Il nemico temporaneo del mio nemico temporaneo…di Aurèlien
Il nemico temporaneo del mio nemico temporaneo…
Può essere il mio amico di passaggio.
| Aurelien6 maggio |
L’altro giorno ho ricevuto un messaggio da Substack in cui mi veniva comunicato che questo sito era «al sesto posto nella classifica internazionale e in ascesa». Non so bene cosa significhi, ma deve trattarsi di qualcosa di positivo. Sto inoltre ricevendo un numero sempre maggiore di “mi piace”, condivisioni e messaggi riguardanti le traduzioni di questi saggi in altre lingue, molte delle quali, ovviamente, realizzate dall’instancabile gruppo di traduttori elencato qui sotto. Quindi grazie a tutti!
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Una delle maggiori difficoltà per i politici e gli esperti che cercano di dare un senso ai cambiamenti nel mondo è quella che io chiamo il «problema della classificazione». La maggior parte dei cambiamenti apparentemente improvvisi e violenti presenta tre caratteristiche comuni. La prima è che, in realtà, non sono improvvisi, ma si sono sviluppati nel corso di molto tempo, spesso inosservati e quindi non compresi. La seconda è che un evento, spesso inaspettato, è intervenuto rendendo improvvisamente evidenti quei cambiamenti che prima erano nascosti. La terza è che in quasi tutti i casi i cambiamenti obbediscono a semplici regole in vigore da millenni, ma che di solito non vengono trattate nei libri di testo di politica e relazioni internazionali.
Così chi ha poco tempo, e spesso anche scarsa comprensione, rimane completamente sorpreso e si ritrova a chiedersi non «Cosa sta succedendo qui?», ma piuttosto «A quale evento o modello del passato assomiglia di più questo, tra le cose che conosco o di cui ho sentito parlare?». Ben presto, opinionisti e politici si scontrano intellettualmente sul fatto che si tratti della nuova X o della nuova Y, oppure dell’ultimo esempio del processo Z, di cui avevano letto proprio ieri. Nel nostro mondo moderno, gli eventi imprevisti possono invadere i media internazionali nel giro di poche ore, con commenti appiccicati qua e là che spaziano da quelli che si spera siano utili a quelli irrimediabilmente confusi fino a quelli volutamente mendaci, e i governi devono reagire, anche se non c’è il tempo, e spesso non ci sono le risorse, per capire davvero cosa sta succedendo. Quindi nel mondo politico e mediatico c’è una competizione per inserire gli eventi – per come appaiono, comunque – in una sorta di schema già sperimentato e quindi familiare. La situazione è aggravata dal fatto che, quasi fin dai primi minuti, i governi e altri soggetti sono tormentati dai media per una risposta a situazioni o sviluppi che potrebbero essere del tutto poco chiari e persino fittizi (“Se queste notizie non confermate si rivelassero vere…”)
Ciò vale a molti livelli ed è il risultato non solo della rapidità e dell’incertezza degli sviluppi, ma anche dell’esistenza di quei modelli ormai superati, sia istituzionali che comportamentali, che gli esperti conoscono bene e che a loro sembrano naturali e inevitabili. Il passato, o almeno la nostra interpretazione di esso, struttura il nostro modo di pensare al presente e al futuro e limita in larga misura le interpretazioni che possiamo accettare e le opzioni a cui possiamo attingere per possibili soluzioni. Nel caso delle soluzioni e delle istituzioni, questa imitazione può persino essere ricercata deliberatamente, nel tentativo di rivaleggiare con paesi più ricchi e sviluppati. L’Unione Africana, ad esempio, è stata esplicitamente modellata sull’UE (che fornisce gran parte dei suoi finanziamenti) e le preoccupazioni che alcuni di noi nutrivano all’epoca, secondo cui il risultato sarebbe stato irragionevolmente ambizioso, sono state, a mio avviso, almeno in parte giustificate. Allo stesso modo, mi è stato chiesto molte volte se fosse possibile introdurre una sorta di modello UE per risolvere i problemi del Medio Oriente, non perché le persone abbiano necessariamente riflettuto a fondo sull’idea (basti pensare alla breve e infelice storia della Repubblica Unita d’Arabia), ma perché il modello è ben noto ed è associato a Stati ricchi e generalmente stabili. (L’entusiasmo tende a raffreddarsi quando ricordo alle persone quante generazioni di terribile violenza sono state necessarie per produrre il consenso politico che ha reso possibile l’UE.)
Tuttavia, restando per un attimo sul tema delle istituzioni, la cosa interessante è quanto la maggior parte di esse sia in realtà contingente e quanto siano il prodotto di luoghi e tempi specifici. Per definizione, quindi, ciò ne limita l’applicabilità su più ampia scala: una «nuova istituzione X» ha senso come soluzione a una crisi solo se le situazioni di fondo sono almeno in linea di massima comparabili. Allo stesso modo, molte regole apparentemente universali o luoghi comuni di comportamento nelle relazioni internazionali sono in realtà altrettanto specifiche e sono in molti casi il prodotto di modelli teorici elaborati in particolari contesti politici, non contaminati dall’intrusione dell’esperienza quotidiana. Non c’è da stupirsi se spesso abbiamo difficoltà a capire cosa sta succedendo, perché stiamo ponendo la domanda sbagliata. Chiedersi, ad esempio: «Questo assomiglia all’evento X che è accaduto l’anno scorso? C’è la Grande Potenza Y dietro a tutto questo o, in alternativa, è la Grande Potenza Z? Si tratta di (inserire merce)? oppure È un tentativo di creare una nuova (inserire organizzazione)? è molto improbabile che vi porti da qualche parte in termini di comprensione di ciò che sta accadendo, figuriamoci di previsione del futuro, ma ha il vantaggio di classificare ordinatamente i disaccordi sotto voci che conoscete. Da qui gli effetti del Problema della Classificazione.
E, ad essere onesti, dobbiamo riconoscere che qualsiasi tentativo serio di affrontare le complessità anche di eventi su piccola scala in parti remote del mondo può rivelarsi di una complessità travolgente. Quando l’anno scorso sono emersi i primi segnali del conflitto al confine tra Thailandia e Cambogia, quante persone potevano dire in tutta onestà di averne compreso il contesto e di poter fornire una spiegazione coerente del perché fossero scoppiati i combattimenti? Ma i governi devono dire qualcosa su tali questioni, e i modelli di business di molti opinionisti su Internet dipendono dal commento immediato sulla notizia principale del giorno, così le persone ricorrono a stereotipi o cliché che almeno consentono loro di dire qualcosa, e spingono per soluzioni (l’ONU? L’ASEAN?) di cui almeno loro e il loro pubblico avranno sentito parlare.
La reazione onirica, quasi catatonica, dell’Occidente di fronte alla totalità delle probabili conseguenze delle crisi sia ucraina che iraniana si spiega in parte con questa incapacità di inserire gli eventi odierni, sempre più complessi, in strutture e modelli preesistenti. (Mi viene in mente quel diplomatico statunitense che nel 1990 disse in mia presenza che «la storia sta prendendo direzioni che non ha il diritto di prendere»). Il risultato può essere una sorta di semi-paralisi intellettuale, che porta a un tentativo puramente riflessivo di inserire eventi apparentemente anarchici e inaspettati in un paradigma, qualsiasi paradigma, che ci dia la confortante impressione di averli effettivamente compresi. In realtà, i paradigmi e l’uso dei precedenti storici sono molto più spesso il problema che la soluzione, e la tendenza alla generalizzazione eccessiva produce molta più confusione che chiarimento.
La prima grande difficoltà è il presupposto che la politica delle istituzioni internazionali funzioni nel modo in cui pensiamo, basandosi su una selezione molto ristretta di modelli consolidati, e che tale selezione costituisca la totalità delle possibili opzioni. È per questo motivo che l’Occidente sembra incapace di comprendere correttamente i BRICS, ad esempio, che vengono comunemente immaginati come qualcosa a metà strada tra l’UE e la NATO, mentre chiaramente non assomigliano a nessuna delle due. Così, gli esperti fingono di essere perplessi sul perché Russia e Cina non abbiano inviato truppe a difesa dell’Iran, dato che gli unici modelli che conoscono implicano che una cosa del genere dovrebbe accadere. (Pertanto, la Russia avrebbe “pugnalato l’Iran alle spalle” non aprendo le ostilità con gli Stati Uniti.) Tralasciando per un momento il fatto che la maggior parte delle persone fraintende ciò che dice effettivamente l’articolo V del Trattato di Washington, resta il fatto che i due raggruppamenti nazionali non hanno praticamente nulla in comune in termini di origini e obiettivi, quindi perché dovremmo aspettarci che si comportino in modo simile? Quello che è realmente accaduto, per quanto ne sappiamo, è che entrambi i paesi hanno fornito assistenza indiretta all’Iran attraverso la cooperazione tecnologica e di intelligence, perché così facendo indeboliscono la potenza militare degli Stati Uniti sia in generale che nella regione, e più in generale minano la forza economica e politica dell’Occidente nel suo complesso. Questo va bene a entrambi per il momento, senza pregiudicare le loro rivalità a lungo termine o addirittura i conflitti in altre parti del mondo. Non è così difficile da capire, vero? Ma l’idea che i BRICS, per non parlare di ogni sorta di altri accordi ad hoc tra Stati, non si conformino ai modelli della NATO o dell’UE continua a disorientare le persone. Cosa possono avere in mente questi stranieri?
Torniamo a chiederci quali siano le funzioni e gli scopi delle organizzazioni internazionali, specialmente di quelle di cui non si discute pubblicamente. La NATO e l’attuale UE furono quindi prodotti molto particolari del loro tempo e delle circostanze: un’Europa devastata da una seconda guerra nel giro di una generazione, economicamente e politicamente esausta, e terrorizzata dall’idea di un altro conflitto o di un’altra crisi, causati dall’irrisolta animosità franco-tedesca o dall’effetto intimidatorio schiacciante della potenza militare sovietica, o forse da entrambi. Pertanto, le soluzioni proposte – da un lato un qualche tipo di coinvolgimento degli Stati Uniti come contrappeso alla potenza sovietica e, dall’altro, una sorta di strutture europee sovranazionali – furono il risultato di circostanze molto specifiche. E la militarizzazione della NATO, dovuta al timore che la guerra di Corea fosse il preludio di un imminente attacco sovietico all’Europa occidentale, fu il risultato di circostanze ancora più eccezionali: mai prima d’allora era esistita un’alleanza militare permanente in tempo di pace.
Ma perché tutto questo dovrebbe essere rilevante oggi? Perché, ad esempio, il documento costitutivo dell’Unione Africana dovrebbe contenere una clausola di difesa reciproca quando probabilmente nessun paese africano è in grado di difendere i propri confini da un attacco, figuriamoci quelli di qualcun altro? Non ho mai avuto una risposta soddisfacente a questa domanda, se non, beh, “perché sì”. Eppure, in realtà, basta tornare indietro di poco nella storia per trovare molti esempi di accordi bilaterali e multilaterali molto più flessibili e contingenti, brevi trattati privi di strutture elaborate per l’attuazione, che sono una guida migliore a come funziona in gran parte il mondo, anche oggi. Come ho suggerito in precedenza, e come non si sottolineerà mai abbastanza, la scena internazionale non è anarchica. Funziona solo grazie a un imponente apparato di organizzazioni internazionali, norme tecniche, modalità formali e informali di cooperazione politica ed economica e coordinamento ad hoc su aree di interesse comune. Lungi dal lottare ciecamente per aumentare il proprio potere e la propria influenza, la maggior parte delle nazioni cerca opportunità di cooperazione con partner più grandi o più piccoli, ma principalmente in strutture poco spettacolari con obiettivi modesti e, a volte, tempi brevi.
Pertanto, queste opportunità non devono necessariamente rientrare in un programma più ampio e ambizioso, riconosciuto pubblicamente e codificato, tanto meno in uno esclusivo delle nazioni interessate. Ad esempio, paesi altrimenti in contrasto tra loro possono cooperare su temi quali la lotta alla criminalità organizzata. Un esempio calzante è il traffico triangolare di cocaina tra la Colombia, diversi Stati poveri dell’Africa occidentale e l’Europa, che è più facile da intercettare in mare, quando il carico è alla rinfusa. Gli Stati africani che protestano a gran voce contro il neoimperialismo in altri contesti sono felici di cooperare con l’Occidente in questo ambito. Il contesto è diverso e il vantaggio è reciproco.
Pertanto, le “relazioni” anche tra grandi Stati non sono omogenee, ma piuttosto un mosaico di micro-relazioni in diversi ambiti, alcune delle quali possono essere più agevoli e produttive di altre, alcune possono avvantaggiare una parte, altre l’altra, e non poche apportano un vantaggio reciproco: qualcosa che, secondo la mia esperienza, gli specialisti in Relazioni Internazionali trovano difficile o impossibile da comprendere. Questi ultimi spesso vivono (o almeno sembrano farlo) in un mondo in cui la forza fisica bruta è l’unica realtà, e dove i grandi Stati potenti dicono agli Stati più piccoli cosa fare, e basta. (Questo presupposto è particolarmente comune nei media alternativi, i quali, come spesso accade, accettano acriticamente le analisi dei media tradizionali, ma poi si lamentano delle conseguenze.) Quindi troverete insulti da cortile come “barboncino” e “lacchè” usati come sostituti del pensiero e dell’analisi veri e propri quando si parla della posizione delle nazioni più piccole.
Eppure, poche nazioni più piccole la vedrebbero in questo modo. Ad esempio, le alleanze con Stati più grandi possono tradursi in vantaggi concreti sul piano politico e finanziario, possono garantire uno status privilegiato rispetto ai vicini e ai concorrenti e possono rafforzare la sicurezza, associando una potenza maggiore alla salvaguardia della propria indipendenza. Qualche parola di sostegno o un voto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sono un piccolo prezzo da pagare in cambio. E naturalmente, da tempo immemorabile, gli Stati più piccoli hanno abilmente messo gli Stati più grandi l’uno contro l’altro per assicurarsi benefici e protezione. (Non c’è nulla di più prezioso che convincere un grande Stato che è nel suo interesse garantire la propria sicurezza.) Questo non dovrebbe davvero sorprendere nessuno, ma insisto su questo punto ora perché, dopo l’Ucraina e l’Iran, mi aspetto che inizieremo a vedere questa logica svilupparsi ed espandersi in un modo piuttosto diverso.
La crisi ucraina non era inevitabile, ma è stata un chiaro esempio di una questione lasciata alla deriva e gestita in base alle diverse e spesso contrastanti pressioni a breve termine che caratterizzano il funzionamento del sistema internazionalein realtà, specialmente in Occidente. La NATO è continuata dopo il 1990 perché i suoi membri ritenevano che non ci fosse una buona ragione per abolirla, poiché c’erano trattati che ne richiedevano la continuazione e, soprattutto, per mancanza di un’alternativa ovvia. Letteralmente nessuno voleva un ritorno all’anarchia in stile anni ’30 e alle alleanze in continuo mutamento nell’Europa centrale. Sebbene la NATO non fosse una priorità fondamentale per le potenze occidentali, a parte i conflitti in Bosnia e in Kosovo e lo schieramento in Afghanistan, c’era la sensazione che apportasse un po’ di coerenza e logica alle relazioni tra paesi che avevano combattuto tra loro più guerre di quante se ne potessero contare, e inoltre dava voce agli Stati Uniti nelle questioni di sicurezza europea e forniva all’Europa un utile contrappeso transatlantico in caso di crisi con la Russia, per quanto improbabile potesse sembrare. Come un tubo che perde e che un giorno ci decideremo a riparare, alla fine è andato tutto a pezzi.
Ma la cosa interessante è che, poiché l’attenzione era concentrata altrove, nessuno aveva compreso appieno che le realtà di fondo erano già cambiate profondamente rispetto alla Guerra Fredda, finché non fu troppo tardi. Gli Stati Uniti erano ossessionati dall’Iraq e dall’Afghanistan, gli europei erano ossessionati dalle conseguenze della Brexit, dall’immigrazione e dal tentativo di costruire una politica estera collettiva coerente. Soprattutto per questi ultimi, la Russia non era una grande priorità, a parte le condanne di rito dopo la Crimea nel 2014 e l’uso delle sanzioni per mostrare l’UE come attore sulla scena mondiale. L’Europa del 2022 non vedeva la Russia come una vera minaccia: se lo avesse fatto, avrebbe almeno intrapreso alcune misure concrete per affrontarla. Ma l’Europa era intrappolata in una distorsione temporale: la Russia era un’economia basata sul petrolio con un esercito ridicolo, ed era una potenza in declino che poteva essere maltrattata. Le forze, le attrezzature e l’addestramento occidentali erano talmente superiori a qualsiasi cosa avessero i russi che qualsiasi conflitto sarebbe stato breve e vittorioso.
Eppure, se tutte queste ipotesi sono state rapidamente e completamente smentite, lo shock maggiore è stato l’essenziale irrilevanza degli Stati Uniti. È evidente che i russi non sono stati scoraggiati dall’inevitabile coinvolgimento degli Stati Uniti nella crisi. I leader europei non avevano prestato molta attenzione al fatto che le forze statunitensi in Europa si erano ridotte quasi a zero, e che quelle presenti erano destinate principalmente a operazioni in Medio Oriente; né al fatto che gran parte dell’equipaggiamento statunitense fosse obsoleto e inadatto al combattimento in Ucraina, né che le scorte fossero limitate e non potessero essere rimpiazzate rapidamente. A tal proposito, non avevano prestato sufficiente attenzione alle questioni di difesa per rendersi conto che anche le loro forze si erano ridotte quasi a zero.
Inoltre, in passato si era sempre sperato che gli Stati Uniti considerassero l’Europa un’area di interesse talmente rilevante da non potersi mai disimpegnare e tornare a un atteggiamento isolazionista. Anche durante la Guerra Fredda, il timore che una crisi in Europa potesse essere risolta tra Stati Uniti e Unione Sovietica alle spalle degli europei era una preoccupazione costante, poiché nessuno era sicuro che gli Stati Uniti avrebbero rispettato gli impegni assunti nel Trattato. Lo stazionamento delle forze statunitensi in Europa come efficaci ostaggi era un modo per garantire che gli Stati Uniti non potessero semplicemente tagliare la corda in caso di una nuova crisi. Eppure questo è effettivamente ciò a cui stiamo assistendo ora. Le relazioni con la Russia non sono, e non saranno mai più, importanti per gli Stati Uniti quanto lo sono per gli europei, e la sconfitta in Ucraina, per quanto umiliante, sarà molto più facile da digerire per gli Stati Uniti. Sono gli europei che dovranno occuparsi delle macerie lasciate sul campo, e il coinvolgimento degli Stati Uniti, semmai, renderà quel compito più difficile. D’altra parte, gli Stati Uniti avranno probabilmente poche alternative pratiche al disimpegno dall’Europa, cedendo la supremazia strategica in quella regione alla Russia.
È dubbio che, nonostante le proteste provenienti da Bruxelles, l’«Europa» sia in grado di agire come un’entità coerente nei confronti della Russia, e naturalmente Mosca farà del suo meglio per ostacolare un simile approccio unificato (anche se non vorrà certo una semplice anarchia). Il fatto è che l’intera Europa vivrà all’ombra della proiezione della potenza militare russa e dovrà fare i conti con le conseguenze politiche di ciò. Ciò influenzerà i diversi paesi in modi molto diversi, e l’esito più probabile è una serie di raggruppamenti vaghi e informali che collettivamente hanno la stessa idea generale su come affrontare la Russia, ma che agiscono anche in modo indipendente o in combinazione con paesi di altri raggruppamenti. In realtà non è così difficile da capire, se si ignorano tutte le teorie e si osserva come le nazioni interagiscono tra loro nella pratica. Ci sono momenti in cui gli interessi delle nazioni coincidono e momenti in cui non è così. Anche se alle nazioni piace mantenere almeno una certa coerenza nei loro rapporti di politica estera reciproci, ci sono molti casi in cui, ad esempio, possono sostenere fazioni politiche o militari diverse, avere interessi economici diversi, o cercare attivamente la cooperazione o meno, il tutto con lo stesso paese.
Quindi potete scordarvi le sciocchezze sui governi “filorussi” che salgono al potere. L’intero discorso sui governi “filo-X o Y” è un retaggio del pensiero binario e dualista della Guerra Fredda, e già allora non era molto utile. Oggi è sostanzialmente irrilevante. Ciò che avremo sarà un certo numero di Stati che vedono i propri interessi nel mantenere relazioni più strette e meno conflittuali con la Russia: dopotutto, cosa si otterrà effettivamente da un rapporto conflittuale tra cinque anni? È dubbio che possa essere d’aiuto anche in termini di politiche interne. Possiamo aspettarci che i paesi vicini cerchino di coordinare le politiche nei confronti della Russia e che diversi gruppi cerchino di influenzare la politica della NATO e dell’UE verso quel paese. Ma la dura realtà è che ci sono troppi interessi diversi in gioco per poter mai raggiungere un coordinamento che vada oltre il livello puramente verbale.
Dal punto di vista istituzionale, però, è improbabile che né la NATO né l’UE chiudano i battenti. Ci sono troppi vantaggi pragmatici su piccola scala, troppi modi per sfruttare il sistema a proprio vantaggio, troppi problemi nel tentativo di riprodurre anche solo una piccola parte delle loro funzioni e nessuna possibilità di raggiungere un accordo su ciò che potrebbe sostituirle. La NATO è in ogni caso l’ombra di ciò che era un tempo, un pigmeo militare in termini di forze schierabili, i cui punti di forza residui risiedono nella consultazione e nella risoluzione di divergenze che altrimenti potrebbero degenerare e creare problemi reali. Ma nessuno oggi creerebbe da zero un’organizzazione come la NATO. Per quanto riguarda l’UE, la sua storia e ciò che i diplomatici chiamano l’acquis, ovvero tutto ciò che è stato concordato e attuato dagli anni ’50, ovviamente non scomparirà, e la Commissione, ad esempio, non rinuncerà facilmente ai poteri acquisiti con tanta fatica. Ma in realtà, una guerra istituzionale aperta è altamente improbabile. Quello a cui assisteremo sarà un lento declino dell’importanza percepita di Bruxelles, insieme a una crescente tendenza a risolvere le questioni rilevanti tramite gruppi ad hoc con un interesse comune, la cui composizione varierà a seconda dell’argomento – la stessa tendenza che ho menzionato in precedenza
Quanto detto finora ha riguardato principalmente, ma non esclusivamente, le conseguenze più ampie della crisi ucraina; è ovvio, però, che quelle della crisi iraniana saranno ancora più profonde, anche se non possiamo ancora sapere con certezza quali saranno: dipendono in parte, dopotutto, da eventi che devono ancora verificarsi. Ci sono però un paio di considerazioni aggiuntive che vale la pena fare. Una è il riconoscimento, finalmente diffuso, dell’importanza della resilienza strategica e delle risorse strategiche come leve politiche e persino militari. Naturalmente non c’è nulla di veramente nuovo in questo, è solo che l’ossessione per la potenza militare numerica grezza e per il potere “economico” nel senso dell’uso diffuso del dollaro ha oscurato alcune verità eterne. Una di queste è che si possono combattere le guerre solo se si hanno le risorse per farlo, e le “risorse” in questione si sono trasformate nel corso dei secoli, passando dalla manodopera, al denaro per pagare le truppe e ai rifornimenti per nutrirle, fino alla capacità produttiva e all’accesso all’estrazione e alla lavorazione di materie prime, componenti e semilavorati. L’Occidente ha creduto per alcuni decenni che le guerre sarebbero state brevi ed economiche, e che le basi della capacità militare potessero alla fine essere acquistate sul mercato libero se il prezzo fosse stato giusto. Ma l’era della guerra basata sulla finanza, nella misura in cui è mai esistita, ha lasciato il posto alle verità eterne della guerra basata sulle risorse.
A volte, i risultati sono quasi comicamente banali. Le migliaia di marinai della Marina degli Stati Uniti di stanza al largo del Golfo, impossibilitati a fare scalo in alcun porto, devono pur essere sfamati e riforniti in qualche modo, altrimenti si trasformerebbero in una forza combattente inefficace. (E immaginate quali sarebbero le conseguenze di una grave epidemia influenzale sull’equipaggio di una portaerei.) L’“embargo” sulle esportazioni di petrolio iraniano durerà quindi solo finché gli Stati Uniti potranno mantenere le navi in posizione per farlo rispettare. Ho da tempo sostenuto che la proiezione di potenza sta diventando un concetto obsoleto per ragioni puramente militari, ma a queste possiamo ora aggiungere i ferrei vincoli della logistica. In passato la proiezione di potenza si basava su basi operative sicure come Cipro o Gibuti (anche la piccola Isola di Ascensione si rivelò preziosa nel 1982). In Medio Oriente e in Asia queste non esistono più, e la spesa e la complessità di mantenere forze consistenti schierate per mesi a migliaia di chilometri da casa, oltre all’usura delle attrezzature, diventano proibitive oltre un certo punto. Non da ultimo tra i problemi associati vi sono le conseguenze delle ipotesi passate di una guerra breve e vittoriosa, che hanno portato al ridimensionamento delle navi di supporto logistico e delle scorte che dovrebbero trasportare.
Ma naturalmente una cosa è riconoscere l’importanza di questi temi: ben altra è agire concretamente. I dollari servono solo se si possono acquistare beni che qualcuno è disposto a vendere. Non si possono rifornire le navi, fabbricare missili o persino installare apparecchiature radar usando banconote da un dollaro. Poiché l’Occidente dispone di risorse limitate in termini di materie prime, poiché gran parte dell’offerta mondiale di tali materiali è sotto il controllo di paesi che non sono in buoni rapporti con l’Occidente e poiché molti componenti fondamentali delle attrezzature militari e della relativa logistica sono prodotti in paesi lontani, consapevoli del potere che ciò potrebbe conferire loro, possiamo aspettarci lo sviluppo di ogni sorta di configurazioni politiche interessanti, spesso su base ad hoc e scollegate l’una dall’altra.
In un certo senso è proprio questo, più che la forma delle guerre future, a rivestire un interesse primario. Dopotutto, i chip al silicio vengono utilizzati solo in modo secondario nelle attrezzature militari: mi permettono anche di scrivere queste parole e a voi di leggerle. L’idea che l’«Europa», per non parlare della «NATO», possa intrattenere rapporti strutturati con Taiwan, per esempio, o addirittura con la Cina, su tali questioni mi sembra ridicola. Gli Stati che possiedono ciò che l’Occidente desidera metteranno le nazioni occidentali l’una contro l’altra, per ragioni finanziarie e politiche, e potrebbero chiedere in cambio concessioni militari e di altro tipo. In effetti, l’Occidente potrebbe dover reimparare, nazione per nazione, ciò che sapevano le vecchie nazioni mercantili: la migliore fonte di stabilità sono i buoni rapporti con chi fornisce ciò di cui si ha bisogno, non minacciarli.
Il secondo è una lezione forzata e sgradita per l’Occidente sulle complessità delle situazioni strategiche reali, e in particolare sul ruolo e l’importanza degli attori locali, sia singolarmente che collettivamente, e sulle loro complesse relazioni con gli Stati più grandi. Per oltre un secolo, il modello culturale occidentale più diffuso delle crisi mondiali è stato quello di un «Grande Gioco», disputato tra le grandi potenze, con gli attori locali come personaggi sofferenti, ma per il resto per lo più marginali. Il termine stesso deriva dalla nuova letteratura popolare di massa della fine del XIX secolo, sebbene la realtà fosse in qualche modo meno spettacolare di quanto scrittori come Kipling amassero descriverla. In realtà, gli imperi erano in conflitto ai propri confini da migliaia di anni: in questo caso, era semplicemente che l’impero Romanov in espansione stava iniziando a minacciare le rotte commerciali britanniche verso l’India, quindi entrambe le parti fecero il possibile per rafforzare la propria posizione e indebolire quella del nemico, senza ricorrere alla guerra, che sarebbe stata terribilmente costosa e molto difficile.
Ma grazie all’influenza di scrittori popolari come John Buchan, che attingevano a vecchi stereotipi sulle cospirazioni giudaico-massoniche aggiungendone di nuovi legati alle attività dei finanzieri e dei produttori d’armi, la cultura popolare del secolo scorso trovò il modo di spiegare (o almeno di dare una giustificazione) a eventi altrimenti difficili da interpretare, dipingendoli con i colori vivaci delle macchinazioni delle grandi potenze. E i governi spesso seguirono l’esempio. Ciò era già evidente nel 1917, quando i governi britannico e francese liquidarono i bolscevichi come “mercenari ebrei-tedeschi” assoldati da Berlino per far uscire la Russia dalla guerra e garantire la vittoria tedesca. E poiché i bolscevichi avevano negoziato una pace separata, quella era la prova di cui chiunque aveva bisogno per dimostrare che si era trattato di una cospirazione fin dall’inizio.
Questo modo riduttivo di interpretare il mondo raggiunse probabilmente il suo punto più basso durante la Guerra Fredda, quando interi conflitti complessi venivano ridotti a fazioni “filoccidentali” e “filosovietiche”, come se ciò bastasse a spiegare qualcosa. (Ricordo di aver giocato una volta a un wargame da tavolo sul conflitto tra Etiopia e Somalia nell’Ogaden. Nel lasso di tempo trascorso tra la progettazione del gioco e la sua uscita, l’Etiopia “filoccidentale” aveva subito una rivoluzione ed era ora “filosovietica”.) Ma a volte ciò aveva importanti ripercussioni nella vita reale. Così, l’Unione Sovietica sosteneva l’African National Congress in Sudafrica, nell’ambito della sua più ampia politica africana, e l’ANC accettava quel sostegno perché non aveva altre fonti di aiuto. Ma sebbene fosse vero che molti quadri dell’ANC fossero stati formati a Mosca (ne ho incontrati un discreto numero) e che l’ANC avesse una sovrastruttura di vocabolario e pensiero marxista poco adatta alla sua regione, ciononostante all’inizio degli anni ’90 la maggior parte della leadership era felice di abbandonare l’Unione Sovietica per ottenere un maggiore sostegno dall’Occidente. In effetti, Mosca ottenne poco o nulla dai suoi anni di sostegno: una storia tipica, in realtà, del coinvolgimento delle grandi potenze.
Ciononostante, le interpretazioni popolari più accese e le accuse di «ingerenza» e «destabilizzazione» erano facili da comprendere a quei tempi e difficili da confutare e, su una scala ridotta, potevano avere una certa verosimiglianza ingannevole. (Chi ha una certa età ricorderà l’India «filo-sovietica» e il Pakistan «filo-occidentale».) Uno dei grandi problemi intellettuali della fine della Guerra Fredda, quindi, era la fine improvvisa della rivalità tra superpotenze e, di conseguenza, la mancanza di nemici evidenti da incolpare. Quando la Jugoslavia iniziò a sgretolarsi, la spiegazione occidentale ereditata era che si trattasse del preludio a un’invasione sovietica (per la quale, a onor del vero, i sovietici avevano dei piani di emergenza). Ma cosa stava succedendo ora? Nel 1991/92 ho partecipato a una serie di incontri europei che erano quasi imbarazzanti per quanto rivelavano della totale ignoranza dell’Occidente riguardo al paese e alla sua storia, quando la Jugoslavia era essenzialmente solo una destinazione turistica a basso costo. Inevitabilmente finivamo per parlare soprattutto di noi stessi e di cosa potesse fare l’«Europa». Bastava uno sguardo nell’abisso senza fondo della storia perché i governi indietreggiassero e cercassero rifugio in una moralizzazione normativa, che ebbe il successo che ci si poteva aspettare.
L’improvvisa assenza della Russia come attore globale e l’arrivo molto lento della Cina hanno creato le condizioni per la proclamazione di quello che io chiamo l’«egemone hollywoodiano»: il tentativo di persuadere l’opinione pubblica americana, e gli stranieri creduloni, che gli Stati Uniti dopo l’inizio del secolo non fossero una potenza industriale in declino con un esercito ormai obsoleto, ma un colosso imperiale che dominava il mondo. L’Iran ha confermato ciò che l’Ucraina avrebbe già dovuto dimostrare: non che ora non sia così, ma che non lo è mai stato. Si è trattato essenzialmente di un’operazione di marketing. Ora, naturalmente, gli Stati Uniti dispongono di un grande potere militare potere, anche adesso, ma come ho sottolineato molte volte, il potere non è qualcosa che esiste in astratto. Dopotutto, la parola è affine al francese pouvoir, che come verbo significa “capace di fare qualcosa”. Si può avere tutto il potere militare teorico del mondo, ma se non si è in grado di fare ciò che si vuole con esso, è irrilevante. Attualmente, gli Stati Uniti non sono in grado di intervenire con successo in Medio Oriente contro l’Iran, in Asia contro la Cina o in Europa contro la Russia, ed è questo che conta.
Ci sarebbe molto da dire sulle conseguenze strategiche di tutto ciò, ma ne parleremo in un’altra occasione. Qui mi limito a sottolineare che dovremo abituarci, a livello intellettuale, a un mondo in cui prevalgono le azioni e gli obiettivi degli attori locali, e in cui sarà quantomeno necessario cercare di cogliere le dinamiche locali. Non possiamo più considerare le piccole popolazioni non bianche come semplici comparse. Quindi nel Golfo possiamo aspettarci l’emergere di modelli strategici estremamente strani, spesso temporanei, poiché le nazioni adottano misure a breve termine con alleati a breve termine, con i quali potrebbero essere in conflitto in altri ambiti. Solo l’Occidente ne sarà sorpreso. È altamente improbabile che tra cinque anni saremo in grado di schierare una squadra di Stati “filo-iraniani” nel Golfo contro una squadra di Stati “filo-statunitensi”. In realtà non ha mai funzionato così in passato, sotto la superficie, e certamente non sarà così in futuro. Le monarchie del Golfo hanno ritenuto in passato che la presenza di basi statunitensi e di altre nazioni straniere, con il personale e gli appaltatori di fatto come ostaggi, fosse un fattore stabilizzante e scoraggiasse l’aggressione da parte di Stati che non volevano scontrarsi anche con l’Occidente. Ma questo modello deterrente chiaramente non funziona più e potrebbe addirittura essere pericoloso. Gli Stati della regione hanno quindi concluso (così come i loro omologhi in Europa) che gli Stati Uniti semplicemente non sono un utile contrappeso politico alle minacce locali e che dovranno cercare altre soluzioni, più flessibili.
Dovremo abituarci a prendere sul serio la complessità dei conflitti regionali, senza liquidare gli attori locali come «burattini della CIA» o l’equivalente opposto. Dobbiamo riconoscere che i gruppi possono combattere l’uno contro l’altro un giorno e cooperare quello successivo, e avere interessi a breve termine convergenti ma non identici. In Mali, abbiamo appena assistito a un’improbabile alleanza di circostanza tra i separatisti tuareg dell’FLA del Nord, il JNIM, una costola di Al Qaida, e la filiale locale dello Stato Islamico. I primi due hanno collaborato per conquistare la capitale regionale di Kidal, mentre i due gruppi islamisti, sebbene acerrimi rivali, hanno condotto una serie di attacchi su vasta scala che hanno ucciso vari leader governativi e scosso profondamente la presa di potere della giunta a Bamako. Per quanto possa sembrare bizzarro agli analisti occidentali, tutto ciò ha senso dal punto di vista degli attori coinvolti: sia l’FLA che il JNIM vogliono distruggere il potere della giunta nel nord, mentre il JNIM e lo Stato Islamico vogliono instaurare un regime islamico, anche se i loro obiettivi finali sono diversi. Coopereranno finché i loro interessi non divergeranno nuovamente, quando torneranno a combattere l’uno contro l’altro.
Questo tipo di situazione – ce n’è una analoga in Siria lungo il confine con il Libano – sarà la realtà del futuro, e dovremo affrontare la sfida di comprenderla. A complicare ulteriormente le cose, in queste questioni sono coinvolte anche potenze regionali (Algeria, Turchia) che hanno i propri programmi e che coopereranno con gli altri o li combatteranno a seconda di come valutano i propri interessi nel momento specifico. E dobbiamo smettere di pensare alle nazioni come a entità inevitabili e immutabili con confini fissi: è importante continuare a ricordare a noi stessi, ad esempio, che Hezbollah non è il Libano, così come Ansar Allah non è lo Yemen.
Questo, per usare un eufemismo, sarà una sfida, e politici ed esperti cercheranno di ignorarla il più possibile, aggrappandosi a nozioni obsolete di dominio e egemonia delle grandi potenze, istituzioni tradizionali e nazioni del mondo schierate in file ordinate come squadre di calcio avversarie. (Ho appena ricevuto un invito a partecipare a un incontro con un alto funzionario dell’ONU per ascoltare il suo intervento sul potenziale ruolo dell’ONU nella risoluzione della crisi di Ormuz. No, grazie.) In effetti, per l’Occidente, è un momento piuttosto inopportuno perché il mondo diventi radicalmente più complicato. La capacità e la qualità della maggior parte dei governi occidentali sono in grave declino, e pochi possiedono oggi le competenze regionali che avevano anche solo una generazione fa.
Con i media e la “opindocracia” la situazione è ben peggiore. I vecchi corrispondenti dall’estero sono in gran parte scomparsi, e gli stagisti che li hanno sostituiti sanno ben poco di tutto. E tra gli opinionisti che vogliono essere influenti, piuttosto che rispettati, la concorrenza sfrenata per produrre qualcosa che possa essere letto, per non parlare poi di influenzare i decisori, è tale che finiscono per scrivere ciò che i decisori vogliono sentire. Da qui il paradosso che la maggior parte degli “esperti dell’Iran” a Washington passi in realtà il tempo a scrivere su ciò che gli Stati Uniti dovrebbero fare, non sulla situazione nel Paese, di cui spesso sanno ben poco. (Nessuno, dopotutto, si prenderà la briga di leggere un articolo che dice “è tutto un disastro totale e dovremmo starne fuori”.) Per i media alternativi la situazione è ancora peggiore: non sono numerosi e pochi hanno il tempo o l’ampiezza di conoscenze necessarie per passare improvvisamente dalla situazione in Ucraina alle complessità delle relazioni tra le monarchie del Golfo, cosa che il loro modello di business richiede. È probabile che finiscano semplicemente per dire al loro pubblico ciò che vuole sentire, come molti fanno comunque già ora.
Insomma, l’Occidente si troverà di fronte non tanto a un nuovo modello di mondo, quanto piuttosto a una rivelazione e a un approfondimento di ciò che ha sempre costituito il fondamento di quello vecchio. Purtroppo, per comprendere come funziona il mondo oggi, avanzare proposte sensate e metterle in pratica occorrono proprio quelle capacità e competenze che i governi e le società occidentali hanno passato l’ultima generazione o più a distruggere con cura. È un vero peccato.