lusinghiera della giustizia italiana in genere.

Ciò che preoccupa è che si sia iniziato col consueto richiamo alla pletora di ricorsi e all’arretrato, ossia guardando il problema non dall’angolo visuale dei contribuenti, ma da quello dell’amministrazione. Prendere le mosse dal quale, come scriveva Marx, è logico per una visuale burocratica, tendente naturalmente a confondere l’interesse dell’ufficio o dei burocrati allo stesso addetti con quello, generale, dello Stato. Il quale non è solo e tanto la deflazione del contenzioso, ma che il diritto sia applicato (con giustizia) e lo sia in tempi e modi appropriati.

Ancor più nel caso dell’Italia contemporanea dove la “deflazione” è stata (asseritamente) realizzata a dispetto dei diritti dei cittadini e dell’interesse generale, percorrendo le strade di espedienti rivolti a rendere più difficoltoso l’esercizio delle azioni giudiziarie e la realizzazione delle domande nei confronti delle P.P.A.A. (non solo di quella finanziaria): dall’aumento dei costi alla prescrizione di norme volte a rendere più complicato e defatigante l’esecuzione di sentenze e giudicati, a prassi finalizzate a scoraggiare il ricorso alla giustizia contro atti e comportamenti delle PP.A.A. (come l’uso della condanna alle spese dei cittadini come deterrente alla proposizione delle azioni giudiziarie).

Dato che ci si aspetta la ripetizione sui media mainstream delle usuali giustificazioni accompagnate dalle ovvie argomentazioni da causidico (del tipo se aumento i costi e ne riduco l’utilità le cause calano) e senza voler ripetere, a tale proposito, quanto scriveva Jhering in quel best-seller che fu “La lotta per il diritto”, è utile ricordare brevemente quel che è scritto nella Costituzione e, parimenti, ciò che pensava M. Hauriou.

Nella “costituzione più bella del mondo” è stata inserita (da decenni) una modifica implementativa dell’art. 111 della Costituzione (al fine, tra l’altro, anche di adeguarsi alla giurisprudenza europea). Attualmente il secondo comma dispone che “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. È tale condizione di parità, la quale per esserlo deve comprendere anche alcuni diritti sostanziali – e non solo processuali – ad essere, anche se non l’unica, quella più disattesa nella normativa (e nella prassi) vigente. Sia in maniera manifesta che indiretta e non apparente, ovvero con norme che di fatto si applicano quasi sempre solo alla parte privata e non a quella pubblica, come quelle che limitano i mezzi di prova. Altre prevedono esplicitamente un trattamento differente: ad esempio l’esecuzione esattoriale, onde l’esattore può pignorare i beni senza rivolgersi a un giudice (applicazione estensiva del principio dell’esecutività degli atti); il che oltre alla disparità di trattamento comporta la realizzazione immediata del credito, mentre, nel caso inverso la perdita di almeno uno-due anni. O quelle che escludono la possibilità di esecuzione avverso le PP.AA., o che la rendono assai difficile aggiungendovi oneri e obblighi del privato e prevedendo termini più lunghi, tutti inesistenti tra privati. E potremmo continuare per qualche pagina, solo a citare articoli e commi istituenti privilegi, deroghe, alterazioni delle parità, di converso sempre vigente tra parti private.

Ma qualcuno potrebbe obiettare che la parità tra poteri pubblici e diritti dei privati verso questi è impossibile. Ed ha pienamente ragione, Un grande giurista come Hauriou distingueva, già oltre un secolo fa, due diritti (e due giustizie correlative). Il primo, il diritto comune, conseguente alla sociabilité umana, generato al di fuori delle istituzioni, e che comunque comporta  una giustizia tra parti in condizioni di parità (Dike). L’altro, quello istituzionale, disciplinare, interno, caratterizzato dall’essere gerarchico e che di fronte ai Tribunali le parti non sono uguali l’una all’altra (Temi). E la cui sorgente (source) è l’organizzazione sociale. Senza questa disparità di trattamento, sostanziale e processuale, nessuna istituzione, soprattutto lo Stato, può stare in piedi, e ciò non è altro che un aspetto, il principale, della giudiziarizzazione del presupposto politico del comando-obbedienza. Ma di questo ho scritto già ed evito di ripetermi.

Quello che è sicuro è che negli ultimi decenni l’ambito di Temi è stato esteso a dismisura e applicato a materie non connotate da un interesse pubblico impellente e prevalente, ma semplicemente finalizzato a non pagare debiti, ad esigere crediti, di eliminare diritti d’ostacolo e semplificare, a loro scapito, la realizzazione di pretese infondate. Per cui la proposta più semplice per riformare la giustizia tributaria è quella di ridurre la disparità. Far crescere Dike e dimagrire Temi. Così se è impossibile far prevalere  sempre giudizi in condizione di parità, è auspicabile ridurne la disparità: parafrasando Orwell, se non sempre si può essere uguali, almeno si può essere meno disuguali.

Teodoro Klitsche de la Grange

SOVRANO E’ CHI DECIDE E DECIDE CHI HA IL POTERE DI DECIDERE, di Pierluigi Fagan

SOVRANO E’ CHI DECIDE E DECIDE CHI HA IL POTERE DI DECIDERE. Il 20 gennaio, Joe Biden prende ufficialmente possesso della Casa Bianca, sei giorni dopo cade il Governo Conte, tre settimane dopo, entra in carica il Governo Draghi. Tre settimane dopo si dimette da segretario PD Zingaretti e pochi giorni dopo torna dalla legione straniera francese lo sbiadito Letta. Molinari a nomina Exor quindi casa Agnelli, è già direttore di Repubblica da un anno. I primi di Aprile, il nuovo ed indaffarato Presidente del Consiglio italiano trova il tempo per far la sua prima visita estera in Libia dove si sta tentando una via di stabilizzazione ancora incerta basata su un governo di origine affaristico-tripolitana, ovvero la parte salvata dalla capitolazione contro le armate di Haftar (Egitto, Russia, Emirati Arabi, Francia), dalla Turchia. Ma qualche giorno dopo, il cauto e diplomatico Draghi dà del dittatore a Erdogan nel mentre il capo del governo libico e con lui mezzo governo si reca in Turchia a portare omaggi e prender ordini. Nel mentre, un ragazzo campano già quasi leader di un movimento politico dai contorni imprecisi, già Ministro degli Esteri di un governo che guardava con amicizia alla Russia e viepiù alla Cina, diventa il primo straniero ricevuto ufficialmente a Washington dal piccolo ma coriaceo Blinken. Il crash course atlantista di Di Maio è spettacolare: German Marshall Fund, Brooking Institute, Atlantic Council, tra quelli che si possono citare, ma -in questi casi- è norma vi siano anche incontri più riservati, brevi, chiari e precisi. NYT, infine, incorona pubblicamente Draghi come nuovo perno di una Europa rinascente ora che Merkel tramonta, la Germania diventerà oggetto di instabilità dilaniata da crisi di leadership, mentalità inadeguata ai tempi (sotto il profilo economico e monetario), capitolo Nord Stream, ambiguità filo-russe e filo-cinesi. Draghi serve anche a contenere, ma con persuasione, Macron e la strana coppia (che in verità non si ama affatto sul piano personale), oltreatlantico è già brandizzata “Dracon”. Macron viene per secondo come si vede, per esigenze di sonorità del neologismo forse, perché a sua volta indebolito dalla perdita dell’asse con Merkel e dalla prossima resa dei conti elettorali tra un anno verso la quale Le Pen sta assumendo un peso sempre più solido e potenzialmente convincente.
Se Mattarella è, per via di ordinamento giuridico, il perno condizionante ogni evoluzione di quadro politico italiano commissariato dagli Stati Uniti negli ultimi settanta a passa anni e se Draghi è il nuovo statista italiano quale l’Italia non ha più dai tempi del centro-sinistra (Andreotti, Moro, Craxi), ma con più prestigio internazionale non certo politico ma economico-bancario che conta anche di più, vorrei dire due cose su Letta, ma appena accennate.
Saprete che Letta dopo esser stato uno dei tanti vuoti a perdere delle eterne baruffe chiozzotte italiche in cui governi senza potere si alternano come in una eterna commedia dell’arte che l’Autore non sa più come terminare dilatando finti colpi di scena che ormai non hanno alcun senso, da decenni e decenni, deve aver ricevuto il saggio consiglio di andar a fare l’Erasmus della Grande Politica in Francia, diventando addirittura direttore della più prestigiosa scuola di affari politici internazionali Sciences-Po (1872). Sebbene, l’ultima versione ufficiale on line dei membri della Commissione Trilaterale, non lo riporti, fino ad un mese fa risultava attivo membro del think tank atlantista fondato nel 1973 da Rockefeller, Kissinger e Brzezinsky. Nel Comitato esecutivo, siedono Mario Monti e Paolo Magri dell’ISPI. Altri italiani sono: Dassù (vice-Ministro affari esteri governi Monti e Letta, Aspenia, Aspen Institute, Fondazione Italia USA, LUISS), Vittorio Grilli ora JP Morgan ma ai tempi di Ciampi braccio operativo di Draghi al Tesoro, l’ex ignota giornalista RAI Monica Maggioni che dopo una lunga visita negli Stati Uniti divenne uno dei pochi giornalisti autorizzati a seguire dal di dentro (embedded) l’invasione Bush dell’Iraq fino a diventare magicamente presidente della RAI sotto il governo Renzi. Abbiamo poi manager, banchieri e Tronchetti Provera e fino a poco tempo fa c’era anche Maurizio Molinari.
A due anni dalla fondazione, nel pieno della crisi degli anni ’70, la Trilateral che do per nota ai lettori nella sua essenza, ispirazione e ruolo, dà mandato a tre studiosi di fare una analisi strategica sul momento occidentale. Ne esce il famoso rapporto “La crisi della democrazia” di Cozier, Watanuki e l’ineffabile Huntington (quello dello “Scontro delle Civiltà” Garzanti, 1996), edito in Italia con prefazione di Gianni Agnelli. In sostanza, il rapporto avvertiva i committenti che per il sistema occidentale le cose andavano a mettersi in sempre più complicata prospettiva e se non si poneva rimedio alle vampate democratiche generate dai processi politici degli anni ’60 e ’70 ritenuti eccessivamente politicizzati, cioè “democratici”, gli ordini di sistema sarebbero inevitabilmente collassati. Tradotto, non era la democrazia ed esser in crisi era la crisi ad esser generata dalla democrazia o meglio se non generata, peggiorata sino alle più estreme conseguenze. Inizia così un movimento di pensiero poco noto agli studiosi che si sveglieranno solo ad anni Novanta inoltrati quando si cominciò a parlare di “post-democrazia”. Per via delle magiche sincronie tra immagini di mondo – think tank – mondo dei saperi e delle conoscenze ufficiali, l’anno dopo il rapporto Trilateral, a Stoccolma riscoprono un dimenticato economista austriaco tale Friedrich von Hayek e gli danno addirittura un Nobel (1974). Ma per esser più chiari, due anni dopo lo danno anche a Milton Friedman. Così inizia la temperie neoliberista, da analisi, strategie, narrazioni, simboli, che fertilizzano menti e consessi da cui nascono processi poi concretizzati da Thatcher prima e Reagan poi, fino al Washington Consensus (1989) e poi al WTO (1994). Analizzati dagli economisti, questi quadri teorici sono in realtà di natura politica e geopolitica.
Sul piano della teoria, possiamo farla semplice: da metà anni ’70 inizia un teorizzato processo di costante diminuzione della democrazia occidentale poiché la società politica va in conflitto con la società di mercato e la società di mercato è l’ordinatore degli Stati Uniti d’America che è l’ordinante del sistema occidentale. In Italia c’è un partito che si chiama Partito Democratico che ha oggi un segretario che va in giro a parlare di giovani, donne, diritti umani, erasmi e nuovi mondi sostenibili, il quale è membro storico di un think tank che da decenni pilota la de-democratizzazione occidentale.
Ma chi se ne frega. Tutti presi dalla critica neoliberale, anticapitalista, dai sovranismi, dai populismi, dalla critica culturale del politicamente corretto, dalla settimana di “poltrone e sofà” o da quella omofoba, dalla moneta sovrana o come fosse Antani con la scappellamento a destra (lo scappellamento è sempre “a destra”), dai palpitamenti per Putin con brividini euro-asiatici, o il fiero Johnson o il divino Trump, a nessuno viene in mente di fare una serie riflessione politica sulla democrazia. A volte si avverte un vasto a diffuso disagio sul termine, parlo di gente normale, tra noi stessi.
La democrazia è una entità concettuale sconosciuta in teoria politica. Non c’è nel pensiero liberale se non come democrazia delle élite così come nacque più di tre secoli fa in Inghilterra, non c’è nella teoria marxista (neo-post, cinquanta sfumature di Marx), è appena trainata in secondo piano da quella socialista, è aborrita da tutti gli elitisti, odiata dai conservatori, dai fascisti, dai nazionalisti, dai vari mélange di rossobrunisti, financo dai progressisti, dai né di destra-né di sinistra, seppellita dalle ambigue nebbiosità mentali dei post moderni e dei biopolitici fino ai chierici dei tre monoteismi ed i sacerdoti scientisti e gli intelligenti artificiali. Se ne occupano attivamente solo gli americani ed il loro giro largo di affiliati e se ne occupano per svuotarla sistematicamente di senso reale per usarne il brillante simulacro che è un “sotto il vestito niente”, un caso paradigmatico di conflitto schizoide tra parola e cosa.
Sovrano è chi decide in auto-nomia, cioè di chi è in grado di darsi la legge (nomos) da sé (auto) altro che Schmitt. E se ne non sei in grado, arruolati in una delle tante offerte di vociante servitù volontaria, anche quella critica, l’importante è parlar d’altro, lascia fare, lascia passare, lascia pensare, non ti preoccupare, puoi anche lamentarti tanto se non hai una teoria forte a riguardo, non capirai neanche di cosa si sta parlando.

Il punto di svolta, di Carlo Lancellotti

Negli ultimi anni, numerosi libri si sono cimentati con la percezione che stiamo vivendo un periodo di declino sociale e culturale. Possiamo annoverare in questa categoria The Benedict Option di Rod Dreher , Why Liberalism Failed di Patrick Deneen e The Decadent Society di Ross Douthat . Una nuova aggiunta a questo genere, che tuttavia riguarda anche l ‘”ascesa” che ha preceduto il “declino” e le lezioni che possiamo trarne per andare avanti, è The Upswingdi Robert D. Putnam e Shaylyn Romney Garrett. In un impressionante tour de force della ricerca sociologica, gli autori analizzano una vasta gamma di dati statistici riguardanti quattro aree della vita americana tra il 1895 e il 2020 (economia, politica, società e cultura) e rilevano un modello “macro-storico” comune . In tutte e quattro le aree, durante la prima metà del periodo la società americana è passata da “I” (che è usato come abbreviazione per disuguaglianza economica, polarizzazione politica, isolamento sociale e individualismo culturale) a “Noi” (che significa un sistema, un grado significativo di cortesia politica, più solidarietà sociale e una cultura più comunitaria). Ma poi, intorno al 1960 “accadde qualcosa” e il pendolo iniziò a oscillare nella direzione opposta. Organizzando adeguatamente i dati,Putnam e Romney Garret sono in grado di tracciare un grafico generale (a forma di U capovolta) che riassume questa traiettoria “I-We-I”. La parte ascendente del grafico parte dall’età dell’oro, attraversa l’era progressista e il New Deal e culmina nel consenso culturale e politico degli anni ’50. Profondamente imperfetto, che rimpiazzava i neri americani e le donne, questo accordo era ancora uno di più ampia solidarietà sociale e minore disuguaglianza di quanto non fosse stato nell’Età dell’Oro. La tappa discendente comprende i turbolenti anni ’60 e ’70, la rivoluzione Reagan e gli ultimi decenni, portando all’attuale situazione di minore solidarietà e cortesia, e aumento dell’isolamento e della disuguaglianza superando l’era progressista e il New Deal culminata nel consenso culturale e politico degli anni ’50. 

Oltre ad essere un libro interessante a sé stante, The Upswing ha attirato la mia attenzione nella mia qualità di traduttore inglese delle opere del filosofo politico italiano Augusto Del Noce (1910–1989). Del Noce era un perspicace critico sociale e storico della cultura, il quale già negli anni Sessanta sosteneva che gli anni immediatamente prima e dopo il 1960 avevano segnato un grande cambiamento epocale, quello che Putnam e Romney Garret chiamano appropriatamente un “punto di svolta”. La prospettiva di Del Noce era strettamente filosofica e culturale, ma penso che integri l’analisi di The Upswing sotto due aspetti.

In primo luogo, Del Noce scrive da una prospettiva europea e guarda all’evoluzione della cultura occidentale nel suo insieme, mentre Putnam e Romney Garret si concentrano strettamente sugli Stati Uniti. Mentre questo è abbastanza giustificato per quanto riguarda l’economia e la politica, lo è meno quando dobbiamo cercare di comprendere la cultura e la società; molte delle trasformazioni culturali e sociali che descrivono (ad esempio, la rivoluzione sessuale, il consumismo, l’espansione di istruzione) si sono svolte quasi contemporaneamente in molti paesi diversi e probabilmente sono meglio comprese da un punto di vista più internazionale.

In secondo luogo Del Noce, come filosofo, può concentrarsi sulla logica interna della vita culturale e intellettuale in una misura che non è possibile in uno studio sociologico. Una delle scoperte più interessanti di Putnam e Romney Garret è che nel dopoguerra i cambiamenti economici e sociali sembrano essere leggermente ritardati rispetto ai cambiamenti culturali. La cultura è cambiata prima; seguirono cambiamenti economici e sociali più ampi. Come spiegano, questo non ci consente di concludere che le dinamiche culturali da sole abbiano guidato il “punto di svolta”, perché gli interessi materiali e politici hanno certamente esercitato anche la causalità in una complessa rete di circuiti di feedback. Tuttavia, le idee hanno sicuramente giocato un ruolo significativo. Putnam e Romney Garret illustrano questa interconnessione di causalità citando un passaggio sorprendente di Max Weber: “Non le idee, ma gli interessi materiali e ideali governano direttamente la condotta degli uomini. Eppure, molto spesso le “immagini del mondo” [ Weltanschauungen , visioni del mondo] che sono state create dalle “idee” hanno, come i commutatori, determinato i binari lungo i quali l’azione è stata spinta dalla dinamica di interesse “.

Weber qui fa la distinzione tra “idee” e “interessi ideali”. Ciò che intende è che gruppi di persone possono avere un interesse a preservare un insieme di idee, o promuoverne uno nuovo, tale da andare ben oltre il fatto che quelle idee siano o meno vere. Ad esempio, i sociologi accademici hanno interesse a preservare l’idea che la sociologia accademica è un campo coerente ma difficile da capire, degna di un’impresa di alto livello con una grande sicurezza del lavoro. Gli inserzionisti hanno un interesse ideale nel promuovere il concetto che le decisioni di acquisto possono essere modellate dalla pubblicità. Le attiviste femministe hanno un interesse ideale nel promuovere il concetto che il patriarcato è potente e sinistro e che le attiviste femministe hanno molto lavoro importante da fare. Coloro che vogliono fare molto sesso senza impegno hanno un interesse ideale nel promuovere il postulato che la monogamia e il matrimonio sono istituzioni oppressive e che, per estensione, agire sul desiderio sessuale è una sorta di sana espressione di sé. Sono idee come queste che vengono costruite in “visioni del mondo”. Ci si può trovare con una visione del mondo notevolmente coerente con il proprio interesse personale.

Gruppi di persone possono avere interesse a preservare una serie di idee, o promuoverne una nuova, che va ben oltre il fatto che quelle idee siano vere o meno…. Ci si può trovare con una visione del mondo notevolmente coerente con il proprio interesse personale.

Del Noce era uno specialista nello studio di tali “visioni del mondo” come si trovano nelle opere di filosofi, artisti e intellettuali, ma anche nei media e nella cultura popolare, e delle loro logiche interconnessioni e sviluppi. In particolare, era convinto che la storia del Novecento fosse in misura insolita “storia filosofica” per quanto influenzata da idee e ideologie ereditate dal secolo precedente. Quindi, penso che le sue intuizioni contribuiscano alla discussione sulla “cultura” nel capitolo 5 di The Upswing .

In termini molto generali, Del Noce ha osservato che la cultura occidentale della metà del secolo ha risposto alle tragedie dei decenni precedenti (due guerre mondiali, il totalitarismo sovietico e nazista, l’Olocausto, la bomba atomica) riscoprendo la mentalità dell’Illuminismo .Questa mentalità era emersa per la prima volta nel diciottesimo secolo, ma poi era stata contrastata e parzialmente neutralizzata dalla cosiddetta reazione romantica, che caratterizzò il diciannovesimo secolo e la prima parte del ventesimo. Mentre il romanticismo enfatizzava un senso di continuità storica, persino un amore per il passato, l’atteggiamento dell’Illuminismo fu segnato dalla decisione di rompere con il passato e “ricominciare da capo”. E infatti dopo il 1945 studiosi, giornalisti e artisti riscoprirono gradualmente l’Illuminismo “come disposizione a dichiarare una rottura con le strutture tradizionali e criticarle inesorabilmente da un punto di vista etico, politico e sociale”. Mentre ai tempi di Voltaire il passato era il “periodo oscuro” della superstizione religiosa, negli anni Cinquanta era “fascismo”.”Ma il” fascismo “immaginato dagli uomini e dalle donne degli anni ’50 era visto, per la maggior parte, non come un fenomeno politico contingente (e moderno!), ma come l’espressione della” vecchia Europa “; una cultura immaginata essere indelebilmente oscura come Voltaire aveva immaginato la Chiesa cattolica, segnata dal nazionalismo, dall’irrazionalismo, dal tribalismo, dal razzismo, dal sessismo e così via. La percezione era che il fascismo avesse segnato il fallimento della tradizione europea; in un certo senso ne fosse il suo vero volto. Ecco perché, secondo Del Noce, i pensatori e gli scrittori degli anni Cinquanta hanno riscoperto l’Illuminismo nella sua versione più antitradizionale, perché il loro recupero ha assunto un sapore decisamente anti-autoritario (“antifascista”). Questo antiautoritarismo si è espresso come un’enfasi sull’autonomia personale e l’indipendenza dalle restrizioni sociali e nel linguaggio dell ‘”autorealizzazione” che divenne onnipresente nella cultura popolare. Opporsi a ciò era per necessità, pensavano, essere a favore della vecchia Europa che, secondo loro, ci aveva regalato l’Olocausto.

La cultura occidentale della metà del secolo ha risposto alle tragedie dei decenni precedenti riscoprendo la mentalità dell’Illuminismo…. L’atteggiamento dell’Illuminismo è stato segnato dalla decisione di rompere con il passato e di “ricominciare da capo”.

Questa disposizione neo-illuminista si manifestava anche in una chiave diversa, in tensione con la prima: un impegno per il bene dell’autoespressione dell’individuo unico andava di pari passo con un’enfasi sui valori umani universali rispetto ai valori nazionali o locali. Questi valori, tuttavia, non erano particolarmente le verità etiche universali rivendicate, ad esempio, dal cristianesimo. Il principale tra i valori universali a cui guardava il bien-pensant degli anni ’50 era quello della razionalità scientifica, che presumibilmente fornisce l’unica via possibile per allontanarsi dagli orrori del passato e consente all’umanità di entrare nell’età adulta. Di conseguenza, un atteggiamento divenuto comune negli anni precedenti al 1960 era lo scientismo, con cui Del Noce non intende la scienza in sé, ma piuttosto la visione filosofica secondo cui la scienza è l’unica vera razionalità e l’unico sano principio organizzativo della società. La controparte politica dello scientismo è la tecnocrazia, l’idea che la società debba essere diretta da “esperti”: scienziati, tecnici, manager, uomini d’affari. Questa idea era stata notoriamente avanzata alla fine del “vecchio” Illuminismo dal conte di Saint-Simon e puntualmente riemerse negli anni ’50, l’era della “rivoluzione manageriale”. Non a caso, questa fu anche l’età d’oro delle scienze sociali – sociologia, antropologia, psicologia, sessuologia, pedagogia – che raggiunsero una grande importanza non solo nel mondo accademico ma anche nella politica pubblica e persino nella cultura popolare. Allo stesso tempo la filosofia perse gran parte del suo precedente prestigio culturale, poiché molti professionisti si allontanarono dai suoi tradizionali campi di indagine (metafisica, filosofia morale) a favore di campi che ne facevano una sorta di ancilla scientiae.(filosofia analitica, filosofia della scienza). La scienza naturale, dopotutto, era la vera fonte di conoscenza. Tutto il resto era speculazione.

Un impegno per il bene dell’autoespressione dell’individuo unico è andato di pari passo con un’enfasi sui valori umani universali rispetto ai valori nazionali o locali. Questi valori, tuttavia, non erano particolarmente le verità etiche universali rivendicate, ad esempio, dal cristianesimo.

Per alcune interessanti illustrazioni americane di ciò che descrive Del Noce, rimando il lettore ai capitoli 3 e 4 di The Twilight of the American Enlightenmentda George Marsden, l’illustre storico evangelico. Quello che Marsden chiama l’Illuminismo “americano” è in realtà il difficile “matrimonio” che aveva segnato così tanto della storia degli Stati Uniti: il matrimonio tra l’Illuminismo e il protestantesimo. Quindi l’affermazione di Del Noce deve essere adattata al contesto americano dicendo che mentre in Europa la mentalità dell’Illuminismo è stata riscoperta, negli Stati Uniti (dove era già forte) si sentiva abbastanza forte da allontanarsi dalla sua difficile alleanza con il cristianesimo protestante. Con questa qualifica, Marsden concorda con Del Noce sul punto essenziale: “A tutti questi livelli della vita americana tradizionale, dai più alti forum intellettuali alle colonne di consigli quotidiani più pratici, due di queste autorità sono state quasi universalmente celebrate: l’autorità del metodo scientifico e l’autorità dell’individuo autonomo “.

Secondo Del Noce, alla grande svolta culturale alla fine degli anni Cinquanta contribuì un’altra riscoperta: quella del marxismo. Nella cultura europea il marxismo era già tornato alla ribalta dopo la seconda guerra mondiale, diventando egemonico, ad esempio, tra gli intellettuali francesi e italiani. Negli Stati Uniti, ovviamente, durante la Guerra Fredda, la cultura dominante era decisamente anticomunista. Tuttavia, secondo Del Noce, le idee marxiste avevano una portata molto più ampia del comunismo come movimento politico. Se si riconosce come nucleo del marxismo l’affermazione della priorità causale dei fattori economici-materiali, la tendenza a “spiegare ciò che è superiore attraverso ciò che è inferiore” e la teoria della “falsa coscienza” (che sostiene che si appella all’etica universale e i valori religiosi sono generalmente travestimenti per interessi economici egoistici), allora bisogna ammettere che il marxismo ha avuto una grande influenza, ad esempio, sulle scienze sociali. Mentre gli intellettuali laici generalmente rifiutavano la filosofia della storia di Marx (l’aspettativa della rivoluzione, il ruolo messianico del proletariato e così via), molti di loro aderivano ampiamente agli aspetti scientisti e materialistici del marxismo. Presi isolatamente, questi tendono a persuadere gli aderenti ad adottare un “relativismo totale”; tutti i valori sono i riflessi di circostanze storiche materiali, di gruppo o di interesse personale; non hanno validità permanente. È in questo senso, scriveva Del Noce, che “la rinascita della mentalità illuminista e la riscoperta del marxismo si sono incontrate e si sono compenetrate”.

Mentre gli intellettuali laici generalmente rifiutavano la filosofia della storia di Marx, molti di loro aderivano ampiamente agli aspetti scientisti e materialistici del marxismo. Presi isolatamente, questi tendono a persuadere gli aderenti ad adottare un “relativismo totale”: tutti i valori sono il riflesso di circostanze storiche materiali, di gruppo o di interesse personale, e non hanno validità permanente.

Già nel 1963 Del Noce ha diagnosticato che questa confluenza di temi illuministici e idee marxiste caratterizzava una “nuova” cultura, che ha variamente descritto come la società “tecnologica” o “ricca”, o come “progressismo”. Ha anche predetto che quando questa mentalità è penetrata dalle élite intellettuali nella società più ampia (attraverso l ‘”industria della cultura”, i mass media, l’istruzione pubblica, ecc.), Avrebbe prodotto precisamente alcuni degli effetti descritti in The Upswing : crescente individualismo, frammentazione sociale , diminuzione della religiosità, crescente disuguaglianza economica. Ha basato la sua previsione sul fatto che la nuova cultura era radicalmente positivistica, e quindi destinata a “demitizzare” e infine a distruggere le narrazioni simboliche e religiose che legavano insieme la società.

Per spiegare meglio questo punto cruciale, lasciatemi fare riferimento al classico cliché “Dio, famiglia e paese”. Questo slogan è stato sfruttato da molti politici senza scrupoli e ridicolizzato da altrettanti intellettuali sofisticati, ma indica una verità importante. Le persone si sentono unite ad altre persone se condividono quella che Del Noce chiamava una “dimensione ideale” che inevitabilmente si riferisce a ciò che chiamava “l’invisibile” o “il sacro”. Per essere unite le persone devono riconoscersi a vicenda come partecipanti a esperienze e valori universali che trascendono l’utilità individuale immediata. La religione, la famiglia e la nazionalità sono tre di queste fonti fondamentali di “sacralità”. Ora, secondo Del Noce, la società benestante tende a “dissacrarli” e di conseguenza diventa lentamente una “non società” formata da individui “atomizzati”.

Per essere unite le persone devono riconoscersi a vicenda come partecipanti a esperienze e valori universali che trascendono l’utilità individuale immediata.

Per quanto riguarda “Dio”, Del Noce sostiene che il dopoguerra ha visto nascere una nuova forma di “irreligione” ben diversa dall’ateismo tradizionale. Piuttosto che negare direttamente l’esistenza di Dio, i pensatori neo-illuministi professavano una forma di agnosticismo scientistico. Questo pretendeva di essere religiosamente “neutro” ma in realtà minò la religione a un livello più profondo, negando il valore intellettuale e pratico delle questioni religiose . Da una prospettiva scientista “queste domande irrisolvibili sono anche quelle che non ci interessano; nel senso che non interessano coloro che vogliono agire nel mondo per migliorarlo in alcun senso. ” Le questioni religiose sono irrilevanti per la vita sociale, economica e culturale, tranne che come potenziale fonte di conflitto civile, che deve essere evitato accettando che “la politica democratica può essere solo una politica de-mitologizzata”. Questo atteggiamento relega la religiosità a una sfera strettamente privata e alla fine porta a una secolarizzazione radicale, “perché erode la dimensione religiosa fino a cancellare dalla coscienza ogni traccia della questione di Dio”.

Passando alla “famiglia”, Del Noce vede uno stretto legame tra scientismo e rivoluzione sessuale, il cui quadro concettuale è stato fornito dalla rinascita della sessuologia scientifica e della psicoanalisi negli anni ’50 e ’60. L’esperienza della sessualità in quasi tutte le culture è stata una via di trascendenza, così potente che deve essere ordinata con cura. Al contrario, la “scienza” non conosce la trascendenza. La sessualità scientifica e la psicoanalisi considerano la sessualità umana come un fenomeno puramente naturale, privo non solo di significato trascendente, ma anche di finalità intrinseche (ad esempio, la procreazione). Da una prospettiva scientista, gli impulsi sessuali sono semplicemente fenomeni naturali da studiare con metodi biologici o psicologici, ma non hanno uno scopo superiore e non hanno valore simbolico oggettivo (per non parlare di sacramentale). Di conseguenza, agli uomini e alle donne della società benestante viene insegnato a non trovare nel sesso nulla che punti al di là di loro stessi.

In questo senso, la filosofia della rivoluzione sessuale è “positivismo per le masse”. Ritiene che anche le relazioni umane più intime siano essenzialmente “prive di significato” tranne che per il significato “diamo loro”. Il sesso diventa una transazione romantica (nella migliore delle ipotesi) tra individui autonomi e fondamentalmente isolati, e il matrimonio diventa molto simile a quello che nel diciannovesimo secolo era chiamato “amore libero”, cioè una libera associazione che dura finché dura l ‘”amore”. e può essere sciolto quasi a piacimento. Chiaramente, questa concezione del matrimonio “centrata sulla coppia” implica una sorta di “de-sacralizzazione” dell’idea di “famiglia”.

Un tipo simile di desacralizzazione si applica all’idea di “nazione”. Ho già accennato al carattere universalista e cosmopolita della cultura neo-illuminista emersa all’epoca della “svolta”. Aggiungo che anche in questo caso Del Noce pensa che ci sia una necessità filosofica. Le nazioni erano tradizionalmente basate su identità religiose o culturali, articolate in storie di fondazione, in “miti” ed “eroi” nazionali, che incarnavano uno scopo collettivo. Nessuno di questi ha senso da una prospettiva scientista-positivistica. Una nazione è solo una forma di organizzazione politica ed economica, completamente sostituibile da forme più efficienti. L’amore per la patria è nel migliore dei casi una reliquia romantica, nel peggiore una forma di fanatismo e fonte di una passione pericolosa. Se qualcosa, un abitante della società benestante sentirà una maggiore fedeltà alla comunità globale di manager illuminati, tecnologi, filantropi e uomini d’affari che alla sua nazione d’origine.

 

Chiaramente, a lungo termine questo è destinato a creare una frattura politica (all’interno dei paesi sviluppati) tra l’élite tecnocratica (tipicamente concentrata attorno a poche grandi “città del mondo”) e coloro che condividono il vecchio senso di identità basato sulla nazione (tipicamente che vivono in aree periferiche). Questo è solo un aspetto di un fenomeno generale che Del Noce descrive come segue: nelle società prive di un terreno comune “ideale” (religioso, filosofico) “la separazione tra la classe dirigente e le masse diventa estrema perché i membri della prima sanno che ogni argomento in termini di valori è semplicemente l’ideologia come strumento di potere “. Tutto, per loro, è già smascherato, e quelli per i quali non è smascherato lo sono. . . beh, non sono illuminati.

In sintesi, Del Noce sosteneva che in una cultura radicalmente scientista-positivistica come quella che divenne dominante in Occidente intorno al 1960 tutte le forme di “appartenenza” si indeboliscono a causa della scarsità di un terreno comune ideale. Questa rozza sintesi, ovviamente, non rende giustizia alla sua analisi. Ad esempio, non posso discutere qui le sue opinioni sui critici interni della società benestante, in particolare i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. Mi limiterò a menzionare che, a suo parere, quei movimenti (che in un certo senso possono essere visti come i paralleli della reazione romantica al primo Illuminismo) per lo più non sono riusciti ad affrontare i fondamenti filosofici della nuova società, e in realtà spesso hanno finito per giocare nella sua mani, criticando le istituzioni “tradizionali” che in realtà ostacolavano il processo “We-to-I” (la chiesa, la famiglia,educazione liberale, ecc.).

Ma basta con l’analisi del “declino”. Del Noce ha qualcosa da dirci sulla questione sollevata in The Upswing ? Cioè, cosa ci vorrà per superare un altro punto di svolta e iniziare a muovere il pendolo nella direzione opposta: tornare indietro verso la solidarietà?

In una cultura radicalmente scientista-positivistica tutte le forme di “appartenenza” si indeboliscono a causa della scarsità di un terreno comune ideale. Cosa servirà per superare un altro punto di svolta e iniziare a muovere il pendolo nella direzione opposta: tornare indietro verso la solidarietà?

Chiaramente, ritenendo che la cultura abbia giocato un ruolo di primo piano nella svolta, Del Noce era propenso a privilegiare una sorta di “revisione culturale” per invertire la tendenza. Ciò implica, tra le altre cose, che la politica può svolgere solo un ruolo di supporto, mentre l’istruzione deve essere al centro dell’attenzione. Non a caso, l’istruzione è uno dei campi che ha sofferto di più nella società ricca-tecnologica. Privata di narrazioni e ideali, l’educazione è stata impoverita dall’utilitarismo, che si manifesta come un’enfasi sulla tecnologia nelle scienze. La politicizzazione nelle discipline umanistiche sembra essere un tentativo di recuperare un qualche senso narrativo o ideale, ma a scapito di un dibattito umano e aperto, di una curiosità rigorosa e di una connessione con idee precedenti e forse più ricche di giustizia e natura umana. (O, ovviamente, può semplicemente accadere che, poiché le facoltà umanistiche perdono la convinzione che la bellezza artistica e la verità filosofica siano oggetti di studio e contemplazione intrinsecamente meritevoli, devono giustificare la loro esistenza affermando che i loro soggetti hanno rilevanza politica, e quindi pratica).

Innumerevoli tentativi di “aggiustare” l’istruzione primaria e secondaria come se fosse un problema “tecnico” sono falliti, perché non può esserci educazione senza un’immagine organica di ciò che significa essere umani, e la cultura secolare moderna non ne ha una, o il uno che ha è inadeguato al compito. Quindi, la vera domanda che dovremmo porci è: quali risorse culturali devono essere portate al sistema educativo, e alla cultura in generale, per rendere possibile una nuova ripresa?

Non può esserci educazione senza un’immagine organica di ciò che significa essere umani, e la moderna cultura secolare non ne ha una, o quella che ha è inadeguata al compito. Quindi, la vera domanda che dovremmo porci è: quali risorse culturali devono essere portate al sistema educativo, e alla cultura in generale, per rendere possibile una nuova ripresa?

Un approccio semplice è guardare alle idee che hanno guidato la svolta precedente (quella intorno al 1960) e metterle in discussione. Invece di vivere in una relazione perennemente antagonista con il nostro passato collettivo, dobbiamo fare pace con esso, il che richiede essere in grado sia di rifiutare i suoi errori che di valutare ciò che era prezioso. Invece di ribellarci ai vincoli della religione, della famiglia e del paese, dobbiamo riconoscere ciò che Simone Weil chiamava “il bisogno di radici”. Dobbiamo capire che i valori universali possono essere realizzati solo in forme locali e contingenti. Dobbiamo imparare ad accettare i limiti, e venire a patti con il fatto che gli esseri umani non possono avere un sano rapporto con il visibile (come direbbe Del Noce) senza fare i conti in qualche modo con l’invisibile . Quest’ultima osservazione ci porta al punto critico: una nuova ripresa sarà impossibile senza adeguate risorse religiose. La buona volontà, o politiche migliori, o strumenti tecnici più avanzati semplicemente non affronteranno gli aspetti culturali della crisi. Ma la vera religione non può essere fabbricata a volontà. È necessaria una conversione. Come dice Del Noce, serve un risveglio religioso, perché religione, patria e famiglia sono ideali supremi e non strumenti pratici. Ed è certamente un punto valido che la formula corruzione optimi pessima si applichi al deterioramento che colpisce questi ideali quando sono visti, almeno in primo luogo, come strumenti pragmatici del benessere sociale. Per essere socialmente utili devono essere pensati all’interno delle categorie del vero e del bene; il contrario è impossibile. Certamente, un tale risveglio non può essere un’opera meramente umana. Ma ciò nondimeno richiede, per realizzarsi, che i cuori degli uomini siano attenti.

Allora partecipiamo.

https://breakingground.us/the-turning-point/?fbclid=IwAR0SQgHq_QBW49ATQwS-A6lo3hkJ_JyYQecnD4E62sCZkIjsK5sG2CnQPjo

Multinazionali e politica_un seminario organizzato da Socint e Unical con Dario Fabbri e Mario Caligiuri

“Multinazionali e politica” è il titolo assegnato ad un seminario organizzato da Unical (Università della Calabria) e Socint (Società di intelligence) tenutosi lunedì 12 aprile. Il titolo richiama un tema ricorrente e ampiamente dibattuto negli ambienti accademici, tra gli analisti e negli ambienti politici, compresi quelli più radicali. Le chiavi di interpretazione delle dinamiche che intercorrono tra i due ambiti, offerte dai due relatori, in particolare da Dario Fabbri, sono molto meno scontate in particolare nel panorama politico italiano.

Dario Fabbri di fatto riconosce al Politico, nella accezione di ambito, una funzione prevalente la cui prerogativa è la pervasività nei vari ambiti delle attività umane, compresa quella economica, piuttosto che la sua delimitazione comprendente in pratica l’intero spazio pubblico alternativo a quello privato e nella vulgata rispetto alle imprese. Da qui la subordinazione dei soggetti economici e delle loro logiche, comprese quelle delle multinazionali, agli indirizzi e alle manifestazioni di potere politici dei quali gli apparati statali sono la più grande espressione. Non è il capitalismo, né sono i capitalisti a determinare in assoluto le scelte politiche. I loro soggetti fanno certamente parte a pieno titolo dei vari centri decisionali in cooperazione e conflitto tra di loro, capaci di innervare i gangli istituzionali pubblici e privati; ma ne sono solo una parte. Per agire in quanto capitalisti, però, necessitano di regole, norme, strumenti persuasivi e coercitivi dei quali altri sono titolari.

Sulla base di queste chiavi interpretative viene meno quella sovradeterminazione del capitalismo, tanto più dei singoli capitalisti, siano essi proprietari o manager, rispetto all’azione dei politici, specie di quelli detentori delle leve istituzionali. Laddove questa sovradeterminazione dovesse apparire si tratterebbe più che altro di un inganno e tuttalpiù della manifestazione di debolezza e dipendenza politica e geopolitica di determinate formazioni sociali rispetto alle altre. L’Unione Europea ne è l’esempio più manifesto.

Non si tratta di negare l’importanza cruciale dell’affermazione di questo rapporto sociale di produzione, come definito da Marx meglio di altri, quanto piuttosto di ricollocarlo rispetto all’essenza del politico. Il rapporto capitalistico costituisce una delle basi fondamentali sulle quali si conformano i ceti sociali e quindi le classi dirigenti e poi ancora i centri decisionali; contribuisce significativamente ad alimentarne la dinamicità e il ricambio. Tutte prerogative ampiamente riconosciute da tutti, nel bene e nel male e in grado di garantire ad esso un futuro ancora senza scadenze; riconosciute di fatto anche da coloro i quali continuano a definirsi “anticapitalisti” quando in realtà essi stessi, al pari degli avversari/nemici, propugnano di fatto la regolazione di quel modo di produzione senza per altro riuscire a ridefinire sino in fondo il legame culturale e soprattutto “sentimentale” con i propri padri, che si chiamino Marx, Lenin, Mao e così via. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_ Non è stato possibile fornire una versione “You tube” della registrazione, probabilmente per la dimensione del file o per mia imperizia. La registrazione su “rumble” comprende sia l’intervento di Dario Fabbri di circa 80 minuti che il successivo di Mario Caligiuri. Per l’ascolto, premere sul link qui sotto

https://rumble.com/vfnm5n-multinazionali-e-politica-con-dario-fabbri-e-mario-caligiuri.html

IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE, di Pierluigi Fagan

IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE.

Le scienze sociali che usano come unità metodologica lo stato, ovvero le Relazioni Internazionali e la Geopolitica, non potendo fare esperimenti di verificazione delle teorie, si accontentano di sostenere la loro “scientificità” verificando quanto una teoria si adatti ad eventi storici pregressi. La “Storia” è l’unico dato empirico di validazione delle interpretazioni, fatto già di per sé bizzarro visto che: a) la storia è sempre una narrazione stesa su eventi ben più complessi; b) l’interpretazione ovvero la teoria è, a sua volta, un riduzione della narrazione storica.

Oltre a queste due sospensive ce ne è una ancora più determinante. Se accettiamo come quadro di riferimento macro-storico, ovvero di lunga durata,  il fatto di trovarci in una transizione epocale che ci sta portando dall’epoca moderna ad un’altra che ancora non ha nome sebbene cominci a mostrare una sostanza chiaramente complessa, questo ricorso al passato rischia di basarsi sulle pericolose “false analogie”.  Il ricorso al conforto di come si sono comportati gli stati nel passato al presentarsi di schemi di ordine di tipo multipolare è naturale vanga fatto, ma da quei confronti dovremmo trarre indicazioni molto relative, deboli, indiziali, poco probanti. Non siamo nella linea di uno sviluppo continuo della stessa traiettoria, siamo nella frattura profonda di un modo con un altro e quindi siamo in terra incognita dove la passata esperienza ha valore marginale.

Il che ci porta a dover trattare daccapo il concetto di “multipolare”, prima  in astratto, poi in concreto e nel concreto distinguendo i casi in cui applicarlo al passato o allo stato presente/futuro. Il fine è quello di trarne una interpretazione contemporanea ed una luce che tenta di fendere le nebbiosità dell’immediato futuro.

In astratto, il concetto di “multipolare” dice che in un dato spazio-tempo, si presenta una configurazione d’ordine con più di due attori statali potenti (poli), legati  tra loro da molteplici relazioni di potenziale offesa-difesa o equilibrio, equilibrio che va inteso sempre in modo dinamico. Il concetto s’inscrive nelle premesse del tipico contesto realista ovvero un mondo ritenuto anarchico (non “disordinato”, ma privo di legge superiore ed entità in grado di applicarla, anche con la forza, a tutti), competizione a somma zero (se un polo assume più potenza, qualche altro la perde), gli stati si comportano in maniera razionale, le potenze tendono a massimizzare il loro potere (fino ad oggi non si son presentate potenze che s’accontentano), nessuno stato può esser certo delle intenzioni di un concorrente, la potenza -in ultima istanza- s’intende in senso militare ed infine, il fondo “tragico” cioè la constatazione che la guerra è un modo della politica ed è storicamente una costante.

La teoria realista in Relazioni Internazionali (la dottrina liberale non la pendiamo neanche in considerazione poiché a nostro giudizio infondata e con una componente eccessivamente ideologico-normativa) ha opinioni di giudizio diverse sul sistema multipolare astratto. Per Hans Morghentau (realismo della natura umana) i sistemi multipolari tendono ad auto-stabilizzarsi e sono l’ideale per raggiungere l’equilibrio di potenza. In più, la dinamica di compensazione per la quale se un polo tende ad emergere un po’ troppo o manifesta comportamenti non equilibrati tutti gli altri si alleano per compensarlo, renderebbe questo ordine complesso ma sostanzialmente stabile o forse stabile proprio perché complesso e dinamico. Questo bilanciamento è detto “equilibrio di potenza” e se manca, porta disordine in via automatica, cioè date le premesse realiste. Kenneth Waltz (realismo difensivo) contestava decisamente questa fiducia di Morghentau, sostenendo che l’unico ordine stabile e stabilizzante è il bipolare e quello multipolare è prima o poi soggetto a rottura di simmetria, quindi catastrofe. Infine, John Mearshemeir (realismo offensivo), concorda in pratica con Waltz e poi fa una classificazione con il bipolare più stabile del multipolare ma questo poi distinto in equilibrato che è migliore della peggiore configurazione possibile ovvero il multipolare con uno o più poli superiori a gli altri, il multipolare sbilanciato. L’intera classificazione andrebbe poi dinamicizzata tra ascendenti e discendenti perché se un ordine sembra multipolare in statica ma uno dei poli era l’egemone e uno degli sfidanti sta crescendo velocemente in potenza, le cose certo cambiano. Così cambiano se si dà un occhio alle future prospettive di medio periodo. L’ordine più stabile tipo “pace perpetua” è quello unipolare dove c’è un solo polo detto “egemone”, ma è del tutto teorico in quanto non si è mai presentato nella storia del mondo con tassi demografici inferiori, figuriamoci oggi o domani con 7,5 o 10 miliardi di individui e più di 200 stati con tendenza ad aumentare. L’impero-mondo è più un fantasma metafisico, cosa che la nostra mente può pensare ma che non per questo può essere davvero.

I dolori più intensi e seri per il concetto di multipolare, arrivano però quando si passa dall’analitico al sintetico, quando si va ad applicare la teoria alla realtà empirica. Tra i casi di multipolare rinvenuti più spesso nel registro storico, compaiono l’Italia rinascimentale del centro-nord e l’Europa del XIX secolo a 5 – 7 poli (Russia, Austro-Ungheria, Francia, Inghilterra, Impero ottomano e poi Prussia/Germania ed Italia) ma si sarebbe potuto anche considerare il periodo degli Stati combattenti nella Cina del V-III secolo a.C.  o la Grecia Antica da cui invece alcuni traggono il concetto bipolare della “trappola di Tucidide” per dar lustro con tono colto ai commenti sulla competizione odierna USA (potenza di acqua quindi Atene)  vs Cina (potenza di terra quindi Sparta). Il riferimento all’Antica Grecia è oltretutto doppiamente sbagliato perché per altri versi Atene e Sparta non erano sole e quindi non era un semplice ordine bipolare ma tanto quando si prende di così gran carriera la strada dell’analogia a tutti ci costi, i costi di semplificazione si pagano in imprecisione.

Cosa c’è di così scandalosamente impreciso in questo ricorso al registro storico? La mancanza delle variabili co-essenziali per ogni ricostruzione di fase storica, il contesto e la eterogeneità degli attori.

Quanto all’eterogeneità, l’ordine multipolare diventa una costruzione strutturalista nella scuola realista americana che (si tenga conto  che tutti i pensatori e le idee che animano la disciplina delle RI, sono sempre e solo americani), come dice Mearsheimer, tratta gli stati o potenze come palle da biliardo, al limite più o meno grosse a seconda della potenza. Mearsheimer e tutti i realisti hanno buone ragioni per far diventare gli stati scatole nere di cui c’importa solo l’imput e l’output, ed è il rifiuto di seguire i liberali nelle loro assurde perorazioni sul fatto che le forme di governo interne a gli stati (democrazie vs varie configurazioni di autoritarismo) farebbero la differenza. Ma se i liberali rendono un po’ assurde le considerazioni sulla struttura a grana fine che distingue gli stati tra loro (struttura che si dovrebbe invece dettagliare per: grandi o piccoli? di terra o di mare? con che tipo di demografia, economia, mentalità e tradizioni, collocazione geografica, tradizione filosofico-religiosa e scientifica? a quale punto del loro ciclo storico? etc.), nondimeno queste strutture a grana fine vanno analizzate per capire la natura degli attori prima di portarli dentro le analogie. Gli stati non sono gli atomi della fisica realista, sono entità intenzionali ed autocoscienti.

La mancanza decisiva è però il non considerare il contesto. Tanto per dire una sola, unica e principale, questione che differenzia l’ordine multipolare del mondo di oggi rispetto a qualsivoglia porzione del mondo di ieri, è che quelle di ieri erano appunto “porzioni”, quello di oggi è un “tutto” che non ha un fuori. Non c’è un altro mondo in cui far sfogare le contraddizioni dell’attuale mondo multipolare mentre l’Italia rinascimentale era solo un ritaglio di un frame più grande in cui c’erano la Francia, la Spagna, lo Stato Pontificio, il Sacro Romano Impero ed il Mediterraneo, mentre nell’Europa del XIX secolo c’era la corsa alle colonie ed a gli imperi fuori d’Europa. Entrambe erano situazioni occorse in ambiente omogeneo (italiano o europeo) mentre oggi abbiamo attori molto più eterogenei e distanti nello spazio (tra Cina ed USA c’è un oceano, ad esempio, nonché più di due millenni e mezzo di differente longevità). Entrambe le situazioni erano a bassa interdipendenza tra gli attori mentre oggi l’interdipendenza è alta. Entrambe le situazioni erano a bassa o media demografia mentre oggi il mondo è al sua massimo storico di densità, così l’economia che con la demografia fornisce le coordinate del potere potenziale ma non ancora effettivo, ha oggi peso e dinamiche non parametrabili a ieri. E sul potere effettivo, quello delle armi, che differenza fa un multipolare atomico che ha almeno due poli legati tra loro dalla fatidica Mutual Assured Distruction (MAD) ma con un generico “rischio atomico” anche più ampio e diffuso? O anche solo la potenza annichilente dell’armamento “convenzionale” attuale rispetto a gli esempi pregressi? O come agisce il fattore reputazionale in epoca di opinioni pubbliche che fan da spettatori, prima che attori, dei giochi politici inter-nazionali ma i cui giudizi condizionano l’azione dei governi?

Insomma, siamo come detto in terra incognita, lì dove il ricorso all’esperienza precedente non è vietata ma va usata con un molto ampio beneficio d’inventario perché nell’inventario ci sono variabili che rendono falsa l’analogia.

Dirigiamoci quindi con prudenza ad esaminare la nuova versione di sistema multipolare mondiale a cui stiamo tendendo. C’è un’unica super potenza, gli USA e due potenze asimmetriche, una militare -la Russia-, l’altra economica -la Cina-. Chi usa i meccanismi tipici delle tradizioni di pensiero di RI o GP, a questo punto prevede che i poteri potenziali della demografia e della economia cinese, questione di tempo, verranno presto trasformati in potenza militare. Ma c’è qualcosa che potrebbe ostacolare questa predizione, almeno nella sua forma lineare.

Primo, memore della lezioni data dalla guerra fredda, la Cina starà ben attenta a non farsi trascinare nell’over-spending militare a scapito del reinvestimento nello sviluppo e nella ridistribuzione. Solo un analista da think tank americano può sottovalutare il problema delle eccessive diseguaglianze in un sistema di 1,4 mld di persone, errore che nessun cinese che conosca la storia cinese, farà mai.

Secondariamente, la Cina starà ben attenta a non eccitare l’altrui “dilemma della sicurezza”, ovvero quella situazione di incertezza per la quale ogni stato sa che se eccede nella crescita delle dotazioni militari, fossero anche per difesa, non essendo escludibile in alcun modo che ciò che oggi si crea per difesa domani possa esser usato per offesa, altro non fa che sollecitare pari riarmo nei vicini. Oltretutto, la Cina ha bisogno a prescindere di pace ed armonia nel suo quadrante strategico perché la sua principale linea strategica è sviluppare  reti commerciali. Inoltre è suo fine specifico proporsi come “potenza amica” in modalità “cooperazione e reciprocità” ad esempio nei confronti dell’Africa, evitando rozze intenzioni coloniali, aggressive o eccessivamente egoiste. Preoccupazione che poi andrebbe anche allargata poiché la Cina tende ad attrarre “clienti” prima nella sfera occidentale e quindi deve dare qualcosa in più o di meglio. Le dichiarazioni pubbliche di come la Cina vede le interrelazioni estere sono oggi -più o meno-  le stesse dalla Conferenza di Bandung del 1955 e per molti versi sembrano credibili, non per superiorità etica ma per intelligenza strategica di cui i cinesi sono dotati da un paio di millenni prima di von Clausewitz.

Infine, stante che la Cina non è attaccabile via mare dagli USA (potere frenante del mare) e dal Giappone, ha stretto un sostanziale accordo di cooperazione a largo raggio con la Russia (nel passato l’unico vero nemico potenziale dal punto di vista geografico e qualche volta storico) e sembra intenzionata ad avere relazioni amicali-sospettose ma in sostanziale equilibrio con l’India, la sua dotazione di potenza effettiva può limitarsi a rinforzare la marina, la presenza nello spazio, l’elettronica ed il digitale, porre qualche avamposto discreto in giro per il mondo, senza mettersi a sfornare carri armati e missili a nastro. Si tenga poi conto che la Cina è molto grande e popolosa e credo che l’ultimo desiderio dei suoi governanti sia quello di annettere altri territori e popolazioni, ingigantendo un problema già difficile di gestione della sua propria massa. Se la terra manca, meglio comprarla come stanno facendo in Africa o favorire una discreta diaspora come in Siberia orientale.

Gli altri due attori in che traiettoria stanno? La Russia, potenza di mezzo dell’Eurasia, posizione al contempo comoda e  scomoda strategicamente, è da ormai settanta anni oggetto di pressione da parte USA per rimanere avviluppata nella escalation di potenza militare che per lei si trasforma in un “a scapito” del progresso economico. Salvata dalla dotazione di energie e molte materie prime e sovrana alimentarmente, la Russia segue questa escalation per via dell’ovvio riflesso di sicurezza. Ma anche per via dell’interesse ad approfittare degli eventuali cedimenti delle vicine ex repubbliche già interne all’URSS che ha interesse a riportare sotto la sua sfera di influenza, per via del far virtù della necessità di produrre armi poiché sono anche beni per l’export (export che poi lega a sé eventuali partner), per via dell’importanza che storicamente ha all’interno del suo sistema di potere la burocrazia militare ed infine, per via della necessità di supportare alla bisogna alleati periferici a loro volta messi sotto pressione dagli americani. Fintanto che gli europei rimangono dentro il sistema occidental-atlantico, la Russia difficilmente si svincolerà da questa traiettoria. In prospettiva, in Russia si libererà molta terra (per via del riscaldamento globale), il che, in un mondo sempre più denso ed affollato e stante che la Russia è uno dei paesi a più bassa densità abitativa del mondo (nonché in assoluto il più grande), non è una cattiva prospettiva fatti salvi gli ovvi problemi di gestione, logistica ed integrazione di eventuali migrazioni. Per la stessa ragione, la regione polare prospiciente la costa settentrionale, diventa nuovo quadrante “caldo”.

Gli USA sono in una posizione di potenza effettiva, cioè militare, molto lontana dal poter esser insidiata da alcuno. Di contro, la loro pur ragguardevole demografia, è ben superata sia dalla Cina che dall’India, ma in prospettiva, insidiata  anche dalle crescite dei più periferici ovvero l’Indonesia, il Brasile, la Nigeria. Una volta che questi paesi, come sta succedendo con Cina ed India, si metteranno a convertire demografia in crescita economica, anche questo secondo aspetto che l’ha vista a lungo leader senza competitor, diventerà relativo. Si tenga poi conto di alcune altre variabili.

Una è la “rendita di cittadinanza” ovvero il contributo del più ampio sistema di cui si è polo, del sistema occidentale complessivo nella storia pregressa, del sistema asiatico e del sistema africano oggi ed in prospettiva. Il “centro del mondo” si sta già velocemente spostando verso oriente e questo tenderà a limitare le condizioni di possibilità per gli USA, a prescindere da quanto questi saranno in grado di puntellare i loro punti di forza e minimizzare quelli di debolezza.

Un’altra variabile da tener d’occhio sono  le soglie critiche, invisibili punti nei quali i sistemi che si stanno espandendo o contraendo, subiscono una accelerazione non lineare del moto tendenziale. Gli USA possono senz’altro assorbire una riduzione del loro peso di Pil sul totale mondiale ma ci sono appunto soglie oltre le quali gli effetti di contrazione non sono lineari, si pensi, ad esempio, al ruolo mondiale del dollaro ed a gli effetti a cascata che avrebbe anche solo una sua relativa limitazione.  Su questa resilienza nella contrazione, agisce poi in forma problematica, la strana configurazione della scala sociale statunitense che ha una élite assolutamente fuori norma e quindi idiosincratica ad ogni decrescita.

Poi c’è il disordine in cui chi è abituato a competere entro quadri legali e normativi, di norme visibili o invisibili ed in ambienti che per quanto anarchici hanno comunque infrastrutture ed istituzioni multilaterali, potrebbe faticare ad orizzontarsi in un ambiente molto meno regolato e supportato. Poiché -in macro- stiamo transitando da un mondo relativamente più semplice ad uno relativamente più complesso, la complessità diventa essa stessa un problema per chi intende garantirsi un potere così sproporzionato come quello a cui sono abituati gli americani. Di contro, si può anche ipotizzare un interesse ad accompagnare ed anzi, alimentare un certo disordine globale per alzare la domanda di “protezione”. Ma in questo caso, è molto dubbio il poter riuscire a prevedere e quindi governare tutte le dinamiche disordinanti che intenzionalmente si vorrebbero promuovere.

Infine, la vera palla al piede della potenza americana ovvero l’Europa, una Europa testardamente frazionata, bizantina, anziana,  viziata, sospesa in una bolla che riflette la sua eccezionale storia specifica ma la isola da un mondo del tutto nuovo che gli europei sembrano non comprendere realisticamente del tutto. A partire dall’ovvia constatazione che in un ordine multipolare così dinamico, l’Europa non è una potenza e non è neanche un soggetto in termini di politica estera oltreché essere economicamente e demograficamente frazionata, non esser cioè un “totale più della somma delle parti”. Condizione quest’ultima a cui si ritiene di poter far fronte con il vuoto slogan degli “Stati Uniti d’Europa” che non ha la minima condizione di possibilità di veder mai luce e sopratutto funzionare. Questo far fronte al grande problema adattivo di questa parte di mondo usando slogan che non vanno da nessuna parte, rinforza la diagnosi di disadattamento degli europei ai tempi che vengono.

Il mondo multipolare che si sta affermando, ha anche molte medie potenze, potenze regionali e qualche significativa piccola potenza locale in grado di ostacolare giochi che una volta i geografi imperiali britannici progettavano al calduccio dei protetti salotti londinesi sorseggiando il loro tè rituale. Per segnare le cartine del mondo, oggi servono cose un po’ più complesse che non le matite. Più in generale, questo mondo tende alla convergenza degli indici economici (veniamo dalla grande divergenza ma andiamo verso la grande convergenza tra grandi aree), crea reti regionali più dense delle reti genericamente globali, tende al pluralismo dei grandi enti internazionali (banche, investimenti, culture, tradizioni, ambiti di cooperazione, piazze finanziarie, forum diplomatici), offre alternative a quello che prima era un monopolio, pone le economie che si emancipano da posizioni primitive in grande vantaggio dinamico rispetto alle economie mature, oltre a tutte le varie e preoccupanti articolazioni del problema ambientale, semplice da citare ma molto complesso da descrivere. Infine, le grandi cornici ideologiche che legavano élite e popoli nazionali intenti nell’opera di “civilizzazione” del colonialismo e dell’ imperialismo europei, l’afflato repubblicano dei napoleonici, il fascismo, il nazismo, il comunismo ed il liberalismo con i loro antagonisti simmetrici che animarono il ‘900, sono assai depotenziate e non si vede chi altro potrebbe prenderne il posto a parte qualche gruppo di islamisti suicidi finanziati dall’Arabia Saudita. Si può come senz’altro si sta facendo con la Russia, nazificare il nemico dirigendo le fila del concerto mediatico, ma da qui a poterci far perno per convincere le opinioni pubbliche dell’inevitabilità di una guerra diretta ce ne corre.

A quale tipo di ordine multipolare ci avviamo, quindi? E come si comporterà, almeno all’inizio, il sistema multipolare in un mondo denso ed intrecciato, un sistema che per la prima volta è multi-atomico e quindi soggetto a più vincoli di “reciproca, distruzione assicurata” (sempre che si voglia continuare a sottostimare il potenziale bellico convenzionale che per molti aspetti non gli è secondo)? Il quadro prima disegnato ha sintesi nella definizione di “multipolare sbilanciato” in cui la superpotenza americana non può certo sperare di aumentare raggio ed intensità del proprio potere, non può accontentarsi di uno status quo perché comunque trascinata in basso dalla dinamica tra le parti del sistema mondiale e deve quindi resistere il più possibile nel mantenere i propri ancora significativi vantaggi, nel mentre tenta di rallentare l’ascesa degli sfidanti. Deve farlo nel quadro problematico dello stato del mondo prima accennato e con una gran proliferare di attori medi e piccoli che seguono ognuno una propria traiettoria. Ancora con una leadership solida nel potere effettivo (militare), il problema americano risiede nel potere potenziale, nel rapporto tra il suo essere meno del 5% della popolazione mondiale con un potere economico che ancora domina il 25% dell’economia mondiale anche sulla scorta di un ancor più ampio potere finanziario.

Il vincolo della reciproca distruzione assicurata, per gli USA, vale non solo verso i russi ma anche i cinesi poiché è chiaro che questi due, al di là della loro reciproca competizione per altri versi naturale essendo vicini, avendo punti di forza complementari, hanno ben chiaro il comune interesse, loro e di molti altri, a che si stabilisca un vero quadro multipolare bilanciato. La crescita della loro attuale cooperazione è di fatto un’alleanza difensiva non detta. Cina, India, Sud Est asiatico, Pakistan, le due Coree, l’Africa e il Sud America hanno tutti interesse a non imbracciare le armi nel mentre crescono economicamente e socialmente. Anche la Russia, se potesse,  avrebbe urgenza di dedicarsi di più al suo sviluppo piuttosto che dissanguarsi nella rincorsa di potenza col gigante americano. Da questo corso, non sarebbero in teoria distanti, se fossero liberi da condizionamenti di altro tipo, neanche i giapponesi e gli europei. Gli unici che davvero hanno interesse a far pesare nel quadro la super potenza di cui sono ancora proprietari sono gli Stati Uniti d’America e qualche potenza locale in Medio Oriente.  Si potrebbe leggere l’intero quadro come un film della transizione tra un assetto sbilanciato ad uno più bilanciato e quindi segnato dalla sfida economica degli ascendenti verso il discendente americano che resisterà in tutti modi. Ma come, se in ultima istanza il conflitto diretto è sconsigliato dal vincolo atomico?

Quello nel quale siamo già immersi è un sistema multipolare sbilanciato con conflitto permanente. Potremmo dar nome a questa interpretazione come nuovo “realismo complesso”, un realismo che reinterpreta le costanti storiche all’attualità del mondo di oggi profondamente diverso da quello di ieri. “Conflitto” prende qui un nuovo significato che include varie forme di confronto armato ma non è riducibile solo a quello, prende il posto della guerra tradizionale dilatando però il fronte ed il tempo della tenzone. Oggi le potenze si muovono in uno scenario multidimensionale.

Il fattore demografico, la stazza, la massa di un attore, fattore sempre importante, oggi può diventare decisivo e non solo più per alimentare la propria potenza effettiva cioè armata, ma anche per il corrispettivo di crescita economica. Diventa anche un’arma nel caso di procurate migrazioni da paesi terzi verso coloro che si vogliono mettere in difficoltà. Queste migrazioni indotte si creano facilmente con le guerre per procura che oltretutto sono un vivace mercato per la sovrapproduzione dell’industria militare di cui è dotata ogni potenza. Ogni produzione ha un mercato e se la prima è maggiore del secondo, il secondo va sollecitato ad ampliarsi e/o intensificarsi. Questo gioco periferico che non riguarda il confronto diretto tra potenze, ha poi il vantaggio di tenere occupato il nemico dietro gli alleati che combattono i nostri amici in quel specifico teatro e quindi rinforza i legami di amicizia e dipendenza interni al polo. Il mondo è pieno di minoranze, popoli senza stati, confini precari disegnati dai francesi o dagli inglesi nel periodo coloniale, il catalogo delle occasioni di conflitto potenziale è molto ampio. I popoli sono molti di più degli stati e quindi il gioco delle nazioni in cerca di sovranità è facile da attivare.  L’ideologia islamista è un potente alleato di questa strategia per chi ha lo stomaco di usarla mentre sbraita nel simularne il contenimento. Incidenti in acqua o in aria possono sempre accendere l’attenzione su qualche quadrante di mondo e mandare messaggi che sfruttano la naturale paranoia da sicurezza di qualsiasi stato, specie se potenza emergente o alleato debole del polo nemico. Gli incidenti procurati possono essere ottime scuse per elevare sdegno morale propedeutico a più prosaiche sanzioni, dazi commerciali, blocchi navali, interdizioni dello spazio aereo. Molto conflitto non è pubblico ma si avvale delle consuete reti spionistiche e contro-spionistiche ed oggi c’è tutto un campo nuovo in cui giocare a rubarsi segreti e dati, la rete di tutte le reti. C’è poi lo spazio, nuova frontiera per novelli capitani Kirk, satelliti che scrutano, lanciano raggi accecanti o distruttori, coordinano l’ingegneria e l’elettronica dei nuovi sistemi militari soprattutto missilistici e navali. Conflitto è anche mostrare nuove armi che solleticano i generali della parte avversa che chiedono fondi ulteriori per pareggiare i conti disegnando sciagure e tragedie certe ed altrimenti inevitabili, anche perché potranno far leva politica sull’opinione pubblica in stato perenne di sovreccitata paura. Anche solo nell’accezione puramente armata del “conflitto”, evitando il confronto diretto, ci sono molte occasioni in modalità indiretta. Se la linea strategica obbligata è frenare il ribilanciamento tra potenze, cosa meglio di un attrito distribuito ovunque?

Poiché però il conflitto è “multidimensionale” ecco anche la sua versione  economica e produttiva ma anche politica e di opinione. I tentativi di monopolio energetico o di materie prime tutte essenziali, anche e soprattutto quelle per lo sviluppo del digitale che ha il fronte commerciale ma anche quello militare ed aerospaziale. Seppellita la globalizzazione semplice 1.0, si va ad una rete di contrattazioni, aperture-chiusure, formazione di blocchi in un sistema dotato di vari sottosistemi, quindi più complesso. Poi c’è il conflitto finanziario, società di rating, grandi fondi in grado di scuotere il mercato a bacchetta, l’altalena dei cambi valutari, i ricatti su i debiti sovrani.

Poi c’è l’egemonia culturale, mostrarsi i migliori, i più attraenti, i più benevoli quindi far di tutto per mostrare che il nemico è tra i peggiori, fa moralmente ribrezzo, è repellente e malevolo, infingardo, non ha legittimità. Ci sono i boicottaggi, il rinserrare le fila delle proprie istituzioni multilateriali,  i propri fondi monetari, le banche per lo sviluppo, i progetti di cooperazione da cui ostracizzare il nemico ed i suoi amici. Poi c’è da far uscire scandali a ripetizione, fondi neri, paradisi fiscali improvvisamente sotto i riflettori per una settimana, uso di armi proibite, leader nemici dai dubbi gusti sessuali, storie di droghe, perversioni, bugie dette, inaffidabilità degli altrui standard, sgarbi diplomatici, fake news per avvelenare la credibilità generale di tutti indistintamente in modo da paralizzare il discorso pubblico. C’è il controllo digitale e il ricatto (quello pubblico ma molti altri di cui neanche abbiamo notizia), il divide et impera, il bait and bleed (falli scannare tra loro), il dissanguamento economico del nemico stressato in decine di micro-conflitti, il più composto bilanciamento di potenza e lo scaricabarile in cui si lascia la nemico l’ònere e l’onore di districare matasse che si sono ben aggrovigliate con le proprie mani e che si disordinano mentre l’altro tenta di metterle in ordine. Poi c’è l’arte di mettere zizzania dentro gli equilibri del nemico, militari contro politici, imprenditori contro militari, società civile contro élite, varie élite contro altre élite, eccitare i nazionalismi dormienti e poi far chiasso per ogni ingiusta repressione delle minoranze, far confliggere le diverse osservanze religiose. Sovreccitare i vicini del nemico, mettere in dubbio i legami di alleanza dentro un polo, isolarlo, stringergli le condizioni di possibilità, acuirne le contraddizioni.

Infine, per palati forti,  c’è l’angolo si dice ma non ci si crede del Dark Word, innesti uomo-macchina, psicobiologia, manipolazione del clima, agenti tossici selettivi, avvelenamenti alimentari ed epidemie progettate in laboratorio, piani segreti, oscure congreghe, centri di interesse invaginati in centri di interesse, bio-chimica aggressiva e molto molto altro che noi, pur mediamente informati, neanche immaginiamo. Prima di dubitare a priori all’entrata di questo Dark World come se il mondo fosse proprio quello proiettato sullo schermo del cinematografo che scambiamo per realtà,  collegatevi a quella vostra porzione di cervello che è inorridita a leggere il sadismo medioevale o la scientifica atrocità dei nazisti o dei khmer cambogiani, i vari stermini dei nativi, storie di schiavi, stupri, impalamenti, sqartamenti, profanazioni, eccidi, massacri, olocausti e tutta la scienza e tecnica che si è spremuta per giungere a quel risultato. L’uomo è sublime e malvagio da sempre, non c’è motivo di escludere a priori l’esistenza di una costante preparazione al conflitto anche nei dungeon del mondo degli inferi. Oltretutto, questa ricerca silenziosa del primato che darebbe qualche vantaggio non calcolato dal nemico, dà poi una cascata di benefici secondi di invenzioni sfruttabili civilmente.

lnsomma il conflitto è da intendere in forma multidimensionale e diventa permanente poiché non si apre-chiude con una guerra tradizionale, diventa la cifra stessa di un sistema multipolare che alcuni vorranno riportare a bipolare o quantomeno mantenere sbilanciato mentre altri vorranno portarlo a bilanciato per poi farsi venire l’appetito di esser loro la nuova super-potenza che lo sbilancia dandosi un vantaggio di potenza. Il vincolo atomico non porta la pace perpetua ma il conflitto permanente e diffuso a medio-alta intensità. Questa è la condizione di un pianeta a prossimi 10 miliardi di abitanti in lotta, chi per la sopravvivenza e chi per il primato gerarchico, chi per l’essere e chi per l’avere.

= 0 =

Questo è il mondo multipolare a cui dovremmo adattarci, in cui ci piaccia o meno, tutte le nostre preoccupazioni ed interessi, personali e collettivi, politici ed economici, ideali e pragmatici, i nostri sogni e le paure, le speranze e le delusioni, saranno tutte per vie che molti non vedono con chiarezza e molti non vedono per niente, determinate da questo che è il gioco di tutti i giochi. Noi tutti, dentro i nostri stati, siamo le pedine. Siamo più in modalità, lunga e continua sofferenza e crescente disordine dall’esito imperscrutabile, che morte rapida e violenta da “terza guerra mondiale”. Questo è il conflitto permanente che segnerà il gioco di tutti i giochi di questa prima fase del nuovo mondo multipolare e con questo dovremmo fare realisticamente i conti scegliendo il nostro modo di stare al mondo prima che sia il mondo strattonato dai giochi di potenza, a deciderlo per noi.

Bibliografia minima:

H. Morghentau, Politica tra le nazioni, Il Mulino 1997 (introvabile)

K. Waltz, Teoria della politica internazionale, il Mulino 1987

J. Mearsheimer, La logica di potenza, UBE 2003-8

B. Milanovic, Ingiustizia globale, Luiss 2017

G. Arrighi, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori 2006

C. Kupchan, Nessuno controlla il mondo, il Saggiatore 2013

H. Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori 2015

Il mito di un mondo basato su regole Pensieri dentro e intorno alla geopolitica, di George Friedman

Il mito di un mondo basato su regole

Pensieri dentro e intorno alla geopolitica.

Due concetti sono stati costantemente utilizzati negli ultimi tempi nelle discussioni sulle relazioni internazionali. Uno è un ordine internazionale liberale e il secondo è un sistema basato su regole. Nel primo, il termine “liberale” non ha molto a che fare con quello che gli americani chiamano liberalismo. Piuttosto, descrive un sistema internazionale impegnato a favore dei diritti umani, del libero scambio e dei principi correlati. Il secondo è l’idea che esista un sistema di regole concordato che governa le relazioni tra le nazioni. Insieme, si pensa che queste nozioni creino prevedibilità e decenza nel modo in cui le nazioni interagiscono tra loro.

La questione è emersa durante l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump, accusato di minare questi principi, ad esempio, imponendo tariffe alla Cina e mettendo in discussione il valore della NATO. La questione si ripresenta perché l’amministrazione Biden, arrivata al potere criticando le politiche del suo predecessore, ha chiarito che intende tornare a questi principi.

La domanda più importante è se sia mai esistito un ordine internazionale basato su regole o se fosse un’illusione. C’è stata a lungo una visione che il rapporto tra le nazioni non dovrebbe essere una guerra di tutti gli uni contro gli altri, ma piuttosto una cooperazione armoniosa tra gli stati. Filosofi e teologi hanno sognato di dare vita a questa visione e in varie occasioni sono stati fatti tentativi per istituzionalizzarla.

Nel 20 ° secolo, sono stati fatti due tentativi per creare un sistema di governo internazionale basato su regole e liberale. La prima è stata la Società delle Nazioni, fondata dopo la prima guerra mondiale e defunta ben prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale. Aveva delle regole, ma non c’era modo di farle rispettare, sia perché le stesse nazioni che violavano le sue regole erano membri sia, cosa più importante, perché non c’erano mezzi per farle rispettare. Adolf Hitler non è stato creato dall’ordine liberale e basato su regole, ma non ne è stato in alcun modo infastidito.

Il secondo tentativo sono state le Nazioni Unite, che sono state create per essere una Società delle Nazioni più forte. Le maggiori potenze che hanno vinto la seconda guerra mondiale sono state riconosciute come una classe speciale di nazioni e hanno ricevuto poteri speciali nel Consiglio di sicurezza. Il problema con il Consiglio di sicurezza era che sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica erano membri permanenti, e l’Unione Sovietica chiedeva che ai membri permanenti fosse permesso di porre il veto alle azioni a cui si opponevano. Poiché il mondo era allora diviso tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, opposti l’uno all’altro in ogni modo possibile, il risultato era che nulla poteva essere fatto. Le Nazioni Unite non sono state in grado di far rispettare le regole e sono sprofondate in una complessa burocrazia di azioni umanitarie volte a mitigare il dolore causato dal mancato adempimento della propria missione. Tale mitigazione non era banale, ma non costituiva un sistema basato su regole.

La Guerra Fredda è stata una miscela caotica di sovversione, guerre civili, interventi e minacce di scambio nucleare. Il mondo non era affatto liberale, con l’Europa dell’Est, l’Unione Sovietica e la Cina che vivevano sotto le regole comuniste, e il Terzo Mondo, che si era liberato dall’imperialismo europeo, era intrappolato tra la manipolazione degli Stati Uniti e quella sovietica.

È difficile capire a quale sistema liberale basato su regole ci si aspetta di tornare. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, ci fu un momentaneo brivido di vedere l’era dell’Acquario salire. Ma era la stessa illusione che seguì le guerre napoleoniche, la prima e la seconda guerra mondiale. Il Congresso di Vienna, la Società delle Nazioni e le Nazioni Unite avevano tutte delle regole, ma poche furono seguite. Il Trattato di Maastricht fu firmato quando l’Unione Sovietica crollò e portò lo stato di diritto in quello che era stato uno dei luoghi più illegali del mondo: l’Europa. Ma lo stato di diritto era per l’Europa, e le regole non sono mai state così chiare come lo era il puro potere di alcuni dei suoi membri, vale a dire la Germania. È liberale ma non abbastanza liberale da comprendere l’intera esperienza europea. L’Unione europea ha regole in abbondanza e un po ‘di liberalismo per l’avvio, ma l’Europa è solo un frammento idiosincratico di un sistema globale che una volta governava.

L’era del dopo Guerra Fredda ha dato origine al radicalismo islamico, alle infinite guerre americane e all’ascesa della Cina, che aveva seguito a lungo le proprie regole, solo alcune delle quali potevano essere considerate liberali. Ad accompagnare questa epoca c’era la sensazione che ciò che contava fossero gli interessi dello stato-nazione. Ciò di cui uno Stato aveva bisogno era la sua considerazione primaria, come ottenerlo la sua ossessione. Ogni nazione determinava quanto liberalismo tollerava e, quando istruiti da estranei su come dovevano vivere, spesso rispondevano con insurrezioni.

Non può esserci stato di diritto, come disse il filosofo Thomas Hobbes, senza un Leviatano, un potere travolgente che lo imponga e lo amministri. Per un po ‘di tempo dopo il crollo sovietico, c’era la speranza che gli Stati Uniti avrebbero guidato un ordine multilaterale piuttosto che diventare il Leviatano. Gli Stati Uniti non avevano né l’interesse né la capacità di governare il mondo, ma giusto o sbagliato, non potevano sempre sfuggire ai tentativi: le potenze dominanti tendono ad agire in un certo modo se vogliono continuare a essere potenze dominanti.

E senza lo Stato di diritto, il liberalismo è sempre stato impossibile. Sono stati seguiti accordi internazionali nella misura in cui ne hanno beneficiato le nazioni e c’erano alcune organizzazioni internazionali di cui è stato utile farne parte. Ma lo stato di diritto veniva invocato quando la legge sosteneva la posizione di una nazione e il liberalismo non poteva governare un mondo che era un vasto miscuglio di credenze, tutte abbracciate appassionatamente come l’unica verità. L’ordine internazionale liberale, in altre parole, esisteva quando era conveniente. In alcuni luoghi, non è mai esistito.

L’idea che dobbiamo tornare a un’epoca gloriosa in cui le nazioni erano governate da leggi e liberalismo è una fantasia, una fantasia che ci permette di credere che possiamo tornare ad essa. È una nostalgia per cose che non sono mai state. La condizione umana lega gli esseri umani a comunità grandi e piccole che si considerano libere. Non si sottomettono a regole che non hanno stabilito, né a principi politici che non hanno creato. I greci non accettavano le regole dei persiani o il loro ordine politico. Così era allora, e così è adesso. Il mondo non cambia molto e l’unico posto in cui possiamo tornare siamo noi stessi.

https://geopoliticalfutures.com/the-myth-of-a-rules-based-world/?tpa=MmEwODRhZTM2OWNmNjNjMTE2OGY1ZDE2MTg2NzM4NDFlZTliYTg&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=https%3A%2F%2Fgeopoliticalfutures.com%2Fthe-myth-of-a-rules-based-world%2F%3Ftpa%3DMmEwODRhZTM2OWNmNjNjMTE2OGY1ZDE2MTg2NzM4NDFlZTliYTg&utm_content&utm_campaign=PAID+-+Everything+as+it%27s+published

L’OCCASIONE E IL CONFLITTO SECONDO MACHIAVELLI, di Teodoro Klitsche de la Grange

L’OCCASIONE E IL CONFLITTO SECONDO MACHIAVELLI

A seguito delle manifestazioni contro le chiusure del Covid, per la sopravvivenza delle imprese e dei lavoratori autonomi, siamo tornati a intervistare il nostro Machiavelli che ci ha ricevuto con la consueta gentilezza.

Caro Segretario, che ne pensa delle manifestazioni contro le restrizioni?

Che è poco crederle dovute (solo) alla pandemia e che nuocciano alla libertà: gli è che i tumulti fanno bene alle repubbliche, almeno a quelle ben ordinate, come era Roma, sicché ho scritto “coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma, e che considerino più a’ romori ed alle grida di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano”.

Ma i manifestanti hanno fatto dei danni, rimosso le transenne, resistito alla polizia.

E con ciò? A Roma facevano anche di peggio ed hanno comunque conquistato il mondo, mantenendo la loro libertà: “i desiderii de’ popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e’ nascono o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi”.

Ma li accusano di essere degli incompetenti e di far politica con la pancia e non con il cuore. Di essere fuorviati da demagoghi e da fake news.

E per tutelare la verità, vogliono impedirne la diffusione! Come dicono a Vinegia “pezo el tacon del buso” E quando queste opinioni fossero false e’ vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene che orando dimostri loro come ci s’ingannano. Gli è che non essendo i vostri vecchi governanti degni di fede, non potendo convincerle con le loro parole cercano d’impedire agli altri di parlare. Sanno bene che il popolo non chiede loro neppure l’ora, perché s’aspetta che cerchino anche in ciò di truffarlo.

E come biasimare il popolo: negli ultimi trent’anni è stato il più impoverito d’Europa e forse del pianeta. Dove stavano i vostri governanti? Su Marte o al potere?

Ma i governanti avevano fatto i piani per la ricostruzione, per la next-generation, per una nuova ripartenza.

E sono gli stessi – o i loro, meno degni, successori – che hanno lasciato quello che si fa per quello che si dovrebbe fare; sono andati dietro all’immaginazione della realtà, piuttosto che alla verità effettuale. Parlo dei comunisti. Volevano cambiare la natura umana ma gli uomini sono sempre gli stessi: per questo nei miei scritti ho ragionato sulle cose d’Italia prendendo a criterio le azioni degli antiqui. E non ho errato: i Romani che non s’illudevano sugli uomini e avevano tanta virtù, hanno costruito  un impero durato in occidente cinque secoli, e in oriente assai di più. I vostri post – o neo-comunisti sono arrivati – al massimo – a governare settant’anni, e il loro  impero è crollato da solo. Bel risultato! Invece della fine della storia, ne hanno realizzato un caso unico. Un misero esito per un vasto programma. Onde quanto sostengono, deve tener conto della loro credibilità – modestissima.

Ma almeno certe illusioni servono a temperare la crisi, a  evitare sconvolgimenti dolorosi.

Come se le crisi non facciano parte della storia, la quale è, come diceva un mio allievo mezzo francioso, il cimitero delle élite. Le vostre, pensano alla crisi come il loro cimitero. E dato che hanno di mira il loro particolare, ne sono terrorizzati. Ma la crisi non significa solo fine: ma anche nuovo inizio, come scrivevo nei Discorsi. Se un ordinatore di repubblica fonda uno Stato, lo fonda per poco tempo perché nessun rimedio può farci a fare che non sdruccioli nel suo contrario. Credere d’ordinarla in eterno è opera non umana, ma divina. Ma il Padreterno non ha voluto mai realizzarla. Rassegnatevi: come scrisse un filosofo, le costituzioni nascono dal sangue e dalla lotta. Cercate di evitare se possibile il sangue. Ma non lo è schivare la lotta. Chi sostiene ciò vuole evitare la lotta, quella dei suoi nemici. E lui vuol fare la guerra, ma spuntando le armi dell’avversario.

Bisogna quindi “ritornar al principio”?

Anche, ma soprattutto, più la fortuna batte, più occorre virtù, più uomini che ne sono dotati hanno l’occasione per emergere.

La crisi è l’opportunità per domare la fortuna; e gli uomini e le comunità virtuose non la possono tralasciare. A trascurarla si prolunga solo la decadenza e se ne ampliano gli effetti. Voi è almeno da trent’anni che decadete. E tutti i Paternostri recitati dai vostri governanti servivano solo ad occultarla; col solo risultato di prolungarla. Ma per batterla occorre tanta virtù: più in basso siete caduti più ne occorre per rialzarsi. Ma la troverete? Ai miei tempi no, Spero che i vostri siano più fausti.

Teodoro Klitsche de la Grange

THATS’ ALL FOLKS?, di Massimo Morigi

 

THATS’ ALL FOLKS? IL PAGANESIMO, IL CRISTIANESIMO, L’ILLUMINISMO, IL COMUNISMO, IL LIBERALISMO, IL CORONAVIRUS, LA DIALETTICA STORICA,  L’EPIFANIA STRATEGICA,  IL VIL COYOTE, IL BEEP BEEP, L’ACME CORPORATION E PIONEERS! O PIONEERS!  DI  WALT WHITMAN. TERZA DIVAGAZIONE TEORICA (E MAI DEFINITIVA) PARTENDO DA PER QUALCHE MIGLIAIO IN PIÙ DI TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE PIÙ UN CONSIGLIO ALLA LETTURA  DI  VERSO  LA  GUERRA  CIVILE  DI  GIANFRANCO  CAMPA http://italiaeilmondo.com/2020/05/16/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/

 

Come my tan-faced children,

Follow well in order, get your weapons ready,

Have you your pistols? have you your sharp-edged axes?

Pioneers! O Pioneers

[…]

Till with sound of trumpet,

Far, far off the daybreak call–hark! how loud and clear I hear it wind,

Swift! to the head of the army!–swift! spring to your places,

Pioneers! O Pioneers!

 

Walt Whitman, Pioneers! O Pioneers!

 

 

 

           In questo mio ennesimo intervento, il terzo, su Per qualche migliaio in più di Teodoro Klitsche de la Grange (URL dell’ “Italia e il Mondo” per il succitato articolo: http://italiaeilmondo.com/2021/03/23/per-qualche-migliaio-in-piu-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210323122750/http://italiaeilmondo.com/2021/03/23/per-qualche-migliaio-in-piu-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/)   mi preme innanzitutto compiere un atto che avevo omesso negli altri due miei interventi al riguardo: fare espressamente i complimenti all’autore che, come sempre del resto, nulla concede agli idola della mentalità politica corrente. E facendo così la cronistoria di questi miei due primi interventi, dove al primo commento affermavo: «In Inghilterra hanno capito non solo che vaccinare è questione strategica ma che è il primo problema da affrontare e risolvere per salvaguardare la sicurezza nazionale. In Europa no, hanno delegato ai burocrati, dott.ssa Gallina e stop vaccino AstraZeneca docent, mentre in Italia si è cominciato a ragionare all’inglese col governo Draghi. That’s all folks! mm –  23 marzo 2021», al secondo esplicitavo ancor meglio il concetto: «1) Una cosa che avrebbe dovuto insegnare questa pandemia è che non esiste una scienza pura (il ritenerlo non è altro che superstizione) ma solo un approccio strategico alle varie situazioni e/o sfide che devono affrontare le comunità umane (e, ovviamente, anche quelle non umane) 2) Non esiste una strategia astratta che cala dall’alto dei cieli ma, parafrasando un certo Vladimir Il’ič Ul’janov, si tratta di svolgere un’azione concreta su una situazione concreta e la situazione concreta è che l’uomo emerso dall’Illuminismo è terrorizzato dalla morte e quindi per combattere la pandemia non ci si può affidare ad una narrazione che contempli anche la morte ma ad una narrazione che esclude per quanto è umanamente possibile (e quindi filosoficamente del tutto irragionevolmente) la morte 3) Ergo la posizione del Prof. Garavelli, non vaccinare perché a suo giudizio non si vaccina in corso di pandemia perché questo facilita le mutazioni del virus, per quanto il linea di principio tecnicamente possa avere un senso, dal punto di vista strategico, viste le caratteristiche psico-filosofiche delle popolazioni impregnate della tradizione e Weltanschauung culturale illuminista, è assolutamente impraticabile e quindi antistrategica. Il primo approccio del governo Johnson in Inghilterra ne è la dimostrazione: probabilmente in linea di principio era l’approccio più saggio ma, come si dice, vallo a dire agli inglesi quando hanno cominciato a morire al di là di quello che una mentalità moderna di derivazione illuminista riteneva sopportabile ed accettabile. E… That’s all folks! mm – 23 marzo 2021», rispondere, infine alla stimolante  all’osservazione del lettore, il quale  in merito al mio ultimo intervento sull’articolo di la Grange scrive: «Fondamentalmente condivido. Mi rimane solo una perplessità… gli uomini con “mentalità moderna di derivazione illuminista” hanno saputo morire in passato “senza battere ciglio”, nel secolo breve delle “guerre e rivoluzioni” ed anche in quelli precedenti delle grandi rivoluzioni borghesi… forse è in corso un mutamento politico-antropologico (metafisico per dirla alla Houellebecq), che “incubava” da tempo senza che ce ne accorgessimo pienamente e che non so fino a che punto è un derivato della “mentalità illuminista” o di una sua “rottura” (e che, come tutte le rotture, presenta “affinità e divergenze”, punti di continuità ed altri di completa novità).»

 

           Innanzitutto, ringrazio, ancor prima che per gli apprezzamenti, per questo ulteriore contributo che mi permette di mettere ulteriormente a fuoco l’argomento. Quando parliamo della civiltà nata dall’Illuminismo stiamo operando una grandissima approssimazione perché quello che accomuna, per essere chiari, l’ idealtipo dell’homo oeconomicus di smithiana memoria con quello del rivoluzionario sovietico similleniniano è il rifiuto della trascendenza cristiana extramondana e se questi due idealtipi sono quindi accomunati da una Weltanschauung totalmente immanentista è di tutta evidenza che per l’idealtipo smithiano la salvezza è totalmente connotata dall’individualismo metodologico dove quello che conta è solo l’individuo che ha reciso tutti i legami sociali per mantenere solo quelli che gli procurano un diretto tornaconto economico mentre per l’idealtipo rivoluzionario similleniano siamo di fronte ad un’immanenza dove la salvezza è sempre e solamente la salvezza della comunità di riferimento comunisticamente connotata nella quale l’individuo trova il suo paradiso terrestre.

          E se è chiaro che questo secondo tipo ideale dal Cristianesimo ha ereditato il concetto di paradiso che da celeste come nel cristianesimo diventa ora terrestre, anzi molto terrestre  per non dire terreno, e se deve risultare altrettanto evidente che il primo tipo ideale, quello smithiano dell’homo oeconomicus,  ha anch’esso la sua parte di lascito derivatogli dal Cristianesimo, e cioè il concetto di salvezza individuale, solo che nel Cristianesimo questa salvezza individuale e ultraterrena viene ottenuta attraverso la comunità terrena dei credenti (i quali, però, si noti bene, vengono assunti in cielo singolarmente e non come comunità di credenti) mentre nell’homo oeconomicus la salvezza pur rimanendo individuale viene completamente immanentizzata e sfruttando economicamente la società (mantenendo, fra l’altro, da questo punto di vista, una profonda analogia con l’impostazione cristiana dove la salvezza spirituale si ottiene, escludendo i fenomeni cenobitici e/o eremitici, attraverso la vita nella più vasta comunità dei credenti ma sfruttando questa comunità, perché questa, a differenza della mentalità religiosa antica politeista, non ha di per sé alcun valore spirituale intrinseco, essendo solo il mezzo più pratico per conoscere la parola e l’esempio del Salvatore), dovrebbe essere, infine,  altrettanto evidente che il rivoluzionario homo sovieticus condivide molti tratti della vecchia religiosità pagana precristiana greco-romana dove era sempre la salvezza della comunità quella che doveva prevalere sull’individuo.

              Ma se fino ad adesso abbiamo parlato di tipi ideali adottando quindi una metodologia weberiana,  alla stessa stregua di Weber bisogna a questo punto sottolineare che il tipo ideale è solo uno stratagemma descrittivista e che nella realtà esso non esiste. Tutto ciò ricondotto al nostro discorso significa che nella realtà storica nata dall’Illuminismo gli uomini non sono mediamente mai totalmente rivoluzionari similleniani né spietati Uncle Scrooge o Gordon Gekko  (o, ancor peggio, ché la realtà ha sempre più fantasia dei personaggi letterari,  imperialisti versione predatoria delle risorse africane alla Cecil Rhodes – lettura consigliata: The Man Who Would Be King di Joseph Rudyard Kipling, consigliata pure la visione dell’omonimo film con uno strepitoso Sean Connery nei panni del soldataccio inglese David Dravot che per un brevissimo tempo riesce a farsi proclamare re del Kafiristan –, teste coronate alla Leopoldo II del Belgio, imperialista e diretto genocidario sterminatore di milioni di africani – lettura consigliata: Heart of Darkness di Joseph Conrad –, finanzieri filantropi e finanziatori della tratta di esseri umani nonché di movimenti sovversivi negli USA e in giro per il mondo, ma movimenti, ça va sans dire, sempre a favore della democrazia, antifascisti e contro le dittature  alla George Soros – e, per quanto riguarda l’Italia, protagonista di primo piano  nell’aver mandato a fondo la nostra liretta, quando questa esisteva, mettendo  pure in questo illustre mazzo di miliardari filantropi un certo Michael Bloomberg, che per contrastare il mostro Donald Trump durante l’ultima campagna elettorale ha sborsato di tasca sua 16 milioni di dollari  per pagare la cauzione  a 32 mila criminali consentendogli  così di votare in Florida per le elezioni presidenziali statunitensi del 2020. Vedi all’URL   https://www.washingtonpost.com/politics/mike-bloomberg-raises-16-million-to-allow-former-felons-to-vote-in-florida/2020/09/21/6dda787e-fc5a-11ea-8d05-9beaaa91c71f_story.html, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210202172903/https://www.washingtonpost.com/politics/mike-bloomberg-raises-16-million-to-allow-former-felons-to-vote-in-florida/2020/09/21/6dda787e-fc5a-11ea-8d05-9beaaa91c71f_story.html, cosa non si farebbe per far trionfare la democrazia e la libertà e, soprattutto, combattere il fascismo… –  o premi Nobel per la pace alla bombardiere ed indiretto ma micidiale  sterminatore di intere etnie mediorientali Barack Obama: guerra civile in Siria con relativo finanziamento USA delle “democratiche” e tagliagolesche forze anti-Assad e conseguente quasi totale annientamento dei cristiani  docent – annientamento che sarebbe stato totale se ad un certo punto non fossero intervenuti in quel disgraziato paese i russi per decisione di Putin, quello che oggi gli americani definiscono, senti, senti, assassino: quanto il bue dà del cornuto all’asino…), né rivoluzionari alla Lenin o alla Rosa Luxemburg (e, diciamolo chiaramente, alla Iosif Stalin, alla  Benito Mussolini e Adolph Hitler: rivoluzionari di sinistra e di destra accomunati tutti dal fatto che la salvezza è sempre e solo comunitaria) ma un misto variamente graduato a seconda dell’individuo e delle circostanze storiche di questi due tipi ideali, e quindi avere mostrata nelle sue reali dinamiche storico-dialettiche l’apparente contraddizione segnalata  dell’amico dove sottolineava l’apparente antinomia comportamentale  di  uomini informati ad una mentalità illuminista e/o postilluminista che  hanno saputo (e sanno)  morire qualora le circostanze lo avessero richiesto. (Importante nota metodologica: non a caso ho usato il termine ‘mostrare’ anziché ‘dimostrare’, ché le dimostrazioni vanno forse bene in geometria e matematica ma mai per le scienze storico-dialettiche – ma sottolineando ulteriormente: anche la matematica, la geometria e le c.d. scienze dure sono, in ultima istanza, scienze storico-dialettiche: la dimostrazione è operazione euristicamente valida – ma mai gnoseologicamente fondata,  – solo per i rapporti strategici ormai del tutto consolidati e ossificati da una lunghissima regolarità storica, e allora questi rapporti prendono il nome di leggi di natura, mentre si dovrebbe parlare di regolarità relativamente valide in un determinato perimetro spazio-temporale. Insomma, anche le c.d. leggi di natura, in ultima analisi, hanno una loro evoluzione e mutazione storico-dialettica, solo che per l’esperienza umana intesa in senso individuale e anche nella sua dimensione plurimillenaria di homo sapiens questo mutamento risulta quasi inavvertibile, e quella che nel mio primo  intervento sull’articolo di la Grange ho definito superstizione scientifica che nasconde la natura storico-dialettica della realtà tutta non deriva altro che dalla lentezza della mutazione delle c.d. eterne leggi di natura, lentezza che confonde la debole mente razionale dell’uomo e forma le credenze delle comunità in cui vive, entrambe non aduse – se non per confusi e per lo più inconsci sprazzi e fugaci ombre di questa mente razionale del singolo e della condivisa coscienza collettiva – ad una consapevole visione dialettica storico-strategica – ad una inconsapevole certamente entrambe intrise, diversamente l’uomo si sarebbe estinto – e quindi informata al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che forma (ed esplica) non solo l’esperienza storica ma la realtà tutta, quella fisica e biologica comprese. Cfr. a questo proposito Massimo Morigi,  Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico, pubblicato recentemente prima a puntate sull “Italia e il Mondo” e poi nel suo testo riunito all’URL http://italiaeilmondo.com/2021/03/03/epigenetica-e-fantasmagorie-transumaniste-di-massimo-morigi/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210304224738/http://italiaeilmondo.com/2021/03/03/epigenetica-e-fantasmagorie-transumaniste-di-massimo-morigi/ (ora anche  su Internet Archive  agli URL  https://archive.org/details/epigenetica-teoria-endosimbiotica-sintesi-evoluzionista-moderna-sintesi-evoluzio/mode/2up  e https://ia801506.us.archive.org/17/items/epigenetica-teoria-endosimbiotica-sintesi-evoluzionista-moderna-sintesi-evoluzio/Epigenetica%2C%20Teoria%20endosimbiotica%2C%20Sintesi%20evoluzionista%20moderna%2C%20Sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20e%20fantasmagorie%20transumaniste%2C%20Massimo%20Morigi.pdf) ma anche Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia. Saggi di teoria e metodologia della storia, Bologna, Il Mulino, 2000, saggio che è da considerarsi come il frutto più maturo dello storicismo idealistico italiano di Gentile, Croce e Gramsci e che è stato decisivo – assieme al Principe e ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli, al  Vom Kriege di Carl von Clausewitz, alla Filosofia di Marx di Giovanni Gentile, a Storia e coscienza di classe di György Lukács, a Marxismo e filosofia di Karl Korsch e ai Quaderni del carcere di Antonio Gramsci – nella definitiva formulazione  della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico e che, infine, ha  profondamente influenzato il succitato mio saggio sulla dialetticità e storicità di tutte le scienze: au diable Popper e tutti i suoi nipotini filosofici e politici, ergo sempre au diable la superstizione scientifica e, conseguentemente,  il c.d. ‘politicamente corretto’).

              

         Ultima osservazione in merito alla capacità di mettere a repentaglio la propria vita: qualsiasi sia la mentalità di partenza, si consideri che sempre le classi dirigenti hanno il precipuo compito (e specializzazione) di indirizzare i sottoposti soprattutto contro i propri reali interessi, siano questi interessi individualistici o interessi di gruppo. Vedi il caso della presente pandemia dove, a parte i provvedimenti palesemente irrazionali da parte dell’autorità dove l’obbedienza è stata ottenuta con la semplice minaccia di sanzioni amministrative, vale a dire multe salate per chi usciva di casa in periodo di c.d. lockdown, si è cercato di porre rimedio alla totale mancanza di un senso comunitario, tipico della nostra società liberaldemocratica a democrazia rappresentativa in fase di involuzione terminale, attraverso la retorica dell’eroe, eroi gli infermieri, eroi i membri della forze dell’ordine, eroi, infine, quelli che erano costretti a vivere chiusi in casa, ma certo non per loro libera scelta eroica ma per paura sì del contagio ma anche delle già menzionate salate multe  in caso di trasgressione del lockdown: si confronti a tal proposito la Teoria della distruzione del valore (all’URL dell’ “Italia e il Mondo” http://italiaeilmondo.com/2017/02/04/teoria-della-distruzione-del-valore-teoria-fondativa-del-repubblicanesimo-geopolitico-e-per-il-superamentoconservazione-del-marxismo-di-massimo-morigi/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210120191822/http://italiaeilmondo.com/2017/02/04/teoria-della-distruzione-del-valore-teoria-fondativa-del-repubblicanesimo-geopolitico-e-per-il-superamentoconservazione-del-marxismo-di-massimo-morigi/, di Internet Archive: https://archive.org/details/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore e https://ia800501.us.archive.org/20/items/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf), nella quale viene rilevata la dialettica fra agenti alfa-strategici e agenti omega-strategici e, più nello specifico, riguardo alla paura dell’uomo nato dall’Illuminismo di affrontare la morte,  il nostro  Massimo Morigi, Intervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli sul coronavirus ovvero Cthulhu morbus come teleologia del (e) fallimento della moderna secolarizzazione. Epifania Strategica e genesi e significato dell’ironico simbolo della morte della trascendenza dei moderni, che, vista la sua importanza, è stata anche autonomamente caricata su Internet Archive ed è quindi visionabile, oltre che sull’URL de “L’Italia e il Mondo” https://italiaeilmondo.com/2020/06/20/intervista-di-giuseppe-germinario-a-max-bonelli-sul-coronavirus-epifania-strategica-e-genesi-e-significato-dellironico-simbolo-della-morte-della-trascendenza-dei-moderni-di-massimo-m/, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20210123160202/https://italiaeilmondo.com/2020/06/20/intervista-di-giuseppe-germinario-a-max-bonelli-sul-coronavirus-epifania-strategica-e-genesi-e-significato-dellironico-simbolo-della-morte-della-trascendenza-dei-moderni-di-massimo-m/,    anche  agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/epifania-strategica-e-genesi-e-significato-dellironico-simbolo-della-morte-della/mode/2up  e https://ia801804.us.archive.org/34/items/epifania-strategica-e-genesi-e-significato-dellironico-simbolo-della-morte-della/Epifania%20Strategica%20e%20genesi%20e%20significato%20dell%27ironico%20simbolo%20della%20morte%20della%20trascendenza%20dei%20moderni%2C%20Massimo%20Morigi%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%2C%20Neo-marxismo%2C%20Neo-marxism.pdf, ed anche il nostro recente Id., Concordando con Davide Gionco, la morte, i bonobo, il dittatore Salazar, lOrdine del Drago e il Moderno Principe, allURL dell’ “Italia e il Mondo” http://italiaeilmondo.com/2021/03/09/concordando-con-davide-gionco-la-morte-i-bonobo-il-dittatore-salazar-l-ordine-del-drago-e-il-moderno-principe-di-massimo-morigi/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210310065549/http://italiaeilmondo.com/2021/03/09/concordando-con-davide-gionco-la-morte-i-bonobo-il-dittatore-salazar-l-ordine-del-drago-e-il-moderno-principe-di-massimo-morigi/, mentre sul versante dei rimedi strategicamente validi ma, purtroppo, efficaci solo per quanto riguarda il mettere una pezza politica alla odierna paura del Coronavirus ma non certo a livello di mentalità di massa, cfr. sempre il nostri   recenti Id., Da “il costruttore”  di Giuseppe Germinario: fra corsi e ricorsi (salazaristi), governo Draghi, povertà del sovranismo e nuove prospettive, all’URL dell’ “Italia e il Mondo” http://italiaeilmondo.com/2021/02/22/da-il-costruttore-di-massimo-morigi/, Wayback Machine:

http://web.archive.org/web/20210223065757/http://italiaeilmondo.com/2021/02/22/da-il-costruttore-di-massimo-morigi/ e Id., Governo Draghi e  lotta alla pandemia fra  sprazzi di  strategia, nuovo Erostrato, vecchie (e deleterie) fedeltà e sottomissioni  e povertà dell’attuale sovranismo, all’URL dell’ “Italia e il Mondo” https://italiaeilmondo.com/2021/03/03/fra-sprazzi-di-strategia-nuovo-erostrato-vecchie-e-deleterie-fedelta-di-massimo-morigi/,  Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210303201325/https://italiaeilmondo.com/2021/03/03/fra-sprazzi-di-strategia-nuovo-erostrato-vecchie-e-deleterie-fedelta-di-massimo-morigi/.

            In mezzo a tutto questo bailamme di tipi ideali, di epoche e momenti storici, di variegate e pluristratificate psicologie, ci sta infine quella che io ho definito  ‘Epifania Strategica’. Sulla quale ho più volte detto ma nella presente comunicazione aggirandomi finora sempre intorno al suo perimetro senza mai però direttamente evocarla all’interno del discorso, vorrei, in conclusione,     mostrarla in luoghi che personalmente non mi appartengono. Intendo riferirmi a Verso la guerra civile. Il tramonto dell’impero USA di Gianfranco Campa, pubblicato sul nostro blog prima a puntate e poi nella sua interezza all’URL http://italiaeilmondo.com/2020/05/16/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210201075858/http://italiaeilmondo.com/2020/05/16/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/   e http://web.archive.org/web/20210117223905/http://web.archive.org/screenshot/http://italiaeilmondo.com/2020/05/16/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/. Oltre alle scontro politico in atto oggi negli USA, scontro politico che per Verso la guerra civile ha le potenzialità di sfociare anche in una vera e propria guerra civile (e l’assalto al Campidoglio dà piena ragione a Campa: a questo proposito si consigliano caldamente anche le numerose videointerviste di  Giuseppe Germinario a Gianfranco Campa che  senza troppe difficoltose ricerche possono essere ascoltate sul canale YouTube de “L’Italia e il Mondo” all’URL https://www.youtube.com/channel/UC0N4F1BmvB1wsb-L8R7dNTg/videos?view=0&sort=dd&shelf_id=0, e comunque visto il loro indiscutibile valore storico-politico –  esse mostrano anche, al di là di ogni ragionevole dubbio, i pesantissimi e decisivi brogli avvenuti nell’elezione dell’ avatar presidente USA Joe Biden, sulle cui degradate facoltà mentali cfr. anche il nostro pure ultimo  Massimo Morigi, Lettera all’avatar Presidente U.S. Joseph Robinette Biden Jr. ( detto Joe Biden) di più di trenta membri democratici del Congresso degli Stati Uniti per limitare il suo potere monocratico di scatenare una guerra nucleare ovvero sul degrado delle classi dirigenti politiche nei regimi a  c.d.   democrazia    rappresentativa. Prima   nota   sull’argomento del theatrum electoralis-fraus electoralis   delle     nostre     post-democrazie     rappresentative, all’URL de “L’Italia e il Mondo”  http://italiaeilmondo.com/2021/03/24/lettera-allavatar-presidente-u-s-_di-massimo-morigi/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210325065717/https://italiaeilmondo.com/2021/03/24/lettera-allavatar-presidente-u-s-_di-massimo-morigi/, siamo quindi sempre dalle parti, in ragione delle deboli facoltà mentali del neoeletto presidente USA, di una latente guerra civile pronta ad esplodere al minimo innesco –   le stiamo salvando anche su Internet Archive), Verso la guerra civile ci immerge totalmente nel romanticismo delle pioneristiche Stimmung e Weltanschauung  del Pioneers! O Pioneers! di Walt Whitman. È di tutta evidenza, e così smentendo le conclusioni dei miei due precedenti brevi commenti sul bellissimo articolo di Per qualche migliaio in più di Teodoro Klitsche de la Grange, che per l’Epifania Strategica non vale mai l’espressione che chiudeva i frenetici cartoni animati della Warner Bros. ‘Thats’ All Folks!’  (Cartoni animati fenomenali metafore del Novecento e anche del nostro secolo: il sublime e magnifica rappresentazione della superstizione scientifica: Wile E. Coyote che cerca di intrappolare il velocissimo  Road Runner attraverso i cervellotici e fallimentari prodotti della ACME Corporation. Uno dei significati più accreditati dell’acronimo: ‘American Company Making Everything’, od altri molto simili, e come  per l’ACME Corporation – che, vera e propria metafora dell’anti Epifania Strategica, in teoria tutto fa ma nella realtà nulla fa se non causare immani disastri, nonostante in innumeri e inutili occasioni evocata da Willy il Coyote per catturare l’imprendibile e bisbetico Beep Beep; altro nome italiano del personaggio del  maldestro ed ingenuo canide selvatico, sempre votato alla sconfitta perché,  macchiato dai mali della nostra civiltà occidentale postilluminista, sempre ridicolmente speranzoso nella soluzione tecnico-tecnologica calata dall’alto: il Vil Coyote… –, anche per la superstizione scientifica, come ben si è visto nel corso della vicenda del Coronavirus, mai è valso – e mai varrà –  l’allegro motto dei Looney Tunes ‘Thats’ All Folks!’…).

Massimo Morigi – 1° aprile 2021

 

DISTRUZIONE E PROTEZIONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

DISTRUZIONE E PROTEZIONE

Si sente sempre più spesso ripetere quanto sosteneva (tra gli altri) Schumpeter che il capitalismo induce un processo di distruzione creatrice selezionando gli imprenditori più efficienti ed espellendo gli altri. L’occasione per incentivare questa selezione – un aspetto di darwinismo sociale – sarebbe la pandemia: le imprese che riescono a superare la crisi sono le più efficienti, mentre quelle che non sopravvivono, meritano di essere chiuse.

Anche se il ragionamento ha una sua validità e in Italia spesso si è fatto il contrario – con risultati deludenti – invocarlo in relazione alla pandemia è errato per due motivi, che poco hanno a che fare con l’efficienza economica.

Il primo è che l’uomo non è solo homo aeconomicus ma, tra l’altro – Aristotele docet – zoon politikon: e per l’appunto tale caratteristica lo porta a costituire gruppi politici il cui fondamento è, come scriveva Hobbes, lo scambio tra protezione e obbedienza: si deve obbedire a chi da protezione e, in cambio, si ha il dovere di proteggere chi obbedisce. Se però tale rapporto diviene impossibile, viene meno sia il dovere d’obbedienza che quello di protezione, come scriveva il filosofo di Malmesbury. Ne consegue che ciò che economicamente è condivisibile può essere politicamente da evitare (e viceversa). Anzi tante politiche di sostegno a imprese, e ancor più, a settori economici poco efficienti sono state motivate con argomentazioni di carattere politico, nel senso suddetto.

Ad esempio la politica europea di sostegno all’agricoltura (a cominciare dal MEC), molto costosa, era volta al sostegno della produzione, tesa anche (e probabilmente soprattutto) ad evitare che la carenza alimentare fosse utilizzata da altre potenze per motivi ostili. Come capitato agli Imperi centrali nella prima guerra mondiale.

Ed è meno evidente, ma d’importanza considerevole che politiche economicamente valide, specie nel breve periodo, in una visione più ampia e di lungo periodo, siano controproducenti sul piano politico. Così la distruzione di piccole aziende, tenuto conto che i piccoli imprenditori, e, in genere i ceti medi, sono il sostegno sociale decisivo, oggi, delle democrazie liberali.

E, a tale proposito, non è detto che la “distruzione creatrice” di tante piccole imprese, vada a favore di un migliore “funzionamento” del mercato. La concentrazione del capitale in poche grosse aziende, rende assai più facile gestire il mercato in funzione non della libera concorrenza e del favor consumatoris, ma di accordi oligopolistici tendenti a limitarlo o eluderlo.

Il secondo: per quale ragione qualche milione di piccoli imprenditori dovrebbe essere a favore di politiche che non garantiscono protezione? Al punto che coloro che le sostengono tendono a vagheggiare l’opportunità della loro distruzione?

Se Hobbes si era sforzato di dimostrare la razionalità del potere (e dell’associazione) politica proprio per lo scambio protezione-obbedienza, per quale ragione l’individuo razionale del filosofo inglese dovrebb’essere diventato un Tafazzi, tutto contento di soffrire e insieme mantenere e votare governanti intenzionati – e giulivi nel manifestarlo – a farlo morire socialmente ed economicamente (e talvolta, complice la pandemia, anche fisicamente)?

In realtà la tesi criticata è frutto di due postulati: che ciò che è economicamente valido esaurisce il “bene” (sociale e individuale). Come se l’uomo fosse solo un essere economico. E non anche economico. La storia prova che non è così: vi sono state nazioni non disponibili a barattare il benessere economico con l’indipendenza politica.

Anche perché nel lungo periodo, è questa a garantire quello, più che l’inverso.

De Bonald scriveva che durante la Rivoluzione e le guerre napoleoniche gli svizzeri, un popolo (all’epoca) di “pastori e frati” avevano difeso la propria indipendenza assai meglio dei Paesi Bassi che “contavano i più ricchi uomini d’affari del mondo” (forse è anche per quello che gli svizzeri sono diventati assai più ricchi dei pur benestanti olandesi).

In secondo luogo c’è il (consueto) modo di ragionare consistente nel confrontare una “legge” generale e soprattutto astratta (anche tendenzialmente valida), applicandola a una situazione specifica e concreta, senza adeguarla. Con il risultato che l’abito confezionato da pensatori (talvolta neppure da talk-show) vesta male chi l’indossa, magari non per colpa del sarto, ma perché l’abbigliando ha la gobba. E l’abilità del politico, come diceva Giolitti, è quella del bravo sarto che confeziona il vestito adatto a chi lo deve portare. Chi pensa il contrario è, come donna Prassede, troppo affezionato alle proprie idee (con la conseguenza di non cambiarle e spesso neppure di adattarle): è un puro “ragionare” ideologico.

E non può quindi pretendere che venga condiviso, perfino con entusiasmo, da coloro che ne pagano il conto.

Avv. Teodoro Klitsche de la Grange

 

EMERGENZA E VIRTÚ, di Teodoro Klitsche de la Grange

EMERGENZA E VIRTÚ

Ho già scritto (Per qualche migliaio in più) che l’emergenza pandemica è stata l’occasione perché le élite decadenti cambiassero, in parte, le loro litanie abituali, aggiungendovi la strofa sull’inefficienza delle pubbliche amministrazioni, alla quale peraltro avevano concorso – e non poco – attraverso nomine e norme. Aggiungevo che più che salmodiare litanie avrebbero dovuto agire in modo conseguente in primo luogo nominando per affrontare la pandemia, funzionari efficienti e nuovi, (perché dalle vecchie pecore esce sempre lo stesso latte) e in secondo luogo – cosa in parte fatta – promulgando normative d’emergenza. Ma quanto al primo, più importante aspetto, abbiamo dovuto attendere il governo Draghi: ad affrontare l’emergenza pandemica sono stati i soliti. Quando è stato nominato un commissario come il dr. Arcuri, si è scelto un “boiardo di Stato” da quasi quindici anni alla guida di Invitalia, ente, pardon Agenzia, o meglio Agency che dovrebbe promuovere lo sviluppo d’impresa, e che, purtroppo per noi italiani risulta dai dati statistici che non vi riesce granché

Ma non vogliamo insistere su colpe, professionalità, responsabilità concrete, perché preme valutare se l’emergenza richiede, per essere affrontata, dati e attitudini diverse a quanto richiesto in una situazione normale.

E per far ciò è utile – come sempre per gli affari politici – vedere che ne pensa Machiavelli.

Secondo il segretario fiorentino l’azione del governante dev’essere adatta ad affrontare la situazione; sono le caratteristiche di quest’ultima a determinare la condotta ed il soggetto stesso designato a governarla. Il fatto che l’emergenza sia punto (o poco) prevedibile, si presenti la prima volta o no, che ne siano ignote le cause (se naturali) che la creano od oscura ed irragionevole la volontà umana che l’ha generata (ove ne sia la causa), fa si che fronteggiarla sia difficile e richieda (tanta) virtù.

Che cosa sia secondo Machiavelli la virtù è argomento assai frequentato dagli studiosi, con esiti molto diversi, tenuto conto che il segretario fiorentino non la definisce mai (come, d’altra parte, gli altri concetti fondamentali del suo pensiero).

Per lo più la si ritiene la capacità politica di affrontare le situazioni, ossia la fortuna, con successo.

A cercare qualche ulteriore specificazione è connotabile più che in se, in relazione al suo antagonista, cioè la fortuna. La quale va governata e anche sfruttata, usando le occasioni che crea sia per l’interesse della comunità che per quello del Principe, evitandone gli effetti deleteri[1].

Anche se la virtù è necessaria al governante (ed ai popoli) in ogni situazione, nel pensiero di Machiavelli lo è particolarmente nelle situazioni di emergenza, fino a quelle che inducono cambiamenti epocali[2].

E non è detto che sia sufficiente, d’altra parte, a battere la fortuna, anche per gli uomini che il Segretario fiorentino reputava più virtuosi, come Cesare Borgia. Il quale aveva preparato tutto per assicurarsi il potere alla morte del padre, ma non aveva previsto d’essere gravemente malato in quel momento, il che ne provocò la caduta[3].

Proprio l’imprevedibilità, la novità, l’inconoscibilità delle situazioni d’emergenza rende necessario per affrontarle, delle doti che in frangenti normali non avrebbero alcuna rilevanza, e di converso, rende incongrue le altre, utili in quelli.

Compito di chi governa l’emergenza è di raggiungere un risultato concreto: vincere il nemico, ricostruire una città distrutta dal terremoto, superare un’epidemia.

A tal fine osservare delle norme generali può essere d’impedimento (e spesso lo è). Anche nella tranquilla prima Repubblica italiana i commissari nominati per il sisma campano-lucano del 1980 avevano il potere di porre in essere ordinanze anche contra legem, col limite dell’osservanza dei principi generali dell’ordinamento giuridico[4] allo scopo di soccorrere le popolazioni terremotate. In una situazione normale un simile potere, peraltro conferito ad un organo amministrativo straordinario, sarebbe considerato – ed è – incostituzionale,  essendo l’Italia uno Stato legislativo-parlamentare.

Consegue da ciò che, in qualche misura il funzionario (inteso lato sensu) incaricato di superare l’emergenza oltre che a non essere più vincolato alla norma, e così un mero esecutore della norma (perché ne può – almeno in parte – farne a meno e porne di nuove), ha minore bisogno anche delle doti professionali relative. Scrive Max Weber che “il tipico detentore del potere legale… mentre dispone e insieme comanda, da parte sua obbedisce all’ordinamento impersonale in base al quale prende le sue prescrizioni…”[5] e prosegue “le categorie fondamentali del potere razionale sono pertanto: a) un esercizio continuativo, vincolato a regole di funzioni d’ufficio…”. “Le regole secondo le quali si procede possono essere regole tecniche oppure norme”[6]. Invece, nell’emergenza, l’importanza delle regole e della loro osservanza passa in secondo piano, al punto di poter rivelarsi d’impaccio al raggiungimento dello scopo. E così consigliare il conferimento di un generale potere di deroga (v. anche art. 25 D.lgs. 1/2018). L’antico detto di Publilio Siro divenuto una massima giuridica (da Graziano a Santi Romano): necessitas non habet legem sed ipsa sibi facit legem, è ancora diritto vivente ed applicato. La necessità è come la guerra secondo Clausewitz: dove sono i nemici ad imporsi mutualmente legge. Così è la necessità a determinare le misure opportune a contrastarla.

Se quindi è di nessuna utilità (nel migliore dei casi) l’applicazione della legge, l’essere doctor in utroquo jure (diverso – in parte – è per le regole di altro genere) quali sono le doti più adatte a fronteggiarla? Coraggio, propensione al rischio, audacia hanno indubbiamente un ruolo accresciuto. E la virtù machiavellica?

Machiavelli tiene la virtù in grande considerazione, al punto da attribuirle il potere di piegare la fortuna (batterla); in particolare nelle situazioni di crisi, quando le cose peggiorano “Scrive Machiavelli nei capitoli VI e XXVI del Principe che occorreva che gli Ebrei fossero schiavi in Egitto, gli Ateniesi dispersi nell’Attica, i Persiani sottomessi ai Medi perchè potesse rifulgere la “virtù” di grandi condottieri di popoli come Mosè, Teseo e Ciro”[7]. Alla virtù è connotato essenziale (anche) la capacità di prevedere, oltre quella di decidere e comandare. Come scrive Fusaro “Si fronteggiano così, nel pensiero di Machiavelli, due forze gigantesche, la fortuna incostante , volubile , e la virtù umana , che è in grado di contrastarla, imbrigliarla, impedirle di far danno, piegarla ai propri fini. La “virtù” di cui parla Machiavelli è quindi un complesso di varie qualità: in primo luogo la perfetta conoscenza delle leggi generali dell’agire politico… in secondo luogo dalla capacità di applicare queste leggi ai casi concreti e particolari, prevedendo in base ad esse i comportamenti degli avversari e gli sviluppi delle situazioni, il mutare dei rapporti di forza, l’incidenza degli interessi dei singoli ; infine la decisione, l’energia, il coraggio nel mettere in pratica ciò che si è disegnato: la “virtù” del politico è quindi una sintesi di doti intellettuali e pratiche , che conferma che nel pensiero machiavelliano teoria e prassi non vadano mai disgiunte”. A metà del secolo scorso un acuto giurista tedesco, Ernst Forsthoff scrisse un breve saggio su “Lo Stato moderno e la virtù”, facendo il punto sull’importanza (o meno) della virtù nello Stato costituzionale del XX secolo. Notava Forsthoff (che non considera il pensiero di Machiavelli e il di esso concetto di virtù, ma prende in esame quello di Platone ed Aristotele) che nel pensiero classico (cioè fino al XVIII secolo) era considerata la virtù (v. Montesquieu) nella dottrina dello Stato “Solo nel periodo più recente, certo come chiara ripercussione della rivoluzione francese, la dottrina dello Stato ha preso una via che l’allontanò dalle qualità umane e per conseguenza anche dalla virtù… Come dottrina del sistema istituzionale e funzionale dello stato, la moderna dottrina dello stato non considera più l’uomo… Essa è divenuta una dottrina dello stato senza virtù”. Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’attitudine è cambiata ma “Per quanto sia importante collegare di nuovo la concezione dello stato alle qualità umane, ed in particolare alla virtù… è impossibile ignorare o cancellare con un colpo di penna due secoli di continua evoluzione”[8] (coincidenti con il XIX e, in parte, il XX secolo). Lo Stato di diritto del positivismo giuridico classico sarebbe stato impossibile senza l’alto livello di virtù specifiche della burocrazia professionale tedesca, la quale era il “vero legislatore” del Reich bismarckiano. Ovviamente tra virtù del Segretario fiorentino e quella che Forsthoff vede nella burocrazia del Secondo Reich c’è poco in comune. Quest’ultima è assai prossima a quella individuata da Max Weber nell’etica del funzionario.

Ma è altrettanto sicuro che anche lo Stato moderno non può fare a meno della virtù, come scrive Forsthoff: “il vero problema dello stato di diritto di fronte all’attuale sfacelo etico e morale, e così la nostra riflessione sbocca nella problematica attuale della teoria dello Stato moderno… uno stato le cui funzioni devono inevitabilmente aumentare in misura notevolissima, può evitare a lungo andare la intensificazione della coazione solo rafforzando la virtù – sia la sua che quella dei suoi cittadini. Solo uno stato moderno sostenuto dalla virtù può essere uno stato liberale”.

E tanto meno può prescinderne nelle situazioni d’emergenza e da una virtù che va coniugata più alla concezione machiavellica che a quella “classica”. E ne serve tanta. Per cui pensare che uno Stato sgangherato come la Repubblica italiana, governato nell’ultimo trentennio da élite decadenti possa farne a meno è del tutto incredibile. Ancor più se gli apparati sono sempre gli stessi. Come scriveva Machiavelli dei principi italiani suoi contemporanei non avendo previsto né avuto sentore degli impeti della fortuna, non dovevano accusare questa, ma la loro ignavia[9].

[1] Due passi – tra i tanti delle opere di Machiavelli – descrivono gli  aspetti ricordati. Il primo è quello notissimo del cap. XXV del Principe col paragone della fortuna al “fiume rovinoso” e della virtù ai “ripari ed argini” che lo possono evitare o limitare i danni; l’altro nel cap. XX quando discorre della grandezza dei governanti “Senza dubio e principi diventano grandi quando superano le difficultà e le opposizioni che sono fatte loro; e però la fortuna, maxime quando vuole fare grande uno principe nuovo, il quale ha maggiore necessità di acquistare reputazione che un ereditario, gli fa nasce de’ nemici e fagli fare delle imprese contro, acciò che quello abbi cagione di superarle e, su per quella scala che gli hanno porta li inimici suoi, salire più alto”; onde la fortuna può diventare un’occasione favorevole.

[2] Come scrive nel XXVI capitolo del Principe “B”; è più vero che l’antitesi fortuna/virtù non è solo vista in funzione dell’azione di singoli individui ma anche dei popoli (v. Discorso, II, 1).

[3] V. Il Principe cap. VII.

[4] V. art. 1 D.L. 26/11/1980 n. 776.

[5] Economia e società, Milano 1980, p. 212.

[6] Op. cit., p. 213.

[7] V. D. Fusaro Nicolò Machiavelli in rete.

[8] E prosegue “Il superamento di una dottrina dello stato, impantanata nel formalismo e nel funzionalismo, è possibile solo sulla base di un’analisi di questa evoluzione e della situazione creatasi con essa… La constatazione che la dottrina dello stato ha perduto, nel secolo XIX, il contatto con le qualità umane, ed in particolare con la virtù, non implica naturalmente che anche la virtù sia assente dagli ordinamenti degli stati… Essa è impensabile senza una certa dose di virtù. Lo stesso vale per il diritto – inteso nel suo vero significato etico. L’emancipazione del positivismo giuridico dal diritto (inteso in questo senso) e l’emancipazione della dottrina dello stato dalla virtù sono strettamente connesse fra loro”.

[9] V. “Pertanto questi nostri principi, e quali erano stati molti anni nel loro principato, per averlo dipoi perso non accusino la fortuna, ma la ignavia loro: perché, non avendo mai ne’ tempo quieti pensato ch’e’ possino mutarsi – il che è comune difetto degli uomini, non fare conto nella bonaccia della tempesta” (v. Principe, cap. XXIV).

1 2 3 27