IL CONFLITTO STRATEGICO NELLA STORIA DI ROMA.UNA RIFLESSIONE ATTUALE. a cura di Luigi Longo (versione integrale)

Qui sotto il testo integrale curato da Luigi Longo. Coloro che avessero già letto la prima parte del testo e non intendessero rileggerla possono passare direttamente  al testo di Sallustio “la congiura di Catilina” a metà dell’articolo_Buona lettura, Giuseppe Germinario

Ho ritenuto opportuno presentare alcuni passi* tratti dal testo di Sallustio, La congiura di Catilina (Mondadori, Milano, ventisettesima edizione 2018), preceduti da alcune parti della introduzione di Lidia Storoni Mazzolani (studiosa e antichista, 1911-2006), perché li ritengo una buona riflessione per comprendere meglio la fase storica attuale del multicentrismo con il conflitto strategico tra agenti detentori del potere e del dominio (inteso nella logica gramsciana di coercizione e di consenso) per l’egemonia mondiale.

Ricordo, en passant, che la congiura di Catilina si inserisce nella fase di passaggio, nella storia di Roma, da uno Stato repubblicano ad uno Stato imperiale (dal 70 a.C. al 27 a.C.), caratterizzata da una crisi politica, sociale, economica, istituzionale e culturale, dal conflitto tra agenti strategici (con peso sempre più decisivo della sfera militare come sintesi del blocco dominante), da nuove idee di sviluppo, da nuovi rapporti sociali, da una diversa organizzazione statale e territoriale.

Di fatto la nostra fase storica è una fase di passaggio d’epoca: da una fase di egemonia mondiale statunitense (soprattutto a partire dal 1990-1991 con l’implosione non sorprendente dell’Urss), una sorta di centro di coordinamento mondiale conquistato sia con la prima guerra industriale quale fu quella di secessione (1861-1865) sia con le due guerre mondiali, ad una nuova fase, tutta da definire in termini di sviluppo e di idea di relazioni sociali reali, che vedrà l’affermarsi o di una sorta di centro di coordinamento mondiale condiviso tra le potenze configurate nella fase multicentrica o di un centro di coordinamento assoluto del vincitore del conflitto mondiale tra le potenze consolidate nella fase policentrica (spero nell’avverarsi della prima ipotesi).

La storia del genere umano sessuato [dalla preistoria fino ad oggi ad eccezione di un breve periodo del neolitico con l’autorità femminile (non potere)] va vista come un lungo legame sociale basato sui rapporti di potere e di dominio, che sono le molle del conflitto, derivanti dalle diverse sfere sociali (potere) che compongono l’insieme di una società (dominio) storicamente determinata.

La storia è, a mio avviso, da intendere in maniera aporetica (né lineare né ciclica) nella logica lagrassiana del tutto torna ma in modo diverso.

 

 

*L’impostazione e i titoli dei paragrafi sono miei.

 

 

 

Dall’Introduzione di Lidia Storoni Mazzolani

 

 

La crisi e il cambiamento sociale

 

Sallustio conobbe le leve segrete della politica, le connivenze, le tortuose miserie; ebbe modo di constatare la instabilità d’uno stato che non era più, come lo descrive schematicamente, diviso tra due gruppi d’interesse, i patrizi e la plebe, ma presentava una realtà sociale molto più complessa: dominavano ancora i <<nobiles>>, categoria alla quale si apparteneva per aver avuto uno o più consoli (o comunque alti magistrati) tra gli antenati, ma senza precisa definizione giuridica: essi si trasmettevano led alte cariche di padre in figlio. Ma contava molto anche l’alta finanza, formata di quella classe equestre che, essendo vietata ai senatori qualsiasi attività lucrosa, rappresentava la parte produttiva della società romana: erano appaltatori, banchieri, imprenditori, costruttori, importatori, creatori di società anonime – gente che non aveva le << imagines >> degli antenati nell’atrio della casa né indossava la toga pretesta e i calzari regali, ma praticamente maneggiava le finanze dell’impero, ne promuoveva l’espansione, ne sfruttava le risorse […] Impoverito, il ceto medio declinava e intanto cresceva il peso politico dell’esercito, ormai permanente e quindi finanziato dallo stato, pronto a sostenere il più prodigo, se non il più valoroso, dei comandanti; e aumentava la massa dei disoccupati, perché il fabbisogno di manodopera era saturato dagli schiavi, affluiti in gran numero dopo le conquiste, e c’erano piccoli possidenti vittime di confische e di espropri, e nobili decaduti, e politicanti frustrati, e, infine, un sottoproletariato urbano indolente e facinoroso, pronto a farsi strumento dei peggiori demagoghi: una massa di analfabeti privi di assistenza, di scuole, di educazione civile e politica, che campavano alla meglio con le distribuzioni annonarie gratuite e le regalie, e si davano al mercimonio, alla rapina; tutti sicari possibili, tutti oberati di debiti e assillati dagli usurai.[pag.7]

 

 

La sinistra

 

[…] Appunto perché viveva [Sallustio] in un’epoca di crisi e ne era consapevole, preferì farne oggetto di indagine e di riflessione anziché essere attore. Tedio e chiaroveggenza lo inibivano: a che pro impegnarsi in una competizione, nella quale prevalevano i peggiori? << adoprarsi senza alcun costrutto, farsi cattivo sangue per non accogliere che odio, è pura follia…>> […] Tutto è marcio attorno a lui: ripete mille volte che l’oligarchia senatoriale deteneva in esclusiva un potere che non sapeva esercitare; ma gli uomini della sinistra, i suoi, non valevano di più: sotto i loro slogans umanitari e i programmi innovatori, si celava soltanto il desiderio di arraffare posti lucrosi: furtim et per latrocinia […]. [pp.9-10]

 

 

 

La lotta faziosa tra i gruppi di potere

 

[…] Sallustio contesta tutto il sistema, la politica dei partiti che fa perdere di vista ai contendenti il fine supremo che la storia imponeva a Roma: governare l’impero. Non si tratta di azzannarsi per decidere chi dovrà governarlo, ma piuttosto in che modo si possa far meglio. La faziosità, l’inasprimento della lotta politica provocano sperpero di energie, discredito morale.

I due episodi [la guerra contro Giugurta e il colpo di stato preparato da Catilina, mia precisazione], più che il malgoverno d’una classe di agrari improduttivi, sono significativi di quel malessere sociale, di quel disagio economico e di quel declino morale che, per Sallustio, ebbe inizio con la caduta di Cartagine, nel 146 a.C.; venuta meno la minaccia nemica, ambizione e avidità dilagarono, disunirono gli animi.

Alle riforme promosse da Gracchi, per limitare l’estensione del latifondo senatoriale, basato su territori annessi in guerra, e dare terra ai contadini, il senato si irrigidì nel più miope conservatorismo; ne seguirono condanne, esili, iniquità di ogni genere […]. Il dovere categorico del romano – esercitare degnamente il dominio – era stato accantonato da chi pensava soltanto a sostituire la classe dirigente oligarchica con quella a cui apparteneva. [pp.10-11]

 

 

La rivoluzione dentro il sistema costituito

 

[…] l’autore [non è certo che sia Sallustio a scrivere le due lettere a Cesare, mia precisazione] riflette le istanze dei popolari: vuole la moralizzazione del costume, l’ordine, l’eliminazione di qualsiasi monopolio di potere; vuole che la ricchezza non costituisca un titolo per il potere politico; che le magistrature siano accessibili a tutti, che sia rinsanguato il senato con elementi nuovi e abolito il voto segreto. La plebe urbana, che rappresentava una seria minaccia per l’ordine e la proprietà, propone di sparpagliarla in nuove colonie, mescolandola a elementi di altri paesi: isolato dall’ambiente di Roma, trasferito in un poderetto di sua proprietà, qualsiasi sovversivo diventa conservatore. Era la tesi dei Gracchi, desiderosi di giustizia, non d’un diverso assetto costituzionale; sdegnati per l’ottuso egoismo della classe a cui appartenevano, ma non promotori di un rovesciamento totale delle istituzioni repubblicane. [pag.13]

 

 

Il debito pubblico

 

Cesare agì con molta prudenza, un occhio alle masse e uno ai ceti possidenti: dopo che aveva vinto Pompeo, era la destra a diffidare di lui. Dissipato il terrore che rinnovasse gli orrori del regime sillano, perdurava la paura che adottasse le misure radicali già prospettate da Catilina. La più grave sarebbe stata quella del condono dei debiti. Le ragioni di tutti coloro che avevano motivo di sperarlo le espone un seguace di Catilina, Manlio, con accorata fermezza, in una lettera che Sallustio sembrerebbe disposto a sottoscrivere […] In violazione della legge antica, il pretore urbano, un reazionario, aveva imposto l’esproprio e persino il carcere per gli insolvibili. Cesare decretò che gli interessi già versati fossero detratti dal capitale, alleviando la situazione dei debitori, senza peraltro annullare completamente il debito pubblico [Catilina era per l’abolizione totale del debito, precisazione mia]; ciò avrebbe comportato l’esproprio totale dei creditori, cosa che, secondo Cicerone, in realtà era nei suoi propositi sin da quando congiurava nell’ombra con Catilina: l’insicurezza del proprio avere avrebbe infirmato uno dei principi fondamentali dello stato.[pp.13-14]

 

 

Il governo del mondo

 

[…] Si può essere aperti alle rivendicazioni economiche proletarie senza sovvertire lo stato; si può auspicare il rinnovamento della società e l’abolizione dei privilegi senza rinnegare una tradizione che ha assunto un valore etico perenne; si può condannare lo sfruttamento coloniale senza abdicare alla supremazia: a prescindere dal profitto economico e dal prestigio nazionale, essa era vista come un compito storico, una missione di civiltà. Il pensiero dell’impero prevaleva su tutti gli altri: riforme sociali, rivendicazioni economiche, rivalità di potere, lotta di classe apparivano manifestazioni feconde del vivere libero, a patto che non facessero ostacolo all’adempimento dei doveri primari: difesa e amministrazione delle province. Nella scala delle priorità, la politica interna era subordinata al governo del mondo. Che si potesse raggiungere una nuova stabilità sociale basta su gerarchie capovolte era un’ipotesi che non si poneva se non sul piano dell’utopia. [pp.15-16]

 

 

La plebe strumento dei dominanti

 

Nei due episodi scelti a soggetto delle due monografie [la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina, precisazione mia], lo scrittore ravvisò i prodomi dei due grandi sconfitti del secolo: la guerra contro Giugurta aveva messo in evidenza il contrasto di interessi tra classi medie e senato: espansionisti, i primi, per gli investimenti che andavano facendo nelle province; astensionisti, i secondi – come sempre i conservatori – per arginare la ulteriore ascesa del ceto imprenditoriale, gli abusi di potere di comandanti e proconsoli. Dei primi, si fece patrono e portavoce Mario, i secondi, di lì a poco, favorirono una dittatura di destra, quella di Silla.

La guerra civile che ne derivò << sconvolse tutte le leggi divine e umane e giunse a tal punto di violenza che solo la guerra e la devastazione dell’Italia misero fine alle guerre civili >> […] La congiura di Catilina, invece, aveva rilevato la minacciosa presenza di altre forze nella società romana, ancora disperse, ma più numerose, più temibili della borghesia italica: i facinorosi potevano puntare su di esse per impadronirsi del potere assoluto. Bisognava stroncarle con mano ferma, e cercare di appagare, nei limiti del giusto, le loro istanze, se si voleva assolvere a quella missione unica e sovrana che incombeva al governo di Roma: esercitare con giustizia il dominio del mondo. […] La società è guasta; essa contiene in gran numero seguaci potenziali d’un movimento estremista: << la plebe, vogliosa di mutamenti, era tutta per Catilina: è nella sua natura, poiché, in qualsiasi gruppo umano, chi non ha invidia chi possiede e porta ad emergere gli elementi più abbietti…a Roma, come in una fogna, erano convenuti tutti coloro che s’erano segnalati altrove per azioni criminose commesse con imprudenza …c’erano poi i nostalgici del regime sillano. Essi ricordavano bene che alcuni, da semplici gregari, erano saliti ad alti gradi o avevano ammassato fortune tali da potersi permettere un tenore di vita principesco: speravano di potere fare altrettanto, qualora avessero partecipato al colpo di stato. C’erano giovani che avevano percepito salari da fame come braccianti, e s’erano trasferiti nell’Urbe, attratti dalle largizioni pubbliche e private…>> [pp.17-18-30]

 

 

La nazione di etnie diverse

 

[…] Quell’ambiente naturale, quegli odori, quello stile di vita gli saranno [a Sallustio] parsi quelli del villaggio che diventò Roma. La città crudele e opulenta […] era, alle origini, una comunità di aborigeni e di Troiani: di stirpe diversa e d’altra lingua, alieno l’uno all’altro il costume; eppure << incredibile a dirsi, da quella moltitudine eterogenea e dispersa con la concordia fu fatta una nazione >>. [pag.19]

 

 

Il nuovo che viene dall’Oriente

 

Nel 36 a.C., Antonio mosse a sua volta contro i Parti e, in una ritirata disastrosa, perdette venticinquemila uomini. Si ridestavano nel deserto siriano i fantasmi dei caduti di Crasso: << l’Oriente tornerà a dominare >> dice l’oracolo di Istapse << e l’Occidente servirà. Il potere mondiale sarà trasferito all’Asia. Sarà cancellato il nome di Roma >>. […] Mitridate si presentava come il vero antagonista dell’impero romano: << noi >> gli fa dire Sallustio << siamo i rivali di Roma. Saremo immancabilmente i vendicatori >> […] Tale posizione gli derivava dallo stato di inferiorità sociale e di sfruttamento economico nel quale erano tenute le province: << l’Asia ci attende >> prosegue il re di Ponto << e ci invoca: a tal punto hanno saputo farsi odiare i romani con l’avidità dei proconsoli, le estorsioni dei gabellieri, le ingiustizie dei magistrati…>>.

Lo scontento dei provinciali, ammesso da altri autori, riproduce su scala più vasta, l’odio di classe che divampa all’interno; Sallustio, come faranno poi Lucano, Giovenale e Tacito, si associa a quelle proteste: << da giusto e ottimo che era, il governo di Roma è diventato crudele e intollerabile >> […] Non sono le parole di un rinunciatario astensionista, né si tratta di solidarietà umana verso gli oppressi: è apprensione presaga che un giorno quelle genti si uniranno e prenderanno il sopravvento: << ai nemici di Roma >> fa dire al console Filippo << non manca che un capo >>. [pp. 24-25]

 

 

Le maschere e i giochi del potere

 

Catilina avanza sulla scena con la maschera del sanguinario; ma, più che a persuaderci sulla verosimiglianza del suo carattere, Sallustio mira a descrivere in lui l’esempio umano espresso da una società negatrice dei valori morali, il risultato d’una dittatura cruenta. E’ divorato da un’ambizione smisurata, in uno stato nel quale i deboli non sono ascoltai; le cricche nobiliari per quattro volte l’hanno escluso dal consolato: forse, se fosse riuscito, avrebbe proposto e attuato in sede legale rivendicazioni giuste in sé, ma esasperate dalla frustrazione. E’ dominato dall’assillo del denaro, in una società che ha fatto della ricchezza il metro dei valori; un perverso, ma forse reso tale dalle ingiustizie viste e subite. […] La visuale di Sallustio è più vasta, meno legata a voci allarmistiche, a fattori contingenti; il suo assillo profondo è il decline and fall; anche a lui la congiura appare, momentaneamente, un piano criminoso, una minaccia per gli abbienti, e ci tiene a dissociare se stesso e Cesare da quelle rivendicazioni estreme; ma pone l’accento sulla singolarità dell’impresa, che rivela l’inasprimento della lotta politica: per la prima volta un audace, forse più esasperato che scellerato, attentava allo sicurezza dello stato. Sallustio vede in lui il prototipo di tutti gli avventurieri rapaci che pensano di poter osare perché altri aspirano al potere totalitario: dietro di lui, tramano in ombra Pompeo, Cesare, Crasso, uomini senza scrupoli, che si sganciano in tempo e si tengono pronti per il momento propizio. [pp. 29-33]

 

 

Sallustio, La congiura di Catilina, a cura di, Lidia Storoni Mazzolani, Mondadori, Milano, 2018.

 

 

Il potere e il declino della Repubblica

 

Ma come la repubblica, con la tenacia e la giustizia, si fu ingrandita e i re più potenti furono soggiogati e genti barbare e grandi nazioni sottomesse con la forza, e la rivale dell’impero romano, Cartagine, fu distrutta dalle fondamenta e si erano aperti tutti i mari, tutte le terre, la sorte incominciò a infierire e a sovvertire ogni cosa. Quelli stessi che avevano sopportato senza un lamento fatiche, pericoli, sorti incerte e avverse, nella tranquillità, nel benessere – beni d’altro canto desiderabili – non trovarono se non angustie e sciagure. La sete di denaro e di potere aumentò e con essa, si può dire, divamparono tutti i mali. Fu la cupidigia a spazzar via la buona fede, la rettitudine e tutte le norme del vivere onesto, indusse gli uomini all’arroganza, alla crudeltà, alla negligenza degli dèi, alla convinzione che non c’è cosa che non sia in vendita. L’ambizione indusse molti a fingere, a tener chiuso in cuore un pensiero e manifestarne un altro, a considerare amici e nemici non per i loro meriti ma per il vantaggio che potevano ricavarne, a parere onesti più che esserlo.

Sulle prime, questi vizi aumentarono lentamente; a volte, furono anche puniti. Ma poi il contagio si diffuse a guisa di pestilenza, la città mutò volto e quel governo che era il più giusto, il migliore, divenne crudele e intollerabile. [pp. 93-95]

 

 

Il denaro come mezzo del potere

 

Nei primi tempi, peraltro, più della cupidigia turbava gli animi l’ambizione, un difetto sì ma non molto lontano da un pregio: alla gloria, infatti, agli onori, al potere aspirano tutti allo stesso modo, i valenti e gli inetti; ma i primi vi tendono percorrendo la retta via, i secondi, privi di qualità, cercano di raggiungere la mèta con la frode e il raggiro. L’avidità altro non è che amore del denaro; e il saggio non ne ha desiderato mai. Essa, quasi fosse intrisa di veleni mortali, snerva il corpo e l’anima più virile; non conosce limiti né sazietà, non l’attenuano né l’opulenza né il bisogno.

Ora, quando Silla si fu impadronito del potere delle armi e ai suoi fasti inizi fecero seguito fatti atroci, tutti si misero a commettere stupri e rapine.

Chi voleva una casa, chi un podere; i vincitori non conoscevano freno né misura e si macchiavano di atti turpi e feroci a danno dei concittadini. Silla, inoltre, per attivarsi il favore delle truppe che aveva condotte in Asia, contrariamente al costume degli avi nostri le aveva trattate con indulgenza eccessiva. L’amenità dei luoghi, i piaceri, l’ozio ben presto fiaccarono lo spirito fiero di quei soldati. Laggiù per la prima volta un esercito del popolo romano sperimentò piaceri che non conosceva, l’amore e il vino; imparò ad apprezzare opere d’arte, statue, quadri, vasellame cesellato, e incominciò a portarli via sia dalle case private sia dallo Stato, a spogliare templi, a profanare ciò che apparteneva agli dèi e agli uomini. Quei soldati, dopo la vittoria, non lasciarono nulla ai vinti. La prosperità corrompe persino l’animo del saggio: potevano moderarsi nella vittoria uomini degenerati? [pp. 95-97]

 

 

Il potere della distruzione

 

Quando i beni di fortuna diventarono un merito e procurarono gloria, potere e prestigio, i valori morali incominciarono a scadere, la povertà fu ritenuta un disonore, l’integrità parve un’ostentazione malevola. Dalla ricchezza derivarono edonismo, cupidigia, tracotanza e si propagarono tra i giovani, i quali si abbandonarono ad atti di violenza, incominciarono a dar fondo al patrimonio della famiglia, a non tenere conto di ciò che possedevano, a volere ciò che apparteneva ad altri, a sovvertire le cose divine e umane, a non aver più modestia e rispetto di sé. Quando si vedono case d’abitazione, ville, costruite a misura di città, val la pena di visitare i santuari religiosi degli dèi edificati dagli avi nostri, i più religiosi tra i mortali; ai loro tempi, il lusso dei templi consisteva nella fede, quelle delle case nella gloria. Ai vinti si toglieva una sola cosa, la possibilità di nuocere. Oggi, al contrario, uomini ignavi, suprema ignominia, portano via ad alleati tutto ciò che i prodi d’un tempo, per essendo vincitori, avevano lasciato: come se esercitare il dominio consistesse nel commettere soprusi. [pp. 97-99]

 

 

 

Il degrado sociale

 

A che citare fatti che solo chi li ha visti potrà crederli veri, semplici privati che spostano monti e colmano mari, quasi, si direbbe, a ludibrio della propria ricchezza, quasi volessero dilapidare oltraggiosamente quei beni che avrebbero potuto impiegare a fini onorati? Si era introdotta in pari misura l’inclinazione a turpi amori, la consuetudine del bordello e di tutti i piaceri del genere: uomini dediti alla prostituzione, donne spudoratamente in mostra, terre e mari esplorati in cerca di vivande rare; si dormiva prima d’aver sonno, non si aspettava la fame, la sete, il freddo e la stanchezza per soddisfarli. I giovani avvezzi a questo tenore di vita, quando le sostanze erano sfumate, si davano ad azioni criminose; l’animo ormai depravato non sapeva rinunciare ai piaceri e non arretrava davanti a qualsiasi mezzo pur di procurarsi denaro da sperperare. [pag. 99]

 

 

La plebe in balia dei potenti

 

In una città così grande e così corrotta, non era stato difficile a Catilina raccogliersi attorno tutti i dissipati e i criminali e farne, si può dire, la sua guardia del corpo. Non c’era degenerato, adultero, puttaniere, scialacquatore del patrimonio al gioco, al bordello, a tavola, non c’era un indebitato fino al collo per riscattarsi dall’infamia o dal delitto, non un parricida, un sacrilego d’ogni paese, condannato o in attesa di giudizio, non uno di quei sicari e spergiuri che prosperano sul sangue dei cittadini, non c’era infine coscienza inquieta per il disonore, il bisogno, i rimorsi che non fosse dei suoi.

E se capitava a qualcuno, ancora immune da colpe, d’entrare nel giro, i rapporti quotidiani, le tentazioni, ben presto lo facevano diventare come gli altri.

Cercava, più di tutto, di attirare i giovani. Le loro menti ancora informi e malleabili cadevano facilmente nella pania; ed egli gli assecondava nelle loro passioni, a uno procurava donne, a un altro comperava cani e cavalli, insomma non lesinava denaro né badava alla dignità pur di farsene amici fidati. […] Quei giovani che, come abbiamo detto, aveva attirati a sé, li addestrava al malfare in mille modi, a prestare false testimonianze e firme false, a mancar di parola, a non curarsi dei casi della vita e dei pericoli. Quando ne aveva compromesso il buon nome e distrutto il senso d’onore, affidava loro incarichi sempre più iniqui: e se al momento non si presentava l’occasione di delinquere, circuiva innocenti e colpevoli, li dominava e per impedire che nella inattività si intorpidissero l’animo e la mano, preferiva commettere atti malvagi e crudeli senza motivo.

Sicuro di amici e complici di quella risma e per il gran numero di gente oberata di debiti per ogni dove, e perché molti veterani di Silla, dilapidato ogni avere, rimpiangevano le ruberie commesse da vincitori e auspicavano la guerra civile, Catilina concepì il disegno di impadronirsi della repubblica: in Italia, nessun esercito; Cn Pompeo alla guerra, in capo al mondo; lui stesso nutriva molte speranze di ottenere il consolato; il senato non sospettava di nulla; regnava la calma e la sicurezza; la situazione era propizia. [pp. 99-103]

Il conflitto tra potenti

 

Così [… Catilina, mia precisazione] incominciò a chiamare i suoi uno a uno. […] Li mise al corrente dei mezzi di cui disponeva, li informò che la repubblica era indifesa, fece balenare i profitti immensi d’una congiura. Come fu certo di ciò che gli premeva sapere, convoca tutti quelli che si trovarono nelle peggiori strettezze e i più spregiudicati: dell’ordine senatorio […]; dell’ordine equestre [Gli equestri, erano un ordine istituito nel II sec. a.C. Il nome deriva dall’antica organizzazione militare per censo, nella quale gli equites militavano con cavallo proprio, armi a spese proprie; alcuni furono gradatamente assorbiti dalla nobiltà, mentre altri, non riuscendo ad accedere alle cariche, acquistarono coscienza di classe e si posero in antagonismo contro la classe senatoria: questa, che possedeva soltanto terra, esercitava un potere oligarchico ormai inadeguato a un impero mondiale, ricco di forze economiche attive. Gli equites crearono l’alta finanza romana: l’invenzione delle società per azioni (alla quale, attraverso prestanome, partecipavano anche i nobili) consentiva loro di fondare grandi imprese: appalti di lavori pubblici, linee di navigazione, rete daziaria, miniere, edilizia, commercio, trasporti, forniture militari, banche, impianti portuali, era tutto nelle loro mani. La loro posizione politica non si discostava da quella del senato se non in quanto mirava ad allargare la base del governo, ma in sostanza erano altrettanto conservatori, da nota n.12 di pag. 105, corsivo mio] […] e molti altri, infine, venuti da colonie e municipi dove appartenevano alle migliori famiglie. Partecipavano alla cospirazione, ma con maggior circospezione, anche molti nobili, mossi più dalla speranza del potere che dal bisogno o da altri motivi impellenti. Gran parte dei giovani, del resto, specie tra i nobili, simpatizzava per i progetti di Catilina: pur avendo la possibilità di vivere senza pensieri, nel lusso e nei divertimenti, preferivano l’incerto al certo, la guerra alla pace.

Vi fu all’epoca, chi credette che M. Licinio Crasso non fosse all’oscuro del complotto: geloso di Pompeo, che a quell’epoca comandava un grande esercito, vedeva di buon occhio il formarsi d’una forza da contrapporre al suo potere, da qualsiasi parte venisse; qualora la congiura avesse avuto buon esito, del resto, non dubitava che sarebbe riuscito ad assumere il comando. [pp. 103-105]

 

 

La possibilità di ribellarsi

 

[…dal discorso di Catilina, mia precisazione] Da quando la repubblica è caduta in balia d’un pugno di potenti, a loro versano i tributi i re e i tetrarchi, a loro pagano imposte popoli e nazioni; gli altri, noi tutti, coraggiosi, onesti, nobili e non nobili, non siamo stati che volgo, senza autorità, senza prestigio, sottomessi a coloro i quali, se lo stato fosse efficiente, dovremmo far paura. Così, influenze, potere, onori, ricchezze appartengono a loro e a quelli che godono dei loro favori; a noi hanno lasciato sconfitte elettorali, insicurezza, processi, miseria. Fino a quando, o miei prodi, siete disposti a sopportar? Non è preferibile morire da forti che consumare ignominiosamente un’esistenza misera, oscura, fatti zimbello dell’altrui superbia?

[…] C’è un uomo al mondo, un vero uomo intendo, disposto a tollerare che vi sia chi anche dopo aver profuso tesori per edificare sul mare, per spianare i monti, guazza nell’oro mentre a noi manca persino il necessario? Che quelli mettono in comunicazione palazzo e palazzo per abitarvi, e noi non abbiamo neppure un tetto? Per quanto comprino quadri, statue, argenteria cesellata, demoliscano case nuove per costruirne altre, insomma spendano in tutti i modi, ad onta di questi sprechi non riescono mai a esaurire i patrimoni. Noi, invece, a casa siamo nelle strettezze, fuori casa nei debiti; avversità d’ogni genere e un domani ancora più fosco: che cosa ci resta, se non questa grama esistenza? [pp. 111-113]

 

 

L’esasperazione della plebe

 

[ dal messaggio di C. Manlio a Marco Re, mia precisazione] << Chiamiamo a testimoni gli dèi e gli uomini, imperator, che non abbiamo preso le armi contro la patria né vogliamo far male ad alcuno, ma per difenderci dalle ingiustizie: siamo sventurati, stretti dal bisogno. Gli usurai esosi, inesorabili, hanno tolto a molti di noi la patria, a tutti l’onore e le sostanze. A nessun è stato concesso di fruire della legge in base alla quale, secondo l’uso degli avi nostri, chi aveva perduto il patrimonio restava libero: tanta fu la crudeltà degli usurai e del pretore. I vostri antenati, presi da pietà per la plebe di Roma, spesso con i loro decreti vennero incontro ai suoi bisogni; anche recentemente, a memoria nostra, l’entità dei debiti fu tale che, con il consenso di tutti gli ottimati, il debito d’argento fu pagato in bronzo [ Nell’86 a.C., una legge emanata da L. Valerio Flacco aveva ordinato di estinguere i debiti fatti in sesterzi (d’argento) con assi (di bronzo) riducendo così l’ammontare del debito, da nota n.26 di pag.133, corsivo mio]. Spesso la plebe, desiderosa di esercitare il potere o esasperata per la durezza dei magistrati, prese le armi e fece secessione dai patrizi: ma noi non vogliamo il governo dello stato né le ricchezze, che sempre suscitano guerra e conflitti tra gli uomini. […] [pp. 131-132]

 

 

La composizione sociale della plebe

 

E non era sconvolta la mente dei congiurati soltanto. La plebe al completo, avida di cambiamenti, approvava l’iniziativa di Catilina. In questo atteggiamento, non si discostava dal suo costume: nello stato, infatti, chi non possiede nulla immancabilmente invidia i benestanti e porta alle stelle i miserabili; detesta l’antico ordine, agogna alle novità. Esasperati per la loro situazione, mirano a sovvertire ogni cosa; nei torbidi, nei disordini si trovano a loro agio, poiché la miseria rende immuni da perdite. Ma la plebe dell’Urbe, a dire il vero, si precipitava nell’avventura per molte ragioni: prima di tutto, quelli che in altri luoghi s’erano resi tristemente celebri per azioni disoneste e prepotenze, altri che avevano dilapidato vergognosamente i beni di famiglia, infine tutti quelli che avevano dovuti allontanarsi da casa per le malefatte e gli scandali, tutti erano affluiti a Roma come in una sentina. Molti si ricordarono ancora della vittoria di Silla e poiché vedevano alcuni soldati semplice essere diventati senatori, altri così ricchi da passarsela con fasto regale, speravano, se prendevano le armi, di arraffare con la vittoria una situazione analoga; i giovani di campagna, poi, che avevano sofferto la fame per il magro salario del bracciante, attirati dalle largizioni pubbliche e private, avevano preferito l’ozio di Roma alla loro dura fatica: tutta gente che prosperava sulla sventura pubblica. E quindi non c’è da meravigliarsi se uomini miserabili, di cattivi costumi, ma animati da immense speranze, gettavano allo sbaraglio se stessi e la repubblica. Poi, c’erano quelli che avevano avuti i genitori proscritti da Silla e gli averi confiscati: menomati nei diritti civili, non aspettavano certo con animo diverso l’esito della guerra; poi, tutti coloro che appartenevano a correnti [Partes, usato il più delle volte al plurale, può indicare “una parte” e cioè una divisione in classi, in categorie, in gruppi di potere; ma non ha il significato tecnico di “Partito” come s’intende oggi. Alcuni studiosi riconoscono una maggiore frequenza di questo termine riferito ai populares, factio invece ai nobiles…; ma la differenza consiste specialmente nel fatto che partes indica strati sociali più vasti, meno solidali di factio, che significa cricca con interessi e finalità identici. Nota n. 30 di pag. 139] diverse dal senato, pronti a sovvertire lo stato pur di non perdere la propria posizione influente: fu così che dopo molti anni era tornato il male tra i cittadini. [ pp. 137-139]

 

 

L’opportunismo della plebe

 

Dopo che la congiura fu scoperta, la plebe, che prima, desiderosa di rivolgimenti, era tutta per la guerra, cambiò d’avviso e si mise a imprecare contro Catilina e i suoi progetti, a portare alle stelle Cicerone, festosa e giubilante che pareva l’avessero strappata dalla schiavitù; per la verità, dalle altre azioni di guerra s’aspettava profitti più che perdite, ma l’incendio le appariva d’una crudeltà disumana e portatore di danni immensi, dato che possedeva soltanto oggetti d’uso e miseri panni. [ pag.155]

IL CONFLITTO STRATEGICO NELLA STORIA DI ROMA. UNA RIFLESSIONE ATTUALE. PRIMA PARTE a cura di Luigi Longo

 

IL CONFLITTO STRATEGICO NELLA STORIA DI ROMA. UNA RIFLESSIONE ATTUALE.

PRIMA PARTE

a cura di Luigi Longo

 

 

Ho ritenuto opportuno presentare alcuni passi* tratti dal testo di Sallustio, La congiura di Catilina (Mondadori, Milano, ventisettesima edizione 2018), preceduti da alcune parti della introduzione di Lidia Storoni Mazzolani (studiosa e antichista, 1911-2006), perché li ritengo una buona riflessione per comprendere meglio la fase storica attuale del multicentrismo con il conflitto strategico tra agenti detentori del potere e del dominio (inteso nella logica gramsciana di coercizione e di consenso) per l’egemonia mondiale.

Ricordo, en passant, che la congiura di Catilina si inserisce nella fase di passaggio, nella storia di Roma, da uno Stato repubblicano ad uno Stato imperiale (dal 70 a.C. al 27 a.C.), caratterizzata da una crisi politica, sociale, economica, istituzionale e culturale, dal conflitto tra agenti strategici (con peso sempre più decisivo della sfera militare come sintesi del blocco dominante), da nuove idee di sviluppo, da nuovi rapporti sociali, da una diversa organizzazione statale e territoriale.

Di fatto la nostra fase storica è una fase di passaggio d’epoca: da una fase di egemonia mondiale statunitense (soprattutto a partire dal 1990-1991 con l’implosione non sorprendente dell’Urss), una sorta di centro di coordinamento mondiale conquistato sia con la prima guerra industriale quale fu quella di secessione (1861-1865) sia con le due guerre mondiali, ad una nuova fase, tutta da definire in termini di sviluppo e di idea di relazioni sociali reali, che vedrà l’affermarsi o di una sorta di centro di coordinamento mondiale condiviso tra le potenze configurate nella fase multicentrica o di un centro di coordinamento assoluto del vincitore del conflitto mondiale tra le potenze consolidate nella fase policentrica (spero nell’avverarsi della prima ipotesi).

La storia del genere umano sessuato [dalla preistoria fino ad oggi ad eccezione di un breve periodo del neolitico con l’autorità femminile (non potere)] va vista come un lungo legame sociale basato sui rapporti di potere e di dominio, che sono le molle del conflitto, derivanti dalle diverse sfere sociali (potere) che compongono l’insieme di una società (dominio) storicamente determinata.

La storia è, a mio avviso, da intendere in maniera aporetica (né lineare né ciclica) nella logica lagrassiana del tutto torna ma in modo diverso.

 

 

*L’impostazione e i titoli dei paragrafi sono miei.

 

 

 

Dall’Introduzione di Lidia Storoni Mazzolani

 

 

La crisi e il cambiamento sociale

 

Sallustio conobbe le leve segrete della politica, le connivenze, le tortuose miserie; ebbe modo di constatare la instabilità d’uno stato che non era più, come lo descrive schematicamente, diviso tra due gruppi d’interesse, i patrizi e la plebe, ma presentava una realtà sociale molto più complessa: dominavano ancora i <<nobiles>>, categoria alla quale si apparteneva per aver avuto uno o più consoli (o comunque alti magistrati) tra gli antenati, ma senza precisa definizione giuridica: essi si trasmettevano led alte cariche di padre in figlio. Ma contava molto anche l’alta finanza, formata di quella classe equestre che, essendo vietata ai senatori qualsiasi attività lucrosa, rappresentava la parte produttiva della società romana: erano appaltatori, banchieri, imprenditori, costruttori, importatori, creatori di società anonime – gente che non aveva le << imagines >> degli antenati nell’atrio della casa né indossava la toga pretesta e i calzari regali, ma praticamente maneggiava le finanze dell’impero, ne promuoveva l’espansione, ne sfruttava le risorse […] Impoverito, il ceto medio declinava e intanto cresceva il peso politico dell’esercito, ormai permanente e quindi finanziato dallo stato, pronto a sostenere il più prodigo, se non il più valoroso, dei comandanti; e aumentava la massa dei disoccupati, perché il fabbisogno di manodopera era saturato dagli schiavi, affluiti in gran numero dopo le conquiste, e c’erano piccoli possidenti vittime di confische e di espropri, e nobili decaduti, e politicanti frustrati, e, infine, un sottoproletariato urbano indolente e facinoroso, pronto a farsi strumento dei peggiori demagoghi: una massa di analfabeti privi di assistenza, di scuole, di educazione civile e politica, che campavano alla meglio con le distribuzioni annonarie gratuite e le regalie, e si davano al mercimonio, alla rapina; tutti sicari possibili, tutti oberati di debiti e assillati dagli usurai.[pag.7]

 

 

La sinistra

 

[…] Appunto perché viveva [Sallustio] in un’epoca di crisi e ne era consapevole, preferì farne oggetto di indagine e di riflessione anziché essere attore. Tedio e chiaroveggenza lo inibivano: a che pro impegnarsi in una competizione, nella quale prevalevano i peggiori? << adoprarsi senza alcun costrutto, farsi cattivo sangue per non accogliere che odio, è pura follia…>> […] Tutto è marcio attorno a lui: ripete mille volte che l’oligarchia senatoriale deteneva in esclusiva un potere che non sapeva esercitare; ma gli uomini della sinistra, i suoi, non valevano di più: sotto i loro slogans umanitari e i programmi innovatori, si celava soltanto il desiderio di arraffare posti lucrosi: furtim et per latrocinia […]. [pp.9-10]

 

 

 

La lotta faziosa tra i gruppi di potere

 

[…] Sallustio contesta tutto il sistema, la politica dei partiti che fa perdere di vista ai contendenti il fine supremo che la storia imponeva a Roma: governare l’impero. Non si tratta di azzannarsi per decidere chi dovrà governarlo, ma piuttosto in che modo si possa far meglio. La faziosità, l’inasprimento della lotta politica provocano sperpero di energie, discredito morale.

I due episodi [la guerra contro Giugurta e il colpo di stato preparato da Catilina, mia precisazione], più che il malgoverno d’una classe di agrari improduttivi, sono significativi di quel malessere sociale, di quel disagio economico e di quel declino morale che, per Sallustio, ebbe inizio con la caduta di Cartagine, nel 146 a.C.; venuta meno la minaccia nemica, ambizione e avidità dilagarono, disunirono gli animi.

Alle riforme promosse da Gracchi, per limitare l’estensione del latifondo senatoriale, basato su territori annessi in guerra, e dare terra ai contadini, il senato si irrigidì nel più miope conservatorismo; ne seguirono condanne, esili, iniquità di ogni genere […]. Il dovere categorico del romano – esercitare degnamente il dominio – era stato accantonato da chi pensava soltanto a sostituire la classe dirigente oligarchica con quella a cui apparteneva. [pp.10-11]

 

 

La rivoluzione dentro il sistema costituito

 

[…] l’autore [non è certo che sia Sallustio a scrivere le due lettere a Cesare, mia precisazione] riflette le istanze dei popolari: vuole la moralizzazione del costume, l’ordine, l’eliminazione di qualsiasi monopolio di potere; vuole che la ricchezza non costituisca un titolo per il potere politico; che le magistrature siano accessibili a tutti, che sia rinsanguato il senato con elementi nuovi e abolito il voto segreto. La plebe urbana, che rappresentava una seria minaccia per l’ordine e la proprietà, propone di sparpagliarla in nuove colonie, mescolandola a elementi di altri paesi: isolato dall’ambiente di Roma, trasferito in un poderetto di sua proprietà, qualsiasi sovversivo diventa conservatore. Era la tesi dei Gracchi, desiderosi di giustizia, non d’un diverso assetto costituzionale; sdegnati per l’ottuso egoismo della classe a cui appartenevano, ma non promotori di un rovesciamento totale delle istituzioni repubblicane. [pag.13]

 

 

Il debito pubblico

 

Cesare agì con molta prudenza, un occhio alle masse e uno ai ceti possidenti: dopo che aveva vinto Pompeo, era la destra a diffidare di lui. Dissipato il terrore che rinnovasse gli orrori del regime sillano, perdurava la paura che adottasse le misure radicali già prospettate da Catilina. La più grave sarebbe stata quella del condono dei debiti. Le ragioni di tutti coloro che avevano motivo di sperarlo le espone un seguace di Catilina, Manlio, con accorata fermezza, in una lettera che Sallustio sembrerebbe disposto a sottoscrivere […] In violazione della legge antica, il pretore urbano, un reazionario, aveva imposto l’esproprio e persino il carcere per gli insolvibili. Cesare decretò che gli interessi già versati fossero detratti dal capitale, alleviando la situazione dei debitori, senza peraltro annullare completamente il debito pubblico [Catilina era per l’abolizione totale del debito, precisazione mia]; ciò avrebbe comportato l’esproprio totale dei creditori, cosa che, secondo Cicerone, in realtà era nei suoi propositi sin da quando congiurava nell’ombra con Catilina: l’insicurezza del proprio avere avrebbe infirmato uno dei principi fondamentali dello stato.[pp.13-14]

 

 

Il governo del mondo

 

[…] Si può essere aperti alle rivendicazioni economiche proletarie senza sovvertire lo stato; si può auspicare il rinnovamento della società e l’abolizione dei privilegi senza rinnegare una tradizione che ha assunto un valore etico perenne; si può condannare lo sfruttamento coloniale senza abdicare alla supremazia: a prescindere dal profitto economico e dal prestigio nazionale, essa era vista come un compito storico, una missione di civiltà. Il pensiero dell’impero prevaleva su tutti gli altri: riforme sociali, rivendicazioni economiche, rivalità di potere, lotta di classe apparivano manifestazioni feconde del vivere libero, a patto che non facessero ostacolo all’adempimento dei doveri primari: difesa e amministrazione delle province. Nella scala delle priorità, la politica interna era subordinata al governo del mondo. Che si potesse raggiungere una nuova stabilità sociale basta su gerarchie capovolte era un’ipotesi che non si poneva se non sul piano dell’utopia. [pp.15-16]

 

 

La plebe strumento dei dominanti

 

Nei due episodi scelti a soggetto delle due monografie [la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina, precisazione mia], lo scrittore ravvisò i prodomi dei due grandi sconfitti del secolo: la guerra contro Giugurta aveva messo in evidenza il contrasto di interessi tra classi medie e senato: espansionisti, i primi, per gli investimenti che andavano facendo nelle province; astensionisti, i secondi – come sempre i conservatori – per arginare la ulteriore ascesa del ceto imprenditoriale, gli abusi di potere di comandanti e proconsoli. Dei primi, si fece patrono e portavoce Mario, i secondi, di lì a poco, favorirono una dittatura di destra, quella di Silla.

La guerra civile che ne derivò << sconvolse tutte le leggi divine e umane e giunse a tal punto di violenza che solo la guerra e la devastazione dell’Italia misero fine alle guerre civili >> […] La congiura di Catilina, invece, aveva rilevato la minacciosa presenza di altre forze nella società romana, ancora disperse, ma più numerose, più temibili della borghesia italica: i facinorosi potevano puntare su di esse per impadronirsi del potere assoluto. Bisognava stroncarle con mano ferma, e cercare di appagare, nei limiti del giusto, le loro istanze, se si voleva assolvere a quella missione unica e sovrana che incombeva al governo di Roma: esercitare con giustizia il dominio del mondo. […] La società è guasta; essa contiene in gran numero seguaci potenziali d’un movimento estremista: << la plebe, vogliosa di mutamenti, era tutta per Catilina: è nella sua natura, poiché, in qualsiasi gruppo umano, chi non ha invidia chi possiede e porta ad emergere gli elementi più abbietti…a Roma, come in una fogna, erano convenuti tutti coloro che s’erano segnalati altrove per azioni criminose commesse con imprudenza …c’erano poi i nostalgici del regime sillano. Essi ricordavano bene che alcuni, da semplici gregari, erano saliti ad alti gradi o avevano ammassato fortune tali da potersi permettere un tenore di vita principesco: speravano di potere fare altrettanto, qualora avessero partecipato al colpo di stato. C’erano giovani che avevano percepito salari da fame come braccianti, e s’erano trasferiti nell’Urbe, attratti dalle largizioni pubbliche e private…>> [pp.17-18-30]

 

 

La nazione di etnie diverse

 

[…] Quell’ambiente naturale, quegli odori, quello stile di vita gli saranno [a Sallustio] parsi quelli del villaggio che diventò Roma. La città crudele e opulenta […] era, alle origini, una comunità di aborigeni e di Troiani: di stirpe diversa e d’altra lingua, alieno l’uno all’altro il costume; eppure << incredibile a dirsi, da quella moltitudine eterogenea e dispersa con la concordia fu fatta una nazione >>. [pag.19]

 

 

Il nuovo che viene dall’Oriente

 

Nel 36 a.C., Antonio mosse a sua volta contro i Parti e, in una ritirata disastrosa, perdette venticinquemila uomini. Si ridestavano nel deserto siriano i fantasmi dei caduti di Crasso: << l’Oriente tornerà a dominare >> dice l’oracolo di Istapse << e l’Occidente servirà. Il potere mondiale sarà trasferito all’Asia. Sarà cancellato il nome di Roma >>. […] Mitridate si presentava come il vero antagonista dell’impero romano: << noi >> gli fa dire Sallustio << siamo i rivali di Roma. Saremo immancabilmente i vendicatori >> […] Tale posizione gli derivava dallo stato di inferiorità sociale e di sfruttamento economico nel quale erano tenute le province: << l’Asia ci attende >> prosegue il re di Ponto << e ci invoca: a tal punto hanno saputo farsi odiare i romani con l’avidità dei proconsoli, le estorsioni dei gabellieri, le ingiustizie dei magistrati…>>.

Lo scontento dei provinciali, ammesso da altri autori, riproduce su scala più vasta, l’odio di classe che divampa all’interno; Sallustio, come faranno poi Lucano, Giovenale e Tacito, si associa a quelle proteste: << da giusto e ottimo che era, il governo di Roma è diventato crudele e intollerabile >> […] Non sono le parole di un rinunciatario astensionista, né si tratta di solidarietà umana verso gli oppressi: è apprensione presaga che un giorno quelle genti si uniranno e prenderanno il sopravvento: << ai nemici di Roma >> fa dire al console Filippo << non manca che un capo >>. [pp. 24-25]

 

 

Le maschere e i giochi del potere

 

Catilina avanza sulla scena con la maschera del sanguinario; ma, più che a persuaderci sulla verosimiglianza del suo carattere, Sallustio mira a descrivere in lui l’esempio umano espresso da una società negatrice dei valori morali, il risultato d’una dittatura cruenta. E’ divorato da un’ambizione smisurata, in uno stato nel quale i deboli non sono ascoltai; le cricche nobiliari per quattro volte l’hanno escluso dal consolato: forse, se fosse riuscito, avrebbe proposto e attuato in sede legale rivendicazioni giuste in sé, ma esasperate dalla frustrazione. E’ dominato dall’assillo del denaro, in una società che ha fatto della ricchezza il metro dei valori; un perverso, ma forse reso tale dalle ingiustizie viste e subite. […] La visuale di Sallustio è più vasta, meno legata a voci allarmistiche, a fattori contingenti; il suo assillo profondo è il decline and fall; anche a lui la congiura appare, momentaneamente, un piano criminoso, una minaccia per gli abbienti, e ci tiene a dissociare se stesso e Cesare da quelle rivendicazioni estreme; ma pone l’accento sulla singolarità dell’impresa, che rivela l’inasprimento della lotta politica: per la prima volta un audace, forse più esasperato che scellerato, attentava allo sicurezza dello stato. Sallustio vede in lui il prototipo di tutti gli avventurieri rapaci che pensano di poter osare perché altri aspirano al potere totalitario: dietro di lui, tramano in ombra Pompeo, Cesare, Crasso, uomini senza scrupoli, che si sganciano in tempo e si tengono pronti per il momento propizio. [pp. 29-33]

 

Dalla mia palla di cristallo: il Movimento Supernova, di Roberto Buffagni

Dalla mia palla di cristallo:

il Movimento Supernova

 

Cari Amici vicini & lontani, oggi la mia palla di cristallo prende male. Il canale del futuro, neve neve neve. Il canale del presente e del passato prossimo sfarfalla, ma qualche flash interessante si vede. Vi racconto.

1) Dibba, il bel papà cheguevaresco dei 5*, è tornato dal suo viaggio sentimentale negli USA, finanziato dall’anticipo regale della Mondadori (400.000 euro, beato lui). Colaggiù ha ricalcato le orme di Matteo Renzi: stessi posti, stessi amichevoli tutors politici clintoniani, stessi guru psicomediatici di Scientology.

2) Il cardinale Bassetti scomoda i Piani Superiori – sui contenuti dei Quali, d’altronde, la Catholic Church & Associates, Inc. detiene legalmente il copyright –  e afferma coram populo et optimatibus che “Oggi come ieri, la nostra missione evangelizzatrice si traduce nell’annunciare al mondo intero la luce redentrice del Cristo e… nel ricucire in modo più giusto e democratico il tessuto sociale del Paese[1]

3) L’Associazione Fino a prova contraria[2] offre risotto e branzino a tante persone celebri e importanti, tra i quali Salvini e la Boschi che si danno una bacetto e scandalizzano i populisti più prude. I quali populisti più prude però non notano altri aspetti, decisamente più suggestivi, della riunione mondana.

Intanto, che nel consiglio direttivo[3] dell’Associazione Fino a prova contraria ci sono Annalisa Chirico, Giuseppe Cornetto Bourlot, Edward Luttwak, Piero Tony, Luca De Michelis.

Annalisa Chirico è presentata come “Presidente di Fino a prova contraria. Giornalista e saggista. Dottoressa di ricerca in Teoria politica.” Una frizzante intervista su “Donna Glamour”[4] ci apprende che la dr. Chirico, che lavora per “Il Foglio”, è nata sotto il segno del Cancro, ha studiato alla LUISS ed è stata fidanzata di Chicco Testa e di Luca di Montezemolo (in momenti diversi, certo).

Giuseppe Cornetto Bourlot, “Imprenditore, Senior Advisor di Schroders e presidente di Askanews”. Interessante che Cornetto Bourlot, presidente della sezione romana dell’UCID (Unione cristiana imprenditori e dirigenti) abbia tenuto lezioni[5] alla Scuola di Formazione per l’Alta Dirigenza in Dottrina Sociale della Chiesa della Fondazione Segni nuovi, che “mira a costruire una unità di pensiero e di azione tra i cattolici, mantenendo come riferimento la dottrina sociale della Chiesa.”[6]

Piero Tony è “ex procuratore capo di Prato, iscritto a Magistratura democratica”. In pensione ha scritto, con l’ausilio di Claudio Cerasa direttore de “Il Foglio”, Io non posso tacere, un libro-denuncia[7] sulla politicizzazione e le distorsioni della giustizia italiana[8], nel quale ne attribuisce la responsabilità principe alla sua corrente, “Magistratura democratica”. Prima della pensione, però, a restare zitto ci è riuscito benissimo[9].

Luca de Michelis, “Amministratore delegato di Marsilio Editori”, ha coperto diverse posizioni importanti in Lehman Brothers: Italian IBD Coverage, Head of Global Finance Southern Europe, Head of European DCM and RSG for Corporates, Head of DCM Southern Europe[10]. Oggi la Marsilio editori fa capo per il 51% a Rcs, per il 43% alla società della famiglia de Michelis. Nel 2012 Bankitalia ha affidato alla Marsilio la sua collana storica[11].

Edward Luttwak è presentato sobriamente con il low profile di “Consulente governativo. Senior Associate, Center for Strategic and International Studies a Washington D.C.” Il vecchio e simpatico brigante Edward Luttwak è anche tante altre cose, che l’Associazione Fino a prova contraria omette per brevità: per esempio, uno studioso di teoria militare e di storia antica e moderna, e un collaboratore d’alto profilo dei servizi d’informazione statunitensi[12]. In un tweet di ieri, Giuseppe Fasanella si chiedeva: che ci fa Luttwak nel consiglio direttivo della Associazione Fino a prova contraria? Bella domanda, gli ho risposto. Ed effettivamente è una bella domanda, no?

Poi ci sono i testimonials dell’Associazione Fino a prova contraria, tra i quali siamo lieti di ritrovare Paolo Mieli, un uomo che non ha bisogno di presentazioni, come d’altronde suo padre Renato Mieli, ufficiale del servizio di Psychological Warfare britannico, direttore dell’ANSA e de “L’Unità” nell’immediato secondo dopoguerra.

Il menu della cena è questo. Come il lettore può constatare, in questa cena “Il Foglio” è come il prezzemolo in cucina: dappertutto. Proprietario dell’ elegante quotidiano è Valter Mainetti[13], azionista di riferimento del Gruppo Sorgente (Sorgente Group Alternative Investment-USA)[14]. Di recente, Mainetti ha fatto una cosa che gli editori di periodici non fanno mai: ha pubblicato sul suo giornale una lettera di dissenso dalla linea editoriale, aspramente avversa al governo gialloverde, e lo ha caldamente invitato a “dar fiducia a Conte”[15]. Di solito, se un editore discorda dal suo direttore, lo cambia senza trasmettere in streaming il licenziamento, e punto. Il democratico e originale Mainetti, no. Si sono fatte diverse ipotesi sulle sue motivazioni: legami tra Mainetti e lo Studio Alpa, del quale è socio anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo”; problemi finanziari del giornale; eccetera.[16] Fatto sta che il direttore Cerasa resta al suo posto nonostante il cordiale dissenso del suo editore: il pluralismo liberale nel mondo dell’informazione si aggiudica una rarissima vittoria.

4) E qui la mia palla di cristallo insiste a sintonizzarsi sul Presidente del Consiglio del governo gialloverde: Giuseppe Conte, “avvocato del popolo”. Nato a due passi da San Giovanni Rotondo, la cittadina dove adempì la sua missione terrena Padre Pio da Pietrelcina, in gioventù Conte è stato ospite del prestigioso Collegio universitario Fondazione Comunità Domenico Tardini[17] , gestito dalla Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth sotto la vigilanza della Segreteria di Stato vaticana. Il Collegio Villa Nazareth è un collegio universitario d’eccellenza, riconosciuto dal MIUR, a cui si accede per concorso e che ospita gratuitamente soltanto 70 studenti. Dunque, i rapporti tra l’avvocato del popolo e il papa del popolo non potevano che essere ottimi, come illustra anche il cordialissimo incontro privato tra i due, che nello scorso dicembre hanno conversato tête à tête per quasi un’ora. Conte ha così riassunto il colloquio: “Abbiamo richiamato il rispettivo impegno che stiamo portando avanti per realizzare, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, un ampio disegno riformatore della comunità in cui operiamo.”

5) La mia palla di cristallo continua a ripresentarmi una notizia che è piuttosto un gossip, un rumor, e non un’informazione sana e weberiana: che Luca di Montezemolo (sì, l’ex fidanzato della dr.  Chirico & commensale alla cena dell’Associazione Fino a prova contraria) Diego Della Valle, Flavio Cattaneo e chissà chi altro stanno per comprarsi “Il fatto quotidiano”, il giornale tanto caro ai 5*, i quali lo amano se non altro per esclusione (tutti gli altri giornali li massacrano, a torto o a ragione).  E’ una caduta di stile della mia palla di cristallo che depreco, ma m’incorre l’obbligo di riportarvela e ve la riporto. Prendetela cum grano salis.

Insomma: da questi flash stroboscopici della mia palla di cristallo si possono evincere, o meglio vaticinare, alcuni sviluppi futuri del Ns. Bel Paese, dove il “sì” suona soprattutto se la domanda viene posta da persone con il cuore, l’indirizzario e il portafogli al posto giusto.

Nei suddetti flash c’è:

  1. a) tanto Vaticano
  2. b) tanti Stati Uniti d’America (vecchio establishment, non del tutto avverso a Trump, all’opera per integrarlo, addomesticarlo e sostituirlo)
  3. c) tanto piccolo establishment italiano (vecchio pure quello, e legato da tante belle avventure in comune con l’establishment USA sub b)
  4. d) un po’ di Magistratura democratica, ma convertita al post-giustizialismo: il giustizialismo tous azimuts tanto caro ai 5* e a “Il fatto quotidiano”. Un analista malizioso sospetterebbe che la conversione al post giustizialismo di Piero Tony abbia a che vedere con l’imprevisto successo dei 5* e il crollo del PD, partito di riferimento di “Magistratura democratica”: ma il suo sodalizio nella causa benemerita della riforma giudiziaria con un cattolico come Giuseppe Cornetto Bourlot basta a screditare queste malignità.
  5. e) tanto PD post cura Renzi, cioè pienamente liberale, senza tante storie socialdemocratiche o peggio, ma pensoso del crollo elettorale e alla ricerca di nuovi pascoli, di idee fresche e soprattutto sangue fresco (le elezioni si avvicinano)
  6. f) tantissimo “il Foglio” (v. due punti precedenti)
  7. g) tre campioni del populismo, tra loro diversi ma accomunati da “convergenze parallele”, per usare la celeberrima frase surrealista di Aldo Moro (relatore della tesi di laurea di Valter Mainetti): Dibba, il contestatore del popolo; papa Francesco, il papa del popolo; e Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo. Tutti e tre appartengono al Movimento 5 ste…ehm, scusate: dopo attenta verifica, devo smentire l’appartenenza di papa Francesco al Movimento 5Stelle. Mi ha tratto in inganno lo stile, che effettivamente è, se non identico, almeno assai affine allo stile del fondatore Beppe Grillo.

E che cosa concludiamo da questa minestrina alfabetica? Mi chiederà il lettore un po’ irritato. Non saprei. L’analista malizioso al punto (d concluderebbe che si sta palesando una manovra ben coordinata e ben finanziata, i cui mandanti sono il vecchio establishment USA, il Vaticano, il vecchio establishment italiano; manovra  la quale ha per obiettivo strategico la spaccatura del Movimento 5 stelle, e la trasformazione di una sua parte maggioritaria in un Nuovo Movimento che chiamerò Movimento Supernova, perché una supernova è un’esplosione stellare[18].

Il Movimento Supernova dovrebbe caratterizzarsi, giusta l’ispirazione cattolica, in due ali, o per restare nella metafora in due raggi: un raggio populista teenager, egualitarista & pauperista, sognatore, un po’ ribelle ma con juicio, l’equivalente politico, insomma, dei bravi ragazzi con la chitarra e lo zaino dell’ACR (Azione cattolica ragazzi): leader maximo, Dibba, il contestatore del popolo; ispiratore e guru (al posto dell’obsoleto Grillo) papa Francesco Bergoglio, il papa del popolo che viene dal Sudamerica garibaldino ove Dibba ha trascorso gli ultimi mesi della sua Schulung o – meglio – del suo training trip.

L’altro raggio del Movimento Supernova è il raggio populista adulto: gli ex bravi ragazzi dell’ACR che dopo l’università si mettono la cravatta, e, senza rinnegare le belle schitarrate e i sogni missionari d’un tempo, entrano nel mondo del lavoro e vi si dedicano con perseverante entusiasmo, per metter su famiglia e contribuire al bene comune. Leader del raggio adulto, Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo che tanto piace al popolo italiano (62% di gradimento)[19]. In questo raggio adulto saranno i benvenuti abbondanti transfughi ex piddini, anzitutto provenienti dal mondo cattolico ma non solo; a contare sono i valori democratici comuni, non l’appartenenza confessionale, anche perché in chiesa non ci va più quasi nessuno: Parigi o Roma varranno anche una Messa, ma oggidì una Messa non vale neanche Volturara Appula.

Questi i raggi del Movimento Supernova. Una stella che si rispetti, però, per avere raggi deve avere un nucleo. Il nucleo è la parte meno conosciuta delle stelle, per esempio del sole: perché è nascosta all’osservazione diretta. Dall’eliosismologia e dall’analisi dei neutrini sappiamo però che nel nucleo del sole la temperatura si aggira sui 16 milioni di gradi, la pressione è elevatissima, intorno a 500 miliardi di atmosfere, e la densità del materiale nel nucleo è di circa 150 g/cm³.

A quanto risulta sinora all’analista malizioso, nel nucleo del Movimento Supernova ci saranno: grandi imprese italiane con forti legami atlantici, Curia vaticana, Edward Luttwak con i suoi danti causa. Personale dirigenziale – al massimo livello ma appartati, lontani dalle luci della ribalta – e soprattutto ispiratori, finanziatori, sorveglianti del Movimento Supernova è lì che abiteranno: nel nucleo, dove “la pressione è intorno a 500 miliardi di atmosfere”. Ci staranno comodi? Il malizioso pensa di sì, hanno visto ben altro questi signori.

Stavo per ringraziare dell’attenzione e della pazienza i lettori, e salutarli, quando mi giunge una notizia dell’ultim’ora: Ernesto Galli della Loggia usa la mia stessa marca di palla di cristallo, e in buona sostanza conferma quanto ho riportato qui. Bastano poche righe del suo articolo odierno sul “Corriere della sera”, dedicato a  Luigi Sturzo e il Ppi cento anni dopo. Il futuro dei cattolici in politica[20] per confermarlo:

Il suo, [del Partito Popolare di Sturzo] in definitiva, era un contenuto schiettamente democratico-liberale. E chi si trova oggi a ripensare la vicenda politica dei cattolici che cominciò un secolo fa, e che li vide per circa mezzo secolo al governo con un loro partito dal 1945 al 1992, deve riconoscere che in tale vicenda questa matrice si è conservata fondamentalmente inalterata…È stato proprio il venir meno di tale collocazione centrista [del partito dei cattolici] in seguito all’avvento della cosiddetta seconda Repubblica e del suo tendenziale bipolarismo, che ha reso impossibile la prosecuzione dell’esperienza politica cattolica in Italia”

Ma niente paura: “…oggi la situazione è mutata. Oggi la morte delle antiche culture politiche di destra e di sinistra, la crisi evidente del bipolarismo, l’emergere prepotente di un orizzonte confusamente nazionalista-identitario dai tratti populisti, mentre ancora sopravvive una Sinistra senz’anima e senza idee, oggi, dicevo, tutto ciò apre nuovi spazi, ridà una nuova prospettiva strategica e sembra riattualizzare in misura decisa l’ispirazione democratico-liberale propria del cattolicesimo politico italiano.

E per i più piccini, o per i più duri d’orecchio, ecco un finale in stampatello e al megafono:

Aggiungendovi [all’ispirazione democratico-liberale] un fondo di ‘popolarismo’ il quale può ben rappresentare il germe potenziale di un populismo ‘buono’ da opporre a quello cattivo del plebiscitarismo ‘russoiano’ e della ruspa salviniana.

Con l’annuncio di questo ambizioso progetto scientifico – la messa a punto di un vaccino populista buono in grado di sconfiggere il populismo cattivo che flagella l’Italia e l’Europa: il Movimento Supernova – ringrazio il lettore della sua pazienza e lo saluto molto cordialmente.

That’s all, folks.

P.S.: mi dissocio dall’analista malizioso.

 

 

 

 

[1] https://www.agensir.it/quotidiano/2019/1/16/cattolici-e-politica-card-bassetti-mai-come-oggi-e-fondamentale-ricucire-e-ricostruire/

[2] http://www.finoaprovacontraria.it/

[3] http://www.finoaprovacontraria.it/chi-siamo/

[4] https://www.donnaglamour.it/annalisa-chirico-biografia-e-curiosita/curiosita/?refresh_ce

[5] http://www.segninuovi.org/scuola.php

[6] http://www.segninuovi.org/info.php

[7] https://www.einaudi.it/autori/piero-tony/10886/

[8] https://www.tempi.it/piero-tony-unico-magistrato-sinistra-non-sentirete-parlare-giornali-tv/

[9] https://www.panorama.it/economia/profiteroles/odio-piero-tony-odio-il-suo-libro-straordinario/

[10] https://www.linkedin.com/in/luca-de-michelis-31525010/

[11] https://www.italiaoggi.it/archivio/bankitalia-si-fa-pubblicare-dalla-marsilio-dei-de-michelis-1771622

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Luttwak

[13] https://it.wikipedia.org/wiki/Valter_Mainetti

[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Sorgente_Group

[15] https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/09/governo-leditore-del-foglio-scrive-al-foglio-dar-fiducia-a-conte-le-critiche-arrivano-da-consorterie-di-interessi/4414927/

[16] https://www.nextquotidiano.it/valter-mainetti-lettera-foglio/

[17] https://it.wikipedia.org/wiki/Collegio_universitario_Fondazione_Comunit%C3%A0_Domenico_Tardini

[18] https://it.wikipedia.org/wiki/Supernova

[19] https://www.fanpage.it/sondaggi-politici-giuseppe-conte-e-il-leader-con-piu-consenso-in-calo-salvini-e-di-maio/

[20] https://www.corriere.it/19_gennaio_17/luigi-sturzo-ppi-cento-anni-futuro-cattolici-politica-80194010-1a89-11e9-b5e1-e4bd7fd19101.shtml

AVEVA RAGIONE MARX?, di Teodoro Klitsche de la Grange

AVEVA RAGIONE MARX?

Capita di leggere che, a seguito del crollo del comunismo e del crescere del turbo-capitalismo trionfante, il divario tra ricchi e poveri, in particolare nelle democrazie “occidentali”, è aumentato: a meno ricchissimi corrispondono molti più poveri. Ciò sembra una conferma tardiva della “legge” dell’immiserimento crescente, connaturale al modo di produzione capitalistico, che Marx formula nel Capitale[1].

Come è noto tale tesi era successivamente contestata da Eduard Bernstein, il quale fece notare che le predizioni di Marx (e ancora più, dei marxisti) sull’imminente e inevitabile crollo del capitalismo non solo non si erano realizzate, ma vi erano prove evidenti che negli ultimi decenni le condizioni della classe operaia erano notevolmente migliorate sul piano (politico ed) economico.

Al contrario dell’immiserimento di masse sempre più numerose il capitalismo aveva arricchito un numero sempre maggiore di individui. Da qui la necessità non di abbattere, ma di riformare il sistema. Le tesi di Bernstein, come noto, influenzarono e furono seguite dalla prassi della maggior parte dei partiti della Seconda Internazionale.

Il teorico socialista basava le proprie tesi sull’evoluzione del capitalismo ottocentesco: la concentrazione delle aziende non aveva provocato una analoga concentrazione del capitale, ma anzi aumentava il numero dei capitalisti, cioè degli azionisti dell’impresa, dato che queste erano gestite – almeno le più grandi – quasi tutte da società per azioni, così sempre più diffondendo il capitale. L’accrescimento della ricchezza aveva, contrariamente alla tesi di Marx, non diminuito il numero dei magnati, ma aumentato quello dei capitalisti[2].

La correlativa, annunciata, scomparsa dei ceti medi non si era realizzata. A fronte di un incremento della popolazione di un terzo – nei paesi industrialmente più avanzati all’epoca – i ceti medi erano cresciuti di circa tre volte[3]. Le stesse imprese, peraltro  non erano spesso facilmente concentrabili per cui quelle di piccola o media dimensione aumentavano a dispetto delle previsioni del filosofo di Treviri.

Per cui Bernstein ne concludeva che lungi dal provocare la polarizzazione della società in due campi: capitalisti – pochissimi – e proletari – quasi tutti – destinati alla lotta (di classe e politica), la situazione reale che si configurava non era riconducibile ad uno scenario pre-rivoluzionario. Né era possibile prevedere il crollo del sistema capitalistico[4]

Col XX secolo, almeno fino al collasso del comunismo, la tesi di Bernstein, anche grazie all’influenza del movimento socialista, al “compromesso fordista”, allo Stato sociale, era confortata. Invece dell’incremento dei sempre più poveri e della riduzione degli straricchi, a crescere erano le posizioni sociali intermedie.

Col turbo-capitalismo o, come molti preferiscono chiamarlo, col neo-liberismo globalizzatore, pare sia cambiato tutto. La profezia di Marx riprende vigore e Bernstein va in soffitta. È il caso di rifletterci un po’.

  1. Prima di Marx, un acuto pensatore come de Bonald aveva intuito quanto poteva succedere. Scriveva, infatti, a proposito della funzione della nobiltà e della borghesia “È una contraddizione di cui è toccato a noi dare l’esempio, veder gli stessi uomini che chiedono a gran voce lo spezzettamento illimitato della proprietà immobiliare, favorire con tutti i mezzi la concentrazione senza freni della proprietà mobiliare o dei capitali. L’appropriazione di terre ha per forza termine. Quella del capitale mobiliare non ce l’ha, e lo stesso affarista può far commercio di tutto il mondo” (il corsivo è mio)[5].

Quindi l’alternativa che poneva il pensatore francese è netta: il proprietario di beni immobiliari trova nella natura delle cose stesse e nelle condizioni (culturali e) sociali dei limiti; quello di beni mobili, no. Sul piano semantico se ci sono limiti (per natura o per volontà) l’accrescimento non può essere, ovviamente, illimitato. La possibilità di appropriazione quindi del secondo è enormemente superiore a quella del primo. E così il potere che ne consegue. Aggiungeva de Bonald di non voler valutare il patriziato auspicato dalla de Staël “come istituzione politica, in relazione cioè alla forza e alla stabilità dello Stato; ma sotto il profilo della libertà e dell’eguaglianza, che è quello che la signora de Staël considera, e per cui la preferisce alle antiche istituzioni della monarchia francese”[6].

Anche Fichte notava che, ordinariamente, sono le costituzioni politiche a separare gli uomini [7] e che gli Stati moderni sono le “parti staccate di un tutto anteriore” (le società feudale)[8]. “L’Europa cristiana era come un tutto unico, doveva perciò il commercio degli Europei tra loro esser libero. L’applicazione allo stato presente delle cose è facile a farsi. Se tutta l’Europa cristiana con tutte le colonie aggiunte e le piazze commerciali in altre parti del mondo, è ancora un tutto unico, il commercio tra le varie parti deve restar libero come era una volta. Ma se, al contrario, essa è divisa in stati soggetti a governi diversi, essa deve parimenti esser divisa in più stati commerciali rispettivamente chiusi”. E ne concludeva “Tutti gli ordinamenti che permettono o suppongono il commercio immediato di un cittadino con quello di altro stato … sono avanzi e risultati di una costituzione da lungo tempo distrutta, elementi di un mondo passato, che più non convengono al mondo nostro”[9].

Con questo il filosofo constatava un fatto (la divisione in più Stati) e una necessità (ed auspicio): che la politica dovesse prevalere sull’economia. Ed è questa la sostanza della concezione di Fichte[10].

Come scrive Fusaro la concettualizzazione dello Stato commerciale chiuso di Fichte è “coerente reazione all’egemonia dell’utile (economico) e alla correlata soppressione dello spazio veritativo della filosofia…. Per Fichte, fedele ai principi della Rivoluzione e, ipso facto, nemico del mondo che ne è scaturito, si tratta di contrastare l’egemonia dell’utile e dell’egoismo sfrenato che ad esso si accompagna”[11].

È inutile ricordare che tra i più accaniti sostenitori della distinzione tra economia cosmopolitica (attribuita a A. Smith, J. B. Say) e economia politica (o nazionale) si trova Friedrich List[12].

La concezione del quale è ispirata alla prevalenza del bene comune delle comunità politiche su quello dell’economia globale nel suo complesso.

  1. Se è vero che le economie delle società più sviluppate hanno sofferto della globalizzazione, già prima della crisi, è anche vero che, di converso, quelle dei paesi emergenti ne hanno beneficiato.

Da una statistica – graduatoria degli Stati in base dell’incremento del PIL nel 2017 tra i primi venti (per percentuale d’incremento nell’anno) non c’è un solo paese “sviluppato”, ma ovviamente ci sono India e Cina. A parte l’Islanda e la Romania (comunque al 25° e 26° posto), i primi paesi “sviluppati” li si trova dopo il 55° posto in classifica. Tutti i primi 50, tranne Islanda e Romania, sono “paesi in via di sviluppo”. E se si va a vedere le altre annate, a partire dal crollo del comunismo, la tendenza è quella.

La conclusione è che, se all’economia globale la globalizzazione ha fatto bene, alle economie nazionali talvolta ha arrecato modesti vantaggi, talaltra no. Onde a ragionare secondo il criterio di List (e non solo), occorre conformare la politica economica all’esigenza del benessere (e alla potenza) della comunità nazionale; “mercati”, intesi nel senso corrente, non sono sempre sinonimo di ricchezza crescente. Scriveva List che l’economia cosmopolitica (quella di Smith) “guardando all’umanità e all’individuo, aveva dimenticato la nazione. Mi convinsi di due cose: la prima che era per due nazioni, entrambe sviluppate culturalmente, la libera concorrenza poteva essere benefica soltanto se ambedue si fossero trovate allo stesso grado di sviluppo industriale; la seconda che una nazione, arretrata nel campo industriale,  commerciale e della navigazione, ammesso che avesse i mezzi intellettuali e naturali per sviluppare questi rami, dovrebbe cercare da sola di mettersi in grado di sostenere la libera concorrenza con le altre più progredite. In breve: trovai la differenza tra l’economia cosmopolitica e l’economia politica”[13].

Ovviamente i tempi sono mutati dall’epoca di List, Bonald e Fichte, ma le esigenze alla base dalle concezioni dei tre – pur nelle differenze determinate dai diversi “campi” da questi esplorati  – sono uguali: e che la politica e il bene comune della comunità che questa deve perseguire – deve prevalere sul bene “globale”; e che sia funzione del potere politico quanto meno, introdurre dei correttivi – dei  temperamenti – che concilino gli interessi nazionali con quelli internazionali: le nazioni con l’umanità. La nazione non è l’umanità; i diritti dell’uomo non sono quelli del cittadino; il modo d’esistenza delle comunità è il proprium di ciascuna con i valori cui si ispira (e non è, in larga parte, misurabile).

  1. Tornando alla profezia di Marx, questa è stata falsificata perché comunque l’immiserimento crescente non si è verificato. Tuttavia a ridimensionarla, non è totalmente errata. Ciò per due ragioni: la prima perché contribuisce a una valutazione (realistica); non è detto che ad un’economia (senza limiti e) globalizzata corrisponda una ricchezza crescente per tutti (o quasi tutti). Come in altri tempi la prosperità della Gran Bretagna era (anche) l’altra faccia della miseria dei coolies indiani e cinesi, così oggigiorno al crescente benessere di certi popoli corrisponde un diminuito (o stagnante) benessere di altri. La seconda è che la politica ha corretto l’economia, frenandone (spesso ma non sempre) le conseguenze meno desiderabili. In fondo allo straordinario sviluppo economico del XX secolo ha contribuito in modo determinante il compromesso fordista e le (varie) “terze vie” con le quali si è cercato – riuscendoci – non solo di relativizzare e neutralizzare politicamente il conflitto borghesia/proletariato ma anche di aumentare il benessere e diffonderlo tra masse sempre più numerose. Così integrandole nello “stato sociale”, ovvero nel “secondo tempo” delle democrazie liberali.

Infine appare teoricamente – e praticamente, almeno in parte, realizzato – che la ricchezza mobiliare, in particolare quella (dell’intermediazione) finanziaria e commerciale può crescere in misura enormemente superiore sia a quella del settore primario che, ancorché meno intensamente, anche a quella dell’imprenditoria industriale. E le ragioni per limitare l’accrescimento di potere – e anche la diminuzione di libertà – di quella e i pericoli che comporta per lo Stato borghese – e per i principi di libertà ed uguaglianza, sono evidenti.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] “Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico” Marx, il capitale, Libro I, “Tendenza storica dell’accumulazione capitalistica”

 

[2] v. “La forma della società per azioni agisce, in larga misura, in senso contrario alla tendenza alla centralizzazione dei capitali attraverso la centralizzazione delle aziende. Essa permette un vasto frazionamento di capitali già concentrati, e rende superflua l’appropriazione di capitali da parte di singoli magnati allo scopo di concentrare le imprese industriali”. I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, (trad. it. Bari 1974 p. 87.

[3] V. per i dati precisi Bernstein op. cit. p. 89; per cui concludeva “È dunque assolutamente falso ritenere che l’attuale sviluppo indichi una relativa o addirittura assoluta diminuzione  del numero dei possidenti. Il numero dei possidenti aumenta non «più o meno», ma semplicemente più, ossia in senso assoluto e in senso relativo” (il corsivo è mio).

[4] V. “Se la società fosse costituita o si fosse sviluppata secondo le ipotesi tradizionali della dottrina socialista, il crollo economico sarebbe soltanto una questione di breve periodo. Ma come vediamo non è così. Ben lungi dall’essersi semplificata rispetto a quella precdente, la struttura della società si è in larga misura graduata e differenziata, sia per quanto concerne il livello dei redditi sia per quanto concerne le attività professionali” (op. cit. p. 91.

[5] E proseguiva “Ma il lusso segue dappresso la ricchezza, il mercante arricchito poco pressato a vendere, alza il prezzo della propria merce, e costringe così il consumatore a pagare i lussi della Signora e del Signore. Questa è una delle ragioni del rialzo dei prezzi delle derrate in Inghilterra, nei Paesi Bassi e anche in Francia, e dovunque il commercio non ha altro fine che il commercio e dove i milioni chiamano e producono altri milioni.

I grandi patrimoni immobiliari fanno inclinare lo Stato verso l’aristocrazia, ma le grandi ricchezze mobiliari lo portano alla democrazia; e gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè” V. Observations sur l’ouvrage de M.me la Barone de Staël …” trad. it. La Costituzione come esistenza, Roma 1985, pp. 43 – 44.

[6] V. op. loc. cit. p. 45.

[7] v. Lo Stato secondo ragione, trad. it. Milano 1909 p. 68.

[8] e prosegue “Durante l’unità dell’Europa cristiana si è formato, tra le altre cose, anche il sistema commerciale, che dura, almeno ne’ suoi tratti fondamentali, fino ad oggi” op. cit., p. 69.

[9] Op. cit. p.71

[10] “… è in questo: che lo stato si chiuda completamente ad ogni commercio coll’estero, e formi d’ora in poi un corpo commerciale così separato, come finora ha formato un separato corpo giuridico e politico”, op. cit. p. 98.

[11] e, poco dopo, afferma “in un’epoca di “compiuta peccaminosità” e di egoismo universale, diventa necessario l’intervento massiccio di uno Stato “commerciale chiuso” che sappia opporsi al cosmopolitismo utilitaristico del mercato e al codice individualistico su cui esso si regge, per far valere l’istanza morale di un comunitarismo solidale nell’epoca della “compiuta peccaminosità” v. L’aporia dello Stato in Fichte, GCSI – Anno 3, numero 5, pp. 122-123.

[12] Il quale, tra l’altro, riteneva che “Tutti gli esempi che la storia ci può presentare dimostrano che l’unione politica ha preceduto l’unione commerciale. Non si conosce nessun esempio dove sia avvenuto il contrario. Ci sono però dei motivi molto forti, e secondo la nostra opinione incontestabili, per far presumere che, nelle attuali condizioni mondiali, la libertà commerciale universale non porterebbe ad una repubblica universale, ma alla universale soggezione delle nazioni meno progredite alla supremazia della potenza preponderante nell’industria, nel commercio e nella navigazione…  l’economia nazionale si presenta come quella scienza che, tenendo conto degli interessi esistenti e delle condizioni particolari delle nazioni, insegna in che modo ogni singola nazione possa essere elevata a quel grado di sviluppo economico giunta al quale l’unione con le altre nazioni ugualmente progredite, – e quindi la libertà di commercio – le risulterà possibile e vantaggiosa. La scuola, però, ha confuso fra di loro le due idee; ha commesso il grave errore di giudicare le condizioni delle nazioni secondo i principi cosmopolitici e di disconoscere, per ragioni politiche, la tendenza cosmopolitica delle forze produttive”, v. F. List Il sistema nazionale di economia politica 8° cura di G. Mori) trad. it. Milano 1972

[13] Op. cit., Prefazione, p. 4.

il nuovo trattato franco-tedesco, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto il testo del trattato franco-tedesco che verrà sottoscritto il 22 gennaio prossimo ad Aquisgrana in occasione del 59° anniversario del primo storico trattato sancito dai due governi.

Il contesto storico è molto diverso; l’autorevolezza e la credibilità dei due attuali contraenti non è paragonabile a quella dei primi garanti; gli stessi mallevadori di quel primo accordo, gli Stati Uniti, sembrano combattuti al proprio interno riguardo al destino da riservare alla attuale Unione Europea. La grandezza emotiva di quell’accordo poggiava su un retaggio; la memoria di due potenze l’una decaduta, l’altra distrutta da un conflitto estremo e risolutivo. La sua ambivalenza veniva dissolta in appena un paio di anni con il naufragio dei propositi gaullisti di separare l’alleanza politico-diplomatica atlantica dal sodalizio militare della NATO attraverso la creazione di un polo militare e di deterrenza nucleare autonomi franco-tedesco. L’ambivalenza del prossimo rischia di dissolversi nel momento stesso del concepimento dell’accordo. Esso poggia sul proposito di un unico mercato mondiale senza barriere, o per meglio dire con barriere e regole mirate, reso ipotizzabile solo da un dominio unipolare pressoché totale di una superpotenza. Ipotesi manifestamente impraticabile da parte di Stati Uniti e Cina, del tutto velleitaria da parte dell’asse franco-tedesco. Ciò non ostante, la forza di inerzia dei centri decisionali sostenitori di questo processo è ancora rilevante e può portare ad ulteriori sviluppi e sussulti dei rapporti comunitari prima e non ostante gli evidenti segni di decomposizione. I prossimi mesi ci diranno se si tratta ancora di un processo comunitario che interessa l’intero subcontinente europeo oppure della costruzione surrettizia di una area di influenza franco-tedesca più limitata all’interno dell’Europa, ma che consenta alla Francia di mantenere, pur se in condominio, una parvenza di egemonia nel Nord-Africa e nel Vicino Oriente. Sta di fatto che tutti i passi concreti, ancorché velleitari, di questo trattato, compresa la proposta di assegnazione del seggio dell’ONU alla Germania, contrasta con una retorica europeista sempre più spenta e autoreferenziale. Un progetto, nell’una e nell’altra veste che vede designata come vittima sacrificale la sorella Italia. In qualche maniera il nostro paese sembra aver superato la pressoché totale passività che ha contraddistinto la propria politica estera degli ultimi trenta anni; i nuovi centri politici in via di formazione non sembrano però ancora in grado di comprendere la natura, l’entità e la drammaticità dello scontro politico in atto. Le tentazioni di trasformismo e ritorno a Canossa sono ricorrenti non ostante il contenzioso tra Commissione Europea e stati nazionali sembra allargarsi ad altri protagonisti di tutto rispetto come la Spagna. La gestione della trattativa sui vincoli finanziari e la piega che sta prendendo la conformazione della futura Unione bancaria e dell’ESM non lasciano presagire granché di buono non ostante gli spazi aperti dal nuovo corso americano. Si spera che finiscano almeno le pratiche degli annunci roboanti seguite da “momenti Tsipras”. Il primo compito di queste forze è quello di assumere e far comprendere la durezza e le pesanti implicazioni di politiche di interesse nazionale magari meno urlate, ma più assertive. Un popolo va temprato e reso responsabile_Germinario Giuseppe

https://www.latribune.fr/economie/union-europeenne/le-nouveau-traite-franco-allemand-qui-sera-signe-le-22-janvier-804036.html

https://www.les-crises.fr/urgent-texte-integral-et-analyse-du-traite-franco-allemand-daix-la-chapelle-qui-sera-signe-le-22-janvier/

Trattato tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione e l’integrazione franco-tedesche

La Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania

Riconoscendo lo storico successo della riconciliazione tra i popoli francese e tedesco a cui il trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione franco-tedesca ha dato un contributo eccezionale e da cui è nata una rete senza precedente per le relazioni bilaterali tra le loro società civili e le loro autorità pubbliche a tutti i livelli,

Convinti che sia giunto il momento di elevare le loro relazioni bilaterali a un livello superiore e di prepararsi alle sfide che affliggono sia gli Stati che l’Europa nel 21 ° secolo, e di convergere le loro economie e modelli sociali, a promuovere la diversità e avvicinare le loro società e i loro cittadini,

Convinto che la stretta amicizia tra Francia e Germania sia stata decisiva e resti un elemento indispensabile di un’Unione europea unita, efficace, sovrana e forte,

Impegnati ad approfondire la loro cooperazione in materia di politica europea al fine di promuovere l’unità, l’efficacia e la coesione dell’Europa, pur mantenendo questa cooperazione aperta a tutti gli Stati membri dell’Unione europea,

Impegnato nei principi, nei diritti, nelle libertà e nei valori fondatori dell’Unione europea, che difendono lo stato di diritto in tutta l’Unione europea e lo promuovono all’estero,

In allegato a lavorare verso la convergenza sociale ed economica verso l’alto all’interno dell’Unione europea, per rafforzare la solidarietà reciproca e promuovere il costante miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro in conformità con i principi di base europea dei diritti sociali, compresi prestando particolare attenzione alle donne di empowerment e la parità di genere,

Riaffermando l’impegno dell’Unione europea a favore di un mercato mondiale aperto , equo e basato su regole, con l’accesso sulla base di reciprocità e di non discriminazione e governata da elevati standard ambientali e sociali,

Consapevoli dei loro diritti e obblighi derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite,

Impegnato fermamente a un ordine internazionale e al multilateralismo basato su regole, di cui le Nazioni Unite sono l’elemento centrale,

Convinti che prosperità e sicurezza possono essere raggiunte solo agendo con urgenza per proteggere il clima e preservare la biodiversità e gli ecosistemi,

Agire secondo le rispettive norme costituzionali e giuridiche nazionali e all’interno del quadro giuridico dell’Unione Europea,

Riconoscendo il ruolo fondamentale della cooperazione decentrata dei comuni, dipartimenti, regioni, Länder, il Senato e il Bundesrat, nonché la cooperazione tra il plenipotenziario della Repubblica federale di Germania per gli Affari Culturali del Trattato di cooperazione franco-tedesca e competenti ministri francesi,

Riconoscendo il ruolo essenziale della cooperazione tra l’Assemblea nazionale e il Deutscher Bundestag, in particolare nel quadro del loro accordo interparlamentare del 22 gennaio 2019, che costituisce una dimensione importante degli stretti legami tra i due paesi, hanno convenuto quanto segue :

Capitolo 1: Affari europei

Articolo 1 st

I due stati stanno approfondendo la loro cooperazione sulla politica europea. Promuovono una politica estera e di sicurezza comune efficace e forte e rafforzano e approfondiscono l’Unione economica e monetaria . Si sforzano di ultimare il completamento del mercato unico e di costruire un’Unione competitiva basata su una solida base industriale, che serva da base per la prosperità, promuovendo la convergenza economica, fiscale e sociale , nonché il carattere duraturo in tutte le sue dimensioni.

Nota OB: ma in nome di cosa dovremmo convergere con gli standard tedeschi, e non con quelli italiani, ad esempio?

Articolo 2

I due Stati membri si consultano regolarmente a tutti i livelli preliminarmente i principali eventi europei, cercando di stabilire posizioni comuni e di concordare prese di posizione coordinate tra i loro ministri. Si coordinano sul recepimento della legge europea nella propria legislazione nazionale.

Capitolo 2: Pace , sicurezza e sviluppo

Articolo 3

I due stati stanno approfondendo la loro cooperazione in materia di politica estera, difesa, sicurezza esterna e interna e sviluppo, cercando al contempo di rafforzare la capacità di azione autonoma dell’Europa. Si consultano a vicenda al fine di definire posizioni comuni su qualsiasi decisione importante che riguardi i loro interessi comuni e di agire congiuntamente in tutti i casi in cui ciò sia possibile.

Nota OB: ma in nome di cosa dovremmo convergere con le visioni e le esigenze tedesche, e non quelle spagnole ad esempio? Ci sono paesi di seconda classe nell’Unione?

Articolo 4

(1) In seguito agli impegni che li vincolano ai sensi dell’articolo 5 del trattato del Nord Atlantico del 4 aprile 1949 e dell’articolo 42, paragrafo 7 del trattato sull’Unione europea del 7 febbraio 1992, modificato dal trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 che modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea, i due Stati, convinti dell’indissociabilità dei loro interessi di sicurezza, convergono sempre più i loro obiettivi e le loro politiche di sicurezza e difesa , rafforzando in tal modo i sistemi di sicurezza collettiva di cui fanno parte. Si prestano aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione, compresa la forza armata, in caso di aggressione armata contro i propri territori. L’ambito di applicazione territoriale della seconda frase del presente paragrafo corrisponde a quello dell’articolo 42, paragrafo 7, del trattato sull’Unione europea.

(2) I due Stati agiranno congiuntamente in tutti i casi, ove possibile, in conformità con le rispettive norme nazionali, al fine di mantenere la pace e la sicurezza. Continuano a sviluppare l’efficienza, la coerenza e la credibilità dell’Europa nel campo militare . In tal modo, si impegnano a rafforzare la capacità d’azione dell’Europa e a investire congiuntamente per colmare le lacune in termini di capacità, rafforzando così l’Unione europea e l’Alleanza del Nord Atlantico .

Nota OB: Ricordiamo che i deputati tedeschi silurarono il Trattato dell’Eliseo durante la ratifica aggiungendo nel preambolo un riferimento alla NATO che non apparve lì …

(3) I due Stati si impegnano a rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le loro forze armate al fine di stabilire una cultura comune e schieramenti congiunti. Stanno intensificando lo sviluppo di programmi di difesa comuni e li espandono ai partner. In tal modo, intendono promuovere la competitività e il consolidamento della base industriale e tecnologica della difesa europea. Sono favorevoli alla cooperazione più stretta possibile tra le loro industrie della difesa, sulla base della loro reciproca fiducia. Entrambi i paesi svilupperanno un approccio comune alle esportazioni di armi attraverso progetti comuni.

Nota OB: esportazione di armi, una priorità …

(4) I due stati istituiscono il Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza come organo politico per gestire questi reciproci impegni. Questo Consiglio si riunirà al più alto livello a intervalli regolari.

Articolo 5

I due stati estendono la cooperazione tra i ministeri degli affari esteri, incluse le loro missioni diplomatiche e consolari. Si scambieranno alti funzionari. Stabiliranno scambi all’interno delle loro rappresentanze permanenti presso le Nazioni Unite a New York, in particolare tra le loro squadre del Consiglio di sicurezza, le loro rappresentanze permanenti presso l’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico e le loro rappresentanze permanenti presso le Nazioni Unite. Unione europea, nonché tra gli organismi dei due Stati responsabili del coordinamento dell’azione europea.

Nota OB: ma in nome di cosa dovrebbe convergere con le visioni e le esigenze tedesche, e non l’inglese per esempio?

Articolo 6

Nel settore della sicurezza interna, i governi dei due Stati stanno rafforzando ulteriormente la loro cooperazione bilaterale nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata, nonché la loro cooperazione nel settore giudiziario e in materia di intelligence e polizia. Esse attuano misure comuni di formazione e impiego e creano un’unità comune per le operazioni di stabilizzazione nei paesi terzi.

Nota OB: poter andare in guerra allora. Perché non è indicato “dopo l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”?

Articolo 7

I due Stati si impegnano a stabilire un partenariato sempre più stretto tra l’Europa e l’Africa rafforzando la loro cooperazione nei settori dello sviluppo del settore privato, dell’integrazione regionale, dell’istruzione e della formazione professionale, dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione femminile, con l’obiettivo di migliorare le prospettive socioeconomiche, la sostenibilità, il buon governo e la prevenzione dei conflitti, la risoluzione delle crisi, compreso il mantenimento della pace, e la gestione delle situazioni post-conflitto. I due Stati stabiliscono un dialogo politico annuale sulla politica di sviluppo internazionale per intensificare il coordinamento della pianificazione e dell’attuazione delle politiche.

Articolo 8

(1) Nel quadro della Carta delle Nazioni Unite, i due Stati coopereranno strettamente in tutti gli organi delle Nazioni Unite. Essi coordineranno strettamente le loro posizioni, come parte di un più ampio sforzo di consultazione tra gli Stati membri dell’UE in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e in conformità con le posizioni e gli interessi dell’Unione europea. Agiranno di concerto per promuovere alle Nazioni Unite le posizioni e gli impegni dell’UE nei confronti delle sfide e delle minacce globali. Faranno del loro meglio per raggiungere una posizione unitaria dell’Unione europea negli organi competenti delle Nazioni Unite.

(2) I due Stati si impegnano a proseguire i loro sforzi per completare i negoziati intergovernativi sulla riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’ammissione della Repubblica Federale di Germania come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è una priorità della diplomazia franco-tedesca.

Nota OB: No. La priorità è portare India, Nigeria o Sud Africa e Brasile o Argentina, in modo che il loro continente sia rappresentato …

Capitolo 3 Cultura, istruzione, ricerca e mobilità

Articolo 9

Entrambi gli stati riconoscono il ruolo decisivo svolto dalla cultura e dai media nel rafforzare l’amicizia franco-tedesca. Di conseguenza, sono determinati a creare per i loro popoli uno spazio condiviso di libertà e opportunità, nonché uno spazio culturale e mediatico comune. Sviluppano programmi di mobilità e di scambio tra i loro paesi, in particolare per i giovani nel quadro dell’Ufficio gioventù franco-tedesco, e definiscono obiettivi quantificati in questi settori. Al fine di promuovere collegamenti sempre più stretti in tutti i settori dell’espressione culturale, anche attraverso istituti culturali integrati, stanno mettendo in atto programmi specifici e una piattaforma digitale, in particolare per i giovani.

Articolo 10

I due stati stanno avvicinando i loro sistemi educativi sviluppando l’apprendimento reciproco delle rispettive lingue, adottando, in conformità con la loro organizzazione costituzionale, strategie per aumentare il numero di studenti che studiano la lingua del partner, azioni per il riconoscimento reciproco dei diplomi e l’istituzione di strumenti di eccellenza franco-tedeschi per la ricerca, l’istruzione e la formazione professionale, nonché programmi integrati doppi franco-tedeschi sotto l’egida di istruzione superiore.

Nota OB: tedesco, ovviamente, la lingua strategica del XXI ° secolo …

Articolo 11

Entrambi gli stati promuovono il collegamento in rete dei loro sistemi di istruzione e ricerca, nonché le loro strutture di finanziamento. Continuano lo sviluppo dell’Università franco-tedesca e incoraggiano le università francesi e tedesche a partecipare a reti di università europee.

Articolo 12

I due stati stanno istituendo un fondo comune dei cittadini per incoraggiare e sostenere le iniziative dei cittadini e il gemellaggio tra città allo scopo di avvicinare i loro due popoli.

Capitolo 4 Cooperazione regionale e transfrontaliera

Articolo 13

(1) I due Stati riconoscono l’importanza della cooperazione transfrontaliera tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania al fine di rafforzare i legami tra cittadini e imprese su entrambi i lati della frontiera, compreso il ruolo essenziale delle autorità locali e di altri attori locali a questo riguardo. Intendono facilitare la rimozione degli ostacoli nei territori di confine al fine di attuare progetti transfrontalieri e facilitare la vita quotidiana degli abitanti di questi territori.

(2) A tal fine, conformemente alle rispettive norme costituzionali dei due Stati e nei limiti del diritto dell’Unione europea, i due Stati dotano gli enti regionali e locali frontalieri e le entità transfrontaliere come gli Eurodistretti di poteri appropriati , risorse dedicate e procedure accelerate per superare gli ostacoli all’attuazione di progetti transfrontalieri, in particolare nei settori economico, sociale, ambientale, sanitario, energetico e dei trasporti. Se nessun altro mezzo consente loro di superare questi ostacoli , possono essere concesse adeguate disposizioni legali e amministrative, comprese deroghe . In questo caso, dipende dai due Stati adottare la legislazione appropriata.

Nota OB: Ma si tratta di avere regioni di prima e seconda zona in Francia!

(3) Entrambi gli Stati rimangono impegnati a preservare standard elevati nei settori del diritto del lavoro, della protezione sociale, della salute e sicurezza e della protezione ambientale.

Articolo 14

I due stati hanno istituito un comitato di cooperazione transfrontaliera comprendente parti interessate quali le autorità statali e locali, i parlamenti e entità transfrontaliere come i distretti dell’euro e, se necessario, le euroregioni interessate. Tale comitato è responsabile del coordinamento di tutti gli aspetti dell’osservazione territoriale transfrontaliera tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania, definendo una strategia comune per la scelta dei progetti prioritari e monitorando le difficoltà incontrate nei territori frontalieri. e presentare proposte per rimediarvi, nonché per analizzare l’impatto della nuova legislazione sui territori di confine.

Articolo 15

Entrambi gli stati si impegnano a raggiungere l’obiettivo del bilinguismo nelle aree di confine e sostengono le comunità di confine per sviluppare e attuare strategie appropriate.

Nota OB: tedesco, ovviamente, la lingua strategica del XXI ° secolo …

Articolo 16

I due stati faciliteranno la mobilità transfrontaliera migliorando l’interconnessione tra le reti digitali e fisiche tra loro, compresi i collegamenti ferroviari e stradali. Lavoreranno a stretto contatto nel campo della mobilità innovativa, sostenibile e universalmente accessibile per sviluppare approcci o standard comuni per entrambi gli stati.

Articolo 17

Entrambi gli Stati incoraggiano la cooperazione decentrata tra comunità nei territori non frontalieri. Si impegnano a sostenere le iniziative lanciate da queste comunità implementate in questi territori.

Capitolo 5 Sviluppo sostenibile, clima, ambiente ed affari economici

Articolo 18

Entrambi gli Stati stanno lavorando per rafforzare il processo di attuazione degli strumenti multilaterali relativi allo sviluppo sostenibile, alla salute globale e alla protezione dell’ambiente e del clima, in particolare l’Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015 e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. A tal fine, collaborano strettamente per formulare approcci e politiche comuni, tra cui la messa in atto di misure per la trasformazione delle loro economie e la promozione di azioni ambiziose per combattere i cambiamenti climatici. Garantiscono l’integrazione della protezione del clima in tutte le politiche, compresi regolari scambi trasversali tra i governi nei settori chiave.

Articolo 19

I due Stati promuoveranno la transizione energetica in tutti i settori pertinenti e, a tal fine, svilupperanno la loro cooperazione e rafforzeranno il quadro istituzionale per finanziare, sviluppare e attuare progetti comuni, in particolare nei settori delle infrastrutture, energia rinnovabile ed efficienza energetica.

Articolo 20

(1) I due stati stanno approfondendo l’integrazione delle loro economie al fine di stabilire una zona economica franco-tedesca con regole comuni. Il Consiglio economico-finanziario franco-tedesco promuove l’armonizzazione bilaterale della loro legislazione, in particolare nel campo del diritto commerciale, e coordina regolarmente le politiche economiche tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania per promuovere la convergenza tra i due stati e migliorare la competitività delle loro economie.

Nota OB: Incredibile. È vero che non eravamo abbastanza legati dall’UE, mettiamo uno strato con la Germania …

(2) I due Stati istituiscono un “Consiglio degli esperti economici franco-tedesco” composto da dieci esperti indipendenti per presentare a entrambe i governi le raccomandazioni riguardanti la loro azione economica.

Nota OB: ah, il ritorno di esperti economici “indipendenti” non eletti …

Articolo 21

I due stati stanno intensificando la loro cooperazione nel campo della ricerca e della trasformazione digitale, tra cui l’intelligenza artificiale e innovazioni dirompenti. Promuoveranno linee guida internazionali sull’etica delle nuove tecnologie . Per promuovere l’innovazione, creano iniziative franco-tedesche aperte alla cooperazione a livello europeo. I due Stati metteranno in atto un processo di coordinamento e finanziamenti congiunti per sostenere programmi congiunti di ricerca e innovazione.

Articolo 22

Le parti coinvolte e gli attori interessati di entrambi gli stati si riuniscono in un forum per il futuro franco-tedesco per lavorare sui processi di trasformazione delle loro società.

Capitolo 6 Organizzazione

Articolo 23

Le riunioni tra i governi dei due Stati hanno luogo almeno una volta all’anno,alternativamente nella Repubblica francese e nella Repubblica federale di Germania. Dopo l’entrata in vigore del presente trattato, il Consiglio dei ministri franco-tedesco adotta un programma pluriennale di progetti di cooperazione franco-tedeschi. I segretari generali per la cooperazione franco-tedesca responsabili della preparazione di questi incontri monitorano l’attuazione di questo programma e riferiscono al Consiglio dei ministri.

Articolo 24

Un membro del governo di uno dei due Stati parteciperà, almeno una volta a trimestre, in alternanza al Consiglio dei ministri dell’altro Stato.

Nota dell’OB: Bene, vediamo … E se no, gli spagnoli, gli italiani, i polacchi sentiranno odore di petrolio? 

La prospettiva di avere davanti a sé un simile mastodonte piacerà sicuramente a tutti gli altri stati medio-piccoli dell’UE …

Articolo 25

I consigli, le strutture e gli strumenti della cooperazione franco-tedesca sono soggetti a revisione periodica e, se necessario, sono adattati senza indugio agli obiettivi concordati. La prima di queste verifiche dovrebbe aver luogo entro sei mesi dall’entrata in vigore del trattato e proporre gli adeguamenti necessari. I segretari generali per la cooperazione franco-tedesca valutano regolarmente i progressi. Informano i parlamenti e il Consiglio dei ministri franco-tedesco dello stato generale di avanzamento della cooperazione franco-tedesca.

Articolo 26

I rappresentanti delle regioni e dei Länder, nonché il comitato di cooperazione transfrontaliera, possono essere invitati a partecipare al Consiglio dei ministri franco-tedesco.

Capitolo 7: Disposizioni finali

Articolo 27

Il trattato integra il trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania sulla cooperazione franco-tedesca ai sensi del paragrafo 4 delle disposizioni finali del presente trattato.

Articolo 28

I due Stati si informano reciprocamente, tramite il canale diplomatico, del completamento delle procedure nazionali necessarie per l’entrata in vigore del presente trattato. Il presente trattato entra in vigore alla data di ricevimento dell’ultima notifica.

Fonte: la Tribune , 16/01/2019

nuovi paradigmi della sinistra del socialismo, con Andrea Zhok

Italia e il mondo continua ad offrire il proprio spazio a quelle forze e personalità che puntano a superare l’impostazione economicistica dell’azione politica; che cercano quindi di valorizzare la funzione della cooperazione, confronto e del conflitto tra centri politici nei vari ambiti della società. Attraverso questo percorso diventa essenziale la ricollocazione nella società e nell’agone politico del ruolo dello stato , l’analisi delle sue dinamiche interne e la funzione che svolgono i processi identitari  nelle forme particolari di coesione delle formazioni sociali. Con questa intervista Andrea Zhok ci offre il suo punto di vista partendo da un’area politica che sino a non molto tempo fa sembrava avulsa da questi contenuti. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Lo spionaggio economico: un’antica arte nata in Italia, di Giuseppe Gagliano

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/spionaggio-economico-antica-arte-nata-in-italia-100119/

Roma, 6 gen – Dal punto di vista storico nel corso del medioevo spetta certamente ai paesi mediterranei, ed in particolare all’Italia, il merito di avere travalicato gli avamposti asiatici sulle sponde del Mar Nero, in Siria e in Terrasanta. L’opera di predicazione dei mis.sionari non impedì loro di osservare e di svolgere una collaterale azione diplomatica e di spionaggio economico ragguagliando i propri committenti – ora papi ora sovrani – sulla presenza di determinati prodotti nelle piazze mercantili, sulle condizioni delle strade e sulle città lungo le piste carovaniere. Alle spalle dei più avventurosi viaggi di mercatura durante il medioevo ci furono spesso importanti compagnie commerciali e talora cancellerie degli Stati che avevano bisogno di informazioni strategiche sia in ambito strettamente economico che in ambito militare.

A questo proposito pensiamo al viaggio commissionato da Papa Innocenzo IV nel 1245 al francescano Giovanni del Carpine allo scopo di studiare – fra l’ altro – la strategia e la tattica militare dei mongoli (viaggio che si concretizzerà in un’opera composta nel 1247 dal titolo Storia dei mongoli). Oppure pensiamo al viaggio fatto dal francescano Odorico da Pordenone, attorno al 1318, in direzione di Costantinopoli – partendo da Venezia – grazie al quale sarà in grado di fornire un prezioso quanto preciso elenco di merci, di prodotti esotici e di spezie che troverà nei paesi orientali (dalla manna della Caldea al pepe di Malabar, dallo zenzero di Ceylon alla canfora e alla noce moscata dell’isola di Giava). Un’altra fonte preziosa di informazioni sia economiche che di natura politica furono quelle date dal mercante Nicolò de’ Conti a Papa Eugenio IV nel 1400 relative ai suoi 25 anni di viaggio tra Damasco, India e Sumatra.

Un altro illuminante esempio di “spionaggio medievale” ci viene offerto dal mercante di pietre preziose veneziano Cesare Federici che, intorno alla seconda metà del 1500, avrà modo di viaggiare a Baghdad e in India. In particolar modo descriverà, con estrema accuratezza, i movimenti commerciali dei porti indiani e degli empori sia di Ceylon che dell’arcipelago malese. Inoltre, dato l’interesse specifico per le pietre preziose, sarà in grado di redigere un vera e propria carta geografica delle pietre presenti sia a Delhi sia a Giava.

Tuttavia, a partire dal 1500, la presenza italiana ed in particolare quella veneziana, genovese e fiorentina, verrà profondamente ridimensionata a causa del dominio delle grandi potenze nazionali come la Spagna e il Portogallo in un primo momento e in un secondo momento a causa della spietata guerra economica tra le compagnie olandesi ed inglesi come d’altronde avranno modo di testimoniare sia il mercante Filippo Sassetti verso il 1578 che il mercante fiorentino Francesco Carletti nel 1602.

Ieri – come oggi – cercando di semplificare l’assenza di una politica statale di lungo respiro (quando non addirittura l’assenza dello stato in quanto tale), di una politica di potenza e l’assenza di una sinergia (certo contraddittoria e complessa) tra soggetti statali e attori economici privati saranno alcune delle cause che determineranno il tramonto delle potenze marinare italiane più propense a farsi guerra tra di loro che ad avere una politica comune come accade oggi nel contesto europeo.

Giuseppe Gagliano

INTERVISTA A MACHIAVELLI SUL POPULISMO, di Teodoro Klitsche de la Grange

INTERVISTA A MACHIAVELLI SUL POPULISMO

L’Italia è tornata ad essere laboratorio politico. Media, giornalisti, insegnanti d’università e di liceo, blogger, filosofi, banchieri, scienziati ed altri s’interrogano sul populismo e sul perché il nostro sia il primo paese europeo occidentale ad essere governato da un bicolore popul-sovran-identitario. Certezze scosse e novità impreviste rendono inutili strumenti (ed autori) usuali fino a pochi anni fa. Dato il carattere di svolta e novità epocale, abbiamo provato a chiedere lumi a Niccolò Machiavelli. Il quale ci ha gentilmente concesso questo colloquio.

Qual è la principale causa del successo populista?

Gli è che tutti i reggimenti politici sono come gli uomini: nascono, crescono, decadono e muoiono.

Il vostro reggimento, nato da una sconfitta militare, e con una classe divenuta dirigente “per grazia di chi lo concede” (il potere) è durato tanto: segno che quei governanti, divenuti tali per fortuna, non erano scarsi d’ “ingegno e virtù”. Ma col passare dei decenni l’uno e l’altro si sono consunti. I nipoti di quei vecchi, ossia i governanti di quella che chiamate la seconda repubblica, non potevano ereditare “ingegno e virtù” né comprarli al mercato.

Quindi i populisti vincono per demerito degli altri?

Non so se quanto per demerito o per il decorso del ciclo politico (nascita, crescita, decadenza, fine). Sicuramente un po’ per assenza di ingegno e virtù, un po’ per tale “regolarità” politica.

E perché nessuno ne parla?

Non sia ingenuo. Parlare della propria assenza di virtù è come ammettere di essere inadatto a governare da una parte; dall’altra sminuire i propri meriti di vincitori. Quanto al ciclo politico, tale idea è contraria a quella di progresso sulla quale le vecchie elite avevano costruito la propria fortuna. Ammettere che non avevano la ricetta per realizzarle le “magnifiche sorti e progressive”, è confessarsi dei Dulcamara, ricchi di parole e poveri d’ingegno. Per gli altri vale sempre il discorso sui loro meriti; che non sono gli stessi se dipendono da quella regolarità. Seneca scriveva volentem ducunt fata, nolentem trahunt: ma se è il fato a decidere, loro di che possono vantarsi?

Gli sfrattati dal governo dicono che quello populista durerà poco. Che ci può dire?

Che questi ragazzi (Salvini, Di Maio) non sono grulli! Forse non mi hanno letto ma hanno capito. Come ho scritto, quando qualcuno conquista il potere “con il favore degli altri suoi cittadini” e questi quel favore ce l’hanno perché hanno vinto le elezioni, l’essenziale è non inimicarsi il popolo: non hanno ottenuto il potere col “favore dei grandi” ma con quello del popolo e “debbe pertanto uno che diventi principe”, “mantenerselo amico”.

Ciò è facile, perché gli basta non opprimerlo. E così sarà sostenuto dal popolo anche nelle avversità, come quelle in cui vi trovate. Avendolo i loro predecessori oppresso, caricato di tasse e privato di risorse, non gli è difficile, con poco, far capire che la musica è cambiata.

Che ne pensa a proposito delle tasse degli italiani?

I predecessori non avevano capito che i cittadini possono perdonare o meglio sopportare governanti che gli hanno ammazzato il padre o il fratello, ma non perdonano né dimenticano chi gli ha tolto la roba. Quelli credevano di imbrogliarli con discorsi commoventi, ma alla lunga non hanno retto.

Ma i vecchi governanti distribuivano quanto prelevato. Non è così?

Se anche lo fosse – e non lo è o non lo è del tutto – hanno trascurato che un principe può essere liberale quando spende denaro d’altri, ma non quando distribuisce quello proprio o dei propri sudditi. Chi lo vota non lo dimentica. E c’è altro.

Che cosa?

I vecchi governanti contavano troppo di tenersi su col favore dei grandi più che del popolo. Grandi che sono alemani, francesi ed altro. Hanno persino dato la fiducia – loro eletti dal popolo – ad un governo di persone mai elette neanche in un condominio, ma graditi ai grandi. I quali hanno governato di guisa da non scontentare quelli (dal cui favore dipendevano), ma dispiacendo il popolo. Hanno dimenticato che quando si governa con i grandi, che sono – almeno – pari a loro, questi non si possono “comandare né maneggiare a suo modo”. E infatti, i grandi li hanno aiutati poco o punto, quando ne avevano necessità.

Non è che i vecchi pensavano di poter persuadere il popolo della bontà della loro politica?

Si può governare con due mezzi: la forza del leone o l’astuzia della volpe. Ma non si può credere che, ripetendo le stesse cose per anni, e con risultati coì modesti tutti potessero essere abbindolati per sempre credendo a quei ritornelli. A volte capita, come a Messer Nicia “Quanto felice sia ciascun sel vede/chi nasce sciocco ed ogni cosa crede”. Ma si trattava di uno e non di tutti. E lo stesso Messer Nicia era vittima dei raggiri di Ligurio in quell’occasione specifica. Questi pretendevano di andare avanti per sempre e con tutti, con le loro azioni buoniste.

E se le cose fossero andate bene, forse queste astuzie sarebbero state utili. Orazioni e cerimonie lo sono, quando c’è tempo buono “ma non sia alcun dì sì poco cervello/ che creda, se la cosa sua ruina che Dio lo salvi senz’altro puntello/ perché morrà sotto quella ruina”. Cosa, per l’appunto, loro capitato con la crisi.

In definitiva cosa consiglia ai nuovi governanti?

Di tenersi stretto il popolo, perché non possono contare – o possono poco – sul favore dei grandi.

Non pensa che alemani ed altri possono profittare della divisione degli italiani? E far cadere il governo?

Di sicuro: e dividere i nemici è la prima regola per il successo della lotta. Ma attenzione: “la cagione della disunione delle repubbliche … è l’ozio o la pace, la cagione della unione è la paura e la guerra”. A minacciare sempre spread, sanzioni ed altro, il consenso del popolo al governo viene ad essere rafforzato. Come capitato nella guerra tra Roma e Veio.

La ringrazio. Mi concederà un’altra intervista?

Certo. Sa qui sto bene come a S. Casciano tra una briscola e una scopetta con i beati. Ma son tutti così buoni! E io mi annoio un po’. Meglio così tornare di quando in quando con i viventi, tutti intenti a sporcarsi le mani con la politica.

Teodoro Klitsche de la Grange

Elogio dello Stato nazione, di Andrea Zhok

Elogio dello Stato nazione

Ogni tanto, più frequentemente di quanto si creda, si incontrano persone convinte in buona fede che gli Stati nazione siano un reperto archeologico, un vecchiume prossimo a finire nella famosa pattumiera della storia. Esse vagheggiano un mondo senza confini, magari governato in modo discreto e non intrusivo da un remoto ente amministrativo neutrale, premurosamente sollecito a garantire i diritti di ciascuno. In questo mondo da spot della Coca-Cola, tra un coro alla luce degli accendini ed eccitanti viaggi in luoghi esotici, essi sognano una serena grande famiglia umana, pacificata e cosmopolita…

Ed è a quel punto che suona la sveglia, fuori diluvia, e ti sta piovendo in casa.

Purtroppo i vagheggiamenti di questi garbati sognatori non sono mere fantasie ludiche, ma opinioni politiche che vanno a detrimento dell’unica cosa che li separa da qualcosa che è l’esatto opposto dei loro auspici.

  • Sull’origine degli Stati.

A partire dall’età del Bronzo, organizzazioni statali hanno cominciato a subentrare a quelle tribali come forma di governo secondo legge. Ogni comunità umana, anche la più primitiva ed esigua, ha sempre sentito il bisogno di munirsi di leggi, orali o scritte, per gestire i rapporti tra i membri della comunità al di là della ‘legge del più forte’ (che equivale all’assenza di legge). Le più diffuse e tradizionali forme di ordinamento politico ricalcavano le forme di autorità proprie dei nuclei famigliari, con un centro di comando inteso come ‘padre’ della comunità, cui ci si rivolge per ottenere giustizia. Questo modello, familistico e poi tribale si amplia ed estende enormemente nelle successive forme statali: regni o imperi. Continua qui a vigere un ordinamento autoritario e paternalistico in cui gli inferiori sono vincolati al potere del sovrano in quanto quest’ultimo è legittimo; al tempo stesso vige una ‘reciprocità asimmetrica’, tale per cui il superiore deve ‘prendersi cura dell’inferiore’ (difesa, sostentamento emergenziale).

La legittimità del sovrano premoderno è conferita dalla discendenza corretta (sangue reale) o dalla nomina secondo forme tradizionalmente legittimate (es.: l’adozione degli imperatori romani). In ogni caso al sovrano si deve assoluta lealtà in quanto è il garante di ogni ordine e in ultima istanza della stessa vita civile. (Il regicidio condivide con il parricidio/matricidio lo stigma di peggiore dei reati concepibili.) Dal vertice di comando discende poi una piramide di parziali, e revocabili, deleghe di potere ad altri soggetti, che emulano il ruolo del sovrano con funzioni e territori più circoscritti (ciò è evidente nel feudalesimo, ma onnipresente).

  • Le radici delle democrazie negli Stati nazione

Fino a tempi recenti gli ordinamenti statali democratici sono stati un’assoluta rarità, di cui trovavamo traccia episodica nel mondo antico. La precondizione per tentativi di governo su basi egualitarie era una forte unità popolare, culturalmente consapevole di sé, operante nei limiti circoscritti di una città-stato. Tutti i pochi casi registrati prima del mondo moderno hanno queste caratteristiche di località e omogeneità culturale, dalle città greche (Megara, Argo, Chio, e paradigmaticamente Atene) agli isolati esperimenti medievali in Svizzera e Islanda.

Per vedere la nascita di Stati democratici di estensione superiore a quella di una città dobbiamo prima vedere la nascita degli Stati nazione, che cominciano a germogliare dopo la Rivoluzione Francese. La Rivoluzione del 1789 fa venir meno le forme di legittimazione attribuite alle dinastie tradizionali (a partire dall’ereditarietà) e con ciò la capacità del sovrano di esigere lealtà e di esercitare la propria sovranità.

Con il venir meno del collante rappresentato dalla lealtà al sovrano gli Stati esistenti avevano bisogno di trovare un collante sociale alternativo. Tale collante non poteva essere semplicemente inventato dal nulla, pena l’inefficacia, e tuttavia esso non era già disponibile in forma compiuta: questo è il ruolo che è stato assegnato appunto all’idea di nazione come comunità naturale/culturale. Come ricorda Federico Chabod nella sua celebre analisi dell’Idea di Nazione (1961) il modello su cui si è costruita tale idea era tributario di due componenti, una di ordine naturalistico, legata all’identità territoriale ed etnica, ed una di ordine culturalistico, legata all’identità culturale e linguistica. Come ricorda Chabod, tra le nazioni che presero forma nel corso dell’800 la Germania presentava una preponderanza di tratti naturalistici e l’Italia una preponderanza di tratti culturalistici.

  • La nazione tra tradizione e volontarismo

La nazione è il popolo ‘accomunato da una medesima nascita’, dove tale comunanza di nascita può essere definita con riferimento a una pluralità di aspetti: territoriali, linguistici, religiosi, di costume, etnici, ecc. In questo senso la nazione non è mai bell’e pronta, pur non essendo mai una creazione fantastica: essa è, dall’inizio, in parte un fattore realmente dato in una tradizione storica, ed in parte un fattore che si cerca volontaristicamente di portare alla luce, e talora di inventare (si pensi all’omogeneizzazione di una lingua standardizzata in comune). L’operazione che porta alla luce le moderne nazioni è un’operazione politica straordinaria, la cui novità e potenza è spesso molto poco apprezzata.

Lo Stato nazione non è mai stato un mero fatto di cui prendere nota. La moderna mentalità politica, maturata ai banchi del supermercato, con l’idea che o qualcosa è pronto o ti rivolgi a un altro fornitore, tende a considerare lo Stato nazione come un artificio, perché non lo si trova mai pronto sul bancone della storia. Ma senza una componente volontaristica nessun consorzio umano, famiglie di sangue incluse, può esistere. Soltanto un’umanità enervata, che prende la dimensione della vita sociale come un ‘prodotto’ tra gli altri, può azzardare una tale assurdità. Nessuna famiglia, nessuna città, nessuno Stato possono funzionare senza che vi sia anche una componente volontaristica nel voler costruire qualcosa insieme.

Gli Stati nazione sono perciò nati da una base reale, ma ovviamente imperfetta, che ha richiesto uno sforzo storico costato fatica, lacrime e sangue. L’idea fondativa dello Stato nazione era quello di portare una struttura istituzionale e operativa all’altezza di un popolo in embrione, che aveva bisogno per esprimersi di disporre di un’organizzazione demografica e territoriale abbastanza ampia per potersi difendersi economicamente e militarmente. Lo Stato nazione era un’entità intermedia tra la dimensione politica della comunità locale (come la città stato) e quella anonima degli imperi, tenuti insieme dalla fedeltà ad una linea dinastica (l’ultimo di questi imperi sovranazionali fu quello austroungarico, il cui collante fino alla fine fu la fedeltà agli Asburgo). Lo Stato nazione moderno si presenta perciò come una sintesi tra l’esigenza di comunanza e affinità sufficiente a creare un corpo politico, e l’esigenza di forza e autonomia sufficiente a difendersi. In generale, omogenità culturale e limitatezza territoriale conferiscono forza come compattezza, mentre l’estensione demografica e territoriale conferiscono forza come potenza economico-militare; le due tendenze operano in senso inverso. Possono essere Stati nazione efficienti sia Stati relativamente piccoli, ma omogenei e compatti, sia Stati più vasti, ma meno omogenei: storie diverse in luoghi diversi hanno trovato compromessi diversi.

  • Il nesso interno tra nazione e democrazia

Come detto, è nel contesto dei moderni Stati nazione e solo qui che trovano spazio le istanze delle moderne democrazie. Le pretese democratiche degli stati moderni si fondano sullo spostamento del soggetto della sovranità dal monarca al popolo nazionale. Il processo di democratizzazione notoriamente non è stato immediato, tuttavia nel momento stesso in cui la sovranità dello Stato è stata attribuita alla nazione, cioè al ‘popolo accomunato da una medesima nascita’, il percorso verso l’estensione del suffragio e le istituzioni democratiche era aperto.

Il nesso tra democrazia e idea di nazione è profondo e non accidentale. Il primo presupposto della democrazia, infatti, è l’assunto per cui ciascun cittadino si affida al giudizio di tutti gli altri, accettando l’esito della volontà maggioritaria, anche quando avversa. In questo comportamento non c’è niente di scontato. La storia mostra come, chi sia convinto che una ‘maggioranza’ vuole distruggere la propria forma di vita, o la propria comunità, opponga ogni tipo di resistenza, legale o illegale, anche al prezzo eventualmente di soccombere a quella maggioranza. La maggioranza non conferisce automaticamente legittimità. Sul piano individuale, se un elettore dichiarasse di votare per massimizzare il danno verso il paese in cui vota difficilmente questa si presenterebbe come un’opzione di voto legittima: potrebbe essere tollerata, ritenendola ininfluente, ma essa resterebbe di principio inaccettabile.

L’accettazione degli esiti di un voto in una democrazia presuppone l’assunto che tutti i votanti siano idealmente accomunati dall’interesse per il proprio paese e dalla prosperità del suo popolo. Solo sotto questo assunto tacito si può accettare la sconfitta democratica come una sconfitta relativa e non come la resa ad un nemico. Il votante in una democrazia accetta che il proprio voto valga di diritto quanto quello di chiunque altro in quanto esiste un punto di vista accomunante da cui, nonostante tutte le differenze individuali, l’altro cittadino è un alter ego, un ‘altro-come-me’. E tale punto di vista è fornito dall’idea di un interesse comune per il bene del paese. Il diritto di voto, e in generale i diritti politici, sono idealmente definiti da un presupposto valoriale, ovvero dal comune ‘amore per il paese’.

Una democrazia non è un astratto esercizio istituzionale, ma un costrutto che ha come presupposto etico e pratico l’esistenza di uno Stato nazione. Se, o nella misura in cui, questo fattore accomunante viene meno, la democrazia perde di tenuta e legittimazione, fino all’ineffettualità o alla scomparsa.

La sovranità democratica esige un ampio spazio di condivisione di interessi e valori, per lo più taciti, in quanto è solo sotto queste premesse che essa può imporre il riequilibrio dei poteri alle parti più forti della società: solo nel nome di un superiore interesse comune divengono possibili, ad esempio, norme che impongono tassazioni redistributive o servizi pubblici universalistici.

Questo spazio di condivisione ha due caratteristiche essenziali:

1) Deve trattarsi di un spazio definito in termini territoriali e demografici: coloro i quali partecipano del patto sociale, conferiscono legittimità democratica, operano le scelte politiche, subiscono prelievi fiscali e godono dei servizi pubblici in un certo territorio devono essere sostanzialmente entità coincidenti, con piccoli margini di aggiustamento. Questa è la ragione di fondo dell’esistenza di confini amministrativi.

2) Deve essere uno spazio di condivisione che consente un’interazione fattiva tra i soggetti che lo abitano, che devono perciò avere tradizioni materiali, culturali e linguistiche comuni, o affini. Senza questo strato comune non c’è modo che un edificio normativo possa mai venire implementato. Ci possono essere gradi di comunanza variabili e differenze parziali, ma il grado di diversità deve essere sorvegliato e non può variare liberamente. Questo è un tratto che il liberalismo ha sistematicamente sottovalutato, ignorando il ruolo decisivo delle normatività silenti che abitano i significati sociali: parole, simboli, atti. (Questa sottovalutazione si percepisce in maniera trasparente nell’imbarazzo a trattare istanze etiche allotrie, come quelle mosse da ampie fasce della cultura islamica trapiantata in occidente).

Non basta dunque parlare di Stato per nominare un’istituzione capace di difendere i più deboli e di operare in una dimensione egalitaria. È necessario uno Stato dotato di un collante sociale diffuso, e questo è quanto lo Stato nazione ha fornito. Quando uno Stato viene depauperato del suo collante sociale, come accade con le moderne dinamiche di mercato, ad esso deve progressivamente subentrare un controllo autoritario, che supplisce alla tacita normatività condivisa con norme repressive rinforzate da sanzioni. Questo è in effetti il modello dello ‘Stato minimo’ o ‘Stato sentinella’ auspicato dal liberalismo, che, lungi dal rappresentare una garanzia delle libertà individuali, rappresenta invece una riduzione drastica di ogni libertà autentica. Lo ‘Stato sentinella’, infatti, è uno Stato dove il cittadino non è partecipe con altri cittadini ad alcun progetto comune, ma esiste in competizione costante con tutti gli altri. Questa situazione moltiplica gli spazi di conflitto potenziale e reale all’interno della società, che perciò esige interventi punitivi e securitari. In questo senso il destino paradossale dello Stato auspicato dalla tradizione liberale è di produrre una società sorvegliata, irrigidita, impaurita, in ultima istanza priva di libertà (salvo quella di contratto).

  • Conclusioni

Lo Stato nazione democratico è di gran lunga la più efficace forma istituzionale mai inventata a sostegno dell’egalitarismo e a tutela dei più deboli. I diritti, quali che siano, non fluttuano a mezz’aria e non cadono dal cielo: essi esistono solo se e dove c’è uno Stato. E solo uno Stato nazione democratico concepisce i diritti in forma egalitaria, cioè come appartenenti a tutti i cittadini parimenti soggetti alle medesime leggi. Solo dove ci sono giudici formati e nominati secondo procedure sorvegliate da uno Stato, e solo dove c’è un diritto forgiato democraticamente, esiste la possibilità che il debole sia giudicato come il forte, il povero come il ricco, che il più giusto possa avere la meglio sul più forte. A garantire tutto ciò è solo il potere sovrano dello Stato e nient’altro.

Chiunque vagheggi di un mondo dove non ci siano Stati, dove non ci siano confini, dove non ci siano appartenenze nazionali e linguistiche, o dove tutto ciò sia ridotto ai minimi termini, che lo sappia oppure no, sta supportando oggettivamente la legge del più forte.

Chi sostiene tali idee sta virtualmente consegnando ogni individuo all’arbitrio delle multinazionali, e/o alla prevaricazione della criminalità organizzata, e/o alle violenze dei signori della guerra, ecc.

Chiunque vagheggi la fine degli Stati nazione, senza sapere bene con cosa sostituirli, ma perseguendo qualche irenica visione cosmopolita, di fatto sta lavorando per il dominio di gruppi di interesse privato dalle agende imperscrutabili e fatalmente antidemocratiche.

Chiunque chiacchieri a cuor leggero di fine degli Stati nazione, potrà credersi la persona migliore del mondo, ma sta concretamente aiutando la presa di potere dei peggiori.

Il Pendolo di Erdogan, di Antonio de Martini

Turchia: nuove grane con le FFAA. Due generali (Temel comandante delle Truppe operanti in Siria e Irak e Barut comandante la IV brigata Commandos) sono stati esonerati e assegnati a compiti burocratici.

Ambienti filo occidentali si stanno affannando a illustrare divergenze strategiche tra militari e governo, ma – mentre queste spiegherebbero l’avvicendamento di Temel, non collimano con l’allontanamento di un semplice comandante di brigata- si ipotizza una ambizione politica dei due che disponevano dei mezzi e del carisma che sono mancati ai golpisti del 2016.

Altri analisti mormorano di una intenzione dei militari di forzare la mano al governo che procederebbe, a loro avviso, con troppa cautela nelle sue ambizioni territoriali e indugia ad attaccare i curdi. I militari vorrebbero approfittare per debellare i curdi di YPG mentre il governo avrebbe mire sul territorio siro-iracheno.

Da seguire, perché ogni volta che Erdogan sente odore di golpe , si avvicina a Putin e comunque sempre dai russi dipende il “ via libera” verso Mossul .

È proprio per scongiurare questa intesa che gli USA avrebbero deciso di rallentare la loro ritirata dalla Siria e il Senato si appresta a censurare la scelta di Trump alla riapertura dei lavori.

La posizione di forza di Putin consiste nella sua capacità di giocare su tutti i tavoli, mentre gli USA non riescono a interagire che con Israele i cui interessi peraltro iniziano a distinguersi.

Il Consigliere della Casa Bianca Bolton è a Ankara mentre la capa della CIA è , contemporaneamente, a Istanbul per tamponare i “ leaks”sul caso Khassoghi che ormai fanno parte del balletto diplomatico del Levante e che mettono in forse i 110 miliardi residui di ordinativi sauditi alla industria militare USA.

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