Dossier: Eritrea, Djibouti, Somaliland, Puntland, Somalia _ di Bernard Lugan
Numero speciale: Stretto di Bab el-Mandeb – Mar Rosso

Dopo la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, la presa del controllo della sponda araba dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi, alleati dell’Iran, sta sconvolgendo gli equilibri geopolitici del commercio marittimo. Infatti, dal 10 al 15% del commercio globale e quasi il 30% del traffico containerizzato transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Qualsiasi interruzione in questo stretto ha quindi un impatto immediato sulle catene di approvvigionamento tra Asia, Golfo Persico, Europa e resto del mondo. Il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb non erano al centro della geopolitica globale fino alla guerra Iran-Iraq. Fin dal XVI secolo, questa importante arteria economica è stata oggetto di intenso interesse da parte delle grandi e medie potenze. A lungo un vicolo cieco, il Mar Rosso è diventato una delle rotte marittime più trafficate al mondo dopo il 1869, anno dell’inaugurazione del Canale di Suez. Tuttavia, ancora oggi, le sue coste inospitali sono costellate di dhow ancorati all’imboccatura di queste rotte carovaniere, così vividamente descritte da Henry de Monfreid, e le cui persistenti dinamiche etno-tribali fanno da sfondo ai conflitti attuali. Oggi, il controllo dei suoi porti chiave – Gibuti, Berbera, Assab e, più a nord, quelli del Sudan – spiega la presenza militare regionale di Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Gibuti, snodo militare e logistico del Mar Rosso, ospita una base americana, una cinese, una francese, e navi giapponesi e italiane vi fanno regolarmente scalo. Vale anche la pena notare che la Turchia, che ha fatto della Somalia un protettorato virtuale, ha messo in scena un ritorno spettacolare in quella che un tempo era la sua sfera d’influenza, dalla quale era stata espulsa durante la Prima Guerra Mondiale. La frammentazione tra tre stati – Eritrea, Gibuti e Somalia – più due stati autoproclamati, Somaliland e Puntland, contesi tra potenze regionali ed extraregionali, accresce la complessità della situazione attuale. L’obiettivo di questo numero speciale è di spiegarne le costanti. Ciò è tanto più importante in quanto, dalla fine di settembre, la guerra è ripresa in Etiopia, un conflitto su tre fronti (Tigray, Afar e Amhara). Al centro di tutto, ancora una volta, ci sono questioni etno-territoriali che minacciano di frantumare il mosaico etnico di un paese senza sbocco sul mare sin dall’indipendenza dell’Eritrea. Se questo conflitto dovesse degenerare in una nuova guerra di tutti contro tutti, l’intera regione del Corno d’Africa potrebbe essere travolta dalle fiamme. Il numero di novembre 2026 di Afrique Réelle dedicherà un ampio spazio a questo nuovo conflitto e alle sue conseguenze. Bernard Lugan
Il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb erano al centro della geopolitica globale ben prima della guerra Iran-Iraq. Fin dal XVI secolo, questa importante arteria economica è stata oggetto di intenso interesse da parte delle grandi e medie potenze. Oggi, dal 10 al 15% del commercio globale e quasi il 30% del traffico containerizzato transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Qualsiasi interruzione del suo traffico ha un impatto immediato sulle catene di approvvigionamento tra Asia, Golfo Persico, Europa e resto del mondo. Per questo motivo, fin dall’epoca delle scoperte portoghesi nel XVI secolo, la regione è stata teatro di rivalità militari. Porta marittima tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, il controllo dei suoi porti chiave – Gibuti, Berbera, Assab e, più a nord, quelli del Sudan – spiega l’attuale presenza militare di Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, Turchia e altri. È così che Gibuti, il “centro” militare e logistico del Mar Rosso, ospita una base americana (Camp Lemonnier), una base cinese, una base francese, e vi sono regolarmente presenti navi giapponesi e italiane.
ERITREA
L’Eritrea è una striscia di terra lunga 1000 km che si affaccia sul Mar Rosso, con una superficie di 121.000 km². È abitata da quasi 4 milioni di persone appartenenti a diversi gruppi etnici, equamente divise tra musulmani e cristiani.
Colonia italiana dal 1889 al 1941, l’Eritrea passò sotto l’amministrazione britannica fino al 1952, quando le Nazioni Unite permisero all’Etiopia di annetterla come entità autonoma con propria bandiera e governo. Dieci anni dopo, nel 1962, l’Etiopia la annesse definitivamente, scatenando una ribellione che si sarebbe conclusa solo trent’anni dopo, nel maggio del 1991, con la conquista di Asmara e la vittoria sull’esercito etiope. Nel 1993, nell’euforia della vittoria sul regime del colonnello Mengistu Haile Mariam, soprannominato “l’Imperatore Rosso”, l’Etiopia, sotto la guida di Meles Zenawi, riconobbe l’indipendenza dell’Eritrea, guidata da Isaias Afwerki. Il problema in Eritrea era la necessità di costruire uno stato, motivo per cui il regime di Asmara optò per la centralizzazione con un sistema a partito unico che si trasformò in una brutale dittatura. Una volta svanita l’iniziale alleanza militare, iniziarono ad emergere segnali di tensione tra Etiopia ed Eritrea quando, nel novembre del 1997, quest’ultima decise di creare una propria valuta, il nacf. Il messaggio di Asmara ad Addis Abeba fu chiaro: l’Eritrea stava effettivamente conquistando la propria indipendenza ritirandosi dal sistema monetario etiope – la cui valuta era il birr – e dalla zona di libero scambio che univa i due paesi. Fino ad allora, Addis Abeba aveva, in un certo senso, considerato l’indipendenza dell’Eritrea puramente teorica, poiché i due paesi erano ancora legati da una moneta comune. Tuttavia, in seguito alla separazione dall’Etiopia, l’Eritrea sentì la necessità di affermare la propria identità per sfuggire alla condizione di vassallaggio che la sua ex potenza coloniale intendeva mantenere. Le relazioni si deteriorarono gradualmente, con l’Eritrea che accusava l’Etiopia di interferenze, mentre Addis Abeba faticava ad accettare che Asmara avesse deciso di agire in modo indipendente, senza dover rendere conto alla sua ex potenza coloniale. Il conflitto è scaturito da una disputa territoriale: l’Eritrea chiedeva all’Etiopia la restituzione di diverse aree che riteneva le spettassero di diritto, dando inizio alle ostilità che si sono protratte dal 1998 al 2018. Nel 2018, la realtà ha colpito duramente l’Etiopia, che si è resa conto di non poter intraprendere una guerra per strappare Assab all’Eritrea. Nel luglio dello stesso anno, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed e il Presidente eritreo Isaias Afwerki hanno posto fine a questo conflitto irrisolvibile che stava prosciugando le risorse di entrambi i paesi.
La Repubblica di Gibuti è abitata da popolazioni afar e somale.
Gli Afar sono un popolo cuscitico la cui lingua è l’afar. Sono presenti a Gibuti, in Etiopia e in Eritrea. Anticamente erano conosciuti come Danakil. Pastori nomadi che vivono nelle zone aride della depressione dell’Afar, costituiscono la popolazione indigena della regione di Obock e Tadjoura (Tadjourah). I Somali sono composti da due gruppi: gli Issa, che sono indigeni, e gli Issak, che sono migranti provenienti dal Somaliland. Entrambi appartengono al gruppo Dir (mappa a pagina 10).


GIBUTI: IL SECOLO FRANCESE (1862-1977)
Poche terre lontane hanno affascinato l’immaginazione francese quanto l’avamposto commerciale di Obock e, in seguito, la colonia di Gibuti. Molti avventurieri furono ispirati dai sogni di Arthur Rimbaud o dai racconti di Henry de Monfreid. Eppure, come il grande storico Henri Brunschwig descrisse freddamente e scientificamente, inizialmente si trattava di una “colonia inutile”. Eppure, nel 1884, fu per ragioni strategiche che la Francia si stabilì su questa costa, particolarmente inospitale per sua natura, e fu attorno a un porto e, successivamente, a una linea ferroviaria che conduceva all’Etiopia, che la sua presenza si radicò saldamente.
Il Mar Rosso sta diventando strategico
L’11 marzo 1862, con una convenzione firmata con un inviato del sultano afar di Tadjourah, allora chiamato Danakil, la Francia prese possesso di Obock per la somma di 52 franchi d’oro. Tuttavia, Parigi attese fino al 1884 per stabilirvi una vera e propria base navale. Poiché Obock presentava seri inconvenienti, non ultimo la scarsa profondità del suo porto, nel 1888 fu acquisito il sito di Gibuti. Il 20 maggio 1896, la Francia, che possedeva diverse piccole enclavi (Obock, Tadjourah, il territorio del Danakil e il protettorato somalo), le unificò in un’unica entità di 23.000 km², che divenne nota come Colonia della Somalia francese e delle sue dipendenze (CFS), con Gibuti come capitale. Nel 1882, l’Italia, che deteneva il controllo del Golfo di Assab dal 1869, decise di occuparlo di fatto prima di impadronirsi di Massaua all’inizio del 1885. Da quel momento in poi, Roma perseguì una politica regionale molto attiva e cercò di imporre il suo protettorato sull’Abissinia (Etiopia). A partire dal 1898, la costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba trasformò completamente il destino della Somalia francese, poiché il porto di Gibuti divenne la porta d’accesso all’altopiano abissino. Tuttavia, le ambizioni regionali dell’Italia portarono a crisi le cui conseguenze dovettero essere sopportate dall’insediamento francese.
ambizioni italiane
In seguito alla firma del Trattato di Londra nell’aprile del 1915, l’Italia entrò in guerra a fianco degli Alleati dell’Intesa in cambio di garanzie di compensazione territoriale, parte della quale sarebbe stata ottenuta in Africa orientale per la sua colonia dell’Eritrea. Nel dopoguerra, queste promesse furono dimenticate fino agli Accordi di Roma, firmati nel gennaio del 1935 tra Pierre Laval e Benito Mussolini, una cui clausola prevedeva la cessione di parte della Somalia francese all’Italia. Con la campagna d’Etiopia (1935-1936), l’Italia fu costretta a inviare rinforzi di uomini e mezzi nella regione. Poiché i porti di Massaua e Assab non erano attrezzati per gestire questo volume aggiuntivo, gli italiani furono costretti a utilizzare il porto di Gibuti e la sua ferrovia, quintuplicando il traffico tra il 1935 e il 1937. Nel giugno del 1940, le forze italiane che attaccavano le Terre Francesi del Sud e dell’Antartide (CFS) furono respinte con l’aiuto di contingenti britannici provenienti dalla Somalia. Con l’armistizio del giugno 1940, gli italiani divennero quasi alleati e gli inglesi nemici, alterando profondamente gli equilibri di potere locali. Le autorità francesi rimasero saldamente fedeli a Vichy fino al 1° gennaio 1943, quando le truppe britanniche conquistarono Gibuti. Dopo la guerra, la Francia nutriva ambiziosi progetti per la sua colonia e decise di trasformarla in un porto internazionale. Il costo del progetto fu considerevole, poiché richiedeva il dragaggio del porto per accogliere tutti i tipi di navi, l’aumento del numero di banchine e la creazione di uno scalo merci per collegarle direttamente alla ferrovia di Addis Abeba. La Francia si impegnò anche a trasformare i Territori Francesi del Sud e dell’Antartico (CFS) in un centro finanziario internazionale. Per attrarre investitori, nel marzo 1949 fu creato il franco gibutiano, liberamente convertibile in dollari. Contemporaneamente, Gibuti divenne un porto franco destinato a controllare tutti gli scambi commerciali con l’Etiopia. Tuttavia, gli sforzi francesi furono in qualche modo ridimensionati da tre nuovi sviluppi:
1) Il contesto regionale era cambiato dopo la guerra. Nel 1952, le Nazioni Unite, avendo deciso di ricompensare l’Etiopia per la sua lotta contro l’Italia fascista, le assegnarono l’Eritrea, ex colonia italiana. L’Etiopia ebbe così finalmente accesso diretto al mare e, da quel momento in poi, fu chiaro che, per non dipendere più da Gibuti, avrebbe sviluppato i propri porti, tra cui quello di Assab.
2) Dal 1967 al 1975, Gibuti subì pienamente l’impatto della chiusura del Canale di Suez, che comportò la deviazione della rotta di Suez verso il Capo di Buona Speranza.
3) Dal 1945 al 1965, la popolazione della CFS raddoppiò, passando da 45.000 a 103.000 individui, per poi raddoppiare una seconda volta in dieci anni, raggiungendo i 250.000 abitanti nel 1975.
Verso la libertà
La denominazione di Somaliland francese (Côte française des Somalis) era impropria, poiché la sua popolazione era duplice: Afar (Danakil) e Issa (Somali). I Somali costituivano la maggioranza a causa dell’immigrazione di numerosi Issa dal Somaliland e da altre tribù somale provenienti dai paesi limitrofi. Gli Issa della CFS, o Somali “autoctoni”, erano meno numerosi degli Afar. Il censimento non ufficiale condotto per il referendum del 1967 registrò 22.000 elettori Afar contro 14.700 Issa. La rivalità tra questi due gruppi ha plasmato l’intera vita politica del territorio, soprattutto da quando gli inglesi avevano iniziato a elaborare un piano per unificare tutte le popolazioni somale del Corno d’Africa, che, unendosi in un unico stato, avrebbero potuto dare origine alla “Grande Somalia”. Con la creazione della Somalia, avvenuta nel luglio del 1960 attraverso l’unione dell’ex Somalia britannica e dell’ex Somalia italiana, il nazionalismo somalo e il suo irredentismo ebbero naturalmente delle conseguenze negli Stati Federati di Micronesia, che divennero un territorio d’oltremare nel 1946.

Pertanto, gli Afar, temendo il dominio degli Issa, rafforzato dagli immigrati somali, si schierarono con coloro che sostenevano il mantenimento della Somalia francese (CFS) all’interno del quadro francese. Dal canto loro, gli Issa si battevano per l’indipendenza, e alcuni dei loro leader arrivarono persino a propugnare l’annessione diretta alla “Grande Somalia”. Il 17 marzo 1967, la Francia organizzò un referendum nel territorio. La popolazione votò per l’indipendenza immediata o per rimanere all’interno della Repubblica francese con un nuovo status. Questa votazione fu seguita con grande attenzione dall’Etiopia, che all’epoca si trovava ad affrontare un’insurrezione nell’Ogaden, un territorio abitato da tribù somale. Addis Abeba temeva un voto a favore dell’indipendenza, che avrebbe significato una vittoria per gli Issa, e quindi per i somali, e forse anche l’annessione di Gibuti alla “Grande Somalia”, che includeva l’Ogaden etiope. Il voto è stato interamente etnico, con 22.000 elettori Afar e 22.555 voti a favore dell’adesione alla Francia. Si sono registrati anche 900 elettori europei e 1.400 arabi, mentre i voti contrari sono stati 14.666 e quelli dell’elettorato Issa 14.700. È interessante notare che solo i somali di origine africana…
La popolazione di Gibuti era stata chiamata a votare, e si dava per scontato che se tutti i somali avessero partecipato alle elezioni, il risultato sarebbe stato naturalmente completamente diverso. Questa votazione segnò quindi la generalizzazione della democrazia etno-matematica che avrebbe creato tanta agitazione in Africa durante gli anni ’80 e ’90. All’annuncio dei risultati, scoppiarono violenti scontri a Gibuti perché gli Issa, e più in generale tutti i somali, si rifiutarono di accettare la vittoria degli Afar. Invece di placare le tensioni, il referendum le aveva al contrario esacerbate, e si era instaurata una struttura di potere afar. La rottura tra le due popolazioni divenne definitiva, con le truppe francesi che fungevano da arbitri. Il 3 luglio 1967, la Somalia francese (CFS) divenne il Territorio degli Afar e degli Issa (TAI), un nome che finalmente teneva conto del dualismo etnico locale. Poi la Francia decise di ritirarsi, per cinque ragioni principali:
1) Le spese sostenute a causa della situazione costituzionale del Territorio stavano diventando eccessive.
2) Le autorità locali elette (Ali Aref e il suo clan) stavano diventando incontrollabili. 3) Le tensioni con la Somalia si stavano intensificando.
4) L’Etiopia stava combattendo la ribellione eritrea e la Francia temeva di essere coinvolta nel conflitto.
5) I paesi africani, quelli della Lega Araba e il Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite hanno criticato la Francia per la sua presenza “coloniale”.
Per tutte queste ragioni, la Francia decise di imporre l’indipendenza ai suoi alleati Afar. Nel dicembre del 1975, Ali Aref abbracciò questa idea e il suo partito divenne l’Unione Nazionale per l’Indipendenza. A contrastarlo, e quindi a contrastare gli Afar, c’era la Lega Popolare Africana per l’Indipendenza, un movimento degli Issa e, più in generale, del popolo somalo, guidato da Hassan Gouled, che assunse un atteggiamento sempre più assertivo. Nel luglio del 1976, gli eventi precipitarono in seguito alle dimissioni di Ali Aref. Il 28 febbraio 1977 si tenne a Parigi una Conferenza della Tavola Rotonda, che riunì tutte le fazioni politiche ed etniche dell’Alleanza Afar. Seguì un secondo incontro ad Accra, in Ghana, tra marzo e aprile, sotto l’egida dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana). La Lega Araba approvò successivamente il piano di indipendenza, che prevedeva un’alleanza politica tra gli Afar e gli Issa. Con il consenso di tutte le parti coinvolte, l’8 maggio 1977 si tenne un referendum in cui gli abitanti del Territorio degli Afar e degli Issa votarono a favore dell’indipendenza con il 98,8%. Lo stesso giorno si svolsero le elezioni legislative con una lista unica composta da 33 candidati Issa, 30 candidati Afar e 2 candidati arabi, tutti riuniti sotto la bandiera del Raggruppamento Popolare per l’Indipendenza. Il 27 giugno 1977 il Territorio ottenne l’indipendenza con il nome di Repubblica di Gibuti. In realtà, dopo un periodo di dominio Afar, il paese cadde sotto il dominio degli Issa e, più in generale, sotto quello dei Somali. Tutti gli eventi successivi derivarono da questa realtà, esacerbata dai disordini e dalle guerre in Eritrea, Etiopia e Somalia.
AFAR E ISSA: L’IMPOSSIBILE DEMOCRAZIA ETNICA
A Gibuti, la vita politica viene compresa attraverso la lente dell’etno-clan.
Nato nel 1977 su iniziativa francese, il neonato Stato di Gibuti soffriva di una mancanza di una realtà storica consolidata, dell’esistenza di confini artificiali e, soprattutto, di una divisione etnica aggravata dalla molteplicità dei clan. Inoltre, geograficamente incastonato tra Eritrea, Etiopia e Somalia, la Repubblica di Gibuti divenne una cassa di risonanza per i conflitti che affliggevano i paesi vicini, poiché la sua popolazione è imparentata con quella degli abitanti di questi tre paesi. Le tensioni etniche furono esacerbate dall’indipendenza, in quanto, a seguito di regolari flussi migratori, la popolazione somala aveva superato numericamente quella afar. Il blocco somalo, ovvero gli Issa, gli Issak e i Gadaboursi, rappresentava più della metà della popolazione di Gibuti. Mentre gli Issa erano dominanti tra i somali, il potere effettivo era nelle mani del sottoclan Mamassan, a cui apparteneva il presidente Hassan Gouled.
Regali etnici
Nel 1991, di fronte alla presa del potere da parte dell’Issa, sostenuto da vari gruppi somali, gli Afar tentarono un colpo di stato. Questo scatenò disordini che si diffusero in tutta la regione Afar nel gennaio del 1992. Nel giro di poche settimane, l’esercito gibutiano dell’Issa fu cacciato dal paese Afar o intrappolato nelle sue guarnigioni, come quelle di Obock, Tadjourah, Yokobi e Dikhil. La guerra si concluse con la firma di accordi di pace nel dicembre del 1994. Questi accordi prevedevano la legalizzazione del FRUD (Fronte per la Restaurazione dell’Unità e della Democrazia) e persino il suo ingresso nel governo, ma lasciarono dietro di sé un paese profondamente diviso e devastato. Nel gennaio del 1999, all’età di 83 anni, il presidente Hassan Gouled Aptidon si ritirò dopo 22 anni al potere. Le elezioni presidenziali si sono tenute il 6 aprile e sono state vinte dal suo successore designato, Ismael Omar Guelleh, che, come Issa del clan Mamassan, era stato il suo capo di gabinetto per oltre vent’anni. Nel 2025, ha fatto approvare una riforma che ha eliminato il limite di età per la carica presidenziale, consentendogli di ricandidarsi nel 2026.
La presenza militare francese
Camp Lemonnier, l’ex campo della Legione Straniera francese, intitolato al generale Émile-René Lemonnier, ufficiale delle truppe coloniali giustiziato dai giapponesi nel 1945 per essersi rifiutato di arrendersi in Indocina, è ora il quartier generale della Combined Joint Task Force Horn of Africa (CJTF-HOA) e l’unica base militare statunitense permanente in Africa. L’affitto pagato a Gibuti ammonta a decine di milioni di dollari all’anno. La Base Aerea 188 – Colonel Massart (BA 188) è l’installazione militare francese a Gibuti, situata presso l’aeroporto di Ambouli. Prende il nome dal colonnello René Massart, un pilota francese morto in servizio nel 1988. Costituisce il nucleo della presenza francese nel paese, insieme a unità terrestri e navali separate. La presenza di questa base consente il rapido dispiegamento delle forze francesi in Africa orientale, Medio Oriente e Oceano Indiano, oltre a fungere da centro di addestramento in un ambiente desertico. La Francia mantiene inoltre a Gibuti il 5° Reggimento Interforze d’Oltremare (5° RIAOM). Complessivamente, a Gibuti sono di stanza circa 1.400 militari francesi dell’Esercito, dell’Aeronautica e della Marina.
DJIBOUTI, UNO STATO PORTUALE
Il porto di Gibuti è il cuore dell’economia della Repubblica di Gibuti. Genera la maggior parte del PIL, delle entrate pubbliche e dei posti di lavoro. È uno dei porti più efficienti dell’Africa, classificato al primo posto nel continente e al 24° posto nel mondo secondo l’indice di efficienza dei porti per container.
Tradizionalmente, Gibuti rappresenta per l’Etiopia, che non ha sbocchi sul mare, una via naturale di accesso al mare, poiché è da lì che parte la ferrovia che conduce direttamente ad Addis Abeba, capolinea della linea ferroviaria. Sin dalla sua entrata in servizio nel 1917, Gibuti è quindi il porto dell’Etiopia. A partire dal 1954, Addis Abeba poté persino istituirvi una sede doganale autonoma incaricata di accelerare e facilitare la circolazione delle merci. Negli anni ’60 Gibuti fu il principale sbocco commerciale dell’Etiopia, di cui garantiva il 60% del volume. Successivamente, con il regime marxista del colonnello Mengistu Haile Mariam al potere ad Addis Abeba dal 1974 al 1991, Gibuti fu trascurato a favore del porto, allora etiope, di Assab, nell’attuale Eritrea, e meno del 10% del commercio etiope continuò a transitare per Gibuti. Assab, che aveva beneficiato di ogni attenzione da parte del governo marxista etiope e persino di misure protezionistiche volte a imporla come sbocco commerciale essenziale del Paese, arrivò così a rappresentare fino all’85% del commercio etiope. L’indipendenza dell’Eritrea nel 1993 cambiò naturalmente la situazione, poiché Assab divenne un porto eritreo e i suoi svantaggi, fino ad allora compensati dall’esercizio della sovranità etiope, si fecero allora sentire. Essi erano essenzialmente legati all’esistenza di una strada asfaltata di 870 km ormai in gran parte in condizioni precarie. Pertanto, dal 1998, il traffico etiope transita nuovamente attraverso Gibuti, il che rappresenta una vera manna per il Paese. A Gibuti, i porti (Doraleh, terminal per container e zone franche) sono al centro di un modello economico basato sul transito, sulla riesportazione e sul trasbordo. I massicci investimenti (porti, ferrovie, zone economiche speciali) hanno consentito una crescita media di circa il 6% all’anno nell’ultimo decennio. Nel 2023, il settore portuale ha registrato una crescita del 34% grazie al commercio con l’Etiopia e all’ aumento del trasporto ferroviario. Nel 2024, l’attività portuale è cresciuta ulteriormente del 7,4%, trainata da un’impennata del trasbordo (+98%) legata alle tensioni nel Mar Rosso che hanno modificato le rotte marittime. Oggi Gibuti funge da porta d’accesso marittima per l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare con 120 milioni di abitanti, il cui commercio transita per oltre il 90% attraverso Gibuti. Dal punto di vista economico, i problemi che possono presentarsi a Gibuti sono di due tipi: – Le tensioni regionali con i rischi che gravano sullo stretto di Bab el-Mandeb. – La dipendenza da un unico partner, ovvero l’Etiopia.

LA QUESTIONE SOMALA
Il gruppo etnico somalo occupa una vasta parte del Corno d’Africa. I somali sono divisi in tre grandi gruppi, a loro volta suddivisi in tribù, clan e sottoclan. Si tratta dei Darod, degli Irir e dei Saab. È attorno a loro e alle loro numerose suddivisioni che si esercitava il potere tradizionale e che si sta svolgendo l’attuale conflitto[1].
Durante il periodo coloniale, i clan somali furono suddivisi in cinque aree territoriali: il Somaliland britannico, il Distretto Settentrionale del Kenya, l’Ogaden etiope, la Somalia italiana e la Costa francese dei Somali. Nel 1936, dopo la vittoria sull’Etiopia, l’Italia annetté l’Ogaden alla Somalia. All’indomani della seconda guerra mondiale, un progetto britannico noto come «piano Bevin» propose la creazione di una Grande Somalia che riunisse il Somaliland, la Somalia e l’Ogaden, ma il progetto fallì poiché l’Etiopia si rifiutò di rinunciare all’Ogaden. Il 26 giugno 1960 il Somaliland ottenne l’indipendenza, seguito il 1° luglio dalla Somalia. Lo stesso giorno, i parlamenti dei due Stati decisero la fusione, dando così vita alla Repubblica di Somalia. Il nuovo Stato fu rapidamente lacerato dal clanismo, con il regime parlamentare che ne amplificava le divisioni, poiché ogni clan e ogni sottoclan aveva il proprio partito. Per una popolazione di meno di cinque milioni di abitanti, furono così registrati 90 partiti politici. Al presidente Edem Abdullah Osman succedette il presidente Ali Shermake, assassinato il 15 ottobre 1969. Il capo dell’esercito, il generale Siyad Barre prese allora il potere. Era un Darod del clan Maheran. Nel tentativo di porre fine al tribalismo e al clanismo, trovò una valvola di sfogo nel nazionalismo pan-somalico. La bandiera del Paese era del resto contrassegnata da una stella a cinque punte che simboleggiava la volontà di riunire tutti i somali in un unico Stato.
Nel 1977, il generale Siyad Barre lanciò il proprio esercito nell’avventurosa guerra dell’Ogaden che lo oppose all’Etiopia e che si concluse in un vero e proprio disastro. La Grande Somalia non sarebbe esistita e, svanito il mito, le realtà claniche si imposero con ancora maggiore forza rispetto al passato. Il presidente somalo vide così sgretolarsi il proprio potere e, dopo aver combattuto il clanismo, fu allora costretto a fare affidamento proprio su di esso. Ben presto, il governo venne indicato solo con l’abbreviazione MOD, che significava Maheran Ogadeni-Dhulbahante, ovvero i tre clan Darod coinvolti negli affari di governo. Nel mese di aprile del 1978 una ribellione militare fomentata da ufficiali Majertein fu ferocemente repressa. Gli insorti furono giustiziati e il territorio majertein, nel nord-est della Somalia, fu oggetto di rappresaglie. Scoppiò allora una terribile guerra, al termine della quale il potente sottoclan degli Hawiyé ebbe la meglio sui Maheran. Poiché questi ultimi erano gli ultimi sostenitori del regime, il generale Siad Barre fu rovesciato il 27 gennaio 1991. Dopo la sua partenza, la Somalia subì il dominio di due fazioni antagoniste del CSU (Congresso Somalo Unificato), movimento degli Hawiyé che si frammentò secondo un criterio sub-clanico, con gli Agbal che si opponevano agli Habar Gedir (o Habr Gedir). Ali Mahdi Mohamed, capo del sottoclan Agbal, prese allora il potere e, già nel mese di febbraio 1991, iniziò a cacciare da Mogadiscio i suoi ex alleati Darod appartenenti alle tribù Majertein e Ogadeni. Poi, nel mese di novembre, i clan Hawiye si scontrarono in una guerra totale per il controllo di Mogadiscio. Il conflitto oppose il clan Agbal di Ali Mahdi Mohamed al clan degli Habar Gedir guidato dal « generale» Mohamed Farah Aidid. Nel nord del Paese, il 18 maggio 1991, il Somaliland, ex protettorato britannico, si dichiarò indipendente. La guerra tra le milizie claniche provocò una terribile carestia e l’opinione pubblica americana si mobilitò. Nel dicembre 1992, un corpo di spedizione sbarcò in un’enorme operazione mediatica per «restituire la speranza» alle popolazioni somale. Il nome dell’operazione fu quindi «Restore Hope» e fu avviata in nome di una nuova dottrina inventata per l’occasione, l’ingerenza umanitaria. L’operazione fu un fallimento totale e il 4 maggio 1993, l’ONU subentrò agli Stati Uniti facendo sbarcare un corpo di spedizione di 28.000 uomini. Il 3 ottobre, 18 soldati americani furono uccisi e il presidente Clinton decise il ritiro delle truppe, abbandonando nel pantano somalo il contingente dell’ONU composto da soldati pakistani e bengalesi. Il 28 febbraio 1995 fu necessario un nuovo sbarco, denominato operazione «Scudo Unificato», per liberare gli sfortunati che erano diventati ostaggi. L’ONU lasciò la Somalia con un amaro fallimento politico e militare che le era costato 136 morti e 423 feriti.
I clan somali si ritrovarono quindi tra di loro e cominciarono a scontrarsi con ancora maggiore intensità. Poi un nuovo movimento fece la sua comparsa sulla scena somala: i Tribunali islamici, con le loro milizie Al-Shabaab, conquistarono una parte della Somalia, respingendo le forze «governative» e minacciando di prendere Mogadiscio. Nel 2007 l’Unione Africana dispiegò una missione per sostenere il governo federale di transizione che era stato appena costituito e per aiutarlo a combattere l’insurrezione islamista che si stava diffondendo nel sud e nel centro del Paese. Nel 2011 il Kenya inviò il proprio esercito in Somalia per combattere Al-Shabaab e tentare così di porre fine alle campagne terroristiche di cui era vittima. Nel 2012 fu istituito un governo federale somalo. Nel Nel 2015 nacque lo Stato Islamico in Somalia e poi, nel 2017, attentati su larga scala insanguinarono Mogadiscio. Nel 2022, il governo lanciò una potente offensiva che gli permise di riconquistare un terzo del territorio controllato da Al-Shabaab, ma nel 2023 il Puntland smise di riconoscere il governo federale e si dichiarò di fatto indipendente. Nel 2024 il Jubaland seguì la stessa linea politica del Puntland, il che segnò la rottura tra gli Stati federati e Mogadiscio.

SOMALIA: LA CRISI DEL 2026
In Somalia, all’inizio del 2026 è scoppiata una grave crisi politica poiché, con la scadenza dei mandati del Parlamento (aprile) e del presidente (maggio), le manovre volte a prorogarli hanno portato a una situazione di stallo costituzionale di cui hanno approfittato i jihadisti di Al-Shabaab.
Dall’inizio del 2026, Al-Shabaab, che conduce attacchi contro i civili, le forze somale e le infrastrutture, sta riconquistando i territori persi nel 2022, in particolare nel centro del Paese e a sud di Mogadiscio. Per frenare questa offensiva, gli Stati Uniti, l’Etiopia e gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo attacchi contro Al-Shabaab e lo Stato Islamico. Da parte sua, la Missione di sostegno e stabilizzazione dell’Unione Africana (AUSSOM) è diventata teoricamente operativa nel gennaio 2026, ma soffre di una carenza di finanziamenti e di disaccordi sul comando. Il mandato del presidente Hassan Sheikh Mohamud è scaduto il 15 maggio 2026, ma il Parlamento federale ha adottato nel marzo 2026 alcuni emendamenti costituzionali che ne prorogano il mandato di un anno, fino a maggio 2027. In risposta, l’opposizione e diversi Stati federati hanno denunciato un «colpo di Stato costituzionale», il che ha provocato una frattura e una rottura tra Mogadiscio e diversi Stati. A metà giugno 2026, il Puntland ha di fatto proclamato la secessione nominando un comandante dell’esercito, senza dimenticare che il suo governo si considera un «governo indipendente» dal 2024. Il Jubaland ha preso le distanze da Mogadiscio, così come il Galmudug, uno dei cinque Stati federati della Somalia, situato al centro del Paese. Qui, la crisi politica si è aggravata nel 2026, con tensioni estreme tra il governo federale e il presidente dello Stato. Ebbene, il Galmudug è una zona di intenso conflitto, dove Al-Shabaab controlla gran parte del centro e del sud-est. La situazione è tanto più complessa in quanto il Galmudug è un mosaico clanico che lo rende una Somalia in miniatura. Vi vivono, tra gli altri, gli Habar Gidir, un sottoclan degli Hawiye, e diversi sottoclan Darod come i Maheran e i Majerteen. Lo Stato del Galmudug è oggi un punto nevralgico per la Somalia poiché si trova al centro geografico del Paese ed è attraversato da assi stradali fondamentali che collegano Mogadiscio a nord, e quindi al Puntland secessionista.

LA SOMALIA: UN PROTETTORATO TURCO?
La presenza turca nel Mar Rosso e in Somalia, che si inserisce in una lunga storia ereditata dal periodo ottomano (XVI–XX secolo), sta vivendo dal 2011 una ripresa strategica.
A seguito della visita del presidente Erdogan nel 2011, la Turchia ha instaurato un rapporto privilegiato con la Somalia. La Turchia svolge così un ruolo centrale, sia in ambito di sicurezza che politico ed economico. Diventata un attore di primo piano nella questione somala, i suoi interessi strategici regionali sono ormai allineati al futuro del paese. Un ritorno alla lunga storia La Turchia è presente nel Mar Rosso e in Somalia dal 1517, data della caduta dei Mamelucchi d’Egitto, che aprì il Mar Rosso e il Corno d’Africa all’Impero ottomano. Quest’ultimo cercava allora di contrastare i portoghesi nell’Oceano Indiano. Gli Ottomani controllarono in seguito Suakin (Sudan), Massaua (Eritrea), Hodeida (Yemen), ed esercitarono un controllo quasi totale sulla navigazione nel Mar Rosso. Nel 1559, Zeila fu annessa all’ Impero ottomano da Özdemir Pascià. Il nord della Somalia, in particolare Zeila e Berbera, rimase sotto il dominio ottomano fino al 1916, quando l’alleato locale della Porta, lo Stato derviscio (vedi pagina 15), crollò sotto la pressione militare britannica, italiana ed etiope. Questo contesto spiega perché, per la Turchia, la Somalia non sia una terra straniera. Oggi la Turchia ha fatto il suo grande ritorno nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, importante corridoio energetico con i snodi marittimi fondamentali di Bab el-Mandeb e Suez. Qui sta sviluppando una crescente capacità navale e un’influenza diplomatica. Dal 2017 dispone in Somalia della base militare TURKSOM, dove vengono addestrati i soldati somali. Il 2026 ha segnato una svolta nel coinvolgimento turco in Somalia: Ankara non si accontenta più di addestrare l’esercito somalo, poiché le sue forze sono ora direttamente impegnate al fianco delle unità somale. Nel mese di gennaio 2026, la Turchia ha schierato degli F-16 con base a Mogadiscio e ha previsto nuovi progetti di basi aeree e navali.
Questo coinvolgimento nella lotta contro Al-Shabaab modifica l’equilibrio delle forze e le dinamiche del conflitto. Dal 2024, la Turchia è responsabile della gestione e della protezione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) della Somalia in cambio del 30% dei relativi proventi. Nel 2026 vi ha dispiegato una nave di trivellazione in seguito alla scoperta di un importante giacimento petrolifero e ha inviato tre navi da guerra per garantire la sicurezza delle operazioni di trivellazione. Allo stesso tempo ha creato la SOMTURK, una società mista turco-somaliana per la gestione delle risorse ittiche. Inoltre, la gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio è stata affidata a imprese turche. Oltre a ciò, la Turchia esercita un enorme soft power attraverso le borse di studio concesse agli studenti somali. Tutto ciò dimostra che la Somalia è una sfida energetica strategica per Ankara, che cerca di garantire i propri investimenti nel Paese, affermandosi al contempo come potenza marittima nel Mar Rosso… come prima del 1916. Tuttavia, mentre la Turchia rafforza il potere del presidente Hassan Sheikh Mohamud, scoppiano tensioni con gli Stati federati che si sentono emarginati da una crescente centralizzazione. Ciò fa sì che la Turchia si trovi a sua volta a dover affrontare le costanti divisioni claniche somale. L’attivismo turco nella regione del Corno d’ Africa sconvolge gli equilibri e la competizione regionale, provocando una forte rivalità con gli Emirati Arabi Uniti, molto attivi in Somaliland, nel Puntland e nel Jubaland, tre Stati che si scontrano con il governo centrale sostenuto da Ankara. In realtà, poiché la Turchia ha fatto della Somalia un pilastro della propria strategia energetica e marittima nel Mar Arabico e nel Golfo di Aden, si è quindi inserita in un gioco complesso che la pone in diretta competizione con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Per non parlare delle tensioni indirette con l’Etiopia, che a sua volta cerca di estendere la propria influenza regionale e, innanzitutto, di aprirsi uno sbocco marittimo sul Somaliland.
IL PUNTLAND NON È UNA FANTASIA
Il nome “Puntland” deriva dal “Paese di Pount”, la “Terra di Pount” dei testi egizi. Successivamente, tra il 1899 e il 1920, esistette lo Stato derviscio, un’entità clanico-religiosa darod nel nord della Somalia, principalmente nell’attuale Puntland. Nel 1998, i fondatori dello Stato autonomo hanno scelto il nome Puntland per sottolineare un’eredità storica e un’identità culturale radicate nella lunga storia del Corno d’Africa.
È comunemente accettato che il Paese di Punt fosse situato in Africa e non in Arabia, come dimostrano la sua fauna (babbuini e giraffe) e la sua flora (palma doum) . Il «Periplo del Mare Eritreo», scritto da un marinaio greco nel I secolo d. C., lo colloca precisamente nel nord della Somalia, nell’attuale Puntland.
L’antico Egitto e il «Paese di Punt»
Durante l’Antico Impero, sotto i regni di Pepi I (2330-2280), di Merenre I (2280-2270) e di Pepi II (2270-2700), faraoni della VI dinastia, abbiamo prove di numerose spedizioni che riportavano dal Paese di Punt pelli, avorio, oro, ebano, profumi e persino un pigmeo. Il prodotto più ricercato era l’incenso, una resina bianca solidificata ottenuta raschiando la corteccia dell’albero dell’incenso, o Boswellia Carterii. L’incenso cresce in Somalia e nello Yemen. Si tratta di un piccolo arbusto, il boswellia, di cui si incide il tronco per raccoglierne la linfa che, solidificandosi, forma piccole palline di colore giallastro. Tradizionalmente, l’incenso veniva fornito agli egiziani da marinai arabi sabei originari dell’ Hadramaut, che risalivano il Mar Rosso con il monsone di sud-ovest a novembre o a dicembre. Prima di arrivare in Egitto, questa preziosa merce passava per le mani di numerosi intermediari, il che ne aumentava il prezzo e spingeva gli egiziani a recarsi a comprarla direttamente nelle zone africane di produzione. Anche la mirra era molto ricercata dagli egiziani. È una resina secreta naturalmente da un arbusto e veniva utilizzata in farmacia, per la produzione di profumi e per l’imbalsamazione dei corpi. Durante l’Antico Impero, un uomo originario di Assuan fece incidere sulla propria tomba: « Essendo partito con i miei signori, i principi e i sigillatori del dio Teti e Khuri a Biblo e a Punt, undici volte ho visitato quei paesi »
Durante il Nuovo Impero, la regina Hatshepsut (1480-1457) inviò una spedizione a Punt, i cui dettagli sono raffigurati nei bassorilievi delle pareti del tempio di Deir el-Bahari nella Valle dei Re: fregi raffiguranti pesci di mare e non del Nilo, navi lungo la riva, un villaggio composto da capanne su palafitte ombreggiate da palme doum. Gli abitanti di Punt raffigurati non sono neri come gli egiziani li rappresentano solitamente, ma hanno lineamenti fini, simili a quelli degli attuali somali. Le merci caricate a bordo delle navi egiziane sono chiaramente identificabili: avorio, pelli di leopardo, legno, uova e piume di struzzo, giraffa, forse ghepardi e, naturalmente, i famosi alberi da incenso destinati a essere trapiantati in Egitto. L’interesse degli egiziani per il paese di Punt continuò per tutta l’epoca dinastica. Il Puntland, erede dello Stato derviscio?
Più vicino a noi, sul territorio dell’attuale Puntland, esisteva lo Stato derviscio guidato da Mohammed Abdullah Hassan (Sayyid Mohamed) , appartenente al sottoclan Dhulbahante. Questo Stato, che condusse una guerra ventennale contro i britannici del Somaliland britannico e contro gli italiani del Somaliland italiano, nutriva l’ambizione di unificare i clan somali sotto un’unica autorità religiosa. La dimensione sufi è certamente reale, ma è la logica clanica a spiegare la coesione del movimento, di cui il clan Dhulbahante costituiva il nucleo. I suoi principali capi militari, sia che si trattasse di Ismail Mire o di Diiriye Guure, appartenevano a questo sottoclan; allo stesso modo, le fortezze derviche di Taleh e Silsilat erano situate in territorio Dhulbahante. Il movimento derviscio era quindi innanzitutto un’affermazione politica dei Dhulbahante in un contesto di competizione tra clan. Il movimento tentò certamente di superare le divisioni claniche, ma non ci riuscì mai poiché la sua base Dhulbahante rimase dominante.
Se il clan Dhulbahante forniva gli uomini e il territorio, il sufismo salihiyya ne costituiva l’ideologia. La Salihiyya è una confraternita nata alla fine del XIX secolo e diventata particolarmente influente in Somalia e nella regione dell’Ogaden. Questa corrente spirituale, che spiega in larga misura la storia religiosa e politica somala moderna, fu fondata da Muhammad Salih ibn al-Hajj Abd al-Rahman, un erudito sudanese che aveva studiato alla Mecca. Il movimento si diffuse in Sudan, Somalia, Etiopia (Ogaden).
La Salihiyya sosteneva un Islam purificato e ostile all’ intercessione dei santi. In Somalia, fu il motore ideologico del movimento derviscio e della lotta anticoloniale condotta da Sayyid Mohammed Abdullah Hassan. La sua eredità perdura nelle dinamiche religiose somale contemporanee. Le forze contemporanee, come la Puntland Dervish Force — che è la forza armata ufficiale dello Stato del Puntland —, hanno ripreso il termine Daraawiish come simbolo identitario e utilizzano questa storia per legittimare le identità regionali.

Nel II secolo dell’era cristiana, un anonimo viaggiatore greco redasse una guida agli ancoraggi e ai porti, alle popolazioni, alle merci in commercio e alle tariffe commerciali nel Mar Rosso, nel sud dell’ Arabia e sulla costa occidentale dell’India. Questo testo, noto con il nome di Periplo del Mar Eritreo, costituisce una fonte eccezionale che permette di conoscere con reale precisione l’organizzazione degli scambi commerciali di quell’epoca.