Italia e il mondo

 Simón Bolívar o «l’uomo delle difficoltà»_di Roland Lombardi

Simón Bolívar o «l’uomo delle difficoltà»

Per Roland Lombardi / 10.01.2026

 Stampa l’articolo

Simón Bolívar
Realizzazione Il Lab Le Diplo

Editoriale di Roland Lombardi, direttore editoriale di Diplomate média

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Caracas, Washington e il brusco ritorno della storia

A Caracas, la storia ha appena fatto un altro passo falso. La settimana scorsa Nicolás Maduro non è stato rovesciato dal suo popolo, né tantomeno da un’opposizione venezuelana ormai esausta, ma semplicemente esfiltrato dagli americani (vedi le nostre numerose analisi pubblicate nell’ultima settimana su Le Diplomate, in particolare quella di Angélique Bouchard, Trump riafferma l’egemonia americana: La nascita della «DON-ROE DOCTRINE»).

Un’operazione chirurgica, esemplare dal punto di vista militare, quasi banale nella sua brutalità sommessa, che segna il ritorno dichiarato della dottrina Monroe sotto Donald Trump: l’America agli americani, e pazienza per la sovranità proclamata, pazienza per i discorsi terzomondisti e le bandiere rosse sventolate a braccio teso. Washington non ha liberato il Venezuela; ha risolto un problema. Punto! Che ci piaccia o no. E dietro la retorica ufficiale (ma comunque sincera per Trump) della lotta al narcotraffico, il 47° a1> presidente americano sa perfettamente cosa sta facendo e cosa aveva annunciato: garantire l’accesso al petrolio venezuelano, alle terre rare strategiche e, nel frattempo, sferrare un colpo pulito, netto e senza sbavature al suo grande rivale cinese, ormai un po’ troppo presente nel cortile americano.

Trump ha fatto ancora una volta esattamente quello che aveva detto che avrebbe fatto. Noi europei non siamo più abituati ad avere veri statisti che mantengono le promesse e, soprattutto, che difendono in via prioritaria gli interessi del loro popolo e del loro Paese contro le minacce reali.

Questo realismo crudo, quasi chirurgico, ricorda che Trump non fa geopolitica morale o incantatoria, tanto cara ai nani e agli insignificanti europei, ma geopolitica basata sul rapporto di forze. È un Kissinger senza note a piè di pagina, ma con lo stesso software strategico: zone di influenza, risorse critiche, avversari sistemici. Il Venezuela non è solo uno Stato fallito da stabilizzare, è un pezzo non trascurabile sulla scacchiera mondiale. Indebolendo Caracas, Washington indebolisce Pechino, che aveva metodicamente investito in petrolio, risorse, infrastrutture, porti, debiti e dipendenze. Meno discorsi, più fatti e risultati: l’America non sta “tornando” in America Latina, sta semplicemente ricordando che non se n’è mai veramente andata, anche se le precedenti amministrazioni incompetenti l’avevano un po’ trascurata…

Ironia della sorte: è proprio nel nome di Simón Bolívar (1783-1830), originario di Caracas, che il chavismo aveva costruito la sua mitologia politica, ed è sotto il suo sguardo immobile nelle statue di bronzo che il regime è crollato. Bolívar, strumentalizzato fino alla caricatura da coloro che si proclamavano suoi eredi, ma che hanno soprattutto trasformato il Venezuela, il cui PIL potrebbe essere al livello dell’Arabia Saudita, in uno Stato corrotto, fallito, dipendente, saccheggiato e soggetto a tutte le influenze – russe, cinesi, iraniane – tranne quella del proprio popolo.

Il Libertador sapeva bene che l’indipendenza non si proclama, ma si costruisce e si difende. A volte contro gli stranieri, spesso contro le proprie illusioni e i propri demoni.

Da leggere anche: STORIA/RITRATTO: Benoît Chassériau, l’agente segreto

Un gigante della storia, ignorato in Europa, venerato in America Latina

Simón Bolívar è senza dubbio uno dei personaggi più importanti della storia mondiale, paradossalmente poco conosciuto e frainteso in Europa, ma onnipresente in America Latina. Poche figure storiche possono vantare una tale posterità simbolica: innumerevoli statue, piazze, viali, università, accademie militari e persino uno Stato sovrano, la Bolivia, portano il suo nome. Bolívar è un riferimento costante, un mito fondatore, un padre tutelare invocato da tutti i regimi, di destra ma soprattutto di sinistra, prova definitiva della sua importanza strutturale nell’immaginario politico latinoamericano.

Ma ridurre il bolivarismo a una corrente politica che si richiama alle idee delle lotte anticoloniali e Bolívar a una semplice icona sarebbe un errore. Egli era innanzitutto un uomo in carne e ossa, con le sue contraddizioni, ed è proprio questo che lo rende un grande statista.

Da leggere anche: ENERGIA – La Cina si insedia nel petrolio venezuelano:

Origini aristocratiche, formazione europea e pensiero politico

Discendente dell’aristocrazia creola venezuelana, erede di una grande famiglia di proprietari terrieri, Bolívar non è affatto un rivoluzionario sociale nel senso moderno del termine. Appartiene a quell’élite bianca, istruita e benestante che intende prima liberarsi dalla tutela spagnola prima di trasformare le società coloniali. In questo senso, è rappresentativo del suo tempo e del suo ambiente.

Formatosi in Europa, profondamente influenzato dall’Illuminismo, membro della massoneria – come molti esponenti dell’élite liberale del suo tempo – Bolívar si inserisce in un universo intellettuale transatlantico, nutrito da Montesquieu, Rousseau, ma anche dall’esempio romano e dalle ambigue lezioni della Rivoluzione francese, di cui coglie sia gli ideali che le derive. Il suo soggiorno a Parigi e la sua ammirazione mista a diffidenza per Napoleone plasmarono in modo duraturo la sua visione del potere.

Le sue idee sono quelle di un liberale autoritario ante litteram: libertà, sì; uguaglianza giuridica, senza dubbio; democrazia di massa, certamente no! Bolívar diffida del popolo quando è lasciato a se stesso, teme il caos più della tirannia e considera l’ordine come la condizione primaria dell’indipendenza. Un pensiero profondamente realista, che i suoi moderni recuperatori preferiscono accuratamente dimenticare…

Questa durezza di carattere, ma anche una certa malinconia tenace, trovano origine in un dramma personale fondamentale: la morte prematura della moglie María Teresa, pochi mesi dopo il loro matrimonio, che lo distrugge profondamente e lo allontana definitivamente da una vita privata stabile a favore di un destino interamente dedicato alla sua causa e alla Storia.

Di fatto, Bolívar non era né un marxista ante litteram, né un Che Guevara in uniforme ottocentesca. Era molto più pericoloso di così: uno stratega politico, un capo militare pragmatico e un uomo ossessionato da un’idea semplice e al tempo stesso smisurata: l’indipendenza duratura dell’America ispanica.

Da leggere anche: DECODIFICA – Stati Uniti – Venezuela: La tentazione della

Liberare un continente, non costruire un impero

Troppo spesso si dimentica la reale portata della sua opera. Bolívar non ha solo liberato dei popoli, ha liberato degli spazi e un continente. Venezuela, Colombia, Ecuador, Panama, Perù, Bolivia… Ha combattuto più di cento battaglie, di cui settantanove decisive. Ha percorso quasi 70.000 chilometri a cavallo, dieci volte più di Annibale, tre volte più di Napoleone e due volte più di Alessandro Magno! La traversata delle Ande, molto più ostili delle Alpi, rimane una delle imprese militari più sottovalutate della storia strategica mondiale.

Bolívar non era un conquistatore: non annesse, liberò! Laddove Napoleone costruiva un impero, Bolívar cercava di distruggere un ordine imperiale.

Stratega politico, capo militare imperfetto… e leader carismatico

Dal punto di vista militare, questo personaggio affascina tanto quanto sconcerta. A volte pessimo stratega, esitante sul campo di battaglia, compensava con una volontà e una determinazione quasi patologiche e una rara capacità di rinascere dai propri fallimenti. Bolívar è ciò che Clausewitz definiva un capo di guerra politico: capiva che la guerra era solo uno strumento, un mezzo, mai un fine. Perdeva battaglie, ma vinceva campagne. Falliva spesso, ma ostinato, non si arrendeva mai.

Da qui il soprannome che meglio di ogni altro si addice a Bolívar e che egli stesso si era dato: l’uomo delle difficoltà.

Sarebbe tuttavia ingiusto – e storicamente errato – ridurre l’epopea bolivariana a un solo uomo. Da buon capo, Bolívar seppe circondarsi di luogotenenti di prim’ordine, senza i quali nulla sarebbe stato possibile. Antonio José de Sucre, brillante stratega e tattico, vero cervello militare di diverse vittorie decisive; José Antonio Páez, temibile capo militare; Manuel Piar; e soprattutto Francisco de Paula Santander, organizzatore senza pari, giurista, amministratore rigoroso, indispensabile alla costruzione del nascente Stato.

Del resto, il rapporto tra Bolívar e Santander, caratterizzato prima da complementarità e poi da rivalità politica, illustra perfettamente la tensione tra la spada e la legge, tra il leader carismatico e l’uomo delle istituzioni. Una tensione che finirà per frammentare la Grande Colombia…

Da leggere anche: TELEGRAMMA: DONALD TRUMP ANNUNCIA LA CATTURA

Il lato nascosto del mito: imperialismo, schiavitù e realtà geopolitiche

Tuttavia, bisogna diffidare della leggenda dorata. Bolívar non era il paladino romantico della lotta contro tutti gli imperialismi.

Senza il sostegno – finanziario, navale, logistico e umano – della Gran Bretagna, la potenza egemonica dell’epoca, le guerre d’indipendenza sarebbero molto probabilmente fallite o si sarebbero protratte per decenni. Londra vedeva nel crollo dell’Impero spagnolo una formidabile opportunità commerciale e la fine di un vecchio rivale. Già allora c’era realismo. Bolívar lo sapeva, lo accettava e lo utilizzava per pragmatismo. Nessun idealismo ingenuo qui: solo interessi convergenti.

Ma l’Inghilterra non fu l’unica potenza esterna a svolgere un ruolo determinante. Gli Stati Uniti, ancora giovani ma già consapevoli del loro destino continentale e persino mondiale, osservavano con interesse la fine del dominio spagnolo. La dottrina Monroe, proclamata nel 1823 e di cui oggi si parla tanto, si inserisce direttamente in questo contesto: l’Europa doveva rimanere fuori dal Nuovo Mondo, ormai zona di influenza americana.

In ogni caso, Bolívar mantenne rapporti cauti, a volte diffidenti, con Washington. Certamente vedeva negli Stati Uniti sia un modello repubblicano che un partner utile, ma anche un potenziale avversario futuro. Non poteva avere più ragione. Lucido, intuì molto presto che questa potenza emergente avrebbe finito per influenzare pesantemente il destino dell’America Latina… Discreto sostegno diplomatico, progressivo riconoscimento delle nuove repubbliche, ma assenza di un massiccio impegno militare: anche in questo caso, gli Stati Uniti agivano secondo i propri interessi, non per idealismo rivoluzionario!

Un altro punto debole accuratamente nascosto: la schiavitù. Bolívar non la abolì immediatamente, tergiversò, temporeggiò, cedette alle realtà sociali ed economiche dell’epoca, ma anche alla classe da cui proveniva… Promise, fece marcia indietro, negoziò. Anche in questo caso, lo statista prevale sul rivoluzionario. Ciò lo rende più complesso, ma anche più umano e sicuramente più interessante delle caricature ideologiche contemporanee.

Per quanto riguarda le popolazioni indiane autoctone, secondo lui non costituivano un soggetto politico autonomo, ma semplicemente masse da integrare e inquadrare nei nuovi Stati repubblicani, senza alcuna messa in discussione radicale delle gerarchie sociali ereditate dall’ordine coloniale.

Un sogno infranto: l’impossibile unità dell’America ispanica

Resta comunque il fatto che il grande fallimento di Bolívar è politico: il suo sogno di un’America Latina unita, forte, rispettata, capace di resistere alle mire esterne e di svolgere il proprio ruolo nel grande gioco geopolitico mondiale del XIX secolo e di quelli a venire, non si è mai realizzato. La Grande Colombia si disgrega, le rivalità locali prendono il sopravvento, le ambizioni personali si cristallizzano e le stesse figure dell’indipendenza – Bolívar, Santander e altri – si ritrovano opposte, a volte inconciliabili. I caudillos sostituiscono molto rapidamente gli ideali (e per molto tempo nella zona), e le nuove nazioni nascono deboli, divise e dipendenti.

Bolívar lo vede, lo capisce e quasi muore di dolore.

Bolívar contro i suoi eredi autoproclamati

Il moderno recupero di Bolívar da parte dei movimenti cosiddetti di “liberazione” latinoamericani è spesso frutto di un abuso della memoria, di disonestà intellettuale e di recupero ideologico, come abbiamo detto sopra. Bolívar era un centralizzatore, un elitario, profondamente diffidente nei confronti del suffragio universale e delle masse incolte che considerava manipolabili e pericolose per la stabilità dei giovani Stati. Temeva l’anarchia più dell’autorità e vedeva nel caos istituzionale la morte annunciata delle indipendenze. Insomma, difficile quindi considerarlo il profeta dei populismi contemporanei…

Il film El Libertador (2014) di Alberto Arvelo, produzione eccellente e ambiziosa, sebbene un po’ romanzata, illustra piuttosto bene questa tensione tra il mito e l’uomo (interpretato magnificamente dall’attore venezuelano Édgar Ramírez), tra la statua e lo stratega, tra l’eroe e il politico stanco.

Una lezione per oggi e per domani…

Bolívar muore solo, amareggiato, convinto di aver solcato il mare. Eppure aveva visto giusto su quasi tutto: la fragilità degli Stati latinoamericani, le divisioni interne, gli appetiti esterni e, alla fine, le future dipendenze. Due secoli dopo, mentre gli Stati Uniti tornano a parlare di cortile di casa, di riserva di caccia e alcuni esponenti della sinistra invocano un Bolívar immaginario per mascherare i propri fallimenti e le proprie ipocrisie, il Libertador merita qualcosa di più di uno slogan.

Ecco perché merita di essere riletto. Con serietà. Con freddezza. Con occhio politico.

E forse questa è la sua ultima lezione, anche per noi europei: l’indipendenza non è mai acquisita e la libertà è duratura solo quando è amministrata da uomini lucidi, non da ideologi e mitologi.


#geopolitica, #politicainternazionale, #americalatina, #venezuela, #maduro, #trump, #dottrinamonroe, #simónbolívar, #bolivarismo, #storiapolitica, #strategia, #relazioniinternazionali, #cina, #statiuniti, #petrolio, #risorsestrategiche, #guerrafredda, #egemonia, #sovranità, #america, #washington, #caracas, #americalatina, #imperialismo, #realpolitik, #geopolitica2026, #analisi politica, #media, #opinione, #politica estera, #strategia globale, #conflitti mondiali, #leadership, #potere, #influenza, #ideologia, #geostoria, #politica globale, #diplomazia, #mondo

roland lombardi

Roland Lombardi

Roland Lombardi è dottore in Storia, geopolitologo, specialista del Medio Oriente e delle questioni relative alla sicurezza e alla difesa. Fondatore e direttore della pubblicazione Le Diplomate.

È docente presso il DEMO (Dipartimento di Studi sul Medio Oriente) dell’Università di Aix-Marseille e insegna geopolitica alla Excelia Business School di La Rochelle.

È regolarmente interpellato dai media del mondo arabo. È anche editorialista internazionale per Al Ain. È autore di numerosi articoli accademici di riferimento, tra cui : « Israele e la nuova situazione geopolitica in Medio Oriente: quali nuove minacce e quali prospettive? ” in Enjeux géostratégiques au Moyen-Orient, Études Internationales, HEI – Université de Laval (Canada), VOLUME XLVII, n. 2-3, aprile 2017, ” Crisi del Qatar: e se le vere ragioni fossero altrove? “, Les Cahiers de l’Orient, vol. 128, n. 4, 2017, « L’Egitto di Al-Sisi: arretramento o riconquista regionale? » (p.158), in Il Mediterraneo strategico – Laboratorio della globalizzazione, Revue de la Défense Nationale, Estate 2019, n°822 a cura di Pascal Ausseur e Pierre Razoux, « Ambizioni egiziane e israeliane nel Mediterraneo orientale », Rivista Conflits, N° 31, gennaio-febbraio 2021 e « Gli errori della politica francese in Libia », Confluences Méditerranée, vol. 118, n. 3, 2021, pp. 89-104. È autore di Israël au secours de l’Algérie française, l’État hébreu et la guerre d’Algérie : 1954-1962 (Éditions Prolégomènes, 2009, ristampato nel 2015, 146 p.). Coautore di La guerra d’Algeria rivisitata. Nouvelles générations, nouveaux regards. A cura di Aïssa Kadri, Moula Bouaziz e Tramor Quemeneur, edizioni Karthala, febbraio 2015, Gaz naturel, la nouvelle donne, Frédéric Encel (dir.), Parigi, PUF, febbraio 2016, Grands reporters, au cœur des conflits, con Emmanuel Razavi, Bold, 2021 e La géopolitique au défi de l’islamisme, Éric Denécé e Alexandre Del Valle (dir.), Ellipses, febbraio 2022. Ha curato, per la rivista Orients Stratégiques, l’opera collettiva: Il Golfo Persico, nodo gordiano di una zona in permanente conflitto, edita da L’Harmattan, gennaio 2020.

Le sue ultime opere: Les Trente Honteuses, la fin de l’influence française dans le monde arabo-musulman (VA Éditions, gennaio 2020) – Prefazione di Alain Chouet, ex capo del servizio di intelligence e sicurezza della DGSE, Poutine d’Arabie (VA Éditions, 2020), Sommes-nous arrivés à la fin de l’histoire ?  (VA Éditions, 2021), Abdel Fattah al-Sissi, il Bonaparte egiziano? (VA Éditions, 2023).

REALISMO AMERICANO e MONDO MULTIPOLARE, di Pierluigi Fagan

REALISMO AMERICANO e MONDO MULTIPOLARE. Il mondo dell’interpretazione politica è talmente pervaso di ideologia sul come vorremmo il mondo fosse che parlare di come il mondo è, sembra una rinuncia al poterlo immaginare diverso. Dovremmo invece staccare i due ambiti.

L’atteggiamento idealista serve all’animo di chi lo interpreta, le cose non stanno come stanno, stanno molto vicino a come vorremmo fossero. È un meccanismo di salute psichica che, per salvaguardare il dominio della nostra forma mentale, distorce la cosa per farla assomigliare al nostro intelletto. Da qui in poi non importa quanto la realtà contesti la nostra credenza, si troverà sempre qualche artificio logico-linguistico che difenda la fondatezza della nostra credenza, ne va del nostro equilibrio mentale, quindi esistenziale. Eraclito diceva che costoro vivono come sonnambuli, ognuno con la sua inventata o manipolata ricostruzione della realtà nella mente, è quindi un fatto umano molto antico, connaturato la nostra cognizione.

L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.

E veniamo alla cronaca geopolitica recente.

Su questa pagina, un anno fa e anche prima, s’era scritto delle intenzioni di Trump. Le questioni internazionali andrebbero seguite tutti i giorni mentre molti si svegliano solo quando accadono fatti. Ogni volta sobbalzano, si sorprendono e si mettono furiosamente a scrivere di cose le cui tracce si potevano rinvenire mesi o anni prima com’è ovvio in processi di causazione così complessi.

Che dietro a Trump ci fossero gruppi di interesse specifici non era noto solo al reparto delirio del manicomio interpretativo, per costoro Trump era il miliardario (fallito) paladino del popolo reale contro le élite woke. Il sonnambulo non può rendersi neanche conto di quanto stia confondendo la sua immaginazione con la realtà, ne avrebbe un crollo psichico, verrebbe risucchiato nel buco nero della dissonanza cognitiva.

Che tra questi gruppi di interesse ci fosse la lobby petro-carbonifera era chiaro anche ai meno informati, sin da quando alla sua prima elezione fece come prima nomina a Segretario di Stato un amministratore delegato della Exxon-Mobil, compagnia tra l’altro fortemente coinvolta -ai tempi- nei progetti di sfruttamento dei giacimenti polari e siberiani russi, nonché il megaprogetto Sachalin. Puntualmente, il giorno dopo l’incontro di Trump e Putin ad Anchorage, Exxon-Mobil ha ripreso i colloqui con la russa Rosfnet.

Trump, da sempre, ha negato ogni dato di allarme climatico, ogni richiamo a cause umane, ogni cautela ecologica e quelli del reparto deliri del manicomio idealistico lo hanno adottato come proprio mentore nella battaglia contro le élite di Davos, neoliberali, europeiste, lib-dem e le loro paturnie pseudo-green. Non si sono posti il crudo fatto, si sono solo preoccupati di opporre una ideologia a un’altra ideologia, per costoro i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni. In effetti nel mondo delle idee è così, peccato che ci sia poi un mondo reale che ignorano volutamente.

Scrissi un anno fa che la nomina a Segretario di Stato di Marco Rubio era significativa. Rubio, figlio di espatriati cubani, era stato storicamente un avversario di Trump e si sa che Trump ha memoria lunga verso coloro che non crollano in ginocchio davanti la sua immaginaria potenza. Unitamente a dichiarazioni in campagna elettorale e altri semplici ragionamenti, non ci voleva un genio geopolitico per conseguirne che la politica strategica della seconda presidenza Trump avrebbe avuto a obiettivo l’intero Centro e Sud America, quindi chi meglio di Rubio?

Così, per quanto riguarda l’Europa, le dichiarazioni di Trump ma anche il suo atteggiamento durante la prima presidenza, rendevano esplicita la volontà di sottomettere l’inconcludente condominio europeo alle strategie statunitensi con molti meno riguardi di quanto non aveva comunque già fatto Biden (operazione Ucraina). Da cui i dazi e l’imposizione di maggior spesa a supporto NATO tra l’altro ben sapendo che tutte queste nuove armi gli europei, non essendo in grado di produrle, le avrebbero comprate dagli USA.

A chiudere queste prime pagine del capitolo geopolitico della presidenza Trump, la faccenda della Groenlandia vista Artico, trattata qui anche molto prima di un anno fa in quanto ovvia. Trump minaccia guerra per ottenere accordi, mani libere per basi militari (che già ha e che un trattato gli permette anche di moltiplicare), stazionamento navale militare nelle acque prospicenti, ma soprattutto diritti di scavo delle tante stimate materie prime minerali depositate sotto i ghiacci (che Trump sa che sono destinati a sciogliersi nel medio-lungo tempo). Copenaghen prenderà qualcosa in percentuale (dipenderà dalla trattativa) e rimarrà formalmente il riferimento statuale sui sessantamila abitanti che intanto si arricchiranno un po’.

Quindi, che sta facendo Trump?

Semplicemente sta rinforzando la potenza complessiva (geopolitica, militare, commerciale, di alimentazione di ogni processo estrattivo base per la trasformazione industriale statunitense) sotto il profilo dell’allineamento geopolitico coatto. Da qui anche dazi e minacce aperte a Canada, Messico perché Brasile intenda e così Bruxelles. Questo il nuovo polo occidentale piramidale con gli USA al vertice.

Recentemente, leggendo qui e là, mi sono accorto che alcuni avevano idealisticamente inteso l’annunciato “mondo multipolare” come un eden armonioso di nazioni in pace perpetua, magari tendenti al socialismo. Ahimè, mondo multipolare è una semplice descrizione. Mondo bipolare era una descrizione occidental-centrica che raccontava una parte del mondo (scambiato per il Mondo tout-court) diviso in due blocchi. Mondo unipolare era una descrizione americana di un mondo immaginario il giorno dopo che è scomparsa l’URSS. Mondo multipolare, è una descrizione obiettiva quindi non occidentale o asiatica o di chi altro volete, di come si ripartiscono i poli di potenza su un pianeta affollato da 8 prossimi 10 miliardi di umani ripartiti in più di 200 Stati.

Mondo multipolare non è una ideologia è realistica presa d’atto del fatto che nessuno più può controllare l’intero mondo e che ci sono vari attori, a vari livelli di potenza, che operano per il proprio interesse di sviluppo e sicurezza in una geografia politica complessa.

Qui da noi in Europa, poiché siamo viziati dall’esser stati centro di tanta storia per millenni mentre oggi qui da noi non c’è alcuna potenza di rilievo ed anche le medie potenze come Francia o Germania o Gran Bretagna, non sono autonome ma coartate da Washington, si fa fatica a capire questo mondo nuovo. Una sezione del reparto deliri addirittura guarda il paesaggio fuori della finestra domandandosi malinconico “perché noi non siamo una potenza?”. Perché Europa non è uno Stato e non esiste, non è mai esistita e mai potrà esistere per ragioni logico-funzionali autoevidenti, una potenza che non sia uno Stato unificato. Ma l’auto-evidenza al reparto deliri non è mai tale altrimenti non sarebbe reparto deliri.

A Washington, invece, sono uno Stato ed anche molto potente, sanno -più o meno- come sta il mondo e quali linee di fenomeno ne faranno la consistenza almeno per i prossimi trenta anni e si organizzano di conseguenza. Già storicamente poco inclini a condividere potere (il potere per esser tale è indiviso), da sempre del tutto alieni da ciò che alcuni chiamano “diritto internazionale” (diritto senza Stato è volontario, quindi revocabile, quindi non regola alcunché), ieri hanno annunciato il ritiro unilaterale da 66 programmi e organizzazioni internazionali, di cui 31 fanno parte delle Nazioni Unite. Non è più il momento di far finta di essere educati condomini del Mondo, soft power, missioni moralizzatrice del mondo e finte gentilezze annesse (come ha ben compreso Netanyahu).

Quella del “rinforzo di potenza” è solo la fase 1 della strategia USA per un mondo multipolare, prima si rinforza il giocatore, poi si gioca, vedremo in seguito come.

Non è bello? Non è giusto? Ma quando mai il mondo è stato bello e giusto? Quello che sta facendo Trump (che non ha alcuna garanzia di successo) andrebbe letto come sintomo di quanto la posizione occidentale (e statunitense) in un mondo sempre più complesso è e sempre più sarà problematica. La realtà possiamo dirla bella o brutta secondo nostro giudizio ideale, ma politicamente il giudizio non ha alcuna rilevanza, la realtà è un fatto.

E se non piace, allora ci si dovrebbe fare la terribile domanda che l’idealista sonnambulo evita come la peste nera per quella incapacità a rispondere che genera impotenza e frustrazione: che fare?

(L’immagine è un articolo su Il Fatto sull’uscita del mio primo libro “Verso un mondo multipolare” in cui tutto ciò era più o meno ipotizzato. Era il gennaio di nove anni fa).

DELLA GUERRA. Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.

La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse. Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.

Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.

Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.

C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.

Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale, quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica. sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.

Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto, avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.

Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.

Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.

A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.

Tuttavia, rimane vero e inconfutabile, che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno, sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.

Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.

Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.

Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico. Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.

La sindrome di Procuste ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente. Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?

L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.

Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa, poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille), ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?

La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).

Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.

Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.

In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.

Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.

GEOECONOMIA o GEOPOLITICA ECONOMICA. Gli Stati Uniti hanno varato un progetto di polo industrial-commercial-tecnologico con loro al centro. Il progetto è quello di creare un girone ristretto di cooperazione, scambio e comune catena di sviluppo. Parliamo di ricerca e produzione chip, semiconduttori , infrastrutture di intelligenza artificiale (IA), minerali critici , produzione avanzata, logistica e infrastrutture energetiche e di dati associate. Insomma, un polo ICT.

Da un articolo di Adnkronos che linko al primo commento: “L’obiettivo finale è costruire un’economia a “circuito chiuso”: un sistema in cui un modello di IA può essere addestrato su chip americani, prodotti in Corea con minerali australiani e alimentati da data center indiani, senza che un singolo byte o elettrone attraversi infrastrutture avversarie.”, cioè cinesi.

Ad oggi, il progetto sinistramente titolato “PAX SILICA”, è stato approvato da: USA, GIAPPONE, COREA DEL SUD, SINGAPORE, AUSTRALIA, INDIA, ISRAELE, GRAN BRETAGNA, PAESI BASSI, QATAR. Stanno per aderire EMIRATI ARABI UNITI, CANADA, UNIONE EUROPEA mentre TAIWAN non comprare ufficialmente ma aderisce di fatto. Il titolo del progetto è “sinistro” perché porterebbe a concludere che chi non è nel sistema non ha garanzie di pace. Nei fatti, il progetto tende a creare un confine tra “amici” e non, escludendo questi secondi da qualsiasi condivisione di processo e relative interdipendenze.

Data la struttura dell’argomento in termini di potenza complessiva, è chiaro che gli USA fungeranno da centro del sistema ed è chiaro che dopo le sventatezze della globalizzazione “libera e bella” non c’è alcun ipotizzato rimbalzo verso la chiusura nazionale, ma la creazione di circoli con relazioni asimmetriche (il design è quello del “hub&spoke” ovvero mozzo e raggi come in una ruota di bicicletta) con Washington a far da perno. Ed è anche chiaro che questa sottomissione della logica economica e finanziaria alla logica geopolitica, prevede che queste nuove reti faranno da base anche all’allineamento geopolitico militare, viepiù data l’incidenza che questo argomento ha nella produzione del militare di oggi e sempre più nel futuro. Qualcosa del genere è già in atto e sempre più lo sarà, nei progetti di esplorazione e sfruttamento dello spazio.

Da ciò è anche più chiaro capire come mai il mondo ICT USA, già per lo più democratico, sia oggi allineato come un solo uomo all’amministrazione Trump.

Dopo l’esproprio del petrolio venezuelano, il processo di rinforzo del controllo USA sull’intero continente americano (in corso) e le mire sulla Groenlandia, vedremo come si evolverà la questione in Iran, questo progetto continua la strategia di potatura delle principali linee di relazione economica con la Cina, una sorta di lento soffocamento e accerchiamento di cui ci possiamo aspettare prossime nuove puntate.

Do la notizia così com’è, farne una valutazione è forse prematuro. Per il momento è una firma su una carta di intenti, ma proprio l’intento è chiaro.

Aggiungo solo un’altra notizia neanche poi così nuova. L’altro giorno, Bill Gates, ha pubblicato un suo articolo in cui da una parte paventa la possibilità che soggetti non allineati o non governativi possano produrre biotecnologie aggressive usando software A.I. open source. Il che porterà probabilmente ad un più stretto controllo proprio dell’open source e un motivo in più per il progetto della Pax Silica di cui sopra ovvero il controllo americano sull’intero comparto e relative filiere in nome della sicurezza.

Dall’altra però, ha ribadito che: “”Man mano che l’intelligenza artificiale sviluppa il suo potenziale, potremmo ridurre la settimana lavorativa o persino decidere che ci sono alcuni ambiti in cui non vogliamo utilizzarla. Dovremmo usare il 2026 per prepararci a questi cambiamenti” (fonte ANSA).

Gates e molti suoi colleghi della Silicon Valley, da qualche anno insistono unanimi su questa previsione di taglio del lavoro. Il che non impedisce ad alcuni attardati a scrivere libri ed articoli sul fatto che no, il lavoro rimarrà e si reinventerà in nuovi campi e fini.

Risulta bizzarro questo non credere a ciò che dicono personaggi dalle mani ed interessi così profondamente immersi nello sviluppo di questo nuovo ambito, loro sanno cose che altri non sanno ovvero cosa realmente stanno facendo, cosa prevedono di fare, quali sviluppi sono instradati sullo sviluppo di tecnologia la cui applicazione ancora non vediamo del tutto, ma presto le vedremo.

Certo, se uno ha l’immagine di mondo fondata su teorie politiche che riflettevano lo stato delle cose di seconda metà Ottocento, avrà qualche resistenza a evolvere il proprio sistema di analisi, giudizio e valori.

Abbiamo trattato il tema in un recente video per IBEX qui postato. Inviterei l’ambito sfilacciato delle intelligenze critiche a concentrarsi un po’ di più sul problema, non solo con esercizi di stile nella critica corrosiva al limite della paranoia, ma della formulazione di ipotesi di intervento politico per limitare i danni di tale epocale svolta. Gates stesso accenna all’ipotesi di vietare l’A.I. in certi campi (e non solo lui, in particolare proprio sul militare e la robotica) e da tempo in ambito americano c’è un certo fiorire di ipotesi che vanno da una partecipazione popolare agli azionariati delle Big Tech (in modo da recupere in profitti da titoli le perdite di salario), alle varie declinazioni del reddito di cittadinanza.

Sono queste problematiche prettamente politiche e sociali, ma dato lo stato dell’intelligenza politica critica, dovremmo preoccuparci seriamente del fatto che saremo destinati a subire interamente il fenomeno secondo logica e interessi elitisti e statunitensi se non ci diamo una svegliata. Una volta di più, insisto sul fatto che, secondo me, la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di reddito, sarà la battaglia decisiva se non vogliamo ridurci ad una poltiglia sociale in grado solo di lasciare i suoi inutili e strazianti lamenti sui social.

Se lo stato moderno e il senso della cittadinanza sono fondati sul lavoro, senza lavoro cosa diventeranno?

TEMPO e POLITICA. (Post+video su argomento di teoria politica) C’è un argomento che è scarsamente trattato nelle teorizzazioni politiche: il TEMPO. Quali sono i principali aspetti del rapporto tra politica e tempo?

In tempi normali la politica serve per gestire. In tempi anormali come gli attuali, la politica dovrebbe servire a cambiare. Ma cambiare gli attuali assetti elitisti, neoliberali, atlantisti, europeisti, implica quantomeno strategie di medio lungo periodo. Come si fa a stabilire, condividere e mettere in atto una strategia di cambiamento nel medio-lungo periodo? Dove abbiamo una teoria politica che analizzi la relazione tra TEMPO e CAMBIAMENTO?

Se il presente è troppo complesso anche solo per sognare una politica trasformativa radicale istantanea e bisogna pianificare il futuro, che previsioni sul mondo futuro (a breve-medio-lungo) facciamo? Come cambia il rapporto tra società umane del nostro tipo e il futuro?

E visto che PRESENTE e FUTURO conseguono il PASSATO, che porzioni di tempo geostorico prendiamo in esame per le nostre teorie politiche? Dalla riconsiderazione della consistenza del formato di Stato-nazione (problema europeo), ai problemi di sviluppo della ricerca e delle tecnologie, ai problemi ecologici o demografici, alla postura geopolitica, il mondo sempre più complesso impone fare e condividere strategie, programmi, progetti. Nessuno di questi argomenti si affronta con slogan e idee improvvisate o meccaniche sociali positivistiche, nessuno si risolve senza investimenti di tempo a medio-lunga prospettiva dato che qualsiasi cambiamento strutturale impone massa critica.

Forse la discontinuità più profonda dell’era Complessa è che la storia non possiamo più limitarci a subirla, dovremmo farla intenzionalmente. Chi non ha programmi articolati e seri per il futuro basato sulla mediazione tra idea e realtà, non avrà futuro alcuno o ne avrà di patimento.

E cosa ne è del moderno assetto tra tempo personale e politico e TEMPO DI LAVORO? Diverse forze congiurano per creare -in Occidente- una società post-lavoristica. Si sommano il fine ciclo di economia moderna occidentale (sono rimaste meno cose da produrre, l’innovazione è drasticamente diminuita rispetto alla prima metà del Novecento, l’intero mercato mondiale e l’incipiente maggiore scarsità di materie ed energie creerà sempre più perturbazione dei prezzi e la produzione soprattutto asiatica è molto più competitiva in diversi aspetti), nonché le limitazioni che dovremmo apportare per cautela ecologica.

Ma la variabile decisiva è l’erosione del lavoro umano (e il suo costo e indiretto) in favore del lavoro macchina (hard e soft) che promette di impattare anche fasce di lavoro concettuale oltre che manuale, routinario e a basso valore aggiunto. Si porrà (o già si pone) inderogabile sia la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sia quella successiva per la ridistribuzione del reddito senza il quale la società prenderebbe forme di ineguaglianza ben peggiori delle attuali.

Battaglie eminentemente “politiche” poiché c’è da decidere il quanto, cosa a chi e in base a quali criteri e prassi politiche si dà o poi magari si toglie. Decisioni che non hanno alcun criterio di oggettività in una società, l’unico criterio è politico con contrattazione di diritti e doveri tra Molti e Pochi.

Infine, proprio la battaglia sulla riduzione dell’orario di lavoro, anche più prioritaria di quella sul potere d’acquisto o la sovranità monetaria, serve proprio per la relazione tra TEMPO e POLITICA. Il tempo che dedichiamo all’auto-formazione, all’auto-informazione, alla distribuzione delle conoscenze senza le quali i Molti diventano masse informi da eccitare con propaganda e populismo (o auto-esclusione basata sull’astensione politica di vario tipo), fino al dibattito sulle idee e i progetti sulle forme di vita associata e la partecipazione alla loro realizzazione.

La consistenza politica di una società è direttamente correlata al tempo, il tempo che serve per passare da masse informi e masse critiche (“critiche” nel senso che hanno “peso” per operare trasformazioni sociali profonde).

Una -vera democrazia- è l’unica teoria politica che preveda l’autogoverno dei Molti, il resto è tutto elitismo. Una vera democrazia o democrazia radicale non ha nulla a che fare con un distratto voto di delega ogni quattro anni e preparazione, dibattito, deliberazione continuata e partecipazione diretta alla cosa pubblica (la famosa “res publica” da cui la “repubblica” in cui ci picchiamo di vivere) sono tutte attività ad alta disponibilità e intensità di tempo.

Una reale democrazia è cronofaga e solo una vera democrazia può affrontare e provare a risolvere il di quanto detto sopra e il vasto resto. Come altrimenti creare una massa critica di persone intenzionate, preparate, impegnate nell’esercizio del diritto (e dovere) ad esser soci naturali di una società?

Riprendiamo possesso del nostro tempo di vita e delle regole associative del sistema di cui viviamo, nessuna ipotesi politica che riequilibri diritti e doveri sociali avrà mai luce se non si ricrea una società politica di tipo realmente democratico, rivendicando tempo politico.

Come altrimenti cambiare il disgustoso stato delle cose e del Mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere?

Beggar thy neighbour” (“derubare il tuo vicino”)_di WS

Alla base della “sceneggiata Groenlandia” come era facilmente prevedibile c’è un strategia semplice : costruire la fortezza America e portare il caos in tutto il resto del mondo.

Ma come  nota  Simplicius  qui    c’è   soprattutto  una enorme valenza “psicologica” sia nella “conquista del Venezuela” che nella “annessione della Groenlandia”   con annesse  umiliazioni  pubbliche e gratuite   alla   €uroservitù.

Questa pressione psicologica  è diretta   tanto  agli “amici” quanto ai “nemici”. Il messaggio è imperiale :Ogni resistenza è futile , arrendetevi  o  sarete  annientati   perché  non  vi  saranno   concessi  margini” oltre al “chi mi teme mi obbedisca”.

 E l’ esito ( infausto) di simili operazioni mi sembra abbastanza scontato perché le “leggi ferree della geopolitica” non possono essere sovvertite dalla “narrazione”. Tra “chi non teme ” U$rael verrà prima o poi un giocatore razionale che riterrà inutile continuare a “trattare” con uno psicopatico pesantemente armato e  che concluderà che l’ unica  risposta  possibile  non potrà che  essere   “  a brigante un brigante  e mezzo”

Vorrei infatti far notare   che la “strategia  del pazzo”  di  Trump   è  una  estenzione  globale  della  “  strategia”  di Israele   in MO:  suprematismo , messianismo ,  eccezionalismo,  razzismo  e   totale   disprezzo  per  tutti.

Ma  a me non  sembra  che questa  ottantennale    ” strategia”  israeliana  abbia  poi risolto  i problemi  di Israele.  Certo,     il caos  in MO non è mancato,  ma non mi sembra   che gli “amici”  ( Egitto,  Turchia  e Arabia )  per  quanto   “timorosi”  siano  così obbedienti, tanto meno  che  pure  “il nemico “( Iran)  sia  tanto  terrorizzato  da    “ arrendersi  E perire”.

Anzi   senza il continuo   ( e autolesionistico)  appoggio  del   suo Golem  “occidentale”   Israele   avrebbe  dovuto  chiudere  questa   sua  strategia già da un pezzo;  quindi non  vedo  su  quali  solide basi poggi  questo  scimmiottamento   americano  che  alla  fine  andrà  a sbattere   senza  la  protezione   di nessun  “  Grande Fratello”.

 Gli U$A  attuali  infatti  sono   semplicemente  un Golem  della  Grande Finanza, preda   dei suoi   deliri   sempre più fuori  dalla  realtà.

Anzi  proprio  questa rapida   deriva   del MAGA    verso   questo “imperialismo  terminale”   segnala già  il fallimento     del movimento MAGA . Come infatti  era  facilmente prevedibile    Trump   NON può   ricostruire   un ‘  America  che non  c’è più   perché    I FATTI hanno  sempre  CONSEQUENZE   e   la  scelta  dell’ imperialismo  finanziario  ha distrutto per   sempre   gli USA   di Pound   e Twain.

Gli storici   domani , esattamente    come per la storia   di Roma , indagheranno     su  quando     sia   stata  compiuta  questa   “ svolta“ mortale  e/o   quando  questa  sia  diventata irreversibile.

 Io una qualche  idea in merito  ce l’ho   e  mi  era  chiaro     che   Trump     avrebbe   fallito   esattamente  come  da noi   mi  fu facile prevedere   che  avrebbe  fallito miseramente  Craxi,    unico     esponente  della  prima  repubblica   che  ne sia uscito  con qualche dignità.

La  storia infatti   ci  ricorda i “capi”  e  ce li  consegna   come  “vincitori”  o  “vinti”      come   se  fosse    stato  tutto  nelle loro mani    dimenticandosi  sempre   che  all’ esito  delle  loro   scelte   contribuiscono  sempre  fondamentalmente  le  risorse  umane  e materiali  di  cui  disponevano.  Nessun  “grande generale ”  può  vincere   guidando  un “esercito di Pulcinella”.

Un ‘ altra  interessante  questione   è  questa   elite   “ repubblicana “   che   guida ora  gli U$A.  Soprattutto  questo  pugno    di Colby , Miller  , Vance , Rubio  ect.  che    vorrebbero   ritornare  ai  fasti   della  “frontiera”    e che  rappresentano  una    giusta reazione    alle politiche  volute  dai   grandi “finanzieri”    i quali   detengono  il controllo del partito democratico,  dimenticandosi  però      che   sono   altrettanti   “grandi imprenditori”   della  stessa  etnia     che   riforniscono   di dollari    anche il loro partito.

Questi  “ repubblicani”  si considerano  gli eredi della   elite  di  “calvinisti”  che ha   fondato  e diretto  gli USA   fino a farli   diventare  “grandi”  . 

Il  calvinismo  è una programmatica imitazione    dell’ ebraismo    “placcata”  di  cristianesimo    e come  tale una religione  funzionale  agli  scopi precipui  di una Setta  intesa  come una elite  che vuole  dominare  il mondo operando    slegata  da ogni vincolo   e usando  ogni mezzo  grazie  al proclamato  proprio   eccezionalismo di un   diretto   rapporto  con Dio.

 Un “dio”   che però    è essenzialmente “mammona”   data  la loro  smodata  adorazione   del  danaro  ,  del potere e di una ricchezza  mostrata  a  pubblica  affermazione   della  ricevuta “benevolenza  divina”.

Per  capire  questa mentalità  è molto  istruttivo  il film   “  the  good  shepard”,  soprattutto in quel passaggio in cui il protagonista  risponde    al  capomafia   con cui  sta   ordendo un intrigo a  Cuba:     “noi possediamo  l’ America  e voi  siete   qui  solo di passaggio”

Bene,  ovviamente non è così        e la vecchia  elite  calvinista  oggi possiede  l’ America solo  “in società”      con una elite  finanziaria  ed economica   dei   “fratelli maggiori”   i cui interessi    non coincidono  esattamente con quelli  della  vecchia  elite  americana.

 E altrettanto  ovviamente  c’è   chi  dovrebbe   essere  “lì solo  di passaggio”  piuttosto che  per  restare;   invece ci  resterà.

In conclusione,  le attuali  contraddizioni  del  sistema  americano  sono  enormi   e richiederebbero  troppo  lungo  tempo per  essere  digerite.

La scelta   quindi  sarà  , come  sempre,  di scaricarle  all’ esterno,  perché  nella   innata visione   americana   di un  mondo  “a somma  zero”     “ beggar thy neighbour”  è sempre la soluzione più semplice.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Consegna a domicilio – Operazione Absolute Resolve – Campa , Semovigo , Germinario

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.

Temi trattati:

• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano

GeopoliticaRealista #Venezuela #Maduro #OperazioneAbsoluteResolve #ArmamentiRussi

Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

https://rumble.com/v74japm-consegna-a-domicilio-operazione-absolute-resolve-campa-semovigo-germinario.html

Ritorno al futuro_di Scott Ritter

Ritorno al futuro

Forse l’unico modo per ripristinare le relazioni tra Stati Uniti e Russia è tornare alla Guerra Fredda e ricominciare tutto da capo.

Scott Ritter16 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Back to the Future' fun facts: The original Marty wasn't Michael J. Fox |  Chicago Symphony Orchestra

Donald Trump si è candidato due volte alla presidenza con un programma che includeva il suo desiderio di dare priorità assoluta alla normalizzazione delle relazioni con la Russia. “Non sarebbe bello se andassimo d’accordo con la Russia?”, disse Trump durante la sua campagna presidenziale del 2016. “Ho un ottimo rapporto con il presidente Putin”, dichiarò Trump nel settembre 2024.

Ma le cose non andarono come previsto. “Non c’è mai stato un presidente così duro con la Russia come lo sono stato io”, dichiarò Trump nel luglio 2018, riflettendo la realtà della politica russa della sua amministrazione: severe sanzioni economiche e sostegno militare all’Ucraina in cima alla lista dei suoi successi nei confronti di Mosca.

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con Vladimir Putin, ma gli è successo qualcosa”, dichiarò Trump nel maggio 2025. “È completamente impazzito! Ho sempre detto che vuole TUTTA l’Ucraina, non solo una parte, e forse si sta rivelando vero, ma se lo fa, porterà alla caduta della Russia!”

Lo yin e lo yang della relazione a fasi alterne di Trump con il presidente russo Vladimir Putin ha creato confusione tra gli osservatori di Trump ormai da un po’ di tempo.

Ma la realtà è che nemmeno Trump sa cosa vuole dalla Russia, perché le sue dichiarazioni non derivano da alcun impegno personale nei confronti della Russia o del suo leader riguardo al miglioramento delle relazioni, ma sono piuttosto sintomatiche di un uomo (Trump) che ha la tendenza a dire qualsiasi cosa, non importa quanto inverosimile, irrealistica e infondata, pur di ottenere ciò che lui (Trump) vuole.

Trump non cerca di stringere una vera amicizia né con Putin né con la Russia, ma piuttosto di fare in modo che Putin, in quanto leader della Russia, esegua i suoi ordini.

In breve, Trump vuole un rapporto tra Stati Uniti e Russia che sostenga l’obiettivo decennale degli Stati Uniti, fin dalla fine della Guerra Fredda nel 1991, di mantenere la Russia debole e completamente subordinata alla volontà degli Stati Uniti.

In questo, Trump non è diverso da Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden, tutti ex presidenti che hanno perseguito politiche volte a indebolire e soggiogare la Russia e, forse ancora più importante, a indebolire e diminuire la capacità di Vladimir Putin di svolgere il ruolo di presidente della Russia.

Ci sono due cose che tutti questi leader hanno in comune quando si tratta della Russia. Innanzitutto, la convinzione che gli Stati Uniti abbiano vinto la Guerra Fredda, che crea un profilo psicologico di una Russia sconfitta, contribuendo a delineare una prerogativa politica coerente che pone gli Stati Uniti in una posizione di superiorità nella concezione di qualsiasi relazione tra Stati Uniti e Russia.

In secondo luogo, c’è l’infinita amarezza e il risentimento nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per aver assecondato il copione scritto dai vincitori americani, optando invece per sollevare la Russia e instillare in lei un orgoglio nazionale che la pone al pari degli Stati Uniti.

Il presidente russo Putin interviene alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007

La famosa dichiarazione d’indipendenza di Putin, pronunciata alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, sconvolse l’élite dell’establishment americano, profondamente infettata dalla russofobia, che si aspettava che Putin riprendesse il ruolo svolto dal primo presidente russo, Boris Eltsin, prostrandosi ai piedi del vincitore americano e vero salvatore della Russia.

Il “reset” delle relazioni del 2009 orchestrato da Barack Obama non è stato altro che un’operazione di cambio di regime mascherata da diplomazia, in cui gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire Vladimir Putin con Dmitri Medvedev nella speranza che Medvedev si dimostrasse più accondiscendente. L’attuale resoconto di Dmitri Medvedev su X è la prova lampante che l’amministrazione Obama non aveva ben compreso l’ex presidente russo, né la Russia nel suo complesso.

La Russia non tornerà mai volontariamente alle condizioni che hanno causato il disastro degli anni ’90.

La Russia non subordinerà mai più il suo orgoglio nazionale, la sua cultura, la sua sicurezza e la sua storia ai capricci dell’Occidente.

Eppure è proprio questo che Donald Trump cerca oggi. Letteralmente, “o la faccio a modo mio o l’autostrada”, e l'”autostrada” di cui parla Trump è una rampa di uscita per l’inferno.

La politica di Trump nei confronti della Russia non si è mai discostata in modo significativo dal percorso strategico intrapreso fin dalla fine della Guerra Fredda.

Mantenere la Russia debole promuovendo l’indipendenza dell’Ucraina e incoraggiando l’integrazione dell’Ucraina nelle relazioni economiche e militari occidentali è stato un tema ricorrente fin dal 1991 e rimane in gran parte valido anche oggi.

E il controllo dell’economia russa – e, attraverso questo vettore, della sua stessa esistenza – è la componente fondamentale della politica di Trump nei confronti della Russia. L’obiettivo della politica sanzionatoria di Trump è il “collasso” dell’economia russa, il che significa il collasso della società russa e, con essa, del sistema politico russo.

Il rapporto economico che Trump immagina con una Russia post-conflitto è simile a quello che promuove con l’Ucraina: un forte coinvolgimento americano nelle attività principali come mezzo per esercitare un controllo diretto sulle politiche dei “partner” economici interessati.

Nel caso dell’Ucraina, questo si chiama “garanzie di sicurezza”.

Con la Russia, si tratta semplicemente di una resa economica.

Lo “spirito dell’Alaska”, promosso da funzionari russi e americani fin dal vertice di agosto tra Trump e Putin, non è altro che un sotterfugio, un lupo travestito da pecora che maschera i veri obiettivi politici dell’amministrazione Trump nei confronti della Russia.

Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia

È un fatto poco noto che Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia che, nel 2016-17, ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’intelligence nazionale per la Russia e gli affari eurasiatici e, in questo ruolo, è stata responsabile della supervisione della produzione di una controversa valutazione della comunità di intelligence (ICA) che sosteneva che la Russia aveva colluso con Donald Trump per rubare le elezioni presidenziali del 2016, era sull’Air Force One mentre Trump volava in Alaska.

La missione di questo famigerato russofobo non era quella di informare il Presidente sulle possibilità di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, ma piuttosto di come il Presidente avrebbe potuto usare il vertice dell’Alaska per mettere alle strette il Presidente Putin e creare la possibilità di far crollare il governo russo.

Gurganus era sull’Air Force One grazie all’intervento del suo capo, il direttore della CIA John Radcliff. Radcliff si era prodigato per insabbiare i peccati passati di Gurganus, declassificando un rapporto nel maggio 2025 che scagionava Gurganus da ogni illecito riguardante l’ICA del 2017 (purtroppo per Gurganus, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard condusse un’indagine più approfondita e onesta che dichiarò Gurganus colpevole, con conseguente revoca delle sue autorizzazioni di sicurezza e del suo impiego presso la CIA. Ma questo avvenne dopo il briefing sull’Air Force One).

Il compito di Gurganus non era quello di aiutare il presidente Trump a superare le macchinazioni politiche volte a normalizzare i rapporti con il presidente russo.

Non poteva essere, per il semplice fatto che lavorava per John Radcliff, e il suo compito era sconfiggere strategicamente la Russia e far cadere il governo di Vladimir Putin.

Questa era la missione che gli era stata affidata dal presidente Trump.

Radcliff e i suoi agenti paramilitari dello Special Activities Group della CIA avevano lavorato a stretto contatto con i servizi segreti e le forze speciali ucraine per pianificare ed eseguire attacchi strategici in profondità nel territorio russo. Erano stati strettamente coinvolti nell'”Operazione Spiderweb”, l’attacco dei droni ucraini contro i bombardieri strategici russi condotto nel giugno 2025. E la CIA ha pubblicamente ostentato il suo ruolo nel facilitare gli attacchi dei droni ucraini contro le infrastrutture di raffinazione del petrolio russe.

Ma il più grande indizio che la CIA e Trump non erano interessati alla pace con la Russia, ma stavano piuttosto usando la ricerca di una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino come copertura per un cambio di regime all’interno della Russia, è stato l’attacco del drone ucraino del 29 dicembre 2025 alla residenza personale di Vladimir Putin nella regione russa di Novgorod, eseguito mentre Putin era impegnato in colloqui telefonici con Donald Trump sulla fine della guerra in Ucraina.

Inizialmente Trump ha finto sgomento e rabbia. Ma in seguito ha definito la versione russa degli eventi una menzogna e ha accusato Vladimir Putin di inventarsi tutto.

Il problema per Trump era che l’attacco fallito aveva lasciato dietro di sé una scia di detriti, tra cui componenti di guida computerizzata intatti, contenenti le coordinate precise dell’obiettivo previsto (sì, la residenza di Putin) e dati sulla rotta che il drone avrebbe dovuto seguire.

Le “impronte digitali” americane erano ovunque su questo componente di guida, cosa che i russi sapevano quando il loro capo dell’intelligence militare consegnò uno di questi componenti intatti agli addetti militari statunitensi a Mosca.

La Russia conosce la verità.

E la verità è che gli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump puntano ancora alla sconfitta strategica della Russia.

Nulla è cambiato rispetto alle politiche di Joe Biden.

Di Barack Obama.

Del primo mandato di Donald Trump.

Il mese prossimo scadrà il trattato New START. Si tratta dell’ultimo trattato sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia, che affonda le sue radici nell’eredità del controllo degli armamenti dell’era della Guerra Fredda. Il presidente russo Vladimir Putin ha indicato la sua disponibilità a implementare una moratoria di un anno sui “limiti” imposti dal New START, che limitano a 1.550 il numero di armi nucleari strategiche dispiegate per ciascuna parte del trattato.

Sebbene inizialmente Trump avesse espresso sostegno all’estensione del New START, più di recente ha espresso indifferenza per il destino del trattato, sostenendo di poterne negoziare uno migliore.

Christopher Ford

Qui dobbiamo prendere nota delle parole e delle azioni di Christopher Ford, ex assistente segretario di Stato statunitense per la sicurezza internazionale e la non proliferazione e sottosegretario per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, durante il primo mandato di Donald Trump.

Christopher Ford era responsabile della supervisione delle questioni relative al controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia.

Christopher Ford ha contribuito a far naufragare il trattato INF nel 2019.

Christopher Ford è fermamente convinto che il controllo degli armamenti sia utile solo nella misura in cui consolida un vantaggio strategico degli Stati Uniti sui russi.

Christopher Ford è il volto della realtà del controllo degli armamenti del dopoguerra fredda.

In breve, Christopher Ford e le persone che la pensano come Christopher Ford ritengono che una corsa agli armamenti con la Russia sia meglio di un vero e proprio controllo degli armamenti.

Ecco perché ci stiamo dirigendo verso una corsa agli armamenti con la Russia e stiamo assistendo alla morte del controllo degli armamenti.

La domanda che oggi si pongono gli Stati Uniti e la Russia è: cosa si guadagna a portare avanti programmi che portano a risultati diversi?

Gli Stati Uniti chiedono alla Russia di cedere.

E la Russia non cederà.

Si dice che siamo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda.

Perché non accettare semplicemente questo risultato?

Sì, la Guerra Fredda ci ha portato sull’orlo di una guerra nucleare.

John F. Kennedy affermò, a proposito della crisi missilistica cubana dell’ottobre 1962, che in quel momento c’era il 30% di probabilità che scoppiasse una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

John F. Kennedy non voleva combattere una guerra nucleare con l’Unione Sovietica, quindi la evitammo.

Nel novembre 2024, alcuni membri selezionati del Congresso vennero informati dalla CIA che c’era più del 51% di probabilità che si sarebbe verificata una guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti prima della fine dell’anno.

E l’amministrazione Biden ha dichiarato di essere d’accordo e di essere pronta a vincere una guerra del genere.

Solo l’elezione di Donald Trump ci ha allontanato da questa strada.

E Donald Trump ha appena cercato di uccidere il presidente della Russia.

Al confronto, la Guerra Fredda sembra piuttosto rosea.

La Guerra Fredda è stata dipinta come una lotta esistenziale tra due ideologie concorrenti e intrinsecamente incompatibili.

Ma la realtà era ben diversa.

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti e la Russia intrattennero intense relazioni diplomatiche.

Il turismo era possibile e incoraggiato.

Ci furono scambi culturali tra le nostre due nazioni.

Accademia specializzata in studi sull’area russa che ha formato gli studenti sulla realtà della Russia.

In breve, le nostre due nazioni si rispettavano a vicenda, in gran parte perché ci temevamo a vicenda. Sapevamo che qualsiasi sforzo concertato per sconfiggere strategicamente l’altra parte avrebbe portato a una distruzione reciproca assicurata, alimentata da armi nucleari.

La Guerra Fredda ha consentito l’avvio di un processo di controllo significativo degli armamenti, un processo basato sul rispetto reciproco e sulla necessità di reciproca affidabilità.

Ma la Guerra Fredda non fu tanto innescata da ideologie divergenti quanto piuttosto dal rifiuto sovietico di sottomettersi all’egemonia economica americana.

George Kennan

La maggior parte degli storici della Guerra Fredda indica il “Lungo Telegramma” di George Kennan del febbraio 1946 come l’inizio del processo che portò alla Guerra Fredda. La missiva di Kennan dipingeva un’Unione Sovietica in netto contrasto con le politiche e le priorità dell’Occidente. Questo telegramma diede avvio a quella che divenne nota come la “Dottrina Truman”, annunciata dal presidente Harry S. Truman nel 1947. La “Dottrina Truman” impegnò l’America al comunismo fornendo aiuti finanziari e militari a paesi come Grecia e Turchia minacciati dall’espansione sovietica. Stabilì il contenimento dell’Unione Sovietica come pietra angolare della politica statunitense. Queste idee furono poi trasformate in armi sotto forma di NSC-68, un documento top secret di 58 pagine che definiva formalmente l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere il potere sovietico e l’ideologia comunista.

Kennan affermò in seguito che il suo lungo telegramma non aveva lo scopo di creare le basi ideologiche della Guerra Fredda e che il fatto che fosse stato utilizzato in questo modo era dovuto in gran parte a un’interpretazione errata dell’intento alla base della comunicazione.

La genesi del Lungo Telegramma non si basava sulla preoccupazione per il potere sovietico o per l’ideologia comunista in sé, ma piuttosto su un’indagine del Dipartimento del Tesoro sul motivo per cui l’Unione Sovietica era restia ad aderire alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.

A quanto pare, Joseph Stalin non era molto favorevole al fatto che l’economia dell’Unione Sovietica fosse prigioniera di quello che sarebbe diventato “l’ordine internazionale basato sulle regole”.

L’incompatibilità intrinseca tra i sistemi economici statunitense e sovietico fu la vera causa principale della Guerra Fredda.

In Occidente si è diffuso un mito secondo cui gli Stati Uniti avrebbero sconfitto l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, costringendo i sovietici a dichiarare bancarotta attraverso una corsa agli armamenti con gli Stati Uniti.

Ma i fatti non corrispondono al mito.

Secondo la maggior parte delle stime, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 l’economia sovietica era entrata in una fase di relativa stagnazione per quanto riguarda i beni di consumo di base.

Questo è vero.

Ma l’economia sovietica funzionava.

La maggior parte dei cittadini sovietici in vita in quel periodo ricordano con affetto la società sovietica, perché non era, come la dipinge l’Occidente, una società in declino.

La sconfitta dell’Unione Sovietica non fu causata da forze esterne, ma piuttosto da forze interne. Il malgoverno di Mikhail Gorbaciov, acclamato dall’Occidente come un “riformatore”, è ampiamente considerato la genesi del crollo dell’Unione Sovietica.

Il desiderio di Gorbaciov di trasformare l’economia sovietica in un’economia consumistica di tipo occidentale andava controcorrente rispetto alla direzione politica intrapresa da Stalin nel 1946, ovvero evitare di essere consumati dalle organizzazioni e dai sistemi economici occidentali, perché ciò avrebbe significato la fine della sovranità sovietica.

Gorbaciov ignorò questo principio fondamentale, aprì l’Unione Sovietica alle idee economiche occidentali che poi vennero implementate in modo imperfetto, e il resto è storia.

Ma l’idea che l’Occidente abbia “sconfitto” l’Unione Sovietica non è semplicemente supportata dai fatti.

Le realtà della Guerra Fredda produssero una distensione.

Le realtà della Guerra Fredda hanno prodotto un vero e proprio controllo degli armamenti che ha cercato innanzitutto di porre fine alla corsa agli armamenti limitando la crescita dei rispettivi arsenali nucleari degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, poi di ridurli, con l’obiettivo (espresso nel 1986) di eliminare del tutto le armi nucleari.

La realtà della Guerra Fredda permise a Ronald Reagan, un conservatore convinto, di smettere di chiamare l’Unione Sovietica “l’Impero del Male” e di ammettere che le nostre due nazioni potevano essere amiche.

Perché ci rispettavamo a vicenda.

Perché ci fidavamo l’uno dell’altro.

Oggi la realtà è che gli Stati Uniti non rispettano la Russia e non la rispetteranno finché non sarà finita la mitologia di una “vittoria” americana nella Guerra Fredda.

E dato il comportamento degli Stati Uniti nel corso dei tre decenni trascorsi dalla fine della Guerra Fredda, non potrà esserci alcuna possibilità di fiducia da parte della Russia finché gli USA crederanno di aver vinto la Guerra Fredda e perseguiranno politiche subordinate alla concessione da parte della Russia della propria sconfitta e della successiva sottomissione.

Abbiamo bisogno di un reset.

È tempo di tornare al futuro, replicando le esperienze di Marty McFly nel film “Ritorno al futuro”, dove torna indietro nel tempo per cambiare gli esiti che si manifestano nel presente.

Mosca durante la Guerra Fredda

Una nuova guerra fredda accetta come necessaria una nuova corsa agli armamenti nucleari, perché solo facendo rivivere la paura dell’annientamento nucleare gli Stati Uniti potranno mai impegnarsi in un controllo degli armamenti significativo basato su risultati reciprocamente vantaggiosi, in contrapposizione ai vantaggi unilaterali che gli Stati Uniti cercano di accumulare e sostenere oggi.

Una nuova Guerra Fredda richiederebbe un impegno diplomatico, il che significa che le istituzioni accademiche dovrebbero adattarsi alla necessità di veri esperti russi, e non degli ideologi anti-Putin che vengono attualmente prodotti.

Una nuova Guerra Fredda porterebbe i media tradizionali a modificare la loro copertura della Russia, se non altro perché i loro padroni del governo avrebbero bisogno di concentrarsi su soluzioni reali a problemi reali e non su soluzioni fittizie a problemi creati ad arte.

Una nuova Guerra Fredda costringerebbe gli Stati Uniti a riprogrammare l’intero approccio nei confronti della Russia, eliminando dalle proprie politiche l’idea della necessità di sostenere la Russia come una nazione sconfitta e soggiogata e riconoscendo invece la Russia come un paese pari, dotato di caratteristiche potenti, tra cui una civiltà unica e importante.

Una nuova Guerra Fredda imporrebbe la fine dell’irrazionale russofobia, se non altro perché gli Stati Uniti sarebbero costretti a conoscere la realtà di questo nuovo avversario.

È tempo di piantare un paletto nel cuore delle fallimentari politiche degli Stati Uniti post-Guerra Fredda nei confronti della Russia. Gli Stati Uniti devono essere completamente rieducati sulla realtà russa. Ciò è impossibile nell’attuale clima politico ideologico.

Ciò può accadere solo se torniamo indietro nel tempo, resuscitiamo la Guerra Fredda e poi cerchiamo un esito diverso.

Uno in cui le nostre due nazioni accettano di occupare il mondo in cui viviamo come pari, rinunciando per sempre sia all’idea della Russia come nazione sconfitta, sia alla necessità di un vincitore e di un perdente quando si tratta delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

Dobbiamo imparare a vivere insieme in pace, da pari.

Oppure morirete insieme come nemici.

Si tratta di un problema esistenziale che può essere affrontato solo in un contesto di Guerra Fredda.

Abbiamo bisogno di una nuova Guerra Fredda se vogliamo avere una possibilità di sopravvivenza.

Perché l’attuale stato delle relazioni tra Stati Uniti e Russia ci sta portando su un’autostrada per l’inferno, un viaggio di sola andata.

Passa alla versione a pagamento

La posta psicologica in Groenlandia_di Simplicius

La posta psicologica in Groenlandia

Simplicius 19 gennaio∙A pagamento
 
LEGGI NELL’APP
 CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Con il prossimo grande evento mediatico-geopolitico che si sposta in Groenlandia, ci troviamo nel mezzo di molte discussioni interessanti su cosa abbia catturato l’attenzione unanime di Trump in questo territorio antico.

Una proposta interessante è stata avanzata in un nuovo articolo di Michael McNairL’articolo approfondisce la teoria secondo cui il sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby sarebbe il vero artefice dell’acquisizione della Groenlandia da parte di Trump e, di fatto, avrebbe delineato la sua visione di questa manovra nel suo libro del 2021, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict (La strategia del rifiuto: la difesa americana in un’epoca di conflitti tra grandi potenze).

L’articolo afferma che, proprio come si sospettava che la “mano nascosta” del Progetto 2025 della Heritage Foundation avesse fornito la “sceneggiatura” di base per il secondo mandato di Trump – nonostante le numerose smentite – in ambito interno, il “copione” di Elbridge Colby sta segretamente plasmando la visione di Trump non solo per la Groenlandia, territorio che rappresenta solo un tassello fondamentale nel quadro generale, ma anche per la più ampia strategia geopolitica americana, che include la nuova “Dottrina Donroe”.

L’articolo cita John Konrad nel descrivere l’influenza di Colby all’interno del Pentagono:

“… a parte Hegseth, la figura più influente nell’edificio è Elbridge Colby.” Ha aggiunto che “la grande strategia di Colby rimane esattamente quella che ha pubblicato nei suoi libri e nelle interviste molto prima di assumere l’incarico. Ora la sta mettendo in pratica.”

Prosegue poi elogiando il pensiero strategico “sofisticato” di Colby, suggerendo in ogni occasione che egli sia un sapiente raro e generazionale sotto la cui guida gli interessi geopolitici degli Stati Uniti saranno perseguiti in modo impeccabile.

Ciò che distingue Colby dalla maggior parte dei pensatori strategici è la sua consapevolezza che la strategia opera come un sistema adattivo complesso. Egli non si limita a chiedersi “cosa dovremmo fare riguardo a Taiwan?”, ma si interroga su “qual è la strategia ottimale della Cina e come possiamo far fallire tale strategia?”. Egli riflette sugli effetti di secondo e terzo ordine, comprende come le azioni in un teatro influenzano la capacità in un altro e costruisce un quadro in cui i pezzi si collegano effettivamente tra loro.

Naturalmente, se si presta davvero attenzione alla descrizione che l’autore fa del suo genio, ci si rende subito conto che Colby non è il grande pensatore che viene dipinto, ma piuttosto un tipico stratega neoconservatore americano unidimensionale, capace solo di elaborare il mondo attraverso una mentalità superficialmente binaria e antagonista, che lo distingue dalle persone che gestiscono la politica in Stati civilizzati come la Cina. I neoconservatori americani possono operare solo da una posizione imperiale, utilizzando modalità di ostilità e controllo delle risorse basate sulla teoria dei giochi.

Non sorprende quindi che Colby discenda proprio dal “migliore” di loro:

Si tratta di vero virtuosismo strategico o semplicemente del solito nepotismo clanico?

Wow, deve essere proprio come il protagonista di Beautiful Mind.

In breve, dobbiamo presumere che sia un uomo pericolosamente brillante. Pertanto, la sua campagna in Groenlandia, pianificata con cura, sarà una delle mosse strategiche più impressionanti del secolo.

Qual è esattamente la sua strategia, come descritta nel suo fondamentale libro citato in precedenza? L’autore ce la riassume così:

L’affermazione fondamentale di Colby è che la strategia degli Stati Uniti nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia sull’Asia. Il resto del suo quadro teorico deriva da questo punto.

Abbastanza semplice, ma ecco il colpo di scena:

Anche l’attenzione rivolta all’emisfero occidentale rientra nel suo quadro di riferimento. Proteggere la base operativa non significa ritirarsi dall’Asia. È un prerequisito per mantenere la proiezione di potere nell’Indo-Pacifico. Non è possibile combattere una guerra nel Pacifico occidentale se gli attori ostili controllano gli approcci meridionali.

Ha scritto il copione. Ora lo sta mettendo in pratica.

In breve, si sostiene che la strategia attualmente messa in atto dalla Casa Bianca non sia un “ritiro” dal mondo esterno in stile Dottrina Monroe, come molti hanno ipotizzato, con gli Stati Uniti concentrati su un’enclave strategica di tipo “fortezza America” nell’emisfero occidentale, ma piuttosto una strategia completamente offensiva volta a impedire alla Cina la sua ormai inevitabile ascesa. L’attenzione degli Stati Uniti su progetti “interni” come il Venezuela e la Groenlandia ha il solo scopo di consentire agli Stati Uniti di agire all’estero privando la Cina e altri avversari delle loro linee di vita e dei loro vantaggi, ecc.

Questo sembra abbastanza logico.

Si tratta essenzialmente di una smentita del famoso meme che sta circolando, secondo cui Trump starebbe deliberatamente dividendo il mondo cedendo gli emisferi rimanenti a Putin e Xi.

L’idea è riassunta in questa sezione chiave:

La confusione deriva dal confondere la definizione delle priorità con l’abbandono. Quando Colby sostiene che l’Europa dovrebbe assumersi la responsabilità primaria della propria difesa, non sta dicendo che “la Russia si aggiudica l’Europa”. Sta dicendo che gli europei hanno le risorse per gestire il proprio continente, quindi le risorse americane dovrebbero concentrarsi dove sono effettivamente necessarie per mantenere l’equilibrio di potere.

L’attenzione rivolta all’emisfero occidentale non significa che l’America si stia ritirando nel proprio angolo. Significa piuttosto che sta mettendo in sicurezza la propria base operativa. Non è possibile proiettare il proprio potere nell’Indo-Pacifico se attori ostili controllano le rotte marittime del Golfo, l’accesso al canale o le catene di approvvigionamento critiche nel proprio emisfero. La riaffermazione della Dottrina Monroe rende possibile la strategia asiatica, ma non la sostituisce.

Nonostante il mio tono scherzoso, il contenuto dell’articolo è probabilmente accurato: è vero che gli Stati Uniti non sembrano “ritirarsi” nella loro sfera di influenza; è chiaro che intendono ancora dominare il Medio Oriente per il bene di Israele, come stiamo vedendo ora con la saga iraniana, gli interventi contro gli Houthi, ecc. Il ridicolo è invece rivolto all’idea che la cosiddetta “visione strategica” di Colby possa effettivamente avere successo ignorando le conseguenze reali di secondo e terzo ordine, che stanno già cominciando a manifestarsi.

La più evidente di queste conseguenze è ovviamente la totale alienazione dei principali alleati degli Stati Uniti, che – verrebbe da pensare – controbilancia in qualche modo i “vantaggi strategici” ottenuti dagli Stati Uniti con l’acquisizione di nuovi territori.

https://www.politico.eu/articolo/donald-trump-europa-groenlandia-minaccia-militare-difesa-alleati/

Ad esempio, l’articolo di Politico sopra citato rivela che i funzionari europei stanno discutendo “in modo discreto” possibilità delicate che includono la rimozione delle basi statunitensi in Europa, che consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria forza in teatri chiave, in particolare in Medio Oriente.

Ma è stata avanzata la possibilità di tagliare il sostegno agli schieramenti militari americani, comprese proposte radicali di riprendere il controllo delle basi statunitensi, ha affermato uno dei diplomatici.

“Sono in corso discussioni su come potremmo esercitare pressione e dire ‘Ehi, avete bisogno di noi, e se fate questo reagiremo in qualche modo'”, ha detto il diplomatico. “Ma allo stesso tempo, nessuno vuole parlare apertamente di questo”.

Certo, gli eurocrati sono diventati dei piccoli adulatori così timorosi e servili che è estremamente difficile immaginare che possano mai trovare il coraggio necessario per mettere in atto la minaccia di cui sopra, quindi forse possiamo dare credito all’audacia di Colby nel prevedere la loro mancanza di forza d’animo e di determinazione. Il danno complessivo alle relazioni, tuttavia, è innegabile. Nel gioco a somma zero della politica di potere, vale la pena guadagnare un territorio vuoto in cambio di un tale costo in termini di reputazione?

Alcuni direbbero di sì, ma per chi?

La posta in gioco psicologica

https://www.rt.com/news/631104-us-trump-history-greenland/

Il brano sopra riportato attesta giustamente che l’acquisizione della Groenlandia porterebbe gli Stati Uniti al secondo posto tra i territori più grandi del mondo, superando il Canada.

Se Donald Trump dovesse portare a termine l’acquisto della Groenlandia, si assicurerebbe quasi certamente un posto nella storia americana e mondiale.

Al di là dello spettacolo, già solo le dimensioni sarebbero sbalorditive. La Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati – rendendola paragonabile per dimensioni all’intera Louisiana Purchase del 1803 e più grande dell’Alaska Purchase del 1867. Se quella massa continentale fosse aggiunta agli Stati Uniti odierni, la superficie totale dell’America supererebbe quella del Canada, collocando gli Stati Uniti al secondo posto dopo la Russia in termini di estensione territoriale. In un sistema in cui le dimensioni, le risorse e la profondità strategica continuano ad avere importanza, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il mondo come un’affermazione della durata dell’influenza americana.

Tuttavia, tale affermazione è rivelatrice: gli echi della storia, la grandiosità, la magnificenza… Questi appellativi non vanno tanto a vantaggio dell’immediato beneficio strategico degli Stati Uniti, quanto piuttosto, a quanto pare, solo a vantaggio dell’immagine di un uomo.

C’è un motivo per cui la natura strategicamente “imperativa” dell’acquisizione è stata improvvisamente enfatizzata con una minaccia artificiale sotto forma di affermazioni secondo cui Russia e Cina si stanno preparando a impossessarsi della Groenlandia – sì, la stessa Russia che “barcolla” in Ucraina e non è nemmeno in grado di proteggere le petroliere della sua “flotta ombra” non lontano dalla Groenlandia. Se la minaccia fosse reale, l’imperativo strategico sarebbe evidente. Ma è chiaro dalla natura artificiosa della messinscena che essa è stata orchestrata artificialmente senza una giustificazione reale e chiara; e questo ci dice che il vero motivo dietro di essa risiede probabilmente nell’autoesaltazione di nientemeno che Trump stesso, per il vano beneficio della sua eredità.

Cos’altro sostiene questa tesi? Beh, per esempio, sappiamo che gli Stati Uniti hanno già una grande base radar di allerta precoce antimissile balistico nella base spaziale di Pituffik, in Groenlandia, che ospita il 12° Squadrone di allerta spaziale della US Space Force. Che altro vantaggio potrebbero avere gli Stati Uniti se diventassero ufficialmente “proprietari” della Groenlandia, visto che già possono avere lì le loro enormi basi radar di allerta precoce antimissile?

Le altre giustificazioni addotte dagli Stati Uniti per l’acquisizione hanno ancora meno senso. Ad esempio, Scott Bessent sostiene che se la Groenlandia fosse attaccata, gli Stati Uniti sarebbero “coinvolti” in base alla garanzia prevista dall’articolo 5 del trattato NATO, e quindi in qualche modo, acquisendo la Groenlandia, gli Stati Uniti sarebbero più sicuri, sottintendendo forse che se gli Stati Uniti possedessero ufficialmente la Groenlandia, gli aggressori sarebbero dissuasi dall’invadere il territorio:

Ma questo non ha senso, perché nella stessa frase ammette che gli Stati Uniti sostengono la Groenlandia attraverso le garanzie della NATO, il che significa che gli ipotetici aggressori sarebbero ugualmente dissuasi dall’invadere il Paese, indipendentemente dal fatto che gli Stati Uniti possiedano materialmente la Groenlandia o meno. L’unico modo in cui la sua argomentazione potrebbe avere senso è se lui sapesse qualcosa che noi non sappiamo sui futuri piani degli Stati Uniti di lasciare completamente la NATO.

Se si sommano tutte queste piccole incongruenze e illogicità, diventa chiaro che non esiste alcuna esigenza immediata e urgente che richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia con l’urgenza che viene descritta. Pertanto, possiamo solo concludere che lo scopo dell’intera vicenda è quello di esaltare l’attuale amministrazione, gonfiandone l’importanza negli annali della storia come quella che ha affrontato questioni di vasta portata e compiuto imprese monumentali, anche se la maggior parte di queste “imprese” saranno state eccessivamente superficiali rispetto al miglioramento della vita dei cittadini americani, che è principalmente il compito dell’amministrazione.

Ma forse l’autore dell’articolo precedente ha ragione: i posteri americani non si preoccuperanno della “sostanza” – o della sua mancanza – e acclameranno Trump come un’icona storica per la semplice grandiosità e la sorprendente audacia della sua mossa epica:

Come sarebbe ricordato Trump nel suo Paese se avesse portato a termine l’operazione in modo pacifico, attraverso l’acquisto? La memoria americana tende a fissarsi sui risultati, non sul processo. L’acquisto della Louisiana è celebrato per aver raddoppiato la superficie della giovane nazione, non per gli scrupoli costituzionali che sollevò all’epoca. L’acquisto dell’Alaska, deriso come “la follia di Seward”, è ora insegnato come lungimiranza strategica. Le dimensioni della Groenlandia la renderebbero la più grande espansione in un’unica soluzione del territorio statunitense, superando di poco la Louisiana in termini di superficie. Questo basterebbe a collocare qualsiasi presidente nel pantheon dei leader più influenti; Trump verrebbe probabilmente citato insieme a Jefferson e, per la portata del cambiamento territoriale, accanto alle figure rivoluzionarie che gli studenti imparano per prime.

Dobbiamo ammettere che l’astuta autrice presenta argomenti molto convincenti. Infatti, prevede brillantemente il graduale superamento di qualsiasi contraccolpo contemporaneo e delle conseguenze negative grazie all’entusiasmo e all’orgoglio alimentati dalla “memoria selettiva” derivanti da una simile impresa storica:

A livello nazionale, l’opposizione sarebbe probabilmente forte nell’immediato, soprattutto per quanto riguarda il processo, i costi e i precedenti. Essa sarebbe amplificata in modo massiccio dalla figura divisiva di Trump. Tuttavia, la memoria politica americana è selettiva. Se l’acquisizione offrisse chiari vantaggi strategici e fosse seguita da un’integrazione e da investimenti efficaci, il dramma dei negoziati svanirebbe mentre la mappa rimarrebbe invariata. I mappamondi nelle aule scolastiche cambierebbero. Lo stesso varrebbe per i calcoli in materia di difesa, scienza del clima e politica delle risorse. Col tempo, sarebbero gli anniversari, e non l’acrimonia, a strutturare il modo in cui la maggior parte dei cittadini incontrerebbe la storia.

L’articolo, scritto in modo eccellente, si conclude con un’appropriata enfasi:

Naturalmente, ci sono modi in cui questa eredità potrebbe deteriorarsi. L’America ricorda i grandi cambiamenti, ma ricorda anche gli sprechi. Se il percorso verso l’acquisizione avesse calpestato il consenso, scatenato lunghe controversie o non fosse riuscito a produrre benefici tangibili, il bagliore sarebbe svanito e il paragone con Jefferson o Seward sarebbe sembrato forzato. Per un certo periodo.

Tuttavia, se Trump dovesse acquisire la Groenlandia, gli storici avrebbero difficoltà a scrivere la storia americana moderna senza dedicargli un capitolo centrale. La combinazione di dimensioni, simbolismo e riposizionamento strategico sarebbe troppo significativa per essere trattata come una nota a piè di pagina. Qualunque cosa si pensi dei suoi metodi, la questione dell’eredità in questo scenario è semplice: la mappa testimonierebbe a suo favore molto tempo dopo che le discussioni odierne si saranno placate. È così che spesso funziona la storia. I risultati, incisi nei confini, diventano monumenti.

Chi può contestare quanto sopra? E naturalmente, data la puntuale veridicità di queste parole, possiamo concludere che Trump stesso abbia previsto l’intero scenario di tali eventi, che possiamo quasi certamente considerare il principale motore delle sue ambizioni artiche. Ciò ha poco a che vedere con la “Cupola d’oro”, che, come sappiamo, trarrebbe pochi benefici dal controllo nominale del territorio da parte degli Stati Uniti, dato che questi ultimi già gestiscono basi radar in quella zona e potrebbero facilmente stipulare trattati per gestirne altre.

In realtà, per i non credenti, Trump stesso ha affrontato proprio questo argomento. In un’intervista al NYT ha apertamente lasciato intendere che ottenere la Groenlandia è psicologicamente importante per lui:

https://www.nytimes.com/2026/01/11/us/politics/trump-interview-transcript.html

Cos’altro si può dedurre da questo?

Uno dei problemi è che più crescono i fallimenti di Trump, più sarà psicologicamente spinto a perseguire ambiziosi “grandi successi” geopolitici per compensare le sue perdite percepite. Nella mente di Trump, egli probabilmente presume, a ragione, che una grande vittoria possa cancellare anche la macchia della più grande sconfitta. Quindi, man mano che le sue altre iniziative falliscono e la sua impopolarità cresce, potrebbe diventare sempre più squilibrato nel compiere “miracoli” geopolitici su larga scala, come essere l’uomo che abbatterà l’Iran, acquisirà il Venezuela, la Groenlandia e persino il Canada, ecc., al solo scopo di superare la perdita di prestigio derivante dal suo patrimonio presidenziale in declino.

E così otteniamo vettori come i seguenti:

Donald Trump ritiene che il Canada sia vulnerabile alla Russia e alla Cina nell’Artico, scrive la NBC.

Il Canada teme di poter diventare il prossimo obiettivo di Trump dopo il Venezuela e la Groenlandia – Bloomberg.

Nel frattempo, l’UE potrebbe imporre dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti per un valore di 93 miliardi di euro, riferisce il quotidiano Financial Times, citando funzionari europei.

Secondo i suoi dati, l’opzione degli europei per le azioni di ritorsione è quella di limitare l’accesso al mercato dell’UE alle aziende americane.

https://www.rt.com/news/631112-trump-taking-greenland-would-be-nail-nato-coffin/

Più sono le perdite subite, più “grande” sarà la compensazione eccessiva per rimediare a esse: questa è la chiave della natura “psicologica” di queste manovre territoriali, nonostante il loro attuale beneficio geopolitico marginale.

Come si concilia questo con i “grandi progetti” di Elbridge Colby, descritti in precedenza? Forse Trump ha selezionato alcune parti di tali strategie solo per legittimare le sue mosse e adornarle con i fronzoli di una “teoria” autentica, per il bene dei posteri.

O forse siamo noi gli sciocchi, e Trump ha accesso a informazioni riservate più approfondite di quelle a cui noi potremo mai avere accesso, che lo hanno convinto che questi colpi di grazia geopolitici sono una necessità assoluta per il futuro sostentamento degli Stati Uniti.

Ma questo è piuttosto improbabile: chiedetevi, la Russia, che è di gran lunga il Paese più grande del mondo, vuole davvero o ha bisogno di acquisire un altro enorme deserto innevato ancora più arido e remoto della Siberia? L’idea sembra assurda.

E la Cina, che riesce a malapena a proiettare la propria forza militare sulla vicina Taiwan e ad affermare in modo convincente la propria presenza nel Mar Cinese Meridionale, avrebbe intenzione di “conquistare” la Groenlandia, distante 10.000 km, e di stabilirvi basi difendibili? La stessa Cina che gestisce solo UNA piccola base straniera a Gibuti?

È tutto semplicemente assurdo.

No, sembra più probabile che Trump abbia già rivelato apertamente il vero motivo dietro queste disperate appropriazioni di terreni: la psicologia o, più concisamente, l’ego.

Ma condividete i vostri pensieri!

È una semplificazione eccessiva? O si riduce davvero a termini così semplici e basilari?


Un ringraziamento speciale a voi che state leggendo questo articolo Premium —siete voi i membri principali che contribuiscono a mantenere questo blog in buona salute e a garantirne il funzionamento costante.

Il Tip Jar rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di fare il doppio gioco, per coloro che non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida dose di generosità.

Le forme della vita economica_di Spenglarian Perspective

Le forme della vita economica

spenglarian perspective16 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Spengler distingue diversi ruoli assunti dagli uomini nella storia economica. Questi ruoli cambiano natura e significato man mano che la sua storia morfologica progredisce, passando da una forma primitiva di autoservitù all’alto idealismo del periodo antico, al pensiero monetario del periodo tardo e della civiltà, per poi decadere in un miscuglio frammentato di atteggiamenti critici e superstiziosi. Questo articolo spiegherà i ruoli degli uomini in economia, avulsi dal linguaggio moderno che definisce chi o cosa si intende per classe operaia, classe alta, classe dirigente, classe media e così via.

Spengler si riferisce alle classi economiche come a quando gli uomini sono “in forma” per le attività economiche, allo stesso modo in cui sono “in forma” quando si organizzano in movimenti politici, ceti e stati. Ciò che rende difficile comprenderlo oggi, tuttavia, è che il periodo della civiltà tende a elevare alcuni gruppi economici allo status di ceto politico quando, in realtà, come abbiamo già stabilito, questi gruppi sono solo gli ancellari delle unità politiche. Marx definì nettamente la classe operaia e la contrappose come un gruppo politico ai proprietari terrieri come un altro gruppo politico. La conseguenza è un decadimento della vera forma politica, che è lo stato-nazione in cui entrambi sono annidati.

Questa classe operaia, divenuta di pubblico dominio a partire dal 1800, sostiene Spengler, è semplicemente un prodotto della teoria e non della realtà. Spengler riduce la classe operaia a una serie di servizi che emergono in ambienti industriali e urbani. La natura urbana di questo fenomeno è primaria, e la teoria e i partiti costruiti per rappresentarli sono secondari. Gli ambienti urbani sono il prodotto di una fase storica, e trattare la storia come una lotta dei lavoratori contro i governanti è l’aspetto peggiore di una falsa percezione.

Il modo di vita economico più primario e fondamentale è la vita del contadino. Egli vive sul suo appezzamento di terra, elemento caratterizzante del paesaggio, e ne coltiva e ne cura ciò di cui ha bisogno. Questo modo di vita è la produzione ed è il presupposto per tutto il resto. Il feudalesimo è il prodotto delle classi nobiliari e sacerdotali che consideravano la terra la proprietà più onorevole, da cui si poteva produrre tutto ciò di cui la società aveva bisogno.

Con questo, emerge un nuovo modo di vivere. Nel mercato locale, nelle città e nei paesi, vagando con le sue merci, c’è l’intermediario il cui modo di vivere è il commercio . Prima del denaro, barattava merci, e poi valutava le sue merci per ricavarne un profitto. Spengler definisce questo tipo di uomo un “parassitismo raffinato” per la sua improduttività.

Poi, tra loro, c’è il membro della corporazione. Ciò che rappresenta è la modalità di preparazione . Tradizionalmente, potrebbe essere un fabbro che ha padroneggiato il suo mestiere. Nella civiltà, potrebbe essere uno di quegli uomini della “classe operaia” che lavorano in fabbrica o preparano il caffè. Questi sono anche i vostri artisti e inventori che legano il loro senso di sé a ciò che creano a propria immagine. In questa “economia della tecnica”, c’è una tensione tra attaccamento e alienazione; un artista si sentirà vicino alla sua creazione, ma un operaio no; un artista a cui viene negata la capacità di dipingere per poter dedicare tempo al lavoro per pagare le bollette è un artista che probabilmente fallirà.

In questi tre modi di vita, come in tutte le cose viventi, ci sono seguaci e leader. Questi ultimi organizzano, innovano, assumono, licenziano e decidono il futuro di coloro la cui unica funzione è semplicemente eseguire gli ordini impartiti. I leader non sono una classe separata a sé stante, ma parte del processo insieme ai lavoratori. Danno forma a una folla altrimenti ignara, in attesa di sapere come guadagneranno oggi.

Spengler distingue questi gruppi per illustrare come contadini, banchieri, sarti e artisti conducano tutti esistenze completamente separate. Nelle condizioni della civiltà, le linee di demarcazione vengono rimescolate per concentrarsi sulle stesse questioni che riguardano la stabilità generale dello Stato. Improvvisamente, il contadino è qualitativamente uguale all’impiegato di banca, poiché entrambi sono fratelli nell’oppressione dei loro padroni. Ma una storia delle forme economiche e dei diversi modi in cui si sono manifestate in altre culture elevate dovrebbe servire a dare sfumature a quella che è diventata, persino per alcuni esponenti della destra, una semplice questione di oppressi e oppressori.

Come la narrazione plasma la realtà: poliziotti buoni e poliziotti cattivi in ​​Cina e negli Stati Uniti_di Ugo Bardi

Come la narrazione plasma la realtà: poliziotti buoni e poliziotti cattivi in ​​Cina e negli Stati Uniti

Ugo Bardi15 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Ripubblicato da “Chimeras”; leggermente modificato. 9 gennaio 2026

The Dumpling Queen (2025) è la storia di 臧健和 (Chong Kin Wo), una persona reale (1945-2019) che ha lottato duramente per guadagnarsi da vivere con le sue due figlie dopo essere stata abbandonata dal marito. Non so quanto sia vicina alla realtà la storia raccontata nel film, ma non importa. La narrazione non riguarda necessariamente la realtà. La narrazione serve a far emergere dall’anima i sentimenti per i propri simili. Ed è questo che fa questo film. Ipersentimentale, certo, e con diversi difetti come film. Ma anche un film di straordinaria bellezza: affascinante, divertente, commovente. Non si può evitare di immedesimarsi nella difficile situazione di questa giovane madre. Se, per caso, non la pensi così, sei un rettile, e questo è offensivo per i rettili.

C’è una scena nel film in cui la protagonista viene arrestata dalla polizia per aver venduto i suoi ravioli senza permesso. Alla stazione di polizia, un’altra donna dice al capo della polizia di non avere soldi per pagare la multa. Il capo ci pensa un attimo, poi tira fuori dei soldi di tasca propria e paga la multa, lasciandola andare libera. Da notare che rispetta la legge: avrebbe potuto semplicemente lasciar andare la donna. Ma la legge è la legge: la multa deve essere pagata. È un messaggio potente del film: rispetta la legge, ma aiuta anche i tuoi concittadini.

Questa non è l’unica prova che abbiamo del fatto che i cittadini cinesi si aspettino che la polizia li aiuti, non che li colpisca con un manganello o li spari. Ci sono molti filmati e immagini sul web cinese di poliziotti che aiutano persone in difficoltà, salvando bambini e animali domestici dai pericoli.

Certo, sappiamo tutti che la realtà e YouTube sono mondi diversi. Sappiamo anche che la propaganda esiste ovunque nel mondo. Ma se queste clip provenienti dalla Cina sono propaganda governativa (alcune sicuramente lo sono), significa che il governo cinese vuole che la polizia sia gentile con i cittadini. Se esistono film come “La regina dei ravioli”, significa che, entro certi limiti, in Cina le persone credono che la polizia sia lì per aiutarle. Le convinzioni plasmano la realtà e le buone convinzioni rendono il mondo migliore.

Non credo di dover dirvi quanto siano diverse le cose nel nostro mondo. Molti film e clip sul web mostrano la polizia occidentale che maltratta e uccide persone. E se la gente crede che la polizia sia lì per uccidere, allora la polizia ucciderà. Le cattive convinzioni peggiorano il mondo. E così via.

Who Is Renee Nicole Good? What We Know About the Woman Killed in  Minneapolis ICE Shooting - WSJ

Potete vedere l’intero film “Dumpling Queen” a questo link . La scena in cui il poliziotto paga la multa è al minuto 1:15:00.

Pura anarchia_di Aurélien

Pura anarchia.

Cosa vi aspettavate, liberali?

Aurélien14 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete continuare a sostenere il mio lavoro mettendo “Mi piace” e commentando, e soprattutto condividendo i saggi con altri e condividendo i link ad altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, non vi ostacolerò (ne sarei molto onorato, in effetti), ma non posso promettervi nulla in cambio se non una calda sensazione di virtù. Un ringraziamento speciale a coloro che hanno sottoscritto un abbonamento a pagamento di recente.

Ho anche creato una pagina “Comprami un caffè”, che puoi trovare qui . ☕️ Grazie a tutti coloro che hanno contribuito di recente.

E come sempre, grazie a tutti coloro che forniscono instancabilmente traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , e Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui , e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, a patto che citino la fonte originale e me lo facciano sapere. E ora:

**************************************

La settimana scorsa ho ipotizzato che oggigiorno i governi e il settore privato stiano seguendo sempre più una politica di distruzione nichilista, che è il risultato logico, seppur scomodo, di quel tipo di individualismo apocalittico ormai dilagante ovunque dopo il trionfo incontrastato delle idee liberali.

Ritengo che questo caso sia sufficientemente consolidato, e questa settimana voglio analizzare più nel dettaglio le aree specifiche in cui ciò sta accadendo, o è addirittura accaduto, e valutare quali potrebbero essere alcune delle conseguenze pratiche. Sono tutte logicamente deducibili dalla mentalità ultraindividualista, quasi autistica, che il liberalismo, nella sua forma peggiore, comporta, e forse vale la pena di spendere subito qualche parola al riguardo.

Qualsiasi sistema di individualismo radicale riduce le relazioni con gli altri a tre tipi: o sono concorrenti, e quindi una sfida all’ego liberale e alla sua libertà personale e finanziaria, o sono subordinati, da usare per ottenere maggiori benefici personali e finanziari per sé stessi, o infine sono personaggi non giocanti, da manipolare, comandare, rimproverare e per i quali si legifera, in modo che il mondo che ne risulta sia più vicino alla propria visione di come dovrebbe essere. Questo significa che in una società liberale non esistono legami tradizionali di famiglia, amicizia comunitaria, persino impegno reciproco. Esistono solo coincidenze di interessi, da sfruttare finché durano, per poi essere abbandonate. (La disastrosa argomentazione secondo cui “il personale è politico” estende questo pensiero alle relazioni personali, che vengono quindi viste come l’equivalente di alleanze politiche o commerciali basate puramente e temporaneamente sul reciproco interesse personale.)

Una simile mentalità è interessata al mondo più lontano solo nella misura in cui può trarne beneficio e nella misura in cui può rimodellarlo per meglio corrispondere ai desideri del proprio ego. Guerre o carestie all’estero offendono la concezione liberale di come le cose dovrebbero essere, ed è quindi normale pretendere che Qualcuno faccia Qualcosa, per avvicinare il mondo a come dovrebbe apparire. (La gente che muore di fame per strada, d’altra parte, è semplicemente Come Stanno le Cose.) Quindi si sviluppa un senso di paura e disorientamento quando crisi come quelle in Ucraina e a Gaza non possono essere confinate al livello simbolico e sfuggono alla TV o a Internet per avere conseguenze pratiche indirette e persino dirette vicino a casa. In effetti, e come vedremo, il fatto che la politica liberale consista in gran parte nella manipolazione di simboli la rende particolarmente inadatta alle difficoltà reali del mondo odierno. Forse mai prima nella storia umana, quindi, così tante cose importanti sono state fraintese dai pochi che ci governano.

Il liberalismo è incentrato sulla gratificazione immediata dell’ego e il suo stato mentale fondamentale è quello adolescenziale. È inutile aspettarsi che una società liberale si preoccupi del futuro, così come è inutile aspettarsi che un adolescente pensi seriamente alla pensione. Il tipo di saccheggio nichilista che ho descritto la scorsa settimana è del tutto logico per la mentalità liberale: non ci sarò più tra cento anni, perché dovrei preoccuparmi? La mia ricchezza mi proteggerà dalle conseguenze di quel problema, perché dovrei preoccuparmi? Non andrò mai in quella parte del mondo né incontrerò quelle persone. Perché dovrei preoccuparmi? Perché non trarre il massimo beneficio a breve termine possibile per me stesso, e riempire gli altri e riempire il futuro? (E naturalmente più distruggo, meno ne rimane per gli altri.)

Parte di questo beneficio è intellettuale, o almeno viene presentato come tale. Controllare la vita, e persino le parole e i pensieri degli altri, e quindi cercare di rimodellare le società, può essere molto entusiasmante e appagante in certi casi. Ora, esiste, naturalmente, una lunga e onorevole storia di riforme sociali, a cui hanno partecipato alcuni liberali in passato, e che era progettata per realizzare azioni concrete volte a migliorare la vita delle persone comuni. Ma la tradizione moderna di riforme sociali si basa prevalentemente su segni e simboli, su astrazioni e norme, con l’intento di prendere il gigantesco set Lego che è la società e trasformarlo in un design più gradevole. E poiché la motivazione è fondamentalmente estetica (anche se indossa vesti ideologiche), i risultati negativi sono irrilevanti.

La teoria dell’educazione è un buon esempio, perché può essere applicata ai figli di altre persone, e quindi nessuno di importante verrà danneggiato quando le cose vanno male. Sebbene il tema dell’educazione sia vasto, e io non ne sono un esperto, c’è una tendenza che ogni genitore ha riscontrato. È la convinzione che “costringere” i bambini a imparare le cose sia esteticamente sbagliato, e che i bambini dovrebbero “risolvere le cose da soli”, tranne forse in ambiti come gli studi di genere. Ciò significa in pratica, ad esempio, che in molti paesi ai bambini non viene insegnato a leggere foneticamente come avveniva tradizionalmente, ma per deduzione, osservando parole con lettere simili. Questo non funziona e ha portato a un catastrofico declino dell’alfabetizzazione in molti paesi, ma questo è irrilevante, perché il modello in sé è non gerarchico e partecipativo, il che significa che deve essere esteticamente e ideologicamente corretto. Lo stesso vale per la matematica, dove, come osservò acidamente Tom Lehrer sessant’anni fa, “l’idea è capire cosa si sta facendo, piuttosto che ottenere la risposta giusta”. È un po’ come se non ci fossero esami di guida né lezioni di guida, e agli aspiranti conducenti venisse detto di “risolvere da soli”. (Psicologicamente, ovviamente, l’apprendimento mnemonico è sempre stato più efficace perché, rendendo automatiche certe regole e procedure, la mente cosciente è libera di dedicarsi ad altre cose). E in effetti le scuole che frequentano i nostri figli usano ancora metodi tradizionali.

Se consideriamo quanto sopra come una corretta rappresentazione della mentalità che ci ha portato dove siamo oggi, allora dobbiamo considerare alcune delle conseguenze pratiche di questa combinazione di egoismo apocalittico e indifferenza alle conseguenze nel mondo reale.

La maggior parte di essi si concentra in qualche modo attorno alla politica come carriera e ai sistemi politici dei paesi occidentali. Qui, è sempre utile distinguere tra forma e sostanza. Ciò che intendo dire è che la struttura formale della politica è rimasta basata sul presupposto di due o più partiti con convinzioni e obiettivi diversi, e sulla competizione tra loro per formare un governo. Il nostro vocabolario, i nostri concetti e le nostre aspettative sono sostanzialmente invariati rispetto a quelli di cinquant’anni fa. Ecco perché le persone si aspettano ingenuamente che votare per un nuovo governo cambierà le cose, e si lamentano quando non accade. Eppure, la vera sostanza della politica odierna è una lotta per il potere in gran parte post-ideologica, non tra partiti in quanto tali, ma tra gruppi di individui con interessi personali che si sovrappongono occasionalmente. Chi si lamenta del fatto che la politica assomigli sempre più alla competizione tra produttori di alimenti per la colazione vede più chiaramente di quanto forse creda, con la differenza che questi produttori almeno lodano le virtù dei loro prodotti: l’argomentazione politica oggi consiste in poco altro che tentativi nichilisti di distruggere l’opposizione.

Siamo arrivati ​​a quello che mi piace chiamare Il Partito, perché la politica odierna nei paesi occidentali assomiglia sempre più alla politica di uno stato monopartitico: un conformismo ideologico di fondo, unito a feroci rivalità personali e violente discussioni su punti di dettaglio. Da un lato ci sono norme morali preventive da rispettare, dall’altro una serie di teorie presumibilmente “scientifiche” sul funzionamento dell’economia. Né l’una né l’altra devono essere messe in discussione. Questi presupposti sono piuttosto comuni tra le nostre élite politiche e la parassitaria casta dei Professionisti e dei Manager (PMC) che le serve. Ogni opposizione, o persino (e forse soprattutto) ogni critica intelligente, viene esclusa a priori. Il risultato è un discorso che da un lato è dominante (lo si trova ovunque) e dall’altro è marginale (perché al di fuori della PMC, nessuno ci crede). Negli stati monopartitici tradizionali si è fatto molto per diffondere la parola e mobilitare le masse. Il partito odierno non si cura di queste sciocchezze e si affida all’eliminazione e alla distruzione dell’opposizione visibile attraverso l’uso dei social media e, se necessario, attraverso l’imposizione di una disciplina ideologica.

Il problema è che non viviamo in stati monopartitici. Ci sono ancora le elezioni, c’è ancora spazio per nuovi partiti politici e nuovi attori, e il Partito non ha la minima idea di come gestirli. Il mondo compiaciuto e introverso in cui vivono i funzionari del Partito non è il mondo reale in cui vive la maggior parte di noi. Per prendere effettivamente il potere e governare formalmente, è necessario fare cose noiose come vincere le elezioni, e il Partito non è molto bravo in questo. È così sicuro della correttezza delle sue idee che non cerca nemmeno di persuadere chi non è convinto: li istruisce e li insulta. Non avendo una vera ideologia propria se non quella del potere, esige semplicemente che l’elettorato voti per lui. Sorprendentemente, questo non funziona, e poiché la nostra classe politica moderna non ha mai dovuto sviluppare competenze politiche di base, ora non ha idea di cosa fare.

Il PMC è erede di una tradizione politica elitaria presente in luoghi e tempi diversi, che diffida della gente comune e si sente intrinsecamente superiore, nonché l’unico avente diritto a governare. Il problema è che, mentre il concetto greco di governo del Popolo Migliore ( aristoi ), o il successivo concetto di governo per elezione divina, o persino le teorie contemporanee dell’Islam politico, possono essere effettivamente formulati in termini razionali e, in linea di principio, persuasi della loro esistenza, oggi non esiste nulla di simile. Nella vera tradizione liberale, la giustificazione del loro governo da parte delle élite odierne è essenzialmente basata sull’affermazione: sulla pseudoscienza da un lato e sull’invettiva dall’altro. Non c’è da stupirsi che sia difficile trovare convertiti al di fuori del PMC. Esaminiamo ciascuno di questi due concetti e le potenziali conseguenze.

Ho già suggerito che la politica del liberalismo si basa sulla manipolazione simbolica. Certe idee sono ritenute vere perché sono emotivamente ed esteticamente appaganti, e non è ammessa alcuna opposizione. Ora, questa è in parte la tradizionale arroganza elitaria del liberalismo, il prodotto di una mentalità tecnocratica che crede che tutti i problemi abbiano un’unica soluzione razionale. È ben riassunta nel saggio postumo di Simone Weil che sostiene l’abolizione dei partiti politici (come, osserva, la cocaina è stata messa al bando, quindi perché non i partiti politici altrettanto pericolosi?). I partiti, pensava, sono solo strumenti di divisione ed emotività. Cita con approvazione l’idea di Rousseau secondo cui, sebbene le passioni varino, tutte le analisi razionali di una questione giungeranno necessariamente alla stessa conclusione. I partiti, e di conseguenza il dibattito, sono quindi superflui. È sorprendente che questo approccio totalitario liberale abbia suscitato così poca opposizione nel 1950, quando il saggio fu pubblicato, o persino oggi.

Ma è in parte anche il risultato di secondo e terzo ordine della confusa eredità intellettuale degli anni Sessanta e Settanta, in cui sono cresciuti gli insegnanti dell’attuale PMC, e di cui ho scritto in uno dei miei primi saggi. Se la teoria è più importante della realtà, se i fatti sono, come sosteneva Althusser, “concetti di natura ideologica”, che devono essere confrontati con la teoria per verificarne la correttezza, allora qualsiasi forma di governo pragmatico tradizionale è inutile. Se è vero che l’immigrazione incontrollata, o l’esportazione di posti di lavoro all’estero accompagnata dalla deindustrializzazione, sono cose positive, allora qualsiasi prova che suggerisca il contrario è per definizione errata e può essere ignorata. Pertanto, nel caso dell’Ucraina, poiché (1) le armi, la tecnologia e l’addestramento occidentali sono intrinsecamente superiori a quelli della Russia e (2) qualsiasi paese che applichi le politiche economiche favorite da Mosca deve dirigersi verso il disastro, allora la vittoria, o almeno la sconfitta di Mosca, è inevitabile. È solo questione di tempo. E se sono i simboli a contare fondamentalmente, allora è più importante avere, per esempio, un capo della polizia con il giusto colore della pelle piuttosto che fermare l’aumento della criminalità, poiché i crimini stessi sono solo concetti ideologici.

Il problema è che per la maggior parte delle persone la vita non è fatta di manipolazione simbolica e concetti ideologici, ma di lotta per la sopravvivenza. Tradizionalmente, i partiti politici hanno ascoltato i loro elettori e cercato di articolare le loro preoccupazioni. Questa abitudine, ora denunciata come “populismo”, è stata sostituita da un assoluto disinteresse per la vita della gente comune e dal rifiuto di ascoltare le loro preoccupazioni e aspirazioni. In un autentico stato monopartitico (dove tali cose potrebbero benissimo non accadere comunque) i dissidenti potrebbero in teoria essere ignorati. Negli stati che mantengono le apparenze formali dei sistemi multipartitici, tuttavia, c’è sempre la possibilità che emergano figure politiche e persino partiti che effettivamente articolano le preoccupazioni popolari e promuovono le aspirazioni popolari. A quel punto, la nostra moderna élite politica non sa cosa fare, perché non ha più le competenze politiche per rispondere a una simile sfida, anche se pensasse di doverlo fare.

Una risposta è stata quella di cercare di occupare l’intero spazio politico, affermando di essere “al di sopra” o “al di là” delle tradizionali distinzioni tra Sinistra e Destra. Ma il problema è che gli elettori non pensano più in questi termini astratti e sono molto più interessati a ciò che i governi fanno nella pratica che a ciò che affermano in teoria. Il risultato di questo tentativo, forse prevedibile, è stata la distruzione dei partiti tradizionali di Sinistra e Destra, e la loro inglobamento da parte di un Blob anonimo con un’ideologia amorfa e vagamente liberale, in cui, come ho suggerito la scorsa settimana, i singoli politici cercano la propria ascesa a scapito di qualsiasi lealtà al partito. Il problema è che il Blob e le sue idee sono solitamente molto impopolari, ed è stato impossibile impedire l’ascesa di individui e partiti esterni. In Francia, dove questo processo è più avanzato, Macron è riuscito a distruggere in larga parte i partiti della Sinistra e della Destra tradizionali, in parte offrendo ad alcune delle loro personalità di spicco incarichi governativi. Il risultato è stato un blocco “centrista” che non ha ottenuto la maggioranza dal 2022 e che probabilmente scomparirà alle prossime elezioni, lasciando un vuoto enorme dove un tempo si trovava la politica francese convenzionale. Né il Rassemblement nation di Marine Le Pen, né il pagliaccio islamo-wokista di Mélenchon possono sperare di colmare il vuoto, e c’è grande preoccupazione per ciò che potrebbe accadere nel 2027.

L’altra risposta è stata quella di demonizzare idee che attualmente non sono sostenute dal PMC (anche se lo erano in passato), di demonizzare i suoi esponenti e persino di demonizzare coloro che, attraverso le loro azioni o la loro inazione, potrebbero potenzialmente “rafforzare” coloro che hanno queste idee sbagliate. In effetti, se non sei un membro a pieno titolo del PMC e non ne ripeti fedelmente l’ideologia, sei visto per definizione come parte del problema. Il problema vero , ovviamente, è che questi criteri negativi sono abbastanza ampi da includere quasi tutti noi. Tuttavia, ci viene detto di non votare per certe persone, di non simpatizzare per certe opinioni o di non condannarle con sufficiente fermezza. In particolare, l’idea che anche solo menzionare certi argomenti “rafforzerà l’estrema destra” è diventata un elemento centrale del discorso del PMC.

Ah, sì. L'”estrema destra”. O se preferite, l'”ultra-destra” o l'”estrema destra”. (Che fine abbia fatto il vecchio centro-destra in questo discorso è impossibile da dire.) E con il solito processo di inflazione dei termini politici, dobbiamo aggiungere anche “fascista” e persino “nazista”. Uff. Vale la pena sottolineare che questi sono termini offensivi, non etichette oggettive, e che pochissimi membri del PMC, che li brandiscono come manganelli, potrebbero effettivamente spiegare cosa intendono con essi. L’idea che anche solo menzionare tali argomenti possa “rafforzare la destra fascista-nazista” (ok, questa me la sono inventata) è particolarmente bizzarra e, francamente, stupida in termini di politica pratica. Se ti rifiuti di parlare dei problemi della gente comune e poi cerchi di impedire a chiunque altro di parlare degli stessi problemi, ti screditi semplicemente e lasci campo aperto agli altri. La spiegazione, ovviamente, è che il PMC capisce poco, è profondamente diviso nonostante la sua apparente unità, e quindi trova impossibile articolare politiche, o persino posizioni, sulla maggior parte delle questioni delicate. Pertanto, il trattamento delle donne nelle comunità di immigrati, inclusi il matrimonio infantile, la poligamia e le mutilazioni genitali, contrappone le femministe da un lato agli antirazzisti dall’altro, ed entrambi godono di un sostegno significativo all’interno del PMC. Qualsiasi dibattito aperto su questi argomenti si tradurrebbe in diversi gruppi di interesse che si azzuffano a vicenda, quindi è importante che non vengano sollevati dal PMC e che anche ad altri venga impedito di sollevarli. Solo in in questo modo si può mantenere una pace interiore inquieta.

Ma si può arrivare solo fino a un certo punto. Quando si elimina dalla politica ogni argomento anche solo lontanamente sensibile e se ne proibisce la discussione altrove, non si ha nulla da offrire ai potenziali elettori se non la possibilità di odiare. L’unica argomentazione è che esiste una [inserisci il termine che preferisci] Destra che deve essere sconfitta a tutti i costi, anche se ciò significa che le persone votano non solo contro i propri interessi, ma contro il buon senso. È sorprendente, in ogni caso, che molto spesso i programmi politici della [inserisci il termine che preferisci] Destra non siano molto diversi dalle politiche dei governi di centro-destra di una generazione fa, né, in alcuni casi, dalle politiche dei governi di sinistra. Ho sentito sostenere, ad esempio, che i genitori immigrati che sono venuti in Francia anche perché i loro figli potessero avere un’istruzione migliore, non dovrebbero lamentarsi degli standard educativi perché questo potrebbe essere interpretato come un argomento contro l’immigrazione incontrollata, e quindi potrebbe rafforzare [qualcosa] di Destra. Quando tratti le persone come idioti, ti ignorano e se ne vanno, ed è difficile biasimarle. E ora l’ultimo trucco è sostenere che dire certe cose, o anche non dirle, “rafforzi” una strana e improbabile cricca internazionale di personaggi come il Presidente Xi, Putin e Orbán.

Chiaramente, questo tipo di selvaggio dimenarsi si basa sulla paura, e questa paura è francamente giustificata. Perché la retorica puramente negativa del Partito, che dipinge la nostra situazione attuale come una replica degli anni ’30 e tratta ogni elezione come l’ultima possibilità per sconfiggere le forze dell’oscurità, semplicemente non funziona. Infatti, come qualsiasi politico tradizionale avrebbe potuto dire loro, rifiutarsi di offrire all’elettorato altro che espedienti e parlare incessantemente dei propri avversari, in realtà rafforza quegli stessi avversari. Così, mentre le oscillazioni psefologiche vanno e vengono, la [qualcosa] di Destra continua a guadagnare forza, così come altri partiti ai margini del sistema politico convenzionale, e come in effetti fa il Partito dell’Astensione, che sta guadagnando terreno anche nei paesi in cui la partecipazione elettorale è stata elevata. Quindi lo scenario più probabile per il 2027 in Francia è che il RN – di gran lunga il partito di maggior successo nel 2022, con il 37% dei voti – avrà un numero di seggi ancora maggiore, ma non la maggioranza assoluta e, ancora una volta, sarà impossibile formare un governo stabile. E il livello di partecipazione continuerà a diminuire, poiché la gente non vede alcun motivo di andare a votare. (L’esito delle elezioni presidenziali del 2027 è francamente impossibile da prevedere.) Dopotutto, non c’è nulla di magico nei sistemi liberaldemocratici, nessun imperativo categorico a uscire e votare, o anche solo a interessarsi di politica. I sistemi politici devono guadagnarsi il sostegno, e il partito in ogni paese occidentale non solo non è riuscito a guadagnarselo, ma si è persino rifiutato di vederne la necessità.

Niente di tutto ciò dovrebbe sorprendere. La settimana scorsa ho sottolineato che i sistemi politici richiedono cura e manutenzione per evitare gli effetti dell’entropia, e che in generale ciò non è stato fatto. Ma questo problema va oltre le elezioni. Perché dovrei pagare le tasse, dopotutto? Perché dovrei obbedire alla legge, per sostenere un governo che mi insulta? E, in definitiva, perché non dovrei dare il mio sostegno e la mia lealtà a qualcosa di diverso dal governo?

Questo ci porta alla questione della legittimità. Ora, come praticamente tutto il vocabolario della politica liberaldemocratica (inclusi “liberale” e “democrazia”), non c’è accordo sul significato effettivo della parola, e in ogni caso si sconsigliano troppe speculazioni. Il dizionario non aiuta, perché scopriamo che “legittimità” deriva dalla stessa radice latina ( Lex , che significa “legge”) di “legale” e altre parole associate. Quindi un governo legittimo è quello eletto secondo la legge appropriata, e un’organizzazione legittima è quella che obbedisce alla legge. Grazie. In altre parole, la legittimità non è altro che un altro esercizio liberale di spunta di caselle, parte dell’ossessione del liberalismo per la procedura piuttosto che per lo scopo. Se le regole sono state seguite, allora un governo è legittimamente eletto. Ora, naturalmente, questo ragionamento è circolare, ma in realtà è peggio di così, perché molto dipende da chi fa la legge in primo luogo. Le elezioni nella vecchia Unione Sovietica erano regolate da leggi e, per quanto ne sappiamo, queste leggi venivano rispettate. Eppure l’Occidente non considerava legittimo il governo sovietico.

Altre società vedono le cose diversamente, considerando la legittimità come qualcosa di transazionale, che deve essere guadagnato e può essere perso (curiosamente, come l’entropia, se ci pensate). Un governo che lascia la gente morire di fame per strada può essere stato eletto attraverso una procedura che ha rispettato in modo impeccabile le regole, eppure molti lo considererebbero illegittimo in un senso più ampio. E possono sorgere anche seri dubbi sulla rappresentatività, soprattutto nei casi in cui solo metà della popolazione vota. “Abbiamo seguito le regole” non sembra essere una giustificazione adeguata. In altri casi (classicamente, le elezioni in Costa d’Avorio del 2010), il risultato dipende dalla forza dei vari gruppi etnici nel paese, e persino da chi è considerato aventi diritto al voto. In casi così controversi, considerare legittimo il vincitore di un’elezione con un paio di punti percentuali di scarto, nel senso che una vittoria nel rugby con un paio di punti di scarto è legittima, semplicemente non ha senso. Come mi disse più di un africano all’epoca, a proposito dell’ossessione occidentale per la vittoria risicata di Outtara e dell’uso finale dell’esercito per imporla, “qui non si fanno le cose in questo modo”. Ma il fatto è che quando si vede la politica come nient’altro che una lotta per il potere, senza un contenuto ideologico, allora è proprio così che si fanno le cose.

Inoltre, a volte vince la parte sbagliata, soprattutto quando le forze “populiste” di “estrema destra” hanno successo. In tal caso, qualcosa deve essere andato storto, quindi il governo non è effettivamente legittimo, anche se le regole sono state rispettate. Di solito, questo si risolve apertamente in un accenno di “interferenza” da parte di qualche gruppo esterno malintenzionato. (I nostri leader, dopotutto, pensano che siamo fondamentalmente stupidi e che crederemmo a qualsiasi cosa.) In sostanza, però, si tratta della convinzione liberale che il mondo sia pieno di persone sensate e razionali come loro, che la pensano come loro, e quindi, seguendo Simone Weil, se i risultati di un’elezione non corrispondono a ciò che persone razionali e sensate dovrebbero pensare che sarebbe dovuto accadere, ci deve essere qualcosa che non va nelle elezioni. E a volte, tra quelle parti del PMC che leggono libri, o almeno ne hanno sentito parlare, si sosterrà che chiunque voglia sfuggire alla soffocante camicia di forza dell’ideologia consentita del PMC in realtà soffre di un qualche disturbo autoritario della personalità, e seguiranno rapidamente riferimenti ad Adorno, Arendt e Reich.

Ma l’intero sistema sta chiaramente crollando. Il modello futuro sarà probabilmente il declino del Partito nelle sue diverse manifestazioni e l’ascesa di partiti di protesta, spesso transitori, tanto che nei sistemi parlamentari non sarà possibile alcun governo, e nei sistemi presidenziali il risultato sarà inevitabilmente contestato, forse violentemente. La mancanza di un’intesa condivisa su cosa sia la legittimità significa che sarà impossibile persino discutere tali questioni in modo intelligente. Allo stesso modo, l’esaurimento di qualsiasi reale sostanza dalla politica rende di fatto impossibile organizzare un partito politico attorno a un qualsiasi programma ideologico: nessuno capirebbe di cosa si sta parlando.

In effetti, le persone chiedono solo di essere ascoltate, chiedono che le loro preoccupazioni vengano almeno riconosciute e che i governi dei vari paesi tengano conto dei loro interessi. Non è molto da chiedere, ma è più di quanto il Partito sia disposto a offrire, o addirittura sia in grado di offrire senza autodistruggersi. Il risultato sarà probabilmente un sostegno sempre minore ai sistemi politici esistenti, un aumento del malcontento, dei movimenti di protesta e dei partiti monotematici, e paesi sempre meno governabili. Almeno.

Quali opzioni si aprirebbero allora ai governi occidentali? La risposta banale, ovviamente, è la repressione, e qui è normale parlare di sorveglianza, militarizzazione, nuove leggi, intolleranza al dissenso e così via. Niente di tutto ciò è necessariamente sbagliato, ma è meglio vedere tali sviluppi come una dimostrazione di debolezza piuttosto che di forza, e di paura piuttosto che di un desiderio di repressione fine a se stesso. (In effetti, il desiderio di repressione fine a se stesso è piuttosto raro nella storia, se non addirittura sconosciuto.) Ma ci sono alcune distinzioni fondamentali, che vengono spesso ignorate.

Laddove esista un gruppo dissidente organizzato, pronto a ricorrere alla violenza se necessario, allora almeno in teoria ci sono buone probabilità di stroncarlo. Il problema pratico, però, è essenzialmente numerico. Molti attacchi terroristici, almeno in Europa, sono stati perpetrati da persone in qualche modo note alle autorità, e le indagini successive inevitabilmente criticano queste ultime per non aver agito prima e non aver impedito la violenza. La difficoltà sta nel fatto che uno stato occidentale di medie dimensioni con autorità di sicurezza competenti potrebbe benissimo avere 10.000 nomi di interesse per la sicurezza in un database, per una serie di motivi. Sì, esistono diverse tecnologie intelligenti che potrebbero allertare sulla possibilità che accada qualcosa, ma non di più. Per tracciare effettivamente i movimenti delle persone per un lungo periodo di tempo sono necessarie risorse significative: ho sentito dire che servono dai 6 ai 12 agenti per obiettivo per una copertura di 24 ore, e c’è un limite alla durata e alla frequenza con cui si può farlo. In ogni caso, un numero crescente di attacchi violenti è commessi da individui, sconosciuti a tutti, che un giorno decidono semplicemente di uccidere qualcuno. Niente può impedirlo.

Ma in realtà, non è questo il punto. Il timore del Partito non è tanto quello di singoli individui e piccoli gruppi, quanto piuttosto di azioni di massa. Qui, è ancora più una questione di numeri. Per identificare e reprimere il dissenso su larga scala, serve un’organizzazione imponente. Si ritiene generalmente che nella vecchia Germania dell’Est e nella Romania di Ceausescu il 10% della popolazione fosse coinvolto nella sicurezza del regime, alcuni come professionisti, il resto come informatori e collaboratori non ufficiali. Nessuno stato occidentale ha le risorse per fare qualcosa del genere, né lo avrà mai, anche perché gli stati stessi stanno diventando sempre meno capaci. Ancora una volta, e con una certa rivincita, è tutta una questione di numeri.

Quelli che consideriamo stati “repressivi” generalmente prendono di mira solo coloro che ritengono possano rappresentare un pericolo per il regime, o che potrebbero in qualche modo sfidare la struttura del potere. Chi non lo fa apertamente tende a essere lasciato in pace. In effetti, pochissimi stati, per quanto repressivi in ​​teoria, riescono effettivamente a sostenersi di fronte a un’opposizione su larga scala: la Stasi non è riuscita a impedire alla Germania dell’Est di scomparire quasi da un giorno all’altro. Le forze di sicurezza, anche di regimi tirannici, possono essere formidabili in teoria, ma raramente sono disposte a morire per i loro protettori. In effetti, si è scoperto che regimi che l’Occidente aveva considerato “forti”, come quelli in Libia e in Siria, erano in realtà costruiti sulla sabbia, e la repressione violenta non ha fatto altro che produrre un’opposizione ancora più violenta.

Anche le fantasie o gli incubi di soldati e poliziotti che sparano ai manifestanti sono rari: l’Ottobre di Eisenstein è fondamentalmente un’opera di fantasia. La maggior parte dei regimi cade quando i loro protettori decidono di averne abbastanza e di tornare a casa. Ricordo di aver guardato, con un collega, una trasmissione in diretta da Belgrado nel 2000, quando i manifestanti fecero irruzione nel Palazzo Presidenziale e le guardie armate del MUP non fecero nulla per fermarli. Ci scambiammo un’occhiata: “Basta, è finita”, disse il mio collega, e ovviamente aveva ragione. Allo stesso modo, nessuno oggi a Bruxelles morirà per la signora von der Leyen.

Ancora una volta, è una questione di numeri. Gli stati occidentali hanno pochissime forze addestrate per compiti di ordine pubblico (i militari non vogliono questo incarico e in generale sono inutili). Persino un paese come la Francia, con una tradizione di violente manifestazioni di piazza, è riuscito a mobilitare meno di 80.000 poliziotti e gendarmi durante le proteste dei Gilet Gialli del 2018/19: praticamente tutti quelli disponibili, e di questi appena un quarto era effettivamente addestrato per compiti di ordine pubblico. Per questo motivo, le forze dell’ordine sono potute intervenire solo occasionalmente, soprattutto quando la sicurezza delle persone era minacciata. Molti centri commerciali e attività commerciali sono stati distrutti mentre la polizia era a guardare e, se le manifestazioni fossero durate molto più a lungo o fossero state un po’ più grandi, qualcosa nel sistema si sarebbe rotto. E la maggior parte dei paesi occidentali ha proporzionalmente meno personale addestrato. È abbastanza facile prevedere che proteste su larga scala nei paesi occidentali travolgerebbero le forze dell’ordine molto rapidamente e il governo perderebbe il controllo delle strade.

Tutto ciò non significa che i singoli governi non faranno cose stupide; potrebbero provare a introdurre misure e leggi più oppressive, potrebbero cercare di reclutare forze di ordine pubblico più numerose, potrebbero cercare di censurare i media tradizionali e controllare i social media. Ma c’è un limite a ciò che possono fare per contrastare il problema dei numeri. In teoria, potrebbero modificare le loro leggi per consentire l’uso della forza letale contro i manifestanti da parte di polizia e soldati, ma si tratterebbe di un passo enorme e aspramente controverso e potrebbe comunque far cadere i governi, anche se il personale in uniforme fosse pronto a obbedire a tali ordini.

Ma cosa fare allora? Quando il governo si è ritirato nei suoi bunker e decine di migliaia di manifestanti infuriati vagano per le strade, cosa succede dopo? Ho sempre sostenuto che non si può sconfiggere qualcosa con niente. Lo stato del PMC ha un’ideologia e un’organizzazione, anche se non sono molto efficaci. Ma dov’è la contro-ideologia? Dov’è la contro-organizzazione? I cambiamenti di potere di successo arrivano quando c’è un’alternativa in attesa: questo è stato il caso dei giacobini nel 1793, dei bolscevichi nel 1917, dei nazisti nel 1933, degli islamisti in Iran nel 1979 e, più recentemente, degli stessi islamisti in Tunisia ed Egitto. Come ha sottolineato Curzio Malaparte molto tempo fa, un colpo di stato è una questione tecnica. Richiede un lungo periodo di preparazione e un gruppo di cospiratori abili e disciplinati. Gli islamisti in Iran avevano investito decenni nei preparativi per la Rivoluzione e avevano a disposizione un’ideologia completa. Gli attuali manifestanti non hanno nulla di paragonabile. “La Seconda Venuta” di Yeats viene citato ormai da anni, ma non è solo che ” i migliori mancano di convinzione “, ma anche di organizzazione. E in generale i peggiori sono solo a caccia di soldi.

Quindi rischiamo il peggiore dei mondi possibili. Il sistema politico diventerà sempre più frammentato e lo Stato stesso, comprese le forze di sicurezza, diventerà progressivamente più debole e demotivato. Ma la politica non tollera il vuoto. Quelli che i politologi chiamano “spazi non governati” in realtà non esistono: sono semplicemente governati da forze che non possiamo vedere. In molte parti del mondo includono strutture tribali e claniche, reti familiari estese, organizzazioni religiose e partiti politici disciplinati. Noi non abbiamo nulla di tutto ciò. Nessuno si unirà per morire per bagni inclusivi. Le identità etniche e religiose esistono, certo, ma non sono una base per l’organizzazione e la lotta politica. (L’idea che le “minoranze etniche” possano costituire un blocco politicamente utile in tempi di crisi verrà stroncata con una grande secchiata d’acqua fredda). La politica di distruzione che ho descritto la scorsa settimana ha assicurato non solo la distruzione di chi la pratica, ma anche di qualsiasi mezzo organizzato per sostituirla. Pertanto, è più probabile che il futuro dell’Europa assomigli al caos della guerra tra fazioni in Siria e Libia piuttosto che al rivoluzionario trasferimento di potere avvenuto in Iran.

Il risultato sarà una sorta di anarchia. Non l’anarchia hippie degli anni ’60, ma l’anarchia che vediamo oggi nelle periferie di alcune grandi città europee, dove la polizia non entra e lo Stato nel suo complesso non interviene. Esiste una sorta di ordine, ma è imposto da spacciatori e bande criminali organizzate, spesso legate ad estremisti religiosi, che si combattono apertamente per il potere e la ricchezza, e corrompono ciò che resta dei sistemi politici locali. Tali forze possono essere temporaneamente eliminate, ma le risorse e, soprattutto, le basi sociali e ideologiche per un sistema migliore, semplicemente non esistono. Questi gruppi traggono profitto dalle regole fondamentali del potere: non è necessario essere oggettivamente forti, solo meno deboli, e non è necessario essere oggettivamente organizzati, solo meno disorganizzati di chiunque altro. L’attuale modello di controllo di parti delle città da parte di gruppi sovrapposti di criminali ed estremisti religiosi potrebbe iniziare a generalizzarsi piuttosto rapidamente. A quel punto, gli incantesimi del PMC contro [qualcosa] di Destra raggiungeranno la loro logica conclusione, e quella Destra stessa inizierà ad assumere di fatto il potere in certi luoghi. È molto più grande e molto più malvagia delle bande di narcotrafficanti e degli uomini con la barba.

Quindi, l’epitaffio sul PMC, se c’è qualcuno in giro che possa scriverlo, sarà che il suo liberalismo estremo ha alla fine prodotto le stesse forze che lo hanno distrutto. Dopotutto, c’è qualcosa di più impeccabilmente liberale del criminale che persegue la libertà personale individuale e il profitto economico? Vedremo, presto, quali saranno i risultati finali.

 L’ECLISSI D’EUROPA E IL PARADOSSO INDIANO_di Cesare Semovigo

L’ECLISSI D’EUROPA E IL PARADOSSO INDIANO

## Bizantinismi e Giganti Addormentati

**Di Cesare Semovigo**

Mentre Stati Uniti e SpaceX rinnovano egemonia spaziale e Cina avanza su riutilizzabili muskiani, Bruxelles divide, Ariane arranca—paradosso con eccellenze italiane in solidi.

Nel 2025 l’Europa spaziale resta intrappolata in burocrazia e frammentazione, perdendo terreno su lanciatori riutilizzabili, costellazioni satellitari dual-use e robotica avanzata. SpaceX domina con Starship e contratti NASA/DoD, la Cina accelera su Long March riutilizzabili nonostante failure landing e mega-costellazioni ispirate a Starlink, mentre Ariane 6 soffre costi elevati e ramp-up lento. Le potenzialità italiane come i motori solidi P120 e P160 di Avio, *qualified* 2025, restano sottoutilizzate in un contesto Unione Europea privo di visione unitaria, rischiando irrilevanza geotecnologica.

Il 2025 conferma una divergenza irreversibile nel settore spaziale, dove satelliti dual-use civili-militari, robotica autonoma e lanciatori riutilizzabili ridefiniscono egemonia e sicurezza nazionale. L’Europa, come stigmatizzato da Pugliese, resta essenzialmente cieca, sorda e muta senza gli Stati Uniti per lo spazio satellitare: *”Senza gli Stati Uniti, siamo blind, deaf and mute”*. Questa dipendenza non è casuale: mentre nel 1990 l’Italia forniva dati cellulari agli Stati Uniti per operazioni in Iraq, oggi Washington ha sorpassato l’Europa in capacità orbitale, con SpaceX che detiene record di lanci oltre 500 Falcon family cumulative e quota globale dominante. Un sorpasso compiuto con la discrezione di chi non ha bisogno di annunciarlo.

SpaceX ha rinnovato l’egemonia americana con Starship: Flight 9 a maggio 2025, modifiche NLS-2 NASA per lunar lander, contratti DoD e Space Force per 13,7 miliardi di dollari (see the generated image above). La riutilizzabilità full-stack ha abbattuto costi, con Falcon e Starship oltre il 60% del market commerciale. Le costellazioni Starlink oltre 6.000 satelliti integrano comunicazioni dual-use resilienti.

L’Unione Europea incarna il ritardo bizantino: Ariane 6 solo pochi voli nel 2025 post-inaugural, ramp-up lento, costi 75-95 milioni di euro per volo non competitivi. L’Europa ricorre occasionalmente a rivali per l’accesso allo spazio. Pugliese: *”Abbiamo perso… dovremmo andare in Russia per alcuni spacecraft”*. Un’opzione che, in tempi di geopolitica, suona quasi nostalgica.

Le eccellenze italiane brillano inutilizzate: il P120C largest monolithic carbon-fiber su Ariane 6 e Vega-C, upgrade P160C qualified e tested aprile 2025 con performance migliorata e longer meter, contratti Avio-ArianeGroup per produzione stabilizzata fino 2029 e 2030. Questo combustibile solido italiano—affidabile, low-cost—ha potenzialità enormi per next-gen dual-use, ma resta vincolato a una governance Unione Europea miope: nessun consorzio sovrano per uno spazio integrato, come se l’unità fosse un concetto troppo ardito.[1]

Nel mosaico delle potenze geotecnologiche, l’India emerge come un attore dal potenziale immenso ma ancora intrappolato in ritardi cronici, quasi un gigante addormentato. Se la Cina incarna la lungimiranza millenaria, l’India rappresenta un paradosso vivente: detentrice delle riserve di torio più vaste al mondo—stimati in oltre 11 milioni di tonnellate, sufficienti per alimentare il paese per secoli—ma lenta nel tradurle in autonomia energetica reale, come se le sue ambizioni nucleari fossero un antico manoscritto polveroso, sfogliato con troppa cautela.

Scavando in fonti OSINT e paper accademici, emerge un quadro bayesiano cristallino: le proiezioni sulle riserve di torio rivelano divari abissali. L’India, con riserve che superano gli 11 milioni di tonnellate—sufficienti per 40.000 anni di energia, come eco di Homi Bhabha—ha un programma a tre stadi (PHWR, PFBR, AHWR) che promette autosufficienza. Eppure, la realtà OSINT rivela crepe: ritardi decennali nell’AHWR, dipendenza da uranio importato (da Russia e Australia). Proiezioni da rapporti universitari aggiornano la posterior bayesiana: l’autosufficienza dichiarata (obiettivo 2050) si scontra con una reale frammentazione, con l’India che rischia di rimanere #2 dietro la Cina se non accelera partnership come quella CCTE-NTPC.[2]

In conclusione, il 2025 spaziale grida una lezione: senza visione unitaria—consorzi autentici, fondi lunghi, dual-use proattivo—l’Europa sarà semplicemente aggirata. Le potenzialità italiane P120 e P160 e le lezioni muskiane potrebbero invertire la rotta, ma Bruxelles continua a dividere mentre i rivali accelerano. Pugliese: ripartire subito, o l’irrilevanza è inevitabile—e sarebbe un finale tragicomico per un continente che ha inventato la modernità, per poi dimenticarsene al momento sbagliato.

**Note:**

(see the generated image above) NASA & US Space Force Contract Awards 2025.

Avio Financials & ESA Reports 2025.[1]

USGS Thorium Reserves & Stanford Energy Reports.[2]

Fonti

[1] Russia says NATO talk of Moscow and Beijing being a threat to … https://www.reuters.com/world/europe/russia-says-nato-talk-moscow-beijing-being-threat-greenland-is-myth-create-2026-01-15/

[2] ‘Only Russia Can Stop It’: Moscow Taunts Europe, Denmark Over … https://www.themoscowtimes.com/2026/01/15/only-russia-can-stop-it-moscow-taunts-europe-denmark-over-trumps-greenland-plans-a91672

 CINA VS USA – VELOCITÀ DIVERGENTI

## Torio Millenario contro Tech-Bros della Silicon Valley

**Di Cesare Semovigo**

Oltre il Pacifico, la Cina esibisce l’opposto: statalismo resiliente, orizzonti decennali, millenari—una visione che rende provinciali i nostri cicli elettorali, con proiezioni su riserve di torio cross-validati da paper OSINT per autosufficienza reale *versus* dichiarata.

Non casuale l’inaugurazione del primo reattore al torio commerciale nel 2025, frutto di progetti dal 2010 su 200 siti. Marco Pugliese nota: *”Hanno stimato 40.000 anni di energia per un miliardo e mezzo… ragionamento lungo”*. Questo *shift* al torio—economico, depositi interni stimati 100.000 tonnellate, con estrazione avanzata per MSR—riduce dipendenze energetiche e contrasta il declino demografico, che colpisce duro, con aggiornamenti bayesiani da RAND per resilienza high-tech (see the generated image above).

Similmente, il *deployment* di robot umanoidi nelle fabbriche non è casuale: *”No coincidence”*, per compensare turnover in settori chiave—efficienza brutale. Nel 2025, UBTECH ha dispiegato centinaia di Walker S2, AgiBot il 5.000esimo in tre anni, piani per migliaia dal 2026. Oltre 150 aziende cinesi in gara, con applicazioni in manifattura, logistica, retail, supportate da nucleare low-cost e automazione per popolazione invecchiante—pragmatismo senza sentimentalismi.

Tuttavia, vulnerabilità profonde, come Pugliese denuncia: *”Alcuni settori vanno male, demografia problema grave”*. Real estate in slump dal 2022, collasso che erode fiducia e investimenti—bolla scoppiata con puntualità. Rhodium Group conferma: nuove costruzioni sotto sostenibilità, prezzi in calo, developer in default. Debito locale critico, deficit enormi, overcapacity con *“industrial involution”*—price wars, margini minimi, capacità inutilizzata.

Gli Stati Uniti, appesantiti da governance miope post-Guerra Fredda—mandati brevi, visioni corte—mostrano recupero via *“tech bros”*, sfidando defense legacy con intelligenza artificiale, autonomia, stile bulldozer.

Pugliese apprezza Trump: *”Greenland needed in 10-15 years… studi in mano”*. Ma alleanze con Musk, Luckey, Karp imprimono slancio, provando che il capitalismo americano si reinventa quando conta.

**Anduril** di Palmer Luckey ha raggiunto una valuation di 30,5 miliardi nel 2025 post-Series G da 2,5 miliardi, revenue oltre un miliardo, doubling annuo. Sistemi autonomi come droni e Lattice vincono Army contracts, scalzando Lockheed e Boeing con i loro overruns faraonici.

**Palantir**: revenue 2025 a 4,4 miliardi, Gotham in Pentagon deals strategici. Terzo trimestre +63% crescita USA esplosiva.[1]

**SpaceX Starshield**: spy satellites 1,8 miliardi dal 2021, nuovi 2025 per missile tracking “Golden Dome”. xAI Musk partnership Pentagon dicembre 2025, Grok su GenAI.mil fino 200 milioni, access per 3 milioni personnel.

Io stesso confermo: *”Tra innovation e robotics… Musk Optimus primo, terzo pronto”*. 10 milioni unità, gen3 in sviluppo—dual-use civile e militare, velocità muskiana.

**Note:**

(see the generated image above) RAND Corporation & Atlantic Council Scenarios 2025.

Anduril/Palantir Financial Reports Q3 2025.[1]

1 2 3 4 226