Italia e il mondo

Dossier: Eritrea, Djibouti, Somaliland, Puntland, Somalia _ di Bernard Lugan

Numero speciale: Stretto di Bab el-Mandeb – Mar Rosso

Dopo la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, la presa del controllo della sponda araba dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi, alleati dell’Iran, sta sconvolgendo gli equilibri geopolitici del commercio marittimo. Infatti, dal 10 al 15% del commercio globale e quasi il 30% del traffico containerizzato transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Qualsiasi interruzione in questo stretto ha quindi un impatto immediato sulle catene di approvvigionamento tra Asia, Golfo Persico, Europa e resto del mondo. Il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb non erano al centro della geopolitica globale fino alla guerra Iran-Iraq. Fin dal XVI secolo, questa importante arteria economica è stata oggetto di intenso interesse da parte delle grandi e medie potenze. A lungo un vicolo cieco, il Mar Rosso è diventato una delle rotte marittime più trafficate al mondo dopo il 1869, anno dell’inaugurazione del Canale di Suez. Tuttavia, ancora oggi, le sue coste inospitali sono costellate di dhow ancorati all’imboccatura di queste rotte carovaniere, così vividamente descritte da Henry de Monfreid, e le cui persistenti dinamiche etno-tribali fanno da sfondo ai conflitti attuali. Oggi, il controllo dei suoi porti chiave – Gibuti, Berbera, Assab e, più a nord, quelli del Sudan – spiega la presenza militare regionale di Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Gibuti, snodo militare e logistico del Mar Rosso, ospita una base americana, una cinese, una francese, e navi giapponesi e italiane vi fanno regolarmente scalo. Vale anche la pena notare che la Turchia, che ha fatto della Somalia un protettorato virtuale, ha messo in scena un ritorno spettacolare in quella che un tempo era la sua sfera d’influenza, dalla quale era stata espulsa durante la Prima Guerra Mondiale. La frammentazione tra tre stati – Eritrea, Gibuti e Somalia – più due stati autoproclamati, Somaliland e Puntland, contesi tra potenze regionali ed extraregionali, accresce la complessità della situazione attuale. L’obiettivo di questo numero speciale è di spiegarne le costanti. Ciò è tanto più importante in quanto, dalla fine di settembre, la guerra è ripresa in Etiopia, un conflitto su tre fronti (Tigray, Afar e Amhara). Al centro di tutto, ancora una volta, ci sono questioni etno-territoriali che minacciano di frantumare il mosaico etnico di un paese senza sbocco sul mare sin dall’indipendenza dell’Eritrea. Se questo conflitto dovesse degenerare in una nuova guerra di tutti contro tutti, l’intera regione del Corno d’Africa potrebbe essere travolta dalle fiamme. Il numero di novembre 2026 di Afrique Réelle dedicherà un ampio spazio a questo nuovo conflitto e alle sue conseguenze. Bernard Lugan

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Il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el-Mandeb erano al centro della geopolitica globale ben prima della guerra Iran-Iraq. Fin dal XVI secolo, questa importante arteria economica è stata oggetto di intenso interesse da parte delle grandi e medie potenze. Oggi, dal 10 al 15% del commercio globale e quasi il 30% del traffico containerizzato transitano attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. Qualsiasi interruzione del suo traffico ha un impatto immediato sulle catene di approvvigionamento tra Asia, Golfo Persico, Europa e resto del mondo. Per questo motivo, fin dall’epoca delle scoperte portoghesi nel XVI secolo, la regione è stata teatro di rivalità militari. Porta marittima tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, il controllo dei suoi porti chiave – Gibuti, Berbera, Assab e, più a nord, quelli del Sudan – spiega l’attuale presenza militare di Stati Uniti, Cina, Francia, Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, Turchia e altri. È così che Gibuti, il “centro” militare e logistico del Mar Rosso, ospita una base americana (Camp Lemonnier), una base cinese, una base francese, e vi sono regolarmente presenti navi giapponesi e italiane.

ERITREA

L’Eritrea è una striscia di terra lunga 1000 km che si affaccia sul Mar Rosso, con una superficie di 121.000 km². È abitata da quasi 4 milioni di persone appartenenti a diversi gruppi etnici, equamente divise tra musulmani e cristiani.

Colonia italiana dal 1889 al 1941, l’Eritrea passò sotto l’amministrazione britannica fino al 1952, quando le Nazioni Unite permisero all’Etiopia di annetterla come entità autonoma con propria bandiera e governo. Dieci anni dopo, nel 1962, l’Etiopia la annesse definitivamente, scatenando una ribellione che si sarebbe conclusa solo trent’anni dopo, nel maggio del 1991, con la conquista di Asmara e la vittoria sull’esercito etiope. Nel 1993, nell’euforia della vittoria sul regime del colonnello Mengistu Haile Mariam, soprannominato “l’Imperatore Rosso”, l’Etiopia, sotto la guida di Meles Zenawi, riconobbe l’indipendenza dell’Eritrea, guidata da Isaias Afwerki. Il problema in Eritrea era la necessità di costruire uno stato, motivo per cui il regime di Asmara optò per la centralizzazione con un sistema a partito unico che si trasformò in una brutale dittatura. Una volta svanita l’iniziale alleanza militare, iniziarono ad emergere segnali di tensione tra Etiopia ed Eritrea quando, nel novembre del 1997, quest’ultima decise di creare una propria valuta, il nacf. Il messaggio di Asmara ad Addis Abeba fu chiaro: l’Eritrea stava effettivamente conquistando la propria indipendenza ritirandosi dal sistema monetario etiope – la cui valuta era il birr – e dalla zona di libero scambio che univa i due paesi. Fino ad allora, Addis Abeba aveva, in un certo senso, considerato l’indipendenza dell’Eritrea puramente teorica, poiché i due paesi erano ancora legati da una moneta comune. Tuttavia, in seguito alla separazione dall’Etiopia, l’Eritrea sentì la necessità di affermare la propria identità per sfuggire alla condizione di vassallaggio che la sua ex potenza coloniale intendeva mantenere. Le relazioni si deteriorarono gradualmente, con l’Eritrea che accusava l’Etiopia di interferenze, mentre Addis Abeba faticava ad accettare che Asmara avesse deciso di agire in modo indipendente, senza dover rendere conto alla sua ex potenza coloniale. Il conflitto è scaturito da una disputa territoriale: l’Eritrea chiedeva all’Etiopia la restituzione di diverse aree che riteneva le spettassero di diritto, dando inizio alle ostilità che si sono protratte dal 1998 al 2018. Nel 2018, la realtà ha colpito duramente l’Etiopia, che si è resa conto di non poter intraprendere una guerra per strappare Assab all’Eritrea. Nel luglio dello stesso anno, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed e il Presidente eritreo Isaias Afwerki hanno posto fine a questo conflitto irrisolvibile che stava prosciugando le risorse di entrambi i paesi.

La Repubblica di Gibuti è abitata da popolazioni afar e somale.

Gli Afar sono un popolo cuscitico la cui lingua è l’afar. Sono presenti a Gibuti, in Etiopia e in Eritrea. Anticamente erano conosciuti come Danakil. Pastori nomadi che vivono nelle zone aride della depressione dell’Afar, costituiscono la popolazione indigena della regione di Obock e Tadjoura (Tadjourah). I Somali sono composti da due gruppi: gli Issa, che sono indigeni, e gli Issak, che sono migranti provenienti dal Somaliland. Entrambi appartengono al gruppo Dir (mappa a pagina 10).

GIBUTI: IL SECOLO FRANCESE (1862-1977)

Poche terre lontane hanno affascinato l’immaginazione francese quanto l’avamposto commerciale di Obock e, in seguito, la colonia di Gibuti. Molti avventurieri furono ispirati dai sogni di Arthur Rimbaud o dai racconti di Henry de Monfreid. Eppure, come il grande storico Henri Brunschwig descrisse freddamente e scientificamente, inizialmente si trattava di una “colonia inutile”. Eppure, nel 1884, fu per ragioni strategiche che la Francia si stabilì su questa costa, particolarmente inospitale per sua natura, e fu attorno a un porto e, successivamente, a una linea ferroviaria che conduceva all’Etiopia, che la sua presenza si radicò saldamente.

Il Mar Rosso sta diventando strategico

L’11 marzo 1862, con una convenzione firmata con un inviato del sultano afar di Tadjourah, allora chiamato Danakil, la Francia prese possesso di Obock per la somma di 52 franchi d’oro. Tuttavia, Parigi attese fino al 1884 per stabilirvi una vera e propria base navale. Poiché Obock presentava seri inconvenienti, non ultimo la scarsa profondità del suo porto, nel 1888 fu acquisito il sito di Gibuti. Il 20 maggio 1896, la Francia, che possedeva diverse piccole enclavi (Obock, Tadjourah, il territorio del Danakil e il protettorato somalo), le unificò in un’unica entità di 23.000 km², che divenne nota come Colonia della Somalia francese e delle sue dipendenze (CFS), con Gibuti come capitale. Nel 1882, l’Italia, che deteneva il controllo del Golfo di Assab dal 1869, decise di occuparlo di fatto prima di impadronirsi di Massaua all’inizio del 1885. Da quel momento in poi, Roma perseguì una politica regionale molto attiva e cercò di imporre il suo protettorato sull’Abissinia (Etiopia). A partire dal 1898, la costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba trasformò completamente il destino della Somalia francese, poiché il porto di Gibuti divenne la porta d’accesso all’altopiano abissino. Tuttavia, le ambizioni regionali dell’Italia portarono a crisi le cui conseguenze dovettero essere sopportate dall’insediamento francese.

ambizioni italiane

In seguito alla firma del Trattato di Londra nell’aprile del 1915, l’Italia entrò in guerra a fianco degli Alleati dell’Intesa in cambio di garanzie di compensazione territoriale, parte della quale sarebbe stata ottenuta in Africa orientale per la sua colonia dell’Eritrea. Nel dopoguerra, queste promesse furono dimenticate fino agli Accordi di Roma, firmati nel gennaio del 1935 tra Pierre Laval e Benito Mussolini, una cui clausola prevedeva la cessione di parte della Somalia francese all’Italia. Con la campagna d’Etiopia (1935-1936), l’Italia fu costretta a inviare rinforzi di uomini e mezzi nella regione. Poiché i porti di Massaua e Assab non erano attrezzati per gestire questo volume aggiuntivo, gli italiani furono costretti a utilizzare il porto di Gibuti e la sua ferrovia, quintuplicando il traffico tra il 1935 e il 1937. Nel giugno del 1940, le forze italiane che attaccavano le Terre Francesi del Sud e dell’Antartide (CFS) furono respinte con l’aiuto di contingenti britannici provenienti dalla Somalia. Con l’armistizio del giugno 1940, gli italiani divennero quasi alleati e gli inglesi nemici, alterando profondamente gli equilibri di potere locali. Le autorità francesi rimasero saldamente fedeli a Vichy fino al 1° gennaio 1943, quando le truppe britanniche conquistarono Gibuti. Dopo la guerra, la Francia nutriva ambiziosi progetti per la sua colonia e decise di trasformarla in un porto internazionale. Il costo del progetto fu considerevole, poiché richiedeva il dragaggio del porto per accogliere tutti i tipi di navi, l’aumento del numero di banchine e la creazione di uno scalo merci per collegarle direttamente alla ferrovia di Addis Abeba. La Francia si impegnò anche a trasformare i Territori Francesi del Sud e dell’Antartico (CFS) in un centro finanziario internazionale. Per attrarre investitori, nel marzo 1949 fu creato il franco gibutiano, liberamente convertibile in dollari. Contemporaneamente, Gibuti divenne un porto franco destinato a controllare tutti gli scambi commerciali con l’Etiopia. Tuttavia, gli sforzi francesi furono in qualche modo ridimensionati da tre nuovi sviluppi:

1) Il contesto regionale era cambiato dopo la guerra. Nel 1952, le Nazioni Unite, avendo deciso di ricompensare l’Etiopia per la sua lotta contro l’Italia fascista, le assegnarono l’Eritrea, ex colonia italiana. L’Etiopia ebbe così finalmente accesso diretto al mare e, da quel momento in poi, fu chiaro che, per non dipendere più da Gibuti, avrebbe sviluppato i propri porti, tra cui quello di Assab.

2) Dal 1967 al 1975, Gibuti subì pienamente l’impatto della chiusura del Canale di Suez, che comportò la deviazione della rotta di Suez verso il Capo di Buona Speranza.

3) Dal 1945 al 1965, la popolazione della CFS raddoppiò, passando da 45.000 a 103.000 individui, per poi raddoppiare una seconda volta in dieci anni, raggiungendo i 250.000 abitanti nel 1975.

Verso la libertà

La denominazione di Somaliland francese (Côte française des Somalis) era impropria, poiché la sua popolazione era duplice: Afar (Danakil) e Issa (Somali). I Somali costituivano la maggioranza a causa dell’immigrazione di numerosi Issa dal Somaliland e da altre tribù somale provenienti dai paesi limitrofi. Gli Issa della CFS, o Somali “autoctoni”, erano meno numerosi degli Afar. Il censimento non ufficiale condotto per il referendum del 1967 registrò 22.000 elettori Afar contro 14.700 Issa. La rivalità tra questi due gruppi ha plasmato l’intera vita politica del territorio, soprattutto da quando gli inglesi avevano iniziato a elaborare un piano per unificare tutte le popolazioni somale del Corno d’Africa, che, unendosi in un unico stato, avrebbero potuto dare origine alla “Grande Somalia”. Con la creazione della Somalia, avvenuta nel luglio del 1960 attraverso l’unione dell’ex Somalia britannica e dell’ex Somalia italiana, il nazionalismo somalo e il suo irredentismo ebbero naturalmente delle conseguenze negli Stati Federati di Micronesia, che divennero un territorio d’oltremare nel 1946.

Pertanto, gli Afar, temendo il dominio degli Issa, rafforzato dagli immigrati somali, si schierarono con coloro che sostenevano il mantenimento della Somalia francese (CFS) all’interno del quadro francese. Dal canto loro, gli Issa si battevano per l’indipendenza, e alcuni dei loro leader arrivarono persino a propugnare l’annessione diretta alla “Grande Somalia”. Il 17 marzo 1967, la Francia organizzò un referendum nel territorio. La popolazione votò per l’indipendenza immediata o per rimanere all’interno della Repubblica francese con un nuovo status. Questa votazione fu seguita con grande attenzione dall’Etiopia, che all’epoca si trovava ad affrontare un’insurrezione nell’Ogaden, un territorio abitato da tribù somale. Addis Abeba temeva un voto a favore dell’indipendenza, che avrebbe significato una vittoria per gli Issa, e quindi per i somali, e forse anche l’annessione di Gibuti alla “Grande Somalia”, che includeva l’Ogaden etiope. Il voto è stato interamente etnico, con 22.000 elettori Afar e 22.555 voti a favore dell’adesione alla Francia. Si sono registrati anche 900 elettori europei e 1.400 arabi, mentre i voti contrari sono stati 14.666 e quelli dell’elettorato Issa 14.700. È interessante notare che solo i somali di origine africana…

La popolazione di Gibuti era stata chiamata a votare, e si dava per scontato che se tutti i somali avessero partecipato alle elezioni, il risultato sarebbe stato naturalmente completamente diverso. Questa votazione segnò quindi la generalizzazione della democrazia etno-matematica che avrebbe creato tanta agitazione in Africa durante gli anni ’80 e ’90. All’annuncio dei risultati, scoppiarono violenti scontri a Gibuti perché gli Issa, e più in generale tutti i somali, si rifiutarono di accettare la vittoria degli Afar. Invece di placare le tensioni, il referendum le aveva al contrario esacerbate, e si era instaurata una struttura di potere afar. La rottura tra le due popolazioni divenne definitiva, con le truppe francesi che fungevano da arbitri. Il 3 luglio 1967, la Somalia francese (CFS) divenne il Territorio degli Afar e degli Issa (TAI), un nome che finalmente teneva conto del dualismo etnico locale. Poi la Francia decise di ritirarsi, per cinque ragioni principali:

1) Le spese sostenute a causa della situazione costituzionale del Territorio stavano diventando eccessive.

2) Le autorità locali elette (Ali Aref e il suo clan) stavano diventando incontrollabili. 3) Le tensioni con la Somalia si stavano intensificando.

4) L’Etiopia stava combattendo la ribellione eritrea e la Francia temeva di essere coinvolta nel conflitto.

5) I paesi africani, quelli della Lega Araba e il Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite hanno criticato la Francia per la sua presenza “coloniale”.

Per tutte queste ragioni, la Francia decise di imporre l’indipendenza ai suoi alleati Afar. Nel dicembre del 1975, Ali Aref abbracciò questa idea e il suo partito divenne l’Unione Nazionale per l’Indipendenza. A contrastarlo, e quindi a contrastare gli Afar, c’era la Lega Popolare Africana per l’Indipendenza, un movimento degli Issa e, più in generale, del popolo somalo, guidato da Hassan Gouled, che assunse un atteggiamento sempre più assertivo. Nel luglio del 1976, gli eventi precipitarono in seguito alle dimissioni di Ali Aref. Il 28 febbraio 1977 si tenne a Parigi una Conferenza della Tavola Rotonda, che riunì tutte le fazioni politiche ed etniche dell’Alleanza Afar. Seguì un secondo incontro ad Accra, in Ghana, tra marzo e aprile, sotto l’egida dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana). La Lega Araba approvò successivamente il piano di indipendenza, che prevedeva un’alleanza politica tra gli Afar e gli Issa. Con il consenso di tutte le parti coinvolte, l’8 maggio 1977 si tenne un referendum in cui gli abitanti del Territorio degli Afar e degli Issa votarono a favore dell’indipendenza con il 98,8%. Lo stesso giorno si svolsero le elezioni legislative con una lista unica composta da 33 candidati Issa, 30 candidati Afar e 2 candidati arabi, tutti riuniti sotto la bandiera del Raggruppamento Popolare per l’Indipendenza. Il 27 giugno 1977 il Territorio ottenne l’indipendenza con il nome di Repubblica di Gibuti. In realtà, dopo un periodo di dominio Afar, il paese cadde sotto il dominio degli Issa e, più in generale, sotto quello dei Somali. Tutti gli eventi successivi derivarono da questa realtà, esacerbata dai disordini e dalle guerre in Eritrea, Etiopia e Somalia.

AFAR E ISSA: L’IMPOSSIBILE DEMOCRAZIA ETNICA

A Gibuti, la vita politica viene compresa attraverso la lente dell’etno-clan.

Nato nel 1977 su iniziativa francese, il neonato Stato di Gibuti soffriva di una mancanza di una realtà storica consolidata, dell’esistenza di confini artificiali e, soprattutto, di una divisione etnica aggravata dalla molteplicità dei clan. Inoltre, geograficamente incastonato tra Eritrea, Etiopia e Somalia, la Repubblica di Gibuti divenne una cassa di risonanza per i conflitti che affliggevano i paesi vicini, poiché la sua popolazione è imparentata con quella degli abitanti di questi tre paesi. Le tensioni etniche furono esacerbate dall’indipendenza, in quanto, a seguito di regolari flussi migratori, la popolazione somala aveva superato numericamente quella afar. Il blocco somalo, ovvero gli Issa, gli Issak e i Gadaboursi, rappresentava più della metà della popolazione di Gibuti. Mentre gli Issa erano dominanti tra i somali, il potere effettivo era nelle mani del sottoclan Mamassan, a cui apparteneva il presidente Hassan Gouled.

Regali etnici

Nel 1991, di fronte alla presa del potere da parte dell’Issa, sostenuto da vari gruppi somali, gli Afar tentarono un colpo di stato. Questo scatenò disordini che si diffusero in tutta la regione Afar nel gennaio del 1992. Nel giro di poche settimane, l’esercito gibutiano dell’Issa fu cacciato dal paese Afar o intrappolato nelle sue guarnigioni, come quelle di Obock, Tadjourah, Yokobi e Dikhil. La guerra si concluse con la firma di accordi di pace nel dicembre del 1994. Questi accordi prevedevano la legalizzazione del FRUD (Fronte per la Restaurazione dell’Unità e della Democrazia) e persino il suo ingresso nel governo, ma lasciarono dietro di sé un paese profondamente diviso e devastato. Nel gennaio del 1999, all’età di 83 anni, il presidente Hassan Gouled Aptidon si ritirò dopo 22 anni al potere. Le elezioni presidenziali si sono tenute il 6 aprile e sono state vinte dal suo successore designato, Ismael Omar Guelleh, che, come Issa del clan Mamassan, era stato il suo capo di gabinetto per oltre vent’anni. Nel 2025, ha fatto approvare una riforma che ha eliminato il limite di età per la carica presidenziale, consentendogli di ricandidarsi nel 2026.

La presenza militare francese

Camp Lemonnier, l’ex campo della Legione Straniera francese, intitolato al generale Émile-René Lemonnier, ufficiale delle truppe coloniali giustiziato dai giapponesi nel 1945 per essersi rifiutato di arrendersi in Indocina, è ora il quartier generale della Combined Joint Task Force Horn of Africa (CJTF-HOA) e l’unica base militare statunitense permanente in Africa. L’affitto pagato a Gibuti ammonta a decine di milioni di dollari all’anno. La Base Aerea 188 – Colonel Massart (BA 188) è l’installazione militare francese a Gibuti, situata presso l’aeroporto di Ambouli. Prende il nome dal colonnello René Massart, un pilota francese morto in servizio nel 1988. Costituisce il nucleo della presenza francese nel paese, insieme a unità terrestri e navali separate. La presenza di questa base consente il rapido dispiegamento delle forze francesi in Africa orientale, Medio Oriente e Oceano Indiano, oltre a fungere da centro di addestramento in un ambiente desertico. La Francia mantiene inoltre a Gibuti il ​​5° Reggimento Interforze d’Oltremare (5° RIAOM). Complessivamente, a Gibuti sono di stanza circa 1.400 militari francesi dell’Esercito, dell’Aeronautica e della Marina.

DJIBOUTI, UNO STATO PORTUALE

   Il porto di Gibuti è il cuore dell’economia della Repubblica di Gibuti. Genera la maggior parte del PIL, delle entrate pubbliche e dei posti di lavoro. È uno dei porti più efficienti dell’Africa, classificato al primo posto nel continente e al 24° posto nel mondo secondo l’indice di efficienza dei porti per container.

  Tradizionalmente, Gibuti rappresenta per l’Etiopia, che non ha sbocchi sul mare, una via naturale di accesso al mare, poiché è da lì che parte la ferrovia che conduce direttamente ad Addis Abeba, capolinea della linea ferroviaria. Sin dalla sua entrata in servizio nel 1917, Gibuti è quindi il porto dell’Etiopia. A partire dal 1954, Addis Abeba poté persino istituirvi una sede doganale autonoma incaricata di accelerare e facilitare la circolazione delle merci. Negli anni ’60 Gibuti fu il principale sbocco commerciale dell’Etiopia, di cui garantiva il 60% del volume. Successivamente, con il regime marxista del colonnello Mengistu Haile Mariam al potere ad Addis Abeba dal 1974 al 1991, Gibuti fu trascurato a favore del porto, allora etiope, di Assab, nell’attuale Eritrea, e meno del 10% del commercio etiope continuò a transitare per Gibuti. Assab, che aveva beneficiato di ogni attenzione da parte del governo marxista etiope e persino di misure protezionistiche volte a imporla come sbocco commerciale essenziale del Paese, arrivò così a rappresentare fino all’85% del commercio etiope. L’indipendenza dell’Eritrea nel 1993 cambiò naturalmente la situazione, poiché Assab divenne un porto eritreo e i suoi svantaggi, fino ad allora compensati dall’esercizio della sovranità etiope, si fecero allora sentire. Essi erano essenzialmente legati all’esistenza di una strada asfaltata di 870 km ormai in gran parte in condizioni precarie. Pertanto,   dal 1998, il traffico etiope transita nuovamente attraverso Gibuti, il che rappresenta una vera manna per il Paese. A Gibuti, i porti (Doraleh, terminal per container e zone franche) sono al centro di un modello economico basato sul transito, sulla riesportazione e sul trasbordo. I massicci investimenti (porti, ferrovie, zone economiche speciali) hanno consentito una crescita media di circa il 6% all’anno nell’ultimo decennio. Nel 2023, il settore portuale ha registrato una crescita del 34% grazie al commercio con l’Etiopia e all’ aumento del trasporto ferroviario. Nel 2024, l’attività portuale è cresciuta ulteriormente del 7,4%, trainata da un’impennata del trasbordo (+98%) legata alle tensioni nel Mar Rosso che hanno modificato le rotte marittime. Oggi Gibuti funge da porta d’accesso marittima per l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare con 120 milioni di abitanti, il cui commercio transita per oltre il 90% attraverso Gibuti. Dal punto di vista economico, i problemi che possono presentarsi a Gibuti sono di due tipi: – Le tensioni regionali con i rischi che gravano sullo stretto di Bab el-Mandeb. – La dipendenza da un unico partner, ovvero l’Etiopia.

  LA QUESTIONE SOMALA

   Il gruppo etnico somalo occupa una vasta parte del Corno d’Africa. I somali sono divisi in tre grandi gruppi, a loro volta suddivisi in tribù, clan e sottoclan. Si tratta dei Darod, degli Irir e dei Saab. È attorno a loro e alle loro numerose suddivisioni che si esercitava il potere tradizionale e che si sta svolgendo l’attuale conflitto[1].

  Durante il periodo coloniale, i clan somali furono suddivisi in cinque aree territoriali: il Somaliland britannico, il Distretto Settentrionale del Kenya, l’Ogaden etiope, la Somalia italiana e la Costa francese dei Somali. Nel 1936, dopo la vittoria sull’Etiopia, l’Italia annetté l’Ogaden alla Somalia. All’indomani della seconda guerra mondiale, un progetto britannico noto come «piano Bevin» propose la creazione di una Grande Somalia che riunisse il Somaliland, la Somalia e l’Ogaden, ma il progetto fallì poiché l’Etiopia si rifiutò di rinunciare all’Ogaden. Il 26 giugno 1960 il Somaliland ottenne l’indipendenza, seguito il 1° luglio dalla Somalia. Lo stesso giorno, i parlamenti dei due Stati decisero la fusione, dando così vita alla Repubblica di Somalia. Il nuovo Stato fu rapidamente lacerato dal clanismo, con il regime parlamentare che ne amplificava le divisioni, poiché ogni clan e ogni sottoclan aveva il proprio partito. Per una popolazione di meno di cinque milioni di abitanti, furono così registrati 90 partiti politici. Al presidente Edem Abdullah Osman succedette il presidente Ali Shermake, assassinato il 15 ottobre 1969. Il capo dell’esercito, il generale Siyad Barre prese allora il potere. Era un Darod del clan Maheran. Nel tentativo di porre fine al tribalismo e al clanismo, trovò una valvola di sfogo nel nazionalismo pan-somalico. La bandiera del Paese era del resto contrassegnata da una stella a cinque punte che simboleggiava la volontà di riunire tutti i somali in un unico Stato.

   Nel 1977, il generale Siyad Barre lanciò il proprio esercito nell’avventurosa guerra dell’Ogaden che lo oppose all’Etiopia e che si concluse in un vero e proprio disastro. La Grande Somalia non sarebbe esistita e, svanito il mito, le realtà claniche si imposero con ancora maggiore forza rispetto al passato. Il presidente somalo vide così sgretolarsi il proprio potere e, dopo aver combattuto il clanismo, fu allora costretto a fare affidamento proprio su di esso. Ben presto, il governo venne indicato solo con l’abbreviazione MOD, che significava Maheran Ogadeni-Dhulbahante, ovvero i tre clan Darod coinvolti negli affari di governo. Nel mese di aprile del 1978 una ribellione militare fomentata da ufficiali Majertein fu ferocemente repressa. Gli insorti furono giustiziati e il territorio majertein, nel nord-est della Somalia, fu oggetto di rappresaglie. Scoppiò allora una terribile guerra, al termine della quale il potente sottoclan degli Hawiyé ebbe la meglio sui Maheran. Poiché questi ultimi erano gli ultimi sostenitori del regime, il generale Siad Barre fu rovesciato il 27 gennaio 1991. Dopo la sua partenza, la Somalia subì il dominio di due fazioni antagoniste del CSU (Congresso Somalo Unificato), movimento degli Hawiyé che si frammentò secondo un criterio sub-clanico, con gli Agbal che si opponevano agli Habar Gedir (o Habr Gedir). Ali Mahdi Mohamed, capo del sottoclan Agbal, prese allora il potere e, già nel mese di febbraio 1991, iniziò a cacciare da Mogadiscio i suoi ex alleati Darod appartenenti alle tribù Majertein e Ogadeni. Poi, nel mese di novembre, i clan Hawiye si scontrarono in una guerra totale per il controllo di  Mogadiscio. Il conflitto oppose il clan Agbal di Ali Mahdi Mohamed al clan degli Habar Gedir guidato dal « generale» Mohamed Farah Aidid. Nel nord del Paese, il 18 maggio 1991, il Somaliland, ex protettorato britannico, si dichiarò indipendente. La guerra tra le milizie claniche provocò una terribile carestia e l’opinione pubblica americana si mobilitò. Nel dicembre 1992, un corpo di spedizione sbarcò in un’enorme operazione mediatica per «restituire la speranza» alle popolazioni somale. Il nome dell’operazione fu quindi «Restore Hope» e fu avviata in nome di una nuova dottrina inventata per l’occasione, l’ingerenza umanitaria. L’operazione fu un fallimento totale e il 4 maggio 1993, l’ONU subentrò agli Stati Uniti facendo sbarcare un corpo di spedizione di 28.000 uomini. Il 3 ottobre, 18 soldati americani furono uccisi e il presidente Clinton decise il ritiro delle truppe, abbandonando nel pantano somalo il contingente dell’ONU composto da soldati pakistani e bengalesi. Il 28 febbraio 1995 fu necessario un nuovo sbarco, denominato operazione «Scudo Unificato», per liberare gli sfortunati che erano diventati ostaggi. L’ONU lasciò la Somalia con un amaro fallimento politico e militare che le era costato 136 morti e 423 feriti. 

  I clan somali si ritrovarono quindi tra di loro e cominciarono a scontrarsi con ancora maggiore intensità. Poi un nuovo movimento fece la sua comparsa sulla scena somala: i Tribunali islamici, con le loro milizie Al-Shabaab, conquistarono una parte della Somalia, respingendo le forze «governative» e minacciando di prendere Mogadiscio. Nel 2007 l’Unione Africana dispiegò una missione per sostenere il governo federale di transizione che era stato appena costituito e per aiutarlo a combattere l’insurrezione islamista che si stava diffondendo nel sud e nel centro del Paese. Nel 2011 il Kenya inviò il proprio esercito in Somalia per combattere Al-Shabaab e tentare così di porre fine alle campagne terroristiche di cui era vittima. Nel 2012 fu istituito un governo federale somalo. Nel Nel 2015 nacque lo Stato Islamico in Somalia e poi, nel 2017, attentati su larga scala insanguinarono Mogadiscio. Nel 2022, il governo lanciò una potente offensiva che gli permise di riconquistare un terzo del territorio controllato da Al-Shabaab, ma nel 2023 il Puntland smise di riconoscere il governo federale e si dichiarò di fatto indipendente. Nel 2024 il Jubaland seguì la stessa linea politica del Puntland, il che segnò la rottura tra gli Stati federati e Mogadiscio.  

  SOMALIA: LA CRISI DEL 2026  

  In Somalia, all’inizio del 2026 è scoppiata una grave crisi politica poiché, con la scadenza dei mandati del Parlamento (aprile) e del presidente (maggio), le manovre volte a prorogarli hanno portato a una situazione di stallo costituzionale di cui hanno approfittato i jihadisti di Al-Shabaab.

   Dall’inizio del 2026, Al-Shabaab, che conduce attacchi contro i civili, le forze somale e le infrastrutture, sta riconquistando i territori persi nel 2022, in particolare nel centro del Paese e a sud di Mogadiscio. Per frenare questa offensiva, gli Stati Uniti, l’Etiopia e gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo attacchi contro Al-Shabaab e lo Stato Islamico. Da parte sua, la Missione di sostegno e stabilizzazione dell’Unione Africana (AUSSOM) è diventata teoricamente operativa nel gennaio 2026, ma soffre di una carenza di finanziamenti e di disaccordi sul comando. Il mandato del presidente Hassan Sheikh Mohamud è scaduto il 15 maggio 2026, ma il Parlamento federale ha adottato nel marzo 2026 alcuni emendamenti costituzionali che ne prorogano il mandato di un anno, fino a maggio 2027. In risposta, l’opposizione e diversi Stati federati hanno denunciato un «colpo di Stato costituzionale», il che ha provocato una frattura e una rottura tra Mogadiscio e diversi Stati. A metà giugno 2026, il Puntland ha di fatto proclamato la secessione nominando un comandante dell’esercito, senza dimenticare che il suo governo si considera un «governo indipendente» dal 2024. Il Jubaland ha preso le distanze da Mogadiscio, così come il Galmudug, uno dei cinque Stati federati della Somalia, situato al centro del Paese. Qui, la crisi politica si è aggravata nel 2026, con tensioni estreme tra il governo federale e il presidente dello Stato. Ebbene, il Galmudug è una zona di intenso conflitto, dove Al-Shabaab controlla gran parte del centro e del sud-est. La situazione è tanto più complessa in quanto il Galmudug è un mosaico clanico che lo rende una Somalia in miniatura. Vi vivono, tra gli altri, gli Habar Gidir, un sottoclan degli Hawiye, e diversi sottoclan  Darod come i Maheran e i Majerteen. Lo Stato del Galmudug è oggi un punto nevralgico per la Somalia poiché si trova al centro geografico del Paese ed è attraversato da assi stradali fondamentali che collegano Mogadiscio a nord, e quindi al Puntland secessionista.

  LA SOMALIA: UN PROTETTORATO TURCO?  

  La presenza turca nel Mar Rosso e in Somalia, che si inserisce in una lunga storia ereditata dal periodo ottomano (XVI–XX secolo), sta vivendo dal 2011 una ripresa strategica.  

  A seguito della visita del presidente Erdogan nel 2011, la Turchia ha instaurato un rapporto privilegiato con la Somalia. La Turchia svolge così un ruolo centrale, sia in ambito di sicurezza che politico ed economico. Diventata un attore di primo piano nella questione somala, i suoi interessi strategici regionali sono ormai allineati al futuro del paese. Un ritorno alla lunga storia La Turchia è presente nel Mar Rosso e in Somalia dal 1517, data della caduta dei Mamelucchi d’Egitto, che aprì il Mar Rosso e il Corno d’Africa all’Impero ottomano. Quest’ultimo cercava allora di contrastare i portoghesi nell’Oceano Indiano. Gli Ottomani controllarono in seguito Suakin (Sudan), Massaua (Eritrea), Hodeida (Yemen), ed esercitarono un controllo quasi totale sulla navigazione nel Mar Rosso. Nel 1559, Zeila fu annessa all’ Impero ottomano da Özdemir Pascià. Il nord della Somalia, in particolare Zeila e Berbera, rimase sotto il dominio ottomano fino al 1916, quando l’alleato locale della Porta, lo Stato derviscio (vedi pagina 15), crollò sotto la pressione militare britannica, italiana ed etiope. Questo contesto spiega perché, per la Turchia, la Somalia non sia una terra straniera. Oggi la Turchia ha fatto il suo grande ritorno nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, importante corridoio energetico con i snodi marittimi fondamentali di Bab el-Mandeb e Suez. Qui sta sviluppando una crescente capacità navale e un’influenza diplomatica. Dal 2017 dispone in Somalia della base militare TURKSOM, dove vengono addestrati i soldati somali. Il 2026 ha segnato una svolta nel coinvolgimento turco in Somalia: Ankara non si accontenta più di addestrare l’esercito somalo, poiché le sue forze sono ora direttamente impegnate al fianco delle unità somale. Nel mese di gennaio 2026, la Turchia ha schierato degli F-16 con base a Mogadiscio e ha previsto nuovi progetti di basi aeree e navali.  

  Questo coinvolgimento nella lotta contro Al-Shabaab modifica l’equilibrio delle forze e le dinamiche del conflitto. Dal 2024, la Turchia è responsabile della gestione e della protezione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) della Somalia in cambio del 30% dei relativi proventi. Nel 2026 vi ha dispiegato una nave di trivellazione in seguito alla scoperta di un importante giacimento petrolifero e ha inviato tre navi da guerra per garantire la sicurezza delle operazioni di trivellazione. Allo stesso tempo ha creato la SOMTURK, una società mista turco-somaliana per la gestione delle risorse ittiche. Inoltre, la gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio è stata affidata a imprese turche. Oltre a ciò, la Turchia esercita un enorme soft power attraverso le borse di studio concesse agli studenti somali. Tutto ciò dimostra che la Somalia è una sfida energetica strategica per Ankara, che cerca di garantire i propri investimenti nel Paese, affermandosi al contempo come potenza marittima nel Mar Rosso… come prima del 1916. Tuttavia, mentre la Turchia rafforza il potere del presidente Hassan Sheikh Mohamud, scoppiano tensioni con gli Stati federati che si sentono emarginati da una crescente centralizzazione. Ciò fa sì che la Turchia si trovi a sua volta a dover affrontare le costanti divisioni claniche somale. L’attivismo turco nella regione del Corno d’ Africa sconvolge gli equilibri e la competizione regionale, provocando una forte rivalità con gli Emirati Arabi Uniti, molto attivi in Somaliland, nel Puntland e nel Jubaland, tre Stati che si scontrano con il governo centrale sostenuto da Ankara. In realtà, poiché la Turchia ha fatto della Somalia un pilastro della propria strategia energetica e marittima nel Mar Arabico e nel Golfo di Aden, si è quindi inserita in un gioco complesso che la pone in diretta competizione con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Per non parlare delle tensioni indirette con l’Etiopia, che a sua volta cerca di estendere la propria influenza regionale e, innanzitutto, di aprirsi uno sbocco marittimo sul Somaliland.  

  IL PUNTLAND NON È UNA FANTASIA  

  Il nome “Puntland” deriva dal “Paese di Pount”, la “Terra di Pount” dei testi egizi. Successivamente, tra il 1899 e il 1920, esistette lo Stato derviscio, un’entità clanico-religiosa darod nel nord della Somalia, principalmente nell’attuale Puntland. Nel 1998, i fondatori dello Stato autonomo hanno scelto il nome Puntland per sottolineare un’eredità storica e un’identità culturale radicate nella lunga storia del Corno d’Africa. 

  È comunemente accettato che il Paese di Punt fosse situato in Africa e non in Arabia, come dimostrano la sua fauna (babbuini e giraffe) e la sua flora (palma doum) . Il «Periplo del Mare Eritreo», scritto da un marinaio greco nel I secolo d. C., lo colloca precisamente nel nord della Somalia, nell’attuale Puntland.

 L’antico Egitto e il «Paese di Punt» 

Durante l’Antico Impero, sotto i regni di Pepi I (2330-2280), di Merenre I (2280-2270) e di Pepi II (2270-2700), faraoni della VI dinastia, abbiamo prove di numerose spedizioni che riportavano dal Paese di Punt pelli, avorio, oro, ebano, profumi e persino un pigmeo. Il prodotto più ricercato era l’incenso, una resina bianca solidificata ottenuta raschiando la corteccia dell’albero dell’incenso, o Boswellia Carterii. L’incenso cresce in Somalia e nello Yemen. Si tratta di un piccolo arbusto, il boswellia, di cui si incide il tronco per raccoglierne la linfa che, solidificandosi, forma piccole palline di colore giallastro. Tradizionalmente, l’incenso veniva fornito agli egiziani da marinai arabi sabei originari dell’ Hadramaut, che risalivano il Mar Rosso con il monsone di sud-ovest a novembre o a dicembre. Prima di arrivare in Egitto, questa preziosa merce passava per le mani di numerosi intermediari, il che ne aumentava il prezzo e spingeva gli egiziani a recarsi a comprarla direttamente nelle zone africane di produzione. Anche la mirra era molto ricercata dagli egiziani. È una resina secreta naturalmente da un arbusto e veniva utilizzata in farmacia, per la produzione di profumi e per l’imbalsamazione dei corpi. Durante l’Antico Impero, un uomo originario di Assuan fece incidere sulla propria tomba: « Essendo partito con i miei signori, i principi e i sigillatori del dio Teti e Khuri a Biblo e a Punt, undici volte ho visitato quei paesi »

  Durante il Nuovo Impero, la regina Hatshepsut (1480-1457) inviò una spedizione a Punt, i cui dettagli sono raffigurati nei bassorilievi delle pareti del tempio di Deir el-Bahari nella Valle dei Re: fregi raffiguranti pesci di mare e non del Nilo, navi lungo la riva, un villaggio composto da capanne su palafitte ombreggiate da palme doum. Gli abitanti di Punt raffigurati non sono neri come gli egiziani li rappresentano solitamente, ma hanno lineamenti fini, simili a quelli degli attuali somali. Le merci caricate a bordo delle navi egiziane sono chiaramente identificabili: avorio, pelli di leopardo, legno, uova e piume di struzzo, giraffa, forse ghepardi e, naturalmente, i famosi alberi da incenso destinati a essere trapiantati in Egitto. L’interesse degli egiziani per il paese di Punt continuò per tutta l’epoca dinastica. Il Puntland, erede dello Stato derviscio? 

Più vicino a noi, sul territorio dell’attuale Puntland, esisteva lo Stato derviscio guidato da Mohammed Abdullah Hassan (Sayyid Mohamed) , appartenente al sottoclan Dhulbahante. Questo Stato, che condusse una guerra ventennale contro i britannici del Somaliland britannico e contro gli italiani del Somaliland italiano, nutriva l’ambizione di unificare i clan somali sotto un’unica autorità religiosa. La dimensione sufi è certamente reale, ma è la logica clanica a spiegare la coesione del movimento, di cui il clan Dhulbahante costituiva il nucleo. I suoi principali capi militari, sia che si trattasse di Ismail Mire o di Diiriye Guure, appartenevano a questo sottoclan; allo stesso modo, le fortezze derviche di Taleh e Silsilat erano situate in territorio Dhulbahante. Il movimento derviscio era quindi innanzitutto un’affermazione politica dei Dhulbahante in un contesto di competizione tra clan. Il movimento tentò certamente di superare le divisioni claniche, ma non ci riuscì mai poiché la sua base Dhulbahante rimase dominante. 

  Se il clan Dhulbahante forniva gli uomini e il territorio, il sufismo salihiyya ne costituiva l’ideologia. La Salihiyya è una confraternita nata alla fine del XIX secolo e diventata particolarmente influente in Somalia e nella regione dell’Ogaden. Questa corrente spirituale, che spiega in larga misura la storia religiosa e politica somala moderna, fu fondata da Muhammad Salih ibn al-Hajj Abd al-Rahman, un erudito sudanese che aveva studiato alla Mecca. Il movimento si diffuse in Sudan, Somalia, Etiopia (Ogaden).

  La Salihiyya sosteneva un Islam purificato e ostile all’ intercessione dei santi. In Somalia, fu il motore ideologico del movimento derviscio e della lotta anticoloniale condotta da Sayyid Mohammed Abdullah Hassan. La sua eredità perdura nelle dinamiche religiose somale contemporanee. Le forze contemporanee, come la Puntland Dervish Force — che è la forza armata ufficiale dello Stato del Puntland —, hanno ripreso il termine Daraawiish come simbolo identitario e utilizzano questa storia per legittimare le identità regionali. 

 

Nel II secolo dell’era cristiana, un anonimo viaggiatore greco redasse una guida agli ancoraggi e ai porti, alle popolazioni, alle merci in commercio e alle tariffe commerciali nel Mar Rosso, nel sud dell’ Arabia e sulla costa occidentale dell’India. Questo testo, noto con il nome di Periplo del Mar Eritreo, costituisce una fonte eccezionale che permette di conoscere con reale precisione l’organizzazione degli scambi commerciali di quell’epoca.

Il “ponte di Trump” potrebbe portare all’espulsione della Russia dal Caucaso meridionale_di Andrew Korybko

Il “ponte di Trump” potrebbe portare all’espulsione della Russia dal Caucaso meridionale

Andrew Korybko6 agosto
 
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L’Armenia potrebbe ritirarsi formalmente dal CSTO e sostituire le truppe russe con PMC americane.

L’ambasciatore statunitense in Turchia Tom Barrack ha proposto a metà luglio che il suo Paese affitti il corridoio di Zangezur per 100 anni come mezzo per sbloccare la situazione di stallo tra Armenia e Azerbaigian su questa questione. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha reagito negativamente alla proposta, accusando gli Stati Uniti di voler prendere il controllo del processo di pace e di mettere a repentaglio la stabilità regionale. Le sue dichiarazioni hanno fatto seguito a un rapporto secondo cui sarebbe già stato firmato un memorandum segreto per la creazione del “Ponte Trump”.

Il sito spagnolo Periodista Digital ha affermato che membri della diaspora armena hanno ottenuto questo documento dai loro contatti statali, che prevedono anche il dispiegamento di circa 1.000 PMC americani per garantire la sicurezza di questa rotta. La direttrice di RT Margarita Simonyan, di etnia armena e appassionata delle questioni relative alla patria dei suoi antenati, ha diffuso la notizia condividendola su X. È stata anche molto critica nei confronti del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, che ha precedentemente accusato di aver venduto l’Armenia alla Turchia.

Se concordato, e il rapporto rimane per ora non confermato, il “Trump Bridge” potrebbe portare all’espulsione della Russia dal Caucaso meridionale. L’ultima clausola del cessate il fuoco del novembre 2020 mediato da Mosca tra Armenia e Azerbaigian prevede che le guardie di frontiera dell’FSB russo garantiscano la sicurezza di quello che Baku ha poi definito il Corridoio di Zangezur attraverso la regione meridionale armena dello Syunik. La loro sostituzione con PMC americane potrebbe precedere l’espulsione delle truppe russe dall’Armenia.

Pashinyan ha confermato a metà luglio che l’Armenia probabilmente lascerà la CSTO invece di sbloccare la sua adesione che lui stesso aveva sospeso unilateralmente. Questo potrebbe essere il pretesto per richiedere il ritiro delle truppe russe contemporaneamente all’accoglienza delle PMC americane. Dal suo punto di vista, il loro dispiegamento potrebbe fungere da garanzia informale di sicurezza nei confronti dell’Azerbaigian e della Turchia, che ci penserebbero due volte prima di mettere in pericolo cittadini statunitensi, specialmente quelli che proteggono un progetto chiamato “Trump Bridge”.

Ciò che gli Stati Uniti vogliono ottenere da questo accordo, oltre ad alcuni facili profitti, è mettere in moto la sequenza di eventi necessaria per rimuovere le forze russe dall’Armenia, come spiegato sopra. Gli Stati Uniti possono anche monitorare il traffico militare turco lungo la rotta verso l’Asia centrale, alimentando possibilmente il separatismo azero nelle regioni settentrionali dell’Iran, a maggioranza azera. Un altro vantaggio è che Trump potrebbe presentare questo accordo come un modo per aver scongiurato la guerra e quindi aumentare le possibilità di ottenere il Premio Nobel per la Pace.

Le recenti agitazioni politiche in Armenia all’inizio dell’estate sono state in parte alimentate dal timore che Pashinyan fosse sul punto di concludere un accordo per l’apertura del corridoio di Zangezur senza alcun coinvolgimento della Russia. Questo scenario, unito al possibile ritiro imminente dell’Armenia dal CSTO, potrebbe rendere Syunik vulnerabile a un’invasione azera (turca?). Potrebbe quindi aver pensato che invitare le PMC americane a sostituire l’FSB russo potesse placare il suo popolo, ma quest’ultimo potrebbe comunque protestare se concedesse in affitto terreni armeni agli Stati Uniti.

Nel caso in cui ciò avvenga e non venga deposto da una rivoluzione popolare o da un colpo di Stato patriottico, il “Trump Bridge” dovrebbe portare a un’ondata di influenza turca in tutta l’Asia centrale, come spiegato qui, che potrebbe poi portare al distacco del Kazakistan e del Kirghizistan dalla CSTO. Il mezzo più semplice per raggiungere questo obiettivo geopolitico è che l’Armenia concluda un accordo economico-sicurezza con gli Stati Uniti che escluda il ruolo previsto dalla Russia nel monitoraggio del traffico militare turco verso l’Asia centrale. Non è chiaro come la Russia potrebbe impedirlo.

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Il triangolo di Lublino continua a barcollare

Andrew Korybko4 agosto
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Tuttavia, non riuscirà mai a realizzare il suo obiettivo iniziale di creare un Neo-Commonwealth.

I Ministri degli Esteri di Polonia, Lituania e Ucraina si sono incontrati a Lublino, nella Polonia orientale, a fine luglio per celebrare il quinto anniversario del loro ” Triangolo di Lublino “. Il nome si riferisce all’Unione di Lublino del 1569 che creò la Confederazione polacco-lituana, fondata sull’Unione di Krewo del 1385. Gran parte di quella che oggi è conosciuta come Ucraina faceva parte di quella civiltà guidata dai polacchi. Il Triangolo di Lublino è una piattaforma incentrata sulla sicurezza, la cui fondazione ha preceduto le elezioni bielorusse del 2020 di meno di due settimane.

Questo contesto suggerisce che l’obiettivo fosse quello di facilitare i loro sforzi congiunti per rovesciare Lukashenko attraverso la Rivoluzione Colorata pianificata che ne seguì, in seguito alla quale il nuovo governo bielorusso sarebbe stato ammesso nel Triangolo di Lublino, trasformandolo così nel nucleo di un “Neo-Commonwealth”. Quell’operazione di cambio di regime fallì, tuttavia, e questo a sua volta sventò il precedente piano geopolitico. Il Triangolo di Lublino fu poi dimenticato dalla maggior parte degli osservatori dopo la speciale l’operazione iniziò 18 mesi dopo.

Ci sono diverse ragioni per cui è tornato alla ribalta della cronaca, oltre a questo anniversario lungo cinque decenni. La prima riguarda i loro piani per rafforzare la cooperazione nel settore della difesa subito dopo il nuovo accordo tripartito di Trump . l’approccio al conflitto ucraino ha spostato l’onere di armare l’Ucraina sugli europei (sia direttamente che tramite il trasferimento di armi acquistate dagli Stati Uniti); il secondo è il ” Forum degli storici ” che hanno inaugurato; e il terzo sono i loro piani per un incontro presidenziale a Kiev .

Nell’ordine in cui sono stati menzionati, il recente bombardamento russo di una fabbrica polacca in Ucraina ha attirato l’attenzione sulla cooperazione di difesa tra Polonia e Ucraina. Varsavia ha affermato che si trattava di una fabbrica di pavimenti in legno, ma Mosca sostiene di colpire solo obiettivi legati alla difesa, quindi è possibile che anche in questo caso si trattasse di un’azienda che operava sotto copertura civile. Con il proseguire della cooperazione di difesa tra Polonia e Ucraina e dell’operazione speciale, sono previsti altri incidenti di questo tipo, che potrebbero essere sfruttati per giustificare l’escalation occidentale.

Per quanto riguarda il Forum degli Storici, questo ha lo scopo di contrastare le narrazioni divisive presumibilmente promosse dalla Russia, ma alcune interpretazioni polacche e ucraine della memoria storica sono inconciliabili. Tra queste, il trattamento riservato agli ucraini durante l’era del Commonwealth, la rivolta di Chmel’nyc’kyj, la ” Koliszczyzna “, il trattamento riservato agli ucraini nella Seconda Repubblica Polacca, il genocidio della Volinia e l'” Operazione Vistola “. È improbabile che il presidente entrante della Polonia, che ha guidato l’Istituto per la Memoria Storica, faccia concessioni.

Quanto detto in precedenza si collega all’incontro presidenziale previsto a Kiev. Karol Nawrocki ha fatto del riconoscimento del genocidio della Volinia da parte dell’Ucraina, nonché della riesumazione e successiva sepoltura delle oltre 100.000 vittime (per lo più donne e bambini), un elemento chiave della sua campagna. Si è inoltre impegnato a non sostenere l’adesione del Paese alla NATO né a inviare truppe sul posto. Nawrocki non prevede di interrompere il sostegno polacco all’Ucraina, ma queste politiche potrebbero rendere politicamente difficile per lui visitare Kiev in tempi brevi.

Come si può vedere, il Triangolo di Lublino esiste ancora, ma non raggiungerà mai il suo obiettivo iniziale di creare un Neo-Commonwealth. Il fallimento nel rovesciare Lukashenko, unito a tutto ciò che è accaduto dall’inizio dell’operazione speciale, ha portato a restringere il suo raggio d’azione a un club socio-culturale e di sicurezza. L’Ucraina è anche molto più ultranazionalista di prima e quindi riluttante a diventare il partner minore della Polonia. Il Triangolo di Lublino continuerà quindi a barcollare, ma l’opportunità di svolgere un ruolo importante è ormai perduta.

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SVR lancia nuovamente l’allarme su una provocazione sotto falsa bandiera anglo-ucraina in mare

Andrew Korybko7 agosto
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Il modus operandi della “Perfida Albione” è sempre stato quello del dividi et impera.

Il Servizio di Intelligence Estero russo (SVR) ha recentemente avvertito che britannici e ucraini stanno complottando per sabotare la cosiddetta “flotta ombra” russa, in un punto di strozzatura marittimo e/o in un porto amico, in modo da creare il pretesto per reprimere ulteriormente questo commercio energetico sanzionato. In precedenza avevano avvertito che quei due stavano preparando una provocazione ancora più grande, che si tratti di silurare una nave statunitense nel Baltico e/o di pescare finte mine russe lì, quindi non si tratta esattamente di una novità. Ecco tre briefing di approfondimento:

* 11 marzo: “ Le spie russe avvertono che il Regno Unito sta cercando di sabotare la nuova distensione prevista da Trump ”

* 18 giugno: “ Gli inglesi e gli ucraini stanno complottando per manipolare Trump e spingerlo a intensificare gli attacchi contro la Russia ”

* 6 luglio: “ Il Regno Unito mira a consolidare la propria influenza in Estonia per guidare il fronte artico-baltico ”

Entrambi gli avvertimenti dell’SVR menzionavano anche che l’ulteriore intento di queste provocazioni è quello di manipolare Trump affinché inasprisca la sua pressione contro la Russia, cosa che ha iniziato a fare il mese scorso sotto l’influenza di Lindsey Graham dopo aver svelato il suo nuovo approccio a tre punte al conflitto ucraino , ma potrebbe sempre andare oltre. Qui risiede l’obiettivo principale, dato che il Regno Unito sta complottando dall’inizio di marzo per sabotare la ” Nuova Distensione ” prevista da Trump con la Russia, secondo il rapporto dell’SVR all’epoca analizzato sopra.

Il mezzo più efficace a tal fine è organizzare provocazioni sotto falsa bandiera con l’aiuto dell’Ucraina. Senza un incidente drammatico come quello di cui l’SVR li ha già accusati due volte, c’è sempre la possibilità che le relazioni russo-americane possano riprendersi durante il secondo mandato di Trump, nel qual caso i leader della NATO, di cui si vantava di “fare quello che voglio”, potrebbero adeguarsi. Lo scenario di un riavvicinamento tra Russia e Occidente potrebbe quindi rendere il Regno Unito, guerrafondaio, geopoliticamente irrilevante.

Il modus operandi della “Perfida Albione” è sempre stato quello del “dividi et impera”, le cui prospettive future sarebbero molto difficili se le tensioni tra Russia e Occidente si attenuassero significativamente, con il conseguente rischio concreto che, per disperazione, tentino almeno una di queste provocazioni sotto falsa bandiera per impedirlo. In questo particolare scenario, il potenziale flusso di lavoro potrebbe vedere il Regno Unito ideare l’operazione, l’Ucraina svolgere il lavoro sporco e il loro principale partner regionale comune, l’Estonia, pescare mine russe false.

In un modo o nell’altro, che sia attraverso la manipolazione di Trump da parte di coloro a lui vicini, sotto la cui perniciosa influenza è caduto, o attraverso una provocazione sotto falsa bandiera anglo-ucraina, un’escalation della missione americana contro la Russia appare quindi più probabile di una de-escalation. Anche nell’imprevisto caso in cui si verifichi una de-escalation delle tensioni russo-americane/occidentali, indipendentemente dalla forma che assuma e indipendentemente dal fatto che sia davvero significativa o solo superficiale, il Regno Unito potrebbe comunque sabotarla.

Lo scenario migliore è che Trump attenui (e poi idealmente ponga fine) al conflitto ucraino, mantenga la rotta e non ceda alle provocazioni sotto falsa bandiera che potrebbero seguire, ma questa sequenza di eventi è certamente un pio desiderio, quindi nessuno dovrebbe farsi illusioni. L’SVR ha fatto la sua parte mettendo pubblicamente in guardia contro gli sforzi congiunti britannico-ucraini per manipolare Trump e spingerlo a intensificare la sua azione contro la Russia, quindi spetta a lui non permetterglielo, altrimenti sarà lui il responsabile di qualsiasi cosa possa accadere in seguito.

È surreale che “Slava Ukraini” sia stato appena urlato al Sejm

Andrew Korybko5 agosto
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I fascisti ucraini urlavano questo slogan mentre genocidiavano oltre 100.000 polacchi durante la seconda guerra mondiale, quindi nessun polacco che si rispetti dovrebbe mai usarlo, figuriamoci un parlamentare del Sejm.

Il deputato polacco Roman Fritz, del partito conservatore-nazionalista Confederazione, ha recentemente attaccato una collega del Sejm che aveva concluso il suo discorso gridando “Slava Ukraini” . Nelle sue parole, “Qui abbiamo avuto un esempio di comportamento vergognoso: Bandera e i nazisti. Cose del genere non sono ancora accadute nel Sejm polacco. È come se qualcuno qui gridasse ‘Sieg Heil!’. È una vergogna”. L’ambasciatore ucraino, come prevedibile, ha difeso quello slogan, ma poi lo ha anche paragonato allo slogan polacco “Niech żyje Polska” (“Viva la Polonia”).

Sebbene possano sembrare simili, sono stati utilizzati in contesti completamente diversi: “Niech żyje Polska” era un grido di battaglia per l’indipendenza polacca dopo le spartizioni e per la vera sovranità durante gli anni ’80, mentre “Slava Ukraini” veniva urlato dai fascisti ucraini durante il genocidio dei polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale. È per questo motivo che gridare “Slava Ukraini” al Sejm è così surreale, mentre il paragone fatto dall’ambasciatore Vasily Bodnar tra questo slogan e il famoso “Niech żyje Polska” della Polonia è così disonesto.

Il Presidente eletto Karol Nawrocki, che in passato ha guidato l’Istituto polacco per la Memoria Nazionale, che ha fatto molto per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sul genocidio della Volinia di cui sopra, sarà insediato mercoledì mattina. Quest’ultimo scandalo, che segue quello di inizio giugno in cui il Ministero degli Esteri ucraino ha minimizzato la suddetta serie di crimini di guerra commessi dai suoi connazionali, potrebbe quindi irrigidire la sua posizione, già dura, nei confronti di questa questione in particolare e dell’Ucraina in generale.

La politica estera polacca è formulata attraverso la collaborazione tra Presidente, Primo Ministro e Ministro degli Esteri, quindi Nawrocki non può unilateralmente alimentare questo scandalo in modi che influenzino significativamente i rapporti con l’Ucraina, ma può comunque dare l’esempio chiarendo quanto ciò sia inaccettabile. Sondaggi autorevoli hanno dimostrato che i polacchi si stanno stufando dell’Ucraina, sia dei suoi rifugiati che della guerra per procura, quindi una ferma presa di posizione contraria potrebbe rafforzare la sua base elettorale in vista delle elezioni del Sejm dell’autunno 2027.

Proprio in concomitanza con lo scandalo “Slava Ukraini” del Sejm, il Ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha ospitato il suo omologo ucraino Andrey Sibiga nella sua residenza, durante la quale hanno riaffermato la forza dei loro legami bilaterali. Ciò è avvenuto poco dopo l’incontro avvenuto nella città sudorientale polacca di Lublino insieme al loro omologo lituano per celebrare il quinto anniversario del ” Triangolo di Lublino “. La vicinanza di Sikorski a Sibiga complicherà quindi qualsiasi tentativo di Nawrocki di inasprire la politica polacca nei confronti dell’Ucraina.

Nawrocki farebbe comunque bene a commentare questo scandalo in qualche modo, anche se per ragioni politiche, come spiegato. Ciò giustificherebbe anche qualsiasi potenziale stallo che potrebbe verificarsi sul futuro dei rapporti polacco-ucraini sotto la sua guida, invece di cedere la parola a Sikorski e al Primo Ministro Donald Tusk, che dovrebbero accusarlo di fare politica se manterrà la posizione promessa nei confronti dell’Ucraina. La realtà, però, è che Nawrocki ha ragioni di principio per questo approccio.

Opporsi all’invio di truppe polacche in Ucraina e alla sua adesione alla NATO riduce il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Quanto alle sue richieste che l’Ucraina riesumi e seppellisca adeguatamente le vittime del genocidio della Volinia, sta solo chiedendo di fare per loro ciò che ha già fatto per oltre 100.000 soldati della Wehrmacht . Allo stesso modo, condannare l’uso di “Slava Ukraini” nel Sejm e il falso paragone di Bodnar con “Niech żyje Polska” sono altrettanto fondati su principi, che farebbe bene a sottolineare per ragioni patriottiche e politiche.

Gli studenti del Bangladesh si aspettavano la democrazia, non la “pakistanizzazione”, un anno dopo aver rovesciato Hasina

Andrew Korybko5 agosto
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L’esercito ora detiene di nuovo un’influenza preminente su tutti gli aspetti degli affari nazionali, è sospettato di incoraggiare quantomeno tacitamente sentimenti estremisti per ragioni di convenienza politica interna ed estera (quest’ultima nei confronti dell’India) e le folle hanno ucciso minoranze.

Il 5 agosto segna il primo anniversario del cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti contro l’ex Primo Ministro bengalese Sheikh Hasina, avvenuto con successo. Alcuni degli stessi studenti che hanno contribuito a rovesciarla hanno manifestato a sostegno di elezioni il prima possibile. Si aspettavano la democrazia, che concepiscono come elezioni libere ed eque secondo i loro standard, ma il loro Paese sta invece vivendo quella che può essere definita “pakistanizzazione”.

L’esercito ora detiene di nuovo un’influenza preminente su tutti gli aspetti degli affari nazionali, è sospettato di incoraggiare quantomeno tacitamente sentimenti estremisti per ragioni di convenienza politica interna ed estera (quest’ultima nei confronti dell’India), e le folle hanno ucciso minoranze . Anche i legami con l’India si sono deteriorati, mentre quelli con Cina e Pakistan si sono rafforzati . Tutto ciò era prevedibile, dato che la stessa Hasina aveva avvertito i suoi compatrioti di ciò che li avrebbe attesi se il colpo di stato contro di lei avesse avuto successo.

Gli Stati Uniti hanno incoraggiato il suo rovesciamento per “ucrainizzare” il Bangladesh contro l’India, che nel contesto regionale assume la forma di una “pakistanizzazione”, come mezzo per ostacolare l’ascesa dell’India come Grande Potenza. Questa strategia è portata avanti da Trump, nonostante l’abbia ereditata dal suo nemico Biden, come recentemente accennato qui . Le minacce convenzionali e non convenzionali alla sicurezza dell’India provenienti dal Bangladesh mirano a costringere l’India a subordinarsi come vassallo americano. Ecco sette elementi di contesto:

* 6 agosto 2024: “ Analisi della sequenza del cambio di regime che ha rovesciato il primo ministro di lunga data del Bangladesh ”

* 17 agosto 2024: “ Il WaPo fa luce sulle gravi divergenze tra India e Stati Uniti sul Bangladesh ”

* 27 agosto 2024: “ La Cina non sarà troppo colpita negativamente dal cambio di regime in Bangladesh sostenuto dagli Stati Uniti ”

* 22 dicembre 2024: “ Una mappa provocatoria condivisa dall’assistente speciale del leader del Bangladesh rivendica l’India ”

* 1 aprile 2025: “ Il Bangladesh ha piani di integrazione regionale o di guerra ibrida per l’India nord-orientale? ”

* 5 maggio 2025: “ Il Bangladesh ci riprova con un’altra rivendicazione territoriale ‘plausibilmente negabile’ sull’India ”

* 30 maggio 2025: “ Il Bangladesh è diviso sull’opportunità di aiutare gli Stati Uniti a ricavare uno Stato proxy dal Myanmar ”

L’ordine politico e la politica estera del Bangladesh dipendono in larga misura dall’accettazione da parte dei suoi governanti militari de facto di promuovere ulteriormente gli obiettivi regionali degli Stati Uniti, con l’adesione che garantisce loro la continuità del potere, proprio come in Pakistan, mentre la ribellione potrebbe portare a pressioni per indire elezioni veramente libere. Non si può quindi escludere che aiuteranno gli Stati Uniti a ritagliarsi uno stato proxy dal Myanmar per collegarsi allo Stato Kachin ( le cui terre rare gli Stati Uniti stanno tenendo d’occhio) e riprendere il sostegno ai terroristi-separatisti designati da Delhi.

Allo stesso tempo, è anche possibile che sfidino gli Stati Uniti nell’interesse nazionale, ma Trump potrebbe sempre, in quel caso, imporre dazi aggiuntivi con qualsiasi pretesto (presumibilmente democratico e/o umanitario) per danneggiare l’economia del Bangladesh, generare ulteriori disordini e usarli come arma contro di loro. Questo scenario richiede anche che i suoi leader militari de facto risolvano pragmaticamente i problemi con l’India, tengano elezioni veramente libere e smettano di anteporre i propri interessi personali, il che non può essere dato per scontato.

Di conseguenza, la possibilità più probabile è che cerchino di bilanciare interessi nazionali e personali offrendo solo un sostegno parziale agli obiettivi regionali degli Stati Uniti, ma questo potrebbe rivelarsi insostenibile nel tempo. Ciononostante, finché rimarranno in una certa misura nelle grazie degli Stati Uniti, potrebbero probabilmente ricorrere alla forza letale per rimanere al potere, proprio come hanno fatto le loro controparti pakistane se mai scoppiassero proteste di base, vanificando di fatto il rovesciamento di Hasina dal punto di vista degli studenti.

L’offerta di minerali essenziali del Somaliland agli Stati Uniti potrebbe spostare l’ago della bilancia a favore del riconoscimento

Andrew Korybko3 agosto
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Questa proposta potrebbe catturare l’attenzione del Trump 2.0 e, in ultima analisi, catalizzare una svolta regionale degli Stati Uniti.

Bloomberg ha pubblicato un aggiornamento alla fine del mese scorso sulla lunga ricerca del Somaliland per ottenere il riconoscimento americano della sua nuova dichiarazione di indipendenza del 1991. Oltre ad essersi offerto di ospitare una base militare statunitense, il che non è una novità, ora offre anche un accordo sui minerali essenziali . Ciò è in linea con la tendenza globale di paesi dal Pakistan all’Ucraina e alla Repubblica Democratica del Congo a sfruttare le loro riserve (in alcuni casi solo presunte) di questa risorsa come mezzo per assicurarsi il continuo sostegno degli Stati Uniti.

Sebbene Bloomberg abbia osservato che il Dipartimento di Stato ha ribadito l’attuale politica statunitense di “Una Somalia”, resta la possibilità che questa possa cambiare a seconda delle dinamiche in evoluzione nella regione. Per quanto riguarda la Somalia, The Economist ha recentemente pubblicato un rapporto su come “il suo progetto di costruzione dello Stato sia a pezzi” dopo i nuovi successi terroristici e l’intensificarsi delle forze centrifughe regionali . Trump 2.0 potrebbe quindi preferire abbandonare la Somalia a favore di un orientamento verso un Somaliland più stabile e prospero.

Una decisione del genere rischierebbe di offendere l’Egitto, “principale alleato non-NATO”, inizialmente sostenuto da Trump a favore dell’Etiopia durante la disputa sulla Grande Diga della Rinascita Etiope (GERD), dato che la Somalia ha fatto affidamento sull’Egitto (e sull’Eritrea) per tutto l’ultimo anno come “contrappeso” all’Etiopia. Il contesto era il Memorandum d’intesa (attualmente non rispettato) dell’Etiopia con il Somaliland sul riconoscimento della sua indipendenza e sulle partecipazioni in almeno una compagnia statale in cambio di un porto proprio per diversificare la dipendenza da quello di Gibuti.

Etiopia e Somalia hanno poi avviato un riavvicinamento all’inizio di quest’anno, favorito dalla mediazione turca, ma all’inizio di luglio sono circolate voci secondo cui i colloqui si sarebbero bloccati. Più tardi, il mese scorso, è emerso un altro rapporto secondo cui ” l’Egitto ha respinto il prezzo che deve pagare per la posizione degli Stati Uniti contro l’Etiopia “, che avrebbe sostenuto il piano israeliano di ricollocazione di Gaza e forse avrebbe persino ospitato molti, se non tutti, i cittadini di Gaza. Ciò ha creato un’opportunità per l’Etiopia di impegnarsi in una diplomazia creativa con gli Stati Uniti.

Ciò potrebbe concretizzarsi non escludendo la partecipazione al piano israeliano di ricollocazione a Gaza, secondo un recente rapporto di Axios e a differenza di quanto presumibilmente ha appena fatto l’Egitto, sebbene subordinata al finanziamento estero del soggiorno di questi rifugiati e solo nel caso in cui altri (soprattutto Stati a maggioranza musulmana) li accolgano. Mantenendo viva l’attenzione degli Stati Uniti e segnalando così, per contrasto, di essere un partner regionale più affidabile dell’Egitto, l’Etiopia potrebbe quindi suggerire di facilitare un accordo con il Somaliland, che potrebbe assumere una forma simile.

Invece di riconoscere unilateralmente il Somaliland da parte degli Stati Uniti, questa iniziativa potrebbe essere coordinata con l’Etiopia, partner emiratino comune di tutti e tre, e con l’India . L’inclusione di quest’ultima soddisferebbe la sua presunta ricerca di una base navale regionale, creando al contempo l’immagine simbolica del riconoscimento simultaneo di quella che, in tale scenario, sarebbe la democrazia più giovane del mondo, sia per la più antica democrazia (gli Stati Uniti) che per la più grande (l’India). L’Etiopia potrebbe rendere più allettante l’accordo proponendo anche un proprio accordo sui minerali essenziali con gli Stati Uniti.

Questi vantaggi – una base militare in Somaliland, accordi minerari critici con il Somaliland e l’Etiopia, e un quadro multilaterale simile agli Accordi di Abramo per il Somaliland con Emirati Arabi Uniti, India e probabilmente anche altri – potrebbero convincere Trump a sostituire l’Egitto con l’Etiopia e il Somaliland come principali partner regionali degli Stati Uniti. Potrebbe già essere offeso dal rifiuto categorico dell’Egitto alla presunta contropartita statunitense per Gaza e GERD, quindi è possibile che sia aperto a questo accordo se l’Etiopia e il Somaliland giocano bene le loro carte.

Zelensky non ha alternative praticabili all’accettazione dell’accordo sbilanciato sulle risorse di Trump, di Andrew Korybko

Zelensky non ha alternative praticabili all’accettazione dell’accordo sbilanciato sulle risorse di Trump

Andrew Korybko2 aprile
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Sacrificherebbe la sua carriera politica, l’eredità che si prospetta agli occhi degli ucraini e parte della sovranità economica del suo Paese, ma eviterebbe uno scenario molto peggiore rispetto a quello che si sarebbe verificato se avesse rifiutato l’accordo.

Trump ha avvertito lo scorso weekend che Zelensky avrà “alcuni problemi, grossi, grossi problemi” se “cercherà di tirarsi indietro dall’accordo sulle terre rare” in mezzo a resoconti secondo cui l’ultima versione di questo accordo è molto sbilanciata. Si presume che obblighi l’Ucraina a versare metà delle sue entrate da tutti i progetti di risorse e infrastrutture correlate in un fondo di investimento controllato dagli Stati Uniti, a rimborsare tutti gli aiuti statunitensi dal 2022 in poi attraverso questi mezzi e a dare agli Stati Uniti il diritto di prima offerta su nuovi progetti e un veto sulle vendite di risorse ad altri.

Queste condizioni più dure possono essere considerate una punizione per Zelensky che ha scelto la sua famigerata lotta con Trump e Vance alla Casa Bianca a fine febbraio, ma l’intero pacchetto viene venduto all’Ucraina come una “garanzia di sicurezza” dagli Stati Uniti. L’argomentazione è che l’America non permetterà alla Russia di minacciare questi progetti, che includono anche oleodotti e porti, portandola così almeno a riprendere i livelli del 2023 di aiuti militari e di intelligence e forse anche a intensificare direttamente con la Russia per farla tornare indietro.

L’Ucraina ha già in un certo senso delle garanzie simili all’articolo 5 dagli Stati Uniti e da altri importanti paesi della NATO per i patti bilaterali che ha stretto con loro per tutto l’anno scorso, come spiegato qui , ma questa proposta di accordo dà agli Stati Uniti una posta in gioco tangibile nel dissuadere o interrompere immediatamente le ostilità. Il compromesso, però, è che l’Ucraina deve sacrificare parte della sua sovranità economica, il che è politicamente scomodo poiché Zelensky ha detto ai suoi compatrioti che stanno combattendo per preservare la sua piena sovranità.

Se Zelensky accettasse l’accordo sbilanciato sulle risorse di Trump, allora l’ottica di qualsiasi cessate il fuoco , armistizio o trattato di pace si accoppierebbe al riconoscimento globale de facto del controllo russo sul quinto del territorio ucraino pre-2014 che Kiev rivendica ancora come proprio per creare la percezione di una partizione asimmetrica congiunta. Non solo la carriera politica di Zelensky potrebbe finire se l’Ucraina fosse costretta a tenere elezioni veramente libere ed eque , ma anche la sua prevista eredità agli occhi degli ucraini come il principale “combattente per la libertà” di questo secolo verrebbe distrutta.

Non ha però alcuna alternativa fattibile, dal momento che agire alle spalle di Trump per raggiungere un accordo relativamente migliore con i britannici e/o gli europei non porterebbe alle “garanzie di sicurezza” di cui si è convinto che l’Ucraina abbia bisogno per scendere a compromessi con la Russia. Nessuno, a parte gli Stati Uniti, ha la minima possibilità di affrontare militarmente la Russia, per non parlare della volontà politica, e per non parlare dei loro investimenti in un paese terzo dilaniato dalla guerra, la cui ricchezza di risorse è presumibilmente discutibile .

Se Zelensky continua a tergiversare, allora Trump potrebbe di nuovo sospendere temporaneamente gli aiuti militari e di intelligence all’Ucraina come leva, mentre aggiunge termini ancora più punitivi come vendetta. Anche il conflitto con la Russia continuerebbe naturalmente, rendendo così impossibile per l’Ucraina sviluppare la sua industria delle risorse e le infrastrutture correlate, anche se raggiungesse un accordo con qualcun altro. Più a lungo dura il conflitto, maggiore è la probabilità che la Russia distrugga anche altri di quegli stessi beni.

Ma se Zelensky accettasse l’ultimo accordo in offerta, otterrebbe le “garanzie di sicurezza” che sta cercando, rendendolo più propenso ad accettare un cessate il fuoco e quindi portando eventualmente Trump a fare ulteriore pressione su Putin affinché segua l’esempio, come l’ imposizione di severe sanzioni secondarie ai clienti petroliferi russi. Zelensky sacrificherebbe la sua carriera politica, la sua prevista eredità agli occhi degli ucraini e parte della sovranità economica del suo paese, ma eviterebbe uno scenario molto peggiore rispetto a quello che si verificherebbe se rifiutasse questo accordo.

L’inviato economico di Putin ha contribuito a rompere l’impasse tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina

Andrew Korybko4 aprile
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La diplomazia economica creativa è stata la chiave per riportare sulla giusta strada i colloqui, sempre più bloccati.

L’inviato speciale presidenziale russo Kirill Dmitriev, che è anche l’amministratore delegato del Russian Direct Investment Fund, ha fatto visita a Washington la scorsa settimana per continuare i negoziati con gli Stati Uniti sui legami bilaterali e l’Ucraina. Il suo viaggio ha avuto successo, con Dmitriev che ha affermato in seguito che “abbiamo fatto tre passi avanti su un gran numero di questioni” e ha elogiato il team di Trump per il loro sincero interesse nel comprendere la posizione della Russia. Ciò è avvenuto diversi giorni dopo che Trump aveva segnalato la sua crescente impazienza per un accordo, come analizzato qui .

Dmitriev è stato descritto da RT come il “capo inviato economico della Russia nei recenti colloqui tra Russia e Stati Uniti”, il che assume un significato ancora più grande dato il contesto sopra menzionato e la preferenza di Trump per la diplomazia transazionale. È anche molto amico degli americani , avendo studiato sia a Stanford che ad Harvard, quindi è una persona con cui i funzionari statunitensi possono andare d’accordo e sentirsi a proprio agio a parlare. Questi fattori si combinano per elevare l’importanza della diplomazia economica creativa nei colloqui tra Russia e Stati Uniti.

Sebbene fossero stati fatti progressi nel riparare i legami bilaterali prima del viaggio di Dmitriev, l’aspetto ucraino dei loro negoziati aveva presumibilmente raggiunto un punto morto a causa del rifiuto di Putin di scendere a compromessi importanti su questioni che considera fondamentali per la sicurezza nazionale della Russia. Questo spiega la rabbia auto-ammessa di Trump nei confronti di Putin, ma le proposte di Dmitriev per investimenti privilegiati degli Stati Uniti nel settore delle risorse russe e un accesso altrettanto privilegiato al suo enorme mercato hanno contribuito ad alleviare la situazione.

Era l’uomo giusto che parlava delle cose giuste al momento giusto, il che spiega perché Trump abbia dichiarato dopo i colloqui di Dmitriev con alti funzionari che “Penso che il presidente Putin sia pronto a fare un accordo”, ribaltando così ciò che lui stesso aveva lasciato intendere meno di una settimana prima sulla perdita di pazienza con Putin. Il suo voltafaccia suggerisce quindi che era soddisfatto di qualsiasi proposta commerciale, di investimento e di risorse che Dmitriev avesse offerto agli Stati Uniti. Ciò contrasta anche con la difficoltà degli Stati Uniti nel concludere un accordo sulle risorse con l’Ucraina.

Il modo in cui tutto questo si collega alla rottura dell’impasse menzionata in precedenza sull’Ucraina è che gli Stati Uniti potrebbero ora essere più flessibili con il loro obiettivo finale previsto dopo aver appreso che la Russia ha intenzione di ricompensarli con accordi commerciali, di investimento e di risorse privilegiati per costringere l’Ucraina a compromessi che si allineano con gli interessi di sicurezza nazionale della Russia che Putin insiste debbano essere parte di qualsiasi accordo finale. Queste carote che Dmitriev ha sventolato potrebbero quindi essere abbastanza allettanti da spingere Trump a rivedere il suo piano di pace per soddisfare Putin.

Per essere chiari, Putin non sta cercando di “comprare” Trump, ma di gettare una solida base economica su cui il nascente Russo – Stati Uniti “ Nuovo La “distensione ” potrebbe diventare una partnership strategica dopo la fine del conflitto ucraino . La cooperazione sulle risorse, in particolare sull’estrazione di combustibili fossili dall’Artico e di minerali di terre rare dal Donbass , è considerata dai decisori politici russi come il mezzo più rapido per raggiungere questo scopo, se abbinata all’accesso privilegiato degli Stati Uniti all’enorme mercato del loro paese. Piace anche a Trump e al suo team.

Sebbene sia prematuro dichiarare che il processo di pace sia ormai stato posto sulla traiettoria di un accordo inevitabile, le probabilità che uno venga accettato sono molto più alte rispetto a prima del viaggio di Dmitriev, ma la capricciosità di Trump potrebbe vederlo improvvisamente inasprirsi di nuovo nei confronti della Russia. Tuttavia, il tempestivo intervento di Dmitriev lo ha visto impiegare una diplomazia economica creativa per rimettere in carreggiata i loro colloqui sempre più bloccati, quindi ora tocca a Trump chiudere l’accordo costringendo l’Ucraina alle concessioni richieste dalla Russia.

La base lituana della Germania complica il grande accordo russo-statunitense sulla sicurezza europea

Andrew Korybko4 aprile
 
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Nessun ritorno all’atto costitutivo della NATO-Russia del 1997 è ora possibile senza l’accordo della Germania.

La Germania ha appena aperto la sua prima base militare permanente all’estero dalla Seconda Guerra Mondiale in mezzo alla competizione per la leadership dell’Europa post-bellica tra lei, la Francia e la Polonia. Situato nel sud-est della Lituania, vicino al confine bielorusso e in prossimità della regione russa di Kaliningrad, è strategicamente posizionato per conferire alla Germania un’influenza maggiore nella definizione della futura architettura di sicurezza europea. Questo perché la Germania è ora un diretto interessato alla sicurezza dell’Europa centrale e orientale (CEE).

Questo sviluppo porta avanti diversi obiettivi strategici correlati. Per cominciare, rappresenta una sfida agli sforzi della Polonia di presentarsi come l’alleato europeo più affidabile degli Stati baltici, dato che la Germania ha ora una base in uno di questi Paesi, proprio quello che collega la Polonia agli altri due. A questo proposito, Germania e Polonia hanno concordato di creare uno “Schengen militare” all’inizio del 2024 per facilitare il movimento di truppe ed equipaggiamenti, il che rende più facile per la Germania rifornire la sua base lituana.

Questo patto potrebbe quindi essere ampliato per includere la Lettonia e l’Estonia, soprattutto dopo che il Parlamento europeo ha confermato la centralità della “linea di difesa del Baltico” nella strategia di sicurezza orientale del blocco. La base lituana della Germania potrebbe quindi combinarsi con il suo consigliato potenziamento militare e con un’espansione di “Schengen militare” per portare la Germania a competere più fortemente con la Polonia per l’influenza nel Baltico. Questo potrebbe portare la Germania a subordinare la Polonia per diventare l’attore militare dominante nella CEE.

La nuova base tedesca in Lituania non rappresenta solo una sfida agli interessi polacchi, anche se Varsavia non lo ammetterà apertamente e alcuni funzionari potrebbero addirittura sostenere un ruolo di sicurezza regionale più importante per Berlino, ma anche a quelli della Russia. Qualsiasi ipotetica azione militare russa contro la Lituania, come quella che potrebbe verificarsi nel caso in cui Mosca cercasse di ritagliare un cosiddetto “corridoio di Suwalki” dalla Bielorussia a Kaliningrad, potrebbe servire a far sì che il leader de facto dell’UE venga coinvolto militarmente nella crisi.

A dire il vero, la Russia non ha manifestato l’intenzione di passare attraverso la Polonia o la Lituania, molto più debole, per raggiungere la sua exclave baltica, e nessuno ha spiegato in modo convincente perché dovrebbe farlo, nonostante questo scenario porti quasi certamente a un conflitto continentale e forse anche alla Terza Guerra Mondiale se gli Stati Uniti si intromettono. Ciononostante, questo scenario spaventa ancora gli europei e quindi influenza il modo in cui formulano le politiche, con la Germania che ora è pronta a svolgere un ruolo maggiore in queste discussioni, data la sua diretta importanza nel dissuadere o rispondere a questo scenario.

Infine, i due obiettivi precedenti, ossia che la Germania competa in modo più deciso con la Polonia per l’influenza nei Paesi baltici e che abbia maggiore voce in capitolo nella pianificazione di emergenza del “Corridoio di Suwalki”, mirano a garantire che la Germania sia inclusa in qualsiasi accordo tra Russia e Stati Uniti sulla futura architettura di sicurezza dell’Europa. La richiesta di Putin di ritornare all’Atto di fondazione NATO-Russia del 1997, ritirando le truppe occidentali e le infrastrutture militari dai Paesi dell’ex Patto di Varsavia, non può essere realizzata senza la Germania.

I dispiegamenti orientali di tutti gli altri membri sono a rotazione anche se funzionano come permanenti, ma questi due sono ufficialmente permanenti, uno status giuridico diverso che è considerato più serio dalla Russia. Questo non significa automaticamente che la Germania sarà inclusa nei colloqui russo-statunitensi, e nemmeno che rappresenterà l’UE, ma solo che Berlino può ora fungere da ostacolo, più di chiunque altro, alla possibilità di concludere un grande accordo sulla sicurezza europea senza il contributo di nessun altro.

Ecco i tre obiettivi che Trump vuole raggiungere attraverso la sua guerra commerciale globale

Andrew Korybko3 aprile
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Spera di rafforzare la sovranità della catena di approvvigionamento degli Stati Uniti, di rinegoziare i legami con tutti i paesi, con l’obiettivo di indurli a prendere le distanze dalla Cina, e di dare forma all’ordine mondiale emergente.

La decisione di Trump di imporre tariffe a tutto il mondo in varia misura come vendetta per le tariffe applicate agli Stati Uniti ha scosso l’economia globale fino al midollo. Invece di ripristinare il libero e giusto commercio come lui stesso afferma di volere, il che darebbe un vantaggio alle aziende americane, potrebbe inavvertitamente accelerare le tendenze di regionalizzazione e la successiva divisione del mondo in una serie di blocchi commerciali. Anche in quello scenario, tuttavia, potrebbe comunque promuovere i tre obiettivi non dichiarati che sono responsabili di questa politica.

Il primo è rafforzare la sovranità della supply chain degli Stati Uniti in modo da eliminare la leva che altri paesi hanno su di essa. Questo potrebbe non essere perseguito solo per il gusto di farlo, ma forse anche come pianificazione di emergenza, suggerendo quindi preoccupazioni su una guerra importante. I due avversari più probabili sono la Cina e l’Iran, e un conflitto acceso con uno dei due getterebbe l’economia globale nel caos. Trump potrebbe quindi voler dare priorità al reshoring in modo che gli Stati Uniti possano minimizzare preventivamente le conseguenze.

Il secondo obiettivo si basa sul primo e riguarda gli Stati Uniti che spingono ogni paese a rinegoziare i loro legami bilaterali, durante i quali gli Stati Uniti potrebbero offrire di ridurre le tariffe in cambio di alcune concessioni. Queste potrebbero assumere la forma di un distanziamento dalla Cina fino a un certo punto e di una sua graduale sostituzione con gli Stati Uniti, il loro principale partner commerciale. Potrebbero anche essere proposti altri incentivi, come la condivisione di tecnologia e accordi militari. Lo scopo sarebbe quello di indebolire la Cina intaccandone il commercio estero.

E infine, l’ultimo obiettivo è quello di dare forma all’ordine mondiale emergente, per cui gli Stati Uniti hanno dovuto accelerare la fine di quello attuale scuotendo l’economia globale fino al midollo, come ha appena fatto Trump. Ottenere la sovranità della catena di fornitura e sostituire la Cina come principale partner commerciale per quanti più paesi possibile darebbe agli Stati Uniti una leva su una porzione considerevole del mondo. Sebbene sia prematuro ipotizzare i modi in cui gli Stati Uniti potrebbero sfruttare questa situazione, sarà quasi certamente nel contesto della sua rivalità sistemica con la Cina.

Anche se la guerra commerciale globale di Trump involontariamente accelera le tendenze di regionalizzazione e la successiva divisione del mondo in una serie di blocchi commerciali invece di fungere da gioco di potere senza precedenti che si aspetta, gli Stati Uniti potrebbero comunque trarne vantaggio per implementare la loro politica di “Fortezza America”. Ciò si riferisce al ripristino da parte degli Stati Uniti della loro egemonia unipolare sull’emisfero occidentale, il che lo renderebbe strategicamente autarchico se ricevesse un accesso preferenziale alle risorse e ai mercati di questi paesi.

In tal caso, gli USA sopravviverebbero e potrebbero persino prosperare anche se fossero spinti fuori dall’emisfero orientale dopo aver perso la guerra principale che potrebbero pianificare o se le conseguenze di ciò rendessero quella parte del mondo troppo disfunzionale da gestire per gli USA, il che potrebbe portare gli USA a tornare al loro isolazionismo degli anni ’20. Per essere chiari, è improbabile che gli USA abbandonino volontariamente l’emisfero orientale, ma avrebbe comunque senso pianificare questa possibilità nel caso in cui le circostanze li costringessero a farlo.

Tutto sommato, la guerra commerciale globale di Trump è un evento epocale che lascerà un impatto duraturo sulle relazioni internazionali indipendentemente dal suo esito, ma è troppo presto per dire con certezza cosa ne verrà fuori. L’unica cosa che si può dire con certezza è che Trump ha in mente un grande piano, anche se alla fine non raggiungerà nessuno dei suoi obiettivi, i tre più probabili dei quali sono stati toccati in questa analisi. In ogni caso, la vecchia era della globalizzazione è ormai finita, ma resta da vedere cosa la sostituirà e quando.

Cinque dettagli che la maggior parte degli osservatori non ha notato nell’ultimo rapporto del SIPRI sulle tendenze internazionali degli armamenti

Andrew Korybko5 aprile
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Non sono importanti quanto i punti principali del fact sheet, ma vale comunque la pena conoscerli.

Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), considerato la massima autorità sul commercio internazionale di armi, ha pubblicato il mese scorso il suo ultimo rapporto sulle tendenze correlate dal 2020 al 2024. Il loro fact sheet ha fatto un buon lavoro sottolineando tendenze come il calo del 64% delle esportazioni di armi russe tra il 2015-2019 e il 2020-2024, così come il Qatar che ha più che raddoppiato le sue importazioni di armi diventando il terzo importatore al mondo, ma ci sono ancora cinque dettagli che sono sfuggiti alla maggior parte degli osservatori:

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1. Israele non è tra i primi dieci destinatari di armi degli Stati Uniti

Il SIPRI ha menzionato casualmente che “Israele è stato l’undicesimo destinatario delle esportazioni di armi statunitensi nel 2020-24 con una quota del 3,0 percento” subito dopo aver riferito che l’Arabia Saudita ha ricevuto il 12% e il Qatar il 7,7%. Inquadrato diversamente, i sauditi hanno ricevuto quattro volte più armi di Israele e il Qatar due volte e mezzo, il che sfida la percezione popolare del ruolo di Israele nel complesso militare-industriale degli Stati Uniti. Questi fatti meritano un’ulteriore riflessione, ma le conclusioni potrebbero turbare alcuni attivisti nella comunità Alt-Media .

2. Gli Stati Uniti stanno replicando la “diplomazia militare” della Russia

La Russia è nota per aver praticato una politica di “diplomazia militare” con cui arma coppie amichevoli di rivali (Armenia-Azerbaijan, Cina-India, Cina-Vietnam, ecc.) con l’intento di mantenere l’equilibrio di potere tra loro e quindi promuovere soluzioni politiche alle loro controversie. Gli Stati Uniti stanno ora replicando quella politica nel Golfo armando l’Arabia Saudita e il Qatar, che si guardano ancora con sospetto nonostante il loro riavvicinamento nominale, ma non è chiaro se questo possa aiutare a mantenere la pace tra loro.

3. L’Italia ha fatto affidamento sul Medio Oriente per raddoppiare le sue esportazioni

L’Italia ha sorpreso tutti più che raddoppiando le sue esportazioni di armi, diventando il sesto fornitore al mondo dopo essersi ritagliata una comoda nicchia in Medio Oriente. Qatar (28%), Egitto (18%) e Kuwait (18%) costituiscono collettivamente quasi 2/3 delle sue vendite nell’ultimo quinquennio e poco meno di un quarto (24%) delle importazioni di armi della Turchia provenivano dall’Italia durante questo periodo. L’Italia ha anche ora più “altri veicoli blindati” ordinati o preselezionati per vendite future rispetto a tutti i suoi concorrenti.

4. I trasferimenti di armi della Polonia all’Ucraina erano donazioni

Il SIPRI elenca la Polonia come il 13 ° esportatore di armi al mondo durante questo periodo, in quanto ha trasferito oltre 40 volte più equipaggiamento rispetto all’anno precedente, il 96% dei quali all’Ucraina, ma ha omesso di menzionare che si trattava di donazioni . Secondo il sito web ufficiale del suo presidente uscente , la Polonia ha donato all’Ucraina più carri armati, veicoli da combattimento di fanteria e aerei di chiunque altro. Tuttavia, poiché sono stati tutti trasferiti pro bono, ciò avrebbe dovuto essere esplicitamente menzionato nel rapporto del SIPRI.

5. Il commercio di armi tra Cina e Serbia merita attenzione

Una delle tendenze più intriganti del rapporto SIPRI è che il secondo mercato di armi più grande della Cina è la Serbia con il 6,8% delle sue esportazioni, che comprende il 57% delle importazioni serbe, quasi tre volte di più rispetto alla Russia (20%). Ciò dimostra che il perno militare filo-occidentale della Serbia, analizzato qui a gennaio dopo che il suo Capo di Stato maggiore ha ammesso che le sanzioni hanno portato alla perdita di contratti di armi russi, è più mite di quanto si pensasse. Evidentemente, la Serbia prevede un equilibrio tra Cina e UE, che è una politica unica.

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I cinque dettagli sopra menzionati non sono minimamente significativi quanto i principali punti chiave del fact sheet del SIPRI, ma sono comunque abbastanza importanti da far sì che gli osservatori ne siano consapevoli e poi monitorino come potrebbero svilupparsi. La “diplomazia militare” ispirata alla Russia degli Stati Uniti nel Golfo e l’inaspettata ascesa dell’Italia come importante trafficante di armi in Medio Oriente sono i principali a cui prestare attenzione se gli osservatori sono spinti a scegliere, poiché potrebbero avere un impatto geopolitico molto maggiore rispetto agli altri tre.

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Zelensky potrebbe avere un asso nella manica se decidesse di ricandidarsi

Andrew Korybko31 marzo
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L’impressionante portata delle perdite militari dell’Ucraina probabilmente non si riflette nelle sue liste elettorali, che Zelensky potrebbe sfruttare per ottenere fraudolentemente la rielezione attraverso una valanga di voti falsi.

The Economist ha citato fonti ucraine anonime nel fine settimana per riferire che Zelensky potrebbe pianificare di candidarsi per la rielezione durante una campagna elettorale deliberatamente breve che potrebbe concludersi a metà estate e quindi mettere i suoi rivali in una posizione di grande svantaggio, dando loro meno tempo per sostenere la propria causa. Sta considerando questo come un modo per impedire a Trump e Putin, che ritiene stiano cospirando contro di lui, da soli o insieme, di cacciarlo dal potere attraverso le prossime elezioni.

Zelensky potrebbe avere un asso nella manica se andasse avanti con questo piano, tuttavia, poiché è probabile che molti dei soldati uccisi potrebbero non essere stati rimossi dalle liste elettorali della Commissione elettorale centrale. Ciò potrebbe quindi essere sfruttato per aiutarlo fraudolentemente a vincere la rielezione attraverso una valanga di voti falsi. Dopo tutto, Zelensky ha affermato all’inizio di quest’anno che l’Ucraina ha perso solo circa 46.000 soldati , mentre fonti russe di solito affermano che finora ne sono stati uccisi più di dieci volte tanto.

Per quel che vale, l’ ultimo scambio di soldati caduti ha visto l’Ucraina ricevere 909 corpi e la Russia 43, che è un rapporto di 21:1. È quindi probabile che le stime russe delle perdite ucraine siano più vicine alla realtà di quelle di Zelensky. Stando così le cose, si può di conseguenza intuire che la discrepanza sbadigliante tra le cifre ufficiali di Kiev e la realtà non si riflette ufficialmente nelle liste elettorali. Se queste ultime fossero aggiornate, allora Zelensky non sarebbe in grado di mantenere la farsa di sole 46.000 perdite.

Il suo governo non può ammettere che sono stati uccisi molti più soldati, altrimenti il morale crollerebbe, tutte le loro precedenti bugie verrebbero svelate e lui verrebbe ulteriormente screditato. Di conseguenza, ci sono poche possibilità che lui permetta che le liste elettorali vengano aggiornate per riflettere la sbalorditiva portata delle perdite della sua parte, soprattutto perché tenerle nascoste potrebbe facilitare la frode elettorale. Non c’è motivo per cui dovrebbe privarsi di questo dopo essere rimasto illegittimamente al potere dalla scadenza del suo mandato lo scorso maggio.

Al contrario, ha tutte le ragioni per assicurarsi che le perdite dell’Ucraina non si riflettano nelle liste elettorali, cosa che potrebbe fare sfruttando la sua influenza sulle istituzioni corrotte. Chiunque faccia trapelare la verità su questo, sia per quanto riguarda le perdite reali dell’Ucraina o il suo potenziale tentativo di frodare le prossime elezioni attraverso questi mezzi, potrebbe essere arrestato dall’SBU con pretesti di “sicurezza nazionale”. L’Ucraina è già uno stato di polizia in cui questa agenzia esercita il pieno controllo, quindi non è uno scenario inverosimile.

È qui che gli USA potrebbero fare la differenza, pubblicando le loro stime ufficiali delle perdite dell’Ucraina e chiedendo che le liste degli elettori vengano aggiornate per rifletterle come precondizione per riconoscere l’esito delle prossime elezioni. Zelensky sarebbe quindi costretto al dilemma di sfidare apertamente gli USA e di conseguenza screditare il processo elettorale agli occhi del mondo o di conformarsi e di conseguenza screditare se stesso in patria esponendo le sue precedenti bugie sulle perdite dell’Ucraina.

Ci vorrà anche del tempo per aggiornare correttamente le liste degli elettori, e gli Stati Uniti potrebbero persino pretendere che supervisioni questo processo per ridurre la probabilità di frode, il che potrebbe estendere la quantità di tempo necessaria e quindi comportare una campagna elettorale più lunga di quanto potrebbe pianificare. Ciò aiuterebbe sicuramente i suoi rivali, che gli Stati Uniti potrebbero poi sostenere per aiutare a cacciare Zelensky attraverso questi mezzi come vendetta di Trump per la loro lotta alla Casa Bianca a fine febbraio. Sarà interessante vedere cosa succederà dopo.

L’ultima minaccia di sanzioni di Trump contro la Russia suggerisce che sta diventando impaziente di raggiungere un accordo

Andrew Korybko1 aprile
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Questo momento della verità potrebbe addirittura arrivare prima del previsto e costringere Putin a scendere a compromessi o a intensificare la tensione prima di aver preso una decisione definitiva.

Trump ha detto in un’intervista con la NBC News che “Se la Russia e io non riusciamo a raggiungere un accordo per fermare lo spargimento di sangue in Ucraina, e se penso che sia stata colpa della Russia, il che potrebbe non essere, ma se penso che sia stata colpa della Russia, applicherò tariffe secondarie sul petrolio, su tutto il petrolio proveniente dalla Russia. Ciò significherebbe che se compri petrolio dalla Russia, non puoi fare affari negli Stati Uniti. Ci sarà una tariffa del 25% su tutto il petrolio, una tariffa da 25 a 50 punti su tutto il petrolio”.

La NBC News ha interpretato questo come un’allusione a ciò che aveva minacciato in precedenza sui social media riguardo all’imposizione di sanzioni secondarie a coloro che acquistano petrolio dal Venezuela. Ha scritto che “qualsiasi Paese che acquista petrolio e/o gas dal Venezuela sarà costretto a pagare una tariffa del 25% agli Stati Uniti su qualsiasi commercio che faccia con il nostro Paese”. Per quanto riguarda la Russia, ciò aumenterebbe le tariffe su Cina e India, la prima delle quali è già in una guerra commerciale con gli Stati Uniti mentre la seconda vuole evitarne una .

Questo è esattamente ciò che l’ex inviato degli Stati Uniti per l’Ucraina e la Russia Keith Kellogg ha insinuato in un’intervista al New York Post all’inizio di febbraio che è stata analizzata qui all’epoca. La conclusione è che tali minacce potrebbero essere sufficienti per spingerli a spingere la Russia a un accordo sull’Ucraina nonostante qualsiasi apprensione Putin possa avere. Le conseguenze del non farlo potrebbero essere la loro conformità alle sanzioni secondarie degli Stati Uniti e tutto ciò che potrebbe comportare per l’economia russa se venisse privata di queste entrate.

L’India è più suscettibile a questa forma di pressione americana, mentre la Cina potrebbe resistere per le ragioni spiegate qui , nel qual caso la Russia potrebbe diventare sproporzionatamente dipendente dalla Cina, portando così al fatto compiuto dello status di partnership junior de facto che Putin ha fatto del suo meglio per evitare. Di conseguenza, potrebbe essere solo l’India a provare a spingere la Russia a un accordo sull’Ucraina, mentre la Cina potrebbe non fare ciò che Trump si aspetta, sfidando invece apertamente le sue sanzioni secondarie se vengono imposte.

Questa analisi qui tocca brevemente le cinque ragioni per cui la Russia potrebbe accettare o rifiutare un cessate il fuoco in Ucraina, con la probabilità sempre maggiore che Trump potrebbe presto aumentare la pressione su Putin affinché decida, soprattutto dopo aver appena detto che c’è una “scadenza psicologica” per questo. Nelle sue parole , che sono seguite subito dopo la sua intervista con NBC News, “È una scadenza psicologica. Se penso che ci stiano prendendo in giro, non ne sarò felice”.

Il giorno prima, Trump ha trascorso una buona parte della giornata a giocare a golf con il presidente finlandese Alexander Stubb, che ha condiviso con i media la sua impressione sull’approccio della sua controparte alla Russia. Come ha detto lui , “Quando passi sette ore con qualcuno, almeno hai un’intuizione della direzione in cui stiamo andando… Il mezzo cessate il fuoco è stato rotto dalla Russia, e penso che l’America, e il mio senso è anche il presidente degli Stati Uniti, stia perdendo la pazienza con la Russia”.

Questa valutazione è in linea con quanto Trump ha detto alla NBC News il giorno dopo e con la sua successiva battuta su una “scadenza psicologica” per concludere i colloqui con Putin. La preferenza del leader americano per l’uso delle sanzioni come strumento di politica estera potrebbe quindi entrare in gioco contro la Russia esattamente come era stato previsto all’inizio di febbraio dopo l’intervista citata di Kellogg. Questo momento della verità potrebbe persino arrivare prima del previsto e quindi costringere Putin a scendere a compromessi o a intensificare prima di aver preso una decisione definitiva in un modo o nell’altro.

Il controllo ONU sull’Ucraina proposto da Putin è ben intenzionato ma sarà difficile da attuare

Andrea Korybko28 marzo
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Le probabilità che tutto si svolga alla perfezione – l’accordo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che l’ONU assuma il controllo solo sulla “residua Ucraina” e senza il consenso di Kiev (il che equivale a un tacito riconoscimento delle rivendicazioni della Russia), l’ONU che riunisca rapidamente le risorse su larga scala necessarie e che poi neutralizzi con successo tutta la resistenza armata ucraina – sono basse.

Giovedì Putin ha proposto che l’ONU assuma temporaneamente il controllo dell’Ucraina allo scopo di ripristinare l’ordine costituzionale dopo che Zelensky è rimasto al potere incostituzionalmente dopo la scadenza del suo mandato lo scorso maggio, tenendo nuove elezioni e poi firmando infine un accordo di pace con la Russia. RT ha pubblicato due resoconti sulla sua proposta qui e qui mentre Wikipedia , che non è sempre affidabile ma è discreta in questo caso, ha una pagina informativa sul precedente del controllo dell’ONU su vari territori.

Questa proposta creativa si basa sulla prevenzione dell’escalation militare che potrebbe seguire la potenziale espansione della Russia della sua campagna terrestre se i suoi obiettivi massimi non vengono raggiunti con mezzi diplomatici. Putin ha accennato a questo quando ha anche espresso giovedì la sua convinzione che le forze russe ” finiranno ” presto i loro nemici ucraini. Ciò comporterebbe lo scenario suddetto per costringere l’Ucraina a capitolare alle condizioni della Russia, ma potrebbe provocare una reazione eccessiva americana che mette a repentaglio il loro ” Nuovo Distensione ”.

Poiché Zelensky si rifiuta di soddisfare le richieste di Putin mentre Trump ha esercitato solo una pressione limitata su di lui (sia a causa delle circostanze o per un continuo autocontrollo per qualsiasi motivo), ne consegue che questa proposta dell’ONU è l’ultima speranza per raggiungere pacificamente gli obiettivi della Russia, o almeno così pensa Putin. Apparentemente crede che l’UNSC approverà la sua richiesta, la implementerà rapidamente sul campo e poi monitorerà e farà rispettare un cessate il fuoco , nonché la successiva smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina.

Il problema però è che la proposta affronta sfide politiche molto formidabili. Per cominciare, ogni membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a parte la Russia, considera ancora Zelensky legittimo nonostante le convincenti argomentazioni costituzionali di Putin in senso contrario. Ciò dovrebbe cambiare prima che consensualmente accettino che l’ONU assuma il controllo dell’Ucraina senza che Kiev lo richieda prima. Su questo argomento, tutti, a parte la Russia, riconoscono i confini dell’Ucraina del 2014, creando così un altro problema.

La Russia non accetterà che l’ONU organizzi elezioni ucraine nei territori rivendicati da Kiev che Mosca controlla e ora riconosce come parte della Russia, e potrebbe anche opporsi all’ONU che organizza elezioni ucraine nei territori rivendicati dalla Russia ma controllati dall’Ucraina. Anche se gli USA riconoscessero tacitamente tutte o parte delle rivendicazioni della Russia come implicito nelle osservazioni di Steve Witkoff sui referendum del settembre 2022, il resto dell’UNSC non farà lo stesso autorizzando l’ONU a controllare solo “l’Ucraina residua”.

Per riassumere le sfide alla proposta di Putin al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, esse ammontano alla difficoltà di far sì che gli altri membri, in particolare lo storico rivale britannico della Russia, concordino sul fatto che Zelensky è illegittimo e poi accettino di riconoscere tacitamente le rivendicazioni della Russia autorizzando solo il controllo delle Nazioni Unite sulla “residua Ucraina”. Non ci sono indicazioni che Cina, Francia e Regno Unito accetteranno tutti questi due prerequisiti dedotti. Supponendo che lo facessero per amore di discussione, tuttavia, ci sarebbero ancora sfide supplementari.

L’Ucraina sarebbe il territorio più grande e popolato di cui l’ONU abbia mai assunto il controllo. Mai prima d’ora l’ONU aveva assunto il controllo di un territorio così militarizzato, considerando le dimensioni delle sue forze armate (AFU), il numero di persone con esperienza militare e l’influenza di attori non statali armati (“formazioni neonaziste” come le chiamava Putin). Una missione del genere richiederebbe un numero enorme di truppe con un mandato per l’azione armata, proprio come durante le missioni congolesi degli anni ’60 e di oggi .

A differenza del Congo, la proposta missione ONU in Ucraina correrebbe il rischio di scontrarsi con le forze armate del paese ospitante se intervenisse senza il consenso di Kiev con il pretesto di ripristinare l’ordine costituzionale, nel qual caso le truppe ONU potrebbero seriamente avere difficoltà a causa della loro minore esperienza. L’alta probabilità che vengano ferite o uccise, e per giunta dalle formazioni AFU e/o neonaziste pesantemente armate dall’Occidente, potrebbe mettere in pausa questi piani e ritardarne la rapida attuazione.

Le probabilità che tutto si svolga alla perfezione – l’UNSC che accetta che l’ONU assuma il controllo solo sulla “residua Ucraina” e senza il consenso di Kiev (il che equivale a un tacito riconoscimento delle rivendicazioni della Russia), l’ONU che assembla rapidamente le risorse su larga scala richieste e poi neutralizza con successo tutta la resistenza armata ucraina – sono basse. Lo stesso vale per le aspettative post-conflitto di Putin di avere queste stesse forze ONU, probabilmente sotto un nuovo mandato, che poi monitorino e applichino la smilitarizzazione e la denazificazione.

Date queste formidabili sfide ai suoi piani, nessuno dovrebbe sperare che si realizzino in tempi brevi, anche se è possibile che venga presa in considerazione l’alternativa drasticamente ridimensionata di una regione “Trans-Dnieper” smilitarizzata controllata da peacekeeper non occidentali . La precedente analisi con collegamento ipertestuale di metà gennaio elabora questa proposta in dettaglio, che riguarda la parte dell’Ucraina controllata da Kiev a est del fiume e a nord della linea di contatto.

L’avvertimento di Zelensky che la Russia potrebbe espandere la sua campagna di terra nelle regioni di Kharkov e Sumy potrebbe renderlo molto più favorevole a questa idea, facilitando così quelli che potrebbero essere gli sforzi di Trump per spingerlo in questa direzione, che potrebbero alla fine essere legittimati presso l’UNSC. La Russia potrebbe autorizzare una tale missione se l’Ucraina la richiedesse a quell’organismo sotto la pressione degli Stati Uniti come mezzo per anticipare i presunti piani della Russia tramite una smilitarizzazione parziale confermata dall’ONU e in cambio dell’accettazione finale di tenere elezioni.

Questa proposta modificata supererebbe le sfide primarie e supplementari inerenti a quella originale. Per ricordare al lettore, le prime si riferiscono a quelle a livello di UNSC in merito alle opinioni degli altri quattro membri sulla legittimità di Zelensky e l’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre le seconde riguardano lo scenario dell’AFU che resiste a qualsiasi intervento unilaterale dell’ONU non richiesto da Kiev. Le formazioni neonaziste potrebbero ancora reagire, ma sarebbero molto più facili da neutralizzare per le forze ONU in quel caso.

Per essere chiari, l’autorizzazione da parte della Russia di qualsiasi missione ONU richiesta dall’Ucraina per confermare la smilitarizzazione volontaria della regione “Trans-Dnieper” non implicherebbe che Mosca dia legittimità alle rivendicazioni territoriali di Zelensky o Kiev, anche se potrebbe ancora essere spacciata come tale dall’Occidente. In ogni caso, questa proposta modificata promuoverebbe gli obiettivi di Putin di scongiurare una potenziale escalation imminente, rendendo l’ONU un diretto stakeholder nel processo di pace e creando le condizioni politico-militari per una pace duratura.

L’India si unirà alla “squadra” asiatica?

Andrew Korybko30 marzo
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Al giorno d’oggi l’India deve camminare su una linea sottile tra la Cina e la “Squadra” nel contesto della priorità data da Trump al “ritorno in Asia” degli Stati Uniti, a causa di tutto ciò che questo grande riorientamento strategico comporta per gli interessi della sicurezza nazionale dell’India.

Il capo di stato maggiore delle forze armate delle Filippine Romeo Brawner ha invitato l’India a unirsi alla “Squadra” asiatica durante un discorso all’ultimo forum annuale sulla sicurezza Raisina Dialogue a Delhi. Questo neologismo sarebbe stato coniato dai funzionari del Pentagono la scorsa primavera per riferirsi alla cooperazione multilaterale tra Stati Uniti, Australia, Giappone e Filippine. Brawner ha suggerito che l’India può partecipare attraverso la condivisione di informazioni di intelligence sul loro “nemico comune”, la Cina. Ecco cinque briefing di base:

* 16 giugno 2023: “ La nascente alleanza trilaterale degli Stati Uniti con il Giappone e le Filippine si integrerà in AUKUS+ ”

* 27 gennaio 2024: ” Perché la Russia consente all’India di esportare missili supersonici prodotti congiuntamente nelle Filippine? “

* 29 marzo 2024: “ Il sostegno dell’India alle Filippine nella sua disputa marittima con la Cina non è correlato agli Stati Uniti ”

* 6 maggio 2024: “ La nuova ‘squadra’ asiatica degli Stati Uniti ha implicazioni strategiche per l’India ”

* 18 febbraio 2025: “ L’ultimo vertice Modi-Trump ha messo in mostra la strategia di multi-allineamento dell’India ”

Per riassumere, le Filippine stanno diventando il fulcro del “Pivot (back) to Asia” pianificato dagli Stati Uniti per contenere più energicamente la Cina, il che di fatto espanderà l’alleanza AUKUS in tutta la regione. L’India è un membro fondatore del Quad insieme a Stati Uniti, Australia e Giappone, ma salvaguarda strenuamente la sua autonomia strategica guadagnata a fatica e non si sottometterà agli Stati Uniti come gli altri due e le Filippine lo faranno nonostante i loro problemi con la Cina, motivo per cui non è stata inclusa nello “Squad”.

Anche India e Cina hanno avviato un riavvicinamento dopo che i loro leader si sono incontrati a margine del vertice BRICS di ottobre a Kazan , con gli Stati Uniti inavvertitamente responsabili di questo processo come spiegato qui all’epoca, ma le tensioni permangono. Il ritorno di Trump alla presidenza ha cambiato i calcoli strategici dell’India, tuttavia, poiché è duro con la Cina e sta dando priorità al “Pivot (ritorno) in Asia”. Il grande riorientamento strategico degli Stati Uniti verso quella parte dell’Eurasia darà all’India un ruolo più importante nella pianificazione americana.

I decisori politici indiani potrebbero quindi vedere un valore nella condivisione di intelligence sulla Cina con il loro partner filippino, che è uno degli alleati di difesa reciproca degli Stati Uniti, attraverso il formato “Squad”. Ciò potrebbe persino gettare le basi per una nuova alleanza di condivisione di intelligence “Five Eyes”. Ingraziarsi ulteriormente l’India con la pianificazione del Pentagono nei confronti della Cina, finché l’India mantiene la sua autonomia strategica duramente guadagnata per tutto questo tempo, potrebbe anche comportare una minore pressione commerciale e tariffaria da parte di Trump o almeno questo è ciò che i decisori politici indiani potrebbero pensare.

D’altro canto, l’India potrebbe rischiare di provocare la Cina e quindi complicare ulteriormente il loro già difficile riavvicinamento se Pechino interpretasse questo come un segnale di imminente subordinazione di Delhi a Washington, nel qual caso le loro tensioni di confine potrebbero peggiorare di nuovo e i progressi dell’autunno scorso verrebbero invertiti. La condivisione bilaterale di intelligence con le Filippine verrebbe probabilmente considerata anche come provocatoria dalla Cina, ma sarebbe comunque qualitativamente diversa dall’inclusione di fatto o formale dell’India nella “Squad”.

Di conseguenza, una possibilità è che l’India intensifichi in modo completo la sua cooperazione in materia di sicurezza con le Filippine senza multilateralizzarla attraverso la “Squad”, il tutto comunicando agli Stati Uniti quanto sia delicata questa questione rispetto alla Cina. Prendendo una via di mezzo in questo modo, l’India può rimanere nelle grazie degli Stati Uniti pur mantenendo le distanze tra sé e la “Squad”, il che eviterebbe la percezione che si stia unendo a un’alleanza anti-cinese guidata dagli americani a spese della sua sovranità.

L’India deve oggi camminare su una linea sottile tra la Cina e la “Squad” nel contesto della priorità data da Trump al “Pivot (back) to Asia” degli Stati Uniti a causa di tutto ciò che questo grande riorientamento strategico comporta per gli interessi di sicurezza nazionale dell’India. Stare troppo lontani dalle iniziative guidate dagli americani potrebbe essere visto come ostile da Washington, mentre avvicinarsi troppo a loro potrebbe essere visto come ostile da Pechino. Sarà dura trovare un equilibrio, ma se c’è un paese che può allinearsi con successo tra entrambi, è l’India.

Ecco di cosa potrebbe discutere Putin con Modi durante il suo prossimo viaggio a Delhi

Andrew Korybko29 marzo
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Gli argomenti di discussione più probabili sono armi, energia, Iran, forze di peacekeeping e triplo-multipolarità.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha confermato che sono in corso i preparativi per il viaggio reciproco di Putin a Delhi dopo che Modi ha visitato Mosca la scorsa estate come primo viaggio all’estero del suo terzo mandato. I lettori possono rivedere l’esito del loro ultimo summit qui , mentre il presente articolo prevederà cosa potrebbero discutere durante il prossimo, la cui data deve ancora essere determinata. Dati i loro interessi comuni duraturi e gli ultimi sviluppi internazionali, si prevede che discuteranno di:

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1. Armi

” I legami di difesa russo-indiani si stanno evolvendo con i tempi “, essendo andati oltre la loro precedente relazione transazionale per la condivisione di tecnologie russe per aiutare a sviluppare il complesso militare-industriale interno dell’India. Le generalità di questo saranno probabilmente discusse nel contesto del loro patto militare recentemente aggiornato, così come i dettagli in relazione all’approvvigionamento pianificato dall’India di missili da crociera supersonici BrahMos con gittata di 800 km prodotti congiuntamente e al suo interesse per i jet russi Su-57 .

2. Energia

L’India è diventata uno dei principali partner energetici della Russia dal 2022, e intende continuare a esserlo, come dimostrato dallo storico accordo petrolifero decennale che hanno sottoscritto alla fine dell’anno scorso e nonostante le ultime sanzioni degli Stati Uniti . La nascente Russo – Stati Uniti “ Nuovo Détente ” potrebbe persino vedere l’India diventare un investitore importante nel megaprogetto Arctic LNG 2, a seconda di come si svolgerà la revoca graduale delle sanzioni americane . Ciò potrebbe sostituire in modo significativo il ruolo perso dalla Cina lì dopo che le sue aziende si sono ritirate sotto la pressione delle sanzioni statunitensi.

3. L’Iran

Il ripristino della politica di “massima pressione” di Trump sull’Iran minaccia la fattibilità economica del Corridoio di trasporto Nord-Sud su cui Russia e India intendono fare affidamento per aumentare il commercio del settore reale . Tuttavia, la nascente “Nuova distensione” russo-statunitense potrebbe portare la Russia a mediare una “Nuova distensione” iraniano-statunitense come suggerito da due alti funzionari del Cremlino, la cui possibilità Putin potrebbe discutere con Modi poiché il sostegno indiano a questo processo proposto potrebbe essere fondamentale per far sì che l’Iran accetti.

4. Forze di pace

La recente proposta di Putin affinché l’ONU assuma il controllo temporaneo dell’Ucraina richiederebbe la partecipazione dei peacekeeper di quell’organismo globale, di cui l’India è uno dei maggiori contributori , quindi sarebbe sensato per lui e Modi discuterne. Lo stesso vale per l’alternativa ridimensionata di una regione “Trans-Dnieper” smilitarizzata che è stata informalmente suggerita qui o anche solo per l’idea di base per i peacekeeper dell’ONU di monitorare e far rispettare un cessate il fuoco o un armistizio lungo l’attuale linea di contatto.

5. Tri-Multipolarità

E infine, in questo momento storico della transizione sistemica globale , è necessario un nuovo paradigma nelle relazioni bilaterali , che potrebbe vedere Putin e Modi concordare di promuovere congiuntamente la tri-multipolarità . Questo concetto è stato elaborato nell’analisi ipertestuale precedente, ma si riduce alla creazione da parte di Russia e India di un terzo polo di influenza separato dalle superpotenze americana e cinese. Ciò potrebbe prevenire in modo più efficace il ritorno della bi-multipolarità sino-americana e facilitare l’emergere della multipolarità complessa.

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Mentre resta da vedere esattamente cosa discuteranno Putin e Modi, e il pubblico potrebbe ovviamente non essere a conoscenza di tutti i dettagli della loro conversazione, i cinque argomenti sopraelencati sono probabilmente i più probabili. L’esito dei loro colloqui potrebbe anche non materializzarsi subito, quindi potrebbero esserci delle speculazioni in seguito. Tutto ciò che si sa per certo è che Russia e India continuano a rafforzare in modo completo la loro partnership strategica decennale con l’obiettivo di promuovere interessi comuni.

L’Iran non ha la leva per un accordo equo con gli Stati Uniti

Andrea Korybko3 aprile
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Dovrà quindi accettare una posizione sbilanciata o prepararsi a una guerra importante che potrebbe perdere.

Le tensioni tra Iran e Stati Uniti stanno aumentando dopo che Trump ha minacciato di bombardare l’Iran in seguito al suo rifiuto di colloqui diretti su un nuovo accordo nucleare. Ha anche ordinato al Pentagono di spostare sei bombardieri stealth B-2, che la CNN ha valutato essere un pieno 30% della flotta di bombardieri stealth degli Stati Uniti, sull’isola di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Il leader supremo iraniano ha risposto promettendo forti ritorsioni se gli Stati Uniti attaccassero, mentre uno dei suoi principali consiglieri ha avvertito che il loro paese non avrebbe avuto ” altra scelta ” se non quella di costruire armi nucleari se ciò accadesse.

Sebbene l’ultima valutazione annuale delle minacce della US Intelligence Community abbia affermato che “l’Iran non sta costruendo un’arma nucleare”, ci sono state preoccupazioni di lunga data sul fatto che potrebbe farlo rapidamente se la decisione fosse presa a causa del suo programma nucleare che presumibilmente ha un potenziale di rapida evasione. Ciò non lo rende diverso in linea di principio da Il Giappone potrebbe iniziare a sfornare armi nucleari nel giro di pochi mesi, ma né gli Stati Uniti né i suoi alleati regionali considerano il Giappone una minaccia, a differenza di quanto vedono l’Iran.

La rinnovata campagna di bombardamenti degli Stati Uniti contro gli alleati Houthi dell’Iran nello Yemen potrebbe essere stata in parte intesa a inviare un messaggio alla Repubblica islamica, mirato a farla entrare in trattative dirette su questa questione, segnalando che Trump 2.0 ha effettivamente la volontà politica di avviare un’azione militare se rifiuta. Nonostante il recente rifiuto dell’Iran alla sua richiesta, Trump potrebbe ancora rimandare per ora a causa della probabilità che l’Iran possa infliggere danni di ritorsione inaccettabili alle basi regionali e agli alleati degli Stati Uniti.

Inoltre, la diplomazia non è ancora stata esaurita poiché l’Iran non ha rifiutato colloqui indiretti del tipo che la Russia ha offerto di mediare dopo che, a quanto si dice, gli Stati Uniti gliel’hanno chiesto, cosa di cui si è discusso qui . Pertanto, sarebbe prematuro per gli Stati Uniti prendere seriamente in considerazione di bombardare l’Iran in questo momento, ma questa opzione non è esclusa se i colloqui indiretti non dovessero raggiungere un accordo. L’Iran non ha la leva per un accordo equo con gli Stati Uniti, tuttavia, quindi dovrà accettarne uno sbilanciato o prepararsi per una guerra importante che potrebbe perdere.

L’Iran è uno stato-civiltà orgoglioso che è riluttante a subordinarsi a chiunque, da qui la difficoltà nel convincerlo ad accettare drastiche limitazioni al suo programma di energia nucleare che sancirebbero il suo status di paese di seconda classe in questo senso, il tutto abbandonando ogni possibilità di armi nucleari in futuro. Dal punto di vista dell’Iran, questo potrebbe incoraggiare Israele a lanciare un giorno una guerra convenzionale su larga scala o addirittura nucleare contro di lui, che l’Iran ritiene sia stata finora scoraggiata solo dall’oscillazione di questa spada di Damocle.

Detto questo, mentre l’Iran potrebbe infliggere danni di ritorsione inaccettabili alle basi regionali e agli alleati degli Stati Uniti (in primis Israele) se venisse attaccato per il suo rifiuto di accettare un accordo sbilanciato mediato dalla Russia, non può infliggere tali danni alla triade nucleare degli Stati Uniti e quindi verrebbe probabilmente distrutto. L’Iran non poteva contare sull’intervento della Russia per aiutarlo, poiché la loro partnership strategica recentemente aggiornata non include obblighi di difesa reciproca e Mosca non vuole la guerra con Washington o Gerusalemme Ovest.

Anche se gli USA potrebbero sopravvivere a una guerra importante con l’Iran, preferiscono comunque evitarla. Finché le richieste degli USA rimarranno limitate a limitare drasticamente il programma di energia nucleare dell’Iran e non si espanderanno per includere limitazioni al suo sostegno agli alleati regionali o al suo programma di missili balistici, allora la diplomazia creativa potrebbe prevalere. Perché ciò accada, la Russia dovrebbe ideare una serie di incentivi per l’Iran che gli USA approvino e che l’Iran accetti, ma è ancora molto lontano e Trump potrebbe colpire per primo se perdesse la pazienza.

Il Bangladesh ha piani di integrazione regionale o di guerra ibrida per l’India nordorientale?

Andrew Korybko1 aprile
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Le parole del suo leader ad interim, pronunciate durante il suo soggiorno in Cina, possono essere interpretate in due modi.

Tutta l’India sta parlando di ciò che il leader ad interim del Bangladesh Muhammad Yunus ha detto sui loro stati del Nordest durante un recente viaggio in Cina. I legami bilaterali sono crollati dopo che il cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti dell’estate scorsa ha rovesciato violentemente il Primo Ministro di lunga data, rigorosamente laico e amico dell’India, Sheikh Hasina, sostituendolo con una serie di islamisti anti-indiani finora in gran parte sconosciuti. Le sue ultime parole potrebbero peggiorare le tensioni e aumentare la percezione della minaccia da parte dell’India. Ecco cosa ha detto :

“Sette stati dell’India, parte orientale dell’India, chiamati sette sorelle… sono un paese senza sbocco sul mare, una regione senza sbocco sul mare dell’India. Non hanno modo di raggiungere l’oceano. Siamo gli unici guardiani dell’oceano per tutta questa regione. Quindi questo apre un’enorme possibilità. Quindi questa potrebbe essere un’estensione dell’economia cinese. Costruire cose, produrre cose, commercializzare cose, portare cose in Cina, portarle in tutto il resto del mondo.”

Ci sono due modi per interpretare le parole di Yunus. Il primo è che la sua descrizione dell’India nord-orientale come “paese senza sbocco sul mare” è stato un errore innocente e il resto di ciò che ha detto aveva lo scopo di far rivivere il corridoio Bangladesh-Cina-India-Myanmar (BCIM). Questo avrebbe dovuto essere uno dei megaprogetti della Belt & Road Initiative (BRI) prima che l’India si ritirasse silenziosamente per protestare contro il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), che attraversa la parte del Kashmir controllata dal Pakistan ma rivendicata dall’India.

Questa spiegazione dà per scontata la continua benevolenza del Bangladesh verso l’India nonostante il suo radicale cambiamento di governo. Di conseguenza, riformula Yunus come un leader multipolare visionario che vede il suo paese facilitare il commercio globale con la Cina tramite l’India nord-orientale, che ne trarrebbe profitto, e quindi ridurrebbe la dipendenza strategica della Cina dallo Stretto di Malacca. Le sue parole sul Bangladesh come “l’unico guardiano dell’oceano” per l’India nord-orientale non intendono quindi essere minacciose.

La seconda interpretazione è che la descrizione errata di Yunus sia stata un lapsus freudiano che ha rivelato che almeno una volta aveva pensato al Bangladesh . ospitando di nuovo gruppi terroristici-separatisti designati dall’India, forse anche sostenuti dal Pakistan come prima e/o in futuro anche dalla Cina. Ciò potrebbe implicare la ripresa di ostilità non convenzionali alla ricerca della “balcanizzazione” o l’uso di una spada di Damocle per estorcere concessioni all’India indipendentemente dal fatto che siano collegate o meno al BCIM.

Questa spiegazione si basa sul fatto che le autorità ad interim del Bangladesh incolpano l’India per le inondazioni , perseguitano la sua minoranza indù (che di recente ha spinto la nuova direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard a condannarla) e che una di loro ha persino condiviso online una mappa provocatoria che implica rivendicazioni sull’India nord-orientale. Tutto ciò sta procedendo parallelamente alla ripresa dei legami militari e diplomatici con il rivale pakistano dell’India. Di conseguenza, questa interpretazione dell’intento di Yunus è la più probabile, ed è quella che la maggior parte degli indiani sostiene.

L’India potrebbe quindi rafforzare la sicurezza dei confini mentre ricalibra le sue politiche nei confronti del Bangladesh con l’idea di trattarlo come un “nemico-amico” finché Dhaka non chiarirà le sue intenzioni tramite azioni future. Potrebbe seguire anche un rinnovato focus sul miglioramento della situazione socio-economica dell’India nord-orientale, in modo da scongiurare preventivamente i tentativi esterni di radicalizzare alcuni locali inclini al separatismo. Tutto ciò contribuirebbe a sventare un potenziale imminente ibrido bengalese sostenuto da pakistani e/o cinesi. Guerra all’India.

Le strutture a duplice uso di Berbera e Bosaso non sono proprietà della Somalia da dare agli Stati Uniti

Andrew Korybko31 marzo
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Mantenere il silenzio in risposta a questa proposta, come è già avvenuto per oltre due settimane, se il rapporto di Semafor è accurato, consentirebbe agli Stati Uniti di mantenere aperte le loro opzioni strategico-militari regionali.

La scorsa settimana Semafor ha riferito che il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud (HSM) ha offerto agli Stati Uniti il “controllo operativo esclusivo” delle strutture a duplice uso nel Golfo di Aden, ma il problema è che questi porti e aeroporti non sono di proprietà della Somalia e non possono essere ceduti agli Stati Uniti. Si trovano nel Somaliland e nel Puntland, il primo dei quali ha dichiarato nuovamente la propria indipendenza nel 1991, mentre il secondo si è ritirato dal sistema federale un anno fa per protestare contro i cambiamenti costituzionali del governo centrale.

L’offerta ingannevole di HSM è arrivata poco più di un mese dopo che aveva supplicato Trump di mantenere i consiglieri e gli aiuti statunitensi. Segue anche di poco la decisione di Trump di avviare una campagna di bombardamenti strategici contro lo Yemen, intesa a costringere gli Houthi a revocare il loro blocco sul Mar Rosso, che ha portato a uno scandalo dopo che alti funzionari sono stati sorpresi a discuterne in una chat di Signal. La suddetta campagna è parallela al bombardamento dell’ISIS in Somalia da parte degli Stati Uniti e al suo sostegno agli attacchi del governo centrale contro l’affiliata di Al Qaeda Al Shabaab.

Di rilievo, l’ultima ” Valutazione annuale delle minacce ” della US Intelligence Community sostiene che gli Houthi hanno stretto una partnership con Al Shabaab, la cui accusa è circolata per la prima volta sui media la scorsa estate dopo che tre funzionari dell’amministrazione Biden non identificati hanno parlato alla CNN dei loro presunti legami. Per essere chiari, questo non significa che quei due siano effettivamente partner, ma solo che questa è la premessa pubblica su cui gli Stati Uniti stanno formulando le loro politiche regionali e quindi inseriscono l’offerta di HSM nel contesto.

In modo più speculativo, il “ Progetto 2025 ” – che alcuni ritengono sia il modello per Trump 2.0 – ha invitato gli Stati Uniti a riconoscere il Somaliland “come una copertura contro il deterioramento della posizione degli Stati Uniti a Gibuti”, che gli autori attribuiscono a “attività cinesi maligne”. Ci sono state anche voci recenti secondo cui gli Stati Uniti e Israele stavano considerando di “trasferire” i cittadini di Gaza nel Somaliland tra diverse altre località, ma il ministro degli Esteri Abdirahman Dahir Adan ha chiarito che l’apertura di missioni diplomatiche è un prerequisito per tali colloqui.

Tuttavia, HSM potrebbe temere che gli USA possano presto riconoscere il Somaliland, sia in anticipo rispetto ai propri interessi strategici militari regionali e/o per facilitare i piani di Trump di ripulire etnicamente i palestinesi da Gaza, spiegando così l’urgenza con cui ha fatto la sua offerta. Potrebbe anche temere che gli USA possano presto ritirare le proprie truppe dalla Somalia e ridurre o interrompere definitivamente tutti gli aiuti, cosa che spera di evitare sfruttando il suo rinnovato focus antiterrorismo attraverso la sua proposta ambigua.

L’accettazione ufficiale dell’America sarebbe puramente superficiale, poiché potrebbe solo assumere il “controllo operativo esclusivo” su quelle strutture a duplice uso a Berbera e Bosaso attraverso rispettivi accordi con Somaliland e Puntland, tuttavia, nessuno dei quali è riconosciuto come sovrano. Il riconoscimento sarebbe anche escluso in tempi brevi se riaffermasse la sovranità della Somalia su Somaliland e Puntland accettando formalmente l’offerta di HSM. Trump 2.0 potrebbe quindi non rispondere apertamente.

Mantenere il silenzio come ha fatto per oltre due settimane, se il rapporto di Semafor è accurato, consentirebbe agli Stati Uniti di tenere aperte le proprie opzioni, favorendo così eventualmente i negoziati tra le tre entità politiche per raggiungere l’accordo migliore, a patto ovviamente che ci sia interesse a basare le truppe lì. Gli Stati Uniti potrebbero invece voler mantenere la propria base a Gibuti e quindi decidere di respingere la presunta “attività maligna” della Cina lì, anziché ridistribuire le proprie forze in Somaliland, Puntland e/o Somalia.

In ogni caso, la Somalia non ha alcuna autorità pratica per concedere basi statunitensi in nessuna delle due regioni che rivendica come proprie, poiché non ha alcun controllo su di esse, sebbene vada anche detto che la comunità internazionale riconosce ufficialmente il Somaliland e il Puntland come parte della Somalia. Ciò potrebbe presto cambiare, tuttavia, se gli Stati Uniti ricalibrassero la propria politica regionale alla luce di nuovi interessi, motivo per cui HSM è così ansiosa di far sì che Trump 2.0 si impegni a mantenere la propria politica di lunga data accettando la sua offerta duplice.

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AFRICA 2021…come il 2020, di Bernard Lugan

In Africa, l’anno 2020 è finito come era iniziato, con diverse ampie aree di conflittualità:
– In Libia, paese tagliato in due entità, Tripolitania in Occidente e Cirenaica nell’est, Turchia attraverso il governo di Tripoli e L’Egitto, tramite il marescialloHaftar hanno la pistola ai piedi. Il maresciallo Haftar controlla i terminali petroliferi del Golfo di Syrtes che la Turchia vuole conquistare. Per l’Egitto sarebbe un casus belli e ha avvertito che, in questo caso, il suo esercito sarebbe intervenuto.
– Nella BSS (Sahelosaharan Band), la grande novità è una guerra aperta tra Daesh
il cui obiettivo è stabilire un califfato transetnico e transnazionale, e Aqmi che si è evoluto verso un etno-jihadismo territoriale.
– Nel corno, la principale la domanda è se l’Etiopia è sì o no alla vigilia di uno sviluppo di tipo jugoslavo, o al contrario in fase di ricomposizione attorno all’Oromo che emarginò l’Amhara e schiacciò il Tigrayans.
– In Africa centrale, dalla CAR alla regione del Lago Albert, il buco nero non è pronto per essere riempito. Quanto al Mozambico, il jihadismo sembra mettere radici nel gioco della
parte settentrionale del paese vicino alla Tanzania.

Alla fine del 2020, il conflitto “vecchio” cincischiava nel Sahara occidentale dove in agonia il Polisario ha tentato senza successo di tagliare la strada che collega il Senegal al
Mediterraneo, strada che attraversa il Sahara marocchino. Ora la domanda è se l’Algeria ha ancora interesse a sostenere a distanza di un braccio un Polisario, una sorta di testimone delle guerre del tempo della “guerra fredda” prima del 1990, e del quale alcuni degli ultimi
membri si sono uniti allo Stato islamico (Daesh), nemico mortale di Algeri.
Politicamente, l’anno 2020 ha visto tenere una serie di elezioni le quali, nella quasi totalità,
hanno solo consolidato e confermato i rapporti etnodemografici, grazie ai quali i più numerosi matematicamente sovrastano i meno numerosi. Tuttavia, questa etnomatematica elettorale è la chiave della questione politica africana.
Nel 2020, dieci anni dopo l’inizio dell’ondata disastrosa di “Primavera araba”, l’Africa
del Nord è tornata al punto di partenza, ovvero al suo principale problema, quello demografico.
Mentre le nascite procedono più veloci dello sviluppo, dall’Egitto al Marocco, i problemi sociali costituiscono tante bombe a orologeria. A questo si aggiungono problemi specifici. Così la questione delle acque del Nilo che ha creato una situazione quasi conflittuale tra l’Egitto e l’Etiopia, i disperati tentativi del “sistema” algerino di sopravvivere a se stesso.

Plus d’informations sur le blog de Bernard Lugan.

fuochi che si riaccendono, di Bernard Lugan

Alla fine del 2020, due “vecchi” conflitti  africani si stanno riaccendendo:
1) A nord, la tensione è aumentata improvvisamente tra ilMarocco e l’Algeria

dopo che il Polisario ha deciso di tagliare i corridoi di collegamento stradale

dal Senegal e dalla Mauritania al Mediterraneo. Tuttavia, l’unica domanda che

vale la pena porsi è se il Polisario ha agito di propria iniziativa, o se l’esercito

algerino lo ha spinto a testare la volontà marocchina.

Domande correlate: quale controllo l’Algeria esercita realmente su alcuni diverticoli

delPolisario che ha aderito allo Stato islamico (Daesh)? Alla fine del
conto, è ancora il Polisario utile al “sistema” algerino?
2) Nella regione del Corno, l’Etiopia è di nuovo protagonista con la secessione del

Tigray.
Stiamo affrontando un fenomeno di tipo jugoslavo, con lo smembramento di un paese multietnico, un mosaico di popoli che hanno perso la propria coesione?
Dalle sue origini al 1991, l’Amhara ha svolto questo ruolo; successivamente dal 1991 al 2019, sono subentrati i Tigrini. Oggi, etno-matematicamente forti, gli Oromo si stanno gradualmente affermando.
Ma i Tigrini non vogliono essere soggetto ai loro ex servi …
Fortunatamente per il potere centrale, l’odio degli Amhara verso i loro cugini tigrini è talmente viscerale che sono alleati congiuntamente al potere degli Oromo.
Fino a quando ? E’ la questione delle questioni…
Interviene la crisi algerino-marocchina in un contesto politico algerino che fa

venire in mente la fine del periodo Bouteflika. Infatti, dal 2013, data del primo colpo di quest’ultimo, l’Algeria è una barca alla deriva; non è più governata.
Dopo le grandi manifestazioni dell ‘”Hirak” interrotte dal Covid 19, una vera “grazia divina” per il “Sistema”, la “nuova Algeria” annunciata dal presidente Tebboune apparve rapidamente per quello che era, l’estensione gerontocratica dell’Algeria di Bouteflika.
Infatti, ‘ tre gerontocrati che gestiscono il “Sistema” sembrano tutti arrivati alla fine del loro” orologio biologico “.

75 anni anni, il presidente Tebboune è ricoverato in Germania, mentre il generale Chengriha, capo di stato maggiore di 77 anni in Svizzera. Quanto a Salah Goujil, il presidente del Senato, l’uomo destinato ad assumere il periodo di transizione in
caso di scomparsa del presidente, ha 89 anni ed è anche molto malato …
In questo periodo di fine regno, i clan dei giannizzeri sono pronti a regolare i conti, a tagliarsi la gola a vicenda per afferrare i resti di potere. Quello del generale Gaïd Salah è stato liquidato politicamente e riguardo agli altri due clan sembra che stiano aspettando
la scomparsa del presidente
Tebboune:
– L’ex DRS (i Servizi), quello dato per distrutto, dimostra che è ancora potente
nonostante l’incarcerazione del suo
leader principale.
– Quella del suo nemico, il generale Benali Benali, circa 80 anni,
il più vecchio ufficiale nel grado più alto e leader dell’esercito algerino
della potente guardia repubblicana.
Per tutti, l’alternativa è semplice:
prendere il potere o finire il loro giorni in prigione …
Bernard Lugan