L’autunno della Fronda, di Roberto Buffagni

Assemblea2

La vicenda catalana, che con l’odierna dichiarazione di indipendenza in standby tocca un vertice di comicità ineguagliato a memoria d’uomo, ci parla però di qualcosa di molto, molto serio. Ci parla della nuova fase in cui è entrata la Rivoluzione (con la Maiuscola) che da cinque secoli trascina con sé, non si sa dove, la civiltà europea e occidentale, e dunque il mondo. Pare follia impiegare questi paroloni per un’avventura politica di Peppa Pig® qual è l’indipendentismo catalano, come andare a caccia di tordi con i missili terra-aria. Ma «On a remarqué, avec grande raison, que la révolution …. mène les hommes plus que les hommes la mènent. Cette observation est de la plus grande justesse… […] Les scélérats mêmes qui paraissent conduire la révolution, n’y entrent que comme de simples instruments; et dès qu’ils ont la prétention de la dominer, ils tombent ignoblement.» (De Maistre, Considérations sur la Révolution, 1796).

La vicenda catalana ci parla infatti di una crisi che non è soltanto la crisi politica degli Stati nazionali, che si rivelano fragili, disuniti, disfunzionali: è la crisi del simbolo politico, del cosmion1 che ordina(va) e illumina(va) di significato la forma di civiltà assunta dall’Europa dopo la fine delle guerre di religione. Come tutti i simboli, un cosmion entra in crisi quando non ci parla più. Un simbolo può ammutolire per infiniti motivi; ma trattandosi di un simbolo politico, di solito la sua voce si fa fioca per l’azione congiunta di un abuso di autorità e di una contestazione di autorità. Se il dissenso in merito all’ordine non può essere ricomposto, entra in campo la nuda violenza politica, e il clamore delle armi copre la voce del simbolo.

La forma primaverile di questa lotta fra le autonomie e gli Stati sono le guerre della Fronda, che vedono lo Stato assoluto nascente opporsi agli “stati”, nel senso che questa parola assume nell’antica istituzione francese degli “Stati generali”: la forma politica che rivestono le autonomie sociali, allora rappresentate dai grandi signori e dai Parlamenti2. Lo scontro tra stati e Stato nasce dalla crisi di un altro grande cosmion: la cristianità medievale, frantumato e ammutolito dalle guerre di religione; e si svolge contemporaneamente in Inghilterra (Cromwell contro gli Stuart) e in Francia (de Retz e Condé contro Mazzarino e Turenne). In Inghilterra vincono gli stati, in Francia lo Stato3.

Oggi assistiamo (e volenti o nolenti partecipiamo) alla forma autunnale della lotta fra autonomie sociali o stati e lo Stato nazionale. Autunnale, per due ordini di ragioni. Anzitutto, lo Stato nazionale europeo non basta più a se stesso – non può autolegittimarsi – almeno da quando, entrato in crisi lo Stato liberale, sono sorti gli Stati nazionali totalitari fascista e nazista, sconfitti sul campo nella Seconda Guerra Mondiale. Lo Stato nazionale europeo è stato poi arruolato, insieme al cristianesimo, nella gigantomachia tra USA e URSS. Conclusa quella, la potenza imperiale egemone ha trattato gli Stati nazionali europei come un residuo o un ostacolo, come dimostrano sia l’appoggio americano all’Unione Europea, che agli Stati nazionali risucchia autorità e potenza, sia il disinvolto intervento nella guerre civili jugoslave, con la promozione delle indipendenze e la creazione dello Stato fantoccio del Kosovo. Ma ecco il secondo ordine di ragioni: questa Fronda 2.0 è autunnale cioè decadente perché entrambe le forze che la combattono, stati e Stato nazionale, sono in via di esaurimento, e alle loro spalle si stagliano forze imperiali nascenti: anzitutto la neocristianità russa, ma anche la Cina neoconfuciana. Questi, infatti, paiono essere i nuovi cosmion, i nuovi simboli politici che sorgono per rispondere alla sfida culturale e politica dell’impero statunitense. Dove l’insorgere, con Trump, di una nostalgia di Stato nazionale declinata in forma di isolazionismo pasticcione, illustra la crisi della potenza egemone mondiale in seguito ai terribili errori strategici, frutto di arroganza e avidità, commessi dopo il crollo del suo nemico storico, l’URSS.

Per trarre una conclusione provvisoria, potremmo dunque dire che la vicenda catalana ci insegna, per ora, questo: che lo Stato nazionale è un simbolo politico morente, che sopravvive come monumento storico-turistico, come nostalgia di un ordine perento, rifugio provvisorio di chi si sente debole e minacciato, psicofarmaco contro l’angoscia di un futuro che si profila caotico e minaccioso. E che gli stati che lo attaccano, come le iene e gli sciacalli attaccano il leone ferito, letteralmente non sanno quello che fanno, neppure che al leone ferito basta ancora una zampata per disperderli. Per finire, ci insegna di nuovo che l’Unione Europea non sarà mai un simbolo politico vitale. Non è un impero. Non è uno Stato nazionale. E’ un fascio di stati, un insieme arlecchinesco di forze economiche, sociali e politiche incapaci di legittimarsi e di fiorire in un ordine simbolico, che quando le cose si fanno serie – quando la crisi culturale e politica lo tocca da vicino – è costretto puntellare ipocritamente lo Stato nazionale del quale continua a minare le basi.

1 “Cosmion” è un’espressione che prima Adolf Stohr e poi Eric Voegelin impiegano per definire il simbolismo politico, pensato in analogia con il cosmo, che conferisce senso a una forma di civiltà e ne costituisce l’ordine politico. C’è dunque il cosmion imperiale ellenistico o romano, ma anche il cosmion dello Stato nazionale assoluto, etc.

2 I Parlamenti francesi dell’ancien régime sono istituzioni giuridiche con il compito di registrare gli atti del potere regale. Sono anche e soprattutto le istituzioni nelle quali siedono i rappresentanti delle 40.000 famiglie che detengono la ricchezze commerciale e industriale del regno di Francia, mentre i grandi signori frondisti sono i detentori di una larga quota delle terre, e, naturalmente, sono professionisti della guerra.

3 Le ragioni del diverso esito sono molteplici. Non secondaria la diversa statura dei contendenti, re Giacomo commette gravi errori politici e sul campo non si dimostra all’altezza di Cromwell, mentre Mazzarino e Turenne sono più che validi avversari di un politico geniale come Retz e di un grande soldato come Condé. Il risultato determina la diversità storica di cultura politica, che permane tuttora, tra l’anglosfera e il continente europeo: nei paesi anglosassoni lo Stato nazionale non assumerà mai il valore simbolico e la forza politica che invece prende nell’Europa continentale (la direzione politica del Regno Unito non deve la sua efficacia a uno Stato nazionale razionalmente strutturato, ma alla permanenza di un nucleo dirigente che si riproduce per cooptazione ed è l’erede diretto dell’alleanza tra alta aristocrazia e grande commercio che con la guida di Cromwell sconfisse re Giacomo) . In seguito alla sconfitta patita dall’Europa continentale nelle due guerre civili europee e all’egemonia dell’anglosfera, la cultura politica anglosassone, che privilegia sullo Stato nazionale la “società civile” ovvero, nell’accezione contemporanea, le autonomie sociali, ha egemonizzato anche l’Europa continentale: come ognuno vede.

MASSIMO MORIGI A PROPOSITO di CRISTIANESIMO, TOLLERANZA E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO. NOTE A MARGINE A TACCUINO FRANCESE! CHE COSA CI INSEGNA LA CRISI DEL FRONT NATIONAL? DI ROBERTO BUFFAGNI

Michael_Servetus (1)

15 Haec cum audisset quidam de simul discumbentibus, dixit illi: “Beatus, qui manducabit panem in regno Dei”.  16 At ipse dixit ei: “Homo quidam fecit cenam magnam et vocavit multos; 17 et misit servum suum hora cenae dicere invitatis: “Venite, quia iam paratum est”. 18 Et coeperunt simul omnes excusare. Primus dixit ei: “Villam emi et necesse habeo exire et videre illam; rogo te, habe me excusatum”. 19 Et alter dixit: “Iuga boum emi quinque et eo probare illa; rogo te, habe me excusatum”. 20 Et alius dixit: “Uxorem duxi et ideo non possum venire”. 21 Et reversus servus nuntiavit haec domino suo. Tunc iratus pater familias dixit servo suo: “Exi cito in plateas et vicos civitatis et pauperes ac debiles et caecos et claudos introduc huc”. 22 Et ait servus: “Domine, factum est, ut imperasti, et adhuc locus est”. 23 Et ait dominus servo: “Exi in vias et saepes, et compelle intrare, ut impleatur domus mea. 24 Dico autem vobis, quod nemo virorum illorum, qui vocati sunt, gustabit cenam meam” ”

 Evangeliun Secundum Lucam 14: 15-24

 

Facendo i più vivi complimenti all’analisi politica svolta per “L’Italia e il Mondo” da Roberto Buffagni in “Taccuino francese! Che cosa ci insegna la crisi del Front National?”, (1) un’analisi dove la puntuale conoscenza delle forze politiche che si scontrano sullo scenario transalpino viene eccellentemente unita ad una visione in profondità degli ultimi due secoli di storia francese, tale che vista l’importanza di questa nazione per la modernità politica occidentale, il “Taccuino francese!” può veramente aspirare ad essere una prima ricognizione non solo dei nostri problemi italiani (ed auspicabili soluzioni, posto, non mi stancherò mai di ripetere che in storia e nella vita delle società non si danno soluzioni come in matematica ma, semmai, nuovi problemi, dialetticamente connessi con quelli che li hanno preceduti) ma anche di quelli di tutte le odierne c.d. “democrazie”, è proprio sull’aspetto definito nell’analisi di Buffagni “metapolitico” (cioè della Weltanschauung e della politica culturale che dovrebbero connotare le consapevoli e più culturalmente attrezzate attuali forze antisistema) che si pone la necessità di una ulteriore puntualizzazione e messa a fuoco del problema. Una ulteriore puntualizzazione e messa a fuoco del problema che non può assolutamente sfuggire all’impostazione “culturalistica” datane da Antonio Gramsci quando nei suoi Quaderni del Carcere a livello di strategia politica preconizzava la graduale ed inesorabile conquista attraverso una lunga e paziente guerra di posizione delle “casematte” politico-culturali del nemico (dal suo punto di vista di comunista queste casematte erano occupate dalla borghesia e il movimento rivoluzionario non solo avrebbe dovuto battere il nemico di classe ma anche insignorirsi dei migliori valori di questa classe, in modo che non solo questi valori passassero al proletariato ma anche che i migliori rappresentanti della classe egemone ora sconfitta passassero dalla parte del proletariato) e formulava, con mentalità molto sorelliana, il mito del “moderno principe”, che non si riassumeva certo nell’ingannevole figura del classico “uomo forte”ma che rappresentava, piuttosto, la sintesi dialettica, incarnata in un movimento politico che sapesse fondere il momento più politico con quello di cultura politica – Buffagni lo definisce metapolitico – , fra le spinte dal basso politiche e culturali provenienti dal proletariato e le migliori istanze della borghesia che pur doveva venire sconfitta tramite la predetta guerra di posizione all’interno della società. Insomma, per Gramsci la cultura “nazionalpopolare” non era solo uno strumento per comprendere la società italiana del suo tempo ma era, soprattutto, un progetto rivoluzionario “in fieri” che doveva preludere alla rivoluzionaria vittoria del proletariato. E veniamo quindi ora ai punti “metapolitici” dell’articolo di Buffagni. Per farla breve, ed anche perché questo a mio giudizio è il cuore di tutto il ragionamento di Buffagni, cito direttamente il punto 3 che afferma: “L’opposizione al mondialismo è costretta ad essere, volens nolens, opposizione all’illuminismo e all’universalismo”. Ora, a parte il fatto che il termine ‘mondialismo’ dice troppo o troppo poco (ma si tratta di intendersi, tutti, compresi lo scrivente, soffrono della mancanza, dopo il fallimento storico delle esperienze e categorie marxiste, di un adeguato lessico rivoluzionario e ‘mondialismo’ – preso cum grano salis e con la consapevolezza della sua natura di strumento provvisorio da sostituire quanto prima con ben altre e più ficcanti terminologie, e il Repubblicanesimo Geopolitico è anche, se non soprattutto, impegnato nella formulazione di queste nuove “categorie del politico – può ben indicare la retoricizzazione a scopi di dominio politico interno e di proiezione imperialistica degli ideali democratici e dei c.d. diritti umani), è sull’opposizione totale e totalitaria all’illuminismo e all’universalismo che è necessario spendere qualche ulteriore riflessione (e diciamolo chiaramente anche qualche critica). Questo per due fondamentali motivi. Punto numero uno. Proprio perché come già affermato nelle vicende storiche e sociali non si danno mai soluzioni ma semmai nuovi problemi od assetti dialetticamente legati agli stati precedenti e che magari soddisfano, almeno parzialmente e per brevi periodi, coloro che li hanno generati ma che, in nessun modo, possono essere chiamati soluzioni alla stregua delle soluzioni matematiche, non ha dal punto di vista prettamente teorico alcun senso affermare che si è contro o a favore di una determinata situazione o periodo storico. O per essere ancora più radicali – ed anche apparentemente auto contraddittori – la teoresi politica e culturale è allo stesso tempo dialetticamente contro tutta la realtà che l’ha preceduta ma è anche attratta inesorabilmente da questa stessa realtà. Questo per il molto semplice e banale motivo che senza polarità di attrazione-repulsione della realtà che gli si pone di fronte, non solo non è possibile modificare la realtà stessa ma non esisterebbe nemmeno, a meno che non si voglia cadere nella “storia monumentale” di nietzschiana memoria, la teoresi stessa. E questa dialettica di attrazione-repulsione della teoresi verso la realtà non è altro, se ci si pensa bene, che la trasposizione su un piano prettamente teorico della dinamica del confronto-scontro strategico che avviene negli altri livelli della realtà, dalla evoluzione delle istituzioni e consuetudine umane all’evoluzione degli organismi in natura. Ma su questo fondamentale aspetto non mi voglio ora dilungare oltre, atteso che tutti i lettori sono a conoscenza della hegeliana dialettica servo-padrone ed anche perché – si parva licet componere magnis – è un aspetto che ho già precedentemente trattato e che troverà una ulteriore sistemazione nelle mie prossime Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico. Secondo – ed ultimo – fondamentale motivo per cui il punto 3 dell’articolo di Buffagni necessita di una ulteriore messa a fuoco: è vero noi siamo tutti, tanto per intenderci su un piano di praticità operativa e retorica e in attesa anche di più scaltrite categorie politiche – contro l’universalismo ed il mundialismo ma – e qui ritorna in campo l’impostazione culturalistica di Gramsci – non dobbiamo assolutamente dimenticare (e Buffagni nei suoi punti assolutamente non dimentica) che universalismo e una delle sue degenerazioni che chiamiamo per comodità operativa mondialismo, sono l’ultimo anello di una catena che parte dal mondialismo (e mondializzazione altrimenti detta globalizzazione) occidentale iniziata coll’impero romano, proseguita dal cristianesimo e sfociata per ultimo in epoca moderna nelle grandi illusioni illuministe prima e marxistiche in finale di partita: tutto ciò per dire che ragionando con procedure dialettiche e gramsciane sembra veramente difficile che possa avere vita e forza politica, come invece sembra voler indicare Buffagni, una cultura nazionalpopolare che inglobi al suo interno una prospettiva cristiana ma rifiutandone ab imis l’universalismo relegandola ad una sorta di astratto momento ma disgiunto dall’azione vera e propria. In esergo a queste brevi considerazioni ho posto la parabola del convito dal Vangelo secondo Luca. Il padrone dice ai servi, costringete la gente ad entrare nel banchetto (compelle intrare: Luca 14:23). Nella tradizione della Chiesa, da Agostino a S. Tommaso d’Aquino, questa parabola è sempre stata citata per giustificare la persecuzione e la conversione forzata degli atei e degli infedeli. Se il lascito del cristianesimo riguardo ai rapporti col diverso fosse solo l’universalistico e mondialistico compelle intrare non ho nessuna remora ad affermare, nonostante tutti gli sforzi di sintesi dialettica che si debbono compiere in sede di teoresi, che non avrei proprio nessuna difficoltà a schierarmi toto corde contro cristianesimo, illuminismo e – ovviamente ça va sans dire – contro l’universalismo retorico e contro la sua ulteriore ed imperialistica estensione del mondialismo. Ma il cristianesimo non è stato solo questo, è stato, anche se perseguitato, spesso il suo contrario, e dal punto di vista storico e quindi della teoresi non è forse del tutto inutile ricordare che il concetto di tolleranza, ancor prima di assumere le modalità liberali di individualismo metodologico come infine sono state elaborate prima auroralmente e contraddittoriamente da Hobbes (libertà di coscienza ma solo nel foro interno e decisionismo sovrano che prevale nella società esterna schiacciando il sorgere pubblico di sette e divisioni all’interno della stessa), poi da Spinoza e infine definitivamente compiute in Locke, fu nella modernità occidentale elaborato dalle sette ereticali sorte in seguito alla Riforma, sette ereticali che, in polemica con la riforma stessa, affermavano, in buona sostanza, che l’amore universalistico che deve unire tutti gli uomini impedisce senza possibilità di alcun dubbio che qualcuno sia costretto ad entrare, sia cioè costretto a convertirsi. E queste sette e movimenti ereticali che fecero della tolleranza il loro maggiore lascito religioso, politico e culturale (gli eroici nomi delle loro guide spirituali: Sebastiano Castellione, (2) Bernardino Ochino, i Sozzini) erano gli eredi culturali del miglior e più scaltrito umanesimo italiano (il suo principale ed archetipo esponente, Lorenzo Valla) che tramite la loro critica filologica avevano ben capito che il compelle intrare ed altri luoghi comuni testuali, compormentali e culturali del cristianesimo o erano stati mal interpretati allo scopo di politiche di puro potere o, comunque, come tutti le umane imprese che nascono e muoiono nella storia, andavano debitamente contestualizzati tenendo sempre presente come stella polare l’universalismo dell’amore – e quindi della tolleranza – che giudicavano come il vero cuore pulsante del cristianesimo. Penso che una Kultur che avversi l’universalismo liberista e l’imperialista mondialismo e che partendo dalla storia della modernità occidentale sia sempre più radicata fino a diventare nazionale popolare (e quindi politicamente efficace) debba tenere ben presente anche questi elementi e del cristianesimo (3) e di questo aspetto di storia della religione che si sono manifestati proprio con estremo rigore e vigore in Italia. Concludo con una situazione estranea al bell’articolo di Buffagni ma che, anche se con una battuta, ci consente e di stigmatizzare il falso mondialismo democratico e di mostrare che l’ epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico (progetto che fu anche di Gramsci, anche se con categorie per ora smentite dalla storia, ma avendo ben presente che si doveva dare origine ad un movimento politico-culturale “nazionalpopolare” e quindi radicato nella storia storia) non significa la falsa visione, portata a livello di massa, di un mondo intrinsecamente violento ma la consapevolezza molto strategica ma non necessariamente violenta che, esprimendoci con Alexander Werndt “anarchy is what states make of it”. (4) La bestiale repressione in Catalogna – e tanti saluti alla democrazia e ai diritti politici universalistici del mondo liberal-liberista falsamente propagandati dall’UE – ha fatto sì che, in piena tradizione esegetica cristiana mainstream di Luca 14: 15-24, si sia passati dal compelle intrare al compelle legnare. (5) Si tratta, in senso terroristico e con una versione della Kultur occidentale che noi avversiamo (contraddizione: non avevo appena detto che non si fanno i processi alla storia?) assieme ad una ulteriore conferma del detto wendtiano – ma in negativo, cioè della capacità umana, anziché di essere artefice del suo destino come indica la citazione wendtiana, di compiere il male – anche, attraverso la sua totale e speculare antitesi, dell’indicazione su cosa si deve intendere per ‘epifania strategica’. Una epifania strategica ed un senso delle più profonde e migliori radici della Kultur occidentale (6) che è del tutto assente nella mente e negli occhi spenti di questa attuale brutale Europa politica liberal-liberista e – usiamo ancora una volta questo termine sicuri che sappiamo capirci – mondialista.

Massimo Morigi – 4 ottobre 2017

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NOTE

1 Agli URL http://italiaeilmondo.com/2017/09/29/taccuino-francese-che-cosa-ci-insegna-la-crisi-del-front-national-di-roberto-buffagni/, http://www.webcitation.org/6tvriCfRo e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F09%2F29%2Ftaccuino-francese-che-cosa-ci-insegna-la-crisi-del-front-national-di-roberto-buffagni%2F&date=2017-10-03 .

2 Nell’ottobre 1553 venne messo al rogo a Ginevra l’antitrinitrario Michele Serveto (Michel Servet, Villanueva de Sigena, 19 settembre 1511 – Ginevra, 27 ottobre 1553). L’anno successivo stigmatizzando la decisione di Calvino di mettere a morte Serveto, Sebastiano Castellione (Sébastien Castellion, o Chatellion o Châteillon, in italiano Sebastiano Castellione, Saint-Martin-du-Frêne, 1515 – Basilea, 29 dicembre 1563) con lo pseudonimo di Martin Bellius pubblica il “De haereticis an sint persequendi” dove attraverso citazioni di diversi autori fra cui Martin Lutero, Erasmo da Rotterdam, Sebastian Frank e lo stesso Castellione, Castellione mostra l’insensatezza dell’intolleranza vista l’assoluta soggettività delle opinioni umane e, soprattutto, nella consapevolezza che il vero può essere avvicinato solo con una libera ricerca. Celebre la sua frase sul rogo di Serveto “Tuer un homme ce n’est pas défendre une doctrine, c’est tuer un homme. Quand les Genevois ont fait périr Servet, ils ne défendaient pas une doctrine, ils tuaient un être humain : on ne prouve pas sa foi en brûlant un homme mais en se faisant brûler pour elle” che consegna l’ “uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo” come una delle massime pietre miliari non solo della cultura occidentale ma anche (e ci sia concesso per un attimo il peccato dell’universalismo) di tutte le culture dell’uomo.

3 Altro tratto del cristianesimo fondamentale per il Repubblicanesimo Geopolitico per un’ulteriore sviluppo di una Kultur realmente alternativa alle attuali scemenze liberal-liberiste, e cioè il tormentato rapporto del cristianesimo di S. Paolo con la legge civile, è stato affrontato nel nostro “Repubblicanesimo Geopolitico e Katargēsis Messianica” , che è stato pubblicato originariamente per “L’Italia e il Mondo” all’URL http://italiaeilmondo.com/2017/07/29/perche-la-chiesa-cattolica-viene-attaccata-dallonu-di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6sMcGBjay e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F07%2F29%2Fperche-la-chiesa-cattolica-viene-attaccata-dallonu-di-massimo-morigi%2F&date=2017-07-31) e che poi è stato anche caricato autonomamente su Internet ed ora è quindi consultabile, oltre che su altre piattaforme, agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica_637 e https://ia600809.us.archive.org/25/items/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica_637/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica.pdf .

4 “Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics” è il titolo di un articolo di Alexander Wendt comparso nel 1992 sulla rivista “International Organization” (Alexander Wendt, “Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics” in “International Organization”, Vol. 46, No. 2. (Spring, 1992), pp. 391-425), articolo nel quale viene esemplarmente esposto quell’approccio costruttivista che ha rivoluzionato la dottrina delle relazioni internazionali e che ha profonde affinità con l’impostazione dialettico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico. L’articolo è ora anche consultabile su Internet, oltre altre piattaforme, all’URL https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf , mentre per l’importanza per il Repubblicanesimo Geopolitico del costruttivismo di Alexander Wendt, oltre a vedere “Repubblicanesimo Geopolitico. Alcune delucidazioni preliminari”, pubblicato prima sul “Corriere della Collera” all’ URL https://corrieredellacollera.com/2013/11/23/alla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi/ e ora anche sull’ “Italia e il Mondo” all’ URL http://italiaeilmondo.com/2017/03/16/repubblicanesimo-geopolitico-3a-parte-alcune-delucidazioni-preliminari-di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6t4eGt59y e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F03%2F16%2Frepubblicanesimo-geopolitico-3a-parte-alcune-delucidazioni-preliminari-di-massimo-morigi%2F&date=2017-08-29), si rinvia, more solito, per la “dialettizzazione” del costruttivismo wendtiano alle prossime “Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico”.

5 Proseguendo con gli ignobili giochi di parole, ma per certe situazioni e certi uomini non si può sprecare troppa intelligenza, dopo l’indegno discorso di re Filippo VI di Spagna in seguito alla brutale e bestiale repressione in Catalogna per un referendum definito incostituzionale (ma ammesso e non concesso che lo fosse, sarebbe bastato non riconoscerne il risultato, cercando di non farlo svolgere si denuncia la propria coda di paglia e, comunque, ne viene posto, de facto, un sigillo di legittimità se non giuridica certamente politica), ora per le vicende di Spagna al “compelle legnare” bisogna anche associare un “compelle regnare” (o, con (in)felice sintesi “per regnare compelle legnare”: comunque, non si sa bene ancora per quanto, visto che la giustificazione di un’istituzione anacronistica come la monarchia nei regimi a c.d. democrazia rappresentativa si giustifica proprio per essere una voce , in ragione della sua natura non elettiva e quindi non sottoposta ad alcuna spinta elettoralistica, volta unicamente alla concordia del popolo, al di sopra delle fazioni e contro ogni demagogia – e nel caso della Spagna – delle bestialità autoritarie di leader politici – e degli agenti strategici politico-militari nostalgici del franchismo – che devono rispondere ai peggiori istinti totalitari del loro elettorato …).

6 Il Repubblicanesimo Geopolitico è debitore a Walter Benjamin, oltre alla elaborazione delle “categorie del politico” dell’ ‘iperdecisionismo’ e dello ‘stato di eccezione permanente’ che animano le “Tesi di filosofia della storia” (cfr. sull’argomento i nostri Massimo Morigi, “La Democrazia che sognò le fate (Stato di Eccezione, Teoria dell’Alieno del Terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico”) e Id.,Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione in cui Viviamo è la Regola”, entrambi lavori pubblicati sull’ “Italia e il Mondo” e consultabili anche su varie piattaforme Web), anche del suo particolare messianismo, non rivolto verso un imprecisato futuro ma inteso a salvare quanto nel passato era stato cacciato ai margini della storia ed oppresso. A questo proposito Benjamin creò la metafora del “balzo di tigre nel passato”. Nella Weltanschauung del Repubblicanesimo Geopolitico, questo messianico “balzo di tigre nel passato” si tramuta in un’ epifania strategica che per realizzarsi si pone l’obiettivo di una Kultur non statica ma sempre in fieri , attraverso la quale vengano recuperate e rese strategicamente operative e vincenti tutte quelle situazioni e (fallite) soluzioni che nel passato appartennero agli agenti omega-strategici: «La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dall’adesso. Così per Robespierre l’antica Roma era un passato carico di adesso, che egli estraeva a forza dal continuum della storia. La rivoluzione francese pretendeva di essere una Roma ritornata. Essa citava l’antica Roma esattamente come la moda cita un abito d’altri tempi. La moda ha buon fiuto per ciò che è attuale, dovunque esso si muova nel folto dei tempi lontani. Essa è il balzo di tigre nel passato. Solo che ha luogo in un’arena in cui comanda la classe dominante. Lo stesso salto, sotto il cielo libero della storia, è il salto dialettico, e come tale Marx ha concepito la rivoluzione.»: Walter Benjamin, tesi n. 14 di “Tesi di filosofia della storia”.

Massimo Morigi a proposito del “podcast-episode-13_ Lo SMARRIMENTO DEI VINCITORI, di Gianfranco Campa”

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Un lungo commento di Massimo Morigi  al podcast sulle vicende presidenziali americane, ma con un occhio all’uomo “forte” del recente passato d’Italia

http://italiaeilmondo.com/2017/09/24/httpssoundcloud-comuser-159708855podcast-episode-13/

 

«Dell’ “eroe”, sia pure popolare, nel senso emersoniano Mussolini ebbe ben poco (come ben poco ebbe del vero uomo di Stato, mentre indubbiamente fu un notevole uomo politico); in tutti i momenti nodali della sua vita gli mancò la capacità di decidere, tanto che si potrebbe dire che tutte le sue decisioni più importanti o gli furono praticamente imposte dalle circostanze o le prese tatticamente, per gradi, adeguandosi alla realtà esterna, il che non sembra poi molto diverso. Per molti aspetti fu piuttosto, per usare un suo pseudonimo giovanile, l’homme qui cherche e non l’ homme qui va e trovò la sua via giorno per giorno, senza avere una idea di dove sarebbe arrivato, ma “sentendo” da vero politico, quale fosse la propria direzione. Sotto questo profilo bene ci pare lo abbia capito Maurras quando scrisse nel suo Dictionnaire: “[in C. Maurras, Dictionnaire politique et critique, III, Paris 1932, p.124, nota bibliografica dal testo citato]:Mussolini ne procède pas en doctrinaire idéologue. L’expérience le conseille, il en suit la leçon, soucieux, au jour, de restaurer le nécessaire, nullement ambitieux de précipiter les éléments politiques et sociaux à la manière d’une pâte dans un gaufrier. Néanmoins, si lâche et flottant, ou même dissolu que son dessein puisse paraître, il a une suite et un ordre, il laisse en se développant une trajectoire, et les observateurs sont bien obligés de se dire que tout cela se tient.”» : Delio Cantimori, prefazione a Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Torino, Einuadi, 1994, p. XXIII.

Così il più profondo e tormentato storico italiano del Novecento, Delio Cantimori, nella sua prefazione, si era nel 1965, alla prima edizione del primo volume della biografia di Renzo De Felice su Benito Mussolini, Mussolini il rivoluzionario, volendo rappresentare in pochi icastici tratti la personalità di Benito Mussolini, ci restituiva la rappresentazione di un uomo né genio né demonio ma quella di un personaggio “umano, troppo umano” in cui le debolezze caratteriali venivano celate da un decisionismo di facciata che copriva un vuoto di pensiero e di progetto politico, e in questo non solo troppo umano ma anche troppo italiano, troppo simile a quegli italiani (in questo veramente uguali al di là delle magliette degli opposti schieramenti di destra e di sinistra) dove sia sul piano personale che su quello pubblico pensano che una petizione di principio ed una trombonata retorica possano fare le veci di un serio impegno personale e di una seria preparazione sui problemi pubblici. Al di là dei decenni e delle sideralmente diverse condizioni culturali e politiche, vichiani corsi e ricorsi della storia (ma, ancor più, dell’eterna natura umana, sempre una natura di tipo conflittual-strategico: l’eterno problema è come questa natura viene declinata, se seriamente o in maniera da pagliacci. Insomma la machiavelliana dannata serietà della politica che, se non presa con la dovuta consapevolezza, e questo è uno dei più importanti lasciti del Segretario fiorentino, non solo si ritorce contro chi l’ha così stoltamente concepita ma si tramuta malignamente in una vera e propria crisi di civiltà): nel fresco ritratto di Donald Trump che ci restituisce il tredicesimo podcast di Gianfranco Campa, “Lo smarrimento dei vincitori”, emerge veramente un Donald Trump con tratti terribilmente simili al cantimoriano ritratto di Mussolini. Non una terribile ed onnicalcolante mente dittatoriale (nel caso di Trump, seguendo la vulgata politicamente corretta: un democratico imbevuto di idee fascistoidi) ma piuttosto, un abile, anzi abilissimo politico, che fece del suo principale difetto, la superficialità, la sua principale se non unica arma per la conquista del potere ed una personalità politica dove il decisionismo è una decisionismo completamente di facciata perché la sua unica preoccupazione fu sempre, almeno fino a quando la sua azione di governo ebbe una certa efficacia, quello di una diuturna mediazione fra le varie componenti del fascismo non creando mai una situazione originale e sfruttando costantemente le varie circostanze che gli si presentavano di fronte senza avere mai un approccio veramente creativo (dopo, quando egli pensò di essere veramente un genio non ascoltò più nessuno e a questo punto la sua superficialità unita ad una crescente megalomania lo dannò): comunque tutto si può dire di Mussolini tranne che non fosse un abilissimo uomo politico (nel peggior senso della parola, ovviamente, e in questa sua assenza di “creatività” politica e fortissimo opportunismo e crescente megalomania, vero “padre ignobile” dell’attuale ceto politico antifascista del regime sorto in seguito alla sconfitta militare e che perdura ancora sfacciatamente nonostante che i miti resistenziali abbiano mostrato la loro funzione di “arma di rimozione di massa” dell’esperienza del fascismo) e tutto si può concedere a Mussolini tranne il fatto che fosse uno statista, essendo il significato del suo percorso pubblico e privato la dimostrazione più lampante del suo esatto contrario, il demagogo, specie umana e politica che infesta in egual modo sia le dittature che le c.d. “democrazie”. Continuava Cantimori nel suo ritratto di Mussolini: «Visto in una simile prospettiva lo studio della vita di Mussolini, pur mantenendo tutte le sue peculiarità, assume in un certo senso un valore “tipico”, che può servire a capire non solo l?uomo Mussolini, ma il significato del fascismo stesso, e può costituire anche una sorta di primo specchio del modo e della misura nei quali il socialismo di Mussolini e poi il suo fascismo furono visti e valutati dai suoi contemporanei. È in questa funzione, anzi, che la nostra narrazione della vita di Mussolini procede con una prospettiva, un inquadramento, che potremmo definire “a ventaglio” (allargandosi cioè a mano a mano che gli orizzonti di Mussolini si dilatano e la sua figura assume una portata maggiore sino ad avere un ruolo nazionale ed europeo e, quindi, ad inserirsi in un contesto che non è più locale, di partito, nazionale, ma internazionale), ma contemporaneamente senza precorrere, se così si può dire, i tempi della sua evoluzione e del suo successo. Più che ricorrere per lumi e per conferme al poi, insomma, abbiamo di volta in volta preferito attenerci al presente; nel pensiero e soprattutto nell’azione di Mussolini è possibile infatti riscontrare, per dirla con Maurras, uno sviluppo, una traiettoria che hanno una loro logica precisa; voler vedere però in certe “svolte”, in certe “scelte” della vita di Mussolini la consapevolezza che esse lo avrebbero portato a certe soluzioni, a certi obbiettivi a lungo raggio ci sembra non solo arbitrario, ma tale da distorcere i fatti e la loro comprensione: si finirebbe per fare di Mussolini l’ homme qui va e quindi per non capire più il vero significato degli avvenimenti attraverso i quali egli pervenne al successo e per ridurre tutte le altre figure ad un ruolo subalterno, a manichini messi nel sacco da un mago istrione e non piuttosto a considerarle più correttamente come altrettanti protagonisti di una vicenda che – bene o male – ha corrisposto al momento di crisi della società liberale postunitaria e al realizzarsi (tra incertezze, sbandamenti ed errori, dovuti appunto alla grandiosità e alla novità di questa trasformazione e all’imponenza della posta in gioco) di una nuova società politica di massa.»: Ivi, pp. XXV-XXVI.

Dai podcast di Gianfranco Campa per “L’Italia e il mondo” emerge “un inquadramento a ventaglio” della vicenda di Donald Trump, una ricognizione che dalla puntuale individuazione delle caratteristiche “umane, troppo umane” del personaggio Trump si allarga alla profonda conoscenza di tutti i protagonisti e comprimari culturali, politici, economici e militari che avversandolo (la stragande maggioranza) o favarendolo (sarebbe meglio dire: creandolo) stanno dando origine all’attuale micidiale scontro strategico all’interno dell’attuale establishment americano. E in questo tumultuoso quadro magistralmente e puntualmente – ma anche con profondi e cupi tratti espressionistici – rappresentato da Gianfranco Campa, Donald Trump appare sempre più, piuttosto che l’ homme qui va , l’homme qui cherche, un homme qui cherche veramente all’insegna delle parole conclusive di Charles Maurras su Benito Mussolini: “Néanmoins, si lâche et flottant, ou même dissolu que son dessein puisse paraître, il a une suite et un ordre, il laisse en se développant une trajectoire, et les observateurs sont bien obligés de se dire que tout cela se tient.” Il gramsciano “ottimismo della volontà” di Gianfranco Campa, in un’analisi talmente partecipe della situazione politica statunitense quasi da voler diventare uno degli attori dello scontro che rappresenta (ma questo atteggiamento “attivistico” non costituisce una debolezza della stessa ma, dialetticamente, indica anche una precisa moralità politica per chi, anche in Italia, si pone in posizione radicalmente alternativa rispetto all’attuale “stato delle cose” ma non si concede la scorata passività dell’osservatore mussoliniano di Charles Maurras), oltre a fare, tramite il suo realismo, letteralmente piazza pulita della “pappa del cuore” della menzogna del politicamente corretto che infesta pressoché tutti i commentatori, destra o sinistra non importa, quando parlano degli Stati uniti, costituisce anche una precisa traccia per un’autentica moralità politica che ponga le basi per quel gramsciano “moderno principe” che dovrà essere l’esatta antitesi del tipo umano e politico rappresentato da Marraus descrivendo Mussolini. Che, proprio perché simmetrica antitesi, non dovrà avere nulla da spartire e combattere come i principali nemici coloro che respingono Trump perché lo rappresentano come un fascistoide …

Massimo Morigi – 26 settembre 2017

A proposito de “la fortezza assediata di Gianfranco Campa”, di Massimo Morigi

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Considerazioni di Massimo Morigi sul recente podcast di Gianfranco Campa http://italiaeilmondo.com/2017/09/02/11-podcast_la-fortezza-assediata-di-gianfranco-campa/

«lo spazio esteriore – svuotato – della sovranità territoriale rimane intatto, mentre il contenuto reale di questa sovranità viene modificato in quanto vincolato alla protezione del grande spazio economico della potenza esercente il controllo. Il controllo e il dominio politico si fondano qui sull’intervento, mentre lo status quo territoriale rimane garantito. […] la sovranità territoriale si trasforma in un vuoto spazio di eventi economico-sociali. Viene garantita l’integrità territoriale esteriore, con i suoi confini lineari, non già il contenuto sociale ed economico della stessa integrità, ovvero la sua sostanza. Lo spazio del potere economico determina l’ambito giuridico internazionale. » (Schmitt, 2003, pp.324-325)
La guerra dell’establishment politico americano contro Trump (repubblicani e democratici indifferentemente, grandi mezzi di comunicazione, complesso militare-industriale) descritta e analizzata con acutezza da Gianfranco Campa nei suoi podcast ed in particolare nell’ultimo “La fortezza assediata”, l’undicesimo, dove viene freddamente rappresentata quella che sembra essere la resa finale dei conti contro coloro che hanno costruito l’ascesa alla presidenza dell’erratico e manovriero (purtroppo solo pro domo sua) nuovo presidente statunitense, al di là delle peculiarità caratteriali e politiche (ripetiamo, totalmente negative) del neoeletto presidente ed al di là anche degli errori segnalati da Campa che possono (o meglio, che sicuramente hanno) commesso gli “ingegneri” della costruzione di questa singolare presidenza (Sebastian Gorka, Roger Stone, Steve Bannon), certamente abili, per non dire geniali, nell’ avere compreso il malessere profondo dell’America contro un’ establishment dirittoumanista e pro globalizzazione e del tutto insensibile verso gli interessi dei ceti medio-bassi dei lavoratori statunitensi ma anche ingenui nello scegliere un burattino, Donald Trump, che pensavano di poter dirigere a piacimento ma che alla fine si è dimostrato una sorta di maligno e stregato simulacro dotato di vita propria e a tutto disposto per protrarre ad ogni costo e con ogni compromesso non solo la sua vita politica ma, soprattutto, anche la sua incolumità personale, una cosa dimostra e ci consegna pure un insegnamento per coloro che in Italia puntano ad un rivoluzionamento concreto ed integrale del nostro paese. E quello che la vicenda Trump dimostra è che il vero arcanum imperii della politica internazionale emerso dopo il secondo conflitto mondiale è che le potenze vincitrici mentre si ergono più o meno custodi dell’integrità territoriale degli stati sono al medesimo tempo le più occhiute sorveglianti a che questi confini territoriali delimitano sì un territorio ma un territorio privato di ogni autonomia politica ed economica. Stiamo parlando, in altre termini, della morte sostanziale della sovranità statale, o, meglio, della morte della sovranità di quegli stati che hanno perso la seconda guerra mondiale o, pur avendola vinta militarmente, l’hanno persa politicamente. Per rimanere alla vicenda Trump, accanto al fatto che questa nuova amministrazione intende de facto proseguire nella strategia del caos di obamiana memoria, semmai con qualche retorica correzione anti ideologia dei diritti umani e di esportazione della democrazia, è ancora più chiaro che strategia del caos o no oppure, in via ipotetica, la faticosa ricerca di una sua sostituzione attraverso strategie alternative (faticosa ed in via ipotetica perché i revirement trumpiani tarpano le ali a qualsiasi alternativa all’impostazione caotica e dirittoumanistica obamiana ), è ancor più chiaro che quello che in alcun modo non potrà essere cambiato è la politica statunitense volta a mantenere del tutto vuota ed insignificante la sovranità statale degli stati appartenenti alla sua sfera d’influenza. E non solo di questi ma anche di quelli che mai appartenuti al perimetro dell’alleanza occidentale, si ostinano a volere mantenere ben salda ed efficace la propria sovranità. Come dimostra la vicenda nord coreana in cui, al di là del giudizio che si possa dare di quel regime politico, la volontà di voler costruire una propria “force de frappe” nucleare altro non segnala che la sua volontà di tener cara e ben vitale la propria sovranità statale. Trump parla della Corea del nord come di uno stato terrorista: in realtà il suo rapporto col terrore è da invertire perché se questo stato terrorizza è per il semplice motivo che rifiuta di farsi terrorizzare e conseguentemente, e su questo possiamo anche convenire con l’establishment politico-militare statunitense, colui che rifiuta pervicacemente di farsi terrorizzare può suscitare profonde inquietudini ed apprensioni. L’insegnamento che consegna per l’Italia la vicenda Trump. Si tratta di un insegnamento molto semplice che deve partire dalla comprensione ed accettazione del dato di fatto da parte dell’opinione pubblica e da parte di quelle forze politiche che dall’attuale establishment vengono definite antisistema e populiste (qualità per noi positive ma che, purtroppo, allo stato attuale sono tutte da dimostrare: un ribaltone alla Trump da parte di queste forze una volta che abbiano eventualmente assunto il potere è quasi, allo stato attuale dell’arte, una matematica certezza) che un cambiamento reale della nostra vita politica ed economica non può che venire dal consapevole sovvertimento dell’annullamento della nostra sovranità consegnataci dall’esito disastroso del secondo conflitto mondiale ma protratto per più di settant’anni non da ineluttabili leggi storiche ma dalla consapevole e costante azione politica internazionale degli Stati uniti (e per rovesciare non questa “legge di natura” dell’annullamento della sovranità statale italiana ma, invece, il preciso risultato della precisa e conseguente volontà politica della potenza egemone, valgono i percorsi che già su “L’Italia e il Mondo” si sono indicati: processo di progressiva neutralità dell’Italia – con, mi permetto di aggiungere, un occhio a quanto sta facendo la Corea del nord: per dirla tutta, un’Italia neutrale non può non dotarsi di un suo arsenale nucleare – , completo cambiamento della prospettiva politico-culturale, un vero e proprio riorientamento gestaltico della mentalità comune e politica dove vengano spodestati i fantomatici diritti umani e le retoriche democraticistiche per sostituirli con una decisa e spietata difesa e rafforzamento della cultura italiana, intesa questa come l’inestricabile e dialettico portato storico di tutti quegli elementi politici, culturali, economici, religiosi e linguistici che hanno formato l’identità italiana (e qui mi fermo perché, come già detto, è urgente iniziare il dibattito e vi debbono essere anche altri contributi, l’importante è la consapevolezza della direzione da assumere). Insomma, se sapremo contribuire alla formazione di una pubblica consapevolezza politica lungo l’interpretazione espressa dalle parole di Carl Schmitt poste ad incipit di queste brevi considerazioni sarà molto difficile, per non dire impossibile, che si ripetano sul suolo italico le deludenti vicende che stanno oggi accadendo negli USA. Se invece si permetterà alle c.d. forze antisistema di continuare a praticare la loro interessata somaraggine politico-culturale (tanto per fare un esempio: se permetteremo che queste c.d. forze antisistema continuino a blaterare il loro loffio slogan “aiutiamo gli immigrati a casa loro” anziché, come in osservanza ad un elementare buon senso di realismo politico deve essere pubblicamente affermato, comincino ad impegnarsi con un ben più sostanzioso e vincolante: «pur mantenendo intatte e rispettando rigorosamente le disposizioni e consuetudini di civiltà e del diritto internazionale che impongono di soccorrere in terra ed in mare chi si trova in pericolo di vita, noi permettiamo di circolare e lavorare sul nostro territorio solo a chi economicamente e culturalmente – cioè chi è funzionale alla nostra Kultur, come avrebbe detto l’infamata geopolitica tedesca del secolo scorso ma infamata perché gli sconfitti non potessero più praticarla contro i vincitori della guerra – fa i nostri interessi e dei rimanenti che non soddisfano questi requisiti, per dirla in tutta franchezza, nun ce ne pò fregà de meno» … ), il cambiamento sarà solo quello del personale che governerà il paese. E tutto rimarrà come prima, come puntualmente è accaduto negli Stati uniti con la nuova – ma vecchissima nella sostanza – presidenza di Donald Trump. Massimo Morigi – 3 settembre 2017

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (3a ed ultima parte)

lupo-ululà...òupi-ululà

1a parte http://italiaeilmondo.com/2017/08/07/deutschland-uber-alles-di-giuseppe-germinario-1a-parte/

2a    parte     http://italiaeilmondo.com/2017/08/12/deutschland-uber-alles-di-giuseppe-germinario-2a-parte/

Così si conclude la seconda parte dell’articolo:

La chiave di lettura determinante per individuare il peso reale della Germania e la sua collocazione nelle dinamiche geopolitiche riguarda però il ruolo dell’economia nello stabilire il peso strategico e la condizione conflittuale di un paese.

Chi attribuisce alla Germania un ruolo di protagonista assoluto, di competitore e di antagonista di prim’ordine tende ad attribuire più o meno esplicitamente all’economia, nel migliore dei casi ai rapporti sociali economici, il ruolo preponderante e sovradeterminante gli altri ambiti delle attività umane, compresa quella politica, solitamente assumendo il seguente canovaccio.

UNO SCHEMA INTERPRETATIVO LIMITANTE E FUORVIANTE

La capacità di potenza si esprimerebbe soprattutto attraverso il peso economico; il campo preponderante di esercizio della competizione sarebbe il mercato; l’esercizio della potenza si realizzerebbe soprattutto attraverso la capacità commerciale; la sua misura si pondererebbe attraverso i dati macroeconomici del PIL, del saldo commerciale, degli attivi finanziari, nel migliore dei casi anche della presenza preponderante nel settore dei beni di consumo di massa più evoluti e durevoli. Scelte politiche non corrispondenti alla condizione economica sono considerate illogiche, sbagliate o semplicemente degli accidenti della storia destinati a rientrare o a determinare la sconfitta dei soggetti promotori.

Uno schema fuorviante sia in termini generali che affrontando una analisi della condizione della particolare economia tedesca.

Si può partire dalla constatazione che i mercati tengono conto e tendono a conformarsi progressivamente alle sfere di influenza politiche in via di formazione proprio perché gli attori economici privilegiano le condizioni di maggiore stabilità; le stesse grandi aziende, ormai da alcuni anni, tendono a riassumere il controllo diretto della verticale delle filiere produttive seguendo le condizioni di sicurezza politica. In una fase nella quale la leva economica, sotto forma di condizioni di finanziamento ed investimento e di apertura del mercato, di controllo tecnologico, addirittura dei prezzi in numerosi settori specie strategici, viene utilizzata non solo per condizionare, ma come strumento diretto di sanzione e conflitto, la funzione della politica emerge dalla maschera della competizione puramente economica tra gli attori.

Ma il politico, nella sua accezione di essenza, di caratteristica intrinseca, trova il modo di agire in maniera ancora più “subdola” nell’ambito economico; un esempio può essere l’invenzione, l’adozione, l’applicazione su base industriale e la padronanza delle tecnologie.

In Cina, ad esempio, il tentativo imponente di assumere la creazione e la padronanza delle tecnologie, uno dei fondamenti utili a garantire l’autonomia, l’autorevolezza e l’indipendenza delle decisioni della classe dirigente di un paese, passa anche attraverso lo scontro tra i sostenitori dei grandi colossi industriali, eredi delle imprese statali del periodo “socialista”, di fatto ancora sotto controllo politico diretto, e l’ampio settore di medie e piccole aziende, presenti nel sudest del paese molto più dipendenti dalle tecnologie e dai moduli organizzativi occidentali. Nel recente passato è sufficiente rispolverare alcuni casi, l’Olivetti in Italia e il sistema di motore a reazione Arrow in Canada tra i tanti, per constatare che la capacità tecnologica ed organizzativa di una azienda possono determinare gli standard di un mercato solo all’interno di contesti conformati politicamente.

Il mercato, infatti, rappresenta un’area, un campo di azione governato da un insieme di regole di natura politica, frutto di imposizioni e mediazioni, entro il quale agiscono gli attori economici; la rottura e la modifica di queste ultime comporta inevitabilmente ed intrinsecamente atti politici.

L’immagine che ancora si offre del mercato è invece troppo spesso fuorviante e semplicistica.

Il mercato globale viene rappresentato come una rete con un centro regolatorio indefinito e indefinibile; il suo innegabile sviluppo è però artificiosamente amplificato dalla frammentazione politica degli stati che ha trasformato in commercio estero gran parte degli scambi interni degli stati nazionali antecedenti il crollo del blocco sovietico; la sua rappresentazione glissa sull’esistenza e il rafforzamento al suo interno di aree, settori e blocchi attraverso i quali, tra l’altro si veicolano le influenze politiche.

La stessa raffigurazione degli organismi internazionali preposti alla regolazione di esso nasconde il fatto che tali regole non sono affatto neutrali e soddisfacenti in egual misura i vari attori, ma anche, più prosaicamente, che ammettono innumerevoli deroghe, omissioni, clausole particolari e comportamenti discriminatori che lasciano sospettare il peso politico differente dei paesi nella conduzione.

Gli esempi più clamorosi riguardano probabilmente il diverso trattamento riservato a Russia e Cina nei tempi di adesione agli organismi nonché nelle modalità e nella qualità dei trasferimenti di tecnologia occidentale; come pure il diverso trattamento riservato alle cosiddette Tigri Asiatiche e alla Corea del Sud rispetto ad alcuni paesi del Sud-America.

UNA RAPPRESENTAZIONE PIU’ ESAUSTIVA

Questo schema consente, probabilmente, una valutazione più realistica e meno enfatica del peso economico sia intrinseco che rispetto agli altri ambiti dell’azione politica nel determinare la forza geopolitica della Germania e, soprattutto, nel determinare i passi e le condizioni necessari a garantire la sua emersione come attore politico più autonomo.

 hermannsdenkmalLa Germania, a partire dalla fine degli anni ‘80, al pari di tutti i paesi, ha avviato un processo di profonda trasformazione economica concomitante e favorito dalla sua nuova collocazione geopolitica determinata dall’unificazione seguendo però proprie peculiarità.

Ha salvaguardato ed accentuato il carattere dualistico del suo sistema finanziario trasformando, dopo l’uccisione di Herrhausen, la Deutschbank nella quinta banca di investimento al mondo dedita a servizi di consulenza e alla gestione dei nuovi e più speculativi prodotti finanziari e tutelando dalle intromissioni comunitarie il sistema di banche territoriali a tutela dei sistemi locali economici e sociali.

La difesa ostinata della sua politica restrittiva in ambito europeo non serve soltanto a indebolire i suoi concorrenti economici prossimi, l’Italia e la Francia, ma a difenderla dalle loro debolezze e, sinché possibile, dalle implicazioni più rischiose della sua esposizione nei circuiti finanziari dominati dal sistema angloamericano.

Ha governato con lungimiranza il processo di precarizzazione di larghi settori dell’economia industriale e dei servizi, analogo a quello di altri paesi, compensando parzialmente con il welfare pubblico la regressione socioeconomica di vaste aree sociali.

Ha saputo tutelare e sviluppare alcuni settori di produzione di beni di consumi di massa tradizionali ma relativamente più complessi (automobile, agroalimentare, meccanica) mantenendo il pieno controllo della catena produttiva e di valore e decentrando sapientemente la componentistica nei paesi dell’hinterland più affine non garantendo più la quasi esclusiva del settore all’Italia.

germania_economia_apL’attivo commerciale imponente che ne deriva è il frutto non solo di queste politiche, ma anche di un misconosciuto basso livello di investimenti sia pubblici, in particolare delle infrastrutture del paese, che, con sorpresa, privati rispetto ai più importanti paesi dello scacchiere mondiale. Un livello, specie in quelli pubblici che, protrattosi nel tempo analogamente alla condizione dell’Italia, rischia di pregiudicare le stesse capacità tecniche e tecnologiche di ricostruzione. Un attento esame del campione di immagine tedesco, la Volkswagen, rivela sorprendentemente i punti deboli, sopperiti sino ad ora da una indubbia capacità commerciale, del suo settore privato.

L’economia tedesca, tra l’altro, è pervasa, più degli altri paesi europei dagli investimenti statunitensi in importanti settori così come dipende maggiormente dalle esportazioni in America.

La Germania è senz’altro presente in maniera significativa in alcuni settori importanti come quello dei beni industriali, della meccatronica, della chimica, del software applicato; ma è quasi del tutto assente, al pari degli altri paesi europei, nel settore del controllo e della gestione on line dei dati, fondamentale per il controllo dei flussi e dei comandi operativi nell’industria 4.0.

E’ in difficoltà in altri ambiti strategici, tra i quali l’avionica, l’aeronautica, il gps (Galileo) oggetto di ingenti investimenti soprattutto pubblici, frutto soprattutto di ricerche nell’ambito militare francese, ma pregiudicati dai dissidi di gestione tra i paesi cooperanti o dalle limitazioni nell’uso in ambito militare, frutto a loro volta delle imposizioni e delle premure americane.

Il progetto AIRBUS, gestito da Germania, Francia e Spagna, conosce così una fase di crisi acuta ed improvvisa, alimentata anche dai dissidi di gestione, la quale sta rinfocolando le ambizioni di una direzione avulsa dal controllo azionario e le voci di una possibile acquisizione da parte dell’americana General Electric; il progetto Galileo, invece, dopo anni di faticosa gestazione, avversato dalla stessa Commissione Europea al pari di Airbus, vede intaccato il proprio primato tecnologico dalla inibizione della possibilità di applicazione nell’ambito militare.

Sono solo due degli episodi, questi ultimi, rivelatori della dipendenza politica di quel paese in tutti gli ambiti, a partire ancora una volta da quelli prioritari istituzionali e mediatici.

Ci sarebbe anche da aggiungere le considerazioni sugli effetti della politica comunitaria tesa ad impedire sistematicamente la formazione di colossi industriali paragonabili con quelli americani e ultimamente cinesi, ma solo per constatare che la stessa Unione Europea è propedeutica al mantenimento di questa subordinazione dei paesi dell’intero continente.

LE INTENZIONI E LE POSSIBILITA’ DI AFFRANCAMENTO

Ogni atto politico, compresi quelli di politica economica, della classe dirigente germanica va valutato, quindi, secondo l’intenzione e la capacità di affrancamento da tale situazione.

A tutt’oggi non risultano passi decisivi in questa direzione.

Intanto l’aspirazione ad ottenere un vero e proprio trattato di pace apertamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da Francia e Gran Bretagna risulta ancora inevasa a distanza di settant’anni, con tutto quello che implica nei diritti e nella discrezionalità di forze militari ancora di occupazione; dal punto di vista istituzionale del ripristino del controllo effettivo su settori chiave dell’apparato statale lo sforzo appare più di immagine che effettivo; da quello invece del sistema di informazione e di formazione dell’opinione pubblica la situazione risulta ancora peggiorata visto il progressivo declino e l’incapacità persuasiva della residua classe dirigente ancora legata alla Oestpolitik.

La stessa crisi del Partito Socialdemocratico non fa che accentuare questa parabola; le lamentele e le rimostranze recenti della classe imprenditoriale tedesca riguardante l’esposizione eccessiva della Merkel contro la Presidenza di Trump sono per di più legate ai rischi di sanzioni commerciali legate al surplus commerciale.

Le tentazioni per una politica più autonoma ed indipendente certamente non mancano. Più che per forza propria potranno trovare ulteriore alimento dalle evidenti forzature che la politica estera americana, attualmente in fibrillazione, sta operando. Queste ultime, in particolare, ultimamente si stanno esercitando sugli ostacoli alla costruzione vitale del secondo gasdotto Northstream tra Russia e Germania in grado di rafforzare il ruolo di hub europeo e di controllore essenziale delle forniture nel continente e sulle pressioni per un aumento dei bilanci di spesa militare. Un loro significativo incremento potrebbe indurre al rafforzamento di un proprio complesso industriale militare propedeutico alla nascita di una struttura di difesa autonoma; una eventualità, però, in controtendenza con le attuali pulsioni autodistruttive operanti sia in Germania che nella stessa Francia.

Lo stesso progetto di cooperazione militare rafforzata portato avanti ultimamente e strombazzato dalla Germania presenta numerosi aspetti di ambiguità:

  • nasce sulle ceneri dell’ipotesi di integrazione delle forze armate tedesche e francesi fallita ad inizio secolo;

  • punta all’integrazione di paesi (Olanda, Romania, Rep. Ceka) appartenenti all’area di influenza tedesca ma particolarmente legati, in funzione antirussa, all’establishment statunitense;

  • si tratta ancora di forze limitate tese, probabilmente, più a compensare la debolezza delle forze operative tedesche e il timore di affrontare le conseguenze esterne di un più pesante riarmo diretto;

  • il debole coinvolgimento della Francia e l’assenza dell’Italia lascia intravedere una funzione di contenimento di questi paesi piuttosto che di affrancamento dalla tutela americana;

  • negli ultimi anni, il carattere antirusso della politica estera tedesca si è ulteriormente accentuato e rischia di diventare irreversibile, non ostante le relazioni economiche non corrispondano esattamente ai proclami sanzionatori; questo comporta dei riflessi diretti nelle opzioni militari.

hermannsdenkmalCONSUNTIVO

In realtà l’attuale classe dirigente tedesca, rispetto al quale non risultano emergere forze alternative credibili, tende inesorabilmente a cacciarsi in una situazione analoga a quella che la hanno trascinata nelle due ultime rovinose guerre mondiali.

Non ha la forza e le caratteristiche per diventare, da sola, l’artefice di un polo politico comparabile con quelli in via di formazione, in competizione con gli Stati Uniti; per ambire a tale condizione dovrebbe puntare razionalmente a stringere un sodalizio meno squilibrato e su basi più paritarie in via prioritaria con la Francia e l’Italia e su questo costruire un rapporto costruttivo con la Russia. Questo implica una ridefinizione dei rapporti e un’azione verso la maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale e quelli scandinavi che agevoli un ricambio di quelle classi dirigenti così oltranziste, impegnate ad affermare la propria identità e rafforzare la loro circoscritta influenza regionale a scapito della Russia, scegliendo la via apparentemente più comoda ed immediata: una alleanza politica sempre più stretta con gli Stati Uniti attualmente praticabile soprattutto grazie alla garanzia del retroterra tedesco, ma resa certamente più fragile da una sua defezione. Non si può dire certo che gli ingombranti vicini, Italia e Francia, concedano più di tanto qualche chance a questa eventualità. Una svolta quindi tanto più improbabile per l’azione ricorrente di Francia e Italia di “utilizzo” del potente d’oltreatlantico per regolare le controversie di vicinato in un processo di integrazione atlantista che sta coinvolgendo pesantemente, ormai anche la Francia, anche se non ancora, probabilmente, in maniera irreversibile. Si tratterebbe di rimettere in discussione le modalità di costruzione di un sistema di relazioni costruito negli ultimi trenta anni, laddove la posizione di vassallo privilegiato ha consentito di costruire una formazione sociale sufficientemente solida da garantire un largo consenso e discreti margini di azione.

Più che una subordinazione riottosa sembra per tanto, quello della Germania, un sodalizio consenziente per quanto prono. Una condizione che difficilmente può essere superata senza la formazione di poli alternativi che impediscano di continuare a lucrare sui saldi commerciali e senza un significativo indebolimento della potenza egemone ancora in gran parte da compiersi. L’alternativa, in mancanza di un recupero del controllo pieno delle leve di potere, potrebbe essere una fuga velleitaria in avanti, magari vellicata dalla stessa potenza egemone, propedeutica ad una terza pesante lezione storica.

E L’ITALIA?

In tale contesto inquadrare la collocazione dell’Italia come un paese dibattuto nella scelta tra il contendente tedesco e quello americano con una propensione iniziale per quella teutonica, appare una indicazione fuorviante; del tutto fuori luogo se, come statuisce la redazione di Limes, a questo dilemma corrisponde la formazione sul suolo italico di due blocchi in tenzone tra loro; quello economico sensibile alle sirene germaniche, quello istituzionale, degli apparati di sicurezza legato a quelle americane. Una contrapposizione che non offre una sintesi credibile semplicemente perché uno dei pilastri e ambiti del contenzioso, quello economico, non è assolutamente una prerogativa assoluta e nemmeno prevalente della Germania. La struttura economica italiana, negli ultimi trenta anni ha subito una drammatica perdita di controllo dei propri assetti strategici più importanti, superiore alla stesa distruzione dell’apparato produttivo. La gran parte di quelle attività sono finite in mano americana e poi francese, più che tedesca. È sufficiente scorrere i destini dell’industria aeronautica, dei generatori, della ceramica, della siderurgia specializzata, della meccanica, oltre che dei marchi alimentari, della moda e soprattutto della rete di telecomunicazioni per rivelare una penetrazione ben più articolata e preoccupante. I commensali del banchetto sono numerosi. È sufficiente orientare i propri padiglioni verso la voce dei corifei, tra i tanti Calenda, tutti impegnati ad identificare la globalizzazione con il mercato americano, per individuare le priorità stabilite dalla maggior parte della classe dirigente. L’impegno tedesco si è concentrato, piuttosto, sulla gestione del drenaggio del risparmio, sull’acquisizione di alcuni poli logistici necessari ai flussi dell’industria tedesca, sul controllo parziale ma indiretto della componentistica e sul ridimensionamento della capacità produttiva di un importante competitore.

DIFFICILMENTE

In realtà, sino a quando l’attuale classe dirigente tedesca riuscirà a mantenere in qualche maniera il controllo della costruzione europea per conto terzi, difficilmente la propensione tutta italica a costituire fazioni autodistruttive per conto di podestà stranieri potrà essere soddisfatta e la disputa occuperà inevitabilmente temi più rarefatti, come difficilmente il sodalizio tedesco-americano potrà incrinarsi significativamente, specie in una fase di restaurazione della politica americana ormai vincente.

Difficilmente, però, l’approccio offerto dalla redazione potrà offrire un contributo ad uno sforzo consapevole e proficuo di individuazione di un interesse nazionale capace di raccogliere il consenso delle parti più dinamiche e dignitose della comunità; come pure diventa alquanto arduo individuare, in Europa, nei vari paesi, le forze suscettibili di essere coinvolte.

Quanto alla Germania, se resurrezione dovrà essere, richiederà la realizzazione di numerose condizioni; i timidi vagiti richiederanno tempo per arrivare ad espressioni più articolate e razionali. La stessa formazione sociale tedesca inizia a conoscere importanti crepe nella sua proverbiale coesione con la erosione dei punti di garanzia e stabilità, ma anche di immobilismo. Si sta cominciando dal ruolo dei sindacati; ben presto toccherà anche il sistema periferico di promozione ed assistenza sociale. Bisognerà vedere se gli eventi, ormai incalzanti, concederanno il tempo necessario a compiere le svolte.

Meno due, meno uno……, a cura di Giuseppe Germinario

Sebastian Gorka • Trump Comrade

bannonsteve_trumpdonald_gorkasebastian_gnCon le dimissioni di Sebastian Gorka dallo staff presidenziale americano, la presenza del nucleo originario di sostegno che ha portato all’elezione e all’insediamento di Trump si riduce al solo Peter Navarro, rimasto per altro al di fuori del Consiglio Nazionale. Una funzione, praticamente, di mera testimonianza. La lettera ha evidenziato chiaramente i termini del dissenso, in aggiunta e in maniera più secca rispetto alla lettera di dimissioni di Bannon. La lotta all’islamismo radicale avrebbe dovuto essere la base su cui costruire un accordo di vicinato con l’attuale leadership russa. Una ambizione resa però chimerica dall’inclusione di Hamas, tra le organizzazioni terroristiche, in buona compagnia dei Fratelli Musulmani, sostenuti dalla Turchia; dall’elezione dell’Iran a principale avversario dichiarato nello scacchiere mediorientale. La revisione dell’accordo con l’Iran avrebbe dovuto riguardare soprattutto, nelle intenzioni iniziali, la parte economica, giudicata poco favorevole agli interessi americani; con il passare del tempo, grazie anche alla sommatoria di opzioni scaturite dal conflitto interno alla dirigenza americana, ha assunto sempre più un peso geopolitico. Una dinamica la cui inerzia sta risucchiando la politica estera americana verso il classico sodalizio israelo-saudita indebolito però dalla crisi della dinastia dei Saud. Una impostazione che sta ricacciando progressivamente gli Stati Uniti dalla posizione di arbitro-giocatore a quella di compartecipe pur essenziale. In questo il pragmatismo dichiarato di Trump e del nuovo staff di cui si è circondato, o per meglio dire che lo ha circondato e messo sotto tutela, sembra avere decisamente la meglio con il risultato di riportare in auge, su scala più ampia e coinvolgendo direttamente gli stati nazionali, l’interventismo “caotico” privo però, almeno al momento, della copertura ideologica dirittoumanitarista. Il coinvolgimento esplicito dell’India, l’inclusione possibile dei Talebani, di parte di essi, nella riorganizzazione dell’Afghanistan successiva al nuovo intervento americano, esplicitato per la prima volta in forma ufficiale, lasciano intravedere nuove articolazioni per altro già tracciate sul finire della Presidenza di Obama, ma anche nuovi spazi ai disegni geopolitici concorrenti. Non a caso, tra le varie cose, l’attuale Governo Afghano ha offerto proditoriamente ai russi il ruolo di mediatori e di forza di intermediazione. Una impostazione che sta riportando rapidamente la politica americana dall’intenzione di ridimensionare direttamente la Cina attraverso soprattutto l’induzione di una sua crisi finanziaria, come teorizzato dal gruppo ormai sconfitto all’interno della Casa Bianca al classico canovaccio che vede nella Russia l’avversario da battere e la Cina la potenza da contenere e da inglobare in qualche maniera. Con il tramontare, pur anche agli albori, di questa nuova strategia rimane comunque un ruolo più diretto ma più circoscritto degli Stati Uniti e della sua stessa diplomazia. Quest’ultima, spesso e volentieri, vedi anche l’Ucraina, rimaneva defilata salvo agire per vie traverse sabotando o reinterpretando accordi sottoscritti da altri. Fallisce, probabilmente, l’obbiettivo prioritario di ridare coesione alla formazione sociale americana attraverso una politica di massiccio reinsediamento industriale e produttivo a scapito dei tanti paesi economicamente emergenti sulla base del deficit commerciale americano da perseguire attraverso un rivoluzionamento del sistema di accordi commerciali e finanziari. Il punto di compromesso tra le forze originarie residue sostenitrici di Trump e la parte del vecchio establishment disponibile, almeno all’apparenza, ad un accordo sarà probabilmente un parziale riequilibrio delle compensazioni commerciali che non metta in discussione l’impianto delle relazioni economiche e finanziare e del sistema delle relazioni internazionali. Un compromesso che, probabilmente, risulterà insufficiente a ricomporre le divisioni e la disgregazione che sta colpendo quel paese, al pari di tanti altri soprattutto del blocco occidentale. Da qui la considerazione che la battaglia politica non sia affatto conclusa nei termini così aspri e cruenti manifestatisi ultimamente. Il rientro di Gorka a Breibart e il programma di rifondazione del sito sono lì a testimoniare la determinazione. Resta da vedere quanta parte delle élites dissidenti sono disposte a seguirli. Da lì si vedrà se lo scontro assumerà le forme di una riproposizione o assumerà tutt’altre conformazioni e chiamerà nuovi leader alla ribalta. Giuseppe Germinario

Sebastian Gorka • Trump Comrade

Sebastian Gorka • Trump Comrade

Le intenzioni e le dichiarazioni di Bannon e Gorka sono tutte lì a testimoniare, pur nel residuo ossequio formale al Presidente, come pure però le grandi contraddizioni irrisolte di quel movimento che meriteranno una riflessione a parte, soprattutto alla luce delle possibilità di azione politica nel nostro paese che si potranno creare.

Qui il link con il testo integrale delle dimissioni di Sebastian Gorka

http://www.breitbart.com/big-government/2017/08/28/in-full-dr-sebastian-gorkas-explosive-white-house-resignation-letter/

 

tf78gy9uhoijpQui sotto la traduzione (utilizzando un traduttore)

Il dottor Sebastian Gorka, che da gennaio ha servito come vice assistente del presidente Donald Trump, si è dimesso dall’amministrazione della Casa Bianca venerdì sera, dicendo: “è chiaro a me che le forze che non sostengono la promessa di MAGA (Make America Great Again)sono – per ora – ascendenti all’interno della Casa Bianca. “

Breitbart News ha ora ottenuto una copia completa della sua lettera di dimissioni:

Caro Signor Presidente, 

È stato un mio grande onore servire nella Casa Bianca come uno dei tuoi Vice Assistenti e Strategisti.

Negli ultimi trent’anni la nostra grande nazione, e soprattutto le nostre élite politiche, mediatiche ed educative, si sono allontanate così lontano dai principi della Fondazione della nostra Repubblica, che abbiamo affrontato un futuro triste e ingiusto.

La tua vittoria dello scorso novembre era veramente un “passaggio di Ave Maria” sulla via per ristabilire l’America sui valori eterni sanciti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione di Indipendenza.

Per me è dunque più difficile sostenere le mie dimissioni con questa lettera.

La tua presidenza si dimostrerà uno degli eventi più significativi della politica moderna americana. L’8 novembre è il risultato di decenni durante i quali le élite politiche e mediatiche hanno ritenuto di sapere meglio di quelle che li hanno eletti in carica. Non lo fanno, e la piattaforma MAGA ha permesso di ascoltare finalmente le loro voci.

Purtroppo, al di fuori di te, gli individui che hanno più incarnato e rappresentato le politiche che “faranno di nuovo grande l’America” sono state contrastate internamente, rimosse sistematicamente o minacciate negli ultimi mesi. Questo è stato fatto chiaramente ovviamente mentre leggevo il testo del tuo discorso su Afghanistan questa settimana.

Il fatto che chi ha formulato e approvato il discorso abbia rimosso qualsiasi menzione di “islam radicale” o “terrorismo islamico radicale” dimostra che un elemento cruciale della vostra campagna presidenziale è stato perso. 

Semplicemente preoccupante, quando discuteva le nostre azioni future nella regione, il discorso ha elencato gli obiettivi operativi senza definire mai le condizioni di vittoria strategiche per le quali stiamo lottando. Questa omissione dovrebbe disturbare seriamente ogni professionista della sicurezza nazionale e qualsiasi americano insoddisfatto degli ultimi 16 anni di decisioni politiche disastrose che hanno portato a migliaia di americani uccisi e trilioni di dollari dei contribuenti spesi in modi che non hanno portato sicurezza o vittoria.

L’America è una nazione incredibilmente resiliente, la più grande sulla Terra di Dio. Se non fosse così, non avremmo potuto sopravvivere attraverso gli anni incredibilmente divisivi dell’amministrazione Obama, né assistere al tuo messaggio per sconfiggere in modo sconfitto un candidato che ti ha spedito in modo significativo con il suo complesso industriale di Fakenews è al 100%.

Tuttavia, dato gli avvenimenti recenti, è chiaro a me che le forze che non sostengono la promessa MAGA sono – per ora – ascendenti all’interno della Casa Bianca.

Di conseguenza, il modo migliore e più efficace per poterti sostenere, signor Presidente, è al di fuori della Casa del Popolo.

Milioni di americani credono nella visione di rendere l’America ancora grande. Essi contribuiranno a riequilibrare questa sfortunata realtà temporanea.

Nonostante il trattamento storicamente senza precedenti e scandaloso che hai ricevuto da parte di coloro che sono all’interno dell’istituzione e dei principali media che vedono perenne l’America come il problema e che vogliono re-ingegnerizzare la nostra nazione nella loro stessa immagine ideologica, so che tu resterai sicuramente per il bene di tutti i cittadini americani.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta nei tuoi uffici a New York, nell’estate del 2015, è stato immediatamente chiaro che amate la Repubblica e a questo non dovrai mai rinunciare una volta che ti sei impegnato nella vittoria.

Quando si tratta dei nostri interessi vitali della sicurezza nazionale, la tua leadership garantisce che il terrorismo islamico radicale sarà eliminato, che la minaccia di un Iran nucleare sarà neutralizzata e che le ambizioni egemoniche della Cina comunista saranno contrastate in modo robusto.

I compatrioti ei stessi lavoreranno all’esterno per sostenere te e il tuo team ufficiale quando torniamo l’America al suo luogo giusto e glorioso come la splendida “città su una collina”.

Dio benedica l’America.

In gratitudine,

Sebastian Gorka

Qui sotto l’estratto di un interessante documento sulla possibile evoluzione del conflitto politico-sociale negli Stati Uniti (dovete però tradurvelo):

Extracts from Defense & Foreign Affairs Special Analysis 1 August 18, 2017 GIS Confidential © 2017 Global Information System, ISSA

Founded in 1972. Formerly Defense & Foreign Affairs Daily Volume XXXV, No. 42 Friday, August 18, 2017 © 2017 Global Information System/ISSA.
Early Warning The Impulse in the US Toward Civil War Analysis. By Gregory R. Copley, Editor, GIS/Defense & Foreign Affairs. Yes, there is a civil war looming in the United States. But it will look little like the orderly pattern of descent which spiraled into the conflict of 1861-65. It will appear more like the Yugoslavia break-up, or the Russian and Chinese civil wars of the 20th Century. It will appear as an evolving chaos. And the next US civil war, though it yet may be arrested to a degree by the formal hand of centralized government, will destabilize many other nation-states, including the People’s Republic of China (PRC). It may, in other words, be short-lived simply because the uprising will probably not be based upon the decisions of constituent states (which, in the US Civil War, created a break-away confederacy), acting within their own perception of a legal process. It is more probable that the 21st Century event would contage as a gradual breakdown of law and order. The outcome, to a degree dependent on how rapidly order is restored, would likely be the end, or constraint, of the present view of democracy in the US. It would see a massive dislocation of the economy and currency. It would, then, become a global-level issue. Humans mock what they see as an impulse toward species suicide among the beautiful lemming clan of Lemmus lemmus.1 In fact, these tiny creatures have a societal survival pattern which seems more consistent than that of their human detractors. The pattern of human history shows that civilizations usually end through internal illness rather than at the hand of external powers. It is significant that the gathering crisis in the United States was not precipitated by the November 7, 2016, election of Pres. Donald Trump, and neither was the growing polarization of the United Kingdom’s society caused by the Brexit vote of 2016. In both instances, the election of Mr Trump and the decision by UK voters for Britain to exit the European Union were late reactions — perhaps too late — by the regional populations of both countries to what they perceived as the destruction of their nationstates by “urban super-oligarchies”.
Extracts from Defense & Foreign Affairs Special Analysis 2 August 18, 2017 GIS Confidential © 2017 Global Information System, ISSA

The last-ditch reactions by those who voted in the US for Donald Trump and those who voted in the UK for Brexit were against an urban-based globalism which has been building for some seven decades, with the deliberate or accidental intent of destroying nations and nationalism. It is now crystallizing into this: urban globalism sees nations and nationalism as the enemy, and vice-versa. The battle lines have been drawn. The urban globalists — the conscious and unconscious — have thrown their resources behind efforts to avert a return to nationalism, particularly in the US and UK, but also in Europe, Canada, Australia, and the like. Urban globalists control most of the means of communications [is this new “means of production”; the 21st Century marxian dialectic?] and therefore control “information” and the perception of events. “Nationalists”, then, are operating instinctively, and in darkness. There is little doubt that the US, despite the evidence that economic recovery is at hand, could spiral into a self-destructive descent of dysfunction, dystopia, and anomie. The path toward a “second civil war” has significant parallels with the causes of the first US Civil War (1861-65). Both events — the 19th Century event and a possible 21st Century one — saw the polarization of a fundamentally urban, abstract society against a fundamentally regional, traditional society. In some respects, it is a conflict between people with long memories (even if those memories are flawed and selective) and people to whom memories and history are irrelevant. Equally, it is a conflict between identity and materialism, with the abstract social groups (the urban populations) the most preoccupied with short-term material gain. I have covered the US for 50 years, and my earliest view of it was, a half century ago, that its populations would inevitably polarize into protective islands of self-interest, surrounded by seas of unthinking locusts. What is ironic is that the present islands of wealth and power — the cities — have come to represent short-term materialism, as cities have throughout history. But what is interesting is that, despite the global attention on the political/geographic polarizations occurring in the US and other parts of the Western world, there has been a reversion in other parts of the world to a sense of Westphalian or pre-Westphalian nationalism. The fact that “the West” may have ring-fenced Iran, Russia, and so on, with sanctions and other forms of isolation may well be what ensures their enduring status. They have avoided the contagion of globalism. Russia, indeed, recovered from the Soviet form of globalism in 1991. An urban globalist “victory” over Trump and Brexit would trigger that meltdown toward a form of civil societal collapse — civil war in some form or other — as the regions disavow the diktats of the cities. That would, in turn, bring about the global economic uncertainty which could impact the PRC and then the entire world.
Extracts from Defense & Foreign Affairs Special Analysis 3 August 18, 2017 GIS Confidential © 2017 Global Information System, ISSA

But such a conflict — physical or political — could, equally, lead to a victory for nationalism over globalism, and to the protection of currencies and values. We have seen this cycle repeated for millennia. It is the eternal battle. Footnotes: 1. See, Copley, Gregory R.: “The Lemming Syndrome and Modern Human Society”, in UnCivilization: Urban Geopolitics in a Time of Chaos. Alexandria, Virginia, USA, 2012: the International Strategic Studies Association.

 

REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO, CRISI UCRAINA, PER LA CRITICA DELLA VIOLENZA DI WALTER BENJAMIN ED EPIFANIA STRATEGICA, di Massimo Morigi

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Prosegue la pubblicazione delle spigolature di Massimo Morigi tesa ad arricchire il contenuto del suo “repubblicanesimo geopolitico”
«Nella sua forma paradigmatica la violenza mitica è pura [bloße] manifestazione degli dei. Non mezzo per i loro scopi, quasi neppure manifestazione della loro volontà, ma innanzitutto manifestazione del loro esserci. La leggenda di Niobe ne è un esempio eminente. Potrebbe sembrare che l’azione di Apollo e Artemide sia solo una punizione. Ma la loro violenza, più che punire la trasgressione di un diritto preesistente, istituisce un diritto nuovo. L’orgoglio di Niobe le attira la sventura, non già perché offenda il diritto, ma perché sfida il destino a una lotta in cui esso deve necessariamente vincere – e solo nella vittoria, casomai, promuove la nascita di un diritto nuovo. Quanto poco la violenza divina fosse, nel senso antico, quella che conserva il diritto attraverso la punizione lo dimostrano le saghe in cui l’eroe, per esempio Prometeo, sfida il destino con notevole coraggio, lotta con esso con alterne fortune mentre la saga non lo lascia senza speranze di apportare un giorno un nuovo diritto agli uomini. Un eroe siffatto e la violenza giuridica del mito nato con lui è quel che il popolo cerca ancora oggi di figurarsi ammirando il delinquente.». (1)

Riproponendo oggi per l’ “Italia e il Mondo” a più di tre anni di distanza i cinque interventi che scrissi per “Il Corriere della Collera” a commento della crisi Ucraina (in stretta successione cronologica con i rispettivi URL diretti e con i loro “congelamenti” su Webcite: “Per capire l’economia internazionale occorre leggere Von Clausewitz”: https://corrieredellacollera.com/2014/02/17/per-capire-leconomiainternazionale-leggete-von-clausewitz-e-per-capire-la-geopolitica-occorre-leggereadam-smith-di-massimo-morigi/, http://www.webcitation.org/6sZ7zs5SU e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com% 2F2014%2F02%2F17%2Fper-capire-leconomia-internazionale-leggete-vonclausewitz-e-per-capire-la-geopolitica-occorre-leggere-adam-smith-di-massimomorigi%2F&date=2017-08-08; “Crisi ucraina, strategia del caos USA e Repubblicanesimo Geopolitico”: https://corrieredellacollera.com/2014/03/03/cosasignifica-la-crisi-ucraina-per-la-geopolitica-italiana-di-antonio-de-martini-emassimo-morigi/, http://www.webcitation.org/6sZ8Bygpp e
http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com% 2F2014%2F03%2F03%2Fcosa-significa-la-crisi-ucraina-per-la-geopolitica-italianadi-antonio-de-martini-e-massimo-morigi%2F&date=2017-08-08; “Ancora su Ucraina, Italia, Stati uniti (ma scomodiamo Carl Schmitt, lo jus publicum europaeum e la grande bellezza, scegliete”: https://corrieredellacollera.com/2014/03/08/ancorasu-ucraina-italia-stati-uniti-ma-scomodiamo-carl-schmitt-e-la-grande-bellezzascegliete-di-antonio-de-martini-e-massimo-morigi/, http://www.webcitation.org/6sZ8TWZyl e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com% 2F2014%2F03%2F08%2Fancora-su-ucraina-italia-stati-uniti-ma-scomodiamo-carlschmitt-e-la-grande-bellezza-scegliete-di-antonio-de-martini-e-massimomorigi%2F&date=2017-08-08; “Crisi ucraina: il signor Wolfowitz nel paese degli ignoranti ha fatto scuola”: https://corrieredellacollera.com/2014/03/13/crisi-ucrainail-signor-wolfowitz-nel-paese-degli-ignoranti-ha-fatto-scuola-di-antonio-de-martinie-massimo-morigi/, http://www.webcitation.org/6sZ8efRIz e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com% 2F2014%2F03%2F13%2Fcrisi-ucraina-il-signor-wolfowitz-nel-paese-degliignoranti-ha-fatto-scuola-di-antonio-de-martini-e-massimo-morigi%2F&date=201708-08; “Lenin, l’imperialismo fase suprema del capitalismo, il nuovo scontro USA Russia in un mondo sempre più multipolare e il ruolo del Repubblicanesimo Geopolitico”: https://corrieredellacollera.com/2015/03/27/tra-usa-e-russia-si-staverificando-una-inversione-dei-ruoli-avuti-nella-prima-guerra-fredda-una-ripetizionea-rovescio-sarebbe-grottesca-di-antonio-de-martini-e-massimo-morigi-2/, http://www.webcitation.org/6sZ8sk28B e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com% 2F2015%2F03%2F27%2Ftra-usa-e-russia-si-sta-verificando-una-inversione-deiruoli-avuti-nella-prima-guerra-fredda-una-ripetizione-a-rovescio-sarebbe-grottescadi-antonio-de-martini-e-massimo-morigi-2%2F&date=2017-08-08), in sede di riflessione su questi vecchi interventi la citazione in effige, oltre a restituirci in tutta la sua pregnanza la “teologia politica” di Walter Benjamin, introducendoci a Per una critica della violenza non solo ci permette di approfondire i motivi profondi che hanno attraversato la crisi Ucraina (come del resto anche altre crisi di legittimità dei sistemi politici ritenuti – più o meno a ragione – autoritari a favore dei regimi ritenuti – con ancor meno ragione – “democratici”) ma anche ci permette di individuare nel pensiero politico moderno una delle più smaglianti definizioni della Gestalt che deve assumere l’ obiettivo limite del Repubblicanesimo Geopolitico, vale a dire la da noi più volta enunciata ‘epifania strategica’. Ma andiamo con ordine. Si è appena affermato che il brano in esergo si presenta come modello
esplicativo delle ragioni profonde della crisi ucraina e di altre consimili, tipo primavere arabe – nel caso in specie rivoluzioni colorate – et similia (al di là ovviamente di quanto puntualmente illustrato negli articoli in questione: in primis, la solita strategia del caos statunitense che per dominare un mondo sempre più multipolare non trova nulla di meglio che esportare l’ideologia democratica allo scopo – contrariamente a quanto accadeva durante la guerra fredda – non di stabilizzare il quadro internazionale, impresa ormai impossibile in un mondo sempre più multipolare, ma di “caotizzare” ulteriormente questo scenario; il tutto, ovviamente, all’insegna del sempiterno ed immarcescibile divide et impera) (2) ma questo modello esplicativo deve essere inteso nella sua negazione, il che significa che proprio perché l’attuale sensibilità politica dei popoli retti da democrazie rappresentative o vogliosi di essere governati da questa forma di dominio è sideralmente e polarmente lontana da quella espressa dal brano in esergo si possono spiegare vicende come quella Ucraina. Quale dunque la fondamentale acquisizione teorica che oggi non solo i popoli delle ex rivoluzioni colorate e le sparute minoranze che nelle primavere arabe sinceramente ed ingenuamente credevano nella c.d. “democrazia” ma che anche la scienza politica mainstream liberaldemocratica ha totalmente dimenticato (veramente possiamo volentieri concedere il marchio dell’insipienza politica ai popoli e ai gruppi, veri e propri agenti omega-strategici, testé nominati, ma non proprio agli “scienziati” politici, protagonisti scientemente della mai tramontata e sempreverde trahison de clercs) e che ci viene restituita con inusitata forza e chiarezza nella “teologia politica” di Per una critica della violenza? Questa fondamentale acquisizione consiste che con Per una critica della violenza Walter Benjamin è andato oltre il machiavelliano “il fine giustifica i mezzi” (mai detto dal Segretario fiorentino ma che, inteso dialetticamente, ben esprime una parte fondamentale e non rimuovibile della Weltanschauung del suo pensiero e per chi teme che così giudicando il più grande pensatore politico di tutti i tempi si possa macchiarne il suo repubblicanesimo, consiglio caldamente di dedicare la propria vita di studio all’ incidente di Roswell …) (3) per dirci che nella politica i mezzi sono anche il fine, per dirci cioè che se apparentemente il ruolo del potere è quello di dare ordine e domare la violenza (e quindi per ottenere questo risultato anche metodi violenti sarebbero consentiti, con conseguente un “fine che giustifica i mezzi” violenti), in realtà i mezzi violenti sono l’espressione nascente e primigenia del potere, mezzi violenti, quindi, che sono il potere allo stato nascente e unica ed esclusiva natura vera – ancorché celata dalla legge e dall’ideologia politica, nel caso ucraino in questione, dall’ ideologia democratica – e vero e proprio “cuore di tenebra” del potere stesso.
«La leggenda di Niobe ne è un esempio eminente. Potrebbe sembrare che l’azione di Apollo e Artemide sia solo una punizione. Ma la loro violenza, più che punire la trasgressione di un diritto preesistente, istituisce un diritto nuovo. L’orgoglio di Niobe le attira la sventura, non già perché offenda il diritto, ma perché sfida il destino a una lotta in cui esso deve necessariamente vincere – e solo nella vittoria, casomai, promuove la nascita di un diritto nuovo.». (4)
Niobe, nella versione della leggenda datane in Per una critica della violenza, viene punita dagli dei non perché abbia commesso un terribile delitto ma perché questo delitto è un atto di suprema violenza e come tale rischia di fondare una nuova legge diversa da quella che garantisce il potere degli dei, perché detto ancor più direttamente, questa violenza rischia di essere l’embrione di un nuovo potere nascente e quindi gli dei per garantire la loro stessa sopravvivenza devono provvedere con un pronto aborto, la punizione di Niobe. Con Per una critica della violenza, scritto giovanile di Walter Benjamin, il pensiero realista di matrice machiavelliana giunge così a piena maturazione, una piena maturazione che molti anni dopo, in finale di vita di Benjamin, troverà un altro altissimo momento nelle Tesi di filosofia della storia, nelle quali Walter Benjamin darà espressione al suo (anche se la locuzione non è benjaminiana ma risale interamente alla responsabilità teorica dello scrivente) ‘iperdecisionismo’, iperdecisionismo, che assieme alla compiuta e matura visione del potere espressa già in Per una critica della violenza, costituisce uno dei capisaldi del Repubblicanesimo Geopolitico.
E un pensiero come il Repubblicanesimo Geopolitico, definito in dottrina anche come ‘Lebensraum Repubblicanesimo’ (5) (repubblicanesimo dello spazio vitale, spazio vitale inteso però dialetticamente e principalmente in funzione culturale e politicosimbolica) e in cui l’obiettivo sociale limite è l’ ‘Aumentato e Diffuso Dominio Repubblicano Comune’ (‘Republican Increased Common Domination’ o RICD) nella sua visione del potere non come limite della libertà ma come unico momento generatore della stessa non può che sentire profondissime assonanza con la visione intimamente strategica del rapporto fra violenza e potere espressa in Per la critica della violenza: «La funzione della violenza nell’istituzione del diritto è, infatti, duplice. Da una parte l’istituzione del diritto mira come a suo scopo, con la violenza come mezzo, a ciò che viene instaurato come diritto, dall’altra parte, nell’atto di insediare come diritto lo scopo perseguito, non licenzia (abdankt) la violenza, ma solo ora ne fa in senso stretto e immediato una violenza istitutrice di diritto. Così facendo, con il nome di potere, essa insedia come diritto non già uno scopo esente e indipendente da violenza, ma necessariamente e intimamente legato ad essa. Istituzione di diritto è istituzione di potere e in questa misura atto che manifesta
immediatamente la violenza. Giustizia è il principio di ogni istituzione divina di scopi, potere è il principio di ogni istituzione mitica di diritti. L’applicazione mostruosa e gravida di conseguenze di tutto ciò si sperimenta nel diritto pubblico, nel cui ambito l’istituzione di confini – così come è attuata dalla “pace” di tutte le guerre di epoca mitica – è il paradigma di violenza istitutrice di diritto. Qui si evidenzia nel modo più chiaro che quanto la violenza istitutrice di diritto deve garantire non è il guadagno anche ingente di possedimenti ma il potere [in sé]. Dove si fissano confini, l’avversario non viene semplicemente annientato, anzi, se il vincitore è strapotente, gli sono riconosciuti anche dei diritti. E in modo demoniacamente ambiguo pari diritti. Entrambi i contraenti non devono superare la stessa linea. [Ma chi traccia la linea? Il vincitore, naturalmente] Dove appare in tutta la sua temibile originari età la stessa mitica ambiguità delle leggi che si non possono “trasgredire”. Anatole France ne parlava in senso satirico, dicendo che le leggi vietano allo stesso modo ai ricchi e ai poveri di pernottare sotto i ponti. ». (6)
Benjamin definisce mostruoso il fatto che sia la violenza ad istituire il diritto e qui quasi si percepisce una sorta di suo tremare di fronte alla terribilità demoniaca di questa consapevolezza, una Stimmung benjaminina ben rappresentata dal riferimento ad Anatole France e alle leggi che “vietano allo stesso modo ai ricchi e ai poveri di pernottare sotto i ponti”, segno che, anche se in Critica per la violenza il realismo, da punto di vista della pura elaborazione teorica di Benjamin, ha già raggiunto la piena maturazione, a questo maturo realismo teorico manca ancora la pars construens, momento edificatore di una linea di riscrittura delle “categorie del politico” e quindi di azione politica che ritroveremo molti anni dopo nelle Tesi di filosofia della storia ed in particolare nell’ VIII tesi col suo ‘iperdecionismo” che la anima.
«Venendo meno la consapevolezza della presenza latente della violenza in un istituto giuridico, esso decade. Di questi tempi un esempio è dato dai parlamenti, che presentano il noto e desolante spettacolo, avendo perso coscienza delle forze rivoluzionarie, cui devono la loro esistenza. In particolare in Germania anche le ultime manifestazioni di questa autorità è rimasta senza effetti sui parlamenti. Manca loro il senso della violenza che instaura il diritto in essi rappresentata. Non c’è da meravigliarsi che non arrivino a conclusioni degne di quell’autorità ma curino in via compromissoria un modo di trattare gli affari politici supposto senza violenza. Ma,“pur disdegnando la violenza aperta, il compromesso rimane un prodotto interno alla mentalità della violenza, perché la motivazione al compromesso non è motivata da dentro ma da fuori, addirittura dalla motivazione opposta. Anche se liberamente accettato, ogni compromesso è impensabile senza carattere coattivo. ‘Sarebbe meglio diversamente’ è il sentimento al fondo di ogni compromesso” (Unger, Politik und Metaphysik, Berlin 1921, p.8).». (7)

Abbiamo appena affermato che in Per la critica per la violenza Walter Benjamin sembra quasi ritrarsi con orrore dalla conclusione di identificare il potere con la violenza e quindi si potrebbe concludere che per quanto Per la critica della violenza rappresenti una pietra miliare nello sviluppo della dialettica del pensiero realista che nella modernità ha per punto di riferimento Machiavelli non ha ancora maturato in pieno il concetto di quell’ ‘epifania strategica’ che verrà manifestato in pieno nelle Tesi di filosofia della storia ed in particolare all’ VIII tesi. (8) Il passo appena citato ci dimostra che questa ultima parte del ragionamento non risponde assolutamente a verità. In questo ultimo luogo benjaminiano se sono chiare le suggestioni che potevano provenire dal tumultuoso ed inconcludente Reichstag dei primi anni Venti della Repubblica di Weimar, è di tutta evidenza che si tratta di considerazioni che potrebbero essere traslate non solo agli attuali parlamenti delle democrazie rappresentative delle moderne società industriali ma anche ai quei popoli e gruppi, vedi caso ucraino, che abbindolati dalla propaganda occidentale rischiano un degrado sociale, politico, economico e culturale perché ormai del tutto dimentichi del sempiterno legame fra potere e violenza, (9) essendo quindi altrettanto di tutta evidenza che già in Per la critica della violenza è presente in Benjamin una vera e propria ‘epifania strategica’ tale che, anche se in maniera esplicita manca la sua pars construens, cioè non è ancora chiaramente esplicitata l’idea di portare questa ‘epifania strategica’ a conoscenza delle masse per farne il motore e l’idea stessa della rivoluzione (questo verrà fatto nelle Tesi di filosofia della storia con tutta la sua carica dialettica antipositivistica e antiriformistica), essa è già totalmente formata, se non espressamente come proposta politica operativa, come concetto costruttore di tutto il suo pensiero politico.

Insomma, possiamo affermare che partendo già dalla sua prima elaborazione giovanile sulla politica rappresentata da Per una critica della violenza, Walter Benjamin ha cominciato a sviluppare, sulla linea realistica che ha nella modernità il suo massimo rappresentante in Machiavelli e nell’antichità Tucidide, una sorta di ‘iperrealismo politico’, un iperrealismo politico che, dialetticamente elaborando il machiavelliano “il fine giustifica i mezzi” nei “mezzi sono anche il fine” che chiaramente riluce in Per la critica della violenza, manifesterà nelle Tesi di filosofia della storia la sua piena entelechia, manifesterà cioè la totale forza e completezza della sua ‘epifania strategica’ attraverso l’ ‘iperdecisionismo’ particolarmente evidente all’VIII tesi. (10) Abbiamo detto all’ inizio che Per la critica della violenza contiene gli elementi per comprendere le ragioni profonde del perché parte del popolo ucraino si sia fatto abbindolare dalle promesse universalistiche e democraticistiche della propaganda occidentale e statunitense e pensiamo che questa semplice esposizione dei suoi passi principali possa giustificare questa affermazione. Ma assieme all’indicazione del fatto che fra i fattori principali della vicenda Ucraina è stata la mancanza totale da parte di una sezione importante della sua popolazione di una qualsiasi sensibilità strategica, bisogna anche rettificare il titolo di uno dei cinque articoli che allora parlarono di questa vicenda. Uno di questi titoli recitava nel modo
seguente: “Crisi ucraina: nel paese degli ignoranti il signor Wolfowitz ha fatto scuola”. Ora è di tutta evidenza che gli ignoranti non albergano sono in Ucraina ma pullulano addirittura in tutto il mondo occidentale ed in particolare in Italia ed è ancora più evidente che per fare sì che l’ ‘epifania strategica’ conformi il comportamento politico degli agenti omega-strategici (per gli alfa-strategici alla Wolfowitz non c’è bisogno di nessun aiuto: con o senza teoria di supporto se la cavano benissimo da soli), sarà sempre più indispensabile elaborare pensieri e strategie di azione che si informino se non alla lettera allo spirito dell’ ‘iperrealismo politico’ di Walter Benjamin. Si tratta insomma di avere l’umiltà di comprendere che – come direbbe Bernardo di Chartres – non siamo altro che nani sulle spalli di giganti che si chiamano Tucidide, Machiavelli, Hegel, Marx, Lenin, Antonio Gramsci e Walter Benjamin e con la sua particolare – ma non esclusiva, come abbiamo visto – ‘epifania strategica’ (11) il Repubblicanesimo Geopolitico non si propone altro che essere uno dei più umili maieuti di questa rivoluzionaria e dialettica interpretazione e costruzione della società.

Ravenna, 12 agosto 2017

NOTE
1) Walter Benjamin, Per la critica della violenza (1920-1921?), traduzione italiana dal tedesco di Antonello Sciacchitano, p.10 (documento agli URL http://www.sciacchitano.it/Pensatori%20epistemici/Benjamin/Per%20la%20critica%20della %20violenza.pdf, http://www.webcitation.org/6sYjQJ8Za e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.sciacchitano.it%2FPensatori %2520epistemici%2FBenjamin%2FPer%2520la%2520critica%2520della%2520violenza.pd f&date=2017-08-08), traduzione eseguita su Idem, Gesammelte Schriften, vol. II.1, a cura di R. Tiedemann e H. Schweppenhäuser, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1999, pp. 179-204. Nonostante la non ortodossia della citazione bibliografica pure costretta a servirsi di URL internettiani (ma con il congelamento dell’URL originale tramite WebCite pensiamo almeno di aver posto rimedio alla volatilità delle fonti internet), ho deciso di ricorrere alla traduzione di Antonello Sciacchitano di questo testo benjaminiano rispetto ad altre che possono vantare un traduttore più chevronné per il semplice fatto che la versione di Schiacchitano, col suo essere scritta in un italiano più scorrevole (e, in definitiva, migliore) permette meglio di apprezzare la portata politica e teorica di Per la critica della violenza. Valeva quindi assolutamente la pena di rischiare di passare, anche se solo a livello di citazione bibliografica, per non ortodossi. Con la presente comunicazione si spera però di essere incorsi nel peccato di non ortodossia non solo per questioni così formali.

2) Sulla strategia del caos statunitense, principale strumento USA per continuare ad operare in un mondo sempre più multipolare e, soprattutto, sul conflitto strategico fra dominanti reso ancor più evidente da questo sempre maggiormente frammentato quadro internazionale, non si può fare a meno di rinviare a tutta la magistrale opera degli ultimi vent’anni di Gianfranco La Grassa, alla quale con caldo consiglio di attento ed appassionato studio rinviamo ma
senza ulteriori precisazioni visto che tutta l’opera teorica del professore di Conegliano, nessuna parte di essa esclusa e nessun periodo escluso, deve essere attentamente percorsa e studiata non solo per comprendere il mondo multipolare post caduta muro di Berlino ma anche per smascherare gli idola theatri non solo delle ideologie che si proclamavano marxiste ma di quelle, da vera e propria fine della storia, che oggi si dichiarano liberali e liberiste (e quindi con un bel salto logico, vedi un po’, democratiche …).

3) Schianto di Roswell che pur non essendovi direttamente trattato può, fuor da ogni facezia, essere debitamente inquadrato dal punto filosofico e politico attraverso la lettura di Massimo Morigi, La Democrazia che sognò le Fate (Stato di Eccezione, Teoria dell’Alieno e del Terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico), sul Web.

4) Ibidem.

5) Sul concetto di ‘Lebensraum repubblicanesimo’ vedi in particolare i primi contributi pubblicati sull’ “Italia e il Mondo” sul Repubblicanesimo Geopolitico.

6) Ibidem.

7) Ivi, p. 6.

8) «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato di eccezione’ in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di eccezione; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo. La sua fortuna consiste, non da ultimo, in ciò che i suoi avversari lo combattono in nome del progresso come di una legge storica. Lo stupore perché le cose che viviamo sono ‘ancora’ possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi. »: Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (VIII tesi), citato da Massimo Morigi, Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico: Lo Stato di Eccezione in cui Viviamo è la Regola, p. 5, documento agli URL https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico. LoStatoDi_459 e https://ia601609.us.archive.org/32/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesi moGeopolitico.LoStatoDi_459/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopo litico.LoStatoDiEccezioneInCuiViviamoLaRegola-Neomarxismo.pdf .

9) Riportiamo senza commento L’Europa arretrata e l’Asia avanzata, articolo di Lenin pubblicato sulla“Pravda” nel maggio 1913: «La contrapposizione di queste parole sembra un paradosso. Chi non sa che l’Europa è avanzata, e l’Asia arretrata? Eppure le parole che formano il titolo di quest’articolo racchiudono in sé un’amara verità. L’Europa civile ed avanzata – con la sua brillante tecnica sviluppata, con la sua cultura ricca e multiforme e la sua Costituzione – è giunta a un momento storico in cui la borghesia che comanda sostiene, per tema del proletariato che moltiplica i suoi effettivi e le sue forze, tutto ciò che è
arretrato, agonizzante, medioevale. La borghesia moribonda si allea a tutte le forze invecchiate e in via di estinzione per mantenere la schiavitù salariata ormai scossa. Nell’Europa avanzata comanda la borghesia che sostiene tutto ciò che è arretrato. Nei nostri giorni l’Europa è avanzata non grazie alla borghesia, ma suo malgrado, poiché il proletariato, ed esso solo, alimenta ininterrottamente l’esercito formato dai milioni di uomini che combattono per un avvenire migliore; esso solo serba e diffonde un odio implacabile per tutto ciò che è arretrato, per la brutalità, i privilegi, la schiavitù e l’umiliazione inflitta dall’uomo all’uomo. Nell’Europa “avanzata” solo il proletariato è una classe avanzata. La borghesia ancora in vita, è pronta invece a qualsiasi atto brutale, feroce e a qualsiasi delitto per salvaguardare la schiavitù capitalista che sta per perire. Non si saprebbe fornire un esempio più impressionante di questa putrefazione di tutta la borghesia europea che quello del suo appoggio alla reazione in Asia per i cupidi scopi degli affaristi della finanza e dei truffatori capitalisti. In Asia si sviluppa, si estende e si rafforza ovunque un potente movimento democratico. Là la borghesia marcia ancora col popolo contro la reazione. Centinaia di milioni di uomini si svegliano alla vita, alla luce, alla libertà. Quale entusiasmo suscita questo movimento universale nel cuore di tutti gli operai coscienti, i quali sanno che il cammino verso il collettivismo passa per la democrazia! Quale simpatia sentono tutti i democratici onesti verso la giovane Asia! E l’Europa “avanzata”? Essa saccheggia la Cina e aiuta i nemici della democrazia, i nemici della libertà in Cina! Ecco un piccolo calcolo, semplice ma istruttivo. Il nuovo prestito cinese è stato contratto contro la democrazia cinese: l’ “Europa” è per Yuan Sci Kai, che prepara una dittatura militare. Ma perché lo sostiene essa? Perché fa un buon affare. Il prestito è stato contratto per una somma di quasi 250 milioni di rubli, al corso dell’84 per cento. Ciò significa che i borghesi d’ “Europa” versano ai cinesi 210 milioni mentre ne fanno pagare al pubblico 225. Eccovi di colpo, in qualche settimana, un beneficio netto di 15 milioni di rubli! Non è, in realtà, un beneficio veramente “netto”? E se il popolo cinese non riconoscerà il prestito? In Cina c’è la repubblica, e la maggioranza del Parlamento non è forse contraria al prestito? Oh, allora l’Europa “avanzata” leverà alte grida a proposito della “civiltà”, dell’ “ordine”, della “cultura” e della “patria”! Allora farà parlare i cannoni e schiaccerà la repubblica dell’Asia “arretrata”, in alleanza con l’avventuriero, il traditore e amico della reazione Yuan Sci Kai! Tutta l’Europa che comanda, tutta la borghesia europea è alleata con tutte le forze della reazione e del Medio Evo in Cina. In compenso la giovane Asia, vale a dire le centinaia di milioni di lavoratori dell’Asia, ha un alleato sicuro nel proletariato di tutti i paesi civili. Nessuna forza al mondo sarà capace di impedire la sua vittoria, che Libererà sia i popoli d’Europa che i popoli d’Asia.»: Lenin, Opere Scelte, vol. 1, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1947, pag 536-537.

10) ‘Iperdecisionismo’ benjaminiano per il quale rinviamo ancora a Massimo Morigi, Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico: Lo Stato di Eccezione in cui Viviamo è la Regola.

11) L’opera di tutti questi autori è connotata da un profondo “momento strategico”. L’apporto del Repubblicanesimo Geopolitico a questo “momento strategico” consiste nel fatto che, oltre ad essere del tutto favorevole che la mentalità strategica sia condivisa a livello di massa (alcuni di questi autori, quelli più di “sinistra” e rivoluzionari la pensavano in questo modo, i rimanenti non sono favorevoli a questa ampia e rivoluzionaria condivisione), esso ritiene che questa impostazione strategica di massa abbia anche come ineludibile premessa pure la consapevolezza, sempre di massa, della natura dialettico-strategica non solo della realtà
politica, sociale, economica, storica e culturale ma della realtà tutta, cioè anche della realtà fisica e biologica.

Ravenna, 11 agosto 2017

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Seguono i 5 articoli pubblicati dal “Corriere della Collera” PER CAPIRE L’ECONOMIA INTERNAZIONALE OCCORRE LEGGERE VON CLAUSEWITZ

Di Massimo Morigi
Riguardo la presente crisi economica che ha colpito il mondo retto dal Washington consesus, un elemento accomuna tutte le analisi siano di matrice neoliberista o neokeynesiana o più di destra o più di sinistra per le politiche sociali da adottare: la più completa e totale assenza di un pur minimo inquadramento geopolitico. La visione dell’economia di tutti questi più o meno illustri osservatori (viene da dire più o meno somari commentatori), in fondo non si discosta dalla visione che ne ebbe a suo tempo il padre fondatore della moderna dottrina economica, Adam Smith, secondo il quale sul mercato la migliore allocazione delle risorse e l’incontro della domanda e dell’offerta è assicurata da una sorta di “mano invisibile”, la quale deve essere lasciata agire indisturbata al fine di assicurare la massima efficienza economica. Non è questa la sede per discutere nel dettaglio la attuale fallacia di questa affermazione ma può essere, invece, l’occasione per sottolineare, al di là dell’ambito strettamente tecnico, i guasti “ideologici” che nell’odierno pensiero politico – di destra come di sinistra – derivano dall’impostazione smithiana. A proposito della comprensione dei mercati oligopolistici, l’economista Kurt W. Rothschild ebbe a osservare che piuttosto che compulsare come fossero sacre scritture i testi degli economisti, meglio sarebbe stato rivolgersi al manuale di Carl von Clausewitz Sulla Guerra (Vom Kriege). Detto in altre parole, Kurt W. Rothschild sosteneva che considerando i soli parametri economici, l’economia era del tutto incomprensibile e che, se si vuole avere sull’argomento un qualche barlume di comprensione, bisogna mettere nel conto lo scontro fra le unità politico-territoriali di cui l’economia non è che una delle sue espressioni, nemmeno quella più importante e decisiva.
Il panorama che i mass media occidentali vogliono invece offrire alle masse intorpidite dei loro paesi non è altro che un’incomprensibile e postmoderno fluttuare
nell’aria di incomprensibili coriandoli di informazione: in Siria combattenti per la libertà lottano contro un regime dispotico che non si perita di usare i gas per imporre il suo regime dittatoriale, in Ucraina un popolo unito come un sol uomo lotta per raggiungere gli alti standard politici e di rispetto dei diritti umani che vigono all’interno dell’Unione europea (evidentemente la lezione greca avrebbe bisogno di un po’ di ripasso) e per unirsi alla stessa Unione europea in una sorta di abbraccio fraterno. Ma nel frattempo, la storia è veramente cinica e bara, l’Egitto che prima della cacciata di Mubarak era toto corde schierato con gli Stati uniti, acquista, con l’aiuto dell’Arabia Saudita, una consistente partita di armi dalla Russia (e di solito il commento non va al di là del risibile che il nuovo Rais egiziano Al-Sissi e Putin vanno d’accordo perché entrambi dittatori …) e ciliegina sulla torta accade, come puntualmente rilevato nel post di de Martini “PAESI BRICS CON SVALUTAZIONI SELVAGGE ( Brasile, India, Cina , Sud Africa)”, che gli Stati uniti riducono la loro liquidità in circolazione per colpire i BRICS (questa notizia, per la verità, dalla maggioranza dei mezzi di informazione e dai commentatori non viene nemmeno data o viene commentata non collegandola col quadro geopolitico generale). E trionfo del politically correct (e del politicamente ridicolo), ci viene detto che Putin è tanto cattivo perché nel suo medievale paese si permettono di trattenere per qualche ora il suo omonimo transgender italico perché in Russia (orrore degli orrori che fa impallidire le velleità belliciste statunitensi passate, presenti e future) ci sono leggi che proibiscono la propaganda dell’omosessualità. Se su un piano generale si può sempre dire che volere imporre i propri valori e stili di vita nasconde sempre una volontà di dominio, nei casi appena citati c’è da rilevare che, a differenza dell’epoca colonialista, la volontà di dominio non è solo rivolta contro i popoli da colonizzare ma nella presente epoca è rivolta anche contro le popolazioni delle metropoli sviluppate, che dal non riconoscimento del feticcio ideologico dell’esistenza di un’economia pura svincolata dal dato strategico della geopolitica (che fa il paio con l’altro imbroglio del politically correct) hanno tutto da perdere.
Studiare quindi Von Clausewitz anche per far uscire l’Italia dalla sua terribile crisi? Il Repubblicanesimo Geopolitico non è altro, in fondo, che il tentativo di diffondere acquisizioni e conoscenze che, a livello di programmazione strategica delle grandi potenze politiche ed economiche, sono il normale strumento di lavoro (e di scontro). La convinzione che lo anima è che la difesa e l’avanzamento della libertà debba abbandonare il terreno delle fairy tales per approdare ad una adulta consapevolezza dove libertà significa, innanzitutto, una concreta autonomia (a livello geopolitico come a livello delle formazioni socio-politiche all’ interno dei vari paesi per giungere al singolo individuo) dalle potenze in perpetua lotta per il dominio (un processo che, tanto per essere chiari, significa per quanto riguarda l’Italia che il nostro paese deve dare inizio ad una decisa riappropiazione di sovranità a tutti i livelli.
Altrimenti la propria prosperità rimarrà tristemente affidata nelle mani di coloro che si ostinano a non vedere alcun legame fra economia e geopolitica e la libertà rimarrà appannaggio, sempre più deperendo, ai cantori delle “gaie scienze”.

“Il Corriere della Collera”, 17 febbraio 2014

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CRISI UCRAINA, STRATEGIA DEL CAOS USA E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO

Di Massimo Morigi

Se non fosse per gli aspetti di transizione epocale dell’attuale situazione internazionale, mettendo in confronto la crisi siriana con quella ucraina, verrebbe proprio da concordare su quanto scriveva Marx nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte
che la storia si ripete sempre due volte: “la prima come tragedia, la seconda volta come farsa”. Gli Stati uniti non contenti dei sanguinosi e disastrosi effetti (disastrosi per i loro interessi) delle da loro eterodirette rivoluzioni arabe, con la crisi ucraina stanno infatti cercando di applicare, con altro evidente insuccesso e – per fortuna – almeno per ora nessun altrettanto copioso spargimento di sangue, la stessa strategia del caos, la cui filosofia può essere riassunta nel seguente modo: siccome abbiamo sempre più difficoltà ad esercitare il ruolo di unica superpotenza, dobbiamo rinunciare al compito di egemonizzare con una sorta di pax americana tutto il mondo ma ci dobbiamo accontentare di portare il caos non solo all’interno del perimetro dei nostri avversari (vedi Siria ed ora Ucraina) ma anche dentro il nostro perimetro (vedi destabilizzazione USA dell’ Egitto e vedi pure il brillante risultato finale della vendita di armi da parte della Russia a quel paese). Insomma, se non si riesce più a essere i primi in un mondo più o meno ordinato, forse si può continuarlo ad esserlo in un mondo frammentato e tornato in una sorta di stato di natura alla Hobbes di tutti contro tutti. Anche se non si può negare che “c’è del metodo in questa follia” (e il metodo consiste nel fatto che l’esercizio del primato statunitense in questa fase di passaggio da un mondo unipolare ad uno multipolare non può che essere esercitato facendo saltare tutto il tavolo delle attuali relazioni internazionali, la cui evoluzione, se non si fa qualcosa, sarà inevitabilmente il suo ulteriore consolidamento in uno schema policentrico dove gli Stati uniti avranno sempre meno voce in capitolo), la follia, come è noto, deve fare i conti, prima o poi, con la realtà.
E la realtà, come in Siria così come in Ucraina, si chiama Russia, la quale solo i mentecatti che attualmente ispirano l’attuale politica obamiana potevano pensare che il paese guidato da Putin avrebbe potuto accettare questo agognato ridemensionamento geopolitico che contempla, tuttalpiù, una Russia solo stolto rifornitore per l’Occidente di riserve energetiche, un servo sciocco da essere affidato in tutela, come ulteriore sfregio per i suoi trascorsi storici, al nuovo maggiordomo degli americani che va sotto il nome di Repubblica federale di Germania. Si sta vedendo come stanno andando le cose. La Russia non accettando di essere ridimensionata ha mandato le sue truppe in Crimea (con la giustificazione “per difendere i nostri interessi” che, nella sua disarmante semplicità, fa meravigliosamente giustizia di tutte le fandonie lessicali e concettuali politically correct dell’attuale amministrazione Obama e dei suoi servi occidentali); la Germania, evidentemente impaurita per la piega che hanno preso le cose, offre i suoi buoni uffici per raffreddare la situazione. Siamo passati quindi dalla tragedia siriana alla – meno male – farsa ucraina. Ma questa farsa non ci deve però far dimenticare la dimensione tragica dell’attuale situazione, una situazione caratterizzata da uno scontro strategico degli Stati uniti contro tutte quelle forze – avversari ed anche alleati, poco importa – che vorrebbero
una stabilizzazione entro un quadro multipolare in progressiva e – più o meno – ordinata evoluzione verso una situazione policentrica. In questo quadro, un discorso a parte merita l’Italia. Il nostro paese, nell’ambito della strategia del caos statunitense, non ha nessun ruolo da giocare e, al limite, come è già successo per altri paesi amici degli Stati uniti, può diventarne addirittura una vittima.
Appare quindi di tutta evidenza che un suo spostamento verso posizioni neutraliste che lo mettano al riparo da quegli agenti strategici che puntano sull’attuale caos del quadro internazionale se, apparentemente, potrebbe sembrare una mossa avventata, alla lunga potrebbe rivelarsi come una delle fondamentali carte da giocare non solo perché il nostro paese possa riprendersi dall’attuale terribile crisi (ricordiamo ancora quello che disse l’economista Kurt W. Rothschild, per il quale piuttosto che studiare i testi degli economisti classici era meglio leggere il manuale di Carl von Clausewitz sull’arte della guerra e su quanto l’attuale crisi finanziaria sia stata assai poco finanziaria ma molto pesantemente politicamente eterodiretta nell’ambito dello scontro strategico internazionale, un aspetto quest’ultimo della situazione geopolitica generale che c’è da augurarsi divenga presto di appannaggio non solo degli addetti ai lavori) ma anche perché possa preservare la sua unità territoriale (come si è visto, la strategia del caos nella sua hubris retorica sui diritti umani, non bada certo alle irrisorie conseguenze che per perseguire questi alti obiettivi, gli stati possano anche polverizzarsi, con tutte le “insignificanti” conseguenze del caso …). In questo quadro che passa dalla tragedia alla farsa ma che si svolge, comunque, entro un orizzonte di crescenti scontri strategici, compito del Repubblicanesimo Geopolitico non è solo far comprendere i terribili pericoli insiti in un mondo non più monocentrico ma anche mettere in risalto le grandi potenzialità di un sistema internazionale in evoluzione verso il policentrismo. Una evoluzione che, però, non dovrà essere accompagnata solo da distaccate analisi sulla situazione ma dovrà vedere, da parte di tutti coloro che condividono questa analisi, la costruzione di concrete alleanze politiche fra tutti coloro che si oppongono alla strategia del caos. Per quanto riguarda l’Italia, lo ripetiamo, la posta in palio nel cogliere la giusta impostazione geostrategica, oltre a preservare la sua unità territoriale (come si è visto, la strategia del caos nella sua hubris retorica sui diritti umani, non bada certo alle irrisorie conseguenze che per perseguire questi alti obiettivi, gli stati possano anche esplodere, con tutte le “insignificanti” conseguenze del caso …) e saldare le alleanze politiche favorevoli, non è solo la sua libertà e prosperità ma anche la sua stessa esistenza.

“Il Corriere della Collera”, 3 marzo 2014

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ANCORA SU UCRAINA, ITALIA, STATI UNITI (MA SCOMODIAMO CARL SCHMITT, LO JUS PUBLICUM EUROPAEUM E LA GRANDE BELLEZZA. SCEGLIETE)

Di Massimo Morigi

Sebbene l’offerta di un miliardo di dollari fatta dal segretario di Stato John Kerry appena giunto in Ucraina richiami alla mente analoghe transazioni messe in atto dai nascenti Stati uniti verso i nativi americani o quelli delle potenze coloniali europee nella prima penetrazione e successiva colonizzazione del continente africano e benché tornando ai giorni nostri, non balzi alla mente, per contrasto, che quando un paese in termini geopolitici conta meno del due di coppe (vedi Grecia) questo può bellamente morire di fame aiutato solo da prestiti concessi con umilianti procedure e con tassi di interesse che non fanno che peggiorare la situazione, non ci si deve fermare a queste valutazioni – pur giuste dal punto di vista etico e realistiche dal punto di vista fattuale – ma è possibile, invece, trarne indicazioni che possano informare le valutazioni geopolitiche dei prossimi anni. Punto primo, che riguarda un giudizio sugli attori operanti sulla scena ucraina. Sulla strategia del caos statunitense abbiamo già detto ma, nonostante il giudizio estremamente negativo che ne abbiamo dato dal punto di vista della sua efficacia strategica, risulta veramente difficoltoso comprendere come l’amministrazione Obama possa essere così goffa nell’applicazione di questa pur discutibilissima strategia. Volendo escludere l’insipienza come giustificazione di queste lunga serie di malaparate di cui la crisi ucraina è solo l’ultima della serie (intendiamo insipienza da parte di quegli agenti strategici che portano avanti questo approccio caotico alle relazioni internazionali, perché, se guardiamo i singoli portavoce di queste forze,
insipienza ed hubris la fanno da padrone), quello che emerge è che la politica estera statunitense, oltre ad avere un approccio teorico ‘caotico’ è pure caotica in merito a chi debba esercitare la leadership di questa politica. Detto in altre parole: anche se, da un punto di vista di consolidata dottrina sarebbe necessario fare ammenda dell’ipostasi che quando si parla di uno stato questo lo si debba intendere come una sorta di persona che agisce animato da volizioni paragonabili a quelle umane ma, invece, sarebbe più realistico considerarlo come il manifestarsi vettoriale di forze strategiche contrastanti che trovano di volta in volta la risultante di incontro/scontro all’interno come all’esterno di ogni singolo paese, oggi, come mai non era accaduto in passato, appare evidente che per comprendere il percorso e la Gestalt dello scontro fra i vari agenti strategici statunitensi, (non tanto per prevederlo, ovviamente) è più utile ricorrere a metafore tratte dalla psichiatria (cioè pensare alla politica estera americana come il comportamento di una persona affetta da schizofrenia) piuttosto che ricorrere a schemi euristici tratti dalla scienza fisica (come vorrebbe il vecchio ed anche ormai datato realismo che ha sempre preferito schemi più meccanicisitici).
Di questa schizofrenia USA i vari governanti dei paesi alleati agli Stati uniti dovrebbero tenerne conto, e ne tengono conto, vedi l’ambiguità della Germania nel caso ucraino che partendo da un atteggiamento di supporto all’aggressività americana nello svolgimento della crisi ha cercato poi di sfilarsi.
Da questo punto di vista, l’atteggiamento italiano di estrema prudenza nella crisi ucraina non deve essere lodato, perché è di tutta evidenza che non è certo prodromo ad un auspicabile processo di collocazione in campo neutrale del nostro paese. Si tratta, più banalmente, di semplice buonsenso alla Sancho Panza di fronte alle follie del padrone d’oltreoceano. Punto secondo, una analisi che cerca d’andar oltre i pur evidenti problemi dell’amministrazione Obama e dei configgenti agenti strategici americani che attualmente operano sotto la copertura nominale di questa amministrazione. In fondo, quando parliamo di strategia del caos statunitense e imputiamo questa strategia alla volontà americana di reagire al suo fallito tentativo di egemonia unipolare post caduta del muro di Berlino compiamo, in un certo senso, un errore di prospettiva storica, un errore perché questa tendenza caotica nelle relazioni internazionali era già stata individuata agli inizi degli anni Cinquanta da Carl Schmitt nel suo Il Nomos della Terra nel Diritto Internazionale dello Jus Publicum Europaeum. In estrema sintesi, Carl Schmitt sosteneva che l’affermazione novecentesca su piano globale delle potenze marittime, prima l’Inghilterra oggi gli Stati uniti, aveva comportato il deterioramento del diritto pubblico europeo, con la conseguenza che nel nuovo diritto internazionale veniva gradualmente svanendo la personalità dei singoli stati, così come era stata concepita in seguito all’assetto westfaliano, per
essere sostituito da una visione privatistico-commerciale e della guerra e dei rapporti internazionali. Siamo quindi ritornati a John Kerry che offre un miliardo di dollari agli indianiucraini, in spregio del fatto che il governo verso il quale dimostra tanta generosità è frutto di un illegale colpo di stato e che come legittimità, tuttalpiù, non è maggiore a quella di una privata assemblea di condominio (che fra l’altro decida di deliberare in spregio alle vigenti norme del codice civile).
Che poi le conseguenze di questo operare caotico, o meglio, in spregio dell’assetto formalmente personalistico degli Stati in accordo allo Jus Publicum Europaeum, sia il rischio dello smembramento dell’Ucraina, poco importa. O almeno poco importa agli agenti strategici statunitensi. Agli agenti strategici italiani, invece, dovrebbe importare e molto. Costoro devono stare molto attenti perché per l’Italia la posta geopolitica dei prossimi anni non è tanto quale agente strategico nazionale sarà più abile a presentarsi come cameriere degli Stati uniti – per questo ruolo ne servono altri più strutturati di noi, vedi la Germania – ma a quale agente, distrutta de facto l’Italia come entità statuale, sarà data l’opportunità di esibirsi – come un tempo agli indiani nel circo di Buffalo Bill e come oggi nelle riserve – per il divertito passatempo degli agenti strategici americani. Ed è inutile sottolineare che il Repubblicanesimo Geopolitico per quanto non intenda astoricamente sposare un ritorno sic et simpliciter allo Jus Publicum Europaeum (il problema delle libertà politiche e civili era del tutto ignorato se non avversato dal giuspubblicista fascista di Plettemberg), intende battersi con tutte le sue forze sia dal punto dell’analisi che da quello delle alleanze politiche perché lo schizofrenico caos strategico statunitense non significhi per l’Italia la riduzione ad una condizione simile a quella delle riserve indiane dove magari, al posto della danza della pioggia, vengano officiati riti e litanie in onore della sua “grande bellezza”.

“Il Correre della Collera”, 8 marzo 2014

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CRISI UCRAINA: IL SIGNOR WOLFOWITZ NEL PAESE DEGLI IGNORANTI HA FATTO SCUOLA
Di Massimo Morigi
Anche se c’è da nutrire seri dubbi che gli agenti strategici e i centri decisionali istituzionali della politica estera statunitense nella loro attività di destabilizzazione caotica portata avanti a livello globale siano stati ispirati, oltre che da un pensiero che risulta da un mix di geopolitica e una visione del mondo e dell’uomo di stampo hobbesiano, da suggestioni di tipo letterario, nella vicenda Ucraina – come del resto in altre consimili: un caso con profonde analogie operative di tentato rovesciamento dei poteri legittimamente alla guida del paese, il Venezuela prima e dopo la morte di Chavez – questa certezza sembrerebbe per un attimo vacillare. In fondo cosa hanno cercato – e tentano tuttora – di fare gli Stati uniti con l’Ucraina? Molto semplicemente hanno cercato di replicare quanto il grande scrittore ucraino Gogol aveva immaginato nelle Anime morte attraverso la creazione del suo immortale antieroe Cicicov, il quale attraversava la Russia in lungo e in largo per acquistare i nomi dei defunti servi della gleba che, in seguito, avrebbero dovuto essere
truffaldinamente esibiti alle autorità per potere ottenere dei cospicui finanziamenti. E se certamente l’attività di acquisto e di corruzione da parte degli Stati uniti dei settori più disperati e di quelli gangsteristicamente più vocati della società ucraina richiama veramente l’idea di una compravendita di “anime morte” da esibire di fronte al mondo per giustificare il definitivo passaggio al Washington consensus dell’Ucraina, quello che sorprende non è tanto che gli agenti strategici statunitensi dimostrino di non conoscere come va a finire l’immortale romanzo di Gogol (Cicocov non riesce nel suo intento e l’ignobile furbata viene scoperta) ma di non aver preso nemmeno per un attimo in considerazione l’immancabile e scontata reazione della Russia che mai avrebbe accettato – e mai accetterà – il proposito americano di annientarla in quanto superpotenza (ed anche di progressivamente contrarla e sminuzzarla pure territorialmente facendo leva sulle sue varie componenti etnico-culturali). Nel caso specifico della crisi ucraina, la reazione russa a questa impostazione statunitense Grand strategy americana che non è una nostra elucubrazione ma che ha trovato già da più di due decenni una sua elaborazione esplicita nella cosiddetta dottrina Wolfowitz, vedi all’indirizzo http://work.colum.edu/~amiller/wolfowitz1992.htm – WebCite http://www.webcitation.org/6oxfFKkIl e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwork.colum.edu%2F~amill er%2Fwolfowitz1992.htm&date=2017-03-14 – urtext della politica estera statunitense dopo la fine della guerra fredda, della quale il primo commento fu fatto dal New York Times l’8 marzo 1992 con il significativo titolo, come da documento agli URL di cui sopra, U.S. Strategy Plan Calls for Insuring No Rivals Develop A One-Superpower World. Pentagon’s Document Outlines Ways to Thwart Challenges to Primacy of America) anche se parimenti del suo rivale americano nulla deve alla letteratura, forse qualcosa deve ad una visione certamente più creativa e meno nichilistica di quella portata avanti dagli agenti strategici del caos americani. Con l’indizione del referendum che staccherà la Crimea dall’Ucraina (dagli USA e dai suoi accodati alleati giudicato – parole evidentemente emesse senza il permesso del cervello ma sotto la convincente pressione del portafoglio – illegale), la Russia mostrando una sorta di astuzia luciferina e di machiavelliana noncuranza (cosa c’è infatti di più sacro dal punto di vista delle liberaldemocrazie e soprattutto dal punto di vista americano, del principio di autodeterminazione dei popoli: vedi il nefasto ruolo del presidente americano Wilson alla conferenza di pace di Parigi nello smembrare – con l’assai poco previdente appoggio delle principali potenze vincitrici – alla luce dei suoi “Quattordici punti”, senza alcun ritegno e logica geopolitica – se non una già allora incipiente “strategia del caos” – l’impero asburgico e vedi l’accusa americana incessantemente reiterata durante tutta la guerra fredda che l’Unione sovietica non permetteva la libera espressione dei popoli sottoposti al patto di Varsavia), ha dato
alla truffa Stati uniti/Cicicov una soluzione che non sarebbe dispiaciuta nemmeno all’autore delle Anime morte.
Quale soluzione? Molto semplicemente la Russia dice questo agli Stati uniti (e ai suoi alleati). Se volete, tenetevi pure le vostre anime morte (una Ucraina fallita economicamente e che dopo essere stata accolta a braccia aperte dall’Occidente diverrà preda dei mortali aiuti internazionali, Grecia docet), noi ve le lasciamo volentieri e, se ci riuscite, traetene pure un profitto. Noi, da parte nostra, ci limitiamo ad offrire una alternativa a coloro che non vogliono accettare di essere acquistati (la Crimea russofona) come una sorta di “anima morta” dalla truffa del novello Cicicov americano. La morale finale della storia vale non solo per quegli ucraini (chi in buona fede e chi direttamente pagati) si sono fatti trattare come carne da cannone in omaggio alla strategia del caos americana ma anche per quegli alleati di una superpotenza che ha ormai perso ogni ritegno nella sua hubris imperialistica. Al contrario che nel romanzo di Gogol, per le anime morte della strategia statunitense c’è una possibilità di ritorno alla vita. Dubitiamo fortemente che questa possibilità sia ancora a disposizione di un’Ucraina territorialmente integra. Il Repubblicanesimo Geopolitico crede fermamente invece che lo sia per quei paesi i cui agenti strategici abbiano un loro lungo e sedimentato passato che non può essere ridotto – come evidentemente nel caso ucraino – ad una triste ed opaca storia di famiglia di vecchie corrotte burocrazie di partito in cannibalesca ricerca di un agognato riciclaggio “democratico” e che, al contrario dell’Ucraina, si siano nel tempo legati allo sviluppo di forti appartenenze, tradizioni e culture nazionali. E dove in questo atlante geopolitico di forze ed agenti strategici che alla luce delle storie di “lunga durata” delle loro vite nazionali cercano una fuoruscita dagli idola theatri e dalle pratiche del Secolo breve sia la futura naturale collocazione dell’Italia è, pensiamo, persino offensivo accennarlo.

“Il Corriere della Collera”, 13 marzo 2014
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LENIN, L’IMPERIALISMO FASE SUPREMA DEL CAPITALISMO, IL NUOVO SCONTRO USA RUSSIA IN UN MONDO SEMPRE PIÙ MULTIPOLARE E IL RUOLO DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO Di Massimo Morigi

Col proposito di fornire il quadro economico che aveva fatto da sfondo allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1915 Lenin iniziò a scrivere “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”, il cui capitolo VII, “L’imperialismo, particolare stadio del capitalismo”, si presta sia al commento della crisi Ucraina dopo che il referendum ha ricongiunto la Crimea con la Russia sia a riflessioni teoriche, di natura politica e geostrategica, che investono in pieno il ruolo che deve svolgere il repubblicanesimo geopolitico nell’attuale fase. Scriveva dunque Lenin nel capitolo VII dell’ Imperialismo fase suprema del capitalismo: «[…] Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè: la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di una oligarchia finanziaria; la grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.» Dal punto di vista dell’analisi, queste parole di Lenin come rappresentano una pietra miliare per inquadrare la situazione geoeconomica che preluse allo scoppio della prima guerra mondiale, sembrano pure scritte per descrivere l’attuale situazione di scontro multipolare, con particolare riferimento alla vicenda Ucraina. Una vicenda, quella Ucraina, in cui come in nessun altra crisi è apparso chiaro il terribile ed immenso sforzo delle potenza imperialistica egemone di accaparrarsi con tutti i mezzi, in primo luogo tramite le immense risorse del capitalismo finanziario, quest’area vitale per la permanenza della Russia nel novero delle grandi potenze e per la possibilità di contrastare la potenza statunitense. Generalmente, quando si parla delle “inframmettenze” statunitensi in Ucraina, se si possiede un po’ di memoria storica, ci appaiono alla mente fra i principali missionari
dell’esportazione della democrazia marca USA nella terra di Gogol la figura di quel singolare personaggio che va sotto il nome di Gene Sharp e del suo Albert Einstein Institute. Per farla breve. Sia o non sia un agente della CIA o emanazione più o meno diretta di qualche altro agente od ente strategico statunitense (quello dell’appartenenza diretta di Sharp all’agenzia di intelligence statunitense fu tesi sostenuta a suo tempo da Chavez ed è anche convinzione condivisa dall’Iran; noi – non necessitati alle semplificazioni propedeutiche alla mobilitazione delle masse contro il nemico ma non per questo non consapevoli che in politica i complotti esistono, eccome – ci limitiamo a dire che per essere al servizio di un qualche agente strategico non è necessario esserne direttamente e consapevolmente al soldo), Sharp è autore di un libro From dictatorship to democracy. A conceptual framework for liberation (per chi vuole consultarlo nell’originale versione in inglese agli URL http://www.aeinstein.org/wp-content/uploads/2013/09/FDTD.pdf; Internet Archive: https://archive.org/details/FromDictatorshipToDemocracy-GeneSharp_921 e https://ia601500.us.archive.org/33/items/FromDictatorshipToDemocracyGeneSharp_921/FromDictatorshipToDemocracy-GeneSharp.pdf) che, sotto il pretesto di essere semplicemente una guida per combattere regimi dittatoriali sotto qualsiasi forma si presentino è storicamente risultato, a tutti gli effetti, non essere altro che un manuale scritto con pretta mentalità organizzativa militare per abbattere tramite la mobilitazione delle masse i regimi invisi agli Stati uniti. Ciò ha avuto pieno successo in Serbia, dove le istruzioni del manuale di Sharp sono state fondamentali, tramite l’emanazione locale dell’Albert Einstein Institute, l’Otpor, per la deposizione di Milosevic ed ha avuto poi una ancora più vasta applicazione su scala globale con il CANVAS (Center for Applied Nonviolent Action and Strategies), una diretta emanazione dell’ Otpor, che invece che sulla Serbia ha messo il suo zampino in tutte quelle aree, Ucraina compresa, dove gli Stati uniti hanno applicato i loro processi di strategia del caos quando attuati attraverso mezzi di intervento non diretto ma, piuttosto, di sobillazione delle masse eterodirette e più o meno non violente (vedi ruolo del CANVAS anche nelle primavere arabe). Ma se ci si limitasse alla semplice indicazione di sigle e di più o meno quinte o seste colonne che agiscono all’interno di alcuni paesi, che possono essere quelli che si oppongono al Washington consensus (ma non solo, vedi Egitto di Mubarak) ma alle quali si potrebbe ribattere con altrettanti nomi e sigle che rispondono – con diverso grado ed intensità – sotterraneamente ad agenti strategici del campo avverso – quello delle spie e degli agenti provocatori è uno strumento della politica internazionale che viene dalla notte dei tempi e non caratterizza certo l’attuale fase imperialistico-multipolare –, ciò non ci avvicinerebbe affatto al quadro disegnato da Lenin nel suo Imperialismo fase suprema del capitalismo. Più che la stretta elencazione di questi agenti, se vogliamo
comprendere quanto nella situazione ucraina (e quindi anche nelle altre aree di crisi dove le summenzionate quinte colonne hanno avuto la possibilità di agire) abbiano contato le oligarchie finanziarie indicate da Lenin per tentare di accaparrarsi quest’area geopolitica, è ancor meglio ascoltare le parole pronunciate pubblicamente dall’assistente segretario di stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland. Ebbene il 13 dicembre 2013, in una conferenza tenuta a Washington, Victoria Nuland ha affermato che a partire dal 1991 in Ucraina gli Stati uniti hanno finanziato organizzazioni politiche e non governative per un ammontare di 5 miliardi di dollari («Since Ukraine’s independence in 1991, the United States has supported Ukrainians as they build democratic skills and institutions, as they promote civic participation and good governance, all of which are preconditions for Ukraine to achieve its European aspirations. We’ve invested over $5 billion to assist Ukraine in these and other goals that will ensure a secure and prosperous and democratic Ukraine»). Chi si vada a leggere il testo integrale di questa conferenza (per il quale si rimanda agli URL http://iipdigital.usembassy.gov/st/english/texttrans/2013/12/20131216289031.html; Internet Archive: https://archive.org/details/AssistantSecretaryNulandAtU.s.ukraineFoundationConference e https://ia601504.us.archive.org/15/items/AssistantSecretaryNulandAtU.s.ukraineFoundationConference/AssistantSecretaryNulandAtU.s.ukraineFoundationConference_IipDigital.html), potrà avere contezza non solo di queste “candide” affermazioni che ci fanno capire quanto in Ucraina – e di riflesso negli altri paesi che rifiutano il Washington consensus – sia stato immenso l’apporto di risorse che, attraverso il capitale finanziario, gli agenti strategici della principale potenza su piazza hanno riversato sulle quinte colonne alla Otpor o alla CANVAS per sovvertire “pacificamente” i governi che si volevano opporre agli Stati uniti ma potrà anche vedere il grado di arroganza usato dagli Stati uniti contro i governanti ucraini per costringerli all’adesione all’Unione europea e per accettare gli aiuti del Fondo monetario internazionale ( sempre citando dalla conferenza di Victoria Nuland: «As you all know, and as I’m sure you just heard from Anders and other colleagues, Ukraine’s economy is in a dire state, having been in recession for more than a year and with less than three months worth of foreign currency reserves in place. The reforms that the IMF insists on are necessary for the long-term economic health of the country. A new deal with the IMF would also send a positive signal to private markets and would increase foreign direct investment that is so urgently needed in Ukraine. Signing the Association Agreement with the EU would also put Ukraine on the path to strengthening the sort of stable and predictable business environment that investors require. There is no other path that would bring Ukraine back to long-term
political stability and economic growth»). Se fin qui l’analisi leniniana sulla situazione che fece da sfondo allo scoppio della prima guerra mondiale si rivela fondamentale per fotografare non solo la dinamica degli agenti strategici e finanziari operanti in Ucraina ma più in generale su tutto lo scacchiere internazionale, l’esperienza storica sta però a dimostrarci – al contrario di quanto sperava il marxismo ed in genere tutti i movimenti ad alto tasso di millenerarismo – che la speranza nelle “ultime fasi”, oltre a essere strettamente collegata ad una mentalità propensa al totalitarismo, è anche una previsione del tutto sbagliata (e di questo Lenin ne era anche inconsciamente avvertito: se il titolo del suo libro richiamava la fase terminale del capitalismo, nel titolo del capitolo da noi citato, l’imperialismo veniva degradato a “fase particolare” del capitalismo). Detto in parole semplici e tradotto ad uso del Repubblicanesimo Geopolitico. 1) L’attuale sconfitta che gli agenti strategici statunitensi stanno subendo nella loro strategia del caos attuata attraverso la leva del capitale finanziario e l’impiego sul campo delle masse eterodirette dallo smart power delle NGO modello Otpor o CANVAS non prelude affatto ad una loro uscita di scena (non prelude affatto, cioè, ad una loro “fase finale” ma semmai ad un rimodulazione del loro modus operandi, con un possibile ritorno a pratiche destabilizzanti muscolari dell’era Bush: Obama attenzione guardati alle spalle, i tuoi agenti strategici non sono molto contenti del tuo operato …) ma, semmai, ad un passaggio dalla fase unipolare post caduta del muro di Berlino ad una policentrica molto più travagliata di quella che – ingenuamente – da parte della stragrande maggioranza degli osservatori ci si era aspettati all’indomani della prima elezione di Obama. 2) Se nel suo vedere la “fase finale” del capitalismo Lenin dovette pagare il pegno al profetismo chiliastico del marxismo, la sua mentalità strategica, o meglio geostrategica, comprese benissimo che la lotta contro i monopoli poteva avvenire ed avere successo in quei paesi che costituivano “l’anello debole” di questa evoluzione del capitale finanziario. Dimostrazione della correttezza di questa visione strategica leniniana di puntare sull’anello debole delle nazioni capitalistiche per far vincere la rivoluzione (e con questo successo che però non poté tramutarsi nel sogno comunista ma nell’edificazione “solo” di una moderna superpotenza, l’Unione Sovietica, anche dimostrazione della successiva impossibilità storica e teorica di realizzare la rivoluzione proletaria) fu la Russia con l’abbattimento dello zarismo ed il successo della rivoluzione bolscevica.
Certamente, alla luce del referendum che ha ricongiunto alla grande madre Russia la Crimea, un anello debole della strategia americana di invasione del mondo col suo capitale monopolistico si è dimostrata l’Ucraina. Ciò è certamente un punto segnato da Putin che, degno successore di Lenin, ha sempre dimostrato di sapere colpire al momento opportuno e con inusitata efficacia gli “anelli deboli” della strategia del
caos statunitense. Il punto molto semplice è però che, visto che le “fasi finali” delle transizioni da uno stato unipolare a uno multipolare – come quelle, per fortuna, del passaggio millenaristico e definitivo dal capitalismo al comunismo – appartengono al mondo dei sogni e non alla realtà dello scontro fra agenti strategici, gli spazi di libertà che sono la naturale conseguenza della messa in crisi della potenza ancora attualmente egemone non possono essere affidati in un unico appalto a chi ora contesta, e con successo, questa potenza. Qui sta il compito del Repubblicanesimo Geopolitico: alla luce di un quadro ormai brulicante di “anelli deboli” del Washington consensus, diffondere la consapevolezza che un aumento degli spazi di prosperità e libertà dell’Italia e del suo popolo sia nell’accettare con coraggio la nascente fase multipolare. E nell’altrettanto forte consapevolezza, che in definitiva ci viene proprio da Lenin, che nella scelta degli alleati, interni ed internazionali, che rendano possibile questo passaggio, le “fasi finali” appartengono al mondo delle fate o, per esprimerci in termini politici, a quello delle ideologie. Proprio come stanno a provare nella loro pelle gli ingenui ucraini trattati come carne da cannone dall’ UE e dagli USA, nella scelta delle alleanze e dei compagni di viaggio, di tutto abbiamo bisogno tranne che ripercorrere meccanicamente e solo in senso contrario quello che è già stato fatto negli ultimi cinquant’anni.
“Il Corriere della Collera”, 26 marzo 2014
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10° Podcast _ DALLAS o WATERGATE? Tertium datur: l’avventurismo, di Gianfranco Campa

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Sono poche le voci in grado di fornire informazioni e soprattutto interpretazioni fondate sugli avvenimenti cruciali che da quasi un anno investono e si dipartono dalla Casa Bianca. Gianfranco Campa, con la sua partecipazione emotiva, ci conduce nelle stanze dove si sta consumando una battaglia politica di insolita cruenza. Raramente il conflitto politico tra gruppi dirigenti assume contorni così espliciti. Gli obbiettivi e le intenzioni sono adattati alle strategie e alle tattiche, se non sacrificati alle esigenze di sopravvivenza di uno dei contendenti. La distinzione che i teorici più accorti fanno tra regnanti, governanti e dominanti appare a tratti anche agli osservatori meno esperti. Una cosa mi pare ormai certa. Il vecchio establishment, dovesse prevalere, non potrà più tornare alle vecchie tattiche e appare incapace di intravedere nuove strategie; la permanenza di questo conflitto nei termini così acuti rischia di trascinare l’intera classe dirigente americana in una condizione caotica di stallo in grado di innescare una condizione di declino e pregiudicare ulteriormente la coesione di quella formazione sociale. Si vedrà sino a che punto i paesi rivali saranno in grado di approfittare di questa situazione. Giuseppe Germinario

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (2a parte)

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DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (1a parte)

LA RIMOZIONE DI UN EVENTO EPOCALE

Entrambi i limiti interpretativi pagano lo scotto di una rimozione o, nel migliore dei casi, di una valutazione del tutto parziale delle implicazioni di un evento politico epocale cruciale: la sconfitta militare, l’occupazione territoriale, la distruzione di un regime istituzionale, per altro odioso, la riduzione e lo smembramento territoriale della Germania.

La dimensione catastrofica di quella resa consentì ai due vincitori, l’URSS e gli USA, di decidere delle sorti di quel paese. Per quel che ci riguarda più direttamente, in quanto forza di occupazione gli Stati Uniti determinarono il carattere federale oltre che parlamentare del regime nella sua parte sud-occidentale, il suo carattere antisovietico, la limitazione drastica delle forze armate, in particolare quelle terrestri e l’infiltrazione e l’organizzazione delle principali istituzioni e sistemi.

Il carattere di occupazione di quella presenza non ancora risolto definitivamente nemmeno dagli accordi che hanno sancito negli anni ‘90 l’unificazione tedesca.

Una modalità di dominio non risolvibile con il controllo di una parte limitata delle élites dominanti del paese sconfitto e con azioni complottistiche tese a determinare direttamente le azioni dei vertici politici; piuttosto una azione altamente sofisticata e persuasiva tesa soprattutto ad orientare ed indurre, addirittura a creare delle dinamiche inerziali capace di attirare e integrare progressivamente in un sistema occidentale le varie formazioni sociali e i vari stati nazionali caduti nella rete dei liberatori. Un sistema fortemente attrattivo, capace nel rispetto delle gerarchie fondamentali, di offrire sviluppo ed una relativa libertà di azione, ma proprio per questo ancora più pervasivo. In questa trama la Germania Federale ha assunto un ruolo importante, superiore alle stesse aspettative delle élites tedesche emerse dalla sconfitta militare, in parte per merito proprio, soprattutto per scelta del vincitore. Accantonate rapidamente le tentazioni, vellicate soprattutto da Francia e Regno Unito, di ridurre il paese ad una condizione preindustriale, senza nulla cedere sulla capacità di controllo, si optò per un rapido sviluppo che stabilizzasse un paese alleato ai confini cruciali della propria zona di influenza, contribuisse economicamente e produttivamente al sostegno della macchina bellica e neutralizzasse le residue ambizioni egemoniche di Francia e Gran Bretagna. Il pegno da pagare in termini di sovranità fu estremamente pesante con un sistema di controllo e infiltrazione particolarmente intricato e insindacabile, per altro sancito, che riguardava non solo l’intelligence e le forze armate, ma anche il sistema politico, amministrativo e comprendente anche, un aspetto del tutto ignorato dai redattori di Limes come da gran parte dei giornalisti e studiosi, gli organi di informazione e le strutture economiche.

In settant’anni le cose possono cambiare; ma non è questo, sostanzialmente, il caso della Germania.

Le tentazioni e qualche timido e sporadico tentativo di affrancamento non sono certo mancati. Durante la guerra fredda il tentativo più coerente fu portato avanti negli anni ‘70 con l’ “oestpolitik”. Si trattò in realtà di una “interpretazione” troppo estensiva del processo di distensione, più che altro un riconoscimento meno precario delle rispettive zone di influenza, inaugurato dalle due superpotenze. Per ricondurre alla mansuetudine nell’ovile della pecorella inquieta, agli americani fu allora sufficiente assecondare i timori francesi di un rigurgito delle ambizioni tedesche e la loro conseguente improvvisa conversione all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea e innescare una politica di riarmo missilistico. Con la crisi e la caduta del blocco sovietico si presentò un contesto apparentemente più favorevole a vellicare ambizioni più audaci.

SUSSULTI DI EGEMONIA

Il tentativo più organico e strutturato avvenne nella seconda metà degli anni ‘80 quando, percepita la crisi imminente del blocco sovietico e forte dei legami più o meno circospetti stretti con quella parte della loro classe dirigente legata al commercio e al finanziamento del debito estero, una parte dell’establishment tedesco tentò per alcuni anni di organizzare e sostenere il sistema bancario dei paesi dell’Est-Europa per favorire la ristrutturazione economica e salvaguardare buona parte di quella classe dirigente. Fu l’atto e il momento che suscitò, nei confronti dell’élite tedesca, le stesse premure dedicate a quella italiana. Il luogo di raccolta degli accoliti fu diverso; con gli uni si scelse il Panfilo di Sua Maestà, al largo di Roma; con gli altri un più modesto albergo bavarese. Anche il numero di convitati differiva; ben più numeroso sulla prestigiosa imbarcazione, limitato a meno di dieci persone nel gasthof. Non si è trattato, probabilmente, di un mero omaggio alla italica convivialità rispetto alla proverbiale essenzialità teutonica; deve aver influito la diversa funzione che i comprimari, inglesi nell’una e francesi nell’altra, hanno assunto nell’iniziativa; soprattutto, è stata la perdurante e progressiva frammentazione politica ed istituzionale dell’Italia rispetto alla Germania a determinare le diverse caratteristiche dell’iniziativa, i diversi sviluppi e gli esiti opposti pur in una comune riconfigurazione della subordinazione politica all’alleato d’oltreatlantico.

Il tentativo più intraprendente fu posto in atto durante la guerra civile in Jugoslavia conclusasi, al momento, con la frammentazione di quel paese e con una conflittualità latente pronta a riemergere. L’iniziale spinta propulsiva alla divisione fu data soprattutto dalla Germania sino ad essere rapidamente assorbita pur con qualche attrito significativo da quella americana. L’evento bellico rappresenta comunque una svolta significativa che vede il gruppo dirigente egemone in Germania passare da una politica di cooptazione e sostegno delle vecchie classi dirigenti riformate dei paesi del blocco sovietico ad una di progressiva aperta ostilità verso la Russia e tesa a favorire la liquidazione delle stesse nei paesi dell’Europa Orientale e nei Balcani. Una scelta indubbiamente vantaggiosa nell’immediato perché ha consentito di riprendere e perseguire una politica di influenza ed integrazione economica esattamente lungo i corridoi tracciati dai colonizzatori tedeschi nel corso dei secoli sino alla metà del ‘800 senza dover contestare i legami di subordinazione con lo stato egemone americano e indebolendo vistosamente la posizione politica ed economica dei due altri grandi paesi fondatori della UE, la Francia e l’Italia. Una scelta deleteria dal punto di vista strategico nel caso la Germania dovesse aspirare ad una maggiore e decisiva autonomia politica che richiedesse un avvicinamento duraturo e stabile alla Russia di Putin proprio perché troverebbe nei più importanti paesi dell’Europa Orientale e della penisola scandinava i più fieri oppositori a tale svolta con scarse possibilità di un loro ricambio con centri politici più duttili.

I messaggeri in quell’albergo bavarese devono evidentemente essere stati particolarmente persuasivi anche se assecondati dalle circostanze propizie della morte violenta dei due nuovi paladini della ostpolitik, Herrhausen di Deutsche Bank e Rohwedder di Treuhandanstalt.

Da questi due eventi a cavallo della riunificazione si è dipanata la condizione di un paese ormai al centro di attenzioni e sospetti, ma incapace di una politica assertiva capace di aggregare forze e in grado tutt’al più di neutralizzare e fiaccare le forze di potenziali rivali nel campo “amico” europeo.

Negli ultimi venti anni i pochi atti politici autonomi di quella classe dirigente sono consistiti nella non partecipazione ufficiale alle avventure militari, in particolare Libia ed Iraq, salvo garantire efficacemente, ma in modo discreto, i propri servizi logistici e di intelligence come avvenuto in Libia. Per il resto si è rifugiata in annunci velleitari, quali la creazione di una forza militare congiunta e integrata con i francesi, miseramente fallita o nel perseguimento classico di una politica di influenza a rimorchio nel vicinato, come avvenuto in Ucraina, con grave pregiudizio delle relazioni con i russi o nel supporto opportunistico e lucrativo alla destabilizzazione specie nel Grande Medio Oriente. La Germania, infatti, lemme lemme risulta costantemente tra i primi fornitori ufficiali di armi e munizioni dei Sauditi, impegnati in Yemen, dei Giordani e della pletora di governi a supporto delle primavere.

I LIMITI STRUTTURALI

Una fondata e non frettolosa elezione della Germania a protagonista geopolitico e antagonista naturale degli Stati Uniti non può prescindere da una analisi della condizione strutturale del paese.

La particolare struttura federale già dibattuta nelle università americane a partire dagli anni ‘30 e imposta nel regime di occupazione assegna importanti competenze di politica estera ai laender in cooperazione e spesso in conflitto tra loro e con lo stato centrale, indebolendone di fatto coerenza e incisività. Un esempio significativo si può trarre dal ruolo decisivo assunto dal Governo Bavarese nella fomentazione della guerra civile in Jugoslavja e nella capacità di trascinare altre regioni di stati confinanti su questo indirizzo in opposizione alle direttive dei rispettivi stati nazionali. Una organizzazione istituzionale che riesce comunque a mantenere una propria operatività grazie al ruolo unificante delle grandi associazioni verticali entro le quali si compongono gli interessi lobbistici e gli indirizzi di buona parte dei centri decisionali.

A garantire, più che la coerenza, l’incisività di una struttura così articolata fa difetto però l’estrema permeabilità delle strutture di intelligence e degli apparati coercitivi e di controllo, il retaggio più pesante della disfatta militare e del conseguente regime di occupazione. La vicenda delle intercettazioni americane ai danni della Cancelliera ha semplicemente rivelato il livello di integrazione ed infiltrazione dei servizi tedeschi con quelli americani; la susseguente rimozione del responsabile, più che la volontà una riorganizzazione e una depurazione delle strutture, ha rivelato la stizza di un capo politico per la pubblicità imbarazzante di quei segnali di attenzione. Per il carattere di riservatezza insito, i Servizi di Sicurezza sono particolarmente vulnerabili; la permeabilità, comunque, investe un po’ tutti gli apparati coercitivi e sanzionatori dello stato germanico, compreso quello militare ancora particolarmente debole.

Una chiosa a parte merita il sistema di informazione, quasi del tutto allineato all’ortodossia atlantica. Con l’eccezione di alcune testate nazionali a tiratura limitata ed alcune testate locali il livello di controllo del sistema mediatico è impressionante. Una capacità di indirizzo delle testate e di legame diretto con singoli giornalisti. È del resto notoria la meticolosità con cui i vari centri strategici americani curano le relazioni con i media istituzionali. Le campagne giornalistiche e la manipolazione dell’opinione pubblica sono sempre stati strumenti propedeutici al conflitto politico, al condizionamento dei centri e all’eliminazione degli avversari, anche se la diffusione dei network on line ha in parte facilitato la possibilità di centri politici alternativi e ridefinito le modalità di manipolazione dell’informazione. In Germania, nella fattispecie, colpisce il fatto che la componente più orientata ad una politica autonoma con la Russia, un tempo significativa, trovi sempre meno spazio mediatico e non riesca ormai da anni a creare una opinione pubblica favorevole a sostegno delle proprie scelte.

La chiave di lettura determinante per individuare il peso reale della Germania e la sua collocazione nelle dinamiche geopolitiche riguarda però il ruolo dell’economia nello stabilire il peso strategico e la condizione conflittuale di un paese.

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (1a parte)

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I DUE PROTAGONISTI

Di Donald Trump temo che continueremo ancora per mesi se non anni a sorbirci soprattutto i resoconti dettagliati dei suoi difetti o sedicenti tali; dalla maldestra improvvisazione alla ruvidità di modi, dall’affettata eleganza alla volubilità di giudizi, alla rozza ignoranza. Con il nobile intento di salvaguardare l’umanità da questo flagello, i campioni dell’informazione democratica, in particolare il NYT (New York Times) e il WP (Washington Post), dimentichi delle restanti cose del mondo, stanno da tempo concentrando la totalità degli sforzi in questa missione piegando ad essa fatti, realtà e soprattutto deontologia professionale. Con la stessa dedizione, ma con evidente minore fatica, gli innumerevoli corifei dell’informazione europea, pervasi da certezze assolute, non fanno altro che spandere a cuor leggero veline e veleni propinati dai capostipiti. Eppure almeno una caratteristica del Presidente Americano dovrebbe accomunare il giudizio dei pochi fautori e dei tanti detrattori del suo prominente impegno: la capacità di scatenare l’aperto spirito bellicoso anche nelle personalità più prudenti e discrete; tra queste, senza dubbio il Cancelliere tedesco.

Di Angela Merkel, nella vicenda delle intercettazioni americane delle sue conversazioni telefoniche, abbiamo apprezzato la capacità di accettare dal versante amico le peggiori intrusioni e umiliazioni senza alcun pregiudizio dei rapporti, in particolare quelli con Obama e senza apparenti sussulti di orgoglio; nella vicenda del milione di profughi siriani, invece il suo spirito di accoglienza talmente ecumenico da equivocare sulle profferte amorose del branco senza autorizzazione delle interessate, salvo cercare di rifilare con discrezione gran parte degli ospiti ai paesi vicini una volta constatata la loro difficoltà di inserimento e la loro preparazione professionale evidentemente non all’altezza delle aspettative; nella vicenda delle contraffazioni dei dati di emissione degli scarichi delle auto tedesche, abbiamo apprezzato la difesa pur tardiva dello spirito puritano a scapito forse dell’immagine di efficienza del sistema industriale e dei sistemi di controllo tedeschi. Il meglio della sua valenza di amministratrice, almeno sino a pochi mesi fa, è emerso nella vicenda del collasso della Grecia quando con mirabile quadratura è riuscita a conciliare l’aura puritana del rigore contabile con il trasferimento sui bilanci pubblici degli stati europei di gran parte delle esposizioni bancarie tedesche verso quel paese, con il consolidamento dei profitti finanziari delle stesse sul debito restante, con l’acquisizione di buona parte della rete logistica greca e, ciliegina sulla torta, con la vendita a caro prezzo all’esercito ellenico di residuati bellici presenti nei depositi della Bundeswehr. Si sa che le trattative politiche riservano come corollario quasi sempre il lato oscuro della meschinità. Nella graduatoria degli inperturbabili la statista tedesca non detiene certo l’esclusiva, di sicuro è in posizione di ascesa. Tra gli innumerevoli esempi, gli allora Generale Wesley Clark e Segretaria di Stato Madeleine Albright si concessero come bottino della missione umanitaria in Jugoslavja una partecipazione azionaria delle società minerarie del Kosovo; la stessa pletora di funzionari, accademici ed economisti americani e tedeschi accorsi al capezzale della moritura URSS e della nascitura Russia di Boris Eltsin ottenne di scambiare le proprie disinteressate consulenze con una partecipazione attiva al saccheggio di quel paese; per non parlare delle cointeressenze in Ucraina. Anghela, come un re Mida dei nobili principi, è riuscita a trasformare anche la meschinità in rigore risanatorio, sempre però con un profilo dimesso e discreto; da pudico comportamento collaterale a qualità volta al bene pubblico.

UN CONFRONTO PREMATURO

Durante il G7/G20 avviene inopinatamente la sua metamorfosi e la consacrazione da Maria Maddalena del cenacolo europeo ad angelo giustiziere dell’attentatore all’ordine mondiale.

Sono bastati pochi mesi dal gelido saluto al non ancora insediato Presidente Americano, alla imbarazzata visita a Washington per finire con la contrapposizione al G7 per passare da una immagine di capo di governo in verità un po’ dimesso, tutt’al più abile ad agire nell’ombra, a quella di statista orgoglioso in grado di contrapporsi apertamente al neopresidente e, aspetto ben più rilevante, di trasformare la Germania da paese in grado di approfittare in maniera surrettizia delle opportunità della globalizzazione a nazione paladina di questa virtù o in alternativa, secondo le interpretazioni, in grado di contrapporsi, assieme alla Cina, alla prepotenza e all’unilateralismo americano.

Da allora è tutto un fiorire di letteratura e di tesi sul destino manifesto di un paese, inesorabilmente portato a scontrarsi con la nazione egemone; quello che divide i sostenitori riguarda il probabile esito finale dello scontro, ma confronto comunque dovrà essere.

La redazione di Limes, autrice di una per altro pregevole monografia sull’argomento, è la portabandiera più autorevole di questa tesi.

Sono sufficienti pochi atti politici pubblici, concentrati in poche settimane, in aggiunta magari al proposito proclamato di costruzione di un sistema diplomatico e di difesa europei autonomo dagli USA, per promuovere l’attendibilità di una svolta politica così straordinaria?

Già la dinamica e la successione dei recenti eventi da adito a parecchi dubbi.

Intanto il tampinamento postpresidenziale di Obama e l’accoglienza trionfale a lui riservata a Berlino, all’esponente quindi che, assieme a Hillary Clinton, suo successore designato, ha cercato ostinatamente di arginare la tendenza al multipolarismo e di destrutturare gli stati viziati da proprie ambizioni autonome, svelano i legami inestricabili di dipendenza e compromissione con il vecchio establishment nonché le aspettative di ripristino dello “statu quo ante” del cancelliere tedesco. Il veemente appello alla crociata in difesa dell’accordo sul clima di Parigi e del libero mercato globalizzato sventolato al G7 di Taormina, ha mostrato per altro subito la corda al G20 di appena due mesi dopo lasciando in mano alla Merkel un vessillo ridotto ad un cerino consunto con alle spalle truppe scarse e poco convinte a difenderlo. Si potrebbe interpretare come un modo spregiudicato di condurre una danza del quale si possiede il filo conduttore della musica. Più che una condottiera dotata di forza propria in realtà si è rivelata lo strumento di uno schema più grande e complesso giocato per lo più Oltreatlantico. Lo stesso pulpito si è rivelato poco attendibile vista la recente propensione della Germania a limitare le acquisizioni cinesi in Europa rivelando così una evidenza chiara ancora a pochi eletti: il confronto sul libero mercato è una battaglia per determinare regole commerciali più favorevoli ad una o l’altra delle formazioni socieconomiche e ai loro centri dominanti all’interno di logiche geopolitiche operanti all’interno ma non riducibili ad un mero o assolutamente prevalente confronto economico. Una riduttivismo invece che ancora prevale oppure tende a riaffiorare surrettiziamente in gran parte delle tesi, anche nella monografia di Limes.

UN APPROCCIO EVENEMENZIALE

L’approccio evenemenziale presente in gran parte degli studi e soprattutto nella divulgazione mediatica tende a focalizzare e spettacolarizzare un particolare duello a discapito degli altri e dello sguardo d’insieme. Il tentativo stesso di Trump di reimpostare in maniera bilaterale i rapporti e le relazioni tra gli stati può indurre ad accentuare tale interpretazione particolaristica. Un tentativo che se inteso come strategia può trascinare alla rovina gli Stati Uniti e favorire uno sviluppo caotico e gravido di incognite del multipolarismo, ma con qualche possibilità in più, per le potenze intermedie, di assumere una propria peculiare fisionomia. In realtà l’adozione del modello di relazioni bilaterali è del tutto irrealistico e fuorviante perché prescinde dal naturale gioco di alleanze che si dipana nel conflitto politico e il cui successo presuppone proprio ciò che l’attuale svolta politica sta sentenziando inappellabilmente: l’inesistenza di un centro dominante indiscusso. Esso conduce in pratica alla stessa sterilità di chiavi interpretative del concetto di globalizzazione fondato sul movimento atomistico dei singoli agenti sul mercato e sul declino inesorabile del ruolo degli stati nazionali. Se adottato altrimenti come espediente tattico, come da probabile intendimento di Trump, può servire ad una destrutturazione del sistema attuale di relazioni in vista di una ricostruzione più controllata delle sfere di influenza, ma a determinate condizioni: che gli attori in grado di condurre il gioco siano limitati, che riconoscano una reciproca legittimazione e che abbiano un’idea sufficientemente precisa della delimitazione delle sfere di influenza. In un modo o nell’altro si tratta di un processo ormai irreversibile rispetto al quale la classe dirigente dominante tedesca sembra molto più temere le incognite ed apprezzare le attuali rendite di posizione che cogliere le incerte opportunità.

Profetizzare, come prevede la redazione di Limes, uno scontro aperto tra Stati Uniti e Germania pare quantomeno prematuro se non azzardato. E infatti, ad eccezione dei contributi esterni in realtà molto più cauti, gli articoli dei redattori suffragano la tesi sulla base di stereotipi ormai consunti.

Da una parte cerca di fondare l’ineluttabilità del conflitto sulla base dell’incompatibilità tra le due culture. In realtà la storia offre innumerevoli esempi di conflitti atroci e di durature alleanze tra paesi e centri strategici dalle culture difficilmente compatibili. Gli stessi Stati Uniti hanno combattuto almeno tre guerre aperte con il paese a loro culturalmente più affine, il Regno Unito. Negli Stati Uniti, lo rivela la stessa rivista, la componente più numerosa è appunto quella di origine tedesca e la sua cultura ha impregnato pervasivamente la formazione politica e sociale americana, pur affermando in esse una scarsa capacità lobbistica. Paradossalmente, secondo i redattori, una stessa identità culturale avrebbe quindi contribuito decisivamente a determinare la costruzione di una nazione e della sua classe dirigente e nel contempo l’ineluttabile conflitto con il paese di origine di quel ceppo, costituitosi in stato nazionale. Una tesi, quindi, fuorviante, versione edulcorata del più famoso ed altisonante conflitto di civiltà teorizzato da Huntington.

Dall’altra cerca di spiegare la dinamica inesorabile di questo conflitto attraverso il confronto asimmetrico tra il peso e la forza economica crescente del paese europeo e la pervasività e la forza politica di quello americano. Una dinamica che tenta di spiegare non solo le modalità del conflitto tra i due paesi ma anche la natura del dilemma che dovranno risolvere le classi dirigenti degli altri paesi, in particolare quello dell’Italia, di fronte alla alternativa posta della alleanza strategica con uno o l’altro dei contendenti. Un confronto quindi tra il peso militare, la capacità diplomatica e la pervasività dei servizi di intelligence da una parte e la solidità finanziaria, la capacità produttiva e la potenza commerciale dall’altra.

Una chiave esplicativa più sofisticata della prima, ma altrettanto fuorviante e non priva di evidenti punti oscuri e vere e proprie omissioni.

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