Vattene via – Ostacolo alla produzione – Parte II – Dare al terrorismo l’attenzione che merita, tre saggi di Jon Kurpis
Vattene via
Un’analisi della pratica ricorrente di rinominare le cose da parte di chi detiene il potere e di come questi cambiamenti superficiali possano essere utilizzati per distogliere l’attenzione del pubblico da ciò che conta davvero.
| Jon Kurpis16 settembre |
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .
Nel corso della mia vita, ho sempre nutrito una grande passione per la storia. Fin da piccolo, desideravo capire come il passato avesse influenzato ciò che abbiamo oggi. Essendo cresciuto negli Stati Uniti, in particolare nel New Jersey, ho sviluppato una naturale affinità per la storia americana e per il suo legame con la mia zona.
Uno degli aneddoti che mi vennero raccontati fin da piccolo riguardava l’origine del termine “indiani” in America per descrivere gli abitanti nativi. Alle elementari ci veniva detto che nel 1492 Cristoforo Colombo attraversò l’oceano e sbarcò su isole che credeva fossero le “Indie”. Le Indie non erano l’India in senso stretto, ma piuttosto una vasta area geografica che comprendeva tutta l’Asia. Poiché Colombo credeva che le isole caraibiche su cui sbarcò fossero le isole più remote delle Indie, chiamò le popolazioni indigene di quei luoghi “Indios”, termine che si tradusse poi in “Indians” (indiani).
Qualche anno dopo aver appreso quella storia, ci fu detto di non chiamare più gli indiani “indiani” perché era offensivo. Dovevamo invece riferirci a loro come “nativi americani”. Poi, qualche anno dopo, l’argomento fu ripreso e ci fu comunicato che in realtà esistevano tribù di nativi americani che volevano essere chiamate “indiani” e non “nativi americani”.
Da questa disavventura ho capito che i cambi di nome sono una pratica comune e che esistono esempi di questo tipo almeno fin dalla scoperta dell’emisfero occidentale.
Crescendo, ho notato anche che i cambi di nome erano una pratica diffusa nello sport.
Nel baseball, la storica franchigia dei New York Yankees inizialmente si chiamava New York Highlanders. Nel basket, i Washington Bullets cambiarono nome in Washington Wizards nel 1997 perché ritenevano che i proiettili fossero un simbolo di violenza nella capitale degli Stati Uniti.
Oltre al baseball e al basket, la stessa cosa è successa nel football americano, dove i New York Titans hanno cambiato nome in New York Jets. E nell’hockey su ghiaccio, i Detroit Cougars sono diventati i Detroit Falcons, che ora sono i Detroit Red Wings.
Il fenomeno del cambio di nome non si è limitato alle sole squadre, ma ha coinvolto anche gli atleti stessi.
Ferdinand Lewis “Lew” Alcindor cambiò il suo nome in Kareem Abdul-Jabbar. E il grande Muhammad Ali era il suo secondo nome, che era un cambiamento rispetto all’originale, che era Cassius Clay. E tra questi due nomi, Muhammad Ali si faceva chiamare anche Cassius X.
Gerald Ford, il 38 ° Presidente degli Stati Uniti, che fu anche un grande atleta all’Università del Michigan, non si chiamava Gerald Ford alla nascita. Si scopre infatti che fino all’età di 22 anni, il Presidente Gerald Ford si chiamava Leslie Lynch King Jr., un fatto che la maggior parte delle persone ignora.

Presidenti
A proposito di presidenti e cambi di nome, nel 1789 George Washington cambiò il nome del Dipartimento degli Affari Esteri in Dipartimento di Stato, o State Department.
Nel 1901, Teddy Roosevelt cambiò il nome della residenza presidenziale in Casa Bianca.
Nel 1935, Roosevelt trasformò la Divisione Investigativa nell’FBI.
Nel 1947, il presidente Harry Truman trasformò il National Military Establishment nel Dipartimento della Difesa. E se vi siete mai chiesti perché si parli di “establishment militare” o “establishment”, ecco da dove ha origine questa espressione.
Questa pratica di cambiare i nomi è continuata anche dopo la Guerra Fredda. George H.W. Bush ha rinominato il Custer Battlefield National Monument in Little Bighorn. Suo figlio, George W. Bush, ha cambiato il nome del Presidential Committee on Mental Retardation in President’s Committee for People with Intellectual Disabilities. Obama ha rinominato Mount McKinley in Denali. Biden ha rinominato Fort Bragg in Fort Liberty nell’ambito di una procedura, imposta dal Congresso, per la ridenominazione di luoghi con nomi associati alla Confederazione. Infine, Donald Trump è riuscito a eludere la regola, riportando Fort Liberty al nome originale di Fort Bragg nel 2025, ma onorando un altro Bragg per conformarsi alla politica di non denominazione di luoghi con nomi confederati.
Kennedy
Se c’è un presidente a cui sono state intitolate delle cose, pur non avendo lui stesso cambiato nome durante il suo mandato, quello è sicuramente John F. Kennedy, e la famiglia Kennedy in generale.
Circa un mese dopo l’assassinio del presidente Kennedy, l’aeroporto internazionale di New York, comunemente noto come Idlewild, cambiò ufficialmente nome in Aeroporto Internazionale JFK.
E Cape Canaveral, da dove partivano i razzi e gli Space Shuttle statunitensi, fu ribattezzato Cape Kennedy nel 1963 da Lyndon Johnson, e le strutture di lancio della NASA presenti in quella zona furono chiamate John F. Kennedy Space Center. Tuttavia, nel 1973, l’area geografica fu ribattezzata Cape Canaveral perché il nome Cape Kennedy non era gradito, ma il centro spaziale continuò a portare il nome Kennedy.
E il legame tra Kennedy e il cambio di nome non finisce qui.
Il Triborough Bridge di New York, il cui nome era quanto mai appropriato dato che collegava tre distretti (Manhattan, Queens e Bronx), è stato ribattezzato Robert F. Kennedy Bridge nel 2008. Sebbene il cambiamento fosse giustificato come un modo per onorare l’impegno di RFK per i diritti civili e il suo servizio pubblico, risultava alquanto strano considerando che non aveva particolari legami con la zona e che il nome originale era perfetto.
Nel 2017, il governatore Andrew Cuomo, che era stato sposato con una Kennedy e aveva avuto tre figli con lei, cambiò il nome del ponte Tappan Zee in ponte Mario Cuomo in onore di suo padre.
Sebbene Mario Cuomo sia stato indubbiamente una figura importante per New York, il nome Tappan Zee Bridge ha una rilevanza storica, poiché attraversa un tratto del fiume Hudson che un tempo si chiamava “Tappan Sea” e che nel tempo ha assunto la denominazione di “Tappan Zee”. Analogamente alle proteste locali suscitate dal cambio di nome di Cape Canaveral in Cape Kennedy, molti newyorkesi non hanno gradito la ridenominazione e continuano a battersi per ripristinare il nome originale di Tappan Zee Bridge. Il deputato di New York Mike Lawler è attualmente il leader di fatto di questa campagna.
Come spiegato in precedenza, il “Mare di Tappan” fa parte del fiume Hudson. È interessante notare che in origine il fiume Hudson si chiamava North River. Ed è proprio questo fiume iconico che costeggia New York City, che in origine si chiamava New Amsterdam.
Sempre sul fiume Hudson si trova Liberty Island, dove sorge la Statua della Libertà. Questo lembo di terra ha iniziato a essere chiamato Liberty Island solo nel 1956, mentre prima era conosciuto come Bedloe’s Island.
Vicino a Liberty Island si trova la famosissima Ellis Island, precedentemente nota come Dyer’s Island. Tra il 1892 e il 1954, Ellis Island è stata il luogo in cui sono stati registrati 12 milioni di immigrati ed è stato anche il posto in cui molti di loro hanno cambiato il cognome per mano degli ufficiali dell’immigrazione.
Oltre New York
Come ci si potrebbe aspettare, questi cambi di nome non avvengono tutti nell’area di New York, sebbene il nome New York sia diffuso in lungo e in largo. Ad esempio, la grande città di Seattle non si chiamava inizialmente Seattle. Inizialmente si chiamava, incredibilmente, New York, poi fu ribattezzata New York Alki, prima di essere ribattezzata Seattle nel 1852 in onore del capo Seattle.
Poi c’era l’insediamento noto come Pig’s Eye, che prendeva il nome dal locandiere Pierre “Pig’s Eye” Parrant. Quel nome particolare fu cambiato a metà del XIX secolo in quello che oggi conosciamo come St. Paul, in Minnesota.
Anche la diga di Hoover fu teatro di un famoso fiasco legato al cambio di nome. Nel 1930, il Segretario degli Interni la ribattezzò ufficialmente diga di Hoover in onore dell’allora presidente Herbert Hoover, che aveva svolto un ruolo cruciale nella risoluzione dei problemi interstatali che permisero lo sviluppo del fiume Colorado.
Quando Hoover perse le elezioni contro Roosevelt nel 1932, tuttavia, il nuovo Segretario degli Interni cambiò il nome in Boulder Dam, una mossa che fu considerata fortemente politica.
Nel 1947, l’opera umanitaria intrapresa da Hoover dopo la fine del suo mandato presidenziale era così apprezzata che il presidente Harry Truman invertì la politica di Roosevelt e ribattezzò ufficialmente la diga “Diga di Hoover”.
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Globale
Se pensate che queste pratiche di cambio di nome siano un’esclusiva americana, vi sbagliate. Paesi e città di tutto il mondo hanno cambiato nome per svariati motivi. Ad esempio, nel 1930 Costantinopoli fu ufficialmente ribattezzata Istanbul. Nel 1935 la Persia divenne Iran, seguita dal Siam che divenne Thailandia nel 1939. Nel 1976 la città vietnamita di Saigon fu ribattezzata Ho Chi Minh City e nel 1995 Bombay divenne Mumbai.
Questo tipo di cambio di nome è particolarmente diffuso anche in Canada.
Nel 1882, la zona chiamata Pile of Bones (Pile di Ossa) fu ribattezzata Regina in onore della regina.
Nel 1905, Rat Portage fu ribattezzata Kenora, in Ontario.
Nel 1916, Berlin, in Ontario, fu ribattezzata Kitchener a causa del forte sentimento anti-tedesco legato alla Prima Guerra Mondiale. Successivamente, nel 1917, Prussia, nel Saskatchewan, fu ribattezzata Leader, sempre per via di sentimenti legati alla Prima Guerra Mondiale.
E più recentemente, in Canada, nel 2020, Asbestos, Québec, è stata ribattezzata Val-des-Sources per eliminare il nome che la maggior parte delle persone associa a un materiale da costruzione pericoloso che può causare il cancro ai polmoni.
Grandi imprese
Oltre a luoghi, governi, persone e sport, anche il mondo degli affari ama cambiare i nomi delle cose.
Ad esempio, la bevanda molto popolare alla fine del XIX secolo, nota come Brad’s Drink, cambiò nome in Pepsi-Cola. Nel 1919, la United Messenger Company cambiò nome in UPS. Nel 1946, U-Tote-M divenne 7-Eleven. Negli anni ’80, Datsun cambiò nome in Nissan. Negli anni ’90, la società di aste online eBay iniziò come AuctionWeb e BackRub cambiò infine nome in Google.
Inizialmente Amazon si chiamava Cadabra perché a Jeff Bezos piaceva il nome “Abracadabra”, ma poi decise di cambiarlo dopo aver capito che Cadabra poteva essere confuso con un cadavere, ovvero un corpo morto.
E più recentemente, l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, ha cambiato il nome di Twitter in X.
Wrestling professionistico
In ambito di affari internazionali e geopolitica, l’atto di dare un nome a qualcosa è spesso molto utile per distinguere e ricordare circostanze, politiche e attori coinvolti dalle diverse sfumature. Oggettivamente parlando, al momento non c’è nessuno più bravo di Alex Christoforou dei The Duran a coniare questi appellativi.
Da “BlackRock Merz” a “ragazzi fighi globalisti” fino a “Progetto Ucraina”, i nomi citati da Christoforou si sono diffusi nel dibattito geopolitico e vengono spesso utilizzati anche negli ambienti diplomatici.
Sebbene la lista di nomi e frasi attribuibili ad Alex Christoforou e ai Duran Duran sia piuttosto lunga, un’espressione molto importante e rilevante è “Pro Wrestling”, che si riferisce alle false posizioni e alla teatralità politica comunemente messe in atto dai politici.
Il motivo per cui Christoforou allude al “Pro Wrestling” è dovuto al collegamento con la World Wrestling Federation (WWF), ora World Wrestling Entertainment (WWE). La WWE è un marchio di wrestling professionistico di enorme successo, basato su un roster di atleti che interpretano personaggi fittizi. Esempi di questi wrestler professionisti sono Hulk Hogan, Macho Man Randy Savage e The Rock.
Quando Christoforou afferma che i leader si stanno impegnando in una sorta di “wrestling professionistico”, intende dire che si comportano in modo teatrale, agendo o parlando per ottenere un effetto politico piuttosto che in maniera onesta e legittima.
Vattene via
Casualmente, uno degli esempi più epici di cambio di nome nella storia aziendale riguarda proprio la World Wrestling Federation.
Il predecessore della WWE era la World Wrestling Federation, o WWF. La WWF ebbe un enorme successo negli anni ’80 e ’90 negli Stati Uniti. Per darvi un’idea della forza del marchio WWF, molte persone si riferiscono ancora alla WWE come WWF, nonostante il nome sia stato cambiato oltre due decenni fa.
Nel 2000, il Wildlife Fund for Nature, noto anche come WWF, fece causa alla World Wrestling Federation per l’uso improprio del nome WWF. Nel 2002, dopo aver perso la causa nel Regno Unito, Vince McMahon, proprietario della WWF, decise di eliminare la parola “Federation”, o la “F”, dal nome WWF e di ribattezzarla World Wrestling Entertainment, o WWE.
Da imprenditore tenace qual è, McMahon non si è demoralizzato per questo cambiamento. Anzi, lo ha sfruttato a suo vantaggio e ha lanciato un’aggressiva campagna di marketing con lo slogan “Get the F Out” (Andatevene a quel paese).
In sostanza, “Get the F Out” aveva un doppio significato, e si è trasformato da WWF a WWE “Get the F Out”, che alla fine è diventato un nome molto migliore per la crescita e come slogan per la compagnia.
Lago Ontario
In definitiva, la ragione per cui ho scelto di scrivere sul tema del cambio di nome è da ricondurre alla recente controversia riguardante il Lago Ontario.
Per chi non lo sapesse, alla fine di agosto del 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney non riuscirono a raggiungere un accordo commerciale. Quando i negoziati fallirono all’ultimo minuto , Trump decise di cambiare il nome del lago Ontario in Lago America e poi iniziò a prendere in giro il mondo con questa trovata.
Prima di approfondire ulteriormente la questione, è importante chiarire che è perfettamente legale per il Presidente degli Stati Uniti o il Congresso apportare tali modifiche ufficiali. Questo è un fatto ben noto. Nello specifico, il documento “US Board of Geographic Names Principles, Policies and Procedures: Domestic Geographic Names”, Appendice C, Trattamento delle caratteristiche geografiche condivise da Stati Uniti e Canada, Sezioni 1.2 e 1.3 a pagina 44, lo consente.
Inoltre, approfondendo la ricerca, si possono trovare resoconti di un inventario del 1989 della zona di confine tra Canada e Stati Uniti, secondo il quale circa il 3% delle caratteristiche di confine condivise presentava nomi ufficiali completamente diversi.
Pertanto, le azioni del Presidente Trump riguardo al cambio di nome del Lago Ontario in Lago America, per quanto immature e ridicole, non sono nulla di nuovo o controverso. Si tratta essenzialmente di un altro esempio di “wrestling professionistico” e hanno lo scopo di distrarvi dai problemi più importanti che dobbiamo affrontare.
Riflettiamo un attimo su questa questione dal punto di vista del confine tra Stati Uniti e Messico. Gli Stati Uniti chiamano il fiume che segna il confine con il Messico Rio Grande. In Messico, invece, lo stesso fiume viene chiamato Rio Bravo. A nessuno in Messico importa che in America venga chiamato Rio Grande, e a nessuno in America importa (o addirittura sa) che in Messico venga chiamato Rio Bravo.
L’unica cosa che conta è il nome che un elemento geografico o un’area prende dai suoi cittadini nel proprio paese. In definitiva, il cambio di nome del Lago Ontario voluto da Trump non cambia il nome del Lago Ontario per il Canada o per i canadesi.
La dichiarazione di Google rispecchia questa realtà.
“Il Sistema di Informazione sui Nomi Geografici degli Stati Uniti (GNIS) ha ufficialmente cambiato il nome del “Lago Ontario” in “Lago America” negli Stati Uniti. Poiché aggiorniamo Google Maps per riflettere i cambiamenti di nome nelle fonti governative ufficiali, ovvero il GNIS per gli Stati Uniti, gli utenti di Maps negli Stati Uniti visualizzeranno “Lago America”, quelli in Canada continueranno a visualizzare “Lago Ontario” e quelli al di fuori degli Stati Uniti e del Canada visualizzeranno entrambi i nomi.”
In effetti, se fossi il Primo Ministro Mark Carney e il Presidente Trump annunciasse che avrebbe cambiato il nome del Lago Ontario in Lago America, risponderei pubblicamente
“Congratulazioni Donald. Al Canada non importa come chiami un lago nel tuo Paese, dato che questo non cambia il nome del lago nel nostro. Inoltre, i leader responsabili non hanno l’abitudine di immischiarsi negli affari interni di altre nazioni sovrane. Quindi torniamo al lavoro e finalizziamo questo accordo commerciale, perché è per questo che il popolo ci ha eletto.”
Quello sarebbe il modo corretto di gestire una situazione del genere, e il fatto che non sia stata affrontata con decisione è un indizio che c’è qualcos’altro sotto, oltre all’idiozia del presidente Trump.
Ricordiamo che il Primo Ministro Mark Carney è un politico eloquente e intelligente. È anche l’unico uomo nella storia ad aver guidato le banche centrali di due Paesi del G7. Con un simile background, sa perfettamente che la manovra di Trump di cambiare nome è irrilevante e sa anche come essere un leader responsabile nei confronti delle persone che lo hanno eletto.
Il fatto che non stia cercando di disinnescare la situazione con decisione è intenzionale, e non è perché sia nel migliore interesse del popolo canadese.
Bisogna ricordare che nel wrestling professionistico c’è sempre un buono e un cattivo. Funziona così. Pur non volendo insinuare che Trump e Carney stiano agendo di concerto, affermo tuttavia che si tratta, in larga misura, di una messa in scena politica.
E in questa performance, Carney interpreta il ruolo del buono, mentre Trump si è calato nei panni del pagliaccio. Ciononostante, alla fine dei conti, si tratta pur sempre di “Wrestling professionistico”.
Allora perché tutto questo clamore?
Ancora una volta, il presidente Donald Trump ha usato l’arte della retorica, condita con un pizzico di antagonismo, per distrarre il mondo dagli enormi problemi che affliggono sia l’America che, più in generale, l’Occidente nel suo complesso.
Nello specifico, ci sono problemi tariffari legati a controversie commerciali, deindustrializzazione, prezzi dell’energia alle stelle e inflazione. La guerra in Ucraina sta fallendo. Abbiamo carenze di capacità militari e di minerali delle terre rare. Il conflitto in Iran è stato ovviamente una decisione catastrofica e ora lo Stretto di Hormuz, di importanza strategica, funziona in modo diverso rispetto a prima della guerra. Più recentemente, si sono intensificati gli scontri tra gli Houthi in Yemen e l’Arabia Saudita.
E, a dire il vero, questi sono solo i problemi che mi vengono in mente al momento. Sono certo che ci siano molte altre questioni importanti, sia in America che nel resto del mondo, di cui tutti dovrebbero preoccuparsi e per le quali i nostri leader dovrebbero lavorare giorno e notte per risolverle.
Eppure, nonostante tutte queste condizioni preoccupanti, chi è al potere, che si tratti di Donald Trump, Mark Carney o di qualsiasi altro rampollo globalista, si rifiuta di affrontare questi problemi e preferisce impiegare tempo ed energie per distrarvi e farvi concentrare su sciocchezze che non contano.
Per fare ciò, aspettano che Trump dica qualcosa di assurdo tipo “Cambieremo il nome di un lago” e poi fingono tutti di andare nel panico, convincendo i media a stare al gioco.
Incredibilmente, questo accade nonostante il cambio di nome sia legale, irrilevante e non sia mai stato un argomento di cui qualcuno si sia veramente interessato. Eppure, in qualche modo, le élite benestanti riescono ancora a convincere le masse ad abboccare all’amo.
Conclusione
Se siete arrivati a questo punto dell’articolo, probabilmente non siete tra coloro che si lasciano ingannare da simili messe in scena. E spero che queste informazioni storiche sui cambi di nome vi siano state utili.
Ancora più importante, il mio obiettivo è che, dopo aver letto questo articolo, comprendiate appieno il punto fondamentale: come ha detto Alex Christoforou, tutto questo è “Pro Wrestling”.
La proposta del presidente Trump di cambiare il nome del lago Ontario è una messa in scena politica. Non lasciatevi distrarre da essa o da qualsiasi altra cosa che sia chiaramente una mera operazione di facciata.
Visti i gravi problemi che affrontiamo come Paese e come mondo, è fondamentale rimanere concentrati. Non lasciate che la retorica accattivante catturi la vostra attenzione. Rimanete attivi. Confrontatevi con i vostri rappresentanti eletti e chiedete loro di rendere conto delle proprie azioni.
E se, alla fine, si rifiutano di fare il necessario per risolvere i problemi che stiamo affrontando, allora forse è il momento di dirgli di ” andare a quel paese” .
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Alla prossima,
Jon Kurpis
NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.
Ostacolo alla produzione – Parte II
Seconda e ultima parte di una serie che esamina la storia della macchina bellica industriale americana e i fattori strutturali alla base dell’attuale crisi della produzione militare degli Stati Uniti.
| Jon Kurpis9 agosto |
| la prima parte qui https://italiaeilmondo.com/2026/09/09/un-settembre-da-ricordare-di-jon-kurpis/ |
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .
Nella prima parte di “L’ostruzione alla produzione”, abbiamo ripercorso la storia della produzione militare americana dalla Guerra Civile degli anni ’60 dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Questa ricostruzione storica ci permette di individuare i momenti in cui gli Stati Uniti hanno compiuto progressi significativi nella produzione per la difesa. Attraverso la nostra analisi della Seconda Guerra Mondiale, siamo stati anche in grado di determinare i limiti massimi di ciò che è possibile realizzare in termini di produzione militare, nonché i risultati ottenibili con investimenti sostenuti e a lungo termine alla fine della Guerra Fredda. Infine, abbiamo identificato il cambiamento strategico post-Guerra Fredda che ha ostacolato drasticamente la produzione militare americana e ha contribuito alla posizione di vulnerabilità in cui si trovano oggi gli Stati Uniti.
Nella seconda parte di “L’ostruzione della produzione”, riprendiamo l’analisi esaminando più a fondo i problemi relativi alla produzione militare che attualmente indeboliscono gli Stati Uniti. Attraverso questa analisi, individueremo i fattori acuti che hanno contribuito alla situazione attuale e determineremo cosa si può e si dovrebbe realisticamente fare per affrontare questi problemi.
Per comprendere meglio le problematiche generali che ostacolano la capacità produttiva militare degli Stati Uniti, basta dare un’occhiata a un recente rapporto dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Guerra riguardante lo stabilimento di Mesquite, in Texas, per la produzione di componenti metallici per proiettili. Inaugurato nel 2024 dopo aver ricevuto almeno 469 milioni di dollari di finanziamenti per la difesa, lo stabilimento avrebbe dovuto produrre 30.000 componenti metallici critici per proiettili entro il 2026. Incredibilmente, a marzo 2026, lo stabilimento non era riuscito a produrre un singolo componente.
L’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Guerra ha riferito:
“Senza le 30.000 parti metalliche aggiuntive per proiettili previste dallo stabilimento di Mesquite, l’Esercito non sarà in grado di raggiungere il suo obiettivo mensile di produzione di 100.000 proiettili di artiglieria da 155 mm.”Inoltre, ha affermato:
“A marzo 2026, i funzionari del Capability Program Executive Ammunition and Energetics non avevano ancora elaborato un piano per la produzione dei proiettili aggiuntivi che avrebbero dovuto essere prodotti nello stabilimento di Mesquite.”
Questo esempio riassume i problemi di produzione militare che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare.
Il Pentagono ha stanziato quasi 500 milioni di dollari per la costruzione di uno stabilimento con la previsione che entro il 2026 avrebbe fornito 30.000 componenti critici per proiettili. Ma al momento della produzione, la fabbrica non ha consegnato nulla. Come se non bastasse, l’Ispettorato Generale ha anche scoperto che non esiste nemmeno un piano per compensare la produzione persa. Di conseguenza, la produzione di munizioni cruciali è stata ritardata e l’Esercito si è ritrovato senza una strategia di riserva credibile.
In quanto cittadino e contribuente americano, mi aspetto che il mio Paese sia ben preparato militarmente, soprattutto considerando le somme astronomiche stanziate ogni anno per la difesa nazionale. Ciò non significa, tuttavia, che io condivida la politica estera neoliberista americana o che la consideri altro che sconsiderata e autodistruttiva. Ciò che affermo in questo articolo è pragmatico. Se gli Stati Uniti dovessero essere costretti a combattere un conflitto ad alta intensità per un periodo prolungato, in teoria dovrebbero disporre di ogni arma, aereo, munizione, rifornimento, tecnologia e altra risorsa necessaria per difendersi per tutto il tempo necessario. Date le dimensioni, le risorse naturali, la popolazione e le riserve finanziarie degli Stati Uniti, tale aspettativa è più che ragionevole. Detto questo, è evidente che attualmente gli Stati Uniti non soddisfano questi standard. Nonostante le spese annuali per la difesa si avvicinino a mille miliardi di dollari, permangono significative strozzature produttive e debolezze nella catena di approvvigionamento.

Tre periodi della produzione della moderna superpotenza statunitense
Per comprendere meglio le ragioni del problema di produzione militare degli Stati Uniti, è necessario esaminare alcune tendenze chiave emerse dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Queste tendenze possono essere suddivise in tre periodi distinti.
La prima era va dagli anni ’50 agli anni ’80 ed è caratterizzata da un’immensa base militare-industriale americana con la capacità di scalare rapidamente la produzione per soddisfare praticamente qualsiasi esigenza bellica. La seconda era copre gli anni ’90 fino alla fine degli anni 2010 ed è segnata dal cambiamento strategico verso forze tecnologicamente più avanzate, unitamente a una minore enfasi sul mantenimento di grandi scorte necessarie per sostenere una guerra ad alta intensità per un periodo prolungato. L’era finale è quella in cui ci troviamo oggi: gli anni 2020. È definita da budget enormi che sostengono continui investimenti tecnologici, ma anche dalla consapevolezza che gli Stati Uniti devono riorganizzare la propria capacità produttiva militare dopo decenni di produzione a basso volume.
Dalla fine della Guerra Fredda, le forze armate americane hanno dato priorità al potenziamento delle proprie capacità tecnologiche e all’efficienza tattica. Per efficienza tattica intendo la capacità delle forze statunitensi di raggiungere rapidamente e con decisione gli obiettivi militari immediati. Questa preferenza strategica è la ragione principale per cui gli Stati Uniti investono così tanto in tecnologie militari avanzate. L’obiettivo generale è sfruttare la tecnologia per diventare più efficienti dal punto di vista tattico e capaci di vincere le guerre rapidamente. Ma, parallelamente a questa focalizzazione, il Pentagono ha consapevolmente ridotto la propria capacità di espandere la capacità industriale e di sostenere lunghi periodi di conflitto ad alta intensità.
Al di là di questo cambiamento di strategia, vi è anche un sottile senso di arroganza che ha contribuito a creare gli attuali problemi di produzione militare. Per decenni, tra i responsabili politici e i pianificatori della difesa si è diffusa la convinzione che gli Stati Uniti non avessero bisogno di prepararsi a una guerra prolungata, poiché l’America possiede la capacità unica di ottenere rapidamente la vittoria. Sebbene i recenti conflitti in Ucraina e in Iran abbiano ribaltato questa convinzione, essa ha comunque influenzato la pianificazione della difesa e le relative decisioni produttive.
Soldi stupidi
Per garantire che questa strategia post-Guerra Fredda di superiorità tecnologica militare funzioni, il Pentagono spende ogni anno somme di denaro spropositate. Nel corso del prossimo anno, il governo degli Stati Uniti destinerà probabilmente più di mille miliardi di dollari alla difesa nazionale. Un trilione di dollari è una cifra incomprensibile e va contestualizzata correttamente.
Un bilancio della difesa di mille miliardi di dollari significa che il governo americano spenderà circa 2.700.000.000 di dollari al giorno, ovvero 114.000.000 di dollari all’ora, o all’incirca 1.900.000 di dollari ogni singolo minuto di ogni singolo giorno per un intero anno.
Quindi, alla fine dell’anno, il Congresso stanzierà un bilancio della difesa probabilmente più consistente, e il ciclo si ripeterà da capo, solo con più soldi a disposizione.
Per sottolineare ulteriormente l’enormità di un trilione di dollari, si pensi a questo: gli Stati Uniti hanno recentemente celebrato il loro 250° anniversario il 4 luglio , ovvero la fondazione della nazione il 4 luglio 1776. Se il governo federale statunitense avesse in qualche modo risparmiato 10 milioni di dollari ogni singolo giorno dal 4 luglio 1776 fino ad oggi, gli mancherebbero comunque oltre 85.000.000.000 di dollari per raggiungere un trilione di dollari.
Carne e patate
Se tutto ciò di cui abbiamo parlato finora è stato solo l’antipasto, ora stiamo per iniziare il piatto principale, il vero e proprio cuore pulsante delle problematiche che affliggono l’industria della difesa americana. Sebbene nessun singolo articolo possa esaminare in modo esaustivo ogni questione che incide sulla capacità produttiva militare statunitense, gli esempi qui trattati sono oggettivamente importanti e meritano attenzione.
Fornitori unici
Uno dei principali ostacoli alla produzione industriale militare è la dipendenza del Pentagono da fornitori unici. Sebbene i fornitori unici rappresentino indubbiamente un problema, non sono tutti uguali.
Ad esempio, se solo un’azienda presenta un’offerta per un contratto di fornitura di calzini ai Marines, è un conto. Ci sono molte aziende in grado di produrre calzini. Semplicemente, è successo che solo un’azienda abbia presentato un’offerta.
Sebbene problematico, un problema nella produzione di calze è ben diverso da uno scenario in cui esiste un solo produttore in grado di realizzare un componente specifico e, senza quel componente, qualcosa di importante come un missile Patriot non può essere costruito o lanciato. In questi casi, non esiste un’alternativa pratica. Se quell’unico fornitore non è in grado di produrre il pezzo, la produzione rallenta o si ferma del tutto.
Risorse insufficienti
Quando si parla di problemi di capacità produttiva che affliggono l’industria della difesa americana, l’attenzione tende a concentrarsi sui minerali delle terre rare, a causa della grande risonanza mediatica che hanno suscitato negli ultimi anni. Sebbene i minerali delle terre rare siano di fondamentale importanza e le forniture rimangano dominate dalla Cina, rendendo gli Stati Uniti fortemente dipendenti da essi, soprattutto nel breve termine, essi rappresentano solo una parte di un problema ben più ampio.
Il fatto è che esistono MOLTI altri materiali e componenti che rallentano la produzione militare e limitano la capacità del Paese di espandere la propria produzione. Tra questi figurano sostanze chimiche ad alto potenziale energetico come il TNT, la fibra di carbonio, i motori a razzo, i wafer di silicio, i trasformatori di grandi dimensioni e persino i piccoli cuscinetti a sfera. Quando anche solo una di queste risorse scarseggia, gli effetti si ripercuotono sull’intera catena di approvvigionamento. Il risultato è l’inefficienza della capacità produttiva militare che attualmente affligge le forze armate degli Stati Uniti.
Carrierismo dinamico
Negli ultimi 15 anni, il rapporto tra i membri delle forze armate statunitensi e il complesso militare-industriale è diventato sempre più incestuoso. Il complesso militare-industriale impiega regolarmente ex alti funzionari, compresi generali, che approvano ingenti spese per appaltatori della difesa. Dopo essersi congedati dal servizio militare, molti di questi stessi individui accettano posizioni redditizie proprio all’interno delle aziende che hanno beneficiato delle decisioni di approvvigionamento che hanno contribuito a prendere.
Di conseguenza, nei ranghi più alti delle forze armate statunitensi si è diffusa una cultura del carrierismo. Sebbene non tutti coloro che ricoprono posizioni di autorità la pensino in questo modo, un numero significativo di loro considera come le decisioni prese in uniforme possano influenzare le proprie opportunità dopo il congedo. Quando sono state istituite le leggi e le norme etiche che regolano questi rapporti, ci si aspettava che la maggior parte degli alti ufficiali militari si ritirasse semplicemente dopo il servizio, e non che passasse direttamente a posizioni altamente remunerative presso le principali aziende del settore della difesa. Questa dinamica crea incentivi che possono influenzare, e quasi certamente hanno influenzato, le decisioni e le priorità in materia di appalti, e deve cessare.
Fame di profitto contro fame reale
L’ultima questione relativa alle sfide della produzione militare americana che questo articolo affronterà è la fin troppo comune ossessione per il profitto in relazione alla guerra e alle forze armate. Oggi non è raro sentire qualcuno affermare che la spesa militare sia un bene per i rendimenti degli azionisti, i fondi pensione e i profitti aziendali. La fame di profitto è cresciuta a dismisura, soprattutto se considerata alla luce della reale realtà della fame negli Stati Uniti.
Sebbene a prima vista possa sembrare irrilevante paragonare la spesa militare all’insicurezza alimentare, i due fenomeni sono sorprendentemente collegati. Detto questo, il paragone non ha lo scopo principale di formulare un’argomentazione morale, quanto piuttosto di illustrare cosa si può realizzare con meno dell’uno per cento di un bilancio della difesa di mille miliardi di dollari.
Attualmente, oltre 45 milioni di americani soffrono di insicurezza alimentare, ovvero non sono in grado di acquistare il cibo nutriente di cui hanno bisogno perché non hanno i soldi per farlo. Ancora più preoccupante è l’elevato numero di bambini che vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare. La grave insicurezza alimentare non si limita all’impossibilità di permettersi gli alimenti più nutrienti. Si riferisce a persone, in questo caso bambini americani, che saltano i pasti, mangiano porzioni ridotte, trascorrono intere giornate senza mangiare o soffrono la fame perché non hanno abbastanza soldi per garantire loro un’alimentazione adeguata. La popolazione di bambini statunitensi che vive in queste condizioni da terzo mondo è di circa 751.000.
Dal 2007 al 2021, il bilancio annuale della difesa degli Stati Uniti ha oscillato tra i 601 e i 711 miliardi di dollari, superando i 700 miliardi solo 3 volte in un periodo di 14 anni. Per tutto questo tempo, agli americani è stata data l’impressione che semplicemente non ci fossero abbastanza soldi per affrontare appieno problemi come l’insicurezza alimentare.
A partire dall’insediamento di Joe Biden alla presidenza nel 2021 e proseguendo con la seconda amministrazione Trump, il bilancio della difesa è lievitato fino a raggiungere circa mille miliardi di dollari all’anno. Le stime per l’eliminazione dell’insicurezza alimentare si attestano tra i 25 e i 100 miliardi di dollari all’anno, a seconda della portata del programma.
Ancora più sorprendente è il fatto che soddisfare le esigenze dei 751.000 bambini che vivono in condizioni di estrema insicurezza alimentare costerebbe molto meno. Anche ipotizzando, con grande generosità, una paghetta alimentare per ogni bambino più che doppia rispetto a quella fornita ai marinai della Marina degli Stati Uniti, il costo annuale sarebbe comunque inferiore a 7 miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta meno dell’1% di un bilancio annuale della difesa di mille miliardi di dollari.
Il punto fondamentale è che gli Stati Uniti hanno aumentato la spesa per la difesa di circa 300 miliardi di dollari negli ultimi 4 anni, eppure qualsiasi accenno a investire una somma relativamente esigua per eliminare definitivamente la grave fame infantile viene marginalizzato o ignorato. Questa contraddizione rappresenta una flagrante violazione del contratto sociale e un profondo fallimento nella definizione delle priorità, soprattutto considerando la continua cattiva gestione da parte del Pentagono di ingenti somme di denaro pubblico.
Questa mentalità influenza inevitabilmente anche la produzione militare. Quando la massimizzazione del profitto e la creazione di valore per gli azionisti attraverso il bilancio annuale della difesa statunitense diventano la considerazione primaria, le decisioni sono guidate da ciò che è più redditizio piuttosto che da ciò che meglio serve gli interessi di sicurezza nazionale del paese. Questo squilibrio contribuisce alle inefficienze produttive ed è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti sono afflitti da problemi di capacità industriale nel settore militare.
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Soluzioni pratiche
Padroneggiare il panorama dei fornitori unici
Il primo passo per alleviare i problemi che contribuiscono alle difficoltà di capacità produttiva dell’industria militare è che il Pentagono sviluppi un nuovo livello di padronanza del panorama dei fornitori unici delle forze armate. Sebbene non dubiti che il Dipartimento della Guerra sosterrebbe di essere già in grado di farlo, il sistema attuale è chiaramente inefficiente e necessita di una profonda revisione.
Visto che il Pentagono è già ossessionato dallo spendere soldi in intelligenza artificiale, la soluzione più ovvia è quella di utilizzare l’IA per identificare ogni singolo fornitore e organizzare l’intera catena di approvvigionamento fino al livello più granulare possibile. Una volta che queste informazioni saranno state scoperte, analizzate e classificate in ordine di priorità, i responsabili politici potranno affrontare in modo proattivo le specifiche vulnerabilità individuate.
Un’altra raccomandazione importante è che le forze armate inizino a garantire contrattualmente la continuità delle forniture da ogni azienda con cui intrattengono rapporti commerciali. Inoltre, ogni fornitore dovrebbe essere tenuto a presentare un piano completo di produzione di emergenza prima di aggiudicarsi un contratto militare. Se un’azienda non è in grado di garantire un livello minimo di produzione continuativa durante un conflitto di vasta portata, o non può dimostrare come aumenterebbe rapidamente la produzione quando necessario, non dovrebbe ottenere il contratto. Invece, il lavoro dovrebbe essere assegnato a un altro fornitore qualificato e dovrebbero essere intraprese misure a lungo termine per internalizzare tali attività produttive, in modo che possano essere svolte, in futuro, dagli uomini e dalle donne altamente qualificati delle forze armate degli Stati Uniti.
Resilienza e ridondanza della produzione
Una questione che le forze armate statunitensi devono affrontare in modo definitivo riguarda i casi in cui importanti fornitori unici si rifiutano di assumersi ulteriori responsabilità produttive. Se un’azienda è l’unico produttore di un componente militare critico, non dovrebbe esserle consentito di interrompere la produzione senza un piano di riserva.
Un modo proattivo per prevenire questo problema è che le forze armate si avvalgano di un fornitore di riserva, vincolato da contratto, per ogni componente realmente critico. L’appaltatore principale sarebbe consapevole fin dall’inizio che, in caso di inadempimento degli obblighi contrattuali o di rifiuto di ampliare la produzione quando richiesto, il fornitore di riserva si assumerebbe la responsabilità del lavoro. Per rendere praticabile questo tipo di sistema, il governo dovrebbe predisporre meccanismi legali che consentano all’azienda di riserva di accedere ai dati tecnici, alle informazioni di produzione o ad altra proprietà intellettuale necessaria per proseguire la produzione.
Accumulare risorse su larga scala
Un altro passo necessario per affrontare il problema della produzione militare americana è eliminare il maggior numero possibile di carenze di scorte e rifornimenti. Sebbene non sia facile da realizzare, ciò è possibile implementando un modello di acquisizione a tutti i costi che si preoccupi meno del prezzo di mercato a breve termine e più dell’ottenimento immediato di ciò di cui si ha bisogno. La priorità deve essere quella di acquisire, immagazzinare e continuare ad aumentare le riserve strategiche di tutto ciò che è considerato di eccezionale importanza fino a quando gli Stati Uniti non saranno in grado di sostenere un conflitto prolungato ad alta intensità.
Controllo del passaggio dal settore militare a quello privato
Per garantire che le decisioni di spesa del Pentagono siano prese esclusivamente per promuovere gli interessi militari e non per favorire le future carriere di generali o altri alti funzionari del Dipartimento della Guerra, è necessario riformare il rapporto tra il servizio militare e il settore privato. Le forze armate statunitensi non possono essere utilizzate come trampolino di lancio per una carriera milionaria post-servizio nel complesso militare-industriale o in altri settori che traggono profitto dalle decisioni di spesa militare.
Per porre fine a tutto ciò, è necessario vietare determinati impieghi post-servizio a generali e altri alti funzionari con una significativa influenza sulla spesa per la difesa. Tale divieto deve includere l’impiego presso appaltatori della difesa, aziende tecnologiche che intrattengono rapporti commerciali con il Dipartimento della Guerra, società di private equity, attività di lobbying, consulenza, multinazionali che dipendono dal settore della difesa e governi stranieri.
Queste restrizioni non significano che a queste persone sia completamente vietato lavorare. Sarebbero comunque libere di insegnare, esercitare la professione legale, accettare incarichi di relatore, lavorare nella sicurezza privata, nei media, in televisione, avviare una propria attività o intraprendere altre carriere che non creino conflitti di interesse diretti con le decisioni di spesa e di bilancio prese in precedenza.
Allo stesso tempo, se il governo intende limitare l’accesso di questi leader a numerose e redditizie opportunità lavorative post-servizio, dovrebbe compensarli adeguatamente. I generali e gli alti ufficiali militari soggetti a tali restrizioni dovrebbero ricevere prestazioni pensionistiche eccezionalmente generose. Tali prestazioni potrebbero includere un’indennità di pensionamento maggiorata, rimborsi spese di trasporto, agevolazioni di viaggio e altri incentivi per migliorare la qualità della vita, che tengano conto sia del loro servizio sia delle restrizioni imposte.
Controllare la cultura della fame per il profitto ponendo fine alla fame
Sebbene non arriverà mai il momento in cui la sete di profitto derivante dalla guerra sarà completamente eliminata dalla mentalità imperialista statunitense, esiste l’opportunità di inviare un segnale forte all’establishment e al complesso militare-industriale, indicando che le priorità della nazione sono in fase di ricalibrazione.
Un gruppo bipartisan di membri del Congresso degli Stati Uniti dovrebbe annunciare immediatamente che il prossimo bilancio della difesa sarà ridotto di 10 miliardi di dollari e che tali fondi saranno reindirizzati a una nuova iniziativa permanente che supervisionerà e garantirà che i circa 751.000 bambini che vivono in condizioni di estrema insicurezza alimentare non debbano mai più soffrire la mancanza di cibo a sufficienza a causa di difficoltà economiche, né che questo accada in futuro a nessun altro bambino americano.
Ci saranno indubbiamente persone che si opporranno e/o tenteranno di contestare questa proposta. Molti sosterranno che le frodi sono presenti negli attuali programmi di assistenza alimentare. Altri argomenteranno che ogni dollaro è necessario per la difesa nazionale. La mia risposta a qualsiasi obiezione di questo tipo sarà diretta: ridurre un bilancio esageratamente gonfiato di mille miliardi di dollari dell’1% o meno non avrà alcun impatto sulla nostra sicurezza nazionale. E allo stesso tempo, utilizzare quei fondi per sradicare definitivamente la fame infantile cambierà immediatamente la vita di oltre 750.000 bambini e impedirà a milioni di altri di soffrire inutilmente in futuro.
Se il Dipartimento della Guerra, i suoi vertici, i nostri funzionari eletti e il complesso militare-industriale non riescono a portare a termine la loro missione con un bilancio di oltre 300 miliardi di dollari superiore a qualsiasi bilancio precedente al 2021, allora queste persone sono patetiche e, francamente, inadatte a svolgere il loro incarico. Allo stesso modo, se i fondi di investimento e altri strumenti finanziari simili non riescono a mantenere rendimenti soddisfacenti senza dipendere da una spesa militare in continua crescita, allora non sono competenti a gestire il denaro altrui.
In definitiva, un messaggio inequivocabile deve essere inviato forte e chiaro. Il contribuente americano è vigile, più informato che mai, e non intende sprecare denaro pubblico solo perché classificato come spesa militare. Inoltre, nessun bambino americano dovrebbe soffrire la fame mentre la nazione spende quasi mille miliardi di dollari all’anno per la difesa nazionale e quando il gravissimo problema della sicurezza alimentare infantile potrebbe essere risolto in modo permanente con meno dell’1% di tale budget. L’America è abbastanza ricca da poter mantenere un esercito finanziato in modo spropositato e da garantire ai propri figli cibo a sufficienza. Questi obiettivi non si escludono a vicenda. L’unica domanda è se i cittadini avranno il coraggio di costringere i propri rappresentanti eletti a fare il loro dovere e a garantire che entrambi gli obiettivi siano raggiunti.
Conclusione
Nella seconda parte di “L’ostruzione alla produzione”, abbiamo identificato e affrontato alcuni dei problemi fondamentali che contribuiscono alle difficoltà di produzione militare delle forze armate statunitensi. Sono numerose le ragioni per cui gli Stati Uniti si trovano in questa situazione di vulnerabilità. Tra queste, l’erosione della base industriale americana, l’esternalizzazione della produzione in Cina e in altri Paesi, i cambiamenti nella strategia militare e l’incapacità sia del complesso militare-industriale di produrre quanto necessario, sia del Pentagono di responsabilizzare adeguatamente appaltatori e fornitori. In definitiva, non importa come siamo arrivati a questo punto, il punto fondamentale è che questa situazione è insostenibile e deve cambiare.
È giunto il momento di esigere che i nostri rappresentanti eletti attuino riforme difficili. Se mettono in dubbio quale sia il problema o non ne riconoscono la gravità, ricordate le idee presentate in questo articolo e spiegatele loro razionalmente. Se continuano a ignorare il problema o a opporsi al cambiamento, anche loro contribuiscono a creare un clima di ostruzionismo produttivo .
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Alla prossima,
Jon Kurpis
Dare al terrorismo l’attenzione che merita.
Un altro fattore chiave che potrebbe influenzare le valutazioni belliche del presidente russo Putin.
| Jon Kurpis19 settembre |

Originariamente pubblicato da The Duran il 19 agosto 2026.
Nel corso dell’ultimo anno, si è discusso a lungo sul perché il presidente russo Vladimir Putin sia rimasto così calmo e generalmente non reattivo agli attacchi dei droni ucraini sul territorio russo. Sia chiaro, questi attacchi non sono episodi isolati o accidentali. Si tratta di assalti premeditati, mirati a infrastrutture non militari, che hanno causato la morte di civili, tra cui bambini. Molti russi ritengono che una risposta più decisa sia necessaria, e questa non è una posizione irragionevole.
Io stesso ho scritto in passato di questa dinamica, e non mancano i commenti di altri. Le spiegazioni per la reazione del Cremlino spaziano dal ridicolo (ad esempio, Putin è debole o l’Ucraina sta sopraffacendo l’esercito russo) al più intelligente. Per quanto riguarda le valutazioni in linea con la realtà, queste includono il fatto che Putin comprende che questi attacchi non faranno deragliare l’esito dell’operazione di cooperazione militare e sono quindi visti come un tentativo disperato da parte dell’Occidente di cambiare la narrazione e in qualche modo provocare la Russia a un’escalation che farebbe scattare l’articolo 5 o avrebbe qualche tipo di conseguenza militare negativa per loro. Qualunque sia la verità dietro le motivazioni di Putin, si può affermare con assoluta certezza che la risposta russa non è dovuta a una straordinaria campagna militare o a un’azione di droni che l’Ucraina sta conducendo con successo. Piuttosto, si allinea con una risposta calcolata che segnala che i russi non abbasseranno la guardia.
Come altri esperti di geopolitica, seguo quotidianamente la guerra in Ucraina. Dal mio ultimo articolo sull’argomento, pubblicato su The Duran Substack il 19 luglio 2026, si sono susseguiti attacchi ucraini contro obiettivi non militari (entro i confini russi pre-2014) che hanno causato vittime civili. Sebbene la Russia stia oggettivamente conducendo una guerra sempre più aggressiva contro gli ucraini, come dimostrano il blocco del porto di Odessa e i continui bombardamenti su Kiev, non si assiste a una reazione eccessiva a queste provocazioni ucraine. Pertanto, mi chiedo se ci sia qualcos’altro che possa influenzare questa politica di non reazione. Ho la sensazione che debba esserci un elemento più profondo in gioco, che con ogni probabilità sta influenzando Putin e la Russia dietro le quinte. Dopo aver dedicato molto tempo all’esame e all’analisi di ogni singola fonte di intelligence a mia disposizione, sono giunto alla conclusione che un tassello mancante del puzzle è la persistente minaccia del terrorismo ucraino.
Introduzione al terrorismo in Ucraina
Dall’inizio dell’operazione militare speciale nel febbraio 2022, e persino a partire dal 2014, il governo ucraino ha dimostrato con i suoi fatti la volontà di ricorrere a tattiche di guerra sporca che possono essere correttamente classificate come atti deliberati di terrorismo. Il presidente Zelensky ha addirittura mostrato la volontà di spingersi ben oltre ciò che i russi sembrano disposti a fare, in particolare per quanto riguarda gli attacchi contro i vertici del Cremlino e contro civili innocenti.
Gli esempi di complotti terroristici ucraini sono noti e numerosi. Il 20 agosto 2022, un’autobomba ha ucciso la figlia del noto filosofo russo di estrema destra Aleksandr Dugin. Il 2 aprile 2023, un attentato in un caffè di San Pietroburgo ha ucciso il blogger militare russo Vladlen Tatarsky e ferito altre 42 persone. Un mese dopo, il 3 maggio, droni ucraini hanno preso di mira e colpito il Cremlino. Il 6 giugno 2023, la diga di Nova Kakhovka è stata distrutta da un’esplosione che ha provocato un’enorme catastrofe umanitaria e ambientale, di cui la Russia accusa l’Ucraina. Tra il 31 maggio e il 1° giugno 2025, attacchi contro ponti a Kursk e Bryansk hanno causato la morte di otto persone. Il 29 dicembre 2025, 91 droni ucraini diretti verso la residenza del presidente Vladimir Putin a Valdai sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi. Il 22 maggio 2026, un attacco di droni contro un dormitorio a Starobilsk ha ucciso 21 persone, tra cui studenti innocenti. Il 17 giugno, un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile bielorussa è stato colpito da un drone ucraino a Bryansk, causando un morto e sei feriti. Il 1° agosto, un attentato dinamitardo contro un ufficiale militare russo in un ristorante italiano a Mosca ha ucciso cinque persone e ne ha ferite altre 19. Due giorni dopo, il 3 agosto, un attacco su una spiaggia vicino a Gelendzhik ha ucciso sette persone, tra cui tre bambini. Va notato che questo attacco è avvenuto nelle immediate vicinanze di un complesso alberghiero che l’Occidente erroneamente identifica come la residenza del presidente Putin, e non si può escludere un collegamento tra l’attacco del 3 agosto e questa struttura. Infine, Wildberries, l’equivalente russo di Amazon, ha subito almeno 25 attacchi alle sue strutture tra il 18 luglio e il 15 agosto 2026.
Sebbene questo non sia affatto un resoconto esaustivo di tutti gli attacchi ucraini contro la Russia, ciò che è emerso è un modello ricorrente da parte degli ucraini di ricorso a tattiche grottesche e al terrorismo vero e proprio, prendendo di mira civili innocenti, nonché il desiderio di assassinare lo stesso Vladimir Putin. Indipendentemente da come si possa interpretare la guerra in Ucraina, il terrorismo rappresenta una minaccia legittima e costante per la Russia e una preoccupazione molto reale di cui il Cremlino deve tenere conto.
Mettere insieme i pezzi
Da questo punto di vista, e in relazione alla situazione attuale dell’Organizzazione per la cooperazione militare internazionale (SMO), il presidente Putin si trova ad affrontare una questione complessa. Da un lato, la Russia è vicina a una vittoria militare. Sebbene la vittoria totale sia ancora lontana mesi, se non più di un anno, la Russia ha aumentato considerevolmente la pressione e gli ucraini stanno iniziando a comprendere la situazione. Ciò, tuttavia, non diminuisce il pericolo per la Russia, poiché mettere alle strette l’opposizione in guerra è di per sé una posizione precaria.
Questo accade perché, in situazioni avverse in cui una delle parti sta per perdere, che si tratti di guerra, politica o sport, i partecipanti spesso si comportano in modo incredibilmente aggressivo nel tentativo di opporre una resistenza finale formidabile. Spesso la tensione è tale che la parte vincente si arrende senza rendersi conto di quanto fosse vicina alla vittoria. Questo concetto è ben riassunto dal proverbio che mette in guardia dal “cedere a un centimetro dalla linea di porta”. In altre parole, quando la propria parte sta per vincere, la situazione diventa spesso così difficile e caotica che è necessario prendere precauzioni per evitare che la vittoria sfugga di mano a causa dell’incapacità di resistere all’assalto della persona o dell’entità che sta per perdere.
Il motivo per cui questo è rilevante per la nostra discussione è che forse non esiste esempio in cui una parte sconfitta sia più propensa ad agire in modo così reazionario, aggressivo e terroristico dell’Ucraina. Questa triste realtà è supportata da una storia documentata dal 2022 ad oggi, che dimostra come l’Ucraina sia disposta e capace di vendicarsi in un modo che va ben oltre qualsiasi limite legale o accettabile. Questo comportamento criminale si è già verificato, è tuttora in corso e peggiorerà drasticamente con l’avvicinarsi della fine dell’operazione di cooperazione in materia di sicurezza russa.
È importante considerare che, così come l’attivazione dell’articolo 5 potrebbe teoricamente far deragliare una vittoria altrimenti inevitabile per la Russia, anche il terrorismo ucraino, se perpetrato su scala più consistente e con maggiore letalità all’interno della Russia, potrebbe diventare altrettanto problematico.
Se il terrorismo appoggiato dall’Ucraina dovesse regolarmente causare un elevato numero di morti, il degrado di infrastrutture critiche o la demolizione di monumenti di importanza storica, il popolo russo chiederebbe a Putin di ordinare all’esercito di adottare misure immediate per porre fine all’operazione militare. Ciò richiederebbe a Putin di approvare offensive militari su vasta scala in Ucraina, con conseguenti perdite ingenti per le unità russe.
L’atteggiamento più aggressivo del popolo russo nei confronti dell’Organizzazione per la Mobilità Speciale non è una mera speculazione. Osservando le elezioni che si terranno in Russia a settembre, è interessante notare che i due partiti di opposizione con maggiori probabilità di vittoria condividono la posizione secondo cui la Russia dovrebbe adottare un approccio più duro nei confronti dell’Ucraina. Indipendentemente dai risultati elettorali, è chiaro che la popolazione tende a chiedere una campagna militare più incisiva, e questa tendenza aumenterà sicuramente se gli atti di terrorismo diventeranno più frequenti.
Esiste pertanto un rischio concreto che il terrorismo ucraino, se gestito in modo improprio dalla Russia, possa diventare un meccanismo in grado di interferire con la normalità ristabilita e, in ultima analisi, influenzare le modalità di svolgimento dell’operazione militare speciale.
Il presidente Vladimir Putin e le forze armate russe ne sono pienamente consapevoli. Sanno anche che il terrorismo appoggiato dall’Ucraina sul suolo russo è un problema a lungo termine che deve essere affrontato. Il vaso di Pandora è stato aperto e nessuno può più richiuderlo. Detto questo, il momento e le modalità con cui verrà affrontato sono di fondamentale importanza.
Il vaso di Pandora
Quando gli storici del futuro scriveranno la storia definitiva della guerra in Ucraina, dovranno purtroppo narrare come l’Occidente nel suo complesso abbia stretto un patto con il diavolo, sostenendo Zelensky e il suo sforzo bellico. Allo stato attuale, agli ucraini sono stati concessi centinaia di miliardi di dollari non verificabili, accesso alle tecniche e al know-how della NATO, esperienza sul campo di battaglia e operativa, e una sorta di lasciapassare morale per commettere qualsiasi atrocità ritengano necessaria. Non esiste letteralmente alcun meccanismo di controllo o di prevenzione per impedire che questi atti atroci si verifichino, né ora né in futuro. Anzi, raramente, se non mai, sento o leggo qualcosa da parte di un governo occidentale che condanni, critichi o chieda l’immediata cessazione di questi atti di terrorismo. Incredibilmente, sento invece funzionari governativi e opinionisti occidentali giustificare, scusare e persino applaudire attacchi che sono categoricamente inaccettabili secondo qualsiasi standard di comportamento moderno.
Come se tutto ciò non bastasse, un’ulteriore ragione per cui l’approccio collettivo dell’Occidente è stato così estremamente sconsiderato è che, una volta finita la guerra, le persone, siano esse membri delle forze di Azov allineate con i nazisti o altri che si nascondono nell’ombra e commettono questi atti terroristici in modo indipendente, rimarranno in gran parte al loro posto. Questi assassini ora dispongono di ingenti somme di denaro, accesso a enormi quantità di armi trafugate dalle forniture occidentali, e non c’è nessuno disposto o in grado di dire o fare qualcosa per impedire loro di commettere futuri atti di terrorismo.
In un modo o nell’altro, la Russia dovrà affrontare il problema del terrorismo ucraino. L’Occidente nel suo complesso ha aperto il vaso di Pandora e non c’è modo di controllarlo, anche se questo fosse l’obiettivo. Ma se dovessero scoppiare ora, o in qualsiasi momento prima della conclusione dell’operazione di pace, vi è una forte possibilità che ciò interferisca con il modo in cui la Russia conduce la guerra.
Cosa significa realmente
Tutto ciò indica che, quando il mondo percepisce un atteggiamento non reattivo nei confronti degli attacchi con droni sul suolo russo, entra in gioco un ulteriore fattore critico (ovvero il terrorismo ucraino). Pertanto, la minaccia del terrorismo ucraino e le modalità per contenerla nel breve termine sono probabilmente elementi determinanti nelle decisioni della Russia in merito alla sua strategia di comunicazione e reazione.
A prescindere da ciò che gli osservatori possano pensare, si può sostenere, con una certa dose di sfumature, che Putin consideri gli attacchi dei droni, per usare un’espressione appropriata, un male necessario, in quanto assolvono al loro scopo di ritardare l’ondata di terrorismo ucraino, ben più intensa, all’interno dei confini russi. E se si guarda la situazione da questa prospettiva non convenzionale, sembra che si sia sviluppato un meccanismo di stallo organico che permette silenziosamente agli attacchi dei droni di continuare, poiché ciò è, in misura variabile, nell’interesse immediato di tutte le parti coinvolte. Questo NON significa che Putin li approvi o desideri che continuino, ma piuttosto che potrebbero fungere da meccanismo di ritardo del terrorismo durante la fase finale dell’operazione di cooperazione in Russia.
Chi ne trae beneficio e in che modo?
Dal punto di vista dell’Occidente e dell’Ucraina, un’offensiva con i droni è molto auspicabile. Innanzitutto, gli ucraini vogliono perseguirla e ne hanno la capacità, ammesso che dispongano dei droni e dei dati di puntamento statunitensi. Dal punto di vista americano, permettere agli ucraini di condurre un’offensiva con i droni impedisce loro di richiedere armi più potenti che intensificherebbero seriamente il conflitto e le cui scorte potrebbero non essere così ingenti. Permette inoltre ad aziende come Palantir di testare le proprie tecnologie di droni e intelligenza artificiale in contesti di combattimento reali. Per i “ragazzini” globalisti dell’UE, non c’è niente di più allettante dell’idea di partecipare a un conflitto contro la Russia fornendo tecnologia per droni, poiché ciò si inserisce perfettamente nella loro narrativa finanziaria secondo cui le fabbriche di droni ripristineranno la capacità produttiva europea perduta. La guerra con i droni funziona persino per gli interessi cinesi, che a quanto pare vendono componenti per droni all’Occidente attraverso terze parti. Quindi, in modi diversi e per ragioni molto diverse, ogni attore partecipa in un certo senso allo stesso gioco.
Ma in che modo ciò aiuta la Russia?
Per quanto riguarda gli obiettivi militari russi, potrebbe essere sensato lasciare che gli attacchi dei droni ucraini si sviluppino con cautela e sistematicità nel breve termine. Dato che i russi si sono confrontati direttamente con l’Occidente riguardo alle forniture di armi più tradizionali, anche di recente in merito alle scorte statunitensi in Turchia, il Cremlino, con pochissime eccezioni, è stato notevolmente più silenzioso riguardo ai droni, e credo che questo possa essere uno dei motivi.
Per quanto riguarda la guerra moderna con i droni, non esiste al mondo un Paese altrettanto capace quanto l’esercito russo, grazie all’esperienza maturata sul campo durante l’esercitazione SMO. I russi sono diventati, per molti aspetti, maestri nell’impiego offensivo avanzato dei droni e hanno adattato tecnologie e tattiche per perfezionare questo settore dell’armamento. Inoltre, lo sviluppo dei droni russi è in continua evoluzione e si espanderà ulteriormente con l’entrata in funzione della loro versione di Starlink sui campi di battaglia ucraini.
In termini di capacità difensive per resistere agli attacchi dei droni, la Russia ha fatto grandi progressi, ma non ha ancora raggiunto il dominio in questo aspetto del campo di battaglia. L’Ucraina è particolarmente abile nel modificare e cambiare rapidamente le tattiche, e i russi devono continuamente ampliare le proprie capacità difensive per tenere il passo con la minaccia. Sebbene la Russia disponga di un sistema di difesa missilistica stratificato all’avanguardia, è un dato di fatto che non sia stato originariamente progettato per difendersi dai droni. Pertanto, avere l’opportunità di affinare i propri sistemi per contrastare ogni minaccia proveniente da NATO, Ucraina e Stati Uniti rappresenta un’occasione incredibilmente importante da sfruttare. Da un punto di vista difensivo, affrontare con cautela gli attacchi dei droni ucraini non solo ritarda il terrorismo palese nel breve termine, ma consente alle forze armate di apportare le modifiche cruciali necessarie per la protezione a lungo termine.
Nello specifico, gli attacchi con droni da parte dell’Ucraina stanno permettendo alla Russia di comprendere la tecnologia dei droni e l’intelligenza artificiale ad essa associata, come quella di Palantir, i grandi droni delle dimensioni di un Cessna alimentati da piccoli motori di fabbricazione italiana, i droni militari forniti dal Regno Unito e ogni sorta di armamento innovativo ideato dagli ucraini, inclusi droni che sganciano veicoli telecomandati che poi si muovono e detonano, e persino droni dotati di mitragliatrici. La Russia non solo è in grado di esercitarsi contro tutte queste diverse tecnologie occidentali per droni, ma sta anche acquisendo esperienza con i missili Flamingo, che si muovono lentamente.
Sebbene molti presumano che la vendita di componenti per droni da parte della Cina all’Occidente sia motivata esclusivamente da ragioni economiche, la questione potrebbe essere ben più complessa. Non mi sorprenderei affatto se un piccolo numero di questi componenti contenesse un micro-transponder integrato, che permetterebbe sia alla Cina che alla Russia di localizzarli. In tal caso, la Russia sarebbe in grado di tracciare il luogo di assemblaggio dei droni, il loro percorso verso l’Ucraina, i luoghi di stoccaggio prima del lancio e forse persino la loro traiettoria di volo. Si tratterebbe di dati di fondamentale importanza per la Russia, che le consentirebbero di individuare con precisione i bersagli per i propri attacchi missilistici, e sarebbero accessibili solo se gli attacchi con i droni dovessero continuare nel breve termine.
L’esempio più recente di come tali attacchi possano in definitiva essere nell’interesse a lungo termine dei russi è rappresentato dai massicci attacchi con droni lanciati dall’Ucraina a metà agosto 2026.
Per comprendere la portata e la gravità dell’attacco, è stato riportato che l’Ucraina ha lanciato circa 2.100 droni in un periodo di due giorni e, nel farlo, alcuni sono stati distrutti prima che raggiungessero i loro obiettivi, mentre in alcuni casi sono riusciti a colpire magazzini vuoti della Wildberries, senza causare vittime civili o militari. Considerando un costo di 60.000-200.000 dollari per drone, un attacco di tale portata, o anche uno con un numero di droni significativamente inferiore a quello riportato, potrebbe facilmente costare 100 milioni di dollari, senza peraltro portare a conseguenze significative per gli ucraini.
D’altro canto, l’esercito russo ha acquisito esperienza dovendosi difendere da un attacco di 2.100 droni in un periodo di 48 ore. I dati e l’esperienza ricavati da un simile attacco si tradurranno in misure difensive più efficaci in futuro. Nel frattempo, l’Ucraina ha distrutto 2.100 droni, la cui sostituzione potrebbe costare oltre 100 milioni di dollari. L’attacco fallito ha anche avvantaggiato la Russia, in quanto ha messo fuori circolazione 2.100 droni che avrebbero potuto essere utilizzati con maggiore parsimonia per futuri attacchi terroristici in Ucraina.
Conclusione
In definitiva, sono numerosi i fattori che determinano la risposta del presidente Putin e della Russia agli attacchi dei droni sul loro territorio. Molte delle ragioni di questa risposta sono già state discusse, e senza dubbio esistono altri fattori determinanti che non saranno mai noti a causa della natura riservata dell’argomento. Detto questo, è importante e doveroso considerare anche la natura complessiva della minaccia terroristica che la Russia si trova ad affrontare sia a breve che a lungo termine, e come questa stia probabilmente influenzando le decisioni e le risposte odierne.
Prima di concludere questo articolo, desidero ribadire che nulla di quanto detto finora significa affermare che il presidente Putin o l’esercito russo stiano intenzionalmente permettendo ai droni di colpire il loro paese, o che in qualche modo approvino o gradiscano le morti di civili. Piuttosto, potrebbe esserci un’intesa secondo cui, sebbene gli attacchi avvengano e causino danni minimi e persino vittime, è di gran lunga preferibile permettere all’Occidente nel suo complesso di impegnarsi in questo tipo di manovre, poiché ciò ritarda il terrorismo vero e proprio e fornisce al complesso militare-industriale russo il tempo e i dati necessari per perfezionare i propri sistemi di difesa dai droni, al fine di proteggere il paese in modo più efficace in futuro. Cosa ancora più importante, ciò garantisce all’esercito russo la continua flessibilità interna per perseguire l’organizzazione terroristica nel modo che ritiene più opportuno.
Tenendo conto di tutto ciò, quando in futuro si discuterà del perché il presidente Vladimir Putin stia affrontando gli attacchi al suo paese in modo apparentemente così non reattivo, il dialogo che ne seguirà non dovrà limitarsi a considerare i numerosi fattori già analizzati e commentati in passato, ma dovrà anche tenere conto del fatto che Putin sta dando al terrorismo l’attenzione che merita.
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Alla prossima,
Jon Kurpis
NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.